la crisi post-euro dell'industria italiana - Gruppo economisti di impresa

gei.it

la crisi post-euro dell'industria italiana - Gruppo economisti di impresa

Imprese& Territorio

numero 2 - marzo 2007

rivista di analisi economica

LA CRISI POST-EURO

DELL’INDUSTRIA ITALIANA:

PROBLEMI

AL MOTORE O ANCHE

AL CONTACHILOMETRI?

Il senso comune

a cura dell’Ufficio Studi Imprese e Territorio di Intesa Sanpaolo

Grafico 1: Prodotto interno lordo in termini reali (var. % annua)

6,0

5,0

4,0

3,0

2,0

1,0

0,0

-1,0

Francia Germania Italia Spagna

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

Fonte: Eurostat

L’Italia non sa più crescere (grafico 1). Da troppi anni ormai si colloca

ai posti più bassi delle graduatorie mondiali sul tasso di crescita, anche

se il 2006 sembrerebbe evidenziare una qualche svolta. Nelle

analisi correnti, la crisi dell’economia Italiana ha radici chiaramente

individuabili. La vulgata racconta infatti che uno degli elementi chiave

dell’incapacità di espandersi della nostra economia sta nella

bassa produttività, a sua volta legata alla rigidità del mercato del lavoro

e dei prodotti. I dati sulla produttività, con riferimento al settore

manifatturiero (grafico 2), parlano fin troppo chiaro. Dal 1999, anno

di introduzione della moneta unica, mentre quasi tutti i nostri principali

concorrenti vedono la produttività aumentare in misura anche

considerevole, in Italia si assiste ad una stagnazione che porta ad

un livello assoluto del 2006 sostanzialmente in linea con quello dell’anno

di partenza del periodo di osservazione.

di A. Lanza e L. Stanca segue a pag.6

Micro Guida *

Alimentare, bevande e tabacco

Tessile, abbigliamento, cuoio e calzature

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Macchine e apparecchi meccanici

Elettrotecnica e strumenti di precisione

Mezzi di trasporto

Totale manifatturiero

Fatturato % a/a Mol % a/a Mol % V.A.

2004 2005 2004 2005 2004 2005

2,9

-4,7

2,5

4,0

6,5

7,5

5,5

2,1

-1,7

2,2

7,0

-0,4

0,2

3,4

-8,0

-7,8

-2,5

6,1

25,8

23,7

7,7

-5,5

-1,4

-6,2

5,8

-1,5

2,2

0,0

45,3

31,5

43,1

31,6

32,3

26,7

36,1

42,6

31,7

40,5

32,0

32,0

27,0

35,7

Arçelik, Haier e Mabe:

tre multinazionali emergenti

dell’elettrodomestico bianco

di F. Bonaglia e A. Goldstein pag. 10

L’Italia si fa bella. Diventiamo più

attraenti per gli investitori stranieri?

di C. Colacurcio e M. Marianera pag. 16

Sviluppo economico locale

e interdipendenze settoriali:

un’analisi di similarità

multi-dimesionale

attraverso reti neurali

di V. Carlei e M. Nuccio pag. 24

Il circolo virtuoso

dell’internazionalizzazione

produttiva

di A. Lanza e C. Olearo pag. 32

Rating delle imprese

di Marche, Abruzzo e Molise:

un’indagine empirica

di E. Pellegrino pag. 36

Il polo aeronautico in Campania

di Studi e Ricerche per il Mezzogiorno pag. 42

Nord ovest

Nord est

Centro

Sud

Totale Italia

Fatturato % a/a Mol % a/a Mol % V.A.

2004 2005 2004 2005 2004 2005

6,8

3,7

4,4

6,5

5,5

2,5

4,4

1,8

6,8

3,4

13,1

1,8

-1,4

17,2

7,7

-0,1

3,0

-4,9

-1,0

0,0

35,8

36,2

36,1

37,3

36,1

35,4

35,8

34,9

37,9

35,7

Appendice statistica segue a pag.51

*Eventuali differenze rispetto a edizioni precedenti della Micro Guida sono riconducibili a un migliore aggiornamento dei bilanci in archivio oltre che un affinamento delle procedure di data quality


2

“A Chinese company will deliver them

to us for £ 6.75 a thousand”


Imprese& Territorio

Direttore Responsabile:

Lorenzo Stanca

lorenzo.stanca@intesasanpaolo.com

Responsabile di redazione:

Alessandra Lanza

alessandra.lanza@intesasanpaolo.com

Comitato di redazione:

Claudio Colacurcio, Marco Lamieri, Manuela Marianera, Corinna Olearo, Cinzia Pepe

Hanno collaborato a questo numero:

Federico Bonaglia, Vittorio Carlei, Andrea Goldstein, Massimiliano Nuccio, Enzo

Pellegrino, SRM

Direzione, redazione, segreteria:

Piazza S.Carlo, 156 - 10121 Torino - Tel. 011 555 7373 - Fax 011 555 9655

impreseterritorio@sanpaoloimi.com

Fotografie:

Uliano Lucas

Realizzazione grafica:

Partners - Torino

Stampa:

Stamperia Artistica Nazionale - Torino

Questo numero viene stampato in 2000 copie

ed è stato chiuso in Redazione il 13 marzo 2007

La Redazione lascia agli autori la responsabilità

delle opinioni espresse negli articoli firmati

numero 2 - marzo 2007

La crisi post-euro dell’industria italiana:

problemi al motore o anche al contachilometri? di Alessandra Lanza e Lorenzo Stanca 6

Arçelik, Haier e Mabe: tre multinazionali emergenti

dell’elettrodomestico bianco di Federico Bonaglia e Andrea Goldstein 10

L’Italia si fa bella. Diventiamo più attraenti

per gli investitori stranieri? di Claudio Colacurcio e Manuela Marianera 16

Sviluppo economico locale e interdipendenze settoriali: un’analisi di similarità multi-dimesionale

attraverso reti neurali di Vittorio Carlei e Massimiliano Nuccio 24

Il circolo virtuoso dell’internazionalizzazione produttiva di Alessandra Lanza e Corinna Olearo 32

Rating delle imprese di Marche, Abruzzo e Molise: un’indagine empirica di Enzo Pellegrino 36

Il polo aeronautico in Campania a cura dell’Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno 42

Appendice statistica 51

&

Imprese Territorio

rivista di analisi economica

a cura dell’Ufficio Studi Imprese e Territorio di Intesa Sanpaolo

Sommario

3


Imprese& Territorio

Caro Lettore,

prosegue sotto la nuova insegna di Intesa Sanpaolo la pubblicazione della rivista “Imprese e Territorio”. Questi mesi sono stati

attraversati da importanti novità, nel nostro gruppo, ma anche nello scenario economico del Paese, finalmente reso meno fosco

da dati più incoraggianti sulla crescita dell’economia e in particolare delle esportazioni.

Forse anche a seguito di questi numeri il dibattito economico ha visto diffondersi notevolmente la visione, ampiamente supportata

da questa rivista, secondo la quale il nostro sistema manifatturiero abbia avviato a partire dall’introduzione dell’euro un processo

di trasformazione, un cambiamento non certo indolore, ma che, attraverso qualità dei prodotti, selezione e riscoperta del Made

in Italy ha reso le nostre imprese meglio equipaggiate di fronte al mutato scenario internazionale. Tali tesi si contrappongono

a quelle “decliniste” che vedono ancora il Paese destinato a un’inevitabile marginalizzazione sui mercati internazionali.

In questa edizione continuiamo a proporvi alcune riflessioni sulle trasformazioni in atto sulle quali riteniamo opportuno

stimolare un approfondimento del dibattito.

In particolare, A. Lanza e L. Stanca si interrogano sull’adeguatezza della misura dei deflatori per cogliere la crescita

economica e la variazione della produttività, relativamente al periodo post-euro; F. Bonaglia e A. Goldstein analizzano

l’emergere di nuovi protagonisti nello scenario degli investimenti internazionali attraverso lo studio di tre multinazionali di paesi

emergenti nel settore dei bianchi; C. Colacurcio e M. Marianera fanno il punto sull’attrattività dell’Italia e la recente evoluzione

degli investimenti diretti esteri in entrata; V. Carlei e M. Nuccio presentano un modello sullo sviluppo economico dei sistemi

locali e le interdipendenze settoriali; A. Lanza e C. Olearo riflettono sulle implicazioni e i nuovi equilibri legati ai processi di

internazionalizzazione produttiva; E. Pellegrino stima l’impatto di Basilea 2 sull’economia territoriale dell’area Marche,

Abruzzo, Molise; SRM analizza le strategie per la competitività e le implicazioni di policy del polo aeronautico in Campania.

Infine, l’appendice statistica raccoglie una serie di indicatori utili a valutare l’andamento del ciclo economico e in particolare

in questo numero si offre, a partire da dati proprietari, un quadro declinato per settore e per territorio dell’andamento dei conti

delle imprese, arricchiti da una sintesi dei principali indicatori di bilancio, sia economici che patrimoniali.

Ti saremo grati per ogni tuo suggerimento

Lorenzo Stanca

numero 2 - marzo 2007

Editoriale

5


LA CRISI POST-EURO

DELL’INDUSTRIA

ITALIANA: PROBLEMI

AL MOTORE O ANCHE

AL CONTACHILOMETRI?

di Alessandra Lanza e Lorenzo Stanca *

6

(segue dalla prima pagina)

Nel frattempo i salari e con essi il costo del lavoro presentano

dinamiche non certo inferiori a quelle di tutti i principali paesi

industriali. Bassa produttività e costo del lavoro in aumento

vogliono dire alti costi di produzione. Alti costi di produzione con

l’addio alle svalutazioni competitive della vecchia e cara lira non

possono che riflettersi in un’evoluzione sfavorevole della

competitività di prezzo. Se a questo aggiungiamo l’irrompere sui

mercati mondiali della Cina e dei suoi prezzi stracciati, chiudiamo

l’equazione con un risultato che non può che essere l’annuncio

della fine del nostro sistema industriale. Unica via di uscita, ci viene

spiegato, le riforme del mercato del lavoro e dei prodotti e delle

imprese che diano al nostro sistema economico quell’efficienza di

cui ha disperato bisogno.

La forza dei fatti

Un’analisi, questa, che sicuramente trova abbondanti riscontri nei

numeri e nei fatti. Ma che tralascia un aspetto fondamentale: la

capacità di reazione del nostro sistema manifatturiero di fronte alle

sfide poste da Euro e Cina. Vi è un elemento importante su cui

riflettere: negli anni in cui si evidenzia la stasi della produttività, i

margini delle imprese non hanno dato rilevanti segnali di

debolezza (il margine operativo lordo sul fatturato tra il 2000 ed il

Grafico 2: Produttività industria - valore aggiunto

a prezzi costanti / numero ore lavorate (2000=100)

Italia Francia Germania Spagna

120.000

115.000

110.000

105.000

100.000

95.000

90.000

85.000

80.000

75.000

70.000

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

2006 in Italia è oscillato tra il 14% e il 12% a fronte di una media del

9% in Germania e dell’8,3% in Francia). Non sono quindi emerse

pressioni dei costi sui prezzi così rilevanti da mettere le nostre

imprese fuori mercato (tabella 1). Peraltro, il numero dei fallimenti si

è ridotto di circa il 3% tra il 2000 ed il 2004 e le nuove sofferenze

bancarie relative all’industria si sono mostrate in riduzione di circa

8 punti percentuali tra il 2000 ed il 2006. Le quote all’export, se

misurate in termini correnti, hanno tutto sommato tenuto,

scendendo tra il 1995 e il 2006 dal 4,5% al 3,5%, negli anni in cui la

Cina passava dal 2% all’8% sottraendo quote di mercato a tutti i

paesi industrializzati in misura mediamente superiore che all’Italia:

nello stesso periodo la Francia è passata dal 5,8 al 4,0%, la

Germania dal 10,6% al 9,4%, gli Stati Uniti dall’11,8% all’8,8%.

Un ragionevole dubbio

A fare da contraltare a queste cifre ve n’è una serie di altre che

indica un quadro decisamente più scoraggiante e che ci riporta

allo scenario di partenza, quello del declino. Citiamo qui su tutti,

tre grafici decisamente eloquenti al riguardo. Primo, il già

menzionato andamento della produttività. L’Italia a partire dal

1999-2000 mostra una performance nettamente peggiore

rispetto a tutti i principali partner (Spagna, Francia, Germania,

Regno Unito, Stati Uniti), con un calo pari al 3,3% tra il 1999 e il

2005, a fronte dell’aumento medio del 10% di tutti gli altri

(grafico 2). E questa dinamica divergente della produttività trova

pieno riscontro nei dati relativi al costo del lavoro per unità di

prodotto, in seguito ad una dinamica dei salari che in Italia è

risultata superiore alla media degli altri paesi. Secondo, i valori

medi unitari delle esportazioni.

Grafico 3: Valori medi unitari delle esportazioni (1995=100)

160.000

150.000

140.000

130.000

120.000

110.000

100.000

90.000

80.000

70.000

60.000

Italia Germania Francia Usa Spagna

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

Ancora una volta l’Italia è il paese divergente a partire dal 1999-

2000. Ancora una volta l’Italia si mostra come deciso outlier con

un incremento dei valori medi unitari delle esportazioni di circa il

48% tra il 1999 e il 2005, a fronte del 19% medio degli altri paesi

(grafico 3). Terzo, la produzione industriale. Mentre in Italia la

produzione manifatturiera tra il 1999 e il 2005 risulta essere

cresciuta solo dello 0,2%, nella media degli altri paesi si registra

un incremento di quasi il 15%. Una vera debacle (grafico 4). Ma la

stessa forza dell’evidenza di queste cifre, se messa accanto a

quelle riportate alla fine del capitolo precedente non può non far

sorgere dei sospetti sulla loro rispondenza alla realtà. La natura

di tali sospetti è facilmente spiegabile. Gli indicatori statistici in

*Alessandra Lanza è responsabile dell’Ufficio Studi Imprese e Territorio di Intesa Sanpaolo che riporta a Business Development di cui Lorenzo Stanca è vice responsabile


questione (produttività, valori medi unitari, produzione

industriale) sono frutto di processi di deflazione di indicatori

nominali. Sono quindi il risultato di calcoli finalizzati a scindere

l’incremento degli aggregati di riferimento in termini nominali in

una componente reale e in una di valore (o di prezzo o di

deflatore, appunto). E’ noto che tali processi sono soggetti a

variazioni nel tempo dato che la natura del paniere di riferimento

per forza di cose muta. E quindi, se il contenuto della

produzione di un paese muta in misura sostanziale, diviene

problematico considerare puri e semplici aumenti di prezzo

quelli che potrebbero essere in realtà gli effetti della variazione

verso una maggiore qualità del paniere di merci prodotte (o

esportate).

Grafico 4: Produzione industriale del settore manifatturiero (1995=100)

Ed è proprio qui il nocciolo della questione. Esiste in effetti ampia

evidenza, ancora poco analizzata, di un importante processo di

trasformazione del nostro sistema manifatturiero, orientata

innanzitutto ad aumentare il contenuto qualitativo e quindi in

definitiva il valore dei prodotti proposti al mercato. Come emerge

nell’analisi contenuta nel libro “Eppur si muove: l’export italiano alla

sfida della qualità” 1 , le imprese manifatturiere italiane di diversi

settori del Made in Italy sembrano aver imboccato con decisione a

partire dal 1999-2000 la strada della qualità, spostandosi verso

Tabella1: Costi e margini dell’industria manifatturiera

COSTO DEL LAVORO/FATTURATO

Germania

Spagna

Francia

Italia

Regno Unito

produzioni a maggiore contenuto tecnologico o a maggiore qualità

incorporata e comunque meno facilmente attaccabili dalla

concorrenza di paesi come la Cina. Un fenomeno di questo tipo

spiegherebbe ad esempio la marcata divergenza della dinamica dei

valori medi unitari delle esportazioni italiane rispetto a quelli di tutti i

principali paesi industriali. Quello che altrimenti potrebbe essere

attribuito ad un problema di costi di produzione troppo elevati, trova

probabilmente la sua ragione in una modifica sostanziale della

natura dei beni esportati (peraltro non facilmente riconoscibile

2000 2001 2002 2003 2004 2005

17,4

11,8

11,2

9,9

16,4

Fonte: Eurostat, Industry Trade and Services Statistic

MARGINE OPERATIVO LORDO/FATTURATO

Germania

Spagna

Francia

Italia

Germania Spagna Francia Italia

150

140

130

120

110

100

90

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

Regno Unito

Fonte: Eurostat, National Accounts

8,3

12,0

9,2

13,9

14,2

17,1

12,1

11,2

9,9

16,7

8,1

12,1

8,7

13,8

14,1

17,1

12,3

11,0

10,2

16,9

8,3

12,3

8,2

13,5

13,8

Grafico 5: Contributi settoriali alla produttività totale dei fattori 2000/03

Gomma e plastiche

Alimentari e bevande

Legno e prodotti in legno

Estrazione non energetici

Estrazione energetici

Mezzi di trasporto

Carta, stampa e editoria

Chimica

Altre manifatturiere

Cuoio e pelle

Prodotti minerari non metalliferi

Metallo e prodotti in metallo

Tessile e abbigliamento

Macchine ed apparecchi meccanici

Attività immobiliari etc - branca 25

Costruzioni

Agricoltura

Alberghi e ristoranti

Macchine elettriche

Intermed. monetaria e finanziaria

Commercio e riparaz.

Altri servizi

1- di prossima pubblicazione, a cura di Beniamino Quintieri e Alessandra Lanza e frutto del lavoro dei ricercatori di Banca d’Italia, Fondazione Masi, ICE, Intesa Sanpaolo e Isae.

17,0

12,4

11,1

10,7

16,5

8,3

12,2

7,9

13,3

13,6

16,2

11,9

11,8

10,3

15,8

9,0

11,9

8,8

12,6

13,5

Sanità e servizi sociali

Energia elettrica, gas e vapore

Trasporti e comunicazioni

Coke e petrolio

Pesca

-0,30 -0,25 -0,20 -0,15 -0,10 -0,05 0,00 0,05 0,10 0,15 0,20 0,25

Fonte: Istat, 31° Seminario CEIES “Are we measuring productivity correctly?”

15,9

-

11,1

10,8

16,8

10,3

-

8,0

12,2

12,1

I-III trimestre

2006

15,6

-

11,1

10,8

17,1

10,9

-

7,6

11,9

-

7


dall’analisi dell’evoluzione della specializzazione settoriale). Ma se è

vero che le nostre imprese hanno prodotto meno “pezzi”, ma di

maggior valore, forse il modo “standard” con cui si misura la

produttività e quindi il costo del lavoro per unità di prodotto

oppure il valore aggiunto a prezzi costanti per addetto o per ora

lavorata rischia di non essere appropriato. Infatti, l’indice di

produttività viene normalmente calcolato come rapporto tra un

indice di quantità prodotta e un indice di quantità di lavoro

impiegato. In tal modo se, come nel caso del nostro Paese, vi

sono fasi di marcata discontinuità del valore medio delle merci

prodotte, è possibile che, mentre il sistema industriale si

riaggiusta producendo meno in termini quantitativi ma non in

termini di fatturato, si finisca con il registrare un calo della

produttività che nella sostanza non ha avuto luogo. Ancora una

riflessione. Osservando il grafico 5 sembrerebbe che tra il 2000 ed il

2003 praticamente tutti i settori industriali, eccezion fatta per quelli

legati ad energia e materie prime, abbiano contribuito

negativamente alla crescita della produttività totale dei fattori.

150

140

130

120

110

100

90

Possibile. Ma difficile da accettare interamente per l’industria

manifatturiera di un paese che è tornato a crescere sopra il

potenziale nel 2006. Almeno qualche dubbio è ragionevole averlo.

Se accettassimo l’ipotesi di contributi negativi persistenti alla

produttività di tutto il nostro sistema manifatturiero sarebbe difficile

spiegare come e perché la redditività delle nostre imprese sia

costantemente cresciuta (tabella 1), come anche il fatturato ed il

valore aggiunto e soprattutto si siano tradotti in una crescita

aggregata che non si era più verificata negli ultimi quattro anni. Ci

chiediamo se il tanto citato calo della produttività in Italia non possa

in realtà essere semplicemente il frutto di un errato calcolo dei

deflatori. Quello che sembra essere successo è sì che produciamo

meno pezzi, ma produciamo pezzi che incorporano un valore

8

Grafico 6: Deflatori del valore aggiunto manifatturiero (1995=100)

Geramnia Spagna Francia Italia

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

Italia da contabilità nazionale (c.n.)

Italia ricalcolata*

Delta crescita VA Italia se deflazionato

con media deflatori Germania Francia

Francia (c.n.)

Germania (c.n.)

Spagna (c.n.)

Regno Unito (c.n.)

Stati Uniti (c.n.)

* Valore aggiunto deflazionato con la media dei deflatori di Germania e Francia

intrinseco più elevato perché maggiore è la qualità dei beni prodotti.

Parafrasando ed usando un esempio triviale, produciamo meno

nuove Grandi Punto rispetto alla produzione di lancio delle vecchie

Punto ma ciascuna nuova automobile incorpora un valore

maggiore, per esempio in termini di contenuti elettronici e di

sicurezza. Questo fa sì che la semplice valorizzazione del prezzo, in

un mercato altamente concorrenziale, non dia conto del valore

intrinseco dei beni in assenza di aggiustamenti qualitativi dei prezzi

(cfr. utilizzando i cosiddetti prezzi edonici). Se questo è vero è

possibile che i nostri deflatori (grafico 6) non misurino correttamente

l’aggiustamento qualitativo e finiscano con il restituirci stime di

produttività, ma quel che è più grave anche di prodotto interno lordo,

inferiori alla realtà. Infatti se provassimo a calcolare la produttività

deflazionando il valore aggiunto con un paniere ponderato dei

deflatori di Francia e Germania, quello che osserveremmo sarebbe

un deciso stringersi della forbice della produttività italiana rispetto ai

due concorrenti (tabella 2) . Uguali considerazioni possono essere

fatte per quello che concerne l’indicatore relativo alla produzione

industriale. Se è vero che, in reazione all’euro e alla Cina, le nostre

imprese manifatturiere hanno abbandonato produzioni di minor

valore (o di minore qualità), per concentrarsi su produzioni (o fasi della

produzione) di maggior valore (o maggiore qualità), è lecito ritenere

possibile che tale discontinuità possa essersi riflessa in difficoltà di

calcolo di un indicatore di produzione in termini reali. Al riguardo è

interessante notare la divergenza marcata che si comincia a

registrare a partire dal 2000 tra la serie del fatturato manifatturiero e

quella della produzione manifatturiera moltiplicata per gli incrementi

dell’indice dei corrispondenti prezzi alla produzione (grafico 7). E’

evidente che possono esserci numerosi fattori chiamati a spiegare la

differenza tra questi due indicatori, trattandosi di un confronto tra

serie non omogenee per criteri di rilevazione e calcolo. E’ altrettanto

evidente, però, che quello cui si assiste dal 2000 in avanti è un

fenomeno molto marcato che presenta una sua coerenza e una sua

forza esplicativa. Tale forbice, se messa in relazione ai tre grafici

richiamati in precedenza non può non far pensare che ci sia

qualcosa che non funzioni nei calcoli di deflazione delle serie relative

alla produzione e alle esportazioni di manufatti.

Gli strumenti a disposizione

Purtroppo il conforto che ci deriva dalla letteratura e dagli studi

applicati di teoria economica a questo proposito è ancora

largamente insufficiente, non tanto perché non sia stato sviluppato

Tabella2: Produttività industria manifatturiera - valore aggiunto a prezzi costanti del 2000/numero ore lavorate

2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

100

96,9

95,4

93,4

93,4

93,4

95,0

100

100

100

100

100

100

100,7

3,9

100,8

101,6

100,4

97,6

93,8

101,5

2,3

102,6

101,7

98,3

96,0

99,6

103,0

3,6

103,8

103,8

97,5

95,8

101,9

104,2

1,2

103,3

106,7

95,7

95,9

105,6

103,1

-1,1

105,4

110,3

94,0

93,0

108,3

104,8

0,1

107,7

114,5

94,6

93,1

109,6


un corredo teorico adeguato a distinguere e stimare le varie

componenti che spiegano l’aumento o la stasi della produttività

dei fattori, che – anzi - negli ultimi anni ha fatto enormi progressi,

consentendo anche di rimuovere le classiche ipotesi di rendimenti

di scala costanti, concorrenza perfetta e neutralità Hicksiana2 ,

quanto perché i dati disponibili alla fonte della stessa contabilità

della crescita si rivelano spesso inadeguati. Non a caso l’ultimo

seminario del Comitato Consultivo per l’Informazione Statistica

in materia economica e sociale (CEIES) dell’Eurostat sul tema3 -

prendendo le mosse dall’osservazione che i divari nella misura

dei deflatori in Europa possono giungere anche fino a 15 punti

percentuali (il deprezzamento osservato in Svezia è del 24%

contro l’11% della Grecia) e tradursi in differenze di crescita

anche del 5% in termini di Pil in alcuni settori in alcuni paesi- si è

a lungo interrogato sulla necessità di armonizzare i metodi di

deprezzamento tra i vari paesi europei e soprattutto sulla

necessità, ancora più imprescindibile, di utilizzare prezzi edonici

al fine del calcolo della produttività. La metodologia dei prezzi

edonici è stata sviluppata da Griliches (1971) e Rosen (1974) e

consiste nello stimare i prezzi impliciti di determinate

caratteristiche, appartenenti ai beni oggetto di valutazione, che

li differenzia da altri beni strettamente correlati. Per esempio, per

usare un’esemplificazione non ovvia, come quella usuale di

computer e tecnologie informatiche, il valore attribuibile ad una

piazza è incorporato nel valore degli immobili che si affacciano

sulla stessa. Tale valore può essere stimato scomponendo quello

degli immobili in questione nei prezzi edonici associati a ciascun

elemento che li caratterizza e prendendo in considerazione il

prezzo edonico della caratteristica affaccio sulla piazza4 . Vale a

dire si stimano attraverso regressioni multiple i contributi di ogni

particolare attributo dei beni che contribuisca a fornire un valore al

prezzo del bene scambiato sul mercato. Si individua, quindi, un

prezzo implicito, o prezzo-ombra, per tale caratteristica, che

viene considerato una stima del valore del bene stesso.

Grafico 7: Produzione industriale per prezzi alla produzione e fatturato

180

170

160

150

140

130

120

110

100

90

1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

Tale tecnica è più comunemente utilizzata per stimare il prezzo

implicito dei beni, mantenendo la qualità costante. Questo

consente di riflettere correttamente all’interno dei prezzi (i

deflatori, appunto) le variazioni qualitative dei beni e/o dei

componenti dei beni in questione. E’ quindi evidente come

questa tecnica possa rivestire fondamentale importanza nella

valutazione di trasformazioni produttive di rottura in cui

l’aggiustamento qualitativo delle produzioni sia di gran lunga

preponderante rispetto all’aggiustamento quantitativo. Se

accettiamo la tesi della discontinuità nel sistema produttivo

italiano e l’ipotesi che i nostri imprenditori, per sopravvivere alla

concorrenza di mercati a basso costo, abbiano reagito

aumentando il valore intrinseco dei propri prodotti, anche a

costo di penalizzarne le quantità prodotte ed esportate, è

evidente che dobbiamo anche accettare che gli attuali indici di

prezzo possano non riflettere correttamente il progresso

dell’economia italiana. Purtroppo, tuttavia, la risposta non è né

immediata, né semplice. Questo articolo mira esclusivamente a

delineare in maniera semplice dubbi che ci appaiano leciti. Per

poter dimostrare compiutamente la tesi di una errata misura dei

deflatori del valore aggiunto manifatturiero in Italia a partire dal

1999-2000 sarebbe necessario poter disporre di serie dei prezzi

grezzi e quindi di deflatori che possano tener conto

dell’aggiustamento qualitativo compiuto dal nostro sistema

produttivo. Di più, lo sforzo statistico da compiere sarebbe ancora

più rilevante rispetto a molti altri paesi, dove la maggior parte degli

aggiustamenti per la qualità viene effettuata per tener conto del

contenuto in tecnologie informatiche, mentre nel nostro paese

sarebbe necessario sviluppare metodi di calcolo che incorporino

nei deflatori la differenziazione qualitativa a livello dei prodotti

tradizionali, ovvero dei settori tipici del Made in Italy che si

sostanziano più in innovatività dei materiali e componenti usati

che non nell’impiego di alta tecnologia, ma che danno

ugualmente luogo a cambiamenti significativi del sistema

produttivo nel suo complesso.

Conclusioni

Nelle riflessioni fin qui riportate si ripete con frequenza la parola

dubbio. Si tratta di dubbi che crediamo ben motivati, ma non di

una tesi compiuta e dimostrata. Ma riteniamo che data la crucialità

del tema in questione, tali dubbi andassero sollevati, per

sollecitarne una discussione e possibilmente una pronta

risoluzione. Come abbiamo cercato di dimostrare, si tratta di

sospetti che nascono da importanti evidenze empiriche e

aneddotiche, e che non possono essere facilmente ignorati. Il fatto

che l’economia italiana abbia vissuto a partire dall’introduzione

dell’euro una crisi di trasformazione che ha generato una

sostanziale discontinuità e che il sistema manifatturiero ne sia

uscito profondamente ridisegnato, in questo articolo viene preso

come un dato di fatto. Altre sono le sedi in cui questo fenomeno

viene analizzato e discusso. Come si è accennato, il dibattito sulla

misurazione dei prezzi edonici è quanto mai vivace e pressoché

tutti gli istituti di statistica, incluso quello italiano, vi partecipano e

lavorano a controllare la qualità dei dati pubblicati alla luce delle

riflessioni che tale dibattito fa emergere. In conclusione, se

l’andamento degli ultimi dieci anni della produzione del nostro

settore manifatturiero fosse da rivedere al rialzo e se la produttività

avesse registrato una dinamica maggiormente in linea con quella

dei partner europei, allora sia le diagnosi sia le terapie sul

malessere dell’economia italiana dovrebbero essere decisamente

diverse da quelle prevalenti.

2- Per una recente rassegna della letteratura si veda Hulten,C. (2000) “Total factor productivity: a short biography”, NBER Working Paper Series, n° 7471

3- “Are we measuring producticity correctly?” 31st CEIES Seminar, Roma 12-12 Ottobre 2006

4- Global and local Economic Review Vol. VI, 2003, pag. 70.

9


ARÇELIK, HAIER E MABE:

TRE MULTINAZIONALI EMERGENTI

DELL’ELETTRODOMESTICO BIANCO

di Federico Bonaglia e Andrea Goldstein *

Introduzione

Il settore dell'elettrodomestico “bianco” – frigoriferi, lavatrici,

lavastoviglie e simili – ha rivestitito un ruolo centrale sia

nell'industrializzazione italiana a partire dagli anni 60, sia nella sua

interpretazione analitica. Tra il 1980-81 e il 1994-95, la produzione

italiana di elettrodomestici bianchi passa da 7,2 milioni a 13 milioni

di unità, e l'Italia sorpassa la Germania come maggiore produttore

europeo controllando oltre il 17 per cento della produzione

(Balloni et al., 1999, p. 9) 1 . Alle origini di questa performance le

agglomerazioni produttive di Varese, Pordenone e Fabriano,

che verranno successivamente studiate come casi eclatanti di

distretti industriali. Cruciale è il passaggio delle imprese dalla

produzione in conto terzi, secondo le modalità OEM (Original

Equipment Manufacturing), alla produzione con disegno e

marchio proprio (ODM e OBM, rispettivamente). Negli anni 90 le

grandi imprese distrettuali, in particolare la marchigiana Merloni-

Indesit e la lombarda Candy, crescono a ritmo sostenuto, anche

mediante l'internazionalizzazione, assumendo ruolo protagonico

nel "quarto capitalismo" che diviene concetto fondamentale

per spiegare l'evoluzione del sistema produttivo italiano agli

albori del XXI secolo.

L'industria italiana dell'elettrodomestico vive da qualche anno

una fase di difficoltà, dove a motivi interni (il venir meno

dell'arma della svalutazione ed il rallentamento della domanda

europea dovuto a motivi demografici) si accompagna la

concorrenza di nuovi paesi produttori e l'emergere di nuove

imprese che in questi hanno la propria sede. Analizzarne le

traiettorie è pertanto un motivo di interesse non solo per le

imprese italiane, ma anche per chi cerca di valutare l'adattabilità

dei modelli interpretativi sviluppati in Italia alla nuova realtà della

globalizzazione.

In questo articolo presentiamo l'esperienza di tre aziende -

Arçelik, Haier e Mabe - che hanno saputo emergere sulla scena

internazionale dalla periferia (rispettivamente dalla Turchia, dalla

Cina e dal Messico), facendosi largo in un panorama affollato da

imprese ben radicate, dato che la lealtà alla marca e consolidate

preferenze nazionali rappresentano importanti barriere

all’entrata. L’esperienza di queste aziende, i loro successi, le

loro difficoltà, suggerisce che importanti lezioni sui fenomeni di

internazionalizzazione vengono non solo dalle multinazionali dei

paesi industrializzati, ma anche dalle ancora poche (ma in forte

aumento) multinazionali dei paesi emergenti.

Nel prosieguo dell’articolo abbozziamo prima le caratteristiche

principali dell'industria del bianco globale, per evidenziare come

la dinamica della domanda, la tecnologia ed il mutamento del

1- La Germania rimane però il primo produttore in termini di valore.

10

quadro regolamentare stiano aprendo opportunità per nuove

imprese. Presentiamo poi gli aspetti salienti delle strategie delle

tre imprese emergenti e cerchiamo di spiegare in che modo

queste siano riuscite ad internazionalizzarsi, nonostante non

possedessero in partenza le caratteristiche (ovvero il controllo

della tecnologia e del marchio) che la teoria normalmente

richiede per realizzare simili processi. Concludiamo con alcune

digressioni sulla replicabilità dell’esperienza per altre imprese

che cercano di migliorare la propria competitività e sull’urgenza

di allargare l’agenda di ricerca.

Il settore bianco globale delle merci

Quella del bianco è un'industria matura e sempre più globale

(ANIE, 2003; Hunger, 2003). I prodotti sono relativamente simili

e semplici da produrre, benché l’assemblaggio di parti e

sottosistemi richieda la combinazione di diverse competenze

tecnologiche, quali la meccanica, l’elettronica e lo stampaggio

di materie plastiche (Sobrero e Roberts, 2002). La tecnologia

di produzione di base è anch’essa matura. Le principali

innovazioni introdotte negli ultimi anni riguardano l’estetica e

il design, oppure provengono da altri settori (per es.

l'ottimizzazione energetica e l’interconnettività) e sono state

introdotte a seguito dell’adozione di standard ambientali e di

risparmio energetico più severi. Si stima che la domanda

globale di elettrodomestici crescerà a tassi superiori al 3 per

cento fino al 2009, superando le 380 milioni di unità vendute.

La domanda di beni di consumo durevole è correlata

fortemente alla crescita del reddito pro-capite ed

all'urbanizzazione. Il forte sviluppo nelle economie emergenti

compenserà la domanda stagnante nei paesi dell'OCSE,

dove il tasso di penetrazione è alto (spesso superiore al 90-

95 per cento delle famiglie) ed il mercato è trainato soprattutto

dalla domanda di sostituzione di elettrodomestici arrivati alla

fine del loro ciclo di vita (ANIE, 2003).

Dato il peso e l’ingombro di molti apparecchi, il commercio

internazionale tende ad avvenire all’interno di mercati

geograficamente vicini e relativamente omogenei. Anche se i

costi di trasporto vanno diminuendo nel tempo, gran parte del

commercio a lungo raggio riguarda soltanto gli elettrodomestici

bianchi più piccoli. Alla frammentazione del mercato

contribuiscono anche il persistere di importanti barriere

dell'entrata, quali le differenze nelle preferenze dei consumatori

(per es. lavatrici a caricamento frontale sono preferite in alcuni

paesi a quelle a caricamento dall’alto) e gli standard nazionali

o regionali di sicurezza e consumo energetico. Fenomeni di

*Centro di sviluppo dell’ OCSE, Parigi


lealtà alla marca, in parte spiegati dalle caratteristiche di

experience goods degli elettrodomestci (Paba, 1986 e 1991),

concorrono poi a limitare la contendibilità dei mercati.

I dieci principali produttori al mondo, in termini di vendite,

includono tre aziende degli Stati Uniti, quattro giapponesi ed

uno ciascuno dalla Svezia, dalla Germania e dalla Cina (tabella

1). L'industria resta ancora piuttosto frammentata: nessun

produttore controlla più del 10 per cento del mercato mondiale.

La creazione di piattaforme produttive che permettono la

standardizzazione dei processi produttivi, la riduzione dei costi

e la customization del prodotto finito dovrebbero ridurre questa

frammentazione e rendere più globale il mercato. L’obiettivo di

raggiungere economie di scala e limitare la concorrenza ha

spinto i principali produttori ad acquisire marchi esteri, che di

conseguenza sopravvivono al loro inventore.

Tabella 1: Principali competitori nel mercato del bianco

(nazionalità e anno di fondazione)

Global Players

Global Aspirants

Strong Regional Players

Strong Local Players

with Some Regional Presence

Domestic & Niche Players

Whirlpool (U.S., 1906), AB Electrolux (Sweden, 1910),

General Electric (U.S., 1907)

Bosch-Siemens (Germany, 1886), Haier (China, 1984),

LG Electronics (Korea, 1958)

Matsushita, Sharp, Toshiba, Hitachi (Japan), Samsung

and Daewoo (Korea) in Asia

Maytag (U.S., 1907) in America del Nord

Miele (Germany, 1927), Candy (Italy, 1945) and Indesit

(Italy, 1958) in Europa Occidentale

Arçelik (Turkey, 1955), Mabe (Mexico, 1950), Multibras

(Brazil, 1994), Fisher & Paykel (New Zealand, 1934)

Sub Zero/Wolf (U.S., 1945), Guangdong Midea Group

(China, 1980)

Ci sono quindi forti pressioni per delocalizzare la produzione

verso i paesi emergenti, che rispetto a quelli industrializzati

presentano costi di produzione inferiori e tassi di crescita della

domanda più alti. La Cina in particolare è diventata il più grande

fornitore al mondo di white goods, quasi triplicando la produzione

dal 1994 al 2004, particolarmente nel settore del freddo, degli

impianti di condizionamento e nei segmenti degli elettrodomestici

più piccoli come i forni a microonde 2 . Anche per i componenti,

l’outsourcing, fenomeno un tempo limitato alle imprese vicine, si

è esteso geograficamente, generando importanti opportunità per

i produttori Original Equipment Manufacturer (OEM) nei mercati

emergenti desiderosi di integrare la catena internazionale del

valore (global supply chain). I principali produttori di

elettrodomestici hanno consolidate relazioni di sub-fornitura con

terzisti, sia nei paesi europei che in quelli emergenti

(tradizionalmente la Turchia per i produttori europei e il Messico

per quelli statunitensi). Maytag per esempio utilizza motori cinesi,

cablaggi messicani e assembla le lavastoviglie negli Stati Uniti.

Una lezione che emerge dalla storia dei produttori di

elettrodomestici nei paesi europei, quali Merloni in Italia (Sori,

2005), è che il successo dipende tanto dalle risorse interne

dell’impresa quanto come dall’efficienza collettiva del distretto

industriale nel quale esse sono inserite. In effetti, la scelta del

luogo dove delocalizzare è guidata non solo da considerazioni di

costo, ma anche dalla presenza in loco di fornitori di componenti

specializzati. Laddove questi non siano sufficientemente

sviluppati, l’impresa che delocalizza tende a portare con sè i

propri fornitori, favorendo la nascita di distretti nei paesi dove

investe. E’ questo il caso di Merloni in Russia dove, attorno allo

stabilmento di Lipetsk, si sta costitutendo un vero e proprio polo

di industria meccanica e della componentistica.

In che modo i mutamenti che il settore vive attualmente possono

favorire l’emergere di nuovi players? La ricerca di maggiore

flessibilità, l’introduzione del just in time e la standardizzazione

delle piattaforme di produzione hanno reso possibili delle

innovazioni tecnologiche ed organizzative di cui le imprese

latecomer – come quelle che analizziamo qui – possono

rapidamente approfittare per migliorare la propria efficienza 3 .

L’acquisizione di queste tecnologie spesso guida il loro processo

di internazionalizzazione. Tuttavia, la lealtà alla marca è un fattore

competitivo molto importante (Paba, 1986) che funge da

barriera all'entrata di produttori che di tale reputazione sono privi.

La maggiore severità degli standard di sicurezza e risparmio

energetico rispetto al paese d’origine rappresenta un’ulteriore

possibile freno all’internazionalizzazione di imprese dei paesi

emergenti. Non sorprendente pertanto che per Arçelik, Haier e

Mabe l’investimento più pesante sia stato nella costruzione

dell’identità corporativa e del marchio.

Internazionalizzazione dalla periferia: Mabe, Arçelik, Haier

Fondata a Città del Messico nel 1947 per produrre armadietti da

cucina in metallo, Mabe ora è uno dei principali produttori di

elettrodomestici in America Latina. L'azienda è tutt’ora

controllata dalla famiglia fondatrice, capeggiata da Luis

Berrondo. Nel 2005 ha fatturato più di 2,8 miliardi di dollari,

prodotto più di 12 milioni di apparecchi all'anno, impiegato circa

19 mila dipendenti in 14 stabilimenti (di cui 10 in Messico, uno in

Colombia, uno in Ecuador e due in Brasile) e venduto in 70

paesi. Nel 2005 Mabe era la centottava principale azienda

dell'America Latina e la quarantesima in Messico. Nel 2004, le

esportazioni hanno raggiunto 952 milioni di dollari, pari al 43%

delle vendite consolidate nette totali; le vendite effettuate da

filiali estere hanno rappresentato il 24% delle vendite nette totali.

Con l’acquisizione della canadese Camco nel 2005 (per 70

milioni di dollari canadesi), il fatturato ha fatto un salto del 35%.

Che cosa ha guidato l’internazionalizzazione di Mabe? Anche

se l'azienda era già il principale esportatore messicano di

elettrodomestici negli anni 60, il vero traino è stata una joint

venture con una multinazionale leader del settore, General

Electric (GE). Prevedendo l'apertura dell'economia messicana,

nel 1987 Mabe siglò un accordo con GE. In cambio di una

partecipazione di capitale pari al 48 per cento, GE diventò non

solo socio di Mabe, trasferendo tecnologia e fornendo supporto

tecnico, ma anche il suo principale cliente, dato che Mabe

2- Diverso il caso nei bruni, come tostapani, spremiagrumi o mixer, in cui invece la delocalizzazione è assai avanzata ed interessa anche imprese italiane – per la De Longhi, ad esempio, la Cina assicura

circa il 60% della produzione.

3- Più specificamente, la standardizzazione delle piattaforme di produzione consente una maggiore modularità, per cui le parti possono essere facilmente aggiunte o sottratte, riducendo il tempo necessario

per far passare un prodotto dalla progettazione alla vendita e evitando l'erosione dei prezzi.

11


produce come terzista buona parte degli elettrodomestici

venduti negli Stati Uniti sotto marchio GE. Mabe mantenne

l'intera responsabilità dell'amministrazione e nel 1987-88

realizzò acquisizioni importanti per completare la propria

gamma di elettrodomestici con linee di produzione di frigoriferi e

lavatrici. Con GE, Mabe costruì a San Luís Potosi una fabbrica

di stufe per servire il mercato degli Stati Uniti e un centro di R&S

a Queretaro. Durante gli anni 90, Mabe perseguì una strategia di

internazionalizzazione in America centrale e meridionale,

acquisendo marchi locali per stabilire gradualmente una base di

produzione nella regione andina. Mabe ha replicato in questi

paesi la stessa strategia che le ha garantito di dominare sul

mercato messicano. I marchi locali sono stati mantenuti e la

gamma di prodotti è stata completata con la vendita di

apparecchi Mabe destinati alla fascia di mercato più elevata.

La creazione del NAFTA ha guidato lo sviluppo di Mabe, e del

settore messicano degli elettrodomestici più in generale,

durante lo scorso decennio. Il crollo del peso messicano nel

dicembre 1994 costrinse Mabe, con il supporto strategico di

GE, a sostituire rapidamente i componenti importati con

componenti prodotti da fornitori messicani. Le esportazioni

messicane di frigoriferi sono passate da meno di 100 milioni di

dollari nel 1994 a quasi 2 miliardi nel 2006 e più di un terzo di

tutte le cucine a gas e dei frigoriferi venduti negli Stati Uniti sono

prodotti negli stabilimenti Mabe. Nel 1998 l’azienda ha

consolidato le proprie operazioni nella regione andina, creando

Mabe Andina ed è sbarcata nel Cono Sud. Assieme alla

spagnola Fagor ha acquisito il principale produttore locale di

frigoriferi in Argentina. In Brasile, ha comprato, insieme con GE,

Dako, costruttore di cucine a gas. Nel 2003 ha acquisito il

controllo completo di Dako ed acquistato il produttore di

frigoriferi CCE. Oggi Mabe Mercosur rappresenta più della metà

delle vendite estere del gruppo.

Arçelik, fondata nel 1955 da Vehbi Koç per produrre mobili da

ufficio in metallo, è entrata rapidamente negli elettrodomestici,

producendo la prima lavatrice in Turchia nel 1959 e i primi

frigoriferi nel 1960. L’impresa è tuttora controllata dal gruppo

Koç, la più grande multinazionale della Turchia, che ne possiede

il 57 per cento (il gruppo Burla controlla il 20% mentre il resto

delle azioni sono sulla borsa valori di Istanbul). Arçelik ha oggi

sette impianti di produzione mono-linea in Turchia che

producono una gamma completa di elettrodomestici bianchi

(frigoriferi, lavatrici, lavapiatti, aspirapolveri ed apparecchi di

cottura). Nel 2005 ha prodotto la prima asciugatrice. Nel 2005

Arçelik impiegava 11 mila lavoratori, ha prodotto 7,9 milioni di

unità ed ha avuto vendite pari a 3,1 miliardi di euro, principale

produttore di beni durevoli in Turchia e quinto più grande

produttore europeo di elettrodomestici bianchi. Le vendite

internazionali ammontavano a 1,2 miliardi di euro. Negli ultimi

quattro anni, l’azienda ha raddoppiato il proprio giro d'affari ed

ha ottenuto un riconoscimento crescente in Europa. Le vendite

all’estero (principalmente in Europa) rappresentano il 44 per

cento del totale (16 per cento nel 1997), di cui due terzi

realizzate con prodotti di marca. Il grado di integrazione

verticale è maggiore rispetto ai suoi principali competitori. Molti

componenti (e.g. motori e i compressori) sono prodotti

internamente o tramite aziende affiliate. Il gruppo dispone inoltre

di una propria rete distributiva in Turchia, che vende solo

prodotti del gruppo e concede credito al consumo.

12

L’internazionalizzazione di Arçelik è cominciata negli anni ‘80,

quando l'azienda ha cominciato a esportare su una base

opportunistica nei paesi limitrofi. Allorché la Turchia ha concluso

un programma di riduzioni tariffarie con la Comunità Europea

nel 1988, esportare è diventato più importante per bilanciare la

maggior concorrenza delle importazioni sul mercato domestico

ed ottimizzare gli ingenti investimenti in risorse specializzate

(sunk) necessari per sviluppare nuovi macchinari ed

apparecchiature. Se da un lato gli accordi per l’acquisto di

tecnologia da GE e da Bosch-Siemens ne consentivano

l’utilizzo esclusivo per il mercato turco, grossi contratti su base

OEM venivano conclusi per vendere frigoriferi e lavastoviglie in

Europa e negli Stati Uniti. Per superare i vincoli contrattuali e

sostenere il processo d’internazionalizzazione, Arçelik iniziò ad

investire nello sviluppo di una propria tecnologia e marchio, così

come nell’acquisizione di imprese straniere. Cosciente delle

differenze in termini di strutture di mercato, Arçelik decise di

utilizzare il marchio Beko, già conosciuto, nel Regno Unito ed in

Francia, mentre continuò ad operare come OEM in Germania.

Uffici di vendite vennero aperti in tutti i mercati principali nella

seconda metà degli anni 90.

Il nuovo secolo ha visto la fioritura della strategia di

internazionalizzazione di Arçelik, che ha puntato ad allargare la

gamma dei marchi e dei prodotti in Europa e a penetrare nuovi

mercati. Grazie ad una joint venture con la coreana, nel 1999

Arçelik ha prodotto i primi impianti di condizionamento in

Turchia. Successivamente Arçelik ha fatto un'offerta per

acquisire Brandt, un’azienda francese in liquidazione. Anche se

Arçelik perse, la lezione servì per realizzare una serie di acquisti

importanti nel 2002 - Blomberg in Germania, Elektra Bregenz e

Tirolia in Austria e Leisure e Flavel in Gran Bretagna. In Romania,

il produttore di frigoriferi Arctic, acquisito in occasione della

privatizzazione, è stato modernizzato con grandi investimenti e

l’espansione della gamma di prodotti ha reso la filiale la

principale piattaforma produttiva delle Arçelik per fornire il

mercato di UE. In 2004 è venuta l’acquisizione del marchio

Gründig, anche in questo caso in occasione del fallimento della

ditta tedesca. L'espansione verso Est è continuata nel 2005,

con l’avvio della costruzione di un impianto in Russia, capace di

generare vendite per 150 milioni di dollari nel 2007, e nel 2006

La catena di supermercati Ram, un’altra filiale del gruppo Koç

con una forte presenza in Russia ed altri paesi, sostiene

fortemente le vendite internazionali. Arçelik ha cominciato ad

esportare lavapiatti in Cina dove sta ora considerando di

cominciare a produrre.

Haier è stata fondata (nella sua forma attuale) nel 1984,

specializzandosi nella fabbricazione di frigoriferi basati su

tecnologia trasferita dall’azienda tedesca Liebherr. Da allora la

gamma di prodotti si è estesa e le vendite annue di

elettrodomestici bianchi Haier sono cresciute in media del 70

per cento, per raggiungere 1, 84 miliardi di dollari nel 2004 (nel

2000 erano 583 milioni). L’impresa, sotto la carismatica guida

del CEO Zemin, influente membro del Partito Comunista, si è

inizialmente concentrata sui mercati dell’Asia Sud-Orientale,

per esportarvi e poi produrvi frigoriferi e condizionatori. Nel

1999 Haier è stata la prima azienda cinese ad aprire una

fabbrica negli Stati Uniti, a Camden in Carolina del Sud. Dal

quartiere generale americano in uno storico edificio di

Manhattan acquistato per 15 milioni di dollari, Haier gestisce


inoltre un ufficio progetti. In Italia Haier ha investito 80 milioni di

euro tra il 2001 e il 2004 per comprare lo stabilimento di

frigoriferi Meneghetti a Padova e i diritti per produrre forni

Meneghetti in Cina sotto il proprio marchio, nonché per

installare a Varese il proprio centro operativo europeo

(Goldstein, 2006). Haier è presente anche in Africa e in India,

dove, dopo l'esperienza di una joint venture con Hotline nel

1999, dimostratasi deludente, ha aperto nel 2003 una propria

filiale e stabilito alleanze strategiche con produttori OEM locali.

Nel giugno 2005 Haier, in collaborazione con investitori

americani, ha cercato senza successo di acquistare Maytag, il

terzo principale produttore americano di elettrodomestici. La

scelta del momento dell'offerta si è rivelata strategicamente

errata. Benché parzialmente imposta dalle circostanze esterne

– l’azienda era già in trattativa con altri investitori – essa ha infatti

coinciso con il tentativo da parte di un'altra azienda cinese,

CNOOC, di comprare Unocal. Questa fusione, che non si è

realizzata a fronte di forti resistenze politiche, ha generato un tale

clima di ostilità anti-cinese che persino in un settore maturo e a

bassa tecnologia come gli elettrodomestici bianchi la possibile

scalata ad un'azienda americana è stato visto come degno

dell'attenzione degli organisimi di sicurezza nazionale. Anche se

alla fine Maytag è stata acquistata da Whirlpool, nel 2006 Haier

ha sorpassato Whirlpool come il più grande produttore di

frigoriferi al mondo. L’impresa cinese ha infatti firmato un

accordo di joint venture con la giapponese Sanyo, rilevando la

gestione della concezione e dello sviluppo della sua linea di

frigoriferi e l'80 per cento delle linee di produzione in Tailandia.

Haier produrrà su una base OEM per il mercato giapponese

dove i frigoriferi saranno venduti con il marchio Sanyo.

Delle tre imprese considerate in questa sede, Haier è la più giovane,

la più grande (in termini di vendite e impiegati e gamma di prodotti) e

l’unica con reali ambizioni globali. Inoltre, anche se dispone di una

gamma molto più vasta di prodotti, che include elettrodomestici

bruni ed altri prodotti elettronici, Haier è l’unica a focalizzarsi su una

sola marca. La strategia di internazionalizzazione di Haier

costituisce un esempio di crescita pianificata con cura per usare gli

investimenti esteri come strumento per acquisire quote di mercato

ed asset strategici.

Caratteristiche generali dei casi

A partire dalla metà degli anni 90, Mabe, Arcelik e Haier si sono

andate internazionalizzando attraverso le esportazioni, hanno

accumulato risorse strategiche proprie e si sono espanse

velocemente acquisendo marchi e capacità di produzione, anche

con investimenti di tipo greenfield. Hanno inoltre tratto beneficio

dal grande dinamismo dimostrato dai rispettivi mercati interni,

malgrado il declino dei margini che ha fatto seguito all’apertura

commerciale. Di questa guisa sono riuscite a sfruttare le occasioni

disponibili nell’economia globale per creare collegamenti con i

grandi gruppi occidentali, inizialmente attraverso contratti OEM –

fondamentali per superare i problemi di conoscenza di mercato

incerti – su cui hanno successivamento costruito strategie più

ambiziose per radicare il proprio marchio e stabilire basi produttive

in giro per il mondo.

Un secondo fattore critico è stato il focus sui vantaggi che

possono essere acquistati esternamente. Ciascuna ha fatto

delle diverse forme di partenariato che ha acceso con imprese

straniere una leva per assicurarsi l'accesso a tecnologie che

non sarebbero state altrimenti alla sua portata. Nel caso di

Mabe, la familiarità con la cultura d’impresa di GE è servita per le

operazioni di turn-around realizzate nelle imprese che ha

acquistato nell’America del Sud, nella maggior parte dei casi o

da GE stessa o dalla famiglia fondatrice. Nel caso di Arçelik, gli

accordi con Tecumesch, Bosch, Sanyo, GE e LG, uniti alla

capacità di assorbirne le tecnologie grazie ad un’attenzione

quasi maniacale per la formazione del personale, sono serviti a

conoscere mercati più sofisticati che quello turco. A

coronamento di questa strategia, Arçelik ha recentemente

ottenuto il premio europeo Energy+ per il prodotto a miglior

rendimento energetico. Dimostrazione questa che il vantaggio

del latecomer è anche la capacità di saltare a piè pari alcuni

stadi di un processo graduale, là dove i rivali consolidati sono

più lenti nel leggere i segnali incipienti del mercato (in questo

caso, la preferenza per gli apparecchi che rispettano

l’ambiente) e adottare le tecnologie di frontiera. Anche Haier ha

saputo fare leva sui rispettivi soci strategici (Liebherr, Merloni,

GK Design, Mitsubishi) e sta creando numerose alleanze

parallele con i principali fornitori di wireless technology

(Helicomm, Ericsson, Metalink) ed altri fabbricanti (Sanyo e

Samsung) per sviluppare congiuntamente elettrodomestici di

nuova generazione.

Tutte e tre le ditte hanno investito in R&S e disegno tecnico –

anche creando centri all’estero. Mabe ha registrato più di 20

brevetti ed ha ricevuto il premio nazionale di tecnologia nel

2003. Arçelik ha il più grande portafoglio di brevetti in Turchia.

Nell’aprile 2006, Haier è stata la prima marca cinese

dell'elettrodomestico a vincere il prestigioso premio

International Forum (IF) per il design nel 2006. Se l’investimento

in R&S ed il numero di scienziati occupati può apparire ancora

basso rispetto ai leader, in queste aziende molta attività

fuoriesce dalle categorie convenzionali dell'innovazione.

Giustamente celebre il caso della Haier – resisi conto i venditori

in provincia che le lavatrici erano spesso usate per fini non

tradizionali, i tecnici della R&S hanno inventato una tecnica che

consente di utilizzare le lavatrici per pelare le patate!

Le innovazioni per sostenere ed accelerare l’internazionalizzazione

inoltre sono state fatte anche a livello non-tecnologico, in particolare

per migliorare stili e procedure di direzione ed organizzazione.

Questi si sono dimostrati cruciali per sviluppare le possibilità tecnologiche,

aumentare la competitività generale, mantenere la leadership

sul mercato nazionale ed espandersi all'estero. Arçelik,

per esempio, a causa delle piccole dimensioni e limitate capacità

di molti fornitori locali, produce molti componenti in-house ed ha

un grado di integrazione verticale più alto che la norma nell’industria.

Per questo ha introdotto una serie di programmi di miglioramento

della qualità quali il Total Quality Management, triplicando la

produzione con un investimento relativamente modesto. Anche

Mabe utilizza le tecniche di amministrazione più avanzate quale il

Six Sigma ed il just-in-time nel sistema di forniture.

Si caratterizza come una ditta “dal profilo basso, ma pragmatica”, che

ha adottato una strategia di learning by doing nella ricerca di

occasioni di sviluppo, attraverso rapidi cambiamenti organizzativi per

meglio adattarsi all'evoluzione del mercato. Invece di seguire un

modello tradizionale di internazionalizzazione incrementale,

muovendosi dal commercio alla distribuzione ed infine all'investimento

diretto, Mabe ha investito nella formazione di un gruppo di dirigenti

13


che decidono in quali paesi investire e sono poi responsabili per tutto

il ciclo del progetto, dall’acquisizione all’assunzione del controllo.

L'amministrazione in Messico garantisce l'investimento in tecnologie

informatiche e nello sviluppo delle risorse umane che è condizione

necessaria per svilupparsi velocemente sui mercati esteri.

Sia le acquisizioni sia i collegamenti con l'economia globale

sono stati utilizzati in maniera strategica per costruire

l’immagine della marca. In primo luogo, esse hanno acquistato

marchi occidentali, come nel caso di Arcelik/Beko con

Blomberg e Gründig (e come sarebbe stato il caso con Maytag

se Haier fosse riuscita a comprarlo). Tali operazioni peraltro

possono funzionare soltanto quando chi acquista sa gestire

un'identità di marca – secondo i sondaggi di CA Nielsen, Arçelik

è stata a più riprese designata come la marca più ampiamente

conosciuta in Turchia, mentre, secondo un’indagine del

Financial Times del 2005, in Cina nessun marchio ha un valore

superiore a quello Haier.

In secondo luogo, le tre ditte hanno instaurato una collaborazione

duratura con esperti occidentali di consulenza e design per

costruire il proprio marchio. Per lanciare il nuovo marchio nel 2002

e segnalare l’avvenuta trasformazione dell'azienda da produttore

locale in un attore serio in un'industria globale ancora dominata

da ditte occidentali e nel quale desidera ora competere sulla base

della tecnologia e dell’innovazione, Arçelik è ricorsa allo stesso

studio grafico americano che nel 1987 aveva creato il marchio del

gruppo Koç. Per convertirsi nell’azienda leader del bianco in

America Latina, Mabe si è appoggiato all'ufficio di Madrid di Wolff

Olins. L’obiettivo era di esprimere una presenza di marca più

fresca e più forte, sia a livello di prodotti sia come società. Oltre il

marchio, lo studio ha fornito un restyling dei colori e dei modelli

per offrire una nuova identità d’impresa. La scelta di Haier di

rivolgersi ad una ditta giapponese, GK Design, riflette l'affinità

culturale tra paesi asiatici, anche se le interviste con il direttore di

questa suggeriscono che l'ambizione di Haier di bruciare le tappe

ha indebolito il rapporto di fiducia, dato che essa sembra

danneggiare l'attenzione a dettagli che GK Design considera

importanti. In terzo luogo, almeno due delle ditte hanno scelto lo

sport come cardine della propria strategia di comunicazione

globale, un approccio che tra l’altro è comune ad altre

multinazionali dei paesi emergenti come Emirates, BenQ, o

Lenovo. Haier ha stipulato nel 2006 una partnership con la

National Basketball Association (NBA) negli Stati Uniti ed inoltre

sponsorizza varie squadre di calcio in Europa e in Vietnam; Arçelik

è la principale squadra di volley in Turchia (il che vuole anche dire

che partecipa alla Indesit European Champions’ League!).

Questa strategia pubblicitaria è percepita come un canale rapido

ed altamente efficace per superare le barriere culturali ed

aggiungere un po’ di passione all'immagine dell'azienda.

Conclusioni

Questo articolo ha presentato l’esperienza in tre imprese

latecomer che si sono affermate come attori importanti sul

mercato internazionale dell’elettrodomestico, due con una forte

presenza regionale e una con ambizioni globali. Mabe, Arçelik

e Haier sono riuscite a modernizzare le proprie operazioni,

evolvendo dallo status di meri terzisti, alla progettazione e

produzione di elettrodomestici con un proprio marchio e

design. Arçelik è rimasta relativamente concentrata sul bianco,

14

malgrado abbia potuto fare leva sul più grande business

group della Turchia. La strategia di internazionalizzazione si

è fondata su due approcci – l’acquisto di marche conosciute

nella “vecchia Europa” e la creazione di nuova capacità

produttiva nella “nuova Europa” (Romania e Russia). La

società ha poi investito enormemente nell’eccellenza

produttiva, in innovazione e in qualità. Haier, da parte sua, ha

sviluppato una gamma impressionante di prodotti e di varietà,

una scelta che può essere spiegata dal fatto che la Cina

rimane un paese povero con infrastrutture e istituzioni deboli.

La differenziazione orizzontale (espandendo la gamma di

prodotti) e l’integrazione di produzione e distribuzione è una

strategia adatta per recuperare più facilmente i costi

irrecuperabili degli investimenti necessari a compensare la

mancanza di alcuni mercati chiave e la carenza di

infrastrutture. Anche se Haier è un caso insolito fra le nuove

multinazionali cinesi, dato che ha puntato fin dall’inizio su

mercati avanzati in Europa e Stati Uniti (Child e Rodrigues,

2005), la sua produzione dipende ancora in maniera

significativa da componenti e tecnologia stranieri. Mabe,

infine, ha sfruttato al massimo la prossimità geografica e

“psichica” sia verso Nord sia verso Sud. La partnership con

GE le ha consentito sia di produrre elettrodomestici per il

grande mercato degli Stati Uniti, sia di acquisire e sviluppare

le abilità necessarie per espandersi in America Latina – dove

ha potuto interpretare il gusto latino.

Quali sono i fattori che ne spiegano il successo? In che

misura la loro esperienza è utile per altre imprese che cercano

di migliorare il contenuto tecnologico della propria produzione

e controllare una quota maggiore del valore di ciò che

producono? Come nei casi documentati da Bartlett e da

Ghoshal (2000), la ricetta del successo è stata la capacità di

trattare la concorrenza globale come un’opportunità per

sviluppare nuove capacità (capabilities), entrare nei segmenti

di mercato più promettenti e adottare strategie che

trasformano la condizione di latecomer in una fonte di

vantaggio competitivo. Queste imprese hanno unito la capacità

di navigare business environments difficili, la conoscenza

dei consumatori locali – come testimoniato dalla capacità di

adattare il prodotto alle specificità e necessità dei mercati (per

esempio producendo frigoriferi che rimangono freddi in caso

di black out, lavatrici che non usano detersivo, prodotti

designati per la base della “piramide dei consumatori”) e le

abilità commerciali e tecnologiche acquisite grazie

all’associazione strategica con imprese leader.

Con l’intensificarsi della concorrenza e l’aumento dei prezzi

delle materie prime, i margini di profitti si comprimono e la leva

del prezzo non è più sufficiente per sostenere la competitività.

Questa situazione esercita una pressione supplementare sui

produttori per generare nuove fonti di vantaggio competitivo,

attraverso politiche di branding, investimenti in R&S e design

industriale e acquisizioni all’estero. Se inizialmente

l’internazionalizzazione era motivata dalla necessità di

accedere ai mercati e stabilire piattaforme per l’esportazione,

acquistare risorse, marchi o tecnologia si è presto trasformato

nel driver cruciale.

In che misura queste esperienze sono nuove? Anche se

l’esperienza dei produttori italiani negli anni 80 suggerisce che

la storia sta ripetendosi (Sori, 2005; Nichols e Cam 2005),


cionondimeno ci sono differenze in termini di velocità. Le

multinazionali dei paesi emergenti, approfittando del proprio

status di latecomer, si sono internazionalizzate molto più

rapidamente delle multinazionali tradizionali. Più l’economia

mondiale diventa interconnessa, maggiori sono le pressioni sulle

imprese ad internazionalizzarsi. Oggi le imprese

internazionalizzano per aumentare la propria competitività,

cercando di servire clienti globali. Nella misura in cui le indicazioni

che emergono dal nostro studio sono indicative di una tendenza

più generale (Goldstein, 2007), esse rendono più plausibile

sostenere che la globalizzazione è vantaggiosa non solo per le

imprese tradizionali (come sostengono ad esempio Nolan e al.

2002) ma anche per quelle emergenti che internazionalizzano

dalla periferia. Queste imprese non aspettano di essere

sufficientemente grandi per internazionalizzarsi, ma diventano

grandi mentre si internazionalizzano, si internazionalizzano per

crescere! Una conclusione su cui riflettere nel paese in cui “il

piccolo non cresce”.

Bibliografia

Bartlett, C.A. and Ghoshal, S. (2000), ‘Going Global Lessons From Late Movers’,

Harvard Business Review, 78(2): 133-142.

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Bartolucci, Sara and Marco Cucculelli (2002), “Sunk Costs and Firms’ Investment

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15


L’ITALIA SI FA BELLA.

DIVENTIAMO PIÙ ATTRAENTI

PER GLI INVESTITORI STRANIERI?

di Claudio Colacurcio e Manuela Marianera *

Uno sguardo ai dati macro: l’inversione di tendenza degli ultimi anni

L’Italia attrae pochi investimenti dall’estero, questa è una storia

nota e ampiamente dibattuta. Negli studi sulla scarsa attrattività

dell’Italia, i fattori principali che vengono chiamati in causa

riguardano il livello di efficienza della pubblica amministrazione e

del sistema giudiziario, il ritardo di molte regioni nelle infrastrutture

e, non da ultimo, la scarsa agglomerazione di imprese estere,

rispetto alla media europea. Nonostante il divario con i nostri

principali concorrenti rimanga, e nonostante siano necessarie

ulteriori riforme di liberalizzazione del mercato rispetto alle molte,

importanti, già effettuate, negli ultimi anni si intravedono segnali

positivi che inducono a pensare a un cambiamento di tendenza,

nella direzione di una maggiore apertura dell’Italia agli investitori

stranieri. Tali segnali si osservano in primo luogo nei dati di

bilancia dei pagamenti.

Analizzando l’andamento degli investimenti, si nota come l’Italia

sia tornata a registrare tassi di crescita paragonabili a quelli medi

europei. Leggendo i dati, si nota che lo stock di investimenti diretti

esteri in entrata al 2006 ammonta a 240 miliardi di dollari, un terzo

rispetto a quello francese e tedesco. Anche rispetto al PIL, lo stock

di IDE è soltanto del 13%, inferiore a quello degli altri paesi

dell’UE15 con la sola eccezione della Grecia (grafico 1). Infine, sul

totale degli IDE in entrata in UE15, l’Italia ha una quota pari al 5%,

rispetto al 14% di Francia e Germania. Ma guardiamo ai tassi di

crescita. Gli stock di IDE in entrata in UE15 negli ultimi 5 anni sono

cresciuti in media del 15%, l’Italia nello stesso periodo è cresciuta

in media del 17% annuo (grafico 2). L’inversione di tendenza si

nota ancor di più osservando i dati relativi ai flussi in entrata (grafico

3 e 4); già a partire dalla fine degli anni ‘90 si rileva infatti un

processo di avvicinamento dell’Italia ai suoi competitor. Negli ultimi

10 anni i flussi di investimento in entrata in Italia sono cresciuti a

tassi medi annui in linea con l’aggregato UE15, dal 2000 crescono

a un tasso medio del 20%, superiore rispetto al 13% dell’UE15.

Nel 2006, l’afflusso di IDE in Italia è stato di circa 21 miliardi di

dollari, pari all’1,1% del PIL, in forte crescita se comparato con i 4

miliardi (0,3% del PIL) medi annui degli anni ’90.

Gli investimenti diretti in Italia arrivano principalmente dai paesi

europei e dagli Stati Uniti 1 . Gli anni recenti hanno però evidenziato

alcuni fenomeni nuovi nell’attività di investimento internazionale

tra cui un maggior protagonismo da parte dei paesi emergenti,

soprattutto India, Cina e America centro meridionale, nelle attività

di investimento in economie avanzate. Anche in Italia, a partire dal

2001, sono stati rilevati segnali positivi dai dati d’investimento

provenienti dai paesi emergenti, in particolare da America Latina e

Asia (grafico 5). I fattori che portano a scegliere l’Italia sono

16

principalmente collegati alla ricerca, da parte di queste economie,

di punti di appoggio strategici per il commercio con l’Europa e il

bacino del Mediterraneo, con investimenti nel settore logistico, e

di marchi forti e know how specializzato, investendo nei nostri

settori di eccellenza.

Grafico 1: Investimenti in entrata stock%PIL 2006

140

120

100

80

60

40

20

0

122

Belgio

99

Irlanda

Fonte: IMF, IFS

74

Paesi Bassi

54

Svezia

41

Danimarca

38

Portogallo

Regno Unito

Grafico 2: Crescita media stock di Ide in entrata, 2002-2006

22%

20%

18%

16%

14%

12%

10%

8%

6%

4%

2%

0%

Regno Unito

Germania

Fonte: IMF, IFS

42

Gli investimenti diretti in Italia vengono effettuati storicamente più

nel settore dei servizi (in particolare, nella grande distribuzione)

che nel manifatturiero, se si considera il flusso cumulato dal 1994

al 2003, il 59% degli investimenti è stato effettuato nei servizi, il

34% nella manifattura (grafico 6).

1- se si considera l’afflusso cumulato dal 1997 al 2006, i primi investitori risultano la Francia e i Paesi Bassi (17% e 16% del totale) seguiti da Belgio (16%), Regno Unito (12%), Germania (9%) e Stati Uniti (9%)

Francia

Paesi Bassi

Belgio

Spagna

Irlanda

32

Spagna

Italia

30

Francia

Svezia

26

Finlandia

Danimarca

23

Germania

Austria

24

Austria

Portogallo

17

Norvegia

Finlandia

13

Italia

Grecia

13

Grecia

UE 15

*Economisti dell’Ufficio Studi Imprese e Territorio di Intesa Sanpaolo


Grafico 3: Flussi di Ide in entrata (mln US$)

80000

70000

60000

50000

40000

30000

20000

10000

0

1980 1982 1984 1986 1988 1990 1992 1994 1996 1998 2000 2002 2004 2006

Fonte: IMF, IFS

Grafico 4: Indice dei flussi di Ide in entrata

2000=100

Germania Spagna Francia Italia

Francia Germania Italia Spagna

160

140

120

100

80

60

40

20

0

-20

Fonte: IMF, IFS

Grafico 5: Indice dei flussi di Ide in entrata in Italia, per area di provenienza

Flussi da UE 15 Flussi da altri UE, Russia e Turchia

Flussi da altre economie avanzate Flussi da Asia Flussi da America Latina

600

500

400

300

200

100

0

2000=100 180

Fonte: FMI, IFS

2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006

Grafico 6: Flussi di Ide in entrata in Italia, contributo dei diversi settori

100%

80%

60%

40%

20%

0%

Altro (tra cui estraz. di petrolio e gas)

Servizi

Fonte: IMF, IFS

Manifattura e costruzioni

Settore primario

2002 2003 2004

Tuttavia, negli ultimi anni il settore manifatturiero ha guadagnato

interesse da parte degli investitori stranieri; se si considera infatti il

flusso di IDE in entrata nel 2004, il 36% ha riguardato l’industria, il

23% i servizi. Nel settore manifatturiero, negli ultimi 10 anni si è

investito soprattutto in autoveicoli, meccanica strumentale e nel

settore alimentare (grafico 7).

Grafico 7: Flussi cumulati di Ide in entrata in Italia dal 1994 al 2003

settore manifatturiero

17% Metallo e prodotti in metallo

12% Altro

10% Prodotti chimici e derivati del petrolio

22% Autoveicoli e loro componenti

19% Alimentare e bevande

20% Macchinari e apparecchiature elettriche

Fonte: IMF, IFS

Cosa piace dell’Italia all’investitore straniero?

Gli ultimi cinque anni hanno visto un significativo aumento dei

processi di fusione e acquisizione in Italia, in primo luogo nel

settore bancario, dove si è assistito a un processo di

consolidamento che ha coinvolto tutti i paesi dell’Unione

Europea, Italia inclusa. Le politiche di liberalizzazione iniziate

nel 2001 hanno favorito non solo operazioni nel settore

bancario e dei servizi, ma anche nei settori di punta

dell’economia, come quello meccanico e dei bianchi e, tra i

settori tradizionali, l’alimentare. Le acquisizioni di imprese

italiane da parte di investitori esteri nel 2006 sono state 67,

in calo rispetto alle 88 del 2005, un anno considerato

particolarmente brillante (tabella 1).

L’interesse si è concentrato ancora sul settore bancario,

con l’acquisizione di BNL da parte di BNP Paribas

(complessivamente per circa Euro 8,7 mld) e con la seconda

tranche dell’acquisizione da parte di ABN Amro di

AntonVeneta. Il settore manifatturiero principalmente

interessato dalle acquisizioni cross-border nel 2006 è stato

l’alimentare con 21 operazioni pari a 1,9 miliardi di euro. Le

operazioni con i controvalori più elevati sono state

l’acquisizione di Galbani dalla francese Lactalis e quella di

Fonti del Vulture dal Gruppo Coca-Cola, per il resto nessuna

acquisizione ha superato i 50 milioni di euro.

Tra i settori tradizionali, l’alimentare risulta essere così

interessante sia per la presenza di marchi riconosciuti a

livello mondiale, che per il know how specifico che ci ha

assicurato il primato mondiale in molti comparti del settore.

L’alimentare inoltre risulta essere il settore del Made in Italy

che si è saputo difendere maggiormente dalla concorrenza

dei nuovi paesi emergenti degli ultimi anni, puntando su

produzioni a elevato contenuto qualitativo. Nel settore è in

corso, già dagli anni ’90, un processo di trasformazione

che ha saputo rispondere sia ai nuovi bisogni dei consumatori

17


che alle mutate esigenze dei mercati internazionali 2 .

Nelle altre attività industriali, 2 sono state le principali operazioni

del 2006, la russa Rusal ha acquisito il 56% di Eurallumina (per

un valore superiore a 300 milioni di euro) e nel settore degli

elettrodomestici Elba (Gruppo De Longhi) è stata acquisita dalla

neozelandese Fischer & Paykel per circa 70 milioni di euro.

Analizzando la provenienza degli investitori, ancora una volta

viene confermato l’interesse, nei settori di punta italiani, da

parte di società europee, soprattutto francesi, che hanno

realizzato 15 operazioni di acquisizione nel 2006. Le novità

riguardano invece il forte incremento negli ultimi 2 anni delle

acquisizioni da parte di aziende localizzate nei paesi emergenti

come Cina (Benelli) ed Egitto (Wind).

Uno sguardo ai costi d’impresa

Uno dei modi per riflettere sull’attrattività dell’economia italiana

può essere quello di analizzare i costi che un investitore

straniero incontra nel momento in cui decide di entrare nel

mercato. Dall'analisi comparativa dei principali costi d’impresa

(tabella 2) emerge che vi sono una serie di fattori di costo

rispetto ai quali l’Italia si colloca tra Francia e Germania, in questi

casi le differenze tra i paesi non hanno dimensioni tali da poter

essere considerate rilevanti ai fini delle scelte di investimento.

Questo è il caso dei canoni di affitto di uffici e dei relativi costi di

costruzione degli interni, dei costi del carburante e dei costi di

trasporto di merci e delle aliquote fiscali.

Le differenze tra l’Italia e i paesi esaminati si fanno rilevanti nel

caso dei costi di fornitura di energia elettrica e delle

telecomunicazioni che risultano significativamente più elevati

in Italia. Questo viene tuttavia parzialmente controbilanciato

dai minori costi di fornitura di acqua e di gas.

Infine, un elemento meritevole di attenzione emerge dai dati

sulle retribuzioni medie dei tre paesi esaminati: se e´ vero che le

Tabella1: principali operazioni cross-border Estero su Italia, 2005-2006

Bancario/assicurativo

Alimentare

Telecomunicazioni

Motoveicoli

Energia

Lavorazione metalli

Elettrodomestici

18

Settore Target Bidder Nazionalità bidder

Fonte: KPMG Corporate Finance

BNL

Banca Antonveneta

RAS

Galbani

Fonti del Vulture

Mellin

Fiorucci

Carapelli

Peroni

Wind

Benelli

Italenergia Bis

Eurallumina

Elba (gruppo De Longhi)

BNP Paribas

ABN AMRO

Allianz

Lactalis

Gruppo Coca-Cola

Numico

fondo Vestar

Gruppo Sos

Sab Miller

Weather Investment/Naguib Sawiris

Zhejing Qinjiang Motorcycle

EDF

Rusal

Fischer & Paykel

retribuzioni del top management italiano sono sensibilmente

superiori a quelle francesi e tedesche è anche vero che le

retribuzioni medie relative a tutto il resto della forza lavoro sono

inferiori in Italia, soprattutto in riferimento alle classi medie.

Nel complesso dunque i costi d’impresa non sembrano essere

un fattore determinante nella scelte di investimento tra Italia,

Francia e Germania. Vi sono alcuni fattori a nostro vantaggio e

altri in cui Francia e Germania risultano più appetibili, l’importanza

relativa di tali fattori dipende tuttavia da una serie di altre variabili,

quali ad esempio il settore di investimento, per cui non è possibile

fare delle riflessioni di natura generale se non quella che non sono

i costi d’impresa a spostare l’ago della bilancia.

Nell’ambito di una politica di apertura dell’Italia agli investimenti

esteri, c’è tuttavia ancora spazio per una politica di attrazione

degli IDE di dimensione nazionale per rimuovere i ritardi di

Francia

Olanda

Germania

Francia

USA

Olanda

USA

Spagna

Sudafrica

Francia/Egitto

Controvalore

(mld euro) Anno

8,7

2006

5,7 2005-2006

2,7

2005

2- Tutto ciò si riflette nella redditività delle imprese che sono cresciute negli ultimi anni, in termini di fatturato, di margini e di esportazioni più della media manifatturiera. Allo stesso tempo, a partire dal 2000, è

avvenuto un processo di consolidamento delle imprese alimentari la cui dimensione media è aumentata, ciò ha consentito anche un rafforzamento all’estero, infatti è cresciuta la quota di imprese esportatrici

dal 9,7% nel 2001 al 10,1% nel 2004.

Italia=100

Grafico 8: Costi d'impresa nel 2005

130

120

110

100

90

80

70

60

Germania

Francia Italia

Affitto abitazioni

Affitto uffici

Affitto capannoni

Cina

Francia

Russia

Costi di costruzione

Disel

Fonte: Economist Intellicence Unit, EIU

Nuova Zelanda

Benzina super

Via aerea da Londra

Via aerea da New York

Via aerea da Tokio

Via mare da Rotterdam

Via mare da Hong Kong

Via mare da Los Angeles

Via mare a Rotterdam

Via mare a Hong Kong

Via mare a Los Angeles

IRPEG (tasso medio)

IVA

IRPEF (tasso massimo)

1,1


Tabella 2: Costi d’impresa

Retribuzioni medie

Top management

Management seconda fascia

Dirigenti

Quadri direttivi

Impiegati

Personale tecnico e amministrativo

Operai

Costi di locazione e costruzione

Affitto abitazioni

Affitto uffici

Affitto capannoni industriali

Costi d’impresa nel 2005 Misura

Italia Germania Francia

Costi di costruzione: uffici con aria condizionata

Carburante

Diesel

Benzina super

Costi di spedizione

Via aerea da Londra

Via aerea da New York

Via aerea da Tokyo

Via mare da Rotterdam

Via mare da Hong Kong

Via mare da Los Angeles

Via mare a Rotterdam

Via mare a Hong Kong

Via mare a Los Angeles

Utilities

Electricita

Gas naturale

Acqua

Connessione telefonica

Sottoscrizione telefonica mensile

Costo per 3 minuti di telefonata da telefono fisso (costo massimo)

Costo per 3 minuti di telefonata da cellulare (costo massimo)

ADSL , canone annuale

Tassazione

IRPEG (tasso medio)

IVA

IRPEF (tasso Massimo)

Fonte: Economist Intelligence Unit, EIU

US$/anno

US$/anno

US$/anno

US$/anno

US$/anno

US$/anno

US$/anno

US$/mese

US$/sq m/y

US$/sq m/y

US$/sq m

US$/litro

US$/litro

US$/pacco

US$/pacco

US$/pacco

US$/container

US$/container

US$/container

US$/container

US$/container

US$/container

US$/kwH

US$/10^7 K

US$/m3

US$/linea

US$/linea/m

US$

US$

US$/anno

%

%

%

511.934

172.352

175.505

73.322

88.520

46.112

36.622

2.263

575

102

1.990

1,31

1,53

375

333

315

1497

3783

4332

1689

1598

4678

0,10

141,56

0,891

244,36

24,70

0,09

0,17

775,49

33

20

43

465.141

170.688

177.984

92.043

106.719

60.239

46.110

2.290

404

91

1.901

1,29

1,46

278

333

315

978

3786

5710

1657

1598

4699

0,09

387,91

2,2

58,07

15,20

0,12

1,39

969,09

39

19

42

429.582

151.077

159.788

78.374

90.915

48.033

36.971

2.631

714

115

2.013

1,25

1,42

278

333

315

1766

3800

5667

1858

1584

4656

0,06

310,92

1,33

51,82

14,70

0,15

1,27

1130,40

35

20

48

19


natura istituzionale e puntare sulle specificità positive del paese,

valorizzandole. A livello territoriale inoltre, i fattori che incidono

maggiormente sul potenziale di attrazione delle regioni italiane

sono soprattutto il ritardo nelle infrastrutture e la scarsa

agglomerazione di imprese estere rispetto alla media europea 3 ,

come sottolineato dai recenti studi sul tema. Un significativo

impulso alla capacità di attrazione dei singoli territori italiani può

derivare da interventi a livello locale mirati all’attrazione di

specifici investitori esteri.

Grafico 9: Costi d'impresa nel 2005: utilities

300

250

200

150

100

50

Un’analisi a livello d’impresa

Lo scenario fin qui delinea un quadro dell’internazionalizzazione

passiva dell’Italia inferiore ai suoi concorrenti. Una volta messi

in luce ordini di grandezza e possibili cause di questo gap

internazionale è opportuno considerare quali siano le principali

20

Germania

Francia

Elettricità

Italia

Gas naturale

Fonte: Economist Intellicence Unit, EIU

Acqua

Sottoscrizione

telefonica mensile

Grafico 10: Costi d'impresa nel 2005: retribuzioni medie annue

130

125

120

115

110

105

100

95

90

85

80

Germania

Francia

Top management

Management

seconda fascia

Italia

Dirigenti

Fonte: Economist Intellicence Unit, EIU

Quadri direttivi

Impiegati

Personale tecnico

e amministrativo

Costo per 3 minuti

di telefonata da telefono fisso

(costo massimo)

Operai

implicazioni ed eventuali costi-opportunità di una capacità

attrattiva inadeguata. Partire dalle caratteristiche delle imprese

è un modo diverso, ma certo complementare per discutere

l’argomento. L’ISTAT ha recentemente pubblicato 4 gli

aggiornamenti al 2004 delle statistiche INWARD FATS (Inward

statistics of foreign affiliates), una rilevazione condotta con

criteri uniformi fra i paesi dell’UE e che fornisce un quadro

dettagliato dell’internazionalizzazione passiva riguardo le

principali variabili economiche e caratteristiche anagrafiche

delle imprese estere in Italia. Secondo i dati più recenti

(tabella 3) le affiliate estere sono responsabili per il 16,6 % del

valore aggiunto dell’industria italiana 5 .

Rispetto a quelli risultanti da bilancia dei pagamenti, i dati

d’impresa permettono innanzitutto una visione più immediata

del fenomeno, mettendo in relazione il gruppo delle controllate

dall’estero con il tessuto produttivo di insediamento. In

particolare, utilizzando banche dati con variabili a livello

d’impresa è possibile fare riferimento diretto a un naturale

controfattuale, paragonando cioè caratteristiche e performance

delle attività a controllo estero con quelle delle imprese

domestiche. Analogamente è più agevole investigare il grado di

interazione con il territorio, dal momento che se da un lato gli

effetti diretti degli investimenti esteri sono facilmente intuibili

anche attraverso misure aggregate, attraverso dati d’impresa è

più facile valutarne effetti indiretti (spin-off tecnologici, indotto,

spinte procompetitive).

Imprese domestiche ed estere in Italia a confronto

Osservando le caratteristiche strutturali delle imprese (dimensione,

specializzazione, indici di redditività e performance), quelle a

controllo estero sembrano generalmente più robuste sotto il profilo

redditivo e di produttività del lavoro (per queste ultime il rapporto fra

MOL e valore aggiunto nel manifatturiero è per esempio del 37 %,

rispetto alla media domestica inferiore di 10 punti). Analogamente

(tabella 4) sono caratterizzate da un maggior orientamento verso

ricerca e investimenti oltre che da una forza lavoro mediamente più

qualificata (il costo del lavoro per addetto è del 45 % superiore alle

imprese domestiche). È ragionevole pensare che la specializzazione

relativa spieghi insieme alla dimensione media delle imprese buona

parte di questi differenziali. Osservando la distribuzione del valore

aggiunto è innanzitutto più accentuato il peso dei settori a maggior

intensità di scala e tecnologica; il 53 % è riferibile ai soli tre comparti

di chimica, meccanica ed elettrotecnica, un livello quasi doppio

rispetto al peso delle stesse industrie nella distribuzione delle attività

a controllo italiano. Più contenuta è invece la quota dei tradizionali

settori del Made in Italy, con l’unica eccezione significativa

dell’industria alimentare che genera circa il 10 % del valore aggiunto

di imprese estere sul territorio, un livello solo leggermente inferiore

alla media domestica.

Già la distribuzione settoriale suggerisce quindi due aspetti

dissimili, ma collegati, dell’internazionalizzazione passiva: da un

lato gli investimenti diretti esteri riducono lo squilibrio fra la

specializzazione del modello italiano e le altre economie avanzate,

3- Cfr. rapporto ISAE 2006, “Le previsioni per l’economia italiana: l’industria tra stasi e modifiche strutturali” e il Rapporto Confindustria 2005 sull’industria italiana, capitoli 6 e 7.

4- Per un analisi dettagliata si rimanda al comunicato stampa del 27/02/2007 nella sezione struttura e attività delle imprese del sito ISTAT, disponibile al link http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070227_00/

5- In termini di occupazione le imprese a controllo estero hanno invece una quota poco superiore al 10 %, un livello pressoché in linea con i risultati di precedenti indagini attraverso la banca dati Reprint, Politecnico

di Milano – ICE.


dall’altro questi sembrano, almeno storicamente, aver perseguito

un modello di penetrazione poco allineato ai vantaggi competitivi

del paese. In linea con il primo aspetto, un governo attivo

dell’attrattività si giustifica quindi con il fatto che la supplenza

esercitata da investitori esteri sostiene il superamento di vincoli

nazionali (di competenze, scala, capitalizzazione) nel presidio e lo

sviluppo di settori strategici. La presenza sul territorio di

investimenti esteri contribuisce del resto già adesso in maniera

significativa alla diffusione di conoscenza e tecnologie nel tessuto

produttivo. Dall’indagine ISTAT emerge che nei settori a media-alta

e alta tecnologia almeno il 60 % delle imprese estere in Italia riceve

dalla casa madre trasferimenti scientifici e tecnologici, anche al

netto di più generali competenze manageriali o d’organizzazione.

In base ai dati del 2004 gli investitori esteri sono poi responsabili

per oltre un quarto della spesa in ricerca e sviluppo industriale

realizzata in Italia e analogamente coprono una quota rilevante

Attività economiche

Imprese Addetti Dipendenti Fatturato *

Valore

aggiunto *

degli investimenti in senso stretto (oltre il 15 %).

Tramite investimenti dall’estero va in altre parole mitigandosi la

cosiddetta inefficienza dinamica del sistema produttivo italiano,

ossia la forte concentrazione in settori tradizionali caratterizzati

recentemente da una minor crescita: ripesando in base alla

distribuzione delle sole affiliate estere le crescite dei valori aggiunti

settoriali nel biennio 2002-2004, l’entità della diminuzione (intorno

al 9 %) sarebbe inferiore di oltre cinque punti.

Ulteriore aspetto, cruciale nello spiegare il disallineamento, è

quello della dimensione d’impresa; a parità di settore, le attività a

controllo domestico operano attraverso una scala decisamente

più ridotta, presentando indicatori e grandezze economiche

paragonabili alle multinazionali estere solo nell’esigua classe

della grande impresa. Il divario in termini di produttività e

redditività in favore delle multinazionali estere (tabella 4) è infatti

abbastanza trasversale alla specializzazione e appare invece

Tabella 3: Imprese a controllo estero e incidenza sul totale delle imprese - Anno 2004

Imprese a controllo estero Incidenza in % delle imprese a controllo estero sul complesso delle imprese

Attività manifatturiere

Industrie alimentari, delle bevande

e del tabacco

Industrie tessili e dell'abbigliamento

Industrie conciarie, fabbr. prodotti

in cuoio, pelle e similari

Industria del legno

e dei prodotti in legno

Fabbr. pasta-carta, carta e prodotti

di carta; stampa ed editoria

Fabbr. Coke e raffinerie di petrolio

Fabbricazione di prodotti chimici

e di fibre sintetiche e artificiali

Fabbricazione di articoli in gomma

e materie plastiche

Fabbr. di prodotti della lavorazione

di minerali non metalliferi

Produzione di metallo e fabbricazione

di prodotti in metallo

Fabbr.macc. ed appar.mecc., install.,

montag., riparaz. e manutenz.

Fabbr. macchine elettriche

e apparecchiature elettriche ed ottiche

Fabbricazione di mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

SERVIZI **

TOTALE **

Fonte: ISTAT

3.496

164

148

57

26

234

29

457

220

128

424

741

520

192

156

9.863

13.951

488.675

34.493

9.885

3.571

727

18.004

5.739

88.436

31.262

17.523

47.565

99.790

68.076

52.902

10.702

611.578

1.115.894

484.632

34.306

9.715

3.491

Investimenti

*

* mln Euro

** I valori assoluti e le incidenze sono calcolate al netto della sezione J, ad eccezione delle variabili imprese, addetti, dipendenti e spesa in ricerca e sviluppo

699

17.744

5.713

87.943

31.004

17.371

47.078

98.910

67.452

52.690

10.516

599.976

1.099.554

168.744

28.096

2.132

1.082

133

5.630

15.812

36.770

7.322

4.352

13.602

23.866

15.699

12.086

2.162

206.037

383.304

34.404

3.282

524

177

31

1.835

928

8.021

1.778

1.340

2.762

6.014

4.216

3.024

472

30.264

66.516

4.840

361

60

50

1

174

260

896

272

282

465

686

793

501

39

6.230

11.591

Spesa

in Ricerca

e Sviluppo * Imprese Addetti Fatturato

1.351

15

6

-

-

10

3

394

41

7

14

295

341

198

28

534

1.885

0,7

0,2

0,2

0,3

0,1

0,8

6,9

7,8

1,7

0,5

0,4

1,8

1,1

2,9

0,3

0,3

0,3

10,5

7,5

1,9

2,0

0,4

7,2

32,7

44,4

14,9

7,0

5,7

17,5

16,1

20,2

3,4

6,1

6,8

19,6

24,1

3,1

4,5

0,7

12,3

47,8

51,2

20,0

11,0

10,2

23,0

24,1

18,5

5,3

15,7

15,3

Valore

aggiunto

16,6

16,1

3,1

3,2

0,6

13,5

37,0

53,3

18,6

10,6

7,6

21,0

21,8

24,7

4,8

9,4

11,0

Investimenti

15,2

8,5

3,0

7,0

0,2

11,5

33,3

41,8

19,0

11,7

7,8

22,7

29,6

17,8

2,9

10,2

10,8

Spesa

in Ricerca

e Sviluppo

25,7

17,8

12,0

-

-

37,1

78,4

54,7

24,4

13,0

16,2

37,0

22,4

11,9

53,8

27,1

25,9

21


proporzionale al differenziale dimensionale; il rapporto fra gli

indicatori di produttività dei due gruppi raggiunge il suo livello

massimo nell’industria alimentare, dove è anche più alto il divario

nella dimensione media delle imprese.

La specificità italiana e i riflessi sull’attrazione di investimenti

Bilanciando inefficienza dinamica e ridotta dimensione d’impresa

anche gli investimenti diretti dall’estero entrano dunque

compiutamente nel dibattito intorno a due elementi caratterizzanti, e

spesso al centro di riflessioni critiche, del modello produttivo italiano.

Oltre che come elementi di differenza, modello di specializzazione e

dimensioni d’impresa interessano da vicino l’internazionalizzazione

passiva del paese anche dal punto di vista del potenziale attrattivo. A

limitare l’afflusso di investimenti, esistono infatti gap cosiddetti

22

infrastrutturali, intesi come vie di comunicazione, ma anche in senso

lato come dotazioni del paese: skill tecnici (i laureati in materie

scientifiche sono il 7,5 contro 15% della Germania), pubblica

amministrazione (la durata media di un processo civile è 10 anni, 7 in

Francia, 4 in Germania), costi di approvvigionamento, cultura

tecnologica (la spesa ICT in percentuale del PIL è meno del 2 rispetto

al 3 % di Francia e Germania), protezionismi vari. Esistono tuttavia

anche fattori critici che più strettamente sembrerebbero legati ad

aspetti specifici del mondo delle imprese. L’idea di fondo è che la

ridotta dimensione sia innanzitutto un vincolo diretto per gli investitori

stranieri, tradizionalmente orientati a entrare nei mercati dei paesi

industrializzati attraverso Fusioni e Acquisizioni. Nel contempo,

l’eccessiva polverizzazione del sistema produttivo scoraggerebbe la

possibilità per gli operatori esteri di trovare fra le imprese italiane

adeguate occasioni di collaborazione industriale. I dati sulle medie

Attività economiche

Valore

Addetti medi aggiunto

per impresa per addetto *

Costo del

lavoro per

dipendente *

Margine

Operativo

Lordo/Valore

aggiunto **

Investimenti

per

addetto *

Spesa in

ricerca per

addetto *

Valore

Addetti medi aggiunto

per impresa per addetto *

Costo del

lavoro per

dipendente *

Margine

Operativo

Lordo/Valore

aggiunto **

Investimenti

per

addetto *

Spesa in

ricerca per

addetto *

Tabella 4: Principali indicatori economici delle imprese a controllo estero e di quelle a controllo nazionale - Anno 2004

Imprese a controllo estero Imprese a controllo nazionale

Attività manifatturiere

139,8 70,4 44,4 36,9 9,9 2,8 8,0 41,4 30,5 26,4 6,4 0,9

Industrie alimentari, delle bevande

e del tabacco

Industrie tessili e dell'abbigliamento

Industrie conciarie, fabbr. prodotti

in cuoio, pelle e similari

Industria del legno

e dei prodotti in legno

Fabbr. pasta-carta, carta e prodotti

di carta; stampa ed editoria

Fabbr. Coke e raffinerie di petrolio

Fabbricazione di prodotti chimici

e di fibre sintetiche e artificiali

Fabbricazione di articoli in gomma

e materie plastiche

Fabbr. di prodotti della lavorazione

di minerali non metalliferi

Produzione di metallo e fabbricazione

di prodotti in metallo

Fabbr.macc. ed appar.mecc., install.,

montag., riparaz. e manutenz.

Fabbr. macchine elettriche

e apparecchiature elettriche ed ottiche

Fabbricazione di mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

SERVIZI ***

TOTALE ***

Fonte: ISTAT

210,3

66,8

62,6

28,0

76,9

197,9

193,5

142,1

136,9

112,2

134,7

130,9

275,5

68,6

62,0

80,0

* migliaia di Euro

** In %

***Gli indicatori sono calcolati, ad eccezione della dimensione media e dell'intensità della spesa in Ricerca e sviluppo, al netto della sezione J;

95,2

53,0

49,5

42,6

101,9

161,8

90,7

56,9

76,5

58,1

60,3

61,9

57,2

44,1

49,5

59,6

46,3

34,6

33,3

31,3

46,9

64,0

56,1

39,7

42,4

40,6

41,5

43,8

39,0

32,7

33,6

38,5

51,4

34,7

32,7

26,6

54,0

60,4

38,2

30,3

44,6

30,0

31,2

29,3

31,8

25,7

32,2

35,4

10,5

6,0

14,0

2,0

9,6

45,2

10,1

8,7

16,1

9,8

6,9

11,6

9,5

3,8

10,2

10,4

0,4

0,6

-

-

0,6

0,5

4,5

1,3

0,4

0,3

3,0

5,0

3,7

2,6

0,9

1,7

6,1

8,1

8,6

3,9

7,5

30,3

20,6

14,3

8,8

7,9

11,6

7,3

32,0

6,0

2,9

3,6

40,0

31,8

30,9

29,1

50,6

133,6

63,4

43,5

48,6

42,2

48,1

42,8

44,1

31,2

31,2

35,0

28,5

24,2

23,7

24,1

35,8

51,7

41,5

29,6

31,7

30,5

35,4

32,4

35,8

25,3

24,2

26,9

28,7

23,8

23,2

17,3

29,3

61,3

34,6

32,1

34,8

27,7

26,5

24,3

18,7

18,9

22,6

23,2

9,0

3,8

3,8

4,1

5,8

44,0

11,2

6,5

9,2

6,9

5,0

5,3

11,1

4,5

5,9

6,2

0,2

0,1

0,1

0,0

0,1

0,1

2,9

0,7

0,2

0,1

1,1

3,3

7,0

0,1

0,2

0,4


imprese presentati nell’indagine UnionCamere-MedioBanca

potrebbero indirettamente confermare parte di questi timori: fra le

imprese divenute grandi nel periodo 1998-2003, circa il 23 % è stato

assorbito da un gruppo estero, come se l’interesse potenziale degli

investitori stranieri diventasse reale una volta superata la dimensione

ridotta. È probabile tuttavia che almeno parte di questi risultati

racchiudano in sé un problema di self-selection, ossia che gli

investitori esteri siano interessati non tanto all’impresa media

divenuta grande, quanto alla realtà produttiva capace di per sé di

una crescita dimensionale. Più in generale la riflessione andrebbe

allargata da un concetto di dimensione in senso stretto a uno più

ampio di apertura verso l’esterno e contendibilità delle imprese

italiane, coinvolgendo in questo senso anche il vasto comparto dei

servizi e i grandi gruppi industriali a base familiare generalmente

ostili all’ingresso di nuovi soci. È inoltre opportuno riflettere sulla

questione dimensionale alla luce dei mutamenti nello scenario

dell’internazionalizzazione. Dal lato delle esportazioni, come anche

degli investimenti all’estero, l’età della globalizzazione è stata infatti

accompagnata da una forte diminuzione della taglia media delle

imprese italiane coinvolte; per oltre il 50% degli insediamenti italiani

all’estero si parla ormai per esempio di piccole multinazionali. È

ragionevole pensare che lo stesso processo di facilitazione avvenga

per gli investitori in Italia e la ridotta dimensione d’impresa del sistema

produttivo perda progressivamente carattere disincentivante;

secondo i dati dell’indagine ICE-Reprint, che permette uno sguardo

di lungo periodo, la dimensione media degli insediamenti esteri in

Italia nel settore manifatturiero si è ridotta del 30% negli ultimi 15 anni.

Grafico 11: Crescita delle imprese a controllo

estero per settore nel periodo 2002-2004

(variazione percentuale, linea trattegiata media manifatturiera)

Alimentari. delle bevande e del tabacco

Tessili e abbigliamento

Prodotti in pelle e in cuoio

Legno e dei prodotti in legno

Carta stampa, editoria

Fonte: Istat

Gomma e materie plastiche

Materiali per l’edilizia

Metallo e prodotti derivati

Meccanica

ICT, elettrotecnica

Mezzi di trasporto

Mobili e altri manufatti

-10

Chimica e farmaceutica

-5 0 5 10 15 20 25 30 35

Una simile riflessione può riguardare il modello di specializzazione.

Un nuovo corso dei processi di integrazione internazionale può

rendere meno stringente, in termini di attrattività, l’anomalia tutta

italiana di un orientamento verso settori tradizionali e, almeno nei

paesi avanzati, a bassa vocazione multinazionale. Se infatti è già

stato messo in evidenza il sostanziale disallineamento fra

distribuzione settoriale delle attività a controllo estero e quelle

strettamente domestiche, su questo influisce probabilmente la

temporalità degli investimenti già presenti, che in tutta Europa

hanno riguardato storicamente pochi grandi gruppi internazionali,

tendenzialmente concentrati nell’industria pesante, a forte

economie di scala o comunque con un alta intensità di capitale.

Con il venir meno dei vincoli all’internazionalizzazione, nuovi soggetti

possono entrare nel circuito degli investimenti internazionali,

offrendo al paese nuove opportunità di crescita attraverso vantaggi

competitivi sinora rimasti forti nei processi di internazionalizzazione

commerciale, ma piuttosto trascurati sul fronte attrattività.

Confrontando le fotografie offerte dall’ISTAT sulle imprese a

controllo estero nell’ultimo biennio queste tendenze sembrano

cominciare ad emergere: i principali settori tradizionali hanno, per

esempio, avuto un incremento della presenza estera superiore alla

media del comparto manifatturiero. In particolare, sono le industrie

del cuoio e calzature, del legno e altre industrie manifatturiere (dove

forte è la componente arredo), dei materiali per l’edilizia (ad analoga

concentrazione di Made in Italy con ceramiche, marmi e vetri),

dell’alimentare a presentare i tassi di crescita più sostenuti.

Un nuovo aspetto dell’attrattività?

È quindi il caso di riprendere sotto una cornice unitaria, per

quanto non ancora del tutto definita, gli esempi già citati

nell’industria alimentare, alcune iniziative apripista di grandi

marchi del lusso nei distretti di Santa Croce e Vigevano, come

anche le sinergie che vanno intensificandosi nei rapporti fra

popolazione migrante e madrepatria nell’area di Prato, dove la

quota di imprese del tessile abbigliamento riferite a non residenti è

ormai oltre il 10%. Rilevante in questo senso, il peso delle

esportazioni intragruppo nelle multinazionali estere in Italia. Il

coefficiente raggiunge il livello massimo (quasi il 70%) nel tessileabbigliamento,

cuoio e calzature, seguiti non a caso dall’industria

alimentare, altro settore con un forte legame ai concetti di

benessere e qualità insiti nel concetto di Made in Italy.

L’effetto “Made in” può in conclusione rivelarsi un asset originale

per il rafforzamento del paese nel circuito internazionale degli

investimenti diretti, una nuova opportunità rivolta sia verso paesi

emergenti, che rimangono scoperti nella produzione di fasce

alte e mancano di marchi già affermati sui mercati, sia verso i

paesi industrializzati, che possono beneficiare attraverso la

localizzazione in Italia di una più netta differenziazione rispetto ai

nuovi concorrenti.

Sebbene gli stessi settori abbiano subito anche in Italia il

fisiologico contraccolpo dovuto all’ingresso di nuovi protagonisti

sui mercati internazionali, il paese mantiene in queste produzioni

una posizione relativa forte. È indicativo che proprio all’interno

dei comparti del tessile e abbigliamento si stia sostanzialmente

invertendo in favore delle seconde il gap di competitività fra

multinazionali estere e imprese domestiche, che vantano

nell’ultimo biennio una migliore crescita, o comunque una miglior

tenuta, di fatturato e valore aggiunto, come anche un aumento

decisamente più marcato degli investimenti. Il sistema produttivo

italiano sembra in questo senso avere raccolto una sfida difficile,

con risvolti duplici. Da un lato, investendo nei propri vantaggi

competitivi si è ormai avviato un riposizionamento delle industrie

domestiche verso fasce meno esposte alla concorrenza di

prezzo e più sensibili alla qualità dei prodotti, dall’altro,

valorizzando più organicamente i principi alla base del Made in

Italy si è sviluppato un potenziale asset per l’afflusso di nuovi

investimenti. È auspicabile che, insieme alle direzioni più

tradizionali, l’azione di promozione dei territori riesca a coltivare

anche queste nuove sfaccettature dell’attrattività, certamente

più legate a produzioni di nicchia che a grandi progetti, più affini a

tradizioni che a conoscenze tecnologiche, più orientate al buon

gusto che alla scienza, ma non per questo trascurabili.

23


SVILUPPO ECONOMICO LOCALE

E INTERDIPENDENZE SETTORIALI:

UN’ANALISI DI SIMILARITÀ MULTI-DIMESIONALE

ATTRAVERSO RETI NEURALI

di Vittorio Carlei * e Massimiliano Nuccio **

Lo studio della distribuzione delle attività economiche nello spazio

ha in Italia una solida tradizione nella letteratura sui distretti

industriali, che tuttavia ha spesso trovato l’opposizione degli

economisti neoclassici. Come ribadito ancora recentemente da

Giacomo Becattini, a buon diritto ritenuto il fondatore e uno dei

massimi studiosi di questa disciplina, “quelle remore, purtroppo,

non appartengono definitivamente al passato; le resistenze

all’approccio che “vede” nel distretto industriale, comunità

produttiva in piena regola, un’unità basilare anche se non esclusiva,

dell’indagine socioeconomica sono ancora fortissime”(Becattini,

2006). Secondo questo approccio, l’agglomerazione spaziale delle

imprese e delle attività economiche dipende da specifici fattori locali

che caratterizzano tale territorio come tessuto socio-economico

complesso. La ricerca empirica sui distretti industriali e, più in

generale sullo sviluppo locale, si serve tuttavia di un apparato

metodologico che non è coerente con la suddetta definizione e non

riesce efficacemente a cogliere le caratteristiche strutturali delle

economie locali. In primo luogo, come sottolineato anche da Basile

e Mantuano (2006), gli indici di concentrazione che si trovano in

letteratura, per quanto finemente elaborati, sono a-spaziali e sono

fondati sulla deviazione del valore locale rispetto al valore assunto a

livello nazionale (Carlei et al., 2007). In secondo luogo, l’utilizzo dei

Sistemi Locali del Lavoro (SLL) come base per la riconoscibilità di

fenomeni distrettuali ha raccolto ampie e condivise critiche, che

vale la pena ricordare brevemente. Tattara, (2001, 2002) sottolinea

che i SLL non consentono una netta separazione tra distretto e

non-distretto e, quindi, in termini di analisi quantitativa, una

definizione del gruppo di controllo. Le imprese non-distrettuali sono

definite in modo residuale rispetto a quelle distrettuali, ma questo

criterio è adattato variamente in termini di distrettualità

ampia/stretta e i non-distretti sono molto eterogenei poiché

comprendono aree arretrate, poli di sviluppo e aree metropolitane.

Altri autori (Iuzzolino, 2003; Viesti, 2005) mostrano l’arbitrarietà dei

limiti geografici, settoriali e delle dimensioni di impresa dei distretti.

Dal momento che il SLL è esogeno rispetto al censimento

industriale e i suoi confini sono calcolati rispetto agli spostamenti

degli occupati in qualsiasi settore di attività, si rileva una notevole

variazione dei confini dei SLL dovuta alla crescita delle distanze di

pendolarismo prodotta dalla crescita delle reti di trasporto. Alcuni

problemi di indentificazione dei SLL, come la elevata varianza della

dimensione abitativa e dei confini definiti dai censimenti, la marcata

variabilità della capacità attrattiva delle aree urbane e la mancanza

24

di “autoriconoscimento” da parte delle popolazioni possono

inficiare la successiva lettura dei distretti.

Calafati e Compagnucci (2005) concludono che l’uso dei SLL porta

a profonde distorsioni nella comprensione dei processi di sviluppo

locale in Italia. Attraversoun’analisi empirica dimostrano, infatti, che

la categoria SLL è inadeguata poiché si basa solo sulla variabile

“pendolarismo per motivi di lavoro”, che non è necessariamente la

più rilevante al fine di cogliere l’interazione territoriale ed è costruita

su un algoritmo solo in parte replicabile perché non esplicitato.

Il fine di questo articolo è presentare una metodologia di analisi

delle attività economiche sul territorio non fondata sull’assunto

che a concentrazioni geografiche corrispondano specializzazioni

produttive, ma in grado di riconoscere le une e le altre nella

configurazione intersettoriale che caratterizza le economie locali.

La complessità di questi sistemi territoriali (Rullani, 2003) induce

ad assumere la multi-dimensionalità e la non-linearità come

caratteristiche intrinseche dell’organizzazione delle risorse

economiche nello spazio e, quindi, persuade alla ricerca di

strumenti computazionali adeguati. Si è provato ad osservare

eventuali fenomeni agglomerativi partendo dalla distribuzione

degli addetti alle imprese e alle istituzioni, suddivisi per divisione

produttiva. In primo luogo, accertando l'esistenza di una relazione

tra le modalità di allocazione delle risorse umane e la loro

concentrazione spaziale, si è dimostrato che tale distribuzione

allocativa è una proxy efficace della complessità socio-economica

del territorio. Inoltre, la presenza di diverse forme di sviluppo locale

si distingue per una specializzazione territoriale che deriva da

precise relazioni produttive inter-settoriali.

Il lavoro è strutturato come segue. Nel primo paragrafo si spiega

come si è costruita la metodologia. Nel secondo paragrafo si

mostrano alcune applicazioni a livello territoriale su alcuni settori

manifatturieri. Nel terzo paragrafo si affronta l’analisi inter-settoriale

e i percorsi locali di crescita; nell’ultimo si sintetizzano le conclusioni.

Il Clustering di Similarità Multidimensionale

(Multi-dimensional Similarity Clustering -MSC)

Come accennato, si è predisposto un database con il numero

degli addetti in ciascuna divisione produttiva per ciascun

Comune del territorio italiano 1 . L’obiettivo principale è stato

rappresentare ciascun record (i Comuni) secondo una forma

che benché nota nell’ambito delle tecniche di data mining della

1- I dati provengono dal Censimento dell’Industria e dei Servizi - ISTAT 2001. L’aggregazione delle variabili raggiunge il livello delle 60 divisioni di attività (2 digit), anche se in realtà solo 57 divisioni hanno

un numero complessivo di addetti diverso da 0. L’attività economica fa riferimento al volume Istat "Classificazione delle attività economiche", Metodi e norme, serie C, n. 11 (Ateco '91) ed è la stessa utilizzata

per i censimenti del 1991, 1996 e 2001

*Dip. Metodi quantitativi e Teoria Economica, Università dell’Abruzzo, Pescara. **Dip. di Economia e Management, Università IULM, Milano


computer science, è certamente originale nell’ambito

statistico-economico. Una delle operazioni generalmente

eseguite per il pre-processing di una matrice di dati, è una

standardizzazione delle variabili, ovvero una generica scalatura

per ciascuna colonna-variabile. Essendo invece il fine del

presente lavoro pervenire alla definizione di ciascun Comune

secondo la morfologia della distribuzione con cui vengono

allocate le risorse (numero degli addetti) in ciascuno dei 57

settori considerati, si è proceduto ad una scalatura per riga della

matrice dei dati attraverso una funzione logistica.

La natura della funzione logistica permette una scalatura non

lineare che tende ad evidenziare le differenze nei valori centrali

della distribuzione, mentre è indifferente verso i differenziali

presenti nei valori estremi della stessa. I valori della distribuzione

sono tutti compresi nell’intervallo [0,1], per cui il valore minimo

della distribuzione avrà sempre valore nullo, mentre il massimo

avrà sempre valore pari ad 1. In questo modo, quindi, si è

trasformato ogni Comune italiano in un pattern la cui morfologia

è descritta in termini di forme allocative delle risorse occupate

nei vari settori. Sarà inoltre possibile confrontare tali pattern

attraverso un’analisi di similarità dei vari profili.

L’ipotesi alla base di questa tecnica di codifica dei dati è che la

morfologia della distribuzione allocativa delle risorse di ciascun

Comune nei 57 settori economici sia una buona proxy del

sistema produttivo nonché della complessità del territorio di

riferimento del Comune.

Anche sulla base di precedenti esperienze nell’ambito delle

scienze regionali (Buscema e Diappi, 1999), il presente lavoro ha

svolto un’analisi di similarità utilizzando le reti neurali artificiali al

fine di ottenere cluster multidimensionali che descrivono i

prototipi delle “strutture socio-economiche” del territorio italiano.

La Self-Organizing Map (SOM) è una tra le più importanti

architetture di reti neurali. È stata sviluppata principalmente da

Teuvo Kohonen (Kohonen, 1995). Nelle reti SOM viene definito,

come elemento caratteristico, uno strato, detto strato di

Kohonen, costituito da Processing Elements (PE) disposti

spazialmente in modo ordinato. Lo strato di PE evolve durante

l’apprendimento specializzando le posizioni dei singoli PE come

indicatori delle caratteristiche statistiche importanti dei dati in

ingresso. Questo processo di organizzazione spaziale delle

caratteristiche di dati di ingresso è chiamato anche Feature

Mapping, che le SOM realizzano attraverso una tecnica di

apprendimento non supervisionato. La mappatura realizzata

dalle SOM non è casuale, ma preserva le relazioni topologiche dei

dati di ingresso e le codifica nella mappa di Kohonen. Una delle

più importanti classi di utilizzo è quindi la rappresentazione in una

griglia, solitamente bidimensionale, delle topologie associate ai

dati di ingresso definiti in spazi con elevata dimensionalità e,

quindi, l’applicazione a problemi di raggruppamento dei dati (data

clustering), in particolare a quelli che riguardano il riconoscimento

di modelli di ingresso (pattern recognition).

Le SOM realizzano una mappatura tra spazio di ingresso e strato

di Kohonen con caratteristiche particolarmente interessanti nel

panorama delle reti neurali artificiali e particolarmente indicate

per lo scopo che il presente lavoro si propone.

Una prima caratteristica della mappatura realizzata dalle SOM è

quella di dividere opportunamente lo spazio di ingresso in regioni

(clustering). Come già descritto infatti, la rete di Kohonen associa a

un punto dello spazio N-dimensionale di ingresso un punto dello

spazio discretizzato di uscita, costituito dallo strato di Kohonen. Ad

ogni PE dello strato di Kohonen corrisponde quindi un insieme di

punti di ingresso che rendono quel PE vincitore. Questi punti dello

spazio di ingresso definiscono una regione. Per il tipo di algoritmo

di apprendimento, basato sulla distanza tra i vettori di ingresso e i

vettori dei pesi, le regioni nello spazio di ingresso sono costituite da

aree di punti contigui (clusters). In altri termini, vettori di ingresso

vicini tenderanno a mapparsi su uno stesso PE.

Un’altra caratteristica delle SOM di fondamentale importanza

che emerge durante l’apprendimento, e che conferisce

peculiari caratteristiche alla mappatura, è l’auto-organizzazione

e l’ordinamento dei dati di ingresso. Una volta determinato il PE

vincitore viene effettuato un aggiornamento dei pesi per il PE

stesso e per tutti quelli che gli sono fisicamente vicini nello strato

di Kohonen; tale insieme è denominato “vicinato” del PE.

Questa caratteristica dell’aggiornamento dei pesi estesa al

vicinato è carattere distintivo rispetto ad altri algoritmi di tipo

competitivo poiché preserva le caratteristiche topologiche

dell’ingresso durante il mappaggio.

Sono possibili diverse definizioni di vicinato. Il vicinato si basa

sulla distanza euclidea d, definita nello strato di Kohonen, tra il

generico PEr e il PEs eletto vincitore. In sostanza, si definisce

una funzione h(d) che descrive l’entità con cui il generico PEr.

subirà l’aggiornamento W(d) del relativo vettore dei pesi Wr.

L’aggiornamento sarà del tipo:

ΔW(d)=h(d) . (X-Wr)

L'addestramento della Rete Neurale SOM sul database

(8101x57) produce, tra i vari output computazionali, 57 griglie,

dette “mappe di Kohonen”. Ognuna di queste mappe

rappresenta le divisioni produttive prese in esame ed è costituita

da 442 PE, così come definiti in precedenza. Ogni PEr, anche

detto codebook (Kohonen, 1995), è precisato attraverso un

vettore Wr = (Wr1, Wr2, …, WrN), dove N=57. Ogni codebook (PE)

è un cluster di comuni simili dal punto di vista della distribuzione

allocativa delle risorse nelle 57 divisioni produttive. Ognuna delle

57 dimensioni può assumere un valore compreso nell’intervallo

[0;1], che esplicita la rilevanza di ciascun settore all'interno del

codebook stesso e la posizione del codebook all’interno della

mappa in relazione al profilo del codebook stesso.

Si definisce indice di “Rilevanza Settoriale Relativa” (RSR) il

valore assunto da un settore all’interno del codebook. Tale

misura sarà uno dei valori di convergenza del vettore con cui,

dall’osservazione dei dati, l’algoritmo SOM ha costruito il

legame tra il settore in esame e tutti gli altri e ha definito le

relazioni topologiche di similarità multi-dimensionale dei

Comuni. Proiettando il valore della RSR sulla griglia

bidimensionale (26x17) attraverso una scala cromatica, è

possibile osservare come varia l’intensità di un settore in

ciascun codebook di Comuni.

Analisi topologica e analisi territoriale

Per mostrare e commentare i risultati del lavoro si è scelto di

analizzare forme e dinamiche agglomerative di alcune divisioni

produttive, che possano rappresentare un campione del

sistema manifatturiero italiano. Utilizzando i dati censuari 1991 e

2001 sono state selezionate tre industrie tradizionali (tessili,

25


dell’abbigliamento e conciarie) e due industrie considerate

“avanzate” (cartaria e meccanica). Dal punto di vista del numero

degli addetti, il settore tessile e dell’abbigliamento hanno

approssimativamente le stesse dimensioni nell’economia

italiana ed entrambi hanno subito drastici ridimensionamenti

negli anni 1991-2001, come anche le industrie cartarie e

conciarie. Il comparto meccanico, invece, è in netta

controtendenza riportando un incremento di oltre 57.000 addetti e

pesando per il 3% del complessivo dato occupazionale su scala

nazionale. Il colore dei codebook esagonali della mappa di

Kohonen (fig. 1-5) segnala la Rilevanza Settoriale Relativa (RSR)

della caratteristica misurata: la scala cromatica graduata

rappresenta l’intensità con cui ciascun settore si presenta in

ciascun codebook della stessa, ovvero l’incidenza di uno specifico

settore produttivo all’interno di un determinato gruppo di comuni

che presentano un elevato grado di similarità (codebook).

La griglie mostrano cluster distinti di codebook in cui i valori di RSR

sono particolarmente elevati e da cui si evince una forte congruenza

tra le similarità allocative multi-dimensionali, che si rilevano dalla

vicinanza dei codebook sulla griglia, e il grado di RSR rappresentato

nella scala cromatica. Codebook con elevati valori di RSR -

rappresentati da toni caldi - sono somiglianti e vicini sulla griglia.

Si noti che le forme aggregative dei cluster sono differenti e

mutanti nel tempo. I cluster delle griglie relative ai tre settori

tradizionali sono generalmente circoscritti e puntuali, mentre

nel caso delle industrie cartarie e meccaniche i cluster ad

elevata RSR sono più vasti e dai confini meno definiti. La

dinamica temporale è rintracciabile nella parziale specularità

delle forme che compaiono sulle griglie nel 1991 e nel 2001,

sebbene ciascun settore abbia il proprio percorso evolutivo.

Ed è proprio dalla dinamica temporale che è già possibile

dedurre una certa stabilità del modello, che, descrivendo

aspetti strutturali dell’economia locale, offre un’analisi delle

dinamiche intersettoriali sostanzialmente invariata se si tiene

in considerazione l’intervallo temporale di lungo termine (10

anni). Il settore tessile (fig. 1) si articola in nuclei distinti di

minori dimensioni e l’abbigliamento (fig. 3) si ritrae in due

cluster. Nella griglia dell’industria conciaria (fig. 2), si rafforzano

i codebook al centro della mappa, che nel 1991 erano

appena accennati, mentre si ridimensiona il cluster posto sul

bordo della griglia. L’industria della carta (fig. 4) si espande

a macchia, mentre quella delle macchine (fig. 5) assiste ad

una ricomposizione dei cluster sull’angolo destro e ad una

contestuale crescita dei valori massimi di RSR.

Figura 1: Griglia dei codebook

Addetti nella divisione ATECO n.17 “Industrie tessili” nel 1991 e nel 2001

26

0.903

0.654

0.405

0.808

0.601

0.394

Figura 2: Griglia dei codebook

Addetti nella divisione ATECO n.18 “Confezione di articoli di abbigliamento;

preparazione, tintura e confezione di pellicce” nel 1991 e nel 2001

Figura 3: Griglia dei codebook

0.924

0.666

0.409

Addetti nella divisione ATECO n.19 “Preparazione e concia del cuoio, fabbricazione

articoli da viaggio, borse marocchineria, selleria e calzature” nel 1991 e nel 2001

Figura 4: Griglia dei codebook

0.769

0.575

0.382

Addetti nella divisione ATECO n.21 “Fabbricazione della pasta-carta,

della carta e del cartone e dei prodotti di carta” nel 1991 e nel 2001

Figura 5: Griglia dei codebook

0.484

0.436

0.388

Addetti nella divisione ATECO n.29 “Fabbricazione macchine

e apparecchi meccanici” nel 1991 e nel 2001

0.882

0.646

0.41

0.912

0.659

0.406

0.722

0.551

0.38

0.47

0.429

0.387

0.921

0.662

0.403


L’analisi delle griglie non è sufficiente per una lettura delle

informazioni elaborate dall’algoritmo SOM. Si sono pertanto utilizzati

alcuni strumenti statistici che permettono: a) una rappresentazione

geografica dei cluster topologici e b) un’interpretazione economica

delle relazioni su cui si fondano i codebook. La necessità di

osservare la distribuzione geografica dei Comuni appartenenti ai

codebook con valori di RSR più elevati della media ha indotto

alla ricerca di un criterio che sia endogeno al modello stesso. Il

teorema di Shannon sulla codifica di sorgente dimostra che una

sorgente casuale d'informazione non può essere rappresentata

con un numero di bit inferiore alla sua entropia, cioè alla sua

autoinformazione media (Shannon, 1948). Nella teoria

dell'informazione - e in rapporto alla teoria dei segnali - l'entropia

misura quindi la quantità di incertezza o informazione presente in

un segnale aleatorio. Da un altro punto di vista l'entropia è la

minima complessità descrittiva di una variabile aleatoria, ovvero

il limite inferiore della compressione dei dati, ed è a questa

seconda modalità informativa che si fa riferimento nel presente

lavoro. Secondo l’equazione che segue, l’indice di entropia H

del settore X assumerà valore nullo nel caso di perfetta

omogeneità o informazione minima, oppure valore N nel caso di

massima eterogeneità ed informazione massima, essendo:

H(X) = E [Ι (xi )] = ∑Ι (xi ) . P(xi ) = ∑ P(xi ) . log _____

n n

1

i = l i = l P(xi )

con i, quintile della funzione di densità di probabilità, x, variabile

aleatoria RSR nel i-esimo quintile e P, la frequenza relativa.

Attraverso l’analisi della distribuzione di frequenza in quintili dei

Comuni rispetto ai valori di RSR registrati in un determinato

settore, è possibile calcolare per ogni quintile il valore

dell’entropia dello stesso rispetto alla variabile RSR; si ottiene in

questo modo una curva dell’autoinformazione dell’intera

distribuzione di frequenza. Il quintile in cui tale curva risulta

invariata rispetto al precedente è il quintile con autoinformazione

media massima e quindi i quintili successivi non forniscono

ulteriori informazioni rispetto all’insieme considerato. A questo

punto è lecito individuare una soglia all’interno della distribuzione

che in modo endogeno ha determinato un gruppo di Comuni

outlier. L’indice RSR di tale insieme ha due caratteristiche

notevoli: non è spiegato dal gruppo di appartenenza e assume

un valore elevato nel settore analizzato attraverso l’entropia. In

una prospettiva di analisi multi-dimensionale e non-lineare tale

indice riferito ad un settore esprimere quindi una caratteristica di

dominanza dello stesso settore rispetto agli altri 56.

Come si vede nel grafico 1, la distribuzione di frequenza dei

Comuni al variare della RSR può avere forme ed estensioni

diverse e valori di entropia molto differenti. Nell’industria

conciaria la funzione di frequenza cumulata diventa più ripida tra

il 1991 e il 2001 e il valore di entropia scende sotto 0,6, mentre

nell’industria meccanica la curva si muove in basso a destra e il

valore di entropia, già elevato, cresce ulteriormente.

Proiettando su una mappa geografica i Comuni outlier

individuati dalle soglie di entropia, si nota una evidente

corrispondenza tra cluster di similarità allocativa e forme di

agglomerazione spaziale, la cui somiglianza non è basata su

un indice di concentrazione ma sulla Rilevanza Settoriale

Relativa misurata in ciascun settore. Prendendo ad esempio

l’industria conciaria, si riconoscono nettamente i grandi

sistemi distrettuali della Toscana e delle Marche ed altre

strutture più sparse nell’Italia Settentrionale e Meridionale.

Nonostante il settore perda in termini assoluti circa 37.000

addetti in 10 anni, la produzione sembra rafforzarsi intorno a

nuclei ben precisi: le due rilevazioni censuarie evidenziano un

percorso di stabilizzazione dei cluster nell’Italia Centrale,

mentre in Piemonte Veneto e Lombardia interviene una

sostanziale contrazione del settore, bilanciata dalla comparsa

di nuove aree in Campania e Puglia.

Grafico 1: Frequenza cumulata dei codebook

L’industria conciaria

% comuni

Tessile

Abbigliamento

Cuoio

Carta

Cdf cuoio 1991

Cdf cuoio 2001

1

0,9

0,8

0,7

0,6

0,5

0,4

0,3

0,2

0,1

0

Divisione

Meccanica

0,1 0,2 0,3 0,4 0,5 0,6 0,7 0,8 0,9 1

L’industria meccanica

% comuni

Cdf meccanica 1991

Cdf meccanica 2001

1

0,9

0,8

0,7

0,6

0,5

0,4

0,3

0,2

0,1

0

0,1 0,2 0,3 0,4 0,5 0,6 0,7 0,8 0,9 1

Cod.

Ateco

17

18

19

21

29

% su totale

addetti

1.6

1,54

1,06

0,43

3,09

Saldo

Addetti

-94575

-120621

-37508

-4386

57931

Soglia

di Entropia

0,855

0,85

0,61

0,475

0,845

0,755

0,84

0,585

0,455

0,865

Numero Comuni

nei cluster

2001 1991-2001 1991 2001 1991 2001

267

291

181

136

245

RSR

RSR

254

181

206

360

509

27


La diffusione della meccanica, al contrario, è concentrata solo

nelle regioni settentrionali, dove raddoppiando il numero di

comuni nei cluster si assiste a processi fortemente espansivi.

Da un lato, i percorsi di crescita hanno seguito forze centrifughe

che dai capoluoghi si sono mosse in direzione di località

suburbane e di provincia, dall’altro questo stesso processo ha

provocato fenomeni di regionalizzazione circoscritti intorno a

quattro aree (Piemonte, Lombardia, Veneto-Friuli ed Emilia

Romagna). Nel territorio milanese, che storicamente ha un fitto

tessuto di produzioni meccaniche, si verifica un caso particolare

poiché non interviene una crescita o una contrazione, ma una

diffusa re-distribuzione spaziale delle attività meccaniche

sintomo di un dinamismo produttivo legato a processi di

ristrutturazione o riconversione.

Figura 6: Agglomerazione spaziale nell’industria conciaria

Figura 7: Agglomerazione spaziale nell’industria meccanica

28

1991

2001

1991 e 2001

1991

2001

1991 e 2001

L’analisi intersettoriale

Si pone a questo punto la necessità di comprendere la struttura

territoriale che corrisponde ad elevati valori di RSR definendo le

relazioni tra i settori all’interno dei Comuni individuati attraverso la

soglia di entropia. Bisogna, cioè, integrare le analisi condotte su

ciascuna delle 57 dimensioni settoriali all’interno di un quadro

analitico complessivo che ne colga le interrelazioni e permetta di

descrivere in modo appropriato la dinamica dei processi di

specializzazione che hanno luogo su un determinato territorio.

Proiettando solamente i codebook selezionati attraverso la

funzione di entropia -ovvero quelli con un elevato RSR- sulla

griglia 442 si ottengono preziose indicazioni circa la

localizzazione e la relazione topologica tra settori (fig. 8). Per

esempio, si osserva che il settore dell’abbigliamento (verde) è

organizzato in due cluster distinti e non è a contatto con alcun

altro settore di quelli considerati. Il settore tessile (giallo) è diviso

in tre cluster: il primo indipendente, seppur a contatto con il

settore della carta (viola), il secondo sovrapposto al settore del

carta, il terzo sovrapposto al settore meccanico (azzurro). La

maggioranza dei codebook della meccanica (azzurro) sono

indipendenti dagli altri settori: si rileva solamente un codebook

di sovrapposizione con la carta e due con il tessile. Il settore

della carta (viola) è ripartito in tre cluster e appare quello con più

numerose relazioni: il primo cluster è a contatto con il settore del

cuoio e del tessile, il secondo si sovrappone ad essi, il terzo,

come detto, si intreccia con la meccanica

Figura 8: Griglia dei cluster di similarità multi-dimensionale

I cluster individuati dalla soglia di entropia in 5 settori manifatturieri

cuoio

abbigliamento

tessile

meccanica

carta

Le relazioni individuate dalla griglia trovano conferma nella

proiezione geografica, in cui si riconoscono fenomeni

agglomerativi articolati e differenti. Una selezione di aree

territoriali specifiche consente un’analisi intersettoriale accurata

che non è possibile in questa sede, dove ci si limita ad


evidenziare alcune tendenze a livello generale. La meccanica

è dominante in numerose aree di Piemonte e Lombardia,

soprattutto intorno a Milano e Torino, ma anche in Veneto ed

in Friuli e lungo la via Emilia. Nei distretti storici del biellese,

varesotto e comasco, come in tutte le province pedemontane,

l’industria meccanica funge da connettore integrandosi con

le attività tessili (meccano-tessile) e cartarie (cartotecnica).

La medesima funzione è assolta dall’industria della carta e

dell’imballaggio, che raramente si trova a svolgere un ruolo

autonomo in ambito locale, ma si accompagna quasi ovunque

con tessile, cuoio e meccanica. Nelle industrie considerate

tradizionali si nota che il tessile è prevalente nel Nord-Ovest ,

l’abbigliamento nel Nord-Est, il cuoio si concentra in pochi cluster

ben definiti nel mantovano, nel vicentino e nella bassa Romagna. Il

panorama manifatturiero dell’Italia Centrale, sempre in relazione ai

citati settori, è molto regionalizzato. Nella Toscana settentrionale si

distinguono alcuni distretti del cuoio e il distretto tessile di Prato. Le

Marche sono divise tra l’abbigliamento a Nord e il cuoio a Sud. In

Abruzzo e Molise prevale l’abbigliamento, mentre il Lazio appare

molto debole in tutti e cinque i settori considerati. Nell’Italia

Meridionale il panorama si fa ancora più negativo poiché si rilevano

due soli agglomerati, uno dell’abbigliamento in Irpinia e un

secondo articolato tra cuoio abbigliamento e carta nel Salento.

Nelle altre regioni si riscontrano, tuttavia, alcune forme di preagglomerazione

che, se sostenute, potrebbero essere i centri di

irradiazione di un futuro sviluppo locale.

Un punto di forza della metodologia presentata in questo lavoro

è la capacità di individuare modalità originali di agglomerazione

spaziale, che non si riducono alla scelta di appartenenza/non

appartenenza ad un distretto. Se si scende ad un’analisi micro si

comprende che le forme di aggregazione dei settori nel territorio

si ripetono, ma con leggere ed essenziali variazioni. Il caso A

della figura 6 evidenzia l’area che tradizionalmente corrisponde

al distretto tessile di Biella, dove sarebbe limitativo affermare che

ci si trova di fronte ad un distretto specializzato e separato dal

contesto. Anche solo fermandosi ad un’analisi superficiale e

parziale, considerevoli produzioni di carta e imballaggi insistono

sul territorio considerato che risulta connesso alle produzioni

tessili comasche e al tessuto meccanico delle province di Varese

e Milano. Nel caso B di figura 7, i distretti del cuoio di Firenze e

del tessile di Prato hanno un nucleo di attività cartiere e un

corredo di Comuni specializzati nella meccanica che allarga la

visuale fino a delineare un sistema regionale della lavorazione di

pelli. Il distretto dell’abbigliamento irpino (caso C) si presenta

invece omogeneo, isolato e non supportato da un sistema

industriale locale. Questi esempi dimostrano che, incrociando i

dati topologici, spaziali e settoriali, è possibile proporre un’inedita

tassonomia capace di riconoscere ed interpretare le molteplici

manifestazioni del fenomeno distrettuale, che sembra sempre

più fondato su complementarietà strategiche, integrazione

strutturale dell’economia e fattori ‘culturali’ nella catena del

valore. Per comprendere l’intima corrispondenza tra la mappa

topologica e la mappa geografica, si è sviluppata una funzioneindice

(Ranking Coordinato - RC) che permette di leggere il

codebook tenendo conto della metodologia non-lineare

impiegata nella sua costruzione. Il RC è ottenuto ordinando i

settori in un ranking decrescente in base al valore che le

dimensioni del codebook (settori produttivi) assumono al variare

della RSR di un singolo settore.

Figura 9: Agglomerazioni spaziali: Italia Settentrionale

cuoio

abbigliamento

tessile

meccanica

carta

A

Figura 10: Agglomerazioni spaziali: Italia Centrale

B

Figura 11: Agglomerazioni spaziali: Italia Meridionale e Isole

cuoio

abbigliamento

tessile

meccanica

carta

cuoio

abbigliamento

tessile

meccanica

carta

Più precisamente la funzione RC combina:

il posizionamento nel ranking dei settori all’interno dei

Comuni a livello nazionale;

il differenziale di posizionamento tra il ranking del punto

precedente e quello dei settori all’interno dell’insieme dei

Comuni individuati dalla soglia di entropia in relazione alla RSR

del settore in esame.

Il RC prende in considerazione, quindi, sia una dimensione

statica data dall’importanza del singolo settore nella

graduatoria nazionale, sia una dimensione dinamica in

considerazione delle variazioni che subiscono le intensità dei

settori nei codebook in relazione agli spostamenti lungo la

mappa di Kohonen, per raggiungere posizioni con valori di

RSR (dominanza settoriale) definiti endogenamente dal livello

di entropia. In questo modo abbiamo tentato di illustrare la

struttura intersettoriale definita implicitamente dalla rete

C

29


neurale SOM attraverso la mappa di Kohonen.

La consistenza della misura di RC deriva, infatti, direttamente

dalle caratteristiche topologiche di continuità e somiglianza

della stessa mappa di Kohonen.

La componente dinamica del RC risente delle variazioni che

i componenti del codebook (gli altri settori) ricevono quando

ci spostiamo su tale mappa alla ricerca di elevati valori di RSR

del settore analizzato. Quindi i valori che si trovano negli altri

settori all’interno del codebook sulla mappa esprimono già

le relazioni intersettoriali esistenti, anche se in forma statica

ed in funzione della dominanza settoriale (elevato RSR) del

settore in esame. Di qui viene la necessità di combinare

risultati di RC variazionali determinati oltre la soglia di

entropia, con quelli “mediamente” presenti quando il settore

in esame non assume aspetti dominanti sul territorio.

Nella tabella 1 si riportano i primi dieci settori individuati

attraverso il RC nei cluster precedentemente selezionati. In

primo luogo essa rileva che le relazioni intersettoriali all’interno

delle filiere locali rispecchiano una coerenza intrinseca: se il

settore A è rilevante nella filiera di B, il settore B sarà rilevante

nella filiera di A. Le relazioni tuttavia non sono completamente

biunivoche perché si suppone che i rapporti funzionali tra i

settori si adattino al contesto locale in cui questi legami

sono stati rilevati. E’ significativo che nei cluster della carta

e della meccanica le industrie dominanti compaiono solo in

seconda posizione, rispettivamente dietro industrie chimiche

e conciarie, che devono quindi rivestire un ruolo importante

nelle suddette filiere. Un’analisi completa dovrebbe

Tabella 1: Il Ranking Coordinato

Le prime dieci divisioni nei 5 settori produttivi considerati

30

Tessile

Tessile

comprendere anche gli altri settori nelle prime posizioni,

come la metallurgia e la chimica, che rivestono certamente

un ruolo importante nei cluster del tessile della carta e della

meccanica. Ad un livello di analisi parziale e qualitativo si può

confermare che settore meccanico e cartario crescono

laddove c’è un tessuto manifatturiero sviluppato, in cui dal

1991 al 2001 si rafforza progressivamente il ruolo del tessile.

In secondo luogo, è evidente che i settori considerati hanno

legami positivi soprattutto con altre industrie manifatturiere e

che solo nell’abbigliamento è persistente nel tempo una

rimarcabile commistione con alcuni settori del terziario.

Rispetto al 1991, le maggiori variazioni all’interno delle filiere

si riscontrano nei settori dell’abbigliamento, del cuoio e della

carta. Quest’ultimo sembra aver subito notevoli sconvolgimenti

strutturali poiché industria conciaria e tessile, che

precedentemente non comparivano nei primi dieci, sono

addirittura al primo e terzo posto.

Conclusioni

L’approccio all’analisi economico-territoriale che si è presentato

in questa sede è fondato su pattern di allocazione delle risorse

che nel definire il profilo di specializzazione di un territorio,

cercano di tener conto della complessità delle interazioni tra i

vari settori produttivi. Le strutture di similarità costruite attraverso

la pattern recognition delle forme allocative delle risorse

riflettono,la “forma economica” del territorio con più efficacia di

quanto riescano le devianze rispetto al contesto nazionale

Abbigliamento Cuoio Meccanica Carta

1991 2001 1991 2001 1991 2001 1991 2001 1991 2001

Meccanica

Metallurgia

Carta

Riciclaggio

Trasporti

per acqua

Immobiliare

Mezzi di trasporto

Abbigliam.

Editoria

& stampa

Tessile

Metallurgia

Carta

Meccanica

Gomma

& plastica

Mezzi

di trasporto

Abbigliam.

Apparecchi

elettrici

Immobiliare

Riciclaggio

Abbigliam.

Associazioni

Attività ausiliar.

monetarie

Tabacco

Cuoio

Servizi

alla famiglia

Altre industrie

estrattive

Informatica

Distribuzione

gas e luce

Silvicoltura

Abbigliam.

Cuoio

Tabacco

Distribuzione

acqua

Altre industrie

estrattive

Apparecchi per

comunicazione

Silvicoltura

Tessile

Editoria

& stampa

Commercio

veicoli

Cuoio

Mobili & altre

manifatture

Carta

Abbigliam.

Apparecchi per

comunicazione

Tabacco

Tessile

Immobiliare

Mezzi di trasporto

Raffinazione

Cuoio

Carta

Elaboratori

Abbigliam.

Silvicoltura

Commercio

Ingrosso

Apparecchi per

comunicazione

Prodotti non

metalliferi

Mobili & altre

manifatture

Gomma

e plastica

Apparecchi

elettrici

Chimica

Meccanica

Apparecchi per

comunicazione

Editoria

& stampa

Autoveicoli

Mobili & altre

manifatture

Carta

Gomma

& plastica

Apparecchi

medicali

Chimica

Meccanica

Gomma

& plastica

Metallurgia

Apparecchi

elettrici

Apparecchi

medicali

Tessile

Carta

Autoveicoli

Editoria

& stampa

Autoveicoli

Metallurgia

Carta

Meccanica

Gomma

& plastica

Apparecchi

elettrici

Editoria

& stampa

Trasporti aerei

Chimica

Cuoio

Carta

Tessile

Metallurgia

Apparecchi Meccanica

per comunicazione

Chimica

Prodotti minerali

metalliferi

Apparecchi

elettrici

Apparecchi

medicali

Trasporti aerei


(media o concentrazione). In sostanza, si è dimostrato che le

modalità con cui si organizzano localmente le risorse sono una

buona proxy della struttura produttiva locale e risultano un

fattore discriminante per definire i confini del territorio stesso

secondo un approccio bottom-up (Carlei, et al., 2007). Partendo

da tale risultato, secondo cui la distribuzione allocativa è una

variabile che approssima ragionevolmente la struttura socioeconomica

sottostante, si deduce che sono soprattutto i fattori

‘culturali’, le specificità identitarie locali, e non la semplice

specializzazione settoriale, ad influenzare le componenti del

sistema economico e la sua conformazione territoriale. Questa

considerazione ha delle importanti conseguenze nel definire in

modo più ampio le relazioni tra i settori produttivi sia all’interno

dei distretti industriali, sia in aggregazioni spaziali meno

restrittive, come quelle del presente lavoro.

Le analisi fondate sulla concentrazione possono essere utili ad

individuare forme organizzative di filiera che fruiscono di

economie di scala e di alcune economie di agglomerazione, ma

difficilmente faranno emergere quel “paradigma socioeconomico”

becattiniano che tutti prendono a riferimento

teorico. Inoltre l’esistenza di vari modelli di specializzazione

(codebook) dello stesso settore e di un‘integrazione funzionale

dei ruoli tra Comuni, sono la prova sia della singolarità dei

modelli di sviluppo locale (che non si appiattiscono sulla

dimensione della specializzazione settoriale), sia di fenomeni di

auto-organizzazione, tipica dei fenomeni complessi. Sicché,

contrariamente all’approccio tradizionale, l’analisi di similarità

dei pattern di allocazione e il ranking coordinato focalizzano

l’attenzione sull’integrazione sistemica e funzionale e,

implicitamente, sugli spillover di conoscenza tra gli attori locali,

i quali in questo modo configurano lo sviluppo locale come un

processo cognitivo moltiplicatore (Rullani, 2003).

Il modello analitico sviluppato si è dimostrato robusto e capace

di fornire nuove strumenti per interpretare i fenomeni di

agglomerazione territoriale. I limiti legati alla natura e alla

disponibilità dei dati non precludono la possibilità di alcuni

approfondimenti di cui alcuni risultati parziali della ricerca

indicano la traccia. Infatti, la natura delle informazioni che tale

lavoro fornisce, attraverso l’esplorazione della mappa di

Kohonen, permette già di intravedere la forma dell’“architettura

produttiva” di contesti locali in cui si rileva una dominanza

settoriale (come definita dall’indice RSR) per i settori analizzati.

La conoscenza e il capitale umano sono fattori su cui si fonda

il successo di molte realtà locali, ma la loro evoluzione è frutto

di un’integrazione strutturale dell’economia e della società,

derivante da lunghi processi evolutivi sedimentati nel territorio.

Attraverso ulteriori approfondimenti delle forme di

agglomerazione spaziale individuate, si potrà estrapolare un

modello di intersettorialità legato alla “struttura profonda” del

territorio stesso e alle sue potenzialità di sviluppo.

Bibliografia

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basata sui dati di censimento per i Sistemi Locali del Lavoro, Imprese e territorio n.1,

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Carlei V., Nuccio M., Sacco PL., Buscema M., 2007 (in corso di pubblicazione) La

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Viesti G., 2005, Distretti industriali e agglomerazioni territoriali in Italia. Lo stato delle

conoscenze e i problemi di ricerca, Argomenti n.14/2005

31


IL CIRCOLO VIRTUOSO

DELL’INTERNAZIONALIZZAZIONE PRODUTTIVA

di Alessandra Lanza * e Corinna Olearo **

Da ormai due decenni stiamo assistendo al riequilibrarsi della

bilancia del commercio internazionale, il cui ago pende sempre

meno verso il piatto dei paesi industrializzati, spostandosi a un

ritmo esponenziale verso quello delle economie emergenti. La

quota del commercio mondiale dei paesi sviluppati sta, infatti,

cedendo punti alle economie che si sono affacciate solo

recentemente sul mercato internazionale. Una più equa

redistribuzione del reddito mondiale non può che essere

valutata positivamente, tuttavia è naturale che dal punto di vista

dei paesi industrializzati questo fenomeno venga vissuto con

apprensione e preoccupazione.

Non solo, altro importante elemento di trasformazione nello

scenario economico è il diffondersi dell’internazionalizzazione

produttiva, intesa come spostamento oltre i confini nazionali

di parte dell’attività economica. Siamo ormai di fronte a un

fenomeno diffuso fra le economie industrializzate che attraverso

l’organizzazione su base internazionale delle proprie filiere

produttive cercano di far proprio il vantaggio comparato dei

nuovi competitors, attraverso minori costi produttivi e la

vicinanza con mercati strategici. E’ opinione diffusa che la

perdita di quote sulle esportazioni mondiali e lo spostamento

all’estero di parte dell’attività produttiva abbiano innestato

un circolo vizioso che sta impoverendo le economie

industrializzate, attraverso la diminuzione dei livelli occupazionali

e degli investimenti domestici. Non mancano tuttavia elementi

per ritenere che, piuttosto, il mutato contesto competitivo e la

conseguente propensione dei paesi industrializzati

all’internazionalizzazione stiano generando nuove fonti di

ricchezza. Le attività localizzate all’estero generano profitti che

una volta rimpatriati possono incentivare nuovi investimenti,

maggiore produttività e occupazione nel paese di origine.

Il modello statunitense

Con il trasformarsi del contesto economico internazionale e, in

particolare, dei confini geografici in cui viene creata la ricchezza

di un paese, è necessario utilizzare nuovi strumenti per cogliere

la mutata realtà economica. In sostanza, per misurare la

ricchezza di un paese che ha raggiunto uno stato maturo di

internazionalizzazione, non basta più osservare la dinamica del

PIL, dal momento che questa variabile non considera i redditi

prodotti all’estero da imprese delocalizzate e facenti capo a

soggetti residenti nel paese di origine dell’investimento. E’

opportuno invece considerare il PNL che è pari alla somma del

PIL e dei cosiddetti redditi netti dall’estero (differenza tra i redditi

prodotti all’estero dai cittadini del paese considerato e i redditi

prodotti all’interno del paese dagli stranieri).

A parità di altre condizioni, infatti, l’intensificarsi dell’internazionalizzazione

produttiva può dar luogo a una crescita del PNL su-

32

periore a quella del PIL. Consideriamo, ad esempio il caso degli

Stati Uniti che, come gli altri paesi industrializzati, hanno decisamente

rallentato il ritmo di crescita delle esportazioni (-2,7

punti percentuali nel periodo 1990-2005) e aumentato la propensione

all’internazionalizzazione (la quota di IDE 1 sul PIL nel

2005 ha superato il 16%).

Se si osserva, infatti, il saldo del PNL-PIL degli Stati Uniti, emerge

che tale differenza è positiva e crescente negli anni.

Grafico 1: Stati Uniti: IDE stock/PIL%

20%

18%

16%

14%

12%

10%

8%

6%

4%

2%

0%

1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

Fonte: Elaborazioni su dati Unctad e OECD

Grafico 2: Variazioni delle quote in valore

del commercio mondiale, 1990-2005

6,0

5,0

4,0

3,0

2,0

1,0

0,0

-1,0

-2,0

-3,0

-4,0 Giappone

Regno Unito

Stati Uniti

Fonte: Elaborazioni su dati WTO

Possiamo dunque affermare che non solo gli Stati Uniti hanno

aumentato il grado di internazionalizzazione, ma anche che ciò

rappresenta una sempre più importante fonte di ricchezza che non

va trascurata nell’analisi delle potenzialità di crescita del Paese.

Non solo, il saldo positivo tra PNL-PIL indica che, a fronte del

deterioramento statunitense della posizione patrimoniale con

1- In questo lavoro misureremo l’internazionalizzazione di un paese tramite lo stock di investimenti diretti esteri, pur consapevoli del limite che tale misura ha nell’individuare tutte le forme di internazionalizzazione.

*Responsabile dell’Ufficio Studi Imprese e Territorio di Intesa Sanpaolo. **Economista dell’Ufficio Studi Imprese e Territorio di Intesa Sanpaolo.

Francia

Germania

Italia

Spagna

Brasile

India

Cina


l’estero, non vi è stato un corrispondente deterioramento dei

redditi netti da capitale: i redditi provenienti dai titoli (portfolio

equity) superano quelli sui debiti (portfolio debt) e i guadagni

dagli IDE dei residenti statunitensi superano quelli sugli IDE

posseduti dagli stranieri negli USA. Questi ultimi in particolare,

rappresentano la variabile che maggiormente deve essere presa

in considerazione come fonte di ricchezza per il Paese, non solo

perché rappresentano la voce più importante tra le attività

finanziarie sull’estero (oltre il 30% del valore sul totale), ma anche

perché hanno un elevato tasso di rendimento (8,3% rispetto ad

appena il 2,6% del rendimento da investimenti in portafoglio).

Concentrandosi allora sui ricavi da investimenti diretti esteri, è

interessante quantificarne l’importanza rispetto alle esportazioni

statunitensi. Se, infatti, l’economia americana è destinata a

veder rallentare la crescita dei profitti provenienti dalle vendite

estere, la gravità di tale fenomeno si attenua nel momento in cui

crescono di importanza i profitti provenienti dagli IDE.

Grafico 4: Stati Uniti: redditi da IDE ed export

1000000

900000

800000

700000

600000

500000

400000

300000

200000

100000

0

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

Fonte: elaborazioni su dati OECD, BEA e WTO

mln $

Grazie all’aumento degli stock di investimenti esteri e dei

relativi redditi, gli Stati Uniti ricevono dalle attività estere introiti

che corrispondono a circa il 30% delle esportazioni nel 2005. E

dal momento che questa tendenza non sembra destinata ad

esaurirsi, possiamo concludere che oggi il Paese può fare

affidamento su una nuova fonte di ricchezza.

In questo contesto, il dibattito sulla perdita di quote di

esportazioni diventa meno rilevante. I paesi che maggiormente

Grafico 3: Stati Uniti: saldo PNL-PIL (in milioni di dollari)

60000

50000

40000

30000

20000

10000

0

redditi da IDE/export (dx)

1970

1971

1972

1973

1974

1975

Fonte: Elaborazioni su dati OECD

redditi da IDE (sx) export (sx)

1976

2- Maggiore il valore di investimenti diretti esteri, maggior dovrebbe essere il valore dei redditi.

1977

1978

1979

1980

1981

1982

1983

1984

1985

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0

1986

1987

guadagnano posizioni nel commercio internazionale sono anche

importanti beneficiari di IDE; è probabile che una discreta parte

di esportazioni abbia origine dalle sussidiarie estere nel paese.

Non solo, parte della quota di importazioni degli Stati Uniti

provengono dalle proprie affiliate all’estero, che riescono così ad

abbattere i costi per le case madri generando ricchezza. Tale

risparmio di costo può essere produttivamente impiegato in

R&D, innovazione e attività a maggior valore aggiunto.

Un confronto con i paesi europei

Per quanto riguarda i paesi dell’Europa occidentale e in

particolare l’Italia, assistiamo a una situazione ben diversa

rispetto a quella statunitense. Se da una parte, la perdita di

quote del commercio mondiale è un elemento che accomuna

i maggiori paesi industrializzati, non si può dire altrettanto della

crescita d’importanza del fenomeno dell’internazionalizzazione

produttiva, fenomeno che si presenta con un’elevata varianza

nei paesi europei. Francia e Germania hanno registrato dalla

fine degli anni novanta una vera e propria esplosione di

investimenti diretti esteri, che ha raggiunto nel 2005

rispettivamente un valore pari al 40 e al 35% del PIL. L’Italia,

invece, ha registrato una crescita più contenuta, con una

tendenza molto simile a quella statunitense, che nel 2005

raggiunge una quota del 16% del PIL.

Alla luce di questo dato, ci si attenderebbe rispetto agli Stati

Uniti redditi da IDE più elevati per Francia e Germania 2 e un

livello contenuto, ma grossomodo in linea con il dato

americano, per l’Italia. Eppure, nonostante l’importanza degli

IDE per le economie francesi e tedesche, superiore a quella

per gli Stati Uniti, la ricchezza che le due economie ottengono

dagli investimenti esteri è di gran lunga inferiore rispetto a

quella americana. I rapporti tra i redditi da IDE francesi e

tedeschi e i livelli delle rispettive esportazioni raggiungono un

valore pari appena al 7,7% per la Francia e al 4,3% per la

Germania; valori ben lontani dal 30% per gli Stati Uniti.

Ancora più modesti sono i dati relativi all’Italia, il cui livello di

reddito da IDE è appena superiore al 2% del valore delle

esportazioni. Primo risultato di questa analisi è pertanto che

gli IDE statunitensi sono di gran lunga più remunerativi rispetto

a quelli europei. Volendo quantificare la differenza, dal

confronto tra il rapporto tra redditi e stock di IDE risulta che

gli Stati Uniti guadagnano dai propri investimenti più del

doppio dei paesi europei.

1988

1989

1990

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

33


Grafico 5: Confronto internazionalizzazione (IDE stock/PIL, %)

45%

40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%

Si può pertanto concludere che i paesi europei sono ancora

lontani dal ricavare dagli investimenti diretti esteri un livello di

ricchezza in grado di compensare la minor crescita delle

esportazioni. L’internazionalizzazione produttiva europea

non sembra per il momento in grado di innestare quel circolo

virtuoso che, attraverso il rimpatrio di redditi da IDE, crea

sviluppo nel paese di origine come risulta negli Stati Uniti.

34

Italia Germania Francia Usa

1980

1981

1982

1983

1984

1985

1986

1987

1988

1989

1990

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Fonte: Elaborazioni su dati UNCTAD e OECD

Grafico 6: Francia, redditi da IDE ed export

400000

350000

300000

250000

200000

150000

100000

50000

0

redditi da IDE/export (dx)

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

Fonte: Elaborazioni su dati OECD e WTO

redditi da IDE (sx) export (sx)

Grafico 7: Germania, redditi da IDE ed export

redditi da IDE/export (dx)

redditi da IDE (sx) export (sx)

900000

800000

700000

600000

500000

400000

300000

200000

100000

0

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

Fonte: Elaborazioni su dati OECD e WTO

9%

8%

7%

6%

5%

4%

3%

2%

1%

0

7%

6%

5%

4%

3%

2%

1%

0

Grafico 8: Italia, redditi da IDE ed export

350000

300000

250000

200000

150000

100000

50000

0

redditi da IDE/export (dx)

Fonte: Elaborazioni su dati OECD e WTO

redditi da IDE (sx) export (sx)

1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

Se però per Francia e Germania è evidente che questo gap

tende ad essere colmato (specialmente a partire dal 2001

l’importanza dei redditi da IDE sulle esportazioni cresce a ritmi

sostenuti), l’Italia è in una posizione più arretrata. Viene da

chiedersi quali siano le ragioni che giustificano tale differenza

tra i paesi europei e gli Stati Uniti e in particolare la minor

redditività degli investimenti diretti italiani.

Destinazione geografica, specializzazione settoriale, maturità,

caratteristiche strutturali del paese di origine sono solo

alcuni dei fattori che possono influenzare l’income yield di un

investimento diretto estero.

Grafico 9: Redditività IDE (Media 2000-05)

12%

10%

8%

6%

4%

2%

0

Germania Italia Francia Stati Uniti

Fonte: Elaborazioni su dati UNCTAD e OECD

Un fatto stilizzato nella letteratura economica è che in genere

i nuovi investimenti rendono poco all’inizio e i guadagni

aumentano con il tempo. La ragione risiede nel fatto che per

i primi anni un’impresa che investe all’estero deve ripagare

i debiti accumulati per fare l’acquisto iniziale, oltre che è

necessario del tempo per assorbire i costi fissi iniziali per la

costituzione di un nuovo stabilimento, oppure, in caso di

acquisizione di impresa esistente, per smaltire i costi di

aggiustamento. Confrontando la “maturità” degli IDE, ossia

l’anzianità degli investimenti esteri statunitensi ed europei,

emerge che non vi è una marcata differenza dell’età. Risulta,

infatti, che alla fine degli anni ottanta Stati Uniti, Francia,

Germania e Italia avevano investito il 10% dello stock attuale

di IDE; tra il 1997 e il 1998 Stati Uniti e Germania avevano

già accumulato oltre il 60% dello stock, mentre Francia e Italia

raggiungono lo stesso livello rispettivamente nel 2000 e nel

2001, dunque con alcuni anni di ritardo rispetto ai primi

due paesi. Un’importante spiegazione risiede nella differente

destinazione geografica.

Più alto è il rischio del paese di insediamento, maggiore sarà

2,5%

2%

1,5%

1%

0,5%

0%


Grafico 10: Maturità degli IDE (somma cumulata dei flussi/totale flussi)

120%

100%

80%

60%

40%

20%

0

Italia Germania Francia Usa

1980

1981

1982

1983

1984

1985

1986

1987

1988

1989

1990

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Fonte: Elaborazioni su dati UNCTAD

il premio per l’attività estera. Il fatto allora che i paesi europei

destinano più del 75% dei propri investimenti diretti verso

economie sviluppate (contro poco più del 60% degli Stati

Uniti), mentre appena il 9% verso le economie emergenti (Asia

e America Latina) rispetto a quasi il 30% degli Stati Uniti, può

indurre a pensare che questa differenza possa spiegare i più

bassi rendimenti europei. Non solo, investire nei paesi

emergenti significa anche poter sfruttare i vantaggi comparati

propri di quelle economie ed ottenere, grazie a minor costi

di produzione, maggiore redditività dagli investimenti.

Un ulteriore elemento che ha favorito gli investimenti diretti

esteri statunitensi è stato quello di aver aggredito per primi

i mercati emergenti. Già nella seconda metà degli anni

novanta, che coincide ai primi anni della globalizzazione, gli

Stati Uniti destinavano buona parte degli investimenti in

America Latina, traendo profitto da benefici fiscali e

dall’esistenza di accordi commerciali (ad esempio il Mercosur

in Sud America) che non sono spettati, invece, agli ultimi

arrivati. Ugualmente, quando il mercato asiatico, e in

particolare quello cinese, ha cominciato a crescere a ritmi

sostenuti, gli Stati Uniti non hanno perso tempo, contribuendo

allo sviluppo asiatico con investimenti considerevoli. 3

E’ opportuno, inoltre, considerare la diversa specializzazione

settoriale delle attività che vengono localizzate all’estero. Il fatto

che gli IDE italiani siano maggiormente specializzati in attività

proprie del Made in Italy, tipicamente a basso valore aggiunto

rispetto agli investimenti tedeschi e francesi, può essere la

causa della diversa redditività. Da considerarsi tuttavia che la

letteratura economica ha raggiunto risultati controversi riguardo

alla maggiore o minore redditività degli investimenti diretti esteri

in attività ad elevata intensità tecnologica rispetto a quelli in

attività più labour intensive. E’ fisiologico, infatti, che i primi

vengono collocati in aree tecnologicamente più avanzate,

mentre i secondi si posizionano in regioni ricche di manodopera

poco qualificata a basso costo. In entrambi i casi vengono

43,1

52,7

3- E’ significativo che almeno l’8% delle esportazioni attuali cinesi proviene dalle sussidiarie statunitensi localizzate in Cina (UNCTAD).

sfruttati vantaggi comparati diversi i cui guadagni sono

difficilmente confrontabili.

Per valutare l’impatto dei redditi da IDE andrebbe poi

considerato anche quale parte viene effettivamente rimpatriata

rispetto a quella che viene reinvestita nel territorio estero.

Tale dato è fortemente influenzato da fattori strutturali del

paese che investe, in particolar modo dai livelli di tassazione

dei redditi delle imprese. Se, infatti, le tasse sulle imprese sono

superiori nel paese che effettua IDE rispetto a quelle del

paese destinatario, allora le filiali estere saranno incentivate a

reinvestire i profitti localmente piuttosto che rimpatriarli. Da uno

studio condotto da Heath (2007) che calcola i tassi di redditività

degli investimenti diretti esteri al netto degli utili reinvestiti

emerge che gli Stati Uniti godono del tasso più elevato rispetto

alle altre economie europee. Fra queste, la Germania registra

il tasso di rendimento più alto (2,4%) rispetto a Francia (1,2%)

e Italia (1,3%). Questo dato è giustificato dalla bassa tassazione

che i tedeschi impongono alla imprese (26,3%), decisamente

inferiore a quella francese (34,4%) e italiana (33%).

Alla luce di queste considerazioni, è evidente che per colmare

il gap tra Stati Uniti e paesi europei è cruciale come questi ultimi

interverranno innanzi alla seconda ondata di investimenti esteri

che sta aggredendo le economie di recente espansione, Cina

e India in primis. Per quanto riguarda l’Italia, la vocazione

multinazionale è ancora sottodimensionata. Il paese riversa

verso l’estero più redditi di quanti ne riceva: il differenziale fra

PNL-PIL rimane ancora fortemente negativo, diversamente da

Francia, Germania e Stati Uniti. È auspicabile che le esperienze

degli altri paesi servano da stimolo per rimuovere definitivamente

quell’ala di criticismo, meno intensa di una volta, ma ancora

abbastanza robusta, che spesso accompagna le riflessioni

politiche intorno all’internazionalizzazione delle imprese.

Tabella 1: Stock di FDI per destinazione geografica, % sul totale

Eu 15

Africa Nord America America Latina Asia

1995 2005 1995 2005 1995 2005 1995 2005 1995 2005

Eu15

51,9 68,1

1,7

1,7 22,9 14,8

4,1 3,5

5,3

5,8

Stati Uniti

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

0,9

1,0

11,9

10,4

11,8

6,8

14,4

18,7

35


RATING DELLE IMPRESE

DI MARCHE, ABRUZZO E MOLISE:

UN’ INDAGINE EMPIRICA

di Enzo Pellegrino *

Introduzione

Il presente lavoro 1 nasce da una collaborazione tra Sanpaolo

Banca dell’Adriatico e la Facoltà di Economia dell’Università di

Urbino. Nell’ambito dei rapporti che si sono intrecciati nel corso

degli ultimi anni un ruolo di rilievo è stato giocato dalle tematiche

che hanno riguardato Basilea 2. La spiegazione della nuova

normativa, i modelli di riferimento, le possibili applicazioni nel

sistema bancario, hanno formato oggetto di incontri, convegni e

seminari destinati a studenti, operatori economici, imprenditori,

professori, cosa del resto accaduta in tutta Italia (e non solo). Da

ultimo il 10 novembre dello scorso anno, proprio nella sede di

Sanpaolo Banca dell’Adriatico, si è tenuto un convegno

(Banche e Imprese: vincoli ed opportunità di Basilea 2 per lo

sviluppo delle PMI) al quale la Banca è stata chiamata ad

intervenire con un proprio contributo sui modelli di valutazione

del merito creditizio. La scelta effettuata è stata quella di

privilegiare un approccio al tema di tipo eminentemente

empirico, in modo da distanziarsi sia dall’analisi degli aspetti

conoscitivi teorici che hanno caratterizzato molta parte dei

dibattiti su Basilea 2, sia per fornire agli operatori (qualora ce ne

fosse stato ancora bisogno) una conferma che il giudizio sulle

imprese desumibile dai modelli di rating non stravolge in alcun

modo il giudizio sul merito di credito, ma anzi, in molti casi

emerge un quadro anche migliore delle attese.

Il lavoro presentato è pertanto una valutazione empirica di

quelle che sono le realtà economiche con cui Sanpaolo Banca

dell’Adriatico si trova a lavorare tutti i giorni, quindi le imprese

dell’Area Territoriale, Marche, Abruzzo e Molise.

Tabella 1: Raffronto tra rating finanziario e rating completo 2

BB

BA

MB

ME

MA

AL

Totale

36

Rating

Completo

141

125

19

3

1

0

289

47

127

54

16

2

0

246

6

61

66

32

13

0

178

La metodologia di analisi adottata

La domanda alla quale si è cercato di rispondere nel presente

lavoro è in sintesi la seguente: quale fotografia emerge delle

imprese del nostro territorio, quando applichiamo i modelli di

rating del Gruppo Sanpaolo, modelli da quasi due anni

adoperati ai fini della valutazione del merito di credito della

clientela imprese affidata. Il primo problema che si è affrontato

è scegliere quale modello adottare. I modelli di rating del nostro

gruppo hanno come input – sinteticamente - variabili di tipo

economico-finanziario, desumibili essenzialmente dai

documenti di bilancio, variabili andamentali, desumibili

essenzialmente dalla Centrale dei Rischi e valutazioni di tipo

qualitativo che sono giudizi tipici del gestore di relazione che

vengono inseriti nel modello.

Poiché ci sembrava corretto ampliare il più possibile l’universo

delle imprese da analizzare, considerando quindi sia quelle

clienti della Banca, sia i non clienti, la scelta effettuata è stata

quella di escludere le variabili di Centrale Rischi e quelle di tipo

qualitativo – ovviamente non disponibili per i non clienti. In tal

modo, considerato che Sanpaolo Banca dell’Adriatico nelle

regioni analizzate ha rapporti con circa il 50% delle imprese

presenti, si è potuta sostanzialmente raddoppiare la platea delle

imprese potenzialmente analizzabili, a tutto vantaggio quindi

dell’estensione dell’analisi, sia pure con qualche sacrificio in

termini di profondità. (sacrificio che come vedremo ora appare

comunque accettabile).

Per valutare l’errore che potenzialmente si commette

adoperando un modello di rating solo finanziario, rispetto

BB BA

MB

Rating finanziario

ME MA AL Totale

1- Desidero ringraziare il collega Dr. Piero Bastianelli che ha effettuato tutte le estrazioni e le elaborazioni presentate – E’ solo grazie a lui che il lavoro è stato possibile e pertanto vanno condivisi tutti i meriti

di quanto prodotto, con chi con pazienza capacità ha soddisfatto ogni mia richiesta e curiosità.

2- BB: Rischio Molto Basso; BA: Rischio Basso; MB: Rischio Medio Basso; ME: Rischio Medio; MA: Rischio Medio Alto; AL: Rischio Alto. Per le relative Probabilità of Default vedi infra Tab. 4.

0

19

54

90

35

0

198

0

1

12

49

47

8

117

0

0

0

2

10

5

17

194

333

205

192

108

13

1045

*Vice Direttore Generale di Sanpaolo Banca dell’Adriatico


all’adozione di un modello completo, come prima cosa si

sono raffrontati, solo per i clienti della banca, i risultati del

modello finanziario con i risultati desumibili adoperando il

modello completo (rating completo che utilizza dati di Bilancio,

Centrale Rischi e valutazione dei Gestori).

L’evidenza empirica del raffronto ha confortato nella scelta

effettuata. Come mostra la Tab.1 i risultati ottenuti con il

modello finanziario appaiono molto simili a quelli che si

sarebbero ottenuti adoperando il modello completo. Sui

1045 casi analizzati, in 476 (45,5%) il rating non sarebbe

minimamente cambiato, mentre in altri 475 casi ci sarebbe

stata una variazione di un solo livello di rating in più o in meno

(su una scala di 6 livelli). Quindi solo in meno del 10% dei casi,

l’aggiunta delle variabili di Centrale Rischi e la valutazione

qualitativa generano una modifica sostanziale del risultato.

Prendendo come riferimento la somma delle imprese che

hanno rischio medio basso o inferiore, la differenza tra i due

modelli nei casi analizzati è inferiore al 2%. Per quanto attiene

al modello di rating finanziario adottato le variabili adoperate

sono quelle classiche dell’analisi finanziaria di bilancio.

Tabella 2: Modello Rating Finanziario – Solo dati di Bilancio

Indici Principali:

- Redditività

- Sostenibilità del Debito

- Incidenza oneri finanziari

- Gestione del Circolante

- Struttura Patrimoniale

Nella Tab. 2 sono indicate le tipologie di variabili fondamentali

usate ai fini dell’analisi economico-finanziaria; gli indici scelti

come motore del modello (adeguatamente testati in modo da

assicurare un elevato grado di predittività) garantiscono

comunque un analisi economico-finanziaria a 360 gradi sulla

singola impresa. Gli algoritmi che determinano alla fine il rating

tengono conto, nel pesare le singole variabili, delle peculiarità

della posizione analizzata.

Tabella 3: Composizione del Campione Marche Abruzzo e Molise

Marche

Abruzzo

Molise

Fatturato superiore ai 2.500.000 euro

Totale SPA

SRL

1.430

820

120

Si passa ora ad esaminare il campione di imprese indagate.

Nella Tab. 3 è riportata la numerosità delle aziende analizzate:

il criterio adoperato non è stato quello di estrarre un campione

statisticamente significativo (cioè tale che rispettasse in

termini statistici la ripartizione delle imprese della realtà

economica indagata). Si è invece cercato di massimizzare –

come detto in precedenza – la numerosità delle imprese

analizzate, con il vincolo di mantenere per il periodo di

tempo indagato (2003 – 2005) il campione costante (cd.

350

160

30

1.080

660

90

campione chiuso, in modo da evitare i problemi di analisi

relativi alla modifica del campione nel periodo analizzato).

Si tratta quindi di un campione ritenuto sufficientemente

ampio, vasto: circa 2.400 imprese che operano nelle tre

regioni con la suddivisione riportata in tabella. Sono tutte

quante società di capitali, che hanno un fatturato maggiore

o uguale a 2.500.000 di € in almeno uno dei 3 anni

considerati. Il livello di fatturato prescelto è quello usato nel

nostro gruppo per definire l’appartenenza al segmento

imprese, e quindi adottare modelli di rating interno. La scelta

delle società di capitali deriva dalla necessità di reperire le

informazioni economico-finanziarie, in formato elettronico

dagli archivi di Centrale dei Bilanci.

In sintesi, anche se non soddisfa i criteri della significatività

statistica, si ritiene che il campione utilizzato sia

adeguatamente rappresentativo della realtà economica delle

imprese medio-grandi delle 3 regioni analizzate. Considerata

la ridotta numerosità delle imprese molisane, i risultati di tale

regione sono stati considerati unitamente a quelli dell’Abruzzo.

Tabella 4: Classi di rischio e probabilità di default

Molto Basso

Basso

Medio Basso

Medio

Medio Alto

Alto

Nella Tab. 4 è stata riportata la classificazione di rischio

adoperata espressa in termini di Probality of default. In

particolare sono state definite 6 classi di rischio crescenti: da

molto basso (minore di 0.20%) fino alla probabilità di default

molto alta (oltre 6.31%). Le prime due classi di rischi BB e BA

corrispondono sostanzialmente ai livelli di “Investiment grade”

di Standards & Poor’s; le classi MB e ME rappresentano un

livello intermedio, mentre le ultime due (MA e AL) sono

riferite a livelli di rischio elevati (essenzialmente da B+ e

inferiori secondo la classificazione S&P).

I Risultati ottenuti

Classi di rischio PD

BB

BA

MB

ME

MA

AL

inferiore 0,20%

0,20%

0,61%

1,31%

3,00%

oltre 6,30%

0,60%

1,30%

3,00%

6,30%

Veniamo ora ai risultati: Nella Tab. 5 sono riportate, per le

Regioni analizzate, le percentuali di appartenenza alle

singole classi di rischio, sia singolarmente prese, che con

i valori cumulati. Per ragioni di semplicità di esposizione si

farà riferimento d’ora in avanti alla distribuzione cumulata,

e verrà usato per comodità il rischio medio basso (MB) quale

indicatore sintetico dei livelli di rischio. Nelle Marche circa

i ¾ delle imprese sono caratterizzati da livelli di rischio

medio basso o inferiori, valori quindi assolutamente

accettabili nella normale prassi creditizia. Ben il 60% delle

imprese potrebbe esser classificato, in base ai soli dati

economico-finanziari, come Investiment Grade; dal lato

opposto un 12% delle aziende analizzate ha un livello di

rischio alto o medio alto.

37


Tabella 5: Ripartizione delle classi di rischio per regione

PD < 0,2% < 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

2005 BB BA MB ME MA AL

Marche

35% 25% 14% 14% 10% 2%

Abruzzo Molise

Dati cumulati

Marche

Abruzzo Molise

In Abruzzo e Molise (ove si sono aggregati i dati per la

scarsità relativa dei numeri del Molise) la situazione è

lievemente diversa: il 70% delle imprese ha rischio medio

basso o inferiore, e la differenza con le Marche è riconducibile

essenzialmente alla classe di rischio più bassa (-4 p.p.); al

contrario non vi è una differenza significativa nelle classi di

rischio più elevato, ove i dati sono praticamente analoghi.

I settori più rappresentativi e i livelli di rating: nelle Tabb.

6 e 7 l’indagine è stata affinata cercando di analizzare come

si differenzia il rating nei diversi settori merceologici.

Nelle Marche (Tab. 6) i settori più rappresentativi tra le imprese

analizzate sono risultati la distribuzione (243 casi), gli intermedi

per l’industria, quindi essenzialmente semilavorati (216 casi),

il sistema moda (187 casi) e il sistema casa (187).

3- Dato quest’ultimo probabilmente influenzato dalla struttura di bilancio particolarmente soggetta al debito di tali aziende.

4- Occorre tuttavia tener presente il limite inferiore del campione nel fatturato, 2,5 milioni di euro.

38

Ben 5 settori merceologici hanno oltre l’80% delle imprese con

rischio medio basso o inferiore: meccanica elettronica,

intermedi per costruzioni, commodity, altri beni di consumo,

e intermedi per l’industria. Viceversa settori che manifestano

maggiori criticità in termini di giudizio sono le costruzioni,

l’agricoltura e i settori ad alta intensità di R&S 3 (anche se il dato

deve essere inteso in senso relativo, in quanto in tali settori oltre

il 50% delle imprese si presenta con rischio basso o inferiore).

In Abruzzo e Molise Tab. 7 c’è una certa affinità con i dati

marchigiani: fra i settori prevalenti, due, intermedi per l’industria

(118casi) e distribuzione (150 casi) sono gli stessi delle

Marche. Si aggiungono il settore “altri” (102 casi) e le

costruzioni (92) quali settori più presenti fra quelli analizzati.

Globalmente in Abruzzo e Molise la distribuzione dei giudizi

di rating si situa su un livello inferiore a quella delle Marche.

Solo tre settori hanno una quota percentuale di imprese

superiore all’80% nelle classi di rischio medio basso o

inferiore: altri beni di consumo, agricoltura e utility, comparti

peraltro dove vi è una presenza di imprese decisamente

esigua tanto da non risultare significativi.

I settori con la quota di aziende più bassa nelle classi di rating

migliori, appaiono la meccanica strumentale, il largo consumo

e i produttori di commodity, con percentuali di rischio medio

basso o inferiore dal 46% al 65%.

Un altro livello di analisi è quello per classi di fatturato (Tab.

8 e 9). All’aumentare delle dimensioni aziendale (quindi dei

fatturati) i rating tendenzialmente tendono a migliorare 4 .

Tabella 6: MARCHE, ripartizione delle classi di rischio per settore di attività - Dati cumulati

Marche PD < 0,2%

< 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

2005 BB

BA MB ME MA AL Numero

Meccanica Elettronica

44%

72%

89%

100%

100%

100%

18

Intermedi per le Costruzioni

Produttori di Commodity

Altri Beni di Consumo

Intermedi per l’industria

Altri Settori

Utility

Servizi

Distribuzione

Largo Consumo

Trasporti

Mezzi di Trasporto

Meccanica Strumentale

Sistema Moda

Sistema Casa

Agricoltura

Costruzioni

Settori alta intensità R&S

31%

23%

65%

36%

39%

43%

30%

61%

46%

39%

28%

26%

28%

41%

35%

33%

19%

18%

27%

16%

19%

83%

73%

67%

67%

59%

72%

67%

64%

63%

56%

50%

59%

59%

53%

48%

41%

47%

10%

PD < 0,2% < 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

2005 BB BA MB ME MA AL

35%

31%

60%

54%

74%

70%

88%

89%

98%

99%

1%

100%

100%

87%

86%

83%

80%

78%

78%

78%

75%

75%

74%

73%

72%

71%

69%

67%

63%

57%

96%

91%

89%

92%

93%

100%

88%

90%

90%

88%

88%

85%

84%

82%

95%

78%

97%

100%

100%

100%

99%

99%

100%

96%

100%

98%

98%

99%

97%

98%

97%

100%

97%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

23

22

18

216

104

18

67

243

40

43

100

39

187

154

21

91

30


Tabella 7: ABRUZZO MOLISE, ripartizione delle classi di rischio per settore di attività – Dati cumulati

Abruzzo Molise PD < 0,2%

< 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

2005 BB

BA MB ME MA AL Numero

Altri Beni di Consumo

67%

83%

83%

100%

100%

100%

6

Agricoltura

Utility

Altri Settori

Servizi

Intermedi per l’industria

Sistema Moda

Intermedi per le Costruzioni

Meccanica Elettronica

Costruzioni

Settori alta intensità R&S

Sistema Casa

Mezzi di Trasporto

Trasporti

Distribuzione

Produttori di Commodity

Largo Consumo

Meccanica Strumentale

25%

60%

27%

40%

34%

37%

41%

46%

17%

37%

37%

28%

38%

23%

35%

33%

31%

44%

80%

60%

65%

54%

61%

63%

62%

51%

53%

46%

54%

57%

47%

55%

45%

38%

Prendendo sempre come riferimento i livelli di rischio medio

basso (ME) si passa nelle Marche dal 73% per le imprese con

fatturato inferiore a 5.000.000 di € (che sono circa 579 quindi

oltre 1/3 del totale) per arrivare all’88% per le imprese con oltre

50 mil di Euro di giro d’affari. La stessa cosa accade per le

imprese dell’Abruzzo e del Molise. In questo caso la crescita

81%

80%

79%

75%

75%

72%

72%

69%

68%

68%

68%

67%

67%

66%

65%

56%

46%

Tabella 8: MARCHE, ripartizione delle classi di rischio per fatturato - Dati cumulati

Marche PD 2005 < 0,2%

< 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

Fatturato in milioni di euro BB

BA MB ME MA AL Numero

Inferiore a 5

35%

59%

73%

86%

98%

100%

579

tra 5 e 10

tra 10 e 20

tra 20 e 50

oltre 50

36%

35%

35%

45%

57%

57%

65%

75%

71%

73%

83%

88%

Tabella 9: ABRUZZO E MOLISE, ripartizione delle classi di rischio per fatturato - Dati cumulati

Abruzzo Molise PD 2005 < 0,2%

< 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

Fatturato in milioni di euro BB

BA MB ME MA AL Numero

Inferiore a 5

28%

52%

67%

88%

99%

100%

460

tra 5 e 10

tra 10 e 20

tra 20 e 50

oltre 50

32%

29%

33%

56%

53%

50%

60%

77%

72%

67%

78%

90%

97%

100%

95%

88%

89%

87%

84%

92%

84%

84%

88%

88%

100%

89%

90%

83%

69%

86%

91%

93%

97%

89%

86%

89%

96%

100%

100%

99%

100%

98%

96%

100%

100%

99%

89%

100%

98%

100%

98%

100%

100%

100%

98%

98%

99%

100%

99%

98%

98%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

è ancora più forte. (oltre 23 p.p. passando dalla prima all’ultima

classe di fatturato).

In generale parrebbe che la classe di rischio più bassa (BB)

sia quella che beneficia maggiormente dell’aumento del

fatturato, e la soglia di 50 milioni didi fatturato parrebbe

quella discriminante (nelle marche oltre tale livello le aziende

32

5

102

60

118

54

32

13

92

19

41

85

21

150

20

80

13

370

291

127

67

197

129

87

48

39


Tabella 10: MARCHE, ripartizione delle classi di rischio per anzianità - Dati cumulati

Marche PD 2005 < 0,2%

< 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

Età in anni BB

BA MB ME MA AL Numero

Inferiore a 5

31%

56%

70%

86%

98%

100%

234

tra 6 e 10

tra 11 e 15

tra 16 e 20

tra 21 e 25

tra 26 e 30

oltre 30

aumentano di 10 p.p. in Abruzzo e Molise di oltre 20 e

sono il doppio della classe di fatturato più).

Qualora si effettui un’analisi per classi di anzianità delle imprese, si

previene a risultati contraddittori rispetto alla teoria. Ci si aspetta

in un normale ciclo di vita delle aziende che ci sia un miglioramento

del rating per le aziende che sono sul mercato da più lungo tempo.

I dati analizzati non confermano tale tesi. Dalle Tabb. 10 e 11 non

emerge infatti alcun significativo miglioramento sui rating per le

imprese di più lungo corso, fatto salvo un lieve aumento del peso

nelle classi di rischio più basso nelle fasce di età intermedia (16-25

anni per le Marche e 11- 20 anni per Abruzzo e Molise). L’analisi

temporale (Tab. 12) segnala che globalmente la convegnistica su

Basilea 2 qualche effetto l’ha avuto perché la situazione

patrimoniale e finanziaria delle imprese negli ultimi 3 anni appare in

miglioramento nel campione analizzato (e così quindi sono

migliorati i giudizi di rating). Gli anni 2003 – 2005 non si sono

caratterizzati come particolarmente felici sotto il profilo dello

40

31%

31%

38%

42%

36%

37%

56%

57%

61%

63%

63%

61%

72%

74%

76%

77%

76%

73%

Tabella 11: ABRUZZO MOLISE, ripartizione delle classi di rischio per anzianità - Dati cumulati

Abruzzo Molise PD 2005 < 0,2%

< 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

Età in anni BB

BA MB ME MA AL Numero

Inferiore a 5

24%

51%

71%

90%

98%

100%

182

tra 6 e 10

tra 11 e 15

tra 16 e 20

tra 21 e 25

tra 26 e 30

oltre 30

27%

34%

37%

27%

31%

31%

Tabella 12: Evoluzione delle classi di rischio negli ultimi tre anni - Dati cumulati

Marche 2005

Marche 2004

Marche 2003

Abruzzo Molise 2005

Abruzzo Molise 2004

Abruzzo Molise 2003

56%

52%

58%

54%

52%

50%

73%

70%

73%

71%

64%

62%

88%

88%

93%

90%

89%

85%

93%

88%

85%

89%

92%

87%

100%

99%

99%

98%

97%

97%

100%

99%

97%

99%

100%

99%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

sviluppo economico del nostro Paese, che è cresciuto in misura

minima in termini di PIL. Ciò nonostante nelle Marche e soprattutto

in Abruzzo e Molise c’è stato un di miglioramento delle strutture di

bilancio tali per cui i rating sono migliorati. Le imprese appartenenti

alle due classi di rischio più basso sono aumentate di circa 3 p.p.,

dal 2003 al 2005, mentre sono rimaste quasi costanti le classi di

rischio più elevato.

Si passa da ultimo ad un confronto di tipo geografico. Nella Tab

13 sono stati riportati i dati del campione analizzato, raffrontati

con quelli di circa 15.500 imprese desunti dalla Centrale dei

Bilanci. La Tab. 13 è la fotografia finale e tutto sommato attesa.

C’è un sistema Italia del nord (nord ovest e nord est) che è

caratterizzato da livelli di solidità delle imprese eccellenti,

soprattutto nel nord est (Triveneto ed Emilia) dove addirittura

l’83-84% delle imprese è classificabile a rischio medio basso,

valore superiore all’Italia del nord-ovest dove la percentuale

sfiora comunque l’80%.

PD < 0,2%

< 0,6% < 1,5% < 3,0% < 6,3% > 6,3%

BB BA MB ME MA AL

35%

34%

33%

31%

30%

30%

60%

57%

57%

54%

52%

51%

74%

73%

73%

70%

70%

68%

88%

90%

89%

89%

88%

87%

98%

99%

99%

99%

99%

99%

166

164

185

231

216

238

106

151

200

111

84

109

100%

100%

100%

100%

100%

100%


La regione Marche si situa su un gradino inferiore, simile a

quello di altre regioni del centro Italia (Toscana, Lazio, Umbria)

con una distribuzione dei giudizi tutto sommato simile.

L’Abruzzo e il Molise sono su un gradino ancora inferiore; i

livelli di rating sono più simili a quelli delle imprese del sud e

delle isole, quindi con problemi più legati a un’economia

probabilmente assistita negli anni passati e che ancora deve

compiutamente svilupparsi.

Conclusioni

La presente indagine di statistica descrittiva ha sostanzialmente

confermato quanto emerso in questi anni di dibattito sui temi

legati a Basilea 2. Anche nei territori caratterizzati negli scorsi

anni dallo slogan “piccolo è bello”, vale a dire tutta la fascia

dell’adriatico centrale, l’adozione di metodi di rating interno

finalizzata alla valutazione del merito di credito, non determina

stravolgimenti di giudizio o penalizzazione delle imprese così

valutate. Su un campione di quasi 2.500 aziende con fatturato

superiore a 2,5 milioni di €, campione ritenuto sufficientemente

ampio da rappresentare il territorio, l’adozione di un modello

di rating di tipo economico-finanziario ha valutato le aziende

con rischio medio basso o inferiore (PD 6,3%

BB BA MB ME MA AL Numero

Piemonte

43%

66%

79%

92%

99%

100%

2.420

Lombardia

Triveneto

Emilia

Toscana

Marche

Lazio Umbria

Abruzzo Molise

Sud e Isole

Totale

45%

50%

46%

36%

35%

34%

31%

30%

40%

65%

71%

71%

59%

60%

58%

54%

54%

63%

79%

84%

83%

74%

74%

75%

70%

72%

77%

92%

93%

94%

89%

88%

90%

89%

88%

91%

99%

99%

99%

98%

98%

98%

99%

99%

99%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

2.950

1.630

1.320

1.530

1.450

1.230

950

2.020

15.500

41


IL POLO AERONAUTICO IN CAMPANIA

a cura di SRM *

Scenario economico e produttivo

Nell’ambito delle sue attività di ricerca e di studi sulle dinamiche

settoriali e territoriali, 1 del Mezzogiorno inteso in una accezione

europea e mediterranea, i ricercatori dell’Associazione Studi e

Ricerche per il Mezzogiorno (soci fondatori: Banca Opi,

Compagnia di San Paolo, Intesa Sanpaolo, Istituto Fondazione

Banco di Napoli, Sanpaolo Banco di Napoli, Sanpaolo Imi

Investimenti per lo Sviluppo), hanno concluso una ricerca sul

settore aeronautico 2 in Campania, che verrà presentata a breve in

un convegno. L’industria aerospaziale europea si struttura

sostanzialmente su cinque paesi: Francia, Regno Unito,

Germania, Italia e Spagna e, in quest’ambito, l’Italia ha un ruolo

chiave. Nel complesso, difatti, i cinque paesi concentrano oltre

l’82% del Valore Aggiunto del totale di settore e in tale contesto

assume un peso rilevante l’attività dell’Aeronautico italiano che

con il suo 5% di Valore Aggiunto sul totale europeo, è il 4° paese

nell’UE 25 e racchiude in se conoscenze, tecnologie e

strumentazioni all’avanguardia. Il settore si presenta piuttosto

complesso. E’ caratterizzato da una filiera internazionale (con un

forte disequilibrio del potere contrattuale nei diversi anelli che la

compongono), dominata da pochi players, e osservabile da

diverse prospettive, tra loro strettamente interrelate, e non

riconducibili facilmente ad un quadro interpretativo unitario. Si

evidenzia inoltre una forte concentrazione delle attività che

generano il maggior valore in alcune zone del mondo.

Rilevanti sono la forte dinamicità, sia sotto il profilo strategico che

produttivo, gli elevati investimenti in attività immobilizzate e

circolanti, ed i lunghi cicli di sviluppo dei prodotti; aspetti, questi,

che contribuiscono a determinarne probabilità di successo e/o

insuccesso e ad aumentare inevitabilmente la rischiosità operativa

del settore. E’ un settore in cui fare previsioni a lungo termine è un

obbligo strategico (si pensi alla Vision 2020 europea ed italiana) ed

è altresì doveroso stare al passo con i tempi, in qualche caso

anticipandoli, in modo da adattare previsioni e programmazioni ai

cambiamenti in atto. L’aeronautico presenta, tuttavia, notevoli

economie esterne positive sia in termini di indotto potenzialmente

sviluppabile sia per i forti contributi alla generazione di conoscenza

ottenibili sul territorio. Dato il suo elevato contenuto tecnologico,

infatti, ben si inserisce nell’ambito della più ampia politica europea,

che, sulle basi della strategia di Lisbona, mira a creare un’economia

basata sulla conoscenza e sull’innovazione. E’, infatti, uno dei

settori destinatari dei finanziamenti concessi dai programmi quadro

volti a dare supporto finanziario a quelle aree settoriali che meglio

possono contribuire allo sviluppo di un economia basata sulla

conoscenza. La ricerca svolta da SRM, da cui si trae spunto per

questo articolo, ha inteso mettere a fuoco le specifiche

caratteristiche settoriali del comparto, avendo come riferimento gli

aspetti territoriali locali, ed in particolare quelli relativi alle dinamiche

42

nazionali e regionali. Punto di interesse è la regione Campania

senza trascurare, tuttavia altri territori maggiormente coinvolti in

questo campo, sostanzialmente Lazio, Lombardia, Piemonte ed in

misura minore, ma comunque rilevante, la Puglia.

Proprio la forte concorrenzialità del contesto in cui il settore

aeronautico locale si trova ad agire, e l’importanza che il settore ha

per la regione Campania - che rappresenta peraltro una realtà

significativa e dove esiste un nucleo di imprese che opera da lungo

tempo - in termini economici, occupazionali e scientifici ha spinto i

ricercatori di SRM ad approfondire lo scenario, il contesto

produttivo ed i driver di competitività, nonché i punti di debolezza

strutturale del sistema attuale.

Essere leader, infatti, in alcune attività che caratterizzano un

comparto così competitivo e strategico è un punto di forza

assolutamente da valorizzare per la regione Campania.

In questo contesto va anche detto che lo sviluppo del settore

richiede un intervento mirato e costruttivo anche degli organi

istituzionali (come avviene in varie e diverse forme peraltro in tutti i

paesi leader del settore – quali la Francia la Germania e gli Stati

Uniti), che non si limitino ad un mero supporto finanziario volto ad

abbassare l’onerosità dei finanziamenti alle imprese, bensì ad un

programma coordinato e complessivo che punti a rendere

strategico il settore ed esaltarne le caratteristiche competitive e

qualitative. In questo senso sembra andare nella giusta direzione –

da verificare poi nell’attuazione operativa – anche la definizione a

livello regionale del piano di azione (PASER) che prevede tra gli altri

la centralità del settore aeronautico nelle scelte strategiche che si

dovranno concretizzare in Campania. Nel corso della ricerca si

sono individuati “quattro pilastri” che contribuiscono allo sviluppo

del settore: le grandi imprese industriali, le piccole e medie imprese,

i centri di ricerca e l’università. L’agire sistemico dei suddetti attori,

uniti ad un adeguato supporto politico e ad un appropriata gestione

finanziaria delle imprese, sono le basi per lo sviluppo di un settore

che in Campania peraltro vanta buone risorse in campo produttivo

e nel campo della ricerca.

Il presente articolo, dopo una descrizione della filiera produttiva

mondiale (e relativo posizionamento delle imprese campane),

descrive gli aspetti economico-finanziari che caratterizzano in

particolare le imprese campane. Presenta poi una breve parte

dedicata alle politiche di sviluppo europeo, ed infine una

descrizione dedicata al sistema di supporto alla ricerca e

all’innovazione in Campania. Alla fine si descrivono i percorsi di

sviluppo locale che potenzialmente il settore può seguire.

Analisi dell’organizzazione produttiva del settore aeronautico

Come è stata svolta l’analisi di SRM sul settore?

Si è innanzitutto partiti dall’analisi dei principali competitors,

analizzandone le strategie, le capacità della Supply Chain

1- Al riguardo nell’ambito dello svolgimento della sua mission statutaria, l’Associazione SRM ha firmato il 14 febbraio 2007 un protocollo di intesa con il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro)

in relazione all’avvio di una collaborazione non solo legata alla realizzazione di ricerche comuni ma anche alla possibilità di consultazione reciproca sui temi dello sviluppo del Mezzogiorno e alla organizzazione

di incontri seminariali su temi di interesse comune.

2 - “L’industria Aeronautica nella regione Campania: struttura e prospettive di crescita” primo numero della collana di ricerche sui Poli e Distretti Produttivi in Campania di SRM, svolto con il contributo della

Compagnia di Sanpaolo di Torino.

*Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno


Management, si sono poi approfondite le politiche europee per

il settore e le strumentazioni economiche a disposizione e si è

infine cercato di collocare il polo aeronautico in un percorso di

sviluppo partendo da una fotografia territoriale fatta di interviste

agli attori e di banche dati.

Il settore aeronautico è caratterizzato da importanti elementi di

complessità sia legati alle peculiarità del mercato, sia all’elevato

contenuto tecnologico dei prodotti finiti. Tale settore è, infatti,

dominato da un oligopolio di system integrators, ovvero di

aziende che curano la progettazione e l’assemblaggio di

prodotti finiti, (in realtà per l’offerta di aeromobili destinati al

mercato civile è un duopolio costituito dalla statunitense

Boeing e dal consorzio europeo Airbus), un numero contenuto

di fornitori di primo livello (di cui è esempio italiano Alenia), ed un

numero estremamente elevato di secondo e terzo livello

operanti su tutti i mercati del globo.

Grafico 1: Quota di mercato dei due system integrators a livello mondiale

70 %

60%

50%

40%

30%

20%

10%

0%

Boeing

Airbus

1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007

Fonte: Airline Business 2003

Questi due system integrators si dividono in misura quasi

paritetica il mercato dei cosiddetti large jets, ovvero aeromobili

di capacità maggiore di 100 posti e di raggio di azione superiore

ai 1000 chilometri. Esiste poi un piccolo gruppo di imprese

impegnate nella produzione di regional jets – velivoli con

capacità inferiore ai 100 passeggeri e raggio di azione inferiore

ai 1200 chilometri - e di turbo prop – con capacità di trasporto e

raggio d’azione analogo ai regional jets ma con propulsione a

turbo elica. Questa parte del settore è occupata da altri

operatori medio grandi di varie nazionalità cui fa parte anche il

consorzio franco-italiano ATR.

I system integrators detengono il cuore del know how

necessario alla progettazione e alla realizzazione di un

aeromobile, tuttavia, la gestione dei processi produttivi avviene

attraverso il coinvolgimento di fornitori che, con un diverso

grado di capacità tecnico-produttive, sono distribuiti in gran

parte dei paesi ad economia avanzata.

Il motivo della concentrazione del business nelle mani di pochi

operatori è strettamente legato alle caratteristiche tecnologiche

del prodotto aeromobile ed alla mole di investimenti che il suo

sviluppo richiede. Infatti lo sviluppo di un nuovo prodotto richiede

una base di conoscenze scientifiche e tecnologiche ampie e

diversificata che solo pochi sistemi paese possono vantare;

inoltre lo sviluppo di un nuovo vettore richiede investimenti di

grandi dimensioni (si consideri che lo sviluppo di un nuovo jet

100 posti può richiedere investimenti nell’ordine di miliardi di

dollari) che solo poche grandi imprese possono intraprendere.

Ma anche queste ultime, per poter sostenere programmi di

sviluppo così impegnativi, hanno bisogno del supporto politico

e finanziario dei governi in cui sono localizzate. Pertanto, nel

settore, il ruolo dei governi è fondamentale per mantenere una

solida industria aeronautica. Ma è proprio l’entità degli

investimenti, il rischio che questi comportano e l’alto livello di

specializzazione delle produzioni aeronautiche che hanno

portato l’industria ad organizzarsi sotto forma di filiera. Tale

filiera è guidata appunto dai system integrators che sono a

monte della supply chain.

Sono proprio i due system integrator che al vertice della filiera

hanno il compito di concepire e coordinare lo sviluppo di nuovi

prodotti e l’assemblaggio finale del velivolo; loro ruolo è anche la

complessa gestione della rete di fornitori che consentono di

realizzare il prodotto finito. Un’attività non da poco ricordando

che organizzano e coordinano il lavoro di aziende di grosso

spessore a livello mondiale.

I fornitori possono classificarsi in prime contractors: ovvero i

principali interlocutori dei system integrators, aziende di mediograndi

dimensioni che si assumono parte del rischio del

progetto condividendo predeterminare quote dei costi non

ricorrenti (come ad esempio la ricerca e sviluppo).

In Italia è Alenia che ricopre questo ruolo. Seguono poi i fornitori

di secondo livello, ovvero imprese sviluppatesi al fianco dei

prime contractors caratterizzate in genere da un buon livello di

specializzazione, che si sono specializzate nella produzione di

parti, componenti o interi gruppi funzionali per il settore

aeronautico e spaziale. 3

Infine ci sono i subfornitori, si tratta di un insieme cospicuo di

aziende di piccola dimensione che dispongono di tecnologie e

processi produttivi compatibili con gli standard tecnici richiesti dal

settore (qualità, precisione, capacità nel trattare materiali speciali

ecc.). Queste aziende producono parti - generalmente sulla base

di disegni e specifiche dei committenti - o eseguono particolari

lavorazioni. Si tratta quindi di aziende a basso contenuto di know

how che sopravvivono grazie alla loro capacità produttiva, in

grado di supportare i prime contractors in caso di picco di

domanda, e al loro basso costo orario. Proprio queste due ultime

categorie di impresa sono maggiormente esposte alla minaccia

dei paesi emergenti (Cina, Polonia), caratterizzati da un costo di

produzione più competitivo. E’ altresì la minaccia di questi nuovi

paesi unito ad un ottica di ottimizzazione del processo produttivo

che sta modificando le regole del gioco del settore. Si assiste

infatti ad una progressiva e consapevole deresponsabilizzazione

dei system integrators che affidano progetti sempre più

complessi ai prime contractors che, allo stesso tempo chiedono

un livello di responsabilità e di rischio maggiore ai propri fornitori. 4

E’ in questo contesto che devono agire le imprese campane, da

un lato per sfuggire alla pressione concorrenziale e dall’altro

adeguandosi ad un mercato che diventa sempre più esigente. In

tal senso, come più avanti si dirà, la riqualificazione delle imprese -

volto ad aumentare il contenuto progettuale ed a ridurre quello

3- Nella Regione Campania - solo per fare un esempio - la Magnaghi Aeronautica Spa appartiene a questa categoria di imprese ed ha la responsabilità, tra le altre attività, della realizzazione dell’intero

carrello di atterraggio dell’ATR

4- Un esempio di questo modello è stato adottato dalla Boeing per la produzione del B787 con notevoli ripercursioni in termini di riduzione del Time to market e della qualità del prodotto.

43


meramente produttivo - è proprio il più reale percorso di sviluppo

che le imprese campane dovrebbero seguire. Esiste infine la

categoria dei produttori di motori. Anche questo è un settore che

presenta la caratteristica di un oligopolio controllata da tre

operatori, la canadese Praat Whitney, la britannica Rolls Royce e la

statunitense General Electric. Queste aziende sono dotate di una

competenza esclusiva che garantisce loro un potere contrattuale

notevole nei confronti dei system integrators. Anche il settore dei

motori si caratterizza per l’esistenza di una piramide di imprese

altamente specializzate che, a vario livello di complessità di

lavorazione, interagiscono con i principali operatori del settore. Un

esempio di impresa specializzata in Campania è la Avio Sud.

Grafico 2: Supply chain del settore

Fonte: SRM

Analisi del mercato: aspetti economici e finanziari

Il settore aeronautico in Campania coinvolge un elevato numero

di attori diversi per grandezza e competenze, diffusi in modo

aggregato in diverse parti della regione (principalmente Napoli e

Capua) e caratterizzati da una fitta rete di relazioni.

La seguente figura evidenza le relazioni tra i principali attori

operanti nel settore. L’analisi di settore fatta dai ricercatori di

SRM sulle banche dati fotografa l’”industria aerospaziale” delle

imprese che costruiscono aeromobili e veicoli spaziali” 5 cui si

aggiunge e si sviluppa un’analisi di “ricostruzione di filiera”, dove

per filiera aerospaziale si intende il complessivo insieme di

imprese ivi incluse quelle che realizzano gli altri componenti non

strettamente connessi alla produzione del velivolo unitamente

anche ai centri di ricerca specializzati nell’indagine di settore.

Relativamente alle imprese core dell’industria aerospaziale, dai

dati Cerved disponibili, al 2004 in Campania si contano 12

imprese 6 che hanno realizzato un fatturato complessivo di circa

1,3 miliardi di euro 7 e con circa 8.100 addetti 8 . Come si evince

44

System

integrators

Prime contractor

Alenia

Fornitori di secondo livello:

Dema, Geven, Magnaghi, Tecnam...

Subcontractors:

piccole imprese campane

Minaccia dei paesi

emergenti

Alto contenuto

di progettazione

Alto contenuto

produttivo

Grafico 3: Relazioni tra gli attori in Campania

SYSTEM INTEGRATORS

Boeing, Airbus, ATR

Alenia

Dema - Foxbit - Atitech

Oma Sud - Technosystem

Fonte: elaborazione SRM

Tecnam - CMD - Magnaghi

Geven - Officine Aeronavali

Vulcanair - Avio

ALTRI MERCATI

(Aviazione generale,

nicchie di mercato)

Sistema universitario

e della ricerca

dal grafico il calo del fatturato avvenuto nel 2003 non è stato

interamente riassorbito nel corso del 2004.

In termini di unità locali, nel territorio sono presenti al 2004, 18

unità. La casa madre di riferimento di queste imprese è

generalmente situata nella provincia di Napoli, ma sono presenti

anche società dipendenti di consociate extraregionali. Tale

dislocazione sul territorio evidenzia il carattere di interdipendenza

tra le imprese del settore aeronautico a conferma che tra le

regioni con forte presenza di industrie aerospaziali si è creata di

fatto una forte collaborazione. Le aziende presenti nell’area

campana ed individuate nel campione sono tutte industrie di

“prima grandezza” così come rivela anche uno studio dell’Ordine

degli ingegneri della Provincia di Napoli 9 . La forma giuridica che

caratterizza, infatti, le aziende, è la società di capitale.

Al 2005 il settore aeronautico campano registra una quota di

export, pari al 18% del totale nazionale (rispetto al 12,9% del

1991) ed è il primo in termini di valore tra i settori High-Tech con

un ammontare di fatturato esportato pari a 608 milioni di euro

circa. Il settore nel complesso del manifatturiero regionale si

posiziona al terzo posto per volumi di export (8,1% sul totale

regionale nel 2005) registrando un incremento su base annua

dell’11,2%. L’export degli aeromobili è, però, espressione di in

un numero molto ristretto di imprese; delle imprese individuate

dal campione Cerved, 4, infatti, realizzano attività con l’estero

(Alenia Aeronautica Spa, Atitech Spa, O.M.P.M.-Officina

Meridionale di Precisioni Meccaniche Srl, e Costruzioni

Aeronautiche Tecnam Srl). Tali aziende risultano anche essere

tra le prime imprese in termini di fatturato. Tali dati sono

confermati anche da indagini svolte sul campo attraverso

interviste rivolte ai principali Stakeholders dell’area.

La quota di export regionale non è paragonabile al numero delle

5- Secondo la dizione Eurostat per industria aerospaziale si intendono le imprese che realizzano “le attrezzature, le parti e gli accessori utilizzati nella produzione di velivolo aeronautici e aerospaziali utilizzati

per il trasporto dei passeggeri così come per le applicazioni militari. È essenzialmente un'industria di assemblaggio di componenti vari realizzata anche attraverso i componenti prodotti da altre industrie”.

6- Fonte: Cerved dati al 2004

7- Fonte: Ns stima su dati Cerved

8- Ibidem

9- Ordine degli Ingegneri di Napoli, (2003), Analisi Comparto Aziende Aerospazio in Italia: Focus sulla Campania.

CIRA


imprese esportatrici segnale di una dimensione di impresa

molto contenuta e di concentrazione delle attività nelle mani di

un’azienda leader. La capacità delle imprese campane di

vendere all’estero è quindi inferiore alle potenzialità sia per

questioni dimensionali che organizzative. Nel complesso appare

quindi forte il ritardo di maturazione delle strategie internazionali

delle imprese campane e ancora di più di quelle meridionali.

Grafico 4: Andamento del Fatturato dell’Industria

Areonautica Campana 2002-2004

1.800.000.000

1.200.000.000

600.000.000

Fonte: Nostra elaborazione su dati cerved

2002 2003 2004

Tabella 1: I principali dati economico-finanziari del settore aeronautico in Campania

STRUTTURA

Numero imprese aeronautico

Unità locali

Addetti

Fonte: Cerved

FATTURATO

Fatturato Imprese aeronautico

% Fatturato aeronautico su Manifatt

Fatturato alenia su Fatt Totale

Fatturato medio

Fonte: SRM su dati vari

* Non potendo calcolare il peso si è ritenuto di calcolare la differenza percentuale

IMPORT - EXPORT

FExport aeronautico (2005)

% Export aeronautico su Export Manifatt

Numero imprese export (2005)

Import aeronautico (2005)

% Import aeronautico su Import Manifatt

Fonte: ISTAT

REDDITIVITÀ

Fatturato Imprese aeronautico

% Fatturato aeronautico su Manifatt

Fatturato alenia su Fatt Totale

Fatturato medio

Fonte: AIDA

* Non potendo calcolare il peso si è ritenuto di calcolare la differenza percentuale

29

19

8100

Per concludere questa breve disamina del settore non può

infine sottacersi una valutazione finanziaria delle imprese del

polo campano (vedi tabella).

Il settore aeronautico in Campania non sta vivendo una

situazione molto positiva. Ciò è evidenziato da indicatori di

redditività normalmente più bassi di quelli registrati a livello

nazionale con potenziali difficoltà di risalita, almeno nel breve

periodo, visto anche la dinamica degli investimenti in atto che se

da un lato rafforza la struttura aziendale dall’altro certamente

penalizza la capacità reddituale delle imprese.

Il settore in Campania, infatti, mostra una tendenza allo sviluppo

conservando al contempo un efficienza commerciale e produttiva

in linea con quella nazionale. A questo però si aggiunge una

struttura finanziaria non molto equilibrata con un livello di

indebitamento superiore alla media di settore, ed in particolare

sbilanciato nella componente a breve termine, e livelli di capitale

netto attualmente non sufficienti a finanziare compiutamente il

livello di investimenti necessari al rilancio. Lo squilibrio finanziario

è, altresì confermato dai bassi livelli di liquidità anche se questa è

in realtà una caratteristica tipica dell’intero settore.

Campania Italia Peso su Italia

1.300.000.000

2,0%

82,6%

160.494

607.621.469

8,4%

4

477.206.086

6,3%

519.335.000

48,9%

0,26%

1,67%

245

127

29500

5.400.000.000

0,4%

19,9%

183.051

3.361.765.918

1,2%

41

2.959.269.445

1,2%

1.326.347.827

48,1%

2,7%

2,2%

11,8%

15,0%

27,5%

24,1%

1,7%*

0,88

18,1%

7,2%*

9,8%

16,1%

5,1%*

39,2%

0,8%*

(2,5%)*

(0,5%)*

45


Ritenendo interessante l’aspetto della sostenibilità finanziaria si è,

inoltre, sviluppata un’ analisi volta a verificare le capacità di

autofinanziare il proprio sviluppo da parte delle imprese. E’ evidente,

infatti, che il settore è in crescita, e che gli investimenti necessari per

sostenere la crescita sono elevati (in particolare sono elevati gli

investimenti in rimanenze che generano un ciclo commerciale

estremamente lungo). A questo si accompagnano indici di redditività

piuttosto bassi anche se ciò è imputabile più all’elevata intensità di

capitale che caratterizza il settore che all’ efficienza produttiva e

gestionale delle imprese (che in realtà sono in generale buone). Un

elemento critico sembrerebbe essere, pertanto, l’elevata intensità di

capitale (Capitale Investito/Fatturato) del settore o, vista nel senso

contrario, il basso turnover (Fatturato/Capitale Investito). Superare

questo vincolo potrebbe risolvere gran parte dei problemi che le

imprese aeronautiche, per loro natura, sono destinate a sostenere,

specie in fase di sviluppo. Ciò comporterebbe, tra l’altro, effetti

positivi sul Margine di autofinanziamento del settore data l’elevata

leva operativa che lo caratterizza. 10 Il grafico che segue mostra le

condizioni cui dovrebbe tendere un’impresa per ridurre il fabbisogno

46

2,74%

2,22%

7,17%

0,26

0,26%

1,67%

6,02%

0,03

finanziario esterno. Se non si riesce ad abbattere il suddetto

vincolo, senza ulteriori investimenti in capitale di rischio, le

aziende grandi e piccole non sono in grado di sostenere elevati

livelli di sviluppo senza aggravare la già di per sé debole

struttura finanziaria. Pertanto, le soluzioni finanziarie volte a

sostenere lo sviluppo delle imprese vanno esclusivamente viste

sotto la forma di nuovi apporti di capitali di rischio ricorrendo, se

necessario, a strumenti di finanza innovativa.

Le politiche di sviluppo

Tabella 2: Principali indicatori economico finanziari delle imprese del polo campano

REDDITIVITÀ

RoE

RoI

RoS

Incidenza gestione extra caratteristica (Rn/Ro)

PRODUTTIVITÀ

Fatturato pro capite (Migliaia di euro)

Valore aggiunto pro capite (Migliaia di euro)

Costo del personale pro capite (Migliaia di euro)

Costo del lavoro su V.A.%

RISCHIOSITÀ FINANZIARIA

Oneri finanziari su R.O.

Debiti bancari su Fatturato

SOLIDITÀ

Indebitamento finanziario

Incid. Indebitamento a breve

Leverage

Copertura delle immobilizzaziomi

LIQUIDITÀ

Indice di disponibilità

Indice di liquidità immediata

SVILUPPO

Variaz.%Ricavi

Variaz.%CC

Variaz%Attivo

Il settore aeronautico è destinatario di diverse fonti di

finanziamento nazionali ed europee. Si è in precedenza detto

come rappresenti un settore chiave nell’ambito del settimo

programma quadro (che finanzia quei settori che per il loro

contenuto tecnologico ed innovativo contribuiscono alla

creazione di un economia europea basata sulla conoscenza).

Sulla base delle strategie (Strategic Research Agendas – SRAs)

definite dall’ Advisory Council for Aeronautic Researchs in

Italia 2004 Campania 2004 Italia 2003 Campania 2003 Italia 2002 Campania 2002

148,0

71,6

47,1

66%

13,10%

5,81%

2,56%

86,69%

4,76

1,056

1,15

0,36

151,7

74,2

48,6

65%

13,39%

2,59%

0,99%

96,65%

5,46

0,709

2,37%

2,40%

7,43%

0,22

134,4

67,5

44,1

65%

57,85%

7,65%

3,68%

72,82%

4,40

1,301

-0,13%

1,90%

8,13%

-0,01

115,1

69,3

45,3

65%

58,95%

4,97%

1,70%

97,66%

4,99

0,643

4,88%

3,02%

8,32%

0,39

148,2

69,8

42,8

61%

41,29%

8,39%

4,67%

67,26%

4,19

1,393

1,07%

1,64%

5,56%

0,14

137,8

67,2

44,0

66%

33,87%

7,53%

3,46%

95,08%

2004-2003 2004-2003 2003-2002 2003-2002 2004-2002 2004-2002

6,27%

29,94%

-8,35%

-16,65%

-2,60%

8,31%

16,23%

11,24%

1,00

0,38

16,97%

9,61%

10- Si noti che il settore in Italia ed in Campania si dimostra piuttosto efficiente, ne consegue che un aumento del fatturato non può che comportare un aumento più che proporzionale della redditività

operativa e quindi dell’ autofinanziamento potenziale

1,37

0,43

4,56%

2,73%

0,98

0,34

12,82%

5,39%

1,50

0,58

21,52%

14,27%

4,68

0,662

1,00

0,42

31,97%

15,51&


Grafico 5: Tasso di sviluppo e fabbisogno finanziario:

riposizionamento del settore aeronautico in Campania

TSV

Fonte: SRM

Aereonautica

Campania

Europe (ACARE) – associazione espressione delle principali

realtà industriali europee – il settimo programma quadro (piano

di finanziamento settennale per i settori strategici in Europa)

provvede a finanziarie i progetti che meglio contribuiscono al

raggiungimento degli obiettivi definiti nell’ambito delle SRAs.

Particolare rilievo assumono a riguardo le Joint Iniziative

Technologies (JTIs). Nel settore aeronautico è stata proposta

una JTI dal valore di 1,8 miliardi di euro denominata Clean Sky il

cui obiettivo finale è quello di generare velivoli a basso impatto

ambientale. In Italia la JTI ha le sue ripercussioni in quanto due

delle aziende più importanti del settore, Agusta Westland e

Alenia, sono rispettivamente leader di due sottoprogetti ovvero

la Green Rotorcraft, Sustainable and Green Engines e la Green

Rejonal Aircraft. Per quanto concerne i risvolti economici di tali

iniziative dipende dall’ agire attivo delle imprese nel prendere

parte al progetto. Un altro strumento di finanziamento adatto a

supportare il settore è il contratto di programma, strumento

concepito per i grandi investimenti effettuati dalle grandi

imprese o da consorzi di piccole e medie imprese. Hanno

usufruito di tali finanziamenti in Campania il consorzio SAM ed il

consorzio ATITECH. Sono oggetto di finanziamento infine gli

Investimenti nel campo della cooperazione internazionale e dello

sviluppo produttivi. Questi incentivi, per lo più nazionali, sono

deputati al funzionamento della Legge 808/85 Interventi per lo

sviluppo e l'accrescimento di competitività delle industrie

aeronautiche diretta specificamente a favorire la partecipazione

delle imprese del settore aeronautico a programmi industriali in

collaborazione internazionale finalizzati ad accrescere l’autonomia

Tabella 3: L’intensità di capitale nel settore/regione

Intensità di capitale

Intensità del Capitale proprio

Intensità di capitale

Intensità del Capitale proprio

FFE > 0

MAF Basso

Retta dello sviluppo sostenibile

FFE < 0

Legenda: V/Ci - Vendite (totale fatturato) su Capitale investito; MAF - Margine di

autofinanziamento; FFE - Fabbisogno finanziario esterno; TSV - Tasso Sviluppo delle vendite

tecnologica dell’industria, ampliare l’occupazione, aumentare la

competitività internazionale e la capacità di collaborazione con gli

altri paesi e in particolare tra le imprese dell’U.E.

Vi è, infine, la Legge 488/92 che è rivolta, tra l’altro, allo sviluppo

delle imprese manifatturiere e come tale vi rientra il settore

aeronautico a pieno titolo con gli specifici codici ISTAT. Oltre

queste tre macro-aree esistono altri provvedimenti collegati per

lo più ad altre leggi agevolative (ad esempio FIT e FAR) o a

stanziamenti di titolarità del Ministero dello Sviluppo Economico

e/o del Ministero dell’Università e della Ricerca che in questa

sede non si è ritenuto approfondire in quanto non sono

disponibili dati (se non estremamente frammentati e non

razionalizzati) che lasciano spazio a considerazioni circa il ricorso

e l’efficienza di detti strumenti da parte del settore aeronautico.

Il ruolo della ricerca e dell’innovazione

Come detto in precedenza il posizionamento delle imprese

campane nella filiera produttiva mondiale del settore implica,

di fatto, che il cuore del know how del settore venga

sviluppato lontano dalla Regione con l’effetto che gli operatori

del settore subiscono scelte di prodotto e di mercato sulle

quali nulla possono incidere. Ciò rende l’industria aerospaziale

campana strutturalmente debole. Attualmente il settore

aeronautico in Campania risponde, pertanto, alla domanda

mondiale, ma lo fa più in termini produttivi che in quelli

progettuali, collocandosi tra l’altro, in una posizione della filiera

non molto redditizia. E’ evidente peraltro che uno spostamento

dell’offerta da una componente essenzialmente produttiva ad

una componente costituita maggiormente da servizi di

ingegneria e di progettazione potrebbe essere una delle

chiavi di sviluppo del settore. L’obiettivo finale, pertanto,

dovrebbe essere quello di rispondere non tanto o meglio non

solo alla domanda di componenti già progettate, ma alla

domanda di componenti ancora da progettare. Il vero punto

debole del sistema campano sta proprio nel suo

posizionamento. Siamo subfornitori (peraltro in molti casi

anche di buona qualità), mentre il vero valore aggiunto ed il

Manifattura 2004 Areonautica 2004 Manifattura 2003 Areonautica 2003 Manifattura 2002 Areonautica 2002

1,00

3,23

1,01

3,09

1,11

2,76

0,30

0,68

0,29

Italia 2004 Campania 2004 Italia 2003 Campania 2003 Italia 2002 Campania 2002

3,23

3,61

3,09

4,28

2,76

3,38

0,68

0,66

V/Ci

Tabella 4: Il quadro degli strumenti analizzati nella ricerca

Tipologia di investimento Strumenti

Grandi investimenti

Contratti di programma nazionali e regionali

Ricerca e sviluppo tecnologico

Cooperazione Internazionale

Sostegno agli investimenti

Fonte: SRM

0,70

0,70

0,86

Programma Quadro

Legge 808/85

Legge 488/92

0,37

0,66

0,66

0,72

47


futuro in questo settore si realizza nella produzione del velivolo

completo e nella ricerca continua di soluzioni nuove, più

efficienti e più flessibili. Ma come dare forza alle speranze di

un rilancio e di un riposizionamento del settore in Campania?

E’ ormai opinione ampiamente condivisa che un sistema

universitario e della ricerca forte rappresenti condizione

necessaria per sostenere un sistema locale innovativo nel

lungo periodo. Ciò è tanto più vero se il settore da sostenere

a livello locale è quello aerospaziale. Come già evidenziato in

precedenza, infatti, il settore si caratterizza per la notevole scala

degli investimenti in ricerca e sviluppo e per l’elevata

qualificazione della forza lavoro necessaria. E’ quindi

fondamentale disporre sia della possibilità di acquisire personale

ad elevato potenziale, sia di centri di ricerca, pubblici e privati,

in grado di sostenere l’elevato fabbisogno di conoscenza

scientifica e tecnologica richiesta dal settore. Non è un caso

che i grandi distretti dell’aerospazio possano vantare una

rete (Montreal, Seattle, Houston, ecc.) di Università e centri di

ricerca di eccellenza mondiale. La Regione Campania in

questo specifico campo non è spiazzata ed anzi si connota per

la qualità e credibilità internazionale del suo sistema di

formazione universitaria e delle infrastrutture di ricerca, sia

pubbliche, sia private.

La Facoltà di Ingegneria dell’Università di Napoli “Federico II”,

ad esempio, ha una forte tradizione nella formazione sia di

ingegneri aeronautici sia meccanici, entrambi destinati al

mercato dell’industria aeronautica campana, nazionale ed

internazionale ed una grossa quota di laureati trova lavoro

presso le multinazionali del settore (è minore il numero di

laureati invece che sono assunti dalle imprese locali). Tale dato,

se da un lato testimonia la qualità dei percorsi formativi delle

università campane, dall’altro conferma il fatto che l’industria

della Regione non ha la possibilità, né la forza, di assorbire, se

non in misura poco significativa, i suoi giovani talenti.

L’Università è andata oltre la pura formazione dei talenti e, grazie

al supporto dell’Assessorato alla Ricerca della Regione, ha dato

vita a consorzi – denominati centri di competenza - deputati al

trasferimento dei risultati della ricerca accademica a favore

dell’industria. Il Centro di Competenza Trasporti, in particolare,

dedica parte delle sue attrezzature e risorse a favore

dell’industria aeronautica. Si consideri che anche il sistema della

ricerca non universitaria in Campania è particolarmente

competitivo a livello internazionale. Il CIRA (Centro Italiano

Ricerche Aerospaziali) ad esempio dispone di 400 ricercatori

e di impianti sofisticati in campo aeronautico e spaziale, che solo

poche strutture al mondo possono vantare. Ancora, l’IMAST ed

il CAMPEC, sono due consorzi di ricerca destinati allo studio

dei nuovi materiali anche utilizzabili per applicazioni aeronautiche.

La competitività dei sistemi della formazione universitaria e della

ricerca campani rappresenta quindi un ingrediente

fondamentale su cui fondare una riqualificazione del settore per

orientarlo a processi e prodotti più sofisticati e quindi meno

vulnerabili rispetto alla concorrenza delle economie dell’estremo

oriente. Ma appare sempre più fondamentale che questo

insieme di strutture sia “messa a sistema” per poter realizzare

progetti concreti per il territorio e possa così realmente essere

un elemento di riferimento per tutte le aziende locali ma anche

un polo di attrazione per imprese straniere al fine di creare un

vero e vitale polo di eccellenza nel contesto internazionale.

48

Quali vie per lo sviluppo?

La ricerca svolta dall’Associazione Studi e Ricerche per il

Mezzogiorno conduce in conclusione a individuare per il polo

aeronautico regionale tre vie di competitività frutto di tre strategie di

policy basate su un diverso livello di investimenti, coinvolgimento e

interconnessione di attività tra PMI, Alenia e governo locale. Così si

possono riassumere le tre modalità: leadership, nicchia di mercato,

specializzazione produttiva. Consistenti investimenti nel settore ed

una strutturata e programmata azione delle imprese campane -

guidate da Alenia – porrebbero le condizioni per riportare l’intero

assemblaggio del velivolo in Campania. Il know-how esistente

sarebbe per le imprese campane il punto di forza su cui agire. L’altra

possibilità prospettata da SRM consiste nella realizzazione di un

polo di nicchia attivo nel settore dell’aeronautica generale capace di

realizzare velivoli più piccoli, mentre la terza via percorribile consiste

nel realizzare un polo di sub-fornitura di “eccellenza”.

In particolare:

il primo percorso di crescita definito di leadership territoriale

consiste nel fatto che tutti gli attori ed in particolar modo quelli

istituzionali supportino il prime contractor nel favorire e sviluppare in

Campania la produzione e la ricerca di parti sempre più diversificati

dei velivoli (sino a poter giungere in qualche caso anche al prodotto

completo). Notevoli sarebbero in questo caso gli effetti economici

per il territorio. Tutto questo richiede però la necessità di individuare

forme di incentivazione adatte agli attori principali in gioco

garantendone livelli di convenienza economica e qualitativa della

fornitura in linea con quelli forniti dai concorrenti stranieri.

Un altro percorso che è stato definito di nicchia di mercato

consiste nel rafforzamento di altre realtà che, pur essendo

collegate al prime contractor, sono riuscite a conquistarsi un

proprio mercato di nicchia nel campo ad esempio dell’aviazione

generale. Si tratta di mercati in sviluppo soprattutto in quei paesi

dove la mancanza di idonee infrastrutture conferiscono ad un

aeromobile leggero la stessa utilità di quella che può avere un treno

o un automobile in paesi caratterizzati da infrastrutture migliori.

Altro percorso è infine quello definito di riqualificazione produttiva

che, peraltro, più si adatta alle attuali e future regole del gioco nel

settore. Esso consiste in una riqualificazione della fornitura di Alenia e

del suo indotto con l’obiettivo di innalzare i livelli di responsabilità e

complessità dei progetti affidati dai system integrator. Tale percorso

richiede a maggior ragione uno sforzo complessivo del sistema della

fornitura caratterizzato da un network ben funzionante.

Diverse appaiono le vie possibili, diverso il ritorno economico,

occupazionale e politico che ne deriverebbe, diverse anche le possibili

combinazioni nell’attuazione delle tre strategie di azione, ma unica la

certezza che l’immobilismo strategico porterà all’inevitabile implosione

del settore sotto la crescente pressione della concorrenza

internazionale. Va infine precisato che nessuno dei suddetti percorsi

potrà essere attuato senza la solida presenza di un sistema locale che

veda l’interagire di tutti gli attori del settore. Occorre, pertanto,

l’intervento di organi istituzionali, migliori relazioni tra mondo industriale

e mondo della ricerca ed un miglior rapporto col sistema finanziario.

Solo l’agire e l’interagire dei diversi attori può determinare una seria

competizione del sistema aeronautico locale campano nei confronti

dei competitors territoriali interni ed esteri, una competizione basata

sull’innovazione e sulla collaborazione, andando a posizionarsi sul

mercato dove attualmente i paesi a basso costo della manodopera

non sono in grado ancora di competere.


Imprese& Territorio

numero 2 - marzo 2007

Appendice statistica

Fatturato, estero e per branche 52

Produzione industriale per branche 53

Prezzi alla produzione per branche 53

Ordinativi nazionali ed esteri 54

Congiutura estera 55

Consumi delle famiglie per categoria merceologica 56

Indebitamento delle famiglie per strumento finanziario 57

Bilanci delle imprese per settore 58

Bilanci delle imprese per regione 62

Indicatori di bilancio per regione e per settore 66

Bilanci delle imprese per classi di fatturato 71

51


Indice destagionalizzato del fatturato dell'industria italiana

Indice (base 2000=100)

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2005/1

2005/2

2005/3

2005/4

2005/5

2005/6

2005/7

2005/8

2005/9

2005/10

2005/11

2005/12

2006/1

2006/2

2006/3

2006/4

2006/5

2006/6

2006/7

2006/8

2006/9

2006/10

2006/11

2006/12

52

periodo nazionale estero totale

87,75

89,57

100,83

101,52

102,15

101,85

104,03

106,28

114,48

104,30

102,50

102,80

106,30

104,00

104,50

106,80

110,10

107,70

106,90

108,60

110,90

107,60

109,30

113,20

111,60

115,10

115,60

112,90

122,90

114,00

116,40

116,10

119,10

86,74

87,76

101,04

101,68

103,29

101,28

103,97

110,63

123,93

104,40

105,10

106,70

109,10

106,40

108,00

112,80

117,60

112,90

112,20

114,10

118,20

115,70

118,80

121,00

118,40

123,00

123,40

119,90

131,20

127,80

126,80

128,60

132,60

87,24

86,58

101,13

99,74

100,07

100,02

104,75

108,39

119,95

107,40

105,70

104,50

109,80

105,80

104,30

109,10

110,50

108,40

108,60

111,40

115,20

110,20

113,70

115,80

114,60

118,70

120,30

118,40

132,30

120,60

122,70

123,80

128,30

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio Intesa Sanpaolo su dati CONISTAT

totale beni

intermedi

89,67

92,96

100,82

103,93

103,57

99,46

103,09

104,54

116,33

98,50

101,10

99,70

104,00

101,60

102,70

106,10

115,70

106,70

103,60

105,40

109,40

104,80

111,30

117,10

111,60

117,10

118,90

110,10

123,70

119,50

120,00

118,00

123,80

totale beni

strumentali

87,55

89,59

100,41

101,51

99,96

95,71

98,01

99,63

103,78

94,20

95,70

95,30

101,00

96,00

96,60

101,80

107,60

102,70

100,10

102,60

102,00

102,80

102,10

104,20

99,10

104,80

103,10

99,90

108,30

103,30

104,80

105,10

107,80

totale beni di consumo totale beni di consumo

durevoli non durevoli

93,06

94,20

100,81

103,05

106,64

106,05

103,92

104,29

110,54

103,10

103,10

102,70

101,70

103,10

104,90

104,20

105,70

105,10

104,30

106,70

106,90

106,40

106,20

107,40

108,20

111,80

110,40

109,60

115,10

110,20

113,50

113,20

114,50

87,45

89,02

100,87

101,58

102,45

101,70

104,02

107,45

117,03

104,30

103,20

103,90

107,10

104,60

105,40

108,40

112,10

109,10

108,30

110,10

112,90

109,80

111,90

115,30

113,40

117,20

117,70

114,80

125,20

117,70

119,20

119,50

122,70


Indice destagionalizzato della produzione industriale italiana

Indice (base 2000=100)

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2005/1

2005/2

2005/3

2005/4

2005/5

2005/6

2005/7

2005/8

2005/9

periodo

2005/10

2005/11

2005/12

2006/1

2006/2

2006/3

2006/4

2006/5

2006/6

2006/7

2006/8

2006/9

2006/10

2006/11

2006/12

beni

intermedi

96,90

94,47

100,34

98,33

95,66

94,91

94,59

93,53

95,83

93,70

93,90

93,40

94,90

92,60

92,00

93,70

94,70

94,00

92,60

93,30

93,50

94,20

94,30

94,60

94,00

96,00

95,90

95,30

96,60

95,90

97,50

97,50

98,20

beni

strumentali

96,42

96,54

100,59

99,73

97,26

94,38

92,58

91,43

96,04

91,00

89,10

88,30

92,10

90,50

89,70

93,30

94,80

91,00

90,80

93,20

93,30

92,20

95,60

96,30

95,10

95,90

96,20

93,30

97,70

95,90

96,60

97,10

100,60

totale beni

di consumo

durevoli

88,99

92,85

100,66

99,11

95,93

92,34

92,11

89,20

90,42

88,40

87,60

86,40

92,70

88,50

88,20

90,50

91,20

90,30

87,50

89,50

89,60

88,40

88,80

90,90

87,40

91,40

91,30

89,20

91,80

90,00

91,20

91,60

93,00

totale beni

di consumo

non durevoli

98,31

99,30

100,58

100,84

99,23

99,68

98,56

96,37

97,28

97,10

95,00

93,80

100,10

96,40

96,90

97,00

98,80

96,30

95,10

94,30

95,60

95,90

97,70

95,30

94,80

98,40

98,40

96,20

98,10

96,00

98,30

97,80

100,50

totale

96,51

96,28

100,38

99,48

97,87

97,29

96,78

95,88

98,12

94,70

94,90

94,80

96,70

95,60

95,60

96,70

97,40

96,10

95,30

95,90

96,90

97,30

97,60

97,50

96,80

97,70

98,00

97,80

98,80

97,70

98,80

99,00

100,40

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio Intesa Sanpaolo su dati CONISTAT.

Indice destagionalizzato dei prezzi alla produzione dell'industria italiana

Indice (base 2000=100)

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2005/1

2005/2

2005/3

2005/4

2005/5

2005/6

2005/7

2005/8

2005/9

periodo

2005/10

2005/11

2005/12

2006/1

2006/2

2006/3

2006/4

2006/5

2006/6

2006/7

2006/8

2006/9

2006/10

2006/11

2006/12

beni

intermedi

96,26

94,94

100,06

101,15

101,53

103,00

108,08

110,82

116,53

111,10

111,10

111,20

111,20

110,90

110,40

110,30

110,30

110,40

110,60

111,10

111,20

112,10

113,00

113,80

114,80

115,90

117,00

117,60

118,30

118,40

119,00

119,20

119,20

beni

strutmentali

98,01

98,79

99,98

101,38

102,43

103,18

104,97

106,76

108,58

106,20

106,30

106,40

106,50

106,60

106,80

106,80

107,00

107,10

107,10

107,10

107,20

107,60

107,80

108,10

108,20

108,50

108,60

108,70

108,80

109,00

109,10

109,20

109,40

totale beni

di consumo

durevoli

97,73

98,43

100,04

101,48

103,18

103,88

105,19

106,54

108,92

106,10

106,30

106,50

106,60

106,40

106,30

106,50

106,40

106,60

106,80

107,00

107,00

107,60

108,00

108,40

108,80

109,10

108,90

109,20

109,30

109,10

109,40

109,50

109,70

totale beni

di consumo

non durevoli

97,78

98,31

99,98

103,11

105,07

107,16

108,13

108,72

110,51

108,30

108,40

108,60

108,50

108,50

108,60

108,80

109,00

109,00

108,70

109,00

109,20

109,50

109,60

109,90

110,00

110,30

110,70

110,90

111,00

110,90

111,00

111,00

111,30

totale

94,54

94,28

99,98

101,89

102,08

103,71

106,52

110,78

116,98

108,70

109,00

110,00

110,10

109,80

110,50

110,80

111,40

111,70

112,60

112,20

112,60

113,90

114,30

115,00

116,20

117,00

117,40

118,60

118,80

117,80

118,10

118,20

118,40

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio Intesa Sanpaolo su dati CONISTAT.

53


Indice destagionalizzato degli ordinativi dell'industria italiana

Indice (base 2000=100)

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2005/1

2005/2

2005/3

2005/4

2005/5

2005/6

2005/7

2005/8

2005/9

2005/10

2005/11

2005/12

2006/1

2006/2

2006/3

2006/4

2006/5

2006/6

2006/7

2006/8

2006/9

2006/10

2006/11

2006/12

54

periodo nazionale estero totale

88,14

90,13

100,46

96,33

97,34

93,80

96,76

98,76

108,95

97,30

96,60

96,90

96,90

96,90

98,40

99,90

100,00

98,50

98,40

101,20

104,10

103,70

107,40

103,60

106,00

107,70

107,90

111,60

117,80

111,90

111,00

108,30

110,50

87,16

87,15

100,72

97,76

102,65

98,65

103,68

111,51

127,57

103,40

107,70

105,40

106,20

107,90

113,30

120,30

115,50

113,90

114,10

114,30

116,10

117,30

120,00

118,60

137,20

128,50

125,80

123,80

138,50

127,40

126,50

134,70

132,50

87,76

88,95

100,56

96,78

98,96

95,28

98,88

102,69

114,66

99,20

100,00

99,50

99,80

100,30

103,00

106,20

104,80

103,20

103,20

105,30

107,80

107,90

111,30

108,20

115,60

114,10

113,40

115,40

124,10

116,60

115,70

116,40

117,20

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio Intesa Sanpaolo su dati CONISTAT.


Congiuntura Estera

Quota delle esportazioni italiane sul totale del commercio mondiale

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

ago-05

set-05

ott-05

nov-05

dic-05

gen-06

feb-06

mar-06

apr-06

mag-06

giu-06

lug-06

ago-06

set-06

non destagionalizzati

4,5

4,2

3,8

4,0

3,9

4,0

3,9

3,6

2,7

3,5

3,5

3,5

3,3

3,2

3,7

3,5

3,3

3,8

3,7

3,8

2,7

3,4

destagionalizzati

4,5

4,2

3,8

4,0

3,9

4,0

3,9

3,6

3,7

3,7

3,7

3,7

3,6

3,6

3,6

3,5

3,5

3,5

3,5

3,5

3,5

3,5

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio Intesa Sanpaolo su dati Datastream

Quota in Valore Quota in Volume

non destagionalizzati

4,3

4,0

3,8

3,8

3,6

3,3

3,0

2,8

2,1

2,8

2,8

2,8

2,6

2,4

2,9

2,7

2,6

2,9

2,8

2,9

2,0

2,6

destagionalizzati

4,3

4,0

3,8

3,8

3,6

3,3

3,0

2,8

2,9

2,9

2,8

2,8

2,8

2,8

2,8

2,7

2,7

2,7

2,7

2,7

2,7

2,7

Valori Medi Unitari

indice base 2000

109,1

107,1

100,0

100,6

107,3

129,6

148,6

158,7

122,9

123,7

122,7

120,5

121,5

124,2

123,4

123,9

126,9

130,4

130,0

130,7

132,6

130,1

55


Consumi delle famiglie per categoria merceologica

Q1 2003

Q2 2003

Q3 2003

Q4 2003

Q1 2004

Q2 2004

Q3 2004

Q4 2004

Q1 2005

Q2 2005

Q3 2005

Q4 2005

Q1 2006

Q2 2006

Q3 2006

Q4 2006

2003

2004

2005

2006

Q1 2003

Q2 2003

Q3 2003

Q4 2003

Q1 2004

Q2 2004

Q3 2004

Q4 2004

Q1 2005

Q2 2005

Q3 2005

Q4 2005

Q1 2006

Q2 2006

Q3 2006

Q4 2006

56

Risparmio

delle famiglie

6,2

5,3

1,5

-5,7

-4,9

7,8

19,4

25,2

20,9

4,0

-8,1

-11,6

-7,8

-4,0

0,5

4,5

1,7

11,7

0,2

-1,9

Risparmio

delle famiglie

-1,2

-0,7

-0,9

-3,0

-0,4

12,5

9,8

1,8

-3,9

-3,3

-2,9

-2,1

0,3

0,8

1,6

1,8

Consumi Consumi

domestici famiglie al dettaglio di cui: Vestiti e scarpe Farmaceutica Macchine e moto Hotel e trasporti

4,1

4,2

3,8

2,9

3,6

3,4

3,0

3,1

2,1

2,8

3,6

3,4

4,3

4,1

4,2

4,1

3,8

3,3

3,0

4,2

0,6

0,9

0,8

0,5

1,3

0,7

0,4

0,6

0,3

1,4

1,2

0,4

1,2

1,3

1,3

0,2

4,0

3,7

3,5

2,9

3,8

3,8

3,1

3,0

2,0

2,3

3,4

3,4

4,2

4,5

4,4

4,3

3,5

3,4

2,8

4,3

0,5

0,7

0,9

0,6

1,4

0,8

0,3

0,5

0,4

1,2

1,3

0,5

1,2

1,4

1,2

0,4

Var % sul periodo corrispondente dell'anno precedente

2,0

2,1

1,5

-1,1

-0,2

0,9

-1,4

-0,9

-1,6

-2,2

0,3

2,1

1,4

1,5

2,7

3,6

1,1

-0,4

-0,4

2,3

0,2

0,1

0,0

-1,4

1,1

1,3

-2,4

-0,8

0,4

0,7

0,1

0,9

-0,3

0,7

1,2

1,9

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio Intesa Sanpaolo su dati Datastream

8,3

3,1

-0,1

2,1

0,8

0,7

3,5

3,3

2,1

3,2

1,0

-0,3

3,1

2,1

2,2

1,0

3,3

2,1

1,5

2,1

Var % sul trimestre precedente

Consumi Consumi

domestici famiglie al dettaglio di cui: Vestiti e scarpe Farmaceutica Macchine e moto Hotel e trasporti

0,3

-0,1

0,2

1,8

-1,0

-0,2

2,9

1,7

-2,3

1,0

0,7

0,3

1,1

0,0

0,7

-0,9

7,3

4,8

4,6

-0,6

1,2

3,5

0,9

4,2

1,4

2,8

5,9

2,9

5,6

6,0

4,3

4,7

3,9

2,4

3,2

5,1

0,0

-0,7

1,8

-1,7

1,9

1,5

-0,7

1,5

-0,9

2,9

2,3

-1,3

1,7

3,3

0,7

-1,0

2,6

3,3

2,8

3,2

6,3

3,6

4,1

3,4

1,5

3,3

3,1

4,7

5,2

5,0

6,1

4,9

3,0

4,4

3,1

5,3

-0,3

2,0

0,4

1,1

2,7

-0,6

0,9

0,4

0,8

1,2

0,6

2,0

1,3

1,1

1,7

0,8

Telefonia

e servizi postali Beni durevoli

4,5

2,6

5,0

3,6

7,4

5,5

4,3

4,3

0,6

2,5

0,2

0,9

2,4

1,3

2,5

1,7

3,9

5,3

1,0

2,0

-0,6

1,2

3,1

-0,1

3,0

-0,5

1,9

-0,1

-0,7

1,4

-0,4

0,6

0,8

0,3

0,8

-0,2

3,9

0,6

3,5

-3,9

2,3

7,2

3,5

2,0

-1,6

-0,7

3,7

3,7

5,4

6,0

1,3

2,4

0,9

3,7

1,3

3,7

Telefonia

e servizi postali Beni durevoli

-3,8

-3,0

3,4

-0,5

2,5

1,6

-0,2

-1,9

-1,1

2,5

4,3

-2,0

0,5

3,1

-0,3

-0,9


57

10,2

10,4

10,7

11,9

11,5

12,1

12,3

12,1

12,1

12,5

13,1

13,2

13,6

13,3

12,6

12,1

12,9

13,4

13,2

13,3

13,0

12,8

12,7

11,7

11,2

11,6

12,8

13,0

11,8

11,1

11,1

10,4

10,8

9,9

10,2

9,8

10,2

11,6

13,5

11,0

14,8

15,4

14,3

15,8

13,4

14,0

16,2

14,7

15,5

15,7

15,2

15,3

15,7

15,9

17,0

16,3

16,4

16,5

15,7

15,6

16,3

15,7

15,8

16,1

15,3

15,5

15,0

14,6

14,6

14,3

14,0

15,3

12,5

12,5

17,7

17,5

16,9

18,6

18,1

19,2

19,4

19,3

19,1

18,7

19,5

19,8

19,7

18,9

17,9

17,6

18,2

18,6

18,4

18,5

17,7

17,5

17,5

17,4

16,6

17,3

19,4

19,0

17,1

16,6

16,2

15,0

15,7

14,0

14,0

12,5

13,3

1,5

1,7

3,5

3,6

2,7

3,1

2,8

3,1

3,1

3,8

4,7

4,3

5,2

5,6

5,1

3,8

4,9

5,4

5,1

5,2

5,3

5,2

5,1

2,2

2,0

2,1

2,2

3,4

2,7

1,6

2,1

2,0

1,9

1,9

2,4

4,5

4,5

Indebitamento delle famiglie per strumento finanziario

Crediti

al consumo

Variazione % sul periodo corrispondente dell'anno precedente

30-01-04

27-02-04

31-03-04

30-04-04

31-05-04

30-06-04

30-07-04

31-08-04

30-09-04

29-10-04

30-11-04

31-12-04

31-01-05

28-02-05

31-03-05

29-04-05

31-05-05

30-06-05

29-07-05

31-08-05

30-09-05

31-10-05

30-11-05

30-12-05

31-01-06

28-02-06

31-03-06

28-04-06

31-05-06

30-06-06

31-07-06

31-08-06

29-09-06

31-10-06

30-11-06

29-12-06

31-01-07

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio Intesa Sanpaolo su dati Datastream

Altri

prestiti

Mutui

Indebitamento

di cui:

0,4

0,9

1,2

1,2

0,9

1,1

1,6

0,2

1,1

1,3

1,3

1,2

0,7

0,7

0,5

0,8

1,6

1,6

1,4

0,3

0,9

1,1

1,3

0,3

0,2

1,1

1,6

1,0

0,5

1,0

1,4

-0,3

1,2

0,3

1,6

0,0

0,6

0,6

1,4

1,9

1,1

1,9

1,3

2,1

-0,1

1,1

2,0

0,1

1,0

0,8

1,0

1,9

1,5

2,1

2,4

1,5

0,1

1,1

1,3

0,0

1,6

0,3

1,1

2,1

0,9

2,3

1,9

1,1

0,0

0,9

1,0

1,1

-0,8

0,2

0,9

1,6

1,2

2,0

1,6

1,4

2,5

0,5

1,5

1,8

1,5

1,8

0,8

1,0

0,3

1,8

2,1

1,8

2,3

0,5

0,8

1,6

1,6

1,7

0,1

1,6

2,1

1,4

0,4

1,3

2,0

-0,5

1,4

0,1

1,6

0,3

0,7

-0,3

0,0

1,0

0,2

-0,3

0,7

0,3

-0,2

0,7

0,3

1,3

0,5

0,6

0,3

0,5

-0,9

0,7

1,2

0,0

-0,1

0,8

0,2

1,2

-2,3

0,5

0,4

0,6

0,2

0,0

0,1

0,5

-0,2

0,7

0,2

1,7

-0,2

0,5

Crediti

al consumo

Variazione % sul mese precedente

30-01-04

27-02-04

31-03-04

30-04-04

31-05-04

30-06-04

30-07-04

31-08-04

30-09-04

29-10-04

30-11-04

31-12-04

31-01-05

28-02-05

31-03-05

29-04-05

31-05-05

30-06-05

29-07-05

31-08-05

30-09-05

31-10-05

30-11-05

30-12-05

31-01-06

28-02-06

31-03-06

28-04-06

31-05-06

30-06-06

31-07-06

31-08-06

29-09-06

31-10-06

30-11-06

29-12-06

31-01-07

Altri

prestiti

Mutui

Indebitamento

di cui:


Bilanci delle imprese

Analisi per Settori Manifatturieri

58

Fatturato

(milioni di euro)

Alimentare, bevande e tabacco

Tessille, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

Valore aggiunto

(milioni di euro)

Alimentare, bevande e tabacco

Tessille, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

2000 2001 2002 2003 2004 2005

72.495

54.206

19.707

7.661

38.660

17.422

64.870

27.774

27.624

81.505

82.559

58.367

47.963

29.868

630.681

79.967

56.646

21.988

8.286

39.747

16.098

65.260

28.994

31.149

83.942

87.390

67.115

46.272

32.211

665.065

85.018

56.642

21.518

8.997

41.019

17.550

67.480

30.206

33.019

85.333

90.960

63.253

66.755

33.688

701.438

87.018

55.422

19.784

9.081

39.620

20.307

66.812

31.454

34.165

87.747

92.827

61.360

63.786

33.293

702.675

89.577

53.243

18.453

9.684

42.278

23.309

69.718

32.948

35.022

102.053

96.548

65.357

68.544

34.862

741.595

91.442

51.730

18.781

10.244

42.285

31.928

72.485

33.800

35.806

106.974

103.316

65.068

68.695

34.230

766.784

2000 2001 2002 2003 2004 2005

12.774

12.770

3.750

1.857

10.025

2.002

15.197

7.282

8.631

21.344

22.377

15.272

11.229

6.642

151.150

13.770

12.927

3.938

2.015

10.700

1.604

15.146

7.817

9.649

21.370

23.491

16.083

10.756

6.995

156.262

14.809

13.020

3.978

2.169

11.173

1.431

15.826

7.834

10.137

21.570

24.646

15.692

10.880

7.314

160.477

15.427

12.454

3.789

2.150

10.607

1.830

15.497

7.983

10.232

22.280

24.834

15.972

11.270

7.283

161.609

14.885

11.763

3.654

2.314

11.626

2.415

15.767

8.060

10.170

24.919

25.747

17.644

12.448

7.539

168.951

14.969

11.492

3.599

2.442

11.475

2.953

15.873

7.921

10.144

25.292

26.852

17.555

12.577

7.553

170.698


Margine Operativo Lordo

(milioni di euro)

Alimentare, bevande e tabacco

Tessille, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

Numero imprese attive:

peso del settore sul totale

Alimentare, bevande e tabacco

Tessille, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

2000 2001 2002 2003 2004 2005

5.654

4.833

1.470

737

4.008

1.397

6.960

2.800

3.804

8.004

8.120

5.027

3.871

2.467

59.155

6.290

4.834

1.457

798

4.428

1.056

6.841

3.206

4.351

7.522

8.270

4.829

3.374

2.520

59.777

6.841

4.649

1.417

795

4.568

760

7.018

2.954

4.650

7.212

8.335

4.489

2.145

2.536

58.368

7.331

4.035

1.234

716

3.923

1.089

6.573

2.816

4.496

7.282

7.657

4.527

2.685

2.225

56.590

6.741

3.627

1.229

820

4.592

1.540

6.632

2.740

4.383

9.228

8.126

5.696

3.320

2.289

60.963

6.372

3.589

1.201

820

4.359

2.053

6.540

2.584

4.112

9.434

8.597

5.610

3.395

2.275

60.939

2000 2001 2002 2003 2004 2005

8,6

12,3

4,0

2,7

8,8

0,3

3,3

4,6

5,4

16,0

11,8

9,7

4,1

8,4

100,0

8,6

12,0

4,0

2,9

8,6

0,3

3,3

4,6

5,5

16,3

11,8

9,6

4,1

8,4

100,0

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio su dati Centrale dei Bilanci e Intesa Sanpaolo

8,9

11,6

4,0

3,0

8,7

0,3

3,2

4,5

5,4

16,5

11,9

9,4

4,2

8,4

100,0

8,8

11,4

3,9

3,0

8,7

0,3

3,1

4,5

5,4

16,8

11,9

9,3

4,3

8,5

100,0

8,8

11,0

3,8

3,1

8,8

0,3

3,1

4,5

5,3

17,0

12,1

9,2

4,4

8,6

100,0

8,8

10,6

3,8

3,1

8,8

0,3

3,1

4,5

5,3

17,0

12,3

9,2

4,4

8,7

100,0

59


Bilanci delle imprese

Analisi per Settori Manifatturieri

60

Fatturato

(var % annua)

Alimentare, bevande e tabacco

Tessile, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

Valore aggiunto

(var % annua)

Alimentare, bevande e tabacco

Tessile, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

2001 2002 2003 2004 2005

10,3

4,5

11,6

8,2

2,8

-7,6

0,6

4,4

12,8

3,0

5,9

15,0

-3,5

7,8

5,5

6,3

0,0

-2,1

8,6

3,2

9,0

3,4

4,2

6,0

1,7

4,1

-5,8

44,3

4,6

5,5

2,4

-2,2

-8,1

0,9

-3,4

15,7

-1,0

4,1

3,5

2,8

2,1

-3,0

-4,4

-1,2

0,2

2001 2002 2003 2004 2005

7,8

1,2

5,0

8,5

6,7

-19,8

-0,3

7,4

11,8

0,1

5,0

5,3

-4,2

5,3

3,4

7,5

0,7

1,0

7,6

4,4

-10,8

4,5

0,2

5,1

0,9

4,9

-2,4

1,2

4,6

2,7

4,2

-4,3

-4,8

-0,8

-5,1

27,9

-2,1

1,9

0,9

3,3

0,8

1,8

3,6

-0,4

0,7

2,9

-3,9

-6,7

6,6

6,7

14,8

4,3

4,8

2,5

16,3

4,0

6,5

7,5

4,7

5,5

-3,5

-5,5

-3,5

7,6

9,6

32,0

1,7

1,0

-0,6

11,8

3,7

10,5

10,5

3,5

4,5

2,1

-2,8

1,8

5,8

0,0

37,0

4,0

2,6

2,2

4,8

7,0

-0,4

0,2

-1,8

3,4

0,6

-2,3

-1,5

5,5

-1,3

22,3

0,7

-1,7

-0,3

1,5

4,3

-0,5

1,0

0,2

1,0


Margine Operativo Lordo

(var % annua)

Alimentare, bevande e tabacco

Tessile, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

2001 2002 2003 2004 2005

11,2

0,0

-0,9

8,3

10,5

-24,4

-1,7

14,5

14,4

-6,0

1,8

-3,9

-12,8

2,1

1,1

8,8

-3,8

-2,7

-0,4

3,2

-28,1

2,6

-7,9

6,9

-4,1

0,8

-7,0

-36,4

0,6

-2,4

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio su dati Centrale dei Bilanci e Intesa Sanpaolo

7,2

-13,2

-12,9

-10,0

-14,1

43,4

-6,3

-4,7

-3,3

1,0

-8,1

0,8

25,2

-12,3

-3,0

-8,0

-10,1

-0,4

14,6

17,1

41,4

0,9

-2,7

-2,5

26,7

6,1

25,8

23,7

2,9

7,7

-5,5

-1,1

-2,2

-0,1

-5,1

33,3

-1,4

-5,7

-6,2

2,2

5,8

-1,5

2,2

-0,6

0,0

61


Bilanci delle imprese

Analisi per regione di riferimento della sede legale dell'impresa

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

62

Fatturato

(milioni di euro)

Valore aggiunto

(milioni di euro)

2000 2001 2002 2003 2004 2005

70.151

1.541

225.279

8.594

79.306

18.240

13.718

60.497

41.677

7.104

14.664

32.311

10.749

1.474

13.390

10.817

3.945

1.052

9.818

6.356

630.681

73.562

1.643

225.824

8.835

83.661

18.799

13.955

74.934

41.332

7.812

18.267

33.019

10.543

1.627

16.922

12.887

4.204

1.437

9.702

6.098

665.065

91.417

1.388

225.691

8.973

85.241

18.829

15.609

81.471

41.788

8.337

19.744

31.424

13.530

1.584

19.228

15.501

3.838

1.874

9.243

6.726

701.438

85.142

1.578

226.824

9.510

86.228

18.617

9.045

82.644

41.935

8.369

19.672

39.451

13.175

1.457

19.906

15.459

3.952

2.020

10.661

7.028

702.675

90.611

1.576

243.786

10.373

89.500

18.832

8.682

85.574

43.631

9.736

20.523

40.312

13.540

1.491

19.500

16.511

3.895

2.047

13.901

7.574

741.595

90.945

1.635

251.587

11.130

91.596

19.404

9.269

91.198

44.743

9.420

21.409

40.642

13.582

1.561

19.263

16.826

3.796

2.103

17.161

9.516

766.784

2000 2001 2002 2003 2004 2005

18.214

337

54.830

2.275

18.948

4.570

2.549

14.947

8.940

1.678

3.632

8.241

2.791

275

2.840

2.184

759

237

1.786

1.117

151.150

18.348

391

53.106

2.265

19.785

4.602

2.563

18.211

8.868

1.712

4.406

8.554

3.036

343

3.461

2.848

833

336

1.646

949

156.262

18.516

353

53.452

2.306

20.312

4.657

2.392

19.694

9.127

1.920

4.847

8.428

3.333

342

4.276

2.869

671

411

1.588

983

160.477

17.393

465

54.520

2.377

20.228

4.610

2.147

19.634

9.200

1.913

4.775

9.020

3.264

335

4.606

2.899

659

472

1.994

1.099

161.609

18.636

515

58.562

2.470

20.572

4.691

2.051

19.966

9.736

2.115

4.764

8.565

3.304

337

4.571

3.244

695

471

2.330

1.356

168.951

18.510

523

59.112

2.658

20.977

4.799

2.288

21.222

9.821

2.015

4.941

7.944

3.327

316

4.241

2.995

597

461

2.411

1.541

170.698


Margine Operativo Lordo

(milioni di euro)

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

Numero imprese attive:

peso della regione sul totale

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

2000 2001 2002 2003 2004 2005

6.829

117

21.365

929

7.726

1.609

1.035

5.977

3.629

715

1.343

3.008

1.291

87

1.035

781

346

66

761

506

59.155

6.790

174

20.080

908

7.844

1.567

1.100

7.170

3.504

670

1.642

3.017

1.414

135

1.246

1.105

377

86

653

296

59.777

5.292

144

19.717

892

7.998

1.590

708

7.665

3.524

814

1.837

3.132

1.472

124

1.437

886

273

137

531

196

58.368

4.655

256

19.686

867

7.464

1.496

636

7.137

3.308

779

1.630

3.488

1.368

147

1.519

821

197

162

699

275

56.590

5.507

324

22.142

927

7.573

1.613

567

7.149

3.602

868

1.484

3.126

1.329

146

1.536

1.160

257

168

988

494

60.963

5.429

337

21.959

1.001

7.649

1.564

774

7.573

3.523

800

1.551

2.761

1.383

119

1.297

1.055

183

150

1.105

724

60.939

2000 2001 2002 2003 2004 2005

8,5

0,2

28,9

1,0

12,3

2,3

1,6

9,4

8,8

1,3

3,2

6,2

1,9

0,3

5,2

3,6

0,4

0,9

2,7

1,3

100,0

8,3

0,1

26,8

1,0

12,6

2,3

1,5

10,3

8,8

1,3

3,6

6,0

2,0

0,4

5,7

3,8

0,5

1,0

2,5

1,4

100,0

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio su dati Centrale dei Bilanci e Intesa Sanpaolo

7,8

0,1

27,5

1,0

12,2

2,3

1,5

10,2

8,4

1,2

3,6

5,8

2,0

0,4

6,4

4,1

0,5

1,1

2,6

1,4

100,0

7,6

0,1

26,9

1,0

12,4

2,1

1,4

10,2

8,5

1,3

3,7

5,9

1,9

0,4

6,5

4,2

0,5

1,1

2,8

1,4

100,0

7,3

0,1

26,9

1,0

12,7

2,1

1,4

10,3

8,5

1,3

3,6

6,2

1,9

0,3

6,5

4,1

0,5

1,1

2,8

1,4

100,0

7,2

0,1

26,8

1,1

12,9

2,3

1,4

10,7

8,7

1,3

3,8

6,1

2,0

0,3

6,2

3,6

0,4

1,1

2,6

1,3

100,0

63


Bilanci delle imprese

Analisi per regione di riferimento della sede legale dell'impresa

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

64

Fatturato

(var % annua)

Valore aggiunto

(var % annua)

2001 2002 2003 2004 2005

4,9

6,6

0,2

2,8

5,5

3,1

1,7

23,9

-0,8

10,0

24,6

2,2

-1,9

10,4

26,4

19,1

6,6

36,7

-1,2

-4,1

5,5

24,3

-15,5

-0,1

1,6

1,9

0,2

11,8

8,7

1,1

6,7

8,1

-4,8

28,3

-2,7

13,6

20,3

-8,7

30,4

-4,7

10,3

5,5

-6,9

13,7

0,5

6,0

1,2

-1,1

-42,0

1,4

0,4

0,4

-0,4

25,5

-2,6

-8,0

3,5

-0,3

3,0

7,8

15,3

4,5

0,2

2000 2001 2002 2003 2004

0,7

16,0

-3,1

-0,5

4,4

0,7

0,5

21,8

-0,8

2,0

21,3

3,8

8,8

25,1

21,8

30,4

9,8

41,9

-7,8

-15,1

3,4

0,9

-9,7

0,7

1,8

2,7

1,2

-6,7

8,1

2,9

12,1

10,0

-1,5

9,8

-0,5

23,6

0,7

-19,4

22,3

-3,5

3,6

2,7

-6,1

31,7

2,0

3,1

-0,4

-1,0

-10,2

-0,3

0,8

-0,4

-1,5

7,0

-2,1

-2,0

7,7

1,0

-1,9

14,8

25,6

11,8

0,7

6,4

-0,1

7,5

9,1

3,8

1,2

-4,0

3,5

4,0

16,3

4,3

2,2

2,8

2,4

-2,0

6,8

-1,5

1,3

30,4

7,8

5,5

7,1

10,8

7,4

3,9

1,7

1,8

-4,5

1,7

5,8

10,6

-0,2

-5,0

1,2

0,7

-0,8

11,9

5,5

-0,3

16,9

23,4

4,5

0,4

3,7

3,2

7,3

2,3

3,0

6,8

6,6

2,5

-3,2

4,3

0,8

0,3

4,7

-1,2

1,9

-2,5

2,7

23,4

25,6

3,4

-0,7

1,6

0,9

7,6

2,0

2,3

11,6

6,3

0,9

-4,7

3,7

-7,3

0,7

-6,2

-7,2

-7,7

-14,2

-2,1

3,5

13,6

1,0


Margine Operativo Lordo

(var % annua)

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

2001 2002 2003 2004 2005

-0,6

49,7

-6,0

-2,3

1,5

-2,7

6,2

20,0

-3,5

-6,3

22,3

0,3

9,6

54,8

20,4

41,5

8,9

29,7

-14,3

-41,4

1,1

-22,1

-17,7

-1,8

-1,8

2,0

1,5

-35,6

6,9

0,6

21,6

11,9

3,8

4,1

-8,1

15,3

-19,8

-27,7

59,0

-18,7

-33,8

-2,4

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio su dati Centrale dei Bilanci e Intesa Sanpaolo

-12,0

78,2

-0,2

-2,7

-6,7

-5,9

-10,2

-6,9

-6,1

-4,4

-11,3

11,4

-7,1

18,7

5,7

-7,4

-27,9

18,4

31,6

40,3

-3,0

18,3

26,7

12,5

6,9

1,5

7,8

-10,8

0,2

8,9

11,4

-9,0

-10,4

-2,9

-0,5

1,1

41,3

30,6

4,1

41,5

79,7

7,7

-1,4

4,0

-0,8

8,1

1,0

-3,1

36,4

5,9

-2,2

-7,7

4,5

-11,7

4,1

-18,5

-15,6

-9,1

-28,8

-10,7

11,8

46,5

0,0

65


Bilanci delle imprese

Indice di redditività

Analisi per regione di riferimento della sede legale dell'impresa

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

66

Rapporto

MOL/fatturato

Analisi per Settori Manifatturieri

Rapporto

MOL/fatturato

Alimentare, bevande e tabacco

Tessille, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

2000 2001 2002 2003 2004 2005

9,7

7,6

9,5

10,8

9,7

8,8

7,5

9,9

8,7

10,1

9,2

9,3

12,0

5,9

7,7

7,2

8,8

6,3

7,8

8,0

9,4

9,2

10,6

8,9

10,3

9,4

8,3

7,9

9,6

8,5

8,6

9,0

9,1

13,4

8,3

7,4

8,6

9,0

6,0

6,7

4,9

9,0

5,8

10,4

8,7

9,9

9,4

8,4

4,5

9,4

8,4

9,8

9,3

10,0

10,9

7,8

7,5

5,7

7,1

7,3

5,7

2,9

8,3

2000 2001 2002 2003 2004 2005

7,8

8,9

7,5

9,6

10,4

8,0

10,7

10,1

13,8

9,8

9,8

8,6

8,1

8,3

9,4

7,9

8,5

6,6

9,6

11,1

6,6

10,5

11,1

14,0

9,0

9,5

7,2

7,3

7,8

9,0

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio su dati Centrale dei Bilanci e Intesa Sanpaolo

8,0

8,2

6,6

8,8

11,1

4,3

10,4

9,8

14,1

8,5

9,2

7,1

3,2

7,5

8,3

5,5

16,2

8,7

9,1

8,7

8,0

7,0

8,6

7,9

9,3

8,3

8,8

10,4

10,1

7,6

5,3

5,0

8,0

6,6

3,9

8,1

8,4

7,3

6,2

7,9

9,9

5,4

9,8

9,0

13,2

8,3

8,2

7,4

4,2

6,7

8,1

6,1

20,6

9,1

8,9

8,5

8,6

6,5

8,4

8,3

8,9

7,2

7,8

9,8

9,8

7,9

7,0

6,6

8,2

7,1

6,5

8,2

7,5

6,8

6,7

8,5

10,9

6,6

9,5

8,3

12,5

9,0

8,4

8,7

4,8

6,6

8,2

6,0

20,6

8,7

9,0

8,4

8,1

8,3

8,3

7,9

8,5

7,2

6,8

10,2

7,6

6,7

6,3

4,8

7,1

6,4

7,6

7,9

7,0

6,9

6,4

8,0

10,3

6,4

9,0

7,6

11,5

8,8

8,3

8,6

4,9

6,6

7,9


Bilanci delle imprese

Indice di struttura

Analisi per regione di riferimento della sede legale dell'impresa

Rapporto

capitale investito/patrimonio netto

Piemonte

Valle D'Aosta

Lombardia

Trentino Alto Adige

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Liguria

Emilia Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Totale Italia

Analisi per Settori Manifatturieri

Rapporto

capitale investito/patrimonio netto

Alimentare, bevande e tabacco

Tessille, abbigliamento

Prodotti in pelle e cuoio

Legno e prodotti in legno

(esclusi i mobili)

Carta, editoria e stampa

Prodotti energetici

Chimica e Farmaceutica

Articoli in gomma e materie plastiche

Vetro, ceramica, materiali per l'edilizia

Metallo e prodotti in metallo

Macchine e apparecchi meccanici

Apparecchi elettrici e di precisione

Mezzi di trasporto

Altre industrie manifatturiere

Totale manifatturiero

2000 2001 2002 2003 2004 2005

1,34

1,35

1,33

1,36

1,37

1,64

1,49

1,84

1,46

1,68

1,50

1,50

1,05

1,42

1,44

1,36

1,21

5,35

1,96

2,10

1,44

1,49

1,16

1,33

1,35

1,34

1,75

1,58

1,71

1,34

1,70

1,45

1,43

1,05

1,46

1,49

1,52

0,92

3,50

1,91

2,09

1,44

1,57

1,28

1,35

1,28

1,31

1,59

1,76

1,70

1,34

1,61

1,36

1,25

1,06

1,42

1,48

1,44

0,87

2,16

2,02

1,89

1,43

2000 2001 2002 2003 2004 2005

1,54

1,24

1,14

1,78

1,45

1,53

1,32

1,45

1,37

1,91

1,30

1,16

1,55

1,38

1,44

1,56

1,21

1,18

1,67

1,56

1,42

1,37

1,42

1,41

1,90

1,20

1,15

1,63

1,33

1,44

Fonte: Elaborazioni Ufficio Studi Imprese e Territorio su dati Centrale dei Bilanci e Intesa Sanpaolo

1,60

1,22

1,10

1,52

1,45

1,73

1,34

1,43

1,31

1,87

1,18

1,17

1,78

1,33

1,43

1,62

1,39

1,35

1,26

1,34

1,57

1,44

1,29

1,28

1,52

1,43

1,28

1,25

1,37

1,40

1,46

1,01

2,13

1,73

1,78

1,38

1,56

1,24

1,11

1,47

1,58

1,57

1,28

1,48

1,24

1,44

1,21

1,18

1,93

1,30

1,38

1,58

1,27

1,33

1,18

1,26

1,45

1,33

1,25

1,21

1,45

1,45

1,18

1,16

1,45

1,43

1,38

1,10

2,11

1,67

1,74

1,34

1,48

1,17

1,04

1,41

1,80

1,56

1,21

1,50