TUTTI AL FIUME - Urban

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indossava pantaloni a zampa

di elefante, ma pellicce di visone.

Ranieri Orlandi, cronista di nera del

Corriere della Sera aveva quasi

trent’anni quando una sera decise

di entrare in un circolo culturale di

Turatello. Si ritrovò in mezzo a

parlamentari, deputati, attori. La Milano

nera era generosa con il prossimo: si

prendeva cura degli uomini rispettabili e li

faceva divertire. Turatello era un signore della

mala, un trait-d’union tra vecchio e nuovo stile.

Racconta Orlandi: “Una volta si è trovato il capo della

mobile seduto al tavolo di fianco in un famoso ristorante

in centro a Milano e non ha esitato a mandare mazzi di

rose rosse per la signora”. La signora del capo della

mobile.

A Milano in quegli anni nelle bische potevi anche

inciamparci per caso. Bastava scendere alla fermata

della metropolitana di Garibaldi e ti trovavi in mezzo

a dei tipacci che urlavano e scommettevano giocando

ai dadi. È quello che ha fatto, ma di proposito,

un cronista di nera di la Repubblica, Piero Colaprico,

uno dei nostri testimoni. “Era una bisca all’aperto, sotto

il mezzanino della stazione metropolitana Garibaldi.

Un luogo ideale per una bisca perché avevi molte vie

d’uscita in caso di fuga. Alla 1.30 di notte c’era una folla

incredibile che giocava a dadi. Mi colpì un signore con

un frigo bar portatile:

il suo lavoro era vendere panini e bibite”.

Solo alcuni respiravano quest’aria in città, oltre ai

cronisti di nera, di sicuro anche le guardie. Luca Fazzo,

altro giornalista di cronaca nera, pure lui di Repubblica,

si ricorda di come le guardie davano la caccia ai ladri.

“I poliziotti di una volta vivevano Milano, camminavano

nel fango cercando di non sporcarsi troppo, a volte ci

riuscivano a volte no. I confidenti erano tantissimi, quasi

tutti i grandi boss avevano i loro poliziotti di riferimento

cui raccontavano le cose.

Il rapporto tra guardie e ladri era straordinario”.

A Milano c’erano anche “gli indiani”. Ti potevano

ammazzare per un parcheggio con la stessa emozione

con cui potevano bersi un caffé. Erano gangster al

servizio di Angelino Epaminonda, detto il Tebano.

Ecco, fu lì, in quelle notti, che Milano diventò davvero

una piccola Las Vegas. “Pippo Bono una sera in una

bisca del Tebano gioca un miliardo e 200 milioni a

chemin de fer”, racconta Piero Colaprico. Wow!

Las Vegas, senza il Ceasar Palace.

“Che idea geniale”

pensano i calabresi di Corsico

e Buccinasco, quando vedono la mala siciliana a Milano

buttarsi a capofitto nei sequestri di persona. È una

grande torta con cui si abbufferanno tutti. La borghesia

salottiera e spendacciona trema dalla paura. Dai citofoni

delle case del centro spariscono i nomi. Circola anche

una classifica dei rapitori: meglio finire nelle mani di

un Vallanzasca che dei calabresi, soprattutto se sei

una donna. “A scatenare il putiferio dei sequestri è

un vinaio” racconta Orlandi. “Luciano Liggio, siciliano,

che sotto falso nome vendeva vino e liquori in via

Ripamonti. Lui e il clan dei corleonesi stavano a Baggio,

dove c’era il quartiere generale dei calabresi. I soldi dei

sequestri sono serviti a creare un altro grande business:

la droga”.

Con la droga, la città si trasforma in tanti piccoli fortini

con sentinelle armate fino ai denti. Ogni clan ha il suo

quartiere. Sotto un lampione malandato, agli angoli

delle piazze si spaccia, giorno e notte. La mala milanese

si arricchisce e si fa elegante, abiti in cachemire e auto

di lusso. Andavi in un bar di Buccinasco alle 3 del

pomeriggio e fuori trovavi parcheggiate solo Ferrari

di quelli del clan di Platì e dentro signori elegantissimi

spaparanzati. Come diceva Saverio Morabito, un altro

che ha dato il meglio di sé per il crimine: “Buccinasco

era un’altra Platì. C’erano le stesse regole che vigevano

in Aspromonte”.

Milano è occupata a mangiare l’insalata con la rucola,

così di moda, nei ristoranti più costosi d’Italia. È una

città che si beve in un bicchiere targato socialismo

craxiano. E mentre pubblicitari, stilisti di alta moda,

palazzinari, si ubriacano di benessere, ci sono persone

che vivono barricate in casa. Per la paura. Ricorda Piero

Colaprico: “Una famiglia a Quarto Oggiaro terrorizzava

una parte del quartiere. In famiglia erano tutti criminali.

La sorella più piccola Adelina una volta ha fatto una

rapina con il braccio ingessato. Lei e i suoi fratelli

facevano le rapine con il passamontagna ma tutti

li riconoscevano per la stazza. Erano alti e grossi.

Nessuno aveva il coraggio di denunciarli”.

Stesso film in via Emilio Bianchi qualche anno dopo.

Fabrizio Gatti, cronista di nera del Corriere della Sera

è un testimone d’eccezione: ha vestito i panni di un

tossicomane per scoprire che succedeva in via Emilio

Bianchi. “Tutta la famiglia era

in casa, in un appartamento

anonimo. In direzione della

finestra vengono sparati 70 colpi

di mitra. Il capofamiglia aveva

“osato” lamentarsi per un cancello

chiuso. Non c’entrava nulla con i

traffici di droga e con la mafia che aveva

il suo quartier generale nei palazzi di via

Emilio Bianchi. Siamo all’inizio degli anni’90.

I medici venivano perquisiti prima di entrare,

al postino setacciavano la posta”.

Lì vivevano ragazzi che il sabato sera uscivano

a divertirsi con quattro milioni in tasca, quando non

avevano fatto troppi soldi con lo spaccio. I picciotti

di Las Vegas.

“Con i morti non si fanno affari”. Su questo detto

della malavita, Milano cambia ancora. L’eroina è passata

di moda e la mala milanese non se ne occupa più.

Meglio la cocaina, il crack e le pillole di ectasy. Tutto

si consuma nelle case o in discoteca. In giro si vede

poco. Ormai si sono fatti gli anni ’90. Anche qui

un miliardo a chemin de fer, il bandito che manda rose. romantico eh? E molto pericoloso

abbiamo dei testimoni. Lorenza Pleuteri di Repubblica,

giornalista di nera dell’ultima generazione, così racconta

la città di oggi: “Se vai a chiedere ai poliziotti chi

domina oggi a Milano tirano fuori le mappe del ’92-’93

con nomi di persone che ormai sono in carcere da

tempo. Ora c’è la pax mafiosa e non si ammazza più”.

Le sentinelle ci sono sempre, ma hanno la pelle di

un altro colore e sono senza documenti. Impossibile

risalire ai loro capi. La mala continua a fare affari. “Tanto

la colpa alla fine ricade sempre sugli stranieri” racconta

Fabrizio Gatti che ha scritto un libro Viki che voleva

andare a scuola.

Non ci sono più morti ammazzati, scazzi tra gangster.

Se cammini per la città, al massimo ti può capitare

di incontrare per strada uno che urla “Sono il demonio,

sono Osama Bin Laden” come è capitato con Jucker,

il rampollo che ha ammazzato la fidanzata col coltello

da sushi, o qualche squilibrato che fa il tiro a segno

dalla finestra. Ma finisce lì. Tutto si esaurisce in due

giorni, al massimo in una settimana. I grandi malavitosi

a Milano non ci sono più, ora l’universo criminale

preferisce spartirsi la torta senza cagnara, senza rumori

molesti, senza seminare il terrore. Sono “mezze seghe”,

dice uno dei nostri cronisti. E sembra che persino lui

che faceva le notti in bianco per raccontare le storie

di mala, abbia un po’ nostalgia di Las Vegas.

URBAN 15

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