Atti del Convegno - CISI - Università degli Studi di Torino

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Atti del Convegno - CISI - Università degli Studi di Torino

Università

degli Studi di

Torino

Unione Industriale Torino

Atti del Convegno Nazionale

UNIVERSITA’- IMPRESA:

MIUR

“Il nuovo sistema delle agevolazioni nazionali per la

ricerca e l’innovazione tecnologica”

Torino – 3 luglio 2001

Aula Magna – Università degli Studi


Indice

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

INTERVENTO PROF. BERTOLINO pag. 3

INTERVENTO PROF. FASOLO pag. 7

INTERVENTO DOTT. BORIO pag. 10

INTERVENTO PROF. COLUCCIA pag. 16

INTERVENTO DOTT. COBIS pag. 23

INTERVENTO ING. PININFARINA pag. 34

DIBATTITO pag. 39

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Professor Rinaldo Bertolino

Rettore Università di Torino

INTRODUZIONE

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Tocca a me, oltre che con i graditissimi saluti che vi porgo a nome dell'intero

Ateneo torinese, introdurre i lavori di questo convegno, che mi sembra particolarmente

utile nel tema e nel momento, oltre che nella articolazione dei presenti e dei relatori.

Ringrazio in modo particolare Sua Eccellenza il signor Prefetto per la sua

presenza, che testimonia il quadro, ancora più ampio, del necessario raccordo tra il

momento formativo, affidato all'Università, e il momento complessivo della società

rappresentato, come andremo ad analizzare, dal mondo industriale, commerciale e,

prima ancora, dal mondo delle istituzioni: Governo, Regione, Provincia e Comuni.

Un saluto a tutti i colleghi che mi fa piacere vedere così numerosi e interessati e

un saluto particolarissimo al segretario permanente della Università italo-francese, il

collega Michel Duclot che, con la sua presenza, testimonia l'ulteriore significato del

quadro di formazione universitaria che l'Ateneo torinese ha affidato a questa importante

realtà accademica binazionale, che è l'Università franco-italiana, che per il versante

italiano ha la sua segreteria permanente proprio presso il nostro Ateneo.

Dicevo attualità del tema e mi riferisco a posizioni recenti espresse, ad esempio,

dalla organizzazione mondiale del commercio in cui, su sollecitazione degli Stati Uniti,

si sta predisponendo un accordo generale del commercio dei servizi rispetto ai quali la

formazione superiore universitaria è valutata economicamente al quinto posto.

Naturalmente i paesi maggiori esportatori dei servizi di formazione universitaria

sono, vedi il caso, Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna.

Le cifre in questione sono, ancora nel '99, per i soli Stati Uniti 8 miliardi e 700

milioni di dollari e la cifra complessiva, presa in considerazione per la

commercializzazione dei servizi universitari, è di 27 miliardi di dollari.

Cito questo pur rendendomi conto che oggi facciamo un discorso preventivo

sulla ricerca, per la consapevolezza che il tipo di formazione universitaria e di ricerca

universitaria applicata incide sulla economia mondiale in una strategia davvero globale,

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

in una misura ben superiore a quella che è nella consapevolezza quotidiana, sia del

sistema universitario italiano, sia dei singoli docenti e, credo, anche di alcuni rettori.

È evidente che, di fronte a questa strategia e di fronte a questa competizione di

sistemi continentali, la responsabilità nostra di sistema-paese e di Università italiana e

in, particolare, proprio noi che vogliamo essere una Università nell'Europa, si faccia

particolarmente intensa.

Io conosco bene alcune preoccupazioni che agitano la nostra dimensione

culturale, che ha visto una continua difficoltà di scelta, diciamo così, tra Minerva e

Vulcano, tra la cultura aziendale e la cultura accademica; tra la dimensione del sapere,

tanto più nobile in quanto tale, e la esigenza che, invece, avvertiamo indispensabile per

tutti del saper fare e credo che, in effetti, il nostro sistema universitario abbia già dato

alcune risposte significative. Mi riferisco soprattutto all'esperienza di Campus promossa

nel 1995 dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, d'intesa con le Camere

di Commercio, con l'ENEA, con il patrocinio delle presidenze di talune regioni,

soprattutto del centro nord d'Italia e con l'Unione Industriale, dove si è incominciata

veramente quella intersecazione di saperi dai quali molto si è già potuto ottenere

attraverso alcune individuazioni di curricula fortemente professionalizzanti, che sono

stati un po' la spinta tra ideale e politica per la attivazione dei corsi di laurea triennali,

rispetto ai quali noi desideriamo mantenere la caratteristica della professionalizzazione

molto forte e pregnante.

Devo dire che, e mi riferisco anche alla presenza parimenti significativa sia del

MURST, attraverso la persona del dottor Fabrizio Cobis, che parlerà delle agevolazioni

per la ricerca previste dalla recente normativa, sia dell’Unione Industriale, attraverso la

persona dell'ingegner Andrea Pininfarina, il recente accordo siglato tra la Conferenza

dei Rettori Italiani con la Confindustria, il protocollo di intesa del 6 giugno di questo

anno, sottolinea ampiamente la utilità sia di quel modello di intervento che è riproposto

con il progetto "Campus one”, sia delle forme, delle metodologie di didattica, di

valutazione con la presenza di formatori e di docenti che provengono dal mondo della

operatività e dell'attività industriale e con la presenza di momenti didattici e di stage in

aziende. Ciò corrisponde, mi pare, allo spirito di questo protocollo, nel quale c'è

certamente una particolare attenzione alla attività didattica, ma dove si sottolinea anche

nell'art. 2 l'intento comune di promuovere la modernizzazione delle Università, da un

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

lato, e la competitività del sistema economico e l'integrazione tra ricerca universitaria e

innovazione delle imprese, dall’altro.

Sul piano della didattica io mi limiterò a ricordare che, tra i punti salienti di

adeguamento della offerta formativa universitaria, vi è il potenziamento della diffusione

e della sperimentazione delle nuove tecnologie e la valorizzazione delle offerte

didattiche innovative, anche in campo umanistico, al fine di una adeguata formazione

manageriale degli interlocutori. Sottolineo inoltre la utilità di un ripensamento della

offerta formativa universitaria, per quel che riguarda la corrispondenza della domanda

dei portatori di interesse, in particolare quelli che fanno riferimento alle imprese

industriali. E qui, naturalmente, sono importanti la innovazione e il sostegno del

trasferimento tecnologico della ricerca universitaria, lo sviluppo di maggiore attenzione

da parte dell'Università alla domanda di formazione proveniente dal mondo delle

imprese e del lavoro, con un coinvolgimento delle imprese nella programmazione

territoriale dei corsi di studio e nella predisposizione dei relativi "curricula".

Infine vorrei ricordare il punto dedicato all'incentivazione e al sostegno della

ricerca universitaria.

È importante sviluppare azioni positive tra mondo universitario e mondo

industriale per promuovere l'incontro tra domanda e offerta di ricerca universitaria di

base applicata e pre-competitiva, in particolare a livello di informazioni disponibili

all'Università. E’ necessario far convergere le azioni delle Università e delle imprese

sulle linee del programma nazionale di ricerca. E’ fondamentale incentivare innovazioni

attraverso "start-up competition" e procedure di "spin-off" a partire dalla ricerca

universitaria, con programmi per la selezione e il finanziamento di progetti

imprenditoriali proposti da giovani laureati e ricercatori: ecco il tema degli "incubator".

E’ importante infine diffondere la cultura del brevetto industriale stimolando

l'Università a dotarsi di professionalità e strutture adeguate.

È un orizzonte davvero ampio e soprattutto, sottolineerei, davvero impegnativo,

che sta davanti sia al mondo delle Università e, lo ribadisco con molta convinzione e

molto impegno, al nostro Ateneo torinese, sia al mondo delle imprese.

La cornice del convegno, direi, si svolge attraverso due poli normativi e

programmatori: il piano nazionale della ricerca e il sesto programma quadro, che

ambisce alla costituzione di uno spazio europeo della ricerca.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Sono convinto che le occasioni di riflessione che provengono da parte

dell'Ateneo torinese, e in particolare da parte del Presidente della Commissione Ricerca

Scientifica del nostro Ateneo, il professor Fasolo, con il supporto della riflessione del

funzionario responsabile per l'Area Ricerca, il dottor Claudio Borio e del Presidente del

COREP, che è consorzio anche inter-ateneo, oltre a essere consorzio tra Università e

industria, concorreranno in modo adeguato, insieme alle due relazioni già ricordate del

dottor Cobis e dell'ingegner Pininfarina, a offrire un approfondimento critico e

soprattutto programmatico, per fare in modo che la nostra Università di Torino e

l'Unione Industriale di Torino possano diventare paradigmi di “best practices” nel

mondo della formazione aperta al mondo industriale.

Vi auguro i migliori lavori e, nel dare la parola al professor Aldo Fasolo, mi

scuso con lui e con tutti loro se non posso partecipare ai lavori del convegno per i quali

auguro già sin d'ora la pubblicazione degli atti, in modo che ne traiamo una riflessione

ricorrente per le migliori utilità di avanzamento del nostro Ateneo.

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Professor Aldo Fasolo

Presidente Commissione Ricerca d'Ateneo

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

LA RICERCA NELL’UNIVERSITA’ DI TORINO

La ricerca scientifica sta negli ultimi anni cambiando in modo drammatico per

organizzazione, strumenti di lavoro e finalità. In particolare, i rapporti fra ricerca

accademica e mondo produttivo, che in molti settori erano sporadici e frammentari,

stanno intensificandosi ed assumendo una logica di sistema integrato, pur nelle ovvie

autonomie.

L’Università di Torino, per ricchezza e varietà di competenze, per tradizioni e

dimensioni organizzative rappresenta senza dubbio la maggiore risorsa culturale e

scientifica del Piemonte ed uno dei poli dell’integrazione accademica europea. Con una

rinnovata sensibilità essa ha avviato numerosissime iniziative, tese a creare un

collegamento effettivo con il modo dell’impresa e con la ricerca applicata, nella

prospettiva della Veritas et UtiIitas, motto dell’Accademia delle Scienze di Torino. Si

prospetta inoltre la possibilità che l’Università diventi essa stessa impresa, senza per

questo perdere il carattere di universalità e di autonomia.

Per citare soltanto alcune delle iniziative significative al riguardo, l’Università di Torino

ha attivato strumenti per

organizzare un quadro di governo coerente delle iniziative di ricerca dell’ateneo;

creare una anagrafe della ricerca svolta e sedi di valutazione (e validazione)

della qualità di tale ricerca;

partecipare a progetti congiunti, sia nell’ambito del piano triennale per la ricerca,

sia in ambito europeo;

sostenere i centri di eccellenza nella ricerca applicata e la partecipazione ai

parchi tecnologici (esemplare è l’esperienza del Bioindustry Park);

promuovere attività di ricerca orientata e l’identificazione di nuove partnership,

attraverso il concorso di idee “Progetti di Ateneo”;

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

promuovere la cultura d’impresa e la sensibilità di docenti, studenti, personale

tecnico amministrativo, ma anche di imprenditori e manager esterni sui temi di

ricerca ed innovazione tecnologica;

attivare politiche amministrative per agevolare i rapporti fra l’ateneo ed il

mondo esterno (brevettazione, incubatori, “spin-off”);

favorire le esperienze formative di stages in impresa;

sostenere le politiche di job placement;

offrire un sistema formazione-ricerca, nel contesto dei processi di autonomia

didattica, che sia innovativo per strumenti (informatica, competenza linguistica,

esperienza di stages) e per struttura (corsi di Master e progetto CAMPUS,

LIFELONG LEARNING, rafforzamento delle lauree professionalizzanti

attraverso i contributi europei);

creare una Scuola di Dottorato di Ateneo, che mette in valore la funzione del

dottorato di ricerca e le sue valenze, ma che prefigura inoltre una nuova

comunità scientifica ampiamente interdisciplinare del tipo Istituto di Studi

Avanzati, secondo un modello che ha trovato grande successo nei paesi

scientificamente avanzati;

realizzare un reticolo fitto di collegamenti con gli altri enti di ricerca e con gli

atenei piemontesi ed italiani;

coordinare scambi scientifici e iniziative congiunte sia di didattica che di ricerca

con numerose istituzioni extraeuropee.

Le sfide sono grandi e decisive per lo sviluppo economico e sociale.

Le istanze poste dal futuro VI Programma Quadro Europeo di passare da un

sistema Iabour intensive ad uno brain intensive rappresentano ad esempio un

rovesciamento delle prospettive attuali ed aprono scenari in cui le reti di eccellenza -

universitarie e non - hanno un ruolo centrale.

Le difficoltà peraltro non mancano, sia sul piano strettamente gestionale-

burocratico, sia su quello finanziario. Ma ancora più significativa è la resistenza nei fatti

e negli atteggiamenti. All’Università viene spesso rimproverato (spesso a ragione) di

svolgere ricerche non trasferibili nell’innovazione, frammentarie, autoreferenziali, e di

non sapere coordinare, valutare, scegliere, incentivare tali ricerche. Al sistema delle

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

imprese, d’altra parte, viene spesso rimproverato di non fare ricerca e sviluppo, ma solo

applicazione, con prospettive di rientro immediato degli investimenti.

La possibilità, prevista per legge, ma poco realizzata, di mobilità orizzontale di

docenti e tecnici fra università, enti di ricerca, imprese, costituisce una possibilità

importante, ma tutta da organizzare. Analogo discorso si deve fare per alcune proposte

politiche, quali quelle relative alla “progressiva deduzione e/o detrazione fiscale dei

trasferimenti e/o investimenti in ricerca scientifica, nelle imprese industriali, nelle

università, negli enti di ricerca, nelle fondazioni e associazioni”, del programma

elettorale di Forza Italia.

Alla creazione di rapporti di reale collaborazione fra Università e Imprese hanno

dato un contributo molto significativo alcune iniziative consortili, come il COREP o il

CORFUI. Mi auguro che, senza creare inutili ridondanze, si possa estendere tale tipo di

esperienza, fondamentale per governare l’innovazione e la formazione-ricerca.

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Dott. Claudio Borio

Responsabile Area Ricerca e Relazioni Internazionali

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Un’analisi della situazione attuale della ricerca scientifica nelle Università

italiane non può prescindere da un breve richiamo storico sull’evoluzione della ricerca

scientifica negli atenei italiani. Il primo richiamo al ruolo della ricerca scientifica nelle

Università lo si trova nella legge Casati del 1859 dove, accanto alla finalità di

indirizzare la gioventù alle carriere pubbliche e private, le università devono mantenere

ed accrescere la cultura scientifica e letteraria. Il tema della ricerca scientifica viene

ripreso successivamente dalla Riforma Gentile, dove si afferma che compito delle

università è promuovere il progresso della scienza, ma per trovare una sistemazione

giuridica e normativa dobbiamo attendere il decreto presidenziale n. 382 del 1980 ove,

accanto alle norme per lo svolgimento della ricerca scientifica, vengono istituiti i

dipartimenti universitari quale luogo di promozione e di coordinamento delle attività di

ricerca nelle Università. E, a chiudere il cerchio, interviene, da ultimo, la legge 168 del

1989, affermando che le Università sono sedi primarie della ricerca scientifica.

Il decreto del 1980 sancisce una distinzione tra la ricerca cosiddetta istituzionale

e quella su committenza o in conto terzi. La prima è comunemente chiamata 40% e

60%, dove per 40% si intende quella finanziata direttamente dal Ministero per progetti

di rilevanza nazionale mentre il 60% è destinato a progetti di ricerca locale; la seconda è

la ricerca su committenza, regolata dall’art. 66, il quale concede agli atenei la possibilità

di svolgere ricerca in collaborazione con enti pubblici e privati purché ciò non sia di

ostacolo allo svolgimento dei compiti istituzionali.

Il sistema cosiddetto del 40 e del 60 per cento è vissuto fino a metà degli anni

novanta quando, complice l’autonomia statutaria concessa alle Università e la gestione

del bilancio per budget, le Università si trovano a far fronte al cofinanziamento della

ricerca nazionale, utilizzando a tal fine quella parte di fondi d’Ateneo che viene ripartita

tra i Dipartimenti universitari. Tale sistema, pur migliorativo rispetto a quello

precedente, non ha eliminato quella caratteristica, da molti criticata, ma forse accettata

dai più, della distribuzione dei fondi “a pioggia”, anche perché, a tutt’oggi, non si è

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

ancora potuto o voluto adottare criteri di valutazione dell’attività di ricerca universitaria

che consentano di premiare chi produce ricerca.

D’altro canto l'attenuarsi delle norme sul tempo pieno e il tempo definito della

docenza universitaria e la possibilità di regolamentare il conferimento di incarichi

esterni agli stessi, hanno svuotato almeno parzialmente di significato il concetto di

ricerca conto terzi, almeno intesa come tentativo di portare all’interno delle istituzioni la

ricerca svolta in collaborazione con enti esterni, garantendo incentivi economici sia ai

ricercatori, sia al personale tecnico e amministrativo, sia alle strutture universitarie, in

termini di incrementi di dotazione finanziaria di funzionamento e di investimento.

Nel frattempo, con gli anni novanta, irrompono nel tranquillo ambiente

accademico i Programmi Quadro della Comunità Europea che obbligano da un lato gli

atenei a pensare in termini di collaborazione interuniversitaria internazionale e dall’altro

ad una gestione amministrativa e contabile dei contratti di ricerca che ha a che fare con

una contabilità analitica e non semplicemente con un calcolo di costi addizionali per la

ricerca.

Il quadro che si va delineando in questi ultimi anni è quello di un aumento

graduale, anche se lento, di risorse destinate alla ricerca scientifica, ma è anche quello di

stimolo agli Atenei ad esplorare nuove forme di finanziamento nel segno di una sempre

minore dipendenza dai finanziamenti statali, peraltro destinati in larga parte a coprire le

spese di parte corrente. E’ evidente che il rapporto Università-Impresa fa parte di questo

nuovo sistema che trova finalmente una razionalizzazione con il decreto ministeriale 8

agosto 1999, n. 593 e di cui vi parlerà diffusamente più avanti il Dott. Cobis. Preme qui

solo ricordare quali sono i punti caratterizzanti di tale sistema, che fa perno su di un

unico Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca. Troviamo quindi risorse destinate ad un

classico progetto di ricerca, presentato dai soggetti ammissibili anche in modo

congiunto tra industria e mondo pubblico della ricerca. Scorrendo rapidamente le

tipologie di intervento troviamo poi i progetti di ricerca realizzati nell’ambito di accordi

intergovernativi di cooperazione, interventi a sostegno di attività di formazione che i

soggetti ammissibili realizzano nei confronti del proprio personale di ricerca, progetti

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

per la realizzazione di infrastrutture di ricerca, progetti per il recupero di competitività

di strutture industriali in difficoltà. Particolare interesse riveste poi la possibilità di

favorire la nascita di nuove imprese ad alto contenuto tecnologico, quale risultato di un

processo di “spin off” dal mondo della ricerca pubblica. Ed ancora troviamo progetti di

formazione e ricerca su bandi emanati dal MURST e realizzati attraverso modalità

proprie degli interventi comunitari; vi sono infine gli interventi, già previsti dal

“Pacchetto Treu”, di tipo automatico che consistono in un credito d’imposta per le

imprese che assumano qualificato personale di ricerca, che finanzino borse di studio di

dottorato di ricerca, che attribuiscano specifiche commesse di ricerca alle Università. In

ultimo vi è la possibilità per gli atenei di distaccare ricercatori presso le PMI e sono

previsti premi per le stesse PMI che partecipino a progetti di ricerca nell’ambito del

P.Q. della UE in corso di esecuzione.

Una volta delineato, seppur per sommi capi, il quadro generale di riferimento

vediamo come si muove in questo ambito l’Università di Torino, quali possono essere i

punti qualificanti della propria attività di ricerca e quali le proposte operative per far si

che il rapporto Università Impresa non rimanga una enunciazione di principio, ma

diventi un’ipotesi di lavoro comune.

L’Università di Torino ha una quota di finanziamento ministeriale per la ricerca

(dati 2000) pari a Lire 8 miliardi e mezzo, a fronte di uno stanziamento di bilancio pari a

Lire 12 miliardi e 1/2 destinato in parte a coprire il cofinanziamento della quota

ministeriale. Ma dove forse l’ateneo ha investito di più negli ultimi anni è nelle risorse

umane: dal 1998 l’Università di Torino ha attivato ben 315 assegni di ricerca biennali

ed altri 80 sono previsti per l’inizio del 2002. Anche nel settore del dottorato di ricerca

l’impegno è stato notevole ed è motivo di orgoglio il fatto che fra pochi giorni uscirà il

bando per il XVII ciclo di dottorato con una dotazione di 160 borse, in tempi tali da

consentire l’inizio dell’attività dei dottorandi contemporaneamente all’inizio dell’anno

accademico. Non appena uscito, il bando verrà pubblicizzato con una conferenza

stampa, durante la quale verranno illustrati i settori di ricerca coinvolti e le possibilità

per aziende di finanziare borse di studio anche su argomenti di loro interesse. La vitalità

nel settore del dottorato è dimostrata anche dai due bandi emanati in corso d’anno e

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

riferiti al XVI ciclo e, precisamente, quello in Cultura d’impresa con una dotazione di 4

borse dalla FIAT e quello in Gestione del territorio e difesa dell’ambiente finalizzato a

prevenire le cause delle calamità naturali prendendo spunto dall’alluvione dell’ottobre

2000 con 4 borse più 4 posti liberi

Un discorso a parte merita la Scuola Internazionale di Dottorato, che, costituita

all’inizio del 2001, si propone come punto di aggregazione della vocazione

internazionale dell’ateneo torinese nel terzo ciclo della formazione superiore. Ed in

effetti nel XVII ciclo di dottorati relativi vi è una buona dote di borse per dottorati

internazionali. Alle Borse di dottorato di ricerca vanno ad aggiungersi 30 borse post

dottorato, bandite per ciascuno degli anni 2000 e 2001. L’impegno dell’Università di

Torino in campo internazionale è testimoniato oltreché dai progetti di interesse

strategico cui l’università garantisce una dotazione di partenza per consentirne il

decollo, dal successo avuto dal bando di internazionalizzazione 2000 del MURST

nell’ambito del quale sono stati cofinanziati n. 7 progetti con un introito complessivo di

quasi 350 milioni.

Una delle ultime iniziative dell’ateneo torinese è l’istituzione di progetti di

ricerca di ateneo per cui è stato lanciato un concorso di idee scaduto proprio il 30

giugno scorso. Dopo la verifica della loro coerenza verranno presentati a potenziali

partner esterni. Caratteristiche di tali progetti dovranno essere la massa critica di ricerca

e la multidisciplinarietà.

Un ultimo accenno va fatto sulla partecipazione dell’ateneo torinese ai

programmi di ricerca e sviluppo tecnologico della Comunità europea. Nell’ambito del V

Programma Quadro, di fatto partito a fine 1999, sono stati finanziati 26 progetti. E’ in

fase di redazione il VI P.Q. che avrà come tendenza la realizzazione di uno Spazio

Europeo della Ricerca, nella prospettiva di un rafforzamento dell’innovazione in

Europa, in parallelo agli sforzi realizzati a livello nazionale e regionale. Il VI P.Q. avrà

una dotazione di 17 miliardi di Euro (+ 17% rispetto all’attuale budget) e come

principio di base un numero limitato di aree prioritarie di ricerca e la creazione di reti di

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

eccellenza (es. genomica, società dell’informazione, nanotecnologie, sicurezza

alimentare) .

E’ in fase avanzata di studio la creazione di un’Anagrafe delle Ricerche svolte

nell’Università di Torino, che ha il duplice scopo di monitorare l’entità dei

finanziamenti ricevuti e delle spese effettuate per la ricerca e di costituire la vetrina

verso l’esterno delle ricerche svolte, al fine di rendere sempre più stretto il rapporto di

collaborazione tra l’ateneo e le diverse realtà del contesto sociale ed economico. Inoltre,

in autunno sarà creato un ufficio di coordinamento e di consulenza nei confronti dei

Dipartimenti sui brevetti e sulla proprietà intellettuale.

Nell’ambito dei finanziamenti ad hoc del MURST è stata finanziata la

costituzione di un Centro di eccellenza nel settore dell’immagine molecolare, ma altri

poli scientifici di eccellenza vivono all’interno dell’Ateneo; per citarne solo alcuni: il

Centro di ricerche sul cancro di Candiolo, il Centro Levi Montalcini sullo studio del

recupero da danno nervoso, il Centro sull’amianto, la Fondazione Cavalieri Ottolenghi

per lo sviluppo delle ricerche nel settore delle neuroscienze. Molto stretto appare anche

il rapporto con i Parchi Scientifici e Tecnologici, primi fa tutti il Bioindustry Park del

Canavese, l’Environment Park, il Virtual Reality and Multimedia Park.

Alla fine di questo rapido e necessariamente incompleto giro d’orizzonte, è

necessario fare alcune ipotesi di lavoro. Occorre, a mio avviso, che il rapporto con le

imprese assuma più continuità, che non si limiti ad occasioni, seppur importanti, di

incontro come quella di oggi. Occorre che entrambe le realtà, produttiva e accademica,

conoscano quello che fa l’altra parte e quali sono le opportunità di collaborazione. Per

fare ciò può essere utile creare un tavolo di lavoro permanente con i diversi attori,

compresi gli enti locali, di discussione e di confronto, anche organizzando momenti di

informazione e di riunione con aziende o gruppi di aziende interessati a collaborare con

l’Università .

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Per quanto riguarda l’ateneo gli uffici preposti sono a disposizione, al tavolo

troverete tutti i riferimenti telefonici ed e-mail, saremo ben lieti di ricevere le vostre

richieste e i vostri suggerimenti.

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Professor Salvatore Coluccia

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Presidente del Consorzio per la Ricerca e l’Educazione Permanente (COREP)

ESPERIENZE DI TRASFERIMENTO TECNOLOGICO NELL’AMBITO

DEI FONDI STRUTTURALI EUROPEI

Gli oratori che mi hanno preceduto e quelli che seguiranno, il dottor Cobis,

l'ingegner Pininfarina, daranno quadri generali molto ampi, descrivendo una situazione

che, secondo me, è in rapida evoluzione positiva; a me tocca parlare di specifiche

esperienze di trasferimento tecnologico. Sono grato dell’opportunità che mi viene data.

Ho considerato per molto tempo il trasferimento dell'innovazione tecnologica

come un riferimento un po' magico, una buona intenzione, ma non riuscivo a capire che

cosa potesse essere concretamente.

Perderò solo alcuni secondi per descrivere che cos'è il COREP, anche per capire

perché gestiamo un progetto qual è quello che descriverò.

Il COREP è un consorzio nato 12 anni fa, ci sono soci accademici che sono i tre

Atenei del Piemonte, ci sono dei soci pubblici che sono la Regione, la Provincia, il

Comune, la Camera di Commercio e ci sono dei soci privati, l'Unione Industriale, la

FIAT, l'IRI, l'Olivetti e la COMPAQ.

Con quale missione nacque il COREP, quando proprio si cominciava a pensare

per la prima volta alla formazione di consorzi di questa natura?

La missione era facilitare e promuovere i rapporti tra Atenei, enti di ricerca

pubblici, aziende e mondo del lavoro in generale, sostanzialmente, su due terreni. Uno

era quello della formazione, l'altro quello della diffusione dell'innovazione tecnologica.

Operando come? Sostanzialmente predisponendo progetti, stimolando tutti i

partner, che sulle varie aree potevano avere competenze e interesse a produrre una

propria progettualità, sottoponendo questi progetti agli enti finanziatori e, infine,

realizzandoli. Si sono costituiti, quindi, dei gruppi di lavoro associati al progetto, con il

compito di realizzarlo, coordinando tutte quelle competenze che di volta in volta si

mettevano insieme, cercando di mantenere, e ci siamo riusciti, una struttura fissa

estremamente esile, che non assorbisse risorse nella massima parte destinate alla

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

promozione della formazione in collegamento col mondo del lavoro. Ricordiamo che

stiamo parlando di iniziative che sono partite 12 anni fa e di attività di diffusione

dell'innovazione allora non se ne facevano molte.

Parlerò di diffusione tecnologica non in generale, non della necessità della

innovazione tecnologica e della sua diffusione, ma dell’esperienza molto concreta che

abbiamo realizzato.

Abbiamo promosso diverse iniziative, per la verità, molte delle quali in

collegamento con progetti comunitari, ma una mi sembra veramente significativa per gli

esiti che ha dato: DIADI.

DIADI è certamente la più rilevante e francamente, siccome siamo arrivati alla

seconda edizione, essendoci confrontati anche con esperienze straniere, possiamo dire

che è un'esperienza interessante sul piano europeo.

DIADI vuol dire Diffusione dell'Innovazione tecnologica nelle Aree a Declino

Industriale e fa esplicito riferimento ai fondi che alimentano poi il DOCUP, il

documento unitario di programmazione economica, documento quindi che vede la

Regione come ente centrale e propositivo.

Qual è l'obiettivo di DIADI?

L'obiettivo generale è quello di mettere a disposizione delle piccole e medie

imprese tutte quelle conoscenze scientifiche e tecnologiche presenti naturalmente negli

Atenei Piemontesi, cercando di collegare questi ultimi con le imprese che di questa

ricerca, di questa conoscenza potrebbero avere bisogno e fare tesoro, al fine di

sviluppare una propria innovazione al loro interno.

progetto.

Nel lucido successivo abbiamo cercato di sintetizzare al massimo questo

Sono indicati nei centri di ricerca e nelle aziende i due mondi che si vogliono

mettere in collegamento e nelle altre finestre appaiono le modalità con le quali questo

collegamento si vuole realizzare.

dimostratori.

Ci sono dei check-up tecnologici, degli studi di fattibilità, dei progetti

Occorre mettere in grado chi può fornire conoscenze, di farlo, individuando gli

interlocutori interessati.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Il progetto è gestito da un comitato guida, di cui vedremo la composizione, che

serve a monitorare l'evoluzione del progetto nel suo insieme e naturalmente i centri di

ricerca, che debbono mettere a disposizione le loro conoscenze, e i partner che, come

vedremo, sono strumenti essenziali per svolgere l'azione pratica di diffusione.

Nel comitato guida sono presenti tutti gli enti che hanno competenza e che

possono favorire questo processo: il CNA, la FEDERAPI, la FEDERPIEMONTE, la

FINPIEMONTE. E’ facile riconoscere a livello di associazioni industriali, di finanziaria

regionale, l'interesse che hanno tutti questi attori. Sono anche presenti, naturalmente, i

tre Atenei del Piemonte, l'UNIONCAMERE e l'Unione delle Province Piemontesi.

Tutti sono rappresentati nel comitato guida. Si è cercato di coinvolgere tutti i

centri di ricerca potenzialmente in grado di fornire conoscenze utili alla ricerca applicata

e alle attività di ricerca e sviluppo: i dipartimenti, gli istituti del CNR, il Centro di

Ricerche FIAT, lo CSELT, l'RTM, i laboratori dei parchi scientifici e tecnologici,

l’Istituto Elettrotecnico Galileo Ferraris. Essenzialmente sono servizi di check-up, di

monitoraggio della situazione dell'azienda, sono studi di fattibilità, sono supporti, aiuti

che si possono dare alle imprese per la realizzazione di progetti dimostratori.

Chi sono i partner di progetto, chi sono quegli attori ai quali si affida il rapporto

più diretto con le aziende? Sono i parchi scientifici o tecnologici che qui sono elencati,

ne manca uno che è il più giovane, il Multimedia and Virtuality park, che è appena

partito, ha appena acquisito la capacità di operare, ma è già rientrato nel progetto

DIADI.

Il Tecnoparco è il più vecchio, il Bio Industry è ben installato, l'Environment

park ha avuto questioni naturalmente difficili, ma è già in fase di attività ed è molto

ambito come localizzazione da parte di molte aziende. Infine vi è il PST, il Parco della

Valle Scrivia.

Qui l'informazione è centrale, la difficoltà è stata ed è quella di far conoscere alle

aziende quanto è disponibile e cercare di convincere gli accademici che, effettivamente,

molte delle cose che si fanno possono avere una proiezione utile, anche rapida agli

effetti della diffusione dell'innovazione tecnologica. Il mezzo di diffusione principale è

naturalmente Internet. Abbiamo il sito DIADI, che dà tutte le informazioni sul progetto.

Una “News Letter”, che esce periodicamente e viene distribuita anche dalle

Associazioni. Cerchiamo anche di uscire sui principali giornali.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Sul sito Internet è indicata la possibilità di accedere a tutte queste informazioni.

Il FI.R.P. è la Finestra sulla Ricerca Pubblica, che noi abbiamo cercato di costruire

inserendo le informazioni sulle ricerche che i vari dipartimenti ci hanno fornito e che

ritenevano utili e potenzialmente interessanti per attività delle aziende e delle agenzie

pubbliche.

Non è stato facile e siamo lontani da un esito soddisfacente, però stiamo

andando avanti e continuiamo ad arricchirlo.

Riteniamo a tal fine uno strumento molto efficace quello di utilizzare dei giovani

neolaureati o borsisti, che vadano in pellegrinaggio nei vari dipartimenti e sollecitino

l'attenzione su questa questione da parte dei direttori di dipartimento e di tutti i colleghi.

Quindi, ripeto, il sito dà le informazioni e permette di aggiornarsi su tutto. Il sito

DIADI è facilmente accessibile, non è un sito profondo basta andare su www.diadi.it. In

questa fonte di informazione e si possono ritrovare tutte le cose che ho segnalato.

sintetici:

Quali sono le attività che vengono promosse da DIADI? Ripeto, in termini molto

individuare le esigenze delle imprese;

fare dell'orientamento sui gruppi di ricerca cercando di individuare e quindi

stimolando l'attenzione dei ricercatori;

fare dell'animazione tecnologica, vale a dire fare delle riunioni, in cui si

comincia a mettere insieme ricercatori e imprenditori per far partire il

dialogo, ricercando supporti tecnici e finanziamenti alle iniziative che

riteniamo possibili e stimolando la formazione di gruppi di interesse in

settori specifici per fornire informazioni.

Vediamo un po' queste azioni che abbiamo fatto e che si possono fare.

C'è un'analisi delle esigenze delle imprese, che si sviluppa con la collaborazione

e sulla base dello stimolo delle associazioni delle imprese, quindi è assolutamente

essenziale il rapporto con l'Unione Industriale, con l'API e con le associazioni, perché in

questo modo si riescono ad individuare gruppi omogenei di imprese sui quali si può

operare.

Si fanno delle riunioni in cui c'è sostanzialmente un animatore, un ricercatore

che illustra lo stato dell'arte in un certo settore a alcuni imprenditori.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Ne abbiamo fatto una l'altra sera all'Unione Industriale in via Fanti che è andata

proprio bene. In quel caso l’argomento era “lavorazioni stampi e lamiere”. C’era un

professore che illustrava quanto di più recente presente nella letteratura, sette o otto

imprenditori, un animatore che in quel caso era il dottor Rolfo del CNR. La serata è

stata estremamente utile e sembra che i rapporti si possano veramente sviluppare.

E’ necessario, quindi, vedere quali sono specificamente i bisogni di innovazione

che si possono individuare nelle piccole e medie imprese. Questo lo fa direttamente il

COREP. Vi è poi naturalmente un'azione di consulenza normativa, che, in questo caso,

è fornita dal Tecnoparco e c'è uno sportello per il trasferimento tecnologico, che è

fornito dai parchi tecnologici nel loro insieme.

Seminari, workshop, giornate informative sono le attività che servono per

l'animazione tecnologica e che rispondono sostanzialmente a quell'esigenza che ho

segnalato prima.

Vi sono poi i supporti ed i finanziamenti.

Il progetto può finanziare check-up e quindi analizzare il fabbisogno di

innovazione; può finanziare studi di fattibilità; può lanciare e favorire la elaborazione di

progetti dimostratori, che diventano poi un fatto veramente importante e concreto di

rapporto tra aziende e enti di ricerca.

I parchi scientifici e tecnologici hanno ciascuno dei propri progetti e sono una

realtà che è già, ma che può diventare ancora di più uno strumento essenziale per le

attività di diffusione della innovazione tecnologica.

La FINPIEMONTE ha svolto un ruolo essenziale per l’invenzione e l’avvio

delle attività dei parchi scientifici e tecnologici.

I progetti dimostratori sono progetti che vengono finanziati per metà dal progetto

di DIADI e per metà dalle aziende al fine di realizzare un oggetto, che può essere

qualunque cosa attinente all'attività dell'azienda.

L'azienda dice: "Io credo di poter, su questo settore, fare questa innovazione", si

valuta e se viene accolto si finanzia il progetto e lo si realizza.

Abbiamo avuto nell'ultima versione 34 domande; abbiamo fatto un'opera di

selezione, che ha coinvolto esperti delle associazioni, esperti accademici; è stata una

selezione molto severa e sono stati finanziati 17 progetti; inoltre abbiamo riversato i

fondi, che erano avanzati da altre attività, nel finanziamento di un ulteriore progetto, in

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

quanto quelli che erano stati esclusi, lo erano stati solo per la limitatezza delle

disponibilità e non per scarsa qualità del progetto presentato.

Nel lucido c’è l’elenco di tutte le aziende che hanno visto finanziata la propria

proposta. Ne cito una: Innosense. E’ una nuova azienda che si è collocata in un parco

scientifico e tecnologico ed ha realizzato tutto quello che si possa desiderare avvenga in

un parco scientifico e tecnologico e in un rapporto fra accademia e imprenditoria

giovanile.

I dipartimenti coinvolti sono per ora dipartimenti del Politecnico di Torino e

dell'Università di Torino.

Questi sono i dipartimenti che partecipano, sono partner di quelle aziende e

vedono finanziata la loro attività di ricerca finalizzata alla realizzazione di quel

progetto.

Abbiamo coinvolto più di mille aziende in questa animazione, in questi salotti,

in questi caffè, in questi incontri fra imprenditori e ricercatori; abbiamo fatto 165 attività

di check-up; 41 studi di fattibilità; i 17 progetti dimostratori citati prima. Ci sono 100

imprese che sono associate in uno specifico Club sulla Compatibilità Elettromagnetica;

il sito DIADI ha una media di accessi mensili di 15 mila utenti, che non è poco.

Le “News Letters”, per ora ne abbiamo fatte tre, sono distribuite in 12 mila copie

per ogni numero alle aziende.

Nella finestra sulla ricerca pubblica ci sono schede di risultati di ricerca, sono

600 schede, e ripeto, sembra già un numero grosso, ma in realtà è piccolo, perché siamo

ancora nella fase di acquisizione dell'informazione sulle ricerche. Tante volte scopro

colleghi che mi dicono: "Ma io non ne so niente", allora mi scuso per la insufficiente

informazione e li prego di aiutarci fornendoci le notizie sulle loro attività.

Il progetto secondo noi è un progetto rodato; ci sono tante cose da potenziare e

tante cose nuove da introdurre. C'è, per esempio, la possibilità di favorire la creazione di

un mercato più aperto su tutte queste attività, fornendo magari alle aziende dei voucher

tecnologici e degli aiuti per la brevettazione e per la relativa promozione. Dobbiamo

rafforzare i rapporti tra gli Atenei e le imprese.

Le aziende hanno bisogno di ricerca e la ricerca ha bisogno delle aziende, anche

per individuare quali sono i settori che richiedono sviluppi, al fine di raggiungere

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

obiettivi economici sempre più significativi. Il punto però, sul quale si arresta il

processo, sul quale si manifestano le difficoltà, è sempre quello della formazione.

Noi possiamo mettere insieme ricercatori e industriali, ma se, poi, nelle aziende

non c'è qualche giovane che sia in grado di individuare gli interessi o le possibilità di

innovazione in quella specifica azienda e, contemporaneamente, sia anche in grado di

avere rapidamente un'idea del luogo dove può trovare il supporto alla ricerca per quella

innovazione, non si va molto avanti, il sistema non gira bene.

Il supporto alle attività formative professionalizzanti nell'ambito delle lauree

brevi ha questa funzione, sono quelli che entrano più rapidamente e più giovani nel

processo produttivo, le persone più sensibili. Ci sono i master di primo e di secondo

livello. I master di primo livello sono una novità, non ci sono stati finora, possiamo

attivarne, progettarli insieme, Aziende e Atenei. Quelli del secondo livello

arricchiscono di professionalità una formazione già lunga, e so che qui molti tra i

colleghi sono interessati

E c’è il livello del dottorato di ricerca. Il dottorato di ricerca è un livello di

formazione che deve vedere le aziende interessate al suo sviluppo. Durante il dottorato

di ricerca si forma per tre anni una persona. Ciò può avvenire su progetti individuati

congiuntamente da Aziende e ricercatori. In gran parte del mondo il dottorato di ricerca

è finanziato sui fondi che i vari dipartimenti ottengono dai loro partner industriali. È una

formazione alta, la ricerca di base lì deve avere un ruolo importante, io non voglio

apparire affatto riduttivo, e in generale su questi temi non lo sono, ma sono convinto che

l'attenzione comune a questo livello segnalerebbe la consapevolezza che la ricerca di

base, insieme alla ricerca più esplicitamente finalizzata, è una condizione essenziale per

andare avanti.

Queste non sono fantasie; e’ essenziale che il trasferimento tecnologico venga

vissuto consapevolmente da aziende e Atenei. E’ importante che si creda realizzabile, e

spero di avervi dato elementi sufficienti. Ho l'impressione che questo stia già avvenendo

ed è uno step importante perché le attività di formazione e di diffusione dell'innovazione

diventino efficaci.

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Dottor Fabrizio Cobis

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Dirigente Servizio per il Potenziamento Attività di Ricerca, MURST

LE AGEVOLAZIONI PER LA RICERCA E L’INNOVAZIONE PER

L’UNIVERSITA’ ALLA LUCE DEL D.Lgs 297/99

MURST, ormai, è una sigla che dobbiamo imparare a dimenticare, stiamo

cambiando soltanto il nome, spero fortemente che l'identità e il ruolo rimangano quelli

che finora abbiamo esercitato.

Mi sembra che questa sia un'occasione molto importante per approfondire un po'

la riflessione, anche su quello che il Ministero dell'Università della Ricerca Scientifica

in questi anni ha condotto sul tema del rapporto tra Università e Impresa.

Voi sapete tutti, immagino, quanto il Ministero si sia impegnato in questi ultimi

anni nella complessiva riforma del sistema nazionale della ricerca; siamo partiti dalla

consapevolezza che, ormai, un sistema economico complessivamente inteso o punta

sulla ricerca, sull'innovazione e sulla formazione o non ha garanzie di competitività

stabile, strutturata nel tempo e siamo partiti dalla parallela consapevolezza che, invece,

sul versante ricerca il nostro paese occupa su quasi tutti gli aspetti posizioni di

retroguardia, perché spesso ci limitiamo a considerare quanto poco l'Italia spende in

ricerca e sviluppo rispetto al prodotto interno lordo nel confronto con gli altri paesi, ma

ci sono tanti altri indici che danno il segno di una certa difficoltà di questo paese a

considerare la ricerca centrale nella propria politica di sviluppo. La ricerca è sempre

stata intesa in generale come un costo, più che come un reale investimento produttivo da

perseguire.

Partendo da questa consapevolezza il Ministero, sfruttando la delega contenuta

in una delle leggi Bassanini, ha cercato di ricostruire dalle fondamenta il sistema

nazionale della ricerca e ha messo mano un po' a tutti gli elementi che caratterizzano

questo sistema, procedendo sviluppando e accelerando il processo di autonomia

universitaria, mettendo mano al ruolo, all'organizzazione, alla missione dei grandi enti

pubblici di ricerca e intervenendo pesantemente anche sul sistema di finanziamento alla

ricerca, ricerca intesa in senso ampio, non unicamente la ricerca industriale, né

unicamente la ricerca universitaria, ma quando parliamo di sostegno alla ricerca

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

intendiamo coinvolgere nell'argomento, nella discussione tutti gli attori del sistema in

maniera organica e coordinata. Noi siamo consapevoli dell'importanza della ricerca di

base, della ricerca industriale, della ricerca applicata, delle loro specificità e dei loro

aspetti che caratterizzano l'uno dall'altro, ma abbiamo anche la convinzione che o gli

attori su tutti i versanti riescono meglio a collaborare, a coordinarsi rispetto a quanto

normalmente sia avvenuto nel passato, o avremo difficoltà a parlare di sistema della

ricerca, avremo di fronte soggetti che spesso e volentieri viaggiano un po' per conto

loro, con la conseguenza che, poi, le già poche risorse che girano sul versante della

ricerca vengano utilizzate non nella maniera più efficace che ci si possa aspettare.

Questo obiettivo di un migliorato, più forte, più reale rapporto fra Università e

impresa ha costituito un po' il ritornello che ci ha accompagnato nella riforma del

sistema di sostegno alla ricerca industriale e che ha portato alla emanazione del decreto

legislativo 297 del 27 luglio '99 e delle successive norme applicative, delle quali

parleremo nel dettaglio tra poco, come anche dell'istituzione di un nuovo fondo

destinato espressamente alla ricerca cosiddetta di base.

Tra gli strumenti che leggevo nel video prima ho visto il FIRP. Noi abbiamo

fatto un FIRB, speriamo di non confondere troppo le idee, quelle idee che già sono

poche e spesso poi sono pure confuse. Questo fondo per gli investimenti della ricerca di

base serve, vorremmo in qualche modo sperare, a coprire una filiera ideale che dall'idea

arriva fino alla realizzazione di una innovazione da introdurre sul mercato, serve a

coprire la parte iniziale, quella parte di ricerca pura, di ricerca di base abbastanza

trascurata diciamo un po' così dagli interventi pubblici. Se noi pensiamo agli strumenti a

disposizione dell'Università per sostenere la propria ricerca, al didel meccanismo

dell'ex 40%, il cofinanziamento delle ricerche di interesse nazionale, vediamo che questi

strumenti non funzionavano.

Ma vediamo un po' per gradi questo pacchetto di interventi, che segna un po' un

salto di qualità della politica nazionale nei confronti della ricerca, con un obiettivo di

fondo che tengo a rimarcare. Nel momento in cui ci siamo avvicinati alla necessità di

riformare i meccanismi di sostegno abbiamo pensato che il problema non fosse soltanto

quello di mettere a disposizione più fondi per chi intende investire in ricerca; noi

riteniamo che il problema di finanziare, il problema delle risorse a disposizione esista e

sia molto pesante e che vada giustamente sottolineato, ma riteniamo che parallelamente

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

ci sia un problema di regole, un problema di condizioni, di contesto che debbono

favorire l'investimento in ricerca.

Io uso spesso un esempio per capire questo: quando viene da noi un'impresa e mi

propone di presentare un progetto di ricerca su una determinata legge esistente al

Ministero per chiedere un finanziamento, benissimo, l'accogliamo con grande interesse

e cerchiamo di dare il massimo dell'assistenza e della disponibilità, ma è comunque una

impresa, un soggetto che è già organizzato per affrontare un investimento, che fa ricerca

e già conosce le possibilità di finanziamento, è in qualche modo già attrezzato.

C'è tutta una parte, c'è tutto un mondo industriale, ma anche universitario che

forse è meno attrezzato da questo punto di vista e nei confronti del quale va esercitata

un'attività di incentivazione più forte, mettendo a disposizione, da un lato risorse, ma

dall’altro anche condizioni di contesto che cerchino di incoraggiare l'investimento e la

ricerca e cerchino di far considerare l'investimento e la ricerca come un investimento e

non semplicemente un costo in qualche modo sostituibile da altre soluzioni; non

abbiamo più spazio per le esportazioni basate sulla moneta nazionale che si svaluta e

che quindi ci consentono competizioni internazionali, non possiamo competere sul costo

della manodopera, perché siamo comunque perdenti rispetto ad altri concorrenti, l'unica

cosa che può garantire al nostro sistema la sopravvivenza in una competizione duratura

nel tempo è la qualità dei prodotti e dei processi ed è per questo che il ruolo della ricerca

ed il ruolo dell’investimento alla ricerca devono essere centrali.

È su queste basi che nasce il decreto legislativo 297 del '99, seguito dal suo

decreto di attuazione, ormai vigente dalla metà di febbraio scorso, il decreto 8 agosto

2000, che reca, appunto, tutte le modalità procedurali per il sostegno alla ricerca che si

svolge a fini produttivi.

Io cerco di stare molto attento nell'uso delle definizioni, perché il termine

sostegno alla ricerca industriale rischia di essere un po' limitativo. Sembra comunque

che ci rivolgiamo sempre e soltanto al soggetto industriale, che è il nostro unico

interlocutore sulla base di questa normativa: il decreto legislativo 297/99 ha come

riferimento principale l'impresa industriale che produce beni o servizi, ma sia il decreto

legislativo che il decreto ministeriale di attuazione contengono numerosissime misure e

strumenti che tendono ad attivare anche il mondo scientifico, il mondo pubblico della

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

ricerca nella collaborazione con le imprese, nell'accesso ai fondi che un tempo avremmo

considerato destinati esclusivamente al mondo industriale.

C'è un motivo di fondo per questo. Noi abbiamo un sistema industriale che è

formato per oltre il 90% di piccole e piccolissime imprese, molte delle quali non

superano i 50 dipendenti, per le quali l'investimento e la ricerca sono qualcosa di

pesante, che necessita di un'organizzazione e di rapporti.

Io difficilmente posso aspettarmi un reale progetto di ricerca industriale da una

piccola e media impresa dove non sia presente il mondo dell'Università o il mondo degli

enti pubblici di ricerca.

Il grande gruppo industriale, la grande impresa riesce, anche se ultimamente di

meno, a fare ricerca più di base, più pura, ad affrontare da sola un investimento in

ricerca; per la piccola impresa, invece, è vitale il rapporto con l'Università, col mondo

scientifico ed è vitale quindi per noi mettere a disposizione le forme di collegamento più

opportune per favorire questo rapporto.

Posso fare però lo stesso discorso all'inverso: anche per il mondo universitario,

per il mondo degli enti di ricerca è vitale, sarà sempre più vitale un giusto rapporto col

mondo industriale; non è più il tempo degli steccati, non è più il tempo delle

separazioni, delle chiusure a riccio a difesa delle rispettive sfere di competenza.

Quindi il decreto legislativo 297/99 di fronte a un obiettivo dichiarato, che era

quello di sistemare giuridicamente le norme esistenti, realizzare un quadro più chiaro,

più leggibile, più semplice, un quadro unitario, elimina dal terreno tutte le varie norme,

le varie leggi, le varie circolari, i vari regolamenti, e mette a disposizione degli operatori

un unico testo normativo, regolamentare, dove tutto sia compreso e dove sia possibile

per l'operatore entrare all'interno e poter muoversi più semplicemente.

Io ho sempre di fronte l'immagine del piccolo imprenditore al quale viene in

mente di realizzare un progetto di ricerca: cerca uno strumento normativo che lo possa

aiutare e già quello diventa un progetto di ricerca, un progetto per ricercare lo strumento

giusto per essere finanziato e si trova di fronte a una jungla, a volte anche inestricabile,

di regolamenti, di leggi, di leggi che a loro volta fanno richiamo ad altri regolamenti, ad

altre leggi in questa logica di costruzione a matrioska delle normative italiane.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

L'idea di mettere a disposizione un unico testo dove in qualche modo sia tutto

disponibile in maniera leggibile mi sembra già un bel passo avanti rispetto a tante

abitudini del passato.

Con questo testo noi mettiamo a disposizione tutti gli strumenti possibili per

l'operatore per trovare una forma di agevolazione a una propria idea di ricerca.

Da un lato abbiamo gli interventi che noi chiamiamo tecnicamente "bottom-up",

ossia la possibilità, in ogni momento dell'anno, senza scadenza, senza l'esigenza di

rispettare bandi o in qualche modo condizioni predefinite, di presentare al Ministero un

progetto di ricerca industriale costruito secondo le personali esigenze dell'azienda,

quindi con tempi, costi, area tecnologica che rispecchia direttamente soltanto l'interesse

del soggetto proponente. È uno sportello sempre aperto, ripeto, non vi sono bandi, non

vi sono scadenze, il progetto può essere visitato in ogni momento; il decreto ministeriale

di attuazione del D.lgs 297/99 comprende la modulistica per presentare i progetti,

comprende le note che aiutano a redigere al meglio questa stessa modulistica, che, per

altro, è sufficientemente semplice. Ce ne accorgiamo dai numeri che caratterizzano

l'accesso a questo sportello, che storicamente esiste da anni, con la legge 46 di lontana

memoria e ancora prima e che col tempo si è poi via via semplificato; noi arriviamo

adesso, a tutto il 2000, a un numero di progetti presentati al Ministero che supera i 550;

soltanto quattro o cinque anni fa eravamo a livelli inferiori alla metà di questo numero,

ma il dato più importante è ancora un altro, di questi 550 progetti il 70% degli stessi

proviene da piccole e medie imprese, quando fino al '94-'95 la percentuale della piccola

e media impresa non superava il 18% rispetto a tutti i progetti che venivano presentati.

Questo è un risultato di una serie di azioni, tra le quali anche quella di

semplificare le procedure e le normative. La legge 46 dell'82, per chi in qualche modo

ha avuto rapporti con questa legge, è sempre stata considerata una legge di esclusivo

appannaggio della grande impresa, perché aveva normative complesse, richiedeva

un'organizzazione, c'erano tempi di risposta particolarmente lunghi e penosi; la piccola

e media impresa era in qualche modo sfavorita e scoraggiata dall'utilizzare questo

strumento.

Abbiamo cercato di modificare un po' alcuni passaggi burocratici, c'è molto

lavoro da fare su questo processo, non abbiamo ancora la perfezione, però la risposta è

importante e significa che l’obiettivo di risvegliare la domanda di ricerca della piccola

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

impresa in qualche modo è stato conseguito e lo vediamo anche dal fatto che i progetti

delle piccole imprese aumentano, non soltanto dal punto di vista quantitativo, bensì

soprattutto dal punto di vista qualitativo.

I progetti delle piccole imprese sono scritti sempre meglio. Affrontano una

problematica scientifica con ricaduta industriale e la tentano di risolvere in maniera

sempre migliore, segno anche di un miglior rapporto con l'Università e col mondo

scientifico della ricerca, che dà il giusto supporto a queste esigenze industriali.

Nel corso di quest’anno è stato varato il programma nazionale per la ricerca, il

primo documento programmatico la cui paternità è del governo nel suo complesso e che

delinea i grandi obiettivi della politica nazionale della ricerca da qui ai prossimi anni. Si

tratta di un documento molto importante, molto significativo proprio perché non è più

come i vecchi piani triennali che il MURST ogni tanto tirava fuori, ma che erano del

Ministero ed erano limitati alla politica del Ministero; qui parliamo di un documento

che entra peraltro nel DPEF, nel documento di programmazione economico-finanziario,

a significare che la politica della ricerca è uno dei cardini della politica economica più

complessiva del Paese.

Arriviamo nel 2000 a questa consapevolezza, credo che da altre parti del mondo

ci siano arrivati molto prima e i risultati si vedono; speriamo di avviare adesso un

processo che ci rende un po' con il respiro corto in questa corsa.

Accanto allo sportello, accanto agli interventi di programmazione, il D.lgs 297

ricomprende una serie di interventi di contesto, che servono a migliorare le condizioni

utili a un investimento in ricerca. Abbiamo sentito prima accennare al discorso dei

dottori di ricerca, dell'ingresso dei dottori di ricerca nel mondo industriale, che è un

problema reale, un problema serio. Conosciamo, tra le tante difficoltà di rapporto

Università-impresa, la difficoltà di flusso dei cervelli che escono dall'Università, che

con difficoltà riescono a essere spesi rapidamente e utilmente nel mondo del lavoro; la

figura del dottorato di ricerca un po' riassume queste difficoltà.

Occorre un ruolo attivo dell'impresa nella formazione dei dottori di ricerca ed il

D.lgs 297 comprende misure che agevolano questo obiettivo; per quelle imprese che,

d'accordo con l'Università, concedono borse di studio per la frequenza a corsi di

dottorato di ricerca, il 50% dell'importo di quella borsa di studio è ripagato in qualche

modo dal Ministero sotto forma di credito di imposta; è una forma di sgravio fiscale di

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

cui si parla molto, a sostegno della ricerca con un obiettivo molto preciso e questo noi lo

consideriamo molto importante, perché se si innesta un circolo virtuoso in questo senso

dove l'impresa aiuta finanziariamente la realizzazione di corsi di dottorato, i prodotti di

quel corso di dottorato potranno essere più rapidamente spesi già all'interno stesso

dell'azienda che finanzia quel corso e badate che è proprio questa una delle chiavi del

successo della ST Microelectronics in Sicilia nel rapporto con l'Università, ma come

anche altre situazioni; in Piemonte, la Motorola si è insediata grazie a un ottimo

rapporto con il mondo universitario e scientifico; i rapporti tra Università e impresa

funzionano molto con questo strumento, grazie alla possibilità di finanziare corsi di

dottorato che consentono poi alle imprese di disporre rapidamente di risorse umane utili

e utilmente impiegabili e se è vero per la Motorola, per citare, è tanto più vero per la

piccola impresa, che ha un disperato bisogno di risorse qualificate al proprio interno, di

elevare la qualità del proprio personale per potere affrontare un investimento in ricerca

organizzato, strutturato; sempre col D.lgs 297 noi consentiamo la diretta agevolazione a

quelle imprese che assumono dottori di ricerca o laureati con esperienza, anche con

contratti a termine di durata almeno biennale.

La piccola impresa che presenta il contratto di assunzione di un dottore di ricerca

riceve dal Ministero 50 milioni per il solo fatto di presentare un contratto di assunzione,

50 milioni di cui 40 milioni vengono concessi nella forma di credito di imposta e 10

nella forma del fondo perduto.

Sono norme non nuove, sono norme che abbiamo introdotto giù tre anni fa con il

pacchetto Treu sull'occupazione e che hanno dato grande soddisfazione a tutti noi,

perché hanno prodotto risultati immediati, anche perché la procedura di concessione e di

valutazione delle domande è una procedura molto semplice, tanto è vero che parliamo di

interventi automatici, non sottoponiamo ad alcuna valutazione di merito le domande che

ci vengono proposte, vige soltanto una regola, quella del rubinetto, nel senso che

esistono dei fondi, si apre uno sportello, le domande vengono soddisfatte secondo

l'ordine cronologico di arrivo, chi prima arriva prende soldi; finiti i soldi si chiude il

rubinetto e se ne riparla l'anno dopo; si tratta quindi di una brutalità infinita come

strumento, ma forse per questo tipo di azioni è una delle poche forme per perseguire

bene questi obiettivi.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Sempre con il D.lgs 297 rafforziamo il discorso del distacco, della mobilità del

personale di ricerca dal mondo pubblico al mondo privato.

Quando si parla di trasferimento tecnologico noi abbiamo la convinzione che

una delle forme più efficaci di trasferimento tecnologico sia il passaggio, la circolazione

dei cervelli dal settore pubblico al settore privato. Si tratta di un aspetto non semplice da

realizzare in questo paese, tante sono le resistenze anche culturali che riscontriamo in

questo processo, però noi continuiamo a riproporlo, tanto è vero che comincia a essere

utilizzato in maniera molto più forte rispetto ai primi anni; il CNR e l'ENEA, tanto per

fare due nomi, ormai distaccano una ventina di persone all'anno che vanno a lavorare

nelle piccole e medie imprese, qual è il vantaggio per l'ente?

Per l'ente il vantaggio c'è: infatti se assume in sostituzione un giovane ricercatore

ha dal Ministero soldi, 50 milioni, all'anno per ogni unità di personale assunto. Questo

paese ha un altro problema forte, ha un problema di uno scarso numero di ricercatori

rispetto alla popolazione attiva, tre ogni mille persone attive. E’ una popolazione di

ricercatori che cresce molto lentamente; negli ultimi dieci anni la popolazione dei nostri

ricercatori è cresciuta del 6%, nello stesso periodo in Finlandia è cresciuta del 100%,

(non è un caso che poi tutti abbiamo telefonini Nokia). Il problema è anche quello che

abbiamo una popolazione di ricercatori che tende ad avere un'età media molto avanzata;

c’è scarsa difficoltà di rinnovamento e di reclutamento di giovani ricercatori. Noi

cerchiamo di intervenire anche da questo punto di vista.

Crediamo talmente tanto nel rapporto tra Università e impresa e nel flusso

continuo di idee dall'Università all'impresa che con il D.lgs 297 per la prima volta in

Italia si parla di favorire forme di "spin-off" dalla ricerca pubblica. Vorremmo provare a

realizzare quelle condizioni che consentano al ricercatore o professore universitario di

costruire intorno a una sua idea di ricerca una nuova iniziativa imprenditoriale.

Il discorso è di grandissima delicatezza e grandissima difficoltà, perché

assolutamente nuovo e poco sperimentato in questo paese, dove esistono forme,

strumenti per la creazione di impresa, ma di creazione di impresa come "spin-off" della

ricerca pubblica non abbiamo avuto finora esempi normativi nel nostro ordinamento.

Con il D.lgs 297 cominciamo a ragionare su come fare e c'è un piccolo articolo del

decreto attuativo del D.lgs 297 che mira a questo. Questo articolo consente a un

ricercatore o professore universitario, come anche a un ricercatore di un ente pubblico di

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

ricerca, di presentare al Ministero un progetto di ricerca classico, un normale progetto di

ricerca. Lo presenta da solo o insieme alla stessa Università o insieme a un'altra azienda

o insieme, quello che ci auguriamo tutti, ad una società di investimento di capitale di

rischio. Cerchiamo di attrarre nel sistema nazionale della ricerca il mondo della finanza

privata in quanto nessun sistema di ricerca al mondo funziona senza la presenza forte

della finanza privata, del “venture capital”, di chi va a investire danaro in idee, in nuove

iniziative.

Questo progetto di ricerca, presentato a queste condizioni al Ministero, verrà

valutato dal Ministero e verrà finanziato a patto che chi lo propone si costituisca in una

nuova società, faccia nascere una nuova società con la quale stipuleremo il contratto di

finanziamento di quel progetto, pagando quella ricerca al 75% dei costi sostenuti e

sostenendo l'attività di quella società nei primi due o tre anni della sua vita;

interveniamo quindi molto a monte del processo di creazione di impresa, con una

convinzione però, e qui ci dobbiamo tutti sentire chiamati in causa, che questo

intervento del Ministero, questo articoletto da solo non permetterà la realizzazione di

alcuna nuova impresa se non esistono una serie di interventi collaterali di

accompagnamento, poiché c’è il problema di fondo del rapporto tra l'universitario e la

sua struttura.

Noi scriviamo nel regolamento che il professore universitario che presenta il

progetto deve essere in regola con le procedure autorizzative messe a punto dalla

propria Università, che ne disciplinano il collocamento in aspettativa o il mantenimento

in servizio, cioè l'Università deve affrontare questo problema e deve mettere in

condizione il ricercatore di poter intraprendere questa azione.

Ma poi ci sono anche altri problemi che vanno risolti in questo contesto. C'è un

problema di incubazione della nuova società, dove si installa la società? Quali

strumentazioni può utilizzare? C'è un problema di tutoraggio della nuova società, c'è

soprattutto un problema di "business plan", perché io quando chiedo il progetto di

ricerca chiedo anche che questo progetto venga accompagnato da un piano di sviluppo

industriale e finanziario della nuova società che va a nascere e bisogna che qualcuno

aiuti quel ricercatore, quel professore universitario a crescere nel vedere la propria

ricerca anche da un punto di vista economico e industriale, cosa che spesso non gli è

propria oggettivamente.

31


Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Ovviamente questa è una misura sperimentale, noi siamo partiti quest'anno,

abbiamo messo a disposizione cinque miliardi per questa iniziativa, considerando che al

massimo per ogni iniziativa possiamo dare 1 miliardo, non di più; siamo convinti che c'è

molto da lavorare su questo discorso; intanto però cominciamo a sollevare un dibattito

sull’argomento, cominciamo a parlarne e a vedere come si può migliorare. La strada

comunque deve essere considerata questa, se il rapporto Università-Impresa deve

funzionare come chiave di volta del sistema della ricerca, anche il discorso dello spin-

off deve essere in qualche modo favorito e lanciato in questo paese.

Queste idee, sensazioni e consapevolezze noi le ritroviamo nell'altro strumento

di cui parlavamo prima e a cui accenno, sono in chiusura nel rispetto dei tempi: il fondo

per la ricerca di base.

Abbiamo fatto il programma nazionale della ricerca, un grande documento con

grandi obiettivi da perseguire nel breve, nel medio e nel lungo periodo.

Uno degli strumenti per realizzare gli obiettivi del programma nazionale per la

ricerca è questo fondo per gli investimenti della ricerca di base, il FIRB, istituito con la

legge finanziaria scorsa. Questo FIRB consentirà di finanziare, nello stesso modo del

D.lgs 297, sia “bottom-up” sia “top-down” come programmazione di iniziative di

ricerca di base. Ci rivolgiamo ovviamente all'Università, agli enti pubblici di ricerca,

non trascurando la possibilità che anche in questo ambito siano sviluppate forme di

collaborazione con il mondo industriale, che deve essere di nuovo coinvolto anche nella

ricerca di base, che più o meno ha abbandonato negli ultimi tempi.

disposizione.

Il problema di fondo che resta ancora in piedi è quello dei fondi.

Il fondo per la ricerca di base parte quest'anno con 900 miliardi di lire a

Da dove arrivano questi 900 miliardi? Arrivano dai proventi della gara per le

licenze dei telefonini di terza generazione, la gara UMTS. Era prevista una quota presso

la Presidenza del Consiglio per attività di ricerca e formazione; 900 miliardi sono

arrivati al Ministero; quota consistente, certamente; quota importante, ma non

dimentichiamo che è una quota una tantum.

Questi 900 miliardi sono arrivati quest'anno come proventi UMTS, rischiamo,

una volta esauriti questi, di non avere più le risorse per far funzionare questo fondo.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Lo stesso problema lo abbiamo sul D.lgs 297. I fondi a disposizione non bastano

più a soddisfare le domande che quotidianamente ci pervengono su questa legge.

Adesso abbiamo bisogno che ci sia già da questo DPEF e dalla finanziaria

prossima un vero salto di qualità nell'investimento in ricerca.

Io credo che il Ministero abbia fatto la sua parte in questo frattempo, abbia

rinnovato le regole e ricostruito il sistema, si sia ridato una nuova organizzazione e

abbia ricostruito un po' la macchina. L'abbiamo detto anche al Ministro Moratti, appena

insediata. Noi adesso abbiamo una fuoriserie, straordinariamente luccicante e

straordinariamente bella da vedere, abbiamo bisogno della benzina per farla camminare,

sappiamo della sensibilità già dimostrata dal Ministro su questo terreno, vorremmo che

adesso seguissero realmente dei fatti.

In passato molto spesso ci veniva detto: "È inutile che diamo soldi in più alla

ricerca, tanto vengono spesi male, vengono spesi in maniera poco efficace". Credo che

adesso ci siamo messi nelle condizioni di spendere meglio i soldi che abbiamo e io

spero che tutti noi, ognuno nel suo ruolo, sappia fare la propria azione di spinta perché

ci sia la giusta attenzione nella prossima legge finanziaria all'investimento pubblico in

ricerca e sviluppo, senza il quale l'investimento privato non si mette in moto. Se non c'è

un forte investimento pubblico iniziale è difficile poi chiamare in causa direttamente

l'investimento privato di ricerca e sviluppo.

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Ingegner Andrea Pininfarina

Presidente Unione Industriale di Torino

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

IL DIFFICILE RAPPORTO UNIVERSITA’-INDUSTRIA:

PROBLEMI E PROSPETTIVE

E’ noto che, rispetto agli altri principali Paesi europei e agli Stati Uniti, l’Italia

presenta numerose criticità per quanto riguarda l’innovazione e la ricerca.

Gli indicatori disponibili mostrano una scarsa competitività nei prodotti ad alta

tecnologia; una bassa capacità di produrre brevetti; un'insufficiente attività di R&S; uno

scarso numero di ricercatori; un elevato disavanzo della bilancia tecnologica.

Nell'ultimo decennio abbiamo assistito a una riduzione della competitività del

Paese nei settori produttivi ad alta intensità di conoscenza: una tendenza opposta a

quella seguito dagli altri paesi industriali, partner dell’area euro, che hanno rafforzato la

loro posizione per allontanare la pressione dei paesi emergenti, alcuni dei quali stanno

risalendo rapidamente la filiera tecnologica.

Ciò ha portato alla progressiva erosione delle quote di mercato del nostro Paese

e, in generale, all’indebolimento della nostra posizione concorrenziale nell’economia

globale.

L'insufficiente potenziale di innovazione del sistema produttivo italiano deriva

dall'effetto combinato di tre fattori sfavorevoli:

una struttura produttiva caratterizzata dalla prevalenza di piccole imprese e

dalla specializzazione in settori tradizionali;

l'assenza di linee guida di lungo periodo della politica della scienza e

tecnologia;

il permanere di meccanismi della ricerca pubblica che hanno ostacolato

l'emersione delle eccellenze e la collaborazione con il settore privato.

Nelle piccole e medie imprese l'attività di ricerca risente di limiti oggettivi

derivanti dalle limitate risorse finanziarie, organizzative e umane; ma risente anche di

limiti soggettivi e culturali.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Spesso le imprese italiane privilegiano le innovazioni di processo, volte alla

compressione dei costi e al miglioramento della qualità, indirizzando così la ricerca

verso i macchinari, le tecnologie di produzione, le formule organizzative più che verso

nuovi prodotti o nuovi mercati.

La ricerca è quasi sempre effettuata “in casa”. Secondo la Confindustria, solo il

20% delle imprese innovative svolge progetti di ricerca con l'Università o gli Enti

Pubblici di Ricerca. Ciò è dovuto anche alla difficoltà che hanno le PMI a individuare

con precisione il loro “fabbisogno tecnologico” e a formulare le richieste al sistema-

ricerca in modo immediatamente “leggibile”.

Per quanto riguarda le politiche pubbliche per la ricerca, i problemi derivano

principalmente dalla scarsità delle risorse impiegate e dalla difficoltà di trasferire in

modo efficace i risultati della ricerca al sistema produttivo.

Uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università Tor Vergata di Roma

sul CNR e il MIT americano (strutture comparabili per dimensione e caratteristiche)

rileva che il ritorno economico e tecnologico degli investimenti in R&S del CNR è

sensibilmente inferiore soprattutto a causa della scarsa produttività del trasferimento.

Quasi il 90% delle invenzioni rimane nei cassetti dei laboratori di ricerca; per il CNR il

ritorno finanziario dell’attività di trasferimento tecnologico è negativo (mentre è

ampiamente positivo per il MIT), e costituisce un forte disincentivo a “mettersi sul

mercato”.

Limitata, inoltre, è l’incidenza di "spin-off" del settore scientifico: solo in

pochissime università sono presenti "incubatori" finalizzati a favorire l'iniziativa

imprenditoriale dei propri ricercatori.

Il recupero del ritardo scientifico e tecnologico dell’Italia richiede interventi in

diverse direzioni e rivolti a diversi soggetti.

La Confindustria ha recentemente presentato un articolato piano di azione per

migliorare il sistema della ricerca. Vorrei isolarne alcuni punti.

La logica che ispira le nostre proposte, e che condivido pienamente, è quella

dell’introdurre i meccanismi del mercato nel sistema della ricerca. Non per strangolare

l’autonomia e la libertà scientifica dei Centri di ricerca o dei ricercatori, ma per

aumentare le ricadute socioeconomiche delle ricerche e ampliare la base di

finanziamento dei centri stessi.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

L’esempio statunitense dimostra che le logiche della scienza e quelle del

mercato possono non solo convivere, ma rafforzarsi a vicenda. Negli USA il confine fra

“scienza” e “industria” è molto più sfumato e lo sfruttamento commerciale del sapere è

incoraggiato e socialmente ben accetto.

In effetti, gli Stati Uniti sono i più grandi produttori mondiali di brevetti (anche

in termini relativi), ma anche la patria di ricerche, portate avanti dai privati, dai ritorni

molto incerti e differiti nel tempo, come quelle sul genoma umano e sugli organismi

geneticamente manipolati.

Una prima linea di azione riguarda l’efficienza e la qualità della ricerca pubblica.

Occorre introdurre un sistema di incentivi e disincentivi, rafforzando

l’autonomia finanziaria e amministrativa delle Università e degli Enti Pubblici di

Ricerca e riducendo le erogazioni automatiche.

Essenziale è introdurre nel sistema della ricerca pubblica meccanismi

concorrenziali che incentivino l’emergere di centri di eccellenza e la collaborazione con

il sistema produttivo.

Anche i criteri di allocazione dei fondi pubblici vanno rivisti in due direzioni: da

un lato, attribuendo maggiore peso alla “produttività” del sistema e all’effettivo merito

scientifico; dall’altro, focalizzando la spesa sui “centri di eccellenza”, piuttosto che

disperderla su progetti di minore impatto.

A Torino, ad esempio, si investono notevoli risorse in R&S e ci si colloca perciò

in vetta alla graduatoria nazionale.

Vi è tuttavia un'evidente anomalia: la quasi totalità degli investimenti è sostenuta

dalle imprese; il peso della componente pubblica è molto al di sotto della media

nazionale.

È necessario quindi impegnarci per riequilibrare questo rapporto, ristabilendo

una maggiore equità nella ripartizione delle risorse pubbliche per la ricerca.

nuove attività.

Ciò costituirebbe anche uno stimolo virtuoso alla promozione e attrazione di

Per migliorare l'efficienza della ricerca pubblica è indispensabile aprire il mondo

della ricerca alle imprese, anche a livello di organi decisionali.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Le potenziali ricadute sul sistema produttivo devono essere tenute presenti nella

definizione dei progetti di ricerca, pur senza perdere di vista obiettivi scientifici di più

ampio respiro.

Sull’esempio di quanto è stato fatto dai nostri partner (in particolare dagli Stati

Uniti e dal Regno Unito, ma recentemente anche dalla Spagna), occorre ampliare

l’incentivo alle Università, agli Istituti di ricerca e ai ricercatori a cercare nella

collaborazione con il sistema produttivo una fonte di finanziamento e di sviluppo, ad

esempio estendendo la possibilità di sfruttare commercialmente i risultati delle ricerche.

Molte delle considerazioni svolte sono valide anche per un'area di eccellenza

tecnologica come quella torinese, dove, peraltro, esistono ancora ampi margini per

migliorare il rapporto fra il sistema pubblico della ricerca e l'industria.

Le indagini più recenti evidenziano che le relazioni fra Università e industria

sono troppo sporadiche; il trasferimento tecnologico è limitato; lo "spill-over" dai centri

di ricerca pubblici e privati è stato marginale.

I fornitori locali di tecnologia sono caratterizzati da una scarsa visibilità dei

servizi offerti e da una bassa propensione a proporsi sul mercato, anche se negli ultimi

anni la situazione è lievemente migliorata. Solo una piccola parte dell’output di ricerca

viene offerto al sistema produttivo. E’ significativo, ad esempio, che manchi una banca

dati delle ricerche e delle risorse disponibili presso Politecnico e Università. Scarsa

inoltre è l’importanza degli intermediari classici fra domanda e offerta.

In ambito locale, le proposte per migliorare le relazioni fra l'industria e il mondo

della ricerca devono riguardare sia la domanda di tecnologia che l’offerta.

Dal lato della domanda, occorre ridurre il costo dei servizi per l’impresa,

finanziando check-up tecnologici, promuovendo “dimostrazioni tecnologiche” e, in

generale, migliorando la conoscenza tecnologica. Uno strumento che può rivelarsi utile

è quello dei “voucher tecnologici”, sul modello usato in Finlandia, da assegnare alle

PMI per acquistare sul mercato servizi ad alta tecnologia

Dal lato dell’offerta, occorre pensare anzi tutto a strumenti semplici e praticabili.

In primo luogo, è possibile migliorare la diffusione dell’informazione e favorire

il trasferimento di personale di ricerca dall’Università all’impresa. La realizzazione di

un “portale dell’innovazione in Piemonte”, dove gli utenti possano trovare un repertorio

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

delle competenze tecnologiche della regione, e un luogo di informazione sulla

tecnologia (fiere, convegni, articoli, ecc.) può essere uno strumento utile.

Un altro strumento utile possono essere gli “stages innovativi”, tramite i quali gli

studenti verrebbero inseriti all’interno di un’azienda per un periodo di tempo prefissato,

occupandosi specificamente della realizzazione di un progetto innovativo che dovrebbe

diventare, sotto la supervisione di un tutor fornito dall’Università, oggetto di una tesi di

laurea o di una ricerca.

Una delle prossime attività del Corfui dovrebbe essere proprio la realizzazione di

un catalogo della ricerca universitaria, secondo criteri merceologici, di facile

consultazione per le aziende, da inserire nel nostro sito Internet, nel quale è già presente

un pulsante per la futura attivazione. A questo dovrebbe conseguire anche la possibilità

di attivare “stage innovativi”, essendo proprio gli stage l’attività finora maggiormente

sviluppata dal Corfui, che ne ha attivati oltre 2.500 negli ultimi tre anni.

In conclusione, penso che nel nostro Paese le risorse scientifiche e

imprenditoriali siano di assoluto livello.

Le potenzialità per un dialogo e una cooperazione più stretta e più proficua sono

ampie: si tratta di valorizzare le esperienze positive già in essere e di portare avanti le

necessarie riforme.

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Professor Guido Sasso

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

DIBATTITO

Già Professore Ordinario presso la Facoltà di Agraria e già Magnifico Rettore

dell’Università di Torino

Ho appreso la notizia di questo Convegno da La Stampa del 25 giugno. Ho

sentito mio dovere di essere presente per ricordare la ricorrenza di un cinquantenario

riguardante la nostra Università.

Prima però desidero rivolgere un cordiale saluto al Presidente Pininfarina e

congratularmi con tutti i relatori per le interessanti trattazioni. Esprimo un particolare

apprezzamento al prof. Coluccia per le sue luminose proiezioni di tabelle e grafici. Non

entro nel merito di quanto esposto dai relatori perché non ritengo ormai di averne la

competenza.

Ha attirato soprattutto la mia attenzione il titolo giornalistico del Convegno:

Università e imprese per la ricerca”, titolo che mi ha dato l’opportunità di ricordare in

questa sede accademica che sono trascorsi proprio 50 anni dalla istituzione a Torino, da

parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), del Centro Nazionale Meccanico

Agricolo (CNMA), importante e significativo esempio di rapporto fra l’Università di

Torino (Facoltà di Agraria) e una grande impresa industriale: la FIAT S.p.A..

Infatti il 26 marzo 1951 veniva sottoscritta la convenzione istitutiva dai quattro

Enti fondatori: il Sindaco COGGIOLA per il Comune di Torino, il Presidente del CNR

COLONNETTI, il Rettore dell’Università di Torino ALLARA e il Dott. CAMERANA

per la FIAT.

Al riguardo è bene ricordare che il promotore della importante ed eccezionale

iniziativa è stato il Dott. Gian Carlo Camerana, laureato in Scienze Agrarie.

Ciascuno dei quattro Enti ha avuto una parte determinante nei riguardi

dell’istituzione del CNMA. Il Comune di Torino ha messo a disposizione i 700.000 m 2

dell’ex campo volo di Mirafiori, il CNR ha provveduto il personale (ricercatori, tecnici,

amministrativi) e la dotazione finanziaria per il funzionamento. All’Università

competeva la responsabilità scientifica con la funzione guida dei programmi di ricerca.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

La FIAT doveva provvedere alla costruzione dei fabbricati (laboratori, officina, sala

motori, uffici) e della pista per il collaudo e l’omologazione delle trattrici.

La struttura del Centro era formata dalla Sezione Meccanica (Direttore Prof.

Carena e successivamente Prof. Candura) e dalla Sezione Agronomica (Direttore Prof.

Crocioni). La competenza amministrativa era della Direzione dei Servizi (Direttore Ing.

Germano). Per la FIAT i contatti tecnici furono tenuti dall’Ing. Tascheri e dall’Ing.

Torazzi.

Fin dall’inizio la Sezione Agronomica ebbe la responsabilità dell’organizzazione

sul campo Mirafiori delle Giornate dimostrative di Meccanica agraria, importante

manifestazione fieristica collegata con il Salone della Tecnica.

Il periodo di rodaggio fu brevissimo e presto il Centro funzionò a pieno ritmo:

ne è testimonianza questo volume, “Atti del Centro Nazionale Meccanico Agricolo”,

riguardante l’attività svolta dal 1952 al 1956. In questo volume è ancora contenuta la

parte preliminare di analisi del terreno di Mirafiori: lo studio chimico e fisico (Prof.

Bottini), il rilevamento floristico (Prof. Peyronel jr) e le ricerche sulla microflora (Prof.

Peyronel jr e Dr.ssa Dal Vasco).

Il volume è introdotto dal Presidente del CNR Prof. Colonnetti, il quale richiama

con commozione il ricordo del compianto Dott. Camerana.

Nel 1955 con la collaborazione del Politecnico di Torino (Rettore Prof. Perucca)

venne istituita la Sezione di Idraulica agraria (Direttore Prof. Gentilini). Nell’ambito

della intesa attività sperimentale (Prof. Tournon) merita una particolare citazione la

realizzazione del Campo per l’irrigazione dell’Agro di Poirino, al quale diede un

importante contributo per le coltivazioni la Sezione Agronomica (Prof. Luppi).

Senza particolari atti formali nell’ambito della Sezione Agronomica venne

realizzato il Reparto esperienze elettroagricole con la collaborazione della Piemonte

Centrale di Elettricità (Ing. Casuzzi) e della Società Idroelettrica Piemonte (Ing. Vineis).

La ricerca più importante riguardò la realizzazione di attrezzature per la disidratazione

dei foraggi.

La Sezione Agronomica diede la sua collaborazione ad un privato (Dott. Segre

Amar) ideatore di un substrato spugnoso al quale venne dato il nome di Cellager. In

occasione di FLOR 61 venne presentato il pratospugna di Agrostis coltivato su Cellager.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Concludo la mia revocazione storica degli ormai lontani anni cinquanta

ringraziando per l’attenzione e rivolgendo un pensiero augurale ai Ricercatori presenti

oggi nell’Aula Magna dell’Ateneo torinese.

Da alcuni anni stiamo assistendo ad un lento ed inesorabile processo di

anemizzazione della ricerca italiana. E’ di questi giorni la notizia della chiusura di

Centri e Istituti del CNR. Proprio qui a Torino col prossimo 30 giugno sarà chiusa la

Sezione operativa dell’Istituto sperimentale per la nutrizione delle piante, dipendente

dal Ministero dell’Agricoltura. Si tratta di una istituzione che negli anni trenta (allora

Stazione chimico-agraria sperimentale) fu l’unica in Italia a sperimentare in grande il

metodo MITSCHERLICH per la determinazione della fertilità dei terreni.

Tuttavia mi sia consentita un’espressione ottimistica. L’anemia è una malattia

grave, ma può essere curata; occorre una diagnosi precisa e l’applicazione di una cura

mirata ed efficace.

Questo Convegno è già l’indicazione di una prima valida terapia.

Professor Aldo Fasolo

Presidente Commissione Ricerca d'Ateneo

Ringrazio molto il professor Sasso perché, oltre che averci dato una parte di

storia che è sicuramente oggetto di riflessione, anche per le iniziative presenti e future,

ha già ricordato che, nel complesso lavoro di revisione dell'apparato di ricerca,

sicuramente stanno accadendo dei processi, non tutti probabilmente orientati nello stesso

verso, ma con alcune difficoltà non banali.

La ristrutturazione del CNR e di altri enti di ricerca in Piemonte pone

sicuramente dei problemi di transito, di passaggio, di guado, che speriamo arrivino

rapidamente, però, a una sponda, perché altrimenti il rischio è, effettivamente, di

disperdere una grossa quantità di risorse. Pertanto se razionalizzazione e valutazione

deve essere fatta, tutti siamo d'accordo che, se questo però si perde nelle gore, nelle

trattativa di basso o sottogoverno e di scontro di piccoli poteri, certamente dovremmo

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

preoccuparci con il professor Sasso del destino di alcune istituzioni di ricerca di grande

peso e storia.

Adesso ci saranno una serie di altri interventi, pregherei di fare interventi

relativamente brevi e possibilmente in forma di domanda, perché mi sembra che questa

sia l'occasione di sentire dalle persone che ci sono venute a raccontare alcune prospettive

della ricerca, quali sono i punti critici che possono ulteriormente illustrarci e farlo, se è

possibile, con il microfono del tavolo, perché così ci può essere una registrazione.

Professor Francesco Bergadano

Dipartimento di Informatica, Università degli Studi di Torino

Grazie. Io mi chiamo Bergadano, sono un professore del dipartimento di

informatica di questo Ateneo.

Avevo una domanda per il dottor Cobis con riferimento ai finanziamenti e agli

incentivi per le “spin-off” universitarie, in particolare vorrei sapere queste cose: come

abbiamo visto nella legge, tra le condizioni per ottenere i finanziamenti, ci sono

condizioni sulla affidabilità finanziaria della società, in particolare sul capitale netto che

la società deve avere. Come si calcola questo nel caso di una impresa che deve essere

ancora costituita?

Questa è la prima domanda.

La seconda è questa: lei ha parlato di un finanziamento del 75% dei costi, nella

legge abbiamo visto che questo richiede però una partecipazione del 10% almeno

dell'Università, come si configura questa partecipazione nel concreto? Vuol dire che la

nuova impresa dà un finanziamento del 10% del costo complessivo all'Università? Vuol

dire che l'Università partecipa a livello societario?

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Professor Aldo Fasolo

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Io suggerirei, se ci sono domande molto utili e puntuali come questa, di

raccoglierne un po' per poi avere una risposta collettiva.

Professor Roberto Corradetti

Dipartimento di Statistica e Matematica Applicata alle Scienze Umane,

Università degli Studi di Torino

Lei ha parlato del decreto 297 e delle varie iniziative ivi contenute (sportello,

bandi, interventi di contesto) ed in particolare del finanziamento alle borse di dottorato.

L’iniziativa è molto interessante, ma sono un po’ allarmato dalla notizia che il

finanziamento effettivo preveda una erogazione del tipo FIFO, first in, first out, ovvero:

chi prima chiede, prima riceve.

Io sono il coordinatore di un dottorato, denominato Cultura e Impresa, che

persegue l’obiettivo di autosostenersi mediante il finanziamento di borse di dottorato da

parte delle imprese, alle quali diciamo >

Ora, l’affermazione che detto ritorno del 50% segua la regola: “first in, first

out”, lascia intravedere che esso non sia certo.

Torino

Professor Giorgio Gilli

Dipartimento di Sanità Pubblica e di Microbiologia, Università degli Studi di

Non ho personalmente domande da fare, ma dal momento che la discussione è

aperta, mi permetterei di sollecitare una riflessione.

L'occasione di trovare a questo tavolo l'Università e l'Unione Industriale

significa dare corpo ad un tentativo di patto per un'applicazione della riforma che

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

prevede attori sociali diversi da quelli che fino ad oggi siamo stati abituati a vedere; ciò

significa anche dover palesare al mondo dell'imprenditoria la nostra potenziale capacità

di attrazione, dove per capacità di attrazione intendo dire non che l'Università debba e

voglia diventare impresa, ma che l'Università debba avere la capacità di comprendere

che alcuni meccanismi economici stanno alla base di potenziali rapporti che

eventualmente si vorranno intraprendere.

Questa Università è un'Università che ha fondi di ricerca per un totale di 45

miliardi l'anno. Di questi fondi di ricerca forse non a tutti è noto che circa il 65% sono

derivati da una capacità di autofinanziamento. I nostri dipartimenti hanno capacità di

attrarre ricerca sia dal mondo pubblico sia pesantemente dal mondo privato, pur non

avendo alcuna struttura atta, cioè preparata, a formulare meccanismi che nell'impresa

sarebbero il settore commerciale o il marketing.

Questo è sicuramente un elemento di riflessione importante perché vuol dire che

sussistono gli elementi essenziali sia per armonizzare una logica di impresa,

limitatamente alla ricerca, sia per valutare, in un secondo tempo, se questo tipo di

potenzialità presente nei nostri istituti è in qualche modo interessante per il mondo

imprenditoriale.

L’imprenditoria deve altresì riconoscere un altro fenomeno importantissimo che

non è noto in quanto fuori dal nostro sistema, che oggi va aprendosi con una velocità

incredibile: la riforma ci pone di fronte alla necessità di professionalizzare i nostri

giovani laureati in percorsi assai articolati e tale professionalizzazione potrà avvenire

solo se dal mondo dell'impresa in generale, pubblica e privata, perverranno

all'Università attività di docenza. E’ quindi un'osmosi continua tra il mondo

dell'Università e il mondo dell'impresa; quest’ultimo deve, tuttavia, anche sapere che le

nostre borse si riempiono con i numeri che dicevo prima, ma si svuotano rapidamente,

perché? Perchè al fatto che la stragrande maggioranza di questi fondi di ricerca, tratti

con la logica dell'autofinanziamento, finiscono un attimo dopo per pagare borse di

studio a giovani laureati e non diventano conseguentemente strutturali ad uno sviluppo

della ricerca stessa.

Io penso che questa, invece, sia un'occasione per intraprendere una discussione

nella quale proporre, controproporre e valutare se esistono percorsi che in qualche modo

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

siano sollecitabili congiuntamente. Sono molto meno attratto da una logica

assistenzialista.

Anni fa, quando inventarono il Ministero dell'Università e della Ricerca

Scientifica, mi convinsi che finalmente la ricerca aveva assunto in Italia un luogo in cui

certamente trovava gli attori principali; oggi siamo tornati Ministero della Pubblica

Istruzione. E’ probabile che i contenitori o gli acronimi dicano poco, mi auguro che in

questo caso sia esattamente così.

Dottor Roberto Tiezzi

Università degli Studi di Milano

Buongiorno a tutti, sono Tiezzi dell'Università degli Studi di Milano.

Volevo fare un paio di domande al dottor Cobis, che sono anche degli spunti di

riflessione, in particolare sulle “spin-off”.

Un problema che ci siamo posti riguarda le tipologie di società da costituire

nell'ambito delle "spin-off" e in particolare il ruolo e l'impegno che docenti e ricercatori

possono assumere nell'ambito di queste società, soprattutto in rapporto alla disciplina di

incompatibilità prevista dal D.P.R. 382 dell'80 del personale docente rispetto al tipo di

impegno che questo personale ha scelto nell'ambito dell'Università.

Poi un secondo spunto di riflessione riguarda la previsione dell'insorgere di un

eventuale conflitto di interessi tra l'Università da una parte come istituzione e il

ricercatore o il docente dall'altra, laddove l'attività svolta dalla “spin-off” in qualche

modo sottragga la possibilità all'Università di svolgere attività di consulenza per conto

terzi, il cosiddetto conto terzi.

Professor Pietro Torasso

Dipartimento di Informatica, Università degli Studi di Torino

Buongiorno, sono Torasso del dipartimento di informatica dell'Ateneo torinese.

Vorrei fare un'osservazione e una domanda.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

L'osservazione concerne il fatto che in questi anni spesso siamo stati impegnati

in progetti europei con un ragionevole grado di successo. Vorrei però in qualche modo

sottolineare la difficoltà di trovare partner italiani, che non siano grandi industrie o

significativi enti di ricerca (quali Centro di Ricerche FIAT, CSELT, ENEL). Anche se i

progetti di Ricerca e Sviluppo del Quinto Programma Quadro sicuramente

rappresentano una risorsa per l'area torinese, risulta però effettivamente difficile trovare

collaborazioni per progetti europei al di fuori di questi partner “classici” a livello

italiano e spesso è piu’ facile trovare collaborazioni con industrie all'estero. Questa è

una sottolineatura che, credo, potrebbe essere utile per cercare di vedere se

effettivamente il tessuto piemontese possa offrire maggiori alternative, maggiori forme

di collaborazione con il mondo universitario.

La domanda, rivolta in particolare al dottor Cobis, è collegata al legame che

esiste tra progetti europei e piano nazionale delle ricerche. Sicuramente ci sono notevoli

assonanze dal punto di vista delle tematiche che sono state ritenute importanti, tra

quanto previsto dal Quinto Programma Quadro e quanto previsto dal PNR: parecchi

temi del Quinto programma Quadro sono stati in parte ripresi nel progetto nazionale

delle ricerche. Ma nella valutazione dei progetti, i cosiddetti “top-down”, si terrà conto

delle capacità di alcuni enti di avere già fatto progetti europei? Sarà considerato un

titolo di merito, oppure sono di natura diversa e quindi in qualche modo verranno

premiate logiche diverse? Ritengo che questo elemento sia importante per sapere come

le risorse, spesso non molto grandi in termini di numeri di ricercatori, possano essere

allocate in questi tipi di progetti.

Professor Aldo Fasolo

Posso pregare il dottor Cobis di dare qualche risposta agli aspetti puntuali e

anche a quelli più di ambito, di maggiore respiro sollevati immediatamente dall'ultimo

intervento.

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Dottor Fabrizio Cobis

Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Dirigente Servizio per il Potenziamento Attività di Ricerca, MURST

Allora, in effetti sembra proprio che il discorso dello “spin-off” sia quello che più

interessa generalmente, significa che era giusto intervenire in qualche modo con una

norma.

Per quanto riguarda il discorso dei parametri di affidabilità, è espressamente

previsto nel decreto che non è richiesto alla società, che nasce per fare un progetto di

ricerca come “spin-off”, di adempiere, di rispettare quei parametri di affidabilità

economico finanziaria che invece chiediamo agli altri soggetti industriali che, già

costituiti, vengono e presentano un progetto di ricerca, proprio perché questa è una

società che nasce per fare questo progetto e quindi non possiamo pretendere che ci sia il

rispetto di questi parametri.

Per quanto riguarda il raggiungimento del 75% del finanziamento, uno degli

elementi che consente il raggiungimento di questo tetto è dato dalla partecipazione

universitaria che può essere realizzata in qualunque modo, purché ci sia una

partecipazione a quel progetto di ricerca che viene presentato.

La norma è quella valida sempre: ove al progetto di ricerca partecipi un soggetto

universitario in misura almeno superiore al 10% dell'intero costo del progetto, quel

progetto viene gratificato di un 10% in più di intervento. Quindi l'Università, nel caso di

uno “spin-off”, può star dentro alla società, può rimanerne fuori, purché comunque

collabori attivamente allo sviluppo di quel progetto di ricerca che rimane, anche nel caso

dello “spin-off”, non dimentichiamolo mai, l'ambito di intervento del Ministero.

Per quanto riguarda il discorso delle borse di studio e del meccanismo

automatico, è vero, c'è un meccanismo in base al quale chi prima arriva prende i soldi,

finché ci sono soldi la domanda si può fare, la domanda si fa e il Ministero risponde

sulla ammissibilità della domanda, sulla regolarità del tutto e in relazione anche alla

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

presenza della disponibilità finanziaria; io comunico cioè al richiedente l'ammissibilità

all'intervento anche in quanto, quando mi ha fatto la domanda, avevo la disponibilità,

che rimane vincolata in quanto con la stessa ammissibilità io chiedo che mi venga

prodotta copia dell'intesa con l'Università per attivare la borsa di studio. Come arriva

questa borsa di studio, questa intesa, verifichiamo la regolarità dell’intesa e quei soldi,

comunque vincolati, vengono concessi; si autorizza la fruizione al credito di imposta,

non c'è un trasferimento di soldi, il trasferimento di soldi lo facciamo al Ministero delle

Finanze perché copriamo, qui non è la defiscalizzazione reale, una spesa di ricerca, in

qualche modo qualcuno va a coprire un mancato gettito che al Ministero delle Finanze

sembra essere quello che più turba i sonni quotidiani.

Per quanto riguarda la tipologia della società “spin-off” la normativa non prevede

appositamente una tipologia specifica della società che viene a nascere, proprio perché

siamo convinti che, oltre a essere questa una misura sperimentale, non possiamo porre

troppe regole, troppi vincoli che si traducono in altrettanti paletti nella realizzazione di

un'attività del genere, per cui la società può nascere secondo forme giuridiche, secondo

aggregazioni che sono liberamente definite dai proponenti.

Sappiamo che esistono problemi di compatibilità di norme e vorremmo stimolare

un'azione nell'ambito del mondo universitario, come anche altre Università stanno

facendo, l'Università di Bologna in primis, che ha, con propri regolamenti, affrontato e

in qualche modo risolto questo problema.

Vi sono infine i rapporti tra Quinto Programma Quadro e PNR. Effettivamente il

PNR è stato costruito su delle linee ormai consolidate in ambito comunitario, che hanno

avuto concretizzazione col Quinto Programma Quadro e che poi sarà seguito anche dalle

stesse linee che saranno seguite nel Sesto programma quadro.

I progetti che vengono presentati ex D.lgs 297 o sul FIRB, quel fondo per la

ricerca di base, vengono valutati ed eventualmente finanziati esclusivamente per quanto

riguarda il merito del progetto.

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

Un'attenzione al soggetto che presenta i progetti certamente c'è in relazione alla

capacità di sviluppare quel progetto di ricerca, non necessariamente il fatto di aver

partecipato ad altre iniziative eventualmente finanziate in ambito comunitario costituisce

un elemento di priorità per finanziare quel progetto. La nostra attenzione si concentra sui

progetti e sui contenuti dei progetti più che sui soggetti che li propongono.

Credo di avere risposto a tutto.

Professor Aldo Fasolo

Volevo sentire se al tavolo c'era qualche commento dopo tutto questo dibattito,

oppure se possiamo considerare con due battute, chiusa la riunione.

Allora proprio una battuta finale, per non rubare ulteriormente tempo. Io ritengo

che comunque la riunione di oggi abbia avuto un significato notevole, sia per il tipo di

temi toccati, sia per la partecipazione che ha registrato una significativa e insolita,

almeno in questa sede, presenza di rappresentanti qualificati del mondo produttivo

industriale, degli enti locali, dei gruppi di studio che vanno a pensare sulle aree di

programmazione e sviluppo e quindi speriamo che questa occasione si possa ripetere su

aspetti tematici più specifici. Sicuramente uno dei primissimi appuntamenti, forse per

via telematica piuttosto che fisica, sarà per informare sulle iniziative che assume

l'Università coi dottorati di ricerca e poi, immediatamente in settembre, su quei famosi

progetti d'Ateneo che sono un tentativo di uscire dagli schemi tradizionali della ricerca.

Sicuramente noi, come ho già detto e lo ripeto all'Ing. Pininfarina che non era presente in

quella fase, stiamo cercando seriamente di fare una anagrafe della ricerca e quindi ci

piace molto l'idea che col CORFUI, a cui noi teniamo moltissimo, si possa fare

quell'analisi, diciamo di tipo merceologico, che quindi segmenti le possibilità di

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Atti del Convegno Nazionale – Torino , 3 luglio 2001

interrogazione della banca dati. Sappiamo altrettanto che proprio l'opera di valutazione,

che l'Università sta facendo col suo nucleo e con le altre strutture nazionali o regionali,

possa essere non soltanto un modo per allocare le risorse interne, ma anche un modo per

portare in evidenza quella qualità delle scelte di eccellenza nella ricerca o

nell'organizzazione. Tali scelte trovano, e ciò mi è stato sottolineato dall'intervento del

professor Torasso, una difficoltà che mi sembra significativa, anche se andrà a risolversi

anche con l'aiuto del COREP, CORFUI e chi altro, ossia delle partnership per iniziative

comunitarie o altre iniziative, nelle quali sia necessaria una presenza significativa di una

controparte di tipo industriale e produttivo per dimostrare l'interesse e la ricaduta sul

territorio della proposta di ricerca spesso effettivamente di alta qualità.

Mi viene detto anche di cercare di fare un ragionamento che ho sentito fare, non

so se ho errato nella mia interpretazione, dal dottor Andreta quando ha parlato qui a

Torino al Politecnico. Andreta ha sottolineato che, in prospettiva, ci potrebbe essere una

qualche forma di individualizzazione di quelli che sono i piani nazionali della ricerca

rispetto al programma quadro, nel senso che i piani nazionali della ricerca dei vari paesi

sono in qualche modo modellati col quinto programma quadro. Sicuramente lui

accennava alla possibilità che, pur rimanendo una stretta interazione e un modellamento

fra il programma generale europeo e quello delle nazioni, le singole nazioni definissero

delle prospettive specifiche o portassero in evidenza dei problemi regionali che invece

nel programma quadro venivano a essere legati alla struttura di rete che il programma

proponeva.

Mi sembra che sia anche questo un utile oggetto di riflessione, di un intervento

puntuale organizzato, per avere poi dei ritorni riferiti al nostro territorio.

Se non ci sono altri interventi, ringrazio tutti i presenti.

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