Mamme o veline? - Campo de'fiori

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Mamme o veline? - Campo de'fiori

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Civita Castellana Fz. Sassacci

21 Giugno

Festa di San Luigi Gonzaga

Vita Cittadina

foto Mauro e Martina Topini

Civita Castellana - Parrocchia San Giuseppe Operaio - 2 Giugno - festa diocesana dell’ UNITALSI

foto Mauro e Martina Topini

Corchiano - infiorata del 29 Maggio

Giuseppe Angeli Rossi

un presidente UNITALSI “poco formale”


Sono addolorato

nel constatare gli

ultimi episodi di

violenza contro le

persone svantaggiate.

Comportamenti inqualificabili

che

fanno inorridire:

ucciso a coltellate

a solo 23 anni per

aver difeso un

disabile; tre ragazzi

uccidono per

di Sandro Anselmi noia un barbone

disabile; un operaio

ed un pensionato violentano per anni

una ragazzina disabile; giovani riempiono di

offese gratuite un disabile in carrozzina; il

branco violenta una ragazzina in pieno centro

… …

tutto questo è allarmante.

Come si possono tollerare simili atti di

vigliaccheria? Come non far pagare caro questi

“sbagli” diabolici?

Senza dubbio l’insicurezza, la scarsa stima di

se stessi e tanti altri problemi che vengono

da lontano, portano questi esseri, che non so

definire, ad usare tali comportamenti aberranti.

Se l’analisi fosse rivolta ai soli giovani,

direi facilmente che loro hanno perso i valori

fondamentali del buon vivere civile, direi che

la cattiva tv, la debolezza della scuola, l’affievolimento

della fede e la latitanza della fami-

Campo de’ fiori 3

glia, li hanno lasciati soli. Direi che l’attuale

difficile situazione crea loro confusione e l’incertezza

del futuro, in un mondo pieno di

guerre e di odio, non li aiuta certo a sognare.

Direi che sono spesso le vittime sacrificali

di una famiglia allo sbando e viaggiano,

perciò, su una nave senza nocchiero che ha

perduta la stella polare. Direi paradossalmente

che risultano quasi comprensibili i loro

comportamenti imitativi della violenza ad

ogni costo, quando essi la fanno diventare un

valore di riferimento per la vita.

Direi infine che è scontata, allora, la loro fuga

da una realtà così pesante per rifugiarsi in

mondi artificiali e falsi.

Ce l’ho però anche con le persone “mature”

che, con la loro indifferenza da novelli Pilato,

addirittura avallano i comportamenti anomali

dei ragazzi, facendoli crescere nella sopraffazione

degli altri, specie se più deboli e

svantaggiati.

Fare loro invece un po’ di male, per dargli poi

tanto bene, giustifica, se necessario, il non

accondiscendere a tutte le loro richieste.

Dargli poi tutta la gratitudine quando la meri-

Mamme o veline?

La mamma,

la figura più

grande e più

nobile del

creato, l’essere

che genera

la vita, la sublimazionedell’amore,

la

creatura più

dolce e più

pura, la bontà

e la comprensioneinfinita.

La mamma invocata, la mamma

supplicata, la mamma piangente, la

mamma ricovero di ogni male, confidente

di tutte le pene.

La mamma che ci fa crescere, che ci

accompagna nel nostro cammino, che

invecchia, che non c’è più, ma che

resta in noi fino all’ultimo respiro della

nostra vita,

(mio padre, spirando fra le mie braccia,

ha invocato “mamma”).

Che succede a molte madri di oggi?

Non comprendono più il valore della

missione più grande? Non riescono più

a godere del tenero amore dei loro pargoletti?

Che cosa le ha “rovinate”? La

paura di dover fare delle rinuncie (la

palestra, il ballo, il salotto con le amiche,

una improbabile carriera, il terrore

innaturale di invecchiare…) ? Questo

Dare amore,

per ricevere amore

di Sandro Anselmi

porta le mamme a non amare più i figli,

a compiere il sacrificio più grande?

Questo la porta a togliere la vita a chi

l’hanno data?

Il fatto più innaturale, la violenza più

grande e più folle, è la notizia che sempre

più spesso riempie le cronache.

Perché non parlare invece delle Madri

degne di questo nome, che per fortuna

sono ancora la maggior parte?

Perché non lodarle, per i loro comportamenti

umani ed esemplari nei confronti

della famiglia e dei figli?

Questi dovrebbero essere gli argomenti

trattati dai mediia, per sperare che

finalmente

ritornino

più Mamme e meno veline.

tano, è una cosa tanto salutare, come

dispensare manifestazioni di affetto, non

deve essere atto di vergogna.

Chi semina vento raccoglie tempesta,

chi semina bene riceve Amore.

Direi infine che la TV non dovrebbe dare

troppo spazio alle notizie di violenza e spesso

di morte, perché questo non porta nulla,

non costituisce un monito, ma ingenera pericolosi

comportamenti imitativi.

E’ come se per insegnare la vita si raccontasse

la morte. Perché non far vedere invece

i tanti e tanti giovani che si adoperano nel

volontariato, che donano i loro sorrisi e le

loro azioni ai loro “fratelli” meno fortunati?

Perché non riproporre, come in un carosello

pubblicitario, le immagini delle folle felici e

poi commosse e piangenti dei papa boys?

Dare immagini positive, riportare testimonianze

edificative, quali la tolleranza ed il

rispetto degli altri, stimola ed accresce la

parte migliore che è dentro di noi e se stiamo

bene con noi stessi, stiamo bene con il

mondo.

Sul modello di una stravagante

usanza spagnola, stà nascendo

a Roma una particolare società

per recupero crediti. Alcune

persone, infatti, che hanno

constatato la validità del sistema,

si apprestano ad applicarlo

anche in Italia e cercano

soci. Ma vediamo di cosa si

tratta. In Spagna, quando una

persona deve dare dei soldi ad

un’altra e non riesce a riscuoterli,

dà l’incarico all’agenzia di

recupero crediti che attiva i

suoi particolari metodi. Un

uomo vestito con un frac

nero, con i guanti, il bastone

L’uomo

in frac

ed il cappello, a bordo di una macchina vistosa e nera,

segue incessantemente il debitore in ogni suo movimento

durante il giorno . Inizia con il parcheggiare la

macchina sotto casa del malcapitato, e non appena

esso esce, lo segue dappertutto. Lo segue in ogni

negozio, in ogni ufficio, dal barbiere, al ristorante, al

cinema ed in ogni luogo, insomma,ovunque il soggetto

si reca .Si ferma ad una breve distanza e sta lì senza

dire né fare nulla. Siccome in Spagna tutti conoscono

la funzione dell’uomo in frac, immaginate il disagio e la

vergogna della persona oggetto “dell’operazione pedinamento”.

Sembra che i risultati siano garantiti. Spero

proprio che la costituenda società possa operare quanto

prima, perché allora tanti “malandrini”, “bombardini”

o “re della sola”, verranno smascherati per la gioia

di tante persone e con il divertimento e lo scherno di

tutta la popolazione. Mi piace immaginare tanti uomini

in frac, dalle altezze diverse, a seconda dell’entità

del debito. Potremmo così vedere un uomo piccolo

come un nano, per i piccoli debiti, ed un altro alto

come un giocatore di pallacanestro, per i debiti più

grandi. Quanti eleganti uomini in frac popolerebbero

allora la nostra città……

Benvenuto uomo in frac.

Sandro Anselmi


4

Incontro Martufello in un, già torrido,

pomeriggio di Maggio, nella sua splendida

villa. Davanti a due bei tea freddi, con

grande naturalezza e disinvoltura, inizia a

raccontarsi.

Devo dire che questa intervista, durata

quaranta minuti, mi ha provocato più volte

delle grandi risate. Certo, sul palco sapevamo

che Martufello è maestro di risate,

ma in privato è una ulteriore conferma.

L’attore è una persona molto semplice e

cordiale e, a me, sembrava quasi di essere

a casa di un amico.

Al termine dell’intervista si era instaurato

un tale clima di vivacità che lo stesso

Martufello chiedeva di essere fotografato

anche con i suoi cani ed un cucciolo di

gatto, facendomi promettere di portargli in

seguito le foto.

QUESTA E’ SEMPLICITA’ AUTENTICA.

D. Signor Martufello dove è nato?

R. Sono nato a Sezze, il 21 Dicembre

1951….pensa un po’ … ho quasi 54 anni!!!

D. E’ sposato ?

R. Sono stato sposato ed ora sono divorziato…

non ho figli. Ho due cani, un gatto

che m’ha fatto pure una cucciolata che

devo cercare di sistemare! Vivo qui a Nepi

da undici anni; con me vive una donna.

D’estate viene mia madre.

Stò tranquillo e beato!!!

D. A cosa stà lavorando attualmente?

R. Adesso stò facendo due tournee teatra-

Campo de’ fiori

MARTUFELLO

dispensatore di risate da trent’anni

li: una con una maga, che si

intitola “Cabaret di prestigio”. E’

una cosa un po’ diversa dal solito,

dato che, in genere un attore

comico e brillante come me,

lavora con un corpo di ballo. Io

qui, invece, ho voluto inserire

questa maga, che si chiama

Eleonora ed è bravissima.

Inoltre stò facendo un tour di

dodici tappe con Pippo Franco,

Oreste Lionello e gli altri del

Bagaglino: è la prima volta che

facciamo uno spettacolo al di

fuori del Salone Margherita,

tutti insieme. In più faccio serate

da solo nei teatri e nelle

piazze. Poi stò preparando un

debutto in grande con Gino

Landi il 9 Luglio a Palermo al

Teatro Massimo, con l’operetta

“Al Cavallino Bianco”.

D. Come è iniziata questa professione

e come è arrivato al

Bagaglino?

R. Fin da bambino ho sempre

pensato che ognuno di noi possiede

una dote e una qualità.

Tutto stà nel saperla scoprire,

ed io l’ho trovata. E’ come l’intelligenza,

tutti la possiedono, poi c’è chi

sa usarla e chi no. Una volta trovata, mi

sono buttato a capofitto e con convinzione

senza lasciare nulla di intentato. Da sempre

ho capito che era questo ciò che volevo

fare…. Veramente volevo fare il “bel

tenebroso”, poi mi sono guardato davanti

allo specchio e ho detto: “ma che vai a fa

il bel tenebroso… che non sei manco

bello?”. Al Bagaglino sono arrivato nel

1980, quindi quest’anno ho festeggiato le

“nozze d’argento”, venticinque anni di

Bagaglino e trentuno anni di carriera.

D. Come è stata la sua lunga carriera al

Bagaglino?

R. La mia esperienza al Bagaglino, che

spero duri ancora a lungo, è stata bellissima:

mi ha fatto diventare Martufello, mi

ha consentito di comprare una casa, di

stare bene e sono felice e contento della

scelta fatta, nonostante abbia rinunciato a

qualche guadagno più consistente. Ho

accettato dieci, lasciando cento, per rimanere

fedele ad una idea, anche perché

questo è un mestiere nel quale devi cercare

di imparare il più possibile. Io ho cercato

di fare questo e credo di essere arrivato

abbastanza in alto.

D. Com’è il rapporto con i suoi compagni

di lavoro?

R. E’ bellissimo quando siamo insieme a

lavorare. Al di fuori ognuno ha la sua vita.

Con qualcuno ho rapporti anche fuori dal

di Loredana Filoni

lavoro. L’amicizia vera ce l’ho con Pingitore

che è il regista e autore, come ce l’avevo

con Castellacci che, purtroppo è morto,

con Oreste Lionello, con il quale lavoro da

venticinque anni. Con gli altri, come Pippo

Franco, Zama, Battaglia e Miseferi ci

vogliamo bene, ci stimiamo e c’è molto

feeling.

D. Ha qualche aneddoto da raccontare sul

Bagaglino?

R. Ero ragazzetto quando ho cominciato al

Bagaglino e mi ricordo che un giorno dissi

a Pippo Franco: “sai Pippo io c’ho una marcia

in più” e Pippo Franco mi rispose: “peccato

che te sei scordato il freno a mano…!”

Di aneddoti in venticinque anni ce ne sono

tantissimi, ci vorrebbe una enciclopedia.

Consideri che ho lavorato anche con

Bombolo, con tante prime donne e ballerine,

quindi di cose da raccontare ce ne

sarebbero tante. Sono stati venticinque

anni trascorsi bene , per quello che mi

riguarda, con tanta soddisfazione, piacere,

gioia.

Consideri anche che io sono venuto da un

paese non avendo neppure la licenza

media, arrivato a Roma ho iniziato a fare

questo mestiere, prima nelle balere, poi

nelle province alle diverse sagre, che tutt’ora

faccio, perché la festa in piazza è una

forma di spettacolo che mi entusiasma e la

faccio con molto piacere.

Poi sono arrivato ad un teatro prestigioso

come il Bagaglino e questo è stato per me

un motivo di grande orgoglio, ringrazio

sempre il Signore per tutto quello che mi

ha dato.

Continua a pag. 44 ... ...


Campo de’ fiori 7

Un salto nel gusto

quando l’arte culinaria non è solo cibo, ma anche benessere

Incontro con HEINZ BECK

di Loredana Filoni

Il ROME CAVALIERI HILTON non ha

certo bisogno di presentazioni, non è semplicemente

un albergo di lusso, è molto di

più…! E’ situato nel cuore di un rigoglioso

parco mediterraneo di circa sette ettari. La

hall ed il bar sfoggiano una magnifica collezione

di mobili d’epoca, dipinti, arazzi e preziosi

oggetti d’arte, insieme ad alcuni olii del

XIX secolo. Nell’hotel vi sono, inoltre, boutiques,

sei diversi bar e ristoranti, fra i quali

“La Pergola”, di cui è chef l’eccellentissimo

Heinz Beck. Il fatto di trovarsi su uno dei

setti colli di Roma (Monte Mario), rende il

Cavalieri Hilton un luogo suggestivo ed

unico, potendo ammirare, dalle sue terrazze,

un panorama spettacolare della città eterna.

Esattamente sul roof garden dell’Hilton si

trova “La Pergola”. Pluripremiato ristorante

gourmet, gode di una vista mozzafiato su

Roma, con la cupola di San Pietro in primo

piano. Qui il personale è qualificatissimo e

molto cordiale. La grande fortuna del ristorante

sta nel poter vantare uno Chef di altissima

qualità come Heinz Beck. Con grande

disponibilità e gentilezza, il signor Beck, nonostante

innumerevoli impegni, mi ha concesso

questa intervista. Tutto si è svolto

davanti ad un fumante caffè, con mio sommo

piacere, nel salotto de “La Pergola”.

Romantico scorcio dalla terrazza dell’Hilton

D. Signor Beck, dove è nato?

R. In Germania, il 3 Novembre 1963.

D. E’ sposato?

R. Si, con Teresa, dal 2001. Lei è Italiana,

esattamente di Palermo.

D. Ha figli?

R. No

D. Da quanti anni è in Italia?

R. Da undici anni.

D. Come ha iniziato questa professione? Le è

stata tramandata da una passione di famiglia

o è una sua passione personale?

R. No. Né tramandata, né passione personale.

Io volevo fare il pittore, ma mio padre,

essendo contrario, non mi ha permesso di

frequentare l’Università di Belle Arti, perché

non voleva un pittore in famiglia. Mio fratello

il famoso chef Heinz Beck con Loredana Filoni

gemello, che voleva diventare uno chef, mi

ha dato l’idea di seguirlo nell’impresa. Ma

anche in questo caso mio padre non gradiva

avere due chef in casa, ha lanciato una

moneta in aria e la sorte ha privilegiato me.

Così sono diventato chef! Poco romantico!

D. Ha frequentato una scuola alberghiera in

Germania o in Italia?

R. In Germania, anche perché faccio questo

mestiere da venticinque anni. Da undici sono

in Italia e, i rimanenti quattordici, ho lavorato

in altre parti del mondo.

D. Cosa l’ha spinta a venire in Italia?

R. Il Direttore dell’Hilton che mi ha chiamato

insistentemente. Così sono venuto qui, per

fare un colloquio e vedere il posto. In seguito

ho deciso di venire in Italia. Sono stato

assunto a “La Pergola”, dopo il colloquio,

immediatamente come chef.

D. Si interessa personalmente

della

ricerca dei prodotti

da usare per la preparazione

dei suoi

piatti?

R. Certo! Questo è

normale! Gran parte

del mio lavoro si

svolge nella ricerca

dei prodotti, perché

la qualità di quest’ultimi

è fondamentale

per una

buona cucina.

D. La sua specialità

qual è?

R. Ci sono molte specialità. Non ce n’è una in

particolare, anche perché vario molto le mie

pietanze.

D. Il suo piatto preferito?

R. Da mangiare o cucinare?

D. Quello da mangiare.

R. I miei gusti cambiano, come i miei piatti,

perché la cucina è evoluzione; così in continuazione

vario a seconda della stagione:

ogni anno assaggio cose nuove.

D. Quindi ogni piatto de “La Pergola” possiede

una sua ‘impronta’ personale?

R. Si, certo. Anche perché io creo i piatti, non

li copio!

D. Quindi anche per quanto concerne ricette

tipiche italiane, Lei ci mette sempre un po’ di

suo?

R. Si. La base resta uguale, ma cerco di renderla

un po’ più moderna e adatta a questo

tipo di ristorante.

D. Quando torna a casa ha ancora voglia di

cucinare?

R. A casa cucina mia moglie che è molto

brava. Anche perché io “distruggo” una cucina!

D. Come ci si sente ad essere considerato

un’artista del palato?

R. Ci si sente come tutti gli altri. Non è che

mi senta superiore. Sono contento di stare

qui, di lavorare con tutti questi giovani, di

insegnare loro tutto quello che ho imparato

io e vederli crescere professionalmente. E’

molto bello. Non è importante essere il più

bravo, o più famoso, ma che nel lavoro hai

un’armonia con le persone che ti circondano,

in modo tale che, ogni giorno, ti fa piacere

andare al lavoro. Tutto il resto viene da sé.

Auguro a quest’uomo che è stato di una

modestia e cortesia autentica, ancora la preparazione

di molti piatti! Anche perché io, le

sue pietanze, le ho assaggiate e, credetemi,

sono sublimi per il palato e per la mente.

Hanno davvero un tocco unico: per gusti

sopraffini.

una bellissima sala del ristorante “La Pergola” dell’Hilton


8

Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer, di

nuovo insieme, dopo molti anni, ad interpretare,

magistralmente, un taccuino di

appunti che và a scavare nei sentimenti

meno in vista dell’individuo; di nuovo

insieme, a parlare solo di sesso, usando

anche i termini più espliciti (che è una

novità per questi due straordinari “mostri”

sacri del teatro italiano), per la prima volta

diretti da Luca Ronconi. E’ “Diario Privato”,

tratto da un’opera di Paul Leautaud, il

“Journal Litteraire”. Questo diario è sterminato:

diciannove volumi nei quali, per sessantatre

anni, l’autore ha scritto di tutto.

Ne è stato tradotto un sunto, in italiano, di

quattrocento pagine. A questo è stata data

una ulteriore limatura per adattarlo alla

rappresentazione teatrale. Il pezzo tratta

della tempestosa relazione fra l’autore e

Anne Cayssac, ed ha lo scopo di mettere in

scena l’originalità di questo autore poco

conosciuto in Italia. E’ un rapporto d’amore

durato diciannove anni, fra sesso e

baruffe, annotate con dovizia, censite e

narrate con una crudezza di termini che

solo la carta può sostenere e solo due

figure adeguate, grandi, autorevoli e di

qualità, come Albertazzi e Proclemer, potevano

dire ad alta voce. La scena è semplice:

i due protagonisti recitano sempre

seduti su due poltrone rosse che si muovono,

avanzano, roteano, attraversando il

palcoscenico. Non vi è nulla di fisico e

niente che faccia il verso alla passione o

alla lascivia che viene narrata. Il pezzo si

apre con l’autore (Albertazzi) che annuncia

la morte di Madame Cayssac che, da lui,

crudamente soprannominata “Flagello”, è

morta Sabato 15 alle ore 8.00 del mattino.

E’ quindi un cammino a ritroso, di questi

lunghi anni di una passione puramente

fisica. Leautaud (Albertazzi), ci racconta

che conobbe Madame Cayssac

(Proclemer) a quarantadue anni. Lei ne

aveva quattro di più. Lo scrittore dice che,

prima di lei, aveva conosciuto molte

Campo de’ fiori

Albertazzi torna con Anna Proclemer

al Teatro Argentina di Roma hanno interpretato “DIARIO PRIVATO”

donne, senza avere, tuttavia, questa predisposizione

alla passione meramente erotica,

come con lei. Lei, contrariamente,

una donna piccolo-borghese, sposata con

uno statale, aveva un’ottima reputazione e

teneva a mantenerla. La passione fra i due

sorse repentina. Ma cosa li aveva spinti,

l’una nelle braccia dell’altro? Cosa aveva

attirato due individui così diversi? Innanzi

tutto, li accomunava un grande amore per

gli animali, cani e gatti, in particolare.

E poi la passione erotica

che, fra alti e bassi, scenate

e recriminazioni,

non si interrompe mai,

appunto perché, in

primo luogo, i due

devono occuparsi dei

loro animali ed in

secondo luogo è come

se, quando sono insieme,

durante le loro

“sedute”, diventano essi

stessi, animali. E’ una

lunga storia contraddittoria

e di emozioni con-

di Loredana Filoni

fuse, tra una donna piena di temperamento,

che litiga, si riappacifica e fa la “sguaiata”

e lui che, con pazienza, sopporta.

Malgrado tutto questo, l’amore durò, perché

nonostante vi fosse una sessualità allo

stato puro, un amore sconfinato per gli

animali ed un eguale egoismo, di amore si

trattò. Grande prova per i due attori in

questi ruoli così inconsueti. Sanno dare

una tale prova di bravura che le parole

spinte, pronunciate da loro, sembrano

quasi assumere un suono ed un significato

diverso, quasi non volgare. Presenti anche

spunti ilari, che strappano risate a scena

aperta. Il pezzo si vive per cento minuti

filati ed, al termine, si apprezza la bravura

e la maestosità dei due interpreti, non

senza restarne un po’ storditi. Nei camerini

ho potuto apprezzare l’umorismo e la

simpatia del Maestro Albertazzi che, attorniato

da belle donne, non ha disdegnato di

farsi fotografare. “Grazie Maestro! L’ho

apprezzato maggiormente perché Lei è un

Grande del nostro teatro”. Più schiva la

signora Proclemer che, però, mi ha firmato

un autografo e, perfino concesso una

foto insieme! Durante tutto questo, parlava

di come, per un po’, fosse stata indecisa

se accettare questo ruolo così particolare

ed un po’ “sopra le righe” per lei, che a

mio avviso, è una vera signora del palcoscenico

italiano. La mia conclusione è che,

sì, ha fatto benissimo, perché uscendo

dagli schemi che le sono congeniali, ha

ancora una volta dimostrato la sua ecletticità

e versatilità! Brava! Una curiosità

divertente: la signora Proclemer, durante

le repliche, aveva il suo simpatico (e gelosissimo)

barboncino ad attenderla in

camerino! Una passione affine al personaggio

da lei interpretato.


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ECCE BANCO !

di Carlo Cattani

Se ne parlava da almeno

tre anni dell’eventualità di

pubblicazione di un concerto

“storico” e d’annata

del BANCO DEL MUTUO SOCCORSO; la

grande “fiesta” del 6 luglio del 2002

all’Ippodromo delle Capannelle in Roma,

organizzata per marcare il trentennale della

carriera della band, vide la partecipazione di

alcune migliaia di persone, rappresentanza di

un’ampia fascia di età, che testimoniarono

con vigore il grande affetto verso il gruppo

rock, per “eccellenza”, di Roma ; l’attivo

management della band si prodigava, in un

apposito stand per raccogliere prenotazioni

relative alla pubblicazione di una registrazione

“storica”. Poi, forse, a causa del

mancato appoggio da parte di qualche

grande etichetta discografica, che avrebbe

dovuto garantire il confezionamento editoriale

e la distribuzione, del ventilato progetto

discografico si persero le tracce a vantaggio

di un’ altra produzione discografica live, “NO

PALCO”, predisposta per commercializzare

l’evento del trentennale : molto attraente

nella grafica, nel suono, nelle immagini (c’era

anche l’edizione in cd+dvd) , nella composizione

degli ospiti ma che per i fedelissimi

della prima ora, i vecchi fans, gli over 45,

quelli che avevano avuto tra le mani nel 1972

il 1° lp “BANCO DEL MUTUO SOCCOR-

SO”, con la celebre copertina (della prima

tiratura) a forma di salvadanaio ( per coloro

che non l’hanno presente, si trattava di una

copertina sagomata nella forma del classico

tondeggiante salvadanaio di coccio ) placava

parzialmente la delusione del mancato

“ritorno al passato”. Ora, grazie all’appassionato

lavoro dello staff in seno alla giovane

etichetta indipendente MA.RA.CASH, il popolo

dei “risparmiatori / BANCHISTI”, può tornare

a vivere oltre 70 minuti di atmosfera

“seventies” offerta dal BANCO, in vena di

“sperpero” di qualche spicciolo …..ma che

dico di qualche Tallero d’argento di Maria

Teresa (per dare una giusta comparazione di

valore numismatico alle registrazioni proposte

) idealmente prelevati dal succitato

panciuto “dindarolo” gelosamente custodito

dal trio superstite di quell’epoca Nocenzi - Di

Campo de’ fiori

Giacomo - Maltese! Il cd di cui parliamo,

recentemente uscito, dal titolo “Seguendo

le tracce”, propone una performance completa

del “BANCO” datata 23 aprile 1975. In

quel TEATRO VERDI di Salerno, si esibiva

una band lanciatissima, con alle spalle un

“tris discografico” di successo per critica e

risultati commerciali, “Banco Del Mutuo

Soccorso”/1972 (una pietra miliare del

cosiddetto genere rock progressivo ,per

l’Italia e non solo!) , “Darwin”/1972, ”Io

sono nato libero”/1973, tutti piazzatisi

nelle TOP TEN di vendita delle classifiche

Italiane dell’epoca; una formazione grandemente

affiatata, stabilizzatasi dopo l’ingresso,

nel 1973 in occasione di “Io sono nato

libero”, del grande Rodolfo Maltese alle chitarre

e tromba; un collettivo unito sul piano

umano,ben puntellato sul piano artistico

dalla presenza, di “BIG” Francesco Di

Giacomo alla esclusivissima duttile voce, dei

“Brothers Nocenzi”, Gianni e Vittorio, alle

intricatissime trame tastieristiche, del già

citato Rodolfo Maltese, abile ed elegante chitarrista

nonché trombettista, di Pierluigi

Calderoni, pirotecnico batterista, dal bassista

Renato D’Angelo. Una band che, lusingata

dal responso delle vendite in Italia, desiderava

tentare il lancio estero sostenuta, in ciò,

dalla Manticore, etichetta discografica di proprietà

del contemporaneo ed universalmente

famoso trio Inglese Emerson, Lake &

Palmer (la stessa supporterà anche PFM),

per la quale andava realizzando lp

“BANCO” , una selezione dei migliori brani

relativi ai precedenti tre album, tradotti in

Inglese, con l’ unico inedito rappresentato

da “L’albero del pane” ...... insomma un

gruppo pienamente in corsa sul viale dei

desideri e delle aspettative! Ed è proprio un

frammento di questa “speranza” di affermarsi

sui mercati esteri, in particolare Inghilterra

e U.S.A. (dove verrano intrapresi dei brevi

tour), che apre il programma musicale proposto

da “Seguendo le tracce”: la celeberrima

“R.I.P.”, in versione Inglese, tratta dal 1°

lp : attacco al fulmicotone , corposo momento

di gran ritmo e concitazione, passaggio

melodico di “fine corsa”, il tutto abilmente

cavalcato dalla grande voce di Mr.Di

Giacomo e caratterizzato da un costante dialogo

tastieristico “tra i fratelli”. Proprio nel

passaggio tra questo brano e il successivo,

11

“L’Albero del pane” , Di Giacomo annuncia al

pubblico il “piano di attacco all’estero” rappresentato

dalla pubblicazione di “Banco” .

…..ma l’ascoltatore “segugio” è solo all’inizio

del suo percorso : “SEGUENDO LE TRACCE”

propone una scaletta a “raffica” di brani,

oggi storici, quali “La danza dei grandi

rettili”, ”Non mi rompete”, “Dopo niente

è più lo stesso” ,“Traccia II”,

“Metamorfosi”, dalle complesse, colte,

costruzioni musicali fatte di sospensioni

classicheggianti, di accelerazioni rock, di

contaminazione jazz, impreziosite dalle “farciture

poetiche” dei testi di un Francesco Di

Giacomo in grande forma. Insomma ….sarà

bello (ri)perdersi “SEGUENDO LE TRACCE”

di questa band che ancora oggi continua la

sua corsa con esibizioni “senza sconti” !

Gruppo: Banco del Mutuo Soccorso

Origine: Roma e Castelli Romani

Cd: “Seguendo le tracce”/ dal vivo al Teatro

Verdi in Salerno – 23 Aprile 1975

La Band nel cd: Renato d’Angelo: basso;

Rodolfo Maltese: chitarre, tromba; Gianni

Nocenzi: piano acustico ed elettrico, clarinetto;

Francesco di Giacomo: voce; Pier Luigi Calderoni:

batteria e percussioni; Vittorio Nocenzi: tastiere,

organo Hammond, sintetizzatori. I titoli: 1)

R.I.P. (English Version) 2) L’albero del pane 3) La

danza dei grandi rettili 4) Passaggio 5) Non mi

rompete 6) Dopo…niente è più lo stesso 7)

Traccia II 8) Metamorfosi Total Time: 74:47 /

informazioni utili: ww.bancodelmutuosoccorso.it

www.maracash.com / il cd è in vendita tramite il

Camelot Club al prezzo di 15 € ed è possibile

ordinarlo tramite e-mail a lotclub@tin.it


12

Scopri l’Arte di

Voler illustrare

ai lettori

la vita e

le opere di

uno tra i più

grandi artisti

del ‘900 che

si è distinto

non solo come

pittore

ma anche

come disegnatore,illustratore,

Renato Cenni caricaturista,incisore,

scultore, regista , pubblicista, scrittore e

critico d’arte, in così breve spazio è impresa

impossibile; ma avendo avuto il privilegio di

visitare la casa-museo dell’artista, a Genova,

mantenuta con scrupolosa cura dal nipote

Giorgio Cenni , tenterò di trasmettere le sensazioni

ricevute nell’osservare tanti piccoli e

grandi capolavori da semplice spettatore .

Prima, tuttavia, ritengo necessario riassumere

alcuni tratti della sua personalità e

momenti caratteristici della sua vita per comprendere

non solo l’artista ma anche l’uomo.

Per questa operazione non potevo che usare

la penna di chi ha avuto la fortuna d’incontrarlo

, di conoscerlo da vicino; mi sono affidato

quindi a brani di una monografia curata

da Giuseppe Costa ed edita dallo “Studio

d’arte S.Giorgio” di Genova e pubblicata nel

1987. “Coerente,arguto, incorruttibile, - scrive

Costa- egli non si affermò mai al pari dei

suoi meriti; rifiutò spesso riconoscimenti e

ricompense per non prosperare in un clima

culturale per lui falso e vuoto, in una società

dove il compromesso vanifica la validità artistica

e l’onestà del messaggio”

E questa prima nota , già ci dice che Cenni

non avrebbe mai rinunciato alla sua libertà

espressiva qualunque fosse la proposta di

baratto, stilando una sorta di “Giuramento

d’Ippocrate” per veri artisti; ma continua

Costa “Cenni fu in sostanza un idealista che

combattè senza soste e con ogni mezzo i

soprusi, le ingiustizie, la corruzione, denunciando

senza esitazioni le atrocità e le vergogne

di cui fu testimone. Questo suo atteggiamento

andò a discapito della sua affermazione

in campo artistico facendolo più volte

apparire un personaggio scomodo.”

Scomodo, tuttavia, Renato Cenni non lo è per

gli amici artisti che ne comprendono il genio

e la purezza d’intenti; gli scrive, infatti ,

Giuseppe Marotta :” ..Il tuo talento è ugualmente

degno della penna e del pennello..”e ,

da par suo, Giovanni Arpino : “Carissimo

Renato, e cioè nume tutelare delle mie sorti

letterario-mondane…Mi pare che tutto peggiori

,in giro. Ho proprio bisogno di venire a

pigliare un po’ d’aria e di sorriso da te, Ada

(moglie di Cenni) e soci . A me l’alloro non

dà certo alla testa, è ingrediente che serve

meglio in cucina..” . Giulio Renato Cenni

viene alla luce nel 1906 , a Firenze,

(Quartiere S. Lorenzo) e la famiglia si trasferisce

, quasi subito , prima a Montecatini e

Campo de’ fiori

Massimo Santini

Ricordo di Renato Cenni

(1906-1977)

poi ,definitivamente a Genova (1911); dopo

una infanzia difficile costellata di mille

mestieri, riesce a seguire i corsi serali

dell’Accademia di Belle Arti di Genova. Le sue

prime esperienze sono di carattere graficopubblicitario

(1930) con alcune “commesse”

di società di navigazione, ma il sodalizio con

Dario Bernazzoli ne completa la formazione

scoprendone le qualità pittoriche. Insofferente

al regime fascista , nelle sue prime

mostre non manca di sottolineare tale atteggiamento

nelle sue opere, nonostante le raccomandazioni

alla prudenza degli amici.

Indomabile nella sua difesa della libertà, nel

1933 Cenni si arrende solamente alla bellissima

ventenne Ada Varni, la quale, oltre che

moglie diventerà la sua musa ispiratrice nonché

modella in molte sue splendide opere.

Nel 1937 è a Parigi e il periodo trascorso

nella capitale francese segnerà profondamente

il suo stile . L’occupazione tedesca

spazza via l’atmosfera gaia e produttiva ,pregna

di vivacità intellettuale . R.Cenni resta ,

pericolosamente a Parigi trasformando il

giornale per cui lavora, in un covo antinazista.

Alla caduta del Fascismo torna in Italia ,

ma viene arrestato ed incarcerato nella stessa

cella di Giuseppe Saragat. . Liberato dai

partigiani R.Cenni entra nella Resistenza con

lo pseudonimo di “Neri” e vi resterà fino al

1945 . Anche questo drammatico periodo

sarà ricco di opere prevalentemente grafiche..Alla

fine del 1945 è a Roma dove incontrerà

la “crema” della scuola romana :

Guttuso, Carpi,Soffici,Omiccioli, Mafai e tanti

altri e parteciperà ,con la sua grafica ironica

alla fondazione di un giornale politico-satirico-umoristico

(LISCIO E BUSSO); quando

,tuttavia, il direttore Marco Cesarini Sforza lo

inviterà a”seguire” certe maniere pittoriche

per diventare il pittore del momento, l’indomito

“toscanaccio” si accomiaterà con numerosi

irripetibili improperi e tornerà alla “sua”

Genova dove riprenderà, con grande lena, la

sua attività pittorica sottolineata da un

numero sempre crescente di mostre come

“lui solo le intendeva!”.Mostre, ma anche

viaggi nei cinque continenti alla ricerca

costante di esperienze, forme,colori , incontri

e rapporti umani che modificheranno il suo

stile a tal punto da spingere la ricerca fino al

dissolversi della forma per calare nell’astrattismo

puro del microcosmo.

Nel dicembre del 1959 termina la sua più

grande opera “IL CALVARIO” , la cui realizzazione

è costata tra studi,esperimenti e

ripensamenti un anno di lavoro. L’opera composta

di 12 tele fu offerta e rifiutata

dall’UNESCO e successivamente anche

dall’ONU , che suggeriva , per acquisirla di

abolire ( per ragioni politiche) alcuni personaggi

ivi rappresentati. L’ovvia risposta dell’artista

ha consentito di poterla ammirare

(oltrechè riprodotta sulla nostra rivista) al

Museo di Genova. Nel 1977 ,purtroppo

Renato Cenni ci ha lasciato , ma egli rimarrà

sempre vivo nel nostro ricordo con le sue

opere e soprattutto con la sua eredità morale

.

Quando sono entrato nel suo studio di Via

Bernardo Castello , quasi in punta di piedi, in

un silenzio irreale , girando lo sguardo nella

prima sala mi sono sentito immerso immediatamente

nel favoloso mondo parigino

degli impressionisti francesi. Profondo e sensibile

è stato l’influsso dei Degas, Manet,

Monet, Lautrec,Utrillo ,Van Gogh ecc sulla

pittura di Cenni , a tal punto, che ho goduto

la vista di uno stupendo Renoir firmato

Cenni. Ma se l’influsso impressionista è evidente,

lo è altrettanto lo stile assolutamente

personale. L’atmosfera delle opere è soffusa,

dolce e misteriosa a volte languida a volte

delicatamente erotica , la pennellata è fitta e

policroma ma l’assieme non sprigiona mai

colori forti e la tela è lavorata a lungo in strati

sovrapposti, fino a raggiungere una morbidezza

di assieme vellutata e piena di calore.

I ritratti di Ada, poi trasudano amore , quasi

una sorta di contemplazione estatica della

bellezza e finanche la rappresentazione della

nudità è sottolineata da una infinità di morbidi

colpi di pennello, quasi una sorta del

“pointillisme” di Pissarro, dove anche i toni

“freddi” contribuiscono a creare una figura

che esprime grande calore. Assolutamente

diverse fino ad arrivare al risultato opposto,

sono le grafiche che numerose circondano,

forse, il più bel ritratto di Ada; qui il segno è

nervoso, si snoda veloce, serpentino ; corre

sulla carta spesso con grafia violenta, quasi

volesse liberarsi dal laccio del segno e la sua

sintesi è espressiva in pochi tratti anche

quando viene completato da veloci “guache”

che calibrano i rapporti di vuoto-pieno.Nei

quadri d’ispirazione africana il colore s’imprime

in modo quasi “selvaggio” e le delicate

stesure dei quadri impressionisti lasciano il

posto ad un colore dal violento cromatismo e

dallo spessore della materia. Le figure perdono

la forma tradizionale e s’incupiscono in

una durezza d’immagine vicina ad una realtà

drammatica propria della situazione sociale

dei popoli visitati a cui Cenni non è rimasto,

certo ,indifferente. Da questo momento

si succedono quadri di facciate di fabbricati

anonimi con i buchi neri delle finestre a

significare disperazione e vuoto interiore,fino

a che nell’ultima sala questo iter si concluderà

,in modo significativo, sull’analisi astratta

di un muro ed il suo microcosmo dove evidente

s’infrange l’ultima speranza dell’artista

, consapevole che i grandi messaggi di pace

, l’invito solenne alla riflessione ed alla solidarietà

umana espressi nel Calvario non

sono stati ascoltati da chi detiene il potere e

sono caduti nell’assenteismo colpevole dell’indifferenza

generale. Noi di Campo de’

fiori caro Renato Cenni raccogliamo volentieri

il testimone e riproponiamo di nuovo il

messaggio da uomini di buona volontà.


Campo de’ fiori

13

... continua a pag. 14


14

... continua da pag. 13

Campo de’ fiori

“Il Calvario” di Renato Cenni


Campo de’ fiori 15

QUINTE ALLA RIBALTA

Si cercavano braccia e sono venuti uomini: la realtà di un’utopia - GIORGIO CENNI

di

Massimo Santini

“Gli uomini si dividono in

cinque categorie: uomini,

mezzi uomini, ominicchi,

ruffiani e quaqquaraquà..”

sanzionava il “parrino” di

Leonardo Sciascia nel

romanzo Il giorno della

civetta ed aggiungeva che

“…i primi sono veramente

pochi…..” Beh, senza dubbio

,tra questi pochi possia-

mo annoverare GIORGIO CENNI’’. Chi ,non

conoscendolo, lo incontra per la prima volta,

si trova di fronte un signore molto distinto

,elegante nel vestire , di media statura ed

asciutto nel fisico, con una folta capigliatura

spruzzata di grigio ed un paio di baffetti ad

incorniciare un sorriso che non ha mai perso

il suo credo nella vita ed il suo ottimismo,

nonostante tutto, “perché domani è un altro

giorno….” e si può sempre ricominciare; nessuno

,tuttavia, sarebbe in grado d’intuire

quale “vulcano di energia” si celi nell’animo

di questo signore, dall’aspetto tranquillo, né

quali risultati abbia ottenuto durante l’arco

della sua “incredibile vita” spesa ad applicare

con i fatti i “veri” ideali di libertà, di giustizia

e di solidarietà che diventano troppo spesso

“vuote parole” nella ribalta dei politici. E’ proprio

ripercorrendo la sua vita ,dunque, che

possiamo comprendere l’uomo. Giorgio

Cenni ha i suoi natali a Sestri Ponente , come

lui stesso precisa: “…a quell’epoca era un

comune autonomo non ancora inglobato nel

territorio di Genova..,” era il 1927 . Il padre

era un’artista, bravo, ma grande sognatore,

la madre dolce ma energica. Gli anni della

sua infanzia sono sottolineati dalle condizioni

di miseria in cui versava il paese ,nel difficile

periodo a cavallo trai due conflitti mondiali:

“Era l’epoca, racconta Giorgio, della libbra di

pasta, del mezzo etto di salsa, dell’etto di

zucchero ,del quartino d’olio comprati a credito:

si pagava ogni quindici giorni o quando

si poteva; per questo ho cominciato a lavorare

molto presto…..”. A 13 anni ,la madre,

riesce a farlo assumere in una cooperativa di

operai metallurgici, collegata, come molte

altre, al grande gruppo industriale ANSALDO

di Genova; qui ,il giovane Cenni spera d’imparare

un mestiere e poter “crescere professionalmente”,

ma il suo primo incarico è

quello di “stagnare” le pentole di rame ed il

secondo è quello di “scaldachiodi”, vale a

dire, arroventare pezzi di metallo per creare

la testa dei bulloni ,necessari, ad unire le

lamiere delle navi in costruzione nei cantieri

del porto. A Giorgio sembra un lavoro faticoso

ma importante per “progredire professionalmente

“in alto”, fino a quando i compagni

di lavoro non lo disilludono affermando che:

“Si è vero, salirai, ma sulla tolda di una nave

in cantiere a piantar bulloni…” e il giovane

Cenni apprendista, scappa a casa, ferito non

tanto dalla rivelazione, quanto dall’arrendersi

dei compagni ad un destino senza speranza,

senza almeno tentare di migliorare.

Spinto più dalle necessità della famiglia, che

dai buoni uffici della madre e

del datore di lavoro, Giorgio

torna al lavoro e per “premio”,

data la sua statura e

costituzione minuta, viene

messo a dare il “minio” (antiruggine)

all’interno di lunghi

tubi per le condotte dell’acqua

(diametro 70 cm circa);

per ricompensa oltre la scarna

paga : mezzo litro di latte

al giorno. Sono gli anni “quaranta”

e la guerra infuria nel

mondo. Giorgio Cenni viene

finalmente assunto all’Ansaldo

Fossati , trasformato in

industria bellica, come

apprendista tornitore, in quegli anni di lavoro

duro e di paura (dai bombardamenti alleati

all’occupazione tedesca) si trova, l’8 settembre

1943, a tentare di difendere la fabbrica,

inerme, con i pochi compagni di lavoro

presenti, dal previsto smantellamento da

parte dei tedeschi ; qui, assiste impotente

all’assassinio di un giovane amico e compagno

di lavoro, ucciso (storico) da un ufficiale

delle SS al comando di una colonna corazzata.

Nel giugno del ’44 viene “rastrellato”

dalle brigate fasciste per rappresaglia ( episodio

splendidamente narrato nel suo libro

“Le Mura delle Cappuccine” nov. 2004

Sorbello Editore): picchiato e recluso nel carcere

di Marassi ;sfugge alla fucilazione per

puro caso. Alla fine della guerra, negli anni

1946/47 è al lavoro nelle cosiddette “Brigate

Internazionali” per la ricostruzione dei paesi

distrutti dalla guerra e quindi nel 1950 parte

per la naja. Ventiquattro mesi di “ferma”, in

marina ,di cui 18 passati come “cuoco”

(improvvisato, beata incoscienza giovanile !)

di stanza a Venezia al servizio dell’ammiragliato

,dove restano “famose” le sue trenette

cu pesto ,ed i restanti 6 (una volta pratico) a

salvare le “ulcere” dell’equipaggio di una corvetta

,maltrattato da un cuoco, più interessato

a lucrare sulle razioni che alla salute dei

commilitoni. Durante l’imbarco partecipa,

volontario, al salvataggio della propria nave

in pericolo d’affondamento, a bordo di un

rimorchiatore (Golfo Aranci – Olbia). Al termine

del servizio militare torna all’Ansaldo,

che nel frattempo ha convertito il suo prodotto

finito: dai carri armati ai trattori, ma

sono tempi difficili, a causa della crisi dell’industria

metallurgica schiacciata dalla concorrenza

dei mercati più forti ed a farne le

spese maggiori sono gli operai e le loro famiglie.

Le condizioni di lavoro sono pessime:

orari stressanti, turni assurdi, nessuna assistenza,

nessuna protezione, si mangia un

veloce pasto freddo,seduti sui marciapiedi

esterni alla fabbrica , ci sono i “tempi” del

cottimo ed un salario con cui si sbarca, appena,

il lunario. Giorgio Cenni non si perde d’animo,

amato e rispettato dai compagni per la

sua onestà e preparazione (durante la sua

vita non ha mai smesso di leggere e studiare)

viene eletto come sindacalista nella

Commissione Interna e dopo mesi di scioperi

e “serrate” riesce ad ottenere alcuni miglioramenti

per i lavoratori e garanzie soprattutto

per le donne. La difesa dei lavoratori gli

costa il “licenziamento in tronco” (1952) ed a

nulla vale il tentativo padronale di ricattarlo

proponendogli di riassumerlo a condizione di

sottoscrivere un documento di messa al

bando di qualsivoglia protesta e reclamo da

parte dei lavoratori. Lo stesso direttore generale

dell’Ansaldo ,per rispetto e stima, s’impegna

personalmente a trovargli un altro

lavoro e, nel frattempo, un salario minimo

per consentirgli di “tirare avanti”. Il posto

arriva presso un’impresa per costruzioni stradali;

ed ancora una volta Cenni deve improvvisare;

dopo un breve apprendistato viene

messo alla guida di un “caterpillar” (pala

meccanica cingolata per scavi); il lavoro , tuttavia,

dura poco perché l’impresa chiude i

battenti ed il “nostro” si ritrova nuovamente

senza lavoro. Con una dose ,non comune, di

“faccia tosta” e coraggio si presenta ad una

ditta di trasporti e si professa autista di autocarri

con rimorchio per il trasporto di carburanti;

viene assunto sulla “parola” e questo è

il commento del suo compagno nel primo

viaggio da Genova a Chivasso: “Adesso vai

bene , ma per un bel po’ me la sono fatta

sotto …!” Nel 1955 Giorgio Cenni sposa la

sua “dolce Mariù”, una ragazza affascinante,

colta ed emancipata che, con la sua personalità

ed il suo amore, diventerà la compagna

ideale di tante battaglie . Dopo altri tre

anni trascorsi sulle ruote ecco la svolta!

Siamo nell’aprile del 1958 ed a G. Cenni vengono

fatte due proposte di lavoro: addetto

alle escavatrici alla diga di Kariba sullo

Zambesi (Zimbabwe) o tecnico meccanico di

precisione a Berna (Svizzera) in una fabbrica

di prodotti telefonici. La scelta cade su Berna

e da emigrante “ben vestito” (come dice sorridendo

lo stesso Giorgio “…Che allora per gli

svizzeri esisteva lo strano principio che gli

emigranti dovevano essere per forza individui

miseri e straccioni…) prende alloggio

nella soffitta di una famiglia amica conosciuta

nel dopoguerra e si presenta in fabbrica.

Già al primo contatto la prima delusione: i

tanto decantati svizzeri hanno macchinari

antidiluviani e metodi di lavoro antiquati.

Continua a pag. 44 ......


16

di

Maria Cristina Caponi

ITALIA 2005, regia di

Gabriele Salvatores,

con Angela Baraldi,

Claudia Zanella, Gigio

Alberti, Andrea

Renzi, Elio Germano

e Luigi Maria

Burruano; fotografia

d’Italo Petriccione;

montaggio a cura di

Claudio Di Mauro;

produzione Maurizio

Totti per Colorado Film, in collaborazione

con Medusa e Sky; distribuzione Medusa;

durata 1h e 42’

L’inquadratura iniziale di Quo vadis, baby?

ostenta un’abbozzata silhouette femminile,

in atto di brandire, con ostentata

destrezza, l’obbiettivo grandangolare di

una macchina fotografica. Da quest’istante,

l’evolversi della trama permetterà allo

spettatore di arguire l’identità della donna:

si tratta di Giorgia Contini (Angela Baraldi),

investigatrice privata, assoldata con lo

scopo di pedinare mogli fedigrafe. La palese

imperturbabilità con cui la detective

svolge le sue indagini vacilla quando il

destino le riapre una vecchia ferita rimossa.

Infatti, al suo domicilio viene recapitato

un pacco contenente una dozzina di

vhs, che recano in calce la firma della

sorella Ada (Claudia Zanella), promettente

attrice, morta suicida nella sua abitazione

alle porte di Roma, sedici anni prima. Nelle

videocassette, la giovane aspirante stella

del cinema faceva reiteratamente riferimenti

ad una sua relazione immorale con

un anelante regista di cui, però, taceva il

nome, menzionandolo soltanto per mezzo

della sua iniziale: A. Alle spalle di una livida

Bologna, patria del noir nostrano,

Giorgia si propone di sondare i dati in suo

possesso, per giungere ad una risoluzione

del caso. Sulla sua strada si frappongono

due uomini, attratti dal comportamento

politicamente scorretto della sgraziata

agente. Il primo è un tutore dell’ordine:

l’aitante commissario di polizia Bruni

(Andrea Renzi), uomo probo su cui fare

Campo de’ fiori

Quo vadis, Baby?

affidamento; il secondo è Andrea Berti

(Gigio Alberti), un brizzolato professore di

cinema, che si fregia di un aurea intrigante

per far capitolare il sesso femminile.

Inoltre, un terzo personaggio maschile

incide profondamente sull’esistenza di

Giorgia: è l’austero signor Contini (Luigi

Maria Burruano), austero ex esponente

dell’arma, che nasconde nelle pieghe del

suo volto una straziante verità, che lo attanaglia.

Tratto dal romanzo omonimo

di Grazia Verasani, Gabriele

Salvatores gira un film con un

budget volutamente ridotto di

due milioni e mezzo d’euro;

utilizzando per la prima volta

un digitale ad alta definizione,

aiutato da un eccellente tecnico

della fotografia Italo

Petriccione. L’opera filmica

confezionata dal regista premio

oscar nel 1991 per

Mediterraneo, segna il suo

ritorno ad una libertà sperimentale,

com’è precedentemente avvenuto

per Denti. Le location esterne fra cui si

aggirano le fugaci esistenze di codesti personaggi,

alla resa dei

conti con i propri rovelli

interiori, sono degli

squarci significativi di

Roma e Bologna;

metropoli connotate da

una forte personalità

storica e sociale.

L’inicisività iconografica

è il nodo focale su cui

punta il film; ne consegue

perciò che il prodotto

formale è avvinto

da un’estrinseca atmosfera

poetica, dovuta al

flusso d’immagini.

D’altra parte, il rovesciamento della medaglia

si verifica nel momento in cui il pubblico

si estrania da un reale interesse

verso la storia narrata, succube della gratificazione

visiva.

Si può definire anomalo il ricorrere, per

una parte da protagonista, ad un’attrice

non professionista come Agela Baraldi, le

cui radici derivano dal mondo della musica.

Sorprende anche la scelta che

Salvatores compie, incentrando per la

prima volta, la storia su due personaggi

femminili, legate da un vincolo familiare;

non rinuncia però a tracciare constatazioni

sulle sue solite tematiche: il rapporto

ambiguo con i genitori e la fuga dalla realtà.

Quo vadis, baby? può essere considerato

un viaggio trascendentale attraverso cui il

regista di Io non ho paura eleva un inno di

lode al cinema che ha amato. Al fine di

elogiarlo ricorre ad una ridda di citazioni

che si ripercuote nei cangianti poster e

manifesti filmici, appesi alle pareti della

casa di Ada. Metaforico il finale con cui si

chiude l’opera: un ammonimento presente

nel capolavoro di Fritz Lang M: Il mostro di

Dusserdolf a vigilare sui nostri bambini…


Civita Castellana

18

NNatii

Capozucchi Gaia 05/04/2005

Cimarra Viola 12/04/2005

Cirioni Tommaso 23/04/2005

Lu Zu Zheng 12/04/2005

Ouafio Mariam 11/04/2005

Patassini Andrea 06/04/2005

Sabatini Erik 01/04/2005

Stanila Matteo 02/04/2005

Tulli Francesca 04/04/2005

Yonas Asfawesn Naiher 06/04/2005

Badzak Mehmet 05/05/2005

Biondi Emma 29/05/2005

Brunelli Federico 17/05/2005

Calisti Nicolò 11/05/2005

Corazza Tommaso 31/05/2005

Corhama Stefano Daniele 10/05/2005

D’Alessio Diego 31/05/2005

Di Matteo Elisa 13/05/2005

Fallini Francesco 01/05/2005

Mancini Lorenzo 12/05/2005

Marcu Berenice Iondallia 09/05/2005

Morelli Simone 29/05/2005

Zampelli Benedetta 17/05/2005

Di Giacomo Sofia 03/06/2005

Fioretti Andrea 06/05/2005

Nucci Beatrice 08/06/2005

Vatra Andrei 06/06/2005

Paolo Monfeli morto all’età di 73 anni il

giorno 3 giugno 2005, è stato, secondo

me, uno dei più grandi studiosi della lingua

Italiana del territorio della Tuscia. Questo

grande Fabrichese, profondo conoscitore

della lingua Italiana, della lingua Greca e

di quella Latina, non ha avuto in vita i

giusti riconoscimenti per la grande tenacia

con cui ha lavorato assiduamente per

poter poi pubblicare un’opera di immenso

valore per il basso Viterbese.

La sua opera consiste in un libro con

vocabolario del dialetto Fabrichese il cui

Campo de’ fiori

MMaattrriimmoonnii

Aguzzi Katia e Urbani Marco

23/04/2005

Allegretti Giuliana e Ciommei Massimo

30/04/2005

Calamanti Emanuela e Rocchi Luca

24/04/2005

Capozucchi Giuliano e Tranzi Simona

02/04/2005

Egidi Roberto e Sanna Roberta

10/04/2005

Funari Laura e Pecilli Mirko

16/04/2005

Gentili Tiziana e Papa Maurizio

30/04/2005

Germini Rita e Lutri stefano

22/05/2005

Mancini Luana e Moscioni Marco

22/05/2005

Mancini Tiziano e Norbiato Michela

22/05/2005

Maroni Francesco e Canensi Roberta

22/05/2005

Mindel Giorgia e Nelli Fabrizio

14/05/2005

Quattrociocchi Livio e Testa Francesca

28/05/2005

Accettone Luigina E Adorno Gian Luca

04/06/2005

OLaru Daniela e Panfile Daniel Adri

09/06/2005

Pantani Alessandro e Serena Francesca

11/06/2005

Fabrica di Roma: Chi era Paolo Monfeli?

titolo è “ Cento gusti non si possono

avere: di essere bella e di saper cantare.

Vocabolario del dialetto di

Fabrica di Roma.”.

Solo Lui, profondo conoscitore della cultura

Viterbese, poteva realizzare un’ opera

così difficile. Io personalmente, ho avuto

la fortuna di averlo come insegnante di

Italiano all’inizio degli anni sessanta,

quando frequentavo l’allora neonato

avviamento industriale di Fabrica di

Roma, trasformato successivamente in

scula media unificata. Le nozioni che lui ci

Morti

Cecchini Gillero 20/04/2005

D’Orazio Giulio 30/04/2005

De Franceschi Romeo 13/04/2005

Gigante Pietro 07/04/2005

Midossi LIliana 11/04/2005

Paolelli Giovanni 28/04/2005

Tuia Tullio 29/04/2005

Vaselli Francesca 22/04/2005

Vittori Osfelto 03/04/2005

Bruschi Elio 20/05/2005

Carosi Gaetana 22/05/2005

Coretti Regina 17/05/2005

Darida Domenica 28/05/2005

Di Loreto Irma 06/05/2005

Fantera Valdemiro 01/05/2005

Leonardi Rossana 21/05/2005

Lorenzoni Santa 12/05/2005

Menichelli Antonio 07/05/2005

Primanni Natalina 15/05/2005

Pucciarmati Leonide 25/05/2005

Rossi Giuliano 20/05/2005

Tarani Concetta 09/05/2005

Tuia Piramo 18/05/2005

Zocco Rocco 01/05/2005

Castantini Casilde 05/06/2005

Luzi Sabatino 13/06/2005

Nelli Annita 17/06/2005

Patrizi Patrizio 12/06/2005

Pesci Caterina 12/06/2005

Piconi Giuseppina 03/06/2005

ha trasferito con grande serietà e professionalità,

sono a me servite moltissimo nel

proseguire gli studi e nell’attività lavorativa

successiva. Quando lo incontravo per le

vie di Fabrica, mi fermavo sempre a parlare

con lui, perchè, per me, lui era e rimarrà

sempre il mio stimatissimo ed amatissimo

PROFESSOR MONFELI.

Arnaldo Ricci

La redazione di Campo de’ fiori, ricorda

con stima ed affetto, il Prof. Paolo Monfeli.

Civita Castellana


Protegge i tuoi valori

Silvia Malatesta - Via S. Felicissima, 25

01033 Civita Castellana (VT)

Tel.0761.599444 Fax 0761.599369

silviamalatesta@libero.it

Bar Alessandrini

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Alessandrini B.e C.

Via Vincenzo Ferretti, 86

Civita Castellana (VT)

Tel. 0761.518298

Campo de’ fiori 19

Il personaggio misterioso

Vi invitiamo ad indovinare il personaggio misterioso riprodotto

nella foto sotto.

I primi cinque che lo identificheranno e ne daranno comunicazione

in redazione, avranno diritto a ricevere un premio

offerto dalla Profumeria Paolo e Concetta:

Via della Repubblica, 6

Civita Castellana (VT)

Tel e Fax

0761.51.32.17

e-mail:

camponiricambi@libero.it


20

Campo de’ fiori

U.N.I.T.A.L.S.I. e il treno della speranza

Loreto anno 1947 - il gruppo UNITALSI di Civita Castellana accompagnato da Don Gino Conti

foto della Sig.ra Igea Parroccini

fine anni ‘50 - barellieri del gruppo UNITALSI di Civita Castellana

Quando ricevetti in redazione queste bellissime

foto, mi resi subito conto che non

potevano essere semplicemente pubblicate

sulle pagine dell’Album dei ricordi. Si

doveva dare loro, e a chi vi era ritratto, il

giusto valore, ricordare doverosamente

quegli uomini, quelle donne e quei sacerdoti

che, avevano dedicato parte della

loro esistenza ad una nobile causa: assistere

ed aiutare i deboli, gli ammalati e

gli invalidi, nel loro viaggio verso i luoghi

di culto e di speranza, uniti sotto un’unica

bandiera: quella dell’ U.N.I.T.A.L.S.I.

A Civita Castellana l’ U.N.I.T.A.L.S.I.

nasce come gruppo, sotto la direzione di

Delia Tarquini, ancora prima della seconda

guerra mondiale e, nonostante sia

messa a dura prova dall’evento bellico,

questa continua

il suo viaggio

verso i luoghi

di culto,

superando sia

le difficoltà

economiche,

grazie all’intervento

di numerosibenefattori,

quali ad

esempio le famiglieMontanari,

Morelli e

Feroldi, sia la

paura per i

rischi da correre

in quel grave momento.

Nel 1946 il gruppo viene diretto da

Angela Colamedici e nel 1977 diventa

sottosezione di Viterbo

con Angelo Costantini

insieme ai “pionieri” della

rinascita dell’ U.N.I.-

T.A.L.S.I. nelle persone di

Otello Ammannato, Cesare

Corazza, Umberto

Mozzicarelli, Alfredo Brunori,

Pierina Paolelli e guidati

dal padre spirituale

Don Gino Conti e dal

Vescovo Massimiliani. In

tempi più recenti e sotto

la guida del Vescovo

Rosina, la sottosezione di

di Cristina Evangelisti

Civita Castellana ha visto come presidenti

Carlo Chiricozzi, Bruno Corazza e l’attuale

presidente Anna Chiara Manocchio,

affiancata dal presidente diocesano

Giuseppe Angeli Rossi, con il Vescovo

Divo Zadi. Ogni anno, da più di cento

anni, migliaia di persone malate, provenienti

da tutta l’Italia, si recano nei

Santuari di Lourdes, Fatima e Loreto,

accompagnati ed assistiti da altrettanti

barellieri, dame, sacerdoti e medici che,

volontariamente, con ispirazione cristiana

e carità, ne condividono la sofferenza,

la solitudine e l’emarginazione. Luogo di

culto per eccellenza, era stato fino ad

allora il Santuario di Lourdes, ma, nel

1936, per la prima volta, per volere del

Principe viterbese Enzo di Napoli

Rampolla, partì da Roma, con destinazione

Loreto, il primo treno bianco e da allora

questo non si è mai fermato. Ma la

U.N.I.T.A.L.S.I. non si mobilita soltanto

per il trasporto degli ammalati verso i

luoghi di culto; essa, insieme alla CARI-

TAS, condivide quotidianamente le problematiche

sociali di chi è solo, organizza

feste, soggiorni estivi e giornate di solidarietà.

Oggi, in tutta Italia, migliaia di

ragazzi e ragazze, associati alla

U.N.I.T.A.L.S.I. , hanno trovato in essa il

loro scopo di vita e cioè l’attenzione e la

solidarietà da rivolgere ai fratelli meno

fortunati con la semplicità e l’amore nel

cuore, che li porta a vedere nel fratello

malato il volto del Signore. In questo

terzo millennio, dove il mutamento degli

scenari politici e sociali hanno portato

nuove povertà e nuove sofferenze, rivolgiamo

tutte le nostre speranze ai giovani

di tutto il mondo che, sotto la guida di

organizzazioni cattoliche, possano diventare

anche loro “binari della speranza”.

Loreto 1951 - foto del Sig. Pietro Morselli


Campo de’ fiori

Amarcord “Catamellesi” D.O.C.

Via della Repubblica, o per meglio dire il

quartiere “Catamello” era, già negli anni

’50 e ’60, un quartiere in espansione.

Chi andava via dal centro storico e riusciva

a comprarsi una casa nella “zona

nuova”, era considerato un benestante.

La via prolificava di negozi di ogni genere.

C’era il Bar della Stazione, allora “il Bar de

Richetta” di Pieri e Paolini, più avanti il

grande negozio di Umberto Ciarletti che

era pieno di mille bontà alimentari.

C’era Sacchetti, che lavorava il ferro,

“Magnavino” (Angeletti) il “calzolaio” ed il

forno di Finesi, tutt’ora in piena attività.

Quirino Quirini gestiva la sua macelleria e

più avanti, Giovanni Bellizzi detto “o

Barese”, esponeva in vetrina bellissime

stoffe pronte per essere modellate, dalle

mani delle abili sarte, che avevano già in

mente un nuovo modello visto su BURDA.

Poi c’era il negozio di Rosa che vendeva

bambolette e “giocarelli” e la tabaccheria

de “o sacrestano” (Crestoni). Lì, dove ora

si trova il Monte dei Paschi di Siena, c’era

la pompa di benzina di Mariani, che aveva

la sua grande insegna dall’altra parte della

strada. L’attuale negozio delle Sorelle

Bellizzi, ospitava la famosa “Trattoria dei

Cacciatori” di Giano Soli. Di fronte alla trattoria,

attraversando la strada, proprio

dove ora c’è il Banco di Brescia, c’era il

Molino di “Toto” Ribaldi. Ritornando verso

la stazione c’era il marmista Sacchetti e

Carlino Bergamaschi, “o barbiere”.

Seguivano Giulia Baldoffei col negozio di

alimentari, l’osteria di Peppe Colonnelli ed

infine, l’officina dei fratelli Gomiero.

Sono passati tanti anni e chi mi ha elencato

tutti questi negozi, lo ha fatto con la

preoccupazione di essersene dimenticato

qualcuno. Pertanto vogliate perdonarci

eventuali omissioni.

“Catamello” ha

dato via al progettoespansionistico

urbano

di Civita Castellana

e, i vecchi

catamellesi,

ne vanno fieri,

tanto che, ogni

anno, nel mese

di Giugno, viene

organizzata una

grande festa di

quartiere.

1955 Ciarletti Umberto nel suo negozio di Via della Repubblica, 48

di Cristina Evangelisti

1965 Carlo Gemma e Saverio Dentico giocano in Via della Repubblica.

Sullo sfondo l’insegna Shell di Mariani

21


22

Vignanello - Vallerano

IL NEGOZIO DI MIO PADRE

Il negozio di mio padre, stava

in fondo alla discesa che dal

“Poggiolo” porta alla piazza

principale di Vallerano, la piazza

è posta appena al di fuori

dell’ antico centro racchiuso

di Emilio Annesi

dalle mura, ed è un punto di

raccordo con le altri parti del

paese, dalla bottega si poteva scorgere, un po’

spostato sulla destra il torrione sede del vecchio

Comune, l’ arco di accesso al borgo subito li

attaccato, e poco più in alto la facciata della

Chiesa di Sant’ Andrea, dall’ altra parte della

strada c’era e c’è tuttora il chiosco di frutta e

verdura “dell’ Assunta” , che durante i giorni di

festa, si trasforma in rivendita di porchetta e frittura,

che insieme all’ anguilla marinata, sono

forse le specialità principali del paese. Fuori l’uscio

del negozio un gradino in pietra che, nato

per una strada in discesa, aumentava gradatamente

la sua alzata, da uno stipite all’altro della

porta, per compensare il profilo della via, e proprio

dalla parte verso la piazza, dove il gradino

era più alto da terra, amavo sedermi per osservare

quello che accadeva intorno. Capitava

spesso di vedere i muli che tornavano dal lavoro

dei boschi, erano legati tra loro in fila indiana,

guidati da un cavallo con un grosso campanaccio

al collo; con il loro camminare ritmico, sul

selciato attiravano l’attenzione di tutti, ed il

rumore che aumentava progressivamente al loro

avvicinarsi, si poteva udire ancora per un po’,

sempre più fievole anche dopo la loro scompar-

L’Angolo misterioso

Nella foto sopra è riprodotta una via

di Civita Castellana. I primi tre che la

identificheranno e ne daranno comunicazione

in redazione, avranno diritto

a ricevere un premio offerto dalla

Vinicola Mancini

Via M.Masci,19

Civita Castellana (VT)

T.0761.513182 Ab.T.0761.517601

Campo de’ fiori

sa. Durante il periodo delle elezioni, i Valleranesi

che per indole eccedono sempre in tutto quello

che fanno, contrariamente a noi Vignanellesi,

notoriamente più parsimoniosi, erano soliti organizzare,

(almeno i militanti di una certa parte

politica), delle vere e proprie sfilate di automobili,

che erano aperte da un signore di una certa

età, che, con il sigaro perennemente in bocca,

guidava sicuro e fiero di se, una Bianchina che

forse già allora, si poteva considerare d’ epoca.

Ma la cosa che mi attirava di più, era quella di

ascoltare, infatti, seduti fuori della porta in estate,

o all’ interno vicino ad una stufa a gas in

inverno, un gruppetto di pensionati che stazionavano

quasi in pianta stabile ed insieme a mio

padre, anche lui già di una certa età, si raccontavano

vicendevolmente, gli aneddoti di una

vita. I racconti della guerra prendevano inevitabilmente

il sopravento. Tra di loro ricordo in

maniera piuttosto viva, tre o quattro persone, l’

Avvocato Poscia, che non credo però avesse

mai esercitato la professione forense, “Giggetto

il moretto” che indossava curiosamente un solo

guanto in pelle marrone, credo pensandoci

oggi, perché avesse semplicemente un arto artificiale,

Augusto della Porta ed un altro paio di

persone, di cui però non ricordo il nome. Era una

specie di circolo culturale, in cui si parlava degli

argomenti più disparati ed in cui chiunque passava,

poteva dire la sua. Di tanto in tanto entrava

qualcuno, che quasi con senso di vergogna,

chiedeva a mio padre di compilare un bollettino

di conto corrente, o addirittura di scrivere una

lettera e forse quelli che entravano per comprare

qualche taglio di tessuto, alla fine, erano

la minoranza.

Pillole di sapienza popolare

Da cosa deriva… “fare il portoghese”?

Agli inizi del settecento parallelamente

alla crescita economica, si sviluppò

anche una rinascita letteraria, soprattutto

in Italia. I più grandi scrittori che

quel secolo conobbe, furono italiani.

I potenti di tutto il mondo amavano circondarsi

di cultura e si recavano nei

salotti italici per poter apprendere l’arte

dello scriver bene. In quegli anni,

motivato da una gran voglia di scambi

economici e culturali, giunse nella

penisola un ambasciatore Portoghese.

Al suo arrivo, il nostro paese ospitale,

decise di organizzare una delle feste

più memorabili per il rappresentante di

quella terra che aveva, parecchi decenni

prima, reso possibile le imprese di

Cristoforo Colombo.

A quel banchetto erano invitati tutti. I

portoghesi avevano libero accesso,

mentre gli altri dovevano pagare una

quota….fu così che si generò una grande

confusione.

Chiunque passava da quelle parti, per

non spendere i sudati soldi, si spacciava

per portoghese.

Il risultato fu che nessuno pagò per

partecipare a quella festa dalla quale

l’Ambasciatore e lo Stato italiano contavano

di trarre guadagni.

Erminio Quadraroli


Campo de’ fiori 23

Cari amici

la storia di Noel si arricchisce sempre più di nuove avventure.

Conservate gli inserti e... buona lettura

dai vostri Cecilia e Federico

...continua sul prossimo numero


24

Campo de’ fiori

Residence “La Quercia” per la terza età

la Direttrice Sig.ra Gioia Sirolli

Abbiamo incontrato la Sig.ra Gioia che ci

ha illustrato le sue linee guida per la conduzione

del residence “La Quercia” e ci ha

trasmesso tanta positività e tanto ottimismo

che serve ad animare e dare “gioia”

agli ospiti di questa bellissima struttura.

Ci ha accolto con il suo sorriso gentile ed

aperto e ci ha raccontato dei suoi moltissimi

anni vissuti all’estero. L’esperienza da

Lei acquisita aiuterà gli anziani affinché

non restino abbandonati a se stessi ma

aiutati con terapie occupazionali ed integrati

in attività sociali.

E’ stato infatti provato che, le persone istituzionalizzate,

vanno incontro ad un grave

decadimento psico-fisico e così, nel rispetto

della legge 9 Settembre 1996 n. 38, la

Signora impegnerà tutte le sue energie per

la realizzazione del suo progetto.

01030 Faleria (VT) - Via Prati della Banditaccia

Tel. +39 0761 588989 Fax +39 0761 587879

info@cofisansanita.it

Il Residence “La Quercia” è la struttura del

Gruppo COFISAN, una casa di riposo a

pochi chilometri da Roma Nord, alle porte

di Calcata, immersa nel verde e nella pace

campestre. L’impegno che il Residence “La

Quercia” ha assunto con dedizione e professionalità

è di rendere il soggiorno gradevole

all’Ospite che qui trova un ambiente

ideale. Il Residence è circondato da uno

spazio verde e protetto, con appositi sentieri

in cui gli ospiti possono effettuare in

libertà e sicurezza passeggiate per circa un

chilometro, con l’opportunità di soffermarsi

sulle numerose aree di sosta, nella terrazza

della piscina o arrivare fino ai laghetti. Dalle

ampie terrazze e dalle verande panoramiche

si scorgono in lontananza i monti

Cimini. Gli spazi a disposizione degli ospiti

sono numerosi: sale polivalenti, sala proiezione,

bar-ristorante, biblioteca e sala visita

medica. Lo staff del Residence propone

quotidianamente molteplici attività occupazionali

e motorie, intervallate da iniziative

turistiche e culturali all’esterno. Le stanze

sono ampie ed eleganti con soffitti di legno

e tutte con terrazze, giardino ed ampie

finestre.

Sono tutte dotate di servizi privati con

vasca o doccia. Ciascun letto dispone di

autonomo dispositivo di chiamata in caso di

necessità. In ogni piano è posto un bagno

assistito oltre a speciali spazi e servizi per

disabili.

I servizi offerti INCLUSI nella retta sono:

- Assistenza medica (una volta a settimana)

- Attività motorie (tutti i giorni) -

Terapia occupazionale (tre volte a settimana)

- Servizio animazione e musica dal

vivo (una volta al mese e occasioni speciali)

- Servizio ristorante - Servizio bar -

Servizio lavanderia - Servizio in camera -

TV in camera - Servizio religioso (una

volta a settimana) - Servizio navetta (una

volta al mese)

I servizi NON INCLUSI nella retta sono:

- Servizio infermieristico (su richiesta

quando necessario) - Consulenze mediche

specialistiche (su richiesta) - Esami diagnostici

(su richiesta) - Servizio di catering

per feste private (su richiesta) - Servizio

parrucchiere/barbiere (un volta al mese) -

Servizio podologia (una volta al mese) -

Servizio telefonico - Assistenza personalizzata

- Materiale d’incontinenza -

Trasferimenti con l’accompagnatore.


Come promesso nel precedente numero,

in questo articolo affronteremo un viaggio

virtuale tra le zone vitivinicole del Lazio.

Allacciamo le cinture e partiamo! Iniziamo

il viaggio dalla provincia di Viterbo, sulle

pendici del bellissimo Lago di Bolsena, qui

viene prodotto un vino legato ad una antica

leggenda del XII secolo (della quale

parleremo nei prossimi articoli) e dal

curioso nome latino: Est!Est!!Est!!! di

Monte-fiascone. Sul versante occidentale

di quest’area e precisamente a Gradoli troviamo

l’Aleatico di Gradoli, un vino da dessert

che prende il nome dal vitigno da cui

si ottiene.

Dirigiamoci ora sul Lago di Vico e precisamente

nella zona Est, dove troviamo

la zona di produzione della D.O.C.

Vignanello. Se volgiamo l’attenzione

alla provincia di Rieti il cui territorio è

dislocato sui monti dell’Appennino,

scoviamo una sola D.O.C. Colli Della

Sabina, che viene condivisa con la

provincia di Roma, posta quasi per

intero sulla riva destra del Tevere.

Passiamo ora ad esaminare la zona

dei Castelli Romani che è senz’ombra

di dubbio la più importante per ciò

che riguarda la produzione vitivinicola,tutto

ciò è dovuto ai terreni ricchi

di sali di potassio e di fosforo, ed ai

microclimi ideali, favoriti dall’azione

mitigatrice dei laghi presenti sul territorio.

Molto apprezzate, qui, sono le produzioni

del Frascati provenienti da

Marmorelle nel comune di Colonna;

Santa Teresa, Cervio e Fontana

Candida nel comune di Monte Porzio

Catone; S.Anna, S. Matteo e Colle

Papa nel comune di Frascati e

Collevecchio di Grattaferrata. Per il

La Confraternita “S.S. Marciano e

Giovanni” festeggia quest’anno il ventesimo

anno della sua fondazione, avvenuta il

5 aprile del 1985, quando tenne la sua

prima uscita pubblica in occasione del

Venerdì Santo.

La sua fondazione fu dovuta all’impegno di

Mons. Giuseppe Bellamaria, di molti altri

confratelli e del primo presidente della

Confraternita, Paolo Chilini.

Essa è dedicata al servizio di S.E. il

Vescovo (prima Mons. Marcello Rosina e

poi Mons. Divo Zadi), essendo coinvolta

nelle più importanti funzioni religiose e si

occupa anche di sociale, attraverso iniziative

di beneficenza.

Per il ventesimo della fondazione, sono

Campo de’ fiori 25

L’angolo ... cin cin di

vino Marino particolarmente vocate sono

le zone di Marino e Castel Gandolfo.

Per i Colli Albani si citano le zone di

Fontana di Papa a Cecchina e Pavona.

Scendiamo un pochino e troviamo la provincia

di Latina, dove la viticoltura è diffusa

soprattutto nell’agro Pontino, bonificato

dopo il 1932, anche se i tentativi di risanamento

risalgono all’epoca di Teodorico e

di alcuni Papi tra cui Sisto V, comunque per

l’impianto dei vigneti si dovranno aspettare

gli anni ’50.

Non ci possiamo allontanare da questa

zona, però, senza prima parlare di Aprilia

che può essere considerata come un naturale

proseguimento dei Castelli Romani, e

Frutta golosona

Si l’estate è oramai arrivata,

non puoi fare un’abbuffata.

Per sentirti leggero e rilassato,

mangià frutta e un poco di gelato.

Senza avere tanta fretta,

prepara questa fresca ricetta.

Prendi grandi e saporose pesche,

ciliege, fragole, melone e albicocche.

Taglia tutta questa frutta a cubetti,

e unita allo zucchero in una terrina metti.

Intanto che per mezz’ora fai riposare,

gelato e panna montata vai a preparare.

Un dolce odor d’estate nella stanza si fa sentire,

ecco, è già ora di iniziare a guarnire.

La frutta e il suo succo metti in un fondo piatto,

poni intorno palline di gelato e qualche biscotto.

E per finire,prima di gustare,

versaci la panna già fatta montare.

Il sapore dell’estate solletica or ora il tuo palato,

buon appetito e goditi il preparato.

Erminio Quadraroli

stati ricordati con una messa i confratelli

scomparsi: Federico Mecarocci, Ferruccio

Cima, Paolo Paolelli e

Carlo Angeletti.

La giornata dei festeggiamenti

ha avuto poi

una appendice festaiola,

con una cena organizzata

insieme alle

Consorelle dell’ Addolorata,

presso l’ANSPI di

Civita Castellana.

“La mia e nostra speranza

– afferma l’attuale

presidente, Alessandro

Corazza – è che la

nostra Confraternita

Letizia Chilelli

di Cori. In queste zone infatti, nonostante

la drastica riduzione delle superfici coltivate,

si sono rivalutati vitigni come il

Trebbiano, il Merlot e il Sangiovese.

Concludiamo questo piccolo viaggio parlando

della provincia di Frosinone, qui ci

troviamo in zone dove si parla soprattutto

di vino rosso, ottenuto da vitigno

Cesanese, si citino in particolare le vigne

di Castel Cervino e di Colli Santi del comune

di Paliano. Negli ultimi anni nel Lazio,

sono state fatte molte sperimentazioni di

cloni di vitigni autoctoni e di rivalutazione

e recupero di varietà tipiche delle zone

specifiche, come la Malvasia del Lazio ed i

suoi cloni, il Bombino Bianco, il Bellone e il

Cacchione. Ricordiamo che i vitigni

autoctoni a bacca bianca del Lazio

sono Malvasie, Trebbiani, Bellone,

Cacchione, Bombino Bianco e

Grechetto. Per i rossi si possono

citare il Ciliegiolo, il Montepulciano,

il Merlot, il Cabernet, il

Barbera e il Cesanese. Degna di

nota è anche la produzione di uve

pregiate da tavola, principalmente

nelle zone pianeggianti, mentre le

uve da vino sono generalmente

ottenute in collina e in aree con

terreni vulcanici. Con questo articolo

si conclude la “presentazione”della

nostra regione, ci accingeremo

quindi, nei prossimi incontri a

parlare dei vini del Lazio,quei vini

che da sempre accompagnano la

gastronomia laziale e rendono

ancora più gustose e serene le

“mangiate”e le “rimpatriate”che

tanto caratterizzano la nostra, anzi

permettetemi stavolta di dire con

una punta di sano orgoglio, la mia

tanto amata “Terra”.

Civita Castellana

I vent’anni della Confraternita S.S. Marciano e Giovanni

possa essere sempre più numerosa e

impegnata”.


28

Centro di Diagnosi e Terapia Neuropsichiatrica,

Psicologica, Logopedica, Psicopedagogica

Via T.Tasso 6/a - Civita Castellana (VT)

Tel. 0761.517522

a cura della Dott.ssa

Anna Maria Sambuci

Logopedista

Pur considerandol’enorme

variabilità

nello sviluppo

adeguato del

linguaggio, alcuni

segnali di

rischio sono

evidenziabili

molto precocemente:

Assenza della

lallazione

(dai 5-7 mesi

ai 9-10

mesi) 6-7

mesi vocaliz-

zazioni di tipo consonante + vocale: pa,

da, ba;

9-10 mesi le combinazioni diventano

più elaborate.

Assenza di utilizzazione dei gesti

deittici e referenziali (12-14 mesi)

Gesti deittici alla fine del 1° anno di vita:

mostrare: il bambino tende l’oggetto verso

l’adulto, del quale vuole attirare l’attenzione.

dare: il bambino lascia andare un oggetto

nelle mani di un adulto.

indicare: Il bambino indica con il braccio

teso e/o con l’indice puntato in una certa

direzione guardando alternativamente

l’oggetto e l’adulto.

Gesti referenziali a partire dai 12 mesi:

Il bambino dimostra attraverso alcuni gesti

come ad esempio “ciao, non c’è più, ecc.”

Campo de’ fiori

Come riconoscere precocemente

un disturbo di linguaggio

di usare la gestualità per comunicare

situazioni reali.

Mancanza di “schemi d’azione con gli

oggetti” (12 mesi)

es.: utilizzare il cucchiaino per mangiare.

Assente o ridotta presenza del “gioco

simbolico” (24-30 mesi)

es.: giocare a far finta di…

Vocabolario ridotto (minore di 20

parole a 18 mesi, minore di 50 parole

a 24 mesi)

Ritardo della combinazione gestoparola

(dopo i 12 mesi)

es.: il bambino dice “da” mentre indica

la palla.

Ritardo della comprensione di ordini

dati al bambino non troppo contestualizzati

(24-30 mesi)

es.: stando in cucina si chiede al bambino

di andare a prendere il sapone in

bagno.

Persistere di espressioni verbali

incomprensibili dopo i 2½-3 anni

Tutti questi segnali sono da valutare attentamente

soprattutto se sono contemporaneamente

presenti due o più indicatori di

rischio.

E’ possibile porre quesiti relativi agli

interventi terapeutici e diagnostici

del Centro,e ricevere chiarimenti in

proposito, visitando il sito www.centroceral.com

Per una’ulteriore esemplificazione di quanto

abbiamo finora detto riportiamo di seguito la

trascrizione di un breve racconto inventato e

verbalizzato da un bambino con disordine

fonologico, all’interno di un gioco:

FRASE DEL BAMBINO

TRADUZIONE

Tano tano tano, no le bono

Lontano lontano lontano, un re buono

bono viveva no lello ande

buono viveva in un castello grande

ande. Era una babbina,

grande. C’era una bambina

uno mago. Uno rado butto

un mago. Un drago brutto

arrida talello, vende babbina

arriva castello, prende bambina

botta via gnagna, voco butta.

porta via montagna, fuoco butta.

Maco vende babbino, miana

Mago prende bambino, chiama

babbino. Babbino colle colle

Bambino. Bambino corre corre

colle vavallo machismo

corre cavallo magico.

Colle magna, l’acqua penne voco

corre montagna, l’acqua spegne il fuoco

more i dado,

muore il drago.

Babbino vende babbina

Bambino prende bambina

botta via le papa.

porta via dal papà.

Tratto da “Il disordine fonologico nel

bambino con disturbi del linguaggio” di

Sabbadini, De Cagno, Michelazzo e

Vaquer - Edizione Springer-Verlag Italia


M E S S A G G I

Lungo

la strada antica

che collegava la

chiesa di S.Maria

Hospitalis con il Fontanile di

Fellonica e con la strada che

attraverso la “Molaccia” porta

al colle di Civitucola e a

Capena, considerato anche

dall’Hasby un tracciato romano,

si trovano i resti di una grandiosa villa in

parte ancora interrata e scavata nelle zone

in luce in modo pedestre.

I resti visti dai redattori della carta archeologica

e dall’Hasby, constano in “tre celle

oblunghe costruite in calcestruzzo e coperte

da fornice a tutto sesto. Queste si estendevano

in direzione Sud sotto il casale diruto,

la cui fondazione è rappresentata da un

grande recinto rettangolare di solido calcestruzzo

coperto di “cemento idraulico”. Sulla

destra dei tre ambienti nominati, si appoggia

ad angolo retto un lungo corridoio sotterraneo

largo m 5,20 e diviso in nove vani con

archi e mattoni, che posano su pilastri murati.

Sia le volte a crociera, che le pareti di

queste fondazioni, sono costruite ad emplecton

ed intonacate con grosso strato di

cemento e le centine degli archi ad intradosso

e delle volte ornate di un rozzo ovulo di

stucco.

Sulla testata di questo corridore sono visibili

macerie informi e grandi muraglioni in

Campo de’ fiori

L’ 8 Giugno - Giampaolo Calisti e Alessandra D’Abbondanza hanno

ricevuto il più bel dono : la nascita di Michele e Mattia

Tantissimi auguri dai nonni, gli zii e tutti i parenti, congiuntamente a

quelli della redazione di Campo de’ fiori

La Villa Romana in località Giardino a Sant’Oreste

di Francesco Zozi

opus reticolatum, che dovevano costituire

un’ala dell’edificio girante sul lato di un’area

quadrata e tagliata artificialmente,nonché

sul fianco destro sostenuta da solidi pilastri

di calcestruzzo.”

In questo scavo sono stati messi in luce ad

ovest del “lungo corridore sotterraneo” un

impianto termale rivestito di pavimenti musivi

di tesserine vitree verdi. A fianco di questi

vi sono numerosi ambienti di cui non è possibile

ricostruire la funzione, adibiti ora a

“restauro” dei numerosi frammenti di decorazione

pittorica. Si tratta di affreschi di ottima

fattura con soggetti mitologici e marini,

che mantengono ancora i loro colori in

buono stato.

Nella stalla si trovano resti di decorazione

musiva in tessere bianco/nere. Non è possibile

intuire il disegno coperto di letame. Le

tessere che si trovano in superficie sono

molto belle di circa 2 cm le bianche;1cm x2

cm le nere.

La recinzione moderna della terra da a ovest

sulla strada che conduce a Fellonica è costituita

da macerie. La strada taglia pochi metri

sotto l’ingresso attuale del fondo da un muro

in laterizio terminante nei pressi di un terreno

di proprietà Napoleoni, in cui sono stati

trovati dei cunicoli rivestiti di Signino facenti

parte di una cisterna forse legata a qualche

struttura della villa ora persa..

Dalla villa, in completo abbandono, provengono

materiali, alcuni dei quali riutilizzati

nella vicina Chiesa di S. Maria Hospitalis.

E’ ora che le autorità competenti intervengano

per sbloccare questa scandalosa situazio-

Per la gioia di papà Fabrizio Calisti e di mamma

Gioia Tentella l’11 Maggio è nato Nicolò.

Auguri dai nonni, zii, parenti

e dalla redazione di Campo de’ fiori

29

ne. I nostri beni culturali vanno difesi.Da

tempo l’Associazione Pro Loco ha chiesto al

Comune che questa località venga inserita

come parco archeologico nel futuro piano

Regolatore.

Le immagini testimoniano il degrado in cui

l’area versa.

M E S S A G G I


Anni ‘70 - La maestra Ceccarelli con i suoi ex alunni Castel Sant’Elia - Asilo infantile anno 1941

30

Campo de’ fiori

Album d


Civita Castellana anni ‘50 Colonia estiva

foto della Sig.ra Loretta Manoni

Civita Castellana 1960 - gruppo di amici - foto del Sig. Trequattrini Antonio

ei ricordi

Campo de’ fiori 31


32

Allorquando ritorna

alla memoria

qualche vecchia

Usanza popolare

romana, può succedere

che subentri

uno stato di

indicibile nostalgia

e tutto ciò a

prescindere dalla

circostanza che di

quella usanza se

di Riccardo Consoli

ne abbia diretta

conoscenza; infatti

basta sfogliare alcune incisioni dell’epoca,

per rendersi conto di quello che queste antiche

usanze rappresentavano e sapevano

offrire. Tutti i romani e le romane sono fermamene

convinti di essere allegri a questo

mondo e ciò, indipendentemente dalle vicissitudine

della vita quotidiana, portando innato

quell’ ottimismo e quella spensieratezza

che è, probabilmente, la loro migliore qualità;

c’è chi molto spesso non ha casa, né

mezzi, né sicurezza per il domani, ma canta,

ride ed è sempre in movimento. Vivendo

quasi sempre all’aperto ed esercitando

mestieri faticosi, ma lavorando poche ore al

giorno, i romani mangiano bene, bevono

meglio, si divertono in campagna a tutte le

feste e, vestendo costumi pittoreschi, sono

proprio belli. Circa l’abbigliamento gli uomini,

vestono un costume costituito da una giacchetta

di velluto che non arriva alla cintola,

generalmente gettata sulle spalle, un panciotto

dello stesso tessuto, una camicia candida,

la vita cinta da un’ampia fascia a colori,

i calzoni simili alla giacca affibbiati sotto il

ginocchio, le gambe rivestite da calze a colori,

ai piedi una scarpa di cuoio con una larga

fibbia che ricurva ai lati, camminando, batte

per terra. Le donne indossano anch’esse una

giacchetta di velluto o di cotone a colori, con

colli e petti rovesciati e adorni di pizzi, maniche

rigonfie all’altezza dell’omero e, quindi,

strette fino al polso, le vesti dello stesso tessuto

e colore, scendono fino al collo del

piede che calza una scarpa di cuoio; le

ragazze portano ancora un grande pettine

d’argento e uno stiletto, il cosiddetto spadino,

infilato nelle trecce che serve come ornamento

e come difesa, alle orecchie lunghi

pendenti. In altra occasione ho già ricordato

di Giggi Zanazzo, che di romani e di romanità

se ne intendeva e che, per meglio rendere

l’idea, ha lasciato alcune significative indi-

Campo de’ fiori

Roma che se n’è andata: luoghi figure, personaggi

Le usanze che furono

cazioni sulle abitudini della sua città dove:

“…er primo dell’anno se màgneno le lenticchie

e l’uva, perché chi magna ‘ste dù cose,

dice, che conta quatrini tutto l’anno;

“…er giovedì grasso se màgneno le frappe, li

bocconotti e li ravioli;

“…in Quaresima ceci, baccalà e maritozzi a

tutta battuta;

“…er giorno de San Giuseppe le frittelle e li

bignè;

“…er giorno de Pasqua l’agnello, er brodetto,

l’ova, er salame, e la pizza rincresciuta;

“…in Aprile er capretto gentile:

“…pè l’Ascenzione la giuncata;

“…la notte de San Giuvanni se màgneno le

lumache;

“…pè Settembre l’uva che fatta e ‘r fico che

pènne;

“…in Ottobbere che se fanno le svignate,

gnocchi e maccaroni a tutto spiano;

“…pè li Morti se màgneno le fava pè minestra

e poi, le fava da marto dorce e l’ossa da

morto;

“…pè San Martino s’opre la botte e s’assaggia

er vino novo;

“…pè Natale se màgneno li vermicelli cò l’alice,

l’anguilla, er salamone, li broccoli, er

torrone, er pangiallo, et eccetra et eccetra.

Ma vediamo di ripercorrere e rivivere insieme

qualcuna di quelle usanze che furono.

Innanzi tutto è interno al vino, bianco o

rosso che sia, è intorno al litro , alla foglietta,

al quartino, al bicchieretto ed al sospiro

che si incentra tutta una gamma di cerimonie

e rituali, tutta una folla di personaggi, di

protagonisti, di generici e di spettatori –

attori; dall’oste gran sacerdote di questo

moderno Tempio di Bacco al carrettiere che

da tempi remoti fa la spola tra le vigne dei

Castelli e le osterie di Regola e di Trastevere,

piuttosto che di Monti e di Testaccio. Ciò

detto, come non ricordare le famosissime

Ottobrate romane con i tavernieri ritti sulle

porte delle osterie ad aspettare le carrettelle

che giungevano sul posto a tre, a sei o a

dieci? Come rinunciare ad assistere a queste

splendide parate che preannunciano ancora

più splendide magnate e bevute?

Nessun avvenimento sarebbe mai riuscito a

distogliere i romani da quelle gite fuori porta,

infatti, si può tranquillamente credere al cronista

dell’epoca che nell’anno 1924,

sull’Almanacco di Roma, commentando la

situazione interna del paese, ricordava come

il mese di Ottobre così gravido di avvenimenti

nelle altre città d’Italia, per i noti fatti

politici, non lo era a Roma, perché a Roma in

Ottobre si fanno le Ottobrate. I romani non

rinuncerebbero mai in questo mese alle belle

scampagnate ed alla sosta nelle osterie suburbane;

in quelle chiare domeniche di ottobre

persino la sera deve lasciare per strada il

fardello delle sue tristezze se vuole affacciarsi

sotto i pergolati delle osterie affollate e

rumorose. L’ingresso di queste è sempre

vigilato dal venditore di porchetta che, fatta

sera, accende il lume di acetilene affinché le

ombre non deteriorino la sua merce ancora

odorosa di forno; in mezzo ai tavoli c’è sempre

un organetto che suona forte arie allegra

per impedire l’ascolto del canto malinconico

dei grilli notturni; in lontananza, i rintocchi

profondi di una campana che batte l’ora della

notte. Da quell’epoca in avanti le usanze

sarebbero state, come dire, addomesticate,

integrate e forze anche politicizzate, ma fino

a quel momento è certo che erano riuscite a

conciliare i diversi ceti e le varie classi della

popolazione.

Ma quali le usanze romane che furono?

Lo lascerò intendere con l’aiuto di alcune

rapide annotazioni scaturenti da quella tavolozza

di colori frutto di alcune ricerche che,

per quanto attente, non sono mai state spinte

oltre l’indispensabile evitando, in tal

modo, un superfluo appesantimento; osservazioni

che, tralasciando volutamente il lato

religioso e polito di quelle straordinarie stagioni,

si soffermano su alcuni elementi

gastronomici anche por ricalcare il solco di

altre opere di grande prestigio dedicate ai

romani, alla loro vita quotidiana, ai loro

costumi.

Continua sul prossimo numero


“…In verità vi dico:

ogni volta che avete

fatto queste cose a

uno solo di questi

miei fratelli più piccoli,

l’avete fatto a

me…”.

Nessuna frase, come

questo versetto del

di Erminio Quadraroli

Vangelo di Matteo,

può descrivere appieno

lo spirito che ha animato la “serata di

gala”, organizzata con maestria dal

Presidente della Sezione femminile della

C.R.I. di Ronciglione Olympia D’Onofrio

Bucossi in collaborazione con il Consiglio

Direttivo.

La fresca brezza che ha solleticato la serata

del 30 aprile scorso, in cui il buio mostrava

timidamente i lineamenti offuscati dei Monti

Cimini, è stata riscaldata dal cuore di tutti

coloro che hanno preso parte alla cena di

beneficenza presso uno dei più pittoreschi

ristoranti che si affacciano sul Lago di Vico.

L’atmosfera allegra e a tratti densa di emozioni,

è stata resa ancor più elegante dalla

presenza di numerose personalità tra cui il

Commissario Provinciale della C.R.I. Egidio

Manzoni, l’Ispettrice Provinciale delle

Infermiere Volontarie Laura Casanova e il

Ronciglione

Croce Rossa Italiana: serata di gala e beneficenza

Campo de’ fiori 33

Presidente della Sezione Femminile di Rieti

Luisella Di Marco. Mescolati alle Volontarie

del Comitato Femminile di Ronciglione, l’assessore

alla cultura Alfonso Pensosi, il

Commissario del Comitato locale della C.R.I.

Enrico Lotti e altri illustri ospiti hanno unito il

piacere dalla tavola alla gioia di donare

“qualcosa” ai meno fortunati, mentre l’orchestra

di Massimo Chiossi intratteneva lietamente

i commensali. Una specialissima

pesca di

beneficenza

ha, infine,

concluso questa

fantastica

serata che,

grazie alla

chiara fama

del Ristorante

Fiorò, ha regalatoraffinati

sapori ai

palati dei presenti

che hanno,

a loro volta,

arricchito

il menù di

tanta solidarietà.

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34

Campo de’ fiori


Abbandonata e dimenticata: è il singolare

destino della Chiesa di Santa Chiara

in via Vincenzo Ferretti, attigua al

Convento delle Suore Clarisse Francescane

del Santissimo Sacramento e

posta sul lato est del pianoro tufaceo su

cui sorge il centro storico di Civita

Castellana, in un’area urbana ricca di

insediamenti religiosi come le Chiese

Rupestri di San Selmo e San Cesareo, di

Santa Maria del Carmine, Sant’ Antonio e

Santa Chiara, appartenente quest’ultima

al complesso ospedaliero Andosilla.

Abbandonata: in quanto l’intera struttura

architettonica risulta degradata dal

tempo e dall’incuria degli uomini.

Dimenticata: dagli storici dell’arte e dagli

esperti del settore, dal clero e dagli enti

pubblici preposti alla tutela delle opere d’arte.

La storia della Chiesa di Santa Chiara è

assai singolare. Nel 1860, anno di edificazione

del complesso conventuale, Civita

Castellana poteva contare diversi e importanti

insediamenti Francescani: San Lorenzo

al Cimitero, soppresso nel 1882, San

Francesco in piazza Matteotti, Santa Maria

del Carmine in via Ferretti e Santa Chiara

all’Ospedale Andosilla. Nel 1856, le Suore

Francescane dell’Andosilla, per divergenze

con le autorità comunali, che negarono l’utilizzo

di alcuni locali destinati ad ospitare il

primo nucleo di quello che successivamente

sarebbe diventato l’ospedale cittadino,

abbandonano il convento e ritornano alla

casa madre di Roma. La popolazione di Civita

Castellana per far ritornare le religiose, ormai

parte integrante della comunità, promuove

una vasta e proficua raccolta di fondi per edificare

l’attuale Chiesa di Santa Chiara, con

annesso convento, prospettante su Via

Ferretti che dal 1860, ininterrottamente fino

a nostri giorni, ospita le Suore Clarisse

Francescane. Con l’edificazione del nuovo

convento, il primitivo insediamento dello

Andosilla viene totalmente abbandonato e

destinato ad usi civili. Nel 1870, con l’ unità

d’ Italia e le leggi di spoliazione dei beni

ecclesiastici, molti conventi cittadini vengono

chiusi e soppressi: San Lorenzo al cimitero

nel 1882 e San Francesco in Piazza Matteotti

nel 1894. Sopravvivono soltanto Santa Maria

del Carmine e Santa Chiara in Via Ferretti,

grazie anche alla tenacia e alla forza secolare

dell’ordine francescano di non abbandonare

un centro vitale ed importante come Civita

Castellana. La Chiesa di Santa Chiara, colpisce

il visitatore per la vastità e imponenza

Campo de’ fiori

Civita Castellana.

La chiesa abbandonata: Santa Chiara in Via Ferretti

(1860-1970)

delle strutture murarie e per la particolare

tipologia dell’impianto architettonico.

Si accede alla chiesa da una cancellata in

ferro battuto, posta tra due ampie volute con

pilastri ornamentali, posta su Via Ferretti.

Una vasta scalinata in travertino, conduce al

portale d’ingresso sormontato da un timpano

triangolare, attraverso il quale lo spettatore

accede al maestoso interno, dominato dalla

volta a botte dell’unica navata interna, illuminata

da grandi finestroni sommitali collocati

sopra il rilevante cornicione interno.

La facciata ha una altezza di 20 ml., misurata

dal piano di calpestio alla sommità del timpano

triangolare. Sommando i tre metri dello

stilobate su cui poggia l’intera struttura, risulta

immediato ed evidente il carattere di maestosità

ed imponenza della facciata stessa a

dominare il modesto invaso di Via Ferretti e a

costituire un segno urbano dal forte impatto

visivo e formale. Lineare e sobria, due paraste

laterali con ordine tuscanico poggianti su

di un plinto modanato con sottostante basamento

in travertino, sorreggono il cornicione

a doppia fascia, recante la scritta con la dedicazione

della Chiesa a Santa Chiara e il vasto

timpano triangolare dalle modanature estremamente

semplici e lineari, conclude l’intera

facciata, dominata, altresì, dal portale d’ingresso

e dal finestrone centrale. L’impianto

tipologico è del tipo a croce latina: un’unica

navata, il transetto con le due cappelle

laterali dedicate a San Francesco e Santa

Chiara, l’altare maggiore e l’abside terminale.

In corrispondenza del transetto, sulla volta a

crociera, troviamo un vasto ed importante

ciclo pittorico, di pregevole fattura, con episodi

della vita di Santa Chiara.

Sempre sul transetto, è collocato l’ingresso

35

alla sacrestia, parte integrante e fondamentale

del complesso religioso: al piano

terra modesti ambienti con arredi e suppellettili

varie ed una scala in muratura

che conduce all’alloggio posto al primo

piano, ormai completamente abbandonato.

L’abside terminale, posta dietro

l’altare maggiore, conclude prospetticamente

l’impianto architettonico. Le pareti

laterali della vasta navata interna sono

caratterizzate da dieci paraste con ordine

tuscanico e fornice centrale, sorreggenti

l’imponente cornicione a doppia fascia

come in facciata. su cui si innesta la volta

a botte, che domina visivamente l’interno

essendo collocata ad una altezza di

16 ml.. L’imponenza della facciata e dell’interno

si somma alla notevole ampiezza

della superfice della chiesa di 884 mq. di

superfice: un’opera architettonica, dunque,

dimensionalmente rilevante contro cui contrasta

la semplicità formale delle varie membrature

architettoniche. Esternamente, la

chiesa presenta i volumi della vasta sacrestia

e dei contrafforti in muratura atti a sostenere

le possenti murature in tufo di ml.1,20 di

spessore, quasi a costituire un complesso

fortificato, dominato dalla copertura lignea,

parzialmente nascosta in facciata dal timpano

triangolare e caratterizzata dal campanile

a vela, posto in prossimità della zona absidale.

La Chiesa con l’attiguo convento, accettuata

la facciata intonacata, è caratterizzata

dalla murature in tufo a faccia-vista e l’intero

sistema forma un complesso urbano ed

architettonico di rara bellezza, con i vasti

giardini e orti interni, racchiusi all’interno di

un alto muro, secondo una tipologia e un

modello derivante dai complessi conventuali

romani.

Recentemente infausti interventi hanno profondamente

alterato la struttura della chiesa:

l’abside interna con i grandi finestroni è stata

trasformata in aula della scuola religiosa e la

cappella sinistra del transetto dedicata Santa

Chiara, trasformata in sacrestia della cappellina

interna al convento.

Alcuni ambienti al piano terra della sacrestia,

sono stati trasformati in magazzini e locali di

servizio del refettorio. Lo stato attuale di

estremo degrado è comune a tante altre

chiese del viterbese, destinate alla lenta e

irreversibile rovina. E’ nel contempo un

gioiello dell’Arte Religiosa e uno dei tanti

capolavori che aspettano di essere studiati

ed analizzati compiutamente.

Prof. Arch. Enea Cisbani


36

Breve gita fuori porta per la Banda musicale

“G. Verdi” di Corchiano, in occasione

del gemellaggio nato lo scorso anno, con il

Complesso Bandistico “G. Verdi” di

Sant’Antioco. Proprio nel Settembre 2004,

infatti, durante i consueti festeggiamenti

in onore della Madonna delle Grazie, era

stata la Banda sarda a visitare Corchiano,

esibendosi in un concerto serale con la

banda locale. Grande successo che si è

decisamente ripetuto domenica 13 giugno,

Campo de’ fiori

Corchiano/Sant’Antioco

La musica nostrana oltre il Tirreno

questa volta al cospetto degli abitanti

dell’Isola. Nonostante il grave lutto, che ha

visto la perdita di uno dei principali organizzatori

della festa subito dopo l’accoglienza

agli ospiti, i festeggiamenti, con

l’annuale “Palio del lancio dell’uovo”, si

sono svolti regolarmente. Entusiasmo e

curiosità hanno animato, sin dall’inizio, gli

spiriti dei componenti del gruppo di

Corchiano che, in tutto l’arco della sua storia,

non aveva mai avuto l’opportunità di

Alcuni abitanti di

Via E. Di Nicola e

Largo Saragat di

Civita Castellana,

denunciano il fatto

che i marciapiedi

che attraversano i

giardini di fronte

alle abitazioni,

vengono usati come

“strada privata”

da chi, a bordo

di autovetture o

motorini, deve raggiungere

Via Catalano,

come pure

dai furgoni, autobotti

comunali,

postini in motorino e chi più ne ha più ne metta. Inoltre numerosi cani senza museruola,

vengono lasciati scorazzare sull’area verde.

SE I BAMBINI DELLA ZONA RIESCONO A SCAMPARE A TUTTI QUESTI PERICOLI...SONO

BAMBINI DAVVERO FORTUNATI!!! Sarebbe ora di prendere qualche provvedimento o

vogliamo pensarci quando potrebbe essere troppo tardi?? (lettera firmata)

di Ermelinda Benedetti

fare un’esperienza del genere. Il merito è

dell’attuale direttore della banda, il maestro

Alessandro Achilli, artefice dell’iniziativa,

al quale rivolgiamo qualche domanda.

D. Come è nata l’idea di questo scambio

musicale e culturale e perché proprio

con questa banda?

“L’idea è nata dalla voglia di confrontarsi

con un gruppo diverso. Le bande dei paesi

che ci circondano sono tutte più o meno

simili a noi. Abbiamo scelto la banda sarda

perché ha radici culturali diverse dalle

nostre, ma allo stesso tempo abbiamo

punti in comune, come il nome, gli anni di

vita, 130 per noi e 131 per loro, il fatto che

per entrambe c’è stata sempre una continuità.”

D. Come è stata questa esperienza?

“Sicuramente molto positiva. Tutti si sono

comportati in maniera eccellente. Il gruppo

si è unito moltissimo, c’è grande affiatamento

e dal punto di vista musicale

sembravano dei veri professionisti. Non

me lo aspettavo e sono orgoglioso di loro!”

D. Prossimi impegni per la banda

musicale di Corchiano?

“Quest’anno scade il mio mandato di direttore

ma sarei lieto se mi fosse rinnovato.

Tuttavia è in programma un concerto in

estate, probabilmente a metà luglio, e il

consueto concerto di Natale.”

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Campo de’ fiori 37

CIAK SI GIRA

di Roberto Moscioni

L ‘ armata Brancaleone

Corchiano - Chiesa della Madonna del Soccorso

Correvano i prima anni 60, quando il cinema

italiano, smise di raccontare la storia

recente di quegli anni, conosciuta nella

commedia all’italiana di Totò, Sordi, Fabrizi

ecc.. per raccontare la storia antica quella

delle nostre origini rivisitata in chiave

comico grottesca.

Il film capostipite di questo nuovo genere,

è senza ombra di dubbio “L’ARMATA

BRANCALEONE” del 1966 scritto e diretto

da uno dei registi più prolifici della storia

del cinema italiano ovvero Mario

Monicelli (regista di molti grandi successi

come: La Grande Guerra, I soliti ignoti,

Amici miei, tanto per citarne alcuni) che

insieme agli sceneggiatori Age e Scarpelli,

ideò un nuovo tipo di linguaggio cinematografico

quello volgar-popolare.

Con questo film, la commedia all’italiana

approdò nel lontano medioevo per raccon-

Civita Castellana - Loc. Pian Paradiso (Gian Maria Volontè)

tare le gesta del

Gran Ca-valiere

Bran-caleone da

Norcia (Vittorio

Gasman), impavido

straccione

alla conquista

del feudo di

Eurocastro nelle

Puglie, seguito

dal suo piccolissimo

e imbranato

esercito conosciuto

da tutti come

“L’Armata Brancaleone”.

Tra gli interpreti troviamo,

oltre all’incredibile

Vittorio Gasman, nel

perfetto ruolo di

Brancaleone, anche

Gian Maria Volonte nel

ruolo di Teofilatto,

Enrico Maria Salerno

nel Santone Zenone,

Catherine SpaaK, la

Metelda, l’indimenticabile

Carlo Pisacane (da

tutti conosciuto nel

ruolo di Capannelle nel

film I Soliti Ignoti), nel

ruolo di Abacuc, Folco

Lulli, che interpreta

Pecoro ed infine il pic-

colo Luigi Sangiorgi

che interpretò il personaggio

Taccone e

del quale parleremo

nella seconda parte

dell’articolo che

verrà pubblicata sul

prossimo numero di

Campo de’ fiori.

Il Film fu girato, per

volere del regista

Mario Monicelli e

dello scenografo

Piero Gherardi, quasi

Nepi - zona della Bottata

Fabrica di Roma - Falerii Novi

Chiesa di Santa Maria in Falerii (V.Gasman - C.Pisacane - G.M.Volontè)

interamente nel territorio viterbese, che,

grazie alle sue bellezze naturali, si prestò

meravigliosamente come set cinematografico.

Molti furono i luoghi scelti: Nepi, Civita

Castellana, Fabbrica di Roma (nella località

di Falerii Novi), Corchiano, Vitor-chiano,

Tuscanica, Viterbo, Lago di Vico,

Ronciglione, Civita di Bagnoregio e tanti

altri luoghi di questa meravigliosa terra.

... continua sul prossimo numero


38

E’ vero, come diceva

Eduardo , che gli esami

non finiscono mai. La

vita da sempre mette

l’uomo di fronte a prove

che sembrano insuperabili:

la malattia, il lavoro,

il successo, la fami-

di Alessandro Soli glia, il sesso, tanto per

citarne alcune, ci spingono

a scelte a volte difficili e rischiose.

Siamo nel periodo degli esami

scolastici, e tutti, credo, abbiamo

vissuto, come del resto la

stanno vivendo i giovani studenti

d’oggi, questa particolare

esperienza. Antonello Venditti

descrisse in modo egregio e

reale, le sensazioni che si provano

da studente, nella canzone

“La notte prima degli

esami”, ricordando i tempi del

Liceo, già celebrati nella mitica

“Giulio Cesare” (appunto il suo

Liceo). Personalmente credo

che gli studenti, a parte il modo

di vivere e le varie riforme che

riguardano l’insegnamento,

siano rimasti gli stessi degli

anni passati.

L’affannoso ripasso delle materie,

la paura che ti attanaglia,

specialmente negli ultimissimi

giorni, non risparmia nessuno,

nemmeno i primi della classe, i

cosiddetti “secchioni”, poi, l’attesa

spasmodica dei quadri di

ammissione. Tutto concorre a renderti insicuro,

nervoso, hai paura di non farcela, le

amnesie ti vengono a ripetizione, di colpo

dimentichi le certezze e i voti che hanno

caratterizzato l’intero anno scolastico. Ti

lambicchi il cervello pensando alla traccia

Campo de’ fiori

La notte prima degli esami

del tema di Italiano, quando dovrai scegliere

tra quello letterario, o storico, o di

attualità. Pensi alla versione che dovrai

tradurre sia essa di latino o di greco, o di

inglese ecc., pensi al “rebus matematico”,

o ai compiti tecnici, che il ministero ha

scelto, per valutare la tua idoneità ad

entrare nel tuo mondo futuro.

Arrivi così, stressato e stanco, alla notte

prima degli esami.

Non riesci a dormire, malgrado la camo-

milla che tua madre ha messo sul comodino,

cerchi di non pensare a niente, invece…,

ti alzi di scatto, vai ad aprire il libro

dei poeti del novecento, perché non ricordi

più il pensiero “leopardiano”, o l’importanza

della “provvidenza” nel Manzoni.

Strano, sono i tuoi preferiti, vedrai che al

momento opportuno, la tua mente non ti

tradirà. Poi, riesci ad addormentarti, ma

quanti incubi e sogni strani: ti vedi davanti

al foglio dell’esame, te l’hanno appena

consegnato, è ancora bianco, non sai da

che parte incominciare, poi dopo circa

un’ora, dopo aver scelto il tema da svolgere,

ed aver sbirciato con un pizzico di invidia

il tuo vicino di banco che ha già riempito

una pagina, inizi finalmente a scrive-

Squadra di atletica del Liceo Classico “M.Buratti” di Viterbo - campionati studenteschi anno 1963

re….”E’ ora di alzarti, forza!” è tua madre,

che svegliandoti, ti riporta alla realtà di

quel fatidico giorno, e dopo aver fatto

colazione, ti avvii col vocabolario sotto

braccio verso il tuo destino.


Tantissimi auguri a

Mirco Rossi e Simona Moretti

che si uniranno in matrimonio il 30

Luglio. I genitori, i parenti, tutti gli amici

e la redazione si uniscono

alla vostra gioia.

Campo de’ fiori

I nostri più

sinceri

auguri ai

nostri amici

Francesco

Antenore e

Loredana

Filoni che il

19 Giugno

hanno

festeggiato

il loro primo anniversario di matrimonio.

LA REDAZIONE

39

M E S S A G G I

Tantissimi auguri a

Giancarlo Bonamin

che il 23 Giugno

ha compiuto 18 ANNI.

Auguri dalla sorella

Sonia, il fratello

Michele, dai genitori e

da Aldo.

Tantissimi auguri a

Cataldo e Simonetta Affatato

che il 7 Giugno hanno festeggiato le nozze

d’argento. Auguri particolari dagli amici

Paola, Antonio, Alessandro e Stefano Caon.

AUGURI !!!

a Michele Moscioni che il 19 Giugno ha

compiuto 23 anni.

Dalla mamma, il papà, il fratello

Roberto e da

tutti gli amici di Campo de’ fiori.

TANTISSIMI

AUGURI a

Marta Annesi e

Maria Chiara Di

Niccola che

il 23 Giugno e

il 28 Giugno

hanno

compiuto 18

ANNI.

Perchè la vita vi

possa sorridere

sempre... i vostri genitori Paola, Carmine e

Elisabetta e Massimo. Tantissimi auguri anche

dai parenti e amici

Per Marta che ha compiuto 18 anni il

23 Giugno. 18 anni per te che li compi sono un

traguardo, per me che li ricordo, un dolce rimpianto;

un pensiero affettuosissimo nel giorno

che ti affacci ad assaporare la vita in tutta la

sua pienezza!!

La tua mamma Paola, il tuo papà Carmine, la

tua sorellina Noemi, i nonni, gli zii ed i cugini.

Tantissimi

auguri a

Francesca e

Alessandro

Pantani che l’

11 Giugno

hanno coronato

il loro sogno

d’amore.

L’augurio di

una lunga vita

insieme da

parte dei

parenti, gli

amici e tutta la

redazione.


40

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42

La ricostruzione biografica

dell’opera del Pittore Emiliano

Sante Ciani, particolarmente

attivo a Civita

Castellana negli anni ’30,

grande protagonista della

ceramica artistica del

tempo, figura di grande

interesse storiografico dimenticata

dagli storici della

ceramica locale, risulta particolarmente

complessa, a

partire, innanzitutto, dalla

data di nascita, che in seguito

a ricerche archiviali, tuttora

in corso, va posta in

Fusignano, provincia di

Parma, nel Luglio del 1894.

Nessun documento e immagine

fotografica, possono

mostrarci il pensiero e l’aspetto

esteriore dell’artista.

Dati frammentari si raccolgono

circa la formazione

artistica avvenuta, dapprima

presso l’Accademia di Belle

Arti di Bologna e, successivamente

presso botteghe d’arte e pittura

della città emiliana.

Nel 1929 lo troviamo a Civita Castellana,

come responsabile della decorazione dei

manufatti in ceramica in alcune manifatture

artistiche locali.

Negli anni che vanno dal 1930 al 1936, è pittore

e decoratore capo presso la F.A.C.I.,

Fabbrica Artistica Ceramiche Italiane, di

Adolfo Brunelli in Via Ferretti, importante e

vitale centro della ceramica artistica locale,

fondata nel 1926 e attiva fino al 1967.

Da testimonianze orali si rileva che risiedeva

con la moglie e un figlio nel palazzo Trocchi

di Corso Buozzi.

Se la scarsezza e frammentarietà dei dati

biografici, mette a dura prova le certezze

della ricerca storiografica basata sulle inoppugnabili

prove documentarie, sono invece

certe e ben documentabili le opere pittoriche

e ceramiche lasciate dall’artista, nei suoi

anni di permanenza a Civita Castellana dal

1929 al 1936.

Il Ciani è, dunque, una figura singolare di

pittore: tecnico e decoratore nelle ceramiche

locali e mirabile ritrattista, dotato di un

repertorio formale e una tecnica pittorica

non comune.

Durante la sua permanenza a Civita

Castellana, esegue i ritratti di alcuni maggiorenti

locali: del notaio Ulderico Midossi e dei

componenti della sua famiglia, del parroco

Antonio Cardinali, del dottor Erminio Mariani

e dei figli di Adolfo Brunelli, suo datore di

lavoro e committente. Un suo dipinto dedicato

ai Santi Patroni Marciano e Giovanni, è

stato eseguito nel Gennaio del 1930 e commissionato

dalla Sig.ra Laura De Angelis.

Viene regolarmente esposto in ricorrenza

delle festività patronali presso il Duomo.

Campo de’ fiori

Sante Ciani

e la stagione d’oro della ceramica civitonica

(1926-1940)

Sante Ciani - dipinto dei S.S. Martiri Marciano e Giovanni (1930)

L’opera mostra i Santi Patroni con sullo sfondo

Civita Castellana con i suoi monumenti

più significativi, come il Comune e il Duomo.

Tra le sue opere certe in ceramica, vanno

elencate la lunetta di un portale della Chiesa

di Santa Chiara all’Andosilla e l’edicola votiva

di Piazza San Gregorio.

Gli anni ’30 rappresentano per la ceramica

artistica locale un momento di grande fervore

e produzione: sono operanti manifatture

di grande livello produttivo come la

Ceramica Becchetti Bruno, (1928-1952), la

Ceramicaunita, (1910-1920), la Cipriani

Carmine, (1932-1940), la Coletta Ugo & C.,

(1900-1960), la Coramusi Antonio e Figlio,

(1921-1950), la Sbordoni, (1915-1950), la

Safac, (1924-1940), la Fratelli Crestoni di

Girolamo, (1900-1931), la Fratelli Cassieri,

(1839-1900), la F.I.A.M., (1927-1934), la

Ars Falisca, (1900-1920), La Casimiro

Marcantoni, (1881-1960), la stessa F.A.C.I.,

per citare i centri più attivi e importanti.

Tali manifatture si servono, dunque, di giovani

pittori a cui vengono affidati i settori

dello stile e della ricerca, secondo una

moderna e attuale prassi.

In quegli anni troviamo a Civita Castellana,

due giovani pittori, che poi assurgeranno a

grandi protagonisti della

Pittura Italiana: RENATO

GUTTUSO, negli anni 1939-

1940 e RENZO MONTANA-

RINI, docente tra l’altro

presso il locale Istituto

d’Arte, vera fucina di talenti

e decoratori per l’industria

artistica locale.

Come valente ceramista il

Ciani dimostra doti tecniche

non comuni: il gusto per il

dettaglio e per il colore, dai

toni accesi e luminosi.

Come pittore e ritrattista,

prevale l’interesse e la ricerca

del dettaglio, delle qualità

salienti del soggetto e

l’introspezione psicologica,

in particolare nel ritratto del

notaio Midossi, prima della

morte: il largo cappello, la

visione frontale e ravvicinata

del soggetto, il lieve sorriso

e l’interesse per il particolare

estremo caratterizzante il

personaggio dato dal cammeo

della cravatta.

Negli altri ritratti dei componenti della famiglia

del Notaio, si deve rilevare la mirabile

esecuzione tecnica a velature dei colori ad

olio, i toni chiaroscurali e la sintesi psicologica

e descrittiva dei personaggi ritratti.

Il percorso artistico e tecnico del Ciani, si

rivela, dunque, estremamente lineare e

dotato di una forza artistica e culturale non

comune, dapprima nelle ceramiche e successivamente

come ritrattista, segno di un

successo ed una importanza notevole.

Nel 1936, il pittore abbandona Civita

Castellana per ritornare propabilmente nella

sua città natale.

In quegli anni si perde ogni traccia del Ciani.

Sante Ciani, è dunque il massimo protagonista

di una stagione artistica unica e irripetibile

come fu la ceramica artistica civitonica

negli anni 1926-1940, basata su regole chiare

e semplici: una scuola d’arte creatrice di

valenti tecnici, committenti e imprenditori

illuminati e affermati pittori.

Una stagione irripetibile.

Prof. Arch. Enea Cisbani


Tessuti

Via Rio Fratta, 11

Civita Castellana

Tel. 0761.513946

Campo de’ fiori 43

Storia e Geografia

Sai dirci qual’è la capitale

de El Salvador?

i primi tre che la indovineranno

e ne daranno comunicazione in

redazione, riceveranno un simpatico

omaggio offerto da

SAMU Informatica

Indovina l’Artista

Di lato è riportato il particolare

di un famoso quadro denominato

“L’urlo”. Sai dirci chi l’ha

dipinto? I primi tre che indovineranno

e ne daranno comunicazione

in redazione riceveranno

un simpatico omaggio offerto

dal Centro Parati di Selli

Vittorio

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... ... continua da pag.15

... ... continua da pag. 4

44

“Nella stessa Italia della ricostruzione e del

piano Marshall (aprile 1948)”precisa Cenni

“avevamo strumenti e tecnologie ben più

avanzate.” Ma se l’impatto appare deludente

quella semplice constatazione accende la

miccia della consapevolezza ,giorno per giorno,

di quale sia la realtà degli emigranti nel

paese elvetico. “La Svizzera – spiega Giorgio

Cenni- , neutrale durante la seconda guerra

mondiale, fu tra le prime a ricevere commesse

industriali, dato che il suo apparato era

intatto e per sopperire alle numerose richieste

aveva necessità impellente di mano d’opera.

Per tale ragione il governo favoriva l’immigrazione

dei cosiddetti “Gastarbeiter”, vale

a dire , lavoratori per lo più “stagionali”che

dovevano sostituire gli svizzeri nei lavori

pesanti a bassi costi. Per mantenere questo

stato di cose il governo elvetico ostacolava

con tutte le sue forze l’aspirazione dei lavoratori

stranieri all’integrazione e dato che,nonostante

tutto qualcuno riusciva lo stesso a

migliorare, si arrivò alla formazione di associazioni

xenofobe fino a sottoporre con due

referendum (1970) al popolo svizzero la decisione

di mantenere o meno la mano d’opera

straniera (quasi totalmente italiana). Prevalse

il “si” aprendo nuove prospettive per i lavoratori

ed io compresi immediatamente che l’unica

strada per progredire era la cultura e

soprattutto la “formazione professionale”. Da

quel giorno Giorgio Cenni è un treno inarrestabile:

dopo l’orario di lavoro alla fabbrica si

reca al vecchio ristorante Waldhorn di Berna

( abituale ritrovo di lavoratori italiani) e con

mezzi di fortuna ed una targa poggiata sopra

un tavolino inizia un corso teorico di mecca-

D. Quanto è importante fare la gavetta?

R. E’ importantissimo. La gavetta ti permette

di dire: “quest’anno sono trentun’anni che

faccio questo lavoro, venticinque che stò al

Bagaglino e venti che faccio televisione, con

la gavetta”. Non so se tra vent’anni potremo

parlare con qualcuno degli interpreti e registi

dell’attuale televisione. Adesso stai parlando

con me che ho fatto la gavetta e comunque

al Bagaglino una sorta di gavetta c’è sempre,

perché ti fanno stare con i piedi per terra,

non ti puoi montare la testa. Questo significa

la gavetta.

D. E come ha scelto i suoi personaggi e il suo

nome d’arte? R. Guarda, Martufello mi ci

chiamarono fin dall’infanzia, perché nel mio

paese, fin dall’antichità, chiamavano

Martufello il bambino più vispo e dispettoso.

Per quanto riguarda i miei personaggi, non li

ho scelti io. Il mio personaggio “principe” è il

burino, e lo dico con orgoglio, lì non c’era

niente da scegliere perché lo ero!! Tutto il

resto è frutto della creatività di Pingitore.

D. Quali altre esperienze lavorative ha

avuto? R. Sempre con Pingitore, ho fatto

delle commedie estive. Ho fatto una commedia

brillante che si intitolava “Le Barzotte”,

con Laura Troschel, Lorenza Guerrieri e

Massimiliano Tortora. Non dico che fosse una

vera e propria prova da attore, ma attore

brillante si. Poi Pingitore ha riscritto “I

Menecmi” di Plauto, dove io ho avuto il doppio

ruolo dei gemelli. D. Il suo rapporto con

cinema e televisione? R. Devo dire che il

cinema “non mi cerca proprio”, quindi non lo

so che rapporto ho. Si ho fatto qualcosina ma

sempre con Pingitore. Il fatto, comunque,

che il cinema non mi contatti, non mi crea

alcun problema, perché sono un artista che

Campo de’ fiori

nica. L’iniziativa incontra il consenso dei lavoratori

,l’aiuto del Consolato Italiano, la simpatia

delle autorità svizzere ed il 28 gennaio

1966 insieme a colleghi di lavoro, con cui ha

formato un “gruppo promotore” fonda ufficialmente

il CISAP (Centro Addestramento

Professionale Italiano in Svizzera). Mariù lo

ha raggiunto da tempo e lavora nella stessa

fabbrica e non manca di assisterlo nell’opera

intrapresa. La prima sede (ricorda Cenni)

viene fissata in tre stanzette e due vani di

circa 100 mq complessivi , rispettivamente al

piano terreno e nel seminterrato di una villetta

al n. 7 dello Jagerweg quartiere di

Breiterrein e l’inaugurazione viene effettuata

invitando le autorità e gli industriali a visitare

una scuola dove, al di fuori di una lavagna e

qualche banco, manca tutto il resto, soprattutto

le macchine dell’officina per la “pratica”

,la cui sagoma è però ordinatamente disegnata

con il gesso sul pavimento. Passato un

primo attimo di scoramento la fede incrollabile

di Giorgio Cenni fà il miracolo; da un’industriale

italiano “venuto anche lui dal”niente”

riceve con “credito ad infinito termine” (sarà

ripagato alcuni anni dopo) una intera officina

ed i corsi possono cominciare. Da qui , pur

sempre con duro lavoro e sacrifici, la strada è

in discesa ; migliaia di alunni e tre generazioni

di giovani si alternano sui banchi del

CISAP; la sede generale è oramai quella prestigiosa

di Berna in Freiburgstrasse ed altre

sedi sono state aperte in tutta la svizzera.

Giorgio Cenni , prima di andare in pensione

avrà ancora il tempo di aggiungere alla sede

di Berna , con l’aiuto di prestigiosi artisti

internazionali, una superba collezione di

lavora talmente tanto sia in televisione che in

teatro, per cui non ne sento la mancanza.

D. Farebbe un reality show? R. No, non lo

farei, perché sono talmente preso con il teatro,

d’inverno, con la televisione e con tante

altre cose, che non avrei il tempo per farlo.

Non perché penso che quelli che lo fanno si

debbano “riciclare”, non ho neanche idea se

li pagano. Al momento dico no, non ho

tempo. Andare tre mesi in Brasile, ad esempio,

significherebbe sacrificare mesi di lavoro

dato che d’estate ho persone e impresari che

lavorano con me e quindi puntano su di me,

non mi va di lasciare nessuno.

D. Si sentirebbe di suggerire questa carriera

ad un giovane? R. Certo che gliela suggerisco!

Qual è quell’artista che stà venticinque

anni in teatro e televisione come ho fatto io

!?! Suggerire questa carriera significa che un

ragazzo oggi vent’enne, inizia e tra venticinque

anni c’è ancora qualcuno che lo va ad

intervistare.

D. Il successo le ha dato molto ma le ha

anche tolto qualcosa? R. Il successo mi ha

dato molto, ma non mi ha tolto nulla perché

io sono rimasto sempre paesano, non vivo

nella grande città ma fuori, non vado spesso

a cene ufficiali, ad esempio faccio teatro per

cinque mesi in inverno e andrò più o meno

tre volte a cena fuori. Le cose positive di questo

lavoro me le godo da solo, senza apparire…….

Una delle cose che mi ha tolto ad

esempio, è quella che non posso “litigà coi

vigili”; alcune volte non posso essere me

stesso, nel senso che se hai dei problemi, o

per esempio accompagno mia madre in

ospedale, la gente mi dice: “ma come mai

che in televisione ridi sempre e qui no?” E io

devo dare spiegazioni. Oppure quando è

opere d’arte : “Perché – come afferma lui

stesso- mentre si studia è bello ed istruttivo

vivere a contatto con l’arte..”. Giorgio Cenni è

stato più volte decorato,insignito ,nominato ;

riconoscimenti ed attestati sono piovuti da

ogni dove ma io so bene che il suo premio più

grande è rappresentato dal consuntivo finale

del CISAP: ventiseimila diplomati !

Ventiseimila professionisti ed altrettante

famiglie che hanno migliorato le proprie condizioni

di vita ,integrate a pieno titolo e con

prospettive di crescita legate solamente alle

proprie capacità. Da qualche anno Giorgio

Cenni e la sua Mariù sono tornati a Genova ,

ma pensare che lui si dedichi ad un sereno

riposo è pura utopia; egli ha fondato un’associazione

culturale “Il Cenacolo”, per la scoperta

di giovani talenti e per attività varie

d’interesse artistico; scopertosi scrittore di

vaglia ,narra le sue memorie e racconti di

vita vissuta con un lessico semplice ,spontaneo

ed umano, infine cura con particolare

affetto l’opera dello zio: il grande pittore

toscano Renato Cenni la cui monografia ,per

cortese concessione dello stesso Giorgio , è

presente in questo numero. Salutiamo ,dunque,

Giorgio Cenni e per ringraziarlo colgo

l’occasione, assieme a tutta la redazione di

Campo de’ fiori, per inviargli infiniti auguri in

occasione delle sue Nozze d’Oro con la dolce

Mariù.(giugno 1955-giugno 2005). PS. Chi

volesse notizie dove rintracciare i libri scritti

da Giorgio Cenni, può scrivere alla redazione

di Campo de’fiori.

morto mio padre mi hanno chiesto un autografo

nella camera mortuaria!!! Queste cose

sono un po’ negative, ma sono piccole cose.

D. Chi è stato il suo maestro? R. I miei maestri

sono stati Castellacci e Pingitore. Forse

Pingitore un po’ di più, perché ha fatto anche

la regia degli spettacoli del Bagaglino. Mi

sono sempre fidato ciecamente di lui.

D. Qual è il suo comico preferito del passato?

R. A me fanno ridere un po’ tutti. Sono

stato, però, un grande amante di Nino

Manfredi, perché ritengo che Nino sia stato

un grande artista, a tutto tondo. Poi è chiaro…

Totò mi ha fatto impazzire, Sordi etc.

D. E di quelli giovani? R. Mi piacciano

Antonio Giuliani, Enrico Brignano che considero

un bravo attore oltre che cabarettista.

Mi dispiace se magari tralascerò alcuni nomi

che mi sfuggono. Poi c’è Enzo Salvi detto “er

cipolla”, che oltre a lavorare con me, mi vuole

un bene dell’anima e altrettanto gliene voglio

io. Poi ci sono tutti i miei colleghi del

Bagaglino. D. Quanto è “doloroso” fare il

comico? R. Io penso che fare il comico sia un

dono di natura, una cosa che hai dentro. Ci

si nasce. Doloroso, come ho detto, che se

alcune volte nella vita hai un momento di tristezza

e malinconia, sei costretto a “viverti”

a casa tua, perché fuori la gente vuole che

fai sempre e comunque ridere.

D. C’è qualcosa, per concludere, che vorrebbe

aggiungere o che non ha mai detto?

R. Vorrei solo dire che mi auguro di lavorare

sempre. Finchè si lavora “qualcosa può succedere”.

Ho questo sogno nel cassetto: di

lavorare sempre, perché oggi se non lavori

con la velocità che c’è in tutto, ti dimenticano

presto. Devi stare sempre sulla cresta dell’onda.


Indovina Indovinello...

Sò scrivere anche bene, ma non ho occhi e

non posso leggere ciò che scrivo.

Cosa sono?

Campo de’ fiori 45

L’oggetto Misterioso

Vi invitiamo ad indovinare l’oggetto misterioso riprodotto nella foto di lato. I primi cinque che lo indovineranno e ne daranno

comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dal negozio IL QUADRIFOGLIO di Foggi Antonella.

i primi tre che, telefonando

in redazione, daranno la

soluzione dell’indovinello

riportato qui a fianco, riceveranno

un simpatico

omaggio offerto dalla profumeria

GLAMOUR.


46

Campo de’ fiori

Una “Fabrica” di ricordi

storie e immagini di Fabrica di Roma

Giugno dalle bionde messi

di Sandro Anselmi

Quella sera i ragazzi erano usciti per guardare

la luna, si erano sdraiati sul prato con gli

occhi verso il cielo che sembrava girasse

tutto e raccontavano di marziani e di voli fantastici.

Il giorno aveva fatto molto caldo e le

cicale non s’erano ancora del tutto addormentate

per lasciare la scena al concerto dei

grilli. Le lucciole giocavano fra i fili d’erba e

la loro luce sembrava riflettere quella delle

stelle.

La mietitura quell’anno era stata abbondante

e le spighe dorate, gonfie di grano. La squadra

dei mietitori aveva accelerato il lavoro

per paura che il tempo si guastasse ed il

capofalce non aveva avuto un minuto di tregua,

perché i falciatori gli erano sempre

sotto, pronti a sistemare i loro ‘mannelli’

sopra i ‘varzi’ da lui preparati a terra. Si sentiva,

a volte, il rumore della falce affilata battere

sui cannelli infilati a proteggere le dita,

ed allora qualcuno gioiva al pericolo scampato.

I mietitori erano di solito uomini e, quelli

più richiesti, erano quelli con le mani grandi,

perché rendevano di più nel lavoro. C’era poi

la figura del battitore delle falci che, per l’importanza

del lavoro, doveva avere provata

esperienza. I ragazzi erano poi impegnati al

trasporto dei covoni (gregne), che radunavano

vicino al luogo dove si sarebbe formato il

‘cordello’ e si graffiavano fastidiosamente le

gambe con le stoppie perché allora, per loro,

non si usavano pantaloni lunghi. Il cordello

doveva essere fatto ad arte e, ad una fila di

covoni sistemati in verticale, che costituivano

la base, ne venivano coricati sopra altre due

fila a versi alterni. Sulla sommità veniva, infine,

infilata una croce fatta di canne, per

scongiurare il pericolo di incendi. I ragazzi

erano stanchi per l’alacre lavoro svolto

durante il giorno, ma si erano anche divertiti

fra loro, perché quelli erano i primi giorni di

vacanza dopo la chiusura estiva delle scuole

ed avevano mangiato a volontà i gelsi maturi

e le ciliegie, macchiandosi la bocca, le mani

ed i vestiti e avevano bevuto l’ “acquato di

melluzza”.

La loro gioia più grande però, era quella di

poter dormire quella notte tutti insieme nel

casale, perché all’indomani mattina, sarebbe

arrivata la trebbia nell’aia grande dal pavi-

mento scavato nel tufo bianco, e tutti i contadini

dei campi vicini avrebbero portato li il

loro grano. Spuntava appena l’alba ed il

rumore del trattore che si avvicinava si faceva

sempre più nitido. Tutta la manovalanza

era già pronta nell’aia ed arrivavano continui

i carretti trainati dagli asini e dalle mucche,

carichi di covoni che venivano sistemati ai lati

dello spiazzo. Tutti aiutavano a livellare la

trebbia, mentre il trattorista, con fare capace,

collegava la grossa cinta di cuoio ad una

presa di forza, l’avvolgeva poi alla puleggia

della trebbia e dava, infine, l’avvio al motore

del trattore con diversi giri di manovella. Il

rito era compiuto ed allora tutto si metteva in

moto con un rumore infernale, sbattevano i

corvelli, urlavano le pulegge e le spighe venivano

sgranate dall’organo battitore, con un

rumore di grandine. Sopra la trebbia salivano

con la scala almeno due persone, che inforcavano

occhiali simili a quelli dei motociclisti

e si proteggevano la bocca ed il naso dalla

polvere, con un fazzoletto annodato dietro la

nuca. Uno di loro, tagliava con un falcetto il

varzo ai covoni che venivano lanciati su con

un forcone dalle persone a terra, e l’altro li

imboccava dentro l’apertura della trebbia.

Usciva allora dalle bocchette il grano che

riempiva i sacchi di iuta, e dal retro la paglia,

che i contadini sistemavano nei pagliai, da

usare per il letto degli animali domestici.

Tutto il grano che sfuggiva ai corvelli della

trebbia e cadeva a terra, per restare in mezzo

alla paglia sminuzzata dalla lavorazione,

veniva recuperato con la “sgamatura”. I contadini

raccoglievano con le pale quello scarto

e lo lanciavano in alto così che il vento portava

via le pagliuche ed il grano cadeva a

terra pulito. Questa operazione dava spesso

un magro bottino, ma non per questo meno

apprezzato, come quello delle spigolatrici che

andavano raccogliendo le poche spighe di

grano sfuggite ai mietitori.

Tutto era a misura degli enormi sacrifici per

aver portato a raccolta il prodotto più importante

per l’alimentazione di quei tempi.


“Porta il motore

su di giri, lascia

il freno, fai correre

l’aereo sulla

pista, impugna

la cloche e tirala

a te fino a vedere

sparire la

linea dell’orizzonte”………

di Sandro Anselmi

sono finalmente

libero nell’aria

con il solo rumore di questo Piaggio 148 e

mi sento padrone del cielo.

La città sotto di me, le strade, le case ed i

tetti tutti colorati e poi ancora la voce

perentoria del colonnello che mi siede

accanto “picchia” ed allora vedo i trenini

della Roma Nord, fermi nella stazione,

diventare sempre più grandi, ancora più

grandi, oramai troppo grandi e ... finalmente

“cabra”.

Il peso dell’aria sembra schiacciarmi e lo

stomaco mi si stringe; poi un bel giro fuori

città, sulle campagne e l’azzurro del lago

di Bolsena.

Infine , “Rientra alla base”.

Allora cerco, con mal celata tensione, di

orientarmi per individuare il campo di volo,

ma non è facile.

Alfine, più per fortuna che per perizia,

individuo le bandiere a strisce, gonfie di

Campo de’ fiori 47

a Viterbo con

Amore e Nostalgia

Un giovane pilota mancato

vento, sui tetti dei grandi hangar e mi

appresto all’atterraggio, ma questa è la

parte più difficile.

Cerco di non perdere concentrazione, oriento

l’aereo in direzione della pista, diminuisco

il numero di giri ed abbasso la cloche,

perdo quota ed aziono i flapps, poi mi

impegno con dolcezza sulla pedaliera e,

con un inevitabile sobbalzo, tocco terra.

Freno finalmente proprio davanti al pubblico

che è lì ai lati della pista e sento con

sollievo e soddisfazione un “bravo”.

Tutto questo mi sembra

accaduto ieri, ma

sono passati tanti

anni, troppo anni.

Ero studente alle

superiori a Viterbo,

ed insieme ad

altri amici che

come me facevano

parte della

squadra sportiva

dell’istituto, frequentavo

quell’

anno un corso di

cultura aeronautica

, tenuto dagli

istruttori di volo

della scuola di

volo a vela dell’ae-

ronautica militare di Guidonia.

Tutte le lezioni teoriche si tennero nelle

sale del palazzo della provincia e le lezioni

di volo al CALE di Viterbo.

Una certa dose di incoscienza mi aiutò

molto per la buona riuscita del corso e,

sicuramente, ebbi più profitto nelle prove

di volo che in quelle teoriche, distratto

forse dalla presenza della figlia del comandante

del campo che era l’ unica donna a

partecipare.

Pensare che oggi ho paura dell’aereo!!!


48

Campo de’ fiori

Sandro Anselmi

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Iniziava così una

vecchia canzone

della grande Gabriella

Ferri: “tutti

ar mare, a mostrà

le chiappe

chiare”. In questi

primi giorni d’estate,

il richiamo verso

di Alessandro Soli

la sabbia e l’acqua

salata è grande, tutti veniamo presi dalla

bramosia di tuffarci in cerca di refrigerio.

Negli anni ’60 l’italiano medio, quello che

Alberto Sordi ha così ben impersonato in

tantissimi fillms, cercava a modo suo, di

vivere l’agognata vacanza, seppur domenicale,

recandosi verso le località balneari,

per poter poi dire con orgoglio, il lunedì

mattina sul posto di lavoro: “c’ero

anch’io”. Certo i romani, con Ostia,

Fregene e le altre località della costa

laziale , ad un tiro di schioppo, sono da

sempre stati dei privilegiati, rispetto a noi

che abbiamo il mare a non meno dei

canonici 70 km di Tarquinia o Ladispoli,

per citare le “onde” più famose della

zona. Lo spirito pionieristico che animava

quei “fagottari” della domenica, è rimasto

invariato anche negli anni a venire,

passando dalla Tenda da campeggio, alla

Roulotte, per arrivare ai super accessoriati

Campers e Caravan, vere e proprie

case viaggianti. Già, quello spirito che animava

le mamme nelle levatacce del mattino,

quando la casa si riempiva dei profumi

della pasta al sugo, della frittata, o

della cotoletta panata, che alzandoti

vedevi pronti in terra nei recipienti cosiddetti

“termici” e, che al momento del

pranzo, rivelavano la loro vera identità,

avendo reso il cibo caldo, freddo e le

bevande fredde, calde. Il rito della partenza,

quando tuo padre, che aveva la

Seicento, per un giorno rimpiangeva la

laurea in ingegneria delle costruzioni, perché

l’auto, avendo il motore posteriore e il

cofano anteriore occupato dalla ruota di

scorta, lo costringeva a caricare e scaricare

i bagagli innumerevoli volte. Per fortuna

che sul tettino aveva messo il portabagagli.

Allora la gloriosa Seicento, pian piano

assumeva una forma piramidale, con sotto

Campo de’ fiori

Come eravamo

Tutti al mare...

le sdraie, poi l’ombrellone, la ghirba

dell’acqua, il piccolo canotto, i remi

del canotto, le ciambelle, le pinne e

gli occhiali (il fucile da sub ce l’avevano

ancora in pochi), il tutto legato da quegli

elastici multicolori, che avevano alle

estremità dei piccoli ganci neri, che se

malauguratamente ti scappavano durante

la loro tensione, rischiavi tumefazioni e

dolori atroci. Poi finalmente : “Tutti ar

mare..”, o meglio, in viaggio verso il

mare, perché per fare settanta Km, considerando

auto e carico, si impiegava molto

più di un’ora e mezza. In auto si sudava, i

finestrini erano aperti, ma la seicento era

quello che era, lungo la strada ogni tanto

vedevi qualche macchina ferma, il cofano

alzato, col radiatore fumante, incrociavi le

dita e proseguivi, sperando di non avere gli

stessi problemi. Ogni tanto ti attaccavi alla

borraccia, davi una sorsata e pensavi

all’arsura che avresti provato uscendo dall’acqua

salata, poi la richiudevi fiducioso,

pensando al ghiacciolo arcobaleno

(ogni strisciolina colorata aveva un gusto

49

diverso) che avresti comprato sulla spiaggia.

Infine dopo lungo penare si arrivava e,

appena compariva la spiaggia, non stavi

più nella pelle, addirittura cominciavi a

spogliarti in macchina, tanto il costumino

l’avevi già indossato a casa, come del resto

tutti i componenti della famiglia.Il problema

si sarebbe presentato alla sera quando

dovevi rivestirti, allora ci avrebbe pensato

mamma, creando uno spogliatoio quadrato

con i teli da spiaggia tenuti su dalle sue

mani, da quelle di papà e da quelle di tua

sorella.Dopo aver parcheggiato iniziava

l’ultima fase prima del tanto agognato

tuffo in mare: si doveva scaricare tutto,

l’onere spettava interamente a mamma e

papà, perché insieme a tua sorella, eri già

corso sulla spiaggia , incurante del bruciore

che la nera e ferrosa sabbia di

Ladispoli provocava sui tuoi piedini scalzi,

correvi, correvi sempre più veloce, fino ad

arrivare al refrigerio del bagnasciuga quando……

continua sul prossimo numero......


Un’area regionale da imitare

a cura del Prof.

Michele Abbate

Una delle zone più belle

d’Italia è certamente la

Umbria e L’Alto Lazio, tanto

per lo scenario ambientale

quanto per quello architettonico.

Seguendo orizzontalmente

l’asse viario che

da Civitavecchia si dirige

verso Rieti e verticalmente

una linea che partendo da Perugia raggiunge

Civita Castellana, abbiamo di fronte a noi l’intelaiatura

di quella vasta area umbro-laziale

che si presenta non solo molto omogenea sul

piano della geografia fisica, ma anche molto

simile sul piano della geografia umana e dell’evoluzione

storica. Di questo abbiamo già

parlato, seppure per grandi linee, nel contesto

di un articolo precedente. Di conseguenza,

diamo per scontato che si è compreso

che siamo in presenza di un’area unitaria,

pur nelle sue differenze morfologiche, tale da

poter essere definita quasi come una regione

a se stante. Di questa area regionale,

alquanto simile sul piano fisico ed umano,

vediamo ora alcune piacevoli caratteristiche.

Innanzi tutto questa area è un ampio triangolo

che si incunea tra la Toscana e le

Marche e la cui base è delimitata dall’inizio

della Campagna Romana che si apre nella

zona in cui terminano le propaggini meridionali

dei Monti Sabatini e Sabini. Guardando

questo vasto territorio umbro-laziale piuttosto

omogeneo, situato

a nord della Capitale

d’Italia, vediamo

che presenta nell’insieme

molteplici

aree urbane tutte

bene integrate con il

territorio che le circonda.

Infatti, il pas-

Mario Segoni, Sindaco di

Sant’Oreste: un comune

da imitare

saggio dalle zone

rurali a quelle industriali

ed urbane, e

viceversa, avviene in

modo armonico ed equilibrato. L’ambiente

fisico in nessuna parte risulta mai deturpato

o stravolto dagli insediamenti abitativi o dalle

attività di produzione economica poste in

essere. In moltissime aree della nostra

Penisola, al contrario, vediamo molto spesso

come lo sviluppo industriale e l’edilizia abbiano

distrutto la natura e fatto scempio delle

bellezze del paesaggio. Per quanto concerne

la conservazione del patrimonio artistico presente

su questa area regionale, si può dire

che esso è, nonostante tutto, ben tutelato. E

questo è merito delle locali Sovraintendenze,

oltre che dell’educazione al rispetto dell’ambiente

e delle vestigia del passato promosso

con successo dalle Amministrazioni Comunali

umbro-laziali. Da Perugia a Terni, da

Civitavecchia a Viterbo, da Rieti a Poggio

Mirteto, da Borgorose a Civita Castellana si

può constatare come sia in grandi, piccoli e

medi Comuni, si cerca di fare il possibile per

mantenere integro, tanto l’ambiente fisico,

che il patrimonio artistico. Tutto questo è

veramente encomiabile. Se pensiamo che le

popolazioni umbre, nei tempi più remoti abitavano

una grande estensione della nostra

Penisola, superiore a quella degli Etruschi,

Campo de’ fiori 51

Un incantevole scorcio di Sant’Oreste

non possiamo non sperare che i loro eredi

contemporanei fuori dai confini dell’attuale

Umbria, si comportino verso il patrimonio

artistico ed ambientale come quelli all’interno

di questi confini. Ma anche gli abitanti dell’attuale

Alto Lazio stanno dimostrando di

comportarsi molto bene nei confronti dell’ambiente

e di tutto il patrimonio culturale

che li circonda. Senza togliere nulla al resto

d’Italia che si comporta altrettanto bene

verso l’ambiente e la cultura, non si può non

sottolineare come da lunghissimo tempo sia

l’Umbria che l’Alto Lazio abbiano a cuore la

salvaguardia di questi due preziosi beni per

l’essere umano. Addirittura vi sono piccoli

Comuni in questa area regionale che hanno

istituito un apposito Assessorato per

l’Ambiente ed i Beni Culturali . Inoltre vi sono

diverse Associazioni locali che da tempo si

prendono cura della natura e del patrimonio

culturale. La cosa sempre più interessante è

che tutte queste non sono iniziative isolate

od episodiche, ma iniziative che si estendono

e vanno a rafforzare una coscienza comune

ambientalista e per la tutela del patrimonio

artistico. In conclusione, ancora una volta

come si vede, natura e cultura vanno perfettamente

d’accordo e si integrano a meraviglia

quando si parla di Alto Lazio e di Umbria.

Visione panoramica ambientale di S.Oreste

Campo de’ fiori

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