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Grazia Delpiano

I miei

anni

di

piombo

ROMANZO

EDIZIONI


Grazia Delpiano

I miei

anni

di

piombo

ROMANZO

EDIZIONI


Dedicato ai ragazzi di oggi e a quelli degli anni ‘80

I fatti e i protagonisti di questa storia sono pura invenzione.

Ogni riferimento o analogia con eventi realmente accaduti è del tutto

casuale.

Ringrazio i giornalisti de “II Venerdì” di Repubblica e Mario Moretti,

dei quali ho citato alcuni brani.

ISBN 88-9011513-4

Edizioni

Via Neive, 77 - 12050 Castagnito - (Cn)

Tel. 0173 21 01 81 - Fax 0173 21 01 89

www.antares-online.it

Stampato presso: Arti Grafiche Dial - Mondovì

Marzo 2004


“Nell'attuale fase storica, la capacità di dubitare, di criticare e disobbedire

può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l’umanità e la fine

della civiltà”.

Erich Fromm

“Le rivoluzioni cruente sono spesso necessarie, a causa della stupidità

umana, ma sono sempre un male, un male mostruoso e un grande disastro,

non solo per quanto riguarda le vittime, ma anche per ciò che concerne la

purezza e la perfezione dell'idea nel cui nome avvengono”.

Bakunin

“Le BR volevano essere un nucleo, un sostegno per un’aggregazione che

sarebbe stata più grande di loro e avrebbe trovato forme sue. Non ci siamo

riusciti, ma è questo che cercavamo”.

Mario Moretti

“Io ti ho visto già, stella, nella notte in aeroplano, non sapevo di averti

vicino mentre andavo lontano”

Rosalino Cellamare

-Oh Jake - Brett disse - Noi due saremmo stati così bene assieme.

-Già - dissi io - Non è bello pensare così? -

Ernest Hemingway, Fiesta


Capitolo 1 - 1980, settembre

Eravamo in tanti, ammassati come bestie lungo il corridoio del vagone

ferroviario. Il classico treno che veniva dal Sud, sudicio e affollato,

col suo carico di valigie di cartone, di dialetti stretti e di stanchezze,

con gli odori del cibo, vecchie scarpe e piedi gonfi, sigarette e thermos

di caffè.

Quel ventre notturno, quel treno in corsa, ci custodiva e ci possedeva,

ci accomunava tutti in un’intimità forzata senza che ci conoscessimo

né desiderassimo farlo. Avevamo tutti le stesse facce disfatte, le stesse

espressioni assonnate, ciondolanti, scurite o addolcite dalla luce fioca,

assopite in un sonno faticoso e discontinuo nella cui trama smagliavano

a tratti brandelli di sogni, sprazzi di solidarietà, abbozzi di tenerezze

improvvise verso questo o quel bimbo che dormiva in braccio a un

padre stremato sullo sgabello del corridoio.

Potevano essere le due di notte, e nessuno più parlava. Ognuno chiuso

dentro il proprio bozzolo di stanchezza, cercavamo di sopportare alla

meglio quel peso sudato e acre, appena un po’ aerato dalla frescura;

alcuni finestrini erano spalancati, ed entravano l’aria della notte, i profumi

del mare, il tanfo di umido delle gallerie.

Me ne stavo seduta in terra senza parlare, mentre passavano le ore,

schiena contro schiena con una ragazza sconosciuta, dai capelli ispidi

e biondicci; lei fumava qualcosa di odoroso, e mi trasmetteva nel

dorso un dolce tepore animale. Ogni tanto qualcuno ci scavalcava

per raggiungere la toilette, attraversando le nostre gambe allungate

di traverso nel corridoio: né io né la ragazza avevamo più la forza

per spostarci.

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Senza girarsi, lei mi offrì la sigaretta chiedendomi se volevo fare un

tiro, dissi di sì ma un solo tiro non mi fece niente. Mi venne un po’ di

nausea e chiusi gli occhi cercando di riposare. Avevo freddo e non

avevo pensato alla notte.

Alla partenza indossavo solo un vestito sottile, di garza nera, guarnito

di raso e lungo fino alle caviglie, ora un po’ sgualcito dagli strapazzi

del viaggio. La sera prima era nuovo, l’avevo comprato per andare a

un concerto di Pino Daniele, un giovane cantante napoletano, a Castel

Sant’Angelo. Avevo assistito solo a una parte del concerto, poi come

una cenerentola ero fuggita col mio poco bagaglio per andare alla stazione

Termini dove per pochi minuti sostava il treno per Ventimiglia;

l’avevo preso per un soffio.

Avevo diciott’anni e mi piaceva correre, era eccitante, mi faceva sentire

in contatto col corpo, colla volontà, col mondo intorno a me.

Volevo correre di qua e di là per il mondo senza perdermi niente, e

allora il mondo per me era l’Italia.

I miei genitori non avevano mai amato i viaggi, e finché non cominciai

a lavorare d’estate e ad avere soldi miei ebbi ben poche occasioni di

uscire dalla cerchia del posto dov’ero nata. Inverno nella città dove

viveva la mamma, estate nel paese dove viveva papà, con scarse eccezioni.

Da due anni circa avevo scoperto i treni, e avevo cominciato ad andare

a Roma di nascosto ogni volta che me lo potevo permettere, principalmente

perché avevo là i miei migliori amici, e poi perché mi piaceva

molto la città, fin da quando ero bambina e vedevo le fotografie dei

monumenti sul sussidiario, e fantasticavo di legionari, e imperatori, e

valorose imprese di conquista. Mi piaceva la sua storia, la gente cordiale

e impicciona che parlava ad alta voce, quell’accento pesante che

ogni volta assorbivo e che, forse per motivi affettivi, mi trascinavo dietro

per buona parte dell’anno.

Stavo bene a Roma.

Affittavo una stanza in una modesta pensione vicino alla stazione

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Termini, in via Volturno, una zona un po’ malfamata bazzicata allora

dai primi extracomunitari clandestini, tranquilla di giorno, coi suoi

mercatini e la folla popolare, da starci un po’ attenti la notte se rincasavi

tardi, specie quando uscivano gli spettatori dell’ultimo spettacolo

del sexy movie dall’altra parte della strada.

Me ne andavo tutto il giorno a passeggio per il centro, quasi sempre da

sola, a volte con gli amici, assetata di cose e di persone, di arte, di

musei, di chiese.

Finivo per capitare sempre negli stessi posti, per esempio a mangiare

un cartoccio di sottaceti al mercato di Campo de’ Fiori, oppure mi rifugiavo

in San Pietro per scampare alla canicola, lasciandomi cadere su

un banco nella frescura di una navata laterale, e mi lasciavo abbagliare

dalla potenza di quell’architettura, riflettendo sulla lotta tra il Potere

e la Carità che aveva lacerato la Chiesa nei secoli.

Respiravo la storia e l’arte, mi girava la testa. Rimanevo per ore a fissare

la tranquilla indifferenza della Pietà di Michelangelo, sembrava

una forma fuori del tempo, pura bellezza senza dolore cui la materia

offriva solo un supporto visibile, e mi domandavo se fosse possibile, fissandola,

assorbire nelle mie carni il segreto dell’essere senza dolore.

Avevo la testa piena di modelli, di suggestioni sentimentali, avevo

imparato una lista precisa di quello che si doveva provare e di come

provarlo per essere una donna colta e indipendente, cosa che mi dava

una grande sicurezza, molto godimento mentale, e probabilmente

anche una certa arroganza.

Ero stata educata a pensare, a usare le parole per difendere le mie opinioni,

le mie ragioni, e a credere che questo fosse un grande privilegio

e un grande potere, ma non avevo la più pallida idea su come gestire

le mie emozioni, su come entrare in contatto profondo con me stessa,

né su come rilassarmi nell’intimità con le altre persone. Parlavo molto,

per conquistare l’attenzione altrui, ma come quasi tutti ero confinata

nella solitudine delle mie difese e delle mie paure, e dovevano passare

ancora molti anni prima che mi accorgessi di quello che mi mancava,

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e ne andassi alla ricerca. Ma questo è un altro capitolo della mia vita.

Allora era diverso. Mi piaceva di essere una signorina borghese, libera

e atea, con il cuore e la mente aperti sul mondo, decisa a conquistarlo.

Stavo cercando di guadagnarmi pezzo dopo pezzo la mia libertà,

come mi avevano insegnato mio padre e mia madre (anche se credevo

fosse un’idea mia), diventando indipendente economicamente e intellettualmente

(questa era la parte di papà) ed evitando di lasciarmi incastrare

da un uomo qualunque con la schiavitù della casa e dei figli (e

questa era la parte di mamma). Anche se mi criticavano perché sfuggivo

al loro controllo, io sapevo che i miei genitori in fondo mi approvavano.

Disobbedendo, obbedivo al loro ordine nascosto di essere la

figlia intellettuale e ribelle.

Dopo che ebbi compiuto i diciott’anni smisero di sorvegliarmi: solo

più tardi papà mi confessò di non aver mai temuto che mi drogassi o

finissi in brutti giri, però aveva paventato per anni che mi sarei messa

nei guai ‘per la politica’.

Ma nel 1980 la politica mi interessava solo come luogo di riforme

sociali e di attenzione ai più deboli, di educazione alla tolleranza e alla

libertà, e pertanto mi ero iscritta al Partito Radicale, partecipavo alle

sue campagne come volontaria, e scrivevo fumosi articoli sui giornaletti

di sinistra in cui riuscivo a infilarmi.

Ovviamente, volevo iscrivermi a Filosofia. E godermi la vita, cioè fare

esperienze.

Andare a Roma non era solo andare a Roma, era godersi la vita e

amministrare la libertà.

Un posto che mi piaceva molto era la piazza del Pantheon, coi suoi eleganti

caffè all’aperto, dove sedersi, dare un appuntamento a qualcuno

e bere una birra pagandola un’ira di dio, e poi piazza Navona, ci andavo

la sera con gli amici, e si beveva una bottiglia di Frascati seduti a

capannello intorno alla fontana dei 4 fiumi. Avevo un senso estetico

della vita e della gioia, perciò bastava poco a rendermi felice, la notte,

la musica, la gente intorno, e la città eterna.

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L’idea dell’autunno torinese che mi attendeva non mi esaltava propriamente,

e mi sarei arrampicata sui vetri pur di procastinare un po’ quel

rientro. Avevo bisogno ancora di un po’ di tempo per riflettere, per

organizzarmi: stavano per cambiare molte cose nella mia vita, e volevo

che tutto fosse preparato al meglio; volevo essere certa che avrei

scelto di fare quello che era meglio e più giusto per me.

Iniziare l’università, andare a vivere per conto mio, rimediare i soldi

per pagare le tasse scolastiche e i libri, conoscere gente nuova, tutti

questi pensieri sul futuro mi si agitavano dentro vorticosi e quasi mi

stordivano. Potevo, per la prima volta in vita mia, dire a me stessa

‘andrò là’ e avere le gambe e i mezzi per arrivarci da sola, e questo mi

sembrava veramente il massimo che la vita avrebbe potuto offrire a un

giovane, purchè ovviamente uno si fosse posto degli obiettivi ragionevoli

e commensurabili. Pensavo allora che con la volontà si può ottenere

tutto, o quasi tutto, da se stessi e dal mondo.

Ma quella notte sul treno niente mi era ancora chiaro, come sempre

accade non potevo prevedere quale sarebbe stata la direzione che la

mia vita avrebbe preso; però cascavo dal sonno e il freddo mi aveva

riempito le ossa, e pensavo che nessuno al mondo avrebbe osato negare

ai miei diciott’anni ancora un po’ di tempo e un po’ di sonno per

riposare.

Scivolai poco a poco nell’incoscienza, e nel dormiveglia un po’ affannato

riaffiorò, confusa tra sogno e realtà, la traccia della telefonata che

avevo fatto alla stazione prima di partire.

- Ciao, sono Gloria, ho pochi gettoni. Domattina alle cinque arrivo a

Genova. Sei a casa? -

Momento di silenzio.

- Certo, scendi alla stazione Principe, vengo a prenderti. -

- Non è troppo presto? -

- No, va bene. Ciao. - Clic.

Ezechiele era di poche parole. Chiuso come un riccio nella sua timidezza

camuffata da indifferenza, sembrava perennemente assorto in

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una travagliata vita interiore, privata, segreta, che non aveva quasi mai

nulla da dire, né da domandare, al suo prossimo. Aveva l’espressione

un po’ distaccata e dal fondo triste che hanno i giovani troppo intelligenti

quando guardano il mondo senza speranza di essere capiti, né

accettati.

Adesso che stavo lì nel treno, stipata in quel corridoio di seconda classe,

potevo chiudere gli occhi, e questo mi bastava per far scomparire

gli estranei col loro fardello di sonno, di puzze, di facce, per lasciar

emergere nella mente la sua immagine. Il naso dal profilo leggermente

aquilino con un minuscolo neo sulla punta, le belle labbra carnose, i

riccioli castani, le spalle robuste da velista e quei buffi larghi occhiali

da studente del Politecnico.

Ezechiele aveva venticinque anni, ed era la mia avventura estiva. Non

sapevo quasi nulla di lui, non sapevo neppure se c’era un posto per lui

nella mia nuova vita, e a dire il vero non me lo ero nemmeno ancora

domandato.

Rividi il giorno in cui la nostra storia era cominciata, durante un picnic

in montagna. S’era messo a piovere a dirotto e lui mi aveva offerto

un po’ della sua coperta per ripararmi. Era stato naturale allora stringersi

per difendersi dal freddo, restare là a sorridersi senza parlare ed

abbracciarsi, scoprire di piacersi e poi baciarsi, per un tempo lunghissimo,

senza essersi cercati prima, non in modo specifico, forse solo in

maniera sotterranea, e quel temporale era stato il pretesto per dirselo.

L’avevo incontrato la prima volta un pomeriggio d’estate, seduto al

tavolino del piccolo caffè del paese dove trascorrevo le vacanze dopo

l’esame di maturità.

Eravamo soli nel locale, lui seduto davanti ad una birra, io in piedi

vicino al bancone, uno di fronte all’altro. Per la durata di un respiro,

il tempo si era fermato, poi all’improvviso aveva ripreso a correre,

come se qualcuno gli avesse dato uno scossone. L’avevo guardato

negli occhi e avevo percepito un brivido corrermi lungo la schiena,

una sensazione familiare e intima, quasi corporea, così smisi

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di guardarlo, ma avevo voglia di farlo ancora e ancora, come una sete,

una febbre improvvisa che non avevo mai provato, che mi incuteva

paura e desiderio, e mi faceva sentire sfacciata. So che mi passò davanti

come un’ombra il mio destino futuro, ma fu così veloce che non me

ne accorsi, non potei difendermi, e mi innamorai di lui.

Mi invitò a sedermi al suo tavolo, mi offrì un caffè e mi disse che era

lì in vacanza da solo. Lo invitai a una gita con la mia compagnìa di

amici per il giorno dopo. Non ci lasciammo più.

La mattina seguente andai a chiamarlo a casa, e vidi la sua faccia simpatica

affacciarsi alla finestrella del bagno. Lui mi sorrideva spesso, in

modo assorto e silenzioso, e così è rimasto nella mia memoria, anche

se col tempo smise di farlo.

Lo sferragliare del treno che ondeggiava mi richiamava ogni tanto alla

realtà, e quando le immagini di quei giorni sparivano per lasciar posto

al presente mi veniva da sorridere e mi faceva piacere.

Avevo un innamorato.

Non mi era successo spesso, fino a quel momento. Ero stata sempre

ferocemente refrattaria alla mia identità femminile che mi cresceva

dentro, e in fondo così piena di complessi di bruttezza che avevo sempre

rifiutato di avere una storia sentimentale che non fosse un breve

incontro, una simpatia subito trasformata in un rapporto intellettuale

assai più governabile. Se nei sentimenti ero così inesperta e selvatica,

nei ragionamenti ero sicura di me, conoscevo le mie capacità; volevo

essere stimata, specie dai maschi, non mi interessava essere amata, né

tantomeno desiderata.

Questa volta credevo fosse come le altre, c’era in più solo un pizzico

d’intrigante curiosità di sapere chi fosse quello strano personaggio che

avevo incontrato, che mi provocava sensazioni così forti, e non mi rendevo

conto di essermi già innamorata tanto profondamente di lui.

Ormai il viaggio stava per finire. Da La Spezia in poi non chiusi più

occhio, per la paura di non svegliarmi in tempo per darmi una rassettata,

una pettinata prima di scendere.

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Mi lavai i denti nella toilette del treno, con l’acqua minerale che avevo

avanzato in una bottiglietta; del mascara sulle ciglia manco a parlarne,

ci provai ma venne uno schifo per via dei dondolii sconnessi del vagone,

così dovetti lavarmi una seconda volta, e il sapone delle ferrovie mi

causò bruciore agli occhi.

Dal finestrino aperto vidi l’alba. C’era un punto, lungo la ferrovia, in

cui il treno correva a picco sul mare, e si vedevano le onde frangersi

sugli scogli, così vicine che pareva di sentirne sulla faccia lo spruzzo

salmastro. Il vento forte che si era risvegliato portava più che mai l’odore

del mare.

Non ero mai stata a Genova, ed ero tutta agitata. Come mi avrebbe

accolto lui? Era anche la prima volta che qualcuno mi aspettava a una

stazione, alla fine di un viaggio, mi sentivo grande.

Scesi dal treno facendo un po’ di scena, dopo aver salutato la ragazza

bionda.

Ezechiele era l’unica persona sul marciapiede. Lo vidi e pensai che era

bello, così giovane e fresco, con le carni brune che odoravano di buono

sotto la camicia stirata. Mi abbracciò e mi diede un bacino sulla bocca.

- Ciao bella, come stai? - Prese la mia borsa e se la mise a tracolla.

- Sto bene, adesso che sono arrivata. Sono così contenta di

rivederti. -

- Anch’io. Mi hai fatto una bella sorpresa ieri sera quando hai chiamato.

Arrivi sempre così all’improvviso sbucando da chissà dove? -

scherzava - Ma già, non ti conosco ancora abbastanza. Magari poi mi

dirai che ci facevi a Roma. -

E così parlando mi guidò verso casa sua, mi ingarbugliò in un budello

di vicoli e scalette che salivano ripidi inoltrandosi lungo il monte.

Scoprii che Genova non è una città orizzontale, ma possiede un andamento

verticale, schiacciata com’è tra il mare e il monte, con poco spazio

e strade strette, minuscole piazze e al posto dei tram funicolari e

ascensori pubblici.

Il palazzo dove abitava Ezechiele era in stile primo novecento, con

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l’androne di marmo e le ringhiere delle scale in elegante ferro battuto.

I corrimano erano di legno lucido, profumato di cera.

Nell’ascensore mi diede un lungo bacio. Poi disse: - Siamo arrivati. -

L’ingresso dell’appartamento era fresco, aerato, odorava di cera e di

mare, di pace notturna, come se il tempo vi si fosse fermato e avesse

preservato a lungo i bei cassettoni antichi, le ceramiche preziose, i fiori

secchi nei vasi, i lunghi tendoni color crema, gli specchi e i pavimenti

lucidati. Notai un baule da marinaio, bussole di diverse fogge e dimensioni,

vecchie fotografie sulle mensole e diverse porte chiuse.

La casa era immensa, e nell’insieme pareva un grande bazar silenzioso,

pieno di libri rari e di ogni genere di mercanzia, faceva pensare a

degli abitanti viaggiatori, o intellettuali, sregolati e simpatici.

Nel soggiorno c’era una grande tavola ancora apparecchiata coi rimasugli

di un banchetto, probabilmente della sera prima.

Ezechiele si scusò: - Ho invitato qualche amico, come vedi. Andiamo

in cucina, proviamo a mettere insieme un po’ di colazione. -

La cucina adiacente era ancora peggio, anche se era una cucina dall’aria

vissuta, piena di aromi mediterranei, di spezie, acciughe marinate,

caffè tostato, e vasi di maggiorana e basilico alla finestra.

- Di qui è passata un’orda di scapoli affamati - commentai, mentre

Ezechiele rovistava nelle scatole di latta alla ricerca di qualche biscotto.

Preparò un caffè, mentre io gli stavo intorno, curiosando qua e là.

- I tuoi non ci sono? - domandai.

- No, sono in campagna fino alla fine dell’estate. Per questo ci siamo

radunati qui. A proposito, i miei amici sono ancora di là che dormono;

ho detto che venivi tu e che se ne andassero senza rompere le scatole. -

- Gentile da parte tua. -

In quel momento successe un fatto banale che però mi parve strano, e

che avrebbe dovuto mettermi in allarme, se avessi dato retta al mio

istinto.

Qualcuno bussò alla porta a vetri della stanza da pranzo, io dissi -

Avanti ! - ma il qualcuno insistette, bussò di nuovo nonostante la porta

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fosse semiaperta. Pensai che gli amici di Ezechiele erano di una discrezione

maniacale. Stavo per andare ad aprire quando Ezechiele sbucò di

corsa dalla cucina dicendo vado io, così tornai al mio caffelatte e

biscotti. Lui aprì la porta e (altro fatto strano) uscì a parlare nel corridoio

chiudendosela alle spalle. Pensai che anche lui era di una discrezione

maniacale. Restò fuori un paio di minuti.

- Perché non hai fatto entrare il tuo amico? - gli dissi quando rientrò.

- C’era abbastanza caffè anche per lui. -

- Oh - rispose evasivo - aveva fretta. -

Pensai che era una risposta logica ma del tutto irrazionale, pensai che

quel tipo non voleva farsi vedere, ma cacciai subito il pensiero perché

volevo credergli, non volevo dubitare che il mio amore mi nascondesse

qualcosa. Poi lui mi si avvicinò dicendo: - Voglio stare da solo con

te, sono un tipo molto geloso - e così pensai davvero che avesse dato

consegna di non disturbarci.

Mi prese per mano e mi condusse in una stanza dalle pareti piene di

scritte colorate, con cataste di tele, alcune ancora vergini e altre già

dipinte, un cavalletto da pittore, e tubetti di colori sparsi sul tavolo.

- E’ la stanza di mio fratello. Frequenta l’Accademia di Belle Arti. - mi

spiegò.

- Si vede. E dove dorme questo tuo fratello? - chiesi preoccupata, perché

non vedevo le cose normali che qualificano una stanza da letto,

l’armadio, il letto, il comodino.

- Lassù - rispose indicandomi il soffitto.

Mi resi conto che la camera era stata soppalcata all’altezza dei due

metri, e che per guadagnarsi il letto bisognava salire su una sedia,

aggrapparsi alla libreria, e se uno non si era ancora rotto l’osso del

collo, al quarto scaffale poteva tentare di lanciarsi sul materasso tenendosi

a una fune fissata al soffitto.

- Geniale. Ma non era meglio una scaletta? - Commentai mentre sbuffavo

per salire.

- Tu non conosci Mauro, gli piacciono le cose complicate. -

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E in effetti la scaletta la costruimmo solo diversi anni dopo io e Mauro,

il fratello di cui seppi l’esistenza in quel momento e che in seguito

diventò mio amico.

Quel mattino dolce di settembre che filtrava attraverso le persiane socchiuse

mi vide felice tra le braccia del mio amore, mentre compivo

diciannove anni e il tragitto del mio destino prendeva un binario che

l’avrebbe deviato per sempre.

Mi lasciai spogliare e mettere a dormire, ma poi facemmo l’amore e

fummo felici.

A quel tempo ero timida e inesperta, anche se avevo una natura piena

di passione che attendeva solo di essere risvegliata; però non ero capace

di esprimere quello che sentivo, perché ero stata abituata a non

ascoltare le mie emozioni, tanto che spesso non sapevo neppure io

quale fosse la verità di quello che provavo.

Davo tutto per scontato, che due che stanno insieme per scelta si

amano, sono reciprocamente sinceri, e non hanno bisogno di ripetersi

continuamente quello che provano; pensavo ingenuamente che quando

ci si ama non ci sono problemi, e quella felicità dura in eterno, o almeno

finché uno lo decide.

Non li volevo, i problemi, erano una cosa privata e non da condividere;

secondo la mia visione di un amore, bisognava condividere solo le

cose belle. Ma mi sbagliavo. Anche Ezechiele in questo si sbagliava.

In cambio, davo troppa importanza alle cose superficiali e di poco

conto, ai gesti, alle sfumature, alla cronaca quotidiana, perché ero insicura,

e timorosa di non essere mai amata abbastanza. Sapevo tante

cose, ma non avevo ancora imparato a essere me stessa.

Lui non mi chiedeva tante cose di me, viveva di più il presente: addirittura

a volte avevo la sensazione che fosse un po’ evasivo nel rispondere

alle mie domande innocenti sulla sua persona. Quando era con me

mi dava tutto se stesso, questo io lo sentivo e mi faceva quasi paura,

perché poi invece faceva il misterioso, si difendeva quando volevo

parlare, e sembrava non gli importasse sapere o farmi sapere chi e che

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cosa eravamo. Non volevo, e non potevo aprirmi del tutto finché non

mi fossi sentita al sicuro, mentre lui sembrava solo volermi amare e

farsi amare, silenziosamente, solo cuore e niente parole, finché dura

dura, come i soldati che vanno alla guerra e amano per l’ultima volta.

Forse avrei dovuto accontentarlo; ma io non ero pronta per quello, e

comunque non credo che fosse giusto.

Quel giorno mi parlò delle fiabe strampalate della sua infanzia, quelle

che suo padre gli raccontava e lui non riusciva mai a ricordarsi e le

riportava al fratellino tutte strambe e a rovescio. Ma poi si interrompeva,

stanco di parlare, mi baciava e mi ribaciava, e diceva, dai, riposati

un po’ sulla mia spalla, mi piace guardarti mentre dormi, cambi espressione

mille volte, così imparo a conoscerti.

Mi svegliai dopo non so quanto tempo, la stanza era tutta illuminata

di luce.

Dalla finestra spalancata si vedeva tutta Genova, le sagome dei campanili

che emergevano dal mare grigio dei tetti di ardesia, le macchie

di colore degli oleandri nei giardini, le terrazze i vicoli e in lontananza

il mare azzurro e il cielo limpidissimo.

- Come sei fortunato a vivere in questo posto! - fu la prima cosa che

gli dissi.

Poi mi successe qualcosa di imprevedibile, di strano, ebbi improvvisamente

paura, come un dolore sordo nello stomaco.

Pensai che dovevo andar via, salire su un treno qualsiasi e fuggire lontano.

Fu così repentino che né io né Ezechiele avemmo il tempo di reagire,

ma se riguardo al rallentatore quel mattino così importante della

mia vita, credo di aver avuto paura della felicità. E così inventai una

scusa, mi aspettano, devo proprio andare, c’è un treno proprio tra un

quarto d’ora.

Lui protestava, ma perché te ne vai già, ti prego resta con me ancora

un po’, ma io ero nella mia follia di scappare e non sentivo ragioni.

Scendemmo di casa correndo, con lui che mi inseguiva pregandomi di

restare e diceva ridendo, tanto perdi il treno, e invece il treno aveva

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mezz’ora di ritardo e mi aspettò.

- Verrò a trovarti a Torino la prossima settimana - disse Ezechiele.

- Ti aspetto - risposi. Avrei dovuto aggiungere, scappo perché non so

perdonare i tuoi silenzi, perché ho paura che mi farai del male, ma la

verità era ben nascosta alla mia coscienza, percepivo soltanto un’intollerabile

inquietudine da spegnere presto.

Ezechiele aveva l’espressione triste, gli dispiaceva vedermi partire, e

io pensai per un folle momento, adesso scendo dal treno e lo abbraccio,

gli dico che lo amo e torniamo indietro, andiamo a fare ancora l’amore,

e davvero avrei dovuto farlo, perché forse le nostre vite non

avrebbero deragliato tanto. Invece non lo feci, e lo guardai rimpicciolire

sulla banchina del binario 11, mentre il treno si allontanava e lui

mi salutava con la mano.

Non lo rividi che due anni dopo, quando tutto era ormai cambiato e

stravolto, e oltre alle piccole cose, ad allontanarci fu il dolore di una

tragedia collettiva.

Arrivai a Torino dopo quasi due ore, e mi ricordai che non mangiavo

da un bel po’.

Andai a sedermi nel bar della stazione e ordinai qualcosa. Il juke-box

mandava una canzone di RobertoVecchioni che si intitolava ‘Signor

giudice’, che a me piaceva molto; parlava di magistrati privi di

coscienza e moralisti. A volte la vita ci manda dei messaggi di avvertimento,

crea delle coincidenze, ma noi non siamo in grado di decifrarli

e continuiamo a bere il caffè.

Poi accadde qualcosa di simpatico.

Mi accorsi che vicino a me si era seduto un signore molto distinto,

sulla quarantina, che stava bevendo una bibita e intanto mi guardava.

Sentendomi osservata, lo fissai a mia volta, allora lui sorrise e mi disse

con un accento straniero:

- Bella questa canzone. Anche se non capisco bene tutte le parole. -

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Fece una pausa e poi riprese: - Permetta che mi presenti, signorina, il

mio nome è Davide. -

Era così affabile e sorridente che non potei fare a meno di rispondergli.

- E’ in Italia per turismo? -

- Non esattamente. Io sono di origine ebrea, e i miei genitori emigrarono

da Torino molti anni fa quando ero ancora piccolo. Da allora ho

vissuto in Israele, ma mi è venuta voglia di visitare i luoghi dove sono

nato, e così sono venuto fin qui. Ma stanotte riparto, mi manca molto

la mia famiglia. -

Fece una pausa, nella quale io non sapevo se si aspettasse una qualche

risposta.

Poi riprese a guardarmi e a parlare: - Lei è sposata? -

Risposi di getto: - Certo che no, sono troppo giovane! E poi non penso

di essere tagliata per il matrimonio, devo ancora andare all’università,

voglio conoscere il mondo. -

- Eppure ce l’ha un amore. -

Pensai a Ezechiele.

- Oh, sì, ce l’ho! Ma lei come fa a saperlo? -

- Si vede dal suo sguardo: c’è la luce dell’amore dentro. -

Lo guardai un po’ stupita: - Chi è lei, che legge dentro alle persone? -

- Sono solo uno che le osserva, le persone. E amo la vita, amo l’amore.

Si ricordi che l’amore è la cosa più importante della vita. Qualcuno

da abbracciare tutte le notti, da onorare come un re, o una regina, con

cui vivere e conoscersi in totale libertà, è il dono più bello che la vita

possa offrirci. L’amore vale di più della conoscenza, non se lo

dimentichi.

Ritorni dal suo amore molto presto, non lo lasci solo; e lo guardi ogni

giorno come se fosse nuovo, non si fermi all’apparenza, vada fino in

fondo alla sua anima, la assapori, se la goda, vedrà che è infinita. E’ un

pezzo di dio. -

Io non credevo all’anima, ma era bello stare lì ad ascoltarlo

20


mentre parlava.

Parlava come se mi conoscesse, o forse parlava dal cuore, e mi commuoveva,

anche se un’altra parte di me lo giudicava.

- Adesso devo andare, ma si ricordi quello che le ho detto, signorina.

E non si preoccupi se a volte la vita sarà difficile; l’amore è

invincibile. -

Lo salutai pensando che forse era un poeta. Mi lasciò una grande pace.

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“Ci guardammo intorno, e il mondo non ci piacque affatto, in quell’anno

1980.

Pochi giorni prima avevamo festeggiato il Natale accompagnati dal

coro dell’Armata Rossa che marciava in Afghanistan per l’ultima follìa

del socialismo reale. Facevamo i conti e vedevamo il denaro liquefarsi

al calore di un’inflazione che correva verso il 20%. In Iran, un

vecchio fanatico aveva messo sotto chiave 63 cittadini americani.

In casa nostra, l’agonia del terrorismo esigeva ancora molti sacrifici

umani prima di rassegnarsi alla sconfitta. E mentre il pane si faceva

più caro, i giochi del circo si facevano più grigi: in quel 1980 ci avrebbero

mutilato le Olimpiadi, colpite dai boicottaggi.

Ma la notizia peggiore, quella che parve suggellare tutte le altre, e

chiuderle in una prospettiva di guerra, sarebbe arrivata alla fine del

1980, il 4 novembre. In quel giorno d’autunno l’America delle nostre

libertà e delle nostre speranze scelse come suo presidente un uomo che

sembrava uno scherzo di cattivo gusto…..un ex radiocronista di baseball

celebre per inventarsi le partite, un ex attore noto per la pessima

qualità dei suoi film, un ex democratico divenuto repubblicano nel

nome dello sciovinismo più acceso. Un leader settuagenario, che si era

formato le proprie convinzioni in materia economica guardando il professor

Laffer tracciare la sua teoria su un tovagliolino di carta al ristorante,

stava per assumere le redini della massima potenza della Terra.

L’America aveva scelto Ronald Wilson Reagan……..Del reaganismo

sapevamo tutti molto poco, forse ne sapeva poco lo stesso Reagan, ma

il sospetto era che fosse pura follìa….Il famoso grafico sul tovagliolo

di carta tracciava una formula troppo bella per essere vera; diminuendo

le tasse, diceva la famosa ‘curva di Laffer’, si accrescono le

entrate dello Stato perché si stimolano l’attività economica e quindi i

profitti. Era il sogno dell’uomo politico: fare felici insieme i contribuenti

e gli esattori.

In politica estera, il reaganismo appariva ancora più rudimentale: per

tornare a essere ‘number one’ nel mondo, l’America non aveva biso-

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gno di essere intelligente, ma soltanto forte. La strategia internazionale

sembrava la letterina di Natale dei fabbricanti d’armi: ‘zio’ Ronnie

voleva una marina di seicento navi, tredici portaerei con contorno di

navi scorta, bombardieri supersonici B1 e bombardieri invisibili B2,

missili intercontinentali ed euromissili, scudi spaziali e armi stellari e

un bilancio militare che avrebbe superato i mille miliardi di dollari, un

milione e mezzo di miliardi di lire soltanto nei primi quattro anni della

sua presidenza. E in quel 1980 l’America, e con essa il mondo, cominciarono

un decennio straordinario.

E tra l’incredulità prima e poi le ovazioni del mondo, il linguaggio, le

idee, la retorica di quell’anno ’80 conquistarono il decennio.

Deregulation, privatizzazione, alleggerimento fiscale, yuppismo, meno

governo, liberalismo, sono divenute le parole d’ordine degli anni

’80…. E non importa se la prosperità reaganiana è stata una prosperità

a credito che ha fatto dell’America il più grande debitore del

mondo e ha lasciato a George Bush un bilancio tappezzato di buchi.

Che la distribuzione della ricchezza sia divenuta ancora più iniqua e

che oggi un quinto della popolazione statunitense possegga quasi metà

della ricchezza nazionale, mentre il venti per cento più basso deve

accontentarsi di un miserabile 4,6% della cassa americana. E non

importa neppure che l’amministrazione Reagan sia stata una delle più

corrotte, delle più venali, delle più sventate della storia USA, con oltre

cento alti funzionari incriminati o incarcerati.

L’America e il mondo del 1980 avevano bisogno di una commedia rassicurante

dopo dieci anni di dramma e Reagan si preparava a metterla

in scena annunziando un nuovo ‘lieto inizio’per il paese. Il lieto fine

sarebbe venuto più tardi e si sarebbe chiamato Gorbaciov.’

Vittorio Zucconi, da Il Venerdì di Repubblica, 29 dicembre 1989, n.99

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Capitolo 2 - 1980, inverno

Dopo dieci giorni di Ezechiele ancora nessuna notizia. Né telefonate

né lettere.

Non volevo cedere e chiamare per prima, pensavo adesso tocca a lui,

ma i giorni passavano e il mio sentimento di abbandono cresceva a

dismisura.

Infine diventò intollerabile, così misi da parte l’orgoglio e chiamai, più

di una volta, non sapendo se essere più arrabbiata o preoccupata.

Mi rispondeva un uomo dalla voce burbera, che mi dava sempre la

stessa risposta:

- Ezechiele non c’è, non so dirti dove sia, né quando ritorna. -

Ero sempre più perplessa, nessuno sparisce così senza una spiegazione,

mi dicevo, senza rendermi conto che è proprio così che di solito si

sparisce, all’improvviso. Ma non volevo darmi per vinta, esigevo una

spiegazione. Alla quarta o quinta telefonata successiva ( intanto erano

trascorsi quasi due mesi ) fui più insistente, e allora l’uomo, forse riconoscendo

la mia voce, disse:

- Non so davvero dove sia Ezechiele, sono molto preoccupato anch’io;

senti, non chiamare per qualche tempo, credo che abbiamo il telefono

sotto controllo. - E riattaccò.

Rimasi di sasso. Che diavolo poteva essere successo? Chi controllava

il telefono? La polizia, evidentemente. Allora Ezechiele doveva aver

combinato qualcosa. Forse era fuggito, ecco perché non si era più fatto

vivo.

Cominciai a pensare di che poteva trattarsi. Droga? Impossibile.

Ezechiele aveva l’aria sana da sportivo, non gli avevo mai visto fumare

nemmeno uno spinello.

Mi venne in mente che una volta gli avevo domandato che cosa facesse

per vivere e lui mi aveva risposto :

- Niente. -

- Come niente? -


- Niente. -

E visto che il discorso lo infastidiva avevo lasciato perdere. Avevo pensato

che forse era disoccupato e se ne vergognava. O forse era ricco di

famiglia e se ne vergognava.

D’altronde lui non mi chiedeva quasi mai della mia vita privata, a

meno che non fossi io a parlarne per prima. Così non avevo più fatto

domande. Ma l’interrogativo mi si ripropose in quei giorni. Misi insieme

quel che sapevo di lui, i particolari strani a cui sul momento non

avevo dato peso, e conclusi che non poteva trattarsi che di politica.

- Oddìo, non sarà mica delle Brigate Rosse? -

Questa fu la domanda che rivolsi a Marilina alla fine di un lungo

discorso in cui avevo raccontato la storia dal principio. Eravamo al bar

dell’Opera universitaria durante una pausa delle lezioni.

Marilina era la mia amica del cuore, quella con cui dividevo da tre

mesi due camere più servizi in un vecchio palazzo della prima periferia

di Torino.

Mi ero aperta con lei nel momento in cui mi ero resa conto che avevo

bisogno di sfogarmi con qualcuno fidato che mi ascoltasse, non si

scandalizzasse, e soprattutto non cercasse di dissuadermi dall’andare a

fondo della faccenda.

Marilina diede sollievo alla mia tristezza senza fare commenti, mi promise

che non ne avrebbe parlato con nessuno e mi domandò cosa

intendevo fare.

- La settimana prossima vado a Genova. -

- A Genova dove? - chiese mentre versava lo zucchero nella tazza del

cappuccino e mescolava con metodo.

- Vado a casa sua, voglio parlare con la sua famiglia. Dovranno ricevermi,

in fondo sono la sua ragazza. -

- Ti rendi conto in che guaio ti vai a cacciare? -

- Veramente no, finché qualcuno non mi dice che cosa sta succedendo.

Posso andare dove voglio, siamo in democrazia, no? - scherzai.

- E se invece della sua famiglia trovi la Digos cosa gli racconti? -

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- La verità. -

- Sei matta, nessuno ti crederebbe. Comunque lo so che hai già deciso,

allora vengo anch’io, almeno saprò in che prigione ti rinchiudono. -

Le fui grata della proposta.

Il lunedì successivo prendemmo il treno di buon’ora, e alle dieci del

mattino eravamo a Genova Principe. Sostammo per qualche minuto al

bar della stazione per fare colazione.

- Almeno sai l’indirizzo? - Marilina mi squadrava interrogativa.

- No, non lo so, ma forse mi ricordo il percorso che abbiamo fatto quella

mattina. -

Marilina lasciò cadere indignata la tazza sul piattino facendolo tintinnare:

- Non ci posso credere che siamo venute fino a qui e non sappiamo

neanche dove dobbiamo andare! E magari adesso mi dirai che troveremo

l’indirizzo sull’elenco del telefono. -

E io candida: - Possiamo provare. -

Marilina era contrariata, ma io andai verso la signorina bionda che

stava alla cassa, mi feci prestare l’elenco del telefono e per fortuna con

il cognome che mi interessava c’era un solo numero. Mi feci spiegare

la direzione e mi parve che quadrasse con quello che ricordavo del tragitto

percorso tre mesi prima con Ezechiele. Dopo qualche tentativo

andato a vuoto arrivammo alla via giusta e individuai il palazzo.

Marilina si sedette su un muretto dall’altro lato della strada, aprì il

giornale e disse: - Vai tu, io resto qui ad aspettarti. Se non ritorni entro

un’ora do l’allarme. -

- Dai cosa? E soprattutto a chi? - Mi veniva da ridere.

- Ma, non so, alla polizia. -

- Brava, sono proprio quelli che dobbiamo evitare! - Mi veniva sempre

più da ridere, perché Marilina diceva con grazia e seriamente delle

cose spesso illogiche. Era degna del nome che portava, e faceva innamorare

tutti i ragazzi.

- E va bene, niente allarme, ma se non torni entro un’ora mi attacco al

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campanello. Intanto io resto qui a guardare se arriva qualcuno dall’aria

sospetta. -

Non volli guastarle il divertimento.

Dopo aver ripassato il piano mi avviai, ma invece di suonare il citofono

della porta principale feci il giro del palazzo. C’era una rampa di

scale che saliva sul fianco dello stabile che si appoggiava alla collina,

e che sul retro aveva quattro piani sotto terra. Ricordavo che l’appartamento

da un lato si trovava al quinto piano, ma dall’altro lato dava

su un giardino, dunque doveva per forza esserci un ingresso secondario.

Mentre mi avvicinavo mi batteva forte il cuore per la paura, l’eccitazione,

il mistero.

Bussai all’unica porta esistente, e mi venne ad aprire una donna dall’aria

timida, che parlava con voce esitante.

- Desidera? -

- Sto cercando Ezechiele, abita qui? - domandai guardandola in viso,

cercando di essere cordiale perché non si spaventasse.

- Cosa vuole da lui? - La donna aveva paura, e si comportava in modo

diffidente.

Intanto dall’interno si udì la voce dell’uomo del telefono, grave e autorevole.

- Chi è? -

Presi coraggio e dissi forte: - Sono la ragazza di Ezechiele e sono venuta

a cercarlo perché non mi telefona da tre mesi. -

La donna davanti a me si sciolse e mi avvolse in un sorriso cordiale:

- Vieni avanti, io sono la mamma. Piacere di conoscerti. -

E prima che gli uomini in casa dicessero la loro lei mi aveva già fatto

entrare dicendo: - Sento che di lei ci possiamo fidare. -

Mi fecero sedere e diedi segno di riconoscere la stanza. Erano seduti

intorno al grande tavolo del soggiorno, la madre, l’uomo burbero che

mi si presentò come il padre, un bel ragazzo coi capelli lunghi che avrà

avuto la mia età (capii che era il fratellino delle fiabe), e infine un gio-

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vanotto vestito in giacca e cravatta dall’aria molto distinta. Mi offrirono

un caffè, mi dissero che non sapevano della mia esistenza ma che

mi credevano.

- Ci sono tante cose di nostro figlio che non sapevamo - disse la madre.

La mia presenza sembrò dare loro sollievo, la possibilità di parlare con

qualcuno di quello che stava capitando e che loro vivevano come un

incubo.

Seppi che Ezechiele era sparito il giorno dopo la mia visita. Che quella

sera stessa loro erano rientrati dalla campagna e avevano trovato la

polizia che voleva perquisire la casa e arrestarlo. Che Ezechiele era

stato denunciato da un ‘pentito’ delle Brigate Rosse ed era accusato di

terrorismo, ma forse era riuscito a scappare.

Il giovanotto ben vestito era un amico di scuola di Ezechiele, era venuto

per domandare ai suoi se poteva rendersi utile, ma non c’era niente

che si potesse fare in quel momento.

Ci raccontarono come gli agenti della Digos fossero andati a svegliarli

più di una volta nel cuore della notte, avessero perquisito la casa

ripetutamente, e interrogato Mauro convinti che sapesse qualcosa.

La madre disse: - Mi tenevano il mitra puntato contro come fossi una

criminale; sembrava di essere tornati indietro di quarant’anni, ai tempi

del fascismo. Ho avuto tanta paura. Sono contenta che non l’abbiano

preso, mio figlio, chissà cosa sarebbero capaci di fargli. -

Mauro non aveva detto niente.

- Nessuno può obbligarmi a parlare contro mio fratello. E poi io non

sono in nessuna organizzazione. -

Anche se poi diventammo amici, Mauro non mi parlò dei fatti di quel

periodo per moltissimo tempo. Di lui ci si poteva fidare davvero, una

delle persone più leali che abbia mai conosciuto.

Erano passate già più di due ore, quando mi ricordai di Marilina. Dissi

che me ne dovevo andare, allora il giovanotto propose di accompa-

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gnarmi a prelevare la mia amica e poi alla stazione. Salutammo con la

promessa di risentirci tutti presto e uscimmo.

Recuperammo Marilina, poi prendemmo l’autobus; lui ci lasciò davanti

alla chiesa della Nunziata, nella piazza dove tanto tempo dopo avrei

avuto il mio ufficio, e mi promise che mi avrebbe telefonato se sapeva

qualcosa. Disse anche: - Stai tranquilla, Ezechiele sa badare a se

stesso. -

Ci sentimmo un paio di volte, in cui mi consolò parlandomi di

Ezechiele e del loro passato insieme, poi lo persi di vista perché andò

a lavorare in America. Gli scrissi un biglietto di saluto poco prima che

partisse:

“Penso a quei pochi giorni con Eze e sono felice della serenità che

abbiamo avuto. A volte mi sembrava inseguito da strane ombre ma non

ci avevo badato, avrei dovuto fidarmi di più del mio istinto. Adesso

vedo le cose da un punto di vista diverso. Le cose accadono nostro

malgrado e talvolta ci trascinano con sé.

Ho saputo di quel giudice romano che le Brigate Rosse hanno rapito,

ho visto alla televisione la figlia, a cui i Radicali hanno concesso lo

spazio televisivo per leggere il comunicato dei rapitori. Sarà anche un

simbolo del potere, ma il suo dolore, o quello della figlia, è forse diverso

da quello di chiunque altro? Il dolore è uno. Infliggerlo ai propri

simili è terribile, e non so se ci sia un motivo giusto per farlo. Questa

è la domanda a cui sto cercando di rispondere.

Non sapevo che tu ed Eze foste stati radicali militanti, anche io sono

iscritta al partito e ho partecipato alla campagna sull’aborto. Credo nella

politica e nella democrazia, anche se mi danno fastidio i parolai di

mestiere. Se la parola non diventa azione non migliora la qualità della

vita, ma anche se credo che tutto sia da cambiare sono convinta che sia

meglio rimboccarsi le maniche piuttosto che imbracciare un mitra.

Purtroppo di lui non ho notizia. Ti saluto e ti auguro buona fortuna.”

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“Gli operai da un secolo in qua sono stati spesso messi a morte e non

penso solo a quelli rimasti sulle strade sotto i fucili della polizia o dell’esercito.

Ci sono molti modi di distruggere le persone: condizioni di

vita imposte o negate che sono condanne a morte decretate legalmente.

Ma non credo che questo argomento giustifichi. Quando si parla

della morte entrano in discussione valori e principi che ci investono,

non ammettono diminuzioni, ogni riduzione è un insulto a qualcosa di

noi che è inviolabile. E credo che una politica che se lo scordi è poca

cosa. Ma non possiamo assumere questi valori come criterio di valutazione

storica. Quando scegliemmo la lotta armata era perché ogni

altra strada ci era preclusa, ce ne sentimmo costretti. Costretti a cose

tremende. Sapevamo cosa voleva dire uccidere, e anche restare uccisi,

il primo colpo l’avevano sparato addosso a noi. Chi ci è passato è

stato obbligato a guardare diritto nei significati ultimi da dare all’esistenza

sua propria e altrui. E ne doveva aver fatto i conti in partenza.

Come in una guerra, dove si fanno cose terribili perché si ritengono

terribili e necessarie…..Questa dicotomia, questo stacco, bisogna operarli

in qualche modo se vogliamo capire gli avvenimenti nella dimensione

storica. Poi a ognuno resta un problema con se stesso”.

Mario Moretti

“In quel momento una sola cosa contava, che l’antagonismo sociale

reggesse, ed era nostra convinzione profonda che non avrebbe retto

senza darsi un’organizzazione armata. Venivamo da anni di lotte operaie

anche dure, e ne conoscevamo il limite. Bisognava andare oltre.

Forse abbiamo sbagliato il come, voglio essere impietoso. Ma non

sbagliammo nel capire che gli operai in fabbrica non l’avrebbero

spuntata più”.

Mario Moretti

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“Per gli studiosi del terrorismo il 1981 è stato un anno memorabile, il

terrore ha colpito i grandi della terra. Campeggia ovviamente l’attentato

al papa Giovanni Paolo II° compiuto da un giovane turco di nome

Alì Agca. La ragion di stato ha consigliato ai nostri governanti di

insabbiare la pista bulgara, ma, alla luce di quanto sta accadendo nel

mondo comunista, i sospetti sui Bulgari, ideatori dell’attentato per

conto dell’URSS e del KGB, assumono oggi i connotati della certezza.

Questo papa venuto dall’est è stato il grande demolitore del comunismo

sovietizzante. Non è stato lui a provocarne la crisi acuta, è stata

la bancarotta economica e la voglia di democrazia che dilaga per tutto

il mondo, ma certo l’ha affrettata. Il KGB aveva visto giusto.

Se l’è cavata meglio del pontefice il presidente degli Stati Uniti Ronald

Reagan, la televisione ci ha fatto vedere la sequenza dell’attentato e il

presidente-attore ha recitato perfettamente. Colpito di striscio si è

inchinato fra i suoi gorilla ed è partito in un ringhio di motori. Meno

fortuna di lui ha avuto il povero Sadat, presidente egiziano: anche del

suo attentato l’onnipresente occhio televisivo ci ha dato una testimonianza

agghiacciante…..Autori dell’attentato sono stati i fratelli mussulmani

e da varie parti si indica il mandante in Gheddafi. In materia,

Gheddafi ha una sua affidabilità, ha già tentato di far accoppare il re

del Marocco, il presidente del Ciad, il re Hussein di Giordania, il presidente

della Tunisia……Conti alla mano risulta che i tiranni arabi

hanno ucciso o fatto uccidere più loro correligionari che israeliani.

Appartiene al terrorismo anche il sequestro del magistrato D’Urso,

uno dei colpi di coda del terrorismo brigatista.

Lo dirige Giovanni Senzani, uno degli irriducibili con cui la rivoluzione

progettata dalle Brigate Rosse finisce per disintegrarsi nelle utopie

più ardite e cervellotiche, quali la rivoluzione dei sottoproletari che

riprende la teoria dei Nap sulla santa canaglia, sul popolo delle carceri

e delle periferie decomposte cui spetterebbe il compito storico di

sostituire il proletariato ormai imborghesito. E’ pura idiozia politica,

con le sabbie mobili del sottoproletariato e del mondo carcerario non

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si costruisce nessun partito rivoluzionario, si stabiliscono solo effimeri

incontri fra intellettuali visionari e poveri cristi incazzati.

Il sequestro D’Urso si segnala anche per un altro verso, cioè per

il distinguo corporativo. La magistratura che non ha mai trattato

o esortato a trattare neppure per il sequestro Moro, ora che il

sequestrato è uno della corporazione tratta, accetta buona parte

delle richieste fatte dai sequestratori e ottiene in cambio la liberazione

del magistrato.

Come ultimo insulto al sistema, Senzani insinua che il magistrato

ha ‘cantato’, ha fatto i nomi dei collaboratori dell’ufficio che sorveglia

le carceri. D’Urso naturalmente smentisce.

L’anno 1981, come tutti gli altri del resto, è dominato dai sortilegi

e dai plagi della televisione. Il massimo è quello di Vermicino e

di Alfredino, il bimbo caduto in un pozzo. La televisione non molla

la raccapricciante tragedia, la segue per ore e ore, e per altrettante

si vedono uomini politici fra cui il presidente della

Repubblica fermi per la ripresa propiziatrice di voti.

L’81 è un anno di grandi gialli: quello dell’attentato al pontefice

in cui si muovono agenti segreti, ‘lupi grigi’ del fascismo turco e

quello più nostrano della P2 di Licio Gelli. C’è attorno alla P2

una grande disinformazione: non perché si attribuiscano alla P2

colpe e malefatte di cui non è responsabile: ma perché ci si guarda

bene dallo spiegare le ragioni per cui una buona parte della

nostra classe dirigente si era iscritta alla loggia massonica senza

avere sentore di trame nere e pensando solo a un mezzo per fare

carriera. Non si dice cioè che la P2 è stata concepita da molti

come un superpartito più forte dei partiti.

Una vecchia volpe come Giulio Andreotti, che la signora Calvi in

un’intervista televisiva indica come il vero capo della P2, ha buon

gioco nel fare dell’ironia, nel raccontare che avendo conosciuto

Gelli come il padrone di una piccola fabbrica di materassi elastici

si era poi molto stupito di vederlo riverito e rispettato…….

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Dulcis in fundo il matrimonio di Carlo d’Inghilterra con Diana

Spencer, che, unito alla scoperta dei bronzi di Riace, è come una

luce di speranza per questa povera umanità costretta a vedersela

con le seconde e terze case e le seconde o terze automobili.”

Giorgio Bocca, da Il Venerdì di Repubblica, 1989, n.99

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Capitolo 3 – 1981

Trascorsi il capodanno non ricordo come, probabilmente come lo passano

quasi tutti, in compagnia di perfetti estranei che poi uno dimentica

subito.

La mia vita andava avanti. Frequentavo l’università e la sua vita bohemienne

in una girandola di lezioni mattutine, date di appelli anticipate

o rimandate, amici che andavano e venivano, libri e dischi prestati,

interminabili serate in birreria e pomeriggi all’Opera universitaria.

L’Opera era il ritrovo degli studenti delle facoltà scientifiche, che

io frequentavo per via di Marilina, e perché a Filosofia non mi trovavo

bene.

Non era nient’altro che un salone sotterraneo, tutto piastrellato di un

triste verde opaco, diviso in due sezioni: in una c’erano il bancone del

bar e i tavolini, dove si trovava sempre un socio perdigiorno per lo scopone

scientifico o per gli scacchi, nell’altra invece si poteva studiare

perché era insonorizzata, e a tale proposito era detta ‘l’acquario’

perché si vedeva la gente muovere le labbra dietro ai vetri come fossero

pesci.

Marilina e io avevamo casa per conto nostro, e quindi diventammo un

punto di riferimento per tutta la compagnia.

C’era sempre qualcuno che si fermava a dormire, a mangiare, a studiare,

a discutere o a pomiciare di là, era un meraviglioso delirio di

discussioni, scambi culturali, confronto.

C’era in soggiorno un grande tavolo rotondo che occupava praticamente

tutta la stanza, e tutti i giorni ci mettevamo seduti là, noi e i

nostri ospiti fissi, e incredibilmente si riusciva a studiare, ognuno le

sue materie. Ogni tanto si faceva una pausa per il caffè o una birra, e

c’era sempre Marco che apriva i giornali femminili di Marilina, e per

prenderla in giro cominciava a leggere la posta del cuore come fosse

un pezzo teatrale; allora gli altri gli davano corda e a turno si fingevano

esperti che davano le risposte più ridicole e strampalate, finché ci


venivano le lacrime dal gran ridere.

Qualche volta c’era un cuore infranto da consolare, e allora ci si chiudeva

nel bagno che era il mio ‘ufficio’ di psicanalisi, dove somministravo

ricette e consigli per la felicità.

Pensavo spesso a Ezechiele, a volte con amore, a volte con dolore,

altre con rabbia, avrei voluto rivederlo per sapere cosa gli era successo,

cosa c’entrava lui con la lotta armata che stava insanguinando il

nostro paese e perché l’aveva scelta, e soprattutto se mi pensava ancora

oppure no. Non sapevo se mi dovevo sentire ancora legata a lui, lo

desideravo ma non volevo illudermi troppo, avevamo passato troppo

poco tempo insieme.

Mi umiliava che non mi avesse detto niente della sua doppia vita,

anche se ne intuivo le ragioni, probabilmente aveva voluto proteggere

me da una parte, e i suoi compagni dall’altra.

Eppure lui mi era sempre vicino, non potevo sbagliarmi, il cordone

invisibile che mi legava a lui era forte, qualche volta diventava così

sottile e tenue che avevo paura si rompesse, ma c’era sempre. Era una

presenza discreta e invisibile vicino a me, io gli parlavo, gli cantavo

delle canzoni con la mia chitarra, mi inventavo degli incantesimi per

andare da lui nei sogni.

A volte uscivo con dei ragazzi, ma il mito di Ezechiele non aveva rivali.

Un giorno un mio compagno di Ingegneria mi urlò in faccia che la

dovevo piantare, chiunque fosse questo cazzo di fantasma che avevo

nel cervello dovevo lasciarlo andare altrimenti avrei finito per

impazzire.

Disse: - E comunque secondo me non ti amava poi così tanto, costui;

io non ti avrei mai lasciata. - Invece anni dopo diventò per un po’ il mio

uomo, e anche lui mi abbandonò, all’aeroporto di Francoforte, dopo

un’ennesima litigata e per motivi assai più futili.

Comunque, era difficile credere che non stavo delirando, che quello

che mi era successo era vero, e che io percepivo Ezechiele sempre

vicino a me, così vivo e reale a volte. Mi dicevo che ero ancora giovane,

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e avevo tanto tempo, e nel frattempo potevo studiare e guardarmi attorno.

La sua esistenza era il mio piccolo segreto, che nessuno conosceva,

a parte Marilina. Tutti sapevano che avevo un amore misterioso e

lontano, qualcuno probabilmente arrivò a intuire qualcosa, ma c’era

molta discrezione, e nessuno faceva domande. In ogni caso eravamo

tutti molto solidali tra di noi, e c’era anche qualcuno che, pur non condividendo

la scelta armata, era su posizioni molto estreme.

Diventai molto sensibile alle vicende della cronaca e della politica, di

colpo mi sembrava che tutto avesse cominciato a riguardarmi. Ma non

riuscii mai ad avere una visione solo ‘politica’ delle cose, io partivo dal

punto di vista delle singole persone, dai loro bisogni e dal loro dolore

personale, non dalla classe di appartenenza o dai grandi numeri.

Quell’anno, al Festival del Cinema di Venezia vinse il film di

Margarethe Von Trotta “Anni di piombo”, titolo che poi passò a indicare

tutta la stagione del terrorismo europeo: era la storia del presunto

assassinio avvenuto in carcere dei capi della lotta armata tedesca.

Naturalmente andai a vederlo, una domenica pomeriggio che ero sola,

e ne rimasi sconvolta. Marilina mi trovò sdraiata sul letto a singhiozzare

quando tornò a casa, e dovette tenermi abbracciata per tutta la sera

perché non mi calmavo.

Presa dal desiderio di capire e investigare, mi venne in mente di diventare

giornalista. Le provai tutte, dalle scuole private alle raccomandazioni,

ai concorsi più o meno fasulli, scrissi lettere a giornalisti famosi,

finché uno di loro mi rispose e mi invitò in redazione una sera.

Ero emozionatissima quando varcai la soglia del Tempio (così me lo

figuravo io). Portai con me le fotocopie dei miei articoli e dei miei racconti

ma il giornalista non li lesse; voleva solo conoscere l’autrice

della lettera che lo aveva tanto colpito.

Finì che a parlare tutto il tempo fu lui; cominciò a raccontarmi di sé,

della sua famiglia, mi chiese cosa pensavo di alcuni problemi che

aveva con la figlia che era mia coetanea, e alla fine disse credo che tu

dovresti fare la psicologa perché vedi, nemmeno ti conosco e già ti sto

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parlando dei miei problemi. Ispiri fiducia. Lascia perdere il giornalismo,

segui la tua vera vocazione, sarai più felice. Ad ogni modo, se

proprio vuoi andare avanti nella tua decisione, posso offrirti qualche

minuscola collaborazione, ma non ti prometto niente.

Alla fine gli diedi ascolto, lasciai perdere il giornalismo e studiai da

psicologa.

Continuai a visitare la famiglia di Ezechiele, con sua madre ogni tanto

ci scrivevamo, e lei pur non potendo rivelarmi niente per ragioni di

sicurezza cercava di tranquillizzarmi e mi diceva non preoccuparti, se

è destino che lui sia il tuo uomo niente vi potrà separare.

Sentivo che in un certo senso lei faceva il tifo per me, e un giorno in

cui fummo sole mi confessò che aveva sempre desiderato una figlia

femmina, e che mi voleva bene come a una figlia vera. Infatti, finché

visse, me lo dimostrò in molte occasioni.

Anche io mi affezionai moltissimo a lei. Quando andavo a trovarla ci

mettevamo sedute in camera da letto, dove lei teneva tutte le foto e i

cimeli di famiglia (discendendo da una vecchia famiglia genovese, non

buttava mai via niente), e passavamo ore a parlare di Ezechiele e a consolarci

a vicenda, a ridere e a scherzare appollaiate sul monumentale

letto di mogano dei trisnonni, con le sue quattro gatte che sonnecchiavano

tra un cuscino e l’altro o tentavano di infilarsi sotto le coperte.

A volte lei stava in cucina e io le trotterellavo intorno mentre tostava il

caffè o preparava il polpettone per la cena, e lei mi diceva fai uguale a

Ezechiele, anche lui veniva sempre in cucina e mi girava intorno; a

quel punto le veniva la nostalgia e cominciava a sospirare, allora io la

abbracciavo e cercavo di distarla, lei scuoteva la testa e diceva sempre,

speriamo bene.

Presi l’abitudine di andare a Genova una o due volte al mese, e senza

che ce ne rendessimo conto mi ritrovai a essere parte di quella famiglia,

come fossi stata una nuora sposata a un figlio emigrato che pote-

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va tornare da un giorno all’altro. Ogni tanto domandavo di Ezechiele e

loro rispondevano, stai tranquilla, tutto bene.

Scrivevo qualche lettera, che poi consegnavo senza sapere se e quando

lui l’avrebbe ricevuta. Non osavo chiedere altro, sembrava tutto

fermo, tutto rinviato all’infinito. Eppure loro non mi lasciavano andare,

e io mi lasciai sedurre da tutto quell’amore, da tutte quelle attenzioni.

Mi misero a dormire nella sua stanza, insieme ai suoi libri e alle sue

cose, e forse non fu una buona idea perché mi torturavo inutilmente.

Trascorrevo le notti ad accarezzare le pareti e i libri e le coperte pensando

che anche lui aveva toccato quelle cose, e diventò quasi morbosa

la mia attenta ricostruzione fantastica della sua vita: mi sdraiavo nel

letto e mi dicevo, questo è quello che vedeva lui, e guardavo la stanza,

il panorama fuori della finestra, i mobili. Una follìa.

Diventai amica di Mauro, che aveva solo due anni più di me, e mi piaceva

da morire andare in giro con lui per Genova di notte, avevo sempre

sognato di avere un fratellone, e lui mi piaceva, era matto da legare;

aveva una motocicletta da cross ed era capace di scendere per la

scalinata ripida dell’Albergo dei poveri a tutta velocità con me sul

sedile dietro per fare più presto quando eravamo in ritardo per il

cinema.

Una volta andammo a fare delle fotografie allo stabilimento

dell’Italsider, che di notte, avvolto nelle luci al neon rosse, sembrava

un’astronave apocalittica. Ci arrampicammo su una torretta di ferro

abbandonata, ma poi arrivarono i guardiani notturni che ci sequestrarono

i rullini e volevano chiamare la polizia. Ce la cavammo solo perché

io avevo la faccia da bambina buona, mentre lui aveva i capelli

lunghi (che, si sa, danno sempre una pessima reputazione) ed era uno

litigiosissimo e provocatore.

Mauro era così, entrava in camera mia a qualunque ora proponendomi

le iniziative più strampalate, e di solito io, immemore dei guai che puntualmente

lui attirava, mi facevo coinvolgere. Mi faceva tante fotogra-

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fie (era un creativo, e a me piaceva posare per lui), però poi pretendeva

che guardassi per ore le sue diapositive e lo aiutassi a scegliere le

colonne sonore. Insomma, faceva le cose che fanno i fratelli; eravamo

sempre alleati, e nelle serate in birreria tenevamo banco raccontando le

nostre avventure, tra cui una memorabile scalata del monte Beigua

(nell’entroterra di Savona) il giorno di Santo Stefano, sotto una tormenta

di neve micidiale e un paio di babbucce ai piedi (dai, andiamo

su ancora un pezzetto, non vorrai mica che pensi che sei una donnicciola

qualsiasi che si spaventa per un po’ di freddo?).

Su richiesta di Mauro avevamo cominciato a dire in giro che eravamo

fratelli perché ‘mi vedono sempre con te e pensano che sei la mia

ragazza così le donne non mi guardano più’. Diventai ufficialmente

‘sorella’ e non gli rovinai più la piazza, anzi, le ragazze interessate a

lui venivano da me per aprirsi una corsia preferenziale nei suoi confronti.

A volte mentre andavo in giro con lui, a bere con gli amici o a fare il

bagno di notte alla spiaggia di Mulinetti, oppure mentre rincasavamo

da una serata al ‘261’, un locale allora in voga del quartiere di Sarzano,

mi pigliava un’enorme tristezza e mi domandavo se aveva senso quello

che stavo facendo; non sapevo se volevo bene a Mauro perché era

lui o perché assomigliava a Ezechiele, e non avendo Ezechiele mi

aggrappavo a lui. A volte aveva un’espressione degli occhi, un’inflessione

della voce, un gesto che mi ricordava suo fratello, e mi faceva

male e bene nello stesso momento.

Io stavo esplorando Genova ma Genova senza Ezechiele non aveva

senso, e pensavo con rabbia che non era giusto che non avessimo avuto

neanche un giorno perché lui mi mostrasse la città attraverso i suoi

occhi.

Se di notte andavo in giro con Mauro, di giorno ero monopolio dei suoi

genitori, che avevano deciso di fare di me la principessa di casa.

Suo padre, che si faceva chiamare B.B., era un vero orso.

Trattava malissimo chiunque portasse una divisa di qualunque genere,

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ce l’aveva con i preti, i giudici, la polizia e tutte le autorità in genere,

detestava gli stupidi e gli arroganti e non si sforzava mai di essere

carino con qualcuno; solo negli ultimi anni cominciò a trovare simpatici

i testimoni di Geova, ed era l’unico che io abbia mai conosciuto

che quando suonavano li invitava a salire, preparava il tè, e li ascoltava

paziente, per poi rispondere regolarmente: - Ma le pare, cara signora,

che delle regole scritte per dei pastori asiatici ignoranti di tremila

anni fa possano ancora valere per me, uomo civilizzato del XX° secolo?

Lei vuole offendere la mia intelligenza; ma non si preoccupi, non

mi offenderò, lei però accetti ancora un’altra tazza di tè. -

Poi comprava tutte le loro riviste, le leggeva e dopo le buttava via,

dicendo, almeno non rimangono in giro a far danno.

A B.B. piaceva ridere e bere, aveva un umorismo un po’ all’inglese,

tutto paradossi e sottintesi, chi vuol capire capisca, però aveva un

caratteraccio che non gli riuscì mai di governare: i suoi attacchi di collera

erano memorabili, perché quando si arrabbiava (cosa peraltro facilissima)

dava in escandescenze e inveiva ad alta voce contro chiunque

gli capitasse a tiro, e allora tutti (persino i gatti di casa) cercavano di

sparire per un po’ dalla circolazione.

Quando lo conoscevi bene, scoprivi che sotto tutta quella scorza c’era

un uomo simpatico e intelligente, di grande cultura, che aveva dovuto

crescere in fretta da bambino, e che non aveva avuto tante possibilità

di imparare la tenerezza.

Aveva avuto una vita assai avventurosa prima di approdare ancora una

volta a Genova, dopo aver girato il mondo, combattuto la guerra

d’Africa e vissuto a New York.

Col tempo diventammo amici, e nel bene e nel male lui fu molto

importante per me. Non era preparato ad avere una figlia, e forse la mia

presenza mise un po’ in discussione i suoi precetti di autorità paterna,

di senso del dovere e assolutismo con cui aveva educato i figli maschi.

Diventò più tollerante e autocritico, e dovette fare i conti con le emozioni,

sue e altrui.

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Quando Ezechiele fece la scelta che fece, B.B. si schierò inaspettatamente

dalla sua parte, e per questo litigò con tutti i suoi amici rispettabili

e altolocati, cominciò a vestirsi trasandato e a viaggiare su automobili

scassate. Credo che questa scelta del figlio l’avesse messo in

contatto con la parte anarchica di sé che aveva soffocato in gioventù

per diventare un uomo d’ordine, e una volta scatenata, quella parte

divenne dominante e non poté più essere controllata (ormai era troppo

tardi per incanalarla in modo creativo) finché lo distrusse trascinandolo

nella sregolatezza. Tuttavia non fu negativo perché, almeno negli

ultimi anni della sua vita, B.B. riconobbe se stesso.

Mi piaceva vivere a Torino. Mi piacevano tutte le grandi città, la grande

caotica e fertile concentrazione di persone, idee, possibilità. Torino

era diventata il mio mondo adulto, un mondo in cui mi muovevo a mio

agio, in cui avevo costruito dei ritmi che pensavo sarebbero durati

per sempre.

Certe volte, quando sentivo il bisogno di riflettere, uscivo a fare quattro

passi. Lasciavo i libri aperti sopra al tavolo, prendevo un tram e

scendevo nella vecchia via Po. Passeggiavo sola, senza curarmi della

folla che sfilava sotto i portici, né delle vetrine dalla merce invitante.

Quello che mi piaceva era sentire sotto le scarpe il pavimento di vecchio

granito sconnesso, mentre mi incantavo a fissare il susseguirsi

regolare dei colonnati di piazza Vittorio. Camminare svuotava la

mente. Di regola, alla fine della piazza attraversavo il corso e scendevo

fino al Po. C’era la banchina di pietra che formava l’argine del

fiume, ne custodiva e ne incanalava il corso tranquillo. Andavo a

sedermi vicinissimo all’acqua, sugli scalini consumati, accendevo una

sigaretta e me ne stavo lì a fissare il fiume che scorreva avvolto dalla

nebbia fradicia.

ATorino l’inverno durava a lungo.

Quando veniva un colpo di vento, al di là si intravvedeva l’altra spon-

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da, scarna e spoglia, con l’imbarcadero deserto, le serrande dei bar

all’aperto calate fino in fondo, e poi le sagome scure degli alberi stecchiti

dal freddo che pure resistevano, se ne stavano lì pazienti, e aspettavano

la bella stagione. L’idea di aspettare non mi disturbava più

tanto, da quando l’avevo osservata negli alberi.

Imparavo una quantità di cose standomene seduta al fiume. Per esempio

come fanno gli uccelli a tuffarsi per giocare, o come fanno i canottieri

a tirare su dall’acqua i loro snelli kajaki. Ne passavano parecchi

tutti i giorni, da soli o in gruppo, remavano tranquilli, controcorrente,

sollevando con le loro piccole pagaie lievi onde cerchiate, poi sparivano

dietro le arcate del ponte Vittorio. A volte dalla sponda li salutavo

con la mano, loro rispondevano al saluto, e il freddo condensava sulle

loro labbra le parole in nebbiolina minuta.

Poco alla volta, l’università cominciò a pesarmi. Dopo i primi entusiastici

esami, non mi riusciva più di seguire un ritmo di apprendimento

regolare. A volte studiavo furiosamente per giorni e per notti finché mi

si arrossavano gli occhi, più spesso sprecavo le mie giornate senza riuscire

a concludere nulla, camminando per le strade di Torino in preda

a depressioni, a deliri esistenziali, a pensieri cupi sul non-senso della

vita e del prendere una laurea.

Gran parte delle cose che dovevo studiare e poi ripetere agli esami non

mi interessava, e non avendo mai sviluppato il minimo senso del dovere

provavo un rifiuto totale, una ribellione che non mi lasciava scampo.

Leggevo e rileggevo quei libri, e non mi restava niente in testa.

Non era così che mi ero immaginata l’università.

Io volevo degli strumenti per poter capire la vita, per rendere migliore

la qualità delle mie esperienze, non per diventare un pappagallo

ammaestrato, per quanto sapiente o di successo.

Ero così innamorata del mondo, così fiduciosa che ci fosse da qualche

parte là fuori uno spazio per me, in cui vivere e condividere, ed essere

felice, mentre tutte le volte che succedeva qualcosa che sembrava contraddire

questa mia verità mi stupivo e provavo un dolore cocente fino

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a spezzarmi. Ma non volevo a nessun costo lasciare che il dolore mi

cambiasse, mi facesse invecchiare e diventare amara e insensibile.

Mi piacevano l’antropologia culturale, l’etnologia, e agli esami di filosofia

morale portavo sempre le tesine sugli esistenzialisti. Avevo il pallino

degli esistenzialisti, mi sembravano così coraggiosi e capaci di

guardare nel vuoto di un’esistenza senza dio e trovare lo stesso un

senso etico all’impegno dell’uomo nel mondo: e così una volta discussi

su Sartre, un’altra volta su Camus, e non mi diedero l’occasione

altrimenti avrei discusso anche su Simone de Beauvoir, di cui avevo

letto due volte a perdifiato il saggio ‘Il secondo sesso’ sulla condizione

della donna.

Avevo trascorso tutto un esaltante inverno a divorare i suoi scritti,

seduta in un vecchio caffè di piazza Vittorio, in un angolo un po’ buio

dove non veniva mai nessuno, con le mani nelle tasche del loden e la

sciarpa di lana intorno alle orecchie per il troppo freddo.

A volte pensavo al sesso, ma non tanto. Ero più presente nella testa che

in altre parti del corpo, e questo forse era un bene, perché se avessi sentito

più presenti il sesso e il cuore il mio senso di solitudine sarebbe

diventato intollerabile, mentre così invece non lo era, e potevo sempre

aprire un amato libro, un giornale, una breve parentesi tra le braccia di

un amante occasionale, ed essere sicura dell’immediato conforto.

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“Succede l’11 luglio, alle 8 di sera. L’Italia batte la Germania

(3-1) nello stadio Santiago Bernabeu di Madrid e diventa campione

del mondo…..Per la finale, arrivano a Madrid Sandro Pertini, capo

dello Stato, e Giovanni Spadolini, primo ministro, insieme a circa altri

trentamila Italiani…..

Proprio mentre a Barcellona, l’11 giugno, Argentina e Belgio inaugurano

i Mondiali di Spagna, nel profondo Sud dell’oceano Atlantico, gli

Inglesi stanno per travolgere le ultime resistenze argentine e riprendersi

le isole Falkland. L’attacco argentino era cominciato il 2 aprile.

Il 13 giugno, il generale Menendez è costretto a riconsegnare Port

Stanley ai suoi vecchi padroni…..

Sempre in epoca di Mundial si compie la tragedia di Roberto Calvi,

presidente del Banco Ambrosiano in odore di P2 con un portafoglio da

venti miliardi.

Scompare il 12 giugno da Roma, riapparirà sei giorni dopo sotto il

Black Friars Bridge, il Ponte dei Frati Neri, sul Tamigi a Londra. Ha

una corda intorno al collo, dei pezzi di calcestruzzo e 23 milioni nelle

tasche, è morto per soffocamento. Suicidio o omicidio?…….

La mafia, che nel crac di Calvi ha avuto forse una parte decisiva, uccide

il 3 settembre a Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie

Emanuela Setti Carraro. Il generale era sul punto di ottenere quei

poteri speciali che aveva a lungo chiesto e a lungo gli erano stati

rifiutati.

La politica apre nel segno dello ‘strappo’ comunista. Il termine lo

inventa Cossutta. E’ il suo commento al documento con cui la segreteria

comunista aveva condannato l’autoritarismo del governo polacco e

ammonito il Pcus di cessare ogni interferenza con la politica del PCI. ….

Il 10 novembre muore Breznev e per l’URSS comincia un’epoca non

ancora nuova, ma certamente diversa. Sale al potere Yuri Andropov.

Grande novità anche in casa democristiana. Il 5 maggio Ciriaco De

Mita diventa segretario. E’ eletto dal congresso, quindi teoricamente

fuori dalle correnti.

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Il 13 settembre, intanto, Licio Gelli, grande organizzatore della P2, è

arrestato a Ginevra. Ma le notizie più drammatiche arrivano ancora

dal Medio Oriente. Il 6 giugno forze israeliane invadono il Libano…E’

quella che gli Israeliani hanno chiamato ‘operazione pace in Galilea’.

In ossequio a quest’operazione, il 18 settembre i campi di Sabra e

Chatila, pieni di profughi palestinesi sono presi d’assalto. E’ una strage

che non risparmia né vecchi né donne, né bambini. Alla fine i morti

sono più di mille.”

Mario Sconcerti, da Il Venerdì di Repubblica, 29 dicembre 1989, n. 99

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Capitolo 4 – 1982

Nell’aprile del 1982 la mia storia con Ezechiele ebbe una svolta

decisiva.

Io ero fortemente in crisi e non sapevo cosa fare della mia vita.

Per sbarcare il lunario avevo deciso di sospendere per un po’ l’università

e rimettermi a lavorare. Risposi a un annuncio su Il Secolo XIX di

Genova, indossai il solito vestito buono e mi presentai all’indirizzo

indicato dal giornale, un superattico vicino alla stazione Brignole.

Mi ricevette un tipo impiegatizio con ambizioni manageriali che mi

spiegò il lavoro: avrei dovuto vendere quadri organizzando mostre

itineranti tra il Piemonte e la Liguria.

Inutile dire che non ne organizzai neppure una; non avevo un’auto per

spostarmi, né contatti né esperienze di vendita. Il tipo disse che non

c’era problema, non avrei dovuto mostrare i quadri, potevo mostrarne

le diapositive, e naturalmente avrei avuto un compenso solo in proporzione

alle vendite.

Non avevo mai pensato al lato commerciale dell’arte, per me le opere

d’arte stavano nei musei, erano qualcosa che si contempla e per cui ci

si emoziona, non aveva senso venderle a qualcuno che le comperava

soltanto per il possesso il prestigio l’investimento. Io non avrei mai

comprato un quadro visto in diapositiva.

Così rifiutai il lavoro, ricordando a me stessa che di arte moderna non

capivo quasi nulla, né di commercio, e che in fondo quei quadri erano

così dozzinali che sarebbero andati bene giusto nella sala d’aspetto di

un dentista.

Contenta di essermi trovata una giustificazione, partii per la montagna.

Non era facile trovare lavoro a Genova, a meno che non si conoscesse

qualcuno.

Passai una Pasqua spinosa e triste, incerta sul da farsi, occupata a pensare

in maniera furiosa e inconcludente, passeggiando su per i sentieri

alpini sotto il sole, senza voglia di parlare né di mangiare, scorbutica


in mezzo al carosello dei parenti e dei loro amici.

In quei momenti così vulnerabili l’assillo di Ezechiele tornava a pesarmi,

a frustrarmi, a sfidarmi. Non volevo fare nessun progetto finché lui

non fosse tornato, volevo aspettarlo, sospendere la mia vita finché non

avessi potuto riprenderla insieme a lui, e ogni momento che vivevo,

specie quando stavo bene, mi sembrava una specie di tradimento, qualcosa

che ci allontanava.

Ma quella primavera mi guardai intorno e mi resi conto che vivevo con

una fantasma. Non mi lasciavo avvicinare da nessuno e da niente in

nome di una vita probabile che forse non sarebbe mai ritornata, passavo

il tempo a pensare a qualcuno che forse mi aveva dimenticata, e

dissi a me stessa che non era giusto.

Presi carta e penna e scrissi una lettera d’addio.

Impiegai tre giorni per la prima stesura e venne malissimo, poi la infarcii

di retorica e confusione, volevo dirgli sparisci dalla mia vita e invece

gli dissi che lo amavo. Piansi per un mese, con il dolore che veniva

su a ondate, dal centro del petto, gli occhi gonfi e la testa dolorante:

prendevo la racchetta da tennis e picchiavo selvaggiamente i cuscini,

urlando e singhiozzando - perché, perché - ma poi la tempesta si

calmò, imbustai la lettera senza più rileggerla, andai a Genova e la

affidai a B.B.. Decisi che per me Ezechiele era morto.

Questa decisione mi diede un po’ di spazio mentale, smisi di vivere in

modo dissociato e mi rilassai. Mi innamorai di un giovane architetto

napoletano, che mi recitava le poesie di Totò e mi riempiva d’amore e

d’allegria, e per un po’ di tempo vissi insieme a quell’uomo solare e

concreto che mi rese spensierata.

Lui lavorava tutto il giorno e io studiavo, poi mi veniva a prendere e

andavamo a mangiare in qualche osteria, mentre ci raccontavamo i

fatti della giornata. Per la pausa di pranzo io preparavo dei panini e

andavamo nel bosco con l’auto, mettendo la musica a tutto volume,

facendo la siesta in una coperta vicino al fiume. Né io né lui avevamo

mai avuto dei momenti così sereni, e ce li gustammo totalmente come

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un bellissimo regalo.

A volte il venerdì sera andavamo a letto presto, poi ci alzavamo alle

quattro del mattino per andare in Liguria, perché lui aveva la nostalgia

del mare, anche se spesso era così stanco che crollava addormentato e

toccava a me di guidare.

Io gli dicevo che doveva lavorare di meno, altrimenti ti rovinerai la

salute e ti cadranno i tuoi bei capelli, ma lui non mi ascoltava; cominciai

a minacciarlo che se mi lasciava sola tutto quel tempo me ne sarei

andata, e un giorno capitò che lui mi incontrò per davvero sulle scale

con le valigie in mano che me ne stavo andando. Allora disse ok, lavorerò

di meno, e mantenne la promessa. Io passai quattro esami, tutti

con ottimi voti.

Poi, come tutte le cose, anche quella storia finì.

Lui tornò a Napoli dalla sua famiglia, io avevo la mia vita da vivere:

lo ringraziai, ci dicemmo addio e cambiai città, con la scusa che mi

avevano cercato per un lavoro.

Anni prima mi ero iscritta all’ufficio di Collocamento, la farragginosa

istituzione che avrebbe dovuto aiutare i giovani a trovare un’occupazione.

In seguito me ne ero completamente dimenticata, ma in quell’autunno

giunse il mio turno nella lista e mi mandarono a chiamare.

Si trattava di un lavoro come operaia a contratto in una multinazionale.

Accettai, perché volevo guadagnare dei soldi, e sapere come si viveva

in fabbrica. Mi fecero tutte le analisi, mi diedero l’uniforme e

cominciai.

Mi resi subito conto che la vita in fabbrica era faticosa. Stavo in catena

di montaggio otto ore al giorno, per un totale di quaranta alla settimana.

Il salario era buono, i reparti puliti, qualcuno aveva anche le

finestre che davano sulla pianura gelata. Ma era un lavoro duro.

Alla fine della giornata ero tutta indolenzita perché toccava tenere per

ore la stessa posizione, gli stessi movimenti. Il lavoro era monotono e

ripetitivo, e dopo un po’ cominciava la noia, ogni pensiero veniva

annullato, ogni guizzo di fantasia disperso, e il cervello, non abituato a

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quel regime di scarsi stimoli girava a vuoto, come impazzito. Dopo

arrivava la disperazione, come un sentimento che quell’ora, quella

giornata, quella settimana, sarebbero durate all’infinito. Poi finivano,

ma solo per ricominciare troppo presto.

A volte mi mettevo a cantare, senza preoccuparmi perché il rumore

delle macchine copriva la mia voce, e perché non mi venisse da

cadere addormentata, specie nel turno di notte, cui il mio organismo

non si sapeva rassegnare.

Ero molto sola; a volte me ne rammaricavo, a volte ero io a volerlo.

Ero l’unica ragazza nubile del reparto, andavo all’università, non

avevo paura di parlare ai superiori. Mi consideravano una strana, di

certo non una di loro. Neppure io mi consideravo una di loro, a

dire il vero.

Più della fatica del lavoro, spesso erano i compagni a rendere insopportabile

la giornata.

Maldicenza, invidia, risentimento, attecchivano facilmente su quel

terreno di frustrazioni, a volte di ignoranza. C’erano anche molti

‘buoni’, ma finivano anche loro nella trappola dell’esasperazione: di

costoro, molti si crogiolavano in un misto di rassegnazione e masochismo,

quasi si fossero meritati di soffrire. “E’ già una fortuna che abbiamo

un lavoro...”, non mi piaceva, ma a volte li disprezzavo per questo,

e finivano per piacermi di più gli stronzi, che almeno erano più vitali.

Dovevi sempre essere classificato, eri ‘dei nostri’ oppure ‘terrone’,

caposquadra o operaio semplice, raccomandato o no, iscritto o non

iscritto al sindacato. Ognuno veniva trattato secondo il rango.

Chi aveva il ‘grembiule giallo’ aveva diritto al ‘lei’, faceva meno fatica

ed era più pagato; in genere era figlio di qualche dirigente, o era raccomandato,

e l’unica sua scocciatura era il dover presenziare, facendo

finta di divertirsi, alle cene che l’Azienda offriva periodicamente agli

operai per ricordare loro il proprio amore (e questo gli fruttava un gettone

di presenza), oltre naturalmente cercare di scoraggiare gli scioperi

o penalizzare i delegati sindacali.

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Poi c’erano i ‘grembiuli neri’, gli addetti al controllo qualità; misuravano,

pesavano i campioni, compilavano i bollettini, passeggiavano.

Infine c’eravamo noi dal ‘grembiule verde’, i paria, in genere donne,

che stavamo alla catena di montaggio ed eravamo un pezzo della macchina,

e di tanto in tanto venivano quelli dal grembiule giallo e col

cronometro misuravano i nostri tempi di lavoro imponendoci di

accelerare.

Quando li vedevo arrivare, distaccati, indifferenti alla nostra fatica,

provavo una tale rabbia e umiliazione che mi veniva da piangere; poi

mi ricordavo che ero lì per mia scelta, e che un giorno ne sarei uscita,

mentre le altre donne ci sarebbero rimaste fino alla vecchiaia, ma questo

pensiero non mi rendeva più contenta.

Si creava un circolo vizioso: quando vedevano i grembiuli gialli avvicinarsi,

le mie compagne acceleravano automaticamente il ritmo del

lavoro, chi per paura, chi per senso di colpa, chi per desiderio di essere

notata: così loro registravano quello standard di produzione alterato,

che poi noi dovevamo mantenere per il resto del tempo, consumando

tutta la nostra riserva di energia nervosa, con l’ansia di non farcela

a star dietro alla macchina.

Un giorno eravamo veramente allo stremo delle forze, allora io dissi

alle mie compagne di macchina, facciamo solo quello che possiamo

senza ammazzarci, quando saremo sommerse dal lavoro non smaltito

ci manderanno dei rinforzi; mi ci volle tutto il mio convincimento per

persuaderle, ma poi mi ascoltarono: il capo reparto lo notò, venne e

disse al capetto, metti una in più lì che non ce la fanno. Tutto qui.

Venne un’altra ragazza e lavorammo contente come pascià per il resto

del turno.

Si sparse la voce che ero una piantagrane, così dopo un po’ mi mandarono

per punizione in un reparto più duro.

L’immagine dell’Operaio che mi ero costruita negli anni del liceo pian

piano si sgretolò. Non esisteva nessuna Classe Operaia, come non esisteva

la Coscienza di Classe nel senso di obiettivi comuni da conse-

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guirsi con lotte comuni, con metodi prestabiliti, con una consapevolezza

di diritti e di doveri. Forse era esistita in altri tempi e in altri

luoghi, ma lì, in quel 1982, non c’era.

Potevo vedere ogni giorno quello che eravamo, una massa amorfa

afflitta da problemi urgenti come gestire la fatica quotidiana, il tempo

che mancava per fare quello che si sarebbe voluto, la stanchezza e lo

stress di un lavoro psichicamente logorante, che non gratificava sul

piano professionale e umano, l’umiliazione di appartenere a una categoria

che era considerata inferiore prima di tutto da noi stessi, che non

aveva mai avuto la possibilità di istruirsi veramente, che infine si avvelenava

quotidianamente col futile sogno di diventare piccolo-borghese.

E quando uscivi dalla fabbrica ti perquisivano per scoprire se rubavi.

Se schiacciavi il semaforino e veniva rosso ti frugavano, e se avevi

preso anche un solo pezzo per sbaglio ti licenziavano in tronco.

A settembre Ezechiele mi mandò a dire se volevo andare da lui.

Me lo disse suo padre un giorno, così a bruciapelo.

- Dice se vuoi andare da lui. -

Il sangue mi diede un giro. Non era vero che non lo amavo più, era più

che mai la mia tenera ossessione.

Ci eravamo incontrati ad Asti, in una grande nobile piazza coi portici

tutt’intorno. Era già la fine dell’estate, ma io portavo ancora vestiti leggeri,

una camicia di pizzo bianco, una gonna di cotone pure bianca che

mi aveva cucito mia madre, e le scarpe di corda. Senza calze, le mie

gambe erano illividite dal freddo mattinale.

- Dice se vuoi andarlo a trovare. -

Mi diede una copia de L’Espresso che teneva arrotolata sottobraccio.

Mi disse: - Prima di rispondere, leggi alla seconda pagina, c’è un messaggio

per te -

Facevo fatica a capire quello che diceva, sentivo un’onda calda nella

testa.

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Alle prime non vidi niente, poi vidi che in basso, scritto in piccolo,

qualcuno aveva scarabocchiato: Anche io.

Era la risposta alla mia lettera d’addio. Ti amo, gli avevo scritto. Anche

io, era la sua risposta.

- Allora, vuoi andare da lui? -

- Quando devo dirtelo, posso pensarci su? -

Realizzai che se avessi accettato la mia vita sarebbe in qualche modo

cambiata; sarei stata una fuorilegge, e già immaginavo le conseguenze,

la paura di essere scoperta, le reazioni del mio ambiente, insomma

una marea di emozioni mi stava assalendo con un violento calore fisico

tra lo stomaco e la gola.

- Non c’è tempo per decidere, devi dirmelo ora. -

B.B. mi guardava con aria interrogativa, forse era contrariato, forse

stupito della mia esitazione.

Una strana forza stava decidendo per me. La sentii e mi abbandonai.

Dissi: - Va bene, digli che andrò -

Sorrise gravemente. - Ti farò sapere. -

Trascorremmo il resto della mattinata visitando il mercato sulla

grande piazza paesana comprando sciocchezze, poi pranzammo allegri

in una trattoria, bevendo un giusto vino rosso che ci riscaldò.

A sera B.B. senza aver più toccato l’argomento per cui ci eravamo

incontrati mi accompagnò alla corriera e mi disse: - A presto. - e strizzandomi

l’occhio - Ti telefonerò. -

Rimasta sola, tornai a sentirmi nelle orecchie le sue parole, dice se vuoi

andare, vuoi andare, vuoi andare, e non bastò a tranquillizzarmi lo

spettacolo dolce delle colline verso casa, né la tenerezza lunare della

sera, coi suoi silenzi, né la certezza che Ezechiele ricambiava i miei

sentimenti. Nessuno mai nella mia vita mi aveva detto anch’io ti amo,

e così trascorsi quei giorni nutrendomi di quella specie di miracolo bellissimo

cui avevo sempre sostenuto di non credere.

Tra le altre cose, ripresi a studiare. Tutti si chiedevano cosa mi fosse

preso, da dove mi venisse tutta quell’energia che manifestavo;

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io tacevo, e aspettavo.

La risposta venne nell’autunno, quando ero già tornata a Torino per il

nuovo anno accademico.

B.B. mi telefonò una sera di fine ottobre per invitarmi a colazione. Lui

non diceva ‘pranzo’ come le persone normali, diceva ‘colazione’,

come i nobili dell’ottocento, e detto da lui che era un vero gentiluomo

suonava importante e perfino serio.

Mi diede appuntamento alla stazione di Alessandria per il sabato successivo.

Arrivai in anticipo, ma B.B. era già là, e il suo loden verde spuntò

all’improvviso fra le nebbie. Cerimonioso come sempre, mi porse il

braccio e cominciò a scherzare sui Piemontesi che si ostinano a vivere

in posti tanto freddi e infami, pieni di nebbie invernali e di zanzare estive.

Parlammo degli ultimi fatti di politica, di letteratura, e di barzellette,

come oramai ci stavamo abituando a fare in quei nostri incontri. B.B.

mi ispirava fiducia, mi dava sicurezza con quei suoi modi diretti, persino

bruschi, di Genovese autentico, pratico e poco incline al sentimentale;

era un uomo d’azione, e io mi affidavo a lui completamente,

pensando che grazie ai suoi consigli non mi sarebbe mai capitato niente

di male. Lo ammiravo come una bambina ammira il suo papà invincibile,

mentre lui invece mi trattava da pari, mi dava segno di stima e

fiducia, sebbene, da uomo di una certa età, si sentisse in dovere di proteggere

l’essere femminile che era in me.

Passeggiammo tra le nebbie alessandrine mentre lui mi raccontava la

sua avventurosa giovinezza, oppure le vicende di famiglia, dei personaggi

strampalati dell’albero genealogico, o ancora episodi della storia

della Repubblica di Genova, di cui lui sapeva morte e miracoli.

B.B. era un narratore formidabile, e io una bambina avida di fiabe.

In trattoria, dopo il caffè, estrasse circospetto una busta dalla borsa.

Sorridendo mi disse:

- Allora, sei sempre convinta di andare dal nostro amico? -

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Stavolta non ebbi esitazioni. Annuii.

- Dunque, sia. Ti manderemo a Parigi, sei contenta? -

Sgranai gli occhi. Parigi era sempre stata il mio sogno.

- Partirai la sera del 22 novembre, via Ginevra. Arriverai alle otto del

mattino. Prendi un taxi, fatti portare alla chiesa di Saint Germain de

Près. Lì ti aspetterà Ezechiele. Se non ce la fai per le nove, l’appuntamento

è per l’ora dopo, e così via. -

Aprì il plico.

- In questa busta troverai il biglietto di andata e ritorno in prima classe,

una cartina della città e dei franchi. E’ più prudente che non compri

altro denaro in banca, meglio non lasciare tracce. -

- C’è qualche pericolo? - chiesi. Non mi era chiaro se quello che stavo

per fare fosse legale o meno; a me pareva giusto perché rivolevo il mio

amore, però volevo sapere quanto la stavo combinando grossa. Sarei

finita in prigione?

- No, stai tranquilla, è solo per tutelarvi. -

Mi congedò con un baciamano e una strizzatina d’occhi: - Coraggio,

andrà tutto bene. Buona fortuna. -

Tornai a casa sentendomi inaspettatamente tranquilla.

Venne la sera del 22 novembre senza che ricevessi alcun contrordine,

e partii. Non dissi dove andavo neppure a Marilina, che però mi avrebbe

coperta nel caso che qualcuno mi avesse cercata.

Il viaggio fu dei più tranquilli. Ero sola nel lussuoso scompartimento

di velluto rosso, così mi addormentai, e dovevo avere l’aria così innocente

che neppure i doganieri svizzeri mi disturbarono.

Quando uscii dalla Gare de Lyon non mi fu difficile trovare la stazione

dei taxi. Salii e diedi l’indirizzo all’autista.

A quel tempo non parlavo francese, perciò mi ero preparata con cura

la piccola frase ripetendomela più volte. Non avevo nemmeno mai

preso un taxi. Ero così agitata che battevo i denti dalla paura,

dall’eccitazione, dalla voglia.

Il tassista era simpatico, mi osservava dallo specchietto retrovisore e

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mi pareva che capisse la mia situazione, taceva e si limitava a sorridermi

bonariamente di tanto in tanto. Aveva un barboncino issato sul

sedile davanti che se ne stava ritto sulle zampe posteriori, e che mi

diede una leccatina quando lo accarezzai.

Intanto costeggiavamo la Senna, era la prima volta che la vedevo.

La gloria di Parigi era tutta là a disposizione dei miei occhi, e io vidi

le guglie che bucavano il cielo, sentii la forza della pietra.

Che ci facevo lì?

Alle nove meno un quarto ero a destinazione. Riconobbi il posto dalle

indicazioni di B.B.: - Di fronte alla chiesa vedrai i Deux-Magots, il

locale dove andava la tua Simone de Beauvoir. -

Avevo letto tutto di Simone De Beauvoir, l’avevo amata, imitata, invidiata

per la sua vita tanto speciale, e ora ero là…

Pagai il taxi e mi guardai intorno. Mi venne il panico di non riconoscerlo,

se mi fosse passato vicino. Chissà quanto era cambiato.

Mi rifugiai in chiesa perché non ero tanto coperta e faceva un freddo

polare. Lì mi venne in mente un sogno che avevo fatto un anno prima.

Entravo in una chiesa molto antica, tutta piena di candele accese, e ne

uscivo passando attraverso una porticina laterale per ritrovarmi in un

mercatino di quartiere, dove la gente parlava una lingua che non conoscevo.

Avevo un appuntamento ma non ricordavo con chi.

Ero sicura che quella fosse la chiesa del sogno. Mi guardai intorno, non

era tanto grande. Vidi le candele, sulla destra, davanti a una statua della

Madonna, e la porta laterale vicino all’abside.

Uscii, girai attorno all’edificio, e poco distante trovai il mercatino rionale,

dove ascoltai la gente parlare francese.

A volte mi accadeva di sognare fatti importanti che mi riguardavano

prima che accadessero.

Mi sembrò un buon segno, anche se Ezechiele ancora non si vedeva e

io pensavo che se lui non veniva non avrei saputo dove andare. Forse

qualcuno mi aveva seguito e lui se n’era accorto, ed era andato

via…..pensai alle eventualità peggiori.

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Tornai in chiesa e sedetti in un banco; io e dio non avevamo niente da

dirci, mi sentivo sola e mi accorsi che battevo di nuovo i denti.

Qualcuno suonò l’organo, e avevo voglia di vomitare, ma la musica,

dolce e possente, mi sciolse dentro: appoggiai la testa fra le mani e

piangere mi fece bene.

Uscii ancora sulla piazza. Scrutavo i volti dei passanti mentre tremavo

dal freddo, e di fronte a me le luci dei Deux Magots scintillavano.

Passò un’ora, e dopo che ebbi fatto il giro di tutte le panchine mi sedetti

sugli scalini di pietra con il mio piccolo zaino per cuscino. Mi sentivo

schiacciare dalla tensione, e avrei voluto che Ezechiele non fosse

tanto importante per me.

Infine arrivò, senza far rumore, mi toccò lievemente la spalla e disse:

- Gloria? -

Mi voltai di scatto e vidi un uomo coi baffi, una ruga era comparsa

sulla sua fronte.

- Ezechiele -

Mi alzai e ci abbracciammo.

Avrei voluto domandargli tante cose, chi era diventato, toccarlo, entrare

dentro di lui per sentire la sua anima, se aveva avuto freddo senza di

me, ma lui si staccò e disse: - Presto, andiamo via di qui. Ascoltami

attentamente. Percorri questa strada fino in fondo, poi gira a sinistra

finché non incontri l’hotel Belleville. Ci vediamo lì fra venti minuti. -

Protestai.

- E’ meglio così, per prudenza. Ti ha seguito nessuno? -

Gli venne l’espressione dura, circospetta, gli occhi a spillo.

- No, credo di no. -

- Bene. -

Poi si accorse del mio disagio, sorrise e disse: - Coraggio, dopo ti

abbraccio e non ti lascio più. -

Seguendo le indicazioni, imboccai rue des Rennes, e poi il grande

Boulevard Montparnasse. Improvvisamente venne fuori il sole dalla

coltre grigia, e mentre camminavo per le sue strade, mi innamorai di

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Parigi. Ero incredibilmente sollevata, non avevo più paura di niente.

Quando raggiunsi l’hotel, Ezechiele era già arrivato.

- Come hai fatto a precedermi? - chiesi incuriosita.

- Conosco le scorciatoie. -

Ridemmo tutti e due, un po’ imbarazzati. Gli affidai la mia mano, e fui

guidata su per un budello di scala a chiocciola tappezzato di moquette

rosso-sbiadito.

I muri trasudavano vecchi odori, di muffa e cous-cous, ed Ezechiele mi

spiegò che molti immigrati clandestini sceglievano quei piccoli alberghi

economici per nascondersi; magari dopo un po’ trovavano lavoro,

ma continuavano a vivere lì perché era meno caro di un appartamento,

e quando gli pigliava la nostalgia dell’Africa cucinavano il cous-cous

su un fornelletto in camera, nonostante fosse proibito. La nostra stanza

era all’ultimo piano, proprio sotto il tetto: il gabinetto era in comune,

uno per ogni pianerottolo.

Entrammo, poi lui chiuse la porta a chiave. Solo allora si rilassò.

Smise di parlare, mi venne vicino, quasi timoroso di toccarmi. Mi

tenne a lungo fra le braccia, poi cercò i miei occhi, e capii che anche

lui aveva lo stesso mio bisogno di ritrovare qualcosa di familiare, un

tratto, un odore, uno sguardo, per ricucire insieme tutto quel tempo

perduto, tutto quel dolore inutile di stare lontani.

Era come avere fame e sete uno dell’altro. Ero felice e triste nello stesso

tempo, avevo paura di non piacergli più, paura che lui non mi piacesse

più, o che fossimo troppo cambiati, ma mentre passavano i minuti

cominciai a sentirmi sciogliere dentro, e avvertire la sensazione, che

non mi abbandonò mai più, di essere finalmente ‘a casa’. L’amore era

lì presente in me, nel mio cervello, nel cuore, nella pancia, ed era per

lui che l’avevo preparato. Ogni altra presenza, ogni altra cosa non

aveva più importanza. Sentii un’ondata di tenerezza sommergermi, il

suo respiro e il mio attendere sospesi nel silenzio, sentii quanto bene

mi voleva e questo mi bastava.

- Avevo tante cose da dirti - mi sussurrò all’orecchio - ma adesso sono

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sparite, e ho la testa vuota. Però tu sai già tutto, vero? -

- Quando ti farà meno male mi racconterai quello che ti è successo,

adesso forse è troppo presto. -

- Adesso no, adesso non conta più - e scuoteva la testa, ma io sentivo

che invece era ancora tutto lì e lui non voleva solo farmelo pesare.

- Aspetta - disse, estrasse il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, lo

aprì, e da uno scomparto laterale tirò fuori un piccolo oggetto metallico.

- Guarda - disse - lo riconosci? -.

Era un mio orecchino, di quelli che fabbricavo io con le perline colorate

e il filo di rame.

- Quando sono scappato, è stato tutto di corsa; ma questa era l’unica

cosa tua che avevo, e l’ho portata con me. L’avevi persa nel letto il

giorno del tuo compleanno. Pensavo che non ti avrei mai più rivista, e

mi dispiaceva non poterti avvisare, ma non avevo scelta, ero già stato

stupido a farti correre tutti quei rischi. Ma sono felice che tu non ti sia

arresa, sei veramente coraggiosa. -

- Oh, sono un tipo molto ostinato! - E non seppi dire altro, perché mi

difendevo sempre dalle emozioni tenere. Ma nel segreto del mio cuore,

ero piena d’amore.

Lo accarezzavo come un bimbo, e sentivo la sua anima triste, la riconoscevo

e mi commuoveva perché intuivo il suo dolore come potessi

toccarlo, come se fosse mio. Il suo corpo era ancora bello, giovane,

forte, ma lui era diventato un uomo stanco e perso, che pagava un prezzo

troppo alto rispetto a quello che aveva commesso.

In quella stanza scura, sconosciuta, toccai la sua umanità, quella che

per tanto tempo era stata soffocata e che io amavo.

Ezechiele dolce e buono, capace di tenerezza e meraviglia. Solo io

sapevo cosa si nascondeva sotto quell’impermeabile anonimo che

vagabondava solitario per le vie di Parigi in attesa di futuro.

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Ci alzammo tre mattine dopo prima dell’alba, era buio e Parigi dormiva

ancora.

Ezechiele mi sussurrava resta ancora, rendendo inutilmente più doloroso

quel distacco che non si poteva evitare. E intanto eravamo già

vestiti, eravamo già alla stazione dei taxi.

Mi diede un fascio di buste spiegazzate e mi disse:

- Queste sono le lettere che ti ho scritto in questi anni e che non ti ho

mai mandato. Sono tue, ma quando le avrai lette distruggile, non si sa

mai. -

Aprì la porta del taxi, poi sentii che mi baciava e diceva qualcosa come

torna presto, ma io non riuscivo a piangere né a muovermi. Vidi che

agitava la mano dietro al vetro posteriore e mi fece un irrazionale piacere,

che si fosse girato a guardarmi ancora.

Pensai che stavo diventando matta, non gli avevo nemmeno chiesto

l’indirizzo, e forse lui non me l’avrebbe dato. Mi resi conto che non

sapevo quanto lui si fidasse di me e mi venne una rabbia sorda,

improvvisa, ma come, non ti fidi di me, dove sei, dove ti trovo se ho

bisogno di te, e pensai con disperazione al tempo che avrei dovuto

aspettare per rivederlo, quante persone di mezzo da cui dipendere,

quanta paura. E se l’avessero arrestato?

Mi sembrava di non avergli domandato, né detto, le cose essenziali,

che lo amavo e lo amavo, che anche se non condividevo le sue scelte

sarei stata sempre dalla sua parte, e avrei fatto qualsiasi cosa per salvarlo,

per proteggerlo; ma anche che non sapevo niente di lui, e che mi

facevano paura la sua vita, i suoi misteri, la sua crudeltà che non si

vedeva ma si intuiva, quando giudicava qualcuno o qualcosa e poi fuggiva

via indurendo lo sguardo. Forse un giorno quegli occhi avrebbero

escluso anche me in quel modo, così come allora mi parlavano d’amore.

Dov’era finito il mio giovane amore sorridente?

Sola in mezzo alla città, mi precipitarono addosso tutte le paure.

Ezechiele forse non amava essere contraddetto, né deluso, e si aspettava

la perfezione, dagli altri come da se stesso; per chi sbagliava non ci

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sarebbe stato perdono, solo una razionale condanna.

O forse era così diffidente perché aveva paura, erano stati il dolore e la

paura a renderlo duro, io non me lo ricordavo così. Mi sentii stanca,

lontana, persino irreale.

Presi anch’io un taxi, raggiunsi la stazione ma non riuscivo a trovare il

binario, ero come instupidita. Non capivo i tabelloni, non capivo i messaggi

agli altoparlanti, era un disastro; finalmente trovai un impiegato

che parlava un po’ di inglese, e che mi indicò un binario laterale.

Appena in tempo.

Si era fatto giorno, e nello scompartimento di prima classe non c’era

nessuno.

Tappai con le tendine rosse la porta-finestra sul corridoio, e pensai con

sollievo che avrei riposato in quel rifugio, mentre la Francia mi scivolava

accanto, e il nord piano piano ridiventava sud. Al mio finestrino il

treno sembrò essersi immerso in un bicchiere di latte pallido, le palpebre

si fecero pesanti e scivolai nel sonno.

Mi svegliai al confine, venne qualcuno a controllare i documenti, con

una lentezza esasperante, ma tutto era regolare, si poteva ripartire. Sul

versante italiano andai a prendere un caffè: il treno percorreva la valle

di Susa, erano i posti dove ero cresciuta e li salutai passando.

Scesi a Porta Nuova che era di nuovo buio. Avevo otto minuti per raggiungere

la stazione delle corriere per acchiappare l’ultima della giornata,

e corsi fino allo spasimo, la raggiunsi che aveva già fatto il giro

della piazza e sostava davanti al semaforo che da rosso stava diventando

verde. L’autista mi vide e si fermò ad aspettarmi, aprì la porta

automatica, e io salii che mi scoppiavano i polmoni, mi doleva la

bocca. La mattina dopo alle cinque dovevo alzarmi per andare a

lavorare.

In Italia c’erano allora due milioni e mezzo di disoccupati. Ma

l’America di Reagan prometteva ricchezza e progresso, guerre stellari

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e divertimento.

Le BR continuavano a sparare, e io cercavo di rintracciare un collegamento

logico tra loro ed Ezechiele, ma non mi riusciva.

Anche la mafia cominciò ad ammazzare, finché arrivò in alto, al generale

Dalla Chiesa. Sembrava che fossimo in preda di forze oscure e

occulte, la loggia P2, i Bulgari che forse c’entravano con l’attentato al

papa, la tragedia insabbiata del DC9 di Ustica, i terroristi che non si

capiva dove volessero andare a parare. Forse le simpatie maggiori le

ebbero quando rapirono il generale statunitense Dozier, uno straniero

di un paese che pretendeva di comandare a casa nostra.

Ma gli Italiani sono un popolo pacifico; a parte lo sdegno emotivo del

momento, la maggior parte considerava tutti quei morti, tutti quegli

eventi come una scocciatura causata da piantagrane esaltati che bisognava

isolare e controllare; per l’uomo della strada era tutto un gran

calderone, terrorismo, mafia, massoneria, chi ci capiva più niente?

L’esperienza della fabbrica mi aveva permesso di vedere gli operai nel

luogo di lavoro, com’erano, di cosa parlavano. Era ancora strano per

me essere un’operaia qualunque di una fabbrica qualunque, numero fra

i numeri.

A Milano, Torino, Genova, nelle grandi fabbriche del nord urbano

forse esisteva una coscienza di classe, ma non lì dov’ero io, nella provincia

piccolo borghese cattolica ed ex-agricola.

Gli operai miei compagni appartenevano a due categorie distinte: alcuni

erano immigrati dal Sud, attratti dal miraggio del salario fisso e del

posto sicuro: la maggioranza erano contadini del luogo. Molti di loro

abitavano ancora nei paesi sulle colline, si alzavano alle quattro del

mattino e finita la giornata in fabbrica avevano la cascina le bestie e la

terra da accudire.

Passavano la vita a lavorare duramente, e dicevano di venire in fabbrica

per riposarsi.

Scrivevo a Ezechiele raccontandogli le mie impressioni:

“ La maggior parte di loro ha, se va bene, la licenza elementare, i più

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giovani la terza media.

Sentono di avere qualcosa da esprimere, ma non sanno trovare le parole

adatte, e allora tacciono per paura della brutta figura, o per il timore

di essere presi in giro dai compagni, o di mira dalla direzione da cui si

aspettano, se stanno bravi, di avere un giorno l’aumento e la promozione.

Pensano che se uno ha studiato è senz’altro più furbo di loro.

Hanno voglia e paura di fidarsi. Hanno bisogno di fidarsi di qualcuno

che stia dalla loro parte e spieghi loro in maniera semplice e onesta le

situazioni.

Mentre la cultura, si sa, è sempre monopolio di troppo pochi, che la

usano come strumento di potere distribuendola con parsimonia. Perché

chi pensa è un potenziale nemico di chi sta al potere rubando, di chi

governa in maniera ingiusta e parziale, di chi salvaguarda gli interessi

di una minoranza ristretta e mafiosa.

Il 24 novembre c’è stato lo sciopero generale a difesa della ‘scala

mobile’. Doveva essere una presa di posizione di massa contro le decisioni

unilaterali della Confindustria di ridurre il meccanismo del 50%

portandolo ai livelli del 1975. Nella mia fabbrica abbiamo scioperato

in pochi, anche se ci eravamo messi d’accordo di aderire tutti dopo

aver discusso e riconosciuto la necessità di questa lotta. La maggioranza

è entrata al lavoro sostenendo che avrebbe scioperato se lo avessero

fatto anche gli altri. Quali altri?

Questo testimonia che non hanno un’opinione elaborata con la propria

testa, e vanno dietro al vento dei più senza convinzione, in preda a reazioni

emotive, specialmente di paura.

Finché sarà così gli operai saranno sempre usati, e il primo cretino che

arriva con un po’ di carisma e promette fumo potrà fare il bello e cattivo

tempo con tutte le conseguenze nefaste che questo paese ha già

conosciuto.

Invidia, pettegolezzo, cattiverie, tradimenti, mancanza di unità sono

tutte logiche conseguenze della disinformazione, della logica del privilegio,

della legge del più forte, dell’arrivismo, dell’avere una scriva-

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nia ed essere a capo di qualcosa, la logica idiota per cui se uno è posto

a coordinare una serie di lavori automaticamente ha il diritto di tiranneggiare,

di insuperbire, o guardare dall’alto in basso. Può darsi che sia

tecnicamente più preparato, ma non è umanamente migliore dell’operaio.

Non ha maggior dignità. Non è diverso da lui. Ma questo, sono

gli operai i primi a non crederlo.

Poi c’è il sindacato.

Uno mi ha detto, li paghiamo perché lottino per noi, che si diano da

fare. Non ha mica capito che il sindacato è solo una voce che deve farsi

relatore della base e delle sue esigenze. Non è un’entità che deve

pensare e agire al posto dell’operaio. Se il sindacato perde, è colpa dell’operaio,

perché la credibilità del sindacato si fonda sull’unità degli

operai. Forse il sindacato dovrebbe più spesso ribadire la necessità di

questo legame, di questa fluidità tra sé e la base, fare sì che i lavoratori

non sentano più il sindacato come un’alterità. Spiegare, esporre con

parole facili. Il problema è anche che alle assemblee molti non capiscono

neppure di che argomento di sta discutendo. Altro che prendere

delle decisioni!

E’ così facile cadere nella tentazione di usare le masse appiccicando

loro facili slogan che si imparano subito, far loro fare rivoluzioni, o

ipnotizzarli con la televisione, o tacere sotto un regime paternalistico e

rassicurante, tanto le masse sono malleabili e si adattano a tutto,

specie quando hanno la pancia piena.

Certo è diverso prendere lavoratore per lavoratore e spiegargli ogni

cosa; diritti, doveri, ruolo del sindacato, dovere di istruirsi, necessità di

restare uniti, e poi, non avere paura, aiutarsi invece di competere

e così via.”

Certe volte mi assaliva il dubbio che alla maggioranza della gente non

importasse un accidenti di istruirsi, di pensare. Anche pensare era un

valore borghese. Pensare sembrava un accessorio di lusso nel vario,

casuale tran tran dell’esistenza. Si poteva farne a meno.

Mi pareva che in un mondo come il nostro, dove il patrimonio cultu-

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ale è accessibile a quasi tutti, l’ignoranza fosse solo frutto di pigrizia.

La cultura, che in teoria non era più strumento di oppressione, di fatto

poteva continuare a esserlo perché la gente lo permetteva. Preferivano

lavorare anche il sabato e la domenica e comperarsi un’auto più potente

o la pelliccia con i soldi dello straordinario, e trasformarsi in topolini

piccolo-borghesi. La civiltà del benessere, dei consumi e delle scorie

cancerogene comperava l’anima del lavoratore, premiava giustamente

anche lui che tanta parte aveva avuto nel suo sviluppo.

Creandogli sempre nuovi bisogni, lo lasciava sempre più povero.

Per decidere di istruirsi bisogna averne ricevuto lo stimolo, averne

capito l’importanza. Era inutile forzare la gente a volere cose che non

voleva. Decisi che avrei educato solo più me stessa. Se rivoluzione

poteva esserci, sarebbe stata personale, non collettiva. Ognuno doveva

rivoluzionare la propria vita e diventare un esempio contagioso.

Pensavo a Ezechiele, ai suoi discorsi. Se ci teneva davvero alla sua

rivoluzione, se davvero pensava che il proletariato, QUEL proletariato,

avrebbe potuto sollevarsi e impadronirsi della gestione della collettività,

avrebbe dovuto contribuire alla nascita di una coscienza sociale

e politica più vasta. Così com’era, nessun proletariato avrebbe raccolto

l’invito a ribellarsi, a prendersi delle responsabilità di autogestione

cui non era preparato e che non aveva alcuna voglia di assumersi.

Anche se le BR non fossero state boicottate dagli organi di informazione,

i lavoratori non avrebbero accolto lo stesso il loro messaggio di

rivoluzione e autogestione.

Difatti gli operai andavano a sfilare contro le BR, il Parito Comunista

prese le distanze e incoraggiò le delazioni. Come impiantare il comunismo

in un paese della NATO, così particolaristico di mentalità, così

borghese, privato e pigro?

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“Non appartiene alla categoria dell’immutabilità politica, che nel

nostro paese è dal dopoguerra granitica per la possanza dei voti della

Democrazia Cristiana, la notizia (4 agosto) di Bettino Craxi a Palazzo

Chigi….. è una novità assoluta della storia italiana, quella di un socialista

capo di governo. Ma, a fronte di questo debutto, ecco le infinite

repliche della cronaca di casa nostra, il ripetersi di un sempiterno

copione.

Ecco, ieri come oggi, il flagello della mafia. Si comincia, il 25 gennaio,

con l’assassinio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto per finire

con l’autobomba che, il 29 luglio, uccide a Palermo il magistrato

Rocco Chinnici, due carabinieri e il portiere di uno stabile vicino.

Ecco, ieri come oggi, la collusione tra politica e affari; le rivelazioni

del ‘pentito’ Adriano Zampini, il corruttore della giunta rossa di

Torino (marzo), il ‘caso Teardo’ (giugno), il presidente socialista della

giunta regionale ligure accusato di degenerazioni gravissime nella

gestione del potere; la messa a fuoco della truffa petrolifera che coinvolge

i due generali della Finanza e Freato, uno stretto collaboratore

di Aldo Moro….

Fu quello l’anno in cui una gigantesca e pressapochistica operazione

anticamorra (856 arrestati) innescò il ‘caso Tortora’….

Fu quello l’anno dell’elezione a deputato di Toni Negri, teorico e propagandista

in cattedra dell’eversione. La Camera votò l’autorizzazione

a procedere ( e quindi all’arresto)….

Il fatto nuovo è il ritorno dell’Argentina alla democrazia con la vittoria

elettorale del radicale Alfonsin (52% dei suffragi) che volta pagina

dopo una lunga e cruenta (7291 desaparecidos) dittatura

militare….

Quello fu l’anno in cui si fece più massiccia e organizzata (12 maggio,

sindacati in piazza; 4 ottobre, manifestazione con 8 morti; 16 novembre,

manifestazione di un milione di oppositori) la protesta cilena contro

il regime militare di Pinochet….

In quel 1983 la coesistenza pacifica sembrava scivolare nell’abisso di

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una nuova guerra fredda: abbattimento (1 settembre) del Boeing sudcoreano

(269 vittime) entrato per errore nello spazio aereo sovietico;

decisione di accelerare l’installazione dei missili Cruise e Pershing in

Italia e Germania; sospensione da parte sovietica della trattativa di

Ginevra sugli euromissili.”

Guido Vergani, da Il Venerdì di Repubblica, 29 dicembre 1989, n. 99

“In quegli anni si fronteggiarono due concezioni della violenza di classe.

Una, tradizionale e nel solco dei partiti comunisti, riconosce che la

violenza anche armata può essere necessaria, ma la subordina alla

strategia di massa; è una concezione difensiva che considerava la violenza

una scomoda necessità. L’altra concezione è offensiva, supera

sul piano ideologico il discorso generico sulla violenza e parla di lotta

armata. Non è più la difesa dei presidi politici come potevano essere i

cortei, i picchetti o altro, ma la conquista di altri spazi. Si attacca con

le armi il nemico dove esso si trova, non ci si limita a difendere con le

armi il terreno cui è arrivata la lotta di massa“.

Mario Moretti

“Noi siamo gli stranieri/ I clandestini/

Noi siamo gli esclusi/ E gli abusivi

Noi siamo gli stranieri/ Del mondo intero/

Dovunque noi siamo/ Noi siamo fuori/

O Notre Dame/

E noi ti domandiamo

Asilo”.

Luc Plamondon & Pasquale Panella, Notre Dame de Paris

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Capitolo 5 – 1983

Cominciò bene, il 1983. Tornai da Genova dopo le feste di fine anno

piena di salute, di speranza, di voglia di lavorare. L’aria di mare mi rinvigoriva

sempre, o forse era l’atmosfera serena che respiravo nella

casa dei miei ospiti a ridarmi fiducia.

Lavoravo in una fabbrica di brioches, di nuovo legata a ritmi di una

macchina. Bisognava prendere al volo le tortine dal nastro scorrevole

quando uscivano dai forni, e sistemarle su delle rastrelliere per mandarle

nei frigoriferi. Occorreva una certa abilità perché il nastro andava

velocissimo e le rastrelliere dovevano essere sostituite ogni cinque

minuti; ma il peggio era che bisognava stare tutto il tempo in una

posizione scomoda, ingobbiti, con il getto dell’aria raffreddante sopra

al collo.

Mettevano sempre le ragazzine a fare quel lavoro, perché erano veloci

e di taglia piccola. A volte ci lamentavamo perché ci venivano i dolori

al collo e alla schiena, ma le anziane dicevano che negli altri reparti

era molto peggio, non davano neppure più i cambi per andare al

gabinetto, e noi eravamo fortunate a fare quel lavoro, dovevamo solo

farci l’abitudine.

Non sapevo mai dove finiva il diritto ad avere ritmi di lavoro sopportabili

e dove cominciava invece la mia pigrizia di ragazzina viziata.

Essere stanca mi faceva sentire in colpa, e se tutti reggevano un certo

ritmo dovevi farlo anche tu, il padrone aveva diritto di pretenderlo se

ti dava lo stipendio. Senza contare che se ti lamentavi i compagni ti

guardavano male: - Sei arrivata ieri e vuoi già comandare? Qui se c’è

qualcuno che si può lamentare siamo noi. -

Ma loro non si lamentavano mai apertamente, dopo venti o trent’anni

di fabbrica pensavano solo alla pensione, e se avevano sopportato loro

dovevamo farlo anche noi che eravamo giovani.

Poi c’era sempre qualcuno che si prendeva la briga di andare a riferire

le critiche e le lamentele. Qualcuno che aveva capito che la delazione

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e l’adulazione erano il modo migliore per dimostrare fedeltà e ottenere

gratitudine, cioè promozioni.

Sicché si finiva per dire incompromettenti cazzate tutto il giorno solo

per far passare il tempo. Oppure si cantava.

Era cominciata così, la faccenda del canto, un venerdì sera dopo le 18,

l’ora in cui i capireparto se ne andavano per il fine settimana. Avevo

domandato a una collega anziana se sapeva le parole di una certa

canzone in dialetto che ricordavo dalla mia infanzia, lei disse sì, ma ne

so appena un paio di strofe, allora la vicina di macchina disse che ne

ricordava altre, le mettemmo insieme e io proposi per scherzo, dai,

cantiamole, e allora cantammo, a due, tre, quattro voci. Si unirono

anche i meccanici della manutenzione e fu una serata entusiasmante.

Lavoravamo persino più in fretta.

Fu così che per il resto dell’anno, tutti i venerdì che ci toccava il turno

del pomeriggio ci mettevamo a cantare, e ognuno faceva a gara a ricordare

e ricostruire i vecchi testi originali.

Tornavo a casa sempre stanca, e dormivo senza sogni, viaggiavo al

minimo per il gran dispendio di energia fisica e psichica che la

fabbrica richiedeva. Studiavo un po’ di notte, quando non ero di turno,

finché mi addormentavo sui libri.

Certe sere le passavo col naso schiacciato contro il vetro della finestra

a guardare il mondo di fuori, il viale e la collina di fronte, aspettando

che tornasse la primavera, pensando a Parigi, ai miei compagni di università,

al mio mondo che mi mancava, sentendomi come in esilio.

Giocavo con l’alone che il mio fiato condensava sul vetro come facevo

da bambina, quando soffiavo sui vetri freddi e poi disegnavo i paesaggi

col dito. A volte ripetevo, amore mio amore mio, come una cantilena,

come se lui avesse potuto ascoltarmi, volevo mandargli la mia

energia perché non si sentisse solo, quando invece a sentirmi sola ero

io, ma non volevo deluderlo, volevo che lui fosse fiero di me e della

mia forza.

Mi aveva proposto di leggere ‘Stato e Rivoluzione’ di Lenin, cosa che

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feci scrupolosamente senza ricavarne il minimo piacere, e dopo di

quello mi divorai tutto quello che trovavo, dalle biografie di Rosa

Luxembourg alla storia delle Repubbliche del Patto di Varsavia. Il

socialismo reale mi riempiva di diffidenza, mi sembrava un’altra

religione.

Intanto aspettavo. B.B. mi aveva detto di leggere attentamente i

giornali tutti i giorni, e così facevo. C’erano delle novità nell’aria,

anche se non sapevo quali perché era tutto molto segreto.

Verso la fine di gennaio incontrai Mauro in montagna, e lui mi portò

un fascicolo di ritagli di giornale e qualche notizia.

Venni così a sapere che, oltre a Ezechiele, in quegli anni si erano rifugiati

in Francia diverse decine di Italiani appartenenti alle Brigate

Rosse, a Prima Linea, ai movimenti dell’Autonomia. Che quasi tutti

avevano dichiarato la loro presenza sul territorio francese e

domandato ufficialmente al governo il permesso di soggiorno promettendo

in cambio ‘neutralità politica’.

Il governo francese per sei mesi non aveva detto né sì né no. C’erano

stati diverse delicate trattative e tentennamenti, perché da un lato si

doveva rispettare la tradizione nazionale di riconoscere il diritto d’asilo

a tutti i perseguitati politici, nonché tenere in conto la suscettibilità

dell’opinione pubblica francese sempre sensibile sul tema delle libertà,

mentre dall’altro si rischiava di guastare i rapporti diplomatici col

governo italiano per il quale quei giovani rappresentavano un

potenziale pericoloso.

Infine, costretto a prendere una posizione ufficiale sul problema, il

governo aveva dichiarato che le domande erano oggetto di esame e

presto sarebbero state prese decisioni definitive. Senza ovviamente

precisare la data.

Il quotidiano Le Matin di Parigi riportava la notizia di una dichiarazione

in cui Ezechiele e i suoi amici si definivano ‘clandestini ufficiali

nella Francia socialista’. Annunciando la prossima visita a Parigi del

nostro ministro della Giustizia, l’articolo lasciava intuire un esito nega-

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tivo del negoziato. Infatti il ministro si recò a Parigi con l’intento di

riprendersi i rifugiati italiani accusati di partecipazione a gruppi eversivi,

o almeno di prendere accordi per estradarli, ma se ne tornò a mani

vuote. I Francesi avevano preso la decisione dell’asilo politico.

Credo che il discorso francese fosse del tipo: a noi non interessa da

quale paese provenite; se pensavate che i vostri governanti sbagliavano

avete fatto bene a ribellarvi, ma se siete qui vuol dire che avete

perso la vostra battaglia; ora, se non ci causerete problemi noi vi proteggeremo

dalla vendetta dei vostri vincitori, perché siamo un paese

civile e tollerante, o perlomeno ci sforziamo di esserlo, soprattutto

lo crediamo.

Le BR combattevano una guerra in cui credevano. Tutte le nazioni e le

fazioni del mondo fanno ogni tipo di guerra, chi vuole consolidare il

potere o abbattere un potere dichiara guerra, anche Garibaldi faceva la

guerra e i sabaudi gli mandarono contro l’esercito, ma adesso abbiamo

le piazze piene dei suoi busti e guai a chi ce lo tocca perché è un simbolo

della nazione. La differenza fra finire in galera o sulle piazze nei

monumenti è soltanto una questione di lungimiranza politica?

O condanniamo tutte le guerre in blocco, o dobbiamo accettarle tutte,

(o forse solo quelle politiche, o quelle ‘umanitarie’, o quelle della

nostra religione, o quali?).

Nel gennaio 1983 il governo aveva già rilasciato 30 permessi di soggiorno

provvisorio, aveva preso in esame circa 100 domande di rifugiati

italiani riconoscendo validi giuridicamente i quattro quinti di

esse. I criteri di valutazione furono: sì, se la persona non era oggetto di

domanda di estradizione; sì, se i punti previsti in un’eventuale domanda

di estradizione non erano previsti dalla convenzione franco-italiana

conclusa nel 1870; sì, se i punti esposti nella domanda di estradizione

potevano essere valutati in un contesto politico.

Quando il ministro italiano volò a Parigi non gli rilasciarono neppure

un uomo. In seguito, in un’intervista sul quotidiano La Repubblica,

egli definì il colloquio col collega francese ‘un dialogo tra sordi’,

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includendo così tra i ‘sordi’ anche se stesso.

Ovviamente guardavano al problema da ottiche del tutto differenti.

Tutto ciò che il ministro francese poté promettere fu di proporre una

ridefinizione delle regole di estradizione a livello comunitario europeo,

ma nel frattempo la Francia si sarebbe attenuta alla Convenzione del

1870 e i rifugiati restavano là. Unica eccezione poteva essere fatta per

i casi che il governo francese avesse giudicato più gravi e che avessero

gravemente colpito la coscienza comune.

C’era un motivo per quella dichiarazione. Il 10 ottobre 1982 c’era stata

a Parigi una serie di gravi attentati contro la comunità ebraica francese

che aveva risollevato il problema degli ospiti stranieri ‘pericolosi’.

Il presidente Mitterrand propose a partire da quella data un orientamento

leggermente più severo esclusivamente per motivi di sicurezza

per il paese. Ma per quelli che non avevano versato sangue non ci

sarebbero stati problemi, avrebbero ottenuto il permesso di soggiorno.

Bisognava festeggiare.

Andai a Genova per qualche tempo, e domandai a B.B. che avvisasse

Ezechiele di una mia prossima visita. Nell’attesa della partenza, mi

rifocillai con le torte pasqualine della mia madre adottiva che era sempre

felice di vedermi e cucinare per me (era fissata col cibo), e mi regalava

meravigliosi golfini e i suoi minuscoli tailleur anni ’50.

Passammo pomeriggi interi a spulciare nei monumentali armadi di

famiglia e in lunghi defilé lungo il corridoio, con lei che mi guardava

e approvava, e io che dall’alto dei miei tacchi a spillo spalancavo gli

occhi su tutto e mi lasciavo viziare.

Era l’equinozio di marzo, e tutti aspettavano la bella stagione. Invece

quel mattino Genova si risvegliò con un brivido inatteso. La notte era

piovuto, placando finalmente la lunga siccità invernale: ma quello era

il primo giorno di primavera, e Genova fu colta da malumore all’idea

del cielo coperto, dei cappotti da ripescare nell’armadio, del freddo che

ributtava indietro la stagione.

Se ne accorse la gente che affollava i vicoli, che s’accalcava nei mer-

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cati, che saliva e scendeva dagli autobus imbronciata e litigiosa.

B.B. e io prendemmo l’auto e andammo a fare una gita in periferia. Lì

era quasi mezza campagna, e tutto aveva un odore, uno spessore diverso,

sapeva di verde lavato e di fresco. Lì, la primavera si poteva indovinarla

nelle gemme sugli alberi, nei cespugli dei timidi fiorellini dei

giardini, nell’erba che circondava i muri di cinta delle case, o che sbucava

tra i mattoni rossastri delle creuze che s’arrampicavano sul monte.

A Struppa la città s’era ingoiata la campagna, ma in un modo quasi

gentile, ci aveva portato le strade e gli autobus, le file di auto parcheggiate

una sull’altra, ma aveva lasciato le case dai colori pastello, le

stradine secondarie costeggiate da giardini nascosti, le botteghe, gli

odori, e una mezza aria di paese.

Finalmente potei partire, viaggiando di notte per risparmiare tempo.

Al mio arrivo, Parigi era un astro nel cielo ancora freddo del Nord.

Ezechiele venne alla stazione, e come sempre quando lo vedevo mi

veniva il magone per la troppa emozione, e allora cercavo di nasconderlo

aggredendolo, forse quella volta lo rimproverai di non avermi

cercato per Natale, ma lui come sempre mi baciava e domandava:

- Quand’è che mi accoglierai un po’ gentilmente, per esempio domandandomi

come stai? -

- Quando te lo meriterai. - ma già ridevo, perché quando era gentile

con me non sapevo resistergli.

- Mi porti nell’albergo dell’altra volta? - domandai.

- Va bene, andremo là: ti piace così tanto? -

- Mi piace perché è l’unica ‘casa’ che abbiamo. -

Anche quella volta di Parigi vidi ben poco, a parte il caffè di

Montparnasse dove andavamo quando ci veniva fame o voglia di bere

qualcosa. Passavamo i giorni a letto, a parlare ridere far l’amore, o a

leggere il mare di scartoffie dei suoi documenti processuali, dei ritagli

di giornale, o a discutere di filosofia e litigare per la politica.

Mescolavamo i momenti lieti e leggeri della nostra pigrizia, della

nostra vita di giovane coppia con la pesantezza della Storia che ci

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sovrastava, la lotta armata e le delazioni dei pentiti, i processi politici

e la paura della polizia.

Avevamo bisogno di approfondire la nostra intimità, cominciare a

vivere una quotidianità, ma ogni volta che uscivamo per la strada ricominciava

l’incubo di guardarsi attorno col timore irrazionale di essere

seguiti o riconosciuti: ogni volta che sentivamo parlare italiano ci veniva

l’istinto di voltarci e scappare, sicchè tacitamente concordammo di

restare chiusi nell’albergo la maggior parte del tempo, e di evitare i

monumenti e i luoghi turistici.

Ezechiele voleva sapere cosa pensassi della sua scelta di non consegnarsi

alla giustizia italiana né come pentito né come dissociato, di non

difendersi ai processi, e la mia opinione sui pentiti, uno dei quali aveva

tradito anche lui. Leggevamo le interviste di costoro sui giornali, e io

cercavo di indovinare dalle fotografie e dalle dichiarazioni le loro personalità,

poi confrontavamo le mie deduzioni coi suoi ricordi, e lentamente

quegli sconosciuti prendevano forma nella mia fantasia e

ingombravano la stanza come fantasmi; però mi era difficile pensare

che fosse tutto vero e non un semplice gioco.

Adesso riconosco che per me era come un gioco, io parlavo di quelle

cose ma dentro me negavo che quelle fotografie ritraessero persone

che esistevano veramente. Era una specie di schizofrenia, quella che

mi era presa. Se avessi accettato che era tutto vero, il dolore delle

contraddizioni con cui avrei dovuto confrontarmi sarebbe stato troppo

grande per me, e non l’avrei sopportato.

Forse ero troppo fragile, non ero preparata al dolore mio e altrui, non

ero abituata a fare scelte e a pagare di persona per portarle fino in

fondo. Ero una ragazzina che si sentiva il centro del suo universo,

ingenua e protetta, anche se onesta. Andavo incontro al mondo con il

desiderio di incontrarlo, ma volevo ad ogni costo che il mondo fosse

bello e buono, e ci fossero amore e comprensione.

Non condividevo l’astio verso i pentiti e i dissociati. Pensavo che se

uno ha paura della polizia, delle botte o della prigione, è normale che

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crolli e parli, e dica tutto quello che crede possa salvarlo; non avevo, e

non ho mai avuto, il senso dell’eroismo, e pensavo che avere paura è

più umano che sacrificarsi.

Mi sembrava che Ezechiele e i suoi amici avessero un’immagine troppo

romantica dei loro compagni, si aspettassero di essere protetti, e che

loro fossero speciali, coerenti, irremovibili; ma questo può accadere

solo quando l’idea per cui uno sta lottando è così importante per lui che

non gli importa di dare tutto pur di affermarla, libertà, affetti, anche la

vita. Ma molti di loro erano solo ragazzi arrabbiati, e nel momento cruciale

la loro vera natura era venuta fuori. La rivoluzione era finita, tutti

a casa con una bella lavata di capo e sette in condotta. Solo dopo diverso

tempo mi resi conto di che cosa deve voler dire vedersi abbandonati

e traditi dai compagni, rendersi conto di aver riposto male la fiducia.

La guerra delle Brigate Rosse mi sembrava più un grido di disperazione

che un progetto di riscatto collettivo. Mi pareva che quei ragazzi stessero

andando a massacrare e a farsi massacrare inutilmente, ma mi turbava

che ci credessero lo stesso, che volessero davvero creare una

società migliore mentre io pensavo solo a coltivare il mio piccolo

orticello ed ero già tanto pessimista sulla natura umana.

Non volevo che le Brigate Rosse vincessero, perché non mi piaceva

l’idea di uno stato totalitario, e comunque già si sapeva che aspetti

prendeva l’Idea di Socialismo quando diventava azione politica e storia,

ma se avessero perso sarebbe finita anche l’ultima generazione che

credeva in un progetto di salvazione collettiva. Io stessa non ci credevo

più, e me ne dispiaceva. Mi dispiaceva per quegli anni ’80 così

materialisti e violenti, così falsi e narcisisti.

Ma la mia visione della storia e della natura umana era più individualista,

ritenevo che non si dovessero rivoluzionare i rapporti economici

tra le persone ma le persone stesse, gli individui, che avrebbero dovuto

investigare nei loro caos emozionali e imparare a governarli attraverso

la consapevolezza; solo così si sarebbero potuti evitare nuove

guerre, conflitti, dolori e malattie.

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Questo significava rinunciare all’idea che una minoranza illuminata

potesse guidare una maggioranza sonnolenta e infelice verso un

mondo nuovo. Il mondo nuovo uno lo poteva vivere scoprendolo e

sperimentandolo in se stesso, diventando libero interiormente; in realtà

la maggioranza sonnolenta ha bisogno di padri rassicuranti e autoritari

da amare e odiare, a cui dare la colpa delle proprie insoddisfazioni. Da

questo punto di vista, non mi interessava la discussione politica su

quale padre fosse meglio, anche se in generale un padre democratico e

flessibile mi sembrava meglio di un padre autoritario o di uno inesistente,

o manipolatore e demagogo. Non mi interessava la politica, mi

interessavano l’educazione, la cura.

Non ebbi mai il coraggio di manifestare fino in fondo a Ezechiele le

mie vere opinioni: temevo che lui mi avrebbe disapprovato e forse

anche respinto. A volte mi sembrava così rigido sulle sue posizioni,

sulle cose in cui credeva, e mi faceva paura la sua convinzione così

totale e profonda di essere nel giusto, mentre io ero sempre piena

di dubbi.

Inoltre pensavo che anche se non ero d’accordo non dovevo contraddirlo

per non dargli altri dispiaceri, ora che aveva tutto il mondo contro,

e comunque lui era più grande, aveva più esperienza, e con tutta

probabilità a sbagliarmi ero io; non avrei mai voluto che mi giudicasse

stupida, o immatura.

Un giorno gli domandai se aveva chiuso con la lotta armata. Pensavo

che io e la lotta armata stavamo diventando sempre più incompatibili,

e molto presto, appena avessi avuto il coraggio, gli avrei chiesto

di scegliere: lui come sempre fu onesto.

Disse: - Io ti amo e voglio stare con te. Ma se un giorno dovessero

ripresentarsi le condizioni storiche perché questo progetto potesse realizzarsi

io mi metterei di nuovo in gioco perché per me questa è la cosa

più importante. -

Al che io dissi la cosa più stupida: - Anche se avessimo dei figli? -

Come se io non contassi molto, e avrei potuto magari tenerlo con me

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icattandolo con il bene dei figli. Ma lui non mi diede spago e rispose:

- Sì, anche in quel caso -.

Avrei dovuto alzarmi e andarmene, lo sapevo bene, ma lui era così

serio, e quando era così mi faceva paura, diventava distante e freddo

e io mi paralizzavo. Mi ricordava mio padre, quando ero piccola e

mi scontravo con le sue incrollabili certezze, che escludevano le

mie emozioni, le mie opinioni, e che si dovevano accettare senza

discutere, altrimenti l’autorità prima benevola diventava minacciosa

e scontenta. E una bambina non può tollerare di rendere scontento

l’oggetto della sua venerazione ed essere privata del suo

amore, della sua approvazione, preferisce restare in silenzio e

soffocare la rabbia, e invece di dire non mi sento capita dice,

capisco.

Dissi: - Capisco -, ma poi andai a chiudermi nel gabinetto e mi misi

a piangere e singhiozzare, e a dare i pugni nel muro dalla rabbia. La

rivoluzione era più bella, molto più interessante di me.

Ancora oggi non so chi avesse ragione, il mio cuore romantico o la

sua mente fredda e analitica, il mio utero possessivo e realistico o

il suo cuore sociale e rivoluzionario, il mio bisogno di un uomo

vicino o il suo odio per l’autorità.

Rare volte le cose vanno come desideriamo, soprattutto perché

invece di essere ci limitiamo a reagire al nostro passato, ai nostri

genitori, alle ferite che ci portiamo dentro. A volte ci mettiamo

anche un po’ d’amore, e l’amore è l’unica cosa che rimane dopo che

tutto il superfluo e il falso viene portato via dalle prove della vita.

Tuttavia, molti anni dopo, mi accadde un fatto particolare, quando

andai a vivere a Genova. Conobbi per ragioni di lavoro un gruppo

di persone, tra cui una giovane donna: fin dal primo giorno, appena

lei entrava nella stanza io cominciavo a provare un forte malessere

e un’antipatia violenta e immotivata. Dato che la cosa si ripeteva

ogni volta che lei era presente cominciai a domandare chi

fosse, e venni a scoprire che era la sorella del pentito che aveva

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denunciato Ezechiele. Noi portiamo per sempre, scritte dentro di

noi modo invisibile, le tracce del passaggio di quelli a cui abbiamo

dato il cuore.

Quando scendeva la sera e la città si accendeva, finalmente uscivamo.

Scendevamo nell’inchiostro delle viuzze da dove, ad ogni incrocio, lo

sguardo si perdeva nella scia luminosa dei boulevards.

Protetti dal buio spiavamo Parigi, nostro rifugio, scintillare nella fredda

primavera.

C’era un bar, all’inizio del Boulevard Montparnasse, dove finivamo

sempre per approdare dopo aver passeggiato a lungo senza meta. Era

un locale così allo stretto che per allestirlo avevano dovuto invadere il

marciapiede, ma era delizioso e un po’ kitsch, tutto pieno com’era di

specchi e riverberi, di ninnoli e giochi di luce da sembrare una casa di

bambole, coi tavolini minuscoli, le sedie piccine laccate di verde, le

tazzine di porcellana decorate. Mai presi tanti caffè come a Parigi.

Il caffè era la scusa per potersene restare un po’ seduti al caldo, alla

luce, in qualche bel posto pieno di gente a conversare da soli.

Si affittava un tavolino per un paio d’ore con due caffè o due birre fino

a che il cameriere non riteneva che il tempo fosse ragionevolmente scaduto

e allora toccava ordinare qualcos’altro, oppure pagare e andar via.

La gente attorno procurava calore e anonimato al nostro isolamento.

Vario, multicolore, indaffarato, lo spettacolo della gente ci confortava

e ci divertiva, con la sua indifferenza ci faceva sentire al sicuro nella

nostra complicità. Solo noi sapevamo di essere lì insieme, e quest’idea

ci faceva sentire vicini, stregava per noi la realtà e la rendeva amica.

Allungavo la mia mano sul tavolino di marmo e toccavo le mani di

Ezechiele che stringendomi mi rassicuravano, come a dirmi non ti

preoccupare, sono vicino a te, esisto, non più come sogno tanto desiderato

ma come uomo; e allora la mia mano stringeva più forte chiedendo

e donando altre strette, altre conferme. Stavamo così in silenzio

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a lungo, a parlarci con gli occhi, dissetandoci e sfamandoci l’anima

con la certezza di essere amati e compresi, come tutti gli amanti del

mondo.

Andavamo a sederci sempre allo stesso tavolino, in fondo al locale, da

cui si osservava senza essere visti. Ezechiele era ossessionato dalla

prudenza: anche in circostanze che mi sembravano tranquille lui non si

rilassava mai del tutto, al minimo accenno di anormalità sussultava e

inconsciamente si preparava a fuggire. Io facevo finta di non accorgermene

ma mi dispiaceva, e mi domandavo quanto tempo ci avrebbe

messo a guarire, il giorno che fosse ritornata la vita normale.

Se mai fosse ritornata.

Ci creavamo delle abitudini stupide, ma due che sono stati a lungo

separati hanno bisogno di crearsi in fretta piccole abitudini, un lessico

famigliare, piccole spiagge in comune cui legare i ricordi e le

nostalgie.

Ci fu una sera in particolare in cui, seduti a quel tavolo da bambole,

parlando del più e del meno mi venne in mente una vecchia canzone

francese degli anni ’60; gli chiesi se la conosceva, oh sì, se la ricordava.

Mi raccontò ridendo che quando era uscita in Italia era stata sequestrata

perché considerata scandalosa, tutta piena com’era di sospiri e

allusioni sessuali; ma un suo compagno di scuola si era procurato non

si sa come una copia del 45 giri, e allora tutta la combriccola maschile

della classe si era radunata a casa di costui, vocabolario alla mano, per

decifrare clandestinamente il disco incriminato, che praticamente era

un amplesso in diretta, eseguito da Serge Gainsburg e Jane Birkin.

Mi divertiva immaginare Ezechiele ragazzino, e quella congrega di

giovani maschi alle prime malizie, con l’orecchio incollato

al mangiadischi.

Ci fu una pausa dopo il ridere, durante la quale lasciai che la mia mente

si svuotasse inseguendo le volute di fumo di sigaretta che uscivano

dalle narici di Ezechiele, e quel suo gesto pieno di grazia di inclinare

il capo all’indietro per espirare meglio.

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Poi mi accorsi che nel locale qualcuno aveva acceso la musica a volume

basso. Riconobbi le note della canzone, la stessa di cui avevamo

appena parlato. Fra noi passò uno sguardo d’intesa un po’ sorpreso.

Ezechiele disse qualcosa a proposito della telepatia, poi ci fu silenzio.

Restammo ancora un poco là seduti, mentre ci stava venendo voglia di

far l’amore. Uscimmo abbandonandoci al buio, scossi, elettrizzati, con

le mani che si cercavano.

…Je vais et je viens/

entre tes reins…

Arrivammo all’albergo, salimmo le scale di corsa, lui mi tolse gli abiti

come sempre, senza alcuna fretta, e ci amammo a lungo, nel nostro

silenzio fantastico di colori e di suoni.

Ci addormentammo abbracciati, andando incontro a un nuovo giorno.

Ci alzavamo sempre tardi, costretti a interminabili discussioni col

ragazzo che riassettava le stanze, il quale doveva rispettare le sue

tabelle di marcia e alle undici e mezza cominciava a bussare e poi,

senza problemi, usava il passepartout. Risolvemmo il problema mettendo

fuori della porta un cartello con la scritta ‘non disturbare, per

favore’, scritto in due o tre lingue, dato che non era chiaro a quale

ceppo linguistico appartenesse quell’essere taciturno che brontolava

parole incomprensibili e si esprimeva solo a gesti.

Eravamo due pigri incorreggibili, così la mattina facevamo a testa e

croce su chi doveva alzarsi per primo per andare al bagno. Di solito

cercavo di fare in modo che si alzasse prima lui, perché mi piaceva

immensamente stare a guardarlo mentre nudo davanti al lavandino si

lavava via il torpore della notte con l’acqua gelida, si radeva con cura

e poi tornava nel letto dandomi un bacio che sapeva di dentifricio e

dopobarba, fresco e intenso. Per me erano riti nuovi, non ero abituata

a quelle intimità da adulti.

C’era circa un’ora a piedi dal nostro albergo-casa fino a rue Richelieu,

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dove c’era un ristorante miracoloso (a esser sinceri era più una mensa

che un ristorante) dove con 35 franchi di allora ci potevamo permettere

una decente bistecca con le patatine fritte e un’insalata, caffè a seguito.

Non avevamo mai molta fame, e a dire il vero nemmeno tanti soldi;

ma comunque spesso ci scordavamo letteralmente di mangiare, saltando

uno o due pasti di fila, e passavamo quei pochi giorni e notti che

avevamo a discutere, a far l’amore, a raccontarci di noi. Quando tornavo

da Parigi avevo sempre ore e ore di sonno arretrato da

smaltire.

La cosa che mi piaceva di più erano le interminabili passeggiate lungo

la Senna.

Scendevamo lungo le scalinate che costeggiavano il fiume e sedevamo

sui muretti dove riposano le foglie morte lasciando penzolare le gambe

come i bambini, oppure ce ne stavamo appoggiati a qualche parapetto

corroso ascoltando silenziosi l’acqua che scivolava via col suo

gorgogliare tranquillo.

Ricordo la sensazione ruvida dell’impermeabile di Ezechiele sulle mie

guance quando mi appoggiavo, e il movimento muscolare del suo

braccio quando gettava nell’acqua i sassolini e gli sterpi, per poi guardarli

sparire, rutilare via nei gorghi o colare a picco formando piccoli

cerchi che subito sparivano nella corrente.

Gustavamo la vicinanza e il calore che emanava dai corpi e fermavamo

il tempo, illudendoci che potesse durare per sempre, che quella primavera

parigina così cara e dolce, così speciale, ci portasse fortuna.

Eravamo stufi di scappare, di incontrarci di corsa, di amarci di nascosto,

ma non parlavamo quasi mai del futuro.

Non riuscivo a domandargli niente, perché allora non lo sapevo, ma

avevo paura degli uomini, delle loro reazioni, della loro rabbia,

dei loro abbandoni.

Non riuscivo a parlargli come una donna parla al suo uomo, con

dignità, guardandolo negli occhi; perché nei sentimenti, campo in

cui non avevo esperienza, reagivo parlavo e rispondevo ancora

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come una bambina.

Ero troppo giovane e giocavo a far la donna senza sapere come fare. E

così me ne stavo in silenzio, lì fra le sue braccia seduta al sole, lui con

la sigaretta accesa tra le dita e io accoccolata sulla panchina con le

braccia intorno alle ginocchia, fiduciosa e felice della sua

vicinanza.

Pensavo che lui fosse un uomo fatto, e invece neppure lui sapeva che

sarebbe stato della sua vita, aveva perso tutto, e non parlo solo delle

cose materiali, né sapeva se avrebbe mai avuto la possibilità, o la

voglia, di ricominciare una vita nuova. Ma non riuscì mai a dirmelo, a

farmi partecipe del suo dolore. Lui mi nascondeva le sue fragilità, e io

non ebbi mai l’occasione di uscire dalla dimensione magica con cui lo

vivevo. Solo anni dopo, quando seppi che si era tagliato le vene dei

polsi e giaceva solo in una corsia d’ospedale rifiutandosi di parlare e

di mangiare, mi resi conto di quale occasione d’amore e condivisione

avevamo perso, e piansi per lui e per me, e iniziai a capire la differenza

tra nutrire le proprie illusioni romantiche ed essere davvero

disponibili a conoscere qualcuno, e a farsi conoscere, al di là delle

maschere.

Solo una volta parlammo dei figli che avremmo avuto un giorno. Lui

mi chiese che cosa avrei insegnato loro, io risposi, a dubitare, mentre

lui disse, gli insegnerò la coerenza.

Mi ricordo di un otto marzo.

Mi svegliai presto e mi affacciai per godermi il sole mattutino.

Eravamo all’ultimo piano, e la porta-finestra era sistemata dentro un

abbaino che dava su un piccolo balcone affacciato sul tetto. Il sole era

sorto da poco, la Parigi diurna si svegliava, andava a lavorare, faceva

colazione nei bar.

Lungo i marciapiedi correvano i canali di scolo che ripulivano le strade,

sui viali del Lussemburgo i bambini giocavano, tutto sembrava

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normale, anzi, lo era.

Rientrai e guardai Ezechiele disteso sul dorso, profondamente addormentato.

Lo guardavo ed ero felice di essere vicino al mio uomo, di

vegliare mentre lui riposava, decisa a difenderlo da ogni pericolo.

Vedevo il lenzuolo che lo ricopriva sollevarsi a ogni respiro, e rivelare

la sagoma del corpo; mi venne voglia di lui, gli andai vicino ma fu lui

che mi attirò a sé. Stare uno dentro l’altro era come una dolce ossessione,

per compensare la distanza e il tempo che ci tenevano lontani.

Dopo colazione attraversammo la Senna fino all’Ile de la Cité,

tenendoci a braccetto e raccontandoci barzellette.

Quando vidi la cattedrale di Notre Dame mi fermai, mi sciolsi dal suo

braccio e proseguii da sola, incantandomi a guardare la bellezza di

quelle antiche pietre. Ezechiele mi raggiunse e mi domandò, vuoi

andare fin lassù?, indicandomi i due torrioni della facciata.

- Possiamo? -

- Certo. -

Facemmo la coda al botteghino per i biglietti d’ingresso, c’era gente di

ogni nazionalità, noi per ridere si parlava inglese. La via d’accesso alla

torre era un budello buio e stretto, gli scalini erano scavati nella pietra.

Si procedeva a senso alternato, in fila, tenendosi per mano coi vicini.

La salita fu lunga, ma alla fine vedemmo la luce, la calma distesa del

mezzogiorno, il nastro d’oro della Senna, la città ai nostri piedi: stava

tutta in un solo sguardo, la stringevamo nel pugno. Appoggiato a una

colonna, Ezechiele mi mostrava la città, io invece gli volevo mordere

le labbra e farlo ridere.

Volli visitare anche l’interno della cattedrale, ma era troppo pieno di

turisti e macchine fotografiche, Ezechiele disse è più prudente che vai

tu da sola, non si sa mai, non devono fotografarci insieme, magari

qualcuno ci riconosce. Mi aspettò in un caffè, leggendo il giornale.

Sulla via del ritorno Ezechiele era distratto, ogni tanto il suo sguardo

si assentava e lo vedevo vagare. Mi allarmai ma non dissi niente.

Consumammo un po’ di frutta e due hamburger con patatine fritte per

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cena, seduti su una panchina, poi lui disse tutto a un tratto:

- Aspettami qui, torno tra cinque minuti. -

Protestai.

- Ma veramente….-

- Non discutere. Stai qui seduta e fidati, torno subito. -

Cedetti. Ma che cavolo gli era preso? Forse qualcuno ci seguiva?

Girò dietro l’angolo e sparì, ma tornò davvero dopo cinque minuti.

Aveva tra le mani un mazzolino di mimosa soffice e profumata.

- Per la festa della donna….auguri. Non riuscivo a trovarla, sai, cominciavo

a disperare. E’ tutto il giorno che vado guardando le vetrine dei

fiorai. -

- Ecco spiegata tutta quell’aria di mistero. - dissi sollevata mentre mi

coccolavo tra le braccia il mio pugnetto d’oro. - Grazie per essertene

ricordato. -

- Volevo farti una sorpresa. Purtroppo qui la mimosa non cresce. -

- Odora di Liguria - dissi con un filo di malinconia.

- Non ti ho mai portata sulla passeggiata di Nervi, vero? Che peccato.

In primavera è piena di rose. Da ragazzo ci andavo sempre quando

marinavo la scuola. Stavo là tutta la mattina, seduto su un muretto a

guardare il mare, poi mi mangiavo un bel pezzo di focaccia e leggevo.-

- Domani a quest’ora sarò in Liguria. Ti penserò. E quando torno ti

porterò dei sassolini. -

- Dei sassolini? -

- Sì, ti porterò un pezzetto di Liguria. -

L’idea lo fece sorridere. Cominciò a giocare coi miei capelli e mi sussurrò:

- Torna presto -

Si alzò di scatto e fece segno a un taxi.

- E’ meglio che tu vada adesso, altrimenti perderai il treno. -

- Tu non vieni alla stazione? -

- No, separiamoci ora. Tanto ci rivediamo presto. Torni per Pasqua

allora? -

- Certo. Allora ciao. -

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Tirai giù il finestrino e sfiorai le sue dita mentre l’auto già partiva e lui

si confondeva tra la folla.

Dormii tutta la notte in treno con la mimosa tra le braccia.Quando

giunsi a casa la misi in un vaso d’acqua e incredibilmente si riprese.

Mi attaccavo alle piccole cose perché quelle grandi sfuggivano al mio

controllo. Non avevo un nemico da combattere, ma un ingranaggio

impersonale. Come facevo a sapere se contavano di più i miei

sentimenti personali o il marxismo-leninismo, o la ragion di stato?

Il mio mondo privato aveva assunto un risvolto politico e pubblico che

mi spiazzava ma non potevo ignorare. Io volevo un uomo, non la sua

causa, né tutto ciò che la sua guerra persa si trascinava dietro. Forse

Ezechiele pensava di poter separare le cose, ma non ci riuscì. Voleva

tenermi al sicuro, e finì per escludermi dalla sua vita, voleva avermi

con sé e mi nascose a tutti e a tutto, tenendomi alla periferia della sua

prigione straniera, obbligandomi a una vita di bugie e di treni, di paure

e mancanza di futuro, con un presente troppo piccolo e troppo pieno di

misteri di cui non venivo a capo. E soprattutto, alla fine mi negò

la possibilità di decidere.

La sera di Pasqua scendeva, ancora un’altra sera grigia e fredda sulla

pioggia tetra che scivolava sui tetti, invadeva i portoni, formava

rigagnoli fangosi ai lati delle strade.

Mi svegliai per un brivido d’umido che mi scorreva lungo la schiena,

la finestra s’era aperta, l’umido aveva impregnato coi suoi tentacoli la

stanza. Eravamo scivolati nel sonno.

Ezechiele teneva ancora la sua mano sul mio ventre, rilassata, io con

delicatezza la spostai e mi alzai. Chiusi la finestra, riassettai gli abiti

sparsi in fondo al letto, mi misi addosso qualcosa, poi sedetti alla scrivania,

accesi la lampada a stelo, e nel breve cono giallo della sua luce

aprii il quaderno e lessi nei miei pensieri.

‘ Sto imparando a disciplinarmi, a esercitare la volontà, a organizzare

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la mia mente, e noto che non è difficile. Maturo politicamente, nel

senso che la mia presa di coscienza sul mondo si va sempre più

allargando; ho anche preso delle decisioni sul mio futuro: so ‘che cosa’

farò e ‘come’ lo voglio fare, e allora ci lavoro.

Parlare con lui mi fa bene. Mi piace il rigore della sua intelligenza,

anche se non sempre siamo della stessa opinione. Mi piace il suo sesso

che mi dà piacere. Mi piace che mi guarda negli occhi quando fa

l’amore e respiriamo ascoltando il silenzio.

Giorni inquieti e importanti della mia giovinezza, di lotta, certo, di

lotta con me stessa e col mondo, per diventare più sicura, per dimostrarmi

che io sono io dappertutto, che me la so cavare, che so farmi

valere, e so farmi amare senza volere a tutti i costi fare sua maestà la

principessa.

Ma lui un po’ mi sa capire, e io non devo stare sempre lì a spiegare

tutto; posso pensare a me stessa interiormente; lui comprende.

Ci capiamo più con gli sguardi che con le parole, e le parole mi hanno

sempre fatto un po’ paura.

Ci vuole del coraggio per stare con Ezechiele, ma io ci ho pensato

molto bene e ne sono convinta; quanto a lui, forse guarderà nel suo

cuore per sapere se mi vuole davvero. ‘

Posai la penna, avevo tanti pensieri in me, pure ero felice, non desideravo

altro che esser lì dov’ero, nella dolcezza immobile di quella

stanza.

Affiorò un altro pensiero. Chi era in realtà Ezechiele?

Secondo le cronache, un sovversivo, un terrorista.

L’etichetta sarà anche comoda, ma che dire di ciò di cui tace?

Dell’umanità, dei problemi di coscienza, dell’essere totale di una

persona? Era tanto che ci pensavo. Non mi andavano le definizioni, i

giudizi, non quadravano con la complessità che avevo davanti agli occhi.

- Ezechiele, si può combattere per amore? -

- Per amore? Sì, certo, per amore di sé, della propria vita, di una

qualità della vita. -

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- No, no, io parlo di amore per gli altri. -

- Io non sono il messia di nessuno, è per me che combatto. -

- Non è per la propria comodità che un figlio di papà rinuncia alla brillante

carriera e va a fare il fuorilegge, a meno che non sia per romanticismo.

-

- A meno che a lui la brillante carriera non sembri affatto un valore cui

è difficile rinunciare. -

Mi sforzavo di immaginare cos’era successo all’inizio di tutto, quando

io avevo pressappoco sette anni, nel 1968. Ricordavo quelle immagini

di giovani che sfilavano e cantavano, bivaccavano tutti insieme di

fronte ai cancelli delle fabbriche, nelle università, davanti ai

telegiornali, contro la guerra in Vietnam, ma cosa dicevano, cosa volevano?

Cercavo di ricordare.

Ora giacevano negli archivi della RAI, inghiottiti dalle polveri,

trinciati dalle ruote dell’ingranaggio, e la rivolta contro l’appiattimento

autoritario poteva solo più passare attraverso la scelta violenta.

Come se i fratelli minori dei Figli dei Fiori avessero imbracciato armi

più dure, più disperate, per cercare di abbattere nemici sempre più

subdoli e inafferrabili.

La rivolta, il marchio di chi è destinato a vedere e accorgersi, a non

accontentarsi e dire NO passava adesso per la scelta armata. Perché?

Non potevo credere che non ci fosse altra via.

Pensavo che la rivolta non poteva più passare attraverso l’esplosione

della rabbia che si accumulava fino a diventare odio, non aveva mai

funzionato, la rivolta cominciava per ragioni sempre giuste e finiva in

bagni di sangue, perché la rabbia dell’uomo è così, una volta che la

scateni non la puoi più fermare, a meno che non si sia estremamente

consapevoli.

Bisognava rivoltarsi con altri strumenti, seminando vibrazioni

armoniche e gioiose, contagiare le masse col seme della consapevolezza

per fermare il dolore collettivo, ma il modo mi sarebbe

diventato chiaro solo molti anni dopo, quando avrei studiato i

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processi della mente umana.

Erano bastati sei anni, tanti erano quelli che mi separavano da

Ezechiele, per fare di me un’altra generazione. Quella per cui fare politica

era stato leggere a 14 anni il Manifesto di Marx, avere in camera

da letto il poster del ‘Che’ , una tessera di partito in tasca, andare ai

concerti di Guccini e De André, leggere l’Unità.

Pensavo avete fatto troppi errori, le avete buscate e adesso vi leccate le

ferite, tutti vi detestano, e noi compagni di sinistra diciamo di voi: io

non li conosco. Eppure avete creduto in qualcosa che non era solo diopatria-famiglia-soldi,

e avete agito per liberare gente che però non

vuole essere liberata, vuole solo diventare efficiente, vincente, smagliante,

libera dal fardello di pensare e preoccuparsi. Apparire bella e

giovane, con tanto tempo libero da passare in discoteca, o allo stadio,

o alla guida di un’auto potente, oppure davanti alla tivù, come se il

mondo fosse un immenso parco dei divertimenti in video fono stereo,

o una telenovela brasiliana dai sentimenti caramellosi. Questi sono i

valori anni ’80.

Ezechiele sussultò nel letto, vidi le lenzuola agitarsi, e lui si girò sul

fianco, fuggiva nel sonno dai fantasmi che avevo evocato.

Con gli occhi chiusi sussurrò: - Mi hai chiamato? -

- No, continua a dormire se vuoi. -

Mi sdraiai vicino a lui per accarezzargli la testa, ma si svegliò del tutto.

- Che stavi facendo? -

- Niente. Pensavo. -

- A che cosa? -

- Agli amori e ai valori. -

- Sempre con le tue incrostazioni pretesche, eh? - rideva di me, mentre

cercava di baciarmi.

- No, sono seria; pensavo al tuo modo di amare la gente, a quanto sei

disposto a pagare per dare loro una vita migliore. -

- Non so se sia amore. Certo la parola amore mi dà fastidio. Io sto solo

lavorando per realizzare un progetto che mi sembra giusto, essenziale

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per vivere. Mi sembra così giusto ed essenziale da giustificare qualsiasi

mezzo. Ma questo lo sai. Chiamalo pure amore, se vuoi. Per me però

è una battaglia politica, razionale, non mi interesso delle tue ragioni del

cuore. Ci crederò sempre. Se si realizzerà oppure no non dipende da

me; io sono in buona fede, e questo solo conta. Ma adesso dammi un

bacio, perché il mio unico amore sei tu, non sei contenta? -

Passeggiavamo spesso, in mezzo ai quartieri pieni di gente, tenendoci

per mano, o più spesso a braccetto, come due amici, per poter tenere le

mani nelle tasche al calduccio, specie quando pioveva o era freddo.

C’era un itinerario che frequentavamo più di ogni altro: attraversavamo

il Piccolo Lussemburgo, lungo il viale degli ippocastani, uscivamo

sulla rue d’Assas e la nobile piazza Saint-Sulpice, per poi proseguire

lungo la stretta rue Bonaparte fino a St. Germain des Pres.

Interrompevamo spesso i discorsi per guardare la gente che passava,

fare i nostri commenti o indovinare il paese di provenienza, distinguendo

i Parigini veri da quelli fasulli. Dopo un po’ anche a me venne

l’occhio esperto.

Un giorno litigammo, sul sagrato di Saint-Sulpice. Si parlava della

costruttività della critica, verso se stessi e verso gli altri.

- Anche nella coppia - diceva Ezechiele - è giusto che ci sia un po’ di severità

l’uno verso l’altro; è giusto esser sinceri anche a costo di far male. -

- Voglio sapere cosa non ti piace di me.-

- Di te non sopporto…la manìa che hai di fare le citazioni dei libri che

leggi, di sbattermi in faccia le cose che fai, i progetti per il tuo futuro,

tutti i pensieri che ti frullano per la mente. A volte mi sembra che parli

solo per farti ammirare. -

Mi offesi moltissimo, forse perché aveva ragione, specie riguardo

all’ultimo punto. Fin dall’infanzia mi piaceva che gli altri pensassero

che ero intelligente e colta perché in verità avevo paura di valere poco,

ma sugli altri argomenti mi sentii colpita ingiustamente.

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- Se ti parlo delle mie esperienze è perché voglio che tu mi conosca, tu

non vivi con me nella mia vita quotidiana, come faccio a farti partecipare

se almeno non te la racconto? -

Poi mi resi conto che forse i miei racconti gli facevano male perché lui

una vita normale non ce l’aveva.

- In ogni caso, non c’è niente di te che mi dia fastidio. -

Ma forse lo dissi per farlo sentire in colpa, perché se mi fossi guardata

bene dentro, ce n’erano di cose da dire. Per esempio avrei voluto

sapere come avesse vissuto fino ad allora, cosa faceva nella vita di

tutti i giorni, com’erano la sua casa, i suoi amici, cosa voleva per il suo

e per il nostro futuro. Mi dava fastidio la sua reticenza, il suo darsi così

a piccole dosi, e questo forse spiegava perché per compensazione io

parlavo così tanto.

Avevo un rancore inespresso a causa di quel muro che aveva eretto per

difendersi il cuore, che io avvertivo, e che era più forte del suo amore

per me; forse avrei dovuto parlargliene, o forse faceva parte del suo

carattere, della sua storia di bambino triste e solo, e non stava a me di

salvarlo, di tirarlo fuori: solo lui poteva.

E poi avevo la testa piena di credenze melense sulle relazioni. Credevo

che amare volesse dire accettare in blocco l’altro senza dire niente,

mentre così le relazioni si trasformavano in balletti di cortesia in cui la

verità non veniva mai a galla. Pensavo che la critica fosse una cosa

sempre distruttiva, e che Ezechiele voleva cambiarmi. Tutti nella mia

vita avevano sempre cercato di cambiarmi, mai che qualcuno mi avesse

accettato per quella che ero.

Mi si insinuò nella mente il dubbio che non mi amasse abbastanza, e

cominciai a sospettare e a chiudermi. Gli sottrassi sempre più pensieri,

bene attenta a dirgli solo le cose che potevano fargli piacere, e così

iniziai a perderlo. Ma nessuno mi aveva insegnato che la verità è la

cosa più importante, lui lo sapeva ma non lo metteva in pratica, e io lo

imparai solo dopo molto tempo.

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Un giorno Ezechiele mi presentò Sergio.

Era uno dei ‘duri’ del movimento, un convinto, uno di quelli che

amano la rivoluzione in sé, come un fatto estetico, come un’opera d’arte,

che innalzano altari all’Idea e sacrificano tutto il privato per entrare

nell’aura del mito. Sergio pareva scintillare nel suo universo proletario

come una vera star.

L’avevo immaginato come un tipo un po’ losco dall’aria vissuta quel

mattino in cui Ezechiele e io ci recammo all’appuntamento con lui nei

pressi della torre di Chatelet.

Ezechiele non era capace di descrivere le persone; gli sfuggiva l’essenziale,

il particolare inconfondibile che ti fa riconoscere una persona.

Di Sergio non aveva saputo dirmi altro se non che era un tipo ‘proprio

giusto’, che portava grosse scarpe ed era il suo migliore amico, il

suo confidente.

- Per me è davvero un ‘copain’ - diceva orgoglioso - sa tutto di me.

- Anche di me? - chiesi.

- Anche di te, certo. Ma non preoccuparti, gli piacerai; per me è importante

che vi conosciate. -

Per un istante mi venne un pensiero assurdo. Pensai che l’impressione

che Sergio avrebbe riportato di me avrebbe potuto in qualche modo

pesare sul rapporto fra me ed Ezechiele. Non so perché l’ebbi, fu solo

un brivido subito archiviato, un oscuro presentimento.

Mi dissi che era normale sentirmi un po’ gelosa: d’altronde Sergio

vedeva Ezechiele molto più a lungo di me, aveva condiviso con lui

quegli ultimi anni, la clandestinità, gli era stato vicino. Però ero disposta

a voler bene anche a lui, con la spontaneità di quando si è ragazzi.

Purtroppo non andò così.

Arrivammo per primi all’appuntamento, prendemmo qualcosa da

bere senza sederci. Io ero molto nervosa. Forse c’era la musica e noi

parlavamo.

Ci arrivò alle spalle inavvertito, felino.

Fui stupita. Mi aspettavo un adulto, invece Sergio era giovanissimo,

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zazzera corta e sorriso sicuro, quasi sprezzante: avrà avuto sì e no

ventitrè anni.

Impeccabile nell’impermeabile di taglio classico, aveva movimenti

misurati, circospetti, gesti di cortesia aristocratici, eccessivi e quasi

ridicoli in un uomo così giovane, e che comunque rivelavano che era

figlio di ricchi. Gli occhi non esprimevano nulla di interiore, come se

Sergio fosse pura forma.

Salutò Ezechiele, baciò cavallerescamente la mia mano, poi mi depose

fra le braccia un enorme mazzo di rose rosse intrecciate a mimose.

Erano i miei fiori preferiti, ne fui contenta. Gli chiesi come avesse fatto

a indovinare i miei gusti.

- Domanda davvero indiscreta da parte tua. Noi sappiamo tutto di te -

rispose ammiccando verso Ezechiele.

Lo sentivo aggressivo, come se volesse intimidirmi. Scambiammo i

convenevoli d’uso, le presentazioni, l’aperitivo, poi decidemmo per un

ristorantino nelle vicinanze.

A tavola Sergio era affabile, spumeggiante, addirittura logorroico.

Parlava senza posa, ti costringeva a seguirlo lungo i binari implacabili

della sua conversazione.

- Noi ci conosciamo già, vero principessa? - chiese con aria di superiorità

durante l’antipasto.

- Veramente, non mi pare - risposi cercando di reprimere un conato di

antipatia che mi dispiacque di provare.

- Ma come! - sorrise beffardo - se abbiamo dormito sotto lo stesso

tetto, tre anni fa! -

Mi venne in mente quel mattino di settembre di tre anni prima, a

Genova, in casa di Ezechiele.

- Eri tu, dunque, quello che stava dietro alla porta. - dissi senza

entusiasmo.

- Certamente. E poi ti ho rivista un’altra volta, qui a Parigi. Eri seduta

sul sagrato di St. Germain con l’aria desolata. -

- Ah bene, mi sorvegliavate dunque! E in quanti eravate? -

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Non sapevo perché ero così aggressiva, così sulla difensiva, però mi

sentivo a disagio e avrei voluto alzarmi e andare via.

Ezechiele avvertì il mio disappunto: - Cerca di capire, era per motivi

di sicurezza. -

Sentii che Sergio mi stava sfidando. Ormai avevo deciso che lui non

mi piaceva, né io piacevo a lui, ma volevo sapere del loro mondo,

accettai di giocare.

Ezechiele parlò poco durante il pranzo, cosa che non gli perdonai.

Avrei voluto che mi difendesse, che partecipasse, invece mi sentivo

investita dal fiume di parole di quel logorroico di cui non mi importava

niente. Speravo che mi avrebbero raccontato di sé, della loro amicizia

e delle loro traversie, speravo che avremmo riso davanti a un bicchiere

di vino ascoltando e parlando, invece mi sentivo come una

cenerentola ignorante alla tavola dei sapienti.

Sergio era preparatissimo sul marxismo-leninismo, in strategia rivoluzionaria,

in storia ed economia socialista, sapeva tutto sulle vicende

della nostra sinistra extraparlamentare degli anni ’60 e ’70, del movimento

operaio. Io mi sentivo di un’ignoranza abissale.

Man mano che Sergio parlava, mi si delineava davanti agli occhi

l’ideologia dell’Organizzazione (così la chiamava lui, l’‘Organizzazione’),

le vicende della lotta armata di cui avevo sentito parlare nei

notiziari o letto sui giornali e che mi avevano appena sfiorato, per la

lontananza con cui li avevo guardati, per il loro apparente non riguardarmi.

Ora tutto si presentava diverso. Sergio parlava della lotta

armata, di uccidere delle persone, come fosse facile, necessario, normale.

Ammazzare i nemici sembrava fondamentale, risolutivo.

Ma anche ammesso che fosse necessario sparare, cosa sarebbe

venuto dopo?

Dunque, quella era la Rivoluzione. Mica quella imparata a scuola, fatta

di parole (signora maestra, cosa vuol dire che Mazzini era un rivoluzionario?

Lo sapeva, signora maestra, che Mazzini era un terrorista che

piazzava le bombe e faceva saltare le strade i ponti e le caserme, e noi

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adesso lo consideriamo padre della patria e dell’Europa? Perché le sue

bombe erano giuste e quelle di questi disgraziati qua no? Il sangue

necessario, gli attentati, la clandestinità, serviranno davvero a qualcosa?

E comunque, alla fine l’Italia l’ha fatta il Cavour, e non il Mazzini).

Mentre Sergio parlava, pensavo che il riscatto di qualcuno sembrava

dover sempre passare sul cadavere di qualcun altro.

Riconoscevo che la presa e la gestione del potere implicavano una

qualche forma di violenza. Ogni istituzione si trova a dover gestire il

gioco pericoloso tra coercizione e consenso. Questo mi pareva una

dolorosa necessità, e quindi le BR non mi scandalizzavano; avevano

le loro idee sul potere e se lo volevano prendere, possibilmente conservare.

Era la loro guerra, una guerra che lo Stato continuava a definire

terrorismo, e che loro consideravano politica. Anch’io pensavo

che fosse una guerra politica. Per me le BR non erano criminalità organizzata,

erano un esercito politico, per quanto la loro fosse, ai miei

occhi, una causa persa.

Non mi sembrava che le BR fossero particolarmente seguite dagli

operai, non mi sembrava che gli operai fossero interessati a conquistare

il potere, né che i propositi delle BR coincidessero con le aspirazioni

degli operai.

Le BR non erano il partito di un’improbabile classe operaia, erano un

gruppo di rivoluzionari quasi tutti di estrazione o educazione borghese,

squisitamente borghesi nell’aspirazione a liberare gli oppressi, che si

erano impigliati in quella pagina di storia italiana, a metà tra sinceri

ideali di derivazione sessantottina e partigiana e una realtà sociale

drammatica che non poteva essere modificata in nessun modo, men

che mai dall’alto.

Ammazzare un poliziotto perché è un ‘servo dello stato e lo stato è il

nemico’, tradotto nella realtà diventava ammazzare un padre di famiglia

per cui fare il poliziotto era semplicemente un modo di guadagnarsi da

vivere; si poteva imputare al poliziotto, mentre sprangava una manifestazione

di studenti, una scarsa consapevolezza politica? La politica è

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oba da ricchi istruiti. Essere servo dello stato per lui significava lavorare

e mangiare, non una responsabilità morale. Ricordavo ancora le

parole polemiche che Pasolini aveva scritto in difesa dei carabinieri

proletari contro gli studenti borghesi all’indomani degli scontri di

Valle Giulia.

Ma questo problema non riguardava solo la guerra delle BR.

Se si considerasse che sotto le sembianze di quello che per noi simboleggia

ciò che stiamo combattendo c’è un uomo come noi, nessuno

avrebbe più nemici né farebbe più guerre. Invece le guerre si fanno

proprio perché il nemico diventa un’entità senza umanità, deve

diventarlo, altrimenti il gioco finisce.

Tutti gli Italiani avrebbero almeno dovuto porsi il problema del perché

a un certo punto un’intera generazione di giovani impazzisce e si dà

alla lotta armata, e qual era la malattia che stava corrompendo

l’organismo sociale, di cui essi erano i violenti anticorpi; avrebbero

dovuto domandarsi qual era il disagio che si nascondeva dentro e

dietro di loro.

Invece i più non seppero che poche notizie su chi erano e cosa volevano

le BR. Quasi nessuno glielo fece sapere, e comunque non credo che

gli sarebbe interessato.

Più o meno queste erano le cose che mi passavano per la mente quel

pomeriggio mentre Sergio parlava, sciolto dal vino ed eccitato dal

calore del locale pieno di gente e di fumo di sigaretta. Alcuni dei miei

pensieri glieli manifestai, come le mie opinioni sugli errori di valutazione

fatti dalle BR, ma lui controbatteva subito che gli errori sono

inevitabili: per lui erano pochi e accessori, per me erano stati tali da

pregiudicare fin dal principio ogni risultato; mi sembrava pazzesco che

si potesse credere nella realizzazione di un progetto simile.

Era difficile dialogare con Sergio. Le parole per lui erano docili

giocattoli, le sciorinava una dopo l’altra e come un illusionista confondeva

le idee degli ascoltatori che, se non stavano all’erta, finivano per

dargli ragione su tutto.

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Appariva sicuro e deciso, ma a guardarlo meglio si capiva che quella

sfrontatezza serviva per compensare la ferita di un’inferiorità mai

guarita, e la megalomania era una maschera per un bambino insicuro e

forse non amato. Ma questa comprensione non me lo rendeva più simpatico,

perché anch’io avevo paura, che mi portasse via Ezechiele.

- Lo sai che sei famosa nel nostro giro? - disse a un certo punto con

aria maliziosa. - Ricordo quando Ezechiele ti conobbe; andai a trovarlo

a casa quando tornò dalle vacanze (gli avevamo accordato una settimana

di licenza) e lui mi venne ad aprire tutto sbracato, a torso nudo,

pieno di collanine colorate. Mi raccontò che gliele aveva regalate

una ragazza bellissima, intelligentissima che aveva conosciuto.

Dovetti richiamarlo al dovere. Noi non possiamo avere legami con

persone estranee all’organizzazione, creano complicazioni e inutili

rischi. -

Non mi piacque essere definita una complicazione. Tuttavia cominciavo

a rendermi conto che quella gente faceva sul serio, rischiava

davvero la pelle, la libertà, il suo mondo privato. Mi prese uno sgomento

profondo. A chi dovevo render conto per poter amare l’uomo

che amavo?

Mi sentivo vittima di un disegno molto più potente della mia volontà e

del mio cuore, e inconsciamente avevo già cominciato a prendere di

mira Sergio perché era l’unico rappresentante concreto dell’ingranaggio

che sembrava minacciarmi. Mi sembrò che anche Ezechiele

fosse intimidito da Sergio, parlava meno del solito e fumava troppo.

Forse l’opinione che mi feci del suo migliore amico non gli rese

giustizia, data la situazione di rivalità in cui ci venimmo a trovare e che

ambedue creammo uno all’insaputa dell’altro, tuttavia l’antipatia che

provai per lui fin dal principio fu sincera e totale, come la pelle che si

arrossa quando la tocca l’ortica.

- Penso che consiglierò al nostro amico di sposarti - disse.

- Ah sì? - replicai - E come mai? -

- Perché usi il cervello, e poi, non hai forse detto poco fa che ti piace

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lavare i piatti? Né l’uno né l’altro sono elementi da trascurare nella

scelta di una futura moglie. Nella clandestinità Ezechiele e io abbiamo

imparato a cucinare, ma usiamo sempre le stoviglie di plastica: lavare

i piatti ci fa venire la nausea. -

Quando scherzava e non si infervorava con la politica sembrava persino

simpatico.

- Va bene, vada per i piatti. - concessi.

- Sergio è un ottimo chef, sai? - confermò Ezechiele - Sa preparare

piatti raffinatissimi. -

Non mi morsi la lingua in tempo e commentai: - Allora quando ci sarà

il comunismo farai lo chef nelle mense operaie? -

Non gli piacque la battuta, che battuta non era. Si indurì in viso e disse

secco: - No, a me il cuoco piace farlo privatamente. -

- Allora sarai uno di quelli che comandano? -

- Qualcuno bisogna che lo faccia. -

- Giusto, ma allora chi cucinerà per gli operai? -

- Quelli che lo fanno già adesso. -

- Mi dici allora che cosa cambia per il cuoco della mensa se a passargli

lo stipendio è un pinco pallino comunista o un pinco pallino non

comunista, quando lui invece fa sempre la stessa vita monotona?

Niente, e se non cambia niente, perché mai lui dovrebbe fare la rivoluzione?

-

- Cambia moltissimo, invece, - ribatté Sergio - cambia la sostanza. -

Di quale sostanza si trattasse a loro forse era chiaro; a me no, ma evitai

di approfondire perché lui mi avrebbe rifatto la tirata ideologica di

prima e io ero già esausta dal troppo ascoltare. La conversazione

languì tristemente, ed Ezechiele propose di lasciare il ristorante.

Fuori c’era umido, aveva appena smesso di piovere, e Parigi era più

grigia che mai.

All’improvviso Sergio esordì dicendo: - Senti, se dovessero arrestarti...

-

Lo bloccai aggredendolo: - Ehi, che novità è questa? A me non mi arre-

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sta nessuno perché non ho fatto assolutamente niente, perciò tu non

cercare di spaventarmi. -

Invece ero spaventata da morire. Non riuscivo a distinguere se lo diceva

per aiutarmi o per spaventarmi.

- Sto considerando l’ipotesi, più probabile di quanto tu non creda,

che ti diano delle noie. Se capita, telefona al nostro avvocato e non

dire niente. -

Pensai che non avevo i soldi per nessun avvocato, e gli risposi: - Io non

ho niente da dire: non vi ho fornito aiuti di nessun genere, perciò non

possono accusarmi di favoreggiamento. Che voi due siate qui a Parigi

lo sanno perfettamente, e io d’altronde posso andare dove voglio e

incontrare chi mi pare. -

- La signorina crede nella democrazia, beata lei! - disse ridacchiando

- Intanto, lo devi dimostrare, che non ci aiuti. Il ragazzo del ristorante

potrebbe testimoniare che sei stata tu a passargli i soldi del conto! -

- Se non sbaglio esiste la presunzione di innocenza: sono loro che

devono dimostrare il favoreggiamento. -

A dire il vero, non ne ero tanto sicura. C’era il carcere preventivo, e

quella formulazione di accusa così imprecisa e sconnessa che era la

‘partecipazione a banda armata’.

Essere la fidanzata di un militante ma non essere per niente d’accordo

sui metodi della lotta era partecipare a banda armata? Che ne potevo

sapere io?

Per fortuna nessuno venne mai a rivolgermi domande o accuse, sicchè

non ebbi mai l’occasione di approfondire l’argomento e chiarirmi i

dubbi. Le leggi speciali però mi sembrarono sempre una faccenda un

po’ sporca, finirono per favorire la delazione indiscriminata e il pentitismo

opportunista e per diventare una trappola, una minaccia per il

cittadino comune che per caso, omonimie, false accuse, per vecchie

conoscenze, per affermazioni fatte innocentemente e male interpretate

poteva beccarsi dai cinque ai dieci anni di prigione per un delitto che

di fatto era un reato d’opinione, oppure il carcere preventivo in attesa

97


di un processo che poteva durare, o tardare, anni.

Era già pomeriggio inoltrato, io non parlavo più. Dopo essersi raccomandato

che fossi prudente e assicuratosi che avessi imparato a memoria

il nome dell’avvocato, Sergio si accomiatò, facendomi l’ultimo

regalo. Commisi l’errore di domandargli se dovevo dimenticare di

averlo visto.

- Per me puoi anche dirlo: io qui in Francia sono al sicuro. Sei tu quella

che deve tornare in Italia. Beh, piacere di aver fatto la tua conoscenza.

-

Non mi baciò più la mano, si limitò a un gesto di saluto e si allontanò.

Ero furibonda, anche con Ezechiele.

- Perché non mi hai difeso? Non hai visto come mi trattava? -

Lui era pacifico. - Mi pare che te la sia cavata benissimo da sola: non

avevi bisogno del mio aiuto.-

Si rese conto che ero fuori fase: mi passò un braccio intorno alle spalle

affettuosamente e mi disse:

- Stai tranquilla, non ti accadrà niente: però bisogna essere prudenti. -

Tornammo alla casa-albergo: intanto aveva ripreso a piovere e faceva

freddo. Ci infilammo sotto le coperte in fretta e furia, stringendoci

l’uno all’altra per scaldarci. Ezechiele mi sembrava pensieroso; finalmente

si aprì.

- Senti. -

- Sì? -

- Per quella faccenda di prima, voglio dire se dovessero darti delle noie

per causa mia. Lo sai che se uno è parente, genitore, fratello, coniuge,

non può essere chiamato a testimoniare; potremmo sposarci, così non

correresti pericoli. -

Le sue parole mi commossero ma non lo mostrai, ero ancora troppo

arrabbiata.

- Non ci si sposa mica per quel motivo. Ho accettato di correre i miei

rischi fin dal principio. -

Speravo che insistesse, ma lui mi diede ragione.

98


- Sei coraggiosa; quando ci sposeremo, sarà tutto regolare, i parenti e

il resto. Per adesso sarà ufficiale solo per noi due, sarà meglio non

spargere la voce, sei d’accordo? -

- Quanto tempo dovremo ancora andare avanti così? - domandai.

Volevo aggiungere: - Non ce la faccio più - ma poi pensai che non

dovevo fargli pesare la mia stanchezza e tacqui.

- Non lo so - disse scuotendo il capo - proprio non lo so. Mi dispiace. -

Ormai era buio, e mi misi a piangere in silenzio. Lui non so, non amava

piangere.

Una volta gli domandai se e quando aveva pianto l’ultima volta, mi

rispose che l’unica volta era stata quando avevano ammazzato quattro

dei suoi compagni nell’agguato di via Fracchia a Genova, nella primavera

dell’’80. Quella risposta mi colpì in diverse maniere; prima di

tutto mi fece rendere conto di quanto doveva unire le persone lottare

per una causa comune, e poi mi ferì nell’orgoglio, perché avevo sperato

che lui avesse pianto per me.

Non ho mai saputo se Ezechiele fosse così duro e forte, così sicuro

della sua scelta come voleva far credere al mondo. Aveva due nature,

una dolce e sensibile, profondamente affettuosa, l’altra fredda e razionale

(lui la chiamava la mia mente cartesiana) che corrispondeva più o

meno allo stereotipo del rivoluzionario che si vota interamente alla

causa, e per essa rinuncia, o comunque mette in secondo piano i sentimenti

privati, le emozioni, le ‘debolezze umane’.

La propria umanità repressa e censurata a un prezzo altissimo. Col

tempo ho imparato che è un’operazione inutile e pericolosa,

devastatrice, che avevo ragione, ma allora ammiravo Ezechiele, mi

sembrava che mostrarsi eroi forse faceva parte delle storia di un uomo,

e io ero solo un’egoista che badava unicamente alla propria felicità.

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Capitolo sei – giugno 1983

La sera del 31 maggio salii ancora sul Napoli Express.

Come volevo bene a quel treno! Lo ritrovavo sempre lì al binario 16 di

Porta Nuova, fedele ad aspettarmi. Mi avrebbe custodita e cullata tutta

la notte, avrebbe corso lunghe ore per me divorando distanze, avrei riaperto

gli occhi nel cuore luminoso di Parigi.

Mi addormentai serena nella mia casa viaggiante, colle gambe allungate

sul sedile di fronte, e mi svegliai pochi minuti prima dell’arrivo

alla Gare de Lyon. Oramai il mio inconscio conosceva la durata del

viaggio e sincronizzava il suo orologio interno.

Ezechiele non sapeva del mio arrivo, avevamo appuntamento solo il

giorno dopo, ma io avevo deciso di partire prima perché mi ero

licenziata dalla fabbrica e volevo riposarmi un poco, girare per Parigi

da sola e avere il mio battesimo del metrò, che lui non voleva mai

prendere per ragioni di sicurezza.

L’unico inconveniente era che avrei dovuto trovarmi da sola una

stanza per la notte, ma avevo diversi indirizzi che mi ero procurata

all’ufficio del turismo.

Valigia in una mano e cartina nell’altra, fu così che diventai una

viaggiatrice solitaria. Non sapevo ancora che quello sarebbe stato il

mio destino per molti anni a venire, quel giorno non sospettavo di

nulla, ero semplicemente felice perché ero nel posto dove viveva il mio

amore, respiravo la stessa aria, ascoltavo gli stessi suoni (che andavo

velocemente imparando), e il giorno dopo l’avrei incontrato.

Ancora oggi, dopo che tanto tempo è passato, ogni volta che arrivo a

Parigi riprovo quella sensazione pungente e quasi dolorosa, so che da

qualche parte in quella città lui c’è, vive, respira, cammina, a me totalmente

fatto estraneo, e mi prende uno struggimento un po’ triste, la

voglia di ritornare indietro nel tempo, e vivere in un attimo tutto quello

che di lui, e di me stessa, mi è tanto mancato.

Alla Gare de Lyon si ferma la mia memoria.


Non ho ricordi di come trascorsi la mia giornata. Quelle ore sono per

me avvolte nella nebbia del trauma, la mia mente le ha come cancellate

perché allora mi fecero troppo male.

Probabilmente camminai, osservai, pensai, mangiai e bevvi come ogni

giorno della mia bella giovinezza. Non so dove dormii la notte, né che

cosa feci la mattina mentre aspettavo l’ora dell’appuntamento.

L’unica immagine che ho, sbiadita e tagliente, è una scena di me seduta

su una panchina gelata del Lussemburgo tra le braccia di Ezechiele, ma

è una scena distante, senza emozioni, e il gelo che avvertivo non era

fuori perché fuori era giugno. Ezechiele dice qualcosa ma non gli

credo, il senso è che non dobbiamo vederci mai più, ma lui mi tiene tra

le braccia e mi culla, io scivolo in un altro stato di coscienza e vedo che

il suo cuore mi ama sempre, poi torno lì e lui ha una voce addolorata

che ripete come un disco rotto che non possiamo più vederci. Perché

dici le bugie, Ezechiele, che ti succede, perché non ti riconosco?

Perché mi tradisci?

Non so cosa gli risposi, forse niente, non riuscii a obiettare nessun

argomento per difendere quella relazione per cui avevamo rischiato,

aspettato e faticato tanto. Ero andata in stato di shock, non avrei mai

creduto che la nostra alleanza, la nostra solidarietà che mi sembrava la

cosa più preziosa della mia vita di quel momento sarebbe finita perché

uno di noi due si arrendeva. Ero pronta a combattere contro il mondo

intero per lui e con lui, ma non contro di lui. Mi arresi e mi afflosciai

come un sacco vuoto. Avevo perso il mio bel sogno, a cui avevo dedicato

così tante energie che ora la mia vita mi pareva all’improvviso

vuota e senza senso.

Ezechiele mi diede forse delle ragionevoli spiegazioni, che non riuscii

ad assimilare e che dimenticai. E’ buffo, ma della storia più importante

della mia vita non mi ricordo la fine.

Le prime immagini che ritornano sono quelle di me sul treno dove

forse lui mi depositò.

Vomitai tutta la notte, non riuscivo più a tornare nel presente, non

101


sapevo se credere al mio cuore o alle parole che mi erano state dette,

nel mio shock non sapevo se uccidere il cuore o scappare dalla realtà.

Non sapevo come uscirne.

Quando il treno giunse a Genova probabilmente il mio cervello

automatico mi impose di scendere. Mi rivedo sulla porta di casa, B.B.

mi apre e mi fa entrare, mi guarda con aria interrogativa, cosa ci fai

qui, io non so cosa dire, non dico niente.

E poi ancora giorni e giorni nel letto, ancora il letto di Ezechiele,

ancora quella follìa di non potersi separare da lui come se fossimo una

cosa sola, sua madre che mi invita a inghiottire almeno un po’ di

minestra, io che non voglio più vivere, né respirare, né guardare la

luce, che grido in silenzio. Ancora quel buco, ancora la spaccatura tra

la mia percezione e il mondo: a chi crederà la bambina che c’è in me?

Qui finì la nostra storia, almeno quella parte.

Naturalmente sopravvissi. La mia mente calò un sipario sopra il cuore,

e vinse la ragionevolezza.

Molto tempo dopo capii che proprio così finiscono le storie importanti,

con un trauma, con qualcuno che all’improvviso tradisce perché si

arrende, o non riesce a gestire ciò che prova, o si spaventa, o non si

sente all’altezza. Le storie d’amore importanti non finiscono mai per

mancanza d’amore, ma per mancanza di coraggio.

Comunque, il pratico mondo reale mi riaccolse, come fa sempre

quando gli si dà ragione e ci si arrende alla sua evidenza, facendo finta

di niente e ridimensionando i sogni. Il cuore della bambina rimase

sepolto sotto le macerie, e io me lo dimenticai.

102


Capitolo sette – 1989

Tornai a Parigi solamente sei anni dopo, per accompagnare degli amici

alla festa del bicentenario della Rivoluzione Francese.

I genitori di Ezechiele erano morti, e io ero rimasta a vivere per un po’

con Mauro, persi come due fantasmi nella grande casa vuota di cui

nessuno più si curava.

In quegli anni avevo vissuto la mia vita, come tutti, mi ero laureata e

anche specializzata, lavoravo, avevo qualche storia ogni tanto.

Poi Mauro e io ci separammo, era già qualche tempo che ognuno aveva

preso la sua strada: ci volevamo sempre bene, ma non avevamo più

molto da dirci. Gli diedi una mano a svuotare la casa, ci aiutammo a

vicenda per il trasloco.

Prima di separarci lui mi mise in mano un foglietto e mi disse:

- Qui c’è il numero di telefono di mio fratello. Vai a chiudere questa

faccenda, altrimenti non avrai mai pace. Non dirgli che te l’ho dato io:

diciamo che è una faccenda tra me e te. Se dovessi incontrarlo, salutamelo.

Buona fortuna, sorellina. -

Lo abbracciai piena di gratitudine.

Così tornai a Parigi per rivedere Ezechiele, mentendo gli dissi che ero

lì per caso e invece ero lì per lui.

Gli diedi appuntamento a Place des Vosges, davanti alla statua di

Luigi XIII, e lui si mise a ridere dicendo: - E’ il posto dove si ritrovano i

quattro moschettieri nel romanzo ‘Vent’anni dopo’ di Dumas. -

Mi sembrò di buon augurio.

Ezechiele fu molto gentile quel giorno, mi portò in giro per Parigi, mi

fece persino delle fotografie, che poi mi regalò. Sembrava che non ci

vedessimo da due giorni, non da sei anni.

Ci comportammo bene. Oramai io avevo imparato bene a gestire le

spaccature, feci finta di niente, non parlai del passato.

Gli domandai timidamente se aveva qualcuno, mi rispose di no. Mi

fece la stessa domanda, e ovviamente neanch’io avevo qualcuno.

103


Ora aveva un lavoro fisso nel campo pubblicitario che gli dava alcune

soddisfazioni. Si manteneva da solo, aveva anche acquistato una casa.

Ero felice quando lui aveva del tempo per me, andavamo a fare dei picnic

a Versailles la domenica, mi invitava a casa sua ad ascoltare musica

classica, o a cena fuori, ad ascoltare il jazz nel quartiere latino, a

correre sotto la pioggia o ad accompagnarlo al lavoro, e mi faceva dei

regalini, o cucinava per me. Io lo aspettavo a casa, ingannavo il tempo

andando a far la spesa nel mercatino della rue Mouffetard, o al centro

culturale Pompidou a studiar francese ascoltando le canzoni di

Jacques Brel.

Ogni momento era bello, e io pensavo che mi spettava di diritto perché

non avevo mai potuto stare un giorno con lui senza avere paura che

fosse l’ultimo. Una notte persi l’ultimo metrò e riprendemmo a dormire

insieme. Tutto ridiventò familiare, l’odore della sua pelle, il senso

misterioso di essere a casa, lui dentro di me come non fosse mai

andato via.

Al mattino, sarebbe ritornato l’incubo di perderlo, avrei ricordato che

tra noi c’era l’ombra delle cose mai dette, ma non importava, avrei

fatto qualunque cosa per rimanere tra le sue braccia, persino tradirlo

con un altro per sopravvivere, per convincermi che lui non era poi così

importante, per punirlo di non volermi abbastanza. I nostri corpi si

erano riconosciuti, ma poi nessuno dei due era ancora capace di raccontare

se stesso, di esporsi all’amore dell’altro, di fidarsi.

In fondo alla mia mente c’era ancora la convinzione che gli uomini

fossero crudeli e prevaricatori, e la paura, il bisogno di proteggermi e

controllare era più forte della voglia di aprirmi.

Dichiaravo a me stessa il mio amore per lui, ma ero sempre pronta ad

attaccare, o a sentirmi ferita e a fuggire; non mi rendevo conto che lui

era avaro con me perché lo era con se stesso, e che quello che riusciva

a darmi era tutto ciò che gli era rimasto. Ma a me non bastava.

Invece di scaldare il suo cuore ferito, lo stremavo con le mie continue

richieste di conferme. Sostenevo di voler dare, e invece ero così

104


isognosa di ricevere, e impossibilitata a farlo per la paura di mostrarmi

e di non essere accettata.

Facemmo qualche viaggio nel Sud, mettevamo insieme i cocci di quello

che eravamo stati, ma il passato faceva troppo male e non se ne

poteva parlare.

Però mi ricordo una mattina piena di sole, ci eravamo dati appuntamento

al bar della stazione di Nizza. Vicino al nostro tavolino c’era un

grande video juke-box da cui arrivavano le note e le immagini della

lambada, il nuovo ballo di quell’anno; assistere a quella danza scatenata

mi mise addosso una corrente di vitalità, e per qualche misteriosa

associazione mentale mi ritrovai a domandargli a bruciapelo cosa ne

fosse stato della lotta armata.

Lui mi parve sorpreso, fece un gesto come di chi si sente domandare

di un parente morto da gran tempo, e disse che era finita. Disse solo

questo, è finita. Poi abbassò gli occhi e io provai un dolore fisico

all’altezza dello stomaco, e un’irrazionale certezza che lui in realtà

stesse parlando di sé.

Quella notte presi il coraggio a due mani e gli domandai perché aveva

cercato di morire. Volevo arrivare alla sua anima, altrimenti non aveva

alcun senso stare vicini. Decisi di dargli un’ultima possibilità.

Non si stupì, né si adirò alla mia domanda, anzi, cercò di rispondermi,

disse: - Quando scivoli troppo avanti verso il buio arrivi a un momento

in cui togliersi la vita diventa un gesto facile facile, quasi come

addormentarsi, quasi normale. Ma mi hanno salvato, doveva andare

così. Ti prometto che non lo farò più. -

Poi mi abbracciò nel buio, come piaceva a me, mentre gli davo la

schiena e il calore del suo alito così vicino mi sfiorava la nuca. Mi

disse, non venire più a Parigi, io non posso amarti, non ne sono più

capace, e non voglio che tu soffra ancora a causa mia. Mi asciugò le

lacrime e poi ci addormentammo. Che strano legame avevamo. Ma lo

lasciai andare, lui in qualche modo mi aveva risposto.

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Due anni dopo mi sposai con un uomo molto più grande di me, che mi

fece da padre, che mi fece crescere ma nello stesso tempo costruì

intorno a me uno spazio protetto, e mi insegnò ad amare la verità sopra

ogni cosa.

In quello spazio protetto, contattai le ferite del mio passato e lentamente

cominciai a risanarle. Imparai ad ammettere le mie responsabilità

in quello che mi succedeva, e a guarirmi dicendo la verità a me

stessa e agli altri ogni volta che mi diventava chiara.

Esplorai gli stati di coscienza non ordinari, imparando a discernere i

segnali dell’invisibile, viaggiai a lungo da sola per il mondo, e infine

mi dedicai alla cura dei disturbi psichici, scoprendo in quella attività

la realizzazione della mia vocazione giovanile alla rivoluzione interiore.

Passarono altri otto anni, alla fine dei quali mi separai e rimasi

un’altra volta da sola.

106


Capitolo otto – 1999, 2000

Una notte lo sognai. Non pensavo a lui da un sacco di tempo.

Nel sogno, molto chiaro, Ezechiele mi veniva incontro con un bambino

tra le braccia, mi diceva, ti presento mio figlio, e me lo dava da tenere

in braccio.

La notte dopo sognai che mi telefonava per dirmi che voleva tornare a

Genova, ma dopo vent’anni di lontananza aveva paura di andarci da

solo, e mi chiedeva di accompagnarlo.

La terza notte mi venne incontro circondato di luce e mi diceva sorridendo,

ora sono pronto ad aprirti il mio cuore, quando vieni? E mi

abbracciava.

Cominciavo a essere turbata da quei sogni. Cercavo di interpretarli

come materiale psichico mio personale, ma poi non seppi resistere,

andai alla ricerca di Mauro, che non vedevo da anni, mi feci dare il

suo numero da amici comuni e lo chiamai.

Mi confermò che la notte del mio primo sogno era davvero diventato

zio di un bel maschietto.

Quando sentì il mio racconto sospirò e ordinò, dai prendi carta e penna,

scrivi.

- Che cosa? - chiesi io.

- Ti do il numero di telefono di Ezechiele. Se è venuto a cercarti nei

sogni si prenda anche la responsabilità di parlarti in carne e ossa. In

bocca al lupo. -

Non lo chiamai.

Qualche mese dopo feci una regressione ipnotica, e mi ritrovai sulla

panchina del Lussemburgo di quel lontano 1983. Entrai nella zona

d’ombra dove credevo di non ricordare, e vidi con la seconda vista

quello che era accaduto veramente. Allora decisi di tornare da lui

un’ultima volta, per correggere il destino e domandargli finalmente la

verità. Per chiedere scusa alla bambina che c’era in me, e risanare il

mio cuore.

107


Ma non fu facile.

Ezechiele non risultava più al numero telefonico in mio possesso.

Neanche all’indirizzo. Era sparito da qualche tempo e nessuno sapeva

dove si trovava. Lo aspettai a lungo sotto casa ma inutilmente, poi

sognai che lo andavo a trovare ma trovavo l’appartamento vuoto,

sicchè capii che per il momento dovevo ancora aspettare. Nel sogno lui

mi lasciava un messaggio in una segreteria telefonica, invitandomi a

raggiungerlo da qualche parte dove c’era una festa. Ma dove? Non riuscivo

a ricordarlo. Non avevo ancora sviluppato la facoltà di pilotare i

sogni per ottenere informazioni che mi servivano; quando sognavo

qualcosa relativo al futuro, era sempre casuale.

Allora mi dedicai a Parigi, dove trascorsi alcuni giorni solitari e

magici. Tornai a visitare i miei posti, tutti i meravigliosi posti dove

avevo vissuto, sognato, amato, pianto e riso.

Il piccolo albergo dove Ezechiele mi portava era diventato un

condominio di lusso, e sulla collina di Montmartre sedetti sugli scalini

del Sacrè-Coeur, dove avevo bivaccato per qualche mese, quindici

anni prima, guadagnandomi da vivere cantando con un gruppo di coetanei

di ogni nazione. Altri giovani, altri turisti, altri musicisti rinnovavano

il carrozzone delle meraviglie, ma la magia di Parigi era sempre

la stessa.

Le discoteche avevano rinnovato le insegne, e il ristorante italiano di

Montparnasse per cui avevo lavorato aveva cambiato gestione e tutti i

camerieri. Mi domandai dove fossero finiti i miei amici, specialmente

Triki il lavapiatti tunisino, che mi aveva ospitato spesso a casa sua

quando non avevo abbastanza soldi per l’hotel. Era un ragazzo gentile

e discreto, che viveva solo e clandestino in quella grande metropoli,

lontano da casa e alla mercè di lavori in nero e sempre precari, capace

di grande generosità verso i suoi simili, molto religioso e fiducioso nel

domani; sperai che avesse avuto tanta fortuna.

La notte del 14 luglio danzai e partecipai alla festa, riparlai francese

dopo che mi ero impedita di farlo per tanti anni. Incontrai tanta bella

108


gente, non ebbi Ezechiele ma la città mi prese tra le braccia, mi

consolò e facemmo pace.

Quando fu il momento, ebbi non so come il suo numero di cellulare.

Lo chiamai, gli dissi dei sogni che avevo fatto e gli chiesi di poterci

vedere. Mi disse va bene.

Ci incontrammo a Saint-Lazare, davanti alla stazione, un mese dopo.

Avevo quasi quarant’anni, lui andava per i quarantasei.

Mi parlò di suo figlio, della madre di suo figlio che non stava più con

lui, e finalmente di se stesso. Mi parlò dell’Italia, su cui era ben

informato, ma mi impressionò che ne aveva una visione deformata,

irreale a causa della lunga lontananza, mi parlò perfino di Berlusconi,

di cui non poteva importarmi di meno, ma forse voleva farmi vedere

che era al corrente di tutto, che stava bene. Ecco, pensai, vuole che non

mi preoccupi, vuole che pensi che sta bene. Perché continui a

proteggermi, Ezechiele?

Gli dissi, ho fatto mille kilometri solo per farti una domanda e per

guardarti negli occhi mentre mi rispondi. Ho aspettato questa risposta

per quasi vent’anni, e forse adesso me la merito. Qual è il vero motivo

per cui mi lasciasti?

Rimase in silenzio per qualche momento, poi disse: - Non è vero che

non ti amavo. Ma non me la sentivo più di coinvolgerti nella mia vita

sgangherata, non potevo provvedere a te come un marito deve fare con

la sua donna, e quindi ti ho lasciato, mi è sembrata la scelta migliore. -

- Hai scelto anche per me, te ne rendi conto? - Ero proprio arrabbiata.

- Hai stravolto la mia vita e non mi hai neanche chiesto cosa ne pensavo,

che cosa desideravo. Perché mi hai privato della libertà di

decidere? -

- Perché tu cosa avresti fatto? -

- Io ti avrei seguito dovunque. Forse ti seguirei dovunque ancora

adesso. -

109


- Adesso è tardi, lo sai. - Poi aggiunse: - Mi dispiace di non averti

rispettata, non me ne sono mai reso conto fino a questo momento. Alla

fine, è sempre difficile trattare una donna come una compagna, invece

che come una responsabilità. Ti chiedo di perdonarmi, se puoi.

Ma non voglio più riaprire vecchie ferite, Gloria. Tu forse ce la fai, ma

io no, non sono forte come te e tu lo sai. Ti chiedo di rispettare questa

mia volontà. Non voglio essere tuo amico, semplicemente perché non

potrei, mi farebbe del male. Non chiamarmi più, e se lo farai fingerò di

non conoscerti. -

Avevamo gli occhi lucidi, ci abbracciammo forte forte per qualche

momento. Non avevamo più il corpo da ragazzi, ma c’era qualcosa al

di là dei corpi che continuava a riconoscersi. Seppi che l’amore lascia

delle tracce invisibili, che non si possono cancellare. Me ne andai

senza più voltarmi.

L’ultima occasione che avemmo, la bruciammo per mancanza di

coraggio. Ma almeno, quando lo lasciai, il mio cuore era pacificato, e

potei mettere la parola fine a quella relazione.

Grazie per essere venuto nella mia vita.

110

FINE

Scritto a Torino nel 1984, a Genova nel 1999, terminato in Alba

nel gennaio 2004.


Grazia Delpiano ha 42 anni, ma quando ha iniziato a scrivere questa storia

ne aveva poco più di venti. Questo romanzo è il racconto dell’educazione

sentimentale e politica di una ragazza di provincia degli anni '80,

un'epoca che sembra lontanissima ma che è l’altro ieri.

“Il tempo passa, e la sua più grande virtù è quella di rimarginare pian piano

le ferite, oltre a consentirci visioni più chiare, smorzare le tonalità violente, e

lasciarci bellissime storie da raccontare, dove la morale della favola è il

distillato dell’esperienza, nostra e di quelli che ci stanno intorno”.

L’autrice ha pubblicato nel 1997 il suo primo romanzo Sofia.

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