4 - Aeronautica Militare Italiana

aeronautica.difesa.it

4 - Aeronautica Militare Italiana

Il Giornalino del Douhet

IntervistA.M.:

Ten. Simone Perricci

n° 4- Gennaio-Febbraio

Terza Pagina

Prof. Fabbrini

Solo le aquile

volano


.

2

P a r o l a a l l a

REDAZIONE

“Ma sono appena tornato” è la frase di una

nota pubblicità che giustifica il difficoltoso

riambientamento alla routine quotidiana

dei clienti di una nave da crociera al ritorno

(quando ritorna!) dalla fantastica vacanza.

Potremmo dire lo stesso noi dopo una settimana

di attività fuori dalla scuola. Questo

numero infatti lo abbiamo realizzato a Latina,

durante il nostro corso di volo sugli SF-260 EA,

tra una sortita e l’altra. Per tutta la settimana

la scuola è rimasta “vuota”: il Primo Corso

svolgeva il corso di sopravvivenza in montagna

al Terminillo, a cui è dedicato l’articolo

“Primo Corso al Terminillo”, mentre l’articolo

“Solo le aquile volano” racconta dell’esperienza

di volo a Latina del Corso Espero. Nel

frattempo il Corso Dardo si recava in viaggio

istruzionale nel Triveneto. Onorati di aver assaporato

la vita di una base così importante

come quella di Latina, non potevamo lasciarci

sfuggire l’occasione di poter intervistare un

pilota dello stormo: l’IntervistAM di questo

mese è quindi dedicata alla realtà addestrativa

del 70° Stormo. Questo numero, però,

segna anche il ritorno dalle tanto desiderate

quanto lunghe vacanze di Natale. Perché, allora,

non ricordare la Recita del corso Espero?

Di questa ne parleremo nell’articolo “Arriva

la bomba”: un lavoro che ci ha visto protagonisti

e che ci ha impegnato per diversi mesi.

L’attenzione rivolta agli eventi della scuola

non ci ha fatto dimenticare ciò che è successo

in Italia e nel mondo in quest’ultimo mese:

“Oltre il cancello” ritorna con le sue news, e

l’articolo “Pronti al decollo: destinazione futuro!”

è il nostro punto di vista sulla questione

degli F-35 che è apparsa su tutti i giornali.

Ringraziamo inoltre il prof. Fabbrini che ha

dimostrato, come sempre, grande partecipazione

e disponibilità. E’ tutto per questo

numero: siamo appena tornati anche noi!

La Redazione

IL GIORNALINO DEL DOUHET

L’Esperesso

Anno 2011/2012

n°4 - Gennaio-Febbraio

la REDAZIONE

Direttore

Cap. DI ROSA Francesco

Vicedirettore

Ten. DIANA Daniele

Capo Redattore

All. GIURI Eleonora

Redattori

All. BARABINO Francesco

All. GIOIA Mario

All. LAGALANTE Ilaria

Grafica

All. BARABINO Francesco


STORIE &

persone

............

4

6

Solo le aquile

volano

10

l’editoriale

T.Col. Giuseppe Venturelli

Primo corso

al Terminillo

All. Lorenzo Martinoli

rubriche

ECCETERA

............

All. Maria Cerreto 8 Terza pagina

Pronti al decollo

destinazione

futuro

All. Mario Gioia

Arriva la bomba

All. Ilaria Lagalante14

Prof. Michelangelo

Fabbrini12

IntervistA.M.

16

Ten. simone

perricci

All. Mario Gioia

Oltre il

cancello

All. Eleonora Giuri

18

20

17

Storia A.M.

All Francesco

Barabino

audite! audite!

SPECIALE

La Redazione

AUDITE!

audite!

............

Il giorno 23/01/2012,

il Capitano A. Turco

ha dato alla luce

il piccolo Francesco.

Il 30/01/2012 nasce

anche la piccola Sofia

Lucia Di Rosa, figlia del

nostro Comandante di

Corso. Il corso Espero

esprime i più sinceri e

fervidi auguri ai neonati

e ai loro genitori.

3


4

L’Editoriale

Pensieri, ricordi e riflessioni del Vicecomandante della

Scuola: parola al Capo Ufficio Comando.

Il tempo è galantuomo! Di

tanto in tanto, infatti, quasi

a volermi cedere il passo,

si ferma dietro di me.

Allora con molto rispetto

mi volto a guardarlo come

per aspettarlo. Ma lui, il

tempo, il mio tempo, è lì

che mi segue fedelmente;

è la mia ombra che solo per

un caso era rimasta dietro!

E allora mi incanto ad

osservarlo e in un attimo

rivedo tutta la strada

percorsa, il viaggio fatto

insieme. Rivedo i momenti

belli, quelli tristi, quelli

intrisi di difficoltà, ma

anche quelli stracolmi di

gioia per il conseguimento

di risultati desiderati e

perseguiti con tanto sforzo.

Vedo distintamente i

momenti spensierati di

quando ero un giovane

studente, il

mio primo

concorso,

l’orgoglio di

indossare per

la prima volta

una divisa

(ovviamente

azzurra!), e

poi la mia

famiglia i

miei figli che

crescono,

vanno a

scuola, i loro

progetti….e

la storia

si ripete!

Rivedo i

luoghi del mio

lavoro che

ho amato, le

centinaia di

colleghi e

collaboratori

incontrati

durante i molti anni di

servizio e di insegnamento

in istituti di formazione, a cui

spero di aver dato sempre il

meglio di me stesso, ma da

cui ho ricevuto altrettanti

preziosi insegnamenti.

Non sono mancati, lungo il

cammino, momenti di pausa

e di riflessione come questi,

che provo a condividere

con voi approfittando

dell’occasione offertami e

di cui vi ringrazio sin d’ora.

Leggendo, gli articoli

delle edizioni precedenti

del vostro giornalino che

ricevo sempre con molto

piacere, ho colto in esse un

preponderante desiderio di

ricercare e raccontare fatti,

esperienze di personaggi

famosi o comunque

emergenti per qualità

personali o professionali.

Personaggi dai quali traspare

un inconfondibile stile di vita

e massima autorevolezza.

Lo stile di vita e

l’autorevolezza sono

caratteristiche della

persona che possono essere

interiorizzate solo con il

tempo e con l’esercizio di

qualità umane non comuni.

Lo “stile”, si rileva da piccoli

dettagli: dal portamento,

dal modo di relazionarsi, dal

modo di esprimersi; è ciò che

differenzia una casa da una

semplice camera di albergo!

E’ ciò che caratterizza un

gruppo sociale da un altro,

è il frutto di sedimentazioni

e interiorizzazioni di

valori condivisi: non si

compra al supermercato!

Lo stile personale non può,

inoltre, prescindere dallo

“stile di vita”. Quest’ultimo,

come già detto, va coltivato

sin dalla vostra età, e

presuppone a sua volta

il possesso e l’esercizio

di qualità umane come

la capacità di sostenere

un proprio compagno in

un momento di difficoltà

(generosità), il rispetto

dell’altro e delle sue idee

(altruismo), l’impegno


profuso nelle piccole azioni

quotidiane (responsabilità),

la coerenza del proprio

operato rispetto al ruolo

rivestito (consapevolezza)

ecc.. La fusione di tutte

queste cose rendono

un uomo o una donna

unico/a, irripetibile.

Dotato/a di stile, appunto!

Lungi dalla tentazione di

svolgere una elucubrazione

di carattere etico o peggio

di filosofia (non me abbia

il prof di filosofia!) io

penso che l’altro aspetto,

cioè l’autorevolezza, sia

invece l’espressione di

competenza, equilibrio

e prestigio personale.

Per competenza non

intendo esclusivamente

il possesso di una mera

preparazione scientifica in

questa o quella disciplina,

ma piuttosto quella capacità

di saper riflettere su noi

stessi in relazione agli altri.

Significa saper cogliere ed

apprezzare le differenze

tra colleghi e compagni,

significa soprattutto saperli

ascoltare rispettando le loro

opinioni anche se difformi

dalle nostre, i loro momenti

di silenzio e di riflessione

senza prevaricarne

gli spazi e i tempi.

Il motto latino secondo

il quale in “medio stat

virtus” introduce, invece,

l’altro aspetto connesso

all’autorevolezza:

l’equilibrio. Il possesso

di equilibrio consiste

nella capacità di saper

individuare i giusti momenti

e le opportune modalità nel

praticare le qualità umane

di cui vi ho già parlato. Nella

sua esatta interpretazione,

infatti, “virtus” deriva da

“vis” (forza) ed implica

quindi un atteggiamento

attivo e fortemente

impegnato nella ricerca

della crescita personale,

mentre “medio” indica

equidistanza, equilibrio

nella scelta di ciò che è

opportuno fare o non fare

in un particolare momento

che non può identificarsi

con un atteggiamento

orientato alla mediocrità.

Infine, il prestigio

personale. Si tratta della

consapevolezza di non

essere infallibile, saper

riconoscere i propri errori,

ma anche avere la fermezza

di dire dei sì o dei no chiari

nei momenti opportuni.

Poche, dunque, ma

certamente impegnative, le

regole per diventare uomini e

donne di “valore” meritevoli

di ammirazione e di stima:

chissà se tra qualche anno,

qualcuno non possa scrivere

anche di voi su qualche

pubblicazione di prestigio

o su qualche giornalino!

Avete davanti molto

tempo per seminare

e far crescere il vostro

talento, fatelo sorridendo

sempre alla vita poiché…

“La vita è un sogno, fanne

realtà.

La vita è una sfida,

affrontala.

La vita è un dovere,

compilo.

La vita è preziosa, abbine

cura.

La vita è promessa,

adempila.

La vita è un’ avventura,

rischiala.

La vita è la felicità,

meritala…”*

Questo è l’augurio

che desideravo farvi

all’inizio di questo nuovo

anno. Buona fortuna.

* Compito per casa:

ricercarne l’autore e

riflettere!

T.Col. Giuseppe VENTURELLI

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Il Primo Corso racconta le sue

“Mai partire con delle

aspettative: verranno

deluse non appena

arriverai alla meta!”

Questo era ciò che

avevo pensato subito

dopo aver appreso del

corso di sopravvivenza

in montagna, anche se

non ho resistito a farmi

qualche illusione. Dopo

aver ascoltato per più

di cinque ore i discorsi

eccitati di vari colleghi

su questa prima, vera,

entusiasmante avventura

del Primo corso, mi

sono ritrovato davanti al

paesaggio poco innevato

del Terminillo. Nei primi

giorni, infatti, di neve

ce ne è stata veramente

poca, anche se è bastata

6

per riempire di gioia

alcuni colleghi che, fino a

quel momento, l’avevano

vista solo nei film.

Il distaccamento Lucchini

è, a grandi linee, un

albergo che offre a tutto il

personale e non della F.A.

la possibilità di trascorrere

una piacevole settimana

bianca al Terminillo.

Il distaccamento, di

piccole dimensioni,

si è rivelato più che

adatto ad accogliere

39 allievi un po’ agitati

dall’esperienza del

corso di sopravvivenza.

I primi due giorni

hanno un po’

smorzato l’eccitazione

iniziale: i numerosi e

lunghi briefing poco

Primo corso a

c o r r i s p o n d e v a n o

all’idea avventurosa

che avevamo del

tanto citato (e amato)

Terminillo. All’inizio non

abbiamo dato il giusto

valore a tutte quelle

lezioni, spiegazioni

e raccomandazioni

che hanno riempito

i primi due giorni

della nostra permanenza

al distaccamento ma,

dopo la forte nevicata

di martedì sera e il

seguente mercoledì

nuvoloso e poco ventoso,

durante l’escursione

nel bosco, abbiamo

compreso ed apprezzato

il valore delle lezioni

teoriche, necessarie per

sapere come affrontare


avventure sulla neve al Terminillo.

l Terminillo

anche le condizioni più

avverse. L’esercitazione

ha riacceso in noi lo

spirito di sopravvivenza

e la voglia di fare ed

ingegnarsi e si è articolata

come segue: divisi in

cinque gruppi da otto,

ognuno di questi doveva

costruire un rifugio e

accendere un fuoco. La

ricompensa? Il pranzo!!

All’inizio dell’attività non

pensavamo che sarebbe

stata così impegnativa,

ma poco dopo ci siamo

resi conto della sua

reale complessità!

Il fuoco non è stato una

grossa complicazione,

perché prima della

partenza molti si erano

attrezzati con ogni utensile

possibile e immaginabile

per accendere una

fiamma (qualcuno ha

anche sparso dello

zucchero sulla legna!).

Il rifugio invece ha

complicato la vita a

quasi tutti i gruppi,

che per costruirlo

hanno incaricato dei

temerari allievi di

sradicare qualche

albero nei paraggi.

A metà giornata tutti

hanno divorato il pranzo,

molti si apprestavano a

preparare un tè con i molti

licheni presenti, ma il

processo è stato interrotto

da una dimostrazione

pratica da parte degli

istruttori dei mezzi di

segnalazione (Matita

minolux, fumogeno,

illuminogeno...).

La prova si è conclusa

con una grandissima

battaglia a palle di

neve fra tutti i presenti.

L’ultimo giorno fuori base

lo abbiamo trascorso

con una visita alla scuola

interforze per la difesa

CBRN (ex NBC), che si

articola su due sedi: una

logistica nel centro di

Rieti, e una addestrativa

nella periferia della

città. Una visita davvero

interessante ed istruttiva!

Il viaggio di ritorno è stato

alquanto difficoltoso:

una bufera di neve ci

ha accompagnato per

quasi tutto il tragitto,

tanto che per poco

non riuscivamo ad

entrare in autostrada

per tornare nella

nostra cara Firenze.

Che dire di

q u e s t ’a v v e n t u ra ?

Sebbene le aspettative

fossero alte, il corso

di sopravvivenza

le ha soddisfatte e

addirittura superate!

Abbiamo imparato

molto, e non solo

come accendere

un fuoco o come

costruire un rifugio,

ma a ragionare come

un’unica entità. Abbiamo

capito l’importanza del

lavoro di squadra: grazie

ad esso siamo riusciti ad

organizzarci e abbiamo

raggiunto insieme la meta

che ci eravamo prefissati!

All. Lorenzo MARTINOLI

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Il corso Espero fa da apripista nel corso di familiarizzazio

“C’è chi vola e chi sta per aria,

solo le aquile volano!” Questa

la frase di un pilota al ritorno

da un volo entusiasmante.

Una frase che rimarrà scolpita

nella mente degli allievi del

corso Espero che almeno una

volta hanno pensato di volare!

Sì, quello che il corso Espero

ha fatto a Latina al 70° stormo

è stato pensare di volare, di

dimostrare a tutti, ma prima

di tutto a se stessi, che niente

è impossibile, avendo prova

dei tanti sacrifici che si celano

dietro ad un’esperienza così

entusiasmante: “Sacrificio

,impegno, dedizione, voglia

di far bene” erano alla base

dei diversi briefing tenuti

dagli istruttori e ribaditi dal

8

Solo le aqu

Dal 29 gennaio al 3 febbraio il corso Espero si è recato a Latina per una nuovissima

esperienza: il 70° Stormo ha messo a disposizione i suoi SF-260 EA per far “assaggiare”

agli allievi della Douhet un altro pizzico della magia del volo. Ecco a voi le impressioni

e i pensieri di un allievo appena sceso a terra.

Comandante di Stormo. Concetti

che rappresentano in pieno

gli allievi della scuola Douhet

; parole che spesso ripetono a

se stessi al proprio “paricorso,

al proprio 100 e 200” affinché

venga trasmessa quella voglia

di far sempre meglio. Ancora

una volta, quindi, ci si è resi

conto che l’Aeronautica Militare

ha inciso nei cuori di noi giovani

allievi, nella nostra anima, nel

nostro io più profondo un altro

traguardo davvero speciale

e motivo di grande orgoglio.

Le giornate che hanno

accompagnato il Corso Espero

sono state caratterizzate

da esperienze sempre

nuove e interessanti.

Ogni mattina, verso le ore 8:00,

si tenevano i diversi briefing

meteo e sicurezza, ma uno degli

aspetti che più ha colpito tutti

noi sono state le fantastiche

simulazioni d’emergenza che

venivano poste ai giovani

piloti. La tensione, la grande

capacità di agire e le pretese

degli istruttori regalavano

sensazioni nuove, un po’ come

a scuola, ma intrise dalla voglia

di salvarsi e uscire vincitore

da un’impresa tanto difficile.

Ma l’emozione più grande era

quella di volare. Ogni giorno,

spinto da nuove emozioni,

il corso Espero attendeva le

ore 9:00 nella speranza che

quella mattina un istruttore

convocasse il nome di

quell’allievo che desiderava

tanto volare. Dagli sguardi,

dalle parole, dai movimenti si

potevano comprendere le ansie

e le paure di chi ha sempre

sognato di spiccare il volo

essendone il protagonista, di

chi per la prima volta ha volato

nella sua vita e con le mani un

po’ tremolanti teneva la cloche

con una presa un po’ troppo

rigida per mantenere l’assetto

del velivolo. Da lontano era

come ammirare un uccello che

spicca il volo, ma da dentro è

qualcosa di più, è sentirsi un

vuoto allo stomaco, la schiena

schiacciata al sedile, il sangue


ne al volo sull’SF-260 EA al 70° Stormo di Latina

ile volano

che ti pulsa nelle vene e un peso

aggravato da tanta voglia di far

bene, di scoprire, di capire e

interpretare un mondo che forse

non è tanto distante dal tuo.

Si è avuta l’opportunità di

conoscere anche tutto ciò

che sembra nascosto, ma che

in realtà non lo è: ci è stato

insegnato che un buon pilota,

il pilota militare non è colui che

vola da solo ma colui che vola

con persone che lo sostengono

e che gli permettono di

affrontare il volo nelle migliori

condizioni possibili. E si è così

presa visione di molti reparti in

cui metereologi e controllori

del traffico aereo lavorano

come una grande squadra

affiatata per portare a buon

fine la stessa missione. Anche

in questo caso il Corso Espero

ha provato ad immedesimarsi e

ha ben compreso che il lavoro

di squadra è caratterizzato

da aspetti come la fiducia, il

rispetto dell’altro, la passione

nel fare le cose, proprio come

in un corso della scuola Douhet,

dove quotidianamente ragazzi

di età compresa tra i 15 e

i 18 anni lavorano insieme

coltivando quell’amore per

la cultura, per lo sport, per

la storia del proprio Paese.

In qualità di allievi di una scuola

militare, il corso Espero ha avuto

anche la fantastica sensazione di

essere ammirato e apprezzato

dai cittadini di Latina che

hanno espresso la loro gioia ed

emozione nel porre miriadi di

domande sulla forza di volontà,

sulla passione per il proprio

Paese e per l’Aeronautica che

arde nei cuori di ragazzi così

giovani. In particolare, motivo di

grande orgoglio è stata la forte

emozione nel poter parlare con

genitori e nonni che vedono

nella figura di un allievo di

una scuola militare lo spirito

e la capacità di coinvolgere

cittadini e ragazzi a svolgere i

propri compiti e doveri oltre il

limite delle proprie possibilità.

E così, intriso di nuovi valori

e di tanti motivi di orgoglio,

il Corso Espero è stato fiero

di essere il pioniere di questa

nuova e fantastica esperienza

offertaci dalla Forza Armata.

Una tale occasione ha costituito

per molti uno spunto di

riflessione su quella che

potrebbe essere la propria vita

come pilota dell’Aeronautica

militare, una vita fatta sì

di tanti sacrifici e di tanta

determinazione, ma anche di

moltissime soddisfazioni e di

molteplici legami tra persone

che condividono valori e

sensazioni che vanno al di là

dell’immaginazione. È proprio

come descrivere a qualcuno

il sapore di un frutto che non

ha mai mangiato, è come

spiegare i colori a una persona

che non può vedere, è come

far sentire a qualcuno le note

di una canzone mai scritta.

E il pilota disse:

“Io sono un’aquila”.

All. Maria CERRETO

9


Ecco perchè secondo noi il Joint Strike Fight

Che sorpresa vedere l’ F-35 in

prima pagina. Noi che eravamo

abituati ad inseguire articoli

e foto del Joint Strike Fighter

sui siti specializzati e le riviste

del settore siamo rimasti a dir

poco sorpresi a vederlo citato

nel fondo pagina di un noto

quotidiano. Il velivolo dei

nostri sogni -di noi, ormai da

anni affetti dai caratteristici

calli da simulatore- veniva

messo sotto accusa per il

costo, ritenuto eccessivo,

che il suo acquisto ed

il suo mantenimento

comporterebbero. Considerando

le attuali condizioni

economiche il prezzo

dell’ aereo (a quanto

sembra, abbondantemente

sovrastimato) di 200 milioni di

euro ha scatenato una bufera

di proteste estesasi, dai media

tutti, fino al mondo politico.

Colpiti anche noi dalle

10

F-35 CV

Pronti al decollo: d

critiche, che mettevano

addirittura in discussione le

capacità del mezzo, abbiamo

cercato di capire, dati

alla mano, quanto queste

accuse fossero fondate.

Ad una prima sommaria

visione delle capacità belliche

dell’F-35 appare evidente che i

giornalisti “si sono avventurati

su temi militari con i quali

hanno poca dimestichezza”

come ha commentato

il Generale Leonardo

Tricarico, ex Capo di Stato

Maggiore dell’ Aeronautica.

Senza addentrarsi nelle

specifiche caratteristiche

tecniche, questo aereo si

configura come un “velivolo

tattico multiruolo” il che

sottintende la possibilità di

far fronte ad una moltitudine

di eventi differenti sfruttando

però un supporto logistico

unico, o variabile in termini

trascurabili. Ciò già di per sè

implica un certo risparmio

in termini di concentrazione

e ottimizzazione delle

risorse manutentive.

Inoltre in una proiezione

ventennale tali aerei saranno

destinati a sostituire “in

toto” le linee AM-X, Tornado

e Harrier attualmente in

dotazione all’Aeronautica

e alla Marina Militare.

Coloro a cui non suonano

completamente sconosciuti

tali velivoli sanno bene

come essi siano importanti

per le nostre esigenze

operative e, facilmente,

potranno convincersi della

straordinarietà di un mezzo

capace di sostituirsi a tutti e

tre contemporaneamente.

L’F-35 è, in più, un mezzo

stealth, con una variante

a decollo verticale, ma


er fa rima con risorsa, anzichè con spreco.

estinazione futuro!

sopratutto capace di

raccogliere, analizzare e

presentare al pilota una

moltitudine di dati tali

da porlo ad un livello

di superiorità assoluta.

L’F-35 quindi porterebbe

con sé la capacità di operare

usufruendo del complesso

dei dati d’ intelligence

statunitensi con al contempo

la possibilità di avere

un’efficacia e un raggio

d’azione senza precedenti.

Entrambe queste peculiarità

del velivolo, nel contesto

storico contemporaneo,

caratterizzato da conflitti

condotti in sinergia con gli

altri paesi europei e gli USA,

divengono irrinunciabili per

il conseguimento di una

capacità operativa all’altezza

dei compiti e un’adeguata

risposta ai molteplici scenari

operativi in continua e

multiforme evoluzione.

Il Ministro della Difesa,

l’Ammiraglio Giampaolo Di

Paola ha di recente rilasciato

un’ intervista al quotidiano

l’Unità rispondendo alle

polemiche seguite alla notizia

dell’ ordinativo di 131 F-35

da parte dello Stato: “Sono

convinto che l’Italia debba

credere e spingere nella

direzione di una sempre

maggiore integrazione

europea, e quello della

sicurezza e difesa rappresenta

una delle dimensioni

fondamentali di questo

percorso[…]Più Europa

significa che tutti quanti,

noi europei, inclusa l’Italia,

ci si muova con coerenza e

convinzione su un percorso

condiviso. Al mio Paese chiedo

solo di essere in sintonia con

l’operato di Francia, Gran

Bretagna, Spagna, Germania,

Polonia, Svezia, Olanda. Paesi

che stanno lavorando a un

disegno di difesa europea

operativamente efficace,

anche nell’investimento

aereo-navale. Di questo

disegno, l’Italia può e

deve essere parte attiva.”

Bisogna considerare inoltre

tra i benefici derivantidalla

spesa l’occupazione che

produrrà l’assemblare ed il

mettere in condizione questi

aerei, cosa che avverrà qui

in Italia (è in costruzione

lo stabilimento a Cameri).

Non sembrerebbero inoltre

corrisponedere al vero le

voci che vedevano gli altri

sette paesi che partecipano

al progetto, ridurre i rispettivi

ordinativi o, addirittura,

quelle che riportavano che

il presidente Obama avesse

deciso di cancellare il progetto

per i ritardi d’avanzamento.

Dopo rallentamenti

nello sviluppo (dovuti a

impreviste problematiche

tecniche) lo stato dei

test e oramai avanzato

e vengono consegnati

dalla linea di produzione

due velivoli al mese.

Ciò che non si è tenuto in

considerazione inoltre, sono

le potenzialità di eventuali

avversari futuri, la Sukhoi ha

dichiarato che il PAK FA sarà

pienamente operativo già

dal 2016, mentre il Shenyang

New 93 cinese nel 2015.

Nonostante sia davvero

difficile reperire informazioni

su questi due nuovi modelli,

dalle immagini sembrano

essere modelli di quinta

generazione, con elevate

capacità di stealthiness, quindi

perfettamente capaci di dare

filo da torcere all’ F-35 in un

ipotetico confronto aereo.

In ultima analisi, esaminando

tutti questi fattori ed altri,

che qui non abbiamo

evidenziato, ci sono sembrate

a dir poco azzardate le

insinuazioni di inutilità rivolte

a questo velivolo, perlomeno

miopi nel condannare il

complesso di effetti che

gravano sul nostro Paese

a fronte della sua rilevante

partecipazione alle operazioni

di stabilità internazionale.

All. Mario GIOIA

11


12

Terza Pagina

Spigolature sul moto perpetuo

Dopo i marchingegni

meccanici, incontrati

nel numero precedente,

vediamo alcune soluzioni

escogitate nel campo

idraulico ed in quello

e l e t t r o m a g n e t i c o .

Come la ruota di Villard

rappresentò l’archetipo

meccanico al quale si

ispirarono in molti, la spinta

di Archimede stimolò la

fantasia degli idraulici,

anche se non mancarono

i distinguo soprattutto in

relazione allo sfruttamento

della caduta dell’acqua o

delle risalite capillari. In ogni

modo l’errore di principio

è sempre il solito: l’energia

ottenuta dalla risalita per

spinta di Archimede o

dalla caduta di un fluido è

esattamente uguale a quella

spesa per portare il sistema

nella condizione iniziale.

Non basta! Come si sa per

avere il moto si devono

anche vincere i vari attriti,

con energia aggiuntiva…

La più semplice macchina

archimedea fu presentata

da Barth e consisteva sulla

risalita di alcune sfere

nell’acqua contenuta in un

recipiente dotato di uno

stramazzo superiore dal

quale i galleggiati dovevano

cadere su una catena a

palette, mettendola in

movimento. I galleggianti, a

fine corsa, rientravano nel

recipiente attraverso un tubo

in fondo al quale si apriva una

valvola. Non è dato sapere

chi avrebbe movimentato la

valvola e, soprattutto come

FIG. 7

si sarebbe impedito all’acqua

di fuoriuscire dalla bocca del

tubo respingendo la pallina

(fig.7). Decisamente più

ingegnoso è il congegno a

tubo senza fine che Diderichs

descrisse sul “Mechanics

Magazine”. Si trattava di un

tubo di gomma pieno d’aria

e chiuso su due pulegge

di rinvio; il tubo era anche

dotato di appendici esterne

alle quali erano vincolati dei

galleggianti. Immergendo

il sistema in acqua i

galleggianti avrebbero

deformato, ingrandendole,

le appendici gommose del

tubo nel lato ascendente,

mentre le avrebbero

FIG. 8

compresse nella parte

discendente. La differenza

di volume d’aria fra i due

lati della catena avrebbe

garantito il movimento.

Idea ingegnosa, ma tanto

arzigogolata da indurre in

confusione anche l’autore

stesso che nella figura di

presentazione mostra il

senso di rotazione inverso

a quello teorizzato (fig.8)!

Abbandonando la spinta

ascensionale nei fluidi

ed addentrandoci nella

loro caduta si scopre che

qualcuno ha cercato perfino

di adattare all’idraulica il

principio della ruota di Villard

con un sistema di tubi radiali,

collegati centralmente ad

un mozzo, alle estremità

FIG. 9

dei quali si trovavano dei

mantici. I mantici erano

azionati da pesi fissati sulle

pareti mobili e contenevano

del liquido che, passando da

un mantice a quello opposto,

garantivano l’eccentricità

del carico ed il moto (fig.9).

Diderichs si produsse anche

nel mulino ad acqua, la più

ingenua delle invenzioni sul


moto perpetuo. Era costituito

da un bacino superiore

contenente il liquido che da

un foro sul fondo cadeva a

vena libera sulle pale di una

ruota per poi finire in un

recipiente inferiore. La ruota

motrice ingranava in una con

diametro minore la quale

azionava, con alcuni bellismi,

una pompa che sollevava

l’acqua dal contenitore

basso a quello superiore.

L’analisi della macchina fa

pensare che la differenza

fra i raggi nelle due ruote

sia dovuto alla volontà di

ottenere un’elevata velocità

angolare nella ruota di

scappamento che garantiva

un’alta frequenza dell’albero

della pompa ad aspirazione.

Probabilmente il concetto

era di amplificare la potenza

della macchina – quindi

la capacità di sollevare

l’acqua – aumentando

la velocità angolare con

una ruota di piccolo

FIG. 10

diametro. Solo uno spirito

scientificamente innocente

poteva concepire quella

idea, giacché la potenza,

ottenuta col prodotto della

velocità angolare per la

coppia degli organi rotanti,

rimane costante – a meno

delle perdite – e, se l’una

aumenta, l’altra diminuisce

proporzionalmente (fig.10).

È difficile farsi un’idea del

ragionamento che ispirò

la costruzione della ruota

perpetua a mercurio.

Il liquido salirebbe, per

capillarità, da un recipiente

in un condotto al termine

del quale ricadrebbe

azionando una ruota a

palette fino a tornare nel

FIG. 11

contenitore di partenza.

Purtroppo anche questo

marchingegno è destinato a

non funzionare visto che se

il mercurio risalisse nel tubo

capillare, non ne uscirebbe,

ma si limiterebbe a formare

una superficie a menisco

fermando ogni moto.

Voglio concludere questa

breve panoramica

introducendo due macchine

elettromagnetiche, dacché

anche questo campo della

fisica fu abbondantemente

esplorato dai cercatori del

moto perpetuo. La prima è da

ascrivere al solito Diderichs

che, non pago dei fallimenti

idraulici, si dedicò ad una

combinazione che in buona

sostanza ricalcava lo schema

dei comuni campanelli

elettrici, con la differenza che

l’innesco era dovuto ad una

ruota-volano a frizione che

eccitava un elettromagnete

il quale attraeva l’armatura

mobile di un interruttore.

Il movimento di tale

armatura interrompeva il

circuito elettrico facendo

cessare l’attrazione

magnetica; l’armatura

tornava in posizione

iniziale per il richiamo

di una molla, mettendo

anche in movimento la

ruota-volano alla quale era

collegata con una piccola

FIG. 12

biella e che avrebbe fatto

ripartire il moto (fig.11).

Per ultimo ricordo

l’apparecchio di Zamboni 1

– non volendo far torto

alle glorie italiche – che nel

XIX secolo credé di aver

trovato finalmente il moto

perpetuo. Aveva collegato

una pila a secco con un

piccolo motore elettrico

azionante un pendolo che

non si fermava… fintanto

che la pila manteneva la

carica (fig.12). Curioso che

Zamboni non si rendesse

conto che la pila si esauriva:

si era lamentato proprio

con Volta della difficoltà di

rigenerare le pile scariche!

Queste ed altre innumerevoli

facezie che sfruttavano

calamite, molle e corpi

radioattivi, non devono farci

perdere di vista la fisica vera,

quella di Robert Mayer, Sadi

Carnot, Walther Nernst, von

Helmholtz che, come tutti

sanno, si basa sui principi

di conservazione e non di

“generazione” dell’energia.

Prof. Michelangelo FABBRINI

1 L’abate veronese Giuseppe

Zamboni in realtà alcuni meriti

scientifici li aveva. Realizzò la

pila a secco nel 1812, anno in cui

ne dette annuncio ad Alessandro

Volta, approfondendo una precedente

idea di De-Luc.

13


Il corso Espero, il 21/12/2011, ha presentato alla Scuola la sua Recita di

21 dicembre 2011. Abbiamo

aspettato questo giorno

per mesi e mesi. Mesi di

sacrifici e di soddisfazioni,

cancellati da ogni singola risata

di quella sera; mesi in

cui ognuno di noi ha messo

una parte di sé per creare

un grande e meraviglioso

spettacolo. Questa è la prova

tangibile che la forza di

un corso è infinitamente

superiore alla mera somma

delle potenzialità di ognuno

dei suoi componenti.

Voi, cari spettatori, avete

visto una faccia della medaglia;

noi, allievi del corso

Espero, sul palco, nella par-

14

Arriva la bomba!

te di un sarto imbranato,

un barbiere indemoniato,

un allievo alle prese con la

dura vita nella nostra cara

Douhet. Ma non avete visto

i pomeriggi interi spesi per

provare un balletto, le risate

per gli errori continui,

le discussioni per scegliere

una canzone che ci rappresentasse

a pieno. Abbiamo

lavorato duramente, abbiamo

messo tutti noi stessi

per creare uno spettacolo

che divertisse voi..e anche

noi! E speriamo di esserci

riusciti appieno! Uno spettacolo

in cui abbiamo voluto

evidenziare tutte quelle

piccolezze, quei momenti

tragici che rendono la

Douhet quasi magica,che ti

farebbero scappare a gambe

levate.. o restare qui per

sempre! Perché è questa

la Douhet: fatica, sacrifici,

ma soprattutto soddisfazioni

e ricordi felici che ci accompagneranno

per tutta

la vita. Agli occhi dei nostri

coetanei “normali” forse

potremmo sembrare un po’

tutti matti... Questo abbiamo

voluto mostrare a tutti

voi, e soprattutto agli allievi

del Primo Corso, a cui abbiamo

dedicato i nostri sforzi.

E per completare questa

dedica abbiamo donato

loro un “mitico” paperozzo.

Abbiamo lavorato molto

per prepararlo, fieri di consegnarlo

a un Corso che si è

dimostrato degno di un così

importante riconoscimento,

di un simbolo che è quasi

un passaggio di testimone,

dagli attuali “spilloni” che

giusto un anno prima avevano

ricevuto, a loro volta,

lo stesso simbolo. Sembra

impossibile che sia passato

già un anno! Un anno racchiuso

ormai in un carosello

di foto, di momenti passati

che resteranno sempre

con noi, persone e corsi che

non ci sono più, ma che

sono stati fondamentali,


Natale. Ecco a voi le nostre impressioni e le migliori foto della serata.

Arriva la recita!

di tutto quello che ha reso

noi, l’Espero che siamo

adesso, “la Bomba” pronta

a esplodere per sfidare

la vita, ancora, e sempre,

INSIEME!

All. Ilaria LAGALANTE

15


IntervistA.M.

16

Ten . Simone Perricci

Durante il corso di familiarizzazione al volo abbiamo potuto conoscere molti dei piloti istruttori

del 207° Gruppo di Latina, i loro iter, le loro esperienze di volo. Tra tutti il Tenente Simone Perricci

(Centauro V), che con la sua disponibilità, eloquenza e schiettezza ineguagliabili si è guadagnato l’

ambitissima ‘Intervista A.M.’ di questo mese…

Tenente, quando ha capito

di voler diventare un

pilota militare? Ricorda

com’è nata la sua passione

per “lo stare per aria”?

A due anni m portarono a

vedere una manifestazione

delle Frecce Tricolori a

Rivolto, volavano ancora

su G-91 e io ero tanto

spaventato dal rumore di

quegli aerei che mi misi a

piangere, in piedi sul tetto

della macchina. Quando però

le vidi fare la “Bomba” smisi

subito e incominciai a ridere

di gioia, dal quel giorno è

cominciata la mia passione.

Come ha coltivato la

sua passione prima dell’

ingresso in Accademia?

Studiando enciclopedie

aeronautiche, riviste sul

volo, libri, ho frequentato

un Istituto Tecnologico

Costruzioni Aeronautiche

(l’ istituto che più di tutti

mi permetteva un contatto

continuo con i velivoli,

anche se solo in hangar).

Quale futuro avrebbe

scelto se non fosse

diventato un pilota?

Ingegnere di Formula 1.

Quando ha cominciato a

considerarsi un pilota, la

prima volta che è salito

sull’ SF 260, al primo

volo da solista,

o alla consegna

dell’ ‘aquila

da pilota’?

Mai considerato

un pilota, mi

considero un

ospite dell’aria. Se

Dio avesse voluto

che volassimo ci

avrebbe fatto le ali

come gli angeli, in

aria uso solo uno

strumento di ferro,

io ci metto l’anima.

Prima di questo ruolo

qui a Latina ha pilotato

gli AMX del 51° stormo

di Istrana, ci descriva in

breve la sua esperienza lì.

La base più bella dell’

Aeronautica, la base

più operativa, la mensa

migliore, il lavoro più bello.

Lavoro più bello?

Come pilota bombardiere

si è operativi in tutti i sensi,

l’AMX poi è una macchina

difficile da dominare,

ma capace di fare tutto.

‘Interceptors make movies,

bombers make history’.

E ora che è dall’altro

lato dell’ SF, come vive

il ruolo dell’ istruttore?

E’ bello insegnare il mio sogno

a chi ha voglia di volare. In

volo mi accorgo di chi lo fa

veramente per piacere o per

assicurarsi uno stipendio

statale (in modo solo un

po’ più emozionante)..

Eccoci dunque a un

argomento ‘caldo’: che

consigli si sente di dare ai

ragazzi che si trovano ad

affrontare la selezione

al volo per il concorso?

Passione e studio. Perché

quando sei nell’ abitacolo

la mente è satura, se studi

a terra il 120% di quello che

puoi, in volo saprai il 50%. E

se sei preparato e sai reagire

ad ogni situazione, allora

anche le missioni più difficili

diventano divertimento

puro. Ci vuole voglia di volare.

Per finire, l’aereo che

le piacerebbe guidare…

L’ F 22... no anzi, tutti, dal

biplano al triplano, dal

più brutto al più bello, dal

più veloce al più lento, dal

caccia al gommoplano.

… e il momento

più emozionante

nella sua carriera.

Il momento più emozionante

è stato sicuramente volare

con il capo formazione delle

Frecce Tricolori, su Lignano

Sabbiadoro, sopra casa mia.

E’ un volo che ancora ricordo

con le lacrime agli occhi.

All. Mario GIOIA


Oltre il Cancello

Sembrava il Titanic-14.01.12

A bordo della nave da crociera “Costa Concordia” sembrava tutto

apposto. Invece nel giro di pochi minuti si è creato il panico:

la nave, a causa di uno squarcio sulla fiancata,ha iniziato a imbarcare

acqua e ad inclinarsi. Da accertare ancora le responsabilità

del Com.te Schettino, che rischia fino a 15 anni di carcere, e

le cause. Imperizia dell’uomo o fatalità? Il bilancio, al momento

della decisione di interrompere le ricerche è di 17 morti e 16 dispersi.

Appena le condizioni meteo lo consentiranno, inizieranno

le operazione di estrazione del carburante alle quali seguiranno

quelle più difficile di rimozione del relitto che non dureranno

meno di 24 mesi.

“Io non ci sto”- 29.01.12

E’ morto, all’età di 93 anni, Oscar Luigi Scalfaro, ex-magistrato

e Presidente della Repubblica. Gli anni del suo mandato furono

fra i più terribili della politica italiana: eletto pochi giorni dopo

la strage di Capaci, dove perse la vita Giovanni Falcone, si trovò

a dover affrontare la grave crisi di Tangentopoli e a dover lottare

contro l’accusa di aver ricevuto dei fondi neri dal Sisde, occasione

nella quale pronuncio la celeberrima frase: “Io a questo gioco al

massacro non ci sto.”

All. Eleonora GIURI

Fenomeni- 29.01.12

Carolina Kostner a 25 anni ha

conquistato l’oro agli Europei

di pattinaggio di figura sul

ghiaccio. Per l’atleta italiana

è il quarto riconoscimento a

livello europeo. Sempre donne,

sempre italiane, la squadra

del Setterosa di pallanuoto

ha battuto il Giappone aggiudicandosi,

dopo nove anni, il

titolo di campionesse durante

gli Europei di Eindhoven. Agli

Australian Open di Melbourne,

il primo dei quattro tornei del

Grande Slam, dopo 5 set durati

5 ore e 53 minuti, il tennista

serbo Novak Djokovic ha battuto

lo spagnolo Rafa Nadal, confermando

il suo primo posto

nel ranking mondiale.

17


18

Storia dell’Aeronautica

Nella scia del nostro percorso

sulle specialità e le potenzialità

dell’aviazione, si

rivela necessario analizzare

il contributo dato dall’aeronautica

alle operazioni

di terra in ambito tattico.

Si è già parlato del bombardamento

tattico, ma non

si è ancora sviscerato l’uso

del mezzo aereo individuato

come strumento di dislocamento

rapido di truppe.

Già verso la fine del ‘700 B.

Franklin sosteneva che “l’invenzione

del pallone aerostatico

appare, come si può

osservare, una scoperta di

grande importanza. Uno dei

suoi effetti può forse esser

quello di convincere i sovrani

della follia delle guerre

Aviotrasportati

poiché, anche ai più potenti

fra loro, risulterà impossibile

difendere i propri domini.

Cinquemila palloni, in grado

di trasportare due uomini

ciascuno, potrebbero

costare meno di cinque navi

da guerra. Dov’è il principe

che potrebbe permettersi

di coprire il suo territorio

di truppe per difenderlo, in

modo che diecimila uomini

che scendono dal cielo

non possano produrre danni

incalcolabili prima che

sia possibile organizzarsi in

modo adeguato per respingerli?”

Franklin con queste

parole mostra una grande

profondità di pensiero,

tranne per un punto: le

truppe aviotrasportate non

convinsero nessuno della

follia delle guerre! Anzi!

Il 5/6/1944, la notte prima

dello Sbarco in Normandia,

tre divisioni di paracadutisti

americani e inglesi si

lanciarono sulla Francia occupata.

I loro compiti erano

molteplici e variavano

dall’espugnare batterie costiere,

al conquistare ponti,

al distruggerne altri… Purtroppo

quella notte nulla

andò come doveva. I piloti

degli aerei, per la paura di

essere abbattuti dalla flak

(la contraerea tedesca, a

quel tempo sotto la giurisdizione

dell’aeronautica),

persero la rotta e i parà

vennero lanciati su zone

sbagliate, spesso a chilometri

di distanza dall’obbiettivo.

Un paracadutista,

ad esempio, finì dritto nel

quartier generale tedesco.

Costui venne imprigionato,

per poi essere liberato un

paio d’ore dopo dai colleghi

in avanzata. Si hanno notizie

anche di un parà che rimase

appeso sul campanile

di Saint-Mêre Eglise. Il fatto

è che la campana suonava

a martello per un incendio

e, quando venne tirato giù

dai tedeschi, era diventato

completamente sordo (ri-


prese a sentire normalmente

dopo qualche tempo).

Resta comunque il fatto che

i paracadutisti quella notte,

anche se in netta inferiorità

numerica, con mezzi

praticamente insufficienti,

riuscirono nella maggior

parte delle loro missioni.

Se lo sbarco ebbe successo è

anche grazie ai paracadutisti.

A Bien Dien Phu, in Vietnam,

invece, i paracadutisti

della legione straniera

francese vennero pesantemente

sconfitti dalle truppe

del generale vietnamita

Giap. Questo perché? Perché

i francesi sfruttavano

i lanci dei paracadutisti in

chiave difensiva, per ostacolare

l’avanzata del nemico.

I soldati venivano

lanciati in zone boschive,

gremite di guerriglieri, dove

dovevano ingaggiare il ne-

mico praticamente isolati.

Circa quindici anni dopo,

invece, nella valle dello Ia

Drang un intero battaglione

di fanteria americano

del 7° Cavalleggeri (da

notare che, come per

gli aviatori della Grande

Guerra, anche questi

pionieri della guerra

moderna provenivano

dalla cavalleria) venne

trasportato in elicottero

fino ad una radura

in pieno territorio nemico

nell’arco poche

ore. Questo evitò una

pericolosa ed estenuante

marcia nella

giungla. Poi, sempre

grazie al supporto aereo,

resistette in quella

posizione per circa

un giorno e mezzo,

anche se in schiacciante

inferiorità numerica e

totalmente accerchiato.

Da questi dati possiamo

notare che l’impiego di

truppe aviotrasportate sia

stato notevole, sia durante

la Seconda Guerra Mondiale,

sia nei conflitti successivi.

Da novant’anni a

questa parte, non c’è battaglia

che non sia stata vinta

anche grazie all’impiego e

all’ardimento delle truppe

aviotrasportate e degli

assetti aerei che ne hanno

consentito il veloce inserimento

nell’area di battaglia.

All. Francesco BARABINO

Nel frattempo

nel mondo...

Mentre nelle terre orientali

del Vietnam si combatteva

una sanguinosa guerra, negli

Stati Uniti, prendeva piede il

movimento di contestazione

di stampo pacifista e spesso

anarchico: gli Hippies.

Questi giovani sostenevano

gli ideali di rifiuto di ogni

forma di violenza fra nazioni,

indipendentemente da

chi avesse intrapreso per

primo le azioni belliche.

Anche il rifiuto del servizio

militare alimentava le

fila dei militanti Hippies.

Le motivazioni dei pacifisti

erano o morali (la guerra

è eticamente sbagliata),

oppure prettamente

pragmatiche (la guerra porta

scarsi vantaggi in relazione

all’elevato costo sia in termini

economici che umani).

Significativa fu inoltre la

manifestazione di Woodstock

(1969), in cui centinaia di

migliaia di persone espressero

la loro disapprovazione

nei confronti della politica

internazionale americana e

il distacco e rifiuto di tutte le

regole della morale di allora.

L’effetto di questo

movimento fu di notevole

influenza sull’opinione

pubblica statunitense non

giovando alla missione

degli USA in Vietnam.

All. Nicolò IMBRIANI

19


AUDITE!

audite! ...............

20

Speciale

Il giorno 3 febbraio 2012 si è svolta alla presenza del Capo di Stato

Maggiore dell’Aeronautica Militare, la cerimonia di cambio comando

tra il Gen. D. A. Vitantonio Cormio, comandante uscente e il Gen.

S.A. Mario Renzo Ottone. Il ruolo che rivestirà il Gen. S.A. Ottone è

quello di Comandante delle Scuole dell’Aeronautica Militare/3^ Regione

Aerea, incarico precedentemente rivestito dal Gen.S.A. Pasquale

Preziosa. Durante il suo intervento, il Gen. Cormio ha precisato di

sentirsi “responsabile del buon esito dell’attività educativa e formativa

dei giovani italiani, che volontariamente scelgono di entrare a far

parte dell’Arma Azzurra” , impegno che, essendo arduo, deve essere

affrontato con determinazione e senza riserve. Il Gen. Ottone, rivolgendosi

al Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare,Gen. S.A.

Giuseppe Bernardis, dopo avergli espresso la sua più grande riconoscenza

per la fiducia riposta e per l’incarico affidatogli, ha riconosciuto

che il particolare momento della nostra storia aeronautica porta con

sé delle “rilevanti responsabilità” ma vede “ancora uno straordinario

impegno della Forza Armata in numerosi teatri di operazione, in una

situazione generale di contingenza del Paese che non ha precedenti”.

Il Generale di Squadra Aerea Mario Renzo Ottone

è nato ad Arona (NO) nel 1952 ed è entrato in Accademia

Aeronautica nel 1973 con il Corso “Orione III”.

Nella sua lunghissima carriera vogliamo soprattutto

ricordare gli ultimi incarichi ricoperti. Dopo numerosi e prestigiosi incarichi (per citarne

alcuni Washington, Stato Maggiore A.M., 37° Stormo di Trapani...), il 21 Agosto 2007, ha assunto

l’incarico di Vice Comandante del Comando NATO di Componente Aerea di Izmir (Turchia).

Rientrato in Italia, il 2 Agosto 2010 ha assunto gli incarichi di Comandante del neo-costituito Comando

Operazioni Aeree (COA), di Comandante del 5° Centro per le Operazioni Aeree Combinate della

NATO (CAOC5) e, fino al 30 Dicembre 2010, di Vice Comandante Operativo delle Forze Aeree di Poggio Renatico.

Durante la sua carriera, oltre ai corsi normali e superiori di Scuola di Guerra previsti dall’iter di formazione

degli Ufficiali dell’A.M., ha frequentato i corsi di “Pilota Collaudatore/Sperimentatore”

presso l’ETPS (UK), nel 1984, e “Joint Combined Air Staff Course” presso l’USAF, nel 1998.

Il Generale Ottone ha al suo attivo più di 3000 ore di volo, su oltre 50 tipi diversi

di velivoli ed elicotteri, ed è in possesso della Laurea in Scienze Aeronautiche.

Il Generale Ottone è insignito delle seguenti onorificenze: Medaglia Mauriziana; Commendatore

della Repubblica Italiana; Medaglia d’oro di Lunga Navigazione Aerea; Medaglia d’oro di anzianità

di servizio; NATO Medal for Service with NATO on Operations in relation to Kosovo ed ex Jugoslavia;

Croce Commemorativa per il concorso al mantenimento della sicurezza internazionale in Afghanistan.

Chiudiamo queste righe notando che il Generale Ottone appartiene al Corso Orione III, come il nostro Comandante.

Ovviamente tutti noi allievi, fortemente intrisi di genuino spirito di corso, ci auguriamo che

tale fortunata congiunzione “astrale” sia foriera di sempre maggiori affermazioni per la nostra Scuola.

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