A Natale ... regala Cultura & Solidarietà - Montecovello News

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A Natale ... regala Cultura & Solidarietà - Montecovello News

n 7 - 30 Novembre 2011

M nteCovello

Periodico Quindicinale di Informazione Culturale

A Natale ...

regala Cultura

& Solidarietà

Magazine MonteCovello - n° 7

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SOMMARIO

2 L’Editoriale

3 Saggi : “Pirandello e la cultura socio-politica” - Pietro Seddio

15 In cucina con ... Andrea Libertella - Antipasto di Natale con sautè e spiedini di

cozze

17 Pensieri visti da dietro - Giuseppe Tramontana

21 Lo Zoo : “Il Natale… secondo me” - Caterina Carrassi

22 Cucinando con Poesia ... Antonio Deber - IGadus in Cymbria

(Stoccafisso alla vicentina)

23 Ridere fa buon sangue - “Caffè macchiato... incazzato... esagerato... artistico!” ,

di Manuela Fiorini

26 Fotografando - “Parco Scolacium Roccelletta di Borgia (Catanzaro)” ,

Giovene Elisa

36 Il Poeta : “Leopardi, un Poeta ancora moderno”, Tiziana Marzano

37 Il Poeta : “La poetica di Prévert”, Katia Belloni

38 Al parco con l’Autore - Paolo Confalonieri

42 Fotografando - “Natale e Capodanno in Giamaica”, Tania Servidei

45 In Redazione

46 Storia di Copertina

Magazine MonteCovello - n° 7


L’EDITORIALE

Cari Lettori,

tante cose belle da leggere anche su questo Numero, certo!

Vorrei scrivervi altrettante cose belle ma non voglio distogliere la Vostra

attenzione dalla “Storia di copertina”: leggetela con attenzione, Natale è già

arrivato…

Quest’anno, tra i tantissimi Regali che farete ai vostri parenti, amici e

conoscenti, scegliete di regalare LIBRI: diffonderete Cultura.

E poi, grazie all’iniziativa di MonteCovello, aiuterete a sostenere due

Associazioni che curano quelle tante persone che … non festeggeranno il

Natale.

Un grossissimo in bocca al lupo a tutti noi !

Sinceramente Vostro

GiaZip

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3

PIRANDELLO E LA CULTURA SOCIO-POLITICA

Le vicende socio-politiche, che interessarono

il periodo storico nel quale il Maestro

visse, non poterono non lasciare traccia nel

suo animo, soprattutto per due epoche diverse,

che lo attanagliarono sia come uomo

che come scrittore.

Seppur proteso alla nuova evoluzione del

Novecento, non poteva dimenticare l’accumulazione

di esperienze del secolo che da

poco era trascorso e durante il quale aveva

vissuto un periodo intenso e vivo della sua

esistenza umana. L’accostamento a realtà

diverse, l’avvicinarsi ad uomini eterogenei

in paesi lontani e dissimili, il protendersi a

capire certe situazioni che gli si presentavano,

lo portarono a formarsi una personalità

che non poteva non esplodere in atti che

dichiaratamente erano di rottura e comunque

lasciavano adito ad una ridda d’interpretazioni.,

Cercò di condensare tali convincimenti nel

romano I vecchi e i giovani, assumendo la

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SAGGI

di Pietro Seddio

veste dell’analizzatore scrupoloso, attento,

preciso, ma non per questo scevro da contraddizioni

e condizionamenti. 1*

Forse l’esperienza del De Roberto o di Capuana

o dello stesso Verga che si erano

cimentati in romanzi socio-storici (Verga

molto meno), spinse il Maestro a scrivere

un lungo e vasto romanzo che potesse

portare l’accento non solo su una questione

siciliana, ma con un più ampio respiro

estenderla a tutta una situazione atipica

nazionale. Fu un impegno letterario notevole

che contribuì a dare una più esatta

idea e dimensione del pensiero dell’autore

isolano che raccoglieva attorno alla sua

opera critiche e discussioni. E se partire da

questa fatica significa cominciare ad intravedere

l’ideologia del Maestro nel riflesso

socio-politico, ciò non basta per determinare

esattamente la portata né l’indirizzo.

E’ comunque un iter percorribile obbligato

se vogliamo poi spiegare come il Maestro

1* “I vecchi e i giovani non sono né un grande né un bel romanzo, ma un libro ricco di tutti i contenuti

e di tutte le ansie pirandelliane profusi in un libero endemico disordine. Egli cominciò a scriverlo quanto

era prossimo a quarant’anni e sentì il bisogno di raccogliere, in un unico libro, il suo giudizio sul mondo

contemporaneo: concetti e sentimenti.

Si trattava di un complesso mondo di memorie e di esperienze attuali, di fatti e di parole che assumevano

in lui ora una calda figura di incendio, ora un larvatico aspetto di vanità. Era l’idea di un romanzo

in cui, senza calcoli, egli potesse incontrarsi a tu per tu e nello stesso teatro con la memoria e con la

contemporaneità. In tale libro, che doveva trarre pretesto dalla cronaca di avvenimenti accaduti dodici

anni prima, c’era l’inconscia intenzione di un bilancio della propria vita. Pirandello voleva rinsaldare la

leggenda della sua famiglia, la memoria del paese natale, come paesaggio e come luogo di una società

umana, rifondere nell’immaginazione precise fisionomie di uomini e di cose che dovevano vivere a fianco

di personaggi fittizi, simbolici di stati d’anima più segreti. Inoltre, nel libro, si voleva ripetere ogni fondamentale

riflessione sulla vita, sulla società politica contemporanea, sulla convivenza nazionale. Un libro

di vita e di polemica. Oltre a queste cose, consciamente o inconsciamente, vi si volevano riversare, altre

se ne trovavano, più segrete e mascherate, non meno importanti. L’opera tutta di Pirandello confluisce a

un certo punto in questo fangoso e composito fiume-romanzo, trascinante relitti e sogni segreti”.

(Cit. in Gaspare Giudice, Op. Cit., pag. 193 e segg.)

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abbia preso talune (molto discusse) decisioni

che suscitarono scalpore ed anche

scandalo. Purtroppo certi avvenimenti,

nonostante il tempo che trascorre, lasciano

segni indelebili e spesso si vuol ridimensionare

o addirittura sorvolare su taluni

aspetti che invece abbisognano di una più

approfondita analisi, anche se questa rivela

situazioni che oggi appaiono più inverosimili

di quanto non fossero allora.

Tutto questo perché attorno al Maestro, nel

corso di questi decenni, si è creata una atmosfera

un po’ falsa per timore di sminuire

la sua grandezza ed il suo valore letterario.

Una analisi che vuole essere obiettiva e soprattutto

che tende a dare un fattivo contributo

per scoprire meglio i vari parametri

non può sottrarsi dal mettere in risalto anche

gli eventi o momenti negativi (se così

appaiono) per mera devozione o peggio

per tema di apparire sgradito e in disaccordo

con la cultura ufficiale che ha sempre

osannato. Bisogna aprire la finestra e guardare

dentro, sempre più dentro. Un atto di

fede e di consapevole ammirazione per l’artista,

ma soprattutto per l’uomo.

In questa ottica e prospettiva non deve e

non può sfuggire il periodo forse più controverso

dell’intera vita del Maestro, perché

ha lasciato un segno particolare mettendo

in risalto la sua personalità che non poteva

sottrarsi dal prendere determinate decisioni.

Abbiamo proprio fatto cenno all’Italia

celebrativa dannunziana che in quelle vestigia

epopee si specchiava creando il mito,

l’eroismo, il concetto di patria così complesso

ed effimero (a quel tempo) in quanto

pieno di contraddizioni, di falsità, di dubbi

sentimenti e convinzioni.

Si vive, sempre in quel periodo, un intenso

momento sociale dove l’uomo in tutta la

sua completezza, diventa il centro dell’attenzione

e sfoga ogni passione in ideali che

tendono a dimostrare la sua vitalità e virilità.

Anni di celebrazioni, di avvenimenti barocchi

che, in un certo senso, calcano e rispecchiano

epoche lontane e vestigia seppure

superate, ancora care nell’animo dell’uomo

che ha bisogno di identificarsi. Il Maestro

non resta sordo a tale frastuono e non può

lasciarsi sfuggire una occasione.

Si badi, non occasione per mettersi in luce,

ma per essere coerente con il suo spirito,

con la psicologia che aveva già creato tanti

personaggi i quali dimostravano chiaramente

un certo fastidio nell’inserirsi in una

società falsamente borghese e con profondi

ed evidenti contrasti.

I suoi personaggi quasi lo obbligavano a vivere

in una determinata maniera, quindi ad

agire di conseguenza. E’ forse un contrasto

interiore quello che tormenta il Maestro il

quale doveva parare anche i colpi del Croce

e del D’Annunzio, e non solo dal punto di

vista letterario.

Partiamo intanto da una dichiarazione dello

stesso Pirandello fatta allo intervistatore

del Piccolo della Sera di Trieste, il 21 ottobre

del 1924:

La mia vita non è che lavoro e studio. Le mie

opere, che alcuni credono non meditate e

buttate giù di petto, sono invece il risultato

di un lungo periodo di incubazione spirituale.

Sono isolato dal mondo e non ho che il

mio lavoro e la mia arte. La politica? Non

me ne occupo, non me ne sono mai occupato.

Se alludete al mio recente atto di adesione

al fascismo, vi dirò che è stato compiuto allo

scopo di aiutare il Fascismo nella sua opera

di rinnovamento e di ricostruzione.

La dichiarazione di Pirandello, così com’è,

dovrebbe non dare adito ad alcuna contestazione

in quanto sembra quanto mai

comprensibile e soprattutto chiara nel suo

convincimento.

I fatti, gli eventi, i momenti invece hanno

scatenato una serie di altre interpretazioni

e se da un canto una certa borghesia aveva

“perdonato” lo scrittore, ora, dopo questa

iscrizione al Partito Fascista, torna a contestarlo

in malo modo. Non dimentichiamo

che in quel preciso momento le contesta-

zioni ufficiali erano quasi del tutto proibite,

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ma questo non toglieva di isolare volutamente

il “colpevole”.

Ne sanno qualche cosa quanti erano “fascisti”

e quindi non invisi agli altri di idee

completamente opposte. Giustamente in

quella dichiarazione appare evidente la logicità

del pensiero pirandelliano.

Possiamo anche pensare che l’aver conosciuto

Marinetti, l’ideatore del Manifesto

che racchiudeva quasi l’essenza della filosofia

fascista, abbia certamente influito su alcune

decisioni “politiche” di Pirandello che

ebbe a dirigere al Teatro Valle di Roma l’opera

Vulcano che fu contestata dal pubblico.

Per contro Marinetti, indignato, espresse

il suo incondizionato appoggio al lavoro

dell’illustre direttore.

La complessa questione comunque sembra

avere radici profonde e per alcuni versi, ancora

oggi, non del tutto chiare ed è per questo

che sulla decisione politica si cercano

nuovi argomenti, si scava per decidere se

Pirandello fosse un convinto fascista ovvero

si fosse rivolto al Partito per una sorta di

“tutela” in quanto da nessuna parte riceveva,

o almeno così lui credeva, quella necessaria

difesa letteraria.

Infatti ancora oggi ci si ricorda del feroce

attacco da parte di Giovanni Amendola nei

confronti dello scrittore siciliano che a dire

dell’esponente di sinistra era un uomo volgare,

aggiungendo che il gesto di Pirandello

nel rivolgersi al fascismo era dettato dal desiderio

che potesse essere nominato senatore.

Gli attacchi, e non solo d’Amendola,

che arrivavano dal mondo letterario e politico

nella sua globalità per la differenza di

vedute, non scoraggiarono il Maestro che,

seppur amareggiato, proprio subito dopo

il delitto Matteotti, inviò un telegramma a

Mussolini chiedendo l’iscrizione al Partito

con una messaggio personale indirizzato al

Capo del Governo e del Partito.

“Eccellenza, sento che per me questo è il momento

più propizio di dichiarare una fede

nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’E. V.

mi stima degno di entrare nel Partito Nazio-

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nale Fascista, pregierò come massimo onore

tenervi il posto del più umile e obbediente

gregario. Con devozione intera…”.

A prendere le difese dello scrittore, tra gli

altri, furono Antonio Beltramelli, Massimo

Bontempelli., Alfredo Casella, Silvio D’Amico

e Cipriano Efisio Oppo i quali con

vari interventi cercarono di contrastare gli

attacchi proditori nei confronti del grande

scrittore.

Come egregiamente ha ricordato Leonardo

Sciascia nel suo Pirandello e la Sicilia,

la convinzione di Pirandello la si può evidenziare

leggendo un passo del fu Mattia

Pascal, laddove dice:

“La democrazia, mio caro, la democrazia,

cioè il governo della maggioranza. Perché,

quando il potere è in mano d’uno solo,

quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare

molti; ma quando i molti governano,

pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha

allora la tirannia più balorda e più odiosa:

la tirannia mascherata da libertà”.

Partendo da questi presupposti, il Fascismo

appare come il partito che possa ribaltare

il concetto di democrazia mascherata

e formulare nuove proposte di vita a beneficio

della società, soprattutto quella che lui

continuava a portarsi dentro fatta di uomini

sofferenti, chini a dire sempre di si per

via delle vessazioni dei signorotti, dei tanti

feudatari che ancora vivevano in molte

parti della Sicilia e che ora avevano anche

ramificazioni in altre parti d’Italia.

Non poteva non essere sollecitato dalle

proclamazioni che Mussolini, in più occasioni,

andava dicendo ed ecco allora spiegato

il gesto che tanto scalpore suscitò soprattutto

perché l’adesione venne proprio

da Pirandello che, a torto o a ragione, era

considerato un letterato di chiara fama internazionale.

Tra l’altro proprio Mussolini,

da perfetto intenditore, cercò di ingraziarsi

lo scrittore al quale elargì una serie di premi

e di riconoscimenti che, in un certo senso,

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riuscirono a farlo felice in quanto ora poteva

considerarsi “arrivato”. Ne sono testimonianza

alcune sue dichiarazioni pubbliche

riportate dal giornale L’idea Nazionale il 23

ottobre 1923.

Comunque occorre evidenziare che se Pirandello

si iscrisse al Partito Fascista secondo

una sua logica intellettuale, i dirigenti di

quel partito, con la complicità di Mussolini,

sfruttarono a loro piacimento quel gesto

che divenne il fiore all’occhiello dell’intera

compagine politica.

Quindi, l’ingenuità politica del Maestro fa

subito i conti con l’intrigo politico capace

di sapere sfruttare, a proprio favore, ogni

evento. Una voce, quella di Corrado Alvaro,

amico ed estimatore di Pirandello, sembrò

essere la più accomodante, quella cioè

che evidenziò come la decisione dello stesso

scaturisse da una mente che per:

“…cinquant’anni di vita è sbalzato a una

fama abbagliante; il momento di questa

fama coincide con l’avvento di un regime

politico, che per calcolo, gli elargisce grandi

onori”. 2*

Come per dire che Pirandello si era iscritto

non perché fermamente convinto della

sue idee politiche, ma per comodo non tenendo

conto che proprio lo stesso scrittore

più volte ebbe a ripetere che lui era stato

sempre un fascista. Il riferimento all’episodio

che da giovane avesse simpatizzato con

i Fasci Siciliana sembrava chiaro anche se,

a quel tempo, una presa di posizione ufficiale

non è stata mai data. In ogni caso la

controversa questione ancora oggi è oggetto

di attente analisi e quasi si vogliono

interpretare non solo i concetti espressi da

Pirandello ma, addirittura, tentare di sottoporre

ad anatomia ogni parola per entrare

nel suo mondo interiore spesso contraddittorio

e per questo quasi indecifrabile.

2* Cit. in Gaspare Giudice, Op. Cit., pag. 448

3* Gian Franco Venè, Pirandello fascista, Op. Cit., pag. 57

Forse una risposta esauriente la si trova

nell’ottimo saggio scritto da Gian Franco

Venè, Pirandello fascista, dove – con una

attenta e capillare analisi – cerca di costruire

tutto l’iter e quindi entrare in questo

mondo sotterraneo, seppur il clamore suscitato

suggerisce di effettuare l’analisi pure

in superficie.

Non è possibile, in quanto, come più volte

ripetuto, il contrasto evidente che è l’insieme

della personalità di Pirandello non si

evidenzia facilmente e si può anche dire

che spesso ci si viene a trovare in un vicolo

cieco.

Sta di fatto che Pirandello ha agito secondo

un suo bisogno interiore e che, ai di là della

sua più o meno convinzione o fede politica,

si è mosso credendo nel suo senso civico,

nella certezza che, in quel momento, il Fascismo

rappresentasse una felice prerogativa

che contrastava il marcio politico assai

evidente di altri movimenti.

Il concetto dal quale Pirandello parte è

quello che saluta la dittatura come una verità

stabilita dai fatti quotidiani e quindi in

antitesi con la democrazia che maschera

una verità rivelata. Per questo, nella certezza

di chiarire meglio questo passaggio, è

bene riportare integralmente il pezzo scritto

da Venè.

“Se la democrazia è per Pirandello come una

‘verità rivelata’, un bene illusorio e incontrollabile,

la dittatura è una verità stabilita

dai fatti quotidiani, dall’intimo svolgersi dei

rapporti tra individuo e società. La democrazia

è la maschera sociale portata da ‘tutti

gli altri’; la dittatura è invece la verità risultante

dal rapporto concreto, concretamente

vissuto, dell’individuo con i fatti, dove i sentimenti

eterni trovano una loro sofferta ma

reale precisione”. 3*

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Quanto aveva visto in Sicilia, dove il feudalesimo

esisteva e condizionava, ancora,

la vita della gente umile, del piccolo uomo,

certamente non poteva non farlo anelare

ad una società dove l’ordine, la disciplina,

il senso della giustizia e dell’equità potesse

ribaltare i termini sociali della intricata

questione. Non poteva non ricordare i periodi

trascorsi a Bonn dove già quest’ordine

e senso di disciplina erano assai evidenti e

che costituivano, certamente per il Maestro,

un preciso punto di riferimento.

Un’idea ed una convinzione che si portava

da anni; diremo che era nata – nella sua

mente – non appena ebbe modo di constatare

e toccare con mano la realtà sociale del

tempo e grazie alla sua spiccata intelligenza

non poté sfuggirgli la contraddizione nella

quale era irretita tutta la società di quel

tempo. Da una parte una borghesia che ancora

ostentava benessere, dispotismo, vessazione

nei confronti dei deboli. A questa

parte di borghesia non era escluso il clero.

Tutt’altro. Mentre dall’altra parte la massa

del popolo ignorante, contadino, che lavorava

da schiavo nelle zolfare, sgobbando da

mane a sera per poco, per dire sempre di sì,

per pagare colpe non proprie.

(Elementi tutti che, in un secondo tempo

anche Leonardo Sciascia nel suo Le parrocchie

di Regalpetra evidenzierà con altrettanta

analisi socio- politica e letteraria).

E si ostentava un certo benessere, si credeva

in ideologie che mascheravano interessi

sordidi e privati i quali cercavano di salvare

ciò che ancora rimaneva del feudalesimo

sociale. Tutto questo non poteva non

essere analizzato dal Maestro che ebbe più

occasioni per ritornare a ribadire il concetto

centrale della sua tematica, attraverso le

novelle, gli interventi sui giornali, il teatro,

i romanzi. Un’accusa violenta alla borghesia

promotrice di situazioni che dovevano

essere affogati e che invece vivevano e vivificavano

sul groppone degli umili e meno

potenti: il popolino.

Questo stesso, comunque, che non riusciva

a darsi una scrollata, a darsi un contegno

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umano, una fisionomia sociale dove i sentimenti,

i diritti, i doveri, potessero equipararsi

senza danneggiare l’uno o l’altro.

Qualcuno cercava di fare pulizia attorno

e scrostare l’atavica polvere che ristagnava

nei cuori, nei cervelli. Cercava disperatamente

di scuotere le fondamenta, di ribaltare

i termini del dialogo e aprire la finestra

per fare entrare nuova aria.

E’ la ricerca disperata dell’equilibrio che

si è già spezzato nel tempo, ma che non è

scomparso del tutto. Una sorta di silenziosa

e civile ribellione che prorompe dal petto

del popolo sagace e intelligente (anche

filosofo) che investe le situazioni politicosociali

perché possano arricchirsi di nuova

linfa la quale deve scaturire dal popolo

sempre escluso e conseguentemente boicottato.

Il popolo, l’essere – nella sua massima

espressione – (nel popolo il Maestro si

identifica) quindi che prende coscienza,

alza la testa, guarda il sole, discute, cerca

uno spazio più idoneo per la propria sopravvivenza.

Certamente è un compito

arduo, difficile, spesso pericoloso. La borghesia

vi si oppone strenuamente. Ma si insiste,

si cerca l’occasione propizia per uscire

dal limbo e sorridere alla vita con il pieno

riconoscimento della propria personalità

ed umanità.

E’ questo, anche, in sintesi il discorso di

Ciampa (Il berretto a sonagli), come evidenziato

nelle pagine precedenti.

Traspare evidente una presa di posizione

che non può essere sottovalutata in quanto

preannunzia in modo chiaro e preciso,

il pensiero sociale dell’autore. Nel risvolto

politico, poi, la presa di posizione appare

ancora più nitida anche se più appariscente

per l’importanza che l’autore aveva a quel

tempo.

Nella sostanza il Maestro cerca spazio metafisico,

se vogliamo, partendo da lontano

(per questo tanta difficoltà ad essere compreso,

per non dire che più volte è stato

ravvisato) per arrivare, con pazienza certo-

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sina, attraverso discorsi complessi ed analisi

particolareggiate, a conclusioni, nonostante

appare evidente che non c’è mai stata

una vera conclusione. E’ stata una continua

ricerca, un incessante peregrinare in cerca

di molteplici risposte che si accavallavano

vorticosamente, freneticamente, lasciando

interdetti quanti si avvicinavano alla sua

tematica.

Potremmo anche dire che molti dei suoi

personaggi hanno sempre avvertito

quest’atmosfera pesante che è gravitata attorno

a loro, quasi consapevoli come il loro

peregrinare, il loro continuo chiedersi, sarebbe

rimasto senza risposta alcuna. Forse

una risposta l’avrebbero data i posteri?

Allora (come oggi) non si potevano accettare

quella sequela di problematiche che

mettevano a nudo gli animi, quando si preferiva

tenerli al coperto, lontani da occhi

indiscreti e soprattutto infastiditi da quelle

domande poste con lucida e quasi asfittica

progressione psico-spirituale. Non si poteva

accettare un simile discorso, come non

si poteva accettare, quindi, ogni sua eventuale

decisione. Ma il Maestro nella consapevolezza

del suo peso sociale e letterario,

non si tirava indietro, non aveva mai

ripensamenti, anche se a volte cadeva in

contraddizioni. Ed ecco allora, i nemici, a

mettere in risalto questi passi falsi e a creare

un’atmosfera pesante attorno alla figura

dell’autore che si racchiudeva sempre più

nel suo “io”, spesso frustrato e tormentato,

per cui con molto logica e coerenza sarà in

grado di affermare:

L’infelicità individuale permane anche in

una società che ha tutto il diritto di chiamarsi

felice.

Sfogava, nel creare personaggi, la sua frustrazione;

sfogava la sua bile, il suo malcontento,

ma nello stesso tempo apriva le molteplici

piaghe che sembravano non essere

mai lenite nonostante i continui tentativi.

Già studente aveva sempre simpatizzato

per alcuni movimenti politici, con i quali

aveva creato una certa sintonia perché riuscissero

a soddisfare la sua interiorità. Non

fu una decisione affrettata, né tanto meno

ingiustificata, anche se a lungo andare ed in

un’ottica – nel tempo – diversa, oggi appare

come una decisione discutibile e contestata.

Ma nell’analisi del momento, nel compendio

della sua complessa personalità e

quindi della sua spiritualità, quell’insieme

di decisioni ne erano la logica conseguenza.

Lo distingueva, comunque, il fatto che nonostante

partecipasse alla vita socio- politica,

non fu mai un esponente di primo piano,

anche se le porte fossero aperte. Spesso

fu pressato da tanti per prendere più attivamente

parte alle vicende politiche del

tempo. La sua convinzione idealista, la sua

adesione ad un preciso movimento politico

gli erano sufficienti per sentirsi realizzato.

Non voleva altro, ed allora rifuggiva

non intervenendo quasi mai direttamente

o personalmente.

Anche in questo comportamento si evidenzia

una sostanziale contraddizione che

trova ampia giustificazione, se guardiamo

nell’insieme della sua vita complessa. 4*

Accettava, sì, ma non voleva mai essere

coinvolto direttamente, seppur poteva diventare

uno dei più importanti dirigenti

del partito. E quando ebbe l’incarico di Accademico

d’Italia (1929), fece di tutto per

non mettersi mai in primo piano, rifuggendo,

per quanto possibile, apparizioni in

pubblico, specialmente se costretto ad indossare

la famosa “divisa” di allora. Evitava

perché mal digeriva certe estemporanee

“messe in scena”, assai care in quel periodo

e dove non era difficile vedere esponenti

della cultura ufficiale pavoneggiarsi e primeggiare,

apparendo – in verità – assai

tronfi e meschini. Da un racconto di Luigi

Ferrante, ecco una piacevole testimonianza

tipicamente pirandelliana a proposito

dell’Accademia e del rapporto con l’autore,

membro della stessa.

Accettava, sì, ma non voleva mai essere

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coinvolto direttamente, seppur poteva diventare

uno dei più importanti dirigenti

del partito. E quando ebbe l’incarico di Accademico

d’Italia (1929), fece di tutto per

non mettersi mai in primo piano, rifuggendo,

per quanto possibile, apparizioni in

pubblico, specialmente se costretto ad indossare

la famosa “divisa” di allora. Evitava

perché mal digeriva certe estemporanee

“messe in scena”, assai care in quel periodo

e dove non era difficile vedere esponenti

della cultura ufficiale pavoneggiarsi e primeggiare,

apparendo – in verità – assai

tronfi e meschini.

Da un racconto di Luigi Ferrante, ecco

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una piacevole testimonianza tipicamente

pirandelliana a proposito dell’Accademia

e del rapporto con l’autore, membro della

stessa.

“Pirandello parlava dell’Accademia – ricorda

Giulio Caprin – per quella che era. Buffe,

in questo buffo mondo anche le Accademie

che si dànno tante arie. Come accademico

era piuttosto indisciplinato. Mi ricordo come

mi descrisse una delle prime solenni funzioni.

Gli accademici in fila nelle loro uniformi

gallonate: con quegli alamari, sul petto, li vedeva

e vedeva se stesso, come una parata di

scheletri”. 5*

4* “Questa duplicità di Pirandello, diviso tra il fervore di sentirsi partecipe ai momenti collettivi nazionali

e di svolta sociale e politica e la sua sostanziale estraneità intellettuale e spirituale (ma si potrebbe

dire creativa) a quegli stessi momenti, spiega almeno in parte il suo atteggiamento di fronte alla crisi del

sistema liberale e all’avvento del fascismo. Tentare di rintracciare nella sua opera, come è stato fatto con

fiscalismo persecutorio, presagio di ideologia totalitaria o in senso più circoscritto, fascista, è un’operazione

inutile, a meno che non la si generalizzi estendendola a tutta la cultura predominante nel primo

ventennio del secolo, e non solo in Italia.

E’ certo invece che il processo intentato da Gyorgy Lukàcs alla distruzione della ragione può implicare

come testimone Pirandello almeno nel senso che egli contribuì come altri maestri alla lunga crisi della

coscienza europea, da Nietzsche a Sorel a Heidegger allo stesso ‘impolitico’ Mann, alla distruzione

della ragione storica e all’affermazione del principio di ‘creatività’, applicato all’operare politico e sociale.

Della politica come strumento dinamico di regolazione dei conflitti di classe e di opinione e in Italia come

prassi giollittiana, Pirandello aveva colto l’aspetto più corrivo del compromesso ideale e morale, talora

della degradazione dei valori e delle energie. Per questo la sua adesione al regime e in particolare al

‘carisma’ del nuovo capo, espressa con foga nel primo annuale della marcia su Roma e clamorosamente,

provocatoriamente, ribadita all’indomani del delitto Matteotti con la domanda d’iscrizione al partito

fascista, ha il significato di una delega a un ‘personaggio’ capace di eccezionali poteri creativi…[….] Il

drammaturgo di successo teatralizzava il suo rapporto con Mussolini senza accorgersi che facendogli

credito di uno speciale sentimento della ‘doppia e tragica necessità della forma e del movimento’ contribuiva

alla parodia ideologica del ‘pirandellismo’, che già andava manifestandosi come riduzione della

sua opera a formula parafilosofica.

La propaganda del regime cercava il consenso intellettuale insistendo sulla novità del fascismo come

prima originale creazione politica italiana; e certo l’adesione pirandelliana la favoriva nei limiti in cui

lo scrittore si prestava ad essere strumentalizzato: limiti segnati soprattutto dalla funzione che col suo

prestigio egli pensava di poter esercitare in favore della rinascita anche organizzativa del teatro. Per il

resto valevano, al di là della soddisfazione per i riconoscimenti ufficiali che il regime non gli lesinò (onori

cavallereschi e accademici), il carattere corrosivo della sua opera, a volte rischiosa- mente allusivo (come

nella novella del 1934 ‘C’è qualcuno che ride’) e soprattutto alla sua ribadita estraneità, esistenziale e

professionale alla politica: ‘sono apolitico, mi sento soltanto uomo della terra’. (Cit. in Nino Borsellino,

Op. Cit., pag. 65 e segg.)

5* Cit. in Gaspare Giudice, Op. Cit., pag. 453

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Non è quindi del tutto veritiera che l’appartenenza

al Partito Fascista da parte di

Pirandello fosse da considerare come una

decisione irrevocabile e che lo stesso non

fosse andato in escandescenze tanto da arrivare

a strappare la tessera.

I rapporti, una volta “ottimi”, a poco a poco

si rivelarono del tutto contraddittori e l’autore

di fronte a taluni avvenimenti iniziò

ad allontanarsi dall’ideologia fascista nella

quale non si riconosceva più.

Proprio dopo il 1927 questa situazione era

diventata incandescente in quanto il Partito

Fascista si era adoperato per sopprimere

la libertà di stampa, ad emanare leggi

di polizia, ad istituire tribunali speciali,

ripristinare la pena di morte, l’istituzione

dell’O.V.R.A., e tutte le leggi fascistissime

promulgate prima e quindi si scontrava

con la concezione, diversa, dello scrittore

che ora si sentiva un estraneo tra estranei.

Il suo comportamento, a questo punto, diventa

contraddittorio e seppur da un lato

trova ancora il coraggio per esporre le sue

idee e quindi ritenersi indipendente come

artista, dall’altra si trova ancorato allo stesso

partito che inizia a prendere una serie

di iniziative che vessano il popolo, si accanisce

contro inermi ed indifesi innocenti e

quindi la causa di lacerazioni di coscienze,

così come veniva ad essere quella del Maestro.

La goccia che fece traboccare il vaso contribuendo

a fare imbestialire del tutto Pirandello,

si concretizzò allorché da un ritorno

dal Brasile – dove aveva effettuato una tournée

– il Maestro per alcune dichiarazioni

rilasciate in quel contesto, venne come inquisito

dal Segretario del partito che chiese

spiegazioni di quelle affermazioni che in

Italia, all’interno del partito, avevano fatto

arricciare il naso.

Non ci pensò due volte il Maestro a cavare

dalla tasca la tessera del partito, lacerarla e

buttarla sul tavolo sotto gli occhi dell’incredulo

gerarca. Parimenti si strappò il distintivo

dall’occhiello scaraventandolo a terra

e poi, sdegnato all’inverosimile, uscì dalla

stanza.

Dovettero provvedere a chiedergli ufficialmente

scusa ma ormai la frattura, almeno

dal punto di vista psicologico, era insanabile

anche perché il Maestro sapeva di avere,

in quel Partito, una serie di accaniti nemici

che volevano “la sua testa”.

Non manca l’occasione per scagliarsi contro

Verga che definisce anticon- formista e

antidannunziano, suscitando – ancora una

volta – un irrigidimen- to da parte della

politica ufficiale e della cultura fascista che

privilegiava in maniera dichiarata sia Verga

quanto D’Annunzio.

Per quest’ultimo, in particolare, Pirandello

nutriva una antipatia particolare quanto

istintiva. Era convinto, il Maestro, che

l’antagonista così accalamato dai gerarchi,

gli usurpasse il successo e la fama ed è per

questo che in seno all’Accademia lo scrittore

siciliano avrà modo di esternare la sua

antipatia nei confronti del “vate”. Il conseguimento

nel 1934 del Nobel contribuì, per

una sorta di equivoci, malintesi, malanimi,

ecc., a far si che Pirandello si allontanasse

sempre più della politica e si dedicasse alle

sue ultime composizioni, non dimenticando

il teatro per il quale negli ultimi anni

aveva profuso tutte le energie anche come

capocomico e dove aveva avuto l’occasione

di incontrare Marta Abba che ha rappresentato

un punto di riferimento importante

tanto che, in molti hanno detto che l’attrice

è stata l’amante di Pirandello.

Lo smacco più grande (quasi una rivincita)

Pirandello lo concretizzò, facendo trovare

il famoso testamento con il quale vietò ogni

forma di accanita e falsa pubblicità attorno

alla sua morte, evitando (lo prevedette!)

ogni discorso celebrativo che il Partito Fascista

aveva in animo di propagan- dare di

fronte al corpo (solo ceneri!) del Maestro.

Con questo atto, tanto eclatante quanto

provocatorio, si può dire che il Maestro ha

chiuso definitivamente con quel Partito per

il quale era stato celebrato, ma anche vituperato,

offeso, spesso ridicolizzato. Giu-

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11

stamente qualcuno, di fronte a quel foglio

scolorito, ebbe a dire: “Se n’è andato sbattendo

la porta”.

Nessuno come l’artista, aveva desiderato la

quiete non solo domestica ma del suo animo

interiore e tutte le volte che lo poté fare,

vi si tuffò a capofitto, senza rimpianto alcuno.

Per essere certi di questo basta scorrere

velocemente le sue tappe che lo hanno

portato all’adesione al partito, alla sua tormentata

appartenenza, al suo distacco, per

poter comprendere in che misura egli intendeva

sentirsi “politico”. Negli anni della

gioventù, è vero, simpatizzò con i radicali,

poi assunse posizioni più precise da essere

definito un contestatore, mentre negli anni

della maturità si schierò con Giolitti, simpatizzò

per un certo periodo per Garibaldi,

e vide di buon occhio il moderatismo

di Albertini quanto il liberalismo di Croce,

per non dire e sottolineare, nella piena

maturità la sua adesione al Partito Fascista.

Ma in tutto questo iter non si può asserire

che il Maestro ne sia stato esponente prezioso

ed impegnato e quanto meno determinante.

Erano solo gli entusiasmi a portarlo

verso questo o quell’altro partito che

la vera convinzione ideologica la quale tra

l’altro non era per niente “politica” ma soltanto

“sociale” e questa non è una differenza

da sottovalutare.

Si nasce politici e Pirandello non lo nacque

veramente; si nasce con il pallino sociale

e lo stesso era convinto ed assertore e generalmente

le due “entità” non si trovano

in perfetta sintonia, soprattutto quando la

condizione politica, come si è visto per la

componente dittatoriale, porta all’annichilimento

del sociale.

E per capire, definitivamente, come intendeva

la politica Pirandello che doveva armonizzarsi

con la cultura sociale, basta rileggere

il testo del suo discorso che fece nel

1934 al Convegno Volta, riportato quasi

integralmente nel libro di Gaspare Giudice

a pagina 464.

In questa serie di contraddizioni, deve es-

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sere inquadrata e vista tutta la proiezione

politica che coinvolse il Maestro in maniera

diretta ed inequivo- cabile.

Documenti e testimonianze, riportati fino

ai nostri giorni, e già oggetto di analisi da

parte di studiosi, hanno contribuito a dare

una visione, quanto mai chiara di quel periodo

e seppur, come già riferito, si è cercati

di speculare negativamente, non si

può non disconoscere a Pirandello una sua

propria e giusta valutazione del momento

che ne ha determinato quella scelta. Intendiamo

riferirci alla sua iscrizione al Partito

Fascista, nel momento, forse, più delicato,

per quanto riguardava l’evento proprio politico.

Infatti quella iscrizione avvenuta subito

dopo il delitto Matteotti ha una sua ragione

d’essere e Mussolini non dimenticò

mai quel gesto ed in più occasioni difese

il Maestro; ma questo non toglie dal mettere

in risalto che tra i due intercorrevano

solo rapporti di circostanza e forse di comodo.

Noi crediamo che Mussolini non

comprendesse appieno il valore puramente

letterario dell’opera del Maestro, come questi,

per contro, non comprese (o non volle

comprendere) il valore delle varie iniziative

politiche che sono, per motivi già noti,

naufragati miseramente con dannosissime

conseguenze per il popolo italiano.

Quello stesso popolo oggetto di tanta analisi

minuziosa da parte dello scrittore. Ma

nessuno era in grado di prevedere gli eventi.

L’una o l’altro, forse un po’ inconsapevolmente,

sfruttarono la propria notorietà, la

propria forza ed al momento furono pronti

a difendersi l’un con l’altro anche perché le

vicissitudini politico-sociali non facevano

intravedere niente di buono.

E’ anche giusto sottolineare che le opere

scritte dall’autore in quel tempo non risentivano

(e oggi più che mai) per niente e

comunque in maniera determinante, delle

sue asserite e sancite pubbliche convinzioni.

Perché tutto questo?

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Certamente perché rispecchiava il suo carattere

“instabile” che come sempre si arrampicava

su pareti scoscese ed irte in

quanto il rischio poteva considerarsi una

componente della sua struttura psicologica,

spirituale ed intellettuale, anche se negli

ultimi tempi, amareggiato per le molte

delusioni e controversie, preferiva errare

per isolarsi sempre di più dalla società che

certo gli concedeva poco…spesso anche

niente.

Ed infatti nel 1932, in una delle tante lettere

inviate alla diletta figlia Lietta, ormai

divenuta la sua confidente, il suo punto di

riferimento, la sua erede spirituale, cerca di

spiegare, a suo modo, cosa stesse provando.

E’ il mio destino, Lietta mia, andar correndo

il mondo senza requie, finché non muoio in

qualche luogo in piedi, come presto mi auguro,

visto che fermo ormai non posso più stare

in nessuna parte. Il mio paese – ho tentato

– non riesce a trovar modo d’impegnarmi e

trattenermi.

Ed in questo sentimento nei confronti di

Lietta sono in molti a interpretare la voglia,

da parte di Pirandello, di avere un rapporto

“sentimentale” non avendolo potuto avere

con la moglie. Il destino ha voluto che il

creatore di tanti personaggi, di tante storie,

percorresse il suo cammino terreno nella

più assoluta e completa solitudine interiore.

Ed ecco perché, quando poteva, non esitava

a scrivere a Lietta, la quale – dal canto

suo – mostrava attenzione, interesse, per

quel padre tanto famoso quanto terribilmente

solo.

La sua tempra, il suo voler andare a tutti i

costi avanti, sembra iniziare a perdere colpi

e non si può non pensare che anche l’avventura

politica lo abbia oltre che deluso,

amareggiato, quasi sconfitto ed è per questo

che il pensiero della morte fosse presente

quanto mai. Una morte che potesse

dargli pace, quella stessa che nel lungo peregrinare

non ha mai trovato, lui baciato

dal successo, dalla fama, dalla gloria.

La catarsi, a questo punto, è completa e di

Pirandello battagliero, mente vulcanica,

ora sembra rimanere un ricordo.

Torna a parlare di morte, a Lietta, nel marzo

del 1933, esprimendosi in questa maniera:

…Più vado avanti, cioè più m’avvicino al limite

estremo della vita, e più mi riesce insopportabile

fissare una data, stabilire un

programma, tracciare un itinerario, prevedere

comunque ciò che farò domani, dove

andrò, se resterò.

Rispondo a tutti che non lo so. E non lo voglio

realmente sapere. Non riuscendo più a

star bene in nessun posto, questo senso di

precarietà in cui mi tengo dovunque mi rende

sopportabili i soggiorni qua e là. Così un

soggiorno mi si può allungare, ma guaj se mi

s’affaccia l’idea che il soggiorno possa divenir

dimora: me ne frego. Per questo sono fuggito

da Berlino, dopo due anni e mezzo; per questo

da Parigi, dopo due anni. Non prevedo di

durare a lungo a Roma.

Intanto le sue discusse posizioni politiche

continuavano a tenere banco e di tanto in

tanto lo stesso interveniva direttamente

con scritti o dichiarazioni che poco dopo

lui medesimo, magari, smentiva.

In ogni caso questa sua appartenenza al

Partito Fascista deve essere considerata

nella giusta misura vagliando sia il gesto

spontaneo (il famoso telegramma con il

quale s’iscrisse al Partito inviato a Mussolini),

quanto la sua rinunzia a certe forme di

politica volute proprio dal Partito al quale,

con chiasso e scalpore, aveva inteso dare la

sua convinta adesione.

Se allora si gridò allo scandalo, oggi la questione

viene analizzata con più raziocinio

e seppur quel Partito nel cuore della maggior

parte degli italiani non rappresenti

certo un riferimento piacevole e per niente

positivo, ciò non toglie che a quel tempo i

termini dell’analisi fossero diametralmente

opposti. Vogliamo anche dire che se Pirandello

avesse aderito e presentata la propria

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iscrizione per qualche altra compagine politica

dal ricordo meno odioso e truce, oggi

se ne parlerebbe come un evento di ordinaria

ammini- strazione da lasciare nel limbo

di certi ricordi.

Trattandosi di adesione al Fascismo, la

questione – nella sua interezza – assume

un valore e significato del tutto particolare.

Però bisogna ancora dire che l’adesione del

Maestro (concetto più volte evidenziato,

anche nel tempo da illustri critici), più per

l’ideologia politica, fu fatta per una personale

simpatia nei confronti di Mussolini. In

tutta sincerità, gli si può dare torto?

Niente di convinzione o amore ideologico,

niente vessazione politica e partecipazione

oltranzista. Da intellettuale e quindi scevro

da contamina- zioni e lontano da condizionamenti

ed interessi politici, con quel gesto

volle intendere che l’intelletto è, e deve

essere, al di sopra di sospetti e fazioni. Un

ideale ed un intendimento, a dir poco ingenuo,

da parte del Maestro che sicuramente

non comprese appieno il significato di

un simile gesto, anche se spesso e sovente

diceva di essere fascista; quasi lo fosse fin

dalla nascita.

Solo una presa di posizione e soprattutto

una risposta alle molteplici polemiche che

avvelenavano il suo animo. Si difendeva,

ingenuamente, avvalendosi di un’amicizia

forte con un forte personaggio che poteva

difenderlo e quanti, a quell’epoca, agognavano

alla personale simpatia ed amicizia

del Duce? Uomini rispettabili di allora che

magari oggi lo detestano. La storia recente

ci è da guida e non interessa entrare nel

dettaglio della questione.

Basti solo ricordare che quanti ieri hanno

indossato la camicia nera, pavo- neggiandosi

tronfiamente, oggi (o anche ieri) sono

stati gli stessi che non solo hanno tradito il

Duce, ma dello stesso hanno detto (e continuano

a dire) peste e corna. Pirandello,

nella sua integrità morale, non si scagliò

mai contro il Duce seppur con lo stesso,

nel tempo, ebbe ad interrompere quel filo

di unione intellettuale.

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SAGGI

Ma da parte del Maestro non si sentì una

benché minima contumelia nei confronti

di quell’uomo che dall’altare sarebbe andato

a finire nella polvere. In questo atteggiamento

è bene evidenziare tutta la personalità

del grande ed illustre scrittore siciliano.

Per averne la prova, ecco riportati degli

stralci tratti da una sua composizione, mai

ultimata Informazioni sul mio involontario

soggiorno sulla terra.

Non mi piace parlare alle spalle di nessuno;

e perciò, ora che prevedo prossima la mia

partenza, mi metterò a dire in faccia a tutti

le informazioni che darò, se m’avverrà che

altrove mi domanderanno notizie di questo

mio involontario soggiorno sulla Terra, dove

una notte di giugno…[…]

Perché ciascuno a un certo punto esce dal

mistero della sua nascita naturale, che dura

ancora un pezzo dopo che s’è nati, e nell’incertezza

di tutto comincia a nascere solo, a

se stesso, e a formarsi, come può, la propria

vita, solo: di quella solitudine di cui poi si

ha la terribile coscienza sul punto di morire.

Ora io non dirò nulla della mia vita che,

come quella d’ogni altro, non ha alcuna importanza,

dal punto almeno da cui mi sono

messo a guardarla. E già, del resto, non la

vedo più. E’ ormai, con tutta quanta la Terra,

come niente. Sarà questa la ragione per

cui forse non m’avverrà di poterne dare alcuna

informazione…

Allora perché condannarlo o peggio ignorare

quel gesto, con pusillanime omertà,

quasi vergognosi di aprire un capitolo, una

discussione. La risposta e la serenità della

scelta, oggi sono più che mai a favore di Pirandello

che in più occasioni – e con più

scritti – ebbe parole dure anche contro lo

stesso Fascismo, i gerarchi, coloro insomma

che avevano veramente “tradito” quella

ideologia e quindi si era comportato – esso

Partito – ( e continuava a farlo) in modo

del tutto contrario provocando, inevitabilmente,

tanti disastri che ancora oggi

sono vivi in molti, in quanti hanno avuto

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la sventura di essere presenti e coinvolti in

quel periodo.

Pirandello, seppur tra contraddizioni umane,

rimase coerente con la scelta, con le sue

idee e soprattutto con la sua umanità.

Proprio per questo nell’opera Così è (se vi

pare), si era scagliato, in qualche modo,

contro i soprusi del potere (come è stato

evidenziato nei capitoli precedenti) e le angherie.

Quasi una voce premonitrice agli

eventi che dovevano coinvolgere l’Italia

tutta.

Ponza: Ma io sono fatto segno qua, signor

Prefetto, a una vessazione inaudita!

Agazzi: Vessazione, scusi, intende da parte

mia?

Ponza: Di tutti! E perciò me ne vado! Me ne

vado, signor Prefetto, perché non posso tollerare

quest’inquisizione accanita, feroce, sulla

mia vita privata.

Se il Maestro non accetta che il potere possa

vessare la libertà individuale dell’uomo,

a maggior ragione non poteva trovarsi d’accordo

sulla degenerazione dell’operato del

fascismo. Era solamente un rapporto tra

due uomini che si ponevano all’attenzione

della massa e che credevano, rimanendo

“amici” di trarre maggior vantaggio.

Il Maestro si “pavoneggiava” di essere amico

di Mussolini e questi faceva sapere a

tutti d’andare a braccetto con la cultura e

quindi con Pirandello.

Un rapporto politico nel senso più intimo

della parola, ma posto su di un piano

di rispetto (anche di comodo) reciproco.

E poi basta rileggere la corrispondenza del

tempo che Pirandello ha inviato agli amici

per comprendere a fondo l’intera questione

“politica”.

Un uomo dalla statura psicologica del Maestro,

con il bagaglio di esperienze che lo

irretivano sempre di più, non poteva non

porsi all’attenzione del popolo con un gesto

clamoroso e che contrastava con la sua

ideologia di base la quale era facile riscontrarla

in tutte le sue opere.

Per questo, e non soltanto per questo, farà

dire al Padre, che si staglia sul palcoscenico

vuoto da qualsiasi elemento scenografico,

levando la voce tra i presenti muti ed atterriti,

che forse poco comprendono, quello

che lui stesso voleva dire a ciascuno di noi,

perché potessimo veramente intendere.

Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo

tutti dentro un mondo di cose! E come

possiamo intenderci, signore, se nelle parole

che io dico metto il senso e il valore delle cose

come sono dentro di me; mentre chi le ascolta,

inevitabilmente, le assume col senso e col

valore che hanno per sé; del mondo com’egli

l’ha dentro? Crediamo di intenderci, ma non

ci intendiamo mai.

Questo contrasto tra pensiero ed azione è

un tema assai ricorrente e quasi tutti i critici

sono concordi nel dire che il Maestro,

al di là del suo gesto, resta una personalità

complessa e difficilmente traducibile, tanto

è vero che gli scritti, attorno allo stesso

si moltiplicano a vista d’occhio, perché c’è

sempre qualche cosa da scoprire, o meglio,

interpretare.

Proprio in questo – al di là di certe analisi

frettolose per le decisioni proprie del Maestro

– Pirandello rimane autore importante

ed immortale per cui si può anche comprendere

un certo atteggiamento o una sua

adesione, senza eccessivo bisogno di suscitare

scandali.

Solo l’onestà di un’analisi seria e serena

potrà valutare un momento particolare

dell’intera vicenda anche se nessuno mai

sarà in grado di profferire con esattezza

l’ultima parola dogmatica.

Per questo a conclusione del presente capitolo,

si riporta un pensiero profondo dello

stesso:

Siamo tutti fantasmi, apparenze: quell’idea

che ci siam fatta di noi. Si cangia. Guai se

l’idea ci resta fissa.

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IN CUCINA CON ...

Antipasto di Natale con sautè e spiedini di cozze

Cucinato da: Andrea Libertella, chef e blogger

Fotografia: Melissa Valdez

di Andrea Libertella

In vista del Santo Natale ho scelto di proporvi

due antipasti del tutto alternativi.

Quest’anno voglio proprio andare controcorrente,

anche perché in un piccolo sondaggio

che ho fatto su Facebook il 95% mi

aveva consigliato di preparare un menù natalizio

a base di carne. Insomma… per me,

i sondaggi sono fatti per essere smentiti!

E voi, cari lettori, cosa preferite?

Difficoltà: Facile

Spesa totale circa € 7,00

Tempo: 20 minuti

Ingredienti per due persone:

- 1kg di cozze fresche

- 10 pomodorini

- 1 peperoncino fresco

- 1 spicchio d’aglio

- olio extra vergine d’oliva q.b.

- 1 bicchiere di vino bianco

- olio di semi di arachidi

- prezzemolo q.b.

- 4 fette di pane casereccio fatto a

bruschetta

- 1 limone

- 1 uovo

- Pane grattugiato q.b.

- Sale q.b.

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IN CUCINA CON ...

Attrezzatura:

1 padella a bordi alti con un coperchio

1 friggitrice o padella per friggere

1 bacinella

1 schiumarola

3 spiedini di legno

Procedimento:

Pulite accuratamente le cozze, sia il guscio

che la barbetta sporgente.

In una padella a bordi alti soffriggete uno

spicchio d’aglio con un filo d’olio extra

vergine d’oliva, quando sarà imbiondito,

aggiungete i pomodorini puliti e tagliati a

metà. Infine, unitevi le cozze tenendone da

parte una ventina.

Sfumate con il vino bianco, fate evaporare

e coprite il tutto dopo aver spolverato con

del prezzemolo tritato (mi raccomando

che sia fresco) e una punta di peperoncino

tagliato a pezzettini.

Lasciate cuocere a fuoco lento per una decina

di minuti, finché tutte le cozze non si

saranno ben aperte. Scartate quelle rimaste

chiuse.

Per fare lo spiedino di cozze, bisogna portare

ad ebollizione dell’acqua non salata.

Con l’aiuto di una schiumarola immergete

per circa 10 secondi le cozze, trascorso

questo tempo toglietele dalla pentola.

Con tale procedimento la polpa della cozza

si sarà leggermente rassodata, di modo che

sarà più facile estrarla.

Rompete un uovo e sbattetelo velocemente,

in un altro piatto versate il pane grattugiato.

Passate una per una la polpa delle cozze

prima nell’uovo e poi nel pane grattugiato,

delicatamente, per fare impanare il tutto.

Infilate ad uno ad uno le cozze nello spiedino.

Portate a temperatura l’olio di semi di arachide

e friggete gli spiedini.

Preparazione del piatto:

Sistemate il sautè di cozze in un piatto capiente

con i crostini di pane.

Impiattate gli spiedini, salateli e serviteli

con del succo di limone e qualche foglia

d’insalata per abbellire.

Ricordo a tutti che questo piatto è stato realizzato

in una semplice cucina casalinga,

senza nessuna attrezzatura professionale.

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Ritorni – Anche nel liceo in cui insegno si

sono svolte le elezioni per i rappresentanti

di classe e di istituto. In un’assemblea, non

mi ricordo se dell’uno o dell’altro settore,

uno dei candidati ha tirato fuori Gramsci,

ed esattamente il famoso passo dell’Ordine

nuovo, datato aprile 1919, in cui il Grande

Sardo dice: “Agitatevi, perché avremo bisogno

di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi,

perché avremo bisogno di tutta

la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno

di tutta la vostra intelligenza.” Tutto

molto bello e sentito. Solo l’ultimo periodo

della citazione – studiate… – è stato accolto

da qualche mugugno.

Distacco & Disprezzo – Sto rileggendo Il

mito di Sisifo di Albert Camus (Bompiani,

2001). In un passo afferma che “là dove regna

la lucidità, la scala dei valori diventa

inutile.” E’ evidente, invece, che in Italia,

causa l’assoluta opacità della realtà, la scala

dei valori è diventata più che inutile, inser-

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Giuseppe Tramontana

PENSIERI VISTI DA DIETRO

vibile. E un esercizio di lucidità potrebbe

essere rappresentato da una domanda controfattuale:

cosa verrà scritto tra trent’anni

sui libri di storia dell’Italia attuale? Ecco,

rispondete. Solo così, forse, possiamo cambiare

il nostro destino: come dice sempre

Camus, “non c’è destino che non si possa

vincere con il disprezzo.”

Paura – Avete presente il famoso certificato

di sana e robusta costituzione? Bene, non

si chiama più così. L’ho scoperto qualche

giorno fa. Mio figlio fa basket e la società

sportiva, ogni anno, vuole il certificato che

ne attesti l’idoneità a questo sport. Così

l’ho accompagnato dal pediatra. Quando

ho avuto in mano il certificato, mi sono

accorto che non recava (da quando, non

saprei) la scritta “certificato di sana e robusta

costituzione”, ma “certificato di stato di

buona salute”. Tutto, pur di non usare questa

parola esecrabile: Costituzione!

Salti o ritorni – Qualche giorno addietro

leggevo un editoriale di Marco Travaglio

sul Fatto quotidiano. Il titolo era Pomicioni

e si riferiva al rischio che una nuova (si fa

per dire) classe politica, formata da gente

come Cirino Pomicino, Scotti, Scajola, insomma

percolati della Prima Repubblica,

si presentino come i salvatori della patria

per gestire il post-Berlusconi.

Da rabbrividire. Perché questo pericolo?

Travaglio non lo dice, ma la loro strada è

aperta nel momento in cui hanno annusato

che molti italiani, pur avendo una certa

ripugnanza verso l’attuale maggioranza, si

barricano dietro la pavida formuletta del

“Sì, va bene, ma se li cacciamo via, chi ci

mettiamo al loro posto?”. E questo la dice

lunga sulla capacità di penetrazione della

propaganda governativa che si autolegittima

e autoassolve spacciando l’opportunismo

e il bassissimo interesse a stare

aggrappati alla poltrona per sacrificio:

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PENSIERI VISTI DA DIETRO

“L’opposizione è divisa… Se ce ne andiamo,

a chi lasciamo il governo, a gente come Di

Pietro, Vendola, Bersani, Fini o Casini?”.

Come se costoro fossero davvero peggio di

figuri come Dell’Utri, Cosentino, Verdini,

Bossi o Romano.

Ad ogni modo, mi è tornato in mente un

ulteriore articolo. Ed era di un altro illustre

torinese, Massimo Mila, si titolava Realismo

(in Scritti civili, Il saggiatore, 2011).

Questa la considerazione di Mila: “La gente

sente questi nomi (dei possibili sostituti,

nda) e si preoccupa: saranno capaci? Non

hanno nessuna esperienza. Quasi che un

po’ di praticaccia burocratica sia più utile

dell’onestà, della fede, della volontà indomita.

Ma la gente è fatta così: corre dietro

ai vecchi nomi e ha più fiducia in un

uomo che ha già dato e prova di far male,

piuttosto che in un altro il quale non abbia

dato alcuna prova di sé, né in un senso

né nell’altro.” Ah, dimenticavo: l’articolo è

dell’agosto 1945.

Scrittori – Leggendo Verdi colline d’Africa

di Ernest Hemingway m’imbatto casualmente

in questo passo: “Dostoevskij fu formato

dalla Siberia: gli scrittori si forgiano

nell’ingiustizia come si forgiano le spade.”

Sono ottimista: in Italia potrebbe sorgere

un meraviglioso Parnaso.

A proposito di giovani – Mi è ricapitato

tra le mani un discorso di Piero Calamandrei

del 28 febbraio 1954 (in Scritti e discorsi,

Nuova Italia, 1969). Sentite: “In questo

clima avvelenato di scandali giudiziari e di

evasione fiscale, di dissolutezze e di corruzione,

di persecuzioni della miseria e di indulgenti

silenzi per avventurieri d’alto bordo,

in quest’atmosfera di putrefazione che

accoglie i giovani appena si affacciano alla

vita, apriamo le finestre: e i giovani respirino

l’aria pura delle montagne e risentano

ancora i canti dell’epopea partigiana.”

Parole di grande valore, dette da uno che la

resistenza attiva non la fece e che quindi, a

liberazione avvenuta, visse tutti i tormenti

dei mancati partecipanti al Grande Evento.

Ciò nonostante, quelle finestre aperte e

quell’aria di montagna dove vogliamo trovarle

metaforicamente se non nella scuola

pubblica? Ecco perché qualcuno continua

a fare di tutto per distruggerla!

Confusione – Magari noi italiani non siamo

proprio a digiuno di storia, ma, di certo,

una certa confusione in testa ce l’abbiamo.

Lo scorso 11 novembre, mentre mi trovavo

al bar per il caffè mattutino, ho udito un

anziano signore esclamare: “Ah, oggi è San

Martino Solferino!”

Conoscenze – A scuola chiedo ai ragazzi

se conoscano Mario Monti. Uno, con aria

compita, da esperto, mi risponde che sì, lui

la (da notare il femminile) conosce, solo

che di solito la chiama funghi e gamberetti.

Conoscenze/2 – Un mio studente, in una

verifica, mi ha scritto che la Pace di Basilea

del 1499 venne stipulata in Sicilia! Al di là

dello strafalcione geografico, essendoci di

mezzo gli svizzeri, ciò che più mi ha indispettito

è stata la mancanza di precisione:

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19

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Sicilia Orientale

o Occidentale?

L’origine e la

meta – Non si

esce di scena

senza prima ripassare

davanti

alle telecamere.

Fedele al suo

ego debordante,

Berlusconi

ha voluto mandare

un ultimo

messaggio prima

di lasciare

Palazzo Chigi. In realtà, com’è nello stile

dell’uomo, ha taroccato per buona parte

quello della famosa discesa in campo di inizio

1994. E ha lasciato intanto il riferimento

al fatto che lui ha imparato dal padre,

Luigi, il mestiere dell’imprenditore. Ora, a

parte che è fin troppo facile dare la colpa

dei propri fallimenti a chi non c’è più e non

può difendersi, una domanda mi è sorta:

“Ma davvero suo padre era un imprenditore?

E che tipo di imprenditore era?”. E così

sono andato a fare qualche ricerca. Ecco

cosa ne è venuto fuori. Luigi Berlusconi, il

caro papà, cominciò come semplice impiegato

della Banca Rasini di Milano, fondata

all’inizio degli anni Cinquanta da Carlo

Rasini, Gian Angelo Rasini, Enrico Ressi,

Giovanni Locatelli, Angela Maria Rivolta e

Giuseppe Azzaretto. Inizialmente il capitale

sociale era di 100 milioni di lire. Sin dalle

sue origini la banca è un punto di incontro

di capitali lombardi (principalmente quelli

della nobile famiglia milanese dei Rasini,

proprietaria del feudo di Buccinasco) e palermitani

(quelli provenienti da Giuseppe

Azzaretto, uomo di fiducia di Abndreotti

in Sicilia). Alla fine degli anni Sessanta, in

maniera misteriosa Luigi Berlusconi brucia

le tappe e diventa procuratore della banca

e infatti, con questo incarico, nel 1970,

ratifica un’operazione fondamentale per

PENSIERI VISTI DA DIETRO

la banca: l’acquisizione di una quota della

Brittener Anstalt, una società di Nassau, legata

alla Cisalpina Overseas Nassau Bank,

nel cui consiglio d’amministrazione figura

gente come Roberto Calvi, Licio Gelli,

Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus.

Nel 1974, diviene Direttore Generale

Antonio Vecchione e in soli dieci anni

il valore della banca esplode, passando dal

miliardo di lire nel 1974 al valore stimato

di circa 40 miliardi di lire nel 1984. Ma nel

frattempo, il 15 febbraio 1983, la Banca sale

agli onori della cronaca, per via dell’Operazione

San Valentino. La polizia milanese

effettua una retata contro gli esponenti di

Cosa Nostra a Milano, tra gli arrestati figurano

numerosi clienti della Banca Rasini,

tra cui Luigi Monti, Antonio Virgilio e Robertino

Enea. Si scopre che tra i correntisti

miliardari della Rasini vi sono Totò Riina

e Bernardo Provenzano. Anche il direttore

Vecchione e parte dei vertici della banca

vengono processati e condannati, in quanto

emerge il ruolo della Banca Rasini come

strumento per il riciclaggio dei soldi della

criminalità organizzata.

Nel ‘92 la Banca Rasini viene inglobata nella

Banca Popolare di Lodi, ma è solo nel ‘98

che la Procura di Palermo mette sotto sequestro

gli archivi della banca. I giudici di

Palermo, anche a seguito delle rivelazioni

di Michele Sindona (intervista del 1985 ad

un giornalista americano, Nick Tosches) e

di altri collaboratori, indicano la stessa

banca Rasini come coinvolta nel riciclaggio

di denaro di provenienza mafiosa. Tra

i correntisti della banca figurava anche Vittorio

Mangano, il mafioso che lavorò nella

villa di Silvio Berlusconi dal 1973 al 1975.

Ma torniamo a Luigi Berlusconi e alla

sua famiglia. Costui fu prima impiegato,

poi procuratore con diritto di firma della

banca e infine, assunse un ruolo direttivo

all’interno della stessa. La Banca Rasini, e

Carlo Rasini in particolare, furono i primi

finanziatori di Silvio Berlusconi all’inizio

della sua carriera imprenditoriale.

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PENSIERI VISTI DA DIETRO

Silvio e suo fratello Paolo avevano un conto

corrente alla Rasini, così come numerose

società svizzere che possedevano parte della

Edilnord, la prima compagnia edile con

cui Silvio Berlusconi iniziò a costruire la

sua fortuna. La Banca Rasini risulta anche

nella lista di banche e istituti di credito che

gestirono il passaggio dei finanziamenti di

113 miliardi di lire che la Finivest ricevette

tra il ‘78 e l’‘83. Il giornale inglese The Economist

si è occupato ripetutamente della

Banca Rasini, sottolineando che Berlusconi

ha effettuato transazioni illecite per mezzo

della banca. Guarda caso la Banca dove il

padre faceva il bello e il cattivo tempo. È

stato peraltro accertato che Silvio Berlusconi

registrò presso la banca ben ventitré

holding come negozi di parrucchiere ed

estetista (sempre futilità, anche qui). Questa

la storia. In effetti, per una volta Silvio

ha detto la verità: ha imparato dal padre…

Raddoppio – Alla fine del suo messaggio

d’addio Berlusconi ha detto a chiare lettere

che non solo non lascerà, ma anzi raddoppierà:

gli impegni, la partecipazione, l’attività

politica. Non potuto fare a meno di

pensare che questa è la migliore risposta a

quanti ancora si chiedono perché Mussolini

sia stato fucilato a Piazzale Loreto.

Opposizione – Con la nascita del governo

Monti, solo la Lega si è schierata decisamente

all’opposizione. Evidentemente, con

i soliti intenti populistici. Vuole che questa

nuova collocazione diventi una posizione

di rendita. E che, magari faccia dimenticare

quello che ha combinato negli ultimi anni

al governo. Per il resto, nessun clamore e

nessuna sorpresa. D’altra parte, è abbastanza

scontato che una forza secessionista sia

contro un governo costituito – così lo presentano

tutti – per salvare l’Italia.

Dubbi – Nuovo governo o elezioni subito?

“È men male l’agitarsi nel dubbio, che il riposar

nell’errore.” Dice don Lisander nel-

la Storia della colonna infame (Feltrinelli,

2000).

Realismo – Che razza di realismo è quello

che ti fa chinare il capo e accettare ogni genere

di sopruso, sopraffazione, prepotenza,

ingiustizia pur di farti portare a casa la pellaccia?

E a che cosa ti serve una pellaccia

salvata in modo così infame, ignobile? Intorno

a questo tipo di interrogativi ha ruotato

l’articolo di Maurizio Viroli, sul fatto

del 15 novembre scorso, a recensire il libro

di Claudio Magris Livelli di guardia. E in

quelle righe c’è tutto. Gli italiani – retaggio

del pensiero debole? – ormai hanno deciso

di abiurare alla dignità e hanno cominciato

a farlo deridendo i principi in nome dei

fatti personali. Non si indignano di nulla.

Né per le ingiustizie, né per gli scandali e

né per le vergognose prese in giro di cui

sono vittime. Sbeffeggiate, oltre tutto. Anzi,

reagiscono dando contro a chi si ribella,

a chi sta a schiena dritta. Al primo posto

hanno messo la propria vita, dopo tutto il

resto, valori compresi. Una sorta di mediocre

tirare a campare, di misero cabotaggio

dell’opportunismo spicciolo, una vita vista

come oggetto, non come missione, una vita

pavida e comoda da non mettere mai nel

più piccolo repentaglio. Tutto ciò viene

spacciato per sano realismo, ma è invece

pensiero gretto da servi. Ho voluto leggere

anche il volume di Magris e, in effetti, non

ne sono rimasto deluso. Tutt’altro. Mi ha

aiutano ad andare a pescare nella memoria

due belle frasi, due aforismi quasi. Il primo

è di Ugo Foscolo e dice che “se gli uomini

si conducessero sempre al fianco la morte,

non servirebbero sì vilmente.” (Ultime lettere

di Jacopo Ortis, Mondadori, 1996). In

realtà, questo non fa ribadire un concetto

già espresso da Seneca (Lettere a Lucilio,

UTET, 1972): “Chi ha imparato a morire

ha disimparato a servire.” Ma ormai, credo,

siano troppi in Italia quelli che hanno imparato

a vivere – e bene, pensano – ingozzandosi

al trogolo di un padrone.

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“Il Natale… secondo me”

di Caterina Carrassi

Riflettendo un po’, in attesa del Natale

Ci siamo, manca pochissimo al periodo

dell’anno più atteso: il Natale.

La televisione ci bombarda di pubblicità su

panettoni e pandori, su famiglie che felici

attendono la visita di Babbo Natale e di

musichette che sembrano addolcirci il cuore.

Ci sentiamo tutti più buoni e generosi.

Ma è davvero così? A me il Natale sotto

questo punto di vista ha messo sempre un

po’ di tristezza, mista a malinconia. Bisogna

essere per forza felici e se non lo si è,

bisogna fingere.

Solo per Natale, poi il mondo può tornare

a ruotare nel verso sbagliato, con le bruciature

e le delusioni di ogni giorno.

Il bilancio quest’anno senza dubbio non è

così positivo. Parlo per quelli che hanno

perso il lavoro, per chi ha smesso di piangere

perché di lacrime ne ha versate troppe,

per chi ha perso la casa in un’alluvione o –

persino – per chi ha perso un proprio caro

mentre era a lavoro, a causa di una struttura

fatiscente e per pochi euro l’ora.

“A Natale puoi”, dice una famosa canzoncina.

Ma quest’anno, credo, che si può riflettere

un po’ più del dovuto. Possiamo soffermarci

su quanto sia duro affrontare la realtà,

senza occhi lucidi e amarezza.

Possiamo pensare che non importa se non

abbiamo tutto ciò che vogliamo come regalo

natalizio, l’essenziale è l’amore che ci

circonda, la forza di sentirsi fortunati se nel

caos imperante abbiamo ancora un amico

su cui contare, dei genitori da coccolare,

dei figli da amare o un amore che possa

prometterci l’eternità.

A Natale possiamo regalare un abbraccio,

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LO ZOO

un biglietto di auguri, un sorriso.

Ricordarci che la felicità è ben lontana dai

beni di consumo che vogliono propinarci.

Sono moralista, lo so. La verità è che in

passato sono stata la prima a perdere tempo

in mille negozi, alla ricerca del regalo

migliore e chissà quanti hanno perso tempo

per me. Per accorgermi di cosa? Di una

verità unica e indiscutibile: ciò che resta del

Natale è l’amore, l’affetto delle persone care,

il loro benessere.

La felicità di essere uniti attorno ad una tavola

(non necessariamente ricchissima!).

La gioia di dire: “E’ Natale, che bello essere

con la mia famiglia!”.

Manca poco al Natale e ho scritto questi

pensieri per un motivo: quest’anno, quando

guarderemo nuovamente le file di scaffali

colmi di articoli all’ultima moda, fermiamoci

un attimo e chiediamoci cosa sia

veramente per noi il Natale, se davvero

si deve ridurre a futilità o se possa essere

qualcosa di più.

Termino con le parole di un grande scrittore

e poeta, con la speranza che l’attesa del

Natale da parte di tutti sia costellata di riflessioni

fatte col cuore.

“È Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono

sempre prima, mentre le persone

sono sempre più intermittenti. Io vorrei un

dicembre a luci spente e con le persone accese.”

(Charles Bukowski)

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CUCINANDO CON POESIA

Antonio Deber

Gadus in Cymbria

(Stoccafisso alla vicentina)

Si narra in contrada d’un algido regno

del mite Gadus, di Rost e del nobile ingegno

in terra di Cymbria l’avvento fu degno.

Dall’italiche spose eccellenza ebbe onore

ben presto ammollato ogni quattr’ore

destando in due dì l’antico splendore.

Minute cipolle le volle rosate

compagne l’acciughe a lische tosate

e il crudo selino in foglie tritate.

Zuppando sapore al creato soffritto

a tocchi il diletto s’infarina per vitto

ordinando in tegame sia lungo che dritto.

Di sotto e di sopra fa uso rituale

d’un bagno di latte, di grana, di pepe e di sale

fin tanto che l’olio ne copre dorsale.

Compresero giusta in lenta cottura

se sbuffa e se pipa l’esatta bravura

l’ore son quattro esclusa mistura.

Con polenta è servito, sul piatto è l’invito.

Componimento in versi creato, prodotto e scritto da Antonio Deber, autore.

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RIDERE FA BUON SANGUE

“Caffè macchiato… incazzato… esagerato… artistico!”

Non so per voi, ma per me il caffè è un piacere

e una necessità. Anche se, devo dire,

è più spesso la seconda che la prima. Sono

rari, infatti, i momenti in cui riesco a gustarmelo

come si deve, seduta ad un tavolino

di un bar (mica in piedi al bancone…),

assaporandone prima l’aroma e poi, sorseggiando

lentamente dalla tazzina, lasciando

che la caffeina raggiunga prima le mie sinapsi,

poi il surrene, regalandomi autentici

istanti di piacere. Invece, frequentemente,

mi capita di dovermi “sparare” un caffè

“come viene… viene”, reperito in qualsiasi

luogo sia in grado di dispensarmene

uno, che sia la triste macchinetta a cialde

dell’ufficio o quello del primo bar che trovo

lungo la strada che mi porta in ufficio. E

di Manuela Fiorini

qui sopraggiunge la necessità, quella di arrivare

in ufficio cancellandomi dalla faccia

quell’aria sbattuta e addormentata, effetto

della pressione arteriosa, che tende geneticamente

allo Zero Assoluto in tutte le donne

della mia famiglia. Affinché l’effetto sia

ancora più immediato, a volte penso che

dovrei iniettarmelo direttamente in vena,

oppure abituarmi a deambulare con il carrello

della flebo riempito a caffè. Siccome,

però, queste soluzioni non sono auspicabili,

ecco che, quando la necessità diventa

impellente, vado alla ricerca di qualsiasi

fonte di caffeina il mio habitat urbano possa

dispensarmi. La soluzione più immediata

e, ahimè, più triste, è la macchinetta a

cialde dell’ufficio, che fa un caffè che sa di

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RIDERE FA BUON SANGUE

petrolio. E quando s’inceppa (visto che tutti

credono che la svuotino gli altri) ti lascia

a bocca asciutta, con delusione del surrene.

Soluzione numero 2: scendere al bar di sotto,

inventando una scusa che va da: “Vado

in posta” a “Scendo a vuotare il pattume”, al

sincero “Ho bisogno di un po’ d’aria”.

Ed è frequentando il bar (ma non solo quello

sotto il mio luogo di lavoro) che ho notato

uno strano fenomeno: il caffè rispetta

la personalità e l’umore di chi lo prepara.

Se stai simpatico al barista, egli farà del suo

meglio per servirti il meglio di sé (e del

caffè). Se gli stai sulle palle, ti preparerà l’espresso

più depresso del mondo. Giusto un

fondo di tazzina, che ti farà pagare comunque

un salatissimo euro, dopo averti chiesto,

ironicamente, se lo preferisci amaro. Se

il barista ha fretta, il caffè macchiato sarà

qualcosa di molto simile all’acqua sporca

della lavastoviglie dopo una cena di Natale.

A volte, invece, capita che l’avventore

sia in vena e mi serva un macchiato con

una schiuma così cremosa da fare invidia a

quella da barba. Dimenticavo di dirvi che,

quando ho fretta e la necessità di risvegliare

il surrene è impellente, mi accontento di

qualsiasi cosa contenga caffeina.

Al contrario, quando il tempo me lo consente,

amo coccolarmi con un buon caffè

macchiato, il mio preferito. Sono ghiotta

di schiuma fin da quando ero piccola. Mia

madre era solita concludere il pasto al bar

con un cappuccino (non so da dove abbia

preso quest’abitudine, forse da qualche avo

anglosassone). Puntualmente, se ero con

lei, ne approfittavo di un attimo di distrazione

per prosciugarle tutta la schiuma.

Cosa che la faceva veramente incazzare.

Allora, ricorreva ad espedienti preventivi,

come intimare al barista di prepararle un

cappuccino con doppia schiuma, in modo

da prolungare il mio atto “prosciugatorio”

e sperare che ne rimanesse ancora un po’.

Più di una volta, ho visto il poveretto lanciare

un’occhiata furtiva all’estintore, lasciando

che pensieri poco ortodossi gli

passassero per la mente. Quell’amore per

la schiuma delicata e aromatica del caffè

macchiato mi è rimasto anche ora. Nel mio

girovagare alla ricerca del “caffè macchiato

perfetto” mi sono imbattuta in una categoria

di baristi che io definisco “artisti”.

Sono quelli che amano servire ai clienti

piccoli capolavori. Quelli che amano stupire

con delicate opere d’arte, talmente belle

che è un peccato consumarle. Sono quelli

che non si fermano al “Ci vuole una spruzzatina

di cacao?”, ma che vanno oltre, dando

spazio alla creatività.

Ci sono quelli che al caffè aggiungono una

spruzzatina di panna montata con una

spolverata di cacao amaro. Un “mangia

e bevi” da fare resuscitare i morti. Poi, ci

sono i “creativi” che, sulla schiuma, si cimentano

in arabeschi e disegni che vanno

dal semplice cuore al quadrifoglio, per poi

osare con la palma, l’isola deserta, lo smile

o il sole che ride.

Una volta, giurerei di averci visto persino

un abbozzo della Gioconda!

Tuttavia, l’esperienza sinestetica più sublime

dovuta all’assunzione di una tazzina di

caffè macchiato l’ho vissuta un sabato mattina

in cui mi stavo recando con il C. dal

carrozzaio per farmi preventivare il danno

subìto da un’arzilla settantenne in libera

uscita con le amiche della parrocchia! La

cara vecchietta, assai virtuosa nel rincasare

alle 22.15, ma con una buona iniezione di

lambrusco nelle vene, mettendosi alla guida

di un Land Cruiser, nel parcheggio di un

ristorante, aveva letteralmente sfondato il

posteriore della mia povera Renault Modus

(che, dopo l’accidentale rinculo del SUV

era diventata M... us…), per poi partire a

tutto gas. E l’avrebbe di sicuro fatta franca,

se le telecamere del locale non l’avessero

immortalata nell’atto barbaro di fuggire

senza rilasciare un proprio recapito.

Ma torniamo al caffè. Dicevamo: quel mattino,

dopo avere effettuato una decina di

telefonate per rintracciare la nonna-pirata,

al C. si era esaurito il credito del cellulare.

D’obbligo una sosta nel primo punto utile:

un bel locale dai muri rosa lungo la Cana-

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letto. Il C. mi chiede se voglio un caffè. Perché

no? Dopo esserci fatto “cattivo sangue”,

ci vuole proprio (ma macchiato, ovviamente).

Il C, invece, è nella fase “risveglio urgente

del surrene” e opta per un caffè normale,

corto e potente… da sveglia militare, insomma.

La barista si mette dietro la macchinetta.

Mentre il suo caffè “da surrene”

arriva subito, il mio sembra tardare. “Ci

vuoi un po’ di cioccolato?” − cinguetta la

signora, concentrata nella preparazione

del mio macchiato − io penso alla classica

spruzzatina di cacao in polvere e annuisco.

Ma del mio caffè ancora niente.

“Preferisci le scaglie di cocco o i frutti di

bosco?”, canticchia ancora la signora.

Le scaglie di cocco? I frutti di bosco? Veramente

io avevo chiesto un caffè macchiato…

Vabbè. Io adoro il cocco con il cioccolato.

E cocco sia! Ringrazieranno sia il

surrene che le endorfine.

Alla fine, mi arriva una tazzina che è un capolavoro.

Ha tanta schiuma soffice e profumata,

sulla quale sono appoggiate scagliette

leggere di cioccolato fondente, che si sciolgono

al contatto con il caffè bollente. Sopra

al cioccolato, pronto a fondersi con il tutto,

le scaglie di cocco con effetto neve… Una

meraviglia. Lo fotografo. E’ meraviglioso a

vedersi. Ma non posso imbalsamarlo e portarmelo

a casa. Così, a malincuore, decido

di passare dal senso della vista a quello del

gusto e immergo il cucchiaino in quel tripudio

di sapori. “To die for! ” – direbbe la

mia cugina australiana (frase che ha ripetuto

spessissimo durante il suo soggiorno

in Italia, in overdose da cibo nostrano).

E mentre passo dal dolce della schiuma

all’amarognolo del caffè vero e proprio, mi

viene in mente la mia nonna materna, che

adorava così tanto il caffè da bersene delle

caffettiere intere, quelle che preparava per

gli ospiti, ma che non arrivavano al salotto,

perché lei non sapeva resistere alla bevanda

aromatica e se la tracannava come fosse

acqua fresca ancora prima di versarla nelle

tazzine. E con quest’ultima evocazione,

RIDERE FA BUON SANGUE

all’esperienza sensoriale, si aggiunge quella

proustiana del ricordo. E tutto per una tazzina

di caffè.

Ps: Il caffè capolavoro l’ho gustato al bar caffetteria

“Chanela”, sulla Canaletto, a Sorbara

di Bomporto, Modena.

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PARCO SCOLACIUM ROCCELLETTA DI BORGIA

(CATANZARO)

di Giovene Elisa

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Nei pressi di Catanzaro Marina, sorge tra

gli ulivi secolari, un vero e proprio tesoro

artistico/culturale, denominato “ Parco

Scolacium” di Roccelletta. L’antica città di

Squillace, la greca Skylletion, della quale

gli scavi hanno riportato alla luce numerosi

reperti archeologici, come edifici, ceramiche

e numerose statue acefale, da riferirsi

soprattutto ad epoca romana.

La Scolacium romana, ebbe un notevole

sviluppo economico, urbanistico ed architettonico.

Le parti più “imponenti”, venute

alla luce sono: i ruderi della Basilica normanna

di Santa Maria della Roccella ( XI

secolo d.c.), il Foro romano, il Teatro romano

ed un anfiteatro.

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LA BASILICA:

Entrando nel Parco è il primo rudere, che

si presenta agli occhi, sebbene in parte distrutta,

la basilica mantiene la sua imponenza

e bellezza. Essa fu tra le maggiori basiliche

costruite dai normanni in Calabria (

XI-XII sec.), è in stile romanico, ma tuttavia

conserva influenze arabo-bizantine.

La basilica aveva una grande navata unica,

lunga 73 metri e larga 25. La grande navata,

era coperta da capriate in legno e sui muri

laterali cinque grandi finestre. Dopo il terremoto

del 1783, della basilica restarono

solo i muri perimetrali, parte dell’abside e

della facciata ovest. Il nome particolare “

Roccelletta”, richiamerebbe la famosa lo-

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calità francese “ La Rochelle”, ove esisteva

una chiesa che aveva le stesse identiche

dimensioni e la stessa forma della basilica

della Roccelletta.

IL FORO:

Il foro è costituito da un’area rettangolare

pavimentata con mattoni quadrati, circondata

da portici.

In questa zona sono visibili un tempietto,

una fontana ed un tribunale. E’ proprio qui

che sono state ritrovate una serie di statue

e ritratti, conservati nell’annesso “Antiquarium”.

IL TEATRO:

Appoggiato ad una collina sorge il Teatro

romano ( I e II sec. d.c.), esso sfrutta il pendio

naturale di quest’ultima e si presuppone

che ospitasse circa 3000 persone. Nel II

sec.d.c., l’imperatore Nerva, ampliò il teatro,

dotandolo di una nuova scena. Anche

qui furono ritrovati numerosi frammenti

architettonici, nonché due statue acefale di

togati. Sempre da detta area, provengono

capitelli, antefisse e colonne, che costituiscono

elementi di scena. A pochi passi dal

teatro, si trovano i resti dell’anfiteatro, che

risale all’epoca di Nerva. Inoltre c’è da aggiungere

la scoperta di almeno tre impianti

termali, le necropoli ed un acquedotto.

Tutti i resti degli oggetti ritrovati, nonché

capitelli, colonne e statue acefale, sono conservati

nel Museo adiacente, e fanno parte

di una delle raccolte più importanti sulla

romanizzazione dell’Italia Meridionale.

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IL POETA

“Leopardi, un Poeta ancora moderno”

di Tiziana Marzano

Intorno alla figura di Giacomo Leopardi

c’è sempre stato molto da dire. Odiato dagli

studenti e osannato dagli esegeti, a dispetto

del tempo le sue opere sono presenti

tutt’oggi nella toplist dei libri più venduti.

Infatti, ogni anno in questo periodo, il New

York Times stila la classifica dei 100 libri

maggiormente richiesti in America. Ebbene,

avreste mai pensato di vedere nel 2011

al sesto posto un italiano dell’Ottocento?

Chissà come ci sono rimasti i vari Saviano,

Faletti e Eco nel vedersi superare da un recanatese

per di più estinto.

Precursore dell’esistenzialismo, Leopardi

non fu solo un grande letterato ma anche

un filosofo di rilevante spessore. Il suo “pessimismo

cosmico” è destinato a istruire e

ispirare ancora molte menti. Pensate che in

suo onore è stato anche chiamato Leopardi

anche un cratere del pianeta Mercurio, tanto

per far capire dove l’eccellenza di uno dei

poeti più liberi e ribelli d’Italia, definito dai

più un “gobbo sfigato”, possa arrivare.

Il NYT ha chiosato così i suoi Canti: «Con

questa traduzione, potrebbe diventare importante

per la letteratura americana quanto

Rilke e Baudelaire» (“With this English

translation, Leopardi may at last become as

important to American literature as Rilke

or Baudelaire”).

A me piace ricordarlo con L’infinito:

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

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“La poetica di Prévert”

di Katia Belloni

La poesia di Prèvert è una poesia scritta per

essere detta e quindi più parlata che scritta,

fatta per entrare a far parte della nostra vita.

Ciò che esce con prepotenza è il concetto di

amore come unica salvezza del mondo, un

amore implorato, sofferto, tradito, ma alla

fine sempre ricercato.

L’amore è la scoperta che sconvolge l’esistenza,

è la libertà che riedifica una vita

soffocata.

L’amore non si può incatenare o forzare, è

quanto di più spontaneo esista al mondo,

chiunque provi a istituzionalizzarlo o a sottometterlo

finisce inevitabilmente per perderlo,

anzi quando si prova l’amore, quello

vero, è il germe della gioia.

Egli partecipa in modo sentimentale ai

climi poetici, ma anche con rigorosa obbedienza

ad un simbolismo di alta scuola

francese, sempre alla ricerca di un ritmo

che non si discosta mai dal linguaggio comune.

La poesia prevertiana è di una facilità

pericolosa perché ricca di ritmi interni,

giochi di parole, di diverse situazioni psicologiche

che sono lo specchio di questo

grande poeta francese.

Le parole di Prèvert, che nascono spontanee

dal suo umore, esprimono, a seconda

delle occasioni, dell’ironia, della tenerezza,

della vendetta e dell’amore e non sono altro

che le parole alle quali l’uomo comune dedica

la propria vita.

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IL POETA

JACQUES PRéVERT: (1900-1977) nacque

a Neully-sur-Seine e crebbe a Parigi nel

popolare quartiere di Saint- Sulpice, in un

ambiente piccolo-borghese al quale fin da

giovane si ribellò deridendone convenzioni

e ipocrisie.

Canzone

Che giorno è

È tutti i giorni

Amica mia

È tutta la vita

Amore mio

Noi ci amiamo noi viviamo

Noi viviamo noi ci amiamo

E non sappiamo cosa sia la vita

Cosa sia il giorno

E non sappiamo cosa sia

L’amore.

Magazine MonteCovello - n° 7


AL PARCO CON L’AUTORE

«Fermatevi!» Urlai, ma nessuno mi prestò

attenzione, così mi feci largo a fatica tra la

folla ed entrai in casa mia. In cucina vidi

Sant’Onorato che stava distribuendo la mia

birra a tutti gli angeli che in fila attendevano

il loro turno. Il santo aveva il naso e gli

zigomi rossi.

«Questa bevanda è davvero fenomenale» mi

disse sbiascicando abbondantemente le parole.

Mi girai verso gli altri angeli, spiriti e

santi e vidi che stavano tutti ballando a ritmo

di cetre e arpe.

Tratto da “Io, Angelo custode?” di Paolo

Confalonieri.

Oggi sul Magazine Montecovello, abbiamo

il piacere di avere con noi Paolo Confalonieri.

Paolo Confalonieri

Geometra di professione, scrittore per passione,

esordisce con “Io, Angelo custode?”

A parlarci del libro è direttamente l’autore.

Ciao Paolo e grazie per averci permesso

di conoscerti meglio e parlare un po’ di

te ma soprattutto del tuo libro. Tu come

autore, chi sei e come ti poni?

Ciao e grazie per l’opportunità. Diciamo

che non mi sento a tutti gli effetti un autore

ma semplicemente uno scrittore emergente

che tenta in tutti i modi di far conoscere

quello che scrive e quello che sente dentro.

Con i miei futuri lettori mi voglio porre

con la semplicità di un ragazzo che ha trovato

la passione della scrittore in là con gli

anni ma che pian piano gli sta cambiando

la vita... in meglio.

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A quanti anni hai capito che dentro di te

c’era un’artista?

Sono sempre stato avvezzo all’arte nel mio

piccolo, soprattutto se si parlava di disegno.

Ho iniziato a disegnare all’età di sei o sette

anni e passavo giornate intere a disegnare;

pensate che aprivo a caso un Topolino e ricopiavo

l’intera pagina. Tutta! Poi è nata la

passione per musica suonata e infatti suono

la batteria ormai da quasi quindici anni

con due band. Infine è nata la passione per

la lettura accompagnata poi dalla scrittura.

Certo, mi mancherebbe la pittura ma ci sto

provando anche in quello. Se ora sono qui

a rispondere a questa domande lo devo ad

una persona speciale la quale mi ha fatto

amare la lettura e la scrittura.

Paolo, cosa possiamo dire del tuo libro

per incuriosire i lettori ad acquistarlo?

Cosa possiamo dire? Beh, che è un libro

che può piacere a tutti, dagli adolescenti

ai più grandicelli perché tratta temi che

non tutti avrebbero il coraggio di trattare:

il Paradiso, Dio e Santi vari. Mi sono immedesimato

in Thomas - un ragazzo un po’

tonto - che, arrivato in Paradiso, finalmente

può far vedere a tutti di che pasta è fatto.

Diciamo che combinerà qualche danno

qua e là, ma ce la metterà tutta per tentare

di rimediare.

Il Paradiso viene descritto con un pizzico

di ironia, e i personaggi che ne prendono

parte, da S. Onorato allo stesso S. Pietro,

vengono descritti come dei comuni mortali,

quindi persone in grado di sbagliare.

Spiega il perché di questa scelta!

Così come nella vita anche nella religione

troppe cose vengono prese con serietà.

Cosa c’è di meglio che farsi una sana risata,

magari pensando a questo strampalato Paradiso?

La scelta di rendere “comuni mortali”

tutti i santi che entrano a far parte di

queste strane vicende è nata dal fatto che

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AL PARCO CON L’AUTORE

non essendo propriamente credente ho voluto

dare una sorta di umanità a tutti, cosa

che spesso non succede.

Nel libro compare un certo Biff, amico di

infanzia di Gesù… La persona in questione

è frutto della tua fantasia o hai preso

spunto da qualche libro?

Mi sono talmente affezionato a questo Biff

che ho voluto prenderlo in prestito da un

libro di Christopher Moore dal titolo “Il

vangelo secondo Biff ” che narra della vita

di Gesù dai sei anni in poi, accompagnato

dal suo amico di infanzia Biff. Anche in

questo libro si legge tra le righe l’umanità,

l’essere un umano a tutti gli effetti di Gesù

con i suoi sbagli, le sue tentazioni e le paure

che accompagnano chiunque. “Il vangelo

secondo Biff ” ha dato l’incipit a “Io, angelo

custode” ed è per questo che ne sono affezionato.

Il personaggio protagonista del libro,

tale Thomas, viene descritto da te come

una persona dedita all’alcol e un grande

giocatore alle slot-machine. In cosa ti rispecchia

e in cosa non?

Certamente non nell’alcoolismo e nel gioco

d’azzardo, sia chiaro! Ho voluto descrivere

un ragazzo con i problemi che potrebbero

avere tutti e con le tentazioni a cui possiamo

essere soggetti ogni giorno: semplicemente

è uno stereotipo. È un ragazzo che

sbaglia spesso e volentieri ma che capisce

ed ammette i suoi sbagli. Ho messo molto

di me stesso in Thomas e chi leggerà il libro

e mi conosce capirà sicuramente tutto.

Tre aggettivi per definire il tuo libro!

Fresco, semplice, da leggere!

Qual è stata la motivazione principale

che ti ha spinto a scrivere questo libro?

Non c’è stata una motivazione! Come tut-

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te le cose che ho scritto è nato da un flash:

un’immagine che mi è passata davanti agli

occhi e mi ha fatto vedere l’inizio del libro.

Poi è nato tutto in cascata, senza mettere

giù una scaletta o pensare a tavolino le

azioni dei personaggi; era come se fossero

stati loro a dirmi cosa volevano fare e io ero

il tramite tra loro e i lettori. Ah, non vi dico

in che luogo ero quando mi è nata l’idea.

Non puoi dire le cose a metà… siamo curiosi…

Dirò solamente che l’idea mi è venuta in un

luogo dove ci si concentra molto!

Sei un grande!!! Altra domanda: qual è il

messaggio che vuoi lanciare?

Per rispondere a questa domanda voglio

riportare una frase che Thomas dirà “…

fidatevi, è una cosa bella riuscire sempre a

sdrammatizzare; riuscire a trovare sempre

qualcosa di bello e di piacevole nella propria

vita aiuta a vivere sereni, anche quando la

vita non ti regala quello che vorresti…”. È

questo il messaggio che voglio mandare:

nella vita bisogna sorridere anche quando

magari le cose non vanno troppo bene, lo

so che è una cosa difficile e complicata ma

se uno ci prova e magari ci riesce riuscirà a

vivere con più serenità.

A quale tipo di lettore consiglieresti il tuo

libro?

A qualsiasi tipo di lettore. A chiunque voglia

leggere una storia strampalata, sperando

che possa strappargli un sorriso anche

se in quel momento la sua vita non sorride

come vorrebbe.

Quando termini un libro, qual è la prima

persona a cui lo fai leggere?

Ci sono tante persone a cui li faccio leggere

appena finiti, ma la cosa più importante

che gli chiedo è di essere sinceri e senza

peli sulla lingua; se c’è qualcosa che non gli

piace o non torna devono dirmelo perché

solo così posso crescere come scrittore.

Conta più la storia o saper scrivere bene?

In tanti dicono che se uno sa scrivere bene

può anche raccontare cosa ha fatto durante

la sua giornata lavorativa e sembra ti racconti

un best seller. A mio parere serve il

giusto equilibrio tra una storia che attiri il

lettore e una scrittura fluida che non lo faccia

stancare. Ah, magari senza usare termini

italiani ormai in disuso da centinaia di

anni perché si appare più intellettuali, ma

questo è solamente un mio parere.

Ultimamente si parla molto di tecniche

di scrittura creativa e di chi si dice pro o

contro. Cosa ti guida, allora, da un punto

di vista squisitamente tecnico, durante il

flusso della scrittura?

Magari ora sembrerò ignorante o cosa ma

quando scrivo mi lascio semplicemente

guidare dall’istinto, ovviamente stando

attento all’italiano, alla grammatica e via

dicendo. Mi isolo dal mondo esterno, mi

immergo in quello inventato da me e, se

l’ispirazione è quella giusta, scrivo il più

possibile.

Che rapporto hai instaurato con la tua

editor?

Un rapporto di collaborazione il più chiaro

possibile. È la prima volta che mi affaccio

su questo mondo e lei mi ha aiutato con la

sua esperienza.

Un libro e un film che ti hanno fatto riflettere.

Devo dire che leggo più thriller, psico-thriller,

horror e via dicendo e non sono propriamente

libri che fanno riflettere. Ogni

libro però mi fa riflettere su qualcosa nel

suo piccolo e anche ogni film, anche quello

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all’apparenza più stupido, porta con se un

messaggio che fa riflettere. L’importante è

saperlo leggere tra le righe.

Quali sono le cose a cui non potresti mai

rinunciare?

A tutte le piccolezze della vita che la rendono

bella e piacevole: da una birra assieme

agli amici, un concerto in compagnia,

una suonata con le mie band, un caffè con

le amiche, insomma tante cose. Beh, una

cosa che davvero non riesco a rinunciare è

la sigaretta dopo il caffè, ma questo sarebbe

stato meglio non dirlo.

Hai in mente un nuovo progetto?

Quale dei tanti? Diciamo che sono un progetto

unico. Ho sempre in mente tantissime

idee che butto giù appena compaiono nella

mente; tante poi vanno cestinate e quelle

migliori continuano. Per ora ho in progetto

due libri che sto scrivendo. Lo stile sarà

sempre quello di “Io, angelo custode?”.

Dove ti vedi tra dieci anni?

Bella domanda questa. Tra dieci anni potrei

vedermi uno scrittore affermato, come

un musicista affermato o come nessuna

delle due cose. La cosa importante è provare

nella vita senza portarsi avanti nessun

rimorso.

Cosa vuoi dire a chi ha deciso di leggere

questa intervista?

Cosa aspettate a comprare il libro, a sfogliare

le pagine ed immergervi in un Paradiso

come non avete mai immaginato? Come

ho già detto: «Aspetto commenti da tutti!»

Grazie Paolo e un grande in bocca al lupo

per il libro.

(Intervista a cura di Anna Rita Murano)

©riproduzione riservata

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FOTOGRAFANDO

Natale e Capodanno in Giamaica”

di Tania Servidei

Paradisiaca e affascinante, la Giamaica è tra

le isole più vive e attraenti dei Caraibi. Terra

di pirati e galeoni, è l’isola delle spiagge

infinite, della natura rigogliosa, delle cascate

emozionanti. A Natale in Giamaica il

sole caldo e il cielo blu rendono lo scenario

diverso da quello a cui siamo tradizionalmente

abituati. In alcune zone dell’isola

spira la cosiddetta Christmas Breeze, una

leggera brezza da nord-est. Il fruscio delle

foglie si mescola al tam tam dei tamburi,

un ritmo inebriante che annuncia l’arrivo

dei tradizionali danzatori Jonkunnu che,

in questo periodo, sfilano per le strade in

costumi e maschere. Le loro danze ripercorrono

le tappe della storia del popolo

giamaicano fino ad arrivare alle loro antiche

radici africane. In tutta l’isola si trovano

gli stand del Grand Market, una fiera

gastronomica e artigianale dove vengono

esposti prodotti natalizi, come le torte di

pinda (nome africano per le arachidi). Per

tradizione durante la Vigilia di Natale alcuni

mercati sono decorati con striscioni

colorati, palloncini e grandi campane e i

residenti indossano costumi colorati e cap-

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pelli brillanti. Il giorno di Natale vengono

preparate delle specialità culinarie che rappresentano

una vera e propria tentazione

per il palato, come il tradizionale tacchino

natalizio e il celebre saltfish

(baccalà) servito con ackee,

il frutto nazionale dall’aspetto

di una pera di colore

arancione. Altre specialità

tradizionali natalizie sono

l’arrosto di prosciutto, pollo,

coda di bue o capretto al

curry, accompagnato con

yam dolce chiamato “yampi”.

Come dolce natalizio viene

servita la torta di frutta giamaicana,

preparata con frutta

inzuppata di rum e porto.

Insostituibili a tavola sono

©riproduzione riservata

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anche i goongoo peas, una varietà di piselli

dal sapore molto simile alle lenticchie, il

breadfruit l’albero del pane servito bollito,

arrostito o fritto e il sorrel wine, che è la

tradizionale bevanda natalizia,

di colore rosso che si ottiene

dalle bacche del sorrel - un arbusto

molto comune sull’isola

- lasciate fermentare finché diventa

una dolce bevanda rossa,

che viene servita con zenzero,

chiodi di garofano, pimento e

rum bianco. La cucina giamaicana

è saporita e speziata, frutto

di una mescolanza di sapori

africani, cinesi, indiani ed europei.

È un mosaico composto dai

sapori tipici delle culture da cui

discende il popolo giamaicano,

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come recita il motto del popolo

giamaicano: “out of many one

people” (da molte genti un unico

popolo).

Il Capodanno 2012 aprirà un

anno importante per il popolo

giamaicano: la Giamaica celebrerà

il 50esimo anno di Indipendenza.

La Giamaica fu scoperta da Cristoforo

Colombo il 4 maggio

1494. Nel suo diario di bordo

egli descrisse la Giamaica come

“la più bella isola che occhi umani

hanno mai visto; montagne e

terra sembrano toccare il cielo …

tutto pieno di vallate, prati e pianure”.

Dopo lo sbarco di Colombo,

la Giamaica fu rivendicata dalla Spagna.

I navigatori spagnoli trovarono sull’isola

i Taino, un cordiale e pacifico popolo che

non aveva mai avuto esperienza di guerra.

L’ isola fu chiamata “Xaymaca”, che nella

lingua dei Taino significava “terra di legno

e acqua”. Nel 1509 gli Spagnoli stabilirono

la capitale a Nuova Siviglia, vicino alla città

di Ocho Rios. L’ammiraglio britannico

William Penn e il generale Robert Venables

si impadronirono della Giamaica nel 1655.

Finì la dominazione spagnola della Giamaica

quando Oliver Cromwell decise che

anche l’Inghilterra doveva avere la sua parte

di colonie nelle Indie occidentali. Nel corso

dei primi 200 anni di dominio britannico

l’isola si trasformò in una vasta piantagione

di canna da zucchero e divenne la prima

nazione al mondo per esportazioni di zucchero.

Per coltivare la canna da zucchero,

gli Inglesi portarono sull’isola degli africani

per farli lavorare come schiavi, la maggior

parte provenivano dalla costa occidentale

del continente e dall’attuale Nigeria. La

consistente importazione di schiavi portò

alla progressiva crescita della popolazione

dei neri sull’isola tanto che all’inizio del

XIX secolo superò notevolmente

il numero dei bianchi e provocò

una serie di ribellioni finché la

schiavitù fu formalmente abolita

nel 1838. La Giamaica progressivamente

conquistò l’indipendenza

dal Regno Unito. Nel 1866

divenne una colonia britannica,

nel 1944 nacque una nuova costituzione

che rendeva il governo

giamaicano praticamente un

governo autonomo. Infine il 6

agosto 1962 la Giamaica ottenne

la piena indipendenza, pur rimanendo

un Paese membro del

Commonwealth.

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Direzione e Coordinamento : Gianni Ziparo

Responsabile : Tiziana Marzano

Per comunicare : ufficio.stampa@montecovello.com

NetFax : 178 22 39 148

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IN REDAZIONE

Nel rispetto della pluralità delle opinioni e della libera diffusione delle idee, ospitiamo

interventi che siano anche espressione di tendenze diverse, purché espressi in modo

documentato e rispettoso dei punti di vista altrui.

Gli autori ed i redattori che vi partecipano si assumono la piena responsabilità di ciò

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Susanna ANGELINO

Margherita BIONDO

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Carmela PIERINI

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Pietro SEDDIO

Giuseppe TRAMONTANA

Domenico VINCENZI

Marianna ZIPARO

Collaborano :

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STORIA DI COPERTINA

Per il prossimo Natale, regalare un pizzico di “solidarietà” a persone ‘meno

fortunate’, è semplice e facile.

Abbiamo selezionato due importanti Associazioni senza fine di lucro la cui attività

è universalmente riconosciuta ed apprezzata:

Medici Senza Frontiere Onlus – www.medicisenzafrontiere.it

Save the Children Italia Onlus – www.savethechildren.it

La procedura che devi seguire:

1. Compra libri per un minimo di soli 100,00 €uro sul sito www.montecovello.

com e completa la procedura d’acquisto;

2. Nella mail di conferma dell’ordine che ricevi, c’è “il codice del tuo ordine”;

3. Invia una mail a info@montecovello.com, riportando “il codice del tuo

ordine” e specificando a quale delle due Associazioni vuoi devolvere il tuo

contributo (puoi anche scegliere la metà ciascuno).

TUTTO QUA’: molto semplice.

COSA FAREMO NOI:

a) Per ogni acquisto di minimo 100,00 €, faremo un versamento di 20,00 €

b) Per ogni acquisto di minimo 250,00 €, faremo un versamento di 75,00 €

c) Per ogni acquisto di minimo 500,00 €, faremo un versamento di 200,00 €

Il versamento sarà effettuato A TUO NOME e te ne invieremo la ricevuta.

INFORMAZIONI SULLE AGEVOLAZIONI FISCALI

È possibile scegliere se dedurre o detrarre l’importo delle donazioni fatte.

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PER LE PERSONE FISICHE

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STORIA DI COPERTINA

Ci sono tre possibilità:

1. in base alla normativa D.P.R. 917/86 si può scegliere di detrarre1 dall’imposta

lorda il 19% dell’importo donato, fino ad un massimo di 2.065,83 euro

2. in base alla normativa D.P.R. 917/86 si può scegliere di dedurre2 dal proprio

reddito le donazioni per un importo non superiore al 2% del reddito complessivo

dichiarato.

3. in base al D.L. 35/2005 si possono dedurre2 dal proprio reddito le donazioni,

in denaro ed in natura, per un importo non superiore al 10% del reddito complessivo

dichiarato e comunque nella misura massima di 70.000 euro annui.

PER LE IMPRESE

Ci sono due possibilità:

1. in base alla normativa del D.P.R. 917/86 è possibile dedurre2 le donazioni

per un importo non superiore a 2.065,83 euro o nel limite del 2% del reddito d’impresa

annuo dichiarato.

2. in base al D.L. 35/2005 si possono dedurre2 dal proprio reddito le donazioni,

in denaro ed in natura, per un importo non superiore al 10% del reddito complessivo

dichiarato e comunque nella misura massima di 70.000 euro annui.

NOTE:

1 le DETRAZIONI sono le somme che, una volta calcolate le imposte da pagare, si

possono sottrarre da queste, in modo da pagare di meno.

2 Le DEDUZIONI sono le somme che si possono sottrarre dal reddito su cui poi

si calcolano le imposte.

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STORIA UN MONDO DI COPERTINA

DI POESIE

Il giallo del Sole,

il verde della Terra,

il blu del Mare ….

TUTTO qui

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