Cinema, che passione ! - San Pio X

sanpiodecimo.it

Cinema, che passione ! - San Pio X

“ARRIVANO

I NOSTRI ”

Distribuzione gratuita

Bollettino periodico dei

giovani da 8 a 98 anni

S.Pio X - Balduina

www.sanpiodecimo.it

Numero 35

Novembre 2010

Anno V°

Cinema,

che passione !


ARRIVANO I NOSTRI

Autorizzazione del Tribunale n°89

del 6 marzo 2008

DIRETTORE RESPONSABILE

Giulia Bondolfi

TERZA PAGINA

don Paolo Tammi

DIRETTORE EDITORIALE

Marco Di Tillo

COLLABORATORI:

Francesca Adrower, Lùcia e

Miriam Aiello, Bianca Maria

Alfieri, Renato Ammannati,

Alessandra e Marco Angeli, Paola

Baroni, Giancarlo e Fabrizio

Bianconi, Pier Luigi Blasi,

Leonardo Cancelli, Alessandra

Chianese, Monica Chiantore,

Cesare Catarinozzi, Laura,

Giuseppe e Rosa Del Coiro,

Gabriella Ambrosio De Luca,

Andrea e Bruno Di Tillo, Anna

Garibaldi, Massimo Gatti, Paola

Giorgetti, Pietro Gregori,

Giampiero Guadagni, Luigi Guidi,

Lucio, Rosella e Silvia Laurita

Longo, Lydia Longobardi,

Giuliana Lilli, don Nico Lugli, don

Roberto Maccioni, Maria Pia

Maglia, Luciano Milani, Cristian

Molella, Alfonso Molinaro, Sandro

Morici, Agnese Ortone, Vittorio

Paletta, Alfredo Palieri, Gregorio

Paparatti, Camilla Paris, Giorgia

Pergolini, Maria Rossi, Eugenia

Rugolo, Alessandro e Maria Lucia

Saraceni, Elena Scurpa,

Francesco Tani, Stefano

Valariano, Gabriele, Roberto e

Valerio Vecchione, Celina e

Giuseppe Zingale.

I numeri arretrati li trovate

online sul sito della parrocchia

www.sanpiodecimo.it

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Stampato presso la Tipografia

Medaglie d’Oro di via Appiano 36

- 2 -

8

dive

del

set

(Greta Garbo,

Ava Gardner,

Marilyn Monroe,

Sophia Loren,

Brigitte Bardot

Marlene Dietrich

Rita Hayworth

Anna Magnani)

LIBRI SUL CINEMA

CINEMA AMERICANO CLASSICO

(Laterza) 2006 Alonge e Carluccio

JEAN LUC GODARD. SCRITTI E

CONVERSAZIONI (Minimum Fax)

2007 Jean Luc Godard

IL CINEMA E LA SHOAH (Le Mani-

Microart’s) 2005 C.Gaetani

IO WOODY ALLEN (Minimum Fax)

2005 W.Allen

STORIA DEL CINEMA ITALIANO

(Newton & Compton)

2006 Mino Argentieri

LA BELLA VITA. MARCELLO MASTRO-

IANNI RACCONTA (Rizzoli)

2006 Enzo Biagi

STEVEN SPIELBERG (Gremese)

1997 Valerio Caprara

CONVERSAZIONI CON BILLY WILDER

(Adelphi) 2002 Cameron Crowe

FEDERICO FELLINI:FARE UN FILM

(Einaudi) 2003 F.Fellini

LA SCENEGGIATURA. TEORIE, REGO-

LE, MODELLI (Lindau) 2007 Anne Huet

IL CINEMA DEI FUMETTI (Gremese)

2006 Roberto Chiavini

CINEMA E BUDDISMO (Centro

Ambrosiano) 2007 Paolo Colombo

ROSSELLINI (Utet) 2006

Gianni Rondolino

DIZIONARIO DEI CAPOLAVORI

DEL CINEMA (Bruno Mondadori)

2004 Di Giammatteo-Bragaglia

IL CINEMA A ROMA (Edilazio)

2003 Mario Verdone

ANNO ZERO. IL CINEMA NELL’ERA

DIGITALE (Lindau) 2007

Alessandro Amaducci


IL CINEMA

RIVELA UN PO’

DI NOI STESSI

don Paolo Tammi

Al cinema ci sono

entrato con papà.

Era lui che mi dedicava

il tempo di sabato e di

domenica. Grande camminatore

e ottimo

conoscitore di Roma

(senza essere romano)

mi portava anche a

vedere chiese storiche

del centro. Fu per questo

che – adesso, dopo

tanti anni, la nostalgia si mescola all’ironia – mamma

lo “accusò” della mia vocazione sacerdotale. Del

cinema aveva passione. Film di guerra o – come li

chiamava lui- di cappa e spada, film storici e – quando

mi feci più grande – anche film polizieschi. Il cinema

lo rilassava e io stavo molto volentieri con lui.

Ora il gusto del relax è passato a me. Al cinema sono,

in genere, di gusti normali. Mi piace un po’ di tutto,

proprio perché non mi illudo – come certi sapientoni

in possesso del diplomino – di essere un gran critico

d’arte.

Di recente, dopo aver visto con un amico un film a

parer mio allucinante, il film “ Inception” con

Leonardo di Caprio, ho discusso con lui e gli ho chiesto:

“Ma tu che ci hai capito?” L’ho visto in seria difficoltà.

E più preoccupato di me. Per il semplice fatto

che io, quando ho intuito che proprio non avrei

seguito una trama così balorda, mi sono rilassato

guardando le immagini, gli effetti speciali (bellissimi)

e i volti degli attori.

Lui ha continuato a lavorare di testa e ne è uscito

malconcio.

Ecco un modo – non certo l’unico – di guardare un

film al cinema. Non razionalizzare troppo, non volere

a tutti i costi capire ma godersi colori, sensazioni,

volti, bellezze, mediocrità e qualcos’altro.

Operare, inoltre, qualche piccola proiezione psicologica.

Mi piacerebbe essere come quello? Che ammiro

di quell’altro? Che rifiuto di quell’ altro ancora?

Così il cinema rivela un po’ noi a noi stessi. Diventa

una sorta di film sulla propria vita e un modo intelligente

per riviverne una parte.

Quando ero parroco al quartiere Talenti un gruppo di

giovani e adulti davvero in gamba mise su un cineforum,

con tre proiezioni settimanali.

All’inizio – forse un po’ timorosi del parroco – mi sottoponevano

i titoli, raggruppati secondo una serie di

argomenti e interessi. Poi, data la mia incompetenza,

dissi loro che potevano scegliere in totale fiducia da

parte mia.

Ma non posso dimenticare cosa avvenne quando, nel

ciclo dedicato all’omosessualità, proiettarono un

film, di cui ho persino rimosso la memoria del titolo,

perché mi procurò un’aspra serie di rimproveri da

parte di alcuni che se ne scandalizzarono non poco.

Sono cose che ora ricordo molto divertito. Un buon

film è tutto questo: cultura, relax, allegria, compagnia.

Un modo innocente di stare insieme.

La Chiesa ne ha sempre fatto tesoro. Quel grande e

santo genio di don Giacomo Alberione ha inventato

un modo furbissimo di evangelizzare, attraverso i

media e il cinema, in particolare.

- 3 -

Oggi, tra le tante strutture che hanno lui come padre

“spirituale”, ci sono le cosiddette sale della comunità,

eredi degli antichi e gloriosi cinema parrocchiali.

Chi non li ricorda? Alla faccia di tutte le precomprensioni

ideologiche fatte altrove contro il cristianesimo,

io nei cinema parrocchiali ci ho visto quasi tutti

i film di Fantozzi, interpretati da un super-ateo quale

Paolo Villaggio. Nel 2008 a Milano duecento cinema

facenti capo a parrocchie raccolsero due milioni di

spettatori. Persino Giuseppe Tornatore in “Nuovo

Cinema paradiso” li ha celebrati con una bellissima

memoria. L’Acec, ovvero l’Associazione Cattolica

Esercenti Cinema, è l’organizzazione legata alla

Conferenza episcopale italiana, che raccoglie tutte le

sale della comunità cristiana e suggerisce indicazioni

per film di buon livello morale e educativo.

Anche la nostra parrocchia si muove in questa direzione.

I nuovi ambienti, nati dalle riforme strutturali

dell’estate passata, possono ospitare sale multimediali

aperte a tutti, come è stato nel passato – con

strutture fatiscenti – e come è già nel presente, specie

nella catechesi dei ragazzi.

Speriamo di riuscirci presto, mai dimenticando che la

fede, se non è cultura, dialoga continuamente con la

cultura stessa e non pretende spazi integrali, poiché,

promuovendo la conoscenza di Dio, promuove

soprattutto l’uomo e la sua ricerca di felicità.

Per chi vuole saperne di più su don Paolo, parlare con lui, chiedere

informazioni e sapere del suo lavoro e della sua opera ricordiamo

l’ indirizzo blog e chat:

donpaolotammi.blogspot.com


CINEMA AL FEMMINILE. QUANDO UN

PO’ DI ROMANTICISMO NON GUASTA

Maria Rossi

La carrozzina rotolava sulla scalinata di Odessa e nella sala

eravamo in totale silenzio. Quella della carrozzina è una

delle scene più famose della Corazzata Potemkin di

Ejzenstejn (1926) e noi studenti stavamo, attenti e appassionati,

al corso di cinema all’Università la Sapienza.

L’interesse e l’amore per il cinema hanno accompagnato la

mia vita come quella della mia generazione; il cinema è

un’arte straordinaria e i cineforum e i dibattiti ci hanno

fatto scoprire registi americani ed europei, francesi e tedeschi,

e Bergman, Fellini, Rossellini, Visconti e tanti altri.

Eppure non ho mai perso la testa nè mi sono mai innamorata

di un attore, forse perché né Mastroianni né Delon

erano il mio tipo, molto di più lo sono stati poi Gere o

Clooney ma senza grandi sconvolgimenti; invece ho sempre

ricordato e ricordo con entusiasmo tante attrici.

Insomma con me funzionava più il transfert al femminile

dell’infatuazione verso il maschile. Bergman sarebbe stato

così grande senza la bionda Liv Ullman, o Antonioni senza

Monica Vitti? Onestamente non lo so.

Ma l’interpretazione straordinaria di Sophia Loren ha

immortalato La ciociara e Penelope Cruz ha reso unici alcuni

capolavori del problematico e discusso Almodòvar.

Così Il vangelo secondo Matteo di Pasolini è stato un grande

capolavoro e dal 1964 per diversi anni ha accompagnato

anche i nostri cineforum parrocchiali: un film bellissimo

certamente, con tanti interpreti presi dalla strada, ma straordinaria

e dolorosa insieme era la madre del regista nel

ruolo di Maria Addolorata.

Come l’interprete di Maria nel discusso film di Gilson (film

esasperato e pieno di sangue) rendeva estremamente poetica

la figura della Madre che, nel bambino che cadeva giocando,

vedeva la profezia delle tremende cadute di Cristo

sotto la croce. E cosa dire della Maddalena in Jesus Christ

Superstar (1973)? O di S.Chiara e Giulietta nei famosi film

di Zeffirelli?

In La meglio gioventù di Giordana (2003) mi sono

riconosciuta come tanti miei coetanei. Ero una ragazzina di

V ginnasio quando i miei compagni di liceo corsero, come

tanti altri liceali e universitari, a pulire i volumi infangati

dalla terribile alluvione di Firenze. Appartengono alla mia

generazione tante scelte straordinarie e generose, ma

anche tante illusioni sbagliate che portarono alcuni di noi a

sposare il terrorismo e la violenza, convinti così di

cambiare il mondo.

Gli interpreti maschili del film erano molto bravi e così la

grande A. Asti ma a me vengono sempre in mente le due

interpretazioni femminili, fragili e forti contemporaneamente,

della compagna terrorista e della fotografa Maya

Sansa, generosa e solare, che è la speranza di un futuro

migliore e positivo per il protagonista.

Se guardando Il Dottor Zivago (1965) mi “scioglievo” per il

tema di Lara, e le disavventure di O. Sharif e della bella e

bionda Julie Christie mi commuovevano, simpatia e

solidarietà erano tutte per Tonia, la moglie e compagna di

gioventù, da cui la Rivoluzione del 1917 aveva diviso

l’affascinante dottore.

Forse è vero che, anche nelle persone razionali, sogno e

fantasia la fanno da padroni in certi momenti e il cinema

come la lettura hanno sempre avuto un impatto

straordinario su di me.

Una delle scene più belle de Il Gattopardo resta nei miei

ricordi, quella del ballo a palazzo Salina dove una

bellissima e giovane Cardinale balla il valzer con Tancredi-

Delon o ancora meglio con il maturo Principe-Lancaster.

E se la musica di ll Gattopardo come di Il dottor Zivago, di

Jesus Christ come di tutti i film di Zeffirelli ha un ruolo

dominante ed è bellissima, bene allora il ricordo più tenero

è quello della colonna sonora di Tutti insieme appassionatamente

(1965) dove, in un’Austria alla vigilia dell’occupazione

nazista, una istitutrice canterina e carina (Julie

Andrews) non solo teneva a bada una banda di ricchi rampolli

orfani e – ovviamente, come sempre nelle favole – ne

sposava il padre, ma cantava con loro motivi e musiche

facilmente orecchiabili.

Allora penso che, se si dice che accanto ad un grande uomo

c’è spesso una donna in gamba, nel cinema di tutti i Paesi

in questi cento anni ci sono state, e ci sono, attrici

straordinarie che ci aiutano a sognare.

- 4 -

“MAMMA MIA” CHE FILM!

Alessandra Angeli

Quando si parla di cinema, il mio essere madre mi fa scattare

subito sulla difensiva.

Ancora mi ricordo quando, anni fa, portammo i piccoli a vedere

“Nemo”: prima della proiezione partì quel noto filmato contro la

pirateria, caratterizzato da un montaggio di immagini e da una

musica così aggressivi anche per gli adulti, che mi presi in braccio

la più piccolina e la strinsi. Dopodichè proruppi più o meno esplicitamente

in una serie di epiteti all’indirizzo di chi aveva così scarsa

sensibilità verso i bambini, destinatari ultimi del film a seguire.

Per carità, acqua fresca rispetto a quello che il grande schermo

continua a sfornare allegramente: ora quando vado al cinema con

i figli incrocio sempre le dita sperando che i trailer proposti siano

adeguati all’età degli spettatori. Devi stare con tanto d’occhi e una

buona dose di intuito; non sai mai esattamente cosa ci sia dentro

“l’uovo di Pasqua”. Prendi “Madagascar”, cartone animato con protagonisti

tanti animaletti carini carini; ad un certo punto, tutti si

mettono a ballare e a cantare al ritmo di “mi piace se ti muovi, mi

piace quel che muovi…!” Perdoni ora il lettore la mia reazione: ”Ma

brutto deficiente tu che non hai trovato un ritornello migliore di

questo, che instilla blandamente malizia e volgarità formato

baby!” O forse non è stata solo una svista ma una scelta ben

intenzionale per cominciare a plasmarli fin da piccoli. E’ facile: tra

una risata e l’altra infili una battuta, una scena un po’ sopra le

righe, abituandoli inconsapevolmente, a minime dosi, al marciume

del mondo. La mia carità cristiana viene messa veramente a dura

prova perché la mia reazione istintiva sarebbe quella di sbattere

ripetutamente la testa al muro a tutti coloro che stanno dietro

queste “trappole per topi”, superficialità o intenzionalità che sia!

Quante se ne vedono di questo genere. Quanto dobbiamo essere

vigili noi genitori, in quante spiegazioni ed inviti alla riflessione

dobbiamo spenderci per allertare i nostri figli! Esci da casa e subisci

l’assalto dei cartelloni con immagini e commenti che non hanno

il minimo riguardo per degli occhi ancora innocenti. Dov’è finita la

censura? Parlando con una mia amica, madre di sei figli, ricordavamo

come anche Shreck, grande successo, sia subdolamente

inquinato da battute ambigue e maliziose che i bambini non sono

nemmeno in grado di cogliere, ma noi adulti sì. Talvolta sembra

che non ci sia più una separazione tra mondo-bambino e mondoadulto,

come un unico pappone per far contenti tutti. Perché ai

nostri giorni si dice che i genitori non devono essere tanto educatori

dei figli ma soprattutto loro amici. Rimango perplessa di fronte

alla scelta dei film a cui alcuni di essi decidono di portare la

prole: visto che il mondo di oggi è così, prima si abituano, meglio

è. Ma io non sono d’accordo. Il tempo dell’infanzia va rispettato e

protetto, finalizzato a crescere nel bene: bisogna prima

“costruire” loro delle spalle ben larghe, delle coscienze pulite. Solo

così, un po’ più grandi ed autonomi sapranno riconoscere e respingere

il male che li circonda. Sbagliato buttarli troppo presto nella

mischia, soprattutto se abbandonati a loro stessi. E questo sarebbe

il benessere che ha conquistato l’occidente in tanti secoli? Dare

scandalo ai piccoli? Non c’è bisogno di essere dei cristiani per

avvertire anche in questo la decadenza dei nostri tempi. Gesù è

molto duro con coloro che si macchiano di questa colpa: meglio

per loro sarebbe finire in fondo al mare con una pietra al collo.

Anch’io mi sento un po’ latitante perché penso che potrei telefonare

qui, scrivere là, scovare ed aderire a qualche associazione di

genitori di buona volontà; ma mi sento accerchiata, come una battaglia

persa in partenza. Anzi, se qualcuno potesse darmi qualche

aiuto in proposito l’accoglierei volentieri. La verità è che siamo

una minoranza, si fanno pochi figli e chi ci governa ha altro per la

testa. Ma se materialmente non abbiamo il coltello dalla parte del

manico, spiritualmente possiamo difenderci assieme ai nostri

ragazzini così come ci dice San Paolo, nella sua lettera agli Efesini:

“Vestite l’intera armatura di Dio per contrastare le ingegnose macchinazioni

del diavolo; ……state saldi, dunque, avendo già ai fianchi

la cintura della verità, indosso la corazza della giustizia e calzati

i piedi con la prontezza che dà il vangelo della pace; in ogni

occasione imbracciando lo scudo della fede, col quale potrete spegnere

tutti i dardi infuocati del maligno; prendete l’elmo della salvezza

e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Mossi dallo

Spirito, pregate incessantemente con ogni sorta di preghiera e di

supplica…”. Affidiamo il nostro discernimento e la purezza dei

nostri figli alle cure materne della Madonna: ripariamoci tutti sotto

il Suo manto benedetto e che il Signore abbia pietà di chi si fa

strumento del male in questo mondo. Che Dio sia lodato!


“AFRICA EXPRESS”

CINEMA IN AFRICA

L’Africa è stata, fin dalla nascita del

cinema, un continente che si è sempre

prestato ad essere un buon soggetto

per un film anche per la sola ambientazione.

Chi di noi non ha visto film quali il

classico “Casablanca” di Michael

Curtiz, lo stupendo “La Mia Africa” di

Sidney Pollak o il drammatico “Hotel

Rwanda” di Terry George senza rimanere

comunque affascinato dalla ambientazione in questa

terra?

Senza contare i vari cinepanettoni del tipo “Natale sul Nilo”

e simili che devono la loro fortuna esclusivamente ai luoghi

ove vengono girati. Tutte queste pellicole, però, pur avendo

come sfondo l’Africa o toccando temi ad essa riconducibili,

restano sempre prodotti della industria cinematografica

occidentale. Di africano, inteso come frutto di questa industria,

non hanno nulla. La vera cinematografia africana si

può dire inizi circa 60 anni dopo il 1895, anno in cui i fratelli

Lumiére proiettarono la loro prima pellicola, e dopo oltre

40 anni dalla nascita di una vera e propria industria cinematografica

(Hollywood esordì come capitale del cinema negli

anni ‘20). Essa ha abbozzato i primi passi subito dopo la

conquista della indipendenza da parte dei vari stati coloniali

e, man mano che passava il tempo, cresceva la possibilità

anche finanziaria di essere artefici e protagonisti di un proprio

accrescimento culturale.

Contrariamente alle arti comunemente intese (letteratura,

pittura ecc.) quella del cinema era sicuramente la più semplice

da sviluppare perché non necessitava di un proprio

patrimonio storico e culturale potendo, quindi, diventare

subito un ottimo strumento di emancipazione e di espressione

di una propria identità. In pratica il cinema diventerà il

modo migliore, per un africano, di raccontare storie e fatti

della propria terra, senza contaminazioni occidentali.

I più importanti letterati dell’epoca compresero immediatamente

le grandi capacità innovative e la portata di questo

nuovo mezzo di comunicazione tentando subito di cimentarsi

e confrontarsi con esso per poter portare avanti le proprie

idee di sviluppo, libertà ed indipendenza.

Ovviamente agli inizi la parola d’ordine dei vari addetti al

cinema è “arrangiarsi”! Ciò vuol dire che ogni singola componente

di quella che nel mondo occidentale industrializzato

è ormai una perfetta macchina di produzione, in Africa è

estemporanea e creata al momento con limitate risorse

finanziarie e umane. Attori dilettanti, sceneggiature e storie

improvvisate, assenza di studi per ambientazioni che vengono

girate all’aperto, in villaggi o in mezzo a fatiscenti caseggiati,

registi autodidatti sono fattori che ne caratterizzano i

primi passi. Anche le vicende raccontate risentono di questa

situazione: la maggior parte dei primi film (o meglio, lungometraggi)

interamente prodotti in Africa raccontavano semplici

scene di vita quotidiana, i classici amori con relativi tradimenti,

oppure faide tra clan ed etnie rivali, così come

avvieniva nella vita di tutti i giorni. Non mancavano, ovviamente,

film su stregonerie, rituali più o meno magici o su

sedicenti taumaturghi, capaci di ogni tipo di guarigione.

In pratica questi film rappresentavano quella realtà urbana

degradata, ma anche rurale, dalla quale proveniva la maggior

parte dei primi registi che, per mancanza di una vera e

propria “cultura cinematografica”, non potevano che ipotizzare

questo tipo di ambientazione e raccontare queste storie.

Questi film vengono oggi comunemente definiti “film di

villaggio”. Nei primi anni di vita il cinema africano, quindi, si

presentava per certi versi aspetti grezzo ma, passato questo

iniziale periodo di assestamento, esso ha iniziato a manifestare

fortissime potenzialità.

Tra le prime nazioni ad avere una propria cinematografia

- 5 -

NOTIZIE E CURIOSITA’ DAL

CONTINENTE NERO

a cura di Lucio Laurita Longo

indipendente oltre che di una certa

qualità vi è il Senegal, grazie anche

ad Ousbane Sembène, nato nel 1923

e morto nel 2007. Questo regista, il

primo africano a potersi realmente

definire così, studia cinema presso

gli studios di Gorki, vicino Mosca e,

al rientro in patria, nel 1963, realizza

il suo primo cortometraggio con il

titolo “Borom Sarret” dal nome del

protagonista, un povero carrettiere

di Dakar di cui ne descrive una giornata-tipo.

L’anno successivo firma

la sua seconda pellicola dal titolo

“Niaye” presentato in anteprima al festival di Locarno. Il

vero e proprio boom del cinema africano è però la nascita, in

Nigeria, di Nollywood, che oggi rappresenta, dopo

Hollywood e l’indiana Bollywood, la terza potenza mondiale

per produzione cinematografica.

Il quartier generale sorge alle porte di Lagos ove vengono

prodotti oltre mille film all’anno, circa 30 a settimana, in

special modo in formato home video.

Il suo fatturato oggi ammonta ad oltre 2,50 miliardi di dollari

l’anno ed è sempre in costante aumento, tanto da insidiare

da vicino l’industria americana. Una peculiarità di questi

film è che, spesso, vengono recitati in uno dei circa 250

dialetti o idiomi locali e solo una minima parte viene doppiata

in lingua inglese in quanto destinata alla esportazioni,

principalmente verso i limitrofi paesi dell’area sub-sahariana,

ove vanno a ruba. Nonostante tale limitazione (nel

mondo occidentale questo tipo di film hanno mercati molto

ridotti in quanto vengono acquistati esclusivamente da emigrati

africani che vogliono, in qualche modo, mantenere i

contatti con le proprie origini) la loro produzione e distribuzione

è aumentata ogni anno di più tanto che nel 2006

Nollywood si piazza dopo l’indiana Bollywood e davanti alla

consorella americana. Nel suo complesso la cinematografia

nigeriana occupa circa 250.000 persone tra registi, attori,

sceneggiatori, costumisti e doppiatori creando una vera e

propria comunità sulla quale anche il governa oggi punta per

incrementare le entrate commerciali del paese. Secondo gli

ultimi dati noti, questa industria rappresenta la terza voce

economica del paese, dopo quella petrolifera e della estrazione

mineraria. Tra gli attori nigeriani vi sono oggi dei veri

e propri divi quali Genevieve Nnaji, Oumarou Ganda, Vincent

Andrew o Rose Okoh. Nomi che a noi non dicono assolutamente

nulla ma che in patria sono celebri, famosi ed anche

ricchi come George Clooney, Brad Pitt o Angelina Jolie.

Di recente, però, è iniziata una certa inversione di tendenza

e cominciano ad essere prodotti e girati anche film di un

certo livello che raccontano storie e narrano tematiche tutt’altro

che leggere quali l’emancipazione femminile, la lotta

alla corruzione (vera piaga in tutto il continente), l’integrazione

tra le diverse etnie e religioni o addirittura parlando di

Aids. In questi film, che mettono sotto accusa i mali e le

storture del moderno sistema civile africano, le varie questioni

vengono comunque trattate con i toni leggeri e spesso

scanzonati, tipici della cultura locale.

Il film “Akpegi Boyz” di V. Andrew, racconta di alcune prostitute

nigeriane, di un gruppo di spacciatori e sfruttatori

(detti Akpegi Boyz) e di poliziotti corrotti e termina con la

redenzione della prostituta più cattiva che, dopo aver ucciso

o fatto morire tutti, si redime durante una funzione religiosa

cui casualmente partecipa. Questa filmografia comincia

ad essere conosciuta anche in Italia tanto che da alcuni anni

vengono organizzati due tra i più importanti festival del

cinema africano: quello di Milano e l’ormai famoso Festival

del Cinema Africano di Verona, nato nel 1981 su iniziativa

del Centro Missionario Diocesano e della rivista comboniana

“Nigrizia”.

Tutto ciò in attesa che arrivi sui nostri schermi un

“Gladiatore” nato a Lagos o si racconti la storia di un

“Titanic” senegalese salpato da Dakar!


LA FESTA DEL

CINEMA

Pier Luigi Blasi

Per il numero di Novembre della

nostra rivista parrocchiale non si

poteva trovare argomento più

adatto del “ Cinema” in occasione

della “Festa del Cinema di Roma” che mentre scrivo ancora si sta

svolgendo all’Auditorium. Quando qualche anno fa fu istituita,

questa manifestazione venne da molti criticata perché sembrava

che si volesse entrare in competizione con la Mostra del Cinema

di Venezia che si svolge poco prima , a Settembre, e che quest’anno

è giunta alla 67 a edizione.

Io credo che Roma, per il suo legame storico con il Cinema, meritasse

di vedere una volta l’anno festeggiata la “settima arte”. Non

dimentichiamoci che a Roma nel 1936 proprio per dare impulso

all’attività cinematografica, considerata un ottimo strumento di

propaganda per il regime fascista, fu costruita “Cinecittà” assieme

al “Centro Sperimentale di cinematografia” che tanti attori

avvia ancora oggi alla recitazione. Negli studi di Cinecittà, che

potremmo definire l’Hollywood italiana, sono stati girati indimenticabili

film (cito uno per tutti Ben Hur del 1959) fino alla fine degli

anni sessanta quando, vuoi per la fine dei Kolossal, vuoi per il progressivo

affermarsi della televisione, il cinema entrò in un periodo

di crisi. Da alcuni anni i teatri di posa di Cinecittà hanno riacquistato

la loro importanza e sono stati privatizzati.

Non sono un esperto ma apprezzo molto l’arte cinematografica.

Posso dire di essere un appassionato, e quando posso vado al

cinema che è l’unico posto dove riesco a vedere i film dopo che ho

smesso di vederli alla televisione da quando è subentrata la pubblicità

ad interromperne la visione. Proprio nell’ambito della Festa

del Cinema, lo scorso sabato 30 Ottobre, ho avuto il piacere di

vedere all’auditorium il mitico film di Federico Fellini “ La dolce

vita” nella versione restaurata dal regista Martin Scorsese; evento

a cui i mezzi di informazione hanno dato ampio risalto.

Prima della proiezione è salita sul palco, accolta da un lunghissimo

applauso, Anita Ekberg, forse l’ultima protagonista vivente di

quella pellicola, e poi lo stesso regista americano che ha curato il

restauro di tanti altri film (cito uno per tutti il “Gattopardo”

altro capolavoro della nostra cinematografia con Luchino Visconti

regista).

La passione per il cinema ha radici nella mia infanzia allorquando

il nostro quartiere aveva ben due cinema : il cinema Balduina,

dove oggi si trova un supermercato, ed il cinema Belsito, da quasi

venti anni chiuso e recentemente acquistato dal “Grande Oriente

d’Italia” (Massoneria) che lo trasformerà in un centro polifunzionale

(sala conferenze, archivio, biblioteca aperta al pubblico) con

sorprendenti effetti architettonici. All’inizio degli anni 60 la

Balduina, quartiere da poco completato, aveva due moderne sale

cinematografiche , mentre oggi i suoi abitanti se vogliono vedere

un film devono spostarsi nei quartieri adiacenti con qualche

disagio, specialmente per i meno giovani che avrebbero maggiormente

gradito di avere un cinema piuttosto che un altro supermercato.

Credo che piazza della Balduina sia il posto al mondo

con la più alta concentrazione di supermercati, ben tre in meno di

un chilometro quadrato. Ancora una volta si è data la preferenza

alle attività consumistiche piuttosto che a quelle ricreative.

Bisogna pur mangiare mi potrebbe obiettare qualcuno.

Per me questo non fa onore a chi ci ha amministrato in questi

anni che non ha fatto nulla per promuovere la riapertura di una

sala cinematografica nel nostro quartiere.

Ma voglio ritornare al cinema Balduina che per quelli della mia

generazione (anni 50) ha significato qualcosa.

Allora il ciclo commerciale dei film era diverso da quello attuale e

la nostra era una sala cosiddetta di “seconda visione” che voleva

dire che i film arrivavano dopo un po’ di tempo che erano stati

proiettati nelle più importanti sale del centro di Roma.

Uno dei film che maggiormente ricordo di quel periodo è il dottor

Zivago del 1965 tratto dall’omonimo romanzo di Boris Pasternak

scrittore russo premio nobel nel 1958 per la letteratura che, tuttavia,

non potè mai ritirare per l’opposizione del regime comunista,

tanto che il libro fu pubblicato in Russia solo nel 1988. Un

altro cinema importante per me è stato il cinema “Smeraldo”

(nome molto frequente per i cinema di quei tempi) che ho frequentato

nella mia adolescenza a Gioia del Colle una cittadina in

provincia di Bari dove ho vissuto con la mia famiglia per alcuni

anni. Non molto tempo fa quel cinema di periferia è stato abbattuto

per consentire l’espansione edilizia della città ed ora al suo

posto sorge un palazzo (un po’ come accade nel film “Nuovo cinema

Paradiso” di Giuseppe Tornatore).

Di quel periodo ricordo tutta la serie meravigliosa dei film “spaghetti

– western” di Sergio Leone, accompagnati dalle non meno

meravigliose musiche di Ennio Morione. Io andavo allo Smeraldo

il sabato pomeriggio (costo del biglietto 250 lire) dapprima con i

miei compagni di liceo e poi con una sola compagna di liceo che

da allora non si è più staccata da me perché è diventata mia

moglie da oltre trenta anni.

Devo confessare che molti di quei film non li ho visti proprio con

attenzione ma la passione per il cinema è rimasta e il ricordo di

quei due cinema mi è ancora molto caro.

- 6 -

RICORDO DI UN AMICO

Bianca Maria Alfieri

Molti anni orsono, subito dopo essermi laureata in “Storia dell’arte

dell’India e dell’Asia Centrale”, venni nominata assistente straordinaria

della stessa materia, e Pallora, direttore della Scuola Orientale

della Sapienza, mi chiese di fare la segretaria della Scuola stessa,

perché quella che avevano non era ancora laureata, e non conosceva

altre lingue oltre all’italiano.

Accettai con piacere, perché così avrei avuto l’opportunità di conoscere

tutti i professori che insegnavano nei tre Istituti che confluivano

nella Scuola, e leggendo gli articoli che loro mi consegnavano per

trasmetterli all’editore della “Rivista degli Studi Orientali” potevo

imparare tante cose diverse. Fra i professori più gentili che incontrai

c’era quello di”Lingua e letteratura persiana” Alessandro Bausani,

che scoprii subito essere un genio, a detta non solo dei suoi studenti,

ma soprattutto dei colleghi, pur essi bravissimi. Bausani conosceva

alla prefezione non solo il persiano(tanto che l’allora Shah Reza

Palhevi, nel conferirgli la più alta onorificenza del suo Paese gli

disse:” Professore, Lei sa il persiano meglio di me”), ma anche l’arabo,

che aveva imparato da solo studiandolo sulla grammatica “storica

“ della Veccia Vaglieri, durante le lezioni liceali che non gli interessavano

granché. Ciò lo portò a redigere in italiano la migliore traduzione

del Corano, anche secondo numerosi studiosi stranieri.

Conosceva bene anche il turco, l’hindi e il sanscrito, l’urdù (parlato

in Pakistan), il pashtu (una delle lingue dell’Afghanistan), il maleseindonesiano),

il thailandese, il birmano, abbastanza il cinese e il

giapponese, tanto da poter tenere delle dotte conferenze in molte di

quelle lingue. Per non parlare di quelle occidentali: oltre al francese,

parlava e scriveva in spagnolo, portoghese, basco, tedesco, inglese,

ungherese, polacco, in varie lingue slave, in russo, norvegese, danese

e persino in finlandese, e naturalmente in esperanto. Fra le lingue

sudamericane conosceva il quechua, parlato dagli indios

dell’Amazzonia, e persino la lingua, che non ricordo come si chiami,

degli abitanti dell’isola di Pasqua, ove aveva soggiornato per qualche

tempo. Nonostante la sua straordinaria cultura, che non si limitava

alla mera conoscenza delle lingue(non c’era argomento, sia

religioso che profano, su cui non sapesse darti una risposta) egli con

sorridente bonomia soleva dire che quando si conoscono le prime

cinque lingue, le altre vengono da sé. Gli amici mi raccontarono che

un giorno gli chiesero di tradurre in albanese un testo che doveva

servire per un processo. Egli accettò, dicendo che lo avrebbe restituito

dopo una decina di giorni : quando gli obiettarono come mai

gli ci volesse tanto tempo, rispose:” Ma mi vorrete dare almeno

qualche giorno per impararlo?”Aveva un carattere affabile, che gli

faceva trattare con lo stesso garbo il più umile pescatore di Porto

Santo Stefano (dove soleva trascorrere le vacanze estive, guidando

personalmente una barchetta a motore), e il più illustre cattedratico

d’ogni nazione. Naturalmente era invitato a tutti i convegni orientalistici

che si svolgevano in ogni parte del mondo ai quali si recava

volentieri, anche perché era un grande viaggiatore. Ad alcuni di questi

ebbi la fortuna di partecipare anch’io e così potei diventare grande

amica della sua deliziosa moglie Elsa, che lo seguiva ovunque,

visto che lui, a suo dire, non era assolutamente capace nemmeno di

farsi la valigia .Per motivi di spazio non mi è possibile raccontare qui

gli innumerevoli aneddoti che costellavano la vita di questa coppia

straordinaria, purtroppo prematuramente scomparsa. Vorrei ricordare

tuttavia che Alessandro aveva il vezzo di dichiararsi tirchio,

perché quando si andava al bar fra amici si faceva sempre offrire il

caffè, mentre invece la sua casa, a pranzo o a cena, era sempre

piena di ospiti, fossero essi colleghi o semplici conoscenti di varie

nazionalità, a cui ebbi spesso il piacere e l’onore di partecipare.Era

un lettore inesauribile: conosceva benissimo i libri di Sant’Agostino

e di San Tommaso, dei quali discuteva col padre, dirigente

dell’Azione Cattolica, fin da adolescente. Per addormentarsi talvolta

rileggeva Kant o Keplero, in originale, ma amava moltissimo anche

l’astronomia, tanto da aver installato un piccolo telescopio sulla sua

terrazza e nelle serate più limpide cercava di insegnarmi a riconoscere

le varie costellazioni. Tuttavia, per restare un poco nel tema di

questo numero del giornalino, vorrei ricordare come quest’uomo di

genio avesse una passione sviscerata per Totò: conosceva a memoria

tutti i suoi film e si divertiva come un bambino a guardarne le

smorfie e ad ascoltarne le proverbiali battute. Gli piaceva rivederle

anche in televisione senza mai stancarsi: persino durante i suoi

numerosi viaggi in Iran, se notava un cinema ove si proiettava un

film di Totò tradotto in persiano, andava subito a vederlo e poi ci

faceva sbellicare dalle risa ripetendo il buffo accento che prendeva

il suo beniamino in quella lingua straniera. Quando gli facevano

notare che la critica italiana considerava Totò poco più che un guitto,

lui ci rispondeva che quei parrucconi non capivano niente del suo

grande talento comico e pare proprio che ora i fatti gli abbiano dato

perfettamente ragione, riabilitando completamente il Principe della

risata. Addio, caro Alessandro, genio dal cuore bambino.


LA GRANDE

GUERRA

Cesare Catarinozzi

Quando ero bambino, all’ingresso

di ogni cinema era

esposto il cartello “bianco e

nero” o “a colori” per il film

che sarebbe stato proiettato,

Come dimenticare il

primo “Totò a colori”? Io e

il mio amico Domenico da

ragazzetti cominciammo a

fumare di nascosto (o

almeno così pensavamo).

E allora nei cinema si poteva

fumare, protetti dall’oscurità.

Al cinema Cola di Rienzo proiettarono in bianco e

nero “La grande guerra” ed io e Domenico, comprate le

sigarette (10 Astor) ci accingemmo all’ impresa.

A scuola di canto, alle elementari, ci avevano insegnato

“Il Piave” e ci avevano imbevuto di retorica postfascista.

I combattenti della guerra 1915-18 dovevano essere necessariamente

grandi patrioti e non, come spesso nella realtà,

poveri diavoli gettati in un conflitto più grande di loro.

“Un’inutile strage” bollò Papa Benedetto XV quella guerra.

La ricostruzione bellica dell’opera è, da un punto di vista

storico, uno dei migliori contributi del cinema italiano allo

studio del primo conflitto mondiale.

Per la prima volta la sua rappresentazione venne depurata

dalla propaganda retorica divulgata durante il fascismo e

nel secondo dopoguerra, e per questo la pellicola ebbe problemi

di censura al momento dell’uscita nelle sale, e fu vietata

ai minori di 18 anni. Fino a quel momento infatti i soldati

italiani erano stati continuamente ritratti come valorosi

disposti ad immolarsi per la patria.

Il film denunciò inoltre l’assurdità e la violenza del conflitto,

le condizioni di vita miserevoli della gente e dei militari,

ma anche i forti legami di amicizia nati nonostante le differenze

di estrazione culturale e geografica. La convivenza

obbligata di questi regionalismi (e provincialismi), mai

venuti a contatto in modo così prolungato, contribuì a formare

in parte uno spirito nazionale fino ad allora quasi inesistente,

in forte contrasto con i comandi e le istituzioni,

percepite come le principali responsabili di quel massacro.

“La grande guerra” nacque da un’idea di Luciano

Vincenzoni, influenzato dal racconto “Due amici” di Guy de

Maupassant. Pensato inizialmente per il solo Gassman, fu il

produttore Dino De Laurentis a decidere di introdurre anche

un personaggio per Sordi.

La sceneggiatura integrava figure e situazioni provenienti

da due libri famosi: Un anno sull’Altipiano di Lussu, e”Con

me e con gli alpini” di Jahier.

Il giornalista e scrittore Carlo Salsa, che aveva combattuto

IL REGISTA DEL FILM : MARIO MONICELLI

Nato il 15 maggio 1915 da una famiglia di origine mantovana, Mario Monicelli è

cresciuto nella Viareggio degli anni '30, respirando l'aria delle spiagge alla moda,

allora al centro di vivaci attività letterarie e artistiche. Dopo gli esperimenti a

passo ridotto e il pionieristico "Pioggia d'estate" girato nel 1937 insieme a un

gruppo d'amici, l'esordio nella regia professionale avviene nel 1949, in coppia

con Steno con il film "Totò cerca casa". Alcuni titoli lo hanno consegnato per

sempre alla storia del cinema: "I soliti ignoti" del 1958 (con Vittorio Gassman,

Marcello Mastroianni, Totò, Claudia Cardinale), considerato da molti la prima

vera pietra miliare della commedia all'italiana; "La grande guerra" del 1959,

affresco comico e antiretorico insieme, sul primo conflitto mondiale; "L'armata

Brancaleone" del 1966, dove inventò uno spassoso medioevo che ci parla dell'oggi

in una inverosimile lingua maccheronica che ha fatto epoca. E ancora "La

ragazza con la pistola" (1968), "Amici miei", (1975), "Un borghese piccolo piccolo"

(1978) e "Il marchese del Grillo" (1981) con un grande Alberto Sordi, fino

alle prove più recenti come il delizioso "Speriamo che sia femmina" (1985), il

corrosivo "Parenti serpenti" (1992), l'irriverente "Cari fottutissimi amici" (1994,

con Paolo Hendel) e l’ultimo “ La rosa del deserto” con Alessandro Haber, Giorgio

Pasotti e Michele Placido (2006).

- 7 -

realmente in quei luoghi, prestò la sua opera

di consulente, arricchendo la trama, i dialoghi

e lo sfondo, di particolari vividi ed originali.

Le scene per la maggior parte vennero

girate in provincia di Udine, Gemona del

Friuli, nei dintorni di Tenzone, a Sella

Sant’Agnese, nel forte di Palmanova e a

Nespoledo di lestizza dal 25 maggio a metà

giugno del 1959. altre scene vennero girate

in Campania a San Pietro Infine.

Nel film il romano Oreste Jacovacci (Alberto

Sordi) e il milanese Giovanni Busacca

(Vittorio Gassman) si incontrano durante la

chiamata alle armi della prima guerra mondiale.

Seppure di carattere completamente

diverso sono uniti dalla mancanza di qualsiasi

ideale e dalla volontà di evitare ogni pericolo

e uscire indenni dalla guerra.

Attraversate numerose peripezie durante

l’addestramento, i combattimenti e i rari momenti di congedo

(insieme ad un gruppo variegato di commilitoni e popolazione

civile fra cui la prostituta Costantina, interpretata da

Silvana Mangano), vengono comandati come staffette portaordini,

mansione molto pericolosa, che viene loro affidata

perché considerati come i “meno efficienti” a causa del loro

limitato valor militare.

Dopo aver svolto la loro missione, un repentino coinvolgimento

della linea di fuoco li trasporta in territorio nemico e

vengono catturati dagli austriaci. Sorpresi ad indossare cappotti

dell’esercito asburgico, trovati in una baracca, vengono

accusati di spionaggio e minacciati di fucilazione.

Sopraffatti dalla paura ammettono di essere in possesso di

informazioni cruciali per l’esito dello scontro, e pur di salvarsi

decidono di passarle al nemico.

L’arroganza dell’ufficiale austriaco ed una battuta di

disprezzo verso gli italiani (“…courage?! Fegato

dicono…Quelli conoscono soltanto fegato alla veneziana con

cipolla, e presto mangeremo anche noi quello!”) ridà forza

alla loro dignità portandoli a mantenere il segreto fino

all’esecuzione capitale (“Giovanni Busacca all’ufficiale

austriaco: “…e allora…senti un po’, visto che parli così…mi

te disi proprio un bel gnént!! Hai capito?!? Facia de

merda!!!”). La battaglia si conclude con la vittoria dell’esercito

italiano, senza che nessuno venga a conoscenza del

valore del loro sacrificio.

Il confine tra vigliaccheria (o amore per la vita ed eroismo,

è molto sottile. Sono convinto che in tutti noi sia presente,

al momento opportuno, un “Salvo D’Acquisto”, un eroe

disposto a dare la vita per gli altri.

Ho rivisitato il film assieme ai miei alunni malati terminali

del Policlinico ed altri studenti del carcere romano di

Rebibbia. Ho rivissuto assieme a loro le stesse emozioni

provate un giorno lontano con il mio amico Domenico,

fumando le prime sigarette. Lode all’eroismo dell’uomo

comune, no alla retorica della guerra, che è sempre una tragedia,

per chi la vive sulla propria pelle.


YANKEES

DOODLE

Alfredo Palieri

Il famoso motivetto del

titolo era cantato dai soldati

americani che nel

1917 si recavano nelle

trincee francesi. Me lo

ricordo nel film “La grande

parata”(nella foto),

versione sonora del 1931, del regista King Vidor ed

interpretato da John Gilbert. Il film era uscito in versione

muta nel 1925 e, grazie ad una sofisticata tecnica

per l’epoca, fu trasformato brillantemente nella

nuova realtà “parlata”.

Quando io l’ho visto avevo 7 anni.

Negli anni successivi sugli schermi del cinema ci furono

la bambina prodigio Shirley Temple e le scroscianti

risate provocate dai buffi Stanlio & Ollio, le cui comiche

si faceva proiettare nella sua saletta privata

anche Mussolini.

Per allenarci alla conoscenza della Storia, ecco poi

“Ben Hur”, “Scipione l’Africano” e infine “La carica dei

600”. L’avanzata dei cavalieri nella pianura di

Bataclava in Crimea era reso con arte magica e lo

schermo sembrava esaltarsi allo scalpitio dei cavalli !

Quanti di noi, allora ragazzi che giocavamo per le strade

assai più sicure di oggi, hanno imitato i giovani

protagonisti del film “I ragazzi della via Paal”, il film

tratto dal celebre romanzo di Ferenc Molnar ?

A scuola, sotto il fascismo, ci conducevano insieme ai

Balilla e agli avanguardisti a vedere le imprese dei

nostri soldati che combattevano in Etiopia nel film

“Luciano Serra, pilota” interpretato dal famoso

Amedeo Nazzari, fascinoso divo coi baffi.

Erano anche gli anni dei fratelli De Filippo, semplicemente

strepitosi nelle loro commedie napoletane.

E poi ancora ecco Angelo Musco, comico siciliano.

Divertentissimo il suo film “Cinque a zero” con la partecipazione

di tutta la squadra calcistica della Roma,

con i suoi giocatori dell’epoca Ferraris IV, Bernardini,

Mattei, Eusebio, Martini, Masetti, Volk, Leonardi,

Fasanelli, Dugoni. Per giustificare la sonante sconfitta

calcistica gli attori cantavano “Sarà la luna? Sarà sfortuna?

E allora che sarà? Ma è la donna, già si sa !”.

Un’ altra celebre canzone era “Impara a fischiettar !”

del film “Biancaneve e i sette nani”, il più famoso film

a cartoni animati di tutti i tempi. Walt Disney dovette

anche ipotecare la sua casa per finanziare la produzione

del film, che alla fine costò più di un milione e

SORRISI

Gregorio Paparatti

Uno scozzese ha comprato una

bottiglia di whisky e la messa

nella tasca della giacca. Appena

uscito dal negozio,inciampa e

cade.Rialzandosi, nota una

chiazza scura sulla giacca e sui

calzoni, e dice:

-Signore,ti prego, fa che sia sangue !

Il padre al fidanzato della figlia:

-Sara si sta preparando;nell'attesa ti do qualche cosa

- 8 -

mezzo di dollari, una cifra astronomica per il

1937. La figlia di un maestro di ballo di Los

Angeles, Marjorie Belcher, allora sedicenne, fu

scelta da Walt Disney per interpretare

Biancaneve: i suoi movimenti aggraziati furono

filmati ed utilizzati nella tecnica del rotoscope

per la realizzazione del lungometraggio che

valse all’autore uno speciale premio Oscar,

meritatissimo. Il suo film, insieme a “Via col

vento” è quello che ha incassato più di tutti

nella storia del cinema.

Nel 1940 in Italia le ragazze impazzivano per

Roberto Villa e per il suo film “Maddalena, zero

in condotta”, diretto dal regista Vittorio De Sica

che otto anni più tardi girerà il celebre “Ladri di

biciclette”.

Importanti in quel periodo anche i film di guerra americani.

Ricordo “ La famiglia Sullivan” del 1944, con i

cinque fratelli che cadevano tutti in guerra combattendo

contro i giapponesi.

Van Johnson , Clark Gable e Tyrone Power erano i

nuovi idoli d’oltre oceano. Meravigliosi e dolcissimi

arrivarono anche i film dell’italo americano Frank

Capra, primo fra tutti “La vita è meravigliosa” del

1946 tratto da un racconto di Philip Van Doren.

Nota curiosa: il personaggio del bieco e avaro Henry

Potter, antagonista di James Stewart nel film, ha un

nome simile al maghetto Harry Potter, il maghetto

uscito recentemente dalla penna della scrittrice inglese

J.K. Rowling

Il severissimo Centro Cattolico Cinematografico iniziava

intanto a stilare le sue classifiche di consigliata

visione per i film: TUTTI, ADULTI, ADULTI CON RISER-

VA (che non era chiaro che volesse dire esattamente),

fino all’inevitabile ESCLUSO. Furono proibiti tra l’altro

“La cena delle beffe” diretto da Alessandro Blasetti,

tratto dall'omonimo dramma di Sem Benelli e “Il

ponte di Waterloo” di Mervyn LeRoy.

L’attrice Clara Calamai era sempre sull’orlo dello scandalo

e i ruoli osèe che la legano indissolubilmente alla

storia del cinema sono senz'altro quelli da lei sostenuti

in “Ossessione” di Luchino Visconti (1942), dove

sostituisce all'ultimo momento Anna Magnani, e in

“L'adultera” (1946) di Duilio Coletti, grazie al quale

vince un Nastro d'Argento. Ma, amici, udite udite,

sapete che il film del 1951 “Arrivano i Nostri” di Mario

Mattoli che porta il nome del nostro giornalino fu

escluso dalle visioni? Non ho mai capito perché.

Ricordo che nel cast c’erano Franca Marzi, Walter

Chiari, Riccardo Billi e Mario Riva. Nella storia c’erano

ragazzi e ragazze che scorazzavano in auto tra

Bologna e Milano. Boh. Del resto, sessant’anni fa,

c’erano “riserve” anche se si vedevano appena le caviglie

delle ragazze. Ma nulla di tutto questo ha mai fermato

e fermerà la magica e meravigliosa arte che si

chiama cinema, parola di spettatore !

da leggere: ecco il "Signore degli anelli" e quando

l'avrai finito ti porto "Guerra e Pace".

In tribunale,il giudice si rivolge all'imputato dicendo:

-I testimoni affermano che quella sera lei era così

ubriaco che cercava di arrampicarsi sul lampadario.

E’ vero?

-Beh signor giudice, è vero che cercavo di arrampicarmi,

ma non era ubriaco. Volevo solo fuggire a due

leoni che mi inseguivano.

Dopo aver spinto per almeno due ore una pesante

ruota che ha scolpito nel granito,un uomo preistorico

arriva all'ufficio brevetti annunciando:

- Ho inventato……l'ernia!


LA GRANDE MAGIA

Marco Di Tillo

Verso la fine degli anni cinquanta

i miei genitori prendevano

in affitto una casetta ad

Ostia durante l’estate. La sera,

qualche volta, si andava all’arena

Cucciolo che credo esista

ancora. All’epoca andare al

cinema era il divertimento maggiore.

Le sale traboccavano

sempre di spettatori anche se i sedili erano di ferro, piuttosto scomodi

e lo schermo sembrava un enorme lenzuolo appeso al muro di

calce bianca. Prima dell’inizio c’era sempre un gran fracasso.

Comitive di ragazzini che si rincorrevano, famigliole che litigavano

per accaparrarsi il posto migliore, tipetti che sgranocchiavano

mostaccioli e caramelle, altri che mangiavano bruscolini e lupini

sputacchiando le bucce dappertutto, fidanzati che si baciavano irrispettosi

nelle’ultima fila di sedili, incalliti viziosi del tabacco che

deliziavano il prossimo con il triste fumo delle sigarette o, peggio,

dei sigari toscani e qualche altro che si era portato da casa anche il

classico fiasco del vino e ogni tanto offriva un cicchetto ai vicini.

Insomma era proprio una gran “caciara” come diciamo noi romani.

Ma poi, improvvisamente le luci si spegnavano, lo schermo si illuminava,

la proiezione aveva inizio e subito nella sala trionfava il silenzio

e tutti si concentravano per vedere le immagini dei loro eroi del

momento.

Ecco, è proprio quella la grande magia del cinema.

Seduti al fresco sotto le stelle dell’estate, le persone dimenticavano

i propri piccoli problemi e si concentravano su altro, entrando in un

mondo di fantasia, di avventura, di risate, a seconda della tipologia

di film. Lo so, anche i libri permettono una magia simile e anche il

teatro, l’opera, i concerti. Ma il cinema è diverso. Forse perché vedi

i personaggi in carne ed ossa, ti identifichi con loro, ti sembrano

vecchi amici. E poi è un’arte relativamente recente, cresciuta anche

un po’ insieme a noi. La prima pellicola “La sortie des usines

Lumiere” venne girata dai fratelli Lumiere il 19 marzo 1895, quindi

sono passati solo centoquindici anni. Se si pensa che la nascita del

teatro si fa risalire addirittura agli uomini primitivi poiché sappiamo

per certo che alcuni loro rituali sfociavano in vere e proprie rappresentazioni

e che i più antichi esemplari di libro appartengono al I

secolo a.C. e che erano sotto forma di rotolo e per lo più scritti a

mano su papiro, allora vediamo quanto è ancora giovanissima questa

creatura chiamata cinema che si è sviluppata tutto nel corso del

ventesimo secolo. È vero, oggi le tecniche si sono raffinate velocemente.

Ma il succo è sempre lo stesso. Non importa se in

Cinemascope, Cinerama o 3D : la magia resta intatta come prima,

quando c’erano solo sbiadite immagini in bianco e nero e storie,

tante storie diverse che ci hanno fatto piangere, ridere, sognare.

Sarà forse per questo che come copertina di questo numero di

Arrivano i nostri ho scelto un’immagine da “Nuovo Cinema

Paradiso” di Giuseppe Tornatore. L’ho scelto un po’ perché ha vinto

l’ Oscar come miglior film straniero nel 1990 ma soprattutto perché

è uno dei miei preferiti. Direi che lì dentro c’è proprio tutto. La commedia,

la filosofia, la storia, la nostalgia, la forza. E’ un grande film

che riesce a farmi commuovere ogni volta che lo rivedo.

Il regista, che probabilmente non si è più ripetuto su tali livelli

espressivi, ha raccontato un po’ la sua storia, quella di un ragazzino

nato in un piccolo paese della Sicilia, innamorato del cinema e

desideroso di andare sul “continente” per inseguire il proprio

sogno. Ma per farlo deve voltare le spalle al suo paese, ai propri

affetti. “Non tornare più! Non voltarti indietro!” gli dice il proiezionista-mentore

Alfredo, quasi supplicandolo. E lui ascolta il consiglio.

Parte per Roma iniziando a lavorare nel mondo del cinema e

ritorna al suo paese solo dopo molti anni, da regista affermato.

Torna per il funerale di Alfredo, assiste sgomento alla demolizione

del “suo” cinema Paradiso, riabbraccia la vecchia mamma che per

tutto quel tempo gli ha mantenuto intatta la sua stanza da ragazzo,

senza spostare nulla. Sul proiettore ad 8mm c’è ancora il filmino

con le immagini in bianco e nero del suo primo grande amore.

E mentre scorrono, insieme alle sue lacrime, forse vengono giù

anche le nostre ricordando qualche amore passato, il tempo della

giovinezza, delle persone e delle cose che non ci sono più o che sono

cambiate per sempre.

- 9 -

NUOVO

CINEMA

PARADISO

Al suo debutto

nelle sale cinematografiche,

Nuovo

cinema Paradiso

fu un trionfo solo

a Messina, mentre

nelle sale di tutta

Italia stava invece

registrando un

vero e proprio flop.

A svelare i retroscena inediti è stato proprio

il regista Giuseppe Tornatore che nel

giugno 2010 ha ricordato: "Lo fecero vedere

gratis, con la promessa che se fosse piaciuto,

avrebbero pagato il biglietto". Così è

stato. Quando il film uscì nel 1988, nelle

sale italiane non andò a vederlo nessuno.

Gli incassi furono disastrosi, tranne a

Messina, dove il film andò benissimo e non

capivamo il perché. Il gestore del cinema

"Aurora" si ostinò a tenerlo in cartellone,

invitò la gente a entrare gratis e se il film

fosse piaciuto alla fine avrebbero pagato.

Fu un trionfo che poi si espanse in tutta

Italia. Già in precedenza a Messina aveva

riscosso un successo inaspettato un film

che era stato ignorato nel resto d'Italia era

successo nel 1981 con il film di Massimo

Troisi, Ricomincio da tre. Fulvio Lucisano,

produttore del film, nell'intervista per

l'edizione in DVD di Ricomincio da tre,

ricorda che portò il film in prima proiezione

assoluta a Messina quando nessuno era

interessato, da quell'entusiasmante debutto

iniziò l'enorme successo del film.

Una frase del film, "Ora che ho perso la

vista ci vedo di più" è stata inserita in italiano

nella canzone Take the time, al minuto

3 e 45 secondi, dal gruppo americano

progressive metal Dream Theater, contenuta

nell'album Images and Words del

1992. Il paesino della Sicilia Giancaldo, che

appare nel film, non esiste realmente ma è

solo un'invenzione di Giuseppe Tornatore;

anche il cartello della stazione ferroviaria

che appare nel lungometraggio è stato

piazzato dal regista per rendere meglio

l'effetto scenico. Le scene del film sono

state girate principalmente a Palazzo

Adriano e a Cefalù, in provincia di Palermo;

la facciata del Cinema è stata costruita

nella piazza principale del paese, mentre

l'interno è stato allestito dentro la Chiesa

della Madonna del Carmelo.

Palazzo Adriano, il paese in cui è stato

girato il film, oggi è diventato una famosa

meta turistica grazie alle sue bellezze storico-naturalistiche

rese visibili dalla pellicola

di Giuseppe Tornatore.

Recentemente alcune scene del film sono

state utilizzate per lo spot televisivo di lancio

della nuova FIAT 500: Alfredo che

accende il proiettore durante la prima proiezione

privata per padre Adelfio, e

Salvatore che ride assistendo ad una pellicola

di Charlie Chaplin.

In una recente puntata dei Simpson viene

rievocata una carrellata di baci con la stessa

colonna sonora del film, chiaro tributo

alla pellicola di Tornatore

Nella versione internazionale del film,

durante lo scorrimento dei titoli di coda

appaiono alcune scene prese dal film stesso,

e tra queste appare qualche secondo

dell'incontro tra Salvatore ed Elena da

adulti, sebbene in questa versione la scena

sia stata tagliata.


E ALLORA SI VA COMUNQUE AL CINEMA

Giancarlo Bianconi

Debbo confessare apertamente che provo più di una difficoltà

ad accostarmi a questo tema poiché il cinema non rientra tra le

mie passioni più vive. Con ciò - sia subito ben chiaro - non intendo

affatto asserire che non mi piaccia o che non ci vada, anzi! Ci

vado, e anche con una certa frequenza peraltro. Intendo dire solamente

che dinanzi ad un film - anche se di grande successo - non

riesco a provare che emozioni di appena sufficiente intensità. La

musica - la musica classica, quella con la emme maiuscola cioè -

è una delle mie poche, ma prepotenti, passioni.

In un contesto del genere uno dei pochi film che è riuscito,

e riesce ancor oggi, a toccare tutte le mie corde è quello - ma

sarebbe più corretto dire quelli - della serie di don Camillo.

Perché? La ragione è presto detta; occorre, però, fare preliminarmente

un moderato balzo indietro negli anni. E cioè a quando ero

poco più che ragazzino.

A quell’epoca mio padre, quando decideva di tornare al proprio

paesello di origine, in Umbria, (il che accadeva in genere circa

tre-quattro volte l’anno quando era ancora in vita mia nonna) mi

si portava sempre dietro per compagnia. E lì, nel corso di tutta la

giornata di permanenza, avevo l’occasione - unica, come ognuno

può ben immaginare - di assistere, ma più che di assistere direi

proprio di vivere quasi, la quotidianità degli abitanti del luogo,

peraltro in gran parte amici o comunque coetanei di mio padre, ed

affrontare con loro i vari problemi, piccoli o grandi che fossero, che

di volta in volta si presentavano loro: dalla preparazione della

festa del Santo patrono all’allestimento, immancabilmente proprio

davanti alla chiesa parrocchiale, di quanto necessitava al comizio

che prossimamente avrebbe tenuto un determinato candidato in

occasione delle elezioni ormai imminenti, dalla preparazione del

consueto torneo di ruzzolone e relativa scelta dei premi all’organizzazione

delle onoranze funebri - in dialetto locale storpiate in

“assequio” (da esequie, ndr) - di un qualche paesano appena

deceduto, compresa la redazione, stampa e affissione dei relativi

avvisi murali, dalla selezione degli arredi, sacri e non, per la chiesa

parrocchiale in occasione della prossima visita pastorale del

Vescovo alla scelta dei brani musicali da eseguirsi per l’occasione

non solo da parte della piccola fanfara locale ma soprattutto da

parte dei campanari con i loro ingombranti strumenti, dai festeggiamenti

in onore di una qualche giovane coppia in occasione del

proprio matrimonio alla preparazione della locale fiera del bestiame

... e così via.

Il tutto vissuto con grande impegno, coscienza e gran senso

di responsabilità da parte non solamente dei singoli incaricati (la

cui scelta peraltro non era stata scevra di infinite complicazioni e

aspre discussioni, come veniva raccontato a mio padre con dovizia

di particolari) ma anche dei rispettivi “aiutanti e collaboratori”,

quasi sempre, cosa stupefacente, tutti o quasi, in totale contrapposizione

ideologica. Avevo modo, in sostanza, di assistere - di

vivere, come detto poc’anzi - la vita di una piccola comunità e di

saturarmi così di quella sana e genuina atmosfera paesana,

ruspante come si direbbe oggi, all’epoca già assolutamente inesistente

in città, e, presumo, oggi scomparsa del tutto anche nelle

similari piccole comunità. Sana, genuina e rustica atmosfera che

ho ritrovato, e rivivo tuttora, nell’assistere a uno qualsiasi dei films

della serie di don Camillo che ancora oggi, quando viene program-

LA PASSIONE DI CRISTO

Roberto Vecchione

Il film “La passione di Cristo”, uscito nelle sale dei cinema il 25 febbraio

del 2004, racconta le ultime dodici ore della vita di Gesù ed

inizia con la preghiera nell’orto del Getsemani, dove Cristo s’era

diretto al termine dell’ultima Cena e dove resiste alle tentazioni di

Satana. Tradito da Giuda, viene portato davanti a Ponzio Pilato,

governatore romano della Palestina, il quale offre al popolo di scegliere

se salvare la vita di Gesù, già flagellato, o quella del criminale

Barabba. Il male sembra vincere e viene scelto Barabba; Gesù

attraversa Gerusalemme e sale sul Golgota portando sulle spalle la

croce, per essere poi crocifisso davanti alla madre Maria ed altre

donne, tra le quali Maria Maddalena, e morire verso le tre del

pomeriggio. Il film ha provocato un forte coinvolgimento emotivo

e spirituale anche da parte dei non credenti ed indubbiamente ha

suscitato momenti di riflessione circa il mistero della Santissima

Trinità: in una sola entità l’unione delle tre persone divine del

Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (mediante cui il Padre compie

le opere della creazione, della rivelazione divina e della salvezza).

Le tre persone non sono parti di Dio, ma ognuno è Dio.

- 10 -

mato in televisione, guardo immancabilmente con immutato piacere.

Mi sembra, infatti, di ritrovare me stesso in quelle situazioni,

talvolta comiche altre volte serie se non addirittura tragiche,

che vengono rappresentate nel film, e di rivivere insieme ai personaggi

che appaiono sul teleschermo pressappoco le analoghe

vicende di allora e riprovare le medesime sensazioni ed emozioni

del tempo della mia fanciullezza. Si tratta forse di nostalgia per un

sistema di vita ormai totalmente scomparso? Forse dovrei proprio

dire di sì.

Oggi, che mio padre non c’è più, quando mi reco al suo paesello

per andare a far visita al piccolo cimitero dove riposano i

nonni e alcuni zii, non trovo più, infatti, quella atmosfera di allora;

sembra che su quei luoghi sia calato una profonda e silenziosa

notte; non si vede più nessuno, infatti, nelle viuzze un tempo

pullulanti di persone, e i pochi paesani che si incrociano sembrano

ignorarsi reciprocamente, quasi estranei fra loro. Tutti impegnati

con i propri mezzi tecnici e teconologici quasi non parlano

più fra di loro perché non hanno più occasioni di incontro; la piccola

osteria ovviamente non esiste più per la semplice ragione che

oggi non avrebbe proprio più alcun senso dal momento che non

avrebbe più la possibilità di svolgere quella funzione che aveva un

tempo, di luogo d’incontro e di scambio cioè. Oggi, infatti, tutti,

giovani e meno giovani di ambo i sessi, sono motorizzati per cui

con i loro più o meno potenti mezzi di locomozione si recano abitualmente

nelle cittadine circonvicine dove esistono molteplici

occasioni di svago e di varia natura sopratutto.

Ovvero, con gli attuali strumenti tecnologici a disposizione

si ritirano in casa o nei luoghi a ciò deputati e passano il tempo

libero con la play station, Internet o altre diavolerie del genere in

completa ed assoluta compagnia solamente di se stessi. Ecco allora

il grande merito che presentano, almeno per me, i films di don

Camillo: quello, cioè, di farmi respirare sia pure per poco più di

un’oretta quella sana e genuina atmosfera paesana, come l’ho

definita poc’anzi, ormai perduta per sempre. E il cinema di oggi?

Eh, il cinema di oggi ... secondo il mio parere del tutto personale,

presenta un panorama assai desolante. Gran parte delle pellicole

in corso di programmazione, infatti e sempre salvo qualche eccezione

peraltro molto rara, non sono altro che o un’ostentata parata

di effetti spettacolari che certamente ci lasciano impressionati

in quanto ci inducono a considerare l’avanzata tecnologia raggiunta

che ha consentito la realizzazione di tal genere di effetti, ovvero

narrazione di vicende assolutamente borderline - come dicono

le persone che parlano bene - e cioè al limite dell’inverosimile e

della pornografia ma, in compenso, sature di turpiloquio, specialmente

quelli - chissà poi perché, o forse, dovrei dire, si sa fin troppo

bene il perché - in uscita e in programmazione sempre in occasione

delle festività natalizie (i famosi cine-panettoni); ovvero

ancora rappresentazioni con trame, talvolta pure avvincenti e

intriganti, ma con un epilogo assolutamente ermetico tanto che

quando esci dalla sala ti domandi «ma che avrà voluto dire il regista?».

E poi ci sono i films talora anche gradevoli ma che, comunque,

non suscitano alcuna emotività a parte, forse, un qualche

appena percettibile sorriso, e, infine, quelli belli e interessanti. In

breve: poche sono le pellicole che, quando esci dalla sala, non ti

inducono ad esclamare malinconicamente «ma chi me l’ha fatto

fare? E ci sono pure andato a spendere i soldi per il biglietto?». E

allora? E allora si va comunque al cinema: ci si va sempre con la

speranza di assistere ad uno spettacolo quanto meno piacevole se

non proprio bello. E qualche volta ci si riesce pure. Ma comunque

don Camillo...

Il concetto cristiano di Trinità è impossibile da spiegare o comprendere

in termini umani e razionali, eppure ci fa capire che Dio è

Amore, in quanto non lascia l’uomo solo, ma lo colloca in una

comunione di persone in grado di ricevere e di donare amore, a

sua immagine e similitudine. Ogni uomo ha in sé la possibilità di

avvicinarsi all’immagine divina; la famiglia cristiana è una comunione

di persone, segno di quella del Padre, del Figlio e dello

Spirito Santo. Per amare non sono sufficienti la buona volontà e la

libertà, ma è necessario misurarsi con l’Amore immenso di Dio.

Quanto più si cerca l’amore trinitario in noi stessi, sempre più si ha

voglia di cercarlo e di comprenderlo e di acquisire nuovi parametri

di orientamento sul mistero di Dio e dei rapporti tra l’uomo e il

creato e nelle relazioni fra gli esseri umani. Strettamente collegato

a tale mistero è quello della resurrezione: Gesù Cristo, patendola,

ha distrutto la morte con la morte, ha salvato il genere

umano dal nulla, ha reso immortale l’anima dell’uomo, gli ha consentito

di desiderare la felicità eterna, ha svergognato il demonio

e i suoi inganni, ha distrutto la morte dell’uomo donandogli la vita

ultraterrena. Ne consegue che se l’uomo con la sua volontà tenta

di realizzare quella di Dio si può salvare dal nichilismo e può vivere

sereno e felice, nonostante le tentazioni e le idolatrie della vita

quotidiana, con una coscienza della realtà basata su principi di

intelligenza e di amore auto ed etero diretti.


CINEFORUM,

CHE

PASSIONE !

Alessandra

Chianese

Cronache dal

Ventesimo secolo.

Correva l’anno…o

meglio eravamo

alla fine degli anni

’70, inizio degli

anni ’80. Eravamo

studenti, a cavallo fra la fine del liceo e l’inizio dell’università.

La passione per il cinema era un tratto

comune a molti di noi, a volte era solo un pretesto

per uscire il sabato e la domenica, a volte qualcosa

di più. I soldi non erano tanti e poi c’era un gusto

particolare nel riuscire a divertirsi spendendo il

meno possibile. I luoghi deputati appartenevano a

due categorie ben precise: i cinema di seconda visione

e i cineforum. Il quartiere disponeva di ben due

cinema, il Balduina e il Belsito. Per chi voleva qualcosa

di ancor più economico c’era anche il Doria.

I film arrivavano in periferia dopo mesi dall’uscita

nel circuito principale. Pagando un biglietto di

ingresso, si poteva assistere anche a più proiezioni

successive. La programmazione era varia, dalla

commedia all’italiana, ai film americani, a ridosso

dell’estate venivano riproposti i classici. Per i veri

cinefili, però, il cineforum era un’esperienza diversa.

In quegli anni spuntavano come funghi, nelle scuole,

nelle parrocchie, presso le associazioni universitarie.

Alzi le mani chi non li ha frequentati almeno

qualche volta. La scelta dei film da proiettare era

legata a svariati criteri, si passava dalle retrospettive

di determinati registi o attori, alle selezioni di filmografie

di paesi emergenti, alle rassegne a tema.

Il rituale delle proiezioni era immutabile.

All’ingresso veniva consegnato un foglio ciclostilato

con le note salienti sul film (cast, biografia del regista,

…) dello spettacolo. La sala era quasi sempre

ricavata in uno scantinato assai umido e freddo, le

sedie di legno ribaltabili facevano un rumore incredibile

ogni volta che ti muovevi. Prima della visione

si svolgeva una breve introduzione tenuta dall’organizzatore.

Nei casi migliori si trattava di un critico

cinematografico che forniva chiavi di lettura e spunti

per quanto avremmo visto di lì a poco. La proiezione

si interrompeva spesso per guasti di varia natura,

il sonoro era “sui generis”. Ricordo di aver visto

“Morte a Venezia” di Visconti nel cineforum della

mia parrocchia, con una colonna sonora che invece

della musica di Mahler era un susseguirsi ininterrotto

di fruscii. Il pezzo forte era il dibattito finale.

Si accendevano le luci. Il critico afferrava il microfono

e pronunciava la frase fatidica: “Chi vuole intervenire?”.

Chi non era riuscito a dileguarsi, rimaneva

lì, in un silenzio imbarazzato, sperando che qualcun

altro si facesse avanti. A volte la situazione si sbloccava

e ne veniva fuori qualcosa di interessante, a

volte, dopo ripetuti e pressanti inviti, partivano

interventi senza molto senso e la discussione si

chiudeva rapida. Al di là di questi aspetti aneddotici,

devo, però, riconoscere che il mio gusto cinematografico,

la conoscenza dei registi principali, la sensibilità

su certe tematiche e su come vengono affrontate

e svolte nei film, sono nati proprio allora. E’

stato proprio frequentando i cineforum che ho conosciuto

le opere di registi importanti come Visconti,

Fellini, Truffault, Rohmer e che ho imparato ad

apprezzare un film non solo per gli effetti speciali. E

perché questo non rimanga solo un bel ricordo e una

nostalgia del passato, lancio uno spunto. Potrebbe

essere interessante proporre ai nostri figli (fascia di

età post-cresima/giovani) l’organizzazione di qualcosa

di simile?

- 11 -

CINEMA, CHE PASSIONE !

Vittorio Paletta

Davanti al foglio bianco sto pensando a come raccontare la mia

passione per il Cinema e a quando è nata questa mia passione e,

mentre cerco nei ricordi che si affollano pian piano sempre più

vividi nella memoria, di colpo comprendo che raccontare dei film

è raccontare della mia vita, perché le diverse stagioni di film che

si sono susseguite hanno tessuto il canovaccio delle mie stagioni

ed hanno contribuito, nel bene e nel male, alla mia formazione, alla

mia crescita, a rispondere a domande di conoscenza e cultura.

Cerco di ricordare, e… come dimenticare?…...la primissima volta

che sono stato al cinema è stato con mio padre, che mi portò al

cinema Adriano a vedere, e per ben due volte, la “Corazzata

Potemkin (sic!!)….avevo forse 7 o 8 anni…un’emozione fortissima

….non capii nulla e mi rimase impressa a lungo solo la caduta della

carrozzina dalle scale. Dopo quella esperienza cominciai ad andare

al cinema con mia madre….era tutta un’altra cosa! Andavamo al

cinema “Giulio Cesare”, alle 2 di pomeriggio, dopo aver mangiato

di corsa perché c’era sempre una lunga fila per entrare; spesso

rimanevamo in piedi per tutto il film, oppure entravamo verso la

fine della prima proiezione per essere pronti a metterci seduti

quando i primi si alzavano per uscire; era sempre caldo e confusione

ma io adoravo quella magìa che si creava quando spegnevano

le luci, il rumore si placava e iniziava il fim (anche se già sapevo la

fine)…I miei film preferiti erano a quel tempo “Tarzan” con

Werstmuller e tutti i film western!

Tarzan era in assoluto ...il Bene!: fortissimo da dominare la natura

e gli animali feroci e allo stesso tempo protettore delle creature più

deboli, difensore delle culture di altri popoli a me assolutamente

sconosciuti. Dei western invece mi interessavano gli avventurosi

viaggi dei pionieri che alla fine vincevano sempre sui terribili “selvaggi”

e battevo le mani con entusiasmo quanto “Arrivavano i

Nostri”! Se ci penso oggi, i western hanno inciso molto nella mia

formazione di adolescente; solo parecchio tempo più tardi ho scoperto

quanto fossero distanti dalla verità, solo quando cominciai a

leggere la storia e a pormi delle domande e a discutere… poi vennero

film diversi sull’argomento del tipo “Soldato blù”, che sovvertiva

completamente la visuale del bene e del male…. ma dovevano

passare tanti anni ancora ! La sorella di mia madre mi portò a

vedere, per ben 7 volte, il film “Via col Vento”, perché prima, se un

film piaceva, lo tornavi a vedere e a ri-vedere. Fu un altro piccolo

tassello nella mia crescita: la conoscenza delle guerre civili e d’indipendenza

e la conoscenza della schiavitù nel profondo Sud americano…

ma Mamie che abbozzava un “Sì, Badroncina!” ad ogni

capriccio e sventura di Rossella, i neri che parlavano all’infinito ed

erano sempre perdenti, mi disturbavano, anche se adoravo in complesso

tutto il film. Come allora, ancora oggi, se mi capita, mi commuovo

al riso o alle lacrime a vedere tutti i film di Charlie Chaplin!

… ricordo “Il Grande Dittatore” e il suo discorso finale che sentivo

mio in ogni parola tanto che la prima volta ho pianto…ero ancora

molto giovane! Un ricordo-flash… inizi anni ’50… andai al cinema

con mio padre e mia madre in compagnia di una coppia di amici e

le loro due figlie. Era inverno e doveva essere una giornata fredda

perché il film lo vedemmo con indosso il cappotto. Finita la proiezione

notai che, nel mentre noi uscivamo, gli amici si erano tolti il

cappotto e si erano seduti nuovamente in posti diversi. Chiesi ai

miei: perchè? Mio padre mi rispose che era il modo più economico

di passare la giornata, dimenticare per un po’ le privazioni, stare

al caldo e sognare; i posti diversi e i cappotti stavano ad indicare

che erano entrati nel secondo spettacolo. Era il periodo del neorealismo

di Rossellini e di De Sica, di film come “Sciuscià”, “Roma

Città aperta”, “Ladri di biciclette”, “Miracolo a Milano”… tutti spaccati

di vita che noi abbiamo veramente vissuto! Per fortuna le cose

cambiarono… e molto in fretta! Arrivò la fine degli anni ’60 e la

mia voglia di conoscenza mi condusse al cinema d’essai; andavo

al Cinema Rialto, portavo i maglioni a collo alto e intervenivo ai

dibattiti finali sui film (uno per tutti ”Il Vangelo secondo Matteo”,

presente il regista: Pier Paolo Pasolini !)

Poi venne l’Amore e…. costrinsi l’allora mia fidanzata a vedere

tutti i film di Michelangelo Antonioni; andavamo al Cinema

Balduina”, alla programmazione delle tre del pomeriggio e credo

che il numero massimo degli spettatori fu di 6-7 persone per il film

“L’Eclisse” con Monica Vitti (ancora mi domando perché la mia

attuale moglie non mi lasciò allora... forse era vero amore!).

Eppoi… eppoi… il matrimonio, i figli, tutto il percorso lavorativo…

tutta la vita, sempre scandita da qualche film che ha segnato tanti

momenti significativi della mia vita: sono andato al cinema quando

ero allegro con gli amici, quando ero triste per rallegrarmi,

quando ero addolorato per distrarmi, quando ero annoiato per

divagarmi, quando non sapevo come riempire il tempo e quando

avevo pochissimo tempo da perdere ma ero attirato da una trama,

da una musica, da una storia…ed è stata sempre…una grande passione

!


FILM DI

ARGOMENTO RELIGIOSO

LA VIE ET LA PASSION

DE JESUS CHRIST

Fratelli Lumiere 1898

UOMINI DI DIO

Xavier Beauvois 2010

IL GRANDE SILENZIO

Philip Groning 2005

LA PASSIONE DI CRISTO

Mel Gibson 2004

LA PIU’ GRANDE STORIA MAI RAC-

CONTATA George Stevens 1965

KING DAVID

Bruce Beresford 1985

ATTI DEGLI APOSTOLI

Roberto Rossellini 1969

ATTI DEGLI APOSTOLI

Franco Rossi 1969

I DIECI COMANDAMENTI

Cecil de Mille 1956

GESU’ DI NAZARETH

Franco Zeffirelli 1977

LA BIBBIA

John Huston 1966

LA CITTA’ DEI RAGAZZI

Norman Taurog 1938

BERNADETTE

Henry King 1943

KAROL

Giacomo Battiato 2005

CIELO SULLA PALUDE

Augusto Genina 1949

MARIA GORETTI

Giulio Base 2003

PADRE PIO

Carlo Carlei 2002

DON BOSCO

Lodovico Gasparini 2004

IL VANGELO SECONDO MATTEO

Pier Paolo Pasolini 1964

IL RE DEI RE

Nicholas Ray 1961

MARCELLINO PANE E VINO

Ladislao Vajda 1955

FRATELLO SOLE SORELLA LUNA

Franco Zeffirelli 1972

E VENNE UN UOMO

Ermanno Olmi 1965

CAMMINA CAMMINA

Ermanno Olmi 1983

FRANCESCO GIULLARE DI DIO

Roberto Rossellini 1950

UN GIORNO NELLA VITA

Alessandro Blasetti 1946

LA PORTA DEL CIELO

Vittorio De Sica 1944

PEPPONE E DON CAMILLO

UNA SERIE CHE NON STANCA

Luciano Milani

Nella mia lunga vita confesso che non sono

mai stato un appassionato cinefilo. Ho sempre

preferito il teatro, perché più rispondente

alla mia natura di soggetto amante

della realtà, e in certo qual modo il teatro,

con la fisicità degli attori, mi dà il senso

della concretezza, anche se naturalmente

anch’esso è rappresentazione di una realtà

ideale creata dall’autore attraverso l’attore.

Negli anni ‘52 – ‘65, tuttavia, mi appassionarono

moltissimo i film di Don Camillo

e Peppone realizzati dalla Cineriz, con le

regie di Julien Duvivier, Carmine Gallone e

Luigi Comencini (l’ultimo della serie: Il

compagno Don Camillo – 1965). Com’è

noto, i due personaggi sono una creazione letteraria di Giovannino Guareschi, impersonati

dagli attori Fernandel e Gino Cervi.

L’eccezionale bravura dei due attori, calati nella realtà politica del periodo storico

vissuto nel nostro Paese e la continua, ilare riflessione a cui i film inducevano, affascinarono

ed ancora affascinano tre generazioni di spettatori.

Ma a parte i momenti ricreativi e riposanti che offrivano a tutti, mi inchiodavano allo

schermo i caustici battibecchi tra i due protagonisti e i sofferti colloqui tra il

Crocifisso e Don Camillo. All’uscita del primo film si era già nel periodo di piena guerra

fredda e dopo la sconfitta del Fronte Popolare (18 aprile 1948), la lotta ideologica

tra democristiani e comunisti era divenuta sempre più accesa. Guareschi aveva

dato un contributo notevole alla vittoria dello Scudo Crociato, da fervente cattolico

qual’era. Fu lui che creò lo slogan “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede,

Stalin no” e molti altri testi che venivano stampati nei manifesti elettorali. Per esempio:

il manifesto raffigurante scheletri di prigionieri italiani morti di stenti nelle gelide

steppe russe.

Quello di eccezionale efficacia sui molti familiari dei caduti in Russia, dei quali non

si conoscevano neppure i luoghi del seppellimento: “100.000 soldati italiani non

sono tornati dalla Russia. Mamma, votagli contro anche per me!”

Ebbene, perdurando la guerra fredda a livello mondiale, ed essendosi incancrenita in

Italia la lotta tra comunisti e democristiani, specialmente dopo le prime scoperte dei

delitti commessi nel “triangolo della morte”, i film di Peppone e Don Camillo contribuirono

certamente a raffreddare il clima arroventato tra comunisti e democristiani.

Per la prima volta si affermava tra gli italiani una nuova forma di critica politica.

Non più il sarcasmo mordace, pungente usato finora, ma l’ironia pacata, faceta della

bonomia dello scrittore parmigiano sapientemente trasfusa nei film dai bravi registi.

Se è vero che dopo la visione dei film molti comunisti oltranzisti uscivano piuttosto

irritati, è altrettanto vero che per la maggior parte dei cattolici intelligenti lo spettacolo

era davvero gratificante, oltre che divertente. A parte la grande simpatia suscitata

dai due protagonisti, Don Camillo – Fernandel e Gino Cervi – Peppone, i colloqui

tra il Crocifisso e l’energumeno parroco si svolgono sempre sul filo della più lineare

ortodossia: le risposte del Cristo infatti, sono sempre permeate dal messaggio evangelico

e costituiscono un rimprovero continuo e severo alle intemperanze caratteriali

del sanguigno parroco di Bargello.

E ciò, anche se qualche ottuso cristiano nei primi tempi mostrava una certa irritazione

per il metodo adottato dallo scrittore e mantenuto nella trasposizione cinematografica

dai registi: la forma colloquiale come tra comuni mortali. Grande è la simpatia

che suscita Peppone, che pur aderendo ad un partito ateo, non esita nei momenti

più critici a rivolgersi a Dio, come fa nella malattia del suo bambino.

Nei vari film non mancano le occasioni in cui il sindaco Peppone mostra di agire sotto

l’impulso della propria coscienza fuori da ogni schema politico proprio del suo partito.

Specialmente nei primi film, quando la lotta politica in Italia era più accesa, il giudizio

della Sinistra fu sferzante, ma successivamente, con l’attenuarsi della guerra

fredda e il progressivo avvicinamento della Sinistra e della D.C. (il Compromesso storico)

il giudizio si andò via via attenuando.

Oggi da noi cattolici viene quasi unanimemente riconosciuto che i film, nelle intenzioni

dello scrittore, oltre che proporsi la finalità propria di qualsiasi opera cinematografica

(divertimento dello spettatore) ve n’era forse anche una pedagogica, se

non apologetica. Il prete Don Camillo desidera che il suo Sindaco comprenda una

buona volta l’assurdità di una dottrina nefasta sia sul piano sociale che su quello teologico:

l’assurdità del comunismo ateo.

E ancora oggi a me piace rivedere quei film, nei quali sempre più chiaramente si scopre

l’ansia di mostrarci la bontà d’animo regnante nella Val Padana e il patto d’amore

stretto dai due amici – nemici, i quali, pur su fronti diversi e contrapposti lottano

insieme, ciascuno a modo suo, per il bene spirituale e materiale del loro popolo.

Devo aggiungere che la frequente rivisitazione dei film mi ha indotto a leggere quasi

tutti i libri di Guareschi anche quelli pubblicati postumi. E dalla loro lettura ho potuto

riscontrare che da essi traspaiono sempre il senso della trascendenza e il sentimento

del perdono imparato alla scuola del Vangelo.

- 12 -


22 FILM

MUSICALI

IL CANTANTE DI JAZZ,

Alan Crosland 1927

CAPPELLO A CILINDRO,

Mark Sandrich, 1935

IL MAGO DI OZ,

Victor Fleming, 1939

FOLLIE D’INVERNO,

George Stevens, 1938

CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA,

Gene Kelly, 1953

BULLI E PUPE,

Joseph Mankiewicz, 1935

UN AMERICANO A PARIGI,

Vincente Minnelli, 1951

WEST SIDE STORY,

Robert Wise, 1961

TUTTI PER UNO,

Richard Lester, 1964

FUNNY GIRL,

William Wyler, 1968

LES PARAPHUIES DE CHER-

BOURG, J. Demy, 1964

MY FAIR LADY,

George Cukor, 1964

TUTTI INSIEME APPASSIONA-

TAMENTE, Robert Wise, 1965

MARY POPPINS,

Robert Stevenson, 1965

CABARET,

Bob Fosse, 1972

JESUS CHRIST SUPERSTAR,

Norman Jewison, 1973

THE ROCKY HORROR PICTURE

SHOW,

Jim Sharman, 1975

GREASE,

Randal Kleiser, 1978

THE BLUES BROTHERS,

John Landis, 1980

LA FEBBRE DEL SABATO SERA,

John Badham, 1977

FLASHDANCE,

Adrian Lyne, 1983

ALL THAT JAZZ,

Bob Fosse, 1979

PELLEGRINANDO IN TERRE FRANCESCANE:

COME IN UN FILM

Sandro Morici

Agli inizi di ottobre la parrocchia ha organizzato un pellegrinaggio tra l’Umbria e la Toscana: ho

portato con me la solita attrezzatura fotografica, ho raccolto in una cartella del computer le varie

immagini, cosicché ora posso rivedere, rivivere e condividere con voi la bella esperienza di quei

giorni.

Faccio sempre così, dopo un viaggio o dopo un qualche evento che mi piace memorizzare e sia

la fotocamera che la cinepresa mi aiutano allo scopo, attraverso una sequenza temporale di mie

inquadrature. Ebbene sì, con un pizzico di superbia, mi piace produrre il “mio cinema”, che è

sostanzialmente una sommatoria di mie impressioni, di mie emozioni vissute in quel momento

di registrazione. Peraltro, con l’avanzare degli anni, il cinema professionistico mi interessa sempre

meno, forse perché fin qui ho visto troppi film di violenza, tra il filone della conquista del Far

West, l’epopea della seconda guerra mondiale, i thriller della serie 007 e le storie catastrofiche

di fantascienza. Con questo non voglio demonizzare i meriti del cinema d’autore a sfondo sociale

o il fantasioso mondo dei cartoni animati, verso i quali nutro profondo rispetto.

Dico solo che l’hobby appassionato dell’immagine “fai da te” riesce a soddisfare la propria voglia

di creatività. E poi ci sono anche altri motivi personali che risalgono alla mia educazione familiare,

come per esempio la preferenza per il teatro con le sue interpretazioni dal vivo, rispetto

al cinema ove prevale la componente della fiction, notoriamente artificiosa.

Ma, al di là di queste digressioni sui gusti e le inclinazioni dei singoli in tema di rappresentazione

per immagini delle cose della vita, vorrei ritornare a quanto accennavo all’inizio, descrivendo

le tappe del recente pellegrinaggio parrocchiale di due giorni, attraverso proprio lo scorrere,

passo dopo passo, dell’album delle foto scattate.

La prima tappa è stata all’eremo di S. Francesco, posto sopra un’altura fuori Narni.

Il panciuto padre Giuseppe ci racconta la storia del luogo con dovizia di dettagli, concludendo:

“Io rimango qui, ma vi consiglio di andare al Sacro Speco, posto lassù in una spaccatura della

montagna”. Una “salutare” passeggiata di un centinaio di gradini ci permette di visitare e di

sostare in silenzio in un posto che invita alla preghiera semplice, spontanea, fatta col cuore, nel

vero spirito del Santo.

Era la prima di tante altre soste successive che ci avrebbero fatto gustare l’”aria” del pax et

bonum. Poi, ridiscendendo lungo l’Umbria verde, abbiamo raggiunto il monastero agostiniano di

Santa Chiara della Croce di Montefalco. E qui siamo entrati nel vivo del pellegrinaggio, che aveva

come filo conduttore la riscoperta di santità al femminile.

Alcune suore ci parlano della vita della Santa (1268-1308), che entra nel reclusorio all’età di

sei anni. Da grande è nominata superiora del monastero, divenendo guida per le altre sorelle.

Ha tuttavia un periodo di aridità spirituale che è superato attraverso l’apparizione del Cristo sofferente

che le confida: “Ho cercato un luogo forte per piantare questa croce: qui e non altrove

l’ho trovato”. Alla morte di Chiara, che aveva vissuto un’intera vita apostolica ripetendo: “Io ajo

Jesu Cristo mio crocifisso entro lo core mio”, proprio nel suo cuore si scoprono realmente i segni

della Passione. Le suore che ci accolgono con l’usuale semplicità ci fanno comprendere quanto

oggi la Santa rappresenti un esempio fulgido di dedizione e di unione con la passione d’amore

di Gesù. Riprendendo il cammino, a Foligno, nella chiesa dei frati minori conventuali di S.

Francesco, padre Alfonsi ci parla della beata Angela, coeva di S. Chiara da Montefalco. Già don

Paolo ce l’aveva presentata come “mistica e poi apostola dei lebbrosi, donna sposata, madre e

poi vedova, capace di donare tutta la sua vita al servizio dei fratelli”, fondando un Cenacolo di

vita spirituale e di azione sociale. Donna, quindi, che dalle godurie della mondanità, compie uno

straordinario percorso di conversione spirituale, allorché proclama a gran voce che…”se cerchi di

essere perfetto nella via di Dio, non tardare a correre alla Croce di Cristo”.

Con la beata Angela abbiamo rincontrato un altro esempio di persona che getta via le sue vesti

al cospetto del Cristo crocifisso, provando gioia e consolazione e prendendo coscienza della

responsabilità personale nella realtà delle Sue sofferenze.

Anche qui, di fronte all’urna con il corpo di Angela, abbiamo ritrovato il silenzio intimo per una

preghiera autentica. La tappa seguente ci ha condotto a Città di Castello nel monastero delle

suore cappuccine di Santa Veronica Giuliani, che già don Paolo ci aveva anticipato come “una

delle grandi mistiche della storia, che ebbe il dono delle stimmate e il suo cuore, alla morte,

risultò trafitto da parte a parte”. Di nuovo, qui, prendiamo atto di un ulteriore modello di santità

che fa riflettere sull’autentico valore dell’esistenza umana nel suo rapporto con il mistero della

croce. L’intensa esperienza d’amore di Santa Veronica e il suo Diario manoscritto di 22.000 pagine,

raccolte in 36 volumi, costituiscono “l’espressione più tipica del francescanesimo e della spiritualità

cattolica del ‘700”.

Noi, uomini del terzo millennio ne restiamo profondamente colpiti. Ma non basta, perché la gioiosa

suor Maria Grazia, che ci fa da guida, ci permette di assaporare una commovente sensazione,

allorché ci invita, uno alla volta, ad abbracciare materialmente il crocefisso con cui la

Santa colloquiava. Personalmente ho provato un forte senso di piccolezza e, al tempo stesso, di

protezione.

Il pellegrinaggio veniva concluso nella chiesa di S. Francesco di Cortona. E’ già pomeriggio inoltrato

e l’occhio della fotocamera ha il tempo di captare un bellissimo tramonto sulla rigogliosa

campagna toscana.

Durante la nostra peregrinatio (animae) il clima è stato mite, il tempo meteorologico è stato clemente,

eppure… noi siamo rientrati a Roma pienamente inzuppati…sì, ma grondanti di “una

pioggia di santità”, come ha voluto sottolineare il nostro parroco. L’album delle foto è ormai

giunto alla sua ultima facciata: la richiudo delicatamente con una sensazione di appagamento,

perché lì dentro rimane custodita una pagina gioiosa del film della mia vita.

- 13 -


LETTERE IN REDAZION E

UN PADRE CHE PERDONA,

NON TIENE IN CONTO E DIMENTICA

A circa centoventi chilometri da Roma, e a soli sette da Todi in Umbria, sorge il

piccolo borgo di Collevalenza le cui origini vengono fatte risalire a diversi secoli a.C. Vi

è un castello gotico e parecchi reperti archeologici che testimoniano la presenza di

popoli antichi, ma il paese è conosciuto soprattutto per il Santuario dell’Amore

Misericordioso, eretto per volere di Madre Speranza di Gesù (Santomera, Spagna,

30/9/1893 – Collevalenza 8/2/1983). Madre Speranza di Gesù, al secolo Maria Josefa

Alhama Valera, fu una suora spagnola privilegiata da Dio che la arricchì – per il bene

di tutti – di numerosi e straordinari doni, e le affidò la missione di annunciare a tutti

la Sua misericordia come unica àncora di salvezza, tanto per i peccatori più incalliti

quanto per le persone c.d. “normali”. Nel Decreto della Congregazione delle Cause dei

Santi con il quale fu dichiarata venerabile nel 2002 si legge infatti che: “…La sua missione

quotidiana – come ella stessa ha scritto – fu di annunciare a tutti che ‘anche l’uomo

più perverso, il più miserabile ed abbandonato, è amato da Gesù con tenerezza

immensa. Gesù è per lui un padre e una tenera madre’”. Ben presto Madre Speranza

capì che Dio voleva affidarle la missione di far conoscere Dio “non come un Padre sdegnato

per le ingratitudini dei suoi figli, ma come un Padre buono che cerca con ogni

mezzo di confortare, aiutare e far felici i propri figli; che li segue e li cerca con amore

instancabile, come se non potesse essere felice senza di loro.” Madre Speranza, di cui

è in corso la causa di beatificazione, fu una religiosa di elevatissima spiritualità.

Ricordo, in sintesi ed in maniera del tutto incompleta, quanto segue.

Dal primo venerdì di Quaresima del 1928 ebbe il dono delle stigmate; sempre nel 1928

ebbe un sudore di sangue come Gesù nel Getsemani; nel 1959 Gesù la associò ai dolori

della Crocifissione; nel 1960 le fece vivere quelli della flagellazione; per lungo tempo

ebbe la visione quotidiana di Gesù (cfr. il volume “Madre Speranza” di P. Mario Gialletti,

Ed. L’Amore Misericordioso, 2002). Dopo aver voluto Madre Speranza a Collevalenza

nel 1951, Gesù le ordinò di realizzare alcune piscine per il bagno dei malati e le indicò

Lui stesso il punto dove avrebbe trovato l’acqua necessaria. Iniziati il 1° febbraio

1960, i lavori terminarono il 1° dicembre dello stesso anno; l’acqua fu trovata a 122

m. di profondità, nel punto esatto indicato dalla Madre, dopo aver superato grosse difficoltà.

Lo scopo ed il significato dell’acqua furono chiariti, secondo quanto riportato

dalla Madre, da Gesù stesso durante un’estasi del 3 aprile 1960 con queste parole:

“Decreto. A quest’acqua e alle piscine va dato il nome del mio Santuario. Desidero che

tu dica, fino ad inciderlo nel cuore e nella mente di tutti coloro che ricorrono a te, che

usino quest’acqua con molta fede e fiducia e si vedranno sempre liberati da gravi infermità;

e che prima passino tutti a curare le loro povere anime dalle piaghe che le affliggono

per questo mio Santuario dove li aspetta non un giudice per condannarli e dar

loro subito il castigo, bensì un Padre che li ama, perdona, non tiene in conto, e dimentica”

.La Madre stessa ha precisato che l’acqua, dono dell’ Amore Misericordioso di Dio

verso i propri figli, avrebbe liberato i fedeli da gravissime malattie dello spirito (il peccato

mortale e veniale) e del corpo (tra le quali tumori, paralisi, leucemie). Ovviamente

l’acqua di per sé non ha alcun potere; è solo un simbolo. E’ Dio che, nel suo amore per

noi, compie i miracoli. Nel marzo del 1979 la Chiesa ha autorizzato la pratica della

immersione nelle Piscine, che è preceduta da una breve liturgia presieduta da un

sacerdote, e si svolge con modalità piuttosto simili a quella che avviene a Lourdes.

Attualmente è possibile nei seguenti giorni ed orari: da marzo a ottobre il lunedì alle

10,30, il giovedì alle 16,00 e il sabato alle 15,30; da novembre a febbraio soltanto il

lunedì e il sabato negli stessi orari. Chi non si vuole immergere, può in qualsiasi giorno

della settimana attingere l’acqua dalla fontana, bere, lavarsi il viso, portare via l’acqua

come vuole. Chiunque volesse approfondire l’argomento, qui trattato in estrema

sintesi, riguardo a Madre Speranza, al Santuario ed all’acqua delle piscine, troverà le

più ampie notizie ed informazioni sul sito istituzionale del Santuario:

www.collevalenza.it

LUIGI GUIDI

5 Grandi Registi :

FELLINI HITCHCOCK TRUFFAUT SPIELBERG SCORSESE

- 14 -

CHE PALPITO VIENE SE

ASCOLTI LA PREDICA!

(Pensieri tratti dalle omelie di don Paolo)

TUTTI I SANTI

2010

I Santi sono persone che, nella loro piena

umanità, credono nella Provvidenza.

Dio attraverso la Grazia costruisce l’architettura

della nostra anima.

La tribolazione per amore dei fratelli è rappresentata

dalla veste rossa, colore del martirio,

che si trasforma nella veste bianca della fedeltà

e del riposo in Dio.

2009

Le Beatitudini più attuali oggi: Beati coloro

che hanno sete e fame di giustizia: l’ansia di

giustizia è un’aspirazione che caratterizza i

nostri tempi. Beati i puri di cuore: affinché Dio

possa abitare in noi, eliminiamo tutto ciò che

impedisce la Sua presenza, ponendo delle sentinelle

a guardia del nostro cuore. Beati i miti,

in contrapposizione all’odierna cultura del litigio.Il

Paradiso è il luogo in cui si vede senza

fine, si ama senza noia, si loda senza stanchezza

(S.Agostino).

2008

Apriamo la finestra del Paradiso, anche se

dobbiamo rimuovere qualche ragnatela, e

scorgiamo una moltitudine di genti di ogni provenienza

e cultura in contemplazione di Dio.

Il Paradiso in terra è il desiderio di vedere Dio,

l’Inferno è la mancanza del desiderio di Dio.

L’Eucarestia è un anticipo di Paradiso.

Se apriamo la finestra della cultura di oggi,

vediamo la morte, ma se non ce la facciamo a

guardare in alto, c’è sempre l’ascensore

dell’Amore di Dio che ci porta in Paradiso!

2007

La vita dei Santi è un viaggio nel Vangelo. Il

Vangelo è vita, Dio è tutto!

L’equilibrio nella nostra vita sta nel coniugare

il desiderio del cielo e la voglia di vivere.

2006

I Santi hanno riconosciuto il primato di Dio

nella loro vita. I Santi sono ripieni della pace

di Dio, ma anche noi possiamo esserlo.

Lode, onore, gloria, sapienza, grazia, potenza

di Dio: possiamo pronunciare queste parole

ogni giorno della nostra vita, così come le canteremo

contemplando Dio, nella gloria dei

cieli! Abbiamo il Regno di Dio nel cavo della

nostra mano!

MIRIAM AIELLO


LETTERE IN REDAZIONE

DANNY PARKER E

LA MINACCIA VIRTUALE

di Davide Pigliacelli

Il mio romanzo “DANNY PARKER E LA MINAC-

CIA VIRTUALE” torna con la Herald H.E.

Editore! Dopo essere stato premiato in

Campidoglio quest’anno sono sponsorizzato

dal Comune di Roma. Fino a Gennaio 2011

parte dei ricavati delle vendite va in beneficienza

all’Infocarcere. Tutto ciò è possibile grazie

all’Interessamento di Gilberto Casciani, consigliere

alla Regione Lazio impegnato nel sociale

da trent’anni. La nuova edizione parteciperà

alla fiera del libro e mercoledì 8 Dicembre sarà

presentata nella Sala Smeraldo al palazzo dei

congressi in zona Eur dalle 19.00 alle 20.00.

Terrò la conferenza con l’aiuto di alcuni miei

amici, celebrità del doppiaggio italiano come

Alessio Puccio, voce di Harry Potter, i quali

cureranno le letture dal vivo. Con la serie di DANNY PARKER rivoluziono la fantasia,

facendone un mezzo efficace per trasmettere in chiave moderna i principi del

Cistianesimo alle nuove generazioni con un incisività mai tentata prima! Con il

gioco, i sentimenti e le avventure passo messaggi volti a motivare i ragazzi e a renderli

responsabili, tanto che gli stessi protagonisti delle vicende sono a loro volta

adolescenti. Il libro è tuttavia anche per grandi e piccoli.

Un’altra novità è l’unione dei generi. DANNY PARKER racchiude in sé i gusti di

tutti, unendo fantasy, fantascienza, romanticismo e avventura. Quì i personaggi

delle fiabe a volte lasciano da parte spada e cavallo per indossare jeans e occhiali

da sole. Ecco che il famoso giovane elfo lo ritroviamo in scarpe da ginnastica a

parlare di ragazze su una navetta spaziale. Impossibile rimanere delusi ! Invito

tutti i lettori alla conferenza. Ciascun partecipante riceverà una copia omaggio del

libro. Per chi vuole acquistare il racconto il costo è di soli 10 Euro per 250

pagine di avventure. Ordinalo on-line alla Herald H.E. Editore! Sul blog

www.myspace.com/davidepigliacelli troverai interviste e curiosità con file audio

curati da celebri doppiatori che riconoscerai dai tuoi personaggi preferiti

del cinema.

L’AUTORE: Davide Pigliacelli , studente alla Facoltà per mediatori linguistici, è

non vedente dall’età di dieci anni. Il romanzo, pieno di fantasia, è ispirato ai

racconti di Harry Potter della scrittrice inglese J.K. Rowling, colei che, secondo le

stesse parole dell’autore, ha reso “la sua adolescenza magica” e trasformato i

suoi sogni nella creazione delle avventure di questo nuovo giovane eroe.

GLI STUDENTI GIURATI

AL FESTIVAL DEL CINEMA DI ROMA

Da ormai cinque anni nel periodo tra ottobre e novembre l’Auditorium di Roma

ospita il Festival Internazionale del Film. Quello che rende speciale questo festival

e lo distingue dagli altri è la sezione per ragazzi “Alice nella città” nella quale

si trova, appunto, una giuria di soli ragazzi. Per entrare a far parte della giuria,

che comprende ragazzi dagli otto ai diciassette anni, ogni anno viene indetto un

concorso nel quale si richiede ai ragazzi delle scuole romane di inviare la recensione

di un film entro maggio. Ci sono due sezioni di giovani giurati : quelli dagli

8 anni ai 13 anni e i più grandi, dai 14 ai 18. Sono stata selezionata e il 27 ottobre

sono approdata nel magico mondo del cinema. E’ stata una fantastica avventura

! Trascorrevamo l’intera giornata nell’Auditorium, ed era impossibile annoiarsi

poiché passavamo da una proiezione all’altra, a un Red Carpet, ad incontri con

attori o registi e persino ad interviste Tv o radiofoniche. La sera dormivamo in

albergo e da questo stretto contatto quotidiano è subito nato un ottimo rapporto

ed intendimento tra noi giurati. Ogni giorno assistevamo alla proiezione almeno

di un film e sempre in lingua originale, la qual cosa io penso sia molto importante

poiché aiuta ad entrare meglio nell’atmosfera del film ed a coglierne l’essenza.

Dopo la proiezione avevamo il compito di fare una votazione con voto da uno

a a cinque. Particolarmente interessanti erano gli incontri con le delegazioni dei

film, dai quali emergevano approfondimenti importanti. Vi era anche la possibilità

di condividere ciascuno il proprio punto di vista in intense e ricche discussioni

gestite dall’équipe che era quasi sempre al nostro fianco e con competenza ci aiutava

a comprendere anche i film meno … facili. E’ stata un’esperienza unica che

ogni giovane dovrebbe avere la possibilità di sperimentare, ricca di incontri con

personaggi famosi o meno, di emozioni, riflessioni. Una piena e totale immersione

nel magico mondo del cinema.

CAMILLA PARIS

(17 anni, Liceo Pasteur)

- 15 -

RICORDI DI UNA MAESTRA

Durante il mio lungo periodo

d’insegnamento ho imparato a

conoscere a fondo l’animo dei

ragazzi e a comprendere quanto

incida sulla loro personalità la

condizione familiare. Era quello

il periodo in cui cominciava la

crisi della famiglia. Molti genitori

erano separati, svolgevano

attività di lavoro impegnative

e avevano scarsa disponibilità

di tempo per i propri figli.

Illudendosi di stare a posto con

la coscienza, si preoccupavano

soltanto di farli vivere in

ambienti confortevoli, comprando

loro tante belle cose materiali,

senza rendersi conto che questa

condizione privilegiata non

appagava il bisogno d’affetto dei

propri figli. Ricordo che un anno,

in prossimità del Natale, festa

della famiglia, rimasi colpita dai

sentimenti espressi a riguardo

da un bambino di nome Davide

nello svolgimento del tema assegnato.

I suoi genitori erano

separati e spesso in viaggio

all’estero. Lo incontravano poco

e, quando lo facevano, lo riempivano

di regali, tra l’invidia dei

suoi compagni. Provai tanta

tenerezza leggendo nel suo

tema una precoce maturità scaturita

da una condizione di dolore

per carenza d’affetto, assolutamente

non appagato dai tanti

doni materiali. Si sentiva un

ragazzo tanto infelice rispetto ai

compagni che trascorrevano le

feste e i fine settimana con i propri

genitori. Invidiava il figlio del

guardiano della sua villa e nella

preghiera a Gesù Bambino trapelava

quasi un risentimento per

non essere nato lui in quella

famiglia povera ma felice. Per

stimolare l’interesse dei ragazzi

e suscitare emulazione al fine di

migliorare e arricchire le capacità

espressive, era mia abitudine

far leggere i temi svolti in classe

ad ogni bambino. Ebbene la lettura

del tema di Davide suscitò

la meraviglia di tutti i compagni

che fino a quel momento lo avevano

ritenuto il più fortunato. La

mancanza di affetto traspariva

in tutti gli atteggiamenti del

ragazzo, sempre alla ricerca di

chi gli facesse una carezza e gli

dimostrasse tenerezza. La mattina

puntualmente mi aspettava

all’ingresso dell’istituto per

salutarmi per primo e gioiva di

entrare in classe portato per

mano da me. Quando, per non

far torto a nessuno, riservavo lo

stesso trattamento a qualche

altro alunno, la sofferenza di

Davide era tale da commuovere.

Durante la ricreazione si avvicinava

alla cattedra per attirare la

mia attenzione ed accertarsi che

l’insegnante fosse ben disposta

verso di lui.

ELENA SCURPA


ASSOCIAZIONE AMICI

DAGAMA HOME

In Zambia sono attualmente presenti

circa 100 Suore francescane

missionarie di Assisi tra le quali vi

sono due Suore italiane che vivono

lí da moltissima anni. Tale comunità

è interamente dedita a portare

un concreto aiuto alle varie comunità

locali. Dagama Home è il nome

dato ad una loro missione che si

trova a Luanshya, nel nord dello

Zambia, nella regione del

Copperbelt dove vivono, dirette da

Suor Sabine Mwamba, circa 20

suore (tra le quali l'italiana Suor

Ilaria, in Zambia da oltre 40 anni) e

all'interno della quale vi è una

scuola "for disabled children" (per

bambini portatori di handicap).

La scuola, diretta da Sister

Christine Chupe con l'apporto di

insegnanti zambiani, integra anche

bambini e ragazzi "abili" e li prepara

fino alla maturità, che in Zambia

è più o meno a 18 anni.

L'Associazione Amici di DaGama

Home nasce, nel 2007, su iniziativa

di dieci laici romani guidati da don

Paolo Tammi. Dopo il suo primo

incontro, don Paolo ha fatto conoscere

la Missione ai propri parrocchiani

della Balduina e ad alcune

persone della sua ex parrocchia di

San Giovanni Crisostomo, a Talenti.

Si sono, quindi, sviluppate varie

iniziative per portare un aiuto concreto

a questa comunità. In particolare

è stato dato corso alla cosiddetta

"adozione a distanza" che

prevede il versamento, da parte dei

genitori adottivi, di una modesta

cifra mensile al fine di fornire ai

bambini adottati un aiuto concreto

per le loro necessità primarie

(vitto, vestiario ed altro), per quelle

della loro famiglia e per lo studio.

La scelta dei bambini da sostenere

viene curata direttamente

dalle suore della Missione che li

individuano in base alle loro reali

condizioni di vita e sociali, spesso

molto precarie. Ad oggi i bambini

adottati a distanza sono migliaia di

cui circa 370 a cura della nostra

parrocchia.

Almeno due volte all'anno un gruppo

di "Amici di DaGama Home" si

reca sul posto al fine di verificare lo

sviluppo dei progetti finanziati, per

individuare la possibilità di nuovi

interventi e aiuti, per incontrare e

fotografare tutti i bambini adottati

e poter, quindi, al proprio rientro in

Italia, aggiornare e relazionare

tutte le persone che hanno contribuito

a queste attività.

AMICI DAGAMA HOME

info@amicididagama.it

www.amicididagama.it

TEMA DEL PROSSIMO NUMERO

DIVERSO, DA CHI ?

La diversità fisica e quella mentale.

Che cosa ne sappiamo? Che cosa facciamo?

Che cosa potremmo fare? Associazioni religiose

e laiche. Difficoltà logistiche e pratiche.

Il ruolo dei genitori, dei parenti, degli amici,

degli insegnanti, degli operatori.

Inviate i vostri lavori

entro il 7 dicembre a:

arrivanoinostri@fastwebnet.it

ASSOCIAZIONE AMICI DI

DAGAMA HOME

Aiutateci con il vostro contributo!

Banca Intesa S. Paolo filiale 1679

Associazione amici di DaGama Home

IBAN: IT26V0306905071100000003095

Causale: Contributo per i bambini zambiani

www.amicididagama.it

GRAZIE, ANGELO,

PER IL NUOVO CARTELLONE!

Entrando da via Friggeri è possibile vedere il

nuovo grande cartellone a colori con tutte le

attività presenti nella nostra parrocchia,

completo di informazioni, nominativi e

telefoni. Il lavoro, davvero ben fatto, è opera

del nostro Angelo Fabbrocini, rappresentante

del Consiglio Sinodale. Evviva Angelo!

- 16 -

ERRATA CORRIGE

L’articolo “Il nostro grest” dello

scorso numero di Ottobre, è stato

erroneamente firmato Monica

Cantore mentre il cognome esatto

è invece Chiantore. Scuse quindi a

Monica e a tutta la sua famiglia.

Sempre nello stesso articolo al

nostro correttore di bozze è sfuggita

la parola errata “risposarsi”

laddove s’intendeva invece “riposarsi”.

Scuse anche per questo.

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