scarica il pdf della rivista - Essere Comunisti

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Da non molto è calato il sipario sul settimo congresso

di Rifondazione comunista e non si può

certo dire che la grande stampa nazionale abbia

dismesso ogni interesse nei confronti di questo partito.

Al contrario, se ne occupa; anche se lo fa a modo suo. Ad

esempio, su solerte sollecitazione di qualche esponente

del centro-destra, si enfatizza uno sgangherato teorema

– appositamente lanciato da un giornale colombiano di

regime – che attribuisce al Prc propensioni filo-terroriste

per il fatto di aver cercato una via di pace per la

Colombia e a tal fine interloquito anche con le Farc, organizzazione

guerrigliera che si oppone alla locale dittatura.

Come in altri casi, l’interlocuzione non ha impedito a

Rifondazione di ribadire la propria chiara condanna

della pratica dei sequestri di persona. Nonostante ciò,

quella che è stata un’opera di mediazione internazionale,

condotta in modo trasparente e tenendo nel merito

costantemente aperti dei canali informativi con le massime

autorità istituzionali del nostro Paese, diventa collusione

col «terrorismo planetario», con uno dei tanti

nomi inserito discrezionalmente dai padroni del mondo

nella loro «lista nera».

Oppure, su un altro versante tematico, ci si affretta a dare

descrizioni della vita interna del Prc, compiacendosi nel

presentare lo stato dei rapporti tra le diverse componenti

come quello di «separati in casa» (ciascuna di esse intenta

a preparare per proprio conto autonome iniziative) e,

ovviamente, preconizzando l’inevitabile fine del partito.

Non stupisce che quelli che non hanno mai voluto bene a

Rifondazione intravedano nell’attuale congiuntura politica

la possibilità concreta di coronare il loro disegno e –

finalmente – porre fine ai loro incubi: i comunisti – e con

loro la sinistra – fuori dalla politica e dalla storia (oltre che

* DIRETTORE DELLA RIVISTA «ESSERE COMUNISTI»

EDITORIALE

per una svolta a sinistra

BRUNO STERI*

dal Parlamento). In effetti, la temperie è quella che è:

nella Repubblica Ceca, quindi nel cuore dell’Europa, ciò

sta realmente accadendo a colpi di decreti. Si è infatti

posta fuori legge l’organizzazione giovanile del Partito

comunista – una forza politica consistente, che in quel

Paese fa gravitare i propri consensi attorno al 20% – con

l’inquietante accusa di includere nei propri documenti il

termine «lotta di classe». Siamo dunque alla persecuzione

delle opinioni e delle concezioni sociali, alla tomba

della stessa democrazia liberale. L’Unione Europea non fa

una piega; anzi, sforna documenti ufficiali ispirati al più

becero revisionismo storico, accreditando dietro la categoria

passe-partout di «totalitarismo» l’equiparazione tra

comunismo e nazismo. Da parte sua, la democratica Italia

non si confonde certo con i metodi forcaioli dei cechi: si

limita a cambiare «democraticamente» la legge elettorale,

così da impedire l’ingresso nelle istituzioni nazionali e

sovranazionali a qualsiasi falce e martello si azzardi a

comparire sull’apposita scheda. Ogni tanto, per la verità,

qualcuno sfugge a tali comportamenti «misurati»: come

è accaduto al Tribunale di Catania, il quale ha sentenziato

la sottrazione di un minore alla madre e il suo affidamento

al padre, in quanto il minore stesso è tra l’altro frequentatore

di un gruppo di estremisti, cioè a dire

dei…Giovani Comunisti della locale sezione Prc! Non

sappiamo se il caso sia destinato a fare giurisprudenza;

certo, il fatto stesso che possa essersi verificato rende

conto dei tempi che corrono.

Beninteso tutto ciò accade non a causa del destino «cinico

e baro», ma semplicemente perché i poteri dominanti

stanno vincendo la battaglia del controllo sociale: perché

all’inasprimento delle condizioni sociali e, più in

generale, di vita fa da compensazione l’eclissarsi dei

valori di solidarietà e di un’organizzazione di classe per la

difesa e la conquista di diritti, con il contestuale dispie-

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garsi di una concezione del mondo ispirata a un violento

darwinismo sociale: ciascuno per sé e peggio per chi sta

sotto di me. È evidente che la forza altrui è l’altra faccia

della mia fragilità. Tutto ciò avviene infatti nel contesto

di una seria debolezza delle forze della sinistra, in grave

deficit di progettualità politico-ideale, punite dagli errori

commessi e mostratesi incapaci di soddisfare le

domande provenienti dai soggetti sociali che a esse

hanno fatto e dovrebbero ancora fare riferimento.

In una situazione generale già così complicata, il Prc sta

vivendo uno dei suoi momenti più difficili. Le tossine di

un congresso molto duro non sono ancora smaltite e in

taluni tra coloro che sono risultati minoranza (di poco, e

tuttavia minoranza) serpeggia un livore, un’ansia di

rivalsa in astratto comprensibili ma non politicamente

giustificabili. In proposito, proviamo a muovere da una

constatazione che ci pare francamente lapalissiana. Se un

«turista inglese», fuori dalle mischie politiche nostrane

ma minimamente dotato di buon senso, avesse assistito

all’ultima vicenda elettorale e al tracollo della lista della

sinistra, avrebbe senz’altro messo in conto (e magari

scommesso su) carattere ed esito del congresso di

Rifondazione. Non avrebbe cioè gridato ad alcuno scandalo

se, dopo il disastro, l’assise congressuale avesse

prodotto (come in effetti ha prodotto) una discontinuità

di linea politica e, persino, un nuovo gruppo dirigente. A

meno che non vi sia chi ritenga di essere maggioranza per

investitura divina, nella vita interna di una forza politica

ciò fa parte del gioco, è ascrivibile ai rivolgimenti prodotti

dalla dialettica democratica. Per questo non appare

giustificabile e anzi risulta alquanto sopra le righe un

certo tono di «lesa maestà» che ancora proviene da alcuni

compagni – non da tutti – della seconda mozione congressuale.

Sappiamo bene che l’assetto attuale del partito presenta

delle anomalie evidenti, che ne rendono complicata la

gestione: l’attuale maggioranza governa con poco più del

50% di consensi sulla base di un accordo politico tra

aree sino a ieri disomogenee; poco meno della metà del

partito è all’opposizione. Con tali basi di partenza, è

ovvio che sarebbe stato auspicabile un accordo unitario:

e, com’è noto, alcuni di noi hanno sino all’ultimo provato

a percorrere questa strada. Purtroppo non eravamo

nelle condizioni politiche perché tale tentativo andasse

a buon fine. L’asprezza del congresso non lo ha permesso,

un’asprezza determinata non da cattiva educazione

ma dalla sostanza stessa della discussione. Ora è perfettamente

inutile (oltre che autolesionista) cercare capri

espiatori e lasciarsi trascinare da propositi meramente


«vendicativi» («muoia Sansone con tutti i filistei!»):

del resto occorrerebbe sommessamente ricordare alle

compagne e ai compagni oggi in minoranza che essi

stessi hanno contribuito a creare il clima in cui si è celebrato

il congresso, affondando sull’acceleratore con

operazioni politiche e metodi interni – diciamo così –

«spregiudicati».

Al contrario, occorre continuare ostinatamente a tessere

i fili di un’unità possibile. Del partito innanzitutto; e poi

delle altre forze della sinistra e di movimento.

Rifondazione ha bisogno di tutti, di tutte le competenze;

ma occorre credere in questa forza organizzata, nella sua

autonomia, nel suo rafforzamento.

Non c’è alternativa a tale prospettiva. Per due motivi

essenziali. Innanzitutto, perché non si costruisce nessuna

sinistra sulle ceneri di Rifondazione (o anche fuori da

Rifondazione): riflettano bene su questo quanti hanno

troppo frettolosamente considerato conclusa la parabola

di questo partito. Inoltre, perché nessun altro – ripeto:

nessuno; e men che meno il Pd – è oggi in grado di

costruire un’opposizione credibile all’incedere devastante

delle destre. La società e la politica – intesa anche

come istituzioni – hanno urgente bisogno dell’azione

efficace del Prc e, con esso, della sinistra.

Con queste convinzioni ci apprestiamo ad affrontare un

difficile anno politico, a cominciare dalla preparazione

della manifestazione di ottobre, una scadenza che per

tutte le compagne e i compagni è destinata simbolicamente

a ereditare il significato dello scorso 20 ottobre,

del milione di bandiere rosse in piazza. In essa confluiranno

i temi essenziali del nostro attuale impegno: ne

indico tre, su cui siamo chiamati a concretizzare in mobilitazione

politica una diffusa sensibilità di massa. In

primo luogo, non possiamo permettere che sia derubricato

dall’agenda politica il tema della pace e della guerra.

Non si tratta solo del fatto che, a tutt’oggi, siamo impegnati

direttamente – e in dispregio della nostra

Costituzione – in azioni belliche conclamate (vedi

Afghanistan). La fase interlocutoria, determinata dalla

campagna elettorale per le presidenziali Usa, avrà un termine.

E, con esso, un vincitore. Se fosse il repubblicano

Mc Cain – un candidato che, come è stato detto dal suo

antagonista, «misura la forza dell’economia con il

numero di miliardari e di profitti in Borsa» – dovremmo

aspettarci di tutto, sul terreno della «difesa

dell’American Way of Life». Tanto più nel momento in cui

la globalizzazione capitalistica guidata dagli Usa ha già

mostrato chiarissimi segni di crisi. Ma anche qualora

vincesse Obama, non sarà il caso di cedere a eccessivi

EDITORIALE

entusiasmi. Lo ha fatto capire senza troppi giri di parole

Gianni Riotta, in collegamento televisivo con la

Convention democratica: ora applaudiamo le generose

parole di Barack Obama – ha detto – poi però l’Europa e

la stessa Italia si preparino a fare il loro dovere di alleati,

in Georgia come in Iran. Ipse dixit. Noi invece diciamo

che su tale questione, chiunque sia il presidente degli

Stati Uniti, deve tornare a essere distintamente percepibile

una posizione inequivoca: No alla guerra.

In secondo luogo, alla sinistra anticapitalista compete

l’essenziale compito di evidenziare l’abisso che separa le

parole dai fatti in tema di carovita e redistribuzione del

reddito. Si tratta delle due facce di una medesima medaglia:

i prezzi lievitano, salari e assegni pensionistici sono

fermi e perdono in potere d’acquisto. E la forbice non

accenna a chiudersi; anzi, continua ad aprire il suo raggio

di divaricazione. In questo campo, le notizie di peggioramento

dei dati statistici sono ormai un estenuante rituale.

Da ultimo, l’ufficio studi di Confcommercio segnala che

«con un aumento tendenziale dei prezzi alla produzione

del 25% per l’energia e del 9,6% per gli alimentari e le

bevande, si allontanano le possibilità di ridimensionamento,

nel breve periodo, delle dinamiche inflazionistiche

al consumo». In una tale congiuntura, non sorprende

l’ulteriore netto calo dei consumi. Non solo le famiglie

spendono meno in prodotti non alimentari, tagliando

quel che non è strettamente necessario per sopravvivere:

profumeria, giocattoli, sport, radio e televisori, informatica

e telefonia ecc. Scivola anche la spesa per beni essenziali

come gli alimentari. Ciò è da tempo una triste realtà

per pensionati e famiglie monoreddito: ma l’inflazione

morde ormai anche sui consumi ordinari dei ceti medi. Il

centro-destra tira dritto e, ad esempio, utilizza il «tesoretto»

per coprire il buco Alitalia (pagato così da 60

milioni di italiani). Il Pd risponde fiaccamente con proposte

di detassazione delle imposte: cosa che, se può dare

qualche sollievo in busta paga, penalizza però la spesa

pubblica togliendo ossigeno alle risorse disponibili per

servizi sociali. Noi dobbiamo riproporre la difesa della

contrattazione collettiva nazionale e la reintroduzione di

un dispositivo di adeguamento automatico di retribuzioni

e pensioni al costo della vita, basato sul computo dell’inflazione

reale e sulla predisposizione di un credibile

paniere di prodotti per la rilevazione dei prezzi; il blocco

delle tariffe e il controllo sociale dei prezzi. In definitiva:

la redistribuzione dei redditi non può gravare esclusivamente

sulle casse pubbliche (e sulla spesa sociale in particolare),

occorre che sia riequilibrato il crescente scarto

che separa rendite e profitti da retribuzioni e pensioni. E

che a pagare sia la prima delle due coppie suddette.

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Infine, va lanciata un’offensiva politica che denunci lo

smantellamento sistematico dell’offerta formativa pubblica.

È di inaudita gravità il fatto che, come è proposto in

Finanziaria, vi sia la possibilità che gli atenei si trasformino

in fondazioni: ciò prefigurerebbe la privatizzazione

dei loro patrimoni e il fermo controllo (anche su base

ideologica) delle carriere. La scuola è colpita con tagli

pesantissimi e sono particolarmente emblematiche le

ultime misure previste per le elementari: maestro unico,

cancellazione del tempo pieno, voto in condotta. Al pari

dei conflitti sulle condizioni materiali di lavoro e di vita,

questo è un ambito su cui agisce direttamente la discriminazione

di classe. La conquista del tempo pieno (1971)

non significò semplicemente un aiuto pomeridiano supplementare

per i compiti; da allora in poi, esso avrebbe

comportato – per chi non aveva libri in casa e genitori

con tempo disponibile da dedicare ai figli – una maggiore

opportunità di imparare e una minor distanza sociale

dalle classi agiate. Tagliando risorse e riducendo gli organici

scolastici, il centro-destra (ma il centro-sinistra

non mi pare avesse su questo realizzato una visibile

inversione di marcia) colpisce in generale la ricerca e la

formazione, mina le basi per uno sviluppo qualificato del

Paese. E colpisce in primo luogo i figli dei lavoratori (e

degli immigrati). Mostra la faccia severa, dando a intendere

che il cinque in condotta risolva il fenomeno del

bullismo, mentre al contrario, disinvestendo in formazione,

ne vengono rafforzate le cause: poiché è evidente

che, esistendo uno stretto rapporto tra disadattamento e

condizione sociale, il suddetto fenomeno andrebbe

affrontato attraverso il consolidamento della relazione

educativa e non smantellando la scuola. A quanto pare,

quel che importa è dare un’immagine ideologica d’ordine

e di falsa efficienza, alimentando anche per questa via

la domanda di sicurezza. Noi dobbiamo rispondere provando

a ricostruire il movimento d’opposizione alle

destre nelle università e nelle scuole.

Iniziativa contro la guerra, conflitto sociale per il recupero

retributivo e contro il carovita, movimento contro lo

smantellamento dell’apparato formativo pubblico. Ecco

tre titoli in cui concretizzare l’iniziativa politica del Prc e

di una sinistra degna di tal nome: un bagno di realtà per

distogliere le menti dall’incantesimo securitario abilmente

alimentato dalle destre e diffuso dalla grancassa

mediatica.

Si dirà: ma la congiuntura è sfavorevole e il conflitto latita;

e dobbiamo capire meglio il mondo che ci circonda.

Ciò è vero. Ma è anche vero che, ultimamente, la sinistra

ha mischiato le carte e non ha fatto il suo mestiere. Deve

tornare a farlo.


FABIO AMATO*

Su questo terreno,

sociale e allo stesso tempo

politico, svoltare a

sinistra. Non una svolta

minoritaria, o identitaria,

ma politica e sociale

* RESPONSABILE ESTERI PRC

POLITICA INTERNA

sinistra

senza classe

Un tema ineludibile, all’indomani dei congressi che hanno coinvolto

nell’estate appena trascorsa le formazioni della sinistra reduci dalla

debacle dell’Arcobaleno, credo sia quello della ricostruzione della

presenza sociale di queste forze. In un saggio di dieci anni fa, intitolato appunto

Sinistra senza classi (1997), Adalberto Minucci già individuava in questa

contraddizione la maggiore sfida della sinistra di fronte alla globalizzazione

e alle modificazioni intervenute nella composizione sociale delle società a

capitalismo avanzato. Oggi, il tracollo elettorale dimostra nel modo più spietato

quanto distante sia la sinistra dal rappresentare coloro i quali vorrebbe.

Il voto operaio alla Lega Nord è l’emblema di questa distanza. Si tratta quindi

di un problema di fondo, difficilmente risolvibile attraverso operazioni di

assemblamento di ciò che c’è, o il superamento delle organizzazioni esistenti

verso altre nuove. Questa frattura fra sinistra politica e settori sociali, un

tempo di riferimento, ha segnato tutta la fase della Seconda Repubblica, ma

ha assunto dimensioni senza precedenti nell’ultima tornata elettorale, consegnando

alle destre una forza politica, elettorale e sociale schiacciante.

Dopo venti anni, e forse più, di dominio del capitale sul lavoro, la frammentazione

e disgregazione operata dal neoliberismo e dalle riforme del mercato

e dell’organizzazione del lavoro, ci consegnano una condizione in cui tutto è

da ricostruire. Abbiamo tutti, in questi anni, beneficiato della forza del movimento

operaio che fu, dell’insediamento storico del Partito comunista,

ereditandone anche una rendita elettorale, alla quale però, non è corrisposta

una capacità di dare nuova linfa e il necessario radicamento sociale. Sul

piano culturale e delle idee, il berlusconismo ci ha travolto, aiutato indubbiamente

dall’approdo oramai definitivamente interclassista e post socialdemocratico

degli ex Ds e dalla nascita del Pd. Aiutato dal fallimento delle due

occasioni in cui il centro sinistra ha governato, in cui non solo non ha

messo in atto nessuna politica di redistribuzione della ricchezza, ma è stato

incapace anche di mettere mano al conflitto di interessi e di ridimensionare

lo strapotere mediatico del Cavaliere. L’Italia è inoltre il Paese in Europa in

cui più velocemente si è proceduto nella svendita del patrimonio pubblico,

nelle privatizzazioni, e nel quale sono cresciuti meno i salari e di più le disuguaglianze,

insieme al dilagare della precarietà. Questo processo è iniziato

dal ‘92 in poi. Insieme a questa rincorsa al progressivo smantellamento dello

stato sociale, si è allo stesso tempo prodotta una accelerazione nella costruzione

di un sistema politico maggioritario, ispirato al modello anglosassone,

passando per il bipolarismo prima, e ora con l’obiettivo di stabilizzare un sistema

sostanzialmente bipartitista, o quasi. Processi nei quali un ruolo protagonista,

vale la pena ricordarlo, lo ha svolto la leadership del Pds, Ds,

prima, e quella attuale del Pd ora.

Ricostruire una presenza nel Paese, nel suo tessuto sociale, è condizione minima

per recuperare un ruolo politico alla sinistra di classe. Non si ferma in-

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fatti l’ondata xenofoba, reazionaria, che la destra ha animato

nel Paese, solamente con i buoni propositi e i richiami

ai buoni sentimenti. O si è capaci di ribaltarla riportando

la questione sociale al centro del dibattito politico,

o ne verremo tutti travolti. Non è nostro compito

quindi, per quanto necessario in modo assoluto nel breve

termine, solamente quello di recuperare una parte di

voto utile andata nelle scorse elezioni al Pd, quanto recuperare

il voto popolare, disperso fra astensione e consenso

attivo alla destra. Facendo tutto il possibile per riportare

al centro del dibattito politico dell’Italia la questione

sociale, del conflitto di classe. Una questione sempre più

grande, ma che viene esorcizzata attraverso la guerra fra

poveri e il nemico esterno, con l’emergenzialismo e la paranoia

securitaria. Su questa sfida si può riaprire il doveroso

ragionamento sull’unità della sinistra. Su questo terreno

misurare la capacità di avanzare una proposta politica

alternativa a quella del Partito democratico. Su questo

terreno, sociale e allo stesso tempo politico, svoltare a sinistra.

Non una svolta minoritaria, o identitaria, ma politica

e sociale. Politica poiché l’esperienza in Italia e in Europa

di questi ultimi quindici anni ci dice che i tentativi di

partecipazione al governo della sinistra di trasformazione

sono ovunque falliti. Il risultato di queste esperienze è

stato il tracollo elettorale e lo spostamento a destra in

modo radicale del quadro politico. Si pensi al fatto che in

Francia, dopo l’esperienza di Jospin, arrivarono al ballottaggio

Chirac e Le Pen. Dove invece la sinistra di classe e

alternativa ha mantenuto un’autonomia politica dalle

forze socialdemocratiche e dai governi, essa non solo non

è a rischio di scomparsa, ma registra una crescita in termini

di consensi anche straordinaria, come nel caso di

due paesi come la Germania e l’Olanda, tali da rimettere

in discussione i rapporti di forza fra sinistra alternativa e

moderata. Per non dimenticare Portogallo, Grecia, Danimarca.

Cito questi esempi perché penso sbagliata l’idea

per la quale la sinistra sarebbe in uno stato simile a quello

italiano in tutta Europa. Di fatto è scomparsa totalmente

dal Parlamento, al momento, solo in Italia. La ragione

della sconfitta, se pur va inquadrata in una fase storica di

arretramento, è quindi frutto della debolezza sociale ma è

soprattutto politica. Poiché politicamente sbagliata è stata

l’idea di poter condizionare il centro sinistra. Un centro

sinistra totalmente interno alle logiche neoliberiste imperanti

nell’Unione Europea da Maastricht in poi, passando

per quell’ulteriore barriera a politiche redistributive rappresentata

dal Patto di Stabilità e dal fondamentalismo

monetarista della Bce.

Costruire un’opposizione sociale e politica al governo

Berlusconi, deve avere quindi questa ambizione, ovvero

un lavoro che è insieme sociale, politico, organizzativo.

Deve sostanziare l’opposizione alle destre attraverso un

punto di vista di classe, e non semplicemente nella demonizzazione

del pur imbarazzante profilo, democratico

e morale, del Cavaliere.

La difesa del contratto nazionale di lavoro, quella del po-


tere d’acquisto dei salari e contro il carovita, per il diritto

alla casa e contro la precarietà, devono essere, insieme

alla battaglia per la difesa della Costituzione, dei beni comuni,

della scuola pubblica e dell’ambiente, per i diritti

civili e la pace, la base programmatica su cui aggregare

un possibile movimento di opposizione, su cui ridefinire

un’identità e utilità sociale della sinistra. Sarà sulla costruzione

della mobilitazione e sulla capacità di rimettere

in moto e in connessione i vari movimenti e vertenze,

che si potranno costruire le basi per l’unità delle forze

politiche e sociali della sinistra. Non partendo quindi

dalle formule, ma «dal basso» e da sinistra. Non si costruisce

una sinistra grande e forte, solo perché questa

sarebbe necessaria o nei nostri desideri. Non la si costruisce

attraverso accelerazioni che con furia iconoclasta

degna di altre cause vorrebbe cancellarne storie e identità.

La si costruisce a partire dalla sua capacità di essere

nella società, di costruire lotta e partecipazione civile e

sociale, nuove forme di mutualismo. Io credo che sia

utile a questo fine, e vista la condizione di extraparlamentarismo,

pensare anche a un stagione referendaria

sui temi proposti. Penso per esempio a un Referendum

per l’abolizione della legge 30. Credo sia un tema da discutere

e approfondire, ma non da scartare solo perché

l’impresa ci sembra ardua. Nonostante un quadro difficile,

complesso e che rende il nostro compito arduo, io

credo che sia possibile farcela. La sinistra comunista, socialista

di sinistra, ecologista, che ha un’idea alternativa

di società, che pensa che il capitalismo non è l’unico dei

mondi possibili, ma che anzi prospetti un modello insostenibile,

socialmente e ambientalmente per il futuro del

pianeta, ha oggi ancora più ragioni di prima di esistere.

La crisi della globalizzazione capitalista e delle sue promesse

è evidente. A essa la destra risponde con la paura.

La sinistra moderata e interclassista con il paradosso di

trasformarsi essa in custode dell’ortodossia liberista di

fronte alle tentazioni protezionistiche e interventiste dei

governi. È nelle nostre mani la possibilità, di dare una

risposta di sinistra a questa crisi. Di far rinascere una

speranza, quella che cambiare è possibile. È questa la

sfida su cui deve impegnarsi, insieme a tutta la sinistra,

Rifondazione comunista.

POLITICA INTERNA

Penso sbagliata l’idea per la quale la sinistra sarebbe in uno stato simile a quello

italiano in tutta Europa. Di fatto è scomparsa totalmente dal Parlamento, al momento,

solo in Italia

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un piccolo miracolo della volontà

e della responsabilità

Il congresso di luglio è stato un passaggio necessario ma allo stesso

tempo molto difficile e rischioso per il Partito dei Comunisti Italiani. La

scelta di andare al congresso non era del tutto scontata. Il PdCI era infatti

uscito meno ammaccato delle altre forze della sinistra dalla disfatta elettorale

e politica dell’Arcobaleno non avendo mai accettato l’idea di un proprio

scioglimento in una nuova forza post o a-comunista. Ciò avrebbe potuto

indurre il partito a una minimizzazione autoconsolatoria della portata dei

problemi che la storica vittoria della destra e la scomparsa dei comunisti dal

Parlamento hanno aperto.

La scelta di tenere il congresso e di aprire, per la prima volta in queste dimensioni,

un confronto politico interno sulle prospettive sia tattiche che

strategiche (e anche, per certi versi, ideologiche) è stata quindi un atto di

volontà e di lucido coraggio, che va ascritto in primo luogo a Diliberto.

Il quarto congresso del PdCI ha segnato molti punti di innovazione sia di

metodo che di merito.

Il metodo ha visto da un lato crescere di molto la collegialità e la partecipazione

con cui è stato costruito il documento politico poi approvato a larghissima

maggioranza sia dal Comitato Centrale uscente che dal Congresso. Le

bozze del documento politico, prima di essere approvate, sono infatti state

discusse non solo da una commissione rappresentativa del C.C. ma negli

ambiti territoriali. Ciò ha prodotto modifiche importanti dei testi che sono

giunti alla approvazione del C.C. consentendo di presentare una piattaforma

politica già molto «masticata» e in parte «digerita» per lo meno dal corpo

largo dei dirigenti del partito. Accanto a questo tentativo di praticare seriamente

il centralismo democratico c’è stata però anche la scelta, che può apparire

formalmente contraddittoria, di dare uno spazio amplissimo sia al documento

alternativo presentato dalla Bellillo, sia alla posizione di Marco

Rizzo che, pur non presentando un diverso documento, si differenziava, dal

documento del C.C., su punti affatto secondari sia di natura strategica che di

profilo ideologico.

Quello che un tempo fu liquidato da Ramon Mantovani «un partito caserma»

ha quindi voluto dimostrare che, nel momento della necessità, non

aveva alcun timore di affrontare la discussione, anche quella più aspra, in

modo aperto e trasparente.

La sostanza poi ha visto il confronto di tre linee, che in modo molto schematico,

potremmo racchiudere nelle due costituenti (quella della sinistra e

quella comunista) contro l’ipotesi, poi risultata ampiamente vincente, della

riunificazione dei due partiti comunisti. Queste tre linee partivano ovviamente

tutte da un bilancio fallimentare dell’esperienza dell’Arcobaleno per

trarne però conseguenze divergenti. Premiando il documento del C.C., il

PdCI ha respinto l’idea di una sua autoliquidazione (proposta nella sostanza

da chi sosteneva entrambe «le costituenti») ed ha rivendicato, non solo un

JACOPO VENIER*

La prima

importantissima e

fondamentale conferma

della bontà di questa linea

è venuta dalla conclusione

del congresso del Prc con

la vittoria di Ferrero e

quindi con l’apertura di

una fase in cui

oggettivamente i due

partiti non potranno che

marciare fianco a fianco

* RESPONSABILE ESTERI PDCI


percorso politico e storico, ma anche un ruolo come organizzazione

e partito nel processo di riorganizzazione

della sinistra e dei comunisti in Italia. La prima importantissima

e fondamentale conferma della bontà di questa

linea è venuta dalla conclusione del congresso del Prc

con la vittoria di Ferrero e quindi con l’apertura di una

fase in cui oggettivamente i due partiti non potranno

che marciare fianco a fianco.

Sarebbe però un errore limitarsi ad analizzare solo gli

esiti di linea del congresso del PdCI. Il documento politico

contiene infatti anche significativi tentativi di aggiornamento

dell’analisi e degli strumenti con cui i comunisti

dovrebbero attrezzare la loro azione e le loro lotte.

Nonostante la tentazione – comprensibile dato lo shock

post elettorale – di concentrarsi «sul momento», il dibattito

e i documenti approvati consegnano al PdCI anche

una importante serie di materiali che vanno oltre la contingenza

e che, forse per la prima volta nella storia di

questo partito in modo così marcato, cercano di andare

agli elementi strutturali e di classe sia del ciclo storico

che ci ha condotto a questa sconfitta sia dei soggetti con

cui costruire la riscossa politica e sociale.

Spesso i documenti congressuali finiscono insieme allo

spegnersi delle luci sul palco e allo sciogliersi della platea.

Se questa volta non sarà così lo si dovrà proprio al

POLITICA INTERNA

successo del metodo della partecipazione nel quadro del

centralismo democratico di cui si è detto precedentemente.

Il coinvolgimento attivo del gruppo dirigente

largo ha infatti consentito a molti di essere protagonisti

nella costruzione della analisi e della linea rendendo più

semplice che molti sentissero come propria anche la base

testuale che la sorreggeva.

Metodo e sostanza sono quindi state tenute assieme.

Ultimo elemento positivo è stato il dato organizzativo. In

una condizione così difficile e dopo una sconfitta di queste

proporzioni si poteva pensare a un andamento dei

congressi territoriali e di quello nazionale faticoso se non

frantumato. Invece nella quasi totalità dei casi il dato di

partecipazione è stato più che dignitoso, il percorso si è

svolto in modo ordinato e governato, e lo stesso congresso

nazionale ha avuto una dinamica persino troppo

tranquilla. Ciò dimostra, agli stessi dirigenti e militanti

del PdCI, che il tessuto organizzativo, sollecitato da una

immediata e adeguata risposta politica, ha resistito alla

botta tremenda delle elezioni e non sta affatto implodendo.

Anche il livello di conflittualità interna, ormai problema

endemico di ogni organizzazione, è stato molto

basso e ciò può essere anch’esso il segno della consapevolezza

della pregnanza storica della fase che abbiamo di

fronte.

Il partito avrebbe quindi potuto uscire del tutto soddisfatto

degli esisti congressuali se non si fosse registrata

una difficoltà importante sul lato della composizione

degli organismi dirigenti a partire dal nuovo Comitato

Centrale. Nonostante l’approvazione di una organica

proposta che ha modificato profondamente lo statuto e

gli stessi organismi dirigenti, la spinta a far parte dell’organo

più largo e assembleare di direzione politica ha superato

la fisiologia per toccare elementi patologici.

Aver superato quota 500 nella composizione del C.C. ha

aperto un problema organizzativo ma poteva anche pregiudicare

la conclusione politica del congresso stesso. La

dimensione dell’organismo (amplificata anche da alcune

rigidità come quella della composizione al 50% tra i

sessi) ha comportato la necessità, dopo l’immediata elezione

di Segretario, Presidente e Tesoriere, di rinviare al

13 settembre la definizione degli organismi ristretti di di-

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Aver superato quota 500 nella

composizione del C.C. ha aperto un

problema organizzativo ma poteva anche

pregiudicare la conclusione politica del

congresso stesso

rezione politica. Ovviamente ciò, anche alla luce della

ottima conclusione del congresso di Rifondazione, non

ha assunto alcun significato politico come alcuni (i sostenitori

della costituente comunista) avrebbero voluto,

puntando essi a organismi transitori e non strutturati.

Ancora una volta si conferma la natura squisitamente

politica dei problemi organizzativi. Infatti sarebbe un errore

sottovalutare i pericoli presenti in questo tipo di organismi

pletorici che inducono al verticismo, alla delega,

al leaderismo e sono quindi contraddittori con il cuore

delle decisioni politiche prese proprio dal IV congresso

del PdCI.

Ora che i congressi dei comunisti sono finiti, si apre però

la fase dell’azione e della lotta. Tutto ciò che è stato

detto e deciso deve tradursi in fatti. A questa prova i comunisti

arrivano in condizioni difficilissime ma non disperate

proprio grazie alla chiarezza che hanno fatto al

loro interno. Sia il PdCI che il Prc alla domanda di chiudere

con l’esperienza storica dei comunisti hanno risposto

NO ed hanno respinto l’idea di una sinistra costretta

a un ruolo ancillare al Pd. Ciò ha dato molto, molto, fastidio

ai poteri forti. I media e la comunicazione stanno

usando contro di noi le armi della criminalizzazione e

della cancellazione. Le altre forze politiche studiano barriere

elettorali per impedire una volta per tutte ai comunisti

di portare la lotta di classe nelle istituzioni.

Si potrebbe pensare che la situazione è peggiorata ma in

realtà queste sono buone notizie: perché quando i comunisti

non danno più fastidio, quando addirittura

sono ospiti ricercati dei salotti dell’alta borghesia, vuole

dire che sono inutili (come gli elettori ci hanno fatto

ben capire).

I congressi sono andati quindi bene ed è quindi il caso

che, insieme, i due partiti comunisti affrontino con fiducia

e passione la sfida di tenere aperta in Italia la prospettiva

della trasformazione.


SIMONE OGGIONNI**

Non riesco a capire

invece le ragioni per il

perdurante sostegno alla

Giunta campana e tanto

meno della decisione di

Rifondazione di tornare al

governo in Calabria

* SINISTRA DEMOCRATICA

** COORDINATORE NAZIONALE GIOVANI

DI ESSERE COMUNISTI

costruire con tenacia

l’unità a sinistra

domande a Cesare Salvi *

POLITICA INTERNA

AFINE GIUGNO SI È TENUTA A CHIANCIANO TERME LA PRIMA ASSEMBLEA NA-

ZIONALE DI SINISTRA DEMOCRATICA. CHE TIPO DI APPUNTAMENTO È STATO, IN

TERMINI DI PARTECIPAZIONE E DISCUSSIONE POLITICA?

L’assemblea di Sinistra Democratica ha dimostrato, con circa 1000 presenze

e con una partecipazione convinta e intelligente, che il movimento esiste e

ha un suo radicamento. La proposta politica conclusiva è stata quella di dar

vita, in tempi rapidi, a una «Costituente della Sinistra», aperta alle forze politiche

e ai singoli che condividono l’esigenza di costituire una nuova forza

politica della sinistra. In altri termini si è ritenuto che la sconfitta dell’Arcobaleno,

fra le altre cause, abbia avuto anche quella del ritardo rispetto all’idea

di un’unica forza politica della sinistra. Questa conclusione però non

si è trovata in sintonia con quelle dei congressi delle altre forze della sinistra,

e vive quindi un momento oggettivo di difficoltà.

IN RAPIDA SEQUENZA ANCHE LE ALTRE FORZE DELLA SINISTRA HANNO SVOLTO I PROPRI

CONGRESSI NAZIONALI. CI PARE DI POTER DIRE CHE CIASCUN CONGRESSO HA REGISTRA-

TO LA SCONFITTA DI APRILE E AVANZATO PROPOSTE UTILI PER RIAFFERMARE, DOPO IL

FALLIMENTO CLAMOROSO DELL’ESPERIENZA DELL’ARCOBALENO, LA PROPRIA SPECIFICITÀ

E LA PROPRIA AUTONOMA PRESENZA, RIBADENDO AL CONTEMPO L’ESIGENZA DI COSTRUI-

RE CONVERGENZE SUL PIANO PROGRAMMATICO. CONDIVIDI LA SINTESI? CHE GIUDIZIO

DAI DI QUESTO ESITO?

Come accennavo, nelle altre forze della sinistra è prevalsa l’idea che la sconfitta

dell’Arcobaleno derivi invece da un deficit identitario; questo ha portato

sia Rifondazione comunista (con un congresso molto teso e divaricato) sia il

PdCI a ritenere prevalente, almeno in questa fase, le ragioni dell’identità comunista;

altrettanto è accaduto su un altro versante, per i Verdi. La mia opinione

al riguardo si può sintetizzare così: l’Arcobaleno è stato da un lato troppo

e dall’altro troppo poco. Troppo, perché ci si è generosamente illusi di

poter cancellare identità (comunista, socialista, verde) che hanno una storia e

un radicamento diffusi nella coscienza politica di molti cittadini. D’altra parte,

è stato troppo poco, perché in realtà si è trattato invece di un mero cartello

elettorale, senza nemmeno un minimo di basi federative, un comune gruppo

dirigente. E questo naturalmente a tacere delle altre e non meno rilevanti ragioni

della sconfitta, che risiedono, a mio avviso, nei modi con cui si è stati al

governo. Ma questo richiederebbe un altro e più lungo discorso.

NELLO SPECIFICO, IL CONGRESSO NAZIONALE DEL PRC HA RESPINTO UNA OPZIONE CHE

DECLINAVA QUESTA INDISCUTIBILE NECESSITÀ DI STABILIRE CONVERGENZE E ALLEANZE A

SINISTRA NEI TERMINI DELLA COSTRUZIONE DI UN NUOVO SOGGETTO POLITICO. CHE

COSA DETERMINA, QUESTO, SUL TERRENO DEI RAPPORTI ALL’INTERNO DELLA SINISTRA

11


12

ALTERNATIVA E, NELLO SPECIFICO, TRA SD

E RIFONDAZIONE comunista?

Personalmente ritengo che Sinistra

democratica debba ripartire dalla

sua ispirazione originaria. Il movimento

è nato dal rifiuto di aderire al

Partito democratico per una ragione

identitaria, di appartenenza al Socialismo

Europeo, e per un obiettivo

strategico: unità di tutte le forze

della sinistra. A mio avviso occorre

evitare sia salti in avanti che ritorni

all’indietro, e ripartire quindi, anche

se questo richiederà fatica e impegno

e tempi temo non brevi, dall’idea

– a suo tempo sostenuta, del

resto, anche dall’attuale segretario

di Rifondazione – di un soggetto federativo

nel quale diverse identità

trovano il modo di convivere al servizio

di un comune progetto di cambiamento

della società italiana. Non

credo invece che vi sia bisogno di

nuove frammentazioni e divisioni.

UNO DEI TEMI PIÙ DIBATTUTI NEI NOSTRI

CONGRESSI È STATO IL RAPPORTO CON IL

PARTITO DEMOCRATICO. CLAUDIO FAVA

HA AFFERMATO CHIARAMENTE CHE

L’OBIETTIVO DI SINISTRA DEMOCRATICA È

QUELLO DI «RICOSTRUIRE UN NUOVO

CENTRO-SINISTRA». SU QUALI BASI PENSI

SIA PRATICABILE QUESTA IPOTESI? NON TI

PARE, AL CONTRARIO, COME INDICA LA

STESSA ESPERIENZA DI GOVERNO, CHE LE

DISTANZE TRA LA SINISTRA ALTERNATIVA E

IL PD SIANO AUMENTATE IN QUESTI ANNI?

Porre il tema di un nuovo centro-sinistra

significa, secondo me, non

escludere pregiudizialmente una politica

delle alleanze per la sinistra.

Naturalmente, l’accento va posto

sull’aggettivo «nuovo». Le distanze

con il Pd sono state e restano certamente

molto grandi. Se questo è indubbio,

non credo però abbia molto

senso discutere oggi se in futuro potranno

ripresentarsi, ma su basi ripeto

nuove, le possibilità per

un’allean za nazionale per il governo.

Temo che dovremo sorbirci cinque

anni di governo Berlusconi. Ma è in

questo periodo, e sulla qualità sociale

e ideale dell’opposizione, che si

potranno verificare o meno le condizioni

per riproporre quell’alleanza.

Non mi pare insomma che sia un

tema sul quale abbia senso dividersi

adesso. Sarei piuttosto attento alle

alleanze sul territorio. È evidente,

per stare al Mezzogiorno, che mi sta

particolarmente a cuore, che non

avrebbe senso ridiscutere il governo

della Puglia; non riesco a capire invece

le ragioni per il perdurante sostegno

alla Giunta campana e tanto

meno della decisione di Rifondazione

di tornare al governo in Calabria.

PER OTTOBRE DIVERSI SOGGETTI E MOVI-

MENTI STANNO LAVORANDO A UNA GRAN-

DE MANIFESTAZIONE DI PIAZZA SIMILE A

QUELLA DELLO SCORSO ANNO, CONTRO LE

POLITICHE ECONOMICHE E SOCIALI DEL

GOVERNO BERLUSCONI E PER SEGNARE

UN NUOVO PROTAGONISMO DELLE FORZE

DELLA SINISTRA. ANCHE SINISTRA DEMO-

CRATICA SARÀ IN PIAZZA? E CON QUALI

OBIETTIVI?

Credo importante che vi sia una

manifestazione unitaria della sinistra

contro le politiche economiche

e sociali del governo che sappia indicare

anche obiettivi di cambiamento

sui temi propri della sinistra,

a partire dalla pace, la redistribuzione

del reddito, i diritti del mondo

del lavoro.

NELLA PROSSIMA PRIMAVERA CI SARANNO

LE ELEZIONI EUROPEE. AL NETTO DELLA

DISCUSSIONE SUL PROBABILE INNALZAMEN-

TO DELLO SBARRAMENTO, COME PENSI SI

DEBBANO PRESENTARE AGLI ELETTORI LE

DIVERSE FORZE DELLA SINISTRA?

Lo sbarramento ci sarà, e temo

anche che sarà una soglia alta. Ma

per le ragioni che indicavo all’inizio,

la mia opinione è che, sbarramento

o non sbarramento, sarebbe utile e

positivo per il Paese che le forze

della sinistra si presentassero con

liste comuni. All’obiezione che rischierebbe

di ripetersi l’esperimento

negativo dell’Arcobaleno, si può rispondere

che questa proposta presuppone

la compresenza esplicita di

diversi soggetti politici, uniti però da

una proposta comune sia per la battaglia

di opposizione, sia per il cambiamento

dell’Italia e dell’Europa. Si

tratterebbe, in sostanza, di un esplicito

passo di quel percorso federativo

al quale ho fatto riferimento.


LUCIO MANISCO*

Prima del massiccio

attacco georgiano del 7

agosto contro questo

grosso centro abitato (da

mille e seicento a due mila

i morti tra i civili) il

Presidente Saakashvili

aveva ricevuto ingenti

finanziamenti e armamenti

dagli Stati Uniti

* GIORNALISTA E SAGGISTA

ESTERI

Obama, McCain

e i nuovi exploit della «guerra infinita»

Si è parlato, ballato e cantato alle kermesse democratica e repubblicana di

Denver e di Saint Paul: Barak Obama, audacia della speranza e virgulto

nero del cambiamento ha giocato elegantemente di fioretto con John

McCain, audace eroe del Vietnam e propugnatore bianco dello stesso indefinito

cambiamento, mentre l’esperto cavallo da tiro dei Democratici al Senato,

Joe Biden, e l’esagitata cacciatrice repubblicana di caribù, fino a ieri sostenitrice

della secessione dell’Alaska dall’Unione, ambedue aspiranti alla vicepresidenza

degli Stati Uniti, hanno incominciato a scambiarsi palate di fango

a poche settimane dalla scadenza elettorale del primo martedì di novembre.

Spasmodica l’attenzione dei mass media statunitensi ed europei per i due

storici eventi celebrati nel Colorado e nel Minnesota e per i sondaggi del

giorno dopo che, non potendo rilevare il peso del razzismo sotto traccia dell’opinione

pubblica, a metà settembre davano ancora per favorito, anche se

di stretta misura, il senatore afro-americano dell’Illinois sul «maverick»

(capo di bestiame senza marchio, nell’improbabile traduzione del dizionario italiano-inglese)

John McCain. A dire il vero l’attenzione dei mass media è

stata deviata per quarantotto ore dall’arrivo di Gustav, l’uragano che conteso

con grande impegno a fini elettorali dai due partiti ha preferito non schierarsi

ed ha quindi risparmiato quello che resta di New Orleans.

Il tutto mentre il mondo precipitava nella più grave crisi internazionale degli

ultimi decenni, una crisi prima sottovalutata e poi travisata da quegli stessi

mass media occidentali che, bene orchestrati, hanno poi definito l’aggressione

militare della Georgia all’Ossezia del Sud una brutale violazione russa

della sovranità territoriale e dell’indipendenza della nazione affidata alle

cure del presidente quisling Saakashvili. Quei pochi osservatori a conoscenza

dei fatti che hanno obiettato a questo plateale travisamento sono stati accusati

di aver preso le parti del duetto Putin – Medvedev per un rigurgito di

nostalgia filo-sovietica. Lo stesso è accaduto a chi ha avanzato riserve sulle

credenziali progressiste di Obama e avrebbe portato acqua al mulino del

conservatore o neo conservatore McCain: per quanto riguarda la crisi nel

Caucaso il primo si è dimostrato disponibile a usare carri armati e artiglieria

campale contro le orde russe che avevano invaso la Georgia, mentre il secondo

non ha escluso il ricorso a missili nucleari e sempre vigile è rimasto in

trincea mentre l’avversario democratico se la spassava con il surfing sulle

grandi onde delle isole Hawaii. Tra le onde delle Maldive nuotava invece

con la futura moglie il ministro italiano degli esteri Frattini tra il serioso disappunto

della nostra stampa disorientata dal prolungato silenzio del patron

Berlusconi, notoriamente amico e socio d’affari di Vladimir Putin nella Gazprom

e in altre imprese commerciali russe, un rapporto di interessi che ha

prevalso su quello di amicizia fraterna per George Dubia Bush.

Che la grande crisi fosse stata pianificata dall’Amministrazione americana,

con le visite del segretario di Stato Condoleeza Rice a Tblisi e poi con i collo-

13


qui con i dissidenti filoamericani di

Tskhivali, capoluogo dell’Ossezia del

Sud, non costituiva certo un segreto

di stato. Prima del massiccio attacco

georgiano del 7 agosto contro questo

grosso centro abitato (da mille e

seicento a due mila i morti tra i civili)

il Presidente Saakashvili aveva ricevuto

ingenti finanziamenti e armamenti

dagli Stati Uniti e un generale

israeliano con duecento

«consiglieri militari» aveva sottoposto

ad addestramenti intensivi il suo

esercito. Il che è servito a poco o a

nulla perché le truppe georgiane si

sono sciolte come neve al sole alla

prima, sproporzionata, reazione militare

russa. Sproporzionata forse,

ma ingiustificata no di certo: c’erano

gli accordi del 1999 sotto egida Osce

sottoscritti da Georgia, Russia, Ossezia

del nord e Ossezia del Sud che

affidavano a un contingente militare

russo il compito di «peacekeeping»

nella regione irredentista. E poi

c’erano lo slittamento accelerato

della Georgia nell’abbraccio della

Nato e a un passo quello dell’Ucraina

nella stessa direzione. E poi ancora

le basi anti-missilistiche Usa in

corso di allestimento in Polonia e il

complesso dell’accerchiamento strategico

che da anni stava ossessionando

i dirigenti del Cremlino, per

non parlare degli oleodotti e gasdotti

delle compagnie americane che

attraverso la Georgia e il Caucaso

ponevano allarmanti alternative agli

approvvigionamenti sotto controllo

russo verso l’Occidente.

Anche se le forze militari delle due

potenze non sono ancora entrate in

contatto diretto, malgrado l’arrivo

nel Mar Nero di unità navali americane

e lo stato di allerta di quelle

russe, la crisi si va aggravando di

giorno in giorno. Riconoscimento da

parte di Mosca dell’indipendenza

dell’Ossezia del Sud e della Abkhazia,

minacce poco credibili di sanzioni

da parte dell’Onu – sono venute

meno quelle dell’Unione Europea –

e frenetica attività del Vice-Presidente

Dick Cheney in Georgia e

dintorni con l’assegnazione di un

miliardo di dollari al regime di Saakashvili.

Tutto indica che una seconda

partita sia in allestimento prima

delle elezioni del 4 novembre nell’ufficio

ovale della Casa Bianca.

Nel frattempo i mass media Usa

continuano a misurare con il bilancino

i pro e i contro, i meriti e i demeriti

politici e spettacolari della

convenzione democratica e di quella

repubblicana e non mancano le esagerazioni

e le distorsioni su quanto

realmente accaduto.

Disdicevole e comunque improprio

parlare, come ha fatto un esagitato

sostenitore di Obama, di «Planet of

the apes» a proposito della kermesse

repubblicana di St. Paul: nel primo

della serie di film con Charlton Heston

tra le scimmie guerriere che

hanno ereditato il pianeta ci sono,

se la memoria ci aiuta, anche quelle

buone, evolute e pacifiste che ragionano

e non vogliono far fuori gli

astronauti piombati dallo spazio

dopo un salto nel futuro da macchina

del tempo. La sarcastica analogia

con il pianeta delle scimmie ha voluto

colpire la candidata alla vice-

14 Washington è diventata

un conglomerato di

sfavillanti e lussuosi

sobborghi residenziali per

super-ricchi, di grattacieli

che ospitano i quartier

generali delle lobbies più

disparate e sempre più

potenti


presidenza Sarah Palin, un personaggio femminile in verità

singolare e sorprendente anche per un palcoscenico

elettorale conservatore noto in passato per i suoi eccessi

antropomorfici – un incrocio agli asteroidi tra le nostrane

Daniela Santanché e Michela Vittoria Brambilla, con

l’aggiunta del fondamentalismo religioso e del culto per i

mitragliatori impiegati per andare a caccia di caribù, i

pacifici e miti ruminanti dell’Alaska. L’irriverente battuta

era diretta anche all’irrazionalità e ai non sequitur del discorso

di accettazione della nomina pronunziato il 4 settembre

dal candidato repubblicano alla presidenza John

McCain, soprattutto agli strali da lui lanciati contro il governo

federale e la gestione corrotta e alienante della

cosa pubblica, come se negli ultimi otto anni ne fossero

stati titolari i democratici e non i repubblicani e come se

il senatore McCain non avesse votato a favore del 90%

delle leggi, degli editti liberticidi, degli abusi di potere e

delle catastrofiche guerre scatenate dal presente inquilino

della bianca magione di Pennsylvania Avenue, George

W. Bush, mai menzionato per nome e cognome e tenuto

opportunamente lontano dallo Xcel Energy Center

del capoluogo del Minnesota.

Troppo facile per gli «Obamistas» criticare questo aspetto

della strategia elettorale del cosiddetto eroe della guerra

perduta in Vietnam e del suo mentore Carl Rove; troppo

facile in quanto ignora il tema più ricorrente dei contrasti

politici negli Stati Uniti all’interno di quello che Gore

Vidal chiama il partito unico demorepubblicano e che ha

prodotto la più grande e duratura rivoluzione neoconservatrice

nella storia della repubblica stellata. Senza alcuna

soluzione di continuità dai tempi di Ronald Reagan

a oggi omogenee coalizioni di poteri e di interessi sotto

denominazioni diverse si sono alternate ai vertici dell’esecutivo

professando di volerne demolire gli abusi, i

costi, la burocrazia. Nella realtà li hanno messi all’asta

privilegiando il privato sul pubblico, il profitto delle corporazioni

e del capitale speculativo sul sociale e sugli investimenti

di rilevanza pubblica. Chi, come chi scrive, ha

vissuto da cronista per trentotto anni negli Stati Uniti ha

ad esempio registrato la sbalorditiva trasformazione urbanistica

della capitale: Washington è diventata un conglomerato

di sfavillanti e lussuosi sobborghi residenziali

per super-ricchi, di grattacieli che ospitano i quartier generali

delle lobbies più disparate e sempre più potenti

come quelle dell’apparato militare-industriale, del petrolio,

per non menzionare quella ebraica meno visibile, ma

forse più influente di ogni altra, nota con la sigla di

Aipac (America Israel Political Action Committee). È la

capitale del benessere più edonista e appariscente di una

nazione dall’economia a rotoli, dalla disoccupazione in

crescita verticale, con 47 milioni di cittadini privi della

minima assistenza medica, con gli indici di povertà in

ascesa continua, con flessioni marcate dei consumi, della

produttività e di una presenza sindacale già da decenni

ridotta ai minimi termini (sia nella convenzione repubblicana

che in quella democratica i sindacati sono stati

ESTERI

15


16

criticati come «gruppi di pressione controproducenti» e

il termine «classe lavoratrice» è stato cancellato e sostituito

con quello di «classe dei ceti medi»).

Tale stato di cose in una nazione che l’«Economist» definisce

«melanconica e depressa» non può essere del

tutto ignorato dalla rivoluzione neoconservatrice che

detta legge nel Partito repubblicano e condiziona pesantemente

l’involuzione del Partito democratico: ecco

perché l’uno e l’altro si scagliano formalmente e con ritualità

quadriennale contro le responsabilità del governo

centrale, invocano la necessità di operare un cambiamento

che porti a una maggiore efficienza nella gestione

governativa della cosa pubblica. Il risultato negli

ultimi otto anni è stato diametralmente opposto: meno

efficienza, più corruzione, più scandali, più avvicendamenti

al potere di personaggi sempre meno competenti

in quanto selezionati unicamente sulla base del loro asservimento

alle corporazioni, agli speculatori, a chi ha

fatto del libero mercato un’entità metafisica, inalterabile,

di origine divina. Vengono chiamati «free marketeers»,

traducibile in italiano con il termine di «liberi

marchettari».

Nel saggio The wrecking crew, «La squadra dei guastatori»,

dato alle stampe a metà settembre, Thomas Frank, un

politologo «liberal» molto distante dal radicalismo di un

Chomsky o di un Vidal, esclude che queste elezioni presidenziali

possano produrre una drastica correzione di

rotta o che un’improbabile vittoria democratica trasformi

la «squadra dei guastatori» in «squadra di costruttori».

Ci vuole ben altro, conclude, per abbattere il sistema monopartitico

al potere, per far fronte al capitalismo «laissez-faire»,

per restaurare la sovranità popolare. Ci vuole

un risveglio delle coscienze addormentate dal sovrapotere

mediatico, ci vuole eventualmente una rinascita dei

movimenti progressisti e riformisti di massa. Questa è

l’unica strada, se si vuole evitare il peggio.


BRUNO CASATI*

A Shangai con i lavori

dell’Expo ogni cittadino

uscendo da casa – e si parla

di una città di 100 Km di

diametro per 20 milioni di

abitanti (tre Shangai fanno

l’Italia) – non dovrà fare

più di 100 metri per trovare

un mezzo di trasporto

pubblico: treno, tram,

metropolitana, vaporetto

* ASSESSORE AL LAVORO

DELLA PROVINCIA DI MILANO

La Bandiera Rossa sventola… in Via Paolo Sarpi

ESTERI

a Pechino

con Adam Smith e Giulio Tremonti

appunti di viaggio

nel Nord-Est della Terra di Mezzo

Archiviate le Olimpiadi, rinviata (è una battuta) la secessione del

Tibet, messa una pietra sopra (non è una battuta) al terremoto di

Sechuan, 90 mila morti ma rapidamente rimosso dagli inviati di

guerra a Pechino, si può tornare a ragionare pacatamente di Cina. Si deve.

Fino a oggi latitavano le condizioni per riprendere una riflessione seria, presi

come erano i media a parlare di diritti umani (la questione della Georgia in

verità li ha disturbati non poco, ma la strage dei cinquanta bambini afghani

da parte degli Usa non li ha nemmeno sfiorati). Tanto presi dai diritti umani

(i media) da non informare nemmeno di come le manifestazioni a favore dei

Giochi e della Cina – svoltesi a Camberra, in Giappone e in tante, tantissime,

capitali asiatiche – fossero assai più partecipate di quelle organizzate,

contro i Giochi e la Cina, in alcune città europee. Patetiche poi quelle italiane.

Un ruolo decisivo nelle manifestazioni di sostegno lo hanno avuto, e

questo va detto, i milioni e milioni di cinesi sparsi per il mondo che (una

diaspora particolare la loro e una interessante chiave di lettura del fenomeno

Cina) sentono l’orgoglio di appartenenza a una madrepatria pur così lontana.

Anche i giovani nati all’estero. Il loro slogan è «Ce la faremo»: che, ad

esempio con Sechuan, ha compattato un popolo diffuso. Così anche in Via

Paolo Sarpi, la Chinatown di Milano – la più grande concentrazione, 40mila,

di cinesi in Italia, una realtà che riceve merci dallo Zhe Tang, una specie di

Brianza asiatica – che è l’unico quartiere della città della sindaca Moratti

dove sventolano le bandiere rosse. Quelle della Cina Popolare però. Sintesi:

è, quello cinese, un popolo distribuito sul pianeta che però si identifica con

il proprio Paese. Per altri popoli non è così. Va capito il perché. Ad agosto

sono stato a Pechino, come tappa del mio secondo viaggio in direzione di

Dalian, «territorio rampante» (così il Sole 24Ore) nel Lia Dong distretto del

Nord Est, nel sud Manciuria che è poi la Ruhr cinese, ai confini con la Corea

del Nord, laddove la Grande Muraglia si spegne nel Mar Giallo. Di Pechino,

in verità del poco che ho visto, mi sono ritrovato, a caldo, nella constatazione

di chi ha scritto «là ognuno è incoraggiato a fare i progetti più stravaganti.

Non hanno una barriera tra buon gusto e cattivo gusto. Lo stadio di Pechino

mi dice che nulla può traumatizzarli» (Pechino storia di una capitale di

Li, Dray – Novey e Kong – Einaudi 2008). Ora non so se, riflettendoci più a

freddo, un occidentale possa, con il suo metro che ritiene insindacabile e

con un senso delle dimensioni tarato solo su Roma o Napoli, possa appunto

giudicare megalopoli come Pechino o Shangai (Shangai l’ho visitata l’anno

scorso) che espongono un’architettura così esplosiva da costituire la caratteristica

esteriore più impressionante – l’impatto visivo è veramente travolgente

della nuova Cina. Ho visto, appunto mesi fa, i lavori in corso del

World Financial Tower, 492 metri con 101 piani (quasi cinque volte la Ma-

17


18

donnina del Duomo di Milano. Solo nel Dubai si sfida il

cielo così), come a Pechino sono stato colpito dalla

forma bizzarra a U rovesciata, del grandioso grattacielo

della Cctv, la televisione di Stato. Un vero paradiso per

gli Archi-star del pianeta. Opere fatte per strabiliare,

stordire, in città che cambiano forma quasi ora dopo ora,

tanto che le mappe – così raccontano gli amministratori,

sconvolti, con cui ho parlato a lungo – non sono abbastanza

veloci da registrare le due evoluzioni in corso:

quella dell’espansione vertiginosa verso l’esterno, mangiando

la campagna delle risaie, e quella della disintegrazione

all’interno. A Pechino, ad esempio, vengono cancellati

molti hutong, le migliaia e migliaia di antichi vicoli

dove si allineano ancora le sibeyuan, le antiche case a

corte. Ma ho visto anche i giardini (frequentatissimi), il

verde, le colline. E templi e chiese. Una città bellissima,

Pechino, sotto lo svettare dei grattacieli. E nello stadio,

ove ero presente alla cerimonia conclusiva (straordinaria),

c’erano tifosi cinesi caldissimi, ma altra cosa rispetto

alla xenofobia di troppe curve di imbecilli dei nostri

stadi. C’è da imparare. Ascoltiamo la Cina: come Marco

Polo mille anni fa. Shangai, che prepara l’Expo 2010, e

lo fa in frenesia, 200 mila elmetti gialli all’opera nei cantieri

giorno e notte – la concorrenza con Pechino è evidente

– viene anch’essa rivoltata come un calzino. Ma

almeno lo si fa in rapporto a quel fine sociale, uno scopo

alto, che invano ricerco nella Milano che, per ora, si accapiglia

– tra mafie in arrivo, Compagnia delle Opere e

palazzinari già arrivati – sulla sua Expo 2015. Città (la

mia) in cui gli immobiliaristi hanno da tempo scalzato la

grande borghesia industriale dell’antica capitale morale.

A Shangai invece con i lavori dell’Expo – questo il fine,

lo scopo appunto – ogni cittadino uscendo da casa, e si

parla di una città di 100 Km di diametro per 20 milioni

di abitanti (tre Shangai fanno l’Italia), non dovrà fare

più di 100 metri per trovare un mezzo di trasporto pubblico:

treno, tram, metropolitana, vaporetto. Grandi,

grandissimi obiettivi in risposta a grandi, grandissimi bisogni

popolari in un Paese che, per dimensioni fisiche e

problematiche socio-economiche affrontate, esige perciò,

per un giudizio, molta ma molta prudenza, grande rispetto

e poca, assai poca, saccente sentenziosità.

La Cina vola. L’aquila e la gallina

Anche in ragione di queste premesse mi trovo perplesso

dinnanzi a quanti (tanti) che – magari dopo breve soggiorno

turistico tra ravioli cotti al vapore, Piazza Tien an

men e armata di terracotta (fantastica) – consegnano ai

posteri un giudizio tanto frettoloso quanto inappellabile,

una sentenza: «la Cina non è un Paese socialista». Punto

e a capo. Sicuramente ignorando, o scegliendo di ignorare,

che i cinesi stessi (estraggo il rilievo dalle conclusioni

del recente 17° Congresso del PCC), si considerano tuttora

un Paese in via di sviluppo che si colloca «nella fase

primordiale dell’edificazione del socialismo». Un Paese,

un grande Paese, che è però una potenza indipendente,

che si «colloca fuori» dall’area di influenza degli Usa,

dentro cui invece si collocano Giappone e Corea del Sud.

Un Paese che si identifica processualmente nella fase di

transizione alla società socialista. Ma almeno studiamolo

un Paese così. Invece sulla Cina latita l’analisi, si triturano

luoghi comuni da bar, come «i cinesi ci copiano, guardate

alle borse Vuitton, ci vorrebbero i dazi». E se a de-


Oggi circolano

materiali molto

interessanti che

aiuterebbero almeno a

capire: come l’ultimo

eccellente elaborato di

Giovanni Arrighi Adam

Smith a Pechino o il

numero speciale di Limes Il

marchio giallo

ESTERI

stra la Cina fa paura, a sinistra dà fastidio. Dà fastidio, disturba, perché indica

la praticabilità di un’alternativa. Si ragioni allora. Invece non lo si fa e si resta

alle frasi fatte e ai giudizi apodittici. Eppure oggi circolano materiali molto interessanti

che aiuterebbero almeno a capire: come l’ultimo eccellente elaborato

di Giovanni Arrighi Adam Smith a Pechino (Feltrinelli 2008) o il numero

speciale di Limes (è il n. 4 del 2008) «Il marchio giallo». Come considero interessante,

assolutamente non condivisibile ma sicuramente molto interessante,

l’approccio alla questione cinese che offre, con La paura e la speranza

(Mondadori 2008), l’orwelliano di casa nostra Giulio Tremonti che, se non

altro, riconosce come «nel mondo appare una nuova velocità». Ma, nel contempo,

a quanti, ai troppi, che già considerano in Italia gli immigrati come il

nemico interno, offre anche la causa esterna, indica il nemico principale che

– appunto Tremonti – individua nel comunismo quando si fonde con il mercato:

il «mercatismo» della Cina, il nuovo regno del male. Ecco il nemico.

Solo che anche certi ambienti di centro e di una sinistra che ha perso ogni

capacità di analisi – l’ho ricercata invano questa analisi nei Congressi dei partiti

ancora di sinistra – arrivano alla stessa conclusione e non c’è fatto che la

modifichi. Sono marmificati nelle loro certezze. Come certi cristiani, il rilievo

sarcastico è di Domenico Losurdo, che vorrebbero l’eternità della miseria per

continuare a far apparire perpetuata la loro carità pelosa. Si è perso anche il

ricorso al dubbio. A tale proposito mi è ritornato per le mani lo Speciale Cina

con cui «Liberazione», nell’ottobre del 1999, ricordava la nascita, cinquant’anni

prima, della Repubblica Popolare Cinese e dove Rina Gagliardi e il

compianto Livio Maitan, si industriavano – la Gagliardi ci riprova oggi, dieci

anni dopo – proprio nel dimostrare il balzo indietro, la giravolta, della Cina

sul terreno del Socialismo e la sua organicità, ormai senza scampo alcuno, al

Nuovo Ordine Mondiale del Capitale. Andavano già allora oltre il Mercatismo

Tremontiano. La verità è che nessuno, né nel 1999 né nel 2008, studia

più i laboratori planetari della produzione «per capire – è ancora Giovanni

Arrighi che parla – come funziona il Capitalismo, facendo i conti con il proliferare

di forme economiche di mercato non necessariamente capitalistiche».

Si è, in questi anni tristi, persa anche la capacità di individuare le novità. La

più grande è che gli Usa mantengono tuttora l’egemonia militare ma non

hanno più quella economica. Ma vi pare poco? È fuor di luogo, ancora mi

domando, richiedere questo sforzo analitico a intellettuali e forze che, in Italia,

si richiamano ancora al socialismo? È vero, infine mi interrogo, che il capitalismo

storico è in declino – come appunto sostiene Arrighi polemizzando

con gran garbo con la Naomi Klein – e che il baricentro dell’economia è ora

in una società di mercato non capitalistico (sta qui il richiamo a Smith) e in

Cina appunto? Mi sovviene a tal proposito l’apologo brillante cui ricorse

Lenin chiacchierando con una giornalista inglese che gli chiedeva quale fosse

la differenza tra i comunisti e i socialdemocratici. Rileggiamolo Lenin, compa-

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Ognuna di quelle giovanissime operaie deve lavorare

un anno per poter comperare (al marito o al padre) uno

degli abiti che confeziona. Di certo queste sartine non

fanno ancora parte di quella cuspide di piramide sociale –

una borghesia che avanza diremmo noi – che ci raccontava

l’economista

gne e compagni, questo Napoleone

degli operai. «I comunisti guardano

lontano, volano alto, scoprono nuovi

orizzonti come l’aquila», rispose

Lenin alla giornalista. «I socialdemocratici

invece, come le galline, non

vanno oltre qualche svolazzo nell’aia.

C’è chi vola e chi razzola».

Però oggi non ci sono nemmeno più

le galline socialdemocratiche. E le

aquile? Ragioniamo, compagne e

compagni, non schieriamoci in

modo pregiudiziale, verifichiamo

anzi, come dicevano taluni «camminiamo

ascoltando».

Hanno messo la freccia del sorpasso

e non l’hanno più spenta

La Cina non ci aspetta e nemmeno

cammina. Vola. Come lo spettacolare

ultimo tedoforo che ha acceso la

torcia Olimpica nello stadio di Pechino.

La Cina vola per davvero. A

proposito, è stato un gran bel vedere

(almeno per me) quello delle bandiere

rosse salire sui pennoni celebrando

vittorie sportive. Va bene

che non sono osservatore imparziale:

avendo, al tempo, sempre tifato

per Urss (e Ddr e Cuba) anche

quando, lo confesso, queste realtà

sportive si confrontavano con l’Italia.

Ma che la Cina voli lo afferma

anche, in una recente dichiarazione,

il discutibilissimo Sarkozy, che però

dice una cosa che Veltroni – che

spara «I care» a raffica su tutto ma

non sulla Cina – non riconoscerebbe

mai. «La Cina è la questione di questo

secolo – dice il Presidente francese

– siamo davanti alla più grande

impresa di modernizzazione mai

vista nella storia dell’umanità». Modernizzazione,

attenti, non occidentalizzazione.

Affermazione forte e

impegnativa, ricalca quella di un

suo importante predecessore «quando

la Cina si sveglierà tremerà il

mondo» (Napoleone Bonaparte).

Provo, in tutta modestia, a sottoporre

queste affermazioni a verifica attraverso

il ricorso a tre immagini.

Solo dopo attingerò ai miei appunti

di piccolo viaggiatore.

La prima: il 5 novembre 2007 la più

grande multinazionale petrolifera del

mondo, la statunitense Exxomobil, è

stata superata nel fatturato dalla cinese

Petrochina – una delle tre sorelle

cinesi – che, seppure non possieda

grandi riserve ma gestisca (solo) una

rete di raffinerie in ben 22 paesi del

globo, ha raggiunto una capitalizzazione

doppia rispetto a quella di

Exxon appunto. Il dato in sé è clamoroso:

è la prima volta che viene

rotto il monopolio anglo-americano

delle Sette sorelle. Mai successo. Ora

però, le Sette sorelle stanno reagendo,

manovrando sul costo al barile di

un petrolio di cui controllano gli approvvigionamenti,

i pozzi. Sfugge

loro solo il Venezuela, la Libia e

qualche Paese africano. L’operazione

«costo del barile» ha il fine di mettere

in difficoltà proprio la Cina, terzo

importatore di petrolio al mondo

che, qualora fosse costretta ad aumentare

i propri prezzi al consumo,

potrebbe trovarsi, a metà volo, a essere

impallinata da una reazione sociale.

Che è l’obiettivo dei petrolieri

che, con i fabbricanti d’armi, coman-

dano negli Usa: frenare il volo, dissestare

l’economia cinese, suscitare ribellioni

popolari. Certo, non possono,

le Sette sorelle, fare con la Cina

come fecero in Italia con Mattei, che

mezzo secolo fa terminò il suo di

volo (in tutti i sensi) a Bescapé. Ma è

la stessa guerra commerciale – l’altra

guerra non è esclusa nei piani dell’imperialismo

– una guerra che si

combatte senza esclusione di colpi.

Ora come allora, e guai a chi sgarra.

Del resto il famoso impianto idroelettrico

delle Tre Gole, sul fiume Yangzi,

già pensato ai tempi di Mao e

giustamente criticato – per un attimo

faccio prevalere il tecnico che c’è ancora

in me – si colloca nella scelta

strategica obbligata che, da un lato,

porta la Cina a svincolarsi, seppure

in piccola parte, dall’approvvigionamento

internazionale di olio combustibile,

dall’altro la porta a ridurre la

produzione di Kwh da quel carbone

che rappresenta una grande risorsa

fossile interna, ma anche il responsabile

massimo dell’inquinamento. La

scelta strategica, vorrei dire, è quella

giusta: solo che quell’impianto è sbagliato.

Per chiudere l’immagine con

una considerazione politica, si sappia

però che i giacimenti petroliferi cinesi

si trovano nell’ovest del Paese,

proprio nella Provincia dello Xinjiang,

dove abita la minoranza degli

Uiguri. Territorio strategico il loro.

Non è un caso che ci siano focolai di

rivolta coltivati proprio lì. I diritti

umani in verità sono il pretesto. Il

petrolio è l’obiettivo. È la guerra

commerciale, bellezza!

La seconda immagine: il 24 ottobre


2007 la Cina ha messo in orbita attorno alla Luna la

sonda Chang’e (la dea della Luna). È la terza tappa del

percorso inaugurato nel 1970 con il lancio del loro

primo satellite, proseguito nel 2003 con la navicella

Shewzow con il primo astronauta cinese Yang Linei (il

loro Yuri Gagarin, un mito). Volevo solo dire, utilizzando

questa immagine risaputa, che i cinesi ormai padroneggiano

le tecnologie più raffinate, quelle che esigono

ricerca, innovazione, altissime competenze scientifiche.

Oggi la Cina nella corsa spaziale si colloca direttamente

alle spalle di Usa e Russia che, quella corsa, l’hanno cominciata

decenni fa.

La terza immagine è la più datata, e ce la fornisce il citatissimo

Federico Rampini, ieri buon giornalista di «Rinascita»

e oggi corrispondente da Pechino del quotidiano

«la Repubblica», un’autorità in materia, che apre una

delle sue non recenti opere – Il secolo cinese (Mondadori) –

con un incipit molto efficace. Scrive Rampini: «Nel febbraio

2005 gli schermi radar dell’economia mondiale lampeggiano

un sorpasso: la Cina aveva superato gli Stati

Uniti nel consumo di prodotti industriali e agricoli». Una

bomba mediatica soltanto? Assolutamente no, ma la fredda

rilevazione che oggi siamo davanti al più grande popolo

di consumatori del globo. E il consumo di quel popolo,

che ricerca il proprio benessere, è in crescita esponenziale.

Qualche dato (ma anche i dati cambiano di giorno in

giorno). 400milioni di cittadini cinesi in trent’anni, con la

svolta denghista, sono usciti dalla miseria estrema. I depositi

bancari, il risparmio, che nel 1978 non superava il

valore attualizzato di due miliardi di euro, oggi è cresciuto

di 818 volte. Il reddito medio delle città, che sempre nel

1978 era, sempre attualizzato, di 34 euro l’anno per persona,

oggi è salito di almeno 60 volte. E se allora la Cina

ESTERI

non aveva un’autostrada, oggi si è dotata di una rete di

collegamenti di tre milioni e mezzo di chilometri. E, ancora,

chi possiede un cellulare, già oggi arriva in Cina al

mezzo miliardo, mentre sono «solo» 200 milioni i navigatori

cinesi di Internet (senza contare gli Internet cafè),

tanti quanti negli Usa, solo che in Cina sono solo all’inizio.

E non mi pare che i navigatori si siano ribellati quando

il Governo ha oscurato, almeno così si dice, alcuni siti

di evidente provocazione.

Sintesi delle tre immagini: la Cina non può essere letta

con le lenti dei colonizzatori, non è più un immenso esercito

di riserva mondiale delle braccia a buon mercato nel

quale «i caporali del Capitale» possano attingere con la

stessa prepotenza arrogante con cui gli occidentali, compresi

gli italiani, repressero più di un secolo fa la «rivolta

dei Boxer» che volevano opporsi alla tratta dei coolies, gli

schiavi. È oggi una nazione che eccelle non solo nello

sport, ma nell’aviospazio come nelle biotecnologie, eccelle

nella ricerca scientifica sostenuta da una rete universitaria

che, ogni anno, sforna milioni di talenti dotati di una preparazione

scientifica per noi impensabile: come del resto

l’anno scorso mi confermavano gli studenti italiani che la

Bocconi di Milano ha inviato all’università Fudan di

Shangai, diventata la Bocconi del pianeta, una città delle

scienze cui oggi tutto il mondo guarda. Non è, pertanto,

la Cina solo l’officina o la catena di montaggio o la sartoria

del mondo. È diventata molto di più: la questione del

secolo appunto. E bisogna farci i conti. Le etichette non

servono. Buttiamole e studiamo.

Uno spettro si aggira per l’Asia: il sindacato cinese

Anche l’Italia, volente o nolente, deve fare i conti con la

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22

Cina. Il rapporto con la Cina misura impietosamente

anche l’Italia. Non si scappa. In Italia è clamorosamente

andato in crisi il nostro modello economico impostato

nei primi anni Novanta quando, con la liberalizzazione

dei mercati, si pensò di lanciare verso l’Est (i mercati che

si aprivano) le produzioni a basso valore aggiunto e ad

alta intensità di lavoro delle piccole imprese e dei 240 distrettini,

della piastrella e dei rubinetti, che disegnavano

l’Italia industriale – ma è così tuttora – dopo la criminale

rottamazione della grande industria e la devastante campagna

delle privatizzazioni (un vero suicidio). Svalutazione

della lira e abbattimento dei salari (si ricordi il luglio

’93) furono gli strumenti a sostegno di quella corsa all’oro.

Che adesso però si è rovesciata clamorosamente: è

l’Est che ci invade, è il contrappasso dantesco in economia.

Con un curioso paradosso: mentre i prodotti poveri,

del tessile in particolare, sono importati in Italia particolarmente

dagli stessi imprenditori italiani che hanno delocalizzato

in Cina o Romania (capitani coraggiosi che

mettono solo l’etichetta «made in Italy» al lavoro cinese

con una ricarica di profitto di 40-50 volte il costo, trasporto

compreso), la Cina con le sue imprese e i suoi

manager penetra in Italia. E mentre la Romania ci

manda i romeni, la Cina compera le nostre imprese.

Compera la Benelli Moto di Pesaro, la carrozzeria Bertone,

la H3G telefoni, la Giupei di Prato che addirittura

porta il suo fondatore, Xu Qiu Lin, nel Direttivo di Confindustria.

Ma non è solo la Cina che viene ad acquistare:

l’indiana Gammon ha comperato la storica Franco

Tosi dell’elettromeccanica pesante, i russi dopo le acciaierie

di Piombino comperano la Redaelli cavi con Severstal.

L’Italia è diventata così un grande supermercato dove

tutti vengono a fare shopping industriale e le imprese

italiane, quelle che restano dopo le delocalizzazioni selvagge,

salvo eccezioni – Luxottica, Merloni, l’Eni, quel

che resta di Enel, i brand della moda – non vanno da

nessuna parte. Negli anni Novanta, sintesi amarissima, si

fece la scelta più sbagliata anche sulle esportazioni, e non

si è più rimediato. Quale sarebbe stata (e sarebbe) invece

la scelta giusta? Usiamo appunto il parametro Cina per

capire meglio l’Italia. Due anni fa Franco Bernabé, che è

oggi consigliere di amministrazione di molte partecipate

cinesi, ebbe a dire al «manifesto» che «la Cina non è né

il Giappone, né la Germania, realtà economiche che per

crescere hanno bisogno del mercato esterno. La Cina il

suo mercato ce l’ha in casa ed è enorme». Nello stesso

periodo venne in Italia l’allora ministro del Commercio

cinese, Boxii Lai già Sindaco di Dalian: ero presente a un

suo incontro, e ci disse le stesse cose. Ci indicarono la

scelta giusta. Se poi la Cina si accosta all’India – la Cindia

ancora di Rampini di Cina, India e dintorni (Mondadori) –

dobbiamo fare i conti con un bacino immenso di tre miliardi

di persone. Questo è il futuro se non si vuole subire

passivamente lo svuotamento della nostra economia.

In effetti oggi alcuni industriali italiani vanno proprio in

Cina non più per speculare sul basso costo del lavoro per

poi importare in Italia prodotti «taroccati» (quelli erano i

veri «vu cumprà»), ma per produrre per il mercato cinese.

I miei viaggi a Dalian avevano, in tutta modestia,

questo scopo: individuare, ovviamente con il senso del limite

di un piccolo Assessore provinciale al Lavoro, sbocchi

in Cina proprio per il lavoro italiano. E girare pagina

proprio sulle delocalizzazioni speculative, sostenendo le

localizzazioni produttive. Oggi oltretutto i delocalizzatori

sono preoccupati. In Cina è andata in vigore una specie

di Statuto dei Diritti dei Lavoratori: appare il lavoro a

tempo indeterminato, entra in campo il Sindacato. Apriti

cielo. Ed è scattata la controffensiva dell’Occidente ipocrita

che, da un lato, chiede il rispetto dei diritti umani e,

dall’altro, si straccia le vesti – italiani in testa – se appaiono

i diritti dei lavoratori nelle loro «fabbriche cinesi del

sudore». Ci facciamo conoscere anche lì. La Cina è invece

la grande opportunità per chi vuole fare impresa.

Resta il «mostro mercatista» di Tremonti, per i profittatori

e i redditieri, i paladini dell’Italia in saldo (il caso Alitalia

è da urlo). Per loro, il mercato è quello delle pulci.

Certo, avessimo mantenuto la grande industria di qualità

– Ansaldo, Olivetti, Nuovo Pignone – come hanno fatto

Francia e Germania con le loro, oggi coglieremmo meglio

l’opportunità.

Le sartine di Dalian che vestono la nuova borghesia

È arrivato ora il momento di attingere dai miei appunti


di viaggio. Ne estraggo due. Nel Forum economico che

ha aperto la grande Fiera di Dalian, uno dei relatori, un

brillante economista cinese, con dovizia di dati e immagini

raccontava come nella Cina di oggi ci siano almeno

180-200 milioni di persone (tre «Italie») in grado di

comperare – faceva proprio questo esempio – abiti italiani

di buona fattura a prezzi italiani. Quell’economista

usò il tessile-abbigliamento italiano, anche a metafora di

un formidabile cambiamento sociale in corso in Cina. E

lo misurava sui consumi nell’abbigliamento. Ho verificato

sul posto, secondo appunto di viaggio, la fondatezza

del dato, visitando un grande outlet dove ho visto, posti

in vendita, abiti maschili di buona fattura, stilisti italiani

(la creatività è un qualcosa che non si copia) e lavoro

del posto, al prezzo di 2mila euro l’uno, anche 3mila se

confezionati su misura. Sono poi i prezzi che trovi nei

negozi in centro a Milano, Roma, Napoli. Ma c’è di più,

mi faceva notare la cortese direttrice del magazzino: l’offerta

(quegli abiti) oggi non regge all’incalzare della domanda

del cliente cinese (quei 180 milioni).

Qui devo ovviamente ricorrere a un terzo appunto: perché

ho visitato proprio la fabbrica – una delle tante –

dove quegli abiti, prodotto del design italiano e della manodopera

locale, vengono confezionati per il mercato cinese

o, meglio, per quei 180 milioni che se li possono

permettere. Era una media fabbrica di 11mila dipendenti

– i cinesi usano un altro metro di misura – in cui ho

attraversato immensi saloni dove, su 500 macchine da

cucire l’uno, 500 serissime e motivatissime cinesine cucivano

quei vestiti. Ho ovviamente chiesto lumi sul salario

e l’orario. Il salario annuo netto di questa fabbrica al

femminile, mi dice la Direttrice e il Sindacato interpellato

conferma, va dai 2.500 ai 3.000 euro per dipendente,

per un orario medio settimanale di 46 ore. Si potrebbe

allora dire così: ognuna di quelle giovanissime operaie

deve lavorare un anno per poter comperare (al marito o

al padre) uno degli abiti che confeziona. Di certo queste

sartine non fanno ancora parte di quella cuspide di piramide

sociale – una borghesia che avanza diremmo noi –

che ci raccontava l’economista. È una contraddizione?

Sicuramente lo è. In Italia le contraddizioni sono più

esplosive, ma c’è una differenza profonda con la Cina.

ESTERI

Ecco il punto. A Milano, nei cantieri – facciamola questa

comparazione – gli operai edili a mille euro al mese costruiscono

case che vengono vendute a 8-10 mila euro

al metroquadro. Un anno di lavoro per (teoricamente)

comperarsi un metro quadro e mezzo. Mi ricorda tanto

l’apologo di Antonio Gramsci che parlava, sull’«Ordine

Nuovo», dei muli degli alpini che portano il vino ma bevono

l’acqua. La differenza sta però nel fatto che la Cina

si propone di superare le sue di contraddizioni (avvicinare

le sartine ai compratori); in Italia o in Occidente

queste differenze di classe debbono permanere. Chi sta

sotto stia sotto e non disturbi chi sta sopra. I muratori –

che scelgo a metafora di tutti i lavoratori italiani – devono

stare sempre più lontani da chi compra il prodotto

del loro lavoro. Lontani dall’accesso al benessere. Nell’attesa

ovviamente del risveglio della lotta di classe.

Il debito degli Usa e le importazioni della Cina

Ma se la Cina il mercato ce l’ha in casa, dove compera,

mi domando, per soddisfarlo? L’analisi delle importazioni

spiega molto di più dell’analisi delle esportazioni, che

oggi in ogni caso vanno oltre jeans e t-shirt ma si sono

allargate a macchinari, ricambi d’aereo, prodotti farmaceutici.

La Cina è obbligata a importare – ne ho parlato

a lungo con economisti e dirigenti del partito – soprattutto

grano, perché ha il 22% della popolazione del Pianeta

ma (solo) il 7% delle terre arabili del mondo. E

importa – qui sta il nodo, la matrice vera del conflitto

con gli Usa – dall’Asia, dall’Africa, dal Sud America. Importa

dall’Asia per 300 miliardi di dollari l’anno e, ogni

anno, aumenta gli acquisti del 15-20%. Ha aumentato

del 90% in cinque anni le sue importazioni dal Sud

America e, dal 1990, ha incrementato del 700% il volume

commerciale con l’Africa, che oggi supera i 70 miliardi

di dollari. L’Africa è la chiave di volta della politica

commerciale, che in verità Pechino già intuì nel 1969

con la costruzione dei 2mila chilometri della Ferrovia

della Libertà, tra Tanzania e Zambia. Oggi 800 società

cinesi sono in Africa – i cinesi vi hanno insediato anche

gli Istituti Confucio – e costruiscono strade, ponti, ferrovie

come in Angola, Congo e Kenia, in cambio di petro-

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24

lio (da Libia, Angola, Sudan e, con

qualche contraddizione, dal Darfur,

anche se le campagne per il Darfur,

curiosamente, le guidava Hollywood,

con Steven Spielberg in testa),

cobalto e legno dal Congo, nikel dal

Burundi, gas dalla Nigeria, ferro da

Gabon e Sudafrica. In questi scambi

sta anche la cifra della differenza tra

la Cina e i paesi capitalistici. Sappiano,

soprattutto i ciechi e sordi volontari

di casa nostra, che mentre

l’Occidente scarica i suoi problemi

su Asia, Africa ed Est Europeo, e lo

fa con la guerra e con il debito, la

Cina – che fu umiliata dalla politica

coloniale dell’Occidente e dalla furia

devastatrice del Giappone – si

muove in senso decisamente opposto:

azzera il debito e stabilisce una

forte reciprocità commerciale che

porta quei paesi, con cui stringe accordi,

a uscire dalla sfera di influenza,

degli Usa in particolare. Che sia

già la loro una «Nuova Bandun»,

un’intesa ossia tra i paesi del Sud

del Mondo, proprio non saprei dire;

certo che la Cina, con buona pace

anche della Rina Gagliardi, non

entra di sicuro nel gran ballo del capitalismo

– lo fa capire anche nei

suoi recentissimi comportamenti nel

Wto – ma sta costruendo un vero e

proprio sistema alternativo interessantissimo.

Che, ovviamente, dà fastidio

agli imperialisti, sottrae loro

mercati, sfila loro alleanze e, soprattutto,

li tiene in pugno con il credito.

La Cina infatti ha rastrellato una

massa immane di Usa-Bond: 800

miliardi di dollari, sono oggi in

mano cinese. Ne discende che ogni

giorno gli Usa, per compensare le

perdite della propria bilancia dei pagamenti,

devono drenare nel

mondo due miliardi di dollari. E lo

fanno con i loro noti sistemi. In

questo contesto il fondo nazionale

cinese China Investiment Corporation,

che è il braccio della Banca di

Stato, non ha fatto una piega per

pagare cash, con 5 miliardi di dollari,

il 10% della prestigiosa banca

d’affari Morgan-Stanley. Sono entrati

nel loro cuore economico. La

Cina oggi è, di fatto, la banca degli

Usa e non è questo, certamente, il

debito che loro azzereranno. Un

Paese emergente che non vive di

aiuti dei paesi ricchi ma è in condizione

di esportare capitale e prestare

capitale. E dove mai si è vista una

cosa simile nella storia dell’umanità?

Gli Usa però non stanno fermi,

contrattaccano su tutti i fronti. Dai

prodotti avvelenati, siano essi i polli

dell’aviaria o i giocattoli della Mattel

o il dentifricio Colgate, ai diritti

umani calpestati ove, preparando le

Olimpiadi, la parte dei protagonisti

è stata fatta recitare prima ai monaci

tibetani e poi agli Uiguri dell’Ovest.

L’obiettivo è sempre dividere,

è le Sette Cine, le molte Taiwan

– ha ragione il vecchio Andreotti

quando dice che c’è taluno che ama

tanto la Cina da volerne sei o sette

– è il Tibet usato come il Kossovo.

Indebolire sui fianchi, e istigare le

organizzazioni anticinesi, fintanto

che il gigante ha ancora i piedi d’argilla,

è ancora un Paese in via di

sviluppo. Ripetere, quasi trent’anni

dopo, l’operazione sgretolamento

progressivo progettata con successo

per l’Unione Sovietica e partita non

dal Tibet ma dalla cristianissima Polonia.

Ma quali saranno, in Cina e

oggi, i cantieri di Danzica della Polonia

di ieri? Quando spunterà fuori

il Walesa di Shangai? La posta è altissima,

perché la Cina ha messo a

nudo i problemi del capitalismo. Il

Capitale ha le spalle al muro. Non

mi sentirei nemmeno di escludere –

se le cose stanno così e di questo bisogna

ragionare, non di altro – il

formarsi di alleanze spurie contro la

Cina, come quella tra petrolieri

americani e fondamentalisti islamici.

Ditemi se esagero. Del resto questa

alleanza fu provata con successo

in Afghanistan contro l’Urss. Perché

non rimetterla in campo (se già non

lo è in campo)? Cosa direbbe il gran

coro del mercatismo, che va da Tremonti

ai post-marxisti in letargo di

casa nostra?

«La navigazione dipende dal timone».

La svolta denghista e il

controllo dell’economia

La Cina galoppa a un tasso di sviluppo

del Prodotto Interno Lordo

(Pil) del 9%. È la velocità con cui

oggi procede il «grande balzo» che

già Mao auspicava da quel palco

quando, nel 1949, annunciò la vittoria

dei comunisti – la famosa

prima generazione – sui nazionalisti

del Kuomingtang. Il balzo oggi avviene

però – quando si è alla terza

generazione – in tempi e forme che

certo Mao non prevedeva. E, forse,

nemmeno lo prevedeva Deng Xiao

Ping che, a capo della seconda generazione,

quella dell’«Autentica

Nuova Rivoluzione», fu il vero progettista,

il committente della svolta.

A partire dall’agricoltura, con il permesso

dato alle Comuni di vendere

parte del raccolto a prezzi di mercato,

poi con la creazione delle «zone

speciali». Giovanni Arrighi sostiene

il manifesto» del 24 gennaio

2008) che Deng lanciò le sue riforme

«per salvare la rivoluzione popolare

dalla rivoluzione culturale».

Quella rivoluzione culturale che infiammò

molti intellettuali anche di

casa nostra e che oggi, salvo rare eccezioni,

sono passati a libro paga del

Capitale. È una interessante chiave

di lettura la sua, come lo è quella di

chi sostiene che l’economia di mercato

è entrata in Cina ma anche nel

Politburo. Verifichiamole queste affermazioni.

La Cina – questa è la

sintesi della mia parzialissima verifica

sul campo – vede tuttora il controllo

diretto dei mezzi di produzione,

esercitato non da una grande

borghesia di petrolieri e fabbricanti

d’armi come negli Usa, non da redditieri

e affaristi alla Colaninno o

Tronchetti Provera come in Italia,

non da oligarchi come in Russia, ma

da una rete fitta di organismi di

controllo pubblico o a partecipazione

pubblica. Nel senso comune

viene fatto apparire invece come se

la Cina abbia privatizzato tutto e

quindi la ricchezza vada tutta nelle

tasche dei capitalisti d’Occidente,


sbarcati nella Terra di Mezzo a fare

businness e nelle tasche dei capitalisti

locali sorti come funghi con la svolta

denghista. Le cose stanno diversamente,

anche se la svolta è stata costellata

da casi di corruzione. Gravissimo,

me ne hanno parlato a lungo,

quello di Shangai che ha travolto

l’anno scorso il gruppo dirigente di

quel partito, colto con le mani nel

sacco in una orrenda connessione,

una vera e propria Tangentopoli, tra

affari e politica. Solo che, a differenza

dell’Italia, i colpevoli non sono

andati né in Tv né sui banchi del

Parlamento a dare lezioni, ma da

qualche parte a lavorare duro per il

popolo.

Il caso del Clan di Shangai è stato

gravissimo. E grave tuttora (mi limito

a riferire un’impressione) è che

troppi quadri intermedi del Pcc sono

attratti dal fare impresa e forse

hanno interpretato per sé l’invito

che Deng rivolgeva al Paese «Fachai!

(arricchitevi)». La mia resta un’impressione

e la tratto con prudenza.

Ma, attenzione, qualora il fenomeno

fosse fondato e dilagasse, potrebbe

provocare uno iato tra partito e popolo.

Questo a me pare essere il

problema, non altri, dentro il grande

progetto. Il grande progetto è generale,

di settore, di territorio e vuole

programmazione, formazione, controllo,

trasparenza. È altresì vero che

la gestione del progetto, particolarmente

sulla Cina Costiera, può essere

affidata al privato o, assai più

spesso, a joint-ventures pubblico-privato

che oggi, dopo Deng, sono

1.500 con ben 50 milioni di addetti.

Il progetto e il controllo restano

però pubblici, la gestione (solo in

un’area del Paese, la più importante,

come la Cina Costiera) può essere

privata. Ma diamo le dimensioni

del rapporto pubblico-privato così

come me le hanno riferite. Nel

2006, l’84% del Pil è stato prodotto

in Cina da 500 grandi imprese. Di

queste, circa 350 sono statali o,

come avremmo detto noi, a partecipazione

statale. Solo 90-92 sono imprese

private e hanno prodotto

(solo) l’8% della ricchezza. La struttura

dell’economia cinese è questa,

ed è chiara. È statale, ad esempio, la

Shangay Automotive Industry, che si

avvia a diventare uno dei maggiori

produttori mondiali di auto. È statale

la Lenovo, che ha comperato la

divisione personal computer di Ibm.

Come dice il loro proverbio «il serpente

mangia l’elefante». Il pubblico,

quindi, non solo è prevalente,

ma è decisivo e orienta il surplus

verso i consumi, la lotta alla povertà,

la formazione, la ricerca. Poi ci

sono le contraddizioni dentro il processo.

Che sono tante. «Sono più

numerose dei peli sul mantello del

bufalo» così ci racconta Renata Pisu,

forse la più importante sinologa italiana

nel suo Cina, il dragone rampante

(Sperling & Kupfer 2007). Ma

non si dimentichi però che la Cina,

dopo la Seconda Guerra Mondiale,

stremata dall’occupazione giapponese,

era il Paese più povero del

mondo e, fino al 1949, l’80% del

popolo era analfabeta. Oggi, è il

terzo (o il quarto) Paese più ricco

del pianeta. E questo è il «grande

ESTERI

balzo». Che è solo cominciato. E la

Cina, lo vado a ripetere, si sta modernizzando

ma non si sta occidentalizzando.

Non fa parte del sistema

solare del Capitale. È la stella di riferimento

di un nuovo sistema.

Il partito e la nuova Nep

Il nostro entusiasmo si è risvegliato.

La nostra nazione è come un atomo, quando

il nucleo dell’atomo verrà spezzato,

l’energia termica sprigionata avrà una potenza

davvero impressionante.

Saremo capaci di fare cose che prima non

potevamo fare

MAO TSE TUNG

Nel 1981, solo 27 anni fa, i poveri in

Cina – quelli che hanno un reddito,

a valori attualizzati, di un dollaro al

giorno – erano 600 milioni su un

miliardo di persone. Oggi sono 100

milioni su un miliardo e 300 milioni.

Dal 1997 al 2004 i salari sono

aumentati del 10% l’anno; di molto

meno, però, i redditi rurali (da De

Sansaj e Paucat S. How are wages set

in Beijing?). La fortissima spinta impressa

all’industria – all’opposto di

quanto successo a Formosa e rovesciando

l’impianto teorico di Lin

Piao – ha lasciato ai margini i contadini.

Questa è la verità. Se vogliamo

sfogliare il «cahier des doleans»

delle contraddizioni cinesi dentro il

«grande balzo», potremmo dire, con

rispetto e prudenza, che: la povertà

è stata abbattuta, ma non del tutto; i

salari sono aumentati, ma restano

bassi e l’inflazione, dovuta anche

agli approvvigionamenti alimentari

e all’accerchiamento petrolifero, incombe;

e, soprattutto, resta scadente

25


26

il servizio sanitario, vero punto debole

del sistema. Me ne hanno parlato

a lungo. E – seppur su base drasticamente

ridotta – restano le disuguaglianze:

le distanze che separano

quei 180 milioni che, ricordavo,

possono vestire il «made in Italy»; le

sartine di Dalian, o i cantieristi in elmetto

giallo di Shangai (la classe

operaia); e i 100 milioni di contadini

poveri, che non hanno altro se non

la famosa ciotola di riso (seppure

ogni giorno). Come chiudere la forbice

ricchezza-povertà? Come conquistare

l’armonizzazione di Confucio,

al quale oggi si può far riferimento?

Come infine il «grande

balzo» può avviare a conclusione la

fase attuale della «rivoluzione liberista»,

nel senso che nel «grande

balzo» ci sia tutto il popolo? Sono i

quesiti sui quali Hu Jin Tao ha aperto,

un anno fa, il 17° Congresso del

Pcc, sulle cui conclusioni oggi ci si

muove, in direzione quindi: dell’equità

sociale, del riequilibrio, dell’ambiente

(nervo scoperto) e anche

dello sviluppo della democrazia socialista

come dell’innovazione della

teoria marxista e del ruolo guida del

partito. Ora, i sapienti di casa nostra

– quelli che pretendono che l’immensa

Cina faccia le cose che loro

non sanno fare nel cortile di casa –

sentenziano che la Cina, avendo abbandonato

sia Marx che Lenin – da

che pulpito viene la predica! – è un

Paese capitalistico solo più efficiente

perché più repressivo. Dissento vigorosamente

da questi giudizi sommari.

Concordo invece con Domenico

Losurdo, quando sostiene che costoro

(i sapienti nostrani)

dovrebbero abbandonare la categoria

del tradimento e tornare all’apprendimento.

Molto più serie invece

(e più pericolose) le tesi di Giulio

Tremonti che, sembra paradossale,

ma con il suo «mercatismo» fornisce

una piattaforma analitica non solo

alle destre ma anche ai demo-liberisti,

e oltre, di casa nostra. Da parte

mia, dopo aver visto (poco), letto

(molto) e ascoltato molto di più, se

proprio debbo azzardare un giudizio,

ebbene mi trovo più con chi consi-

dera quelle contraddizioni collocate

dentro una rappresentazione, inedita

e a esito non dato, di lotta di classe

mondiale e, all’interno del Paese,

dentro la fase di transizione alla società

socialista. Che poi, quella che è

oggi in scena in Cina, sia una rivisitazione

asiatica della Nep dei primi

anni dell’Unione Sovietica o, quello

di Deng, sia tuttora un tentativo

analogo a quello in cui si cimentò

Andropov che, se realizzato (Andropov

lasciò questo mondo troppo

presto per portare a compimento il

disegno), forse avrebbe impedito il

disastro prodotto prima da Gorbaciov

poi concluso con il colpo alla

nuca di Eltsin – ecco questo ancora

proprio non so. Anche se il ricorso

alla Nep mi prende emotivamente.

Forse, visto che ogni tanto abbiamo

bisogno di analogie, ne azzardo ancora

una: forse si potrebbe ricorrere

addirittura allo Stalin degli anni

Trenta, quando ebbe a sostenere che

l’Unione Sovietica o in dieci anni faceva

quello che, sul terreno della

grande industrializzazione pesante, i

paesi capitalistici avanzati avevano

fatto in un secolo o (la giovane

Unione Sovietica) sarebbe stata

spazzata via dalla guerra. E aveva

ragione sul fine, come ebbe torto sui

mezzi per perseguirlo. Punto e a

capo sulle analogie.

I cinesi, questa la mia ultima sintesi,

sono dentro un processo che, così,

non si è mai visto nella storia dell’uomo

e a esito, ripeto, assolutamente

non dato. Va bene che in

Cina i libri cominciano dall’ultima

pagina, ma questo finale non sta

scritto in nessun testo, né loro né

nostro. Marciano (i cinesi) verso il

socialismo? Loro dicono di sì e, in

questa «fase primordiale», si pongono

però un obiettivo intermedio:

quello della «società della media

prosperità», da raggiungersi nel

2020 quando, dicono i loro analisti

e lo dice il Pcc, spariranno i 100 milioni

di poveri estremi e quei 180

milioni di persone con capacità di

spesa medio-alta diventeranno 600-

700 milioni. E le sartine potranno

comperare gli abiti che confeziona-

no. Auguri per la Cina e anche per

il futuro del socialismo del mondo

intero, perché «per tutti quelli che,

come noi, credono al socialismo,

quello che la Cina sta facendo rappresenta

una speranza. Non è azzardato

affermare che il futuro del socialismo

nei prossimi decenni dipenderà

in larga misura da quello che la

Cina saprà realizzare» (Fidel Castro).

Nell’attesa facciamo qualcosa

anche noi nella piccola Italia, se non

un «grande balzo», almeno qualche

saltello.


ENRICO LOBINA*

In Angola la EXIM

Bank of China, nel 2005, ha

concesso dei prestiti per un

totale di circa 4,5 miliardi

di dollari. In seguito a

questo prestito, la Cina si è

assicurata la fornitura di

10 mila barili di petrolio al

giorno dall’Angola

* DOTTORE DI RICERCA IN STORIA, ISTITUZIONI

E RELAZIONI INTERNAZIONALI DELL’ASIA

EDELL’AFRICA – ENRICOLOBINA@TISCALI.IT

ESTERI

la cooperazione cinese

allo sviluppo in Africa

Negli ultimi sei anni il Prodotto interno lordo (Pil) cinese è cresciuto

costantemente a un ritmo superiore al 10% annuo; nel 2007 l’aumento

è stato dell’11,4% 1 . Gli stessi dati delle Nazioni Unite dicono

che le riforme economiche, cominciate nel 1978 con il terzo plenum dell’XI

Comitato centrale del Partito comunista cinese, hanno condotto a una delle

più ampie riduzioni della povertà nella storia dell’umanità. Se verranno rispettati

gli «Obiettivi del Millennio» (OdM) in materia di riduzione della povertà

e miglioramento delle condizioni materiali di vita delle fasce più povere

della popolazione – obiettivi che la comunità internazionale, nel 2000, si

è prefissa di raggiungere in quindici anni – ciò avverrà grazie al contributo

decisivo della Cina 2 .

Certo, il raggiungimento degli OdM non può far dimenticare le crescenti disparità

tra la parte più povera della società e la parte più ricca: l’indice di

Gini, che misura appunto questo aspetto, è salito da 0,29 negli anni Ottanta

al 0,47 nel 2004 3 . Nonostante la crescita economica, inoltre, la Repubblica

Popolare Cinese è ancora un Paese in via di sviluppo (Pvs), con un reddito

pro-capite annuo di 1.713 dollari; e ancora riceve Aiuto pubblico allo sviluppo

(Aps) 4 . La stessa Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico

(Ocse) continua a inserire la Cina nella categoria dei paesi a reddito

medio basso 5 . La povertà è concentrata nelle province centrali e occidentali,

e sta aumentando nelle realtà urbane. Circa il 40% dei poveri appartengono

alle minoranze nazionali.

Le difficili condizioni economiche interne non hanno tuttavia impedito che

la Cina diventasse uno dei più importanti donatori mondiali. Di seguito ci

concentreremo sulla cooperazione cinese allo sviluppo in Africa, il continente

che più usufruisce e più ha bisogno di Aps e verso il quale si sta riorientando

l’intervento di Pechino.

Le caratteristiche dell’Aiuto pubblico allo sviluppo

I cinesi non hanno reso pubblica una propria definizione di Aps; e non esiste

un’agenzia specificatamente dedicata alla cooperazione allo sviluppo. Ciò

provoca confusione e incertezze sull’ammontare e la natura dell’Aps. Riguardo

la definizione di Aps, vari studi concordano sul fatto che tra la definizione

Ocse di aiuto e l’idea che le autorità cinesi hanno di Aps sono più le

analogie che le differenze 6 .

Gli enti impegnati nell’erogazione e nella gestione dell’Aps sono il Consiglio

di Stato (una sorta di governo allargato), il Ministero delle Finanze, il Ministero

del Commercio, il Ministero degli Affari Esteri, le Ambasciate, i Ministeri

dell’Agricoltura, dell’Educazione, della Salute, della Scienza e la Export-Import

Bank of China (Exim Bank). Oltre la cooperazione allo sviluppo centrale,

anche alcune autorità provinciali sarebbero impegnate in attività

27


28

economiche all’estero che rientrebbero

all’interno della categoria di

cooperazione allo sviluppo 7 . Le autorità

cinesi durante il 2007 avevano

fatto trasparire l’idea che nel 2008 si

sarebbe discussa la creazione di

un’agenzia responsabile di tutte le

attività di cooperazione allo

sviluppo 8 . Tuttavia, non pare che

questo tema sia all’ordine del giorno.

Non esistono dati ufficiali sull’ammontare

dell’Aps cinese. Svariate

potrebbero essere le ragioni di tale

atteggiamento: la volontà di non innescare

una corsa all’aiuto da parte

degli stati africani meno sostenuti;

l’impossibilità per la Cina stessa di

conoscere l’ammontare complessivo

dell’Aps; la non chiara definizione di

ciò che è aiuto; l’esistenza di una

poco definita cooperazione allo sviluppo

decentrata 9 ; il possibile risentimento

delle province cinesi più

povere nel caso si scoprisse il reale

ammontare dell’Aps, con paesi riceventi

che hanno un Pil pro-capite

simile, se non più elevato di quello

cinese.

Secondo le statistiche ufficiali l’aiuto

cinese nel 2005 è stato di 970 milioni

di dollari, in aumento rispetto ai

650 milioni del 2002 10 . Da altre fonti

arrivano stime molto più alte: un

ufficiale della Banca Mondiale ha

stimato l’aiuto cinese all’Africa in

circa 2 miliardi di dollari annui,

mentre secondo Kurlantzick l’aiuto

cinese in Africa nel 2004 è stato di

2,7 miliardi di dollari 11 . Secondo il

Department for International Development

(Dfid) britannico, l’aiuto di

Pechino in Africa, che riceverebbe la

maggior parte dell’aiuto stanziato,

ammonterebbe a circa 1,3-1,4 miliardi

di dollari nel 2006 12 . A detta di

un dirigente cinese del settore, invece,

l’aiuto erogato in Africa nel 2005

ammonterebbe addirittura a 4,5 miliardi

di dollari 13 . In Africa l’intero

aiuto dei Paesi occidentali è stato

complessivamente di 40,9 miliardi

di dollari nel 2005. Già oggi la Cina

è, perciò, uno dei più importanti donatori

in Africa.

Le caratteristiche dell’Aps cinese

L’Aps cinese viene erogato sotto

forma di aiuto, credito d’aiuto, cancellamento

del debito e assistenza

tecnica. Esso viene condotto esclusivamente

attraverso progetti. Sono

esclusi i programmi e il sostegno al

bilancio statale. L’aiuto viene erogato

sotto forma di beni e non in contanti

14 . Tutti i 53 paesi africani,

anche i 4 che ancora mantengono

relazioni diplomatiche con Taiwan,

sono destinatari dell’aiuto cinese.

La Rpc è particolarmente attenta a

non definire le proprie azioni all’interno

del paradigma Paese donatore-

Paese ricevente, bensì all’interno dei

concetti di mutuo beneficio e partenariato

alla pari.

Uno dei princìpi della politica estera

cinese è la non intromissione nelle

questioni interne del Paese partner.

Si tratta di uno dei «cinque princìpi»

di coesistenza pacifica, che informano

l’intera politica estera cinese 15

e che si aggiungono agli otto principi

per la fornitura di aiuto ai Paesi

stranieri, formulati da Zhou Enlai

negli anni Sessanta 16 . Basandosi su

questo principio, la Rpc è intervenuta

in Paesi nei quali gli altri donatori

avevano deciso di non dirottare più

fondi della cooperazione allo sviluppo,

e in Paesi nei quali la controparte,

posta di fronte a condizioni troppo

stringenti da parte dei donatori

tradizionali, si è rivolta alla Rpc. È il

caso dell’Angola, il quale nel 2005

ha rifiutato un prestito del Fondo


Monetario Internazionale per accettare un prestito della

Rpc.

Questo caso mostra la natura della cooperazione allo sviluppo

cinese e il suo stretto legame con gli obiettivi di

politica estera e di politica economica internazionale: ciò

che accomuna l’aiuto cinese a quello della maggioranza

dei donatori bilaterali., per la costruzione di infrastrutture

vitali per un Paese che esce da trent’anni di guerra civile.

In Angola la Exim Bank of China, nel 2005, ha

concesso dei prestiti per un totale di circa 4,5 miliardi di

dollari. In seguito a questo prestito, pagabile in diciassette

anni con un periodo di grazia di 5 e un tasso di interesse

dell’1,5% più il tasso Libor (London interbank offered

rate), la Cina si è assicurata la fornitura di 10 mila

barili di petrolio al giorno dall’Angola, i quali vengono

pagati al prezzo di mercato alla fonte 17 . Sulla base dell’accordo

in questione, non meno del 50% degli appalti

deve avere provenienza cinese. I progetti da effettuare

vengono proposti dal governo angolano, che successivamente

li discute con la controparte cinese. Negli ultimi

mesi sono stati concessi nuovi crediti sino ad arrivare,

pare, a 9 miliardi di dollari 18 .

La ricerca di materie prime è il motore principale della

politica estera cinese in Africa, e l’Aps fa parte di questo

contesto. Da un punto di vista strettamente politico, la

questione di Taiwan ha progressivamente perso d’importanza,

anche se il riconoscimento della teoria di una sola

Cina è una precondizione per mantenere cordiali relazioni

diplomatiche con Pechino. Oggi, la competizione

con il Giappone e il sostegno dei paesi africani nei consessi

internazionali sono invece gli elementi diplomatici

sui quali l’Impero di Mezzo più si concentra. In generale,

la Cina si presenta come donatore nei Paesi africani

più piccoli, in modo da ottenere il loro consenso nelle

varie organizzazioni internazionali, nei Paesi più interessanti

da un punto di vista economico e nei Paesi che, per

varie ragioni, hanno difficoltà coi donatori tradizionali. Il

Sudan, lo Zimbabwe e l’Etiopia, dove la cooperazione cinese

è fortemente presente, sono casi esemplari. Quando

i donatori internazionali sollevano la questione dei diritti

umani violati, quale ragione per il congelamento degli

interventi di cooperazione allo sviluppo, Pechino risponde

di condurre un’azione diplomatica a supporto delle

organizzazioni regionali africane affinché queste risolvano

autonomamente i loro contrasti interni 19 .

Le infrastrutture sono il settore d’intervento più importante.

Esso necessita dei forti investimenti di cui l’intero

continente africano ha bisogno. Inoltre si tratta di un

settore non occupato dai donatori tradizionali, che si

concentrano sulla sanità e sull’educazione. Nel campo

delle infrastrutture i cinesi hanno dimostrato di saper

vincere bandi di gara internazionali e di guadagnare un

giudizio sempre più favorevole sulla qualità del loro

aiuto anche da parte degli altri donatori. 20

Lo sviluppo rurale e il sistema sanitario sono gli altri settori

d’intervento della Rpc. Secondo il Ministero del

ESTERI

Commercio negli ultimi cinquant’anni la Cina ha assistito

i paesi africani con 10 mila periti agrari, i quali hanno

lavorato su 200 progetti. Ha costruito 38 ospedali e mandato

in Africa 16 mila unità di personale medico, che

hanno trattato 240 milioni di pazienti 21 . Tra il 2007 e il

2010, 10 mila periti agrari africani si formeranno in

Cina, insieme ad altre 15 mila unità che studieranno per

diventare medici, insegnanti, funzionari pubblici.

Si tratta di risultati indubbiamente positivi. Ma in tema

di trasparenza, efficacia, coordinamento dell’aiuto e rispetto

di adeguati standard ambientali, il cammino da

percorrere è lungo. Per quanto riguarda i momenti di

coordinamento a livello locale, prevalentemente la Rpc

non partecipa alle riunioni di coordinamento dei donatori

a livello nazionale. E, soprattutto, le compagnie cinesi

vengono additate come quelle che meno rispettano

adeguati standard di protezione ambientale. La Exim

Bank, che finanzia gran parte dei progetti cinesi, nell’aprile

2007 ha reso pubblica la propria politica ambientale

adottata già nel 2004 22 . Tuttavia, lo stesso governo è

consapevole dello scarso rispetto di adeguati standard

ambientali da parte di compagnie operanti all’estero. E

l’Unione Africana ha identificato il miglioramento dell’impatto

ambientale delle opere cinesi quale una delle

questioni chiave nella partnership strategica che lega

l’Africa all’Impero di Mezzo.

Vi sono inoltre valutazioni critiche sia riguardo all’efficacia

dell’aiuto che in ordine alla possibilità che alcuni

Paesi africani ricadano nella trappola del debito in seguito

ai prestiti cinesi. In merito agli aiuti, la risposta all’accusa

di corruzione e scarsa efficienza è che essi sono

consegnati in opere e non in contanti: la corruzione sarebbe

quindi minima e i risultati per la popolazione massimi.

Lo stesso vale per il personale sanitario dislocato in

Africa. Oltre a ciò, i cinesi ribaltano l’accusa sottolineando

come la cooperazione allo sviluppo sia diventata un

business proprio nei Paesi occidentali, dove le complicate

procedure fanno sì che le risorse vengano spese in personale

espatriato e consulenti 23 . Essi però sono anche

consapevoli delle debolezze del loro sistema: la volontà

di riformarlo e la richiesta di aiuto nella formazione di

funzionari esperti in cooperazione allo sviluppo ne sono

29


30

una dimostrazione.

Altrettanto serie sono le valutazioni

circa la possibilità di una nuova escalation

del debito causata dai prestiti

cinesi: la stessa presidenza tedesca

del G8, nel 2007, ha espresso pubblicamente

il timore che le relazioni

cinesi con l’Africa possano tornare a

incentivare la spirale del debito 24 . Su

questo, la posizione di Pechino è

netta: nel caso in cui alcuni Paesi attraversassero

difficoltà legate ai crediti

concessi, questi verrebbero rimessi

25 . La Cina ha tra l’altro cancellato

il credito che storicamente

aveva verso molti Paesi africani; e il

fatto che ora tali Paesi possano investire

crediti d’aiuto in progetti utili a

diminuire la povertà e creare ricchezza

è uno degli effetti che lo

stesso cancellamento auspicava. Il

problema piuttosto è capire se i

nuovi investimenti siano sostenibili

ed efficaci.

Infine è spesso sottolineata la forte

presenza di manodopera cinese nei

paesi africani: numerose fonti di informazione

attestano che l’uso di

manodopera espatriata è molto più

frequente nel caso di società cinesi

piuttosto che nel caso di altre società.

Secondo alcuni studiosi tale situazione

è dovuta alla mancanza,

nel caso delle infrastrutture, di manodopera

specializzata 26 . Tuttavia la

realtà è più variegata di quanto non

risulti dai dati aggregati. Ad esempio,

uno studio sulla presenza cinese

nei settori dei trasporti e delle infrastrutture,

condotto in quattro Paesi,

conclude che nelle compagnie esaminate

il tasso di popolazione locale

utilizzata varia tra l’85 e il 95%.

Tale ricerca dimostra che la percezione

sul massiccio utilizzo della

forza lavoro cinese in Africa non è

sempre esatta. Viceversa, in Angola

e Sierra Leone la presenza cinese è

sicuramente molto consistente (pare

siano circa mezzo milione i cinesi

presenti in Angola, anche se alcune

fonti parlano di 2 milioni, pronti a

raddoppiare entro il 2010 27 ). Nonostante

le perplessità della Corkin (la

quale ha lavorato per lo studio

sopra menzionato) 28 , pare inoltre

confermata la notizia, almeno in

Angola e Mozambico, che migliaia

di cinesi condannati nella madrepatria

scontano la pena in Africa, impiegati

come manodopera a basso

costo.

In definitiva, possiamo considerare

come accertato il fatto che oggi la

proiezione internazionale cinese, e

quindi anche la cooperazione allo

sviluppo, è collegata a movimenti

migratori dalla Cina verso

l’esterno 29 .

La percezione africana

La percezione che gli africani hanno

della Cina cambia a seconda del loro

stato e della loro condizione sociale.

Spesso i governanti si esprimono

così: «Ciò che trovo riprovevole è la

tendenza di certi personaggi occidentali

a sollevare dubbi e preoccupazioni

sul tentativo della Cina di

entrare nel mercato africano: è un

po’ ipocrita per gli Stati occidentali

preoccuparsi di come la Cina si avvicina

all’Africa, dato che loro hanno

avuto relazioni con l’Africa per secoli,

cominciate con la schiavitù e

continuate sino a oggi con lo sfruttamento

e la menzogna» 30 . Per molti

africani esiste un modello cinese, il

quale viene percepito come alternativo

rispetto al neo-liberismo occidentale

31 .

Ma non si può ragionare in termini

assoluti: bisognerebbe tener conto

delle differenti valutazioni di quanti

guadagnano e, dall’altro lato, di coloro

che vanno in perdita a seguito

dell’onda cinese che ha avvolto

l’Africa. Secondo un sondaggio, in

Sud Africa il 62% della popolazione

crede che la Cina abbia un’influenza

positiva sul mondo 32 . Indubbiamente,

ha un effetto su tale valutazione

il fatto che la presenza cinese in

Africa mantenga un profilo più dimesso

rispetto a quella occidentale: i

cinesi guadagnano di meno e sembrano

più facilmente adeguarsi alle

difficoltà e ai modi di vita locale 33 .

Tuttavia, tale opinione è – per altri

versi – contraddetta in termini eclatanti.

Le rivolte anti-cinesi di lavora-

La percezione che gli

africani hanno della Cina

cambia a seconda del loro

stato e della loro

condizione sociale. Non si

può ragionare in termini

assoluti: bisognerebbe

tener conto delle

differenti valutazioni di

quanti guadagnano e,

dall’altro lato, di coloro

che vanno in perdita a

seguito dell’onda cinese

che ha avvolto l’Africa


tori e di popolazioni locali in Etiopia,

Zambia e in altri paesi, le quali

spesso terminano nel sangue, dimostrano

come larghe fasce della popolazione

non accettino una sempre

più invadente presenza cinese. Intere

organizzazioni in Zambia, nel

delta del Niger e in Etiopia, hanno

minacciato le compagnie cinesi invitandole

a non essere operative nei

territori da loro controllati, pena ritorsioni

e rappresaglie. In Zambia la

presenza cinese è stata uno dei temi

centrali della campagna elettorale

del 2006 34 . In Etiopia, lo scorso aprile,

9 cinesi sono stati giustiziati dal

Fronte di Liberazione Ogaden.

Ancora diverso è il caso del rapporto

tra Sudan e Cina. Qui Pechino è

particolarmente esposta alle critiche

occidentali, trovandosi nella condizione

di dover accettare i comportamenti

repressivi del regime sudanese:

ciò è avvenuto in occasione delle

rivolte che hanno accompagnato il

progetto della diga di Merowe,

quando le milizie sudanesi sono intervenute

lasciando sul terreno

anche dei morti 35 .

Da non trascurare inoltre, nel contesto

di una valutazione complessiva,

il fatto che alcuni settori produttivi,

come il tessile in Lesotho e Sud

Africa, sono stati penalizzati proprio

dalla concorrenza cinese.

Conclusioni

Alcuni autori hanno inventato, descritto

e discusso il cosiddetto Beijing

consensus che sarebbe, a seconda

delle opinioni, una variazione del

ESTERI

Washington e post-Washington consensus o un paradigma destinato a scontrarsi

frontalmente con il post-Washington consensus nei Pvs 36 . In ogni caso, non bisogna

semplificare. Il mondo della cooperazione allo sviluppo è diventato

multipolare; e la stessa concezione di cooperazione Sud-Sud va aggiornata.

Così, la cooperazione allo sviluppo cinese non può essere ridotta né a «la

Cina è la migliore» né a «la Cina è come le altre». La costante crescita economica,

insieme alla stabilità politica e alla riduzione della povertà, sono risultati

apprezzati in Africa 37 : in tal senso, il modello di sviluppo che la Cina

offre è visto come un’alternativa rispetto alle politiche di aggiustamento

strutturale proposte dalla Bm e dal Fmi.

Resta tuttavia da capire quale sia, in generale, il carattere prevalente dell’approccio

cinese. Occorre vedere se, ad esempio, l’approccio bilaterale che

viene utilizzato miri a creare una relazione ineguale, indotta dalla diversa

grandezza e potenza delle parti (un bel paradosso per il Paese in cui divennero

tristemente simbolici i trattati ineguali). In altri termini, si tratta di capire

se la Rpc persegua politiche che rispondono fondamentalmente a interessi

interni, in termini di sfruttamento delle risorse e creazione di mercati,

o se il fatto di essere un Pvs che aiuta un Pvs renda l’aiuto cinese diverso da

quello degli altri donatori.

È probabile che l’efficacia dell’aiuto cinese in Africa dipenda dalle capacità e

dalla filosofia d’azione del Paese ricevente oltre che dalla posizione di Pechino.

Dal canto loro, i cinesi, se interpellati, ripetono che ogni politica contro

la povertà deve essere adattata al contesto locale. Da parte africana, un maggior

coinvolgimento delle organizzazioni regionali africane nelle negoziazioni

con la Cina potrebbe essere utile al fine di migliorare l’efficacia dell’aiuto.

Varie ragioni, come abbiamo visto, spingono la Rpc a fornire Aps a Paesi

africani. Oggi Pechino è un attore globale che gestisce da grande potenza la

propria «pacifica ascesa»: è quindi evidente che sono in gioco i suoi interessi

economici e di politica estera. Ma bisogna anche considerare che la crescita

economica e sociale dell’Africa è un obiettivo oggettivamente essenziale perché

solamente una crescita economica mondiale può consentire all’Impero

di Mezzo di programmare la propria continua avanzata.

La comunità internazionale dovrebbe impegnare le proprie energie nel coinvolgimento

dei nuovi attori (non solo la Cina), in modo che la qualità e l’efficacia

dell’aiuto siano continuamente in fase di revisione e miglioramento.

Il raggiungimento degli OdM e una decisa lotta al cambiamento climatico

sono obiettivi tecnicamente raggiungibili, ma che hanno bisogno di una

nuova partnership strategica multipolare.

31


32

1. World Bank Beijing, Quarterly Update,

Beijing February 2008.

2. Gli otto OdM sono: eliminare la povertà

estrema e la fame; garantire la formazione

scolastica di base; promuovere la parità tra

i sessi e l’emancipazione femminile; ridurre

la mortalità infantile; migliorare la salute

delle madri; combattere l’Hiv/Aids, la malaria

e altre malattie; garantire un ambiente

sostenibile; sviluppare una partnership

mondiale per lo sviluppo. Sul primo obiettivo

la Cina rappresenta il 75% dei progressi

che si sono avuti a livello globale.

3. Cfr. Francesca Congiu, Il Partito alla ricerca

di un compromesso. La «società armoniosa»

nella Cina di Hu Jintao, in Asia major, 2008,

in via di pubblicazione.

4. Undp, Human Development Report

2007/2008, 2007, p. 278.

5. Cfr. www.oecd.org/da.

6. Per l’Ocse sono Aps i doni o i prestiti a

Paesi o territori di Pvs i quali: (i) sono decisi

in maniera ufficiale, (ii) mirano alla promozione

dello sviluppo economico e del

benessere quale obiettivo primario, (iii) nel

caso dei crediti, hanno dei termini di favore

rispetto al mercato. Nell’Aps è inclusa

l’assistenza tecnica, e sono esclusi i doni, i

prestiti e i crediti nel settore militare. Cfr.

www.oecd.org/dac. Sull’idea che i cinesi

hanno di Aps cfr. Carol Lancaster, The Chinese

Aid System, Center for Global Development,

Washington June 2007, e Center for

Global Development, China: Developing

Giant and Development Actor, transcripts of

meeting in Washington in June 2007 with

David Dollar, Country Director for China

and Mongolia of the WB.

7. Center for Chinese Studies, cit., p. 8.

8. Joshua Kurlantzick, Beijing’s Safari: China’s

Move into Africa and Its Implications for

Aid, Development, and Governance, «Carnegie

Endowment for International Peace, Policy

Outlook», November 2006, p. 6.

9. Penny Davis, cit., p. 50

10. Carol Lancaster, cit., p. 3

11. Cfr. Joshua Kurlantzick, cit.

12. Penny Davis, cit., p. 48.

13. Center for Chinese Studies, cit., p. 6.

14. Ivi, p. 15.

15. «China’s Africa Policy», January 2006,

reperibile all’indirizzo

http://www.fmprc.gov.cn/eng/zxxx/t23061

5.htm. I cinesi pongono grande enfasi sui

legami storici tra la Cina e il continente

africano.

16. Penny Davis, cit., p. 40.

17. Successivamente il tasso d’interesse è

sceso dall’1,5% allo 0,25%. Cfr. Barry

Sautman, Yan Hairong, Friends and Interests:

China’s distinctive links with Africa, in Dorothy-Grace

Guerrero, Firoze Manji (edts.),

China’s New Role in Africa and the South – A

search for a new perspective, Fabamu, Bangkok

2008, p. 105.

18. Giampaolo Visetti, Angola. Il miracolo

della «tigre d’Africa», «la Repubblica», 28

marzo 2008.

19. Penny Davis, cit., p. 79.

20. Cfr. Barry Sautman, Yan Hairong, cit.,

p. 106.

21. Penny Davis, cit., p. 55 e Barry Sautman,

Yan Hairong, cit., p. 102.

22. Penny Davis, cit., p. 81.

23. Ivi, p. 64.

24. Cfr. anche Martin Dahle Huse & Stephen

L. Muyakwa, China in Africa: lending,

policy space and governance, Norwegian

Council for Africa, Oslo 2008.

25. Shalmali Guttal, cit., p. 23.

26. Ivi, p. 17.

27. Cfr. Giampaolo Visetti, cit.

28. Lucy Corkin, cit., p. 144.

29. Barry Sautman, Yan Hairong, cit., p. 90.

30. Dorothy-Grace Guerrero and Firoze

Manji, cit., p. 1.

31. Barry Sautman, Yan Hairong, cit., p. 98.

32. Joshua Kurlantzick, cit., p. 4.

33. Shalmali Guttal, cit., p. 23.

34. Lucy Corkin, cit., p. 148.

35. Ali Askouri, Civil society initiative in Africa,

in Dorothy-Grace Guerrero, Firoze

Manji, cit., p. 155.

36. Cfr. Barry Sautman, Yan Hairong, cit.,

p. 101.

37. Cfr. Penny Davis, cit.


ROBERTO ROMANO*

L’aumento dei prezzi

può essere percepito in

modo diverso in funzione

del reddito disponibile e

dell’utilizzo che se ne fa.

Infatti, il diverso utilizzo

del reddito può attutire o

meno l’inflazione e, per

questa via, spostare

ricchezza tra le diverse

categorie sociali

* CGIL LOMBARDIA

Inflazione e distribuzione del reddito

Nell’attuale dibattito circa i livelli di inflazione registrati dall’Istat per

le famiglie italiane occorre puntualizzare alcuni elementi che più di

altri possono permettere alla ricerca economica, come a un soggetto

sociale importante come la Cgil, di avanzare sul terreno dell’analisi e, per

questa via, suggerire proposte che aiutano a capire i termini del dibattito al

fine di intervenire sugli oggetti che determinano una percezione della crescita

dei prezzi non omogenea.

Aldo Carra già su «il manifesto» del 24 agosto 2002 ha avanzato una serie

di spunti di un certo rilievo e in particolare ha aperto una «finestra» circa i

prezzi scritti e i prezzi percepiti. Più avanti «stresseremo» alcune delle sue

proposte, ma per capire l’effetto della crescita dei prezzi è necessario fare alcune

puntualizzazioni circa la formazione del reddito e in particolare il suo

utilizzo, sapendo bene che l’inflazione è una sorta di «imposta regressiva»

che colpisce tutti (soprattutto) i redditi fissi, cioè i pensionati e i lavoratori

dipendenti.

È bene ricordare che l’Istat registra «solo» la crescita dei prezzi, cioè misura

la variazione nel tempo dei beni e servizi, ma non può e non deve spiegare

come l’inflazione esercita un’azione di distribuzione del reddito e come questa

possa essere sentita in modo più o meno sostenuto dai diversi soggetti

sociali (operai, imprenditori, dirigenti, pensionati). Sostanzialmente occorrerebbe

costruire più di un indice. Se per conoscere l’impatto inflazionistico

«reale» dei salari è sufficiente costruire il paniere dei consumi finali e utilizzarlo

per deflazionare le variazioni nel tempo del salario nominale, per conoscere

quello degli altri redditi (profitti, rendite e interessi), occorrerebbe

prima stimare quanta parte del loro reddito è utilizzato in beni di consumo e

quanta parte è utilizzata in beni intermedi e, solo successivamente, costruire

un indice dei prezzi pesato in ragione di tali differenze 1 .

Spiegare l’inflazione e come questa esercita una azione regressiva inversamente

proporzionale al reddito disponibile: occorre indagare la funzione

dell’utilizzo del reddito, cioè quanto e come il reddito disponibile può essere

consumato, oppure risparmiato.

Reddito disponibile = consumi + risparmio

Yd=C+S

ECONOMIA E LAVORO

il peso dell’inflazione

sui redditi per categorie di reddito

Sostanzialmente occorre individuare la propensione al consumo e al risparmio,

che sono in stretta relazione al reddito disponibile 2 . La curva di Engel

sull’utilizzo del reddito può aiutarci. Proviamo a spiegarla nei suoi tratti principali

3 . Non ci sono due famiglie che spendono il proprio reddito esattamente

33


34

nello stesso modo, tuttavia le statistiche

mostrano presenze di una qualche

regolarità prevedibile nel modo

in cui la gente lo distribuisce per le

spese per l’alimentazione, vestiario e

altre voci importanti. Inoltre, vi è un

certo accordo per quanto riguarda gli

schemi qualitativi di comportamento

generale. La regolarità di comportamento

nella dinamica dei consumi

sono appunto chiamate le curve di

Engel. La legge di Engel afferma che

il comportamento delle spese di consumo

varia con una certa regolarità

al variare del reddito. Naturalmente

le famiglie con un reddito più «contenuto»

o povero devono spendere

la maggior parte del loro reddito per

i beni e servizi di prima necessità –

con un forte grado di approssimazione

possiamo definirle «spese per

beni non durevoli», anche se tra

quelli durevoli vi sono beni indispensabili

–, mentre se il reddito aumenta

sicuramente crescerà la spesa

per i beni alimentari, ma solo fino a

un certo punto. Infatti, vi sono dei

limiti all’aumento della spesa alimentare

e quando il reddito cresce

l’importanza percentuale delle spese

destinate alla propria alimentazione

declina in percentuale. Naturalmente

questo «impianto» può essere

esteso a tutti gli altri beni e servizi.

Inoltre, se la quantità domandata di

un bene cresce più che proporzionalmente

rispetto al reddito si dice

che il bene è un bene di lusso, se la

quantità cresce meno che proporzionalmente

si dice che il bene è un

bene necessario. Naturalmente non

esiste un unico tasso di inflazione

I più colpiti dalla crescita dei prezzi sono i percettori

di reddito fisso (salari, pensioni) in quanto l’inflazione

erode il potere d’acquisto, cioè occorrerebbe un reddito

maggiore per accedere alla stessa quantità di beni e

servizi

dal momento che è possibile scegliere

diversi indici dei prezzi. Si può

anzi affermare che l’inflazione è un

fenomeno puramente soggettivo e

che ogni individuo potrebbe misurare

in modo preciso la variazione del

potere di acquisto del suo reddito

soltanto costruendosi un particolare

indice dei prezzi che riflette il suo

paniere di consumo 4 .

Effetti dell’inflazione

Studiare e analizzare l’inflazione,

cioè una tendenza più o meno generalizzata

e duratura della crescita dei

prezzi, non significa solo rilevare il

tasso di inflazione in termini percentuali,

ma studiare gli effetti che l’aumento

dei prezzi comporta sui soggetti

economici, sugli investimenti,

sui risparmi, sui consumi, sui debiti e

sui crediti, come sul prelievo fiscale.

Inoltre, occorre sottolineare che l’inflazione

non è uguale per tutti i beni

e i servizi – l’inflazione generale dei

consumi è una media ponderata di

un paniere di beni e servizi –, ma soprattutto

occorre ricordare che l’aumento

dei prezzi può essere percepito

in modo diverso in funzione del

reddito disponibile e dell’utilizzo che

se ne fa. Infatti, il diverso utilizzo del

reddito, cioè consumo-risparmio,

può attutire o meno l’inflazione e,

per questa via, spostare ricchezza tra

le diverse categorie sociali.

Di solito, i più colpiti dalla crescita

dei prezzi sono i percettori di reddito

fisso (salari, pensioni) in

quanto l’inflazione erode il potere

d’acquisto, cioè occorrerebbe un

reddito maggiore per accedere alla

stessa quantità di beni e servizi.

Anche i percettori di reddito variabile

sono colpiti dalla crescita dei

prezzi, ma entro certi limiti possono

«contrastare» l’inflazione con un

aumento dei prezzi dei beni, o attraverso

una diversificazione dell’utilizzo

del proprio reddito non consumato,

cosa molto più difficile per i

redditi fissi in quanto la propensione

al consumo è spiccatamente più

alta. Anche gli investimenti subiscono

l’aumento dei prezzi, anche

se per quest’ultimi più che il tasso di

inflazione influisce il tasso di interesse,

cioè il prezzo dei propri investimenti.

A tassi di inflazione contenuti

di solito si manifesta una maggiore

propensione agli investimenti

in ragione di una maggiore aspettativa

di remunerazione dell’investimento

stesso. Se ciò (il tasso di interesse

reale) è rilevante nello spiegare

gli investimenti, occorre non

dimenticare la lezione keynesiana,

cioè che gli investimenti sono soggetti

a molte variabili tra le quali le

«aspettative» di crescita o crisi sono

ben più dirimenti del tasso di inflazione.

Comunque sia, a tassi di inflazione

molto elevati di «regola» gli

investimenti vengono ritardati o rinviati

su «oggetti-voci» che comportano

minori rischi. Anche i risparmi

sono condizionati dall’aumento

dei prezzi e, per questa via, condizionano

l’entità degli investimenti

(si ricordi l’identità risparmio=investimenti).

Infatti, è possibile,

anzi probabile, che l’aumento dei

prezzi per i percettori di reddito fisso


costringa gli stessi ad attingere a parte del proprio risparmio

per mantenere inalterati i consumi, determinando

per questa via un rallentamento del processo di

accumulazione. Inoltre, si sviluppa una particolare situazione

psicologica, cioè non si è invogliati ad accantonare

ricchezza il cui valore si riduce col passare del

tempo. Naturalmente l’entità del reddito è sostanziale

per descrivere la propensione al consumo come la propensione

al risparmio.

Il risparmio può essere utilizzato in tanti modi, ma sostanzialmente

è prestato a un dato tasso di interesse.

Naturalmente l’inflazione non risparmia i creditori

come e debitori. Sono avvantaggiati i debitori che restituiscono

una somma nominalmente uguale a quella

pattuita, ma in termini reali più contenuta quanto il

tasso di inflazione.

Inoltre, la crescita dei prezzi di beni e servizi determina

un calo delle esportazioni e l’aumento delle importazioni.

Infatti, gli operatori stranieri trovano meno conveniente

acquistare beni e servizi dall’Italia, mentre aumentano

le importazioni quando l’inflazione degli altri

paesi è più contenuta. L’effetto più noto dell’aumento

dei prezzi per i percettori di reddito fisso è il fiscal drag.

Sostanzialmente il reddito aumenta nominalmente, ma

ECONOMIA E LAVORO

INCIDENZA DELL’INFLAZIONE PER CLASSE DI REDDITO E CATEGORIA RELATIVA ALLA PROPENSIONE AL CONSUMO (2006)

classe di reddito propensione reddito reddito inflazione incidenza reale

al consumo consumato disponibile 2006 inflazione

fino a 15.334 euro 110,2 12.119 10.994 2,2 2,4

da 15.334 a 22.242 euro 91,3 17.210 18.843 2,2 2,0

da 22.242 a 30.640 euro 83,3 21.869 26.241 2,2 1,8

da 30.640 a 43.334 euro 74,2 27.095 36.514 2,2 1,6

oltre 43.334 euro 60,9 40.480 66.421 2,2 1,3

condizione fam iliare propensione reddito reddito inflazione incidenza reale

al consumo consumato disponibile 2006 dell’inflazione

altri non occupati 122,9 15.613 12.702 2,2 2,7

operai 81,6 21.362 26.190 2,2 1,8

pensionati 78,2 19.664 25.158 2,2 1,7

impiegati 75,5 27.182 36.017 2,2 1,7

altri autonomi 62,7 26.661 42.523 2,2 1,4

dirigenti 65,0 27.182 58.752 2,2 1,4

imprenditori 64,4 36.875 57.281 2,2 1,4

STRUTTURA DEI CONSUMI FAMILIARI PER CLASSE DI REDDITO

spese per spese per

beni durevoli beni non durevoli consumo

% % familiare (=100)

fino a 15.334 euro 4,2 95,8 100

da 15.334 a 22.242 euro 5,5 94,5 100

da 22.242 a 30.640 euro 7,6 92,4 100

da 30.640 a 43.334 euro 8,0 92,0 100

oltre 43.334 euro 10,2 89,8 100

fonte: nostra elaborazione su dati Istat, Banca d’Italia

fonte: Banca d’Italia, «I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2006»

in realtà il suo potere d’acquisto si comprime o rimane

inalterato. In questo modo si determina una quota di

tassa maggiore da parte dello Stato in ragione della crescita

del reddito nominale ma non reale.

Come incide l’inflazione sui redditi

Come già ricordato l’aumento dei prezzi incide in modo

immediato, non mediato dai tassi di interesse, soprattutto

sulla parte del reddito consumato.

Per comprendere l’effetto dell’inflazione occorre indagare

quanta parte del reddito, per classe di reddito e per

posizione sociale, è utilizzata per soddisfare i propri bisogni.

Da «I bilanci delle famiglie italiane« 5 è possibile rilevare

la percentuale di reddito che ogni famiglia destina ai

consumi, così come è possibile differenziare i consumi

per spese di beni durevoli e non durevoli, sempre per

classe di reddito.

Fino a 15.334 euro la propensione al consumo è pari a

110,2, cioè le famiglie spendono in consumi molto più

di quanto esse percepiscano come reddito, mentre all’opposto

per i redditi al di sopra di 43.334 euro si regi-

35


36

stra una propensione al consumo pari a 60,9, cioè la porzione di reddito risparmiato,

la parte di reddito meno soggetta all’aumento dei prezzi, è molto

più alta rispetto a tutte le altre classi di reddito. Sempre dalla tabella è possibile

osservare la propensione al consumo per condizione familiare (operaio,

impiegato, dirigente, pensionato, imprenditori, altri non occupati).

I risultati non sono sorprendenti in via generale, nel senso che si conferma

che i redditi da lavoro, da pensione e altri non occupati, destinano una

quota del proprio reddito per consumi significativamente più alta rispetto

alle altre categorie di reddito. Si può anche affermare che l’incremento dei

prezzi è «reale» per il 81,6% del reddito degli operai, contro il 64,4% degli

imprenditori.

Si perviene a risultati simili, pur con molti – forse troppi – gradi di approssimazione,

osservando la prossima tabella che analizza la struttura dei consumi

di spese durevoli e non durevoli per classi di reddito. Sostanzialmente i

redditi fino a 15.334 euro destinano quasi il 95,8% dei propri consumi per

beni non durevoli (beni di prima necessità), contro quasi il 90% per le classi

di reddito oltre i 43.334 euro, ma con tipologie di consumo diverse 6 .

Se noi immaginiamo consumi identici per redditi diversi, cioè formuliamo

l’ipotesi che i consumi alimentari siano identici per classe di reddito (naturalmente

l’ipotesi vale per tutti gli altri beni e servizi), di norma il tasso di

inflazione andrebbe applicato alla propensione al consumo. Sostanzialmente

abbiamo preso in esame la propensione al consumo per classe di reddito,

cioè il reddito consumato e non

consumato.

Se adottiamo questa «astrazione» è

possibile individuare la percentuale

di erosione del consumo per fascia

di reddito dovuta all’aumento dei

prezzi. Riprendendo la prima tabella

è possibile qualificare l’incidenza

reale dell’inflazione per fascia di

reddito. L’ultima colonna della

prima tabella mostra con efficacia

come i redditi più «contenuti», soprattutto

la parte del reddito consumato,

siano stati «costretti» dall’inflazione

ad attingere in misura sempre

più significativa alla parte del

reddito che una volta veniva risparmiato,

tanto è vero che nel corso

degli anni è diminuita la propensione

al risparmio. Se le politiche pubbliche

di trasferimento hanno sostanzialmente

mantenuto il numero

delle famiglie per classe di reddito

inalterato, è altrettanto vero che

l’inflazione ha eroso una parte significativa

del cosiddetto «benessere

sociale», che inevitabilmente ha

delle ricadute sugli stili di vita.

I risultati ottenuti sono di un certo

rilievo e mostrano, con una certa efficacia,

come l’inflazione incida in

modo pronunciato sulle classi di

reddito «contenute» (sugli operai e

pensionati). La prima tabella suggerisce

la necessità di individuare oltre

all’aumento generale dei prezzi,

anche l’inflazione in funzione del

reddito e della propensione al consumo

e, per questa via, avviare una

contrattazione adeguata per «recuperare»

l’inflazione percepita.


Conclusioni e proposte

L’inflazione è da sempre un tema che solleva accese discussioni,

soprattutto sulla necessità o meno di recuperare

l’incremento dei prezzi che si realizza di anno in

anno, in particolare per i percettori di redditi fissi. In realtà,

l’inflazione determina più di un effetto: si pensi al

debito, agli effetti sui consumi o a quelli legati all’aumento

della pressione fiscale (fiscal drag).

Come già ricordato nell’indagine è del tutto evidente

che un aumento dei prezzi più contenuto dei beni intermedi

rispetto a quelli dei consumi alimenta una significativa

polarizzazione dei redditi, così come è altrettanto

vero che la «percezione» dell’inflazione è diversa per

classi di reddito. Sostanzialmente la presente ricerca indaga

«l’incidenza dell’inflazione» e mostra come quest’ultima

non sia proporzionale al reddito consumato e

al reddito disponibile. In realtà l’impatto dell’inflazione

è inversamente proporzionale al reddito disponibile e

consumato. Ciò suggerisce una rilevazione dell’inflazione

capace di «intercettare» l’erosione reale del potere

d’acquisto per fascia di reddito.

Se il livello del reddito è importante per «pesare» l’impatto

dell’aumento dei prezzi, occorre indagare la «condizione

reale» delle persone e delle famiglie, cioè se possiedono

una casa oppure meno, se hanno figli in età

scolastica o degli anziani a carico 7 . Per l’Istat, ma soprattutto

per un soggetto sociale importante come la Cgil,

ma anche per un Governo che voglia veramente «governare»

il Paese, potrebbe essere di una qualche utilità

non solo rilevare l’inflazione, ma anche gli effetti reali

per condizione familiare. Si potrebbe introdurre un indicatore

stagionale capace di ridurre la distanza tra inflazione

scritta e quella reale attraverso un sistema di pesi

trimestrali, cioè un indice calcolato con pesi e prodotti

effettivamente consumati in quella stagione e, per questa

via, offrire al Governo una sicura «rilevazione» dell’abuso

di potere di alcuni oligopolisti. Infatti, si potrebbe

immaginare un intervento diretto microeconomico

della Pubblica amministrazione nei settori in cui si produce

un aumento dei prezzi più alto della media nazionale,

e per questa via attutire la forza di mercato degli

oligopoli.

Naturalmente il dibattito sull’inflazione non si esaurisce

con la presente indagine, piuttosto la ricerca suggerisce

lo sviluppo di una azione tesa ad «intercettare» anche

l’inflazione percepita per classe di reddito. È possibile

immaginare un metodo diverso da quello utilizzato in

questa breve riflessione, ma l’esito finale difficilmente

potrebbe essere diverso da quello trovato.

ECONOMIA E LAVORO

1. Luigi Cavallaro, «il manifesto», 22 agosto 2002.

2. La curva della propensione al consumo mette in relazione il livello

di consumo con il livello del reddito; la curva del risparmio

mette in relazione il risparmio con il reddito. Siccome ciò che si risparmia

equivale a ciò che non si consuma, il risparmio e il consumo

sono concetti speculari.

3. Engel, statistico prussiano del XIX secolo.

4. Politica economica, Zamagni, 1994.

5. Banca d’Italia.

6. Legge di Engel.

7. Aldo Carra, «il manifesto», 24 agosto 2002.

37


mitologie nucleari

38

L’energia nucleare coinvolge problemi di grande complessità, sui quali

regna una profonda disinformazione. Può essere efficace affrontarli

partendo da quello che viene di solito portato come il fulgido esempio

della bontà del nucleare: la Francia, che con i suoi 59 reattori produrrebbe il

78% dell’energia elettrica «estremamente economica» e si sarebbe messa al

riparo dalla crisi mondiale delle risorse energetiche garantendosi la sicurezza

degli approvvigionamenti. Le cose stanno in modo molto diverso.

ANGELO BARACCA*

Le balle sul «miracolo nucleare» francese

In tutte le analisi sull’energia nucleare si deve ricordare in primo luogo che

essa produce solo energia elettrica, che a livello mondiale (e con qualche variazione

per i principali Paesi) copre circa un quinto dei fabbisogni energetici

totali. Così la Francia, sebbene produca il 78% dell’energia elettrica dal nucleare

(che corrisponde al 39% della sua energia primaria commerciale, ma

solo al 18% dell’energia finale 1 ), copre più del 70% dell’energia finale bruciando

combustibili fossili! La Francia importa una quantità di petrolio superiore

all’Italia: 92.000 contro 83.000 milioni di tonnellate equivalenti, con

un consumo pro capite superiore del 10% anche rispetto alla Germania e al

Regno Unito! Questo divario è destinato ad aumentare, perché l’Italia sta riducendo

velocemente l’uso del petrolio per usi termoelettrici e domestici,

mentre in Francia il sistema accentrato nucleare ha indotto grandi sprechi

negli usi domestici, con usi elettrici impropri e inefficienti.

La motivazione originaria della Francia non fu la produzione di energia ma,

prima, la costruzione della Force de Frappe, per entrare nel «club nucleare»

delle potenze mondiali. I costi dei programmi nucleari militari sono enormemente

superiori a quelli dei programmi civili, i quali non potrebbero reggersi

senza i primi (che oltre alle bombe comprendono gli oneri assai maggiori

di lanciatori, sommergibili, sistemi di allarme e controllo ecc.).

La scelta del tutto-nucleare ha reso il sistema elettrico francese estremamente

rigido, scarsamente funzionale e vulnerabile. I reattori nucleari non si

possono accendere e spegnere, o regolare a piacimento come gli altri sistemi

di produzione di energia: poiché la domanda di energia elettrica subisce fortissime

variazioni giornaliere tra ore di punta e di minimo, con forti dipendenze

stagionali e anche cambiamenti bruschi, il sistema francese per coprire

la richiesta di punta si trova a produrre nelle ore notturne grandi eccessi

di energia, che viene quindi venduta all’estero a prezzi stracciati; mentre in

altri momenti, anche in occasione di circostanze esterne eccezionali (oggi

sempre più frequenti) la Francia deve acquistare energia dall’estero, e questa

a costi molto alti! In occasione delle ondate di calore e della siccità del

2003 e del 2006, mentre Germania e Spagna riducevano il livello di potenza,

la Francia fu costretta a chiudere alcuni impianti nucleari e a importare

La Francia, sebbene

produca il 78% dell’energia

elettrica dal nucleare,

copre più del 70%

dell’energia finale

bruciando combustibili

fossili!

* DOCENTE DI FISICA PRESSO L’UNIVERSITÀ DI

FIRENZE E MEMBRO DEL COMITATO SCIENZIATE E

SCIENZIATI CONTRO LA GUERRA


elettricità: tanto che ha deciso di riattivare le obsolete centrali termoelettriche,

alcune delle quali risalgono al 1968. Oltre tutto, le inevitabili fluttuazioni

della potenza dei reattori nucleari genera anche problemi di sicurezza,

aumentando i rischi di improvvisi picchi di potenza, che potrebbero provocare

danni al combustibile, fino al caso estremo di fusione del nocciolo.

In ogni modo, la Francia è stato un caso unico e non ripetibile, nemmeno

dalla stessa Francia oggi. Intanto per la centralizzazione che, contrastando

con le scelte liberiste, ha consentito la limitazione a pochi modelli standardizzati

di reattori. La filiera nucleare francese è sotto lo stretto controllo

dello Stato ed è strettamente connessa con le attività militari relative all’arsenale

atomico: non si può essere sicuri che il vero prezzo del kwh nucleare

sia quello che appare, poiché i cittadini francesi potrebbero pagare ulteriori

costi «mascherati» (sotto forma di costi militari) nelle tasse, il cui livello è

uno dei più alti al mondo. Un indizio di questo è dato dalle alte spese militari

della Francia, 2,6% del Pil rispetto al 1,5 della Germania o del 1,8 dell’Italia.

Rispetto a quest’ultima la Francia spende circa 23 mld di $ in più all’anno;

livelli simili si riscontrano anche per altri paesi detentori di arsenali nucleari.

L’affermazione che i costi dell’energia nucleare della Francia sono «i

più bassi del mondo» è insostenibile e indimostrabile, perché nessuno conosce

il costo dell’intero programma nucleare nazionale. Per decenni il programma

civile ha usufruito di sussidi diretti e indiretti, in particolare attraverso

il finanziamento incrociato con il programma nucleare militare. Il caso

degli Usa è opposto: mentre il Governo federale sostiene le spese dell’arsenale

nucleare, la produzione di energia è totalmente in mano, da sempre, a

imprese private, le quali hanno capito così bene che il nucleare non è conveniente

che da trent’anni non ordinano nuove centrali!

Siamo davvero costretti a importare energia elettrica?

Venendo all’Italia, è necessario insistere su un’ulteriore spudorata mistificazione.

La dipendenza energetica italiana ha ben altre cause. Per quanto riguarda

l’energia elettrica, la potenza installata in Italia eccede ampiamente la

domanda (88.300 Mw contro 55.600 Mw, dati 2006): il vero problema è

l’inefficienza del sistema, che certamente non migliorerebbe con il nucleare.

La privatizzazione dell’industria elettrica ha portato a un aumento delle tariffe,

particolarmente alto in Italia, mentre il sistema elettrico francese è largamente

pubblico e ha mantenuto tariffe minori. Finché anche l’industria italiana

era pubblica, le tariffe erano simili a quelle della Francia.

Per quanto riguarda i consumi di energia primaria, l’Italia importa notoriamente

la quasi totalità delle risorse energetiche. Ma del petrolio che importiamo

(più del 90%) un terzo va sprecato in un sistema di trasporti totalmente

sbilanciato sul trasporto su gomma (con i costi e i consumi energetici aggiuntivi

di autostrade e altre infrastrutture). Vero è che questo problema non è solo

italiano: anche in questo la Francia costituisce un caso emblematico, con disservizi

del servizio ferroviario e sovradimensionamento del trasporto su

gomma in tutto simili al nostro Paese. Un ulteriore 20% circa dei consumi

energetici è poi divorato da un’agricoltura non meno sbilanciata, che produce

male e in modo del tutto inefficiente. Il rapporto della Confederazione Italiana

Agricoltori relativo del 2007 ha denunciato il continuo peggioramento della

situazione, con una diminuzione dello 0,5% della produzione agricola complessiva,

dello 0,6% del valore aggiunto, dello 0,9% dei redditi degli agricoltori,

in netta controtendenza con la crescita media registrata in Europa: tra le

cause principali, l’aumento record dei costi di produzione (+ 6,1%) e soprattutto

della quota destinata alla produzione di biocarburanti, con una «bolletta

petrolifera» lievitata per l’agricoltura di ben il 38% dal 2005 al 2007! Gli sprechi

in questo Paese non si contano.

SOCIETÀ

Il ritorno al nucleare sarebbe un

disastro annunciato

La scelta nucleare aggraverebbe ulteriormente

la dipendenza energetica

dell’Italia dall’estero, perché dipenderemmo

totalmente sia per la

tecnologia (mentre sulle fonti rinnovabili

potremmo promuovere capacità

tecniche autonome) sia per il

combustibile. Ma il maschio decisionismo

di Scajola e il militarismo di

questo governo aprono scenari ben

più inquietanti: dietro la voce grossa,

in realtà «il re è nudo». In primo

luogo, perché tanto decisionismo

non viene indirizzato a risolvere il

problema pluridecennale dell’eredità

dei vecchi e fallimentari programmi

nucleari? Il deposito nazionale per

le scorie radioattive non è mai stato

individuato; le barre di combustibile

irradiato sono ancora conservate

nelle piscine dei reattori spenti, in

cui dovrebbero rimanere sei mesi;

quattro centrali aspettano di essere

smantellate, il processo avrebbe dovuto

essere avviato fin dagli anni

Novanta, ma presupponeva ovviamente

l’esistenza del deposito per le

scorie.

Intanto, dopo il 1987 sono state

smantellate o riconvertite tutte le

competenze nel settore nucleare. Il

personale dell’Enea, come di tutti gli

enti, è letteralmente decimato, insufficiente

anche per i compiti ordinari,

in gran parte alle soglie della

pensione e, per il resto, composto di

giovani con assegni o contratti a sei

mesi, o a uno o due anni. Si pensa

di costruire e gestire le centrali nu-

39


40

cleari impiegando co.co.pro? Come

si pensa di poter formare una nuova

classe di tecnici, mentre l’Università

pubblica viene rasa al suolo? Il capo

dell’Autorità Francese di Sicurezza

Nucleare ha valutato che occorrano

almeno quindici anni per costruire il

sistema di regolazione necessario in

Paesi che stanno partendo da zero

(e nemmeno la Francia su questo

piano può dormire sonni tranquilli,

poiché il 40% degli operatori e del

personale della manutenzione di Edf

si pensionerà entro il 2015; e anche

la Francia avrà una drammatica carenza

di lavoratori specializzati).

Anche ammesso che questi deficit

strutturali siano colmati con l’ingaggio

di contractors e consulenti stranieri,

con costi enormi, quale autorità

di sicurezza sarà in grado di portare

avanti l’istruttoria necessaria a

validare il progetto e a rilasciare la

licenza di esercizio per questi impianti?

Domande inquietanti che

non trovano risposte.

Nella situazione italiana la costruzione

di una centrale richiederebbe

non meno di dieci anni, e il costo

lieviterebbe probabilmente oltre i 5

miliardi di euro (secondo il «Wall

Street Juornal» del 12-05-2008 potrebbero

diventare anche il doppio).

In Finlandia, e perfino in Francia, la

costruzione dei nuovi reattori incontra

difficoltà e aumenti dei costi

e dei tempi proprio per l’inadeguatezza

nel raggiungere le specifiche

tecniche particolarmente elevate per

questi impianti. Figuriamoci in Italia!

Ma l’improvvisa conversione

nucleare di Confindustria ha nomi


Ma Chernobyl è solo la punta dell’iceberg. Solo alcuni

scienziati «eretici» hanno il coraggio e l’onestà di

denunciare l’inaudita gravità dell’inquinamento

radioattivo dell’atmosfera e una vera «epidemia di

cancro», di cui parla perfino l’Oms

precisi: da Enel, Edison e A2A, ai

soliti noti dell’ingegneria civile – Impregilo

(inceneritore di Acerra) e

Italcementi (cemento fasullo) – tutti

puntano alle garanzie dello Stato

(cioè dei contribuenti) sui finanziamenti

e alle agevolazioni tariffarie

(una sorta di CIP 6 nucleare), che

graveranno poi sulle tariffe.

Come farà poi Scajola a definire

entro l’anno le localizzazioni delle

nuove centrali nucleari viste le prevedibili

levate di scudi che vengono

da più regioni, e verranno dalle popolazioni

coinvolte? Un rischio tangibile

è che vengano scelti i siti dei

vecchi impianti in dismissione

(Trino, Caorso, Montalto, Latina,

Garigliano), che hanno già le licenze,

aggirando così anche lo smantellamento

dei vecchi impianti, almeno

per le parti strutturali. La ciliegina

sulla torta viene da uno degli ultimi

decreti del governo Prodi, con il

quale i siti per il deposito delle scorie

nucleari, nuovi impianti per produzione

di energia, centrali nucleari,

rigassificatori, inceneritori potranno

essere coperti da segreto di Stato:

seguito dai provvedimenti del governo

Berlusconi di militarizzazione

del territorio (già in atto ad Acerra).

Uno scenario inquietante dunque,

dove non sarà facile mettere tutti

d’accordo. E dove nemmeno si può

escludere che il programma abortisca

dopo il primo impianto, essendo

poi addossata la colpa di ciò ad altri

(cosa che è nello stile di Berlusconi).

L’energia nucleare non è sostenibile

Il nucleare civile risulta «conveniente»

solo per Paesi che sviluppino un

programma nucleare militare, o comunque

in presenza di ingenti sovvenzioni

statali, simili a quelle che

mettono a terra le agricolture dei

paesi del Terzo Mondo: il Congresso

Usa ha stanziato 18,5 miliardi in

prestiti garantiti per le nuove centrali

nucleari, poiché nessuna banca

è disposta a tali prestiti se non sono

garantiti dal governo federale.

Ma la stessa convenienza energetica

del nucleare e la riduzione delle

emissioni di CO 2 reggono se ci si limita,

come strumentalmente fanno

i fautori del nucleare, alla sola fase

di fissione dell’uranio nei reattori: le

altre fasi del ciclo nucleare assorbono

notevoli quantità di energia, ed

emettono CO 2 (estrazione e trasporto

del minerale, lavorazione, arricchimento,

trattamento del combustibile

esaurito e delle scorie, nonché

decommissioning degli impianti).

La stessa sostenibilità energetica del

nucleare dipende in modo critico

dalla qualità del minerale di uranio

utilizzato: i minerali più ricchi attualmente

sfruttati si esauriranno, ai

ritmi attuali, in circa mezzo secolo, e

il ricorso ai minerali meno ricchi

comprometterà definitivamente sia

il bilancio energetico (oltre un certo

limite, occorrerà per l’estrazione e la

lavorazione più energia di quella

che l’uranio può fornire), sia quello

delle emissioni di CO 2 .

Venendo infine alla possibilità di in-


cidenti nucleari, dobbiamo rifiutare i criteri di valutazione

comparativa della probabilità di incidenti, poiché

l’impatto e le conseguenze di un incidente nucleare non

sono in alcun modo comparabili con quelli di un incidente

a una centrale convenzionale. La riproposizione

dei programmi nucleari presuppone la totale rimozione

del disastro di Chernobyl, che potrebbe raggiungere il

picco nei prossimi decenni. Lo scenario prospettato dai

sostenitori del nucleare, che consiste nella costruzione di

nuovi 700 GW di potenza, comporterebbe – oltre al raddoppio

della produzione di scorie – la riduzione del margine

di sicurezza per quel che concerne la possibilità di

un incidente severo su un impianto, che è funzione del

numero di reattori.

Ma i vessilliferi della ripresa del nucleare avrebbero l’asso

nella manica, i mitici «reattori di 4 a generazione», che

…risolveranno tutti i problemi: dovrebbero generare al

loro interno nuovo combustibile nucleare, «fertilizzando»

determinati nuclei 2 ; dovrebbero ridurre la produzione

di scorie nucleari, e «bruciare» le scorie prodotte fino a

oggi; dovrebbero basarsi su un ciclo del combustibile resistente

alla proliferazione militare. «Dovrebbero», appunto:

perché i reattori di 4 a generazione semplicemente…

non esistono! Sono allo studio molti prototipi di tipi diversi

(troppi, per non sollevare almeno qualche perplessità),

la cui commercializzazione si prospetta nientemeno che

per il 2040! É veramente disonesto promettere miracolose

proprietà di progetti che dovrebbero essere disponibili

fra trent’anni, per una tecnologia come quella nucleare

che è maledettamente complessa e può riservare lungo il

cammino le peggiori sorprese: come è avvenuto in passato

per il programma dei reattori francesi veloci «autofertilizzanti»,

che si è arrestato proprio quando era stato

realizzato quello che doveva essere il prototipo della filiera

commerciale (Superphoenix)!

Ma Chernobyl è solo la punta dell’iceberg. Solo alcuni

scienziati «eretici» hanno il coraggio e l’onestà di denunciare

l’inaudita gravità dell’inquinamento radioattivo

dell’atmosfera e una vera «epidemia di cancro», di

cui parla perfino l’Oms: esso deriva dai test nucleari,

nell’atmosfera e sotterranei (iodio radioattivo, a breve

vita nella tiroide; stronzio-90 nelle ossa, ecc.), dai rilasci

delle centrali nucleari, dall’uranio depleto (prima di

quello dei proiettili, che quando esplodono rilasciano

microparticelle radioattive, l’uranio contenuto nelle

bombe che, a temperature di milioni di gradi, rilascia

nanoparticelle ancora più persistenti in tutta l’atmosfera,

inalabili od ingeribili).

SOCIETÀ

1. L’energia primaria è quella contenuta nel combustibile quando

entra nel sistema, mentre l’energia finale è quella che rimane per

l’utente dopo la trasformazione e la distribuzione. Nel caso delle

grandi centrali nucleari o a carbone solo all’incirca un quarto dell’energia

primaria arriva all’utenza.

2. Nuclei come l’uranio-238 e il torio-232 non subiscono la fissione,

ma sono «fertili» perché, se bombardati con neutroni veloci,

trasmutano rispettivamente in plutonio-239 e in uranio-233, che

sono fissili.

41


42

questione settentrionale

e questione meridionale

Una volta, nelle accademie come nelle riviste del nostro Paese, si discuteva

di una questione sola, quella «meridionale». Lo faceva, a

dire la verità, anche la sinistra, istituzionale e non. Scaffali – oggi

polverosi e quasi mai compulsati – di librerie e università erano pieni di poderosi

saggi a tema. Del resto, l’analisi della «Questione meridionale» ha accompagnato,

in quanto tale, la costruzione stessa dell’Italia unita o quantomeno

della sua immagine e della sua – faticosa e mai compiuta – edificazione.

Dai saggi di Franchetti e Sonnino, esponenti della Sinistra storica tra i

primi ad accorgersi – nella seconda metà dell’Ottocento – che, «fatta l’Italia,

restavano da fare gli italiani» (quelli del Sud, prima degli altri, quelli del

Centro-Nord, i quali si presupponeva fossero «già fatti»), alle inchieste al

vetriolo di un liberal-democratico come Gaetano Salvemini che, agli albori

del Primo Novecento, attaccava il liberale (avanzato per molti tratti) Giovanni

Giolitti proprio sul tema, dandogli del «ministro della malavita». Fino,

naturalmente, al comunista italiano Antonio Gramsci, che sulla Questione

meridionale scrisse un saggio decisivo e ancora attualissimo. Ma anche nel secondo

dopoguerra, grazie soprattutto alla scuola meridionalista nata, sulla

scorta delle analisi di Gramsci, dentro il Pci grazie a esponenti politici e intellettuali

(all’epoca, le due cose si tenevano) come Gerardo Chiaromonte e

Giorgio Amendola, per citare i maggiori, e a una rivista, Cronache meridionali,

che imbastì – contro la versione liberale e semplificatoria dell’approccio alla

questione meridionale, rappresentata da personalità come Guido Compagna

– una vigorosa e sana polemica. Poi, più nulla, se si eccettua – a cavallo tra

anni Ottanta e Novanta – le analisi della scuola nata intorno alla casa editrice

Donzelli, fondata dall’omonimo editore, e a un pugno d’intellettuali

(Piero Bevilacqua, ma anche, per un nuovo approccio allo studio del fenomeno

mafia, Salvatore Lupo) che cercarono di coniugare le antiche analisi

con i nuovi strumenti storici e storiografici della scuola de Les Annales e il

loro approccio «di lunga durata» ai problemi del mondo e, dunque, anche

del Sud. Oggi, se non fosse per qualche – simpatico, se non fosse culturalmente

e politicamente retrogrado – libello anti-risorgimentale e anti-unitario

prodotto da un Mezzogiorno abbandonato a se stesso, la questione meridionale,

almeno come oggetto di studi, nel nostro Paese di fatto non esisterebbe

più. Esiste, invece, e almeno da una ventina d’anni, un’altra e

altrettanto corposa questione, quella detta – la fantasia, si sa, scarseggia, tra

gli accademici – «settentrionale». Nata sull’effetto bad-wagon causato dalla

nascita prima, dall’affermazione poi e infine dalla stabilizzazione (politica e

sociale) di un fenomeno atipico come quello della Lega Nord fondata da

Umberto Bossi, oggi al governo, accompagnata dalle analisi di «legologi»

(sic) che un tempo si contavano sulle dita di una mano (Ilvo Diamanti e Roberto

Biorcio su tutti) e che oggi riempiono di loro commenti giornali e riviste,

la «questione Lega» si è ben presto trasformata – anche agli occhi della

ETTORE COLOMBO*

La richiesta alla

politica, dunque, sarebbe

una sola: spingerla a

«ri-territorializzarsi»

* GIORNALISTA – UFFICIO STAMPA PRC


sinistra, o di ciò che ne resta – in

analisi e studi sulla, appunto, ‘nuova’

«questione settentrionale».

Almeno tre sono i libri usciti di recente,

sul tema, che vale la pena qui

approfondire. Il primo è, forse, il più

completo, da un punto di vista analitico.

Si tratta de La questione settentrionale.

Economia e società in trasformazione

(Feltrinelli, 496 pp., 16

euro), curato da uno storico di spessore

come Giuseppe Berta, che raccoglie

saggi e analisi sulla realtà in

movimento del Nord Italia, con un

ricco apparato di materiali e dati. Il

libro si interroga intorno ai confini e

ai caratteri che definiscono il

«nuovo» Nord Italia e propone ricerche

che scavano nel vivo della

trasformazione nella quale l’Italia

settentrionale è coinvolta. In ognuno

dei diversi saggi è poi racchiuso

uno sforzo di conoscenza e di interpretazione

che rifugge dall’ovvietà

per avanzare domande circa la dinamica

del cambiamento in corso.

Così, accanto a studi e riflessioni

centrati sulla genesi della «questione

settentrionale» (la lunga accumulazione

storica, la cornice politica

all’origine delle identità territoriali),

si trovano analisi meticolose che

spaziano dalla metamorfosi delle

grandi imprese alla nascita di nuovi

protagonisti imprenditoriali (la

media impresa e il «quarto capitalismo»),

dalla morfologia della terziarizzazione

ai processi di riconversione

territoriale, dai nuovi circuiti finanziari

al sistema delle competenze

mobilitato dall’«economia della conoscenza».

Il secondo è di un autore tanto noto

quanto originale, nelle sue analisi

(decisamente «a-marxiste»), Aldo

Bonomi. In Il rancore. Alle radici del

malessere del Nord (Feltrinelli, 160

pp., 12 euro), l’inventore della – affascinante

quanto liberista – teoria

del «capitalismo molecolare» affronta,

anche se con piglio decisamente

sociologico, tutti i motivi del malessere

del Nord. La tesi è che, dopo

aver a lungo e con forza affidato la

propria delega politica a un partito

che esprimeva gli interessi del terri-

torio (la Lega), oggi il Nord manifesterebbe

il suo «rancore» con un atteggiamento

di sfiducia nei confronti

del mondo politico nel suo complesso,

centro-sinistra in testa. «Giù al

Nord», insomma, la politica viene

accusata, secondo Bonomi, di essere

troppo lenta nel risolvere i problemi

posti dallo sviluppo produttivo, ma

anche di avere un atteggiamento

vessatorio, per esempio sulla questione

fiscale e soprattutto nei confronti

del cosiddetto «mondo delle

partite Iva». La richiesta alla politica,

dunque, sarebbe una sola, spingerla

a «ri-territorializzarsi». L’idea è

affascinante, ma soffre di un’eccessiva

simpatia per territori e localismi.

Bonomi, comunque, analizza in

modo acuto e stringente sia la terra

lombarda sia il Nord-Est, investigando

molto il cosiddetto «asse pedemontano»,

che poi è la chiave di

volta della media e piccola impresa

veneta. Le conclusioni, specie sul

caso veneto, sono interessanti (è in

questa macroregione, dove si assiste

alla diffusa incorporazione di elementi

terziari avanzati nelle produzioni

manifatturiere, che si trova il

terreno di incontro tra capitalismo

di territorio e capitalismo delle reti)

ma non certo tutte condivisibili, per

un’analisi ancora marxista.

L’ultimo volume è anche il più recente

e attuale, oltre che il più accattivante,

in quanto scritto con piglio

e taglio giornalistico. Parliamo

di Nord terra ostile. Perché la sinistra

non vince (Marsilio, 176 pp., 11

euro), reportage il cui autore è un

bravo e acuto collega, Marco Alfieri

del «Sole 24 ore».

Alfieri, prima ancora che il Pd prendesse

la sonora batosta che ha preso

alle ultime elezioni, specie e soprattutto

al Nord, già spiegava perché lì

il centrosinistra era e sarebbe rimasto

«fuorigioco». La marginalità

della sinistra al Nord è, ancor prima

che politica, culturale e antropologica.

Tesi eccesiva? Forse. Certo è che

il popolo dei capannoni e del capitalismo

diffuso che presidia la dorsale

produttiva da Torino a Trieste, passando

per Bergamo, Brescia, Mila-

SOCIETÀ

Il peccato originale del

centrosinistra sarebbe,

dunque, non aver saputo

leggere la trasformazione

dei due Nord produttivi

(Nordovest e Nordest),

rimanendo ancorato a

vecchi schemi fordisti

43


44

no, Como e Varese, non parla la lingua di Veltroni, dice

Alfieri, il quale esorta il centrosinistra, se vuol vincere al

Nord, «a smetterla di parlare solo alle élite». Queste ultime,

chiuse nei salotti e nei patti di sindacato (leggi Telecom,

Mediobanca, Rcs e Generali), nella battaglia elettorale

in Padania non servono, perché dietro di loro non

c’è la truppa dei piccoli imprenditori e dei loro operai (a

loro volta – e a volte – futuri imprenditori) che al Nord

votano, invece, a occhi chiusi Bossi e Berlusconi. «L’imprenditore

dei distretti – scrive Alfieri – quasi sempre è

stato a sua volta operaio», di certo peccando di ottimismo

nell’ex operaio diventato «padroncino» e ormai

alieno da qualsiasi legame di classe. In quei territori, comunque,

per Alfieri la «secessione di velluto» di fatto è

già avvenuta e il peccato originale del centrosinistra sarebbe,

dunque, non aver saputo leggere la trasformazione

dei due Nord produttivi (Nordovest e Nordest), rimanendo

ancorato a vecchi schemi fordisti (sic). Ma se è

vero che «il popolo delle fabbrichette si sente vessato da

un fisco pesantissimo e da una burocrazia esasperata e

inefficiente, espressioni ed emanazioni dello stato centralista

romano», non è e non può essere – come sembra

suggerire Alfieri – inseguire la Lega sul suo terreno l’unica

possibile risposta.

Deve – e può, invece – essere, quella di tornare a scoprire,

denunciare e combattere diseguaglianze e classismi,

oltre che razzismi e xenofobie di ogni genere, per tornare

a far rinascere se non proprio una nuova «classe» di

operai, artigiani e disoccupati del Nord (italiani ed extracomunitari

insieme) quantomeno una nuova coscienza

dei problemi che, al Nord, la politica e la sinistra hanno

di fronte. Insomma, l’unica risposta possibile è quella di

tornare ai «classici» e, dunque, ripartire da Gramsci. Altrimenti

non resterebbe davvero da fare altro che sottoscrivere

quanto ha detto un economista cauto (e liberale)

come Mario Deaglio, che ha liquidato la frattura

Nord-Sud con questa battuta: «Se fosse per le sole dinamiche

economiche, questo Paese non si terrebbe più insieme.

Se ci resta, è grazie alla letteratura e alla lingua».

Le stesse che fanno di questione meridionale e questione

settentrionale le facce della stessa (identica quanto pericolosa

e incerta) medaglia del nostro futuro.


ALDO GIANNULI*

Da sempre, gli agenti

dei servizi fanno

intercettazioni o

perquisizioni senza

autorizzazioni della

magistratura, ma lo fanno

in violazione delle leggi e,

se scoperti, finiscono

davanti a un tribunale

* RICERCATORE PRESSO L’UNIVERSITÀ DI MILANO

SOCIETÀ

riforma dei servizi segreti

una legge truffa, incostituzionale e criminogena

Un anno fa il Parlamento approvava con voto unanime la riforma dei

servizi segreti, rinviando, per il dettaglio, a otto regolamenti che sarebbero

stati approntati nei mesi successivi.

La riforma superava l’annosa questione del modello articolato su un unico

servizio segreto o due (uno civile per l’interno, l’altro militare per l’estero),

mantenendo il sistema binario. Il Sismi diventa Agenzia Informazioni e Sicurezza

Estera e il Sisde Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, ma con

una variante rispetto al passato: la legge stabilisce che il controspionaggio –

con la relativa rete di centri – passi all’ex Sisde. Fra i due, il coordinamento

dovrebbe essere assicurato dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza

(Dis) che sostituisce il Cesis ma con poteri più penetranti.

A distanza di un anno possiamo fare un bilancio di questo primo aspetto

della riforma: tutto come prima. Infatti, come era da prevedersi, l’Aisi non

ha ceduto la rete dei centri di contro-spionaggio e quindi l’Aise se ne farà

una sua. Quanto al Dis, sinora non ha dato alcun segno di particolare vitalità.

Gli apparati dei due servizi restano divisi dalle rivalità corporative di

sempre e il Comitato Parlamentare di Controllo conta meno di prima.

Il punto più delicato della riforma era quello concernente i rapporti fra esecutivo

e potere giudiziario.

L’art. 118 del codice di procedura penale (cpp) stabiliva che il Ministro dell’Interno

poteva «ottenere» copie degli atti di una istruttoria penale (in deroga

all’art. 329 cpp sul segreto delle indagini) per la prevenzione dei delitti

per i quali è previsto l’arresto il flagranza. La riforma (art. 14) introduce un

art. 118 bis per il quale il Presidente del Consiglio può richiedere all’autorità

giudiziaria (Ag) competente, direttamente o a mezzo del direttore generale

del Dis, copie di atti di procedimenti penali e informazioni sul loro contenuto

ritenute indispensabili alle attività connesse alle esigenze del Sistema di

informazione per la sicurezza della Repubblica. Dunque, la richiesta viene

da una autorità politica più pesante del passato, sparisce ogni riferimento

alla prevenzione di reati sostituita da genericissime e incontrollabili esigenze

neanche della sicurezza dello Stato, ma «del Sistema di informazione per la

sicurezza della Repubblica», cioè dei servizi in quanto tali. Nella normativa

precedente l’Ag poteva esercitare un pur differito controllo sull’uso delle informazioni

concesse, quando esse fossero finite a organi di polizia giudiziaria,

per sfociare in qualche procedimento penale. Qui, invece, la cosa finisce

nelle mani di organi blindati dal segreto di Stato, che non sono affatto tenuti

a dar seguito penale alla propria azione; quindi l’Ag non saprà mai a cosa

siano servite le sue informazioni. Forse anche a prevenire e ostacolare le sue

stesse indagini.

Viceversa, la legge (art. 15 e 16) rende più difficoltoso di quanto non fosse

prima l’accesso dell’Ag ai documenti dei servizi di informazione. Dunque, la

45


46

La legge non prevede affatto nè quando nè se e nè a

quale archivio pubblico la documentazione desegretata

debba essere consegnata, per cui è tutto come prima: il

segreto di Stato resta eterno

riforma modifica i rapporti di forza

fra Esecutivo e potere giudiziario a

discapito del secondo di cui avvia

una sorta di assorbimento nel «sistema

di sicurezza».

Questa tendenza si spinge sino a

stabilire, per la prima volta, la possibilità

«legale» di operare in violazione

delle leggi. Recita l’articolo 17:

«1. …non è punibile il personale dei

servizi per la sicurezza che ponga in

essere condotte previste dalla legge

come reato, legittimamente autorizzate

di volta in volta in quanto indispensabili

alle finalità istituzionali di

tali servizi, nel rispetto rigoroso dei

limiti di cui ai commi 2, 3, 4 e 5 del

presente articolo e delle procedure

fissate […]

2. La speciale causa di giustificazione

di cui al comma l non si applica

se la condotta prevista dalla legge

come reato configura delitti diretti a

mettere in pericolo o a ledere la

vita, l’integrità fisica, la personalità

individuale, la libertà personale, la

libertà morale, la salute o l’incolumità

di una o più persone.

3. La speciale causa di giustificazione

non si applica, nei casi di delitti

di cui agli articoli 289 e 294 del codice

penale e di delitti contro l’amministrazione

della giustizia, salvo

che si tratti di condotte di favoreggiamento

personale o reale indispensabili

alle finalità istituzionali

dei servizi di informazione per la sicurezza

[…] sempre che tali condotte

di favoreggiamento non si realizzino

attraverso false dichiarazioni all’autorità

giudiziaria oppure

attraverso occultamento della prova

di un delitto ovvero non siano dirette

a sviare le indagini disposte dall’autorità

giudiziaria […]».

Di seguito si specifica che la relativa

autorizzazione è concessa dal Presidente

del Consiglio. I sostenitori

della legge giustificarono questa

norma affermando che, in questo

modo, non saranno più possibili

«casi Abu Omar», perché essa proibisce

azioni conto l’integrità morale

e fisica delle persone. La cosa merita

qualche riflessione.

Sul piano costituzionale, non c’è

dubbio che si tratti di una norma

apertamente in contrasto con i principi

elementari dello Stato di Diritto

e, dunque, della Costituzione che

non ammette deroghe di sorta al

principio dell’eguaglianza dei cittadini

davanti alla legge. Lo stesso

Presidente del Consiglio è sottoposto

alla Legge e non può compiere reati

e, dunque, come può autorizzare

quello che lui stesso non potrebbe

fare?

Sul piano fattuale: si sa che, da sempre,

gli agenti dei servizi fanno intercettazioni

o perquisizioni senza

autorizzazioni della magistratura,

ma lo fanno in violazione delle leggi

e, se scoperti, finiscono davanti a un

tribunale. Se questo accade raramente

è perché possono giovarsi del

segreto di Stato e della compiacenza

dei poliziotti che, quando beccano

un «collega» al lavoro, girano la

testa dall’altra parte. La riforma ha

«legalizzato» tutto questo. Si pensi

proprio al caso Abu Omar: il suo ra-

pimento era già sanzionato dalla

legge (e infatti si sta procedendo penalmente

contro i suoi responsabili),

né c’erano dubbi di sorta in merito

che la riforma avrebbe chiarito.

Semmai, questa norma avrebbe fortemente

ostacolato l’inchiesta giudiziaria.

Infatti, è attraverso la scoperta

della struttura di intercettazioni

di Giuseppe Tavaroli alla Telecom

che i magistrati hanno potuto stabilire

il nesso fra il rapimento e gli uomini

del Sismi. Con questa legge, le

attività dei «Tavaroli boys» e del suo

amico Marco Mancini (capo della

rete di controspionaggio del Sismi),

con ogni probabilità, sarebbero state

coperte, fermando l’inchiesta di Armando

Spataro. Dunque, il caso

Abu Omar sarebbe stato evitato, ma

solo come inchiesta, non come rapimento.

E questo fa capire chi sia il

reale ispiratore di queste norme, al

di là delle teste di turco che le

hanno firmate come proponenti.

Di fatto questa legge annulla le garanzie

costituzionali sulla inviolabilità

del domicilio (art. 14) e della corrispondenza

(art. 15) senza esplicito

mandato dell’Ag. Ed è facile immaginare

l’uso che ne verrà fatto. È

una legge che programma esplicitamente

la commissione di reati da

parte di funzionari dello Stato. Dunque,

una norma incostituzionale e

criminogena che rappresenta il più

grave attentato alle libertà costituzionali

in sessanta anni di storia repubblicana.

Unica garanzia concessa contro gli

abusi sarebbe la temporaneità del

segreto che viene sancita, per la


prima volta da questa legge (artt. 39 e segg.) che fissa a

quindici anni la durata ordinaria e a trenta quella massima

di durata del segreto di Stato.

E questo è stato vantato come la principale conquista: la

fine del perpetuo segreto di Stato.

Ma le cose stanno davvero così? Vediamo meglio. Ricordiamo

che a lungo l’unica base del segreto di Stato è

stato il Regio Decreto 1161 dell’11 luglio 1941, che ha

fatto da base a una prassi altrimenti non regolamentata.

Anche la legge 801 24 ottobre 1977 ribadiva la vigenza

del regio decreto sino a quando non fosse stata approvata

una legge organica su segreto di Stato. Sino a quel

momento, il segno dell’apposizione del segreto di Stato

era costituito dalla «classifica di sicurezza» (riservato, riservatissimo,

segreto, segretissimo) apposta dall’ente originatore

dell’atto. Dopo, con l’opposizione del segreto,

da parte del Presidente del Consiglio, alle richieste della

magistratura, si iniziò a distinguere fra «apposizione» (la

classifica dell’ente originatore) ed «opposizione» del segreto

di Stato (la conferma del segreto da parte del PdC).

La legge attuale porta alle estreme conseguenze distinguendo

la classifica di sicurezza (sempre apposta dall’ente

originatore) dalla apposizione del segreto di Stato, decisa

dal PdC con timbro aggiuntivo sul documento secretato.

Il segreto di Stato apposto dal Pdc dura al massimo quindici

anni prorogabili al massimo per altri 15 (art.39 c.8)

dopo di che decade.

Ma contemporaneamente sopravvivono le classifiche di

riservatezza dell’ente originatore (art. 42 c. 5) anche se la

SOCIETÀ

classifica di sicurezza decade al livello inferiore dopo 5

anni, per giungere alla piena declassifica dopo 15, salvo

che il Presidente del Consiglio non decida di prorogarla

ulteriormente (art. 42 c. 6). E, qui sta la trovata geniale:

non c’è alcun limite di tempo alla proroga della classifica

e la legge specifica che la decadenza del segreto opposto

dal PdC non comporta la automatica declassifica del documento.

Dunque, il segreto di Sstato finisce ma poi il

documento resta segreto. Peraltro la legge non prevede

affatto né quando né se e né a quale archivio pubblico la

documentazione desegretata debba essere consegnata, per

cui è tutto come prima: il segreto di Stato resta eterno.

Dunque, una legge truffa, per di più incostituzionale e

criminogena.

Una domanda: come abbiamo fatto a votare una cosa del

genere?

47


48

perché essere comunisti?

intervista a Emiliano Brancaccio *

IN QUESTI MESI LA RIVISTA HA OSPITATO UNA SERIE DI IMPEGNATI CONTRIBUTI SU UN

INTERROGATIVO CHE INDUCE A FARE I CONTI CON I FONDAMENTI DEL PROPRIO OPE-

RARE POLITICO E CHE OLTRETUTTO CI HA CHIAMATI DIRETTAMENTE IN CAUSA COME

AREA DEL PRC: PERCHÉ ESSERE COMUNISTI OGGI?

I motivi principali per i quali in epoca contemporanea ci si è definiti comunisti

sono stati due. In primo luogo per sancire il carattere scientifico, materialisticamente

fondato, della propria prassi politica. Nel Manifesto del 1848 Marx

ed Engels si definirono comunisti per distinguersi da coloro che essi etichettavano

come «socialisti utopisti» o, più sbrigativamente, «fanfaroni». Marx ed

Engels cioè caricarono l’appellativo «comunista» del compito di rimarcare,

attraverso il materialismo storico, le basi scientifiche della propria prassi politica.

In secondo luogo ci si è detti comunisti per sancire il carattere rivoluzionario,

di rottura, di quella stessa prassi. Nel 1918 Lenin sostenne il cambio

del nome del suo partito da socialdemocratico a comunista anche al fine di

sottolineare la netta discontinuità storica di cui la rivoluzione bolscevica si

faceva portatrice. Per tutto il corso del ventesimo secolo il dibattito occidentale

ha rinviato in modo più o meno esplicito e consapevole a questi due corni

della politica comunista, quello delle basi scientifiche e quello dei propositi

rivoluzionari. Non sono ovviamente mancate le ingenuità e le banalizzazioni

interessate. Ma con il passare del tempo – delle vittorie e soprattutto delle

sconfitte – la discussione si è affinata. Oggi sappiamo che il materialismo storico

non traccia un destino, non ci dà alcuna certezza riguardo all’avvenire. E

sappiamo che difficilmente una discontinuità storica rivoluzionaria potrà in

futuro sintetizzarsi nella mera presa di un Palazzo. Ecco dunque che il materialismo

storico oggi può essere inteso per quello che è, vale a dire un sofisticato

metodo di indagine della realtà sociale, che prende le mosse da Marx,

passa per Althusser e giunge ai giorni nostri carico di potenziali sviluppi.

Questo metodo ci dice che nella produzione sociale dell’esistenza noi tutti

entriamo in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla nostra volontà,

e che tali rapporti agiscono sulle nostre pulsioni, percezioni, aspirazioni e

azioni. Un simile metodo di analisi ci rende smaliziati, poiché ci ricorda che

noi non solo produciamo ma siamo noi stessi prodotti della società in cui

viviamo. Siamo cioè immersi in un gigantesco processo di riproduzione sociale

delle esistenze, un processo in cui rapporti e funzioni sono già determinati,

che in ambito capitalistico è governato in ultima istanza dal permanente

imperativo di generare e rigenerare un profitto.

CONOSCERE A FONDO QUESTO PROCESSO CI PERMETTE ANCHE DI RECUPERARE IL TEMA

DEL COMUNISMO COME PRASSI FINALIZZATA AL SUPERAMENTO DEL MODO DI PRODUZIO-

NE CAPITALISTICO…

B.S.

Se dunque definirsi

comunisti vuol dire

recuperare e sviluppare

questo straordinario

patrimonio di conoscenza

per l’azione, allora ben

vengano i comunisti

* DOCENTE DI ECONOMIA PRESSO L’UNIVERSITÀ

DEL SANNIO


La storia non è finita né si ripete.

Quel che sappiamo di certo è che

afferrare la complessità del processo

di riproduzione capitalistica significa

saperne individuare i nodi, i

momenti di fragilità, quegli unici

attimi in cui si aprono dei varchi per

la discontinuità politica, per quella

che Althusser definiva «l’emergenza».

Pensiamo ad esempio a uno dei

meccanismi chiave dei nostri tempi,

quello che determina da un lato la

centralizzazione in poche mani del

capitale e dall’altro la frammentazione

in mille tipologie contrattuali

e retributive del lavoro. Questo

meccanismo sta determinando il

corso degli eventi, sta ridefinendo i

rapporti di potere tra le classi e tra

le aree geografiche. La stessa crisi

della globalizzazione, e il ritorno in

auge dell’interventismo e del protezionismo

nazionali, possono esser

visti come reazioni difensive dei

capitali più deboli a una altrimenti

inesorabile centralizzazione capitalistica

mondiale. Ebbene, senza il

materialismo storico – e senza il suo

nocciolo duro, che verte sulla

moderna critica della teoria economica

dominante – noi non potremmo

mai individuare i caratteri di

questa ferrea legge di tendenza, e

non sapremmo quindi collocarci

politicamente al fine di sfruttare le

sue crepe, le sue contraddizioni

interne. Se dunque definirsi comunisti

vuol dire recuperare e sviluppare

questo straordinario patrimonio

di conoscenza per l’azione, allora

ben vengano i comunisti. Se non

significa questo, la definizione

diventa vuota, evanescente, allo

sbando totale tra un tatticismo e

l’altro. Solo per citare uno dei mille

esempi di questo sbando, e anche

semplicemente guardando all’Italia,

mi limito a ricordare che i comunisti

sono arrivati a dividersi su un tema

cruciale come i bombardamenti su

Belgrado. Dunque definirsi comunisti

in sé non vuol dire molto.

Questo è bene metterselo in testa.

QUALI POTREBBERO ESSERE LE IMMEDIA-

TE RICADUTE POLITICHE DI UNA SIMILE

DEFINIZIONE DI COMUNISMO? QUALI PER

ESEMPIO GLI INSEGNAMENTI DA TRARRE

RISPETTO ALLA SPECIFICA ESPERIENZA

POLITICA DEL PRC?

Reputarsi comunisti in questo senso

specifico può avere i suoi notevoli

frutti, ma implica pure uno sforzo di

coerenza. Questa interpretazione

dell’essere comunisti si scontra

infatti frontalmente con il moralismo

peloso della spirale «guerra-terrorismo»,

con il vano utopismo

della «decrescita conviviale» e della

«rivoluzione senza presa del potere»,

o con i ridondanti appelli alla

«non violenza», insomma con i

numerosi slogan dei quali la sinistra

e persino i comunisti hanno spesso

abusato in questi anni. Anzi, dirò di

più. Il materialismo storico ci permette

di leggere questi slogan per

quello che effettivamente sono stati:

una strategia di conquista dei consensi

e di riproduzione di un ceto

dirigente che aveva pure una sua

logica ma che si è rivelata fallimentare.

Se vogliamo fare specifico riferimento

al Prc, basti esaminare le

motivazioni del gruppo dirigente

che ha aperto alla «contaminazione»

culturale insita in quegli slogan.

Chi li ha sostenuti cercava per il

loro tramite di rimediare alla crisi

del rapporto tra partiti comunisti da

un lato e lavoratori subordinati dall’altro

pescando consensi altrove,

specialmente presso categorie sociali

relativamente agiate, non afflitte dal

morso della propria fragile riproducibilità.

Spogliandosi del vecchio

mantello comunista si è quindi tentata

una camaleontica immersione

nei mondi della cooperazione, dell’associazionismo

ambientalista, del

cattolicesimo di base, dei movimenti

per i diritti civili, insomma presso

soggetti distanti dalla tradizione del

movimento operaio e dai problemi

del lavoro. L’operazione, intendiamoci,

aveva sulla carta i suoi motivi.

Fausto Bertinotti forse ha intuito in

anticipo che l’abbraccio mortale con

il governo Prodi non avrebbe prodotto

risultati concreti sul versante

del lavoro. E attraverso «innovazio-

OPINIONI A CONFRONTO

ni» e «contaminazioni» ha quindi

cercato di far proseliti altrove. Il

bilancio netto di questa linea di

indirizzo però è stato disastroso,

oggi lo riconoscono alcuni dei suoi

stessi promotori. Dopo l’esperienza

al governo molti lavoratori hanno

abbandonato il partito, e al tempo

stesso l’incursione tra le altre realtà

sociali si è verificata solo in minima

parte. La mia congettura è che questo

esito sia dipeso dalla fragilità

teorica dell’operazione, dalla sua

pretesa di giustapporre se non addirittura

di sostituire i flussi di consenso,

e soprattutto dall’assurdo

tentativo di garantire la sopravvivenza

di un ceto politico sedicente

«di sinistra» teorizzando lo sganciamento

dal lavoro subordinato, da

coloro che vedono messe maggiormente

in discussione le condizioni

di riproduzione della propria esistenza.

Una tale operazione può

costituire un interessante oggetto di

studio per il materialismo storico ma

in effetti nulla ha a che vedere con

una concezione del materialismo

come guida per l’azione politica.

TU DUNQUE CONTESTI LA FONDATEZZA

TEORICA DELLE «CONTAMINAZIONI» E

DELLE «INNOVAZIONI» SULLE QUALI PUN-

TAVA LA VECCHIA DIRIGENZA DEL PARTITO.

A ESSE HAI CONTRAPPOSTO IN PIÙ OCCA-

SIONI UN’ALTRA LINEA DI RICERCA.

INFATTI SEI TRA COLORO CHE, PUR CONTI-

NUANDO A REPUTARE ESSENZIALE L’IM-

PIANTO MARXISTA PER LA COMPRENSIONE

DELLA REALTÀ ODIERNA, CONSIDERA

IMPORTANTE SPINGERE LA RIFLESSIONE E

L’IMPEGNO POLITICO LUNGO LE NUOVE

FRONTIERE DEL PENSIERO FEMMINISTA E

DELL’AMBIENTALISMO. A QUANTO PARE,

DUNQUE, RITIENI CHE NON VI SIA UNA

FRATTURA INCOLMABILE TRA I PARADIGMI

DELLA TRADIZIONE OTTO-NOVECENTESCA

DEL MOVIMENTO OPERAIO E LE INNOVA-

ZIONI OFFERTE DALLA NOSTRA CONTEM-

PORANEITÀ. E’ ESATTO?

Su questo punto vorrei esprimere la

mia opinione nel modo più netto

possibile. A mio avviso il dibattito

che si è stancamente trascinato in

questi anni, e che ha visto contrap-

49


50

posti marxismo, femminismo e

ambientalismo aveva un vizio di origine:

era condizionato da un proposito

politico, quello di cui ho detto

poco fa, che consisteva nella pretesa

di compensare le perdite di consenso

causate dalla compatibilità a una

linea politica avversa agli interessi

del lavoro con la ricerca di nuovi e

diversi bacini di voto. È anche a

causa di questo specifico condizionamento

politico che il dibattito è

andato sempre irrimediabilmente in

stallo. Adesso però il quadro è radicalmente

cambiato. Il tracollo elettorale

rischia di aprire l’ennesima

«guerra dei quattro gatti», portando

le divisioni a livelli parossistici e

francamente ridicoli. L’auspicio è

che ciò non avvenga, e che invece

la catastrofe del voto induca il partito

a mettere a confronto i criteri di

analisi per selezionarli in base alla

loro effettiva maggiore o minore

robustezza. Per esempio, è ragionevole

credere che in una lettura

aggiornata del materialismo storico

risieda la chiave per far interagire la

critica dell’economia dominante con

la ricerca sulle questioni ambientali

e di genere. Questa chiave consiste

nella condizione di riproducibilità

delle esistenze, intesa in senso generale,

psico-sociale, e non riduttivamente

biologico. L’intreccio tra la

riproduzione del profitto, della specie

e della natura è lì che spinge sui

corpi, sulle relazioni sociali e affettive.

Soltanto scoprendone la «combinazione»

si possono trarre riferimenti

generali per mettere assieme i

vari ordini del conflitto: tra le classi,

tra i generi e ambientale.

Ovviamente mettere assieme non

significa fare una marmellata indistinta,

non significa cioè limitarsi a

giustapporre. Questi conflitti maturano

in base a un preciso ordine

logico. È infatti il meccanismo di

riproduzione del profitto che lungi

dall’arretrare si espande, aggredisce

e cerca continuamente di plasmare

a proprio vantaggio i meccanismi di

riproduzione della natura e della

specie. Faccio notare che proprio

questa aggressione aiuta a comprendere

le cause del recente arrocco

reazionario delle masse attorno alla

famiglia tradizionale e al territorio.

Assistiamo oggi alla rivincita delle

enclaves e del patriarcato, una rivincita

che per gli eredi del movimento

operaio e del Sessantotto appare

oscena e imprevista, ma che si spiega

in modo relativamente semplice:

le masse stanno cercando protezione

negli antichi fortini, per tentare una

strenua difesa dei processi di riproduzione

della specie e della natura

dagli assalti provenienti dal meccanismo

di riproduzione del profitto.

Qualcuno, in questi anni, anche

dalle nostre parti, ha scelto o di

cavalcare acriticamente una tale

reazione difensiva oppure di opporvisi

in modo altrettanto acritico.

Siamo scesi in piazza a sostegno

delle popolazioni locali del Sud contro

le discariche, ma di rado siamo

riusciti a collegare le devastazioni di

quei territori all’incessante azione

delle industrie del Nord tesa a contenere

i costi di produzione e di

smaltimento. Di converso, abbiamo

sostenuto le battaglie per l’emancipazione

sessuale e civile, e siamo

stati soltanto capaci di provare un

comodo sdegno per i rigurgiti

patriarcali e omofobi di larga parte

dei ceti operai, i quali sentendosi

abbandonati a sé stessi non facevano

altro che reagire istintivamente

in difesa della famiglia tradizionale e

della sua economia interna di sussistenza.

Insomma, la sinistra e gli

stessi comunisti hanno troppo a

lungo guardato alla superficie dei

fenomeni. Come risultato hanno

prodotto una serie disarticolata di

vertenze, il più delle volte prive di

sbocchi e destinate al fallimento. Il

recupero e l’aggiornamento del

materialismo storico è quel che oggi

serve per superare la insulsa frammentazione

vertenziale dei nostri

tempi, e per gettare nuovamente

uno sguardo totale su questi conflitti.

Soprattutto, l’analisi materiale

delle condizioni di riproduzione del

sistema ci ricorda di continuo che il

movente del profitto agita tutta la

macchina, e che le sue difficoltà o

velocità di riproduzione rappresentano

le principali cause scatenanti

delle tensioni che si riverberano

nella società, in famiglia come sul

territorio. Se dunque non si affronta

di petto la questione del dominio

del profitto, e quindi del capitale,

diventa risibile qualsiasi pretesa di

lottare per la salvaguardia ambientale

o per i diritti civili.

MA, UNA VOLTA RICONOSCIUTO CHE «IL

PROFITTO AGITA TUTTA LA MACCHINA»,

RESTA IL PROBLEMA DELLA POTENZA DEL


Il materialismo storico

ci permette di leggere

questi slogan per quello

che effettivamente sono

stati: una strategia di

conquista dei consensi e di

riproduzione di un ceto

dirigente che aveva pure

una sua logica ma che si è

rivelata fallimentare

CAPITALE, E DELLA ATTUALE FRAGILITÀ E

INADEGUATEZZA DEI SOGGETTI E DELLE

ORGANIZZAZIONI CHE TENTANO DI CON-

TRASTARNE IL DOMINIO.

A questo riguardo, mi permetto di

porre il seguente interrogativo: in

un sistema economico totalmente

aperto alla libera circolazione internazionale

di merci, di capitali e di

lavoratori, quali sono le condizioni

di sopravvivenza di un sindacato e

di un partito conflittuali, e a fortiori

comunisti? Parliamo di sopravvivenza,

e dati i tempi mi sembra una

domanda importante e attuale.

Proviamo allora a esaminare i dati

per cercare di abbozzare una prima

risposta. Ebbene, i dati ci dicono

questo. La libera circolazione dei

capitali è correlata statisticamente in

modo significativo a una caduta

della quota del prodotto sociale

destinata ai lavoratori subordinati.

Inoltre, anche la libera circolazione

dei lavoratori è correlata a una

caduta minore, ma pur sempre

significativa, della quota di prodotto

spettante a essi. Insomma, i dati

sembrano indicare con una certa

chiarezza che in un sistema aperto

ai movimenti internazionali di capitali

e di lavoratori il conflittualismo

politico e sindacale tende a implodere.

Questa è una evidenza che ci

crea non pochi problemi. La nostra

infatti è una tradizione e una vocazione

internazionalista, lo sappiamo

e ne andiamo fieri. Però l’evidenza è

innegabile. E quindi dobbiamo

tenerne conto, se vogliamo evitare

di cadere in un vacuo idealismo

internazionalista, come quello che

caratterizza specularmente il Partito

democratico da un lato e i movimenti

che simpatizzano con Negri

dall’altro. Con il primo sempre ben

disposto verso l’apertura ai capitali

esteri, e i secondi che in modo del

tutto irrealistico attribuiscono ai

migranti un ruolo puramente sovversivo,

laddove invece sappiamo

bene che l’immigrazione ha avuto

storicamente più spesso una funzione

di contenimento che non di alimentazione

del conflitto sociale.

OPINIONI A CONFRONTO

DI FRONTE AI PROBLEMI CHE PONI IN

EFFETTI LE DESTRE SEMBRANO AVERE LE

LORO PUR ROZZE SOLUZIONI…

La cosa curiosa di questa epoca è che

sul versante del restringimento della

circolazione dei lavoratori noi rileviamo,

da parte delle destre, iniziative

politiche e legislative che appaiono

al tempo stesso spregiudicate ma

anche di successo. Non dimentichiamo

che siamo arrivati a un passo dal

reato di immigrazione clandestina,

punibile col carcere fino a 4 anni. E

noi sappiamo che tra i lavoratori, tra

gli operai, esiste un diffuso consenso

nei confronti di queste iniziative. Un

consenso che non sarebbe molto

onesto liquidare considerandolo un

mero rigurgito irrazionale e xenofobo.

I lavoratori di fatto percepiscono

che esiste un legame tra l’immigrazione

e le loro condizioni di lavoro e

di vita. E quindi reagiscono in base a

quello che il mercato politico in questo

momento offre loro. La politica

offre loro di respingere l’immigrazione.

La politica, guarda caso, invece è

muta sul versante opposto, quello

del controllo dei movimenti di capitale,

che è stato tradizionalmente un

argomento classico della sinistra,

socialista e comunista. Eppure

dovremmo sapere che oggi il capitale

ha assunto questo doppio carattere,

al tempo stesso pervasivo e sfuggente,

anche e soprattutto a causa della

liberalizzazione dei suoi movimenti

internazionali. E dovremmo sapere

che anche grazie a questa libertà di

movimento il capitale può più facilmente

dividere, frammentare, mettere

in concorrenza i lavoratori tra

loro, a livello globale. Col risultato

che la deflazione salariale oggi domina

in qualsiasi angolo del mondo,

dall’Europa all’Estremo oriente. Ma

allora la domanda che pongo è questa:

per quanto tempo ancora la sinistra

e i comunisti potranno permettersi

questo silenzio sul versante

della circolazione dei capitali?

Possiamo illuderci che la sinistra

sopravviva se non ricomincia a

impostare un ragionamento politico

generale, che ponga tra i suoi cardini

51


52

il controllo dei movimenti di capitale? Possono i comunisti

continuare a invocare la «liberazione» dei migranti se

non si preoccupano al tempo stesso di «arrestare» i capitali?

È una domanda delicata, questa, che evoca una contraddizione

interna al modo stesso di fare politica che ha

fino a oggi contraddistinto il partito della Rifondazione

comunista, e che mi permetto quindi di rivolgere soprattutto

al nuovo segretario.

MA PUÒ UN PARTITO COSÌ PICCOLO E AI LIMITI DELLA SOPRAVVI-

VENZA OCCUPARSI DI QUESTIONI COSÌ GRANDI, COME QUELLA DEI

MOVIMENTI INTERNAZIONALI DI CAPITALE?

Faccio notare che un partito altrettanto piccolo, come la

Lega, col passare degli anni è riuscito in pratica a dettare

la linea nazionale in tema di immigrazione.

Naturalmente la questione speculare della circolazione

dei capitali è più complessa, e potrebbe a prima vista

sembrare fuori dalla portata di un piccolo partito ai limiti

della propria sopravvivenza. Ma l’ottica va ribaltata.

Ormai se a sinistra si vuole sopravvivere bisogna dimostrare

di avere una visione totale dei problemi e di saper

individuare soluzioni forti e credibili. Oltretutto, a me

pare che esista uno spazio politico vuoto, che attende di

essere occupato. Lo stallo nel quale versano il Partito

democratico in Italia e più in generale i partiti del socialismo

europeo, il fatto che questi non appaiono in grado

di strutturare una nuova lettura del mondo rispetto a

quella ottusamente globalista e ottimistica degli anni ’90,

costituisce una indubbia occasione per i partiti situati

alla loro sinistra. Pertanto, è certamente un fatto positivo

che Rifondazione intenda «tornare tra i ragazzi di

strada», e decida per questo di aprire una nuova stagione

di vertenze centrate sui dati materiali del potere d’acquisto

dei salari, della casa, della precarietà e della

democrazia sui luoghi di lavoro. Tuttavia, paradossalmente,

nella attuale situazione di frammentazione della

classe lavoratrice agire sul solo versante del lavoro può

rivelarsi insufficiente per fare realmente breccia, per

espandere i consensi. Ecco perché le lotte sul fronte del

lavoro dovrebbero essere rese organiche a una campagna

di massa sulla politica economica alternativa, e in

particolare sul controllo dei movimenti di capitale.

Sarebbe questo un modo per dimostrare che il partito ha

una sua visione strategica, di lungo periodo. Una visione

che al momento non c’è.


1. Prologo

Togliatti e l’abuso

politico della Storia

Lectio brevis sotto forma di dialogo

intervista ad Aldo Agosti *

PALMIRO TOGLIATTI È CERTAMENTE UNA DELLE FIGURE INSIGNI DEL MOVIMENTO COMU-

NISTA ITALIANO E INTERNAZIONALE. SEGRETARIO DEL PCI – EBBE IL GRAVOSO COMPITO DI

DIRIGERE I COMUNISTI ITALIANI NELLA LORO FASE PIÙ DRAMMATICA, QUELLA DELLA DIT-

TATURA FASCISTA – E DI TRAGHETTARLI DALLA CLANDESTINITÀ PATITA DURATE IL VENTEN-

NIO ALLA REPUBBLICA, EDIFICATA GRAZIE AL CONTRIBUTO DETERMINANTE PROPRIO DEI

COMUNISTI, DAPPRIMA DURANTE LA RESISTENZA E POI NELLA RIEDIFICAZIONE ISTITUZIO-

NALE DEL PRIMO PERIODO DEMOCRATICO. IN ESILIO PER LUNGHI ANNI A MOSCA, TO-

GLIATTI RICOPRÌ UN RUOLO DI PRIMISSIMO PIANO NELLA DIRIGENZA DEL COMINTERN DI-

VENENDONE UNA DELLE FIGURE PIÙ AUTOREVOLI.

SPINTI DALLA TENDENZA REVISIONISTA CHE PERIODICAMENTE FA CAPOLINO ANCHE TRA LE

FILA DELLA SINISTRA, ABBIAMO RITENUTO UTILE PROVARE A FARE CHIAREZZA SU ALCUNI

DEI MOMENTI CRUCIALI – E QUINDI PIÙ DISCUSSI – DELLA BIOGRAFIA DEL LEADER DEL PCI.

LO FACCIAMO DISCUTENDO CON UNO DEI PIÙ AUTOREVOLI STORICI CONTEMPORANEISTI,

ALDO AGOSTI, ORDINARIO DI STORIA CONTEMPORANEA ALL’UNIVERSITÀ DI TORINO.

OLTRE A ESSERSI OCCUPATO DELLA STORIA DEL MOVIMENTO COMUNISTA ITALIANO E IN-

TERNAZIONALE, AGOSTI LUNGAMENTE HA STUDIATO TOGLIATTI, SCRIVENDONE L’UNICA

BIOGRAFIA SCIENTIFICA COMPLESSIVA (TORINO, UTET, 1996, NUOVA EDIZIONE IVI,

2003) RECENTEMENTE TRADOTTA ANCHE IN GRAN BRETAGNA.

2. Il revisionismo che «viene da lontano»

Alcuni snodi della vicenda politica di Palmiro Togliatti riaffiorano periodicamente

dall’oblio e approdano al dibattito pubblico. L’approccio che si ha in

queste operazioni, si è detto, è solitamente quello revisionista. Non è un fatto

nuovo. Pescando nella grande pubblicistica impressiona il numero di queste

operazioni che, ammantate dal nobile fine della conoscenza storica, in realtà

si muovono in modo spregiudicato tra documenti spesso falsi o falsificati; tra

malcelate volontà politiche; tra ignoranza metodologica e patente malafede. Il

catalogo di questi abusi politici, si diceva, è lungo. Proponiamo alcuni esempi.

Iniziamo con le presunte responsabilità di Togliatti, dichiarate dal suo exsegretario

Massimo Caprara e riprese da un dotto giornalista della «Stampa»

di Torino (20 settembre 1996, p. 22), nell’uccisione di Mussolini voluta, si dice

nell’articolo, dal Cominform: peccato che il Cominform venne istituito nel

settembre del 1947 e nemmeno sarebbe plausibile un semplice refuso dato

che il Comintern era stato sciolto il 15 maggio 1943 e Mussolini venne passato

per le armi il 28 aprile 1945. In questo primo caso si tratta semplicemente

di ignoranza che, comunque, non è una colpa lieve. Un uso dei documenti al-

MARCO ALBELTARO**

* DOCENTE DI STORIA CONTEMPORANEA

DELL’UNIVERSITÀ DI TORINO

** COMITATO POLITICO REGIONALE PRC

DEL PIEMONTE

IDEE

53


54

quanto disinvolto sta invece alla base della «rivelazione» fatta da Dario Fertilio

sul «Corriere della Sera» del 12 gennaio 1996 (p. 13). Il giornalista, prendendo

per autentico un documento dattiloscritto (compresa la firma di Togliatti),

affermava in modo perentorio che quest’ultimo avrebbe ordinato di

eliminare il capo di una banda partigiana operativa nell’Appennino emiliano,

rea di non essere sufficientemente filo-sovietica in virtù della sua estrazione

azionista 1 . Dopo alcune pagine di ribalta giornalistica, questo documento non

riaffiorò mai più e, a testimonianza della sua falsità, giace sepolto in qualche

redazione giornalistica in attesa di essere riproposto, ne siamo certi, in occasione

di una nuova «scoperta». Vale la pena di citare poi, sempre per percorrere

le vie dell’ignoranza, l’articolo di Carlo Sgorlon dell’estate del 1997 nel

quale si sosteneva che Togliatti, trovandosi a Mosca il 7 febbraio 1945, ebbe certamente

un ruolo nella nota strage di Porzûs. Fortunatamente Roberto Gualtieri

venne in soccorso della verità storica facendo notare al distratto Sgorlon

che nel febbraio del 1945 Togliatti si trovava non già a Mosca ma a Napoli, nel

regno del Sud, e non da un paio di giorni ma dal marzo del 1944 (cfr. «l’Unità»,

19 agosto 1997, p. 15). Per fortuna la storia si fa con le date che – almeno

quelle – è difficile mettere in discussione.

Giova citare ancora quello che forse è il «caso Togliatti» per eccellenza. In

questa occasione i responsabili sono degli storici in cattedra che a chiare finalità

di speculazione politica unirono una disinvolta filologia. Si tratta della celeberrima

lettera di Togliatti sugli Alpini italiani prigionieri in Russia. In questo

caso si incontrarono in una sfortunata sintesi il tentativo di influire sulla

campagna elettorale del 1992, ostacolando anche l’ascesa di Nilde Jotti alla

presidenza della Repubblica (non è un caso che i giornali che si occuparono

del caso pubblicarono in svariate occasioni molte fotografie che ritraevano Togliatti

in compagnia della Jotti), e la disinvolta (eccediamo con un eufemismo)

filologia dell’«editore» del documento, lo storico Franco Andreucci, affiancato

dal collega Bigazzi. Fu infatti accertato da Silvio Pons e da Giulietto

Chiesa, che ebbero l’occasione di visionare il documento originale conservato

a Mosca presso l’ex istituto del marxismo leninismo, che in ben dodici punti il

contenuto della lettera era stato falsificato. La lettera venne divulgata da un

rotocalco popolare, non certo quindi nel modo ideale per aprire un dibattito

scientifico tra storici («Panorama», 2 febbraio 1992, p. 72). Alla vicenda fu

dato amplissimo risalto mediatico con «passaggi» ai TG nazionali (TG1, 3 febbraio

1992, ore 20,40), decine di articoli sui principali quotidiani, con il repentino

interesse del Presidente della Repubblica di allora Francesco Cossiga

che ribadì in quell’occasione tutta la sua crudezza accusando Togliatti di essere

niente di meno che un «assassino». Nella lettera ritrovata da Andreucci si

sarebbe provato il cinico disinteresse del leader comunista riguardo le sorti dei

prigionieri italiani in Urss. Anzi Togliatti, stando alla versione – falsa – diffusa

da Andreucci e Bigazzi, avrebbe auspicato l’eliminazione fisica dei militari italiani

onde favorire il rafforzamento dello Stato sovietico. Se invece si studia

con un poco di attenzione e senza volontà sensazionalistiche il vero testo della

lettera togliattiana ben si comprende che nulla di tutto ciò che sosteneva Andreucci

ha fondamento. Restando fermi sul principio per cui a un documento

manomesso non spetta altra sorte che il cestino è possibile affermare che se

le vere parole di Togliatti sono indubbiamente dure non è però possibile in

alcun modo affermare, come è stato fatto, che il segretario comunista auspicasse

la morte dei prigionieri italiani. Egli, con un realismo estremo, affermava

che in qualche modo la morte dei compatrioti avrebbe favorito da parte del

popolo italiano, direttamente colpito negli affetti, la definitiva presa d’atto di

come le mire imperialistiche producessero solo danni e orrori pagati col sangue

dai soldati inviati al fronte e dalle loro famiglie. Realismo quindi; crudo,

duro, oltremodo schietto ma pur sempre realismo e non, come ebbe ad affermare

Cossiga, colpa omicida. Se infatti si tiene conto della temperie di cui la

Alcuni snodi della

vicenda politica di Palmiro

Togliatti riaffiorano

periodicamente dall’oblio e

approdano al dibattito

pubblico. L’approccio che si

ha in queste operazioni è

solitamente quello

revisionista


lettera è un prodotto (si tratta delle battute finali della seconda guerra mondiale!)

è possibile notare come Togliatti prenda semplicemente atto di una situazione

e ne analizzi le conseguenze, in modo crudamente realista, ma senza

auspicare nessuna soluzione sanguinaria. Il che, sia detto per incidens, non è

cosa di poco conto. Ma purtroppo non è abitudine della grande ribalta mediatica

che si cimenta con la storia problematizzare e contestualizzare.

3. …ritorna puntuale…

Alcuni momenti del percorso politico di Togliatti hanno suscitato anche in

questi mesi discussioni piuttosto accese. Vale la pena di citare almeno la più

recente dipanatasi sulle pagine di «Liberazione».

In un articolo del 15 maggio scorso Girolamo De Michele ha lasciato uscire

dalla penna una notazione sibillina. Occupandosi di tutt’altro argomento ha

scattato questa istantanea del segretario comunista: «Togliatti, la cui penna era

imbevuta di dotte citazioni tanto quanto le sue mani del sangue degli anarchici

e dei trotzskisti». Un elemento che sconcerta, a prescindere dal contenuto

della notazione, è che questa frase è stata posta dal giornalista tra parentesi,

senza alcuna argomentazione di supporto come se fosse un’acquisizione storiografica

così definitiva da non necessitare nemmeno di qualche prova a supporto.

Insomma, come se fosse «senso comune». Il riferimento, par di capire, è all’esperienza

maturata da Togliatti durante la Guerra di Spagna. È infatti quello

uno di quei frangenti che con cadenza pressoché regolare vengono trascelti

dal percorso di Togliatti per essere additati come le sue peggiori colpe.

INIZIAMO DA QUI. PERCHÉ TOGLIATTI ANDÒ IN SPAGNA? E CON QUALE RUOLO?

Togliatti fu mandato in Spagna abbastanza all’improvviso. Il Comintern lo

aveva inviato come delegato all’incontro di Annemasse, in Savoia, per stabilire

con gli emissari della Internazionale operaia e socialista le forme più opportune

di collaborazione nell’aiuto «morale e materiale» alla Spagna repubblicana.

Sul piano pratico, dall’incontro scaturirono risultati modesti, perché

l’Internazionale socialista era molto divisa al suo interno. Quando Togliatti si

apprestava a rientrare a Mosca fu raggiunto dall’ordine di recarsi immediatamente

in Spagna. È probabile che la decisione del Comintern fosse motivata

soprattutto dallo stato quanto meno insoddisfacente dei rapporti fra i vari

«consiglieri» dell’Internazionale in Spagna (Codovilla, Gerö, Dahlem, Stepanov)

e la direzione del Pce, proprio in una fase in cui il peso politico di questo

nel governo e nella direzione delle operazioni militari si era accresciuto.

Certo è che, fra i massimi dirigenti del Comintern, Ercoli appariva il più indicato

ad affrontare il complicato groviglio delle questioni spagnole, di cui nessuno

come lui si era interessato sistematicamente negli ultimi anni: un interesse

culminato nel celebre articolo del novembre 1936, Sulle particolarità della

rivoluzione spagnola.

Togliatti giunse il 14 luglio 1937 a Valencia, allora sede del governo repubblicano.

Il momento era molto delicato. Le sorti della guerra civile non erano ancora

decise, ma certo non volgevano a favore della Repubblica. Il governo di

Valencia controllava poco più di un terzo del territorio nazionale: e al suo interno

restava diviso da profonde rivalità e reciproci sospetti tra le forze politiche

che lo sostenevano. Juan Negrin, il socialista che aveva sostituito alla presidenza

del consiglio Largo Caballero (costretto a dimettersi dopo quell’episodio

di guerra civile nella guerra civile che era stata la rivolta di maggio a

Barcellona), pareva riuscire a coordinare in modo più energico le operazioni

militari, ma era minacciato dalla fronda dei caballeristi e degli anarchici. Il

Pce, che aveva considerato l’esautoramento di Largo Caballero un successo

della propria linea politica, aveva accresciuto il proprio peso politico nel go-

IDEE

Essere un dirigente del

Comintern senza

«sporcarsi le mani» – non

necessariamente di sangue

– o almeno la coscienza, era

praticamente impossibile

nella seconda metà degli

anni Trenta

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verno e nel Paese, e sosteneva con convinzione Negrin: tuttavia la sua spregiudicata

pratica di occupazione del potere, attraverso l’immissione dei suoi

uomini nei posti chiave dell’esercito e dell’apparato dello Stato, e la sua manifesta

volontà di procedere all’annientamento dell’estrema sinistra del

Poum, equiparata alla «quinta colonna fascista», suscitavano forti preoccupazioni

negli alleati.

Togliatti aderiva senza riserve alla linea politica del Comintern, che egli stesso

aveva contribuito a enucleare: «La Spagna – aveva scritto nell’ottobre 1936

– non è ancora matura per la rivoluzione socialista, e ogni tentativo di porla

all’ordine del giorno avrebbe come unico risultato la rottura del fronte unico

in difesa della repubblica, cosa che tornerebbe a esclusivo vantaggio dei fascisti».

A questa posizione egli restò sostanzialmente fedele fino alla fine, come

dimostrano i rapporti che inviò dalla Spagna a Mosca. Certamente, e ne parleremo

in modo più diffuso, della linea del Comintern, «Alfredo» – questo era

il suo nome di battaglia in Spagna – condivideva anche alcune punte di intransigenza

settaria. Tuttavia si può concordare pienamente con il giudizio di

Gabriele Ranzato, autore di un’eccellente storia della Repubblica e della guerra

civile spagnola: nel quadro della politica spesso contraddittoria del Comintern,

Togliatti fu forse il rappresentante più conseguente della tendenza che

cercava «di evitare ogni inutile dissenso che indebolisse la compattezza da opporre

al nemico, di sopire ogni prematuro conflitto all’interno del Fronte popolare,

di frenare le impazienze rivoluzionarie, gli attacchi personali, gli atteggiamenti

settari e provocatori nei confronti degli alleati» 2 . .

VENIAMO ORA ALLE «MANI GRONDANTI DI SANGUE». CI FU UN COINVOLGIMENTO DIRET-

TO E DOCUMENTABILE DI TOGLIATTI NELLA REPRESSIONE DEI GRUPPI TROTZKISTI E ANAR-

CHICI SPAGNOLI? UNO DEI CASI EMBLEMATICI CHE PER LUNGO TEMPO SI È ADDEBITATO A

TOGLIATTI ERA L’ASSASSINIO DI CAMILLO BERNERI. IN REALTÀ PER FAR CADERE QUESTA

ACCUSA AL SEGRETARIO DEL PCI BASTA RICORDARE L’INCONGRUENZA DELLE DATE: TO-

GLIATTI COME HAI RICORDATO ARRIVA IN SPAGNA IL 14 LUGLIO DEL 1937 MENTRE BER-

NERI VIENE ASSASSINATO IL 5 MAGGIO. SE TOGLIATTI NULLA HA A CHE SPARTIRE CON

QUELL’OMICIDIO È FORSE RESPONSABILE DI ALTRE REPRESSIONI?

In nessun modo – non fosse, come fai notare anche tu, che per una semplice

questione di date – la responsabilità dell’assassinio di Berneri può essere ad-


dossata a Togliatti. Come non può essere fatta ricadere su di lui quella della

morte di Andrés Nìn, il leader del Poum che era stato arrestato dopo i fatti di

Barcellona il 16 giugno 1937, e che poi fu consegnato ai servizi segreti del

Sim, che rispondevano direttamente alla Nkvd sovietica, per essere assassinato

pochi giorni dopo. Sia chiaro, la sorte del Poum – come emerge dal libro

più attendibile e documentato sul Pce durante la guerra civile spagnola 3 era

stata decisa a Mosca ben prima della tragica settimana di Barcellona, almeno

dal dicembre 1936: come dirigente del Segretariato, dunque, Togliatti aveva

pienamente condiviso quella linea. E, una volta arrivato in Spagna, mostrò

contro il Poum un’ostilità assoluta, sposando la tesi che fosse «un distaccamento

organico della quinta colonna di Franco». Ma di qui a parlare di «mani

grondanti di sangue» è evidente che ce ne corre. È forse il caso di aggiungere

poi – se si vuole indugiare sul caso Berneri – che Togliatti verso gli anarchici

spagnoli ebbe un atteggiamento in generale piuttosto flessibile, non dimenticando

mai che la base di massa della Cnt era una forza dalla quale non si poteva

prescindere: e nei confronti dello stesso gruppo dirigente del sindacato

anarchico la sua posizione fu improntata alla massima duttilità.

Comunque, il problema che solleva la tua domanda è di ordine più generale.

Può essere la corresponsabilità politica equiparata tout court alla responsabilità

morale e addirittura materiale dei crimini perpetrati dallo stalinismo? È una

questione delicata, ma la risposta non può secondo me essere affermativa. Sapere

– ammesso che Togliatti lo sapesse, il che non è in verità pienamente dimostrato

– che Nìn non era affatto «en Salamanca o en Berlìn», come recitava

la propaganda ufficiale, ma era stato liquidato sommariamente dai servizi

segreti non è – nonostante tutto – la stessa cosa che avere impartito l’ordine

di eliminarlo. Allo stesso modo, per toccare un altro punto controverso della

carriera politica di Togliatti di quegli anni, avere apposto nel 1938 la propria

firma alla risoluzione del Segretariato che accusava il Partito comunista polacco

di essere un covo di spie e di provocatori, in tal modo dando il proprio avallo

alla eliminazione di molti dirigenti – probabilmente per la verità a quel

punto già avvenuta – non fa di Togliatti l’equivalente di un Vysinskij, che

istruiva processi-farsa a danni di ex-dirigenti comunisti accusati dei capi d’imputazione

più inverosimili. Essere un dirigente del Comintern senza «sporcarsi

le mani» – non necessariamente di sangue – o almeno la coscienza, era praticamente

impossibile nella seconda metà degli anni ’30. Si poteva avere fatto,

certo, una scelta diversa: avere rotto già prima con il movimento comunista,

come fecero per esempio Tasca e Silone. L’uno e l’altro, per la verità, anche

loro le mani se le erano sporcate o se le sarebbero sporcate in seguito. Dal

punto di vista dello storico, sembrerebbe corretto pesare le attenuanti e le aggravanti

del comportamento di Togliatti con la stessa apertura che si dimostra

nei confronti dei «grandi eretici» del comunismo italiano. Magari per concludere,

amaramente, che l’unico modo di serbare integra la propria coscienza

era di essere in galera: come Gramsci o come Terracini.

EFFETTIVAMENTE È UN TENDENZA COMUNE SUBIRE PIÙ LA FASCINAZIONE DEGLI ESCLUSI

CHE NON QUELLA DEI PARTECIPI. SEPPURE IL RUOLO DEI SECONDI ABBIA SEMPRE AVUTO

UN PIÙ CONCRETO RISVOLTO NELLE PRATICHE DELL’OPPOSIZIONE AL REGIME FASCISTA. HAI

CITATO GRAMSCI CHE, QUANTOMENO NELLA PROPAGANDA UFFICIALE DEL PCI, È STATO IN-

DICATO, CON QUALCHE FORZATURA, COME IL «PADRE POLITICO» DI TOGLIATTI. EPPURE

LA VULGATA SULLA VOLONTÀ DI TOGLIATTI DI NON FARE NULLA PER LIBERARE GRAMSCI

DAL CARCERE È PERSISTENTE. ANCORA RECENTEMENTE UN AUTOREVOLE STUDIOSO COME

SILVIO PONS, COMPILANDO LA VOCE TOGLIATTI PER L’EINAUDIANO DIZIONARIO DEL COMUNISMO

NEL XX SECOLO, HA NOTATO COME «TOGLIATTI VENNE ACCUSATO DI AVER ABBANDONATO

GRAMSCI AL SUO DESTINO, VANIFICANDO I TENTATIVI DI LIBERARLO DAL CARCERE FASCI-

STA» SENZA PREMURARSI DI DIRE PERÒ CHE EGLI VENNE SCAGIONATO DA QUESTA ACCU-

SA ANCHE DAI TEMIBILI TRIBUNALI SOVIETICI. MOLTI HANNO MOSTRATO COME IN REALTÀ

IDEE

TOGLIATTI ABBIA LAVORATO, DI CONCERTO

CON LE DIPLOMAZIE SOVIETICHE E VATICA-

NE, PER OPERARE UNO SCAMBIO TRA AL-

CUNI RELIGIOSI PRIGIONIERI IN URSS E

GRAMSCI: PAOLO SPRIANO, TU STESSO,

GIUSEPPE VACCA, LUCIANO CANFORA E

POI, ANCOR PIÙ DI RECENTE, RAUL MOR-

DENTI NEL SUO BEL LIBRO GRAMSCI E LA RIVO-

LUZIONE NECESSARIA 4 . ANCHE LA LETTERA DI

GRIECO CHE TANTO INQUIETÒ GRAMSCI IN

PRIGIONE, SECONDO TALUNI (I PIÙ ROZZI)

FU OPERA DI TOGLIATTI O, COME SOSTEN-

GONO ALTRI, ALMENO COSÌ GRAMSCI SI

IMMAGINÒ. TI SEMBRA PLAUSIBILE QUESTA

IPOTESI? COSA FECE QUINDI TOGLIATTI

PER AIUTARE GRAMSCI? EBBE QUALCHE

INIZIATIVA AI DANNI DELL’ANTICO SODALE?

Sulla questione dei rapporti di Togliatti

con Gramsci capisco che si

debba procedere con i piedi di piombo,

essendo sempre possibile che gli

archivi del Comintern rivelino un

giorno o l’altro qualcosa che noi non

sappiamo. Ma, allo stato attuale delle

nostre conoscenze, non c’è nessun indizio

che Togliatti abbia fatto qualcosa

per danneggiare il suo vecchio compagno

dell’«Ordine Nuovo», e nemmeno,

mi pare, che abbia – per così

dire – peccato d’omissione, cioè che

non abbia fatto tutto quello che riteneva

possibile per liberarlo. Il clamore

sollevato cinque anni fa dopo la

pubblicazione di un articolo di Pons

sul «Corriere della Sera» 5 , che rivelava

l’esistenza di una serie di documenti

negli archivi del Comintern dai

quali sarebbero scaturiti pesanti sospetti

sull’atteggiamento di Togliatti,

si è spento abbastanza presto. E mi

pare in realtà che abbia trovato un

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58

certo credito la tesi che io stesso ho avanzato, cioè che quella che venne ordita

fra il 1939 e il 1941 fu – semmai – non una trama ordita contro Gramsci dal

suo partito, e in prima persona dal suo vecchio compagno dell’«Ordine

Nuovo», ma piuttosto, se si volesse usare una parola forte, un complotto contro

Togliatti. Nella charateristika del 21 settembre 1940 (cioè nella scheda biografica

redatta dall’Ufficio quadri del Comintern) oltre a riportare le accuse

della famiglia Schucht circa il presunto sabotaggio da parte di Ercoli nei confronti

dei tentativi di liberare Gramsci, si seminavano sospetti sulle circostanze

in cui era avvenuto il suo arresto a Parigi il 1° settembre 1939. Si aggiunga che

Manuilskij, in una lettera a Stalin del 25 maggio 1939, rimproverava a Togliatti

di aver taciuto che l’archivio del partito spagnolo negli ultimi concitati giorni

della guerra civile spagnola era caduto nelle mani dei «servizi segreti stranieri».

E ora sappiamo dal diario di Dimitrov che proprio gli spagnoli, nelle persone di

José Diaz e di Dolores Ibarruri, dichiararono di non avere piena fiducia in Ercoli,

anche se ammisero di non poter dare a questo sentimento «un fondamento

concreto». La sola ombra del sospetto portò comunque il 18 luglio 1941 alla

decisione di escludere Ercoli dalle decisioni sulle «questioni strettamente segrete».

Non era una misura di poco conto, dal momento che sempre dal diario di

Dimitrov risulta che il 23 giugno era stato chiamato, con lo stesso Dimitrov e

con Manuilskij, a far parte della «direzione permanente» dell’Esecutivo. È curioso

che Pons, nella sua ampia introduzione al diario di Dimitrov, non dia

alcun rilievo alla notizia della misura cautelativa adottata nei confronti del dirigente

italiano, limitandosi a una stringata nota in margine all’annotazione di

Dimitrov. Aggiungiamo ancora altri particolari che sembrano essere stati dimenticati.

Nella primavera del 1938 il vecchio bolscevico Piatnitskij fu interrogato

dai suoi inquisitori circa i «rapporti controrivoluzionari» di Duclos e Togliatti

con un «gruppo di spionaggio trotskista e di diversione terrorista interno

al Comintern». Nel marzo era stato arrestato Paolo Robotti, cognato di Togliatti,

liberato solo nel settembre 1939, che ha in seguito sostenuto che il bersaglio

che si voleva colpire estorcendoli una confessione era proprio Ercoli. E Nina

Bocenina, che fu segretaria di Togliatti al Comintern dal settembre 1941 al

marzo 1944, ha riferito nelle sue memorie che il 16 o il 17 ottobre 1941, nei

giorni stessi cioè in cui aveva luogo l’evacuazione dei quadri dirigenti del Comintern

da Mosca a Kuibysev, il suo superiore fu tratto in arresto da agenti

della Nkvd e tenuto in stato di fermo per una giornata. Pons parla di un’inchiesta

istruita su Togliatti: non è detto che essa sia stata formalmente aperta, quel

che è certo è che a carico del segretario del Pci si stavano raccogliendo già da

anni informazioni ed elementi volti a presentarlo in una luce sfavorevole. Non

che questo trattamento fosse riservato a lui solo né, per quel che si può supporre,

che fosse motivato da ragioni politiche particolari: era la prassi corrente

negli anni del Grande Terrore, una prassi che esponeva ogni dirigente del Comintern

a pressioni e ricatti pesanti.

Comunque, anche queste cose erano largamente note: ne ho parlato nella

mia biografia di Togliatti, che sarà ripubblicata in settembre in Gran Bretagna,

come accennavi, senza modifiche di sostanza su questo punto. Ma, si sa, la

stampa quotidiana divora con voracità e disinvoltura le notizie che essa stessa

produce, e le relega nell’oblìo dopo pochi giorni. Molti giornalisti, anche tra

i migliori, trattano le questioni sollevate dal nuovo scoop di turno dando ogni

volta per azzerato lo stato delle conoscenze e delle ricerche storiche, e non si

prendono la briga di controllare i precedenti nemmeno negli stessi archivi del

giornale in cui lavorano. L’importante è il clamore suscitato, e poco conta

tutto il resto.

NON PENSI POI CHE L’OPERA TOGLIATTIANA DI EDIZIONE DEI QUADERNI IN QUALCHE MODO

RAPPRESENTI UNA VIA D’USCITA INTELLETTUALE OPERATA DA TOGLIATTI NEI CONFRONTI

DELLA «ROZZA» DOTTRINA STALINIANA?


Sì, penso che sia così, anche se Togliatti probabilmente nemmeno in una conversazione

privata avrebbe mai definito «rozza» la dottrina staliniana. La storia

dell’«eredità letteraria» di Gramsci, come nell’ambiente del Comintern si

cominciò a chiamare subito dopo la sua morte il corpo dei suoi scritti, è stata

ricostruita esemplarmente in Togliatti editore di Gramsci, a cura di Chiara Daniele

e con una lunga Introduzione di Giuseppe Vacca 6 . È una storia appassionante,

non priva, soprattutto all’inizio, di contrasti drammatici. Su quella eredità

si aprì a Mosca, fra il 1937 e il 1941, una dura battaglia: la moglie di Gramsci

e le sue sorelle (soprattutto Tatiana, che si era convinta, sulla base dei sospetti

di Antonio, che Togliatti fosse corresponsabile della «lettera famigerata» di

Grieco del 1928 e che avesse sabotato i tentativi di arrivare alla liberazione del

prigioniero attraverso uno scambio) si adoperarono per affidare la pubblicazione

dei quaderni a una commissione internazionale composta «da membri

dei partiti fratelli, compresi compagni del partito comunista panrusso bolscevico».

Viene qualche brivido lungo la schiena a pensare che le cose sarebbero

anche potute andare così, vista la campagna di discredito contro Togliatti di

cui abbiamo parlato e a cui le sorelle Schucht avevano offerto l’esca. Chissà

come sarebbero stati i Quaderni editi da Vincenzo Bianco, Stella Blagoeva e

magari Zdanov. Nei terribili anni del sospetto, però, la determinazione e il gelido

autocontrollo di Togliatti – insieme alla sua capacità di manovra – ebbero

la meglio, e alla fine, terminata la guerra, le lettere e i quaderni furono consegnati

al partito italiano. Il piano della pubblicazione delle opere gramsciane

fu messo a punto con grande attenzione da Togliatti stesso, che ne delegò

l’esecuzione a compagni di sua stretta fiducia, ma non cessò per un solo momento

di sovrintendere da vicino ai suoi criteri. Importantissima, fin dal 1937,

fu la funzione di Piero Sraffa, con il quale Togliatti si consigliò in continuazione.

Fondamentale fu poi naturalmente il supporto della casa editrice Einaudi,

e non solo per gli aspetti tecnici, come molte lettere di Giulio Einaudi e dei

suoi collaboratori testimoniano. Nell’attentissima regìa che Togliatti mise in

atto nell’edizione di Gramsci non mancarono certo aspetti censori, ma non furono

né prevalenti né, soprattutto con il passare del tempo, tali da deformare

in modo sostanziale il pensiero gramsciano. La scelta dell’edizione tematica

dei Quaderni – pur ritenuta necessaria per renderli accessibili ai lettori – non

escluse che fin dall’inizio si pensasse anche a un’edizione cronologica critica,

che Togliatti stesso caldeggiò con vigore.

TOGLIATTI VIVE QUINDI NEGLI ANNI PIÙ DURI DELLA STORIA EUROPEA «TRA DUE FUOCHI»:

DA UN LATO LA RESPONSABILITÀ DI DIRIGERE DALL’ESILIO IL PCD’I CHE TENTA CON OGNI

MEZZO DI LOTTARE CONTRO LA DITTATURA FASCISTA E DALL’ALTRA LA PERMANENZA IN

UN’UNIONE SOVIETICA SEMPRE MENO ATTENTA ALLA ESIGIBILITÀ DELLA DEMOCRAZIA FOR-

MALE. È NOTO DA APPROFONDITE RICERCHE 7 (SERIE E DOCUMENTATE SEPPUR NON SEMPRE

CONDIVISIBILI NELLE CONCLUSIONI) CHE DIVERSI COMUNISTI ITALIANI FURONO ASSASSINATI

DURANTE GLI ANNI DELLE PURGHE. IN QUALE MISURA TOGLIATTI FU COINVOLTO – SE LO FU

– IN QUEGLI ASSASSINII? PROPRIO LA PUBBLICAZIONE DELLE RICORDATE RICERCHE DIEDE

ADITO A UN’AMPIA CAMPAGNA MEDIATICA SEMPRE VOLTA AD ATTRIBUIRE A TOGLIATTI LA

COLPA DI QUELLE UCCISIONI. FURONO VOCI FONDATE?

Questa resta secondo me una delle pagine più controverse e discutibili della

biografia di Togliatti. Intendiamoci, le cose che abbiamo detto a proposito

della tremenda pressione di cui era oggetto ogni dirigente dell’apparato del

Comintern devono essere tenute presenti anche in questo caso. Togliatti evidentemente

temeva che ogni suo minimo passo falso, ogni sospetto anche

solo di indulgenza nei confronti di un inquisito da parte della Nkvd potesse

essere usato contro di lui, per danneggiarlo politicamente ma anche – l’eventualità

non era da escludere – coinvolgendolo in modo diretto come vittima

della repressione. Perciò, salvo rari casi di cui si stenta a trovare una traccia

IDEE

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60

documentaria solida (mentre esiste qualche testimonianza successiva nella

memorialistica), si astenne sempre dall’intervenire a favore dei compagni italiani

finiti nel «tritacarne staliniano». Non ci sono elementi per dire che abbia

fatto personalmente opera di delazione nei confronti di qualcuno, ma certo

possiamo affermare che si spese pochissimo, o forse non si spese affatto, per

tirare qualcuno fuori dai guai. Poteva fare di più? È difficile dirlo, ma malgrado

tutto credo di sì, che correndo qualche minimo rischio in più avrebbe potuto.

Ci furono dirigenti del Comintern di rango simile al suo, a cominciare da

Dimitrov, che lo fecero, e in più di un’occasione.

Paolo Robotti, reduce da parecchi mesi di galera e di duri interrogatori nei sotterranei

della Lubjanka, incontrerà Togliatti poco dopo il ritorno di questi a

Mosca, nella primavera del 1940:

«Gli raccontai alcuni particolari della mia “avventura” – riferisce Robotti –

mentre egli ascoltava pensieroso. Compresi che certe cose che gli dicevo, da

lontano le aveva intuite». «Per quanto ho potuto, – mi disse – certe cose le ho

arginate e impedite, pur essendo lontano» 8 .

In verità, Togliatti aveva ben più che «intuito»: negli archivi dell’IC si può trovare,

a firma Ercoli, una «nota caratteristica» sulla persona di Robotti, redatta

nel luglio 1939, cioè quando il malcapitato era ancora in prigione: sono due

pagine asciutte, che riferiscono i dati della biografia di Robotti e i suoi meriti

di comunista, ma non tacciono della sua tendenza a «esasperare inutilmente

i rapporti con i compagni» (e Robotti, effettivamente non ha certo avuto la

mano leggera nel Club degli emigrati). Resta vero che «arginare», più che

«impedire», è probabilmente tutto ciò che Togliatti poteva fare: senza dimenticare,

comunque, che, fatti salvi i dubbi e anche i turbamenti che in più

d’una occasione devono averlo tormentato, vi è da parte sua, come ha scritto

Paolo Spriano, «non solo accettazione ma iniziativa nella lotta al trotskismo» 9 .

Le competenze di responsabile per la sezione agitazione e propaganda del Comintern

lo collocano in effetti per così dire «in prima linea» su questo terreno.

Già ben prima del processo contro Zinov’ev e Kamenev, nel dicembre del

1935, Ercoli presenta al Segretariato un progetto di risoluzione «sulla lotta

contro il trockismo nei paesi capitalistici». Esso denuncia come particolarmente

pericolosa l’influenza del trockismo «fra gli elementi e le organizzazioni

socialdemocratiche che si orientano verso una politica rivoluzionaria di

fronte unico» e esorta a combattere apertamente «ogni attitudine di liberalismo

putrido verso i punti di vista del trockismo» 10 .

A questa linea di condotta Togliatti mostrerà di volersi attenere in particolare

nei confronti del proprio partito, non lesinando gli sforzi per richiamare il

centro estero di Parigi alla massima vigilanza e alla più severa intransigenza.

Personalmente, non mi sento di escludere che Togliatti almeno in parte fosse

convinto che era in atto un complotto contro il potere sovietico, un complotto

in cui potevano essere stati coinvolti ex-esponenti dell’opposizione, per reprimere

il quale si doveva usare ogni mezzo. Ma che pensasse che questo

complotto fosse tanto esteso da includere isolati militanti italiani appare più

difficile da credere. Credo che si debba attribuire il suo atteggiamento a un eccesso

di prudenza.

4. …ma non «va lontano»

SIAMO PARTITI PONENDO IN MODO POLEMICO MA TUTTO SOMMATO VELATO UNA QUESTIO-

NE, CHE ORA È IL CASO DI ESPLICITARE: PERCHÉ PROPRIO TOGLIATTI VIENE ADDITATO

COME ESEMPIO NEGATIVO DI UNA DELLE STAGIONI – QUELLA DEL COMUNISMO ITALIANO

– CHE, PIACCIA O MENO, HA CONTRIBUITO CON MAGGIORI SFORZI E PIÙ FERMA DETERMI-

NAZIONE AL PROGRESSO DEMOCRATICO DELLA REPUBBLICA? SPESSO LA SCELTA DELLA

DEMONIZZAZIONE – CHE PROPRIO PERCHÉ SEMPLICISTICA, È PROFONDAMENTE ANTISTORI-

CA OLTRE CHE INTELLETTUALMENTE DISONESTA – SOTTENDE LA VOLONTÀ DI OPERARE UN


PARRICIDIO DA PARTE DI FIGLI INCAPACI DI RACCOGLIERE L’EREDITÀ POSITIVA DEL LORO

ILLUSTRE GENITORE POLITICO.

PER CONCLUDERE QUINDI: DA STORICI, DA INTELLETTUALI, MA ANCHE DA MILITANTI,

COME DOBBIAMO, SECONDO TE, RAPPORTARCI ALL’«EREDITÀ» POLITICA E INTELLETTUALE

DI TOGLIATTI?

Torniamo quindi al punto da cui siamo partiti: l’improvvido inciso di Girolamo

di Michele su «Liberazione» che hai citato all’inizio sembra dare la misura

di quanto anche nella coscienza diffusa della sinistra sia penetrato un certo

«senso comune» a proposito di Togliatti. Su di lui resta la macchia incancellabile

del passato staliniano, e quello che ha fatto dopo in fondo conta poco, in

ogni caso non vale a redimerlo. In più era cinico, spregiudicato, freddo calcolatore,

ecc. ecc. È chiaro che l’arena mediatica ha ampiamente speculato su

questa rappresentazione: perché costituisce materia di passioni nonostante

tutto ancora non sopite e quindi attira l’attenzione, per dirla banalmente «fa

vendere», perché risuscita ogni volta polemiche accese fra le tradizioni politiche

della nostra storia repubblicana, piuttosto malconce e intente più che

altro a leccarsi le ferite, ma inopinatamente pronte a ricompattarsi o a dividersi

sulla «questione comunista». E il punto è questo: Togliatti – a torto o a

ragione – è lo specchietto di tornasole dell’inesausta attualità di tale questione,

che non è in realtà stata superata con la fine del soggetto politico che l’ha

originata. L’anticomunismo riesce incredibilmente ancora a essere il collante

di maggioranze di governo eterogenee, oltre che una specie di straccio rosso

agitato per eccitare gli istinti più rozzi di ampi strati dell’opinione pubblica.

Togliatti poi si presta particolarmente bene alla bisogna: nessun dirigente comunista

come lui – certo non Gramsci, non Di Vittorio, non Berlinguer – è

stato partecipe in modo tanto vivo dell’epoca più tragica del ‘900, nessuno più

di lui si è esposto nell’interpretare una certa visione della storia. Poco conta

che nell’ultimo ventennio della sua vita abbia cominciato, con iniziale grande

cautela e reticenza, poi via via sempre più coraggiosamente, a riflettere e interrogarsi

sui fondamenti della sua concezione del mondo. Chi più di lui può

essere assunto come figura paradigmatica del comunismo novecentesco? Collaboratore

stretto di Stalin, corresponsabile dei suoi misfatti, lucido esecutore

dei suoi machiavellici disegni di sovversione dell’Occidente, spietato mandante

dell’immaginario terrore rosso che infuria nell’Italia del dopo-liberazione:

se del comunismo si vuole accreditare una certa immagine, Togliatti può essere

usato come suo specchio. E questa parte della sua biografia può essere costantemente

utilizzata per oscurare l’altra, quella di strenuo e coraggioso oppositore

del fascismo, di padre costituente, di artefice di quello che Calamandrei

chiamò il «disciplinamento» di masse potenzialmente sovversive nel

quadro del nuovo Stato repubblicano, di artefice della trasformazione di milioni

di ribelli e sudditi in cittadini.

Io non ho mai inteso di presentare un’immagine edulcorata o agiografica di

Togliatti, ma da molti anni sono convinto che debba essere trattato come oggetto

e soggetto di storia, non come pretesto per discutibili rese dei conti. E

devo dire che, negli ultimi anni, mi è parso che si sia un po’ stemperata la polemica

non solo storiografica, ma perfino politica e giornalistica che ha come

bersaglio Togliatti. Mi sembra che si sia più vicini, pure nella persistente diversità

di interpretazioni, a trovare alcuni criteri di giudizio comune – primo fra

tutti quello, elementare per uno storico ma a lungo disatteso – della contestualizzazione

degli avvenimenti e dei comportamenti. Sarebbe davvero strano

– per non dire sconfortante – che la sofferta e confusa ricerca d’identità di

una sinistra non moderata provocasse dei passi indietro rispetto a questa direzione

di marcia.

IDEE

1. Cfr. L. Canfora, Togliatti e i critici tardi, Milano,

Teti, 1998, pp. 13, 65. Si attinge ampiamente

dalla ricostruzione di Canfora

anche per altri casi qui rendicontati.

2. G. Ranzato, L’eclissi della democrazia. La

guerra civile spagnola e le sue origini 1931-1939,

Torino, Bollati Boringhieri, 2004, p. 579.

3. A. Elorza y Marta Bizcarrondo, Queridos

Camaradas. La Internacional comunista y Espana,

Barcelona, Planeta, 1999.

4. Roma, Editori Riuniti, 2007.

5. S. Pons, Gramsci tradito? Nuovi indizi contro

Togliatti, «Corriere della Sera», 17 luglio

2003.

6. Roma, Carocci, 2005 («Annali» della

Fondazione Istituto Gramsci, XIII).

7. Si ricordino almeno E. Dundovich, Tra

esilio e castigo. La repressione degli antifascisti

italiani in Unione Sovietica (1936-1938), Roma,

Carocci, 1998; Reflections on the Gulag. With a

Documentary Appendix on the Repression of Italians

in the USSR, a cura di E. Dundovich, F.

Gori, E. Guercetti, «Annali» della Fondazione

Giangiacomo Feltrinelli, XXXVII, Milano,

Feltrinelli, 2003; E. Dundovich, F. Gori,

Italiani nei lager di Stalin, Roma-Bari, Laterza,

2006.

8. P. Robotti, La prova, Bari, 1965, p. 234.

9. P. Spriano, Il compagno Ercoli, Roma, Editori

Riuniti, 1980, p. 107.

10. Togliatti negli anni del Cominter (1926-

1943), «Annali» della Fondazione Istituto

Gramsci, X (1998), a cura di A. Agosti,

Roma, Carocci, 2000, pp. 156-160.

61


62

perché Marcuse oggi?

riflessioni su potere e tecnologia

intervista a Andrew Feenberg *

PROF. FEENBERG, LEI È UNO STUDIOSO DEL PENSIERO DI MARCUSE. LEI PENSA CHE QUE-

STO FILOSOFO SIA ANCORA OGGI IMPORTANTE PER SVILUPPARE UNA RIFLESSIONE SULLA

REALTÀ SOCIALE?

Marcuse è stato un pensatore molto radicale, molto critico della società liberale

e della solita visione ottimistica del progresso tecnologico. Oggi la situazione

è ben peggiore rispetto a quella degli anni ’60. Le conseguenze negative

del progresso tecnologico come l’inquinamento ambientale, l’unidimensionalità

dell’uomo, che egli denunciò, e la manipolazione dei mezzi di

comunicazione e di informazione di massa sono la prova di questo peggioramento.

Marcuse aveva chiaro in mente ciò che era sbagliato. Davvero pochi

filosofi hanno affrontato così chiaramente come ha fatto Marcuse queste questioni

e offerto una prospettiva di speranza nel cambiamento sociale. Credo

sia questa la ragione per cui oggi egli sia davvero rilevante. Non sono più gli

anni ’80, nel corso dei quali filosofi come Habermas e Rawls dominavano la

discussione della politica. Questi ultimi davvero appartenevano al club della

«fine della storia» e rappresentavano l’idea che la democrazia liberale avesse

ormai trionfato. Ma la storia non è chiaramente finita e si sta sviluppando in

modo sempre più attivo e con conseguenze ancora più imprevedibili. Noi

siamo in questo momento nel pieno di una crisi e Marcuse è stato un pensatore

della crisi.

CHE TIPO DI RIFLESSIONI HA SVOLTO MARCUSE SULLA CRISI DEL CAPITALISMO? QUALI

SONO SECONDO LUI I FATTORI DI CRISI E CHE TIPO DI SOLUZIONI HA PROPOSTO?

Marcuse era un marxista e perciò riteneva che la struttura della società fosse

divisa in classi nonché determinata dalla scarsità. La grande massa della popolazione

non ha opportunità di sviluppare capacità culturali per il governo e

l’organizzazione sociale e come risultato solo una piccola minoranza monopolizza

il plusvalore e conduce il gioco. C’è una sorta di necessità storica, se non

una giustificazione, dell’ineguaglianza tra le classi. La domanda che pone

Marcuse è se questa struttura non sia obsoleta in una società così ricca e che

potenzialmente potrebbe dare l’opportunità a tutti di sviluppare capacità di

autogoverno. L’obsolescenza della competizione ha delle implicazioni politiche

molto serie perché l’ineguaglianza di classe è perpetrata senza una funzione

storica; cioè è perpetrata attraverso il sistema dei consumi che genera

una competizione per scarse risorse e che mantiene ancora persone che lottano

per la sopravvivenza. Questo ha conseguenze patologiche, che si esprimono

in problemi sociali, psicologici, nel razzismo o nell’aggressività collettiva.

SILVIA DE BIANCHI**

* CANADA RESEARCH CHAIR IN FILOSOFIA DELLA

TECNOLOGIA, SCHOOL OF COMMUNICATION, SIMON

FRASER UNIVERSITY DI VANCOUVER.

HTTP://WWW.ROHAN.SDSU.EDU/FACULTY/FEENBER

G/

** RICERCATRICE


La prospettiva alternativa è quella di una società pacificata in cui gli individui

lavorino e vivano non più pressati dalla competizione, ma cooperino, piuttosto

che essere in uno stato di costante malcontento e competizione per aumenti

salariali e beni di consumo. Per ottenere questo obiettivo Marcuse

crede che una rivoluzione sociale sia necessaria.

IN CRITICAL THEORY OF TECHNOLOGY LEI CRITICA LA VISIONE DELLA TECNOLOGIA DI HEIDEGGER.

PERCHÉ, SECONDO LEI, QUEST’ULTIMA VA RIGETTATA?

Riassumere Heidegger in due o tre punti è davvero difficile. Comunque la sua

idea di base sulla tecnologia è che il sistema tecnologico moderno copre ogni

aspetto della vita sociale. Egli non si concentra tanto sui dispositivi tecnologici

ordinari quanto sull’attitudine degli individui nei confronti del mondo. Dal

momento che noi vediamo tutto come un dispositivo tecnologico, inclusi noi

stessi, egli ritiene che il mondo – come regno di sistemi, risorse, materie

prime, componenti e macchine in cui gli esseri umani sono incorporati – sia

una cosa terribile. Cos’è che non convince di questa visione? Fondamentalmente

Heidegger ha sopravvalutato la misura in cui gli uomini sono dominati

dalla tecnologia. Restano aperte molte altre possibilità di resistenza alla

mentalità tecnocratica. Inoltre Heidegger confonde dispositivi e attitudini. Ciò

che lui chiama «tecnologia» non è propriamente tecnologia, ma è un’attitudine

nei confronti del mondo. Questo è il vero problema. Ad esempio, egli ha

messo a confronto la meccanicizzazione dell’agricoltura e l’Olocausto, ponendo

l’accento sul loro comune carattere di svelare una visione, un’attitudine

tecnologica. Ma i significati di queste due cose sono completamente e radicalmente

differenti, anche se la tecnologia è presente in entrambi gli esempi.

Non è mai stato chiaro come Heidegger distinse queste differenti dimensioni

della vita sociale umana. Un limite importante di questo approccio è che esso

sottovaluta la dimensione sociale della tecnologia. Heidegger non trova un

modo per pensare come la tecnologia sia differente a seconda dei differenti

gruppi sociali e gli interessi che ne determinano il disegno. Questa mancanza

di discriminazione rende impossibile pensare in termini politici e io penso che

noi abbiamo bisogno di pensare in termini politici.

POTREBBE FARE UN ESEMPIO CHE ILLUSTRI LE RELAZIONI TRA LA TECNOLOGIA E L’ORGA-

NIZZAZIONE SOCIALE UMANA?

Prendiamo l’esempio delle politiche ambientali. Quando il movimento ambientalista

iniziò negli anni ’60-’70 era un luogo comune dire che «queste

persone si oppongono alla tecnologia, vogliono tornare indietro e vivere tra

gli alberi!». Non c’era allora una vera opinione pubblica sulla questione della

tecnologia, eccetto il fatto che si pensava che essa fosse tout court sinonimo di

IDEE

Si suppone vi sia una

necessità storica

dell’ineguaglianza tra le

classi. La domanda che pone

Marcuse è se questa

struttura non sia obsoleta

in una società così ricca e

che potenzialmente

potrebbe dare l’opportunità

a tutti di sviluppare

capacità di autogoverno

63


64

progresso. Nessuno faceva attenzione all’inquinamento e ai pericoli connessi

a determinate tecnologie (inquinamento chimico, energia nucleare ecc).

Dopo trenta-quarant’anni finalmente si è compreso che la tecnologia è flessibile

e che non è una cosa identica al progresso in se stesso a meno che non vi

sia indirizzata. Oggi c’è una presa di coscienza delle possibili differenti politiche

tecnologiche e questa è la confutazione pratica della visione pessimistica

di Heidegger. Dal momento che noi comprendiamo il carattere flessibile della

tecnologia che ha effetti sulla nostra vita, scopriamo che possiamo ridare

forma alle nostre vite ridisegnando la nostra tecnologia. Ci sono molte implicazioni

filosofiche generali nella scoperta di politiche tecnologiche da parte

del pubblico più di quanto Heidegger avesse voluto ammettere. Heidegger

contrappose la tecnica tradizionale alla tecnologia moderna: la prima ha il suo

fine in se stessa, la seconda è senza fini estrinseci ed è concepita come qualcosa

di neutrale. Questo modello è parzialmente corretto, ma è sbagliato a un

livello più profondo. In Marcuse è molto chiaro che tutta la tecnologia è

orientata da gruppi sociali al fine di promuovere i propri interessi. Una tecnologia

neutrale non è davvero tale perché la sua semplice neutralità la rende

disponibile per servire il potere. Dal punto di vista di Marcuse è necessario ricostruire

la tecnologia come qualcosa che sia orientata all’affermazione della

vita umana.

VORREI ORA CHIEDERLE QUALCOSA DELL’ESPERIENZA CHE LEI HA AVUTO NEL 1968 A PA-

RIGI E IN CHE MISURA QUESTA SIA STATA INFLUENZATA DA MARCUSE.

Heidegger non trova un

modo per pensare come la

tecnologia sia differente a

seconda dei differenti

gruppi sociali e gli

interessi che ne

determinano il disegno


È una storia che ha risvolti divertenti. Allora venne pubblicato un articolo sul

Nouvelle Observateur dal titolo Marcuse, il guru degli studenti in rivolta. Tutti lo

avevano letto e si diffuse lo slogan «Marx, Mao, Marcuse». L’uomo a una dimensione

era stato pubblicato qualche anno prima (1964) e venne molto pubblicizzato

quando uscì nella traduzione francese. Ma di fatto davvero pochi

studenti conoscevano Marcuse prima degli eventi del ’68 e Le Monde pubblicò

un articolo intitolato ‘Chi ha letto Marcuse?’. La risposta fu «Nessuno». La sua

influenza fu piuttosto scarsa nel 1968. D’altra parte, gli studenti e i lavoratori

che erano protagonisti di quegli eventi cercavano una teoria che permettesse

di capire il senso profondo della loro azione e iniziarono a leggere Marcuse.

Così Marcuse divenne più popolare di quanto non fosse prima, perché era

nello spirito di quel movimento.

LEI HA EVIDENZIATO LA CONNESSIONE TRA IL POTERE E UNA TECNOLOGIA FINALIZZATA AL

PROFITTO. NEL MONDO QUESTO SCHEMA È DIFFUSO E SEMPRE PIÙ RINTRACCIABILE. PENSA

CHE LO STESSO STIA ACCADENDO IN CINA, CONSIDERANDO IL RUOLO DELLA TECNOLOGIA

NELLA SUA INCREDIBILE CRESCITA ECONOMICA?

La Cina è un Paese davvero molto difficile da capire. Ha una storia terribile

alle spalle e ora sta cercando stabilità e ordine insieme allo sviluppo economico.

Il governo centrale orienta l’opinione usando i mass media: questi ultimi

sono uno dei dispositivi chiave del potere oggi, anche in Cina. Ci sono due

grandi problemi. In primo luogo, la crescita economica della costa si contrappone

alla povertà della campagna e delle zone interne: proprio quello sviluppo

impetuoso ha creato nuove ineguaglianze. In secondo luogo, il governo

centrale non esercita più un controllo completo sui territori e gli ufficiali locali

usano a volte questa loro relativa indipendenza per i propri interessi personali:

ciò crea malcontento nella popolazione contadina più povera. Occorre

dunque bloccare la corruzione degli amministratori locali, gli abusi e ridurre

l’ineguaglianza. Nel lungo periodo infatti la situazione potrebbe esplodere, a

meno che questi problemi non vengano risolti.

UN’ULTIMA DOMANDA. COME CONCEPIVA MARCUSE LA PRASSI DELLA RIVOLUZIONE?

Nella tradizione marxista classica la rivoluzione ha a che vedere con un crescente

grado di coscienza della classe operaia. I lavoratori non sono più confinati

a un singolo lavoro in un singolo posto per tutta la loro vita, conoscono

meglio la realtà della vita sociale muovendosi e associandosi nelle fabbriche.

La differenze decadono e il lavoratore dice: «Sono uguale al capo, non

accetto le mie condizioni, conosco i miei diritti e interessi e mi ribello». L’idea

originale marxista è un’estensione delle nozioni illuministe sulla cittadinan-

IDEE

za e la rivoluzione è un’estensione

del concetto di uguale cittadinanza

applicata alla sfera economica. Ovviamente

ci sono molte differenze

tra la concezione borghese di cittadinanza

e il marxismo, ma secondo

me questo è il cuore del concetto

marxiano di rivoluzione. Che succede

nel XX secolo, quando i lavoratori

possono essere compensati con

beni di consumo, macchine, cellulari

e altro? Non sembrerebbe più necessario

ribellarsi. Questo è ciò che

Marcuse chiamò «l’integrazione

della classe operaia». Una volta che

si realizzi questo, ci sono poi due diverse

opzioni. Una è quella di dire

«Basta, è finita, bisogna semplicemente

accettare lo stato di cose presente».

Ma se sei Marcuse, allora dici

che le persone hanno interessi che

vanno oltre i beni di consumo, il

possesso di una macchina e il mero

interesse economico. Le persone

hanno bisogni estetici, bisogni di relazioni

umane e di solidarietà,

hanno bisogno di autonomia intellettuale,

tutte cose che sono negate

dalla società esistente. La concezione

della rivoluzione di Marcuse è un

ampliamento della concezione di

Marx, tesa a valorizzare ciò che è

escluso dalla società sviluppata del

consumo. Negli anni ’60 chi si opponeva

alla società consumistica si inspirò

alle idee di Marcuse. Egli sperava

che i movimenti che sfidavano

il modello dominante di accumulazione

della ricchezza potessero catalizzare

un movimento ancora più generale:

come accadde a Parigi nel

1968 (si pensi allo sciopero generale

di un mese intero in Francia). Questo

fu per Marcuse un buon segno,

perché teneva aperta una possibilità

di liberazione dalla società individualista

e utilitarista.

65


66

storiografia rigorosa e

propaganda «revisionista»

a proposito de Gli ultimi fuochi

(volume edito dall’Istituto per la Storia della

Resistenza e dell’età contemporanea di Bergamo)

Gli ultimi fuochi. 28 aprile 1945 a Rovetta, un recente volume, interessante e

complesso per la sua costruzione edito a cura dell’Istituto per la storia della

Resistenza e dell’età contemporanea di Bergamo (Isrecbg, uno degli istituti locali

più attivi nella ricerca originale e nella raccolta di fonti) 1 è stato al centro

di una campagna di stampa scandalistica che si inserisce nella direzione se

non inaugurata almeno resa popolare dai romanzi di Giampaolo Pansa. Vorrei

proporne una lettura che non tenga conto di queste polemiche ma che

probabilmente per la prima volta parta dalle ricche acquisizioni conoscitive

della ricerca.

I fatti da cui parte il testo degli Ultimi fuochi sono anche troppo noti a Bergamo

ma non fuori dal territorio. Nel Paese di Rovetta non operavano le bande

armate ma agiva un personaggio, Mach di Palmestein, di collegamento con la

componente socialista del Cln, e nei dintorni aveva operato la divisione Tagliamento

impegnata in rastrellamenti e feroci rappresaglie in particolare nel

territorio dove operavano la banda Camozzi, che faceva riferimento ai futuri

dirigenti del Partito d’azione locale, e la banda «13 martiri» aderente alle formazioni

garibaldine. Nelle ultime settimane accanto alle bande che avevano

operato a lungo in quel territorio, agiscono personaggi inviati dall’esercito inglese

col compito di coordinare l’insurrezione ridimensionando anche il ruolo

delle formazioni partigiane, fra cui spicca una figura che il volume ha il merito

di ricollocare nella sua dimensione, personale e storica: Paolo Poduje, il

leggendario Mojcano che Angelo Bendotti ha a lungo intervistato consegnando

tali interviste raccolte con i sistemi delicati e rigorosi che impone un uso

scientifico delle fonti orali all’Isrecbg stesso. Di origine italo-jugoslava, Paolo

Poduje aveva avuto una formazione politica complessa e tipica della passione

autodidatta dei militanti degli anni Trenta. A suo dire si era allontanato dal comunismo

marxista dopo la lettura del Capitale 2 , sempre a suo dire «centralizzatore»,

restando politicamente vicino a una visione personalissima di un comunismo

anarchicheggiante, ma da tutti i suoi discorsi come dalle sue scelte

il Mojcano sembra caratterizzato da una lettura dell’antifascismo come passione

che le riassume tutte e da una centralità del fatto militare caratteristica a

sua volta di quegli anni, in cui a partire dalla guerra di Spagna il conflitto politico

e sociale si traduce in scontri fra eserciti e nazioni. Infatti è la guerra di

Spagna che segna definitivamente l’impegno militante del Mojcano che vi partecipa

come volontario ma viene successivamente reclutato dai servizi segreti

militari inglesi che erano presenti su tutti i teatri di guerra. Potremmo dire

che per il Mojcano, a differenza che per socialisti e comunisti e come per i militanti

di GL e i futuri azionisti, l’impegno politico si riassume esclusivamente

nell’antifascismo ma esso si traduce in un impegno di guerra in un teatro bel-

MARIA GRAZIA MERIGGI**

* STORICA DEL MOVIMENTO OPERAIO E DOCENTE

PRESSO L’UNIVERSITÀ DI BERGAMO


lico dove i comportamenti hanno raggiunto una durezza e radicalità che la

Resistenza italiana ha ben raramente se non mai raggiunto. È la Spagna, come

ricorda Bendotti, il «punto di non ritorno» di una intera leva di antifascisti. In

seguito alla caduta della Spagna, Poduje rientra fortunosamente in Italia e trascorre

in semiclandestinità i primi anni di guerra fra Padova e Rovigno, prende

contatto col Cln di Padova nel cui ambito il Partito comunista lo invia nel

bellunese. Un’esperienza sfortunata per il contatto con la direzione politica

delle formazioni garibaldine, seguita da quella in Jugoslavia «col nome di copertura

di Paul Jones [e…] i gradi dell’esercito inglese.» L’esperienza jugoslava

rappresenta il punto d’arrivo per Poduje che finalmente combatte nella sua

terra, ma anche il contatto con una ferocia di cui dà sobriamente conto: «Lì

ho combattuto contro gli ustasa. E tu sai cosa erano gli ustasa. Io ho ucciso

uno di quelli della mia parte per non lasciarlo nelle loro mani ferito […]. Non

era un atto di cattiveria, era un atto di umanità. Avrai letto che levavano gli

occhi […]» 3 Dopo queste esperienze di assoluta radicalità, Poduje arriva nella

bergamasca all’inizio del ‘45 nel contesto che abbiamo prima accennato. Per

una serie di passaggi di responsabilità e grazie al grandissimo prestigio di cui

disponevano i militari inglesi, il Mojcano si trovò ad assumere decisioni in

contrasto o almeno senza il consenso della direzione politica delle formazioni

locali. Una di esse fu la presa in consegna di un gruppo di militari della Tagliamento

nel centro di Rovetta dove si erano arresi e la fucilazione di 43 di essi.

Un evento che ha avuto nella storia e nella memoria locale una complessa

elaborazione, ricostruita acutamente da E. Ruffini nella seconda parte del volume

ma che per il suo protagonista si inserisce in esperienze ben più feroci e

radicali.

La campagna di stampa locale che si è scatenata negli anni precedenti la pubblicazione

degli Ultimi fuochi contro le ricerche che l’Isrecbg andava conducendo

si riassumono in un’accusa: che il Mojcano sarebbe servito a coprire le responsabilità

politiche dei veri avversari di tale campagna, i dirigenti politici

delle formazioni partigiane. Le formazioni GL e le comuniste, che si sarebbero

rese responsabili di un Appello ai giovani del 10 marzo 1945 contenente

un accenno ai «molti compagni […] da vendicare» che si inserisce, come osserva

Bendotti 4 nell’individuazione di gruppi sociali e umani ben definiti sui

quali far leva nel momento dell’insurrezione. Di fronte all’esigenza di screditare

tutte le componenti politiche della Resistenza, compreso il parroco di Rovetta,

don Giuseppe Bravi, il lavoro accurato e documentato dell’Isrecbg diventa

un ostacolo e l’uso delle interviste secondo criteri di fedeltà alla fonte e

di correttezza verso il testimone diventano reticenza e manipolazione.

Rispetto ad accuse così strumentali e purtroppo coerenti con lo «spirito del

tempo» diventa pressoché irrilevante contestare punto per punto le contradittorie

ricostruzioni della stampa e di numerose pubblicazioni ispirate alle stesse

finalità. Sarà utile piuttosto da un lato accertare i fatti con rigore scientifico

dall’altro cercare di decodificare i veri problemi connessi alla ricostruzione

di una memoria divisa.

Una formazione soprattutto militare e la conoscenza approfondita di tutti i

drammi dei teatri di guerra europei: ciò spiega i comportamenti di Poduje, diversi

da quelli dei dirigenti politici della Resistenza locale, sia azionisti sia comunisti

in questo accomunati dalla relazione diretta, attraverso i propri principali

dirigenti, con l’antifascismo degli anni del regime, per i quali era prioritario

garantirsi il consenso delle popolazioni e creare le condizioni perché tale

consenso potesse continuare nella ricostruzione della democrazia. In questo

complesso gioco di considerazioni entra anche un ulteriore elemento: la campagna

di uso pubblico revisionistico della storia ha completamente rimosso

che il consenso nelle settimane e nei mesi immediatamente successivi alla Liberazione

si conquistava anche con la certezza di condanne dei delitti perpe-

IDEE

Gli ultimi fuochi. 28

aprile 1945 a Rovetta, un

recente volume a cura

dell’Istituto per la storia

della Resistenza e dell’età

contemporanea di Bergamo,

è stato al centro di una

campagna di stampa

scandalistica che si

inserisce nella direzione

resa popolare dai romanzi

di Giampaolo Pansa

67


68

trati dall’esercito di Salò insieme o al posto della polizia militare e delle forze

dell’occupante. Ogni storico di periodi di crisi e di passaggio di regime e quindi

di legittimità conosce questi problemi: spesso la condanna si sovrappone

alla punizione e al risarcimento e gli episodi di giustizia sommaria sono stati

assai pochi rispetto ad altri periodi storici di cambiamento di regime. La rimozione

di questi problemi è stata possibile in Italia, a differenza che ad esempio

nella storiografia francese, soprattutto perché molto presto durante la ricostruzione

e poi ancora a partire dagli anni Ottanta un’opera di denigrazione

politica della Resistenza e dell’antifascismo come basi dell’identità nazionale e

del «patriottismo costituzionale» ha costruito una vulgata di violenza illegittima

i cui diffusori non hanno mai sentito il bisogno di misurarsi con i normali

metodi di ricerca e di legittimazione dei suoi risultati. La generazione più

giovane degli specialisti di storia della Resistenza e della repubblica di Salò

oggi critica un certo difensivismo delle ricostruzioni degli anni Sessanta e Settanta:

ma fare la storia della Resistenza ha sempre voluto dire scontrarsi con

la legittimità data politicamente assai prima che storiograficamente – con l’impresa

storiografico-culturale di Renzo De Felice – alla cosiddetta «zona grigia»,

come riferimento e protagonista privilegiato delle vicende di quegli anni.

Se così non fosse, nessuno storico avrebbe trovato incomprensibili le fasi di legittimità

transitoria ben note alle storiografie dei Paesi nei quali numerose

sono state le crisi seguite da cambi di regime. Ciò non significa che un giudizio

anche storiografico non possa e non debba essere dato di eventi che rappresentano

delle derive di violenza: ma solo dopo averle comprese con gli

strumenti della storia sociale e non della propaganda. È proprio questa recente

storiografia – cito qui Filippo Focardi e Toni Rovatti fra gli altri – ad avere

messo bene in luce che tutta la vita politica e istituzionale degli anni fra il ‘43

e il ‘48, fra Salò e il varo della Costituzione, si pongono sotto il segno dell’eccezionalità

istituzionale e che questo era indispensabile proprio per consentire

una redistribuzione delle responsabilità reciproche che consentisse una ripresa

della vita nazionale ed eventualmente di una conflittualità sociale «fisiologica».

Così Toni Rovatti ricostruisce le ragioni della legislazione speciale

e della cosiddetta «amnistia Togliatti» nell’immediato dopoguerra:

La giustizia speciale per la punizione dei delitti fascisti contribuisce, almeno

in una prima fase, a contenere al termine delle ostilità l’espressione

della violenza diffusa che ancora aleggia nel Paese e ad arginare la

strisciante guerra civile ancora attiva in Italia tra il 1945 e il 1947 5 […]

Coloro che hanno organizzato squadre fasciste – recita il testo di legge –

le quali hanno compiuto atti di violenza o di devastazione, e coloro che

hanno promosso o diretto l’insurrezione del 28 ottobre 1922 sono puniti

secondo l’art. 120 del Codice penale del 1889. Coloro che hanno

promosso o diretto il colpo di Stato del 3 gennaio 1925 e coloro che

La campagna di uso

pubblico revisionistico

della storia ha

completamente rimosso che

il consenso nelle settimane

e nei mesi immediatamente

successivi alla Liberazione

si conquistava anche con la

certezza di condanne dei

delitti perpetrati

dall’esercito di Salò

insieme o al posto della

polizia militare e delle

forze dell’occupante


hanno in seguito contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il

regime fascista sono puniti secondo l’art. 118 del Codice stesso. Chiunque

ha commesso altri delitti per motivi fascisti o valendosi della situazione

politica creata dal fascismo è punito secondo le leggi del

tempo 6 .Per ciascuna delle ipotesi delittuose menzionate, che configurano

una serie di delitti ordinari contro la personalità dello Stato, il testo

richiama un particolare riferimento normativo tratto dai precedenti codici

di diritto penale vigenti all’epoca dei fatti 7 , nel tentativo di arginare

quanto più possibile il problema del mancato rispetto del principio giuridico

relativo alla non retroattività della legge penale – nullum crimen,

nulla poena sine lege 8 […] L’articolo 5, infine, sanziona l’attività illecita fascista

successiva alla caduta del regime e all’8 settembre 1943 richiamando

a tal scopo i reati di collaborazionismo, ovvero le norme relative

ai delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato previste dagli

articoli 51, 54 e 58 del codice penale militare di guerra, straordinariamente

applicate in questo specifico frangente anche agli imputati civili 9

[…] L’onda lunga della violenza di guerra e la diffusa e intensa ansia di

giustizia che pervade il Paese nei primi mesi dopo la Liberazione – avendo

istituito una forma giudiziaria straordinaria connotata dalla preminenza

almeno numerica del giudizio popolare e caratterizzata dalla pubblicità

delle udienze 10 – si riflette, infatti, nella severità delle condanne

pronunciate dai tribunali in questa prima fase…

Giusta e profondamente sentita – afferma infatti nel giugno del 1946 il

Ministro Guardasigilli Togliatti nella relazione presentata al Presidente

del Consiglio per illustrare le ragioni del decreto di amnistia – [è] la necessità

di un rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica

e sociale. La Repubblica, sorta dalla aspirazione al rinnovamento della

nostra vita nazionale non può non dare soddisfazione a questa necessità,

presentandosi così fin dai primi suoi passi come il regime della pacificazione

e riconciliazione di tutti i buoni italiani. Di fronte al tangibile

fallimento rappresentato dalla giustizia speciale sui delitti fascisti è

infatti l’amnistia politica emanata nel 1946 11 (nonostante le lacune giuridiche

che la contraddistinguono) a segnare il vero punto di cesura col

passato: [con] la doppia impunità in essa contenuta 12 .

Queste osservazioni che inquadrano criticamente la cosiddetta amnistia Togliatti,

restituendola al contesto politico che la rendeva opportuna e al tempo

stesso individuando i problemi che essa poneva a un bilancio giuridico ma soprattutto

storico dei crimini fascisti fuori d’Italia, nelle guerre coloniali attestano

una realtà che le confuse ricostruzioni «alla Pansa» tendono a rimuovere.

Le situazioni di crisi di regime sono necessariamente situazioni di contesa

e di passaggio di legittimità fra istituzioni. I comportamenti vi possono

essere interpretati solo a partire da questo contesto e le memorie di quegli

anni se sottratte all’utilizzo strumentale potrebbero probabilmente, proprio

nelle loro lacerazioni, contribuire ad accertarlo.

La seconda parte del volume, che si deve alla collaboratrice dell’Isrecbg Elisabetta

Ruffini, ricostruisce la genesi della memoria divisa sui «fatti di Rovetta»,

dalla lettera di una coppia di genitori di uno dei fucilati, nell’autunno del ‘45

alle polemiche degli ultimi mesi. Dalla ricostruzione di Ruffini, che passa attraverso

un’analisi attenta degli interventi delle famiglie, dei processi e dei successivi

recuperi strumentali del loro dolore e del loro lutto, mi sembra che emerga

un problema che appartiene molto più alla politica e alla cultura civile che

alla storiografia. Ogni volta che singoli, gruppi, famiglie, e anche storici hanno

voluto rendere un attestato di buona fede fascista, militi di Salò o collaborazionisti

o accertare le reali circostanze della loro morte, queste esigenze – comprensibili

umanamente e in qualche caso opportune – sono state travolte dalla

IDEE

1. Grazie all’Isrecbg ho potuto lavorare, ad

esempio, sull’archivio della Commissione

Interna e poi del Consiglio di Fabbrica della

Dalmine e in particolare sulla loro componente

Fiom.

2. Angelo Bendotti e Elisabetta Ruffini, Gli

ultimi fuochi, Il Filo di Arianna, Bergamo

2008, p. 99.

3. Ivi, p. 107.

4. Ivi, p.

5. Per una suggestiva e sintetica immagine

d’insieme sulle diverse pratiche e le molteplici

contraddizioni, che sia sul piano giudiziario,

che in ambito politico, sia all’interno

delle aule dei tribunali, sia al di fuori di esse

contraddistinguono il disarmonico e – in definitiva

– fallimentare sviluppo in Italia della

giustizia speciale per i delitti fascisti, vedi:

M. Dondi, La lunga Liberazione. Giustizia e

violenza nel dopoguerra italiano, Editori Riuniti,

Roma 1999, pp. 31-70.

6. Articolo 3, DLL 27 luglio 1944, n. 159, cit.

7. Art. 120 – Insurrezione armata contro i poteri

dello Stato, art. 118 – Attentato alla costituzione

dello Stato e agli organi costituzionali del Codice

Zanardelli e infine una più generico rinvio

al Codice Rocco, vigente a partire dal

1930.

8. Per quanto concerne il problema della costituzionalità

e retroattività della legislazione

penale sul collaborazionismo, vedi: G.

Vassalli, G. Sabbatini, Il collaborazionismo e

l’amnistia politica nella giurisprudenza della

Corte di Cassazione. Diritto materiale – Diritto

processuale – Testi legislativi, Edizioni «La Giustizia

penale», Roma 1947, pp. 8-29.

9. Gli articoli del codice penale militare di

guerra specificamente richiamati dal decreto

legge per giudicare i delitti fascisti commessi

dopo l’8 settembre 1943 sono l’art 51- Aiuto

al nemico, l’art. 54 – Intelligenza o corrispondenza

con il nemico e l’art.58 – Aiuto al nemico nei

suoi disegni politici. Se per quanto concerne il

giudizio dei militari l’articolo 5 del Dll. 27 luglio

1944 (che include la pena di morte,

quale condanna massima per i crimini di collaborazionismo

militare riconducibili all’art.

51 e all’art. 54) non introduce nuove figure

di reato, è invece l’estensione eccezionale

della normativa anche agli imputati civili a

determinare alcune fattispecie di reato inedite,

determinando il carattere retroattivo assunto

dal secondo comma dell’articolo 5.

Cfr. U. De Siervo, Sanzioni contro il fascismo e

il neofascismo, cit., p. 547; A. Battaglia, Giustizia

e politica, cit., pp. 334, 342-346.

69


70

pretesa di imporre una memoria condivisa del periodo ’43-’45 come un periodo

di cieca violenza leggibile con le categorie della nuda vita ed eventualmente

delle derive dei totalitarismi. Una pretesa che insomma, in cambio della condivisione

delle memorie, propone non una riconciliazione all’interno del patriottismo

costituzionale ma la sua delegittimazione. La memoria condivisa

dovrebbe sostituire con il suo assemblaggio di emozioni, storie famigliari, ricordi

e immaginari, la ricostruzione storica e il giudizio politico.

Un paragone mi corre immediato con la storiografia francese. Fatti anche

molto contrastanti con l’immagine eroica della Resistenza come la questione

delle donne rasate alla Liberazione in Francia 13 , che spesso servirono ad accelerare

la riconciliazione della comunità virile con un sacrificio simbolico, sono

stati affrontati proprio perché tali ricerche non sono inserite in un contesto

che tenda a equiparare collaborazionisti della zona occupata, vichyssois e resistenti

antifascisti. La fondazione della Repubblica nella Resistenza è stata ribadita

nel passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica e tale elemento ha

costituito un complesso ponte lanciato fra avversari anche radicali nel corso

dei decenni. Quando l’avvocato di Djamila Bouhired, eroina della battaglia di

Algeri detenuta, torturata e condannata da un tribunale militare pubblica un

manifesto in sua difesa nel novembre 1957, il generale De Gaulle risponde

con una lettera di sostegno agli autori, gesto che prepara la grazia pronunciata

dal presidente Coty l’anno successivo e la sua liberazione nel ‘62. Come

ignorare che l’avvocato di Djamila, il controverso Jacques Vergès, allora solidamente

presente nel campo antimperialista, aveva combattuto, col fratello,

nell’esercito di liberazione agli ordini di De Gaulle e che questa comune esperienza

costituiva un ponte nonostante la tragica lacerazione imposta al Paese

dalla necessaria e difficile uscita dal passato coloniale 14 .

La storia contemporanea si scrive anche e soprattutto liberandosi dagli obblighi

e dai ricatti del suo uso pubblico, ma lo storico scrive immerso in un contesto

civico che ne rende il lavoro più semplice, più difficile, a volte imprigionandolo

in malintesi soffocanti. Di questo ci parla un caso «locale» come

quello dei fatti di Rovetta cui gli autori degli Ultimi fuochi hanno attribuito lo

spessore di un appassionante studio di caso.

10. Appare infatti copiosa la documentazione

redatta dai rappresentanti delle forze dell’ordine

in merito a incidenti e scontri verificatisi

in conseguenza del contegno assunto

dal pubblico in aula in occasione dei procedimenti

dibattuti presso le Corti Straordinarie

d’Assise. A titolo di esempio, cfr. Telegramma

al Ministero degli Interni inviato da Padova,

17 giugno 1945, f. to maggiore Iach, in

Archivio Centrale di Stato, Ministero degli

Interni, Pubblica Sicurezza, Affari generali e

riservati, 1944-1945, b. 75; Rapporto riservato

del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri

Reali sugli scontri verificatisi a Ferrara durante

la discussione di un processo, 5 settembre

1945, in Archivio Centrale di Stato, Presidenza

del Consiglio dei Ministri 1944-47, b.

3341, sf. 6.

11. Decreto Presidenziale, 22 giugno 1946,

n. 4 Amnistia e indulto per reati comuni, politici

e militari, ivi.

12. Cfr. Articoli 3 e 4, DP 22 giugno 1946, n.

4, cit. Traggo queste osservazioni dal saggio

Politiche giudiziarie per la punizione dei fascisti

in Italia e influenza sulla memoria nazionale in

corso di pubblicazione su «Italia contemporanea»,

di Toni Rovatti che qui ringrazio per

avermene inviato un’anticipazione.

13. Molti articoli in proposito sono reperibili

sulla rivista «Clio», consultabile su Internet

a partire dal sito

http://www.in-extenso.org/index.html

14. La storiografia più controversa e la lacerazione

in cui è più difficile per la Francia

trovare una memoria condivisa e democratica

come è noto riguardano il passato coloniale,

ma questa è una questione davvero

troppo complessa anche solo per farvi dei

cenni in questa sede.


il capitale

in compendio

La lotta di classe sembra essere finita per davvero e con essa anche la sua necessità:

ora è il Mercato a miracolarci tutti, dagli operai della Thyssen al signor Brunetta,

dalla spazzatura napoletana all’archeologo precario. Il Mercato ora è il

luogo naturale della nostre discussioni economiche, politiche, industriali e sindacali.

È il Mercato che regola i nostri salari, i prezzi del pane, il rispetto della

626. È il Mercato che decide le materie su cui fondare l’istruzione dei giovani

cittadini. È il Mercato che rende sovrano il consumatore alla cassa del supermercato

e remunera la produttività del lavoratore alla fine del mese. È il Mercato

la categoria che accoglie e processa tutte le esigenze del nostro immaginario

moderno, che al contrario il sistema marxiano non riesce più a incrociare.

Di crisi del marxismo si parla ciclicamente ogni dieci anni, da quando Il Capitale

è stato pubblicato e diffuso nelle popolazioni europee prima e mondiali poi:

la crisi delle categorie marxiane ricorre sulle cronache da molti decenni prima

della nota vignetta di Altan dove Cipputi ricorda al collega di avvertire Agnelli

della fine della lotta di classe. Già Labriola, nella sua corrispondenza con Engels,

segnalava la ricorrente letteratura sul superamento del marxismo (più di

cento anni fa!), interpretandola, al contrario, come segno della sua crescente

attualità. Così oggi, e sarà cosi anche tra altri cento anni, l’impegno celebrativo

nella liquidazione nel marxismo è sempre presente sotto forme multiple e

tutte invasive. Poiché però gli Agnelli continuano a essere all’oscuro di tutto,

di Marx e delle sue categorie di interpretazione del reale si continua a parlare,

a dispetto di tutte le liquidazioni politiche, storiche e culturali a lui dedicate.

In molte librerie italiane è ora presente il Nuovo compendio del Capitale (Universitas-Edizioni

dell’Orso, euro 16,00), elaborato dall’economista e sociologo romano

Domenico Moro, autore di analisi politiche ed economiche per «La Rinascita

della sinistra» e «il manifesto». Leggendo il lavoro si scopre in realtà

che, più che di un compendio, si tratta di un’agguerrita e documentata analisi

volta a utilizzare le categorie de Il Capitale per spiegare fenomeni e fatti reali

della attualità, gli stessi spiegati tradizionalmente soltanto a livello giornalistico:

guerre, politiche internazionali, terrorismo, istituzioni, clima del pianeta,

corso dei cambi, sviluppi tecnologici, sono fatti reali che attraversano il nostro

vissuto informativo che nel Compendio vengono dispiegati all’interno delle

strutture concettuali della dialettica materialistica, che può comprenderli e –

questo è il punto differenziale del testo di Moro – prevederli. L’analisi condotta

rimane sempre a uno spietato livello di concretezza di fatti e cronache, a cui

l’astrazione delle categorie assegna cause ed effetti. Riprendendo le categorie

fondamentali dell’economia politica, l’Autore ne esalta la valenza con esemplificazioni

estratte dalla cronaca o dalla Storia, fornendo al lettore la spiegazione

profonda e materiale dei fenomeni. Quegli stessi fenomeni che oggi non vengo-

MASSIMO GATTAMELATA*

* REDATTORE DELLA RIVISTA

«LA CONTRADDIZIONE»

IDEE

71


72

no nemmeno più mistificati dai media, ma sono rattrappiti in descrizioni volte

a neutralizzare la verità, attraverso un continuo consolidamento di luoghi comuni

necessari a puntellare il consenso e l’accettazione dello stato di cose presenti.

Il libro appare dunque opportuno per affrontare il mare di menzogne

teoriche e giornalistiche, somministrate e metabolizzate con successo nella generalità

dei ceti sociali e soprattutto in quelli più bassi. Quando si devono convincere

i lavoratori e i cittadini della bontà di una guerra giusta o dell’opportunità

di licenziare 10mila lavoratori dell’Alitalia, di convincerla della inevitabilità

delle morti sul lavoro o della necessità di convivere con le mutazioni

climatiche della Terra, il potere del linguaggio è decisivo per l’ottenimento del

consenso. Purtroppo il ripristino del senso adeguato delle parole è un lavoro

duro, lungo e spesso isolato: richiede letture non superficiali, quasi sempre affaticate

dal dover scoprire che le cose sono molto diverse da come sembrano e

vengono presentate dai media e dagli intellettuali «di sistema».

Cosi, nel testo viene riassegnata centralità alla dualità Capitale/Lavoro, oggi

sublimata nel linguaggio giornalistico (e economico) attraverso il non-concetto

di sindacalismo moderno. Il lettore metabolizza, nel corso della lettura del

Compendio, la realtà immanente e pervasiva della sovrapproduzione di capitale,

in cui va rintracciata la determinante massima dello stato di cose presenti. Soprattutto,

determinante delle vicende belliche, anche nella loro variante terroristica.

Sovrapproduzione che va compresa nelle sue intime e necessarie relazioni

con il consumo, essendo quest’ultimo espressione della costante insoddisfazione

generata attraverso le politiche di brand (marchio) e la pubblicità di

prodotto delle aziende capitalistiche. È la cattiva infinità del consumo, come

contesto permanente dei nostri acquisti, delle nostre scelte di consumatori

supposti liberi e sovrani: del nostro salario di proletari, ci ricorda Moro. Così,

egli insiste sulla centralità della produzione, appunto sublimata in quella impersonale

e mistica del consumo.

In questo modo, il Mercato può essere compreso nel suo reale insieme di significati

e determinanti. La lettura consente di cogliere l’attuale egemonia materiale

e ideologica del capitale nelle vicende contemporanee, peraltro sapientemente

occultata dai media generali attraverso la somministrazione di luoghi

comuni e una costante criminalizzazione delle ideologie. Per capire il mercato

occorre capire la merce: qui inizia il percorso didattico con il lettore, sulla

linea fedele della traccia di Marx. Percorso che rimane sempre leggibile anche

nei suoi passaggi più complessi (non a caso, Moro mette a frutto l’esperienza

di dirigente della Formazione nel Partito dei Comunisti Italiani). Una tale

apertura problematica, rivolta ai giovani operai e agli studenti, è destinata a

generare elementi di ottimismo per le future generazioni ancora non suggestionate

dal Mercato e dai limitrofi feticci ideologici. Il recupero degli strumenti

marxiani si pone oggi infatti come passaggio necessario per restituire

visibilità alle nostre azioni e ai contesti in cui esse si compiono: passaggio necessario

per combattere l’indifferenza nei confronti del vero, ottenuta attraverso

la banalizzazione delle tesi e dei concetti e attraverso la censura di ogni resistenza

dialettica e riferimento ai contesti.

Non mancherà occasione di ascoltare ancora autorevoli sentenze sul marxismo

che sarebbe in crisi, nonché inadeguato e fonte di danni permanenti: l’attualità

storica si sta già incaricando di smentire clamorosamente tali interessati

giudizi. In ogni caso, il libro di Moro ci aiuta ad apprezzare oggi il valore

e l’attualità del lavoro svolto da Marx ed Engels, un secolo e mezzo fa.

Leggendo il lavoro si

scopre in realtà che, più

che di un compendio, si

tratta di un’agguerrita e

documentata analisi volta

ad utilizzare le categorie

de Il Capitale per spiegare

fenomeni e fatti reali

dell’attualità


le disavventure della verità

e la fabbrica del falso

a proposito di un testo di Vladimiro Giacché

23 agosto 2008: il quotidiano «la Repubblica» dedica il titolo di prima pagina

alla strage di bambini afghani compiuta dall’aviazione Usa. La notizia è data

esattamente in questi termini e con grande risalto, nonostante che fonti ufficiali

statunitensi dichiarino: «abbiamo colpito solo combattenti». Ma è significativo

il fatto che gli approfondimenti sulla vicenda afghana, nelle pagine interne,

siano così ripartiti: a pag. 2 campeggia il titolo «Massacro di civili afghani: 76

vittime, quasi tutte donne e bambini»; sulla destra, a pag. 3 «I terroristi sempre

più vicini: trascurati militarmente e politicamente rischiano adesso di prendere

il controllo». A monte della notizia, sin nella giustapposizione degli articoli, è

dato per scontato che «terroristi» siano i taliban e che tale qualificazione resti

ben distinta dalle forze che compongono la coalizione militare guidata dagli

Stati Uniti. Non importa stabilire se, nel caso in questione, tale dislocazione sia

stata casuale o deliberatamente decisa: quel che conta è che, di fatto, questa è

la griglia concettuale, la cornice (frame) entro cui comunemente questo genere

di notizie risulta presentato. I bombardamenti aerei fanno stragi e «terrorizzano»,

ma non risultano inclusi nella categoria di «terrorismo».

25 agosto 2008: il «Corriere della Sera» porta in prima pagina un corsivo di

Francesco Alberoni dal titolo Dietro l’indignazione l’ombra del totalitarismo. L’argomentazione

del noto sociologo ha di mira quelle «persone che vedono solo

gli aspetti oscuri e negativi del mondo». Questi «inquisitori, che vogliono purificare

il mondo dal male, non possono essere mai sazi perché il male del

mondo è infinito»: essi «danno sfogo al malcontento popolare, alla voglia di

vendetta»; e possono essere identificati come i «rivoluzionari». A questi sono

contrapposti coloro che «non hanno perso tempo a criticare o condannare le

idee degli altri», dedicandosi piuttosto a costruire e realizzare – senza livore,

con entusiasmo – un loro determinato progetto: ad esempio, uno scienziato

come Keplero, convinto che «le orbite dei pianeti fossero dei cerchi, ha rifatto

i conti e ha dimostrato che sono delle ellissi». Da allora la questione è risolta.

Alla gioiosa e feconda concretezza di questi ultimi farebbe dunque da

contraltare negativo l’«infinita volontà di potenza dei primi, […] radice psicologica

del totalitarismo». Lasciamo da parte l’estrema labilità dell’esempio:

con buona pace di Keplero, non sembra infatti che Socrate o Galilei abbiano

potuto gioiosamente dedicarsi ai loro progetti filosofici e scientifici, senza entrare

in dura rotta di collisione col potere costituito. Le poche righe di Alberoni

sono però istruttive per un altro aspetto, oltremodo emblematico degli

umori del nostro tempo: la connessione, in esse ribadita, tra totalitarismo e rivoluzione

(quest’ultima degradata a disvalore, critica eccessiva e patologica,

indignazione distruttiva).

Le due suddette citazioni, tratte nel volgere di pochi giorni dalla grande stam-

BRUNO STERI*

IDEE

* DIRETTORE DELLA RIVISTA «ESSERE COMUNISTI»

73


74

pa nostrana, sono esemplificative dell’uso di quelle che il bel libro di Vladimiro

Giacché, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea

(DeriveApprodi, Roma 2008) definisce «parole-spauracchio»: «terrorismo»

e «totalitarismo» costituiscono nozioni guida con funzioni di «messa all’indice»

nell’ambito del lessico politico contemporaneo, veri e propri paletti

segnaletici dell’attuale ideologia dominante incaricati di individuare e nominare

il Nemico planetario dell’establishment. Ma è precisamente nell’espletamento

di questa loro funzione che tali nozioni conseguono un obiettivo ancor

più fondamentale: esse fabbricano una realtà posticcia e sviano dalla verità, da

«come le cose stanno effettivamente», da ciò che il potere dominante non

può e non vuole dire. Che, ad esempio, il concetto di «guerra al terrorismo»

è privo di senso, perché – come ha dovuto riconoscere lo stesso ex consigliere

di Carter, Brzezinski – «il terrorismo non è un nemico, bensì una tecnica di

guerra» (certamente spregevole). Che la metafisica del Terrore assoluto e decontestualizzato

esiste solo per la propaganda della «Guerra infinita» alla ricerca

di una nuova e necessaria «Minaccia Globale». Che sulla base della stessa

descrizione di atto terroristico contenuta ad esempio nella Convenzione

Onu del 1999 – secondo cui terrorismo è qualsiasi atto «destinato a causare la

morte o infliggere lesioni gravi a qualsiasi civile o ad altra persona che non

partecipi direttamente alle ostilità» – una guerriglia armata di liberazione o di

resistenza, che rivolga i suoi attacchi contro eserciti organizzati e obiettivi militari,

non è terrorismo. E – per converso – qualsiasi bombardamento aereo, col

suo macabro corredo di vittime civili (dalle centinaia di migliaia di morti causati

dalle atomiche su Hiroshima e Nagasaki ai 200 mila morti sotto le bombe

a Dresda, fino ai «danni collaterali» dei giorni nostri) è per sua natura «terrorismo

di Stato»: lo ha recentemente ribadito Oskar Lafontaine, smentendo il

luogo comune – che purtroppo ha fatto breccia anche a sinistra – secondo cui

«l’esercito fa la guerra» ed è, in quanto tale, eticamente immune.

Lo stesso lavoro di decostruzione concettuale è attivato per demistificare la

nozione passe-partout di «totalitarismo». Qui Giacché opera ripercorrendo la

genealogia del concetto, mostrandolo inizialmente all’opera nella falsa equiparazione

«revisionista» di nazismo e stalinismo (successivamente potenziata

così da identificare tout court nazismo e comunismo), fino al suo odierno uso,

talmente dilatato da significare tutto e il contrario di tutto. La semplificazione

ideologica banalizza e azzera l’opposizione tra due mondi antitetici: «reazionario

e tradizionalista il nazismo, rivoluzionario e erede dell’illuminismo e

della rivoluzione francese il secondo; irrazionalista il primo, razionalista il secondo;

razzista il primo, internazionalista e universalista il secondo; assertore

dell’esistenza di una gerarchia naturale (tra razze e individui) il primo, egualitario

e ‘livellatore’ il secondo; esplicitamente antidemocratico il primo, assertore

di una “democrazia reale” che andasse oltre quella soltanto ‘formale’ il

secondo». Nessuna «eterogenesi dei fini» potrebbe dunque essere evocata per

La tesi centrale di

Giacché è che la struttura

di dominio caratteristica

della società capitalistica

contemporanea si sostiene

attraverso un raffinato

sistema di sviamento dalla

verità


La fabbrica del falso ha una sua consistenza

«oggettiva», non è «un complotto ordito dai media»:

essa trae alimento dai meccanismi profondi della nostra

società

il nazismo, teorizzatore dichiarato e realizzatore dell’«organizzazione totale».

In proposito, opportuna e lapidaria la citazione da Se questo è un uomo di Primo

Levi: «È possibile, perfino facile, raffigurarsi un socialismo senza campi di prigionia.

Un nazismo senza campi di concentramento, invece, è inimmaginabile».

L’assolutizzazione della categoria storica di nazismo, la sua trasfigurazione

in «male radicale», pura «follia», «mysterium iniquitatis» (papa Ratzinger)

ha offerto poi un prezioso servizio alle classi dominanti: ha consentito di glissare

sui contenuti economici, facendo «dimenticare» che «il nazismo condivide

con le democrazie liberali (pre e post-naziste) il fatto di essere un’economia

capitalistica» e che esso ha mantenuto un rapporto organico con il grande

capitale tedesco (I.G. Farben, Krupp, Siemens ecc).

Con il crollo dell’Urss, la nozione di «totalitarismo» ha sempre più preso di

mira, quale privilegiato obiettivo polemico, il comunismo (vero e proprio incubo

delle classi dirigenti); ma nel contempo ha espanso a dismisura i suoi riferimenti:

che ora includono qualunque «grande narrazione», cioè a dire

qualsiasi teoria della storia (in particolare, se intesa «come emancipazione

progressiva dell’umanità»). Accanto all’uso della ragione storica, i postmoderni

«cacciatori di totalitarismi» hanno preso inoltre a denunciare i sogni totalitari

di chiunque difenda il valore dell’esperienza scientifica o l’adozione di filosofie

sistematiche. E, ovviamente, non è mancata la stigmatizzazione «di

chiunque si batta per forme di regolazione dell’economia diverse dal modello

liberista». Tuttavia – nota Giacché – una tale bulimia significante non manca

di avere indesiderati effetti di ritorno. A cominciare dallo svuotamento del

concetto stesso: «quando un concetto significa tutto, non significa più niente»,

il suo contenuto fattuale evapora e risulta storicamente insostenibile. Ma,

soprattutto, anche quel residuo di significato applicabile a tutti i suoi referenti

– schematizzabile nell’incubo del «dominio totale», del «potere inostacolato»

– risulta paradossalmente rivelatore di caratteristiche appartenenti al

mondo capitalistico, alla società della merce. Per evidenziare questo paradossale

autogol, Giacché estrapola un passo dal celebre pamphlet anticomunista

1984 di George Orwell, ove si intende descrivere la società totalitaria per eccellenza.

Il brano merita di essere citato per intero:

«Anche le pagine del libro di Orwell in cui sono descritti gli strumenti per tenere

a bada le masse suonano stranamente familiari. Basti pensare che nel

Ministero della Verità «un’intera catena di Dipartimenti autonomi si occupava

di letteratura, musica, teatro e divertimenti in genere per il proletariato. Vi

si producevano giornali-spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca

nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette sentimentali»

tutte uguali «composte da una specie di caleidoscopio detto “versificatore”

(…)». Certo, i proletari descritti da Orwell se la passavano molto

peggio dei nostri: infatti «il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le

IDEE

75


76

futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le scommesse

limitavano il loro orizzonte». Inoltre «i prolet, ai quali la politica non interessava

granché, cadevano periodicamente in balia di attacchi di patriottismo»,

ingenerati da bombe che cadevano sulla città; anche se alcuni assurdamente

ritenevano che fosse lo stesso governo a lanciare queste bombe, «per mantenere

la gente nella paura».

In effetti, qui è tratteggiato un mondo «totalitario» che assomiglia molto al

mondo che noi conosciamo: il mondo in cui domina il «potere inostacolato»

della merce e delle grandi corporations.

Giacché è convinto che non si possa intendere l’odierna gerarchia del potere

fermandosi all’indagine della struttura statuale e delle sue articolazioni. La

politica, ridotta a «spettacolo» (Debord), arretra, cede in autorevolezza e capacità

di mediazione, a tutto vantaggio delle grandi centrali economiche.

Sono queste alla base del potere reale, da esse emana la «fabbrica del falso»

in cui siamo immersi. Nel 2000, secondo uno studio dell’Institute for Policy Stu-

dies, tra i 100 principali soggetti economici

nel mondo, 51 erano imprese

e 49 i Paesi: «altro che ‘autonomia del

politico’ tanto cara a certi postoperaisti

nostrani! La verità del presente è

la totale autonomia dal politico e la

sempre più assoluta preponderanza

del potere economico». D’altra parte,

il fatto che davanti a un’emergenza

planetaria come quella costituita

dalla questione ambientale si pensi di

trovare la soluzione presentando la

salvaguardia dell’ambiente come

«ottimo affare», la dice lunga sull’attuale

egemonia della «logica d’impresa»

(e sulla contestuale crisi della

politica).

Come si è detto – e come è evidenziato

nello stesso titolo del libro in

questione – la tesi centrale di Giacché

è che la struttura di dominio caratteristica

della società capitalistica

contemporanea si sostiene attraverso

un raffinato sistema di sviamento

dalla verità: attraverso cioè la messa

in opera a livello di massa di dispositivi

linguistici che enfatizzano ciò che

è funzionale alla conservazione e al

consolidamento della struttura di potere

vigente e, d’altro lato, occultano,

tengono fuori dalla scena la realtà

più inconfessabile. Si tratta di un sistema

di manipolazione dei significati

molto potente: basti pensare a

come sui giornali (ma anche nelle

menti) – con tutto il gran parlare di

«democrazia» – sia omesso il fatto

che il presidente del più grande

Paese capitalista del mondo è stato

eletto per due volte consecutive grazie

a brogli elettorali! O anche a

come sia possibile accomodarsi a una


ipartizione globale degli averi che vede l’1% detenere il 40% della ricchezza

e il 50% accontentarsi dell’1%! Non si tratta tanto di censura volgare, di repressione

della verità: è più efficace distorcere che rimuovere. Così i «territori

occupati» da Israele divengono semplicemente «territori», la «tortura» diviene

«abuso», la «guerra» è tradotta in «missione di pace» o – al massimo –

in «uso della forza» (quando non è addolcita con l’ipocrita ossimoro di «guerra

umanitaria»). Sul fronte interno, le «classi subalterne» scompaiono (assieme

al «conflitto di classe») sostituite dagli «ultimi» o dai «deboli», la «solidarietà»

cessa di essere organizzazione rivendicativa e diviene «carità». Per non

parlare di termini quali «riforme» o «riformisti» che giungono a capovolgere

letteralmente il loro significato, passando a veicolare contenuti regressivi anziché

progressivi. È da sottolineare il carattere «sistematico» di tali sviamenti.

Non si tratta di singoli, puntuali cortocircuiti, ma dell’operare di un intero

campo ideologico: dietro la singola forzatura concettuale o la notizia distorta,

c’è un già costituito punto di vista che orienta l’apprensione dei fatti. Questa

rete simbolica ha dei nodi. Così come per le anzidette «parole-spauracchio»,

la fabbrica del falso si avvale anche di quelle che Giacché definisce «parolebandiera»:

«democrazia», «mercato» e «sicurezza» sono veri e propri vessilli

a uso e consumo dell’ideologia dominante. La prima, stravolta dall’attacco al

suffragio universale e dal conseguente appannarsi dell’elemento partecipativo

(svuotata cioè del suo contenuto sostanziale), è divenuta la designazione

di tecniche elettorali piegate alla decisionalità discrezionale delle élites e al

«plebiscito dei mercati». Al secondo termine è affidata la funzione di copertura

ideologica del modo di produzione capitalistico: una nozione-prestanome

più fiacca e impersonale, grazie a cui il luogo della produzione (e della creazione

di valore) è rimosso, sostituito dal piano del consumo e dalla mitologia

della concorrenza. Infine l’enfatizzazione della sicurezza interna (nei confronti

di immigrati e rom) e di quella globale (a difesa degli approvvigionamenti

energetici e del Way of Life dell’Occidente) serve a far dimenticare insicurezze

ben più reali e drammatiche quali quella alimentare e del lavoro.

In tutta la suddetta argomentazione è evidentemente implicata una concezione

della verità indisponibile a seguire gli esiti reazionari di quelle epistemologie

ed ermeneutiche contemporanee che finiscono per dissolvere questa stessa

nozione di verità nel solvente di un’interpretazione infinita. Certamente,

un fatto può essere variamente interpretato; e, tuttavia, resta un fatto: non

può essere stravolto o azzerato. Le opinioni (in particolare, quelle che si formano

nel campo della politica) restano dunque vincolate a determinati contenuti

fattuali: l’azione distorcente dell’ideologia si esplica appunto nell’indebolire

(o sradicare del tutto) tale vincolo. Guai però – annota Giacché – a pensare

che sia facile aver la meglio, semplicemente denunciando il falso. La

fabbrica del falso ha infatti una sua consistenza «oggettiva», non è «un complotto

ordito dai media»: essa trae alimento dai meccanismi profondi della nostra

società. Su questo, il testo recupera i motivi marxiani del «feticismo delle

merci» e dell’alienazione, arricchiti dalla critica del linguaggio standardizzato

(il cui modello è quello pubblicitario) e della «mentalità gregaria»: critica tematizzata

– tra gli altri – dagli autori situazionisti e dalla scuola di Francoforte.

In questo contesto, è significativa la sottolineatura dei limiti intrinseci all’attuale

commercio comunicativo. L’industria dell’informazione sommerge gli

individui di messaggi. Ma la valanga di informazioni non produce di per sé

«formazione»: il singolo non riesce a dominare l’ininterrotto flusso informativo

e si limita a identificarsi di volta in volta con questo o quel contenuto puntuale.

Non si arriva dunque a un’organizzazione consapevole della soggettività:

ciò induce un senso di impotenza nel soggetto e, contestualmente, un’apparente

immodificabilità dell’oggetto appreso. Negli oggetti dell’apprensione

non è istituita alcuna gerarchia, alcun differenziale di importanza. Come nella

pubblicità: gli oggetti sfilano come identità istantanee, in un presente eterniz-

IDEE

zato e indifferente. Alla dimensione

concettuale si sostituisce quella emozionale:

«il messaggio seduce, non

veicola niente» (Sanguineti). In ciò

consiste la banalizzazione del linguaggio

prodotto dall’industria dell’informazione:

esso, più che ad approfondire,

serve a intrattenere, a distrarre.

Qui la verità è neutralizzata

non più per via della menzogna, ma

piuttosto attraverso l’indifferenza:

«non è possibile né utile cercare

come stanno le cose».

Ci fermiamo qui. Resterebbe da rispondere

a una domanda cruciale:

come è potuto accadere tutto ciò?

Come si è potuto consentire un simile

tracollo del concetto (e della politica)?

Il titolo di una risposta che ci riguarda

da vicino sarebbe: le responsabilità

della sinistra. E, in effetti, il

testo di Giacché è nel merito cosparso

di notazioni al vetriolo. Per parte nostra

ci limitiamo a concludere con un

consiglio: si tratta di un libro da leggere

e da far leggere. E, magari, da

adottare come testo in un auspicabile

corso di formazione del Prc.

77


78

Alberto Burgio

Per Gramsci

Crisi e potenza del moderno

pp. 176

Tra il 1945 e il 1975 le società occidentali cambiano volto. Aprendosi,

integrandosi, evolvendosi non soltanto sul terreno delle libertà civili, ma

anche sul piano della partecipazione democratica e nel riconoscimento dei

diritti del lavoro. Non stupisce che questa dinamica progressiva susciti

una furiosa reazione. Che dura tuttora.

A partire dai tardi anni Settanta, la restaurazione capitalistica promossa

dalla «rivoluzione conservatrice» di Reagan e Thatcher determina in tutto

l’Occidente il sopravvento di poteri oligarchici. È una vera e propria

rivoluzione passiva. Che svolge una funzione analoga a quella assolta, a

giudizio di Gramsci, da altre «rivoluzioni-restaurazioni» come il fascismo e

il New Deal rooseveltiano.

Ma la crisi è luogo di ambivalenze. Alleva nascostamente in seno una

incoercibile istanza di cambiamento. Di giustizia, di libertà e dignità per

tutti: il «sogno di una cosa».

È questa la lezione di Gramsci, grazie alla quale ancora oggi, a

settant’anni dalla sua morte, leggiamo nei Quaderni la partitura teorica

della nostra epoca e della sua crisi.

le ultime copie del libro sono in vendita al 50% (7,00 euro)

in esclusiva per i lettori di «essere comunisti»

reperibili anche alla festa di Gubbio

per info e acquisti: acquisti@deriveapprodi.org – tel. 06 85358977


80

Comitato editoriale

Maurizio Acerbo

Gianni Alasia

Marco Amagliani

Pierfranco Arrigoni

Antonio Assogna

Jone Bagnoli

Giorgio Baratta

Imma Barbarossa

Katia Bellillo

Riccardo Bellofiore

Piergiorgio Bergonzi

Maria Luisa Boccia

Manuele Bonaccorsi

Vittorio Bonanni

Bianca Bracci Torsi

Nori Brambilla Pesce

Emiliano Brancaccio

Giordano Bruschi

Tonino Bucci

Alberto Burgio

Maria Rosa Calderoni

Maria Campese

Luigi Cancrini

Luciano Canfora

Guido Cappelloni

Gennaro Carotenuto

Bruno Casati

Luciana Castellina

Giulietto Chiesa

Francesco Cirigliano

Fausto Co'

Cristina Corradi

Aurelio Crippa

Roberto Croce

Marco Dal Toso

Walter De Cesaris

Peppe De Cristofaro

Josè Luiz Del Roio

Tommaso Di Francesco

Giuseppe Di Lello Finuoli

Piero Di Siena

Rolando Dubini

Gianni Ferrara

Guglielmo Forges Davanzati

Gianni Fresu

Mercedes Frias

Alberto Gabriele

Haidi Gaggio Giuliani

Francesco Germinario

Orfeo Goracci

Roberto Gramiccia

Claudio Grassi

Dino Greco

Margherita Hack

Alessandro Leoni

Lucio Manisco

Fabio Marcelli

Giovanni Mazzetti

Enrico Melchionda

Maria Grazia Meriggi

Enzo Modugno

Sabina Morandi

Raul Mordenti

Franco Nappo

Giorgio Nebbia

Saverio Nigretti

Alfredo Novarini

Simone Oggionni

Angelo Orlando

Franco Ottaviano

Gianni Pagliarini

Valentino Parlato

Armando Petrini

Gianmarco Pisa

Michele Pistillo

Felice Roberto Pizzuti

Giuseppe Prestipino

Marilde Provera

Riccardo Realfonzo

Alessandra Riccio

Paolo Sabatini

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Pasquale Voza

Maurizio Zipponi

Stefano Zolea

Stefano Zuccherini

Stefano Zuccherini

direttore – Bruno Steri

direttore editoriale – Mauro Cimaschi

direttore responsabile – Bianca Bracci Torsi

redazione – Mauro Belisario,

Silvia Di Giacomo, Simone Oggionni

email: redazione@esserecomunisti.it

diffusione e abbonamenti

email: abbonamenti@esserecomunisti.it

editore

associazione culturale essere comunisti

via Buonarroti 25 – 00185 Roma

stampa

tipografia Jacobelli – Pavona (Roma)

chiuso in tipografia il 10 settembre 2008

grafica

progetto grafico, impaginazione e service

editoriale: DeriveApprodi

registrazione

Tribunale di Roma

n. 170/2007 del 08/05/2007

anno II, numero 8, settembre 2008

bimestrale

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70% Roma n. 96/2007

credits sulle immagini

I e II di copertina: Patrick Fontana;

III di copertina: Franco Mulas

www.esserecomunisti.it

Il rischio che corre un sito internet (in

primo luogo un sito di informazione e

orientamento politico) è di faticare nello

stare al passo con il tempo della rete che,

come è noto, si consuma con una velocità

esponenziale.

Il rischio, quindi, è che le buone intenzioni

cedano alla stanchezza e, via via, perdendo

la capacità di rinnovarsi, il sito sia sempre

meno in grado di offrire al lettore telematico

un prodotto utile, maneggevole, interessante.

Il contatore dei contatti quotidiani al nostro

sito, www.esserecomunisti.it, ci indica una

tendenza contraria.

Il sito cresce ogni giorno proponendo ai

lettori nuove sezioni (a partire da quella

multimediale, arricchita frequentemente di

nuovi audiovisivi), un doppio aggiornamento

quotidiano e già in mattinata articoli e

commenti sui fatti del giorno.

E ancora: più attenzione alla cultura, una

rassegna stampa più completa e articolata,

un numero sempre crescente di interventi,

commenti e interviste redazionali, molti dei

quali provenienti dai circoli e dalle

federazioni del nostro partito.

Ma non è ancora sufficiente. E per crescere

ancora, abbiamo bisogno dello sguardo

critico dei nostri lettori (una media di

settemila al giorno, negli ultimi due mesi). In

questi anni ce l’abbiamo fatta anche e,

forse, in primo luogo perché la critica

(insieme alla fiducia) non è mai venuta

meno.

Aspettiamo il vostro contributo, confidiamo

nella vostra capacità di coinvolgere sempre

nuovi compagni: facendo loro scoprire la

nostra rivista e il sito internet.

Scommettiamo che non rimarranno delusi?

Per la realizzazione di questo numero non

è stato richiesto alcun compenso.

Si ringraziano tutti gli autori e collaboratori.

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