rivista 4-2005 - Sindacato Libero Scrittori Italiani

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rivista 4-2005 - Sindacato Libero Scrittori Italiani

Bimestrale

del Sindacato libero

scrittori italiani

Anno III, 4, 2005

ENTE SOSTENITORE:

Bibliotheca

scrittori e artisti italiani

Abbonamento annuale

per sei numeri:

Italia € 35,00

Estero € 60,00.

Abbonamento

soci sostenitori:

Italia € 60,00.

Vaglia postale e/o

assegno bancario/postale

intestato a:

Sindacato libero

scrittori italiani

corso V. Emanuele II, 217

00186 Roma

Fascicolo singolo € 6,00

S O M M A R I O

1

DOCUMENTI

3 Sindacato libero scrittori italiani: statuto 2005

7 Francesco MERCADANTE - Commento ai principali emendamenti

PRIMA PAGINA

9 Onoranze a Domenico FISICHELLA per i suoi 70 anni.

Conservatorismo e politica. Intervista di M. Crosti

13 Armando RIGOBELLO - Oltre il trascendentale. Esperienza personale

e coscienza nella mia posizione filosofica

17 Vittorio STELLA - Qualche osservazione sull’ascolto

20 Francesco CANFORA - Aforismi

AFORISMI

POESIA

21 Dino D’ERICE - IO GRIDO LUCE

23 Dino CAMPANA - Domenico CORRADINI H. BROUSSARD - Batte botte

24 Gianni RESCIGNO - Il vento

24 Gianni RESCIGNO - L’esilio dei morti

24 Gianni RESCIGNO - Nel giardino dei poeti

25 Gabriella GUIDI GAMBINO - Tu sei il suono

25 Gabriella GUIDI GAMBINO - Bagaglio a mano

25 Gabriella GUIDI GAMBINO - Dov’è il tuo canto

26 Bernardo ALBANESE - Monadi

26 Bernardo ALBANESE - Allodola

27 Bernardo ALBANESE - A un incrocio

27 Bernardo ALBANESE - Margine e centro

28 Franco SCISCA - Genesi due

28 Franco SCISCA - Nel cerchio

28 Franco SCISCA - I cani

29 Giuseppe CICCHINELLI - ‘I tartufe

29 Giuseppe CICCHINELLI - Il tartufo

29 Giuseppe CICCHINELLI - Nel cimitero

IN MEMORIAM

30 Giovanni PRATICÒ - Nietzsche, Gentile, storia della filosofia, storia

di uomini: il magistero di Antimo Negri

33 Licia Giulia NEGRI CAPPELLO - Un appunto postumo sul marito

Antimo

34 Ennio INNOCENTI - Una perdita: Cecilia Gatto Trocchi

SAGGI

35 Turi VASILE - Avanguardia ignorata degli anni ’40

39 Francesco MERCADANTE - Angelina Lanza nella fedeltà letteraria di

Giuseppe Pellegrino

47 Valentino CECCHETTI - Roberto Calasso: letteratura, editoria, risvolti

di copertina

51 Antonio COPPOLA - Tra gli scogli dell’io: liriche di Fortunato Aloi


DIRETTORE

Francesco Mercadante

DIRETTORE RESPONSABILE

Nino Piccione

COMITATO DI DIREZIONE

Fortunato Aloi

Pierfranco Bruni

Francesco Canfora

Mara Ferloni

Luigi Tallarico

IN REDAZIONE

Silvia Capo

Sabino Caronia

Raffaella Citterio

Federico De Santis

Enrico Graziani

Giuseppe Papponetti

STAMPA

Arti Grafiche La Moderna,

via di Tor Cervara, 171 Roma

© Scrittori italiani

Direzione, redazione

e amministrazione:

corso Vittorio Emanuele, 217

00186 Roma

tel. 0668301367 - fax

0668211973

e-mail:

scrittori.italiani@tiscali.it

sindacato.scrittori@tiscali.it

Autorizzazione del Tribunale

di Roma n. 109/03 del

17/03/2003

Avvertenze

1. Si collabora su invito della

direzione

2. Le opinioni espresse dai singoli

scritti non impegnano

la rivista

S O M M A R I O

2

COSTUME

54 Raffaele PACIOCCA - Storia minima del piccolo Sandokan ovvero

dello stato di natura

56 Giorgio CARPANETO - Curiosità romane

LIBRI

57 Mirella SERRI, I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte di

Fortunato ALOI

57 Paolo MICCOLI, Corpo dicibile. L’uomo tra esperienza e significato, di

Ardian NDRECA

59 Rosario PORTALE, La meteora Brydone, di Nino PICCIONE

60 Anna Pia VIOLA, Dal corpo alla carne, di Francesco A. GIUNTA

61 Felice LAUDADIO, Il colore del sangue. Frammenti di storia, di Maria

A. CACIOPPO

62 Chiara TOZZI, Condividere, di Maria A. CACIOPPO

62 Luciano PIZZICONI, Impronte della memoria, di Miranda

63

CLEMENTONI

AA. VV. Poesie per Karol, (a cura di A. MANNA e A. CLEMENTI) di

Paola CAMUTI

ILLUSTRAZIONI

OPERE D’ARTE

II di copertina:

Franco GENTILINI: il gatto (è) la gatta,

disegno a china 1960, cm. 25,5 x 21,5 (collezione privata)

19 Sir J. E. MILLAIS, Vanity - encre noire sur parchenin 1874.

cm. 16,5 x 15,5 (coll. privata)

38 M. CAMPIGLI, china su cartoncino cm. 31 x 24 (coll. privata)

46 F. CASORATI, Studio, china su carta cm. 27 x 21 (coll. privata)

50 M. MACCARI, cm. 30 x 21. (coll. privata)

53 G. GROSZ, china su cartoncino, cm. 24 x 20 (coll. privata)

55 M. MORANDO, Marinaio 1960 c/ca., gonache su cartone

cm. 24 x 16,5 (coll. privata)

64 A. MARASCO, olio su cartone cm. 34,5 x 21,5 (coll. privata)

III di copertina:

Marcello AVENALI, Nudi

olio su carta incollata sul legno, cm. 28,5 x 21,5,

(collezione privata)

9 Domenico FISICHELLA 16 Armando RIGOBELLO

26 Bernardo ALBANESE 30 Antimo NEGRI

34 Cecilia GATTO TROCCHI 37 Piero CARETTO

FOTO


Art.1. Costituzione del sindacato

Il Sindacato Libero Scrittori Italiani (di seguito, per brevità,

sindacato, e in acronimo S.L.S.I.) è un’associazione sindacale,

che riunisce una pluralità di categorie in rapporto all’esercizio

delle arti e della ricerca storica, filosofica e religiosa.

L’associazione è stata costituita in Roma, addì 18 novembre

1970; ed è regolata dal presente statuto.

Art. 2. Sede del sindacato

Il sindacato ha la sede centrale in Roma. Sedi locali possono

essere istituite in tutto il territorio nazionale. Le sedi locali

afferiscono a cinque grandi aree, composte da più regioni e

denominate aree regionali. La suddivisione territoriale può

essere variata dal consiglio nazionale, in rapporto alla maggiore

o minore diffusione ed efficienza delle sedi locali.

Il sindacato può anche diffondersi all’estero istituendo centri

culturali prevalentemente in paesi di emigrazione italiana

o di immigrazione verso l’Italia.

Art. 3. Apoliticità

Il sindacato è un’associazione culturale e sindacale che si

definisce apolitica e aconfessionale, pur nel rispetto verso il

patrimonio di valori etici, civili, filosofici, artistici, educativi e

religiosi, che contraddistinguono la civiltà italiana e la civiltà

europea nella loro specificità in rapporto ad altre civiltà.

L’iscrizione al sindacato è libera, fatti salvi i requisiti di

idoneità, richiesti agli autori della domanda.

L’iscrizione al sindacato è esclusiva e produce effetti di

incompatibilità limitatamente all’eventuale iscrizione ad

analoghe associazioni sindacali di scrittori, artisti ecc.

Gli iscritti al Sindacato libero scrittori italiani prendono

atto della convenzione, stipulata dal sindacato e dalla CISL

in data 7 luglio 2003.

Art. 4. Scopi del sindacato

Esclusa ogni finalità di lucro, il sindacato si propone i

seguenti scopi, elencati in ordine non esaustivo di priorità:

a) rivendicazione e difesa in tutte le sedi della libertà della

cultura, articolata come libertà di manifestazione del pensiero,

libertà di creazione artistica, libertà di coscienza in materia

religiosa, libertà di opinione nel pluralismo delle tendenze,

libertà complessiva da ogni forma di controllo, pressione,

censura, manipolazione, egemonia;

b) promozione e tutela del diritto d’autore, in attuazione

rigorosa della normativa vigente, con particolare riguardo

agli squilibri del contratto editoriale di base e alle inadempienze

pubbliche e private nella lotta contro contraffazioni e

riproduzioni abusive;

c) collaborazione con associazioni e organizzazioni sindacali

(CISL, SNS, UIL-UNSA, AIE, UCAI ecc.) e con altri enti

(SIAE ecc.), regolata da accordi sia di breve che di lungo

periodo;

d) collaborazione con persone fisiche o giuridiche collegate,

per l’esercizio di operazioni senza fine di lucro nel settore del-

D O C U M E N T I

Sindacato Libero Scrittori Italiani

Statuto 2005

approvato dall’Assemblea dei Soci in data 1 ottobre 2005 e presentato dalla Presidenza

per la registrazione all’Ufficio delle Entrate di Roma in data 2 novembre 2005

3

l’editoria, dello spettacolo, dell’organizzazione di congressi ed

eventi, della gestione di servizi relativi alla reprografia, ecc.;

e) acquisizione di biblioteche, fondi archivisti, collezioni,

ecc.;

f) partecipazione a comitati celebrativi e commissioni per il

conferimento di premi, specialmente se finanziati da Enti

pubblici;

g) collaborazione alle politiche generali e speciali della cultura,

attinenti ai programmi della scuola di ogni ordine e grado;

ai sostegni all’editoria; al finanziamento della ricerca; alle provvidenze

anche fiscali in materia di commercio librario e di diffusione

della carta stampata; alla promozione, organizzazione e

finanziamento degli spettacoli; all’organizzazione delle mostre

di interesse nazionale (biennali, quadriennali ecc.) o di interesse

locale.

Art. 5. Autori

Possono iscriversi al sindacato gli autori dell’opera dell’ingegno,

nella pluralità delle categorie, distinte dall’esercizio

della produzione letteraria, della creazione artistica e della

ricerca storica, filosofica e religiosa. A titolo indicativo, l’elenco

comprende:

- poesia, narrativa, storia e critica letteraria, saggistica, storia

generale, storia locale, spettacolo (teatro, melodramma,

cinema, televisione, trattenimento ecc.), letteratura spirituale

e religiosa, letteratura per l’infanzia, linguistica, giornalismo,

traduzione, interpretazione, recitazione, scienze umane (filosofia,

diritto, politica, antropologia, psicologia ecc.);

- architettura, scultura, pittura, fotografia e videoarte,

design e grafica, storia dell’arte, critica d’arte, archeologia, ecc.

Sulla domanda di ammissione, compilata preferibilmente

in apposito modulo e corredata della documentazione necessaria,

delibera la giunta esecutiva.

La delibera è assunta a maggioranza con votazione a scrutinio

segreto.

Art. 6. Soci

I soci si distinguono nelle seguenti classi:

– soci corrispondenti;

– soci ordinari;

– soci onorari;

– soci benemeriti.

Sono soci corrispondenti gli iscritti, ammessi sulla base di

titoli prodotti generalmente nella fase di inizio della carriera

(fase delle opere prime). Con questa classe il sindacato intende

attirare l’attenzione di giovani, contribuendo così ad una

più sollecita solidarietà intellettuale tra le generazioni.

Sono soci ordinari gli iscritti, ammessi con pieno merito

sulla base di titoli pubblicamente conosciuti ed apprezzati per

l’eccellenza dell’autore nel settore specifico della sua professionalità.

Con questa classe di soci il sindacato intende conseguire

un ampio e solido inserimento nel mondo della cultura.

Sono soci onorari gli iscritti, ammessi per chiamata, sulla

base della «chiara fama». Con questa classe di soci il sindacato

riempie il suo albo d’oro di maestri.


Sono soci benemeriti gli iscritti, ammessi per chiamata

sulla base di particolari atti di generosità, per avere essi

destinato al sindacato donazioni, lasciti, liberalità, sponsorizzazioni;

o fornito beni, servizi, comodati, sconti, benefici di

ogni altro genere.

Art. 7. Diritto di voto

Tutti i soci hanno il diritto di voto attivo. L’elettorato passivo

è riservato ai soci ordinari, onorari e corrispondenti.

L’esercizio del diritto di voto nonché del previo diritto alla

convocazione sono subordinati alle regolarità amministrative

e in particolare al versamento della quota sociale annuale

per l’importo fissato dalla giunta esecutiva. Ai soci corrispondenti,

l’importo della quota è ridotto del cinquanta per cento

o in altra misura stabilita dalla giunta esecutiva.

Per i soci onorari il versamento della quota è facoltativo.

La giunta esecutiva fissa il numero di soci onorari e

benemeriti, in modo che la loro quota non superi il venticinque

per cento del totale dei soci corrispondenti e ordinari.

In merito alle chiamate la giunta esecutiva delibera

all’unanimità dei presenti.

Art. 8. Diritti e doveri dei soci

La qualità di socio è documentata dal possesso del tesserino

di iscrizione, rilasciato dagli uffici della segreteria generale.

Il tesserino si aggiorna di anno in anno con l’applicazione

di un bollino adesivo, attestante il regolare versamento della

quota sociale.

Il tesserino è unico ed ha validità per tutto il territorio

nazionale .

Il socio in possesso del tesserino ha diritto a tutti i vantaggi

dell’associazione, sui quali sarà informato dalla segreteria.

È dovere del socio e segnatamente dei soci corrispondenti

prendere parte attiva alle varie manifestazioni del sindacato.

La qualità di socio si perde per:

a) dimissioni;

b) abbandono (assenteismo, morosità, irreperibilità per

almeno cinque anni consecutivi);

c) incompatibilità;

d) estromissione.

Art. 9. Sedi locali e aree regionali

Con il concorso e per volontà di almeno venticinque autori

possono essere istituite sedi locali del sindacato in città e centri

distribuiti su tutto il territorio nazionale. Gli autori debbono

essere già soci e concordare l’istituzione della sede locale

con la giunta esecutiva del sindacato, la quale provvede

anche a nominare, su designazione dei soci locali, il direttivo

composto da un reggente e da un segretario. L’associazione

locale deve essere provvista di una sede anche provvisoria, o

ricevere decorosa domiciliazione presso enti pubblici o privati,

fondazioni, istituti scolastici, collegi, ecc., facendo anche

conto, sulla collaborazione della CISL (v. sopra, art. 3). Le

sedi locali possono ricevere un contributo dalla sede centrale,

relativamente all’attuazione di iniziative e progetti culturali

determinati.

Le sedi locali afferiscono alle seguenti regioni:

a) Val d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia;

b) Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia,

Emilia-Romagna, Marche;

c) Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise;

d) Campania, Puglia, Basilicata, Calabria;

e) Sicilia e Sardegna.

L’area regionale si attiva con non meno di cinque sedi locali.

I collegamenti delle aree regionali col sindacato sono assi-

D O C U M E N T I

4

curati da presidenti regionali eletti dal consiglio nazionale e

membri di diritto dello stesso. Una più completa disciplina

dei rapporti tra sedi locali, aree regionali e organi centrali

sarà definita da apposito regolamento.

Art. 10. Organi del sindacato

Sono organi del sindacato:

– l’assemblea dei soci;

– il presidente del sindacato;

– il consiglio nazionale;

– la giunta esecutiva;

– il collegio dei probiviri

– il collegio dei revisori dei conti.

Art. 11. Assemblea dei soci

L’assemblea dei soci è formata da tutti gli iscritti in regola

con la quota sociale.

Si riunisce una volta l’anno in via ordinaria ed in via

straordinaria tutte le volte che il presidente ne fissi la convocazione;

o che un quinto dei soci inoltri al presidente richiesta

scritta di convocazione, indicando l’ordine del giorno.

La data di prima e seconda convocazione è fissata a scadenza

di almeno sette giorni dalla data dell’avviso scritto, nel

quale si stabiliscono sede, ora e ordine del giorno della seduta.

In seconda convocazione, la seduta dell’assemblea è valida

anche in mancanza del numero legale calcolato sommando

la metà più uno degli aventi diritto.

L’assemblea delibera a maggioranza semplice dei presenti,

salvo i casi di cui agli artt. 12 e 13 per i quali si richiede la

maggioranza dei due terzi dei presenti.

Il socio assente può farsi rappresentare per delega. Nessun

socio presente può rappresentare più di tre soci assenti.

Art. 12. Poteri dell’Assemblea

I poteri dell’assemblea sono i seguenti:

– approvazione dello statuto e delle modifiche dello statuto,

deliberate a maggioranza dei due terzi.

– elezione del presidente e del consiglio nazionale, previa

elezione del seggio elettorale.

– elezione del collegio dei probiviri.

– approvazione dei bilanci, salvo delega al consiglio nazionale.

– approvazione degli indirizzi programmatici e delle scelte

operative di carattere generale.

– scioglimento del sindacato e devoluzione del patrimonio,

deliberati a maggioranza dei due terzi.

Art. 13. Consiglio nazionale

Il Consiglio nazionale si compone di ventitre consiglieri

effettivi e sette supplenti. Agli effettivi si aggiungono i presidenti

delle aree regionali (o presidenti regionali).

I consiglieri nazionali durano in carica cinque anni e possono

essere confermati per non più di due mandati consecutivi.

Eventuali deroghe saranno deliberate dall’assemblea

con la maggioranza dei due terzi.

Le cariche elettive del sindacato sono onorifiche.

Rimborsi d’ufficio saranno riconosciuti per spese documentate,

secondo modalità definite dalla giunta esecutiva.

Art. 14. Elezione del Consiglio nazionale

L’assemblea dei soci elegge il consiglio nazionale osservando

le seguenti modalità:

a) la seduta dell’assemblea è aperta dal presidente uscente.


Funge da segretario il segretario generale, che redige l’elenco

dei presenti. Il presidente indìce le votazioni di tre soci

(un presidente e due scrutatori), che si costituiscono in seggio

elettorale e dichiara aperto il termine per la presentazione

delle liste;

b) ogni lista si compone di ventitre candidati effettivi e di

sette supplenti. Apre la lista il nome del candidato alla presidenza.

Gli altri nomi, seguono in ordine di merito e risultano

eletti nello stesso ordine, calcolando unicamente il voto di lista;

c) nessun candidato può essere iscritto in più di una lista;

d) redatto il verbale di presentazione delle liste, il presidente

dichiara concluse le operazioni preliminari e indìce le

operazioni di voto per appello nominale a scrutinio segreto;

e) chiuse le operazioni di voto, il seggio elettorale esegue lo

spoglio delle schede e assegna il quoziente dei voti alle varie

liste;

f) risultano eletti per la maggioranza il presidente e quindici

candidati della lista che ha ottenuto il maggior numero

di voti, nonché 5 supplenti; eletti per la minoranza sette candidati,

nonché due supplenti; se le liste in concorso sono soltanto

due e quella di minoranza abbia superato il quorum del

venti per cento dei voti; cinque con un quorum tra il dieci e il

venti per cento e un supplente; due con un quorum tra il cinque

e il dieci per cento e un supplente; nessuno con un quorum

inferiore al cinque per cento;

g) nel caso concorrano alle votazioni più di due liste, alla

lista di maggioranza spettano il presidente e quindici consiglieri

e alle liste di minoranza sette consiglieri, da attribuire in

proporzione al quoziente dei voti ottenuti, fatto salvo lo sbarramento

del cinque per cento e in proporzione i supplenti;

h) in caso di cessazione dalla carica di un consigliere subentra

il primo dei non eletti della propria lista ed in subordinato

il supplente;

i) il seggio elettorale delibera inappellabilmente su eventuali

contestazioni, relative alle procedure e ai risultati delle

elezioni.

Art. 15. Elezione del Collegio dei probiviri

Il collegio dei probiviri si compone di cinque membri effettivi

e due supplenti.

All’elezione del consiglio nazionale segue quella del collegio

dei probiviri. In corso di seduta il presidente dichiara aperto

il termine per la presentazione di una o più liste di candidati,

in numero di sette per ogni lista, scelti tra i soci che si

distinguano per autorevolezza, indipendenza e imparzialità

(religiosi, magistrati, avvocati, docenti universitari ecc.).

Apre la lista il nome del presidente: gli altri nomi seguono in

ordine di merito.

Espletate le operazioni preliminari, il presidente indice le

operazioni di voto per appello nominale a scrutinio segreto.

Risultano eletti i cinque candidati effettivi e i due supplenti

della lista, che ha riportato il maggior numero di voti.

In caso di parità, si ripetono le operazioni di voto.

In caso di più liste si applica l’art. 14.

I probiviri durano in carica cinque anni e possono essere

riconfermati.

Art. 16. Poteri del consiglio nazionale

I poteri del consiglio nazionale sono i seguenti:

a) su proposta del presidente, già eletto dall’assemblea,

elegge i sei consiglieri della giunta esecutiva;

b) delibera sul regolamento, relativamente alle materie per

le quali ne è prevista la disciplina;

c) delibera sui provvedimenti della giunta attinenti alle

collaborazioni, di cui nell’art. 4 sotto le lettere c) e d); sui

provvedimenti di emergenza; sui provvedimenti di rilevante

D O C U M E N T I

5

impegno economico; sui provvedimenti destinati a incidere

sul quadro generale della vita associativa, incluso tra essi l’eventuale

delibera di scioglimento.

d) elegge il collegio dei revisori dei conti (v. art. 21);

e) elegge i presidenti delle aree regionali. Essi siedono nel

consiglio come membri di diritto e durano in carica, indipendentemente

dalla data della loro elezione, fino alla scadenza

del consiglio medesimo;

f) inoltra al presidente richiesta scritta di convocazione

straordinaria del consiglio nazionale, firmata da almeno un

quarto dei consiglieri e recante l’ordine del giorno;

g) su proposta del presidente ammette alle sue sedute,

nelle varie materie e per le varie finalità, osservatori senza

diritto di voto;

h) il consiglio nazionale delibera a maggioranza semplice

dei presenti, fatto salvo il numero legale, calcolato sommando

la metà più uno dei consiglieri in carica. Gli assenti possono

farsi rappresentare per delega. Nessun consigliere presente

alla seduta può ricevere più di una delega.

Art. 17. Giunta esecutiva

La giunta esecutiva è composta dal presidente e da sei consiglieri,

responsabili dei seguenti uffici:

– presidenza del sindacato;

– vicepresidenza;

– vicepresidenza aggiunta;

– segreteria generale;

– direzione amministrativa;

– vicesegreteria;

– vicesegreteria aggiunta.

Art. 18. Poteri della Giunta esecutiva

La Giunta esecutiva è l’organo di attuazione degli indirizzi

e degli obiettivi programmatici, deliberati dall’assemblea e

dal consiglio nazionale.

La Giunta esecutiva si riunisce con periodicità, stabilendo

un calendario di convocazioni a data fissa mensile. La seduta

è valida se i presenti raggiungono il numero legale. Gli

assenti possono farsi rappresentare. Il delegato può ricevere

un solo mandato. Le delibere sono assunte a maggioranza

semplice.

Competenze e funzioni sono così ripartite:

1. presidente del sindacato

a) il presidente unifica le comuni idealità e finalità del sindacato,

spendendo al loro servizio un nome e una figura autorevoli

per pubblici riconoscimenti;

b) il presidente del sindacato ha la rappresentanza legale

dell’associazione;

c) in caso di impedimento o di cessazione dalla carica per

altra causa, nell’esercizio della rappresentanza legale subentra

il vicepresidente;

d) il presidente può farsi rappresentare da suoi mandatari

speciali, per incarichi relativi a missioni all’estero, negoziati,

convegni, commissioni ecc.;

e) il presidente convoca l’assemblea, il consiglio nazionale e

la giunta esecutiva e ne presiede le sedute;

f) dirige le collane editoriali e le pubblicazioni periodiche

del sindacato;

g) nomina collaboratori, previa delibera della giunta, che

rispondono esclusivamente a lui del loro operato.

2. vicepresidente

a) ha la rappresentanza legale del sindacato in caso di

impedimento temporaneo del presidente;

b) in caso di dimissioni irrevocabili del presidente accettate

dall’assemblea o di cessazione definitiva per altra causa, il


vicepresidente assume a tutti gli effetti le funzioni del presidente

e le esercita fino alla naturale scadenza del mandato.

Il consiglio nazionale provvederà alla reintegrazione della

giunta eleggendo un consigliere alla carica di vicepresidente;

c) cura i collegamenti con i Ministeri, la SIAE, il SNS, la

UIL-UNSA, l’AIE, l’AIDRO, l’UCAI, l’ULI, ecc.;

d) cura i collegamenti con la CISL.

3. vicepresidente aggiunto

a) istruisce le domande relative alle aperture di sedi locali

e centri del sindacato all’estero;

b) cura i collegamenti con le aree regionali ancora sprovviste

di presidente.

4. segretario generale

a) regge la struttura organizzativa del sindacato;

b) istruisce le domande di ammissione al sindacato;

c) redige i verbali dell’assemblea, del consiglio nazionale e

della giunta e ne custodisce i registri;

d) provvede alla corrispondenza e alla esatta tenuta degli

archivi;

e) gestisce il fondo cassa per le spese correnti;

f) aggiorna l’elenco dei soci e organizza manifestazioni promozionali,

al fine di allargare il numero delle adesioni;

g) notifica al collegio dei probiviri il caso del socio passibile

di sanzione, formulando e motivando l’accusa.

5. direttore amministrativo

a) controlla il volume delle risorse economiche del sindacato,

raggruppate nelle voci di cui all’art. 19;

b) raccoglie dal segretario generale e dagli uffici tutti informazioni

e dati, relativi alla compilazione del bilancio;

c) provvede all’esatta osservanza delle regolarità amministrative,

contabili e fiscali;

d) cura i rapporti con gli istituti di credito, a ciò delegato

del presidente;

e) cura i rapporti con i revisori dei conti.

6. vicesegretario e vicesegretario aggiunto

La giunta esecutiva si riserva di valorizzare i loro uffici,

definendo con elasticità l’attribuzione degli incarichi, che si

rendano necessari.

Art. 19. Risorse economiche

Le entrate del sindacato sono costituite dalle seguenti voci:

a) raccolta quote di iscrizioni dei soci e quote per finanziamento

pubblicazioni;

b) contributo SIAE per la bollinatura dei frontespizi;

c) accrediti SIAE per servizi reprografia;

d) contributi eventuali di enti pubblici e privati su domanda,

relativa a progetti culturali determinati;

e) utili di gestione;

f) rendite del patrimonio;

g) lasciti e liberalità varie.

Art. 20. Collegio dei probiviri

1. Il collegio dei probiviri è l’organo di disciplina interna del

sindacato nel rapporto dei soci tra loro e dei soci con gli organi

sociali.

2. Il Collegio dei probiviri applica le seguenti sanzioni:

a) lettera di richiamo;

b) decreto di estromissione.

3. L’accusa può essere formulata:

a) dalla segreteria generale;

b) dal socio informato.

D O C U M E N T I

6

In caso di notizia di pubblico dominio, il collegio dei probiviri

procede d’ufficio.

Il socio passibile di sanzione deve essere previamente sentito

dal collegio, presso il quale può anche produrre memoria

difensiva nel termine di trenta giorni dalla data del colloquio.

Il decreto non è appellabile.

Il presidente del collegio incarica il membro più giovane di

redigere il verbale della seduta, che sarà firmato da tutti i

membri del collegio e conservato in apposito registro, a cura

del segretario generale.

Art. 21. Collegio dei revisori dei conti

Il collegio dei revisori dei conti, o sindaci, è composto da tre

membri effettivi e due supplenti;

a) i sindaci possono anche essere esterni al sindacato;

b) su proposta della giunta esecutiva, che presenta una

lista di candidati, il consiglio nazionale procede all’elezione

del collegio dei sindaci nella seduta successiva a quella convocata

per l’elezione della giunta. Apre la lista il nome del

presidente;

c) il collegio dei sindaci dura in carica cinque anni e può

essere confermato;

d) il collegio sindacale si riunisce almeno una volta l’anno

nella seduta dell’assemblea, convocata per l’approvazione del

bilancio, esercitando in quella sede le competenze e le funzioni,

stabilite dalle leggi vigenti;

e) eventuali variazioni, relative alla composizione del collegio

dei revisori dei conti, con riduzione del numero dei sindaci

elettivi, per far posto a sindaci di nomina ministeriale,

saranno deliberate dal consiglio nazionale.

Art. 22. Scioglimento del Sindacato

Su proposta della giunta esecutiva, il consiglio nazionale in

prima istanza, e l’assemblea dei soci in seconda e ultima

istanza deliberano a maggioranza dei due terzi dei presenti:

- lo scioglimento del sindacato;

- la devoluzione gratuita del patrimonio attraverso accordi

bilaterali o atti unilaterali ad associazioni sindacali affini, o

soggetti con esse collegati.

Disposizione finale e transitoria

Lo statuto, nel testo rinnovato dalle presenti revisioni e

modifiche, entrerà in vigore entro e non oltre i novanta giorni,

a far data dalla seduta dell’assemblea, che ne delibera

l’approvazione.

Nelle more resta valido lo statuto vigente, tranne che agli

effetti della scadenza delle cariche sociali, prorogate di tanto

che l’assemblea possa essere convocata e le elezioni svolgersi a

norma del nuovo statuto.


Il primo ottobre 2005 l’Assemblea nazionale del

1. SLSI ha approvato la riforma dello Statuto, deliberando

all’unanimità significative variazioni, sulle

quali, previo il conferimento di un preciso mandato, si

erano pronunciati la Giunta esecutiva e il Consiglio

nazionale. In che cosa consistono le principali novità?

Dopo oltre tre decenni di attività, datati Novecento non

soltanto in senso cronologico, il sindacato appariva come

un albero ancora florido, ma bisognoso di potature

e di innesti. La sua linea di autonomia dal politico,

tracciata incisivamente alla fine degli anni sessanta

con una precisa visione culturale, anzi con una precisa

filosofia della cultura, ha avuto successo, è giunta a penetrare

in profondità nel tessuto delle istituzioni letterarie

e non solo letterarie (cinema, teatro, storia, linguaggio

della comunicazione ecc.). È dunque finita la

cesura storica.

Il sindacato libero rompe a suo tempo, dopo circa un

decennio di vani conati da parte di altre Associazioni

(da ricordare quella specificamente intitolata alla

“libertà della cultura”), il monopolio del pensiero

unico, dando espressione a “culture minoritarie”, differenziate,

asimmetriche, fluttuanti. In nome di che cosa,

di quali valori? Dire libertà non basta. Gli scrittori

liberi hanno previsto e forse anche provocato la fine

dell’intellettuale collettivo, dell’artista impegnato, del

consigliere ideologico che dell’editoria governa la nave

ammiraglia e impedisce con il suo potere strutturale al

principe Tomasi di Lampedusa di salire a bordo.

È vero che rischia di rimanere piantata a lungo in

terra di nessuno la bandiera di un sindacato, che si

protesta apolitico e aconfessionale, anche se rappresentativo

di culture non apolitiche e non aconfessionali.

Ma è anche più vero che nella lista di diritti dell’individuo,

specie se scrittore, già al tempo suo Baudelaire

lamenta che non sia stato espressamente previsto il

diritto di contraddirsi, come elogio dell’eterodossia,

dell’eresia, della follia.

Barolini, Fabbri, Pomilio, De Feo, Del Bo, Alfieri, e in

ordine sparso Soffici, Bargellini, Primo Conti,

Prezzolini, Valitutti, Del Noce, Assunto, Franchini ecc.,

hanno retto il Sindacato, coltivando gli spazi della

mobilità, sdoganando in epoca non sospetta i vinti non

“redenti”, accentuando ed esaltando sempre in epoca

D O C U M E N T I

Commento ai principali emendamenti

Francesco M ERCADANTE

7

non sospetta l’apprezzamento per la frangia, per la provincia,

per il ghetto, se i maledetti si chiamano Pound,

Jünger, C. Schmitt, Gentile, Volpe, Evola, Del Vecchio,

Titone, Berto, Alianello: e mille altri.

Sfrondare, innestare, si diceva: per alleggerire e

2. insieme irrobustire la pianta. Si conferma la

denominazione storica, incardinata sui valori congiunti

della scrittura e della libertà (scrittori liberi), ma

senza osservanze scolastiche, rispetto alle varie e sempre

nuove espressioni dell’opera d’arte. Scrittori, dunque,

come autori: di un libro come di un’istallazione, di

un bronzo, di un graffito, che si presentino e siano

intercettati comunque nel segno del fare creativo. Chi è

oggi lo scrittore? È l’autore che conta: tanto quello che

si trova nelle librerie, quasi sempre diviso tra il giornale,

la tv, lo spettacolo, la cattedra, la politica, le professioni

ecc.; quanto quello che firma l’architettura, il

design, il manifesto pubblicitario ecc.

Le porte della nostra Associazione si sono aperte alle

famiglie, se a comporle sono: un autore di romanzi, ad

esempio; un’autrice di regia teatrale e cinematografica;

un’autrice di cartoni animati per l’infanzia; un autore

di traduzioni, tra marito, moglie e figli. Ampliare

secondo criteri già operanti in altri paesi (associazioni

che somigliano alla nostra lo hanno già fatto): e ringiovanire.

I soci passano da due a quattro classi. Si agevola

l’accesso ai trentenni in cammino verso le prove

più difficili; e si disciplina la cooptazione dei soci onorari,

definendone quota numerica e inserimento a tutti

gli effetti nella vita associativa del Sindacato.

Le premesse per un incremento delle iscrizioni e

3. delle adesioni sono anche da collegare ai nuovi

compiti, previsti tra gli scopi sociali, a servizio di

quella grande causa, che è la promozione e la tutela

del diritto d’autore. Nella lotta alla pirateria le confederazioni

sindacali - CGIL, CISL e UIL - svolgono

un ruolo, che è non soltanto quello dell’allarme e

della strategia da opporre alla sempre fantasiosa

industria delle violazioni; ma anche quello della

individuazione, imputazione e attribuzione agli

autori dei proventi, derivanti dai diritti di fotocopia,

il tutto nel quadro della collaborazione, definita da


leggi, direttive comunitarie, convenzioni ecc., dei tre

sindacati congiunti, nei loro complessi rapporti con

la SIAE e con l’AIE.

Il mondo degli autori ha le sue rappresentanze sindacali,

notoriamente distinte in tre sindacati: per la CGIL

il Sindacato nazionale scrittori (SNS); per la CISL il

Sindacato libero scrittori italiani (SLSI); per la UIL

l’Unione nazionale scrittori e artisti (UIL-UNSA). Le

tre organizzazioni vivono di vita propria, per orientamento

ideale, per tipologia di soci, per organi direttivi

ecc.; realizzano però accordi di largo respiro unitario

nel superiore interesse comune degli autori, facendosi

carico di funzioni generali e speciali, che si sono moltiplicate:

nell’ultimo triennio più che nel trentennio precedente.

Di rilevanza statutaria, debitamente formalizzata

all’art. 3, - è forse la più importante novità - l’afferenza

del SLSI alla CISL.

Interessata, anzi impegnata decisamente dalle

4. modifiche statutarie la struttura degli organi

direttivi. Poche le modifiche, fondamentalmente due,

ma indifferibili: a) il mandato a termine; b) il presidente

eletto dall’assemblea. Secondo le nuove disposizioni,

nessun organo elettivo dura in carica per più

di due mandati consecutivi. Dal limite rimane esente

unicamente il collegio dei probiviri. Su questa

minima, ma non trascurabile, anzi importantissima

innovazione si era in passato arenata ogni volontà,

espressa dall’assemblea sin dalla metà degli anni

ottanta, di riforma dello statuto. Semplificate anche

le procedure di elezione, intervenendo in primo luogo

sulla composizione del consiglio nazionale, che passa

dai venticinque più quindici (circa) ai venticinque

più cinque membri, in ragione di un più realistico

equilibrio tra numero dei soci e numero dei consiglieri.

All’elezione del consiglio nazionale l’assemblea

sarà chiamata ogni cinque anni. I candidati, che

intendano concorrere all’elezione, si riuniscono e presentano

raggruppati in una lista. L’assemblea si pronuncerà,

pertanto, con voto di lista. Niente più voto

personalizzato, niente più cerchie rivali e rissose, sia

pure nell’arco della sola giornata elettorale.

Maggioranza e minoranza si formeranno accordando

la fiducia a una compagine di eletti, che ha già i

necessari requisiti di omogeneità e di coesione.

Merita in aggiunta la più doverosa sottolineatura la

posizione di capolista, assunta dal candidato alla

presidenza, che chiede i voti con un programma fatto

non soltanto di idee. Si presentano infatti in collegamento

organico con lui consiglieri virtuali, che debbono

realizzarle. Prima della modifica statutaria il

presidente era espressione del Consiglio nazionale.

Ora invece tutti i soci, riuniti in assemblea, restrin-

D O C U M E N T I

8

gono col voto di lista gli spazi bianche della delega,

conferendo al presidente titolo il più democratico a

rappresentare l’associazione senza vincoli di tendenza,

appartenenza, sudditanza. Democrazia diretta,

governante, deliberativa: ben lontana da ogni rischio

e pericolo di verticismo.

La diffusione e l’organizzazione del Sindacato sul

5. territorio nazionale hanno dovuto fare i conti, in

sede di revisione degli assetti vigenti, con la statistica.

Si riparte da centri ben localizzati, che hanno dato e

continuano a dare in concreto buona prova di sé: quattro

regioni su diciotto. Prima comunque gli insediamenti,

zona per zona, provincia per provincia, con la

loro autonomia operativa, ma realizzati come articolazioni

dell’unico e identico Sindacato: stesso tesserino

nazionale, stesso statuto e stessi organi direttivi centrali.

La materia, ancora allo stato fluido, sarà comunque

disciplinata da apposito regolamento.

Con la fine dell’anno 2005 giunge a compimento

6. la storia dello statuto vigente, meritevole del più

geloso attaccamento per le tante pagine memorabili,

che la riempiono.

Il rinnovo delle cariche, previsto per la primavera del

2006, si farà mettendo subito alla prova i cambiamenti:

cambiamenti modesti, evolutivi, coerenti con la più

rispettosa fedeltà alla nostra identità storica.

L’assemblea nazionale ha capito tutto ciò, tanto da rendere

onore alle proposte di modifica, approvandole

all’unanimità con votazione calorosa e plaudente.

Sia in giunta (numerose le sedute di calendario e

straordinarie), che in consiglio nazionale, il dibattito si

è giovato di tutta una somma di opinioni convergenti,

espresse da colleghi ben noti come storici, letterati,

giornalisti, giuristi, universitari, magistrati, uomini

politici. Ne ricordo e ringrazio tre in particolare:

Canfora, il più coinvolto; Tallarico, il più ottimista;

Dino Grammatico, il più saggio. Non da passare sotto

silenzio, tuttavia, i contributi di Antimo Negri (†),

Vasile, Piccione, Vassallo, Mara Ferloni, Accame, Aloi,

Bruni, Quarantotto, Giunta, Spadaro, De Santis,

Cecchetti: e qui mi fermo, per non fare un torto eccessivo

ai tanti, ai quali chiedo scusa per non averli nominati

come meritavano: tutti.

Il nuovo statuto è nato da questa fatica comune, sul cui

esito, modesto per quanto sia - lo abbiamo già detto - ,

secondo le nostre sempre modeste previsioni, il

Sindacato potrà contare per il prossimo… millennio,

anno più anno meno.


P R I M A P A G I N A

Onoranze a Domenico Fisichella per i suoi settanta anni

Conservatorismo e politica

Domenico Fisichella è Vicepresidente del Senato da due

legislature. È stato Ministro per i Beni Culturali e Ambientali

nel primo governo presieduto da Silvio Berlusconi.

Professore ordinario di Dottrina dello Stato e di Scienza

della politica nelle Università di Firenze e di Roma “La

Sapienza”, docente di Scienza della politica presso la

L.U.I.S.S. di Roma, membro del Comitato scientifico della

“Rivista italiana di Scienza politica”, fa parte del Consiglio

Scientifico e del Comitato scientifico ristretto dell'Istituto

dell'Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani.

Laureato in Giurisprudenza, libero docente in Storia delle

Dottrine Politiche, è nato a Messina il 15 settembre 1935 e

risiede a Roma dal 1980.

In occasione dei suoi 70 anni, il Capo dello Stato, Carlo

Azeglio Ciampi, gli ha inviato il seguente messaggio:

On. Sen. Domenico Fisichella

Vicepresidente

Senato della Repubblica

00186 Roma

Caro Presidente,

Le giungano da parte mia e di mia moglie Franca i più cari

auguri di buon compleanno.

L'insigne attività accademica, il costante e convinto impegno

nell'esercizio dei suoi alti compiti istituzionali sono un esempio

di coerenza e rigore, al servizio del bene della nostra

Repubblica.

Ancora auguri.

Carlo Azeglio Ciampi

Intervista a cura di Massimo CROSTI

9

P

reliminarmente mi sembra opportuno soffermarmi sulla

poliedricità della sua ricerca, prendendo spunto da alcuni

ricordi personali di Gianfranco Pasquino, espressi in occasione

del Convegno a lei dedicato. Egli ha ricordato un vostro

incontro avvenuto a Firenze nel 1970. A lui giovane studioso intrigava

il fatto che lei, già affermato scienziato della politica e autore

di Sviluppo democratico e sistemi elettorali (Sansoni Editore,

Firenze 1970), avesse dedicato studi a pensatori (Joseph de

Maistre, Claude-Henri de Saint-Simon, Auguste Comte) cui veniva

data pochissima attenzione negli studi filosofici italiani e sostanzialmente

nessuna in quelli politici. Diceva Pasquino: vada per

Comte, vada per Saint-Simon, ma certo l’interesse verso de Maistre

mi sembrava curioso. Credo che la curiosità di Pasquino contenesse

anche una domanda: vi è un nesso, una connessione fra questi

suoi lavori e i suoi apporti più strettamente politologici, oppure no?

Lo dico perché come interprete del suo pensiero - è da poco uscito

il mio Domenico Fisichella. Il primato della politica per i tipi di

Città Aperta Editore - mi sono posto tale domanda. Come sa, per

me vi è una connessione molto stretta fra i diversi momenti del suo

itinerario di ricerca. Certo, si possono legittimamente considerare

nella loro autonomia i suoi contributi politologici, come mi pare

sia stato fatto nel Convegno, per individuarne i contenuti salienti

e collocarli nella storia della scienza politica italiana. E non è

poco. Basti pensare alla teoria generale del totalitarismo con la

quale ha proposto una convincente chiarificazione scientifica della

categoria di totalitarismo, quando in Italia per tutta una serie di

ragioni storiche e culturali l’argomento totalitarismo era tabù. Per

non parlare della costante attenzione ai temi istituzionali, a partire

dalla metà degli anni Sessanta quando ha avviato in Italia la

discussione sul doppio turno.

E tuttavia limitarsi agli studi politologici, per quanto importanti

essi siano, omettendo così le analisi rivolte a figure significative

del pensiero politico occidentale, non consente di cogliere il senso

complessivo della sua ricerca. Ciò è tanto più vero, a mio avviso,

perché tali analisi sono condotte con l’occhio del teorico generale

della politica, vale a dire con l’intento non soltanto di ricostruire

talune posizioni storico-culturali ma di cogliere altresì le questioni

fondamentali poste dai suoi autori, per poi costruire una propria

e originale prospettiva teorica. Da questo punto di vista è

emblematico l’apporto alla tradizione politica del conservatorismo.

Lei non ha dedicato un volume autonomo al conservatorismo,

ma nei suoi testi di analisi del pensiero politico sono rintracciabili

diffusi motivi di riflessione che consentono da un lato di collocarla

nell’ambito del conservatorismo e, dall’altro, permettono di

cogliere una prospettiva conservatrice sicuramente da approfondire.

È singolare che settori della cultura italiana sensibili al tema

del conservatorismo non lo abbiano fatto. Forse non le ha giovato

il fatto di essere un pensatore autenticamente controcorrente, e

non apparentemente controcorrente ma di fatto attraversato dalle

mode culturali del proprio tempo.

In ogni caso lei è un autore difficile, la sua ricerca è complessa,

non è facile ricostruirla, e non è agevole anche se non è impossibile

trovare un motivo guida. È complessa anche perché non è

l’autore di un solo libro, intendo dire che non ha legato il suo

nome a una tematica in particolare, a un volume su tutti, ma è un

autore di cui bisogna individuare pazientemente i fili teorici e collegare

gli uni con gli altri, se si vuole cogliere l’effettiva portata

del suo pensiero. Senza poi considerare il fatto che la sua ricerca

attende ulteriori sviluppi. Condivide queste mie considerazioni

introduttive?


R. Lei ha ragione sul fatto che sono un autore difficile

e richiamerei anche ciò che qui non ha detto ma

ha scritto nel suo volume, e cioè che non mi lascio

condizionare dai miei autori, anche se non dimentico

la loro lezione. Dopodichè, vorrei aggiungere alcune

cose sulla poliedricità della mia ricerca. Io non

nasco come scienziato della politica, essendomi laureato

in Filosofia del Diritto (relatore Sergio Cotta)

nel lontano 1960 con una tesi su Charles Maurras,

ma come filosofo della politica e analista del pensiero

politico, anche se mi sono subito dedicato agli

studi di scienza politica. Non a caso, nel corso del

mio percorso intellettuale sono sempre stato convinto

dell’importanza dello studio della storia del pensiero

politico per produrre una buona scienza politica.

Da questa premessa, o comunque anche da questa

premessa, si spiega il mio interesse verso gli

autori che lei ha ricordato. È anche vero che li ho

scandagliati da teorico generale della politica, e cioè

al fine cogliere le grandi questioni da loro sollevate.

Quanto al conservatorismo, Edmund Burke, il punto

di riferimento di questo filone di pensiero, mi ha fornito

non poche suggestioni. Ma non solo il conservatore

Burke, anche il tradizionalista de Maistre, per

non parlare di alcuni grandi realisti della tradizione

politica italiana come Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto.

Sono tutti pensatori sui quali mi sono soffermato

con contributi di diverso impegno. Sono tutti pensatori

controcorrente, dotati della consapevolezza

che pensare controcorrente aiuti a pensare.

D. Certo, ma le proporrei di cominciare dai positivisti, vale a dire

da Saint-Simon e Comte, da lei studiati soprattutto ne Il potere

nella società industriale (Laterza, Roma-Bari 1995; prima ed. Morano,

Napoli 1965) e in alcuni saggi nel corso degli anni. Quali

questioni pongono all’attenzione del teorico generale della politica?

R. Limitiamoci a ricordane una, ma essenziale: nella

loro prospettiva si possono individuare le radici delle

idee antipolitiche nel mondo industriale e post-industriale.

Pensiamo alla celebre Parabola di Saint-Simon,

un testo altamente significativo in questo senso.

Che cosa succederebbe alla Francia - sintetizziamo

brevemente e senza pretese di completezza la sua

argomentazione - se venissero meno le classi dirigenti

politiche? Certo, i francesi sarebbero dispiaciuti perché

i francesi sono buoni, ma non ne verrebbe un gran

danno. Ma se scomparissero gli ingegneri, gli scienziati,

gli artigiani e in generale i produttori, ecco che questa

sarebbe una vera catastrofe per la Francia! Più in

generale, i positivisti sono convinti che la politica tradizionalmente

intesa, basata sulla coazione e sul

monopolio della forza legittima, sia destinata a scomparire

nei secoli industriali a favore di un potere non

P R I M A P A G I N A

10

politico basato sulla competenza. Parallelamente, essi

muovono tutta una serie di critiche ai parlamenti, da

loro considerati non rappresentativi, e alle classi dirigenti

politiche ritenute incompetenti e coinvolte. Si

tratta di rilievi ripresi anche dal populismo contemporaneo.

All’interno di queste prospettive teoriche non

si comprende che la soluzione politica è una soluzione

di libertà, di crescita civile, sociale, culturale.

Chiaramente non tutte le soluzioni politiche configurano

esiti di libertà, basti pensare alle soluzioni

SOTTO L’ALTO PATRONATO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

SCIENZE DELLO STATO E SCIENZE POLITICHE

GIORNATA DI STUDIO IN ONORE DEI SETTANT’ANNI

DI DOMENICO FISICHELLA

Roma 15 settembre 2005

Facoltà di Scienze politiche

Comitato d’onore

Sen. Prof. Marcello Pera, On. Dott. Pier Ferdinando Casini,

Prof. Piero Alberto Capotosti, D.ssa Letizia Moratti,

Prof. Renato Guarini, Prof. Augusto Marinelli,

Prof. Luigi Frati

Comitato scientifico

Prof. Pietro Grilli di Cortona, Prof. Fulco Lanchester,

Prof. Carlo Mongardini, Prof. Sandro Rogari

Programma dei lavori

SALUTI E INTRODUZIONE

Prof. Fulco Lanchester e Prof. Sandro Rogari

IL METODO

Prof. Carlo Mongardini e Prof. Leonardo Morlino

I REGIMI: DEMOCRAZIA E TOTALITARISMO

Prof. Pietro Grilli di Cortona e Prof. Luciano Pellicani

MECCANISMI ISTITUZIONALI E SVILUPPO POLITICO

Prof. Maurizio Cotta e Prof. Gianfranco Pasquino

SCIENZA DELLO STATO E SCIENZA POLITICA

NEL PENSIERO DI DOMENICO FISICHELLA

Tavola rotonda presieduta dal Prof. Giovanni Sartori

con la partecipazione di:

Sen. Prof. Giuliano Amato, Prof. Giovanni Bonanate,

Prof. Mario D’Addio, Prof. Lorenzo Ornaghi,

Prof. Antonio Zanfarino


autoritarie e totalitarie, ma le soluzioni non politiche

configurano sicuramente esiti di illibertà.

D. Quest’ultimo aspetto ci riporta a quel versante della sua ricerca

la quale comprende viceversa pensatori (Burke, de Maistre,

Pareto, Mosca) che considerano irrinunciabile la dimensione della

politicità. Fra l’altro, sono pensatori che hanno influenzato non

poco la sua prospettiva teorica. Perché non sintetizza alcune istanze

salienti del suo conservatorismo?

R. In primo luogo, l’istanza del limite secondo la quale

l’uomo non può tutto e la natura è legata alla sua

necessità. E in una fase di grandi cambiamenti come

la nostra - penso in particolare a quelli scientifici, ma

non solo - è importante tornare a riflettere sui limiti

dell’azione umana. Può essere interessante tenere

presente che un teorico del progresso dell’importanza

di Comte prospetti, accanto alla razionalità del fare,

anche una ragionevolezza del non fare.

In secondo luogo, l’istanza dell’istituzionalismo fondamentale,

che ci consente di focalizzare la centralità

delle istituzioni sulla base di una visione pessimistica

dell’uomo. In altri termini, alla luce della consapevolezza

che attraversa il realismo politico,

secondo la quale l’uomo è più disposto al male che al

bene, comprendiamo pienamente il ruolo ineludibile

delle istituzioni: sono funzionali le istituzioni che

rendono più difficile il passaggio delle passioni negative,

mentre sono disfunzionali le istituzioni che

favoriscono il passaggio delle passioni negative.

In terzo luogo, l’istanza dell’equilibrio dinamico sottolineata

da Burke, il quale vede nell’equilibrio tra

libertà e autorità il più vero e autentico problema

politico. Inoltre, de Maistre propone un criterio assai

utile nella valutazione del regimi politici, ossia il criterio

della medietà secondo il quale le forme politiche

vanno valutate per il valore medio che esse

esprimono. Evidentemente, il criterio della medietà,

ripreso anche nel mio volume più recente sul pensatore

savoiardo (Joseph de Maistre pensatore europeo,

Laterza, Roma-Bari 2005), diviene tanto più significativo

quanto più esso si accompagna e si coniuga

con la continuità e la lunga durata, perché la considerazione

della durata è importante in valutazioni

di questo genere.

In buona sostanza, il conservatorismo è legato alla

continuità storica, alle istituzioni che hanno mostrato

di essere in grado di durare nel tempo, e in pari

tempo esso cerca nella storia l’intelligenza per comprendere

il presente e presagire il futuro. Nulla a

che vedere con il passatismo. La visione che identifica

conservatorismo e passatismo costituisce una

distorsione del conservatorismo, nonché la negazione

di ciò che esso ha rappresentato e rappresenta

nella storia del pensiero politico.

P R I M A P A G I N A

11

D. Fissati alcuni caratteri del suo conservatorismo del quale

potremmo parlare ancora a lungo, stabilite quindi le coordinate di

riferimento della sua prospettiva filosofico-politica, ebbene fissato

tutto ciò, adesso la inviterei a soffermarsi su taluni aspetti più

strettamente politologici. Lei ha indagato essenzialmente la

dimensione politica moderna. Le sue analisi spaziano dallo sviluppo

democratico al totalitarismo, dall’autoritarismo alla democrazia,

senza dimenticare i suoi studi epistemologici. Comincerei

con il totalitarismo, un tema trattato al Convegno da Luciano

Pellicani.

R. Mi scusi se la interrompo, ma vorrei dire che proprio

i miei studi sul totalitarismo confermano quella

connessione cui lei faceva riferimento tra la mia

ricerca di tipo filosofico-politico e quella scientificopolitica.

Abbiamo parlato dell’istanza del limite e

dell’importanza di tenerne conto. Chiaramente ciò

vale anche nella sfera politica. Ebbene, la forma

politica che travolge ogni limite è proprio quella

totalitaria. Nel 1976, in Analisi del totalitarismo ho

messo in luce il carattere intrinsecamente nichilistico

del regime totalitario, tale da travolgere tutto e

tutti e alla fine da portare al disfacimento dello stesso

regime totalitario.

Nel mio lavoro scrivevo, infatti, che la sconfitta del

totalitarismo è segnata nel suo nichilismo. In altri

termini, i regimi totalitari sono destinati al dissolvi-


mento non solo quando vanno incontro a una sconfitta

militare, come è avvenuto nel caso del nazionalsocialismo,

ma anche per una loro debolezza intrinseca,

il nichilismo appunto. Credo, me lo lasci dire,

di essere stato buon profeta. Certo, il comunismo

sovietico si è dissolto per tante ragioni storiche,

sociali, economiche, ma è stato lo stesso Mikhail

Gorbaciov a ricordarci quanto peso abbia avuto, nel

crollo dell’impero sovietico, il disordine nell’inefficienza

dell’economia, nella crisi della macchina

amministrativa, tecnologica e via dicendo.

D. Sono convinto che il volume sul totalitarismo e le nuove edizioni

(l’ultima è: Totalitarismo. Un regime del nostro tempo, Carocci

Ed., Roma 2002) costituiscano un esempio di una politologia qualitativa,

attenta alla dimensione culturale e centrata sulla dimensione

strutturale. Proprio la focalizzazione sull’aspetto strutturale

le ha consentito di scrivere pagine importanti sul fascismo, da lei

collocato nell’ambito delle forme politiche autoritarie e non totalitarie.

Va tenuto presente che Renzo De Felice nell’Intervista sul

fascismo, pubblicata nel 1975, dichiarava esplicitamente l’esigenza

di una chiarificazione scientifica del fascismo. Lei ha contribuito

non poco a tale chiarificazione sotto il profilo politologico: l’anno

dopo è apparso Analisi del totalitarismo con un capitolo dedicato

al fascismo. Può sintetizzare la sua posizione?

R. Naturalmente si può discutere su come collocare

le enunciazioni teoriche e le affermazioni dottrinali

dei massimi esponenti del fascismo, le quali contengono

indubbiamente orientamenti totalitari. Tuttavia

nel regime fascista, contrariamente a quanto

avvenuto nei regimi totalitari nazional-socialista e

comunista, non è il partito a prevalere sullo Stato,

ma è lo Stato a prevalere sul partito. Lo Stato, in

altri termini, mantiene la sua funzione generalista.

Non solo: se il regime totalitario è radicalmente antipluralista,

vale a dire tende a distruggere tutte le

componenti sociali preesistenti per costruire una

realtà integralmente nuova, il regime autoritario

non si pone e non realizza tale finalità. Anche per

questo motivo il regime fascista va considerato autoritario

e non totalitario: perché non proponendosi un

cambiamento totale, esso mantiene un pluralismo

sociale, come dimostra la sua coesistenza dialettica

con tutta una serie di realtà: la chiesa, la monarchia,

l’alta amministrazione.

D. Lei sostiene da dieci, quindici anni circa, che oggi il problema,

ossia l’elemento critico di maggiore rilevanza, non è costituito

dai rischi di degenerazione in senso totalitario, ma dall’involuzione

oligarchica della politica contemporanea. Le chiederei,

ritenendo che il pensiero conservatore è un pensiero della crisi e

parallelamente un tentativo di dare risposta alla crisi, se è questa

la crisi rispetto alla quale il conservatore Fisichella tenta di

trovare una soluzione?

R. Oggi assistiamo a un processo che prospetta un

capovolgimento fondamentale rispetto alla nostra

P R I M A P A G I N A

12

tradizione e che consiste nel mettere al primo posto

l’economia, sostituendo o tendenzialmente cancellando

la politica, laddove prima, per circa due millenni

e mezzo era esattamente il contrario, anche se

con modulazioni diversamente articolate lungo i

secoli. All’interno di questo processo epocale, le élites

politiche sono sempre più assoggettate ai grandi

interessi economici e finanziari, i quali a loro volta

hanno a disposizione gli strumenti mediatici per

rendere il demos da un lato sempre più disattento

alla politica e alla cosa pubblica e, dall’altro, sempre

più funzionale ai loro interessi.

D. È in questo contesto che si pone il problema della democrazia.

Lei ha analizzato le non poche questioni che si pongono all’interno

di questa forma politica. Ne vorrei richiamare qui una: la parabola

della democrazia, che si traduce alla fine in una degenerazione

oligarchica, da lei richiamata anche nella nuova edizione

di Denaro e democrazia. Dall’antica Grecia all’economia globale

(Il Mulino, Bologna 2005). L’andamento odierno della democrazia

sembra darle ragione, ma certo non credo che se ne compiaccia. Se

prevale l’oligarchismo economico e finanziario, la democrazia si

indebolisce progressivamente e, correlativamente, si profila un

regime francamente oligarchico, il tutto con costi civili e sociali

altissimi. D’altra parte, la vittoria dell’oligarchismo non è da considerare

ineluttabile, nella storia nulla è da ritenere ineluttabile.

È vero, ci sono stati drammi di immani proporzioni, ma è altrettanto

vero che sono stati affrontati e spesso sono stati sconfitti.

Forse dovremmo chiederci dove vogliamo andare noi e non dove va

la storia. Non crede?

R. Certo, nella storia nulla è da considerare ineluttabile,

neanche il trionfo della galassia oligarchica. Lei

ha conc1uso il suo volume dedicato al mio pensiero

con una nota di speranza che voglio condividere.

Tuttavia è veramente un tornante difficile quello che

sta affrontando la democrazia. La democrazia è in

prognosi riservata. Può riprendersi? Non lo sappiamo,

ma possiamo pacificamente sostenere che il suo eventuale

recupero è legato a un deciso ripristino del primato

regolativo della politica. Un’ulteriore difficoltà è

data dal fatto che, a differenza delle sfide del passato,

come ho messo in luce in Elezioni e democrazia.

Un’analisi comparata (Il Mulino, Bologna 2003), la

sfida oligarchica alla democrazia procede per vie

interne e non è facilmente risolvibile attraverso interventi

di tipo istituzionale. Anzi, bisogna fare attenzione

che interventi istituzionali poco meditati e affrettati

non rafforzino proprio la deriva oligarchica. Poi vi

è una domanda, affascinante e insieme inquietante,

che mi pongo e vorrei porre ai teorici della democrazia:

se la democrazia è la forma politica migliore, o

comunque la meno imperfetta, come mai gli uomini se

ne sono serviti tanto poco nella storia?

Roma, settembre 2005


Ad uno sguardo retrospettivo la mia posizione

filosofica e i riferimenti storiografici da cui

essa prende le mosse mi sembrano articolarsi

in tre fasi. La prima si situa nel dibattito degli anni

Cinquanta sulla persona e sul suo rapporto con la

tradizione classica. La disputa era particolarmente

viva in quegli anni tra il personalismo (L. Stefanini)

e la metafisica classica (U. A. Padovani). La seconda

fase ha il suo centro speculativo nella interpretazione

della nozione kantiana di trascendentale, come

luogo ove l’immanenza più rigorosa rivela i suoi limiti.

La terza fase è caratterizzata da una ripresa, in

termini fenomenologici ed ermeneutici, del costante

rapporto problematico tra esperienza personale e coscienza

trascendentale. Autori di riferimento: Husserl

e Ricoeur. Il tema unitario, pur nella varietà degli

approcci storiografici e nel variare dei metodi, è

la condizione umana nel suo contesto ontologico-metafisico

e nella sua espressione esistenziale, etica e

religiosa. Il metodo seguito va dall’analisi esistenziale

all’ermeneutica, un’ermeneutica rivolta alla

struttura dell’interpretazione stessa e alle istanze

ontologiche, metafisiche ed etiche che in tale struttura

sono sottese.

Il filo conduttore della ricerca si può rintracciare nel

tentativo di pervenire ad uno statuto epistemologico

del personalismo, ossia raggiungere il centro speculativo

della realtà personale attraverso la determinazione

delle strutture della conoscenza. Il dibattito

che si svolgeva all’università di Padova mi aveva

convinto che le accuse di atteggiamento postulatorio,

di esigenzialismo e, infine, di fideismo rivolte al personalismo

potessero essere superate solo affrontando

la questione gnoseologica e tentando quindi una

logica ed una gnoseologia personalistica. Gli studi

sul trascendentale si iscrivono inizialmente in questo

progetto. La persona, anche indipendentemente

dalla sua fondazione morale e dalla sua configurazione

giuridica, emerge nei limiti del trascendentale,

P R I M A P A G I N A

Oltre il trascendentale

Esperienza e coscienza nella mia posizione filosofica

* Pubblicando, per gentile concessione dell’Autore, questo

saggio, la rivista Scrittori Italiani intende onorare un

Maestro, Premio speciale per la cultura, sezione filosofia,

conferito nel 2005 dalla Presidenza del Consiglio dei

Ministri.

di Armando R IGOBELLO*

13

segnati dalle difficoltà che Kant incontra nella stessa

elaborazione dell’Analitica trascendentale.

La ragione profonda della precarietà gnoseologica

del kantismo è da ricercarsi nella natura stessa del

trascendentale kantiano. La logica trascendentale,

cogliendo la logica formale nel suo momento genetico

e nella sua applicabilità esclusivamente a priori,

affonda le sue radici in una complessità interiore che

l’Io penso, ossia il plesso dei giudizi trascendentali

determinanti, elude. Sorgono a questo punto problemi

di varia natura: i limiti del formalismo, la configurazione

dell’ulteriorità, lo spazio per una realtà

interiore. La nozione di trascendentale, la più profonda

ed inquietante di tutta la filosofia kantiana - e

sulla cui formulazione Kant insoddisfatto ritorna

spesso - ha costituito il luogo privilegiato per la precisazione

del mio pensiero e il punto di partenza per

gli sviluppi successivi.

Nel corso degli studi ho avuto più volte occasione di

soffermarmi sulle difficoltà che Kant incontra nel

chiarire quanto avviene nel nostro conoscere quando

si rende necessario ricorrere allo “schema”. Lo “schematismo”,

“arte celata nel profondo dell’anima umana”,

è dottrina quasi emblematica dei “limiti del trascendentale”.

Alla solitudine teoretica dell’impossibile

rappresentazione dei processi conoscitivi più

profondi, corrisponde la solitudine etica che domina

le celebri pagine della conclusione della Critica della

ragion pratica: l’ammirazione e la riverenza sono

sentimenti ineffabili, espressioni di un sentimento

morale in stato di emergenza; di esse non vi è né rappresentazione

né comunicazione. I risultati di questa

ricerca, compiuta in parte a München, ove per

due anni fui borsista della “Alexander von Humboldt

- Stiftung”, si trovano nel volume I limiti del trascendentale

in Kant, Milano 1963 (ed. ted. München

1968) e nel più recente volume Oltre il trascendentale,

Roma 1994, specie nella prima parte, in particolare

nel capitolo Il trascendentale all’ombra del

nichilismo, pp. 15-33.

Attorno al nucleo speculativo configuratosi negli

studi sul trascendentale kantiano si è andata sviluppando

la mia riflessione nel decennio dell’insegna-


mento universitario di Perugia. Questo nucleo speculativo

si è venuto specificando in alcune articolazioni

tematiche tra loro connesse: Determinazione ed ulteriorità

(AA. VV, Epimeleia. Die sorge der philosophie

um den menschen, München 1963, pp. 68-85);

Struttura e significato (Padova 1971), Legge morale e

mondo della vita (Roma 1968).

Determinazione ed ulteriorità riprende il tema del configurarsi

dell’ulteriorità oltre la determinazione del

trascendentale, sia come ideale regolativo che come

contesto interiore. Il volume Struttura e significato ne

ripete il rapporto situandolo nell’analisi ai limiti che la

struttura incontra nel reggere la sfera del significato

(inteso nel valore di senso), un significato che è reperibile

nell’esperienza religiosa, nella vita morale, in

certe espressioni dello stesso sapere scientifico.

L’interesse per la fenomenologia, che si accentua

negli anni centrali del periodo perugino, ha orientato

verso un’approfondita indagine sul “mondo della

vita”, in cui si ripresentano ambiti, istanze, esperienze

tipiche della sfera dell’ulteriore, intese come

ulteriorità nei confronti di quella modalità della

determinazione che è la legge morale. Il volume

Legge morale e mondo della vita è compiuta espressione

di questa fase della ricerca. La riconsiderazione

del “mondo della vita”, come terreno per superare

la crisi di consenso di fronte alla legge morale,

ripropone sul terreno etico la tematica della Krisis

husserliana. Ne discendono alcune linee di ricerca:

legge ed interpretazione, la persona come condizione

ermeneutica della norma, la struttura ermeneutica

della testimonianza. Il tutto in vista di un’antropologia

personalistica, che intende ridisegnare ed insieme

disciplinare le istanze più autentiche della grande

contestazione del ’68.

Nel 1974, lasciata la cattedra di filosofia morale

all’Università di Perugia, iniziavo l’insegnamento di

Storia della filosofia nell’Università “La Sapienza”

di Roma. Il nucleo centrale della ricerca rimane

immutato, pur situandosi in diversi contesti storiografici.

Di questo periodo è il volume, del 1977,

L’impegno ontologico. Prospettive attuali in Francia

e riflessi nella filosofia italiana, edito a Roma. Il tentativo

di stabilire un fecondo rapporto tra analisi

interiore e struttura trascendentale definisce un

impegno che, nella sua accezione più forte, possiamo

chiamare impegno ontologico, quell’impegno appunto

di cui si occupa l’accennato volume. Adeguare la

riflessione soggettiva ad una visione globale dotata

di caratteri universali e necessari implica conferire

P R I M A P A G I N A

14

alla ricerca un’intenzionalità di significato totale.

Nell’impossibilità di un’esperienza diretta di tale

significato e nell’impossibilità di rinunciarvi, si delinea

un trascendimento del piano conoscitivo in quello

pratico, ove appunto l’impegno si faccia carico di

quella totalità semantica che la ricerca speculativa

non riesce a dominare con le sue categorie analitiche.

Un impegno così concepito e che scaturisce da

tale situazione è impegno ontologico, perché si definisce

in vista di una totalità, sia pure atematica, e si

giustifica nello statuto del rapporto uomo-realtà.

I tipi di impegno che vengono delineati nelle pagine

del volume non raggiungono la pienezza, ossia non

corrispondono mai alla figura ideale di un impegno

ontologico. Sono varianti di un tentativo, dimostrano

una direzione ed insieme la molteplicità del suo

rifrangersi dinnanzi alla difficoltà di una realizzazione

onnicomprensiva ed univoca. L’orientamento

“positivo” del rapporto da cui scaturisce l’impegno

ontologico è rappresentato da posizioni come quelle

di Lavelle e di Marcel, che Ricoeur, d’altra parte,

inscrive come motivi nella complessità e varietà

della considerazione antropologica: la partecipazione

e il mistero vengono così coinvolti nell’interpretazione.

L’orientamento “negativo” del rapporto si focalizza

soprattutto in due posizioni emblematiche:

quella di Sartre, per cui una radicale incompatibilità

si stabilisce tra l’affermazione di sé e la consistenza

del mondo, e quella dei vari strutturalismi, ove il

primato della struttura isola l’interiorità e la

costringe all’alternativa tra l’insignificanza e l’assorbimento.

La svolta fenomenologica di quegli anni

costituiva efficace punto di riferimento, poiché è

attraverso di essa che la trascendentalità entra da

protagonista nella filosofia francese.

Trasferitomi all’Università di Roma “Tor Vergata”

nel 1982, riprendevo l’insegnamento della filosofia

morale. Pur nella continuità tematica, si accentuano

in questi anni preoccupazioni di ordine antropologico,

di un’antropologia in durftiger Zeit, una riflessione

sulla condizione umana, condotta a partire dall’inquietante

interrogativo della sua identità.

Espressione di questo periodo è il volume Autenticità

nella differenza (Roma 1989). Il titolo richiama

direttamente la diade heideggeriana di identità e

differenza, ma la trasforma in una diversa proposta

speculativa: autenticità nella differenza. L’indagine

sulla nozione di autenticità la coglie intenzionalmente

rivolta a risolversi in identità. Ma è l’autenticità

che, all’interno del “più proprio” dell’identità,

introduce un’articolazione che ne rompe la costitu-


zione univoca, vi opera uno “scompiglio” metafisico

che una singolare Aufhebung porta ad un diverso

livello speculativo. Questo nuovo livello si configura

come autenticità nella differenza.

Tale espressione viene a definire l’interna struttura

della “cosa”, del “più proprio” che qualifica la condizione

umana. A queste conclusioni speculative si arriva

approfondendo la riflessione sul ruolo dell’interpretazione:

l’autenticità è l’interpretazione dell’identità

quando questa si configuri come identità personale

umana. Il “più proprio” di tale identità consiste nello

strutturarsi su un duplice piano: intimità ed estraneità.

Questa struttura duplice diventa criterio ermeneutico

dello statuto metafisico della persona: estraneità

interiore, che è interiore differenza, e della stessa

azione morale: azione di testimonianza. Un particolare

rilievo in tutto il discorso ha la nozione di estraneità

interiore: avvertimento, nel nucleo più intimo

della nostra condizione costitutiva, di un livello di

realtà che ci è immanente eppure ci supera, semplificazione

emblematica di una autenticità nella differenza.

Potremmo ricordare in proposito la suggestiva

espressione di S. Agostino: “intimior intimo meo”

(Conf. III, 6, 11), un’espressione di vertiginosa profondità.

L’autenticità nella differenza diviene infine criterio

ermeneutico, modello esplicativo di aspetti

costanti della condizione umana: il piacere, la sofferenza,

la morte e la speranza di immortalità, l’intimità

stessa del rapporto interpersonale.

Volendo concludere ed insieme riassumere, potremmo

dire che l’itinerario speculativo che ha accompagnato

l’inquieta ricerca presenta un’unità di tema in

cui si iscrivono le varianti introdotte dalle differenti

stagioni della vita e della cultura. Il tema costante: la

condizione umana colta nel concreto esercizio della

persona; il modello con cui interrogare il contesto:

determinazione ed ulteriorità, struttura ed orizzonte

di senso, autenticità nella differenza; il metodo: fenomenologia

ed interpretazione entro gli spazi lasciati

liberi dai “limiti” del trascendentale; gli esiti: un’ontologia

della differenza interiore con le sue implicite

valenze metafisiche. Il discorso non è un discorso

conchiuso: il carattere aperto della ricerca fin qui

condotta, la disponibilità al confronto con le risposte

via via emergenti nell’orizzonte culturale, hanno successivamente

orientato la mia ricerca sulla questione

del metodo e, più precisamente sulla rottura metodologica

(l’espressione è di Paul Ricoeur), ossia la ricerca

di uno spazio per l’ulteriore attraverso la rimozione

dell’orizzontalismo di metodi univoci.

P R I M A P A G I N A

15

La nostra proposta più che limitarsi ad una “rottura

metodologica” la include in una complessità metodologica,

oltre che una successione di metodi, si propone

una pluralità, un intreccio di metodi (sguardo fenomenologico,

interpretazione dei nuclei di senso, confutazione).

Si disegna così un pluralismo metodologico che

determina un’ampia possibilità di pluralismo prospettico.

È la natura stessa della meta che qualifica il

metodo: la meta complessa esige un metodo complesso,

un intreccio di metodi, che sembra essere lo strumento

più proprio del discorso filosofico, la sua idea di

rigore. È rigoroso quindi correre il bel rischio (Fedone,

114 d 6) dell’interpretazione. Ciò mi riporta anche

all’insegnamento di Luigi Stefanini che indicava nella

skepsis, a cui Platone esorta nella Lettera VII, l’essenza

della autentica vita teoretica.

La riflessione sul metodo e sul “più proprio” del

discorso filosofico trova riscontro nell’approfondimento

dell’esito teoretico (e quindi etico) della mia ricerca

che può riassumersi nel ricordato modello “autenticità

nella differenza”. Il tema viene approfondito nel

volume L’estraneità interiore, elemento costitutivo

della differenza e decisivo per l’autenticità. A questo

argomento sono in parte riferiti i convegni che negli

ultimi anni ho organizzato all’Università di Roma

“Tor Vergata” su La persona e le sue immagini;

L’altro, l’estraneo, la persona; L’impersonale e l’ascetica

dell’astratto. A tale tematica si sono riferiti anche i

pochi numeri della rivista Prosopon. La persona e il

volto, rivista nata nella cerchia dei miei allievi e di

giovani colleghi. L’estraneità interiore è elemento

costitutivo del modello ed insieme prospettiva che

getta una particolare luce sulla sua interna articolazione,

ne determina anche un’accentuazione etica. La

scelta dell’espressione “estraneità interiore” è indubbiamente

una limitazione, ma insieme è liberazione

da evasioni intimistiche, è rivelazione di un’interiorità

profonda non psicologica o emotiva, ma eidetica. Ci

costituisce ed insieme ci supera.

Tale prospettiva è stata recentemente ripresa in un

saggio Immanenza metodica e trascendenza regolativa

(Roma 2004) che, assieme ad Autenticità nella

differenza e L’estraneità interiore costituisce una

trilogia conclusiva di un percorso speculativo.

L’immanenza metodica, ossia l’immanenza intesa

come metodo euristico per esplicitare senso e limiti

della condizione umana, e la trascendenza regolativa,

come esito finale della ricerca, cui corrisponde,

sul piano dello statuto ontologico e quindi metafisico

della condizione umana, l’apertura alla trascendenza,

costituiscono i termini del discorso di questo


ultimo lavoro. Entrambe le nozioni di immanenza e

trascendenza perdono la loro netta contrapposizione

poiché l’impatto dell’analitica con l’esistenza la

costringe ad un’inversione di intenzionalità: l’analitica

si pone “in ascolto” e coglie un’esigenza di trascendimento

regolativo. Le variazioni di significato

dei termini kantiani Verbindung (connessione

sistematica) e objective Gultigkeit (validità oggettiva)

iscrivono quindi il contesto nell’orizzonte del

pensiero ermeneutico, in qualche modo partecipe

dell’età ermeneutica della ragione. La speculazione

tuttavia non ha perduto la sua capacità di affermare,

poiché la struttura dell’interpretare, prescindendo

dai contenuti delle singole interpretazioni, si

rivela un trascendentale costitutivo del conoscere

(interpretazione alla seconda potenza): la sua stessa

struttura manifesta la trascendenza della verità

Armando Rigobello, nato a Badia Polesine (Rovigo) il 3

febbraio 1924, fu allievo a Padova di Luigi Stefanini e,

presso quella Università, si laureò in Lettere (1945) e in

Filosofia (1947). Dapprima docente nelle scuole medie

superiori di Rovigo e Adria, conseguì la libera docenza in

Storia della Filosofia nel 1958. Dal 1961 al 1963 fu borsista

presso l’Università di Monaco di Baviera con il prof. H.

Kühn per conto della “Alexander von Humboldt -

Stiftung”. Dal 1963 al 1974 insegnò Storia della Filosofia

ed indi, come cattedratico, Filosofia morale all’Università

di Perugia. Dall’anno accademico 1974-’75 al 1981-’82 è

stato professore ordinario di Storia della Filosofia

nell’Università di Roma “La Sapienza”. Dal novembre del

1982 al novembre del 1999 ha ricoperto, come professore

ordinario, la cattedra di Filosofia morale all’Università di

Roma “Tor Vergata”, presso la quale ha coordinato il

Dottorato di Ricerca in Filosofia. Per alcuni anni fu

Presidente del Centro Didattico Nazionale per i Licei.

Attualmente insegna, per “contratto”, Filosofia teoretica

presso la “Libera Università Maria S.S. Assunta” di

Roma.

Tra i principali lavori ricordiamo. Il contributo filosofico di

E. Mounier, Roma 1955; L’intellettualismo in Platone,

Padova 1958; Camus, Buenos Aires 1961 (ed. it. Camus tra

la miseria e il sole, Napoli 1976); I limiti del trascendentale

in Kant, Milano 1963 (tr. ted. Die Grenzen des

Transzendentalen bei Kant, München 1968); Legge morale

P R I M A P A G I N A

16

e del valore sulle realtà che ne sono l’espressione

sensibile.

La richiesta globale di senso, e quindi di un orizzonte

di “salvezza”, trova un esito positivo “pensando

fino in fondo” la condizione umana e rilevando

nella sua costituzione ontologica una sproporzione

costitutiva, un’eccedenza che postula l’ulteriore.

Ciò comporta che la condizione ermeneutica si riveli

come condizione trascendentale, uno dei “prolegomeni

ad ogni futura antropologia”. Questa condizione

ermeneutica richiede a sua volta di essere

interpretata (l’“interpretazione alla seconda potenza”

cui si è appena accennato). Ciò conduce ad una

verifica speculativa della differenza interiore che ci

costituisce, di una interiorità estranea e tuttavia

“più intima a noi di noi stessi”, l’intimior intimo

meo di Agostino.

e mondo della vita, Roma 1968; Struttura e significato,

Padova 1971; Dal romanticismo al positivismo, Milano

1975; L’impegno ontologico, Roma 1977; Il futuro della

libertà, Roma 1978; Il messaggio di Socrate, Brescia 1982

(13 a ed.); Kant. Che cosa posso sperare, Roma 1983;

Certezza morale ed esperienza religiosa, Roma 1983;

L’immortalità dell’anima, Brescia 1987; Autenticità nella

differenza, Roma 1989; Oltre il trascendentale, Roma 1994;

Perché la filosofia, Brescia 1997 (5 a ed.), (tr. ted. Von

Ursprung und Sinn des Philosophierens, Neuried 1999; tr.

sp. El porqué de la filosofia, Madrid 2000); L’estraneità

interiore, Roma 2001; Immanenza metodica e trascendenza

regolativa, Roma 2004.

Tra le edizioni si segnalano: L. MEYLAN, L’educazione umanistica

e la persona, Brescia 1958; La filosofia americana

contemporanea, (antologia), Torino 1960; H. KÜHN, Socrate.

Indagine sull’origine della metafisica, Milano 1969; M.

HEIDEGGER, Pensiero e poesia, Roma 1977; S. HESSEN,

Diritto e morale, Roma 1978; I. KANT, Realtà ed esistenza.

Lezioni di metafisica e ontologia, Milano 1998 (tr. port. I.

KANT, Realidade e existencia, Sao Paulo, Brasil); M.

HEIDEGGER, L’esperienza del pensare, Roma 2000 (edizione

riveduta di Pensiero e poesia).

Dal 1989 al 1992 è stato Presidente della Società

Filosofica Italiana, è stato membro del Consiglio nazionale

della Scienza, della Tecnica e della Tecnologia, Presidente

dell’Accademia di Studi Italo-tedeschi di Merano,

membro del Consiglio Scientifico della Fondazione S.

Carlo di Modena. È stato Presidente del Centro Studi

Filosofici di Gallarate, ed è Presidente del Consiglio

Scientifico della Fondazione “Ugo Spirito” e Presidente

onorario della Fondazione “Luigi Stefanini” di Treviso,

membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto “Antonio

Banfi” di Reggio Emilia e del Consiglio Scientifico

dell’Istituto Internazionale “J. Maritain”. È inoltre membro

del Centro di Ricerche fenomenologiche e della Società

Italiana di Studi kantiani.


significati di ‘ascolto’ e dei lemmi derivati

e analoghi sono - alcuni almeno - distan-

1.I

ti da quello di mera percezione uditiva cui

fa pensare l’etimo. Questo - ci assicurano i dizionari

- è dal latino ‘auris’ e dal non molto ricorrente

‘ausicola’ da AF, che in greco dà du`j, laconico ous,

appunto ‘orecchio’. La sua area semantica, però,

non resta limitata alla funzione sensoriale pratica

com’è l’uso del linguaggio comune. Di questa accezione

si è avvertita ab immemorabili la passività.

Altri, tuttavia, come i teorici dei sensi estetici, graduati

secondo la loro presunta ‘potenza’, per l’appunto

rappresentativa o espressiva, ne hanno sostenuto

la superiorità, convinti di ciò dalla loro

esperienza musicale o poetica. L’identificazione

dell’ascolto con un aspetto di pura praticità da un

lato si regge sulla investitura attiva di ogni momento

del nostro essere, quasi la stessa ragione efficiente

del sussistere, d’altro lato questa universalità

dell’agire, poiché comprende tutto, richiede

di determinare in distinzioni formali la sua monolitica

coincidenza con ciò che usualmente si dice

azione pratica. Questa spiegazione secondo la prospettiva

della totalità pratica si è qui richiamata

non nell’intento di aderirvi, ma come ipotesi di una

estrema consequenziarietà. Non è dubbio che l’attivo

e simultaneo articolarsi dell’umano nella flagranza

del molteplice e nell’esigenza della relazione

all’uno ci aiuta a capire l’irradiarsi in molte direzioni

del campo semantico della parola, come

cioè ne proceda una serie di traslati, caratterizzati

- anche e soprattutto - dal senso visto dapprima

nella sua presunta pura materialità. Il loro riferimento

abbraccia condizioni spirituali che, di norma,

è meno appropriato denominare udito. L’‘audire’

ha sì la stessa radice di ‘auscultare’, e in gran

parte simile alle parole greche di uguale origine è

l’area di significazione coperta dal ventaglio di parole

in cui si dirama, che non solo in latino e nella

nostra lingua è assai più vasto di quello abbracciato

da ‘auscultare’. E, sebbene alcune di esse che

trascendono la stretta applicazione al fatto acustico

fisiologico interferiscono con il campo più proprio

dell’ascolto («l’Arabo, il Parto, il Siro in suo

P R I M A P A G I N A

Qualche osservazione sull’ascolto

Vittorio S TELLA

17

sermon l’udì») altri usi poco si prestano ad acquisire

un significato avente in sé il dato sensoriale, ma

infinitamente trasformato ed elevato. Una conseguenza

di questo rimodellamento semantico è, nella

nostra consuetudine linguistica, che diciamo con

maggior proprietà di avere ‘udito’ un colpo di pistola,

ma - ci abbia esso colto di sorpresa o no - solo in

particolari stati di attenzione diremmo di averlo

ascoltato, mentre diciamo di avere ascoltato, non

udito un motivo musicale. L’ascolto implica disposizione,

tensione, intenzione, concentrazione, dedizione,

immedesimazione: la gradatio di una condizione

volgente all’interiorità. L’udito è, sotto la

mobile soglia della coscienza percipiente, un organo

passivo - ripetono con buoni motivi fisici, audiologi

e otoiatri, forse senza chiedersi se sia legittima

la nozione di passività sinonimo d’inerzia nel

dominio della sensibilità umana. Circa l’ingente

spazio semantico di ‘sentire’, pure esso può risultare

equivoco a causa dell’ampio arco d’uso che nel

linguaggio medio colto lo assimila con ulteriore generalizzazione

anche alla iniziativa responsabile

dell’ascolto, mentre nel parlare quotidiano lo fa

inerire alla sensoriale fisicità dell’udito; o meglio,

lo fa oscillare in equilibrio instabile fra i due piani.

Il valore emotivo-psicagogico proprio del processo

d’interiorizzazione, conferisce dunque all’ascolto

uno status di termine proprio e privilegiato quando

si parla della musica. Non solo in questo caso,

d’altra parte, perché, anche se non con uguale preferenza,

gli specifici caratteri dell’ascolto, la sua

energia di traslato, la sua facoltà di evocare stati

d’animo, scavi ed emersioni del ricordo, stimoli di

riflessione, fanno di esso un conciso indicatore del

potere empatico attribuito alla musica, ma non

esclusivamente ad essa. Né la privilegiata pertinenza

alla musica richiede che il discorso sul

sostantivo ascolto venga disgiunto dall’analisi tecnica

consistente nella disarticolante osservazione

segmentale dell’unità compositiva. Le due attitudini

stanno in reciproca immanenza.


ci si riferisce alle tecniche artistiche,

quel che si è detto dell’ascolto musicale è

2.Se

legittimo estenderlo (nel suo fondamento

generale e - si capisce - con gli accorgimenti imposti

dalla diversità del ‘mezzo’, che non implica

diversa attinenza nella struttura della coscienza)

alla poesia, intesa qui nel significato empirico

limitativo alle unità estetiche verbali, per quel che

in esse implicitamente tende, come da parecchi si

è pensato, alla condizione musicale. Tali analogie,

d’altra parte, non si limitano alla verbalità. È unanime

riconoscimento, ad esempio, che il ritmo

inteso come scansione del tempo in gruppi d’iterazione

soggetti a più o meno rigorose norme d’isometria,

simmetria, dissimmetria, costituisce un

elemento fondamentale della spaziale inventività

costruttiva dell’architettura così come articolazioni,

flessioni e modulazioni volumetriche o piane,

cromatiche o no, ora sicuramente armoniose ora

dirette a esperimenti disarmonici (si pensi alla

dissonanza musicale), regolano, tuttavia non concepibili

come per se stesse isolatamente vincolanti,

la scultura e qualsiasi tecnica plastica, la pittura,

le sequenze cinematografiche. Sono, insomma

ritmo; così, reciprocamente, il colore contravviene

all’asserzione che ne vorrebbe esclusiva l’appartenenza

alle arti della visione, per quanto a questo

proposito si affacci il dubbio che il trasferimento di

nozioni quali colori, luci e affini in ambito musicale

o poetico sia accettabile solo come fenomeno

della generale metaforicità, quasi una semplice

nota impressionistica, o, a veder meglio, una

approssimazione intellettualistica. La chiusura di

ciascun’arte in un suo invalicabile territorio -

come vorrebbero quanti non deflettono dall’asserire

la distinzione delle arti - non è, né a questo né

ad altro riguardo, assolutizzabile. Così l’emozione,

nella sfera delle correlazioni suscitate da un quadro,

da un monumento, da una chiesa, da un film,

non meno che dalle estrinsecazioni fonoverbali. E

vale anche l’inverso, la musicalità, l’auscultabilità

di una realizzazione artistica. Queste somiglianze

o compossibilità attestano un unico principio che

mostra come sia sterminato lo spazio semantico

dell’ascolto, poiché esso si rapporta e in esso si

verifica l’autotrascendenza del senso. L’unità dell’arte

ci vien resa evidente dalla constatazione, cui

non possiamo sottrarci, della fondamentale identità

delle emozioni partecipate dalle infinite forme

delle realizzazioni artistiche, esse sì differenti in

ogni personalità d’autore, anzi in ogni momento

della personalità che, piuttosto che alla persona,

va riferita all’opera.

P R I M A P A G I N A

18

Chi non ricorda le Correspondances baudelairiane?

Chi non ricorda il Rimbaud di Voyelles?

A noir, E blanc, I rouge, O bleu: voyelles,

Je dirai quelque jour, vos naissances latentes:

A, noir corset velu des mouches éclatantes

Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,

Golfes d’ombres; E, candeurs des vapeurs et des tentes,

Lance des glaciers fiers, rois blancs, frissons d’ombelles;

I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles

Dans la colère de les ivresses pénitentes;

U, cycles, vibrements divins des mers vivides,

Paix des pâtis semés d’animaux, paix des rides

Que l’alchimie imprime aux grands fronts studieux.

O Suprême Clairon plein de strideurs étranges,

Silences traversés des Mondes et des Anges:

- O l’Oméga, rayon violet de ses Yeux.

Niente di più arbitrario, ma di più poeticamente

intenso e perciò vero. Senza irrigidire i presupposti

sinestesici il sonetto consta di una serie associativo-simbolica

di cose a prima vista disparate e

lontane. La scrupolosa rassegna di Antoine Adam

e Mario Richter elenca le esegesi che si fondano

sull’analogia delle vocali con i colori (avendo l’occhio

- si capisce - alla pittura). L’immagine luminosa

del sorriso femminile ove la gioia pare stranamente

irrompere dalla porpora del «sang craché» e

convive, simultanea alle «ivresses pénitentes» trascende

la mera visività. I due commentatori non

esauriscono la loro lettura nel riferimento alla

rispondenza dei tracciati vocalici ai segni della

scala musicale: quei ductus hanno funzione indicativa

parimenti ritmica e tonica. Il sonetto, insomma,

quasi conciso capitolo di una bibbia simbolista,

enuncia e illustra un nodo di relazioni appartenenti

all’aísthesis nel mondo delle sue risonanze.

E il rapportarsi a questo, quasi totalità propriamente

governata dalla volontà d’arte che si traduce

nel dono intuitivo-espressivo dell’opera, è ciò

che qui risulta più evidente.

si diceva che la pertinenza all’arte non

è tutto il campo dell’ascolto. A misura che

3.Già

l’uso riflette la scoperta accezione interioristica,

lo pensiamo come una lievitante generazione

di sentimento e di senso che conduce alla molteplicità,

che persisto a ritenere universa, delle attività

umane. L’immanente pressione di una crisi,

che pure è straordinariamente feconda anche contro

l’intenzione, può riconoscersi nella disputa, di

lunghissima durata, tra la musica strumentale -

che si afferma assoluta, cioè pura - e musica vocale

nelle sue varie forme, ritenute meno libere dalle


contaminazioni naturali. I termini del contrasto

mutano nel tempo, ma il dualismo persiste, sebbene

vada rappresentato in modo diverso, tale per

esempio che l’opposizione e l’immedesimazione con

la natura o ‘materia’ non siano tese più tra la voce

P R I M A P A G I N A

19

e l’orchestrazione strumentale. In questo contrasto

che, come ogni contrasto, vorrebbe essere superato,

ma in realtà si ripresenta perennemente innovativo,

si manifesta la dialettica tra la biforcazione

e la riconfluenza della disposizione all’ascolto.

Sir John Everett MILLAIS (Southampton 1829-1986) - Vanity - encre noire sur parchenin 1874. cm. 16,5 x 15,5 (coll. privata)


Una contraddizione umana: il pensiero debole di un

uomo forte e il pensiero forte di un uomo debole.

Gli uomini di scarsa intelligenza si sentono forti

della loro normalità.

Nella vetrina delle vanità ogni uomo trova facilmente

il suo posto.

Tra il dover fare e il poter fare c’è di mezzo il voler

fare.

Testimone: colui che dichiara di aver visto ciò che

pensa di avere visto.

Sfilata di moda: tutto quello che le donne non indosseranno

mai.

Aurea mediocritas: tutti sono felici, perché nessuno

si sente inferiore.

Le calvizie sono segno di virilità: a ognuno le sue

illusioni.

Una qualità diffusa nei burocrati coscienziosi: avere

una stupida diligenza.

Un lampo di genio: riuscire a smentire per un

momento la propria intelligenza.

Canizie: il segno di una saggezza che non è arrivata.

Per far leggere un libro bisogna farlo comprare: solo

il costo dell’acquisto ne stimola la lettura.

Anche nell’aristocrazia del pensiero ci sono molti

abusivi.

Le strade del Signore non sono autostrade e il traffico

non è intenso.

In montagna anche i cespugli pensano di essere più

alti degli alberi della pianura.

Le glorie di un popolo sono di tutti i suoi membri, le

colpe e le sconfitte solo di alcuni.

L’uomo è il padrone del denaro, ma il denaro è il

padrone del suo cuore.

Cercare di essere utili solo a se stessi equivale a

ingannare se stessi.

Al cuore non si comanda, ma si può non obbedire ai

suoi comandi.

La bellezza apre molte porte in proprio favore, chiudendo

agli altri quelle dell’intelligenza.

Aforismi

Francesco C ANFORA

20

Gli uomini, per diventare migliori, sono disposti a

sacrificare tutto ciò che ad essi non interessa.

Futurismo: volere come presente il futuro.

Tra le cattive idee, quelle peggiori ottengono sempre

il maggiore successo.

Nostalgia: rimpiangere anche il passato che non si

amava.

Sesto senso: quello che viene dopo il quinto senso e

che non si conosce.

Abitudine: un risparmio di energie nelle scelte.

La vecchiaia è un’età desiderata, ma non amata.

Fuga nel deserto: l’indicazione stradale era errata.

Giochi di parole: dove si perde sempre il senso

comune.

Le balene hanno paura delle alici, temono di ingoiarle

e le trovano indigeste.

Tenere viva la memoria della propria storia aiuta a

rispettare soprattutto i difetti dei propri antenati.

Nel rivendicare un’eredità economica le idee politiche

non contano, da sinistra o da destra le richieste

sono uguali.

Le virgolette di recente si sono ribellate, hanno

chiesto il riconoscimento di una maggiore dignità,

ma sono state punite, molti scrittori non le usano

più.

Come in teatro, il palcoscenico della vita nasconde

ciò che accade dietro le quinte.

La felicità rimane a lungo nell’uomo se trova ospitalità

nella serenità.

Per risolvere i problemi molte volte si fa tutto quello

che non serve.

Un metodo sicuro per essere ingannati: accettare per

veri i complimenti ricevuti.

Tra ciò che è lecito e ciò che è illecito c’è il desiderio

dell’illecito.

Compromesso morale: il tentativo di far tacere la

coscienza e di riempire il portafoglio.

Le pallottole non sanno riconoscere gli amici, è sempre

bene non incontrarle.


Il fiume della storia

ha rotto gli argini

aperto

altro corso

nelle contrade della Terra

e l’uomo

aggredito da paure sconosciute

non è più lo stesso:

incubi

incubi

nel cuore della notte…

- l’ala dell’aereo

irrompe e sbriciola

le Torri Gemelle di New York

seppellendo

migliaia di innocenti

- l’ombre dei morti di Madrid

fuoriescono

dalle lamiere contorte

dei treni sventrati

e i fantasmi

dei corpi umani

ammucchiati sulle strade

di Londra

vagano nell’aria.

L’imponderabile

è spada che pende sul capo

in ogni dove.

è più sicuro sulla Terra.

Violenza guerre eccidio

fin dai primordi

ma nel tempo

a freno del male

I

II

Nessuno

norme

regole

P O E S I A

IO GRIDO LUCE

Dino D’ERICE

21

Ai morti innocenti

delle stragi di New York, Madrid, Londra

per le lotte tra i popoli

divieti

segni convenzionali

per gli ospedali

le chiese

i monumenti illustri.

E financo

l’onore delle armi

all’eroismo del nemico.

Ora

tutto è sconvolto.

Bersaglio è l’inerme:

l’uomo al lavoro

l’uomo

che cammina per la strada

l’uomo

che prega nella chiesa

il fanciullo

sullo scuolabus

il ragazzo

che gioca nella piazza

il bambino

nelle braccia della madre.

Tutto è sconvolto.

Trionfa l’era delle barbarie

E là

la preghiera è rito

in purità di cuore

il fanatismo sparge

odio ideologico

istituisce scuole

che educano al martirio

fabbricano

i robot della morte

inneggiano

III

IV

dove


alla guerra santa dell’Islam

contro l’America l’Europa

i cristiani gli ebrei

Nell’attesa angosciante

il kamikaze - la mente -

annebbiata dalla droga -

insegue il sogno

del grande volo

al paradiso degli eroi.

Ora x

un’esplosione terrificante

lamiere contorte

macerie di case distrutte

corpi straziati

a diecine centinaia migliaia.

Ed è strage di innocenti

che si rinnova ogni giorno.

Sul video della storia scorre

lo schiavismo dell’Occidente

sui Paesi-colonia

delle risorse

perpetrata nei secoli

dell’oro nero ancora viva

e

sulle strisce on line

la rabbia

ammassata nel tempo

agli Infedeli

i disegni d’egemonia

che il modello “democrazia”

cancelli le tradizioni

le tirannie al potere

il nodo teocratico

che unisce

V

VI

la rapina

la quaestio

la lotta

il timore

travolga

sciolga

politica e religione.

P O E S I A

22

E noi vivremo sempre

nella stagione del terrore

masso sul cuore

tunnel di buio senza uscita?

Io mi ribello

luce

luce

nella mente e nel cuore

degli uomini. Nessuno

può scagliare

pietre d’innocenza.

a illuminare albe nuove

sul pianeta Terra.

Marina di Carrara, ottobre 2005

NOTIZIA

VII

l’angoscia

il futuro

e grido

Luce

Dino Grammatico, in arte Dino D’Erice, è nato ad Erice

(TP) nel 1942. È laureato in lettere e filosofia. È stato per

sette legislature deputato al Parlamento siciliano.

Giornalista pubblicista. Ha fondato le riviste Ptr, Libeccio

e Rassegna siciliana di storia e cultura, di cui attualmente

è direttore.

Assessore regionale per l’agricoltura e le foreste (1958-59),

Segretario generale del Piano verde per la Sicilia (1961-

62), Deputato segretario dell’Assemblea regionale siciliana

(1980-1985), Vice presidente dell’ANCI-Sicilia dal 1990.

Componente del Consiglio nazionale del Sindacato libero

scrittori italiani dal 1970.

Da alcuni anni si occupa particolarmente di attività culturali

ed è presidente della Fondazione culturale Lauro

Chiazzese dell’Isspe (Istituto siciliano di studi politici ed

economici) e della fondazione culturale “La Roccia”.

È autore di saggi politici e di scritti di economia: Pocesso

alla Regione siciliana (1974), La nuova Regione siciliana

(con prefazione di Giorgio Almirante) (1983), Mezzogiorno

tradito (1984), La rivolta siciliana del 1958 (con prefazione

di Orazio Cancila) (1996), La riforma elettorale rimasta

nei cassetti di Sala d’Ercole (1996), Sicilcassa: una morte

annunciata (1998).

Sotto lo pseudonimo di Dino D’Erice ha scritto alcuni volumi

di poesie: Cielo nudo (risvolti di copertina di Miki

Scuderi) (1966), C’è un segno (Presentazione di Miki

Scuderi) (1969), Il verde sulle pietre (Introduzione di

Vittorio Vettori e testimonianze di Gaetano Salveti (1989)

Mia incomparabile terra (con una lettura di Giuseppe

Cottone (1997), Punti luce sulla strada di pietra Poesie

1965-2001 (Prefazione di Francesco Grisi) (2002), Ad ogni

avvento (poesie scelte con introduzione di Antonino

Buttitta (2003)


NOTIZIA

PULSATIONES PULSAT

Intra noctis

Inhumanum

Oculum

Longiquoris

Sortis

Nocte

Per noctis

Cursus

Passus meus

Pulsationes pulsat.

BATE BAQUE

Dentro o ôlho

Desumano

Da noite

Dum destino

Na noite

Mais longínquo

Para as rotas

Da noite

O meu passo

Bate baque.

MY STEP HITS BEATS

Inside the eye

Not human eye

Of the night

Of a further

Destiny

In the night

Through the routes

Of the night

My step

Hits beats.

P O E S I A

Dino C AMPANA - Domenico CORRADINI H. BROUSSARD

Batte botte

BATTE BOTTE

[...]

Dentro l’occhio

Disumano

De la notte

Di un destino

Ne la notte

Più lontano

Per le rotte

De la notte

Il mio passo

Batte botte.

(vv. 34-43)

Dino CAMPANA, mille914]

23

MEIN SCHRITT SCHLÄGT

SCHLÄGE

Im Auge hinein

Unmenschlichen Auge

Der Nacht

Eines Schicksals

In der Nacht

Eines ferneren

Auf den Routen

Der Nacht

Mein Schritt

Schlägt Schläge.

Domenico Corradini H. Broussard (Catanzaro 1942) è autore di due romanzi: I giorni dell’inchiostro (1983); Gelso

Bianco (1988). Ha sceneggiato lo spettacolo Yo el Rey (1991), rapprersentato dal gruppo Teatrale Immagine” in Italia,

Portogallo e Grecia. È autore di due poemetti: Corale dell’inquietudine (1996, premio speciale della Giuria del Premio letterario

Nazionale “Città di Catanzaro” e il Premio “Cultura Sila”), e il Laudario crociato (2000, Premoi Siracusa 2001)).

Ha tradotto: William B. Yeats; James Joyce; Rainer M. Rilke; Friedrich Nietsche; José Saramago; Lilia Momplé; Fernando

Pessoa; Almeida Faria; Miguel Barbosa; Miguel Torga; Almada de Negreiros; Adélia Maria Woellner; Konstantinos

Theotokis; Helena Kolody; Migjeni; Naim Frasheri.

Il romanzo Gelso Bianco è stato tradotto e pubblicato a Lisbona nel 1996, a Tirana nel 1998 e nel Kosovo nel 2005.

Il Corale dell’inquietudine è stato tradotto e pubblicato in Brasile ed Albania nel 1997, in Grecia e Portogallo nel 1998.

Il Laudario crociato è stato tradotto e pubblicato in Romania e Turchia (2001).


IL VENTO

È mito di viaggi il vento.

Ruba sogni e li trasporta.

Cielo luce tenebra

sfiora con il soffio

il mistero della vita.

Lingua d’albero, di fuoco

di lupi e di leoni

è il lamento della neve

nella bufera che tormenta.

Fiore di marzo foglia d’aprile,

foglia finita da novembre

tra funghi appena nati

ai piedi dei castagni.

È il tempo che va via, che ritorna

s’infila tra le dita che premono

sui rumori dei pensieri.

Forse è l’anima nostra

che continuamente prova

a superare l’infinito.

Non dirmi più

i vivi coi vivi

i morti coi morti.

L’ESILIO DEI MORTI

Io continuo ad appagarmi

delle loro fugaci

apparizioni nel pensiero

quando la terra in fiore

mi dona echi

di loro canti

oltre la speranza duraturi.

I morti non accettano

mai l’esilio datogli dalla ragione.

Continuano ad avere casa

nel mio cuore.

P O E S I A

Gianni RESCIGNO

24

NOTIZIA

NEL GIARDINO DEI POETI

Una volta a te chiamato

non mi negherai spero

di sedere con Montale

di brindare con Caproni.

Da Ungaretti

riascolterei “La Madre”.

Passeggerei con Acrocca

e Mimì Rea.

Saluterei Turoldo

Pomilio

Dante Strona.

Sottratte ad Ada Negri

le chiavi del giardino

proporrei a Quasimodo

di scappare dalla luce

per una sera di mare

a Palinuro.

E ti direi

caro mio buon Dio

fammi in questo luogo

la mia terra in miniatura.

Mettimi ancora in pugno

semi di grano e girasole.

Gianni Rescigno è nato a Roccapiemonte e risiede a S.

Maria di Castellabate (SA). La sua opera poetica consta di 17

raccolte: da Credere (1969) a Come la Terra e il Mare (Guida,

2005). Nel 1981 ha pubblicato il romanzo Storia di Nanni.

Marina Caracciolo gli ha dedicato un ampio saggio sulla sua

trentennale attività poetica dal titolo Gianni Rescigno: dall’essere

all’infinito. I suoi libri hanno avuto importanti riconoscimenti.

Tra gli altri: “Rhegium Julii”, “Lions Club Milano

Duomo”, “Laurentum”, “Calliope”, “Le Quattro Porte”, “Città

di Milano”, “Città di Fermo”, “Città di Bolzano”,

“L’Astrolabio”, “Emilio Greco”, “Città di Caltanissetta”, “Città

di Caserta”, “Baronessa di Carini”, “Alpi Apuane”,

“Senigallia”, “Il Mulinello”, “Rabelais”, “L’Aquilaia”,

“Aspromonte - Calarco”, “Montesacro”. È stato finalista in

altri prestigiosi premi letterari, tra i quali “Montale”,

“Carducci”, “Camaiore”, “Marineo”, “Dino Campana”, “Lerici

- Golfo dei poeti”, “S. Nicola Arcella”. Molti critici e scrittori si

sono occupati delle sue opere.

È incluso in Storia della civiltà letteraria italiana diretta da

Giorgio Barberi Squarotti, edita da UTET, Torino; in L’altro

Novecento di V. Esposito, edito da Bastogi; in Storia della

Letteratura Italiana, secondo novecento, Milano editore.


TU SEI IL SUONO

Tu sei il suono della città dormiente

il grido di Calliope ferita

candide vanno cattedrali nel vento:

pulsa la mente pensa il cuore.

Mia colpita colomba volerai?

Volerai ancora, gesto

d’amore curerà le tue ali?

Il gesto primigenio che ha creato

il polline nel fiore

e il tempo arrotola al contrario:

ci sarà un primo passo poi la voce

e il riso che ti libera lo sguardo

sorgiva vena:

tornerà alla vita la città dell’uomo

È con le mani arse

di vento

e un quadrifoglio

sul cuore aperto

che ti invio

cento mille gabbiani

passeranno

sotto il tuo cielo

volando via

dal mio bagaglio a mano

lungo il treno del tempo:

approderanno

accanto

alla tua casa

come una speranza

chiara

di perle rilucenti

di stelle nella notte,

lungo il fiume del tempo.

C’è una stagione

che non passa

nel mio bagaglio

sono rimaste orme

di luci d’ali e piume.

BAGAGLIO A MANO

P O E S I A

Gabriella GUIDI GAMBINO

25

NOTIZIA

DOV’È IL TUO CANTO

Dov’è il tuo canto di libertà

lo spazio vergine

i campi aperti del coraggio,

l’uomo che passa e sorride?

Giganti hanno creato torri e grattacieli

Giovani ebbri restano

dilaniati su autostrade.

Geni analfabeti

disseminano linguaggi

per spettatori insonni.

Dov’è il sogno

dei viaggiatori assenti:

nelle corsie rutilanti

degli aeroporti,

nei guizzi di cielo in cielo

dai finestrini

degli Eurostar?

Dov’è il tuo canto

civiltà.

Gabriella Guidi Gambino vive e lavora a Rama, dove

svolge un’intensa attività culturale, letteraria e poetica. Ha

collaborato a vari quotidîani e riviste, tra cui 1a «Fiera letteraria»,

«Il Gazzettino di Venezia» e «Il Tempo», con interviste

e articoli di attualità, pagine di costume, inchieste sul

mondo giovanile. Ha realizzato molti servizi televisivi con

testi e regie per il DSE ed altre collaborazioni su argomenti

e personaggi dei nostro tempo.

Ha scritto diverse opere di narrativa e poesia: Venuto da lontano

(1979), Ti scrivo per confessarti (1989), il romanzo

breve Alina e altre storie (2000), le raccolte poetiche Terra

nuova (1986), Segreti silenzi (1993) e L’ombra dei giorni

(2002). Al 1998 risale la ricerca antologica Parole e Segni,

incontro della parola poetica con l’immagine grafica nel

corso dei primi trent’anni del Novecento.

Ha ricevuto il Premio «Città di Roma» (1986) per la narrativa

inedita, il Premio «Chianciano» (1987) per la poesia opera

prima e il Premio «Fregene» (1993). Lavora nel campo della

promozione socio-culturale: sua l’iniziativa de «Il Cantiere»,

progetto di cultura rivolto ai giovani e alle loro problematiche

con laboratori di espressione e conmnicazione.

Dalla raccolta di poesie inedite in due sezioni, Dov’è il

tuo canto e Bagaglio a mano, presentiamo queste tre sue

poesie.


MONADI

Cerchi sul mare, chiusi. L’onda sfiora

il segno breve, ma non può violare

la nostra solitudine, e la prora

passa e non fende.

Chiusi, la nostra essenza ci difende,

cerchi sul mare.

Siamo del mare, ma non siamo il mare.

Il limite non cede

anche se fugge fino all’orizzonte

remoto, oltre ogni traccia della terra.

Chiusi, la nostra essenza ci rinserra,

cerchi sul mare.

Aprile 1945

ALLODOLA

Alla deserta tua pace il tremare

nuovo nel pianto e nelle voci intorno

e l’esitare che frastorna i gesti

ostinati a soccorrerti - frammenti

d’una speranza che non è più tua -

ora filtrano appena, e già sei certa

del passaggio piano, senza sgomento.

Sento tra le mie mani la tua vita

scorrere come sabbia di clessidra,

trattenerla è impossibile e non tento.

L’ora che ci divide batte ai polsi

nel sangue inesorabili rintocchi,

e io chiedo pietà per i tuoi nuovi

occhi, e per l’attesa che li rischiara.

Affrancata così dalle mortali

rive, sciolti gli ormeggi, sei una traccia

vivida in alto, un battere di ali

che non cede alla livida foschia.

Dio ti conduce verso un invisibile

varco nel cielo aprendoti la via.

l’allodola solare non avrà

in sua allegrezza canto più spiegato

e fermo della voce che ti trepida

già in petto nel presagio dell’azzurro.

P O E S I A

Bernardo ALBANESE

26

Se il male ha vinto l’esile armatura

del tuo coraggio e inerme ora ti accingi

all’ignota fortuna del viaggio,

forse il celeste approdo a cui tu spingi

la forza delle tue pupille chiuse

ma non cieche offre già la sua ventura.

E un sole d’altro cielo forse penetra

al di là dell’affanno, oltre lo strazio

ultimo che ti offese, una pietà

simile a questa delle mani tese

lievi che ricompongono il tuo corpo

sul limitare dell’eternità.

E oggi l’estremo suono del tuo riso

disperso è ancora qui, vibra impigliato

in questo frangersi d’acque, e il riflesso

del tuo volto specchiato ancora oscilla,

iride tra il sommerso capelvenere.

Al di là della cenere, resiste

un’impronta di te che non si arrende

alla rovina, e il tempo non cancella,

non insidia l’immagine futura.

Per la memoria della vita triste

che alla tua beatitudine fa velo

forse di un’ombra ancora, ti scongiuro

di non salire troppo alta nel cielo

così che io possa ritrovarti domani.

ottobre 1947


A UN INCROCIO

Madonna dei sette dolori

trafitta da sette spade

che vegli a un incrocio di strade

fra cespi accesi di fiori,

e accogli sul ruvido intonaco

ex-voto e semplici doni,

Madonna che non abbandoni

neppure chi t’abbandona,

a noi da altri ferri inchiodati

al bivio d’altri cammini

cui fanno corona gli spini

da polverosi selciati,

soccorra nei meridiani

tumulti d’aridi demoni

il fresco respiro d’anemoni

e di scarlatti gerani

che giunge alla nostra amarezza

fin qui dall’umile stanza

del tuo vegliare, speranza

non labile di salvezza.

MARGINE E CENTRO

6 ottobre 1958

Quando il cielo pareva spento per gli uomini

che avevano preferito le tenebre,

e la morte dall’alto sferzava le strade

indifferente all’innocenza e alla colpa,

messi a prova fidammo in una ragione

che il freddo e il ferro e la rovina non vinsero.

E ci crebbero dentro parole non nostre

e pure più nostre d’ogni altra tentata

più tardi scampati per grazia al massacro.

Da allora quel dono rimase sul margine

di tutte le pagine che scrivemmo,

e solo ora che è tempo di chiudere

anche l’ultimo oscuro quaderno,

quei segni sbiaditi in disparte e scordati

s’avvivano a un tratto e si volgono al centro.

E ad essi, parola d’ordine che riaffiora

nel ricordo, si vincola la speranza

di giungere infine al termine destinato,

non già come erranti stranieri ad un valico

ignoto, ma come soldati sconfitti

che tornano, dopo il lunghissimo esilio

in terra nemica, alle porte del campo

lasciato in un giorno remoto di gloria.

Marzo 1982

P O E S I A

27

NOTIZIA

Bernardo Albanese (Palermo, 1921-2004), è stato

Professore ordinario di storia del diritto romano

all’Università.

Si era ritrovato, ancora molto giovane, ad essere

erede della Scuola romanistica fondata da Salvatore

Riccobono negli ultimi anni dell’‘800. Ne fu subito

cosciente e se ne fece carico: proseguì come prima,

intensamente, l’attività di ricerca e fu al contempo

Maestro nel senso più alto e più pieno.

Negli anni 1978 al 1986 apparvero cinque ampi

volumi - Premesse allo studio del diritto privato

romano, Le persone nel d. p. r., Gli atti negoziali nel

d. p. r., Le situazioni possessorie nel d. p. r., Il processo

privato romano delle legis actiones - un vero e

proprio trattato di diritto romano.

Degno di segnalazione l’interesse di Bernardo

Albanese in merito ai problemi di teoria generale e

filosofia del diritto - pure se, in realtà, gli scritti relativi

sono la minor parte della Sua produzione scientifica

- perché più significativi per intenderne la personalità,

non soltanto scientifica; rivelatori, oltre

tutto, del Suo essere cristiano. Era intensamente cristiano,

infatti, cattolico, per studio e riflessione, ma

un cattolico laico, liberale, con forte, fortissimo senso

dello Stato.

Non parlava mai di sé. Era un aspetto del Suo stile e

della Sua unanimemente riconosciuta signorilità,

ma era anche, e soprattutto, una manifestazione di

quel «pudore di sé» assai bene espresso e sottolineato

da chi, all’indomani della scomparsa, ha saputo

cogliere questo lato fondamentale del Suo modo di

essere. Anche per questo destò sorpresa l’apparire,

nel 1997, di una raccolta di delicatissime poesie -

Margine e Centro (ediz. Thule, Palermo) - scritte tra

il 1942 e il 1986, nelle quali è possibile percepire riferimenti

a eventi e sentimenti vissuti e sofferti.

Sono versi intrisi di grande e profonda spiritualità;

una spiritualità che è pure dato cogliere, indirettamente

e da punti di vista diversi, nelle tantissime lettere

che Gli scrisse Salvatore Satta dal 1968 al 1975,

sino a qualche settimana prima della morte, e che

presuppongono naturalmente, tra i due, un fitto epistolario.

Ne conosciamo larghi squarci, riprodotti nel

libro, molto bello, di Vanna GAZZOLA STACCHINI,

Come in un giudizio. Vita di Salvatore Satta

(Donzelli editore, Roma, 2002).


GENESI DUE

Di belva ancora il dna

ma nella zampa

brandisce un’arma,

di civiltà orizzonte,

l’innocente omicida.

Pulsante

adrenalina nelle arterie, trema

d’ansia e paura

l’habilis nell’ostile

Eden, oscuro intrigo

d’insidie; scopre

serrati i denti digrignando,

cala,

senz’odio con violenza

la selce. S’accartoccia,

groviglio d’orrore e sangue,

l’altro ai suoi piedi. Un grido

Eva, d’istinto il primo

di pietà, dolorosa

conoscenza del male:

è nato

l’uomo.

NEL CERCHIO

Sei dentro. La sua curva

che ti invita ingannevole

non ha principio

e non ha fine: inutile

l’affanno

la fuga sogno, l’oltre

negato: mai

valicherai il suo limite.

Fuori,

spalancato, l’immenso:

irraggiungibile.

P O E S I A

Franco SCISCA

28

NOTIZIA

I CANI

Stagioni

senza riposo,

pioggia tormenta e neve

per il cane pastore, ma è fortuna

se a notte

a ciambella

ai piedi del suo dio,

la sua mano lo sfiora.

Odio fame e paura

al randagio; guaisce,

dolore e pena,

alle legnate, ai sassi,

in fuga sempre

correndo obliquo

a testa bassa, inquieti

gli occhi accorati. Coccole

cioccolata e bignè

all’altro, stravaccato

su cuscini e divani.

Poi muoiono: il Nirvana,

le voluttuose Urì? Sanate

disuguaglianze e lacrime?

Per loro,

i cani,

dopo la morte

nulla.

Francesco Scisca è nato a Tortorici (Me); conseguita la

maturità classica ha iniziato giovanissimo a lavorare,

prima a Bolzano poi a Torino, dove ha frequentato i corsi

della Facoltà di Lettere. Interrotti gli studi per lo scoppio

delle ostilità, ha partecipato alle operazioni di guerra nella

penisola balcanica come ufficiale addetto al Sim (servizio

informazioni militare). Dopo l’8 settembre, sottrattosi alla

cattura, rientrato in Sicilia e conseguita la laurea ha insegnato

a Udine e poi a Messina. Vinto il concorso per

Assistente ordinario presso la cattedra di letteratura italiana

della facoltà di Magistero, ha rinunciato al ruolo

perché vincitore del concorso a preside nei licei, ma ha continuato

come incaricato a lavorare per molti anni in quella

Facoltà. Ha pubblicato un libro di poesie L’Universo va

in scena editrice Thule Palermo 2004.


’I TARTUFE

Sta sotte terra annascuse

chiste “fregno” de tartufe.

Ma i’ cane tutte smaniose

‘i scava e gl’ mette alla luce.

I’ padrone ‘i segue accorte:

sempre ‘n mano tè ‘i zappite.

Ci si fau gl’occhie beglie

quanno trova ‘ste gioielle.

È pé st’ ddore pregiate

- come la storia ce dice -

che “‘i Re della taula”

‘na vòta era chiamate.

Potesse ave’ ï chiglie fiute!

Ammacara fusse ï chiglie cane!

Vulesse truvà “dint’o core”

Addò sta annascuse j’amore.

IL TARTUFO

Sta sottoterra nascosto

questo paravento di tartufo

Ma il cane lo dissotterra e lo mette in evidenza.

Il padrone attento lo segue da vicino:

pronto con una piccola zappa in mano.

Gli sorridono gli occhi quando

trova qualche bel tartufo.

È per questo straordinario profumo che una volta,

come ci riferisce la storia,

esso veniva considerato,

“il Re della Tavola”

(“le roi de la table).

Potessi possederlo io quel fiuto!

Magari potessi io imitare quel cane!

Vorrei poter trovare dentro al cuore

dove (si nasconde) sta la sede dell’Amore.

P O E S I A

Giuseppe CICCHINELLI

1993

29

NOTIZIA

NEL CIMITERO

Maestosi cipressi

aggiungono solennità alla morte.

Mani gentili

accarezzano visi amorosi.

Candidi marmi

accolgono il sorriso dei fiori.

Timide lampade

aumentano una mite speranza.

... nel cimitero

divino è il silenzio!

Un fremito

scuote le membra.

Il cuore assapora

il gelo infinito del limite umano.

L’eterna risposta di Dio

appaga l’ anima

nel suo mistico ed ultimo volo.

Castronovo Natale 2004

Giuseppe Cicchinelli nato il 9/8/1945 a S. Vincenzo in

Valle Roveto (AQ) vive a Roma dove continua a insegnare.

È autore di una Raccolta di canti popolari e del

Canzoniere del Cacciatore. Con Paese natio si afferma al

concorso nazionale organizzato dall’Associazione Quadrifoglio

- Pontecorvo. È in corso di pubblicazione il saggio

Castronuovo nei ricordi e nel tempo.

È anche autore di testi e musiche che hanno ottenuto vivo

successo.


sono degli uomini che non dovrebbero morire

mai”; così mi disse un giorno Antimo

1.“Ci

Negri, a proposito d’un illustre filosofo deceduto

da poco. Egli era, per me, uno di quelli. La sua

viva intelligenza, la sua vasta cultura, il suo costante

obiettivo rivolto alla conoscenza del mondo degli

uomini, l’esasperato amore per lo studio e la ricerca,

nonché l’interesse verso un comune filosofo, furono

per me, dal nostro primo incontro, motivo di filiale

devozione ricambiata con stima e con rispetto. Dopo

i primi sparuti incontri, questi divennero sempre più

intensi fino ad incontrarci anche due volte alla settimana.

Eppure, mi ero avvicinato a lui con qualche timore

dovuto alla sua fama di uomo burbero e scostante;

quel mio iniziale timore sparì ben presto

quando lo conobbi più intensamente. Era in fondo un

uomo timido, che nascondeva a volte la sua insicurezza

con un atteggiamento scontroso, che nasceva

anche dalle profonde delusioni che aveva provato

nell’arco della sua lunga carriera accademica.

Quante volte mi disse di essere rimasto disingannato

da tanti giovani che lo avvicinavano solo in vista

d’un possibile successo: « Vengono a trovarmi, mi

portano qualche saggetto, spesso sgrammaticato, e

credono di aver scritto chi sa che cosa. Questi giovani

non conoscono la “fatica del concetto”, non sanno

cosa significhi faticare, buttare il sangue sui libri…».

Eppure, era preoccupato per l’incertezza del loro futuro,

per una società che non riesce a proporre loro

delle aspettative, per le difficoltà che quasi tutti i

giovani hanno nel crearsi una famiglia.

Ci incontravamo nel pomeriggio e dopo una passeggiata

ci sedevamo al solito bar. Mi informava sui suoi

lavori e con grande modestia mi chiedeva cosa ne pensassi.

Era sicuramente per lui un modo per stimolarmi:

come avrei potuto suggerire io cose che lui non

sapesse? Spesso, per divertimento, gareggiavamo ragguagliandoci

su notiziole riguardanti la vita di

Nietzsche. Vinceva sempre lui. Una sola volta ebbi la

meglio, quando gli chiesi se era a conoscenza del tipo

di champagne preferito dal filosofo tedesco. Quella

sua “lacuna”, fu per me motivo di riscatto da tante

cose che non sapevo e spesso glielo facevo pesare come

I N M E M O R I A M

Nietzsche, Gentile,

storia della filosofia, storia di uomini:

il magistero di Antimo Negri

* Socio del SLSI, presidente del Collegio dei probiviri.

Giovanni P RATICÒ *

30

se fosse una cosa importantissima. Mi considerava un

“nietzscheano caldo”. Ritornando da un convegno di

studi tenutosi a Palermo dal 27 al 28 aprile 2001,

presso il Centro Studi di filosofia nietzscheana, dove

si era recato per ritirare un premio assieme a Gianni

Vattimo e ad Emanuele Severino, mi fece dono di una

locandina con disegnato un Dioniso su un carrettino

siciliano, scrivendo di suo pugno: “A Gianni nietzscheano

caldo, Antimo Negri nietzscheano freddo”.

In questa espressione si coglie, a mio avviso, il suo

rapporto con Nietzsche che, se da una parte lo entusiasmava,

dall’altra, ne coglieva tutto lo spirito dirompente

d’un filosofo che se non avvicinato con il “pathos

della distanza”, potrebbe turbare, diceva, un temperamento

debole e poco incline ad una riflessione personale.

Più volte, ebbe modo di dirmi che due sono gli

autori pericolosi per i giovani dal carattere ancora in

formazione, se non si studiano con la dovuta freddezza:

Leopardi e Nietzsche. Guai ad identificarsi con

loro. Eppure, aggiungeva, oggi così di moda, questi

intellettuali sono sulla bocca di tutti. Studiati spesso

in modo superficiale, la loro frammentarietà favorisce


in ognuno la convinzione di avere in mano la giusta

interpretazione e così scorrono fiumi di parole mentre

si accresce in modo sterminato la bibliografia leopardiana

e nietzscheana. Lamentava che anche in volumi

d’insigni studiosi, i riferimenti bibliografici erano

spesso imprecisi ed alcune interpretazioni più orecchiate

che viste da vicino. Insomma, coglieva che una

certa superficialità caratterizza ormai la cultura filosofica

moderna. Non poteva accettare ciò, lui che

conosceva sì la “fatica del concetto”, alzandosi presto

al mattino e trascorrendo diverse ore del giorno nella

sua scrivania, a cui non faceva difetto la presenza

d’una grande quantità di volumi che controllava

minuziosamente. Anche nei giorni di festa lavorava

sodo perché, mi disse una volta crocianamente, «lo

spirito non va mai in vacanza».

Il sabato, era riservato a delle ricerche presso la

Biblioteca Nazionale. Eravamo già lì di buon mattino

e incontravamo spesso un giovane studioso, il

dott. Giuseppe D’Acunto, che generosamente offriva

la sua collaborazione. Non c’era volta in cui il prof.

Negri non mi portasse un riferimento d’un libro che

riteneva utile per le mie ricerche. Voleva ch’io raccogliessi,

cosa che feci, tutti gli scritti su Nietzsche

apparsi dal 1872 al 1972. In più, mi consigliò di tradurre

un’opera d’un’amica di Nietzsche, Malwida

von Meysenbug ancora inedita. Questi miei lavori

furono motivo di incontri più assidui e fino all’ultimo,

ormai stanco ed ammalato, non mi lesinò consigli

e suggerimenti. In uno dei suoi ultimi giorni, mi

diede alcuni fogli pregandomi di pubblicarli a nome

suo sul mio volume: riguardano le interpretazioni

del suo “amato Gentile” su Nietzsche e alcuni riferimenti,

sempre sul filosofo tedesco, di Capograssi,

autore questi su cui stava lavorando in ultimo.

Per quanto mi riguarda, l’aiuto offertogli è stato sempre

totale. Grande fu la sua gioia allorché riuscii a

procurargli la tesi di laurea di Heinrich von Stein su

Giordano Bruno che, come si sa, era stata letta con

entusiasmo da Nietzsche. La fece tradurre e pubblicare

con una sua bellissima prefazione (Heinrich von

Stein, Giordano Bruno. Pensieri sulla sua dottrina e

la sua vita, ediz. SEAM, Roma 2001). Altrettanto felice,

fu quando seppe che erano in mio possesso i volumi

che egli cercava in modo spasmodico per il suo

libro su Leopardi. Li aveva cercati invano in molte

biblioteche, financo presso il Centro leopardiano di

Recanati. Tutto inutile. Si tratta della traduzione

delle opere di Platone, dal greco in latino, condotta dal

filologo illuminista Fridericus Astius e citati nelle

Operette morali dal Leopardi. Mai, come in quel periodo,

le sue telefonate furono assidue. Controllava,

come di sua abitudine, ogni riferimento e grazie alla

I N M E M O R I A M

31

sua preparazione filologica non si accontentava mai

delle altrui traduzioni, come ad esempio nel caso dei

frammenti di Nietzsche o di Hölderlin. Sapevo che ci

teneva molto ad avere quei volumi di cui fotocopiavo

le pagine che gli interessavano e pensavo di regalarglieli

per questo Natale. Sono sicuro che sarebbe stato

per lui il regalo più bello, più di qualsiasi cosa. Non

posso dimenticare il suo volto gioioso quando un’altra

volta gli donai un libro di Agostino Gemelli - che trattava

della problematica del lavoro, argomento questo

che lo aveva sempre affascinato fino a pubblicare per

la Marzorati un’antologia filosofica in sette volumi -

che casualmente avevo trovato su una delle tante

bancarelle di Porta Portese.

scordare la sua puntigliosità nel

“costruire” un volume! La correzione delle

2.Come

bozze era un rito. Ci riunivamo in una ristretta

cerchia di amici ed egli affidava ad ognuno di noi

diverse parti del volume da rivedere. Una volta terminata

la correzione, le scambiavamo tra di noi ed infine,

in sua presenza, si ricontrollava il tutto. Il più

bravo è stato sempre il dott. Roberto Spirito. La sua

precisione nel cogliere ogni svista, ogni minimo refuso,

è stato per me sempre qualcosa di sorprendente ed

il prof. Negri non mancava occasione di riconoscere la

sua bravura. Infatti, difficilmente si trovano degli

errori di stampa nelle sue opere ed il merito è soprattutto

il suo per averci insegnato il rigore e la disciplina.

Terminato il lavoro, talvolta andavamo in qualche

trattoria per la solita pizza e spesso ci raccontava ciò

che si era detto in un determinato convegno a cui

aveva partecipato, commentandoci la sua e le relazioni

degli altri oratori. Ci parlava delle sue ultime letture

e qualche volta della situazione politica del

nostro paese. Ricordo che, nell’accingersi a scrivere il

Discorso sopra lo Stato presente degli italiani (edit.

Spirali, Milano 2000), mi pregò di cercargli i versi

d’una canzone di “Elio e le storie tese”, La terra dei

cachi. In quei versi, mi diceva, sono descritti gli italiani

geneticamente più vicini al “Pinocchio” di Collodi

che al “Cuore” di De Amicis. Ascoltava con interesse e

rispetto le nostre diverse posizioni politiche e quando

io lo punzecchiavo con il solito “Gentile fascista” si

irritava, accusandomi di cadere nell’errore in cui

cadono anche molti altri insigni studiosi (e qui una

serie di nomi). Egli distingueva l’uomo Gentile che

aveva aderito al fascismo, dalla filosofia gentiliana

che, a suo dire, non ha nulla a che vedere con il fascismo.

Ricordo, un’altra volta, quando gli citai un saggio

di Adriano Tilgher che avevo letto sulla rivista

Religio del 1939 dal titolo Le orecchie dell’aquila. In

questo saggio, Tilgher, acerrimo nemico di Gentile e


che già nel 1925 aveva pubblicato Lo spaccio del

bestione trionfante. Stroncatura di G. Gentile, sosteneva

che la filosofia gentiliana non era altro che un

orecchiato fichtismo e che il filosofo di Castelvetrano

aveva persino ripreso totalmente alcune pagine dalle

opere del filosofo tedesco. Negri mi fissò e iniziò a

spiegarmi non solo il pensiero di Tilgher, ma anche

tutto ciò che questi non aveva compreso della filosofia

gentiliana. Avevo creduto di aver fatto una bella figura,

sicuro ch’egli non conoscesse quel lavoro tilgheriano

invece… Un giorno mi disse: «tu mi provochi, cercando

di cogliere un mio punto debole» a proposito del

pensiero di Ortega y Gasset. Ma non c’era nulla da

fare. Ovviamente, il tutto finiva con il darmi delle bellissime

lezioni e prima di lasciarci, dopo la nostra solita

passeggiata, non mancava di aggiungere: “Stasera

ti metto sul mio diario”. Infatti, da diversi decenni

teneva un diario su cui riportava le sue riflessioni filosofiche,

le sue stroncature, i suoi giudizi sulle persone

che conosceva nonché le letture che compiva. Io, sinceramente,

prima di salutarlo, mi raccomandavo di

scriverne bene e così concludevamo le nostre serate.

si interessò non solo di filosofia e di letteratura,

basti pensare ai suoi studi su

3.Egli

Leopardi e su Pirandello, ma anche di problemi

pedagogici con libri e con saggi su riviste specialistiche.

Molto si è parlato quale posto assegnargli nella

storiografia filosofica italiana. Certo è, che egli non

amava far parte di alcuna “scuola”: era un antiaccademico

per eccellenza, fuori d’ogni conformismo intellettuale

e da ubbidienza passivamente ideologica. Lo

stesso dicasi per le sue “inquadrature” politiche. Un

giorno, mi confidò che sia quelli di Destra (soprattutto

per i suoi studi su Gentile), sia quelli di Sinistra,

hanno sempre cercato di tirarlo dalla loro parte. Ad

esempio, si indignava molto quando gli ricordavo un

articolo apparso sull’Espresso nel 1970 in cui in una

mappa dei filosofi italiani egli era posto tra i filosofi

liberali. In uno degli ultimi convegni organizzato dal

presidente del Senato Marcello Pera, presso la sala

Zuccari di Palazzo Giustiniani a Roma il 17-6-2004, a

cui Negri partecipò con una relazione dal titolo:

Giovanni Gentile pensatore italiano del Novecento (cf.

Giovanni Gentile filosofo italiano, edit. Rubbettino,

Soveria Mannelli (CZ) 2004, pp. 3-57), incontrandomi,

mi disse infuriato che non si aspettava che gli astanti

ed i relatori fossero tutti di Destra e che quel convegno

sapeva di manovra politica e di forzato coinvolgimento.

Quando si discuteva di politica, era rispettoso

delle posizioni altrui, solo non amava gli estremismi.

Dopo la sua morte, in una giornata di studio a lui

dedicata, un relatore lo presentò come un filosofo di

I N M E M O R I A M

32

Destra, perché, disse, così almeno appare dai suoi

scritti. Non so a quali scritti l’illustre relatore facesse

riferimento. Agli studi sul lavoro? a quelli su

Nietzsche e Leopardi? oppure a quelli dedicati a

Hegel, a Comte, a Hölderlin, a Parmenide, a Marx, a

Stirner e via di seguito? A mio avviso, nei suoi sterminati

lavori, personalmente non ho trovato mai elementi

per poterlo considerare un uomo di Destra, tutt’altro.

Tutto ciò l’ho potuto constatare anche per i

suoi ragionamenti sulle quotidiane vicende politiche.

Gli stavano a cuore i problemi sociali del mondo del

lavoro ed era preoccupato della situazione economica

del paese, in cui vedeva la causa d’ogni male in una

«cattiva distribuzione della ricchezza». “Ci sono dei

furbacchioni, diceva, che hanno molto, mentre la maggior

parte delle famiglie vive negli stenti e nel sacrificio”.

Il suo fu, se mai, un socialismo ammantato da

istanze cristiane come traspare da tanti scritti, non

ultimo il volume De Persona dedicato a Papa Wojtyla.

Qualche anno fa, ritornando assieme dalla Biblioteca

Nazionale, mi confidò di non sentirsi bene. Lo rasserenai,

sicuro che si trattava di qualcosa di passeggero,

senza immaginare il calvario che stava per iniziare.

La fibra forte, gli permise fino all’ultimo non solo

di applicarsi nei suoi studi, ma anche di partecipare a

vari convegni. Notavo però che era cambiato; aveva

compreso che il suo ciclo biologico stava per terminare

e con la serenità dei grandi era pronto. Andavo

spesso a trovarlo in clinica e poi a casa. Non l’ho mai

sentito lamentarsi o imprecare. Teneva sempre

accanto a sé dei fogli ed una penna. In uno degli ultimi

giorni mi disse: «Non credevo che Francesco fosse

così buono». Si riferiva al prof. Francesco Mercadante

che mai gli lesinò la sua amicizia e che prima di me

era stato a trovarlo quel giorno. Ebbe la gioia di vedere

stampato il suo ultimo volume De Persona.

L’indomabilità dell’individuo, edit Spirali., Milano

2004, e in bozze Il filosofo e il lattaio. Stirner e l’unione

degli egoisti, edit. Spirali, Milano 2005. Ha lasciato

alcuni volumi che il figlio Lionello e dei giovani studiosi

che gli sono stati sempre vicino, stanno curando

nel rispetto della sua memoria e che speriamo siano

pubblicati al più presto. Arriviamo così al giorno 28

aprile. Una telefonata, mi avvertiva che tutto si era

compiuto alle ore 16 e 36 minuti. Di corsa, mi recai

con animo spezzato in quella casa che ormai da tempo

aveva perduto la sua serenità e lo vidi disteso in volto.

Lo fissai lungamente, lo ringraziai per la sua amicizia

e per i suoi insegnamenti e dandogli l’ultimo addio gli

dissi: «sarai sempre nel mio cuore e nella mia mente».

Sì, è proprio vero, ci sono degli uomini che non dovrebbero

morire mai!


Antimo Negri, è nato a Mercato San Severino (SA) il 25

febbraio 1923, dove ha vissuto la sua infanzia e la sua

prima giovinezza fino alle porte dell’Università che

ha frequentato a Napoli, con molti sacrifici suoi e della famiglia

numerosa e non molto agiata soprattutto per le condizioni

di vita del padre reduce della I Guerra Mondiale con qualche

menomazione che gli valse l’assegnazione di una rivendita

di tabacchi. Era il terzo di sei fratelli a cui era legato da

un affetto profondo che, molte volte, ha influito sulle sue decisioni

di vita.

Sin dalle elementari, frequentate con grandi sforzi economici

della famiglia, ha dimostrato una passione per lo studio, anzi

i fratelli raccontano, anche oggi che, spesso, approfittava dell’illuminazione

pubblica per leggere i suoi troppo amati libri.

Deve molto alla protezione del professor Noppa (di Nola) se è

riuscito a frequentare l’Università a Napoli.

Laureato a Napoli col Prof. Aliotta in filosofia, dopo una tormentata

licenza liceale presa con tutti dieci, per supplenza

accetta la nomina di sei ore settimanali di filosofia nel

Ginnasio Liceo “Quinto Ennio” di Gallipoli (Lecce). Superati

vari concorsi, anche quelli per l’insegnamento di materie

letterarie [...] si trasferisce a Pesaro e poi a Urbino dove

affrontò con spirito non sempre ludico la gelosia professionale

dei colleghi specialmente dopo la scelta della carriera

accademica. A Urbino, dove rimase dal 1950 al 1962, ai

tempi del Prof. Massolo. Aveva una cerchia di amici che lo

stimava, ammirava il suo carattere allegro e nello stesso

tempo caustico. Era un uomo di un’intelligenza ampia, fervida,

luminosa; conversare con lui significava arricchirsi

perché non cadeva mai nel banale ma ti apriva la mente

alla conoscenza e all’approfondimento del pensiero dei gran-

I N M E M O R I A M

Un appunto postumo sul marito Antimo

Licia Giulia NEGRI CAPPELLO

Questo prezioso curriculum autografo è opera della consorte di Antimo Negri, Signora prof.ssa Licia

Giulia Cappello, da me sollecitata. Intendeva scrivere di più, rivedere, raccontare. Ma era già troppo provata

dalla morte del marito, che ha seguito nella tomba nel giro di pochi mesi. Ne sia onorata la memoria

come di donna saggia, generosa e fedele in tutto degna di vivere e morire accanto ad Antimo Negri. (f. m.).

33

di filosofi del passato. Kant, Hegel, Comte e poi Gentile e

via via fino agli ultimi anche se non troppo brillanti del

Novecento. A lui interessava conoscere, sapere, approfondire,

imparare, e anche la carriera accademica, a uno sprovveduto

come Antimo Negri, senza protezioni e senza essere

un assistente (allora si chiamava così) è costata qualche

dispiacere. La prima lettera d’incoraggiamento la ebbe dal

Prof. Ugo Spirito, di cui divenne amico. Conseguita la libera

docenza nel 1962, dopo due tentativi andati a vuoto, non

gli permisero l’accesso all’Università di Urbino.

Vinta la cattedra a 48 anni, nel 1970 si trasferisce a Roma

perché chiamato alla cattedra di filosofia morale al Magistero

di Perugia dove ebbe come colleghi padre Fabro, il francescano

padre Ilarino da Milano e dove si fermò fino al 1980 quando

fu realizzata a Roma la seconda Università “Tor Vergata”.

Purtroppo la vita accademica di Antimo Negri è stata punteggiata

da tante piccole incomprensioni e gelosie un po’ per il

suo carattere poco diplomatico. È rimasto all’Università fino

al 1993 ossia fino all’età di 70 anni rifiutando i cinque anni di

servizio accademico concessi dalla legge.

Il suo studio era frequentato parecchio da giovani in cerca di

guida per i propri studi. Ha lavorato moltissimo sempre con

lo stesso entusiasmo, facendosi una colpa, quando era costretto

a interessarsi di qualche problema familiare ma recuperando

il tempo perduto.

La sua produzione è vasta: ha lavorato con sacrificio, fino

all’ultimo per completare e dare alle stampe i suoi ultimi

libri, alcuni dei quali usciranno postumi.

È deceduto il 28 aprile 2005.

Licia


Cecilia la conobbi in casa sua nel 1952. Io avevo

appena fatto la maturità classica e lei la IV

ginnasio. Era incantevole.

Le nostre strade si divisero subito, ma ogni tanto

rivedevo (o risentivo) il suo papà, Segretario

Generale del Governatorato Vaticano, e domandavo

di lei (ma le risposte mi confermavano la sua progressiva

lontananza).

Se gli anni della contestazione globale la coinvolsero,

gli anni di piombo pesarono malamente anche su

di lei e i suoi amori. Sperimentò cosa significhi

lasciare la Sorgente per attingere a cisterne

screpolate, ma ebbe la grazia di spezzare i gioghi e

ritornò alla Sorgente.

Ci incontrammo nel 1997, quarantesimo anniversario

del mio sacerdozio, quando presentai a Palazzo

Barberini l’ottava edizione di Vangelo e Coscienza,

illustrata da Sigfrido Bartolini. Si accostò al banco

dove firmavo i libri e subito mi disse d’esser desiderosa

di collaborare con me per risanare evangelicamente

la cultura.

Ritrovammo presto una fraterna gioiosa e armonica

intesa.

Progettai di cedere a lei la guida della Fraternitas

Aurigarum, ma poi ne fui frenato a causa del suo slancio

nel lavoro sul campo di sua competenza.

Tale lavoro, anzi, mi parve perfino poco prudente,

sebbene ella avesse il disco verde di altri ecclesiastici.

Aveva preso a frequentare le mie riunioni bibliche,

ma i suoi impegni universitari teatini non erano conciliabili

con il mio calendario.

I nostri contatti, peraltro, pur diradati, si mantennero

vivaci e n’ebbi prova quando morì il figlio, circostanza

nella quale lei avrebbe desiderato una partecipazione

meno ministeriale da parte mia.

Questa perdita, infatti, la fece sentire tremendamente

povera e sola; non mi resi ben conto della

depressione in cui precipitava e della inefficacia del

mio richiamo di fede.

L’indomani del suo primo tentativo di suicidio corsi

- quasi avanguardia di amici trepidanti (F.

Mercadante e G. Sermonti) - al ricovero, ma trovai la

porta sbarrata.

I N M E M O R I A M

Una perdita: Cecilia Gatto Trocchi *

* Socia del SLSI, vicesegretaria nazionale

Ennio I NNOCENTI

34

Dimessa dall’ospedale, la visitai a casa sua e mi

parve sufficientemente riconciliata con i doveri della

vita. Riaffiorarono i progetti apostolici, riaffiorò l’apprezzamento

dei doni della Provvidenza.

Combinammo per una cena a casa mia. Gli preparai

in terrazza e aprii lo spumante. Apprezzò tutto

(anche i miei complimenti per la sua perfetta tenuta).

Mi annunciò che quest’anno avrebbe certamente

frequentato la “lectio biblica” perché ormai si era

liberata da Chieti.

Volentieri accettò di ritornare con me a nuotare nel

mare di Sperlonga e fissammo il giorno di questo sollievo.

Nel discorrere fu sfiorato anche il tabù della sua

“fuga” esistenziale (“non mi pareva giusto - mi disse

- che io godessi la vita di cui lui - il figlio - era stato

privato”) e ancora una volta non mi resi conto dell’inefficacia

del mio richiamo alla gratitudine e alla

missione.

Tramontato il sole, le detti il bacio della buona notte

sulla soglia di casa.

Lei attraversò la Colombo (quattro minuti), e - salita

all’ultimo piano - si buttò di sotto.

Era dunque venuta - ben mascherata - a dirmi

addio?

Oppure c’era di mezzo un segreto danno cerebrale

che era scoppiato all’improvviso come un aneurisma?


S A G G I

Avanguardia ignorata degli anni ’40

Il 1943 fu l’anno in cui perdemmo la gioia. Non è

una frase ad effetto, denuncia bensì una crisi

esistenziale documentabile.

Nel gennaio del 1941 era stato pubblicato il

romanzo - Gli anni perduti - a parer mio l’opera

più significativa della produzione di Vitaliano

Brancati. Raccontava di un giovane siciliano che

dopo aver trascorso a Roma un periodo euforico

nell’ambiente del giornalismo di regime, si accorgeva

all’improvviso di aver perso la gioia. Per

riconquistarla decideva di tornare a Natàca

(Catania nella realtà) solo per poco. La noia invece

non lo lascerà più in pace e lo spingerà nelle sabbie

mobili di un curioso progetto: la costruzione di

un’alta torre per correggere il verticalismo del

panorama piatto e orizzontale della città. Allo

scopo di raccogliere il finanziamento occorrente

aderiva agli espedimenti escogitati da un sedicente

italo-americano autore della iniziativa e consistenti

anche in raggiri, beffe e lusinghe alla vanità

umana di alcuni sottoscrittori. Quando finalmente

giungeva il giorno della inaugurazione, si presentava

un messo comunale con la proibizione tassativa

di aprire la torre al pubblico. Disperato l’autore

del progetto si precipitava in Municipio e in una

scena esilarante in cui si raggiungeva la vetta del

più logico assurdo, un impiegato gli spiegava che,

a causa del fervore con cui molti pensavano di

scacciare la noia, era stata trascurata un’ordinanza

comunale di undici anni prima che vietava la

costruzione di edifici alti per evitare ogni tentazione

a eventuali aspiranti suicidi.

In questo romanzo si leggeva una metafora che non

mancò di radicarsi inavvertitamente nell’animo di

molti della mia generazione e soprattutto in quello

dei giovani del Guf (Gruppo Universitario Fascista)

di Roma. Lo dico con cognizione di causa per averne

fatto parte: fino a tutto il 1942 ci eravamo occupati a

organizzare convegni, conferenze, tavole rotonde,

spettacoli col Teatroguf, documentari col Cineguf. A

ripensarci, sembra incredibile come per noi a Roma

la guerra fosse un avvenimento lontano, illustrato

dai bollettini militari e dai Giornali dell’Istituto

Nazionale Luce come una realtà virtuale.

Turi V ASILE

35

In particolare il Teatroguf dell’Urbe da me diretto si

dedicava con fervore alla valorizzazione della drammaturgia

italiana valida sul piano dell’arte, escludendo

il repertorio cosiddetto “commerciale”, “digestivo” o

“all’ungherese” equivalente al cinema dei telefoni

bianchi. Privilegiammo perciò Pirandello, Rosso di

San Secondo, Lodovici, Betti e gli autori emergenti

come Stefano Pirandello, Tullio Pinelli, Siro Angeli,

Diego Fabbri, Carlo Terron, Federico Zardi…

Intorno al Teatroguf romano si costituì un vivaio di

talenti destinati ad affermarsi sul piano nazionale

nell’immediato dopoguerra. Vi fecero parte Ruggero

Jacobbi, Gerardo Guerrieri, Vito Pandolfi, Giuseppe

Antonelli, Giovanni Gigliozzi, Ennio de Concini e

altri, tra i quali, come fiancheggiatore, Eugenio

Scalfari. Si aggiunsero a noi personalità già conosciute:

Rosario Assunto, Antonio Piromalli, Giorgio

Petrocchi, Giovanni Calendoli, Giorgio Prosperi…

Attività principale, gli spettacoli al Teatro

dell’Università; provvedemmo perciò a una severa

selezione dei giovani desiderosi di dedicarsi alla recitazione

fuori dal dilettantismo filodrammatico.

Avemmo molta fortuna soprattutto con le ragazze:

cominciarono con noi una carriera che le avrebbe

portate lontano Giulia Masina e Anna Proclemer. Si

sarebbe affermata come loro Marcella Toschi se nell’immediato

dopoguerra non fosse morta a Los

Angeles schiacciata dalla sua macchina senza freni

contro la saracinesca del garage che si apprestava ad

aprire. Esordirono da noi anche Marcella Govoni, la

figlia del poeta nonché ottimo soprano da camera,

Lia Curci, Liliana Chiurazzi.

Gli spettacoli applicavano il metodo del nascente

teatro di regia consacrato dal saggio di Silvio

d’Amico Tramonto del grande attore che aveva avuto

un animatore appassionato e geniale in Enrico

Fulchignoni. Aveva egli fondato e diretto il Teatro

Sperimentale del Guf di Messina. Si trasferì poi a

Roma dove, il 18 aprile del 1939, mise in scena al

Teatro delle Arti di Anton Giulio Bragaglia La piccola

città, commedia rivoluzionaria e innovatrice dell’americano

Thornton Wilder.

Io ebbi la buona sorte di formarmi, ancora ragazzo,

alla scuola di Enrico Fulchignoni, medico come molti


medici erano altri registi che avrei incontrato nel

corso della mia carriera: Giulio Pacuvio, Antonio

Pietrangeli, Dino e Nelo Risi… A Fulchignoni fu

riconosciuto il suo giusto merito e molti anni dopo

ebbe la nomina di direttore del settore audiovisivo

dell’UNESCO, a Parigi, dove morì nel 1988.

A Messina avevo visto moltiplicarsi negli anni ’35 -

’40 numerose pubblicazioni periodiche fasciste

redatte da giovani più anziani di me e sparsi in tutta

Italia, come è documentato da Sergio Palumbo nel

suo saggio L’impetuosa giovinezza di antiborghesi

senza rimedio. Interessante è oggi rileggere alcuni

nomi di quei giovani di allora: Ruggero Zangrandi,

Luigi Compagnone, Bruno Zevi, Franco Fortini,

Carlo Cassola, Paolo Alatri, Mario Alicata, Mario

Spinella, Alfredo Orecchio - molti dei quali avrebbero

fatto parte nel dopoguerra della intellighenzia di

sinistra. A loro fu dedicato il paradosso che “non

furono fascisti ma credevano di essere fascisti” e si

parlò di antifascismo in camicia nera.

Poi, come ho detto, nel 1943 si spense dentro di noi

quella gioia che aveva animato la spensieratezza

nell’impegno della nostra attività culturale; si spense

senza che ce ne rendessimo conto, allora, come e

perché. Il tarlo de Gli anni perduti di Brancati aveva

lavorato dentro di noi, anche in quelli che non avevano

letto il romanzo. Parecchi di noi furono chiamati

alle armi; alcuni non sarebbero più tornati.

La sera del 30 gennaio 1943, inoltre, andò in scena

al Teatro Argentina di Roma la farsa di Ugo Betti Il

diluvio con un insuccesso clamoroso, nonostante la

interpretazione dei tre fratelli De Filippo. Pur di

presentare uno spettacolo in lingua italiana e non

più in dialetto - il che avrebbe finalmente consentito

loro di attingere alle sovvenzioni governative - non

avevano calcolato la estrema lontananza dell’opera

bettiana, con la sua astrazione, dal genere idiomatico

e naturalistico del loro teatro. Ugo Betti era stato

al centro delle nostre passioni; con Frana allo Scalo

Nord, suo capolavoro superiore, nel genere, a

Corruzione a Palazzo di Giustizia avevamo proposto

al pubblico e alla critica l’esigenza di un giudice

finalmente in grado di coniugare la giustizia con la

pietà. Il diluvio denunciava invece, quasi inaspettatamente

e in forma parodistica, la fine delle aspirazioni

e delle illusioni, la perdita di ogni decoro, di

ogni dignità. L’insuccesso della sua rappresentazione

fu per noi giovani una grave sconfitta alla quale

decidemmo di reagire. Temerariamente rappresentammo

quella farsa il 17 marzo successivo e, con

sfida polemica, nello stesso grande teatro romano,

l’Argentina, dove era stata impietosamente fischiata.

Protagonisti erano Vittorio Caprioli e Alberto

S A G G I

36

Bonucci presi in prestito dall’Accademia d’Arte

Drammatica di Silvio d’Amico e Giulia Masina del

nostro Teatroguf. Fu una serata memorabile, una

rivincita superiore alle nostre speranze e ci offrì l’occasione

per una travolgente manifestazione pubblica

a favore di Ugo Betti. Dello spettacolo Giorgio

Prosperi, autorevole critico teatrale, scrisse su «Il

Tempo» che avevamo interpretato Il diluvio “con

esuberanza giovanile però capace di cogliere nel

fondo il senso amaro della farsa”.

Era intanto cominciato, a nostra insaputa, il conto

alla rovescia verso il crollo definitivo delle nostre

utopie. Il 19 luglio per la prima volta le fortezze

volanti bombardarono la Città ritenuta inviolabile; il

25 luglio per la prima volta, sentimmo definire

Mussolini col titolo di Cavaliere e apprendemmo che

era stato dimesso; l’8 settembre, mentre al Quirino

si rappresentava, con Giovanni Grasso jr, Il maestro

e la ballerina di Santi Savarino, la radio ci informò

che era stato firmato l’armistizio con gli anglo-americani.

Pochi giorni dopo i tedeschi invasero Roma e

la tennero per nove mesi col terrore delle stragi e

delle deportazioni. Era venuto il nostro turno di partecipazione

al calvario della guerra. Quel sodalizio

che ci aveva tenuti insieme si sciolse, ci disperdemmo

tutti, e restammo sparsi e divisi.

Solo nello scorso mese di ottobre, per generosa e

convinta iniziativa dell’on. Nicola Bono sottosegretario

per i Beni Culturali da noi sollecitato, col patrocinio

dello stesso ministero e l’aiuto di Lottomatica,

Enap ed Eti, è stato possibile richiamare alla memoria

quel 1943 con un convegno - a cui hanno partecipato

Carlo Lizzani, Giovanni Antonucci, Fabio

Pietrangeli, Pietrangelo Buttafuoco, Renato Giordano,

Alberto Perrini, Mario Verdone e io stesso - e

con uno spettacolo. Il 27 e il 28 ottobre sono stati

messi in scena, con la eccellente e sensibile regia di

Renato Giordano, La valigia di Enrico Ribulsi, Un

uomo sta per morire di Turi Vasile e Alberto Perrini

e Il cavallo di Ennio de Concini, tre testi pubblicati

da Laterza nella loro edizione originaria, col titolo

Atti senza senso, avanguardia ignorata degli Anni

Quaranta. Il primo, di Ribulsi e il terzo, di de

Concini erano stati rappresentati dal Teatroguf nel

giugno del ’43 a meno di tre mesi dalla catastrofe.

Un uomo sta per morire non fece in tempo ad arrivare

sulla scena, ma fu scritto in quell’anno da Alberto

Perrini, drammaturgo che avrebbe in seguito acquistata

fama internazionale, insieme con me.

Le due serate hanno ricevuto un’accoglienza attenta

e calorosa dal pubblico che ha gremito il teatro.

Molti si sono detti “emozionati”, altri “divertiti e

commossi”, nessuno indifferente.


Non sta a me entrare nel merito artistico delle tre

opere; mi permetto però alcune considerazioni obiettive.

Quei testi anticiparono di una dozzina di anni,

come ha documentato lo storico e critico teatrale

Giovanni Antonucci, il teatro dell’Assurdo esploso a

Parigi con Jonesco, Beckett, Genet…, e pur nascendo

in periodo di autarchia che vietava ogni rapporto

col teatro dei paesi in guerra con l’Italia dimostrarono

che la cultura, come acqua in vasi comunicanti,

non conosce proibizioni e limiti. E poi quelle sperimentazioni

giovanili non nascevano come funghi

senza radici; esse attingevano al Teatro Futurista e

al repertorio di Achille Campanile e rappresentavano,

come ne Il diluvio, la disperazione in farsa e la

disintegrazione di categorie ritenute assolute.

S A G G I

Piero Caretto in Atti senza senso

37

Devo infine rilevare la sorpresa suscitata in tutti da

una lingua, scritta sessantadue anni fa, da giovani

ventenni, ancora viva, fresca, concreta, di oggi e

forse ancora di domani.

È augurabile che lo spettacolo, recupero di una

memoria che appartiene indistintamente a tutti,

giri per l’Italia se sarà data ad esso opportuna ospitalità.

Si tratta di una iniziativa squisitamente culturale

che dimostra come l’Italia anche in periodo

di isolamento fu al passo coi tempi e in questo caso,

sia pure con approssimazione giovanile, addirittura

li anticipò.

E la gioia perduta? Se pure è tornata io non me ne

sono accorto.


Massimo CAMPIGLI, china su cartoncino cm. 31 x 24 (coll. privata)

38


S A G G I

Angelina Lanza nella fedeltà

letteraria di Giuseppe Pellegrino

«noviziato eroico» di Pellegrino si chiude nel

1944 a Palermo con la sua laurea brillante in

1.Il

storia della letteratura italiana contemporanea,

relatore Santini, correlatore Santangelo, tesi di

dottorato su Angelina Lanza Damiani, scrittrice

palermitana, morta prematuramente nel 1936, l’anno

in cui muore Pirandello. Valgimigli resta però al suo

posto d’onore.

Il discepolo siciliano più attento ad ogni suo scritto,

anche giornalistico, e più attratto dalla sua figura di

filologo, di filosofo, di uomo di scuola e specialmente di

scrittore, dieci pagine, almeno questo, in una rinnovata

edizione di Uomini e scrittori del mio tempo le meritava,

magari sul modello delle pagine deliziose, dedicate

in quel libro ad Annibale Beggi (pagine tanto

apprezzate da Pasquali); o più tardi di quelle, dedicate

ad Antonio Fusconi nel Mantello di Cebète. E chissà

che quelle pagine nel carteggio con Pellegrino,

sparse qui e lì, non ci siano.

Perché Pellegrino si vota a Manara Valgimigli, con

sacrifici generosi ed assidui, conforme alla misura e

forse alla dismisura della religione delle lettere, di

rito bolognese, come Renato Serra la fonda e Valgimigli

la amministra: e nella quale tuttavia manca, a giudizio

di Pasquali, «un’etica di disperato vigore e di

disperato amore».

Né è chiaro che cosa intenda Pasquali con queste

parole; l’insistenza sulla disperazione potrebbe essere

interpretata come rifiuto del platonismo esso pure di

rito bolognese, professato e insegnato da Francesco

Acri: idealismo antipositivistico, sotto il quale

Valgimigli scava in profondità, trovando a tratti

l’Evangelo. È vero che ne zampilla qualche distillatissima

goccia: ma presso altri religiosi della religione

delle lettere, tranne forse Ambrosini, neppure quella.

le tante cause dell’attaccamento di

Pellegrino alla sua Sicilia, alla sua Palermo e

2.Tra

alla sua Milazzo, bisogna salire l’erta, metaforicamente

parlando, fino a La casa sulla montagna,

della quale si costituisce per tempo il custode a vita.

Soggiorna lassù, a Pianetti, di fronte al santuario di

Gibilmanna, almeno due volte l’anno, per quel minimo

indispensabile di raccoglimento e per la necessa-

Francesco M ERCADANTE

39

ria ispezione dei luoghi e della fabbrica. Poche le analogie

col caso di altri scrittori siciliani stanziali: Tomasi

tra Palermo e Palma, Piccolo tra Palermo e Capo

d’Orlando, Sciascia tra Palermo e Racalmuto,

Bufalino a Comiso, Guccione a Scicli, Sgalambro a

Catania, Pugliatti e Ghersi a Messina. Mignosi, invece,

volerà via, e sarà dramma. Più e più volte

Pellegrino dice di sé di essere un uomo fortunato, raro

esempio di uomo di lettere rimasto in ombra, che non

si piange addosso, che si trova bene in provincia, perché

anche lì si respira: e figurarsi con quanto giovamento

sulle prime pendici delle Madonie, specchiandosi

nel mare di Cefalù.

Nel 1943, ultimo anno di guerra guerreggiata in

Sicilia, egli è chiamato a insegnare lettere per supplenza

in una classe ginnasiale di Milazzo. Frequenta

quella scuola Pupino Samonà, ragazzo di quella famiglia

famosa, sfollato con tutti i suoi da Palermo

(Pupino diventerà poi, come si sa, pittore importante

1 ). Non c’è qui di mezzo, come per Valgimigli, Bruno

Lavagnini, ma «una parente dei Samonà, Maria

Migliori, umile creatura di profonda religiosità. […]

Sapendo che ero assai avido di libri, mi diede da leggere

La casa sulla montagna, opera di Angelina

Lanza [mai sentita nominare dal giovane professore

“ammesso per la prima volta a frequentare nella sua

città un salotto” dell’aristocrazia]. «Ebbi in mano proprio

la prima edizione, Sodalitas, Domodossola 1941,

con l’interessante prefazione di Emilio Bodrero, fotografie

e un brano del Diario, datato 26 febbraio 1933».

«Avvertii subito - continua Pellegrino in una sua

intervista - la poesia del libro». Sobrie parole del giovane

supplente, che tornano tali e quali con lo stesso

accento di discorso in discorso, di scritto in scritto, per

tutta una catena di conferme, lunga una vita intera.

La sicurezza di giudizio dinanzi all’opera d’arte affonda

le radici sia in un modo spontaneo di sentimento

originaria, che in una estetica: alla quale giova, ma

non in modo determinante, il magistero dei grandi

critici consultati, vicini e lontani: Valgimigli, Russo,

Getto, Apollonio, Raya, Santangelo, coinvolti sì, ma

fino ad un certo punto. L’entusiasmo di Pellegrino per

la Lanza non li contagia. Guardata dall’alto del loro

sapere estetico, La casa sulla montagna appare picco-


la piccola, un puntino bianco neppure indicato sulla

mappa del Novecento letterario italiano: tanto è vero

che non la degnano di menzione né Russo, né De

Robertis, né Pancrazi, né Cecchi (tanto tenero, invece,

con la Deledda). Quel raggio di sole, che illumina la

Casa agli occhi innocenti di un «lettore di provincia»,

nasce da una prontezza di giudizio, appresa dal giovane

milazzese, attento alla lezione di Renato Serra, suo

più vero e più profondo modello, nella fedeltà ad un

imperativo estetico elementare ed eccelso insieme:

«certificare l’autentico». Avviene così che un classico

della letteratura del Novecento italiano e non soltanto

italiano riceva la sua carta d’identità da un «lettore

di provincia», che legge per consiglio di una signora

(chi non ricorda l’ironia di Thovez a proposito delle

«belle signore»?) La casa sulla montagna e di seguito,

senza interruzione, le altre cose tutte della Lanza, dai

due volumi di versi, alle prose ascetiche e mistiche,

alle innumerevoli pagine sparse, e, per concessione

speciale, al Diario inedito, con annessi epistolari e

carteggi.

ha appena finito di laurearsi a Palermo

e quasi in parallelo a Messina nasce la

3.Pellegrino

rivista «Teoresi», che sin dal titolo rivela l’estro

di Vincenzo La Via, caposcuola fondatore, finanziatore

e direttore. Un modesto contributo alla rivista

proviene dal mecenatismo improvvisato della signora

Laura Lipari, italo-americana, vicinissima a Charles

Poletti, ma già dal secondo numero l’intero peso della

stampa cade su La Via, che provvederà ad acquistare

una piccola tipografia, vendendo l’argenteria. Perché

non ricordare questi «sprechi», fatti tutti insieme d’amore

e d’accordo, ognuno il suo? Attratti dall’indirizzo

del maestro, una scarsa dozzina di allievi e soci fondatori

aderisce: Pellegrino tra i primi, collegato con

Bartolone e Mercadante, che hanno già assunto la

redazione.

Per un più attento richiamo e rispetto alla verità dei

fatti, bisogna precisare che La Via non cerca, ma

viene cercato. Bussa alla sua porta un discepolo sconosciuto,

universitario al primo anno, che lo ha letto e

si è internato nel suo pensiero. Mi riceve - quel discepolo

sono io - per i buoni uffici di Franco Antonio

Cusimano e di padre Stracquadaini. Siamo nel 1945,

in una luminosa mattinata di marzo, tra le macerie di

una città distrutta, dove La Via è tornato per riprendere

le sue lezioni al magistero e farsi trovare al suo

posto di responsabilità nella scuola, malgrado gli

estremi disagi: alloggi di fortuna, mercato nero, rovine

materiali e morali.

Da quale convergenza nasce non tanto l’idea della

rivista, che La Via cova già da tempo, titolo incluso,

S A G G I

40

quanto la decisione di partire col numero zero, sulla

quale si forma, si organizza, si anima e si costituisce,

come già fattiva da anni, la scuola, con allievi, seguaci,

collaboratori, amici, sostenitori, ammiratori,

avversari? L’accordo di fondo matura inaspettato

nelle tre ore del primo dialogo tra maestro e discepolo.

Mi reco da La Via e mi trovo davanti per la prima

volta a un filosofo dal busto marmoreo ellenistico:

volto, dove l’antica nobiltà del signore normanno cede

interamente i suoi privilegi al lume «che vien dal sereno»;

e quella voce, eterea, come sono eteree le spirali

di fumo, che ne attraversano le onde, alimentate da

un sigaro toscano sempre acceso, e come incastrato in

una nicchia tra le labbra ingiallite.

La Via mi trattiene a colloquio per l’intera mattinata,

con discorsi che sono di filosofia, di filosofia idealistica

e di critica alla filosofia idealistica. Quando si è

fatto tardi gli rivelo il vero scopo della mia visita:

strappargli uno scritto, che figuri in apertura a un

giornale giovanile di poesia, letteratura e religione.

Non risponde negativamente. Chiede se altri, in

aggiunta a me, hanno letto qualche suo scritto. E fulmina

la proposta: «facciamo insieme, venite con me,

sono io a chiamarvi, chiamo lei e gli altri - mi dice i

loro nomi? -, bastano pochi volenterosi per una rivista

di filosofia, è una decisione, alla quale penso da tanto

tempo». I nomi erano: Bartolone, Pellegrino, Cusimano,

Cananzi, Catalfamo, don Talamo, salesiano.

Altri si sarebbero aggregati, da Reggio Calabria, da

Catania, chissà da dove. Anche da Aix-en-Provence.

Combinazione diversa e sommamente fortunata - così

tutti la giudicammo -, quella con Guido Ghersi, pronto

egli pure per conto suo.

Non si presenta come un salto nel buio, quella scelta

di La Via, che ha tutta l’aria di un reclutamento proselitistico,

e non è? Nella matricola poco meno che

ventenne, che sta davanti a La Via senza nessuna

pretesa, assoggettandosi anzi ad un esame severissimo

l’allievo c’è: abilitato, per dir così, al termine di un

dialogo franco, intenso, spinto in profondità (perché

avrebbe dovuto fare sconti, La Via?). Quel ragazzo ce

l’ha fatta, ha attraversato la munitissima soglia di

dottrine speculative, con le quali si è o non si è in

grado di stabilire un contatto valido, per poi passarle

da parte a parte. La Via nulla aggiunge e nulla toglie

alla verità, nel dichiarare a quello sconosciuto, che

potrebbe sparire nel nulla, da dove è venuto: «Lei ha

capito il mio pensiero come nessuno finora». Parole

che fecero testo e che fecero stato sia per il maestro

che per il discepolo. Avevo comprato due libri di La

Via, in edizione D’Anna, sulle bancarelle. Li avevo

letti come libri su Gentile, il principio d’immanenza,

la crisi dell’idealismo, senza le notizie biografiche che


mi orientassero sul curriculum dell’autore: mai

immaginato nel travaglio durissimo della lettura e

dell’adesione timorosa, sul filo della corrente principale,

ovviamente, e scansando gli innumerevoli gorghi;

mai immaginato gli esiti imminenti di quella lettura:

una udienza, non certo accademica o protocollare,

concessa dal filosofo a un improbabile ammiratore

di nessun conto, di nessuna affidabilità; il riconoscimento

largo, immediato, convinto, «imprudente», che

arriva come una salutare botta in testa; una volontà

spontanea, generosa, bilaterale oltre i limiti della differenza

inviolabile tra «l’alto e il basso»; la volontà di

non finirla lì, anzi di cominciare insieme subito, senza

perdere un minuto. La rivista si fece, la scuola fiorì.

Nel gruppo dei collaboratori fissi, Pellegrino ha già le

sue brave pubblicazioni (su «Quadrivio»!), non così

numerose come quelle di Ghersi, mentre Bartolone,

Catalfamo, Cusimano, Cananzi, M. Cristaldi, Passaniti

hanno pubblicato ancora poco o nulla: ciò che è

forse un’occasione in più per mettere a frutto la maturità

di un Bartolone e di un Cananzi. Gli scritti di La

Via oppongono una rocciosa impenetrabilità a chi li

maneggi con l’impazienza del lettore comune.

Pellegrino non è però lettore comune; ha rischiato di

svolgere la tesi di laurea su Francesco Acri scrittore e

filosofo rosminiano.

Il punto di coesione nel rapporto che Pellegrino

instaura con La Via e con gli amici di «Teoresi» è il suo

già limpido ed effervescente rosminianesimo, coltivato

man mano che si consolida la sua familiarità con la

Lanza.

scuola di La Via s’insedia nel vasto territorio

della filosofia cattolica del Novecento

4.La

italiano, col nome di «assoluto realismo»; e

con caratteri, che la distinguono e differenziano: a)

dalla neoscolastica; b) dal neospiritualismo; c) dall’ontologismo;

d) dall’esistenzialismo; e) dal personalismo;

f) dalla fenomenologia. La neoscolastica ha già

vissuto i suoi fasti, prendendo possesso della «Cattolica»,

e trasformando il tomismo delle Encicliche, col

contributo di Olgiati, Chiocchetti, Masnovo, Bontadini,

Cordovani, Sofia Vanni Rovighi, Padovani, Ottaviano

e tanti altri, in una «filosofia amministrativa»

(diverso però il tomismo milanese da quello dei

Gesuiti o di Fabro). In quella roccaforte si arma anche

una specie di ronda per vigilare sull’eresia rosminiana,

amministrando, malgrado qualche crisi di coscienza,

i confermati rigori pacelliani della condanna e dell’interdizione

perpetua. Né l’ontologismo, né lo spiritualismo,

né la filosofia dell’azione, né la filosofia dell’esperienza

si piegano alla ragione delle armi.

Tutt’altro.

S A G G I

41

La Via segue con più interesse, a parte il dibattito

intenso, da voci fuori del coro, con Bontadini, p.

Mareshal; ed è un blondeliano; e non revoca mai la

sua fedeltà a Gentile, dal quale deriva una diversa,

ma non interrotta, dipendenza dall’ontologia rosminiana.

Spetta però a Battaglia, Prini, Morra, M.T. Antonelli,

A. Raschini, Piemontese, Pignoloni, Ottonello,

Manferdini, Riva e non pochi altri seguaci di Sciacca,

Guzzo, Carlini, Stefanini, Battaglia, Marino Gentile

reggere il maggior carico della «Rosmini renaissance».

Esistenzialismo, personalismo e filosofia dell’azione,

con Capograssi, Lopez de Oñate, Castelli, Opocher,

Piovani, Cotta, Ambrosetti, D’Addio, Pigliaru e altri

pochi, tirano fuori dal sistema rosminiano dottrine

speciali in materia di antropologia, filosofia morale e

giuridica, teodicea. Mai di gnoseologia e logica, tranne

La Via, che nel solco dell’«idealismo italiano» (così

lo chiama Carabellese), riprende il discorso del Nuovo

saggio, integrato con la lettura, raccomandata da

Gentile, del frammento su Le categorie e la dialettica.

Intorno al 1925 La Via porta a compimento il plastico

monumentale del pensiero gentiliano, gran fatica, che

ne fa il più avvertito tra gli storici e il più audace tra i

gentiliani speculativi (tra i quali c’è posto per il solo

Cammarata, non per Maggiore, Carlini, Spirito, Calogero,

A. Volpicelli, Saitta, Battaglia, Fazio-Allmayer,

Lombardo Radice, Codignola, Licitra). Tra parentesi,

La Via è stato anche allievo attento di Varisco. La

novità speculativa si annuncia nel 1931-32 per il centenario

di Hegel celebrato dalla Cattolica, con un saggio

tormentato dal titolo L’autocritica dell’idealismo.

Che cosa intende La Via, ricorrendo a un titolo di rottura

nella continuità, e in ogni caso nella modernità?

Intende aprire l’idealismo attualistico alla trascendenza,

attraverso un passaggio interno verso l’ontologia

oggettivistica, risalente all’oggettivismo antico, eleatico,

socratico, platonico, agostiniano. Lo apre come le

valve di un frutto di mare per il solo effetto dell’alta

temperatura speculativa: senza innesti, senza manovre

diversive. Con l’attualismo mutato di dentro, cambia

subito anche il quadro storiografico generale dei

suoi rapporti con la filosofia moderna e contemporanea.

Gentile ha avuto il merito di tenere in gioco

Rosmini fin dal libro primo della sua riforma, scritto a

Pisa sette-otto anni prima del suo ritorno trionfale a

Palermo, dove l’attualismo celebra la sua apoteosi;

nella Palermo di Amato Pojero, filosofo della scienza e

della trascendenza, mistico più che filosofo; nella

Palermo di mons. Trippodo, che conserva una copia,

l’unica in Italia - si dice -, dell’Action di Blondel, nell’edizione

«proibita» del 1893; nella Palermo, infine, di

Angelina Lanza, poetessa e scrittrice affermata, che

proprio in quegli anni legge Rosmini, per consiglio di


uno scrittore cappuccino, ma anche di Amato Pojero

(chiamato familiarmente «lo zio» da Angelina). Gentile

infatti diffonde da Palermo nel paese - sono quelli gli

anni della «Voce» - il fascino della nuova filosofia, idealistica,

storicistica, immanentistica, in rapida ascesa

verso il potere; filosofia che a Palermo si espande ben

oltre i confini dell’Università, attirando i maestri, i

docenti medi, i preti, gli uomini di scienza, i magistrati,

i liberali, i socialisti, i giornalisti.

Per il passato l’Italia non si è mai identificata con una

filosofia, tranne che nel quarto d’ora giobertiano: questa

volta sì; e dipende da un corollario storicistico, che

vi si identifichi in termini di «Primato». La tesi di laurea

di Gentile si intitola d’altronde Rosmini e

Gioberti, uniti in un tutto inscindibile. L’Italia positivistica

di Villari, Ardigò, Lombroso, Pareto, Loria,

siede alla mensa dei grandi raccattando le briciole;

l’Italia idealistica è grande di diritto, per una prerogativa

di diritto divino, convertita in legge dalla filosofia

moderna e contemporanea: elevare all’altezza dell’assoluto

una nazione per volta. Con una tale consapevolezza

l’idealismo italiano risponde da avanguardia

filosofica alla sfida per i «primi posti», aprendo largamente

e celermente il passo alle avanguardie artistiche

e politiche: espressionismo, futurismo, nazionalismo,

anarco-sindacalismo, pragmatismo, rappel à

l’ordre, «èra delle tirannidi».

Per il gruppo di «Teoresi» il ritratto di Rosmini troneggia

da un’ideale parete di fondo nella loro sempre

ideale galleria di antenati. Non sta più accanto a quello

di Gentile, che comunque mezzo secolo prima ce lo

ha messo. Sempre in materia di ritratti di Rosmini,

anche nella sala più frequentata della «Biblioteca filosofica»

ce n’è uno, messo da Angelina Lanza, con uno

spirito ovviamente ben diverso da quello di Gentile.

Data dal «tempo della voce», il suo rapporto con l’opera

di Rosmini, dopo che Padre Giustino da Patti, il

frate cappuccino di cui si diceva più sopra, ha gettato

il seme di quella lettura su un terreno fertilissimo. Ai

cappuccini piace l’obbedienza pensosa, per non dire

critica. Col decreto Post obitum arriva addosso ai

rosminiani la condanna condanna, che sarà vissuta

tuttavia come un dramma. Ecco perché al piccolo

gregge, nell’obbedienza più sincera, ma non lesiva dei

diritti dell’intelligenza, si aggiunge di tanto in tanto

qualche unità, in lucida accettazione del misconoscimento,

spiriti eletti, come quello di un Bozzetti, di un

Rebora, di un Capograssi, di un Lavia, di uno Sciacca

di un Lopez de Oñate.

da qualche anno, nelle riunioni preliminari

per «Teoresi» Pellegrino si presenta con

5.Laureato

il tesoro del suo rosminianesimo, che poi è

S A G G I

42

quello della Lanza, rosminiana dichiarata, che riconosce

pubblicamente il suo grande debito verso l’opera del

Roveretano, letto sistematicamente: il Nuovo saggio, Il

Rinnovamento, la Teodicea, l’Epistolario ascetico, le

prose ecclesiastiche, le Costituzioni, La dottrina della

Carità; e, di letteratura secondaria, p. G. B. Pagani,

Giuseppe Morando, p. Giuseppe Bozzetti, Fogazzaro,

Palhoriés ecc.

Che cosa distingue il rosminianesimo della Lanza da

quello di scrittori come Fogazzaro, Lampertico,

Salvadori, Casciola, Capograssi (al quale ultimo succede

di leggere - cominciare a leggere - Rosmini negli

stessi anni)? Si distingue da questo, da un supplemento

di misticismo, declinato al femminile: che è

tutto dire, nel secolo della donna, nel secolo dell’emancipazione,

della parità e dell’integrazione totale

dei sessi.

La conferma viene da p. Bozzetti, che parla della

Lanza come «continuatrice» del maestro. E ci voleva.

Dal «sacro monte» del rosminianesimo nella Val

d’Ossola (e in origine nel Trentino); e dalla «beata

riva» del Verbano un’essenza mistica attraversa un

paese intero, si sposta al sud e trova nella città di

santa Rosalia (rosae) e di san Giacinto (lilia) l’habitat

tropicale in cui attecchire, fiorire e prosperare prodigiosamente.

Quando mai un’importazione da nord a

sud, che chiami il sud a dare, anziché a ricevere supinamente!

6.Pellegrino si laurea sulla Lanza, lasciando

fuori Rosmini, argomento, materia, fatica, che

lo avrebbe portato troppo lontano. Giovanni

Gentile si era a sua volta laureato egli pure da letterato,

più che da filosofo. La prefazione alla prima edizione

del suo Rosmini e Gioberti, saggio storico sulla filosofia

italiana del Risorgimento, non a caso pensato e

lavorato nel 1897, primo centenario della nascita di

Rosmini, è datata: «Castelvetrano, 25 agosto 1898». Il

collegamento Sicilia-Stresa è già stato istituito a partire

da quella data, e i vari fili sono stati tessuti in una

rete che Pellegrino mantiene ancora attiva.

I giovani di «Teoresi» che hanno appreso da soli, senza

legami tra loro, a «pensare nella fede» ed ora si perfezionano

alla scuola di La Via, riescono a vedere con

fatica, disegnati sulla sabbia, i lineamenti di un

Gentile cristiano. Bastava però ascoltare le testimonianze.

Racconta Guzzo: «Io ricordo quando Gentile fu

ricevuto dal Papa insieme con altri e il Papa dette a

tutti la benedizione, e lui disse: “ci ha dato la benedizione

ed io me la sono presa”. Lui era cristiano» 2 .

Nessuna benemerenza maggiore, - e ne ha avute

tante, dall’insegnamento religioso nella scuola pubblica,

agli interventi legislativi e amministrativi per


l’istituzione della Cattolica, alla politica ecclesiastica

dell’Enciclopedia Italiana, alle rivendicazioni gelose

della sua cattolicità nel discorso testamentario La mia

religione - nessuna benemerenza maggiore che quella,

datata, come si dice, 1897, che ha segnato il destino del

pensiero rosminiano, intrecciato con la «riforma della

dialettica», nel secolo ventesimo. Vedere per tutti Del

Noce: per non dire di Antimo Negri, stessa generazione

di Pellegrino. Nel 1943, vigilia della morte tragica,

egli riprende la sua opera giovanile, e trova il tempo,

tra una cosa e l’altra, di licenziare con correzioni ed

aggiunte preziose la seconda edizione del Rosmini e

Gioberti, staccandosene nella ricorrenza del 4 novembre

1943, giorno della vittoria. Dedicandosi a rimaneggiare

modestamente il libro del suo esordio, tre anni

prima che si chiuda il secolo del Risorgimento, egli

torna alle origini, egli ha cominciato in Sicilia, è nata

a Palermo la prima generazione dei suoi seguaci e con

essa un’Italia della filosofia, totalmente diversa da

quella che gli muore addosso, un’Italia della libertà,

un’Italia della dignità nazionale, consacrata dalla vittoria

nella prima guerra mondiale. Chi lascia egli a

Palermo, nell’ora, troppo presto sopraggiunta, del suo

trasferimento a Pisa? Sulla cattedra, Pantaleo

Carabellese, con la sua diversa ma non disomogenea

fedeltà all’«idealismo italiano»; e per l’Italia una scuola

di idealisti tutti più o meno attualisti: Maggiore,

Guzzo (oriundo), Mario Sturzo, il primo Mignosi, Fazio

Allmayer, Omodeo, Saitta, Lombardo Radice, Licitra,

De Ruggiero, Albeggiani, Collotti, Durante, La Via,

Cammarata, che però, tutti e due di seconda generazione,

frequenteranno il maestro a Roma, come Guido

Ghersi, recatosi di persona ad ascoltare le due conferenze

del 1911 presso la «Biblioteca filosofica».

L’attualismo è nato in quelle sale: e le altre correnti di

pensiero, la filosofia dell’azione, la filosofia della scienza,

lo spiritualismo, il fenomenismo, l’ontologismo critico

ecc. ne subiscono l’ascendente.

Perché allargarsi a Gentile in un rapido profilo di

Pellegrino? Perché i quattro nomi sono inscindibili, a

coppia: Gentile-Rosmini; Lanza-Pellegrino, per un

primo giro; e per un secondo: Lanza-Rosmini;

Pellegrino-Gentile. Alla fine la scena è tutta per la

Lanza, anima rosminiana, che in presenza di Gentile

a Palermo, ed in mezzo al frastuono dei gentiliani o al

tormentone dei fenomenisti si rifà al Rosmini di tutte

le principali dottrine, inclusa la dottrina dell’intuito.

La maggior fatica dei suoi apprendimenti la Lanza

sostiene per giunta in mezzo alle sue vicissitudini

familiari, chiusa idealmente in una cella, dove nessuno

immagina, neppure Amato Pojero, che entrino

tanti libri di teologia, di ascetica, di apologetica religiosa,

alimento prezioso assimilato con gran profitto

S A G G I

43

di giorno in giorno da un grande spirito contemplativo,

che tiene per breviario le Massime di perfezione,

scritte da Rosmini in premessa a tutto il suo sistema.

7.Dalla notizia per una voce di dizionario biografico

alla edizione dei testi, con gran corredo

di apparati filologici e di illustrazioni esegetiche,

tutto ciò che si legge da cinquanta anni sulla

Lanza, la (storia della) letteratura italiana deve a

Peppino Pellegrino, capace di far sua una causa letteraria

come a pochi del suo rango, della sua erudizione,

della sua intelligenza estetica. Urterà contro barriere

di incomprensione, freddezza, vociferazioni, la

più generosa delle quali: «si è infatuato della Lanza»:

diffidenza, riserve, ironie di letterati e illetterati.

Resta vero, però, che senza la sua presunta infatuazione,

la Lanza sarebbe ancora dispersa in terra di

nessuno, ed irreparabilmente ignorato il capitale più

importante della fortuna di Rosmini nel Novecento

italiano, con riguardo a personaggi come Carabellese,

Capograssi, Bozzetti, Rebora, Contini, Sciacca, Di

Carlo, Buonafede, Raschini, Ambrosetti, Caramella,

Del Noce, Riva e tanti altri.

Anno dopo anno su «Teoresi» vedranno la luce: il

Testamento spirituale (1946); le Lettere a Silvia

Reitano (1947 e 1948, con una premessa di Guido

Ghersi); le Lettere a Virginia (1949). Sempre in contatto

con la rivista, seguiranno le Lettere, con l’importante

prefazione di p. Bozzetti (1955), volume di circa trecento

pagine, pubblicato a Messina con la sigla A.L.D.

Finalmente La casa sulla montagna (1957), in edizione

ecdotica e le numerose successive ristampe, giunte

all’ottava nel 1995, presso le edizioni SPES, Milazzo,

con Pellegrino all’opera come filologo accurato - si diceva

-, biografo appassionato, esegeta illuminato; nonché

revisore di bozze, negoziatore di contratti, con tipografi,

autori, librai, magazzinieri, ed in primo luogo finanziatore,

il tutto in economia, a causa degli scarsi mezzi,

che però esauriscono l’intera somma morale e materiale

dei suoi mezzi. È così che riesce ad allineare un catalogo

di circa duecento titoli.

Sempre a seguire, senza prendersela troppo per i

tempi lunghi, le Poesie (1995). E al termine del ciclo il

Diario spirituale (2000), opera maggiore e massima,

tenuta in serbo, finché Giovanni Paolo II, coraggioso e

lungimirante, non apre le braccia alla santità moderna

e contemporanea, esaltando intellettuali come

Ozanam, Edith Stein, Newman, Rosmini, Lazzati, La

Pira, le cui cause o sono già chiuse o ancora in corso.

Ora che il Diario è stato pubblicato, Pellegrino misura

la sua fedeltà a un’impresa straordinaria, impresa

tuttavia insidiata dal timore, che ogni cosa finisca con

lui. Ci sarà, probabilmente, se non un successore,


almeno un continuatore, ma nessuno è ancora alle

viste, né in Sicilia né in altre sedi.

Senza Pellegrino, la Lanza che consensi susciterà?

Siamo noi, non lui, a doverci porre questo interrogativo,

senza drammi, con fiducia, assicurandoci che non

si perdano i risultati della fatica di un uomo di studi,

che ha scavato la roccia con un cucchiaio. Le cento e

più recensioni, ch’egli procura nel tempo - alcune

autorevoli - a La casa sulla montagna, sembravano

annunciare un appuntamento con il Diario, al quale

non si è ancora presentato nessuno. Ora che il gran

libro circola liberamente, il destino pubblico della

scrittrice appare impedito, se non addirittura viziato,

da un ritardo, che non ha più alibi. Chi si aspetta un

successo immediato, ed immagina analogie con la

Storia di un’anima, opera di una santa del Novecento,

e ora dottore della Chiesa, che ha segnato in profondità

il suo secolo, pensi alle Prose dei cattolici di tutti i

secoli, a cura di Giovanni Papini e don Giuseppe De

Luca e faccia due più due. Il mercato è come l’intendenza:

seguirà. E sta bene così. Almeno a Pellegrino,

uomo di fede, cristiano e cattolico di alta dottrina e di

francescana pietà, sta bene così.

si parlerà tra cento anni di Angelina

Lanza? Non occorre essere profeti, né figli di

8.Come

profeti, per arrischiare la previsione che se ne

parleràimpostando due grandi linee di interesse,

dirette a misurare la statura sia del genio letterario

che del genio mistico. La santa potrebbe persino essere

canonizzata senza le tante difficoltà, che sono state

opposte - ed ora non più - a Rosmini (questo l’autorevole

parere di un gesuita, padre Mucci, autorevole

scrittore della «Civiltà cattolica»).

Peppino Pellegrino ha arato, ha seminato, ha irrigato,

ha mietuto. Deus agricola est. Il contadino della speranza,

come dice La Pira citando Péguy - Pellegrino

ha un legame con La Pira, che sarebbe da trattare a

parte lungamente - entra ogni giorno nel gaudio del

suo Signore per il modesto lavoro, eseguito puntualmente

nel suo pezzo di terra; e puntualmente remunerato.

A che cosa si è dedicato Pellegrino? A completare

il quadro della letteratura italiana del Novecento,

inserendo al posto giusto una scrittrice, che da

viva già merita l’attenzione di storici e critici come

Donadoni, Cesareo, Pellizzi, Bozzetti, Di Rosa,

Mignosi, Amato Pojero, Silvia Reitano, Ada Negri, e

più tardi di Apollonio, Guzzo, Getto, Bodrero,

Consolo, Ghersi, M. T. Giuffrè, Di Carlo, Correnti e

tanti altri, che la giudicano degna di figurare accanto

a Salvadori, Giosuè Borsi, Rebora, Capograssi.

Le crescite silenziose, zodiacali, sono le più sicure.

Pellegrino ha trovato piccoli tesori della Lanza, fru-

S A G G I

44

gando nelle annate di rivistine rispettabili, ma semiclandestine:

«Lumen», «L’eco di Gibilmanna»,

«Charitas» e altre simili. La Lanza poetessa aveva

cominciato bene, con Sandron. Più tardi la rinuncia

alle ambizioni e alle consolazioni della scrittura; e le

licenze, vale a dire dispense dal giuramento di rinuncia

al mondo, quello letterario incluso, eccezionali, circostanziate

e sotto controllo.

A forza di rovistare, raccogliere, censire, ordinare,

ripubblicare, Pellegrino ha familiarizzato con la scrittrice

palermitana, in primo luogo come esperto, al

massimo livello di specializzazione; e come editore

praticamente esclusivo o in esclusiva in secondo

luogo. Non ha realizzato l’intero programma, perché

in sessanta anni circa, tra mille traversie, si è dovuto

fermare ogni tanto, non per tirare il fiato ma per

aspettare gli altri. Il calendario non dava via libera. E

il danaro era contato.

Solo per il Diario ha potuto contare su un contributo

pubblico, e ciò nel quadro delle grandi iniziative

per il bicentenario della nascita di Rosmini. I membri

del Comitato, presieduto da Prini (tra gli altri G.

De Rosa, Cotta, Ottonello, Tessitore, mons. Sanchez

Sorondo, mons. Riva, Mercadante, p. Muratore) erogarono

i fondi, su domanda di Pellegrino. L’opportunità

era unica. Il Diario è già apparso a puntate

sul bollettino «Charitas», pochi estratti non strettamente

diaristici, uniti da un disegno perfetto. Negli

anni trenta di casa - casa dell’anima - la Lanza vive

già a Stresa: e dunque sì, un sì deciso, un sì tempestivo,

un sì generoso alla pubblicazione in occasione

del Bicentenario. La Lanza è stata severamente

penalizzata dalla sproporzione, durata fino alla pubblicazione

del Diario, tra scritti editi e scritti inediti.

Sarebbe bastato il Diario a colmare la differenza:

come è accaduto per Kierkegaard, Amiel, Capograssi,

«autori postumi», a loro modo predestinati: e Du

Bos, non postumo.

Il nome di Pellegrino sulla copertina, la sua premessa,

la nota biobibliografica, riveduta e aggiornata, in

appendice, l’indice dei nomi, ed infine la sigla delle

edizioni SPES sono il sigillo di una continuità consumata,

anche questa, come «completa offerta»; come

dedizione a una causa. Non importano i modi, la mondanità

e utopicità insieme, della devozione. Peppino si

è consacrato alla Lanza e basta. La prima sede della

Nota, allo stato nascente, è «Teoresi» 1947.

L’occhio del critico spazia su un quadro a più ordini,

con molte figure, uomini e donne. La Lanza sarà

attraente, ma la preferenza potrebbe cadere più o

meno alla stessa stregua su Ada Negri o Vittoria

Aganoor Pompily. E le tre P della nostra giovinezza:

Papini, Panzini, Pirandello? E Renato Serra? E Pietro


Mignosi? A quante eccellenti e seducenti opportunità

si è sottratto Pellegrino, per privilegiarne una sola!

Inutile dire, ma è meglio sottolineare, che la Lanza

non è una zia di Pellegrino.

alla conclusione di questa visita intensa

ma rapida a un uomo di lettere, che ci riceve in

9.Siamo

compagnia dei suoi amici di sempre, presenti o

assenti: quelli dei giorni festivi, ai quali abbiamo già

dedicato qualche pensiero, e quelli dei giorni feriali, ai

quali sarà caro essere ricordati qui (alcuni non più tra

noi): Giuseppe Catanzaro, il fraterno e compianto compagno,

filologo e letterato insigne, recentemente scomparso;

Ruggero D’Ondes, Nino Pafumi e Nino Scoglio,

Francesco Morabito, C. Amato Pojero, S. E. mons.

Cataldo Naro, don Remo Bessero Belti, Turi Vasile,

Vittorio Vettori, Santi Correnti, Giuseppe Locane,

Tommaso Romano, Salvatore Di Marco, Italo Sacco,

Salvatore Latora, Mimmo Ferraro, Franco Cassata,

Michelangelo Mazzeo, don Aronica: nomi, messi qui

come son venuti in mente, con imperdonabili sacche di

omissioni.

La visita si è conclusa, ma quante cose sono rimaste

fuori! Segnamole qui, come un appunto a futura

memoria.

a) I libri, la biblioteca. Due case rigurgitanti di libri

fin sulle poltrone, da sgomberare in fretta, perché l’ospite

possa mettersi a sedere, spostandoli e accatastandoli

su pile, che arrivano fino al soffitto. È da

augurarsi che Pellegrino provveda in tempo alla

destinazione post mortem della collezione preziosa,

come ad esempio ha saputo fare mirabilmente

Vittorio Vettori con una donazione in vita alla biblioteca

di Poppi, dando prova di una preveggenza da imitare.

b) La scuola, la cattedra, la Paideia, la grande sfida

quotidiana dell’insegnamento all’Università (per corsi

speciali), al liceo, in altri istituti. Da preside, un fervore

straordinario di iniziative, nello sforzo costante

di portare nella scuola la cultura, perché si fecondino

l’una con l’altra.

c) Le cariche pubbliche, tutta una storia a parte. È

stato assessore alla cultura per un decennio e sindaco

per un anno a Milazzo, sua città. Questo passaggio in

politica non fu volo di farfalla. È l’epoca all’incirca di

La Pira «sindaco santo». Firenze chiama Milazzo per

un gemellaggio ideale tra sindaci, che, fatte le proporzioni,

vengono oltre che dalla stessa regione, dalla

stessa matrice spirituale. Ecco aprirsi intanto una

finestra, da cui dare uno sguardo non fugace alla

povertà di Pellegrino: si fa presto a dire francescanesimo

come luogo letterario: anche quello di La Pira lo

è. Ma la modulazione è diversa, tipicamente novecen-

S A G G I

45

tesca. La Pira trova a Milazzo un discepolo informato,

convinto, disciplinato, sollecito nel recensirne i libri,

come fa su «Teoresi» nel 1948, e nel seguirne le dottrine

e le utopie.

d) L’editore. Il catalogo dei cento più cento titoli si

regge su due pilastri: la religione delle lettere, primo

pilastro; l’opera omnia della Lanza, secondo pilastro.

Le edizioni SPES, Milazzo, alias Peppino Pellegrino

Editore, si sono assicurate un futuro, sempre nel nome

di Angelina Lanza, associato a quello di

Capograssi. Nel loro passato un significativo antefatto:

le edizioni A.L.D. (iniziali della scrittrice palermitana),

alle quali Pellegrino affida in prima edizione le

Lettere, Messina 1953.

«rinnovamento cattolico» italiano

nella forma decisa assunta intorno al

10.Il

terzo decennio del Novecento, ha suscitato

un interesse non ancora adeguato alla sua importanza.

Papini non lo spiega interamente, malgrado

Mignosi provi a farne il protagonista. Giuliotti e Tozzi

si sono già insediati in un loro retroterra già dal 1913;

e, in totale autonomia, fanno la loro strada Boine,

Comi, Pastorino, la Lanza, Capograssi. Per l’effetto

d’insieme, bisogna guardare anche in altre direzioni:

bisogna guardare alla Cattolica, dove trova una sponda

sicura la «crisi dell’idealismo» (Casotti, La Via,

Bontadini, Ottaviano, Cordovani); crisi che invece

Carlini, Guzzo, Stefanini, Castelli, Mathieu, Sciacca,

Battaglia, risolvono in chiave di «spiritualismo cristiano»,

dando vita a un movimento diviso in vari

rami, uno dei quali si tende verso il futuro «Gruppo di

Gallarate»; bisogna guardare al «ritorno all’ordine»,

con complicato intreccio di conversioni religiose (un

lungo elenco di nomi, nella lista, che comincia con

quello di Papini); al «Frontespizio»; ai modernisti; ai

mistici di tutte le ispirazioni (Onofri, Amendola,

Manacorda, Levasti, Angelo Conti, Misciattelli,

Mazzucchi, Bongioanni ecc.); e, infine, ai santi, tra i

quali esordisce nel 1924 un Giorgio La Pira appena

ventenne. I loro nomi? Sono già stati fatti sopra, seminandoli

tra i vari gruppi, ad esempio Rebora,

Giordani, Mario Sturzo. In capite libri Angelina

Lanza e Giuseppe Capograssi, figure, sulle quali brilla

la stella cometa della santità canonica.

Il rinnovamento cattolico italiano a partire dall’annus

mirabilis 1918 - cui ordinariamente si fa riferimento

per la Germania - si presenta ricco di un

patrimonio, ancora tutto accumulato nel sottosuolo,

per dir così; e tutto da tirar fuori, prendendo in mano

ora un libro intonso, ora un manoscritto inedito, ora

un testo celebrato, ma in cerchie troppo ristrette e

quasi devote.


Al duro lavoro di Pellegrino si deve se, ora che c’è il

Diario, la Lanza è pronta. Ha attraversato indenne il

ventesimo secolo, che per lei e per l’opera sua, fino alla

Nota 1° luglio 2001 su Rosmini, rispecchiava riflessi filtrati

da una fitta, deformante cortina di nebbia. Sulle

soglie del terzo millennio una scrittrice cristiana inedita

ed importante del Novecento può affacciarsi con

innocenza da una finestra: e ci sarà certamente qualcu-

S A G G I

F. CASORATI, Studio, china su carta cm. 27 x 21 (coll. privata)

46

no, alla finestra della casa di fronte, che si affaccia in

compagnia di Pellegrino, per ricevere il testimone.

1 Premio speciale per la cultura, sezione arti figurative, conferito

nel 2005 dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.

2 Atti del V Congresso regionale di filosofia G. Amato Pojero e la

Biblioteca filosofica di Palermo, a cura di C.M. Amato Pojero e

Giuseppe Pellegrino, SPES, Milazzo 1974, p. 162.


S A G G I

Roberto Calasso: letteratura, editoria,

risvolti di copertina

Cento lettere a uno sconosciuto raccoglie cento

risvolti, tra gli oltre mille che Calasso ha

scritto per la Adelphi dal 1963 al 2003. Il libro

è stato pubblicato per celebrare i 40 anni di attività

della casa editrice (è dedicato a Luciano Foà) e

l’uscita del numero 500 della collana “Piccola biblioteca”:

“Venendo a coincidere il quarantesimo anno

dell’uscita del primo libro Adelphi e il numero cinquecento

della “Piccola biblioteca”, abbiamo pensato

di raccogliere in un libro cento tra i 1068 risvolti che

ho scritto fra il 1965 e oggi. In un certo periodo - fra

il 1967 e il 1992 tendevo a scriverli tutti, con rarissime

eccezioni. In seguito ne ho scritti sempre meno e

oggi, salvo qualche occasionale soprassalto, mi dedico

piuttosto a rivedere e, se è il caso, rielaborare testi

messi insieme da una squadra redazionale: questo

spiega l’assottigliarsi dei risvolti tratti dai libri

degli ultimi anni”. Si tratta di un libro che lo stesso

Calasso ha più volte annunciato (come quello sugli

italiani) e, sin dagli anni ottanta, hanno parlato di

questi risvolti figure eminenti della cerchia di

Calasso, come Guido Ceronetti e Giovanni Mariotti.

“Trattando qui di Roberto Calasso - scriveva Ceronetti

- editore ambiguo, posso indicare come esempio

di cammino gnostico i testi dei risvolti di copertina

da lui redatti, in molti anni, anonimamente, per i volumi

della Adelphi; non servono tanto a vendere il libro

quanto a sfogare il bisogno di misurarsi, irrefrenabile,

coi testi presentati: sono letture attive, abbozzi

di commenti, innesti di pensiero proprio; messi

insieme, formerebbero una lunga coda di serpente

gnostico che aspira a formare anello”. E Giovanni

Mariotti: “Sul lobo di ogni libro Adelphi, egli accoglie

i lettori in forma di risvolto, come un padrone che sia

anche il più impeccabile dei maggiordomi. Il suo è il

perfetto stile risvoltario - una forma di svelta seduzione

che si sposa a quei revers, come lo stile lapidario,

si sposa alla pietra (lapis)”. Per Gerard Genette

il risvolto, con il titolo e la copertina, è il più importante

degli elementi che compongono il paratesto, ed

è una “parte integrante e decisiva” di un libro, almeno

quanto il suo testo: “Eppure il risvolto appartiene

al libro, - scrive Calasso - alla sua fisionomia, come

il colore e l’immagine della copertina, come i caratte-

Valentino C ECCHETTI

47

ri in cui è stampato”. In Italia l’abitudine di raccogliere

i risvolti di copertina ha una lunga tradizione:

Vittorini (I risvolti dei “Gettoni” di Vittorini, a cura

di C. De Michelis), Sciascia (La felicità di fare libri,

a cura di S.S. Nigro), Calvino (Il libro dei risvolti, a

cura di C. Ferrero), Debenedetti (Preludi. Note editoriali

alla Biblioteca delle Silerchie). “Si tratta in questi

casi - scrive Grazia Cherchi - di risvolti d’autore,

cosa ben diversa da quelli che, come talora avviene,

vengono scritti con l’aiuto-consulenza dell’autore. Il

quale è il primo a non lesinarsi le lodi e a indulgere

ad accostamenti di rara immodestia con i grandi.

Sono ancora d’autore, ma in modo del tutto particolare,

i risvolti che troviamo, e sono tra i migliori, nei

libri Adelphi: redatti, com’è noto, da Roberto

Calasso, contrassegnano la fisionomia della casa editrice”.

Per Calasso il risvolto discende dalla “epistola

dedicatoria”: “Lunga e tortuosa è stata la via percorsa

dalla storia del libro prima di far nascere il risvolto.

Suo nobile antenato è l’epistola dedicatoria”.


In età moderna l’epistola dedicatoria non si rivolge al

Principe, ma all’entità misteriosa che definiamo

“Pubblico”, che è non meno capricciosa e potente del

Principe. Tuttavia la lettura “è solitaria, come il pensiero”:

infatti, se “osserviamo un lettore in libreria”,

vediamo che “prende in mano un libro, lo sfoglia - e,

per qualche istante, è del tutto separato dal mondo.

Ascolta qualcuno che parla, e che gli altri non sentono.

Accumula casuali frammenti di frasi. Richiude il

libro, guarda la copertina”. Per questa ragione - come

l’epistola al Principe si rivolgeva a chi aveva in prima

persona protetto l’opera - è al Lettore e non al

Pubblico (“entità ingombrante e informe”) che è indirizzato,

come una lettera, il risvolto di Calasso: “Poi,

spesso, (il Lettore) si sofferma sul risvolto, da cui si

aspetta un aiuto. In quel momento sta aprendo una

busta: quelle poche righe, esterne al testo del libro, sono

di fatto una lettera: la lettera a uno sconosciuto”.

La raccolta di Calasso nasce dal tentativo di dare

risposta a due interrogativi, che, alla luce di questa

idea del “Lettore” (con la maiuscola), non sono opposti,

ma sono, naturalmente, convergenti: Chi è lo

sconosciuto cui si rivolge il risvolto della Adelphi?

“Qual è la politica culturale della casa editrice?”. Il

secondo interrogativo, in particolare, è “una domanda

colorata da un certo periodo, quello in cui la parola

‘politica’ stingeva su tutto, anche sul caffè che si

beveva al bar”, ma che “nella sua goffaggine”, è “però

una domanda giusta”: “Erano gli anni ’70, e quei

libri sembravano conservare dentro di sé una possibilità

di guardare al presente con un occhio diverso.

(...). Quando dicevamo tra amici ‘è un libro Adelphi’,

si sottintendeva sempre un mistero, una sacca di

resistenza (...). Ma cosa teneva insieme, in un disegno

che era come la cifra nel tappeto di Henry

James, il Racconto del pellegrino di Ignazio di Loyola

con la Lulù di Wedekind e l’ecologia della mente di

Bateson?” (Montesano). Ciascuno dei cento risvolti

può essere letto in perfetta autonomia. Come un

“saggio in miniatura” - i testi in trenta righe per la

rivista femminile di Buenos Aires El Hogar (Il focolare)

di Borges “recensioni, saggi, ‘biografie sintetiche’

e fulminee notizie culturali” - anche il risvolto di

Calasso, genere intermedio che “confina con l’oratoria

del dopotavola, il panegirico funebre o l’iperbole

irresponsabile”, è “una specie collaterale di critica”

(Borges), a cavallo tra la pratica dell’essayst (“l’uso

sovrano e predatorio dei testi preesistenti”, dice

Calasso, a proposito dei saggi di Benn) e quella del

recensore. Brevi “come vogliono la costrizione dello

spazio e il compattamento tipografico”, ma “senza

mitigazioni esegetiche”; allusivi, ma ricchi di senso

strategico, soprattutto negli incipit, che sono decisi-

S A G G I

48

vi come in un romanzo; i risvolti di Calasso sono

“biografie di libri”, che, con “portentosa precisione”,

“si caricano della elettricità di ogni singolo libro” e

sanno, con Borges, “dire l’essenziale in venti righe

facendosi capire da tutti”, con lo stesso spirito ausiliario

di una critica nemica del “mestiere” (Steiner) e

di un “buona grammatica” al servizio del testo.

Effettivamente “lo stile risvoltario” delle Cento lettere,

di cui Calasso è senza dubbio maestro e perfetto

padrone, molto deve allo “stile lapidario”, nel senso

della capacità di concentrare e far combaciare con

estrema perizia, anche a distanza ravvicinata, in

una sorta di mosaico omogeneo, ciò che di regola

nella scrittura di Calasso si presenta, visibilmente e

per scelta, in forma frammentata ed eterogenea, e

che di solito affida al volume, o al ciclo, il suo significato

e il suo senso unitario. Nei risvolti, invece, il

gioco neoplatonico dell’Uno e delle sue molteplici

emanazioni, l’infinito rispecchiamento così caro a

Calasso, raggiunge un livello di estrema acutezza,

perché è come se la rifrazione avvenisse in prossimità

della “sillaba” della scrittura di Calasso, dentro il

suo elemento indistruttibile e la sua aksara.

Tuttavia anche i risvolti sono posti in sequenza e

sono estrapolati dalla “seconda di copertina”, per

produrre un effetto diverso da quello per cui sono

stati concepiti, se è vero, come è stato già ricordato,

che i risvolti di Calasso “contrassegnano la fisionomia

della casa editrice” (Cherchi) e sono “il luogo

perfetto per rendere espliciti i disegni e le prospettive

di un’architettura culturale” (De Michelis). Se nei

primi anni - scrive Calasso - “colpiva nei libri

Adelphi innanzitutto una certa sconnessione”

(“apparvero in sequenza un romanzo fantastico, un

trattato giapponese sull’arte del teatro, un libro

popolare di etologia, un testo religioso tibetano, il

racconto di una esperienza in carcere durante la

seconda guerra mondiale”), “paradossalmente, dopo

un certo numero di anni, lo sconcerto dinanzi alla

sconnessione si è rovesciato nel suo opposto: il riconoscimento

della connessione evidente”. Anche

Cento lettere a uno sconosciuto è un libro sulla connessione

e sul bandhu, che in questo caso viene

ricordato soprattutto con il termine “affinità”. Ciò

che in esso prevale, o almeno si presenta come tensione

eguale e contraria all’unicità difficilmente contestabile

di ogni singolo risvolto, è la ricerca di una

forma-libro, che esprima simbolicamente - per

rispondere alla domanda sulla “politica editoriale”

della Adelphi - “il singolare rovesciamento” del normale

rapporto tra il libro e il suo pubblico, che fa

capo alla Adelphi stessa: “Quello che oggi sembra

più normale in una grossa casa editrice, si potrebbe


formulare così: pubblicare libri che corrispondano

ciascuno a uno spicchio di quell’immenso ventaglio

che è il pubblico. Ci saranno così libri rozzi per i

rozzi e libri squisiti per gli squisiti, in proporzione

all’ampiezza che si attribuisce a ciascuno di quegli

spicchi”. In realtà, il “programma editoriale” della

Adelphi segue un “criterio palesemente contrario”.

Attraverso la sconnessione-connessione che produce

la forma-libro, Adelphi, tende a portare il Pubblico-

Lettore dentro il libro, dentro all’infinito riprodursi

della connessione, che è simile ad un serpente di

pagine che inghiotte il lettore: “Ma si può costruire

un programma editoriale anche seguendo il criterio

palesemente contrario. Che cos’è una casa editrice se

non un lungo serpente di pagine? Ciascun segmento

di quel serpente è un libro. Ma se si considerasse

quella serie di segmenti un unico libro? Un libro che

comprende in sé molti generi, molti stili, molte epoche,

ma dove si continua a procedere con naturalezza,

aspettando sempre un nuovo capitolo, che ogni

volta è di un altro autore”. Attraverso quali criteri si

è sviluppata la forma-libro delle Cento lettere, qual è

stato il setaccio nel quale sono passati gli oltre mille

risvolti? I criteri “che hanno guidato la scelta dei

cento risvolti” sono stati “l’arbitrio e l’idiosincrasia”

e il piacere, se è vero che il “minimo” che si richiede,

“ma con durezza” ad un editore, è che “l’editore provi

piacere a leggere i libri che pubblica”. “Arbitrio e

idiosincrasia”, “piacere” e “invincibile affinità” tra i

libri pubblicati (e dunque tra i risvolti che li rappresentano),

questa la sintesi della politica editoriale

della Adelphi, “creatura creata dal caso e dalla ricerca

testarda”, “che già nel suo nome rivela una propensione

per l’affinità”: “I motivi che hanno guidato

la scelta dei cento risvolti potevano essere - e sono

stati - molteplici. Nessuno però tale da dominare. Ci

siamo presto resi conto che, se avessimo voluto comporre

un libro che rispecchiasse con qualche pretesa

di precisione la rappresentatività o l’importanza di

certi titoli nel programma della casa editrice, immediatamente

ci saremmo trovati ad affrontare dilemmi

insensati. Sono state invece preziose e decisive le

indicazioni di dieci lettori affini - interni ed esterni

alla casa editrice - , secondo i loro gusti e inclinazioni.

Così alla fine due soli criteri sono rimasti inflessibili:

l’arbitrio e l’idiosincrasia. Arbitrio perché di

ogni autore si è stabilito di non scegliere più di un

titolo. Idiosincrasia perché la decisione ultima è

stata affidata al minor dispiacere dell’autore nel

rileggere i singoli pezzi”. Resta da stabilire quali elementi

hanno sollecitato, in Calasso, l’idiosincrasia e

il “piacere del testo” - sempre che non si voglia pensare

a suggestioni assolutamente ineffabili, cosa

S A G G I

49

che, in ogni caso, non muterebbe sostanzialmente i

termini della questione. Elementi che hanno richiesto

al lettore, tra l’altro, una uguale attitudine al

piacere idiosincratico (“Fin dall’inizio i risvolti obbedivano

a una sola regola (...) e a un solo desiderio:

che anche i lettori contrariamente all’uso facessero

lo stesso”) e hanno ispirato la stessa scrematura

selettiva dei “dieci lettori affini” (gran parte del

significato delle Cento lettere sta nella sequenza lettore-affinità-piacere-numero).

Cento lettere a uno

sconosciuto - scrive Calasso - è “un libro perverso e

polimorfo, dove si mira alla poikilìa, alla “variegatezza”,

senza rifuggire i contrasti e le contraddizioni,

ma dove anche gli autori nemici sviluppano una sottile

complicità, che magari avevano ignorato nella

loro vita. In fondo, questo strano processo, per cui

una serie di libri può essere letta come un unico

libro, è già avvenuto nella mente di qualcuno, per lo

meno di quell’entità anomala che sta dietro i singoli

libri”. Ora, Le cento lettere costituiscono (come la loro

natura “perversa” sembra suggerire) un invito ad

una “sorta di libertinaggio mentale”, se è vero che gli

scrittori, sviluppando complicità “che avevano ignorato

nella loro vita”, sembrano forzati ad una involontaria

“pan-erotia” letteraria. La serie dei risvolti

sembra costringere il lettore “a cambiare prospettiva”,

sovvertendo “l’ordine delle cose” e a spingere la

sua attenzione “ai margini del senso comune”, fino a

scuoterne “l’occhio abitudinario”. Una invitation au

voyage “nelle acque di una letteratura dove il paesaggio

è fluido” e “la scena sempre mutevole”. In

effetti, tra i molti temi che affiorano dalle Cento lettere,

lasciando campo libero al dispiegarsi delle “affinità”

e dei bandhus, ramificato e ampio almeno

quanto il “mutamento di paradigma” adelphiano, il

“nomadismo radicale” è il tema che agisce con maggior

forza attrattiva sui molti altri aspetti del libro e

che, come tale, è stato notato immediatamente dalla

comune attività di recensione giornalistica delle

Cento lettere: “un nomadismo radicale - scrive

Calasso nel risvolto al Pellegrinaggio in Oriente di

Hesse - da una realtà che ci è imposta verso un’altra,

sfuggente, beffarda e piena di tranelli, che poi però

si rivelano essere mezzi pedagogici di un violento

svezzamento, usati per dissolvere le ultime, tenaci

resistenze al viaggio senza ritorno verso l’Oriente”.

A questo “nomadismo” è facile collegare, solo per

fare qualche esempio, sia i dionisiaci “mondi rovesciati”

evocati dal risvolto a Erewhon di Samuel

Butler, che apre significativamente le Cento lettere,

sia il mondo bidimensionale e geometrico, metafisico

in senso guenoniano, del risvolto successivo a

Flatlandia di Edwin A. Abbott. Dal Teatro completo


di Marlowe, all’Eliogabalo di Artaud, dalle

Meditazioni sullo Scorpione di Solmi, alle Parole nel

vuoto di Loos, dalle Favole della vita di Altenberg, a

Zhuang-zi, dall’Arte e anarchia di Wind, alla

Cavaliera della morte di Bloy, in una progressione

verso i successi editoriali e l’imporsi del marchio culturale

- Dissipatio H.G. di Morselli, Auto da Fé di

Canetti - fino al grande fenomeno di consumo -

L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera (ma

questi esempi sono rapsodici e provvisori) - la poikilìa

di Calasso muove verso il “metafisico selvaggio” e

il dionisiaco di massa di “vagabondi delle stelle”

come Pirsig e Chatwin (Calasso ha introdotto

Sentieri tortuosi, il libro fotografico di Chatwin), gli

eroi di “un paesaggio dove tutto si mescola, dalle

praterie ai canyons, dai pensieri, ai ricordi”. Per questo

Cento lettere appare come una operazione di

pedagogia pneumatica, che educa alla perfetta equivalenza

delle cose, siano esse, come dice Colette, “il

puro o l’impuro” (“mezzi pedagogici di un violento

svezzamento (...) al viaggio senza ritorno verso

l’Oriente”), ed è richiamata anche dall’immagine del

serpente gnostico di Ceronetti. “L’agilità impressionante”

con cui Calasso svaria “dai poemi indiani di

Ashvagosa allo Hofstadter di Gödel, Escher, Bach,

da Taine a Simenon, dal libro di Giobbe ai narratori

contemporanei, dalla Vita dell’arciprete Avvakum a

Oliver Sacks, passando beninteso per gli amati

reami mitteleuropei” (Nigro), non è soltanto l’indice

di un’indole mercuriale, ma il segno di una forte

opzione culturale. Per questo è inutile il gioco dell’

“assenza di certi autori (Brodskij o la Campo o la

Bachmann o Colli o Baltrusaitis”, dal libro, anche se

alcune omissioni colpiscono, come la strana scelta,

per un editore che ne ha pubblicato quasi l’intera

opera, di includere il risvolto del libro meno metafisico

e più fantasy di René Guénon, Il re del mondo.

La selezione dei risvolti, infatti, avrebbe potuto essere

completamente diversa e il senso delle “ Cento lettere”

non sarebbe in nessun modo cambiato. Le cento

lettere a uno sconosciuto sono, infatti, “il libro” di

Calasso, almeno in ciò che meglio corrisponde all’idea

di Calasso di un libro fatto solo di citazioni e

autocitazioni, di “irrealtà” messa tra virgolette, il

libro di “un autore che scriva solo centoni” (“Ma i

primi classici cinesi non erano forse tutti centoni?”).

Le Cento lettere sono dunque - e di ciò è significativo

che non vi sia alcun richiamo esplicito, soltanto

cenni e allusioni, attraverso citazioni di altri libri -

un libro sulla letteratura, sul lettore, e su cos’è un

classico (un centone cinese, come si è visto). Nelle

Cento lettere la letteratura diventa quel Grande

Libro delle Metamorfosi che assorbe il mondo e lo

S A G G I

50

libera del suo peso, lo trasforma in apparenza, in

favola e velo. In esso si nasconde e agisce, come una

“entità anomala”, Calasso, l’editore che “sta dietro ai

libri”. Dalla sua postazione (rovescio del celebre apologo

kafkiano delle lettere dell’imperatore) egli invia

i suoi messaggi. Non solo al lettore, il lettore comune

“che prende in mano un libro, lo sfoglia - e, per

qualche istante, è del tutto separato dal mondo”, ma

al Progenitore del lettore (il Ka?-K) sconosciuto e

straniero, che vive esiliato nel mondo e dal mondo

desidera fuggire. Due sconosciuti, due “figure del

vuoto”, un Lettore e un lettore, si evitano e si cercano.

Sono ostili e complici, sono affini, perché sono

l’uno la copia e la parodia dell’altro. Tra di loro, come

un tramite, Calasso. E le Cento lettere avvertono: qui

si parla della “politica editoriale” di una casa editrice

che fa indagini di mercato, ma in gioco c’è soprattutto

una posta metafisica.

M. MACCARI, cm. 30 x 21. (coll. privata)


S A G G I

Tra gli scogli dell’io: liriche di Fortunato Aloi

Guido Conti, un recensore di TuttoLibri, supplemento

de La Stampa, ha di recente avviato

un’indagine, su l’esperienza di Langer

e di Bachelard, che sul piano della critica la poesia

è una chiave per un evento nella psiche del poeta,

prendendo come paradigma due scrittori come

Balzac e Cervantes.

È vero quando dice che il corpo genera la scrittura

e la scrittura genera corpi, portando esempi che

sono ossimori e può avere valore riflesso in altri

scrittori. Di Balzac la mente va alla faccia massiccia

e ai baffoni, mi immagino come potrebbe essere

Rabelais: “ un faccione rubicondo con tanto di nasone

rosso, brugnoloso”.

Fortunato Aloi dando alle stampe un volume di

poesie (tutte le altre opere a carattere storico-filosofico

ne testimoniano il suo iter di studioso) francamente

ci ha legato alla novità: riprendendo il

discorso sulla specificità scrittura-corpo colgo nella

figura fisiognomica di Aloi, una cultura fin sopra

gli orecchi; il suo volto arcinoto, ci conosciamo fin

dai tempi del liceo, assolve pienamente all’angoscia

del vivere fatta propria dalla Letteratura del ’900.

Aloi è uno che non ama smarrirsi, indubbiamente

ha spiazzato tutti con la sua intelligenza sulfurea,

se non altro proprio perché è l’opus primum della

sua espressione poetica.

Per sgombrare subito il campo, dirò che cosa io

poeta non farei (sono pochi i riferimenti, ma ci

sono): troppi “a capo” che frantumano le idee. Maria

Luisa Spaziani vedeva nelle poesie frantumate

un calo tensivo. Non posso darle torto.

Natino Aloi non si riscopre poeta a caso, egli ha un

proprio etnos/ethos, senza parere, con aria apparentemente

svagata, proprio per questo non ha

senso parlare di poesia minore, anche se un certo

momento in una concessione al privato, mi dedica il

libro come versi... di un neofita che non significa

affatto poesia minore. Possiamo parlare di poesia

facile: “leggera” e docile poesia, che penetra senza

esibirlo in territori della complessità dell’io e tra

gli scogli del super-io.

I richiami culturali al suo personale romanticismo

sono tanti e frequenti come le letture poetiche e

Antonio C OPPOLA

51

politiche degli anni liceali privilegiano l’asse della

conoscenza antropologica con preferenze di scuola

dannunziana, o a modelli e tesi crepuscolari e temi

decadenti fogazzariani. Reminescenze che hanno

prodotto contrasto tra le lusinghe degli strati

superficiali e il desiderio di superarli in “un’unione

d’anime”. Se questi sono gli avamposti più prossimi

alla poesia di Aloi, dobbiamo dire che ciò avvantaggia

i rimandi e agevola il cursus honorum degli

anni successivi. È in fondo come dice lui stesso - la

filosofia del Terenziano homo sum.

Non si tratta però di adottare un criterium più possibile

assertivo all’evento “antico” diciamo così

confluito in quello “moderno” piuttosto di considerare

l’opera nell’insieme del suo rito innovativo,

nelle sue ellissi. C’è molto di “derivato”e quando

dico di derivato e questo non deve spaventare il

lettore a dire che la poesia viaggia solo in virtù di

spinte centripete; dall’analisi immediata di alcuni

testi si delinea una poesia come itinerario dell’anima,

meglio una propensione - anche letterale - al

periodo di Corazzini, a quella fase denominata del

“crepuscolo” innescato dal tramonto del Positivismo

e del Naturalismo e della rinascenza ellenalatina

che trova nell’Urbe il suo centro di attecchimento

Corazzini radicato nella realtà del suo tempo.

Come è risaputo il poeta usava i tratti della semplicità

e trasparenza più correnti, parole come “cuore”

e “anima”oltre ad essere i sostantivi più cari e

usati, contrassegnano anche una netta aderenza al

neoidealismo irrazionalistico, anima e cuore entrano

a far parte di un codice ben preciso, sono immersi

nell’unità del Tutto.

Aloi parte immancabilmente dal tema - della rinascenza

idealistica alla riscoperta del mondo interiore

in costante permearsi col divino e col soprasensibile.

Le liriche eroicamente coscienti sull’Oriani

politico pensoso si muovano nel senso di molti segmenti

di vita dispersi e qui il poeta è sopraffatto

dall’enfasi oratoria “importata” e si perde su precarietà

evanescenti e mitizzazioni eccessive; quanto

poi più s’accosta all’ideologa tanto perde la poesia

in tenuità e freschezza.


Ci sono poesie della memoria e dei luoghi, dell’io

”senza riposo” di intense sensazioni fisiche, di provata

universalità (si legga Pentimele):

soffusa di luce lunare

svetta audace

la tua mano tesa

tra gli occhi del mistero

ed i silenzi sconfinati....

La natura e la capacità di contemplazione aiuta alla

scelta: qui sono esaltati i ricordi, soprattutto l’animo è

diverso, l’occhio vive la rappresentazione del paesaggio,

spazia in un’attenta concrezione panica. Così anche

“Abruzzo” è di una limpidità aerea espressiva incantata,

quasi liquefatto il paesaggio, conturbato solo da un

“selvaggio mare”: poesia di un’influenza chiaroscurale

che si stempera nel ritmo di modello pascoliano. Aloi

nei contatti con stagioni, acque, terre, alberi, arriva ad

esaltare la natura in cerca di un rifugio illusorio: il suo

occhio penetrante è caldo, generoso come nell’Abruzzo

dei suoi sogni, e qui il lodabile mare evoca la Salerno di

Alfonso. Gatto, compiutamente esplorata nella

Calabria germinale dei poeti della costa.

Più poeta di costa e di mare come archetipo di un

tempo imprendibile, dove la visione mitologica rimane

emblematica, quasi epica; si legga Reggio, ti porto: è

una testimonianza di terra amara che soggiace ai più

infesti assalti del presente, ma, vorrei sottolineare, il

paesaggio mentale che sovrintende questa lirica dalla

tensione autentica fermata nell’intimum si accende e

si vena di drammaticità, di patto di sangue col poeta:

Nomi - S. Caterina, Sbarre di una città in piedi

nell’ora del tormento.

Probabilmente si riferisce ai moti di Reggio, quando

i due quartieri furono roccaforti e presidi della

dignità vilipesa dal “misconoscimento”di Reggio

capoluogo in un momento pesante e doloroso dei

reggini. Aloi dribbla e non si accolla la responsabilità

di poeta. Devo però descrivere una data di

apprendistato, possiamo dirlo con approssimazione,

forse molto antica: ogni poeta d’esordio dovrebbe

destare sempre una certa curiosità, a me l’ha

destata, anche come è prevedibile il suo nome in

poesia sarà underground. I poeti generalmente

hanno scarsa fortuna, è sceso l’oblio nell’oblio per la

conterranea scillese Alba Florio, ultranovantenne,

poi trasferitasi nella vicina Messina. L’esordio, fu

senza fanfara, e risale al 1929, con il volumetto

Estasi e preghiere, scritto negli anni acerbi e adolescenziali,

tra i nove e i sedici anni. L’apprendistato

della Florio è stato l’arricchimento di un rapimento

pascoliano-crepuscolare.

S A G G I

52

Nell’opera successiva in Oltremonte si ripresentano

le categorie esistenziali in cui si dibatte l’uomo

dagli albori.

Oggi la Florio, rappresenta anche fuori dai confini

del nostro Sud, una voce autentica con un proprio

humus e con uno stile modellato in evoluzione: ermetico-ungarettiano

in parallelo alla categoria di

mezzo tra Sinisgalli e Gatto. Fortunato Aloi fa lo

stesso percorso della Florio, il suo crepuscolarismo

è presente e anche l’uso libero della metrica per poi

passare a un disincantato linguaggio circolare e

denso, immediatamente musicale e armonico. Non

c’è nessun atteggiamento narcisistico e infantile in

Aloi piuttosto una forte consapevolezza del vivere,

che produce sempre emozioni da consumare in un

modello “profondamente esistenziale” come annota

Pierfranco Bruni nella post-fazione.

Diamo qualche esempio del suo crepuscolarismo:

“fioche voci” “attimi infiniti di vuoto” “sentieri

tenui dell’infanzia” “amica solitudine” “antico torpore”

“musica dolente” “nudo cuore” “chiusa è la

mia voce” e potremmo continuare; individuati questi

aspetti fondamentali il viaggio continua in un

procedimento creativo tra l’io che ha fabbricato

laterizi sempre più refrattari e un mondo che veniva

a urtare con la desperatio dell’uomo d’oggi, il suo

momento critico apicale.

Fa riscontro un linguaggio inusuale, autentico, armonioso,

scorticato, che si traduce nei gradi del pensiero

fino a cogliere la crisi dell’uomo moderno sull’energia

espressiva di una cifra narrativo-descrittiva. Dunque

una parte della poetica aloiana gioca sulla tensione

umana ontologica-esistenziale, forse qualche tarlo

nichilistico affiora nell’abbagliante desiderio di operare

interno ad una data cosa e ne prepara la metamorfosi.

Si legge nella parola cruda, ossificata, quasi precaria

il messaggio di una modulazione piretica dentro

suoni che si magnetizzano e si rintuzzano: “Quel

lasciatami solo nel silenzio del nulla” non è forse una

spia, il noumeno, il punto di tensione? Un’esistenza su

cui preme il peso di un passato prossimo post-parlamentare

di “vuoto torricelliano” riferendosi al Palazzo

di pasoliniana memoria, non solo vuoto ma anche “cari

ricordi” tendenti a sgusciare da quel palazzo riflessi

alla poetica precedente per escatologiche fughe.

Oggi si è consegnato nella sua adultità sfidando la gelosa

ritrosia: l’homo pubblicus è apparso no nella casuale

introspezione ma il giovane nel maturo e viceversa.

Ora che ho tentato di raggiungere i non facili varchi,

ora che in parte ho dissolto la nebulosa e portato alla

luce i fruttuosi dissidi tra sentimento-radice-realtà,

posso spostarmi su dorsali mena impervie e riportare

la poesia alla sua base, al suo atto formale di


immagine e di turbine, a quel contrasto tra isola e

realtà nell’aperta orizzontalità dell’Essere. Aloi

nella caparbia e viscerale volontà di ebrezza fenomenologica

scrive una poesia dedicata al padre di dolcissima

ammirazione, come se ora per l’allora fluttuasse

nell’intreccio vorticoso della memoria:

Non ci conoscemmo.

Per quattro decenni un muro

di silenzio e distacco

fece di noi due isole.

Non ci aprimmo.

Forse fui io

a non cogliere il senso

di un affetto vero....

Bellissimi versi che catapultano il figlio in un regno

immaginario del dopo, ricco di pathos, di un forte

gradiente emotivo. Questa poesia s’inserisce tra le

gemme aloiane, più forte di una dolcissima lettera

che per nettezza di immagine mi piace paragonarla

a quella poesia. altrettanto “superba;’. di Camillo

Sbarbaro che recita così:

Padre se anche tu non fossi il mio padre

per te stesso egualmente t’amerei....

S A G G I

53

Nella poesia di Aloi c’è più accoramento dentro una

struttura musicale più struggente, senza idolatria

ma con estrema filiale devozione. Questa la chiusa:

Mi sei stato accanto, padre,

ma non ti ho conosciuto...

non mi rimane che cercarti ancora

per scoprire in te l’irreperibile me stesso.

George GROSZ, china su cartoncino, cm. 24 x 20 (coll. privata)

È come un imputato che non risulta presente ma è

presentissimo ai suoi occhi, un figlio e un padre lontano

che dalla stessa incolmabile vicinanza del

tempo vi coglie lo smarrimento e lo sviamento di un

tempo ineludibile. Non credo sia necessario ancora

soffermarci a “campionare” altra poesia, forse non è

necessario neppure trovare una meta ; l’io poetico si

ripropone all’infinito in uno slancio senza tempo. Il

poeta Aloi è incatalogabile, nel senso etimologico

della parola e nella fondatezza ontologica; ci sarà

della poesia non-fïnita e non-definita, entro la quale

la parola è passibile nel suo cercarsi e Aloi coglie le

leggi di una virgiliana potenza evocatrice; non farei

un atto dovuto senza richiamare un Lichtenberg

conclusivo: “Chi ha due paia di calzoni ne venda uno

e si procuri questo libro”.


poliziotto, alto, mediterraneo, scuro, piantato

nei sui stivali neri, ricevette la segnala-

1.Il

zione alle dieci della sera. L’ora di chiusura

dei bar segna anche la metamorfosi della gente.

Scompaiono le solarità, il popolo della notte è fatto di

individui che scivolano nell’ombra. Non si muovono

nella logica cartesiana, non c’è solo lo spazio ed il

tempo. C’è altro, che precede e che curva. La segnalazione

riguardava un uomo che si era messo a dormire

dentro un lurido cassonetto della nettezza urbana.

Come è possibile, pensava il poliziotto, che in

un paese tanto progredito e civile accadesse un fatto

così insolito. Forse uno scherzo di cattivo gusto, un

ubriaco in cerca di giaciglio, un barbone morente

sublimato nella sua solitudine. Scese dall’auto di

servizio, mentre la radio squarciava il silenzio notturno

della Stazione della Metropolitana. Tirò su il

coperchio del contenitore e, con la mano sull’arma,

intimò a qualcuno, che era nessuno, di farsi riconoscere.

I cartoni si mossero, come se un animale fosse

turbato dalla voce scadente e sfiduciata dell’agente.

La sagoma si compose lentamente. Era un essere

umano. Un ragazzino, con tanti denti bianchi. Così

bianchi da illuminare il minaccioso buio dell’interno

della latta. “Vieni fuori, capisci l’italiano?” Con un

atletico balzo felino, il ragazzino si libera della coperta

di cartone, esce dalla sua casa, elegge un inglese,

tremolante, come idioma. Ora si vede meglio la

sua silhouette. È di pelle scura, indiano, lineamenti

asessuati. Un po’ eunuco, poco uomo ma anche poco

bambino. Il poliziotto è travolto dai quesiti che sempre

torturano la sua sofferente e sporca anima filosofica.

Quale può essere il senso della vita per chi, a

sedici anni, si addormenta, sicuro, in un cassonetto?

Ma la risposta, dovrebbe darla lui. L’altro, il pretoriano,

in quel preciso istante, è la mano del

Leviatano, dello Stato Etico, che crea una relazione

coattiva. Ma quel piccolo Sandokan rappresenta

qualcosa di clamoroso. Non è un cittadino. Non è un

consociato. Non contribuisce alla crescita della nazione.

Chi è? L’informe riflesso dell’uomo allo stato

di natura. L’uomo, prima del contratto sociale, con il

suo bisogno primario di mangiare, di dormire, di coprirsi

e, vieppiù, di relazionarsi con gli altri uomini.

C O S T U M E

Storia minima del piccolo Sandokan

ovvero dello stato di natura

Raffaele P ACIOCCA

54

si sarebbe svolto il dialogo tra questi

due interlocutori dell’immenso politologico?

2.Come

Forse Carl Schmitt spiegherebbe con la categoria

della coppia amico-nemico, la popolarità singolare.

Il poliziotto, hobbesiano, usa gli strumenti di

una legge, possenti arnesi normativi a cui il piccolo

non opporrà la sua professio iuris. Egli, impolverato,

minuto, sottile, cede senza contrasto la sua sovranità.

La grandezza della legge sta nello sforzo che i consociati

fanno per prendere cognizione della esistenza

dei disperati. Una operazione di drafting normativo

denominata Bossi-Fini, nata da istanze sociali e dalle

preoccupazioni dell’italiano medio. Medio perché onesto.

Medio perché etico. Una legge dell’uno per tutti e

del tutti per uno, di rigore plebiscitario.

Il poliziotto applica la procedura, che prevede la identificazione

del piccolo Sandokan. Immortalare il suo

volto, le sue impronte digitali. Non tanto, o non solo,

per sapere chi è questo ometto allo stato di natura,

quanto per garantirgli il diritto di decidere chi sarà in

uno stato serio, fondato sul Contratto. Sia chiaro che

nel cassonetto lui, inimputabile, non ci si era messo

per volontà propria. Non era una sua scelta ne una sua

responsabilità. Era la costrizione, non violenta, della

sua volontà, coartata da conterranei che lo avevano

preceduto. L’agente immagina quale cumulo di menzogne

è stato propinato al ragazzino senza adolescenza.

Sei mesi tra Russia, Ucraina, Austria e nord Italia.

Quali allucinazioni lo hanno indebolito? E dinanzi alla

scena penosa dei cartoni che si spostavano all’interno

del cassonetto, come si debbono sentire quelle giovani

sinistre dei centri sociali, disordinate e crudeli?

cucciolo umano sorrideva, mentre la muffola

blu gli rimbalzava negli occhi marroni, ter-

3.Il

rosi. Il centro di accoglienza lo aspettava; la

clandestinità sarebbe stata un ricordo. Il profumo di

un piatto di spaghetti al sugo, scotti ma abbondanti,

gli suggerisce che questo paese vuole essere accogliente

e umanitario. Dargli una opportunità. Non rinchiuderlo

in quelle orribili “città-stato”di okkupanti rasta,

per stordirlo con canne, musica metallica. La legge

etica, allo stato serio, vuole metterlo in condizione di

andare al teatro a vedere l’Aida.


Il poliziotto, severo e paterno, pensa che il suo lavoro,

duro ma onesto, punta a riscattare il piccolo. Forse un

giorno sarebbe stato un ottimo cittadino. Figlio di un

nobile paese adottivo. Avrebbe potuto scegliere i suoi

rappresentanti politici. Candidarsi. Ridere, un giorno,

con i suoi figlioli. Quanti rischi scampati quella notte.

La macchina compattatrice, lo avrebbe fuso coi rifiu-

C O S T U M E

55

ti. L’asilo del centro sociale, marxista, gli avrebbe

“squagliato” il cervello e lo avrebbe consegnato a certe

sette sinistrorse di marginalizzazione, vivai del malaffare

e del terrorismo.

Buon riposo piccolo Sandokan. Domani comincia

una vita nuova. La tua non è più una storia minima!

Pietro MORANDO, Marinaio 1960 c/ca., gonache su cartone cm. 24 x 16,5 (coll. privata)


La via del Laterano deriva il nome dalla nobile

famiglia romana dei Laterani che si unì con i

Pisoni nella congiura contro Nerone, il quale

si impossessò dei beni di Plauzio Laterano condannato

da lui a morte. La domus dei Laterani si trovava

nella parte meridionale del Celio dove sorse poi la

basilica di S. Giovanni.

L’imperatore Settimio Severo restituì la proprietà al

console Sesto Laterano, finché Costantino la donò al

papa Milziade. Il nome Laterano fu anche assegnato

al cavallo di Costantino che dalla zona fu portato in

Campidoglio divenendo destriero di Marco Aurelio.

Sappiamo, infatti, che la statua equestre di Marco

Aurelio si salvò dalla distruzione solo perché si credeva

il monumento equestre di Costantino, caro ai

papi e ai cristiani.

Varie leggende sono sorte intorno al nome Laterano

e alle sue origini, fra le quali ne narriamo una

alquanto curiosa e comica.

Si racconta che Nerone, dopo aver fatto squartare la

madre, perché non ne sopportava più la presenza,

volle trasformarsi lui in donna e, per giunta, incinta.

I medici personali non sapevano come operare questa

allora insueta trasformazione, e volevano esimersi

dall’intervento operatorio, ma Nerone minacciò di gettarli

in carcere se non lo avessero accontentato.

Un medico scaltro e timoroso della condanna a

morte, risolse il difficile problema e consigliò all’imperatore

di inghiottire una piccola rana viva, assicurandolo

che avrebbe di lì a poco partorito.

Inutile dire che i medici scomparvero al momento

del travaglio di Nerone…che dopo qualche giorno di

sofferenza gastrica dovette emettere dalla bocca la

rana prigioniera nel suo stomaco. Nerone (veramente

al culmine della follia) entusiasta, riconobbe la

rana come figlia, dedicandole cure amorose, la affidò

ad una esperta nutrice affinché provvedesse all’alimentazione

dell’imperial neonato, e furono incaricati

alcuni servi di portare a spasso l’animale entro

una carrozza d’argento con le ruote d’oro, trainata

da un cervo addomesticato e probabilmente consapevole

dell’onore conferitogli.

Un triste giorno accadde che la carrozza passò vicino

al Tevere, a causa della vicinanza del quale, la

C O S T U M E

Curiosità romane

Giorgio C ARPANETO

56

rana, attratta dall’acqua, lestamente scivolò dall’abitacolo

prezioso e si gettò nell’acqua più adatta alla

sua natura.

L’ira dell’imperatore non tardò a farsi sentire e comportò

l’uccisione della nutrice e dei servi irresponsabili.

La rana che era stata ingerita da Nerone dette origine

alla locuzione latina rana latet o più volgarmente

latet rana (la rana è nascosta) [nello stomaco imperiale].

Ma poiché in latino il verbo lateo significa “sono

nascosto” e inoltre l’aggettivo latus deriva dal supino

del verbo fero, che significa “portato”, si parlò

della rana prima nascosta e poi portata (in carrozza).

Quindi per altri cortigiani di Nerone si pensò alla

rana lata cioè “rana portata da Nerone in corpo o a

spasso”.

Così, la fantasia degli antichi romani, dimenticando

la nobile e sfortunata famiglia dei Laterani, pensò

alla rana più o meno fortunata nutrita e partorita da

Nerone, una lata rana, nascosta; poi laterana: donde

il toponimo Laterano.

A A tutti tutti i i lettori,

i i soci, soci,

gli gli scrittori italiani,

gli gli scrittori

di di tutto tutto il il mondo

AUGURI

di di buon buon Natale

e e felice felice

Anno Anno Nuovo


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MIRELLA SERRI, I redenti. Gli intellettuali

che vissero due volte. 1938-1948, Corbaccio,

Milano 2005, 369 pp., € 19,60.

Il rapporto tra agli intellettuali e il fascismo può

essere considerato un capitolo importante del vecchio

tema relativo alla relazione tra gli intellettuali

e il potere. Ma non è solo questo…perché il rapporto

tra gli intellettuali e il Fascismo, che di tanto in

tanto, se non periodicamente, viene fuori, soprattutto

in connessione con qualche nuova pubblicazione,

soprattutto come nel caso de I redenti. Gli intellettuali

che vissero due volte. 1938-1948, Corbaccio ed.

della studiosa Mirella Serri, riveste sempre un certo

interesse culturale e morale. Soprattutto in riferimento

ad alcuni rapidi cambiamenti di rotta degli

intellettuali stessi. Qualcuno presenta la “vicenda”

come se si trattasse di qualche…novità. A proposito

ovviamente di nuovi lavori sull’argomento. Ciò invece

testimonia di come, da una parte, l’interesse di

studi sul Fascismo e la cultura non tende a scemare,

dall’altra costituisce la dimostrazione che certe tesi,

come quella del Bobbio secondo cui il Fascismo è

stato in fenomeno “estraneo” alla cultura, sono inaccettabili,

anzi si viene ad affermare l’interesse che

ebbe il Fascismo per tutto ciò che si muoveva sul

piano culturale. E qui non può non essere richiamato

il Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925

sottoscritto dal filosofo Gentile e da tanti alti vertici

della Cultura del tempo, al quale manifesto si contrapponeva

quello del Croce, senza tacere delle riviste

fra le quali Primato di Bottai cui collaborarono

uomini di cultura che poi presero strade politicamente

diverse. Ed il dibattito che ci fu in quegli anni

ai vari Littoriali della Cultura, dell’Arte, dello Sport

di cui si occupa la Mirella Serri nel citato volume I

redenti - gli intellettuali che vissero due volte. Ed in

quelle giovanili competizioni troviamo nomi che poi

rivediamo, negli anni successivi, rivestire ruoli

importanti nella politica ed in tanti campi del sapere:

Aldo Moro, Alicata, Ingrao, Tripodi, Guttuso e

Zangrandi. A proposito di quest’ultimo che, nel suo

Il lungo viaggio attraverso il Fascismo incentrato

sulla “realtà dei Littoriali”, cerca di sviluppare la

tesi secondo cui, non essendo possibile un’opposizione

al regime, i giovani di allora la esercitavano

all’interno del G.U.F., formazioni universitarie fasciste.

Tesi, questa, che Nino Tripodi, nel suo volume,

Italia fascista in piedi, contesta decisamente con

argomentazioni serie ed efficaci. Ma, ritornando

sempre alla pubblicazione della Serri, si sostiene che

il passaggio dal fascismo all’antifascismo fu determinato

nella maggioranza dei casi dall’esperienza

57

della guerra (A. Lepre, «Corriere della Sera» del 13

settembre ’05). Una tesi, anche questa, discutibile.

Chi, come il sottoscritto, si occupa da decenni delle

vicende di tanti intellettuali italiani, ha avuto modo

di rilevare le strane conversioni di molti uomini di

cultura soprattutto nel breve arco di tempo 23-26

luglio 1943! Non si tratta di citare a tal proposito,

come elemento emblematico, il volume Il voltagabbana

di Davide Laiolo, ma di recuperare il discorso

sull’argomento, più che mai analizzato e approfondito

nell’altro imponente lavoro di Nino Tripodi

Intellettuali sotto due bandiere, nel quale si documenta

il “versipellismo” di tanti intellettuali passati

con facilità dal Fascismo all’antifascismo. Può essere

stata perciò solo la guerra a provocare tante strane…rapide

conversioni sulla via di Damasco?

Qualche e più di qualche dubbio è d’obbligo coltivarlo!

Se poi andiamo a scomodare la storia, andando a

ritroso nel tempo, con qualche puntatina nel

Rinascimento, forse ci potrebbe essere la chiave di

lettura del nostro discorso. Valido anche se qualche

intellettuale, come il filosofo Giovanni Gentile, pagò

di persona la coerenza del proprio modo di essere e

di pensare.

Fortunato ALOI

* * *

PAOLO MICCOLI, Corpo dicibile. L’uomo tra

esperienza e significato, Urbaniana University

Press, SCV 2003, pp. 310, € 24,00.

Friedrich Nietzsche ha osservato che dalla presenza

del pensiero anche il corpo acquista un aspetto intelligente.

Questo è il “corpo ospitante” (G. Marcel) che

dal suo perimetro carnale, come ci indica Paolo

Miccoli (Corpo dicibile. L’uomo tra esperienza e

significato. Urbaniana University Press) diventa

dicibile e si apre al senso del mondo, che a sua volta

diventa “testo e pretesto” per significati ulteriori e a

prima vista insondabili. Quest’ultima fatica di

Miccoli (ordinario di Storia della filosofia moderna e

contemporanea presso la Pontificia Università

Urbaniana), è scandita dai ritmi di una tensione protesa

a ravvisare - attraverso un linguaggio denso e

appassionato ed un costante impegno propositivo - le

convergenze reali di due realtà (anima e corpo) colte

nel pensiero logico e nell’esperienza fenomenologica.

Tutto ciò ha posto lo stesso autore del libro contemporaneamente

come soggetto/oggetto, ovvero come

scrittore/lettore, che indaga l’uomo intero unitariamente.

L’Autore appare così preoccupato di comunicare

con il lettore attraverso un linguaggio accessibi-


L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I

le e uno stile che a tratti diventa discorsivo. Tra gli

interlocutori di P. Miccoli sono da annoverarsi

Marcel, Merleau-Ponty, Weininger, Husserl, Ortega

y Gasset, Cassirer, Grassi ma anche Vico, Herder e

Schelling.

La riflessione di Miccoli si articola a partire da ciò

che egli definisce la humana conditio, ossia dal rapporto

dell’uomo con la natura, nei cui confronti l’uomo

è allo stesso tempo avulso ed immerso, dato che

egli stesso - essendo «natura umana» - è frutto della

cultura.

La natura umana è vista come strutturalmente

intrecciata dall’autocoscienza, dalla corporeità sessuata

e dalla relativa intenzionalità di queste due

frequenze, attraverso le quali l’uomo comunica

ampiamente. Così, l’agire, il comprendere e l’essere

ci assicurano una visione unitaria della condizione

umana. L’approccio fenomenologico di Miccoli (e non

è il solo) fa emergere l’importanza del Leib husserliano,

inteso come corporeità desiderante e vissuta

nel rapporto uomo/donna. In questo modo la sessualità

diventa cerniera fra i sensi e il pensiero e contribuisce

a costruire differenti visioni del mondo, le

quali perdurano nella tensione della complementarietà

reciproca. Scartata l’interpretazione meccanicistica

della sessualità in W. Reich e constatata l’insufficiente

visione di O. Weininger, il quale incappa

in un determinismo morale (frutto del carattere sessuale,

che ha come conseguenza la recessione di

valore della donna), - rimane da sondare l’universo

simbolico della vita umana.

L’uomo nella sua interezza non è un idolatra del proprio

corpo. Egli rimane, per dirla con Scheler, un portatore-di-valore

(Wertträger) e come tale deve scoprire

anche l’importanza di sé come “corpo desiderante”,

capace di esprimersi attraverso una funzione simbolizzatrice

di natura dinamica. Osserva Miccoli: “In

termini fenomenologici si ha che il corpo è l’asse prospettico,

mentre l’intenzione determina l’evento stesso

del significato nella percezione adeguata” - dunque:

“Senza intenzionalità, o coscienza spirituale, lo stesso

corpo risulta istupidito e mutilo, non avendo possibilità

di atteggiarsi e di farsi valere nella pluralità delle

sue strutture e dei suoi linguaggi” (p. 37).

La ricerca, pur partendo dalla corporeità, si avvia

verso le tracce di uno statuto eccedente dell’individuo

rispetto alla fiera apparenza, per cui: “l’aspetto carnale

è l’epifania allusiva della gloria Dei nella creazione

e possibilità di incontro e di dialogo dell’uomo

col Padre celeste” (p. 50).

L’uomo contemporaneo si considera evento e significato

e non smette di dare valori all’evento che egli è,

ovvero a costituire l’opposizione tra natura e cultu-

58

ra, correndo il rischio di distruggere la natura e di

diventare un uomo senza ombra, proprio per la

volontà onnipotente della libertà che lo guida.

L’uomo di oggi, diagnosticato da Miccoli, abita tra il

bisogno e il desiderio, in un crogiuolo interiore che

non sempre trova la forza per impedire che i desideri

diventino bisogni artificiali. D’altronde la via

d’uscita non potrebbe consistere nella negazione del

desideri, quanto in un classico medén ágan, che

tiene conto di un lume, che rischiara la via ai desideri.

Questo è attestato dall’intera storia dell’umanità,

la quale è “una sintesi instabile di Kraft e di Ethos”.

La dimensione autentica dell’uomo desiderante passa

attraverso l’eros, sperimentando così la duplicità

genealogica di ricchezza (Poros) e povertà (Penia),

ma soprattutto vivendo nell’eros il desiderio della

ricchezza e della plenitudo. Tuttavia, anche l’eros

che diventa fine a se stesso, come ogni agire che ha

il telos in sé, finisce per accentuare la scissione e per

vedere nella ricchezza di essere simili a Dio una

“passione inutile” (Sartre).

L’attesa inutile di un equilibrio tra il je-soggetto e

moi-oggetto ha portato gli uomini di oggi a sentirsi

“analfabeti della vita autentica”. Miccoli segue qui le

indicazioni di Ortega y Gasset, il quale additava nel

classicismo della Grecia antica, e più precisamente

nell’armonia tra il dionisiaco e l’apollineo, una realtà

che può svolgere oggi “un ruolo salvifico per

l’Occidente e per il mondo intero” (p. 79).

La humana conditio deve fare i conti anche con l’alterazione

dell’esperienza interiore, causata dall’interagire

con il mondo delle macchine. Nella civiltà

della tecnica l’homo faber abbandona lo stupore dell’essere

e viene collocato nella società in funzione

dell’economia, perdendo così di vista il suo fine primario

e la visione di totalità. In queste condizioni,

l’uomo, per redimersi, secondo Miccoli, deve riscoprire

il sentimento panico della realtà, realizzando una

cultura intervallata di silenzio e di parola, di ascolto

e di interrogazione, di stupore e di analisi critica,

di religiosità e di intraprendenza (cfr. p. 99).

Per giungere a questa riscoperta si rivela di grande

aiuto il metodo husserliano, inteso come correttivo

utile contro le filosofie riduttive e anche come capace

di “aprire un varco tra l’oggettivismo scientista e

i comportamenti anarchici che si registrano nella

società postmoderna a livello etico ed epistemologico”

(p. 108). In questa scoperta il Leib, corpo vivente

e desiderante, si presenta come corpo appartentivo,

come realtà che rende possibile la nascita dell’ethos,

senza però perdere mai il contatto con le cose stesse.

Compito di un neo-umanesimo cristiano, secondo

Miccoli, è di disciplinare l’eros e di sacralizzare il


L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I

thanatos, arrivando ad una sintesi positiva tra il

regno dei fini e la materialità della vita senza, però,

provocare ferite e traumi alla natura. La regola da

seguire proviene sempre dal modo antico: mesòtes,

trovare il giusto mezzo e la giusta misura nell’applicarlo.

Questo porsi di fronte alla rea1tà con uno

sguardo rinnovato dallo stupore metafisico, ma

anche con una vitalità radicata nella concretezza del

mondo, dovrebbe rimpiazzare le grandi ideologie

scomparse (marxismo, nazismo), ma anche le ideologie

terroristiche ed edonistiche, che uccidono ogni

speranza. Il compito del filosofo, rimarca Miccoli,

non è di inventare soluzioni tecniche, ma piuttosto di

dare indicazioni pratiche; mentre il cristianesimo

contribuisce anche attraverso una teologia negativa,

che suggerisce di non crearsi nemici, di non rinchiudersi

nella propria esperienza storica e infine di non

perdere il senso del limite (p. 170).

In vista dell’educazione globale dell’uomo, per creare

una seconda natura in lui, appare molto stimolante

l’invito dell’Autore ad intrecciare la migliore tradizione

stoica con quella cristiana. Per questo scopo

è importante instaurare una cultura democratica

basata sui valori, scoprire uno stile di vita responsabile

e aperto agli altri, mantenere uno sguardo critico

verso la società attuale e verso le varie ideologie e

soprattutto promuovere l’educazione alla bellezza

che salva (cfr. pp. 173-174).

È necessario considerare l’esperienza umana come

una dimensione tipologica (eros/pathos/logos), che si

esprime attraverso le potenzialità del corpo inteso

come condizione simbolica. Chiarire la dinamica

aisthetico-percettiva, afferma Miccoli, prelude allo

svisceramento della fecondità del gesto linguistico

globale.

Da qui la considerazione del Leib-corporeità vivente

come una cifra simbolica del nostro essere-nelmondo,

vista come un ritorno alla dimensione aisthetica

da parte dell’uomo - fin troppo “ubriaco di logos”.

Nella aisthesis nasce la memoria storica della comunità

e si attua la sua autocomprensione attraverso

tre aree: il lavoro, la sessualità e il linguaggio.

In questa esplorazione il dialogo di Miccoli si amplia,

scegliendo opportunamente di coinvolgere Vico e

Schelling.

Vico lo interessa in vista del programma gassetiano

di un ritorno continuo alla classicità, ma anche perché

in Vico si trovano intrecciate la sapienza iconica

degli arcaici, il poiein platonico e l’agostiniana risorsa

della memoria. La lezione vichiana si propone di

riscoprire la valenza oggettiva della verità mediante

l’identificazione del verum e del factum, suggerendo

così di analizzare il dato storico e le conquiste dell’u-

59

manità, considerando la storia come arena del facere

umano e dell’epifania della verità (cfr. p. 199ss).

Schelling invece stimola la riflessione in quanto ha

posto il linguaggio fantasticato e il poiein artistico a

fondamento della filosofia speculativa. La fantasia,

per Schelling, è politeista, mentre la ragione è monoteista.

Nel politeismo della fantasia, l’artista intuisce

(künstlerische Anschauung) l’infinito nei simboli e

indica l’universale nel particolare. Secondo lui, nella

natura il simbolismo del divino consiste nella vivificazione

del mondo, mentre nella storia abbiamo il

mistero che diventa tempo di grazia e di salvezza.

L’Autore del libro coglie dalle riflessioni di E.

Grassi l’importanza della topica sulla critica, la

fabulatio mundi dei miti e il primato del linguaggio

della fantasia, che include un certo «vedere», sulla

ragione. L’abbandono della logica dimostrativa,

come unica via, e la ricerca di sentieri di verità

«nell’alba incompiuta» (De Lubac) dell’umanesimo

europeo, riprende nuovamente il motivo della riscoperta

della mesòtes, del medén ágan e dell’armonia

degli antichi.

Anche nel dialogo con Herder, la riflessione di Miccoli

esce arricchita, prima di tutto della categoria

appercettiva della Besonnenheit (atto di riflessione

interiore appercettiva), che è contrassegno della

coscienza, poi dalla centralità del linguaggio, dal

sensorium commune e dalla conoscenza simbolica,

che dipende dalla condizione corporea dell’uomo.

L’impegno propositivo della riflessione di Miccoli

auspica un rapporto intersoggettivo che permetta il

sorgere della domanda di senso e inc1uda il responsabile

agire che conferisce senso al mondo. In queste

condizioni la parola diventa rivelativa, poiché media

tra i fatti accaduti e le cose mute.

* * *

Ardian NDRECA

ROSARIO PORTALE, La meteora Brydone. Ed.

Agorà, Roma 2004, pp. 344, € 22,00.

Nel panorama vasto e composito della letteratura odeporica

europea, il viaggiatore scozzese Patrick Brydone

occupa un posto di assoluto rilievo. La sua unica opera,

A tour through Sicily and Malta (1773), ebbe una diffusione

straordinaria anche negli Stati Uniti. Fu tradotta

nelle maggiori lingue europee, censurata, rimaneggiata,

riscritta, accolta con entusiasmo dal pubblico del

tempo, ma fatta anche oggetto di numerose e talora

pesanti critiche specie da parte di viaggiatori, geografi,

storici, scienziati, e, più in generale, dal caleidoscopico


L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I

mondo europeo di amatori di cose vulcaniche e dei fenomeni

elettrici. Ma chi era Brydone e quanto contribuì il

suo tour a far conoscere la Sicilia e l’Etna in Europa e

in America? Questo volume, frutto di lunghe, minuziose

ed accurate ricerche, e grazie anche al ritrovamento

di numeroso materiale inedito, presenta una accurata

ricostruzione della biografia di Brydone, un’analisi fittamente

documentata della fortuna/sfortuna della sua

opera, e una capillare disamina dell’influenza che essa

esercitò su quei viaggiatori inglesi, europei ed americani

che sulle orme di questo misconosciuto viaggiatore

scozzese visitarono la Sicilia.

Completano e arricchiscono il volume cinque appendici

in cui viene presentato materiale assolutamente

inedito (relazioni, documenti, carteggi, un’ampia selezione

di lettere di e a Brydone). Con esse l’autore del

volume ha inteso offrire agli studiosi e ai lettori anche

una tranche de vie, privata e finora sconosciuta, di

Patrick Brydone viaggiatore, uomo di mondo, philosophe

e scrittore, dei suoi interessi scientifici e letterari,

e non ultimo dei rapporti che nel corso della sua lunga

vita intrattenne con varie personalità del mondo politico,

diplomatico, scientifico e letterario britannico ed

europeo.

Il Prof. Rosario Portale insegna Lingua e Letteratura

inglese nella Facoltà di Lingue e Letterature Straniere

Moderne dell’Università di Catania. Ha collaborato

come responsabile unico e di settore per la Letteratura

inglese e del Commonwealth a numerose pubblicazioni

edite dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Molte

le sue pubblicazioni, saggi e traduzioni: tra l’altro,

Virgilio in Inghilterra, Omaggio a Keats e Leopardi,

Traduzione poetica nel segno di Giacomo Leopardi.

Fra le traduzioni, Difesa della poesia di Shelley, Le

quattro età della poesia di Peacoh, oltre all’opera

monumentale costituita dalla collana Viaggi e viaggiatori

in Sicilia in dodici volumi.

Dal 2002 è presidente del Centro Linguistico multinazionale

dell’Ateneo di Catania.

* * *

Nino PICCIONE

Anna Pia VIOLA, Dal corpo alla carne,

Sciascia Caltanissetta, 2005, pp. 252, € 18,00

Anna Pia Viola, docente di filosofia alla facoltà teologica

della Sicilia in Palermo, è autrice anche di

Desiderio e pensiero e Il Pozzo di Giacobbe, usciti nel

2001.

Questa recentissima sua opera, sulla riflessione filosofica

sulla corporeità, apre domande molteplici che

rinviano alla radice del problema: cosa costituisce la

differenza fra un corpo qualsiasi e un corpo quale il

60

nostro, capace di sentire e di soffrire? L’autrice già

sulla quarta di copertina delinea l’itinerario della

sostanza sullo svolgimento dello studio informandoci

che la fenomenologia del Novecento ha dedicato a

questo problema un’attenzione specifica e ci riporta

agli studi di Michel Henry, il quale, tentando di

ripensare i presupposti dell’indagine fenomenologica,

individua la radice del problema nella ricerca

della condizione di possibilità che si dia un corpo

come il nostro. “(…) il nostro è un corpo vivente, è

una carne capace di soffrire, in quanto la stessa

Vita, origine e principio di ogni vita, si è fatta carne.

Grazie all’Incarnazione del Verbo di Dio, ogni uomo,

nella sua carne, è un essere vivente la cui sofferenza

manifesta un mistero che lo supera e precede. La

passività originaria del Principio, il Pathos che è

all’origine della donazione di ogni cosa, rende la

nostra carne visibile luogo di manifestazione dell’invisibile

che l’attraversa”.

“La riflessione sulla corporeità - introduce l’autrice

- ha caratterizzato la filosofia del Novecento

nutrendosi del pensiero di Husserl, Merleau-Ponty,

Sartre, e via via di tutti quelli che hanno attraversato

il tema da prospettive differenti. Inteso come

mondanità ed esteriorità, il corpo è stato analizzato

nel suo aspetto oggettivo, materiale, ma anche

soggettivo e, in qualche misura spirituale”.

Lo studio della Viola analizza il fenomeno con le problematiche

che s’innestano lungo il percorso filosofico

alla luce degli studi compiuti dal filosofo francese

Michel Henry “il quale ha tentato di scardinare la

presunta supremazia dell’esteriorità nella comprensione

del nostro modo di essere corpo”. Una voce dissonante

sulla questione del corpo già sottolineata fin

dal suo primo lavoro Philosophie et Phenomenologie

du corps, scritto nel 1948 e pubblicato solo nel 1965.

In questo saggio il pensatore Henry propone una lettura

della soggettività in chiave fenomenologica al

fine di stabilire il carattere concreto della soggettività,

assimilandola al nostro proprio corpo.

Nell’altra sua opera Incarnation. Une philosophie de

la chair Henry punta l’attenzione su quella che egli

considera la questione imprescindibile per la filosofia

del corpo: “(…) la condizione di possibilità che si

dia un corpo come il nostro”. Egli fa riferimento alla

posizione di Tertulliano (De carne Christi V. 5 - La

chair du Christ, Cerf, Paris, 1975), secondo il quale

la carne del Cristo è una carne come la nostra fatta

di sangue, ossa e nervi. Infatti, scrive la Viola: “(…)

in opposizione alla concezione greca dell’uomo, ritenuto

come anima contenuta in un corpo votato alla

morte, il cristianesimo fa passare la salvezza, e dunque

la dignità dell’uomo attraverso il corpo…ciò è


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possibile in virtù del fatto che il principio della salvezza,

il Figlio di Dio, si è fatto carne, si è fatto

uomo, si è fatto uno di noi con una carne simile alla

nostra. Da qui scaturisce un nuovo rapporto tra Dio

e l’uomo fondato non più sulla dimensione spirituale,

ma sulla carne. Il divenire uomo di Dio, fonda,

per Henry, il divenire Dio dell’uomo”.

Lo studio, organizzato con metodo e ragioni di discorso,

si snoda in tre parti: 1) il rovesciamento della

fenomenologia; 2) la fenomenologia della carne; 3) la

fenomenologia dell’Incarnazione, parti suddivise ciascuna

in quattro sezioni che fissano e spiegano i contenuti

di ciascuno assunto. Il capitolo La fenomenocità

come evento trascendente conclude l’indagine

svolta dalla Nostra. Un’ampia e selezionata biobibliografia

completa la ricerca.

In sintesi la Viola scrive: “Henry non opera alcun

capovolgimento, ma solo la sostituzione del principio

epistemologico dell’intenzionalità con la Vita trascendentale

immanente a sé. Non si esce, a nostro

avviso, dalla soggettività che ora è tutta sbilanciata

verso un corpo che tuttavia si perde nella carne. Se è

pur vero che Henry ha tentato di recuperare il valore

della carne, la sua passività come vita, appare

altrettanto chiaramente che lo ha fatto rinunciando

al piano fenomenico, effettivo, del corpo”. E di seguito,

nel disquisire sul tema, le sue riflessioni si fanno

profonde e forti di pensiero così, la Viola afferma che:

“il vero rovesciamento della fenomenologia sarà quello

di indagare il dato come evento, indagare l’advento

stesso come apertura, epifania, del reale”.

Un libro da leggere con attenzione perché dall’excursus,

dal Corpo alla Carne, nulla resti senza essere

indagato ed assimilato. Un saggio dal testo piano ed

accattivante da rileggere quando qualcosa in noi

chiama.

* * *

Francesco A. GIUNTA

FELICE LAUDADIO Il colore del sangue.

Frammenti di storia, Ila Palma, Palermo

2005, pp. 144, € 13,00.

“Vi sono tempi, come quelli odierni, nei quali il buio

risulta più luminoso della luce. Nei quali, costretti

dalle circostanze a brancolare nel passato, nella

memoria, è possibile estrarre brandelli di ricordi e di

esperienze di cui pareva si fossero perse finanche le

tracce. E su quelli, pezzo per pezzo, ricostruire la propria

identità perduta e quella di quanti, generalmente

per caso, l’hanno incrociata per un certo tempo”.

61

Ricostruire “l’identità perduta” attraverso frammenti

di storia e schegge di memoria di tempi passati ma

collegati indissolubilmente al presente, attraverso

sottilissimi filamenti che la memoria non ha mai

smesso di preservare: questo, e non solo, l’obiettivo

felicemente raggiunto dal direttore artistico del

Taormina FilmFest, Felice Laudadio, nonché giornalista,

scrittore, sceneggiatore, produttore e manager

cinematografico, nel suo libro Il colore del sangue:

Si tratta di un libro di narrativa articolato in due

parti. Nella prima, l’autore traccia senza indulgenze,

tra finzione e autobiografia collettiva di una generazione,

quella del sessantotto, un ritratto ben riuscito

della realtà politica italiana dagli anni sessanta ai

nostri giorni, e lo fa attraverso il vissuto del giovane

«rivoluzionario» Tomas. Pratico e concreto, anarchicamente

avido di libertà e orgogliosamente geloso della

propria autonoma capacità di scegliere e di decidere

da solo il proprio destino, sensibile ai fatti e ai temi

della politica, del sociale e della cultura, Tomas sogna

di intraprendere una brillante carriera nel campo

giornalistico, ma ad un passo dalla realizzazione il

corso della sua vita prende un’altra direzione, “nulla

sarebbe più stato come prima”. Il suo incarico presso

una prestigiosa casa editrice, sarà complementare

all’attivismo politico. Redattore di un giornale di lotta

proletaria e attivo militante, insieme all’amata

Eleonora, Tomas diventa una fondamentale figura di

riferimento per i «compagni» di lotta contro i soprusi

di un governo sempre più totalitario dietro la maschera

della democrazia. Dotato di grande combattività e

coraggio, egli non abbandona mai i suoi ideali rivoluzionari

che lo portano, infine, alla prigione.

Interessanti sono i frammenti di storia che affiorano

attraverso il racconto dedicato al nonno di Tomas,

un agente segreto dell’Ovra, dove emergono, in chiave

di giallo, singolari e misteriosi retroscena del

fascismo; echi di lontane memorie che l’autore generosamente

ci regala per renderli immortali.

Con grande semplicità, Laudadio, riesce ad associare

esperienze diverse come tasselli di un unico mosaico

capace di restituire il clima di un’epoca, di

tempi passati ma collegati all’oggi; un clima pervaso

dal sentimento della rivolta, della volontà di contrastare

e di contestare, dal bisogno di lottare per non

farsi sedare e omologare. Quest’ultimo in particolare,

un bisogno espresso, con grande originalità, nella

seconda parte del libro che è in forma di sceneggiatura

cinematografica. L’autore ci proietta, attraverso

le pungenti sequenze di Lisa, figlia di Tomas

dal quale eredita lo stesso spirito ribelle, nel 2010.

Un futuristico mondo privato di ogni libertà di

espressione e di ogni sfumatura di «rosso». Uno sce-


L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I L I B R I

nario satirico, fosco ma verosimile, dove non ci sono

più né radio né TV private, “tutte opportunamente

quanto generosamente cedute allo Stato alle condizioni

stabilite dal nostro Capo, loro unico e legittimo

proprietario!”. Un paese distratto e distrutto, dove

non solo il rosso ma anche il rosa sta per essere totalmente

abolito perché fa ancora socialdemocrazia:

“tutti gli uomini e tutte le donne rossi di pelo

dovranno cambiare colore ai capelli e alle lentiggini,

addio alle arance rosse siciliane, alle rosse eruzioni

vulcaniche che il decreto ha stabilito debbano divenire

di colore giallo. Anche il fuoco sta per essere

abolito per tutto quel suo rosso acceso...ma il sangue

è l’unica cosa cui non si riesce a togliere il rosso.

Maledizione che sfiga!”.

L’autore attacca sorridendo usi, costumi e malcostumi

del potere in modo volutamente retorico, sempre

teso verso il simbolico e il metaforico e a tratti caratterizzato

da un’ironia graffiante.

È un libro di quelli decisamente arguti, pensati in

maniera raffinata e scritti con conseguente felicità

espressiva da leggere con attenzione e ... preoccupata

partecipazione!

* * *

Maria Angela CACIOPPO

CHIARA TOZZI, Condividere, Ila Palma,

Palermo 2005, pp. 120, € 13,00

Nuova raccolta di racconti per la scrittrice toscana

Chiara Tozzi, psicoterapeuta e analista junghiana,

docente di psicologia e di sceneggiatura presso

l’Università di Roma, nonché autrice di sceneggiature

e di radiodrammi. Dopo le due precedenti raccolte,

Tanti posti vuoti (Aktis) e L’amore di chiunque (Baldini

e Castoldi) la Tozzi si cimenta in otto racconti di vita

quotidiana, che, se non necessariamente riconducibili

ad un unico baricentro, sono accomunati da una trainante

tensione d’ordine esistenziale e morale che confluisce

nella possibilità di condividere, di affrontare

insieme le emozioni che uniscono e al tempo stesso dividono.

Sullo sfondo conflittuale del nostro tempo, incontriamo

i personaggi più vari, figure di una umanità

defilata e senza pretese, che emergono raccontandoci,

nei fatti, una possibilità diversa di stare al mondo.

Ci si imbatte in momenti scomodi, come quello del

padre che cerca di raccontare l’avvento della guerra al

proprio bambino che vede le immagini attraverso lo

schermo; in sgradevoli disvelamenti di debolezza,come

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il fragile legame tra due fratelli messo alla prova dalla

spartizione di un’eredità dopo la morte del padre; in

lontane memorie d’infanzia, quella di un bambino che

ferisce con un paio di forbici la compagna di scuola.

Storie nate per cercare di scoprire il senso delle cose per

poi poterlo condividere, o, come quest’ultima, nate per

far luce sul mondo dell’infanzia e dell’adolescenza per

aiutare chi non è più ragazzo a ricordarsi di quell’età

per comprenderla e rispettarla.

In questi racconti ci sono svariati aspetti dell’animo

umano, un campionario di comuni «nevrosi» che non

possiamo non sentire anche nostre.

L’autrice non va alla ricerca di drammi, di avvenimenti

eclatanti. Emerge sempre un continuo scavare,

un volere trovare a tutti i costi qualcosa da evidenziare,

da segnare col dito, perfino nella più anonima

delle esistenze. In ogni racconto della Tozzi c’è

una lente di ingrandimento, quella di una scrittrice

poco eclatante ma molto attenta alle cose che succedono

nella vita, la vita per quello che è adesso e qui.

La voce dell’autrice è una melodiosa parlata toscana,

che risulta scarna e al tempo stesso essenziale. Non

ci sono mai le frasi definitive, quelle frasi che sembrano

volere racchiudere tutto il significato dell’ esistenza.

Nel suo mondo letterario c’è soltanto spazio

per incursioni rapide ed efficaci nella vita di ogni

giorno, nei modi di manifestarsi dei suoi personaggi

dei quali la scrittrice cerca di non perdere mai di

vista le inconfondibili specificità. Personaggi, che

pur nella loro differenziazione, hanno un comune

denominatore, quello di essere molto umani.

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Maria Angela CACIOPPO

LUCIANO PIZZICONI, Impronte della memoria,

Progetto Athanor, L’Aquila 2005, (s. p.).

Una approfondita disamina della nuova antologia di

Luciano Pizziconi è tanto più necessaria in quanto l’A.

assume il poetare come ultimo luogo possibile per una

esplicita visitazione dell’uomo. Il titolo stesso, I legami

dell’anima, vibra su note archetipe del linguaggio,

che riconducono a un lirismo originario (in principio

era Omero):

Siamo riflessi antichi

di un luogo che non è più o di un tempo

che non è ancora o ch’è stato,

l’onda che tutto avvolge

è come un canto.


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Una classicità che riconverte il segno alla “materia

prima” e che rifugge da espedienti leziosi e autoinganni,

perché di ciascuna parola, ‘l’unica’, è costituito il

valore che ci rivela l’essere del poeta. Analogamente,

il filosofo, si affranca da ogni carico dottrinale, per

lasciare che l’autentica pòiésis parli con propria voce.

‘È pur vera che alle parole si affida il compito di attribuire

un “nome” ad ogni pensato, mediante il quale

s’instaura il rapporto univoco di subordinazione “a

priori” che va dall’oggetto alla rappresentazione verbale,

ma in Pizziconi, il percorso che riconduce alla

matrice ‘idea’ ha trovato vie non battute dalla forma

“prensoria” dell’“io”:

Sono la pietra che ti ha generato,

sono la terra grigia che calchi:

dovunque tu riposi là mi nascondo,

dovunque sia silenzio

là tu mi udrai più forte!

Pizzicori ha certamente assimilato la ‘tecnica’ dello

sdoppiamento, e quindi dell’alto coinvolgimento

dell’Io che, nel fluire del lògos, deve coglierne il senso

(soggettivamente) e poi riferirne (oggettivamente)...

Sicché, ‘interno’ ed ‘esterno’, simultaneamente il

poeta è partecipe del dettato e dell’espressione, di cui

seconda il manifestarsi. ‘Decade cosi la condanna dell’“ossessione

de-finitoria”, mentre il canto sprigiona

una sonorità riecheggiata che la durata registra come

presenza nella memoria, o esperienza di verità:

Ho conficcato i miei dardi nel cuore delle comete,

ho scoccato quadrelle sulla groppa del cielo,

ho trafitto di strali le mammelle del giorno,

il sole nero che mi osserva nell’occhio,

la tenebra ondosa del mio doppio.

A tale punto che il verso non cede al peccato originale

della poesia, perché non può ricadere, ormai,

nell’“ambizione” di formalizzare l’insorgenza di un

“primum” che ne pietrificherebbe lo scorrere, ma si fa

libera trascrizione dell’essere nel suo esserci dis-corsivo.

‘Ecco, dunque, il riproporsi innovato e intensificato

di una sapienza remota, la cui impronta, talvolta,

chiamiamo ‘Mito’:

Ora affermano

che “Giove” sia padre di tutto..

Eppure Pan era più antico,

e prima di lui molti pan..

Eppure sanno

che la Terra c’è sempre stata,

ma gli déi vanno e vengono.

Immagini, allegorie, suoni, metrica… tutto in questi

versi esalta la dimensione poetica, secondo i molteplici

livelli di realtà. Per le domande che suscita, I lega-

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mi dell’anima pone frontiere nuove all’ignoto avendo

l’Io già trasceso ogni forma di appartenenza e, con

essa, ogni “potere” improprio sulla parola. Ciò nonostante,

l’analisi dei suoi confini più prossimi evidenzia

che tra l’uomo e il ‘non detto’ sta un impervio sentiero

di conoscenza, non certo una via di fuga verso gli

“asili del trascendente”:

L’eccesso di parole uccide il Discorso,

e ciò che accrebbe l’infermità

non mi spiega la malattia...

A coloro il cui giudizio sia rimasto indenne, dedico.

Accogliendo l’invito del poeta lo seguiremo nel suo

percorso, che è già svelamento.

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Miranda CLEMENTONI

AA. VV., Poesie per Karol, a cura di Anna

MANNA e Alessandro CLEMENTI. Anemone

Purpurea, Albano Laziale 2005, pp. 160, €

12,00.

Una grande prova d’affetto per Giovanni Paolo II.

Una scia lunghissima d’amore che diventa testimonianza

storica.

Intelligenze vigorose al servizio della penna poetica

e cuori semplici che cercano parole per dire il dolore

e la speranza. Un abbraccio unico, grande.

Cosi come è la vita. Cosi come è il mondo. Questo

libro è come l’affresco poetico di una umanità alla

ricerca di un dialogo ancora possibile, di una amicizia

oltre la morte. Un’umanità alla ricerca di una

dimensione spirituale che sia ricordo ma anche

rilancio, approdo, fede, speranza.

In un mondo che troppo spesso si sgretola come un

presepe di cartapesta, il “luogo” della dipartita di

Papa Giovanni Paolo II diventa uno spazio nuovo di

fede con fondamenta solide, sicure. Sono le speranze

della fede che affiorano nel saluto di tutti. Le “orme

non mortali”, che la poetessa Maria Luisa Spaziani

ci ha indicato nella sua poesia. Verso un Pater noster

che il poeta Corrado Calabrò consegnò al Santo

Padre durante un’udienza e che oggi è ancora preghiera,

impegno, ubbidienza. L’amore che diventa

urlo di libertà come nella poesia di Miranda

Clementoni.

E le vicende personali, le vicissitudini, le emozioni

intime di ogni poeta, sono materiale prezioso per un

grande-registro dove annotare, giorno dopo giorno, i

piccoli passi verso un mondo migliore. Per quanto ne

siamo capaci. Anche in un piccolo evento come questo

libro, scrigno di vita interiore con grandi e piccole

perle d’amore. Un carico umano che prende vigore


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dalla vicinanza dei poeti e, viceversa, accende i versi

“dotti” di una verità più densa.

È bello sapere che un giovanissimo, Alessandro di

venti anni, ha lavorato con impegno per questa

avventura, non solo letteraria, insieme alla madre.

È bello sapere che all’origine di questa lunga processione

di intelligenze e d’affetto ci sia la stretta di

mano di due generazioni che lavorano insieme.

Papa Giovanni Paolo II ha fatto anche questo.

Tra le grandi opere e le testimonianze indimenticabili,

tra il ricordo dei suoi viaggi e delle encicliche, c’è

anche questa meravigliosa capacità di chiamare i

giovani. Di stare accanto a loro, di saper parlare con

loro attraverso i loro nuovi strumenti. I mezzi di

comunicazione di massa come veicolo della buona

novella.

Queste poesie bussano alla porta del silenzio per

chiedere ancora la Sua parola. La gente, il mondo,

ha ancora da dire molte cose al Papa. E le dice con

semplicità, con naturalezza, o con il dono meraviglioso

dell’arte poetica, che è dono di Dio.

Giovanni Paolo II ha riacceso in tanti cuori la preghiera,

forse un modo nuovo di fare preghiera, attraverso

la poesia. È stato un mezzo luminoso di dialogo

vero, quotidiano , col Padre.

Anche l’Arte può essere una nuova stella cometa per

giungere ad una nuova nascita del cuore. E Giovanni

Paolo II è stato, è poeta.

E rimane ancora con noi, anche attraverso le sue

poesie. Per dialogare insieme, per cercare, tra le

voci, la Voce di Dio.

A. MARASCO, 1960 (olio su cartone) cm. 34,5 x 21,5 (coll. privata)

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Paola CAMUTI