Il Trovatore - Musica, musica, musica...SUONATE!!!

imparamusica.altervista.org

Il Trovatore - Musica, musica, musica...SUONATE!!!

Fondazione Teatro La Fenice di Venezia

Area Formazione, Ricerca, Progetti innovativi

Programma formativo sulla Stagione lirica 2011 del Teatro La Fenice

Il trovatore

Dramma in quattro parti

di Giuseppe Verdi

libretto di Salvatore Cammarano

a cura dell’EduMediaTeca del Teatro La Fenice

Sussidio e-learning per lo studio intratestuale dell’opera lirica

novembre 2011

Città di Venezia,

Assessorato Politiche educative, Sport,

Politiche per la famiglia (itinerari educativi)


LEGENDA

PULSANTE PER ACCEDERE A ESTRATTI AUDIOVISIVI

PULSANTE PER ACCEDERE ALLE GALLERIE SCENOGRAFICHE

PULSANTE PER INGRANDIRE DOCUMENTI VISIVI

PULSANTE PER ACCEDERE AL LIBRETTO E A TESTI VERBALI

PULSANTE PER ACCEDERE ALL’INDICE TEMATICO DELLE SCENE


Mariano José Larra Y Sánchez de Castro

MARIANO JOSE’ LARRA Y SÁNCHEZ DE CASTRO

profilo biografico

LA FONTE PRINCIPALE:

‘EL TROVADOR’ DI ANTONIO GARCÍA GUTIÉRREZ

DERIVATO DALL’OMONIMA OPERA DI LARRA

LE FONTI LETTERARIE DE IL TROVATORE

di Fernando Fraga

TRAMA E COMMENTO DE EL TROVADOR

di Fernando Fraga

EL TROVADOR - Il TROVATORE.

Percorso contrappuntistico di note dolenti e burlesche

di Claudia Cecchini

DAL DRAMMA AL MELODRAMMA,

I TRE LIBRETTI ‘SPAGNOLI DI VERDI’

[IL TROVATORE]

di Piero Menarini

‘NOVITA’ E ‘BIZZARRIA’ NEL

TROVADOR DI ANTONIO

GARCÍA GUTIÉRREZ

di Mariateresa Cattaneo

Antonio García Gutiérrez

ANTONIO GARCÍA GUTIÉRREZ

profilo biografico


Salvatore Cammarano

SALVATORE CAMMARANO

profilo biografico

IL LIBRETTO DEL "TROVATORE"

di Luigi Baldacci

AUTORI, GENESI E FORTUNA DELL’OPERA

Lettera di Giuseppe Verdi a Salvatore Cammarano

TRASCRIZIONE DELLA LETTERA

scritta da Giuseppe Verdi e Salvatore Cammarano

Giuseppe Verdi

GIUSEPPE VERDI -

LA VITA, LE OPERE, LA PERSONALITÀ

ARTISTICA

di Laura Cesari


IL TROVATORE

di Roman Vlad

TEMPO E RACCONTO NEL TROVATORE

di Michele Girardi

Il TROVATORE

di Julian Budden

LA TRILOGIA POPOLARE

UNITÀ MORALE NEL MONDO VERDIANO

di Massimo Mila

TROVATORE UN BRIVIDO

di Alberto Bevilacqua

RISORSE DI STUDIO DELL’OPERA


Il trovatore

Dramma in quattro parti

di Giuseppe Verdi

libretto di Salvatore Cammarano

dal dramma ‘El trovador’ di Antonio García-Gutiérrez

Prima rappresentazione: Roma, Teatro Apollo, 19 gennaio 1853

Interno del Teatro Apollo di Roma


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[I personaggi]

Personaggi:

Il conte di Luna, giovane gentiluomo aragonese (Baritono)

Leonora, dama di compagnia della principessa d’Aragona (Soprano)

Azucena, zingara della Biscaglia (Mezzosoprano)

Manrico, ufficiale del principe Urgel e presunto figlio di Azucena (Tenore)

Ferrando, capitano degli armati del conte di Luna (Basso)

Ines, confidente di Leonora (Soprano)

Ruiz, soldato al seguito di Manrico (Tenore)

Un vecchio zingaro (Basso)

Un messo (Tenore)

Compagne di Leonora, religiose, familiari del conte, soldati, zingari e zingare

I PERSONAGGI DE ‘IL TROVATORE’

di Rodolfo Celletti

LEONORA E AZUCENA: I DUE

UNIVERSALI AFFETTIVI

di Guido Paduano

Leonora Il conte di Luna

IL LINGUAGGIO VOCALE

di G. Landini e M. Gilardone

Leonora

LA VOCALITA’ DELL’OPERA GIOVANILE E IL SUO

APOGEO IN RIGOLETTO, TROVATORE, TRAVIATA

di Massimo Mila

IL LINGUAGGIO VOCALE

di G. Landini e M. Gilardone

Il conte di Luna


Manrico

IL LINGUAGGIO VOCALE

di G. Landini e M. Gilardone

Manrico

Ferrando

IL LINGUAGGIO VOCALE

di G. Landini e M. Gilardone

Ferrando

Azucena

IL LINGUAGGIO VOCALE

di G. Landini e M. Gilardone

Azucena


INDICE TEMATICO DELLE SCENE

Parte I

Parte prima: Il duello

SCENA 1. Ferrando nell’atrio del palazzo dell’Aliaferia narra a tutti i presenti la storia del fratello del Conte

SCENA 2. Leonora confida a Ines di essersi innamorata di un cavaliere sconosciuto, apparso in incognito ai tornei e

sentito cantare col liuto, una notte, sotto le sue finestre

SCENA 3. Il Conte di Luna intende dichiarare a Leonora il suo amore quando è interrotto dalle note di una canzone

d’amore di un trovatore

SCENA 4. Leonora corre verso il Conte, che, nel buio della notte, ha scambiato per l’amato. Una voce, proveniente

dalle piante circostanti, la taccia di infedeltà!

SCENA 5. Leonora si accorge dell’errore e dichiara a Manrico di amare nessun altro che lui! Manrico rivela la sua

identità al Conte, che, riconoscendo in lui un seguace del principe ribelle Urgel, lo sfida a duello

La struttura del Trovatore

di Federico Fornoni


INDICE TEMATICO DELLE SCENE

Parte II

Parte seconda: La gitana

SCENA 1. Azucena attrae l’attenzione degli zingari, intenti al lavoro, con una triste canzone: il fuoco le ricorda il

rogo della madre, morta invocando vendetta. La storia viene poi raccontata a Manrico: la nonna è stata fatta

condannare e ardere dal vecchio Conte di Luna. Per vendetta Azucena gli ha rapito uno dei bambini, bruciandolo poi

sul luogo del supplizio. In preda al delirio non si era accorta però di aver ucciso il suo stesso figlio. Azucena si fa

promettere da Manrico la necessaria vendetta

SCENA 2. Un messo comunica a Manrico che Leonora sta per prendere i voti perché lo crede morto

SCENA 3. Il Conte di Luna intende rapire Leonora con l’aiuto dei suoi fedelissimi

SCENA 4. Manrico interviene per impedire che il Conte di Luna rapisca Leonora

SCENA 5. Ruiz e i seguaci di Urgel traggono in salvo Manrico e Leonora


INDICE TEMATICO DELLE SCENE

Parte III

Parte terza: Il figlio della zingara

SCENA 1. Ferrando annuncia ai soldati del Conte che l’indomani attaccheranno il fortilizio.

SCENA 2. Il Conte non demorde: deve strappare Leonora al suo rivale.

SCENA 3. Un tumulto lo distrae dai suoi propositi: nel campo è stata trovata una zingara, che gli viene condotta

innanzi.

SCENA 4. Ferrando riconosce in Azucena la zingara che un tempo rapì il bambino. Il Conte di Luna la fa arrestare,

mentre Azucena invoca l’aiuto del figlio Manrico.

SCENA 5. Manrico informa Leonora che l’indomani ci sarà battaglia e dà disposizioni a Ruiz per la difesa.

SCENA 6. Ruiz mostra a Manrico il luogo dove sua madre sta per essere immolata; lascia perciò la fidanzata per

accorrerle in soccorso.


INDICE TEMATICO DELLE SCENE

Parte IV

Parte quarta: Il supplizio

SCENA 1. Leonora è condotta da Ruiz nella prigione dove è rinchiusa Manrico che intonando un Miserere, la implora

di non scordarsi di lui.

SCENA 2. Leonora, promettendo al Conte il proprio corpo in cambio della salvezza di Manrico, beve di nascosto il

veleno racchiuso nel suo anello.

SCENA 3. Manrico, tranquillizza la madre che, nel delirio, rivede il rogo della madre.

SCENA 4. Leonora arriva nel carcere e obbliga Manrico a fuggire. Non lo potrà però seguire in forza del suo

accordo col Conte. Leonora in cuor suo sa che non sarà di nessuno perché il veleno farà il suo effetto. Manrico viene

fatto giustiziare dal Conte, che apprende da Azucena di aver mandato a morte suo fratello: la vendetta della zingara

è così compiuta.

INTRECCIO INTEGRALE DELL’OPERA di Domenico Cardone

GUIDA ALL’ASCOLTO INTEGRALE DELL’OPERA di Federico Fornoni


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte I - Introduzione

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[1. Introduzione]


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

INTRECCIO

Parte I - Scena I

La nostra storia ci porta in Spagna, nei primi anni del XV secolo; ci troviamo precisamente a Saragozza, in Aragona.

Qui sorge l’antico palazzo fortificato di Aljafería, eretto durante la dominazione araba [letteralmente: "il palazzo di

Jaʿfar"]; dopo la riconquista cattolica, lo troviamo divenuto la residenza del conte di Luna, fiduciario del re

aragonese in quella città e comandante delle sue truppe.

Nel grande atrio signorile Ferrando, capitano della guardia del

conte di Luna, interviene con energia a sollecitare attenta

vigilanza a guardie piuttosto stanche che si stanno trascinando

avanti e indietro; soprattutto, richiama all’ordine quanti sono al

servizio del conte e che, data l’ora tarda, trova sdraiati presso la

porta del suo appartamento, pronti ad arrendersi al sonno.

Ferrando, figurino di Alfred Albert, Opera di Parigi, 1857

Ferrando li scuote dal torpore, li allerta

sul bisogno di vigilare con un

particolarissimo scrupolo:

Veduta del Palazzo di Aliaferia

il conte stesso - rivela - da tempo passando intere notti a controllare di persona il balcone

della sua amata.

La servitù già ne conosce la ragione e ce le rivela: si tratta di gelosia, male che morde

come serpente velenoso. Ferrando conferma: il conte teme, per l’appunto, il canto amoroso

di uno sconosciuto trovatore, un rivale che approfittando dell’oscurità si infila di soppiatto

nei giardini e corteggia la sua bella.

Per scacciare l’agguato del sonno ora tutti reclamano che Ferrando sveli loro la verità su

un’altra storia misteriosa, che ebbe come protagonista lo scomparso fratello del conte,

Garzia.

Il trovatore:

il libretto


Accetta, tutti gli si fanno intorno e (anche a nostro beneficio) inizia a narrare. Questo è il racconto (proprio una

piccola storia - un antefatto - dentro la storia stessa!): il precedente conte di Luna aveva due figli, il conte attuale e il

secondo (Garzia appunto) che un giorno la fidata nutrice, nell’aprire le finestre alla prima luce del giorno, scoprì

minacciato da una spaventosa zingara che si era furtivamente introdotta nella camera e, con sguardo torvo e

sanguinario da strega, lo osservava nella sua culla. Al grido d’orrore della nutrice, in un battibaleno erano accorsi i

servi e l’intrusa era stata immediatamente scacciata, dopo essere stata ricoperta di insulti, minacce e percosse.

La zingara aveva sostenuto che la sua intenzione era di fare l’oroscopo al

piccolo ma nessuno le aveva creduto. Fatto sta che invece il bambino venne

immediatamente colto da una febbre insistente, che lo spossava e lo faceva

piangere; il conte, credendolo vittima di un maleficio, ordinò che la fattucchiera

venisse subito condannata al rogo e così avvenne, ma una zingarella, figlia

della strega, per vendetta fu lesta a rapire lo stesso giorno il bambino e,

quando la brace del rogo si spense, con orrore se ne scoprirono le ossa del

piccolo scheletro tra i resti fumanti.

Al sentire una storia così orrenda e infame tutti prorompono in un grido

rabbioso e iracondo contro la sconosciuta autrice di un atto così abominevole e

crudele; poi, ansiosi, chiedono che cosa fece il padre. Ferrando racconta che

non si riprese più dal dolore e che morì di lì a poco, conservando però sempre

in cuore la speranza che il figlio fosse ancora vivo e lasciando all’altro figlio il

compito di ricercarlo. Questi, il loro attuale padrone, aveva giurato obbedienza

alla sua volontà ma ogni successivo sforzo era risultato vano.

Azucena, figurino del XIX secolo


I presenti, non ancora sazi di racconto, chiedono allora notizie della piccola assassina. Ferrando risponde loro che non

se ne è più sentito parlare ma che, se la incontrasse, calcolandone all’incirca l’età trascorsa e come potrebbe

apparire, potrebbe riconoscerla.

Indignati, vendicativi, tutti si augurano e gli augurano di ritrovarla, catturarla e metterla morte, di “spedirla

all’inferno, dalla madre”. Ferrando però li riprende, ricorda loro che la vecchia strega non è affatto all’inferno e che

è credenza comune si aggiri ancora per quei luoghi - spirito diabolico veloce come una saetta. “E’ vero” - confermano

le guardie - “talvolta la si è vista - trasformata in upupa, in corvo, civetta o gufo - starsene appollaiata sui tetti a

lanciare i suoi versi spaventosi, talaltra si trasforma in acqua fetida (come lo Stige evocato da Dante)”.

E Ferrando prosegue ricordando che era anche apparsa a uno dei servi che avevano

osato picchiarla e questi era morto all’istante per il terrore: alla mezzanotte in punto

gli era apparsa, mentre la campana faceva udire i suoi rintocchi...

Strana, la coincidenza, mentre egli narra si è fatta, appunto, mezzanotte. Si odono

distintamente i dodici colpi che fanno trasalire tutti: tornando ai propri posti,

esplodono in un grido e levano in aria un’ultima maledizione, mista di odio e

angoscia, verso la “strega infernale” che forse li spia.

Azucena, figurino di Nana Cecchi, Opera di Roma 1993

Il racconto di Ferrando ci ha trasportato in un

mondo carico di violenza e superstizione

(l’epoca ad esempio, durata secoli, in cui

zingari, ebrei, forestieri,

“miscredenti” vennero perseguitati perché accusati - ingiustamente - di

essere “eretici”, “impuri”, magari responsabili di morbi devastanti come la

peste...), un mondo dominato dalla “legge del taglione”, dall’impulso di

vendetta. Ci chiediamo se tutto questo possa riguardare, e in che modo,

anche la storia a cui assisteremo o se è stato solo un richiamo al passato, a

una situazione ormai superata; d’altro lato abbiamo anche appreso che è in

svolgimento una storia galante, d’amore, anche se turbata dalla

concorrenza di due amanti.


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte I - Scena I

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Galleria iconografica: Bozzetti di scena de Il trovatore, Parte Prima - Il duello

Quadro I (scena 1)- Atrio nel palazzo dell'Aliaferia: porta da un lato, che mette agli appartamenti

del Conte di Luna.


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[2. Cavatina]

INTRECCIO

Parte I - Scena II

Dall’interno del palazzo ci spostiamo all’esterno, nel giardino,

all’incirca alla stessa ora: è notte di tenebre e foschia, nuvole ricoprono

la luna (un bel problema, questo repentino cambio di Quadro, per gli

scenografi).

Due graziose ragazze sono uscite all’aria aperta dai loro appartamenti

(e presto comprenderemo la ragione per cui stanno rischiando un

raffreddore e, soprattutto, un... licenziamento!). Una (Ines) sta

sgridando ansiosa l’amica (Leonora) invitandola subito a rientrare e ad

accorrere nella camera della principessa che ha chiesto di lei. L’altra ha

la testa tutta da un’altra parte e non le presta il minimo ascolto. Ha un

segreto importante da rivelare all’amica: è innamorata di un uomo che

viene a trovarla spesso e non vede l’ora di rivederlo.

Lo spettatore avvertito (come noi e il tenente Colombo) a questo punto

mediterebbe che questa fanciulla potrebbe essere quella amata e

vigilata dal conte, di cui prima aveva sentito parlare, una dama di

compagnia dunque. Leonora, figurino di Alfred Albert, Opera di Parigi 1857

Lo spettatore più ingenuo potrebbe invece pensare che il conte ami la principessa (con più potere e denaro) e dunque

che sta semplicemente assistendo a una storia parallela, di due serve intrigate anch’esse dall’amore. Pendiamo

perciò anche noi (come Ines stessa, che subito si scorda di insistere con la compagna sui doveri propri alle dame di

compagnia) dalle labbra di Leonora per districarci dal dubbio e, di nuovo, ascoltiamo una storia dentro la nostra

storia (che dunque appare ancora alquanto bloccata e poco animata, dall’avvio lento).

Il trovatore:

il libretto


Naturalmente questa è, però, una storia più trepidante e

ricca di intimo sentimento, perché vissuta dalla protagonista

in prima persona.

Leonora (come chiede Ines) racconta che “la prima favilla

che le ha acceso il cuore di tanta pericolosa passione” è

scoccata durante un torneo cavalleresco [sì, proprio quelli

narrati da uno scrittore come Walter Scott, con tanto di

cavallo, corazza, elmo e scudo con relativo stemma di

famiglia): lo vinse un cavaliere forestiero che lei premiò con

il batticuore di chi è presa da colpo di fulmine, uno

sconosciuto che, complice anche la guerra civile che subito

dopo insanguinò la Spagna, non rivide mai più sino a

quando...

Manrico, figurino XIX secolo

Incisione del XV secolo

“Che avvenne?”, chiede Ines (in nostra rappresentanza, e gliene siamo molto

grati). Ora Leonora si scioglie proprio del tutto: narra del trovatore, di un

guerriero rivelatosi straordinario poeta che la notte le riempie l’anima delle

più dolci serenate, che le dona una gioia uguale a quella riservata agli angeli

nella contemplazione celeste e le fa toccare il cielo stesso in terra.

Se anche noi siamo presi ora dalla commozione per l’innamoramento di

Leonora, Ines non lo è per nulla: ci sorprende, tanto è aspra nel richiamare

l’amica (sarà gelosa?), nello scuoterla, nell’invitarla a “dimenticare”, a non

fidarsi di galanti sconosciuti che, certo, se lo sono, misteriosi, è perché devono

avere senz’altro qualcosa di inconfessabile da nascondere. Invano: Leonora le

urla contro come impazzita che è certa di avere incontrato l’amore della sua

vita, l’unico che le ha serbato il destino, l’unico che le può donare la più piena

felicità.

Rientrano nel grande palazzo (dove le immaginiamo ancora, amichevolmente,

litigando per un bel po’).


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte I - Scena II

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Galleria iconografica: Bozzetti di scena de Il trovatore, Parte Prima - Il duello

Quadro II (scena 2, scena 3, scena 4, scena 5, scena 6)- Giardini del palazzo: sulla destra marmorea

scalinata che mette agli appartamenti; la notte è inoltrata, dense nubi coprono la luna.


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[3. Scena, Romanza e

Terzetto]

INTRECCIO

Parte I - Scena III

Di lì a poco un’ombra guardinga si muove nel giardino, lo distinguiamo: è il conte di Luna. Egli ci rivela (attraverso la

convenzione teatrale del ‘monologo’, ma è solo una conferma di ciò che già sappiamo) che cosa lo spinge, a quell’ora

della notte sempre più profonda, sotto le finestre dell’amata Leonora: la voglia irrefrenabile di incontrarla, di

parlarle. Sa che ella è ancora sveglia, lo sa dal chiarore della sua lampada ancora accesa, perciò si appresta a

rientrare nel palazzo accostandosi all’ampia scalinata di marmo che ne adorna la facciata; non sa invece per chi,

Leonora, lo tiene sempre acceso, quel lume, ma lo scopre subito perché, costernato e stupefatto (per quanto tempo lo

avrà cercato in quell’enorme parco?), sente alzarsi nel buio gli struggenti versi e le melodiose note di una serenata.

E’ proprio lui, l’ingombrante rivale sconosciuto!

Ancor più costernato e stupefatto (“oh, gelosia!...”) però rimane, quando

comprende che Leonora sta per precipitarsi giù, tra le braccia del

menestrello. Affannosamente decide all’istante (così almeno pare...) di

seguire le mosse della coppia, di verificare la temperatura del legame,

stando defilato, nascosto, avvolto nel suo nero mantello. Se vi riuscisse il

personaggio si farebbe (come noi) semplice testimone e, ritardando la sua

reazione, acuirebbe in noi la tensione di sapere come si comporterà: riuscirà

a rivendicare e ad assumere la statura di un ‘protagonista’? Mentre ci

domandiamo questo e andiamo contando in questa soluzione, gli autori ci

spiazzano. Il conte, pasticciando alquanto, infatti non fa in tempo a

nascondersi e così accade che la storia assuma i toni di una commedia, anzi,

di una tragicommedia.

Il conte di Luna, figurino di Alfred Albert, Opera di Parigi 1857

Il trovatore:

il libretto


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte I - Scena III

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996


INTRECCIO

Parte I - Scena IV

Leonora in un attimo è ridiscesa in giardino e si slancia proprio verso di lui, appassionatamente, per farsi stringere

dalle sue forti braccia. Lui si ritrae confuso e lei ritorna alla carica rimproverandolo teneramente per l’ora tarda e i

lunghi minuti d’attesa contati a uno a uno come i palpiti del suo cuore. Cerca di forzare una freddezza a cui non è

abituata quando, “fra le piante”, le giunge improvviso un insulto: “infida”, traditrice! La luna, nello stesso momento,

per un attimo buca le nuvole e il bagliore permette di scorgere la figura di un uomo, dal volto coperto, che sbuca

dall’oscurità e si fa avanti minacciosamente.

Vignetta de ‘Il trovatore’, anonimo

Il trovatore:

il libretto


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte I - Scena IV

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra dell’Elizabethan Sydney opera house e coro dell’Australian Opera

M° Concertatore e direttore: R. Bonynge

Regia di E. Moshinsky

Sydney Opera House, Sydney 1983

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000


INTRECCIO

Parte I - Scena V

Leonora, avendo riconosciuto la voce dell’amato, comprende prontamente il tragico errore che ha fatto, lo

scambio di persona: “agitatissima” corre dal trovatore, gli si prostra ai piedi e umiliandosi, donandosi, lo

rassicura balbettante e nervosa del suo limpido, “immenso, eterno” amore, confermandogli che solo lui

desidera, che a lui aveva creduto di rivolgere le sue effusioni, non all’altro. E mentre fanno pace, si coccolano, si

rassicurano, l’altro, appunto, messo da parte, trascurato, offeso, sente sempre di più il sangue ribollire nelle

vene, si carica di furore, finché sbotta e aggredisce il rivale dandogli del vigliacco, del pusillanime, perché non ha

il coraggio di scoprirsi, di mostrare chi è.

L’uomo mascherato, nonostante lei sussulti e tenti di dissuaderlo, non trattiene più il suo orgoglio e,

abbandonata ogni cautela, svela il volto, pronuncia il suo nome, che è famoso: Manrico.

Il conte di Luna non crede ai suoi occhi: un

nemico, un seguace dell’odiato conte di Urgel(l),

un ricercato su cui pende una condanna a morte,

ha avuto l’ardire di entrare nei territori

aragonesi, spingersi sino alle porte del palazzo

reale... “. “Altro che “vile”: è un coraggioso, un

incosciente, un folle (un “temerario”, come lo

definisce irato il conte) il nostro Manrico” -

cominciamo intanto a pensare noi spettatori, “un

bell’eroe romantico tutto d’un pezzo, penetrato

nel palazzo per tendere agguati alle belle

principesse, ma (se non ha secondi fini, politici o

bellicosi) solo di tipo amoroso”.

Vignetta de ‘Il trovatore’, anonimo

Il trovatore:

il libretto


Egli osa persino schernire il conte di Luna: gli dice che si attende che lui chiami rinforzi, guardie, affinché lo catturino

e lo consegnino al carnefice. Il conte si rivela, però, un rivale alla sua altezza: dichiara che vuole svenarlo di persona,

senza perdere tempo, a seguito di un leale duello condotto da pari a pari. L’altro accetta, sicuro di vincerla.

Tra i due, Leonora, affannata, disperata, cerca di mettere invano pace, di proporre una tregua, di intenerire chi l’ama:

sa di essere lei la causa del litigio (è la gelosia, non la guerra che li fa scontrare), offre addirittura al conte, di cui

conosce evidentemente la capacità come schermidore e alto ufficiale, di immolarsi al posto dell’amato, riconoscendosi

colpevole dell’odio che i due emanano e si lanciano reciprocamente, ferocemente, contro.

Naturalmente la generosa disponibilità di Leonora al sacrificio fa infuriare ancor di più il conte in quanto gli conferma

l’immensità dell’amore che ella nutre per il ribelle; questi intanto non la smette di irriderlo e ferirlo, rincarando la

dose delle offese: esclama che è lui il prediletto, che a lui il destino ha riservato quella donna ed è certo che se la

potrà godere per sempre perché lo trafiggerà sicuramente, forte dell’energia che l’amore gli infonde.

Le tre voci si sovrappongono, urlano: nessuno ascolta più l’altro. La tragicommedia è svanita in un lampo così com’era

apparsa, tornano ad imporsi le tinte aspre e vorticose dell’annuncio di una vera e propria tragedia (ci aspettiamo che

almeno uno dei due muoia ed esca di scena anche se, a quel punto, ci domanderemmo in che altro modo la storia

possa rigenerare altro interesse). Quando i rivali si allontanano con la spada sguainata accingendosi a compiere la

sfida mortale, a Leonora, poverina, non resta che svenire.

Le spade si sono incrociate? Sentite che tintinnano? Niente affatto! Il sipario torna a chiudersi lasciandoci con un

palmo di naso. Gli autori, genialmente, si rifiutano di informarci ora, subito, sull’esito finale dello scontro. Vogliono

che ci arrovelliamo a fantasticare, scommettendo sull’uno, sull’altro (o su nessuno).


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte I - Scena V

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[4. Coro e Canzone]

[5. Racconto]

[6. Scena e Duetto]

INTRECCIO

Parte II - Scena I

All’apertura del sipario non scorgiamo cadaveri riversi nel

giardino e neppure ritroviamo il giardino, la scalinata,

l’imponente facciata o, in alternativa, l’interno del palazzo di

Aljafería. Il paesaggio (Quadro) è completamente cambiato.

Dal regno di Aragona siamo stati infatti trasportati

repentinamente per chilometri presso il confine francese, nel

nord-est spagnolo, nelle aspre terre di Biscaglia dominate dal

conte di Urgel.

In una sorta di fatiscente baraccopoli, un tugurio malmesso,

nonostante sia appena l’alba assistiamo alla febbrile attività

di una miriade di zingari. Si sa che essi sono maestri nel

forgiare i metalli e infatti, servendosi di un enorme falò

acceso, stanno battendo ritmicamente i martelli sulle incudini

intonando tutti assieme un canto di lavoro che regola il tempo

e infonde loro allegria, una canzone che allude all’amore e al

fascino femminile. Frontespizio del canto e piano de ‘Il trovatore’

Nelle pause, le compagne versano loro da bere in rozzi bicchieri. Tanta folla, tanto movimento, tanta energia non

possono che calamitarci l’attenzione; perciò non abbiamo probabilmente notato la figura di una donna, assisa vicino

al falò, che ora, con il suo canto isolato, diviene centrale e dominante. Ha una storia da raccontare (un’altra!

pensiamo noi...), una storia lugubre e atroce, ispirata anch’essa da quel fuoco che arde, e tutti le si fanno intorno,

attenti, ad ascoltare.

Il trovatore:

il libretto


Il suo racconto ha la forza di una visione, tanto è realistico e

dettagliato. Ricostruisce il selvaggio episodio di una condanna a morte:

si narra del rogo pronto a divorare che crepita feroce, della folla che

gode eccitata, della misera condannata, spaventata e con le vesti a

brandelli, che avanza verso il supplizio attorniata da guardie severe, e,

ancora, dell’eco delle grida che rimbalza ovunque e dei riflessi di

quella fiamma che si moltiplicano all’infinito dentro gli occhi,

ipnotizzati dal rito bestiale, degli spettatori.

La storia è talmente cruda ed estrema da lasciare persino quel popolo

nomade (abituato alle asprezze dell’esistenza) senza fiato e desolato

e, come per scusarsi, la zingara infine rivela che se “la storia funesta”

è così “mesta”, ciò non lo si deve alla sua invenzione ma a fatti

precisamente accaduti di cui lei conserva la memoria.

Memoria talmente vivida che ipotizziamo subito, ragionevolmente, vissuti in prima persona. Ma noi (spettatori),

facendo quattro più quattro, a questo punto possiamo andare ben oltre rispetto a quanto sanno i personaggi che la

circondano.

Questa storia non è un’altra storia: è la stessa storia che, all’inizio dell’opera, abbiamo già udito dalla bocca di

Ferrando, e capiamo che, di fronte a noi, non sta una semplice testimone ma, addirittura, una protagonista!

La conferma ci viene immediatamente (se tendiamo bene le orecchie) perché la zingara, terminato il racconto,

mormora “Vendicami... Vendicami!” a un giovane con armatura, elmo e spada che se ne sta seduto immobile e

pensoso vicino a lei. Che sorpresa, lo riconosciamo subito: è Manrico! Questi, sempre sovra pensiero, commenta

(parole mie): “Uffa, ecco che se ne esce con la solita frase misteriosa!”, ma non possiamo ancora capire il senso di

quelle frasi.


Capiamo invece (con sollievo, se abbiamo cominciato a schierarci dalla sua parte...) che Manrico è salvo, dunque che

nel duello è perito il conte di Luna, ma allora... “Perché non vediamo tra le donne anche Leonora, a versar da bere (è

forse travestita e irriconoscibile?), e perché esiste una complice intimità tra l’ardito giovane e quella zingara e, in

generale, la popolazione gitana? Solo perché essi sono tutti seguaci del conte di Urgel? è un’alleanza di comodo, solo

militare?” - cominciamo a commentare e a domandarci.

Si è intanto fatta mattina e un vecchio invita l’intera comunità a seguirlo nel vicino paese, a procacciarsi da mangiare.

Gli autori hanno necessità che Manrico e Azucena (questo è il nome della zingara) restino soli (con noi spettatori) e in

questo modo smantellano in pochi secondi l’impressionante fucina metallica a cui prima avevamo assistito.

A questo punto il giovane cavaliere si rivela deciso a conoscere il senso di quel “Vendicami!”, il motivo di una tale

ossessione della donna per quella storia di morte (ne sa meno di noi e, infatti, ce ne giungerà subito la conferma).

Azucena, da parte sua, piegandosi all’insistenza decide che è giunto il momento di rivelare al giovane ciò che per

tanti anni si è tenuta nascosto in seno, imponendosi che nulla trapelasse: riprende il racconto dall’inizio (lo sentiamo

per la quarta volta), gli spiega perché non vive altro che per la vendetta e perché lui può e deve essere la sua arma

fatale.

La sosta degli zingari: le chiromanti, Jacques Callot


La storia è la stessa ma, ora, la rinarra con la irrefrenabile e sconvolgente emozione di un’autentica protagonista,

tornata la ragazzina-già-madre di allora, sovrastata e schiacciata dall’immane peso di vedere la propria madre

improvvisamente messa a morte attraverso un arcano linciaggio collettivo fatto di schiamazzi, disprezzo, insulti e

umiliazione: in lei torna a mostrarsi la madre-bambina incapace di capire il perché dell’improvvisa voragine apertasi

sotto la sua vita, di darsene una minima ragione, di trovarne un ancoraggio di giustizia.

Racconta perciò la morte della madre ma anche qualcosa che meglio focalizza (in noi pubblico) i fatti successivi e, alla

fine, produce autentiche rivelazioni.

Narra, convulsamente, delirando, che la madre, esangue e lacera come l’aveva vista l’ultima volta, le era apparsa in

sogno dentro un orrida visione piena di fantasmi carbonizzati, dentro un incubo popolato di guardie, folla rogo... e le

aveva gridato la fatidica parola che lei si ripete sempre, da allora: “Vendicami!”; perciò si ricorda di aver rapito quel

bambino, il figlio del conte, che era stato causa della condanna della madre, ricorda che era accorsa alle braci ancora

ardenti del rogo e lo aveva immolato.

E‘ ciò che anche noi sappiamo da Ferrando, ma ancora non sappiamo

il resto che subito segue. Azucena ricorda che, fuggendo, con orrore

si era imbattuto nel figlio del conte che credeva di aver sacrificato e si

era resa conto, con strazio, che, nell’eccitazione di quei momenti

febbrili dominati dall’impulso dii vendetta, era il proprio figlio quello

che lei - piccola assassina - aveva ucciso.

Manrico appare inorridito ed esterrefatto ma trova anche la voce per

porgere una domanda fondamentale, per noi del tutto inaspettata

(che ci rivela in un lampo il tipo di legame che intercorre tra i due, in

realtà per nulla occasionale anzi... intimo!): “Non sono io tuo

figlio?... e, se non lo sono, chi [corsivo mio] sono?”.

Azucena si scuote, comprende che ha detto più di quanto voleva dire,

balbetta, cerca di correggersi, si scusa se un ricordo così violento e

doloroso l’ha indotta a non spiegarsi bene. Lo rincuora, fa appello a

tutto l’amore materno che negli anni gli ha dimostrato, e che il figlio

le riconosce.

La strega al rogo, incisione del XIX secolo.


Ricorda (ennesimo racconto soprattutto esposto a noi spettatori, incerti su quanto tempo sia passato dal fatidico

duello con il conte e all’oscuro del che cosa sia nel frattempo accaduto) che è solo a lei che gli deve la vita, perché,

andata a donargli pietosa sepoltura, lo aveva ritrovato moribondo tra i campi devastati e fumanti di una battaglia in

cui lui era andato a fare l’eroe; gli aveva amorevolmente curato le tante ferite, portato pian piano verso una prossima

guarigione (ecco perché non aveva più potuto imboscarsi con Leonora dopo una serenata e perché non erano fuggiti

insieme!).

Manrico, scacciato ogni dubbio in merito alla propria origine e infatuato del racconto della madre, prosegue con

orgoglio militare nella rievocazione delle sue imprese eroiche, denotando uno spirito alquanto vanitoso e tracotante.

Però, più che dal suo carattere siamo a questo punto colpiti dalle ulteriori e inaspettate informazioni che tramite lui

riceviamo: egli ha combattuto contro le truppe aragonesi comandate dal conte di Luna, che dunque è ancora vivo e

vegeto (!) e, quando la madre lo rimprovera seccamente di avergli risparmiata la vita nel fatidico duello e gliene

chiede la ragione, visto che questi giaceva ormai disarmato in suo completo potere, apprendiamo dell’altro ancora:

che, mentre lo stava per finire, aveva sentito una forza arcana che glielo impediva e una voce che dal Cielo gli

ordinava di averne pietà.

Azucena, la cui vendetta tramite il braccio del figlio era

giunta a un passo, diviene furibonda: gli urla sdegnata che

non può essere stata la voce di Dio quella che lui ha sentito e

che, se avrà ancora modo di incrociare le armi con il rivale,

dovrà sì comportarsi come un Dio, ma vendicatore,

trafiggendogli il cuore con la spada che gli porge.

Manrico le giura obbedienza e così la madre si acquieta al

suo fianco standosene immobile e muta, come in trance.

Il suono distante di un corno interrompe quel teso dialogo e

prepara, in una vicenda che sinora ci è parsa piuttosto

statica, l’emergere di fatti nuovi.

Réné d'Anjou, Traicté de la Forme et Divise d'un Tournoys (1496)


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte II - Scena I

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Galleria iconografica: Bozzetti di scena de Il trovatore, Parte Seconda - La gitana

Quadro I (scena 1, scena 2)- Un diruto abituro sulle falde d' un monte della Biscaglia: nel fondo,

quasi tutto aperto, arde un gran fuoco. I primi albori.


COMPARAZIONE CON IL DRAMMA “EL TROVADOR”

EL TROVADOR - Il TROVATORE.

Percorso contrappuntistico di note dolenti e burlesche

di Claudia Cecchini

[...] La deformazione del personaggio di Azucena che giungerà a influenzare parte della critica: in Porcell essa

abbandona i precedenti toni queruli di vittima rassegnata e sfida coraggiosamente Don Ñuño:

Venga la hoguera — Tiembla al fin, bárbaro,

pues mi entereza — causará horror... (II, 12)

Cammarano invece la rielabora in parte secondo gli schemi di un esotismo di maniera, facendola comparire in un

gruppo di zingari che cantano in coro certe arie divenute celebri:

Chi del gitano i giorni abbella?

La zingarella... (II, 1)

Antonio García Gutiérrez


INTRECCIO

Parte II - Scena II

Manrico, risposto al segnale, va incontro al messaggero. Questi gli porge un foglio dove è scritto che la fortezza di

Castellor, conquistata dall’esercito di Urgel, ha bisogno, per essere difesa, del suo valoroso contributo.

Ma la lettera contiene una notizia ulteriore che (è lecito supporre...) potrà risultare determinante nel fargli assumere

la decisione immediata di partire: l’amata Leonora, ingannata dalla falsa voce della sua morte in battaglia, si è

rifugiata proprio a Castellor, nel convento della Croce, e la sera stessa emetterà il voto solenne di consacrare la sua

vita a Dio entrando in clausura.

Sapendo che il conte di Luna è ancora vivo, l’informazione suona per noi da indizio che ella, coerentemente decisa a

non sposare nessun altro, lo possa amare ancora. Infatti Manrico sussulta, se ne esce con uno spontaneo grido di

dolorosa sorpresa e, in men che non si dica, si mette l’elmo in testa e ordina che gli portino un cavallo per galoppare

dalla fanciulla.

Azucena (che - ricordiamo - lo ha appena salvato) si riscuote a propria volta,

preda di turbamento e poi, via via, di una possente angoscia. Agisce come

può: gli si para davanti come per bloccarlo fisicamente, gli urla che in quelle

condizioni non può certo rimettersi in viaggio, lo insulta e insieme cerca di

impietosirlo, si dispera e intanto, tirando fuori tutta l’autorità di cui è

capace, lo ammonisce che rischia di morire dissanguato a causa delle tante

ferite ancora semiaperte; usa espressioni forti, da donna di popolo e da

madre capace di amore illimitato: gli ricorda che quello che verserà è il suo

stesso sangue, sangue che le gronderà dal cuore. Il concitato dialogo

degenera in un vero e proprio scontro verbale ma il figlio non sente ragioni:

alla fine replica che di fronte al rischio che l’amata compia il passo fatale

che li separerà per sempre, nessuno lo può fermare, fossero pure “terra e

ciel” uniti, e che per lei sarebbe comunque una tragedia avere accanto un

figlio sì vivo, ma annientato dal dolore. Lei gli si aggrappa al mantello, lo

stringe, ma egli si divincola e letteralmente s’invola.

Cavaliere medievale al galoppo

Il trovatore:

il libretto


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte II - Scena II

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[7. Aria]

INTRECCIO

Parte II - Scena III

La vicenda ora si sposta in un altro luogo per noi nuovo, anche se preannunciato: il chiostro del convento vicino a

Castellor, dunque uno spazio parzialmente aperto, con “alberi in fondo”. Il fatto che sia notte dovrebbe farci

trasalire perché significa che la giornata è passata, dunque la consacrazione di Leonora, se non fosse già avvenuta,

potrebbe essere imminente. Nella penombra scorgiamo avanzare con fare circospetto un drappello di uomini

avvolti nel mantello e, di lì a poco, scopriamo con sorpresa che non si tratta affatto di Manrico e dei suoi soldati,

quanto di nemici, guidati dal conte di Luna in persona e dal suo fido aiutante, il capitano Ferrando.

“L’ardita opra [impresa]” che quest’ultimo incita il suo padrone

ad avviare senza altri indugi non è certo di tipo militare,

nonostante siano penetrati in territorio ostile sfidando la sorte

(notiamo che la situazione è speculare a quella con cui la nostra

storia è iniziata, dove Manrico, per amore, si era arrischiato di

entrare clandestinamente nel regno aragonese). Infatti il conte di

Luna immediatamente ricorda che lo muove un sentimento di

travolgente amore unito (pero!) a “irritato orgoglio”, e ciò ci

conferma il sospetto prima avanzato che Leonora non abbia

accettato alcun compromesso e, non appena potuto, si sia data

alla fuga e nascosta.

L’innamorato invece, nonostante il palese rifiuto, è rimasto

vittima di una “tempesta” passionale che non riesce

assolutamente a domare e che, anzi, nell’eccitazione del

momento, esibisce in pieno: perciò apprendiamo che si è convinto

che dovrà rapirla, costringerla a forza al matrimonio, nella

speranza (tipica di chi coltiva la violenza dello stalking) che il

fuoco amoroso da cui è posseduto possa un giorno contagiarla,

espandersi, così da venire ricambiato; Bozzetto della scenografia atto II scena III, G. e F. Bertoja (particolare)

Il trovatore:

il libretto


Il suo delirante urlo amoroso arriva addirittura a toccare la blasfemia (in quel luogo sacro!) quando, al culmine della

frenesia, giunge ad affermare che nemmeno Dio, il Dio “rivale” a cui la ragazza sta per consacrarsi, potrebbe

rapirgliela, trattenerlo, fermarlo (in questo atteggiamento non è però tanto dissimile dal Manrico che abbiamo avuto

modo di conoscere poiché entrambi antepongono il proprio amore a qualunque altro potere o valore, tanto terreno

che sovrannaturale).

Figurino Leonora, Alfred Albert 1857

Il suo sfogo, data una situazione che al contrario richiederebbe bisbigli

e circospezione massima, naturalmente cozza con i cauti ordini che

Ferrando nel frattempo sta impartendo ai suoi uomini affinché si

dispongano, silenziosi e invisibili, all’agguato, generando una

potenziale tensione (che potrebbe persino volgersi al comico: si vedano

come metro di paragone le scene iniziali, da commedia, de “Il barbiere

di Siviglia” rossiniano ma anche il farsesco “rapimento di Gilda” del

Rigoletto, in cui tragico e comico si mescolano in modo sconvolgente );

in questo caso invece (per convenzione teatrale) occorre bandire dalla

nostra percezione la contraddittorietà dei comportamenti facendosi

invece guidare dal senso che, all’episodio stesso, attribuiscono

drammaturgia e musica. L’imprudenza, infatti, come vedremo non

genererà (direttamente e subito) complicanze, ‘pasticci’ o reazioni

caotiche. Ci avvisa unicamente del pericolo che sta incombendo su

Leonora e le consorelle creando incertezza sull’esito di un possibile

scontro che, sapendo che sta per giungere anche Manrico, ripropone

pari pari la situazione “aperta” già incontrata alla fine del Quadro I

nel giardino del palazzo di Aljaferìa.


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[8. Finale Atto II]

Il Finale del Quadro II (che comprenderà in successione ininterrotta anche gli accadimenti delle Scene IV

e V) ha appunto inizio a questo punto, quando le monache, da presenza semplicemente immaginaria, divengono

presenza concreta e reale (e, nella giustapposizione esibita di due mondi tra loro inconciliabili, quello carnale e quello

spirituale, l’intenzione ribadita ostinatamente del rapimento ci appare ancor più spregevole e disgustosa).

Dapprima, dall’interno del convento (da ‘dietro le quinte’), si ode il parlottio delle religiose che invitano la novizia

alla promessa ricordandole che è tempo di distaccarsi da ogni pena e vana speranza terrena, dagli effimeri piaceri del

mondo, per dedicarsi alla contemplazione celeste e godere dell’amore di Dio in eterno (dobbiamo sforzarci di

immaginare che esse semplicemente parlino, consiglino, consolino Leonora, anche se l’importante veste musicale, il

canto corale all’unisono, che per convenzione dovremmo fingere inesistente, induce a credere che il momento solenne

sia giunto, il rito iniziato...). Poi le monache si incamminano per uscire nel chiostro.

Monache in processione, anonimo


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte II - Scena III

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Galleria iconografica: Bozzetti di scena de Il trovatore, Parte Seconda - La gitana

Quadro II (scena 3, scena 4, scena 5) - Chiostro d'un cenobio in vicinanza di Castellor: alberi in

fondo; è notte.


INTRECCIO

Parte II - Scena IV

Scopriamo allora che, a fianco di Leonora e singhiozzante, incredula e agitata come sempre per i “colpi di testa”

estremi dell’amica a cui continua a voler bene, è rimasta Ines, che Leonora stessa deve consolare (ma anche le altre

hanno gli occhi [“rai”] inumiditi e commossi). Usando toni nobili e pacati, invita le “dolci amiche” a sostenerla,

poiché - dice - non trova più conforto in ciò che la terra può ancora offrirle ed è al Dio degli afflitti che volentieri si

concede nella speranza che un giorno Lui voglia, in premio del sacrificio e della penitenza, concederle di

ricongiungersi per sempre all’uomo che ha amato; chiede che l’accompagnino all’altare... ma non fa in tempo a

terminare la parola che il conte, accecato dall’ira e dalla gelosia, salta fuori dal nascondiglio e le si fa incontro

minaccioso e prepotente sottolineando che l’unico altare a cui dovrà accostarsi sarà quello che celebrerà le nozze con

lui. Leonora, Ines e le religiose restano impietrite, tra lo stupefatto e l’indignato (mentre noi, ben preparati all’evento,

ci chiediamo semplicemente che accadrà poi), il Conte si slancia verso l’amata (a modo suo...) per ghermirla quando

“fra esso e la preda trovasi, qual fantasma sorto di sotterra, Manrico”.

Figurino Ines, William Orlandi

Il trovatore:

il libretto


Ne segue: “Un grido universale.” Tutti restano attoniti, avendolo davvero creduto morto e credendolo davvero, ora,

un’apparizione sovrannaturale. Le esclamazioni di stupore si mescolano le une alle altre componendo uno strepito

misto di rabbia e minaccia (il conte), minaccia e fierezza (Manrico), estasi e gioia (Leonora). La ragazza grida al

miracolo, alla visione: esclama che per la felicità il cuore le sta scoppiando e che non sa se ciò che sta vivendo sia

realtà o sogno, se sia l’amato ad essere disceso dal cielo o se sia lei stessa ad esservi ascesa. Il conte di Luna prima si

interroga sul come possano i morti ritornare in terra, sfuggire dall’inferno in cui sono relegati (non potrebbe avere di

Manrico altra considerazione!), poi invita il rivale, nel caso si sia davvero salvato dalla morte, a sottrarsi a una nuova

prova, fuggendo.

Figurino di Manrico, William Orlandi

Manrico rivela semplicemente la verità: racconta che non è andato

né in paradiso né all’inferno, che invece si è salvato per la pietà

onnipotente di Dio, più forte di ogni esercito e dei fiumi in piena,

che sempre viene a punire i malvagi. Ai tre protagonisti si

uniscono infine le pie voci delle monache che confermano a

Leonora l’intervento della pietà divina in suo soccorso e quelle di

Ferrando e dei soldati, che ammoniscono il conte a piegarsi al

volere di un destino che evidentemente pende a favore del rivale.


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte II - Scena IV

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996


COMPARAZIONE CON IL DRAMMA “EL TROVADOR”

EL TROVADOR - Il TROVATORE.

Percorso contrappuntistico di note dolenti e burlesche

di Claudia Cecchini

Antonio García Gutiérrez

[...] Per non dilungarmi, sottolineerò pochi altri aspetti. Anzitutto la ricerca di maggiore spettacolarità,

particolarmente intensa nel Trovatore dove è conseguita attraverso i numerosi cori e alcuni coups-detéàtre:

fra questi, efficacissima, l'apparizione di Manrico che, in luogo di scoprirsi sollevando la visiera dell'elmo,

sorge improvviso "qual fantasma sorto di sotterra" (II, 4): come nelle commedie di magia.

[Claudia Cecchini, EL TROVADOR - Il TROVATORE. Percorso contrappuntistico di note dolenti e

burlesche, Grafiche Tevere, Città di Castello (PG)]


INTRECCIO

Parte II - Scena V

Nominato il destino avverso, a conferma piombano all’improvviso sui contendenti l’aiutante di Manrico, Ruiz, e

una frotta di soldati che accerchiano il conte e i suoi uomini. Manrico stringe a sé Leonora e la invita a

fuggirsene con lui; il conte da parte sua, sguainata la spada, cerca fieramente di impedirglielo, ma presto,

accerchiato dai nemici, nell’inerzia di Ferrando e dei suoi stessi uomini che lo consigliano ad arrendersi, viene

disarmato e reso inoffensivo. Impazzito e imbestialito tenta comunque di scagliarsi contro i due amanti in fuga,

sordo a quanti, tutt’intorno, lo invitano ad ammettere, saggiamente (non per viltà ma con l’onore delle armi), di

essere stato sconfitto. Non ne vuole ancora sapere, e mentre le prede, accantonato ogni indugio, scompaiono del

tutto alla sua vista, e le monache corrono a ripararsi dentro le mura del convento, viene respinto definitivamente

fuori dal chiostro. Ancora una volta, a noi spettatori non sfugge che gli viene risparmiata la vita e, persino, la

prigionia (non si sa per quale strana grazia, misterioso volere).

Figurini soldati di Manrico, William Orlandi

Il trovatore:

il libretto


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte II - Scena V

Orchestra dell’Elizabethan Sydney opera house e coro dell’Australian Opera

M° Concertatore e direttore: R. Bonynge

Regia di E. Moshinsky

Sydney Opera House, Sydney 1983

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[9. Coro]

INTRECCIO

Parte III - Scena I

Cambia ancora una volta il Quadro scenico: la rocca di Castellor svetta ancora, ma ora è in lontananza mentre, in

primo piano, scorgiamo un popolato accampamento militare: tende montate, tra cui l’elegante “padiglione del conte

di Luna, su cui sventola la bandiera in segno di supremo comando” e, dappertutto, soldati ben equipaggiati in

movimento: alcuni giocano a dadi, i più lustrano armi e armature assetati di sangue e impazienti di iniziare il

combattimento. Annunciato da squilli militari sopraggiunge il tanto atteso drappello di balestrieri richiesto per

rinforzo (ne deduciamo che gli assediati hanno opposto una strenua e valorosa resistenza), tutti inneggiano

all’assalto; dal padiglione del conte esce Ferrando ad annunciare che è deciso: l’attacco, a raggiera, scatterà

l’indomani e vi è licenza per tutti di far bottino dei ricchi tesori che è certo là si nascondano (al conte - lo sappiamo

bene - ne interessa uno in particolare). Soddisfatti, i soldati liberano il campo.

Bozzetto della scenografia, parte III scena I, Bertoja (particolare)

Il trovatore:

il libretto


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte III - Scena I

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Galleria iconografica: Bozzetti di scena de Il trovatore, Parte Terza - Il figlio della

zingara

Quadro I (scena 1) - Accampamento: A destra il padiglione del Conte di Luna, su cui sventola la bandiera

in segno di supremo comando: da lungi torreggia Castellor.


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[10. Scena e Terzetto]

INTRECCIO

Parte III - Scena II

L’abbiamo appena pensato ed ecco la conferma (talmente scontata

che questa scena potrebbe apparire del tutto pleonastica, inutile).

Uscito dalla tenda, il conte fissa corrucciato il luogo dove Leonora ha

trovato protezione e amore. Attraverso il suo monologo [espresso ad

alta voce] ci rivela che è intimamente torturato da un “demone

persecutore”: ciò che lo dilania è il costante pensiero di immaginarla

tra le braccia del rivale per cui non sta più nella pelle che venga

l’alba per ordinare l’attacco, separarli, vendicarsi.

Figurino del Conte di Luna, William Orlandi

Il trovatore:

il libretto


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte III - Scena II

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996


INTRECCIO

Parte III - Scena III

L’inatteso e l’imprevisto (in quanto noi ci aspettavamo - data l’informazione ridondante appena ricevuta - di assistere

a un incrociare di spade nel clamore di una battaglia in piena regola) vengono a spiazzarci puntualmente (visto che i

bravi narratori devono ricorrere allo “spiazzamento” al momento giusto per riaccendere interesse nella storia) con il

sopraggiungere di Ferrando che ha un fatto nuovo da raccontare al comandante, per quanto, al primo ascolto,

apparentemente marginale. Egli narra che alcuni soldati inviati in perlustrazione hanno scorto una zingara aggirarsi

nei pressi del campo e, temendo che fosse una spia, l’hanno inseguita e catturata. Il conte gli domanda se l’abbia già

vista e, mentre quello gli risponde negativamente, una folla tumultuante trascina già la prigioniera ai loro piedi. La

riconosciamo subito: è Azucena (che dunque torna a vivere qualcosa di analogo accaduto alla madre molti anni

addietro)! L’accaduto, pertanto, non potrebbe affatto rivelarsi marginale ma, al contrario, denso di sviluppi

estremamente rilevanti ai fini della direzione che la storia potrebbe assumere.

Il Conte di Luna incontra Azucena, anonimo

Il trovatore:

il libretto


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte III - Scena III

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000


INTRECCIO

Parte III - Scena IV

L’interrogatorio di Azucena da parte del conte ha subito inizio secondo tutti i classici crismi, primo fra tutti la minaccia

di punire duramente chi racconta menzogne. La zingara sostiene che, secondo gli usi della sua gente, girovagava

senza uno scopo e una meta precisi. Le credereste? Noi (che la conosciamo bene) sentiamo un certa “puzza di

bruciato” (lascio però a ciascuno l’esercizio di ipotizzare quale può essere la ragione per cui ha viaggiato così a lungo

e perché si trovi proprio da quelle parti...). All’udire, comunque, che proviene dalle lontane terre di Biscaglia, sia il

conte che Ferrando hanno un sussulto, anzi, in quest’ultimo inizia a insinuarsi, addirittura, un presentimento (“Che

intesi!... O qual sospetto!”).

La zingara, comprendendo che deve giustificare in altro più

convincente modo il trovarsi lontano dai luoghi in cui, come racconta,

ha trovato ricovero, apre il suo cuore con totale sincerità: racconta che il

suo unico bene, un figlio “ingrato” e incurante dell’amore che lei gli ha

donato, l’ha abbandonata a se stessa; perciò lei sta vagando, alla cieca

(non può certo rivelare che andava proprio a Castellor) e con il cuore in

pezzi, alla sua ricerca nonostante le sofferenze che lui gli ha inferto,

perché continua ad amarlo come nessun altra madre al mondo ha mai

fatto. E’ un racconto che intenerirebbe anche i sassi ma i due, uomini

d’armi tutti d’un pezzo, non sono ancora soddisfatti. Mentre Ferrando,

nei tratti del volto della sconosciuta, inizia a riconoscere una fisionomia

che non gli è nuova, il conte (ligio alla promessa fatta al padre) le

chiede se si sia mai imbattuta in un bambino rapito dal suo castello

trent’anni prima e probabilmente nascosto tra le impervie montagne di

Biscaglia. Azucena, in affanno per la sorpresa, chiede di sapere chi le

pone quella (imbarazzante!) domanda e, quando egli le svela di essere

il “fratello del tradito”, non riesce a soffocare del tutto il sussulto di

terrore che le sgorga d’istinto dal petto.

Figurino di Azucena, Alfred Albert, Opera di Parigi 1857

Il trovatore:

il libretto


Nega, balbettante, di saperne qualcosa, implora che la lascino libera a continuare la ricerca del figlio, fa per andar

via... ma Ferrando (dimostrando che non era semplice vanteria la dichiarazione, esibita all’inizio dell’opera, che

avrebbe potuto riconoscerla pur dopo tanti anni) non conserva più dubbi, le intima di fermarsi e convulsamente

segnala al conte, che di primo acchito non gli crede e lo invita a non accanirsi, che è lei l’autrice dell’orrendo crimine,

l’assassina di un piccolo innocente gettato tra le fiamme. Il grido vendicativo del conte, amplificato dallo stupore

sdegnato dei soldati che l’hanno catturata, si rivolge alla preoccupazione che l’ambita preda non riesca a sfuggire di

nuovo: l’ordine di restringere i nodi delle corde con cui è legata viene eseguito con tale zelo da divenire una vera e

propria tortura.

Azucena geme, invoca Dio e, nello sfogo disperato,

invoca anche l’aiuto del figlio, ma facendone il nome:

Manrico! Il conte di Luna, traboccante di odio per il rivale

di cui ora è caduta in suo potere la madre, esplode in

un’ebbrezza trionfante e quasi incredula per la ghiotta,

doppia opportunità che la fortuna gli offre: la possibilità

di vendicarsi della morte del fratello e,

contemporaneamente, della prepotente arroganza di

quello spavaldo zingaro, pretendente (se non si sono nel

frattempo sposati....) di Leonora. L’urlo di vittoria si

mescola a quello, straziato dal dolore, di Azucena, che

trova la forza di maledirlo invocando la punizione

divina, del Dio che protegge i derelitti, contro chi le

impartisce una tale sadica tortura dimostrandosi più

crudele e malvagio del padre. Nel tumulto si

sovrappongono anche gli scherni brutali di Ferrando e

del drappello di soldati, il sinistro richiamo (ancora una

volta) al rogo terreno con cui verrà giustiziata e alle

fiamme ultraterrene, infernali, che ne tortureranno

l’anima in eterno. Azucena viene infine trasportata via a

Figurino di Ferrando, William Orlandi

forza, il conte, seguito da Ferrando, rientra nella tenda.

Figurino dei soldati del Conte di Luna.

William Orlandi


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte III - Scena IV

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[11. Aria]

INTRECCIO

Parte III - Scena V

La vicenda ora si sposta in un altro luogo ancora, l’interno di una sala del palazzo di Castellor, che sullo sfondo ha

un’ampia finestra (più tardi scopriremo perché...) ed è comunicante con una cappella. Qui si trova il “quartier

generale” degli assediati, il probabile alloggio di Manrico e Leonora che infatti ritroviamo, presente anche il fidato

Ruiz, impegnati in un nervoso dialogo. La giovane è preoccupata: ha udito in lontananza un potente tintinnio di

armi e ne chiede all’amato la ragione; questi le risponde che non può più tacerle il pericolo che li minaccia:

all’alba verranno attaccati ma deve confidare che risulteranno vittoriosi, essendo bene armati e pieni di coraggio.

Affida poi temporaneamente a Ruiz il comando, la predisposizione delle difese più idonee, accennando alla

necessità (che ci incuriosisce) di una breve assenza. Ruiz lascia la sala.

Bozzetto della scenografia, Benois Aliferia,1948

Il trovatore:

il libretto


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte III - Scena V

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996

Galleria iconografica: Bozzetti di scena de Il trovatore, Parte Terza - Il figlio della

zingara

Quadro II (scena 5) - Sala adiacente alla Cappella in Castellor, con verone nel fondo.


Figurino di Ruiz, Alfred Albert, Opera di Parigi, 1857

INTRECCIO

Parte III - Scena VI

Dalla coppia stessa, di cui rubiamo l’intimità, veniamo subito avvisati di

ciò che si prepara: stanno frettolosamente correndo a sposarsi! Eppure

non vi è spazio per la felicità tanto è il peso dell’angoscia per quello che

incombe sopra la loro testa. Con amarezza Leonora commenta che sulle

loro nozze cade una “tetra luce”, Manrico, a sua volta, tenta di farle

scacciare i timori “funesti” ma, nell’impeto, è proprio di morte che parla:

le dice infatti che, esaltato dall’eterno legame dello sposalizio,

combatterà con ancora più vigore e valore e che se il destino proprio

volesse che lui cada da prode, sino all’ultimo è a lei che rivolgerà il

proprio pensiero considerando la morte soltanto come la breve attesa di

un prossimo ritrovarsi in cielo. L’armonioso suono dell’organo che li

raggiunge dalla contigua cappella annuncia loro che il momento solenne,

tanto atteso, è giunto. Diradatesi le angosce, finalmente “si avviano

giubilanti al tempio”. Mossi pochi passi, vengono però raggiunti da un

Ruiz trafelato che urla “Manrico!”. L’inaspettato torna dunque a

determinare una svolta al racconto rialzando livello di tensione e di

attenzione. E’ forse cominciato innanzi tempo l’attacco? Si sono

presentati messaggeri che propongono una resa? Niente di tutto questo

(noi spettatori in buona parte ne eravamo stati preavvisati).

Il trovatore:

il libretto


Ruiz trascina il suo capo alla finestra,gli indica di rivolgere lo sguardo in direzione dell’accampamento nemico: quei

“barbari” stanno alimentando un alto rogo e nelle vicinanze si scorge, incatenata, una zingara, pronta ad essere

condotta al supplizio. Manrico barcolla, inizia tutto a tremare, e a Leonora, che nota la strana reazione di debolezza

dell’indomito compagno, rivela che deve (“dèggio”) tremare, perchè lui, di quella zingara, è il figlio; e poi prorompe

in un urlo indignato per quel crudele spettacolo che gli toglie il fiato, dà ordini secchi di riunire i soldati, di muovere

all’attacco; e, furibondo, infiammato in tutto il corpo dalla visione del falò, grida che se non lo spegneranno da soli lo

spegnerà lui stesso con il loro sangue; e, infine, prorompe in una piena dichiarazione d’amore per la madre, che

invita a resistere poiché lui sta correndo a salvarla disposto, se sconfitto, a morire assieme a lei. Leonora, che già era

angosciata di suo, si sente mancare, si augura di morire e, impotente, assiste al precipitare di eventi di cui lei, ora, è

ridotta al semplice ruolo di testimone impotente. L’amato fugge sotto i suoi occhi in un baleno, trascinandosi dietro

Ruiz che nel frattempo ha raccolto intorno a sé un manipolo di guerrieri decisi a tutto. Ancora una volta, però, non

potremo conoscere subito l’esito della battaglia perché il fragore dello scontro sarà avvertito dietro un sipario

repentinamente richiuso.

Illustrazione de ‘Il trovatore’, Mozzeri


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte III - Scena VI

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000


[...] Un ultimo rilievo, infine, a proposito dell'amore fra Manrique e Leonor che nel Trovador originario,

come già nel Macías, conosce i toni quasi blasfemi del tipico ribellismo romantico:

No, Leonor: tus votos indiscretos

no complacen a Dios; ellos le ultrajan.

No fueras

antes conmigo que con Dios perjura! (III, 5)

Toni che si attuano nel libretto spagnolo:

olvidas ya tenaz

que a un mortal perteneces en al tierra... (II, 8)

ma che il Cammarano provvede a censurare facendo sì che Leonora non solo non abbia pronunziato i voti, ma

che stia per celebrare legittime nozze con Manrico, il quale, accompagnato dall'organo che intona le musiche

nuziali, le dichiara:

L'onda de' suoni mistici

pura discende al cor!

Vieni; ci schiude il tempio

gioie di casto amor.

COMPARAZIONE CON IL DRAMMA “EL TROVADOR”

EL TROVADOR - Il TROVATORE.

Percorso contrappuntistico di note dolenti e burlesche

di Claudia Cecchini

Antonio García Gutiérrez


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[12. Scena ed Aria]

INTRECCIO

Parte IV - Scena I

Alla riapertura del sipario cogliamo un nuovo stacco di tempo e di luogo, anche se in realtà la storia ci propone un

ritorno, in Aragona, e proprio al palazzo di Aljaferìa. Del palazzo vediamo infatti un nuovo scorcio: non più l’atrio, o il

giardino dove discende l’ampia scalinata che conduce agli appartamenti principeschi, quanto un’ala secondaria sopra

cui svetta un torrione che incute terrore, cosparso com’è di finestre dotate di pesanti grate. E’ notte, scurissima. Due

persone avvolte nel mantello avanzano cautamente: sono Ruiz e Leonora. Il primo indica all’altra la torre dove stanno

rinchiusi i prigionieri colpevoli di complotto contro lo Stato, tra cui “l’infelice” (non può essere che Manrico, dunque è

ancora vivo!). Leonora ordina al compagno di incursione di lasciarla sola invitandolo a non mostrarsi così preoccupato

per lei perché forse - confida - potrà riuscire a salvare il carcerato. Da parte nostra ci chiediamo come, visto che pare

del tutto illogico che lei rinunci all’aiuto di un guerriero valoroso come Ruiz, ancora a piede libero.

Ella tuttavia, nel monologo tutto privato che segue, si

dice sicura e pronta (“presta”) rispetto a un certo

piano che coltiva e, concentrata sul brillìo di una

gemma che porta al dito, rivolge un recondito

pensiero d’amore e di conforto all’amato, anche se

egli non è certo in grado di ascoltarla. Gli parla

teneramente confermandogli che lei gli è sempre

vicina: sollecita il vento che spira lamentoso ad

arrecargli i suoi sospiri e invita i suoi stessi sospiri,

”dolenti”, a fingere di non esserlo, a librarsi leggeri,

come trasportati da ali, sino a lui, penetrando dentro

l’amarezza che lo avvolge, ridestandogli i ricordi e i

sogni del loro amore per consolarlo, ma avendo cura

di non tradirsi facendo incautamente trapelare la

sofferenza del suo cuore di innamorata.

Bozzetto della scenografia, Ala del palazzo

Il trovatore:

il libretto


Dall’interno della torre si sente intanto giungere una preghiera corale: è un invocazione al perdono di Dio, un

“miserere”, per l’anima del condannato che sta per essere condotto al patibolo. Leonora, sconvolta, comprende che il

tempo per agire è ormai ridotto al lumicino, sente il respiro mancarle, interrompersi i battiti del cuore; riesce a sentire

contemporaneamente anche l’accorato addio che le rivolge Manrico, il suo desiderio che il tempo crudele che lo divide

dalla morte ormai non si prolunghi oltre quanto riesce a sopportare. L’udire parole così disperate di resa provenire

dall’uomo forte ed eroico che conosceva alimenta ancor di più in Leonora il sentimento di orrore e di sconforto per il

trionfo tenebroso della morte che sembra aleggiare su quel torrione spaventoso. Le porte del palazzo non danno

cenno di aprirsi: paralizzata e impotente, divisa dall’amato, immagina che il tempo fugga via irrimediabilmente e che

non potrà far altro che piangere su un cadavere. Manrico, pur non sapendo che lei è così vicina, continua intanto, con

slancio amoroso appassionato, a sfogare il suo dolore: le ricorda che muore per l’unica colpa di amarla e, ripetendole

l’addio, invoca di non venire dimenticato. Più costernata ancora e prossima allo svenimento, Leonora imbastisce un

ideale dialogo a distanza con quanto l’innamorato va dicendo: scordarlo?

Impossibile, lei ama dell’amore più smisurato

che mai si vide sulla terra, e lo dimostrerà,

perché l’amore è più forte di ogni destino

infausto, sconfigge la morte; lo dimostrerà

donando la sua vita a favore della sua e, se

sconfitta, unendosi a lui in eterno nella

sepoltura. Sono parole già udite (ricordate?)

dalla bocca di Manrico, più volte, ed è come

se assistessimo, qui e ora, a quello sposalizio

(dichiarazione di fedeltà reciprioca), sinora

sempre negato loro dalle avversità e dalla

prepotenza del potere.

Illustrazione de ‘Il trovatore’ di Moggeri


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte IV - Scena I

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Orchestra e Coro del RAI

M° Concertatore e direttore: A. Basile

Regia di M. Wallman

Studi RAI 1959, Vai 1996

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Aria di Leonora (atto IV, scena I) “D’amor sull’ali rosee”,

interpretata da Maria Callas

Galleria iconografica: Bozzetti di scena de Il trovatore, Parte Quarta - Il supplizio

Quadro I (scena 1)- Un'ala del palazzo dell'Aliaferia: all'angolo una torre, con finestre

assicurate da spranghe di ferro: notte oscura.


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[13. Scena e Duetto]

INTRECCIO

Parte IV - Scena II

Una porta del palazzo si apre, proprio quando la speranza di Leonora di entrare sembrava irrimediabilmente perduta.

Ne esce proprio il conte di Luna con un piccolo seguito. Leonora si nasconde e ascolta il terribile ordine che il conte

impartisce: all’alba il figlio dovrà venire decapitato, la madre ardere sul rogo. Gli uomini lo congedano entrando, “per

un piccolo uscio, nella torre” e il conte resta solo. In questa condizione riflette ad alta voce (attraverso un breve

monologo che noi ascoltiamo) sul fatto che con quell’ordine sta abusando del potere trasmessogli dall’autorità regia e,

sinceramente (quando il personaggio è solo non ha motivo di fingere...), si rimprovera per lo spirito non di giustizia

ma di vendetta che lo domina, provocato dalla passione amorosa.

Il pensiero lo porta anche a chiedersi dov’è quella donna “crudele”

che è riuscita a sfuggirgli anche dopo la conquista di Castellor e che

ha fatto ricercare incessantemente ma senza risultato. Udita la

domanda Leonora svela la sua presenza e quando l’altro, incredulo,

le chiede il motivo del suo ritorno (forse illudendosi?) fieramente lei

torna a umiliarlo ricordandogli che, “all’ora estrema”, non può che

trovarsi lì, accanto all’amato.

Bozzetto scenico, Benois, 1948

Il trovatore:

il libretto


Il conte, di fronte a tanta impudenza, la minaccia ricordandole i rischi che corre; la giovane, allora, implora

pressantemente pietà per il condannato ed esorta il conte a piegarsi al Dio della clemenza nella decisione del

perdono, ma egli sprezzantemente le risponde che sente la voce soltanto del Dio della vendetta e le intima di

andarsene. Leonora gli si getta allora ai piedi disperata implorandolo di guardare pietoso al fiume di lacrime con cui

lo inonda: purché egli possa placare l’odio che lo divora e concedere la salvezza al trovatore, afferma che è disposta a

offrire se stessa alla tortura e che accetta di essere svenata, che il suo cadavere possa venire insultato, “calpestato”.

Più la donna si offre al sacrificio, più il furore dell’uomo si accresce, “divampa”, montando in lui la gelosia per quel

rivale che, sino all’ultimo, riceve il dono di un affetto saldo e smisurato: il culmine viene raggiunto quando il conte di

Luna, sollecitato dal richiamo al supplizio che Leonora invoca su di sé, prorompe in uno sfogo estremo e disumano,

affermando che vorrebbe rendere l’esecuzione di Manrico ancora più efferata, straziante: “fra mille atroci spasimi

centuplicar sua morte”. In questa situazione altamente tragica, che appare bloccata dall’irremovibilità del conte, ci

chiediamo nel frattempo se Leonora abbia davvero avuto un piano e quale nel caso sia, visto che addirittura ha

rinunciato ad agire in modo occulto; la risposta non tarda ad arrivare perché, quando il conte fa il gesto di voler

bruscamente interrompere il confronto e fa per andarsene glielo impedisce, trattenendolo fisicamente (“si

avviticchia”) e implorando: “Grazia!”. Il conte, sprezzante, le risponde che non esiste un prezzo per ottenerla e lei,

pronta, replica che un prezzo c’è e che può pagarlo; confuso il conte le chiede quale sia: “Me stessa” - dice la donna.

Il conte crede di aver capito male, chiede una conferma che arriva puntuale: “Compiere saprò la mia promessa” -

conferma Leonora. Il conte afferma che crede di sognare, glielo fa persino giurare e, ascoltato il solenne giuramento,

dimenticato in un lampo ogni rancore se ne esce con un sollevato (quasi spagnolesco): “Olà!” (è fatta!). Il coriaceo

torello è domato. Sembra domato, perché, mentre il conte si dirige alla porta della torre, si fa aprire lo spioncino e

sussurra qualcosa all’orecchio del custode (avrà dato l’ordine di liberare Manrico - seguendo le aspettative del pubblico

più ingenuo e sensibile al bene - oppure, conoscendo quanto infido è quell’uomo, si tratta di una crudele finzione?),

lesta Eleonora succhia il veleno nascosto nel famoso anello con la gemma a cui, in precedenza, aveva affidato le sue

penose confessioni (ecco il vero perché - solo adesso svelatoci, inaspettato - del dettaglio di quello sguardo rapito

sull’oggetto).


Mentre compie il gesto estremo, in cuor suo si dice che il prepotente convinto di averla vinta si accorgerà di

possedere, di lei, soltanto un corpo morto; prosegue poi nel filo dei suoi pensieri, ora rasserenati, dicendosi convinta

di aver fatto la scelta più giusta; alzando poi al cielo gli occhi, velati da “lagrime di letizia”, per implorare la

misericordia divina (in fondo ha appena compiuto un falso giuramento!) si dichiara fiera di aver donato la salvezza

all’uomo che ama e, nel delirio che avanza, immagina anche di poter avere l’occasione di un ultimo incontro, di un

ultimo saluto di commiato, dove narrare, con orgoglio e gioia, il gesto eroico che ha compiuto.

Per il momento invece è il conte,

tornato sui suoi passi, l’unico a starle

vicino: questi, irritato e brusco come al

solito, cerca di richiamarla in sé e a

sé, pretendendo di sapere quello che,

incomprensibile, va mormorando

estasiata e forzandola a ripetergli che

lo ama, che è sua, a rinnovargli il

giuramento, perché egli resta

(giustamente!) preda del dubbio che

lei finga, o si penta. A Leonora (ormai

lo sappiamo) preme ora soltanto di

avere il tempo di rivedere un ultima

volta ancora l’amato, per cui le uniche

parole che pronuncia sono un invito a

muoversi verso la cella. Entrano

pertanto nella torre.

Bozzetto della scenografia, Benois.


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte IV - Scena II

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra dell’Elizabethan Sydney opera house e coro dell’Australian Opera

M° Concertatore e direttore: R. Bonynge

Regia di E. Moshinsky

Sydney Opera House, Sydney 1983

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988


Guida all’ascolto

di Federico Fornoni

[14. Finale ultimo]

INTRECCIO

Parte IV - Scena III

Mentalmente il nostro pensiero si sta rivolgendo alla cella del carcere dove potrà avvenire l’incontro definitivo tra i

protagonisti della nostra storia e infatti (confermandosi la perfetta simmetria dei due ‘quadri scenici’ per ciascuna

delle quattro parti principali in cui è suddivisa l’opera), alla riapertura del sipario (o al cambio di fondale ‘a vista’

come poteva avvenire nell’uso ottocentesco), si presenta alla nostra vista un “orrido” luogo di detenzione illuminato

da uno “smorto fanale pendente dalla volta”, spoglio, caratterizzato dalla sola porta rinserrata sul fondo, da un

finestra con grate e un “rozzo” giaciglio su cui ritroviamo (dopo un certo tempo che l’avevamo persa di vista) sdraiata

la zingara Azucena e il figlio sedutole accanto.

Mentre ci eravamo abituati a salti temporali notevoli, il

‘Finale ultimo’ della nostra storia dilata dunque il

momento della chiusura (alimentando in noi la tensione

sia attenzionale che emotiva) attraverso l’inserto di un

tenero rapporto familiare che, naturalmente, appare

indispensabile per chiudere il cerchio della logica e della

coerenza narrativa esaltando il sentimento, materno da

una parte e filiale dall’altra, che, assieme a quello

dell’amore sincero e assoluto (pienamente romantico) tra

Leonora e Manrico, ha costituito da dimensione, energia,

valore di polo positivo che la vicenda ha fatto affiorare e

tentato di affermare.

Bozzetto della scenografia, Bertoja (particolare).

Il trovatore:

il libretto


Il figlio si dimostra teneramente protettivo nei confronti della madre: ha premura per la sua insonnia, si chiede come

proteggerla dalla luce e dall’aria gelida che entra dalle inferriate, come portarle sollievo, ma quella gli risponde che

quella “tomba di vivi”, che toglie il respiro per quanto è angusta, non può essere migliorata: si può solo sfuggirne, da

vivi o, più probabilmente, da morti, attraverso quella morte che già è visibile, come presenza concreta, segnandola

(“Vedi! Le sue fosche impronte m’ha già stampato in fronte il dito della morte!”).

Al sentire alludere alla fuga Manrico si torce disperato le mani: la prospettiva lo alletterebbe ma l’essere ridotto

all’impotenza rende la sua sofferenza ancora più acuta; tenta come può di allontanare dalla madre almeno i cattivi

pensieri, gli incubi, le visioni del funereo destino che la attende e che ella evoca con scultorea tragicità: “Troveranno un

cadavere muto, gelido!... anzi uno scheletro!...”.

La zingara non l’ascolta, non si trattiene,

accenna appena al figlio l’appello che lui la

salvi e ricade preda dell’ossessione (“Parola

orrenda!”) che l’ha accompagnata per tutta la

vita. Come caduta in trance, affannosamente,

rantolante, mescolando passato e presente,

ripercorre gli istanti del rogo, il supplizio della

propria madre tra l’eccitato scherno dei

carnefici; ne dà dettagli nuovi e, nel realismo,

ancor più orripilanti: i capelli che, divenuti una

torcia, liberano faville, gli occhi che schizzano

fuori dalle orbite; infine, disperata, si chiede chi

potrebbe sradicare una volta per tutte dalla sua

memoria uno “spettacol sì atroce”, e finisce per

accasciarsi, in balìa a convulsioni, sul corpo del

Il rogo della strega, miniatura, anonimo

figlio.


Questi non può far altro che ritornare all’atteggiamento protettivo iniziale: accompagnandola verso il giaciglio Manrico la

implora di rasserenarsi, di calmarsi, di cancellare quell’angoscia attraverso il ristoro del sonno. Azucena, ormai senza più

forze e incapace di ribellione, si abbandona all’ultimo, placata e remissiva, alle cullanti parole del figlio che invoca l’Unico

che può aiutarla ad accettare la sua sorte, a farle sorgere visioni di pace e di conforto.

Figurino di Azucena, P. Pizzi, Teatro alla Scala di Milano, 1962

Il “vendica me” è (per sempre?) rimosso, sostituito dalla forza del legame e dell’amore

reciproco tra una madre e un figlio che vengono ancora una volta esplicitamente,

spiritualmente, dichiarati: nella miracolosa tregua delle passioni distruttive che il

rivolgere la “mente al cielo” consente loro, mentre il figlio inginocchiato continua

silenzioso a pregare, la zingara, “tra il sonno e la veglia”, ha modo di far affiorare le

immagini affettuose, incantevoli e felici dell’esistenza passata a cui aspira di ritornare:

la pace e la bellezza delle antiche montagne in cui avevano casa, il delizioso riposare

accarezzato dal canto del figlio e dall’armonia del suo magico liuto. Il silenzio infine li

avvolge: la mamma si è addormentata, il figlio, restando in ginocchio d’accanto a lei “,

non cessa di vegliarla.


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte IV - Scena III

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House

M° Concertatore e direttore: J. Levine

Regia di F. Melano

Teatro Metropolitan, New York 1988

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000

Galleria iconografica: Bozzetti di scena de Il trovatore, Parte Quarta - Il supplizio

Quadro II (scena 3) - Orrido carcere: in un canto, finestra con inferriata; porta nel fondo;

smorto fanale pendente dalla volta.


INTRECCIO

Parte IV - Scena IV ultima

Quel silenzio (noi sappiamo già che altri stanno per sopraggiungere) dura, però, non più che un istante. La porta

della cella viene aperta e, nella penombra, un incredulo Manrico intravvede una sagoma che riconosce subito (più per

quello che gli suggerisce il cuore che non la vista...) come quella dell’amata. E’ lei, infatti: Leonora glielo conferma a

voce ma, d’altra parte, chi altri mai potrebbe precipitarsi in avanti pronunziando per due volte il nome dell’amato

intercalandolo da un più che significativo “mio!”?

Bozzetto scenico, Frigerio

Manrico che, ricordo, è stato sorpreso mentre era intento a

pregare, rivolge subito un grato ringraziamento al Signore

che gli concede la gioia di quell’ultimo incontro prima di

essere messo a morte... ma le sorprese, per lui, non sono

affatto terminate; precipitevolissimevolmente, accennando

alla porta aperta, Leonora (che - ricordate? - desidererebbe

parlargli assai più a lungo) lo informa, perentoria, che non

morirà, che è venuta a salvarlo e, di fronte alla manifesta

esitazione di lui, che deve sbrigarsi, fuggire. Il rifiuto netto e

ancor più perentorio (“No!”) di Manrico, ripetuto per ben tre

volte, ci fa capire che la storia è ormai giunta alla svolta

definitiva e non può che avviarsi verso la più completa

catastrofe. Leonora, stupita e goffa, fa il tentativo di

spingerlo di forza verso l’uscita, balbetta: “La tua vita!...”

cercando di evocare il bene più prezioso che (crede) lui

possiede, la necessità di preservarlo.


Lui, però, dimostrando che è tutt’altro che un ingenuo, conoscendo assai bene il rivale e sapendolo completamente

prigioniero della gelosia e della sete di vendetta (i sentimenti di polo negativo che hanno costituito da ‘motore’

dominante e prevalente dei fatti narrati), sapendolo assolutamente incapace di un gesto di clemenza, reagisce con

uno stizzito: “Io la disprezzo!...” rivolto alla salvezza e, insieme, al patto scellerato che, ha intuito, la sta

determinando. La sua furia si traduce in un insulto feroce contro la poveretta (che, ricordiamo, ha appena bevuto il

veleno come pegno della sua eterna fedeltà e si era sognata un commiato ben diverso, intriso d’amore e

riconoscenza), in un interrogatorio privo di qualsiasi stilla d’amore o di pietà: le chiede, chiamandola “infame”, come

ancora può osare guardarlo negli occhi e a chi si è concessa, “a qual prezzo”; le porge domande inutilmente crudeli e

glielo dice pure, per umiliarla: egli sa bene che si è venduta all’acerrimo nemico! Azucena, in tanto trambusto, è colta

da un soprassalto di dormiveglia: riprende quel vaneggiamento che evocava la felice vita nella Biscaglia, parole dolci

e melanconiche che, ora, nel contrasto con la situazione che precipita, assumono un tono ancor più fuori luogo,

spropositato, amaro, grottesco. Leonora cade ai piedi di Manrico.

Illustrazione de ‘Il trovatore’, Moggeri


E’ la tipica reazione di chi, travolto dalle ingiurie e da un contrasto troppo acuto, non regge alla situazione e si

arrende (o tenta, come arma estrema, tipicamente femminile, di mutare con questo gesto il corso degli eventi): così,

infatti, interpreta il comportamento della donna il furibondo Manrico, il quale le ordina di scansarsi e, quando lei lo

implora di non venire respinta e di ricevere pietosa assistenza per le forze che la stanno lasciando, si dice di lei

nauseato (“ti abbomino”... nella versione più fragorosa, con due b...) e addirittura le scaglia contro la sua

maledizione. Con le poche forze che le rimangono, Leonora svela all’amato, invece, la vera ragione per cui non può

più reggersi in piedi: gli dice che quella non è l’ora delle offese ma delle preghiere, l’ora di rivolgersi a Dio, per lei (la

sua anima). Manrico è colto da un sussulto, insieme fisico e di coscienza e, quando Leonora si accascia inerte

pronunziando a stento il suo nome, chiede, ansioso, finalmente premuroso, di sapere che cosa le sta accadendo, la

verità.

Litografia de ‘Il trovatore’, anonimo


La verità è ancora un racconto (ma non l’ultimo!). Manrico ha ora modo di apprendere del veleno che rapido, più di

quanto la stessa innamorata avesse calcolato (questo errore di tempo, unito alla resistenza alla fuga, determinerà il

fallimento del piano) sta paralizzando le membra di colei che ama e lo sta lasciando per sempre. La morte ora non è

una parola, un impulso, un astratto ideale. E’ concreta, reale, prossima. Leonora ha il premio di poterla gestire così

come se l’è sempre sognata (nel più perfetto modello dell’eroina romantica che, solo sacriuficandosi, riesce a

trionfare testimoniando l’assoluto del sentimento che rappresenta): chiede che lui non tocchi la sua mano ormai

fredda ma il suo petto ancora ardente, acceso dal fuoco dell’amore e gli confessa, parlando a fatica, che piuttosto

“d’altri vivere io... volli tua morir!....” (notate la forza di quel “volli”). Dopo quest’ultima conferma della promessa,

ripetuta due volte, anche alla presenza del conte entrato nel frattempo e a propria volta annichilito dalla sorpresa,

infine spira, così come aveva desiderato, accanto all’uomo amato e testardo che ora, straziato, si dispera, non

sapendo far altro che maledirsi per il gratuito e violento comportamento appena tenuto. Il conte ha capito ogni cosa:

il piano, l’inganno. Accecato d’ira dà ordine immediato alle guardie di trascinar via il rivale e di giustiziarlo

immantinente nel cortile. Destata dall’ultimo, disperato urlo di addio di Manrico alla madre, Azucena, trovatasi sola,

confusamente chiede al conte dove sia il figlio. Questi, senza alcuna commozione, le annuncia che il figlio corre ormai

incontro alla morte e, quando Azucena gli grida angosciata di fermare l’esecuzione, per tutta risposta addirittura la

trascina sadicamente alla finestra affinché lei vi assista. Caduta la mannaia del boia, al conte che commenta

soddisfatto rivela (davvero questo è l’ultimo racconto!) che il giustiziato era il tanto desiderato Garzia. Questi,

dominato dall’orrore per il fratricidio, invoca su di sé la morte. Azucena, perduta la tenerezza di madre e ritornata la

belva che era, si rivolge alla propria madre, avendo finalmente adempiuto alla promessa: l’ha vendicata!

Come in una tragedia greca, le passioni che hanno messo in moto la storia hanno alla fine divorato tutti i suoi

protagonisti.


RISORSE MULTIMEDIALI

Parte IV - Scena IV ultima

Orchestra e Coro Wiener Philarmoniker, Wiener Staatsopernchor

M° Concertatore e direttore: H. von Karajan

Regia di H. von Karajan

Vienna State Opera, Vienna 1978

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma

M° Concertatore e direttore: Y. Temirkanov

Regia di L. Mariani

Teatro Regio, Parma 2010

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

M° Concertatore e direttore: R. Muti

Regia di H. De Ana

Teatro alla Scala, Milano 2000


CREDITS VIDEO

Dvd: Chorus and Orchestra of the

Vienna State Opera. H. von Karajan

(Maestro concertatore, direttore e regista),

T. Otto (scene), G. Wakhewitsch (costumi).

Interpreti: P. Cappuccilli (1), R.

Kabaivanska (2), F. Cossotto (3), P.

Domingo (4), J. van Dam (5), M. Venuti

(6), H. Zednik (7), K. Caslavsky (8), E.

Aichberger (9). Vienna State Opera 1978,

Art Haus 2010

Dvd: The Elizabethan Sydney

Orchestra, The Australian Opera

Chorus. R. Bonynge (Maestro

concertatore e direttore), E.

Moshinsky (regia), S. Nolan (scene),

L. Arrigoni (costumi). Interpreti: D.

Shanks (1), J. Sutherland (2), L.

Elms (3), K. Collins (4), D. Shanks

(5), C. Johnston (6), R. Donald (7), J.

Durham (8). Sidney, Sydney Opera

House 1983, Kultur video 2008

Dvd: Metropolitan Opera

Orchestra and Chorus. J. Levine

(Maestro concertatore e direttore),

F. Melano (regia), E. Frigerio

(scene), F. Squarciapino (costumi).

Interpreti: S. Milnes (1), E. Marton

(2), D. Zajick (3), L. Pavarotti (4), J.

Wells (5), L. Di Franco (6), M.

Baker (7), R. Morrison (8), J. Bills

(9). New York, Metropolitan 1988,

Deutsche Grammophon 2000

Dvd: Orchestra e Coro del

Teatro alla Scala. R. Muti

(Maestro concertatore e

direttore), H. De Ana (regia,

scene e costumi). Interpreti: L.

Nucci (1), B. Frittoli (2), V.

Urmana (3), S. Licitra (4), G.

Giuseppini (5), T. Tramonti (6),

E. Gavazzi (7), E. Panariello (8),

F. Biasi (9). Milano, Teatro alla

Scala 2000, registrazione

televisiva 2007

Dvd: Orchestra e Coro della

RAI di Milano. A. Basile

(Maestro concertatore e

direttore), M. Wallman (regia),

O. di Collalto (scene e costumi).

Interpreti: P. Cappuccilli (1), A.

Stella (2), A. Lazzarini (3), C.

Bergonzi (4), P. Clabassi (5), N.

Pucci (6), M. Carlin (7), G. Calò

(8). Studi RAI 1959, Vai 1996

Dvd: Orchestra e Coro del

Teatro alla Scala. R. Muti

(Maestro concertatore e

direttore), H. De Ana (regia,

scene e costumi). Interpreti: L.

Nucci (1), B. Frittoli (2), V.

Urmana (3), S. Licitra (4), G.

Giuseppini (5), T. Tramonti (6),

E. Gavazzi (7), E. Panariello (8),

F. Biasi (9). Milano, Teatro alla

Scala 2000, registrazione

televisiva 2007

personaggi: Il conte Luna (1); Leonora (2); Azucena (3); Manrico (4); Ferrando (5); Ines (6); Ruiz (7); un vecchio zingaro (8); un messo (9)


CREDITS VIDEO

Dvd: Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma. Y. Temirkanov (Maestro

concertatore e direttore), L. Mariani (regia), W. Orlandi (scene e costumi).

Interpreti: C. Sgura (1), N. Fantini (2), M. Nioradze (3), M. Alvarez (4), D.

Vatchkov (5), C. Giannelli (6), R. Jachini Virgili (7), E. Rinaldo (8), S. Hwa Paek

(9). Parma, Teatro Regio 2010, registrazione esclusiva ad uso in interno

personaggi: Il conte Luna (1); Leonora (2); Azucena (3); Manrico (4); Ferrando (5); Ines (6); Ruiz (7); un vecchio zingaro (8); un messo (9)


Programmi di sala:

Programma di sala

del Teatro La Fenice,

Stagione 1979-1980

Programma di sala

del Teatro La Fenice,

Stagione 1982-1983

Programma di sala del

Teatro alla Scala,

Stagione 2000-2001

Programma di sala

del Teatro Lirico di

Cagliari, Stagione

2001-2002

Programma di sala del

Teatro Massimo di

Palermo, Stagione

2011-2012

BIBLIOGRAFIA

Genesi, argomento, analisi musicali:

Rodolfo Celletti, Il

trovatore, in Piero

Gelli (a cura di),

Dizionario

dell’Opera, Baldini

& Castoldi, Milano

1996

Julian Budden, Il

trovatore in

Budden J., Le

Opere di Verdi,

Vol. II, EDT,

Torino 1985

Massimo Mila, La

trilogia popolare.

Unità morale del

mondo verdiano in

Mila M., Verdi,

Rizzoli, Milano 2000

Abramo Basevi, Il

trovatore in Basevi A.,

Studio sulle opere di

Giuseppe Verdi, 1859

[ed. critica a cura di

Ugo Piovano],

Rugginenti, Milano

2001

Gioacchino Lanza Tomasi,

Il trovatore’ - guida all’opera

in Giorgio Bagnoli (a cura

di), Le opere di Verdi,

Mondadori, Milano 2001

Charles

Osborne, Il

trovatore in

Osborne C.,

Tutte le opere di

Verdi, Mursia,

Milano 2000

Sulla biografia e il percorso

estetico di Verdi e Cammarano:

Aldo Oberdorfer

(a cura di),

Giuseppe Verdi,

Autobiografia

dalle lettere,

BUR, Milano

2001

Gilles De Van, Verdi,

un teatro in musica,

La Nuova Italia,

Firenze 1992

Laura Cesari,

Giuseppe Verdi, la vita,

le opere e lo stile in

Rigoletto, Dispensa

didattica a cura

dell’Area Formazione,

Ricerca, Progetti

innovativi, Fondazione

Teatro la Fenice, aprile

1997


Fortuna dell’opera:

Pierluigi Petrobelli,

Attualità di Verdi in

Istituto Nazionale di

Studi Verdiani (a cura

di), Verdi, album per un

maestro, Paoletti,

Firenze 1991

Sulla vocalità verdiana:

Giancarlo Landini, Marco

Gilardone, Il trovatore in

Landini G., Gilardone M.,

Dal labbro il canto - il

linguaggio vocale delle

opere di Verdi, Omega,

Torino 2001

BIBLIOGRAFIA

Iconografia, arti visive e scenografiche:

Pierluigi Petrobelli e Fabrizio Della Seta (a cura

di), La realizzazione scenica dello spettacolo

verdiano, Atti del congresso internazionale di

studi tenutosi a Parma presso il Teatro Regio-

Conservatorio di musica “A. Boito”, 28-30

settembre 1994, Grafiche STEP, Parma 1996

Intertestualità:

Mariano Larra y Sanchez De

Castro profilo biografico;

Antonio García Gutiérrez

profilo biografico in

Enciclopedia dello

spettacolo, Sansoni, Firenze

1960

Fernando Fraga, Le

fonti letterarie del

Trovatore in Il

Trovatore di Giuseppe

Verdi, Edizioni del

Prado, Madrid 2003

Maria Teresa Muraro, Maria

Ida Biggi, Giuseppe e Pietro

Bertoja: scenografi alla

Fenice, 1840-1902, Marsilio,

Venezia 1998

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