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42. [PDF] Fulvio Pezzarossa - Assemblea Legislativa

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<strong>Fulvio</strong> <strong>Pezzarossa</strong><br />

«È sempre più facile rimanere dove siamo»*<br />

I testi qui proposti, esprimono una compatta e apprezzabile qualità, e<br />

specialmente una vastità sorprendente di approcci e di ispirazioni che scaturiscono<br />

dall’intensa esperienza sviluppata con formula originale attorno al tema della intercultura,<br />

negli incontri annuali del Laboratorio di scrittura creativa, realizzato nel 2010 presso il<br />

Dipartimento di Italianistica dell’Università degli Studi di Bologna, col sostegno<br />

dell’<strong>Assemblea</strong> <strong>Legislativa</strong> della Regione Emilia-Romagna. Essa si è rivelata una delle più<br />

soddisfacenti edizioni del corso, grazie anche all’intensa ed efficace applicazione<br />

orientativa da parte dei due tutor, la scrittrice di origini brasiliane Christiana de Caldas<br />

Brito e il giornalista, specializzato su tematiche migratorie, Daniele Barbieri.<br />

Il più generale intento del progetto laboratoriale, che per primo ha introdotto in<br />

Italia l’obiettivo di una mediazione simbolica fra le culture attraverso la creatività<br />

letteraria, ha ribadito il rilievo di un discorso che demistifica le costruzioni ossessive<br />

dell’immaginario sociale attivate dall’utilizzo monocorde dei media, e si offre come risorsa<br />

effettiva per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri, coinvolti nell’operosità comune,<br />

fuori da ogni tratto distintivo e distanziale. Per gli allievi di provenienza e madrelingua<br />

non italiana, il poter mostrare un possesso disinvolto dello strumento espressivo,<br />

maturato ben oltre i livelli correnti delle esperienze di alfabetizzazione nella L2, ha loro<br />

consentito di ribadire l’aspirazione, e ha offerto uno spazio significativo, per la pratica di<br />

processi integrativi che sboccano in piena cittadinanza sociale, e conseguentemente<br />

politica. Il potenziamento della vocazione creativa, comporta infatti l’attivazione di una<br />

comunità solidale nella quale si sperimenta una piena coesione attraverso pratiche di<br />

conoscenza e di formazione speculare, non mediata come da tradizione fra estranei; il<br />

territorio percorso da scambi reattivi, è costituito dal tessuto letterario, come<br />

ampiamente dimostra la patina di forte omogeneità dei testi, indipendentemente dalle<br />

istanze di produzione, nutrendo disposizioni interculturali e radicando una sensibilità<br />

profonda, che attraverso la conoscenza reciproca e lo scambio amicale pone barriere al<br />

razzismo e alle discriminazioni.<br />

In questo contesto, lo Statuto della Regione Emilia Romagna ha costituito l’asse di<br />

riferimento per comportamenti che volgono al riconoscimento della pari dignità sociale<br />

della persona, senza alcuna discriminazione di genere, di età, di cultura o di religione,<br />

respingendo la conflittualità fin nella dimensione individuale e favorendo la coesione<br />

sociale attraverso una partecipazione democratica che si disponga allo sforzo convinto di<br />

un confronto fra risorse e valori.<br />

Esso compare come sottotraccia reattiva, piuttosto che semplice griglia<br />

schematica sovrapposta a posteriori, affidando alla vivacità funzionale dell’invenzione<br />

narrativa la traduzione della sintesi normativa in uno sguardo plurimo e dinamico di<br />

valori di solidarietà, incontro, tolleranza, parità, e con la deliberata intenzione di non<br />

tracciare nessuna gerarchia artificiosa all’interno di un insieme valoriale che si dimostra<br />

* Per una più ampia riflessione sulle linee di fondo e sugli obiettivi che sostengono questo<br />

progetto interculturale, F. PEZZAROSSA, Interscrittura, Un laboratorio di scrittura<br />

interculturale, in Letterature migranti e identità urbane. I centri interculturali e la<br />

promozione di spazi pubblici di espressione, narrazione e ricomposizione identitaria, Atti<br />

del Convegno Letterature migranti e identità urbane, Bologna. 11-12 ottobre 2007, a<br />

cura di M. Traversi e M. Ognisanti, Milano, F. Angeli, 2008, pp. 35 – 50.


consentaneo al nostro presente, e pertanto strutturato a rete di connessioni rizomatiche.<br />

I percorsi da intraprendere al loro interno, non sono per niente labirintici, e perciò ciechi,<br />

avvantaggiandosi invece proprio dei contatti necessari fra i diversi fattori e concetti,<br />

potenziati nella relazione sinergica. Tanto che la godibile varietà degli spunti, la gamma<br />

sempre originale delle ambientazioni, il profilo spiccato di personaggi animati da una<br />

sensibilità pienamente partecipata degli autori, incarnano nel gioco illusorio della finzione<br />

affabulatoria non convenzioni astratte, ma lo spessore sofferto, desiderato e vissuto di<br />

situazioni mai scontate, e che solo possono realizzarsi lungo una traiettoria dinamica, di<br />

gesti, scambi, confronti. O altrimenti gelosamente conservati, quale stimolo a superare la<br />

loro più subdola o violenta negazione.<br />

Non è senza significato che in una stagione ormai privata delle grandi narrazioni,<br />

dove lo spartito del quotidiano diventa facilmente manipolabile attraverso le fratture<br />

dell’isolamento spaesato e dell’individualismo sospettoso di ogni più prossima diversità,<br />

un filo unitario percorra i racconti, inteso a denunciare l’ostilità pregiudiziale e a esaltare<br />

il raffronto e il colloquio, risorse universali e sempre attuabili ove si voglia verificare<br />

l’effettiva consistenza di squilibri, diseguaglianze, ostilità, respirate col senso comune. Ne<br />

nasce una sfaccettata contro-narrazione, che ha di mira la dominante costruzione<br />

mediatica, insistente nei richiami episodici a ritrarre negli estranei non-persone, le quali<br />

invece ad ogni pagina balzano con forza spiccata in scena a reclamare il riconoscimento<br />

di un articolato spessore di sentimenti, emozioni, parole, perfettamente intellegibili. Non<br />

casualmente tante storie ripetono, pur collocandoli in dimensioni del tutto originali, il<br />

gioco della immedesimazione, il mettersi nei panni di figure altre, che solo possono<br />

venire riconosciute nella pienezza umana uscendo dalle parti di comodo: quando<br />

l’occidentale si avventura fra le novità attraenti dell’esotismo superficiale, dove il contatto<br />

risulta precario, effimero e irreale; mentre per i migranti il carico delle necessità di pura<br />

sopravvivenza iscrive negli spazi consueti l’imprevedibile e il perturbante.<br />

Infatti gli spazi urbani si configurano come desolati e perigliosi, assolutamente<br />

refrattari all’accoglienza di una vera presenza umana, e su di essi si proietta un senso<br />

profondo di squallore e isolamento, per cui (ma purtroppo non si tratta solo di fantasia<br />

inventiva) la panchina come spazio vocato per eccellenza alla socialità, diviene territorio<br />

simbolico sul quale calare divieti ed esclusioni, biechi dispetti che contrastano ogni logica<br />

inclusiva. Lo sguardo dei narratori, e specialmente delle voci straniere, è sempre di<br />

conseguenza connotato da una freddezza sospettosa, a esprimere il disagio rispetto ad<br />

un ambiente che nega la disponibilità vera, ribadisce ovunque gerarchie e collocazioni, fa<br />

pesare il senso di essere fuori luogo; ma non è una lettura rancorosa o marginale, perché<br />

ispira al contempo la convinzione che non solo un parte, ma l’intera comunità debba e<br />

possa mettersi in relazione, e costruire una collocazione e una relazionalità nuove e da<br />

inventare, polemicamente avverse ad una spenta routine burocratica che macina infiniti<br />

assetti tassonomici, a spegnere la vivente mobilità transitoria delle identità.<br />

Particolarmente delicate diventano allora le rappresentazioni della figura<br />

femminile, per i quali si misura più immediatamente la distanza dell’estraneità, la<br />

subordinazione nella collocazione di ruolo e funzioni, al di sotto di una pretesa<br />

proclamazione d’eguaglianza di genere e di libera realizzazione, che in verità nel nostro<br />

paese ancora deve percorrere un lungo cammino. Senza dubbio uno dei compiti di una<br />

rinnovata sensibilità femminista, sarà di comprendere nella propria prospettiva, anche<br />

scelte e identità modellata in altri contesti, da non aggredire o stigmatizzare come se si<br />

trattasse di alterità assoluta e sconvolgente, perché simboliche di una più ampia<br />

estraneità. La condizione umoristicamente richiamata nell’invenzione degli extramondisti,<br />

significa la continua possibilità di mettere in discussione la centralità fissa e<br />

rigida delle posizioni, la necessità di leggere e aggredirle capovolte le parzialità di ogni<br />

assunto; esercizio mentale di continuo ripreso nei racconti attraverso i ruoli scambiati,<br />

sottosopra o incrociati dei personaggi, dove l’accento cade anche sulla mobilità che<br />

attraversa territori e tempi, a sancire la percezione di una globalizzazione fondata sulla<br />

componente della mobilità, e che pertanto deve mettere in circuito anche il pensiero, in<br />

un sistema di flussi che assume la reciprocità come punto cardine.


Non stupisce nemmeno il peso attribuito all’infanzia nella caratterizzazione dei<br />

protagonisti, richiamando l’ovvia disponibilità di occhi ingenui ad aprire un’indagine<br />

smaliziata e sincera sul mondo, capace di svelare sfaccettature sedimentate dalla<br />

consuetudine adulta; queste figure di giovani non ancora realizzati, sono chiaramente<br />

investite del compito di una transizione emotiva verso un futuro diverso e meno<br />

costrittivo.<br />

E nella prospettiva di questo possibile migliore domani, viene da pensare che non<br />

ci siano soltanto atteggiamenti di comodo, ma le premesse di fondo per un’apertura<br />

reciproca, le esibizioni spontanee di conoscenze aperte fra abitudini italiane e degli altri<br />

mondi, che le risorse comunicative dell’attualità hanno facilmente messo in circolo,<br />

potenziali basi per un dialogo che rimane la configurazione del contesto sociale più<br />

apertamente evocata, tradotta non solo nelle tracce delle azioni narrate, ma anche in una<br />

decisa omogeneità degli esiti complessivi del lavoro di scrittura, al cui interno è maturata<br />

in tonalità comune dalla frammentarietà larga delle provenienze, in uno sforzo<br />

cooperativo e interattivo,. Essa non è stata imposta da ruoli prefissati docente/allievo,<br />

ma è stata liberamente conquistata nella continuità dello scambio dialogico ben oltre<br />

l’occasione degli incontri operativi fra tutti i partecipanti, avviando una messa in comune<br />

di esperienze, in transito dalla pagina al reale.<br />

In questo esercizio di tolleranza e conoscenza, si configurava l’obiettivo centrale,<br />

pienamente soddisfatto, del corso, il quale si riprometteva con tutti i suoi limiti di breve<br />

esperienza, di insegnare a prendere con nuovo coraggio la parola come modalità<br />

interattiva per ascoltare l'altro, mettendo continuamente in crisi le categorie acquisite<br />

quali univoche risorse a leggere il mondo, attivando concretamente il dialogo fra le<br />

culture, a sostituire una malintesa multiculturalità con la pratica tangibile<br />

dell'intercultura, categoria fondante di un'originale narrativa che intende penetrare, e<br />

farsi partecipe, delle ragioni dell’altro, quando non sono più tali, ma transitano in un<br />

racconto condiviso.<br />

:-:


Adagio Notturno<br />

di Moira Pulino<br />

Sono bendato, ma la stoffa è un po’ consumata e intravedo qualcosa: una stanza color<br />

tè, niente finestre, una porta nell’angolo in fondo con una minuscola graticola da cui<br />

sgocciola una luce giallognola. Non so se sia notte o giorno. Sento freddo, paura, o<br />

entrambe, perché sto tremando, nudo, le mani legate con una calza di nylon dietro la<br />

schiena. Potrei scioglierle, ma non muovo un muscolo, cercando invano di diventare<br />

invisibile. Puzzo di urina. La mia bocca è un deserto. Mi faccio piccolo, piccolo, cercando<br />

la vernice sbucciata della parete, per scomparire nel cemento. Improvvisamente avverto<br />

dei passi, quei passi. Il mio respiro diventa ansimare e subito dopo la porta inizia ad<br />

aprirsi, e a quel suono di ruggine comincio a gridare e gridare...<br />

Mi sveglio, il cuore un tamburo. Lo sguardo muto sul mio letto morbido, banale, il corpo<br />

nudo ma pulito e giovane, privo di segni.<br />

Ciò che resta del mio riposo se l’è divorato quel sogno: faccio la doccia ed esco a<br />

camminare. La notte sembra un paniere digiuno e profondo. Sono le due del mattino.<br />

Cara Soledad, è colpa di Buenos Aires se mi piace camminare di notte, o alle prime luci<br />

del mattino. Qui spesso la gente non cammina, almeno non per piacere. Ma anche<br />

quando vaghiamo senza un preciso intento ci ritroviamo poi in luoghi ben precisi. Eccomi<br />

dunque nuovamente alla milonga. In ogni luogo del mondo, sai, c’è una milonga, anche<br />

se non si balla necessariamente il tango, per qualcuno è il liscio, per qualcun altro magari<br />

il rap. Luoghi in cui annebbiare la solitudine.<br />

Lei è in pista, lunghe gambe in movimento. Stasera fa caldo, non porta le calze. Ma dei<br />

suoi giochetti con le calze mi sono stufato da un pezzo. O forse mi sono stancato solo<br />

della sua ottusità. È vero, qui si viene anche nell’anticipazione di qualche incontro, ma<br />

restano tutte in superficie, soddisfatte di essersi accaparrate l’argentino, il bravo<br />

ballerino, un ciondolo da portare in milonga. ¿E poi? Nessuna, finora, mi ha mai<br />

guardato. Nessuna, di certo, mi ha visto. Alla fine ci sei sempre e solo tu, Soledad.<br />

Brucio la mia notte in abbracci e traiettorie circolari. Qui si viene per dimenticare: un<br />

sogno, un dolore, la vita diurna. Anche quando si crede di venire per altro.<br />

Quando la serata finisce, e l’incubo si è acquietato, riprendo a camminare. Qualcuno mi<br />

offre un passaggio, ma preferisco conversare con i miei piedi e con te, Soledad.<br />

Fuori, la notte è ancora piena di vuoti. Seduto su uno scalino, un ragazzo che avrà la mia<br />

età si buca. Distolgo gli occhi per proteggere l’intimità della sua disgrazia, altro destino<br />

possibile. Il viso di Rubén, occhi socchiusi dal fumo di una canna, si presenta come un<br />

fantasma e gli sorrido, ricordando il mio primo tiro e la sua risata davanti alla mia tosse<br />

da principiante blu.<br />

Il ricordo di Rubén mi riporta a quel tempo in cui sognavo ancora di lupi e tappeti volanti.<br />

A casa mio padre mi insegnava a giocare a scacchi, mentre la mamma canticchiava e<br />

cuciva sulla sua sedia a dondolo. La sua morte ci sorprese come una mossa imprevista e<br />

geniale, mentre l’assenza di quelle canzoncine leggermente stonate ci riempiva il cuore di<br />

silenzi ritmati. All’inizio accendevamo la radio, in cerca di un eco della sua presenza. Ma<br />

infine abbiamo preferito i silenzi, che ci permettevano di rincontrare quei bisbigli musicali<br />

arrotolati a sorpresa sulla tazzina del tè, ricamati sulla scacchiera, o intrecciati sullo<br />

spazzolino da denti. Papà faceva del suo meglio, ma era a suo agio con me solo davanti<br />

ai pezzi, e quelle partite quasi mute diventarono le nostre conversazioni.<br />

Ci ha salvati la mamma di Rubén. Forse anche lei, rimasta sola, cercava un’ancora. e<br />

papà non era poi così vecchio, anche se a me sembrava antico. Fatto sta che morta la<br />

mamma è spuntato fuori un fratello. Rubén aveva due anni più di me, e sembrava sapere<br />

sempre cosa fare. Non aveva mai paura, lui. Mi trascinava in giro per il quartiere e nelle<br />

sue scorribande, alle quali assistevo come un piccolo giornalista muto.


È stato Rubén ad impedirti di rapirmi, Soledad, regalandomi un’infanzia quasi solare.<br />

Tessevamo sogni e bravate sotto l’uva fragola di Don Rodrigo, che ci lasciava andare e<br />

venire dal suo giardino a piacere. Era zoppo, e riguardo alla sua gamba aveva centinaia<br />

di versioni, ma la nostra preferita era quella impossibile in cui aveva partecipato alla<br />

Conquista del Deserto contro gli indiani. Quando raccontava questa variante, lo<br />

circondavamo ballando a mo’ di tribù lanciando urla secondo noi terrificanti,<br />

pregustandoci la sua disfatta. Dopodichè, prigioniero, aguzzini e gamba azzoppata<br />

facevamo la pace con una bella merenda.<br />

Ora tutto ciò mi sembra un bel sogno, Soledad. Non come i sogni strani che ho sempre<br />

fatto, sin da piccolo, e che non ho mai raccontato a nessuno, neanche alla mamma. A<br />

scuola mi sono appassionato alle vicende di uomini che somigliavano a quelli delle mie<br />

visioni: prigionieri, guerrieri, uomini che soffrivano. Rubén, a cui la Storia non piaceva,<br />

non capiva perché mi ostinassi in ciò che chiamava la mia fissazione morbosa per il<br />

passato. A lui interessava il presente e, forse, il futuro. Lui, che non ha più né l’uno né<br />

l’altro.<br />

Ieri, per sfuggirti, ti ho incontrato da Adrián e Martina. Abbiamo bevuto insieme qualche<br />

mate, passando la bombilla di bocca in bocca e dilettandoci in quel rituale arcaico di<br />

amarognola fratellanza. Essere argentini significa essere spontanei, innamorati<br />

dell’amicizia e della solidarietà; e temere la tortura, il sopruso legalizzato, la violenza,<br />

detestando la furbizia annidata in agguato ad ogni angolo del quotidiano. Come Adrián,<br />

molti si sentono costretti, rieducati: hanno imparato ad arrivare in orario, a non fare<br />

battute ironiche, puntualmente fraintese, a parlare un po’ più piano, a non toccare gli<br />

altri, a non fare domande “invadenti”. Ma nella lontananza hanno minimizzato fino<br />

all’invisibilità tutti i difetti peggiori dell’amante. No, non ho pazienza con chi lamenta la<br />

lontananza. Se ti sento vicina, Soledad, non è perché sono lontano dal mio paese.<br />

Certo, qui prima di essere invitati a casa a pranzo da qualcuno può passare un secolo,<br />

ma ¿cosa ci impedisce di importare le nostre abitudini migliori? Sorprendere con un<br />

abbraccio, fare domande spontanee e maledettamente invadenti, crepare e colmare di<br />

graffiti il muro dell’ “educazione”, ¡dispensare metodicamente pillole di ironia! Ecco,<br />

Soledad, se mettessi su un bel Import-Export di usi e costumi presto ti ritroveresti con te<br />

stessa.<br />

La notte accompagna i miei passi e nel suo respiro lento un cane si avvicina a passo<br />

d’ombra per annusarmi. Forse avverte la tua presenza, o forse sono solo olfattivamente<br />

poco interessante, perché si allontana quasi subito. Poco più in là un vecchio rimesta nel<br />

cassonetto della spazzatura, mentre nel portone a fianco due ragazzi si baciano. Di notte,<br />

come nei sogni, mi sembra che tutti i paesi si somiglino.<br />

Ho i piedi stanchi, dal ballo, dalla lunga camminata, e dai pensieri che li incalzano. Tre<br />

amici mi passano accanto scherzando e mi guardo indietro, nel tempo in cui gli<br />

somigliavo. La memoria, che sentiamo così intimamente nostra, non è che un paese<br />

straniero che ogni tanto ci ospita. Il mio paese è fatto di canzoncine stonate, di scacchi,<br />

di uva profumata, e di te. Ma anche del vento che mi porta la notte: uomini che hanno<br />

preso una nave stringendo con lo spago una valigia e la speranza; uomini tenuti<br />

prigionieri e torturati solo per la prepotenza di un loro simile; uomini che hanno fatto<br />

guerre senza sapere il perché, gli occhi sul fronte e il cuore a casa; donne che aspettano<br />

ogni giorno che qualcuno ritorni. E quelli più recenti: il cuore sfaldato di mio padre<br />

quando il governo ha deciso di tenersi i suoi risparmi, la morte assurda di Rubén che non<br />

ha voluto dare le sue scarpe da ginnastica nuove a qualcuno che aveva una pistola e<br />

nulla da perdere.<br />

La città comincia a risvegliarsi, i lampioni si affievoliscono. Un profumo di pane mi<br />

accarezza, quasi cercasse di confortarmi. Ma tu ti stringi forte a me, Soledad, e in<br />

quell’aroma ritrovo le merende di Don Ramón, e i biscotti preparati tanto tempo fa dalle<br />

mani prive di cattiveria di mia madre.<br />

Per fortuna non sono come quel povero diavolo a cui Borges ha imposto di ricordare ogni<br />

cosa sin dal momento della nascita, e forse anche prima. Un fardello immenso e


insopportabile. Io soffro solamente di alcuni ricordi e di nostalgia altrui. Forse perché i<br />

miei sogni mi portano in tanti luoghi, Soledad, e non sono mai del tutto a casa. O forse<br />

perché faccio parte della risacca di immigranti, portati dal cielo invece che dal mare a<br />

scoprire le meraviglie dei luoghi che decantavano i nostri nonni. Per trovare che anche la<br />

loro, di memoria, era piena di buchi.<br />

Sono tante le notti in cui mi sveglio sudato e tremante, la pelle zuppa di visioni lontane.<br />

È una piccola sofferenza anche questa, ma talvolta mi domando: se tutti sognassero ogni<br />

tanto di essere qualcun altro, qualcun “altrove”, subendo un’ingiustizia, facendo l’amore<br />

o pregando un altro Dio, ¿non saremmo allora tutti, i viaggiatori della notte, finalmente<br />

cittadini del mondo? Se tutti avessero un pizzico di nostalgia altrui forse saresti tu ad<br />

essere dimenticata, Soledad.<br />

Colazione all’alba. Piccolo esercizio di similitudine su una strada sempre in corsa e in un<br />

bar così diverso dal vecchio “Britannico” a Buenos Aires come un elefante da un topo. Di<br />

rimpetto, il giornalaio dispiega il suo regno di carta, posizionando sul fianco sinistro le<br />

riviste di viaggio, geografie patinate lontane dall’immagine polverosa dei ricordi. È vero,<br />

mi manca talvolta l’orizzonte finito e vuoto dei marciapiedi lavati di primo mattino, o<br />

scarabocchiati per gioco dai bambini, sul quale sfiderei volentieri il mio equilibrio. Ma se<br />

inseguissi quei pomeriggi passati sotto l’uva fragola so che non li troverei più dove li ho<br />

lasciati, cercassi anche cento volte. Hai ragione, Soledad, non si può tornare a casa, e va<br />

bene così.<br />

La geografia della memoria non è che una rotta dalle coordinate imperfette, un disegno<br />

che si può solo guardare: la finestra chiusa di Peter Pan. Che pure sapeva volare.


Ritorni<br />

di Eleonora Parisi<br />

Alle anatre del Central Park South,<br />

a chiunque sappia dove vanno<br />

quando il laghetto gela.<br />

Tre anni in Italia e ancora non ha capito come si lava la moka. L’ho vista che la tuffava<br />

nella vaschetta del lavello piena di schiuma. Ora si spiega lo strano sapore che abbiamo<br />

dentro al latte.<br />

Tre anni in Italia e ho passato con i miei figli in tutto quattro mesi e due settimane. Conto<br />

i giorni in cui non li accompagno a scuola, in cui non cucino per loro, in cui non li sento<br />

respirare piano prima di dormire anch’io. Quando li sogno ridono, e mi parlano in ucraino.<br />

Dopo l’esame di martedì voglio scendere a casa, senza caffè al sapone. Qui il mangiare è<br />

del discount e odora aspro a buon mercato. Niente somiglia alla spesa di mia madre.<br />

L’aglio che compra lei non si brucia mai. Davanti ho come le foto della nostra cucina: il<br />

forno il frigo la finestra. Ogni cassetto, ogni scaffale, ogni sportello. Da vent’anni le cose<br />

sono allo stesso posto.<br />

Sara ha vent’anni ma le affido volentieri tutto il bucato quando non ci sono. Sa già che i<br />

vestiti e le lenzuola bianche hanno bisogno di acqua molto calda, altrimenti marciscono di<br />

ruggine gialla e grigia. Le deve aver insegnato sua madre.<br />

Alla sua età io ero appena sposata e incinta per la seconda volta. Lei invece studia e<br />

anche se ama un uomo preferisce vivere qui con me, dividendo la sua salsa di pomodoro<br />

dalla mia (troppa cipolla) e il poco spazio vitale del congelatore. La carne macinata sta in<br />

basso, asfissiata dal sacchetto sottovuoto. Yuri è senza lavoro, di nuovo. Devo portarlo<br />

qui ad ogni costo.<br />

“Katia, per quanto potrai resistere?”<br />

Ferma la forchetta di pasta sopra il piatto. Niente domande dirette, di solito. Oggi<br />

infrango la regola mentre mangiamo. Negli ultimi mesi ha lavorato come una bestia, da<br />

domenica a domenica senza sosta.<br />

“Domani devo proprio andare perché mi hanno già pagato le ore di dicembre”, la risposta<br />

giusta sarebbe urlare di fatica, “ma sono fuori per le undici. Non perdo l’aereo.”<br />

Se l’appartamento è in ordine si pulisce in fretta.<br />

“Quanti chilometri sono?”<br />

“Duemila fino a Kijev. Arrivo di notte e mi fermo. L’appuntamento in ambasciata è<br />

giovedì mattina presto, però sono preoccupata perché Yuri mi ha chiamato e dice che<br />

nevica forte da noi. Ci vogliono dieci ore da casa mia a Kijev. Lui e piccoli vengono con<br />

bus.<br />

Le regole per il ricongiungimento familiare ora sono più complicate: è necessario<br />

registrare due volte le impronte dei bambini. Se le strade si bloccheranno come ad ogni<br />

nevicata, dovrò aspettare ancora. Aggiungere altro tempo al tempo infinito per ottenere il<br />

permesso di vivere con i miei figli.”<br />

“La prossima settimana vado via anch’io. Se puoi, fammi sapere com’è andata.”<br />

“Da.”


Una coppia di ombrelli è incastrata sotto il tettuccio corto di un telefono pubblico. Un<br />

uomo calvo con un impermeabile chiaro s’è piegato su una donna senza testa, che<br />

compone il numero stretto nell’altra mano.<br />

L’ombrello più basso parla forte: “Gioia mia! Ancora siamo in stazione. A Milano i treni<br />

sono bloccati, non sappiamo se riusciremo a partire. Quando senti questo messaggio<br />

richiamami che tuo padre…”<br />

L’ombrello più alto mi guarda. Prima di voltarmi veloce vedo solo le sue scarpe nere, tra<br />

le pozze di neve pestata. Ora piove pesante. Sento i fianchi sfaldarsi nella prima<br />

mestruazione. Ferro filato nelle cosce. Già il secondo Natale in cui viaggio per tornare dai<br />

miei genitori. Da quando studio fuori, niente è più dato per scontato e il tempo insieme a<br />

loro è atteso e voluto. Io sono un loro investimento. Quasi una scommessa in<br />

un’esistenza autonoma, diversa. È come se mi pagassero per imparare a fare a meno di<br />

loro quasi del tutto. Per starmene a distanza. Per smettere di essere solo figlia e<br />

diventare persona.<br />

Si contraggono le dita dei piedi negli scarponi. Sul piazzale dietro i binari due gradi sotto<br />

zero. Il tabellone luminoso segna 150 minuti di ritardo. Aspetto.<br />

Sono sola. I bambini giocano fuori con la neve dura. Hanno aspettato tre giorni prima che<br />

potessi lasciare Kijev e scendere da loro. Yuri non ha neanche provato a mettersi in<br />

viaggio. Entro Febbraio proveremo di nuovo, prima che la nostra richiesta possa scadere.<br />

Allora saremo riuniti, sarà Natale ogni sera. Preparo la kutia, liquida e tiepida, una<br />

scodella a parte senza uvetta per il mio piccolo Misha. Ora non vuole che lo chiami più<br />

così. “Ho otto anni e un nome solo: Mikhail”, dice. Quasi non mi parla. I miei bambini<br />

sono cambiati. Ritorno a casa e mi si muovono contro, lontani, opposti. Girati di schiena.<br />

Non mi pregano più di restare, sono convinti che partirò ancora. Ancora. Ancora. Ma non<br />

ho più la forza. Sono sola. Finché non li potrò portare con me, finché non potrò essere di<br />

nuovo una madre e moglie vera. Cos’altro? Rimanere qui senza lavoro, senza istruzione.<br />

Per finire con Mikhail arruolato nell’esercito e Nadia incinta a quindici anni, come me.<br />

Tanto varrebbe abbandonarli tutti.<br />

Il corridoio si apre al grande buio. Il vecchio anno finisce mentre salgo le scale di casa e<br />

l’acqua lontana si illumina a scatti. Ogni paese sulle sponde ha la sua festa di fuochi.<br />

Scoppi colorati e muti, sopra il limite dell’orizzonte segnato dal Trasimeno. Una sera<br />

d’estate da questo balcone ho pianto, giurando rabbiosa che me ne sarei andata di qui.<br />

Questo lago oggi mi manca, ma di una nostalgia dolce e calma.<br />

Dopo tre giorni di battaglia con le ferrovie italiane sono riuscita a salutarlo ancora. A<br />

stringere i miei vecchi per coccolarli come bambini, cancellando i segni del sacrificio che<br />

così spesso ho paura di tradire. Con loro mi sento libera. Libera. Perché posso ritornare a<br />

casa quando ne ho bisogno.


Lo sguardo diseguale<br />

di Angela Maritato<br />

“L’estate prossima andrò più spesso al mare, ho deciso. Quest’anno ci sono andata<br />

proprio poche volte. Tutta colpa della nonna, sempre presa dal suo giardino e da cosa<br />

preparare per pranzo per farci crescere bene. Perciò, ora che inizia la scuola, ho ancora<br />

voglia di mare.<br />

La maestra, l’ultimo giorno, ha fatto un gran parlare del nostro nuovo compagno. Sono<br />

curiosa di sapere chi è. Sono grande ormai”, rimuginava tra sé Elena il primo giorno di<br />

scuola, volto pensieroso, azzurri gli occhi vogliosi di futuro.<br />

Con lei, il suo papà. Non parlava tanto con lui come con la mamma. Il papà, però, dava<br />

risposte concrete, essenziali.<br />

L’edificio della scuola si stagliava come una grande zucca in un vasto spazio erboso.<br />

Risaliva agli anni ’70, come la sua intonacatura arancione intenso.<br />

Spiccava, come una mostruosa escrescenza metallica, una scala antincendio abbarbicata<br />

sul lato est dell’edificio, che contrastava con l’equilibrio, ormai sedimentato, con il verde<br />

tutt’intorno.<br />

Era merito di questa scala, aggiunta l’anno prima in tempi inaspettatamente brevi, se il<br />

numero degli allievi per classe era aumentato.<br />

Perciò, prima delle vacanze estive, ogni maestra aveva annunciato alla propria classe che<br />

l’anno successivo un nuovo bambino avrebbe potuto essere ammesso.<br />

L’annuncio era stato accolto con entusiasmo diffuso, velato per i bambini più restii a<br />

manifestare le proprie opinioni, palese per quelli dalla vivacità sempre emergente.<br />

Davanti al portone, la mattina, gente a gruppi. Genitori che si conoscevano si salutavano<br />

rumorosamente. Altri fingevano di non conoscersi simulando un’aria affaccendata.<br />

Tra di loro, volti stranieri solitari già toccati da una rassegnazione che, se conosciuta, non<br />

si può più cancellare. Volti immersi ancora in una realtà che non è lì e mai lo sarà.<br />

L’odiato e amato eterno suono della campanella diede inizio al primo giorno di scuola.<br />

I bambini, come propaggini di amebe, si staccavano dagli adulti ed erano fagocitati<br />

dall’edificio scolastico. Alcuni si allontanavano, testa e spalle cadute, senza neanche<br />

rivolgere uno sguardo al proprio accompagnatore. Altri davano o si lasciavano dare un<br />

fugace bacio sulla guancia.<br />

Così, Abdelilah, uno dei nuovi bambini di quell’anno. Entrava da estraneo in un mondo<br />

estraneo.<br />

“Certo che se era per me, io qui non ci venivo di certo. Me ne stavo in Marocco. Se non<br />

capisco quello che dicono, io prendo il vocabolario. Ce l’ho nello zaino. Forse la mamma<br />

poteva portarmi su lei. Però l’italiano, lei, lo sa meno di me”.<br />

Le maestre davanti alle porte con un sorriso di accoglienza. Nel fare le presentazioni, la<br />

maestra gli teneva un braccio sulla spalla. Sguardi curiosi acuivano la sua percezione di<br />

estraneità, ma lo facevano anche sentire importante, a modo suo.<br />

La sua compagna di banco era Elena che lo fissava con i suoi occhi grandi, seri, chiari.<br />

Abdelilah era attratto dall’astuccio di Elena. Era colorato, pieno di gomme di varie forme.<br />

Una gomma era caduta e Abdelilah con gesto rapido la raccolse poggiandola sul banco di<br />

Elena che, riconoscente, gli ricambiò un sorriso pieno.<br />

Sembrava ancora estate. I colori del cielo erano tiepidi pastelli che, riflettendosi sulla<br />

pelle, distendevano in un’armonia di buone sensazioni.<br />

Di pomeriggio, le varie tonalità di verde acceso dei giardini si coloravano e si animavano.<br />

Come grandi fiori in movimento, i bambini li riempivano in una frenesia di muscoli e<br />

tendini in attività.<br />

I genitori ai margini dei giardini, l’attenzione divisa. Un occhio rivolto al proprio figlio,<br />

l’altro intento a cercare nel prossimo una comunanza di vissuto che fa sentire umani. Il<br />

narrare di sé aiuta ad andare avanti.


Abdelilah dopo un mese viveva in pieno il suo mondo nuovo. Capiva bene l’italiano.<br />

Sapeva rispondere alle domande che ancora qualcuno gli faceva. “Perché tu non fai l’ora<br />

di religione con noi?”. “Perché non puoi mangiare la carne di maiale?”.<br />

Era ottobre. Quasi una seconda primavera. Il sole era ancora buono.<br />

A ricreazione, i bambini invadevano il giardino circostante la scuola; lo visitavano in ogni<br />

spazio.<br />

“Devo dirti un segreto, Luca”, bisbigliò Elena.<br />

Luca era il suo più caro amico. Era un bambino minuto dall’aria sempre un po’ assorta e<br />

dal ciuffo appositamente scomposto in cima ad una testina squadrata.<br />

Luca, intento a spostare delle foglie secche con un bastone ricurvo, si avvicinò con<br />

flemma.<br />

“Ieri sera, al giardino, ho ascoltato di nascosto un discorso tra mia madre e il nonno di<br />

Fabio. Loro non mi hanno visto. Lui diceva che Abdelilah ha rubato la bicicletta del<br />

fratellino di Fabio al parco. Che Abdelilah si difendeva dicendo che la bicicletta sembrava<br />

la stessa di suo fratello. Che non aveva fatto niente di male”.<br />

Luca si sbalordì “Tu ci credi?”.<br />

“Non lo so. Lui è così gentile”.<br />

“Perché non lo dici a tua madre?”, sentenziò Luca, con l’aria di chi crede di aver trovato<br />

ogni soluzione.<br />

“No”, borbottò Elena, “non ci penso nemmeno. Farebbe solo tante parole”.<br />

Il giorno dopo durante la ricreazione, Abdelilah d’un tratto si ritrovò con le spalle al muro.<br />

Neanche capì come e quando. Sentì solo una mano che lo spingeva sul petto. Gli erano<br />

alieni i gesti duri e improvvisi della violenza che lascia di colpo come nudi.<br />

Tre bambini, più grandi di lui, gli erano di fronte. Il capo tra loro, lo si capiva subito, era<br />

quello con lo sguardo più adulto.<br />

Fu lui a dirgli: “Ho saputo che hai una bicicletta nuova”. Un ghigno gli piegava la bocca<br />

all’ingiù da un lato. Gli altri due sorridevano del sorriso servile di chi è schiavo del più<br />

forte perché di forza non ne ha. Nulla uscì dalla bocca di Abdelilah. Non allora, non in<br />

quel modo. La sua paura era accentuata dall’essere in un luogo che non gli apparteneva.<br />

Neanche l’aria che respirava.<br />

La campanella suonò e Abdelilah pensò, nella lingua della sua mamma, che per ora non<br />

era più un animale davanti al suo cacciatore.<br />

In classe, gli sguardi confortevoli dei suoi compagni lo fecero sentire meglio fino<br />

all’uscita.<br />

Tante le domande in lui ora che si sentiva al sicuro. Era certo che quel giorno nessun<br />

altro fosse al parco. Nessuno poteva aver visto quell’enorme signore rimproverarlo. Nel<br />

ripensarci, la sensazione che nulla di buono ci si aspettasse da lui lo aveva pervaso di<br />

nuovo, insieme allo scoramento di chi sa che tanto è inutile parlare. E parlare per lui era<br />

troppo difficile.<br />

Lontano, come da una telefonata oltreoceano, sentì la voce della maestra che spiegava.<br />

Poi sentì Elena chiamarlo per mostrargli sotto il banco l’ultimo giochino inutile acquistato<br />

in edicola. Si scosse.<br />

Lo sguardo rassegnato, lo stesso che aveva avuto quel giorno, volò via come un soffio.<br />

Solo i bambini possono accendere le espressioni del viso tanto repentinamente.<br />

Fuori dalla scuola, la strada, dove le macchine intruppate simboleggiano ovunque la follia<br />

del quotidiano.<br />

Al di là della strada, finita la scuola, i bambini correvano, la felicità nelle gambe, verso il<br />

giardino dei giochi. I loro sguardi, i loro sorrisi, tutti uguali, li aspettavano lì.<br />

Abdelilah era tra quei bambini di pieno diritto, come tutti gli altri.<br />

La sua mamma tutti i pomeriggi era davanti alla scuola insieme ai suoi due fratelli più<br />

piccoli. Due Abdelilah in miniatura. Uno di loro era su una bicicletta.


Solo Elena nel parco notò che la bicicletta del fratellino di Abdelilah e quella del fratellino<br />

di Fabio erano identiche.<br />

Gli occhi le si ingrandirono nel sorriso.


Sogni vagabondi<br />

di Sanaa Fakory<br />

Ieri ho sognato mio padre. Mi diceva:<br />

“Fannullone! Di nuovo spaparanzato al sole a perdere tempo. I tuoi libri e poesie non<br />

danno da mangiare, non posso più mantenerti a sbafo, sei maggiorenne, vattene via a<br />

guadagnarti il pane per conto tuo”.<br />

“Ah, è così? Allora, se tu credi che io sia un buono a nulla, voglio andarmene in giro per il<br />

mondo, costruirmi da me la mia fortuna e realizzare i miei sogni”.<br />

Mi svegliai con le lacrime agli occhi. E’ vero è stata dura, cominciai a darmi da fare.<br />

Essere onesti e vivere con dignità non era facile. Ero sano e robusto, potevo fare di tutto<br />

e così cominciai a bussare porte in cerca di aiuto. Ma nessuno mi apriva, nessuno mi<br />

ascoltava. Un giorno incontrai un vecchietto, mi rivolsi a lui:<br />

“Scusa, mi perdoni, non abbia paura di me, sono un povero vagabondo stanco e<br />

affamato, mi sa dire dove posso trovare lavoro e poter mangiare un boccone? Sono<br />

giorni che litigo con cani e gatti per dividere i rifiuti lungo le strade, anche questi ultimi<br />

soffrono, ma la gente con loro s’intenerisce, mentre quando vedono me, si allontanano<br />

bofonchiando. Sono disperato”.<br />

“Non saprei come aiutarti”, mi rispose, “Però i proprietari di quel podere, sono persone<br />

buone, prova a sentire da loro”.<br />

Ringraziai e distrutto dalla fame e dalla debolezza, mi avvicinai alla porta del casolare,<br />

cominciai a bussare, non rispondeva nessuno. Non ce la facevo più a stare in piedi, mi<br />

sentivo mancare, bussai sempre più forte urlando la mia disperazione. La porta si aprii e<br />

svenni…<br />

Mi svegliai, aprii gli occhi, me li stropicciai, stavo sognando? Mi trovavo in un lettone<br />

grande, in una bella camera, spaziosa e calda. Saltai giù dal letto incredulo, stavo bene,<br />

non avevo più fame. Si aprii la porta, un’anziana signora entrò e disse:<br />

“Ti sei alzato? Bene! Ieri sera eri talmente stanco che sei crollato ai miei piedi, chi sei?”.<br />

“Mi perdoni, ero distrutto e affamato, cercavo un lavoro per guadagnarmi da vivere<br />

onestamente. Tutti i giorni devo lottare per un pezzo di pane, non faccio male a nessuno,<br />

ma tutti mi rifiutano. Vorrei solo vivere nell’ombra, senza dare fastidio a nessuno, vorrei<br />

viaggiare, vivere nei mie sogni, vorrei poter scrivere lontano da tutti. Ma ho capito che il<br />

mondo è diverso da quello che pensavo, la gente lascia in pace i delinquenti e i farabutti<br />

per poi maltrattare gente come me.”<br />

“Ho capito! Sei giovane, vediamo, se è vero quello che mi dici, ti metterò alla prova.<br />

Per ora ti occuperai del giardino. C’è già un giardiniere, sarai il suo aiutante, ti va?”<br />

“Grazie signora, le sarò sempre grato, farò del suo giardino un piccolo paradiso”.<br />

Cominciai subito a lavorare di buona lena, mi alzavo presto il mattino per rastrellare il<br />

prato, raccoglievo foglie secche, piantavo e annaffiavo piante e fiori raccoglievo e<br />

sistemavo gli attrezzi. Poi quando faceva buio, mangiavo velocemente e correvo nella<br />

mia camera per dedicarmi alla mia passione, scrivere. Scrivere racconti, ma soprattutto<br />

poesie. Io non posso vivere senza arte, perché l’arte è vita, sentimenti, è tutto per me.<br />

Poi, prima di addormentarmi, fantasticavo sul mio futuro.<br />

Era un giorno di festa, stavo lavorando in giardino, quando notai una ragazza che mi<br />

guardava con molto interesse, era bellissima. La salutai col cuore in gola,<br />

emozionantissimo, poi scappai via. Per molte notti la pensavo sperando di rincontrarla.<br />

Ma non la vidi più.<br />

Venni a sapere che si chiamava Francesca, era la nipote della mia padrona, studiava<br />

all’università ed era fidanzata. Cercai di dimenticarla.


Un giorno mentre ero a letto influenzato, sentii bussare, era lei. Entrò nella mia camera,<br />

per portarmi del cibo. Rimasi senza parola. La mia stanza era in gran disordine, libri<br />

dappertutto, quaderni e fogli sparsi anche sul pavimento. Lei ne raccolse uno, lesse<br />

qualche riga. Poi raccolse qualche foglio con delle poesie poi altri fogli e poi, senza una<br />

parola, mise il tutto nella sua borsa e andò via. Non ebbi più notizie di lei.<br />

Era sera, stavo scrivendo, quando vennero a chiamarmi, c’erano persone che volevano<br />

parlarmi. Sorpreso e preoccupato, pensavo a qualche disgrazia, invece era la cosa più<br />

bella che potesse capitarmi. Erano i proprietari di una casa editrice, molto interessati alla<br />

mia scrittura, mi proposero un contratto ben retribuito, purché continuassi a scrivere per<br />

loro. Accettai con entusiasmo, finalmente era arrivata la mia ora. Il successo non si fece<br />

attendere, le mie poesie erano entrate nel cuore della gente, tutti mi cercavano, tutti mi<br />

volevano. Diventai famoso. Grazie, Francesca.<br />

Molte volte pensavo a mio padre, che non vedevo da molto tempo. Mi voleva molto bene,<br />

ma era anche molto preoccupato per il mio futuro. Non credeva in me, non apprezzava le<br />

mie doti, voleva spronarmi a lavorare. Ma è merito suo, se inconsapevolmente, mi diede<br />

la forza d’andarmene e la voglia di affrontare il mondo senza mezzi, con la sola speranza<br />

di realizzare i miei sogni. Grazie. Ora sarà orgoglioso di me.


Un uomo che voleva scrivere una storia<br />

di Laura Vilkaite<br />

Tell me baby, what’s your story... Sospirai e mi sedetti, per terra. Ero stanca, avevo uno<br />

zaino pesante come se fosse pieno dei libri (non so se hai mai fatto caso a quanto pesano<br />

i libri) e poi odiavo svegliarmi così presto. Il mio treno per Genova doveva partire alle<br />

6.27. Erano le 6.25 quando ero entrata nella stazione. Avevo contato gli spiccioli in<br />

fretta. Avevo preso il biglietto, ero corsa al binario e tutto questo solo per sentire la<br />

frase:<br />

“Informiamo i signori viaggiatori che a causa della neve e del ghiaccio in tutto il Nord<br />

Italia il treno regionale proveniente da Rimini e diretto a Genova Piazza Principe arriverà<br />

con ... 40... minuti di ritardo. Ci scusiamo per il disagio.”<br />

Bello. 40 minuti. Significava che avrei potuto dormire 40 minuti di più. E questo solo<br />

perché aveva nevicato un po’. Italia...<br />

Qualcuno mi stava guardando. Anzi, fissando. Mi girai. Era un uomo seduto vicino a me.<br />

Portava il mantello grigio e lunghissimo e la sciarpa verde, di color muschio. Aveva i<br />

capelli un po’ ricci, scuri, però già grigi. Stava sulla sedia pieghevole, quella, che<br />

normalmente usano i pescatori. Si accorse che l’avevo notato.<br />

“Hai gli occhi belli. Così azzurri. Quasi come uno zaffiro.”<br />

Ci risiamo. Odiavo queste frasi sugli occhi azzurri. Le dicevano tutti, solo per iniziare a<br />

parlare con te e per poter chiedere il numero di telefono. Pensavano di essere carini. Non<br />

sono neanche belli i miei occhi. Neanche’io sono bella. Soprattutto la mattina, con i<br />

capelli arruffati, vestita da turista e stanca.<br />

“Gli occhi... azzurri. Come uno zaffiro” ripeté a bassa voce, tra sé e sé, “azzurri come uno<br />

zaffiro, bene... sì, ha qualcosa...”<br />

Prese la penna e scrisse qualcosa sul blocchetto.<br />

“Mi scusi?”<br />

“Suona bene, no? Il paragone con lo zaffiro. L’avevi mai sentito prima?” alzò gli occhi e<br />

mi guardò “Scusa, ti sembro strano, vero?” Sorrise, sì strano a dir poco, e forse non<br />

riuscii a nascondere la mia impressione: “Io faccio lo scrittore”.<br />

“Bello” dissi “La conosco?”<br />

“No, no, non ho ancora pubblicato il libro. Capisci, è difficile fare lo scrittore, bisogna<br />

osservare tanto la gente. É quello che faccio qua, sto osservando la gente che passa. Lo<br />

sai, come si fa a scrivere la storia?”,mi chiese senza darmi il tempo di rispondere, “Prima<br />

bisogna scegliersi un posto. Per osservare la gente, voglio dire. Mi ci è voluto tanto per<br />

farlo. Ho provato mille posti... le scuole dopo le lezioni, i parchi, i supermercati, le strade,<br />

i teatri... Alle fine ho scelto la stazione. È un posto perfetto”.<br />

“E perché?”.<br />

“Perché le storie iniziano e finiscono alle stazioni, la gente si incontra, si lascia, qui si<br />

incrociano i treni...c’è tanta gente diversa. Hai mai guardato la gente nella stazione?”.<br />

Mi chiese … però non mi lasciò rispondere.<br />

“Lo faccio già da venti anni. Diverse ore della giornata. Ci sono avvocati, vigliacchi,<br />

turisti, coppie, venditori, clandestini, tutti. Ho visto le coppie, che si incontrano proprio<br />

alla stazione: un uomo aiuta la donna con la valigia, si guardano e voilà... o parlano<br />

aspettando il treno. O scendono dallo stesso treno e poi si accorgono che devono salire in<br />

un altro, sempre insieme. A loro sembra che sia il destino”,rise, “Invece si tratta di una<br />

semplice coincidenza. La vita è banale, sai. Ho visto ragazzi che accompagnano una<br />

ragazza in un treno e dopo dieci minuti aspettano l’altra che arrivi. Oppure quell’uomo, lo<br />

vedi? Fa il pendolare, parte ogni mattina alle 6.35 per Firenze. Compra sempre un<br />

pacchetto di sigarette. Sempre. E che ne so io della sua storia? Forse è innamorato della<br />

donna che lavora dal tabaccaio, forse non fuma neanche e solo compra le sigarette per


poter dirle “buongiorno”, o forse è sposato con un’altra che non ama, forse sta per<br />

morire...”<br />

“E secondo lei non sarebbe triste ammazzare qualcuno?”.<br />

“E?”.<br />

“Voglio dire, mi è sempre parso che per gli scrittori sia triste la morte di un personaggio.<br />

É come un omicidio, no? Tu crei la persona, lui inizia ad avere la sua vita e poi lo uccidi,<br />

così, come se niente fosse...”<br />

“Oh, no” sorrise “non lo so, infatti, non ci ho mai pensato... Non ho mai ucciso nessuno...<br />

Non ho mai davvero scritto la storia. Solo l’inizio. O la fine. Perché le storie non si<br />

svolgono nelle stazioni. Si iniziano o si finiscono...”.<br />

Tacque per un po’.<br />

“Vuoi un caffè?“mi chiese. Prese un termos e mi versò una tazza.<br />

Il caffè era acido, come succede sempre al caffè in un termos, ma buono, forte e ben<br />

zuccherato.<br />

“Lo sai, gli scrittori di solito fumano. Ma io no. Non mi piace il sapore del fumo. In<br />

compenso bevo caffè. Per me è come le sigarette, non posso farne a meno”.<br />

Lo guardavo. Mi fissò per un attimo. Poi si scrisse qualcosa di nuovo.<br />

“Tu, di dove sei?”, mi chiese.<br />

“Un Paese lontano” sorrisi “dove la gente non ha paura della neve e non ci sono disagi a<br />

causa del ghiaccio.”<br />

“E cosa fai qua?”<br />

Mi sentii come durante un’intervista. Pensai cosa raccontare e che cosa lasciare solo per<br />

me stessa. Se dire che studiavo e che Bologna con la sua Alma Mater era un posto ideale<br />

per fare il cinema che quasi non esisteva nel mio Paese. O se ammettere che ero arrivata<br />

qua, per scappare, per trovare la mia vita, per crescere. O raccontare quello che adesso<br />

era più importante per me. Il mio lui, che mi aspettava dopo le lezioni. Lui che mi<br />

portava a ballare, che mi sorrideva, che mi baciava, che era così simile a me. Lui con cui<br />

camminavo raccogliendo tutti gli sguardi: una ragazza bionda e un ragazzo nero. Tutti e<br />

due estranei. Tutti e due agli antipodi. Tutti e due fuori dalla società. Fuori di testa. Uno<br />

per l’altro. Sorrisi.<br />

“Mi trovo bene a Bologna”, lo sapevo che non era la risposta. “Lei ha mai pensato che<br />

cosa significa “mi trovo bene” letteralmente? É come se uno cercasse di trovare se stesso<br />

e in quel posto particolare riuscisse a farlo. Mi sto cercando. Non so se mi spiego.”<br />

“Ti stai cercando, dici...”<br />

“Ma Lei, ha la sua storia?”, gli chiesi cambiando argomento.<br />

“Guarda” sorrise “sei ancora giovane e non lo capisci, però, quando scriverò un romanzo,<br />

sarà come vivere per sempre, nessuno mai pensa alla vita dello scrittore, ma lui abita per<br />

sempre, capisci, come Balzac, o Manzoni, li conosci?”<br />

“Sì...”, avrei voluto dire: certo che li conoscevo, ma lui lo interpretò come se pensassi<br />

proprio come lui.<br />

“Vedi, te lo dico, a che serve la mia storia. Ci vuole la gente che sacrifichi la sua vita per<br />

scrivere le storie. Delle belle storie. D’amore.”<br />

“Ne ha mai avuta una?”<br />

Guardava lontano e non diceva niente...<br />

“Sì... tanto tempo fa, però. Era una ragazza della mia classe. Bellissima. Con gli occhi<br />

così profondi. Aveva i capelli ricci, e quando rideva era molto carina. L’amavo proprio per<br />

quel sorriso. Le scrivevo poesie, lettere d’amore... Come dovrebbe essere...”.<br />

“E perché è finito?”<br />

Sorrise.<br />

“Direi che non è mai iniziato. Lei non sapeva neanche il mio nome. La adoravo proprio,<br />

ma era più romantico così, di nascosto.”<br />

“Boh” sorrisi anch’io “per me più che romantico sembra triste.”<br />

“Un po’. Quelle poesie erano tutte tristi. Per questo ho deciso di smettere con la poesia.<br />

La prosa mi piace di più.”


“Il treno regionale proveniente dal Rimini centrale e diretto a Genova Piazza Principe è in<br />

arrivo al binario uno...”.<br />

Mi alzai e presi lo zaino.<br />

“É stato un piacere” gli dissi.<br />

“Lui ti ama?” mi chiese in fretta, mentre il treno stava arrivando.<br />

“Chi?” mi girai.<br />

“Tu mi dovresti dire chi .è” disse con quel sorriso ironico.<br />

Gli sorrisi anche’io. Salii sul treno che partì subito. Partii per vivere la mia storia e lo<br />

lasciai a trovare le sue. E se un giorno leggerai la storia di una ragazza con gli occhi di<br />

zaffiro che andava a Genova, sappi che si tratta di me. Ma dubito che lui la scriverà.<br />

Tanto non sarà la mia storia. Quella mia, la saprò sempre solo io.


Tre porte<br />

di Angelita Fiore<br />

…tre porte su sette erano chiuse a chiave e oltre alle serrature non riuscivo a guardare.<br />

Qualcuno, dall’interno, aveva infatti appeso sulle maniglie dei panni neri, o qualcosa di<br />

simile, per cui io, inginocchiata all’estremità opposta, non capivo cosa c’era oltre la toppa…<br />

La curiosità verso ciò che quelle stanze celavano iniziava a non farmi dormire.<br />

Conoscevo abbastanza bene l’italiano perché avevo frequentato l’Università a Padova, ma<br />

scaduto il visto da studente alcuni ragazzi mi suggerirono di andare per un po’ in un paese<br />

del sud, dove pare che i controlli fossero meno rigidi. Altre mie amiche avevano fatto lo<br />

stesso pur di non tornare dalle loro famiglie troppo conservatrici e tradizionaliste, mentre<br />

noi eravamo curiose di ciò che si poteva trovare oltre l’uscio, i totalitarismi non erano<br />

riusciti a logorare il nostro entusiasmo e poi avevo ventitré anni. “Ventitré anni!”. Mia<br />

nonna avrebbe pensato che ero già vecchia per sposarmi! Al mio diciassettesimo<br />

compleanno nonna Giarda voleva darmi in matrimonio al nipote della nuora di un suo<br />

vecchio amico. Inutile dire che l’idea di passare la mia vita con quello sconosciuto mi<br />

contrariò a tal punto che decisi di scappare in Italia per continuare gli studi. Poi da Padova<br />

andai in Calabria, ma qui tutto fu diverso: ero clandestina, irregolare come i lati di un<br />

trapezio che incrociano due vite parallele e non potevo assolutamente espormi con troppa<br />

gente. Per stare al sicuro pensai di rimanere per un po’ in anonimato e l’unica di cui mi<br />

fidavo era Alia, anche lei straniera, in Italia da un paio d’anni. Di sera lavorava in una<br />

gelateria sul lungo mare – era lì che l’avevo conosciuta - mentre di giorno, spesso veniva<br />

a trovarmi. Si faceva accompagnare da ragazzi diversi, alcuni del nostro paesino, anche se<br />

a volte pensavo che ad Alia non interessava nulla di niente. Chissà se anche lei<br />

nascondeva una grande sofferenza, in ogni caso entrambe preferivamo non parlarne.<br />

Anche la signora Mela, la proprietaria di casa, ogni tanto veniva a farmi visita, le piaceva<br />

andare a sedersi sul largo terrazzo, oltrepassata la veranda, una sorta di giardino sospeso<br />

sui cui bordi si arrampicavano i rami di un gelsomino profumato.<br />

Dopo una mezz’oretta rientravamo in casa, io camminavo qualche passo dietro, per<br />

rispetto, mentre lei guardava in basso, a causa delle vertebre incurvate che la obbligavano<br />

a ripiegarsi su se stessa, come un arco nella massima tensione. Le rughe le imponevano<br />

sul volto un’antica geometria e per camminare si aiutava spingendo l’anca sulla parete:<br />

l’andamento era costante, ma in fondo al corridoio, davanti a tre porte di legno scuro<br />

chiuse a chiave, puntualmente si bloccava e sul suo volto le grinze si piegavano tutte<br />

insieme. Rimaneva in silenzio e ogni volta l’occhio destro si assopiva in un ritmo<br />

tormentato.<br />

Quel giorno per la prima volta si trattenne davanti alle tre stanze per più tempo, aveva<br />

appoggiato la sua anca sulla colonna che dal soffitto ad arco scendeva fino al pavimento e<br />

rimase lì ferma a fissare il legno vecchio, l’unico di tutta la casa non restaurato, poi mi<br />

fece mettere un vaso di fiori rossi davanti a ognuna delle tre porte. Le rughe avevano<br />

preso a intrecciarsi, a irrigidirsi e si dispiegarono solo quando si allontanò da lì, per<br />

tornare a casa sua; la vidi attraversare la strada ed entrare in un cancello di fronte al mio<br />

portone.<br />

Quella notte ebbi un incubo: ero lì davanti alle tre porte di legno, dovevo affrettarmi ad<br />

aprirle, ma erano sbarrate. Mi avrebbero uccisa se mi avessero trovata. Ero in trappola e<br />

quando finalmente trovai le chiavi, le porte sparirono.<br />

Mi svegliai.<br />

Per calmarmi presi a camminare al buio lungo il corridoio, (da piccola nel mio paese lo<br />

facevo sempre, so che era una cosa strana, ma non per me, cresciuta in un periodo di<br />

guerra, dove la morte ti incalzava ogni santo giorno e la notte era l’unico momento in cui


nascondiglio per muoverci liberamente in casa nostra. Solo respirando l’aria delle pareti<br />

libere riuscivo a risentire un po’ di tranquillità, poi la mattina tutti nel bunker e la tensione<br />

ricominciava).<br />

Ecco perché quando feci quell’incubo sentii la necessità di trovare la calma a modo mio:<br />

presi a strisciare la mano lungo la parete; dalle finestre senza persiane entrava il bagliore<br />

dei lampioni esterni. Mi costrinsi a stretto contatto con l’intonaco, l’odore giallastro adesso<br />

mi era chiaro e trasudava attraverso i sensi. Sentivo le venature sporgersi oltre<br />

l’incrostatura capendo cosa avrei provato se la geometria si fosse servita del mio volto per<br />

tracciare figure solcate. Ripensai alla signora Mela, che tanto mi ricordava nonna Giarda.<br />

Ero confusa, disturbata, impaurita, bombardata da immagini estranee, insensate,<br />

rumorose, persistenti, inadeguate. Solo l’odore di pittura ridava candore ai concetti<br />

affastellati nel mio immaginario, ma non bastava. Ogni tanto mi apparivano i ricordi del<br />

passato, ma avevano tutt’altro che la forma di un fiore. La solitudine puzzava dei cadaveri<br />

che la crudeltà aveva lasciato putrefarsi sotto gli occhi di tutti. Persi i miei genitori da<br />

piccola, la guerra che inseguiva il mio Paese aveva distrutto qualsiasi possibilità di<br />

condividere il mio futuro con chi amavo. Statica come una fotografia sviluppata nelle<br />

viscere era l’immagine del giorno in cui, a soli nove anni, tra i corpi esanimi riconobbi mia<br />

madre in una fossa.<br />

Mia sorella maggiore Chindy invece morì davanti ai miei occhi.<br />

I guerriglieri stavano arrivando, io e Chindy attraverso il bosco ci rifugiammo in una casa<br />

già razzolata.<br />

“È chiusa a chiave. Irina corri prova le altre.”<br />

“Sono chiuse anche queste.”<br />

“Che Dio sia con noi.”<br />

Poi Chindy mi diede un bacio: “Irina non aver paura e cerca di non fare rumore, rimani qui<br />

fino a che non se ne andranno i soldati”, mi nascose dietro a una porta, a un’anta di<br />

armadio - ero troppo piccola per distinguere e da una fessura vidi i suoi vestiti neri<br />

lacerarsi sotto le mani spietate di quel militare. Si prese il suo sesso dopo averla uccisa,<br />

mentre lei mi regalava la vita.<br />

Anche quando non ripensavo a queste atrocità il dolore mi assordava, ma non lo condivisi<br />

mai con nessuno, a parte che con la signora Mela, attraverso lunghi silenzi, mentre<br />

sorseggiavamo succhi di limone sedute sul terrazzo che guardava il mare.<br />

Le giornate trascorrevano senza che io riuscissi ad alleviare il mio trascorso.<br />

Poi, una mattina, mentre ero nella bottega del latte sentii due donne parlare della signora<br />

Mela:<br />

“Povera Mela, non si dà pace” dissero “eppure sono passati già cinquant’anni da quando…”<br />

poi si interruppero, aspettarono di essere di nuovo sole e continuarono a parlare: “deve<br />

essere stato duro perdere i fratelli .. in quel modo poi. Quel giorno i tedeschi presero<br />

anche il padre, fu tremendo.. Li uccisero ognuno in una stanza della loro casa mentre sua<br />

madre la metteva in salvo”.<br />

Le signore continuarono il racconto, mentre io ascoltavo, nascosta dietro agli scaffali, poi<br />

una di loro abbassando la voce confidò all’amica come i tedeschi avevano raggiunto anche<br />

la madre di Mela…<br />

Non riuscii ad ascoltare altro.. e andai subito da lei.. la abbracciai.<br />

Fra noi si strinse un patto d’amicizia eterno, scritto con parole rosse e laceranti, ma<br />

incisive come le rughe ben definite sul suo volto.<br />

Da quel giorno, prendendo il tè all’aperto, rompemmo il silenzio. I nostri occhi si fecero<br />

forza all’unisono.<br />

La signora Mela trovò il coraggio di aprire quelle porte rimaste serrate in tutti quegli anni e<br />

con il mio aiuto riappese le foto di famiglia lì dove erano sempre state.


Witch Hazel<br />

di Caterina Cecconi<br />

A Natale la città si svuotava di studenti e se t'azzardavi a uscire la sera gli unici che<br />

potevi incontrare erano i chavs. Nell'appartamentino di Mayfields Road eravamo rimasti<br />

solo io, Liza e Massoud.<br />

Non vedevo l'ora che fosse il 23 per tornare in vacanza in Italia, dalla mamma, dal papà<br />

e dal pandoro con lo zabaione. Liza non sarebbe partita perché il biglietto per la Cina era<br />

troppo costoso e Massoud m'aveva detto che quell'anno a Teheran era meglio se non ci<br />

tornava.<br />

Rientravo dal campus e la strada piatta e vuota faceva scivolare più velocemente i passi.<br />

Camminavo in fretta per il freddo e per evitare gli unici esseri deambulanti sopravvissuta<br />

alla moria natalizia. Chavs: il disagio sociale negli anni duemila aveva deciso di<br />

andarsene in giro sotto forma di assembramenti di adolescenti bianchi vestiti da rappers<br />

neri e dotati di una precisa consapevolezza delle cause dei loro mali: gli studenti, stronzi<br />

col privilegio di un'istruzione, e gli immigrati, che avevano fregato il lavoro al loro babbo.<br />

Rientrando all'interno di entrambe le categorie preferivo stargli ben distante.<br />

Questo lo dico perché sto cercando di ricostruire come ci siamo ritrovati in una situazione<br />

del genere e che cosa sia scattato nella mente di noi tre, o meglio, noi quattro contando<br />

anche Riccardo. Per quanto ripensi ai fatti di quella serata pre-natalizia c'è sempre<br />

qualcosa che non riesco a inquadrare, un elemento irrazionale, come se una sorta di<br />

membrana di diffidenza si fosse frapposta fra noi e l'ambiente circostante,<br />

impermeabilizzando i rapporti.<br />

Potrei elencare alcuni fatti che ci avevano allertato, indizi di quello che sarebbe successo:<br />

un po' di tempo prima Liza era stata inseguita e spinta a terra da un banco di chavs che<br />

le avevano suggerito di tornarsene al suo paese, molti negozi erano stati chiusi per la<br />

recessione e nessuno aveva riaffittato i locali, mentre nel ristorante in cui lavoravo come<br />

cameriera part-time uno dei clienti mi aveva chiesto se fosse possibile essere servito da<br />

personale non straniero, poi un ubriaco al volante era entrato nel giardino del vicino.<br />

Venendo a casa avevamo visto due ambulanze e la sua auto lì, con le ruote anteriori<br />

sopra le macerie e il muso accartocciato, impennata in una posa che parodiava quella<br />

delle macchine nei concessionari.<br />

Scusate. Continuo a non spiegarmi bene e a mischiare cose che non c'entrano. Il punto<br />

è che fu proprio ciò che non c'entrava a determinare quello che sarebbe successo in<br />

quella notte. I singoli fatti non avevano avuto un particolare rilievo ma si erano<br />

condensati in una atmosfera sovraccarica di elettricità.<br />

Da quando Liza mi aveva raccontato dell'imboscata tesale dai chavs in Rape Alley -'Vicolo<br />

Stupro', come l'avevamo soprannominato- evitavo di passarci da sola. Si trattava di una<br />

scorciatoia con un ponte di ferro che oltrepassava un canale d'irrigazione. Andarci di<br />

notte non conveniva: c'era poca luce, lamiere di metallo separavano il viottolo dagli<br />

arbusti circostanti e una nebbiolina bianca saliva dal canale. Il febbraio prima avevo<br />

scoperto che quegli arbusti che infestavano le rive facevano dei fiori con petali gialli e<br />

isterici e un profumo simile al Calicanto ma più denso. Li avevo raccolti e poi mi ero<br />

informata sul loro nome: Witch Hazel. Strega Nocciola, un nome incantevole e inebriante<br />

come l'odore.<br />

Se tornavo da lezione quando il sole era calato, attraversavo i prati del Common e<br />

piuttosto che Rape Alley prendevo la strada più lunga, nella boscaglia che costeggiava<br />

l'antico campo santo. Nel '47 le bombe dei tedeschi avevano cancellato interamente la<br />

città e le sue mura medievali. Di storico restavano solo le tombe di quel cimitero<br />

vittoriano: risparmiati dagli aerei della Luftwaffe i cadaveri erano stati gli unici<br />

fortunatissimi reduci. D'estate l'erba era così alta che si vedevano spuntare solo le punte<br />

delle croci. La gente andava lì a passeggiare con il cane, ci giocavano i bambini e io<br />

c'andavo per leggere le lapidi.


Nonostante fossero passati più di sessant'anni dalla ricostruzione, la città mi dava l'idea<br />

un luogo asettico. High Street, il grosso centro commerciale dove la gente si passava i<br />

sabati pomeriggio e la periferia residenziale fatta di villette a schiera: tutto sembrava<br />

posticcio. Le case, ne avevo visitate parecchie prima di trovarne una, sembravano<br />

scenografie in cartapesta: avevano pareti sottilissime, finti palquet fatti di linoleum,<br />

mobili di legno compensato. In giro nessun posto di ritrovo con della personalità, solo<br />

friggitorie cinesi e franchising -Kentuky Fried Chicken, McDonald, Pret A Manger- .<br />

Quella sera Massoud disse di non contare su di lui: “Devo finire il progetto di ricerca.<br />

Sono messo così male che forse starò in biblioteca fino a tardi. Ci ribecchiamo a casa.”<br />

Dottorando in ingegneria elettronica, aveva scelto di immolare la sua gioventù alla<br />

ricerca di come incrementare la velocità di un sistema operativo “Dai, non fare tardi, che<br />

quando torni beviamo qualcosa qui assieme” dissi, appoggiandogli una mano sulla spalla.<br />

“Ok, ci provo” rispose con un sorriso goffo, irrigidendo la schiena a quel contatto fisico.<br />

Così uscimmo io e Liza. La via di Riccardo, Vincent Road, era, se possibile, ancora meno<br />

illuminata delle altre. Quando arrivammo la porta era socchiusa: Riccardo ci sentì<br />

suonare e aprì anche la seconda, di vetro. “Hi Fra, Hi Liza! No, non ti preoccupare per<br />

quella porta: il legno dello stipite s'è gonfiato con l'umidità e non s' incastra più. La riesco<br />

a chiudere solo in estate.”<br />

Guardammo un film. Non ricordo quale, ma di sicuro non era un horror o un poliziesco.<br />

Poi restammo lì a chiacchierare. Riccardo ci disse che non ne poteva più di essere a casa<br />

da solo, che era contento di ritornare a Modena per le vacanze, poi disse di salutargli<br />

Massoud, se non riusciva a vederlo prima di partire.<br />

Appena uscite di casa io e Liza notammo che una delle macchine parcheggiate lì vicino<br />

aveva i finestrini frantumati. Fu come essere nel gioco 'trova le quattro piccole differenze'<br />

ma qui la differenza era solo una: all'arrivo c'era sembrato che l'auto fosse intera.<br />

Tutt'attorno, Vincent Road, era morta come prima. Perché da dentro casa non s'era<br />

sentito nessun rumore? Ci allontanammo in fretta. “Liza, che si fa, passiamo per il<br />

Common?” “Sì, passiamo per il Common.” Fottuta Rape Alley, evitarla ci costava parecchi<br />

minuti di strada in più che, a quell'ora, non erano una passeggiata. Costeggiammo il<br />

cimitero e mi stupii che ci volesse così tanto a farlo: ricordavo che fosse più breve. Liza<br />

parlava poco e si guardava attorno. Per scherzare le raccontai dei due pezzi di lattice,<br />

oblunghi e afflosciati, comparsi un giorno sulla pietra tombale di Esther Green. Già,<br />

nell'illustrarvi gli usi abituali che gli abitanti facevano del cimitero m'ero dimenticata di<br />

menzionarvi quest'altra attività alla quale il luogo si prestava.<br />

La lastra aveva un ché di pittoresco, muschiosa, piena di crepe e in più seminascosta<br />

dietro due cipressi, ma tuttavia non mi riuscivo a spiegare quale coppia, probabilmente<br />

nella notte, avesse avuto l'ardire di usarla. A dire il vero il giorno del ritrovamento m'era<br />

balenata una seconda possibilità che avevo preferito non vagliare: troppo assurda. Chi<br />

sarebbe stato così scrupoloso da prendersi precauzioni con un cadavere d'epoca<br />

vittoriana? In quel momento però, con il buio che faceva da siepe alla strada, questa<br />

seconda idea sembrava meno irreale e la riferii a Liza. Ridemmo e accelerammo<br />

ulteriormente il passo.<br />

Arrivammo a casa che Massoud doveva ancora tornare o forse si era già buttato a<br />

dormire. Suonò il mio cellulare: Riccardo.<br />

“Ciao Fra, vi siete scordate qualcosa qui?”<br />

“No, perché?”<br />

“No? Ma non siete voi che avete suonato il campanello?”<br />

“No, io e Liza siamo appena arrivate a casa, non è possibile. Comunque non mi sembra<br />

che ci si sia scordate qualcosa da te”<br />

“Aspetta.”<br />

“Oh, Fra? Ma allora, se non siete voi a suonare, chi è?”<br />

“Aspetta ancora, vado a vedere e ti richiamo.”<br />

Passarono un paio di minuti e il cellulare suonò nuovamente.<br />

“Fra! C'è un uomo fuori da casa mia, l'ho visto, sta battendo sulla porta a vetri.”


“Hai provato a fare dei rumori per far capire che c'è qualcuno?”<br />

“Ma no, sei matta?! Ho fatto finta di niente, ho spento la luce del corridoio e sono risalito<br />

in camera.”<br />

“Ma se è uno scassinatore e vede che c'è gente di sicuro non entrerà.”<br />

“Non lo so. Ci sono stati due furti nella zona ma questo deve essere pazzo, ha visto che<br />

c'è gente in casa eppure fa un sacco di rumore. Fra, è strano, continua a battere sempre<br />

più forte sulla porta, non so, o sta cercando di far saltare la serratura o è un maniaco.<br />

Potete venire qui con qualcuno?”<br />

“Caspita, se fosse successo prima, ma ora siamo appena arrivate, non me la sento di<br />

rifare tutto il Common. E' già stata un'impresa tornare indietro. Non c'è nessuno che<br />

abita vicino a te a cui puoi chiedere di affacciarsi e urlare per mandarlo via?”<br />

“No, cazzo, sono partiti tutti. Ora sono chiuso dentro camera a chiave, ho spostato il letto<br />

contro l'entrata. Dio, ste porte fanno schifo, non reggono! Chiama la polizia.”<br />

Liza nel frattempo mi guardava allarmata dal tono di voce di quella conversazione in<br />

italiano. “Cerca in internet il numero della polizia!” le dissi, e mi avvicinai al telefono<br />

fisso.<br />

“Fra, per favore fai veloce, sta facendo sempre più rumore, quella porta non regge.”<br />

“Okay, Riccardo stai tranquillo, ora ci parlo, dammi il tuo indirizzo.”<br />

“Sì, va bene, ma dai il telefono a Liza mentre parli con la polizia, non mettere giù.” Lo<br />

passai a Liza. Feci il numero della polizia. Il telefono suonò un sacco, rispose un<br />

centralinista che parlava come una mitragliatrice, mi passarono un altro tipo, forse non<br />

capivano cosa dicevo. Cercavo di spiegarmi chiaramente, di far intendere che era<br />

urgente, di non far trapelare la preoccupazione, cercavo troppe cose assieme. Quando<br />

misi giù la cornetta non avrei saputo dire se mi avevano risposto 'sì interverremo subito'<br />

o se mi avevano mandato a quel paese. Liza era ancora al telefono con Riccardo. Poi<br />

mise giù e ci mettemmo in cucina a guardare l'orologio. Mi chiese se secondo me<br />

avremmo dovuto comprare un nuovo lucchetto per il cancello. Le dissi che in effetti<br />

sarebbe stato il caso, ma che per venire a derubare una casa di studenti bisognava<br />

essere scemi. “Sì, però intanto tre o quattro pc se li tirano su” replicò Liza. Sentimmo un<br />

rumore di passi e delle chiavi girare nella toppa: era Massoud che disse subito:<br />

“Qualcuno è entrato in casa di Riccardo. Un ladro, o non lo so, non si capiva. Bisogna<br />

chiamare la polizia.”<br />

“Cosa? L'abbiamo già chiamata!”<br />

“Sono passato da lui perché credevo foste ancora lì, ho suonato e nessuno mi risposto. Vi<br />

avrei chiamato ma avevo il cellulare scarico. Ero sicuro che Riccardo fosse in casa perché<br />

vedevo una luce accesa. Allora inizio a bussare, un po' forte: magari è il campanello che<br />

non funziona. Niente. Dopo un po' noto una sagoma, attraverso la porta vetrata, che<br />

corre giù per le scale, spegne la luce e corre di nuovo indietro. E allora ho pensato: non<br />

può trattarsi di Riccardo, certo mi avrebbe aperto, con tutto il rumore che ho fatto!”


Il fantasma dell’Aula<br />

di Sahili Chadia<br />

In mezzo alle vene di Bologna, fatti e misteri inspiegabili, scoperti frequentando un corso<br />

di scrittura all’università, nell’aula Forti, mi sono chiesta se era un caso, ma non lo era.<br />

Il primo giorno in questa stanza avvertii dal soffitto coperto d’angeli una presenza molto<br />

attiva, ancora vivente.<br />

Sentii uno sfioramento nella mia guancia sinistra, mi girai guardando in su.<br />

Vedo una foto, sembrava un ritratto: l’uomo appeso là era Forti, lo stesso nome dell’aula,<br />

un ex insegnante noto specialmente per i suoi studi su Dante Alighieri.<br />

Per dieci minuti contati, mi misi a guardarlo profondamente cercando di capire se stava<br />

sorridendo in quel preciso momento o era una mia illusione, forse erano i sintomi della<br />

fame.<br />

Lasciai perdere quel giorno tutte quelle sensazioni convincendo me stessa che niente<br />

fosse vero, ripetendo sotto voce “è un illusione”, due, tre volte ogni minuto al termine<br />

della lezione.<br />

Di sera a casa, raccontai a mia madre tutta la scena, si mise a ridere e con voce bassa<br />

proferendo: “Come diceva mio nonno: Il Buon cuore vive per sempre!”<br />

La curiosità aumentò molto di più, in testa vagava un idea non tanto sicura, la pazienza<br />

incarnò la mia anima aspettando un segnale da percepire per poter testimoniare un’altra<br />

volta l’esistenza di un entità trasparente e buona.<br />

Ecco l’inizio di un altro giorno in aula di studio.<br />

Percepii dei brividi, cominciai a sudare chiedendomi “Che cosa sta succedendo?”<br />

I casi fanno parte dai fatti. Infatti all’improvviso sentii Daniele Barbieri, un giornalista un<br />

po’ folle che diceva “la mia sciarpa nera! Ho perso la mia sciarpa nera!”<br />

Nello stesso giorno, una mia compagna del corso Ilaria Scaglianti perse il suo libro<br />

preferito.<br />

La sciarpa nera del giornalista fu restituita con un’altra più bella, lo stesso accade per<br />

Ilaria: trovò un altro libro ancora più interessante intitolato Veronika decide di morire di<br />

Paolo Coelho, pagine che la coinvolgeranno in un altro mondo fatto di fantascienza, un<br />

mondo al di là delle oscurità del mare.<br />

Dopo questi eventi trasformati da normali a paranormali, decisi di raccontare tutto ad un<br />

demonologo marocchino di nome El Khalifa, nella speranza di trovare una spiegazione<br />

alla presenza che fortunatamente fin d’ora non ha fatto che del bene. Però il suo respiro<br />

continua a confondermi quando lo avverto.<br />

Chiesi al demonologo se c’era qualche modo per scoprire l’esistenza di un “Lui” in<br />

quell’aula.<br />

Appoggiò la mano destra sulla mia testa bisbigliando in una lingua strana per circa tre<br />

minuti, dopo di ché andai via correndo verso casa.<br />

Davanti alla porta notai un prete, dissi, “Che strano!, non è mai venuto qua!”. In lui c’era<br />

un’aria che avevo già sentito in aula. Entrai a casa invitandolo ad accomodarsi, aveva lo<br />

sguardo rivolto in basso, senza rispondermi se ne andò.<br />

A mezza notte e dieci, mi addormentai davanti al computer dopo aver fatto una ricerca<br />

su fantasmi e demoni: la differenza tra loro era chiara, il che mi portava a pensare alla<br />

presenza di un fantasma in quell’aula piuttosto che di un demone.<br />

Mi svegliai esattamente dopo tre ore, nel mio monitor c’era qualcosa di nuovo: una foto<br />

identica a quella dell’aula, è Forti? “mi domandavo.”<br />

Cominciai a tremare guardandomi intorno sentendo i battiti del cuore aspettando una sua<br />

mossa, Sì! Lui era lì in camera mia, il bisbiglio del demonologo sulla mia testa ha fatto da<br />

richiamo spirituale e il prete con lo sguardo in giù era il segnale che avrei incontrato<br />

prima o poi un essere dall’al di là.


Rimasi bloccata. Neanche una parola, ad un tratto vidi alcune lettere della tastiera<br />

macchiarsi di sangue, mi feci coraggio e presi subito un foglio e una penna, cominciai a<br />

trascriverle rispettando l’ordine dell’evento, l’ultima lettera era “F.”, come se si fosse<br />

firmato con la sua iniziale. Sentii un respiro e uno sfioramento sulla guancia come<br />

quando accarezziamo i bambini per creare un po’ di sicurezza. Lo spirito se ne andò,<br />

sicuramente in aula perché la sua anima rimanga viva in quella foto.<br />

Il messaggio della tastiera decifrato con molta fatica era una frase in latino: “Genius<br />

Loci”, che voleva dire “Spirito del luogo”.<br />

Fu così definito da se stesso, un aspetto che rappresenta la protezione di un certo luogo<br />

come in questo caso: “l’Aula di studio”, non avrebbe mai permesso di vedere facce triste,<br />

ecco perché avrebbe accontentato il giornalista e la ragazza sostituendo in meglio gli<br />

oggetti smarriti.


“Adele è pazza”.<br />

“Adele sta male”.<br />

“Adele ce l’ha con l’universo”.<br />

Tra le cimase<br />

di Danny Labriola<br />

Tutti parlavano di Adele che non parlava più con nessuno.<br />

Il silenzio di Adele era esploso all’improvviso.<br />

Il silenzio di Adele si fece rabbioso quando si accorse della spaventosa bruttezza oltre la<br />

sua finestra. Quegli orrendi blocchi di cemento aggravarono la sensazione di<br />

annegamento nata mesi prima.<br />

Cara Valanga,<br />

a poche settimane dal mio compleanno ti annuncio che sto per arrendermi.<br />

Forse hai creduto che potessi davvero cambiare il mondo, almeno quello a stretto giro<br />

della mia finestra, ma di fronte all’aberrazione di fenomeni inspiegabili ogni sforzo<br />

diventa vano.<br />

Sì, perché non è comprensibile come possano esistere tali oscenità architettoniche.<br />

Perché si parla di progresso quando le uniche bellezze delle nostre città furono costruite<br />

in epoche lontane da popoli antichi?<br />

Perché le chiese gotiche sono capolavori e quelle contemporanee mostruosità?<br />

Ogni giorno Adele trascriveva parte del suo silenzio su un quaderno di carta riciclata che<br />

chiamava confidenzialmente Valanga.<br />

Valanga era pieno di interrogativi, dubbi, quesiti, enigmi, misteri, rivelazioni, correzioni,<br />

problemi, richieste, rompicapo, indovinelli, ipotesi, esitazioni, cadute, risalite, elencazioni,<br />

enumerazioni, appunti, partenze, ritorni, sospetti, ombre, affanni, incertezze, rane, rospi<br />

e mele annurche.<br />

Tutto scritto a matita verde, sempre mal temperata.<br />

Valanga racchiudeva le origini profonde del mutismo ribelle di Adele.<br />

Cara Valanga,<br />

mi sento sempre più perseguitata da un linguaggio vuoto, che produce rumore senza<br />

comunicare. Ogni minuto dell’esistenza è contaminato da parole ed espressioni<br />

insopportabilmente ovvie e abusate.<br />

Da oggi sarò figlia di Arpocrate, dio del silenzio. Giove mi strappi la lingua come fece con<br />

Tacita Muta. Forse solo il silenzio potrà sollevarmi dall’annacquata e maleodorante melma<br />

linguistica.<br />

Non le sopporto più le opache verità e i messaggi vacui, per me il cappio si sta facendo<br />

troppo stretto.<br />

Adele l’aveva definita “soffocamento da banalità”. Era l’ormai conclamata impossibilità di<br />

ingoiare parole che avevano smarrito senso e significato e che le procuravano cefalea e<br />

vomito. Parole che riempivano bocche e pagine e che lasciavano vuoto tutto il resto.<br />

Cara Valanga,<br />

sapevi che la Regione Emilia-Romagna opera per la rappresentanza trasparente degli<br />

interessi e per la coesione sociale?<br />

E pensa, opera anche per preservare le risorse naturali a beneficio dell’intera società<br />

regionale e delle generazioni future.<br />

È poi un sollievo sapere che l’impegno dei politici è senza se e senza ma e, a volte,<br />

persino a 360 gradi.


Sonno: ecco una parola autentica. Vado a dormire.<br />

Adele aveva ascoltato, letto ed annotato. Aveva evidenziato, ritagliato e registrato.<br />

Adele evitava di rileggere e riascoltare per non affogare in sinergie industriali e dinamiche<br />

economiche. Adele detestava le persone solari e i confronti costruttivi.<br />

Adele sputava e taceva.<br />

Cara Valanga,<br />

da ieri sono di nuovo libera.<br />

“Ti amo”, “ti voglio bene”, “mi manchi”, “tesoro”, “baci”, “sogni d’oro”: se questo è<br />

l’amore, allora io rinuncio.<br />

Mi dimetto da fidanzata a tempo indeterminato, in attesa di novità.<br />

“Come puoi lasciarmi? Hai un altro? Ho fatto tutto per te. Sei la mia vita. C’erano<br />

promesse e tanti progetti”.<br />

Ma vaffanculo!<br />

Adele voleva amare con fantasia e leggerezza, desiderava ironia, immaginazione e follia.<br />

Adele si era presa una cotta per il “vecchio Lonfo ammargelluto, che fa gisbuto”.<br />

“Il Lonfo non vaterca né gluisce<br />

e molto raramente barigatta,<br />

ma quando soffia il bego a bisce bisce,<br />

sdilenca un poco e gnagio s'archipatta”.<br />

Cara Valanga,<br />

oggi ho conosciuto Fosco Maraini.<br />

Respiro meglio. Buonanotte.<br />

Adele stava per compiere diciannove anni e Tacita Muta stava per riacquistare la lingua.<br />

Adele aveva capito che il silenzio non bastava per salvarsi e che arrendersi era inutile.<br />

Una parola nuova: ecco l’idea, la soluzione, il segreto.<br />

Era necessario riemergere e sconfiggere la noia “coi tuoi discorsi variopinti”.<br />

Cara Valanga,<br />

forse una speranza esiste. Forse la bellezza non è morta.<br />

Montale mi chiede di cercare una breccia.<br />

“Una parola nuova che ci possa salvare<br />

e che ci tenga in bilico sul confine ideale<br />

tra realtà e fantasia potrà,<br />

anche se per poco, cangiare l’esistenza”.<br />

Ecco Valanga, serve una parola nuova.<br />

Per Adele la colpa non era di chi costruiva, parlava o scriveva, ma della lingua che<br />

utilizzava. Il colpevole era il linguaggio, che ci rende mediocri e artefici di mediocrità.<br />

Adele voleva inventare un nuovo alfabeto, inzuppare di sostanza verbi vecchi e ormai<br />

privi di significato, donare un linguaggio nuovo ad architetti, giornalisti, amanti, politici…<br />

Adele voleva rompere le categorie, uscire dalle convenzioni, rovesciare punti e virgole.<br />

Cara Valanga,<br />

esco. Ciao Cane.<br />

Adele uscì poco prima di mezzanotte, percorse strade e vicoli, fermandosi sotto ogni<br />

palazzo e in ogni giardino.<br />

Adele non ritornò, l’aurora era ormai vicina: rane, rospi e mele annurche stavano per<br />

sommergere il cemento, la valanga stava per travolgere la bruttezza.


Dalle finestre delle case delle nuove città, costruite con nuove parole, Adele avrebbe visto<br />

risorgere la bellezza, nell’azzurro, in alto, tra le cimase.<br />

Adele non ce l’aveva più con l’universo.<br />

Adele non stava più male.<br />

Adele è pazza.


Il faro di Emir<br />

di Francesco Torelli<br />

Il bucato appena steso surfa tra le nubi increspate del cielo albanese. Gli occhi si lasciano<br />

cullare dal vento tra il blu del cielo e le onde del mare Adriatico: lo stesso. Una lunga<br />

passeggiata mi ha condotto fin quassù, ma raggiungere il faro di Durazzo non é stata<br />

solo una questione di maglietta bagnata e respiro pesante. La strada stretta e tortuosa,<br />

che sale il fianco della collina, all’improvviso si é nascosta dietro le maglie arrugginite di<br />

una rete elettrosaldata, quella che usano i muratori per impacchettare le case vecchie,<br />

che fungeva da cancello di una recinzione altrettanto improvvisata.<br />

Deluso mi guardai attorno, di lì non vidi altro che il faro rinchiuso e la collina sulla quale<br />

poggiava. Cespugli di rovi secchi e assetati dalla polvere d’agosto ricoprivano tutto, o<br />

quasi. Unica via per la sommità, quel vecchio cancello arrugginito.<br />

Da questa parte il faro sembrava abbandonato e, forse, il cancello indicava proprio il<br />

divieto di proseguire oltre. Notai, però, sulla recinzione, fissato con del fil di ferro, un<br />

campanaccio, come quelli che assordano le vacche al pascolo. Con la mano sinistra<br />

provai a scuoterlo, niente, ci misi più energia, dopo qualche istante la porta di accesso al<br />

faro cigolò e si aprì. Emir uscì da quella porta minuscola e, senza sorpresa, venne verso<br />

di me con il sonno negli occhi e il pranzo nei passi: era l’una del pomeriggio.<br />

Ero un estraneo ed avevo interrotto il suo riposo, ma lui non apparve sorpreso e neppure<br />

seccato, anzi, sembrò quasi mi stesse aspettando. Aprì il cancello, mi fece cenno di<br />

entrare e solo allora mi disse: “Benvenuto”.<br />

I miei schemi mentali, dettati da una cultura metropolitana che lascia poco spazio a<br />

parole di accoglienza, mi fecero tendere le orecchie, non ero sicuro di aver ben compreso<br />

quello che stava accadendo.<br />

Ora, invece, seduto su questo sperone di roccia che domina la spiaggia di Durazzo, tutto<br />

mi é molto chiaro: sono stato accolto senza alcuna esitazione in questa casa albanese.<br />

Forse Emir mi stava proprio aspettando, o meglio, aspettava qualcuno come me a cui<br />

raccontare la sua storia. Infatti non appena conosciuto il mio nome, ha iniziato, senza<br />

preavviso, il suo strano racconto:<br />

“... due volte, ci siamo fatti beccare due volte. Di là verso Italia era ancora buio e noi già<br />

in mare. Non so se prima é arrivato il vomito o guardia di finanza, so solo che io ho<br />

vomitato su guardia di finanza ...”<br />

Le sue parole, in un Italiano incerto, mi colpiscono alla gola, ma la mente é altrove,<br />

guidata dagli occhi e trasportata dall’odore di salsedine. Sono ipnotizzato dai colori del<br />

bucato. Sento fresco, nelle narici, il profumo del sapone che la madre di Emir ha usato.<br />

“... ci hanno riportato a Valona. Eravamo incazzati e tutti a chiedere i nostri soldi.<br />

Adriatik, lo scafista, ...”<br />

“Adriatik? Era il nome del gommone?” gli domando, convinto di non aver capito.<br />

“No! Adriatik é nome dello scafista, era un mio amico, quindi io più incazzato di altri. Lui<br />

ci ha detto di aspettare che poi ripartivamo ...”<br />

“Si chiamava come il mare che dovevate attraversare?” chiedo incredulo.<br />

“No si chiamava, si chiama ancora. Siamo ripartiti dopo molto tempo, quasi era buio, ma<br />

non é cambiato, era notte quando la pattuglia ci ha lasciato ancora su costa albanese ...”.<br />

Non riesco a vedere Emir con gli altri sulla costa a cercare di recuperare i soldi di un<br />

viaggio rimandato, tutte le mie immagini sono rapite da quell’arcobaleno appeso ad un<br />

filo.<br />

“È stata dura perché i soldi buttati via, ed ora senza niente dovevo tornare a casa, qui<br />

...”.


La madre di Emir ci porta del tè su un vassoio di plastica colorata, i capelli, macchiati<br />

dagli anni, danzano insieme ai panni stesi. Ascolto il racconto, ma i miei sensi sono<br />

assorti in quel movimento.<br />

“Mio padre morto cinque anni prima, ora io, il più grande, devo mantenere la famiglia.<br />

Albania non ha lavoro ...”.<br />

Sembra così facile lasciarsi trasportare dalle onde del mare, che fatico a credere alle<br />

parole del mio nuovo amico. Nessuno é padrone del vento, nessuno dovrebbe esserlo<br />

dell’acqua e neppure della terra. Chi erano quei finanzieri che hanno fermato lo scorrere<br />

della vita, non la loro, ma quella di uomini e donne in cerca di un filo sul quale stendere il<br />

proprio bucato.<br />

“... Così ho deciso che lavorare in Italia, ma il mare non é unica via per andare di là.<br />

Altro mio amico, non ricordo nome, aveva furgone e portava albanesi a Udine, tremila<br />

euro solo andata”.<br />

Ora, riesco a immaginarlo. Lo vedo nel cassone di un camioncino stanco, con altri, tutti in<br />

piedi così ce ne entrano di più, stretti nei loro pensieri. Stanno percorrendo la stessa<br />

strada, in direzione opposta alla mia. Io, felice, guardo fuori dal finestrino, gli odori dei<br />

paesi che attraverso viaggiano con me, discreti e piacevoli ...<br />

“Abbiamo aspettato e passato il confine con la notte, due ore dopo, finalmente arrivati a<br />

Udine, in stazione ...”.<br />

... loro sono sfiancati dal viaggio, dal buio che persiste nel camioncino. Gli odori che si<br />

portano da casa si sono mischiati e l’aria, li dentro, sa di fatica e di sogni lontani.<br />

“... finalmente in Italia, ci siamo divisi ognuno su treno diverso e sparsi in giro per paese.<br />

Non ho più visto loro, non so dove sono ...”<br />

Io viaggio per conoscere, per incontrare, per capire, per allontanarmi e per tornare. Loro<br />

viaggiano per sopravvivere e non sanno se torneranno.<br />

«... ho girato, Milano, Napoli, Livorno, Ancona, due anni, ero clandestino. Quando polizia<br />

mi fermava io cambiavo città, lavoro c’era. Ultima volta che polizia mi ha beccato mi ha<br />

spedito a Valona, così io tornato qui, senza soldi perché vita in Italia molto cara. Però<br />

sono felice perché qui mia famiglia.»<br />

La strada é la stessa ma la direzione é opposta, e oggi i nostri percorsi si incrociano e,<br />

forse, é solo per caso che la mia direzione sia questa.


Lettera a Marina<br />

di Damiana Ballerini<br />

La gente che mi vede per la prima volta, pensa che sono qui con la mia famiglia,<br />

in verità sono da sola. Non riesco a parlare con i miei cari da tempo e non so se un<br />

giorno riuscirò a ritornare.<br />

Mi alzo tutti i giorni alle cinque del mattino e preparo la colazione di Antonella e<br />

Giulio. Porto in cucina le brioche, il latte, il burro e la marmellata. Mangio quello che loro<br />

hanno lasciato.<br />

Quando faccio un giro per la città lo faccio da sola quando già è buio. Se vedo<br />

qualche persona che mi guarda negli occhi mi nascondo. So che non posso continuare<br />

così perché la mia paura non mi lascia vivere.<br />

La paura mi prende allo stomaco e mi blocca a volte improvvisamente nel mio<br />

incedere veloce. Sono come presa dal panico ma poi lentamente mi convinco che sono<br />

solo una persona che soffre e ha bisogno di aiuto.<br />

Sono gli altri coloro che non si comportano correttamente e che devono aver<br />

paura. Non è giusto che io debba provare questa sensazione dopo giornate faticose e<br />

intense di lavoro.<br />

Certo, non potrò da sola risolvere questa situazione e sentirmi fuori posto, non<br />

posso continuare a vivere così. Qualcosa dovrà pur cambiare. Dopotutto in questo paese<br />

c’è tanto bisogno di gente come me che è disponibile a lavorare e ad assolvere compiti<br />

che gli italiani rifiutano. Le forze politiche devono cambiare atteggiamento verso noi<br />

immigrati, per il momento cerchiamo di renderci visibili, come nella manifestazione del<br />

primo marzo.<br />

Le persone che conosco non sono tutte così razziste, e non posso generalizzare;<br />

infatti, nel momento in cui si riesce a stabilire un rapporto vero e umano, le cose<br />

sembrano diverse, acquistano un colore diverso, una speranza.<br />

Antonella e Giulio hanno promesso che mi aiuteranno con il permesso di<br />

soggiorno. Io non credo in questa promessa, perché mi sento come una prigioniera.<br />

Lavoro tanto e uso il mio salario per il mio sostentamento e per pagare la stanza<br />

che occupo. Non restano abbastanza soldi per me, per comprare un vestito o per andare<br />

al cinema come mi piaceva fare.<br />

Tante volte mi domando cosa sto facendo qui; perché non ritornare? Ho come un<br />

marchio di illegalità che mi è stato appiccicato addosso. Perché classificare in questo<br />

modo barbaro gli esseri umani?<br />

Mi ricordo bene quando sono arrivata. Era tutto diverso. Avevo tanta speranza di<br />

conseguire una vita migliore. Adesso vivo una delusione. Ho paura di soffrire vedendo<br />

crollare un sogno. È proprio quel sogno che mi ha fatto vedere, arrivando in Italia, un<br />

mare blu intenso. Non era la prima volta che vedevo il mare così azzurro. Questo colore<br />

mi calma, mi tranquillizza. La sensazione di entrare in acqua era come respirare un’aria<br />

fresca, rinnovare l’ossigeno nel mio corpo. Il mare mi fa sentire una voglia de libertà e<br />

anche il desiderio di ripartire.<br />

I miei pensieri sono in terre più lontane. Sono nel giardino di mia nonna su<br />

quell’albero di pesche e mi sembra si sentire in bocca il sapore di quel frutto odoroso e<br />

maturo. Ricordo mia madre che mi richiamava e mi chiedeva di scendere. Ma io riuscivo<br />

a correre verso di lei, dopo averla fatta penare, quando sentivo il profumo della<br />

marmellata di fichi che mia nonna rimestava in un grande pentolone, sulla legna ardente,<br />

in giardino. Mentre cucinava insieme a mia madre raccontavano delle storie meravigliose<br />

che io ascoltavo con attenzione.<br />

Ero rapita dal racconto di eventi, accaduti in famiglia, molto lontani nel tempo.<br />

Tuttora non so come mia madre potesse ricordare tanti dettagli da sembrare un archivio<br />

vivente. Certo vorrei proprio avere la stessa capacità di raccontare una storia come


sapeva fare solo lei. Adesso cerco di seguire il suo esempio. Mi sfuggono tanti ricordi. I<br />

ricordi, sì, i ricordi, aiutano a vivere, per me sono un vero rifugio, una compagnia.<br />

Sono venuta da sei mesi. Lavoro tanto e guadagno quanto basta per sopravvivere<br />

e ho molta difficoltà a imparare la nuova lingua perché sono impegnata tutto il giorno.<br />

Sono laureata nel mio paese ma, il lavoro che svolgo non mi consente di<br />

realizzarmi e di esprimere al meglio le mie qualità. Sto cancellando così anni di<br />

investimento nello studio. A cosa sono servite tutte le competenze acquisite? Ecco ho<br />

capito; devo imparare assolutamente la lingua italiana. Questo mi può permettere una<br />

migliore integrazione e forse anche un futuro lavorativo più gratificante. Tante volte ho<br />

voglia di gridare!<br />

Quanto desidererei guadagnare un po’ di più. Penso alle donne che vivono una<br />

situazione come la mia. Quante hanno bisogno di inviare soldi per la loro famiglia e si<br />

sentono le uniche responsabili per il loro sostegno. L’unica speranza è il ritorno.


Joi<br />

di Alessio Adamiano<br />

Tutto è iniziato per scherzo. Pensavo che rimettersi in discussione potesse essere<br />

divertente, che plausibilmente avrei svelato prospettive sconosciute di me o non ancora<br />

ben formate. Ma non è stato così. Ridicolo, ecco cosa.<br />

Scendo di casa con calma, come al solito. Oggi nebbia, domani chissà, E così che si vive<br />

qui, è così che viviamo noi, evitando il ferro da stiro, attaccati a ogni metro cubo di gas.<br />

“Cioè ti rendi conto? Trecentocinquanta euro di gas!”<br />

“Porca...”<br />

“Cioè, io non li pago! Le mie coinquiline sono rimaste un mese più di me in casa! Io<br />

piuttosto sarei morta di freddo per trecentocinquanta euro.”<br />

“Guarda che è normale, anche noi abbiamo avuto una bolletta così alta. Anzi, di più.”<br />

“No no, io non li pago. Senti scopiamo?”<br />

“Se non paghi la bolletta non ti scopo.”<br />

“Allora vaffanculo!”<br />

“Grazie, anche a te.”<br />

“Ci vediamo.”<br />

Camminando, guardando in giro, nebbia permettendo, si riconoscono gli individui della<br />

categoria di cui faccio parte anche se alcuni, forse i più, si nascondono come me del<br />

resto. Corrono sulle bici imbacuccati nei loro cappotti, comprano Winston blu o<br />

Chesterfield blu o vanno in Slovenia e comprano stecche di Marlboro light a prezzi di<br />

convenienza. Non cercano lo scontro né l’incontro, ma semplicemente il modo di<br />

spendere meno per vivere meglio e scroccare da bere il più possibile. Fregare gli indigeni<br />

risulta troppo difficile il più delle volte. Meglio cannibalizzarsi a vicenda. I fuori sede sono<br />

di fatto le vittime più appetibili.<br />

Scendo a comprare le sigarette. Le due tabaccaie super dotate mi guardano e io guardo<br />

le loro tette.<br />

“Winston blu morbide per favore!”<br />

“Tre e settanta.”<br />

“Grazie e ciao” tutto attaccato, perché non devono sospettare delle mie fantasie erotiche<br />

sulle loro tette e su quei sigari vanigliati enormi posati sugli scaffali dietro di loro.<br />

Accendo una sigaretta mentre cammino. È una cosa che mi dà gusto camminare e<br />

fumare, a costo di congelarmi le mani, mi dà modo di pensare quando sono solo, mi aiuta<br />

ad isolare i pensieri in una nuvola di fumo, opponendo con malizia nebbia alla nebbia.<br />

Adesso non vado più in bici, ma sono sicuro che con la primavera ricomincerò anch’io a<br />

pedalare. Impiego circa venti minuti per andare a piedi fino ai laboratori e solitamente,<br />

una volta arrivato, fumo una sigaretta.<br />

Arrivo in ufficio con mezz’ora di ritardo, come al solito. Il portatile ultimamente mi dà<br />

parecchie noie e impiega una vita ad accendersi, ma mi permette di scrivere e di<br />

lavorare, mi risparmia un sacco di calcoli, mi dà la possibilità di rispondere alle e-mail e<br />

per questo lo perdono. È da tanto invece che non sento più Marta. Forse non dovrei più<br />

chiamarla. Cerco il numero nella rubrica.<br />

“Ciao. Come stai” la mano mi trema.<br />

“Bene e tu?”<br />

“Alti e bassi. Sei occupata adesso?”<br />

“No no. Sto andando a comprare le sigarette. Sei a Roma?”<br />

“Ravenna, in laboratorio.”<br />

“Come va il lavoro?”<br />

“Alti e bassi.”<br />

“Qua nevica ancora. È sempre brutto.”<br />

“Passerà.”


“A casa?”<br />

“Le solite cose. Stanno tutti bene.”<br />

“Venerdì si è laureata Zulu.”<br />

“Mmh...”<br />

“Sono tornata a Roma per vedere la proclamazione. Sai, i cani sono un po’ dimagriti.”<br />

“Come stanno?”<br />

“Te l’ho detto, un po’ dimagriti.”<br />

“Tua madre li terrà a stecchetto.”<br />

“Già…” dice, mentre un sospiro le scivola dalle labbra per poggiarsi lentamente sul<br />

magnete del telefono “Ultimamente mi sembra di vivere in un limbo.”<br />

“Mmh…”<br />

“Come se fossi in un sogno.”<br />

Un collega entra rumorosamente nello studio e d’improvviso sento il sangue salirmi nella<br />

testa in un grande fiotto di calore. Lo vedo chiudere velocemente la porta mentre con il<br />

viso accenna a un gesto di scusa per aver interrotto la telefonata.<br />

“Adesso mi sa che ho da fare.”<br />

“Senti, ma quando torni a Roma?”<br />

“Non lo so. Scenderò con la macchina, quindi mi tocca viaggiare con qualcuno. Sai, la<br />

benzina e il resto...”<br />

“Quando sei a Roma fammi uno squillo, così ci vediamo.”<br />

“Sicuro.”<br />

“Se ti va possiamo scopare anche.”<br />

“Non lo so.”<br />

“Come non lo sai?<br />

“Sono in un periodo un po’ così.”<br />

“Così come?”<br />

“Alti e bassi.”<br />

“Sei uno stronzo senz’anima.”<br />

“A presto.”<br />

La bolla mi esplode nel petto e va giù fino all’intestino. Percorro il corridoio dei laboratori<br />

ed entro nel bagno dei disabili. Prima di sedermi sulla tazza pulisco attentamente la<br />

tavoletta con carta igienica e Napisan. Sono decisamente fissato sull’igiene intima, penso<br />

per colpa di mia madre e di mio zio. Lei mi ha sempre intimorito con le storie sui figli<br />

delle sue amiche e le loro infezioni multiple agli organi genitali, lui ha avuto solamente<br />

l’epatite C. Mi siedo e fisso il riflesso delle mie carni flaccide e grasse nella plastica della<br />

porta verde, cadendo senza accorgermene in uno stato di ipnosi profonda.<br />

Mi alzo dalla sedia e vado a prendermi un caffé. Torno su nello studio e trovo una mail in<br />

arrivo. È Joi ad avermi scritto.<br />

“Con Giannine” la sua fisio-psico-terapeuta “abbiamo parlato a lungo in questi giorni,<br />

proprio dei problemi di cui mi hai detto. Anch’io non riesco a capire se ho realmente<br />

un’anima o se ho semplicemente bisogno di qualcuno che mi faccia credere di essere<br />

speciale, di qualcuno che creda che io ho un’anima molto grande e splendida. Ma è<br />

incredibile quello che mi è successo. Non avevo mai provato un orgasmo in vita mia fino<br />

a ieri. Oggi mi sento nuova. Non voglio più sprecare tempo. A presto”.<br />

La nebbia fuori copre tutto e dà la piacevole sensazione di essere nascosti, invisibili. Gli<br />

altri tornano a casa prima di me e spesso mi capita di rimanere a lavorare fino a tardi.<br />

Uscendo dai laboratori mi accorgo del buio dipinto di bianco, dell’oscurità piena d’acqua<br />

che annega tutti i rumori e le immagini veri, lasciando solo cose irreali ed è questo il<br />

fottuto punto.<br />

Io non amo più Marta. Io amo Joi. Passerei con lei il resto della mia vita e se solo me lo<br />

ordinasse andrei fino a Maputo e abbraccerei la sua famiglia, bacerei in bocca le sorelle e<br />

i fratelli e accarezzerei i suoi cani come fossero figli miei.<br />

“Certe volte voi Europei” diceva “sembrate proprio dei bambini. Fate delle cazzate<br />

enormi. Vi perdete in un bicchiere d’acqua, meditando se sia mezzo vuoto o mezzo pieno.


Per un Africano non c’è differenza, si limita a prendere quello che c’è. Lui lo beve il<br />

bicchier d’acqua!”<br />

Lei è il mio Ejo Takata, è il mio maestro zen, ma invece di avere gli occhi a mandorla e<br />

fumare in continuazione ha la pelle scura e profumata come l’hashish e fa cinque docce al<br />

giorno, pure d’inverno. L’ho conosciuta una sera, al Cineforum estivo organizzato dagli<br />

studenti universitari. Strana razza i fuorisede. Non si odiano, non si amano, vivono nella<br />

totale indifferenza reciproca eppure continuano a cercarsi incessantemente.<br />

Era giugno e lei sedeva con un bicchiere di bianco sulle panchine di plastica. Avevo paura<br />

soltanto a guardarla; se voleva con i suoi occhi scuri poteva penetrare dentro di me sotto<br />

forma di nube notturna o di bruma senza che io me ne accorgessi. Mi avrebbe lanciato<br />

una stregoneria per ammansirmi e addomesticarmi alla sua volontà, avrebbe costruito<br />

una bambola voodoo con le mie sembianze per poi infilarle mille spilli nelle pupille. Fu lei<br />

ad avvicinarsi la prima volta che ci parlammo e io un giorno la baciai perché non ne<br />

potevo più. Stavo impazzendo. Ogni volta che vedevo una ragazza di colore per la strada<br />

la seguivo per vedere se fosse lei. Se qualcuno citofonava a casa o mi telefonava<br />

incominciavo a sudare freddo e qualsiasi cosa stessi facendo cadeva immediatamente<br />

nell’oblio. Mi aveva lanciato un incantesimo tremendo. Non potevo pensarla senza<br />

sentirmi pervaso da un sentimento sessuale denso di paura e rabbia e frustrazione e<br />

morte. Sì, senza dubbio sarei morto. Adesso sono due mesi che non ci vediamo e ogni<br />

giorno le scrivo pagine e pagine. Le ho chiesto quando sarebbe tornata a Ravenna, ma<br />

non mi ha risposto. Le ho telefonato, ma niente.<br />

Era in ritardo di due ore all’appuntamento e sigaretta dopo sigaretta aspettai fino alle<br />

quattro prima di vederla arrivare. Scese dalla macchina di non so chi con un ragazzo alto<br />

e magro, con la pelle scura e lo sguardo triste. Mi veniva incontro e io provai una fitta al<br />

petto sentendo dopo tanto tempo quel suo profumo così sensuale e forte.<br />

“Da quando sei tornata non mi hai chiamato.”<br />

“Tu non vuoi me…tu non vuoi nessuno…non sei normale, non dai niente e prendi poco a<br />

poco per non farti scoprire. L’ho capito perché hai sempre le mani fredde.”<br />

Guardai in basso, penetrando la strada, l’asfalto, sotto la terra, sotto gli strati dimenticati<br />

nell’oblio della tumulazione urbanistica, tanto in basso da poter vedere i morti<br />

sprigionare zampillate di vermi dalle orbite cave.<br />

“Succhi il calore della gente, lentamente, con quelle mani.”<br />

Non ho un ricordo nitido di cosa successe dopo. Guardavo le mie mani gocciolare sangue<br />

dappertutto. Avevo perso quel poco che il mondo non mi aveva ancora tolto, e non<br />

sopportavo l’idea di non poter combattere contro nessuno per potermelo riprendere, o<br />

per provarci almeno. Diedi un pugno forte nel muro e cominciai ad urlare. Un secondo<br />

pugno, e poi un altro, e un altro ancora. Joi intanto piangeva accovacciata. Guardai la<br />

sua faccia. Era blu e gonfia. Guardai le sue unghie spezzate e il sangue e le dita arrossate<br />

e il buio tutt’intorno. Aveva cercato di fermarmi, ma non c’era riuscita. Non stavo<br />

picchiando più il muro, ma il ragazzo che era con lei. Lo colpii forte, e ogni mio colpo era<br />

liberatorio come il ricordo del sogno più osceno. Credevo che quel ragazzo dallo sguardo<br />

triste, slanciato e dalla pelle nera come una formica fosse il suo nuovo amante. Nella<br />

foga e nella menzogna del mio orgoglio ferito, non vidi che era giovane e che le<br />

somigliava. Sì, era tutta una bugia, perché se è vero che fingersi è conoscersi, in quel<br />

momento io pensai che lui fosse solamente uno sporco negro, uno come tanti. Mi sentii<br />

pervaso da una vergogna liberatoria, come se avessi commesso un incesto e mi fossi<br />

accoppiato con la parte più abietta dell’essere umano, di me. Lo colpii. Aveva perso i<br />

sensi come li avevo persi io. Lo colpii ancora. Avevo reso irriconoscibile lui come ero<br />

diventato irriconoscibile a me stesso, e per questo lo colpii. Joi mi aveva parlato<br />

tantissimo di lui. Si chiamava Miguel, era suo cugino, studiava lettere a Lisbona ed era<br />

innamorato di Pessoa: lo colpii forte, sempre più forte.<br />

Tornai a casa lentamente. Il sole mi bastonava con quella brutalità delatoria che può<br />

capire solo chi ha venduto la proprio anima, chi ha perso il suo uccello blu nella notte.


Questa è la mia vendetta, pensai, la vendetta di quel Bernardo Soares che a tutti e due<br />

piace tanto, della mia immaginazione frustrata e mutilata.<br />

Passai ore e ore sul letto, fumando e aspettando che qualcuno mi venisse a prendere, ma<br />

quella mattina non venne nessuno e allora chiamai Marta. Le dissi che mi dispiaceva per<br />

tutto e che l’amavo, che l’avrei scopata tutte le volte che avesse voluto, che avrei<br />

condiviso con lei la natura dei miei alti e dei miei bassi e che soprattutto non le avrei mai<br />

più mentito, ma non le raccontai niente di ciò che era successo. Mi disse che sarebbe<br />

venuta a Ravenna il prima possibile, che anche lei mi amava e sapeva che io invece non<br />

potevo amarla, ma che capiva e voleva che le succhiassi via il calore con le mani. Non mi<br />

restava altro da fare che aspettare.<br />

I carabinieri arrivarono il giorno dopo. Mi processarono per lesioni gravissime. Per fortuna<br />

mio fratello è un bravo avvocato e in appello riuscì a farmi avere, oltre alle attenuanti<br />

generiche, uno sconto della pena per la distinzione e l’impegno da me dimostrati durante<br />

il servizio civile. Tutto sta nell’impegnarsi per la parte giusta e io l’avevo fatto.<br />

Non rividi mai più Joi, né mi sognai di richiamarla. Avrebbe potuto imprigionarmi<br />

nuovamente in un incantesimo di follia con una sola goccia del suo profumo. Bruciai le<br />

sue foto, cancellai le sue e-mail, immersi nel miele i suoi vestiti e li sotterrai. Ma tutto ciò<br />

non è bastato; la potenza della sua magia mi ha raggiunto lo stesso. Da quel giorno<br />

infatti ogni notte sogno Miguel che la bacia con passione, li vedo fare l’amore mentre<br />

infilano nelle mie pupille mille spilli cocenti fino all’alba.


Le panchine<br />

di Simona Bisconti<br />

Le panchine sono belle, ospitali. Sono per antonomasia il posto dove gli innamorati si<br />

baciano e possono essere un’opportunità di tregua dal correre continuo: ci si ferma un<br />

attimo, per una pausa dallo stress, dai desideri, dalle necessità e si comincia a guardare<br />

semplicemente lo scorrere delle cose. Le panchine sono filosofiche: semplicemente stare,<br />

senza l'ansia di occupare il tempo, rilassati su una panchina che è lì per dare posto<br />

comodamente. Una specie di poltrona familiare nel salotto della strada... una casa che è<br />

di tutti. La panchina non è proprietà privata, è per chi vuole, senza distinzioni sociali,<br />

senza possessività o competizione: poi la si lascia, serenamente. La panchina è un<br />

momento.<br />

A volte le panchine sono come scogli fermi, su cui si infrangono le derive dei passanti.<br />

Sono approdati sulla stessa panchina due naufraghi, ancora troppo storditi per accorgersi<br />

veramente l’uno dell’altro.<br />

Giovanni si è perso in una nebbia di suoni insistenti, inutili, senza significato: in un’unica<br />

parola ripetuta all’infinito, come un’onda, fino a diventare un mare sconosciuto in cui<br />

all’improvviso non si tocca più il fondo col piede... Le carte dell’ospedale ancora in mano,<br />

all’interno di una busta richiusa come le speranze per il futuro: sua figlia Betta non ce<br />

l’ha fatta, è “deceduta” stanotte. Restano solo le sue bambole e le carte da firmare. È<br />

uscito dall’edificio per prendere un po’ d’aria, ha approfittato della gentilezza della<br />

panchina per appoggiarsi un attimo, per le gambe che non lo reggevano.<br />

Annalisa è già lì quando lui si siede pesantemente. Le arrivano le vibrazioni delle assi che<br />

compongono la curva della seduta. Se ne sta raggomitolata sull’estremità opposta, come<br />

a salvare i piedi dalla distesa inquinata del mondo circostante. Le ginocchia strette fra le<br />

braccia e uno sguardo libero di scappare, mentre il corpo resta lì, aggrappato alla<br />

panchina come l’unico punto fermo in un mulinello di pensieri troppo veloci per poterli<br />

capire. Che ne avrebbe fatto di quel piccolo ospite indesiderato che si ritrova nella<br />

pancia? Come può bastare un solo attimo in cui si è lasciata persuadere da un ragazzo<br />

qualsiasi a non usare precauzioni, a stroncare così per sempre lo scorrere della sua vita?<br />

Entrambi hanno il silenzio sul volto, su cui si affacciano lacrime che facilmente invadono<br />

gli occhi e si trattengono a stento sul bordo, prima di precipitare sui vestiti senza<br />

nessuna buona creanza.<br />

Uno piange per la morte, l’altra piange per la vita.<br />

Annalisa tira su col naso, mette giù le gambe e istintivamente fruga nella tasca della<br />

giacca, ne tira fuori il pacchetto di Philip Morris insieme all’accendino. Scoperchia la fila di<br />

soldatini bianchi, ma resta a fissarli: non sa ancora bene che fine farà l’ospite nel suo<br />

corpo, e in realtà non ha ancora un legame con quell’invasore abusivo, eppure...<br />

tamburella con un dito sulle teste arancioni... le donne in gravidanza non bevono e non<br />

fumano. Ha saputo solo da un’ora di essere incinta e già le sue abitudini quotidiane sono<br />

stravolte. Giovanni invece ha smesso di fumare anni fa, quando lui e la moglie avevano<br />

saputo di Betta: il fumo passivo poteva essere un problema per la bimba in arrivo... i<br />

papà non fumano vicino alle loro compagne in gravidanza. Ora guarda il pacchetto bianco<br />

fra le mani di Annalisa, una sigaretta per dare tregua ai nervi. Che ironia sarebbe<br />

smettere di fumare con la nascita di Betta e ricominciare con la sua morte; come se la<br />

vita di sua figlia fosse stata solo una pausa nella dipendenza dal fumo. E poi una<br />

sigaretta poteva veramente farlo sentire meglio?<br />

Guardano entrambi lo stesso pacchetto, una convergenza di sguardi che pone il suo<br />

vertice fra le mani di Annalisa e marca i due lati di un ipotetico triangolo, in cui, non se<br />

ne sono ancora accorti, loro due alle estremità della panchina sono i vertici dell’ultimo<br />

lato. In uno spazio così geometricamente intimo si incontrano per la prima volta i loro<br />

occhi, così simili nel rosso delle pupille. Si riconoscono come appartenenti allo stesso


sgorgo di persone che escono dall’ospedale e accennano un sorriso di comprensione. Il<br />

gesto è naturale: Annalisa porge il pacchetto verso Giovanni: “Vuoi una sigaretta?”. Lui ci<br />

pensa un attimo e dice: “No, grazie”. I sorrisi piano si smorzano. Annalisa richiude il<br />

pacchetto e lo rimette in tasca, tanto non fuma nessuno.<br />

L’intimità è modulata a piccole gocce dalla vicinanza sul sedile: sono sulla stessa barca,<br />

ma è un caso. E l’aria aperta lascia andar via le parole, disperdendole, come ad<br />

alleggerire il peso sulla piccola zattera.<br />

All’improvviso un vocione arrabbiato e agitato comincia a imprecare e a mandare<br />

maledizioni dal marciapiede vicino: “Ma porca puttana, che cazzo! Ma che schifo! Sti<br />

piccioni di merda devono morire tutti, ma quando la fanno una disinfestazione e li<br />

sterminano!?!?! Ma che cazzo, puttana miseria! Sti bastardi di merda!”. Un uomo alto,<br />

con gli occhiali e le guance paffute, ora arrossate per la rabbia, si sta impasticciando le<br />

mani e le maniche del camice bianco, per cercare di ripulirsi i capelli e il cuoio capelluto<br />

nelle zone di calvizie, lì dove gli era precipitato addosso un grosso escremento di<br />

piccione. Si ritrova a constatare i danni ed esclama: “Pure il camice! Pure il camice mi<br />

hanno sporcato, sti schifosi!!”, e intanto cerca disperatamente dei fazzolettini di carta<br />

dalle tasche, dalla borsa, tentando di usare solo due dita e di non sporcare altre cose con<br />

le mani sudice. Nel continuare a sbraitare con la cacca di piccione colante sui capelli e sul<br />

camice, gesticola nervosamente con le braccia e ogni tanto sbotta in scatti improvvisi di<br />

rabbia e disappunto, come se non riuscisse realmente a credere che sia successo a lui, a<br />

un medico.<br />

Neanche Annalisa e Giovanni riescono bene a rendersi conto, all’inizio, di cosa stia<br />

succedendo. Poi capiscono, e come fosse un evento surreale, cominciano a sorridere un<br />

po’ increduli ma molto divertiti; piano piano le bocche si allargano, si deformano in<br />

sghignazzate di ilarità, contenute a fatica. Si guardano e si scoprono complici, trovando<br />

sostegno l’uno nelle smorfie compiaciute dell’altro: allora iniziano proprio a ridere e lo<br />

fanno di gusto, senza più trattenersi, sono risate piene, sonore e totalmente inaspettate.<br />

Rumorose, fin quasi alle lacrime.<br />

Dopo qualche minuto il medico arrabbiato si allontana, forse per cercare dell’acqua per<br />

ripulirsi, ma le risate di Giovanni e Annalisa continuano ancora per un po’, riavviandosi a<br />

vicenda. Poi pian piano si spengono e il volto ritorna alla rilassatezza della serietà. Il<br />

momento è passato eppure la sua stranezza è ancora presente nelle piccole curve delle<br />

labbra, che resistono in un rimasuglio di leggero sorriso. Si riguardano, Annalisa si<br />

asciuga con un dito le lacrime per il troppo ridere; Giovanni fa un profondo respiro.<br />

È arrivato il momento di lasciare la panchina, bisogna rituffarsi nella vita.<br />

Si alzano, prima Giovanni, poi Annalisa, si salutano con un “ciao” amichevole e<br />

riprendono, in direzioni opposte, la propria strada.


Il mare di perla<br />

di Xue Yao<br />

Qui non si vede niente, oltre le montagne sono ancora le montagne, senza verde. Siamo<br />

vicini a luglio, deve essere l'estate calda, la gente va al mare per bagnarsi e prendere un<br />

po' di fresco, invece qui l'autunno e' già venuto. Abbiamo camminato tre ore su questa<br />

strada stretta e ogni tanto si trovavano le cacche scure e fresche, forse sono dei cavalli,<br />

ma chissà. Non so perché mi hanno fatto pensare alla cintura sporca di mio nonno,<br />

vecchia e piena di macchie.<br />

Qui piove quando vuole, sembra una persona permalosa. In tre ore ero salita meno di<br />

cento metri, i miei jeans erano già tutti bagnati, il cotone diventava di cento chili sotto la<br />

pioggia; "se lo avessi saputo... non avrei mai messo questi maledetti jeans!', pensavo.<br />

Per di più, le mie scarpe si slacciavano sempre, quasi ogni dieci minuti dovevo<br />

abbassarmi a fare i nodi. Non era difficile chinarmi, il problema era che quando mi<br />

alzavo, mi veniva proprio la voglia di vomitare. Volevo tanto un tè caldo o un attimo di<br />

pausa, ma qui, era tutto un sogno.<br />

Dopo cinquemila metri di altezza sopra la linea del mare, non si trovava né un negozio,<br />

né un caffè, e non c'era nemmeno una persona. Si vedevano soltanto da lontano tre,<br />

quattro puntini neri al pascolo: sono gli yak. Sapevo che ce ne sono tanti qui, ma non<br />

sapevo che forse ce ne sono più delle persone. E dove sono finite? Non mi ero mai sentita<br />

così sola e il cielo cominciava a diventare buio.<br />

Con tutto questo silenzio intorno, sentivo che da dietro veniva un rumore di corsa,<br />

mescolato con un tintinnio di campanello. Chi può correre in questo posto? In quel<br />

momento ero già sicura al cento per cento che ci sarebbe stato un santo dio che sarebbe<br />

venuto a salvarmi. Almeno dovevo avere la mia ultima speranza.<br />

"Dove stai andando!?"<br />

Sentivo come fosse una voce dal cielo che mi faceva rabbrividire. La sua testa era la<br />

prima cosa che compariva nei miei occhi.<br />

Era una faccia piena di rughe e abbronzata da tanti anni. Le guance rosse come se fosse<br />

una mela matura. Era un ragazzo, non più di venticinque anni, con un bastone lungo in<br />

mano, e dietro lo seguiva un cavallo con le zampe sporche ma asciutte, forse avevano<br />

già percorso una lunga strada.<br />

"Devo andare al mare di perla, lo conosci?" gli chiesi guardando il suo cavallo.<br />

"Certo, vuoi andare adesso?" mi guardava senza atteggiamento. "Sì ci vuole ancora<br />

tanto?".<br />

"Dipende…" disse mentre si girava ad accarezzare il suo cavallo.<br />

Dipende da che cosa? Io non avevo capito proprio niente. E dalla sua vita veniva il suono<br />

di un urto: era un coltello piccolo. Era tutto nero ma scintillava. Forse prima non lo avevo<br />

notato per colpa del suo vestito marrone. Sul fodero del coltello c'era scritto qualcosa in<br />

tibetano, come tanti piccoli insetti.<br />

"Posso continuare? E' questa la strada?". Non gli ho chiesto se mi poteva fare da guida,<br />

anche perché il suo coltello mi faceva una grande paura.<br />

Al contrario, lui mi ha risposto: "Andiamo insieme, anch'io vado nella stessa direzione...".<br />

Ha tirato la cavezza e ha cominciato a camminare davanti a me.<br />

Non mi aveva ancora dato il tempo per rispondergli e già mi aveva lasciato alcuni metri<br />

indietro. Sentivo quel rumore confuso sia del campanello che del suo coltello che urtava il<br />

bollitore. Non sarà mica un bandito? Non ero più sicura se dio mi voleva aiutare o mi<br />

voleva mettere in una situazione disastrosa. Mi ricordavo che due giorni fa avevo un<br />

compagno che voleva fare il viaggio con me. Ma quando lui mi ha detto che aveva perso<br />

la testa per me, avevo risposto subito e freddamente: "Io no". E adesso, forse il dio mi<br />

ha punito.


Lui camminava come fosse un vento violento, il suo bastone lasciava una traccia sottile<br />

sulla terra bagnata. Era questo filo che volava e mi guidava.<br />

Lui cominciò anche a cantare:<br />

“Voglio salir al cumulo di pietre e tagliarle come fossero le carote bianche<br />

non voglio lasciarne neanche una, se lascio una metà, che buon uomo sono?”<br />

Mi ero stupita che la sua voce non fosse sottile come gli altri ragazzi della sua età.<br />

Stranamente era profonda. E mi sono anche stupita che riuscisse a cantare in questo<br />

posto in cui mi si era già strozzato il respiro, potevo solo camminare senza alzare la<br />

testa. Immaginavo che così mi faceva respirare un po' meglio. Il mio cuore era un<br />

tamburo che si mischiava col suo canto, il mio corpo non era più sotto il comando della<br />

testa. La sua ribellione avveniva sempre nel momento in cui non ci voleva.<br />

"Ohi! Che cosa stai facendo? ...anche il mio vecchio cavallo cammina più veloce di te!" mi<br />

sorrideva ma senza fermarsi neanche un passo.<br />

Ho guardato il mio orologio, non era passata nemmeno un'ora, mi sembrava di aver<br />

camminato cinquanta ore senza pausa. La montagna davanti a me era ancora enorme da<br />

conquistare. E si vedevano gli yak muoversi di qua e di là, senza fatica. Ho notato che<br />

quando loro corrono, le loro code sono diritte verso il cielo, e i loro peli volano nel vento,<br />

sembrano tante bandiere nere. Questa scena mi faceva una grande simpatia.<br />

Dopo la strada in salita, cominciava una discesa, tagliata da piccoli fossati. I sassi e le<br />

pozzanghere sulla terra mi facevano scivolare. Camminavo pian piano per non cadere<br />

sulle cacche. All'improvviso, avevo pensato perché non mi faceva salire sul suo cavallo,<br />

magari arrivavamo anche prima. Ma mi vergognavo a chiederlo. In quel momento, lui<br />

cominciò a rallentare e mi urlò: "Si deve riposare un po' il cavallo!" e poi si allontanò da<br />

me, fermandosi di fronte a un albero.<br />

"Ohi...Stiamo arrivando, giusto?". La mia voce sembrava bloccata dentro un sacchetto,<br />

non ero sicura se lui mi avesse sentito, perché la sua faccia era girata verso l'albero.<br />

Volevo camminare un po' più vicino per fargli udire meglio, invece si sentiva un rumore<br />

strano. Ho guardato verso il basso, una corrente di vapore era salita su: stava pisciando<br />

davanti a me! Ero scioccata e non mi ricordavo più che cosa dovevo chiedergli. Stavo<br />

ferma come una scultura, mentre lui dopo aver finito, camminava verso di me<br />

tranquillamente.<br />

Quando arrivò davanti a me, impugnò il coltello con una mano e con altra cercò qualcosa<br />

nella tasca del suo cappotto. Sentii un filo di freddo che stava salendo sulla mia schiena,<br />

e il tamburo dentro il mio petto usciva quasi fuori. Tirò fuori una bustina di plastica ma<br />

non si vedeva che cosa ci fosse dentro. Ho smesso di respirare per aspettare che cosa<br />

volesse fare. Aprì pian piano le tre bustine: era carne cotta. Ne tagliò abilmente un<br />

pezzettino con suo coltello e me la porse e disse con tono autoritario: "Tieni, e mangia!".<br />

Le mie gambe si sciolsero un po', ma la mia gola restò secca come se un fuoco mi<br />

bruciasse. Forse mi ero sforzata troppo per scappare, e pensai che sarebbe stato<br />

ovviamente tutto inutile. Lui mi guardò intensamente, e non gli potei dire di no. La<br />

mangiai. Meno male, era buona.<br />

"E' carne di yak" disse.<br />

"Yak?! Dici quelli al pascolo?" risposi mentre quelle "bandiere nere" stavano girando<br />

proprio davanti ai miei occhi. Non ho mai mangiato la carne quando ero così vicino a<br />

quegli animali.<br />

"Sì ti fa bene adesso" mi disse senza dubbi. Dopo aver messo a posto la bustina, venne<br />

di fronte a me, faccia a faccia. E che cosa voleva adesso? Mancavano solo cinque<br />

centimetri dalla mia faccia, lui si abbassò e cominciò ad allacciarmi le scarpe. " Non ti<br />

hanno insegnato come devi fare i nodi delle scarpe?...ok!a posto! adesso non puoi essere<br />

più lenta del mio cavallo!".<br />

Non vedevo la differenza fra i nodi che avevo fatto io e i suoi. Non credevo che alla fine<br />

sarei riuscita a superare il suo cavallo, ma la differenza era che avevo cominciato a<br />

camminare senza fermarmi ogni cinque minuti.<br />

Abbiamo camminato ben tre ore, eravamo finalmente arrivati al pascolo Ronglong dove<br />

c'era l'unica tenda per alloggiare. Intorno era tutto scuro come un wok cinese. Con la


pioggia mi avevano detto che non dovevo provare a andare su per vedere il mare di<br />

perla.<br />

L’indomani camminai metà della giornata per raggiungere il mare di perla. L'unico posto<br />

che avessi mai visto che era più bello dal vivo che in foto. Mi sdraiai sulla spiaggia bianca<br />

guardando il cielo senza un filo di nuvole: avevo finalmente raggiunto i 5600 metri. Non<br />

c'era nessuno, solo un pesce nero stava nuotando silenziosamente dentro l'acqua blu. Ero<br />

da sola ma non completamente, perché mi ricordavo la sua canzone: 'de xiang de da,<br />

lo...lo... questo anno devo andar lontano, prossimo anno in questo momento,<br />

attraversando tutte queste foglie rosse sulla montagna mi vedrai di nuovo.<br />

Non so se potrò vederlo di nuovo, però mi sono ricordata di lui perché i nodi che ha fatto<br />

alle mie scarpe non si sono mai slacciati.


La scelta<br />

di Erika Casali<br />

Mi chiamo Tessy, sono nigeriana. Ho 16 anni ma non lo sa nessuno. Qui tutti credono che<br />

ne abbia 21. Caterina non mi crede ma non può fare niente per provarlo e io continuo a<br />

dirle che ne ho solo 16. Non so che cosa fare. La proposta è così allettante ma è un<br />

rischio troppo grosso. Speravo di aver fatto la mia scelta e basta, senza ripensamenti.<br />

Invece tutto è andato diversamente, non come avrebbe dovuto. Ho fatto il giuramento. Il<br />

sangue non si può tradire. Sono stata segnata. Perchè Caterina non lo capisce? Lei<br />

davvero sopporterebbe il peso di una morte senza rinfacciarselo per tutta la vita?<br />

Secondo me in realtà capisce, per questo non insiste mai troppo. Spera che un giorno io<br />

ceda e vada con lei dai carabinieri a portare la mia denuncia. Spera davvero che un<br />

giorno parlerò. Crede davvero che dopo questo sarò salva.<br />

“Tessy? Dove ti sei persa?”, mi risveglio all’improvviso dai miei pensieri e torno nella<br />

cucina dove stiamo facendo lezione di italiano io e Caterina. “Dai riproviamo! Let’s try<br />

again! It’s easy, I swear! Ti giuro che è facile”. Cara Caterina, ci provi in tutti i modi: con<br />

le canzoni, con gli esercizi, oggi poi sei arrivata con questo libro di favole africane, per<br />

farmi sentire più a casa e magari farmi sentire più invogliata a imparare l’italiano. Ma non<br />

ci riesco, mi tormenta il fatto che sto perdendo tempo in questa casa: non lavoro, non<br />

guadagno niente e la mia famiglia a Benin ha bisogno dei miei soldi per vivere.<br />

Cara Tessy, ti guardo e ti vedo persa nei tuoi pensieri oggi, non c’è favola che tenga, non<br />

riesco proprio a catturare la tua attenzione. Mi dici tutto il tempo che devi lavorare, che<br />

hai bisogno di soldi. Ma se non parli l’italiano come pensi di poter lavorare in questo<br />

paese? Qui quasi nessuno parla inglese e non siamo certo un popolo dalla mentalità<br />

aperta. Soprattutto non ultimamente.<br />

Quando ti ho vista la prima volta ho sentito subito un legame speciale con te, sarà che<br />

parlavi solo con me perché nessun altro capiva inglese, non lo so. Ti ho vista così piccola,<br />

attenta, silenziosa, tanto che la prima volta che sei scoppiata a ridere sono rimasta<br />

sorpresa. Hai una risata che rapisce chi ti sente; tutto in te ride: gli occhi si allungano, il<br />

naso si arruga, le guance cercano le fossette, le spalle sussultano e questo suono<br />

gutturale così palpabile che potrebbe essere l'inizio di una canzone, scandita dal ritmo<br />

delle tue mani che battono sulle cosce quando scoppia l’allegria. Da quando ci siamo<br />

conosciute, mi hai raccontato così tante storie su di te, ogni giorno un particolare<br />

diverso: avevi una gemella, poi una sorella, poi era un fratello e poi erano due; tuo padre<br />

è morto di una malattia terribile di cui non ricordavi il nome, faceva il pastore in una<br />

chiesa, si era risposato e vi aveva abbandonate… solo della tua mamma non hai mai<br />

raccontato niente.<br />

Invece i particolari del tuo viaggio non sono mai cambiati: l’autobus scassato in mezzo al<br />

Sahara, la jeep quando avete passato il confine con la Libia, la casa di transito dove sei<br />

stata violentata la prima volta, la barca con cui avete attraversato il Mediterraneo, l’uomo<br />

a cui hanno sparato e che è stato buttato in mezzo al mare come fosse un sacchetto di<br />

stracci. A questo punto della storia arriva sempre Lampedusa con il centro di raccolta per<br />

gli immigrati, quello che fino a poco tempo fa si chiamava Cpt e che ora si chiama Cie…<br />

chissà poi qual è la differenza, tu tanto non lo sai nemmeno che quel posto ha un nome.<br />

Ti riferisci sempre a Lampedusa come al camp, al campo; anche a Crotone. Elenchi<br />

sempre tutto così, semplicemente, come se fosse la lista della spesa: mi dai i fatti,<br />

emozioni mai, non ti permetti un secondo di rivivere quelle esperienze. Quello che provi<br />

non importa perché fino a qui sei sopravvissuta.<br />

Un’altra cosa che mi ha lasciata sbigottita è la lucidità con cui mi hai raccontato di Betty:<br />

appena arrivata a Crotone un uomo ti ha avvicinata, anche lui era un nigeriano, gli


avranno detto di cercare la piccolina con gli occhi grandi? Come ti avrà riconosciuto?<br />

Comunque è venuto da te e ti ha messo in mano un numero di telefono e una carta<br />

telefonica dicendoti che Betty aspettava una tua chiamata. Secondo me fa rabbrividire.<br />

Invece tu, senza tante domande, hai preso il numero, la scheda e sei andata al telefono<br />

pubblico del campo e hai chiamato Betty. Non l’avevi mai vista prima ma vi siete<br />

immediatamente messe d’accordo per incontrarvi due giorni dopo su una spiaggia poco<br />

lontana, “Mi ha detto che avrebbe indossato una maglia rossa dal collo alto e dei jeans”<br />

mi hai raccontato il giorno che scrivevamo la tua denuncia.<br />

“Tessy ma tu credevi davvero di venire in Italia a lavorare come baby sitter? Did you<br />

really think you were coming to Italy to work as a baby sitter?”, Caterina è davvero<br />

stupita. In realtà ormai me lo chiedo anche io: lo credevo davvero? Fino in Libia ero<br />

sicura. Poi però là c’erano così tante ragazze nigeriane ferme nelle case da mesi a<br />

prostituirsi per pagare il resto del viaggio… Lì ho chiuso gli occhi e ho cominciato a<br />

sperare che per me sarebbe stato diverso, che io sarei arrivata in Italia e sarei andata<br />

dall’amica di mia zia a lavorare come baby sitter. Poi sono stata violentata. Ho chiuso gli<br />

occhi più forte e ho sperato di più. Mia zia, la sorella della mamma. È stata lei a<br />

mandarmi qui. Mi ha venduta a Betty. Chissà quanto valgo, devo ricordarmi di chiederlo<br />

prima o poi quanto mi hanno pagata. Quando sono arrivata su quella spiaggia, ormai è<br />

passato un anno intero, l’ho vista subito Betty con quella sua maglia rossa sgargiante e il<br />

collo alto mentre la gente faceva il bagno mezza nuda. Ci siamo riconosciute<br />

immediatamente e siamo andate direttamente in stazione. Abbiamo passato tutta la<br />

notte in treno, io non sapevo neanche dove stavo andando, Betty non me lo aveva detto.<br />

Parlava poco, mi diceva di dormire e di stare zitta, di farmi notare poco che se passava la<br />

polizia sul treno e ci vedeva erano guai. Guai? Io l’ho scoperto solo dopo che per venire<br />

in Italia avrei dovuto fare il visto, e che poi per rimanere a lavorare avrei dovuto fare il<br />

permesso di soggiorno. E chi avrebbe dovuto dirmelo? La zia mi ha rassicurata “Tessy, tu<br />

vai tranquilla, ai soldi penso io, quando avrai trovato un lavoro poi me li ridarai. Fai<br />

attenzione, lavora sempre e ubbidisci a quello che ti verrà detto.” Di documenti non mi<br />

aveva parlato nessuno. Ad Agadez, a viaggio già iniziato, ho giurato con il sangue. In<br />

realtà non era solo sangue, anche qualche unghia e qualche pelo pubico, ho giurato di<br />

fare esattamente quello che mi avrebbero detto. Che avrei lavorato fino a restituire tutti i<br />

soldi che la zia ha speso per me. In realtà ad Agadez, Jim, quello che mi accompagnava,<br />

ha detto che i soldi li dovevo a lui. Betty invece dice che li devo a lei. Sta di fatto che<br />

devo pagare 50.000 euro per il mio viaggio e che ora non sto lavorando. La mia famiglia<br />

è in pericolo, sono scappata dalla casa di Betty, ho anche scritto una denuncia, domani<br />

andiamo a darla ai carabinieri. Come faccio a fidarmi di loro? Chi mi aiuta? Caterina<br />

questo non lo capisce: se io denuncio Betty che differenza vuoi che faccia? Domani<br />

qualcuno l’avrà già sostituita, magari Love che è forte, secondo me sarà lei a prendere in<br />

mano le cose.<br />

Cara Caterina, tu ci credi sul serio, vero? Secondo te se io denuncerò la mia magnaccia<br />

dopo andrà tutto bene…, mi faranno i documenti perché tu dici che è un mio diritto<br />

secondo la vostra Costituzione. Ma chi proteggerà la mia famiglia? La mia mamma, il mio<br />

papà, i miei fratelli… ho paura capisci? Io ho giurato e ho promesso che avrei rispettato il<br />

patto fino alla fine, se non lo faccio loro andranno a casa mia e faranno del male a tutti<br />

coloro che contano su di me per sopravvivere. Li picchieranno, li accecheranno,<br />

violenteranno le mie sorelle, nessuno le vorrà mai più dopo, potranno fare solo la strada.<br />

Io non posso rischiare cara Caterina, ho fatto tutto questo viaggio per loro, ho fatto sesso<br />

con tutti quegli uomini per loro, ho preso tutte quelle botte per loro, ho così tanta paura,<br />

per loro.<br />

“Tessy vado a casa, I'll see you tomorrow, ci vediamo domani.” Avrei dovuto capirlo<br />

subito che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di strano. Non sarei dovuta andare<br />

via. Mi hai abbracciata e mi hai detto “Ciao Etisa mwen”, “Che significa? What does it<br />

mean?”, ti ho chiesto. “Etisa mwen significa teacher, maestro. You are my maestro”. Ci


siamo salutate sulla porta, come avevamo fatto tante altre volte prima, io ti ho baciata<br />

su tutte e due le guance, come si fa in Italia e tu hai riso. Sei venuta anche a salutarmi<br />

con la mano dal balcone mentre infilavo il casco e andavo via, con una strana sensazione<br />

nello stomaco. Il giorno dopo, quando sono arrivata da te per la nostra lezione di italiano,<br />

non c’eri più.<br />

Per notti intere ti ho vista sul bordo delle strade, negli occhi di tutte le ragazze nigeriane<br />

con cui mi sono fermata a parlare. È passato tanto tempo ormai ma ti vedo ancora<br />

qualche volta. Mi chiedo ancora dove sarai andata quella mattina presto in cui sei<br />

sgattaiolata fuori dalla porta nella luce tiepida dell’alba. Mi chiedo ancora dove sei<br />

adesso. Ci ho messo molto tempo a smettere di pensare che fosse colpa mia, che avrei<br />

dovuto capire che stavi andando via, che quello, sulla porta, era il tuo addio, a me, la tua<br />

maestra, che non aveva capito niente.


Baciami davanti a tutta l’Africa<br />

di Francesca Biagini<br />

Mi hai placcato i sensi, mi hai guardato e inciampando nella provocazione, nella timidezza e<br />

nel coraggio mi hai detto: “Baciami davanti a tutta l’Africa.”<br />

Ti sto baciando, dimmi che lo senti e che anche tu, come me, stai lottando con il pudore che<br />

nei nostri corpi si scompone disordinatamente.<br />

Anticipo i tuoi gesti, posiziono il secchio e apro la cisterna dell’acqua mentre nel tuo sguardo<br />

leggo esattamente il quadro dipinto alle mie spalle.<br />

Potrei dire di cosa stanno parlando le donne sotto l’albero: saranno cinque o forse sei a<br />

godere dell’ombra secca del sacro oseki, a infilare perline con sincopatica eleganza,<br />

spogliandomi nuda con le loro affilate critiche, in attesa di domani.<br />

Domani è il giorno: il giorno in cui io, la blasfema peccatrice, baratterò la mia, la nostra colpa<br />

con la vita.<br />

Anche gli uomini, quelli là vicino al recinto, mi guardano male e lo so perché sento la<br />

vergogna che mi impedisce di voltarmi e confrontarmi con i loro visi; uomini che si preparano<br />

al gran giorno ornandosi i lobi delle orecchie con pezzi d’avorio, in sottofondo un coro afono<br />

accompagna mani esperte che colorano loro le teste con il rosso della terra.<br />

E mentre vedo tutto questo con lo sguardo rivolto a piccole dune di sabbia appisolate come<br />

pachidermi al sole, di nuovo tu mi dici: “Baciami davanti a tutta l’Africa.”<br />

Rispondo con un sorriso, ma abbasso immediatamente lo sguardo, aspetto che il mio secchio<br />

sia pieno d’acqua e prendo il tuo ancora vuoto per poterti sfiorare la mano; perché mi chiedi<br />

di sfidare ogni rumore e ogni colore con cui ho vissuto fino ad oggi? Riesco solo a guardarmi i<br />

piedi, ma con la mente tu mi hai già spogliata sulla riva del Tana.<br />

Con il secchio sulla testa, torno nella mia casa, la prima a sinistra, quella destinata alla<br />

seconda moglie, la tua enkang invece è là vicino al recinto dei vitelli.<br />

Ci separano tre oseki, una cisterna d’acqua, un tavolo per il gioco del Boa abbandonato nella<br />

polvere, ci divide la colpa di aver intessuto un filo rosso di passione tra le nostre gambe, la<br />

vergogna di averti desiderato e poi baciato e poi amato più di ogni tribale del nostro popolo.<br />

Domani morirò davanti al mio popolo.<br />

“Non posso neanche guardarti negli occhi e lo sai, forse per questo vuoi i miei baci adesso?”<br />

Mi rispose con una domanda: “ Ci sarai stanotte?”<br />

È che semplicemente non esiste altro luogo in cui esserci se non nuda sotto di te.<br />

Già notte e io sono qua ad aspettarti abbracciata a un’ansia sconosciuta, giocando con il<br />

profilo della tua ombra che mi si avvicina e riconoscendo il ritmo dei tuoi fianchi che<br />

ondeggiano, ascolto il tuo odore, mi ricorda una spezia, non so quale.<br />

Vorrei che le nostre braccia e le nostre lingue si intrecciassero come un baobab e insieme<br />

affondassimo le radici su questo fiume.<br />

“Dorme la luna, dormono le stelle, dorme l’elefante con le gazzelle…sotto un baobab ribaltato<br />

dorme un bimbo un po’ assonnato” canticchio nella testa l’immagine di mia mamma con in<br />

braccio mio fratello. Vorrei cantarla a te, ma non posso che unirmi al silenzio aspettando che<br />

la tua voce vomiti il segreto che ti tormenta.<br />

Così facciamo l'amore, ma stavolta non è come sempre.<br />

Con calma e senza troppa convinzione haI già i vestiti addosso e legandoti le scarpe, infili tre<br />

parole come tre colpi di baionetta: “Aspetto un bambino.”<br />

“Nooooo…Nooo…non è vero” non volevo fosse vero, non poteva esserlo, non doveva. Il<br />

sapere dell’esistenza di un’altra vita, mi provocò un istinto di morte. Volevo ucciderla, ma non<br />

avevo idea del come. Assurdo come iniziai a valutare ipotesi e soluzioni, lasciandola andare<br />

come se fosse un fantasma.


Potevo scappare, andare a casa, prendere le poche monete che avevo e salire su un treno per<br />

chissà quale altra città. Potevo immolarmi come la donna che aveva sfidato i diamanti<br />

dell’Africa amando un’altra donna.<br />

Camminavo impazzita, non trovavo niente che rientrasse nella previsione dei miei pensieri,<br />

non sapevo se capire innanzitutto quando era successo, ma no, non aveva importanza, ora<br />

che farò? E lei dov’è adesso? Forse tutti del popolo lo sanno e stanno aspettando che torni al<br />

villaggio per riempirmi di pietre e usarmi come cerimonia dimostrativa della morte del<br />

peccato. Non posso tornare a casa.<br />

Sento dei passi. Li riconosco.<br />

Corro verso di te, ma anche il tempo mi tradisce.<br />

Io abbracciata alle tue gambe, una corda intorno al tuo collo.


Ma che freddo fa<br />

di Francesca Mezzadri<br />

Quando sono stata investita da una macchina, stavo ascoltando l’iPod – precisamente Ma<br />

che freddo fa di Nada- e avevo attraversato la strada di fretta perché volevo sfuggire da<br />

quello che credevo fosse un mio vecchio compagno di scuola che non avevo voglia di<br />

salutare con i soliti convenevoli. Ero a quel maledetto incrocio tra via Ugo Bassi e via<br />

Marconi e pensavo che il semaforo per le auto fosse rosso, invece per una corsia non lo<br />

era e un’Audi blu mi ha investito in pieno. Non credo di essere svenuta, ma non ricordo<br />

tutto con precisione. Pare che il mio corpo sia finito sul parabrezza dell’Audi e che io sia<br />

stata scaraventata chissà quanto più in là.<br />

Ricordo di aver tentato di alzarmi ma di non essere riuscita neanche a muovermi.<br />

Ricordo di aver sperato che il mio compagno –vecchio fidanzatino delle superiori- non<br />

fosse lui.<br />

Ricordo di aver pensato, in un offuscamento generale di colori ovattato da voci, sirene e<br />

punte di dolore non ben identificato, che mia nonna mi diceva sempre di mettermi<br />

mutande carine in ogni occasione perché poi se ti succedeva qualcosa e andavi<br />

all’ospedale i medici non ti avrebbero sorpreso nell’indecenza. Ecco, appunto.<br />

Non ricordo altro.<br />

“Lei che fa in questo letto, mi scusi?”<br />

Mi sveglio, anche se mi sembra di non aver dormito. Sento un forte odore di brodo e<br />

disinfettante intorno a me.<br />

“Scusi, lei che ci fa qui? Questo letto è occupato.” Una voce insiste nel mio orecchio<br />

destro.<br />

Realizzo: sono in ospedale, sdraiata in un letto. Allora era più grave di quanto pensassi.<br />

Le gambe… non le sento. Le braccia… ho dei crampi. Sono un blocco unico. Ma mi sembra<br />

di essere ancora viva.<br />

“Lei se ne deve andare, qua ci sta un’altra persona.”<br />

E questa chi è? Una signora grossa, che emana un forte odore di lavanda, è accanto al<br />

mio letto, in piedi. Non riesco a girarmi, non la vedo benissimo, ma sento la lavanda che<br />

sembra provenire dalla sua camicia da notte. Penso ai deodoranti anti-tarli che si<br />

mettono negli armadi.<br />

Non so cosa dirle, mi sembra una situazione assurda ma non me la sento di rispondere.<br />

Potrei essere anche in punto di morte, per quanto ne so.<br />

“Qua c’era Anna, mi scusi, lei se ne deve andare!” La signora insiste.<br />

Prendo tutta la forza che mi rimane per risponderle: “Non vorrei neanche io essere qui.<br />

Ma credo di essere stata investita da una macchina”.<br />

“Sì, ma le hanno scambiato letto. Dovevano metterla nella stanza 6, letto A. Qui è nella 5<br />

letto B.”<br />

Mi sembra di sognare.<br />

Chiudo gli occhi.<br />

Capirà.<br />

“No, forse lei è stanca, ora lo dico all’infermiera, mi scusi. Sa, qua sono abbastanza<br />

gentili, a parte quella bionda giovane che sembra ti faccia un favore. Quando chiami col<br />

campanello, è sempre così: viene, ti guarda, ti dice Cosa è successo come se.. non so...<br />

Invece la Carla, quella sì che è gentile e anche l’uomo. Lui poi non si sente quando ti fa le<br />

punture. Anche Anna, lo dice sempre… eh. Ma lei è nel suo letto, non capisco perché, non<br />

le han detto niente?”<br />

Odio la gente. In questo periodo detesto conversare con le persone. Specialmente se non<br />

le conosco o se non le vedo da un po’ di tempo. Non so cosa dire. Odio i convenevoli:<br />

“Come va? Tutto bene? Il lavoro?” “Il 25 non fa più questa fermata” “E come mai non sei<br />

ancora sposata?” “Ah, lei abita qui?” “Perché ha traslocato?”<br />

Convenevoli. Frasi per perdere tempo.


E io detesto perdere tempo. Anche Lavanda è una perdita di tempo e voglio liberarmene<br />

al più presto. Mi giro dall’altra parte mentre mi parla della fantomatica Anna.<br />

“Lei, signorina, ha una tibia rotta. Frattura scomposta. Nessun trauma cranico. Le è<br />

andata bene. Ma dove guardava mentre attraversava?”<br />

“Da nessuna parte” rispondo debolmente. Mi fa male qualsiasi cosa e intuisco che sono<br />

ingessata. Sotto le lenzuola, che avrebbero bisogno di un lavaggio con un buon<br />

ammorbidente, sono praticamente nuda se non per un telo azzurro osceno che mi<br />

ricopre.<br />

Che imbarazzo.<br />

“Ne avrà ancora per diversi giorni qua in ospedale. L’abbiamo ingessata. Come si sente?”<br />

“Male grazie.”<br />

A fianco del dottore, mia madre mi guarda con espressione addolorata. Vicino ci sono mio<br />

padre, imperturbabile, e mia sorella. Non la sopporto: si fa viva solo ora che<br />

praticamente sto morendo. L’intera famiglia al gran completo: che gioia. Mi volto<br />

dall’altra parte e dormo.<br />

Ho dormito per ore. Ma dove sono tutti? Mi giro.<br />

Lavanda è tornata. E’ seduta vicino al mio letto con un braccio ingessato che non le<br />

avevo visto prima.<br />

“Perché sei nel letto di Anna?”<br />

Non aspetta la risposta, che comunque non le avrei dato, e precisa:<br />

“Ti do del tu, scusa. Mi sembri così giovane. Avrai l’età di Anna, secondo me. Sai che lei<br />

era un avvocato... o avvocatessa, come si dice? Figurati che difendeva gratuitamente le<br />

donne che avevano bisogno, i barboni, insomma quelli che non se lo potevano<br />

permettere. Si batteva proprio. Una combattiva. Poi quella era anche la sua professione:<br />

i ricchi invece la pagavano. Però lo faceva anche gratis per chi non poteva<br />

permetterselo.”<br />

Ammirevole. Ma non ho voglia di sentirne parlare davvero.<br />

Anch’io ero avvocato prima di perdere il lavoro. Due mesi fa. Ora io la gente la evito. Per<br />

strada tiro dritto se conosco qualcuno. Le persone in difficoltà non le aiuto. Non mi va di<br />

uscire, né di rispondere al telefono. Incontro la gente per strada e già mi irrita. Quando<br />

poi sono in uno spazio ristretto, tipo l’autobus, mi metto in fondo e ascolto l’iPod. Perché<br />

c’è sempre chi ti si siede vicino, chi ti chiede informazioni o chi ti sorride. Fossi l’autista<br />

non mi fermerei neanche alle fermate.<br />

“Anna non faceva parte di associazioni di volontariato. Troppe cose la interessavano e si<br />

faceva prendere troppo. Mi diceva così. Troppo sensibile. Quindi preferiva fare le cose che<br />

sapeva fare bene. L’avvocato appunto. E poi cercava di essere gentile quando le era<br />

possibile, collaborando con le varie associazioni per dare una mano così.”<br />

Lavanda inizia ad essere veramente pesante. La guardo. Un braccio ingessato. Non è un<br />

po’ poco per stare in ospedale?<br />

“Adesso ti confesso una cosa. Lo sai perché sono qui? E’ mio figlio che mi ha rotto un<br />

braccio. Sai, lui non sta bene, da anni ormai...”<br />

Terribile. Perché mi racconta queste cose? Non le voglio sapere. Prima conoscevo tante di<br />

quelle storie, ma ora non sono più curiosa. Perché poi mi farà pena, mi farà soffrire. E<br />

non ho tempo per soffrire.<br />

“Non gli davo i soldi perché non volevo, sapendo come li avrebbe spesi e come sarebbe<br />

andata a finire… Mio marito non ce la faceva più. Lui se ne è andato da un anno, ormai.<br />

Io invece ho resistito. Ma sono anni che questa storia va avanti, sai? Mio figlio, dico. E’<br />

andato anche in una comunità per un bel po’ di tempo, è uscito, sembrava stesse bene, e<br />

invece.. ha riiniziato..” Sospira. Scuote la testa. “Ora chissà dov’è.”<br />

Ecco. Dopo i convenevoli succede questo. La gente parla e ti rifila i suoi problemi, te li<br />

passa come nella staffetta, e per un po’ se ne libera ma in compenso carica te. E io sono<br />

troppo carica in questo periodo.


“Tutte le famiglie felici sono uguali. Invece... com’è che dice quello scrittore? Anna lo<br />

diceva sempre…”<br />

Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Lev<br />

Tolstoj, Anna Karenina. Anch’io lo dico sempre.<br />

“E’ vero, sul serio. Questa cosa che ogni famiglia sfortunata ha la sua disgrazia… vero.<br />

Proprio Anna che era qui, nel tuo letto, mi ha raccontato una cosa terribile una volta. Sai,<br />

lei ha conosciuto questa donna, era una sua… cliente. Una straniera, marocchina. Era<br />

venuta in Italia da mesi ormai, suo marito lavorava, lei aveva tre figli. Lui usciva e la<br />

lasciava lì, chiusa dentro una stanza della casa, senza chiavi. Una volta l’ha lasciata lì per<br />

tre giorni interi. Con i bambini. D’estate. Hanno chiamato i vigili del fuoco per salvarli”.<br />

Che cosa angosciante.<br />

All’inizio la marocchina si è lasciata convincere da Anna a denunciare il marito. Poi, dopo,<br />

quando sembrava che tutto fosse fatto, lei ha ritirato la denuncia. Non solo. Voleva<br />

denunciare la mediatrice culturale e Anna che l’avevano costretta, così diceva, a<br />

denunciare il marito. Eh beh, ma là, in quei posti là, la gente è un po’ così. Mica sono<br />

uguali a noi, secondo me. Io non sono razzista, però…”<br />

Sì, dicono tutti così. Razzista.<br />

“…però, dico, qualche differenza ce l’hanno perché non si può mica ragionare così. Noi<br />

non ci comportiamo in questo modo. Però Anna me lo diceva sei un po’ razzista eh?”<br />

Ride.<br />

Ecco appunto.<br />

“…e poi mi diceva sempre questa cosa…Che non si può giudicare. Che siamo tutti diversi<br />

e tutti alla fine uguali. Che non si può imporre nessun punto di vista. Lei ci credeva<br />

davvero.”<br />

Anch’io ci credevo. Ma ora non so più.<br />

Lavanda faceva così. Si metteva da parte al mio letto, seduta con il suo braccio<br />

ingessato, e mi raccontava tutte le storie di suo figlio e di Anna. Suo figlio che da piccolo<br />

era così bravo, soprattutto a scrivere temi. Un piccolo genio. Che però poi alle superiori<br />

era stato bocciato perché aveva tutti 4. Ce l’avevano con lui, diceva, e forse lei aveva<br />

sbagliato perché non gli aveva mai creduto.<br />

Di Anna, che invece era così brava proprio perché sembrava non pretendere niente dalla<br />

gente. E rideva così tanto. Ti metteva felice Anna e infatti tutti la conoscevano.<br />

E ancora di suo figlio. Che alla fine aveva fatto brutti incontri, per questo aveva iniziato<br />

con quella roba lì. Che lui non avrebbe mai iniziato da solo.<br />

E Anna. Che invece aveva tanti amici che la venivano sempre a trovare. E una sorella<br />

carinissima che una volta l’aveva aiutata col braccio. Si somigliavano tanto, lei e Anna.<br />

Intanto io e la mia gamba ingessata stavamo ad ascoltare.<br />

L’infermiera Carla mi ha aiutato a fare la valigia. Con stampelle e gambone non sono<br />

molto elastica nei movimenti, ma dopo un po’ di tempo tutto tornerà tutto a posto, così<br />

mi ha detto il dottore.<br />

Lavanda, oggi che mi dimettono, non si è fatta vedere. Chiedo a Carla dove possa<br />

essere, lei scuote la testa, battendo con un dito sulla tempia “Quella è un po’ fuori, lo<br />

sai.”<br />

Sì lo so, ma per un mese mi ha tenuto compagnia con le disgrazie di suo figlio, le storie<br />

di Anna e il suo odore di lavanda. Mi mancherà.<br />

Esco dall’ospedale con mia sorella accanto che mi regge la valigia.<br />

“Scusami” mi dice.<br />

“Per cosa?”<br />

“Lo so che non ti sono stata vicina in quest’ultimo periodo. Da quando hai perso il lavoro,<br />

da quando tu e Mauro vi siete lasciati. Scusami. Ma mi sembravi così distante e io non<br />

sapevo cosa fare.”<br />

“Capita.”<br />

“Ho fatto lo struzzo, ho fatto finta di niente, perché non volevo vederti così.”


“Anch’io ho fatto così. Per tutto questo tempo. Ma è passata ormai.” Sorrido. Vorrei<br />

abbracciarla, ma preferisco limitarmi a camminare dritta con le stampelle.<br />

Mi spiace non essere riuscita a salutare Lavanda. Credo che tornerò presto a trovarla.<br />

Saliamo in macchina e mia sorella mi accompagna fin sotto casa. Prendo la valigia. La<br />

bacio e scendo dall’auto con il gambone.<br />

Sto cercando le chiavi della borsa quando sento che una voce mi chiama.<br />

So chi è: quella gran pettegola della mia vicina di casa, la Palmieri. Se mi giro, mi<br />

attaccherà il bottone per ore. Ma vabbè. Non è poi così antipatica. Ricordo che una volta<br />

mi ha aiutato a sistemare un quadro e mi ha offerto un tè. Forse è solo un po’ sola.<br />

“Anna! Ma che hai fatto?” mi dice, venendomi incontro e guardandomi la gamba.<br />

Anna sono io. E’ il mio nome. Lo sono sempre stata. Avevo solo dimenticato di esserlo.<br />

“Signora Palmieri, lei non immagina. Venga dentro che le offro un caffè e le racconto.”


Fai la brava<br />

di Giovanna Tomai<br />

Quella tosse, secca e impertinente, quando la senti, ti turba non poco. Ti ricorda quelle<br />

sere d’estate quando con la compagnia di turno rientravi tardi, così tardi da far<br />

imbestialire tua madre, pronta con il suo bagaglio di bigottismo a caricare d’angoscia<br />

quella faccia d’angelo che, seppur bella e diafana, così tanto angelo non era. Era in quei<br />

momenti che ascoltavi quel suono distante, che s’affannava sempre più e ti rincorreva nei<br />

corridoi della casa buia pesta, cercando durevoli spiegazioni a quell’avventatezza che si<br />

protraeva senza senso.<br />

“Torna dentro, sciagurata!” ti urlavano contro, con il fiato pesante di chi quelle cose le ha<br />

conservate per anni nei dedali sinuosi della mente.<br />

Ancora oggi, quando ascolti quella tosse che si insinua nelle pieghe della tua memoria,<br />

avverti un guizzo al cuore, come fosse puntura di ago sulla pelle screpolata dal sole.<br />

“Ma com’è successo? Così all’improvviso…”<br />

Le donne raccolte nei capelli ingrigiti, sulle sedie impagliate, come figurini a un concorso<br />

di bellezza, si fanno forza con la cantilena di preghiere, con la prefica in testa. Lauretta si<br />

chiama, la nana più pagata del paese. Nei tuoi ricordi sembrava una bambola parlante<br />

quando camminava con quell’andatura sbilenca, per quante volte l’hai osservata ai<br />

funerali degli altri. Ora è lì, a quello di tua madre.<br />

“Non permettere a nessuno di prenderti in giro, anche se sei nel torto nega sempre, e<br />

non ti confidare con nessuna amica, così non potranno tradirti. Poi fatti bella anche in<br />

casa, tieni sempre il rossetto su quelle labbra morbide” sentenziava.<br />

Queste le parole che più ricordi, insieme agli abbracci prima del sonno e alle coperte<br />

rimboccate prima di sciogliersi nel sopore della notte.<br />

Ora è lì, immobile. Come fa a essere così ferma, lei, che si è mossa sempre troppo?<br />

“Ciao Rita” è un volto che non riconosci. E pensi a quel nome, che non ti è mai piaciuto,<br />

sintetico e disadorno.<br />

La Santa degli Impossibili. Come lei hai fatto miracoli.<br />

Hai viaggiato nel traffico sotto la pioggia assillante di una deprimente giornata di<br />

settembre. Invece è mite nella tua terra brulla e disadorna, piana come un panetto di<br />

DAS modellato dalle manine istruite di un fanciullo.<br />

Hai il viso segnato. Una donna smarrita, spaiata.<br />

“Dobbiamo andare da Mimì l’avvocato, ti ricordi?”<br />

“Babbo, la mamma è morta, finita ieri da un ictus. Non me ne frega niente dei tuoi<br />

traffici, lasciami in pace adesso.”<br />

“E’ necessario Rita, te l’avevo già anticipato, quanto tempo ti fermi?”<br />

“Ho detto di lasciarmi in pace!”<br />

“Rita non si risponde così al babbo, fai la brava.”<br />

In fondo anche lui è spaurito. Per chi comprerà adesso pomodori e cetrioli? Con chi<br />

discuterà per i calamari e la bietola del giorno prima?<br />

Lo sai anche tu e lo abbracci forte, lui tossisce, eccolo lì. Chiuso e risolto nella sua<br />

finzione. E’ lui che te l’ha trasmessa, lo sai.<br />

Quante volte li hai sentiti bisticciare nella pace della notte, tu eri nella tua camera<br />

azzurra, al suo interno ti sembrava navigare quando ci entravi, e da lì hai imparato a<br />

stare a galla nella vita.<br />

“Dimmi con chi li usi, almeno, dimmelo!”<br />

“Smettila, la bambina ci sente.”<br />

E invece di preservare la loro fedeltà custodivano te dalle probabili complicazioni.<br />

“Deve essere la più brava e da grande diventerà una persona rispettabile.”<br />

Un brutto sogno, sotto la coperta che ti riscalda, quella con la spina che va a corrente.<br />

“Quanto tempo ti fermi, Rita?”<br />

“Non lo so zia, almeno una settimana, non di più. Parigi mi aspetta per la fiera e poi a


Milano devo chiudere i lavori in azienda.”<br />

“Vieni a casa. Ti ho preparato le pizzelle con la rucola. Da quanto tempo non le<br />

mangi?”<br />

“No, grazie non ce la faccio, solo una doccia e vado a dormire.”<br />

E invece non dormi. Resti lì impalata in mezzo alla gente che si alterna e ti bacia sulle<br />

guance. Per fortuna non hai sentito le grida quando sono accorsi. L’hanno trovata riversa<br />

in terra, un rivolo di sangue dalla bocca.<br />

Un commiato all’una e all’altra comare, soffi di labbra dispensati sulle gote rugose della<br />

gente di campagna e poi via nell’aria afosa del tardo pomeriggio. Un tramonto amaranto<br />

si staglia in lontananza e un ulivo piantato nel centro della piazzetta gioca alle ombre<br />

cinesi. Quella è stata la casa che tu hai sempre sentito, anche se la vera dimora doveva<br />

essere quella con i tuoi bambini, al Nord.<br />

La chiave nella toppa riproduce quel suono abituale che tante volte hai udito, ti sembra di<br />

sentire in lontananza perfino il verso del merlo indiano che accompagnava i tuoi lunghi<br />

pomeriggi di studio.<br />

Tuo padre rientra tardi questa sera, come tutte le altre che ricordi quando lo aspettavi,<br />

da bambina, con la tavola da tempo apparecchiata e lui odoroso di tabacco e menta<br />

fresca, con il profilo imponente e la pelle scura.<br />

E’ tutto immobile, i ninnoli hanno sempre ingombrato la casa. Il gioco del silenzio, come<br />

all’asilo.<br />

“Sì, pronto” il trillo del telefono ti fa sobbalzare. Non c’è nessuna voce.<br />

Riagganci.<br />

Conti i passi sui mattoni di marmo rosa chiaro, come con i tuoi cuginetti per giungere in<br />

camera, chi prima arriva guadagna la postazione di leader e può decidere chi conduce il<br />

gioco, pronti via!<br />

Adesso sei da sola ma ci sei abituata, è cosa che ti riguarda.<br />

Sfiancata dalla fatica ti rovesci sul letto, c’è sempre quel panno rosa fucsia che lo copre,<br />

con tutte le roselline all’uncinetto, attaccate una per una dalle mani sapienti della nonna<br />

Adelina, sembrano ancora odorare di fegatini cotti al forno e crocchette di patate fritte in<br />

padella. I sapori si sciolgono in bocca mentre ti adagi nel dormiveglia.<br />

Un trillo diverso stavolta, non una chiamata, è un testo, un messaggio.<br />

“Ho saputo solo adesso, mi dispiace, non sono lì con te ma è come se lo fossi, con la<br />

testa.”<br />

Già, con la testa. Quante volte hai sentito questa frase, l’ hai urlata nel vento a quelle<br />

nuvole che si tingevano di rosa dietro i vetri di città. Troppe volte scorticata per ritrovarci<br />

dei sensi. Non rispondi. Lasci il tuo pensiero slittare sotto le palpebre e ricacci via quelle<br />

righe salate.<br />

ADELINA<br />

La moglie del veterinario è conosciuta e rispettata in tutto il paese, che bella donna.<br />

Lunghi capelli neri annodati in trecce, la retìna li protegge come una sottile ragnatela che<br />

imprigiona ma lascia respirare. Gli occhi verdi si posano severi sui numerosi figli. La sua<br />

voce cantilenante si perde nelle stanze della grande casa bianca con la vite arrampicata<br />

fino al tetto e i grappoli maturi e dolciastri che pendono a colorare le pareti.<br />

“Le prendi queste due gallinelle per farci il brodo donna Adelina?”<br />

Incoronata, la donnetta piccola e gobba che l’aiuta a riordinare la casa e a potare le rose<br />

del giardino, un cespuglio per ogni figlio nato.<br />

“Grazie, ci faccio il brodo per domani sera. Giovanni rientra presto.”<br />

“Ci faccio i tagliolini e aggiungo pure due polpettine di carne macinata.”<br />

L’unica donna che guida in paese, che vergogna!<br />

“Non bisogna guidare la bicicletta, roba da uomini” le insegnavano le malelingue.<br />

“Mio marito me la lascia guidare e io ne approfitto.”<br />

E di suo marito ha abusato lei, rendendolo schiavo di quella bellezza che rapisce ma in<br />

cambio solo doni d’amore e fedeltà. Qualche briciolo di poesia nelle sere d’autunno, di


fianco alla stufa con la legna crepitante. A osservare le sue mani larghe e paffute con gli<br />

strumenti del lavoro, il tosapecore, quella specie di forbice che apre le fauci verso il vello<br />

candido.<br />

Ama il suo ardore e la precisione con la quale impartisce il chinino a tutti i suoi figlioli,<br />

Matteo e Celestina in primis, così biondi e gracili, quasi albini. Ma ce n’è anche per Rosa,<br />

Anna, Lelio, Michele e Rocco.<br />

Ciò che le resta dopo tanti anni sono quelle mani legnose che incrociano giri di uncinetto,<br />

e maglia bassa e maglia alta, poi la coperta finisce e se ne comincia un’altra.<br />

ROSA<br />

Capelli ricciuti su quella testa matta, occhi azzurro metallico e labbra sottili che si<br />

increspano come il mare d’inverno. E’ donna fatta ormai e nessuno la vuole, un tronco<br />

non levigato, un sasso di mare abbandonato in riva e mai addolcito dalle onde.<br />

!Donna Adelina, si deve sposare, è ormai in età da marito!”<br />

“E che ci posso fare Incoronata, starà qua a guardare la casa e a occuparsi di me”<br />

Invece arriva Armando per posta, su quelle foto spedite da Piacenza.<br />

“Glielo facciamo conoscere a Rosa, vediamo cosa succede!”<br />

Non le fa paura, in fondo è tenero, con quell’aria smarrita e la balbuzie importante,<br />

disegna come suoni quando le rivolge la parola. Ma anche lui la fa disperare. Quando<br />

rientra a casa dal lavoro mangia un boccone e la lascia, per ritrovare gli amici in osteria.<br />

“Stai qua tu, che mi vergogno a portarti con me, stupida terrona.”<br />

Lacrime piccanti le riempiono la giornata, riprende la valigia e torna al paese, in mezzo ai<br />

rovi, povero fiore appassito.<br />

Niente struscio sul corso principale, nè mandorle tostate e croccante di torrone.<br />

“Fai la brava Rosa bisogna sopportare, il matrimonio si erge sui compromessi.”<br />

Ma lei non ci sta. Resta appartata con quella solitudine che la traghetta alla malattia. Un’<br />

esplosione di croste sul corpo destinato a fiaccarsi sempre più, fino a dileguarsi.<br />

ANNA<br />

Simpatica e un gran maschiaccio, tira giù le trottole a scuola e vince spesso tra gli altri.<br />

“Donna Adelina ma ‘sta figlia vostra, così inquieta e imprudente! Dovreste imparare a<br />

tenerla a bada, altrimenti a sedici anni vi scappa di casa!”<br />

“Ma no, vedrete che poi si calma. Si calma la mia Anné.”<br />

Alle feste i fratelli devono sorvegliarla. E lì incontra il maestro Silvio. Spessi occhiali da<br />

vista. Non bello, ma intellettuale e comunista. Così affascinante nel giorno del suo<br />

matrimonio, con il vestito solenne e i riccioli bianchi a cascata, la parrucca di stoffa che<br />

adorna l’ovale perfetto. Ciao Anné, la trottola dei giochi ti rimane in mano, non si<br />

gareggia più.<br />

ROMANA<br />

La più piccola di casa, un cerbiatto impaurito. E’ lei l’unica prescelta per il collegio a<br />

Monteleone, nei monti distanti. Si affaccia alla vita con le suore nell’orfanotrofio. La sera<br />

avverte il gelo delle lenzuola ma le preghiere la scaldano. Dopo la scuola il refettorio da<br />

rigovernare, a turno con le grandi. Ma lei non si lamenta, in fondo è fortunata. L’unica<br />

prescelta della famiglia che porterà a casa un diploma da ragioniera.<br />

Non le servirà per risolvere i conti della vita.<br />

Le giornate trascorrono lente e l’unico lusso resta quello di intrecciare la paglia o<br />

l’uncinetto. Le sue mani diventano sapienti, le stesse che accoglieranno il corpo senza<br />

vita dell’ unico figlio travolto da un insulso incidente, quelle stesse che resteranno giunte<br />

nella preghiera di riscatto.<br />

Ma quell’amore dov’era per te, Rita?<br />

Semplicemente un’invenzione cinematografica<br />

Perché è così improbabile per te amare gli altri?


Alla fine ci metti sempre una pietra sopra. E sbuffi, come l’oscuro vulcano dell’isola natìa<br />

di tuo padre, laggiù ai confini con l’Africa, dove il sole schianta le rocce e i cuori più aspri.<br />

Ti trascini l’intensa storia d’amore con il musicista, lui suonava la tromba, ritmi e musiche<br />

jazz ornavano le vostre giornate. Avevi riscoperto la forza dei colori, avevi sorpassato gli<br />

inutili inganni e gli orgogli, lui ti aveva plasmato in una pasta nuova, decorata di note e<br />

suoni. Eppure l’avevi lasciato andare per la sua strada, nel viaggio dove mai si approda,<br />

dove nessun luogo si tocca.<br />

Anche il papà dei tuoi bambini, che ragazzo educato. Hai salutato anche lui.<br />

Fai la brava, riprenditi il marito almeno.<br />

“Basto a me stessa mamma, smettila di dirmi ancora cosa devo fare a quarant’anni<br />

Suonati.”<br />

“Cosa dirà adesso la gente? Non ti vergogni? Fossi in te metterei la faccia sottoterra.”<br />

Eppure così pulita non eri stata mai, Rita, libera da ogni condizionamento, la tua luce non<br />

doveva più filtrare attraverso vetri appannati, adesso zampillava autonoma dentro te,<br />

disegnava circoli e girandole variopinte. Una donna assolta persino da sua madre,<br />

adesso. Il viaggio di ritorno è stato acqua e sale, ti sei fermata sulla costa marchigiana,<br />

hai respirato a lungo le grida laceranti dei bianchi uccelli di mare.<br />

Adagiata sulla spiaggia hai fiutato l’odore di speranza che si prende gioco di te.<br />

Eppure ti solletica, lo vuoi imbrigliare e mescolare al tuo.<br />

Fai la brava.


Silenzio azzurro<br />

di Marzia Cipriani<br />

Heimat: patria, Paese, casa paterna.<br />

“Sapete ragazzi, in italiano non esiste una parola che racchiuda tutto ciò che riesce ad<br />

esprimere la parola Heimat…” Ricordo i miei pensieri durante le lezioni di tedesco. Le<br />

montagne... soffocano; tagliando il cielo tolgono il respiro. Come posso chiamare Heimat<br />

un luogo in cui non si vedono i tramonti? Sarà perché gli italiani non riescono ad afferrare<br />

il concetto. O forse Qualcuno lassù sbagliò e mi fece nascere nell’Heimat di qualcun altro.<br />

Il cortile della scuola era un campo di battaglia in cui si doveva abbattere il nemico a<br />

mitragliate di palle di neve. Insieme a quelle volavano gli insulti: “Walscher Fock!”,<br />

“Crucchi di merda!”<br />

Fabian mi prestava i suoi guanti sapendo benissimo che aiutando me si alleava con il<br />

nemico.<br />

Ricordo l’odio che veniva tramandato da generazione a generazione, come un prezioso<br />

tesoro che fra i monti era nato e che lì doveva continuare a crescere.<br />

Ho ancora davanti a me gli occhi di Fabian quando mi guardò scappare per la prima<br />

volta. Erano gli occhi tristi di un alleato tradito. Occhi azzurro-rassegnazione . Partivo e<br />

tornavo continuamente, i suoi occhi offesi erano alla stazione a ogni partenza e ad ogni<br />

ritorno. Lui non capiva ma non chiedeva spiegazioni, io non avrei saputo dargliele; non ci<br />

provavo neanche.<br />

Gli raccontavo del mare, degli orizzonti, di antiche mura che di notte brillavano arancioni.<br />

Ridisegnavo per le sue orecchie le città che avevo visto e i suoi occhi azzurro-malizia mi<br />

chiedevano perché gli italiani andassero così orgogliosi delle loro famose torri mal<br />

costruite. Il mio orgoglio pensava che in termini di confine era un italiano anche lui. Ma<br />

quale orgoglio? Quali confini?<br />

Quando le domande tornavano io ripartivo. Mi cercavo fra i dialetti, nei porti del Mare del<br />

Nord, sotto le torri…<br />

Mi ritrovavo a volte crucca, a volte mafiosa-mangia spaghetti e poi tornavo fra i monti<br />

come Walsche.<br />

Ricordo il giorno in cui capì che anche le mura tolgono il respiro tagliando il cielo. Era il<br />

giorno in cui le mie domande si arrestarono sui binari con il suono stridente dei freni del<br />

treno. I suoi occhi non erano più lì ad aspettare di veder scendere la mia valigia<br />

ammaccata.<br />

Quel giorno pensai di aver perso l’unico treno che valeva la pena di essere preso. L’unico<br />

che mi avrebbe portato a casa. A casa dai suoi occhi azzurro-Heimat.


RATTA’<br />

di Margherita Molinazzi<br />

“Sta a sentì” spalancò gli occhi grigi, piegò la testa verso di me appoggiando i gomiti sul<br />

tavolo. Aveva il solito sguardo da bambino invecchiato che sta per fare una marachella.<br />

Sorrisi in anticipo sapendo che l’avrei assecondato qualsiasi cosa mi avesse detto.<br />

“Ho un segreto da dirti.” Cominciò a parlare puntando il grande indice all’altezza del mio<br />

naso.<br />

Nonno Valdo era abbastanza alto da farmi venire il torcicollo quando lo guardavo, aveva<br />

orecchie da imbuto difettoso, un buffo naso da tirare e bianchi capelli sempre in ordine. E<br />

le mani..solide come una quercia con dita centenarie ricche di una linfa ancora frizzante.<br />

Con quelle mani mi ha insegnato le tre cose fondamentali: contare, leggere e giocare a<br />

carte.<br />

“Stanno arrivando gli extramondisti” sussurrò all’aria di quel primo pomeriggio.<br />

Non feci in tempo a deglutire che il respiro si bloccò in gola, finché una voce uscì dalla<br />

bocca. “Gli extramondisti?”. Valdo annuì lentamente, fiero per avermi stupito. Quando<br />

capii che non stava scherzando, dissi preoccupata. “Nonno, hai le allucinazioni?”<br />

“Macché Matilde”, esclamò con voce euforica. ”A breve lo sapranno tutti, ne parleranno<br />

alle televisioni, alle radio, agli altoparlanti in strada..”<br />

Mangiata dalla curiosità, decisi di credere e seguire le rotelle svitate della testa di nonno<br />

Valdo.<br />

“Ma chi sono?”<br />

“Quando arrivano?”<br />

“ Ma che vogliono dal nostro mondo?”<br />

“Prendi respiro Matilde.” Sorrise fino a scoprire il dente che gli mancava.“Stammi a<br />

sentire.” Per un secondo tutto si fermò, come se l’intero mondo lo stesse<br />

ascoltando.“Vengono dall’angolo opposto dell’Universo. Un abisso di spazio vuoto ci<br />

separa e due differenti soli ci riscaldano.” Quei fari grigi dei suoi occhi riflettevano la<br />

paralisi della mia bocca semichiusa. “Ma sai qual è la cosa incredibile?”, ebbe un attimo di<br />

esitazione per poi dire, “gli extramondisti sono praticamente uguali a noi.”<br />

“Ma come?”, domandai delusa. Me li immaginavo già: viscidi, squamosi, di un colore<br />

disgustoso e di una forma improbabile..invece questi erano uguali a noi. Ma che<br />

extramondisti erano?<br />

Bevvi un sorso d’acqua per abbassare la temperatura del corpo invaso da punti<br />

interrogativi; poi tornai all’attacco. “Nonno, come fai ad avere queste informazioni?”<br />

“Il Bar Par.” Si stupì della domanda quanto io mi sorpresi della risposta.<br />

“Vado là facendo finta di leggere il giornale e intanto ascolto i discorsi delle persone. Al<br />

Bar Par ne parlano tutti. Ho sentito che vengono da un pianeta che si chiama…”<br />

Strizzò gli occhi cercando la parola nascosta dietro ai neuroni del cervello, finché questa<br />

non uscì tutto di un fiato “RATTA’. Ecco come si chiama.” Fece una pausa per riprendersi<br />

dallo sforzo celebrale per poi continuare. “Gli extramondisti che stanno arrivando sono gli<br />

ultimi a scappare dal loro pianeta, tutti gli altri, i più ricchi si sono già rifugiati in altri<br />

mondi con più risorse delle nostre.”<br />

“Ma da cosa fuggono?”<br />

“Sono molto più avanzati di noi, ma a quanto pare tutta questa tecnologia sta uccidendo<br />

il loro mondo. Le guerre si sono accese su tutta la superficie della Terra.”<br />

“Terra? Cos’è nonno?”<br />

“Matilde, te l’ho detto due secondi fa. E’ il loro pianeta. Ascoltami quando parlo.”<br />

“Ma nonno, mi avevi detto…va beh, non importa.”<br />

Continuò. “Il problema è che molti li vedono come quelli che ci deruberanno soldi e<br />

lavoro. La Guardia Nazionale ha comunicato che respingerà gli extramondisti trovati nello<br />

spazio, mentre la nostra piccola regione Vestras ha dichiarato che cercherà una


sistemazione a coloro che riusciranno ad arrivare fin qui. Chissà poi se lo farà…le parole<br />

sono sempre facili da pronunciare.”<br />

Fece una pausa per poi riprendere. “Se resteranno sulla Terra moriranno. Che mondo è<br />

Tabar se permette tutto questo?” Spostò per un momento lo sguardo verso l’angolo della<br />

stanza come se un piccolo televisore stesse proiettando la sua vita passata in bianco e<br />

nero. Per qualche istante abbandonò lo sguardo da bambino per entrare nella veste di<br />

adulto. Le poche volte che lo faceva mi metteva un po’ di tristezza, ma allo stesso tempo<br />

sapevo che in quelle occasioni dovevo diventare una piccola spugna da bagno pronta a<br />

prendere volume da quelle parole bagnate.<br />

“Dai nonno, non essere così tragico.” Presi tempo cercando un modo divertente per<br />

distrarlo. Non riuscivo a vederlo così triste. Finalmente mi venne un’idea geniale. “Perché<br />

non andiamo a vedere l’arrivo degli Extramondisti con la tua lambretta del 210?” Alzò lo<br />

sguardo e ritornò bambino. Scattò in piedi dimenticandosi di avere l’artrite alla<br />

schiena.“Andiamo Matilde. Chissà se funziona ancora la mia vecchia bambina..”<br />

Sfrecciammo verso sud, il vento mi allungava i capelli. Mi strinsi al nonno appoggiando la<br />

guancia sull’arco curvo della schiena.<br />

Valdo rallentò. Io aprii gli occhi e vidi un muro di poliziotti. Sembravano loro gli<br />

extramondisti da quanto erano imbacuccati. Con voce robotica dissero che non potevamo<br />

passare per questioni di sicurezza.<br />

La delusione stava sgonfiando la tensione nel mio corpo quando il nonno mi tirò per un<br />

braccio verso la collina del “Gran Cappello”. Salimmo in cima in punta di piedi come se da<br />

un momento all’altro si dovesse svegliare il gigante a cui stavamo calpestando la pancia.<br />

“Nonno è illegale quello che stiamo facendo, vero?”, domandai prevedendo già la<br />

risposta. “Sì, ma sono tutte cavolate Matilde.” Sorrisi in silenzio e continuai a camminare.<br />

Saliti sulla collina la nebbia sospendeva in aria il “Gran Cappello”.<br />

Lo aiutai ad appoggiarsi su una roccia e mi sedetti al suo fianco. “Accogliamoli almeno<br />

noi”, disse affaticato dalla salita.<br />

Si tolse il cappello, appoggiò i gomiti alle ginocchia e guardando una linea in lontananza<br />

disse. “Ricordi che ti ho parlato della guerra che era scoppiata nel nostro paese? Io ero<br />

piccolo quando con la mia famiglia siamo fuggiti in un posto più sicuro dove stare..era<br />

diritto per di là”. Alzò il braccio ed indicò il cielo.<br />

“Quanti ricordi..”, distese le rughe e tornò in pochi istanti ragazzino.<br />

Si girò verso di me e proseguì. “Quando siamo ritornati qua, io e i miei fratelli non<br />

parlavamo più la lingua vestrale”, alzò le sopraciglia e con una buffa smorfia disse,<br />

“stranieri per due volte...meglio di così?”. Con un sorriso prese in giro il suo destino. Lo<br />

imitai, divertita da quella faccia intrafficata da rughe imprevedibili.<br />

“Ma questa è un’altra storia di tanti anni fa che sembra sia stata cancellata dalla memoria<br />

della gente.” Mi guardò puntando il grande indice all’altezza del mio naso. “Stammi a<br />

sentì, nel terzo cassetto del comò ci sono tutte le cartoline che mi hanno spedito in questi<br />

anni. Mano a mano che arrivavano scrivevo dietro i francobolli dei miei ricordi. E quelli io<br />

non li ho dimenticati.” Posò la grande mano sui miei riccioli neri, poi facendo leva sulle<br />

ginocchia si alzò. “Gli extramondisti non sono ancora arrivati. Andiamo Matilde ti porto a<br />

casa, i tuoi staranno in pensiero.”<br />

A tarda mattinata mi svegliai di colpo nel mio letto, affamata di novità.<br />

Corsi incontro alla mamma che stranamente aveva occhi spenti. Il babbo si avvicinò, lo<br />

sguardo sfuggente non era da lui. Con voce spezzata mi disse. “Non volevamo svegliarti,<br />

dormivi così bene. E’ successo che…” appese il sospiro nel vuoto, per poi far cadere<br />

parole pesanti, ” il nonno...è morto.”<br />

La casa, le stelle, i soli caddero di colpo sul mio corpo di nove anni.<br />

Gli occhi del babbo contenevano a stento la commozione. ”L’abbiamo trovato nel letto<br />

con un sorriso stampato in viso.” Una diga spezzò il mio stomaco facendo straripare<br />

lacrime che a stento riuscivo a deglutire. Nonno Valdo era morto? Non riuscii nemmeno a<br />

pensarlo che un fiume sgorgò senza permesso sulle guance. Uscii di corsa mentre i miei<br />

genitori urlarono”Matilde!”


Corsi contro il tempo..rivedevo il sorriso senza un dente, gli occhi da bambino<br />

invecchiato, le orecchie e le mani. Le mani del nonno..<br />

Corsi arrabbiata verso casa sua. Perché nessuno mi aveva detto che nonno Valdo non era<br />

immortale? Lui non poteva morire!<br />

Arrivata davanti al portone di casa le lacrime erano finite e il mio corpo accaldato si<br />

rilassò. Ma figurati se il nonno è morto, pensai. Lo immaginai in fondo alla strada sulla<br />

lambretta del 210 che mi strizzava l’occhio prima di partire. Alzai il braccio e dissi, “ ciao<br />

nonno, buon viaggio.”<br />

Mi svegliai presto al profumo della colazione di nonna Zilda.<br />

E’ arrivato il grande giorno. Aprimmo l’enorme casa in campagna della nonna per<br />

ospitare per un breve periodo gli extramondisti. Sono i primi e forse gli ultimi, non si sa.<br />

Alcuni sono morti nel tragitto, altri sono stati rimandati sulla Terra dalla Guardia<br />

Nazionale. Mentre mio padre e mio fratello erano al confine regionale per fare impianti<br />

elettrici nei casolari di accoglienza, la mamma e la nonna stavano preparando specialità<br />

del mondo Tabar per la famiglia terrestre.<br />

Io, li stavo aspettando da un’ora alla finestra. “Nonna, ma perché questa gente ha<br />

distrutto il mondo in cui abitava?”<br />

“Non lo so Matilde, se vorranno ce lo racconteranno. E in tal caso, faremmo bene a fa<br />

tesoro del loro passato per evitare che le ruote dei carri si rompano sempre sulla stessa<br />

buca.” Non sempre capivo le metafore della nonna ma la sua saggezza mi dava<br />

sicurezza. Alzai le braccia verso il collo e l’abbracciai con tutto il corpo.<br />

“Nonna ma è vero che gli extramondisti buttano fuori aria dal culo?”<br />

”Matilde! Ma chi ti ha insegnato a parlare così? Tuo zio vero?”<br />

“Eccoli!”, disse a voce alta la mamma.<br />

Incollai il viso al vetro della finestra e vidi attraverso il cancello del giardino una folla<br />

silenziosa che lentamente camminava per strada. Erano gli uni appiccicati agli altri, come<br />

se il corpo dei vicini li stesse proteggendo dall’esterno. Avevano colori diversissimi della<br />

pelle, chi più chiaro, chi più scuro...Pensai che forse la Guardia regionale li aveva dipinti<br />

per distinguerli per famiglie, o semplicemente non erano riusciti a lavarsi.<br />

Chissà come doveva essere stata la Terra…<br />

Entrò timidamente dal cancello la famiglia che per un mese avrebbe alloggiato dalla<br />

nonna. Corsi fuori, ma Zilda mi acchiappò per la maglia. “Piano Matilde, magari li<br />

spaventi!”<br />

Intravidi una ragazza alta come me; bastò un’ attimo che un filo sottile infilato nelle<br />

nostre pance ci fece avvicinare lentamente. Cinque passi ci separavano. Volevo toccarla,<br />

annusarla e analizzare le differenze di ogni centimetro del suo corpo. Ma una forza di<br />

gravità mi teneva ancorata al pavimento. Solo i nostri sguardi si potevano muovere.


Perché tutto questo?<br />

di Marina C. Sandoval<br />

Nel camerino due burattini, Norman e Caroline, sono in attesa del giorno dello show,<br />

quando Caroline comincia a parlare. Lei vuole sentire la sua opinione sullo spettacolo, che<br />

si chiama "Perché tutto questo?". È fondamentalmente una satira sulle teorie dei filosofi.<br />

Caroline è incuriosita da alcune parole che ha sentito. Tra gli scherzi e le risate, alcune<br />

parole come "libertà" e "scelta" sono rimaste nella sua testa.<br />

Inizia a chiedersi se loro dovessero sostenere ciò per cui sono stati creati per fare, ossia,<br />

essere gestiti da un attore, o forse comportasi in un altro modo. Norman non ha tanta<br />

volontà di pensare e cerca di scoraggiarla, senza riuscirci. Caroline si ricorda tutte le<br />

volte che è stata sulle gambe dell'attore e lui conduceva i suoi occhi da una parte mentre<br />

lei voleva guardare dall'altra, “Verso quella bambina tra il pubblico che si stava leccando<br />

le dita dopo aver mangiato un cioccolato. E se potessi guardare ovunque desidererò?",<br />

che non poteva più dimenticare l'idea di pensare e di agire per conto proprio. La<br />

discussione tra i due pupazzi continua. Norman inizia a stancarsi di cercare di convincere<br />

la sua collega che è sempre più facile rimanere dove siamo, invece di cercare di<br />

cambiare: lui pensa che tutte le domande della sua amica sono stupide e le dice di<br />

dimenticarsele. Ma Caroline non dimentica. Al contrario. La riluttanza di Norman di<br />

cambiare la incuriosisce ancora di più e lei si ricorda di un altro pezzo dello show.<br />

"Secondo alcune teorie gli esseri umani non volevano uscire da dove erano, per paura."<br />

Ma lei non aveva timore, anche perché non conosceva molto bene quella parola. Ma<br />

Norman le aveva, anche se diceva che non era paura, che era senso comune.<br />

Il fatto che Norman fosse spaventato e lei no, la portava a fargli anche più domande. Se<br />

fossero uguali come potevano sentire diversamente, forse perché sono stati creati da<br />

persone diverse? Se era così, chi li ha fatti? Per tutto il tempo Caroline ragiona ad alta<br />

voce e Norman sempre le rispondeva che quelle domande non l'avrebbero portata da<br />

nessuna parte: dopo tutto loro non potevano fare nulla per cambiare. Questa tesi non<br />

convince il burattino, Caroline va ancora più a fondo nelle sue domande e si chiede:<br />

“Perché gli esseri umani hanno un tale bisogno di scoprire chi li ha creati?” E con questa<br />

domanda giunge alla conclusione che forse, se lei conoscesse la persona che l’ha<br />

generata, questa potrebbe risponderle. Con questa idea in mente, Caroline decide di<br />

scoprire chi l'ha creata. Ma c'è un problema: “Come fa un burattino ad andarsene in giro<br />

per cercare qualcuno?” Così Caroline prova a muoversi da sola.<br />

Dopo molte prove e tanta concentrazione riesce a muovere le gambe, e poi le braccia,<br />

ma sempre con la disapprovazione di Norman, che ancora pensa che tutto sia inutile e<br />

che, ovviamente, i burattini sono stati creati per servire gli attori, non per fare domande.<br />

Ma qualcosa cambia in Norman quando Caroline riesce a mettersi in piedi. La prima cosa<br />

che lei fa è camminare verso di lui e dargli un bacio dicendo: "Ho sempre voluto farlo!"


Istante<br />

di Marina Vallongo<br />

“Io alla tua età andavo a ballare. Una volta sono andato in un tavolo per invitare una<br />

bella ragazza. No, si è alzata un’altra, allora io ho detto: Va beh e ho ballato con lei. E’<br />

diventata mia moglie quella. Ma io ero andato lì per ballare con l’altra.” Il suo ruvido<br />

sguardo sfiora il ragazzo seduto di fronte a lui che con un libro aperto sulle ginocchia<br />

osserva srotolarsi la campagna fuori dal finestrino. L’uomo lascia germogliare un sorriso e<br />

continua: “Io lavoravo. A lavorare si passa il tempo. L’ho fatto io il pavimento della<br />

mensa in via Zamboni. Ci vai alla mensa? L’ho fatto io. Con un mio amico. Dalle 8 alle 3.<br />

Abbiamo fatto 70 metri. Andava velocissimo. Anche io ero veloce.” Le sue mani<br />

ondeggiano ritmiche come frutti scossi dal vento invernale: “Una volta una bulgara mi ha<br />

detto che dormiva fuori da tre giorni, allora io gliel’ho fatta conoscere, al mio amico. E lui<br />

se l’è tenuta. Ha visto che era una bella donna e se l’è tenuta.”<br />

I pesanti zigomi pendono dall’orlo dei suoi occhi; la scorza del suo collo come il tessuto<br />

dei sedili. “Dì, ci ho vissuto sei anni col mio amico poi il comune ci ha dato lo sfratto. A<br />

me piace stare all’aria libera.” Le parole filano via grevi tra le sue labbra come il treno sui<br />

binari: “Quanti anni mi dai? Dai, quanti anni ho? No cinquanta, quindici in più:<br />

sessantanove! Io sto in stazione. Dormo sulle panchine. Come quegli zingari che dopo la<br />

liberazione andavano in giro sui carri coi cavalli. Loro dicevano: la patria è il mondo, il<br />

mio tetto è il cielo, la mia mamma diceva che portavano via i bambini … allora<br />

camminavamo di traverso nei campi se li vedevamo. Io dormo in un hotel a mille stelle.<br />

Una volta le ho contate, ma sono più di mille. Adesso vado a Imola a mangiare che mi<br />

danno il buono. A Imola dai matti. Ma adesso i matti non ci sono più. Sono più matti<br />

quelli fuori.” Il ragazzo sfogliando svogliato le pagine del suo libro rimugina: “Mi scelgo<br />

sempre un posto di fronte a qualcuno che ha la geniale idea di raccontare tutta la storia<br />

della sua vita. Addirittura un pezzente alticcio che fa domande senza lasciarmi il tempo di<br />

rispondere. Sono libero di pensare ad altro mentre parla, ma la prossima volta vado in<br />

prima classe. Non si respira qui dentro. Quella giacca probabilmente non vede una<br />

lavatrice da secoli.”<br />

“Eppure sono nata qui.” pensa la ragazza con gli occhi socchiusi :”È il modo in cui mi<br />

guardano che tradisce i loro pensieri.” Una treccia corvina sbuca da dietro l’orecchio<br />

destro. Reclinata sul poggiatesta pensa: “Se parlo e le strascicate esse romagnole mi<br />

tradiscono, allora cambiano espressione e a volte mi rivolgono la parola. Quell’istante,<br />

ogni volta, mi graffia. Preferisco quasi non parlare e lasciarli pensare che, come i fiori di<br />

loto, siamo tutti uguali. Più di un miliardo di abitanti indistinguibili come formiche e<br />

incapaci di pronunciare la erre.” Stringe sulle ginocchia una grande borsa chiara e ascolta<br />

la conversazione di due passeggeri seduti alle sue spalle.<br />

“Da dove viene?” chiede una signora inarcando leggermente le sopracciglia disegnate.<br />

Immobile, con le mani incrociate un uomo risponde “Senegal.” La maglietta sbiadita sulla<br />

sua pelle sembra ancora più bianca. La signora si sporge leggermente in avanti: “Oh, che<br />

posto! Sono stata a Dakar anni fa, sa? Che caldo … io a Milano un sole come quello che<br />

avete voi lo vedo raramente!” L’uomo stringe lievemente la mascella: “Il sole si mangia la<br />

mia terra, il deserto avanza” pensa. La signora scosta la tendina blu e volgendo la fronte<br />

verso il timido sole invernale: “Quello sì che era un bel posto!”<br />

L’uomo immobile immagina la mano della signora, unta di crema solare, stringere un<br />

cocktail nella spiaggia privata dell’hotel con piscina, palestra, solarium e campo da golf<br />

con vista sull’Atlantico.<br />

“Lei è qui per lavoro, ah, certo, che problema, anche qua tante persone non ce l’hanno.”<br />

dice facendo un movimento circolare con la mano tozza. L’uomo la immagina con dieci<br />

chili e anni in meno, in pantaloni corti e maglietta, con la macchina fotografica al collo:


“Avrà fatto le escursioni nella savana a caccia di falsità etniche, sarà stata coinvolta in riti<br />

di iniziazione per turisti … o forse non è mai uscita dal recinto che aveva fatto prenotare<br />

dall’Italia.” L’uomo mette a fuoco il complicato intreccio degli orecchini della signora e<br />

pensa alla fantasia ricamata sul tessuto del vestito preferito di sua moglie, quello che<br />

indossava la prima volta che si erano incontrati.<br />

Nei sedili di fianco un ragazzo annota su un taccuino nero: “Si può scrivere un libro senza<br />

trama, senza azioni, in cui tutto avviene in un istante? Una carrozza di un treno in corsa,<br />

degli sconosciuti seduti uno vicino all’altro. Si incontreranno di nuovo, si riconosceranno?<br />

Si sono mai veramente incontrati? Non hanno forse solo incrociato le loro esistenze per un<br />

breve tragitto? Dove stanno andando? Quale sarà stato il loro primo pensiero questa<br />

mattina? Hanno dei progetti, delle speranze, sono rassegnati? Si saranno svegliati, come<br />

me, senza sapere bene il perché, senza sapere come mai ci è data questa frazione di<br />

tempo da giocare e niente di più? Il sapore agro dolce della vita, mi emoziona. È euforia e<br />

disperazione, gioia e sconforto, soddisfazioni e sconfitte, essere vivi. Un altalenare di<br />

possibilità e di avvenimenti a cui non ci si può sottrarre, se non rinunciando a respirare.<br />

Ecco, quando mi succedono cose del genere divento filosofico. Era così bella … una<br />

scheggia di attimo e ho capito di amarla. Mi ha guardato, non mi ha visto. Contemplava la<br />

sua immagine riflessa nel vetro, o cercava di infilzare vaghi pensieri nel sughero della sua<br />

coscienza? Il suo treno è partito ma il mio, andava nella direzione opposta.”


Rilassati Eva<br />

di Norma Amitrano<br />

La visione sarebbe giunta entro un massimo di 5 minuti.<br />

Ne era certa: la sentiva rintoccare sulle punte delle dita, fra i solchi brucianti delle sue<br />

impronte digitali che stavano inesorabilmente cambiando colore. Avvertiva voci<br />

ammantarsi d'incenso, perché, per una sua qualche convinzione, immaginava che una<br />

visione dovesse avere il sapore innalzante e solenne del legno bruciato e dell'erba secca,<br />

e circondarla di un sacro terrore che la affossava sulla sedia.<br />

Sarebbe stata maestosa ed epilettica, avrebbe dato sfogo a gradazioni di colore<br />

inintelligibili, lei avrebbe visitato luoghi sconosciuti, e afferrato concetti che la sua mente<br />

mai aveva osato avvicinare.<br />

Avrebbe conosciuto l'Indaco.<br />

Strinse all'inverosimile gli occhi, che erano già rilassati e chiusi come veniva richiesto, e<br />

si costrinse a respirare. Incapace, si diceva, finisci sempre in apnea, lo vedi? Non sai<br />

tenere il controllo.<br />

La testa cominciava seriamente a girare, chiaro segnale del sopraggiungere di Colei che<br />

si faceva attendere, quand'ecco, li vide, appena accennati, velocissimi, fulminei, in un<br />

angolo del cervello che non si era concentrato: quel paio di occhi ridacchianti, che subito<br />

fuggivano via.<br />

“Ma no! No, non è possibile, ancora?” in un gracchio incazzoso, lo sbriciolamento<br />

meteoritico di un'intera giornata di meditazione, nervi saettanti, spuntare di pulsanti<br />

vene su lati impensati della testa. Visione bruciata, ancora una volta. Solamente il<br />

profumo, ormai insistentemente legnoso, dell'incenso continuava a sibilare altezzoso dal<br />

suo bastoncino all'altro capo della stanza.<br />

Si alzò, brusca, considerando il fatto che forse non avrebbe dovuto starsene<br />

occidentalmente seduta su una sedia, che la posizione migliore per vivere un così<br />

importante momento fosse mettersi a gambe incrociate in terra, come aveva visto fare a<br />

Sarah quella volta al mare. La vera visione. era di una bellezza soave, aveva notato, così<br />

immersa in se stessa che pareva levitare. La invidiava con un'ammirazione caparbia,<br />

sbatteva la testa contro il suo Non-essere-come-Lei. Anche se, l'aveva solo pensato, con<br />

ottima probabilità il suo sinuoso fluttuar di medusa cosmica era dato dagli sbuffi<br />

lattescenti e vaporosi delle vesti che aveva indosso.<br />

Dalle finestre, la luce smorta e un po' triste del primo pomeriggio invernale le diceva che<br />

era ora di mettere addosso qualcosa di sufficientemente comodo e andare a lavorare. Ma<br />

non aveva nemmeno completato il suo disegno! Le terre colorate sbriciolate sul tavolo<br />

ancora la guardavano. Le mani erano incrostate, la sua maglietta era piena di macchie,<br />

anche la faccia lo era. Il foglio no, il foglio era bianco, e avrebbe dovuto consegnarlo,<br />

vissuto e iridato, quella sera alla riunione.<br />

Incapace. Idiota. Sempre così, concludeva.<br />

L'aria di fuori la spaventava, ma l'aria che c'era in quella stanza la stava irritando, e forse<br />

al momento, tra le due emozioni preferiva quella del terrore puro. Decise che la maglietta<br />

spruzzata di colore le donava un aspetto un po' naif e che ai bambini sarebbe piaciuta.<br />

Pur di cominciare la lezione sentendoli ridere, voleva correre il rischio di regalare loro un<br />

po' di distrazione. Come se poi ne avessero avuto bisogno.<br />

Il caos carnevalesco che si immaginò al suo ingresso nell'aula la elettrizzò, e per la prima<br />

volta si accorse di sorridere serena all'idea.<br />

“Rilassati Eva” la voce di Sarah scorreva in rivoli frizzanti sulle sue tempie, mentre se ne<br />

stava stesa sul tappetino azzurro, gli occhi serrati come pugni che vogliono difendersi.<br />

“Quanto sei tesa, dovresti vederti!” Zampillava, Sarah, spruzzava l'aria di risate fresche,<br />

scivolava danzando fra le teste degli aspiranti meditatori e la sua gonna veleggiava con<br />

lei.


Eva non tentava di celare in nessun modo l'avversione che provava nei confronti<br />

dell'espressione "Rilassati", soprattutto se si trattava di un preciso ordine da rispettare.<br />

Da parte sua, Sarah amava particolarmente far scrosciare imposizioni, addolcendole col<br />

mormorio cullante della sua voce.<br />

Rilassati...chi c'era oggi con quegli animali,io o lei? Io, mi pare.<br />

Una mandria di gnu migranti, ecco chi l'attendeva in classe quel pomeriggio. I sorrisi, la<br />

serenità, quell'orribile maglietta sporca che aveva messo per farli divertire, una volta<br />

entrata in aula avevano fatto la fine dei gessetti colorati che giacevano ignari e sbriciolati<br />

sul pavimento: calpestati, frantumati, resi polvere e fumo.<br />

Si era preparata, raggiungendo quasi l'esaltazione, alla presentazione di un nuovo,<br />

coinvolgentissimo argomento: la prima coniugazione del presente indicativo. La mano<br />

che ricamava la lavagna aveva provato l'ebbrezza della paresi appena si era accorta che<br />

alcuni di loro non riuscivano a leggere il corsivo. Le era toccato ripartire dall'alfabeto. Ma<br />

oltre alle novità giornaliere, era quello un ambiente che amava tenere vive le tradizioni:<br />

all'intervallo scoppiò la consueta lotta per accaparrarsi le patatine, le quali subivano<br />

brutali martiri prima di cadere, esanimi, al suolo. Per fortuna c'era Omar che l'aiutava<br />

sempre a pulire, alla fine.<br />

E ora si doveva pure rilassare...<br />

“Mi spieghi almeno cosa hai fatto?” le chiese Sarah frenando la sua danza e sedendosi<br />

accanto a lei. Eva ringhiò qualcosa come "I bambocci" e Sarah rise “Ma dai! non mi dicevi<br />

che ti piaceva tanto questo lavoro? E poi i bambini sono bambini: hanno bisogno di<br />

sfogarsi. Lasciali giocare un po'.”<br />

“È proprio questo che fanno: giocano. In tre mesi l'unica parola d'italiano che hanno<br />

imparato è scoreggiare!”<br />

Sarah si stava strozzando con la sua stessa risata “Porta due percussioni domani. Un po'<br />

di ritmo! I bambini lo sentono più di noi, non hanno tutti i nostri blocchi mentali. La<br />

musica vi scioglierà” e si alzò, pronta a richiamare l'attenzione della sala. Placò il ruscello<br />

gorgogliante che la faceva danzare e prese le sembianze, miti e placide, di un lago<br />

termale giapponese. Respirando all'unisono, tutti i membri del gruppo si sedettero a<br />

gambe incrociate, la schiena eretta, la mente spogliata da ogni negatività.<br />

“Per stasera avevate un compito speciale. Spero che tutti vi abbiate dedicato il giusto<br />

tempo” erano bolle le parole che piano piano sillabava, liquide, tonde e rassicuranti.<br />

Alzando lo sguardo se ne poteva seguire l'ascesa leggera, la scomparsa lieve, priva di<br />

affanni, insensibile agli stridori, e davvero erano tutti con gli occhi sospesi mentre<br />

parlava “Quando l'ho fatto per la prima volt” continuò “ho sentito nascere come un fluido<br />

nel cuore. Mi ha attraversato la mente, ha percorso le mie dita e io ho preso a disegnare.<br />

In quello stesso momento il fluido, come un balsamo, mi è sceso sugli occhi e ho avuto la<br />

visione.”<br />

Il tripudio di bolle che si stava raccogliendo sul soffitto della sala scoppiettò in una serie<br />

di sommessi Oh e fu un improvviso sfarfallar di fogli cangianti e di profumate anime<br />

dipinte.<br />

Bene, l'hanno fatto proprio tutti. La bolla che si era aperta sulla testa di Eva doveva<br />

essere l'unica ad aver esploso acqua fredda. Stefania,addirittura. E io che contavo sulla<br />

sua nullafacenza...<br />

“Provate a chiudere gli occhi e a lasciare il mondo e le sue brutture fuori dalla vostra<br />

mente, ascoltate il battere del vostro cuore, il pulsare del vostro stomaco, vero<br />

propulsore delle emozioni. Non siamo più abituati ad ascoltare i suoni e gli odori della<br />

natura. Fatelo. Liberate i colori della vostra anima.” Questo era stato il radioso discorso di<br />

Sarah alla precedente lezione.<br />

Già con "Cucina la tua anima" Eva aveva avuto una piena crisi di coscienza. Immaginava<br />

che la sua anima fosse semplice e non aveva trovato nulla di più vicino alla semplicità di<br />

una torta di mele. Ma nella preparazione del dolce aveva usato le uova e il burro e così la<br />

torta, il giorno della consegna, restò ad ammuffire solitaria sul tavolo, fra le ciotole di<br />

cous-cous vuote e le bucce di frutta biologica. Comprese così di non essere semplice e di


non sapersi cucinare. E adesso chiedevano colori. Ma che colore poteva mai avere la sua<br />

anima?<br />

“Bianca!” uno dei presenti osò intaccare l'aria resa pura dalle bolle di Sarah “Eva, la tua<br />

anima è lo splendore, l'illuminazione: è bianca.” qualche mormorio estatico si alzò<br />

attorno all'illibato disegno di Eva “Bianca è la luce! Bianca la purezza! Bianco lo stadio più<br />

alto della meditazione!” Eva stava per cedere alla tentazione di confessare che sì, aveva<br />

realmente avuto la visione definitiva, quella che l'aveva avvicinata allo splendore delle<br />

divinità.<br />

“E cos'hai visto?” lo scoglio affilatissimo della voce di Sarah infranse tutti gli sciaquii di<br />

santità in cui Eva si stava battezzando. Non rispose, la guardò. L'espressione furente<br />

negli occhi di Sarah non era quella che ci si sarebbe aspettati da lei al cospetto di<br />

un'anima bianca.<br />

“Eva, sul tuo foglio non c'è niente. Tutti sono riusciti a vedere qualcosa. Tu devi sempre<br />

fare di testa tua, vero? Non hai visto perché non vuoi vedere.” Era interdetta Eva, non<br />

capiva. Lo scoglio si era tramutato in promontorio minaccioso e la oscurava.<br />

Era un'estate svogliata, quella in cui Eva, strascicandosi tra una spiaggia e l'altra, aveva<br />

conosciuto Sarah, e le sue emozioni fossili si erano sgretolate. Ballava, quando la vide,<br />

circondata da musicisti febbricitanti. Il ritmo delle percussioni era irresistibile, era diretto<br />

allo stomaco, alle viscere, alla pianta dei piedi nudi. Era gioia non controllata, era la sua<br />

criniera di capelli corvini, il suo sguardo di animale selvatico. Eva si lasciò ipnotizzare<br />

dalle pose sinuose e saettanti delle sue mani. La musica risvegliava in lei una sorta di<br />

spirito tribale che non pensava le appartenesse, ma la danza di Sarah era elegante,<br />

sofisticata, ricercatissima. Non vi era passo o scampanellata di braccialetti che fosse<br />

casuale, non vi era giravolta che lasciasse spumeggiare un numero non premeditato di<br />

lembi di vestito. Il viso era altero, serio, concentrato. Consapevole.<br />

“Come fai a ballare così?” fu il modo in cui si presentò e Sarah decise che Eva era<br />

perfetta per entrare nel gruppo. Non aveva le mani abbastanza grandi o forti per<br />

prendere a schiaffi la pelle dei tamburi, né l'estroversione e l'esuberanza per ballare<br />

sinuosa a piedi nudi in spiaggia, ma era scossa da un nervosismo pallido che Sarah trovò<br />

perfetto per la meditazione.<br />

“La prima regola è respirare con la pancia. Lascia stare quelle spalle!” Fu uno dei suoi<br />

insegnamenti quella sera, sedute a gambe incrociate sulla sabbia “Se ti lascerai cullare<br />

dal respiro arriverai a conoscere il tuo io più profondo...e piano piano...la vedrai!” Così<br />

Eva, entrando nel clan, fu presa sotto la sua protezione, e seguì tutte le sue lezioni con<br />

un impegno che le faceva scoppiare le tempie. Non lo voleva ammettere ma col passare<br />

dei mesi si accorse che non solo non meditava, ma che le sue spalle, mai placate,<br />

pretendevano arrogantissime di continuare a condurre la respirazione.<br />

Dopo l'ultima riunione, l'espressione "Rilassamento" aveva fatto la definitiva scomparsa<br />

dalle sue ambizioni. Sarah le aveva imposto nuove meditazioni e le aveva compilato una<br />

dieta speciale da seguire "senza tutti quei formaggi che mangi tu". Era il suo modo per<br />

dimostrarle che l'intransigenza della disciplina non aveva certo intaccato la loro amicizia.<br />

Una volta arrivata a casa, il foglietto e la dieta, a cui non aveva dedicato nemmeno uno<br />

sguardo, furono gettati via nell'allegra forma del coriandolo. In tanti piccoli pezzi stizziti,<br />

invece, fecero la loro ultima, odorosa comparsa i bastoncini d'incenso che proprio Sarah<br />

le aveva regalato. Ne stava probabilmente diventando allergica.<br />

“Io ascolto, tu ascolti, lui ascolta...” Eva calcava la vocale finale con la stessa forza nella<br />

voce e sulla lavagna. Il silenzio e l'attenzione quasi la inquietavano, ma il<br />

sopraggiungere, prima cauto, poi sempre più esuberante, di un orgoglioso<br />

sgranocchiamento di biscotti le infuse sicurezza. Si commosse sul "Noi ascoltiamo"<br />

pronunciato con voci altisonanti dall'intera prima fila, e decise di sorvolare sul fatto che il<br />

bolo prodotto dai suddetti biscotti stesse partecipando attivamente all'atto della<br />

fonazione. ”Voi?” “Ascoltate” il coro era pronto e sembrava avere desiderio di cantare


ancora. Era quieta e ridente, alla fine della lezione, quasi avrebbe improvvisato con la<br />

scopa un valzer di briciole e gessetti.<br />

Mentre tornava a casa si fermò davanti alla saletta dove, fino a due settimane prima, si<br />

riuniva col gruppo di meditatori. Sapeva che Sarah e qualche altro adepto passavano la<br />

maggioranza del loro tempo in quella stanza dalle pareti arancioni, a preparare eventi, a<br />

liberare l'anima dalle sue scorie. Restò ferma sulla soglia. La sala era in penombra,<br />

impregnata dell'odore dei corpi che si stavano imponendo contorte posture. Ne fu quasi<br />

soffocata. Sarah era voltata di spalle, i capelli legati avevano l'aria di una bestia domata.<br />

Non disse niente, Eva, ma Sarah la sentì.<br />

“Torni fra noi?”<br />

“No Sarah.”<br />

“Peccato.”<br />

“Sarah...non voglio più provare a essere te.“<br />

Eva la immaginò innervosirsi, poi distendersi e sorridere.<br />

“Sei libera.”<br />

A suo modo, una benedizione. Eva uscì senza salutare.<br />

Non si lamentò del freddo e la pioggerellina la solleticava senza infastidirla, anzi, la città,<br />

squadrata fra goccia e goccia, si scomponeva in riflessi nuovi, curiosi. Stava<br />

passeggiando tra le vie ciottolate del centro, quand'ecco...li vide, velocissimi, fulminei:<br />

quel paio d'occhi ridacchianti...che subito fuggirono via...<br />

Avevano svoltato l'angolo e lei li inseguì, sorpresa, quasi affannata.<br />

Vide una mela volare via dalla cesta di frutta di una bancarella, poi il suo giubbotto rosso<br />

troppo grande per lui e i capelli ricci arruffati per l'umidità.<br />

“Omar!” chiamò. Il bambino si voltò per un attimo, le gote come due ciliegie da prendere<br />

a morsi.<br />

“Ci vediamo domani prof” le parole scandite piano, una a una, tutte corrette, con grande<br />

attenzione per il verbo, perfettamente coniugato al presente indicativo.


La luna nella bottiglia<br />

di Nadia Curia<br />

Mi piacerebbe che fosse mia madre.<br />

È bella, ha i capelli in ordine, profuma di bagno schiuma e mi compra le caramelle.<br />

Quando mi aiuta a fare i compiti sorride e posa le mani sulla mia testa. Non so perché lo<br />

faccia, ma mi piace.<br />

Lei non ha le guance rosse e gli occhi lucidi e non ha neppure la pancia gonfia.<br />

Vuole bene anche a Laura, la mia sorellina, ed è gentile con tutti, pure con la mia<br />

mamma, che qualche volta le ha urlato parole bruttissime.<br />

La vedo quasi ogni pomeriggio, al doposcuola, e, se saluta il mio papà, che mi<br />

accompagna da solo tutte le volte, io sono contento.<br />

Una domenica è venuta nella mia casa senza porte: c’è soltanto quella dell’ingresso, in<br />

cima a tre gradini gialli, poi una cucina e un passaggio che conduce a una sala con i letti<br />

a castello; da questa si passa alla stanza di mamma e papà, che è l’ultima. Il bagno è<br />

attaccato alla cucina, separato da una tenda. I muri della mia casa devono essere stati<br />

bianchi quando io ero piccolo, adesso sono grigi e pieni di scarabocchi. Anche il<br />

pavimento è sporco e io ho sempre i piedi neri, perché cammino scalzo, come mia<br />

sorella.<br />

Appena è entrata, credo sia rimasta sorpresa da tanta confusione, poi si è seduta e ha<br />

chiacchierato con la mia mamma, che, come al solito, aveva un odore stranissimo. Io le<br />

osservavo parlare e pensavo che se fossero diventate amiche magari Francesca avrebbe<br />

potuto dormire insieme a me. Al buio ho paura e faccio ancora la pipì a letto, ma nessuno<br />

lo sa, non lo racconto ai compagni, altrimenti mi prendono in giro. Quando sono partito<br />

per il campo estivo, ho confidato il mio segreto soltanto a lei e ad Anna, la signora<br />

cattivissima che fa stare tutti buoni. Loro sono state brave e nessuno si è accorto di<br />

niente; lo hanno raccontato, però, al prete dalla barba lunga e morbida, che non si<br />

arrabbia mai con i bambini e ha una voce gigantesca, soprattutto quando ride. In<br />

montagna Padre Enrico ci faceva camminare per il bosco e nei ruscelli e ci svegliava<br />

prestissimo al mattino, per vedere mungere le vacche e mangiare la ricotta calda. Una<br />

notte ci ha fatto dormire sull'erba e sono cadute tantissime stelle, anche se nessuna è<br />

caduta vicino a me. Io ci sarei rimasto tutta la vita nella casa di legno, dove non<br />

mangiavo ogni giorno pasta asciutta, dove non bagnavo il pannolino e dove lei non<br />

andava via.<br />

Da casa mia, invece, se n'è andata dopo qualche ora e mia madre le ha detto di tornare<br />

presto a trovarci, ma non era sincera: appena Francesca è uscita, mamma ha preso i<br />

piatti unti dal lavandino e li ha buttati a terra. Ho raccolto i pezzi mentre Laura piangeva.<br />

Verso le otto è tornato papà e la mamma gli ha dato pugni e calci. Succede quasi ogni<br />

sera. E quasi ogni sera io sogno Francesca che viene a prendermi all'uscita della scuola,<br />

vestita bene, come le mamme degli altri bambini.<br />

Non ho ancora imparato a leggere e scrivere, anche se le maestre dicono che sono molto<br />

intelligente e ragiono come un uomo adulto. Ripetono spesso questa frase, forse per<br />

tirarmi su, ma io vorrei solo imparare a leggere e scrivere, visto che faccio già la<br />

seconda.<br />

L'altra notte non riuscivo a prendere sonno dal freddo che c'era nella stanza; allora mi<br />

sono alzato perché volevo infilarmi nel lettone di mamma e papà, ma mentre camminavo<br />

ho sentito un rumore soffice come quando io e Laura ci tiriamo i cuscini. Sono scappato<br />

nella stanza dei miei genitori: mio padre russava. Accanto a lui c'era una coperta<br />

disordinata. In quell'istante ho capito che non erano entrati i ladri e sono andato in<br />

cucina senza accendere la luce. Mia madre dormiva sul pavimento, ma non guardava le<br />

stelle. C'era il solito odore strano e sul tavolo, illuminata dalla luna, una bottiglia vuota.


Ho provato a svegliarla e non ci sono riuscito. È stato difficile pure svegliare mio padre,<br />

che appena ha visto la mamma a terra è uscito a chiedere aiuto. Dopo un po' di tempo è<br />

arrivata l'autombolanza. Era enorme! Non ne avevo mai vista una tanto da vicino.<br />

Quando è ripartita con il suo fischio io mi sono dovuto tappare le orecchie. Ero rimasto<br />

solo. Mio padre era salito anche lui sull'autombolanza; Laura non si era accorta di niente:<br />

la vicina, che odora come la mia mamma, l'aveva portata a casa sua prendendola in<br />

braccio.<br />

Il giorno dopo ho raccontato tutto a Francesca e a un'altra ragazza del doposcuola. Parlo<br />

spesso con loro, specialmente quando gli altri se ne vanno. Le aiuto a mettere a posto le<br />

sedie. Mio padre non è mai puntuale e quel pomeriggio pensavo si fosse scordato di me.<br />

Siccome non arrivava, Francesca mi ha preso per mano e mi ha accompagnato a casa.<br />

Non c'era nessuno, così siamo andati in ospedale. Mio padre era lì e si è scusato, mentre<br />

Francesca continuava a ripetere che in quelle circostanze era comprensibile distrarsi. Non<br />

so cosa siano le circostanze, ma le parole di Francesca mi piacciono sempre,<br />

assomigliano alle farfalle.<br />

La mamma non dormiva e non era neppure sveglia. Teneva gli occhi aperti però non mi<br />

guardava. Mentre le facevo ciao, un signore con il vestito blu mi ha spiegato che erano le<br />

medicine a farla stare zitta. A me non importava. Finché rimaneva lì ferma non ci<br />

avrebbe picchiato.<br />

Sono andato di nuovo in ospedale qualche giorno dopo e mia madre aveva ricominciato a<br />

parlare. Appena mi ha visto ha urlato: era felice. Mi sono seduto accanto a lei e guardavo<br />

la sua pancia. Se n’è accorta e mi ha detto che era vuota, che non le piaceva e che aveva<br />

deciso di comprare uno di quei prodotti per dimagrire che si vedono alla televisione. Io<br />

gliel’ho ho detto che sono solo fesserie, ma non mi ha creduto.<br />

È uscita dall’ospedale l’altro ieri e la sera è venuta a prendermi al doposcuola. Quando ha<br />

incontrato Francesca le ha lanciato addosso le chiavi e le ha detto che non doveva farci<br />

mai più regali. La mia faccia è diventata caldissima e tutti ci guardavano. Ho chiesto alla<br />

mamma di smetterla e l’ho tirata dalla gonna.<br />

Credo proprio che non diventeranno mai amiche.<br />

Stamattina, mentre la maestra di matematica spiegava le tabelline, mi sono guardato le<br />

unghie: avevano una riga nera; quelle del mio compagno invece erano bianche come la<br />

schiuma di carnevale e il suo maglione era identico a quello del manichino nella vetrina<br />

davanti alla chiesa.<br />

Anch’io ho una felpa nuovissima: è rossa e me l’ha regalata Francesca al mio<br />

compleanno, quando mi hanno fatto spegnere le candeline che si accendono di nuovo e<br />

fanno le scintille.<br />

Oggi non sono andato al doposcuola. Mio padre è uscito e mia madre è di là con la sua<br />

amica, quella che odora come lei. Laura gioca con i miei pennarelli; non parla spesso, ma<br />

colora in continuazione. Ha piegato un foglio a metà: da un lato ha disegnato un castello,<br />

dall’altro una capanna. Io dico che ha disegnato la vita.<br />

Ora faccio la paginetta, così, appena divento bravo, scrivo una lettera a Francesca e<br />

magari la convinco a diventare mia madre.


Lost in Immigration<br />

di Ouissal Mejri<br />

M.V.G.T.I ho deciso di definirla così. Non ho mai capito il linguaggio dei medici. Parole<br />

complesse, assurde per una mente poetica come la mia. Soffro di Memoria Volatile con<br />

Guarigione a Tempo Indeterminato. In un momento di crisi come il 2010 per<br />

un’immigrata mi rassicura fruire di un tempo indeterminato anche se il suo cammino è<br />

lungo.<br />

Sono seduta nella sala d'attesa di uno dei principali ospedali di Bologna, reparto cura<br />

della salute mentale. Un vecchio con jeans a vita alta, camicia a quadri rossi sbiancati<br />

continua ad alzare la gamba cercando di andare avanti, scavalcando il vuoto. Un giovane,<br />

con una massa corporea tre volte il mio fisico minuto, fissa l'orologio appeso al muro. La<br />

carta confezionata a colori indica le cinque. Una calma armonia in un contesto folle. Dal<br />

lato destro si adagia vicino a me una bella signora bolognese con una pelliccia. A<br />

mezz'occhio vedo il suo viso marcato dalle rughe che mi fissa. Mi avrà riconosciuta? Sul<br />

tavolino ho notato il giornale uscito qualche giorno fa con la mia foto in prima pagina. I<br />

miei capelli, folli ricci neri, sono indimenticabili. Il mio nome Miriam è scritto in grande.<br />

La mia arma sono le mandorle castano chiaro con le quali osservo, che mi aiutano a<br />

esplorare il mondo. Sono una pittrice famosa. Trasporto su tela le mie visioni, ritraggo la<br />

vita degli altri, i loro visi. Perché non riesco a dipingere il mio auto-ritratto? Il mio<br />

vissuto? Semplicemente non me lo ricordo.<br />

Ma perché la signora continua a guardarmi?<br />

“Bel gioiello” disse.<br />

Con tutti i gioielli in oro che porta, guarda il mio piccolo ciondolo d’argento con la mano<br />

di Fatma, che ho al collo. Un oggetto carico di un passato personale e della storia di<br />

diversi popoli.<br />

Continua: “È un grande porta fortuna, non togliertelo mai di dosso.”<br />

È ora di entrare, mi alzo.<br />

È l’incontro del giovedì con uno dei miei medici curanti. Mi ero immaginata che mi sarei<br />

sdraiata su una poltrona comoda, come nei film. Invece, nella stanza c’è una scrivania,<br />

un appendi abiti di legno, un armadio metallico, una sedia e un orologio. Sono di fronte<br />

alla dottoressa Z. Odio le persone che mi fissano! Lei non parla. Mi chiedo se sa tutto di<br />

me. Mi scruta con gli occhi! Visto che sa tutto, perché non mi parla lei di me? Il tempo si<br />

allunga e finalmente la salvezza: raccontami del tuo primo amore.<br />

Appoggio il palmo sul collo, chiudo le pupille e provo a ricordarmi. Mi è difficile. La<br />

malattia permette solo di rivivere alcuni momenti della maratona. Nella testa partono e si<br />

confondono i pensieri. Ed ecco che mi fermo in quel giorno felice, una fanciulla<br />

innamorata. Sorrido. Riesco a vedere M. I miei piedi piccoli sopra i suoi. Un cammino che<br />

confezioniamo insieme. Il piacere del corpo. Sarei diventata la sua giovane moglie. La<br />

nostra paura di entrare nel mondo degli adulti. Il mio corpo nudo, al collo solo la collana<br />

porta fortuna con la manina di Fatma. In Tunisia, il mio paese di origine si usa regalare ai<br />

neonati, un talismano. Uno spillo composto da un corno rosso, un pesciolino, una pietra<br />

di corallo chiamata “corno della gazzella” e la mano di Fatma. La vedo ancora, attaccata<br />

a quell’ago d’argento, nella culla vicino alla mia anima di angelo, la mano contro il


malocchio e gli spiriti malefici. Il pendente che possederò per sempre ed era con noi<br />

nell’apice del nostro amore, puro, travolgente. Un oggetto che avrei trasmesso al piccolo<br />

essere, che crescerà in me. La nostra piccola Naema, frutto di una passione genuina,<br />

adolescenziale che cambierà i nostri destini. Ma oggi che ne è diventato di me, di noi? Io<br />

sono una presenza fantomatica, uno spirito in sospensione con solo un oggetto che mi<br />

lega alla realtà.<br />

L’orologio segna le cinque e un quarto. Sono incatenata al presente e provo a scavare<br />

come una talpa per reinventare il mio vissuto. Piego la nuca, respiro profondamente, il<br />

diaframma si gonfia, fisso il lampadario enorme, pieno di polvere. Non l’avevo mai<br />

notato. Strano! Ma un profumo di pistacchio mi penetra. Il gusto del mio gelato preferito.<br />

Da bambina detestavo il gelato. Ero diversa dagli altri. Mio padre affermava che avevo un<br />

“invertitore” nel cervello e guidava il mio comportamento opposto alla norma. Quando<br />

incontrai M. la prima volta, mi aveva invitata ad andare a mangiare un gelato. Avevo<br />

quindici anni, innocente, timida, pudica. Non ho osato dirgli che non mi piaceva e l’ho<br />

mangiato. L’ho chiamata la Teoria del Pistacchio: fa sì che al primo incontro sei sempre<br />

d’accordo su tutto. Oggi vado sempre in compagnia di Naema in Piazza Santo Stefano,<br />

detta la Piazza delle Sette Chiese, a mangiare il gelato e le parlo di suo papà. L’ultima<br />

volta che si sono visti la teneva in braccio, aveva solo qualche mese. M. diceva che non<br />

aveva mai visto una piccola donna così bella.<br />

Le aveva sussurrato: “Ricorda che ti amo e ti amerò per sempre.” La piccola lo guardava<br />

e diceva in silenzio: “Papà anch’io ti amo.”<br />

Purtroppo M. è stato il primo a essere affetto dalla terribile malattia della Memoria<br />

Volatile. Ma la sua è stata senza rimedio e oggi non sa più chi siamo, non facciamo più<br />

parte della sua vita.<br />

Ricordo ancora il nostro ultimo incontro. Siamo davanti alla porta d’imbarco a Tunisi. Uno<br />

specchio riflette la mia immagine. Una donna libera da tutti i vincoli di una vita fatta di<br />

tradizioni, legata solo al collo con il ciondolo porta fortuna. Una sala affollata di persone,<br />

ma il tempo si ferma, una pace attorno a noi. Io, te e la piccola nel passeggino, soli a<br />

vivere il nostro ultimo momento insieme. La mia mano stringe la tua. Le nostre dita si<br />

incrociano intensamente. Ci è vietato abbracciarci, baciarci ma nel nostro immaginario le<br />

nostre labbra si avvicinano, i nostri corpi si sfiorano. Due mani che si uniscono. Le tue<br />

parole risuonano ancora nella mia mente:<br />

“Sarai sempre in me, amore mio proibito.”<br />

Maledetta sociètà pudica. Maledette regole che seguiamo. Solo gli occhi parlano,<br />

lacrimano, una separazione obbligata.<br />

“Hmmm…Hmmm”, sento la voce della dott.ssa Z. che chiama: “Miriam…Miriam…fermati…<br />

è l’ennesima volta che racconti la stessa storia.”<br />

Mi vergogno ma è l’unico souvenir che ho della mia vita passata.<br />

La dott.ssa Z. mi invita a fare il solito esercizio di fine seduta:<br />

“Dimmi una frase in arabo.”<br />

Purtroppo non ricordo bene la mia lingua.<br />

Mi chiede di quale religione sono. Ovviamente sono musulmana! Ma ho perso tutti i<br />

precetti.<br />

La dott.ssa Z. mi tende una busta chiusa in mano. La infilo nella tasca della mia giacca.<br />

Lascio lo studio alle mie spalle. Ansimante come una candela agli ultimi sospiri di<br />

fiamma. Il mio subconscio ventrale lamenta un innato desiderio di piccante. Una voglia di<br />

affondare i denti in un’indiavolata, aurea, coscia di pollo. Il desiderio di un’esplosione dei<br />

sapori nella parte croccante, sfumata dalla pallida delicatezza della carne pungente.<br />

Torno a casa, mi rilasso preparando la cena a Naema. Sono un ottima cuoca ma non amo<br />

seguire ricette. Come quando opero su una tela, uso ingredienti e spezie per dipingere il<br />

piatto che desidero. Nonostante la tavolozza della mia dispensa sia assai varia, il pennello<br />

cade sempre sui saporiti colori della mia terra.<br />

Sono con Naema, attorno al piccolo quadrato, a cenare. In lei vedo il riflesso di M. Alcune<br />

volte mi spaventa la loro somiglianza. M. è un uomo silenzioso che affondava nella mia


ulimia di parole. Naema è una ragazza taciturna, con quello che chiamerebbero in<br />

Tunisia “la piuma”. Una leggerezza nell’aura, l’eleganza di una principessa e la<br />

delicatezza nei gesti. Mi ricorda molto la regina Rania di Giordania. Naema vorrebbe<br />

lavorare nel restauro cinematografico, riportando il fascio di luce su pellicole, da troppo<br />

all’ombra del tempo. Lei vuole provare a recuperare il vissuto di persone dell’inizio del<br />

secolo scorso. Come una iena con la sua preda mi abbuffo, mi alzo bruscamente,<br />

introduco lentamente il braccio nella tasca della giacca. Un leggero terremoto invade il<br />

mio corpo, le mie mani tremano. Prendo la busta dove c’è l’esito della prova subita dalla<br />

mia adolescente ragazza. Provo a non fare trasparire la mia preoccupazione. Leggo solo<br />

una parola in fondo alla pagina: Negativo.<br />

Naema non è affetta da M.V.G.T.I. No, non è inferma! Dio sia lodato! Mi tranquillizza il<br />

fatto che assieme all’italiano ricorderà la sua lingua materna, le sue origini, la sua cultura<br />

che si è spenta in me. Ricorderà per sempre che il profumo tipico della Tunisia è il<br />

gelsomino e non il pistacchio. Per il mio auto-ritratto forse basterebbe affrescare ed<br />

incidere la mano di Fatma, quel gioiellino che ci racconta.


Un vero perdigiorno<br />

di Paolo Bassi<br />

Quella mattina, quando mi svegliai, non avrei mai pensato che entro sera sarei morto.<br />

Un’idea simile non mi aveva mai sfiorato. Sono un inguaribile ottimista. Appartengo ad<br />

una generazione fortunata: non abbiamo attraversato alcuna guerra, siamo cresciuti<br />

negli anni del boom economico con la possibilità di studiare, e adesso? Dovrei proprio<br />

confrontarmi con la morte? No, assolutamente.<br />

Anzi, proprio quella mattina lì, mi alzai con la ferma intenzione di godermela la vita ed<br />

ero deciso a cancellare la fretta dalla mia giornata, volevo vagare senza meta, diventare<br />

per un buon numero di ore un vero perdigiorno. E’ una soddisfazione, mi dissi, che mi<br />

posso concedere. Il perdigiorno non usa l’auto, il solo fatto di guidare è già un’attività,<br />

non avvisa al lavoro della sua assenza, il telefono è fonte di stress, poi è bello essere un<br />

po’ bastardo e scorretto, il perdigiorno non fa colazione in casa, perché i bar li hanno<br />

inventati apposta, semplicemente si veste ed esce e, cosa molto importante, esclude del<br />

tutto dalla sua mente la fine della giornata, a quando, cioè, verrà sera.<br />

Volevo perdere la mia giornata ad osservare gli altri, uomini, donne, bambini, a guardare<br />

tutti coloro che mi sfioravano silenziosi, magari di fretta, con gli zainetti sulle spalle o le<br />

borse della spesa e mi piaceva l’idea di farmi una lista mentale di tutte queste persone:<br />

chissà, un giorno avrei potuto ricavare un po’ di materiale per un racconto, uno dei tanti<br />

che scrivo quando cerco di isolarmi dal mondo.<br />

Mi accorsi in fretta, però, che il mio sguardo, anche inconsapevolmente, cadeva su quelle<br />

persone che, per una comoda generalizzazione, definiamo diversi.<br />

La parola diversi mi aveva un po’ infastidito, però, per contro, aveva stimolato il mio<br />

interesse verso la ricerca di ciò che avrebbe potuto rappresentare questa famosa<br />

diversità. Non volevo essere politicamente corretto, non volevo seguire canoni<br />

prestabiliti, non volevo ingannare me stesso, volevo solo guardare in faccia la realtà.<br />

Volevo perdere una giornata tenendo in tasca un pugno di verità, far venir sera e vedere<br />

cosa sarebbe successo.<br />

Mi avevano detto che le persone di colore, i neri, non era bello chiamarli “negri”,<br />

ricordavo i vecchi film sulla seconda guerra mondiale dove c’erano i “musi gialli”, i<br />

documentari che mostravano gli indiani d’America nella reclusione delle riserve e quelli<br />

dell’India sulle rive del Gange, ma sotto i portici della mia città, oggi, che mi ero<br />

concesso una giornata un po’ particolare, vedevo anche chi dormiva su cartoni,<br />

appallottolati in luride coperte, tossici, etilisti di qualunque età, di ogni provenienza, occhi<br />

chiusi e, se aperti, rivolti verso un mondo che non sentivano loro, una disperazione<br />

nascosta sotto maschere d’indifferenza.<br />

Mi colpì una famigliola con due gemelli piccolissimi tenuti rigorosamente in braccio dalla<br />

madre, niente carrozzina dunque: miseria o tradizione? Mi dissi miseria, perché mi<br />

piaceva così, ma quando salirono sul fuoristrada dovetti ricredermi. Vidi poi una mamma<br />

col suo bimbetto fermi davanti al famoso Mc Donald’s in adorazione dell’Happy Meal e<br />

vidi questa mamma, col capo coperto da un bellissimo foulard colorato, estrarre dalla<br />

borsa una manciata di biscotti: miseria o rifiuto dell’Occidente? No, dignità. Vidi dei<br />

giovani di colore, vestiti colorati, telefonini in mano e gli auricolari dell’I-Pod infilati nelle<br />

orecchie come tanti cateteri, che ridevano, saltellavano e si spingevano: voglia di essere<br />

“uguali”? No, gioventù, gioventù spensierata.<br />

“Hai una sigaretta? Una moneta per mangiare?” Solito ritornello e solito rifiuto evitando<br />

lo sguardo. Piccoli cartoncini con su scritto il numero di figli, la terra d’origine e lo stato<br />

sociale come tante carte d’identità senza foto, identità ormai perse, accenti stranieri a<br />

volte esagerati per commuovere.


Non mi commuovevo, mi incazzavo e mi incazzavo con me, perché non comprendevo,<br />

non trovavo giustificazioni, non capivo se, la loro, era una scelta o una costrizione. La<br />

famigliola, la mamma, i giovani con l’I-Pod avevano una diversità “diversa”, o ero io che<br />

non riuscivo a mettere assieme i pezzi?<br />

Per riuscire a capire, e forse neanche così ci si riuscirebbe, che cosa passa nella testa<br />

delle persone, occorrerebbe entrarci. Non credo servano le parole, i discorsi, le<br />

confidenze, ancor meno l’occhio clinico, meno che mai il sentito dire. Accantonando poi il<br />

dispiacere che provi per esserti ingannato, vieni invaso da un malessere quasi fisico, uno<br />

spostamento d’aria dovuto a quella bomba appena esplosa. Ti riprendi e cerchi di<br />

medicarti con i ricordi, poi ti rendi conto che sono pochi e capisci subito che le strade<br />

della vita sono fatte per incontrarsi e divergere immediatamente: gli incroci e i<br />

parallelismi hanno breve durata. E’ giusto, però, che sia così. La casualità allontana il<br />

vecchio e lo sostituisce col nuovo e nel ricordo teniamo l’archivio di ciò che conta.<br />

Tornando poi sui miei passi pensai che ognuno di quei diversi aveva una storia, una<br />

storia sua personale. Fui preso però da una grande tristezza, perché mi resi conto<br />

immediatamente che nella vita di tutti i giorni non esistono storie. Le nostre giornate<br />

sono piene di avvenimenti, di fatti, di comportamenti che capitano e si avvicendano uno<br />

dopo l’altro, ma non di storie. Un fatto semplicissimo diventa storia solo quando esiste<br />

qualcuno disposto a raccontarlo.<br />

Ecco, era venuta sera, era finita la giornata ed ero finito anch’io. Ero morto, ma ero<br />

morto nel modo peggiore e più bastardo che possa esistere. Ero morto dentro.


Giornate speciali<br />

di Rosella Fioretti<br />

Quella mattina sarebbe successo qualcosa, lo sentivo.<br />

Senza falsa modestia, credo di avere un particolare talento nel riconoscere le giornate<br />

speciali. E se è vero che a tutti è stato concesso un dono, allora a me è stato dato quello<br />

di saper leggere gli indizi del destino a breve termine. Lo intuisco dalla forma che al<br />

mattino rimane impressa sul mio cuscino, o dall’espressione che hanno i fiori sul<br />

davanzale della cucina; dal profilo insolito di una nuvola, o magari dal tipo di luce che<br />

arriva dalla finestra.<br />

Ebbene, quella mattina alle nove, il telefono squillò, e già in quel suono avvertii un che di<br />

speciale.<br />

“Venite” disse la voce dall’altra parte “ci sono novità.”<br />

Poche parole soltanto, abbassai la cornetta, chiusi gli occhi e trattenni il fiato. Subito<br />

dopo, arrivarono le formiche. Un’incontrollabile sensazione di solletico in pancia, come se<br />

il mio stomaco avesse aperto le porte a una simpatica colonia di insetti. E il nuovo rifugio<br />

era di loro gradimento: anzi, a giudicare da quanto mi si agitavano dentro, quelle<br />

formiche dovevano essere impegnate in una vera e propria festa di inaugurazione.<br />

Chiamai Paolo che era in ufficio e avvertii al lavoro che avrei fatto un po’ tardi. Ero già<br />

vestita, mi mancavano solo le scarpe e, per poco, non ne misi una diversa dall’altra. Salii<br />

sul primo autobus e rimasi in piedi per tutto il tempo. Il mio cuore andava al ritmo dei<br />

fuochi a ferragosto, strano che per gli altri continuasse ad essere inverno. Alla fermata,<br />

Paolo era già lì che mi aspettava; insieme proseguimmo il cammino. Conoscevamo bene<br />

la strada: l’avevamo percorsa già tante volte, sperando sempre che fosse l’ultima. E forse<br />

quella lo sarebbe stata davvero.<br />

La ragazza, dietro la scrivania, ci accolse con un sorriso caldo e promettente.<br />

“Desideravo dirvelo di persona” fece lei “ecco perché vi ho chiesto di venire.”<br />

Il sorriso le si accentuò. Io ero decisa a mantenere la calma, ma non avendo alcuna<br />

esperienza in fatto di tecniche yoga, non trovai niente di meglio che fissare le labbra della<br />

ragazza e, mentre lei parlava, immaginai che fossero ali di farfalla. Incredibile, funzionò<br />

davvero. Ascoltai le sue parole fino alla fine, non svenni né diedi di matto. Dentro, però,<br />

le formiche non c’erano più, scacciate da un intero branco di elefanti che scorazzavano<br />

liberi e felici. Insomma, barrivano i giganti, ce l’avevamo fatta: finalmente potevamo<br />

partire e il viaggio di ritorno l’avremmo fatto in tre.<br />

Quel giorno io e Paolo non tornammo al lavoro. Prenotammo i biglietti aerei e passammo<br />

il resto della giornata a festeggiare. La notte non dormii affatto; trascorsi la maggior<br />

parte del tempo a pensare in silenzio, con un sorriso da ebete in faccia, seduta per terra<br />

al centro della stanza di Alyssa.<br />

Ma quella non fu l’unica giornata speciale che io ricordi in tutta questa faccenda, e forse<br />

neanche la più importante in assoluto. Ce n’erano state altre in passato, per esempio<br />

quella in cui vidi Alyssa per la prima volta.<br />

Ricordo che era d’estate e al mattino la luce mi svegliò molto presto. Eppure ero sicura di<br />

aver abbassato la tapparella con cura, come faccio sempre prima di andare a dormire.<br />

Allora mi venne in mente che il sole doveva essersi sciolto e, in forma di liquido, doveva<br />

aver allagato ogni angolo della casa, penetrando attraverso le più piccole fessure. La<br />

Terra, di sicuro, non esisteva più, sommersa dall’acqua color zafferano, e io mi sentivo<br />

come un pesce nato senza branchie che annaspa in superficie cercando di rimanere a<br />

galla. Fortunatamente non dovetti attendere molto; e ciò che trovai, nel bizzarro mare di<br />

quel giorno, fu ben più di una ciambella trasparente a cui aggrapparmi.<br />

La ragazza dietro la scrivania ci accolse con un fare cortese. Poi, senza tante spiegazioni,<br />

mi allungò un’anonima busta sottile.<br />

“Apra” mi disse con un sorriso di attesa. E io lo feci con l’attenzione e la cura con cui si<br />

maneggia il vetro soffiato. Avevo ragione, perché dentro quella busta c’era lei, Alyssa.


Non conoscevo nulla, neppure il suo nome, e non so spiegare cosa provai quando la vidi<br />

impressa su quella foto; dovrei chiamare a raccolta tutti gli animali del pianeta e chiedere<br />

loro di parlare nello stesso preciso istante, ognuno nella propria lingua, forse allora<br />

riuscirei a descrivere almeno in parte lo stravagante trambusto dei miei pensieri.<br />

La prima cosa che mi colpì furono gli occhi, grandi e silenziosi. Avevano quattro anni e<br />

un’espressione assorta, come se la loro esistenza fosse già piena di ricordi ingombranti.<br />

Alle loro spalle, una parete alta e grigia cancellava l’orizzonte ritagliando uno stretto<br />

rettangolo di cielo incolore. Strinsi fra le mani quello sguardo di carta e, una volta a casa,<br />

piansi a lungo, come fanno le donne che in ospedale vedono per la prima volta il loro<br />

bambino.<br />

Forse sarà stato per il bianco e nero della foto, o magari per la mia vecchia maestra delle<br />

elementari che aveva un debole per le penne colorate; a ogni modo, quello che feci<br />

subito dopo fu comprare una serie di barattoli di vernice e, con quelli, dipingere le pareti<br />

della stanza di Alyssa. Non conoscendo il suo colore preferito, tanto valeva usarli tutti;<br />

così, in poco tempo, realizzai una vera opera d’arte degna del Moma di New York.<br />

Il giorno in cui Alyssa mise piede in quella stanza fu, per me, come sostenere un esame.<br />

Lei studiò i disegni delle pareti in silenzio, scrutò ogni angolo che le si apriva davanti, dal<br />

pavimento al soffitto; poi, all’improvviso, si voltò verso di me e sorrise. Ma prima che<br />

potessi abbracciarla, scappò e si mise a correre veloce da un capo all’altro della casa<br />

gridando piena di euforia, e io dietro di lei, come due scimmie urlatrici fra gli alberi della<br />

foresta di Ometepe.<br />

E’ incredibile come ancora oggi i ricordi si aggirino liberi nella mia mente; saltano fuori<br />

come le forme pop-up di un libro per bambini. Non sono arrivata neanche a metà<br />

dell’opera e avrei tante altre pagine da raccontare. Ma ormai sono le cinque del mattino,<br />

la sveglia ha appena suonato e il mio naturale talento mi dice che anche questa sarà una<br />

giornata davvero speciale.<br />

Mi alzo e preparo un caffè. Fuori fa buio e il cielo è ancora scuro. C’è silenzio nell’aria e<br />

una specie di energia che lascia indovinare il prossimo chiarore del giorno. Inspiro<br />

l’aroma del caffè e lo bevo lentamente. La porta della stanza di Alyssa è aperta. Entro in<br />

punta di piedi e siedo per terra. Mi guardo indietro e penso a come il tempo sia trascorso<br />

rapidamente, quasi quanto il battito d’ali di un colibrì. In mano ho l’ultima cartolina che<br />

mi ha spedito. Accarezzo il francobollo e annuso l’odore della colla e della carta spessa. È<br />

partita da quasi un anno ormai e con sottili tratti di inchiostro mi racconta che tutto<br />

procede bene. C’è sempre molto da fare laggiù, ma il sorriso e l’affetto dei bambini del<br />

suo vecchio orfanotrofio la ripagano di ogni fatica; dice che è un po’ come devono sentirsi<br />

le tartarughe marine quando, appena nate, percorrono una lunga distesa di spiaggia<br />

cocente e raggiungono finalmente le onde fresche dell’Oceano.<br />

Guardo l’orologio. L’aereo decolla fra circa tre ore e la mia valigia è già pronta. Sono di<br />

nuovo in partenza, ancora una volta vado a incontrare mia figlia. Il mio stomaco è pieno<br />

di formiche e sento che presto arriveranno anche gli elefanti.


Beslan<br />

di Raoul Lolli<br />

“Chi cazzo se ne frega se vengono da Beslan!” gracchia la voce del vicequestore dalla<br />

radiolina della volante, ferma davanti al cancello della scuola.<br />

Per ogni frase che sento da un paio d’ore a questa parte, scruto le reazioni di mia figlia<br />

Giorgia. Ora, i suoi occhi castani sembrano lo zoom di una macchina fotografica (in<br />

effetti, il cronista e il fotografo di un quotidiano locale sono presenti con la loro<br />

attrezzatura). Da quando siamo arrivati qui, Giorgia non si è più staccata né dallo<br />

sportello dell’auto blu, né dalla mia mano. Non era mai successo. Di solito, me la lasciava<br />

dopo due passi. Fa la quarta elementare e ne è molto orgogliosa. Mi racconta sempre<br />

quello che succede in classe ed è per questo che mi ha costretto a restare qui con lei,<br />

invece di accompagnarla a casa come hanno fatto gli altri genitori. So che stavolta non<br />

riuscirò a metterla al riparo da scene che potrebbero turbarla. So che quel bambino<br />

asserragliato con la mamma dentro la biblioteca della scuola si chiama Beslan. So che<br />

Giorgia lo adora. So che lui non deve morire, e noi siamo qui per impedire che ciò<br />

avvenga.<br />

Oltre a noi due, al cronista e al fotografo, al vicequestore e all’agente biondino della<br />

volante, ci sono una manciata di curiosi e Dolores, la bidella di origine cubana, seduta sul<br />

muretto. Stamattina, ha trovato il vetro d’ingresso rotto e i frammenti sparsi ovunque,<br />

così ha dato l’allarme.<br />

Un quarto d’ora dopo il suo e il nostro arrivo (come al solito eravamo in perfetta<br />

puntualità anche per il pre-scuola), è giunta la volante del vicequestore a sirene spiegate.<br />

Quando ha spento il motore e il fumo della marmitta s’è dileguato, dalla finestra della<br />

biblioteca è spuntato il megafono della mamma di Beslan, che ha detto: “Abbiamo pistola<br />

e benzina. Se non date permesso soggiorno, noi bruciamo scuola.”<br />

Il biondino l’ha messo in dubbio sottovoce, senza che lei lo sentisse.<br />

Il vicequestore s’è attaccato alla radiolina e ha chiesto alla centralinista se risultano armi<br />

rubate di recente. Lei gli ha risposto di attendere qualche minuto.<br />

La mamma di Beslan ha concluso: “Abbiamo mangiare e bere per tre giorni. Se non<br />

aiutate noi, finisce male”.<br />

Dopo una ventina di minuti, la centralinista s’è rifatta viva attraverso la radiolina e ha<br />

riferito al vicequestore che la settimana precedente il proprietario del negozio sopra cui<br />

Beslan e la madre hanno affittato un appartamento, aveva denunciato il furto di due P38<br />

e due caricatori.<br />

Il vicequestore ha impugnato la radiolina con la maestria di un borseggiatore: “Affanculo,<br />

se non gli danno il permesso di soggiorno! Voglio il prefetto qui di fianco a me…<br />

Chiamatelo!”<br />

La replica l’ha ricevuta seduta stante dalla centralinista: il prefetto si trova fuori, in<br />

missione.<br />

Il vicequestore ha fatto una torsione verso la bidella, che sembra suscitare la sua<br />

attenzione, e ha sbottato a voce alta: “Questa è una fottuta missione! Se rinasco, faccio<br />

il politico”. I capelli corti e neri, i baffetti ispidi, il labbro superiore e la mano destra<br />

(talmente lunga che sembra infinita) tremavano come foglie. Trentacinque anni, quaranta<br />

al massimo, magro, slanciato e con una certa istintività di carattere.<br />

Irina, la mamma di Beslan, ha qualche anno in meno di lui, e di me. È seria e schiva: l’ho<br />

incrociata un paio di volte al supermercato con suo figlio ma, sapendo che è vedova, ho<br />

avuto un po’ di remore ad attaccar bottone. Purtroppo, non c’era neanche Giorgia da<br />

sfruttare come esca. Era da sua mamma.<br />

Quattro anni fa, quando io e Silvia ci siamo separati, l’affidamento condiviso è stata<br />

l’unica decisione presa di comune accordo: i primi quattro giorni della settimana a lei, dal<br />

giovedì sera al lunedì mattina a me. È lunedì oggi, e più tardi Silvia verrà a ritirare


Giorgia. Probabilmente arriverà sull’una e tre quarti. Lavora come capo settore all’ufficio<br />

anagrafe. Non ci sarà bisogno di spiegarle niente, sarà già al corrente di tutto quanto sta<br />

accadendo. Indubbiamente, ora, sta pensando che io abbia portato Giorgia in azienda con<br />

me. Quando Silvia non ci troverà lì, sentirò squillare il mio cellulare. Mi troverà subito,<br />

non ho una collezione di telefonini scaricata nella denuncia dei redditi. Lei usa sempre la<br />

stessa espressione: “Ciao, crumiro. Dove hai messo il mio gioiello?”<br />

Ho conquistato sul campo il titolo di crumiro della coppia: il crumiro, nel suo vocabolario,<br />

è chi non segue l’andazzo. Nel mio caso, significa pagare le tasse fino all’ultimo<br />

centesimo.<br />

Per fortuna, la voce del vicequestore interrompe la mia autocommiserazione: “Accidenti!<br />

Una rogna così non m’era mai successa! Dove lo trovo un italiano che fa carte false per<br />

una morta di fame? Hanno voluto i controlli più severi? Che si arrangino…”<br />

L’agente biondino sghignazza: “Lei, capo, potrebbe sposarla.”<br />

Il vicequestore, single, lo guarda male, e il biondino ritorna subito nei ranghi.<br />

Dolores s’è avvicinata: “Irina è bella signora, ma io non piace donne. Se no faccio<br />

matrimonio gay.”<br />

Il vicequestore è intuitivo, oltre che uomo d’istinto, e le ha risposto: “Allora, deve<br />

accettare il mio invito a cena.”<br />

“Prima, lei risolvere problema Beslan e di scuola” ha tenuto duro Dolores. “Difficile un<br />

altro lavoro per me.”<br />

Lui ha abbassato gli occhi, come un capriolo ferito.<br />

Il biondino, rigirandosi la fede all’anulare, mi ha fissato: “Io non posso, ma…”<br />

Dolores l’ha anticipato: “Il signor Casadei…”<br />

Giorgia mi ha stretto la mano e ha alzato gli occhi. Le ho sorriso.<br />

Ho dato al vicequestore il numero di Silvia, che si è piegata di fronte alla sua real politik.<br />

In cambio, devo portargli a casa Giorgia, “quando abbiamo finito”: lei non si scomoda.<br />

Il vicequestore non ha dovuto convincermi: “Lei è abituato a trattare con i dipendenti, io<br />

no… Ho solo dei sottoposti.”<br />

Ora, stiamo entrando: io con una mano alzata come in un telefilm poliziesco, Giorgia che<br />

mi stringe l’altra, con la stessa tranquillità di chi si riappropria di un luogo familiare.<br />

Abbiamo deciso che sarà lei a spiegare a Beslan la mia proposta di matrimonio civile:<br />

sabato le mie carte e quelle di sua madre saranno pronte. Il problema è che Irina non sa<br />

ancora nulla dell’offerta. Dolores, che la conosce bene, le ha gridato, senza megafono,<br />

che noi due entravamo là, così nessuno avrebbe potuto torcere loro un capello. Oddio,<br />

non ha usato proprio le stesse parole: la sua padronanza dell’italiano non è delle migliori.<br />

Anche se siamo nei dintorni di una scuola, qui, per fortuna, non dobbiamo accertare le<br />

sue abilità linguistiche: questo non è un test di grammatica, ma di umanità.<br />

Alla fine del primo quadrimestre Giorgia aveva otto in italiano, ma dieci in<br />

comportamento. Non so come l’abbia meritato, a casa (almeno con me) è un turbine,<br />

una tempesta. Si placa solo quando scrive nel suo diario. Non l’ho mai letto, ma lì dentro,<br />

forse, c’è scritto che, di nascosto da me e da sua madre, sta imparando anche il russo.<br />

Glielo sta insegnando Beslan, nei limiti di quello che possono fare due bambini di<br />

quell’età. Lo hanno usato un paio di volte, con naturalezza. Così, Beslan è riuscito a<br />

tradurre tutto a sua madre. Solo dopo una mia esplicita domanda lei ha alzato il palmo<br />

della mano e l’ha fermato. “No” ha risposto, trafiggendomi con i suoi occhi azzurri come<br />

la divisa della nostra nazionale olimpica. Si è alzata, ha preso le due pistole, ha tolto il<br />

caricatore e l’ha gettato nel cestino della biblioteca. Mi ha messo il megafono in mano. Ho<br />

aperto la finestra: “Abbassate le armi, usciamo!”<br />

Irina ha afferrato la tanica di benzina e Beslan gli è andato dietro: ho sentito che<br />

stavano rovesciando la benzina dentro un water.<br />

Ne ho approfittato per coprirmi le spalle: “Mi raccomando, Giorgia! Acqua in bocca<br />

con la mamma. Lei non deve sapere che sei venuta qui dentro con me.”<br />

“Allora, devi dirlo anche alla bidella.” Mi ha sorriso.


Ho ripreso il megafono in mano: “Niente fotografie quando usciamo!”<br />

Sono tranquillo, quasi felice: Irina non è già fidanzata. Non mi sarei tirato indietro<br />

lo stesso, ma non mi nascondo che sarebbe stata molto più dura.<br />

Manca ancora un po’ al tramonto. Stiamo compiendo i primi passi. Giorgia ha dato<br />

la mano a Beslan e sono partiti, davanti a noi. Hanno entrambi un libro in mano: Beslan<br />

Il Piccolo Principe, Giorgia ha scelto il Diario di Anna Frank. Con sua mamma deve aver<br />

guardato la fiction televisiva.<br />

Noi li seguiamo, arretrati di qualche passo: Irina dietro a Beslan con la sporta del<br />

mangiare, io dietro a Giorgia con il megafono abbassato.<br />

Il vicequestore, l’agente biondino e Dolores ci stanno applaudendo.<br />

Il cronista ci sta chiedendo di metterci in posa per una foto. Ci siamo tutti: noi<br />

quattro e loro tre. Domani, quando sfoglieremo il giornale, non si capirà perché sono a<br />

testa in su, ma un motivo c’è. Il cielo sembra una striscia tersa come il colore della<br />

bandiera russa. E nel momento in cui il fotografo scatta, sto pensando che finalmente il<br />

mondo va a rovescio. Forse, dopo oggi, non sarò più un crumiro, ma uno scioperato.


… … i miei, i tuoi e di tutti gli altri<br />

di Rosa Manrique<br />

Avevo temuto il peggio. Le condizione climatiche catastrofiche erano cessate. Niente<br />

pista ghiacciata in mezzo alla neve, niente pioggia, tutto sembrava sereno. Troppo.<br />

Cominciavo a sentire che il mio cervello ormai si era rimpicciolito. Avevo i piedi gonfi, mi<br />

facevano male gli occhi, lo stomaco, la schiena, il mio povero sedere non ce la faceva<br />

più. Mi sentivo male insomma. Davanti a me c’erano altri due peruviani e una famiglia,<br />

come si vede molto spesso oggi, formata da genitori di razze miste. Ormai c’è di tutto.<br />

Figli più meticci che mai.<br />

Le file dei passaporti europei avanzavano velocemente mentre noi altri ci facevamo un<br />

culo così. Sono sicura che il ragazzo che controllava i nostri documenti se lo era fatto<br />

ancora più grosso. Si vedeva nervoso, chiese aiuto al compagno, ne arrivò un terzo, si<br />

scambiarono dubbi, commenti, così noi aspettammo il doppio del tempo; potevamo solo<br />

guardare, allarmati, senza capire, un po’ preoccupati, ripensando alla nostra situazione.<br />

Mi ricordai una sera, quando un mio amico telefonò a casa per dirmi che si trovava in<br />

galera.<br />

“Perché?” Chiesi con grande sorpresa.<br />

“Perché non avevo il permesso di soggiorno” mi rispose lui con un tono di voce quasi<br />

divertito, tutto tranquillo. La mia perplessità fu più grande ancora perché ormai da<br />

vent’anni il mio amico era cittadino italiano.<br />

“Ero in stazione quando un poliziotto mi ha chiesto se avevo il permesso di soggiorno” mi<br />

disse, “Io ho risposto di no, e mi hanno dato subito il benvenuto in Italia!”, rideva,<br />

“adesso sono in galera.”<br />

Risi anch’io, mi sembrava così assurdo. Riflettendo un po’ era chiaro che per il mio amico<br />

non bastava avere la cittadinanza, poiché nero.<br />

Un altro mio amico, il vicino di casa, ecuadoriano, vive, anche lui, da più di vent’anni in<br />

Italia, dice che ancora non si sente integrato. Imén, una mia compagna di lavoro nata e<br />

cresciuta in Italia, ha una famiglia tunisina, perciò è straniera. Mi sono stufata di<br />

ascoltare che siamo noi a doverci integrare. Ci sono troppe limitazioni.<br />

È bello viaggiare, quando fai il turista è differente, non ti devi “integrare”, non devi<br />

preoccuparti di nascondere la tua diversità, la tua originalità, il turista è sempre<br />

benvenuto. Come cambiano le cose invece quando ti devi fermare. Ogni giorno sempre<br />

c’è qualcosa o qualcuno che ti fanno ricordare che sei straniero. Che la tua casa, i tuoi<br />

amici, la tua famiglia non sono lì. Perché l’esotico è bello da vedere nei safari, allo zoo,<br />

nei musei, nei documentari. Ma non a casa tua, la deturpano, la rendono pericolosa.<br />

Come puoi integrarti in un posto che rifiuta l’essere diverso? Io vorrei sentirmi a casa,<br />

ogni giorno: non è questo il segnale più forte di integrazione?<br />

Aspettai per un momento in silenzio guardando i mille volti diversi, chiusi gli occhi e<br />

ripensai a tanti eventi che non dimenticherò mai, come quando ero sull’autobus in<br />

direzione del lavoro. I controllori salirono chiedendo i biglietti ai passeggeri, ma questa<br />

volta controllavano solo gli stranieri. A tale stranezza rispose uno con una bella tunica<br />

colorata, chiese che venissero controllati tutti i biglietti; i controllori si rifiutarono, ecco<br />

che iniziarono le proteste. L’autista si vide obbligato a intervenire per il troppo disordine.<br />

Per calmare la situazione, si cominciò a controllare tutti. Risultato: sette italiani senza<br />

biglietto. Addirittura i controllori volevano fermare l’autobus per farglielo comprare, che<br />

scandalo! E nuovamente iniziarono le proteste. Alla mia fermata scesi indignata da tale<br />

prova di discriminazione ma contenta di essere stata partecipe. Perché se l’Italia non la<br />

fanno gli italiani, l’Italia la facciamo noi.<br />

A scuola mi avevano detto che le razze non esistono, che la razza viene usata<br />

spregevolmente solo per manifestare razzismo. “Ma se il razzismo c’è, le razze pure”<br />

avevo ascoltato altre volte. Chi se ne frega! Se non fosse perché gli spagnoli arrivarono<br />

in America io non sarei qui, e sono fiera di esserci.


Ripensai all’altro giorno, a quel momento che tornava come una maledizione da cui non<br />

si può fuggire: “Rosa, svegliati! Hai ricevuto una telefonata, ti vogliono nel tuo paese la<br />

prossima settimana. Sembra che ti hanno dato il lavoro che cercavi, quello che pensavi<br />

non avresti mai ottenuto!” Mi dissero. Io rimasi in silenzio di fronte a tale inatteso<br />

momento, paralizzata senza capire se mi ero svegliata o se dormivo ancora.<br />

“Potrò tornare a casa” mi dissi, senza pronunciare parola.<br />

Proprio ora che avevo trovato un lavoro qui. Che mi stavo facendo una strada, con molta<br />

fatica, certo… ma adesso?<br />

E lui, Luca, l’Italia, aprì la porta nel buio con una indecifrabile fragilità e con sensuale<br />

tenerezza mi chiese “Te ne andrai?”<br />

Sembrava che tutta la mia vita si fosse fermata lì, in quell’istante, una lotta continua tra<br />

il reale e l’ideale.<br />

Alla fine i due peruviani vennero portati via, poi toccò a me. Ma passarono un paio di<br />

secondi perché mi muovessi.<br />

“Signorina” mi chiese il poliziotto “Ha i documenti?”<br />

“Certo” risposi. Lui li prese cercando in ogni angolo del mio essere tutte le possibili tracce<br />

di falsità; mi guardò e facendo un cenno con la testa, mi disse: “Buon viaggio” “Grazie”<br />

risposi, e andai via senza perdere tempo, lasciandomi alle spalle mille sogni diversi…


L’iguana tra i mondi<br />

di Romina Rimondi<br />

L’iguana si chiamava Mimì. Era verde e tranquilla, come il fondo del thé alla menta.<br />

Il bambino la teneva in mano con molto affetto e con cura, come se si potesse rompere<br />

cadendo, e la mostrava ai turisti.<br />

La guida dei turisti bianchi gli chiese se volesse vendere l’iguana o farsi pagare per le<br />

fotografie. Il bambino spiegò che l’iguana era sua e che era venuto lì per farsi<br />

fotografare. Rispose educatamente alle domande della guida, dicendo che teneva l’iguana<br />

in casa in una gabbietta.<br />

Alcuni turisti fotografarono il bambino e gli donarono un euro a testa.<br />

Mimì era uno dei mezzi di sostentamento della famiglia del ragazzo.<br />

Mohamed aveva 9 anni e aveva la pelle del colore della sabbia del deserto al tramonto. I<br />

suoi capelli erano ricci e disordinati come alcuni cespugli che crescono radi nel deserto e<br />

gli occhi scuri sembravano truccati con il kajal. Le sue gambe erano magre e le ginocchia<br />

ossute ma era il più veloce dei quattro fratelli, lo chiamavano “gazzella” perché quando<br />

arrivavano i pullman dei turisti era sempre il primo ad accorrere per una foto, e ormai<br />

Mimì era abituata a questo piccolo disagio.<br />

Un altro mezzo di sostentamento della famiglia di Mohamed era la vendita dei fossili, che<br />

si trovavano in abbondanza fra le rocce del deserto, anche se era difficile trovare un<br />

fossile abbastanza grande o abbastanza completo, adatto per la vendita. Per esempio si<br />

trovavano piccole o grandi lumache di mare e ammoniti, ricordo del tempo in cui il<br />

deserto era un mare, adatte a essere trasformate in ciondoli o in arredi di pregio dopo la<br />

lucidatura.<br />

A occuparsi della raccolta dei fossili era soprattutto lo zio di Mohamed, Rashid, un uomo<br />

alto con una bocca che assumeva costantemente un’espressione di buffa irritazione,<br />

come il muso di un dromedario, sempre un po’ imbronciato e dal pelo irto.<br />

Quando quella mattina lo zio lo svegliò per andare al mercato, Mohammed si preoccupò<br />

per Mimì. Come poteva proteggerla da un posto in cui non era mai stata e dove<br />

nemmeno lui era mai stato?<br />

La voce dello zio risuonò tra le mura della loro casa dal soffitto basso, come un canto del<br />

muezzin, mentre il profumo del tajine già aleggiava per le stanze e attraversava le mura<br />

crepate insinuandosi per le vie della medina.<br />

La mamma di Mohamed sapeva cucinare ottimi tajine, arricchiti da abbondante cannella.<br />

Questa spezia aveva un profumo bronzeo e morbido come il volto di sua madre quando lo<br />

salutava dolcemente prima che si addormentasse.<br />

“Che Allah protegga i tuoi sogni” gli sussurrava… ma a Mohamed piaceva sognare anche<br />

di giorno, e immaginava di vedere un po’ di più di quel mondo che abitava tutti i giorni<br />

insieme a Mimì.<br />

Forse quel giorno avrebbe portato con sé, oltre al vento caldo delle seif, le dune del<br />

deserto incurvate come lame di spade, anche l’aria di luoghi più lontani.<br />

Per la prima volta, Mohamed avrebbe dovuto accompagnare lo zio al mercato della città.<br />

Rashid, sempre vestito con un’abbagliante jellabah, che contrastava con le ombre cupe<br />

del suo volto, aveva deciso di portare con sé il piccolo Mohamed, perché imparasse,<br />

guardando e ascoltando, come vendere i fossili del deserto.


Partirono nel primo pomeriggio.<br />

Le cicogne andavano e tornavano dai loro nidi, edificati nelle poche strutture a torre che<br />

punteggiavano la strada, asfaltata solo da pochi anni.<br />

La luce del sole sembrava provenire anche dalla terra, non solo dal cielo, e aveva il<br />

potere di fondere i colori di cielo e terra all’orizzonte.<br />

Naturalmente Mohamed aveva portato con sé Mimi, prevedendo che avrebbe incontrato<br />

qualche turista curioso.<br />

Arrivarono in città dopo una camminata che a Mohamed parve durare per tanto tempo,<br />

anche perché si perdeva nei pensieri delle cose, dei profumi e delle persone che avrebbe<br />

incontrato. I suoi pensieri si attorcigliavano nell’aria come il profumo della menta, per poi<br />

cadere sulla polvere ocra ai margini della strada.<br />

Fu proprio il profumo selvatico della menta la prima cosa che percepì arrivando al grande<br />

mercato della città. Qualcuno la stava trasportando in grande quantità su una carriola,<br />

incrociando asini carichi di sacchi e merce di ogni tipo.<br />

Le vecchie mura mostravano le enormi immagini del volto del re.<br />

Passarono di fianco alla porta di una casa della medina; si affacciava su uno stretto<br />

corridoio piastrellato che conduceva a una stanza. Si poteva intravedere, passando<br />

distrattamente, anche il ripiano della cucina. L’odore del tajine gli ricordò la madre, e la<br />

sua buonanotte. Cos’aveva sognato stanotte? Ora ricordava…<br />

Si trovava nella sua stanza, nella semioscurità, Mimì si aggrappava a lui, non riusciva ad<br />

allontanarla, e a un certo aveva parlato: “I mondi sconosciuti sono in ogni luogo ma puoi<br />

raggiungerli solo attraverso le persone, e vedere attraverso di loro, come in un buco nel<br />

muro, i luoghi lontani che vorresti visitare”<br />

Poi del sogno non ricordava più nulla, se non che la semioscurità aveva lasciato il posto a<br />

una luce diffusa e tenue, come di un’alba promettente.<br />

“Largo, largo!”, un vecchio in groppa a un asino grigio dagli occhi espressivi, che quasi<br />

parlavano, aveva urlato per farsi spazio tra la gente nella stretta stradina.<br />

Da un lato una serie di galline dalle penne bianche giacevano a terra morte, disposte a<br />

ventaglio da chi le vendeva.<br />

Dall’altro lato un macellaio esponeva barattoli di carne annegata in un grasso dello stesso<br />

colore delle palpebre delle galline. Tre teste di capra, ancora con il pelo, erano esposte<br />

sul banco.<br />

Più avanti, lo stanzino buio di un altro commerciante era pieno di lucerne di ferro, che<br />

riempivano il piccolo spazio quadrato e si riversavano anche all’esterno, aggrappandosi<br />

con fiducia a fili assicurati alla tettoia.<br />

Lo zio camminava velocemente e con ampie falcate; non era per niente distratto dallo<br />

spettacolo variopinto del mercato e nemmeno Mimì, che solo a tratti muoveva le zampine<br />

sul braccio di Mohamed.<br />

Il ragazzo invece non finiva di stupirsi della quantità di merce esposta e del lavoro<br />

chiassoso di fabbri, falegnami, venditori di tessuti.<br />

Si sforzava di entrare nei loro mondi, guardandoli lavorare e immaginando la loro casa, i<br />

figli, le stanze dove dormivano e mangiavano.<br />

Ma a volte un mondo può spalancarsi davanti agli occhi di chi lo sta cercando senza<br />

preavviso e senza che, chi lo sta cercando, consapevolmente o no, debba fare il minimo<br />

sforzo nella sua direzione.<br />

Lo zio si era fermato per parlare con un commerciante di scarpe e sandali e Mohamed,<br />

lasciandosi sommergere e nascondere dalla folla, era riuscito ad allontanarsi di qualche


metro fermandosi davanti alla vetrina di un’argenteria, ai margini del mercato,<br />

accucciandosi per vedere meglio gli oggetti finemente cesellati sul ripiano inferiore: un<br />

lungo pugnale berbero con l’impugnatura in velluto rosso era sdraiato orgoglioso a fianco<br />

di una mano di Fatima quasi a grandezza naturale, con una perla nera al centro e di<br />

fianco al portafortuna, un piccolo cavallo si impennava volgendo di lato la testa e la<br />

lucida criniera.<br />

Moahmed era molto concentrato sugli oggetti, e i suoi occhi neri brillavano riflettendo i<br />

chiaroscuri satinati dell’argento. Ma, abbassandosi per osservare meglio, aveva anche<br />

lasciato una via di fuga alla curiosa Mimì, che non era più tra le sue braccia protettive.<br />

Quando Mohamed se ne accorse, si alzò di scatto.<br />

Intorno a lui, le vie della medina erano strette, lunghe e tortuose. Mimì non c’era.<br />

Allora pensò di entrare nel negozio di argenteria, la sua iguana non poteva essersi<br />

allontanata molto, forse era entrata, la pesante porta era aperta.<br />

La luce all’interno sembrava cavalcare su torrenti sospesi di polvere e, all’inizio, non era<br />

facile distinguere gli oggetti, grandi e piccoli, che si stagliavano sullo sfondo buio.<br />

Vicino all’ingresso, un tavolino di fossili e grandi gemme incastonate nel ferro,<br />

appoggiava le sue tozze gambe su un morbido tappeto berbero, azzurro e bianco.<br />

Al muro erano appesi specchi dalle cornici pesanti, nati da un gioco di linee rette e curve.<br />

Ce n’erano di grandi e piccoli, e sembravano imitarsi a vicenda. Proprio al di sotto, un<br />

ripiano a pochi centimetri da terra ospitava un mappamondo d’argento, dove Mimì aveva<br />

trovato un buon punto di osservazione.<br />

Mohamed fu felicissimo nel ritrovarla, la loro separazione fortunatamente non era durata<br />

che pochi minuti.<br />

Fu così felice che non si accorse che una bambina lo stava osservando e gli si era<br />

avvicinata.<br />

Disse qualcosa ma Mohamed non la capì e non rispose.<br />

Parlava una lingua strana, con una musicalità diversa, mai udita prima. Quell’incontro<br />

quasi lo paralizzò, la bambina era decisamente pallida, come alcuni fossili di lumache di<br />

mare. E aveva capelli così sottili e chiari, come il pelo di un cucciolo di dromedario…e gli<br />

occhi, sembravano pezzi di cielo cristallizzati, ma non erano freddi, erano ben aperti e<br />

attenti, luminosi.<br />

Sorridendo, allungò una mano per toccare Mimì, che nel frattempo Mohamed aveva<br />

amorosamente recuperato.<br />

Il ragazzo sorrise. Forse quella bambina aveva qualcosa per lui, era sicuramente una<br />

turista. Allora si comportò come con tutti i turisti che incontrava: si mise in posa per una<br />

foto, vedendo che la bambina aveva una piccola macchina fotografica, appesa al braccio,<br />

bianchissimo.<br />

Lei sorrise e lo fissò per un istante. Le ciglia bionde si alzarono e abbassarono due volte<br />

sui suoi occhi azzurri. Prese la macchina fotografica, si avvicino di più a Mohamed e<br />

anziché rivolgere verso di lui l’obiettivo, pose davanti ai suoi occhi il display luminoso,<br />

pieno di immagini. Le fece scorrere.<br />

C’erano due dromedari sullo sfondo di un paese color ocra, sembrava quello di Mohamed.<br />

Le dune del deserto.<br />

Le rocce di una gola montuosa.<br />

Un asino carico di fieno sullo sfondo di un palmeto.<br />

Un macaco in un bosco.<br />

Una grande moschea.<br />

Alti edifici grigi, di una grande città.<br />

Poi, paesaggi sconosciuti, molto verdi.<br />

Alberi che non erano palme.<br />

Automobili dalle forme diverse.


Case dai curiosi tetti spioventi.<br />

La bambina insieme ai suoi genitori, anche loro molto pallidi, in una stanza con lunghe<br />

tende alle pareti.<br />

La bambina insieme al suo cane, lei in riva al mare, in un paesaggio dai colori azzurrini,<br />

pieno di edifici lungo la spiaggia.<br />

E altre scene che non aveva mai immaginato.<br />

Mohamed guardò il viso della bambina e si sentì grato. Gli aveva mostrato un mondo<br />

lontano senza parlare la sua lingua. Lei sorrise, disse qualcos’altro, e sembrò contenta di<br />

averlo incontrato e aver osservato da vicino Mimì, per lei così esotica.<br />

Si allontanarono salutandosi, ognuno nella sua lingua, ma questa volta si compresero.<br />

“Dove sei stato?” gli chiese lo zio, un po’ accigliato. “All’argenteria” rispose Mohamed.<br />

Non avrebbe capito se gli avesse detto che, attraverso gli occhi di una bambina, aveva<br />

finalmente visto un mondo lontano.


Mammolo e la Regina dei Cuori Sanguinanti<br />

di Sunil Deepak<br />

Primavera poteva arrivare anche in autunno? Come si faceva a sapere che non era solo<br />

un’illusione? Cosa doveva fare Fernanda, ascoltare la musica che si sentiva dentro o<br />

quella voce interiore che le diceva di non essere sciocca?<br />

“Allora vi siete baciati?” Alba le aveva chiesto e Fernanda era diventata rossa come un<br />

peperoncino. “Non dire sciocchezze” aveva risposto bruscamente all’amica.<br />

Ma Alba la conosceva da tutta la vita e aveva insistito: “Perché non puoi ammettere che<br />

Mammolo ti piace? Lo guardi come fosse George Clooney. Non devi sposarlo, ma solo<br />

farci un po’ di sesso.”<br />

Fernanda aveva guardato l’amica con irritazione ma poi si era messa a ridere: “Hai una<br />

bella fantasia, dici le cose più assurde. Dovevamo parlare del banchetto per il mercatino,<br />

invece non so perché hai tirato fuori questa storia.”<br />

Dopo una vita passata tra gli scaffali della libreria dove lavorava e le medicine della<br />

mamma, Fernanda aveva trovato terrificante il vuoto creato dal suo pensionamento e la<br />

scomparsa della mamma. Così si era rifugiata tra gatti randagi, piccioni affamati, anziani<br />

abbandonati e le attività della parrocchia.<br />

Anche Alba si era messa a ridere, ma poi aveva aggiunto con un tono più serio: "Ti piace<br />

fare la regina dei cuori sanguinanti, invece per una volta nella vita dovresti pensare a te<br />

stessa. Forse hai paura.”<br />

La sua amica aveva ragione, Fernanda lo sapeva. Aveva conosciuto Mammolo qualche<br />

mese prima nel parco mentre portava Blu, la cagnetta di Alba, a passeggio. Alba era<br />

andata a trovare la figlia a Roma e aveva affidato Blu a Fernanda per qualche giorno.<br />

Faceva freddo. Mammolo era seduto su una panchina e Blu aveva cominciato a<br />

abbaiargli.<br />

"Non badi a lei, abbaia soltanto, non morde nessuno. Vuole solo salutare" Fernanda<br />

aveva cercato di rassicurare ma poi aveva visto che la faccia dell’uomo era bagnata di<br />

lacrime: “Scusi, va tutto bene?”<br />

Imbarazzato, l’uomo aveva cercato di asciugare la sua faccia. Si era alzato e andato via,<br />

balbettando qualcosa. Fernanda era rimasta li a guardare la sua schiena mentre lui si<br />

allontanava, colpita dal dolore nei suoi occhi. Non l’aveva mai notato prima. Sembrava<br />

uno straniero. Forse aveva perso qualcuno?<br />

Da quella volta aveva cominciato a cercarlo ogni volta che passava dal parco. Dopo<br />

qualche giorno, mentre tornava con la spesa, l’aveva visto di nuovo e si era fermata per<br />

salutarlo. L’uomo era arrossito ma aveva cercato di sorriderle. Sembrava una persona<br />

timida.<br />

La volta successiva, quando l’aveva visto camminare nel parco, si era sforzata per<br />

raggiungerlo e camminare accanto a lui. Avevano scambiato qualche parola sul freddo e<br />

passeggiato insieme in silenzio.<br />

“Abito in quella casa, vuole venire per un thé?”<br />

L’aveva invitato a casa sua senza pensare ed era rimasta un po’ sorpresa dalla propria<br />

audacia. Lui aveva balbettato qualcosa riguardo un impegno.


“Magari un’altra volta?” lei aveva proposto e lui aveva annuito con un piccolo sorriso.<br />

“Chi era?” Alba le aveva chiesto.<br />

“L’ho conosciuto nel parco”, Fernanda non aveva voluto parlarne.<br />

“Ti piace, vero?” Alba aveva insistito.<br />

"Sei fuori di testa, dici la prima cosa che ti passa per la mente."<br />

Alba non si lasciava intimidire facilmente, "Nanda ti conosco da troppi anni, non puoi<br />

ingannarmi. Ti piace. Invece il tuo principe azzurro mi fa pensare a Mammolo."<br />

"Chi è Mammolo?" Fernanda aveva chiesto.<br />

"Sai quel nano in ‘Biancaneve e i sette nani’, quello timido che continua ad arrossire."<br />

Alba aveva strizzato l'occhio all'amica: "Mi piacerebbe tanto nascondermi nell’armadio<br />

della tua camera e guardarvi di nascosto. Sarà come vedere la matrigna di Biancaneve<br />

che va a letto con uno dei nani".<br />

Fernanda si era imbronciata, ma era difficile restare arrabbiati con Alba per lungo tempo.<br />

L'immagine di se stessa, alta e magra con il caschetto di cappelli color bianco cenere, e<br />

lui così piccolo e calvo, le era sembrata così buffa che aveva cominciato a ridere insieme<br />

all'amica.<br />

Intanto aveva continuato a incontrarlo. Avevano iniziato a parlare. Era venuto anche a<br />

casa di Fernanda. Lui si chiamava Puran, era originario dell'India e viveva a Bologna da<br />

circa 40 anni. Aveva sempre lavorato come cuoco in un ristorante indiano, uno dei primi<br />

in Italia, ed era andato in pensione alcuni mesi prima.<br />

Dopo alcuni giorni, Fernanda gli aveva chiesto aiuto. "Puoi darci una mano? È per una<br />

festa dei popoli che si terrà nel parco di Corticella. Parteciperanno tutte le associazioni di<br />

Bologna. Ogni associazione deve presentare la cucina tipica di un Paese. Se ci dai una<br />

mano, possiamo presentare la cucina indiana."<br />

Così si erano incontrati più volte a casa sua e Fernanda aveva imparato a cucinare il<br />

ciapati, il pane indiano. Aveva avuto un po' di problemi con qualche altro piatto, perché<br />

aveva scoperto di non sopportare il forte odore delle spezie indiane. Qualche giorno dopo<br />

Puran aveva cucinato il pollo e lei aveva subito voluto rassicurarlo per non urtare i suoi<br />

sentimenti: "Penso che questo pollo sarà squisito, sembra così gustoso e cremoso."<br />

Invece quando lui era andato via, aveva cercato di assaggiarlo e poi l'aveva dato da<br />

mangiare a Blu.<br />

"Allora raccontami dove sei arrivata con lui? Vi siete almeno baciati?" Alba le aveva<br />

chiesto alcuni giorni dopo.<br />

"Allora non vuoi proprio capire?" Fernanda era esplosa. "Non c'è niente tra noi e non<br />

voglio andare a letto con lui! Voglio solo aiutarlo. È vedovo, non ha nessuno. E' andato in<br />

pensione sei mesi fa e questo l'ha mandato in crisi. Era tornato in India, ma non è<br />

riuscito a adattarsi. Si sentiva cambiato, non andava d'accordo con i parenti. Alla fine è<br />

tornato qui di nuovo, ma non sa cosa fare. È depresso, e ha ammesso che ha anche<br />

pensato al suicidio. Ha appena cominciato a parlare di queste cose con me, fa fatica a<br />

parlarne".<br />

Per evitare le spezie, lei aveva trovato una soluzione: "Puran, penso che dobbiamo fare<br />

un bel dolce indiano, qualcosa di semplice ma diverso che può attirare le persone. Tutti i<br />

soldi che raccoglieremo serviranno per operare i bimbi nati con il labbro leporino."<br />

All'inizio lui non aveva capito bene di quali bambini lei parlava. "Sono i tuoi nipotini?"<br />

aveva chiesto.<br />

"Non ho nipotini, non ho figli, non mi sono mai sposata", Fernanda aveva risposto.


Lui non aveva detto niente ma lei aveva capito la domanda non detta del suo sguardo.<br />

"Seguivo mia mamma che non stava bene e poi forse non ho mai trovato la persona<br />

giusta." lei aveva aggiunto.<br />

"E i bambini?"<br />

"Sono bambini poveri del sud dell'India. Li opereranno e poi potranno frequentare la<br />

scuola", Fernanda aveva spiegato.<br />

"Andranno a scuola?" lui aveva chiesto, come se non riuscisse a capire quello che lei<br />

diceva. Allora Fernanda aveva cercato una copia della rivista dell'Associazione che le<br />

arrivava a casa: "Guarda qui, vedi questo appello per aiutare i bambini."<br />

Lui aveva annuito con la testa. Quando stava per andare via, Fernanda aveva allungato<br />

la rivista verso di lui: "Vuoi portarla con te, così puoi leggerla con più calma."<br />

Ma lui aveva scosso la testa con un piccolo sorriso: "Faccio fatica a leggere, non solo<br />

l’italiano ma anche la mia lingua. Ho cominciato a lavorare quando ero piccolo e ho<br />

studiato poco."<br />

Il giorno dopo quando lui era tornato, lei lo aveva portato in sala: "Puran, non facciamo<br />

nessuna ricetta oggi. Voglio parlarti. Cosa volevi dire quando hai detto che lavoravi da<br />

quando eri piccolo?"<br />

Per un po’ lui l’aveva guardata in silenzio ma poi aveva raccontato la sua storia. Era nato<br />

in un villaggio di montagna nel nord dell’India. Studiava in seconda elementare quando<br />

suo padre era morto. Insieme a sua madre, abitavano con i fratelli di suo padre. Aveva<br />

smesso di andare a scuola, doveva badare alle capre e portarle al pascolo. Poi un parente<br />

aveva proposto di portarlo a Delhi, dove poteva lavorare in un ristorante e guadagnare di<br />

più. A Delhi era finito in una mensa universitaria e per due anni aveva avuto un padrone<br />

violento e ubriacone.<br />

"Una sera il padrone aveva organizzato una festa per gli amici. Lui mi aveva chiesto di<br />

prendere una bottiglia di alcolico dall’armadio. Mentre camminavo verso il tavolo, sono<br />

scivolato e la bottiglia mi è caduta dalle mani. Lui era già ubriaco, è diventato furioso. Ha<br />

cominciato a picchiarmi." Puran aveva alzato la manica sinistra della camicia per farle<br />

vedere una lunga cicatrice che passava intorno al gomito: "Mi sono tagliato contro un<br />

pezzo di vetro caduto per terra. Sanguinavo, ma lui continuava a picchiarmi e alla fine,<br />

mi ha cacciato fuori dalla porta. Diceva che per punizione dovevo restare fuori tutta la<br />

notte.”<br />

Puran era rimasto in silenzio per un po’, perso nei pensieri. Poi con un lungo sospiro,<br />

aveva ripreso il filo della sua storia: “Era inverno, faceva freddo, ma non conoscevo<br />

nessuno, non sapevo dove potevo andare. Così ho passato tutta la notte fuori, vicino la<br />

porta della mensa, tremavo. La mattina dopo, mi ha trovato il marito di una delle<br />

professoresse che lavoravano all'università. A lui piaceva andare a passeggio presto. Lui<br />

mi ha portato a casa sua. Avevano fatto una denuncia al preside e quell’ uomo che<br />

gestiva la mensa ha dovuto andare via."<br />

Fernanda aveva ascoltato la sua storia con un crescente senso di orrore e a un certo<br />

punto si era trovata con le lacrime negli occhi.<br />

Puran le aveva sorriso e per la prima volta, aveva messo la sua mano sopra la sua: "Quel<br />

momento, quando sono scivolato e caduto, ha cambiato il corso della mia vita. Quando<br />

penso a quella notte, mi sento felice. Era un piccolo prezzo da pagare per avere un<br />

destino diverso.”


Lui aveva guardato fuori dalla finestra. Era una giornata calda. Nel parco, i bambini<br />

giocavano. Qualcuno si era disteso sull’erba per prendere il sole. Ma forse lui non vedeva<br />

tutto questo e invece vedeva il suo passato: “La professoressa e suo marito sono stati<br />

molti gentili con me. Dovevo aiutarli nei lavori di casa, ma potevo mangiare quanto<br />

volevo, potevo riposare e dormire senza preoccupazioni. Hanno provato a mandarmi a<br />

scuola, ma non volevo andarci. Mi sentivo troppo vecchio e non capivo niente, gli altri<br />

bambini mi prendevano in giro. Invece col tempo sono diventato bravo a cucinare.”<br />

Qualche giorno dopo, quando Fernanda si era ripresa, aveva fatto una proposta a Puran:<br />

"Per tutta la vita ho lavorato in una libreria. Proviamo a leggere insieme dei libri? Non è<br />

detto che imparerai ad amare la lettura ma possiamo provare? Se ami i libri, non devi più<br />

preoccuparti per la solitudine, avrai sempre compagnia e conoscerai tanti mondi nuovi.”<br />

Si sente confusa Fernanda, non sa cosa sente per Mammolo. Sa solo che si trova bene<br />

con lui. Oramai si incontrano ogni giorno. Fernanda cerca i suoi libri preferiti per leggerli<br />

insieme a lui.<br />

È amore questo? Fernanda non lo sa.<br />

Quando si siedono sul divano per leggere un libro, delle volte i loro corpi si toccano, le<br />

loro mani si sfiorano. Ieri avevano guardato insieme un film alla tv e a un certo punto si<br />

erano girati uno verso l’altro per guardarsi negli occhi. Per un attimo, Fernanda aveva<br />

pensato che lui stava per baciarla e presa da un piccolo attacco di panico si era alzata<br />

con la scusa di andare a bere qualcosa.<br />

Vorrebbe dirgli che lei non è mai stata con un uomo prima d’ora ma non sa come<br />

affrontare questo argomento.<br />

È cambiata. Dopo tanti anni, non è più terrorizzata all’idea di non fare niente. Resta<br />

seduta vicino alla finestra per guardare la primavera che si è esplosa nel parco con i fiori<br />

di diversi colori come i fuochi artificiali.<br />

Primavera può arrivare anche nell’autunno della vita? Cosa deve fare Fernanda, ascoltare<br />

la musica che si sente dentro o quella voce interiore che le dice di non essere sciocca?


Assaggi di futuro<br />

di Stefania Fontanelli<br />

La scatola è precipitata mentre tentavo di mettere ordine sullo scaffale più alto. Una<br />

spolverata fino a metà cerco di darla ogni settimana, ma al riordino completo della<br />

libreria mi dedico solo una volta all'anno. Inevitabile che le scartoffie meno in uso siano<br />

relegate ad altezza soffitto. Questa volta una mossa maldestra mi ha tradito e per poco<br />

non sono franata a terra insieme alla valanga di carta. Sono rimasta qualche minuto in<br />

cima allo scaleo a contemplare il disegno creato da cartoline e foto sparse sul pavimento.<br />

Quando sono scesa ero decisa a rimettere via tutto senza stare a guardare. Ci ero quasi<br />

riuscita, quando ho notato una cartolina che sbucava da sotto il divano.<br />

La foto di una festa di compleanno, data 13 marzo 1967: sei bambine e una donna adulta<br />

con un cappellino di carta in testa. Al centro dell'immagine c'è la festeggiata, con un<br />

abitino dai colori pastello e scarpe di pelle lucida, porta gli occhiali, piccoli e tondi.<br />

Accanto ci sono io, che la tengo per mano. Il ricordo mi fa entrare direttamente nella<br />

scena, abbattendo ogni vincolo di spazio e tempo, come attraverso uno specchio magico.<br />

“Adesso si preparano la 1 e la 3, pronti via!” una corsa e sono lì a fronteggiarmi con<br />

Christina, la mano protesa verso il fazzoletto che sua zia tiene in mano. Uno scatto e lei è<br />

già partita. Riprendo fiato e alzo le mani in segno di resa “Ok, avete vinto voi”. I giochi si<br />

sono susseguiti uno dietro l'altro, animati da zia Natasha, che ci ha guidato senza sosta<br />

dalla caccia al tesoro a ruba bandiera. L'entusiasmo si legge sulle nostre facce sorprese e<br />

divertite. Il coinvolgimento di un adulto nei nostri giochi è un'esperienza nuova per noi,<br />

di solito alle feste ci diamo appena il tempo di ingoiare un boccone di torta con i grandi e<br />

poi scappiamo in cortile, nessuno ci bada più fino al momento dei saluti. Queste però<br />

sono persone speciali.<br />

Un pomeriggio, qualche mese fa, ho deciso di spingermi fino alla casa di là dalla vigna,<br />

dove è venuta ad abitare la nuova famiglia. A mettere in moto la mia curiosità è stata la<br />

bambina, intravista più volte attraverso la staccionata di cemento che circonda la casa.<br />

Ha un'aria esotica, diversa da tutti i compagni di giochi del vicinato. Magra, un viso<br />

rotondo dai lineamenti minuti, la pelle ambrata; di lei mi affascinano i capelli lisci e<br />

nerissimi, con una grande frangia fino alle sopracciglia. Sono quello che sogno da<br />

sempre: i miei sono ricci, ribelli e intricati.<br />

“Come ti chiami?” mi è costato un certo sforzo fare la prima mossa, ma poi ho goduto del<br />

vantaggio fissandola dritto dall'altra parte del cancello. Lei è rimasta lì senza dire niente,<br />

imbambolata, con le gambe incrociate e lo sguardo basso. Ho dovuto aspettare un po'<br />

prima di sentirle mormorare il suo nome. Ha un modo di parlare inusuale, una cantilena<br />

dall'accento curioso, dove le parole sono disposte in modo bizzarro. Le ho chiesto se<br />

potevo entrare nel cortile, ci ha pensato un attimo e poi ha annuito. Christina, viene da<br />

lontano: Helena, la madre, è americana e Victor, il padre, è indiano; lei è nata a Bombay.<br />

“Bambine venite a mangiare”, una voce ci chiama in casa e noi, sudate e stanche<br />

rispondiamo subito all'invito. La sala è addobbata con palloncini e il tavolo della cucina è<br />

imbandito di cibi mai visti: vassoi di chapati e frittelle di banane si alternano a pile di<br />

triangoli di pane. Che buffi, sono infilzati da uno stecchino infiocchettato e farciti di<br />

formaggio, prosciutto e insalata. Maxi bottiglie di Coca-cola ci attirano come calamite.<br />

Una volta sono rimasta a cena da Christina e mi sono piaciuti tantissimo i chapati e le<br />

salse chutney. In realtà non conoscevo nessuno di questi nomi e quando ho cercato di<br />

raccontare a mia madre cosa avevo mangiato le ho parlato di una focaccia sottilissima e<br />

friabile, saporita e piena di bolle da bucare con i denti, di strane marmellate dolci, ma<br />

anche un po' salate e piccanti.<br />

“Siediti qui” dice Helena con quel suo accento particolare e con la mano indica il pouf sul<br />

tappeto, al centro della sala. Non avevo mai visto una mamma come lei. Alta, formosa,<br />

con i capelli cotonati e il trucco deciso: anche quando sfaccenda per casa veste una tuta


aderentissima e porta ciabattine col tacco a spillo, decorate da un batuffolo di piume<br />

rosa. Sedere sul pouf o ancor meglio a terra, fra tappeto e cuscini, è un'avventura per<br />

me. La stanza è piena di elefanti: sul raso degli arazzi, sugli scaffali della libreria, in<br />

rilievo sull'argento dei vassoi.<br />

“Dai, dai venite su” Christina ci fa salire nella sua camera per mostrarci i libri che le ha<br />

spedito da Londra la zia Anahita, sorella del padre. Sono degli straordinari pop-up di<br />

Beatrix Potter, il nome suona così fiabesco che penso sia quello della signora Coniglia, la<br />

madre di Peter Rabbit.<br />

A dispetto del primo incontro, l’intesa con Christina è cresciuta impetuosa e ha riempito<br />

le giornate infinite della nostra infanzia. Anche tra le nostre famiglie si è creata una<br />

consuetudine che è diventata presto amicizia. Abitiamo in una cittadina della costa<br />

toscana, le nostre case sono arretrate rispetto alla spiaggia, in una vasta pianura con le<br />

colline e le montagne a fare da sfondo. Godiamo del privilegio di avere molta libertà e<br />

ogni pomeriggio scorrazziamo in quello spazio, illimitato ai nostri occhi, fatto di campi,<br />

vigne, fossi e viottoli sterrati. Gli unici pericoli da cui dobbiamo guardarci sono gli animali<br />

delle case coloniche, anch'essi talmente abituati a dominare il territorio da rivendicarlo<br />

come esclusivo. Capita spesso di dovere fuggire a gambe levate da un gallo stizzito, da<br />

un'oca risentita o da un cane pastore al lavoro col suo gregge.<br />

“Come on, come on” mamma e zia ci incoraggiano a prendere un altro sandwich,<br />

sottolineando l'esortazione con una fragorosa risata. L'inglese è la lingua di famiglia, ma<br />

tutti sanno esprimersi in italiano, anche se spesso si interrompono nel mezzo di una<br />

frase: “come si disce? Teapot...?” intonando l'accento straniero alla cantilena toscana.<br />

Tutti tranne Lili, la nonna, troppo anziana ormai per fare lo sforzo di imparare una nuova<br />

lingua o forse troppo timida per esporsi. Anche per lei il trucco è irrinunciabile,<br />

nonostante l'età e nonostante non esca quasi mai. Mi sorride sempre, con le guance<br />

scavate accese di rosa e le labbra sottili dipinte. Ha un’aria fragile, diafana, un timbro di<br />

voce flebile. Eppure la sua vita è stata ricca di eventi e scelte indipendenti. Lili è di San<br />

Francisco e col marito, che navigava, ha girato il mondo. Le due figlie, Helena e Natasha,<br />

sono nate a Leopoli, poi la famiglia ha vissuto a lungo in India. In seguito, morto il<br />

coniuge, Lili si è risposata con Pablo, un marinaio collega del marito, di almeno quindici<br />

anni più giovane di lei. Quando Pablo ha deciso di tornare alla terra di origine, per<br />

continuare a lavorare come capitano di uno yacht, tutti l’hanno seguito.<br />

Il suono di una risata riecheggia dal piano terra: Victor è rientrato dal lavoro e scambia<br />

delle battute con sua moglie. Fisicamente i genitori della mia amica non possono essere<br />

più diversi e Christina somiglia al padre, piccolo e scuro, con una faccia tonda che cattura<br />

subito la simpatia. Fa il fotografo e lavora in un negozio del centro, la maggior parte del<br />

tempo lo passa dietro il bancone a vendere rullini, ma qualche volta esce per un servizio<br />

a un matrimonio o un battesimo. “Daddy” la mia amica si è precipitata giù dalle scale e io<br />

la seguo a ruota.<br />

Si è fatto tardi, la zia carica tutte in auto tranne me, che abito a pochi metri. Natasha è<br />

alta e asciutta, senza neanche una delle curve che la sorella ostenta, veste sportivo e ha<br />

i capelli corti. E' la manager del gruppo familiare, si fa carico di ogni incombenza<br />

organizzativa ed è sempre indaffarata. Forse per questo non si è sposata o ha altri<br />

segreti.<br />

Nel giro di pochi anni, dopo la morte di Lili, i destini della famiglia si sono divisi. Christina<br />

e i suoi genitori si sono trasferiti in un'altra città, Pablo e Natasha sono andati a vivere<br />

insieme nelle isole Baleari.<br />

Due estati dopo è arrivata una cartolina: l'invito di passare una giornata tutti insieme<br />

sullo yacht con cui Pablo stava facendo una crociera nel Mediterraneo. Mentre i<br />

proprietari visitavano Firenze, la barca era rimasta tre giorni ancorata nella darsena. Poi<br />

ci siamo persi, definitivamente.<br />

Alzo lo sguardo verso la porta finestra. Chissà da quanto tempo il gatto sta cercando di<br />

attrarre la mia attenzione: si è stirato per tutta la sua lunghezza e continua a zampettare<br />

sul vetro. Mentre mi accingo a riprendere le faccende, penso che l’incontro con la famiglia


di Christina è stata la prima occasione di affacciarmi a mondi che non avevo avuto ancora<br />

il tempo di conoscere, neppure sulla carta geografica.<br />

Prima di riporre la scatola, mi soffermo ancora un instante a osservare la foto e provo a<br />

decifrare il mio sguardo di bambina, giocando a scoprire i segni che anticipano il futuro.<br />

Al setaccio della memoria i sapori, gli odori, i suoni di quella festa restano come assaggi<br />

dei sogni e delle curiosità che ho potuto gustare nella vita.


The thinking man<br />

di Ilaria Scaglianti<br />

Risveglio<br />

L'uomo senza maschera alzò la testa.<br />

Intorno a lui, tra i fumi densi, solo macerie di cristallo. Ogni cosa era distrutta, ma lui<br />

non si era mai sentito così pieno. La consapevolezza lo risvegliava da un sonno lontano.<br />

“Ricostruire senza commettere lo stesso frettoloso errore”, questa la risposta che aveva<br />

ricevuto prima che tutto scomparisse.<br />

Avrebbe camminato e ricominciato a parlare agli altri uomini, tutti diversi, preziosi con il<br />

loro idioma e il colore della pelle dalle sfumature più svariate.<br />

La notte stava per sopraggiungere. L'uomo senza maschera si rannicchiò vicino al<br />

vecchio castello aspettando che le stelle abbracciassero la fitta coltre bluastra sopra la<br />

sua testa.<br />

Quando il destino del cielo si compì, sopraggiunse il riposo del guerriero.<br />

Immobile nel silenzio di rovine luccicanti, cominciò nella mente a ricostruire quanto era<br />

accaduto. Era una storia che iniziava da molto lontano.<br />

Quelli che si ripetevano erano anni polverosi, pieni di uniforme sterilità.<br />

Come un tappeto d’inchiostro, la città di Arianna, si adagiava su pendii profanati<br />

dell’antica bellezza. Aride e dal profumo di cenere, quelle colline erano diventate fredde e<br />

inospitali all’uomo. Tutt’intorno alla ruvidezza di quella città, il re di quel tempo, aveva<br />

fatto costruire una bolla protettiva in cristallo.<br />

Meraviglia del genio umano, la bolla rinchiudeva gli abitanti, proteggendoli dall'aria<br />

esterna resa irrespirabile dal progresso e dal loro radicato desiderio di ricchezza. Riparati<br />

fra pareti trasparenti e fragilissime i Dominanti conducevano la loro vita. Schiavi<br />

inconsapevoli.<br />

Si sentivano al sicuro là dentro. Il cristallo manteneva gli uomini in una sorta di folle<br />

isolamento, convincendoli del contrario.<br />

L'aria malsana non li avrebbe contagiati, infettando corpo e mente; gli estranei sarebbero<br />

rimasti fuori, distanti.<br />

Approdati molti anni prima nelle rigogliose terre di Arianna, quando ancora il sole<br />

scaldava le schiumose pozzanghere di fango e le chiome delle giovani fanciulle<br />

sventolavano allegre, come bandiere di luce, gli stranieri erano stati accolti con<br />

diffidenza, ma la curiosità sulle loro storie aveva vinto le incertezze.<br />

Dopo i primi tempi, necessari alla conoscenza, neutri e pigmentati, così iniziarono a<br />

chiamarli, convivevano apportando i propri saperi ad Arianna, facendola crescere. Tutti<br />

erano necessari e la completezza di quel luogo aumentava, perché maturava il seme del<br />

rispetto per la diversità.<br />

Nuovi costumi, balli, feste e rituali si srotolavano tra le montagne di Arianna, in un<br />

convivio culturale di pacifica convivenza.<br />

Nulla destò la quiete fino a quando un neutro si ammalò. Fin da subito molti dubitarono si<br />

trattasse di una magia. Il neutro vagava pigramente per tutta la città senza trovare pace,<br />

stanco e privo di voglia di reagire. La strana malattia lo stava svuotando, avvicinandolo di<br />

più al suo io interiore. Voci provenivano dalle cavità del suo corpo, rumorosi crampi gli<br />

stritolavano le budella, facendolo contorcere in spasmi di disgusto. Destinato al continuo<br />

tormento causatogli dalle voci interiori, il saggio dei pigmentati lo accompagnò in cima al<br />

cappello di Arianna, denso di fumi e vapori botanici, per curarlo con la propria medicina.<br />

Per giorni sparirono insieme, addentrandosi tra il fogliame bruno, perdendosi in<br />

allucinatori incontri e presagi di morte. La natura li avvolgeva con le sue possenti braccia.<br />

I rami torvi e inguainati dal verdastro muschio lasciavano intravedere il sentiero, che<br />

faticosamente rincorreva la luce del mattino. Vissero dentro a quel ventre umido e


velenoso per mesi, forse anni, tanto che persero la cognizione del tempo.<br />

In comunione con la natura e attraverso rituali magici incontrarono la medicina dei padri.<br />

La fusione totale con l’ambiente circostante permise all’uomo neutro di dimenticare<br />

completamente la malattia che lo aveva ossessionato nei mesi precedenti. Conobbe<br />

finalmente l’animale che dormiva nelle sue viscere, dialogò con lui e lo fece affiorare<br />

lentamente.<br />

Attraverso quel cammino, la lama bollente della conoscenza lo aveva percosso,<br />

risvegliandolo da quella sonnolente vita che mai più avrebbe potuto condurre su Arianna.<br />

Neutro e pigmentato camminarono a lungo fianco a fianco tanto che le impronte<br />

mescolate dei due uomini si persero, inghiottite dalla terra fangosa. Testimoni immobili, i<br />

tronchi rigonfi d’acqua proteggevano le loro anime, ma mai nessuno trovò i loro corpi di<br />

uomini. Hai pigmentati fu data la colpa della sparizione del neutro e da quel momento<br />

furono allontanati da Arianna.<br />

L’equilibrio tra le due etnie si era incrinato e con esso Arianna, che cominciò rapidamente<br />

a mutare. Presto i neutri temerono qualsiasi contatto fisico con i pigmentati. L’idea di<br />

proteggersi ossessionava a tal punto il loro re che fu inventata la bolla di vetro.<br />

Relegati ai margini del mondo furono ben presto dimenticati.<br />

Erano stati il colore della pelle, la lingua e i loro costumi, a farli diventare creature troppo<br />

insidiose. Secondo i Dominanti, Arianna stava diventando una città impura, dove i<br />

caratteri, gli ideali e sopratutto le regole venivano continuamente messe a dura prova.<br />

Eclissi<br />

Perso nella notte, solo un affilato brusio si staccava dal chiacchiericcio della massa.<br />

L’uomo senza maschera era di nuovo lì, tra le spoglie di un sogno fattosi realtà. Oggi più<br />

audace che in passato.<br />

Si osservò le mani e con quelle toccò la sua stessa pelle, fredda e vera. Sulla linea della<br />

memoria ripercorreva a ritroso cosa ne era stato del suo Pianeta. Arianna, così fragile e<br />

pura, dove gli equilibri tra uomo e natura convivevano in perfetta simbiosi; Arianna<br />

trasformata in una bolla rigonfia di aria artificiale.<br />

Si aggirava per le strade della capitale, con gli occhi di chi è sveglio da un po’ e vede<br />

bene la strada davanti a sé. Uno dopo l’altro sfilavano silenziosi i Dominanti.<br />

Quel nome di cui si erano fregiati solo perché rimasti gli unici su Arianna, risuonava sordo<br />

e ridicolo nel labirinto dei suoi pensieri.<br />

Anche lui doveva essere un Dominante, peccato che nessuno glielo avesse chiesto. Con<br />

l’esclusione degli stranieri la disciplina su Arianna si era fatta più dura, atta a preservare<br />

la tradizione. Da quando era tornato in città aveva abbracciato di mala voglia quei<br />

cambiamenti che ora rimescolavano la sua vita, imponendogli precisi comportamenti.<br />

Tra questi l’obbligo di indossare dei costumi ben particolari per ogni occasione, chiaro<br />

segno distintivo di potere e della posizione che ciascuno ricopriva all’interno della società.<br />

Tutti erano chiamati ad attenersi al codice, nessuno escluso.<br />

Pur nella particolarità e nella vivacità di colori degli abiti, nei trucchi e nelle acconciature,<br />

i Dominanti risultavano essere tutti uguali.<br />

Sui loro volti era raro scorgere emozioni, repentini cambi di umore, lampi di follia nei dei<br />

loro cuori e fiamme dai loro occhi.<br />

“Ipnotizzati camminano, senza una vera direzione: quella della consapevolezza”, pensò<br />

l’uomo senza maschera, che ora assaggiava chiaramente l’anestetico che contagiava i<br />

Dominanti.<br />

Aveva deciso di curare la malattia che lo stritolava, in fusione completa con le sue origini.<br />

Avvicinandosi in modo totale alla terra che lo aveva visto nascere e che aveva ancora<br />

tanto da insegnargli. Pronto ad ascoltarla, partiva con grande serenità lasciando Arianna.<br />

Ora dopo quel periodo passato lontano, tornava, ma ad attenderlo, non visi amichevoli e<br />

abbracci di un tempo lontano, solo abbrutimento e la totale perdita totale di personalità.


Con occhi attenti, si cibava degli usi e costumi dei Dominanti, cercando lì una fragilità su<br />

cui puntare la mira, con un atto che avrebbe risvegliato le loro coscienze.<br />

L’occasione arrivò puntuale, come un dardo scoccato all’ora stabilita.<br />

Si trattava della festa rituale in saluto al Sole. Tutti i Dominanti vi avrebbero partecipato,<br />

mostrandosi splendenti nei loro costumi.<br />

L’audace guerriero raggiunse il castello quando ancora il cielo si mostrava con la porpora<br />

e l’indaco della notte.<br />

Con il cappello calato sul viso, entrò nella sala reale del castello, dove si stava svolgendo<br />

la festa. Quando le porte intagliate in avorio si aprirono, ai suoi occhi si mostrò l’inferno<br />

tramutato in paradiso.<br />

Donne fulgide nei loro abiti dei colori bruniti del sole, erano cosparse di gemme preziose<br />

e sorrisi svelati in rosso. Gli uomini, stretti ai loro calici, brindavano al saluto del nuovo<br />

anno solare, abbigliati con le pesanti onorificenze di medici, avvocati e ingegneri.<br />

Tutti indossavano la maschera. Una seconda pelle lattiginosa e candida, cingeva i loro<br />

occhi, il naso e gli zigomi, confondendone le vite e le storie.<br />

Obbedienti e fedeli, i Dominanti si muovevano nel teatrino di carta che il re aveva<br />

costruito per loro.<br />

Un piccolo ometto a metà strada tra il marajà indiano e il santone greco ortodosso.<br />

Opulenze dorate poggiavano sul suo collo e sulle dita nodose facendolo somigliare a un<br />

sonante albero della cuccagna. La pelle scura contrastava con l’appiccicoso candore della<br />

maschera che lasciava intravedere gli appuntiti lineamenti mal distribuiti, sul volto<br />

paffuto e bonario. La sua attività di regnante si risolveva unicamente al ludico ed<br />

effimero piacere di fare musica. Anche quella notte si trovava mollemente impegnato a<br />

intrattenere i propri ospiti con la sua arpa. L’uomo senza maschera guardingo, attendeva<br />

l’ora propizia. Facendosi scudo con la penombra preso coraggio e si sistemò al centro<br />

della sala. Per un momento tutto proseguì senza mutare, poi la maschera del guerriero<br />

cadde, svelando il volto di colui che sembrava sparito per sempre. Il mostrarsi vivo e in<br />

perfetta salute di quell’uomo che tutti credevano risucchiato dal male della diversità, fece<br />

nascere il dubbio nella mente dei Dominanti. Fu la confutazione a mettere per la prima<br />

volta in discussione tutta quella vita apparente che stavano vivendo. La bolla si incrinò,<br />

prima solo lievemente, poi quando crescevano le domande e gli interrogativi, sempre di<br />

più. Cedette sotto il peso della coscienza risvegliata e si frantumò in schegge di pianto<br />

liberatorio.<br />

Per un attimo fu il caos. Una colonna densa fumo si levò alta sopra le teste di tutti,<br />

avvolgendoli come un abbraccio di materno. Arianna respirava di nuovo.<br />

Nuovo ossigeno per progredire nella storia.<br />

Le maschere si squagliarono mostrando occhi, che come sconosciuti, si incontravano per<br />

la prima volta.<br />

Dopo quella notte furono i sorrisi a tessere nuove geometrie di convivenza.<br />

L’uomo senza maschera era soddisfatto, partiva nuovamente lasciando Arianna, verso un<br />

nuovo cammino di verità.<br />

I valori principali che hanno ispirato il mio racconto sono la verità e il guardarsi<br />

realmente intorno, mentre conduciamo la nostra vita.<br />

Essere umili e sinceri, leali con noi stessi prima di tutto, tolleranti con il nostro pensiero e<br />

le nostre idee, senza gettarle al vento solo perché la massa ci sta urlando che siamo<br />

diversi e quindi pericolosi. Credo nell'individualità, nel genio che sta dentro all'uomo e<br />

all'importanza di ogni piccola sfumatura che ci rende belli e così tanto diversi da formare<br />

un girotondo di petali strappati.<br />

Il mio racconto vuole ancora essere un messaggio per chi lo sa cogliere, di allarme.<br />

Svegliatevi, tutti, dormienti inconsapevoli, non esiste una verità universale ognuno ha la


propria, non la sciatevi ingannare che dovete essere tutti simili per essere felici, che non<br />

è importante possedere tutto per arrivare al nirvana.


Andreij<br />

di Vincenza Poliandri<br />

Ti vedo avanzare fra la gente, sicuro, quasi spavaldo, con le mani in tasca, il passo<br />

deciso e venirmi incontro con un sorriso ingannevole. Ora lo so perché sorridi ma all’inizio<br />

quando ti vedevo così mi innervosivo.<br />

Porti il maglione blu che preferisci, te l’ho visto nei momenti più belli. É un po’ logoro, lo<br />

indossi spesso. Hai una vita molto felice. Forse è anche per questo che mi sorridi. E ora<br />

so perché. Non ti sei fatto neanche la barba, un trucchetto che non dimentichi mai. Sai<br />

bene che il bianco candido dei tuoi denti diventa irresistibile con la barba così, anche se<br />

comincia ad argentarsi e non ha più quel nero quasi blu di un tempo.<br />

Le tue braccia si aprono per stringermi molto prima che finisca lo spazio che ci separa. E<br />

così, per un secondo, ti posso ammirare incantata mentre voli come una colomba sugli<br />

Champs - Élysée, con le ali distese. Né neve, né gelo, né freddo ma una primavera senza<br />

fine accoglie le anime amate dagli dèi nei Campi Elisi, mentre qui a Parigi un sole<br />

ghiacciato accompagna il nostro incontro.<br />

Tre baci. Le prime volte ero imbarazzata, fra la vergogna e il riso. Mi ritraevo dopo il<br />

secondo perché per me già uno bastava, due solo per affetto ma tre, non si era mai<br />

visto. Quante volte sei rimasto col terzo sospeso nel nulla? Chissà se hai mai pensato di<br />

cambiare le tue abitudini? Conoscendoti credo di no. Sei fiero e orgoglioso della tua terra,<br />

della tua religione e sicuramente avrai sorriso e spiegato con pazienza. Trovi sempre il<br />

lato positivo nelle cose che accadono.<br />

“Caro Nikolaj, quanto tempo è passato…” ti dicono i miei occhi e il silenzio delle mie<br />

labbra fa eco alla voce del cuore.<br />

“Maria, quanto tempo è passato…” e il suono della tua voce è un tintinnio di perle sul<br />

vetro, prezioso e cristallino. “Mia cara amica, sediamoci per un caffè. Devo parlarti:<br />

Andreij è stato liberato.”<br />

Andreij, solo sentire il suo nome mi fa vacillare. Mai un attimo in tutti questi lunghi anni è<br />

passato senza il suo pensiero al mio fianco, il suo volto accanto al mio, il suo respiro sulle<br />

mie labbra.<br />

Le mie gambe diventano subito stanche e inciampo. Hanno dovuto sostenere il peso<br />

immenso di una colpa inutile e ora, leggere, non sanno più camminare. Nikolaj se ne<br />

accorge e mi porge il braccio, mi appoggio a lui come all’angelo del giudizio, con il peso<br />

del mio corpo fattosi roccia.<br />

Andreij è mio marito. Quando siamo fuggiti per venire in Francia lo hanno fermato e da<br />

allora non l’ho più rivisto, non ho più potuto riflettermi nei suoi occhi nerissimi, non ho<br />

più potuto stringerlo fra le mani, fra le braccia, fra le gambe.<br />

Certe notti d’estate ho le mani gonfie e la fede mi stringe. Mi compiaccio di questo<br />

dolore, mi dice che Andreij è ancora vivo. Amo pensare che il suo pensiero è il mio.<br />

Le notizie sono sempre rare, troppo. Se non fosse per la pazienza e la tenacia di Nikolaj<br />

sarei già impazzita.<br />

Certe notti d’inverno ho le mani gelate e la fede mi esce. Allora penso che Andreij è<br />

morto e cerco un appiglio, una speranza, una notizia. Non ero pronta a quella di oggi.<br />

I tavoli fuori dal bar sono vuoti. Trame di trine incorniciano i vetri e nascondono appena il<br />

brulichio di volti all’interno. Nikolaj apre la porta e un lieve tintinnio preannuncia il nostro<br />

ingresso ma nessuno lo ascolta. Ci sono luoghi in cui ogni gesto ha un pubblico indiscreto<br />

e altri dove puoi sparire all’improvviso senza clamore. Preferisco questi ultimi, vorrei<br />

sempre essere invisibile e non dover vivere in un Paese straniero, dove tutti chiedono,<br />

guardano, pretendono, si indispettiscono. Non è facile, hai sempre paura di sbagliare una


parola, un accento. Nessuna clemenza, non un sorriso, se sei fortunata non infieriscono<br />

ma pochi trattengono il disprezzo.<br />

Appena arrivata è stata dura, l’unica speranza era la strada, insieme a volti di donne<br />

troppo truccate, a gonne troppo corte, a calze smagliate, a sguardi lascivi. Mi è andata<br />

bene, la padrona di casa non è buona ma è giusta e così ho mantenuto la mia dignità.<br />

Ci sediamo a un tavolo vicino al bancone. File di pasticcini mi guardano come mille<br />

soldatini, colorati e immobili. Il cameriere sorride e comincia a parlare velocissimo. Tutti<br />

qui parlano troppo in fretta, parole come lucci in un fiume che fuggono, senza lasciare<br />

traccia. All’inizio pensavo lo facessero apposta perché io non potessi capire, poi ho<br />

imparato alcune parole, poi delle altre. Ora riesco a seguirli ma con fatica e sono ancora<br />

convinta che è la loro lingua ad essere troppo rapida e non io che sono lenta.<br />

Nikolaj invece capisce tutto, sente tutto, osserva ogni cosa, i gesti, i movimenti. Fa parte<br />

del suo lavoro. Deve essere sempre attento per cogliere ogni occasione, un<br />

tentennamento, un’esitazione. Solo così può aiutare quelli come me, quelli come Andreij.<br />

“Cosa prendi? Un caffè?”. Annuisco, nascondendo l’ansia dietro un sorriso bugiardo. “Ti<br />

prego Nikolaj, dimmi dove si trova. Come sta?”<br />

“Ora è in un centro per rifugiati, nel sud Italia. Se riusciamo a fargli avere l’asilo politico<br />

sarà più semplice farlo arrivare in Francia. È solo questione di tempo, so che hai<br />

aspettato molto ma devi avere fiducia in me, non mollare ora.”<br />

Non ho mai pianto in questi anni e ora che potrei inondare il bar, due sole piccole gocce,<br />

calde e salate escono dai miei occhi e scivolano sulle labbra.<br />

E la mente vola: devo comprarmi un vestito nuovo e voglio un rossetto. Quel copriletto<br />

scolorito e sdrucito voglio buttarlo. Ne prenderò uno rosso, con delle rose. La mia stanza<br />

è piccola ma pulita e ordinata, non sarà difficile renderla graziosa. Poi vedremo, qualche<br />

soldo sono riuscita a metterlo da parte. Se Andreij lo desidera potremo prendere un<br />

piccolo appartamento, magari a Montmartre. Poi anche lui cercherà un lavoro, onesto,<br />

basta con i colpi di testa. E un bambino? Sarebbe meraviglioso avere un bambino, farlo<br />

andare a scuola insieme ai bimbi francesi, ben vestito e pettinato. Sono a credito con la<br />

vita, è ora di riscuotere.<br />

Bevo il caffè, ora con un sorriso sincero. Usciamo, abbraccio Nikolaj, lo bacio tre volte,<br />

stringendolo forte. Non fa più freddo a Parigi e la primavera non è lontana.


Il pianto delle rose ( Iyara Bagala)<br />

di Yolanda Parra<br />

Il sipario dei ricordi si aprì in una mattina colore del piombo e tutto divenne confuso,<br />

tanto quanto una volta lo fu la mia esistenza.<br />

Magari ci fosse di nuovo il peso schiacciante del destino ad intervenire con la sua<br />

saggezza, pensavo, mentre contemplando il fioraio mi tornò fresco quell’anno in cui<br />

nessuna delle attività in programma si fece realtà. Successe un giorno qualunque, in un<br />

luogo qualsiasi.<br />

Un effimero momento, direi.<br />

Casualmente ci conoscemmo e senza pensarlo ci scoprimmo. Fu un viaggio speciale, lo<br />

ricorderò sempre come il viaggio delle rose: “quel giorno blu senza tramonto in cui<br />

abbandonando pensieri ed impegni, con bagagli essenziali, volto acqua e sapone, tasche<br />

piene d’incertezza e pochi soldi, decise di partire. Sono state trentasei tortuose ore di<br />

viaggio fra montagne, fiumi e lunghi ponti pericolanti, ma arrivai radiosa, tanto quanto il<br />

tuo secolare ghiacciaio.<br />

Non ti colsi di sorpresa. Mi ricevesti caloroso, gentile, riposato, amico. La notte si vestì di<br />

festa e un’atmosfera magica ci avvolse. Sussurri, musica ovunque, balli popolari e vestiti<br />

sgargianti invadevano la piazza mentre un profumo di mais, anice e cannella riempiva<br />

l’aria.<br />

Era la celebrazione dell’ Inti Raymi, festa del sole in lingua Quechua, che in questo<br />

periodo dell’anno mutava il volto della tranquilla Cambayè. Una strana quiete invadeva il<br />

mio spirito mentre colorite e profumate colazioni si accompagnavano di corti sorrisi e<br />

lunghi silenzi. Sguardi profondi che le tue labbra ancora non riuscivano a tradurre in<br />

parole. Tutto era perfetto, sembrava quasi che all’universo bastasse soltanto la nostra<br />

presenza per essere completo<br />

I giorni erano di tutti i colori e gli orologi non segnavano più il tempo. Cucinammo,<br />

guardammo le stelle, parlammo un po’ di tutto: del nuovo pachakutic 1 , dell’ecologia,<br />

degli indigeni, della giustizia, del futuro, del passato, della pace, ma soprattutto di<br />

quell’argomento che ci pungeva il cuore e che ci aveva fatto incontrare: le rose. Loro,<br />

sempre belle e fresche pronte a soddisfare i mercati europei e nordamericani nella<br />

famosa festa di San Valentino.<br />

Ricordo i tuoi occhi pieni di speranza, la tua voce pacata e ferma che nel discorso<br />

ecologista più profondo che abbia mai sentito, dipingeva col sangue le mani callose e<br />

piantate di spine delle donne indigene del tuo villaggio; che pur di guadagnare il pane per<br />

i propri figli, avevano smesso di coltivare i loro orti consegnando ai latifondisti di turno<br />

non soltanto salute e giovinezza, ma anche terra, cultura e dignità. Parlando di tutto ciò<br />

abbiamo pianto, ma allora non capii le tue preoccupazioni.<br />

Oggi invece, qui a Bologna, davanti al fioraio in via Massarenti, vicino a quest’ospedale<br />

chiamato Sant’Orsola, mentre le contemplo ammutolita dal freddo e dalla nostalgia, ti<br />

capisco e di nuovo piango, non più vicino a te, ma sempre insieme a te. Piango per i tuoi<br />

boschi, per i tuoi fiumi e per il tuo nevado Cambayè, nonno secolare, che rischia di<br />

sciogliersi con l’inquinamento prodotto dalle vaste zone di coltivazione dei fiori che ora<br />

invadono il tuo magico rifugio.<br />

“¡Hey! Carmen Rosa, cosa fai lì come una mummia? Mica si mangiano i fiori, è più di<br />

mezz’ora che ti aspetto. La signora che ti volevo presentare è già andata via. Ha detto<br />

che non ti fa più un contratto. Ma cosa fai ? Stai piangendo davanti ai fiori? Dai, non mi<br />

spaventare, è morto qualcuno?”<br />

1 Parola Quechua per indicare un cambiamento del sole. Movimento nella terra che dovrebbe portare ad una<br />

nuova era, nella cosmogonia dei popoli delle Ande.


“Si cara, sto piangendo, e se guardi bene riuscirai a capire che piangono pure le rose. I<br />

morti sono in tanti e anche se alcuni non li ho mai conosciuti piango pure per loro.<br />

Mentre ero qui querida Gianna, ho pensato che devo tornare al mio Paese. Là,con il mio<br />

lavoro da insegnante, guadagnerò quel minimo indispensabile ma al meno la mia dignità<br />

rimarrà intatta. Quel lavoro di cui tu mi parli, pensavo potesse interessare a Marìa<br />

Claudia, ma sono qui che l’aspetto da mezz’ora e non arriva.”<br />

Marìa Claudia scende dall’autobus e camminando velocemente si perde nei suoi pensieri.<br />

Con la testa in basso e le mani in tasca cerca di fuggire dai borbottii dell’anziana signora<br />

che sedeva di fianco a lei, ma anche dal freddo che improvvisamente visita la città.<br />

Carmen Rosa ancora mummificata davanti al fioraio vede Marìa Claudia attraversare la<br />

Massarenti, come se fosse nelle stradine della sua piccola Cambayè. Alzando le mani<br />

cerca di farle dei segnali quando una macchina rossa prende la curva senza rispettare il<br />

segnale del semaforo e un urlo agghiacciante imbottisce l’aria.<br />

I servizi del pronto soccorso arrivano velocemente. Il corpo di Marìa Claudia sparisce in<br />

mezzo a lettini e camici verdi mentre Carmen Rosa si trova nell’ospedale nel quale aveva<br />

rinunciato ad entrare per fisica fobia. Le ore di attesa non si contano e dell’amica<br />

nessuno da notizie. Nel corridoio girano camici che sembrano vuoti, non un sorriso, non<br />

una parola amica e chili di domande rimbombano nell’aria: lo sa lei se la ragazza è<br />

regolare? Ha un permesso di soggiorno, un lavoro?<br />

Carmen Rosa piegando le ginocchia contro il petto piange, anelando la presenza di quel<br />

compagno, amico fedele e sempre disponibile, ora cosi lontano. Le dita tamburellano<br />

sulla squallida panchina e il buio comincia ad accarezzare dolcemente le sue palpebre,<br />

convogliandola in uno strano sogno:<br />

“Una figura minuta seduta a fior di loto cerca di nascondersi dietro un gigantesco<br />

ombrellone che le serve da sipario.<br />

Intorno a lei una folla di esseri sdraiati sembrano delle macerie dopo una strage. Un<br />

mucchio di corpi a formaggino, gelatinosi e brillanti cercando di richiamare l’attenzione di<br />

un timido sole che sorride in lontananza.<br />

Soltanto Lui, con la sua pelle colore della terra sembra in grado di volere sentire la<br />

musica del vento e ascoltare il borbottio del Mare furioso, sì, furioso con tutta quella folla<br />

che senza nemmeno salutare o chiedere permesso penetra in maniera brusca e irruente<br />

nel suo ventre.<br />

Seduto sulla riva, si mise anche lui in posizione di meditazione, non senza prima fare i<br />

sette giri per salutare l’universo. E’ stato nell’ultimo giro prima di accovacciarsi, quando<br />

si accorse della presenza di quella minuta figura femminile che imbalsamando il suo<br />

corpo con un frutto roseo e carnoso, parlava da sola con un’ape gigantesca che sembrava<br />

ascoltarla attentamente mentre leccava il suo corpo dolce col sapore del cocomero. Non<br />

si sono mai parlati questi due esseri del colore della terra.<br />

Non era necessario.<br />

Ognuno a modo suo, nel proprio rituale, sapeva di essere in comunione spirituale per<br />

ricevere il dono di una beata solitudine, cercando di comunicare con l’aldilà in una fuga<br />

silenziosa da quella folla moribonda che bruciava senza nemmeno rendersene conto….<br />

Una voce rauca e fredda la fa scendere precipitosa della zattera in cui sognava di<br />

intraprendere il suo viaggio..”<br />

“Signorina, la devo svegliare.”<br />

Mi dispiace ma è il mio dovere metterla al corrente: la ragazza ha resistito all’intervento<br />

ma è ancora in pericolo di vita, questa notte la dobbiamo tenere sotto controllo. Deve<br />

tornare domattina.


“Oh no!” Carmen Rosa esce precipitosa e innalzando le mani piange di nuovo bisbigliando<br />

strane parole: “Sira, Serankwa, Seinekum, Maleiwa, Pallowi, Bochica, Bachue! Perché<br />

dovete paralizzare le mie ali in questo modo?<br />

Come ritornare ora con questa brutta notizia?<br />

Come spiegare che è successo mentre la povera Marìa Claudia attraversava la strada per<br />

andare a cercare un lavoro che le permettesse di pagare a sua madre le cure mediche in<br />

quel suo Paese dove i diritti sono merce?”<br />

Sarà stato una premonizione, un sogno, un incubo, un segnale? Carmen Rosa non è<br />

sicura di quelle immagini rituali che l’hanno assalita in quello scomodo riposo, ma di una<br />

cosa è certa: lontani sussurri richiamano di nuovo il pianto delle rose.<br />

Il corpo di Marìa Claudia e la sua capigliatura biondo-finto, da europea assimilata, usata<br />

per nascondere la sua anima indigena, sono rimasti abbandonati nella fredda stanza di<br />

quell’ospedale, ma l’essenza portata dallo spirito del vento fa già parte del nuovo<br />

pachakutic che domina l’energia planetaria. E’ il ciclo d’Iyara, forza viva della Madre<br />

Terra, energia femminile che trasforma, rinnova e rinasce ogni notte di luna piena.<br />

Carmen Rosa fugge da quella strada carica di esseri metallici alla ricerca di un pezzo di<br />

terra dove poter ascoltare la voce dei suoi avi. Sente il richiamo del Vento che piangente<br />

porta con affanno il messaggio della sua ancestrale Abya Yala, America Latina in lingua<br />

Kuna.<br />

Una volta giunta al parco lontana da sguardi curiosi, si abbandona in un atto di preghiera<br />

universale che le rapisce i sensi.<br />

Rannicchiandosi, chiude gli occhi e innalza le mani per sentire lo Spirito del Vento che<br />

ronzante scuote ogni albero, ogni nuvola, ogni essere vivente, facendo sentire la sua<br />

forza, il suo dolore e la sua speranza:<br />

“Ascoltami Iyara, guaguita 2 mia: Un giorno, più in là della notte dei tempi, quando avrai<br />

camminato la parola e seminato i pensieri dei tuoi avi, i tuoi passi torneranno alle tue<br />

origini.<br />

Tornerai tramutata in Aquila guardiana, tornerai qui, nel profondo del mio ventre di<br />

nonno secolare, il tuo sacro Cambayè.<br />

Non ti preoccupare, ti conserverò un grande nido colmo d’oro, piume, ayo 3 , tabacco,<br />

quinua e cacao per la tua festa di ritorno.<br />

Nessuno tornerà a essere padrone del tuo corpo, dei tuoi laghi, dei tuoi fiumi, delle tue<br />

montagne o di quella moltitudine di rose coltivate che oggi invadono la nostra Cambayè.<br />

Non ti spaventare, non sei morta.<br />

Non hai bisogno di morire per riuscire a sentire la mia voce e ricevere la mia energia.<br />

Devi soltanto cercarmi.<br />

Mi sentirai nello spirito del Vento che ti innalza, nell’Acqua della pioggia che ti purifica,<br />

nel Fuoco che tutto lo trasforma e nella magia della Terra che ti sana.<br />

Non dovrai avere paura del rientro. La salita è faticosa, lo sai bene che mi trovo a 5.790<br />

metri sopra i mari, ma riuscirai ad arrivare qui dove ora ti aspetto, cosi come ci sei<br />

riuscita quando il tuo corpo ancora giovane ti portò da me, per festeggiare in quel<br />

lontano 26 luglio 2008 del calendario di quel mondo che ora ti ospita, il nuovo anno dei<br />

nostri antenati Maya: l’anno numero 5123.<br />

Non lasciare che la tirannia del tempo consumi il tuo spirito, annebbiando lo spazio sacro<br />

della riflessione e del pagamento 4 .<br />

2 Mia bambina – in lingua quechua -<br />

3 Foglie di Cocca, pianta sacra per i popoli delle Ande


Questo nuovo ciclo che comincia è dedicato allo spirito dell’Aria, del Vento. Lascia che i<br />

tuoi capelli siano liberi, cosi che i tuoi pensieri possano viaggiare.<br />

Il branco ti aspetta e mugghiare è soltanto l’inizio nel magico mondo della laguna blu.<br />

Lampi e tuoni annunciano forti tempeste e grandi alluvioni.<br />

Potenti terremoti sconquassano la Madre Terra che dal profondo delle sue viscere<br />

rigurgita, pregando ai “Grandi” di quella parte del mondo dove oggi spargi i tuoi semi,<br />

una nuova umanità.<br />

Voci silenziate durante secoli si innalzeranno davanti al suono feroce dei tamburi<br />

convocando un nuovo albeggiare.<br />

Io ti aspetterò quanto sarà necessario. Ti aspetterò, finché le acque nuove non<br />

nutriranno il moribondo fiume e la grande zattera, Bakatà, potrà intraprendere la sua<br />

attraversata.<br />

Non avere paura, non morirai.<br />

Tornerai fra i tuoi per le feste del chiaro di luna, per celebrare la nascita di quell’umanità<br />

carica di frutti fecondi e raccolte generose, affinché la fame non possa continuare a<br />

cancellare i sorrisi, svanire le speranze né spegnere i fuochi di una nuova luce col sapore<br />

dell’ eternità.”<br />

4 Offerte e doni alle divinità della natura

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