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la proposta politica di Essere Comunisti*

unità, sinistra e governo Prodi

«Le crepe dell’impero americano erano evidenti ben

prima del crollo dei mutui che ha provocato sulle

Borse mondiali una tempesta paragonabile all’11

settembre e forse peggiore. Gli Stati Uniti producono il 10%

delle merci circolanti nel pianeta, meno della Germania, e ne

consumano il 30%, più dell’Europa intera. Questo significa

che i cittadini dell’impero, dall’ultimo impiegato della middle

class fino al primo manager di Manhattan, vivono molto

al di sopra dei loro mezzi. […] La grande bolla Usa sta per

esplodere. Con quali conseguenze nessuno può dirlo. Prima

o poi qualcuno dovrà incaricarsi di spiegare agli americani la

scomoda verità. A meno di non ipotizzare un’apocalittica

guerra alla Cina» 1 .

Non si tratta delle riflessioni di un pericoloso comunista,

ma di un giornalista onesto: Curzio Maltese. In queste

parole sono contenute le motivazioni di quanto accaduto

nel mondo in questi anni.

Il quadro internazionale: dalla crisi statunitense al

Venezuela di Chavez

Il sistema economico statunitense è in grado di reggere

soltanto attraverso le guerre, la produzione di armamenti,

il dominio militare globale, la manipolazione internazionale

dell’informazione. Solo governi subalterni hanno

potuto sostenere e giustificare le tesi ufficiali con cui il

governo Usa ha motivato le guerre intraprese negli ultimi

anni. La lotta al terrorismo, la ricerca delle armi di distruzione

di massa, l’esportazione della democrazia non

c’entravano assolutamente nulla. Tutti sanno che i motivi

veri degli interventi militari sono stati altri. L’Iraq è

stato invaso per la grande quantità di petrolio di cui dispone

e per la decisione di Saddam di venderlo in euro.

L’Afghanistan è stato occupato per la sua collocazione

strategica a ridosso di Cina e Russia.

CLAUDIO GRASSI**

La politica di guerra e di dominio perseguita da Bush, classicamente

imperialista, si trova oggi in una profonda crisi.

Crisi militare: le guerre in Iraq e in Afghanistan non si

concludono e le perdite sono sempre più significative.

Crisi di egemonia: la credibilità della politica estera statunitense

è in netto calo rispetto all’11 settembre 2001,

quando venne lanciata la dottrina della guerra preventiva e

permanente. Inoltre negli Usa esistono contraddizioni

economiche immense che, come ha dimostrato la recente

vicenda dei mutui subprime, possono scatenarsi da un momento

all’altro con conseguenze imprevedibili.

Purtroppo a questa situazione di oggettiva debolezza di

prospettiva dell’imperialismo americano non corrisponde,

già pronta, un’alternativa. Un tempo si sarebbe detto

che vi sono le condizioni oggettive ma mancano quelle

soggettive.

Infatti, alla crisi del sistema economico dell’occidente

capitalistico, fanno da contraltare la crisi e la sconfitta

del tentativo di costruire un sistema socialista avviato nel

secolo scorso con la Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Se il capitalismo, quindi, mostra come non mai le sue

contraddizioni in tutto il pianeta, rendendo necessario

un suo superamento per evitare che si producano guerre,

migrazioni e devastazioni ambientali, oggi chi come noi

lo propone è indebolito dal fatto che quel tentativo di trasformazione,

nei paesi più significativi in cui è stato tentato,

non è riuscito ad affermarsi.

È in questi grandi processi storici che noi dobbiamo inserire

il nostro ragionamento. Altrimenti, oltre a non riusci-

** COORDINATORE NAZIONALE ESSERE COMUNISTI, PRC-SE

1


2

re a comprendere quanto sta avvenendo, non riusciamo ad

apprezzare e a valorizzare quanto stiamo facendo.

Le difficoltà di Rifondazione comunista, lo scarso consenso

elettorale, sono certamente dovuti a scelte sbagliate

e a errori soggettivi, ma in larga parte trovano le loro

cause in questa pesante sconfitta storica nella quale ci

troviamo a operare. Infatti anche in Spagna, in Francia e

in Germania, seppure con differenze, i partiti comunisti

e di sinistra alternativa sono attraversati da profonde divisioni

al proprio interno e il loro consenso elettorale è

più o meno analogo al nostro.

Tuttavia la partita è aperta e noi dobbiamo lavorare con

la consapevolezza che le contraddizioni di questo sistema

capitalista possono anche precipitare in crisi accelerate

e produrre scenari di vasti sommovimenti e trasformazioni.

Inoltre la situazione internazionale non è priva di contraddizioni

e di scenari che vanno valutati con grande attenzione.

Nella competizione globale il tratto dominante – che va di

pari passo con la crisi e l’indebolimento degli Stati Uniti –

è l’emergere di nuove potenze economiche: la Cina, la

Russia e l’India. L’impetuoso sviluppo economico di questi

paesi, in cui risiede quasi la metà della popolazione

terrestre, produrrà, nel giro di qualche decennio e forse

meno, cambiamenti enormi negli assetti mondiali.

Gli Stati Uniti stanno operando per contrastare tale sbocco

cercando alleati tra questi paesi. Quando ci riescono,

come nel caso dell’India, non esitano ad armarli e a sostenerli;

e quando non ci riescono, come sta avvenendo nel

caso della Russia di Putin, non esitano a riaprire nei loro

confronti una stagione di guerra fredda attraverso lo

scudo stellare, l’appoggio ai governi e alle forze più reazionarie

dei paesi confinanti e attraverso progetti di destabilizzazione

(vedi le rivoluzioni «arancioni»). Oppure,

come sta avvenendo nei confronti della Cina, attraverso

un sotterraneo e pesante attacco economico.

È evidente che oggi vi è un contrasto e uno scontro tra gli

Usa da un lato e la Cina e la Russia dall’altro, mentre l’Europa,

che attraverso la costituzione dell’euro ha introdotto

un elemento oggettivamente antagonistico al dollaro, è

divisa al suo interno e allo stato attuale è incapace di rendersi

autonoma dall’egemonia statunitense.

In questo contesto l’obiettivo prioritario è indebolire la

politica di guerra degli Stati Uniti. Non è una scelta di

«campo», come quella che si poteva realizzare negli anni

Sessanta-Settanta del secolo scorso quando, pur con tutti

i limiti, al campo capitalista si contrapponeva un campo

socialista. Oggi non c’è un campo socialista. Tuttavia ci

sono paesi che non condividono e in alcuni casi contra-

stano ciò che di più pericoloso si muove contro la pace

nel mondo e cioè la politica estera degli Stati Uniti.

Inoltre nella competizione globale, oltre a Usa, Europa,

Cina e Russia, vi sono altre realtà degne di attenzione. Ne

segnalo una in particolare, quella che mi sembra più significativa:

l’America Latina. Qui sta prendendo forma un

processo che ha due elementi peculiari. Da un lato un numero

crescente di paesi non accetta più la sottomissione

ai diktat nordamericani: Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina,

Uruguay, Nicaragua solo per citare i principali.

Nel Brasile la situazione è più incerta, tuttavia sarebbe un

errore non vederne il processo contraddittorio e le potenzialità

positive. Dall’altro lato Chavez sta costruendo un

progetto di trasformazione del Venezuela in senso antimperialista

e di democrazia sostanziale. Ciò ha una straordinaria

importanza per il messaggio che lancia a tutto il

mondo. Non a caso si è stabilito un asse forte con Cuba e

l’esperimento venezuelano è oggi il punto più avanzato

per la sinistra, poiché ha come obiettivo il cambiamento

rivoluzionario e la trasformazione socialista della società.

Il fatto è importante poiché si lotta non solo per una alternanza,

come avviene in tutti i paesi europei, ma per una

alternativa di società.

Ciò che manca oggi in questo panorama internazionale

così complesso è la ripresa del conflitto di classe nei

paesi a capitalismo avanzato.

Sarebbe interessante capire se, viste le trasformazioni


che sono intervenute dagli anni Settanta a oggi, i punti

alti dello sviluppo capitalistico, dove si può ipotizzare riparta

il conflitto di classe, siano ancora da considerarsi

le metropoli europee, e non invece le grandi città di

Cina, India, Brasile e Sudafrica dove sono stati trasferiti

i più importanti insediamenti industriali e dove più alta

è diventata e diventerà la concentrazione operaia. Sono

approfondimenti da fare, importanti.

Rifondazione comunista e governo Prodi: unità e

conflitto, per l’unità programmatica della sinistra

d’alternativa

Abbiamo il compito, qui e ora nel nostro paese, di costruire

l’iniziativa politica più efficace possibile per dare

una risposta ai bisogni dei lavoratori, dei ceti sociali più

deboli e per tenere aperta una prospettiva di trasformazione,

di alternativa di società. La prima cosa da fare è

analizzare bene la realtà e compiere una corretta analisi

della fase altrimenti, come purtroppo ha fatto il nostro

partito (a Venezia e prima di Venezia), si commettono

errori e ci si trova in difficoltà.

La nostra analisi della fase, e il nostro giudizio su come bisognasse

costruire l’unità della sinistra di alternativa e

un’eventuale intesa di governo, oggi si rivela valida e confermata

dai fatti, mentre quella della maggioranza non ha

retto 2 . Vorrei ricordare, infatti, che si era teorizzato che:

1) la nostra presenza al governo avrebbe impresso alla

sua azione una svolta riformatrice, mentre ha prodotto,

al contrario, una grave difficoltà per Rifondazione, come

hanno dimostrato i dati negativi delle elezioni amministrative

e il fallimento del sit in del 9 giugno;

2) a differenza degli anni Novanta, si sarebbe potuta trovare

una intesa di governo con questo centro-sinistra

poiché esso si era spostato a sinistra; ci troviamo, al contrario,

a fare i conti con la costruzione del Partito democratico

che si colloca al centro e si distanzia sempre più

dai bisogni dei lavoratori e dai valori della sinistra;

3) la forza dei movimenti, in ogni caso, ci avrebbe aiutato

e supportato nei passaggi più difficili, e invece ci

siamo trovati a operare nel governo in una fase di riflusso

dei movimenti.

Inoltre, venne duramente attaccata la nostra proposta di

unità d’azione e programmatica con le altre forze della

sinistra di alternativa poiché – si diceva – era necessario

trattare direttamente con Prodi. Oggi, con grave ritardo,

e quando ormai molti passaggi sono compromessi, si

propone l’unità della sinistra di alternativa esattamente

come la proponevamo noi. Infine, venne ridicolizzata la

nostra proposta di concordare un programma breve e

vincolante di pochi punti (i paletti). Oggi viene avanzata

EDITORIALE

con articoli e interviste (penso, per esempio, ai recenti

interventi di Giuliano Pisapia e Cesare Salvi su «il manifesto»)

come unica possibilità per uscire dalle difficoltà

in cui ci troviamo.

Insomma: oggi paghiamo per intero non solo le difficoltà

oggettive, che ci sono, ma anche il modo sbagliato con

cui Rifondazione comunista è entrata prima nell’Unione

(anzi nella Gad) e poi nella maggioranza e nel governo.

A questo c’è da aggiungere un fatto: il partito non ha gestito

adeguatamente il primo anno di presenza nella coalizione

di governo. Solo nell’ultima fase si è cominciato a

riconoscere che il bilancio di questi primi 15 mesi non è

positivo. Per tutto il primo anno non solo si è teso a rimuovere

le difficoltà, ma si sono sbandierati risultati

positivi anche quando non c’erano. Tutti ricordano, a

proposito di una Finanziaria assolutamente negativa, il

manifesto «anche i ricchi piangano»; oppure il giudizio

positivo sui 12 punti di Prodi dopo la crisi di governo

quando positivi non erano; oppure ancora la tesi, rivelatasi

poi fasulla, che il voto favorevole al rifinanziamento

della missione in Afghanistan si sarebbe potuto dare

perché si era ottenuto una prima volta il comitato di monitoraggio,

una seconda volta la conferenza di pace: risultati

che, come è noto, non si sono mai concretizzati.

Ritengo che fin da subito il partito avrebbe dovuto avere

un atteggiamento più onesto dicendo apertamente ciò

che andava e ciò che non andava. Ciò non è stato fatto e

questi errori li abbiamo pagati duramente, come si è

visto con il risultato elettorale delle amministrative.

Da alcuni mesi, in particolare dalla conferenza di Carrara

in poi, l’atteggiamento è cambiato, seppure in modo

ancora insufficiente.

Detto questo, cosa proponiamo di fare noi nei confronti

del governo Prodi?

La situazione è molto complessa e l’errore più grave è la

semplificazione. Essa porta a due errori opposti che dobbiamo

evitare. Il primo, che è quello che ha contraddistinto

la maggioranza del partito nel primo anno di governo

e che è ancora presente in una parte della maggioranza,

è un atteggiamento di subalternità che porta a

giustificare e ad accettare tutto quanto il governo propone.

Il secondo, che è quello che contraddistingue Sinistra

Critica e alcuni dei compagni che sono usciti dall’area, è

incentrato sull’idea che si debba uscire dal governo. Sono

due atteggiamenti che rifuggono dalla realtà: il primo

perché la nasconde, il secondo perché con la sua azione

non affronta la difficoltà, ma di fronte a essa scappa, producendo

nei fatti uno scenario ancora più arretrato. Nel

contesto nel quale ci troviamo a operare giocano molti

fattori e noi dobbiamo considerarli tutti.

3


4

Questo governo, che noi giustamente critichiamo e al

quale proponiamo un forte cambiamento, soprattutto

sulle questioni economiche e sociali, è anche sotto attacco

e sotto pressione da parte dei poteri forti. Dai tecnocrati

europei alla Confindustria, dal «Corriere della Sera»

alla Chiesa e agli Usa. L’ambasciatore statunitense in Italia

è intervenuto pubblicamente tre volte per criticare le

scelte del governo italiano. Si tratta di una ingerenza

inaudita, come non si vedeva dall’immediato dopoguerra.

Abbiamo visto inoltre, mentre si avvia a conclusione l’iter

di costituzione del Partito democratico, le proposte di

riassetto istituzionale di Veltroni e Rutelli che con una

legge elettorale alla francese puntano a rendere ininfluente

la sinistra dell’Unione, in primo luogo Rifondazione

comunista. Tutto ciò avviene, come dice strumentalmente

la componente moderata dell’Unione, perché

Rifondazione comunista e la sinistra hanno condizionato

il quadro politico? Purtroppo no. Le cose ottenute, che

pure ci sono state (come per esempio il ritiro dei militari

italiani dall’Iraq, una lotta all’evasione fiscale che comincia

a dare frutti, le misure ottenute a proposito di sicurezza

nei luoghi di lavoro, il contenimento delle privatizzazioni

nel primo disegno di legge Lanzillotta), non modificano

sostanzialmente il senso di marcia del governo.

Il fatto è che nemmeno il timido programma dell’Unione

viene rispettato e quelle poche cose che potevano dare

ai nostri referenti sociali il senso di una inversione di

tendenza – dall’abolizione dello scalone alla restituzione

del fiscal drag, dai Dico al superamento della legge 30 e

della Bossi-Fini – non vengono attuati.

Tutto ciò avviene poiché – dobbiamo riconoscerlo – non

siamo ancora usciti dalla sconfitta iniziata alla fine degli

anni Settanta. Stiamo vivendo una pesantissima offensiva

dei padroni che non ha precedenti e a cui non si contrappone

quasi nessuno. Il fatto che dopo un editoriale

come quello di Giavazzi sul «Corriere» 3 , nel quale si

propone di rendere precari tutti i lavoratori, vi sia stato il

silenzio generale degli intellettuali e del mondo della

cultura conferma questa valutazione.

Anche la reazione dei sindacati, della Cgil in particolare,

è da tempo insufficiente e ciò ha pesato e pesa nei rapporti

di forza tra le classi e anche tra le forze politiche e

nel governo.

Noi dobbiamo operare in questo groviglio di contraddizioni

sapendo che ciò che ci chiede la nostra gente, soprattutto

i lavoratori, non è far cadere il governo ma lottare

per cambiare le sue scelte politiche. Questo è il punto

e questo deve essere il nostro impegno per i prossimi

mesi sui temi già all’ordine del giorno come pensioni e

mercato del lavoro. Il percorso che abbiamo di fronte non

è facile, ma ci sono anche le opportunità per fare questa

battaglia fino in fondo, come dimostra l’importantissima

presa di posizione del comitato centrale della Fiom. I

protocolli sottoscritti da governo e sindacati devono essere

modificati e per cercare di ottenerlo occorre la lotta

e la mobilitazione, in Parlamento e nel paese.

Questo deve essere il modo con cui noi ci rapportiamo al

governo. Un approccio unitario ma anche, quando occorre,

di conflitto teso alla realizzazione del programma

con l’unità delle altre forze della sinistra disponibili.

Anche sulla base Dal Molin di Vicenza e sul rifinanziamento

della missione in Afghanistan che ci sarà in gennaio,

noi dobbiamo lavorare perché tutta la sinistra dell’Unione

si mobiliti. Tra l’altro a favore di una ipotesi di

exit strategy concorre il fatto che né il comitato di monitoraggio

né la conferenza di pace sono state fatte e in Afghanistan,

come ci ha confermato il rapporto Onu dei

giorni scorsi, la produzione di droga ha toccato livelli

mai raggiunti in passato.

Lo stato del partito e il ruolo dell’area

Essere comunisti

Il partito vive da tempo una situazione di grave crisi tanto

politica quanto organizzativa. Le cause risalgono indietro

nel tempo e sono il prodotto di vari fattori di cui più volte

abbiamo discusso e che hanno subìto una accelerazione

alla fine degli anni Novanta.

È stata attuata un’opera di rimozione della nostra storia.

Non una riflessione sul nostro passato, quanto mai necessaria,

la messa a tema di quella Rifondazione comunista

mai fatta dal nostro partito e di cui abbiamo grande

bisogno, ma – al contrario – una opera di azzeramento,

che ha mortificato molti nostri compagni e ne ha allontanati

altri. D’altra parte il ragionamento è molto semplice:

se tutto quello che ha a che fare con il comunismo

è una sequela di errori e orrori, perché iscriversi a un

partito comunista e militare per esso?

Noi abbiamo cercato di contrastare questa deriva, prima

con un emendamento al V congresso, poi con una mozione

alternativa al VI a cui abbiamo dato un nome – Essere

Comunisti – che ha voluto replicare anche simbolicamente

a quell’attacco. Possiamo dirlo con orgoglio: se

tanti compagni e compagne non se ne sono andati dal

partito è perché hanno incontrato noi e hanno visto in

noi una reazione efficace a quella offensiva.

Questo lavoro dobbiamo continuarlo perché non siamo

affatto disposti a rinunciare al nome e al simbolo di Rifondazione

comunista, ma soprattutto riteniamo inaccettabile

che la storia comunista – che in questo paese è

storia gloriosa – venga sommersa da falsità e revisioni-


smi. Il nostro impegno deve essere quello di una riflessione

vera per capire dove si è sbagliato, per andare avanti

senza rinunciare alla prospettiva di costruire una società

socialista.

Dall’altro lato, accanto a questo sistematico attacco alla

nostra storia, si è spinto il partito non a stare nei movimenti,

cosa ovviamente giusta, ma a identificarsi con una

parte di esso, quella considerata più innovativa e interessante

e cioè quella dei Disobbedienti di Luca Casarini. In

quel periodo il gruppo dirigente di Rifondazione parlò di

«nuova situazione rivoluzionaria», dell’esaurimento dei

margini di riformismo, iniziò a considerare la Cgil un sindacato

ormai privo di qualsiasi importanza e a lanciare la

parola d’ordine della rottura della gabbia dell’Ulivo. Ed

entrò non casualmente in sintonia con le tesi negriane

dell’Impero e con quelle revelliane delle due destre.

Contro chi, come noi, propose l’unità della sinistra di alternativa

fioccarono le accuse di frontismo e moderatismo.

E quando sostenemmo che il movimento era importante

ma bisognava prestare attenzione anche al partito

perché – come è naturale – i movimenti rifluiscono,

ci accusarono né più né meno di essere contro i movimenti.

Come sia finita lo sappiamo tutti. Nel volgere di

una estate la politica di Rifondazione cambiò di 180

gradi. Si abbandonarono i Disobbedienti e si decise di

entrare nell’Unione e nel governo ancor prima di aver

discusso il programma. Si passò, in sostanza, da un estremo

all’altro.

Queste sono le ragioni delle difficoltà di Rifondazione

comunista. Qualsiasi partito politico che contemporaneamente

subisce una costante rimozione del proprio

profilo identitario e un cambiamento di linea e di collocazione

politica di 180 gradi non può che creare disorientamento,

soprattutto nella propria base.

Il dato nuovo, e dal nostro punto di vista positivo e interessante,

è che si sta facendo largo anche nell’attuale

gruppo dirigente nazionale la consapevolezza della necessità

di modificare questa situazione cercando di instaurare

un clima diverso nel partito. Ciò avviene prevalentemente

per due motivi. Perché il fallimento di quella

modalità di gestione è sotto gli occhi di tutti e perché noi

siamo stati tenaci nel non abbandonare mai il campo nonostante

nei nostri confronti – al centro e in periferia –

siano state attuate pesantissime azioni di emarginazione

e discriminazione.

Questa nuova situazione – che va ancora verificata e consolidata

– è frutto anche del nostro lavoro e della tenuta

delle nostre posizioni politiche: dobbiamo considerarla

frutto della nostra iniziativa politica.

Essa sta alla base della scelta di fare una conferenza di or-

EDITORIALE

ganizzazione come è stata fatta a Carrara, quando, lungi dal

ripercorrere lo schema di Venezia, quello dei documenti

contrapposti, si è lavorato per un serio confronto, a partire

dalla possibilità di presentare emendamenti.

È in questo passaggio che si è prodotto il contrasto al nostro

interno con alcuni compagni che poi hanno lasciato

l’area Essere comunisti. Abbiamo cercato di evitare in tutti i

modi questo esito, ma, d’altra parte, non potevamo nemmeno

non contrastare tesi che ci avrebbero portati in un

vicolo cieco, senza sbocchi politici per la nostra iniziativa.

Secondo questi compagni a Carrara avremmo dovuto presentare

un documento alternativo. Ritengo che sarebbe

stato un grave errore politico. In contrasto con la storia

della nostra area, che non è mai stata quella di stare all’opposizione

a prescindere e di costruire un partito nel partito,

ma che, al contrario, ha sempre operato per cercare di

intervenire sulle posizioni sbagliate per cambiarle.

Questo obiettivo con la conferenza d’organizzazione, grazie

anche al nostro contributo, è stato conseguito. Basta

leggere il documento conclusivo per rendersene conto 4 .

In esso si apre finalmente un discorso critico sul Governo,

si propone di aprire una offensiva tesa a ottenere il

risarcimento sociale e, sul partito, si afferma con chiarezza

che non è in discussione la sua identità politica,

culturale e organizzativa.

Se noi a Carrara avessimo presentato un documento alternativo

ci saremmo isolati collocandoci al fianco di chi

(come Sinistra Critica) alla Conferenza non ha nemmeno

partecipato e quindi condannandoci a una logica di impotenza

e marginalità.

La nostra è una linea che opera per intervenire nelle contraddizioni

presenti nella maggioranza cercando l’unità

con la parte a noi più vicina. L’obiettivo è quello di trovare

significativi punti di convergenza, come già è avvenuto in

altri periodi della storia di Rifondazione comunista, sulla

gestione del partito e sulla sua proposta politica.

Il punto è se si ritiene Rifondazione comunista il partito

nel quale si opera per cercare di migliorarlo o se si è con-

5


6

vinti che ormai non ci sia più nulla da fare e si pensa ad

altro. Noi riteniamo che la battaglia sia aperta, l’esito non

scontato e quindi l’iniziativa si deve sviluppare dentro

Rifondazione comunista. Il Prc è il luogo nel quale lavorare

per cercare di costruire una forza politica con basi di

massa e che si batte per una alternativa al capitalismo. Un

corpo – quello del Prc – in trasformazione e trasformabile

su cui abbiamo influito in passato e possiamo influire

oggi. Rifondazione comunista mantiene delle ambiguità

feconde. In primo luogo perché tra i suoi obiettivi resta

quello del superamento del capitalismo e in secondo

luogo perché non ha rinunciato all’autonomia dai governi,

anche se l’attuale esperienza con Prodi sta mettendo

questa sua peculiarità a dura prova.

Cosa manca al Prc? Tante cose, ma se dovessi fare una

scala di priorità ne metterei una davanti a tutte. La presenza

nella classe, il radicamento nel mondo del lavoro,

l’assunzione dei problemi dei lavoratori come la bussola

principale su cui orientare l’azione del partito. Dobbiamo

ricostruire una presenza nel sindacato e nelle fabbriche.

Perché il sindacato e le fabbriche ci sono ancora:

siamo noi che non ce ne occupiamo più. Non sappiamo

più nemmeno dove siano, salvo poi andarci prima delle

elezioni e stupirci del disinteresse e della freddezza con

cui veniamo accolti, come è avvenuto alla Fiat. Sapendo

che una fabbrica è la Fiat, ma lo è anche un call center o

un grande supermercato. Così come dobbiamo tenere

presente che i migranti e i precari sono soggetti fondamentali

su cui investire la nostra attività poiché su di loro

è più intenso lo sfruttamento capitalistico.

In questo contesto è strategica la tenuta della Fiom, perché

è il sindacato che non ha rinunciato al conflitto e sappiamo

che senza conflitto nessun progetto di trasformazione

è ipotizzabile. Ed è chiaro che, se sono importanti e

vanno mantenuti i rapporti con i sindacati di base, noi

dobbiamo lavorare prioritariamente sulla Cgil. Essa resta

il sindacato nel quale si riconosce la stragrande maggioranza

dei lavoratori e al suo interno è attiva una importante

componente di sinistra. Il nostro partito deve avere

l’ambizione di diventare il principale riferimento del

mondo del lavoro e anche della Cgil. Su questo noi dobbiamo

lavorare. Fare politica nella classe, costruirvi punti

di riferimento, farli avanzare nell’area e nel partito.

Anche altri sono i temi su cui lavorare per cambiare Rifondazione,

ma ciò possiamo farlo con credibilità se viviamo

il rapporto con il partito come una cosa che ci appartiene,

alle cui sorti siamo interessati e al quale diamo

il nostro contributo.

Io penso che la nostra area debba essere attaccata come

un’edera al partito, entrare in tutte le sue pieghe, saper

cambiare quando la situazione cambia. C’è il momento del

contrasto. Abbiamo dimostrato di non sottrarci quando

sono in gioco forti convincimenti e per questo, non per

altro, siamo stati cacciati dalla Segreteria nazionale. Ma

c’è anche il momento in cui se si apre uno spiraglio devi

saperlo cogliere e modificare il tuo atteggiamento.

Sì alla confederazione. No al superamento di Rifondazione

comunista

Ma se è sbagliata la posizione di chi dice che bisogna prepararsi

per fare qualcosa a sinistra del Prc, altrettanto

sbagliata è la tesi di chi propone di sciogliere Rifondazione

comunista in un soggetto unico della sinistra.

Sgombriamo subito il campo da una questione: noi siamo

per l’unità, l’unità dei lavoratori, l’unità della sinistra,

l’unità delle forze democratiche.

Noi siamo sempre stati per l’unità, ma ciò che ci propongono

– esplicitamente o meno esplicitamente – alcuni

compagni di Rifondazione o di Sinistra democratica non è

una proposta unitaria, ma lo scioglimento del partito in

un soggetto genericamente di sinistra. Noi siamo contrari

a questo progetto. Siamo per l’unità della sinistra, ma ci

opponiamo al superamento di Rifondazione comunista.

Tra l’altro, come si vede in questi giorni, tra noi e questi

compagni con cui dovremmo fare un unico partito, emergono

giudizi assai diversi su questioni rilevanti come l’accordo

sulle pensioni o il protocollo sul welfare.


D’altra parte se in tutti questi anni con il compagno

Mussi – dalla Bolognina alla concertazione, dalle leggi

maggioritarie alla guerra in Kosovo – ci siamo trovati su

posizioni diverse, ciò non è avvenuto per caso.

Nonostante ciò lo sforzo unitario va perseguito. Stiamo

parlando delle forze politiche a noi più vicine e dobbiamo

pazientemente ricercare i contenuti su cui convergere, sapendo

che abbiamo tanti punti in comune, ma anche differenze

significative che non ci consentono di ipotizzare

un unico partito. Le divergenze si addensano in particolare

su due questioni, entrambe di carattere strategico.

La prima: noi non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare

alla Rifondazione comunista e non abbiamo nessuna

intenzione di rinunciare ai nostri riferimenti internazionali.

Non è un problema che riguarda il passato ma è

un problema che guarda al futuro. Si tratta di capire se

continuiamo a lavorare per costruire una forza politica il

cui orizzonte è il superamento del capitalismo e la costruzione

della società socialista e che quindi opera per

una trasformazione rivoluzionaria della società, oppure

puntiamo a costruire una forza socialista di sinistra che

lotta per correggere le ingiustizie più gravi del sistema in

un meccanismo di alternanza. Sono due progetti molto

diversi. Infatti – e qui è il secondo punto di divergenza

strategica – il rapporto con il governo per questi compagni

è un dato che non può essere messo in discussione,

per noi non è così. Dipende dai contenuti e dalla misura

in cui la nostra presenza è utile o meno a tenere aperta la

costruzione dell’alternativa.

La nostra proposta quindi è molto semplice: unità a sinistra

e rafforzamento del Prc. Lavoriamo per costruire

l’unità della sinistra nel Parlamento e nel paese sui contenuti,

ma contemporaneamente lavoriamo per rafforzare

il partito della Rifondazione comunista. Siamo disponibili

a tutte le formule organizzative che aiutino questo

tipo di unità, come la confederazione, i coordinamenti

dei gruppi istituzionali, le case della sinistra. Ma siamo

contrari alla costruzione di gruppi unici, liste uniche alle

elezioni politiche, partiti unici.

In questi mesi su questo punto si è aperta una dialettica

nella maggioranza del partito tra chi, come noi, pur in un

processo unitario vuole mantenere l’autonomia di Rifondazione

e chi concepisce il processo unitario come un

percorso che alla fine prevede la costruzione di un nuovo

partito politico che non sarebbe più un partito comunista.

Quest’ultima posizione è stata contrastata da noi,

dall’esito della Conferenza di Carrara, dal segretario nazionale

e della maggioranza del gruppo dirigente. Successivamente,

di fronte alla reazione del partito e ai fatti

politici che andavano in un’altra direzione, chi nel parti-

EDITORIALE

to aveva proposto un suo superamento ha fatto un passo

indietro. Ciò è avvenuto nella riunione della maggioranza

a Segni e nel comitato politico nazionale di luglio 5 .

Le questioni però potrebbero riproporsi e noi dobbiamo

intervenire in questa dialettica che è una dialettica vera.

In questo nuovo contesto dobbiamo continuare il nostro

lavoro di area nel partito e impegnarci fin da subito perché

si vada a un congresso che sia in continuità con lo

spirito di Carrara e non con quello di Venezia. Un congresso

che possa essere di confronto vero e non di contrapposizione

a priori.

* Stralci della relazione di Claudio Grassi all’assemblea nazionale di

Essere Comunisti, Gubbio, 2 settembre 2007. La versione integrale è

consultabile all’indirizzo: www.esserecomunisti.it/index.aspx?m -

=77&f=2&IDArticolo=18164.

1. Curzio Maltese, «il Venerdì di Repubblica», 24 agosto 2007 (qui è

possibile leggere l’articolo integrale: www.esserecomunisti.it/index. -

aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=17798).

2. È interessante rileggere alcuni materiali del congresso scorso, come

il documento della prima mozione

(www.rifondazione.it/vi/documenti/mozione1.html), il nostro documento

(www.esserecomunisti.it/in -

dex.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=3387) e l’intervento di Claudio Grassi

di presentazione della mozione al Centro Congressi Frentani di Roma il

27 novembre 2004 (www.esserecomunisti.it/ index. aspx?m=77&f= -

2&IDArticolo=3401).

3. La delusione dei più deboli, «Corriere della Sera», 26 agosto 2007.

4. A quest’indirizzo è possibile consultare il documento conclusivo

della conferenza di Carrara: www.esserecomunisti.it/index.aspx?m -

=77&f=2&IDArticolo=14869. Qui, invece, è possibile leggere l’intervento

di Claudio Grassi a Carrara: www.esserecomunisti.it/index.aspx?m -

=77&f=2&IDArticolo=14871.

5. Riportiamo per completezza anche il documento conclusivo del Cpn

del 14 e 15 luglio (www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f= -

get_filearticolo&IDArticolo=17037) e la dichiarazione di voto di Claudio

Grassi (www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArtico -

7


8

non cerchiamo scorciatoie

AURELIO CRIPPA*

In un clima di «crisi» della politica e di speculazione

della (e sulla) medesima, dove una diffusa egemonia

culturale che riduce la politica a pratica di governo,

ad amministrazione, ad «affare interno» a oligarchie di

partito e il rapporto con i cittadini a intrattenimento mediatico

affidato ai talk show televisivi, la storia e le ragioni

della sinistra rischiano di essere messi ai margini, il

conflitto sociale di esser considerato una patologia da

estirpare, il mondo del lavoro di scomparire dalla scena

politica. Nella regressione generalizzata dei diritti e delle

garanzie di lavoro, il capitalismo torna ad assumere sembianze

ottocentesche. Un nuovo proletariato abita l’Italia

e l’Europa: le/i precarie/i.

La precarietà introdotta per via legislativa include un numero

di persone triplo rispetto a quello del resto d’Europa,

a cui si aggiunge il lavoro nero (per l’Istat circa 4 milioni

di disposizioni lavorative), quello dei collaboratori,

dei circa 4 milioni di partite IVA, di cui una gran parte

monocommittenti (quindi in una condizione di dipendenza

economica). Non semplicemente uno spostamento

a destra del quadro politico, ma un oscuramento delle

idee-forza della sinistra, indotto dal progressivo smantellamento

di un intero impianto concettuale e da un pesante

sfondamento ideologico (tramonto delle ideologie,

con l’affermazione dell’unica ideologia imperante, quella

del cosiddetto «pensiero unico»), dal revisionismo

storico, dalla demolizione scientifica e sistematica dei

valori: al posto della solidarietà la competizione, al posto

dell’uguaglianza la meritocrazia. E le responsabilità non

vanno individuate solo a destra.

Dietro la formula «semplificare la democrazia» (per semplificare

occorre ridurre, dice il vocabolario) una parte significativa

di «ceto» politico, intellettuale, mediatico –

che ritiene l’eccesso di democrazia e di complessità socia-

le un ostacolo per la governabilità – opera per meccanismi

elettorali che riducano la rappresentanza a pochi e si basino

sulla personalizzazione (si veda l’euforia per le primarie):

come se i cittadini contassero di più, perché possono

votare una persona anziché un programma.

Così è oggi in atto un «lavorio» (a destra, al centro, a sinistra)

sulla ricerca di nuove prospettive e alleanze. Preminente

il suo carattere politicista e – ognuno a suo

modo – evidente la volontà di seppellire il «partito di

massa» e tutto quello che esso rappresenta: rapporto con

la gente, partecipazione per far avanzare la politica. Lavorio

politicista, manifesto nella ricerca di nuovi interpreti

della politica, per esercitare leaderships pervicacemente

personalizzate e di vertice. Ma anche, a suo modo,

nell’«oltre Rifondazione»: per fare in fretta un nuovo

soggetto unico di sinistra, a fronte della formazione del

Partito democratico e in seguito a risultati elettorali negativi

(una sommatoria per «stato di necessità»). Nella

sua precipitazione organizzativistica (chissà perché la

fine conclamata di un’esperienza dovrebbe accelerare un

processo unitario) sta il suo politicismo, speculare a

quello dei fondatori del Pd. Si vuole competere, in una

visione che appare tutta governista. Vedo riecheggiare

l’«oltre Pci» e ciò che prese avvio allora.

Confermo la mia ostilità di sempre all’idea che alle difficoltà

si risponda con proposte politiciste. Ma a scanso di

equivoci, chiarisco: andare «oltre» fa parte della ricerca

di chi vuole migliorare, anche innovando; e quindi dell’essere

e dell’agire delle/dei comuniste/i.

* PRC-COMITATO POLITICO NAZIONALE


Il problema è non sbagliare meta: questo vedo nell’«oltre

Rifondazione».

Sarebbe bene che il Prc, la sinistra, prendessero coscienza

che il vero problema che abbiamo di fronte è l’esaurimento

di un lungo ciclo di cultura e impostazione politica,

quello che ha trasformato la politica in pura tecnica di gestione

del potere, separata dal sociale, privilegiando decisionismo,

verticalizzazione, concertazione, sacrificando

ogni sede di rappresentanza e partecipazione.

Non c’è bisogno di nessun «oltre» se con ciò si intende

scioglimento, né di sommatorie per stato di necessità, né

di perdite d’identità. C’è bisogno di un «fare» che recuperi

il ruolo della politica rispetto all’economia, riconnetta

a essa i temi sociali, riporti il baricentro della sua

azione nella società, rioccupandosi dei suoi problemi, a

partire dalle contraddizioni capitale-lavoro, all’interno

delle quali ritroviamo questioni ambientali e di genere. I

temi del lavoro salariato nelle vecchie e nuove forme.

Un nuovo ciclo di cultura e impostazione politica che

ponga fine alla mercificazione dei beni comuni, alla precarietà,

alla privatizzazione delle risorse pubbliche che, nella

gran parte dei casi, ha determinato un maggior costo per i

cittadini, peggioramento di condizioni di lavoro, della

qualità dei servizi e dei prodotti. Un nuovo ciclo che riaffermi

il valore delle lotte alle disuguaglianze, all’esclusione

sociale, a vecchie e nuove povertà; avvii una redistribuzione

del reddito verso il basso (negli ultimi 20 anni, la ricchezza

si è spostata in modo massiccio – 10 punti – dal

lavoro alla rendita), conduca con forza e sistematicità una

lotta agli sprechi, all’evasione fiscale (ci sono tasse da abbassare,

a partire da quelle sul lavoro, e tasse da aumentare:

quella sulla rendita, con franchigia per tutelare i piccoli

risparmiatori). Occorre riconquistare il ruolo programmatorio

dello Stato, in un ridisegno della una struttura

produttiva che tenga conto del fatto che, per quanto il

perno dell’industria si sia ridotto, essa continua a essere il

motore delle economie più avanzate (sviluppo delle forze

produttive per il soddisfacimento dei bisogni).

Vanno riproposte l’idea e la pratica della pace, del disarmo,

della cooperazione fra i popoli; della laicità, proteggendola

da incursioni di fondamentalismi che usano la

religione come clava per veicolare discriminazioni, conflitti,

guerre, presunte superiorità culturali.

Resistere è d’obbligo, ma non basta. Non è ipotizzabile

per noi comuniste/i annullare l’idea e la speranza di

cambiamento e trasformazione della società. Dobbiamo

avere capacità e forza per riproporre in maniera più vasta

l’idea gramsciana di «egemonia», attraverso un’azione

politica e sociale che si riproponga come momento di

riorganizzazione della democrazia partecipata, coinvol-

EDITORIALE

gendo nella ricerca, con pari dignità, tutte/i coloro che

sono disponibili a ridefinire un pensiero critico.

Sul «che fare» – ma anche su ciò che siamo, vogliamo e

possiamo diventare – è opportuno promuovere una

grande campagna di massa, evitando il pericolo (oggi

presente), che anche il giusto progetto dell’unità a sinistra

si riduca a un fatto verticistico.

È indubitabile (sarei meravigliato del contrario) che nel

popolo di sinistra vi sia una richiesta di unità, che va

ascoltata e accolta. Ma reputo forzata l’interpretazione, la

tesi, che questa sia un avallo a un’operazione che cancelli

l’identità dei singoli Partiti: e con essa tradizioni, culture

politiche ancor oggi differenti. Nella società contemporanea

siamo in presenza di una pluralità di soggettività

politiche (costituitesi anche su parzialità), che

sarebbe un azzardo pensare di voler ridurre «a uno». Un

conto è la necessità di un’alleanza, di una coalizione elettorale,

un altro voler appiattire l’identità di tutte/i. In

questa seconda modalità la politica non appassiona, perché

non è azione di trasformazione ma solo raccolta di

«consenso»; e, certamente, così non si recupera la spoliticizzazione

intervenuta in questi anni, il profondo disagio

del popolo di sinistra e del paese.

La presente richiesta di unità parte dai contenuti e ci chiede

di unire le forze, a livello parlamentare e nel paese, per

contrastare, cambiare una politica economica e sociale non

corrispondente alle aspettative, dando così vita a un’azione

che possa esser guardata come una «forza» in grado di incidere

in direzione degli interessi popolari, attraverso concreti

processi di cambiamento. Quindi unità d’azione e

contestualmente il «fare» per il processo unitario a sinistra:

per una soggettività che, per essere unitaria al plurale,

deve avere necessariamente connotati confederali. Una

soggettività nella quale, oggi, convivono, cooperano e si

confrontano esperienze e paradigmi diversi.

Il Prc sia motore autentico di questo processo, mettendo,

al pari di altri e con pari dignità, a disposizione di esso i

propri valori identitari.

Avverto oggi come ieri (all’atto della nascita del Prc) la

necessità, l’attualità dell’esigenza che permanga e anzi si

sviluppi una forza politica organizzata, autonoma, comunista,

che leghi alle battaglie politiche dell’immediato un

progetto di trasformazione della società capitalistica. Si

tratta non soltanto di un’enunciazione ideologica ma di

una constatazione politica degli eventi: tanto da riportare

nella sinistra, al centro della scena politica, la questione

del socialismo.

Per questo, va rapidamente sconfitto il tentativo in atto di

mettere in soffitta i deliberati della Conferenza d’organizzazione,

il progetto del «partito che si fa società»,

9


10

l’alter ego del partito altro, di massa, degli anni Novanta.

La coraggiosa e giusta autocritica sui fallimenti del V°

Congresso – autoriforma – e del VI Congresso – investimento

sul governo, come passaggio strategico per l’alternativa

di società – ha aperto una fase nuova nella vita interna

del partito, favorita anche dalla diffusa consapevolezza

che una sommatoria di parti separate (correnti) non

forma un’organizzazione.

Per affermare questa nuova fase e nel contempo essere

protagonisti delle vicende politiche e del processo di

unità d’azione a sinistra, occorrono scelte urgenti: in primis,

procedere al recupero dell’insediamento e del radicamento

del partito, il quale deve essere ancorato saldamente

alla società, ai luoghi del conflitto, organizzato nei

luoghi di lavoro e di studio, nei territori, presente nelle

organizzazioni/associazioni di massa, sindacali, culturali,

di categoria, nei movimenti.

I Circoli devono essere riconcepiti non come terminali di

un apparato burocratico, ma come luoghi dove si esercita

il «saper fare», la capacità di entrare in rapporto con

tutti i soggetti della società, i movimenti, per realizzare

una forma più alta della politica, non separata dai contenuti,

dalla partecipazione democratica e non delegata.

L’esigenza è più partito, non meno partito. Con un agire

che non sia né la pura cancellazione del passato, né il suo

culto nostalgico.

Nessun rigurgito di atteggiamenti settari, ma l’idea del

partito come strumento di identità e di autonomia politico-culturale,

così come è nell’elaborazione di Gramsci. A

fondamento, i valori della democrazia e del pluralismo, da

esplicarsi entro un sistema di norme chiare, trasparenti,

condivise: le differenti opinioni sono un arricchimento

per tutte/i se non si sclerotizzano in correnti. Poiché, in

tal caso, la democrazia pluralista finisce per privilegiare la

dialettica e il confronto «di vertice», anziché coinvolgere

l’insieme del partito. La vita interna deve essere strutturata

in modo da garantire a tutte le differenze piena cittadinanza,

agibilità, libertà di esprimersi, possibilità di

contare. Deve essere riconosciuta l’esistenza di due soggetti

– uomini e donne – e le loro tematiche, il loro pensiero

e protagonismo, devono contare realmente. Va ricostruita

l’organizzazione dei Giovani comunisti, garantendo

loro gli spazi politici che competono alla loro specifica

condizione, alle tematiche della loro realtà. La caratteristica

di massa sta nel modo di essere e di agire nella politica,

oltre che nel numero di iscritte/i, nel saper dare

ampio spazio alle relazioni con l’insieme della società.

In un’ansia di «modernizzazione» ma anche di nuova legittimazione

«occidentale», il marxismo è stato derubricato

alla condizione di «dottrina obsoleta», anche da

parte dell’intellettualità di sinistra. La realtà parla d’altro:

il marxismo di Marx, la sua elaborazione teorico-politica

costituisce il punto più alto della critica all’economia

capitalistica. Le difficoltà con cui misurarsi sono

tante e non dobbiamo nascondercele: con tutto ciò, vale

la pena di provarci. Non ci sono scorciatoie, però: e

l’esperienza storica (vedi i fallimenti delle varie «nuove

sinistre») sta lì a dimostrarlo.


MASSIMO DE SANTI*

Tutte le basi

disseminate sul territorio

italiano sono state

installate tramite accordi

segreti stipulati tra Italia

e Usa, con grave

limitazione della nostra

sovranità territoriale e

politica. Su questi temi è

cresciuta una sensibilità

politica di massa. La

manifestazione vicentina

del 17 febbraio non è stata

solo la classica

manifestazione contro la

guerra; è stata una

manifestazione per la Pace

Preventiva Contro la

Guerra Infinita di Bush e

dei suoi alleati

* MEMBRO DEL PATTO NAZIONALE DI

SOLIDARIETÀ E MUTUO SOCCORSO

Il quadro politico internazionale

PACE E GUERRA

guerra permanente e basi militari

due facce di una stessa medaglia

Con la fine della «guerra fredda» e l’instaurarsi di un nuovo mondo unipolare

a dominio Usa, il quadro politico internazionale è diventato sempre

più complesso, minaccioso e insicuro per la maggioranza dell’umanità. Si

è imposta, infatti, la nuova filosofia della guerra preventiva che ha moltiplicato i

conflitti armati, con la conseguente ripresa di una vertiginosa corsa agli armamenti

convenzionali, accompagnata dalla costruzione e sperimentazione di armi

sempre più raffinate nella loro tecnologia di morte. Ancora una volta, di fronte

alla crisi economica mondiale, l’Occidente risponde su due livelli: militare e mediatico.

Prima inventa un presunto conflitto di civiltà e poi attiva tutti i pretesti

per promuovere la guerra a livello planetario, in primo luogo contro quei paesi

che sono ricchi di materie prime, come il petrolio e il gas naturale, oppure di quel

prezioso bene comune che si chiama acqua. Non è affatto azzardato affermare

che è in corso la terza guerra mondiale, iniziata nel 1991 con la Prima guerra del

Golfo: anche se i politologi di regime non lo hanno mai ammesso. Eppure si

erano già levate prestigiose voci che cercavano di aprirci gli occhi sugli scenari

mondiali che si stavano profilando. Noam Chomsky ha sin dall’inizio espresso

una valutazione lapidaria: la guerra globale di Bush divorerà il pianeta. Lo

stesso Ramsey Clark, giurista americano ed ex ministro della Giustizia all’epoca

di Carter – oltre che promotore e Presidente del Tribunale Contro i

Crimini di Guerra commessi dagli Stati Uniti in Iraq – ebbe a dire nel 1992

che l’imperialismo americano, imponendo gli Usa come unica potenza economico-militare

al governo del mondo, aveva inaugurato l’era dell’unipolarismo.

Nel 1991, durante la prima fase del mondo unipolare, gli Usa aspiravano ancora

a salvarsi la faccia di fronte all’opinione pubblica mondiale e, per legittimare

la guerra, fecero entrare in gioco l’Onu, corrompendo vari paesi col

ricatto del debito estero. Oggi, invece, in quella che possiamo chiamare la

seconda fase dell’unipolarismo americano, l’Onu viene sistematicamente

scavalcata e chiamata solo a legittimare a posteriori l’accaduto. Il diritto internazionale,

prima violato attraverso l’artifizio di una interpretazione pro

domo americana, ora è violato direttamente e a ripetizione col tipico modo

sprezzante di chi non teme alcuna ritorsione. E la guerra viene «santificata»

grazie al monopolio dei potenti apparati mediatici filo-occidentali. La guerra

planetaria in corso, è sfuggita alla gestione delle stesse potenti lobbies internazionali

che l’hanno scatenata e che ora hanno difficoltà a contenerla o

fermarla. La situazione è fuori controllo: si veda l’Iraq dove gli Usa sono impantanati

in un conflitto armato, che di fatto hanno perso sia sul piano politico

che su quello militare. La stessa cosa vale per l’Afghanistan: là dove

c’era la convinzione euforica della vittoria, la guerra si ripresenta invece su

vasta scala sotto la sorprendente direzione dei talebani che erano dati per

scomparsi e sconfitti.

11


12

Ma d’altra parte solo gli arroganti

Stati Uniti d’America, accecati dalla

megalomania dell’invincibilità, potevano

pensare, ancora una volta, che

i popoli rimanessero passivi di fronte

alla tragedia di una folle guerra di

sterminio. La ribellione all’ingiustizia

è il risultato di una precisa dinamica

di eventi che genera, in chi subisce

continue sopraffazioni, un incontenibile

desiderio di riscatto della propria

identità, in nome del diritto di ognuno

a una vita dignitosa. Al livello dei

popoli, tale istanza è giustamente

sancita e ribadita nel Preambolo della

Dichiarazione Universale dei Diritti

dell’Uomo (Onu 1948), al terzo

comma, e passa sotto il nome di «diritto

alla ribellione». Pertanto, in Afghanistan,

in Iraq o in qualsiasi altro

luogo del pianeta vittima di una oppressione,

la presenza di una resistenza

organizzata è inevitabile.

L’unipolarismo di oggi a guida Usa

ha trasformato la guerra in una

sorta di normalità giustificata da finalità

etiche, essendo utilizzata

come il miglior mezzo di prevenzione

di tutti i mali dell’umanità. Ne

consegue che l’economia, la scienza,

la tecnologia, l’informazione e le

stesse relazioni internazionali vengono

utilizzate per massimizzare la

capacità distruttiva di un apparato

politico-militare sempre più potente,

che vuole governare il pianeta in

ogni sua dimensione e in ogni suo

spazio territoriale. La Terza guerra

mondiale, in corso per fasi, sta subendo

ora un’accelerazione inaudita

che non solo interessa le aree dei

vecchi conflitti, come la regione me-

Tra i primi firmatari del Patto Nazionale di

Solidarietà e Mutuo Soccorso si ricordano oltre ai NO

TAV, NO MOSE, NO PONTE, le Reti Contro i

Rigassificatori e gli Inceneritori, i vari Comitati che

lottano Contro le Basi Militari e in particolare il

Comitato NO Dal Molin contro l’allargamento della base

Usa di Vicenza

diorientale dilaniata dalla drammatica

questione palestinese, ma si

estende anche a nuovi territori del

pianeta, soprattutto in Africa. È in

questo quadro che la Russia di Putin

ha recentemente denunciato il sistema

antimissile che gli Usa vogliono

installare in Polonia e nella Repubblica

Ceca, ammonendo che il cosiddetto

scudo spaziale è una provocatoria

operazione bellica contro la

Russia e il mondo intero e rappresenta

un pericolo per la pace e la distensione

internazionale. La risposta

russa allo scudo spaziale consiste

nella minaccia di puntare i missili a

testata nucleare verso l’Europa, se il

progetto Usa dovesse andare avanti.

Prima che sia troppo tardi, prima di

entrare nella fase del non ritorno, la

politica deve intervenire urgentemente

per cambiare rotta e bloccare

questa logica autodistruttiva. Occorre

riprendere il cammino concreto

del disarmo nucleare e dell’eliminazione

degli arsenali militari nucleari

e di qualsiasi altro tipo di armi di distruzione

di massa (chimiche, batteriologiche

ecc.).

Il movimento contro la guerra e il

ruolo delle basi militari straniere

in Italia

In questo quadro, dobbiamo affrontare

la questione del ruolo delle basi

militari straniere in territorio italiano,

che il movimento contro la

guerra indica come prioritaria e urgente

ma che purtroppo ancora non

è entrata come tema centrale nell’agenda

politica. Riconvertire le

basi militari straniere a usi civili non

solo è un obbligo etico verso l’umanità,

ma anche un obbligo sociale e

economico in una situazione di crisi

del nostro paese. Lo stesso discorso

vale per la riduzione progressiva

delle spese militari dei nostri soldati

all’estero: non si può continuare a

tagliare le spese sociali, per poi aumentare

scandalosamente quelle

militari del 13% – 15% come è avvenuto

recentemente.

L’Italia è il paese europeo che ha il

maggior numero di basi: se ne calcolano

circa 180. Esse di fatto sono

funzionali al ruolo degli Usa come

gendarme planetario, soprattutto rispetto

ai paesi del Medio Oriente.

Ma, da questo punto di vista, dobbiamo

includere nel conto i sottomarini

nucleari che transitano nei

nostri mari senza piani di sicurezza

in caso di incidente e il cui computo

è fuori da qualsiasi trattato internazionale.

La vicenda collegata alla richiesta

Usa dell’allargamento-raddoppio

della base militare Dal Molin

a Vicenza è stata un ulteriore banco

di prova della nostra politica. Prodi

e il ministro degli Esteri, incapaci di

ascoltare le ragioni della grande manifestazione

del 17 febbraio 2007,

non hanno saputo far tesoro della

splendida lezione di democrazia testimoniata

dai manifestanti e non

hanno voluto tradurre le istanze del

popolo pacifista in azioni politiche

concrete. A seguito di questa insufficienza

politica, il conflitto nel

paese è destinato ad allargarsi a

tutta la questione delle basi militari

straniere, Usa e Nato, presenti in

Italia. Si pensi ad Aviano, con le sue


50 testate nucleari; o a Camp Darby (Livorno/Pisa), la

base militare logistica Usa più grande d’Europa, con lo

stoccaggio non solo di armi convenzionali ma anche di

armi di distruzione di massa. Tutte le basi disseminate

sul territorio italiano sono state installate tramite accordi

segreti stipulati tra Italia e Usa, con grave limitazione

della nostra sovranità territoriale e politica.

Su questi temi è cresciuta una sensibilità politica di

massa. La manifestazione vicentina del 17 febbraio non

è stata solo la classica manifestazione contro la guerra;

più specificatamente, essa è stata una manifestazione per

la «Pace preventiva contro la guerra infinita di Bush e

dei suoi alleati». La stessa grande manifestazione del 9

giugno a Roma, che ha visto la partecipazione di 150

mila persone contro la presenza di Bush in Italia, è da

considerarsi uno spartiacque tra chi pensa che è ancora

utile rimanere sudditi della politica estera Usa e chi, invece,

vuole liberarsi delle basi militari straniere Usa e

Nato. In queste mobilitazioni un ruolo importante è

stato svolto dal Patto nazionale di solidarietà e mutuo

soccorso costituitosi il 14 luglio 2006, nella sala della

protomoteca del Campidoglio a Roma, a conclusione

della carovana NO TAV Venaus-Roma, a cui avevano

aderito comitati, reti, movimenti, gruppi che si battono

contro la logica delle «grandi opere». È la dimostrazione

che la solidarietà paga e che la sovranità del nostro

paese deve ritornare nelle mani del popolo. Come ci ricorda

la partigiana Teresa Mattei, la più giovane parlamentare

che partecipò ai lavori della Costituente, «l’essenza

della sovranità è nella partecipazione». Tra i primi

firmatari del Patto nazionale di solidarietà e mutuo soccorso

si ricordano oltre ai NO TAV, NO MOSE, NO

PONTE, le reti contro i rigassificatori e gli inceneritori, i

vari comitati che lottano contro le basi militari e in particolare

il comitato NO Dal Molin contro l’allargamento

della base Usa di Vicenza.

L’analisi del Patto di Mutuo Soccorso è chiara: l’Italia,

disseminata di basi militari Usa e Nato, è di fatto una

grande base logistica funzionale alla guerra preventiva e

permanente, dettata dalla logica della globalizzazione

economica che attiva il terrore su scala planetaria. Interpreti

primi di questa filosofia di morte sono gli Usa, ma

PACE E GUERRA

anche gli stati europei (e tra loro l’Italia), che affiancandosi

a una simile politica di guerra rischiano di diventarne

corresponsabili. Nel nostro paese si verifica l’assurdo

che, invece di riconvertire le attuali basi straniere a usi

civili, come richiesto dal movimento pacifista, si accetta

servilmente il progetto Usa di ampliare le proprie basi in

territorio italiano, come nel caso di Vicenza, magari per

il prossimo annunciato attacco contro l’Iran, colpevole di

voler sviluppare l’uso pacifico dell’energia nucleare. Ciò

è assurdo e contraddittorio. Si dice che l’Iran potrebbe

costruire la bomba atomica. Ma gli Usa, che fanno questa

accusa, hanno già arsenali pieni di armi di distruzione

di massa, incluse bombe atomiche e al neutrone, capaci

di distruggere più volte l’intero pianeta.

Il variegato popolo pacifista che ha manifestato a Vicenza

contro la base militare Usa e il 9 giugno a Roma contro

la presenza di Bush – e che continuerà a manifestare

in Italia contro le basi di Camp Darby, di Aviano e di

tutte le altre località per la loro riconversione a usi civili

– non è fatto di visionari, ma unicamente di uomini e

donne coscienti della gravità della posta in gioco per il

presente e il futuro dei propri figli e dell’intera umanità.

Nell’epoca del neoliberismo globalizzato le guerre sono

diventate la norma per risolvere le controversie internazionali,

l’industria bellica è il motore centrale dell’economia

mondiale nonché la fonte primaria di inquinamento

e di rapina delle risorse naturali. La stessa specie umana,

così come denunciato a livello internazionale dagli scienziati

del Bollettino scienziati atomici (Ong statunitense)

è a rischio di estinzione: le lancette dell’orologio della

catastrofe si sono spostate in avanti di due minuti e il

quadrante simbolico della fine del mondo è passato da

sette a cinque minuti prima della mezzanotte. Dal 17

gennaio 2007 gli scienziati sostengono che l’ora zero

della fine del mondo è più vicina. E il grande astrofisico

Stephen Hawking ha affermato che i cambiamenti cli-

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14

matici costituiscono una minaccia molto più grave del

terrorismo, tanto enfatizzato dall’occidente.

È dunque fondamentale dire un chiaro NO alle grandi

opere inutili, dannose e pericolose, a partire dalle basi

militari, in quanto strumenti planetari di distruzione e di

morte. Primario, per il Patto nazionale di mutuo soccorso,

è il diritto alla preventiva informazione e partecipazione

attiva dei cittadini alle scelte in merito a ogni intervento

si voglia operare sui territori in cui essi vivono,

condividendo il principio in base al quale i beni comuni

(acqua, terra, aria, energia) devono essere tutelati, sempre

e comunque, a partire dalle istituzioni locali. Il Governo

in carica dovrebbe dar prova di maggiore saggezza,

sospendendo l’autorizzazione agli Usa per l’ampliamento

della base militare Dal Molin, aprendo un Tavolo

di confronto nazionale e coinvolgendo le associazioni e i

movimenti, al fine di affrontare l’urgente questione della

presenza delle basi militari straniere nel nostro paese.

Sarebbe, questa, una pratica di democrazia vera e auten-

tica, che finalmente rinuncerebbe a trincerarsi formalmente

dietro trattati internazionali, obsoleti e tenuti illegalmente

segreti al nostro Parlamento.

Un interrogativo di fondo è infatti sin qui rimasto senza

risposta: perché la Nato deve sopravvivere, anche se sono

venute a mancare le ragioni storiche e politiche della sua

esistenza come alleanza militare difensiva decisa nel

1949? Il muro di Berlino e il Patto di Varsavia non ci

sono più. È sotto gli occhi di tutti la trasformazione della

Nato da patto difensivo ad alleanza militare «offensiva»

secondo un’ottica di prevenzione, finalizzata a garantire

all’Occidente la sicurezza delle fonti energetiche e a tutelare

i suoi interessi economico-politici nonché il suo modello

di democrazia. Tutto questo è stato decretato in un

Summit del 1999 e si colloca totalmente al di fuori dell’art.

5 dell’atto costitutivo del Patto Atlantico. Da sempre

la Nato è stata pilotata dagli Usa, ma col nuovo ordine

internazionale unipolare inaugurato dopo il 1989 ciò si è

manifestato in modo eclatante. Non a caso, l’attuale Capo

militare della Nato è un generale statunitense. Nei Balcani

la Nato ha sostituito l’Onu, in Afghanistan ha scatenato

la prima guerra preventiva, effettuando bombardamenti

criminali e insediando basi militari che mirano direttamente

a minacciare l’Iran. La Nato ha elaborato una

nuova visione del concetto di «minaccia», che si è esteso

a tal punto da includere i fondamentalismi e l’Aids; per

questa via, si è arrivati ad autorizzare strutture di cooperazione

umanitaria sotto il controllo militare Nato (PRT).

Un tale ampliamento di nuove e arbitrarie sfere di intervento

Nato dovrebbe imporre una seria riflessione sulla

necessità di mantenere o meno il Patto Atlantico. Occorrerebbe

anche interrogarsi sul perché l’Italia debba rimanere

suddita della politica bellicista e neoimperiale Usa e

sul perché l’Europa non riesca a elaborare in tempi rapidi

una sua autonoma politica di difesa rispetto al modello

americano.

In definitiva, sulla questione delle basi militari straniere

è in gioco la sovranità territoriale e politica dell’Italia

dettata dalla Costituzione, la nostra stessa dignità nazionale

e il nostro ruolo etico di paese di pace nel Mediterraneo

e nel mondo. Secondo quanto recita l’articolo 11

della nostra costituzione: «L’Italia ripudia la guerra».


VALDEMARO BALDI*

Le basi militari

americane oggi esistenti

in Italia godono del

diritto di

extraterritorialità, il che

significa che il territorio

che occupano è sottratto

alla giurisdizione

italiana, in forza di un

trattato di diritto

internazionale col quale

lo Stato italiano ha

rinunciato alla propria

sovranità sul territorio

medesimo in favore degli

Stati Uniti

* PRC-COLLEGIO DI GARANZIA NAZIONALE

PACE E GUERRA

base militare a Vicenza

la Costituzione è un optional

La dottrina costituzionalistica più recente ha definito il territorio dello

Stato come «il luogo della sovranità statale entro il quale lo Stato dispone

dello jus excludendi alios» (cfr. Livio Paladin, Diritto Costituzionale,

Padova 1998). Secondo questa dottrina l’esercizio del diritto di escludere gli

altri viene assunto come criterio per l’individuazione del territorio di uno

Stato per cui si può dire che il territorio statuale coincide con quello dove

materialmente lo Stato esercita la propria sovranità. Deriva da ciò, per corollario,

che il passaggio di sovranità da uno Stato all’altro sopra una porzione

di territorio importa una variazione territoriale che può essere definitiva o

temporanea a seconda dei casi.

Le cause che determinano la variazione di sovranità, e quindi di territorio,

sono di varia natura e vanno dall’occupazione violenta all’accordo pattizio.

Entro questi estremi si trova una ampia casistica che non è qui il caso di

esaminare. Vogliamo invece soffermarci sugli accordi pattizi, che si concretizzano

in trattati internazionali, per i quali uno Stato cede a un altro Stato

porzioni di territorio su cui lo stato cedente non esercita più la propria sovranità

per sempre o per un periodo determinato.

Il caso più noto, per le violazioni dei diritti umani che vi si compiono – ma

anche perché rappresenta un caso limite per il tipo di accordo internazionale

che lì è stato fatto – è la base militare americana di Guantanamo dove la sovranità

è stata ceduta dallo Stato di Cuba agli Stati Uniti nel 1903 (trattato

rinnovato nel 1934) per un periodo indeterminato il cui termine è lasciato

alla decisione degli americani di andarsene. Recentemente la Corte Suprema

degli Stati Uniti ha riconosciuto che la base di Guantanamo è territorio sul

quale gli Stati Uniti esercitano «controllo e giurisdizione esclusiva». In definitiva

la rinuncia pattizia all’esercizio di sovranità su di un territorio da

parte di uno Stato a favore di un altro concreta una variazione territoriale

dello stato cedente.

È possibile questo nel nostro ordinamento? È possibile.

Le basi militari americane oggi esistenti in Italia godono del diritto di extraterritorialità,

il che significa che il territorio che occupano è sottratto alla

giurisdizione italiana, in forza di un trattato di diritto internazionale col

quale lo Stato italiano ha rinunciato alla propria sovranità sul territorio medesimo

in favore degli Stati Uniti. Trattati di questa natura la nostra Costituzione

li ammette all’art. 80 che recita: «Le Camere autorizzano con legge

la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono

arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od

oneri alle finanze o modificazioni di leggi».

La Costituzione consente quindi alle variazioni territoriali (id est della sovranità

nazionale) dello Stato italiano: alla condizione che la ratifica del trattato

internazionale che le prevede sia autorizzata dal Parlamento «con legge».

Nel nostro ordinamento cioè la dismissione di sovranità su una porzione di

15


16

territorio nazionale non è lasciata alla decisione del Governo,

ma deve essere autorizzata con un provvedimento

legislativo primario – la legge – dopo un dibattito parlamentare

e un voto di Camera e Senato.

Ora, se rapportiamo tutto quanto detto sopra alle vicende

della base militare americana di Vicenza, vediamo

due cose: la prima è che il raddoppio dell’estensione territoriale

della base, determinando una dismissione di sovranità,

costituisce una variazione di territorio; la seconda

è che a questa variazione territoriale corrisponde un

onere finanziario dello stato italiano non fosse altro perché

sottrae terreni e costruzioni edilizie all’imposizione

fiscale. In ambedue i casi siamo di fronte alla fattispecie

prevista dall’art.80 della Costituzione.

Ma allora sorge una domanda: con quale legge il Parlamento

ha autorizzato il Governo alla ratifica dell’accordo

col quale si consente di ampliare territorialmente la base

militare americana di Vicenza?

La domanda non riguarda solo questo governo, ma

anche quelli precedenti e la risposta ha valenze diverse a

seconda di chi deve rispondere. Perché, se il governo attuale

ha trattato con gli Stati Uniti per ampliare la base,

deve presentarsi in Parlamento con una proposta di legge

di ratifica dell’accordo; se invece a trattare è stato il governo

Berlusconi e lo ha fatto senza presentare il testo

dell’accordo alle Camere per ottenerne l’autorizzazione

alla ratifica, ha violato la Costituzione e perciò gli accordi

presi non hanno alcun valore giuridico e l’attuale governo

Prodi non è tenuto a rispettarli. Continuare a insistere,

come si è fatto ancora in questi giorni, che la questione

della base militare americana di Vicenza è solo un

problema urbanistico, non ha senso; si tratta di un problema

che prima di essere urbanistico (ed è anche quello)

è tanto politico da investire persino la correttezza costituzionale

dei governi.

Sarebbe bene che si richiedesse una risposta convincente

anche su questo versante della questione.

LETTERA APERTA

DALLA REPUBBLICA CECA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente lettera aperta

di Jan Neoral, sindaco del comune di Trokavec, a Tomas

Klvaňa, portavoce del governo della Repubblica Ceca e responsabile

per la promozione dell’installazione del radar Usa sul

territorio ceco. Si tratta di un significativo documento che testimonia

del duro confronto in atto nel suddetto paese su un tema

che – come nello scorso numero della nostra rivista ha ricordato

Giulietto Chiesa – al di là dell’impatto interno costituisce un

delicatissimo snodo per l’Europa e, in generale, per le prospettive

di pace.

Mr. Klvaňa, lei sta mentendo!

Egregio Signore, la stampa ha reso noto che lei intende

far visita ai sindaci e ai rappresentanti delle municipalità

dell’area di Brdy, mirando a superare le loro resistenze

all’installazione di un radar Usa. Nello stesso tempo, la

stampa ci informa del fatto che pubblico e giornalisti sarebbero

esclusi dalle relative trattative; e che lei ha rifiutato

di spiegarne la ragione. Si tratta di una manifestazione

di arroganza senza precedenti, al pari del diniego della democrazia

e del diritto all’informazione.

Come sindaco di questa cittadina, ho il dovere di mantenere

rapporti di comunicazione con gli organismi statuali

della Repubblica Ceca: questi – anche se mentono al

popolo, non rispettano le loro stesse promesse e non

tengono in alcun conto l’opinione di quasi i tre quarti

dei cittadini di questo paese – purtuttavia sono stati eletti

in modo democratico. Ma io non sono affatto obbligato

ad avere rapporti con lei in quanto direttore della British

American Tobacco, con lei che da nessuna parte è

stato eletto dai cittadini. Non sono obbligato a interloquire

con chi, sulla base del suo contratto ed essendo retribuito

con pubblico denaro (dunque con le tasse che

noi paghiamo), vuol costringere la popolazione ad accettare

un impianto su cui grava il serio sospetto di arrecare

danno alla salute delle persone e all’ambiente circostante;

nonché di mettere in pericolo, per il suo impatto internazionale,

le loro case e la loro sicurezza.

Signor portavoce, lei sta mentendo. Lei ripete le bugie

dette dal nostro governo e da alcuni politici. E offende noi

sindaci: come quando, sul quotidiano on line «Popular

Newspaper» lo scorso 10 luglio 2007, ha commentato in

termini ingiuriosi sia il passato che la cosiddetta retorica

dei sindaci che si oppongono al radar.

Per tutto questo, io respingo la sua visita, le chiedo di

non far visita alla nostra municipalità. Noi non accettiamo

di trattare con lei.

Jan NEORAL, Sindaco del comune di Trokavec


CARLOTTA NAO*

L’uranio impoverito è

un metallo pesante,

radioattivo, ad alta

capacità piroforica: un

materiale perfetto per

costruire ordigni bellici.

Ed ecco come smaltire i

rifiuti tossici radioattivi a

costo zero: fabbricando

ordigni da scaricare

lontano dal luogo dove

sono prodotti

* COLLABORATRICE PARLAMENTARE

PACE E GUERRA

economia

all’uranio impoverito

Riceviamo (da Franca Rame e Carlotta Nao) e volentieri pubblichiamo l’articolo

seguente

Èpossibile immaginare una differenza tra un soldato ucciso durante

una missione all’estero da un colpo d’arma da fuoco o da un attentato,

e uno che si consuma lentamente tra le mura domestiche e sotto

gli occhi dei suoi familiari a causa dell’uranio impoverito che l’ha contaminato

in «Missione di pace»? Il primo torna in patria in un feretro tricolore,

con funerali di stato e indennizzi alla famiglia; il secondo invece, spesso rimane

senza neppure una lapide, senza risarcimenti, senza onori. Alle volte

arriva l’aumento dei gradi, una promozione a titolo onorario, quando il soldato

è già deceduto.

Anche la morte ha un’economia: i familiari dei carabinieri deceduti a Nassirya

ricevono risarcimenti cospicui, che le famiglie con perdite a causa dell’uranio

non hanno: in alcuni casi hanno ricevuto indennizzi pari a 258,23

euro al mese. La morte non guarda in faccia nessuno, ma la Difesa sì: si sceglie

da sola gli «eroi della patria», è necessario morire con onore. Consumarsi

con dolore non basta.

Lasciando a margine il tema delle missioni all’estero, del loro carattere sempre

più offensivo e belligerante, concentriamo l’attenzione sui militari, i quali

poco più che ventenni, per convinzione, e molto più spesso per assenza di valide

opportunità di lavoro, si arruolano, partono in missione. Sei mesi, uno,

due anni, e al loro ritorno li attende una bella cifra, con la quale pianificare

qualche passo di futuro: una casa, una macchina, un matrimonio. Un ventenne

ha molte aspirazioni per la testa, ma di certo raramente ha sentito parlare

di DU238 Depleted Uranium. È l’uranio impoverito, scarto della lavorazione

dell’uranio «U-235», usato per la produzione di energia nucleare a scopi civili.

Tutti i paesi che utilizzano centrali atomiche hanno il problema di smaltire

le scorie, ma il costo è altissimo e le procedure molto meticolose. L’uranio

impoverito è un metallo pesante, radioattivo, ad alta capacità piroforica:

un materiale perfetto per costruire ordigni bellici. Ed ecco come smaltire i rifiuti

tossici radioattivi a costo zero: fabbricando ordigni da scaricare lontano

dal luogo dove sono prodotti. Noi esportiamo democrazia: le vittime civili e i

rifiuti nucleari sono un piccolo sovrapprezzo. Ma, si sa, nulla è gratis!

Non importa se una risoluzione dell’Onu ne vieta l’utilizzo in campo bellico,

non importa se il Pentagono, nel 1978, dopo averli sperimentati nel poligono

militare di Heglin dice: «il materiale prelevato ed esaminato post esplosione ha

evidenziato la presenza di un particolato talmente sottile che potrebbe provocare seri

danni a chi lo respira senza alcuna protezione». Una diagnosi che non lascia

scampo e diventa un boccone prelibato per chi con la vita ha un rapporto

distaccato e superbo: la nuova frontiera è sperimentare gli effetti sugli uomi-

17


18

ni. La guerra del Golfo è l’occasione

giusta.

I risultati sono devastanti: cancro,

leucemie, gravissime patologie, feti

malformati non solo tra i civili che

abitano i territori bombardati, ma

anche tra gli stessi militari americani.

Constatata la grande pericolosità

delle munizioni all’uranio impoverito,

lo stesso Pentagono produce e distribuisce

a tutti gli alleati una videocassetta

in cui si illustra come individuare

un obiettivo colpito da uranio

impoverito, come proteggersi e come

procedere alla bonifica del posto in

cui si trova l’oggetto.

Sono importanti questi indirizzi,

soprattutto per gli alleati che si

troveranno a operare con gli Stati

Uniti che utilizzano queste armi.

Scoppia il conflitto in Bosnia Erzegovina,

i Balcani diventano un teatro

di guerra importante dal punto

di vista di «sperimentazione attiva»:

30.000 tonellate di uranio impoverito

vengono scaricate sul suolo della

ex Repubblica di Jugoslavia.

Siamo nel ‘99, in Italia la situazione

politica interna è incerta, il governo

D’Alema è combattuto tra americanisti

e anti-americanisti, ci si arrovella

sull’interpretazione dell’articolo

11 della Costituzione: l’Italia ripudia

la guerra? Oppure se si partecipa

sotto l’egida della Nato è una guerra

giusta?

Nel frattempo nelle caserme non si

sta a pensare: la partenza è alle

porte. Avvengono vaccinazioni di

massa, una sull’altra, senza rispettare

protocolli e norme, si affastella

l’organizzazione della missione e si lasciano a casa le protezioni per l’uranio

impoverito (tute, guanti, maschere), non c’è tempo neppure per istruire i

soldati a riconoscere i rischi legati all’uranio; nessuno dice loro di non avvicinarsi

ai proiettili esplosi e alle cariatidi colpite da proiettili all’uranio, come

illustra l’opuscolo distribuito dagli americani agli Stati Maggiori degli alleati.

I vertici della difesa erano quindi al corrente, ma l’informazione non è arrivata

ai ragazzi in missione.

Sono oggi 542 i soldati italiani ammalati, quarantasette quelli già deceduti di

cui si ha notizia, è fuori dubbio che vi siano molti altri casi. Nel silenzio assordante

delle istituzioni, che non vogliono ammettere di aver inviato truppe

allo sbaraglio senza alcuna informazione né protezione. Nessuno intende

farsi carico della responsabilità dei danni provocati, e quindi non vengono

erogate le pensioni, né sono fornite le cure necessarie. Da una parte c’è l’apparato

militare che si nasconde dietro un muro di omertà invocando il segreto

militare, dall’altra la politica che lascia cadere l’istanza, chi perché riceve

finanziamenti dai costruttori d’armamenti, chi perché era al Governo al

tempo in cui si approvarono le missioni.

Già, i militari. E i civili? Che dire dei civili residenti nei paesi coinvolti dai

bombardamenti all’uranio? Iraq, Kosovo, Bosnia e Afghanistan rimarranno

contaminati per milioni di anni. Chi è sopravvissuto ai bombardamenti,

dovrà sfidare acque e terreni avvelenati, lotterà per non avere figli malformati,

contro leucemie e tumori: accade che da quelle parti non esistano solamente

perché spesso non c’è nessuno che possa diagnosticarli. E noi, che

abbiamo donato la gioia della «democrazia occidentale», voltiamo le spalle.

Da ultimo, vogliamo menzionare una buona notizia. C’è uno Stato che ha deciso

di assumersi la responsabilità delle sue azioni: il Belgio, nel marzo di

quest’anno, ha messo al bando l’uso dell’uranio impoverito. Speriamo sia capofila

di una lunga serie di paesi, tra i primi il nostro.

Infine una riflessione. Fare la guerra rimarrà un business fino a quando i

conflitti alimenteranno le ricchezze delle lobby degli armamenti e gli Stati

non saranno chiamati a farsi carico dei costi di bonifica e decontaminazione

dei territori avvelenati con armi di questo tipo, oltre che dei danni inferti

alle vittime civili. Se è vero che il mondo politico come lo conosciamo si

muove in funzione di capitali, allora è necessario impegnarsi affinché chi inquina,

devasta, uccide e bombarda, paghi.

È stata aperta una sottoscrizione in aiuto degli ammalati da uranio impoverito

e le loro famiglie. A oggi sono stati raccolti oltre 26.000 euro. Ogni contributo,

di qualsiasi cifra, sarà prezioso. Grazie. Conto corrente per la sottoscrizione

in favore delle vittime dell’Uranio Impoverito: ccp n. 78931730 intestato

a Franca Rame e Carlotta Nao ABI 7601 – CAB 3200 Cin U.


DINO GRECO*

L’impegno elettorale

assunto nei confronti dei

tanti giovani (e non solo)

che sono costretti ad

attraversare le forche

caudine del lavoro senza

senso umoristico definito

«atipico», si è così

convertito in una sorta di

manutenzione ordinaria

della legislazione

esistente. Abbiamo presto

capito che nulla di

sostanziale sarebbe mutato

e che avremmo ancora

dovuto fare i conti, in

Italia, con quel monstrum

giuridico che è il

lavoratore

«parasubordinato», una

figura né carne né pesce,

sconosciuta nel resto

d’Europa

* GGIL-DIRETTIVO NAZIONALE

POLITICA ED ECONOMIA

pensioni e welfare

implosione sociale e sinistra «in cerca d’autore»

1Quando, sino a poco meno di due anni fa, governava il centrodestra, la

sinistra moderata spiegava che una cosa era il «pacchetto Treu» (la

flessibilità «buona») e un’altra la legge«30», foriera di precarietà nel lavoro

e, specularmente, nella vita. Il programma dell’Unione tentò in seguito

di andare oltre l’una e l’altra, cogliendo la necessità di una più profonda revisione

della legislazione in materia di mercato del lavoro, tale da porre

qualche argine a un rapporto fra lavoro e capitale platealmente sbilanciato a

favore di quest’ultimo. Poi, una volta al governo, l’intento riformatore è andato

progressivamente sfocandosi sotto i colpi di freno della Confindustria e

di quella parte del sindacato che avendo condiviso il «patto per l’Italia» non

se ne era mai pentita. L’impegno elettorale assunto nei confronti dei tanti

giovani (e non solo) che sono costretti ad attraversare le forche caudine del

lavoro senza senso umoristico definito «atipico», si è così convertito in una

sorta di manutenzione ordinaria della legislazione esistente. Abbiamo presto

capito che nulla di sostanziale sarebbe mutato e che avremmo ancora dovuto

fare i conti, in Italia, con quel monstrum giuridico che è il lavoratore «parasubordinato»,

una figura né carne né pesce, sconosciuta nel resto d’Europa,

un «ircocervo», come ebbe a definirlo, ricorrendo a un’immagine mitologica,

il compianto Giorgio Ghezzi. Di più. Si è cominciato a spiegare che

non è della flessibilità, in quanto organica e funzionale a un buon funzionamento

dell’impresa moderna, che bisogna preoccuparsi, quanto piuttosto del

sistema degli ammortizzatori sociali, da noi alquanto povero per qualità ed

estensione. E pazienza se, al dunque, come abbiamo visto, anche su questo

terreno si è investito ben poco, diciamo una somma pari a quella che il solo

finanziere bresciano Chicco Gnutti ha frodato al fisco dimenticando di pagare

le tasse sulla vendita di Telecom a Tronchetti Provera. Il cuore del ragionamento

sta infatti in questo: lo Stato, la legislazione non debbono irrigidire

i rapporti di lavoro, perché ciò che è razionale per l’impresa lo è anche per

l’economia e per il paese. Al punto che persino istituti scarsamente o per

nulla utilizzati dai datori di lavoro, come il lavoro a chiamata (job on call), o

il lavoro somministrato a tempo indeterminato (staff leasing), dei quali il governo

aveva data per certa l’abolizione, continuano a sopravvivere, insieme

alla vergognosa reiterabilità ad libitum dei rapporti di lavoro a termine, condanna

inestinguibile dei forzati della precarietà. Insomma, la nuova linea

della politica governativa in materia di mercato del lavoro è che quel che si

può fare lo si fa – se lo si fa – a valle del processo produttivo, mai e poi mai

con un intervento disturbante dei rapporti di produzione, di potere di cui

l’impresa è e deve rimanere il solo soggetto regolatore. Non dovrà sorprendere

se, su questa scia, prima o poi tornerà in auge l’attacco allo statuto dei

lavoratori e a quell’articolo 18 che solo qualche anno fa la Cgil e i lavoratori

hanno difeso con le unghie e con i denti. In conclusione, appare chiaro

come la legge del 2003 si muova lungo una linea di sostanziale continuità

19


20

con quella del ’98. Quest’ultima ne ha rappresentato,

per così dire, l’archetipo. Poi, la destra, su quelle fondamenta,

con metodica ferocia, ha innalzato un edificio di

venti piani. Ma le coordinate erano già tracciate. Ecco allora

che la politica che sta prevalendo nel governo è

quella di un blairismo in sedicesimo: poco welfare e persino

poco workfare, molta flex e poca security.

2Veniamo alla partita delle pensioni. Il confronto fra

governo e sindacati ha avuto qualcosa di surreale,

perché la realtà, i dati di fatto, i conti dell’Inps, le proiezioni

di spesa, depurate da quanto di arbitrario e di palesemente

contraffatto era presente nelle posizioni dell’esecutivo,

non hanno avuto alcun peso nel negoziato. Da

quel tavolo sono scomparsi il merito, l’argomentazione rigorosa.

La discussione, destituita di ogni serietà contabile,

è stata sin dall’inizio condizionata, anzi, sovradeterminata

dall’imperativo che un nuovo intervento strutturale sul

sistema pensionistico doveva essere assolutamente realizzato.

La perfidia ideologica con cui il Fmi, la Banca centrale,

la Banca d’Italia, l’Unione europea e, ovviamente,

la Confindustria hanno incessantemente battuto su quel

chiodo, ha avuto il sopravvento. Ancora una volta, quel

programma dell’Unione che dimostrava – si badi, in un

quadro economico ancora stagnante se non addirittura

recessivo – come non esistesse un problema di sostenibilità

finanziaria del sistema pensionistico italiano, quanto

piuttosto un grave problema di sostenibilità sociale, viene

progressivamente rimosso. La riforma «Maroni», il cosiddetto

«scalone», non sarà più da abolire, ma, semplice-

mente, da «ammorbidire»: non è più in discussione la

linea di marcia, ma soltanto il tempo entro il quale diluirla.

In realtà, abbiamo visto come sia l’intero impianto dell’accordo

del 23 luglio che fa acqua: l’età pensionabile, a

regime, nel 2013, sarà comunque di 61 anni, ma comporterà

un requisito contributivo di 36 anni, superiore di un

anno a quello fissato dalla legge «Maroni»; requisito quest’ultimo

che varrà anche per la platea dei cosiddetti lavoratori

«usurati», poiché lo sconto di tre anni a essi concesso

agisce sull’età anagrafica, ma non su quella contributiva!

La stessa possibilità di coniugare in modo variabile

età anagrafica ed età pensionabile (le cosiddette «quote»),

così da rispondere flessibilmente a diverse esigenze dei

pensionandi è stata talmente edulcorata da risultare impalpabile.

Ancora: le finestre d’uscita per quanti andranno

in pensione con i quarant’anni di contribuzione vengono

riportate a quattro, ma l’identico meccanismo varrà

anche, d’ora in poi, per le pensioni di vecchiaia, in quanto

è scritto, nero su bianco, che l’operazione deve essere

compiuta a costo zero e che, dunque, l’una misura deve

compensare l’altra. E i giovani, a proposito dei quali sono

state somministrate dosi massicce di retorica? Si ricorderà

la polemica sui coefficienti di rivalutazione delle pensioni,

secondo il governo da ritoccare verso il basso, mentre sarebbe

necessario un percorso esattamente inverso, visti gli

effetti devastanti sulle rendite pensionistiche future di

quanti sconteranno il micidiale «mix» fra sistema di calcolo

contributivo e precarizzazione/sottocontribuzione del

lavoro. Bene: al riguardo l’accordo prevede l’apertura di

un confronto che dovrebbe (il condizionale non è di chi

scrive, ma del testo) determinare una protezione delle

pensioni più basse, collocandole a una soglia prossima al

60% della retribuzione ma, contemporaneamente, si fa

riferimento a un tetto di spesa complessiva ridotto del 6-

8%. Come sarà possibile, allora, elevare la rendita pensionistica

con meno risorse? Evidentemente, non si potrà!

Insomma, l’invarianza della spesa sociale è a tal punto

l’assillo del governo, che in caso di scostamento verso l’alto

dei costi si prevede, sin d’ora, l’aumento di un decimale

di punto della contribuzione a carico dei lavoratori. Poi,

la «chicca» finale, la detassazione delle ore di lavoro straordinario

(altro beneficio elargito «a pioggia» alle impre


La minaccia,

«attenzione che se il

governo cade torna

Berlusconi», ha

funzionato come un

potente freno inibitorio

che ha nascosto in realtà

propensioni politiche

reali, ben presenti nel

gruppo dirigente della

Cgil e potentemente

rilanciate dalla

gestazione del Pd che

proprio nella Cgil ha

svolto e sta tuttora

svolgendo un’intensa

campagna di reclutamento

POLITICA ED ECONOMIA

se), ispirata alla geniale trovata secondo la quale è solo lavorando di più che

si può racimolare qualche denaro. Ora, a parte il fatto che una simile misura

contrasta palesemente con l’esigenza di aumentare i posti di lavoro, il tasso di

popolazione attiva e le entrate fiscali e contributive corrispondenti, ricorderà

il ministro Damiano, ex sindacalista, che il prolungamento della giornata lavorativa

figura come una delle più ricorrenti cause di infortunio?

3Come è agevole constatare, è sull’intera latitudine del confronto (e non

sulle sole misure che hanno implicazioni economiche) che viene in mostra

il tratto della politica sociale del governo. In ogni caso, il rovesciamento

dei proclami elettorali è di un’evidenza palmare. Basti pensare che le risorse

messe a disposizione per l’insieme delle partite sociali aperte rappresenta

una modesta quota del surplus fiscale, dell’extragettito. Ed è ragionevole

chiedersi come avrebbe potuto concludersi il negoziato di luglio se neppure

quelle impreviste risorse fossero state disponibili. Mentre, nello stesso

tempo, ben altra dimensione hanno avuto i trasferimenti alle imprese

(cuneo fiscale, risarcimento per la quota di Tfr inoptato confluito presso

l’Inps ecc.) e mentre nuove e non poco consistenti prebende vengono annunciate,

sia pure sotto forma di un discutibilissimo scambio fra incentivi

(pur sempre, in qualche misura, mirati e dunque finalizzati a uno scopo) e

riduzione delle imposte.

Più in generale, è tutta la linea di politica economica del governo a essere

sottoposta a un’intensa fibrillazione. Si pensi alla lotta all’evasione fiscale

che – sia pure nei suoi ancora iniziali approcci – costituisce l’elemento di più

significativa discontinuità rispetto alla criminale istigazione a delinquere del

governo di centrodestra: è bastato che quest’ultimo scatenasse un’indecente

campagna di sapore eversivo, con un ventaglio di minacce che va dallo sciopero

fiscale alla spacconesca entrata in azione delle doppiette padane, perché

il governo rinculasse, promettendo un’incomprensibile «tregua fiscale»

nella prossima finanziaria e bacchettando severamente quanti, nel governo

medesimo, hanno chiesto di procedere all’allineamento della tassazione

delle rendite da capitale, in linea con la media europea e in coerenza con un

orientamento già assunto e contenuto nel Dpef.

Quanto al tema del debito, è noto come la forsennata accelerazione impressa

al rientro della esposizione finanziaria dell’Italia abbia condizionato (e

contratto) le disponibilità di spesa. Nessuno trascura il fatto che gli interessi

sul debito erodano l’avanzo primario e compromettano la capacità di investimento

produttivo e sociale del paese e che una linea di risanamento si

imponga. Quello che è invece gravemente sbagliato è l’autentica ossessione

monetarista che ha impresso un ritmo di rientro a tappe forzate, destinato

fatalmente a stressare il paese, a minare il consenso degli strati sociali più

deboli che attendono legittimamente una risposta redistributiva ben altrimenti

consistente e tale, in ogni caso, da indicare una netta inversione di

marcia che invece, fatalmente, non c’è stata. Tutto ciò è francamente paradossale,

a maggior ragione se si rammenta che la legge vigente sull’amministrazione

straordinaria (che – ironia della sorte – porta proprio il nome dell’attuale

Presidente del Consiglio), strumento estremo per trarre le imprese

da situazioni di dissesto finanziario, prevede proprio il congelamento del debito,

il pagamento dei salari correnti, dei fornitori, così da rimettere in moto

un circolo virtuoso che, solo, può consentire a quell’impresa di sopravvivere

prima e di soddisfare i propri creditori poi.

La linea del governo è apparsa dunque lontana persino dalle buone, collaudate

pratiche delle social-democrazie, per cui a una forte e progressiva imposizione

fiscale corrisponde un altrettanto robusto sistema di protezione sociale,

di servizi (previdenza, assistenza, ammortizzatori sociali, sanità, istruzione

ecc.).

21


22

In definitiva, la tensione crescente

che si è accumulata dentro la compagine

governativa non è il prodotto

di chissà quali accelerazioni impresse

dalla sua parte mancina, ma da

una sostanziale rimozione del patto

di governo.

4Sul fronte sociale, è importante

comprendere l’evoluzione politica

intervenuta nel più grande sindacato

italiano, la Cgil, che grande

parte ebbe nel mettere in crisi il governo

di centrodestra (ricordate la

lotta per la difesa dell’articolo 18,

per i diritti nel lavoro, contro il declino

industriale?) il quale aveva

fatto della crociata contro il lavoro il

proprio connotato identitario.

Ora, nella relazione d’apertura del

XV congresso della Cgil, in piena

campagna elettorale, Guglielmo Epifani

offrì a Romano Prodi, qualora

l’Unione avesse vinto le elezioni, un

«patto di legislatura», formula ardita,

anche per un sindacato «concertativo»,

perché fatalmente incline ad

attivare meccanismi di collateralismo

consociativo, alquanto lesivi di quel

bene prezioso che è l’indipendenza

del sindacato da qualsiasi governo,

anche da quello a sé non ostile o

che tale si dichiara. Quell’intemerata

fu poi prudentemente corretta dal

dibattito e non fu più ripresa da Epifani

nelle conclusioni, né – tantomeno

– nel documento finale del congresso.

E tuttavia essa ha marciato,

prima sotto traccia, poi apertamente,

quando, a elezioni avvenute, al sindacato

è stato chiesto di non tirare

troppo la corda nei confronti di un

governo che si reggeva su equilibri

tanto precari. La minaccia, «attenzione

che se il governo cade torna

Berlusconi», ha funzionato come un

potente freno inibitorio che ha nascosto

in realtà propensioni politiche

reali, ben presenti nel gruppo dirigente

della Cgil e potentemente rilanciate

dalla gestazione del Pd che

proprio nella Cgil ha svolto e sta tuttora

svolgendo un’intensa campagna

di reclutamento. Così, il perimetro

dell’azione della Cgil è andato via

via reiscrivendosi entro precise

norme di comportamento che si

possono così riassumere: a) l’unità

preliminare, come prius, con la Cisl e

con la Uil che archivia come impraticabile

qualsiasi iniziativa unilaterale

della Cgil; b) l’interdizione della

mobilitazione e il mantenimento

della polemica con il governo entro i

canali della pura diplomazia; c) la

moderazione delle richieste, inscritte

nel quadro di compatibilità fissato

dal governo.

Va da sé che una trattativa dalle implicazioni

sociali e politiche che conosciamo

(pensioni, welfare, mercato

del lavoro, fisco ecc.) si è svolta

in un rapporto a dir poco lasco con i

lavoratori, ai quali è stata sostanzialmente

recapitata una piattaforma

unitaria, a maglie larghe, onnicomprensiva,

non soggetta ad approvazione

alcuna: le assemblee nei luoghi

di lavoro sono state puramente

informative e ricognitive di proposte

e suggerimenti che, sebbene copiosamente

pervenuti, non hanno modificato

– come era scontato – neppure

la punteggiatura di quel testo.

Con queste premesse, con una mobilitazione

assente o a bassissima intensità

e di pura immagine, l’esito

del confronto è stato esposto a sistematiche

incursioni, a veti, a mediazioni

quasi sempre esterne al contraente

sindacale. I contrasti fra le

forze politiche, persino le bizze fra

ministri a gara nel contraddirsi l’un

l’altro, hanno fatto sì che persino le

minacce di una Emma Bonino o di

un Lamberto Dini pesassero di più

rispetto a organizzazioni che trattavano

in rappresentanza di milioni di

lavoratori e di pensionati. Sicché,

alla fine, alla Cgil è toccato fare

buon viso a cattivo gioco, ingoiando

insieme al rospo anche qualche sonoro

e umiliante ceffone quando

Epifani ha chiesto – del tutto snobbato

– di poter sottoscrivere soltanto

i punti condivisi e non l’intero protocollo.

Quanto è accaduto è dunque un

episodio di pessimo sindacalismo e

tale rimarrà quale che sia l’esito di

una consultazione che ora si vuole

rigidamente blindata da schiere di

sindacalisti allineati come un sol

uomo a difendere nelle assemblee la


qualità del rancio, immancabilmente «ottimo e abbondante».

Credo che sarà dura. E che non lo sarà di meno

la reazione di quanti sanno «far di conto», vale a dire la

parte più sindacalizzata del movimento, quella senza la

quale sarebbe tutto il sindacalismo italiano a smarrire la

propria peculiare identità. Quel che più temo non è la

sacrosanta incazzatura di chi deciderà di rendere esplicito

il proprio dissenso e di ingaggiarsi in una forte lotta

politica interna. Pavento invece lo scoramento, l’abbandono,

la deriva verso il disimpegno e il conseguente, ulteriore

indebolimento del sindacato, delle ragioni di una

battaglia che merita fare per cambiare una rotta foriera

di ulteriori delusioni, di ulteriori sconfitte. E ancor più

preoccupa il riflesso d’ordine che matura nello stato

maggiore della Cgil, la repulsione verso il dissenso, la

tentazione di legittimarlo come espressione di pulsioni

politiche esterne, prive di sostanza e di motivazioni sindacali;

preoccupa il clima da caccia alle streghe che

monta dal centro alla periferia e che sta già mettendo in

circolo i peggiori istinti repressivi, sempre latenti nelle

burocrazie.

5Non credo proprio sia un caso se questo clima di implosione

sociale condizioni anche il dibattito dentro

una frammentata sinistra in perenne «cerca d’autore». È

davvero poco confortante questa discussione sull’opportunità

o meno di fare, il prossimo 20 ottobre, una manifestazione

a sostegno di una diversa politica economica e

sociale e di una vera lotta alla precarietà. Per cui chi chiede

al governo di fare qualcosa di somigliante al programma

elettorale che ha unito la coalizione è paradossalmente

accusato di fellonia (i ministri), oppure di estremismo

(partiti, movimenti, singole personalità, semplici cittadini).

Non sorprende che lo facciano gli azionisti del Pd, i

quali sembrano ormai considerare la sinistra utile solo se

si acconcia a starsene quieta al guinzaglio, addomesticata

in un ruolo sostanzialmente ornamentale, ma altrimenti

trattata come una zavorra di cui liberarsi quanto prima,

ove essa pretenda di far valere i patti sottoscritti e con

essi la propria ragion d’essere. È invece singolare che il

contagio si sparga oltre e intacchi forze impegnate a fondare

una diversa progettualità politica e una idea di democrazia

incardinata nella partecipazione popolare. Lo

snodo è cruciale. Perché il peggio che può accadere non è

di essere costretti a uscire dal governo, ma di uscirvi

avendo contemporaneamente logorato il rapporto con la

propria gente e compromesso una credibilità che invece

va difesa con assoluta coerenza.

Anche la disfida apparentemente secondaria e per certi

versi macchiettistica sui lavavetri, elevati a malattia degenerativa

della civile convivenza, è invece rivelatrice di

una grave involuzione culturale, è l’apoteosi di quel perbenismo

ipocrita che spaccia per virtù legalitaria una

spudorata crociata contro la marginalità sociale. E fa riflettere

che a brandire la clava sia un uomo, pardon, un

ministro come Amato (ancora lui!) che non riesce a va-

POLITICA ED ECONOMIA

rare un provvedimento che stabilisca che se un immigrato

costretto alla clandestinità da una legislazione persecutoria

denuncia il suo sfruttatore possa essere regolarizzato:

in un paese dove un terzo del territorio è controllato

dalla mafia, dove prospera un’evasione fiscale

mastodontica, dove è consueto lo sfruttamento della manodopera

clandestina, dove nei santuari della finanza si

pratica il riciclaggio di denaro sporco o, ancora, dove

una parte cospicua dell’economia legale galleggia su una

bolla di economia illegale.

È un’autentica falsità, concettuale ed empirica, che colpendo

la microcriminalità (e in essa l’anello più debole e

miserabile della catena) si risale a quella grande che si

annida in essa. Poiché è vero l’esatto opposto: è afferrando

per le corna la grande criminalità che inquina e corrompe

la politica e l’economia, che asfissia con i propri

tentacoli la vita democratica, che travolge ogni senso di

giustizia; è facendo questo che si bonifica il terreno e che

si affrancano, non che si incarcerano, anche i lavavetri.

Queste cose, un secolo e mezzo fa, erano già ampiamente

note. A nessuno, neppure nella sinistra più moderata,

sarebbe mai venuto in mente di metterle in discussione.

Oggi, la «modernità» di un pensiero anchilosato, davvero

«unico», sembra averle cancellate. Non per caso, Walter

Veltroni ha intitolato il suo manifesto politico con

una formula, «contro tutti i conservatorismi», tipica di

ogni gattopardismo.

Per questo oggi occorre «riscoprire» tutto. Non per camminare

con la testa volta all’indietro, ma per scansare il

rischio di sapere come andare, senza sapere più dove.

23


le ragioni della nostra

opposizione al federalismo

«Foedus» presuppone un patto fra diversi: così dalle correnti di pensiero

risorgimentali sino al dibattito che si sviluppò all’interno dell’Assemblea

Costituente, la quale bocciò l’ipotesi federalista in favore

di quella regionalista. Al di là delle disquisizioni semantiche, storiche e teoriche

sulla natura del federalismo, non vi è dubbio che il federalismo fiscale,

proprio perché fondato sull’«autosufficienza delle risorse» degli enti locali

(così l’art.119 della Costituzione), interpreti nel miglior modo possibile le

istanze egoistiche delle regioni più ricche del paese.

Anche per questa ragione – come noto – il Partito della rifondazione comunista

espresse, in occasione del referendum costituzionale sulla legge n.

3/2001 (approvata al termine della legislatura 1996-2001 con cinque voti di

maggioranza), una posizione contraria alla riforma del Titolo quinto della

Costituzione.

Va ricordato, inoltre, che nel programma elettorale dell’Unione il tema dell’attuazione

del federalismo fiscale previsto dall’art. 119 della Costituzione è

un punto centrale di mediazione condiviso dalle forze politiche che hanno

sottoscritto il programma medesimo.

A partire dall’inizio degli anni Novanta, infatti, l’Italia ha sperimentato,sia

pure nell’alternarsi di accelerazioni e di periodo di stasi, un’intensa stagione

di riforme nella direzione di un sempre maggiore decentramento della responsabilità

di spesa e di finanziamento.

Nuove competenze di spesa, più poteri autonomi di tassazione, trasferimenti

meno vincolanti hanno profondamente modificato il quadro della finanza

regionale e locale: tanto da far dire a Wallace Oates, uno dei massimi studiosi

del federalismo fiscale, che in Italia «il movimento verso la decentralizzazione

si è spinto talmente in là da prevedere una vera e propria proposta di

separazione della nazione in due stati indipendenti» 1 24

.

L’introduzione dell’Ici nel 1992 ha riconosciuto ai Comuni un potente strumento

di autonomia tributaria mentre, prima ancora, la L.142/90 e adesso il

T.U. 267/2000 hanno innovato i fondamenti della finanza comunale.

È stata poi la volta delle regioni a statuto ordinario. In una prospettiva di

progressivo superamento del modello della finanza derivata, nuove entrate

tributarie hanno sostituito i trasferimenti erariali: la tassa automobilistica e i

contributi sanitari nel 1992, la compartecipazione sull’accisa sulla benzina

nel 1995, e soprattutto l’Irap e l’addizionale sull’imponibile Irpef nel 1998.

Parallelamente le leggi Bassanini (59 e 127/97) e i collegati derivati attuativi

hanno avviato un significativo processo di decentramento delle competenze

pubbliche dallo Stato alle regioni e, a cascata, agli enti locali nell’ambito di ri-

MARCO DAL TOSO*

levanti settori di intervento (industria, energia, opere pubbliche, assetto del

territorio, beni culturali, formazione professionale, sicurezza sul lavoro, istru- * RESPONSABILE COMMISSIONE GIUSTIZIA E

zione), con corrispondente trasferimento di personale e risorse finanziarie. PROBLEMI DELLO STATO FEDERAZIONE

La riforma del Titolo V approvata nel 2001 ha infine dato una cornice costi- PRC MILANO

Individuo

nell’accelerata attuazione

dell’art.116 terzo comma,

contenuto nel disegno di

legge sul federalismo

fiscale proposto dal

Governo, un potenziale

pericoloso cedimento

politico alle istanze del

costituendo Partito

democratico del Nord e

alle sirene «leghiste»:

temo, in particolare,

l’effetto di trascinamento

che ne deriverebbe,

soprattutto in assenza di

una politica che fornisca

risposte al fabbisogno

sociale del paese


tuzionale a un’ulteriore fase di trasformazione del nostro

paese in senso federale.

La riforma (per alcuni aspetti, la controriforma) costituzionale

del 2001 ha innovato il quadro delle relazioni finanziarie

fra stato ed enti territoriali in tema sia di allocazione

delle funzioni pubbliche tra le competenze legislative

di Stato e regioni (ampliando significativamente i

poteri legislativi di queste ultime), sia di disegno generale

del sistema di finanziamento dei livelli di governo

subnazionali (riconoscendo la maggior autonomia fiscale,

escludendo i trasferimenti erariali quale modalità ordinaria

di finanziamento, ponendo l’istituzione di un

fondo perequativo).

Successivamente, la controriforma costituzionale approvata

a fine 2005 dal centro-destra e fortunatamente

sconfitta a larghissima maggioranza dal popolo italiano

(furono 15 milioni i no in opposizione alla «devolution»)

con il referendum del 25/26 giugno 2006 è intervenuta

tentando di trasformare in competenze esclusive

regionali due materie cariche di significati perequativi e

di identità nazionale come la sanità e la scuola.

Una richiesta di maggiore autonomia competitiva e/o

differenziata è stata recentemente avanzata ai sensi dell’art.

116 terzo comma della Costituzione da alcune Regioni

settentrionali come la Lombardia, il Veneto ma

anche il Piemonte (peraltro con intese «bipartisan»), su

alcune materie rientranti fra quelle di competenza concorrente:

ambiente, beni culturali, giudici di pace, sanità,

comunicazione, sicurezza, previdenza integrativa, strade,

ricerca, università, cooperazione, risparmio. Tale richiesta

ha trovato riscontro nel recente disegno di legge approvato

dal Consiglio dei ministri (pur fra le critiche del

ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio e della Solidarietà

Sociale Paolo Ferrero) nel mese di agosto, facendo

leva sulle istanze di giusta responsabilizzazione degli enti

locali e di autonomia finanziaria degli stessi.

Un primo problema che il prossimo confronto politico

dovrà affrontare è quello relativo all’evidente rischio di

«sovraimposizione» (segnalato dallo stesso quotidiano di

Confindustria dal prof. Enrico De Mita) e cioè a dire di

un prevedibile aumento della pressione fiscale locale determinato

dalla necessità di finanziare le funzioni devolute

alle regioni.

Il tanto evocato «modello catalano» dagli apologeti «modernizzatori»

del federalismo fiscale, approvato dal Governo

Zapatero in Spagna, pur non aumentando il livello

generale di pressione fiscale, tiene in giusta considerazione

la necessità di garantire «nazionalmente» i livelli

essenziali definiti dalle prestazioni dei servizi sociali.

Il disegno di legge-delega presentato al Parlamento dal

Governo Prodi (con le dichiarazioni di astensione di Ferrero

e Pecoraro Scanio) sul federalismo fiscale, invece,

non contiene alcuna definizione dei livelli essenziali di

assistenza: usando il principio della delega in una materia

così complessa, rischia di acuire lo scontro fra i diversi

livelli istituzionali e, in particolare, limita fortemente

SOCIETÀ

25


26

la partecipazione di tutti gli organi

istituzionali, esautorando le assemblee

legislative e lo stesso Parlamento.

In secondo luogo, il disegno di legge

sul federalismo è subordinato interamente

al criterio vincolante del patto

di stabilità interna e crescita definito

in sede comunitaria dal Trattato di

Mastricht (così l’art. 2 del disegno di

legge); criterio che, come noto, comprime

il livello della spesa sociale che

gli enti locali territoriali potrebbero,

diversamente, sostenere.

In terzo luogo, il disegno di legge sul

federalismo fiscale presenta un rischio

di incostituzionalità nel meccanismo

che affida alle regioni il coordinamento

per la distribuzione delle

risorse necessarie agli enti locali per

finanziare le funzioni amministrative

loro attribuite.

Il punto 5.9 della relazione introduttiva

della legge delega, infatti, stabilisce

che alla competenza legislativa

concorrente delle regioni in materia

di coordinamento della finanza comunale

corrisponda un assetto duale

della finanza comunale basata sulla

distinzione dei Comuni secondo

l’ampiezza demografica.

Saranno inoltre i governatori a istituire

(nelle materie non soggette a

imposizione statale) tributi locali o

regionali e decidere le materie entro

cui si potrà esercitare l’autonomia

tributaria degli enti locali.

Sempre alle regioni, le cui fonti di finanziamento

saranno una compartecipazione

Iva e Irpef (oltre a tributi

propri), sarà garantito il finanziamento

integrale delle funzioni fondamentali

dei comuni più piccoli.

E in ultimo, ma non meno importante,

le regioni avranno il compito

di definire gli schemi di perequazione

«solidale» delle risorse per i comuni

di dimensioni minori.

Un nuovo centralismo regionale,

dunque, ove il godimento dei diritti

civili e sociali dipenderà dalle risorse

e dalla capacità di spesa delle regioni,

peraltro fortemente differenziata

su base territoriale.

Sotto il profilo più strettamente legato

all’iniziativa politica, devono

essere rilanciate alcune posizioni intorno

alle quali penso sia possibile

ottenere il sostegno ampio non solo

del Prc e di tutta la sinistra di alternativa,

ma anche di quei movimenti

di ispirazione solidale che sanno legare

la questione delle riforme istituzionali

a quella della difesa e dell’ampliamento

dei diritti sociali:

1. Occorre abrogare, con legge costituzionale,

il terzo comma dell’art.116

della Costituzione che consente

l’attuazione di quel federalismo

differenziato che, se attuato,

minerebbe l’unità e la coesione sociale

del paese.

2. Alcune materie di rilevanza sociale

come la sicurezza sul lavoro, la previdenza

integrativa, le reti energetiche

e i trasporti devono ritornare alla

competenza esclusiva dello Stato.

3. Va superata la sussidiarietà orizzontale

perché torni la centralità

della questione sociale come obbligo

nell’erogazione dei servizi da parte

del pubblico.

4. Come richiesto già dalla Corte Costituzionale,

vanno definiti con legge

ordinaria i livelli essenziali delle prestazioni

dei diritti sociali.

5. Con l’approvazione del nuovo codice

delle autonomie locali, occorre

una più netta e precisa definizione

delle funzioni amministrative e delle

competenze ripartite fra comuni, province,

regioni e città metropolitane.

6. Occorre un equo bilanciamento fra

autonomia, responsabilità (dove ‘responsabilità’

non può significare unicamente

capacità autonoma di spesa

virtuosa e rispetto dei vincoli del

patto interno di stabilità per i saldi

complessivi di bilancio, ma anche e

soprattutto sanzioni rigorose per

quelle regioni che assumono competenze

rafforzate, senza però garantire

livelli essenziali delle prestazioni, si

pensi ad esempio al sistema scolastico)

e solidarietà intesa come valore

costituzionale vincolante.

In conclusione, individuo nell’accelerata

attuazione dell’art.116 terzo

comma, contenuto nel disegno di

legge sul federalismo fiscale proposto

dal Governo un potenziale pericoloso

cedimento politico alle istanze del

costituendo Partito democratico del

Nord e alle sirene «leghiste»: temo,

in particolare, l’effetto trascinamento

che ne deriverebbe, soprattutto in

assenza di una politica che fornisca

risposte al fabbisogno sociale del

paese.

L’esito inappellabile del voto referendario

del 25 e 26 giuno 2006 contro

la modifica della seconda parte della

costituzione, contro la «devolution» e

in difesa della costituzione repubblicana

(soprattutto nel Mezzogiorno e

nelle regioni più povere del paese),

segnala una preoccupazione civile e

sociale a cui il Partito della rifondazione

comunista non può restare certamente

indifferente.

1. Alberto Zanardi (a cura di), Per lo sviluppo.

Un federalismo fiscale responsabile e

solidale, il Mulino, Bologna 2006, p. 11.


PIERO DI SIENA*

Marx scriveva nella

Prefazione alla Critica

dell'economia politica che

quello che egli cercava

nell'economia politica

erano i fondamenti di

un’anatomia della società

civile, intesa come il

complesso delle

condizioni materiali di

vita del genere umano in

una determinata epoca.

Ebbene, penso che a noi

tocchi un compito della

stessa portata

* SENATORE SINISTRA DEMOCRATICA

EVICEPRESIDENTEARS

OPINIONI A CONFRONTO

essere

comunisti, perché?

Cari compagni, la domanda che vi pongo – perché essere comunisti

oggi? – fatta da uno che milita in un’altra formazione politica (oggi

Sinistra democratica), può apparire brutalmente invasiva, sembrare

un’ingerenza priva di ogni legittimo fondamento. Non mi sfugge affatto che,

quando come in questo caso si affronta il tema dell’identità altrui, prima che

le culture e l’agire politico si tocca il simbolico, le emozioni, la costituzione

di senso che si genera nel complesso rapporto tra politica e vita. Per questo

affrontare una discussione sul tema dell’identità è questione di grande delicatezza

su cui in genere si sorvola quando si intende stringere rapporti unitari

a sinistra.

Eppure in questa non ingerenza io vedo anche il segno di una sorta di neodoroteismo,

una diplomatizzazione delle relazioni, un’implicita ammissione

che su di esse i problemi identitari non hanno alcun peso (a meno che non

si voglia agitarli strumentalmente come pregiudizi ideologici). Che, insomma,

l’identità politica ha un valore puramente autoreferenziale, una funzione

di mera rassicurazione per chi la condivide, senza un’influenza effettiva

nell’azione politica concreta.

Penso che, se si vuole tornare alla grande politica a sinistra, è necessario superare

questo sostanziale «riduttivismo» sul tema dell’identità, capire che

esso più che di ascolto reciproco e di apertura intellettuale è figlio dell’indifferenza,

che l’evoluzione della globalizzazione neoliberista (quella che Bauman

ha battezzato «società liquida») ha prodotto per le culture politiche sostituendole

con i grandi «feticci» del tempo presente (l’idolatria dei beni di

consumo, i fondamentalismi religiosi ecc.). Perciò sarebbe ora che a sinistra

il bilancio critico delle culture politiche e delle identità ereditate dal Novecento

(affidato alla rinascita di un forte senso della storia in contrasto con

l’appiattimento su un presente che cancella passato e futuro, frutto di sociologia

e politologia imperanti) venga fatto seriamente, fino in fondo e con

spirito aperto da parte di tutti. Insomma, senza realizzare quel necessario

passaggio dalla rimozione o dalla riproposizione acritica dell’eredità che le

deriva dal proprio passato al bilancio critico della propria storia, la sinistra

difficilmente uscirà dalla minorità da cui è afflitta nel tempo presente.

Ma voglio porre a voi questa domanda anche per una seconda ragione. Nel

corso degli ultimi dieci anni, tra la tendenza che avete rappresentato in Rifondazione

comunista e quanti come me si battono per l’unità e il rinnovamento

della sinistra, vi sono stati più di un punto di contatto. Abbiamo da

entrambe le parti vissuto con sofferenza la rottura della coalizione di centrosinistra

nel 1998; abbiamo spinto parallelamente sia pure senza successo affinché

nel 2001 si superasse la divisione tra l’Ulivo d’allora e Rifondazione;

abbiamo guardato entrambi criticamente all’esaltazione dei movimenti come

esclusivo punto di riferimento della sinistra. E anche oggi voglio interpretare

la precoce critica da voi avanzata all’esperienza dell’Unione non come un ir-

27


28

rigidimento settario ma come una

forma di cautela per l’oscillazione

che si sarebbe potuta produrre a sinistra

tra movimentismo e politicismo.

Ci accomuna poi un rapporto

con la storia del Pci che non prevede

abiure, anche per gli aspetti relativi

ai rapporti internazionali tenuti

da quel partito nella sua complessa

e articolata esperienza. Anche se

probabilmente diversa è la prospettiva

con cui guardiamo al peso della

sua eredità nella situazione attuale.

Dunque: perché essere comunisti

oggi? Siamo sicuri, cioè, che nel bagaglio

culturale, nell’esperienza politica

e nella storia che abbiamo ereditato

dal comunismo del Novecento

vi sia un patrimonio che possa

servire alla riformulazione di una

teoria della trasformazione dell’ordine

sociale esistente all’altezza delle

contraddizioni dell’oggi, in cui il superamento

del capitalismo venga

concepito come una possibilità piuttosto

che come una necessità? Questa

è la domanda cruciale a cui rispondere

(che a sinistra da tempo non

viene nemmeno più posta), e dal

cui esito dipende la risposta al primo

e fondamentale quesito che vi

pongo. Oggi è possibile che ci si dichiari

comunisti senza tuttavia

avanzare alcuna ipotesi di trasformazione

della società, non perché la

si neghi in via di principio, come

pure avviene per altre correnti della

sinistra contemporanea, ma perché

implicitamente la si ritiene fuori dall’orizzonte

delle eventualità storicamente

possibili. Né la critica no-global

al capitalismo contemporaneo

può costituire il punto di partenza di

una nuova pratica della trasformazione,

non avendo sostanzialmente

rimosso quella scissione tra produzione

e consumo che costituisce sul

piano generale la principale forma

di alienazione attraverso cui passa

oggi nella coscienza dei più il dominio

del capitale.

Per incominciare a interrogarsi su

quale possa essere la risposta alle

contraddizioni della nostra epoca segnata

dalla globalizzazione, ricomincerei

da Marx, dal suo metodo più

che dai risultati della sua lunga e complessa ricerca, per forza di cose condizionata

dai problemi del suo tempo e dal grado di sviluppo storico del secolo

in cui è vissuto. Marx scriveva nella Prefazione alla Critica dell’economia politica,

testo che costituisce una sorta di dichiarazione programmatica sulle intenzioni

che lo avrebbero ispirato nel lavoro di ricerca del Capitale, che quello che

egli cercava nell’economia politica erano i fondamenti di un’anatomia della

società civile, intesa come il complesso delle condizioni materiali di vita del

genere umano in una determinata epoca.

Ebbene, penso che a noi – rispetto al capitalismo contemporaneo – tocchi un

compito della stessa portata, che anche la critica al neoliberismo che si è sviluppata

nel corso di questi decenni se resta fine a se stessa non produrrà mai

una nuova teoria della trasformazione sociale che affronti le contraddizioni

della nostra epoca, se essa non affida a se stessa il compito di aprire la strada a

un’anatomia della società civile del nostro tempo. Ebbene, se solo si muovono i

primi passi in questa direzione non è difficile scoprire che l’ormai lunga rivoluzione

neoconservatrice apertasi negli anni Settanta ha provocato cambiamenti

nell’assetto del capitalismo di una portata ben più profonda e radicale di

quelli prodottisi tra l’Ottocento e il Novecento con l’avvento dell’imperialismo,

la cui presa d’atto non a caso costituì il principale fondamento della svolta impressa

da Lenin all’indirizzo del movimento operaio internazionale nel corso

della Prima guerra mondiale. Non si tratta di fare concessioni a quelle teorie,

elaborate in particolare in Impero da Michael Hardt e Antonio Negri, che individuano

nella contrapposizione tra «impero» e «moltitudini» il tratto costitutivo

del nuovo capitalismo dell’età della globalizzazione. Con questa impostazione,

smentita dallo sviluppo delle contraddizioni di tipo geopolitico che segnano

le odierne vicende internazionali dominate da un rinnovato primato

della guerra e del conflitto tra capitalismi, voi avete giustamente polemizzato

quando sembrava potesse influenzare gli orientamenti della maggioranza del

vostro partito nel congresso di Rifondazione del 2001. E tuttavia se si procede,

sia pure per timidi accenni, a trasformare la critica del liberismo in una nuova

anatomia dei movimenti profondi delle società contemporanee è facile vedere

come ci si trovi di fronte a problemi costitutivi dello stesso modo di produzione

capitalistico che risultano del tutto inediti.

Il primo fra tutti questi problemi è che, se esaminiamo a fondo le trasformazioni

che sono avvenute nel rapporto tra lavoro e produzione capitalistica, ci

tocca constatare che lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale avviene

sempre più nell’ambito del rapporto (nel cuore stesso del processo produtti


vo) tra lavoratore-individuo e capitale

impersonale. È questione che

appare del tutto evidente se ci soffermiamo

a esaminare i modelli organizzativi

della produzione nella

fabbrica contemporanea, le radici

strutturali dei processi di precarizzazione

del lavoro, il rapporto tra lavoro

e non-lavoro sia nelle società

sviluppate (vecchie e nuove) che

nelle immense aree diseredate del

resto del mondo. Ora, non deve

sfuggire l’enorme rovesciamento

teorico e pratico che una simile condizione

impone a un’idea della trasformazione

sociale che miri ad

aprire un processo storico di superamento

del capitalismo. Se nell’Ottocento

e nel Novecento il problema

della liberazione del lavoro dalla sua

condizione di sfruttamento era un

processo di emancipazione collettiva

da una condizione altrettanto collettiva

di subordinazione, e aveva nella

realizzazione del principio di uguaglianza

il suo compimento, ora tale

processo non può che prendere le

mosse dall’individuo che lavora, e

trova il suo riscatto nella realizzazione

della sua libertà. E non è un caso

che l’organizzazione capitalistica

della società, per, in un certo senso,

«esorcizzare» la carica eversiva che

potrebbe derivare dalla percezione

di sé come individuo da parte del lavoratore,

tende a «collettivizzare» la

condizione umana nel mercato, rispetto

a cui gli uomini e le donne

del mondo contemporaneo sono indotti

a percepirsi o come consumatori

o, appunto, come moltitudini escluse

dai consumi delle società opulente e

dai loro valori. La scelta di questa

prospettiva, lungi dal mettere in discussione

quel legame sociale rappresentato

dalle classi, restituisce

loro una nuova funzione in quanto

condizione di una solidarietà interindividuale

che nasce dalla comune

posizione nei rapporti di produzione

e di scambio. Anzi, si potrebbe dire

che nell’età della globalizzazione –

almeno a certe condizioni di sviluppo

delle forze produttive – vi sia

una sorta di «ritorno» dalle masse,

che hanno costituito il tratto distin-

tivo dell’organizzazione della società

e dei sistemi politici del Novecento,

alle classi. E quindi come per Hannah

Arendt l’avvento della società

di massa aveva portato al declino

delle classi, l’età della globalizzazione

ne potrebbe riproporre in termini

nuovi la fondamentale funzione.

Si può obiettare che tale nozione

dell’individuo e della libertà tende a

confondersi in modo equivoco con

le principali categorie proprie del liberismo.

Si potrebbe allora orientare

la ricerca teorica a scavare sulla fecondità

analitica di approcci culturali

al tema dell’individuo estranei alla

tradizione liberale, dalla categoria

della «singolarità impersonale»

avanzata negli anni Trenta del secolo

scorso da Simone Weil, nella sua

breve eppure intensa esperienza intellettuale,

a quella condizione

umana evocata dall’esistenzialismo

che è propria del singolo e del suo

essere-al-mondo.

Un tale ripensamento della nozione

di individuo, al di fuori della tradizione

liberale e dei suoi aggiornamenti

operati dal neoliberismo, consentirebbe

anche di approfondire il

nesso organico che può essere rintracciato

tra il peculiare rapporto tra

capitale e lavoro impostosi nell’età

della globalizzazione e l’altra cruciale

questione che riguarda la fondazione

di una nuova teoria della trasformazione.

Mi riferisco al tema

della differenza di genere, che si riferisce

a quel fondamentale aspetto

della condizione umana che evidentemente

prescinde dalla dimensione

storica della formazione sociale capitalistica,

che insomma la precede e

la segue, e che tuttavia diviene storicamente

influente al fine della costruzione

dell’agire politico proprio

in relazione al nuovo processo di individualizzazione

che si realizza nell’odierno

rapporto tra capitale e lavoro.

Assumere questa prospettiva,

inoltre, consente di capire come vi

sia un rapporto organico, e non una

sovrapposizione come è apparso ad

alcune correnti del socialismo europeo,

tra questione sociale e tematica

dei nuovi diritti, quelli derivanti da

OPINIONI A CONFRONTO

Se nell'Ottocento e

nel Novecento il problema

della liberazione del

lavoro dalla sua condizione

di sfruttamento era un

processo di emancipazione

collettiva da una

condizione altrettanto

collettiva di

subordinazione, e aveva

nella realizzazione del

principio di uguaglianza il

suo compimento, ora tale

processo non può che

prendere le mosse

dall'individuo che lavora,

e trova il suo riscatto

nella realizzazione della

sua libertà

29


30

una nuova concezione della sessualità e del rapporto tra

la vita e la morte, cioè da una condizione umana storicamente

in trasformazione nel suo stesso fondamento antropologico.

Lo stesso vale per la questione cruciale del

rapporto tra uomo e natura e le nozioni di compatibilità

e crescita che ne derivano, della necessità di un nuovo

modello di sviluppo pena la sopravvivenza stessa del genere

umano.

Questa relazione tra status sociale e condizione umana,

tra economia e politica, tra materialità e simbolico – insomma

per dirla con Marx tra struttura e sovrastruttura –

rimanda al nesso strettissimo, che più che in Marx è presente

nell’analisi del capitalismo di Weber (benché questa

sia orientata attraverso il concetto di «razionalizzazione»

alla sua conservazione e riproduzione piuttosto che al

suo superamento) tra processi di civilizzazione ed evoluzione

dei rapporti di produzione. Ciò potrebbe consentire di

cominciare a sondare le ragioni che stanno alla base del

paradosso che caratterizza l’epoca della globalizzazione,

non sufficientemente analizzato a sinistra, in cui al massimo

di integrazione e mondializzazione del mercato corrisponde

il massimo di incomunicabilità e di contrapposizione

tra le culture ridotte a fondamentalismi l’uno contro

l’altro armati (ciò che Huntington ha chiamato

«scontro di civiltà»). È a ben vedere questa situazione,

prodotto diretto del capitalismo dell’età della globalizzazione,

che impedisce alla sinistra di riassumere dopo il

crollo del «socialismo realizzato» una rinnovata dimensione

mondiale, circoscrivendone nella sostanza ruolo e

funzione alla sola Europa. È come se, dopo un ciclo storico

durato più di un secolo, la sinistra fosse tornata alle

origini, al suo luogo di nascita. Si tratta di una questione

cruciale. Infatti, se la realistica presa d’atto di questa situazione

dovrebbe condurre a considerare il socialismo

europeo in tutte le sue componenti l’ambito nel quale

iniziare a misurare l’efficacia del rinnovamento di cui ci

sarebbe bisogno, d’altra parte la sinistra ben difficilmente

potrebbe uscire dalla sua crisi se fosse costretta dal declino

dell’universalismo della civilizzazione europea di cui è

figlia in una dimensione sostanzialmente eurocentrica.

Questo complesso di riflessioni – che ritorna attuale nel

momento in cui da più parti si invoca la nascita di un

nuovo soggetto della sinistra italiana – ha cercato nel

nostro paese, spesso senza successo, di aprirsi un varco

nel dibattito a sinistra nel decennio trascorso. Ed è d’obbligo

in questo momento riconoscere il debito politico e

intellettuale contratto da tale indirizzo di pensiero con

due persone che non ci sono più. Una è Bruno Trentin

che caratterizzò negli anni Novanta la sua collaborazione

alla rivista «Finesecolo» (diretta da me e Adriana Buffardi)

proprio lavorando all’approfondimento di una nuova

concezione della libertà, che poi sviluppò nel suo libro

La libertà viene prima. L’altro è Claudio Sabattini che attraverso

il tentativo di dar vita al movimento «Lavoro e

Libertà», in stretta collaborazione con Aldo Tortorella,

gettò le basi di quella «rivoluzione copernicana» della

concezione del rapporto tra individuo e modo di produzione

di cui abbiamo parlato. Che questa innovazione sia

venuta da due personalità segnate nella loro esperienza

politica e intellettuale dal lungo e profondo rapporto con

il principale comparto della classe operaia italiana, quello

dei metalmeccanici, a me pare segno di non poco significato.

Insomma, se questo ragionamento ha un qualche fondamento

e si conviene che sia vero l’assunto che una

nuova teoria della trasformazione sociale deve misurarsi

con questa dimensione dei problemi del tutto nuova

prodotta dal capitalismo della globalizzazione, che cosa

c’entra con tutto questo la proprietà collettiva dei mezzi

di produzione, una certa concezione del rapporto tra

partito e masse, una certa idea della funzione e del ruolo

dello Stato nella società e nell’economia, in una parola il

comunismo, cioè quel movimento che per forza di cose è

figlio della società di massa del Novecento e che ha vissuto

la sua esperienza politica ambiguamente a cavallo

tra totalitarismo e democrazia, che di quella società rappresentano

i modelli politici prevalenti non a caso ambedue

in crisi? Mi sembra emblematico che dopo il crollo

dell’89 chi ha voluto conservare il nome «comunista»

sia ricorso a rappresentare il comunismo o come un orizzonte

o come una idea regolativa, una sorta di guida per

l’azione, in ambedue i casi un kantiano «dover essere».

Ma il problema che oggi la sinistra ha di fronte è di tutt’altra

natura. Si tratta cioè di ricostruire dalle fondamenta

quello che per Marx avrebbe dovuto essere il comunismo,

cioè non un orizzonte né un’idea regolativa

ma quel «movimento reale che cambia lo stato di cose

presente». Qualora si volesse riproporre questo obiettivo,

si dovrebbe prendere atto che le esperienze del movimento

operaio del secolo scorso sono del tutto inutilizzabili

a tal fine. Ricorrere surrettiziamente a esse significa

involontariamente non rendere giustizia alla loro

grandezza, sebbene storicamente esaurita, e affrontare

non adeguatamente i compiti del presente.

Vorrei dirvi, insomma, «cerchiamo ancora» come nel

cuore degli anni Ottanta ci suggerì Claudio Napoleoni. A

me sembra il modo migliore di restare fedeli alle passioni

e alle scelte di tutta una vita.


BRUNO STERI*

Intendo riferirmi a

quel poderoso dispositivo

di rimozione che ha

investito quella che

chiamavamo

«sinistra»(comunista o

non) verso la fine del

secolo scorso,

all’indomani del fatidico

’89: vero e proprio

passaggio epocale, che ha

condotto –

consapevolmente o meno –

a una sorta di

«introiezione della

sconfitta» e, con questa, a

un progressivo

adattamento a contenuti e

valori della controparte

già trionfante

* DIRETTORE DI «ESSERE COMUNISTI»

OPINIONI A CONFRONTO

perché essere comunisti

Piero Di Siena ci sollecita a rispondere a una domanda che è evidentemente

per noi cruciale: perché essere comunisti oggi? Si può, beninteso,

restare affezionati a un nome, persistere per inerzia nel «chiamarsi»

comunisti: ma l’interrogativo sull’«essere» comunisti chiama in

causa direttamente e senza diplomazie l’adeguatezza del nome alla cosa. Si

va insomma diritti alla sostanza; e lo si fa col tono giusto, riconoscendo cioè

nel contempo la problematicità, il peso concettuale ma anche la delicatezza

simbolico-emozionale della questione. Di questo ringraziamo il nostro interlocutore:

c’è bisogno di riaprire un confronto di lunga lena su temi di fondo,

che non dovrebbero esser costretti nei tempi dell’urgenza politica, magari

nei termini di svolte sommarie o a colpi di decreti congressuali.

Uguaglianza e libertà

Un contributo non reticente, che per così dire espone il suo autore, reclama

nell’accordo e nel disaccordo un’interlocuzione altrettanto generosa e netta.

Dico subito che mi convincono il programma di lavoro e le modalità di ricerca

proposte da Di Siena: tornare a porci nella visuale marxiana di un’indagine

sui «fondamenti di un’anatomia della società civile», per provare a

delineare i punti di forza di una «teoria della trasformazione sociale che affronti

le contraddizioni della nostra epoca». L’epoca – appunto – di una «rivoluzione

conservatrice» proiettata su dimensioni planetarie dalla globalizzazione

capitalistica. Molto meno mi convince il punto di caduta della sua

argomentazione, tesa a premiare più «il metodo» che non «i risultati della

(…) lunga e complessa ricerca» di Marx. Non mi convince la contrapposizione

che vede, da una parte, un obsoleto approccio otto-novecentesco, tutto

imperniato sulla connessione stretta tra liberazione del lavoro e «processo di

emancipazione collettiva» in vista della realizzazione del principio di uguaglianza

e, dall’altra parte, una concezione di tale processo adeguata all’oggi,

che in forme del tutto nuove prenda le mosse dall’individuo in vista della

realizzazione della sua libertà. Non penso che i connotati dell’odierna condizione

umana, indotti dalla possente spinta globalizzatrice del capitale, autorizzino

l’inaugurazione di una antropologia postcomunista e un progetto di

trasformazione del tutto nuovo, in discontinuità con i caratteri fondamentali

dell’analisi marxiana della formazione sociale capitalistica.

Beninteso, c’è una parte dell’esigenza che ci viene proposta che va attentamente

considerata: che, tra l’altro, non nasce come un fungo e può anzi

vantare autorevoli precedenti. Di Siena converrà che la sua esigenza può essere

situata dentro una tradizione, un filone del marxismo: quello che è alquanto

genericamente individuato come marxismo etico. Un filone particolarmente

influente proprio nel nostro paese, se è vero che autorevole è stata la

lezione di Antonio Banfi e che, per altro verso, intere generazioni nei decenni

passati si sono formate alla scuola di Galvano Della Volpe e, su questa

31


32

scia, hanno seguito l’insegnamento

e l’elaborazione del citato Claudio

Napoleoni: nomi – questo ultimi –

cui, ad esempio, Fausto Bertinotti e

Alfonso Gianni si sono richiamati

(in Le idee che non muoiono, uno dei

loro primi lavori). In riferimento

alla lettura di Marx, tali orientamenti

hanno anche supportato un

intento condivisibile: recuperare

una certa unitarietà nella riflessione

del grande rivoluzionario di Treviri,

ritematizzare l’ispirazione etica del

«giovane» Marx evitando di decretarne

troppo frettolosamente la caducità

in contrapposizione al Marx

«maturo» del Capitale (che appunto

avrebbe liquidato i giovanili furori

umanistici in nome della scienza della

società). Per parte mia, non è in

questione la portata peculiarmente

scientifica («i risultati») della riflessione

marxiana: quella che, affinandosi

con lo studio approfondito dell’economia

classica inglese, ne recupera

la forza analitica e – insieme –

ne denuncia il limite storico e apologetico,

pervenendo a una compiuta

teoria del plusvalore capitalistico.

Solo, parrebbe anche a me poco

convincente spaccare nettamente

spaccare in due un percorso di ricerca,

quasi a voler separare il grano

dalla crusca: soprattutto se la crusca

è intesa essere la prospettiva etica di

Marx (e dei comunisti).

Tutto ciò ha evidentemente a che

vedere con la questione della libertà

e dell’uguaglianza. In una fase storica

in cui i princìpi, i valori, la storia

e le prospettive dei comunisti sono

state messe all’indice da un capitali-

smo trionfante, è fondamentale tornare

a porre all’ordine del giorno

del dibattito ideale non solo la concreta

possibilità ma – oggi, nel vivo

di una «catastrofe dell’uguaglianza»

– perfino la necessità di un ordine

superiore di libertà, di un progetto di

liberazione dell’essere umano da catene

sociali che, lungi dall’essere

«naturali», mostrano il loro carattere

storicamente determinato. Una

civiltà – quale quella liberale – in

cui l’altro è sentito come limite al dispiegamento

della propria libertà è

una civiltà che, nonostante (e in

contraddizione con) le sue potenzialità

progressive, non può andare

lontano. Una società che, a partire

dal luogo della produzione di merci

e in concomitanza con l’incremento

della ricchezza, potenzia a livello

planetario la negazione dei bisogni

primari della maggioranza dell’umanità,

oltre a impedire ai più l’accesso

alla soddisfazione dei bisogni «ricchi»

(l’insieme di condizioni spirituali

e immateriali che permettono

l’esercizio di una «libera attività

umana») – questa è una società tarata

alla radice. Il contributo analitico

offerto da Marx alla rousseauiana

ricerca dell’origine della disuguaglianza

ha consentito a questa stessa ricerca

di uscire dal regno dell’utopia,

di connettere indissolubilmente impegno

etico e analisi scientifica delle

condizioni di superamento di una

formazione sociale data, fornendo

un concreto senso storico all’abolizione

della proprietà privata dei

mezzi di produzione e al superamento

dell’assetto capitalistico della

produzione medesima.

Se si prende sul serio la lezione hegeliana

che Marx fa propria liberandola

dal suo involucro idealistico – se

quindi non si concede nulla alla vulgata

semplificatrice che la riduce a

visione escatologica – si può ritrovare

quel senso profondo del dramma storico,

che da Hegel passa in Marx ridefinendosi

come storia della lotta di

classe: un duro confronto nel seno

stesso del mondo umano, a ridosso

delle contraddizioni e delle imperfezioni

del reale. La vicenda storica prende

corpo allora in una dimensione che

non è annichilimento dell’individuo,

ma che è sua dislocazione in un quadro

epocale, all’altezza di un contrasto

tra formazioni sociali; e dentro un

divenire che non è lineare, ma appunto

contraddittorio, che può mettere

capo a configurazioni spurie

(che poco hanno a che vedere con la

levigatezza di un’idea o di un modello).

È con tale complessa eredità che

un progetto di liberazione umana ha

dovuto e deve ancora fare i conti.

Classi e persone

Ora Piero Di Siena ci richiama alla

necessità di ripensare la nozione di

individuo, di meditare sull’esigenza

di una sua nuova e inedita valorizzazione,

alla luce dell’«enorme rovesciamento

teorico e pratico» indotto

dalla globalizzazione capitalistica: ripensamento

che dovrebbe auspicabilmente

mettere capo alla «fondazione

di una nuova teoria della trasformazione».

Non v’è dubbio che

sotto i nostri occhi si sia prodotta in

questi anni un’accentuazione che ha


toccato la qualità del vivere associato

così come la disposizione delle singole

esistenze. L’attuale «rivoluzione

conservatrice» ha imposto la precarietà

quale cifra dominante del

mondo umano: ciò ha effetti sulla

concezione del sé, sulla sua costituzione,

sul rapporto con i suoi fini.

Non a caso filosofi e sociologi non

mancano di evidenziare i tratti distintivi

dell’individuo contemporaneo,

caratterizzato da un «sé atomizzato»,

spossessato di punti di riferimento

e di criteri sostanziali per la

conduzione della propria vita (e

dunque facile preda di mitologie mediatiche),

esposto a una «cultura

della sopravvivenza» che lo fa vivere

in un presente privo di passato e

dall’incerto futuro. A maggior ragione

tali caratteri acquistano concretezza

e spessore sociale non appena

si pensi all’odierna condizione del lavoro

e del non lavoro. Certamente,

il suddetto individuo è meno «libero»

e, come tale, soggetto potenzialmente

sensibile alla rivendicazione

di una riappropriazione del sé, della

propria libertà. In proposito, non

parlerei tuttavia di radicale «rovesciamento»,

quanto piuttosto di potenziamento

su scala planetaria di

un’attitudine che è intrinseca al

modo di produzione capitalistico – la

persistente tendenza a piegare esseri

umani e cose alle leggi del mercato,

a rivoluzionare i rapporti sociali e di

comunità, a rompere i nessi che legano

gli individui alle proprie radici

storico-sociali – e che Marx ha così

ben descritto nel suo Manifesto.

Non mancherò di accennare a quan-

to c’è di effettivamente inedito nell’attuale

congiuntura. Ma prima intendo

colmare quello che, a mio giudizio,

si presenta come un vuoto

nell’argomentazione di Di Siena. Intendo

riferirmi al poderoso dispositivo

di rimozione che ha investito

quella che chiamavamo «sinistra»

(comunista o non) verso la fine del

secolo scorso, all’indomani del fatidico

’89: vero e proprio passaggio epocale,

che ha condotto – consapevolmente

o meno – a una sorta di «introiezione

della sconfitta» e, con

questa, a un progressivo adattamento

a contenuti e valori della controparte

già trionfante. Un recente articolo

tratto da «il manifesto» (L. Pregnolato,

Le tute blu all’assalto del cielo,

del 23 settembre 2007) offre una

mirabile descrizione di cosa fosse la

«coscienza di classe» in Fiat alla

metà degli anni Settanta: «Il Consiglione

di Mirafiori in quel periodo

era di 800 delegati, e non c’è alcun

paragone con le attuali Rsu. Ogni

linea aveva il suo delegato, ogni

squadra aveva il suo delegato: dove

c’era un caposquadra, c’era anche

un delegato. Ogni delegato veniva

eletto su scheda bianca, e c’era

un’appartenenza, una socialità e un

legame fra il delegato e la sua squadra,

e fra la squadra e il proprio delegato.

Il Consiglio di fabbrica era

strutturato con delegati di settore,

delegati di officina e poi tutti insieme

a volte si facevano le riunioni del

Consiglione. Nel ’75 lanciammo alla

Fiat mille vertenze sulla salute, la

professionalità, l’ambiente di lavoro.

Facemmo vertenze di officina e di

OPINIONI A CONFRONTO

Mi chiedo: quei

lavoratori del Consiglione

di Mirafiori non erano

forse a pieno titolo, essi

sì, «persone», individui

associati capaci di

contendere col conflitto

quote di potere reale, di

appropriarsi del controllo

sul proprio lavoro e, con

esso, della propria

dignità?

33


34

reparto, si aprì un grande conflitto

articolato, una grande vertenzialità

articolata che portò a conflitti ma

anche ad accordi sulle condizioni di

lavoro e sulla gestione della produzione.

(…) I delegati avevano la capacità,

oltre che di conoscere la loro

squadra – perché la squadra era un

ambiente sociale, lavorare in fabbrica

era una comunità – di conoscere

tutto quello che succedeva. (…) I

delegati avevano il controllo assoluto

di come era organizzato il lavoro:

quanti siamo, che problemi abbiamo,

quali problemi ambientali,

quante categorie chiedere, cosa chiedere

alla Direzione, manca organico

qui, spostano tre persone in un’altra

linea: perché le hanno spostate? (…)

La Fiat cominciò a maturare che il

potere del Consiglio di fabbrica e del

sindacato era a un livello che non

poteva né condividere né subire».

E la Fiat agì di conseguenza, fece il

suo mestiere. Così come, negli anni

Ottanta e dopo – per tutti gli anni

Novanta – fecero il loro, i poteri forti

del capitalismo reale. E noi? Cosa

abbiamo fatto noi, o meglio cosa fece

una parte di noi? Piero Di Siena ha

ricordato la figura di uno dei grandi

dirigenti della Cgil: Bruno Trentin,

un compagno, un dirigente autorevole

e stimato. Il mio ricordo va alla

Conferenza di programma che la

Cgil tenne a Chianciano nell’aprile

del 1989: un «quasi-congresso» fu

definita, una svolta che disegnava

«la nuova Cgil». In effetti, Trentin

aprì allo sguardo, in quella sede, dimensioni

generali e tematiche fino

ad allora non indagate. Fu posta, per

la prima volta in una sede sindacale,

la grande questione dei vincoli ambientali

e di uno sviluppo fino ad allora

inteso senza limiti quantitativi

di lungo periodo (è precisamente

questa una delle questioni davvero

inedite cui prima accennavo). In

proposito, Trentin fu lapidario: «Nessuno

può fare la lezione ai disoccupati

o ai braccianti del Brasile sulla

necessità di salvaguardare l’Amazzonia

se non dà al tempo stesso le

prove di voler lottare, qui in Italia e

in Europa, per cambiare il governo

dello sviluppo» (Relazione di B. Trentin alla Conferenza di programma Cgil,

Chianciano 12-14 aprile 1989). Eppure quella Conferenza passò alla storia

del sindacalismo italiano e della sinistra nel suo complesso per tutt’altri motivi:

perché, come scrissero benevolmente i giornali dell’epoca, lo «strappo di

Trentin» finalmente inaugurava il passaggio dal «sindacato di classe» al sindacato

dei diritti e delle persone», un sindacato che – commentò Alfredo Reichlin

– sapesse «parlare non solo alle masse ma agli individui, non solo all’operaio

ma all’insieme dell’Italia moderna che intraprende, che pensa e che

produce» («l’Unità», 16 aprile 1989).

Mi chiedo: quei lavoratori del Consiglione di Mirafiori non erano forse a

pieno titolo, essi sì, «persone», individui associati capaci di contendere col

conflitto quote di potere reale, di appropriarsi del controllo sul proprio lavoro

e, con esso, della propria dignità? Viceversa, sarà un caso, ma la fine del

«sindacato di classe» – e nonostante l’investimento ufficiale del sindacato

sulle «persone» – ha dato l’avvio a uno dei periodi più neri nella storia del

movimento operaio italiano. Nella prima metà degli anni Novanta (con

Trentin per un certo periodo alla testa della più grande forza sindacale) un

micidiale tsunami si è abbattuto sul mondo del lavoro. Nel giro di pochi

anni è stata abrogata la scala mobile, perché «toglie spazio alla contrattazione»:

col risultato che assieme all’abolizione della parte automatica di salario

è andata indietro anche quella contrattata. Sono stati siglati i famigerati accordi

del luglio ’92 e ’93, che hanno contrassegnato la mutazione «concertativa»

del sindacato. È stata data la prima devastante spallata alla previdenza

pubblica: con la «riforma» Dini, viene tagliata del 30% la copertura pensionistica.

Nell’insieme, un vero e proprio «colpo di stato» sociale.

Come è potuto accadere? Ha certo ragione Felice Roberto Pizzuti a rispondere

– per la parte relativa alla previdenza – che la ricaduta degli effetti della

controriforma, da lì a un paio di decenni dopo, non fu allora distintamente

percepita: così che la resistenza del mondo del lavoro fu fiacca. Ma non

basta. Più in generale e più in profondità, era già in atto quella che sopra ho

chiamato «l’introiezione della sconfitta», un processo la cui data di nascita

nel nostro paese può essere plasticamente compendiata dallo scioglimento

del più grande partito comunista d’Europa.

L’introiezione della sconfitta

Ma da tempo non era più chiaro cosa si dovesse intendere con «sinistra».

Non si tratta qui dell’ovvia considerazione che quel termine aveva da sempre

avuto un riferimento non univoco a tradizioni, ispirazioni, forze politiche

diverse e divise da non lievi contenziosi ideologici. Nonostante questa

multiforme estensione, un senso di massima permaneva a tutti chiaro – almeno

nell’ambito della storia europea del Novecento: quello di una determinata

scelta di campo sociale, di un’appartenenza ideale e politica alla storia,

ai valori, alle lotte del movimento operaio. Gli avvenimenti del 1989, oltre a

segnare la profonda crisi del cosiddetto socialismo reale, avevano di fatto impresso

un’accelerazione senza precedenti a un già avviato processo di sfaldamento

delle idee e della progettualità politica della sinistra in generale. Vi

sono, a mio parere, due punti sensibili la cui erosione ha originato crepe in

un intero edificio teorico e pratico: a) la tesi secondo cui tra i conflitti vecchi

e nuovi che attraversano la totalità sociale ce ne sia uno che resta comunque

fondamentale, segnando specificamente il modo di produzione dominante

in occidente – il conflitto appunto tra Capitale e Lavoro – dal cui esito

continua a dipendere la possibilità di instaurare una società diversa e più

giusta, oltre che di uno sviluppo delle forze produttive equilibrato e in sintonia

con i limiti naturali del pianeta; b) la convinzione che una soluzione di

tale conflitto – che è conquista di poteri, decisionali e di controllo, nella società

e nei luoghi di lavoro – passi per una modifica dei rapporti di produ


zione e proprietari e implichi il primato

della sfera pubblica, ovvero la

preminenza di un’organizzazione

collettiva e consapevole della vita

sociale e dello sviluppo produttivo.

Se è vero che questi punti hanno direttamente

ispirato la tradizione comunista

in particolare – o, più in

generale, la sinistra «a impianto

marxista» – è altresì vero che essi

abbiano operato come riferimenti di

massima nelle stesse socialdemocrazie

europee: non è un caso che, con

il tracollo dei paesi del socialismo

reale, sia contestualmente sopraggiunta

in Occidente la liquidazione

di qualsiasi idea di piano, sia pure

nella forma addolcita di strumento

regolatore a supporto e correzione

della spontaneità delle forze economiche.

In breve, si è ritenuto che

entrambi i punti sopra detti fossero

stati confutati dalla storia: ciò ha determinato,

accanto alla messa all’indice

di qualsiasi prospettiva comunista

(comunque declinata), il definitivo

logoramento dell’identità e della

comune nozione di «sinistra» e

l’adozione contestuale di strumentazioni

concettuali e ispirazioni politiche

già patrimonio dell’ideologia dominante

(poi comprensibilmente definita

«pensiero unico»).

È istruttivo, oggi, tornare a quell’euforica

orgia di autodissolvimento che

decretò la falsificazione dell’idea di socialismo

in quanto tale. Si moltiplicarono

gli epitaffi in memoria del caro

estinto. Jürgen Habermas, autorevole

rappresentante della scuola di Francoforte,

trasse da quegli eventi la «lezione

inequivoca» secondo cui «le

società complesse non possono riprodursi

se non lasciano intatta la logica

di autoregolazione di un’economia di

mercato» (La rivoluzione in corso, Milano

1990). Sulla medesima scia, Richard

Rorty, filosofo americano erede

della tradizione pragmatista – anch’egli

collocato «a sinistra» – non fu

meno perentorio. In un saggio dal titolo

significativo (Gli intellettuali alla

fine del socialismo, in Il Mulino, n°6,

1991), dopo aver notato che «le pubbliche

virtù continueranno a essere

parassiti dei vizi privati» e che quindi

non c’è modo «di assicurare beni e

servizi se non incoraggiando imprenditori

privati ad arricchirsi», egli invitò

a «lasciare i diritti di proprietà al

loro posto» e ad abbandonare il vecchio

armamentario terminologico.

Esortò quindi (la «sinistra») a far

fuori dal proprio vocabolario termini

come «economia capitalista», «socialismo»,

o come «borghese» («con il

suo tradizionale senso peggiorativo»),

in quanto essi avrebbero esaurito

la loro forza, tutta contenuta

nella strana idea che «esistesse un’alternativa

al capitalismo». Invero, le

propensioni «pragmatiste» rischiano

a volte di scadere nel banale. Ma è

proprio questo il messaggio più impegnativo

che il suddetto saggio voleva

trasmettere: al marxismo veniva

infatti imputato non un difetto quanto,

per così dire, un eccesso di teoria.

L’ossessione dei marxisti è quella di

pretendere di avere o di ricercare

«una profonda conoscenza del moto

della storia», di costruire «larghe vie

teoriche», nella convinzione (falsa)

che vi sia bisogno di una «“base teo-

OPINIONI A CONFRONTO

rica” per l’azione politica»: di qui «la

sete di favoleggiamenti sulla storia

mondiale e di profonde teorie su

profonde cause del mutamento sociale».

A tutto ciò, il filosofo contrapponeva

i «piccoli passi» di quanti,

anziché trastullarsi con forze e tendenze

storiche, «si accontentano di

essere concreti, banali e pragmatici»,

nell’intento di «passare dall’istituzione

presente a una un po’ migliore».

Come si vede, proprio i concetti che

danno profondità storica, spessore

strategico alla spiegazione dei fenomeni

economico-sociali (si pensi alla

nozione di «modo di produzione» o

a quella di «classe») venivano a essere

destituiti di efficacia conoscitiva e

rilievo operativo da siffatte forme

«indebolite» di riflessione.

Da qui occorre ripartire per comprendere

le cause profonde che –

sul versante delle «concezioni del

mondo», dei valori dominanti, degli

impianti concettuali – hanno determinato

la poderosa involuzione

degli ultimi due decenni. In sintonia

con la linea argomentativa sopra richiamata,

nel nostro paese fu tra gli

altri il filosofo Biagio De Giovanni a

fornire un supporto ideale e strategico

alla «svolta» di Achille Occhetto,

salutando gli avvenimenti dell’89

come «una delle più grandi speranze

di liberazione umana che mai sia

comparsa nella storia» e sanzionando

che «il comunismo, come principio

di una realtà politica antagonista,

di una strategia mondiale destinata

a unificare il mondo, ha chiuso

la sua esperienza» (Intervista a «il

manifesto»,24 dicembre 1989).

35


36

Successivamente, in occasione del convegno su Le idee

della sinistra organizzato nel febbraio del 1992 dal Partito

democratico della Sinistra (cfr. gli atti pubblicati da Editori

Riuniti, Roma 1992), De Giovanni precisava in termini

significativi il suo pensiero. In particolare, egli notava

che al progetto di una trasformazione è venuta

meno «l’idea che la storia ha un senso, che c’è un senso

della storia che va verso un compimento». In tale affermazione

egli non esprimeva semplicemente una condivisibile

concezione antideterministica dello sviluppo storico,

bensì l’accettazione di una tesi ben più radicale e

restauratrice: la tesi di R. Dahrendorf secondo cui la stessa

«idea di un’altra società, di una società alternativa a

quella esistente, ha in sé una connotazione che conduce

verso il “terrore” e il totale rinnegamento della semplice

ed essenziale umanità dei diritti umani». Come si vede,

a farsi strada è l’idea che vi sia un’irrimediabile frattura

tra la possibilità storica di «rivoluzionare», trasformare

in profondità i rapporti sociali e «il carattere universale

del principio di libertà». Ognuno può vedere quanto

grande sia il prezzo da pagare non appena si pensi la

sfera dei diritti dell’individuo così irreparabilmente contrapposta

all’ambito storico-sociale: in questione finisce

per esser posta niente meno che la possibilità di modificare

un assetto sociale dato. È muovendo da un siffatto

fatale passo che, nel medesimo convegno, si potè poi affermare

una nozione di «democrazia» intesa come «fine

in sé», come valore autonomo e preminente, non necessariamente

inclusivo dell’azione emancipatrice del conflitto

sociale. Nel momento in cui si considera «deperito

il fondamento classista della solidarietà» (Achille Oc-

chetto), è possibile parimenti sentenziare che «la democrazia

è formale o non è nulla» (Claudia Mancina), con

buona pace della distinzione tra carattere formale e sostanziale

della medesima.

Sin da allora, si poteva cogliere il divario abissale tra le

proposte di modelli regolativi ideali, privi di aggettivazioni

specificanti («democrazia», «mercato» ecc.), predisposti

per soggetti altrettanto generici (il «cittadino» con i suoi

«diritti»), e la dura realtà del «nuovo ordine» capitalistico.

Così, ad esempio, una mente lucida come quella di Luciano

Barca poteva polemizzare con una tale «sconvolgente

foga di cancellazione della memoria», stigmatizzando con

ironia quanti si sono affrettati a liquidare «non solo Ricardo,

Marx, Sraffa ma perfino il “mercato oligopolistico”

studiato da Sylos Labini» (cfr. L’eresia di Berlinguer, ed. Sisifo).

Oggi, dovremmo essere in grado di affrontare con

una minore ansia e con maggiore cognizione di causa il

tema di che cosa non ha funzionato in quel grandioso (e

drammaticamente contraddittorio) disegno di superamento

del vigente modo di produzione che è stato il «comunismo

reale». Lo possiamo fare, perché abbiamo bene davanti

agli occhi cos’è (e a quali violenze, a quali disastri

sociali e ambientali sta conducendo) su scala planetaria il

dispiegato «capitalismo reale». Accogliamo dunque di

buon grado l’invito a «cercare ancora». Pensiamo altresì

che di questo «cercare» faccia parte a pieno titolo il lavoro

della «Rifondazione comunista».


RAUL MORDENTI*

Domandiamoci, ad

esempio: che fine hanno

fatto alcuni milioni di ex

iscritti al Pci che non

sono andati né nei Ds né in

Rifondazione né nei

Comunisti italiani?

* DOCENTE DI STUDI FILOSOFICI, LINGUISTICI E

LETTERARI PRESSO L’UNIVERSITÀ

DI ROMA-TOR VERGATA

OPINIONI A CONFRONTO

Rifondazione

comunista

e l’unità a sinistra

Intervento alla Festa di Liberazione di Bologna, 1 agosto 2007

1Ringraziando molto sinceramente dell’invito, debbo precisare che io (al

contrario degli altri interlocutori) non rappresento qui nessun altro che

me stesso e il ragionamento, come vedrete molto banale e di buon

senso, che cercherò di dipanare in 6 punti.

Preliminarmente, tento dunque di dare un’interpretazione al mio invito e

alla mia presenza, e l’interpretazione potrebbe essere questa: che nel dibattito

necessario sulla nuova «unità a sinistra» ci sia, e debba esserci, una sorta

di «convitato di pietra», cioè un interlocutore non precisamente identificabile

e strutturato e tuttavia indispensabile, un interlocutore magari sgradito e

tuttavia inevitabile. Penso che questo interlocutore ineludibile possa essere

individuato per ora fra noi nel cosiddetto «popolo della sinistra» o, se preferite,

nelle migliaia e decine di migliaia di compagne e compagni che militano

nella sinistra di alternativa, nei movimenti, nei micro-conflitti quotidiani,

nell’associazionismo, nel volontariato e soprattutto nel sindacato ecc. ma

che non si riconoscono nei nostri partiti (o non ci si riconoscono più: il che,

naturalmente, è molto peggio).

Domandiamoci, ad esempio: che fine hanno fatto alcuni milioni di ex iscritti

al Pci che non sono andati né nei Ds né in Rifondazione né nei Comunisti

italiani? Oppure pensiamo che, solo per quello che riguarda Rifondazione, il

turn over degli iscritti si aggira intorno al 20%, a totali stabili o leggermente

in calo, ciò significa che ogni anno circa il 20% degli iscritti non ha rinnovato

la tessera; personalmente non so con precisione quanti siano attualmente

gli iscritti al Prc (mi sembra che negli ultimi anni questi dati non siano neppure

più forniti) ma in ogni modo possiamo calcolare facilmente che dal

1991 a oggi ci siano molte decine di migliaia di compagne e compagni che si

sono affacciati nel partito, hanno visto da vicino e direttamente di cosa si

trattava e, per motivi che nessuno si è dato la pena di indagare, sono scappati

via. Per non dire di altre centinaia di migliaia che hanno riempito le

piazze contro la guerra o per difendere l’art. 18 e così via.

Si può pensare seriamente un processo di unità a sinistra «a prescindere»

(come direbbe Totò) dal problema politico costituito da questi compagni e da

queste compagne, i quali (come si diceva una volta) hanno votato la sfiducia

ai nostri partiti con i loro piedi, cioè allontandosene e scappandone via? Io

penso proprio di no; e questo è il primo snodo del mio ragionamento, e il

primo tema che vorrei sottoporre al dibattito.

Si potrebbe affermare che, quanti che siano i soggetti che contribuiranno al

processo unitario di cui parliamo, cioè sia se essi saranno 4 (Prc-Pdci, Verdi,

Sinistra democratica) oppure tre oppure due, oppure, chissà?, cinque o sei,

ebbene occorrerà sempre aggiungere a questo numero n un uno in più, e

questo uno in più deve essere il«convitato di pietra» del popolo della sinistra

alternativa, le compagne e i compagni senza partito di cui parlavo.

37


Se questo primo tema è condivi-

38 2 so, allora ne consegue direttamente

un secondo, che enuncerei

così: l’unità nuova a sinistra non

può essere in rapporto di continuità

lineare con l’esistente; in altre parole:

credo che nessun soggetto politico

o partito possa considerare il processo

di unità a sinistra che si avvia

come il prolungamento e l’ampliamento

della propria esperienza, insomma

come la conseguenza del

proprio successo politico. Il contrario

è vero: questo processo unitario

deriva da insufficienze, ritardi, errori

di ogni tipo (alcune volte: gravissimi

errori) commessi da ciascuno dei soggetti

che si accingono al processo

unitario, esso è insomma il frutto di

una complessiva debolezza (e se volessimo

essere spietati dovremmo

dire: di una generale sconfitta) e

non certo del successo di questo o di

quello. Fausto Bertinotti, nel suo articolo

Massa critica e nuovo soggetto politico

su «Alternative per il socialismo»

(a proposito: chissà se l’uso di

questa parola «socialismo», e il contemporaneo

abbandono della parola

«comunismo» significa qualcosa?)

scrive: «Tocca correre e, insieme,

cercare la strada»; io mi permetterei

di dire: «Tocca correre e, insieme,

cambiare la strada»; anzi (facendo

slittare un po’ il significato della parola

«insieme», dal significato di

«allo stesso tempo» che ha nel testo

bertinottiano, al senso più letterale e

proprio) io direi: «Tocca correre insieme

e, cambiare strada insieme».

Deriva da questo fatto politico (che

a me sembra incontestabile: baste-

Come può una compagna o un compagno «normale»,

per ipotesi una giovane compagna o un giovane compagno,

sentire come suo, come degno di impegnare e riempire la

sua stessa vita, un partito in cui è necessario iscriversi a

una corrente se si vuole godere di diritti civili

elementari (come l’elettorato passivo) e in cui,

soprattutto, si decide sempre tutto altrove e «in alto»,

dalle scelte strategiche e teoriche più impegnative fino

alla designazione di un assessore di Municipio?

rebbe ricordare che la somma dei voti e degli iscritti di Prc e Pdci non raggiunge

nemmeno il livello del 1998, vale a dire prima della scissione cossuttiana;

delle cifre dei voti e degli iscritti del Pci meglio non parlare nemmeno,

per carità di patria, eppure sono passati quasi vent’anni dalla Bolognina, in

pratica un tempo storico, non solo politico!), da questo fatto politico – dicevo

– e non da un generico spirito unitario-buonista, deriva dunque la necessità

di abbandonare atteggiamenti arroganti e «imperialisti», cioè la tentazione

di invitare l’altro, qualsiasi altro, a iscriversi, sia pure sotto mentite spoglie,

al proprio partito, o (come si dice nel gioco dei bambini) a «mettere il dito

qui sotto». Il processo di unità a sinistra non può consistere nel fatto che

uno dei soggetti si ingrandisce accogliendo benevolmente qualcun altro.

Questo è dunque il secondo snodo del mio ragionamento. Debbo dire che

esso è talmente ovvio che sembra quasi superfluo ribadirlo; eppure voglio

farlo perché questo tratto, ad esempio, configura il processo di cui parliamo

come il contrario (vorrei sottolinearlo: non solo qualcosa di diverso e meno

che mai in rapporto di continuità, ma il contrario) rispetto alla costruzione

della «Sinistra europea»; tornerò più avanti, brevemente, su altri aspetti

della «Sinistra europea» che mi sembrano da valutare come maestri negativi,

come esempi di ciò che occorre non fare.

Assumiamo per ora, come secondo punto, che unità a sinistra significa

anche discontinuità, necessaria correzione, anzi innovazione (ma sul tema

dell’innovazione, che può prestarsi e si presta a pericolosi equivoci, vorrei

tornare in conclusione di questo intervento).

3Il terzo snodo del ragionamento, o tema, è altrettanto ovvio, ma forse

non è banale: l’unità si fa su un programma, su un progetto, su delle discriminanti;

questo se non si vuole cadere nel tragicomico vissuto in questi

giorni dal Partito democratico che, per aver voluto avviare un processo generico

e onnicomprensivo (il quale in realtà aveva ed ha come precise discriminanti

politiche il liberismo più o meno temperato e l’americanismo), si ritrova

poi come candidato alla segreteria…Marco Pannella, il quale, non senza

ragioni, rivendica di essere da sempre il più liberista e più atlantico di tutti.

Ora, questo terzo punto del programma rappresenta un vero paradosso che

si può così enunciare: sul programma non esistono oggi, e non esistono più

da tempo, delle rilevanti contraddizioni fra le forze che dovrebbero avviare

l’unità della sinistra. A chi avesse dei dubbi basterebbe avere un po’ di

buona memoria (la buona memoria: ecco un ingrediente politico preziosissimo

che nella sinistra, ahimé!, scarseggia): mi riferisco al convegno «Verso sinistra»,

promosso da «il manifesto» il 15 gennaio 2005 all’Eur a Roma (e ricordato

proprio oggi da Rossanda su «il manifesto»), con la partecipazione

di circa 3.000 persone, la relazione di Alberto Asor Rosa e interventi di tutti

i leader della sinistra, dai segretari dei due partiti comunisti, ai verdi, agli


esponenti dell’allora sinistra Ds, a molti cristiani di sinistra,

dai massimi responsabili sindacali ad alcuni dei leader

più significativi del movimento, fino a singoli, prestigiosi

intellettuali e personalità. Tutti, senza eccezione, si

dichiararono lì d’accordo con l’impianto di quella relazione

e (soprattutto) con quella proposta unitaria di programma,

tutti parteciparono poi alla «Camera di consultazione

della sinistra» che ne derivò. Avvicinandosi le

elezioni del 2006 quel processo, invece di accelerare, fu

interrotto, anzi affossato; e bisogna riconoscere che Rifondazione

fu il primo partito che si sfilò da quel processo,

in verità senza addurre nessun’altra motivazione che

non fosse quella malintesa e miope politica di grande

potenza di cui parlavo poc’anzi, insomma la motivazione

che suonava così: «Sono il partito (relativamente) più

grosso e visibile, presentandomi in solitudine potrò

avere un po’ più di seggi e di potere». Lo stesso ragionamento,

ammesso che si tratti di un ragionamento, ha

portato Rifondazione a negare la possibilità di sperimentare

una lista unitaria e dal basso nelle successive elezioni

per il Comune di Roma. Aggiungo, perché la cosa non

è forse priva di significato, che quando la situazione politica

(e anzitutto il processo di fondazione del Partito

democratico) ha costretto tutti a riaprire quel discorso

così insipientemente affossato, a nessuno è venuto in

mente di fare una telefonata (come dire? per buona

educazione) ai compagni che avevano promosso quell’esperienza

del Convegno del 2005.

Il riferimento a quel progetto (che, ripeto, era anche un

programma politico largamente condiviso da tutti) mi risparmia

comunque di rifare qui l’elenco di elementi di

OPINIONI A CONFRONTO

programma della sinistra alternativa al capitalismo che è

ben presente nella mente di tutti noi, un elenco che

parte dalla pace e dunque dal rifiuto di finanziare le

guerre imperialiste o di parteciparvi, che fa cardine sulle

politiche per il lavoro, per il risarcimento sociale dei lavoratori

e dei pensionati, contro il precariato, per la difesa

e il rilancio del welfare, della scuola pubblica, della ricerca

e dell’Università, dei diritti di cittadinanza (a cominciare

da quelli dei lavoratori e delle lavoratrici

migranti); è un programma che trova il suo fondamento

e il suo coronamento nella Costituzione repubblicana e

antifascista. Mi sia consentita a questo proposito una

sola sottolineatura del nostro possibile programma: la

lotta per la democrazia e la partecipazione, contro il presidenzialismo,

il plebiscitarismo populistico, il sistema

elettorale maggioritario e, insomma, contro l’americanizzazione

della politica; è questo un tema da sempre presentissimo

ai nostri avversari (che sono, da sempre, nemici

della Costituzione antifascista), dalle leggi truffa al

«Piano di rinascita democratica» di Licio Gelli, da Berlusconi

alla bicamerale dalemiana fino a Mariotto Segni e

ai poteri forti che lo sostengono, ed è un tema che oggi

appare centrale nel programma veltroniano, ma è anche

un tema su cui il silenzio della sinistra di classe e di alternativa

è a dir poco assordante. Ed è un silenzio, a me

sembra, che deve preoccuparci tutti, e parecchio.

Comunque, se volessi fare un riassunto e contrario dei

tratti di quel programma unitario e possibile della sinistra,

mi basterebbe oggi ricordare, punto per punto, ciò

che siamo stati costretti a ingoiare in questo anno e

mezzo di governo del centro-sinistra: dalla nuova base

Usa di Vicenza al rifinanziamento della guerra, dal

nuovo invio in guerra di soldati italiani alla finanziaria

«lacrime e sangue» (per il lavoratori, beninteso), dall’attacco

alle pensioni fino alla conferma della legge 30 e al

pacchetto welfare, dal rilancio delle «grandi opere» devastanti

l’ambiente fino all’affossamento, per ossequio al

Vaticano, dei pur minimalissimi Dico ecc.; non scorderei

le piccole ma importantissime provocazioni, veri e propri

sputi in faccia alla classe operaia e alla sinistra, come

l’intenzionale umiliazione della Cgil da parte di Prodi e

Padoa Schioppa, la detassazione degli straordinari (cioè il

39


40

finanziamento statale, attraverso il fisco, dei padroni che

li usano) o il recente ricorso del Governo di Roma contro

la tassa della Regione Sardegna sulle ville dei ricchi.

In continuità e coerenza con quanto detto poc’anzi a

proposito della democrazia e delle leggi elettorali, aggiungerei

all’elenco degli sputi in faccia la partecipazione

di ben quattro ministri in carica (Melandri, Parisi Di Pietro

e Bindi) alla raccolta di firme per il referendum

ultra-maggioritario, che mira esplicitamente a costringere

l’elettore, con una legge elettorale assurda, a scegliere

fra due soli partiti di centro distruggendo tutti gli altri,

una raccolta portata avanti dai ministri di Prodi, e dallo

stesso sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Letta,

assieme a Segni, Fini, La Russa, Alemanno, al radicale

berlusconico Della Vedova, e (soprattutto) a Confindustria

e banche, cioè i poteri forti e fortissimi (come il

coro mediatico pro-referendum dimostra ampiamente).

Credo che sia un caso politico unico nella storia in cui

dei ministri (e, tramite Letta, evidentemente lo stesso

Prodi) lavorano apertamente ed esplicitamente per conseguire

la distruzione di tre o quattro partiti che sostengono

il loro Governo, e possono fare ciò senza che tali partiti

morituri reagiscano in alcun modo.

Io, da vecchio proporzionalista fedele alla Costituzione,

avrei voluto sentire dalla voce di uno dei nostri autorevoli

compagni ciò che ha detto il ministro Mastella, cioè

che il Governo cadrà il giorno stesso in cui quel vergognoso

quesito referendario fosse portato al voto.

4Ma torniamo al filo del nostro ragionamento: se

l’unità a sinistra è necessaria (cosa di cui nessuno du-

bita) e se essa oggi si può addirittura fondare su una larga

condivisione di programma, allora perché mai essa non

ha avuto luogo e, a tutt’oggi, non si vede un processo politico

credibile e concreto che vi pone mano? Credo che

rispondere a questa domanda ci porterebbe a rispondere

a una domanda diversa, già comparsa come sottintesa nel

nostro ragionamento, cioè quali siano stati i limiti, i ritardi,

e i veri e propri errori che hanno segnato, di fatto, la

crisi o lo stallo dei tentativi di ricostruire, o costruire, una

sinistra di classe nel nostro paese dopo l’89 e lo scioglimento

del Pci. Per quanto mi riguarda personalmente,

data la tessera che ho in tasca dal 1990, si tratterebbe di

cercare di capire come, dove e perché sia sostanzialmente

fallito il processo della Rifondazione comunista. Dunque

questo discorso ci porterebbe troppo lontano, e certamente

fuori dai limiti di questo intervento.

Mi limiterò allora a due soli elementi, che mi sembrano

essere tutti rivolti al domani (anche se derivano dall’esperienza

negativa di questi anni), cioè due elementi

che mi paiono tratti di innovazione assolutamente necessari

per rendere in qualche modo appetibile e interessante

per il grande «popolo della sinistra» il processo di

unità, ed evitare che esso si riduca alla semplice sommatoria

burocratica di ceti politici più o meno in crisi: questi

due elementi si chiamano a) democrazia interna, e b)

lotta contro la degenerazione istituzionalista dei nostri

partiti. Penso che si illude chi pensa che senza sciogliere

questi due nodi sia possibile coinvolgere, o addirittura

far partecipare, qualcuno che non faccia parte dei partiti

esistenti e delle loro ramificate burocrazie.

Per democrazia, intendo riferirmi al fatto che noi (mi riferisco

alla sola esperienza che conosco personalmente,

quella del partito in cui milito, degli altri non saprei dire)

siamo usciti da destra, e non certo da sinistra, dal centralismo

democratico della tradizione comunista; cioè abbiamo

dato vita a una mostruosa democrazia verticale e correntizia,

non priva di elementi personalistici e, ormai,

anche di aspetti di vera e propria corruzione della politica.

Come può una compagna o un compagno «normale»,

per ipotesi una giovane compagna o un giovane compagno,

sentire come suo, come degno di impegnare e riempire

la sua stessa vita, un partito in cui è necessario iscri-


versi a una corrente se si vuole godere

di diritti civili elementari (come

l’elettorato passivo) e in cui, soprattutto,

si decide sempre tutto altrove e

«in alto», dalle scelte strategiche e

teoriche più impegnative fino alla designazione

di un assessore di municipio?

Credetemi compagni, non è possibile

che un simile partito attragga

nessuno, se non degli ostinati pazzi e

vecchi come me e come molti di noi,

oppure, ormai sempre più frequentemente,

chi vive del partito stesso che,

direttamente o indirettamente, gli

fornisce lo stipendio. In particolare

nessun giovane normale può essere

attratto da queste cose, che lo respingeranno

cento volte di più se è di

orientamento ideale comunista, e

mille volte di più se è una lavoratrice

o un lavoratore. Si opera in tal modo

una selezione, per così dire, inversa,

cioè si respingono proprio coloro che

dovrebbero interessarci di più (i giovani

e i lavoratori) e si attraggono

proprio coloro che dovrebbero interessarci

di meno (i carrieristi).

Mi rendo conto che questi processi

degenerativi sono più gravi a Roma,

la mia città, che è sede anche della

Direzione nazionale, del giornale

«Liberazione» (che meriterebbe un

discorso a parte), di gruppi di partito

al Senato, alla Camera, alla regione,

alla provincia, al comune, nei municipi,

e ogni volta con i relativi assessori

e uffici, senza contare, da un

anno e mezzo i ministeri e i sottosegretariati.

Tutto ciò significa diverse

centinaia di posti di lavoro retribuiti,

che si trasformano immediatamente

in «pacchetti tessere» congressuali

del tutto decisive nel partito romano,

ma temo che anche nel resto

d’Italia si verifichino processi degenerativi

analoghi, anche se in forma

meno conclamata. In questo senso

l’istituzionalismo è una faccia diversa

dello stesso problema della democrazia;

intendo per istituzionalismo il

fatto che sia la coda (i compagni

nelle istituzioni, a tutti i livelli) a

muovere il cane (il partito) e non viceversa

il cane a muovere la coda.

Non aggiungo altro, per spirito di

partito, appunto.

Dico solo, per mantenere la promessa

fatta poc’anzi, che l’esperienza di

costituzione della «Sinistra Europea»

può bene essere utilizzata come

exemplum negativum: io (che, ripeto,

sono iscritto al Prc dalla fondazione)

non so neppure chi abbia eletto i delegati

a quel congresso di fondazione

e come essi siano stati eletti (nel mio

circolo, di certo, non è stato eletto

alcun delegato né si è approvato

alcun documento di tesi); non so chi

e come e dove abbia deciso le

«quote» di ripartizione di posti fra il

Prc, «Socialismo del XXI secolo»,

«Unità a sinistra» e altri, né so a

quali forze reali di base queste sigle

corrispondano, o se invece, per ipotesi,

si tratta solo di ceto politico che

ha patteggiato coi vertici del Prc a

partire dal conseguimento, o dalla

conferma, del proprio ruolo istituzionale;

soprattutto non so come e dove

e chi abbia deciso i nomi che andavano

a ricoprire quelle quote prefissate.

So solo che mi ritrovo dentro il

mio partito (anzi alla sua testa, nel

suo gruppo dirigente) l’on. Folena,

un parlamentare non comunista, ma

eletto da noi comunisti, il quale rivendica

apertamente di essersi battuto,

e con successo, per rafforzare

l’embargo della Comunità Europea

contro Cuba e contro la sua rivoluzione.

Non aggiungo altro.

5Ma il vero problema politico è

che questi processi sono dentro il

più generale problema della crisi

della politica italiana e della sua corruzione,

non ne rappresentano una

soluzione, e neppure un tentativo di

soluzione, ma, appunto, solo un episodio

e un aspetto. Ecco allora in

che senso l’innovazione appare necessaria

anche al processo unitario:

un partito, o una federazione di partiti,

o un aggregato di partiti e altre

forze di sinistra, che si ponesse esplicitamente,

seriamente e credibilmente

(ripeto questi tre avverbi:

esplicitamente, seriamente e credibilmente)

come tentativo di soluzione

di questi problemi della lotta per

la democrazia e contro l’istituzionalismo,

credo che incontrerebbe un

OPINIONI A CONFRONTO

grande successo; mi sembra che

pochi sentimenti siano diffusi nel

nostro popolo quanto il risentimento

e il vero e proprio disprezzo verso la

politica e i politici, che noi possiamo

demonizzare quanto vogliamo reiterando

l’accusa di qualunquismo

mentre ormai tali sentimenti hanno

non solo motivazioni sacrosante ma

anche un’evidente connotazione di

classe.

Ora, io credo che ci sia una sola

frase che i comunisti non possono

sentirsi dire dal loro popolo, mai, in

nessuna circostanza, e questa frase

è: «Anche voi siete come tutti gli

altri». E questa frase, che segna la

fine di ogni ipotesi di sinistra politica

alternativa, fa oggi parte del diffuso

senso comune delle masse. Non so

neppure se i nostri dirigenti se ne

rendano conto, ma vi assicuro che è

così. Per spiegare con un solo esempio

cosa intendo dire: oggi penso che

sarebbe credibile solo un partito o

una federazione di partiti, o un aggregato

di partiti e altre forze di sinistra,

che esplicitamente, seriamente

e credibilmente praticasse cose come

la rotazione degli eletti; la loro non

rieleggibilità; la collegialità della leadership;

anzitutto e specialmente

nella rappresentazione mediatica;

l’incompatibilità più rigorosa fra cariche

istituzionali e cariche di partito;

la designazione dal basso dei candidati

e delle candidate e la verifica

costante in strutture permanenti di

democrazia diretta del comportamento

degli eletti e delle elette; la riduzione

sostanziale degli emolumenti

(non solo il ridicolo, e quasi

41


42

provocatorio, taglio dei 3000 euro delle spese per i viaggi

all’estero!) ricordando che nella tradizione comunista

(fino agli anni Ottanta!, non secoli fa!) l’ammontare

degli stipendi degli istituzionali come dei dirigenti corrispondeva

al salario degli operai metalmeccanici meglio

pagati; la pratica di forme di diritto ineguale, per privilegiare

la presenza nelle istituzioni di coloro che la spontaneità

capitalistico-borghese esclude ferreamente, a cominciare

dalle donne, naturalmente, ma anche dai lavoratori

dipendenti, e così via.

E, contro ogni alibi, faccio presente che la maggior parte

di queste cose si potrebbero fare oggi, o domani stesso,

senza aspettare nessuno, con semplici, ma dirompenti!,

gesti unilaterali. Analogamente il problema della democrazia

nel/nei partiti o nella nuova aggregazione si potrebbe

e si dovrebbe riaffrontare dalle fondamenta: idee,

esperienze (molte straniere ma molte provenienti dal

movimento italiano) e anche proposte assai articolate

non mancano, benché io non abbia il tempo di affrontare

ora e qui questo problema; ma ci vorrebbe poco perché

un’apposita commissione unitaria di «saggi» predisponesse

una «pacchetto democrazia» da sottoporre al

dibattito unitario.

Questo intendo per innovazione (ma altri analoghi

esempi si potrebbero fare).

6Ciò significa che non necessariamente l’innovazione

è sinonimo di «svolta a destra», ci può, e ci deve essere

un’innovazione che, al contrario, porta a sinistra.

Questa identificazione, fra innovazione e svolta a destra

è anzi una delle jatture della storia della sinistra da cui

occorrerebbe liberarsi una volta per tutte. Se ci pensiamo

fu questo uno dei tratti dell’occhettismo, che presentò

la liquidazione del Pci e la proposta del Pds appunto

come un’«innovazione» a cui si opponevano solo i

«conservatori» e i settari. L’esperienza ci ha insegnato, o

dovrebbe averci insegnato, dove porta in realtà l’innovazione

postmoderna, quando i princìpi, cioè i riferimenti

classisti e internazionalisti che ci fanno comunisti, sono

sostituiti da fascinose frasi, ultrasinistre per suono e colore

ma in sostanza liquidatorie. E ora, quasi vent’anni

dopo, e soprattutto dopo che l’esperienza ha dimostrato

dove porta quella linea di falso movimento, ci rifacciamo?

Se «ci rifacciamo» allora bisognerebbe almeno

avere l’onestà di rivalutare Achille Occhetto e di chiedergli

scusa. Ma se non si vuol fare questo, allora occorre

percorrere tutt’altra strada.

Non si tratta, secondo me, di questione di nome: se nel

processo della nuova unità a sinistra non tutti saranno

comunisti il nome non potrà essere comunista; ma deve

essere chiaro che a) l’intero asse della nuova unità sarà e

non potrà non essere l’anticapitalismo, e b) che i comunisti

rivendicano la possibilità di organizzarsi, o restare

organizzati, dentro tale nuovo soggetto, con la loro autonomia

e una piena dignità rispetto agli altri soggetti.

Guai se il nostro dibattito sull’unità a sinistra fosse fra,

da una parte, gli «innovatori», che spingono a destra

verso l’abbandono del comunismo e un pastrocchio postmoderno

neosocialista, pieno di frasi scarlatte ma sostanzialmente

liquidatorio, e dall’altra parte i difensori

della natura comunista, di classe e internazionalista della

nostra politica, che però si lasciassero intrappolare nella

difesa di ciò che è davvero indifendibile, cioè lo status

quo dei nostri partiti, la misera cosa (una cosa niente affatto

rossa!) che essi sono attualmente.

Al contrario, l’unità a sinistra, fra i partiti, i movimenti,

le compagne e i compagni del «popolo della sinistra»,

può essere intesa come un’occasione, forse l’ultima, per

rifondare la politica, la nostra politica rivoluzionaria, che

non è altro se non un rapporto più intenso e vitale fra

formazioni politiche e classe, un nesso fondante fra presenza

nella politica e conflitto sociale.


ENZO MODUGNO*

VLADIMIRO GIACCHÉ**

a cura di Gianmarco Pisa

Centro di Documentazione

«Patrizia Gatto», Napoli

Negli stessi anni in

cui la figura di Lenin è

ridotta a una sorta di

«tirannello orientale»,

non si può fare a meno di

constatare che i cinque

contrassegni

dell’«Imperialismo, fase

suprema del capitalismo»

costituiscono la

rappresentazione più

corretta di ciò che sta

succedendo

* SAGGISTA E COLLABORATORE DE «IL MANIFESTO»

** ECONOMISTA

IDEE

Marx oggi

i compiti dei movimenti di liberazione

e i loro presupposti teorici

Quella che segue è una tavola rotonda con Enzo Modugno e Vladimiro

Giacché, svoltasi alla vigilia delle elezioni politiche (aprile 2006), poi rivista

a poco più di un anno dall’insediamento del Governo Prodi (giugno

2007). In questa riflessione, situata a cavallo di eventi rilevanti per il futuro

della sinistra, dalla sinistra di alternativa al Partito democratico, i temi chiave

per l’attualizzazione della lezione di Marx sono venuti subito alla luce: la

centralità del conflitto capitale-lavoro, l’esigenza di ri-appropriarsi dei contenuti

autonomi del pensiero di classe e le nuove frontiere della trasformazione.

Con un occhio anche alle proposte di riforma che è necessario introdurre nel

nostro paese, dopo il «deserto sociale» prodotto da cinque anni di governo delle

destre e gli effetti devastanti del neoliberismo su scala mondiale, con tutto il

portato delle sue contraddizioni, anarchia della produzione e pulsione alla

guerra. Le contraddizioni del reale ci consegnano il compito di ripartire da

Marx e attualizzarne il messaggio. Da lì parte l’esigenza di questo confronto con

due figure rappresentative del panorama intellettuale della sinistra comunista.

Per dirla con le parole di Vladimiro Giacché: «In Marx vedo tre “nodi” decisivi:

una teoria scientifica dello sfruttamento; il conflitto capitale-lavoro e la

centralità del lavoro salariato (tanto più importante oggi, essendo i lavoratori

salariati nel mondo ben più che nel passato); e, quindi, una teoria delle contraddizioni

della società capitalistica, ineliminabili sul terreno del capitalismo

stesso, le quali danno luogo alle crisi e alla caduta tendenziale del saggio di

profitto. Marx parlava di “tendenze antagonistiche” a tale caduta, tra cui le

più importanti sono la costruzione di nuovi mercati, la tendenza verso il mercato

mondiale (mondializzazione) e, infine, la colonizzazione di tutti gli spazi

di esistenza sino a oggi sottratti al mercato».

Marx, dunque. Da lì si parte.

MA QUALE MARX? QUALI IPOTESI PER UNA SUA ATTUALIZZAZIONE? L’INDICAZIO-

NE PER ORIENTARCI POTREBBE OFFRIRCELA GIUSEPPE PRESTIPINO, QUANDO AFFER-

MA CHE UNA TEORIA «NON PUÒ PROPORSI, SEMPLICEMENTE, DI «TORNARE A

MARX»; DEVE FARCI SAPERE SU QUALE MARX CADE LA SCELTA»…

MODUGNO

La questione dell’innovazione del marxismo è importante. A essere in ritardo

è oggi l’individuazione delle categorie più elementari che Marx ha usato per

analizzare il capitalismo. Se di capitalismo si tratta, le categorie marxiane sono

ancor oggi all’opera: il lavoro e il mezzo di lavoro, come questi si sono trasformati.

Basta dare queste risposte per riempire lo schema teorico marxiano,

tanto più che le interpretazioni correnti sono spesso fuorvianti. La più fre-

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quentata vuole che la classe operaia ci sia ancora ma non

nei paesi avanzati: ne segue che i paesi emergenti producono

tutta la ricchezza e noi gliela sottraiamo. Ciò è vero

solo in parte e perciò è necessario riflettere su cosa significhi

produrre e lavorare oggi. Non dimentichiamo che

non c’è più la macchina termica ma quella informatica,

che richiede un lavoro molto diverso.

Marx era stato molto netto a questo proposito. Non questo

o quel lavoro, ma lavoro tout court: è lavoro produttivo

il lavoro che produce profitti, punto. L’impianto teorico

alla base è sempre lo stesso: si tratta di mezzi di produzione

gestiti da proprietari capitalistici che assorbono

lavoro. Nella società industriale, il capitalista produce ricchezza

appropriandosi del lavoro dei nuovi proletari, nucleo

storico di classe operaia. Il nuovo lavoratore industriale

perde così la sua virtuosità ed è ridotto ad appendice

di una macchina che è di proprietà del capitalista.

Lo stesso vale per il sapere. Anche qui dopo un lungo processo

storico, il capitale conquista un’altra sfera dell’attività

umana, l’arte di vendere cognizioni: oggi il capitale

«produce e vende cognizioni come qualsiasi mercante che

venda cibi e bevande». Queste cognizioni sono oggi la

merce più venduta, come mezzo di produzione o di godimento,

«valanga di informazioni minute e divertimenti

addomesticati». Questo processo va di pari passo con

l’alienazione, la separazione del nuovo lavoratore mentale

da questa universalità delle conoscenze, divenuta la

nuova ricchezza sociale «che cerca di far sua e dalla quale

viene ingoiato». Prodotta, scambiata, consumata dalle

nuove macchine, la conoscenza ormai gli si contrappone

come condizione oggettiva della produzione che appartiene

ad altri, dalla quale è stato separato e della quale è ridotto

ad appendice quale lavoratore precario.

Insomma, sta succedendo alla produzione di conoscenze

ciò che successe alla produzione artigianale. Il vecchio proprietario

fondiario aveva bisogno dell’aratro ma, per arricchirsi,

doveva portarlo sulla terra; allo stesso modo il capitalista

industriale aveva bisogno di conoscenze, ma, per arricchirsi,

doveva portarle in fabbrica e far lavorare gli

operai. Oggi, il capitale, con le nuove macchine informatiche,

può realizzare profitti producendo, gestendo e distribuendo

conoscenze. Dunque il nuovo lavoratore mentale

E’ necessario riflettere su cosa

significhi produrre e lavorare oggi.

Non dimentichiamo che non c’è più la

macchina termica ma quella

informatica, che richiede un lavoro

molto diverso

tende a sostituire da un lato l’operaio e dall’altro il vecchio

intellettuale, ridotto a servitore di un complesso di macchine

che ne incorporano la virtuosità. Ecco perché non è

vero che nella società della conoscenza il cervello umano

diventi il nuovo mezzo di produzione, come hanno sostenuto

certi ex operaisti. Anzi, il cervello umano ne è escluso:

nessuno usa più i calcoli del cervello di un ingegnere

per costruire un ponte! Così impostata, la questione della

produzione lascia del tutto in piedi le categorie marxiane,

indispensabili per capire chi sono i nuovi lavoratori addetti

alle macchine informatiche. Non c’è lavoratore oggi che

non sia diventato in qualche modo un lavoratore mentale

perché in qualunque ramo d’industria ha sempre a che

fare con una macchina che manipola segni.

GIACCHÉ

Il «mio» Marx è vicino a questa interpretazione. In primo

luogo, il processo appena descritto è un processo storico. Il

momento dell’ideazione c’è sempre stato ed è stato valorizzato

già nella teoria economica classica. La novità odierna

consiste semmai nella reductio ad unum (dove quest’unità

è il mercato capitalistico) di tutto ciò che è riconducibile

alla vita e quindi la distruzione sistematica dell’ambiente

naturale e della vita sociale. La pericolosità della situazione

può essere intesa se si comprende che il capitale, per

definizione, ha un orizzonte di breve periodo e non è capace

di pensare strategicamente: il suo unico obiettivo è la

massimizzazione dei profitti a beneficio dell’accumulazione.

Mi riesce difficile prescindere, nel cercare cosa ci serve

delle teorie marxiane oggi, dagli sviluppi successivi dati

alle sue teorie dai teorici dell’imperialismo. Anche rispetto

a questo la realtà attuale è abbastanza stupefacente.

Negli stessi anni in cui la figura di Lenin è ridotta a una

sorta di «tirannello orientale», non si può fare a meno di

constatare che i cinque contrassegni dell’«Imperialismo,

fase suprema del capitalismo» costituiscono la rappresentazione

più corretta di ciò che sta succedendo. Il primo è la

concentrazione tra imprese (monopolio), arrivata a un livello

mai conosciuto nella storia del capitalismo: basti ricordare

che i profitti della Exxon, 36 miliardi di dollari,

sono pari al PIL di 125 paesi. Il secondo è la finanziarizzazione

dell’economia: la crescente importanza del capitale


finanziario (cioè la fusione tra capitale industriale e capitale

bancario) e la conseguente integrazione tra banca e industria.

Il terzo è la crescente importanza dei flussi di capitale

rispetto all’esportazione di merci. Vige un autentico

«paradosso», in quanto il deficit dei paesi industrializzati è

pagato con l’afflusso di capitali dai paesi emergenti con il

risultato che, di fatto, i poveri finanziano i ricchi; se il meccanismo

saltasse, l’economia Usa crollerebbe. Il quarto è la

formazione di cartelli tra imprese che si spartiscono i mercati

mondiali. Basta entrare in un’auto per rendersene

conto: si è di fronte a tre cartelli, le grandi compagnie petrolifere,

assicurative e automobilistiche. Il quinto è la lotta

per il controllo delle aree di influenza tra potenze capitalistiche,

che contempla la guerra e rappresenta una competizione

per l’egemonia delle rispettive aree valutarie. È

chiaro che l’unificazione monetaria europea va interpretata

come una sfida lanciata al potere di signoraggio monetario

del dollaro. Infatti, conquistare potere di signoraggio

significa attirare capitali, spostare risorse e partecipare da

posizioni di forza alla spartizione internazionale del lavoro.

Dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989, dopo la

prima guerra in Iraq del 1991, e, pochi mesi dopo, la fine

dell’Urss, mentre Fukuyama favoleggia di «fine della storia»,

a Maastricht nel 1992 si decide di dar vita alla moneta

unica europea. Si attiva una sorta di «esempio di

scuola» di conflittualità inter-imperialistica, con una attivazione

di eventi impressionante. Dopo l’89, il mondo

entra in un piano inclinato tutto costellato di guerre: Iraq

(1991), Somalia (1992), Bosnia (1993), Kosovo (1999),

Afghanistan (2001), oggi ancora Iraq e, forse domani,

Iran. Ecco perché per capire queste dinamiche è essenziale

rifarsi a Marx e al marxismo.

POSSIAMO AFFERMARE DI ESSERE IN CERCA DI UNA PROPOSTA

PER L’ATTUALITÀ DEL MARXISMO, TEORIA/PRASSI DELLA LIBE-

RAZIONE E STRUMENTO DI TRASFORMAZIONE DELLA REALTÀ.

COME HA SCRITTO MARCELLO MUSTO: «SE SI RITIENE CHE IL

PENSIERO DI MARX PARLI ANCORA AL PRESENTE, OCCORRE RI-

LEGGERNE GLI SCRITTI ALLA FONTE. ESSI VANNO DISGIUNTI

DAGLI IDEOLOGISMI CHE LI HANNO SPESSO ACCOMPAGNATI».

GIACCHÉ

L’operazione di lettura filologica è legittima, ma anche

velleitaria, perché la lettura del testo è sempre mediata

dalla realtà storica e dall’esperienza sociale di chi lo legge.

In questo caso, poi, la vitalità di Marx consiste nel fatto

che i dati di fondo del modo di produzione che descrive

sono gli stessi del modo di produzione in cui viviamo

oggi. Il problema non è il «giovane Marx» o il «vecchio

Marx», il punto fondamentale per cui Marx serve o non

serve è se interpreta in maniera valida la società in cui viviamo.

Se ce la fa, bene, altrimenti bisogna trovare una

teoria sostitutiva.

MODUGNO

La lettura filologica è pienamente legittima perché il ciar-

IDEE

pame che avvolge Marx è veramente cospicuo. Quindi,

andare a vedere cos’era veramente Marx è operazione

necessaria, se non altro per scrostarlo da certi orpelli del

Novecento…

GIACCHÉ

…purché i recuperi non corrispondano a una esorcizzazione!

In questo senso la riscoperta dei Grundrisse è stata

straordinaria così come il lavoro di ri-edizione della Mega

[Marx-Engels Gesamtausgabe], l’opera completa, sta mettendo

nuovi materiali a disposizione. In definitiva, possiamo

convenire che Marx è il Marx del Capitale: è un

pensatore unitario perché consequenziale, dotato di un

proprio processo di sviluppo e di una ricca articolazione

del ragionamento, il cui approdo è l’opera che ci ha consegnato.

MODUGNO

Marx è ancora insuperabile proprio perché è andato più

avanti nella teoria del capitale. La sua è l’ultima sintesi

complessiva: la sua critica dell’economia politica è più

che mai attuale e avanzata.

TORNIAMO AL TEMA CENTRALE DELLA NOSTRA DISCUSSIONE.

NUOVE FRONTIERE DELLA LIBERAZIONE, PERCORSI DI SUPE-

RAMENTO DEL CAPITALISMO E LORO DIALETTICA CON IL PA-

TRIMONIO STORICO DEL SOCIALISMO. QUALI IPOTESI PER UNA

COERENTE ATTUALIZZAZIONE, ANCHE ALLA LUCE DELLE PIÙ

RECENTI ESPERIENZE DI TRASFORMAZIONE E DELLA PROPOSTA

ODIERNA, DA PIÙ PARTI EVOCATA, DEL «SOCIALISMO DEL XXI

SECOLO«?

GIACCHÉ

Faccio riferimento all’esperienza dei movimenti, in generale,

degli ultimi anni. Credo che quando si usa lo slogan «un

altro mondo è possibile» (senza dire quale mondo) automaticamente

si afferma che un altro mondo è impossibile. In

effetti, uno dei presupposti anche dei movimenti, e non

solo dell’ideologia liberale, è quello dell’intangibilità dell’attuale

modo di produzione. Questo presupposto condanna il

movimento e lo spinge all’indeterminatezza, perché presuppone,

nella migliore delle ipotesi, una sfiducia nel fatto

che movimenti di liberazione basati sulla abolizione della

proprietà privata dei mezzi di produzione possano risultare

efficaci. Questo chiude l’orizzonte della trasformazione nei

nostri paesi. Viceversa, i paesi dell’America Latina in cui il

processo di trasformazione è più consolidato (pensiamo a

Cuba, al Venezuela di Chavez e oggi alla Bolivia di Morales),

hanno fatto una chiara esperienza di espropriazione

che li colloca in una dimensione più avanzata. Il fermento

che contraddistingue oggi il subcontinente lo dimostra.

MODUGNO

Anche in questo caso vale la lezione della storia. Se tanto

mi dà tanto, può servire ricordare cosa è stata la guerra

del Vietnam: la nazione più potente del mondo – contro

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una nazione di contadini, sia pure eroici – costretta dodici

anni nel pantano, per poi finire sconfitta e ritirare le

bare avvolte dalla bandiera a stelle e strisce. Quando

Sweezy e Magdoff facevano conferenze nelle Università

americane in quegli anni, gli studenti erano convinti che

lì ci fossero chissà quali riserve di uranio che giustificassero

quella carneficina. L’aggressione Usa era stata in realtà

militarmente priva di senso, come rivelarono poi

i«Vietnam Papers». Lo stesso, mutatis mutandis, avviene

oggi in Iraq. Anche quella in Iraq è una guerra «misteriosa»,

come dice lo storico militare inglese John Keegan,

cioè, ancora una volta, militarmente priva di senso: doveva

durare cinque anni, erano stabilite «a priori» modalità

e durata e, soprattutto, non bisognava far scoprire i retroscena

della guerra stessa, le ragioni non propriamente militari

della crescita abnorme dell’apparato bellico degli

Stati Uniti. Ma questo castello rivela tutta la sua fragilità,

come dimostra anche la sconfitta di Bush alle elezioni di

medio termine per il Congresso.

ALTRO NESSO CHIAVE È QUELLO TRA ECONOMIA E GUERRA.

ANCOR OGGI LE CLASSI DOMINANTI SCELGONO L’OPZIONE MI-

LITARE COME VETTORE ANTICICLICO PER L’ACCUMULAZIONE,

COMPRIMENDO LE ISTANZE DI EMANCIPAZIONE; LA MEDESIMA

AMBIZIONE USA A «MODELLARE IL FUTURO» RISPONDE A UNA

LOGICA DI «POTENZA» CHE SEMBRA QUASI ATTINGERE A

UN’ISPIRAZIONE «HEGELIANA», NEL SENSO CHE «LO STATO

DEVE AVERE DEI NEMICI, PERCHÉ PUÒ NASCERE E DURARE

SOLO NEL GIOCO DI UN CONFRONTO MILITARE».

MODUGNO

Il fatto più rilevante è che gli Stati Uniti, ininterrottamente

dalla Seconda guerra mondiale, hanno gestito militarmente

il ciclo economico. È interessante notare che le diverse

fasi del ciclo economico segnano le diverse ondate

delle campagne militari Usa, che sostengono il rilancio

economico con l’intervento militare, le spese per commesse

di guerra, l’investimento pubblico nel complesso

militar-industriale. In definitiva, appare sempre più evidente

come la spesa militare e la guerra siano uno strumento

fondamentale per la politica economica degli Stati

Uniti. Basti considerare che, quando l’economia Usa è in

crisi, dopo due o tre trimestri consecutivi di contrazione,

ecco che, in genere sei mesi dopo, scoppia una guerra.

Questa traccia dei sei mesi è ricorrente: la guerra di Corea

comincia sei mesi dopo la crisi del dicembre 1949; le Torri

Gemelle crollano sei mesi dopo la crisi del marzo 2001.

Anche l’11 settembre sembra rispondere alla medesima

logica anti-ciclica. Il problema è come mai tutto ciò non

passa nel dibattito pubblico.

GIACCHÉ

La grande sconfitta del movimento per la pace è venuta

quando ha resistito in maniera flebile all’idea

dell’«esportazione della democrazia» o ad altre tesi (che

continuano a essere riproposte, come testimonia la relazione

di Fausto Bertinotti al congresso della Sinistra Europea

dello scorso 16 giugno) come la «spirale guerra-terrorismo».

Quando si dice che «non si combatte così la

guerra al terrore», non ci si accorge che così si accetta il

presupposto stesso della «guerra al terrore». Si fanno propri,

cioè, alcuni corollari insostenibili: il terrorismo esclude

l’attività degli eserciti regolari, come se questi non si

rendessero responsabili di episodi di terrorismo (basta vedere

la Palestina); si accetta la metafora della «guerra» per

combattere il terrorismo e che il terrorismo sia «autonomo»,

dimenticando che è semplicemente una tattica che

può essere al servizio dei fini più disparati. Insomma, accettare

la guerra al terrore e la «spirale guerra-terrorismo»

significa consegnare la vittoria al Pentagono, nel

senso che oggi la grande vittoria degli apparati statunitensi

è quella di aver imposto un lessico e una agenda, alle

quali non ci si riesce a sottrarre.

I MECCANISMI DOMINANTI, DI SOPRAFFAZIONE E AGGRESSIO-

NE, CHE CONTENGONO IL NERBO DELLA VIOLENZA, COSTRUI-

SCONO LE LORO ARCHITETTURE IDEOLOGICHE, LE LORO CUL-

TURE ATTE A GIUSTIFICARNE CONDOTTE ED ESITI. IL LIBERALI-

SMO, DUNQUE, COME PRODOTTO IDEO-POLITICO DELLA

CLASSE DOMINANTE, CONSUSTANZIALE ALLA GUERRA.

MODUGNO

Il liberalismo è l’ideologia del denaro: i capitalisti sono

condannati a far passare tutte le cose prodotte attraverso il

denaro. Anche per appropriarsi del lavoro altrui devono

farlo diventare denaro. Questa è la loro condanna: sono


diverse fasi del ciclo economico segnano diverse

ondate delle campagne militari Usa, che sostengono il

rilancio economico con l’intervento militare, le spese di

guerra, l’investimento pubblico nel complesso militarindustriale.

E’ sempre più evidente come spesa militare e

guerra siano uno strumento fondamentale per la politica

economica Usa

condannati all’astrazione che è strumento di dominio e al contempo di disfatta.

Non a caso, per ovviare alle crisi, uno dei mezzi cui fanno ricorso è il militarismo.

È in questa chiave che si inscrive il nesso tra liberalismo e militarismo:

il militarismo è prodotto dalla logica di accumulazione legittimata dal liberalismo

in quanto ideologia della classe dominante. Oggi, l’unità produttiva è fatta

di una macchina diversa da quella del passato, ha bisogno di un lavoro diverso,

incorpora i saperi che prima le macchine non possedevano e ciò rende inutile

il keynesismo di sinistra (welfare), perché non si ha più necessità di mantenere

operai specializzati. Se tutto è fungibile e il lavoro stesso diventa precario,

allora si può realizzare l’obiettivo storico del capitale, cioè prendere il lavoro

quando serve e mandarlo via quando non serve più. Il welfare dunque era

un’esigenza della fabbrica fordista. Rimane, per la gestione del ciclo, la disponibilità

dei vettori di accumulazione anti-recessiva, come ad esempio la spesa

pubblica per investimenti militari, ovvero il keynesismo di destra (warfare); il

capitale non può fare a meno di questo versante e lo giustifica in maniera ideologica,

con la «guerra al terrore». Ecco perché neoliberismo e guerra sono, dal

punto di vista del capitale, più avanzati dell’alternarsi di keynesismo militare e

keynesismo civile. Neoliberismo e guerra sono complementari, perciò il keynesismo

ha vinto nella sua forma militare, il warfare.

GIACCHÉ

L’ideologia per cui democrazia e pace si diffondono grazie al libero mercato è

molto vecchia. La ritroviamo già nel Settecento e ancora alla vigilia della

Prima guerra mondiale. Recentemente Fukuyama ha ripreso questo tema, addirittura

dicendo che non esistono più guerre per le risorse energetiche e che

anzi esse appartengono inesorabilmente al passato, perché il binomio democrazia

e libero mercato si diffonderà in tutto il mondo. È la celebre tesi della

fine della storia, alla quale rispose con qualche sarcasmo perfino la Thatcher:

End of history, beginning of nonsense («Fine della storia, inizio del non senso»).

Il punto è che il libero mercato è una costruzione ideologica perché, in realtà,

non esiste: Alan Freeman ha detto chiaramente che il mercato è, né più né

meno, un sistema concretamente esistente da trecento anni, fondato sulla repressione

interna e sulla guerra esterna. È un concetto chiave per comprendere

la connessione tra capitalismo, liberalismo e guerra. Lo stesso Marx, interrogandosi

nel Capitale sull’«accumulazione originaria», spiega che la storia

del capitalismo è storia di violenza, dalle enclosures alle leggi contro il vagabondaggio,

che promossero la creazione del proletariato industriale in Inghilterra;

dalle guerre commerciali alle guerre per le risorse. Insomma, la storia del

capitalismo è storia di continue aggressioni. Non è mai esistita una fase irenica,

pacifica del capitalismo.

ALL’ACQUISIZIONE DI QUESTA CONSAPEVOLEZZA DEVE PERÒ CORRISPONDERE LA

PREDISPOSIZIONE DELLE STRADE DEL «SUPERAMENTO». SOTTO QUESTO PROFILO, IL

IDEE

KEYNESISMO È ANCORA UNA SOLUZIONE

TRANSITORIA PRATICABILE PER IL MOVI-

MENTO OPERAIO? IN PARTICOLARE,

ANCHE ALLA LUCE DELLE ESPERIENZE DI

GOVERNO DELLE «SINISTRE» IN ITALIA

ED EUROPA, IL KEYNESISMO DI SINI-

STRA, BASATO SUL COMPROMESSO DEL

WELFARE, È ANCORA ATTUALE?

MODUGNO

Non bisogna dimenticare che i capitalisti,

sull’onda della crisi, hanno bisogno

della guerra per recuperare il ritardo

accumulato, sostenendo il settore

privato attraverso l’indebitamento

dello Stato. Tuttavia, oggi le risposte

anticicliche sono più spaventose. In

passato, le crisi erano crisi di sovrapproduzione

e determinavano l’alternanza

del ciclo: crisi, ripresa, crisi;

dopo la distruzione della parte maggioritaria

di capitale, quello che restava

ritrovava il mercato. Già con la

Prima guerra mondiale si decise che

non conveniva aspettare che la crisi

distruggesse i propri capitali, era meglio

andare a prendere i mercati altrui,

distruggendone i capitali e depredandone

le risorse. Fu il primo tentativo

compiuto in questa direzione.

GIACCHÉ

La tendenza alla guerra è la dimostrazione

pratica delle conseguenze disastrose

delle crisi capitalistiche e non è

un caso che tutti i tratti peggiori della

storia del Novecento (la mobilitazione

delle masse e la coazione del consenso,

le dittature reazionarie e i campi di

sterminio) siano frutto delle crisi e

connesse a questa dinamica e alle sue

tragiche conseguenze.

MODUGNO

È anche vero, però, che non si può

fare una guerra mondiale ogni volta

che arriva una crisi. Nel ’29, per

esempio, non fu possibile e gli Usa

dovettero subire una crisi terrificante

che durò fino alla Seconda guerra

mondiale. In quella circostanza si verificò

anche che gli Stati Uniti subirono

una depressione contro la quale

non poté valere il welfare (quello è il

periodo in cui nasce il welfare svedese,

e ciò fa capire cosa sia il welfare,

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Lo stesso Marx spiega che la storia del capitalismo è

storia di violenza, dalle enclosures alle leggi contro il

vagabondaggio; dalle guerre commerciali alle guerre per

le risorse. Insomma, la storia del capitalismo è storia di

continue aggressioni. Non è mai esistita una fase pacifica

del capitalismo

quando e perché nasca). In quel

frangente maturò la tesi keynesiana:

non aspettiamo che la crisi arrivi;

facciamo intervenire lo Stato per

mobilitare le risorse necessarie a

scongiurare le crisi. Il keynesismo

punta esattamente a questo: lo Stato

fa debiti nella fase di contrazione per

poi recuperarli nelle fasi di crescita.

La Seconda Guerra Mondiale rappresentò

l’occasione per gli Stati Uniti

per uscire dalla crisi. Nella logica del

warfare,è la spesa militare che rilancia

l’economia statale…

GIACCHÉ

…ovviamente, a determinate condizioni:

che la guerra non arrivi in

casa, che la mobilitazione popolare

sia irreggimentata e, logicamente,

che la guerra alla fine si vinca. Il problema

è il costo di questa strategia; e

questo costo si chiama «debito pubblico

Usa» che rappresenta una mina

vagante nel sistema finanziario internazionale.

Ad esempio, il valore del

dollaro rispetto all’oro sta continuando

a scendere; ciò significa che il valore

reale del dollaro continua a ridursi,

perché gli Usa inondano il

mondo di dollari e questo genera dinamiche

inflattive. Anche nel confronto

con le altre valute dominanti,

il dollaro tende a deprezzarsi. Questo

è un punto assai delicato. Inoltre, da

quando (1971) sono saltati gli accordi

di Bretton Woods, venuta meno la

convertibilità del dollaro in oro, il

dollaro è una sorta di «moneta fiduciaria»,

nel senso che vale nella misura

in cui è «accettata» come strumento

di transazione per lo scambio

delle materie energetiche. Ecco perché

gli Usa devono assolutamente

evitare una alternativa al dominio

del dollaro; ed ecco spiegate la minaccia

di una guerra contro l’Iran e

la contrapposizione per «interposta

persona» (Polonia, Repubblica Ceca)

al rafforzamento dell’unità europea.

Rispetto al passato, la differenza sostanziale

è che esiste una valuta che

può affermarsi in alternativa al dollaro

come valuta internazionale di riserva.

Non è velleitario oggi contendere

al dollaro la capacità di acquisire

potere di signoraggio e perciò gli

Stati Uniti rafforzano la propria proiezione

strategica in Europa. Ad

esempio, nel 1999, con la guerra del

Kosovo, gli Usa determinano un

crollo dell’euro, che, partito da 1.16

sul dollaro, comincia poi a declinare

da marzo-aprile, in coincidenza con i

bombardamenti della Nato. Il dollaro

ha continuato a crescere per qualche

anno e poi ha preso a declinare e, in

corrispondenza con le spese di guerra

in Iraq, è andato sempre più giù

salvo riprendersi in parte nel 2005,

grazie ai proventi del commercio del

petrolio, al rimpatrio dei profitti delle

grandi imprese e alla politica dei tassi

di interesse, che sono più elevati rispetto

a quelli applicati dalla Banca

centrale europea.

ARRIVIAMO AI COMPITI DI FASE. GO-

VERNO DEL PAESE E PROPOSTE PER UNA

SINISTRA DI TRASFORMAZIONE «CON-

TEMPORANEA». L’OPZIONE DEL SOCIA-

LISMO DEL XXI SECOLO, A DIFFERENZA

DI QUANTO AVVIENE IN AMERICA LATI-

NA, IN EUROPA SEMBRA PARTIRE DAL-


L’OBLITERAZIONE DEL NESSO CAPITALE-LAVORO. È UN PRE-

SUPPOSTO INCONCILIABILE CON UNA OPZIONE POLITICA CHE

INTENDA ISPIRARSI AL SOCIALISMO, PER QUANTO INNOVATO…

GIACCHÉ

Sono convinto che bisogna ricominciare a parlare di classe,

fare un ragionamento serio di re-distribuzione e invertire

la tendenza di fondo di questi anni, facendo leva

anche sullo strumento fiscale. La fiscalità rappresenta uno

degli strumenti più classici di «lotta di classe dall’alto». La

fiscalità in Italia, oggi, è, di fatto, regressiva ma la tendenza

può (e deve) essere invertita.

Oggi, registriamo una struttura parassitaria di gran parte

del capitale italiano. I super-profitti fatti negli anni Novanta

sono serviti a rimpinguare le tasche dei padroni

senza fare investimenti nelle imprese. Si è spinto il paese

su una frontiera di competitività insostenibile, la competitività

di prezzo e non di prodotto, con tutto che non abbiamo

più le svalutazioni competitive, l’evasione fiscale

non può giungere oltre i livelli attuali e la compressione

salariale non può essere spinta ancora oltre. Purtroppo, a

fronte di tutto questo, non si riescono a scorgere politiche

seriamente riformatrici, perché oramai c’è una «cappa

ideologica». L’idea che i costi non debbano essere re-distribuiti

su quella classe che ha accumulato in questi ultimi

anni profitti enormi, rivela un tabù di fondo. La tesi

dominante è che tutto ciò che fa bene al capitale fa bene

anche al paese, mentre è provato che semmai è vero il

contrario.

Anche il «catalogo dei diritti» (i diritti fondamentali, i

beni comuni ecc.) è un nonsense, perché non esistono diritti

garantiti ab aeterno, esistono bisogni che, se vengono

esigiti con la lotta, possono dare luogo a diritti, come il

contratto di lavoro. Basta ricordare lo slogan delle mobilitazioni

francesi per i diritti sociali e contro il Cpe (il contratto

precario di primo impiego): «Cento anni per farlo,

un Cpe per toglierlo» (con ovvia allusione al contratto di

lavoro). Proprio questa lotta vittoriosa ci indica la strada

giusta. Da noi però illustri studiosi di area Partito democratico,

come Michele Salvati, non trovano di meglio che

dire che «il peso della precarietà non deve gravare sui giovani,

ma essere distribuito sull’intera forza-lavoro». Ebbene,

è proprio questo l’approccio che va rovesciato.

MODUGNO

Inoltre il nuovo modo di produzione pone problemi a cui

le sinistre non hanno risposto: in particolare quello dell’attualità

di una proposta di governo «progressiva». Le sinistre

vogliono tornare indietro al keynesismo di sinistra,

sono le «vedove del welfare», ma il welfare è legato, come

detto, al ciclo fordista, all’operaio specializzato, alla catena

di montaggio. Oggi, con le nuove macchine, si producono

nuova ricchezza e nuovi lavoratori che prima non

c’erano. I lavoratori sono sempre la prima e più importante

produzione del capitale che ha dovuto distruggere la

vecchia classe operaia con i suoi rappresentanti, in un ci-

IDEE

mento storico durato decenni, per produrre un nuovo lavoratore,

che avesse caratteristiche diverse dall’operaio

tradizionale: più acculturato e flessibile, legato a una

nuova fase del capitalismo, in cui la produttività sarebbe

aumentata.

Tornare indietro al keynesismo di sinistra è come tornare

indietro nella storia. Il modo più avanzato dell’organizzazione

del capitalismo è questo «liberismo con l’elmetto».

Proprio in questo nuovo contesto, si giocano le possibilità

dei nuovi lavoratori, i quali hanno delle chances diverse da

quelle che avevano gli operai tradizionali: sono tutti acculturati

e, quindi, pur essendo diversi dai vecchi intellettuali,

in qualche modo vivono come intellettuali e hanno

una capacità produttiva superiore a quella degli operai

tradizionali.

Proprio per questo, conoscono intimamente il rapporto

capitale-lavoro, hanno già dato segno di sé negli ultimi

decenni e sono teoricamente pronti ad assumere un protagonismo

nelle mobilitazioni di massa. Bisogna, a tal

proposito, interpretare le lotte di classe degli ultimi decenni,

perché queste nuove forme di lavoro sono tornate

molte volte sulla scena, pur se con aspetti diversi. Ma è

necessario interpretare le forme che le lotte hanno assunto,

perché possono tutte essere ricondotte al nuovo scontro

tra capitale e lavoro che si presenta in forme diverse

da quelle del passato ma potenzialmente molto più ricche

di consapevolezza anticapitalistica.

49


50

questione meridionale

e questione sarda

i temi dell’autonomia

e l’elaborazione dei comunisti

Democrazia progressiva e autonomia

prima parte

Nella storia del movimento operaio italiano il Partito comunista ha saputo

divenire un grandissimo strumento di partecipazione popolare

grazie anche alla sua capacità di leggere le peculiarità storiche, economiche,

sociali e culturali del nostro paese, costruendo su esse una prospettiva

socialista che non fosse una riproduzione «pappagallesca» della teoria generale

marxista. In questo senso la lezione leniniana sulla necessità di concentrarsi

nello studio delle specificità di ogni singola «formazione economico-sociale»,

piuttosto che dedurre deterministicamente dalle leggi generali dell’economia

le ragioni del socialismo e l’inevitabilità della rivoluzione, ha

lasciato un solco profondo su cui si è innestata una elaborazione assai originale

nella sua ricchezza e articolazione. Di questa ricchezza fa parte sicuramente

lo sforzo per leggere nelle diversità dei rapporti di sfruttamento delle

varie realtà italiane una trama unitaria, in ragione della quale, ad esempio, la

questione meridionale andava intesa come grande questione nazionale, come

crocevia attorno al quale ruotavano alcuni dei principali snodi degli assetti di

dominio della società italiana.

All’interno di questa storia si inserisce anche la questione sarda e il tema dell’autonomismo

nell’elaborazione dei comunisti. Esso nasce e si sviluppa con

una prospettiva storicistica che ha quale dato di partenza due elementi nodali:

1) la condizione di oppressione secolare del popolo sardo nel corso delle diverse

dominazioni, oppressione che ha trovato nei molteplici frangenti storici

il fattivo sostegno delle stesse classi dirigenti sarde; 2) la marginalizzazione

dei movimenti culturali e politici della Sardegna – da parte della letteratura

storica e scientifica italiana – la sottovalutazione sistematica, sul piano politico,

del diritto all’autodeterminazione culturale e politica, pur nel quadro unitario

dello Stato italiano.

Il punto di approdo dell’autonomismo comunista si situa in una nuova concezione

di sardismo inteso come terreno d’incontro tra gruppi intellettuali e

masse sarde nella prospettiva del socialismo.

Per affrontare con sufficiente chiarezza questo tema è opportuna una precisazione

preliminare sul contesto che gli fa da sfondo, più precisamente sulla situazione

che caratterizza il Pci all’indomani della caduta del fascismo.

Con la «Svolta di Salerno» il Pci intraprendeva la strada dell’unità di tutte le

forze antifasciste, comprese quelle stesse forze che avevano reso possibile e

agevolato l’ascesa del fascismo (monarchia, esercito, liberali), rinviando la

questione istituzionale su forma di Stato e forma di governo a liberazione avvenuta.

Questa svolta, decisiva nel processo di liberazione dal nazifascismo,

GIANNI FRESU*

Se nel confronto tra

le esperienze dei

comunisti del Nord e

quelli del Sud era

possibile parlare di

dualismo, rispetto alla

Sardegna la differenza era

ancora maggiore, perché

l’isolamento geografico e

l’assenza di contatti con

la ricostituita direzione

nazionale aveva lasciato

fuori il Pci sardo dalla

dialettica innescata dalla

«Svolta di Salerno», che

era stata recepita

nell’isola come un «abile

espediente tattico»

* PRC-COMITATO POLITICO NAZIONALE


impegnava i comunisti nella ricostruzione del quadro democratico

senza alcuna ambiguità tattica o «doppiezza»,

si trattava di una scelta strategica destinata a mutare il

ruolo dei comunisti nella storia d’Italia.

Ma come è stato ampiamente rilevato in sede storiografica,

la «Svolta di Salerno», nel Sud e nelle Isole, non si traduce

immediatamente in una radicale riorganizzazione del

modo di operare dei comunisti. Nel Mezzogiorno permangono

limiti enormi sia tra le file dell’antifascismo, sia tra

quelle del Partito comunista. Su questi limiti si è soffermato

con attenzione Antonello Mattone: «Lo stesso dibattito

interno sulle tematiche della svolta registra un dualismo di

esperienze opposte tra le organizzazioni comuniste del

Nord e quelle meridionali. Mentre nel Nord l’atteggiamento

dei quadri è volto ad approfondire i contenuti della formula

di democrazia progressiva e l’articolazione della nuova

società antifascista attraverso i Cln, nel Mezzogiorno prevale

la preoccupazione, frutto di un massimalismo generico

e sovente anche messianico, di riaffermare i principi del

comunismo e la purezza classista della linea politica. In definitiva

il partito nel Meridione si pone al di fuori della

linea indicata nella svolta; nel migliore dei casi essa viene

interpretata come un espediente tattico necessario per la

conquista del potere. Atteggiamenti e orientamenti settari

sono assai diffusi nel partito, ne costituiscono quasi una

doppia anima» 1 .

Dall’8 settembre in poi si fa largo una realtà frammentata

che a stento può essere identificata con una entità nazionale

unitaria; non a caso Spriano, in proposito, ha parlato

di tante Italie all’interno delle quali si diramano ulteriori

sottoframmentazioni addirittura municipali. Tra esse proprio

la Sardegna si distingue per il suo totale isolamento.

Se nel confronto tra le esperienze dei comunisti del Nord

e quelli del Sud era possibile parlare di dualismo, rispetto

alla Sardegna la differenza era ancora maggiore, perché

l’isolamento geografico e l’assenza di contatti con la ricostituita

direzione nazionale aveva lasciato fuori il Pci

sardo dalla dialettica innescata dalla «Svolta di Salerno»,

che era stata recepita nell’isola come un «abile espediente

tattico» ancora più che nel resto del Mezzogiorno.

In Sardegna il partito, che muove i suoi primi passi, si

trova di fronte a un compito immane di ricostruzione delle

IDEE

sue basi. Per andare oltre la condizione di silenzio e isolamento

che i lavoratori sardi avevano dovuto subire per un

intero ventennio, compito primario era di non ricadere

nelle divisioni corporative che avevano limitato la sua

forza egemonica nel passato, quando il movimento socialista

rimase recintato nei bacini minerari limitandosi alle

sole rivendicazioni degli interessi operai. Bisognava cioè

unificare, sul piano politico generale, le rivendicazioni parziali

della classe operaia, delle masse contadine e agro pastorali,

in unico movimento popolare sardo capace di dettare

l’agenda delle priorità della ricostruzione e l’orientamento

del nuovo modello di sviluppo. I lavoratori

dovevano liberarsi per sempre dallo sfruttamento secolare

a cui erano stati sottoposti, il che significava liberarsi non

solo dal dominio padronale straniero, ma contrastare da

posizioni di forza anche quello sardo, per porsi essi stessi

come nuova classe dirigente dell’Isola. Ma tra i comunisti

sardi si afferma anche una tendenza storicamente radicata,

seppur minoritaria, con ispirazione indipendentista.

Al primo Congresso regionale del partito, svoltosi a Iglesias

il 13 e 14 marzo del 1944, una delegazione di comunisti

galluresi si presentò chiedendo di essere accreditati all’assise

in qualità di membri e delegati del Partito comunista

sardo, del quale esisteva uno statuto e un programma. La

richiesta venne respinta all’unanimità e si offrì al gruppo

del Pcs di partecipare ai lavori senza diritto di voto. Il gruppo

del Pcs si era sviluppato, fondamentalmente nella provincia

di Sassari, nel caos organizzativo e politico proprio

del periodo che va dal dicembre del 1943 al giugno 44 2 .

Il Pcs nel suo manifesto si richiamava all’ideale della Re-

51


52

pubblica federativa sovietica della metà degli anni Venti e indicava come

obiettivo programmatico la costituzione di un’autonoma Repubblica sarda

degli operai e dei contadini. Nel solco tracciato dal Krestintern del 1925 il Pcs

riproponeva l’alleanza strategica con il PSd’A e intendeva federarsi al Comintern

(in realtà già sciolto per l’alleanza contro il nazifascismo) autonomamente

dal Pci. Il Pcs, pur ricollegandosi alla linea del Pci, «riteneva che la Sardegna

fosse una realtà a sé stante e che male sopportasse l’imposizione di forme

istituzionali e di organismi politici propri del continente; individuava nella politica

fiscale dello Stato la causa dell’arretratezza dell’isola e criticava l’incapacità

del liberalismo, del fascismo, ma anche del socialismo, di dare alla Sardegna

un assetto politico e istituzionale consono alle sue peculiarità. Solo al sardismo

si riconosceva di aver compiuto uno sforzo in tale direzione, peraltro

inadeguato per carenze organizzative e programmatiche» 3 .

L’emergere, ed eventualmente il prevalere, di posizioni isolazioniste, come

quelle del Pcs, tra i comunisti sardi avrebbe potuto significare l’autoestromissione

della Sardegna dal profondo processo di rinnovamento democratico di

cui la Resistenza antifascista era protagonista. Ciò indusse tutto il gruppo dirigente

sardo del Pci a combattere con durezza le posizioni separatiste, così

come i residui di settarismo che ancora galleggiavano tra i suoi quadri e militanti:

il partito doveva operare a stretto contatto con le condizioni materiali di

esistenza delle classi subalterne, la sua composizione sociale e la sua direzione

politica dovevano sorgere naturalmente da esse. Il «partito nuovo» non

poteva più essere l’organizzazione degli avvocati e dei professori, doveva realmente

divenire il partito dei lavoratori.

Da Lione alla Questione meridionale, l’alleanza operai-contadini

Costruire in Sardegna un partito di lavoratori di massa significava affrontare

di petto la questione contadina e investire tutte le proprie energie nella costruzione

di un movimento avanzato tra le masse dei contadini senza terra e

i braccianti per sottrarli all’influenza e alla direzione della Chiesa e dei movimenti

più conservatori.

In Sardegna favorire la nascita del movimento cooperativo tra contadini e pastori

era l’unico modo per superare la dispersione sociale e territoriale di quelle

realtà e anche il modo per dare un radicamento di massa al partito. Bisognava

lavorare nel movimento contadino fino a svilupparlo e a farne una

forza sociale capace di incidere sugli equilibri politico-sociali dell’isola.

L’emergere di una questione meridionale, e al suo interno di una specifica

questione sarda, era scaturito dal tentativo di tradurre in italiano la teoria politica

di Lenin, a partire dal tema dei temi, per quel tempo: l’alleanza operaicontadini,

che si era rivelata determinante per la vittoria della Rivoluzione

d’Ottobre. Le riflessioni delle Tesi di Lione e la Questione meridionale rispondevano

esattamente a questa esigenza nel tentativo di disarticolare il blocco sociale

reazionario che dominava l’Italia dall’Unità all’avvento del fascismo.

Secondo le Tesi di Lione, l’elemento predominante della società italiana era

dato da una particolare forma di capitalismo nel quale convivevano un industrialismo

ancora debole e incapace di assorbire la maggioranza della popolazione

e un’agricoltura che costituiva la base economica del paese, segnata

dalla netta prevalenza in essa di ceti poveri (bracciantato agricolo) molto prossimi

alle condizioni del proletariato e perciò sensibili alla sua influenza.

Tra le due classi dominanti – industriali e agrari – si poneva quale elemento di

raccordo una media e piccola borghesia urbana abbastanza estesa. La debolezza

del modo di produzione in Italia – che non poteva disporre di materie prime

– spingeva gli industriali a varie forme di compromesso economico con i grandi

latifondisti agrari che si basavano su «una solidarietà di interessi» tra ceti di

privilegiati a detrimento degli interessi generali della produzione e della maggioranza

della popolazione. Anche il processo risorgimentale era espressione di

questa debolezza, perché la costruzione

dello Stato nazionale era stata possibile

grazie allo sfruttamento di particolari

fattori di politica internazionale

e il suo consolidamento aveva

necessitato quel compromesso sociale

che ha reso inoperante in Italia la

lotta economica tra industriali e agrari,

la rotazione di gruppi dirigenti, tipici

di altri paesi capitalistici. Secondo

Gramsci, questo compromesso a tutela

di uno «sfruttamento parassitario»

delle «classi dominanti» aveva determinato

una polarizzazione tra l’accumulo

di immense ricchezze in ristretti

gruppi sociali e la povertà estrema

del resto della popolazione; aveva

comportato il deficit del bilancio, l’arresto

dello sviluppo economico in intere

aree del paese (come il Mezzogiorno),

ostacolando una modernizzazione

del sistema economico

nazionale armonica e calibrata con le

caratteristiche del paese.

Il compromesso tra industriali e agrari

attribuiva alle masse lavoratrici del

Mezzogiorno la stessa posizione delle

popolazioni coloniali; per esse il Nord

industrializzato diveniva come la metropoli

capitalistica per la colonia; le

classi dirigenti del sud (grandi proprietari

e media borghesia) svolgevano

la stessa funzione delle categorie

sociali delle colonie che si alleano con

i coloni per mantenere la massa del

popolo soggetta al proprio sfruttamento.

Tuttavia nella prospettiva storica

questo sistema di compromesso

si è rivelato inefficace perché si è trasformato

in un ostacolo allo sviluppo

tanto dell’economia industriale,

quanto di quella agraria; ciò ha deter-


minato in diverse fasi livelli molto acuti di lotta tra le classi e quindi la pressione

sempre più forte e autoritaria dello Stato sulle masse. In Italia il processo

d’unificazione nazionale non si è realizzato sulla base di un rapporto d’uguaglianza,

ma attraverso una relazione squilibrata all’interno della quale l’arricchimento

e l’incremento industriale del Nord dipendono strettamente dal crescente

impoverimento del Mezzogiorno. Nella Questione meridionale, premessa

fondamentale alle riflessioni sul Risorgimento nei Quaderni, Gramsci definisce

il Mezzogiorno come una grande disgregazione sociale, all’interno della quale

i contadini non hanno alcuna coesione tra di loro. Le masse contadine, che costituiscono

la maggioranza della popolazione meridionale, non riuscendo a

dare «espressione centralizzata» alle proprie aspirazioni, materializzano il loro

perenne fermento attraverso uno stato di ribellismo endemico privo di prospettive.

Al di sopra di queste masse si struttura l’assetto di dominio del blocco

agrario che, attraverso le sue «proporzioni definite», riesce a mantenere le

masse contadine permanentemente nella loro condizione «amorfa e disgregata»

e a evitare qualsiasi forma di centralizzazione a quello stato di perenne fermento.

L’esito del Risorgimento entro un equilibrio moderato non ha fatto

altro che innestare su questa secolare struttura di potere il dominio del capitalismo

settentrionale saldatosi, dopo l’unità, a quello della borghesia agraria del

Sud in un nuovo blocco storico la cui chiave di volta risiedeva nella funzione

degli intellettuali. Gramsci dunque nel porre la questione contadina come questione

meridionale rappresenta quest’ultima come questione nazionale, all’interno

della quale si situa con le sue specificità geografiche storiche e culturali,

una questione sarda.

La dialettica con la Dc alla Costituente e l’emergere

della questione autonomistica

Tuttavia nel Pci del dopoguerra per giungere nuovamente a questa consapevolezza,

e ricomporre il filo interrotto con l’elaborazione della metà degli anni

Venti, occorreranno anni e un lungo processo di lotte e riflessioni. Bisogna infatti

ricordare che nel dibattito dell’Assemblea costituente la posizione del Pci

era più orientata verso il municipalismo, che rivendicava la continuità storica

con la tradizione dei comuni e intendeva mettere a valore il patrimonio delle

«cento città»; era una posizione che si basava sulla necessità di un forte decentramento

amministrativo a comuni e province ma sul rispetto assoluto

dell’unità politico territoriale del paese e quindi della potestà legislativa centrale.

Il Pci interpretava al tempo la funzione delle regioni ordinarie come enti

autarchici e organi di largo decentramento amministrativo. Secondo quella

posizione, la creazione di una struttura federale o a forte regionalismo avrebbe

invece portato al consolidarsi dei blocchi di potere che dominavano il Mezzogiorno

acuendo la frattura tra Nord e Sud, ma soprattutto avrebbe impedito

l’attuazione organica e omogenea delle riforme a carattere generale, le cosiddette

«riforme di struttura». Dunque solo per Sardegna e Sicilia si

prevedeva un ipotesi di specialità nell’attribuzione di competenze, facendo

però salva la capacità impositiva e d’intervento dello Stato, che era ritenuto il

solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde

trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano.

Sul terreno dell’articolazione dei poteri e della struttura regionale, il Pci alla

Costituente esprimeva ancora una posizione molto arretrata seppur imposta

da un contesto assai complesso: si riconosceva che l’istituzione delle regioni

avrebbe avvicinato il popolo alle amministrazioni attraverso il decentramento,

ma si sottolineava altresì che, qualora alle regioni fossero stati attribuiti poteri

esorbitanti da quelli della semplice amministrazione, fino a determinare

una potestà legislativa esclusiva e anche concorrente, la posizione del Pci sarebbe

stata contraria.

Una tale accelerazione, più che la democratizzazione di ampi settori e rami

IDEE

della vita politica del paese, avrebbe

favorito, secondo i comunisti, il frazionamento

del potere legislativo e la

disgregazione dell’unità organica del

paese. La preoccupazione del Pci era

che con la frammentazione politica

del paese importanti riforme socioeconomiche,

come ad esempio una

profonda riforma agraria, o la nazionalizzazione

di importanti settori dell’economia

(si pensi alla produzione e

distribuzione dell’energia elettrica),

avrebbero trovato mille ostacoli nell’applicazione.

In questo modo si sarebbe

stabilito nel corpo della democrazia

italiana un sistema per compartimenti-stagno.

Sempre secondo

questo ordine di ragionamenti il Pci si

espresse contro il principio della autonomia

della magistratura, palesando

il rischio che la magistratura divenisse

un corpo a sé stante regolato da

modalità di autogoverno proprie.

Su questa posizione sicuramente

aveva influito il timore che la magistratura

(come più in generale la burocrazia

e le forze armate) ereditata

dal Ventennio potesse divenire un

corpo autonomo capace di condizionare

negativamente il processo democratico.

Le paure espresse in tal

senso erano le prime avvisaglie di un

clima nuovo che andava mutando

nel paese proprio in quei mesi. Il 31

maggio del 1947, con l’estromissione

di comunisti e socialisti dal governo,

«si archiviava definitivamente la realtà

politica uscita dalla resistenza;

cominciava una dura stagione della

Repubblica» 4 .

Sull’articolazione dei poteri le posizioni

dei comunisti mutano profon-

53


54

damente nel corso degli anni Cinquanta

e Sessanta e nell’orientare

questo mutamento l’azione e l’elaborazione

di alcuni comunisti sardi è

determinante. Inizialmente però, all’indomani

della caduta del fascismo,

sul tema dell’autonomia anche il Pci

sardo ha scontato un ritardo notevole

e ha commesso diversi errori. Le

cause di tale ritardo e dell’iniziale

propensione antiautonomista dei comunisti

sardi erano molteplici e ramificate.

Tra queste bisognava considerare

anzitutto l’origine dei dirigenti

che ripresero l’attività nel 1943:

molti di essi provenivano dall’attività

clandestina, erano quadri che avevano

oramai metabolizzato una concezione

settaria dell’agire politico; altri

ancora provenivano dal Partito socialista

che tradizionalmente era più attento

alle questioni delle zone urbane

e industriali piuttosto che alle

questioni contadine. Oltre a ciò c’era

la contrapposizione alle frange del

movimento indipendentista che

aveva contribuito a rendere sospettosi,

se non proprio ostili, i comunisti

sardi verso ogni discorso autonomistico.

Per lungo tempo la maggioranza

dei comunisti sardi ha considerato

fuorviante e interclassista la parola

d’ordine dell’unità di tutti i sardi per

l’autonomia.

Da tutto ciò derivavano l’atteggiamento

incerto e attendista e i ritardi

nella piattaforma politica, che si palesarono

al primo Consiglio Nazionale

del Pci tenutosi a Roma nell’aprile

del 1945 dove la delegazione sarda

era composta da Renzo Laconi, Antonio

Dore e quindi Giovanni Lay

che in proposito ha scritto: «In quell’occasione

io fui aspramente criticato

da Togliatti perché feci un intervento

che suonava pressappoco così:

«i contadini e i pastori sardi non

sanno che farsene di un’autonomia

regionale guidata dai proprietari terrieri

e dai nemici della Sardegna che

sono presenti anche nell’Isola. Noi

dobbiamo batterci per un’autonomia

che sia strumento di progresso sociale

ed economico, che liberi il popolo

sardo dalla miseria e dallo sfruttamento,

che salvi le miniere, che va-

lorizzi le risorse umane ed economiche

della Sardegna».

Nelle conclusioni dei lavori del Consiglio

nazionale Togliatti disse: «Se il

compagno Gramsci fosse stato qui

presente e avesse udito un comunista

sardo, per giunta dirigente del

partito in Sardegna, sostenere che i

contadini sardi e i pastori non sanno

che farsene dell’autonomia, certamente

ne sarebbe rimasto molto sorpreso».

Togliatti criticò i dirigenti del

partito in Sardegna non tanto per

quello che era stato detto in quella

sede, ma per il fatto di non essere

stati ancora capaci di impegnare le

masse popolari sarde nella battaglia

per «togliere la bandiera dell’autonomia»

dalle mani di quelli che pensavano

di fare dell’autonomia regionale

la loro cittadella per la difesa dei

loro interessi di classe, e farla passare

nelle mani della classe operaia 5 .

Anche se non solo in ragione di questo

fatto, la rivendicazione autonomista

viene a essere assimilata solo dopo

il superamento del «pericolo» rappresentato

dalla prospettiva del Pcs.

Sul versante istituzionale poi, la Consulta

tardò enormemente a elaborare

un proprio progetto, mentre già dal

maggio del 1946 il Governo aveva

promulgato lo Statuto speciale siciliano.

Come è noto Lussu, storico leader

del sardismo, preoccupato per i ritardi

e per l’irrigidimento della Dc sulle

questioni autonomistiche, si adoperò

presso i rappresentanti della Consulta

per ottenere l’estensione dello Statuto

siciliano alla Sardegna ottenendone

un rifiuto. Anche la delegazione

del Pci si unì nel rivendicare alla Consulta

il compito di scrivere il proprio

Statuto, con il risultato di ritardare

fino alla fine del gennaio 1948 la promulgazione

di uno Statuto dai contenuti

autonomistici decisamente più

blandi di quello siciliano.

1. A. Mattone, Velio Spano. Vita di un rivoluzionario

di professione, Edizioni della

Torre, Cagliari 1978, p. 107.

2. Il Pcs era animato da alcune figure di

un certo rilievo nella storia del movimento

socialista e comunista sardo, come

l’Avvocato Antonio Cassitta che era stato

direttore del giornale «Avanguardia», organo

dell’organizzazione giovanile comunista.

Nella FGCI Cassitta era stato membro

della segreteria nazionale e delegato

al III Congresso del Comintern. Oltre a

lui altre figure importanti erano un altro

avvocato, conosciuto per le sue doti di

vecchio tribuno socialista, Antioco Mura

di Bonorva, e Francesco Anfossi che in

Argentina era stato tra i promotori della

Lega sarda di Avellaneda.

3. G. Lai (a cura di), La biblioteca di Renzo

Laconi, Cuec, Cagliari 2000, p. 59.

4. P. Cucchiarelli, A. Giannulli, Lo Stato

parallelo. L’Italia oscura nei documenti e nelle

relazioni della Commissione stragi. Gamberetti,

Roma 1997.

5. G. Lay, Io comunista, Tema, Cagliari

2006, p. 114.


RIVE GAUCHE

DUE ANNI

DOPO

Il 30 settembre del 2005 si tenne a Roma un convegno

(Rive Gauche), promosso da «il manifesto» in collaborazione

con gli economisti Sergio Cesaratto e Riccardo

Realfonzo, il cui obiettivo era quello di riunire

a discutere economisti, politici e – in generale –

donne e uomini «di sinistra» attorno al tema: “La critica

della politica economica e le linee programmatiche

delle coalizioni progressiste” (gli atti furono

pubblicati nel marzo 2006 per la Manifestolibri a cura

degli stessi Cesaratto e Realfonzo). Eravamo alla vigilia

delle elezioni politiche del 2006 e viva era l’esigenza

di ragionare sui programmi di politica economica

che avrebbe dovuto realizzare una coalizione, auspicabilmente

vincente, di alternativa alle destre.

Sulla scia di quell’esperienza va anche considerata la

successiva promozione di un Appello degli economisti

(cui abbiamo aderito anche noi di Essere comunisti)

rivolto al governo in carica e teso a modificare la

linea rigorista di rientro dal debito pubblico ed un’

applicazione stretta dei dettami di Maastricht.

A due anni di distanza – e in vista di una seconda tornata

di Rive Gauche dedicata a «L’economia della precarietà»

che si terrà a Roma martedì 9 ottobre (promotore

«il manifesto», con la collaborazione di

Paolo Leon e Riccardo Realfonzo) – abbiamo inteso

chiedere ad alcuni dei partecipanti (Riccardo Bellofiore,

Emiliano Brancaccio, Giorgio Gattei, Giorgio

Lunghini, Riccardo Realfonzo) le loro attuali valutazioni

sia sulla strada da allora percorsa che sulla generale

prospettiva economica. Qui di seguito presentiamo

le domande con le relative risposte. Ovviamente,

consideriamo questo inserto come il capitolo di

una discussione destinata a proseguire. Per questo

abbiamo deciso di pubblicare i contributi così come ci

sono pervenuti, anche scontando qualche difformità

nei toni e nella lunghezza: nella convinzione che non

mancherà l’occasione per ulteriori repliche. Che naturalmente

consideriamo sin d’ora benvenute.

B.S.

55


56

RICCARDO BELLOFIORE – Università di Bergamo

EMILIANO BRANCACCIO – Università del Sannio

GIORGIO GATTEI – Università di Bologna

GIORGIO LUNGHINI – Università di Pavia

RICCARDO REALFONZO – Università del Sannio

In relazione al nostro paese, si è parlato spesso di

«declino» economico e sociale: ci si riferisce in particolare

alla fragilità del sistema industriale, alla

crisi dei distretti e allo smantellamento dell’impresa

pubblica, al basso livello degli investimenti in ricerca

e sviluppo, alla caduta dei salari reali (e dunque

allo stato asfittico della domanda interna). Poi «The

Economist», nel suo rapporto annuale Il mondo in

cifre, colloca l’Italia tra le economie più forti,

ponendola ai primi posti della classifica per il Pil pro

capite, il commercio di beni e servizi, il consumo di

beni privati. Per non parlare dei dati degli ultimi anni

sui profitti d’impresa, i quali non registrano alcun

declino e anzi mostrano che il bicchiere è pieno fino a

strabordare. Come stanno dunque le cose? Ci si chiede,

in primo luogo: declino per chi?

RICCARDO BELLOFIORE

Una risposta vera a questa domanda richiederebbe uno

spazio ben maggiore di quello concesso. Si tratta di una

questione alla quale gli economisti più attivi della Rive

Gauche – di cui in realtà non faccio parte, se con questa

sigla ci si riferisce ai firmatari dell’appello per la stabilizzazione

del debito pubblico lanciato nell’estate del 2006:

e trovo francamente la sigla già un problema, costruita

con tutta evidenza con una troppo facile logica di tipo

giornalistico – hanno prestato poca attenzione e con

grande ritardo, ossessionati come erano da una battaglia

male impostata e peggio condotta sulle questioni appunto

del debito pubblico. Non mi convince neppure la considerazione,

diffusa a sinistra anch’essa, che il «declino»

avrebbe a che vedere con l’assenza di una vera classe

imprenditoriale. È un po’ la tesi di ambienti Banca

d’Italia. Rispettabile, coglie un grano di verità, ma a ben

vedere non dice poi granché. Lungo quella linea si finisce

poi nella ingenuità – che tenta, mi pare, anche

Rifondazione – di una battaglia per separare la rendita e

la finanza dall’economia reale sulla base di un intervento

sulle banche centrali o di una introduzione isolata della

Tobin tax. O all’illusione che una rinascita del «keynesismo»

e del «conflittualismo incompatibilista» possa

essere la risposta ai problemi che ci troviamo di fronte

oggi, dopo i fallimenti delle politiche dell’offerta (illusione

spesso nutrita sulle colonne del vecchio

«Ernesto», e ora di «Essere Comunisti»). Si dovrebbe

mettere in piedi una analisi ben più approfondita e una

dimensione programmatica ben più seria di quella che è

stata costruita dal 2001 a oggi. In questi anni, infatti,

Rifondazione comunista – il più forte partito nella

dispersa galassia della sinistra, ma dunque anche il più

responsabile dei suoi limiti – ha semplicemente cancellato

la riflessione sul programma che pure aveva messo in

piedi alla fine degli anni Novanta, anche se innegabilmente

con molte carenze. A un certo punto aveva iniziato

a corteggiare, in economia almeno, una politica fatta di

appelli e presenza mediatici, i cui risultati sono stati nulli

se non deleteri. Credendo così di poter parzialmente

recuperare rispetto a una scommessa sbagliata: che la

spinta del «movimento dei movimenti» avrebbe senz’altro

spostato in avanti gli equilibri della coalizione.

Oggi si è costretti a pregare che qualcosa succeda sulle

piazze, e il movimentismo si trasforma in politicismo. Il

declino economico e sociale italiano lo si capisce molto

bene con le analisi di De Cecco, o Graziani, o Halevi, o

ancora Gallino. Questo autore, in particolare, ha utilizzato

una formula più corretta, la «scomparsa dell’Italia


industriale», che è il titolo di un suo bel libro recente. È

un fenomeno che va avanti, in realtà, dalla metà degli

anni Sessanta. Quando il capitalismo italiano ha risposto

in modo regressivo alle lotte nella distribuzione, prima,

e nella valorizzazione immediata poi: lotte che avevano

messo in evidenza tutti i limiti dello sviluppo dualistico

del nostro paese. È di qui che progressivamente inizia la

decadenza o l’eliminazione delle grandi imprese private,

la mitologia dei distretti, il nanismo, l’insufficienza della

ricerca e sviluppo, e così via. Non è stata intrapresa nessuna

seria politica di programmazione o di piano del

lavoro, dentro una riqualificazione della nostra posizione

nella divisione internazionale del lavoro, ormai sempre

più a rischio. Salvo rare eccezioni, la sinistra stessa

l’ha progressivamente accantonata. Sono spariti il

nucleare, l’elettronica, la chimica, l’aeronautica civile,

l’acciaio, sono state o sono molto in difficoltà l’automobile

e la telefonia. Ovviamente, i settori nascono e muoiono

dovunque: il problema è che da noi sono solo morti,

non ne sono nati altri sostitutivi e trainanti. I grandi

monopoli pubblici sono stati quasi tutti privatizzati,

diventando spesso nient’altro che strumenti per la percezione

di rendite.

La politica industriale praticamente non c’è stata, se non

adattiva alla pressione internazionale o alla politica

monetaria restrittiva. La politica bancaria ha avuto andamenti

alterni ma senza poter mai divenire orientativa

dello sviluppo economico. Dentro un quadro di politiche

macroeconomiche e microeconomiche quali quelle

europee – politiche che un po’ furbescamente non si è

voluto neanche nominare in un programma di più di 280

pagine: tanto i movimenti avrebbero «spinto» a sinistra,

il che però fa un po’ specie se simultaneamente si

impugna la battaglia del rispetto del programma dove fa

comodo – l’unico margine di riaggiustamento a una

competitività declinante e ai problemi di una produttività

sempre più bassa non poteva che essere la pressione

sul valore d’uso e sul valore di scambio della forza-lavoro.

Forse bisognerebbe tornare all’Abc del marxismo.

La sinistra sa solo reagire con il lamento, non vedo nessuna

seria riflessione o proposta. Prima si attesta sulla

tesi di una globalizzazione che metterebbe fuori gioco lo

Stato nazionale (come anche sull’illusione di un rapporto

di lavoro salariato in crisi), poi recupera quest’ultimo

come risposta solo verbale e subalterna alle politiche

social-liberiste che danno il cambio a quelle neoliberiste.

È ovvio, peraltro, che in un paese come l’Italia il

«declino» non significa una caduta immediata e verticale.

Ci sono fattori distributivi, ci sono fattori settoriali,

ci sono fattori regionali, che spiegano come alcuni

RIVE GAUCHE

stanno meglio, molto meglio, mentre altri stanno peggio.

Di più, si possono mantenere alti tenori di vita pur in una

situazione generale che lentamente degrada. Vedi le aree

dove il salario unitario può anche essere basso, ma con lo

straordinario, o con il fatto che si vive più a lungo e di più

insieme dentro la famiglia, o con il capitale familiare

accumulato, il tenore di vita può essere da zona ricca,

molto ricca. Insegnava poi Marx che non esistono crisi

permanenti. Dobbiamo stare molto attenti ai mutamenti

portati dalla ristrutturazione, se no si rischia di fare

come il vecchio Pci togliattiano ancora contaminato dallo

stalinismo, e ancora negli anni Cinquanta e Sessanta si

favoleggiava di una stagnazione generale e di una crisi

dietro l’angolo. Ci sono voluti i «Quaderni rossi», il

gruppo del manifesto, lo stesso Trentin, e pochi altri a

ragionare, all’inizio degli anni Sessanta sull’Italia come

paese capitalistico non «arretrato».

EMILIANO BRANCACCIO

Forse su questo tema bisogna uscire da un equivoco: il

cosiddetto declino è relativo, non assoluto. Mi spiego. Da

decenni in tutti i paesi Ocse registriamo uno schiacciamento

della quota dei redditi da lavoro subordinato

rispetto al reddito complessivamente prodotto. È una

tendenza che registriamo sia in termini lordi che al netto

dell’intervento statale. Essa si spiega principalmente col

fatto che da tempo in fase di contrattazione i lavoratori

subordinati non riescono a conquistare gli incrementi di

produttività generati dal cambiamento tecnico, dall’aumento

delle ore per unità di lavoro e dall’intensificarsi

dei loro stessi sforzi produttivi. Per giunta, in molti casi la

compressione salariale non è solo relativa ma anche assoluta:

la diffusione dei contratti precari ha determinato

vere e proprie cadute del monte salari, sia nel settore privato

che in quello pubblico, e soprattutto nelle classi

generazionali più giovani. I dati dunque segnalano che il

lavoro è sotto attacco in tutti i paesi, anche in quelli più

avanzati. Detto questo, però, bisogna pure aggiungere

delle specificità che caratterizzano le cosiddette «periferie»

dello sviluppo capitalistico, e in particolare l’Italia.

Nel nostro paese sussistono problemi anche sul versante

dei profitti. I capitali nazionali sono frammentati, polverizzati,

il che determina una crescita più bassa della produttività,

e quindi alti costi per unità di prodotto e bassa

competitività rispetto ai concorrenti esteri. La conseguenza

è che, rispetto ai «centri» dello sviluppo capitalistico,

in Italia i profitti crescono comunque, ma crescono

di meno e oltretutto si perdono in una infinità di transazioni,

di rivoli commerciali, e quindi non si concentrano.

57


58

Possiamo dunque tranquillamente parlare di declino

«relativo» del capitalismo italiano, senza per questo

pensare che i padroni nostrani si siano ridotti in braghe

di tela. È bene tuttavia comprendere che pure un declino

«relativo» alla lunga può risultare deleterio. Ai tempi del

«piccolo è bello» andava di moda farsi vanto della scarsa

concentrazione dei capitali nazionali, quasi che questa

fosse indice di un capitalismo più diffuso, più democratico,

magari persino «dal volto più umano». Oggi sappiamo

invece che assecondare una tale frammentazione è

stato forse il più grande errore strategico dei decenni

passati. Infatti ora il capitale nazionale non regge la concorrenza

estera, e rischia ogni giorno che passa di essere

eliminato dal mercato o assorbito tramite acquisizioni

straniere. Questo è un fenomeno che in Europa caratterizza

non solo l’Italia ma anche, per esempio, la Grecia, il

Portogallo e la sopravvalutata Spagna. Questi paesi sono

caratterizzati da una eccessiva frammentazione dei capitali,

da una bassa produttività, da costi eccessivi di produzione,

da una competitività sempre più compromessa e da

crescenti disavanzi nei conti con l’estero.

GIORGIO GATTEI

Premesso che l’opinione dell’«Economist» è di parte

(non è una rivista ultra-borghese, oppure la collocazione

di classe non ha più ragione di essere?), chi ha mai detto

che una economa che fa profitti è poi efficiente?

Partiamo dall’inizio: in una economia si producono

merci per rivenderle. Quindi per fare profitti ci vuole sia

la produzione che il realizzo. Ora come si può fare produzione?

Migliorando la produttività o aumentando la fatica.

E dove si può fare realizzo? Sui mercati esteri o su

quello interno. Di fronte a questo crocevia di alternative

l’Italia cosa ha scelto?

Siamo tutti contenti che dal 2006 sia arrivata una ripresa,

ma trascinata dalle esportazioni che sono cresciute

del 5,3% in termini reali (le cifre sono tratte dall’ultima

relazione del Governatore della Banca d’Italia; qui a p.

78). Così la domanda estera netta (esportazioni – importazioni),

che era calata dello 0,3% nel 2005, è risalita

dello 0,3% nel 2006 (p. 42). Tuttavia per puntare sulle

esportazioni si deve pagare il prezzo della «competitività»

e la maniera più semplice per ottenerla è quella di

tagliare il costo del lavoro. Ciò che si è fatto: le retribuzioni

per unità standard di lavoro dipendente hanno

ridotto il loro aumento dal +3,3% del 2005 al +2,8% del

2006 (p. 98) con la conseguenza di continuare a trasferire

valore aggiunto dai salari ai profitti (la quota del lavoro,

che era pari al 72,5% negli anni 1996-2000, è calata

al 71,8% tra 2001 e 2005)(p. 98). Quindi la scelta di puntare

sulla domanda estera ha consentito la contrazione

dei salari, non essendo il mercato interno il luogo privilegiato

di realizzo.

Poi c’è la maniera di produrre le merci. E qui si vede che

l’occupazione è aumentata, sebbene per più della metà nei

lavori «precari» che adesso toccano il 13,5% dell’occupazione

dipendente (p. 88). Anche le ore di lavoro per

dipendente sono salite: erano diminuite dell’1,1% nel

2005, sono +1,0% nel 2006, mentre la «vita lavorativa» è

stata allungata dall’ennesima «controriforma» delle pensioni.

Ma l’aumento della produttività? Non c’è stato: il

prodotto per unità standard di lavoro, cresciuto dell’1,1%

tra 1996 e 2000, è diminuito dello 0,2% tra 2001 e 2005

(per l’industria in senso stretto i valori sono simili: +0,8%

tra 1996 e 2000, +0,7% tra 2001 e 2005) (p. 98).

Insomma, sembra che i nostri coraggiosi capitani d’industria,

che hanno fatto certamente profitti, li hanno

fatti più con l’aumento della fatica che con il miglioramento

della produttività. Marx avrebbe detto: più con il

pluslavoro assoluto che con il pluslavoro relativo. E questa

sarebbe una economia efficiente? Lo si vedrà alla

lunga, perché alla lunga le scelte regressive si pagano.

GIORGIO LUNGHINI

Di «declino» si cominciò a parlare a seguito di un saggio

del 2003 di Pierluigi Ciocca, L’economia italiana: un problema

di crescita. In quel saggio Ciocca non usa mai la parola

«declino», semplicemente mostra come nell’economia

italiana, soprattutto dopo la crisi valutaria del 1992, sia

prevalsa una tendenza al rallentamento di tutti gli indicatori:

reddito (assoluto e pro capite, effettivo e potenziale),

consumi, produttività, esportazioni. Nel periodo tra il

1992 e i primi anni di questo secolo, le determinanti principali

del rallentamento sono la dinamica della produttività

del lavoro e la dinamica delle esportazioni. Il rallentamento

nella produttività del lavoro, produttività peraltro

elevata, è a sua volta determinato dalla minor crescita della

produttività totale dei fattori, cioè dalla minor crescita

della produttività del sistema economico-sociale nel suo

complesso. Dal lato della domanda aggregata, il rallentamento

dipende dal minor contributo dei consumi privati e

pubblici, un minor contributo non compensato da sufficienti

esportazioni nette. Dinamica della produttività e

dinamica delle esportazioni, sono tutte e due conferme di

«una economia strutturalmente meno capace di impiegare

e organizzare il lavoro, innovare, applicare il progresso

tecnico, competere».

Negli anni recenti il prodotto interno lordo ha ripreso a


crescere, sia pure di poco, e molti ne hanno concluso che

il «declino» si è arrestato. Se però il problema economico

è un problema di crescita, il problema rimane irrisolto:

l’economia italiana è ancora un’economia poco

capace, sempre meno capace, di impiegare e organizzare

il lavoro. Lo è tanto poco da guardare al lavoro non come

al fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le

cose necessarie e comode della vita, dunque come alla

risorsa da valorizzare; bensì come a un fattore della produzione,

il cui impiego dovrebbe essere massimamente

flessibile e minimamente costoso. Di qui la ricetta «precarietà

e bassi salari» come due condizioni necessarie e

sufficienti per una crescita duratura del prodotto interno

lordo. Ma se mai la flessibilità ne fosse condizione

necessaria (e c’è ragione di dubitarne), certamente non

lo sono i bassi salari.

C’è infatti il problema di una distribuzione arbitraria e

non equa della ricchezza e del reddito; e dunque c’è

anche un problema di domanda effettiva: occorre che le

merci che si potrebbero produrre, trovino compratori

all’interno e all’estero. All’interno dovranno trovare

consumatori con sufficiente potere d’acquisto e imprenditori

determinati a effettuare nuovi investimenti reali;

mentre all’estero dovranno poter contare su paesi

importatori in crescita costante e attratti dalla qualità e

dai prezzi dei nostri prodotti. Tutte e tre queste componenti

della domanda effettiva, consumi investimenti

esportazioni, sono importanti; ma una importanza particolare

hanno i consumi, poiché qui la questione economica

è immediatamente questione sociale. La quota più

importante della domanda per consumi è costituita dai

consumi dei lavoratori, il cui reddito è dato dai salari. Gli

imprenditori vedono nel salario soltanto un costo di

produzione, da minimizzare, e si dimenticano che il

salario è anche potere d’acquisto. Se i salari sono bassi, e

lo sono, bassi saranno i consumi dei lavoratori; né basteranno

a sostenere la domanda per consumi complessiva

i consumi di lusso, finanziati con rendite e profitti, che

invece sono a livelli elevati. Insufficiente è anche la crescita

degli investimenti, poiché gli imprenditori spesso

preferiscono impiegare gli alti profitti nella speculazione

finanziaria anziché in nuovi investimenti reali; e d’altra

parte l’andamento delle esportazioni è spiegato piuttosto

dalla congiuntura favorevole degli altri paesi, che

non dalla qualità dei prodotti nazionali.

Se mai si è arrestato il declino economico, negli ultimi

decenni si è aggravato il declino sociale, e qui «declino»

è la parola giusta. Ce ne sono molti segnali, non soltanto

economici ma anche politici e culturali. In campo economico

un sintomo secondario, ma assai chiaro, è lessicale:

RIVE GAUCHE

non si parla più di «lavoratori», bensì di «consumatori».

La ragione vera è la dissociazione tra prestazione

lavorativa e consumo. Il lavoratore fordista acquistava egli

stesso ciò che aveva prodotto, oggi non è più così. Questa

separazione tra produzione e consumo si dà anche all’interno

dei singoli paesi, ma è particolarmente evidente a

livello internazione: la si potrebbe chiamare «effetto

Nike»: le costose scarpe da ginnastica sono prodotte da

ragazzini sottopagati in qualche paese asiatico, e acquistate

dai ragazzini benestanti dei paesi più ricchi.

RICCARDO REALFONZO

Il declino italiano è talmente marcato da non potere

sfuggire agli analisti internazionali; e d’altronde fu proprio

«The Economist» che, un paio di anni or sono,

descrisse l’Italia come «il vero ammalato d’Europa».

Nessuno può stupirsi per questa definizione, i dati ufficiali

parlano chiaro. Sono ormai oltre quindici anni che

l’Italia cresce meno della media dei paesi europei, avvitata,

come è, in una stagnazione che è il prodotto al

tempo stesso di una bassa domanda aggregata interna e

di una pesante arretratezza dell’apparato produttivo, con

conseguente progressiva perdita di quote di mercato

negli scambi internazionali. Al tempo stesso, l’Italia è il

paese d’Europa in cui si assiste alla più intensa crescita

degli squilibri distributivi e territoriali. Queste semplici

annotazioni sono sufficienti per rispondere alla tua

domanda in merito a chi sostenga il peso del declino. È

innegabile che il declino stia scaricando gli effetti più

nefasti sui lavoratori. I dati relativi alla caduta del potere

di acquisto dei salari e alla riduzione della quota del prodotto

interno lordo che va ai redditi da lavoro parlano

chiaro. D’altronde come potrebbe essere diversamente?

L’abolizione della scala mobile, gli accordi di politica dei

redditi del luglio ’93 con la relativa introduzione del

meccanismo dell’inflazione programmata, il varo del

Pacchetto Treu e la famigerata legge 30, hanno progressivamente

indebolito il potere contrattuale dei lavoratori

e delle organizzazioni sindacali. Lungi dal generare

effetti positivi sulla occupazione, l’unico risultato tangibile

di queste politiche è stato il freno alla crescita dei

salari reali, che nel migliore dei casi sono aumentati

meno della crescita della produttività del lavoro. Sono

questi gli elementi che spiegano, nonostante il declino,

l’andamento dei profitti.

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In secondo luogo: a quanto pare la barca dell’economia

italiana continua ad andare e a distribuire dividendi,

pur in presenza di consistenti squilibri (economici

e sociali). Da un lato, il governo sostiene che «la

notte è passata» e che non resta che godere i frutti

del «risanamento»; sul lato opposto, non si è per

nulla ottimisti (e c’è ad esempio chi evoca, dati alla

mano, imminenti crisi commerciali). Quale futuro

prossimo possiamo prevedere per il nostro paese?

RICCARDO BELLOFIORE

Qui bisogna intendersi. Innanzi tutto, scordiamoci che un

governo, soprattutto se a predominanza «social-liberista»

come questo, dica mai che la notte è passata e che finalmente

si può godere il frutto del risanamento. Il risanamento,

per loro, non finirà mai. La ragione c’è. Quelli

che vengono impropriamente chiamati «moderati», liberisti

sì ma un po’ meno, non credono in realtà neanche

loro ai parametri di Maastricht o al Patto di stabilità. Gli

servono solo come copertura per far passare certe politiche,

quasi come necessità naturale, imposte da uno stato

di emergenza. I parametri sulla finanza pubblica, o il Patto

che prevede a medio termine l’azzeramento dei disavanzi,

sono semmai sostenuti per ragioni di reputazione, come

norma sociale. Le conseguenze talora recessive sono in

fondo benvenute, come frusta alla riorganizzazione produttiva

e alla regolazione sociale, alla «modernizzazione».

Di più, e qui si misura la cecità della sinistra, quei

vincoli in larga misura autoimposti e quella deriva deflazionistica,

servono perché si pensa che uno stato più «leggero»

aiuti prima o poi a migliorare l’efficienza del settore

pubblico. Che uno stato regolatore aiuti a elevare la produttività

del sistema. Che la politica industriale si possa

ridurre al gioco degli incentivi e disincentivi. Che il tenore

di vita possa migliorare, così come le posizioni di rendita

possano ridursi, grazie alle politiche di liberalizzazione

dentro una riregolamentazione dei mercati. Magari

mettendo in piedi una rete sociale di sicurezza che aiuti la

precarietà spacciata per flessibilità. Il «social-liberismo»

appunto. Tutte cose in cui non credo, ma – vivaddio! – è

qualcosa che non sta nel mondo dei sogni, dove si è rifugiata

la sinistra. Una sinistra degna di questo nome avrebbe

dovuto porre, lei, la questione della «qualità» del sistema

produttivo, economico, sociale: con un piano di intervento

strutturale a cui si poteva e doveva lavorare da

anni. Se no, perché, per cosa, ti candidi a governare?

Esiste un nuovo, chiarissimo ciclo economico-politico da

molte parti. La destra, o centro-destra, chiamalo come

vuoi, va al governo. Sinistra e centro-sinistra (qualcuno

mi dice, centrosinistra senza trattino, ma non sono un

esperto di queste cose) unite all’opposizione sono spesso

in grado di non far passare il lato liberista selvaggio su

mercato del lavoro e welfare del neoliberismo. Intanto

spende e spande, e i disavanzi addirittura crescono. Se il

centro-sinistra va al governo con un pezzo della sinistra,

non c’è più niente o poco da ridistribuire, e allora bisogna

puntare tutto sulla flessibilità (leggi, precariato) e qualche

make-up, e ovviamente «risanare». La stessa sinistra di

governo comincia a fare una operazione sulle parole: si


voleva l’abolizione della legge 30? No, «superamento». E

gli esempi si potrebbero moltiplicare. E lì a fare barriera

sul nuovo confine: gli stessi intellettuali vicini al partito

adattano subito la terminologia, non si sa mai. Chi si oppone

viene presto bollato come nemico del popolo. Da

quelli che voi chiamate «moderati» l’accusa viene mossa

alla sinistra al governo, da questa con qualche cautela a

chi rompe le scatole. Si decidono espulsioni, che anche

rappresentanti della vecchia area dell’Ernesto mi pare

abbiano votato. Dall’altro versante, ovviamente, da quella

che si vuole sinistra della sinistra si finisce con il vedere

come salvifica una opposizione pura e semplice, tanto la

sinistra non deve andare mai al governo con i «moderati».

Il conflitto e l’incompatibilismo divengono parole

che sole garantiscono la salvezza. Non ci si parla più. Ci si

spezza in mille anime. È successo anche a voi, mi pare. Si

è già visto, lo si sapeva. Idealisticamente, il problema politico

diventa l’egemonia «neoliberista» sulla componente

«moderata», come ho sentito dire a Burgio in un

dibattito a Torino.

Uno dei drammi della sinistra radicale è che non capisce

che l’asse Stati Uniti-Asia costituitosi negli ultimi anni ha

marginalizzato l’Europa, un continente che dipende ancora

troppo dal neomercantilismo forte della Germania.

Con il paradosso che la Germania ora cresce se cresce la

Cina e l’Asia, ma se l’economia degli Stati Uniti va molto

male le difficoltà rimbalzano lo stesso in Europa: o per gli

effetti della globalizzazione finanziaria, o perché si hanno

problemi nell’area asiatica. Tutti appesi, dunque e comunque,

a un atterraggio morbido dell’economia americana.

Nonostante alcune tesi, che a me paiono fantasiose

e che sono circolate all’inizio dell’anno (i dati non basta

citarli, bisogna saperli leggere), la ripresa europea è stata

trainata dall’export netto e dagli investimenti tedeschi,

non certo dai disavanzi del bilancio pubblico o dai consumi

salariali. Lo abbiamo sostenuto a più riprese Halevi e

io: ma si può leggere De Cecco su «Repubblica», oppure

Nardozzi su «Il Sole 24 Ore». È chiaro che dentro l’Europa

dell’euro, sotto il cappello delle politiche che conosciamo,

va avanti una riarticolazione geografica e settoriale,

che penalizza la nostra industria e il nostro manifatturiero:

dove conta la posizione debole dell’Italia tra i

«grandi» fondatori del Mercato comune europeo. Dobbiamo

restare dentro, ed essere posti sotto stress.

Siamo doppiamente dipendenti da uno sviluppo europeo

che è esso stesso non autocentrato. Se la crisi finanziaria

di questa estate – le cui cause e il cui contesto sono ignote

alla sinistra, che non l’ha vista arrivare, e che continua

a ragionare in una ottica nazionale, ancora all’oscuro

delle novità del capitalismo da un quindicennio a questa

RIVE GAUCHE

parte – se quella crisi, dicevo, dovesse dar luogo a un atterraggio

duro dell’economia americana, dentro la possibile

se non probabile crisi europea ci sarà una rinnovata

e certa, drammatica stagnazione del nostro paese. È

già successo nei primi cinque anni di questo decennio.

Noi non possediamo né il sistema finanziario anglosassone,

peraltro oggi in difficoltà, né la manifattura di qualità

tedesca. Quello che però è chiaro è che le difficoltà

attuali non sono state create dalla moneta unica, che si è

limitata a renderle più visibili.

Per quel che riguarda l’imminenza di una crisi commerciale

tipo 1992, non ne sono affatto convinto. E i «dati

alla mano» di cui parla la domanda non si vede dove

siano. Si applicano all’Italia dentro la moneta unica argomenti

che valgono, quando valgono, fuori dall’unificazione

monetaria. In generale, un grave disavanzo commerciale

può spingere a un riaggiustamento via modificazione

del tasso di cambio nominale. Ma non è detto.

Oggi il dollaro si svaluta rispetto a Inghilterra, Australia,

Nuova Zelanda in serio disavanzo commerciale. Il perché

è chiaro: gli alti tassi di interesse di questi paesi più che

compensano sul piano dei movimenti di capitale, e consentono

di rifornire di liquidità la speculazione col c.d.

carry trade, indebitarsi in yen e investire dove i rendimenti

sono elevati, senza più di norma un rischio di

cambio. Non vale neanche sempre nei casi di ipervalutazione

«reale». Si pensi al caso del Giappone dal 1985 al

1995, o negli ultimi anni, cioè nei periodi di grande svalutazione

del dollaro. O si pensi alla Germania negli anni

Settanta, prima del Sistema monetario europeo. Gli stessi

cultori più seri dell’equilibrio economico generale

hanno smontato la legge della domanda alla base dei

meccanismi di riaggiustamento: le variazioni del prezzo

agli eccessi di domanda netta non garantisco l’unicità o

la stabilità dell’equilibrio, e smontano anche tutti gli

esercizi di statica comparata.

Dentro l’area dell’euro, proprio i dati fanno dubitare

dell’imminenza di una crisi tipo 1992. Secondo le stime

Ocse la Spagna avrà nel 2007 un deficit della bilancia

corrente rispetto al Pil del 10,1%, l’Italia si limiterebbe

al 2,5%. Nel 1992 i valori erano rispettivamente del 3,5%

e del 2,3%. Se deve saltare qualcuno, sarebbe la Spagna.

E la causa sarebbe lo sgonfiamento della bolla immobiliare

e le conseguenze della crisi dei subprime, non la bilancia

commerciale. Nell’unione monetaria non c’è proprio

il vincolo valutario. C’è evidentemente un problema

di finanziamento dei disavanzi commerciale e corrente,

e questo ha a che vedere con i trasferimenti nell’area,

con le politiche fiscali, con afflussi di capitale, e così via.

Rimane il rischio relativo alla qualità del debitore (un

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punto, ahimé, che resuscita in parte gli argomenti di

quelli che sono preoccupati dello stato della nostra finanza

pubblica). Ma non scommetterei su una crisi a

breve. Né il disavanzo commerciale dell’Italia, in gran

parte all’interno dell’area (escludendo la bolletta energetica),

influenza l’euro più di tanto. L’Italia fa più paura

fuori che dentro, e una crisi dell’Italia facilmente significherebbe

che salta l’eurozona. Lo ha ricordato sensatamente

Alfonso Gianni criticando Emiliano Brancaccio su

«Liberazione»: Gianni si appoggiava su alcune email di

Joseph Halevi a «Liberazione» che davano ragione a me

su un punto criticato affrettatamente e fuori contesto da

Brancaccio. Mi fa piacere che, per interposta persona,

Alfonso Gianni e io si sia d’accordo almeno su questo.

Per quel che riguarda la nostra posizione con l’estero, si

tratta di nuovo di un vincolo «pseudo-naturale» che

spinge verso le politiche contro il lavoro che conosciamo.

Il «riaggiustamento» può procedere per la via di

una prolungata spinta alla deflazione dei salari, alla precarizzazione.

Per un prolungamento del tempo di lavoro

sociale nell’arco vitale. Per il dare alle imprese mano libera

sugli orari. Per un attacco al contratto nazionale.

Per un aumento dei salari solo su base territoriale e

aziendale. Al limite, fallimenti e crisi degli investimenti:

in un circolo perverso che aggrava i problemi. Ma scordiamoci

che urlare alla crisi cambi la situazione.

È chiaro da quel che si è detto che dire questo non significa

affatto sottovalutare il nodo della qualità delle nostre

esportazioni e importazioni, le carenze dell’industria e

del manifatturiero, e così via. Significa anzi l’esatto contrario.

D’altronde quel nodo è al centro da sempre della

mia riflessione, come di quella di Halevi.

EMILIANO BRANCACCIO

Il rischio di un allargamento degli squilibri commerciali

tra i paesi dell’Unione monetaria, fino all’eventualità di

una crisi interna all’assetto europeo, è oggetto di indagini

approfondite da parte di studiosi delle più svariate correnti

di pensiero (cito ad esempio Roubini tra i neoclassici, e

Graziani tra gli economisti critici). I dati di cui disponiamo

oggi sembrano avvalorare l’eventualità che nei prossimi

anni possa scatenarsi una crisi commerciale con possibili

epicentri in Italia e negli altri paesi del Mediterraneo,

vale a dire nei paesi in crescente disavanzo estero, soprattutto

rispetto alla Germania. L’Unione monetaria soffre

insomma di una struttura delle bilance commerciali fortemente

squilibrata, che potrebbe improvvisamente entrare

in crisi anche a seguito di uno shock esterno, come ad

esempio un boom del costo delle materie prime o una crisi

bancaria internazionale. Ora, noi sappiamo che i governi

dei paesi in deficit commerciale – in primis il nostro –

stanno cercando di rimediare a questi squilibri con la solita

ricetta dell’ortodossia neoclassica: da un lato comprimere

la spesa pubblica, in modo da contenere la domanda

e le importazioni; dall’altro comprimere i salari monetari,

in modo da compensare il divario di produttività e contrastare

quindi l’aumento del costo del lavoro per unità prodotta

delle merci esportate. Questa strategia deflazionista

però a quanto pare non funziona: basti notare che il deficit

nei conti esteri dell’Italia continua ad aumentare. Ora,

nel criticarmi, Halevi (18 agosto, «Liberazione») e altri

hanno sostenuto in modo forse ardimentoso che la deflazione

non funziona perché ormai il nesso tra prezzi relativi

e bilancia dei pagamenti non sussiste più. Ora, piacerebbe

anche a me che avessero ragione, ma al momento

questa idea non trova riscontri attendibili. È più probabile,

invece, che il mancato aggiustamento delle bilance sia

dovuto al fatto che nell’Unione monetaria la dinamica dei

salari monetari risulta abbastanza omogenea tra i paesi,

mentre l’andamento delle produttività tende a divergere.

In altri termini, la compressione salariale nei paesi cosiddetti

«periferici» non riesce a favorire il riequilibrio poiché

una compressione analoga si sta verificando anche nei

paesi «centrali», nonostante che in questi la produttività

cresca molto. Al pari dei lavoratori italiano e greco, anche

quello tedesco dunque non riesce più ad accaparrarsi gli

incrementi di produttività, sebbene nel suo paese questi

siano estremamente cospicui. Ora, se questo fenomeno

dovesse trovare conferme anche in futuro, faremmo bene

a dedicargli molte attenzioni. Infatti esso rappresenta al

contempo un potenziale fattore di crisi, ma anche un sintomo

di crescente omogeneità nei rapporti di forza in cui

versano i lavoratori europei, che potrebbe magari preludere

a una loro maggiore coesione rivendicativa. Se ci

pensiamo bene, da un punto di vista marxista è difficile

immaginare una contraddizione più feconda di questa, sul

piano sociale e politico. Ma per sfruttarla bisognerebbe lavorarci

su, e soprattutto iniziare a coordinarsi a livello europeo,

sia sul piano sindacale che partitico.

GIORGIO GATTEI

È troppo presto per dire se l’economia italiana abbia ritrovato

il sentiero dello sviluppo (intanto le stime sono

state riviste al ribasso). Quello che sembrerebbe invece

in ordine è il bilancio dello Stato, così che la prossima finanziaria

potrebbe essere (il condizionale è d’obbligo)

«a costo zero». I conti andrebbero così bene che l’obiettivo

dichiarato può essere l’azzeramento del disavanzo


per il 2011, come imposto dal sempre più nefasto accordo

di Maastricht (ma perché non costituire un movimento

a dimensione europea per cambiarlo?). Ora azzerare il

disavanzo significa che a quella data le spese statali saranno

coperte soltanto dalle entrate fiscali, perché il deficit

dovrà essere 0,0%. È una regola monetarista, che

ormai non trova oppositori, che sancisce il principio che

lo Stato spende solo in base a quanto i cittadini si fanno

tassare. E se non si vogliono le tasse? Niente spesa pubblica!

È questo il veleno delle campagne di stampa contro

l’eccessivo peso fiscale che finiscono per essere la copertura

della parola d’ordine neoliberista dello «Stato al

minimo» così che tutto sarà iniziativa privata e (se va

bene) sussidarietà – Stati Uniti docet.

Però, messa così, non la si racconta ancora tutta perché

tra le spese dello Stato pesano, e non di poco, gli interessi

sul debito pubblico che non si prevede affatto di azzerare

mediante, che so?, un «annulla il debito» (evidentemente

adatto solo ai cantanti e al Terzo mondo) che

portasse a quella «eutanasia dei rentiers» preconizzata in

altri tempi da Keynes. Ma oggi i rentiers sono «sacrosanti»

(e poi ricattano anche), sicché il loro diritto a percepire

interessi non si può discutere. Quindi, permanendo

la spesa per interessi, il pareggio del bilancio statale necessita

di un ammontare di entrate superiore alle «spese

pubbliche al netto degli interessi». Per questo servono

più tasse e meno servizi per formare quell’avanzo primario

che deve pagare gli interessi sul debito. Siamo così

tutti molto felici che, dopo 9 anni di riduzione, l’avanzo

primario possa riprendere a crescere grazie alla pressione

fiscale in aumento (dal 40,6 % del Pil nel 2005 al

42,3% del 2006)(p. 135), mentre la spesa pubblica corrente

ha segnato il passo: 44,5% del Pil nel 2005 e 2006

(p. 138). E la spesa per interessi? È aumentata dal 4,5%

del Pil nel 2005 al 4,6% nel 2006 (p. 138).

Si potrebbe comunque pensare che nel pagare quegli interessi

lo Stato trasferisca reddito nazionale dai cittadini

che pagano le imposte (che dovrebbero essere tutti) ai

RIVE GAUCHE

cittadini che hanno sottoscritto il debito, che sono soltanto

una parte ma comunque cittadini sono. Ciò però

non è proprio vero perché buona parte del debito è nelle

mani di investitori stranieri (anche fondi d’investimento

e fondi pensione americani) che approfittano di quell’avanzo

primario per portarsi a casa interessi senza

tasse. Messa così non è più soltanto una partita di giro interna,

ma una fuoriuscita di capitali che «saccheggia» la

ricchezza del paese, un’evenienza ben nota di cui ha

scritto Karl Marx nel Capitale: «con i debiti pubblici è

sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde

una delle fonti dell’accumulazione originaria di

questo o di quel popolo», così che quando il credito pubblico

(perché tale andrebbe meglio chiamato) «diventa il

credo del capitale, al peccato contro lo spirito santo, che

è quello che non trova perdono, subentra il mancar di

fede al debito pubblico». Guai dunque a deludere gli interessi

del debito, specie se alle viste c’è una nuova stagione

di «alti tassi del denaro» simile a quella di reaganiana

memoria. A meno che l’imprevista (?) crisi dei

mutui subprime non imponga invece di fargliela pagare

proprio a «bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori,

agenti di cambio e lupi di Borsa» (K. Marx).

63


64

GIORGIO LUNGHINI

In questo momento – ma in verità sempre – è molto difficile

fare previsioni: gli economisti possono fare buone diagnosi,

ma di rado fanno buone previsioni. Si può però dire

che proprio perché l’economia italiana dipende troppo dal

contesto internazionale, essa è un’economia strutturalmente

fragile; e che le prospettive economiche mondiali,

in particolare le prospettive di quella parte del mondo cui

siamo più legati, non sono affatto tranquillizzanti.

Il vero problema – ormai da quasi un secolo – sono gli Stati

Uniti. In uno dei suoi tanti scritti profetici, Keynes scriveva,

nel 1932, che: «il capitalista moderno è come un marinaio

che naviga soltanto con il vento in poppa, e che non

appena si leva la burrasca viene meno alle regole della navigazione

o addirittura affonda le navi che potrebbero trarlo

in salvo, per la fretta di spingere via il vicino e salvare se

stesso. Se gli Stati Uniti risolvessero i loro problemi interni,

ciò varrebbe come esempio e stimolo per tutti gli altri

paesi e dunque andrebbe a vantaggio del mondo intero.

Magari uno sguardo ravvicinato potrebbe attenuare il mio

pessimismo, ma guardando da lontano non riesco a immaginare

un corso degli eventi che possa risanare l’economia

americana nel futuro immediato».

RICCARDO REALFONZO

Credo che se non assisteremo a una svolta nella politica

economica del governo il futuro prossimo del paese sarà

sempre più cupo, soprattutto per i lavoratori. In primo

luogo, c’è da dire che la politica di «risanamento» non

produce alcun frutto. A una Finanziaria di rigore segue

un’altra Finanziaria di rigore, a un avanzo primario (l’eccesso

delle entrate pubbliche sulle uscite, interessi sul

debito a parte) segue un altro avanzo primario, con la conseguente

progressiva fuoriuscita dello Stato dall’economia,

lo svuotamento dello Stato sociale, la sempre più

grave carenza di beni pubblici. Secondo i piani dei «rigoristi»

questa politica dovrebbe proseguire, ai ritmi attuali,

almeno per 20-25 anni. Solo allora, infatti, una volta

che il debito fosse sceso alla tanto fatidica quanto del tutto

ingiustificata soglia del 60% del Pil, dichiarerebbero

compiuto il «risanamento», metterebbero fine alla successione

di avanzi primari e ci lascerebbero godere gli effetti

di un bilancio pubblico alleggerito del fardello del

debito. Solo che nel frattempo il sistema economico-produttivo

italiano risulterebbe tragicamente immiserito,

definitivamente smantellato, per non parlare degli inaccettabili

costi sociali di una politica di questo genere. Una

vera tragedia. In secondo luogo, la crisi commerciale c’è

già. In un articolo a firma mia e di Augusto Graziani apparso

su «Liberazione» il 10 settembre 2006, significativamente

intitolato L’alternativa alla politica di lacrime e

sangue, precisammo che il declino ha ormai portato al disavanzo

cronico della bilancia commerciale. E chiarimmo

che la strategia «moderata» per rispettare il vincolo

esterno (l’equilibrio dei conti con l’estero) punta sulle

politiche di bilancio restrittive e sul contenimento dei salari.

Infatti, le politiche di bilancio restrittive – la manovra

di abbattimento del debito – determinano una contrazione

della domanda interna e quindi dell’occupazione e

delle importazioni, contribuendo per questa via a migliorare

il saldo dei conti con l’estero; mentre il contenimento

dei salari determina una contrazione dei costi di produzione,

aumentando la competitività delle imprese e

quindi rilanciando le esportazioni. Si tratta di una strategia

che evidentemente scarica il prezzo del riequilibrio

della bilancia commerciale sui lavoratori. E questa sembra

essere, purtroppo, la strategia sulla quale il governo in

carica sta di fatto puntando. L’alternativa che noi proponiamo

consiste nello stabilizzare il debito rispetto al Pil (e

qui non posso non rimandare al ben noto appello degli

economisti che si trova sul sito

www.appellodeglieconomisti.com), rilanciare gli investimenti

nelle infrastrutture materiali e immateriali, rimettere

in piedi una politica industriale degna di questo

nome, valorizzare il lavoro. Insomma tentare una «via

alta» al rilancio della competitività, giocata su ricerca, innovazioni,

lavoro di qualità.


Al di là del caso italiano, è ricorrente la domanda

sulla tenuta in generale del sistema capitalistico,

sulla sua capacità di sopravvivere alle sue crisi e di

mostrarsi resistente ai progetti di trasformazione sociale.

Al riguardo della recente crisi di solvibilità,

indotta dallo scoppio della bolla speculativa e propagatasi

dal cuore dell’impero, qualcuno ha evocato la

crisi del ’29. In effetti, la finanziarizzazione dell’economia

ha accresciuto i punti di vulnerabilità dell’economia

capitalistica. Secondo Federico Rampini, con opportune

e severe correzioni, il mercato può recuperare

un suo fisiologico equilibrio; al contrario, Joseph

Halevi ritiene che la dimensione finanziaria e speculativa

è insita strutturalmente nel sistema capitalistico.

Non sembra una divergenza di poco conto.

RIVE GAUCHE

RICCARDO BELLOFIORE

Joseph Halevi ha assolutamente ragione. Non mi è difficile

essere d’accordo con lui. Su questo punto, come su tanti

altri, la sintonia con Halevi si è rafforzata negli anni, in un

dialogo ormai ininterrotto, a partire almeno da un convegno

che organizzai a Bergamo nel 1997 e a cui lo invitai. Lo

si è visto nelle due interviste uscite quest’estate su «Liberazione»,

che sono state entrambe attaccate da economisti

di grido e politici di rilievo come affette da «rassegnazione»,

e da «pessimismo» naturalmente «cosmico».

In privato, addirittura, non si sa perché, di «negrismo»

(cosa che ha un che di divertente: l’anno scorso, con Giovanna

Vertova, Halevi e io abbiamo condotto una polemica

proprio con il versante economico di questa ideologia

italiana, in cui sono intervenuti filosofi come Tomba e sociologi

come Sacchetto, o ancora Ferruccio Gambino e

Fabio Raimondi; gli economisti della Rive Gauche, ma non

solo, si sono fatti notare per il loro silenzio; e dire che il

tema trattato era proprio la precarietà del lavoro). In realtà,

però, forse una ragione c’è. Basta criticare i partiti della

sinistra così come sono, la loro politica, ricordare che il

cambiamento necessario non può che andare insieme a

una rinascita dal basso, invitare a smetterla di far finta che

lo scontento della «base» sia un mugugno di cui non si è

responsabili per le analisi e le scelte sbagliate degli ultimi

anni. A questo punto la vecchia tradizione «comunista»,

nel senso peggiore, si risveglia e vieni accomunato all’anti-politica,

o sei neutralizzato con il richiamo vuoto alla

psicologia.

Sul carattere specifico del capitalismo contemporaneo, e

sulla sua connaturata deriva finanziaria e speculativa, proprio

con Halevi avevamo già incentrato la nostra critica agli

economisti della Rive Gauche nel nostro contributo al convegno

di due anni fa, poi raccolto nel volume curato da Cesaratto

e Realfonzo. La crisi recente di questa estate la si

comprende solo su quello sfondo. Sempre con Halevi, in

continuità con quella nostra analisi, ho appena ultimato un

articolo per «Alternative per il socialismo» che tratta della

crisi dei mutui ad alto rischio. In un paragrafo di quello

scritto, la riconduciamo al quadro di insieme delle dinamiche

macroeconomiche degli ultimi decenni.

Il punto d’inizio non può che essere la svolta neoliberista

di Reagan e Volcker. La liberalizzazione dei movimenti di

capitale, la restrizione monetaria, lo smantellamento dello

stato sociale, la concorrenza aggressiva dei global player,

hanno messo in moto negli anni Ottanta una potente tendenza

stagnazionistica. La quota dei salari si riduce e gli investimenti

non crescono a sufficienza. Unica controtendenza,

i disavanzi pubblici eccezionali di Reagan, a furia di

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66

politiche a favore del complesso militare-industriale e di

sgravi fiscali per i ricchi. La congiunzione di politica monetaria

restrittiva e di politica fiscale espansiva negli Usa,

in contrasto con le altre aree, ha fatto balzare verso l’alto i

prezzi delle attività finanziarie, e ha determinato un differenziale

positivo dei tassi di interesse che produceva afflussi

di capitale e rivalutazione del dollaro in quel paese.

Si ingrossava così il disavanzo nel commercio con l’estero

americano: ma il «rosso» nei rapporti con l’estero non è

evidentemente un vincolo per un paese la cui moneta nazionale

è la valuta di riserva mondiale.

Queste dinamiche, accompagnate da numerosi scossoni

finanziari, non hanno instaurato subito un nuovo modello.

È solo alla metà degli anni Novanta – dopo un decennio

di politiche coordinate di svalutazione del dollaro,

e mentre si sgonfiava l’onda dell’alto costo del denaro

– che si assiste a un mutamento qualitativo di rilievo.

Quelle novità che con Halevi abbiamo sintetizzato nella

terna lavoratore «spaventato» – consumatore «indebitato»

– risparmiatore «terrorizzato», e quelle dinamiche

che hanno finito con il produrre una «sussunzione

reale» del lavoro alla finanza e al debito che retroagisce

sulle modalità dello sfruttamento in senso stretto.

Per capire queste novità conviene prendere le mosse dalla

new economy: non intesa come nuova ondata tecnologica,

ma come interazione «virtuosa», per gli Stati Uniti, tra

rinnovata politica del dollaro forte e politica monetaria di

fiancheggiamento alla nuova finanza da parte della Fed.

Le innovazioni finanziarie, accoppiate allo spostamento

dei risparmi globali dai mercati obbligazionari del debito

statale ai mercati azionari, attivano allora una bolla speculativa

nella speranza di profitti dell’economia virtuale

del tutto irrealistici. La centralizzazione del capitale finanziario

a Wall Street fu favorita dalla prolungata recessione

del Giappone e dalla stagnazione dell’Europa, intrappolata

tra riunificazione tedesca e unificazione monetaria

europea, e venne accelerata dalle varie crisi della

globalizzazione finanziaria. Grazie anche alla diffusione

dei fondi pensione in giro per il mondo, la moneta è affluita

sempre più negli Stati Uniti. L’euforia irrazionale

dei mercati diviene parossistica, sino a che il repentino

aumento dei tassi di interesse da parte della Fed a fine

1999 porta alla svolta nel marzo 2000.

La nuova «economia della borsa» va compresa nel quadro

macroeconomico globale e nel suo ruolo di dispositivo

di un efficace «keynesismo» finanziario. Fuori dall’area

anglosassone vige un eccesso del reddito sulla

spesa, in forza di politiche neomercantiliste forti o deboli,

all’insegna di deflazioni o svalutazioni competitive.

Acuta la necessità di trovare sbocchi alla produzione. Gli

Stati Uniti svolgono il ruolo di principale fornitore della

domanda globale. Questa domanda non può venire, per

definizione, dal canale estero. Nel 1995-2000 neanche

dal settore statale, in attivo sotto Clinton. Viene dunque

dal settore privato, famiglie e imprese, la cui bilancia finanziaria

va in passivo. In parte investimenti privati, in

parte più significativa consumi che superano il reddito

disponibile. Il meccanismo ebbe come perno la rivalutazione

delle attività finanziarie, in particolare le azioni, e

diede vita a rapporti prezzi/utili eccessivi. Banche e intermediari

trasformarono la ricchezza cartacea in spesa

senza fondo. Un effetto ricchezza che aumentò la componente

«autonoma» (cioè indipendente dal reddito corrente)

della domanda di consumi.

Il processo, insostenibile, si sgonfia nel 2000-01, mentre

riprende la svalutazione di lungo periodo del dollaro.

La crisi si è prolungata sino a metà 2003. Fu tamponata

con più moneta, spesa militare e meno tasse per i ricchi

(il vecchio «keynesismo» di cui molti hanno nostalgia).

Nel triennio, i disavanzi statali bruciarono 7 punti percentuali

di Pil. Il disavanzo della bilancia corrente intanto

peggiorava, raggiungendo il 7% del Pil nel 2005.

Tende ora al 5%: grazie al rallentamento dell’economia

americana, che migliora la bilancia commerciale; e alla

svalutazione di oltre il 20%, che favorisce l’indebitamento

netto, dato che le passività sono denominate in

dollari e le attività in valuta estera.

Visto che le imprese hanno ripianato i propri bilanci e

spendono meno del risparmio d’impresa, come è ripartita

la crescita? Grazie a una dose più robusta della stessa

droga, per far ripartire i consumi di famiglie ancor più

indebitate. Il mercato immobiliare, favorito dal crollo

dei tassi di interesse, è venuto in soccorso. Con prezzi

che salgono, e rinegoziazione dei mutui ipotecari a tasso

variabile, le case sono diventate un bancomat. Il deficit

finanziario delle famiglie (misurato come i loro risparmi

al netto dell’investimento residenziale) ha raggiunto il

4% del Pil, una novità assoluta nel dopoguerra. Come nel

1995-2000, non sarebbe potuto avvenire senza la compiacenza

della banca centrale. La Fed ha favorito la domanda,

prima sostenendo i prezzi dell’immobiliare, poi

per il tramite dei nuovi strumenti di credito finanziati

dalle banche commerciali. Una piramide la cui sostenibilità

si regge sulla continua disponibilità degli acquirenti

esterni di attività in dollari, in primis la Cina, di finanziare

il «buco» americano con l’estero.

Dal 2004 i tassi di interesse riprendono a salire, l’immobiliare

cede, e il meccanismo di trasmissione della nuova

politica monetaria si fa più perverso. Compaiono i subprime,

e si ingrossano sino a costituire, nel 2006, ben il


40% dei nuovi crediti ipotecari, e il 13% del totale. Bisogna

far entrare nel gioco le famiglie povere e il lavoro

precario, che non sarebbero in condizione di indebitarsi.

La sussunzione reale del lavoro al debito promette

l’accesso facile alla proprietà. Nessuno si curerà di chi

resta sul terreno. Ma quando le cose vanno male per il

debitore, il creditore non riesce a disfarsi della casa se

non a prezzi inferiori ai suoi impegni. E si avvia la crisi

che abbiamo descritto.

Non si capisce nulla del capitalismo contemporaneo se

non si ragiona dentro questo quadro (in Italia Luciano Gallino

è, di nuovo, chi sembra avere più coscienza di questa

dinamica). Né si capisce nulla di quel che succede e succederà

in Europa o in Italia se non legandolo a questo discorso.

Le politiche sul lavoro e sulle pensioni, per esempio,

nascono di qui. Il «keynesismo» reale è questo, oscillante

tra il bellico e il finanziario. Il capitalismo è questo virus, e

lo si affronta solo con politiche che mettano davvero in

questione questo meccanismo unico. L’appello al «conflittualismo»

incompatibilista, beh, fa sempre bene ma

lascia il tempo che trova. Come la discussione governo sìgoverno

no. Con Halevi non ci facciamo illusioni su quello

che porterà questo governo. La soluzione non sta però in

un’opposizione pura e semplice. Una controversia che di

nuovo oppone un politicismo a un altro. Sta, semmai, in

un’opposizione che sia in grado di avere anche una cultura

da classe dirigente, che ambisca a governare i processi.

Oppure si dimostri coi fatti e con i risultati, non con le parole

o le promesse, di poter ottenere che qualche punto essenziale

del proprio programma venga realizzato. E la si

smetta con una contrattazione continua e uno scontro

ideale esasperato che non porta a niente.

EMILIANO BRANCACCIO

La semplice dicotomia concettuale tra stabilità e instabilità,

tra equilibrio e crisi del capitalismo, non mi ha mai particolarmente

convinto. Di solito il concetto di «crisi» viene

dalle nostre parti declinato come un sintomo dell’instabilità

e quindi della debolezza sistemica del capitale. E invece,

soprattutto ai giorni nostri, accade spesso che la crisi agisca

paradossalmente da fattore di riequilibrio del sistema.

Pensiamo ad esempio alla crisi valutaria italiana del 1992.

La vendita in massa di titoli pubblici nazionali mise nell’angolo

i sindacati, e li costrinse ad accettare una compressione

della spesa e dei salari di tali proporzioni da rimediare

al deficit nei conti esteri. La crisi, insomma, può agire sul

grado di sfruttamento assoluto e relativo dei lavoratori, può

ridurre questi ultimi a variabile residuale del sistema e può

consentire, per questa via, di ripristinare l’ordine nelle

RIVE GAUCHE

condizioni di riproduzione del capitale. Si badi bene che

questa «crisi disciplinante» può riproporsi, anche in Italia.

Se il deficit nei conti esteri continua a crescere, potrebbe

diffondersi il timore di un’uscita del nostro paese dall’euro

e di una conseguente svalutazione. Il solo diffondersi

di un tale sospetto potrebbe attivare una massiccia

vendita di titoli pubblici, e di conseguenza anche i sindacati

più combattivi potrebbero esser messi alle strette, così da

ridurre il deficit estero attraverso una compressione dei salari

unitari ancor più violenta di quella del 1992. La prospettiva

è funesta, ma se si volesse davvero evitarla bisognerebbe

forse cimentarsi nel recupero e nell’aggiornamento

di una vecchia lezione di Lenin, a mio avviso non del

tutto obsoleta: imparare ad anticipare la crisi, per annunciarne

i rischi e per saperla poi sfruttare politicamente.

Personalmente ho cercato di approfondire la questione (11

e 22 luglio, «Liberazione»), ma riflessioni di questo tipo

mi sembrano ancora poco diffuse. C’è addirittura un certo

imbarazzo nell’affrontarle. Eppure la loro attualità è evidente,

così come è evidente che fino a quando non ci si attiverà

per anticipare le crisi, queste piegheranno sempre in

una direzione disciplinante e normalizzatrice.

GIORGIO GATTEI

La crisi di Borsa che si è aperta in agosto sarà per il capitale

appena un «turbamento» oppure il suo «crollo»?

Credo nessuna delle due. Certamente la crisi è gravissima

e avrà ricadute sull’economia «reale», proprio come è

stata la Grande crisi che nel 1929 ai commentatori appariva

appena finanziaria e circoscritta (poi s’è visto cos’è suc-

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68

cesso). Tuttavia essa potrà mettere alle corde il capitalismo

americano, non di certo il capitale nel suo complesso che

adesso vede diversi soggetti inediti in competizione come

Cina+India. E che ne potrà succedere?

Per gli Stati Uniti non mi pare che ne possano uscire senza

un’inversione radicale di tendenza che porti all’aumento

dell’imposizione fiscale per ripianare il bilancio federale e

alla svalutazione del dollaro per raddrizzare la bilancia dei

pagamenti. Però le imposte ridimensionerebbero quel

mercato interno americano che attualmente funziona da

luogo privilegiato della domanda globale, mentre la caduta

del dollaro lo spodesterebbe dal ruolo privilegiato di

moneta mondiale. Sarebbe un disastro per tutti, che quindi

proprio tutti si sforzeranno d’impedire.

Ma sarà proprio così? Fino all’altro ieri avrei detto di sì,

perché a fronte della crisi americana ci sarebbe stata la

vittoria dell’Urss nella «guerra fredda» con l’intero

«mondo libero» a farne le spese. Oggi però l’Urss non

c’è più e per il «mondo libero» la fedeltà all’America

non è più una virtù. Fino a ieri c’era poi anche il fatto che

al mercato americano e al dollaro mondiale non si davano

alternative. Ma ora potrebbe aprirsi il grande mercato

euro-asiatico, se Europa, Russia e Cina+India passassero

a uno sviluppo continentale integrato, e poi c’è l’euro

che, macinando guadagni sul dollaro, sconsiglia di

comprarlo. Insomma, può darsi che stiamo vivendo, più

che una crisi del capitale, un trapasso di supremazia capitalistica

dagli Stati Uniti all’Eurasia all’incontrario di

quello che dopo il 1945 portò alla detronizzazione (pacifica)

dell’Inghilterra e della sterlina estenuate dalla

«guerra dei trent’anni» contro la Germania. Può così

darsi che il XXI secolo non sia più americano e al proposito

raccolgo una notizia giornalistica passata in sordina:

«La Cina vende T-Bond Usa? È la sua “opzione nucleare”.

Un pesante calo nelle ultime cinque settimane del

possesso di titoli del tesoro americano (Treasury bonds)

ha fatto crescere i timori che Pechino stia silenziosamente

ritirando i propri fondi in dollari dai mercati degli

Stati Uniti» («Wall Street Italia», 7 settembre 2007).

GIORGIO LUNGHINI

È vero che il capitalismo è capace di metamorfosi, di trasformazioni

che però non ne intaccano il nesso interno,

cioè il rapporto tra capitale e lavoro salariato. Metamorfosi

che anzi sono intese a salvaguardarlo. L’esempio più

chiaro è stato proprio il fordismo, come risposta alla crisi

del ’29; e lo è anche questa globalizzazione, come risposta

alla crisi del fordismo. Quale sarà la prossima metamorfosi,

non lo so; ma credo che non avrà un bell’aspetto.

Circa i rischi della finanziarizzazione, cito di nuovo Keynes,

il Keynes della Teoria generale: «gli speculatori possono

essere innocui se sono delle bolle sopra un flusso

regolare di intraprese economiche; ma la situazione è

seria se le imprese diventano una bolla sospesa sopra un

vortice di speculazioni. Quando l’accumulazione di capitale

di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di

un casinò, è probabile che le cose vadano male. Se alla

borsa si guarda come a una istituzione la cui funzione sociale

appropriata è orientare i nuovi investimenti verso i

canali più profittevoli in termini di rendimenti futuri, il

successo conquistato da Wall Street non può proprio essere

vantato tra gli straordinari trionfi di un capitalismo

del laissez faire. Il che non dovrebbe meravigliare, se ho

ragione quando sostengo che i migliori cervelli di Wall

Street sono in verità orientati a tutt’altri obiettivi».

RICCARDO REALFONZO

Su questi temi preferisco continuare ad avere come punti

di riferimento i contributi di Marx, Keynes e Schumpeter.

Questi autori, insieme con la migliore e più recente

letteratura postkeynesiana e sul circuito monetario, ci

hanno insegnato che l’economia capitalistica possiede

una natura intimamente monetaria, attraversata da incertezza

sistemica, e quindi anche da una dimensione

speculativa, e non a caso procede lungo sentieri di sviluppo

ciclici e non lineari. Ormai sappiamo bene che

lungo la fase crescente del ciclo gli atteggiamenti speculativi

degli agenti – imprese e famiglie – si moltiplicano,

assecondati dagli intermediari finanziari e dalle banche,

facendo aumentare la fragilità finanziaria delle singole

imprese, anche delle famiglie, e del sistema nel suo insieme.

E sappiamo anche che in fondo il capitalismo non

è riformabile, ma che lo Stato può ridurre gli scossoni e

le crisi cicliche attraverso l’intervento diretto nell’economia

e la regolamentazione dei mercati. Le vicende di

questi giorni, con la crisi dei mutui subprime, mostra ancora

una volta quanto sia fallace il mito liberista della

piena libertà dei mercati, con i suoi assunti della perfetta

informazione e della perfetta razionalità, con il suo

mito dello sviluppo in equilibrio. In realtà i mercati finanziari

dovrebbero essere regolamentati più intensamente,

anche impedendo l’emissione di strumenti derivati

ad alto rischio. I movimenti interni e internazionali

di capitale, non associati allo scambio di merci e servizi,

dovrebbero essere maggiormente controllati e limitati.

E, naturalmente, la politica fiscale e la politica monetaria

dovrebbero essere libere dai lacci in cui i modelli neoliberisti

tendono a imbrigliarle.


Con il mutamento epocale del 1989, la crisi dei modelli

social-democratici ha accompagnato l’eclissi del

cosiddetto «socialismo reale». Anche a sinistra il

«piano» è caduto in disgrazia, a tutto vantaggio dell’idea

di «mercato», seppure regolato. Per chi oggi –

nel mondo occidentale – fa riferimento a un impianto

analitico marxiano, ciò è nella sostanza espressione

di una sconfitta «di classe». Analogamente, quanti

non ritengono Keynes una sorta di residuo archeologico

sopravvissuto alla globalizzazione capitalistica

vedono in tali sviluppi il presupposto di una verticale

regressione sociale. È qui in gioco un pezzo essenziale

dell’identità di una critica del modo di produzione

capitalistico.

RIVE GAUCHE

RICCARDO BELLOFIORE

Credo, a questa domanda, di avere già risposto. Keynes è

autore di grande utilità per capire gli aspetti monetari e

finanziari, l’inadeguatezza della domanda effettiva, il

ruolo di aspettative e incertezza, l’insufficienza di domanda

effettiva nel capitalismo «puro», la disoccupazione

di massa come stato permanente, la povertà in

mezzo all’abbondanza, il costitutivo disequilibrio che caratterizza

il capitalismo. Ma lui, come le politiche economiche

costruite e costruibili dentro il suo quadro, resta

in un ambito borghese. Solo una ridefinizione strutturale

della domanda, ma anche dell’offerta, può superarne i

limiti intrinseci. Lo sapevano molto bene Joan Robinson

e Hyman Minsky negli anni Sessanta e Settanta, critici

interni del keynesismo realizzato, che non scambiavano

certo per l’anticamera del comunismo. Per quel che riguarda

Marx, poi, in Italia davvero nessuno se ne preoccupa

più, se non come filosofo: e, veramente, a quel

punto Marx è ridotto a un classico o a oggetto di studio filologico

che non mi interessa. Riprendere la critica dell’economia

politica significa peraltro stare dentro la teoria

del valore, dentro l’essenzialità del denaro come capitale.

Queste cose, per alcuni economisti della Rive

Gauche, sono un «pantano» e nulla più.

La domanda fa riferimento a un primato del «mercato»,

pur regolato, nella cultura prevalente nella sinistra cosiddetta

moderata (ma è poi ancora sinistra?). È un buon

punto di partenza, se si sviluppa sino a criticare il tic tipico

di tutti, non ultimi il vecchio «Ernesto» e ora «Essere

comunisti» (vedi i contributi di Burgio), che parlano

sempre di liberismo o di neoliberismo come se fosse

la riedizione del laissez faire. Quel liberismo non è mai

esistito davvero. Oggi la retorica liberista dilaga nel centro-sinistra,

anche in conseguenza del risultato elettorale

risicato, sicché economisti di quell’impronta hanno

larga eco. Ma il liberismo non è però più da tempo un’opzione

reale, se mai lo è stato davvero.

69


70

Il neoliberismo, vedi Bush e Berlusconi, protegge i monopoli,

usa i disavanzi del bilancio dello Stato e fa aumentare

il debito pubblico senza problemi. È selvaggiamente liberista

sul mercato del lavoro e contro lo stato assistenziale,

questo sì. I social-liberisti, dal canto loro, si credono

per più mercato e più stato perché vogliono liberalizzare

per riregolamentare. In questo sono, per un verso, più liberisti,

sul mercato dei beni e dei servizi. Ma sono anche,

per l’altro verso, per un welfare universalista, per una

qualche redistribuzione, per politiche industriali e del

credito basate su incentivi e disincentivi. Cercano di

riempire l’ampio spazio che si apre secondo loro tra liberismo

e statalismo vecchio stampo. I primi si rifanno al

monetarismo e alla nuova macroeconomia classica, ma

più ancora agli austriaci Mises e Hayek. I secondi, partono

da quell’«imperfezionismo» alla Stiglitz che nega

l’utilità dell’equilibrio economico generale walrasiano

come guida al come funzionano i mercati nella realtà.

Siamo ben lontani dalla social-democrazia, ma anche da

Keynes. Però, sia chiaro, tutti usano le politiche keynesiane

quando ce n’è bisogno. Di nuovo, la sinistra ha su questo

un’arretratezza culturale spaventosa, non sa cosa sia

oggi il dibattito vero in economia o in politica economica.

Lo dimostrano come meglio non si potrebbe la gran parte

degli interventi degli economisti sulle pagine de «il manifesto»

e di «Liberazione», un giorno sì e l’altro pure.

EMILIANO BRANCACCIO

Io non so se la critica del capitale ponga effettivamente un

problema di «identità». È chiaro che la pianificazione socialista

o anche la socializzazione degli investimenti possono

rappresentare delle valide prospettive attorno alle

quali riunirsi, soprattutto se si riuscirà nuovamente ad approfondire

il nesso tra queste forme di organizzazione

delle relazioni economiche e le forme di espressione della

democrazia. Contrariamente al mercato capitalistico, infatti,

la pianificazione potrebbe costituire un vettore delle

più grandi e disattese istanze di emancipazione sociale,

dalla tutela dell’ambiente alla lotta al patriarcato. Ma al di

là del discorso sugli obiettivi di riferimento, io credo che la

critica del capitalismo, almeno da un punto di vista marxista,

ponga in primo luogo un problema di metodo. Quel

che oggi manca ai movimenti anticapitalisti è un metodo,

vale a dire un criterio di analisi e di anticipazione degli avvenimenti

concreti. La questione dell’efficacia del metodo

di analisi è assolutamente cruciale dal punto di vista politico.

Ad esempio, sempre riguardo alle vicende europee, io

prima ho sostenuto che la duplice tendenza alla convergenza

dei salari e alla divergenza delle produttività potrebbe

rappresentare una contraddizione feconda sul piano

politico. Tuttavia un buon metodo di analisi potrebbe farci

scoprire che la divergenza delle produttività stia avanzando

più speditamente della convergenza nelle retribuzioni e

nelle condizioni di lavoro. Questo significherebbe che la

crisi e la relativa normalizzazione dei sindacati possono

sopraggiungere ben prima che si creino le condizioni per

un ricompattamento del movimento dei lavoratori a livello

europeo. La notizia non sarebbe delle migliori, ma mi

pare sia meglio essere a conoscenza di simili evenienze

piuttosto che continuare imperterriti a brancolare nel

buio. Se non altro, saremmo ancor più consapevoli del

fatto che l’ingranaggio dell’euro deve ancora dispiegare i

suoi effetti più repressivi, e che forse, per sperare in un

rafforzamento della sinistra europea, non ci si può limitare

ad attendere che i movimenti dei lavoratori convergano

spontaneamente, «dal basso», senza una guida politica

capace di anticipare gli eventi.

GIORGIO LUNGHINI

Di questo esito è responsabile la stessa sinistra, che ha

rinunciato senza ragione ai suoi riferimenti teorici classici,

Marx e Keynes, e ha aderito frettolosamente alla visione

oggi imperante di un capitalismo del laissez faire

capace di autoregolarsi: una visione priva di qualsiasi

fondamento teorico robusto e foriera di gravi guasti economici,

sociali e politici. È anche un segno di provincialismo,

poiché in nessuna parte del mondo c’è oggi uno

stato liberista.

RICCARDO REALFONZO

Continuo a pensare che Marx e Keynes siano vivi e quanto

mai utili per capire e per agire. Ed è per questo che occorre

tornare faticosamente a evidenziare i tanti fallimenti

del mercato e la necessità dell’intervento pubblico,

della programmazione economica, del piano.


In questo quadro – a dispetto degli esiti referendari

registrati a suo tempo in Francia e Olanda – il progetto

europeo conferma nei fatti l’ispirazione e le politiche

neoliberiste. E, al di là della «retorica europeista»,

va consolidandosi una conduzione comunitaria

a misura degli stati più forti (in primo luogo, Germania

e Francia). Al punto che Valentino Parlato, già nel

convegno di due anni fa, prospettava per una politica

delle sinistre la necessità di una scelta netta: o si

procede nella democratizzazione del suddetto progetto,

in direzione di un’«Europa dei popoli», o è meglio

tornare a dare forza e autonomia ai governi nazionali.

Una tale alternativa non si pone oggi con

maggior radicalità?

RIVE GAUCHE

RICCARDO BELLOFIORE

No, quella proposta da Valentino Parlato è una falsa alternativa.

La categoria di «popolo» è tra le più ambigue che

conosca. Una sinistra autentica dovrebbe ripartire da una

analisi di classe del capitalismo contemporaneo, e delle

trasformazioni in Europa, quella cui ho accennato nelle

risposte precedenti. Un’esigenza del genere è stata affermata

all’inizio di questa estate tanto dallo stesso Parlato

quanto da Rossana Rossanda. Bene, non si capisce perché

il loro giornale, che non è un giornale qualsiasi, non

se ne faccia promotore. Idem per «Liberazione», che

sembra procedere sul terreno dell’economia con un approccio

di tipo «pluralista» nel senso più deteriore: i

tecnici dicano quello che vogliono, tanto la sintesi la tirano

altri. Il punto è che una «analisi di classe», una volta

fatta, imporrebbe scelte diverse, vincolerebbe le mani.

Né si può pretendere che gli intellettuali che vi mettono

mano non abbiano una loro politicità, non pongano una

sfida cui occorre rispondere.

Le politiche «nazionali» in Europa certo che ci sono. Ma

dal lato della classe operaia, come dal lato del capitale,

non si può non osservare come «centri» e «periferie»

divengano trasversali, e così la catena della creazione di

valore in senso marxiano. Qualcosa che non si può pensare

scorra lungo i confini delle «nazioni». Bisognerebbe

allora avere il coraggio di dire che una sinistra autentica

esiste davvero solo se ha un progetto di trasformazione radicale,

e se è a partire da questo che va a una dialettica con

i «social-liberisti». E che dunque, come dice Lafontaine,

va al governo se su qualche punto discriminante del suo

programma quel governo si impegna. Insomma, non vedo

in nessun partito o aggregazione un discorso veramente

europeo e di classe, se non a parole. Occorre abituarsi all’idea

di una lunga marcia attraverso le contraddizioni

reali per tornare a poter incidere davvero, smetterla con i

cortocircuiti. Questi errori sono stati condivisi da praticamente

tutti a sinistra, inclusa l’area dell’Ernesto. Sulle

questioni che stiamo discutendo, si è appiattita, senza distinguo,

alle analisi più correnti sul terreno dell’economia,

che non hanno con tutta evidenza portato da alcuna

parte. Ricordo bene come, quando posi più o meno queste

questioni nella discussione al Cpn sulle Tesi del Prc, a fine

2001, la reazione fu una simmetrica sordità, tanto della

maggioranza di allora, quanto degli emendatari. Mi votò

praticamente solo il compianto compagno Rigacci, uno

che sulle questioni dell’economia – come Maitàn – darebbe

molti punti agli economisti vicini al partito. Si vede che

avevo torto.

71


72

EMILIANO BRANCACCIO

La contrapposizione tra europeismo e neonazionalismo

viene presentata troppo spesso in modo semplicistico.

Stando all’esperienza passata, credo sia lecito ritenere che

la strada verso un’Europa più unita e democratica possa

essere imboccata solo attraverso un maggior protagonismo

dei paesi periferici. Il problema della maggiore forza

e autonomia dei governi di questi paesi dunque si pone, e

indubbiamente potrebbe esser fonte di complicazioni e di

contrasti. Ma sarebbe ingenuo o strumentale considerare

i conflitti interstatuali necessariamente disgreganti.

Nulla toglie che essi possano invece rivelarsi il giusto stimolo

per la ripresa del processo di unificazione politica

europea. A ogni modo, è chiaro che i governi dei paesi periferici

potranno acquisire maggiore forza solo se si rendono

più autonomi rispetto al vincolo di bilancia dei pagamenti

con l’estero (che non si vede più ma esiste eccome).

Ciò può esser conseguito tramite una politica

protezionistica, della quale mi farebbe senz’altro piacere

discutere ma che non mi pare sia all’ordine del giorno.

Oppure, si può cercare di allentare il vincolo dei conti

esteri attraverso un allentamento del vincolo dei conti

pubblici, e un utilizzo delle risorse statali per un programma

di politica industriale selettivo, fondato sull’intervento

pubblico negli assetti proprietari e orientato all’esportazione

(questo, in sostanza, era il progetto insito

nell’appello degli economisti contro l’abbattimento del

debito). Si noti che, in misura più o meno radicale, tutte le

soluzioni menzionate richiedono la violazione di almeno

alcune delle regole europee (dal patto di stabilità alle

norme sulla concorrenza e sugli aiuti di stato). Ma il problema

chiave non è di ordine politico-istituzionale. Il

problema di fondo è di capire se c’è il margine economico

per agire in questa direzione. A tale riguardo, dall’esame

della reattività dei tassi di interesse si scopre che questi

sono scarsamente sensibili alla dinamica dei conti pubblici

mentre risultano abbastanza condizionati dalla dinamica

dei conti esteri. Dunque, contrariamente a quel che

si pensa, se vogliamo capire quanto margine abbiamo,

dobbiamo spostare l’attenzione dal deficit pubblico al deficit

commerciale. Se l’allentamento del vincolo sul deficit

pubblico viene sfruttato nel modo giusto – che è quello

di accrescere i parametri di competitività nazionale –

allora è possibile che il conseguente ampliamento del deficit

commerciale venga assorbito prima di un attacco

speculativo sui titoli pubblici nazionali, o comunque in

tempo utile per evitare un’eccessiva instabilità finanziaria.

Sarebbe un sentiero stretto, non particolarmente agevole.

Eppure la ferma volontà dei paesi «periferici» di

imboccarlo potrebbe aprire in sé nuovi scenari, magari

pure convincendo la Germania e gli altri paesi «centrali»

della necessità di costituire un ampio bilancio pubblico

europeo per salvare il processo di unificazione. Ma, soprattutto,

rinunciare a questa opzione politica alternativa

significherebbe proseguire lungo la nefasta e già ampiamente

sperimentata via crucis della deflazione, questo vediamo

di non dimenticarlo mai.

GIORGIO LUNGHINI

Penso anch’io che la prospettiva auspicabile sia quella di

un’Europa degli Stati-nazione anziché di un mercato

dell’Europa, ma non ne vedo le premesse politiche e culturali.

RICCARDO REALFONZO

Purtroppo temo che la grande speranza in quello straordinario

progetto di pace e solidarietà che chiamiamo

«Europa dei popoli» rischi di tramontare. Sappiamo sin

troppo bene, infatti, che il Trattato istitutivo dell’Unione

Europea ha prospettato un modello ben diverso, incentrato

sulla moneta e sul mercato. Un modello che ha preteso

la progressiva fuoriuscita dello Stato dall’economia,

l’indebolimento dello stato sociale, nonché una politica

monetaria che guarda con ostilità alla piena occupazione,

perché foriera di spinte salariali e conseguenti rischi inflazionistici.

Tutto ciò ha determinato una significativa

crescita degli squilibri e delle disuguaglianze. Le aree

centrali e sviluppate sono diventate più ricche e congestionate,

le aree periferiche e sottosviluppate più povere

e desertificate; i profitti e le rendite sono aumentati, i salari

si sono contratti; l’occupazione non è aumentata e

invece si sono intensificati i flussi migratori. Eppure, per

quanto tutto ciò abbia del paradossale, la moneta unica e

l’abbattimento delle barriere alla circolazione delle

merci avrebbero effettivamente potuto costituire il volano

per un nuovo modello di sviluppo, per l’«Europa dei

popoli». Con l’adesione alla moneta unica l’Italia e gli

altri stati d’Europa hanno perso la sovranità monetaria,

hanno rinunciato a importanti strumenti di politica economica,

hanno accettato una serie di vincoli alle politiche

di bilancio. Oggi non solo siamo lontani anni luce

dall’«Europa dei popoli», ma abbiamo anche vincolato

l’azione dei governi, e abdicato pezzi di democrazia economica

a favore delle tecnocrazie della moneta unica.


Il convegno della Rive Gauche aveva provato a fornire

indicazioni circa la politica economica che un governo

progressista dovrebbe proporsi di attuare. Il

fatto che, nella sostanza, nel nostro paese non si sia

dato seguito a quelle sollecitazioni dipende da un difetto

di ascolto da parte del versante moderato

della coalizione di governo oppure esistono impedimenti

«strutturali» al concretizzarsi delle suddette

politiche? In altri termini, quale spazio c’è oggi – oggettivamente

– per politiche progressiste?

RIVE GAUCHE

RICCARDO BELLOFIORE

Di nuovo, la domanda mi sembra malposta. È ovvio che

esistono impedimenti «strutturali»: si chiamano rapporto

di classe e relazioni di potere, ma ci si dovrebbe

muovere per cambiare lo stato di cose esistente, no? La

domanda non considera neanche la possibilità che le

«sollecitazioni» sulla politica economica avanzate dagli

economisti della Rive Gauche fossero superficiali e sbagliate.

Ed è infatti questa la vera risposta. Non può non

colpire che nelle vostre domande la questione su cui più si

sono impegnati gli economisti della Rive Gauche più presenti

su «il manifesto» e «Liberazione», ma anche sul

vecchio «Ernesto» e ora «Essere comunisti», quella

della battaglia sul debito pubblico, compaia marginalmente,

sullo sfondo. D’altronde, è così nello stesso articolo

che annuncia un secondo convegno di economisti

promosso da «il manifesto» a Roma, di Leon e Realfonzo,

dove non vi si fa praticamente cenno. Peraltro, si parla

solo del neoliberismo, come se il social-liberismo non

esistesse, e la crisi economica che dagli Usa rischia di tracimare,

anzi lo ha già fatto, merita una riga come se non ci

riguardasse, e non avesse a che vedere con le questioni

della precarietà o delle pensioni.

Quella che si è fatta sul debito pubblico è stata per due anni

una battaglia «gridata», su un approccio in fondo contabile

al pari di quello della controparte: meglio la «stabilizzazione»

del «risanamento finanziario». Questo lo sappiamo

tutti. Ma è chiaro che la stabilizzazione di per sé non

comporta alcun avvio di una diversa politica economica, è

all’insegna di un’illusoria riduzione del danno. Un ministro

bravissimo di suo, come Paolo Ferrero, si è in qualche

misura sganciato. E si è attestato sulla linea del Piave dell’attuazione

del programma. Costretto a questo punto a sostenere

una tesi altrettanto debole: quella di spalmare il rigorismo

su due anni. Illusoria, la pretesa riduzione del

danno, perché la parola d’ordine della stabilizzazione è debole,

tanto sul terreno dell’analisi, quanto sullo stesso terreno

immediatamente politico, di una proposta efficace.

Sul terreno dell’analisi, dei contenuti, perché la sinistra

dovrebbe, come ho detto, partire lei all’offensiva, non

farsi mettere nell’angolo. Pretendere lei di partire dai

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74

problemi del «declino» economico e sociale da cui è iniziata

la nostra conversazione. Denunciare lei l’inaccettabilità

del come sono articolate spesa pubblica ed entrate

statali, la qualità a rischio della nostra specializzazione

produttiva, i limiti seri della nostra posizione verso

l’estero, il pericolo del degrado strutturale che ne consegue.

Dunque, presentarsi lei con una qualche proposta di

dove e come intervenire, in un’ottica meno debole di

quella della cosiddetta via alta alla produttività (ne ho

scritto con Garibaldo su «il manifesto»). Se no i discorsi

sulla programmazione, sulla lotta alla precarietà, la

stessa battaglia contro la controriforma delle pensioni e

lo scippo del Tfr, su un pieno impiego di qualità, sono

tutti fiato sprecato.

Muoversi in quest’altra direzione (che va preparata da un

lavoro vero: e un lavoro vero prende tempo, sta lontano

dai riflettori, non si esaurisce in articoli, convegni e presenza

mediatici, che vengono dopo) comporta una politica

di maggiore spesa per «investimenti» pubblici in

senso lato. È chiaro che con questa struttura dell’imposizione

fiscale, si determina un peggioramento, nell’immediato,

del rapporto disavanzo/Pil. A medio-lungo termine,

però, se le politiche sono ben disegnate, il denominatore

aumenta. Ovviamente ciò deve avvenire con

una composizione della produzione che segnali l’impronta

di sinistra, ed è qui che per esempio divengono

essenziali l’ottica ambientalista e anche quella femminista:

dovremmo smetterla di vedere queste questioni

come separate, si tratta di far vivere la questione di genere

e quella della natura dentro il proprio orizzonte di

cambiamento dei modi dello sviluppo economico. È il

cosiddetto «paradosso della produttività», che risale in

fondo a Schumpeter. Per aumentare la produttività, per

innovare, prima devi finanziare una politica di investimenti

che avrà effetti, darà frutto, solo nel futuro.

A questo punto, se ti contrappongono l’esigenza di evitare

un aumento del disavanzo, beh, si può replicare che si

vadano a cercare delle entrate altrove che nel mondo del

lavoro, che una politica di spesa pubblica è produttiva eccome.

Graziani ha spesso ricordato che gli stessi parametri

di Maastricht non impediscono affatto una politica

espansiva, visto che un aumento delle spese finanziato da

entrate di pari ammontare accresce reddito e occupazione.

Su questa linea si sarebbe evitata la situazione prevedibile,

e che si è poi effettivamente verificata, che la battaglia

sul debito sarebbe stata etichettata come la solita da

parte di una sinistra che difende l’esistente, insensibile

ai problemi strutturali. Ammettiamolo, non del tutto a

torto. D’altronde quello che chiedono i partiti della sinistra

e qualche sindacalista è un po’ di respiro: si può ca-

pire, ma è cortoterminismo anche quello. Come ha detto

con efficacia, qualche tempo fa, Giorgio Lunghini: nel

breve periodo siamo tutti morti, anche e soprattutto a sinistra.

La carica distruttiva del capitalismo odierno non è

certo frenata dal piccolo cabotaggio.

Non è un caso che a Salvati, che ha posto da destra questi

problemi, gli economisti della Rive Gauche non hanno saputo

replicare praticamente niente. Avevamo in realtà risposto

in anticipo due anni fa Halevi e io, nel contributo

al convegno e poi volume di Rive Gauche. E su «il manifesto»

abbiamo controbattuto Garibaldo e io, in un articolo

sui nodi strutturali che ho messo al centro delle risposte

in questa intervista. Essere «rassegnati» significa

prendere questi ragionamenti sottogamba, come un discorso

di utopia. Mi è stato detto a ripetizione, nei vari

dibattiti a cui ho partecipato dall’anno scorso: sei, come

Halevi, un «esagerato». Gli investimenti pubblici, sì, va

bene, ma in realtà non si sa cosa siano. E comunque non

ci sono le condizioni politiche. Se la sinistra non sa come

dare carne e sangue a un discorso sulle politiche strutturali,

è chiaro che perde. Perde per molte ragioni, ma


anche perché non ha veri argomenti, non conosce i processi

strutturali, non sa come ragionano gli altri.

Claudio Napoleoni nel 1987, in un intervento a un convegno

del Cespe, e pur all’interno di una impostazione

piena di limiti, in parte subalterna alla sirena del «risanamento»,

non ha però mai perso di vista un punto essenziale

senza del quale non c’è politica economica di sinistra.

Che si deve intervenire sulle questioni della spesa

pubblica e del debito solo «all’interno di una operazione

più complessiva che abbia come suo punto di partenza un

punto immediatamente mobilitante: quello della redistribuzione

del reddito». E aggiungeva subito che «le

operazioni che si intendono fare mediante il bilancio

pubblico sono quelle volte allo spostamento in avanti del

vincolo interno»: in altre parole, che spazi per una diversa

distribuzione del reddito si aprono soltanto se

contemporaneamente si rimette in questione, a partire

dalle politiche statali di spesa, la struttura economica e

produttiva, se dunque con quelle politiche si allenta

anche il vincolo «esterno». E questo, se deve avere contenuti

di sinistra, richiede una vera e propria rivoluzione

culturale. Richiede «di mutare in maniera radicale le

prospettive, gli obiettivi e perciò anche gli strumenti, di

contrapporre veramente al modello degli altri un altro

modello». La sinistra, quest’altro modello, ce l’ha o no?

O si tratta di parole da spendere come moneta ormai svalutata

senza dar loro un contenuto, prima o poi?

Uno come me, che è «pessimista» e «rassegnato», e per

qualcuno poco meno o poco più che un traditore perché

non convinto dall’economia della Rive Gauche, non capisce

come sia possibile che Sarkozy possa dire e fare quello

che da noi la sinistra non ha il coraggio nemmeno di

bisbigliare a Prodi e Padoa Schioppa. Si tratta in fondo

dell’ex Presidente della Commissione Europea e di un ex

banchiere centrale della Banca Centrale Europea. Dovrebbero

spendere il loro prestigio in Europa per far accettare

un serio programma di intervento strutturale,

anche se all’inizio finanziato in ulteriore disavanzo.

Questo avrebbe almeno potuto, e dovuto, chiedere la sinistra,

se fosse giunta all’appuntamento preparata sul

piano programmatico. Così, alla resa dei conti, risulta

più coraggioso – oggi come nel 1998 – Prodi con il suo

discorso sull’utilizzo in Europa, a fini di investimento,

dell’eccesso di riserve in oro delle banche centrali. Vola

diecimila volte più alto della sinistra.

Né ci si può nascondere che la battaglia condotta da alcuni

dei promotori dell’appello degli economisti, quelli più

presenti sui giornali della sinistra, è stata pressoché integralmente

autoriferita in modo imbarazzante, una

sorta di grandiosa autopromozione di ceto. Non ci vuole

RIVE GAUCHE

molto a provarlo. Si vada sul sito

www.appellodeglieconomisti.com, e si contino, tra i soli

suoi firmatari, gli interventi raccolti (articoli, interviste,

radio o televisione) dopo il lancio dell’appello sotto la

rubrica «il dibattito». I dati sono questi: Emiliano

Brancaccio, Università del Sannio, 19 ricorrenze: Riccardo

Realfonzo Università del Sannio, 14 ricorrenze;

Luigi Cavallaro, editorialista, 4 ricorrenze; Guglielmo

Forges Davanzati e Rosario Patalano, 3 ricorrenze ciascuno;

Paolo Leon, 2 ricorrenze; Artoni, Bosco, Cesaratto,

Graziani (con Realfonzo), Palermo, Romano: 1. Se si

tiene conto che Forges Davanzati e Patalano, di altre sedi

universitarie, sono però legati da una lunga collaborazione

a Realfonzo, gli interventi di quello che il «Corriere

della Sera» ha denominato l’Mit del Sannio ammontano

a 39 ricorrenze (senza Forges Davanzati e Patalano, sono

comunque 33). Gli altri firmatari sono intervenuti, o per

lo meno i loro interventi sono stati registrati, per 12 ricorrenze

(con Forges Davanzati e Patalano si arriverebbe

in ogni caso a 18). Si noti che uno dei quattro primi promotori,

Ciccone, non compare tra gli interventi. Né è intervenuto

in alcun modo, che non sia la firma dell’appello,

Garegnani.

Lasciamo perdere dunque il versante «moderato» della

coalizione, come lo chiamate, che non è comunque rinchiudibile

nella caricatura che se ne dà nella polemica

giornalistica su il «il manifesto» e «Liberazione», e

neanche nei contributi che ho letto sul vecchio «Ernesto»

o su «Essere comunisti». E d’altra parte, se gli economisti

della parte «moderata» della coalizione fossero

tutti «bocconiani» e «neoliberisti», magari «un po’

meno», davvero non capisco come si possa aver pensato

di andarci al governo insieme. Qui il problema sta nella

sinistra. Come anche nella debolezza intrinseca, su diversi

piani, dell’appello. E sta nel fatto che un certo

modo di fare l’economista di sinistra, «consigliere del

principe», è ormai giunto al capolinea.

EMILIANO BRANCACCIO

Non definirei «moderato» il nascituro Partito democratico.

Quel partito resta fedele alla deflazione da salari e da

domanda per rimediare al deficit commerciale. In esso

cova da tempo il desiderio di una resa dei conti con le

frange più combattive del sindacato, magari proprio attraverso

una «crisi disciplinante». Non mi pare che in

questo anno e mezzo di governo le forze della sinistra abbiano

avuto la possibilità concreta di scalfire l’egemonia

dei cosiddetti «democratici» nel campo prioritario della

politica economica. E non credo proprio che un convegno

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76

e un appello come i nostri, pur lodevoli, pur tempestivi sul

piano politico, potessero cambiare lo stato dei rapporti di

forza. L’unità degli economisti della Rive gauche, le loro

iniziative, nel loro piccolo stanno sicuramente aiutando a

fare chiarezza, e stanno mettendo in seria difficoltà gli

esponenti dell’ortodossia liberista, i quali vedono finalmente

un po’ scalfito il privilegio di poter diffondere il

loro verbo senza alcun contraddittorio (a titolo di esempio,

mi permetto di segnalare il confronto che ho avuto

con Giavazzi e Ichino in tema di precarietà, su «Liberazione»

dell’1, 4, 6 e 8 settembre). Questa rinnovata dialettica

ci ha permesso anche di dare la sveglia ai numerosi

esponenti e opinionisti della sinistra che si erano lasciati

condizionare dai falsi dogmi dell’ideologia

dominante, e che per questo motivo avevano preso ormai

una velleitaria deriva etico-sentimentale (del tipo: le leggi

economiche proprio non le conosco, ma le considero

brutte e cattive). Ma al di là di questi pur apprezzabili risultati,

l’illusione che delle belle teste pensanti si siedano

a un tavolo, scrivano un gran programma e grazie a questo

arrivino a cambiare il mondo la lascio volentieri all’amico

Bellofiore, che si professa «marxiano» ma che spesso

cade, curiosamente, in un idealismo alquanto ingenuo.

Come ho detto e ripetuto, un’analisi accurata e un programma

efficace ci servirebbero senz’altro, ma uno spazio

per la politica economica alternativa potrà emergere solo

dalla capacità di impiegare le conoscenze acquisite al fine

di sfruttare la prossima congiuntura, la prossima emergenza.

Pertanto la questione prioritaria è la seguente: se

domani all’improvviso ci trovassimo nel bel mezzo di un

momento «emergenziale», saremmo noi in grado di

sfruttarlo, di piegare la direzione degli eventi secondo i

nostri scopi? Io credo proprio di no, credo che risulteremmo

ancora una volta impreparati e sguarniti, come nel

1992. È questo il grave problema politico sul quale bisognerebbe

concentrarsi e lavorare. A partire forse da un

interrogativo: fino a che punto si possono condividere le

responsabilità di governo con degli alleati che puntano

alla deflazione e che magari passerebbero volentieri per

una «crisi disciplinante»? Visto che a sinistra non è ancora

maturato un effettivo potenziale egemonico, mi domando

molto sommessamente se non sarebbe opportuno

assumere una posizione più critica e defilata rispetto a gestioni

di cui non abbiamo ancora visto il lato più oscuro, e

che al momento non abbiamo la forza di cambiare.

GIORGIO GATTEI

Scrive Marx che le parole d’ordine economico della Comune

di Parigi (1871) furono l’abolizione della proprietà

privata dei mezzi di produzione, da sostituirsi con la proprietà

collettiva degli stessi, e l’abolizione dell’anarchia

del mercato, da sostituirsi con una direzione di piano. La

sinistra del Novecento ha portato avanti queste due

«bandiere», sicura che l’impresa pubblica fosse più efficiente

della privata (il caso italiano dell’Iri si è giustificato

a lungo così) e che col piano si potessero meglio governare

le grandezze economiche fondamentali (l’esperienza

italiana della «programmazione» si è giustificata

a lungo così). E va detto che verifiche storiche concrete

non sono mancate negli anni del «miracolo economico»,

poi però il giocattolo si è rotto. L’impresa pubblica è

precipitata nell’inefficienza e corruzione, così che l’Iri è

stata soppressa con il plauso di tutti e oggi quelle poche

imprese pubbliche rimaste, che nel frattempo sono tornate

efficienti, rischiano la privatizzazione (o lo «spezzatino»

per renderle inefficienti e quindi privatizzabili).

La programmazione invece è franata sotto l’urto della supremazia

dell’impresa diventata «globale»: come governare

un’economia nazionale quando i capitali finanziari

e industriali che la compongono possono fuggire da tutte

le parti? Per di più con l’Unione Europea si sono trasferite

quote consistenti di sovranità economica agli organi

comunitari, così che adesso un singolo governo, che

fosse deciso a prendere iniziative d’indirizzo, dovrebbe

misurarsi con gli inevitabili divieti europei.

Per questo, se di politica di piano si vuole tornare a parlare,

non può che essere a livello europeo. Ma qui ci si imbatte

in un altro ordine di problemi. I centri di decisione

economica comunitaria, che non sono di nomina elettiva,

sono stranamente (?) imbevuti della peggiore ideologia

neoliberista: privilegiano il libero mercato (dei capitali),

l’iniziativa privata (delle imprese), le rendite finanziarie

(delle borse) a tutto danno di un «mondo del lavoro»,

peraltro in via di frammentazione, che patisce le conseguenze

di una sconfitta storica (nei fatti, prima ancora che

nelle idee) di cui non ha ancora preso piena coscienza (altrimenti

non voterebbe come vota, anche perché nell’insieme

non è affatto minoranza). Con simili rapporti di

forza europei diventa difficile immaginare politiche di

piano a livello nazionale perché prima ci vorrebbe un

cambiamento nell’indirizzo economico della Ue, che lo

rendesse almeno «eclettico», se è troppo sperare «di sinistra».

D’altra parte la Comune di Parigi aveva potuto alzare

quelle sue bandiere sulla base del fatto politico che

quella era «il governo della classe operaia», o piuttosto

«il dominio politico dei produttori» (K. Marx). Oggi in

Europa abbiamo a che fare con il dominio politico dei

rentiers e con l’assenza (perfino) di una coscienza di classe

lavoratrice, così che «a sinistra» non restano che di-


chiarazioni di principio e capitolazioni di fatto. A meno

che la crisi finanziaria in corso non arrivi a produrre conseguenze

economico-sociali tali da far paura a Lorpadroni,

così che siano proprio loro a tornare a richiedere l’intervento

«salvifico» dello Stato nell’economia. È già successo

e può darsi che risuccederà.

GIORGIO LUNGHINI

Oggi i governi nazionali non dispongono più della leva

monetaria e sono soggetti a vincoli di bilancio per quanto

riguarda la politica fiscale. Tuttavia dispongono ancora

di un potentissimo strumento di politica economica e

sociale, che è la produzione legislativa. Tutto dipende

dunque dal potere politico. Forse per ragioni di età, io

continuo a pensare che il miglior programma per un governo

di sinistra sia già stato scritto nella Costituzione

del 1947. Il problema è che non la legge più nessuno o che

semmai la si vorrebbe mandare al macero. Dunque può

essere utile, per i più giovani, ricordarne i passi di maggior

rilievo economico-politico.

«L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di

RIVE GAUCHE

ordine economico e sociale, che impediscono il pieno sviluppo

della persona umana e l'effettiva partecipazione di

tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e

sociale del paese. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini

il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano

effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di

svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta,

un'attività o una funzione che concorra al progresso

materiale o spirituale della società. La Repubblica tutela la

salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse

della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione

e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e

gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e

istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La scuola è

aperta a tutti. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi,

hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La

Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di

studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono

essere attribuite per concorso.

La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni.

Cura la formazione e l'elevazione professionale

dei lavoratori. Il lavoratore ha diritto a una retribuzione

proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro

e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia

un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della

giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha

diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e

non può rinunziarvi. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti

e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano

al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire

l'adempimento della sua essenziale funzione familiare

e assicurare alla madre e al bambino una speciale

adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo

di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro

dei minori con speciali norme e garantisce a essi, a parità

di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione. Ogni

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cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari

per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza

sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e

assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso

di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione

involontaria. Gli inabili e i minorati hanno diritto

all'educazione e all'avviamento professionale. L'iniziativa

economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto

con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla

sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina

i programmi e i controlli opportuni perché l'attività

economica pubblica e privata possa essere indirizzata e

coordinata a fini sociali. La proprietà privata è riconosciuta

e garantita dalla legge, che ne determina i modi di

acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne

la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La

proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla

legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse

generale. La legge stabilisce le norme e i limiti della

successione legittima e testamentaria e i diritti dello

Stato sulle eredità. A fini di utilità generale la legge può

riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione

e salvo indennizzo, allo Stato, a enti pubblici o

a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese

o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici

essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio

e abbiano carattere di preminente interesse generale.

La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione

a carattere di mutualità e senza fini di speculazione

privata. Ai fini della elevazione economica e sociale

del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la

Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare,

nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione

delle aziende. La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio

in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla

l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio

popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà

diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento

azionario nei grandi complessi produttivi del paese. Tutti

sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione

della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è

informato a criteri di progressività».

Ecco, mi pare che la sinistra potrebbe trovare qui il proprio

programma, un programma semplice e chiaro, dunque

comprensibile, convincente, e seducente. Mi viene

però in mente l’ultimo editoriale di Luigi Pintor, del

2003: «La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non

lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica

quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci

con elezioni parziali o con una manifestazione rumo-

rosa. Ma la sinistra rappresentativa è fuori scena».

RICCARDO REALFONZO

Dal convegno Rive Gauche era emerso con chiarezza il

quadro complessivo delle linee di una politica economica

progressista da perseguire nelle condizioni date dell’economia

e della società italiana. Al di là delle questioni

relative alle politiche sociali, gli economisti convenivano

sulla necessità di agire per favorire un vero e

proprio «salto strutturale», che consentisse al nostro

apparato produttivo di superare le strozzature presenti

dal lato della domanda e dal lato dell’offerta e appariva

chiaro che la condizione di base per la messa in pratica di

una politica economica incisiva – in grado di rilanciare

l’economia del paese e spingerla nella direzione di un

nuovo modello di sviluppo – era una politica delle finanze

pubbliche che sapesse spogliarsi dei dogmi liberisti e

«rigoristi» del pareggio del bilancio. In altre parole, si

rendeva necessario evitare di intraprendere la strada

dell’abbattimento del debito pubblico e puntare viceversa

sulla stabilizzazione del debito rispetto al Pil nell’arco

temporale della legislatura. Personalmente posi la questione

nel dibattito che anticipò il convegno sulle pagine

de «il manifesto» raccogliendo subito molte adesioni. E

non a caso, quando alcuni mesi dopo proponemmo l’appello

per la stabilizzazione del debito, gli economisti di

sinistra risposero compatti. L’appello raccolse rapidamente

un centinaio di adesioni, tra cui quelle dei più autorevoli

rappresentanti dell’economia politica critica italiana.

Al di là di rare posizioni minoritarie, di cui non si

comprendono né i punti di partenza politici né gli sbocchi,

resta ancora oggi evidente per gli economisti di sinistra

che la stabilizzazione del debito rappresenti l’unica

strada capace di liberare le risorse necessarie per una

svolta incisiva nella politica economica; ed è su questo

punto che – prima di ogni altra cosa – registriamo l’inadeguatezza

del governo Prodi. Va da sé che la stabilizzazione

del debito rappresenta una condizione necessaria

ma non sufficiente per intraprendere la strada del «salto

strutturale»; non si può certo ignorare il tema della qualità

della spesa, come ci ricorda tutti i giorni la scarsa efficacia

della pur ridotta spesa nel Mezzogiorno, improntata

come è ai principi della programmazione negoziata.

E va anche da sé – come diversi di noi hanno mostrato nel

dibattito che ha fatto seguito all’appello – che non esistono

ragioni tecnico-istituzionali che impediscano l’attuazione

di un programma di politica economica di sinistra.

Semplicemente non abbiamo avuto la forza per imporlo.


Che compagni saremmo se non stessimo assieme?

La nostra festa a Gubbio l’abbiamo fatta apposta.

Per discutere, riflettere, documentarci. Per conoscere

altri punti di vista. Per unire la sinistra senza perdere

le nostre identità e i nostri orizzonti di comunisti. Per

non dimenticare mai la nostra storia di resistenze e di

assalti al cielo. Per difendere la dignità del lavoro e

reclamare i diritti che ci spettano. Per continuare a

urlare «no alla guerra» e «no al fascismo», senza se e

senza ma. Lo abbiamo fatto tra un bicchiere di vino e

un ballo in pista. Spesso a bocca piena, solo il sorriso

a trattenerla. Tutti militanti, perché non c’è altro modo

di essere comunisti. A Gubbio abbiamo portato un

pezzo di Cuba e un po’ di Venezuela. A Gubbio il Sud

Alberto Burgio

Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno

pp. 176 euro 13,0

Tra il 1945 e il 1975 le società occidentali cambiano volto. Aprendosi, integrandosi,

evolvendosi non soltanto sul terreno delle libertà civili, ma anche sul piano della

partecipazione democratica e nel riconoscimento dei diritti del lavoro. Non stupisce che

questa dinamica progressiva susciti una furiosa reazione. Che dura tuttora.

A partire dai tardi anni Settanta, la restaurazione capitalistica promossa dalla «rivoluzione

conservatrice» di Reagan e Thatcher determina in tutto l’Occidente il sopravvento di poteri

oligarchici. È una vera e propria rivoluzione passiva. Che svolge una funzione analoga a

quella assolta, a giudizio di Gramsci, da altre «rivoluzioni-restaurazioni» come il fascismo

e il New Deal rooseveltiano.

Ma la crisi è luogo di ambivalenze. Alleva nascostamente in seno una incoercibile istanza di

cambiamento. Di giustizia, di libertà e dignità per tutti: il «sogno di una cosa».

È questa la lezione di Gramsci, grazie alla quale ancora oggi, a settant’anni dalla sua morte,

leggiamo nei Quaderni la partitura teorica della nostra epoca e della sua crisi.

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COMUNICAZIONI

Siamo comunisti,

vogliamo le

stelle!

del mondo e il Sud d’Italia hanno ribadito che vogliono

tornare al centro. A Gubbio abbiamo fatto incontrare i

Quaderni di Gramsci con gli Scritti corsari di Pasolini.

A Gubbio Bella Ciao e Bandiera Rossa le fischiettavano

pure gli uccellini. A Gubbio c’erano più falci e martello

che coltelli e forchette. A Gubbio ci siamo divertiti,

perché senza gioia non si fa la rivoluzione. A Gubbio

eravamo tanti. A Gubbio, dove i comunisti governano

davvero e da soli, ci siamo ripetuti che il governo non

è un fine ma un mezzo. A Gubbio abbiamo riaffermato,

se qualcuno se lo fosse dimenticato, che noi ci siamo.

Nel partito e per il partito. Rifondazione comunista è

qui e non vuol smettere di lottare. E noi di continuare

a Essere comunisti.

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Comitato editoriale

Maurizio Acerbo

Gianni Alasia

Marco Amagliani

Pierfranco Arrigoni

Jone Bagnoli

Imma Barbarossa

Giorgio Baratta

Katia Bellillo

Riccardo Bellofiore

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Maria Luisa Boccia

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Bianca Bracci Torsi

Nori Brambilla Pesce

Emiliano Brancaccio

Giordano Bruschi

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Alberto Burgio

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Luigi Cancrini

Luciano Canfora

Guido Cappelloni

Gennaro Carotenuto

Bruno Casati

Luciana Castellina

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Walter De Cesaris

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Gianni Fresu

Mercedes Frias

Alberto Gabriele

Haidi Gaggio Giuliani

Francesco Germinario

Orfeo Goracci

Roberto Gramiccia

Claudio Grassi

Dino Greco

Margherita Hack

Alessandro Leoni

Lucio Manisco

Giovanni Mazzetti

Enrico Melchionda

Maria Grazia Meriggi

Enzo Modugno

Sabina Morandi

Raul Mordenti

Franco Nappo

Giorgio Nebbia

Saverio Nigretti

Alfredo Novarini

Simone Oggionni

Angelo Orlando

Franco Ottaviano

Gianni Pagliarini

Valentino Parlato

Armando Petrini

Michele Pistillo

Felice Roberto Pizzuti

Giuseppe Prestipino

Marilde Provera

Riccardo Realfonzo

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Marco Sferini

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Nicola Tranfaglia

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Mario Vegetti

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Pasquale Voza

Maurizio Zipponi

Stefano Zolea

Stefano Zuccherini

direttore – Bruno Steri

direttore editoriale – Mauro Cimaschi

direttore responsabile – Bianca Bracci Torsi

redazione – Mauro Belisario,

Silvia Di Giacomo, Marcello Notarfonso

email: redazione@esserecomunisti.it

diffusione e abbonamenti

email: abbonamenti@esserecomunisti.it

editore

associazione culturale essere comunisti

via Buonarroti 25 – 00185 Roma

stampa

tipografia Jacobelli – Pavona (Roma)

chiuso in Tipografia il 15 ottobre 2007

grafica

progetto grafico, impaginazione e service

editoriale: DeriveApprodi

credits immagini

p. 2, p. 6, p. 10: Nanni Balestrini; p. 13: da

«Docks»; p. 16: da «Troubles»; p. 18:

Eugenio Cappuccio; p. 20: teatro romano

di Benevento; p. 22: lapide funeraria,

Benevento; p. 23: Arcangelo; p. 25, p. 26:

Thomas Feuerstein; p. 32, p. 33, p. 36: da

Muro scritto; p. 40, p. 42: Michael

Grobman; p. 44, p. 46, p. 48, p. 49: da La

créativité en noir et blanc; p. 55, p. 60, p.

63, p. 64, p. 65, p. 67, p. 69, p. 71, p. 73,

p. 74, p. 77: Henri Michaux; copertina:

elaborazione grafica originale da un

progetto di Tyler Poniatowski

registrazione Tribunale di Roma

n. 170/2007 del 08/05/2007

anno I, numero 3, ottobre 2007

bimestrale

Poste Italiane s.p.a. – spedizione in A.P.

70% Roma n. 96/2007

www.esserecomunisti.it

La notizia è che il nostro sito sta, giorno

dopo giorno, crescendo. Cresce

rinnovandosi: una nuova veste grafica,

nuove sezioni (a partire da quella

multimediale, arricchita ogni giorno con

nuovi audiovisivi), un doppio

aggiornamento quotidiano e già in

mattinata articoli e commenti sui fatti del

giorno. E ancora: più attenzione alla

cultura, una rassegna stampa più

completa e articolata, un maggior numero

di interventi, commenti e interviste

redazionali. E i risultati si vedono:

l’attenzione dei nostri lettori è in costante

crescita al punto che, dall’uscita del

secondo numero della rivista a oggi,

abbiamo guadagnato migliaia di contatti

giornalieri.

Insomma: ci stiamo ritagliando uno spazio.

Come la rivista ha bisogno degli abbonati

(e del loro sostegno, dei loro suggerimenti),

il sito ha bisogno dei lettori, della loro

fiducia e del loro sguardo critico. In questi

anni ce l’abbiamo fatta anche e, forse, in

primo luogo, grazie al fatto che la fiducia e

la critica non sono mai venute meno. E

grazie a voi, lettori e abbonati della rivista,

a cui chiediamo di moltiplicare per due il

vostro già preziosissimo lavoro di

suggeritori e critici: ciascuno di voi

coinvolga una nuova compagna o un nuovo

compagno, diffondendo la rivista e facendo

conoscere il sito (consultabile all’indirizzo:

www.esserecomunisti.it). Scommettiamo

che non rimarranno delusi?

Per la realizzazione di questo numero non

è stato richiesto alcun compenso.

Si ringraziano tutti gli autori e collaboratori.

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