Untitled - Comune di Reggio Emilia

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Untitled - Comune di Reggio Emilia

Ideazione e Coordinamento pedagogico del progetto: Silvia Razzoli

Coordinamento organizzativo: Silvia Manghi e Gino Grassi

Gruppo di Progetto: Francesca Aquino (Casa Protetta “I Girasoli” Pieve), Nicoletta Belelli (Casa Protetta “Villa Margherita” Cella), Monica

Bonini (Scuola Primaria “Leopardi” Pieve 2), Loretta Bussei (Centro Diurno”Enrico e Lorenzo Ferretti”), Marta Catellani (Casa Carità Pieve Modolena),

Gloria Caroni (Scuola Media Fontanesi), Loretta Gemmi (Scuola Primaria “Ferrari” Cella), Cinzia Michetti (Scuola Primaria “Valeriani”

Cadé), Morena Sacchi (Scuola Primaria “Verdi” Pieve 1).

Documentazione foto – video, progetto grafico: Alessandro Scillitani

Produzione Teatrale: Patrizia Garofalo

Patrocinio del Progetto: II^ Circoscrizione del Comune di Reggio Emilia

Hanno contribuito alla realizzazione del progetto biennale:

Gli insegnanti e 290 alunni delle scuole primarie e della secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo Kennedy di Reggio Emilia:

Scuola Primaria “Giacomo Leopardi” Pieve 2, Scuola Primaria “Giuseppe Verdi” Pieve 1, Scuola Primaria “Paola Valeriani” - Villa Cadé, Scuola

Primaria “Vincenzo Ferrari” Villa Cella, Scuola Secondaria di Primo Grado “Antonio Fontanesi”.

Gli operatori, animatori, atelieristi, volontari e anziani ospiti della casa protetta ”I Girasoli”; del Centro Diurno “Enrico e Lorenzo

Ferretti”; della Casa Protetta “Villa Margherita” di Villa Cella; delle Case di Carità di Pieve Modolena e Cella .

INDICE

PREFAZIONE di Jessica Ferrari

GENERAZIONI CHE SI INCONTRANO di Luciano Rondanini

LA CIRCOSCRIZIONE... ASCOLTA di Fausto Castagnetti e Silvia Manghi

IL SENSO DI UN INCONTRO di Monica Bottai

RACCONTAMI, NONNO... di Paola Campo

UNA STORIA CHE VALE LA PENA RACCONTARE di Silvia Razzoli

COS’EL AL TEIMP? di Osvaldo Ferrari

PENSIERI IN LIBERTÀ

L’AN È MIA ROBA ED TUT I DÉ (amore , guerra, festività e momenti speciali)

ROBA ED TUT I DÈ (il vivere quotidiano)

DAI C’AS DIVERTOM (il tempo del gioco e dello svago)

NONO, AM CUNTET ‘NA FOLA ( fiabe filastrocche e detti di altri tempi)

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“Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto

interiore, la cui continuità il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe

dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto e che questo

racconto è noi stessi, la nostra identità.”

(Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello)

PREFAZIONE

di Jessica Ferrari, pedagogista Comune Castelnovo ne’ Monti e Centro di Coordinamento per la Qualificazione Scolastica

Queste sono le parole del neurologo americano Oliver Sacks che discute questioni d’identità suscitate dal caso di un paziente affetto da sindrome

di Korsakow, un complesso di disturbi sensoriali, motori, intellettivi, della personalità che danneggia la capacità di ricordare gli eventi, apportando

gravi danni alla memoria. Pazienti come quello di Sacks devono continuamente inventare sé stessi e il proprio mondo ad ogni istante. Da questa

riflessione esce un’idea interessante d’identità. Sacks dice che se vogliamo sapere qualcosa di un uomo dobbiamo chiedergli la sua vera storia,

in quanto ognuno di noi è una biografia, una storia, un racconto peculiare costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso noi,

- attraverso percezioni, sentimenti, pensieri, azioni, relazioni e attraverso il nostro racconto orale. A livello biologico noi non differiamo molto l’un

l’altro ma storicamente e come racconto ognuno di noi è unico. “Per essere noi stessi dobbiamo avere noi stessi - possedere e ripossedere, la

storia del nostro vissuto”, ripeterci, rievocando il nostro dramma interiore. L’uomo ha bisogno di questo racconto per conservare la sua identità, il

suo sé e per mantenere la propria unicità. Uno strumento possibile per raccogliere e restituire il racconto di sé, è l’intervista narrativa, che ricerca

costantemente l’essenza della persona attraverso il libero flusso dei ricordi, rappresenta la vita, rafforzando in questo modo l’immagine di sé e

l’autostima, ci aiuta a rispondere alla grande domanda “chi sono io?”. L’intervistato diventa narratore della propria vita, dal proprio punto di

vista, è come se pirandellianamente si guardasse vivere. La narrazione produce apprendimento circolare tra passato-presente-futuro, attribuisce

dignità alla storia che viene valorizzata da colui che riceve questo dono attraverso l’ascolto. Ascoltare è un’arte che favorisce la libertà interiore

dell’uomo, è oggetto transizionale e immateriale che getta un ponte tra sé e l’altro da sé, tra il dentro e il fuori. All’origine di ogni ascolto c’è il

silenzio; quando i bambini diventano parte dell’ascolto silenzioso, loro più di ogni altro, contribuiscono al costruirsi del discorso, diventano parte

di chi parla e di ciò che dice. Il loro stupore e la loro curiosità sostengono la ricerca del ricordo, la ricostruzione delle parole, dei gesti e delle

azioni ormai tramontate. Raccontare è un modo per interpretare e narrare il mondo e per dimostrare la presenza di fili invisibili che ci collegano

attraverso spazi e tempi lontani per ritrovare significati e vederne di nuovi. Il momento di ricomposizione dei ricordi produce anche confronti con

il “qui ed ora”, il tempo presente della narrazione che viene guardato con occhi diversi in un gioco di vecchio e nuovo che ci aiuta a capire meglio

dove viviamo. Il racconto nasce, cresce e mentre si fa, tras-forma colui che narra e colui che ascolta in una reciproca relazione di gratitudine per

il prezioso tempo dedicato tra infanzia e maturità.

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GENERAZIONI CHE SI INCONTRANO

di Luciano Rondanini, ispettore scolastico

Afferma Jerome Bruner che solo la narrazione permette ai giovani di costruirsi un’identità e di trovare un posto nella propria cultura. E l’identità

non si costruisce per il semplice fatto che ci siamo, ma a partire dalla valorizzazione dell’altro.

In particolare, il racconto di storie che rievocano il passato, proiettandole sul presente, restituisce una inestimabile dignità a coloro che sanno

leggere, vivere e capire vicende ed esperienze di altri tempi.

A questo proposito, il grande storico tedesco Joachim Fest, recentemente scomparso, rievocando i fatti narrati da Anna Frank nel suo Diario, ha

sostenuto che, senza la rievocazione di quegli avvenimenti, la Germania non avrebbe avuto il volto completo della democrazia che oggi può

esibire.

Soffermandoci ancora per un attimo sul significato della narrazione e sulle trame sottese a questa specifica forma di pensiero, Clarissa Pinkele

Estès dice che le storie sono venute al mondo perché Dio si sentiva solo: era, infatti, costretto a vivere in un immenso buio in cui le storie, pur

esistendo, erano tra loro confuse e senza forma.

Allora Gli venne un’idea bellissima e sussurrò: “Che sia la luce!”. Da quel momento il mondo cambiò; la luce illuminò quel grande spazio e le

storie presero forma.

Cominciava in quel momento la grande avventura dell’uomo!

Le storie, dunque, sono un’arma vincente per far sì che le persone si incontrino ed abbiano la possibilità di costruire quello spazio narrante, che

scioglie le ruggini del tempo, consente alle persone di vivere il contatto fisico (in un’epoca di relazioni virtuali!) e di costruire quei legami di vicinanza

dai quali scaturisce un autentico dialogo educativo.

Esse posseggono una straordinaria carica e funzionano come un biglietto da visita per entrare nel mondo interiore degli uomini, soprattutto dei

bambini. Se la storia è ben scelta, il bambino la seguirà con interesse e stupore. Se poi le storie proposte sono vere e tratte dalla vita vissuta degli

anziani (spesso, ahimè, invisibili) del paese o del quartiere, allora il bambino le seguirà estasiato.

Lo spazio della narrazione rappresenta un luogo particolare perchè alimenta il tempo dei legami, la vicinanza corporea, l’esercizio degli sguardi,

l’impegno reciproco… ; l’esatto contrario dei sistemi informatici da cui ci si disconnette con la stessa facilità con cui si entra.

Trovo che l’esperienza di fare filos (raccontar-si) tra anziani e bambini sia di straordinaria carica educativa, soprattutto perché rafforza la lealtà con

la tradizione e di conseguenza permette ai piccoli di acquisire gli strumenti per porsi in modo adeguato rispetto al passato. Impresa difficilissima

oggi per tante ragioni, soprattutto per quel diffuso senso di estraneità rispetto ad un tempo, quello passato, che ci lascia indifferenti, in quanto

ci lasciamo tutti avviluppare nelle vicende di un presente spesso voracemente consumato.

Accostarsi alla storia attraverso i vissuti delle persone significa, pertanto, prendere sul serio il valore della tradizione, che risulta di fondamentale

importanza per un autentico processo educativo. Con questo atteggiamento nulla viene trascurato e ogni particolare diventa importante; ci si

abitua, in altre parole, a documentarsi prima di emettere giudizi, a liberarsi dei preconcetti, ad educarci al rispetto che dobbiamo alle persone

venute prima di noi. Questo modo di intendere la storia è un antidoto contro il conformismo e il determinismo imperanti: un’ importante palestra

di libertà per immaginare il futuro!

Infatti, chi comprende il passato è in grado di preparare, con la dovuta prudenza, un futuro più promettente e più accettabile. Forse, il passato

così inteso ci aiuta a proiettare la sua luce nella giusta direzione, evitandoci la tristezza di vagabondare nelle tenebre che ci porterebbe a vivere

la solitudine di Dio prima che la luce cominciasse a squarciare la spessa coltre di oscurità.

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LA CIRCOSCRIZIONE... ASCOLTA

di Fausto Castagnetti, Presidente 2^ Circoscrizione

e Silvia Manghi, responsabile commissione Assistenza e Solidarietà

Nell’era della globalizzazione, in cui tutti dobbiamo essere in grado di allargare il nostro sguardo ed il nostro orizzonte, è facile perdere di vista

le proprie origini, le proprie tradizioni, la propria cultura.

Le profonde trasformazioni che hanno subito i nostri territori in questi ultimi trent’anni rischiano di fare perdere “ il senso di appartenenza ad

una comunità” ed il valore del “legame della gente con il vicinato”.

L’evento di una iniziativa per anziani organizzata dalla nostra circoscrizione in cui si evocavano mestieri di una volta e tradizioni ormai superate

è stato la scintilla che ha fatto scaturire l’idea di “fare qualcosa” per trasmettere tutto questo “patrimonio di valori” alle giovani generazioni,

consapevoli come tutto ciò rischi di andare disperso se non opportunamente trasmesso e documentato.

Obiettivo quindi del progetto è stato di coniugare le due istanze: l’essere ed il divenire cittadini europei e del mondo, ma portatori di una cultura

che ha radici nella “reggianità”, nei suoi usi, nelle sue tradizioni, di cui solo le persone anziane sono testimoni.

E quale occasione migliore poteva essere se non il mettere in relazione gli anziani presenti nelle strutture assistenziali del nostro territorio con i

bambini delle nostre scuole elementari?

Ecco quindi che nasce il progetto, coinvolge 23 classi dell’istituto comprensivo Kennedy e gli anziani presenti nelle strutture assistenziali protette

pubbliche e private del nostro territorio.

Esperienza straordinaria ove gli anziani con il “raccontarsi” ed il “rivivere i tempi passati” hanno dimostrato una straordinaria vitalità e capacità

di interagire positivamente col tessuto circostante; i bambini che hanno amato il “sentirsi protagonisti” ed il “sentirsi raccontare” attraverso la

narrazione.

Questo progetto vuole essere una dedica alle persone anziane dove i loro ricordi custoditi nella loro memoria, raccontati e rivissuti attraverso i

bambini saranno per questi un patrimonio che influenzerà positivamente la loro crescita.

Per questo la circoscrizione ha fortemente creduto e sostenuto questo progetto che non sarebbe comunque risultato tale senza la preziosa

collaborazione dei bambini e delle loro insegnanti, degli anziani e delle loro operatrici, del personale della circoscrizione, tutte coordinate dalla

preziosa regia di Silvia Razzoli.

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IL SENSO DI UN INCONTRO

di Monica Bottai, insegnante scuola secondaria di primo grado “Fontanesi”

Un incontro anomalo, strano. Che fa sorridere molti, di nostalgia o speranza.

L’incontro fra due mondi. L’incontro fra due età, fra due vite, fra un vissuto e un da vivere, fra un ricordo ed un’attesa.

Un incontro ed un passaggio. Passaggio di consapevolezze e di saperi, di coscienza e di storie. Passaggio di mani e di segni.

Io ho visto l’incontro ed il passaggio, ma non è l’emozione o il sommovimento interiore il cuore della questione, bensì l’emergenza di due parole

sovente trascurate o scordate o offese.

Memoria e tradizione.

Non è lo sguardo bambino dei due – sì, di ambedue gli attori, il ragazzo ed il nonno –, non l’occhio vibrante di lacrime sommesse e nascoste,

non l’allegra baldanza degli uni né la solenne posa degli altri; niente di questo rende evidente il cuore della questione che lì si giocava. Questo

appartiene alla sfera delle emozioni che, pur vere, svaporano dopo poco nel susseguirsi di nuovi avvenimenti e nuove storie, come ben sappiamo

e viviamo nel nostro mondo mediatico. Non dunque per provocare la sfera emotiva, non per introdurre diversivi ravvivanti la routine scolastica;

non per questo è stato bello vivere questo incontro. Bensì per scoprire quella memoria e quella tradizione che plasma la personalità di ciascuno,

la fa crescere e la rilancia nel paragone con la realtà tutta.

Infatti, negli occhi e nelle parole dei nostri nonni abbiamo letto i segni, i modi, i toni di questo rilancio, come di una consegna. La consegna del

reale vissuto, nelle mani di quei tanti figli e nipoti; la consegna di una memoria amata, che i ragazzi hanno accolto, forse con incoscienza, ma

con totale simpatia. E questo gusto per la conoscenza del passato e per la scoperta di identità umane è una dimensione da provocare, favorire,

esortare, perché da qui germoglia la passione per la vita, per l’incontro, per la diversità.

Ma occorre che tale consegna del reale avvenga dentro la certezza di un senso, anche vago e confuso. E’ qui che la memoria diventa tradizione,

cioè l’ipotesi esplicativa necessaria ai ragazzi per affrontare e comprendere il vissuto e il da vivere. Quei nonni, in qualche modo, hanno testimoniato

la possibilità di questo senso. Di un senso possibile, a cui i nostri ragazzi anelano.

Sta a noi, genitori ed insegnanti, raccogliere la sfida di questo incontro che, in fondo, ha posto a tema la nostra comune umanità.

RACCONTAMI, NONNO...

di Paola Campo, Dirigente Scolastico Istituto Comprensivo “J. F. Kennedy”

…Un’esortazione che in questi due anni di lavoro ci è divenuta familiare, un’espressione che si è colorata di significati, di emozioni e di affetti,

di sorrisi, di abbracci e di lacrime, di parole, di ricordi, di volti, di pensieri….

Raccontami, nonno… non solo un “progetto”, pur con tutte le valenze di ogni percorso intenzionalmente proposto, ma un “valore”, racchiuso

in poche parole: “racconta” – “a me” – “nonno”.

Il “raccontare” evoca la prossimità e il calore di una relazione che nasce e si struttura sul filo della memoria, della fantasia, dell’interiorità, del sé

svelato all’altro come dono prezioso…

Il “mi”… a me, proprio a me, veicola quell’attenzione “speciale” di cui nessuno sa fare a meno, né nella tenera età delle scoperte, né negli anni

maturi delle responsabilità e delle fatiche, né in quelli carichi di ricordi e, forse, di rimpianti…

Il “nonno”, infine, richiama una presenza rassicurante, saggia, indulgente, affettuosa, complice… quasi un “ponte” tra la vicinanza di chi ci prende

per mano e la lontananza del mondo a cui ci conducono i suoi ricordi

Raccontami, nonno… un’esperienza interdisciplinare, con obiettivi didattici stimolanti e finalità educative essenziali ad ogni proposta formativa.

Per tutto questo… grazie!

Grazie a chi ha pensato, voluto, realizzato, sostenuto… questa iniziativa, grazie a chi saprà farne tesoro perché il racconto continui nell’esperienza

di vita dei nostri bambini, di tanti nonni e di tutti noi, testimoni privilegiati di questa stupenda avventura.

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UNA STORIA CHE VALE LA PENA RACCONTARE

di Silvia Razzoli, ideatrice e coordinatrice pedagogica del progetto “Raccontami nonno”

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“Ogni anziano che se ne va è come una biblioteca che brucia.”

(Umberto Eco)

Tutto cominciò un sabato pomeriggio in una struttura per anziani in cui andai a recitare testi dialettali per animare la loro festa con famigliari

e parenti. Attraverso il personaggio della Cesira, arzilla vecchietta di montagna, raccontavo storie vere di tempi passati condite con un po’ di

umorismo per far sorridere i presenti. Fu lì che alcune nonne attivarono un vero e proprio processo di identificazione, si lasciarono coinvolgere

a tal punto che saltavano su per interagire con la vecchietta che percepivano forse come vera e non come attrice. Ne ricordo una in particolare,

nonna Iride, 100 anni, curata, ben vestita e profumata con una camicetta di seta. Cominciò timidamente a raccontare di sé, poi divenne un vero

fiume in piena “Anca me a sun andeda a servisi a Milan… s’la saiesa cosa a me sucess….!” .

Il clima si avvolse di un magico calore, gli ascoltatori si trasformarono a turno in protagonisti, tutto fluiva in un modo straordinariamente naturale

e interattivo, tutti si sentivano partecipi. Le storie della Cesira erano diventate solo lo sfondo in cui si intrecciavano le storie dei nonni presenti.

Al vedere tale fenomeno, a Silvia Manghi si accese una lampadina, “Vedi come sono attivi, senti quante cose hanno dentro? Dobbiamo creare

più occasioni perché i nonni abbiano uno spazio per raccontare quello che ormai non sentiamo più: le storie della nostra gente, della nostra terra.

Cesira, hai acceso una miccia, adesso non possiamo lasciarla spegnere così. Pensa a cosa si potrebbe fare, se ti viene una buona idea cerchiamo

di investirci come circoscrizione... “

Trovare un’ idea…dove, come, quando, con chi? …Trovata!

Facciamo incontrare due generazioni apparentemente distanti, ma così vicine: i nonni e i bambini. Creiamo i ponti tra due generazioni. Creiamo

i ponti tra le strutture sociali e le scuole. Varchiamo le soglie per fare incontrare le persone. I nonni hanno tanta voglia di raccontarsi, i bimbi da

sempre amano ascoltare storie. Noi siamo anche la nostra storia, possiamo recuperarla. I presupposti ci sono. In fondo il passato deve essere

consegnato alle giovani generazioni perché dalla memoria di ciò che non è più, si possa costruire un divenire che si fonda sui valori, spesso celati,

dell’umanità e sulla conoscenza delle sue radici più autentiche.

Coinvolgiamo così le scuole del territorio, condividiamo l’idea con gli operatori di struttura, facciamo un gruppo di coordinamento progettuale

con la circoscrizione, fissiamo criteri , principi, tappe di lavoro, incontri di verifica e rilancio, il progetto prende corpo. Così è nato “Raccontami

nonno”.


La vera storia comincia…

conosciuto solo dagli addetti ai lavori o da chi è coinvolto personalmente. Un mondo tutto da ri-scoprire perché molti bimbi hanno nonni molto

giovani, o nonni lontani o mai conosciuti. Lì, alcuni bambini hanno trovato i nonni che non hanno.

I personaggi sono oltre 350… I bambini e i nonni si incontrano davvero per due anni, in cinque scuole e in cinque strutture. Una storia fatta di Abbiamo scoperto che le strutture per anziani non sono un corpo estraneo, mondi isolati, ma luoghi di vita, una vita palpitante che attende di

incontri, di racconti, di ascolto, di attese, di emozioni, di giochi, di curiosità, di sguardi, di contatti anche fisici, di affetto… a volte anche qualche essere regalata ad ascoltatori e spettatori non distratti, che sanno accogliere, come i bambini, le storie altrui. I bambini hanno riempito le troppo

pianto… “Bela puteina, dam un basein”.

vuote giornate dei nonni.

Si fissano appuntamenti, si fanno i preparativi e i bambini regolarmente si recano dai nonni nelle strutture dove vengono accolti per intere matti- Questi incontri si sono riempiti di senso e significati profondi che vanno dalla conoscenza di fatti e modi di vivere fino alla ricchezza delle relazioni

nate. Il tempo scorre tra un racconto e l’altro, tra tante domande e tante risposte, a volte anche inaspettate, si condividono alcune feste dell’anno, umane fatte di cose piccole, ma autentiche. Nel riscoprire la quotidianità si è potuto sperimentare lo stupore per altre quotidianità. La narrazione

ci si diverte in attività di laboratorio per costruire bambole e giochi di altri tempi o maschere da mettere tutti, nonni e bambini, per la festa di è divenuta un modo per supportare gli apprendimenti e facilitare le contaminazioni positive tra due mondi che si incontrano.

carnevale. Si fa merenda insieme dopo aver preparato le torte di una volta o il Savuret fatto col mosto.

Si è aperta una strada concreta per rendere i nostri alunni cittadini più attivi, consapevoli conoscitori delle storie della propria terra , capaci di

tessere relazioni con il mondo che li circonda, a partire da quello dei nonni. Ciò che si è fatto nella 2^ Circoscrizione può essere riproposto come

La storia continua…

modello di lavoro e come buona prassi per far crescere il senso di cittadinanza e di appartenenza.

Abbiamo così riscoperto il valore delle storie, la forza della narrazione e la ricchezza della vita di ognuno. I nonni ci hanno regalato le loro storie,

I nonni vanno nelle scuole, si siedono e raccontano oppure salgono in cattedra per spiegare la vita di altri tempi attraverso i ricordi, le foto o gli tante, ricche, originali, a volte anche tristi.

oggetti recuperati in solai o cantine. Le esperienze si mettono a confronto tra “ora” e “allora”, tra “oggi “ e ai “miei tempi”, tra “il dentro” e “il

fuori” che si incontrano. I bimbi si incantano di fronte a racconti che sanno di incredibile, eppur sono veri… è la loro storia! Sprazzi di ricordi vivi

e palpitanti a volte nitidi a volte un po’ confusi, la memoria di un mondo che si è trasformato. Quando un nonno riesce a far muovere un rocchetto

Le abbiamo raccolte in quattro sezioni:

dentato con elastico, stecchini e ingegno, un bimbo sbalordito chiede “Ma dove sono le pile?” Ecco che è stupore! Si muove senza pile! Ma come 1. L’an è mia roba ed tut i dé (amore , guerra, festività e momenti speciali)

si muoveva il mondo senza pile e senza macchine? …. Mah!? …Eppur si muoveva!

2. Roba ed tut i dè (il vivere quotidiano)

Nel tempo in cui tutto è frenesia, efficienza, produttività ci siamo regalati il tempo di ascoltare, il tempo di giocare e di costruire giocattoli con 3. Dai c’as divertom (il tempo del gioco e dello svago)

materiale semplice, dando spazio alla creatività, all’inventiva che solo le generazioni passate ci possono insegnare perché oggi, tutto ci arriva già

fatto.

4. Nono, am cuntet ‘na fola ( fiabe filastrocche e detti di altri tempi)

Qualche nonno con qualche difficoltà in più, ci ha stupito per l’inattesa capacità di contenimento che ha dimostrato in presenza dei bimbi, ci è Abbiamo inserito solo alcuni stralci vicino alle immagini perché rimanga traccia di questa storia che nonni, bambini, insegnanti e operatori delle

sorto il sano dubbio che la compagnia e una ritrovata motivazione, assumano valore terapeutico.

strutture hanno intensamente vissuto nel tempo di un progetto.

Si è riattivata anche la delicata sfera delle emozioni, le nonne, in previsione dell’arrivo dei bimbi, chiedono alle assistenti di mettere loro i bigodini, La narrazione si è trasformata anche in riprese e in teatro. Patrizia Garofalo ha fatto recitare nonni e bambini, traducendo in finzione simbolica

vogliono il vestito della festa, il foulard al collo, vogliono essere belle per l’occasione. Anche i bimbi preparano cose da portare ai nonni. Cresce in alcune situazioni. L’obiettivo di Alessandro Scillitani ha catturato immagini, emozioni, contesti, perché possano essere restituiti a chi li ha vissuti

loro il piacere dell’attesa. Un giorno un’operatrice stava sistemando delle sedie e una nonna con tono di speranza chiede: “Arrivano i bimbi?” As- e a chi leggerà questo libro.

sociava a quel gesto un rito di preparazione ad accogliere i piccoli ospiti, ma che quella volta era semplicemente legato al riordino del salone.

Alessandro Baricco dice che “Nessuno ti può fregare quando hai una bella storia da raccontare… e qualcuno a cui poterla raccontare”.

E così gli incontri divengono occasione di conoscenza, di arricchimento per entrambi e dallo scambio di esperienze cresce la consapevolezza

del proprio sé e del dove ci collochiamo rispetto all’altro. Il progetto è diventato occasione per riscoprire il pianeta nonni, spesso dimenticato,

Se è così, anche noi abbiamo voluto raccontarvi questa bella storia perché sappiamo che ci sarà qualcuno che la vorrà ascoltare o ri-ascoltare.

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COS’EL AL TEIMP?

di Osvaldo Ferrari detto “Vampa” - poeta dialettale

Amarcord quand, da ragàs,

tgniva ascolt, seimpr anoiee,

al leziòun che s’fevn in clas

su futur, presèint, passee.

Una fila d’argomèint

che po’l mèister, puntigliòs,

al si feva diir a mèint,

e’l dvintèva anch arliòs.

Però in sèguit cal leziòun

spessi volti m’han portee

a feer certi riflessiòun

sovr al teimp, cmé l’é formee.

Da cal lounghi spiegaziòun

m’é sembree d’avèir capii

che sté teimp l’é stran dabòun,

l’é cmé Dio, gh’in in trii.

Mé però m’sun smandee spès:

- Al futur, po anch al passee,

come polni essregh adès

s’in da gniir o bèle andee? -

Se al futur ho al rivarà

e vol diir che ché al gh’é mia;

se al passee l’é là cal va

l’era ché, ma l’é’ndee via.

Sul futur ho anch notee

che cm’al riva che’l ghìé piò,

eter tant l’é pr al passe,

quand l’é ché’l n’é mia ló!

Gh’armagnré sol al presèint,

e difati col lé’l gh’ee,

ma al và tant velocemèint

che gh’é d’nov a tgnirgh adree.

Una bèla confusiòun,

che per prèirla tireer vi

sun rivee a la conclusiòun

che sté teimp forse’l gh’é mia.

Ma però sun pch convint;

quand un guèrd davanti a un spèc

e degh: - Se’l tèimp al cunta gnint,

perchè sunia gnu acsé vèc? -

COS’È IL TEMPO?

Mi ricordo ancor sovente

che alla scuola ero scocciato

quando il tema era “il Presente,

il Futuro ed il Passato”.

Una fastidiosa storia

che il Maestro, puntiglioso,

la voleva anche a memoria,

diventando assai noioso.

Poi però quelle lezioni

spesse volte mi han portato

a far certe riflessioni

sopra il tempo ed il suo stato.

Quel ricordo ormai lontano

me lo sento ancor vicino,

poiché il tempo è molto strano;

come Dio è uno e trino.

Me lo chiedo anche tuttora:

- Due di loro, in che maniera

io posso averli ora

se un verrà e l’altro c’era? -

Se il futuro arriverà,

ciò vuol dir che non c’è ancora;

se il passato è là che va,

era qui, ma c’era allora.

Sul futuro ho pur notato

che giungendo qua scompare;

è così anche il passato,

quando è qui è un altro affare.

Non rimane che il presente,

ma nel suo fatale andare

ci trascina follemente

e nessun lo può fermare.

Questo è un vero labirinto;

una grande confusione,

e mi son quasi convinto

che quel tempo è un’illusione.

Ma guardandomi allo specchio

si confonde la mia mente:

- Come mai divento vecchio

se quel tempo non val niente? -

Pensieri in libertà (di insegnanti , operatori, nonni e bambini)

“Per me è stato come andare in un bel solaio polveroso, aver visto un grande baule pieno di cose e non averle potute tirar fuori tutte.”

“È stato un po’ come tornare giovani. E’ stato un piacere ricordare e raccontare la mia infanzia passata.”

“Ci siamo commossi quando una signora molto curata ci ha aiutato a ritagliare e ha continuato a farlo anche se le mani le tremavano!”

“Non saprei che dire, il progetto mi emoziona ancora. Proiettandomi nel futuro da vecchietta ospite in una struttura, vorrei ritrovare quello che

ho visto accadere attraverso questo progetto e vedermi considerata come lo sono stati i nonni coinvolti in questa bella storia… Per me la storia

continua!”

“È possibile allacciare relazioni per avvicinare chi è già vicino a noi, ma lo consideriamo lontano.”

“Lo stare insieme ci ha fatto riscoprire valori, abbiamo riscoperto il senso dell’altro.”

“Mi sono sentita un ponte tra due generazioni, ci ho creduto molto e mi ha coinvolto emotivamente.”

“Mi ha riportato indietro nel mio tempo, mi ha fatto rivivere cose mie, ho scoperto l’importanza di emozionarli, di collegare il dentro col fuori per

ridurre il senso di solitudine, ho imparato a raccontare loro ciò che accade fuori per farli sentire maggiormente parte del mondo.”

“È costato fatica e impegno, è riuscito perché ci abbiamo creduto. Una esperienza da diffondere e riproporre.”

“Adesso che siamo alla fase conclusiva, vorrei ricominciare da capo, solo adesso che abbiamo ricucito tutte le esperienze ho scoperto la ricchezza

di questo percorso e saprei farlo meglio.”

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È stato un po’ come tornare giovani.

E’ stato un piacere ricordare

e raccontare la mia infanzia passata.

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L’AN È MIA ROBA ED TUT I DÉ

amore, guerra, festività e momenti speciali


L'AMORE

Correva l’anno 1946, era finita la guerra, c’era povertà e fame, ma Clorinda diciottenne era felice perché innamorata, innamorata di Mario, un

uomo più grande di nove anni. Si sono conosciuti nella stalla del contadino vicino di casa. Mario, per pochi soldi, vitto e alloggio, accudiva le

mucche e lavorava nei campi. Clorinda, con i suoi genitori, nelle sere invernali andava nella stalla del vicino per trascorrere un paio d’ore in

compagnia; tra uno sguardo e l’altro Clorinda e Mario si sono piaciuti e innamorati. La mamma di Clorinda aveva capito cosa stava accadendo e

non accondiscendeva per vari motivi: lui aveva troppi anni in più, un lavoro non sicuro e persino i capelli rossi; insomma non era un buon partito.

Clorinda ricorda che per un bel po’ di tempo la mamma ha evitato di andare dai vicini come di consueto, ma Mario riusciva lo stesso a incontrarsi

segretamente con la sua amata. Dopo qualche mese i genitori di Clorinda dovettero accettare Mario per amore della figlia.

Dopo un anno di fidanzamento si sono sposati. E vissero "così... così", con quattro figli.

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Prima di andare a casa dell'amata i fidanzati si dovevano frequentare per almeno due anni, e

doveva essere chiesto il permesso ai genitori della ragazza.

I ragazzi e le ragazze si sposavano molto giovani.

Toccava al padre dello sposo andare a domandare la mano al padre della sposa; in alcuni casi

questa funzione era svolta da una figura, quella del dmandòun.

C'erano due figure molto importanti per organizzare il matrimonio: la flépa (donna sposata

ma non incinta), che faceva la cerimoniera e curava tutti i particolari della festa; e il mnun, che

accompagnava la sposa nella casa nuova. Per il pranzo di nozze, gli sposi portavano del cibo che

riuscivano a procurarsi, perché c’erano pochi soldi. Però la festa poteva durare anche tre giorni,

e si alternava, un giorno a casa della sposa, poi dallo sposo. Al ternine del pranzo, dopo le torte,

non mancava il croccante, c'erano vere e proprie artiste che creavano composizioni incredibili.

Regalo di nozze, agli sposi una gallina, e a lei una sottoveste nuova.

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Una volta la mortalità infantile era molto alta. Antenisca e Giuseppina avevano numerosi fratelli (certe

famiglie ne avevano fino a dieci), alcuni di loro sono morti poco dopo la nascita. Entrambe hanno frequentato

la scuola fino alla terza elementare e poi hanno smesso perché dovevano occuparsi dei fratellini più piccoli.

A quel tempo ci si sposava con un vestito un po’ più bello del solito da riutilizzare per altre occasioni. Anche

i colori erano diversi da quelli degli abiti da sposa d’oggi: Giuseppina aveva un vestito nero, Antenisca aveva

un cappotto marrone e un abito grigio.

Non c’era il viaggio di nozze: il giorno dopo si andava subito a lavorare ("Il mio viaggio di nozze? Dalla

casa alla…stalla!"). I parenti stessi, finito il pranzo, tornavano alle loro occupazioni.

In quegli anni aspettare un bimbo prima del matrimonio non era considerata una cosa "bella": le spose, in

questi casi, dovevano ricevere la benedizione in chiesa prima di sposarsi.

Dopo sposati spesso si andava a vivere in famiglia, con i genitori del marito. Giuseppina invece, i cui genitori

erano contrari al matrimonio perché il "moroso" non era ricco, è andata a vivere a Reggio. Viveva in un

appartamento malandato che aveva un buco nel pavimento da cui si vedeva l’atrio sottostante. Da "morosi"

ci si vedeva prevalentemente alla domenica, di giorno. Se si abitava in due paesi diversi, come è capitato

ad Antenisca, il fidanzato doveva percorrere diversi chilometri in bicicletta. Si andava a ballare, ma non in

discoteca, nelle balere o nelle aie, e si ballava il walzer.


La sera c’era il coprifuoco e si stava in casa a leggere.

Si leggevano anche i libri di scuola.

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TEMPI DI GUERRA

"Era una tragedia, mancava il cibo e c’era povertà. Mancava anche l’acqua.

Avevamo una tessera che serviva per il pane e per il sale. Dovevamo andare

obbligatoriamente nei posti indicati e prendere la quantità che ci veniva assegnata,

non di più! Che una famiglia fosse più o meno numerosa contava poco.

Noi bambini stavamo davanti al fuoco e ci veniva dato solo un po’ di pane di

granturco (quello giallo) su cui era stato strofinato un po’ d’aglio e con l’olio sopra.

Se noi bambini brontolavamo troppo rischiavamo anche di "buscarne"…

Non c’era carne, se non qualche pollo che però spesso veniva preso dalle truppe

tedesche. A volte bisognava fare un buco per terra per nascondere il formaggio

o altro cibo, perché altrimenti veniva portato via. Altre volte lo si appoggiava su

delle assi di legno coperte poi dal fieno.

La dittatura non l'auguro neanche a un cane.

Molti di quelli che sono partiti per la Germania non sono più tornati.

A 70 chilometri da casa mia c'era un campo di concentramento. I Tedeschi

partivano in squadre e portavano con sé delle persone di cui non si è più saputo

nulla. Scomparivano e basta. Lo abbiamo scoperto dopo, quello che succedeva

là dentro.

Non era una scelta andare in guerra. Un amico di mio padre è stato fortunato,

perchè aveva una ferita in un occhio e non vedeva bene, quindi non c'è andato.

Quando c'erano i bombardamenti, suonava l'allarme e ci rifugiavamo in una grotta

scavata nel terreno.

I Tedeschi hanno bombardato la casa di una famiglia che conoscevamo e su 12

persone ne sono sopravvissute 2 o 3.

A volte è successo anche che gli Americani sbagliassero bersaglio e colpissero

case anzichè obiettivi militari.


È successo anche alla nostra abitazione. Alcune persone sono morte, ma mia madre si è salvata scappando via con i figli più piccoli in braccio…

Alcune famiglie nascondevano i prigionieri o i soldati italiani: se venivano trovati erano in pericolo di vita tutti."

"Durante la guerra avevo 11 anni , mi avevano mandato a Bologna a tenere dei bambini presso una famiglia. Non mi pagavano uno stipendio,

ma mi davano da mangiare e mi vestivano in cambio del mio servizio. Mi ricordo di essermi trovata in una sparatoria, tutti scappavano io ero in

mezzo alla folla che si spingeva. Tanto era il panico e la ressa per fuggire che mi sono ritrovata sollevata da terra di almeno 10 centimetri, era la

folla che mi trasportava!"

"Da piccolo abitavo in montagna, mi ricordo che tutti gridavano che stavano arrivando i tedeschi e bruciavano tutto quello che trovavano sulla

loro strada, allora con mio fratello ci siamo messi in fuga verso la montagna. Mio fratello è andato a slegare una mucca nella stalla e l’ha presa

con sé. Siamo rimasti sui monti tanti giorni. Ci ha salvato la mucca perché abbiamo potuto cibarci del suo latte per tutto quel tempo."

"Io ho frequentato la prima elementare e 10 giorni della seconda. Ero piccola ma mi ricordo bene una cosa: quando arrivavano i tedeschi dovevamo

scappare. I tedeschi erano andati nel Consorzio del mio paese, lo avevano occupato e obbligavano i contadini a portare lì tutto il grano raccolto.

Erano tutti disperati perché il grano era essenziale per mangiare e sopravvivere. I tedeschi, con la forza obbligavano il mugnaio a macinare il grano

e si facevano consegnare la farina. A chi si opponeva gli sparavano alle gambe."

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"Ero incinta, ormai ero vicina ai giorni in cui doveva nascere mio figlio. Ero sola perché mio marito

era in guerra. Arrivarono i tedeschi, capii che dovevo scappare; portai con me anche altri due

bimbi rimasti senza genitori perché fucilati dai tedeschi. Portai con me una coperta e un po’ di

viveri. Ci rifugiammo in una baracca isolata dal paese, il letto me lo ero fatta con delle foglie di

granoturco. Lì è nato mio figlio che ho battezzato io stessa. Ho allevato mio figlio e anche i due

fratelli rimasti senza genitori. Mi vogliono ancora bene. Mi vengono sempre a trovare. Domenica

è venuto uno di loro e mi ha portato anche le paste."

"La guerra è proprio brutta… è tutto un "mazza e ammazza". Quando i partigiani e i fascisti

si trovavano di fronte si ammazzavano tra di loro anche se erano dello stesso paese. In guerra

non ci sono i buoni e i cattivi… alla fine si mischiano tutti in un’unica categoria facendosi del

male a vicenda."

"Nel '45 è finita la guerra, ma non tutti ci credevano. Era troppo bello e temevamo di

illuderci."

"Arrivavano i tedeschi a casa nostra perché volevano sapere da noi dove si nascondevano i

partigiani, se non dicevamo loro il nascondiglio, ci coprivano di dispetti, rubavano le galline,

offendevano le donne e gli facevano del male, portavano via il grano… Mia mamma , piuttosto

che dare la soddisfazione ai tedeschi di portarci via il vino, ha aperto la spina della botte e lo ha

lasciato scorrere giù per lo strabello, non lo abbiamo bevuto noi, ma neanche i tedeschi!"

"Quando abbiamo ammazzato il maiale, abbiamo nascosto i pezzi di carne lontano da casa,

sotto la neve. Ne abbiamo tenuta poca in casa, così quando sono arrivati i tedeschi gli abbiamo

detto che avevamo quella e basta, ci hanno creduto, così abbiamo salvato l’altra."


EMIGRANTI IN RISAIA

"Io andavo a lavorare in risaia. Partivamo in tante, per le risaie di Novara e Vercelli. Ci si andava in treno merci e noi là lavoravamo come mondine.

Dovevamo mondare dalle erbacce le piantagioni di riso che crescevano nell'acqua. Nell’acqua c’erano le bestie che ti mangiavano le gambe e

anche le bisce d’acqua che però non facevano niente. C'erano anche tantissime zanzare che pungevano, provocando gonfiori e infezioni. Il lavoro

era molto faticoso: si stava sempre chinate con la schiena curva che faceva male. Ci mettevamo un cappello di paglia molto largo per proteggerci

dai riflessi del sole."

"Per non sentire la fatica del lavoro, cantavamo... lavoravamo a file di trenta, eravamo sempre gobbe a raccogliere il riso e camminavamo scalze

all’indietro nell'acqua."

"Era duro, il lavoro nelle risaie. Si lavorava anche quando pioveva. Aqua dedsòuver, aqua dedsòta! Alla sera andavamo a riposarci in un capannone,

dormivamo sdraiate per terra sopra un po’ di paglia. Solo l’ultimo anno di lavoro avevamo una brandina. Nel poco tempo libero a disposizione,

alla sera, prima d’andare a dormire, giocavamo a carte o facevamo un po’ di chiacchiere fra noi. Il cibo era sempre lo stesso: riso e fagioli… anche

in questo caso, qualche miglioria è arrivata solo l’ultimo anno: si mangiava un po’ di carne in umido con delle patate alla domenica sera."

“Con i risparmi di cinquanta giorni di lavoro in risaia ho comprato una bicicletta. Ci tenevo tanto e poi mi fu rubata. Quando scoprii che era il

marito di una mia amica, ci rimasi molto male. Anche se sono passati tanti anni, se ci penso mi viene ancora rabbia.”

“Tante donne andavano in risaia a quei tempi. Io no, però sono andata via da casa anch’io… perché io sono forte. Ne ho passate di quelle…

A me non mi ammazza neanche la depressione! Da ragazza sono rimasta incinta, era una vergogna e non potevo partorire a Reggio perché si

sarebbe saputo in giro. Allora mi hanno messo su un treno per andare a partorire a Roma. Anche lì però era troppo vicino a Reggio, allora mi

hanno caricato su una tradotta militare e mi hanno portato a Napoli. Lì, finalmente, ho partorito mio figlio. Nessuno l’ha mai saputo… adesso

lo posso raccontare.”

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IL NATALE

Il Natale si festeggiava in modo semplice. La maggior parte della popolazione era costituita da contadini la cui vita nel periodo di Natale era molto

diversa rispetto al resto dell’anno. Non c’era infatti lavoro nei campi e perciò si aveva più tempo per trovarsi, raccontare e ricordare mille cose.

Prima di Natale, i genitori mandavano i biglietti di auguri ai parenti.

Il giorno della Vigilia, i bambini preparavano una letterina di Natale, e si metteva sotto al piatto del papà. Era una letterina piena di promesse.

Prima di cena si recitava il rosario, poi si mangiavano i tortelli.

Finiti i tortelli, il papà cambiava il piatto e sotto trovava la letterina del figlio per fare gli auguri ai genitori e ai nonni!!

I bambini ricevevano alcune monetine che si mettevano nel salvadanaio.

Nonna Deanna dice che non succedevano grandi cose perché i suoi genitori lavoravano tutto il giorno e lei per stare in compagnia andava dai

vicini di casa ad aiutarli a preparare da mangiare.

Nonna Patrizia ricorda che addobbavano la casa con l’albero di Natale e il presepe.

I bambini aspettavano il Natale con la speranza che nevicasse per fare il pupazzo di neve e lanciarsi le palle.

In casa c’era un gran movimento. Le mamme erano indaffarate a preparare i cibi tipici natalizi e ai bambini piaceva intrufolarsi nelle cucine a

spiare cosa succedeva, magari per prendere di nascosto qualche dolcetto.

La sera della vigilia si stava tutti insieme. Si giocava a carte e a tombola. I numeri si coprivano con i chicchi di granoturco o con i fagioli. Le donne

erano molto impegnate a finire i preparativi per il pranzo di Natale.

I bambini cantavano le canzoni di Natale e recitavano poesie davanti al presepe. E poi si recitava il Rosario.

Mentre gli uomini giocavano a carte e mangiavano frutta secca, le donne cucinavano tutta la notte per preparare le delizie natalizie. Tutto però

si fermava a mezzanotte per partecipare alla Santa Messa.

Per i bambini il momento più atteso era la mattina di Natale. Ci si alzava molto presto per andare sotto l’albero a cercare i pochi doni. In realtà,

solo i bambini più fortunati ricevevano regali perché molte famiglie erano povere e i giochi li costruivano in casa, con le loro mani.

Il Natale era l’occasione anche per indossare dei vestiti nuovi.

Nonna Adele racconta che alla mattina di Natale la sua mamma portava la colazione a letto a lei e ai suoi fratelli a base di tortellini alla crema

e caffé.

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I presepi di allora erano fatti di paglia, pezzetti di legno, cotone, ghiaietta, carta e colla per le montagne.

Nonna Maria faceva il presepe con delle statuine di legno costruite dal suo bisnonno. E poi c’era il muschio, quello vero, raccolto nei campi,

all’ombra dei grandi alberi o nei fossati. Sopra al muschio si metteva la farina bianca per fare l’effetto della neve.

Nel presepe si metteva tutto, ma non Gesù Bambino, perchè veniva collocato sulla culla solo a mezzanotte.

In tante case si faceva anche l’albero. Qualcuno usava un albero vero che, finite le feste, veniva piantato nel giardino. Certi invece lo costruivano: un

manico di scopa, dei rami di albero legati intorno. In montagna l'albero si faceva con il Ginepro e i bambini nelle settimane precedenti andavano

a cercare quello che più assomigliava alla forma di un pino.

All'albero di Natale si attaccavano noci, scachetti, caramelle, alcuni mandarini e quando andava bene, anche qualche cioccolatino.

Qualcuno faceva le palline con delle carte colorate.

Il dono più grande del mattino di Natale era quello di poter mangiare, finalmente, quello che era attaccato all'albero, perchè di pacchi, sotto, non

ce n'erano.

LE FESTE... IN RIMA

Tutti vanno alla capanna per vedere cosa c’è.

C’è un bambin che fa la nanna

Sulle braccia della mamma.

Se avessi un biscottino

Lo darei a Gesù Bambino

Ma un biscottino non ce l’ho,

un bacino io gli do.

Maria lavava, Giuseppe stendeva,

bambino piangeva dal freddo che aveva

tacete bambino che adesso vi piglio

del latte v’ho dato del pane non ho

tacete bambino che vi pigliero’

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Splendete piu’ belle dolcissime stelle

sull’ali dorate un angelo santo

ci porta Gesu’,

è nuovo il suo canto

sia pace quaggiù

Brilla in cielo una stella

con la coda lunga e bella

si ode dentro la capanna

una dolce ninna nanna

c’è un bambino biondo biondo

col visetto tondo,tondo

che riceve doni e fiori

dagli umili pastori

Campana piccina

che attendi lassù

intona il tuo canto

che nasce Gesù

o stella stellina

che brilla lassù

ravviva il tuo lume

che passa Gesù

o cuore piccino

che attendi quaggiù

prepara i tuoi doni

che nasce Gesù


Perché nell’aria s’ode un dolce scampanio?

Piccino questa notte è nato il Figliol di Dio.

Son tanti e tanti anni che dal lontano oriente

Venne Gesù alla luce così poveramente

Che la Madre dovette, tra il bove e il somarello,

deporre nella stalla il Santo Bambinello.

E mentre lei vegliava con infinito amore

Sceser dal cielo cantando gli angeli del Signore:

pace cantavan gli angeli nella notte invernale

pace fra tutti gli uomini e come un gran finale

sorse nel cielo limpido una stella lucente

guidando i tre Re magi appresso all’innocente

e quei tre Re, prostrati a capo chino,

offriron mirra e oro al fanciullo divino.

Il bambinello crebbe in mezzo ai poverelli

Agli uomini insegnando loro che sono tutti fratelli.

La pace predicando, la carità e l’amore

Promettendo ai buoni il regno del Signore.

Dai miseri è ascoltato, temuto dai possenti

Fu esposto a mille scherni e mille patimenti

E dalla croce infame, in mezzo a malfattori,

implorava perdono ai suoi crocefissori.

Ecco perché piccino stanotte si fa festa

Perché s’accende l’albero tagliato alla foresta

Ecco perché la mano tendiamo al poverello

E gli diciam commossi: "tu pur ci sei fratello".

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SANTA LUCIA

"Il 13 dicembre era la festa di Santa Lucia e noi eravamo molto contenti!

In campagna era una festa importante; il giorno prima le donne lasciavano il lavoro dei campi e restavano a casa per preparare i torteIli con le

zucche dell’orto. La sera si diceva il rosario, poi si andava intorno al camino e si raccontava."

"Noi bambini sapevamo che quella notte sarebbe passata Santa Lucia e avrebbe lasciato qualcosa ai bimbi buoni.

Allora mettevamo sul camino una scarpa dove Santa Lucia metteva i doni; chiedevamo al nonno di darci una sua scarpa perché era molto grande

e ci potevano stare tanti doni!! C’era un proverbio: - A Santa Lucia la notte più lunga che ci sia."

"AI mattino c’era una grande attesa e si andava a vedere cosa aveva portato: delle nocciole, delle caramelle (le mentine)...

Una volta ho trovato una scatola e dentro c’era un coltellino! Potevo andare a raccogliere la frutta o intagliare il legno!"

"Una volta ho trovato le "filippe": erano mele tagliate a fettine e fatte seccare contro il muro al sole per conservarle. Si mettevano in bocca e si

succhiavano come le chewingum.

Che buone!!!"

"La nonna ci preparava il croccante fatto in casa: si prendeva un po’ di burro, si faceva fondere e si aggiungeva molto zucchero, poi ci si buttavano

le noci e si mescolava; il croccante era pronto!"

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LA PASQUA

"Non ci crederete, ma io da bambina, oltre all'albero di Natale, facevo anche quello

di Pasqua.

Come? Noi bambini raccoglievamo gelosamente i gusci delle uova alla coque che

mangiavamo a merenda. I gusci delle uova, che avevano un buco in cui si intingeva la

fettina di pane, venivano fatti sgocciolare in una scatola.

La settimana prima di Pasqua iniziavano i lavori per la decorazione: si coloravano i

gusci e si faceva a gara tra chi lo rendeva più bello.

La Vigilia di Pasqua si andava alla ricerca di un ramo degli alberi che per primi

germogliavano, lo si metteva in mezzo al prato o al cortile davanti a casa, e sulla punta

di ogni rametto si infilava un guscio decorato. La disperazione arrivava quando il vento

soffiava on po' più del solito, e faceva cadere le uova decorate rompendole."

"Moltissimi anni sono passati però non posso dimenticare l’insegnamento dei miei

genitori e della scuola. Tutti i giorni della settimana santa andavamo alla chiesa, assai

lontana, a piedi. Nessuno aveva una bicicletta e noi felici e contenti ci incamminavamo

lungo la strada, cantando.

Giovedì Santo si legavano le campane e non suonavano nemmeno per le ore. Sabato

alle 11 in punto si slegavano le campane che suonavano a festa e si gridava Gesù è

risorto! Nel torrente vicino a casa nostra nascevano delle foglie verdi molto grandi su

cui si fermava la rugiada e noi tutti, era usanza, ci bagnavamo gli occhi in segno di

benedizione della Pasqua.

Non avevo l’uovo di cioccolato o regali, però avevo un uovo sodo da dividere con i

miei fratell. Quanti ricordi!"

LA BEFANA

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Era più di moda la Befana che Babbo Natale. Perchè tutt'al più a Natale arrivava

Gesù Bambino, ma non il Babbo con la barba bianca.

La Befana era attesa, ma spaventava anche, vecchia, brutta, col naso lungo, con la

scopa... ce l'avevano sempre descritta come una vecchia orrenda, ma buona.

La sera del 5 gennaio era una lotta tra fratelli per cercare la calza più lunga che ci

fosse in casa. Di solito era quella della nonna, che portava quelle calze di lana tenute

su con l'elastico, a metà coscia.

Attaccavamo la calza al fil di ferro teso sotto al camino.

Per tutta la notte non si dormiva, ma si aspettava che fosse la mamma a dirci quando

era ora di alzarsi. Ci si chiedeva 'sarà già passata?'. E la risposta era 'io non ho

sentito niente'.

Eravamo tanto ingenui da sperare che la Befana mettesse roba finché la calza non

fosse piena. Invece la quantità era la stessa per tutti.

Dentro cosa c'era? Le solite cose: mandarini, scachettti, qualche soldino di cioccolato.

Però c'erano anche il carbone (quello vero), la cipolla e qualche "polezza" d'aglio,

per ricordare ai bambini che avevano combinato qualche marachella, che si può

sempre essere migliori.


Ero talmente povera che andavo sugli alberi

dei contadini a mangiare la frutta

e i cani mi rincorrevano... e anche i padroni!

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ROBA ED TUT I DÉ

il vivere quotidiano


DI GIORNO IN GIORNO

"Le famiglie erano molto numerose, quando un figlio si sposava portava in casa la moglie che aiutava la suocera nei lavori di casa. Da sposata

sono finita in una famiglia in cui eravamo in ventidue. Un giorno mia suocera mi ha lasciato preparare il pranzo; ho fatto la frittata. A tavola tutti

hanno detto che non l’avevano mai mangiata così buona, allora mia suocera mi ha chiesto cosa ci avevo messo. Le ho detto che l’avevo fatta con

formaggio, pan grattato, latte, sale e quattro uova. Mi ha guardato con tono di rimprovero e mi ha detto: - Quattro uova??? Erano abbastanza

due!!"

"La sera d’estate era bellissimo, ci trovavamo nell’aia con i vicini di casa, grandi e piccoli, c’era un gran mucchio di rami in mezzo e "facevamo la

foglia". Toglievamo le foglie verdi dai rami per darle da mangiare alle bestie, facevamo a gara a chi riusciva a fare il mucchio di foglie più grosso.

In autunno coi miei fratelli dovevamo andare a raccogliere la ghianda da dare ai maiali. A primavera uno dei compiti di noi bambini era quello di

fare le fascine coi rami tagliati dopo la potatura, si legavano e si portavano vicino a casa e si accumulavano nella fascinaia. Gli stecchi servivano

per accendere la stufa. Stavamo nei filari pomeriggi interi e mentre facevamo le fascine cantavamo sempre."

"Quando le mucche erano in asciutta prima di partorire non si potevano mungere, allora mia mamma tutte le sere mi mandava a prendere il latte

con un "parolino" dai contadini della zona, io ne approfittavo per fermarmi a giocare coi figli dei vicini. Una sera mi è venuto tardi, era già buio,

andavo a passo svelto, svelto, avevo paura, ho inciampato, sono caduto e ho rovesciato tutto il latte, quando sono arrivato a casa ne ho buscate

tante che me le ricordo ancora."

"Ho imparato presto a cucire, a fare la maglia e la scapinella, a ricamare e a cucinare. Mi sono preparata il corredo tutto ricamato da sola, la tela

delle lenzuola era fatta col telaio, era un po’ ruvida, ma allora c’era solo quella. Avevo ricamato anche le mutande e la camicia da notte di cotone

con il punto smerlo e l’intaglio, ma si usavano solo nelle grandi occasioni, praticamente quasi mai."

"Ero sull'albero di ciliegio, avevo appena preso il ramo, mangiavo i frutti e sputavo i noccioli. Arriva il padrone e mi urla 'Mòla cla broca!' e io gli

ho risposto 'Eh, no, han! J'ò fàt tanta fadiga a ciaperla, ch'an la mòl mìa!'"

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MENÙ... NON PROPRIO A SCELTA

"Prima di andare a scuola, bevevamo il latte appena munto, era dolcissimo!

Poi avevamo l’ovetto che potevamo bere appena tolto dalla gallina oppure lo mangiavamo "brinato".

Cosa vuoI dire brinato? Mettevamo l’uovo vicino al fuoco del camino e dopo dieci minuti l’uovo trasudava e si copriva di goccioline: era brinato

e pronto da mangiare!

Poi si mangiava il pane fatto in casa, tagliato a fette, ci si spalmava il burro e si spargeva di zucchero: che bontà!!

Ai miei tempi non si comprava nulla, perché avevamo tutto in casa: la carne, la frutta, la verdura... attenzione, non di tutti i tipi però! Quello che

si allevava e si coltivava. Certe famiglie avevano dell'abbondanza, altre mangiavano solo pollo, coniglio e maiale. C'era anche chi non aveva mai

conosciuto una bistecca."

Raccoglievamo le mele dall’albero: erano mele più piccole, ma tanto buone e naturali.

"In ogni casa c’erano tanti bambini, i genitori e i nonni...

Alla sera ci trovavamo nella stalla dove c’era caldo e le mucche scaldavano. Si sgranava il granoturco, si sfogliava, si faceva la calza.

Anche il gallo era importante! Se cantava di giorno, dopo tre-quattro giorni pioveva!!"

Nonno in cattedra

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"Si studiavano materie ben diverse da quelle attuali: igiene,

lavori donneschi, calligrafia, attività manuali e pratiche, economia

domestica. Quello che ci terrorizzava di più era il voto

in condotta."

LA SCUOLA

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"Frequentavo le elementari alla “Filippo Re”, un edificio già vecchio allora. Le

aule non erano molto luminose e le classi non erano miste. I maschi vestivano

con il grembiule nero e le femmine con quello bianco."

"Ai miei tempi c’era una sola maestra e gli studi per quasi tutti i bambini finivano

in 5^ elementare. Solo i figli delle persone ricche continuavano gli studi."

"La mia scuola aveva le aule molto grandi con una stufa a legna e i banchi a due

posti. C’erano i banchi piccoli davanti e gli altri dietro. I banchi erano scomodi,

spesso con i chiodi che sporgevano e rompevano i vestiti."

"Le maestre erano molto severe. Bacchettate sulle mani e in ginocchio dietro la

lavagna! A volte sui chicchi di mais o sui gusci di noce."


"La cartella era di cuoio nero, rigida, col manico e senza le bretelle.

Conteneva un quadernino, il portapenne e l’inchiostro.

Avevamo l’inchiostro su ogni banco e la maestra faceva il giro con il bottiglione di inchiostro per riempire i calamai.

Avevamo uno straccetto che la mamma ci preparava per pulire il pennino, ma spesso ci macchiavamo le dita o anche la faccia!!

Poteva capitare di sporcare il foglio e allora ci voleva la carta assorbente. Ma c’erano pochi soldi e non tutti l'avevano, allora tenevamo una

scatolina con la cenere, oppure la mollica di pane, da mettere sulla macchia di inchiostro per assorbirlo.

Andavamo a scuola a piedi; le scarpe invernali erano degli zoccoli con una suola di legno molto alta, mentre la parte di sopra era di cuoio.

Ci mettevamo una pezza intorno ai piedi, si teneva stretta e si infilava la scarpa.

Nella scuola c’erano tre classi. Ogni classe aveva una sola maestra e fino a trenta alunni.

C’era la lavagna e i gessi erano solo di colore bianco.

C'era molto rigore. In assenza della maestra, un alunno incaricato doveva segnare sulla lavagna i buoni e i cattivi. Al rientro della maestra i cattivi

venivano puniti."

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"Quando andavo a scuola che ero piccolo, facevo come voi: al mattino alle 7 andavo a dottrina e a piedi facevo 2 km di strada, poi don Giacomo

ci lasciava andare alle 8,30, quindi, sempre a piedi, si andava a scuola che era distante 1,5 km. Non avevamo le scarpe come voi, avevamo gli

zoccoli di legno!"

"La mamma andava a scuola con le scarpe in mano, per non consumarle, poi quando entrava se le metteva. Quando le scarpe non andavano più

bene alla mamma, le portava una sorella, poi l’altra sorella, sempre in scala. Erano 16 fratelli."

"Per la merenda ci davano due noci o una una schiappella o le filippe, che erano mele seccate al forno. Avevamo una maestra brava, anzi bravissima!

Quando la mamma ci dava lo gnocco, lei ce lo chiedeva per suo figlio e noi rimanevamo senza! Ci mettevano in castigo dietro la lavagna in

ginocchio per un’ora con i sassi sotto e poi avevano delle bacchette lunghe e... chi non era bravo, veniva picchiato!!"

"La scuola era una stanza dove c’erano i banchi e le classi si alternavano a ore.

Era un edificio con stanze molto grandi, con pochi cartelli appesi e il bagno era esterno.

Mi piaceva la matematica, scienze, storia e geografia. Negli anni successivi dato che mi piaceva leggere ho imparato ad amare anche l’italiano.

In principio facevo molta fatica. Parlavamo sempre in dialetto ed è stato molto difficile esprimersi correttamente.

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OGGETTI DA MUSEO

Biberon per vitellini

"Guardate, questo è un contenitore per il latte con la tettarella per i vitellini!

Quando la mucca partoriva due vitellini, allora uno andava a succhiare il latte alla mammella della mamma, l’altro prendeva il latte con la tettarella.

Era il latte della sua mamma che il contadino aveva munto prima e messo nel 'biberon per vitellini'."

"Abitavo a Roncocesi, facevo parte di una famiglia contadina. I miei genitori erano mezzadri: il padrone aveva il terreno e noi andavamo a lavorarlo

e a coltivarlo senza ricevere la paga, ma al momento del raccolto, facevamo a metà.

A quei tempi c’erano tanta carestia e poverà, ma noi della campagna eravamo più fortunati di quelli della città: o con il raccolto dell’orto, o con

gli animali...avevamo sempre qualcosa da mangiare!

Di mucche ne avevamo al massimo cinque, oggi ci sono stalle che ne hanno anche duecento."

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Mezzolitro per liquidi

"Per le cose liquide come il latte e l'olio si andava a far spesa con la bottiglia. Si andava dal

negoziante che con l’imbuto ti versava nella tua bottiglia la quantità richiesta. Per il latte si

andava direttamente dal contadino, sempre con la propria bottiglia, o anche con il secchiello, il

cosiddetto "parulèin dal lat". Una volta usata, la bottiglia veniva lavata con il guscio delle uova e

l’acqua, si fregava bene e veniva pulita. Per misurare la quantità dei liquidi si usava il contenitore

chiamato mezzolitro."

Soffietto per lo zolfo

"Serviva ai contadini per 'dare l’acqua all’uva'.

Quando la pianta dell’uva, la vite, era malata, oppure per evitare che si ammalasse, il contadino

metteva lo zolfo dentro a questo strumento e poi soffiava, dandolo alla pianta.

L'acqua di verderame

"Per la salute della vite si usava l'acqua di verderame. Il contadino andava nella vigna con una

botte trainata da un asinello, che conteneva l'acqua: con una gomma lunga spruzzava il verderame

alla vite. Per protezione si usavano i cappelli di paglia, i fazzoletti davanti alla bocca per non

respirare l'odore acre della sostanza."

"Facevamo il bagno in una mastella nella stalla, in mezzo alle mucche, perchè c’era caldino! Ai miei tempi nella stessa sujòla d'acqua si lavava

l'intera famiglia, per risparmiare. Si diceva che per ultima ci andava la nonna, perchè così poteva fare i fanghi per curare le artriti."

Il fuso e il guindolo

"A quel tempo si allevavano le pecore. Il contadino le tosava, lavava la lana e poi le donne la lavoravano per trasformarla in filo. Prendevano dei

pezzettini di lana, la arrotolavano con il fuso, e con le dita bagnate di saliva, scorrevano il filo per tenerlo più unito. Si formava così la matassa,

che veniva poi collocata sul guindolo per fare i gomitoli."

Il pozzo

Ferro da stiro a brace

"In casa non c’erano il lavandino e il bagno, allora si andava con il secchio a prendere l’acqua

"Non c’era tanto da stirare a quei tempi, perchè ognuno aveva solo due vestiti: uno per tutti i giorni e uno per la festa. Il ferro da stiro non si

al pozzo. Spesso il secchio,nel tirare su l’acqua, cadeva in fondo al pozzo e non lo si poteva più

scaldava con la spina, ma con le braci: si metteva un bel pezzo di legna nella stufa e le braci più vive e grosse erano collocate dentro al ferro da

recuperare. Allora si usava una catena con in fondo un uncino che permetteva di 'tirare su' il

stiro. Dopo poco si poteva cominciare a stirare. La piattina era un ferro senza contenitore per le braci: si appoggiava sulla stufa a legna e quando

secchio con l’acqua."

era calda la piastra (la massaia la sentiva con il dito dopo averlo bagnato sulla punta della lingua per evitare le scottature) si cominciava a stirare.

Il bucato si faceva una volta al mese! Pensate, noi in casa eravamo in quindici!

"Al bašlôt e la sujola"

Si metteva, in una enorme bacinella d’acqua, tutta la biancheria, la si copriva con un telo bianco su cui si vuotava dell’acqua con cenere; dopo

"In casa c’era solo un catino con la brocca, per lavarsi le mani. Il bagno lo si faceva ogni tanto,

un po’ di tempo, si sciacquava e tutto diventava pulito e bianco. Il bucato lo si faceva anche nei fossi, perchè l’acqua era pulita, non come oggi

riempiendo con i secchi d’acqua una grande tinozza. Una volta, non si consumava tanta acqua

che è sporca ed inquinata. Le donne lavavano il bucato tutte insieme, e i giovani coglievano l'occasione per andare a corteggiarle. La fontana e

come oggi perchè si faticava ad andare a prenderla."

il fosso potevano diventare anche il luogo per gli appuntamenti amorosi tenuti nascosti ai genitori."

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LA CASA

"Il bagno era fuori casa. Per andarci dovevo attraversare il cortile."

"Si teneva sotto il letto un vaso con il manico per farci la pipì di notte. Alla mattina i bimbi avevano il compito di andarlo a svuotare nel

letamaio."

"Nelle nostre case non c’era luce, c’era la lucerna con la boccia di vetro e lo stoppino, che bagnavamo con il petrolio per poterlo accendere.

E poi avevamo le candele."

"La stanza più usata era la cucina, perché era calda, era grande, e ci si poteva stare tutti insieme. Si ascoltava la radio qualche volta. C’era sempre

da fare e noi piccoli aiutavamo la nonna e la mamma a cucinare. Le nostre stanze erano sempre calde perché sopra al forno. Erano calde anche

in estate, anche troppo."

"Usavamo la stufa per scaldarci e per fare da mangiare. La stufa funzionava a legna e a carbone, si utilizzavano inoltre delle mattonelle di forma

rotonda composte di materiale combustibile. Ricordo una stufa di rame con un coperchio, era al centro della stanza principale e dentro bruciava

la legna. Si mettevano le braci nella padella, poi la si collocava con il "prete" sotto le coperte per scaldare il letto."

"Mi piaceva molto il camino perché alla sera ci ritrovavamo tutti davanti al fuoco e mio nonno raccontava le favole. E poi era bello osservare

quando il legno diventava brace. "

"Un mio fratellino gettando la carta dentro la stufa non si accorse che il grembiulino era finito vicino la fiamma incendiandosi. Questo gli procurò

una grave ustione. Fortunatamente guarì ma i miei genitori furono costretti a spendere tutti i loro risparmi per pagare le cure."

"La televisione si andava a vedere nei caffè o nelle poche case di chi l'aveva. La trasmissione più seguita era Lascia o raddoppia. I telefoni erano

pochi e i numeri erano ancora di 4 cifre, per chiamare i parenti in altre città era necessario farlo tramite l’operatrice della "Timo". Nel bagno non

c’era acqua calda, bisognava scaldarla a parte."

"Il ricordo mi porta a quando fu installato il telefono. Era un apparecchio fisso installato sul muro del corridoio. Veniva parecchia gente in casa

nostra per usarlo. A volte prendevamo le telefonate e dovevamo portare il messaggio a casa della gente. Il bagno era una cosa molto desiderata,

in casa mia l'ho avuto quando abbiamo installato l’acqua corrente nel 1949."

"Per tenere le cose al fresco si mettevano in una cesta che, legata ad una corda, si calava nel pozzo."

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Dòni dòni a gh’è’l magnan, gh’iv dal bronsi che fan dan?

Ini bèli, ini bròt, al magnan ai stagna tòti.

(Donne donne è arrivato lo stagnaro,

avete pentole che perdono acqua?

Siano belle siano brutte lo stagnaro le aggiusta tutte!)

LAVORO E VACANZE... MA QUALI?

"Oggi certi mestieri sono spariti. Una volta c’erano persone che svolgevano

il loro mestiere andando di casa in casa a prestar sevizio a chi ne aveva

bisogno.

Lo scapolino ( scarpulein): arrivava e aggiustava tutte le scarpe della famiglia,

a volte rimaneva anche più giorni nello stesso posto.

L’arrotino (mulèta): passava per "molare" (rendere taglienti) coltelli e

forbici.

Il seggiolaio (scanér): costruiva e impagliava le sedie;

Il macellaio (masèin – al pchèr): uccideva i maiali e li conciava nelle case,

ognuno produceva salami, ciccioli, prosciutti, salciccia e cotechini; non si

buttava via niente.

Lo stagnaio (stagnêr- magnan): aggiustava le pentole di stagno bucate."

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Damiano racconta che dopo quattro anni di prigionia a causa della guerra, si è trasferito qui, a Reggio Emilia dalla Sicilia per lavorare come

muratore. Il suo modo di lavorare nell'edilizia era molto diverso da quello di oggi: doveva caricare sulle spalle i mattoni e doveva impastare il

cementodentro un secchio, senza l'aiuto della bitumiera o di altri macchinari. Anche i secchi, pieni di cemento e calce, venivano trasportati a

braccia. A differenza di oggi, durante il periodo invernale, non si lavorava e si andava in cassa integrazione, perché i materiali di allora gelavano.

Ora come allora rimane un lavoro duro e pericoloso.

Io sono Virginio Bonacini ed ho lavorato per 40 anni all’ acquedotto di Reggio Emilia appena entrato ero

un operaio semplice ed ero addetto alla manutenzione ed anche alla posa delle tubazioni

Come vedete dalle foto una volta gli scavi erano fatti a mano perché gli escavatori non esistevano, ma

rivedendo la storia dell’acquedotto di Reggio c’è da dire che molti anni fa l’acqua potabile non raggiungeva

le abitazioni come accade oggigiorno, ma le persone dovevano approvvigionarsi ai pozzi con i secchi,

purtroppo la città non aveva neanche le fognature e spesso, soprattutto in estate le falde acquifere si

inquinavano e la gente si ammalava di tifo con delle vere e proprie epidemie.

Nel 1894 il comune di Reggio Emilia decise di costruire il primo acquedotto “Acquedotto Ulderico Levi”

per garantire acqua sana e potabile alla città, e pensò di approvvigionarsi direttamente dalle falde acquifere

del fiume Enza esattamente partendo dal comune di Ciano.

Mi ricordo che quando ero bambino mia madre mandava me e i miei fratelli a prendere l’acqua nella

fontana del quartiere io abitavo a S.Pellegrino esattamente alla Crocetta: era una borgata povera, dopo

il ponte del Crostoso verso Rivalta.

L’acqua potabile non arrivava ancora

nelle case di tutti i cittadini ma solo

nelle case delle famiglie più ricche, in

ogni caso si era garantita la salubrità

dell’acqua e la gente non si ammalava più.

La città appariva molto diversa da come la vediamo noi , pensate che l’illuminazione

era fatta da lampioni a gas e c’erano delle persone che lavoravano per

il comune che si chiamavano Lampionari che li accendevano tutte le sere e li

spegnevano tutte le mattine, così come la manutenzione delle fontane era fatta

da altri dipendenti del comune che si chiamavano Fontanieri.

Solo venti anni dopo si cominciò a portare l’acqua nelle singole case e la vita dei

cittadini cominciò a migliorare ulteriormente.

Ho trascorso tutta la mia vita lavorativa nella distribuzione acqua ed ho finito

la mia carriera come coordinatore squadre operative della provincia, ho amato

molto il mio lavoro ed ho visto la città trasformarsi anche attraverso i servizi che

abbiamo garantito rendendola più vivibile.

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"A metà mattinata la mamma mi preparava un cestino con dentro un fiasco di vino, un bottiglione di acqua, una mezza pagnotta di pane e

un quartino di formaggio fatto in casa. Lo dovevo portare nei campi agli uomini che stavano lavorando da quando si era levato il sole. Quando

arrivavo si mettevano tutti sotto l’ombra di una pianta, facevano la merenda sostanziosa e via che ripartivano al lavoro"

"Per portare a casa il raccolto, fieno, grano e uva, usavamo dei birocci di legno con le ruote grandi trainati da mucche o buoi o cavalli. Il trattore

è arrivato molto tempo dopo. Quando gli uomini caricavano il fieno io dovevo stare sul carro a pestarlo perché rimanesse più unito e raccolto. Al

ritorno il papà guidava le mucche che trainavano il carro carico di fieno , e io le "paravo su": quando si fermavano, con un ramoscello di salice,

gli davo dei colpetti sul dorso della schiena perché ripartissero."

"La mia mamma andava sempre scalza e sotto i piedi si formava un grosso callo. Perfino a 'pascolare' con i tacchini nel bosco andava scalza! Io

una volta le ho chiesto: 'Come mai ti è sempre andata bene, scalza così, che nessuna bestia ti ha morsicata?' E lei: 'Perchè i tacchini mangiavano

tutti gli animaletti ed erano una specie di difesa!'"

"Sapete dove andavamo al mare in vacanza? Dentro il Crostolo! Il Crostolo è il torrente di Reggio, ma adesso c’è poca acqua; un tempo ce n’era

tanta, tanta e il nostro mare era il Crostolo! Nel Crostolo c’erano dei bei pesci, l’acqua era pulita e non c’erano le anatre come oggi!"

"Tutti i giorni aiutavo mio padre nella stalla a governare le mucche. Pulivo la stalla , buttavo il fieno giù per la tromba, tenevo i vitellini sotto la

mucca quando prendevano il latte. Quando veniva un commerciante da bestie e mio padre vendeva una mucca, chiedeva sempre "la bendiga"

per me che avevo accudito le mucche. La bendiga era una mancia che veniva lasciata dal mercante al figlio del venditore, si poteva considerare

una specie di scongiuro contro le maledizioni, specie se il mercante non era stato onesto con il prezzo. Una volta uno mi ha dato duecento lire di

bendiga, per darvi l’idea di quanti fossero, pensate che con venti lire si comprava un gelato."


DALL'UVA AL VINO

I bambini hanno sperimentato ciò che i nonni hanno raccontato.

Forbici, cesti, cassette e scaletti... si va a vendemmiare.

Grappoli, tini e "soii". Si va a mostare con nonno Adriano!

Una sensazione straordinaria, togliersi le calze e le scarpe per schiacciare l’uva con i piedi

nudi.

L’uva era molto fredda e non tutti hanno voluto pigiare per paura degli insetti. La nonna Lina

con il mosto ha poi fatto il sugo d’uva per tutti.

SAVURÈTT O SAVÒR

- 4 Kg. di mosto fresco d’uva

- 2 Kg. di frutta mista: pere-mele-mele cotogne-melone bianco-zucca e scorze di cocomero.

Pelate la frutta, togliete i torsoli o i semi, tagliatela a pezzetti. Poneteli in una pentola dal fondo

pesante e unite il mosto. Mettete sul fuoco fate cuocere per almeno cinque ore. Il composto non

deve assolutamente attaccare al fondo, perché l’odore di bruciaticcio lo rende immangiabile.

Sarà pronta quando la frutta sarà completamente spappolata.

SUGO D’UVA

- 1 lt. di mosto;

- 150 gr. di farina.

Scaldare il mosto in un tegame, prelevarne una buona metà nella quale stemperare tutta la

farina. Aggiungere a poco a poco il mosto scaldato e mescolare onde evitare la formazione

di grumi.

Lasciare addensare sul fuoco per circo 15-20 minuti.

Il sugo d’uva si conserva per alcuni giorni è migliore se consumato freddo.

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Ma funziona senza pile?

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DAI C’AS DIVERTOM

il tempo del gioco e dello svago


Da piccolo, giocavo con la fionda che costruivo da solo, con

la cerbottana, con i tappi delle bottiglie davanti alla chiesa,

con i maggioli che erano insetti che i bambini raccoglievano

sugli alberi nel viale della Stazione. Le bambine giocavano

con bambole di paglia.

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Siamo andati a Villa Margherita e ho fatto una maschera del “villaggio del fulmine”, c’era una signora anziana che voleva essere aiutata: voleva

fare una maschera con il gatto e l’abbiamo fatta insieme.

Siamo andati a Villa Margherita a fare le maschere di carnevale con i nonni. Una nonna ha chiamato Karim "algerino", Karim di solito si offende

ma poi ha capito che la nonna lo chiamava così con affetto. Quella nonna ha detto ad Elia: "Marocchino! Però sei bravo perchè aiuti i nonni."

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“Abitavo in montagna e la vita era un po’ dura. Giocavo con delle bambole che cucivo

io con gli avanzi di stoffa. Spesso aiutavo la mia mamma nelle faccende di casa e i miei

amici maschi aiutavano i papà nei campi e nella stalla. Quando c’era bel tempo giocavo

in cortile a bandiera o alla settimana.”

“Quando ero bambina abitavo in via Mascagni dove c’erano dei grossi palazzi; al pomeriggio

il cortile si riempiva di venti o trenta bambini che giocavano tutti insieme.I nostri

giochi erano: Nascondino, La settimana, Mosca cieca.

Da piccola mi chiamavano “sghetta” perchè ero veloce, sveglia e correvo molto forte.

Non avevo bambole, le avevano solo i ricchi; a scuola non avevo i pastelli e i libri me li

dava il comune.

A noi bimbi piaceva molto andare al Parco Terrachini; lì c’erano gli alberi da frutto, ci arrampicavamo

sui rami e rubavamo le ciliegie, i duroni, i cagnetti, ma il contadino si arrabbiava

e una sera ci ha rincorso con il cane... che paura!”

“Quando ero bambina abitavo in centro a S.Pietro. Giocavo con gli altri bimbi quando

andavo a dottrina (catechismo).

Giocavamo a palla, alla Settimana o alla Bandiera. A casa giocavo con una bambola di

porcellana che mi aveva regalato una vicina di casa che aveva molti soldi.

La bambola era molto bella: aveva il vestito lungo tutto rosa, aveva i capelli lunghi e biondi

l’avevo chiamata Margherita. Ci ho giocato per molto tempo, le ero molto affezionata.

Il mio papà mi aveva costruito un lettino e un tavolino di legno per la mia bambola.”

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"Quando eravamo piccoli, non c’era niente, né radio, né TV, né telefono.

Non c’erano giochi... Nel mio paese c’era una discesa; quando gelava, la usavamo come scivolo. Oppure si attaccava una maniglia al cerchio

della bicicletta e si correva guidandolo in avanti... Poi mangiavamo la frutta nei campi; praticamente la compravamo gratis!! Ogni mese c’era una

qualità diversa di frutta nel mio campo. Avevo anche un gatto e gli facevo fare il salto nel cerchio.

Giocavamo a nascondino, a cavallina..."

"Avevamo tanto poco, che con la fantasia costruivamo di tutto. Riuscivamo a trasformare qualsiasi cosa in un gioco: bastava piegare un bastone,

tirarci una corda, ecco fatto un arco; le stecche dell'ombrello, ed ecco le frecce. Un guscio di noce, un pezzetto di stoffa per fare un vascello. Un

pezzo di legno, una molletta e una lima, ed ecco un fucile."

"Ci divertivamo durante la stagione di caccia a raccogliere nei campi le cartucce sparate dai cacciatori. Mettevamo insieme delle vere collezioni,

colori, calibro, dimensioni... e intanto si girava per prati e boschi."

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"Da piccoli giocavamo a bottonella, animali o cose fatte con il fil di ferro, bambole di pezza."

"A soli 8 anni sapevo già cucire. Alcuni dei miei amici facevano le macchinine con le scatole di latta."

"Non ricordo un tempo del gioco. So che dopo la scuola si aiutava la famiglia nei lavori di casa e nei campi, anzi quando era indispensabile si rinunciava

alla scuola per portare le pecore al pascolo. Ma forse anche oggi qualcuno non ha un tempo per il gioco. I bimbi sono tanto impegnati..."

"D'inverno, non avendo la slitta, riempivamo un sacco di plastica con paglia o fieno, lo legavamo, ce lo mettevamo sotto il sedere, prendevamo

in mano il ciuffo legato e scivolavamo giù per i campi."

"Uno aveva rubato una caffettiera alla nonna, perchè voleva fare il brodo di salamandra. Andammo in uno stagno vicino a un torrente. Con una

retina artigianale pescammo le salamandre. Lui le mise nello filtro della caffettiera al posto del caffé. Accese il fuoco e dopo l'ebollizione pretendeva

che bevessimo il brodo di salamandra, perchè era magico."

"Tracciavamo dei riquadri nell'aia su cui lanciavamo la piastra, un sasso piatto, gareggiando a chi aveva più mira."

Dopo i racconti dei nonni... le nostre bambole di pezza.

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Una signora molto curata ci ha aiutato a ritagliare le

maschere e ha continuato a farlo anche se le mani

le tremavano!!! La stessa signora si è rivolta ad una

di noi e le ha chiesto in dialetto reggiano:

"Dèm un bel basein, puteine!!!"….Come una nonna!

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"Avevo una bambola di porcellana, con gambe e braccia snodate, un vestito

bianco con dei puntini blu. L'avevano regalata a mia mamma i signori di Genova

presso cui lei lavorava come serva da giovane. Era talmente bella che non ci

giocavo dalla paura di romperla. L'avevo riposta in alto sull'armadio perchè

tutti potessero vederla quando entravano nella mia camera. Era talmente

bella... e oggi è ancora là, sull'armadio."

"Non c'era molta differenza fra i giochi dei maschi e quelli delle femmine.

In campagna si faceva gruppo, uno dei divertimenti era quello di costruire

capanne. Ricordo che nella nostra banda c'era un ragazzo che riuscì a costruirne

una perfino su un albero. Provateci voi se ci riuscite! Per questo ci ritenevamo

la banda più potente."

"I rocchetti di una volta non erano di plastica come adesso. Erano di legno.

Allora si aspettava che finisse il filo ('me lo tieni vero mamma quando lo hai

finito?'). Si facevano delle tacche sul bordo, così diventavano ruote. Poi si

collegavano con un elastico e un pezzetto di legno che permetteva di 'caricarlo'.

Ed ecco fatto uno splendido trattorino, che attraversava il pavimento, il tavolo,

superando i piccoli ostacoli che trovava sul suo tragitto."

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Tirlindana fa cucù;

quand s’è vècc en sin pol pio’

e la gamba la vin sutila, al calset al stà più so.

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NONO, AM CUNTET ‘NA FOLA

fiabe, filastrocche e detti d’altri tempi


La Beppina fa il caffé... poesie di Pascoli... delle favole...

Chi sa la prima parola della Divina Commedia?

DETTI E RIDETTI

Per San Svàn, al dé piò lòung éd ’l’àn.

(S. Giovanni è il giorno più lungo dell’anno- 21 giugno)

Per Santa Barnaba l’ova la vin e al fiour al va.

(Per Santa Barbara l'uva viene e la fioritura va)

Per San Bernardein tòtà l’alba la fa fein.

(Per S. Bernardino tutta l’alba fa fieno)

Chi vòol dal vein bòun, al dèv mòster l’òva per S. Simòun.

(Chi vuole fare il vino buono deve mostare per S. Simone - 28 ottobre)

Persegh, fig e mloun, ogni frut a la so’ stagioun.

(Pesche fichi e melone, ogni frutto alla sua stagione)

Quand al nùvli i vàn a mateina ciàpa la sapa e cameina.

(Quando le nuvole si spostano ad oriente, prendi la zappa e vai a zappare)

Quand a gh'è i nuvli fati a pàn o ca piòv incò o dmàn.

(Se le nuvole fanno il pane- si gonfiano- pioverà oggi o domani)

Rundaneina a bas, a bas, prèst a'ven un squàas.

(Se le rondini volano vicino a terra presto pioverà)

L'or ed Bulogna al lušîs da la vergogna.

(L’oro finto luccica dalla vergogna)

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San Martino va sui coppi

a trovar i vetri rotti

vetri rotti non ce n’era

San Martino casca a terra

casca a terra e fa la tela

la fa bianca la fa nera

Io son dicembre, vecchietto vecchietto, l’ultimo figlio dell’anno che muore.

Ma quando nasce Gesù benedetto reco nel mondo la pace e l’amore.

Porto col ceppo girando i camini dei bei regali ai bimbi piccini.

Settembre o porta i ponti

o secca le fonti

Ottobre profumato è ancora estivo, fa il cuore gaio e ancora giulivo

Fino ai morti e fino ai santi, bene o male si va avanti

Dicembre prende e non rende

Tempo chiaro e mite a capodanno assicura ben tempo tutto l’anno.

E l’estate vien cantando

vien cantando alla tua porta

sai tu dirmi che ti porta?

Un cestel di bionde pesche

vellutate appena tocchi

con ciliegie lustre e fresche

ben divise a mazzi e a ciocche

Maduneina chèra, chèra

imprèstèm la vostra schèla

a go d’ander in Paradis

a cater San Luig

San Luig l’era mort

e la Madonna l’era intl’ort

a cater di bèe fiorein

da purter ai sòo bambéin.

Pin di rose e pin di fiòur

la passiòun ed Noster Sgnòur

Noster Sgnòur, quand al nasiva

tota la terra la fiuriva

l’anzel a canter

la madona a predichèr

Noster Sgnòur in snuccioun

al canteva l’urazioun

l’urazioun benedetta

ch’la ve’l più che 'na messa

Pioggia

tic e tac

la pioggia cade

cade svelta

sulle strade

bella e canta

tic e tac

con l’ombrello

vo bel bello

nelle pozze

a far cic ciac

scendi scendi

pioggia bella

canta a tutti la novella

della nuvola piccina

che s’è sciolta stamattina

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San Valentino ritorna ogni anno

sempre più giovane e senza un malanno

porta con sè la gioia e l’amore

la spigliatezza nel profondo del cuore

non si dimentica del tempo passato

ricordando ogni anziano che giovane è stato

e ancora San Valentino

ci fa vedere la notte stellata

e con la luna ci fa sognare

e tutti i giovani pieni d’amore

avvinti insieme al proprio destino

allegri e gioiosi festeggeranno sempre

ogni anno sia di giorno che di notte

San Valentino

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Alla mamma

prima parola che tutti amano,

prima parola che tutti imparano.

Quel nome mamma, che come fiamma

che mai nel mondo si spegnerà

mamma, nel pronunciare questa dolce parola,

il nostro cuore si consola.

Mamma, in questo nome ci sta

scritto un tesoro, che nel mondo

tutto è amore.


RIMEDI ANTICHI

SAGGEZZA ANTICA

Finché dura l’Ignoransa, i sgnòur i fan gròss la pànsa.

(Finché dura l’ignoranza i signori arricchiscono)

Meglio dare che ricevere.

Chi trova un amico trova un tesoro.

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare.

Il pigro non ara d’autunno e alla mietitura cerca, ma non trova nulla.

Non sprecare il presente a preoccuparti del futuro. Arriverà presto, te lo prometto.

La nèiva marsòla la dura tant cmé na bòuna nòra. (dice la suocera)

E vò nonina cun al voster ben diir a durèe tant cmè còla d’avril. (risponde la nuora)

( La neve marzolina dura tanto come una buona nuora. E voi nonnina col vostro ben dire, durate

tanto come quella di aprile.)

Per rimediare ad una torta bruciacchiata, bisogna levare la crosta che la ricopre e cospargerla di zucchero a velo.

Se non volete che le patate conservate per l’inverno germoglino, metteteci qualche mela insieme.

Un ammorbidente naturale è immergere i capi di lana nell’acqua dove è stato diluito del latte.

Contro il torcicollo scaldate una sciarpa di lana e fasciatevi il collo.

Per far scappare le formiche bisogna mettere sul formicaio alcune foglie di noci.

In mancanza del rossetto basta inumidire la carta velina rossa per poter colorare le labbra e le guance.

Per la seriola o che neiva

o che piova o che tira la sigaiola

Cielo a pecorelle

acqua a catinelle.

Le piogge di giugno

al mugnaio fan crusca.

Farfallina bella bianca

vola vola e mai si stanca .

Vola qua e vola là

e poi si appoggia sopra ad un fior

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I putin seinsa dèint, gh’an fred a tot i tèmp.

(I bambini senza denti hanno freddo in tutte le stagioni)

Te pès che zirunsoun, et di che te schers ma invece et di da boun.

(Sei peggio del ciarlatano, dici che scherzi e invece fai sul serio)

T’e òtil coma la mosca in dal lat.

(Sei utile come una mosca nel latte)

El ciacer ed la sira an cunbinen mia con còli ed la mateina.

(Le chiacchiere della sera non combaciano con quelle della

mattina)

Murir incòo, murir edmàn, basta èssregh pasedmàn.

(Morire oggi, morire doman…basta esserci dopodomani)

Puleinta ed furmintòun, smesdèda cun al bastòun,

arbaltèda in s’ul tulér, l’è un magner da cavaler.

(Polenta di frumentone, mescolata con il bastone,

ribaltata sul tagliere è un cibo da cavaliere)

Ottobre semnador, l'è col meis che sbaten al rori per almentazion

di nimél, per San Luca 18 d'otober chi a mia semnée se ploca

(A Ottobre si semina, si battono le querce per raccogliere le

ghiande. Per San Luca chi non ha seminato si affretti)

Vòja ed lavorer selt’um a dòs; lavora te vilan che me an pos.

(Voglia di lavorare saltami addosso; lavora te contadino che io

non posso.)


CAPPELLO NERO NON MI TRADIR

Ed io mi metto le scarpe ai pie’

ed io mi metto le scarpe ai pie’

ed io mi metto le scarpe ai pie’

e vado a passeggio per il mio giardino.

Nel mio giardino c’è rose e fior

nel mio giardino c’è rose e fior

nel mio giardino c’è rose e fior

da regalare al mio primo amore.

Mio primo amore l’è un bersaglier

mio primo amore l’è un bersaglier

mio primo amore l’è un bersaglier

che porta le piume sul cappello nero.

Cappello nero non mi tradire

cappello nero non mi tradire

cappello nero non mi tradire

perché son troppo giovane tu mi farai morire.

Voglio morir da confessar

voglio morir da confessar

voglio morir da confessar

perché all’inferno mi tocca andar.

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...VE LA RACCONTO COME ME LA RICORDO...

Il gatto mammone

C’erano due sorelle che vivevano in un piccolo paesino con la mamma ammalata; il padre era morto anni prima.

La mamma lavava i panni per tutto il paese, ma visto che non stava bene, la figlia più buona si offrì di andare lei.

E così fu, ma mentre stava lavando i panni al torrente, le cadde il sapone nell’acqua. La bambina non sapeva cosa fare, quando, improvvisamente,

comparve davanti a sé un grosso gatto.

"Puoi aiutarmi a riprendere il sapone che mi è caduto nel torrente?" chiese la bambina al gatto.

"Certo che ti posso prendere il sapone, ma tu dovrai aiutare i miei gattini " rispose il gatto.

La bambina seguì il gatto Mammone fino a casa, e lì aiutò un gatto che stirava, un gatto che lavava i vetri, un gatto che puliva il pavimento.

Quando tornò il gatto Mammone chiese ai suoi micini se la bambina fosse stata brava.

"Sì" gli risposero i gattini.

Il gatto allora le riportò il sapone, le regalò un vestito nuovo e sul carretto c’erano tutti i panni lavati e stirati.

Il gatto Mammone le disse: "Quando a casa tornerai e il canto del gallo sentirai, girarti dovrai".

La bambina al ritorno sentì il canto del gallo, si girò e le comparve una bellissima stella in fronte.

Arrivata a casa, raccontò tutto alla madre e alla sorella che, invidiosa della sua bellezza, si offrì di andare a lavare i panni il giorno successivo.

Arrivata al torrente, buttò il sapone nell’acqua e fece finta di piangere.

Arrivò il gatto e le chiese: "Perché stai piangendo?"

"Ho perso il sapone. Mi puoi aiutare?" disse la bambina.

"Certo" disse il gatto Mammone "ma tu dovrai aiutare i miei gattini".

Arrivati alla casa del gatto, invece di aiutare i gattini a uno tirò la coda, a un altro le orecchie.

Tornato, il gatto chiese ai suoi micini se la bambina fosse stata brava.

"No" risposero i gattini.

Allora il gatto le riportò ugualmente il sapone, ma i panni erano ancora tutti sporchi.

Il gatto Mammone le disse: "Quando a casa tornerai e il canto del gallo sentirai, girarti dovrai".

E così quando di ritorno a casa la bambina sentì il canto del gallo, si girò, ma sulla fronte le comparve una coda d’asino.

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Prezzemolina

C’era una volta una vecchina che abitava tutta sola in un bosco.

La vecchina aveva due caprette, qualche gallina e un orticello nel quale crescevano erbe aromatiche, fagioli e tanto, tanto prezzemolo.

Un giorno, andando a far legna nel bosco, sentì una vocina: era il pianto di un bambino. Iniziò allora a cercare fra gli alberi e alla fine trovò un

cesto con dentro un bambino. Lo prese e lo portò a casa. Con stupore si accorse che non era un bambino, ma una bambina che aveva al collo

un bel medaglione.

La vecchina chiamò la bambina Prezzemolina visto che lei usava tutti i giorni il prezzemolo per far da mangiare.

Passarono gli anni, la bambina cresceva e la vecchina diventava sempre più vecchia. Quando la bambina chiedeva notizie della sua nascita, la

vecchina le diceva:

SPERA DI SOLE,

SPERA DI SOLE,

SARAI REGINA,

SE DIO VUOLE.

SETTE FIASCHI DI LACRIME

DOVRAI VERSARE

E SETTE PAIA DI SCARPE

CONSUMARE.

Quando la vecchina sentì che stava per morire, chiamò Prezzemolina, le diede le sue caprette e le disse:

"Tu le venderai e con i soldi dovrai andare in città e cercarti un lavoro".

Poi avvolse il medaglione in una zampa di coniglio e le disse:

"Questo non lo dovrai mai abbandonare!"

Nel medaglione era ritratto il volto di una bellissima ragazza bionda.

Così Prezzemolina a 11 anni partì per andare in città.

Prima di partire, la vecchina diede a Prezzemolina un sacco con dentro 14 pelli di coniglio per farsi le scarpe.

Lungo la strada incontrò un pecoraio che prese le caprette di Prezzemolina, e la mandò la badare alle sue. Prezzemolina piangeva tanto, veniva

persino scambiata per un bambino e dopo un anno se ne andò.

Incontrò un carbonaio, ma dopo un anno era diventata tutta nera e se ne andò.

Incontrò un mugnaio, ma dopo un anno era diventata tutta bianca e se ne andò.

Incontrò un macellaio, ma dopo un anno era diventata tutta rossa e se ne andò.

Incontrò un telaio, imparò a far la tela e si fece anche un vestito, ma dopo un anno se ne andò.

Incontrò un fioraio e imparò a comporre i fiori e a coltivare le piante. Questo lavoro a Prezzemolina piaceva proprio tanto, ma voleva andare in

città.

Partì, arrivò in città e andò a lavorare dal lattaio che la mandava a vendere il latte. Ora Prezzemolina aveva 18 anni, le erano cresciuti i capelli ed era

diventata una ragazza veramente molto bella. Un giorno, mentre vendeva il latte, trovò in una casa una vecchia signora molto triste che piangeva

sempre. La signora la chiamò in casa e diventarono amiche. La signora le raccontò che aveva avuto una figlia che se ne era andata via e che poi

era morta. Quando la vecchina le mostrò il ritratto della figlia, Prezzemolina si accorse che era identico al ritratto che aveva nel medaglione.

Prezzemolina aveva ritrovato la sua nonna vera e vissero sempre felici e contente.

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La leggenda della merla

Si narra che tanto, tanto tempo fa, quando i merli erano bianchi, una famigliola viveva su una quercia di una villa soffrendo ad ogni inverno un

freddo tremendo, nonostante Mamma Merla supplicasse Gennaio di essere più mite. Il cattivo Gennaio, contento di vederli soffrire, rispondeva

che fare freddo era il suo mestiere. Un anno, la Merla cambiò tattica: restò nascosta con tutta la famiglia in modo che Gennaio, non vedendola,

si scordasse di tormentarla. Alla fine del mese, che allora era il più corto dell’anno con solo 28 giorni, la Merla uscì fuori al sole e non riuscì a

nascondere la sua soddisfazione di aver ingannato Gennaio deridendolo. Ma non aveva fatto i conti con quell’Essere vendicativo che chiese 3

giorni a Febbraio e li trasformò in una ghiacciaia, portando la temperatura a diversi gradi sotto lo zero. La neve e il gelo colpirono la famigliola dei

merli, che rischiò di congelare. Mamma Merla vide uscire del fumo da un camino della villa e decise di rifugiarsi su quel tepore insieme ai figli. Il

fumo impregnò le loro piume al punto che divennero nere. Da quel giorno la famiglia e tutti i discendenti dei merli mantennero uno colore nero

come la pece. Da quell'espisodio il periodo fu ribattezzato "i giorni della merla".

Il lupo e la volpe

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Tanto tempo fa in montagna c’era un contadino che aveva un bel pollaio pieno di

galline.

Un lupo e una volpe tutte le sere andavano nel pollaio a mangiare le galline.

Una notte il lupo e la volpe si incontrarono; il lupo chiese alla volpe:

"Dove vai in questa notte buia?"

La volpe rispose: "A rubare galline!"

Il lupo propose alla volpe di andare insieme a caccia di galline, la volpe accettò un

po’ a malincuore.

Arrivati al pollaio, i due voraci animali entrarono da un buco, ma mentre il lupo iniziò a

divorare le galline, la volpe si limitava ad ucciderle nascondendole sotto a un mucchio

di foglie.

Le galline spaventate iniziarono a cantare e il contadino si svegliò, corse nel pollaio e

con un grosso bastone colpì il lupo e la volpe.

Il lupo con la pancia piena non riuscì a fuggire e prese un sacco di bastonate mentre

la furba volpe si nascose velocemente nella sua tana.

La volpe dopo poco tornò al pollaio e mangiò in tutta tranquillità le galline che aveva

nascosto sotto le foglie.

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