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PAZZINI 125 ANNI

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<strong>PAZZINI</strong> <strong>125</strong> <strong>ANNI</strong><br />

POESIA E STORIA DI UNA<br />

TIPOGRAFIA IN ROMAGNA


Perché un tipografo non può sognare?<br />

E ascoltare, in rapito smarrimento, i discorsi, le confidenze, i ricordi dei<br />

suoi amici: il torchio, la pedalina, la linotype?<br />

Capitò ad Andersen, a Grimm, a Rodari assistere a incontri magici<br />

in castelli fatati; non potrebbe accadere la stessa cosa in un paesino<br />

fiabesco della Valmarecchia?<br />

Un racconto sospeso tra la realtà e il sogno, tra la storia e la leggenda,<br />

il concreto quotidiano e la fantasia irrequieta: “ingredienti” che sono<br />

tutti - a ben guardare - componenti indispensabili per intraprendere e<br />

continuare, oggi, l’affascinante avventura del tipografo.<br />

Pier Giorgio Pazzini


Questa edizione è stata arricchita di contenuti multimediali.<br />

Ove disponibili sono segnalati dalla presenza dei seguenti simboli:<br />

contenuto video<br />

contenuto audio<br />

contenuto fotografico


GiorGio Pazzini<br />

<strong>PAZZINI</strong> <strong>125</strong> <strong>ANNI</strong><br />

POESIA E STORIA DI UNA<br />

TIPOGRAFIA IN ROMAGNA


…<br />

Il mio povero mucchio arde e già brilla:<br />

pian piano appoggio sopra due mattoni<br />

il nero testo di porosa argilla.<br />

Maria, nel fiore infondi l’acqua e poni<br />

il sale; dono di te, Dio; ma pensa!<br />

l’uomo mi vende ciò che tu ci doni.<br />

Tu n’empi i mari, e l’uomo lo dispensa<br />

nella bilancia tremula: le lande<br />

tu ne condisci, e manca sulla mensa<br />

Ma tu, Maria, con le tue mani blande<br />

domi la pasta e poi l’allarghi e spiani;<br />

ed ecco è liscia come un foglio, e grande<br />

come la luna; e sulle aperte mani<br />

tu me l’arrechi, e me l’adagi molle<br />

sul testo caldo, e quindi t’allontani.<br />

Io la giro, e le attizzo con le molle<br />

il fuoco sotto, fin che stride invasa<br />

dal calor mite, e si rigonfia in bolle:<br />

e l’odore del pane empie la casa …<br />

(da “La piada” di Giovanni Pascoli)<br />

~ 5 ~


a che razza di presentazione è questa? – già ci sembra di<br />

udire da qualcuno. Che c’entra la piada Pascoliana con la<br />

storia di una tipografia? L’obiezione (con una “b” sola)<br />

è giustificata e sensata, non c’è da ridere. Ma apparirà – almeno<br />

speriamo – altrettanto giustificata questa presentazione, così<br />

strana a prima vista, se chi sta rigirando tra le mani il volumetto<br />

userà la cortesia di proseguire nella lettura del testo senza<br />

fermarsi all’introduzione. E allora tutto apparirà più chiaro e<br />

comprensibile. Perchè questo libretto più che di caratteri tipografici,<br />

di composizione, di grafica, di videostampanti, racconta<br />

la storia di una famiglia, di una “casata” che ha impastato –<br />

lungo il corso dei decenni – la farina dell’esistenza con il sudore<br />

della fatica operosa, l’ha insaporita con il sale dell’intelligenza,<br />

dell’arte, della creatività, indorandola poi al fuoco della passione,<br />

dell’impegno responsabile all’interno della famiglia, nella<br />

società, nell’esercizio della professione. Guerre, distruzioni, avversità,<br />

lutti in famiglia, hanno lungo gli anni ora rarefatto il<br />

frumento, ora indurita la pasta, ora affievolita la brace; ma la<br />

tenacia, la volontà, la tempra romagnola hanno avuto sempre il<br />

sopravvento, riuscendo ogni volta a sfornare una pasta buona,<br />

fragrante, saporita. “… e l’odore del pane empie la casa …”<br />

Ecco tutto. Se continuerete nella lettura sappiate che la nostra<br />

più dolce, trepida speranza è che possiate anche voi gustare il<br />

profumo di questa casalinga, umile “piadina” che abbiamo cercato<br />

di impastare e cuocere per la gioia degli occhi, della memoria,<br />

ma soprattutto del cuore.<br />

~ 7 ~


~ 8 ~


he tosse! Oh, scusate, non volevo cominciare così il mio discorso<br />

di presentazione. Ma l’età c’è, anche abbondante, e<br />

gli affanni della vecchiaia si fanno sentire. A j ho zent’ann,<br />

lo sapete? Ci ho la bellezza di cento anni fatti da poco. Non è<br />

una bella età? Che tosse! Per questo il catarro mi fa ’sti brutti<br />

scherzi: perché trova un fisico indebolito, che non è più quello<br />

di un tempo. Eh, sì, quando avevo la piastra nuova, tutta<br />

ghisa lucida, viva la madosca, quelli erano tempi! Una piastra<br />

che scendeva giù spinta da una vite d’ottone più grossa d’un<br />

cutgòin, con un passo, volevo dire un diametro come un cotechino<br />

di quelli robusti. Allora le cose erano diverse, allora c’era<br />

la gioventù. Giusto, scusate, gioventù o vecchiaia sono stato un<br />

bel maleducato. Non mi sono gnanca presentato. Mi dovete perdonare,<br />

ma ’sta tosse, ’sta rampàzna mi ha fatto dimenticare<br />

che dovevo prima dire le mie generalità. Anche nell’opera i “I<br />

pagliacci”, che Leoncavallo ha composto quando io ero appena<br />

nato, o giù di lì, il prologo esce sulla scena e si presenta. Così si<br />

fa, è galateo, sono le buone usanze. Le conosco, io; è che spesso<br />

faccio senza volerlo delle brutte figure.<br />

Tornando ai “Pagliacci”, quello esce e dice: scusatemi, se<br />

da sol mi presento: io sono il prologo. Ecco, invece io sono IL<br />

TORCHIO, il torchio della tipografia Pazzini. La mia carta<br />

d’identità dice che io sono nato a Monza dalle officine Amos<br />

dell’Orto. E appena uscito dalla fonderia non mi hanno neanche<br />

fatto riposare un brisinino. Pulito, lucidato, imballato in un<br />

cassone di legno tanto grande che pareva una paranza di quelle<br />

dei pescatori di Cesenatico, sono stato portato a Verucchio, dove<br />

mi attendeva un certo signor Domenico, che poi vi racconterò.<br />

Sono nato dicevo, cent ’anni fa, quindi nel… aiutatemi anche<br />

voi a fare il conto, che ogni tanto la memoria l’a-m zócla, mi fa<br />

un po’ come il dvanaduro, quello per fare i gomitoli di lana, che<br />

balla di qua e di là.<br />

Insomma, meno cento anni dovrebbe essere verso il 1886.<br />

Appena nato ho subito cominciato a lavorare. Eh qui, cari i miei<br />

~ 9 ~


ascoltatori, ci sarebbe capitolo una massa lungo da fare. Voi<br />

avete bisogno di crescere almeno 5-6 anni per cominciare a ricordare<br />

le cose. E avete bisogno di almeno il doppio per cominciare<br />

a fare qualche lavoretto utile, che vi dia un guadagnino.<br />

Noi no. Appena usciti dalla fonderia siamo già pronti a lavorare,<br />

a guadagnarci la vita. Quindi, almeno per questo, siamo meglio<br />

degli uomini che ci hanno costruiti. No, non è che volevo fare il<br />

presuntuoso, è che qualche volta ci hai un magone di una cosa<br />

che vuoi dire, e prima o poi l’occasione capita. Adesso torniamo<br />

a noi, a me. Vorrei parlarvi di Domenico Pazzini tipografo,<br />

che ho una voglia di lasciarmi andare un po’ ai ricordi della<br />

sua vita, a raccontare le sue storielle più graziose, a dire la sua<br />

passione per la musica. Comincio di qui. Sì che suonava bene il<br />

bombardino! Dunque, il bombardino è uno strumento musicale<br />

a fiato, tutto di ottone lucido, che imita la voce del baritono.<br />

Si usava molto nelle bande dei miei tempi, perché allora erano<br />

molto in voga le selezioni delle opere (di Verdi prima di tutto, il<br />

grande maestro Verdi, e poi Bellini, non parliamo di Rossini) e<br />

nelle opere liriche la parte del baritono c’è sempre. Poi le feste<br />

patriottiche, poi le processioni, la festa del beato Gregorio, il<br />

perdono di Assisi il 2 agosto a Villa, nel convento di San Francesco,<br />

poi i concorsi fra le bande della Romagna. Insomma, un<br />

gran daffare per uno che suonava il bombardino, e lo suonava<br />

bene. Io lo capivo anche dal fatto che la gente, quando capitava<br />

in tipografia, si complimentava quasi di più per la bravura di<br />

Domenico suonatore di bombardino che di Domenico tipografo.<br />

Sì, ma adesso devo ritornare a parlare del torchio, se no chissà<br />

dove vado a finire coi racconti. Dunque, parlando del mio<br />

padrone quando lavorava in tipografia, ecco, se c’è una cosa<br />

che mi ricordo, ecco, sono le sue mani veloci. Mani veloci nel<br />

comporre, mani veloci nello scomporre. Perché allora si faceva<br />

tutto a mano. Magari oggi, dai discorsi della gente che viene a<br />

far visita in stamperia, capisco che ci devono essere state nel<br />

frattempo un sacco di invenzioni, un sacco di diavolerie. Forse<br />

~ 10 ~


oggi “composizione a mano”, “stampa al torchio”, non solo non<br />

dicono più niente, ma pare che siano roba di altri mondi o altri<br />

tempi. E invece non è così. Non è mica roba d’altro mondo. è<br />

roba della mia generazione… Scusate la tosse, ma quando mi<br />

riscaldo, quando mi va – come dite voi – il sangue alla testa,<br />

subito mi viene la tosse. Ma volevo dire, voglio proprio dire con<br />

tutta convinzione, che non dovete sorridere su di noi, come dei<br />

Matusalemme inutili, perché è proprio dalla fatica, dall’amore,<br />

dall’ingegno di tanti Domenico Pazzini spareguìeun sparguagliati<br />

nel mondo che l’arte tipografa è andata avanti e si è perfezionata.<br />

Sì, sì, è così, proprio così. Allora adesso vi racconto, per<br />

quel che mi ricordo, cosa mi faceva fare il mio amico-padrone<br />

Domenico. Lo chiamo “amico” prima che padrone, perché eravamo<br />

entrati in una confidenza che mai. Con me ha fatto un<br />

sacco di lavori, e si può dire che diverse volte sono stato per lui<br />

sì il banco di composizione, ma anche la piastra per appoggiare<br />

la spesa, ma anche il leggìo per le prove musicali col bombardino,<br />

ma anche persino il tavolo, quando aveva molto da lavorare<br />

e non trovava il tempo di salire di sopra per mangiare da cristiani<br />

e buttava giù un boccone di corsa. Oddio, ho perso il filo<br />

del discorso. Ah, sì, cosa faceva. Allora. Allora, quando doveva<br />

stampare che so, un manifesto, facciamo, un manifesto dove<br />

c’era scritta tanta roba e magari coi caratteri di diverso tipo,<br />

Domenico apriva la cassetta dei piombi e componeva. Come<br />

dice? Se era un compositore? No, non componeva musica, lui<br />

sapeva suonare la musica scritta da altri, voglio dire che lui<br />

componeva il testo tipografico. Sì, si dice “comporre” anche in<br />

questo caso. Scusate, ho capito dalla interruzione e dalla faccia<br />

di qualcuno che bisogna che mi spieghi meglio, se no capiscono<br />

solo quelli che sono dentro nella materia e gli altri devono<br />

andare d’inzèch, devono cercare di indovinare così, alla buona.<br />

Però prima aspettate un cicchino che tiri fiato, che mi arponsi<br />

un poco, mi riposi. Poi vi accontento.<br />

~ 11 ~


~ 12 ~


llora, duv’è ch’a sem arvènz? Dove siamo rimasti?, sarebbe<br />

in italiano. Quando sono arrivato a Verucchio, non ci sono<br />

arrivato da solo. Ero accompagnato da un cassone grosso,<br />

ma grosso sul serio, che pesava un’os-cia, e sopra c’era scritto:<br />

Dell’Orto, Monza. No, non c’era roba dell’orto di Monza, zucchine,<br />

cipolle, ravanelli, no, c’erano caratteri tipografici – spero<br />

che mi capite sin qui – sarebbero dei pezzettini di metallo fatti<br />

con una lega dove il piombo è in abbondanza (un buon 80%),<br />

unito a un elemento chimico che si chiama antimonio (che serve<br />

per indurire il piombo) e a un pochettino di stagno. In una delle<br />

due parti dei pezzettini di metallo – che dovevano essere tutti<br />

della stessa altezza – si trovava scolpita in rilievo una lettera<br />

dell’alfabeto o un numero o un segno, insomma quello che volete.<br />

Unito insieme a cento, a mille suoi fratelli, quel pezzetto di<br />

piombo, messo in riga, diventava una parola, si trasformava in<br />

un periodo, componeva una pagina. La cassa grossa che vi dicevo<br />

conteneva tanti cassetti, con un sacco di scomparti dentro,<br />

dove in ciascuno degli scomparti c’era una lettera dell’alfabeto.<br />

Erano le cassette dei caratteri tipografici. Dei cassetti contenevano<br />

i caratteri tondi, quelli che hanno la pancia piena, e dei<br />

cassetti contenevano i caratteri corsivi, quelli eleganti, che stanno<br />

un po’ più storti. Non ho finito: in ognuno dei cassetti dove<br />

stavano i tondi e i corsivi ci stavano le lettere “in maiuscolo” e<br />

“in minuscolo”. E poi c’erano i cassetti che contenevano i numeri,<br />

solo numeri. E nei cassetti che contenevano i caratteri e i<br />

numeri, le maiuscole e le minuscole, fuori c’era appiccicata una<br />

scritta: questi sono in “corpo 8”, questi in “corpo 10”, questi in<br />

“corpo 12”. Madonna che suppa! Ho fatto una fatica boia a raccontare<br />

tutto in fila, e adesso mi chiedete cosa vuol dire “i corpi”?<br />

Ma allora mi volete morto! Fatemi prendere una arfiadeda,<br />

che sarebbe poi come una boccata d’aria. Il corpo. Dunque, vediamo<br />

se mi ricordo quello che diceva il mio padrone Domenico<br />

a suo figlio Eugenio (perché Domenico ha avuto una moglie e<br />

dei figli, se mi resta tempo e fiato vi racconterò). Siccome erano<br />

~ 13 ~


casa e bottega, perché abitavano di sopra e la stamperia era di<br />

sotto, con la saracinesca che dava proprio sulla piazza, il figlio<br />

Eugenio già da piccolino scendeva giù per le scale e veniva a curiosare<br />

e fare un sacco di domande. Si vede già che da piccolino<br />

aveva lo sbuzzo per questo mestiere; e infatti poi da grande ha<br />

preso il posto e il lavoro del babbo. Dunque, dunque, se no perdo<br />

il filo, il corpo, diceva Domenico al figlio, il corpo è la misura<br />

della distanza che c’è tra la parte sopra e la parte sotto della<br />

lettera scolpita, quella che vi ho detto prima. E siccome questa<br />

distanza i tipografi la calcolano non in metri o in centimetri, ma<br />

in “punti”, la loro unità di misura, che ci vogliono un tre punti<br />

per fare un millimetro, fate i conti voi, che io faccio un po’ fatica<br />

e se mi concentro, la testa mi dvanna, mi gira.<br />

Oh, grazie che mi avete aiutato e avete fatto i conti per me.<br />

Ecco, allora “corpo 8” vuol dire che la letterina era alta 2 millimetri<br />

abbondanti, invece “corpo 10” che era alta un po’ più di<br />

tre millimetri. Più il corpo era alto e più la letterina era grande e<br />

più si vedeva da lungo, insomma più si leggeva bene da lontano.<br />

Dio buono, ma perché stavo parlando dei caratteri tipografici?<br />

Ah, sì, la cassetta dei caratteri. Ecco, allora, dicevo, pensate che<br />

abilità ci voleva a comporre a mano una pagina di libro o un<br />

manifesto fitto fitto; perché allora – ma mi pare di averlo già<br />

detto prima, però non sono sicuro – ai miei tempi si componeva<br />

tutto a mano. Bisognava – mi avete capito? – prendere le<br />

lettere una per una dalle varie scatoline dove erano contenute e<br />

poi allinearle una attaccata all’altra in un righello che si chiama<br />

“compositoio”. E poi, scusatemi questa parentesi, ma se non lo<br />

dico adesso dopo me lo scordo, pensate che pazienza, che bravura<br />

e anche che fatica risistemare con la più velocità possibile<br />

quelle letterine nelle loro scatoline giuste, una volta che era finito<br />

il lavoro e la pagina o il manifesto erano stati stampati. E se non<br />

si rimettevano a posto e stavano tutte sparguièun nei cassetti,<br />

voglio vedere io come si faceva a comporre un’altra volta e a<br />

cercare le lettere nel mucchio! Che casino! Scusate la parola,<br />

~ 14 ~


ma mi è venuta di botto soprapensiero; ma era per farvi capire<br />

che confusione sarebbe stata, che casino. Oh, signor, l’ho ridetta<br />

di nuovo, scusate. Quando era sul lavoro, le mani di Domenico,<br />

mani robuste e anche un po’ grassocce, si trasformavano, diventando<br />

stili stili come le mani di un pianista. Io me lo ricordo, leggere<br />

e allegre, prendere con la pinzetta le letterine, allinearle sul<br />

righello del compositoio che pian piano si riempiva di pezzetti di<br />

piombo uno vicino all’altro, come tanti soldatini. Che tempi! Le<br />

dita si muovevano più di scatto che quando dovevano spingere<br />

i bottoni, no, aspetta, che c’è la parola più giusta, i pistoni del<br />

bombardino durante l’assolo del “Signor Bruschino” di Rossini.<br />

Perché Domenico, tra le tante virtù, aveva anche quella di suonare<br />

molto, ma molto bene uno strumento chiamato bombardino…(ah,<br />

ve l’ho già detto? A-m sira zcòrd, mi ero dimenticato,<br />

scusate) dicevo che era bravo, bravissimo e la banda senza di<br />

lui non voleva suonare. Lo venivano a prendere, a tirare giù dal<br />

letto per andare a suonare, anche se era stanco, anche se aveva la<br />

febbre, anche se aveva fatto la notte a lavorare. Non c’era verso.<br />

Ma una volta, me lo ricordo – os-cia se me lo ricordo! – una volta<br />

che proprio non ce la faceva, e gli altri a convincerlo che doveva<br />

andare con loro (a piedi) a suonare al convento di Villa per la<br />

festa del Perdono di Assisi, che poi sarebbe il 2 agosto. E lui no,<br />

che non ce la faceva proprio. Gli altri a insistere che doveva per<br />

forza. Stavano questionando in tipografia, è per quello che me lo<br />

ricordo. A un zirt pèunt, a un certo momento Meco, che non ne<br />

poteva più, gli scappa la pazienza e fa: Facciamo così, voi andate<br />

pure giù a Villa e quando siete pronti mi fate un segno che io comincio<br />

a suonare quassù, dal muraglione… Va pur là, che hanno<br />

smesso di fare la manfrina!... Scusate ma col ridere anch’io<br />

su Meco che voleva accompagnare la banda dal muraglione,<br />

mi si è smosso un po’ di catarro e mi dava fastidio a parlare.<br />

Adesso che ho la gola più libera, riprendo. E vi dico anche una<br />

cosa che mi sta lì sul gozzo. Mi sbaglierò, ma guardando la faccia<br />

di diversi di voi, mi par di capire che qualcuno pensa ’sto pensie-<br />

~ 15 ~


o: è un povero vecchio, lasciamolo sfogare, diamogli a intendere<br />

che crediamo alle sue patacate anche se sono inventate. Come<br />

possono essere vere queste cose? A Verucchio di 90/100 anni fa?<br />

Secondo me la pensate così e mi paragonate a quei cacciatori<br />

che se hanno preso due storni in croce in una giornata danno a<br />

intendere che hanno ripulito il bosco. Sì che vi sbagliate, cari i<br />

miei amici, sì che sbagliate di grosso! Andate, andate a cercare,<br />

a sfurgattare in qualche armadio vecchio, fra gli scatoloni del solaio,<br />

nelle carte vecchie! Se la fortuna vi aiuta, troverete un sacco<br />

di roba interessante e così capirete che an déggh buséj, non dico<br />

puttanate. Andate a sfurgattare! Da questo torchio che vi parla,<br />

sotto questo torchio sono uscite pagine e pagine che raccontano,<br />

meglio che nei libri di storia, la storia vera. Che non è solo quella<br />

fatta dal generale Garibaldi, dall’apostolo Mazzini, le guerre di<br />

indipendenza, le litigate fra re e imperatori, ma è anche quella<br />

fatta dalla povera gente, pacifica e senza tante fresche, che lavorava<br />

duro per un pezzo di pane, con un po’ di miseria e di speranza<br />

per condimento, e nonostante tutto cercava di aiutarsi l’un<br />

l’altro per migliorare la propria vita. Quando parlo di ’ste cose,<br />

faccio presto a riscaldarmi, ad andare sù di giri, ma le so io le<br />

difficoltà di allora, io che ho stampato, per dirne una, lo Statuto<br />

della società di Mutuo Soccorso di Verucchio. Volete darci una<br />

letta, voi che avete gli occhi buoni? Guardate cosa ci trovate dei<br />

vostri nonni, dei vostri bisnonni. Lei signora si sacrifica? Grazie.<br />

Cominci pure dall’articolo 1, quello che dice… cosa dice? “La<br />

Associazione non ha altro scopo che la giustizia, l’affratellamento<br />

e la reciproca solidarietà; e però intende a procurare il mutuo<br />

soccorso, l’istruzione, la moralità e il benessere degli Artigiani e<br />

degli Operai, onde questi possano da se stessi cooperare al loro<br />

morale e materiale miglioramento”. Adesso ci credete?<br />

~ 16 ~


azie di nuovo, signora. Avete sentito se ho ragione o no?<br />

E ci aggiungo il carico da undici: non si trattava di una associazione<br />

fatta dai padroni per gli operai, con l’idea, sotto<br />

sotto, di tenerli buoni con qualche regalo, ma una società aperta<br />

a “tutti coloro che traggono dal lavoro e dalla occupazione<br />

loro il sostentamento proprio e della famiglia”. Dite quel che<br />

volete, ridete quanto vi pare (però mi pare che non ridete, e<br />

questo mi conforta) ma quando in un paese fondano una associazione<br />

che dice – mi pare nell’articolo 10 – che ogni socio<br />

ha l’obbligo di condurre una vita attiva e laboriosa e istruire<br />

se stesso e la propria famiglia attraverso anche la costituzione di<br />

pubbliche scuole serali e domenicali, veh, gente, secondo me in<br />

quel paese sono in gamba, sono proprio per la quale. E quando<br />

uno si ammala di brutto e io leggo nello Statuto proprio mentre<br />

lo sto stampando che la Società passa un sussidio all’ammalato<br />

sino a un massimo di due mesi, e se la malattia è ancora più<br />

noiosa e lunga i soci sono impegnati in tutti i modi ad aiutare<br />

il malato, procurandogli il cibo, i soldi, i sussidi, vestiti, medicine,<br />

fare collette per la sua famiglia, ciò, a me scappa da dire:<br />

averne sempre di gente così! Essere tutti così, come questi vostri<br />

antenati, che qualcuno ritiene così vecchi e sorpassati! C’è da<br />

essere fieri, altro che! A-n sô un burdèl, gli anni sono tanti, lo<br />

sapete, ma quando la vite grossa girava e venivano fuori le copie<br />

dello Statuto che parlavano di giustizia, di aiuto reciproco,<br />

di fratellanza, cosa volete che vi dica, mé a-m mitèiva a piànz,<br />

io ci piangevo sopra, mi commuovevo. Non avete capito il perché?<br />

Perché anch’io mi sentivo utile, dal momento che a mio<br />

modo, moltiplicando le copie, facevo conoscere queste idee a<br />

tanta gente, e la aiutavo così a diventare ancora più istruita, più<br />

civile, a credere nelle cose belle che fanno bello il mondo. Dopo<br />

quello che già vi ho detto, continuate ancora a credere che Verucchio<br />

fosse in quel tempo un povero paese di scarpazzoni, di<br />

ignurantèun? Bella considerazione che avete per i vostri nonni e<br />

bisnonni! E poi che belli sbagli che fate! Ma pensate che Meco<br />

~ 17 ~


suonasse il bombardino mica male solo per il suo gusto personale,<br />

così, una suonatina ogni tanto per digerire? Ma scherziamo?<br />

A Verucchio allora c’era già la banda, una banda musicale<br />

specializzata in pezzi d’opera e di bravura, e li suonava così<br />

bene che era richiesta dappertutto, nelle feste e nelle processioni<br />

di Rimini, San Marino, Scorticata, Mercatino. Dappertutto.<br />

La scintilla per la costruzione della banda era stato il “lascito<br />

Battaglini”, il testamento che questo canonico aveva fatto nel<br />

1822 destinando un assegno annuo di 80 scudi ad un maestro di<br />

musica di buoni costumi con l’obbligo di dare lezioni di musica<br />

ai giovani del paese riuniti in apposita scuola. Ma che maestro<br />

di musica è quell’insegnante che non fa venire la passione di<br />

suonare? E infatti sembra che nel 1835 (avete capito bene, anche<br />

se la mia voce è appannata: 1835) sia iniziata l’attività della<br />

banda municipale, composta dai più bravi allievi di quei corsi<br />

tenuti dal maestro. In ogni famiglia c’era almeno uno che conosceva<br />

la musica e suonava uno strumento. Fate la prova adesso,<br />

per vedere se c’è la stessa percentuale! Quando io sono arrivato<br />

a Verucchio, c’era già la banda e la scuola musicale, come vi ho<br />

detto, ma c’era anche un corso di perfezionamento in Disegno e<br />

Ornato, uno di Filosofia, uno di Grammatica e Aritmetica, oltre<br />

le scuole normali. Eh, che ne dite? E la passione della musica<br />

era poi tanta che da Verucchio partivano con un cassone tirato<br />

da cavalli chiamato “diligenza” per andare a sentire al teatro di<br />

Cesena i più famosi cantanti dell’opera lirica. Partivano con Cesari,<br />

soprannominato Bragàgna, che organizzava il viaggio con<br />

la sua baràcola: partenza il primo pomeriggio; Rigoletto, Traviata<br />

o Cavalleria a Cesena e ritorno in paese verso le quattro, le<br />

cinque della mattina. C’era un sacco di gente che si faceva delle<br />

strapazzate del genere per andare a sentire Tamagno, il tenore<br />

che spaccava i bicchieri con la voce, la Galli-Curci, un soprano<br />

drammatico potente, il famoso baritono Titta Ruffo, la Toti Dal<br />

Monte, un usignolo, il Bonci, un tenorino alto così che tirava degli<br />

acuti da buttar giù il teatro, che poi quelli di Cesena l’hanno<br />

~ 18 ~


intitolato a lui. Andavano a Cesena perché quel pubblico aveva<br />

fama di essere il più competente e il più esigente della Romagna<br />

e allora i cantanti che ci andavano si impegnavano al massimo,<br />

per fare bella figura e finire sul “Resto del Carlino”, che voleva<br />

dire successo e soldi.<br />

Ma se non erano bravi, i fischi!... Il pubblico non perdonava<br />

neanche un mezzo tono sotto. Una volta un tenore, neanche<br />

quelli da buttar via, scocciato di essere rimbeccato alla romanza,<br />

smette di cantare e fa alla platea: fischiate pure, coglioni,<br />

adesso sentirete il baritono!... Questo per dirvi la passione, l’entusiasmo<br />

che c’era allora, a Cesena come a Verucchio per la<br />

musica. E il teatro? l’amore di Verucchio per il teatro? Roba<br />

dell’altro mondo! Una delle prime, primissime cose che ho stampato<br />

– e si parla di 100 anni fa – è stato il Regolamento della<br />

Società Filodrammatica “avente lo scopo di procurare nel paese<br />

Recite ed altri spettacoli teatrali”, così stava scritto. Un regolamento<br />

che era un capolavoro di furbizia e di simpatia. State a<br />

sentire. I soci erano divisi in tre categorie: i soci nominati per<br />

plebiscito, a titolo di onorificenza, perché erano stati bravissimi<br />

nell’arte drammatica o per motivi di prestigio (che poi voleva<br />

dire aver dato tanti soldini); i soci che prestavano servizio attivo<br />

alla associazione recitando, o suggerendo, o copiando le parti, o<br />

dipingendo le scene; i soci che con una quota mensile abbastanza<br />

consistente permettevano alla filodrammatica di vivere, organizzare<br />

spettacoli, istruire nuovi allievi all’arte. Mica male, eh,<br />

come pensamento? Quando gli allievi e i soci erano pronti per il<br />

debutto, la commedia si recitava al “Teatro Condomini”, un teatrino<br />

grazioso da morire, che pareva una scàtla ’d cunfit, una<br />

bomboniera, come si dice, tutto in legno, con i palchi eleganti, le<br />

poltroncine foderate in stoffa, il sipario dipinto e ricamato. Una<br />

roba!.. Si trovava lassù, in cima al paese, no dalla parte di Passarello,<br />

no, su alla Rocca, proprio dentro la Rocca, e la gente,<br />

anche se bufava, se faceva freddo, andava ad applaudire le commedie<br />

che si recitavano. Mica robetta da due soldi e solo farse o<br />

~ 19 ~


dei gran bidoni! No, no: Goldoni, un francese importante che<br />

non mi ricordo, l’Amleto, uno che si chiamava Giacosa, mi pare,<br />

e poi D’Annunzio, os-cia, poteva mancare d’Annunzio? Come<br />

per la musica, così anche per il teatro c’erano degli appassionati<br />

che facevano ore e ore di treno a vapore per andare al Comunale<br />

di Bologna alle recite delle compagnie più famose, come la<br />

Talli-Gramatica-Calabresi, che faceva furore, loro bravissimi e<br />

l’attor giovane, un certo Ruggero Ruggeri, ancor più bravo.<br />

Come faccio a saperlo? Ma perché i verucchiesi che erano stati<br />

alle recite riportavano indietro i volantini delle commedie, ne<br />

discutevano in tipografia con Meco, che anche lui spesso ci andava,<br />

e gli lasciavano i volantini. Aprite quel cassetto, ecco, il<br />

secondo cassetto dell’armadietto a vetri. Cercate un po’ sotto.<br />

Vedete? C’è la rèclame della “Figlia di Iorio”, recitata dalla Duse<br />

nel 1905, nel pieno della fama e dell’amore, questo con la Fedra,<br />

pure di D’Annunzio, protagonista la riminese Teresa Franchini,<br />

nel 1905, “La Signora delle Camelie”, sempre con la<br />

Duse, veh “La Locandiera” di Goldoni con Dina Galli, nel 1910.<br />

Mi sa che cominciate a cambiare idea sui vostri verucchiesi di<br />

70/90 anni fa!! Quanti manifesti di teatro sono usciti dalla tipografia!<br />

E non è mica lavoro da niente comporli, credetemi. Meco,<br />

quando gli portavano un manifesto da fare dice che gli veniva<br />

da strimulì, da… boh, non mi ricordo come si dice in italiano,<br />

tipo la pelle pollastrina. Perché le lettere normali erano in piombo,<br />

ma quelle dei titoli della commedia, per esempio, siccome<br />

occorrevano grandi, da vedersi da lontano, erano in legno, in<br />

legno scolpito, se no di piombo figuratevi quanto pesavano! Però<br />

il legno non è come il piombo, per altri versi, e se prende l’umidità<br />

si gonfia, se si usa tanto si logora, se ci va un tarlo si vede il<br />

buco nella stampa. E allora ci voleva un sacco di tempo a metterle<br />

in riga giuste, di altezza giusta come quella delle altre lettere<br />

di piombo, se no quando metteva la composizione sulla piastra<br />

e stampava, quelle lettere non venivano. Allora Domenico<br />

doveva affannarsi con i “bianchi tipografici” che sarebbero poi<br />

~ 20 ~


le spaziature, le interlinee, le marginature, perché il manifesto<br />

doveva venire bello bellissimo, magari a due colori, con il testo<br />

in mezzo, né spenzoloni da una parte né dall’altra, con i nomi<br />

degli attori scritti bene, stesso carattere, se no veniva l’invidia di<br />

quelli che avevano il nome più piccolo, e senza errori, se no,<br />

povero Meco, quello col nome sbagliato per vendetta gli faceva<br />

la “capparella”. Poi, sempre a proposito di manifesti belli e lavorati,<br />

mi ricordo quelli per la festa grande alla fine del secolo.<br />

Due manifesti, mica uno! E mica per una fine, ma per due! Sì<br />

capisco che non capite niente, adesso anch’io devo fare mente<br />

locale. Dunque… Dunque avete da sapere che si erano formati<br />

due partiti quando si avvicinava il 1900: quelli che dicevano che<br />

la fine del secolo era il 31 dicembre 1899 e quelli che dicevano<br />

che era invece il 31 dicembre ma del 1900. E siccome la gente<br />

discuteva giornate e non si metteva d’accordo, si è fatta una<br />

grande festa nel 1899 e una nel 1900. Così si sono accontentati<br />

tutti. Vedeste che manifesti! Se ne trovate uno in un baule, sì che<br />

mi fareste un regalo! Perché quelli che avevo sono svaporati<br />

tutti. Erano pieni di disegni e ghirigori, incisi nel legno, con una<br />

pazienza che mai. Andava allora in voga lo “stile floreale”, così<br />

si chiamava, con i fregi attorno al testo pieni di corone di fiori e<br />

frutta, foglie d’alloro, caspi di rose, stampato a due e addirittura<br />

a tre colori, che voleva poi dire ripassare due o tre volte il manifesto<br />

sotto il torchio. Però poi la soddisfazione del lavoro c’era,<br />

perché un manifesto così composto, una volta che era incollato,<br />

facciamo in Piazza, si vedeva quasi quasi sin dalla Fonte, venendo<br />

dalla parte della Faggiola. Bei tempi! Sarà che succede così,<br />

quando s’invecchia, che i tempi belli sono sempre quelli passati.<br />

Se poi gli chiedi il motivo, nessuno ti dice quello vero, che erano<br />

belli perché c’era la gioventù. Tutti cercano altri motivi e pastrocchiano<br />

una risposta che non è quella vera. Cercando di essere<br />

i più onesti e imparziali possibile, secondo me è perché c’era<br />

la gioventù, ma anche perché erano anni e anni che l’Italia stava<br />

in pace. La terza guerra d’indipendenza era ormai lontana e<br />

~ 21 ~


nessuno della popolazione pensava di mettersi in guerra d’arnùv,<br />

un’altra volta. C’erano tanti problemi da risolvere nella nostra<br />

Italia, che nessuno pensava a inventarne dei nuovi. E quando<br />

nuovi o imprevisti problemi scappavano fuori, ci si faceva in<br />

quattro per risolverli. Così per il terremoto di Messina e Reggio<br />

del 1908, due città scomparse e migliaia di persone sepolte sotto<br />

le case. Me lo ricordo, perché stampai tanti di quei manifesti a<br />

lutto da riempire il paese. Si chiedeva aiuto, soldi, braccia, sottoscrizioni<br />

per quella povera gente. C’era la miseria a Verucchio,<br />

miseria di brutto, che uno sì e uno no nei calzoni aveva le pezze<br />

del rammendo, però di fronte a quella disgrazia tutto il paese si<br />

commosse e anche i più poveri portavano soldi e aiuti. Non è<br />

una bella cosa? Non c’era la guerra, la gente si aiutava, si cercava<br />

di progredire… insomma, non è un brutto bilancio. Forse<br />

sarà anche per questo che quegli anni là, quelli della fine dell’800<br />

e dei primi del’900, me li ricordo come anni belli, con le difficoltà<br />

sicuramente, ma anni belli. Poi venne un brutto giorno. Come<br />

faccio a dire “brutto”? Oh, bastava guardare la faccia di Meco<br />

che girava su e giù per la stamperia e allineava i piombi sulla<br />

mia piastra per tirare un manifesto. Meco era un uomo limpido<br />

come l’acqua della Brigida e a guardarlo si capiva subito se le<br />

cose andavano di traverso o era in un momento buono, se era<br />

sereno o pieno di preoccupazioni. E quel giorno, quel brutto<br />

giorno, ogni tanto gli cascava un guzlòun, un lacrimone dagli<br />

occhi per terra. Il Sindaco gli aveva dato da comporre l’avviso di<br />

chiamata sotto le armi per i maschi verucchiesi dai 19 anni in<br />

sù, che dovevano andare in guerra. Sì, era scoppiata la guerra<br />

con l’Austria, quella che i giornali chiamavano la quarta guerra<br />

d’indipendenza. Meco piangeva, pensando a tutti quei poveri<br />

ragazzi, figli dei suoi amici, che dovevano partire. Come avrebbero<br />

fatto a tirare avanti il podere i Cirulètta, i Mularòun, i<br />

Muntagnùl, Biancòin, Mazasèt? E a Pulinèl e a Cantinàza, chi<br />

gli guidava i camion che avevano comprato con le cambiali? Se<br />

si gustava il mulino a Paiàza, come facevano Sisèri, Bartòza.<br />

~ 22 ~


Mavòss, Baricàcia a pestare il grano, dato che Plincio, il meccanico,<br />

doveva partire per il fronte? E poi, per giunta, partire per<br />

un fronte lontano, lontano tanto, loro che massimo massimo<br />

erano andati a piedi o col biroccino a Rimini, a S. Leo o a San<br />

Marino, toh, massimo San Marino quando c’era la festa dei Reggenti<br />

il 3 settembre. E piangeva, Meco, anche perché pensava<br />

che suo figlio Edoardo (che lui chiamava Duvardìn) gli era nato<br />

nel ’97 e aveva allora – aspettate, aiutatemi a fare il conto, la<br />

guerra è del ’15, allora a 15 ci devo aggiungere altri 3 anni ancora,<br />

dico bene? – Duvardìn, fatto il conto, aveva allora 18 anni<br />

e se la guerra non finiva presto, ma lutava parecchio, prima o<br />

poi toccava anche a lui. Eugenio, l’altro maschio, era piccolino,<br />

l’Enrica era una bella ragazza di vent’anni, ma era donna, la<br />

Maria poi non parliamo, era si può dire appena nata, Duvardo<br />

no, Duvardo era ormai in età. A pensare che a lui, che cominciava<br />

a usare tanto bene la matita per disegnare e il pennello di peli<br />

di martora per l’acquerello, prima o poi gli mettevano in mano<br />

un fucile per ammazzare, no, Meco non sapeva darsi pace, non<br />

gli andava giù. E la rabbia non calava, gli cresceva, era tutta<br />

una tigna man mano che vedeva la gente (non tutta, no, ma diversa<br />

gente sì) entusiasta per la guerra santa, che le ombre di<br />

Garibaldi, di Mazzini, del re Vittorio Emanuele ci proteggevano.<br />

Uss veid ch’i n’à i fiùl, si vede che non hanno nessuno che deve<br />

partire: me lo ricordo come adesso che diceva così quel giorno,<br />

chissà di che mese, ma era verso l’estate, doveva essere caldino<br />

perché le finestre della stamperia erano tutte aperte, e io sentivo<br />

da dentro la musica, la banda che suonava il “Va’, pensiero” di<br />

Verdi, la Marcia reale e la gente che gridava e applaudiva. Dunque,<br />

dov’ero rimasto? Ah, sì, diceva così quel giorno che sono<br />

partiti i primi verucchiesi per il fronte di guerra. Come mi ricordo<br />

quel pianto! Me lo ricordo anche perché non l’ho visto una<br />

volta sola. Erano passati pochi giorni da quel giorno e l’ho rivisto<br />

uguale uguale. Saranno stati i primi del mese dopo l’entrata<br />

in guerra. Sulla piastra Domenico appoggia la composizione del<br />

~ 23 ~


manifesto da morto di uno – mi pare facesse Neri di cognome –<br />

che era caduto “sotto il piombo austriaco”. Io a pensare, lì per<br />

lì, che quel Neri, poveretto, era morto perché gli si era ribaltata<br />

addosso una cassa piena di caratteri tipografici che venivano<br />

dall’estero, e lui era finito sotto mentre li scaricava. Invece no.<br />

Era il primo morto verucchiese della guerra mondiale. E Domenico<br />

componeva i caratteri, li appoggiava su un tavolone scuro.<br />

Sentivo il rumore del suo cuore che gli batteva forte forte, come<br />

un trattore per mietere, perché ogni nome nuovo che doveva<br />

mettere nel manifesto aveva sempre paura che poteva essere<br />

quello del suo figlio Edoardo, perché anche lui era dovuto partire<br />

un giorno del ’17, e l’avevano mandato al Montello, una zona<br />

di guerra che stava dalle parti del Veneto. Anch’io pativo con<br />

lui. Cosa credete? Solo che io non ho il cuore come voi, io ho la<br />

vite grande che gira a pressa, ho la piastra, sono fatto di ganci e<br />

bulloni. E a ogni manifesto di morto in guerra, non lo so ancor<br />

oggi come mai, fatto è che qualche pezzo della mia macchina ’e<br />

zuclèva, zuccolava, … come si dice in italiano? … ecco, si allentava.<br />

Un giorno – eravamo nel novembre del 1918, sì che me lo<br />

ricordo bene! – un scampanèzz, tutte le campane a suonare,<br />

come quando le slegano per il sabato Santo, ma più di lungo,<br />

lungo una massa, che avranno durato un’ora. E la gente, sentivo<br />

da dentro, tutta a ridere, piangere, si abbracciava. Era finita la<br />

guerra. E io a piangere, piangere dalla contentezza. Sì, come so<br />

piangere io, gocce di ghisa pesanti, ma sincere, come quelle di<br />

un burdèl, di un bambino. Stavo male dalla contentezza, lo sentivo<br />

che stavo male. E poi un giorno, me lo ricordo bene anche<br />

questo, eravamo sotto Natale del ’18, Meco appoggia sulla mia<br />

piastra una lista già composta, con 126 nomi. Il Comune, il Sindaco<br />

glieli aveva dati, raccomandandosi che scrivesse sopra il<br />

manifesto, come intestazione, “caduti nella epopea umana e divina<br />

di amore, di dolore, di eroismo e di gloria”. Dopo le prime<br />

passate, dopo le prime copie tirate, il cuore mio (quel tipo di<br />

cuore che vi ho detto) non ce l’ha fatta più. Pensavo a quelle<br />

~ 24 ~


cento e più famiglie dove per loro il bambino Gesù non poteva<br />

nascere nella stalla, perché era già morto in trincea. A-n gnie<br />

l’ho fàta, non sono riuscito a resistere a questa ultima sofferenza.<br />

Ho avuto quello che voi dite “un collasso”. E da quella volta<br />

sono rimasto lì, in un cantone della stamperia Pazzini, a sognare<br />

la pace.<br />

~ 25 ~


uon giorno, signori, buon giorno. Vi chiedo innanzitutto<br />

scusa se vi ho fatto un po’ aspettare, ma ritenevo non solo<br />

un gesto di cortesia, ma mio dovere accompagnare il vecchio<br />

narratore al suo angolo. Era troppo commosso, come avete<br />

potuto notare, e temo che da solo non ce l’avrebbe fatta. Eccomi<br />

dunque a voi. Innanzitutto mi presento: sono LA PEDALINA,<br />

la pedalina birichina. Ma sì, lasciatemi scherzare e giocare con<br />

le parole, senza fare quella faccia un po’ stranita. Cercate di capirmi:<br />

a forza di stare nella Tipografia Pazzini, a contatto prima<br />

con Domenico, pieno di bonomia e di humor e poi con quel tipo<br />

di Eugenio, con il quale ho condiviso anni di lavoro, d’impegno<br />

e di svago, mi è venuta – e mi è rimasta – la voja ’d scherzè,<br />

il gusto per la battuta sorridente. Torniamo seri. Appartengo<br />

al ceppo delle cosiddette “macchine a plàtina” (più corretta la<br />

pronuncia sdrucciola rispetto a quella piana: platìna), famiglia<br />

di macchine il cui antico modello è il torchio. Ecco perché – se<br />

mi consentite l’accostamento – sono orgogliosa di essere in un<br />

certo senso la discendente di chi mi ha preceduto nella narrazione.<br />

Il torchio, da cui derivo, è la più originale traduzione pratica<br />

di un’idea luminosa che venne un giorno dell’anno 1450 al<br />

signor Johann Genfleishc, detto Gutenberg, osservando il funzionamento<br />

di uno strettoio da uva. Se la forza del pigiatore,<br />

che faceva girare una enorme vite di legno, riusciva spremere il<br />

succo degli acini, perché non tentare qualcosa di simile – pensò<br />

il nostro Gutenberg – con inchiostri, carta, parole, in modo che<br />

il succo (non dell’uva, ma delle idee, del pensiero umano) potesse<br />

essere “spremuto” e conservato per sempre? Gutenberg ne<br />

parlò con un suo amico falegname, il quale tradusse in realizzazione<br />

pratica, nel suo rustico laboratorio, l’idea iniziale. Pure<br />

in legno, intagliati da abilissimi artigiani della Renania, furono<br />

i “caratteri mobili”, che servivano per la composizione a mano<br />

delle pagine. Fu così che nello spazio di pochi anni dal rudimentale<br />

torchio di Magonza uscirono le prime opere tipografiche.<br />

La tecnica non poteva che essere primitiva, agli albori, ma la<br />

~ 27 ~


~ 28 ~


fede, l’entusiasmo dei primi stampatori conseguì risultati straordinari:<br />

la “Grande Bibbia”, stampata tra il 1454 e il 1456 in<br />

grossi caratteri gotici, usando inchiostro rosso e nero, resta ancora<br />

oggi, oltre che monumento storico della nuova produzione,<br />

anche pregevole opera d’arte elegante e raffinata. La sconvolgente<br />

scoperta, che rivoluzionava e cancellava secoli di amanuensi,<br />

di copiatura a mano, si diffuse velocemente dapprima<br />

nell’area germanica e poco dopo in Italia, dando luogo a centri<br />

di composizione e stampa rimasti famosi nel tempo: Magonza,<br />

innanzitutto, e poi Colonia, Strasburgo, Subiaco (dove i monaci<br />

benedettini impiantarono la prima tipografia italiana), e infine<br />

Norimberga, città dove per la prima volta si sostituì la grande<br />

vite lignea del torchio con una in ottone, moltiplicandone così<br />

la forza e la durata. Poi, sapete come è fatto l’uomo (voi anzi<br />

lo sapete meglio di me): non si arresta mai e ripensa, reinventa,<br />

perfeziona, evolve. Così è stato per l’arte tipografica, passata<br />

dall’iniziale torchio alle complesse stampanti moderne, categoria<br />

alla quale mi onoro di appartenere. Il buon Domenico si decise<br />

ad acquistarmi quando il vecchio torchio stava dando i primi<br />

segni di cedimento. E poi, diciamolo con orgoglio, la tipografia<br />

stava andando benino, guidata dall’intelligenza e l’impegno<br />

del titolare, e il lavoro stava aumentando. Occorrevano rinforzi.<br />

Capirete, una cosa è stampare venti manifesti – il torchio per<br />

questa operazione può ancora servire – un’altra è esaudire la<br />

ordinazione di 1.000 schede per il censimento degli abitanti del<br />

Comune. Farli al torchio è fatica disumana e perdita di tempo<br />

considerevole. Ecco allora arrivare in soccorso la qui presente,<br />

cioè una “macchina a plàtina”. E siccome nella grande categoria<br />

delle macchine a plàtina c’erano quelle più semplici e quelle più<br />

complesse, quelle azionate a energia elettrica (molto costose) e<br />

quelle azionate a pedale, la scelta di Meco si orientò, per motivi<br />

economici, su quest’ultima, che sarei poi io. Ecco perché<br />

mi sono presentata così briosamente. Mi perdonate? Per farmi<br />

perdonare ancora più, vi spiego come funziono. Nella macchina<br />

~ 29 ~


a plàtina – oh, mi spiego però un poco alla buona, per meglio<br />

farmi capire – la piastra che contiene la composizione già preparata<br />

e fissata. anziché stare in posizione orizzontale, come nel<br />

primitivo torchio, è collocata in posizione verticale. La seconda<br />

piastra, invece, è in continuo movimento e passa da una posizione<br />

inclinata (quando viene inserito il foglio da stampare) alla<br />

posizione verticale (in modo che il foglio precedentemente inserito<br />

venga impresso). Come fa a muoversi? Giusta la domanda.<br />

La piastra è mossa da una ruota azionata dal pedale. Avete<br />

presente le vecchie macchine da cucire Singer? Ecco, all’incirca<br />

così. Il piede spinge e mette in moto – attraverso una cinghia di<br />

trasmissione – una ruota, la quale provvede a sua volta a ripartire<br />

il movimento della plàtina. Nel frattempo dei rulli molleggiati,<br />

azionati sempre dalla stessa ruota, inumidiscono di inchiostro<br />

il piano di composizione, che diventa così pronto ad imprimere<br />

un nuovo foglio. Sì, certo, il buon Domenico (che cominciava<br />

piano piano ad essere aiutato dal figlio Eugenio, fattosi grande)<br />

doveva ancora infilare a mano i fogli, uno per uno; ma volete<br />

mettere la velocità rispetto a prima? Ma poi, ve lo immaginate<br />

il ridicolo dei biglietti da visita, piccolini piccolini, stampati uno<br />

per uno sotto un imponente torchio? A proposito di biglietti da<br />

visita: sentite questa, che è graziosa un sacco. Uno dei miei primi<br />

lavori fu quello di stampare dei biglietti da visita del “professor<br />

Edoardo Pazzini” il quale, tornato sano e salvo per fortuna<br />

dalle trincee del Montello, aveva cominciato ad insegnare la sua<br />

materia prediletta, il disegno, nella scuola del paese. E questi<br />

eleganti cartoncini, in “Bodoni tondo”, erano un regalo del papà<br />

Domenico al figlio che cominciava a dare le prime soddisfazioni.<br />

Ma si sa come vanno queste cose: un po’ per ambizione, un<br />

po’ per necessità, il pacchettino dei biglietti si assottiglia e un<br />

giorno finisce. E il giovane Edoardo un giorno, così, ostentando<br />

una certa trascuratezza, butta giù tra un discorso e l’altro la<br />

frase meditata: Ba, ho finito i biglietti da visita, me li stampi?<br />

Domenico, con una di quelle battute fulminanti che lo rendeva-<br />

~ 30 ~


no inimitabile: Zirt… però… e’ nom...T’at c(i)em?...(volentieri,<br />

però bisogna che mi dica come ti chiami…) Edoardo, che non<br />

era scemo, capì che gratis i biglietti da visita da allora in poi se<br />

li poteva dimenticare…<br />

~ 31 ~


na mattina, di buon’ora… Chissà quanti racconti, chissà<br />

quanti romanzi iniziano così! Ma io, scusatemi, non so cominciare<br />

diversamente questo racconto. Perché proprio di<br />

mattina, la mattina buon’ora di un mese collocabile tra il 1928<br />

e il ’29, arriva in tipografia Eugenio, metà fischiettando, metà<br />

nervoso, come un innamorato che attende la sua ragazza ritardataria.<br />

Apre la cassettiera del “corpo 12” (un carattere robusto,<br />

ben leggibile) e comincia a comporre. Veloce, concentrato. Le<br />

righe che si allineano sono strane per me, stranissime. Che roba<br />

sarà? L’italiano lo padroneggio bene, italiano non è; il francese lo<br />

conosco un pochino, perché il cugino di Eugenio, Pitrin, quando<br />

viene in tipografia a chiacchierare, si diverte a biascicarlo; tedesco<br />

non è, perché Eugenio dice che con i “crucchi” non ha mai<br />

avuto simpatia; inglese non mi sembra… Pensa che ti ripensa, a<br />

un tratto una lampadina mi si accende in testa: DIALETTO!!!<br />

Dovete comprendere queste mie esitazioni prima di capire che<br />

fosse dialetto. A differenza del vecchio torchio, che era vissuto in<br />

ambiente dialettofono (fatemi parlare “difficile”una volta tanto..)<br />

il mio arrivo a Verucchio era coinciso con la politica governativa<br />

di diffusione della lingua italiana nelle scuole, negli uffici,<br />

negli atti amministrativi, nella vita civile. Pian piano perciò l’italiano<br />

era diventato dominante nelle conversazioni, nei rapporti<br />

tra le persone, nel lavoro tipografico e anch’io di conseguenza<br />

– come avrete già notato dal racconto – ne avevo subìto i benefici<br />

influssi, migliorando il mio frasario, che era pervenuto a un<br />

italiano dignitoso e quasi raffinato. Ecco il perché delle mie iniziali<br />

incertezze, delle mie strane congetture di fronte a un testo<br />

scritto in lingua che non mi era familiare. Ma la lampadina mi<br />

aveva illuminato. DIALETTO!!! Dialetto romagnolo!! Eugenio<br />

infatti sta componendo, come invasato, righe su righe di piombo<br />

incomprensibili, righe piene di accenti, di parole tronche, di<br />

apostrofi. E sorride ogni tanto, un sorriso nervosetto, appena abbozzato,<br />

ma soddisfatto. Mi è tutto chiaro a giorno ormai fatto,<br />

quando mi sento appoggiare sulla piastra, legato strettamente da<br />

~ 32 ~


cordicelle amorevoli, un brano di due pagine: una POESIA! Una<br />

poesia. E toccava a me, povera pedalina destinata a vivere e a<br />

morire tra moduli, biglietti, oscuri lavori. far conoscere l’arte, la<br />

poesia, a centinaia di persone, aiutarle ad esprimere un sorriso,<br />

un brandello di vita! Che volete che vi dica: forse mi era penetrata<br />

la felicità di chi è consapevole di contribuire – sia pure a<br />

suo modo, a suo piccolo modo – ad un’opera degna, a un lavoro<br />

utile; fatto sta che gli ingranaggi cantavano con l’allegria gioiosa<br />

di un bambino che trasmette agli altri la sua contentezza. Che<br />

bello, credetemi! Appena saputa la notizia che quei versi, recitati<br />

da Eugenio nelle feste di carnevale, nelle sere della veglia, fra<br />

gruppi di commensali, erano diventati pagina scritta da leggere e<br />

godere, una processione, ma una processione di amici che pareva<br />

il Corpus Domini: Felice il lungo, cioè Felice Riccardi barbiere,<br />

Gardini lo speziale, alchimista di liquori preziosi, Peppino Pecci,<br />

cultore e divulgatore coscienzioso di antiche memorie, il cugino<br />

Adalberto, che già cominciava la carriera accademica, Priamo<br />

Rodriguez, poeta e scrittore, Berto della Tersilla, oste tra i più<br />

saporiti dell’universo, il parroco Della Biancia, e poi Simoncini il<br />

farmacista, e poi… insomma, il paese intero. E tutti a chiedere i<br />

fogli freschi d’inchiostro e recitarli, sorridendo e complimentandosi<br />

con l’autore. Che soddisfazione! Da allora, da quel lontano<br />

1928/’29, tante volte ancora ho vissuto momenti di felicità, giorni<br />

indimenticabili nei quali una nuova poesia, pensata e scritta<br />

magari in una notte di febbrile insonnia, diventava piombo, diventava<br />

foglio vivente. Se non temessi di stancarvi, ve le vorrei<br />

recitare tutte (perché dovete sapere che pian piano mi sono poi<br />

appassionata al dialetto, sino a diventarne attenta conoscitrice<br />

e interprete); ma una, una ve la dovete proprio sorbire, se non<br />

altro perché fotografa la vita della casa Pazzini in quei tempi.<br />

State a sentire.<br />

~ 33 ~


Al tre èrti prinzipèli<br />

Chi avess bsogn’na poeseja<br />

venga meco in stampereja;<br />

a v’la faz in t’un mumint<br />

e magari ancà pri gnint.<br />

S’j pu bsogn da e’ mi fradèll<br />

un quadrett fatt bin se pnèll<br />

tirè fura i cicognini<br />

e curroi ’n chesa Pazzini,<br />

che per quei chi pagarà<br />

u i n’è ad tôtt al qualità.<br />

O se pu a vlesvi santì<br />

un pez d’opra, al puti dì<br />

me sor Meco, e’ mi papà<br />

che leu, frencia, trop un sa!<br />

Leu enca u v fes-cia la Lucia<br />

e sa un pez ’d Cavalleria<br />

~ 34 ~<br />

della Tosca di Puccini,<br />

d’la Sunambula ad Bellini,<br />

d’la Traviata e Rigulett,<br />

d’tôtt a gli opri ad Dunizett.<br />

E sà un sach ad sinfunei,<br />

quasi un miera ad meludei,<br />

merci, polchi, saltarill<br />

valzer brôtt e valzer bill,<br />

canzunetti, serenedi<br />

e furleni sincupedi.<br />

Snà Valencia u n l’à imparè.<br />

E perché? Andegli ’dmandè.<br />

Al tre èrti prinzipèli,<br />

pri di mei al tre piò beli<br />

a què a Vròcc, o cittadini,<br />

a gli è t’chêsa di Pazzini.


Le tre arti principali<br />

Chi vuol una poesia<br />

venga nella stamperia:<br />

ve la faccio in un momento<br />

e non chiedo pagamento.<br />

Chi poi vuol da mio fratello<br />

un quadretto col pennello,<br />

se rimedia due quattrini<br />

corra a casa dei Pazzini<br />

che con pochi soldarelli<br />

compra quadri belli belli.<br />

Se poi foste affezionate<br />

alla lirica, chiamate<br />

il sor Meco, il mio papà,<br />

che lui, fresca se le sa!<br />

Lui vi fischia la Lucia,<br />

suona la Cavalleria,<br />

~ 35 ~<br />

la Tosca di Puccini,<br />

e pezzi interi di Bellini<br />

la Traviata e il Rigoletto,<br />

l’Elisir di Donizetti.<br />

Non parliam di sinfonie,<br />

cento e passa melodie,<br />

marce, polche, saltarelli,<br />

valzeroni brutti e belli,<br />

canzonette, serenate<br />

e furlane scatenate.<br />

Sol “Valencia” non gli va.<br />

Il motivo? E chi lo sa?<br />

Le tre arti principali<br />

e, per me, fondamentali,<br />

qui a Verucchio, o cittadini,<br />

stanno in casa dei Pazzini.


o pensato anche alla traduzione, in modo che i non romagnoli<br />

possano gustare – anche se in misura assai limitata<br />

– la vivacità. la vena poetica che sorreggeva il giovane<br />

tipografo. Vi è piaciuta? Vero che è carina? Oddio, non pensate<br />

a Dante, Leopardi, Carducci; pensate a un poeta romagnolo<br />

che non ha altra ambizione se non di somigliare a un delicato<br />

fiore di campo, felice di spargere il suo agreste profumo. Ormai<br />

a quel punto Eugenio s’era affezionato, e le poesie, le “zirudelle”<br />

– come lui le chiamava – si facevano sempre più numerose<br />

e diventavano sempre più richieste, obbligandolo a<br />

ristampare i testi o a conservare i piombi già composti in qualche<br />

ripostiglio. Finché un giorno – eravamo nel 1933 – in una<br />

simpatica conversazione in tipografia alla presenza di vari<br />

amici, sento annunciare la decisione: basta, non più fogli staccati<br />

di singole poesie, ma un bel volumetto, dal titolo già trovato,<br />

“Poesie giocose”, nel quale raccogliere le varie “zirudelle”<br />

già scritte e pubblicate. Che contentezza, quel giorno! E<br />

che dispiacere! Ah, non riuscite a spiegarvi il perché di questa<br />

apparente contraddizione? Ve lo spiego subito: contentezza<br />

per il successo crescente delle poesie dialettali, che imponevano<br />

la loro raccolta in un volume; dispiacere perché la nuova<br />

opera non si sarebbe stampata sulla mia pedalina, non avrei<br />

avuto questo onore, ma sulla macchina piana comperata da<br />

poco. Capisco, sì, scusate, siccome anche nel raccontare queste<br />

cose vado a sprazzi, a episodi, dovete perdonare se la mia storia<br />

presenta delle lacune, che quando capita l’occasione cerco<br />

di colmare. Dunque. Dunque, non vi avevo ancora detto che la<br />

tipografia in questi anni si era abbastanza irrobustita, arricchendosi<br />

anche di una nuova macchina, pesante e costosa, indicatissima<br />

per la stampa di manifesti in grande formato e di<br />

“sedicesimi” di libro. Non abbiatevene a male, ma capisco che<br />

qualche accenno devo fare anche su questo, se no sembra che<br />

la tipografia Pazzini più che manifesti da morto e biglietti da<br />

visita non sapesse fare. Invece la richiesta di pubblicazioni si<br />

~ 36 ~


faceva sempre più insistente, favorita dalla diffusione della lettura<br />

e – diciamolo pure – dalla notorietà raggiunta dalla piccola<br />

officina tipografica, dove alla bravura dell’ormai anziano Domenico<br />

si univa la fantasia del giovane Eugenio, a tutto vantaggio<br />

della qualità del lavoro, sempre terso ed egregio. Aumentano<br />

i clienti, aumentava il lavoro da fare, e le mie povere forze non<br />

bastavano più. E allora, dopo un consulto di famiglia, dopo varie<br />

operazioni economiche e calcoli fatti a memoria, con le dita<br />

o con un matitone da muratore, di quelli che si tengono dietro<br />

all’orecchio, la grande decisione: una “macchina piana cilindrica<br />

ad arresto del cilindro, ad uscita frontale”. Eh, che ne dite di<br />

questa precisione tecnica del linguaggio? Qui, cari miei, entriamo<br />

nella meccanica complessa, almeno per quei tempi. Questa<br />

macchina per stampare è capace di ospitare ben otto pagine<br />

composte, fissate al tavolo piano di acciaio con serraforme ad<br />

espansione (che sarebbero delle grosse viti che si dilatano girando<br />

e bloccando i piombi composti da ogni lato, permettendo la<br />

stampa). Otto pagine, vi dicevo, predisposte in una maniera ben<br />

precisa, in modo che una volta stampato il foglio grande da una<br />

parte e dall’altra, e poi piegato in 8 parti, come è, come non è,<br />

scappino fuori in 16 belle pagine nitide e regolarmente numerate.<br />

Nella vita di una tipografia c’è di tutto: manifesti, opuscoli,<br />

biglietti da visita, libri, striscioncini. E ci sono anche “i santini”.<br />

Ho cercato in dizionari ed enciclopedie questo termine, ma invano.<br />

Niente da fare. Si vede che fa parte del gergo dei tipografi<br />

oppure viene usato, con un suo particolare significato, soltanto<br />

in alcune zone d’Italia – fra cui Romagna, s’intende – ma non<br />

nell’intero Paese. Il santino (cerco di spiegarvelo con parole<br />

mie) è un cartoncino pesante, grande quanto una cartolina postale<br />

piegata in due, che si usa per ricordare una persona defunta.<br />

Nella prima delle due facciate interne viene stampata una<br />

fotografia dello scomparso, nella seconda una dedica, una intestazione,<br />

un pensiero che ricordi le virtù della persona. Sì, lo so<br />

cosa state pensando: che se si dovesse badare solo a quello che è<br />

~ 37 ~


scritto nei santini, l’Italia sarebbe un popolo di santi (oltre che<br />

di poeti e di scienziati, come diceva quel tale); ma cosa volete, di<br />

fronte alla morte si calmano le cattiverie, si spengono le voglie di<br />

vendetta, i giudizi si fanno meno duri e di chi è morto si preferisce<br />

mettere in risalto solo le cose buone. Non sorridete con me,<br />

io sono soltanto un esecutore, io stampo solamente… Quanti<br />

santini sono passati attraverso la mia pedalina? Tanti, tanti.<br />

Ogni morto verucchiese un santino, che veniva poi distribuito a<br />

parenti e amici durante la messa di suffragio che si diceva dopo<br />

un mese. Nel frattempo Eugenio riceveva dai parenti del defunto<br />

la foto e la “scritta” (quello che volevano si dovesse scrivere<br />

nel santino) e poi correva a Bologna, nella zincografia, per fare<br />

“la lastra”. Mi perdonerete se vi costringo ad una lunga parentesi<br />

per dare qualche informazione tecnica, ma anche le arti grafiche<br />

nel frattempo si erano evolute, e dai tempi del signor torchio<br />

mio predecessore se n’era fatta di strada. Ai tempi suoi<br />

(non so se ve ne ha parlato) per poter stampare un disegno o una<br />

immagine bisognava trasferire questa figura – con un procedimento<br />

complicato che non sto ora a spiegarvi – su di una pietra<br />

particolare, un calcare purissimo che viene estratto dalla Baviera<br />

dove esistono le cave più celebrate. La pietra: levigata, incisa,<br />

resinata, bagnata, ingrassata, insomma sottoposta ad una serie<br />

di trattamenti, passava poi sotto il torchio per la stampa, la cosiddetta<br />

“stampa litografica” (il termine deriva dal greco). Poi<br />

un giorno, verso i primi del nostro secolo, ci fu un americano che<br />

esperimentò e scoprì gli immensi vantaggi dello zinco rispetto<br />

alla pietra: minor peso, minor volume, nessun pericolo di rottura,<br />

procedimento più veloce, conservazione del prodotto per un<br />

tempo illimitato. L’officina zincografica di Bologna – così come<br />

del resto tutte le altre – procedeva alla lisciatura e alla pulitura<br />

perfetta della lastra di metallo, che poi veniva spalmata con un<br />

prodotto adatto per il successivo trattamento fotografico (resina<br />

bituminosa, albumina, colla, gomma speciale). Infatti la lastra<br />

così trattata non veniva incisa come si faceva prima per la pie-<br />

~ 38 ~


tra, ma veniva posta sotto una pellicola, riproducente il negativo<br />

della foto, per essere a sua volta sensibilizzata con un fortissimo<br />

getto di luce. La lastra così “impressionata” si immergeva successivamente<br />

in una miscela di essenza di trementina e colle speciali<br />

che la”sviluppavano”: scioglievano cioè la pasta spalmata<br />

sopra la lastra, ma non in modo uniforme, bensì in misura maggiore<br />

o minore secondo la quantità di luce che era riuscita a filtrare<br />

attraverso la pellicola. Infine la lastra veniva trattata – e<br />

definitivamente “fissata” – con una soluzione di acido nitrico,<br />

acido che ha la proprietà di “mordere” lo zinco, mangiare il<br />

metallo là dove non è più protetto – o dove è pochissimo protetto<br />

– dallo strato di pasta: meno protezione c’è, più l’acido intacca<br />

e incide.Tolta la lastra dal bagno e asciugata, ecco apparire il<br />

prodigio: sullo zinco si staglia, nitido e preciso, lo stesso disegno,<br />

la medesima immagine che c’era nella pellicola. Da quel momento<br />

la lastra, montata su uno zoccolo di legno, è pronta per<br />

essere consegnata al tipografo (in questo caso il nostro Eugenio)<br />

che la inserisce sulla piastra insieme al testo composto a mano e,<br />

una volta inchiostrata con inchiostro tipografico, la stampa normalmente<br />

insieme a tutto il resto della composizione. Quanti<br />

santini, dicevo prima, sono passati per la mia pedalina? Chi se<br />

li ricorda? Tanti, comunque, ciascuno col suo carico di dolori e<br />

di rimpianti. Un lavoro malinconico, tutto sommato, anche se<br />

poi, a lungo andare, diventa un lavoro come un altro, al quale ci<br />

si fa il callo. Se cosi non fosse, i medici, gli infermieri dovrebbero<br />

essere sempre tristi, per non parlare poi dei custodi e dei becchini<br />

del cimitero, che dovrebbero piangere da mattina a sera. è<br />

poi la natura, è la vita che prende il sopravvento. Ma alcune<br />

volte il lavoro, quel tipo di lavoro – me lo ricordo – si è fatto<br />

doloroso, pesante come un mattone sullo stomaco; e gli occhi li<br />

ho visti arrossarsi di pianto e ho sentito i singhiozzi accompagnare<br />

il movimento dei rulli. Come quella volta che mi sono<br />

sentita serrare coi morsetti la foto e la composizione del “santino”<br />

di Domenico Pazzini. Eravamo nel ’31. Il vecchio padre,<br />

~ 39 ~


l’iniziatore dell’azienda tipografica, se n’era andato in silenzio,<br />

per non dare fastidio. Ormai l’età aveva cominciato a farsi sentire,<br />

e sempre più di rado lo vedevamo di sotto, in “stamperia”<br />

come lui amava dire. Era rimasta inalterata la bonomia e l’arguzia,<br />

questo sì, e mi ricordo che si manifestava soprattutto nei<br />

colloqui e nelle battute con chi sapeva resistergli alla pari, primo<br />

fra tutti quell’indimenticabile, straordinario nipote Pietro<br />

Bernardi, Pitrìn per tutti, carrettiere, restauratore di mobili, trasportatore<br />

su ordinazione di qualsiasi cosa, mercante e frequentante<br />

di fiere, sensale, tornitore di bestemmie eleganti, mai sentite<br />

prima, inarrivabile narratore di barzellette, bevitore, misogino,<br />

buongustaio, intenditore raffinato, capace di scalare un<br />

casolare sperduto del Montefeltro per conquistare una forma di<br />

pecorino stravecchio. Ma anche quelle dispute, quelle veglie,<br />

lentamente si erano diradate, così come da tempo non si udivano<br />

più le note dell’amico bombardino, restituito alla banda municipale<br />

di Verucchio. Ritornò un giorno, lucido di ottone, per<br />

essere deposto sulla bara collocata nella navata centrale della<br />

chiesa parrocchiale. Anzi, per essere più precisi, in quella occasione<br />

venne deposto sul catafalco un vecchissimo “genis”, cioè<br />

uno strumento della categoria dei flicorni (così chiamati dal<br />

nome del musicista inventore) che imita la voce del contralto.<br />

Era quello stesso genis con il quale l’allora giovanissimo Domenico<br />

Pazzini – giovanissimo ma già bravissimo – aveva suonato<br />

un pezzo “a solo” per l’inaugurazione della chiesa Collegiata,<br />

avvenuta il 18 ottobre 1874. L’avevano rinvenuto, gli amici<br />

commossi, in un ripostiglio, abbandonato insieme ad altri strumenti<br />

musicali, e dopo averlo lucidato e risistemato l’avevano<br />

voluto riconsegnare al superbo esecutore, a Domenico, perché lo<br />

suonasse nelle lunghe notti di solitudine al cimitero di Villa.<br />

~ 40 ~


Domenico Pazzini: il capostipite<br />

~ 41 ~


lcuni anni dopo, nel 1937, un altro ramo del grande albero<br />

reclinava per sempre. Norberto Pazzini, uno degli esponenti<br />

di maggior rilievo della scuola pittorica dell’800, ritornava<br />

alla terra che aveva ritratto infinite volte con toni elegiaci,<br />

con pennellate vibranti e sensibili a un tempo. Era partito a 18<br />

anni dal paese natale per tentare l’avventura romana, fidando<br />

nella forte volontà, nel talento innato, nell’affetto e nel sogno dei<br />

suoi cari; e a Roma aveva incontrato il successo indiscusso della<br />

critica e del pubblico, entrambi affascinati dalla ispirazione virgiliana<br />

che permeava i suoi quadri, dalla serenità della composizione,<br />

dalla freschezza agreste dei paesaggi, quasi profumassero<br />

di spigo e di fiori di campo. A Roma aveva accolto e indirizzato<br />

sul sentiero dell’arte il nipote Edoardo (il fratello di Eugenio,<br />

di Enrica, di Maria) al quale era stato prodigo di consigli e di<br />

incoraggiamenti: perché zio premuroso, ma anche – chissà?.. –<br />

perché intuiva in lui, nelle sue prime manifestazioni pittoriche,<br />

l’ideale continuatore della sua scuola. E il nipote Edoardo l’aveva<br />

ricambiato di tante attenzioni così come può fare un artista:<br />

innestandosi nel filone lirico della sua pittura e ritrasferendone,<br />

in chiave e sensibilità moderne, l’armonia dei colori, la soavità<br />

delle atmosfere, il respiro poetico aleggiante negli aerei e spaziosi<br />

paesaggi romagnoli. La Romagna. La Romagna con i salici, le<br />

vigne, le zolle fresche d’aratro: una malìa, questa, che Norberto<br />

Pazzini aveva continuato a sentire durante tutta la sua esistenza<br />

romana e che cercava di temperare con frequenti ritorni alle<br />

amate colline. “E come a diciotto anni, vincendo ogni ostacolo,<br />

egli venne a Roma, così a ottant’anni, vincendo l’ostacolo della<br />

debolezza e della malattia, egli ritornò alla sua Verucchio, nella<br />

casa che lo vide nascere, per chiudere gli occhi là dove li aveva<br />

aperti alla luce”. Me le ricordo ancora a memoria queste parole,<br />

scritte per lui dal figlio Adalberto, avviato luminosamente verso<br />

la ricerca scientifica sino a diventare professore universitario di<br />

Storia della medicina, cattedratico e competentissimo divulgatore<br />

della materia. E mi ricordo a memoria anche il “santino”<br />

~ 42 ~


Norberto Pazzini: ritratto<br />

~ 43 ~


che Adalberto pensò e io stampai. Perché dei tanti che sino allora<br />

erano passati sotto la mia pressa, nessuno era più originale,<br />

più delicato, più struggente di quello, con il testo ricavato da<br />

una poesia del prediletto Giovanni Pascoli.<br />

E poi sparì, e quando fu sparito<br />

l’usignolo cantò dall’arboscello<br />

e chiese ove era ito... ito… ito.<br />

...<br />

E poi ne pianse al lume della luna<br />

bianca sul greto, tremula sul prato,<br />

che illuminava nella stanza bruna<br />

il vecchio dipintore addormentato.<br />

~ 44 ~


n giorno arriva indaffaratissimo in tipografia un signore<br />

corpulento, con abito di lana scura che allora chiamavano<br />

“orbace” e un fibbione largo e lucente come cintura.<br />

“Eugenio!!Eugenio!!”. Il mio padrone in quel momento stava di<br />

sopra, impegnato a soddisfare l’appetito, perché anche i poeti,<br />

quando hanno fame, hanno veramente fame, e poi quando hanno<br />

una moglie come la Carla, tutta piena di premure e di bravura<br />

nel far di cucina, uno non si alzerebbe più dalla tavola.<br />

“Eugenio!! Eugenio!! arriva il Duce a Verucchio! il Duce<br />

Mussolini passerà anche dal nostro paese! Oh, Eugenio<br />

mi raccomando: bisogna preparare una cosa grossa, riempire<br />

il paese di scritte, che devono cominciare da Villa sù<br />

sù per il “Ferro di cavallo” e scendere giù per la Fagiola<br />

sino a Ponte. A-s sémm capoi? Ci siamo capiti, Eugenio? A<br />

m’aracmand, mi raccomando la bella figura!!”. Il signore, che<br />

allora si chiamava “il podestà”, era eccitatissimo. Un onore così<br />

Verucchio non l’aveva mai avuto. Di tutti gli uomini illustri che<br />

hanno riempito le pagine della storia, solo Garibaldi era passato<br />

da queste parti, nel’49, se la memoria mi aiuta; ma era passato<br />

no nel pieno del fulgore, con l’alone del condottiero vittorioso e<br />

imbattibile, ma ricercato dai soldati francesi e papalini, braccato<br />

e in fuga verso la laguna veneta passando per la pineta di<br />

Ravenna, con al fianco la fedelissima e agonizzante Anita, ormai<br />

al termine dei suoi giorni. Invece Benito Mussolini arrivava per<br />

un giro trionfale nella terra che aveva visto i suoi esordi giovanili<br />

come attivista socialista e come scrittore polemico di cento<br />

battaglie politiche. Arrivava sull’onda del successo interno e internazionale<br />

tributato alla sua politica economica, condensata e<br />

volgarizzata, alla sua maniera, in un famoso, travolgente discorso<br />

tenuto a Pesaro, in cui aveva affermato che la lira era diventata<br />

così salda, così stabile e corteggiata da fare “aggio” sull’oro,<br />

da diventare cioè moneta base di paragone e di riferimento per<br />

gli scambi internazionali. Già avevo sentito raccontare mirabilia<br />

di quel discorso, che aveva così infiammato i fascisti pesare-<br />

~ 45 ~


si presenti, da dar luogo a un episodio che se è vero (io non<br />

ci posso giurare, l’ho sentito riferire in tipografia) è uno degli<br />

aneddoti più curiosi impressi nella mia memoria. Si diceva proprio<br />

in quei giorni che un contadino, proveniente da un paesetto<br />

chiamato allora “Tomba di Pesaro”, nell’ascoltare quel discorso<br />

martellante, avesse urlato, travolto dall’entusiasmo: “Mussolini,<br />

ti voglio alla Tomba!” Il poveretto intendeva sognare il capo<br />

del governo in visita un giorno anche nel suo piccolo paese; ma<br />

era stato frainteso dai fascisti inferociti, che l’avevano caricato<br />

di botte. Sarà vero l’episodio? Ve lo ripeto, non posso giurarci.<br />

Però un fatto è certo: che poco tempo dopo, per ordine del Duce,<br />

quel paesetto cambiava nome, assumendo quello di Tavullia,<br />

che conserva tuttora. Comunque, per tornare a noi, quanta agitazione<br />

e quanto lavoro per la tipografia! Si trattava di stampare<br />

a caratteri cubitali W IL DUCE tante volte, ma tante, che la<br />

macchina piana ogni tanto strideva, raschiava, e ci voleva l’olio<br />

per farla camminare. Manifesti, manifestini, striscioni così lunghi<br />

che non ci stavano neanche nel torchio e bisognava incollare<br />

i vari pezzi; e poi volantini e riproduzioni dell’immagine del<br />

Duce con la mia pedalina, che a notte alta ancora lavoravo ed<br />

ero tutta un sudore. Una eccitazione che non vi dico. E quando il<br />

capo del governo arrivò in piazza Malatesta su una lucida FIAT<br />

501 nera, che tripudio di folla! Gli evviva! le acclamazioni: Eja,<br />

Eja, alalà! l’aróiva! Arriva! avevano urlato dal muraglione della<br />

Fratta i primi che avevano visto il corteo imboccare lo stradone<br />

del cimitero; e allora la gente in piazza aveva cominciato ad<br />

applaudire e la banda suonava inni patriottici. Eh? come faccio<br />

a saperlo? Ma il signor torchio non vi ha raccontato che la tipografia<br />

dava su piazza Malatesta? E allora come facevo a non<br />

sentire, se gli urli, la musica, i botti, gli applausi facevano più<br />

rumore di cento trebbiatrici a diesel messe assieme? Il fascismo,<br />

in quegli anni, aveva raggiunto il massimo del consenso e della<br />

potenza. Quante volte poi ho sentito, negli anni seguenti, un lamento<br />

di questo tipo: ah, se Mussolini si fosse fermato lì, se non<br />

~ 46 ~


avesse fatto la guerra, se si fosse accontentato, se si fosse limitato<br />

a vivere ormai di rendita sugli allori, una volta raggiunta la<br />

vetta della potenza e dell’ammirazione! Oh, se avesse!!... Oh, se<br />

non avesse!.. Ma è possibile – dico io – che come vanno le cose<br />

del mondo lo debbano spiegare le macchine agli uomini? Eh?<br />

C’è un proverbio che i nonni dei più vecchi dicono che sia stato<br />

inventato proprio a Verucchio, e che dice<br />

Quand che San Marèin l’ha mess e’ capèl<br />

andèv a chèsa e tulìv e’ mantèl<br />

Non vi dice niente questo proverbio? Secondo me quella ostentazione<br />

di potenza, quel “tireremo dritto”, quelle parate militari,<br />

somigliavano – sempre secondo me – a quei nuvoloni che<br />

mettono un cappello color piombo sulle torri di San Marino e<br />

preannunciano – ci puoi giurare – il temporale vicino. I pescatori<br />

di una volta lo sapevano e rientravano al molo prima che la<br />

burrasca arrivasse. A-s sémm capòi? (adesso parlo anche io in<br />

dialetto), ci siamo capiti? Ma ve ne parlerò più avanti.<br />

~ 47 ~


iù avanti, che poi è adesso. Si dice sempre così: “più avanti”,<br />

“dopo”, “domani”, quando si vuol allontanare un brutto ricordo.<br />

Ma è inutile raschiare col pennello e la essenza di<br />

trementina quello che è stato stampato. La traccia resta sempre.<br />

Quel giorno, quella voce, quella immagine, a voi sarà rimasta<br />

impressa nella memoria, negli occhi, negli orecchi; io, quelle parole,<br />

le ho dovute imprimere, per ordine del podestà, in migliaia<br />

di fogliettini, da distribuire in paese e nelle campagne. No, non<br />

sto più pensando alla venuta del Duce a Verucchio, sto pensando<br />

a un 10 giugno del ’40.<br />

“Combattenti di terra, di mare, dell’aria, Camicie Nere della<br />

rivoluzione, uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno<br />

d’Albania: ascoltate”. Le radio, per disposizione delle autorità,<br />

dovevano restare accese a tutto volume, e le finestre delle case<br />

tutte spalancate, perché quella voce si udisse ovunque. Come<br />

faccio a dimenticare quel giorno? “La dichiarazione di guerra<br />

(applausi) è già stata consegnata agli ambasciatori della Gran<br />

Bretagna e di Francia”. Un boato, un urlo interminabile, denso<br />

di soddisfazione e di odio, parte dalla folla oceanica, radunata<br />

in Piazza Venezia. Eugenio socchiude lentamente la finestra<br />

senza farsi vedere. “A-s sémm chéunz!”, ci siamo conciati proprio<br />

bene! – è l’unico commento che gli sento fare. Poi, il giorno<br />

dopo, arriva il solito podestà, accaldato e trionfante, sventolando<br />

la copia de “il popolo d’Italia” che riporta per intero il discorso,<br />

e ordina che sia ristampato e diffuso ovunque. Ma in questo caso<br />

(sono mie supposizioni, ricordi un po’ appannati dal trascorrere<br />

del tempo) il piede che preme sulla pedalina per stampare il discorso<br />

del Duce ricomposto a mano non mi pare sia così allegro<br />

come quando pigiava i foglietti delle prime “poesie giocose”. La<br />

guerra, la chiamata alla leva sotto le armi, il razionamento dei<br />

generi alimentari, l’oscuramento, le parole d’ordine da ricordare<br />

a memoria a da scrivere sui muri non mi pare che entusiasmino<br />

troppo il mio padrone. Ho capito che preferirebbe stampare, al<br />

posto della foto del Duce, i clichès, le riproduzioni zincografiche<br />

~ 49 ~


dei quadri di Edoardo, che nel frattempo allestiva frequentate<br />

mostre di pittura in varie città della Romagna con crescente<br />

successo. Mi accorgo di questo cambiamento di umore, se me ne<br />

accorgo! Non crediate che, perché noi siamo macchine, restiamo<br />

impermeabili e insensibili alle passioni degli uomini. Ce ne accorgiamo<br />

e come! Come faccio a non notare, ad esempio – visto<br />

che fate i San Tommaso – che per tutto il periodo della guerra<br />

Eugenio non compone più una poesia? Si, lui, a chi glielo chiede,<br />

svicola, ha la scusa subito pronta, e dice che:<br />

da quand ch’a-m so spusè<br />

la vèina l’a-m s’è schè<br />

(da quando ho preso moglie, la vena poetica mi si è inaridita).<br />

Ma il motivo è diverso, più profondo. Eugenio compone poesie<br />

piene di simpatia, di gioia serena, che fanno leva sui sentimenti<br />

più delicati dell’uomo; Enrica è una affettuosa e prorompente<br />

sorella, sensibile e gioviale; Maria sprizza entusiasmo, bellezza,<br />

gioia di vivere da tutti i pori; Edoardo dipinge campagne ridenti<br />

e tramonti di soave tenerezza: come fanno, come possono i Pazzini<br />

idolatrare il dominio, la conquista, la sete di vendetta, la<br />

violenza? Chi ama la vita, come può volere la morte? Ma la morte<br />

arriva, con la furia devastatrice dei bombardamenti. Oh, quel rumore<br />

sordo e cupo dei B-52, delle “fortezze volanti” che passano<br />

minacciose nel cielo, corvi neri diretti a Rimini col loro carico di<br />

bombe! E il rombo dei cannoni tedeschi che dai Brocchi sparano<br />

verso Pesaro, con la gente che sta a guardare dal muraglione il<br />

fumo lontano del proiettile arrivato sul bersaglio! E chi potrà<br />

dimenticare il bombardamento dal mare, avvenuto ad opera di<br />

corazzate inglesi e americane? Una di quelle bombe micidiali colpisce<br />

in pieno il campanone della Rocca, squarciandolo. Sassi e<br />

schegge piovono sulla campana che prima di piegarsi da un lato,<br />

ferita a morte, lancia un ultimo rintocco lungo, lugubre, nella<br />

notte fonda, per raccontare alla valle l’agonia di Verucchio.<br />

~ 50 ~


Poi giorno dopo una bomba d’aereo colpisce la casa dei Pazzini,<br />

spezzando travi e solai, seppellendo tra le macerie macchinari,<br />

carta, piombi tipografici, tutto. Sulle rovine, quasi a voler<br />

lavare il peccato mortale della guerra, una pioggia insistente,<br />

lunghissima come quell’interminabile settembre ’44. Le mani<br />

trepidanti di Eugenio, aiutato dal fido Gìo che da poco aveva<br />

cominciato a coadiuvarlo nel lavoro della tipografia, mi dissepelliscono<br />

amorevolmente. Ma non ero più la pedalina briosa di<br />

prima. Mutilata e contorta, con i rulli scentrati, la ruota divelta,<br />

continuavo a ripetere, smarrita, ai miei soccorritori: Perché? Tutto<br />

questo, perché? Perché? Ma a questi interrogativi angosciosi,<br />

deliranti, nessuno, ancor oggi, mi ha saputo dare risposta.<br />

~ 51 ~


l travagliato periodo dell’immediato dopoguerra trova la tipografia<br />

Pazzini in una fase di intensa ristrutturazione. Si<br />

trattava innanzitutto di sanare le ferite profonde della guerra,<br />

che avevano lasciato segni indelebili nel tessuto urbano del<br />

paese. Quasi il 70% delle case di Verucchio erano state infatti<br />

danneggiate o distrutte dalle ripetute incursioni aeree e dal devastante<br />

bombardamento navale del 1944. Lesionati in maniera<br />

gravissima l’Ospedale, la Chiesa collegiata, il Comune, le scuole<br />

e, come si è già detto, la tipografia, sepolta dai detriti e calcinacci<br />

della casa Pazzini, sventrata e inabitabile. Ma i miracoli, anche<br />

se non sono frequenti, avvengono anche a Verucchio, dove l’opera<br />

di ricostruzione era iniziata già all’indomani delle distruzioni<br />

e ferveva alacre ovunque. Il 21 settembre 1944 si compiva la<br />

liberazione del Comune. Quel giorno stesso i resti della armata<br />

tedesca in fuga lasciavano, come ricordo incancellabile di barbarie<br />

e ferocia, i cadaveri di 9 Verucchiesi, fucilati ai piedi della<br />

Rocca per azione di rappresaglia. Uno dei primi lavori della risorta<br />

tipografia che aveva ripreso l’attività con mezzi, strumenti<br />

e materiali di fortuna, fu purtroppo il manifesto funebre con i<br />

nomi dei nove cittadini inermi, sepolti in una fossa comune che<br />

erano stati obbligati a scavare prima di venire falciati dai fucili<br />

mitragliatori. Il manifesto li ricordava in maniera semplice e<br />

commossa, facendo precedere ai loro spogli nomi una semplice<br />

intestazione: “dall’amore della famiglia all’altare del martirio”.<br />

La medesima scritta diventerà poi la semplice, toccante epigrafe<br />

scolpita in pietra nel monumento commemorativo che Edoardo,<br />

diventato vice-sindaco del paese, si impegnerà a far erigere<br />

alla Fratta, a pochi metri di distanza dal luogo ove avvenne il<br />

criminale eccidio. La vita della tipografia, soprattutto in questi<br />

primi anni del dopoguerra, si intreccia e si identifica sempre più<br />

con la vita del paese, del quale testimonia e documenta, come<br />

abbiamo riportato or ora, episodi tristi e drammatici, ma del<br />

quale sigla e archivia pure, almeno per alcuni aspetti, i momenti<br />

più significativi, gli avvenimenti civici e democratici più carat-<br />

~ 52 ~


terizzanti. Come quando, il 21 ottobre 1946, si insedia il primo<br />

Consiglio comunale liberamente eletto dalla popolazione di Verucchio<br />

in seguito alle votazioni amministrative svoltesi ai primi<br />

dello stesso mese. La Giunta Comunale, che ha retto le sorti del<br />

paese sino a questa scadenza, rassegna il mandato; e il sindaco<br />

Edoardo Pazzini distribuisce ai cittadini un’ampia relazione del<br />

lavoro svolto sino a quella data dalla Giunta con la puntigliosa,<br />

onesta precisazione che “questa breve, sommaria relazione<br />

non vuole essere un’arida esposizione di quanto fu compiuto da<br />

questa Amministrazione che non desidera, con questo mezzo,<br />

ottenere lodi o stabilire punti di paragone, ma vuole essere una<br />

consegna spirituale alla nuova Amministrazione che, eletta dai<br />

suffragi del popolo, assume il governo della civica azienda”.<br />

Sono quattro pagine di bilancio e di commento insieme (impresse<br />

sulla restaurata macchina piana) che non si scorrono senza<br />

un groppo di commozione e di orgoglio: stampate, come sono,<br />

su carta-paglia friabilissima e deteriorabile che Eugenio rimediò<br />

allora a fatica da vecchi depositi e scassati magazzini. Pagine<br />

che sembrano visibilmente simboleggiare la volontà tenace di<br />

ripresa del popolo romagnolo e il gusto, l’interesse, la passione<br />

per le libertà democratiche finalmente recuperate.<br />

~ 53 ~


tampato in carta-paglia, proprio in quegli stessi mesi, è anche<br />

un foglietto che viene distribuito in omaggio ai “piadaioli”<br />

convenuti a Verucchio per il primo “trebbo” del dopoguerra.<br />

Qui occorre aprire una digressione che – i lettori perdoneranno<br />

– non avrà forse l’immediatezza e lo stile fresco dei racconti fatti<br />

dal vecchio torchio o dalla scattante pedalina. Pazienza. Il trebbo,<br />

“e’ trèbb”, è termine assolutamente intraducibile e irrestringibile<br />

in un solo sostantivo. Ci vuole una perifrasi lunghissima<br />

per designare e definire quella riunione, quell’adunanza, quel<br />

ritrovo di romagnoli e romagnole attratti, tenuti assieme, cementati<br />

da una identità di vedute, da un comune “sentire” sulla<br />

vita e il modo di goderla, sull’amicizia, la solidarietà, la gioia<br />

della convivialità, l’attaccamento alla terra, l’amore verso il dialetto<br />

dei padri, l’orgoglio di appartenere ad un ceppo sanguigno,<br />

spaccone ma leale, insolente e sincero, godereccio e insieme lavoratore<br />

coscienzioso, passionale e intimamente tollerante, aperto,<br />

ospitale e felice di esistere: il ceppo romagnolo, insomma. I trebbi<br />

assunsero una veste organizzativa e una scandita periodicità<br />

per l’intuizione e la tenacia del poeta romagnolo per eccellenza:<br />

Aldo Spallicci, la voce più alta della lirica dialettale. Nato a Bertinoro<br />

nel 1886, medico già noto, scelse di dedicare gran parte<br />

della sua vita alla rinascita della Romagna, facendosi animatore<br />

degli studi letterari, folclorici, storici, prima con la rivista “il<br />

plaustro” e poi con “La piê – rassegna mensile di illustrazione<br />

romagnola” fondata nel 1920 insieme con lo scrittore Beltramelli<br />

e il musicista Balilla Pratella. “Piadaioli” di conseguenza venivano<br />

chiamati e si chiamavano affettuosamente tutti coloro che,<br />

aderendo agli inviti della Rivista, convenivano agli incontri, alle<br />

riunioni conviviali e poetiche. L’avversione del fascismo verso<br />

le manifestazioni dialettali, considerate corrompitrici della sana<br />

vocazione unitaria del popolo alla lingua italica, aveva portato<br />

nel 1933 alla soppressione della Rivista; i luttuosi eventi bellici<br />

avevano fatto il resto, interrompendo la tradizione. Verucchio<br />

era stata prescelta dall’indomito Spallicci, ritornato dal confino<br />

~ 54 ~


avellinese, per il primo “trebbo” della Romagna liberata. Gran<br />

daffare per la tipografia, che volle onorare visivamente la risorta<br />

consuetudine inondando il paese di manifesti e striscioni pieni<br />

di scritte augurali e consegnando ai convegnisti, come simpatico<br />

omaggio, una “breve storia di Verucchio” stampata su fogli della<br />

povera, ma dignitosa carta-paglia. E grande giornata anche per<br />

i Pazzini: anfitrione Edoardo (che fa gli onori di casa come sindaco<br />

e come pittore) e mattatore Eugenio che al Monte Ugone,<br />

nel pomeriggio, incanta ed entusiasma i partecipanti al raduno<br />

con una selezione delle sue più festose poesie.<br />

~ 55 ~


ettembre 1950: un’altra significativa data per la storia del paese<br />

e – insieme – della tipografia Pazzini. Il Comitato appositamente<br />

costituitosi per onorare la memoria del Beato verucchiese<br />

Gregorio Celli, nel sesto centenario della morte, affida ad<br />

Eugenio l’impegnativo compito di stampare un numero speciale<br />

(“ma fatto proprio come si deve” – raccomandano gli organizzatori<br />

) per ricordare l’avvenimento. La data della morte, ad essere<br />

meticolosi, si fa risalire al 1343 quando, “longitudine dierum<br />

repletus”(che è come dire: carico d’anni) il monaco agostiniano<br />

Gregorio moriva lontano da Verucchio alla rispettabilissima, venerabile<br />

e incredibile età di 118 anni, dei quali 105 trascorsi<br />

in convento. Ma il centenario cadeva in un periodo talmente<br />

disastroso – e non solo per Verucchio – che nessuno pensò allora<br />

di festeggiarlo. “Fu questo Beato Gregorio – narrava Alfredo<br />

Panzini in uno dei suoi piacevolissimi elzeviri – uomo di santa<br />

vita, e per questa sua santità fu dai malvagi uomini scacciato<br />

a sassate dalla sua terra. Ora il Beato Gregorio, partendosi per<br />

il suo esilio, disse: Non mi avete voluto da vivo, mi avrete da<br />

morto. E così fu. Andossene a Roma, e qui visse sino a centodiciott’anni,<br />

che è una bella età. E quando fu morto caricarono<br />

la bara sopra una mula, e la mula andò e per dove passava si<br />

sentivano festeggiare le campane. Traeva la gente: Cosa è, cosa<br />

non è? che le campane suonavano da sole; e la mula giunse,<br />

ch’era notte, al convento di Verucchio. Battè con le zampe alla<br />

porta dei frati, depose il corpo del santo e poi subito morì. Voi<br />

potete ancora ammirare nel sagrato la pietra rotonda che copre<br />

la fossa dove si dice vi sia ancora la mula con tutta la sua<br />

bardatura…” Il comitato si mise in moto su vari fronti – come<br />

si usa dire – preoccupandosi certamente dell’aspetto folcloristico<br />

e spettacolare (e infatti i festeggiamenti “profani” riuscirono<br />

grandiosi) ma non trascurando minimamente l’aspetto della riflessione,<br />

i momenti di ripensamento che la vita esemplare del<br />

beato Gregorio suggerivano. Se ne faceva portavoce, tra gli altri,<br />

il cugino Adalberto (ormai diventato un luminare nella storia<br />

~ 56 ~


della medicina) in una serena meditazione, ospitata sull’opuscolo<br />

celebrativo, nella quale, prendendo lo spunto dalla longevità<br />

del beato, conseguita in modo naturale, comparata ai moderni<br />

elixir di lunga vita che tentano vanamente di concretizzare il miraggio,<br />

concludeva che “la vita e la morte sono entrambi doni di<br />

Dio, ed hanno leggi che risiedono nell’eternità dello spirito, dove<br />

l’essere esiste al di fuori dell’una e dell’altra. Questa è vera saggezza<br />

per chi può intenderla a pieno: il vero elixir di lunga vita<br />

è questo, che non mette confine tra l’una e l’altra, continuazione<br />

tra loro e completamento”. Eugenio ce la mise tutta e superò se<br />

stesso, considerando questo “numero unico” come le “prova del<br />

nove”, la conferma che la tipografia aveva cancellato definitivamente<br />

le distruzioni della guerra ed era pronta per il gran balzo:<br />

espandersi e ingrandirsi confidando sulla bontà del prodotto e<br />

la dignità dello stile. Alternò perciò l’aldino corsivo con l’etrusco<br />

rotondo, classico e limpido; combinò il Jenson normale con il<br />

Bodoni tondo, inarrivabile per purezza di tratto; saccheggiò gli<br />

scatoloni dei caratteri alla ricerca del grassetto più raffinato, del<br />

maiuscolo “a bastoncino”, severo e leggibile, del corposo Bodoni<br />

per i titoli più marcati e autorevoli. Sembrava stesse davanti<br />

ad uno spartito musicale consegnatogli per l’esecuzione, e da<br />

buon suonatore di cornetta qual era (la passione musicale del<br />

padre Domenico gli si era trasferita pari pari) componeva ed<br />

eseguiva la partitura complessa con levità e fantasia. Ne sortì un<br />

“numero unico” pregevole, ancor oggi gelosamente conservato<br />

da chi è riuscito a recuperarne un esemplare o a rintracciarlo in<br />

dimenticati cassetti. E ancor oggi, a distanza di anni, l’opuscolo<br />

mantiene inalterata la freschezza dei giorno in cui fu programmato,<br />

anche perché non si trattò di un testo stucchevole, inutilmente<br />

retorico e banalmente adulatorio come lo sono tanti testi<br />

commemorativi, ma di un materiale pensato, commissionato,<br />

scritto col cuore, tributo di omaggio verso una figura venerabile<br />

molto cara all’animo dei verucchiesi e tributo di affetto – prendendo<br />

a spunto il ricordo del Beato – verso quel ridente luogo,<br />

~ 57 ~


quello struggente e indimenticabile paese che aveva sì dato i<br />

natali a lui, ma non solo a lui. Ci voleva l’animo delicato e la<br />

penna sensibile di Giuseppe Nanni, colto e raffinato scrittore<br />

verucchiese, a condensare questi intimi e inespressi sentimenti<br />

di tanti compaesani in una “lettera al Beato Gregorio” intrisa di<br />

tenera e soffusa malinconia. “Molti siam noi, Verucchiesi sparsi<br />

pel mondo, confusi tra genti diverse, qualche volta amalgamati<br />

con esse, direi livellati spiritualmente per lunga consuetudine,<br />

intonati a poco a poco da inevitabili esigenze di vita con l’ambiente<br />

della nostra fatica quotidiana. Eppure, anche se divisi<br />

materialmente, se ignoti talora l’uno all’altro e, dopo tanti<br />

anni, quasi dimentichi (crediamo) della piccola patria lontana,<br />

abbiamo un segno comune in cui ci riconosciamo compaesani<br />

e fratelli, un segno ostentato o riposto, conservato con pari<br />

cura gelosa da chi crede e da chi non crede: la Tua immagine,<br />

Gregorio Celli. È, lo sai, un’immagine tradizionale ben nota; un<br />

ingenuo rame che reca nello sfondo la chiesa di Sant’Agostino e<br />

la mula famosa che bussa alla porta con la zampa, recando sul<br />

dorso la cassa del miracolo; eppure ha per noi, Verucchiesi lontani,<br />

cui sempre la nostalgia del paese (espressa o inespressa)<br />

stagna nel cuore, il valore d’un simbolo e d’un auspicio. Perché<br />

quella immagine a noi dice: Verucchio; perché anche noi, come<br />

Te caro Beato, lontani dalla nostra bella terra ci sentiamo un<br />

po’ esuli; e vorremmo tornare, quando che sia, come che sia, al<br />

pari di Te, almeno a dormirvi in pace, dopo il lungo travaglio,<br />

vicino a quelli che amammo, che amiamo”.<br />

~ 58 ~


i è già detto poco fa che il crescente sviluppo della azienda<br />

familiare, la quantità di lavoro raddoppiata e la concorrenza<br />

di agguerrite tipografie dei dintorni imponevano a Eugenio<br />

un potenziamento, un irrobustimento della attrezzatura a disposizione.<br />

Non è che in questi anni qualche cambiamento non fosse avvenuto,<br />

intendiamoci. La dotazione di macchine si era nel frattempo<br />

arricchita di nuovi strumenti (come la taglierina, la cucitrice,<br />

ecc.) che rendevano meno gravoso e soprattutto più preciso il lavoro<br />

tipografico. Ma occorreva anche una stampatrice più veloce,<br />

un modello che, pur derivando dal ceppo delle macchine a plàtina<br />

– come l’antica pedalina – ne moltiplicasse e ne perfezionasse<br />

velocità, esecuzione, rendimento. La mente volava subito a un<br />

marchio: Heidelberg, ma la bascòza – diceva Eugenio – la tasca,<br />

imponeva di non pensarci. Heidelberg è una graziosa cittadina<br />

del Baden, situata quasi all’ingresso della vasta pianura renana,<br />

carica di storia, di cultura, di leggende. Dal 1870 detiene anche<br />

un invidiabile primato: quello di avere uno stabilimento per la<br />

produzione di macchine per la stampa, le “druckmaschinen”,<br />

divenuto in pochissimi anni all’avanguardia nel campo. Per un<br />

tipografo della prima metà del secolo possedere una Heidelberg<br />

(la città si era identificata con il prodotto) significava il massimo<br />

delle aspirazioni, era come toccare il cielo con un dito.<br />

Se si vuol discutere, nel settore dell’arte tipografica, di estro,<br />

fantasia, eleganza, inventiva, tanto di cappello all’Italia, che con<br />

i suoi Aldo Manuzio e Giambattista Bodoni, tanto per dire i due<br />

eccelsi, ha toccato vertici inarrivabili. Ma se si vuol parlare di<br />

tecnica tipografica, di acciai temperati, giunture perfette, di rulli,<br />

di cuscinetti eterni, beh, allora tanto di cappello alla Germania.<br />

Se poi pensate che, fra le officine germaniche, Heidelberg è<br />

la migliore… non so se ci siamo capiti… Quando arrivò, accuratamente<br />

imballata, nel risorto paese di Verucchio, quale poteva<br />

essere il “saggio” di abilità, cosa poteva servire per “prova”, su<br />

cosa poteva incentrarsi la “esibizione”, cosa poteva contenere il<br />

~ 59 ~


primo foglio stampato con la nuova macchina? Eh? Domanda<br />

da un milione? Da dieci milioni? Ma è semplicissimo, conoscendo<br />

Eugenio: una poesia! Stava lì, quella poesia, che “covava”,<br />

scritta pochi mesi prima e tenuta in serbo, con un misto di pudore,<br />

di speranza, per il grande momento, per la prova generale<br />

della nuova, fiammante macchina. La volete conoscere? Io ve la<br />

propongo, anche perché è un delizioso affresco familiare, zampillo<br />

d’acqua sorgiva pieno di vita e freschezza.<br />

~ 60 ~


Eugenio Pazzini al lavoro<br />

~ 61 ~


Chi sono e come vivo<br />

Mé a so Pazzini, quel ch’fa al zirudèli<br />

Ho quatri fiul, fradel pittòur, surèli.<br />

Son nato nel paese di Verrucchio<br />

“là dove soglion fan de’ denti succhio”.<br />

Tra parentesi a-n so cus che vo dì<br />

Mo ad ogni mud, l’è Dante, a-s sem capì.<br />

E’ mi mistiir l’è quel de stampadòur<br />

a-n so un puret del tôtt, mo gnénca un sgnòur.<br />

A viv acsé fasend al zirudèli<br />

fra i stréll di mi burdil e fra al cambièli.<br />

Un sach d’pensiir im rend un om distrat<br />

pensiir rubost, pensiir da d’vantè mat.<br />

Però quand che sal brazi ho la mi znìna<br />

ch’la fa tata ma tôtt s’la su manina<br />

cridil burdél, cridil, a-n ve nascònd<br />

u m per d’es l’om e più felice a st’mònd.<br />

Quest l’è Pazzini d’Vrócc, quest a so mé<br />

Fat a mi mud, mo però fat acsé.<br />

~ 62 ~


Chi sono e come vivo<br />

Io sono Pazzini, quello che fa le zirudèlle<br />

ho quattro figli, fratello pittore, sorelle.<br />

Sono nato nel paese di Verucchio<br />

“là dove soglion fan de’ denti succhio”.<br />

Tra parentesi non so cosa voglia dire<br />

Ma ad ogni modo, è Dante, ci siamo capiti.<br />

Il mio mestiere è quello dello stampatore<br />

non sono un poveraccio del tutto, ma neanche un signore.<br />

Vivo così facendo le zirudèlle<br />

fra gli strilli dei miei bambini e fra le cambiali.<br />

Un sacco di pensieri mi rendono un uomo distratto<br />

pensieri robusti, pensieri da diventare matto.<br />

Però quando sulle braccia ho la mia piccina<br />

che fa ciao a tutti con la sua manina<br />

credetelo gente, credetelo, non ve lo nascondo<br />

mi pare di essere l’uomo il più felice di questo mondo.<br />

Questo è Pazzini di Verucchio, questo sono io<br />

fatto a mio modo, ma però fatto così.<br />

~ 63 ~


~ 64 ~


i troviamo nel 1970… Voilà, eccomi. Non saprei come presentarmi<br />

se non come… miss LINOTYPE, acquistata da<br />

Eugenio Pazzini per rendere più veloce la composizione tipografica,<br />

e quindi più concorrenziale – diciamolo pure – l’attività<br />

della piccola azienda. Perché la composizione del testo<br />

era ancora condotta a mano, ricavando i caratteri dai famosi<br />

cassoni della Nebiolo: maiuscole, minuscole, numeri, spazi fini,<br />

mezzani, forti, quadratini, quadrati, quadratoni. Ci voleva un<br />

altro scossone al tran-tran della tipografia, dopo l’arrivo della<br />

Heidelberg. E allora… voilà, ecco la qui presente miss Linotype,<br />

modello perfezionato di quel prototipo che un geniaccio tedesco<br />

emigrato negli Stati Uniti costruì la bellezza di un secolo fa.<br />

Cento anni fa infatti, anno più anno meno, precisamente nel<br />

1886, venne installata nella redazione del “New York Tribune”<br />

la prima compositrice meccanica inventata, costruita, perfezionata<br />

e cocciutamente proposta da un certo Ottmar Mergenthaler,<br />

nato in Germania e trasferitosi giovanissimo in America a<br />

cercar fortuna. E proprio in America il suo ingegnaccio, pur tra<br />

diffidenze e perplessità iniziali, ebbe modo di brillare. L’editore<br />

del giornale, che aveva accolto per prova la nuova macchina,<br />

tanto per dare un contentino all’asfissiante insistenza di quel<br />

suo impiegato rompiscatole, stava osservando in piedi con aria<br />

scettica la tastiera sulla quale l’inventore stava dando la prima<br />

dimostrazione pubblica di composizione meccanica.<br />

Quando dalla macchina infernale, tra fiamme e vapori di<br />

piombo, uscì la prima riga composta, il signor Reid – così si<br />

chiamava l’editore – pieno di stupore e sorpresa esclamò (ovviamente<br />

in inglese): “A line of types!” Guarda che meraviglia: una<br />

riga di caratteri! Così questo miracolo dell’ingegneria ebbe sin<br />

dal primo giorno un nome, che si è portato appresso: Linotype.<br />

Finisce con me l’epoca della composizione a mano. Io compongo<br />

attraverso speciali matrici costituite da lastrine di durissimo<br />

bronzo le quali, per mezzo di una tastiera i cui tasti sono mossi<br />

dall’operatore, scendono automaticamente e in perfetto ordine<br />

~ 65 ~


in un raccoglitore. Sulle matrici, che una volta discese nel compositoio<br />

sono diventate una bella e ordinata riga, viene immesso<br />

dall’alto del piombo fuso che, appena consolidato, fuoriesce sotto<br />

forma di un lingotto, di corpo e di lunghezza esatta a quella<br />

che era stata prescelta dal compositore. Giusto, se c’è piombo<br />

fuso vuol dire che c’è fonderia, se no non si spiegano neppure<br />

le fiamme e i vapori di piombo del mio racconto. Accanto alla<br />

tastiera, infatti, sistemata in un capace serbatoio mantenuto ad<br />

altissima temperatura, bolle del piombo liquido che al momento<br />

opportuno, dietro comando dell’operatore, viene spinto da uno<br />

stantuffo contro le matrici di bronzo allineate, condensandosi<br />

poi in un bel lingotto di metallo. E così, lingotto dopo lingotto,<br />

le righe si accumulano sino a completare, ad esempio, la pagina<br />

di un testo che verrà poi stampato con le normali macchine<br />

tipografiche. Le matrici che hanno servito per la composizione<br />

dove vanno poi a finire? Muoiono? Macché? State a sentire.<br />

Catturate da un braccio mobile meccanico, vengono sollevate<br />

e “consegnate” – se così si può dire – ad un ingegnosissimo distributore,<br />

costituito da una vite senza fine, che, sulla base delle<br />

tacche speciali e “personali” che ogni lastrina porta sul dorso, le<br />

fa automaticamente ricadere, al momento giusto, in dieci, venti,<br />

cinquanta corsie apposite che le riportano alle dieci, venti, cinquanta<br />

scatoline da dove erano state inizialmente prelevate.<br />

Che ne dite, eh? è proprio vero che l’intelligenza degli uomini<br />

non ha confini. Con un’invenzione tanto ingegnosa non vi sarà<br />

difficile spiegarvi il successo incontrato da questo nuovo, originalissimo<br />

macchinario. Le grandi aziende tipografiche, quelle<br />

che stampano i giornali, ad esempio facevano a gara per avermi,<br />

perché anche stando a quel poco che vi ho detto, potete già<br />

immaginare che risparmio si otteneva nei tempi di composizione<br />

e – di riflesso – sui costi di stampa. L’unico difetto, a proposito di<br />

costi… era il costo. Alto, troppo alto per Eugenio “anteguerra”,<br />

appena appena tollerabile per l’Eugenio che nei primi anni del<br />

dopoguerra si stava “rifacendo le costicce”, come dicono i con-<br />

~ 66 ~


tadini che vogliono sfoggiare un perfetto italiano. è per questo<br />

che soltanto nel 1970, come vi ho detto, posso fare la mia apparizione<br />

a Verucchio. Tardi, ma sempre in tempo. La mia sorte,<br />

appena installata nel grande stanzone che apre sulla Piazza<br />

Malatesta, ricorda tanto certi protagonisti di commedie teatrali<br />

che entrano in scena a intreccio già avviato, talvolta quando il<br />

primo atto volge già alla fine, ma che, una volta entrati in scena,<br />

la commedia ruota attorno a loro. Velocità di composizione, vi<br />

ho detto, lavoro impeccabile, produttività aumentata non sono<br />

davvero elementi da trascurare: ed infatti il mio apporto alle<br />

fortune della tipografia si fa ben presto sentire. Le ordinazioni<br />

si moltiplicano e si specializzano: volantini, opuscoli, dépliants<br />

turistici, brossure di vario genere.<br />

Fa la sua comparsa sempre più frequentemente la “carta patinata”<br />

(carta trattata con caolino e altri pigmenti che le conferiscono<br />

lucidità e biancore), carta ideale per ottenere pregevoli<br />

e brillanti riproduzioni a colori, richiestissime dagli albergatori<br />

riminesi che stanno avviando a tutto vapore la campagna promozionale<br />

di pensioni, alberghi, ristoranti tra i potenziali e ricchi<br />

turisti del Nord Europa.<br />

Garantito dalla precisione e dalla affidabilità totale della Heidelberg<br />

“a mulinello” (con il braccio a ventosa che mette e toglie<br />

i fogli velocemente, agendo come una pala di mulino olandese),<br />

garantito dalle nuove macchine, dicevo, Eugenio accetta ed esegue<br />

lavori dove l’uso del colore diviene ormai preponderante. E<br />

io a comporre, fondere righe e righe di “pensioni familiari”, “cucina<br />

casalinga”, “cabina propria sulla spiaggia”, “trattamento<br />

accurato” in italiano, tedesco, inglese, francese. Che poliglotta<br />

sono diventata! Ma per questa operazione, cari i miei ascoltatori,<br />

ci vogliono delle signore macchine, proprio come la Heidelberg.<br />

Perché il procedimento di stampa in quadricromia, tanto<br />

per capirci, richiede la preparazione non di un clichè – come per<br />

i “santini” in bianco e nero – ma di ben quattro clichè (o retini)<br />

ciascuno dei quali è predisposto per trattare (“filtrare”, si dice)<br />

~ 67 ~


uno dei quattro colori fondamentali dai quali derivano, per sovrapposizione<br />

e amalgama, tutti gli altri: giallo – rosso – blu –<br />

nero. Pensate quindi quale perfezione, quale precisione millimetrica<br />

(anzi, per essere puntigliosi: micrometrica) deve avere una<br />

macchina per poter riprodurre una quadricromia che, per essere<br />

tale e soddisfare l’occhio del tipografo – e del cliente – deve passare<br />

e ripassare sotto pressa per ben quattro volte, e ogni volta<br />

nella precisissima collocazione della precedente. Un capello di<br />

differenza, un’invisibile inezia rovinerebbe irrimediabilmente il<br />

lavoro, rivestendolo di aloni, di aureole, di contorni sfocati. Ma<br />

la signora Heidelberg a mulinello non muoveva ciglio e, foglio<br />

dopo foglio, con il battito regolare del suo cuore “crucco”, sfornava<br />

copie perfette e brillanti sulla carta che proveniva dalle<br />

rinomate cartiere Miliani di Fabriano. Anche se la vita continuava<br />

a trascorrere “fra i stréll di mi burdìl e tra al cambièli”, si<br />

stava aprendo lo spiraglio per coronare un desiderio: la raccolta<br />

completa, in elegante volumetto, delle poesie dialettali scritte<br />

dal 1927 in poi, sino alle recentissime. Il titolo? Oh, quello era il<br />

meno, perché era già pronto dall’eternità. Il libro non poteva che<br />

essere intestato al “bréch de’ mi Pitrìn”, riunendo così assieme,<br />

in unica intestazione, due figure entrate nella leggenda – animale<br />

e umana – di Verucchio. Cominciamo da “e’ bréch”: l’asino,<br />

il somarello. Entra giovanissimo al servizio del suo padrone e<br />

mette ben presto in risalto le doti che lo accompagneranno nella<br />

vita: la robustezza e la resistenza alla fatica, la cocciutaggine<br />

inossidabile, più da mulo che da somaro, e una vivace predisposizione<br />

per le lingue, al punto che Pitrìn se intraprende lunghi<br />

viaggi si dovrà far accompagnare da un certo Ricci, emigrato<br />

in gioventù, perché costui “in franzèis ul bastunèva” gli dava<br />

bastonate in lingua gallica; e il somaro capiva...<br />

Carica e trasporta quotidianamente armadi vecchi, decrepite<br />

madie, tarlati cassoni che il padrone va recuperando nelle casupole<br />

del Montefeltro abbandonate; e quando, all’età di anni<br />

49, “ammalato di dentro e spelato di fuori” tira le cuoia, avrà<br />

~ 68 ~


l’onore di un manifesto funebre commemorativo, stampato –<br />

manco a dirlo – nella tipografia del cugino di Pitrìn. Il quale<br />

poi, interpellato confidenzialmente da Eugenio, svela il segreto<br />

dell’improvvisa dipartita:<br />

L’è mort per chèusa meja, a ve cunfès,<br />

perché u n’avdèiva agli ori d’ripusès!!!<br />

E veniamo a Pitrìn, destinatario, insieme al somaro, del libro<br />

di poesie. Su di lui, e dall’inesauribile campionario di aneddoti,<br />

di battute, di esilaranti vicende che gli sono attribuite, uno<br />

scrittore fertile potrebbe costruirci un romanzo. Più modestamente<br />

io, spulciando nei ricordi di conversazioni ascoltate fra<br />

verucchiesi in tipografia, cercherò di proporvi alcune “perle” tra<br />

le meno sconosciute. Anni ’40. Muore un vecchietto ospite del<br />

ricovero. La semplice bara viene trasportata a spalla, con cerimonia<br />

dimessa, lungo la sassosa scorciatoia dei “Brocchi”. A un<br />

certo punto Pitrìn, anche a nome degli altri tre che portano faticosamente<br />

il feretro, chiede a Franzchìn, il cassiere del ricovero,<br />

se possono essere pagati subito per il trasporto, senza dover<br />

attendere la trafila burocratica dell’amministrazione. Ma Franzchìn<br />

non solo nicchia, ma dice che sarà impossibile addirittura<br />

pagarli, trattandosi di un vecchio morto in totale povertà. “A<br />

sé? – sbotta Pitrìn – gnènca un frènc? Aloura al purtém indrî!...”<br />

(Tutto gratis? Benissimo, allora lo riportiamo in chiesa!...). Anni<br />

’50. Muore Domenico Lèttoli, titolare dell’ufficio Poste e Telegrafi<br />

di Verucchio e titolare pure di un paio di baffoni enormi,<br />

diritti e puntuti. Eugenio, con il “santino” in mano, avvicina<br />

Pitrìn, e mostrandogli la foto gli chiede, con aria compunta: “L’è<br />

mort Lèttoli. T’al cnusivi?” “Os-cia – ribatte Pitrìn – s’al cnusceiva!<br />

L’è quèll che s’i baf da Vrócc e smurzèva i lampièun a<br />

Montbèll!!”. (“è morto Lettoli. Lo conoscevi?” “Perbacco – ribatte<br />

Pitrin – se lo conoscevo! è quello che con i baffi da Verucchio<br />

spegneva i lampioni a Montebello!!”). Da notare che<br />

~ 69 ~


Montebello da Verucchio dista circa 10 km. Altre battute, tra<br />

le più spiritose ed efficaci, Eugenio ritradusse in versi, in scenette,<br />

che entrarono a far parte del materiale da comporre per<br />

il volumetto tanto desiderato. Così, grazie a me, miss Linotype,<br />

i motti di spirito di questa irripetibile figura venivano stampati<br />

e diffusi nelle librerie, nelle bancarelle delle fiere paesane, nei<br />

“trebbi” che l’entusiasmo di Spallicci continuava a far fiorire,<br />

definitivamente consacrando l’uomo Pitrìn tra le “macchiette”,<br />

le figure più rappresentative dell’arguzia romagnola. Ma guarda,<br />

guarda! – mi par di intuire dalle vostre espressioni – ma<br />

guarda un po’!! Una miss Linotype tutta America, tutta sprint,<br />

tutta giovinezza, che si sta convertendo al dialetto dei nonni,<br />

che diventa una fanatica della nostra terra! Ditemi: vero che<br />

state pensando così? Sincerità per sincerità: è proprio vero quel<br />

che immaginate. Una conversione, se volete, ma non improvvisa<br />

come Paolo sulla via di Damasco, ma meditata, frutto di un<br />

lento accumularsi di sensazioni, riflessioni, convincimenti. Permettetemi<br />

di parteciparveli, in questi ultimi due-tre minuti. Poi<br />

chiudo e vi saluto. Prima di arrivare tra voi, io sono cresciuta in<br />

un Paese, in un grande Paese. Quando si dice “America” si dice<br />

movimento, tecnologia, affari (anzi, business), competizione,<br />

primato, vitalità, successo.<br />

Guai a parlare di vecchiaia, di solitudine, di morte! La società<br />

moderna: tecnologica, informatica, robotica, non accetta la<br />

morte tra le sue ipotesi, ma la rifiuta, la cancella. Eppure anche<br />

in America si muore, come qui da voi. E la fine spesso è ancora<br />

più drammatica, più desolante, perché non inserita in una filosofia<br />

della vita, in una cultura fatta di sapienza e di “religiosità”<br />

millenaria che sacralizza e trasfigura sia l’esistenza che il suo<br />

compimento finale. Ecco: questi temi li ho invece avvertiti venendo<br />

nella vostra terra.<br />

A Verucchio, proprio qui da voi, un uomo di nome Eugenio,<br />

che aveva radici nella memoria dei padri, nella saggezza della<br />

storia antica, sentendo avvicinarsi la fine dei suoi giorni collo-<br />

~ 70 ~


quiava con la morte in piena, lucida serenità, e salutava i tanti<br />

buoni che l’avevano amato nel modo che gli era più congeniale:<br />

con una poesia, l’ultima. L’ultima che compose, l’ultima che io<br />

ho stampato, e questa volta non in un libretto, ma sul “santino”<br />

a lui dedicato.<br />

E quand a santiroi<br />

sunè i rintoch<br />

da cla campena<br />

che l’avnunziarà<br />

che e’ nost Eugenio<br />

un sarà piò fra d’nun<br />

a m’aracmand<br />

gìgli, gìgli ma tôtt<br />

che sea ad dè<br />

oppur che sea ad sera<br />

a d’nu scurdè<br />

e’ lievit d’na preghiera.<br />

(E quando la campana, col suo rintocco inconfondibile, avrà<br />

annunciato che Eugenio non è più qui tra noi, ditelo – mi raccomando<br />

– ditelo a tutti, sia che avvenga di giorno, sia che capiti<br />

di sera, di non dimenticare il lievito di una preghiera).<br />

Era l’agosto 1984, un agosto pieno di stelle come quello che il poeta<br />

della vostra terra, Giovanni Pascoli, descrisse in una famosa<br />

lirica. In una notte stellata l’ultimo della vecchia “casata” Pazzini<br />

lasciava la terra per continuare con i suoi indimenticati cari, nei<br />

silenzi della notte eterna, quei colloqui, mai interrotti, intrisi di<br />

tenerezza e di amore.<br />

~ 71 ~


ora consentite a me, cui è toccato raccogliere il “testimone”<br />

di questa staffetta quale eredità dolce e preziosa, concludere<br />

la carrellata. Esordirò coi ringraziamenti, che vi assicuro non<br />

convenzionali. Grazie, grazie affettuose a te, nonno torchio, per<br />

la commossa, partecipata testimonianza che hai voluto fornire su<br />

quei tempi eroici in cui l’arte tipografica era veramente un’impresa<br />

pioneristica, fatta di entusiasmo, coraggio, intraprendenza.<br />

Grazie anche a te, pedalina birichina, che hai sorretto il primo<br />

apprendistato di Eugenio sulle vie della stampa e offrendo<br />

nitide copie delle sue prime “zirudelle”, uscite dalla precisione<br />

dei tuoi ingranaggi, ne hai favorito ed esaltato il successo come<br />

acclamato poeta dialettale nei “trebbi”, nei teatri, nelle riunioni<br />

conviviali. E grazie a te, miss Linotype, elegante e raffinata<br />

pioniera dell’ultima generazione di macchine compositrici tradizionali,<br />

che hai voluto donare l’ultimo tuo piombo e l’ultimo tuo<br />

fuoco per la realizzazione di questo affettuoso ricordo. Grazie di<br />

cuore a tutti. Ma non si tratta di un ringraziamento convenzionale,<br />

quasi “diplomatico”, bensì di un commosso omaggio che si<br />

è concretizzato, a vostra insaputa, in una delle più gradite sorprese.<br />

Una originale realizzazione che vuol donare nuova vita,<br />

orgogliosa voce a chi voce propria non l’ha mai avuta.<br />

Siete entrati a far parte del “Museo vivente delle Arti grafiche”<br />

che ho voluto allestire all’interno dell’azienda per documentare<br />

i <strong>125</strong> anni di continua, progrediente attività e questo è<br />

stato inaugurato con solenne, riuscitissima cerimonia. In questi<br />

luminosissimi saloni condividerete le giornate con altri macchinari,<br />

vicini a banconi, caratteri in piombo e in legno, compositoi,<br />

pinze, morsetti, fotoriproduzioni, pannelli: oggetti inanimati che<br />

nell’atmosfera amica e familiare riacquisteranno la gioiosa soddisfazione<br />

di essere stati gli strumenti di un lavoro onesto, preciso,<br />

intelligente che si riverbera nel tempo. E se il Museo Pazzini è<br />

entrato subito a far parte della prestigiosa Associazione Italiana<br />

dei Musei della Stampa e della Carta, certamente qualcosa vorrà<br />

dire...<br />

~ 72 ~


Positivo e confortante il bilancio che in quella giornata inaugurale<br />

ho potuto offrire agli invitati: una superficie totale di circa<br />

17.000 metri quadrati suddivisi razionalmente in magazzini,<br />

laboratori, uffici, parcheggi, giardini. Un ambiente di lavoro<br />

progettato in funzione della sicurezza e dell’igiene, tanto che<br />

oggi l’azienda può vantare (cosa quasi unica in Italia) di ben tre<br />

attestati di certificazione che attestano il conseguimento degli<br />

standard più elevati nel settore ambientale, qualitativo, della<br />

sicurezza e della salute.<br />

E le macchine da stampa in dotazione della ditta rappresentano<br />

oggi il vertice tecnologico in materia. Come la poderosa,<br />

sofisticata Speed Master Heidelberg a otto colori che esalta la<br />

tecnologia della stampa in bianca e volta con la qualità e rapidità<br />

della stampa offset.<br />

E se lungo sarebbe l’elenco dei riconoscimenti ricevuti nel<br />

corso degli ultimi anni, alcune opere di altissimo valore estetico,<br />

artistico, tecnologico non possono essere dimenticate.<br />

In una famiglia in cui l’arte, nelle sue molteplici associazioni<br />

e manifestazioni, è diventata quasi “codice genetico” dei suoi<br />

componenti, anche le opere grafiche hanno progressivamente<br />

“assorbito” questa... atmosfera, che si è poi riversata nell’eccellenza<br />

– a livello superiore – di alcuni prodotti.<br />

E sono le splendide riproduzioni fotografiche in marmoreo<br />

bianco e nero che arricchiscono il superbo volume dedicato a<br />

“Il Tempio Malatestiano a Rimini”; e sono le incantevoli miniature<br />

che lumeggiano il “Lezionario Farnese” (il messale della<br />

Cappella Sistina) che ha avuto l’onore della presentazione ai<br />

collezionisti all’interno della Biblioteca Vaticana quale “prestigioso<br />

ambasciatore del Rinascimento italiano nel cuore del<br />

mondo moderno”; e sono le iniziali dorate, il testo amanuense e<br />

il mondo fiabesco che emana dalle pagine de “Les Très Riches<br />

Heures” del duca di Berry (il codice più celebre di tutti i tempi)<br />

riproposto in uno stupefacente fac-simile.<br />

Questo lusinghiero bilancio è segno di giustificato orgoglio<br />

~ 73 ~


e anche di serena meditazione. Perché tutto questo non è nato<br />

all’improvviso, fiore selvatico primaverile. Non germina se il<br />

terreno non è stato a lungo dissodato; non progredisce se non<br />

c’è stato nel tempo un progetto industriale condiviso, un’unità<br />

d’intenti, una volontà realizzatrice costante lungo l’arco dei decenni.<br />

Ricordate?...<br />

... come ne la spumeggiante vendemmia il tino<br />

ferve, e de’ colli italici la bianca<br />

uva e la nera calpestata e franta<br />

sé disfacendo, il forte e redolente<br />

vino matura...<br />

Ricordate la carducciana “chiesa di Polenta”? E non vedete le<br />

affinità?... La bonomia, l’umanità di uno stile di vita, il legame<br />

profondo alla terra e al paese del patriarca Domenico; l’inventiva,<br />

la laboriosità, l’intelligenza, la creatività del figlio Eugenio<br />

e – se consentite – l’imprenditorialità, l’assiduo impegno a<br />

motivare il gruppo, l’attenzione alla modernità e la continua<br />

sperimentazione di chi vi parla hanno prodotto vino (chiamiamolo<br />

così...) in mescolanza, profumo, amabilità, “gradazione”<br />

perfetta.<br />

Avrei terminato questa esposizione, ma qualche riflessione<br />

accettate comunque che ve la esponga, quasi come “manifesto<br />

programmatico” che ha ispirato il lavoro sinora fatto e quello<br />

– più impegnativo e ambizioso – che intendo perseguire. “Alle<br />

radici del paese // nel cuore del dialetto // dentro la storia //<br />

oltre la memoria”. Questi quattro capoversi di altrettanti ideali<br />

capitoli sono impressi su un agile cartoncino che raccoglie<br />

il catalogo delle pubblicazioni recenti di “Pazzini editore”. Ed<br />

è infatti la ricerca attenta, amorosa, trepida delle radici della<br />

nostra storia e della nostra cultura l’interesse predominante del<br />

ramo più qualificato della mia produzione tipografica. All’ori-<br />

~ 74 ~


gine di questa scelta non improvvisata stanno certamente profonde<br />

motivazioni, che non intendo davvero sottacere o nascondere.<br />

Noi disponiamo sicuramente in Italia di una produzione<br />

abbondante, direi quasi ridondante, sul mondo del lavoro, sul<br />

mondo contadino, sulla vita dei lavoratori, dei contadini, sulle<br />

loro tradizioni, la loro cultura, i loro modelli di vita e di comportamento.<br />

Ma questo incredibile, sconvolgente universo è quasi<br />

sempre visto – direi meglio: filtrato – dall’occhio, dalla mente,<br />

dalla penna di intellettuali, tecnici, sociologi che dall’esterno<br />

esaminano questa realtà e su di essa dissertano, traendone leggi,<br />

deduzioni, teorie. Poco, ben poco purtroppo è stato invece<br />

fatto per riscoprire la realtà, il mondo, la società (sia essa antica<br />

come contemporanea) quale appare dal di dentro di quello<br />

stesso universo, quale essa appare cioè agli occhi di coloro che<br />

ne sono o ne sono stati i protagonisti: i contadini, gli operai, gli<br />

artigiani, i paesani, la gente comune insomma, che attraverso<br />

un lento, impercettibile “deposito” di decenni, di secoli, ha<br />

elaborato, immagazzinato, prodotto, tramandato una cultura<br />

sapienziale fatta di frasi, immagini, lingua, proverbi, giochi,<br />

riti, abitazioni, magie, abbigliamenti, feste, manifestazioni artistiche:<br />

tutto quanto, in una parola, costituisce l’anima irripetibile<br />

e meravigliosa di un popolo, la sua specifica “cultura”.<br />

E queste cose noi non dobbiamo, non possiamo dimenticare,<br />

correndo il rischio di un inarrestabile inaridimento culturale e<br />

spirituale, ancor più pericoloso e temibile quanto più entriamo<br />

a vele spiegate e con ritmo impetuoso nell’era tecnologica. Più<br />

la macchina corre veloce, più i suoi fari debbono essere potenti,<br />

per poter tempestivamente illuminare la strada e orientarsi<br />

nel dedalo delle segnaletiche. Questo vale anche e soprattutto<br />

per noi, per la nostra epoca, chiamata ad aprirsi velocemente<br />

a nuovi traguardi, ad avviarsi su strade inesplorate, da illuminare,<br />

percorrere con la sapienza della civiltà antica, con il<br />

tesoro culturale delle generazioni che ci hanno preceduto. Ogni<br />

iniziativa in questa direzione, diretta a riscoprire la sorgente<br />

~ 75 ~


e l’orgoglio delle nostre origini, le radici della nostra storia, la<br />

tradizione dialettale fatta di buon senso, saggezza, umanità,<br />

è un aiuto a programmare e costruire il futuro “con un cuore<br />

antico’’. È quanto, nei mio piccolo, intendo realizzare. Per non<br />

dimenticare. “Per non dimenticare” – sta scritto proprio in una<br />

delle pubblicazioni – le nostre origini di gente laboriosa, che<br />

ha saputo pazientemente e tenacemente creare quella operosa<br />

struttura che rende giustamente rinomata la nostra terra. Per<br />

non dimenticare la nostra cultura, fatta di sapienza contadina,<br />

di fantasia, di amore rispettoso verso la natura, di attenzione<br />

dolce e delicata verso la grande madre terra e i suoi frutti”. Oggi<br />

a quelle parole aggiungerei, come logica continuazione del discorso<br />

e suo naturale completamento, “per assorbire e assimilare<br />

questi insegnamenti, farli diventare carne della nostra carne,<br />

segnaletica del nostro cammino, linfa vitale della nostra rinnovata<br />

cultura, alimento di una sostanziale civiltà”. Ecco, penso<br />

che arrivati a questo punto ci siamo capiti. E anche la chiusa<br />

di queste pagine vuole essere intonata al medesimo stile: senza<br />

trionfalismi, ma priva anche di malinconie e pessimismi: con<br />

l’appagata serenità del seminatore che, ammirando il rigoglio<br />

dei campi sotto il sole estivo, avverte che non è stata vana la sua<br />

fatica.<br />

~ 76 ~


opo aver lasciato parlare gli interpreti (torchio-pedalinalinotype)<br />

e ascoltato la narrazione degli anni della loro<br />

vita, intessuta di ricordi, operosità, felicità e amarezze, lo<br />

“scriba” riprende la penna per commentare il mondo in cui le<br />

operose macchine hanno vissuto. Ci troviamo ora in pieno secolo<br />

XXI, secolo che si alimenta di ipertecnologia, costellato di<br />

satelliti, laser, microcamere, mentre tripudia il digitale. Tale è<br />

l’entusiasmo per la nuova inimmaginabile riedizione delle “sorti<br />

moderne e progressive” da ingenerare quasi la convinzione che<br />

solo ora si possa veramente parlare di “società”; che la struttura<br />

di una umanità piena, articolata, sia soltanto adesso agli<br />

albori: nata oggi, magma vulcanico emerso adesso per improvvisa<br />

esplosione da un oscuro e primordiale passato. Affascinante<br />

questo orgoglioso pensiero, ma – almeno per chi scrive – pericolosamente<br />

dimentico di quest’ immenso patrimonio umano, tecnico,<br />

sapienziale dal quale il nostro “presente” per la sua stessa<br />

sopravvivenza deve attingere linfa, esperienze, direttrici.<br />

è una premessa non inutile se si vuol riguardare il passato, il<br />

materiale raccolto e qui presentato non con occhio assente e distratto,<br />

ma con l’affetto – intriso di malinconia – con cui si guardano<br />

e amano le cose care, vive e vitali intorno a noi, espressione<br />

di un vivente organismo; con cui guardare e amare Verucchio,<br />

tassello infinitesimo di un immenso mosaico, nel quale però è<br />

inserito organicamente per forma, colore, disegno generale.<br />

E il torchio, il centenario torchio, si premura di stampare,<br />

in nitide riproduzioni, le visioni del paese di allora: un borgo<br />

eminentemente agricolo dove i prodotti dei campi e l’allevamento<br />

animale lasciano la loro impronta sulle lastre fotografiche.<br />

Abitazioni contadine semplici e povere nelle piccole frazioni<br />

e nei dintorni della piazza; le case non pretenziose dei piccoli<br />

possidenti, dei cosiddetti benestanti; le porte d’ingresso del paese,<br />

con archi robusti in muratura che ricordano antiche lotte<br />

e agguerrite signorie. Sull’intero panorama incombe, massiccia<br />

e scenografica, la Rocca malatestiana, dalle infinite traversie e<br />

~ 77 ~


dai continui rifacimenti, ma sempre organica alla sua funzione<br />

originaria: difesa, riparo, monito scoraggiante per eventuali aggressori.<br />

Pacifico in quelle foto appare il paese, con carretto, cavallo<br />

e buoi che tranquillamente transitano per lo stradone, con<br />

ragazze (saranno le future “arzdore”) scherzosamente in posa,<br />

con i bambini che giocano col cerchio, con braccianti e contadini<br />

indaffarati in povere mansioni. Ci basta osservare gli abiti<br />

degli uni e delle altre (lana grossa, fustagno, cotone grezzo) per<br />

concludere che siamo di fronte a un benessere economico di media<br />

sopravvivenza, al confine con la povertà, indizio di una economia<br />

prevalentemente fondata sull’agricoltura, non fiorente,<br />

blandamente commerciale. Questa situazione d’altra parte testimoniano,<br />

su altro versante, le stesse fatture della “SPETTABI-<br />

LE TIPOGRAFIA – CARTOLERIA – PROFUMERIA DOMENICO<br />

<strong>PAZZINI</strong>” che minuziosamente annotano vendita e quantitativo<br />

di generi di ordinaria necessità, come tazze per brodo, pentole<br />

e cuccume da caffè, unitamente a buste, quaderni, inchiostro e<br />

l’immancabile vaso da notte, prezioso nei mesi invernali con i<br />

gabinetti delle abitazioni rurali costruiti all’esterno.<br />

Un “Egregio Signore” al quale ci si rivolge avendo riscontrato,<br />

dalla verifica dei conti, un debito da saldare, sta probabilmente<br />

a indicare che non sempre le somme, anche se di minimo<br />

ammontare, erano subito esigibili. E il fatto che questa richiesta<br />

avvenga su modulo stampato (e quindi in parecchie copie) conferma<br />

che la disponibilità e la circolazione di moneta era tutt’altro<br />

che tumultuosa.<br />

Non potremmo tuttavia definire “povera” la comunità verucchiese<br />

all’epoca del torchio; ma se con i parametri moderni,<br />

(sia pure applicati all’epoca) di “media povertà” la volessimo<br />

classificare, era quella una povertà dignitosa, temperata nella<br />

vita quotidiana da forme visibili o sottaciute di solidarietà e di<br />

affetto umano: private o pubbliche. In questo quadro, a buon<br />

diritto, dovremmo inserire il “regolamento della società di mu-<br />

~ 78 ~


tuo soccorso” che prevedeva la concessione di una dote per il<br />

matrimonio di una ragazza bisognosa e il sussidio a un operaio<br />

malato o infortunato che potesse sostituire – almeno per un<br />

certo periodo – il salario che veniva a mancare. Di fronte alla<br />

indifferenza odierna (se non addirittura al fastidio) di passanti,<br />

bagnanti, turisti davanti a una persona ferita o rantolante sulla<br />

strada o sulla spiaggia, ce la sentiamo di chiamare sorpassati o<br />

trogloditi i nostri antichi samaritani senza avvertire un soprassalto<br />

di vergogna?<br />

Perchè allora la fede, una fede umile, sincera, spontanea,<br />

rivestita talvolta di contenuti e manifestazioni che agli odierni<br />

cultori di sociologia religiosa apparirebbero infantili o venati di<br />

superstizioni e magie, espressa in formule storpiate e esilaranti<br />

se non di rado irriverenti, ebbene, questa fede permeava la vita<br />

quotidiana, orientando comportamenti e imprimendo in essi uno<br />

stigma etico. D’accordo, non tutto riluce, era una fede con tutti gli<br />

adattamenti e le doppiezze che una furba morale contadina, personalizzata<br />

ai propri desideri, si fabbricava; questo è indubbio,<br />

ma insomma al fondo si poteva rintracciare un comportamento<br />

dettato dall’etica, influenzato da una fede che si manifestava nella<br />

religiosità popolare. Il rosario dopo la sobria cena, le devozioni<br />

del mese mariano, l’osservanza della Quaresima e dei venerdì, le<br />

rogazioni, le grandi ricorrenze religiose (con annessa processione<br />

e preghiere corali) scandivano il calendario della vita rurale e<br />

paesana, che registrava alcune frequentatissime e veneratissime<br />

ricorrenze. In particolare il 2 Agosto, festa del “Perdono di Assisi”<br />

che si svolgeva presso il convento e la chiesa dei Francescani<br />

nella (allora!) piccola frazione di Villa Verucchio. Un tripudio<br />

di canti, preghiere, confessioni e comunioni, irrobustite da una<br />

ricca colazione consumata nei prati adiacenti.<br />

L’altra ricorrenza, che persiste ancora nel cuore dei Verucchiesi,<br />

celebrava la devozione al Beato Gregorio Celli, transitato<br />

tra due secoli per la longevità eccelsa e ancora invocato come<br />

patrono del paese. A lui preghiere e festeggiamenti. La semplice<br />

~ 79 ~


~ 80 ~


fotocopia della copertina dell’opuscolo a lui dedicato nel VI centenario<br />

della morte non può che pallidamente raccontare la partecipazione<br />

popolare all’avvenimento, né le “fatiche” dell’operaio<br />

per comporre il “numero unico” commemorativo: vario di<br />

articoli e saggi diversi, composto in eleganti caratteri tipografici,<br />

arricchito e abbellito di fregi, didascalie e negativi fotografici in<br />

zinco su base di legno. E l’imponente stampatrice di fabbricazione<br />

tedesca sfornava nitidissime pagine a ricordo.<br />

Ma anche la vita profana (cioè il lavoro agricolo, l’economia<br />

rurale, l’artigianato semplice, l’allevamento animale) chiede il<br />

suo riconoscimento: una tangibile presenza che gli viene attestata<br />

ed esaltata nella attesissima “fîra di quatôrg”, che si tiene<br />

ogni anno a metà settembre. è il trionfo dei bovini esposti con<br />

nappe e mantelli multicolori, l’apoteosi del baratto – vendita<br />

– acquisto di tutto quello che il mondo agricolo e artigianale<br />

riesce a produrre di meglio: ovini, suini, ceramiche, casalinghi,<br />

sementi. Senza dimenticare vini e insaccati, gloria e vanto della<br />

produzione familiare e del buon appetito.<br />

E, a proposito di tavolate, feste, appetito, il mancato ritrovamento,<br />

nel canterano dei ricordi di materiale in proposito, impedisce<br />

con rammarico di commentare la voce gastronomica e la<br />

sua esaltazione in occasione di queste e altre occasioni eccezionali:<br />

cresima, comunione, matrimonio. Per non lasciare del tutto<br />

in bianco questo aspetto, valgano i ricordi infantili: quelli di uno<br />

“zio Eugenio” intento a stampare sulla “pedalina” chilometrici<br />

menù da far invidiare il dottissimo Rabelais alle prese con il suo<br />

Pantagruel.<br />

Cresima, Comunione, Matrimonio: fettuccine, agnello al<br />

forno, ciambella. Ci si potrebbe scandalizzare per questo abbinamento<br />

irriverente; ma non dimentichiamo che questi avvenimenti<br />

esprimevano sì una professione di fede, l’accettazione di<br />

un sacramento, ma anche – in fondo in fondo – il livello esibito<br />

di benessere di una famiglia.<br />

~ 81 ~


* * *<br />

Allora solo feste e abbuffate, unica soddisfazione per un popolino<br />

“primitivo”? Andiamoci piano. Un delizioso detto africano<br />

afferma che fa più rumore un albero che cade di una foresta<br />

che cresce. E di foresta che silenziosamente cresceva si può<br />

tranquillamente parlare osservando la data (1878) del “Regolamento<br />

organico della società filodrammatica” edito dalla quasi<br />

neonata tipografia. Il buon senso ci fa convenire che nonostante<br />

l’analfabetismo imperante in una popolazione dove prevalevano<br />

contadini, braccianti, casalinghe, nel paese viveva un gruppo affiatato<br />

di persone istruite, colte, versate in varie discipline, che si<br />

manteneva in contatto attivo con le tendenze e gli apporti della<br />

cultura contemporanea nelle sue espressioni artistiche, culturali,<br />

teatrali. E in un teatrino delizioso all’interno della Rocca malatestiana<br />

– vera “bomboniera” d’epoca – venivano rappresentati<br />

testi classici e briose farse in dialetto; venivano ospitate compagnie<br />

teatrali dei dintorni oltre alle immancabili operette musicali.<br />

Complessi teatrali e operettistici di alto livello, non carrozzoni<br />

di guitti, se fa fede il manifesto riprodotto (“Lauretta”), dove<br />

tra gli interpreti troviamo una giovane Dina Sassoli, scritturata<br />

in anni successivi a interpretare la Lucia Mondella manzoniana<br />

nella prima riduzione cinematografica dei “Promessi Sposi”.<br />

E la banda musicale? Per un paese sembra cosa di poco conto?<br />

Per la sua opera di “iniziazione” alla musica, all’armonia,<br />

al gusto del bello, la banda è perla orgogliosa per Verucchio,<br />

calcolando anche che la sua costituzione risale a ben 150 anni<br />

addietro e il suo repertorio, inizialmente di marcette folcloristiche,<br />

si è progressivamente allargato e raffinato includendo musica<br />

operistica, operettistica, sinfonica. Un apporto fondamentale,<br />

preziosissimo alla educazione musicale e di riflesso alla vita<br />

associativa e alla crescita culturale, perchè suonare in orchestra<br />

contribuisce senza alcun dubbio alla disciplina, alla consonanza,<br />

all’abitudine alla socialità. Non è poco, non vi pare?<br />

Un altro piccolo, ma non trascurabile particolare, idoneo<br />

~ 82 ~


a sfatare certi pregiudizi e saccenterie. Tutte le città italiane e<br />

quasi tutti i paesi di media grandezza hanno una via dedicata<br />

a Dante Alighieri. Ma quanti, tra questi paesi hanno un bassorilievo,<br />

un busto, un monumento dedicato all’altissimo poeta?<br />

Verucchio lo possiede, da tempo, e con un’opera bronzea<br />

scolpita da un concittadino, Romeo Pazzini, e inaugurato con<br />

partecipazione festante di popolo. Anche a uno sprovveduto o<br />

ipercritico questi aspetti dovrebbero testimoniare la diffusione,<br />

nel paese, di una cultura di base, di un gusto del bello, di una<br />

sensibilità artistica, letteraria, musicale più radicata di quanto<br />

si potrebbe immaginare.<br />

Ed è da questo terreno fertile, predisposto, che si formano<br />

le condizioni favorevoli per la nascita, la maturazione di eruditi,<br />

pittori, scultori, musicisti, poeti. Come Eugenio Pazzini,<br />

figlio del capostipite Domenico, prosecutore dell’arte tipografica<br />

e ancor più del filone della poesia dialettale, interpretata e<br />

modellata con intelligenza e vivacità nelle “zirudelle”. Raccolte<br />

sotto il titolo di “Poesie Giocose” ebbero varie edizioni in periodi<br />

successivi, a testimonianza della loro validità e del loro valore<br />

non solo folcloristico e paesano. Le tirature, come si può notare,<br />

sono datate 1927-1929-1933. Poi silenzio.<br />

Come potevano trovarsi a loro agio le poesie dialettali giocose,<br />

frizzanti, impastate di semplicità, bonomia, arguzia, a<br />

contatto con una “prosa” fascista retorica, vacua, grondante<br />

dannunzianesimo deteriore? E la stampatrice ci conserverà il<br />

ricordo di quell’infausto periodo fissando in un manifesto l’ampollosa,<br />

sacrilega commemorazione dei <strong>125</strong> contadini, braccianti,<br />

muratori, operai verucchiesi caduti nella prima guerra<br />

mondiale e ricordati da un regime che già stava pensando a<br />

nuove avventure, a nuovi conflitti, con il loro carico di nuovi<br />

sacrifici umani. Era cominciata la fase torbida del fascismo che<br />

porterà all’alleanza criminale col nazismo, l’immane conflitto,<br />

l’esplosione della barbarie. Verucchio testimonierà l’orrore della<br />

guerra con la distruzione del paese, l’eccidio di nove cittadi-<br />

~ 83 ~


ni, rastrellati e uccisi per vendicare la morte per mano ignota<br />

di un soldato tedesco.<br />

La riconquistata libertà porterà quasi immediatamente a<br />

un rifiorire della vita democratica nelle sue varie espressioni e<br />

caratteristiche, sì da far tracciare al sindaco Edoardo Pazzini<br />

(fratello del poeta Eugenio) un lusinghiero, articolato bilancio<br />

delle iniziative già realizzate o in cantiere per la ricostruzione del<br />

paese: edilizie e scolastiche, viarie e culturali. Verucchio lentamente<br />

si riappropriava dell’antico, orgoglioso prestigio (“civitas<br />

esto” recita una lapide in Comune) esprimendo la rinnovata vita<br />

democratica e culturale con la prima riunione dei “piadaioli”:<br />

associazione spontanea di studiosi della storia contadina e marinara,<br />

di cultori delle tradizioni locali, di sperimentatori del dialetto<br />

nelle sue più brillanti espressioni poetiche e musicali. E le<br />

macchine stampatrici, salvate fortunosamente dalla distruzione,<br />

testimoniano e documentano questo alacre lavoro di rinnovamento<br />

e resurrezione.<br />

* * *<br />

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DOCUMENTI


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© Pazzini Editore - Verucchio<br />

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IL MUSEO VIVENTE<br />

DELLE ARTI GRAFICHE


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L’AzIENDA OGGI


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questo volumetto è stato<br />

composto e stampato da<br />

pazzini stampatore editore<br />

verucchio (rn) nel mese di<br />

dicembre 2010

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