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realtà - Istituto Neurotraumatologico Italiano

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ealtàmedica<br />

L A R I V I S T A D E L M E D I C O D I F A M I G L I A<br />

PAG. 19<br />

2000<br />

VALUTAZIONE RISCHI D’INFARTO<br />

PAG. 25<br />

IL LETARGO DELL’ORSO<br />

PAG. 39<br />

WELFARE, GLI ITALIANI<br />

NE CHIEDONO UNO NUOVO<br />

GIULIA EDITORE SRL<br />

n. 1/13<br />

GENNAIO/MARZO<br />

ANNO XV<br />

LA RIVISTA È SCARICABILE<br />

DAL SITO WEB www.gruppoini.it


IL PUNTO Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Perché non esportiamo<br />

gli idioti?<br />

di Delfo Galileo Faroni<br />

Gli idioti sono sempre esistiti<br />

e rappresentano una<br />

razza che non tramonterà<br />

mai. Non ci riferiamo,<br />

ovviamente, a coloro che,<br />

per arresto congenito o<br />

acquisito dello sviluppo<br />

dell’encefalo, presentano<br />

una infermità mentale,<br />

che si manifesta con assenza<br />

dell’intelligenza e prevalenza degli istinti; ma a<br />

quei soggetti che vengono così chiamati, con un<br />

senso di commiserazione, a causa si certi atti e<br />

comportamenti che rivelano atteggiamenti da<br />

idiota. Ma chi sono gli idioti?<br />

Non è facile rispondere a questo interrogativo.<br />

L’idiota solitario o di gruppo è diventato un personaggio<br />

importante della società contemporanea.<br />

Molti si sono impegnati a fondo nella ricerca<br />

della fenomenologia dell’idiota per mettere a<br />

punto i livelli e le caratteristiche di questi sciocchi,<br />

ma i tentativi fatti fino ad oggi non sono<br />

ancora riusciti a consentire giudizi chiari, e questo<br />

perché l’idiota di oggi modifica in continuazione<br />

la propria immagine e non prova nessuna<br />

vergogna per la propria tipologia caricaturale.<br />

Noi, che non ci sentiamo assediati da concetti già<br />

detti e risaputi, proponiamo la seguente classificazione.<br />

Gli idioti sono: i servi del potere e dei potenti,<br />

con una specie di istinto gregario; i falsi colti,<br />

malati di estetismo; i presuntuosi ingiustificati; i<br />

vanesi ed esibizionisti; quelli che compiono azioni<br />

suggerite da altri; quelli che si rendono colpevoli<br />

di pretendere cose che vanno oltre le loro<br />

possibilità; quelli che tentano di realizzare ciò che<br />

non è assolutamente possibile realizzare; i burocrati<br />

che arrivano in ufficio sempre in orario e in<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

30 anni di lavoro non hanno mai fatto un’assenza;<br />

quelli che credono che il Paradiso sia escluso<br />

ai miscredenti; quelli che ancora credono che gli<br />

Italiani siano un popolo di eroi, santi, poeti e<br />

navigatori; quelli che vogliono far passare per<br />

vera una falsa intelligenza.<br />

Ed ancora: quelli che ricevono benefici e poi voltano<br />

le spalle a chi glieli ha dati; quelli che non<br />

conoscono limiti imposti dal destino e dalla<br />

natura alla loro intelligenza; quelli che si ritengono<br />

onnipotenti e quindi mal si prestano a limitazioni<br />

che la società, quando li scopre, impone<br />

loro; gli incapaci di prendere coscienza della loro<br />

imbecillità e del loro relativismo morale e culturale;<br />

quelli che non si rendono conto dell’inutilità<br />

della loro esistenza; quelli con il volto destinato<br />

all’anonimato, ma che, per motivi inspiegabili,<br />

1 Il punto


Il punto 2<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

raggiungono la ribalta e la notorietà; quanti vorrebbero<br />

essere spiritosi, ma non perdono occasione<br />

per scivolare nel cattivo gusto, con ironiche<br />

allusioni e con un sarcasmo volgare; gli illusi che,<br />

pur di mettersi in mostra ed attrarre l’attenzione,<br />

non esitano a falsare la <strong>realtà</strong> delle cose.<br />

Demostene diceva: “Nulla è più facile che illudersi,<br />

perché ciò che ogni uomo desidera, crede<br />

anche che sia vero”.<br />

Potremmo continuare ancora ad elencare quelli<br />

che vogliono far credere che Dio li preferisce.<br />

Purtroppo il bacillo dell’idiozia non è stato<br />

ancora scoperto. Visto, quindi, che non è possibile<br />

curarli, e considerati i numerosi problemi<br />

che essi pongono, l’unica soluzione, la più con-<br />

facente per levarseli da torno, sarebbe quella di<br />

esportarli. Ma nella Penisola in quanti si resterebbe?<br />

C’è poi l’obbligo di rispettare le leggi.Non ci<br />

sono patti, contratti o intese con altri Paesi per<br />

effettuare l’esportazione di idioti, quindi, con<br />

questa spina nel fianco e mantenendo questo<br />

falso senso di tutela nei loro confronti, dobbiamo<br />

imparare a conviverci. Certamente il nostro<br />

punto di vista non sarà condiviso da tutti, ma<br />

l’idea di esportare gli idioti vi affascina, e ci affascina<br />

anche lanciare contro di loro saette ed epiteti<br />

offensivi e ingiuriosi, anche se poi tutto finisce<br />

qui. Longanesi diceva: “Due idioti sono due<br />

idioti. Diecimila sono una forza storica”.


IL PUNTO Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

3 Il punto


ealtàmedica<br />

Garante scientifico<br />

Delfo Galileo Faroni<br />

Direttore editoriale<br />

Jessica Faroni<br />

Direttore responsabile<br />

Luciano Pecchi<br />

Coordinamento redazionale<br />

Glauco Messina<br />

Coordinamento comitato scientifico<br />

Carlo De Bac<br />

Comitato scientifico<br />

Francesco Bove, Carlo De Bac,<br />

Delfo Galileo Faroni, Jessica Veronica Faroni,<br />

Gaetano Lanzetta, Glauco Messina,<br />

Roberto Proietti, Valter Santilli<br />

Editore:<br />

Giulia S.r.l.<br />

Via Sardegna, 50 - Roma<br />

Direzione, redazione,<br />

amministrazione e pubblicità:<br />

Via Sardegna, 50 - 00187 Roma<br />

Tel. 06 94534700 - Fax 06 94534735<br />

E-mail: realtamedica2000@gruppoini.it<br />

La rivista è posta sotto la tutela delle leggi sulla<br />

stampa. Gli articoli pubblicati impegnano esclusivamente<br />

le responsabilità degli autori.<br />

La riproduzione dei lavori pubblicati è permessa<br />

solo dietro autorizzazione scritta della direzione.<br />

Registrazione:<br />

Tribunale di Roma n. 591/99 del 19/12/99<br />

Videoediting ed impaginazione:<br />

Balzanelli s.r.l. - Via A. Einstein, 4/6<br />

00015 Monterotondo Scalo (Roma)<br />

La rivista è aperta a ogni tipo di contributo<br />

medico-scientifico. Tutti gli operatori sanitari<br />

possono inviare alla redazione di Realtà Medica<br />

2000 propri articoli, che troveranno spazio in<br />

base alla normale programmazione redazionale.<br />

La direzione si riserva, comunque, il diritto di<br />

non pubblicazione; nel qual caso gli articoli<br />

verranno restituiti all’autore.


SOMMARIO Realtà Medica 2000 - n.1/2013<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

IL PUNTO<br />

Perché non esportiamo gli idioti? di Delfo Galileo Faroni 1<br />

POLITICA SANITARIA<br />

Regione Lazio, Piano di Rientro. Faroni: «È arrivato il momento della discontinuità», Red. 7<br />

NEUROLOGIA<br />

Le cefalee pediatriche... con un bambino è tutto (o quasi) diverso,<br />

Intervista di Roberto Nappi alla dott.ssa Federica Galli 11<br />

DIABETOLOGIA<br />

Diabete e farmaci innovativi. In Italia esistono difficoltà di interazione, L.P. 17<br />

CARDIOLOGIA<br />

Valutazione rischi d’infarto. Piccola rivoluzione grazie allo studio Check, Red. 19<br />

ENDOCRINOLOGIA<br />

Romanticismo, passione, libertà: i prodotti ormonali della donna, di Delfo Galileo Faroni 23<br />

NEFROLOGIA<br />

Il letargo dell’orso: un meraviglioso enigma per il nefrologo e non solo, di Guido Baldinelli 25<br />

MANAGEMENT SANITARIO<br />

L’importanza della figura infermieristica: il Case manager (parte prima), di Federica Ederli 29<br />

SOCIETÀ<br />

Le donne come “motore” della promozione della salute<br />

A cura del reparto di Salute della donna e dell’età evolutiva, Cnesps-Iss 33<br />

POLITICHE SOCIALI<br />

Welfare, gli italiani ne chiedono uno nuovo, Red. 39<br />

STORIA DELLA MEDICINA<br />

Dal secolo dei lumi a la Belle Époque, di Luca Tofini 43<br />

SALUTE E PARLAMENTO<br />

Rubrica, a cura di Giorgia Pecchi 49<br />

5 Sommario


Politica Sanitaria 6<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Fondato dal Prof. Delfo Galileo Faroni<br />

Via Torino, 122<br />

00184 Roma - Italy<br />

Tel. +39 06 94534700<br />

Fax +39 06 94534735<br />

www.gruppoini.it<br />

e-mail: cup@gruppoini.it


POLITICA SANITARIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Regione Lazio, Piano di Rientro<br />

Faroni: «È arrivato il momento<br />

della discontinuità»<br />

Il cambiamento non può prescindere dalla analisi.<br />

«Da questa affermazione – dichiara la dott.ssa<br />

Jessica Veronica Faroni, presidente Aiop-Lazio –<br />

emerge l’inefficacia dei tagli lineari che sono il<br />

contrario di quello che sarebbe necessario per<br />

controllare i costi e ridurre le inefficienze. Emerge<br />

l’inadeguatezza del decisore politico che, in particolare<br />

nel Lazio, non è stato fino ad oggi in grado<br />

di affrontare i nodi strutturali della sanità<br />

regionale, che restano, dopo cinque anni di piano<br />

di rientro, ancora tutti sul tavolo».<br />

«Sviluppare una azione programmatoria forte da<br />

parte della regione, ricostruire le competenze della<br />

struttura regionale di governo del settore, dare<br />

al piano di rientro una visione non solo finanziaria,<br />

introdurre nelle aziende sanitarie strumenti<br />

di controllo e gestione adeguati, sviluppare la<br />

sanità sul territorio, aumentare la produttività<br />

delle strutture pubbliche, definire l’accreditamento<br />

delle strutture, coinvolgere gli operatori in una<br />

gestione condivisa del sistema valorizzandone le<br />

specificità, definire gli accordi con le strutture<br />

universitarie – sottolinea Faroni – sono solo alcuni<br />

dei nodi da sciogliere analizzati nella ricerca».<br />

«La decima legislatura regionale – continua Faroni<br />

– potrebbe essere quella in cui il sistema sanitario<br />

laziale diventerà efficiente e finanziariamente<br />

in equilibrio. In cui cittadini e imprese non<br />

saranno più costretti a sopportare la più elevata<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

La sanità è un sistema complesso e la ricerca dal titolo “Criticità finanziarie (e non solo) del<br />

sistema sanitario” elaborata dall’Associazione Italiana Ospedalità Privata, Regione Lazio, in<br />

collaborazione con il Centro Studi Regionali e presentata a Roma il 31 gennaio 2013 dal dott.<br />

Marcello Degni e dalla dott.ssa Jessica Veronica Faroni, presidente Aiop Lazio, alla presenza<br />

di Nicola Zingaretti, nel delineare questa complessità, propone al dibattito soluzioni concrete.<br />

Un approccio a tutto campo, non una visione settoriale, perché il tema va affrontato nelle sue<br />

molteplici articolazioni, altrimenti non si cambia nulla.<br />

pressione fiscale regionale del paese per sostenerlo.<br />

In cui i servizi forniti ai cittadini saranno<br />

all’altezza di un paese civile. In cui il privato<br />

accreditato che eroga prestazioni di alta qualità<br />

possa sentirsi, forse per la prima volta, pienamente<br />

inserito nell’offerta pubblica. I fondamentali ci<br />

sono. Il Lazio è una regione che produce il più<br />

alto PIL d’Italia dopo la Lombardia. È mancata<br />

fino ad oggi una classe dirigente adeguata».<br />

«Crediamo – dichiara il presidente di Aiop<br />

Lazio – che sia arrivato il momento della discontinuità,<br />

indispensabile per favorire lo sviluppo».<br />

Nella prima parte della ricerca viene fornita una<br />

rassegna critica dei numeri della sanità prima e<br />

dopo i piani di rientro e ne vengono analizzate le<br />

principali criticità: torsione finanziaria, unidirezionalità<br />

della mobilità sanitaria, farraginosità dei<br />

meccanismi di ripartizione, scarsa trasparenza e<br />

inadeguatezza delle basi informative, scarsa efficienza<br />

dei sistemi regionali. Particolare attenzione<br />

viene dedicata in questa parte della ricerca alle<br />

regole introdotte dall’attuazione del federalismo<br />

fiscale e alle possibili distorsioni connesse alla<br />

implementazione di questo processo: l’armonizzazione<br />

dei bilanci degli enti territoriali e delle<br />

aziende sanitarie e la conseguente perimetrazione<br />

del bilancio; la questione dei costi standard e dei<br />

fabbisogni, il ruolo dei fattori strutturali nella<br />

determinazione delle funzioni di costo.<br />

7 Politica Sanitaria


Politica Sanitaria 8<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Nella seconda parte lo studio dell’Aiop - Centro<br />

Studi Regionali si concentra sul caso Lazio ripercorrendone<br />

la storia dell’ultimo decennio. Dall’analisi<br />

emerge il fallimento del policy maker,<br />

incapace di risolvere i nodi strutturali del sistema<br />

che, dopo 6 anni di piano di rientro, restano<br />

ancora intatti. Assenza di programmazione del<br />

sistema da parte della regione, debolezza gestionale<br />

delle aziende sanitarie, inefficacia dei controlli<br />

(ruolo dell’ASP), indeterminatezza nella<br />

ripartizione dell’offerta, scarsa produttività delle<br />

strutture, carenza della sanità nel territorio, scarsa<br />

distinzione tra sanità e ricerca (policlinici universitari).<br />

Sono solo i principali nodi irrisolti che,<br />

insieme agli altri analizzati nella ricerca, producono<br />

ancora un rilevante disavanzo e la più elevata<br />

pressione fiscale regionale su cittadini e<br />

imprese.<br />

In altre parole, lo studio arriva a una conclusione:<br />

il fallimento strutturale delle politiche sanitarie<br />

della Regione Lazio fino ad oggi attuate. Un lento<br />

percorso di riduzione del disavanzo che richiederà<br />

ancora anni per il conseguimento del pareggio<br />

– sta scritto sempre nello studio – obiettivo<br />

che resterà una chimera (o sarà conseguito a scapito<br />

delle prestazioni fornite ai cittadini) se non<br />

saranno aggrediti in nodi strutturali più volte<br />

richiamati.<br />

Per compiere il salto di qualità sono necessari<br />

alcuni prerequisiti: approccio bipartisan; rafforzamento<br />

della governance del sistema (struttura<br />

centrale e aziende sanitarie); allargamento della<br />

partecipazione multilivello (oltre allo Stato anche<br />

le Regioni, recuperando il partenariato previsto<br />

dalla lettera di intenti che ha preceduto il piano<br />

di rientro); partecipazione forte degli stakeholders<br />

(pazienti, operatori, enti territoriali, cittadini).<br />

Direttrici completamente ignorate dal policy<br />

maker, anche nella legislatura appena conclusa.<br />

Nulla di tutto ciò si ritrova infatti nella lettera del<br />

presidente Polverini al capo del governo del 17<br />

ottobre 2012: “sono stata nominata Commissario<br />

ad acta della sanità nel mese di maggio 2010,<br />

prendendo in consegna una gestione priva di una<br />

visione strategica coerente, in assenza di ogni forma<br />

di governance e capace di generare ogni anno<br />

miliardi di disavanzi a cui dover trovare coperture<br />

a carico della collettività”. Già questo incipit tradisce<br />

l’assenza del necessario approccio condiviso,<br />

forzato fino ad alterare la <strong>realtà</strong>: il sistema sanitario<br />

laziale è gestito dal febbraio del 2007 dal<br />

Tavolo governativo, in attuazione del piano di<br />

rientro; non è possibile rilevare discontinuità nell’ambito<br />

di questa fase, come emerge dalle risultanze<br />

delle riunioni di verifica, del tutto uniformi<br />

rispetto a quelle della precedente legislatura (stessi<br />

problemi, stessi rilievi, stesse inadempienze).<br />

“La sanità laziale”, continua la lettera, “registrava<br />

discipline presenti ovunque, spesso con masse critiche<br />

e numeri che mettevano a rischio la salute


POLITICA SANITARIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

del paziente, nessuna logica di rete e forti differenze<br />

tra Roma e le Province, soprattutto per<br />

quanto riguarda l’emergenza. Un numero di<br />

posti letto per 1000 abitanti pari 4,5 contro uno<br />

standard richiesto di 4 posti letto per 1000 abitanti.<br />

In alcune discipline (riabilitazione e lungo<br />

degenza) il numero di posti letto era addirittura<br />

pari a 5 volte quello delle regioni virtuose [in <strong>realtà</strong>;<br />

come evidenziato nell’ultima riunione del<br />

Tavolo sopra richiamata, nel Lazio è ancora forte<br />

la carenza di posti letto per non acuti]. In buona<br />

sostanza si curava tutto e dovunque, con una<br />

organizzazione che inevitabilmente produceva<br />

bassa qualità ed alti costi. Costi che nel periodo<br />

Marrazzo-Montino sono aumentati di 1 miliardo<br />

e 243 milioni vanificando pressoché interamente<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

l’aumento del fondo sanitario messo a disposizione<br />

della Regione Lazio nello stesso periodo e pari<br />

a 1 miliardo e 532 milioni".<br />

È una distorsione evidente della <strong>realtà</strong>: la riorganizzazione<br />

della rete ospedaliera è figlia del piano<br />

di rientro. I decreti commissariali approvati<br />

all’inizio della legislatura regionale erano stati già<br />

predisposti dalla struttura tecnica prima delle elezioni<br />

e sarebbero stati approvati anche se l’esito<br />

del voto fosse stato di segno opposto. La riduzione<br />

del disavanzo si è avviata con il piano di rientro<br />

e i risultati del 2010 e del 2011 risentono dell’<br />

effetto delle azioni intraprese a partire dal 2007,<br />

inclusa la ristrutturazione del debito, completata<br />

nel corso del 2008.<br />

I “contributi straordinari una tantum per 1<br />

miliardo e 364 milioni di euro” (che in <strong>realtà</strong><br />

sono stati ben maggiori se si considera anche il<br />

contributo straordinario del 2007, pari a 2,3<br />

miliardi), erogati dallo Stato, hanno contribuito<br />

alla riduzione dello squilibrio degli anni “della<br />

giunta Marrazzo-Montino”, creando le premesse<br />

per le ulteriori riduzioni (speriamo non effimere)<br />

realizzate negli anni successivi.<br />

Anche il blocco dei finanziamenti per inadempienze<br />

è un elemento comune delle diverse<br />

amministrazioni, come dimostra il menzionato<br />

stop ripetutosi nel 2012 per ben tre verifiche consecutive.<br />

La prossima legislatura regionale, se sarà intrapreso<br />

un lavoro intenso di aggressione dei nodi<br />

strutturali del sistema, potrà forse vedere l’uscita<br />

dal piano di rientro. Ma è una strada ancora in<br />

salita, che richiede molta determinazione.<br />

I suggerimenti e le proposte indicate nella ricerca<br />

Aiop si riassumono nella esigenza di introdurre<br />

una forte discontinuità rispetto alle politiche delle<br />

ultime tre legislature regionali, per ricondurre<br />

il sistema su un percorso di sviluppo.<br />

La ricerca si conclude con una appendice sull’invecchiamento<br />

della popolazione e sulle politiche<br />

socio-assistenziali, uno dei nodi strutturali più<br />

rilevanti a livello nazionale, che nel Lazio presenta<br />

particolari criticità. (Red.)<br />

9 Politica Sanitaria


Neurologia 10<br />

<strong>realtà</strong>medica


NEUROLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Dottoressa Galli, iniziamo dal capire se i bambini<br />

soffrono dello stesso mal di testa degli<br />

adulti.<br />

Anche nei bambini la distinzione di partenza è<br />

sempre quella tra cefalee primarie – emicrania e<br />

cefalea tensiva – e cefalee secondarie, con la differenza<br />

che, tra le primarie, risulta quasi assente<br />

la cefalea grappolo, la più rara in assoluto e<br />

comunque tipica dell’età adulta. La prevalenza<br />

delle forme primarie è stimata essere del 10-20%<br />

nella popolazione in età prescolare, con un progressivo<br />

incremento in relazione all’età, fino a<br />

valori che si collocano intorno al 27-32% intorno<br />

ai 13-14 anni, considerando l’incorrere di crisi<br />

almeno mensili, pur potendo toccare punte<br />

dell’87-94%, se si considera la presenza di cefalea<br />

almeno una volta l’anno.<br />

A livello di genere si rilevano differenze<br />

sensibili?<br />

No, non si rilevano differenze di genere fino alla<br />

pubertà. Successivamente, si registra un netto<br />

incremento tra le femmine con un rapporto di 2<br />

ad 1, differenza che si protrae fino all’età adulta.<br />

Questo perché gli sbalzi ormonali influiscono<br />

moltissimo sulla possibile insorgenza di un attacco<br />

emicranico. Per quanto riguarda la prognosi,<br />

le donne appaiono svantaggiate, ma di questo ne<br />

parleremo più approfonditamente in seguito.<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Le cefalee pediatriche …<br />

con un bambino è tutto (o quasi) diverso<br />

di Roberto Nappi*<br />

A nessuna età si è esenti dal mal di testa in quanto non fa sconti, neppure da piccoli. Il rischio<br />

di soffrire di cefalea è infatti identico anche in età pediatrica, con in più tutta una serie di<br />

problematiche che, inevitabilmente, risultano accentuate quando si ha a che fare con un<br />

bambino, che, rispetto ad un adulto, fatica maggiormente a sopportare e a comprendere il<br />

dolore. Per conoscere meglio caratteristiche e peculiarità delle cefalee in età pediatrica<br />

abbiamo interpellato Federica Galli (Headache Science Center, Unità di Psicologia IRCCS C.<br />

Mondino, Pavia).<br />

* Responsabile comunicazione Fondazione CIRNA Onlus<br />

Le forme più frequenti sono dunque l’emicrania<br />

e la cefalea tensiva?<br />

Senza alcun dubbio sì. L’emicrania con aura, cioè<br />

con tutta quella batteria di sintomi che precedono<br />

il mal di testa vero e proprio, è presente solo<br />

in pochi casi. I sintomi sono prevalentemente<br />

visivi, ma anche di tipo sensoriale, motorio e/o<br />

linguistico: il bambino può ad esempio descrivere<br />

delle luci colorate o delle macchie che interessano<br />

il campo visivo, può lamentarsi di avere formicolii,<br />

di sentire come delle punture di spillo, presentare<br />

rigidità o debolezza agli arti, fino a presentare<br />

delle difficoltà ad esprimersi. Questi sintomi<br />

scompaiono di solito nell’arco di un’ora, lasciando<br />

il posto all’insorgere del mal di testa propriamente<br />

detto. Le caratteristiche sintomatologiche<br />

di questo sono simili a quelle presentate nelle forme<br />

senza aura. Il dolore è spesso di intensità<br />

medio-forte: il bambino è costretto a sospendere<br />

tutto quello che sta facendo, tanto da mettersi a<br />

letto, spesso al buio ed in silenzio. È frequente la<br />

nausea, seguita qualche volta da vomito. Il dolore<br />

può essere pulsante, ma anche di tipo costrittivo.<br />

Soffermandoci sulla tipologia di dolore: essa<br />

cambia a seconda dell’età?<br />

Più il bambino è piccolo, più è raro che il dolore<br />

sia unilaterale. A questo proposito è anche<br />

importante sottolineare che più è piccolo il bam-<br />

11 Neurologia


Neurologia 12<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

bino, più un tipo di dolore sempre localizzato<br />

nello stesso punto, e senza alternanza di lato, può<br />

di per sé far ipotizzare la presenza di una cefalea<br />

di tipo secondario. Una trasposizione tout court<br />

di categorie diagnostiche calibrate sul paziente in<br />

età adulta può infatti far perdere le specificità con<br />

cui il sintomo si presenta in età evolutiva.<br />

E sulla cefalea tensiva cosa ci può dire?<br />

Due sono le forme fondamentali di cefalea di<br />

tipo tensivo: la forma episodica e la forma cronica,<br />

le cui caratteristiche cliniche sono pressoché<br />

sovrapponibili, differenziandosi essenzialmente<br />

per la maggiore durata della seconda (più di 15<br />

giorni al mese). La forma episodica è la più<br />

comune forma di cefalea esistente. La prevalenza<br />

sembra in ogni modo aumentare con l’età,<br />

soprattutto per le forme croniche. In età evolutiva<br />

può essere difficile distinguere la forma tensiva<br />

episodica dall’emicrania senz’aura. Entrambe le<br />

forme possono in ogni modo coesistere - crisi<br />

emicraniche che si alternano a quelle tensive - o<br />

essere non chiaramente distinguibili, con sintomi<br />

di entrambi i tipi che possono caratterizzare uno<br />

stesso attacco.<br />

In questo caso il dolore e la sintomatologia<br />

generale come si presentano?<br />

La qualità del dolore è costrittiva o gravativa, ma<br />

non pulsante. La severità del dolore è lieve o<br />

media, può inibire, senza impedire, le normali<br />

attività quotidiane. La localizzazione del dolore è<br />

di solito bilaterale, ma può anche essere unilaterale<br />

(5-10%). Il dolore non è aggravato dagli sforzi<br />

fisici, particolare che maggiormente differenzia<br />

le due forme. La presenza di nausea o vomito<br />

esclude la diagnosi di cefalea tensiva, anche se<br />

può essere presente anoressia media o moderata.<br />

Possono essere presenti fastidio alle luci oppure ai<br />

rumori. I bambini con cefalea tensiva possono<br />

essere pallidi e presentare inappetenza.<br />

Non abbiamo detto nulla sulla cefalea tensiva<br />

cronica: davvero in un bambino può già manifestarsi?<br />

Purtroppo sì. La cefalea tensiva cronica rappre-<br />

senta una fetta cospicua dei pazienti che accedono<br />

a Centri specialistici (circa il 30%), anche se<br />

la prevalenza in termini di popolazione generale<br />

è attestata intorno allo 0.8%. La caratteristica<br />

comune a queste forme è la presenza di crisi quasi<br />

quotidiane, per cui la qualità della vita del<br />

paziente viene ad essere profondamente minata.<br />

Queste forme di cefalea presentano anche un più<br />

alto grado di problematiche di tipo psicologico,<br />

prevalentemente ansia e depressione, sia negli<br />

adulti che in età evolutiva, richiedendo quindi<br />

interventi sia psicologici che farmacologici. In<br />

questi casi, un lavoro di tipo psicologico può<br />

essere particolarmente utile anche per prevenire<br />

la cosiddetta “cefalea da abuso di farmaci analgesici”,<br />

piuttosto presente negli ultimi anni negli<br />

adulti. Un aspetto che mi preme sottolineare è<br />

l’importanza del lavoro di prevenzione che si può<br />

fare in età evolutiva rispetto all’abuso di farmaci<br />

analgesici, cercando il più possibile di fornire ai<br />

piccoli strumenti “diversi” per gestire le crisi<br />

dolorose. Per questo è importante cercare di affidarsi<br />

a Centri specialistici fin da questa età.<br />

Affrontare il problema cefalea non significa solo<br />

escludere che si tratti di una forma secondaria,<br />

anche se spesso è questo che (comprensibilmente)<br />

sta più a cuore ai genitori. Dal punto di vista<br />

del paziente, diciamo che nella sfortuna di soffrire<br />

di cefalea fin da piccoli si ha la “fortuna” di<br />

avere più tempo per apprendere come gestirla.<br />

Dottoressa Galli, passiamo ora alle cefalee<br />

secondarie, che solitamente sono le più allarmanti,<br />

nel senso che possono essere la spia di<br />

qualcosa di più grave, è così?<br />

Esatto. Elementi che devono prospettare un<br />

immediato intervento medico volto ad escludere<br />

cefalee secondarie sono la presenza di crisi che<br />

divengono più severe, prolungate e/o frequenti,<br />

un esordio del dolore acuto che può svegliare il<br />

bambino anche di notte, il dolore presente al<br />

risveglio che non risulta attenuato dall’uso di<br />

analgesici, la presenza di rigidità nucale, sonnolenza<br />

e vomito. Anche mal di testa scatenati - e<br />

non solo peggiorati - da tosse, starnuti, sforzi in


NEUROLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

genere o dal mutamento della stazione corporea<br />

devono destare preoccupazioni in proposito. Specifici<br />

accertamenti diagnostici sono indispensabili<br />

anche quando il comportamento o le caratteristiche<br />

di personalità del bambino subiscono cambiamenti<br />

repentini oppure quando le normali<br />

tappe dello sviluppo fisico-psicologico presentano<br />

un rallentamento.<br />

Quali sono le patologie più serie riscontrabili<br />

a seguito di una cefalea secondaria?<br />

Una cefalea può essere sintomatica di una malformazione<br />

vascolare, soprattutto quando la cefalea<br />

è sempre localizzata allo stesso lato, se incorre<br />

un’aura stereotipata e prolungata, se ci sono segni<br />

neurologici o rigonfiamenti cranici, se i sintomi<br />

che accompagnano la cefalea sono presenti anche<br />

al di fuori delle crisi. Meningite batterica o virale,<br />

encefalite, un ascesso intracranico o una emorragia<br />

devono essere sospettati invece in caso di febbre,<br />

sonnolenza, irritabilità, fotofobia, vomito.<br />

L’alterazione dello stato di coscienza ed un coinvolgimento<br />

focale neurologico suggeriscono, ad<br />

esempio, la possibilità che sia in atto una infezione<br />

intracranica. Ci sono poi i tumori cerebrali,<br />

che, sebbene rari, rappresentano pur sempre la<br />

seconda patologia maligna che occorre nell’infanzia,<br />

dopo la leucemia. Il 45% dei tumori cerebrali<br />

dell’infanzia sono localizzati nella fossa posteriore:<br />

nella maggior parte dei casi la cefalea sembra<br />

precedere i segni neurologici o oculari. Il dolore<br />

può tipicamente essere provocato da colpi di tosse,<br />

starnuti o sforzi in genere, così come dal passaggio<br />

alla stazione eretta. La cefalea può essere<br />

presente al mattino e/o svegliare il bambino che<br />

sta dormendo. Nei bambini più piccoli possono<br />

presentarsi irritabilità, vomito, pianto, inquietudine,<br />

alterazioni strutturali delle fontanelle, incremento<br />

del perimetro cranico, o altri segni individuabili<br />

tramite opportune indagini. Nei bambini<br />

più grandi può essere presente un rallentamento<br />

dello sviluppo cognitivo, piuttosto che una<br />

regressione, con problemi d’apprendimento ed<br />

attentivi, cambiamenti nella personalità, così<br />

come letargia, apatia, sintomi di depressione.<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Domanda che può sembrare fuori luogo: soffrire<br />

di mal di testa fin da piccoli può essere un<br />

“vantaggio” rispetto a quando il problema<br />

esordisce in età adulta?<br />

Tra virgolette sì. Come accennavo prima, si ha<br />

infatti la “fortuna” di poter apprendere nel corso<br />

della crescita come fronteggiare la problematica,<br />

arrivando, si spera, ad una gestione matura del<br />

proprio mal di testa. In secondo luogo, e questo<br />

è l’aspetto più significativo, la cefalea, con esordio<br />

in età evolutiva, cambia spesso le sue caratteristiche<br />

sintomatologiche nel corso del tempo, con<br />

elevata possibilità di miglioramento e remissione<br />

spontanea. Dati tratti dalla letteratura fanno rilevare<br />

un’elevata probabilità di remissione (intorno<br />

al 30%) o di evoluzione positiva (intorno al 50%<br />

dei casi), sia nel senso di un miglioramento che<br />

di remissione, pur essendo possibile peggioramento<br />

(5%) o invarianza (15%) delle crisi. La<br />

prognosi sembra risentire delle differenze di genere:<br />

nei maschi l’evoluzione è migliore rispetto a<br />

ciascuno dei parametri presi in considerazione.<br />

13 Neurologia


Neurologia 14<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

La scomparsa delle crisi dolorose può ad ogni<br />

modo essere momentanea, ripresentandosi anche<br />

a distanza di anni. Studi volti all’individuazione<br />

dei fattori predittivi per l’evoluzione della cefalea<br />

hanno evidenziato che la presenza di disturbi psicopatologici<br />

associati alle cefalee (sia tensive che<br />

emicraniche) hanno un valore prognostico negativo.<br />

In generale per i maschi la prognosi sembra<br />

migliore che per le femmine.<br />

Lei è una psicologa, quindi saprà benissimo<br />

quanto sia fondamentale nei bambini, ancor<br />

più che negli adulti, l’incidenza dei fattori psichici<br />

di fronte ad una malattia, quale, di fatto,<br />

può essere la cefalea.<br />

È assolutamente così. In età evolutiva diversi studi<br />

hanno posto in rilievo la presenza di fattori psichici,<br />

in qualche modo associati alle crisi cefalalgiche<br />

(tensive o emicraniche). È chiaro che<br />

un’analisi di questa associazione in età evolutiva<br />

presenta delle difficoltà aggiuntive, in quanto<br />

implica il tenere in costante considerazione le<br />

diverse tappe di crescita (in termini biologici,<br />

anatomici, fisiologici, oltre che cognitivi ed emotivi)<br />

e le peculiarità di sviluppo del bambino,<br />

oltre che fattori ambientali, sociali e culturali<br />

entro cui il paziente quotidianamente si muove.<br />

I fattori psicologici sono di fatto “fattori scatenanti”<br />

le crisi, questo mi preme precisarlo. Esiste<br />

probabilmente un substrato biologico (che ancora<br />

conosciamo poco) su cui si innestano provocando<br />

le crisi. L’individuazione di questi “fattori<br />

scatenanti” (attraverso attente valutazioni psicologico-cliniche)<br />

fornisce armi aggiuntive per arginare<br />

le crisi dolorose.<br />

Invece per quanto riguarda il versante più propriamente<br />

psicologico quali sono i segnali che<br />

bisogna saper cogliere?<br />

Ad esempio, una cefalea cui sembra conseguire<br />

un vissuto di isolamento oppure uno scarso rendimento<br />

scolastico, la sospetta presenza di competitività<br />

o conflittualità familiare, la presenza di<br />

problematiche psicopatologiche concomitanti<br />

(enuresi, balbuzie, tic, ansia, disturbi del sonno,<br />

difficoltà alimentari…) dovrebbero in ogni caso<br />

richiedere la programmazione di una valutazione<br />

psicologico-clinica. Un altro aspetto che riveste<br />

un’importanza del tutto peculiare in età evolutiva,<br />

e come tale da tenere in stretta considerazione<br />

nel momento in cui si approfondisce il “significato”<br />

del sintomo cefalea in questa fascia d’età, è<br />

quello riferibile alla sfera scolastica con cui il<br />

paziente si trova immancabilmente ad interagire.<br />

Vi si aggiungono aspetti legati ai processi di<br />

socializzazione, al confronto diretto con i coetanei.<br />

Nella pratica clinica è molto frequente il<br />

riscontro di problemi scolastici, familiari, di<br />

socializzazione dietro alla cefalea, “sintomo” in<br />

questo caso di problematiche di tipo psicologico.<br />

Una fobia scolare sottostante al sintomo cefalea<br />

viene spesso riscontrata: uno scarso rendimento<br />

scolastico può essere “giustificato” dal frequente<br />

incorrere di crisi cefalalgiche, che rischiano di<br />

innestare un circolo vizioso, potendo, tra l’altro,<br />

allontanare il bambino da scuola.<br />

Volendo dare un consiglio ai genitori di bambini<br />

che soffrono di cefalea cosa direbbe loro?<br />

Quello che dico sempre quando li incontro la<br />

prima volta e cioè di non considerare aprioristicamente<br />

che la cefalea del bambino sia “inventata”<br />

o “solo una scusa” per evitare i suoi obblighi<br />

scolastici perché ciò rischia di etichettare il bambino<br />

semplicemente come “svogliato”, a volte<br />

come un “bugiardo”, non riconoscendo che il<br />

mal di testa può esprimere un disagio di diversa<br />

origine. Può ad esempio accadere che il bambino<br />

viva con ansia non tanto la dimensione scolastica,<br />

quanto a volte l’allontanamento dal suo ambiente<br />

familiare. Cambiamenti a livello familiare (dalla<br />

nascita di un fratellino fino all’acuirsi o all’insorgere<br />

di un conflitto tra i genitori che ne minaccia<br />

magari la separazione), anche se non direttamente<br />

comunicati, possono essere recepiti dal bambino,<br />

che può piombare in uno stato di profonda<br />

angoscia. La cefalea in questi casi non è altro che<br />

la punta di un iceberg, un tentativo da parte del<br />

bambino di chiedere aiuto, oppure di ritrovare le<br />

attenzioni di genitori in quel momento “lontani”<br />

perché magari presi da problematiche di coppia.


NEUROLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Per concludere, parliamo di terapia, o meglio,<br />

di terapie.<br />

Esatto. Innanzitutto va detto che il bambino non<br />

è un adulto “in piccolo” e qualsiasi intervento<br />

diagnostico e terapeutico necessita di essere calibrato<br />

in funzione delle specificità situazionali, in<br />

termini biologici, psicologici ed ambientali. Per<br />

quanto riguarda il trattamento farmacologico<br />

delle cefalee dell’età evolutiva si distingue fondamentalmente<br />

tra terapia dell’attacco (o sintomatica)<br />

e terapia preventiva. Gli elementi che<br />

depongono a favore di un intervento sul sintomo<br />

sono la presenza di più di non più di due crisi al<br />

mese, l’età inferiore ai 5 anni, crisi non particolarmente<br />

invalidanti, la presenza di disturbi di<br />

tipo endocrino (ad esempio diabete o obesità), la<br />

resistenza dei genitori a trattamenti di tipo preventivo.<br />

La terapia preventiva è invece indicata<br />

quando il paziente presenta numerose crisi invalidanti<br />

(più di due al mese) con elevata durata<br />

degli attacchi (più di due ore), l’età del paziente<br />

supera i 5 anni, in presenza di comorbidità psichiatrica<br />

o di fattori che prospettano un elevato<br />

rischio emicranico (equivalenti emicranici, familiarità,<br />

quando le crisi interferiscono molto con<br />

le normali attività quotidiane (il paziente è<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

costretto al riposo, al buio, ecc), le terapie per<br />

l’attacco si sono mostrate inefficaci o hanno<br />

determinato rilevanti effetti collaterali, il sintomo<br />

è strumentale al perseguimento di vantaggi<br />

secondari.<br />

Come per gli adulti sono possibili terapie non<br />

farmacologiche?<br />

Certamente sì. Sul versante del trattamento nonfarmacologico<br />

delle cefalee sono da annoverare<br />

interventi che vanno dal training autogeno, al<br />

biofeedback, alla psicoterapia (individuale, di<br />

coppia, familiare). La scelta dipende ovviamente<br />

dalle specificità situazionali e dovrebbe essere<br />

attuata integrando quella farmacologica. L’esperienza<br />

clinica supporta l’utilizzo di interventi non<br />

farmacologici, laddove sono ancora scarse le evidenze<br />

scientifiche a tale proposito (soprattutto<br />

per quello che riguarda interventi di psicoterapia<br />

propriamente detti). Tuttavia portare all’attenzione<br />

dei genitori e del paziente cefalalgico la presenza<br />

di dinamiche relazionali disfunzionali,<br />

unendo eventualmente suggerimenti di tipo psicopedagogico,<br />

prima di arrivare all’indicazione di<br />

una vera e propria psicoterapia, può già rappresentare<br />

un notevole contributo per il miglioramento<br />

della cefalea.<br />

15 Neurologia


Diabetologia 16<br />

<strong>realtà</strong>medica


DIABETOLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Quattro milioni e duecentomila persone in Italia<br />

soffrono di diabete, con una spesa calcolata attorno<br />

agli undici miliardi di euro, più che doppia<br />

rispetto a vent’anni fa. E pesanti sono i rischi collegati<br />

alla patologia: ogni anno settantacinquemila<br />

diabetici subiscono un infarto, diciottomila un<br />

ictus, ventimila vanno incontro a insufficienza<br />

renale cronica e cinquemila all’amputazione di<br />

un arto. Infine diciottomila perdono la vita. I dati<br />

sono stati resi noti al meeting dell’European<br />

Association for the study of Diabetes, a Stoccolma,<br />

dove è emersa la necessità di modificare l’approccio<br />

alla malattia, puntando sull’intervento<br />

precoce. Giocando d’anticipo, migliorando il<br />

compenso metabolico del paziente sin dall’esordio<br />

del diabete si potrebbero ridurre le complicanze<br />

cardiovascolari nei successivi cinque anni<br />

in modo significativo.<br />

«Dobbiamo attuare un cambiamento – sottolinea<br />

Carlo Giorda, vicepresidente Amd – una glicemia<br />

di 140/150 non deve più essere tollerata con<br />

benevolenza, ma diventare subito oggetto di<br />

cura». Per far questo è necessaria una trasformazione<br />

culturale, un cambiamento nell’approccio<br />

che coinvolga tutti, dai diabetologi ai medici di<br />

medicina generale, dalle associazioni di volontariato<br />

alle istituzioni e l’industria. La parola chiave<br />

è formazione. Un intervento precoce sarebbe<br />

auspicabile anzitutto per la salute dei pazienti,<br />

consentendo di ridurre e complicanze vascolari di<br />

oltre il 40%. Ma un beneficio non trascurabile,<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Diabete e farmaci innovativi<br />

In Italia esistono difficoltà di interazione<br />

In Italia soffrono di diabete quattro milioni e duecentomila persone con una spesa calcolata<br />

attorno agli undici miliardi di euro, più che doppia rispetto a vent’anni fa. E pesanti sono i<br />

rischi collegati alla patologia: ogni anno settantacinquemila diabetici subiscono un infarto,<br />

diciottomila un ictus, ventimila vanno incontro a insufficienza renale cronica e cinquemila<br />

all’amputazione di un arto. Eppure di fronte a questo quadro il nostro Paese è quello che ha<br />

maggiori difficoltà ad aprire le porte ai farmaci innovativi. Lo rileva un’indagine di Cegedim<br />

Strategic Data (Csd), presentata a Milano durante un incontro promosso da Onda (Osservatorio<br />

nazionale sulla salute della donna) e Amd (Associazione medici diabetologi.<br />

secondo lo specialista, sarebbe quello a vantaggio<br />

dei conti pubblici. Proprio le complicanze del<br />

diabete incidono per quasi il 50% sui costi diretti<br />

della malattia, senza contare le giornate di lavoro<br />

perse o le pensioni di invalidità. Oggi, secondo i<br />

dati degli Annali Amd, ogni anno circa il 17%<br />

delle visite effettuate negli oltre 650 centri diabetologici<br />

della Penisola collegati ad Amd sono primi<br />

accessi: persone cioè che arrivano per la prima<br />

volta nella struttura, ma con la malattia già in<br />

atto, in media da oltre 7 anni.<br />

«È evidente che qualcosa, nel sistema di gestione<br />

del diabete, non funziona a dovere», prosegue<br />

Giorda. E l’importanza di una prevenzione che<br />

comporti anche dei mutamenti degli stili di vita<br />

viene evidenziata dall’allarmante quadro presentato<br />

da Sandro Gentile, presidente dell’Amd<br />

(Associazione medici diabetologi), nel corso del<br />

meeting.<br />

«Ci troviamo di fronte a bimbi di 4-5 anni che,<br />

oltre ai chili di troppo, oggi presentano una forma<br />

di diabete che finora era detta dell’adulto»,<br />

spiega Gentile, precisando che tuttavia «i dati del<br />

diabete di tipo 2 fra i bambini italiani ancora non<br />

esistono». E il medico cita la vicenda di un bimbo<br />

napoletano con valori talmente alterati da dove<br />

prendere un antidiabetico sciolto nel latte del<br />

biberon, a meno di due anni di età. Una situazione<br />

che si lega all’aumento di sovrappeso e obesità<br />

nei bambini. «E testimonia anche alcune rivoluzioni<br />

nello stile di vita dei nostri figli: dall’alimen-<br />

17 Diabetologia


Diabetologia 18<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

tazione sempre meno mediterranea, alle troppe<br />

ore passate davanti alla tv».<br />

Stando, poi, a un’indagine di Cegedim Strategic<br />

Data (Csd), presentata Milano durante un incontro<br />

promosso da Onda (Osservatorio nazionale<br />

sulla salute della donna) e Amd (Associazione<br />

medici diabetologi) si evince che le cure per il<br />

diabete in Italia sono tra le più arretrate d’Europa.<br />

Lo studio mostra che il nostro Paese è quello<br />

che ha maggiori difficoltà ad aprire le porte ai farmaci<br />

innovativi. L’indagine ha messo a confronto<br />

l’approccio prescrittivo in cinque paesi europei,<br />

attraverso le cartelle cliniche di oltre 4,5 milioni<br />

di pazienti raccolte attraverso i medici di medicina<br />

generale. È emerso che in Italia ad essere in<br />

cura con i farmaci innovativi sono appena l’1,5%<br />

dei malati di diabete di tipo 2 trattati con i farmaci<br />

più innovativi, a fronte del 15% registrato<br />

in Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna.<br />

Le ragioni del ritardo italiano, secondo Pasquale<br />

Palladino, managing director di Csd sono legate<br />

al persistere di«regolamentazioni e restrizioni alla<br />

loro prescrivibilità, parzialmente in via di superamento».<br />

Incide poi la paura dell’impatto economico<br />

della malattia, ma il costo del diabete, ricor-<br />

dano gli specialisti, «è prevalentemente a carico<br />

delle complicanze, mentre quello direttamente<br />

legato al trattamento con farmaci antidiabetici<br />

incide per meno del 10%».<br />

C’è poi la scarsa attenzione dedicata dalle aziende<br />

farmaceutiche alla comunicazione e formazione<br />

diretta ai medici in tema di diabete, quantificabile<br />

in poco più di 37 milioni di euro nel 2009<br />

meno della metà di quanto investito in Francia e<br />

Spagna, mentre in Gran Bretagna sono stati investiti<br />

oltre 100 milioni e in Germania oltre 123<br />

milioni di euro.<br />

Altra lacuna italiana quella che riguarda anche un<br />

piano nazionale dedicato, e una complessità legislativa<br />

che ha pochi eguali, con ben 132 normative<br />

regionali per la prevenzione e la gestione del<br />

diabete, spesso diverse tra loro e comunque insufficienti.<br />

Per assistere al meglio i pazienti diabetici, spiegano<br />

Sandro Gentile, presidente di Amd, e Franca<br />

Maria Mulas, consigliere nazionale dell’associazione,<br />

l’auspicio dei medici «è che si giunga presto<br />

a un’integrazione tra la rete di centri e la medicina<br />

del territorio, ma anche dei database esistenti per<br />

monitorare i risultati degli atti medici». (L.P.)


CARDIOLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Il 46% delle persone che hanno un livello di colesterolo<br />

Ldl inferiore a 130 mg/dl può essere a<br />

rischio di infarto e ictus. Nove milioni di italiani,<br />

che in base a parametri tradizionali di rischio cardiovascolare<br />

sono a rischio medio, possono<br />

comunque incorrere in eventi acuti. In particolare<br />

2 milioni, che non si curano, sono ad alto<br />

rischio. Sono questi i risultati a cui è giunto lo<br />

studio Check, realizzato dall’Università di Milano<br />

in collaborazione con la Società Italiana Medicina<br />

Generale (Simg), i cui risultati sono pubblicati<br />

su Nutrition Metabolism and Cardiovascular<br />

Diseases.<br />

Una piccola rivoluzione nelle valutazioni dei<br />

rischi d’infarto. Lo studio spiega Alberico Catapano,<br />

farmacologo dell’ateneo milanese «è stato<br />

realizzato negli ultimi 8 anni analizzando sesso,<br />

età, istruzione, attività fisica, colesterolo di 7.000<br />

cittadini assistititi in 421 ambulatori di medici di<br />

famiglia di 16 regioni italiane. E sono stati anche<br />

prelevati e analizzati campioni di sangue. Cosa<br />

che ha permesso di fotografare il rischio cardiovascolare<br />

della popolazione italiana». Tale rischio<br />

è stato quindi valutato sia in base ai più noti fattori<br />

(fumo, colesterolo, pressione arteriosa, obesità,<br />

familiarità, età) sia in base ad altri parametri,<br />

come il grado di istruzione («chi non ha istruzione<br />

ha un rischio del 40% in più rispetto a un laureato»)<br />

o il dosaggio di proteine. «In particolare<br />

– afferma Catapano – è stato esaminata la presenza<br />

della proteina C reattiva nel sangue, prodotta<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Valutazione rischi d’infarto<br />

Piccola rivoluzione grazie allo studio Check<br />

Lo studio Check, realizzato dall’Università di Milano in collaborazione con la Società Italiana<br />

Medicina Generale (Simg), i cui risultati sono pubblicati su Nutrition Metabolism and<br />

Cardiovascular Diseases, ha messo in evidenza che anche chi ha un colesterolo Ldl inferiore<br />

a 130 può essere ad alto rischio infarto. Una piccola rivoluzione nelle valutazioni dei rischi<br />

d’infarto riconducibile ai livelli bassi prolungati nel tempo della proteina C reattiva nel sangue<br />

e alla sua interazione con alcuni tra i fattori di rischio più importanti, in particolare con quello<br />

dovuto al sovrappeso e al grasso viscerale.<br />

nel fegato e legata all’infiammazione, e si è visto<br />

che non sono tanto i suoi livelli alti a preoccupare,<br />

ma i livelli bassi prolungati nel tempo e la loro<br />

interazione con alcuni tra i fattori di rischio più<br />

importanti, in particolare con quello dovuto al<br />

sovrappeso e al grasso viscerale (girovita oltre 88<br />

cm nella donna e 102 nell’uomo). Accade così<br />

che anche chi ha un colesterolo Ldl inferiore a<br />

130 può essere ad alto rischio». «Attenzione, questa<br />

proteina non deve essere considerata causa di<br />

malattia né fattore di rischio, ma un parametro<br />

che consente di valutare meglio il rischio se concomitante<br />

con altri», precisa Catapano che, a<br />

domanda, consiglia il suo dosaggio «non a tutti,<br />

19 Cardiologia


Cardiologia 20<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

ma solo a coloro che sono a rischio medio secondo<br />

la carta del rischio».<br />

In base ai parametri del Rischio CardioVascolare<br />

Globale, l’81% della popolazione, oltre 48,5<br />

milioni di cittadini, ha rischio cardiovascolare<br />

basso. Solo il 4% (2,4 milioni) ha un rischio alto<br />

e assume farmaci a carico del Servizio Sanitario<br />

Nazionale; il 15%, quindi quasi nove milioni di<br />

persone, ha un rischio medio. Ma è proprio<br />

quest’ ultima la fascia di cittadini che, in base agli<br />

indici dallo studio Check sulla base dei valori<br />

riscontrati di proteina C reattiva, ha almeno in<br />

parte (2 milioni) un rischio elevato. Ecco in dettaglio<br />

alcuni risultati:<br />

COLESTEROLO – Il 46% delle persone che<br />

hanno un livello di colesterolo minore di 130<br />

mg/dl è a rischio.<br />

ISTRUZIONE – Chi non ha alcuna istruzione<br />

ha un rischio maggiore del 40% rispetto a chi è<br />

laureato e chi ha fatto le elementari ha un rischio<br />

del 20% maggiore di chi ha la licenza media, che<br />

a sua volta ha il 30% di rischio in più di chi è<br />

diplomato. È del 9% in più invece il rischio per<br />

chi è in possesso del diploma rispetto a chi ha<br />

proseguito gli studi universitari.<br />

ETÀ – Gli adulti tra 40 e 49 anni rischiano il<br />

70% in meno degli anziani tra 70 e 79. Tra 50 e<br />

59 anni si rischia il 30% in più di chi ha una decina<br />

di anni in meno; tra i 60 e i 69 anni si rischia<br />

il 12% in più di chi ha un’età tra 50 e 59 anni.<br />

Tra 60 e 69 anni si corre un rischio minore del<br />

20% rispetto a chi ha 10 anni in più.<br />

PESO – Tra le persone obese, con indice di massa<br />

corporea oltre 30, le donne hanno un rischio del<br />

58% maggiore rispetto agli uomini, mentre tra i<br />

normopeso sono gli uomini ad avere il 40% di<br />

rischio in più rispetto al gentil sesso. Tra i sovrappeso<br />

il rischio è del 20% in più per le donne.<br />

ATTIVITÀ FISICA E SESSO – Chi non svolge<br />

un’attività fisica ha il 30% in più di rischio rispetto<br />

a chi la svolge. Il rischio per le donne è del 9%<br />

in più di quello degli uomini.<br />

Allo studio Check, coordinato dall’Università di<br />

Milano, hanno partecipato 421 medici di famiglia<br />

in 16 regioni italiane che hanno reclutato<br />

quasi 7000 pazienti di età compresa fra i 40 e i<br />

79 anni. La regione col maggior numero di medici<br />

coinvolti è la Lombardia (94). Ha partecipato<br />

anche San Marino con cinque ambulatori. (Red.)<br />

LE ANTOCIANINE RIDUCONO I DANNI DELL’INFARTO<br />

Uno studio realizzato da un gruppo di esperti europei che hanno dato vita al Progetto Athena, ha<br />

verificato sull’uomo le proprietà delle antocianine, i pigmenti contenuti, tra le altre cose, nei frutti di<br />

bosco. Il lavoro scientifico, pubblicato sul Journal of Nutrition, ha dimostrato come il consumo regolare<br />

di queste sostanze sia in grado di ridurre del 30% il danno causato dall’infarto e aiuti il cuore a mantenersi<br />

più giovane. Rivelatrice è stata l’introduzione di antocianine nella dieta di ratti e topi.<br />

«Grazie a una serie di incroci con mais sudamericano accuratamente selezionato - spiega Chiara Tonelli,<br />

dell’Università degli Studi di Milano - abbiamo sviluppato due varietà di mais, blu e giallo, identiche in<br />

ogni nutriente e composto bioattivo, ad eccezione che nella presenza o meno di antocianine, permettendo<br />

così di ascrivere in modo inequivocabile a questa classe di pigmenti il ruolo cardioprotettivo".<br />

I risultati dello studio sono stati presentati in un convegno a Milano.<br />

Nel corso dei lavori sono stati anche diffusi dati sulla crescita nel consumo di prodotti come gli<br />

integratori alimentari, settore che vede l’Italia tra i Paesi leader con un incremento medio da qualche<br />

anno stabile intorno al 10%. Secondo il Cordis, servizio di informazione della Commissione Europea in<br />

materia di ricerca, nel mondo il mercato della nutraceica, disciplina che associa scienza dell’alimentazione<br />

e farmaceutica, vale ormai 50 miliardi di euro.


ENDOCRINOLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

21 Endocrinologia


Endocrinologia 22<br />

<strong>realtà</strong>medica


ENDOCRINOLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Terenzio, commediografo latino, diceva: “Conosco<br />

il carattere delle donne: non vogliono quando<br />

tu vuoi, quando tu non vuoi sono le prime a<br />

volere”. Nietzsche, filosofo tedesco: “La donna fu<br />

il secondo errore di Dio”. Canetti, scrittore<br />

austriaco: “Delle donne non vince quella che corre<br />

dietro, né quella che scappa, vince quella che<br />

aspetta”. Italo Svevo: “È una delle grandi difficoltà<br />

della vita indovinare ciò che una donna vuole”.<br />

Potremmo raccogliere mille altre straordinarie e<br />

originali citazioni sulla donna, ma la donna è e<br />

rimarrà sempre un oggetto di meditazione e rivelazione.<br />

Una delle chiavi, che ci permettono di<br />

inquadrare alcuni aspetti della radiosa bellezza<br />

psicofisica della donna, è senza dubbio la sua ben<br />

determinata costellazione ormonica.<br />

Sono proprio gli ormoni femminili, cioè gli<br />

estrogeni e in particolare la follicolina a conferirle<br />

una mentalità romantica, ipercritica, passionale,<br />

libera, intuitiva. Il maschio per il suo aspetto<br />

somatico virile, sicuro dell’azione degli ormoni<br />

maschili stimolanti e prepotenti, attraverso i quali<br />

si è formato un carattere forte ed ha acquisito una<br />

personalità intraprendente, è convinto che la<br />

donna è generalmente suggestionabile, remissiva,<br />

dai toni affettivi facilmente orientabili, scevra da<br />

atteggiamenti di ribellione, quindi malleabile e<br />

modellabile. Non c’è nulla di più errato. Questi<br />

convincimenti sono soltanto reazioni idealistiche.<br />

La mentalità della donna è di tipo prettamente<br />

anarcoide. La sua insofferenza alle imposizioni<br />

sentimentali e comportamentali, e a tutto ciò che<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Romanticismo, passione, libertà:<br />

i prodotti ormonali della donna<br />

di Delfo Galileo Faroni*<br />

Il maschio, per il suo aspetto somatico virile, sicuro dell’azione degli ormoni stimolanti e<br />

prepotenti, è convinto che la donna sia remissiva, malleabile e modellabile. Non c’è nulla di<br />

più errato. Questi convincimenti sono soltanto reazioni idealistiche.<br />

* Reumatologo, Presidente INI, <strong>Istituto</strong> <strong>Neurotraumatologico</strong> <strong>Italiano</strong><br />

23 Endocrinologia


Endocrinologia 24<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

tende a limitare la libertà di pensare e di azione<br />

secondo il proprio giudizio, la porta a reazioni<br />

psicologiche ingannevoli, che possono manifestarsi<br />

o in uno stato di sgradevole sopportazione<br />

verso il maschio, venendo meno alla fiducia data,<br />

o a compiere atti di infedeltà o tradimento verso<br />

il partner che ha scelto. Sulla suggestionabilità c’è<br />

da osservare che agire sul suo inconscio, cercando<br />

di indurla a fare cose che altrimenti non farebbe,<br />

è cosa molto difficile, vista la sua stabile e persistente<br />

lucidità mentale.<br />

La timidezza, la fedeltà, il potere seducente, possono<br />

essere, entro certi limiti, sentimenti profondi<br />

nella donna, ma a condizione che sia sinceramente<br />

innamorata del proprio uomo, lo trovi<br />

ardente in amore, intellettuale, intelligente,<br />

signorile, simpatico. La donna deve essere consapevole<br />

di questi valori, della costanza di essi. Un<br />

proverbio greco dice: “La donna ama nella misura<br />

in cui vede l’amato davanti”.<br />

Soltanto queste magiche qualità dell’uomo possono<br />

evitare l’affiorare dei suoi istinti malvagi. Se<br />

poi la donna viene meno al concetto di fedeltà,<br />

perdendo pudore e ritegno, vuol dire che è stata<br />

ferita nel proprio orgoglio. Del resto diceva Plauto:<br />

“L’amore può produrre molto miele o fiele”.<br />

C’è poi la presunzione dell’uomo di valutare in<br />

forma pessimistica il livello di intelligenza della<br />

donna. Questa opinione relativistica viene però<br />

smentita dai test comparativi fra i due sessi. L’uomo<br />

si affida troppo alle proprie capacità intellettive<br />

e ideative. Ma c’è un’altra considerazione da<br />

fare: all’acutezza dell’ingegno la donna unisce<br />

sempre un pizzico di sottile astuzia e di malizia,<br />

e queste sono capacità istintive che l’uomo non<br />

potrà mai imitare.<br />

Basta cosi, grazie per l’attenzione.


NEFROLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Il letargo dell’orso:<br />

un meraviglioso enigma<br />

per il nefrologo e non solo<br />

di Guido Baldinelli*<br />

Il letargo fa parte di un comportamento animale<br />

finalizzato a superare la stagione invernale in cui<br />

fa freddo ed è diminuita la disponibilità di cibo.<br />

Con il letargo l’animale dorme in una tana e<br />

quindi ha bisogno di poca energia. Si abbassa la<br />

frequenza cardiaca, diminuisce la temperatura<br />

corporea, diminuisce la frequenza respiratoria, si<br />

abbassa notevolmente il metabolismo basale: è un<br />

po’ come un motore che sta acceso ma al minimo<br />

dei giri; così l’animale riesce a sopravvivere efficacemente<br />

a momenti di lunga deprivazione del<br />

cibo. Vanno in letargo soprattutto rettili, anfibi e<br />

mammiferi. Non vanno in letargo gli uccelli perché<br />

volando possono migrare e quindi sfuggire a<br />

climi avversi: le rondini svernano in Africa per<br />

poi tornare a primavera in Europa. L’orso bruno<br />

Marsicano che popola le terre d’Abruzzo va in<br />

letargo, come tutti i suoi parenti orsi, per circa 5<br />

mesi durante l’inverno. In autunno diventa iperfagico,<br />

ingerisce anche 15.000 calorie al dì, per<br />

aumentare le sue scorte di grasso bruno, quel tipo<br />

di grasso che possiedono in quantità notevole<br />

solo gli animali ibernanti e che è deputato solo<br />

alla termogenesi (produzione di calore) e non al<br />

funzionamento dei muscoli. L’orso quindi si fa<br />

una vera e propria riserva di calorie, per dirla in<br />

parole semplici riempie il serbatoio di benzina.<br />

Questo è possibile grazie ad un aumento dell’in-<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Il letargo dell’orso è un magnifico modello biologico da cui abbiamo ancora moltissimo da<br />

imparare: per 5 mesi non beve e non urina e non va in insufficienza renale; per cinque mesi<br />

sta immobile e non va soggetto a osteoporosi o a ipotrofia muscolare o a flebo trombosi con<br />

conseguente embolia polmonare; è capace di diventare obeso ed iperinsulinemico senza<br />

sviluppare arteriosclerosi.<br />

sulina e della resistenza all’insulina che permette<br />

l’accumulo dei grassi. Per inciso l’insulinorestenza<br />

è la base patogenetica di quella malattia purtroppo<br />

epidemica nell’uomo moderno, la sindrome<br />

metabolica, che comporta ipertensione arteriosa,<br />

obesità viscerale (la pancia), diabete e ipercolesterolemia.<br />

A novembre si avvicina ad una tana scelta in un<br />

posto molto nascosto e tranquillo e lì si sistema<br />

per il lungo sonno invernale. La temperatura corporea<br />

si abbassa a circa 30 gradi, la frequenza cardiaca<br />

a 10 battiti al minuto (contro i 40), diminuisce<br />

la frequenza del respiro, si abbassa il metabolismo<br />

basale del 40%, non mangia e non defeca<br />

e soprattutto quello che sta interessando in<br />

maniera straordinaria il nefrologo per 5 mesi non<br />

beve e non urina. L’uomo pur potendo sopravvivere<br />

anche qualche settimane senza mangiare non<br />

riesce andare oltre i tre giorni senza bere. Esempio<br />

ne sono i naufraghi su una scialuppa di salvataggio<br />

che muoiono per disidratazione e per<br />

insufficienza renale acuta. Gli orsi invece per uno<br />

straordinario adattamento della funzione renale<br />

riescono a non bere per 5 mesi. E ancor di più<br />

straordinario, prelievi di sangue eseguiti durante<br />

l’ibernazione mostrano valori di azotemia anche<br />

più bassi della norma. I nefrologi stanno studiando<br />

attentamente questo fenomeno e per ora que-<br />

* Nefrologo del Reparto di Dialisi, <strong>Istituto</strong> <strong>Neurotraumatologico</strong> <strong>Italiano</strong>, Divisione Medicus Tivoli (Roma)<br />

25 Nefrologia


Nefrologia 26<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

sto è quello che abbiamo capito. Innanzi tutto<br />

diminuendo il metabolismo dell’animale diminuiscono<br />

anche le scorie azotate (urea) prodotte.<br />

Diminuisce del 70% il GFR (filtrato renale glomerulare),<br />

cioè la quantità di sangue che viene filtrato<br />

dai glomeruli. Poi quasi tutta questa preurina<br />

viene riassorbita lungo il tubulo renale.<br />

Quella poca che transita oltre il tubulo e arriva in<br />

vescica, lì viene riassorbita. Ovviamente anche<br />

l’urea, prodotto finale di scarto del metabolismo<br />

azotato, viene riassorbita. E qui sta il punto essenziale<br />

che ogni nefrologo vorrebbe imparare a<br />

riprodurre nell’uomo per salvarlo dalla insufficienza<br />

renale e dalla necessità della dialisi. L’urea<br />

passando nell’intestino viene degradata dalla flora<br />

intestinale ad azoto che può essere nuovamente<br />

riutilizzato dall’organismo: un ecosistema quindi<br />

in cui le proteine non si sprecano mai.<br />

Il metabolismo dell’orso in letargo è tutto basato<br />

sul catabolismo del grasso, soprattutto del grasso<br />

bruno accumulato in autunno che è deputato<br />

esclusivamente a produrre calore e non energia<br />

come il grasso bianco che serve per contrarre i<br />

muscoli. Prodotto finale del metabolismo dei<br />

grassi è anche l’acqua che quindi viene a compensare<br />

il fatto che l’orso in letargo non beve.<br />

L’abilità a evitare l’aumento dell’azotemia durante<br />

il letargo, periodo in cui non beve e non urina,<br />

è una spettacolare conquista metabolica del<br />

mammifero orso. Nell’uomo si può anche rallentare<br />

l’uremia (letteralmente urina nel sangue) prescrivendo,<br />

come faccio io tutti i giorni, diete ipoproteiche,<br />

cioè a basso contenuto di proteine.<br />

Però queste diete riescono solo a diminuire la formazione<br />

di urea e assolutamente non favoriscono<br />

il riciclo intestinale dell’urea. Importanti studi<br />

sono necessari per comprendere e poi imitare i<br />

meccanismi con cui l’orso, pur non eliminando<br />

urina, evita l’insufficienza renale. E per concludere...ho<br />

chiesto a mia figlia, veterinaria, di spiegarmi<br />

questo fenomeno e mi ha risposto “ ma<br />

papà l’orso ha imparato questi meccanismi biochimici<br />

seguendo un’evoluzione di centinaia di<br />

migliaia di anni”.<br />

BIBLIOGRAFIA<br />

- Peter Stenvinkel1, Alkesh H Jani and Richard<br />

J Johnson2. Hibernating bears (Ursidae):<br />

metabolic magicians of definite interest for the<br />

nephrologist. Kidney International 2013; 83<br />

- Brown DC, Mulhausen RO, Andrew DJ et al.<br />

Renal function in anesthetized dormant and<br />

active bears. Am J Physiol 1971; 220<br />

- Nelson R, Wahner HW, Jones JD et al. Metabolism<br />

of bears before, during, and after winter<br />

sleep. Am J Physiol 1973; 224<br />

- Palumbo PJ, Wellik DL, Bagley NA et al.<br />

Insulin and glucagon responses in the hibernating<br />

black bear. Int Conf Bear Res and Manag<br />

1983; 5<br />

Un magnifico esemplare di orso marsicano: da studi<br />

sulle impronte e sulle feci si stima che nel nostro<br />

Appennino centrale, specialmente concentrati nel<br />

Parco Nazionale d’Abruzzo siano presenti circa 50<br />

esemplari.


NEFROLOGIA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

L’orsa partorisce durante il letargo invernale così da potersi trovare pronta a primavera per l’allevamento<br />

dei cuccioli.<br />

L’orso durante il letargo per 5 mesi non mangia e non defeca, non beve e non urina, non si muove e non va<br />

soggetto a osteoporosi: un esempio da studiare per poi poter curare molte malattie dell’uomo (insufficienza<br />

renale, diabete tipo 2, osteoporosi, atrofia muscolare).<br />

27 Nefrologia


Management Sanitario 28<br />

<strong>realtà</strong>medica


MANAGEMENT SANITARIO Realtà Medica 2000 - n.1/2013<br />

L’importanza della figura<br />

infermieristica: il Case manager 1<br />

di Federica Ederli*<br />

L’evoluzione dei bisogni sanitari e di quelli sociali<br />

avvenuta nel corso degli ultimi decenni ha richiesto<br />

un cambiamento radicale delle politiche di<br />

intervento e della struttura dei servizi sanitari e<br />

sociali. Tre fattori hanno contribuito a produrre<br />

il mutato scenario col quale il sistema complessivo<br />

di intervento deve misurarsi.<br />

In primo luogo l’allungamento della vita, che,<br />

associato alla bassa natalità, ha comportato un<br />

progressivo invecchiamento della popolazione. In<br />

secondo luogo, il complesso degli effetti prodotti<br />

dal miglioramento del tenore di vita, dal mutato<br />

stile di vita della popolazione e dai progressi compiuti<br />

dalla medicina. Se da un lato questi cambiamenti<br />

hanno favorito la riduzione della mortalità<br />

per patologie acute, dall’altro hanno comportato<br />

l’aumento delle malattie croniche, patologie che<br />

aumentano con l’età: 30% nella fascia di età 25-<br />

44 anni; 88% negli over 75.<br />

Il nuovo scenario sociosanitario è condizionato,<br />

infine, dal mutamento della struttura familiare. Il<br />

sistema di assistenza tradizionale, che affidava in<br />

larga misura le risposte sanitarie e assistenziali<br />

rispettivamente all’ospedale e alla famiglia, non è<br />

in grado di rispondere ai bisogni attuali di salute.<br />

L’adozione da parte dei servizi sanitari e sociali di<br />

modelli di intervento commisurati ai cambiamenti<br />

sociali e sanitari è stata oggetto, nei paesi<br />

occidentali, di riforme e di iniziative innovative a<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

In un periodo di contenimento dei costi e di budget limitati, di degenze medio brevi e di super<br />

specializzazione medica ad alta tecnologia, va rivisto e ridefinito il ruolo dell’infermiere; un<br />

ruolo ampio, riconosciuto come strategia per migliorare il sistema sanitario al fine di renderlo<br />

accessibile a un numero sempre maggiore di popolazione e sempre più vicino a dove è necessario.<br />

* Dottore Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche<br />

1 Parte prima<br />

livello locale e regionale. In generale, si tratta di<br />

interventi orientati alla costruzione di un sistema<br />

articolato, coordinato e integrato di risposte<br />

(strutture, servizi e attività) a diversa intensità<br />

sanitaria e sociale, capaci di incontrare i diversificati<br />

bisogni dei singoli e della collettività. I sistemi<br />

sanitari dei paesi industrializzati sono uniformemente<br />

interessati da un processo di progressiva<br />

specializzazione dei servizi ospedalieri, verso un<br />

aumento della capacità di risposta ad emergenze<br />

cliniche, problemi acuti, interventi diagnostici e<br />

terapeutici ad alta complessità. Contestualmente<br />

si sta registrando un progressivo aumento delle<br />

problematiche legate alla disabilità e a malattie<br />

croniche, che determinano una crescente domanda<br />

di servizi di assistenza a lungo termine e a basso<br />

contenuto sanitario.<br />

I due fenomeni possono essere considerati<br />

entrambi conseguenza dello sviluppo della scienza<br />

medica, che ci impone, quindi, di affrontare<br />

non solo il problema della specializzazione tecnologica<br />

dell’ospedale del futuro, ma anche quello<br />

di organizzare e gestire modelli di “long-term<br />

care” in ambienti sempre più professionali.<br />

Il crescente bisogno di servizi assistenziali per<br />

cure a lungo termine è condizionato da quattro<br />

determinanti fondamentali:<br />

• l’invecchiamento generale della popolazione;<br />

29 Management Sanitario


Management Sanitario 30<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

• lo specifico aumento dell’aspettativa di vita<br />

media dei pazienti affetti da malattie croniche<br />

e disabilitanti;<br />

• la riduzione della potenzialità di assistenza<br />

informale da parte dei nuclei familiari;<br />

• la progressiva evoluzione del sistema ospedaliero<br />

verso l’assistenza agli acuti con livelli sempre<br />

più spinti di specializzazione e tecnologia.<br />

Nel corso degli ultimi anni si è registrata peraltro<br />

una progressiva riduzione del numero medio dei<br />

membri dei nuclei familiari e un aumento del<br />

lavoro femminile con la conseguente caduta dell’assistenza<br />

informale familiare. È inoltre aumentata<br />

la consapevolezza dei bisogni e la gamma<br />

degli interventi clinico-terapeutici realizzabili a<br />

domicilio e nelle fasi post-acute, con necessità di<br />

un approccio più professionale alle cure domiciliari.<br />

Per questi motivi, anche se si è registrato un<br />

generale miglioramento delle condizioni igieniche<br />

delle abitazioni, l’assistenza a domicilio è<br />

divenuta più complessa e condizionata dalla<br />

necessità di forti supporti esterni.


MANAGEMENT SANITARIO Realtà Medica 2000 - n.1/2013<br />

A questi fattori di ordine demografico e sociale si<br />

sono poi sovrapposte le nuove strategie organizzative<br />

degli ospedali, sempre più orientate alla<br />

gestione delle fasi acute di malattia o di interventi<br />

diagnostico-terapeutici di elevata complessità ed<br />

impegno.<br />

Queste dinamiche hanno subito una accelerazione<br />

a seguito della introduzione dei sistemi di<br />

finanziamento ospedaliero basati sui DRG, o<br />

comunque su sistemi che incentivano la massima<br />

efficienza interna e la rapida dimissione dei<br />

pazienti. Le modifiche della attività ospedaliera<br />

non riguardano soltanto la durata della degenza,<br />

ma anche la selezione della casistica e l’incremento<br />

del case mix, ed hanno finito per modificare la<br />

stessa struttura organizzativa dell’ospedale. Come<br />

conseguenza di ciò le strutture ospedaliere tendono<br />

ora sempre più ad evitare pazienti con necessità<br />

di cure a lungo termine e a bassa complessità<br />

clinica, anche perché la loro organizzazione non<br />

ne consente una gestione efficace ed efficiente.<br />

Nei prossimi decenni saremo chiamati ad affrontare<br />

un crescente problema di assistenza a lungo<br />

termine, non solo prevedendo una maggiore spesa<br />

su questo versante, ma anche specializzando le<br />

risposte e riorganizzandone le funzioni e le relazioni<br />

operative con il sistema ospedaliero. Sul versante<br />

delle specializzazioni, che presuppone lo<br />

studio di tipologie edilizie, percorsi assistenziali,<br />

formazione specifica del personale, appare cruciale<br />

la adozione di un sistema di finanziamento<br />

basato sul “case-mix” dei pazienti assistiti, da realizzare<br />

con particolare attenzione al carico assistenziale,<br />

più che alla diagnosi clinica.<br />

È necessario inoltre prevedere la diffusione di<br />

strutture destinate alla gestione professionale di<br />

specifici problemi, come gli Hospice per i pazienti<br />

neoplastici, Nuclei assistiti Speciali per pazienti<br />

Alzheimer, strutture per pazienti in coma prolungato.<br />

Il problema del collegamento di queste strutture<br />

con il sistema ospedaliero è di tipo strutturale e<br />

organizzativo. Se la loro localizzazione più ade-<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

guata appare fuori dall’ospedale, si ritiene strategico<br />

che esse mantengano con l’ospedale una<br />

connessione funzionale, nell’ambito di programmi<br />

di Disease Management che garantiscano<br />

continuità assistenziale, appropriatezza della cura<br />

e garanzia dei livelli essenziali necessari.<br />

La “modernità“ della figura infermieristica si<br />

caratterizza per un costante incremento della<br />

complessità che, in campo socio-sanitario, si<br />

esprime sempre più attraverso una serie di nuove<br />

tendenze e cambiamenti a livello istituzionale.<br />

In campo sanitario, i motivi di tale trasformazione<br />

sociale sono da ricercare: nella crescente diversificazione<br />

assistenziale legata all’evoluzione epidemiologica;<br />

nello sviluppo e nella diffusione dei<br />

servizi territoriali, orientati sempre più verso i cittadini;<br />

nella delocalizzazione del processo decisionale<br />

di tipo assistenziale e clinico; nello sviluppo<br />

dell’informatica, che ha inevitabilmente comportato<br />

cambiamenti anche sul piano organizzativo;<br />

nell’accorciamento dei tempi di ospedalizzazione;<br />

nella presenza di personale assistenziale<br />

ausiliario (OTA e OSS) un tempo marginale; nel<br />

sempre maggior interesse nel valutare le informazioni;<br />

nella presenza di attività formative sul campo<br />

(ECM) e, per finire, nella settorializzazione<br />

delle competenze.<br />

La credibilità dell’infermiere moderno e di conseguenza<br />

l’avanzamento della professione, dipende<br />

dalla capacità di riconoscere i bisogni della<br />

popolazione e dalla tempestività nella risposta ad<br />

essi oltre che dalla qualità e dall’ampiezza della<br />

stessa.<br />

In un periodo di contenimento dei costi e di<br />

budget limitati, di degenze medio brevi e di super<br />

specializzazione medica ad alta tecnologia, probabilmente<br />

implica anche la revisione e la definizione<br />

di un nuovo ruolo dell’Infermiere, un ruolo<br />

ampio, riconosciuto, come strategia per migliorare<br />

il sistema sanitario al fine di renderlo accessibile<br />

a un numero sempre maggiore di popolazione<br />

e sempre più vicino a dove è necessario.<br />

L’introduzione di nuovi approfondimenti, di<br />

31 Management Sanitario


Management Sanitario 32<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

nuove funzioni e di nuovi ruoli probabilmente<br />

potrebbe anche rendere necessario il demandare<br />

o delegare ad altri operatori della salute, attività<br />

che fino a oggi sono state del campo degli Infermieri.<br />

Il passaggio da un ruolo infermieristico legato al<br />

modello biomedico a un modello infermieristico<br />

autonomo che si prende carico dell’assistenza<br />

considerata nel suo interno, trasversale a sintomi<br />

e apparati e non focalizzata solo sulla malattia,<br />

inserita nell’ambiente circostante avulsa da quanto<br />

la persona considera famiglia e importante per<br />

il proprio benessere, richiede maturità della professione,<br />

dibattito nelle professioni. Richiede di<br />

essere sostenuta con dati, frutto di ricerca e preparazione<br />

oltre che da modelli organizzativi del<br />

lavoro diversi da quello per compiti, ancora troppo<br />

spesso in uso nella vita ospedaliera italiana.<br />

Richiede un linguaggio comune e una documentazione<br />

mirata come strumento di lavoro legata a<br />

modelli organizzativi appropriati e non solo<br />

come riporto di meri compiti e scarne attività<br />

eseguite. Questo passaggio impone una visione<br />

dove la malattia non è il fattore principale, ma un<br />

momento del qui e ora della linearità della vita;<br />

richiede uno sforzo per una visione assistenziale<br />

veramente basata sul meta paradigma infermieristico<br />

una “Care” centrata sull’Uomo - paziente -<br />

persona e pianificata per migliorare la qualità della<br />

salute e della vita oltre che la capacità funzionale,<br />

espone la professione infermieristica a interrogarsi<br />

sul proprio ruolo, sul significato di una<br />

espansione delle barriere del proprio campo riconosciuto.<br />

Campo spesso molto legato a quello<br />

dell’area professionale dipendente e sui limiti dello<br />

stesso oltre che sulle conoscenze e sulle derivanti<br />

competenze necessarie per questo avanzamento<br />

al fine di mettere in atto una professione<br />

autonoma dove è proprio questa parte a influenzare<br />

quella dipendente e quella collaborativi/<br />

interdipendente e non il contrario. (1. Segue)


SOCIETÀ Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Le donne come “motore”<br />

della promozione della salute *<br />

Quest’anno il Cnesps-Iss (Centro nazionale di<br />

Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della<br />

Salute dell’<strong>Istituto</strong> Superiore di Sanità) ha pensato<br />

di dedicare la Giornata internazionale della<br />

donna (8 marzo) – celebrata in tutto il mondo<br />

per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed<br />

economiche delle donne, sia le discriminazioni e<br />

le violenze di cui sono ancora fatte oggetto – a<br />

una serie di riflessioni sul loro ruolo nella prevenzione<br />

e promozione della salute e sul sussistere di<br />

disuguaglianze. Questa giornata non deve essere<br />

un momento isolato ma fare da volano per ricordare<br />

i progressi raggiunti in diversi ambiti (economici,<br />

politici e sociali) e per spronare la “continuità”<br />

degli interventi per raggiungere obiettivi<br />

futuri.<br />

OBIETTIVO DONNA:<br />

L’OFFERTA ATTIVA PER<br />

SVILUPPARE COMPETENZE<br />

Nell’ampio mondo della prevenzione e della promozione<br />

della salute, quando si definiscono strategie<br />

di intervento, è importante cercare di identificare<br />

le priorità: in quali gruppi di popolazione<br />

e in quali momenti della vita si può avere la più<br />

alta resa dell’investimento (umano, economico o<br />

sociale che sia)? In quest’ottica, non vi è dubbio<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Anche se le condizioni di salute delle donne sono migliorate nel tempo e in quasi tutti i Paesi<br />

del mondo, persistono differenze tra uomini e donne (e per gruppi, all’interno di ciascun<br />

genere) che spesso nascondono iniquità evitabili, legate alla diversa posizione sociale,<br />

all’accesso alle risorse, alle regole sociali. Inoltre, il ruolo diverso assunto dalle donne nella<br />

società e il loro sempre maggior contributo al mondo del lavoro le ha portate spesso ad<br />

assumere comportamenti e stili di vita che possono influenzare la loro salute. Di seguito<br />

riportiamo la sintesi di quanto realizzato dal Centro nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza<br />

e Promozione, tratto dal sito dell’<strong>Istituto</strong> superiore di Sanità, che si ringrazia.<br />

* A cura del reparto di Salute della donna e dell’età evolutiva, Cnesps-Iss<br />

che le donne costituiscano uno dei target prioritari<br />

poiché il loro naturale ruolo sociale (fulcro<br />

delle relazioni familiari) il loro vivere importanti<br />

esperienze di cambiamento nel corso della vita<br />

(come il periodo della gravidanza) e l’essere generalmente<br />

più attente alla propria salute rispetto<br />

agli uomini, le rende soggetti privilegiati, in grado<br />

di recepire, favorire e “irradiare” verso gli altri<br />

scelte e stili di vita salutari.<br />

Il movimento delle donne agli inizi degli anni ‘70<br />

ha anticipato la “visione” della Carta di Ottawa,<br />

affermando con straordinaria forza il diritto alla<br />

presa di parola e all’autodeterminazione con la<br />

proposizione del punto di vista “di genere”. La<br />

Carta di Ottawa (presentata a novembre 1986<br />

dall’Oms) propone infatti una definizione dinamica<br />

della salute, iscritta nel contesto sociale<br />

come bene comune: la salute come capacità di<br />

controllo del proprio stato da parte delle persone<br />

e delle comunità per scelte autonome. In questo<br />

contesto è nata l’idea di servizi consultoriali con<br />

competenze multidisciplinari per la promozione<br />

della salute, servizi radicalmente innovativi nello<br />

scenario tradizionale e la legislazione di quegli<br />

anni (legge 405/75 e legge 194/78) riflette proprio<br />

questa potente spinta. Le ricerche epidemiologiche<br />

confermano sistematicamente quanto<br />

paghi l’investimento sulla promozione delle competenze<br />

delle donne, oltre a quanto siano fertili<br />

33 Società


Società 34<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

le loro potenzialità. Il Progetto obiettivo materno<br />

infantile (Pomi), varato nel 2000, è sotteso da<br />

questa “visione” di salute pubblica mirando ad<br />

attivare processi decisionali autonomi e consapevoli,<br />

secondo un approccio non direttivo ma orizzontale.<br />

Promuovere la salute implica l’adozione di strategie<br />

operative con obiettivi misurabili riguardanti<br />

la popolazione nella sua globalità, con il cardine<br />

epidemiologico della conoscenza delle articolazioni<br />

sociali della popolazione stessa e delle corrispondenti<br />

articolazioni del rischio (nella consapevolezza<br />

che quelle sociali sono le “cause dietro<br />

le cause” determinanti lo stato di salute). Il cardine<br />

epidemiologico implica conseguentemente<br />

il cardine operativo dell’offerta attiva (nella consapevolezza<br />

che i più difficili da raggiungere sono<br />

generalmente affetti da deprivazione sociale e,<br />

pertanto, a più alto rischio). Al fine di promuovere<br />

un ripensamento individuale e comunitario<br />

sul vissuto quotidiano e sulla memoria storica, e<br />

sviluppare nuove consapevolezze e competenze,<br />

è infatti fondamentale utilizzare un processo<br />

comunicativo che sfrutti sinergicamente tutti i<br />

potenziali canali operanti (da quelli istituzionali<br />

a quelli già operanti all’interno della comunità)<br />

con modalità tarate sulle specifiche caratteristiche<br />

delle persone e dei gruppi di popolazione da<br />

coinvolgere.<br />

In generale, al modello sociale di salute corrisponde<br />

un modello di welfare basato sulla partecipazione<br />

e sull’empowerment, in alternativa al<br />

tradizionale, dominante, modello paternalistico<br />

direttivo. Nella sanità pubblica far emergere le<br />

competenze potenziali, valorizzarle, promuoverle,<br />

sostenerle e proteggerle è la chiave di volta per la<br />

promozione della salute, delle donne e di tutta la<br />

collettività, intesa secondo la Carta di Ottawa.<br />

PROMOZIONE DELLA<br />

SALUTE RIPRODUTTIVA<br />

Promuovere la salute riproduttiva e valutare l’efficacia<br />

dei percorsi assistenziali offerti durante il<br />

percorso nascita è indice di qualità dell’assistenza<br />

sanitaria di un Paese. In Italia numerose sono le<br />

iniziative avviate nell’ambito della salute riproduttiva<br />

volte non solo a prevenire gli eventi avversi,<br />

ma anche a ridurre l’eccesso di medicalizzazione,<br />

a coinvolgere le donne nella scelta dei percorsi<br />

assistenziali e a promuovere la loro appropriatezza.<br />

IL PERCORSO NASCITA:<br />

UNA GRANDE OPPORTUNITÀ<br />

PER PROMUOVERE LA SALUTE<br />

Gli interventi di promozione della salute che<br />

riguardano le donne in età riproduttiva permettono<br />

di massimizzare i risultati con un impiego<br />

di risorse limitato. Grazie alla centralità del ruolo<br />

della donna nella famiglia, questi interventi promuovono<br />

la salvaguardia della salute delle donne,<br />

ma anche della famiglia e della comunità in senso<br />

più ampio. Considerata l’opportunità offerta dai<br />

contatti ripetuti tra madre e personale socio-sanitario<br />

coinvolto nell’assistenza al percorso nascita,<br />

è strategico programmare interventi di promozione<br />

della salute dedicati alle tematiche di interesse<br />

per le donne. Come non vedere allora nel percorso<br />

nascita una grande opportunità per realizzare<br />

interventi di prevenzione e di promozione della<br />

salute?<br />

LA PERSISTENZA<br />

DI DISUGUAGLIANZE<br />

Un focus specifico nella salute delle donne (e di<br />

tutti i cittadini) deve essere mantenuto per il<br />

monitoraggio delle disuguaglianze che si continuano<br />

a osservare, in base all’area di residenza,<br />

alle condizioni socio-economiche, allo status di<br />

migrante, anche nel territorio italiano. Spesso<br />

queste condizioni di vulnerabilità interagiscono<br />

nell’aggravare le possibilità delle donne di accedere<br />

alle opportunità di assistenza e di beneficiare<br />

così del loro maggior potenziale di salute. Un<br />

esempio di queste difficoltà e “mancate opportu-


SOCIETÀ Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

nità” si riscontra tra le donne immigrate nel<br />

nostro Paese le quali, però, dimostrano anche che<br />

quando sono messe in grado di esprimere le loro<br />

capacità raggiungono risultati simili a quelli<br />

osservati nelle italiane.<br />

SALUTE DELLE DONNE<br />

E DEI BAMBINI MIGRANTI<br />

Negli ultimi anni si è potuto osservare, sia a livello<br />

internazionale che locale, il rafforzamento del<br />

processo di femminilizzazione dei flussi migratori<br />

che ha comportato un progressivo aumento della<br />

componente femminile della popolazione straniera.<br />

Un’evidente ricaduta della consistente presenza<br />

femminile straniera, che si caratterizza<br />

anche per la giovane età, è osservabile sulla natalità.<br />

A fronte di questa situazione aumenta sempre<br />

più l’attenzione per la tutela della maternità<br />

tra le immigrate che partoriscono in Italia.<br />

L’USO DEI FARMACI<br />

NELLA POPOLAZIONE<br />

FEMMINILE IMMIGRATA<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Il 56% delle donne immigrate e il 64% delle italiane<br />

ha ricevuto almeno una prescrizione nel<br />

corso dell’anno. Le differenze di prevalenza d’uso<br />

si riducono per le donne di età compresa fra 25 e<br />

44 anni. Inoltre, tranne che nei bambini di età<br />

inferiore a 15 anni, le donne immigrate hanno<br />

35 Società


Società 36<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

un consumo di farmaci superiore a quello degli<br />

uomini immigrati. In termini di impatto di spesa<br />

farmaceutica Ssn, le donne immigrate hanno<br />

avuto una spesa procapite di 74 euro contro i 101<br />

delle italiane. Sono alcuni dei dati che emergono<br />

da un’indagine sulla prescrizione farmaceutica<br />

nella popolazione immigrata a cui ha partecipato<br />

anche il Cnesps-Iss.<br />

DONNE, ATTENZIONE<br />

ALLA CLAMIDIA<br />

In Italia, come in Europa, è la Clamidia l’infezione<br />

sessualmente trasmessa (Ist) più diffusa, fra<br />

quelle batteriche. Particolarmente grave il fatto<br />

che colpisce principalmente donne giovani (


SOCIETÀ Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

dalismo; azioni agite o subite sotto l’influenza<br />

della sostanza psicoattiva legale più diffusa e tollerata<br />

dalla società.<br />

ANDAMENTI DI INCIDENZA<br />

E MORTALITÀ PER<br />

CERVICOCARCINOMA IN ITALIA<br />

Le tendenze temporali di incidenza e mortalità<br />

per cervicocarcinoma stimate in Italia dal 1980<br />

al 2012 risultano in forte riduzione in tutto il<br />

Paese presentando, però, delle differenze tra le<br />

diverse aree territoriali. Questi andamenti, in<br />

linea con altri Paesi Europei, riflettono l’incremento<br />

nel ricorso al pap test a partire dal 1994<br />

da attribuire, almeno in parte, all’effetto delle<br />

campagne di screening che si sono andate consolidando<br />

sul territorio nazionale. Sempre più<br />

importante appare quindi promuovere la diffusione<br />

e la conformità ai programmi di prevenzione<br />

dei tumori femminili in modo omogeneo sul<br />

territorio.<br />

IL RISCHIO CARDIOVASCOLARE<br />

NELLA DONNA<br />

Le donne presentano malattie cardiovascolari con<br />

un ritardo di almeno 10 anni rispetto agli uomini,<br />

hanno complessivamente meno eventi ma di<br />

tipo più grave. Il quadro clinico non è così evidente<br />

come quello degli uomini: spesso il dolore<br />

manca, è localizzato in altra sede ed è confuso<br />

con quello derivato da altre patologie. Fino alla<br />

menopausa le donne sono aiutate dalla protezione<br />

ormonale; dopo, passato un periodo di esposizione<br />

che si aggira intorno ai 10-15 anni, le<br />

donne vengono colpite addirittura più degli<br />

uomini da eventi cardiovascolari. Sulla base dei<br />

dati raccolti nell’ambito dell’Osservatorio epidemiologico<br />

cardiovascolare (Oec)/Health Examination<br />

Survey (Hes), indagine condotta dal 2008<br />

al 2012 sullo stato di salute degli italiani, sono<br />

state raccolte diverse informazioni sul profilo di<br />

rischio delle donne in menopausa.<br />

ESSERE DONNA,<br />

UN VANTAGGIO DA DIFENDERE<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Un vantaggio da difendere e, in parte, ancora da<br />

conquistare con un impegno sia individuale che<br />

collettivo. L’approccio di genere alla salute si colloca<br />

infatti all’interno di una strategia di azioni<br />

intersettoriali, capaci di incidere sui determinati<br />

della salute e di contrastare le disuguaglianze in<br />

coerenza con l’approccio più generale della salute<br />

in tutte le politiche.<br />

37 Società


POLITICHE SOCIALI Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Welfare, gli italiani ne chiedono<br />

uno nuovo<br />

Cresce la sfiducia dei cittadini nell’attuale sistema<br />

di welfare: il 63% ritiene che non offre una buona<br />

copertura per i diversi rischi, per il 75% non<br />

riesce a contenere le diseguaglianze sociali, per il<br />

79% costa troppo al bilancio pubblico. Considerati<br />

questi presupposti, non stupisce che per<br />

l’86% degli italiani il welfare debba essere assolutamente<br />

cambiato per rispondere meglio ai nuovi<br />

bisogni di protezione, come la non autosufficienza.<br />

I cittadini non vogliono solo tagli, ma anche<br />

razionalizzazione ed efficienza: il 62% pensa che<br />

in sanità le manovre di finanza pubblica tagliano<br />

i servizi, senza eliminare sprechi o razionalizzare<br />

le risorse. È quanto emerge dalla seconda indagine<br />

«Le nuove tutele oltre la crisi. Il welfare possibile<br />

per giovani, migranti e non autosufficienti»<br />

realizzata dal Censis per il Forum Ania-Consumatori<br />

(fondazione promossa dall’Ania che vuole<br />

rendere sistematico il dialogo tra imprese di assicurazione<br />

e consumatori) e presentata a Roma<br />

presso l’Auditorium dell’Ara Pacis.<br />

Il 63,6% degli italiani pensa che nel futuro l’ampiezza<br />

della copertura pubblica avrà una contrazione.<br />

Le famiglie reagiscono a questa crescente<br />

sfiducia appoggiandosi ancora di più alle forme<br />

tradizionali di autotutela. Per tutelarsi dal rischio<br />

di eventi imprevisti l’83,9% cercherà di risparmiare,<br />

l’80,4% di assumere comportamenti molto<br />

cauti (ad esempio, adottando stili di vita salutari,<br />

oppure facendo controlli medici periodici),<br />

il 76% confida nella capacità di adattamento della<br />

famiglia, altri invece ritengono opportuno<br />

l’utilizzo di strumenti specifici come le polizze<br />

danni (32,3%), le polizze vita o i fondi pensione<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Crolla la fiducia nel welfare pubblico: per il 63% dei cittadini è inadeguato, l’86% vuole che<br />

sia modificato per dare copertura ai nuovi bisogni, il 54% chiede di tagliare le spese inutili,<br />

per l’86% è necessario far pagare i servizi in relazione al reddito delle persone che li<br />

utilizzano. Presentata la seconda indagine sulle prospettive del welfare realizzata da Censis<br />

e Forum Ania-Consumatori<br />

(30,4%). Già ora le forme di autotutela privata<br />

raggiungono un valore di quasi 28 miliardi di<br />

euro annui per la spesa sanitaria privata (+2,3%<br />

nel periodo 2008-2011) e di circa 11 miliardi di<br />

euro per l’assistenza privata per anziani e non<br />

autosufficienti.<br />

A fronte di questo sistema sempre più inadeguato<br />

e oneroso, oltre il 54% dei cittadini parla apertamente<br />

e con grande pragmatismo della necessità<br />

di razionalizzare il welfare pubblico, selezionando<br />

i servizi e gli interventi necessari alla popolazione<br />

e tagliando il resto. Per l’86% è necessario far<br />

pagare il welfare in relazione al reddito delle persone<br />

che lo utilizzano. In questo quadro generale,<br />

si aggrava l’asimmetria tra la copertura di welfare<br />

e i bisogni di alcuni specifici gruppi sociali. Le<br />

zone d’ombra della protezione sociale riguardano<br />

i Neet (giovani che non lavorano, non studiano<br />

e non cercano occupazione), i nuovi bisogni di<br />

tutela dei migranti, la non autosufficienza degli<br />

anziani.<br />

Paradigmatica della inadeguatezza del nostro<br />

sistema sociale è la condizione degli anziani non<br />

autosufficienti che, secondo stime del Censis,<br />

ammontano attualmente a 2,2 milioni, il 3,9%<br />

del totale della popolazione italiana. In Italia è<br />

ampiamente diffuso un modello di assistenza<br />

familiare, tanto che i familiari stretti rappresentano<br />

i caregiver nel 73,5% dei casi. Il problema è<br />

che quasi in un caso su tre (il 29,3%) il carico<br />

assistenziale viene assorbito interamente dalla<br />

famiglia dell’anziano. Per questo motivo, gran<br />

parte degli italiani sottolinea l’importanza del<br />

potenziamento dei servizi di assistenza: il 43,8%<br />

39 Politiche Sociali


Politica Sociali 40<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

indica l’assistenza domiciliare, il 34,1% richiede<br />

soluzioni di sostegno economico diretto alle<br />

famiglie. La maggioranza degli italiani è ormai<br />

convinta che per affrontare la non autosufficienza<br />

dovrà contare solo sulle sue forze, perché i costi<br />

sono alti e la copertura pubblica scarsa: risparmiando,<br />

integrando l’assistenza pubblica con<br />

l’acquisto di servizi privati, oppure assicurandosi<br />

contro la non autosufficienza. Solo il 15,2% ritiene<br />

sufficienti gli attuali servizi pubblici.<br />

Riguardo alle cause della non autosufficienza delle<br />

persone cui i rispondenti fanno riferimento,<br />

queste si distribuiscono nel 75% circa dei casi in<br />

modo abbastanza omogeneo su tre indicazioni<br />

principali. Il 25,8% ha parlato infatti di età avanzata<br />

unita ad una o più malattie croniche, il<br />

23,5% ha invece fatto riferimento ad una malattia<br />

cronica specifica (come diabete, ictus, artrosi,<br />

etc.), mentre il 24,3% ha indicato una malattia<br />

cronicodegenerativa (come Parkinson, Alzheimer,<br />

Sclerosi Multipla, Artrite Reumatoide, etc.).<br />

Il nesso tra malattie croniche, disabilità e non<br />

autosufficienza è evidente, e si tratta di un dato<br />

che impone una riflessione, da un lato, su disponibilità,<br />

accessibilità e qualità dei servizi dedicati<br />

alla cronicità, laddove è evidente che ad una<br />

migliore e più efficace gestione delle malattie croniche<br />

corrispondono migliori livelli di autosufficienza<br />

e, dall’altro, sulla centralità della prevenzione.<br />

A fronte della dinamica demografica che il<br />

Paese è destinato a conoscere nei prossimi decenni,<br />

la riduzione del tasso di malattie croniche sulla<br />

popolazione anziana rappresenta una strategia<br />

irrinunciabile.<br />

Quali sono le risposte organizzative e di tipologie<br />

di servizi, da cui dipende ovviamente anche la<br />

dimensione del finanziamento e le sue eventuali<br />

modalità, più richieste dagli italiani. L’opzione<br />

della domiciliarità delle cure viene condivisa da<br />

una ampia maggioranza del campione; è infatti il<br />

70,6% a ritenere che la soluzione migliore per<br />

una persona non autosufficiente sia rappresentata<br />

dalla permanenza in casa propria, con l’assistenza<br />

di familiari e/o personale professionale. A questi<br />

rispondenti si aggiungono quelli (pari al 15,4%<br />

del totale) che ritengono più auspicabile per la<br />

persona non autosufficiente la permanenza in<br />

casa propria supportata da strumenti tecnologici<br />

di controllo, che siano in grado di monitorare a<br />

distanza i parametri medici. Il 7,4% fa riferimento<br />

a soluzioni residenziali di tipo socio sanitario,<br />

come ad esempio una RSA, mentre il 5,9% fa<br />

riferimento a soluzioni abitative protette, come<br />

piccoli appartamenti o comunità. La domiciliarità<br />

come soluzione primaria da rendere praticabile<br />

economicamente e tecnicamente, è questa la<br />

richiesta prevalente degli italiani.<br />

Malgrado l’esperienza di massa di questi anni della<br />

risposta spontanea alla non autosufficienza che<br />

ha coinvolto milioni di famiglie italiane esiste<br />

ancora una consapevolezza insufficiente sulla sua<br />

importanza e la necessità di trovare risposte adeguate;<br />

infatti, la non autosufficienza figura al 4°


POLITICHE SOCIALI Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

posto tra i rischi che più preoccupano le famiglie<br />

italiane, dopo il futuro dei figli, il timore di perdere<br />

il lavoro e la malattia<br />

Sono oltre 6,9 milioni (il 52,9%) i giovani di 18-<br />

34 anni che vivono con almeno un genitore,<br />

mentre i Neet sono 3,2 milioni (il 23,9% dei giovani<br />

con età compresa tra 15 e 34 anni). Per questa<br />

categoria risulta dominante il problema del<br />

lavoro e delle relative difficoltà ad accedere a questo<br />

mercato. Il 60% degli italiani pensa che sia<br />

ingiusto pagare meno o dare meno tutele ai giovani<br />

che entrano per la prima volta nel mercato<br />

del lavoro. Tuttavia, quasi il 92% ritiene che per<br />

i giovani sia opportuno accontentarsi del primo<br />

lavoro che capita, anche se a basso reddito o non<br />

adeguato al titolo di studio, pur di entrare in gioco.<br />

Non a caso, riguardo gli interventi per i quali<br />

sarebbe importante migliorare il welfare attuale<br />

con nuovi strumenti monetari (come sussidi, ser-<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

vizi, ecc.) oltre il 37% dei giovani richiama la precarietà<br />

del lavoro, il 29,2% la perdita dell’occupazione<br />

e il 33,6% la disoccupazione di lunga<br />

durata.<br />

I migranti vivono in Italia con l’ambizione di<br />

migliorare il proprio status economico, mettere<br />

radici costruendo casa, fornire una buona istruzione<br />

ai propri figli. Sono ottimisti sulle loro<br />

chance di integrazione, visto che quasi il 79%<br />

pensa che nel mondo del lavoro i più bravi non<br />

rimarranno confinati in lavori umili e a basso<br />

reddito, mentre il 53,2% ritiene che i più abili<br />

emergeranno nell’imprenditoria. Considerando i<br />

servizi di welfare cui si accede tramite lo strumento<br />

Isee, i migranti richiedono più asili nido e<br />

scuola rispetto alle famiglie tradizionali (richiesti<br />

dal 44,8% contro il 30,3% degli italiani, che si<br />

concentrano sui servizi socio-sanitari). Dall’indagine<br />

emerge poi un rischio di competizione tra<br />

questi soggetti sociali, visto che il 48% degli italiani<br />

pensa che i migranti prendano più di quello<br />

che danno al sistema di welfare, mentre solo il<br />

16% ritiene che questa popolazione dia più di<br />

quel che riceva in cambio.<br />

Eppure il dare e avere dei migranti rispetto ai<br />

grandi comparti, sanità e previdenza, mostra<br />

complessivamente un saldo positivo; infatti, in<br />

sanità si stimano in quasi 3 miliardi di euro la<br />

spesa pubblica per la sanità ascrivibile a prestazioni<br />

erogate agli immigrati, pari a circa il 2,8% del<br />

totale della spesa sanitaria pubblica nel 2010; nella<br />

previdenza, nel 2009 circa due milioni di lavoratori<br />

stranieri per la gran parte in età lontana<br />

dalla pensione hanno versato all’Inps circa 7,5<br />

miliardi di euro di contributi previdenziali (circa<br />

il 4% dei contributi previdenziali annuali); e<br />

secondo proiezioni Caritas nel 2010, sono entrati<br />

in età pensionabile poco più di 15.000 stranieri,<br />

il 75% donne, pari al 2,2% delle persone in età<br />

pensionabile nell’anno di riferimento, mentre i<br />

pensionati stranieri dovrebbero essere circa<br />

137.000, pari al 3,3% del totale degli stranieri<br />

residenti (a fronte di circa il 25% di pensionati<br />

per il totale della popolazione italiana). (Red.)<br />

41 Politiche Sociali


STORIA DELLA MEDICINA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

Dal secolo dei lumi<br />

a la Belle Époque<br />

di Luca Tofini*<br />

Immaginiamo che una razza aliena stia osservando<br />

lo sviluppo dell’umanità durante tutta la sua<br />

storia, e cerchiamo d’individuare quali caratteristiche<br />

di quest’epoca attirerebbero il loro interesse<br />

perché segnano un cambiamento radicale rispetto<br />

agli altri periodi precedenti.<br />

L’ERA DELLE MACCHINE<br />

Lo scopo di qualsiasi macchinario è di eseguire<br />

più rapidamente e in modo più affidabile delle<br />

operazioni che, se altrimenti fossero eseguite<br />

dall’uomo, richiederebbero maggior tempo e<br />

denaro e darebbero risultati soggetti a delle differenze<br />

dovute alle caratteristiche individuali dell’operatore.<br />

In altre parole lo scopo delle macchine è di<br />

aumentare l’efficienza di un’operazione, riducendone<br />

anche i costi e se possibile aumentandone<br />

la quantità e la qualità.<br />

Questa maggior efficienza aumentando il volume<br />

di merci prodotte richiede anche un maggior<br />

quantitativo di risorse (ottenute col commercio,<br />

con le guerre o spesso una combinazione di<br />

entrambi i metodi) perciò le società dell’era industriale<br />

tendono ad essere composte da enormi<br />

complessi centralizzati basati su una struttura di<br />

comando gerarchica, per poter coordinare i flussi<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Col termine età industriale indichiamo il periodo storico che va dalla metà del XVIII secolo<br />

fino ad oggi: si tratta di un arco di tempo ricco di avvenimenti importanti, non solo in ambito<br />

medico ma anche in altri campi quali l’economia, la politica, la scienza e in generale<br />

nell’evoluzione dei costumi della società. Per questi motivi non lo descriveremo in un unico<br />

articolo (sarebbe inutilmente dispersivo e pregiudicherebbe la qualità del nostro lavoro) ma<br />

lo suddivideremo in quattro sezioni, ciascuna delle quali si occuperà dei momenti più<br />

importanti di quest’età: in quest’articolo partiremo dalla fine del XVIII secolo (detto anche il<br />

secolo dei lumi) e arriveremo all’inizio del XX secolo (spesso noto col termine di Belle Époque).<br />

* Cultore della materia<br />

di risorse e persone necessaria al suo funzionamento.<br />

Inoltre per funzionare le società industrializzate<br />

hanno bisogno di personale istruito che possa<br />

svolgere lavori sempre più complessi, quindi queste<br />

società hanno spesso reso obbligatoria l’istruzione<br />

sia per motivi politici che per motivi economici.<br />

Riassumendo, la maggior presenza di macchine<br />

ha reso necessaria la nascita di una società che<br />

permettesse (indirettamente) di accudirle come<br />

se fossero quasi dei neonati, fornendogli risorse<br />

(analoghe al cibo) e personale che potesse permettergli<br />

di funzionare.<br />

LA CRESCITA<br />

DELLA COMUNICAZIONE<br />

Uno i settori più avvantaggiati della rivoluzione<br />

industriale è stato quello delle comunicazioni,<br />

grazie all’introduzione sia di macchine che hanno<br />

permesso di percorrere tragitti più lunghi in tempi<br />

più brevi, sia di strumenti più efficienti per trasmettere<br />

rapidamente messaggi a certe distanze<br />

che prima avrebbero richiesto diversi giorni per<br />

essere coperte: per rendersi conto dell’impatto di<br />

queste tecnologie è sufficiente guardare un qualsiasi<br />

film western, dove è evidente come gli Stati<br />

43 Storia della Medicina


Storia della Medicina 44<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Uniti si siano potuti sviluppare grazie alla combinazione<br />

ferrovia+telegrafo.<br />

Anche gli imperi coloniali europei furono resi<br />

possibili dalle navi a vapore, che rispetto alle vecchie<br />

navi a vela erano più rapide e meno soggette<br />

ai naufragi per il cattivo tempo.<br />

LA NASCITA DELLA SOCIETÀ<br />

DI MASSA<br />

Dopo la caduta dell’impero romano la popolazione<br />

europea conobbe un drammatico calo,<br />

rimanendo a lungo bassa (le città con un milione<br />

di abitanti riapparvero solo nel XIX secolo) a causa<br />

delle continue guerre, delle pandemie ricorrenti<br />

e dello stato di miseria endemico in cui versava<br />

gran parte della popolazione.<br />

La situazione iniziò a cambiare verso la metà del<br />

XIX secolo per una serie di motivi, uno dei quali<br />

fu la crescente industrializzazione che aumentò la<br />

popolazione delle principali città (dove erano<br />

concentrate le fabbriche).<br />

Questa maggior densità abitativa insieme alla cattive<br />

condizioni igieniche favorì lo scoppio di epidemie,<br />

ma diverse scoperte in ambito scientifico<br />

(accompagnate da una serie di programmi di<br />

lavori pubblici per la costruzione di fognature ed<br />

acquedotti) ridussero l’incidenza delle malattie<br />

infettive e incrementarono la resa agricola, favorendo<br />

una crescita demografica e allungando le<br />

aspettative di vita per la maggior parte della<br />

popolazione.<br />

Tale incremento demografico spinse varie nazioni<br />

a conquistare altri paesi anche per poter dare una<br />

nuova sistemazione alla popolazione in eccesso,<br />

liberandosi così di elementi pericolosi per la<br />

madrepatria (come accadde in Australia).<br />

I prodotti a basso costo prodotti dalle fabbriche<br />

se da un lato rovinarono la tradizionale economia<br />

basata sull’artigianato, permisero anche a molte<br />

persone di avere oggetti prima riservati alle élite,<br />

migliorandone lentamente la qualità di vita.<br />

In questo periodo nacquero i primi partiti di<br />

massa, che diedero la possibilità ad una parte<br />

sempre più ampia della popolazione di partecipare<br />

al governo della nazione candidandosi ed eleggendo<br />

i propri rappresentanti.<br />

LA FIDUCIA NELLA SCIENZA<br />

E NEL PROGRESSO<br />

In un secolo la rivoluzione industriale cambiò il<br />

volto dell’Europa (e delle nazioni extraeuropee<br />

capaci di portarla a termine con successo, come<br />

il Giappone, i paesi del Nordamerica e in misura<br />

minore l’impero russo) migliorando costantemente<br />

le condizioni di vita della popolazione.<br />

Questi progressi fecero nascere un’enorme fiducia<br />

sia verso il futuro sia verso la scienza, che<br />

secondo alcuni filosofi insieme al progresso<br />

avrebbe risolto ogni problema dell’umanità (una<br />

corrente di pensiero nota come positivismo): per<br />

la prima volta sembrava possibile realizzare il<br />

paradiso sulla Terra, al punto che molti libri scritti<br />

in quel periodo hanno quasi come protagoniste


STORIA DELLA MEDICINA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

le conquiste delle scienza e della tecnica (basti<br />

pensare ai romanzi di Jules Verne).<br />

Perciò è impossibile capire il XIX secolo senza<br />

ricordare questa fiducia dell’uomo in se stesso e<br />

nella scienza, anzi si può dire che ne è stata una<br />

componente essenziale quanto l’industrializzazione<br />

e le conquiste della scienza.<br />

GLI STATI NAZIONE<br />

Per secoli dopo la caduta dell’impero romano gli<br />

abitanti di un territorio s’identificavano col luogo<br />

dove vivevano oppure con la religione che praticavano,<br />

questo anche se parlavano una lingua<br />

simile a quella dei territori vicini ed avevano lo<br />

stesso re.<br />

Ciò iniziò a cambiare prima con la rivoluzione<br />

francese e poi con le guerre napoleoniche, che<br />

fecero nascere l’idea di un’identità comune in cui<br />

potessero identificarsi persone che avevano una<br />

storia comune e vivevano nella medesima area<br />

geografica.<br />

Tale contrapposizione nacque anche in reazione<br />

al dominio straniero a cui erano state soggette le<br />

popolazioni locali, come accadde in Italia sotto il<br />

dominio austriaco o in Grecia sotto i turchi.<br />

All’inizio il concetto d’identità nazionale fu prerogativa<br />

di un ristretto gruppo d’intellettuali, ma<br />

poi si diffuse tra il resto della popolazione anche<br />

grazie all’istruzione obbligatoria e alle guerre contro<br />

altre popolazioni.<br />

Alla fine questi progetti di fornire un’identità<br />

comune sfociarono negli stati nazione, che si<br />

sostituirono ai vecchi stati in cui i cittadini<br />

s’identificavano con le dinastie regnanti. Tale<br />

processo in alcuni casi fu piuttosto traumatico,<br />

dato che spesso i nuovi stati nazione nacquero o<br />

dalle guerre per rendersi indipendenti dalle<br />

potenze straniere oppure dal dominio di una<br />

potenza locale sulle altre o infine da una combinazione<br />

di questi metodi (basti pensare al Risorgimento<br />

italiano).<br />

Purtroppo ciascuna identità nazionale proclamava<br />

la sua superiorità sulle altre, il che alla fine sfociò<br />

in una serie di guerre rese sempre più distruttive<br />

dai progressi della tecnologia militare, guerre<br />

che per la metà del secolo seguente avrebbero<br />

insanguinato il mondo intero.<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

LA MEDICINA<br />

NELL’ERA INDUSTRIALE<br />

Anche per quanto riguarda la medicina adotteremo<br />

lo stesso metodo che abbiamo usato per<br />

descrivere le altre caratteristiche di questo periodo,<br />

quindi raggrupperemo i diversi cambiamenti<br />

in aree tematiche, concentrandoci su quelli più<br />

importanti ai fini dello studio delle professioni<br />

sanitarie.<br />

Tali classificazioni sono arbitrarie e non hanno la<br />

pretesa di essere onnicomprensive (né è nostra<br />

intenzione) ma speriamo che possano fornire una<br />

buona panoramica delle conquiste mediche (e<br />

non solo) del XIX secolo.<br />

LA GUERRA INVISIBILE<br />

Per secoli le malattie infettive furono la principale<br />

causa di morte al mondo, al punto tale che spesso<br />

in guerra i soldati morti per malattia superavano<br />

i caduti in battaglia e potevano compromettere<br />

una campagna militare (l’esempio più noto è stato<br />

il fallimento della riconquista francese di Haiti,<br />

dove i soldati furono decimati oltre che dagli<br />

indigeni anche dalla febbre gialla).<br />

Per lungo tempo la colpa delle infezioni fu attribuita<br />

agli umori corporei oppure all’aria avvelenata,<br />

ovviamente con nessun effetto sui tentativi<br />

di cura e prevenzione di queste situazioni.<br />

Ciò era particolarmente evidente nelle operazioni<br />

chirurgiche, dove la mortalità dovuta alle infezioni<br />

post operatorie raggiungeva livelli elevatissimi<br />

e di fatto comprometteva i progressi nel campo<br />

della chirurgia (quale l’anestesia diffusasi negli<br />

USA nella metà del secolo e al centro di una grossa<br />

polemica con strascichi legali per stabilirne la<br />

paternità) rendendoli virtualmente inutili.<br />

I diversi tentativi di risolvere questi problemi pur<br />

se occasionalmente coronati da successo non<br />

influenzarono molto le cure, soprattutto per la<br />

mancanza di una teoria dimostrabile che spiegasse<br />

il verificarsi delle infezioni.<br />

La più nota di queste false partenze è senz’altro la<br />

storia del dottor Ignac Semmelweis, un medico<br />

di origini ungheresi che per un certo periodo<br />

ridusse la mortalità postpuerperale in alcuni<br />

ospedali dell’impero austro-ungarico: purtroppo<br />

il suo carattere difficile unito alle sue scarse capa-<br />

45 Storia della Medicina


Storia della Medicina 46<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

cità comunicative e all’ostracismo della comunità<br />

scientifica gli impedirono di avere successo, al<br />

punto tale che alla fine dopo essere impazzito<br />

morì per le percosse ricevute in manicomio, senza<br />

che le sue scoperte potessero influenzare il corso<br />

della medicina (ovviamente dopo morto fu<br />

rivalutato e ricevette diversi riconoscimenti<br />

postumi, tra cui una statua nella città di Pest).<br />

Tutto questo iniziò a cambiare tra il 1857 e il<br />

1859 quando Louis Pasteur dimostrò che il processo<br />

di fermentazione era provocato da microrganismi<br />

che nascevano solo da altri microrganismi,<br />

senza nessun tipo di generazione spontanea.<br />

Le sue scoperte attrassero l’interesse di Joseph<br />

Lister, un chirurgo e ricercatore britannico in un<br />

certo modo figlio d’arte (il padre Joseph Jackson<br />

Lister inventò delle tecniche per correggere<br />

l’aberrazione cromatica dei microscopi, trasformando<br />

così giocattoli inaffidabili in strumenti<br />

fondamentali per la scienza): Joseph Lister inoltre<br />

Louis Pasteur<br />

svolse studi importanti sull’infiammazione e sulla<br />

coagulazione, ma in quest’articolo lo ricorderemo<br />

per i suoi progressi nella lotta alle infezioni.<br />

Dopo aver studiato le ricerche di Pasteur, Lister<br />

decise di provare a eliminare i germi presenti nelle<br />

ferite usando l’acido fenico (ricordiamo che<br />

all’epoca l’esistenza stessa dei germi nelle ferite<br />

era solo un’ipotesi fantasiosa).<br />

Nonostante i dubbi dei colleghi ebbe successo<br />

riducendo drasticamente la mortalità postoperatoria,<br />

e in seguito passò dall’antisepsi (la disinfezione<br />

della ferita) all’asepsi (la disinfezione di tutto<br />

quello che poteva entrare in contatto con la<br />

lesione).<br />

Ci volle molto tempo perché le sue scoperte fossero<br />

accettate e applicate, ma lentamente la pratica<br />

dell’asepsi diffondendosi eliminò molte infezioni<br />

chirurgiche, anche se non esistevano ancora<br />

farmaci in grado di uccidere i germi presenti nei<br />

pazienti.<br />

Questa lotta contro i microrganismi diede ulteriori<br />

risultati positivi anche grazie alla maggior<br />

diffusione delle vaccinazioni (Pasteur stesso sperimentò<br />

con successo il vaccino contro la rabbia)<br />

e alla formulazione dei postulati di Koch, che<br />

permisero di stabilire con precisione i criteri per<br />

individuare una malattia infettiva.<br />

Tali progressi furono possibili anche da una<br />

diversa concezione del corpo umano (resa possibile<br />

dai progressi nell’istochimica e nella microscopia)<br />

adesso concepito come un insieme di cellule<br />

dalla cui alterazione deriva la patologia,<br />

un’idea formulata per la prima volta da Rudolf<br />

Virchow che insieme ai lavori di Pasteur distrusse<br />

definitivamente la vecchia teoria ippocratica degli<br />

umori.<br />

GUERRA E MEDICINA<br />

Spesso la medicina è stata debitrice di molti progressi<br />

alla guerra che ha costretto l’uomo a sviluppare<br />

strategie per salvare il maggior numero di vite<br />

possibile, dando così vita a innovazioni che poi<br />

hanno avuto ricadute positive in ambito civile.<br />

Durante le guerre napoleoniche il medico personale<br />

di Napoleone Jean Larrey introdusse le prime<br />

ambulanze sul campo di battaglia, adattando<br />

carri d’artiglieria e fornendoli del personale


STORIA DELLA MEDICINA Realtà Medica 2000 - n. 1/2013<br />

necessario per curare i feriti: pur con i grossi limiti<br />

dell’epoca questa soluzione permise di ridurre<br />

la mortalità tra i soldati, o almeno tra quelli che<br />

sopravvivevano alle cure.<br />

Successivamente Jonathan Letterman introdusse<br />

il moderno sistema di triage e il trattamento della<br />

ferita a tre stadi (fasciatura e pronto soccorso,<br />

ospedale da campo e ospedale) due innovazioni<br />

che con alcuni piccoli cambiamenti sono arrivate<br />

fino ad oggi.<br />

Paradossalmente la guerra di Crimea ebbe un’importanza<br />

decisiva per l’evoluzione dell’assistenza<br />

infermieristica grazie a Florence Nightingale,<br />

un’infermiera inglese che col suo duro lavoro riuscì<br />

a migliorare le tremende condizioni igieniche<br />

dell’ospedale di Scutari che uccisero migliaia di<br />

soldati (basti pensare che per migliaia di malati<br />

di dissenteria erano disponibili solo dieci pitali)<br />

anche se il suo lavoro all’inizio fu osteggiato dalle<br />

autorità militari che ne temevano ripercussioni<br />

negative sul morale dei soldati.<br />

Quest’esperienza le permise di formulare le regole<br />

alla base del nursing e nel 1860 pubblicò Notes<br />

on Nursing, un libro fondamentale per la professione<br />

infermieristica: in patria inoltre aprì la<br />

Nightingale training school (una delle prime scuole<br />

infermieristiche al mondo) e si sforzò di<br />

migliorare con successo le condizioni sanitarie nel<br />

suo paese.<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Un’ulteriore tappa dell’assistenza ai feriti fu la<br />

nascita nel 1863 della Croce rossa, fondata in<br />

Svizzera dal filantropo Jean Henri Dunat, che<br />

dopo la sanguinosa esperienza di Solferino decise<br />

di dar vita ad un organismo neutrale che si prendesse<br />

cura dei feriti di tutte le parti in conflitto e<br />

che fosse rispettato da tutti i belligeranti.<br />

Nonostante la vita di quest’organizzazione non<br />

sia stata sempre facile (anche per le controversie<br />

sul simbolo per identificarla) la Croce rossa e le<br />

organizzazioni afferenti ad essa (come la Mezzaluna<br />

rossa) hanno permesso di mitigare gli effetti<br />

distruttivi delle guerre, malgrado i conflitti del<br />

Novecento la misero a dura prova anche per i<br />

rapporti problematici con diverse nazioni belligeranti<br />

(come accadde con l’Unione Sovietica<br />

quando indagarono sul massacro di Katyn).<br />

VICOLI CIECHI E RAMI SECCHI<br />

Come abbiamo già detto riassumere tutti i progressi<br />

compiuti dalla medicina nel XIX secolo<br />

sarebbe impossibile, poiché accanto alle scoperte<br />

di grande impatto sul pubblico se ne verificarono<br />

moltissime individualmente meno appariscenti<br />

(come la scoperta della vera funzione dei leucociti,<br />

avvenuta verso il 1883 grazie ai lavori di Elja<br />

Metchnikoff) ma che sommate alla fine avrebbero<br />

avuto un effetto determinante sull’evoluzione<br />

della medicina.<br />

47 Storia della Medicina


Storia della Medicina 48<br />

<strong>realtà</strong>medica<br />

Rileggendo le parti precedenti potrebbe sembrare<br />

che durante tutto l’Ottocento la marcia della<br />

scienza sia stata solo un’ininterrotta serie di successi,<br />

con pochi rallentamenti incapaci di fermarla<br />

definitivamente: in <strong>realtà</strong> la storia della scienza<br />

oltre che d’idee di successo che sono arrivate quasi<br />

inalterate fino a noi, è anche ricca di teorie che<br />

invece non ce l’hanno fatta a sopravvivere alla<br />

prova dei fatti, e che perciò oggi sono ricordate<br />

solo come curiosità dagli storici. Per questo motivo<br />

prima di concludere questo lungo articolo<br />

desideriamo descrivere due discipline di cui una<br />

è tutt’oggi molto controversa, mentre l’altra è<br />

considerata ormai del tutto inutile nella medicina<br />

moderna.<br />

Il primo esempio riguarda l’omeopatia che fu<br />

fondata all’inizio dell’Ottocento dal dottor<br />

Samuel Hahnemann, che nel 1810 ne formulò le<br />

basi nella sua opera principale intitolata l’Organon<br />

della medicina razionale.<br />

Il nucleo principale del suo pensiero è che le malattie<br />

derivano da perturbazioni della forza vitale,<br />

provocate da condizioni che predispongono l’organismo<br />

ad ammalarsi chiamate miasmi, ciascuno<br />

dei quali è responsabile di varie patologie.<br />

I miasmi sostanzialmente appartengono a tre tipi<br />

diversi: la psora associata al difetto, la sicosi all’eccesso<br />

e la syphilis alla distruzione.<br />

Per curare le malattie l’omeopatia somministra al<br />

paziente sostanze estremamente diluite che in<br />

concentrazione normale darebbero gli stessi sintomi<br />

della malattia, in modo da poter riportare<br />

la forza vitale al suo equilibrio perturbato dalla<br />

patologia.<br />

Col progredire della scienza anche il pensiero<br />

omeopatico ha subito diverse evoluzioni per<br />

adattarsi alle nuove scoperte scientifiche, ma a<br />

tutt’oggi l’efficacia della medicina omeopatica<br />

rimane piuttosto dubbia, anche se il sistema sanitario<br />

di alcuni paesi rimborsa i farmaci omeopatici<br />

e in alcune situazioni le cure omeopatiche<br />

integrano nel percorso terapeutico la medicina<br />

tradizionale (o allopatica).<br />

Attualmente sembra che la fiducia del pubblico<br />

nell’omeopatia sia calata in molti paesi, ma probabilmente<br />

occorreranno diversi anni per capire<br />

se l’omeopatia arricchirà la lista delle idee in via<br />

d’estinzione oppure se sopravvivrà in una forma<br />

diversa da quella che conosciamo, così come è<br />

accaduto all’alchimia che ha dato origine alla chimica<br />

moderna.<br />

Al contrario dell’omeopatia invece i lavori di<br />

Cesare Lombroso appartengono senza dubbio<br />

alle teorie che oggi consideriamo prive di validità<br />

scientifica.<br />

Nella sua opera principale L’uomo delinquente del<br />

1876 sosteneva che le cause del crimine derivassero<br />

dalle caratteristiche anatomiche del criminale<br />

e che alcuni criminali per questo motivo fossero<br />

irrecuperabili: il corollario di quest’idea è che<br />

basta esaminare l’aspetto di una persona per stabilirne<br />

le caratteristiche psicologiche. Sebbene<br />

quest’idea non sia stata introdotta da Lombroso<br />

(era già nata all’inizio dell’Ottocento) si può però<br />

affermare che egli abbia contribuito nel portarla<br />

alle sue estreme conseguenze.<br />

Tra l’altro Lombroso era convinto che gli italiani<br />

appartenessero a due razze diverse, i settentrionali<br />

di origine ariano nordica e i meridionali di stirpe<br />

negra e africana, che sarebbero naturalmente<br />

inclini al disordine e alla violenza e apparterrebbero<br />

ad una razza inferiore (denominata poi white<br />

nigger o negro bianco): né aveva un’opinione<br />

migliore delle donne, dato che considerava le<br />

donne normali delle semi criminali innocue (ed<br />

era la cosa più carina che scrisse su di loro).<br />

Nell’ultima parte della sua vita oltre ad avvicinarsi<br />

allo spiritismo iniziò anche a prendere in maggior<br />

considerazione tra le cause della criminalità<br />

l’ambiente e le malattie mentali, ma anche se<br />

oggi lo consideriamo il fondatore dell’antropologia<br />

criminale purtroppo per lui le sue teorie non<br />

hanno retto al trascorrere del tempo.<br />

L’unica testimonianza che ne rimane oltre alle<br />

sue opere (disponibili anche in formato digitale)<br />

è il Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso<br />

a Torino, dove accanto ai manufatti realizzati<br />

dai detenuti si trovano diversi crani appartenenti<br />

ai criminali studiati durante la sua carriera:<br />

se v’interessa sappiate che la visita il mercoledì è<br />

gratuita.


Rubrica a cura di Giorgia Pecchi<br />

Disposizioni urgenti per promuovere<br />

lo sviluppo del Paese mediante<br />

un più alto livello di tutela della salute<br />

L’11 novembre 2012 è entrata in vigore la legge 8 novembre 2012, n. 189. Si tratta della<br />

conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, recante<br />

Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela<br />

della salute (GU n. 263 del 10-11-2012 - Suppl. Ordinario n. 201).<br />

Per meglio capire come si è giunti all’approvazione della legge, di seguito pubblichiamo ampi stralci<br />

della relazione del deputato Lucio Barani, PDL, in sede di discussione sulle linee generali del disegno<br />

di legge di conversione n. 5440-A.<br />

“Entrando nel merito, il decreto-legge in esame, composto da 16 articoli suddivisi in quattro Capi,<br />

procede ad una riorganizzazione di alcuni fondamentali aspetti del Servizio sanitario Nazionale. Tale<br />

riassetto presenta carattere di urgenza a seguito del profondo ridimensionamento dell'offerta assistenziale<br />

di tipo ospedaliero e, più in generale, della contrazione delle risorse destinate al SSN, derivante<br />

dai provvedimenti legislativi degli ultimi anni e, più recentemente, dalle disposizioni del decreto legge<br />

n. 95/2012, recante Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi<br />

ai cittadini nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario.<br />

Viene quindi operato un riassetto del sistema delle cure territoriali, di alcuni aspetti della governance<br />

del personale dipendente del SSN, nonché il completamento della riqualificazione e razionalizzazione<br />

dell'assistenza farmaceutica. Vengono inoltre adottate misure urgenti su alcune specifiche tematiche<br />

del settore sanitario.<br />

Il provvedimento che ha subito modifiche nel corso dell'esame presso la XII Commissione affari sociali,<br />

si suddivide in IV Capi e in 16 articoli”.<br />

Qui di seguito si darà una sintetica illustrazione del contenuto del testo come risultante dagli emendamenti<br />

approvati nel corso dell'esame in Commissione, soffermandoci su aspetti ritenuti da noi più<br />

interessanti.<br />

IL CAPO I (ARTT. 1-6-BIS), CONTIENE NORME PER LA RAZIONALIZZAZIONE<br />

DELL’ATTIVITÀ ASSISTENZIALE E SANITARIA.<br />

L'articolo 1, interamente riscritto in Commissione, dispone in tema di riordino dell'assistenza territoriale<br />

e di mobilità del personale delle aziende sanitarie.<br />

L'articolo 2 reca modifiche alla legge n. 120/2007, con l'intento di delineare il passaggio a regime dell'attività<br />

libero professionale intramuraria, fissando al 31 dicembre 2012 il termine per la ricognizione<br />

straordinaria degli spazi da dedicare all'attività libero professionale intramuraria.<br />

L'articolo 2-bis, inserito nel corso dell'esame presso la commissione, mediante l'inserimento di un<br />

comma all'articolo 15 del decreto-legge n. 95/2012, prevede l'istituzione, con decreto non regolamentare<br />

del Ministro della salute da adottare entro 15 giorni dalla data di entrata in vigore Pag. 73della<br />

legge di conversione, di una Commissione per la formulazione di proposte per l'aggiornamento delle<br />

tariffe per la remunerazione delle prestazioni sanitarie.<br />

L'articolo 3 disciplina alcuni aspetti della responsabilità professionale, stabilendo il principio che, l'esercente<br />

la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone<br />

49 Salute&Parlamento


Salute&Parlamento 50<br />

pratiche accreditate dalla comunità scientifica nazionale e internazionale non risponde penalmente per<br />

colpa lieve, salvo comunque l'obbligo di cui all'articolo 2043 del codice civile: nella determinazione<br />

del risarcimento del danno il giudice tiene debitamente conto della condotta sopra descritta. Tale norma<br />

rivoluziona, con realistica sensibilità, il sistema-sanità, offrendo la giusta attenzione al professionista<br />

che sia adempiente alle linee guida e ligio alle indicazioni della scienza. Con tale innovazione, il medico,<br />

se dovesse rispondere per colpa lieve, sarà sempre tenuto a risarcire il danno, ma non andrà incontro a<br />

responsabilità penali. Con questa scelta, modernissima, si è dato un durissimo colpo ai guasti della<br />

medicina cosiddetta difensiva (il medico, temendo responsabilità, evita di agire), stimolando un percorso<br />

virtuoso che, ad effetto domino, porterà il professionista ad essere più attento all'adempimento,<br />

con beneficio per i pazienti e per l'intero sistema-sanità».<br />

Viene poi demandato ad un provvedimento regolamentare, da emanare nel rispetto di alcuni criteri,<br />

la disciplina delle procedure e dei requisiti minimi ed uniformi per l'idoneità dei contratti di assicurazione<br />

degli esercenti le professioni sanitarie, anche in attuazione dell'articolo 3, comma 5, lettera e)<br />

del decreto-legge n. 138/2011 che statuisce il principio dell'obbligo del professionista di stipulare, a<br />

tutela del cliente, idonea assicurazione per i rischi derivanti dall'esercizio dell'attività professionale.<br />

Viene consentito il risarcimento del danno biologico conseguente all'attività dell'esercente della professione<br />

sanitaria mediante il rinvio alle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del D.Lgs. n. 209/2005.<br />

L'articolo 3-bis, inserito durante l'esame in Commissione, prevede l'istituzione di unità di risk management<br />

all'interno delle aziende ospedaliere e ospedaliere-universitarie, degli IRCSS di diritto pubblico,<br />

degli ospedali classificati e delle strutture di ricovero private accreditate, con il compito di individuare<br />

le situazioni e le prestazioni sanitarie potenzialmente rischiose, di interagire con i soggetti coinvolti e<br />

con l'assicuratore nel caso in cui si verifichi un fatto che comporti l'attivazione della copertura assicurativa<br />

obbligatoria e di prestare consulenza in materia assicurativa. Oltre ad attribuire competenze ulteriori<br />

alle unità sopra descritte le regioni e province autonome possono istituire unità di risk management<br />

all'interno delle strutture sanitarie e osservatori regionali dei contenziosi. Viene prevista l'istituzione<br />

presso il Ministero della salute di un Osservatorio nazionale per il monitoraggio del rischio clinico.<br />

L'articolo 4 detta disposizioni in tema di dirigenza sanitaria e di governo clinico. Il comma 1 reca<br />

modifiche ed integrazioni ad alcuni articoli (3, 3-bis, 7-quater, 15, 15-ter, 15-septies, 15-novies e 17)<br />

del decreto legislativo n. 502/1992. Vengono disciplinate le modalità di nomina dei direttori generali<br />

delle aziende e degli enti del servizio sanitario regionale da parte delle regioni, tenute ad attingere obbligatoriamente<br />

ad un elenco regionale di idonei, aggiornato almeno ogni due anni, costituito mediante<br />

una selezione effettuata, secondo criteri individuati dalle regioni, da una commissione di cui è disciplinata<br />

la composizione, costituita dalla regione medesima.<br />

Nel corso dell'esame in Commissione è stato inserito un nuovo articolo 4-bis che detta disposizioni<br />

dirette a consentire, allo scopo di assicurare la costante erogazione dei servizi sanitari e il rispetto dei<br />

livelli essenziali di assistenza, l'assunzione di personale a tempo indeterminato e determinato da parte<br />

delle aziende sanitarie locali, anche in deroga alla normativa vigente in tale ambito, nel rispetto degli<br />

equilibri programmati di finanza pubblica. Per le stesse finalità viene consentita una disapplicazione<br />

del blocco automatico del turn over nelle regioni sottoposte ai Piani di rientro dai disavanzi sanitari,<br />

nel rispetto di criteri stabiliti.<br />

L'articolo 5 prevede l'aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (LEA) con prioritario riferimento<br />

alle malattie croniche e alle malattie rare. È inoltre prevista l'istituzione di un fondo da parte del Ministro<br />

dell'economia e delle finanze di concerto con quello della salute, attingendo ai proventi dei giochi<br />

autorizzati dall'Amministrazione Autonoma dei monopoli di Stato, per garantire copertura finanziaria


ai LEA con riferimento alle prestazioni di prevenzione e cura della ludopatia ed è previsto l'aggiornamento<br />

del nomenclatore tariffario entro il 31 maggio 2013.<br />

L'articolo 6 dispone diverse misure in materia di edilizia sanitaria, per sviluppare il coinvolgimento<br />

del capitale privato nei lavori di ristrutturazione e di realizzazione di strutture ospedaliere, per semplificare<br />

l'applicazione della normativa antincendio alle strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e<br />

private e per accelerare l'utilizzazione delle risorse per la realizzazione di strutture di accoglienza dei<br />

detenuti degli ex ospedali psichiatrici giudiziari.<br />

L'articolo 6-bis, inserito nel corso dell'esame in Commissione, prevede che le eventuali plusvalenze<br />

derivanti dalla vendita di immobili consentita alle regioni non in piano di rientro ai fini del ripiano<br />

del disavanzo sanitario, possono essere utilizzate dalle regioni per finalità extrasanitarie. Esso inoltre<br />

estende fino al 31 dicembre 2013 il divieto di intraprendere o proseguire azioni esecutive nei confronti<br />

delle regioni sottoposte a piano di rientro e commissariate ed estingue di diritto i pignoramenti e le<br />

prenotazioni a debito sulle rimesse finanziarie trasferite dalle regioni alle aziende sanitarie locali e ospedaliere.<br />

IL CAPO II (ARTT. 7-9) DISPONE IN TEMA DI RIDUZIONE DEI RISCHI SANITARI<br />

CONNESSI ALL'ALIMENTAZIONE E ALLE EMERGENZE VETERINARIE.<br />

L'articolo 7 reca disposizioni in materia di vendita di prodotti del tabacco e di bevande alcoliche, di<br />

misure di prevenzione per contrastare la ludopatia nonché disposizioni relative all'attività sportiva non<br />

agonistica. Vengono stabiliti obblighi e divieti relativamente alla vendita di tabacco e di bevande alcoliche<br />

ai minorenni - anche mediante distributori automatici - la cui violazione è punita con l'applicazione<br />

di sanzioni amministrative pecuniarie. Inoltre al fine di contenere la diffusione delle dipendenze<br />

dalla pratica di gioco con vincite in denaro, è posto il divieto di messaggi pubblicitari dei giochi di cui<br />

sopra in trasmissioni televisive o radiofoniche e di rappresentazioni teatrali o cinematografiche rivolte<br />

ai minori nei trenta minuti precedenti e successivi alla trasmissione delle stesse, nonché la pubblicità<br />

sulla stampa periodica o quotidiana ad essi rivolta e il divieto di ingresso dei minorenni nelle aree destinate<br />

al gioco.<br />

L'articolo 8 reca norme in materia di sicurezza alimentare e di bevande. Al fine di aggiornare la normativa<br />

nazionale dedicata ai prodotti per esigenze nutrizionali particolari e di trasferire le relative competenze<br />

alle regioni, province autonome e aziende sanitarie locali (ASL), viene attribuito a queste ultime<br />

il riconoscimento degli stabilimenti di produzione e confezionamento, previo controllo del rispetto<br />

della normativa comunitaria e di alcuni requisiti e viene attribuita al Ministro della salute la facoltà di<br />

compiere verifiche ispettive. Al fine di garantire la sicurezza alimentare dei consumatori, sono poi stabiliti<br />

alcuni obblighi riguardanti il commercio di pesce, di latte crudo e di bevande analcoliche. Si tratta<br />

di obblighi informativi sulle caratteristiche e il corretto trattamento del prodotto la cui violazione è<br />

punita con sanzione amministrativa. Viene poi stabilito che le bevande analcoliche devono essere commercializzate<br />

con un contenuto di succo naturale non inferiore al 20%. Tuttavia le bevande prodotte<br />

anteriormente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto prive del contenuto<br />

minimo obbligatorio possono essere commercializzate entro i successivi otto mesi. L'innalzamento<br />

della percentuale di frutta nelle bevande con denominazioni di fantasia costituisce un vero e proprio<br />

traguardo lungo il percorso di tutela dalla salute dei cittadini ed in particolare dei giovani.<br />

L'articolo 9, non modificato nel corso dell'esame in commissione, al fine di procedere in presenza di<br />

malattie infettive e diffusive del bestiame, anche di rilevanza internazionale, all'eradicazione prescritta<br />

dalla normativa dell'Unione europea, reca disposizioni in materia di emergenze veterinarie.<br />

51 Salute&Parlamento


Salute&Parlamento 52<br />

IL CAPO III (ARTT. 10-13) RECA DISPOSIZIONI IN MATERIA DI FARMACI E DI<br />

SERVIZIO FARMACEUTICO.<br />

L'articolo 10 reca disposizioni in materia di farmaci. Il comma 1 snellisce alcuni adempimenti finora<br />

richiesti per la produzione e l'immissione in commercio dei medicinali. I commi seguenti, intendono<br />

invece assicurare, su tutto il territorio nazionale, l'erogazione e l'utilizzo uniforme dei medicinali innovativi<br />

di particolare rilevanza, garantendo la parità di trattamento di tutti gli assistiti nei vari ambiti<br />

regionali.<br />

L'articolo 11 contiene disposizioni finalizzate ad una revisione straordinaria del Prontuario farmaceutico<br />

nazionale nonché disposizioni dirette a favorire, da parte del SSN, l'impiego razionale ed economicamente<br />

compatibile dei medicinali. La misura è stata resa necessaria per adeguare il settore farmaceutico<br />

convenzionato agli interventi sulla spesa farmaceutica attuati con il decreto-legge n. 95/2012,<br />

che hanno fra l'altro ridotto gli spazi economici destinati alla rimborsabilità dei farmaci. A tal fine, si<br />

prevede che, entro il 30 giugno 2013 l'AIFA proceda ad una revisione straordinaria del Prontuario farmaceutico<br />

nazionale escludendo dalla rimborsabilità i farmaci terapeuticamente superati.<br />

L'articolo 11-bis, inserito durante l'esame in commissione, vieta il trasferimento per atto tra vivi dell'autorizzazione<br />

sanitaria all'esercizio della farmacia, in caso di condanna con sentenza di primo grado<br />

per il reato di truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale, fino alla conclusione del procedimento<br />

penale a seguito di sentenza definitiva.<br />

L'articolo 12, ampiamente modificato nel corso dell'esame in commissione, reca interventi sulle procedure<br />

di classificazione dei medicinali. Esso stabilisce preliminarmente che la domanda di classificazione<br />

di un medicinale tra quelli erogabili a carico del SSN è istruita dall'AIFA contestualmente alla<br />

contrattazione del relativo prezzo; viene poi disposto che le aziende farmaceutiche possono presentare<br />

all'AIFA la domanda sopracitata soltanto dopo aver ottenuto l'autorizzazione all'immissione in commercio<br />

dello stesso medicinale.<br />

L'articolo 13 interviene in materia di medicinali omeopatici e di adempimenti riguardanti la macellazione<br />

degli animali, al fine di semplificare l'attuazione delle norme. Viene confermato per i medicinali<br />

omeopatici presenti sul mercato italiano alla data del 6 giugno 1995, il termine del 31 dicembre 2015<br />

per avviare la procedura di registrazione. Disposizioni particolari vengono poi stabilite per i medicinali<br />

veterinari omeopatici e in relazione agli allevamenti animali.<br />

IL CAPO IV (ARTT. 14-16), RECA LE NORME FINALI.<br />

L'articolo 14 dispone la razionalizzazione di taluni enti sanitari, quali: CO.AN.AN, l'<strong>Istituto</strong> nazionale<br />

per la promozione della salute delle popolazioni migranti (INMP), Fondazione ONAOSI<br />

L'articolo 15 disciplina il trasferimento alle regioni delle funzioni di assistenza sanitaria del personale<br />

navigante (marittimo e dell'aviazione civile) e le prestazioni soggette a tariffa rese dal Ministero della<br />

salute. Al fine di semplificare l'attuazione delle norme che trasferiscono l'assistenza sanitaria del personale<br />

navigante, l'articolo 15 rivede la normativa vigente contenuta nell'articolo 4 della legge 12<br />

novembre 2011, n. 183 (Legge di stabilità 2012).<br />

L'articolo 15-bis inserito nel corso dell'esame in commissione, detta alcune disposizioni in tema di<br />

acquisto di beni e servizi da parte degli enti del servizio sanitario nazionale o, per essi, delle regioni e<br />

province autonome, nonché sulla determinazione dei prezzi di riferimento.<br />

L'articolo 16 dispone sull'entrata in vigore del provvedimento.<br />

A detta dell’on. Barani, il risultato fin qui ottenuto è più che soddisfacente ma ci sono ancora margini<br />

di miglioramento su questioni come l'esercizio abusivo della professione, le cure palliative, la riorganizzazione<br />

della Dirigenza Sanitaria del Ministero della Salute e del CNR, le disciplina di alcune professioni<br />

mediche come i biologi. Vedremo cosa accadrà con i nuovi Parlamento e Governo.

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