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Racconto lungo

Dedicato a Joran

Grazia Delpiano

Sofia

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"Fui concepito una notte d'estate, e apparentemente fu per un errore, una distrazione di papà.

Gli uomini credono sempre che sia il caso a dipanare i fili delle loro esistenze. Invece non è così,

esiste una trama fitta di desideri e di pensieri inconsci che l'universo continuamente ascolta ed

asseconda, muovendo le anime e le circostanze in una perenne danza coerente; a noi tocca solo di

imparare a decifrarla.

Mio padre e mia madre nel segreto del loro cuore mi chiamarono: io avevo desiderato di nascere:

questi due semplici fatti si sommarono, scatenando una serie di eventi e circostanze che mi

portarono in questo mondo. Il primo di quel giorno fu il rientro anticipato di mio padre da una

settimana di ritiro in un monastero buddhista, in cui egli andava a digiunare ogni anno solo per

ricordare a se stesso quanto bella e saporita fosse la vita di fuori. Quel giorno s'era alzato prima

dell'alba, aveva preso una doccia e meditato, e d'improvviso aveva deciso che non sarebbe rimasto

oltre in quel luogo di penitenza: non sapeva bene perché, ma sentì che doveva tornare a casa, ne

aveva abbastanza di digiunare. L'idea lo mise subito di buon umore, scese nel dormitorio a

raccogliere le sue cose, e mentre riponeva l'inseparabile sassofono nella custodia, felice come un

bambino sciolto anzitempo da un castigo, pregustava la pastasciutta che avrebbe mangiato senz'altro

al ritorno. Si congedò dal rettore del monastero con non so quale scusa inventata lì per lì, e si mise

in viaggio: la giornata era calda e piena, si sarebbe viaggiato bene, e che saranno mai quattro ore

d'autostrada.

Quello stesso giorno mia madre si era alzata presto, aveva preparato le marmellate per l'inverno,

aveva riassettato la casa e l'orto, sfamato la famigliola dei gatti e i pesci dello stagno, cambiato i

fiori sull'altare nella stanza di meditazione e cucinato in anticipo i pasti della sua solitaria giornata.

Infine, stanca ma soddisfatta, s'era lavata e profumata con cura, e si era sistemata nell'amaca del

giardino, sprofondando beata in uno dei tanti romanzi che divorava velocemente. Era così rapida nel

leggere che a volte doveva imporsi di rallentare la corsa degli occhi, per gustare di più le parole,

diceva, e per far durare di più le vicende che l'appassionavano. Prendeva una tale confidenza con lo

stile e il pensiero di uno scrittore, intesseva con lui attraverso le pagine un rapporto così profondo di

sentire e percepire che quando il libro finiva si sentiva abbandonata e tradita: allora provava il

bisogno di riprendere il contatto con un altro libro dello stesso autore, finché non lo aveva

conosciuto intimamente; e così, procedeva di opera omnia in opera omnia.

Nel romanzo di quel fatidico giorno si parlava di quando sulla terra vigeva il matriarcato

(argomento di cui mia madre era appassionata) e si adoravano divinità femminili dai nomi

misteriosi, prima dell'avvento delle civiltà patriarcali coi loro dei barbuti e maschilisti.

La leggenda rievocava certi riti nordici della fertilità che si celebravano la notte del solstizio

d'estate, quando la secerdotessa-regina giaceva col più valoroso cavaliere, ed era certa di generare la

futura regina, con tanto di facoltà medianiche, poteri guaritivi, chiaroveggenza.

Ben presto mia madre si lasciò cullare da quell'aura di magia a lei cosi familiare, e il caldo e il

sonno, e l'odore dell'estate la vinsero e l'avvolsero, trasportandola in quel mondo dove tutto è vero,

dove i desideri più riposti si realizzano prendendo forma e colore, e la realtà si corregge per quanto

è manchevole. Mia madre sognò qualcosa, come un avvertimento, un segnale, un punto di luce che

precipitava tra le ombre siderali, ma poi sentì il rombo di un motore noto che tornava, e si svegliò di

soprassalto scordandosi di tutto.

Quando venne la sera, suo marito la amò con tale dolcezza, come in sogno, che la luce siderale

scese dalla luna coagulandosi nel suo ventre. In quel momento, mentre mia madre sognava

abbandonata tra le sue braccia, mio padre mi generò a questa vita.

Come ho già detto, era giunto da lontano quel giorno, spinto inconsciamente verso quel momento in

cui il mio destino e il suo si sarebbero incontrati per sempre; era solo a bordo della sua automobile,

e mentre l'afa aumentava con il trascorrere delle ore, e l'asfalto riverberava la cappa di calura

avvolgendo ogni cosa intorno, per non cedere al sonno e non andarsi a sfracellare anzitempo, mio

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padre si era tenuto sveglio facendo fantasie erotiche su mia madre, indugiando nei particolari di

cosa le avrebbe detto, che cosa le avrebbe fatto una volta arrivato.

Mia madre gli piaceva moltissimo, risvegliava in lui un profondo istinto di maschile desiderio di cui

aveva quasi timore, perché gli sembrava che se vi si fosse abbandonato lei avrebbe preso possesso

di lui e della sua anima.

Di due cose mio padre era certo, che questa cosa sarebbe accaduta senza fallo se lui si fosse

distratto per un solo momento, e che una volta accaduta l'avrebbe irrimediabilmente allontanato

dall'ideale di autosufficiente ascetismo cui sperava di approdare prima di concludere il suo

cammino su questa terra.

C'è da aggiungere per dovere di cronaca, che fino ad allora, nonostante i suoi sforzi, o forse proprio

a causa di essi, la cosa non gli era ancora riuscita, anzi. Mio padre aveva e ha una natura

profondamente sensuale, che si nega; e, come è legge di natura, tutto ciò che si tenta di reprimere

torna con forza a galla da un'altra parte. Perciò, nonostante i rigori di ascetismo che di tanto in tanto

si imponeva, egli era diventato suo malgrado un irresistibile 'tombeur de femmes', cosa che nella

sua lunga vita gli aveva procurato alcune soddisfazioni e molti guai perché era di animo gentile,

assolutamente incapace di dire di no, e le donne erano attratte da lui come da una calamita.

Quando si innamorò della mamma, la sua vena amatoria per diverso tempo si indirizzò totalmente

su di lei, senza troppi rimpianti per il passato; lui diceva che forse era dovuto all'età, o forse per il

fatto che finalmente si era reso conto che non sarebbe stata una donna a risolvere i suoi problemi

esistenziali.

La verità era che finalmente, forse per la prima volta in vita sua, riusciva a vedere una donna per

quello che era, una persona con limiti e qualità, una compagna di viaggio, con cui sviluppare

intimità e confidenza, complicità e reciproca fiducia.

Qualcosa di molto differente dall'essere angelico, intoccabile e distante cui bisognava offrire versi e

devozione, cui dimostrare continuamente il proprio valore in maniera assidua e instancabile che

aveva assimilato nell'infanzia, un po' per educazione famigliare, un po' per la cultura fascista in cui

era nato e cresciuto.

Però spesso ripiombava nella paura di essere ghermito, perché se si è postulato che la donna è un

angelo, significa che da qualche parte, ben nascosta, c'è anche una natura di diavolessa.

Quando la vide scalza nel cortile di casa, flessuosa nelle vesti discinte che lasciavano indovinare le

sue rotondità, accaldata e sorridente, profumata di fichi e visciole, mio padre sentì risuonare dentro

sé la sua sirena d'allarme, raggelò le immagini e le voglie di poco prima, le diede un distratto bacio

sulla guancia e come ulteriore distrazione le domandò come stavano i gattini, che erano nati da

poco. Lei glieli mostrò giacché li teneva nelle tasche della tunica, uno per parte.

Poiché leggeva nei pensieri, si accorse subito che lui era di cattivo umore, contratto nel cuore e nel

corpo, come smarrito, e che era venuto a casa perché desiderava ciò che più diceva di aborrire: la

voglia di sentirsi accolto, coccolato, aspettato.

Mia madre, che pure era quanto di più lontano si potesse immaginare da una virtuosa casalinga, e

passava per essere una ribelle sradicata, aveva tuttavia la straordinaria capacità di creare ovunque

andasse un senso confortevole di 'casa', e di diffonderlo intorno a sé fino a comprendere coloro che

amava. Per questo mio padre la cercava e allo stesso tempo la temeva, perchè sentiva che con la sua

presenza lei aveva come il potere di spegnere in lui la sete di avventura.

Così radicata era nella sua mente l'idea che la donna è la mamma, la casa, il nido caldo, e quindi

non può essere anche una compagna di avventura; e se lo è, non si tratta della stessa donna (la

mamma dice che gli uomini si portano dietro da secoli lo stesso problema: in Grecia per esempio

avevano una dea che simboleggiava l'erotismo e un'altra che rappresentava la protettrice del

focolare: come dire che un’amante e una moglie sono due generi assolutamente differenti).

Mia madre era in apparenza il contrario esatto della madre di mio padre. Nonna Anna era

un'efficiente matrona molto all'antica, altera e orgogliosa, nata e vissuta nella più nera miseria ma

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convinta di essere una specie di principessa in esilio, costretta dall'avverso destino a una grama vita,

cosa che, al destino e alla vita, lei non perdonò mai.

E la fece pagare a tutti, accumulando nel tempo tanto di quel risentimento che da vecchia perdette la

ragione e passò gli ultimi anni urlando oscenità al telefono e tirando il collo ai canarini nella

gabbietta.

Nonna Anna morì molti anni prima della mia nascita, e tutto ciò che so l'ho sentito dai racconti di

papà e di zia Livia. Di lei conserviamo due vecchie fotografie in un album; una è dei suoi ultimi

tempi, una panoramica della famiglia di allora al gran completo: tra gli altri, c'è ancora la prima

moglie di mio padre, la madre dei miei fratelli.

La nonna appare come una vecchietta curva e raggrinzita, con lo sguardo allucinato e lontano, in

mezzo a persone che sembrano essersi raggruppate lì per caso: l'immagine di una vita che si è

ritratta da sé per il troppo orrore, o il troppo freddo. Io da piccolo avevo paura di quella foto, come

se d'un tratto la scena avesse potuto animarsi e la vecchia guardare verso di me e divorarmi.

L'altra foto è un ritratto di lei a trentatrè anni, con mio padre in braccio appena nato: era bella,

altera, con lo sguardo di ghiaccio e una ruga verticale al centro della fronte, già arrabbiata con la

sorte: neppure la maternità era riuscita a scioglierle un po' il cuore. Le due donne, la vecchia e la

giovane, l'una avvizzita e l'altra florida, non hanno nulla in comune, se non quello sguardo, che non

voleva vedere una realtà che aveva sempre disprezzato e mai cercato di capire, o almeno accettare.

Povera nonna Anna, comprendo l'inferno in cui si condannò a vivere, tenendo sempre il cuore

chiuso sotto una coltre di rabbia, ostinata a controllare tutto e tutti, pensando di non avere nessuno

su cui fare affidamento per educare i figli, sfamarli nonostante la guerra, far quadrare il bilancio,

pagare l’affitto di casa e i conti, e assicurarsi una vecchiaia decorosa.

Non c'era spazio per i sentimenti, quando si trattava di tirare avanti una perennemente difficile

quotidianità di tre figli e un marito anziano e per di più poeta, che sperperava, i soldi di famiglia

concludendo assurdi e inutili affari ogni volta del secolo, invitando a pranzo tutti i diseredati che

incontrava per strada, imprestando denari a improbabili amici o parenti che arrivavano dal paese,

con le valigie di cartone e le scarpe rotte. La nonna disprezzava il nonno, che era nato nell'ottocento

(esattamente centoundici anni prima di me), ed era un grasso e dolce poeta che suonava il

mandolino e da giovane era stato in America a lavorare, ma che già da allora aveva la vocazione

della cicala ed era tornato con le mani in tasca come quando era partito.

Ciò che avvelenò la vita di mio nonno fu il segreto ostile disprezzo di quella giovane moglie, che lui

amava teneramente quasi da padre, a cui scriveva dolci lettere d'amore nei periodi di lontananza, e

che ammazzava di botte quando non ce la faceva più a sopportarne i continui rimbrotti e i tormenti,

le umiliazioni che lei, fredda e vendicativa, gli infliggeva con precisione chirurgica nei punti deboli.

Diventò sempre più grasso e infelice, sempre più incapace di lavorare e portare soldi a casa, sempre

più violento, finché gli venne un colpo che se lo portò via in pochi giorni quando mio padre aveva

appena vent'anni, e lui più di settanta.

In famiglia si racconta un aneddoto che riguarda gli ultimi momenti di vita di nonno Amedeo,

evento che da solo basterebbe a riscattare una vita banale, e che ai miei occhi ha sempre rivestito il

nonno di un alone di goliardica simpatia.

La scena era quella classica, il moribondo che giaceva sul letto immobile a causa di un'emiparesi,

circondato e tormentato da una folla di parenti vicini e lontani che indelicati e perfidi discutevano

della scarna eredità e delle modalità del prossimo funerale, fiori o non fiori, si, le rose vanno bene, e

abbiamo già comprato il loculo, è proprio in una bella posizione.

In particolare, c'era una cugina suora, implacabile nel suo fervore assistenziale, che tormentava il

povero nonno con la sua voce querula e acuta da zitella, e gli parlava come a un infante un po'

difettoso: - E allora, come sta oggi il nostro Amedeucciooo? Zitti, zitti tutti, che Amedeo vuole dire

qualcosa. Che dici, che dici Amedeo, che hai detto? - Tutti tacquero all'improvviso, rivolgendo uno

sguardo attento e fintamente ansioso al morente, che con uno sforzo immane raccolse le poche forze

che gli rimanevano e con la mezza bocca sana articolò distintamente un - ...ffanculo-

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Dopodichè chiuse gli occhi soddisfatto e morì, lasciando imbarazzato il parentame e indignata la

suora impicciona, contento di avere avuto l'ultima parola. Da allora, a ogni riunione di famiglia mio

padre e mia zia, da attori consumati quali erano, rievocavano la scena, ogni volta aggiungendo

nuovi particolari, mimando ed esagerando le espressioni dei vari personaggi, sicché la morte del

nonno diventò come una simpatica barzelletta che ci metteva tutti di buon umore, cosa che, io

credo, data la sua natura allegra e burlona, gli avrà fatto senz'altro piacere.

Comunque, il carattere di mio padre si spiega solo se si capisce da quale razza di famiglia

proveniva. Frutto tardivo di un matrimonio finito da un pezzo, fu tirato su da sua madre come una

specie di proprietà privata, giacché lei sperava che quel figlioletto maschio, il più piccolo, si sarebbe

occupato di lei un giorno, e non sarebbe diventato uno sciupafemmine senza arte né parte come il

marito e il figlio più grande.

Cominciò così il suo lento, costante lavorio per plasmare mio padre; lo sedusse con le sue

attenzioni, lo mise tra sé e il marito, facendolo dormire ai piedi del letto grande finché non ebbe

dieci anni. Come molte donne deluse del matrimonio, investì il figlio di una specie di ruolo maritale

putativo. Gli mostrò la propria visione della cose facendogli credere che fosse l'unica vera, per cui

la vita era una somma di doveri implacabili, primo fra tutti occuparsi della madre, gli uomini erano

esseri dalle voglie sudice e deprecabili, le donne creature angeliche e pure, suo padre un idiota

incapace di sostenere famiglia e responsabilità, il piacere e il divertimento qualcosa di illegittimo e

impuro. Inoltre, lui non era padrone di sé, ma della mamma che lo aveva generato (- Tu sei il mio

piccolo sputo -, gli diceva, riuscendo a esprimere in modo magistralmente perfido l’amore

possessivo e il disprezzo viscerale).

Mio padre, come ogni bambino, aderì totalmente al disegno materno, così fortemente che ancora

oggi, dopo anni e soldi speranzosamente profusi in analisti e psicoterapie, non riesce ad avere un

amico maschio, teme che nessuno al mondo possa cavarsela da solo se lui non provvede, non riesce

a trarre godimento dalle cose della vita, e la sua innata vocazione alla gioia è terribilmente

compromessa. Per non parlare della quasi impossibilità di fidarsi ancora di una donna.

Ho sentito raccontare da zia Livia che quando papà era piccolino stava per ore e ore accucciato

sotto il tavolo della cucina per tutto il tempo in cui la nonna era al lavoro, triste e accorato,

ascoltando e commuovendosi per le canzoni della radio, che cantavano spesso di mamme lontane e

figli abbandonati (erano gli anni del fascismo); solo quando sentiva i passi di sua madre avanzare

sulle scale e poi sul pianerottolo, (e li riconosceva prima di tutti con un suo istinto feroce di

cucciolo), solo allora si rasserenava, smetteva i singhiozzi e balzava fuori correndole incontro, con

gli occhioni ridenti e grati per il suo ritorno.

Ma spesso la nonna era stanca, aveva lavorato ore ed ore per assistere una partoriente, perciò si

buttava vestita sul letto sgridando i figli o semplicemente ignorandoli. Papà allora si intristiva più di

prima; l'oggetto del suo amore tanto atteso assumeva all'improvviso un aspetto terribile ed estraneo,

e gli si spezzava il cuore, senza che lui osasse più avvicinarsi o chiedere un abbraccio o una carezza.

E da allora è rimasto sempre così: se interpreta un gesto altrui come un rifiuto, il suo cuore si gela, e

lui si ritira nell'ombra e non sa più chiedere.

Mi sono spesso domandato se fosse giusto ritenere mia nonna responsabile di circostanze e atti di

cui non era assolutamente cosciente; immagino che lei non abbia fatto altro che cercare di

sopravvivere come una bestia minacciata; tuttavia, mio padre mi ha insegnato che l'amore vero è

intelligente, vuole il bene dell'altro piuttosto che soddisfare il proprio egoismo, e perciò credo di

poter dedurre che mia nonna non sarà colpevole ma era troppo occupata di sé per poter amare

qualcuno.

C'è stata e c'è una implacabile guerra a distanza (nel tempo), tra mia nonna e mia madre; mia madre

crede nella gioia come il sale della vita, e le piace diffonderla come un innocuo e bellissimo germe

contagioso ogni volta che può; e so che nel suo cuore ha una specie di conto aperto con quella

suocera che non ha mai conosciuto se non, come me, per fotografia, come se la missione della sua

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vita fosse riparare i torti che le persone infelici come nonna Anna hanno fatto a se stessi, ai figli, e

alla specie umana in genere.

Mia madre è l'esempio vivente di come non si possa sfuggire in alcun modo alla perniciosa

dinamica tra suocera e nuora. Comincio a credere che sia una specie di meccanismo ereditato per

via biblica: forse è stato omesso, ma dopo il 'partorirai con dolore' c'era scritto di sicuro 'e sarai

tormentata dalla madre di tuo marito'.

A volte mi commuove vedere con quanta delicatezza e discrezione la mamma cerca di andare oltre

il muro di dolore di papà e inoculargli il suo germe gioioso; a volte ci riesce, e allora siamo tutti

felici per un po', e a lei sembra di avere vinto per sempre. Ma poi l'ombra della nonna torna a

riaffacciarsi nella mente di papà, e lui ripiomba nelle sue cupezze, e confonde la mamma e la nonna,

e crede che anche sua moglie, dietro a un sorriso da sirena, nasconda tranelli e oscure trame per

fagocitarlo e rubare un'altra volta la sua anima. Allora fugge come un ubriaco, dimentico del suo

tenero amore per lei, tutto teso nell'incubo di doversi mettere in salvo da chissà quali pericoli, e per

settimane intere non parla, non ride, a volte non si fa nemmeno sentire. Ci manda a dire che parte

per l'India, o che si farà monaco, di non aspettarlo, che ha bisogno della sua indipendenza.

Poi, sbollita la sbornia della libertà, gli riprende il tedio d'esser solo, e cominciamo a mancargli

terribilmente, io e la mamma, la sua terribile cucina, le sue pozioni magiche, i massaggi, la casa di

campagna, i gatti e i pesci dello stagno.

Io ho ereditato da mia madre la capacità di leggere nei cuori, e so che lei lo ama davvero, e anche

lui lo sa; ma quando sua madre ritorna a ossessionarlo, lui se lo dimentica. Se ne sta per giorni via,

senza telefonare né scrivere, ma io e la mamma lo aspettiamo perché sappiamo che dopo un po' la

sua ferita si richiude, e lui ci vuole di nuovo bene.

Quando papà e mamma erano solo amici questo non succedeva, lui con lei era sempre sorridente e

allegro. Poi si sono sposati, ed è cominciato questo carosello; finché il loro rapporto era libero, mio

padre si sentiva altrettanto libero di esprimersi: invece, (secondo quanto dice papa) il matrimonio

fece rientrare il rapporto con la mamma nella famosa categoria degli obblighi e dei doveri, dove

tutto è rigidamente codificato da regole, e fantasia e godimento sono proibiti. In realtà non è

cambiato proprio niente, e mio padre è il primo a riconoscerlo che sua moglie è quanto di più

lontano si possa immaginare da una moglie in senso stretto. Se qualcosa è cambiato, è accaduto

nella sua testa, giacché l'istituzione matrimoniale inconsciamente gli ricorda un pericolo; di quando

sua madre si approfittò del vincolo famigliare per levargli il respiro e negargli ogni diritto d'amore.

Mio padre si è consumato di rimorsi e sensi di colpa (altra pietra miliare degl'insegnamenti di nonna

Anna) per le infelicità che ha inflitto alla mamma, ma sappiamo tutti che non è lui; è il suo

inconscio bambino a causargli tutto questo viavai emozionale e a fargli confondere presente e

passato, e una donna con l'altra.

La mamma dice che papà può guarire solo se quel bambino che è in lui perdona la nonna di avergli

rubato l'anima. È una delle sue strane e bizzarre teorie sulla vita; che mi insegnava quando stavo

nella sua pancia. Sostiene che le emozioni forti creano dei legami saldi tra le persone, come dei

cordoni che vanno da un petto all'altro, e diventano sempre più robusti col passare del tempo, ma

impediscono di vedere la verità sulla natura del loro rapporto.

Ci sono legami basati su emozioni belle da provare, per esempio l'amore o la tenerezza; quando i

miei genitori pensano uno all'altro il cordone che li unisce vibra, e i loro occhi e il cuore si

illuminano. Ci sono poi altri legami che sono fondati sull'odio, o sul risentimento, oppure sono fatti

un po' degli uni un po' degli altri (mamma dice che questi sono i più complicati ma anche i più

comuni).

Se noi vogliamo sapere qual è la natura profonda di un nostro legame con qualcuno, dobbiamo

riuscire a vedere al di là dell'emozione: se poi per sovrappiù l'emozione è bella, possiamo

conservarla per alimentare la nostra gioia quotidiana; ma se è un'emozione negativa bisogna

discioglierla in fretta perché un'emozione negativa congelata nel cuore e dimenticata è come una

lente che deforma il mondo ai nostri occhi, come per esempio quando papà senza accorgersene

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guarda nella lente del risentimento verso la nonna e invece di vedere l'amore della mamma vede la

nonna che gli vuole portar via la libertà un'altra volta.

Mia madre sostiene che non si possono sciogliere questi grumi di emozioni congelate

semplicemente ordinandoselo, o con la costrizione della mente; la mente non sa niente di queste

cose, perché le emozioni non sono sotto la sua giurisdizione; l'unica forza capace di farlo è il

perdono del cuore. Lei conosce delle formule magiche per entrare nel cuore, ma poi bisogna che sia

la persona a compiere il lavoro di pulizia; per questo lei non può fare niente per papà, ma è molto,

paziente, dice che l'amore fa i miracoli, e se davvero lo desidera, papà guarirà.

Di solito alle persone non piace soffrire, e farebbero di tutto per stare meglio e guarire; a volte però

qualcuno impara per sbaglio che soffrire è rassicurante, e ti procura l'attenzione altrui, e allora non

sa più se seguire il suo istinto e cercare il piacere, o la sua esperienza e cercare il dolore. Il dramma

è che nel primo caso si sentirà in colpa, nel secondo caso andrà contro il suo istinto vitale, e in

entrambi non avrà più pace. Comincerà a saltellare dall'una all'altra soluzione come un criceto sulla

ruota, ripetendo sempre lo stesso percorso finché non spezzerà la catena col perdono.

Si può perdonare qualsiasi cosa o persona, luogo o situazione che ci ha legato con un cordone di

emozione mettendoci una lente deformante davanti agli occhi, e tornare liberi.

Il lavoro di mia madre consiste nell'aiutare le persone che lo desiderano a tagliare i cordoni, a

togliersi la lente.

Il primo passo è di rendersi conto che c'è una lente (mamma dice che è il passo più difficile della

terapia, perché le persone sono così abituate alle lenti fin dalla più tenera età che hanno una gran

paura di togliersele). Poi, con un lungo, paziente, amorevole lavoro, mia madre aiuta le persone a

togliere le lenti e a guardare le cose, le stesse di prima, con occhi finalmente liberi. E allora, quando

la paura si vince e il dolore si scioglie, si libera una grande energia, una grande gioia, e vedo mia

madre contenta, come una sciamana antica che abbia fatto partorire un'anima mettendo in fuga gli

spiriti maligni.

Mia madre mi ha raccontato che un giorno uno di quegli spiriti che fanno da guide agli uomini le

disse che lei era venuta sulla terra in questa vita per una particolare missione, che era quella di

ricordare alle anime che se lo dimenticavano qual era la loro vera natura. Così mia madre si inventò

la teoria delle lenti.

Finché rimasi nella mamma, la nostra vita si svolgeva costantemente su due piani paralleli, quello

della scienza e quello della magia, quello dei ragionamenti e quello dell'intuizione, quello della

materia e quello dell'energia.

Papà lo sapeva, e ci criticava, diceva che quella era una dimensione da fattucchiere, e che capiva

perché in altri tempi ci avevano messe su una pira ad arrostire; poi però era affascinato e ci spiava

di nascosto, ed era il primo a sostenere che l'anima esiste, e che la materia, il pensiero e l'emozione

sono energia che può viaggiare e trasformarsi.

La sua si limitava ad essere un'adesione di tipo teorico, anche se mia madre sapeva di certi suoi

trascorsi esoterici, ma non lo forzava mai a partecipare se non gli andava. Sapeva che papà faceva

molta fatica a rimanere ancorato a questa dimensione fisica del mondo, e tutto quello che gli

ricordava il mondo di là gli metteva addosso una grande nostalgia; quindi era meglio per lui non

riaprire quegli abissi di luce per non cedere alla voglia di ritornarvi prima che fosse il suo tempo.

Papà le aveva raccontato che da bambino era solito sedersi sul davanzale della finestra nelle notti di

luna, e guardare le stelle con struggente nostalgia puntando il ditino verso l'alto e dicendo con gli

occhi pieni di lacrime "Voglio tornare a casa mia"; e che tutti lo canzonavano e pensavano che era

un ragazzino sensibile ma anche un po' spostato.

Forse papà era solo stupito della velocità con cui la mamma passava dall'una all'altra dimensione, o

dall'accanimento con cui cercava di viverle entrambe allo stesso tempo, cosa che nei momenti di

grazia le capitava, e a me con lei. Allora eravamo proprio felici, e lei riusciva a dimenticare la sua

impossibilità di condividere quella gioia col suo compagno. - Questo è un dono che si gusta da soli -

mi diceva - e fra noi finirà non appena uscirai dal mio ventre, ma spero che da qualche parte in te lo

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ammenterai. A volte si prova con un paziente, di riflesso, quando si leva una lente. O quando ce ne

togliamo una noi.-

Ricordo un giorno in cui assistetti a un momento in cui la mamma si tolse una delle sue lenti. Fu

una grande emozione.

Diceva che i terapisti devono fare ancora più attenzione alle proprie lenti perché sono dannose alla

terapia, e possono ostacolarla a volte.

- Bisogna fare un attento lavoro di pulizia dei nostri 'occhi emozionali'-: e infatti si sottoponeva ai

più vari sistemi di 'pulizia emozionale'. In genere in quelle circostanze mi divertivo molto, perché

mamma mi mandava emozioni forti, delle vere e proprie cascate biochimiche attraverso la placenta.

Mi sarebbe piaciuto abitare per un po' nella pancia di mio padre per sentire qual è il sapore delle sue

tempeste biochimich, ma questo dicono che non è possibile, e magari neanche importante; in primo

luogo perché il suo amore e i suoi pensieri mi arrivavano lo stesso anche da lontano, e poi perché

forse sarei diventato un altro bambino, e invece mi piace di essere come sono; e poi, stare con

quella mamma buffa e avventurosa è stato divertente. Ho un po' paura a volte dei buchi neri in cui

vaga mio padre, anche se mamma sostiene che i fantasmi altrui per noi sono innocui. L'unico

pericolo è che il contatto coi fantasmi altrui per risonanza faccia risvegliare i nostri che dormono

assopiti da qualche parte in fondo alla mente, allora sono guai. Bisogna sapere, dice la mamma, che

i fantasmi si alimentano con la paura, e quindi bisogna assolutamente sciogliere la paura, così i

fantasmi muoiono subito di fame.

Ci sono persone, come gli sciamani, gli esorcisti, o gli psicoterapeuti, che per mestiere scendono

negli inferni altrui a caccia di fantasmi, e sono persone in gamba, perché sanno fermare la paura.

Nessuno riusciva a capire perché mia madre sia rimasta tanti anni con un uomo che spesso la faceva

soffrire, che non le dava nessuna sicurezza e non voleva mai fare un progetto che prevedesse più di

due settimane di impegno. Me lei sosteneva che mio padre era il suo compito da imparare nella vita,

che in realtà era un angelo che l'universo aveva messo sulla sua strada perché lei potesse guarire e

diventare migliore.

E in effetti con le sue provocazioni papa la guarì da ogni inclinazione romantica, da ogni desiderio

di possesso, dalla sua inclinazione a fantasticare e fingere emozioni inesistenti; la costrinse a

guardarsi dentro per trovare la verità, a esprimersi e raccontarsi senza vergogna, a riflettere sulle

cose davvero importanti, come l'amore, la dignità, la sacralità, il rispetto.

Quando mia madre era ancora una ragazzina con le treccine e andava a scuola, venne a sapere che

nel suo paese, molti e molti anni prima, era vissuto un principe infelice, che nessuno aveva mai

amato, e che era divenuto storpio e cieco a furia di leggere e piangere rinchiuso nel suo castello.

Quel principe aveva riversato tutta la malinconia e la musica della sua anima malata di nostalgia

dentro a un librettino di versi che aveva chiamato 'canti'. Mia madre si procurò il libretto e pianse

anche lei struggendosi d'amore per quel principe, pensando che se l'avesse incontrato avrebbero

condiviso le loro infelicità, e con scarso senso di realtà ritenne che sarebbero stati molto bene

insieme.

Cominciò a passeggiare la notte nel bosco dietro casa, cercando di sentire la presenza del principe

intorno a sé, chiamandolo col suo nome per consolarlo, recitando a memoria i suoi versi per sentire

le emozioni che ne sprigionavano.

Molti anni dopo mio padre la portò una sera in un bosco, la prese per mano, e senza dirle altro

cominciò a recitare:

O graziosa luna, io mi rammento/ che, or volge l'anno, sovra questo colle/ io venia pien d'angoscia

a rimirarti:/ e tu pendevi allor su quella selva/ siccome or fai, che tutta la rischiari./ Ma nebuloso e

tremulo dal pianto/ che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci/ il tuo volto apparìa, che travagliosa/ era

mia vita: ed è, né cangia stile,/ o mia diletta luna.

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Io credo che in quei brevi momenti ad occhi chiusi mia madre abbia immaginato che il principe

infelice avesse deciso di tornare sulla terra per lei, poi si riebbe, ma si accorse presto che mio padre

e il principe si assomigliavano in un modo impressionante, se non nel corpo (per fortuna), almeno

nell'anima, e fu molto felice di amarlo, adempiendo così a quella sua promessa di amore giovanile.

Dapprima cercò di consolarlo, e per lunghe, lunghissime notti esplorò con lui tutti i baratri della sua

anima, partecipando delle sue tristezze, dei suoi amori infelici, dei suoi affetti negati, finché furono

tutti e due estenuati da quel fiume di lacrime e parole, lui per aver troppo parlato, lei per aver troppo

ascoltato.

Allora mia madre si accorse che mio padre, a furia di indugiare sul proprio dolore, stava perdendo

la salute e la ragione, e anche lei cominciava a vedere ovunque per la casa ombre di donne crudeli e

sevizie di bambini, oltre che il fantasma della nonna che sogghignava da dietro la porta della

cucina; fu così che si accorse che l'amore e la consolazione sono due cose molto diverse, e che la

consolazione andrà bene per i bambini ma ai grandi fa bene solo in piccolissime dosi.

Informò mio padre che del suo passato non gliene importava più un fico secco, e che era stufa di

sentirgli dire quanto era stato infelice. Da quel momento si sarebbe interessata solo al presente, e fu

così che riuscirono a sanare il loro rapporto. Da allora, quando si parla del passato, in casa nostra, lo

si fa come se si raccontasse una storia, senza drammatizzare, magari ridendoci su, perché la mamma

dice (ma cita Aristotele, non è farina del suo sacco) che il riso spaventa i fantasmi e caccia la paura

della morte.

Senza contare che il riso è presente, assoluto, solare presente.

A proposito di divertimento, ho anche due fratelli grandi, anzi, grandissimi.

Mio fratello Betto ha la stessa età della mamma, e ha due bambini più grandi di me, sicché io sono

venuto al mondo che ero già due volte zio, roba che non capita a tutti. Tuttavia i miei due nipoti per

motivi pratici non mi chiamano zio, e dicono a tutti che sono il loro cuginetto, così evitiamo

incidenti diplomatici in società, e ci prendiamo burla delle vecchie galline impiccione che amano

fare i calcoli sulle differenze di età tra papà e mamma e spettegolare sulle vite altrui.

Betto è una specie di pacifico gigante, placido ed estimatore dei piaceri della vita (specie quelli

della tavola, e della pittura, degli altri non so).

Parla e scrive come un critico d'arte, in maniera colta e incomprensibile, ma è insuperabile quando

mi prende in braccio e mi fa volteggiare sulla sua testa come un birillo da giocoliere, o mi solleva in

aria con una mano sola così velocemente che lo stomaco viene dopo, oppure quando risponde al

telefono bloccandomi sul fianco con l'ansa del gomito, mentre io strillo e strepito e agito le gambe

perché voglio ancora giocare (mentre in genere dopo le telefonate di lavoro lui torna ad abitare nella

sua grande testa all'ultimo piano e si dimentica del gioco per tornare al computer). Allora si

trasforma in un orco solitario che in un momento di crisi creativa potrebbe anche divorare qualche

malcapitato bambino.

Quando si chiude in stanza a lavorare Betto comincia a gridare alla moglie:

- Anna, (uffa, si chiamano tutte Anna in questa storia!) levami di dosso i mocciosi e falli sparire! -.

Allora la zia (la chiamo zia perché mi viene meglio di cognata) fa le occhiatacce e ci indica la via

del giardino dove però non ci divertiamo più come prima. In genere, il nipote numero uno si rifugia

nella sua simbiosi televisiva col pollice in bocca, e il nipote numero due cerca di indurmi a

scambiare i miei biscottini con dei vermi appena raccolti vicino allo stagno.

A me i vermetti non piacciono, però a volte gli regalo lo stesso i biscotti perché il nipote numero

due ha una fame così continua ed esagerata che diventa una sofferenza per lui vedere gli altri

mangiare senza partecipare almeno di un boccone.

Tornando a mio fratello Betto, io credo che dovrebbe fare il maestro di bambini anziché il critico

d'arte, perché quando deve scrivere diventa scuro e intrattabile, mentre quando gioca con me e coi

suoi figli si sveglia il bambino che lui ha dentro, che è un vero monello, e il suo cuore pulsa, gli

brillano gli occhi, e allora diventa proprio bello, e nessun bambino osa contraddirlo, farebbe

qualsiasi cosa con lui - Oh, mio capitano! -. Io, mio fratello Betto, lo preferisco quando non fa il

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critico; allora, lo seguirei dappertutto (anche alle mostre d'arte!): purché mi portasse a cavalcioni e

potessi tenermi attaccato alla sua barba.

L'altro fratello che ho è una femmina, e si chiama Angiolina.

La sua maggiore virtù è quella di essere una squisita e intrigante raccontatrice di storie per bambini.

In genere sono storie di passioni politiche, o amorose, polpettoni tragici e storie bibliche dove tutti

muoiono ammazzati o soffrono come cani: ma l'importante non è tanto la trama delle storie, quanto

la bravura di Angiolina nel mimare i personaggi, i loro sentimenti, le loro facce. La mia storia

preferita si chiama il Barbiere di Siviglia.

Il lavoro di mia sorella consiste nel raccontare le stesse storie agli adulti, però a loro le canta. I

grandi vanno nel teatro, pagano il biglietto per sedersi su una poltrona ad ascoltare Angiolina.

Io preferisco la poltrona di casa, dove mia sorella mi prende in braccio e racconta solo per me (a

volte ci sono anche i nipoti, che però mi fanno arrabbiare perché essendo nati prima conoscono già

quasi tutte le storie e interrompono sempre).

Angiolina assomiglia a nostro padre: ha la sua stessa inclinazione un po' ombrosa e mutevole, la sua

stessa insoddisfazione, l'insofferenza per la banalità e la praticità della vita, la spinta verso lo

spirituale, la generosità nel ribellarsi all'ingiustizia, il carattere indomabile e iracondo, la dolcezza

ben nascosta, ma visibile per un occhio esperto. Forse quando sarò grande la sposerò.

Quando nacqui, mia madre si indispettì un poco nel vedere che ero un maschio, non tanto per la

cosa in sé, ma perché il suo pendolino le aveva predetto che ero femmina, e sulla femmina si era

fissata a tal punto che per tutti i nove mesi mi aveva segretamente chiamata Sofia. Aveva creato una

forma-pensiero molto potente sul mio conto.

Dato che le madri creano comunque forme-pensiero che cuciono sui figli appena sanno della loro

esistenza (d'altronde è una necessità di natura: se una madre non investisse energia psichica sul suo

bambino, come potrebbe innamorarsi di lui e non perdere mai la pazienza?), mia madre aveva

pensato di dirigere lei stessa il procedimento delle forme-pensiero per cercare di arrecarmi il minor

danno possibile.

Poiché era convinta che il nome racchiude l'essenza di una persona, mi aveva chiamato Sofia, cioè

sapienza, che secondo lei e secondo uno dei suoi maestri che si chiamava Platone era la fortuna più

grande che potesse capitare a un essere mortale. In realtà, poi mi disse che se non era guidata dal

cuore la sapienza da sola non serviva a un bel niente, ma che il nome Cardìa non le era parso

altrettanto bello (cardìa in greco significa cuore: il greco era la fissazione della mamma, le piaceva

da morire). Poi aveva un ricordo legato al nome Sofia.

La prima volta che aveva visto mio padre, su un verde prato estivo durante uno stage di

meditazione, e si erano toccati e annusati prima ancora di guardarsi e parlarsi come fanno le persone

normali dotate di buon senso, lui le aveva chiesto distrattamente come ti chiami; lei gli disse

altrettanto distratta dammelo tu un nome, io non ce l'ho (mentendo spudoratamente); lui socchiuse

gli occhi si mise in contatto medianico con lei sfiorandole il capo, e forse lesse dentro, e disse

'Sophìa'.

Più in là negli anni mia madre, oramai conquistata al senso pratico e meno incline al romanticismo

chiese a papà se quel giorno lui non avesse pronunciato quel particolare nome pensando a una delle

sue numerose fiamme, ma lui si indignò a tal punto che lei non si azzardò più a dubitare, e finì per

credere che lui avesse letto davvero quel nome nella sua testolina in contatto medianico. Qualche

volta provò persino a riproporgli per gioco la domanda nei loro incontri di sonnambulismo, ma

sempre con esito negativo.

Dovete sapere che papà e mamma erano e tuttora sono fondamentalmente due persone magiche e

intuitive, che usano le parole per guadagnarsi da vivere (lei fa la psicanalista e lui scrive sui

giornali), ma che nel mondo limitato della logica aristotelica spesso si impegolano e annaspano

come in un paesaggio nebbioso dove devi fare attenzione a non perdere la strada maestra, il

cosiddetto filo logico, che è sottile e fragile. Quando cominciano a discutere spesso si dimenticano

da dove sono partiti e se stanno litigando la cosa è oltremodo imbarazzante: sarà per questo che non

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litigano quasi mai, e se lo fanno è per breve tempo (quanto basta per non perderne la memoria) e poi

finiscono sempre per farsi una risata che, come dicono, "cambia l'energia della rabbia", che è

un'energia seria e appiccicosa, di cui bisogna senz'altro disfarsi altrimenti fa venire il cancro o altre

brutte malattie.

A volte li ho visti estenuarsi in verbosità cui non erano tagliati, e allontanarsi l'uno dall'altra verso

corroboranti silenzi, lui in giardino a tagliare l'erba, cosa che lo diverte moltissimo, lei a

sfaccendare per la casa, a scacciare con incensi e formule magiche le presenze negative, e a

riempire gli spazi con le benefiche vibrazioni che sempre l'accompagnano e che costituiscono il suo

fascino segreto.

Ma i loro veri incontri avvenivano durante il sonno, nei sogni, quando le loro menti razionali e

ostinatamente duali tacevano, e riaffiorava la natura magica e intuitiva, quella 'dell'emisfero destro',

come la chiamava la mamma. Allora, chi li avesse osservati con un più sottile livello di percezione,

avrebbe visto le loro coscienze energetiche staccarsi dai corpi e librarsi nell'aria, e sospese sul letto

far l'amore e compenetrarsi senza l'impedimento dei corpi fisici, respirando e vibrando l'una dentro

l'altra. Questo accadeva quasi ogni volta che dormivano insieme, tranne quando avevano dei

risentimenti reciproci e non se li erano ancora comunicati, nel qual caso stavano separati nel grande

letto uno girato di qua l'altra di là; ma accadeva di rado, perché non riuscivano a dormire se non si

davano la mano, o almeno un bacio di riconciliazione. A volte mio padre soffriva d'insonnia per

settimane, ma gli bastava appoggiare la testa sui seni nudi della mamma e sentire il suo odore di

fico dolce e di ciliegia amara per cadere in un sonno profondo e ristoratore che durava giorni interi,

in cui la teneva sempre abbracciata e respirava allo stesso ritmo suo, due respiri lui, uno lei, e così

via. Posso testimoniare personalmente, perché li ho visti tante volte, e tante volte quando ero ancora

un feto la mamma mi ha portato con sé insieme a loro nel mondo dell'energia facendomi

addormentare con lo stesso sistema, sulle sue tette.

La zia Livia si è chiesta per anni quale fosse il segreto di tanto buon sonno, lei che era sempre

agitata, tanto che il suo sistema mentale sovraeccitato non voleva saperne di staccare la spina al

tramonto del sole dannandole così la vita tra un mondo di sonniferi e rimedi di volta in volta

miracolosi e subito dopo fallimentari; ma dubito che anche se gliel'avessimo rivelato, il nostro

metodo con lei avrebbe funzionato.

La faccenda era diversa quando la mamma era via per lavoro, nella grande città del Nord. Papà era

fatto così, preferiva che la mamma lavorasse lontano per poter sentire la sua mancanza ed essere

lieto quando ritornava, salvo poi telefonarle ogni sera per dirle che si sentiva solo e lei gli mancava,

che tornasse presto per carità. A volte papà era così stanco che non gliela faceva ad aspettare il

ritorno di mamma, e così non appena riusciva a prender sonno scivolava via dal corpo e volava

nella grande città del Nord andando a coricarsi vicino a lei. Diverse volte la zia Ro, che visse con

mamma per molti anni, alzandosi la notte per andare al bagno sorprese il corpo astrale di papa che

dormiva sulle tette astrali di mamma, oppure si era assopito inspiegabilmente sul tavolo del salotto,

a due passi dal divano-letto, nell'orbita di energia della mamma.

Non appena spuntava l'alba, la sua ombra spariva attraverso la finestra, la mamma si svegliava e

stiracchiandosi con aria soddisfatta e riposata diceva alla zia Ro: - Che strano, ho la sensazione di

aver passato la notte a parlare con mio marito -. E la zia Ro, che era una simpaticona saggia e

avveduta, pratica ed esperta delle cose della vita alzava plateale le braccia al cielo, sospirava e

finalmente rispondeva: - Ma perché non te ne liberi di quell'uomo sempre depresso che si ostina a

non darti una casa decente e ti fa vivere raminga come una mentecatta? Non lo sai che la tristezza è

contagiosa, e farà più in fretta lui a trasmetterti la melanconia che tu a contagiarlo con la gioia?

Meus Deus, non se ne può più di questa storia! -

La zia Ro diceva sempre meus deus alla fine della frase da quando era stata in Brasile, primo perché

le veniva bene, poi perché chiudeva bene i discorsi permettendole di esercitare la sua naturale

vocazione alla teatralità. Sapeva che i suoi avvertimenti erano fiato sprecato, ma li diceva lo stesso,

perché facevano parte del loro rituale famigliare fin dall'adolescenza; si cacciavano nei guai a turno

con le loro storie di fidanzati, e a turno quella sana di mente redarguiva l'altra rammentandole che

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gli uomini sono tutti uguali, che non ci si può aspettare niente di buono, e che tanto io ‘te l'avevo

detto che finiva così’. La zia Ro, la mia madrina, era un'amica di mamma, ma per lei era come una

sorella, ed è stata la prima zia che ho avuto. Erano così legate che anche toro si sognavano,

naturalmente quando la mamma non era occupata a far ricaricare le pile a papà. Credo che il loro

legame fosse cosi forte perché si amavano, si accettavano per quello che erano, fidandosi

ciecamente l'una dell'altra, e poi perché prima del suo viaggio oltreoceano la mamma aveva dato

alla zia un'iniziazione da guaritrice: - Non si sa mai, aveva detto, non voglio mandarti senza

protezione in quella terra di stregoni indiavolati che svegliano i morti e poi si dimenticano di

rimetterli a dormire-.

Per la zia Ro fu una tale mazzata di energia che cominciò a singhiozzare quando montò sull'aereo a

Milano e pianse per dieci giorni e dieci notti ininterrottamente (fu in quell'occasione che imparò a

dire meus deus).

Aveva il cuore ridotto come un pane di burro, e fu così che si innamorò degli occhioni neri dei

bambini di Bahia e non tornò più. Anche la zia Ro era una mezza strega, e quando stava in Brasile

chiamava in sogno la mamma e si faceva fare i tarocchi quando non sapeva come gestire una certa

faccenda: era più comodo che telefonarsi, e meno costoso. Poi le scriveva lunghe lettere narrandole

del candomblé, delle cerimonie di possessione collettiva al suono dei tamburi e delle madri di santo

veggenti, e durante quelle letture a mamma brillavano gli occhi; non so se in lei fosse più felice

l'antropologa o la strega, o forse tutte e due, il suo emisfero sinistro di antropologa e il suo emisfero

destro di strega.

Oltre che da una parentela di stregoneria, le due erano legate da un'altra follìa, l'irresistibile

attrazione per una vita irregolare e sciamannata. La zia, quando ebbe trent'anni, conobbe un ex

terrorista di sinistra generoso e sognatore che aveva in mente di salvare i bambini del Brasile;

mollarono tutto, impiego e sicurezze d'ogni ordine e grado, e decisero di partire tra la costernazione

dei parenti. Solo che alla vigilia del viaggio la zia restò incinta e dovette rimandare la partenza fino

alla nascita del bambino, cosa che rese mia madre, e anche lei, molto felici.

Avevano condiviso molti anni insieme di tribolazioni e tripudi, notti insonni di serate medianiche e

febbrili magate a lume di candela, inventando teorie quasi scientifiche di predizioni guarigioni e

letture a distanza; alla fine avevano escogitato un metodo che integrava pendolino, tarocchi, il libro

di divinazione cinese dell’I’Ching, grazie ai quali venivano a sapere sempre tutto ciò che volevano.

La zia Ro una volta scoprì con quel metodo una scappatella dello zio, e se l'era spassata un mondo

quando lui tra mille reticenze glielo aveva confessato: lei per tutta risposta gli disse che lo sapeva

già e aveva continuato a rimestare imperturbabile il minestrone al pesto che bolliva sul fuoco. La

zia Ro non faceva mai tragedie inutili. Ma da allora in poi lo zio la tenne in molta più

considerazione, e ho ragione di credere che non si sia più azzardato a indulgere in altri entusiasmi

extraconiugali.

Dicevo dunque della delusione e dei timori materni quando si seppe che ero inequivocabilmente

maschio. Mia madre si arrovellò un po' rimuginando sulle infedeltà del suo pendolin ma poi ebbe un

lampo di genio. - Certo che il pendolo ti diceva femmina! Io gli ho chiesto il tuo sesso durante la

prima settimana di gestazione, ma a quello stadio tutti i feti sono di sesso femminile. Solo dopo

avviene la differenziazione del cromosoma Y! –

Papà rimase esterrefatto dalla sua ostinazione - Nun t'arrendi mai, eh! - Ma mia madre riacquistò

così la fiducia nei suoi strumenti di potere, e il suo universo tornò a ruotare per il giusto verso.

Così io sono nato maschietto, ma ho un pezzo di anima femminile, e la mamma dice che non mi

devo preoccupare, perché in realtà tutti hanno una parte femminile e una maschile, e che bisogna

utilizzarle tutte e due. Solo così si è completi.

Mi sembra che la gente abbia le idee un po' confuse al proposito. Ognuno crede di essere fatto di un

sesso soltanto, e si danna la vita a cercare di unirsi a un'improbabile metà mancante, con cui di

solito si finisce per litigare o per entrare in un conflitto di potere. Mi sembra che trovare in se stessi

la parte complementare invece che dipendere dagli umori di qualcun altro sia più semplice e pratico.

Si eliminerebbe la dipendenza e si amerebbe per piacere e non per bisogno. Ma la mamma dice che

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sono ancora piccolo per questi discorsi, e me ne parlerà quando sarò più grande. Credo però che sia

proprio così.

Per anni il rapporto tra mio padre e mia madre è andato avanti con un suo ritmo irrazionale ma

perfettamente logico in sé.

Di solito i matrimoni seguono una regola che è più o meno la stessa per tutti, molto utile per

conservare l'ordine sociale, mentre nel sottosuolo emozionale si creano adattamenti più o meno

nevrotici a questa regola; quando la coppia non riesce più a starci dentro il matrimonio scoppia.

Per i miei genitori è stato diverso. II loro matrimonio ha regole e cavilli infiniti che di tanto in tanto

vengono ridefiniti a seconda delle esigenze d'ognuno dei partecipanti, tenuto conto delle rispettive

nevrosi e delle rispettive virtù. Mio padre, per esempio, non aveva problemi a mantenersi fedele,

cosa che a mamma faceva molto piacere, però non voleva che lei glielo ponesse come condizione:

per lui è importante pensare che rinuncia alle altre donne per sua libera scelta.

A mia madre invece piace che lui ogni tanto si mostri geloso, e allora lascia cadere qua e là allusioni

a improbabili corteggiatori (improbabili nel senso che tutti sanno che è talmente innamorata di papà

che è improbabile che abbia occhi per altri). Allora lui si indigna e fa il geloso, e lei divertendosi da

morire finge di indignarsi a sua volta, ma come, non mi credi, e allora io cosa dovrei dire eppure

non ti controllo mai, anche se ne avrei ben donde, con tutte le donne che hai avuto etcetera etcetera.

In realtà non è vero che non lo controlla, ma l'importante è che lui non lo sappia, o forse lo sa e non

gliene importa (salvo quando la accusa di essere una manipolatrice, il che la fa arrabbiare perché la

punge nel vivo del suo peggior difetto). La mamma non è una donna gelosa, però vuole sapere tutto.

Una volta, mentre puliva in un cassetto aveva trovato una lettera che suo marito aveva scritto dieci

anni prima al grande amore dell'epoca, in cui diceva parole che lei non avrebbe mai sospettato che

suo marito potesse dire, ma che le sarebbe piaciuto sentirsi dire. Ci era rimasta così male, un po' per

la delusione (a lei non aveva mai scritto) un po' perché si vergognava di aver violato uno spazio così

privato, che giurò che non avrebbe mai più invaso un segreto in tutta la sua vita. In genere lo

rispetta. E le è rimasto un sacro terrore delle lettere altrui, però ha i suoi canali alternativi per

informarsi, e nei tarocchi è una vera regina, come dice anche la zia Ro.

Il matrimonio dei miei genitori è cresciuto come un'ameba intorno a quel guazzabuglio gelatinoso

di regole e postille, di postulati traballanti, di doppi sensi, intese segrete, e anche malintesi. Ogni

volta che mia madre si mette dal di fuori a guardare si fa prendere dallo sconforto, come un

architetto che abbia costruito la sua casa fregandosene della geometria e in base a soli criteri di

fantasia e desiderio; vede le finestre sghembe, le porte mancanti, le tegole di colori diversi e altre

bizzarrie e sospira. Chissà, forse aveva ragione la zia Ro, era meglio un uomo regolare, della mia

età, di umori stabili e dalla facile convivenza. Ma dura solo un momento. Nonostante la vita di

solitudine e spostamenti che le ha fatto fare, so che lei non cambierebbe l'onestà e la poesia, la

gentilezza e la dignità di mio padre con nient'altro, né un matrimonio in chiesa con gli amici e la

banda, né un palazzo né una comoda sicurezza. So che non si può mai dire, ma credo che

nonostante le loro contraddizioni i miei genitori si siano veramente amati, siano davvero stati

complici l'uno dell'altra, e forse lo sono ancora, anche se le cose sono molto cambiate.

Ricordo una loro discussione, che avvenne circa due anni prima della mia venuta a questo mondo.

Era l'alba, l'ora in cui erano soliti aprire gli occhi e passare una mezz’oretta a bisbigliare delle loro

faccende o dei loro problemi personali, o a raccontarsi i sogni, che poi mia madre cercava di

interpretare a volte con successo a volte un po' meno (papà negava sempre tutto, dicendo che era un

frutto della sua fantasia distorta dal mestiere, e che almeno a letto con lui la piantasse di fare la

psicanalista e lui non era un suo paziente, se lo ricordasse bene). Ma poi, le raccontava i suoi sogni

apposta per sentire che cosa lei ci avrebbe cavato, e senza parere ricordava i suoi consigli e li

metteva in pratica. A volte era attraverso di lei che veniva a sapere certe cose di sé, come se lei

avesse la capacità di tirargliele fuori, specie i nodi e le contraddizioni. Ma lei per fortuna non amava

giocare allo psicanalista, e lo lasciava in pace, convinta che fosse abbastanza evoluto per cavarsela

da solo.

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Senza saperlo, quella notte mia madre aveva sognato di me. Si era vista in piedi sulla soglia di casa

con un bambino piccolo in braccio, e tutto il cortile e la casa col paesaggio intorno erano inondati di

luce dorata, e una grande pace regnava su ogni cosa. Io le avevo sussurrato qualcosa all'orecchio, e

lei era contenta di avere un bambino cosi piccino che parlava già. Si era svegliata contenta, serena e

rilassata. Nel sentire il racconto, mio padre invece si rabbuiò. - Lo sai che non voglio figli. Mi

dispiace, lo so che ti mortifico come donna, ma non voglio più rimettermi a cullare, sono troppo

vecchio per questo (papà aveva allora cinquantotto anni). Lei sapeva che non era di un bambino che

si doveva aver paura e si chiuse tutta in sé nel suo silenzio come un riccetto, cosa che a mio padre

strappava il cuore a brandelli. Avrebbe preferito mille volte affrontare una tigre inferocita piuttosto

che le lacrime silenziose di mia madre. Cominciò a urlare: - Che cazzo vuoi da me, donna? Io sono

vecchio, voglio stare tranquillo, lasciami perdere! -

-Va bene, allora guardami in faccia e dimmi che non mi ami più - disse lei piangendo.

- Sai bene che non so farlo. A pensarci bene, non so neanche se so cosa vuol dire amare. Tu lo sai,

forse, signorina saccente? -

E mia madre disse: - No, non voglio un bambino, voglio la tua presenza. Quello sarà per me il

segnale che mi ami. Posso rinunciare al figlio, ma non alla presenza del mio uomo. Non la voglio

tutta e sempre, ma deve essercene sempre un po', voglio sentirla respirare vicino a me -.

Poi chiuse gli occhi e finse di riaddormentarsi per lasciargli il tempo di riflettere. Da quel giorno

non ne parlarono più ma lui, sebbene a volte gli costasse un'enorme fatica, le diede da allora in poi

quello che lei aveva domandato, la sua presenza fidata, costante, amorosa, che lei poteva sentire

anche da molto lontano, come un cappottino caldo sul cuore, come una nuvola di energia sulla

propria testa. Persino quando si verificò il fatto che lo terrorizzava tanto, e lei restò incinta di me. Si

incazzò all'inverosimile, urlò, sbraitò che l'aveva fatto apposta per incastrarlo in una marea di

impicci, non parlò a mia madre per settimane. Ma poi un giorno ci guardò, indifesi e tristi, col

pancione, e ancora una volta gli si disfece il cuore. - Vieni qui, torna a casa. Mi farete impazzire, ma

non posso mica mandarvi via -.

- Non voglio che ci ami per i tuoi fottuti sensi di colpa. Sono perfettamente in grado di badare al

bambino da sola. Non voglio che tu gli dia la colpa di averti rovinato un folgorante avvenire di

libertà e cammino spirituale.-

- Chissà, forse il mio cammino non prevede grandi conquiste per questa vita. –

E mia madre gli disse: - Il tuo cammino di questa vita forse non prevede la solitudine e l'ascetismo,

ma può passare ugualmente attraverso l'esercizio della compassione; è per questo che mi hai

incontrato, ed è per questo che questa creatura ti ha scelto come padre. Tu hai molto da

trasmettergli. –

Mio padre non disse più nulla, ma quando io arrivai nel mondo, lui era là ad attendermi, un

delizioso, giovane, emozionato e vigoroso uomo di sessant'anni.

Il fatto è che mio padre è difficile da decifrare. È come un uomo che in una sola vita avesse

accumulato centinaia d'anni d'esperienza, e molta di quell'esperienza era già in lui quand'è venuto al

mondo. È come un uomo giovane con un'anima vecchia che non si è ancora definitivamente

convinta che valga la pena di ritornare nei limiti di un corpo di carne e di un pianeta così mediocre.

È un profondo osservatore, in grado di leggere la verità e la menzogna negli sguardi degli

interlocutori, ed è capace di grande compassione, perché il suo cuore è buono e sensibile. Quando

non è avvolto nelle spire delle sue paure infantili, il suo cuore si riempie di amore per i suoi simili, e

lui riesce a comprendere e confortare coloro che si rivolgono a lui dando loro la sensazione di

essere totalmente accettati.

Infine, come tutti, contiene in sé un altro lato irrimediabilmente infantile che a volte prende il

sopravvento, e che ha bisogno di attenzioni e riconoscimenti, è permaloso e autoritario, a volte

crudele, impaurito e sarcastico. Per fortuna in genere lui se ne accorge, quando questa sua parte

viene fuori, e ci lavora su per trasformarla.

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L'aspetto di mio padre cambia a seconda della parte di sé su cui è sintonizzato in quel momento; sia

che si entusiasmi di allegria, o si perda nella voluttà dei sensi, che si infiammi per una giusta causa,

o si sciolga di compassione per qualcuno che soffre, quando è vivo e presente, insomma, il suo

corpo vibra, il viso gli si apre, si distende, si fa bello. Quando invece si spalancano le porte

dell'inferno e lui si perde nei labirinti del dolore, il suo corpo si contorce, si fa rigido come quello di

un vecchio, il viso diventa una maschera torva e truce, distante e implacabile, come fosse morto alla

vita e all'emozione. Non è pazzo, è solo infelice. In quei momenti la vita gli si deforma sotto lo

sguardo e va in frantumi, non tanto nei suoi aspetti materiali, quanto nella sostanza, allora l'unica

cosa che lo salva è avere qualcosa di fisico cui aggrapparsi, e questo qualcosa è il suo lavoro.

Il lavoro è stato tutto per mio padre, la dannazione e la sua medicina, il tormento e il premio, la

scusa per andarsene e il pretesto per rimanere. Dice che il lavoro gli dà un senso alle giornate, ma

poi si lamenta che è a causa del lavoro che le sue giornate si perdono nel nulla, in un'estenuante

fatica, in una continua lotta per far sopravvivere qualcosa di buono e di onesto in un mare di

banalità. E in questa contraddizione lui ci ha perso il sonno e i capelli, il buon umore e la voglia di

fare qualsiasi altra cosa. Ogni tanto lo sentivo dire: - Almeno oggi ho scritto un pezzo, forse

qualcuno lo leggerà e si interrogherà, e la mia fatica non andrà perduta. E poi, - come per dar forza

alle sue parole davanti allo sguardo scettico della mamma - poi a me piace scrivere. –

La mamma scuoteva il capo dubbiosa, perché le sembrava che papà restasse al giornale solo perché

aveva paura di perdersi nell'oceano della mancanza di significato in cui deve navigare chi decide

ogni giorno di reinventarsi la vita, e non perché amasse davvero quello che faceva, dover mediare

ogni giorno con editori asserviti e politici corrotti mentre lui amava la libertà, gli ideali di giustizia

sociale, l'integrità della coscienza, e soprattutto amava il bello in ogni sua forma, specie il bello

scrivere.

Tutte cose che facendo il giornalista lui faticava molto a coltivare, e di cui pativa una perenne

nostalgia. Ma l'ho già detto, papà non aveva il coraggio di chiedere alla vita di essere amato, di

poter ricevere la felicità, perché da bambino era stato deluso troppe volte, e i rifiuti di nonna Anna

si erano ingigantiti nella sua mente diventando un perenne No! che l'esistenza a sua insaputa

sembrava comminargli. Lui, almeno, così si aspettava, e dato che i pensieri creano la realtà, la sua

convinzione di non poter essere mai felice era diventata una legge del suo universo a cui non

riusciva più a sottrarsi.

Il fatto è che per papà il giornale era una droga; l'odiava, ma non poteva farne a meno, e dopo pochi

giorni di astinenza cominciava a pensare con sollievo al ritorno, ai fax delle agenzie, al via-vai

forsennato della redazione, alla sensazione inebriante di finire all'ultimo minuto e mettere la piccola

firma in calce alla colonnina nera. Aveva orrore di sé quando si sentiva nascere dentro questo

desiderio, ma era più forte di lui, e in cuor suo era terrorizzato al pensiero che tra pochi mesi questo

sarebbe finito, si sarebbe ritrovato con niente da fare, senza nessuno che gli desse degli ordini, gli

telefonasse per un aereo da prendere subito, per un servizio importante; - Finché scrivo, esisto -

soleva dire; e allora mia madre doveva fare appello a tutto il suo amore per non giudicarlo.

- Sei ingeneroso verso la vita: ti ha dato salute, benessere, persone che ti amano, ma soprattutto ti ha

dato tanti talenti da sviluppare, creatività, e tu butti via tutto questo per paura di cambiare! Non puoi

vivere così consumando i giorni come se stessi solo aspettando di morire, senza curiosità, immerso

nella paura.-

Ma papà non ascoltava, oppure la rimproverava: 'certo, tu vorresti che io fossi sempre lì a tua

disposizione, come un bamboccio!' - ma a quel punto la mamma sapeva che lui stava di nuovo

parlando al fantasma di nonna Anna, e lasciava perdere. Poi magari per qualche tempo lui era

allegro, simpatico, con l'anima leggera, e tutti ci dimenticavamo che aveva paura di invecchiare, di

cambiare, ma soprattutto aveva paura di essere felice.

Finché un giorno cominciò ad avere degli spasmi al torace e quel che è peggio a ignorarli. Stava

tutto il giorno chiuso in ufficio, e tornava a casa tardi, nervoso e annichilito, non parlava, divorava

in fretta il cibo ormai freddo e poi andava a dormire. La mamma si preoccupò sul serio. Ebbe paura

che lui davvero non sarebbe mai cambiato, e si sentì soffocare.

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Si accorse all'improvviso che in tutti quegli anni che l'aveva aspettato invano era diventata grassa e

prigioniera, triste e prosciugata, allora mi toccò attraverso il ventre e disse:- Andiamo, non vale più

la pena di restare qua-.

Se ne andò con una valigia in una mano e reggendo me con l'altra.

Quando giù per le scale si voltò indietro, con le lacrime agli occhi che già la nostalgia l'aveva tutta

invasa, vide il fantasma di nonna Anna appollaiato sulla porta che sghignazzava e le disse

rassegnata, - OK è tuo, riprenditelo -.

Non sapevamo bene dove andare. La mamma era orgogliosa, e non sarebbe mai andata a bussare a

casa dei suoi genitori, dove forse l'avrebbero anche accolta ma poi l'avrebbero sommersa di 'tè

l'avevo detto'. La zia Ro, con cui la mamma aveva abitato per tanti anni, aveva finalmente deciso di

emigrare per sempre in Brasile, e per combinazione proprio in quei giorni stava smantellando la

casa di Genova con l'aiuto dello zio che era venuto a riprendersela. Ci preparò un materasso per

terra, ci rifocillò, riuscì a trattenersi dal dire che anche lei 'ce l'aveva detto', e ci annunciò che tra

pochi giorni sarebbe partita. Così la mamma, che aveva sempre avuto tante case

contemporaneamente, si ritrovò senza neanche un posto. Ma non era triste. Mi ripeteva spesso

dandomi le carezze attraverso la pancia: - Non sono triste, bambina; sai, tutte quelle case non le

sopportavo più. Tu avrai una vera casa, una sola, torneremo a Roma e abiteremo lì: ti piacerà –

Ma era la fine di agosto, e a Roma d'agosto non si trova un cane neppure per chiacchierare,

figuriamoci qualcuno che ci desse una casa. Perciò nell'attesa mi portò in Maremma, a casa di certi

suoi amici molto simpatici, che avevano fondato una comune in un casale abbandonato e

meditavano e cantavano tutto il giorno, mangiavano e bevevano, lavoravano e meditavano in

armonia.

C'era un'aria di pace e di calma interiore intorno a quelle persone, che si volevano bene e allo stesso

tempo si davano reciprocamente molta libertà.

Lì facevamo lunghe passeggiate e bagni di sole e di mare, la mamma come sempre si metteva i

gattini nella tasca del grembiule, e la sera mi descriveva i tramonti che vedeva dalla terrazza. Poi si

cenava tutti insieme nel prato, qualcuno accendeva un fuoco e si ascoltava la musica, si ballava.

La mamma si trovava bene in quel circolo di epicurei, e intanto pensava. Tesseva interminabili

trame di sospiri e di discorsi lungo il giorno, ora con me ora con papà lontano, ora con la propria

anima, ma a vederla da fuori sembrava parlasse da sola, con gli occhi assorti e i capelli al vento

avvolta nei suoi lunghi abiti bianchi, rotonda e abbronzata, mentre passeggiava solitaria intorno alla

casa prima dell'alba o all'imbrunire. Cercava di spiegare a papà le ragioni della sua assenza, ma

soprattutto cercava di guardarsi dentro onestamente e di capire perché era arrivata a quel punto.

Aveva commesso due errori fondamentali che ogni donna prima o poi compie nella sua vita; primo,

aveva pensato che con la costanza del suo amore il suo uomo sarebbe cambiato; secondo, che

toccava all'uomo di prendersi la responsabilità del rapporto, mentre alla donna arrivava di riflesso

una sorta di legittimazione, ma le decisioni non sono mai le sue: l’autonomia emotiva restava

ancora una meta difficile per le donne, addestrate da sempre a ruotare intorno all’esistenza di

qualcun altro ma non di se stesse. Si rese conto sconsolata che decenni di lotte e autocoscienza

femminili ancora non avevano sconfitto (almeno per quanto la riguardava) l'antico schema che

sottintendeva ai rapporti tra i sessi.

Aveva visto legioni di donne intelligenti, evolute, indipendenti, diventare assolutamente smarrite e

indifese di fronte a uomini che apparivano crudeli o scostanti (ma che in realtà erano terrorizzati

dall'intimità col sesso femminile) e che reagivano fuggendo di fronte a quelli che ritenevano, nella

follia delle proiezioni, i fantasmi delle loro madri castranti e seduttive. Era un cerchio senza fine: le

donne manipolavano i figli maschi devastando con il ricatto e la seduzione il loro mondo

emozionale per vendicarsi dei mariti, e questi figli, una volta cresciuti, si vendicavano sulle loro

donne nascondendosi e facendole soffrire con la latitanza emozionale, chiudendo per sempre il

cuore allo spirito del femminile dentro e fuori di loro. Un vero peccato. Ma come, come uscirne?

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Con la consapevolezza, forse? Ma sarebbe bastato, o ci voleva qualcos'altro, di più profondo

ancora, di più divino, come la compassione?

Certe notti la mamma non riusciva a prender sonno, e allora mi portava a passeggio sotto la luna,

rabbrividendo di paure infantili e inutili ad ogni frusciare di foglie; camminava e piangeva in preda

alla confusione, in quello stato d'angoscia che tanto spesso tormenta gli umani quando perdono i

loro punti di riferimento. In altri momenti avrebbe telefonato a papà, bastavano poche parole con lui

e le sue ansie si scioglievano perché lui sapeva farla ridere di sé e del mondo delle ombre. Ma

adesso era sola, e a tratti non era nemmeno sicura di aver fatto la scelta giusta. Poi veniva l'alba, e

con la luce l'anima si rischiarava, e c'ero io, che pure piccolo piccolo l'aiutavo, non so bene perché

ma lei mi era grata, si chinava su di me e sussurava coi pensieri: - Grazie perché esisti, piccolina - e

io mi sentivo arrivare un'ondata di ormoni d'amore attraverso la placenta e vi galleggiavo felice,

continuando i miei sogni di emozione pura.

In quei giorni la mamma si fece curare da uno dei suoi amici sciamani.

Lui la fece distendere nella penombra della stanza di meditazione, nel silenzio di un meriggio

solitario e odoroso di resina; di là dalle tende, giungeva il grido delle cicale maremmane. I gattini

sonnecchiavano in un angolo della stanza.

Lo sciamano portò la mamma in una trance vigile, fece espandere il campo energetico che la

circondava e vi si inoltrò con la sua consapevolezza medianica. Io ero lì, potevo entrare ed uscire

dal mio corpicino ancora in formazione e galleggiare come un grumo di energia nel campo aurico

della mamma. Lei mi aveva avvertito, - Tieniti forte, bambina, e qualsiasi cosa accada, qualsiasi

cosa tu senta, non spaventarti, è solo energia che si libera, non può farti male, è una parte di me, non

di te -.

Sicché eravamo lì, io lei e lo sciamano. Da esperto, si sintonizzava sulle oscillazioni di frequenza

del campo energetico della mamma, e le armonizzava. Finché giunse sul suo plesso solare.

Seppellito nelle viscere di mia madre, lì c'era un punto nero. Lo sciamano cominciò a lavorarci

introducendovi energia, lo fece espandere ed espandere, circondandolo di luce.

Mia madre cominciò a diventare consapevole di ciò che quel punto conteneva, un'emozione di

paura, schifosa e viscida, che diventava sempre più viva e presente, man mano che lo sciamano la

scioglieva e il ritmo del respiro si faceva più veloce. La mano di lui era piantata nello stomaco della

mamma; le disse, butta fuori questa roba, liberatene, e allora lei entrò in quel punto e cominciò a

spingere, a lottare a gridare come una furia, liberando una bomba atomica di energia dal suo plesso

solare, un'energia di odio represso. A quel punto si alzò il sipario dell'oblio, e io vidi una scena della

sua infanzia: una grotta di campagna con una sorgente, mia madre bambina e un uomo anziano che

le si avvicina con lo sguardo cattivo; la bambina è paralizzata dalla paura, è terrorizzata, e in quel

preciso istante la mamma cominciò a gridare - Se mi tocchi ti ammazzo, se mi tocchi ti ammazzo -.

Lottava contro lo sciamano che le penetrava nella pancia e le tirava fuori le emozioni. Dopo la

paura fu la volta dell'odio, mi arrivò come un'ondata di fuoco rosso nelle vene. La bambina si era

trasformata in tigre, era bella e terribile nello stesso tempo, una forza della natura invincibile e

magnifica. L'odio si era diffuso in ogni cellula della mamma, come una lava incandescente. Lo

sciamano ora le aprì lo spazio del cuore. Le suggerì: - Porta qui quello che sta accadendo, portalo

nel cuore, trasformalo -. Non fu facile, l'odio era tanto; ma poi la mamma si calmò, entrò nella sua

casa del cuore, e qui vide il fantasma dell'uomo del sogno che le si inginocchiava accanto e le

chiedeva perdono.

Lei sentì il suo pentimento, comprese l'anima di quell'uomo che non sapeva quello che faceva, e lo

perdonò. In quel momento stesso l'uomo si dissolse, e noi ci confondemmo in una nuvola d'amore,

un colore di rosa dal profumo di pesca, un abbraccio dolce e grande. Oh che bella sensazione

l'amore! Cominciai ad espandermi su quell'onda, e diventai una nuvola di energia luminosa; avvolsi

la mamma e mi accucciai nel mio grumo di cellule dentro alla sua pancia, e dormimmo insieme. Nel

sogno, si ricordò di un altro giorno più recente, di un viaggio a Firenze per incontrare papà, un mese

dopo il loro matrimonio. Papà aveva preso una stanza bellissima in un albergo del centro, tutta di

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legno e raso, le aveva preparato un bagno profumato, una tisana calda. L'aveva accolta con un

sorriso, l'aveva lavata, nutrita, e quando lei si fu sdraiata le disse: - Oggi ho deciso che per una

volta tanto nella vita voglio essere egoista, ti voglio tutta per me; non so se per te sia la cosa

migliore, ma ho deciso che ti voglio. - Quella notte la amò, e concepirono un figlio. Ma mia madre

quel giorno aveva ancora quel grumo invisibile di odio sul plesso solare, di cui tutti, e specialmente

lei ignoravano l'esistenza. Quel piccolo grumo d'odio dalle profondità del cuore avvelenò il suo

amore, proiettò sull'uomo che più amava l'immagine di quell'antico nemico, e l'ordine che il suo

inconscio ricevette fu: 'Mandalo via, è pericoloso'. Quella notte, potenti alchimie si scatenarono; un

bambino venne dagli spazi siderali, ma il cuore della mamma era chiuso e spaventato, e il calore di

papà, che l'aveva chiamato, non bastò. Dal giorno dopo la mamma cominciò a vomitare, e in capo a

due mesi il feto le marcì nella pancia, da cui dovettero estrarlo con un bisturi.

Quando si svegliò, la mamma capì che la colpa del fallimento del suo matrimonio non era tutta di

papà, e smise di sentirsi una vittima. Era contenta di essersi tolta un'altra delle sue 'lenti', si sentiva

più libera.

Quella notte, fece un altro sogno. Vide nonna Anna sulla porta di casa col suo ghigno di scherno,

voleva gridarle che se ne andasse, che non voleva più vederla, che era stufa di lei e delle sue

manovre, ma la rabbia le si strozzava in gola rendendola afona; poi si accorse che il viso della

nonna come una maschera di gomma si deformava e si confondeva, assumendo i tratti del suo

stesso viso, con un'espressione mutevole, ora crudele ora buona, mentre una voce continuava a

ripetere ‘non giudicare, non giudicare’. Poi tornava ad essere la nonna, che scompariva, e

compariva uno specchio, la mamma si guardava e di nuovo vedeva riflesso il viso di lei, che prima

giovane s'invecchiava velocemente, e si torceva in una smorfia di dolorosa tristezza. Mamma vide

quel dolore e finalmente lo riconobbe, lo comprese, il dolore suo e quello di nonna, quello di ogni

altro essere che non sa la propria sete d'amore, né soprattutto la propria incapacità di lasciarsi

andare ad accoglierlo, e finisce per accusare il mondo intero della propria miseria, diventa cattivo

per vendicarsi. Si svegliò in lacrime, e per la prima volta ebbe compassione di quella donna, così

morta e lontana, non più estranea ma parte della sua stessa anima, e se la portò nel cuore, come per

darle tardivamente quel calore che non aveva mai conosciuto da viva. Forse adesso che dimorava

nella luce, senza più gl'impedimenti di un corpo fisico, il suo spirito aveva compreso che non ci si

può escludere dall'amore, né si deve cercare di prendere potere sulle anime dei nostri cari

manipolando i loro sentimenti con sottili ricatti per farli sentire in colpa nei nostri confronti, né

soprattutto scaricare su di loro la responsabilità di ciò che nella nostra vita non funziona; ma nonna

Anna l'aveva compreso senz'altro, se quella notte era venuta dalla mamma per aprirle gli occhi sulla

verità. Mamma la ringraziò, e poté riprendere il sonno.

Il giorno dopo aveva una visione molto più nitida delle cose, si accorse di avere molta paura, ma le

fu chiaro che papa le mancava da morire. Quello che le sembrava strano era che nonostante la

separazione continuava a sentire il cordone emozionale che li collegava pulsare e vibrare di

commozione; non erano riusciti a spezzarlo nemmeno rompendo il matrimonio. Allora comprese

che quell'amore era davvero qualcosa che sarebbe durato per sempre, doveva solo essere ripulito,

purificato come un giardino che ha bisogno di molta cura. Capì che da parte sua era necessario

imparare a prendere il suo uomo per quello che era, e che se lo voleva amare era libera, ma doveva

amarlo senza condizioni, senza pretendere che lui cambiasse. In quel momento mia madre decise

che se la sentiva, e si risolvette a tornare.

Giungemmo a Roma ai primi di settembre. Voleva fare una sorpresa a papà, ma quando giungemmo

a casa lui era fuori. Però in casa c'erano abiti femminili, e oggetti femminili sparsi qua e là, nel

bagno e nella stanza da letto. Mamma capì, e cominciò a piangere di rabbia, soprattutto per

orgoglio.

Lo rintracciò per telefono nella casa in campagna. Lui non se l'aspettava, che lei tornasse, fu freddo

in apparenza, ma lei sentì che era contento; leggeva nei cuori, e sentiva l'amore che papà senza

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volerlo si lasciava sfuggire dal cuore per lei, perciò non si sentì più tanto infelice. Che le importava

di quella donna, chiunque fosse?

Le chiese come stava, le disse che era stato molto male, non le nascose che quella donna passata di

lì per caso dormiva con lui, e le chiese se potevano vedersi due giorni dopo quando lei fosse partita:

- Per favore, ritorna dopodomani -.

Mamma disse di sì, che andava bene, non le importava niente di questa qui.

Aveva anche capito che lei e papà avrebbero potuto essere semplicemente buoni amici, forse tra

qualche tempo, quando fossero stati pronti. Si incontrarono a Castel Sant'Angelo, sotto il suo

ufficio, due giorni dopo.

Mamma era stanca, aveva passato la notte seduta su uno scalino sotto le finestre di casa, a spiare tra

le ombre delle finestre l'ombra di papà e di quell'altra donna, come istupidita, sentendosi

semplicemente irreale; quando poi si alzò, decidendosi a staccarsi da lì per andare a dormire a casa

della sua amica, finalmente riuscì a piangere, a sentire il dolore bruciante della gelosia e

dell'abbandono, a consolare la parte bambina della sua anima: e quando l'ebbe consolata, ritrovò la

propria dignità, e poté dormire serena. A Castel Sant'Angelo quella mattina papà era imbarazzato,

diceva cose banali sul lavoro e sulle sue segretarie. Ma mamma lo guardò negli occhi e gli disse

qualcosa di vero, che era emozionata di vederlo.

Anche lui lo era, e quando uscirono dal portone lui senza accorgersene ripeté l’abituale gesto di

quando andavano insieme in giro per le strade, la prese per mano; e quando la mamma sentì quella

mano calda e gentile stringere la sua non ebbe più bisogno di chiedergli niente, sentì la sua

contentezza e non ebbe più timore della sua ritrosia. Andarono a casa, lei preparò un po' di cibo, poi

si sdraiarono l'una tra le braccia dell'altro e come sempre si rifugiarono nella loro intimità per

spiegarsi, e raccontarsi il breve periodo della loro separazione.

Lui confessò alla mamma che aveva sentito terribilmente la sua mancanza, che la amava più di ogni

altra cosa, ma che si era reso conto di aver bisogno di sentirsi libero senza costrizioni, di decidere

della sua vita da solo, anche di fare all'amore, perché la fedeltà gli costava troppo sacrificio.

- Ho perso la mia allegria, la mia progettualità, la voglia di vivere, vorrei scappare da te, ma perché?

E poi, perché dopo mi manchi e ti penso continuamente? Perché non riesco a dimenticarti? -

- Forse perché ci portiamo dietro il peso del nostro passato, perché ancora non abbiamo risolto il

conflitto tra il bisogno di essere amati e il bisogno d'esser liberi, né io né tu -.

Lui si sfogava: - Ti rendi conto di quello che hai fatto? Prima mi lasci convinta, e dopo tre settimane

ritorni e mi dici che ci hai ripensato. Io sono stato male, sai, mi sono sentito in lutto, ero triste. E poi

ieri, dopo che mi hai chiamato, è stato un disastro, ero con quella ragazza ma continuavo a pensarti,

ero depresso e incazzato, non puoi farmi soffrire così, lo capisci, vero? -

Lei gli rispose:- Lasciarti mi è servito per capire che posso decidere di me, e ho deciso di me, senza

aspettare che tu mi risolva la vita. -

- Ma allora cosa vuoi da me? -

- Rivoglio il tuo amore, mi è mancato cosi tanto -.

E in quel momento fu consapevole di quanto lui, al di là della sua scorza dura, era fragile e tenero.

Lui sospirò e se la strinse tra le braccia: - Aspettiamo un po' di tempo, poi vedremo -.

E lei, - Va bene, aspettiamo un po': ma se fai l'amore con un'altra non me lo stare a raccontare - .

E lui ridendo: - Nemmeno tu -.

Più tardi, mentre lui si alzava perché doveva tornare al lavoro, la mamma gli domandò: - Allora,

amore mio, che sarà di noi adesso? -.

E lui ridacchiando: - Tanto per cominciare, che ne dici di un cinema e di una pizza? Passo a

prenderti alle nove. E domani ti porto al mare -.

Lui era così, non riusciva a fare un progetto che prevedesse più di due settimane di impegno.

La mamma capì che con papà l'amore non avrebbe mai potuto essere un pattuire compromessi, un

dare-avere ragionevole calibrato sulla norma generale dei diritti e dei doveri stabiliti socialmente

per i coniugi. Lui non le sarebbe mai andato incontro, non le avrebbe mai proposto nulla, perché

aveva paura del rifiuto, né tantomeno chiesto nulla, perché aveva timore di dipendere: però

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l'avrebbe amata sempre, e questo per lei era la cosa più importante. Papà andava amato e accettato

integralmente, così com'era, senza pretendere cambiamenti o adattamenti a dei cliché, come del

resto andrebbero accettati tutti quanti; perciò mamma pensava che se ci fosse riuscita con lui, ci

sarebbe riuscita sempre.

Essendo una persona che non si dava mai, ed essendo anche molto bello (cosa che nelle faccende

d'amore, come dire, non risolve ma aiuta), lui attirava le donne come una calamita. La sua segreteria

traboccava di telefonate femminili che invocavano la sua presenza, il suo aiuto, il suo ascolto.

Mamma di solito non era gelosa, anzi era contenta che lui potesse essere di aiuto a qualcuno, anche

se poi lo prendeva in giro perché correva voce che lui fosse un guru importante solo perché aveva

fatto qualche viaggio in India, sapeva parlare in modo convincente, ed era buddhista. Lui, stupito di

tanta attenzione, chiedeva spiegazione di questi fatti alla mamma con aria interrogativa:

- Guardami, sono forse così attraente, o ricco, o elegante da giustificare questo attaccamento che le

donne mi dimostrano? Certo che no. Eppure, hanno bisogno di vedermi, di parlarmi, di toccarmi, di

sentire la mia voce. Mi vogliono persino sposare. Ma perché? -.

E la mamma un giorno gli si sedette accanto, gli prese le mani e guardandolo negli occhi, senza

neppure un'ombra di gelosia nello sguardo gli rispose:- Quando nella vita uno stesso evento si

ripresenta più volte magari con personaggi diversi ma con il medesimo copione, vuol dire che

l'esistenza ci sta mandando un messaggio importante, che dovremmo assolutamente decifrare.

Queste donne che ti adorano, fa' conto che siano angeli messaggeri: che cosa ti stanno rivelando di

te stesso? -

- Non saprei. -

- Davvero non lo sai? Io le capisco. Certo, dapprima forse sono sedotte dal tuo modo di fare gentile,

accattivante: tu fai sentire una donna una vera principessa. Ma io credo che in realtà esse intuiscano

quello che io ho sempre visto chiaramente di te, la bellezza e l'innocenza della tua anima e vogliano

attingervi, vogliano essere saziate. Ognuna di loro viene a ricordarti della luce che contieni, e che è

il tempo di smettere di nasconderla, ma di farne partecipi gli altri e te stesso in modo cosciente.

Quando ti incontrai la prima volta, la notte feci un sogno. Eri in piedi davanti a me, rivestito di un

corpo di luce sfolgorante. Con le dita delle mani sfioravi lentamente la mia carne, che era tutta

ricoperta di piaghe, e dove tu toccavi le ferite si richiudevano all'istante e il dolore scompariva,

mentre anche io mi riempivo di luce. Tu hai un grande talento di guarire i dolori altrui, forse è

un'abilità che hai acquisito nel passato esercitando più e più volte l'arte della medicina in tante

culture diverse. La tua compassione ti ha sempre portato a desiderare di alleviare i dolori dei tuoi

simili, e intorno a questo forte desiderio è cresciuto il tuo talento; ma in questa vita non è il tuo

compito principale, in questa vita devi solamente guarire te stesso. Certo, le donne ti desiderano, ti

vogliono vicino e si innamorano, ma solamente perché la tua anima luminosa le attrae ed esse

sentono che puoi guarire la loro e renderla migliore. Hai guarito i corpi per molto tempo, ora puoi

andare oltre e guarire direttamente l'essenza delle persone, ma prima devi guarire completamente te

stesso. Finché negherai la tua luce interiore non potrai usarla né per te né per gli altri.

Ora la tua anima deve rafforzarsi per il suo nuovo compito, deve alzare la qualità delle sue

vibrazioni e ripulirsi di ciò che ancora la inibisce. Per lei, è il momento di liberarsi dalla paura. È la

paura che crea la tua grande infelicità e oscura la luce tanto che tu non la vedi e spesso te ne

dimentichi l'esistenza; per questo le donne che si innamorano di te vengono a parlarti di lei, e a

ricordarti che i tesori debbono essere condivisi altrimenti la ruggine li divora.-

La mamma tacque, come sempre sorpresa per quello che le era uscito dalle labbra.

A volte le succedeva, di cominciare a parlare senza sapere ad ogni parola quale sarebbe stata la

parola successiva. Come se non fosse un progetto di pensiero cosciente a guidare la sua bocca, ma

un flusso di consapevolezza che si serviva di lei come veicolo, e sui cui contenuti non aveva il

controllo. Lei, o qualcun altro attraverso di lei, formulava una domanda importante, e bastava

sintonizzarsi come una radio su una particolare frequenza per ottenere la risposta; la frequenza in

questione era quella del silenzio. Mamma mi ha sempre detto che il silenzio sa tutto e dice tutto a

chi l'ascolta.

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Tornando a papà, era rimasto lì seduto a rimuginare tra sé le parole della moglie. Voleva avere altri

dettagli, le chiese - Che cosa devo fare allora? -

Ma la mamma gli rispose che non lo sapeva, che non sapeva nemmeno quello che aveva detto, ma

che se lui desiderava veramente conoscere la risposta, la risposta sarebbe arrivata presto.

Finché un giorno, qualche tempo dopo, il mistero fu svelato. Mamma andò a trovare una sua amica

strega come lei, che aveva la capacità speciale di decifrare il linguaggio dei pianeti e la segreta

alchimia delle forze cosmiche.

Carmen aveva studiato fin da ragazza alla scuola di misteriose zingare che comparivano di tanto in

tanto sul suo cammino per travasare in lei fette di sapere esoterico; lei procedeva attraverso la vita

come una donna intelligente, ma dalla vita assolutamente comune, se non fosse stato per quegli

incontri con persone magiche che con puntuale regolarità si presentavano quando lei era pronta a

procedere lungo il cammino iniziatico.

Non per niente era nata a Torino, una città che è talmente impregnata di energie magiche che se uno

vi cammina la notte con i sensi aperti, lungo le banchine del fiume o negli androni dei palazzi

seicenteschi può incrociare fantasmi, ectoplasmi, forme-pensiero, principesse decapitate, cagliostri,

diavolesse, e forse qualche spadaccino sabaudo rimasto fissato per sempre nell'atto di trafiggere un

rivale o di esserne trafitto. Dicevo, dell'amica di mamma. Non era un tipo socievole; viveva

rintanata nella sua casa, seppellita tra montagne di carte e di libri, con un pallido marito e tre

creature perennemente affamate, senza avere la minima vocazione né ad essere moglie né ad essere

madre: tuttavia esercitava l'una e l'altra funzione con spietato accanimento, senza molte speranze in

un destino migliore, perchè tutto sommato sembrava avesse gran fastidio dell'umana onnipresente

stupidità. Carmen era una donna di suprema chiaroveggenza, ma quello che quotidianamente veniva

a sapere dei suoi simili non l'aiutava ad amarli; leggendo nei loro pianeti natali li comprendeva

perfettamente, penetrava con un solo sguardo i loro segreti più riposti e le loro miserie, e

segretamente non poteva fare a meno di disprezzarli, perché ancora non aveva imparato ad amare se

stessa; solo col tempo riuscì a guardare lo sterminato oceano delle sue conoscenze con gli occhi del

cuore. Quando redigeva un oroscopo, non voleva sapere niente della persona se non la data il luogo

e l'ora della nascita. Sosteneva che l'astrologia è una strana commistione di matematica pura e

capacità intuitive; che ogni massa astrale contiene una certa quantità di elementi ognuno dei quali, a

livello sottile, influenzerebbe gli stessi elementi che si trovano negli altri punti dell'universo, e

quindi anche nell'uomo, attraverso un impulso, per così dire, gravitazionale. Ogni elemento sul

piano sottile influenza una certa caratteristica dell'animo, per esempio l'eros, le emozioni,

l'intelletto, la creatività, in un modo che l'astrologia antica ha codificato.

Quando dalle infinità siderali le energie cominciano a coagularsi in un punto per dare origine a un

nuovo essere, le posizioni delle masse planetarie nei cieli e delle loro momentanee interazioni

determineranno in maniera necessaria la natura del nuovo essere. Tuttavia, pare che ci sia un intento

preciso, che porta l'anima a scegliere proprio ‘quel’ momento particolare e irripetibile, per poterne

sfruttare le influenze e generare le caratteristiche di cui ha bisogno per le esperienze che dovrà

attraversare in quella vita.

Dunque, nel momento dell'oroscopo, Carmen cominciava a buttar giù sulla carta sequenze

interminabili di numeri e grafici che poco per volta assumevano un assetto logico, si trasformavano

in parole e intuizioni, diventavano un ritratto preciso di quella persona sconosciuta fin nei

particolari più riposti e segreti. Per lei era come un'avventura meravigliosa penetrare i meandri dei

destini altrui, ma quel lavoro di conoscenza era talmente profondo, talmente totale, che quando se

ne ritraeva era esausta, e quasi nauseata dalla troppa intimità, dal troppo sapere, sicché in genere

detestava incontrare le persone su cui aveva lavorato, e li mandava dalla mamma perché lei li

aiutasse a prendere contatto con i propri blocchi e a scioglierli.

Carmen diceva che non sarebbe mai stata una terapista, perché le interessava il conoscere puro, non

l'arte di guarire; ecco, se dovessi usare una definizione per cosi dire, topografica, Carmen era

un'avventuriera del sapere, e viveva sempre centrata nel suo terzo occhio, nella sfera dell'intuizione

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pura priva di emozioni e di corporalità, mentre la mamma aveva scelto di vivere irrimediabilmente

nel cuore.

Era come guardare la vita da due finestre molto distanti dello stesso palazzo: ma dato che

comunicavano tra loro, nel tempo riuscirono ad aiutare molte persone a ritrovare se stesse e il senso

della propria esistenza, dei propri errori e dei propri percorsi. La mamma diceva che se Carmen

fosse stata un uomo sarebbe stata di sicuro Ulisse, e scherzava sempre con lei dicendole che la sua

sete infinita di conoscere poteva diventare una trappola, quel peccato di 'curiositas' per cui Ulisse

aveva perduto se stesso, un misto di orgoglio e di avidità, una sete insaziabile di cui era diventato

schiavo. - Ricordati che la sapienza va guidata dal cuore, deve essere indirizzata al servizio

dell'umanità, non ai propri fini! -.

Quel giorno Carmen prese il tema natale di mamma (la mappa delle posizioni dei pianeti al

momento della nascita) e lo comparò con quello di papà: vennero fuori misteriosi tabulati, fiumi di

numeri e di grafici che infine svelarono il significato profondo di quello che era stato il loro

incontro. E disse alla mamma: - Tu e tuo marito vi siete già incontrati nella vostra ultima vita. È

stato in Grecia, terra che tutti e due amate profondamente. Tu eri sua madre. Vi amavate

moltissimo, ma per il troppo amore lui ha sperperato la vita nel culto della tua immagine e poi del

tuo ricordo, dimenticandosi di far fruttare i talenti che possedeva.

Quell'esperienza non è stata evolutiva per lui. Come sempre accade in questi casi, lui è rinato con lo

stesso compito, sotto lo stesso segno, quello del Cancro, solo che in questa vita è stato tutto più

difficile; quando un'anima manca il suo compito karmico, nella vita successiva si cerca delle

esperienze più dolorose per essere maggiormente stimolata, sicché avrà, per così dire, meno

scampo, e dovrà superare quell'ostacolo. Così lui si è scelto una madre che non l'ha amato, ed è

stato costretto a lavorare su questa problematica per tutta la vita. Ha incontrato molte donne, e per

lui era importante per potersi staccare dal suo amore morboso; e poi è stato pronto per reincontrare

te, ma solo avanti negli anni. Tu devi aiutarlo a percorrere l'ultimo tratto di questo faticoso percorso

di guarigione, e se lo farai salderai il debito karmico che hai con lui e sarai libera. -

Mamma era emozionata. Una parte di lei, quella cartesiana, come sempre era scettica, l'altra, quella

magica, sapeva benissimo che quella donna non sapeva nulla di lei e papà, eppure stava dicendo

cose che davano una spiegazione addirittura logica a tutto quello che era successo tra loro due: in

più, non aveva interesse alcuno a mentirle. Decise di ascoltare anche il resto, e chiese: - Che cosa

dovrei fare? -

- Rinunciare a lui. Finché lo tieni legato a te, lui non potrà esprimere quei talenti che possiede, che

sono talenti di artista. Il secondo compito della sua vita è quello di far partecipi gli altri della sua

esperienza attraverso una forma d'arte. Ma sappi che finché resterà con te non lo farà. Devi essere tu

ad aiutarlo.-

Il cuore di mamma era in rivolta. - Non puoi chiedermi questo. -

- Non sono io a chiedertelo - rispose Carmen - tu sei sempre libera, in ogni momento della tua vita.

Se tu non lo vuoi lasciare, lui resterà sempre con te. Però questo vi bloccherà di nuovo,

specialmente lui. Non ti si chiede di non amarlo più, ma di amarlo talmente da lasciarlo andare. Non

è detto che lo perderai, forse vi frequenterete per tutta la vita, vi aiuterete, ma questo non è l'uomo

che è destinato a starti vicino, questo uomo ti ama come una madre, e tu lo ami come un figlio, e

non siete veramente due sposi. Lo siete stati, ma col passare del tempo, man mano che diventerete

sempre più coscienti di quello che dovete fare, lo sarete sempre meno. Non preoccuparti, non

soffrirete nel distacco, perchè quando facciamo quello che è giusto per la nostra anima l'universo ci

aiuta. Ti resta ancora un anno con lui, se vuoi. Ma entro la fine del tuo trentaquattresimo anno

dovrai aver risolto questa storia perchè incontrerai l'uomo che ti starà accanto per il resto dei tuoi

giorni, e dovrai essere libera per allora, perchè altrimenti l'universo dovrà risistemare tutte le

coincidenze e potresti avere dei lunghi ritardi prima che il tuo destino si compia.-

- Basta, basta, non voglio sapere altro, mi fai paura.-

Ma poi si contraddisse e chiese: - Che sarà di lui? -

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Carmen rise: - Vedi che ti comporti come una madre? Comunque, lui starà male per un po', sarà

costretto ad affrontare la paura che ha di cambiare, e poi forse cambierà, e diventerà uno scrittore -.

La mamma chiuse gli occhi lentamente, prese un profondo sospiro e cominciò a parlare con una

voce non sua: - Amica mia, la compassione è quella condizione di grazia per cui l'amore alberga

dentro te, e tutto ciò che cade sotto i tuoi sensi ne rimane trasfigurato: quando la luce esce dal tuo

cuore e dal tuo sguardo e illumina ogni cosa intorno, e ogni cosa comincia per miracolo a vibrare

all'unisono con te e a procurarti tutto ciò di cui hai bisogno: quando la miseria scompare dal mondo,

o meglio quando tu puoi guardarla come un testimone senza entrare in risonanza con essa, senza

che possa ferirti: quando riesci a vedere l’altro con meraviglia e gratitudine per il solo fatto che

esiste, e vedi la sua bellezza anche se è nascosta da una maschera di dolore, o di arroganza, e tu non

credi a quel dolore né a quell'arroganza né ai tuoi pregiudizi ma alla luce che sta sotto nascosta, e le

mandi un richiamo affinché possa sbocciare: quando i tuoi occhi si riempiono di lacrime di

commozione al solo pensiero della persona amata, e anche quando l'hai perduta capisci che la

solitudine è un'illusione della tua mente perchè se resti fiduciosa la vita ti ricolma sempre di nuovi

doni, e il vuoto non può restare vuoto a lungo; quando non dai ascolto al tuo commiserarti e ti

rilassi, e diventi umile e attenta alla poesia di cui la vita ti circonda, godendone ogni succo ma senza

volerla tuttavia possedere, essendo pronta anzi a lasciarla in qualsiasi momento, allora godrai del

dono della compassione.-

Poi mamma si alzò, andò a passeggiare in campagna, pianse e se la prese con il destino, ma poi

disse sì, va bene, succeda quello che deve succedere. Lo conosceva bene, quello stordimento da

quasi-separazione, quando l'oggetto del nostro amore momentaneo, che ci ha riempito i sensi, i

giorni e le ore saturandoci con la sua grazia improvvisamente ci annuncia che scomparirà: già lo

sapevamo che sarebbe successo, ci è addirittura necessario perchè possiamo riprendere un ritmo

abituale, ma lo strappo è lo stesso nuovo e inatteso, ogni volta il monotono dolore ci riprende, e

dobbiamo sedere in silenzio per un tempo ragionevole fino a che la solitudine torna ad essere una

condizione abituale, e accettabile. Possiamo perdonare l'oggetto del nostro amore per essere venuto

a risvegliare in noi la poesia, ed essergli grato perchè ci abbandona restituendoci così a noi stessi.

Ma il riflesso della sua grazia ci accompagnerà per sempre da ora in poi, come una benedizione

divina, come un raggio di sole, così come il nostro amore lo proteggerà anche quando lui ci avrà

dimenticato.

Siamo nella casa di campagna da tre giorni; la mamma ha deciso di partorire qui. Ci sono la zia Ro,

la sorella di mamma, e una nervosissima zia Livia col suo improbabile diploma di ostetrica, preso

quarant'anni fa e mai esercitato. Ci sono alcuni sciamani amici della mamma, e per fortuna anche un

medico. Papà non se l'è sentita di assistere, ma so che verrà presto, sono ancora per qualche

momento in quello stato di grazia, di lucidità e chiaroveggenza per cui sento le sue emozioni di

attesa e desiderio anche da lontano. Non voleva assolutamente essere coinvolto in questa storia, ma

è divertito suo malgrado.

- Se questo bambino ha deciso di venire da me e te, saprà quello che si fa.-

E ieri sera per telefono rideva, e ha detto a mamma la sua solita frase scaramantica:

- Speriamobbene.- (I Romani non hanno mai veramente il senso della giusta quantità di consonanti).

Lo so che è preoccupato per lei, non sa se avrà abbastanza forza e pazienza per fare la madre. Ma lei

è in gamba, ce la farà; ha le due cose che servono di più ad un bambino, l'amore e la gioia per la

vita, anche se è distratta e forse qualche volta mi darà da mangiare nelle ore sbagliate.

Lei e papà mi hanno insegnato la vera magia della vita; scorrazzare su e giù nello spazio e nel

tempo: sentire la poesia: leggere al di là di ciò che appare: gioire e godere di ogni cosa: avere

fiducia nell'esistenza: amare la verità: ascoltare sempre il cuore: accogliere il riso e il pianto con la

stessa grazia. Prima di entrare definitivamente nel mio corpo, da cui non potrò più uscire se non nel

sonno per tutto il tempo della mia vita, ho dato un bacio sulle guance alla mamma e le ho detto di

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stare tranquilla, lei mi ha scambiato per un alito di vento, ma poi mi ha detto strizzandomi l'occhio

con il pensiero:

- E' tutto OK, bambina, cominciamo -.

Mi sono sentito risucchiare, e qualcosa ha cominciato a contrarsi e a spingermi. Tra poco nascerò, e

so che la vita là fuori è meravigliosa, le gemme stanno aprendosi piano piano, e la mimosa fiorita

nel giardino davanti a casa sarà la prima cosa che vedrò, il primo profumo della mia vita. Mamma

ha voluto che scostassero le tende perchè vuole guardarle con me.

Oh, zia Livia sta andando verso l'albero dei limoni, protende la mano per raccoglierne uno: non

vedo più nulla, mi sembra di scivolare nel vuoto di un'impressione dorata: il dolore si fa

insopportabile, ma fuori mi aspettano, devo proseguire. Ecco, ora la mamma grida, e finalmente mi

vede ".

scritto in Grosseto agosto-novembre l995

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