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Poste Italiane S.P.A. Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/2/2004 n. 46) art. 1 comma 1 DCB- Roma

Istituto per l Analisi dello Stato Sociale

Psicologia ed

economia della felicità:

verso un cambiamento

dell agire politico

a cura di Mario Bertini e Paola Mamone


Psicologia ed

economia della felicità:

verso un cambiamento

dell agire politico

a cura di Mario Bertini e Paola Mamone

Istituto per l Analisi dello Stato Sociale


DIRETTORE

Mariapia Garavaglia

COMITATO SCIENTIFICO

Giov anni Berling uer, b ioe tica - Mario B ertini, psico lo gia - Pao la Binetti, ped agog ia med ica -

Alberto Bondolfi, filosofia morale e bioetica - Mauro Ceruti, filosofia della scienza - Gilberto Corbellini,

storia della medicina - Giorgio Cosmacini, storia della sanità - Francesco D Agostino, filosofia del diritto -

Bruno Dallapiccola, genetica - Dietrich von Engelhardt, teoria della medicina - Adriano Fabris, filosofia

delle religioni - B ernardino Fantini, storia e filosofia delle scienze biologiche - Salvino Leone, bioetica -

Luca Marini, diritto internazionale - Sergio Nordio, pedagogia sanitaria - Alessandro Pagnini, filosofia della

scien za - Roberto Palum bo, ha bitat - Augusto Panà, sa nità pub blica - Corrado Poli, ecologia -

Alberto Quadrio Curzio, economia politica - Pietro Rescigno, sanità e diritti umani - Walter Ricciardi,

sanità internazionale - Marco Trabucchi, neuroscienze - Massimo Valsecchi, politica economico-sanitaria -

Silvia Vegetti Finzi, psicoanalisi.

COORDINAMENTO

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SEGRETERIA DI REDAZIONE

Giuseppina Ventura

La corrispondenza con la direzione e la redazione va inviata a:

«L Arco di Giano» c/o I.A.S.S. - Istituto per l Analisi dello Stato Sociale

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Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 636 del 20/11/1992

Direttore responsabile: Mariapia Garavaglia - Trimestrale

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Finito di stampare nel mese aprile 2012 da La Tipografia - Roma

FOTO DI COPERTINA: SANDRO FRANCO

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


introduz ione

DI MARIAPIA GARAVAGLIA

Il titolo e il contenuto di questo libro prendono origine da un congresso internazionale

promosso dalla Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute dell'Università

di Roma La Sapienza, con il patrocinio del Comune di Roma, di cui al momento ero

vicesindaco.

Si deve a Mario Bertini -promotore del congresso- la decisione di non perdere il

valore dei contributi presentati, e il conseguente invito ai partecipanti di rivedere e

aggiornare i rispettivi testi.

Sono ben lieta di accettare la sua richiesta di ospitare questo importante lavoro

nella serie L'Arco di Giano, per due motivi sostanziali. Anzitutto, la convinzione che il

cambiamento negli orizzonti dell'economia e della politica, oggi da tutti auspicato,

possa trovare un significativo sostegno all'apertura delle sorgenti più avanzate delle

scienze umane. Il valore dei partecipanti, a partire dal premio Nobel Daniel Kahneman,

fonda questo auspicio. Inoltre, mi sembra particolarmente coerente inserire questo

volume come numero unico della Rivista, da sempre orientata alla promozione

dell'interdisciplinarietà. Una caratteristica particolare di questo libro, rispetto ad altre

iniziative analoghe, è proprio il tentativo di coinvolgere direttamente nel dibattito, non

solo psicologi ed economisti, ma anche i protagonisti della politica. Senza entrare nei

dettagli, quanto emerge dai testi è una riflessione a più voci sul concetto di benessere/

felicità dei cittadini, come obiettivo centrale dell'economia e dell'agire politico.

Nella storia del pensiero umano, la tensione verso la felicità si segnala come

aspirazione centrale di ogni singola persona e come obiettivo implicito dell' agire politico

a favore della collettività. Questo tema sta registrando un evidente crescente

interesse nella cultura contemporanea. Fra i motivi di varia natura che lo giustificano,

c'è la consapevolezza, empiricamente documentata, che all'aumento della ricchezza,

almeno nei Paesi ad economia avanzata, non corrisponde un parallelo aumento del

ben-essere soggettivo. È inoltre diffusa la sensazione che la crescita economica, con le

sue caratteristiche attuali, possa minacciare non solo la qualità della vita individuale

ma anche la salute del pianeta. È, quindi, alle porte un possibile cambiamento di

paradigma che, partendo dalla crisi degli indicatori classici di sviluppo, rigidamente

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ancorati a criteri di produzione materiale (il famoso PIL), solleciti la ricerca di indicatori

aggiuntivi, più autenticamente in grado di registrare e promuovere la qualità della vita

di ogni singolo individuo, l'armonia della convivenza umana e del rapporto con l'ambiente.

Da qui l'esigenza di un impegno congiunto e approfondito delle scienze economiche,

da una parte, e psicosociali dall'altra. A queste ultime, da tempo orientate allo

studio della patologia e del malessere, si richiede oggi un grande impegno innovativo

per lo studio positivo del ben-essere. Nella difficoltà evidente di procedere lungo la

linea del cambiamento, appare, infatti, appropriato il tentativo di avviare un colloquio

costruttivo fra chi, sul piano scientifico, s'impegna ad individuare le caratteristiche e i

determinanti del benessere-qualità della vita, e chi è chiamato a valutare priorità,

possibilità attuative e potenzialità, nella gestione concreta dell'agenda politica.

Mi sembra opportuno sottolineare che l'insufficienza del PIL a rappresentare

l'obiettivo del ben-essere non sia più un tema riservato ai massimalisti dell'ecologia,

ma si costituisca come oggetto di profondo interesse ai livelli più alti della politica

internazionale. Lo dimostrano, per esempio, le iniziative importanti promosse dall'OC-

SE, o quelle della Commissione Sarkozy, coordinata dai Premi Nobel Joseph Stiglitz e

Amartya Sen, che mettono in evidenza, con chiarezza, i limiti del PIL, col proposito di

studiare la possibilità di integrare questo indicatore con altri più inclini a valutare il

progresso sociale.

Vorrei augurarmi che la lettura di questo numero de L'Arco di Giano possa offrire

un contributo alla comune, quanto difficile, tensione al cambiamento.

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L ARCO DI GIANO

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presentazio ne

DI ROMANO PRODI

Non so se sono la persona adatta per scrivere due righe di prefazione e di

augurio ad un libro che si occupa di mettere insieme psicologia ed economia e

combinarle insieme in vista dell obiettivo sempre ricercato della felicità.

Un po di economia ne mastico, di psicologia pratica ne ho dovuto manovrare

tanta ma non so davvero se sono riuscito a metterle insieme.

Mi trovo infatti spesso spiazzato da reazioni e comportamenti difficili da

comprendere, anche se spesso giustificabili in quanto eventi economici imprevisti

hanno messo in crisi le condizioni presenti e, ancora più, le aspettative di un intera

generazione.

Come se oggi non si fosse più in grado di pensare a un vero miglioramento

della qualità della vita e alla possibilità dello star bene individuale e collettivo.

Un ben-essere che richiede certamente la crescita economica, ma anche una

più equa distribuzione della ricchezza e un aumento delle opportunità e delle

competenze soprattutto dei più giovani. Il che, tradotto in azione concreta, significa

innanzitutto più scuola.Un ben-essere che richiede, in secondo luogo, più salute e

quindi inevitabilmente anche un più diffuso rispetto dell ambiente e del suo equilibrio.

E che esige inoltre più relazioni tra le persone in una comunità che sappia essere

accogliente con tutti. Servono dunque beni materiali e immateriali.

Non so se si possa affermare che una politica che promuove tutto questo porti

un po più di felicità.

Per capirlo la politica ha bisogno del lavoro interdisciplinare di economisti, psicologi

e degli altri scienziati sociali, in primo luogo per individuare gli obiettivi prioritari a

cui orientare la propria azione e per tentare di misurare i risultati non limitandosi al

solo dato della crescita economica. Servono strumenti che aiutino a individuare i

problemi dei cittadini a cui ci si rivolge, le loro aspettative e anche le loro percezioni

riguardo alle situazioni a volte diverse (come indicano alcune interessanti rilevazioni

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dell Istat) da quelle descritte dai dati quantitativi, ma ugualmente importanti per

progettare soluzioni adeguate.

Nel contesto non facile in cui la politica si trova a dover prendere decisioni (e

non soltanto nel nostro Paese), i politici e i cittadini hanno perciò un infinito bisogno

di pensiero positivo (non so se faccio un uso corretto della parola) cioè di un po di

fiducia in se stessi e nel futuro. E anche un po di soddisfazione per i pur modesti

risultati raggiunti.

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Psicologia ed economia della felicità

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Daniel Kanheman

Passi verso una scienza

del ben-essere

A CURA DI VALERIO PARISI PRESICCE

Nel suo intervento al Congresso 1 , Daniel Kanheman ha presentato alcuni dei

nuovi sviluppi nello studio della scienza del ben-essere che -egli dice- non rappresentano

necessariamente il fulcro di quello che si sta attualmente studiando . In particolare,

mette in evidenza un importante fenomeno che riguarda la distinzione tra due vissuti

diversi, quando si vuole valutare lo stato del benessere: si tratta di vissuti da lui

precisamente definiti come il sé sperimentato ed il sé ricordato .

Il primo rappresenta il modo in cui la persona sperimenta ciascun singolo

evento della vita nel momento presente. Se il dentista ti chiede Provi dolore in

questo momento? il dentista sta parlando al sé sperimentato; se rispondi si, mi fa

male o no, non mi fa male , stai riportando un esperienza vissuta in quel preciso

momento. Il sé sperimentato si riferisce ad una sequenza di momenti, in cui ciascuno

dura pochi secondi; gli psicologi hanno rilevato che la loro durata si aggira intorno

a tre secondi: in ogni giorno ci sarebbero circa ventimila di questi momenti.

Questa è la caratteristica del sé sperimentato e in ciascuno di questi momenti

la vita può essere dolce o amara: come dimostrano le ricerche di neuroanatomia,

vi sarebbe una attività di valutazione continua sulla qualità del momento presente

e sul desiderio di persistere o di interrompere ciò che stiamo facendo.

Per quanto riguarda il sé sperimentato possiamo anche porre domande sul

livello di felicità; la tecnica a questo scopo è stata inizialmente sviluppata da

Mihaly Csikszentmihalyi 2 , ed è chiamata Experience Sampling . Questo metodo

1 Congresso prom osso dalla Scuola di Specializzazione di Psicologia della Salute dell Università di

Roma La Sapienza, tenutosi a Roma il 18-19 giugno 2007.

2 Si veda per es.: Hektner, J.M., Schmidt, J.A., Csikszentmihalyi, M. (2007) Experience Sampling Method:

Measuring the quality of everyday life. Sage Publications Inc.

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accoglie informazioni sull esperienza soggettiva in tempo reale, nell ambiente

naturale, attraverso un diario elettronico (un palmare programmato a questo

scopo) che emette un beep a scadenze randomizzate durante il giorno. Al soggetto

viene richiesto di descrivere cosa sta facendo proprio in quel momento, con chi

era, come si sentiva e quali emozioni provava. Il diario elettronico può chiedere

ai soggetti di indicare anche l intensità dei vari sentimenti (felicità, frustrazione,

noia, ecc...). Questi dati possono essere trattati in modo da poter ricavare i

valori medi dell esperienza quotidiana.

Il nostro team di ricerca ha creato una variazione dell Experience Sampling

che ha chiamato Day Reconstruction Method (DRM). In questo metodo ai

soggetti viene richiesto, de visu o telefonicamente, di pensare al giorno precedente

come se fosse un film, ricostruendo ciascuna scena che compone il film;

successivamente, dopo che lo scenario della giornata precedente è stato

ricostruito e sono stati elencati i diversi episodi, si pongono alcune domande su

ciascun episodio: Eri da solo? ; Stavi parlando con qualcuno? ; Se stavi parlando

con qualcuno, chi era? ; Cosa stavi facendo? Ci sono poi molte altre possibilità:

Se stavi facendo più di una cosa, quale era la cosa più importante? ; A cosa stavi

prestando attenzione ; come ti sentivi? . O ancora altre domande: Eri

interessato? , Ti sentivi competente? , Eri teso? e così via. Alla fine viene chiesto

ai soggetti di evidenziare il loro livello di felicità su una scala da 0 (per niente) a

6 (moltissimo).

Ma c è un altro modo di valutare il benessere e la felicità: il dentista dopo

l intero trattamento ti può chiedere Allora, ti ha fatto male? in questo caso tu

devi dare un giudizio sul passato, devi riassumere come è stata l esperienza e

cosa pensi di questa. È questo il sé ricordato. Quando studiamo il benessere

del sé ricordato normalmente poniamo domande del tipo: Nel complesso, quanto

sei soddisfatto della tua vita in questi giorni? oppure Come definiresti questi

giorni: molto felici , abbastanza felici o per niente felici? .

Indicando la distinzione tra l esperienza del momento e ciò che pensiamo a

posteriori di questa esperienza, Kanheman sottolinea come entrambi siano fenomeni

importanti ma certamente differenti da molti punti di vista.

Esistono quindi due approcci alla felicità; uno è quello di misurare l esperienza

e l altro è quello di misurare cosa le persone pensano della loro vita; quanto

sono felici, quanto ne sono soddisfatti, se pensano di avere una vita significativa.

In generale ci sono molte domande che si possono fare alle persone a proposito

della loro vita.

Dieci anni fa pensavo che fosse importante misurare solo la felicità

sperimentata. Non lo penso più. Oggi credo che il ben-essere soggettivo sia un

concetto complicato che presenta due aspetti separati: il sé sperimentato e il sé

ricordato; la correlazione tra loro è dello 0;40; se si ammettono errori di

misurazione si può arrivare allo 0,60, ma queste non sono misure dello stesso

concetto, si tratta chiaramente di due concetti diversi. Questa puntualizzazione

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di ordine metodologico, è importante per affrontare con maggiore oggettività

alcuni interrogativi rilevanti nello studio del ben-essere.

Fra questi il ben noto paradosso di Easterlin.

Questo paradosso evidenzia come la percentuale di persone che vivono

negli Stati Uniti che si dichiarano molto contenti della loro vita (circa il 30%),

non è cambiata dal 1946 al 1996, sebbene il reddito pro capite sia costantemente

aumentato; oltre una certa soglia si è invece registrata una leggera tendenza al

peggioramento. Il dato è di grande interesse perché sicuramente la gente desidera

la ricchezza, vuole guadagnare più denaro, vuole migliorare la propria posizione

economica, eppure, benché in quel lasso di tempo il denaro sia veramente

cresciuto, la felicità delle persone non è cresciuta o, quanto meno, rispetto alla

domanda di felicità, l aumento della ricchezza non ha prodotto una risposta

diversa. Fino a qualche tempo fa questo problema non aveva sollevato molta

attenzione, ma oggi gli economisti gli attribuiscono una grande importanza .

Senza addentrarsi sul tema specifico del paradosso della felicità , Kahneman

ci offre una serie di riflessioni molto importanti per capire il fenomeno dell adattamento

che sta alla base del medesimo. In particolare si interroga sul perché siamo vittime

di un illusione quando le nostre aspettative di aumento o diminuzione di felicità, a

tutto campo e non solo nel caso della ricchezza, vengono sistematicamente sconfermate

nei fatti.

In questa parte del suo intervento, Kahneman ci accompagna a decifrare

questo puzzle -di fondamentale importanza anche sul piano della politica

economica- attraverso la presentazione di ricerche e argomentazioni psicologiche

che traggono origine anche dalla discussione sui fenomeni del sé ricordato e del

sé sperimentato.

Un primo dato di ricerca riguarda la valutazione del cambiamento delle

misure di felicità in un fenomeno centrale nella vita di molte persone come il

matrimonio. La ricerca dimostra che, quattro anni dopo il matrimonio, le persone

non sembrano soddisfatte della loro vita, più di quanto lo erano quattro anni

prima del matrimonio, mentre invece erano molto felici quando stavano per

sposarsi o nel breve periodo di tempo immediatamente successivo al matrimonio.

Ci sarebbe quindi uno sbalzo verso l alto nella fase prematrimoniale e un ritorno

quasi completo al livello di felicità dopo circa quattro anni: come si spiega questo

fenomeno?

A questo punto Kahneman fa una confessione particolare.

Quello che sto per dirvi è la prova che io sono uno scienziato, e la prova

che io sono uno scienziato è che io posso cambiare idea. Sette anni fa, quando

ho iniziato a studiare quel problema ero assolutamente convinto che, nella

percezione della soddisfazione di vita , c è un fenomeno di adattamento ma che,

in termini di emozioni e in linea con il sé sperimentato, le persone sposate sono

più felici di quelle non sposate. Ma non è vero, oggi penso che è la curva della

soddisfazione di vita quella che sembra più corretta; essa ci dice che c è un

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periodo di euforia intorno alla data del matrimonio ma, sia prima che dopo,

abbiamo gli stessi livelli di felicità perché le emozioni si adattano velocemente.

Si tratta di un problema che noi pensiamo di aver risolto: tenterò di spiegarvelo

così come ce lo siamo spiegati noi.

La prima domanda è la seguente: se c è così tanto adattamento, come

abbiamo mostrato, se le persone sposate non sono più felici di quelle non sposate,

se i ricchi non sono più felici dei poveri, perché non ne siamo consapevoli?

Perché la gente desidera il denaro e pensa che il matrimonio li renderà felici,

perché lo pensa quando sta per sposarsi? Sembra che le persone non siano

consapevoli del fenomeno dell adattamento, o almeno non completamente

consapevoli, non se lo aspettano.

Per capire qualcosa, riporto un esperimento fatto molti anni fa da studenti

del mio team. Ai soggetti veniva chiesto di pensare a categorie di persone come

i paraplegici o i religiosi o le persone sposate o non sposate e quindi veniva

chiesto loro di immaginare in che percentuale di tempo queste persone fossero

di buon umore o di cattivo umore. Facendo questa domanda si suggeriva anche

di immaginare due scenari: uno in cui la persona era diventata paraplegica un

mese prima e un altro in cui era diventata paraplegica un anno prima; infine si

chiedeva loro se conoscevano delle persone paraplegiche, paralizzate su una

sedia a rotelle. I soggetti che conoscevano un paraplegico erano ben coscienti

del fatto che è molto peggio essere paraplegico da un mese che da un anno

quando c è adattamento e l umore migliora. I soggetti che invece non

conoscevano alcun paraplegico rispondevano alla domanda relativa all umore,

un mese o un anno dopo l incidente, come se fosse la stessa domanda;

dimostravano cioè di non essere sensibili all aspetto temporale. Anche gli studi

sui vincitori di lotteria 3 ci dicono qualcosa di simile: la gente pensa che vincere la

lotteria sia un evento meraviglioso, ma se conosci qualcuno che ha vinto una

lotteria sai che, un anno dopo, l euforia della vincita è sfumata e i vincitori di

lotteria non sono affatto più felici degli altri. Se invece non conosci qualcuno

che ha vinto una lotteria, probabilmente non sarai sensibile alla variabile tempo

e tratterai le domande relative ad un mese dopo o ad un anno dopo , come se

fossero la stessa domanda. Qui avviene qualcosa di estremamente interessante

ed è che quando si chiede: Come è la vita di un paraplegico ? , le persone non

rispondono specificamente a questa domanda, perché è difficile pensarla; esse

rispondono ad una domanda implicita più semplice: Come sarebbe diventare

paraplegico? , come se immaginassero il primo giorno in cui è drammaticamente

cambiata la vita. Allo stesso modo se si chiede alle persone: Come sarebbe

vincere la lotteria o avere vinto una lotteria? , la gente non risponde a questa

3 Si veda per es.: Brickman, P., Coates, D., Janoff-B ulm an, R. (1978) Lottery winners and accident

victims: Is happiness relative? Journal of Personality and Social Psychology, 36(8), pp. 917 27.

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domanda ma alla domanda: Come sarebbe se avessi appena scoperto di avere

vinto la lotteria? perché è molto difficile immaginare come sarebbe il vissuto,

un anno dopo aver vinto la lotteria. Questo vuol dire che le persone non

conoscono realmente il fenomeno dell adattamento. Ma perché avviene questo?

Kahneman, cerca quindi di spiegare un fenomeno di notevole importanza, riportato

in vari scritti e indicato come focusing illusion 4 . Egli ipotizza che il principale fattore

sia l attenzione e, in particolare, a che cosa le persone prestano attenzione.

Normalmente, nel vivere le nostre vite, il nostro umore in ciascun

momento è determinato dalle circostanze. Così, se stiamo mangiando con amici

e ci stiamo divertendo, il nostro umore è buono, se siamo bloccati nel traffico il

nostro umore è cattivo. L umore normalmente risponde alle situazioni contingenti

ma vi sono eccezioni. Ad esempio se ci troviamo in una nuova situazione, come

qualcuno che è appena diventato paraplegico oppure ha appena vinto la lotteria

o si è appena sposato o sta per sposarsi, quella persona pensa alla propria

situazione tutto il tempo e così può essere molto felice anche se è bloccata nel

traffico o disperato anche se è a cena con amici. Ci sono altri stati che assomigliano

a questi. Ci sono situazioni alle quali è difficile adattarsi: per esempio, la

depressione, il dolore cronico, il rumore costante. Quindi è possibile capire

perché non si adattano: tutte le situazioni descritte esigono attenzione,

costringono a prestare attenzione; così nella depressione le persone si trovano

catturate in un circolo vizioso in cui, ogni pensiero negativo porta con sé altri

pensieri negativi, ma da ciò non si può scappare perché il dolore, come il rumore,

sono segnali che richiamano l attenzione. Così, mentre normalmente il nostro

umore è determinato dalle circostanze specifiche, in alcuni casi speciali è

determinato dai nostri pensieri, dal dolore cronico, o dal trovarsi in una situazione

insolita. Ma, poiché dopo un periodo iniziale il paraplegico non è un paraplegico

full time, e il novello sposo non è un novello sposo full time, per la maggior parte

del tempo anche queste persone reagiscono alle situazioni contingenti. Così,

quando un paraplegico ascolta una barzelletta, si diverte, e quando mangia un

buon pasto mangia un buon pasto, e quando è furioso con i politici è furioso con

i politici, e in tutte queste situazioni queste persone sono esattamente uguali a

tutte le altre: sono questi eventi che controllano il suo umore. Ma quando noi

pensiamo alla condizione del paraplegico e non al vissuto del sé sperimentato ,

facciamo un errore chiamato focusing illusion . La focusing illusion è l esagerare

l importanza dell aspetto che viene messo a fuoco a scapito della nostra

percezione generale; così quando pensiamo ad eventi di vita quali essere

paraplegico, sposarsi, essere ricco o essere povero noi permettiamo a questa

caratteristica di permeare la nostra valutazione, inducendoci in errore.

4 Si veda per es.: Kahneman, D. et al. (2006). Would you be happier if you were richer? A focusing

illusion. Science, 312,n.5782, pp.1908-1910

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Al riguardo Kanheman ci ha quindi ricordato l unica massima che ha scritto

nella sua vita e della quale è orgoglioso: Nothing in life matters quite as

much as you think it does, while you are thinking about it .

Così quando si pensa a qualcosa, solo per il fatto di pensarci, la sua

importanza cresce in maniera esagerata ed è questo il motivo per cui le persone

fanno errori rispetto a quello che vogliono (ai loro desideri); tutti desiderano

cose che poi non li renderanno più felici, come nel caso della ricchezza; viceversa

hanno paura di qualcosa che, una volta accaduta, non li renderà particolarmente

infelici. Esemplificando ancora, talvolta viene esagerata l importanza di superare

i quarant anni; si può pensare che le donne avvertano la tristezza oltre i

quarant anni, mentre, in linea di massima, potrebbero esserlo o non esserlo; a

causa della focusing illusion , la gente pensa che esse siano infelici mentre le

ricerche dimostrano che sono felici come tutte le altre persone .

Nella seconda parte della conferenza Kanheman si sofferma su una particolare

caratteristica del DRM e del modo in cui può essere utilizzato per misurare l esperienza

emozionale soggettiva. In particolare presenta un indice, chiamato U-index, dove la

lettera U significa unpleasant, che misura la percentuale del tempo durante la giornata

che le persone trascorrono in situazioni emozionali spiacevoli.

Con l obiettivo di misurare questo vissuto, si chiede alle persone di dividere

il giorno in una serie di eventi e quindi di segnalare qual è l emozione di intensità

prevalente rispetto ad ognuno di essi. Se le emozioni negative sono più intense

di qualsiasi altra emozione positiva, si definisce come spiacevole-infelice

quell intervallo di tempo oggetto di valutazione. Questo è un indice attendibile

d infelicità, semplice da comprendere: ci offre la proporzione di tempo in cui le

persone si trovano in uno stato emozionale negativo. Vi sono diversi esempi che

dimostrano l importanza di questo strumento anche per la politica economica.

Tra le donne americane si registra una media del 18% di stati emozionali negativi;

questo aumento è diverso nei giorni feriali rispetto al week end, durante la

settimana è del 21% mentre nel week end cala al 14%. Nelle donne francesi la

media è di circa il 16%, in quelle danesi del 14%. La media dello stato d animo

delle donne danesi corrisponde a quello delle donne americane durante il week

end: c è quindi una grande differenza tra le popolazioni.

Quello che colpisce rispetto all indice U è il fatto che la distribuzione della

sofferenza sia disomogenea. Controllando i dati degli U-index personali si può

rilevare quante ore di sofferenza ci siano in migliaia di persone e si può conoscere

così la distribuzione di questa sofferenza; quello che è emerso in uno studio del

mio team è che il 10% delle persone che, per la maggior parte del tempo

soffrono, spiega il 40% della sofferenza totale. A fronte di più di un terzo delle

persone che riferiscono di non avere avuto neanche un solo episodio realmente

negativo nella giornata precedente ve ne sono alcune che sono state infelici per

metà della giornata o anche di più: questa è una grande diseguaglianza che ci fa

pensare che, utilizzando queste statistiche, sia possibile pianificare nuove e

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specifiche strategie, finalizzate ad incrementare il livello di ben-essere della società,

minimizzando i costi e massimizzando i risultati. È questo un buon esempio di un

importante strumento: quel tipo di strumento che può influenzare la politica. L

applicazione immediata di questi risultati suggerisce infatti che, se si vuole ridurre

la sofferenza nella società, è necessario focalizzarci sul disagio mentale e sulle

persone maggiormente infelici. La strada maestra per ridurre i livelli di sofferenza

della nostra società, è quella di aiutarle perché sono queste le persone che

producono la maggior parte della sofferenza.

Un altro esempio delle potenzialità del rapporto interdisciplinare tra

economisti e psicologi si può trovare negli studi che Alan Krueger ha condotto

in stretto contatto con il mio Kanheman. Alan Krueger è un brillante economista

di Princeton che dirige attualmente un progetto nazionale negli Stati Uniti,

utilizzando il DRM e l indice U. Tra le altre scoperte, ha osservato alcune

differenze significative, nei differenti paesi, tra la percentuale di persone che

versano in stati emozionali negativi, misurati con l U-index. La ricerca ha

dimostrato che la distribuzione del tempo speso tra tutte le differenti possibili

attività in Europa è quasi uguale a quella degli Stati Uniti. Gli aspetti risultati

rilevanti sono invece relativi alle differenze culturali e riguardano il modo in cui

le persone prestano attenzione a quello che stanno facendo, e come le modalità

attentive influenzino la percezione di ben-essere in alcune attività. Alan Krueger,

in collaborazione con il mio team di ricerca, ha comparato donne americane e

donne francesi in particolare sull uso del tempo. Lo studio ha evidenziato che la

scelta da parte delle donne americane e francesi è molto simile. Le donne

americane e quelle francesi spendono la maggior parte del loro tempo facendo

le stesse cose ma, quando le donne francesi mangiano è a quello che stanno

pensando, mentre le donne americane, mentre mangiano, fanno molte altre

cose: parlano al telefono, guardano la televisione, lavorano o guidano. Questa è

un indicazione molto importante di come la cultura determina il modo di prestare

attenzione, così che essere impegnato in una attività non significa la stessa cosa

nei diversi Paesi. In generale, in quasi tutte le attività le donne francesi ed americane

sono molto simili. C è una grande differenza solo su un item: le donne francesi si

divertono con i loro bambini, molto di più di quanto non accada alle donne

americane; così quando l attività valutata è la cura dei bambini, le donne francesi

sono molto a loro agio, mentre le americane lo sono di più nel fare i lavori di

casa. C è un altra differenza, le donne francesi spendono meno tempo con i loro

figli e forse hanno una migliore qualità di cura anche perché probabilmente

impiegano meno tempo nell accompagnarli in macchina nei diversi luoghi di attività.

Questo è il modo per poter capire come una differenza nella organizzazione di

vita abbia un effetto su cosa accade nell esperienza delle persone. Ci sono anche

ampie differenze nell umore che le persone sperimentano rispetto alle diverse

attività; per esempio nel tempo libero l U-index è del 10%, mentre al lavoro e

nei tempi del pendolarismo è del 27%.

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Daniel Kahneman ha concluso il suo intervento con queste parole:

Spero di avervi dato il senso di quali potrebbero essere, nello studio del

ben-essere, alcune delle nuove direzioni della ricerca. Non penso che quello che

sto facendo sia sufficiente; dobbiamo ancora studiare il tema che riguarda la life

satisfaction e il sé ricordato; c è molto da imparare sul sé sperimentato, su come la

gente usa il proprio tempo, sulle influenze della cultura, su come le persone

prestano attenzione alle cose e su come l attenzione controlla la loro esperienza.

Grazie.

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Benessere, qualità della vita

e felicità: il contributo

della Statistica ufficiale

DI LUIGI BIGGERI 1

1. Premessa

Ci interroghiamo oggi - e sempre più spesso - se siano possibili misure di

benessere (e di qualità della vita e di felicità) alternative rispetto al Prodotto

interno lordo (Pil). Tanto che si sostiene che il Pil non è più sufficiente a misurare

il benessere, neppure quello economico; vengono coniati slogans tipo il Pil è

morto viva il Bil: dal Prodotto al Benessere interno lordo e si chiedono misure

del Benessere soggettivo nazionale e della Felicità nazionale lorda.

Questo gran parlare di andare oltre il Pil e le molteplici affermazioni

categoriche, pur avendo molti elementi di validità, richiedono, prima di affrontarne

i problemi di misura statistica, alcune precisazioni.

In primo luogo, occorre ricordare che i limiti del Pil sono noti da tempo:

limiti concettuali (quali fenomeni il Pil misuri, e quali invece non misuri) e limiti

empirici (quali fenomeni, che pure il Pil intenderebbe misurare, non si è in grado

di quantificare). Lo stesso Kuznets, nel 1° capitolo del suo Rapporto del 1934 al

Senato degli USA (US Senate, 1934), aveva indicato con chiarezza tali limiti (nel

terzo paragrafo, intitolato Scope and contents of national income further defined

e nel quarto paragrafo Uses and abuses of national income measurement ).

Tenendo conto delle sue indicazioni, è evidente che il Pil è stato costruito per

misurare il risultato delle attività produttive che passano per il mercato e non

per misurare il benessere.

1 Questa relazione è stata presentata nel 2007 quando ero presidente dell Istat. In tale occasione ho

usufruito della collaborazione da parte di Giovanni Barbieri, Cristiana Conti e Linda Laura Sabbadini

cui va il mio ringraziamento.

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D altra parte è anche vero che il concetto di benessere è stato a lungo legato

alla disponibilità di reddito e alla classe sociale di appartenenza e che per molto

tempo ha prevalso un orientamento volto alla misura oggettiva delle condizioni di

vita. Il benessere collettivo è stato infatti valutato dagli organismi internazionali

prevalentemente attraverso il Pil, e quello individuale medio attraverso il Pil procapite;

e, anche all inizio di questo decennio, la Commissione Europea (2001) lo ha

indicato quale misura di riferimento per valutare lo sviluppo economico. Gli addetti

ai lavori però sanno bene che utilizzare il Pil pro-capite quale misura di benessere e

di sviluppo economico non è corretto (scientificamente) e sicuramente non

sufficiente per la misura del benessere e della qualità della vita.

In secondo luogo, è bene precisare che domandarci se occorrono altre

misure oltre al Pil per valutare il benessere non è certo una novità: la stessa

domanda se la pose il Movimento degli Indicatori Sociali alla metà degli anni

sessanta del secolo scorso. Già allora furono avanzate molte proposte di

integrazione della misura del Pil e di elaborazione di specifici indicatori nel campo

della qualità della vita, di cui parlerò più avanti.

In terzo luogo, pur riconoscendo validità a molte proposte di misure di

benessere e di qualità della vita e, in particolare, all iniziativa dell OECD con il

progetto sulla la misura del progresso della Società e dei World Forum 2 , è bene

chiarire che il Pil è senza dubbio ancora oggi un indicatore economico chiave

per la misura della produzione di ricchezza e per l individuazione del livello di

sviluppo economico dei diversi paesi ed aree territoriali. Si tratta, come vedremo,

di integrare tale misura, ma non di sostituirla (è quindi opportuno dire il Pil e

oltre e non oltre il Pil ).

Fatte queste premesse, preciso che gli obiettivi di questa relazione sono

molteplici. Innanzitutto desidero presentare (nella sezione 2), in estrema sintesi,

come i concetti di benessere, qualità della vita e, più recentemente, di felicità si

siano sviluppati negli ultimi cinquanta anni e quali rilevazioni statistiche e indicatori

siano stati proposti per la loro misura. Si tratta di richiami importanti poiché

accanto ai problemi concettuali si pongono, per uno statistico, quelli della

misurazione di questi fenomeni: problemi non irrilevanti perché come abbiamo

appena visto, la misura di un fenomeno retroagisce sulla sua concettualizzazione.

Farò anche qualche accenno ai problemi della multidimensionalità dei fenomeni

che si vuole misurare e a quelli relativi all impiego di misure oggettive e soggettive

dei fenomeni di interesse.

Successivamente, nella sezione 3, metterò in evidenza come la Statistica

ufficiale italiana abbia risposto e stia rispondendo - molto più di quanto non si

pensi e di quanto non ritenga l accademia - alla domanda di informazione statistica

per misurare il benessere e la qualità della vita.

2 Il primo si è svolto a Palermo nel 2004 e il secondo avrà luogo tra pochi giorni a Instanbul (vedi le

informazioni contenute nel sito www.oecd.org).

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Infine, nella sezione 4, presenterò semplici analisi di alcuni indicatori

disponibili, sia di carattere oggettivo che soggettivo, per evidenziare se le misure

sono o meno concordanti e se gli indicatori soggettivi integrano o meno le

informazioni ottenute con gli indicatori oggettivi.

Alcune considerazioni sui problemi aperti, i progetti futuri e sull uso

dell informazione statistica, in particolare sul benessere e sulla qualità della vita,

come strumento di policy making, concluderanno la relazione (sezione 5).

2. Benessere economico, qualità della vita e felicità:

cosa si è voluto e si vuole misurare

2.1. La misura del benessere economico (e non solo):

l integrazione del Pil e il movimento degli indicatori sociali

Inizialmente, la misura del benessere veniva considerata quasi esclusivamente

nel suo aspetto economico e quindi era legata alla disponibilità di reddito. La

non adeguatezza del Pil per misurare il benessere, sia in tutti i suoi aspetti

economici che in quelli sociali e individuali, ha spinto gli studiosi a seguire due

strade per ottenere misure e indicatori integrativi e, in parte, anche alternativi:

(i) aggiungere e sottrarre componenti al Pil;

(ii) considerare un vettore di indicatori socio economici da affiancare al Pil.

Nel primo caso, poiché il Pil, per come viene correntemente calcolato,

comprende alcuni beni e servizi che, essendo disutili e dannosi, dovrebbero

essere esclusi e, per contro, non comprende alcuni beni e servizi che essendo

utili dovrebbero essere inclusi, si ritiene opportuno aggiungere e sottrarre dal

Pil tali componenti di correzione 3 . Si tenga anche presente che con il progredire

dell industrializzazione e della terziarizzazione non pochi servizi prestati gratuitamente

nell ambito familiare e perciò non inclusi nel reddito, sono passati

nella sfera delle transazioni di mercato e quindi inclusi nel reddito determinandone

così un incremento soltanto apparente e che, più recentemente, molte

attività di produzione immateriali si affiancano a quelle materiali.

Nel secondo caso, è stato suggerito di affiancare al Pil altri indicatori che

consentivano di avere informazioni sul benessere/malessere della società e degli

individui, quali: (a) il Reddito nazionale; (b) il Reddito disponibile delle famiglie;

(c) le effettive distribuzioni del Reddito e della Ricchezza (misurate ad esempio

attraverso il noto indice di concentrazione di Gini); (d) il tasso di scolarizzazione;

(e) il tasso di speranza di vita; e così via, cercando di descrivere sempre più gli

aspetti delle condizioni di vita della popolazione.

Il cammino compiuto, a livello internazionale negli studi sul benessere va in

ogni caso collocato all interno del più vasto dibattito iniziato verso metà degli

3 In Italia si collocano in questo approccio gli studi di Giannone ((1975) sulle misure del benessere

e un mio lavoro sulla misura dei consumi collettivi (Biggeri, 1983).

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anni sessanta - che divenne noto come movimento degli indicatori sociali

che si sviluppò proprio come reazione alla sopravvalutazione delle misure di

performance economica utilizzate quali indicatori di benessere sociale (Di Palma

e Cicerchia, 1995).

Dal punto di vista temporale, il primo classico della letteratura sugli indicatori

sociali, Recent Social Trends in the United States elaborato dal President s Research

Committee on Social Trends diretto da William F. Ogburn, vide la luce nel 1933,

pochi mesi prima del Rapporto di Kuznets, sul Reddito.

L originalità del lavoro di Ogburn che ha continuato a orientare il

movimento degli indicatori sociali è duplice:

Da una parte, lo stretto legame tra indicatori e obiettivi ( Goals for more

growth should specify more growth of what and for what ), segnatamente

gli obiettivi delle politiche e dell azione pubblica.

Dall altra, la strutturazione in aree di raccolta e di presentazione degli

indicatori, organizzate sulla base di una interpretazione delle dimensioni della

complessità sociale, ma anche delle finalità che motivano l azione pubblica.

La combinazione di questi aspetti, o meglio questa impostazione, mira a

costruire un sistema informativo a sostegno delle decisioni pubbliche,

strutturando le opzioni su cui decidere in un quadro chiaro e trasparente: la

raccolta di informazioni rilevanti sui vari aspetti della realtà economica e sociale

che sono concerns delle politiche pubbliche è strutturata in funzione degli obiettivi

e dei programmi. Nello stesso framework, la conoscenza della situazione di

partenza e la quantificazione degli obiettivi da raggiungere e delle risorse a essi

allocate consente la comparazione tra costi sostenuti e risultati conseguiti.

Sotto questo profilo, a fronte di una misura quale il Pil, tendenzialmente

unica della crescita economica, gli indicatori sociali - ancorché strutturati - sono

stati caratterizzati ab initio da una multi-dimensionalità irriducibile, perché

strutturalmente da ricondurre alla pluralità di obiettivi dell azione pubblica (negli

Indicateurs Sociaux (Delors. 1971) erano stati individuati 21 temi 4 ).

Anche per questo motivo, quanto meno all inizio, il movimento degli

indicatori sociali ha trovato terreno più fertile sul versante del sostegno

conoscitivo alle decisioni proprie delle politiche pubbliche che non su quello

della produzione di informazione statistica (in Italia nell ambito del sistema degli

indicatori di programma adottati dall esperienza della programmazione

economica, MBPE-ISPE, 1975).

4 Si trattava di: speranza di vita, tutela della salute, evoluzione della fam iglia, partecipazione della

donna alla vita economica e sociale, spazio per gli anziani, comportamento verso i marginali, evoluzione

dell occupazione, ruolo dell educazione, sviluppo culturale, adattamento al cam biamento, mobilità

sociale, apertura della società al mondo esterno, utilizzazione delle ricchezze nazionali, utilizzazione

del reddito, evoluzione dei patrimoni, previdenza, sviluppo della solidarietà, habitat, organizzazione

dello spazio rurale, sviluppo urbano, utilizzazione del tempo.

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In realtà, proprio lo stretto legame tra indicatori sociali e processi di

programmazione ha, alla fine, in qualche modo nuociuto al movimento, in quanto

la loro utilizzazione è stata influenzata dalla posizione dei governi nei riguardi

della capacità delle politiche nel guidare il cammino e il progresso della società

e nei riguardi dello sviluppo dei sistemi di welfare state.

D altro canto, a differenza della contabilità nazionale, agli indicatori sociali

è sempre mancato un background teorico robusto e condiviso. Questo ha

condotto a un allargamento progressivo dei concetti e dei fenomeni di interesse,

che in positivo ha consentito di sperimentare una pluralità di approcci alla

definizione e alla quantificazione di diverse dimensioni del benessere senza

pretese di esaustività o di reductio ad unum, ma che in negativo ha reso

progressivamente più tenue il raccordo tra gli oggetti esplorati e il loro

significato analitico e interpretativo.

2.2. La misura della qualità della vita e della felicità

I filoni di discussione sopra richiamati hanno condotto all utilizzo sempre

più diffuso, già a partire dagli anni Settanta, del termine qualità della vita un

concetto che rimanda sia alla disponibilità oggettiva dei beni e dei servizi in

relazione ai propri bisogni, sia alla soddisfazione soggettiva che deriva dalla

fruizione dei beni e dei servizi.

Nel frattempo, alla nozione di benessere sono stati attributi significati

sostanzialmente diversi e, in estrema sintesi, si possono distinguere due principali

filoni di pensiero: uno che stabilisce un identità concettuale tra utilità e benessere,

assumendo l esistenza di una relazione diretta fra il consumo di beni e l utilità che

da essi è possibile ricavarne; un altro che prescinde dalla nozione di utilità per la

valutazione delle condizioni di vita. Al primo gruppo appartengono le teorie

utilitaristiche; al secondo le teorie dei diritti e quella dei funzionamenti alla Sen.

L approccio di Sen rappresenta un tentativo di superare i limiti

dell utilitarismo e delle teorie dei diritti; l idea è quella di mantenere l approccio

conseguenzialista dell utilitarismo (secondo cui il valore morale delle azioni

dipende dalle loro possibili conseguenze e non esistono perciò azioni buone o

cattive in sé) e l aspirazione alla tutela delle libertà fondamentali delle teorie

dei diritti, depurando però l una dall assunzione dell utilità come unico criterio

di valutazione del well-being e l altra, dalla sottovalutazione delle differenze

individuali che rischia di introdurre profonde disuguaglianze nelle effettive

libertà godute dai singoli.

Le due categorie fondamentali introdotte dalla teoria di Sen sono il

funzionamento (functioning) e la capacità (capability). Il functioning rappresenta i

risultati acquisiti dall individuo su piani come quello della salute, dell istruzione, il

lavoro, ecc. che, secondo Sen, rappresentano il well-being in quanto tale, al

contrario del reddito che, invece, è solo uno strumento per raggiungere un

certo livello di benessere.

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Sen pone molta enfasi anche sui problemi della libertà e del ruolo che essa

gioca in connessione con il well-being degli individui. Accanto alla nozione di

funzionamenti, egli propone infatti il concetto di capacità; mentre i primi

riflettono le acquisizioni effettive degli individui e sono quindi costitutivi del

well-being, le seconde riflettono le acquisizioni potenziali, costitutive della libertà

(intesa come libertà di fare e di essere), che si sostanziano nella possibilità di

condurre diversi tipi di vita.

In altri termini, vi può essere una sostanziale quota di individui che ha forti

carenze di funzionamenti, ma non di reddito. Individui che in base al reddito non

sarebbero giudicati poveri possono tuttavia godere, a causa di certe caratteristiche

o situazioni sfavorevoli, di bassi livelli di funzionamenti. Il reddito non è quindi

una buona misura del benessere e un uguale livello di reddito non significa

necessariamente un uguale livello di benessere. Lo sviluppo umano è piuttosto

un processo di ampliamento delle scelte delle persone, di continua eliminazione

dei vincoli che impediscono alle persone di agire liberamente e di operare per

realizzare stili di vita che rispecchiano i loro valori profondi.

Il campo di studi sul benessere si è conseguentemente ampliato passando

dall having all having, loving e being (Allardt, 1993). Si comprende così come

il concetto di qualità della vita sia tanto ampio e comprensivo da andare al di

anche di quello di condizioni di vita .

È opportuno anche precisare che la qualità della vita si differenzia da altri

concetti e misure per tre elementi caratterizzanti (European Foundation for

the Improvement of Living and Working Conditions, 2004):

a) si riferisce alla vita dei singoli individui; richiede, quindi, una prospettiva di

studio micro in cui anche le percezioni giocano un ruolo chiave; gli aspetti

macroeconomici e sociali sono rilevanti nell influenzare i contesti individuali,

ma non sono centrali;

b) è un concetto multidimensionale che richiede la considerazione di diversi

aspetti della vita tra loro interconnessi;

c) è misurata sia attraverso indicatori oggettivi che attraverso indicatori soggettivi.

Gli elementi oggettivi includono le condizioni di vita accertabili, come gli

standard di vita, le condizioni lavorative e lo stato di salute. Il benessere soggettivo

riguarda invece la valutazione specifica delle condizioni di vita individuali e le

componenti affettive (Vitali, 2002).

Lo sviluppo delle ricerche sulla qualità della vita è stato molto ampio (non

può certo essere qui neppure sintetizzato), e ha coinvolto un numero sempre

maggiore di studiosi e di associazioni scientifiche (tra l altro è stata costituita la

International Society of Quality of Life Studies).

Recentemente poi, coerentemente con il dibattito ricordato sopra sugli

indicatori di benessere, la qualità della vita è stata esplicitamente messa in relazione

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con la felicità (European Foundation for the Improvement of Living and Working

Conditions, 2005). Molti studi tentano di mettere in luce le relazioni esistenti

tra benessere materiale (PIL, reddito, ecc.) e benessere immateriale (felicità)

(Easterlin, 2000; Kahneman D. e Krueger, 2006; Veenhoven, 2007). Si assiste quindi

ad un allargamento continuo dei concetti e delle necessità di apposite misure

statistiche come è ben messo in evidenza dalla seguente figura realizzata dalla

Deutsche Bank (Bergheim, 2006). A partire dal nocciolo costituito dal PIL si

sono sviluppate altre misure di benessere economico, per poi passare

all attenzione per le condizioni materiali di vita e infine alla componente

psicologica e di soddisfazione.

Fonte: Bergheim, 2006

Con riferimento alla felicità, che è indubbiamente il concetto più difficile,

se non impossibile, da misurare, è stato messo in luce che la felicità individuale

spesso non procede di pari passo con la felicità percepita a livello sistemico

(Easterlin 1995, 1996). Queste analisi rappresentano una sfida per la statistica

ufficiale (e non) che spesso si muove - e soprattutto si è mossa proprio a

livello sistemico e che da anni tenta ormai, soprattutto attraverso la tecnica

delle scale e la rilevazione degli atteggiamenti, di cogliere anche la componente

individuale e immateriale del benessere che meno si presta agli strumenti di

rilevazione tradizionalmente propri della disciplina.

Non vi è dubbio però che la felicità è un concetto la cui misurabilità è stata

ampiamente discussa definendola addirittura un paradosso e che si operativizza

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spesso filtrandolo attraverso il concetto di soddisfazione (Kahneman D. e Krueger,

2006, Ruut Veenhoven, 2007).

2.3. Alcuni problemi di misura: multidimensionalità dei fenomeni;

indicatori oggettivi e soggettivi; indicatori sintetici

Nel concludere questo excursus ritengo importante richiamare alcuni

problemi di misura sui quali ancora si discute, che riguardano la multidimensionalità

dei fenomeni oggetto di studio, l uso degli indicatori soggettivi e soggettivi e la

elaborazione di indicatori sintetici.

Il fatto di mettere in primo piano il tema della qualità della vita e comunque

la ricognizione di una pluralità di aspetti della vita degli individui e delle famiglie,

impone il passaggio dal piano tradizionale della ricerca sociale, quello della

oggettività del dato, al piano della soggettività.

Sebbene sia ormai sempre più ampio il consenso attorno ad un approccio

che considera indispensabile il ricorso a misure multidimensionali, l uso di indicatori

soggettivi è l aspetto ancora più dibattuto. Appare a questo proposito opportuno

fare almeno cenno al vivace dibattito, ormai un classico nella ricerca sociale, su

indicatori soggettivi e oggettivi (Zapf, 2000).

In prima approssimazione, la distinzione tra indicatori oggettivi e soggettivi

è piuttosto chiara. Le misure oggettive si basano su un criterio esplicito e sono

rilevabili da un osservatore esterno; le misure soggettive si basano su un criterio

implicito e sono riportate dall individuo. In realtà, però, la distinzione tra i due

tipi di misura non è poi così netta. Molti degli indicatori cosiddetti oggettivi si

basano sul self-report che può essere distorto da fattori soggettivi (ad esempio:

lo stigma sociale relativo al consumo di tabacco può indurre un individuo a

dichiarare un consumo di sigarette inferiore al vero). Ancora, alcuni indicatori

possono combinare la valutazione di una condizione soggettiva attraverso una

misura di tipo oggettivo (ad esempio, la felicità di una popolazione attraverso il

tasso di suicidio). Così, mentre la maggior parte degli indicatori è chiaramente

collocabile in uno dei due gruppi, altri occupano un area grigia dove la distinzione

tra i due è molto meno chiara.

Lobiettività è la forza degli indicatori oggettivi. Il loro principale vantaggio

è quello di rendere possibile comparazioni delle condizioni di vita nel tempo,

nello spazio e tra differenti gruppi di individui, con un ampio consenso su cosa si

stia misurando e con quale grado di precisione. L uso di questo tipo di indicatori

muove dall assunzione che le condizioni di vita possano essere giudicate

favorevolmente o sfavorevolmente, comparando la situazione reali con criteri

normativi (valori, target, etc). Ciò deve implicare che ci sia un vasto consenso

sulle dimensioni rilevanti del benessere degli individui, su cosa significa trovarsi

in buone o cattive condizioni, sulla direzione verso cui si dovrebbe muovere la

società. Al contrario, usare indicatori soggettivi significa, in ultima analisi, che il

livello di benessere rispetto a determinate dimensioni della vita debba essere

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valutato dagli stessi cittadini. La critica principale è che la valutazione soggettiva

dipende in larga misura dal livello di aspirazioni degli individui e alla loro capacità

di adattamento alle circostanze, portando in alcuni casi a risultati, almeno

apparentemente, paradossali.

Le difficoltà connesse alla misurazione delle sfere più immateriali del vivere

quotidiano, spiegano il costante ricorso da parte dei più all uso di indicatori

oggettivamente osservabili e misurabili su una scala ben definita come il reddito

e la ricchezza.

In non pochi casi, pur lavorando nell ambito degli approcci multidimensionali

alla misura del benessere si evita di utilizzare indicatori soggettivi perché di non

facile interpretazione. Per esempio, i 18 indicatori per l inclusione sociale

approvati dal Consiglio Europeo tenutosi a Leaken nel dicembre 2001 (i cosiddetti

indicatori di Laeken ) non includono questo tipo di indicatori.

Tuttavia, non vi è dubbio che la valutazione delle condizioni di vita, da utilizzare

a fini di interventi sociali, deve andare oltre il concetto di prosperità materiale e

include obiettivi di sviluppo sociale nuovi, multidimensionali e molto più complessi.

Linformazione sulla povertà in termini strettamente monetari, ad esempio,

può essere ampliata, arricchita e a volte corretta con indicatori di tipo

soggettivo. Il concetto stesso di povertà non è mai solo oggettivo e include

valutazioni di natura soggettiva che derivano dal confronto con gruppi di individui

o di famiglie all interno di una stesso contesto socio-territoriale. Lanalisi congiunta

dei due tipi di indicatori fa emergere aree di sovrapposizione e convergenza,

nonché aree di divergenza, e permette di investigare la struttura associativa che

lega i vari aspetti del disagio e, in generale, delle condizioni di vita.

Un elemento invece di cui si parla poco è che passando da misure oggettive

a misure soggettive, le difficoltà di rilevazione statistica si amplificano e non

poco. Facendo riferimento alla figura prima presentata la misura dei concetti

andando da destra verso sinistra (dal Pil alla Felicità) è sempre più difficile e

meno precisa e di ciò si deve tener conto nelle analisi.

Infine, due parole sull utilizzo di indicatori sintetici. A me convince poco,

poiché, a mio avviso, la multidimensionalità dei fenomeni e degli indicatori non è

facile, e forse non conviene, sintetizzarla. Sembra quasi che si faccia soltanto per

fare rankings di Paesi e aree, ma a quale fine? In ogni caso occorre specificare

l obiettivo per cui si effettua il calcolo e i pesi da attribuire ai vari indicatori.

Molto valida è certamente la batteria degli indicatori utilizzata dalle Nazioni

Unite per la misura del progresso nell ambito del progetto del Millennium

Development Goals. Ma accanto a questa iniziativa ci sono anche molte altre

iniziative a livello internazionale che tendono a costruire un indicatore sintetico.

Ne ricordo alcune, indicando tra parentesi l anno di riferimento iniziale: Human

Development Index (UNDP, 1990); Green National Product (US-BEA, 1992);

Genuine Progress Indicator (Max-Neef, 1995); Satisfaction with Life Index

((White, 2007); Gross National Happiness, e così via.

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3. Il contributo informativo dell Istat alle misure

di benessere economico e di qualità della vita

3.1. Dal dopoguerra ad oggi

Moltissimi lavori sulla misura del benessere e della qualità della vita sono

stati e sono svolti da ricercatori universitari e istituti di ricerca, che certamente

non posso richiamare qui.

Tuttavia molti Istituti Nazionali di Statistica (INS) producono - sia pure

con approcci diversi - e diffondono molti dati su tali fenomeni, e l Istat è tra

quelli che si sono più impegnati in questo campo. Il nostro Istituto nazionale di

statistica non solo ha seguito il dibattito, ma ne è stato parte attiva: ampliando il

pattern di informazioni raccolte sul benessere, realizzando alcuni prodotti come

tentativi di sistematizzazione dell informazione sociale, modificando le tecniche

e le modalità di rilevazione.

Si deve anzi sottolineare che l Istituto in alcuni casi ha effettuato studi

pioneristici che possono essere considerati la base di molte delle rilevazioni e

delle analisi sviluppate in seguito su questi temi sia all interno dell Istat sia in altri

contesti istituzionali e di ricerca.

Già nel primo dopoguerra, l Istituto iniziò una importante produzione di

stime statistiche sui principali aggregati economici e sui conti nazionali che poi ha

sempre più sviluppato seguendo e anticipando le indicazioni delle Nazioni Unite.

Tuttavia, al tempo stesso, l Istat cominciò un percorso di raccolta di

informazioni su molteplici aspetti della vita quotidiana, cogliendo la molteplicità

delle dimensioni da considerare per un informazione statistica il più possibile

completa sulle condizioni di vita della popolazione. Uno dei primi contributi al

dibattito, nel dopoguerra, venne dato con la partecipazione alle inchieste

parlamentari sulla miseria , attraverso lo svolgimento di due indagini statistiche

relative alle condizioni di vita delle famiglie e ai bilanci delle famiglie povere.

A seguire si possono ricordare altre indagini sia a carattere generale, sia

specifiche su particolari aspetti della vita quotidiana. Comunque di rilevo è la

predisposizione e diffusione nel 1975 (ripetuta poi nel 1981) del volume Statistiche

sociali in cui si parla specificamente di qualità della vita e della necessità di superare

l idea di una misura di benessere tout court, privilegiando l ottica multidimensionale

di un insieme di indicatori, senza la pretesa di rispondere a un robusto impianto

teorico, ma optando per un piano pragmatico.

In questa ottica, il reddito lordo pro capite non viene squalificato come

misura di benessere . Anzi. da una parte se ne ribadisce l importanza in sé anche

come indicatore sociale, ma soprattutto la misura aggregata e collettiva del

benessere diviene un elemento di grande importanza per l analisi delle informazioni

raccolte a livello familiare e individuale. Si tenta così non solo di riconciliare la

visione prettamente economicistica del benessere con quella sociale, ma anche di

collocare l individuale all interno delle correnti collettive , per dirla alla Durkheim.

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Dagli anni Ottanta l Istat si è mosso, dapprima soprattutto attraverso la

realizzazione del Sistema di indagini multiscopo, verso la raccolta di informazioni

sulle condizioni di vita, ma anche sulle percezioni soggettive del benessere/

malessere. L unità di analisi delle rilevazioni dell istituto non è più solo la famiglia,

ma anche l individuo. Finalità dell indagine multiscopo è esplicitamente quella di

mettere a disposizione:

[ ] un informazione statistica fortemente finalizzata all elaborazione

di politiche, tese a migliorare il benessere e l integrazione sociale.

Linsieme dei dati raccolti, sia oggettivi che soggettivi, costituiscono in

tal modo l indispensabile base informativa per la conoscenza della

qualità della vita dei cittadini e per l eventuale azione politica volta al

suo miglioramento. L informazione sociale incorpora, così,

progressivamente l interesse della domanda accanto a quello

dell offerta e viene finalizzata alla conoscenza, oltre ai contorni dei

fenomeni, delle interrelazioni tra i diversi elementi analizzati, dei

comportamenti e degli atteggiamenti che concorrono a migliorare la

qualità della vita dei cittadini. (Istat, 2006).

Facendo riferimento ai due approcci opposti (Noll, 2004): quello scandinavo

delle condizioni di vita che si concentra esclusivamente sulle risorse e le

condizioni di vita oggettive e quello americano della qualità della vita che enfatizza

il benessere soggettivo degli individui come risultato finale di una serie di

condizioni e processi, il percorso effettuato in Italia negli ultimi venti anni dalle

statistiche ufficiali di parte sociale vede nel ricorso più o meno ampio a indicatori

soggettivi uno dei tratti caratteristici del sistema di indagini Multiscopo dell Istat

e delle altre indagini sociali che si sono realizzate dall inizio degli anni 90 ad oggi.

Solo per limitarci a qualche esempio, si può ricordare che i questionari

dell indagine Aspetti della vita quotidiana oltre a rilevare attraverso quesiti di

natura oggettiva informazioni su scuola, lavoro, vita familiare e di relazione,

abitazione e zona in cui si vive, tempo libero, partecipazione politica e sociale,

salute, stili di vita, considerano anche la soddisfazione degli individui rispetto alle

principali dimensioni della vita (lavoro, relazioni familiari, amicali, etc.) e che,

insieme alla fruizione dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche, indagano

anche quanto i cittadini ne siano soddisfatti.

Nel 1993 esce un volume dal titolo Statistiche e indicatori sociali che si richiama

a quelli citati del 1975 e del 1981, ma che risente profondamente del dibattito

ormai acceso sul tema; dibattito sul quale l Istituto ha cercato anche un confronto

con il mondo della ricerca e quello accademico.

Anche in questo caso l Istituto si colloca in pieno all interno dei mutamenti

avvenuti in campo internazionale e in particolare negli Stati Uniti. Una delle

conseguenze durature dell affermarsi del movimento degli indicatori sociali fu

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infatti, come ho già osservato, la progressiva diffusione delle social survey e del

riconoscimento dell importanza dei cosiddetti indicatori soggettivi . All interno

dei modelli di rilevazione utilizzati nel periodo 1987-1991 trovano ampio spazio

tematiche e tecniche di misurazione affermatisi nel corso dei citati dibattiti

teorici sulla qualità della vita e degli indicatori soggettivi.

Dal 1993 le indagini multiscopo sono state rinnovate e articolate in un

sistema che, in vari cicli, consente di cogliere non solo aspetti generali della vita

quotidiana, ma offre anche la possibilità di approfondire periodicamente determinate

tematiche. Gli sforzi effettuati dall Istituto non si sono rivolti solo all ampliamento

e al miglioramento della qualità delle informazioni raccolte, ma anche

all estensione a nuove fasce di popolazione delle informazioni. È il caso ad

esempio dei cittadini stranieri.

3.2. La situazione attuale

Come ho appena accennato, l Istat rileva il benessere/malessere del Paese

utilizzando approcci e strategie differenti. Negli anni, infatti, l Istituto ha modificato

e ampliato, adeguandolo alle tendenze più recenti attraverso la realizzazione di

nuove o rinnovate indagini, il patrimonio informativo sulla situazione economica

del paese, sia a livello macro (grandi aggregati) che a livello micro (famiglie e

individui).

Una prima distinzione può essere fatta proprio tra l approccio di tipo

macro economico che caratterizza le stime dei principali aggregati dei conti

economici e l ottica di tipo micro seguita nel sistema di indagini multiscopo,

nell indagine sulle forze di lavoro, nell indagine sui consumi delle famiglie e

nell indagine su reddito e condizioni di vita realizzata per la prima volta nel 2004

sulla base del regolamento europeo che istituisce il progetto EU-SILC (European

statistics on income and living conditions).

Nel primo caso vengono stimate attraverso informazioni indirette le

tradizionali misure aggregate e oggettive del benessere/malessere economico:

occupati interni, unità di lavoro, disoccupati, valore aggiunto, prodotto interno

lordo, redditi da lavoro dipendente e spesa per consumi finali delle famiglie,

risparmio, ecc..

Nel secondo caso la rilevazione di informazioni a livello individuale e/o

familiare consente di costruire misure dei consumi delle famiglie, del reddito e

della sua distribuzione, della capacità di risparmio, della povertà, della soddisfazione

e valutazione relativa alle risorse economiche, ecc.. Viene, inoltre, ampiamente

investigata la componente dell having della qualità della vita, attraverso un lungo

elenco di beni posseduti dalla famiglia.

Sono poi proposti quesiti volti a raccogliere valutazioni di tipo soggettivo

della situazione economica, attraverso ad esempio le seguenti due domande: a)

Con riferimento agli ultimi 12 mesi e tenendo presente le esigenze di tutti i

componenti familiari, come sono state le risorse economiche complessive della

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famiglia?: ottime, ecc.; b) Confrontando la situazione economica della famiglia

con quelle di un anno fa, lei ritiene che sia: molto migliorata, ecc..

I precedenti quesiti sono posti a livello familiare. Dal punto di vista individuale

viene posto ai singoli intervistati un quesito relativo alla soddisfazione per la

propria situazione economica (oltre a quella relativa ad altri aspetti della qualità

della vita).

In generale, come si può osservare dagli esempi riportati, la tecnica scelta

per rilevare è quella dell utilizzo di scale a parziale autonomia semantica.

Ho soffermato l attenzione fino ad ora essenzialmente sulla componente

economica (oggettiva o percepita) del benessere. Il tentativo che l Istituto nazionale

di statistica compie da anni, come ho detto, è però quello di superare l associazione

del termine benessere con l attributo economico , offrendo invece un ampia

informazione sulle condizioni di vita e sulla soddisfazione dei cittadini anche in altri

ambiti rilevanti nella qualità della vita e della qualità dell ambiente in cui si vive. Le

notizie vengono raccolte sia tramite il questionario generale dell indagine multiscopo

su aspetti della vita quotidiana, sia nelle indagini ad hoc dedicate a specifiche tematiche

(Condizioni di Salute e Ricorso ai Servizi Sanitari, Tempo libero, Sicurezza dei cittadini,

Famiglia e soggetti sociali, Viaggi, vacanze, Uso del tempo).

Oltre ai quesiti sulle condizioni di vita (individuali e ambientali) e il

comportamento dei cittadini relativamente al ricorso ad alcuni servizi, alla vita

sociale, a quella politica e associativa dei cittadini, vengono posti numerosi quesiti

sulle percezioni, gli atteggiamenti e le opinioni facendo in particolar modo ricorso

al concetto di soddisfazione.

Soffermando l attenzione su uno dei quesiti centrali proposti dall indagine

multiscopo relativamente alla soddisfazione si può notare che nella batteria di

aspetti proposti per raccogliere l opinione dei rispondenti, a fianco della già

citata situazione economica, compaiono altri temi che è possibile far rientrare

in quello che viene definito benessere immateriale (quali la salute, le relazioni

familiari, le relazioni con gli amici, il tempo libero).

Si tratta solo di alcuni esempi di un ampio pattern di informazioni a

disposizione dell Istituto provenienti da fonti diverse, o dalle stesse fonti, in

grado di contribuire in maniera differente alla conoscenza della situazione

economica, e del benessere materiale, degli italiani. Informazioni che possono

contribuire a ricostruire in maniera più dettagliata il quadro della situazione

economica e sociale italiana integrando l informazione raccolta, stimata e diffusa

a livello macro dalla Contabilità Nazionale.

A questo riguardo occorre citare che l Istituto si preoccupa di integrare i

dati in una completa analisi che svolge ogni anno, a partire dal 1992, con la

predisposizione del Rapporto annuale, sulla situazione del Paese. Il Rapporto, infatti,

ha l esplicita finalità di descrivere la situazione del Paese e ogni anno fornisce

informazioni sui principali fenomeni demografici e sociali in atto nel Paese. Lo

sforzo è quello di far parlare tra loro le informazioni provenienti da diverse

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO

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aree della produzione statistica. In questo modo anche se non si arriva alla

definizione di indicatori di sintesi, si fornisce al lettore una visione sintetica delle

condizioni del Paese.

Attualmente l Istat sta anche lavorando, per la prima volta, alla preparazione

di un volume su 100 statistiche per il Paese Indicatori per conoscere e valutare. La

pubblicazione offrirà, in un ottica di integrazione, un quadro d insieme dei diversi

aspetti economici, sociali, demografici e ambientali del nostro Paese, della sua

collocazione nel contesto europeo e delle differenze regionali che lo

caratterizzano. Si tratta di un lavoro che arricchirà l ampia e articolata produzione

dell Istat attraverso la selezione di 103 indicatori, aggiornati e puntuali.

Osservo che, nonostante questa gran massa di dati forniti dall Istat,

purtroppo la loro utilizzazione da parte dei ricercatori e, soprattutto, da parte

dei policy makers è davvero modesta.

4. Alcuni confronti tra misure oggettive e soggettive di benessere

economico e di qualità della vita

Ma come si rapportano e si integrano le informazioni raccolte tramite le

indagini campionarie con le stime dei principali aggregati economici? E qual è la

relazione tra misure oggettive e soggettive della qualità della vita? Cerco di

dare una prima risposta ai quesiti presentando alcune tabelle e grafici, dove

confronto: I. i dati del Pil con le valutazioni oggettive e soggettive; II. i dati sulla

povertà relativa e gli indicatori soggettivi di povertà; III. la condizione economica

e alcune misure soggettive di qualità della vita; e, infine, IV. I dati sul reddito con

quelli relativi ad alcune problematiche ambientali.

I. Partendo da quella che ho indicato come misura principe dalla performance

economica, il PIL, si può notare (nella prima colonna della Tavola 1) che l ultimo

quadriennio è stato un periodo, che si può dire, di stagnazione , con il peggior

risultato conseguito nel 2003.

La stagnazione economica del paese sembra essere stata percepita anche a

livello soggettivo dalle famiglie. Gli anni nei quali l indagine Multiscopo ha rilevato

la maggiore quota di famiglie che hanno valutato la propria situazione economica

peggiorata rispetto all anno precedente sono i più recenti, dal 2002 al 2005

(con un massimo toccato proprio nel 2003).

Nel 2003 si è registrata, poi, anche la più elevata quota di famiglie che

hanno valutato le proprie risorse economiche come insufficienti e che hanno

affermato di aver vissuto una situazione di peggioramento della propria situazione.

Soffermando l attenzione sulle più recenti dinamiche economiche a livello

regionale, verificatesi tra il 2004 e il 2005, e considerando come indicatori la

quota di famiglie che durante l indagine multiscopo sugli aspetti della vita

quotidiana del 2005 ha dichiarato di aver avuto durante l anno precedente un

miglioramento delle proprie condizioni economiche (misura di tipo oggettivo,

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Tavola 1 Pil (variazione % su anno precedente) e Famiglie (per 100 famiglie) che dichiarano un miglioramento

o un peggioramento della situazione economica e risorse economiche - Anni 1993 - 2005

Anni Pil Situazione economica Risorse economiche

Var% Migliorata Invariata Peggiorata Ottima adeguate Scarse Insufficienti

1993 -0,09 5,8 55,2 38,1 60,1 34,7 4,2

1994 2,15 7,0 61,8 30,8 63,8 32,0 3,4

1995 2,83 7,3 57,0 34,9 62,2 32,7 4,1

1996 1,10 5,2 56,4 36,8 62,7 32,3 4,2

1997 1,87 7,9 62,3 29,2 64,7 31,2 3,4

1998 1,40 9,3 62,5 27,4 64,3 31,0 3,7

1999 1,46 8,3 62,7 28,3 64,1 31,8 3,4

2000 3,69 9,3 63,5 26,0 67,8 28,0 3,0

2001 1,90 10,5 68,2 20,3 71,9 24,9 2,2

2002 0,45 6,5 51,7 40,5 63,5 31,2 3,9

2003 0,00 5,9 45,4 47,6 58,8 35,1 4,9

2004 1,53 .. .. .. .. .. ..

2005 0,06 5,9 46,4 45,9 56,4 36,3 5,3

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Fonte: Indagine Multiscopo Aspetti della vita quotidiana , vari anni. Per il 2004 .. dati non disponibili.

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ilevata a livello familiare) e la variazione percentuale del PIl pro capite (misura

di tipo oggettivo, macro economica) registrata nelle diverse regioni, emergono

interessanti differenze (si veda Fig. 1).

Figura 1 - Variazione percentuale del PIL pro capite tra il 2004 e il 2005 e

percentuale di famiglie che hanno dichiarato che la propria situazione

economica è migliorata tra il 2004 e il 2005.

Fonte: Indagine multiscopo su Aspetti della vita quotidiana , 2005 e Conti economici regionali, 2006.

Esaminando i punti relativi alle regioni che si trovano nei vari quadranti

emerge che i risultati dei due tipi di informazioni sono in molti casi incoerenti (a

variazione positiva del Pil non corrisponde che le famiglie abbiano avuto un

miglioramento delle proprie condizioni, e viceversa). E fra l altro da questa analisi

non emerge l abituale dicotomia tra Centro-Nord e Mezzogiorno.

Le due informazioni non sembrerebbero, quindi, coerenti. Tuttavia vale la

pena ricordare che il contesto locale sedimentato influenza notevolmente le

percezioni. È più facile quindi che in situazioni di benessere ormai affermato

anche a fronte di diminuzione del PIL le famiglie siano più protette (effetto

ricchezza, stock/flussi). Si deve, inoltre, considerare che la differente distribuzione

dei redditi nelle regioni potrebbe influenzare la percezione da parte delle famiglie.

II. Con riferimento alle misure della povertà, ho preso in considerazione,

ad esempio, i dati a livello regionale sulla percentuale di famiglie che hanno

valutato le proprie risorse economiche insufficienti (valutazione soggettiva)

durante l indagine multiscopo Aspetti della vita quotidiana svoltasi nel 2005 e

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sull incidenza di famiglie che si collocano al di sotto della soglia di povertà relativa

fissata dall Istat in base all Indagine sui consumi riferita al 2005 5 (valutazione

oggettiva), riportandoli nella Figura 2.

Figura 2 - Povertà relativa e percentuale di famiglie che dichiarano le

proprie risorse economiche insufficienti per regione Anno 2005

Fonte: Indagine sui consumi delle famiglie 2005 e Indagine multiscopo su Aspetti della vita quotidiana 2005

Tra gli indicatori emerge una certa coerenza. Entrambi evidenziano l esistenza

di una linea di demarcazione del benessere che divide il nostro Paese in due

segmenti: il primo costituito dalle svantaggiate regioni del Mezzogiorno; il secondo

costituito dalle regioni Centro-Settentrionali.

Tuttavia, l utilizzo dei due indicatori consente di far risaltare differenze

5 La stima dell incidenza della povertà relativa viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale

(linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene

definita povera in termini relativi.

La spesa media mensile per persona rappresenta la soglia di povertà per una fam iglia di due

componenti e corrisponde, nel 2005, a 936,58 euro al mese (+1,8% rispetto alla linea del 2004). Le

famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore

vengono quindi classificate com e povere. Per famiglie di am piezza diversa il valore della linea si

ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala

realizzabili all aum entare del numero di componenti.

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interessanti tra percezioni soggettive e valutazione oggettiva delle condizioni

economiche delle famiglie.

Oltre al caso del Molise che presenta un incidenza della povertà molto più

elevata della media nazionale, ma allo stesso tempo una quota contenuta di

insoddisfatti delle proprie risorse, si mettono in luce anche altri interessanti

casi. La Sicilia, a fronte della più alta quota di famiglie povere, registra un senso

di inadeguatezza delle proprie risorse economiche da parte delle famiglie inferiore

a quello mostrato da altre regioni del Mezzogiorno. Anche tra le regioni del

Nord in cui l incidenza di povertà è contenuta si evidenziano differenze non

trascurabili tra la valutazione oggettiva della difficoltà economica attraverso

l impiego della soglia di povertà e quella percepita soggettivamente.

Tra gli elementi da considerare nel valutare le differenze, rientra il diverso

potere d acquisto e il diverso livello dei prezzi di alcuni beni tra le diverse regioni.

Nei confronti internazionali si ovvia al problema attraverso le PPA (parità del

potere d acquisto). Attualmente l Istat, per consentire comparazioni adeguate,

sta sviluppando un progetto sulle PPA regionali e anche stime sulla povertà assoluta.

Un approfondimento delle diverse valutazioni derivanti dalle stime della

povertà relativa e dall indicatore soggettivo di povertà è presentato nel prospetto

e nella figura che seguono, con riferimento all anno 2002.

Come si vede nel Sud la percentuale di famiglie che si sentono povere

(12,1%) è nettamente inferiore alla percentuale di famiglie che risultano sotto

la soglia di povertà relativa (22,4%) e la stessa cosa si verifica per le coppie con

3 e più figli, rispettivamente 9,6% e 24,4%. A testimonianza del fatto che le

situazioni soggettive non sempre sono coerenti con quelle oggettive, dipendendo

le prime dalle valutazioni personali che sono influenzate dalle situazioni di

contesto (si veda anche la figura che mette in evidenza le intersezioni tra

famiglie che sono relativamente povere e che si sentono o non si sentono

povere, riferite al complesso della popolazione).

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L ARCO DI GIANO

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III. Dai dati rilevati con l indagine sulle condizioni di vita delle famiglie si

può analizzare la relazione tra la situazione economica e alcuni aspetti del

benessere immateriale, rientrante comunque nell ampio concetto di qualità della

vita: la salute, le relazioni familiari, le relazioni con gli amici, il tempo libero.

Il confronto tra le dichiarazioni della popolazione riguardanti la condizione

economica e alcune valutazioni soggettive di qualità della vita (riferite a salute, relazioni

familiari, relazioni con gli amici e tempo libero), è riportato nella tavola 2.

Per gli italiani la soddisfazione per le relazioni con i familiari e con gli amici

è, da oltre dieci anni, costantemente molto elevata. La salute è un aspetto che

sembra essere un po più problematico, ma si deve sottolineare quanto sul

giudizio espresso relativamente a questa tematica pesi l età dei rispondenti. Meno

soddisfazione si registra per il tempo libero e, in particolare, per la situazione

economica che, dopo aver evidenziato un incremento di soddisfazione, negli

ultimi anni ha messo in luce una tendenza alla diminuzione. Appare interessante

notare che in alcuni modelli per la misura alternativa del benessere il tempo

libero sia considerato congiuntamente al reddito (OECD).

Sembrerebbe così mettersi in luce una maggiore soddisfazione per la

componente relazionale della propria vita, piuttosto che per quella economica che

in molti casi potrebbe influenzare anche la disponibilità e la qualità del tempo libero.

Tra le diverse dimensioni analizzate attraverso i dati raccolti dalla batteria di

item sulla soddisfazione esistono evidenti relazioni. Considerando solo la quota di

Tavola 2 - Persone di 14 anni e più che si dichiarano molto e abbastanza

soddisfatte dei diversi aspetti della vita quotidiana - Anni 1993 - 2002

(per 100 persone)

Anni Situazione Salute Relazioni Relazioni Tempo

economica familiari con amici libero

1993 49,2 80,3 93,5 84,5 61,5

1994 53,6 80,9 93,7 84,7 63,5

1995 53,5 80,6 93,9 84,9 62,8

1996 51,2 80,3 93,3 86,8 64,4

1997 53,5 80,4 92,7 83,9 61,8

1998 53,4 79,0 91,4 82,7 63,7

1999 55,2 78,7 90,4 82,1 61,8

2000 58,5 78,5 89,8 82,2 62,6

2001 64,0 80,3 91,1 83,8 64,9

2002 57,3 80,5 91,7 84,3 65,2

2003 53,6 80,0 90,6 81,9 63,1

2004 .. .. .. .. ..

2005 49,7 80,1 90,6 82,9 63,7

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coloro che si sono dichiarati molto soddisfatti nel 2005 e mettendo in relazione

i diversi aspetti immateriali (salute, relazioni familiari, relazioni con amici, tempo

libero) per i quali si è registrata l opinione degli intervistati con la situazione

economica sussiste l esistenza di una chiara connessione (come messo in evidenza

nella Fig. 3) tra la valutazione espressa nelle diverse regioni per le condizioni di

vita materiali e quella espressa circa altre dimensioni della qualità della vita. Relazione

che appare particolarmente evidente tra la sfera economica e quella della salute e

del tempo libero, mentre è chiara la valutazione più critica relativa alla situazione

economica rispetto a quella espressa, in particolare, per gli aspetti relazionali.

Figura 3 - Percentuale di persone di 14 anni e più che si dichiarano molto

soddisfatte della propria situazione economica e di diversi aspetti della

vita quotidiana per regione Anno 2005

IV. Infine, nell indagine sui redditi e le condizioni di vita del 2004 sono state

rilevate le informazioni sia sul reddito tout court, sia sulle condizioni di vita.

Mettendo in relazione, a livello regionale, la quota di popolazione che si concentra

nel primo quinto di reddito (popolazione economicamente disagiata) e alcune

problematiche ambientali che possono influenzare il benessere psicologico e

sociale delle persone (presenza di inquinamento, rumore e criminalità nella zona

38

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in cui vive la famiglia) si può notare che in nessuno dei casi in analisi è possibile

individuare una relazione. Anche se tra situazione economica oggettiva e

percezioni soggettive di disagio economico sono state messe in luce delle

relazioni, non sembra possibile considerare il reddito come una proxy del benessere

generale percepito dalle persone.

Figura 4 - Quota di famiglie che si collocano nel primo quinto di reddito

equivalente (inclusi i fitti imputati) e quota di famiglie per presenza di

problemi nella zona di residenza per regione - Anno 2003 (reddito) e

2004

Da questi esempi sembrerebbe, quindi, mettersi chiaramente in luce la

complessità del concetto di benessere che comporta inevitabilmente la necessità

di tenere in considerazione molteplici dimensioni, anche esterne alla vita

individuale e familiare, tra loro non necessariamente correlate.

5. Considerazioni conclusive: problemi e progetti futuri;

l uso della informazione statistica come strumento di policy making

Negli anni i fenomeni e gli aspetti riguardanti il benessere e la qualità della

vita coperti dalla statistica ufficiale si sono ampliati, così come è accresciuta la

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produzione di statistiche diffusa dall Istat. A volte è stato addirittura rimproverato

all Istituto di produrre troppe statistiche che potrebbero finire per fuorviare

i fruitori.

In realtà, già dai pochi esempi ai quali ho fatto riferimento, è facile capire

che anche statistiche che sembrano fornire informazioni sullo stesso tema, danno

conto di aspetti, talvolta sfumature (ma non per questo trascurabili), tra loro

differenti anche se collegati.

Tuttavia i problemi di misura del benessere e della qualità della vita non

sono tutti risolti. I problemi aperti restano molti (Zanders, 2001), ma non sono

insolubili, se affrontati in una logica rigorosa, con un approccio metodologicamente

fondato e in collaborazione tra statistica ufficiale e accademia. Ne richiamo

alcuni. Occorre certamente:

maggior uso dei dati disponibili; per verificare la validità, la sensitività e la

robustezza degli indicatori disponibili, e la spiegazione dei fenomeni che

rappresentano; sono quindi necessarie molte analisi statistiche, soprattutto

a livello micro, attraverso l utilizzo di dati elementari (con l impiego di

metodi statistici di analisi multivariata, di modelli multilivello, anche

longitudinali, di modelli ad equazioni strutturali e così via);

effettuare analisi per differenti gruppi di popolazione e a livello territoriale spinto

(con riferimento ai vari livelli di governo), in modo da fornire elementi

per interventi dei policy makers specifici ed efficaci; a questo fine i dati e le

analisi a livello macro non sono sufficienti; è quindi necessario impiegare i

metodi statistici di stima per piccole aree (ad esempio per costruire mappe

di benessere e di povertà);

misurare la dimensione dei fenomeni non osservabili o nascosti / sommersi

(incidenti domestici, violenze sessuali e eventi criminali non emersi, reti di

aiuto informali ecc.)

garantire la comparabilità nel tempo e nello spazio degli indicatori che si

producono e utilizzano; è perciò necessario porre attenzione allo sviluppo

dell area per la quale si effettuano le analisi e alla situazione sociale e culturale

della stessa; va prestata particolare attenzione alla comparabilità tra sistemi

sociali e culturali diversi (potrebbe essere necessario utilizzare batterie di

indicatori differenti per valutare aree con differente sviluppo in analogia -

passatemi il confronto - con quanto fanno i medici nel valutare la salute, in

relazione all età, di una persona, con batterie di analisi e indicatori differenti);

garantire, anche di più di quanto già si fa, l accesso ai dati elementari, in modo

da consentire a tutti i ricercatori la possibilità di svolgere le analisi sopra

richiamate.

Un tema come quello della qualità della vita necessita dunque per la sua

multidimensionalità, per l intersecarsi di dimensione oggettiva e soggettiva, per

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L ARCO DI GIANO

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la necessità di statistiche che ricostruiscano l ambiente macro-sociale e macroeconomico

intorno all individuo, di un pattern di informazioni vasto e variegato

per temi toccati, tecniche e modalità di raccolta.

Oggi si discute di questi problemi non soltanto a livello scientifico, ma se

ne occupano, oltre che le organizzazioni internazionali, anche i governi, le parti

sociali e gran parte della popolazione. L importante è che la discussione sia

organizzata in modo razionale e pragmatico, al fine di trovare un accordo a

livello nazionale, e possibilmente internazionale, sugli indicatori da utilizzare per

valutare i vari aspetti del benessere e di qualità della vita ed evitare biases dovuti

all uso politico degli indicatori (tools to do it).

Il Project on Measuring the Progress of Societies lanciato dall OECD va in questa

direzione collocando l informazione statistica a differenza di quanto, come

abbiamo visto, accadeva nel passato al centro del processo di costruzione di

indicatori economici, sociali ed ambientali che consentano di fornire un quadro

completo sulla evoluzione del benessere di una società. Il progetto cerca, inoltre,

di incoraggiare l uso integrato di indicatori per informare e promuovere processi

decisionali basati sull evidenza (evidence based).

In generale una società complessa necessita di informazioni complesse,

anche se non complicate. La statistica, come scienza, ha la vocazione e gli strumenti

per ridurre la complessità conservando l informazione rilevante con una minima

perdita d informazione; per rappresentare i dati in modo più immediato e

comprensibile; per aiutare a cogliere significato e implicazioni. La statistica pubblica,

inoltre, ha tra i suoi compiti principali quello di rendere facilmente accessibile

l informazione e il suo utilizzo anche da parte dei non specialisti.

Il tema, dunque, deve essere oggi affrontato evitando a livello operativo le

tradizionali contrapposizioni ricorrenti negli studi economici e sociali: micro/

macro, soggettivo/oggettivo, qualitativo/quantitativo. Queste dicotomie, seppur

utili concettualmente, nella società dell informazione e della globalizzazione

possono essere agevolmente superate attraverso un approccio integrato alla

raccolta e diffusione delle informazioni. La strada dell integrazione è quella che

l Istat ha scelto da anni di percorrere (integrazione di informazioni provenienti

da rilevazioni diverse; di dati raccolti a livello individuale, familiare e a livello

aggregato; di informazioni di tipo quantitativo e di tipo qualitativo; delle

informazioni a livello territoriale).

Proprio l integrazione delle statistiche può, inoltre, prevenire, in nome

dell economicità, quella sovrabbondanza di produzione della quale viene

accusato l istituto.

Le statistiche devono tendere all integrazione non soltanto con finalità di

esaustività conoscitiva, ma anche con l obiettivo di poter essere, continuare a

essere, un valido strumento di decisione.

Solo procedendo verso questo tipo di approccio sarà possibile nel prossimo

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futuro fornire ai policy maker informazioni ancora più adeguate di quelle, già

molto valide, attualmente disponibili per calcolare gli indicatori necessari per

effettuare la programmazione e la valutazione delle azioni, a livello nazionale,

così come a livello locale.

Nel mondo globalizzato in cui la rete di relazioni diviene sempre più fitta e

complessa, il contributo della statistica al benessere può essere proprio quello

di fornire informazioni sempre più ampie e integrate (comprehensive) a livello

territoriale così come al livello dei fenomeni.

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Felicità e beni relazionali 1

DI LUIGINO BRUNI

Nessuno sceglierebbe di vivere senza amici,

anche se fosse provvisto in abbondanza

di tutti gli altri beni

(Aristotele, Etica Nicomachea)

La felicità è lo scopo ultimo dell azione umana, almeno così pensavano i

greci, e molti altri filosofi. Lavoriamo, soffriamo, gioiamo, certamente per tante

ragioni immediate, ma, soprattutto, perché vorremmo rispondere, più o meno

correttamente, a una spinta profonda di realizzarci, di fiorire come esseri umani,

di rispondere, quindi, ad una vocazione alla felicità.

Il «surplus di felicità» che si sperimenta dentro e fuori le imprese è anche

uno dei segreti di molta economia sociale o civile, che sono essenzialmente

strade di «vita buona» all interno delle faccende ordinarie della vita, come sono

quelle economiche. Anche per queste ragioni può essere utile riflettere ancora

attorno al rapporto tra economia e felicità, e riprendere il filo di un discorso

già iniziato, soffermandoci in modo particolare sul tema delle relazioni umane,

che sono spesso il fragile anello di congiunzione tra l ambito economico e la

felicità.

1. il «paradosso della felicità» e le sue spiegazioni

In questi ultimi tempi si riparla molto di felicità in economia.

La prima stagione della felicità in economia risale agli albori della scienza

economica, alla tradizione dell Economia civile di Napoli di Antonio Genovesi e

alla Milano di Pietro Verri, che definirono la nascente economia come la «scienza

della pubblica felicità». La nuova stagione, invece, è iniziata quando, dapprima

1 Ringrazio Benedetto Gui, Vittorio Pelligra, Alessandra Smerilli e Stefano Zamagni per i dialoghi,

continui, attorno a questi tem i.

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negli USA e poi in Europa, si è iniziato a misurare la felicità delle persone tramite

questionari, e a confrontarla con i tipici indicatori economici, quali reddito,

ricchezza, disoccupazione, e altro ancora. Così, dopo quasi due secoli di eclissi, la

parola felicità sta oggi tornando con forza all interno dei dibattiti teorici e pratici:

«Mi potrei sbagliare, naturalmente, ma se non vado errato, una rivoluzione

paradigmatica si sta, per adesso sommessamente, marginalmente, quasi clandestinamente,

preparando negli studi economici. Una nuova economia del benessere

sta insidiando il dominio, apparentemente indiscusso, dell analisi economica

di ciò che, alla luce del paradigma dominante, si pensa sia la realtà sociale»

(Becattini 2004, p. 1).

Ciò che emerse già dai primi studi, oggi noto come il «paradosso della

felicità in economia», è stata la inesistente o molto piccola correlazione tra

reddito e benessere delle persone, o tra benessere economico e benessere

generale.

Ma cosa dicono più esattamente i dati sulla felicità? Facciamo qualche cenno

alla storia.

Il punto di partenza è il lavoro di uno psicologo sociale H. Cantril (1965).

La sua innovazione metodologica fu quella di immaginare qualcosa che per gli

economisti sarebbe risultata semplicemente naif se non provocatoria: misurare

(cardinalmente) la felicità e, soprattutto, confrontare tra di loro i livelli di felicità

di individui diversi. Cantril rivolse a persone di diversi paesi del mondo, dalla

Nigeria al Giappone, una semplice domanda: pensa alla peggiore situazione nella

quale potresti trovarti: assegnale 0 punti; ora pensa alla situazione migliore in

assoluto, e assegnale 10. Ora valuta la sua situazione presente con un voto tra 0

e 10". La provocazione di Cantril e dopo di lui di tutti coloro che studiano la

felicità soggettiva delle persone fu quella di pensare che un 7 di un nigeriano

fosse comparabile con un 7 di un americano (operazione del tutto estranea

all economia, almeno da Vilfredo Pareto in poi), sulla base dell ipotesi che quelle

valutazioni soggettive sono talmente fondamentali da non essere alterate significativamente,

e su grandi numeri, dagli elementi culturali; ogni persona è in

grado di immaginare il suo mondo migliore e peggiore poiché, per Cantril, una

tale operazione appartiene alla condizione umana.

Si tratta certamente di una tesi forte, ma che ha dato vita a un significativo

filone di studi, che prende sul serio la dimensione soggettiva del benessere, e

rifugge da ogni paternalismo. Ancora oggi l anti-paternalismo (cioè l assenza di

un giudizio esterno alla persona che dica che cosa è la vera felicità per ognuno)

è il punto di forza di un approccio che resta metodologicamente vulnerabile

rispetto a critiche, come quella di Amartya Sen (con cui chiuderemo questo

saggio), che considera le risposte soggettive a questionari qualcosa potenzialmente

distante dal vero benessere delle persone, che va invece misurato, per

Sen, sull asse dei diritti, delle libertà e della capacità. Quindi, e come conseguenza

di questo approccio anti-paternalista , la felicità non viene definita a priori

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dagli studiosi che somministrano i questionari. Alle persone intervistate viene

semplicemente chiesta una valutazione complessiva della propria vita (presa nel

suo insieme), senza preoccuparsi di cosa pensino gli intervistati quando leggono

la parola felicità o life satisfaction .

Una seconda tappa è rappresentata dal lavoro del demografo americano

Richard Easterlin, che aprì ufficialmente il dibattito attorno al paradosso della

felicità in economia (oggi si parla anche di Easterlin Paradox ). Egli, oltre ai

dati di Cantril, prese sul serio i lavori degli psicologi Brickman e Campbell, che in

quegli anni stavano estendendo allo studio della felicità individuale e collettiva la

teoria dell adattamento (o set point), giungendo alla conclusione che i miglioramenti

delle circostanze oggettive della vita (reddito e ricchezza inclusi) non

producono effetti duraturi sul benessere delle persone ma solo temporanei.

Fu così che in quegli anni iniziò qualcosa di nuovo anche per gli studi economici,

e oggi studiare le dinamiche della felicità in economia non fa più sorridere

(come avveniva solo pochi anni fa), visto che se ne occupano economisti di

indubbia fama (compreso Kahneman).

I dati di Easterlin, lo portarono sostanzialmente ai questi risultati:

all interno di un singolo Paese, in un dato momento la correlazione tra

reddito e felicità non è sempre significativa e robusta, le persone più ricche

non sono sempre le più felici;

il confronto tra Paesi, non mostra correlazione significativa tra reddito e

felicità, e i Paesi più poveri non risultano essere significativamente meno

felici di quelli più ricchi 2 ;

ciò che invece è certo un pò in tutti gli studi è che nel corso del ciclo di vita

(nel tempo) la felicità delle persone sembra dipendere molto poco dalle

variazioni di reddito e di ricchezza.

Con il termine «Paradosso della felicità» oggi si intende questa pluralità di

dati, ma in senso stretto ci si riferisce all ultimo dato, cioè al fatto che nel corso

della vita delle persone il reddito e la felicità non sembrano aumentare assieme.

Ma come spiegare questo paradosso?

Oggi le spiegazioni ruotano attorno alla metafora del treadmill: l aumento

del reddito porta con sé l aumento di qualcos altro, esattamente come in un

tappeto rullante (treadmill appunto), dove corriamo ma in realtà stiamo fermi,

perché con noi corre in direzione opposta anche il tappeto sotto i nostri piedi.

Kahneman (2004) distingue tra due tipi di treadmill effect: il treadmill edonico e il

treadmill delle aspirazioni. Lhedonic treadmill deriva dalla teoria del livello di adat-

2 Alcuni studiosi (ad esempio Ed Diener) mettono in dubbio, sulla base di dati provenienti dalla

letteratura psicologica, che queste correlazioni esistano. Altri (R. Frank) sostengono invece, sulla

base di altri studi, che la correlazione ricchezza-felicità in un dato momento del tempo (es. nell anno

2005) sia significativa e robusta. In realtà il dibattito è aperto, e dipende molto dal tipo di tecnica

statistica ed econometrica usata.

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tamento (o set-point theory): quando abbiamo un reddito basso utilizziamo, per

esempio, un automobile utilitaria, la quale ci dà un livello di benessere pari, diciamo,

a 5; quando il nostro reddito aumenta acquistiamo una nuova auto berlina,

la quale, dopo aver provocato un miglioramento di benessere per qualche mese

(poniamo pari a 7), presto ci ridarà lo stesso benessere dell utilitaria (5), perché

opera un meccanismo psicologico di adattamento 3 . Il satisfaction treadmill, invece,

dipende dal livello di aspirazione, «che segna il confine fra i risultati soddisfacenti

e quelli insoddisfacenti» (Kahneman 2004, p. 98).

Quando aumenta il reddito, accade che questo miglioramento delle condizioni

materiali induce la gente a richiedere continui e più intensi piaceri per

mantenere lo stesso livello di soddisfazione.

Il satisfaction treadmill che normalmente si aggiunge all hedonic treadmill -

opera dunque in modo che la felicità soggettiva (l autovalutazione della propria

felicità) rimanga costante nonostante la felicità oggettiva (la qualità dei beni che

consumiamo) migliori. Così, per tornare all esempio dell auto, probabilmente

con la nuova automobile il benessere (o felicità) oggettivo è maggiore, ma poiché

con le nuove circostanze reddituali le mie aspirazioni circa l auto ideale

sono aumentate soggettivamente, sperimenterò lo stesso livello di soddisfazione

di prima (anche se sono oggettivamente più comodo nella nuova automobile).

La cosa interessante che gli studi mostrano è che nel dominio dei beni

materiali l adattamento e le aspirazioni hanno un effetto quasi totale: gli aumenti

di comfort vengono assorbiti, dopo un tempo più o meno breve, quasi

completamente. Questi effetti determinano quindi una «distruzione di ricchezza»,

o, meglio, un uso non efficiente della stessa. Perché? Perché ci sono

altri ambiti, non economici, nei quali l adattamento e le aspirazioni non agiscono

al 100%, come l ambito familiare, affettivo e civile. Per fare un esempio, è

ampiamente noto che in media le persone che vivono rapporti affettivi profondi

e stabili sono relativamente più felici. Nella vita familiare, ad esempio,

anche se esiste un effetto di adattamento o di aspirazione, il treadmill non è

totale, e una vita familiare e relazionale ricca rende mediamente più felici: «Gli

individui non sono in grado di percepire che, a causa dell adattamento edonico

e del confronto sociale, le aspirazioni nel dominio monetario si modificano in

base alle circostanze effettive. Di conseguenza, una quantità di tempo spropositata

è destinata al perseguimento di obiettivi monetari a spese della vita

3 Scitovsky (1976) spiega questo meccanism o distinguendo tra novità e comfort : ciò che porta

ad aumenti di felicità (o di piacere) è l esperienza della novità, che però presto si trasform a in

comfort che subito porta alla noia. In questa teoria la felicità (qui intesa riduttivamente come

piacere) è legata alla creatività che consente di fare spesso l esperienza della novità e si oppone al

comfort. Inoltre, queste teorie spiegano perché è possibile fare un affare comprando un auto usata,

il cui valore oggettivo potrebbe essere m olto più alto di quello soggettivo attribuitale dal proprietario

che si è adattato e non prova più piacere nel guidarla.

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familiare e della salute, e il benessere soggettivo si riduce rispetto al livello

atteso. Evidentemente, un allocazione del tempo a vantaggio della vita familiare

e dello stato di salute aumenterebbe il benessere soggettivo» (Easterlin

2004, p. 52).

Inoltre è stato pure empiricamente dimostrato che le persone altruiste

sono mediamente più felici di quelle egocentriche (ciò spiega anche la maggiore

felicità degli sposati felici), e che chi fa regolarmente volontariato è in genere

una persona che si considera felice, e cosa interessante che viene considerato

felice dagli altri (Frey e Stutzer 2002; Phelps 2001). Ma su questi aspetti

avremo modo di tornare in seguito.

Una terza spiegazione del paradosso, molto diffusa oggi tra gli economisti,

mette l accento sugli effetti posizionali. L ipotesi è che il benessere che traiamo

dal consumo dipende soprattutto dal valore relativo del consumo stesso, cioè da

quanto il livello assoluto del nostro consumo differisce da quello degli altri, con

i quali ci confrontiamo. Se il mio reddito, per esempio, aumenta ma quello del

mio collega d ufficio aumenta di più, potrei ritrovarmi con più reddito e più

frustrazione. Lessere umano valuta le cose che ha confrontandole con gli altri.

Il problema interessante, anche qui, è che questi meccanismi posizionali portano

a dei fallimenti della razionalità economica.

È la dinamica nota in economia con il termine esternalità negativa: il consumo

degli altri inquina il mio benessere, più o meno inintenzionalmente. È come

dire che i beni relazionali condividono alcune caratteristiche dei beni che gli

economisti chiamano «demerit goods»: sono beni privati che producono esternalità

negative e che quindi un osservatore esterno e interessato al bene comune

dovrebbe intervenire per farne ridurre il consumo.

Queste spiegazioni, soprattutto il treadmill delle aspirazioni e il consumo

posizionale, hanno bisogno di incorporare la socialità: nell isola di Robinson Crusoe

non avremmo questi fenomeni, che richiedono come presupposto la società.

Ma, mi chiedo, quale socialità è implicata nelle principali spiegazioni del paradosso

della felicità in economia? Una prima risposta che possiamo abbozzare

subito è che questo tipo di dinamiche sociali, che fanno leva sull invidia e sulla

rivalità, sono una buona spiegazione della frustrazione e dell infelicità, mentre è

più difficile considerare spiegazioni della felicità: il confronto con gli altri ci frustra

spesso, ma difficilmente si può vivere una vita felice perché consumiamo più

del vicino di casa. Nei prossimi paragrafi cercherò di andare un poco a fondo su

questi temi.

In un linguaggio quasi formale, possiamo rappresentare la felicità di benessere

soggettivo (BS) nel modo seguente: BSa = f(Ca,Ca/Cb). Il benessere soggettivo

di a dipende cioè sia dal consumo di a che dal confronto sociale (il rapporto

tra il suo consumo e quello di b, ovvero il soggetto/gruppo di riferimento per

lui). Così, se il mio reddito aumenta, ma quello del mio gruppo di riferimento

aumenta di più (colleghi, vicini di casa, ecc.), posso avere più reddito ma sentirmi

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peggio. È questa, in estrema sintesi, la natura della spiegazione posizionale del

«paradosso della felicità». 4

Ciò che mi preme qui sottolineare è soprattutto un aspetto. Il tipo di

socialità preso in considerazione da questo tipo di teorie è sostanzialmente

diverso dal tipo di socialità preso in considerazione dagli autori che spiegano il

paradosso sulla base dei beni relazionali, sui quali mi soffermerò nel prossimo

paragrafo. Nelle teorie posizionali, la socialità è declinata in termini di competizione,

e soprattutto di rivalità e di invidia: «Che ci piaccia o no, gli esseri umani

sono rivali, ed è ora per l economia mainstream di incorporare questo elemento

chiave della natura umana» (Layard 2005, p. 2). È tutta qui la socialità umana,

anche soltanto quella implicata nelle faccende economiche?

2. I beni relazionali

2.1. La poligenesi di un nuovo concetto

In questo paragrafo entriamo nel secondo brano del nostro discorso, introducendo

il concetto di bene relazionale , per tentare poi una possibile diversa

spiegazione del paradosso della felicità.

Quello di bene relazionale è un concetto sempre più usato nelle scienze

sociali, ma ancora troppo giovane ancora per avere una definizione univoca,

neanche tra i soli economisti. Quindi può valere la pena ripercorrere brevemente

le varie definizioni che si incontrano nella letteratura. La categoria di

«bene relazionale» è stata introdotta nel dibattito teorico quasi contemporaneamente

da quattro autori, la filosofa Martha Nussbaum (1986), il sociologo

Pierpaolo Donati (1986), e gli economisti Benedetto Gui (1987) e Carole Uhlaner

(1989).

4 Inoltre, occorre ricordare che non tutte le forme di consumo conducono al paradosso posizionale,

ma, come dice Frank (1999), solo il «conspicuous consumption» (consumo vistoso o cospicuo),

ovvero un tipo di consumo caratterizzato da due elementi: (a) è time consuming, e (b) spiazza

(crowds-out) forme di consumo unconspicuous , come i beni relazionali. Poi, perché operi il treadmill

posizionale occorre che entrambi Ca e Cb siano conspicuous soltanto il mio consum o che è

cospicuo è inquinato dal consumo, anch esso cospicuo degli altri, mentre l utilità che traggo dal

mio consumo non cospicuo (o non vistoso) (come una partita a carte o una corsa nel parco) non

risente del consumo vistoso o non degli altri. Di conseguenza, le spiegazioni posizionali del paradosso

funzionano solo se l aumento di reddito è speso in consumi vistosi. Un altra domanda potrebbe

essere la seguente: perché il treadmill posizionale dovrebbe agire solo nelle società opulente? Infatti,

Layard stesso specifica che il «Paradosso della felicità» scatta solo in paesi che sono oltre i 15.000

« di reddito pro-capite. Ma, in realtà, non vedo nessuna buona ragione per considerare il treadmill

posizionale un meccanismo delle sole società a reddito elevato è sufficiente visitare qualche

favelas delle nostre città per vedere come la competizione posizionale agisce a tutti i livelli di reddito.

In altre parole, sebbene la teoria posizionale dia una buona spiegazione del perché gli aumenti di

reddito non si traducano in aumenti di felicità, essa non è sufficiente per spiegare il paradosso della

felicità che si verifica soprattutto nelle società (e individui) ad alto reddito, perché il meccanismo

posizionale agisce ad ogni livello di reddito. Occorre cercare quindi altre spiegazioni.

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Gui definiva i beni relazionali « biens non matériels, qui ne sont cependant

pas de services qui se consomment individuellement, mais sont lies aux

relations interpersonnelles Il est clair que le marché, basé sur une logique

individualiste, n est pas en mesure de fournir avec efficience ces biens que nous

pourrions définir relationnelles » (1987, p. 37). La Uhlaner è sulla stessa linea

quando li definisce «beni che possono essere posseduti solo attraverso intese

reciproche che vengono in essere dopo appropriate azioni congiunte intraprese

da una persona e da altre non arbitrarie» (1989, p. 254). Questi due economisti

chiamano dunque beni relazionali quelle relazioni che non possono essere

né prodotti né consumati da un solo individuo, perché dipendono dalle modalità

delle interazioni con gli altri e possono essere goduti solo se condivisi.

Lapproccio economico ai beni relazionali porta a considerarli come realtà

indipendenti dalla relazione stessa. Gui esplicitamente esprime questo intento

metodologico, per salvare la continuità con la scienza economica che vede il

bene distinto dall atto del consumo. E per questo tende a separare il bene relazionale

dalle persone che lo pro-sumano (producono e consumano).

Quindi nella teoria di Gui, che è quella più sviluppata dal punto di vista

analitico, il bene relazionale è distinto dalle caratteristiche soggettive (dagli stati

affettivi e dalle motivazioni) degli agenti. In particolare, Benedetto Gui (2002)

propone di analizzare ogni forma di interazione come un particolare processo

produttivo, che chiama incontro . Egli suggerisce che in un incontro «tra un

venditore e un potenziale acquirente, tra un medico e un paziente, tra due

colleghi di lavoro, anche tra due clienti di uno stesso negozio» (Gui 2002, p. 27),

oltre ai tradizionali outputs (l effettuazione di una transazione, lo svolgimento di

un compito produttivo, la fornitura di un servizio, o altri), vengano prodotti

anche altri particolari tipi di output intangibili, di natura relazionale. Questi sono

i cambiamenti nel capitale umano dei soggetti interagenti e, appunto, i beni relazionali,

che Gui definisce beni di natura relazionale.

In sintesi, per Gui e Uhlaner i beni relazionali non coincidono con la relazione

stessa: l amicizia non è definibile un bene relazionale, ma un interazione,

un incontro, di cui il bene relazionale è solo una componente.

Il sociologo Pierpaolo Donati (2005) parla di beni relazionali all interno di

un approccio relazionale ai rapporti sociali, che intende essere diverso dai riduzionismi

di olismo e individualismo. In questo contesto, i beni relazionali vengono

definiti come effetti emergenti dell azione, non l effetto delle scelte dell attore,

né dell ambiente ma il prodotto o effetto delle relazioni concrete, che possono

modificare la volontà stessa degli attori. Proprio a causa di questo feedback essi

non sono riducibili alla volontà dell attore.

Diversa ancora è la posizione di Martha Nussbaum, filosofa di formazione

neo-aristotelica (ma attratta anche dal pensiero di Sen e Mill). Per la filosofa

americana i beni relazionali sono quelle esperienze umane dove è il rapporto in

sé a costituire il bene; la relazione inter-soggettiva, quindi, non è un qualcosa che

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esiste indipendentemente dal bene che si produce e/o si consuma 5 . La differenza

dunque tra i beni relazionali in senso stretto e i beni nei quali la qualità della

relazione che si instaura tra i contraenti è una caratteristica importante del

bene e del suo valore (come in molti servizi alla persona), risiede nel fatto che

nei beni relazionali è la relazione in sé a costituire il bene economico: sono «beni

di relazione», la relazione è il bene e non strumento per o funzionale allo scambio

economico.

Nell amicizia, nei rapporti famigliari, nell amore reciproco, tre tipici beni

relazionali, è dunque la relazione a costituire il bene: essi nascono e muoiono

con la relazione stessa. È difficile amare, essere amico o parente di un computer,

ed è impossibile essere amico di qualcuno in modo unilaterale: la dimensione

della reciprocità è fondativa. Inoltre, l identità dell altra persona/e è essenziale:

posso cambiare parrucchiere (se la fila è troppo lunga) e il bene «taglio di

capelli» posso consumarlo da un altra parte, ma se cambio partner quello specifico

bene relazionale si distrugge (un amico non vale un altro). Infine, mentre in

un taglio di capelli non è essenziale (anche se rilevante) se il sorriso o la

simpatia del barbiere sono espressioni di sincero interesse o invece solo strumentali

a conservare il cliente, nei beni relazionali il perché , la motivazione

che muove l altro, è un elemento essenziale (come già ricordava Aristotele,

l amicizia che contribuisce all eudaimonia non può essere mai strumentale) 6 .

Robert Sugden, che negli ultimi anni sta offrendo importanti contributi alla

teoria economica delle relazioni umane, ricorda che «i beni relazionali sono

componenti affettive delle relazioni sociali, valutate in se stesse (e non strumentalmente,

come mezzi per altri scopi)» (2002, p. 2).

Sugden propone un analisi della tecnologia dei beni relazionali (e non

tanto degli inputs e degli outputs dell incontro) in termini di emozioni e stati

affettivi, andando quindi oltre alla teoria classica della scelta razionale tutta cen-

5 Per fare un esempio, nel bene «taglio di capelli» (per fare un esempio) la relazione che si instaura tra

cliente e parrucchiere è un elemento importante per l utilità che si ricava dal consumo di quel bene:

un parrucchiere, con il quale è stato costruito un feeling, aumenta il valore del bene (servizio), e uno

antipatico lo diminuisce. Ma il bene (taglio di capelli) ha un esistenza indipendente dalla qualità della

relazione, e forse dalla relazione stessa, tanto che se un domani inventassero dei parrucchieri-robot

qualcuno potrebbe anche preferirli al parrucchiere-persona. Per questo, il servizio «taglio di capelli»

non è, nella definizione di Gui, un bene relazionale, ma dovrem mo dire che dall incontro tra

parrucchiera e cliente viene coprodotto e co-consumato anche un altro bene (o male) relazionale

accanto al servizio «taglio di capelli»: quel «qualcosa di intangibile», che potremmo anche chiamare

«clima relazionale», che spesso comunque fa di quel taglio di capelli un momento piacevole o

spiacevole è propriamente il «bene relazionale».

6 Per questa ragione non risulta molto efficace ricorrere alla tradizionale categoria di esternalità

per inquadrare i beni relazionali. Gui e noi con lui preferisce non farlo per salvare, da una parte,

la natura di bene, e perché nelle esternalità la non intenzionalità è normalmente considerata una

caratteristica essenziale, che invece è assente, in genere, nel bene relazionale (spesso quel particolare

clima o sorriso in un determinato incontro è espressamente cercato, magari sostenendo costi).

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trata attorno alle preferenze e alle credenze. Sugden costruisce la sua teoria a

partire da una rilettura, originale e ermeneuticamente rigorosa, della Teoria dei

sentimenti morali di Smith, e la sua teoria del fellow-feeling, che per Smith (e

Sugden) è una tendenza antropologica generale degli esseri umani, che è qualcosa

di diverso dall altruismo: «l analisi del fellow-feeling sviluppata da Smith è

molto diversa dalle moderne teorie dell altruismo» (ibid., p. 5). Il fellow-feeling è

dunque «reciproca simpatia»: Smith supponeva che l essere umano provi piacere

da tutte le forme di fellow-feeling. Riguardo ai beni relazionali, Sugden sostiene

che essi derivino, nel suo quadro smithiano, dalla percezione di corrispondenza

di sentimenti, e possono essere goduti in ogni attività congiunta, anche se

la sua natura è anche economica: «l analisi di Smith ci aiuta a comprendere come

le relazioni interpersonali possono creare valore, indipendentemente dal loro

contributo alla soddisfazione delle preferenze, intese in senso standard» (ibid.,

p. 21). La conclusione è che il valore aggiunto e intrinseco della sociality, che nella

teoria di Sugden è il bene relazionale, si ha quando le interazioni sociali permettono

alle persone di prendere coscienza del loro fellow-feeling. In tale approccio

è meno importante distinguere tra «stato dei sentimenti» e «bene relazionale»

visto, quest ultimo, come una componente distinta dai sentimenti dei soggetti,

che Gui invece ha introdotto per salvare l oggettività del bene relazionale, e per

conformità alla teoria economica che vede i beni come qualcosa d altro e di

distinto dagli elementi soggettivi dei consumatori e produttori. La tecnologia di

produzione dei beni relazionali coinvolgerebbe, per Sugden, l immedesimazione

con l altro, l espressione e la coltivazione della corrispondenza di sentimenti:

senza questi elementi affettivo sentimentali non c è, per Sugden, produzione di

beni relazionali.

Importante è poi il discorso circa la fragilità dei beni relazionali: «Se le

cose stanno così allora queste componenti della vita buona sono destinate a

non essere per nulla autosufficienti. Esse saranno invece vulnerabili in maniera

particolarmente profonda e pericolosa» (Nussbaum 1996 [1986], p. 624). 7

2.2. Un tentativo di sintesi

Se si dovesse abbozzare una definizione sintetica di bene relazionale, sulla

base delle varie definizioni che abbiamo descritto (soprattutto quella di B. Gui),

occorre iniziare affermando che l elemento (forse l unico) che i vari autori dei

beni relazionali hanno in comune è il concepire la relazione come il bene: il

rapporto tra i soggetti non è un mezzo (per ottenere beni e servizi, come si

afferma nella teoria economica standard), ma il fine stesso.

Poi, in certa di una sintesi, un operazione che va fatta è affermare l importanza

di liberarci dalla tenaglia «bene pubblico/bene privato». Finché, infatti, ci

7 Su questo tem a confronta anche Bruni (2007).

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muoviamo con l intento di collocare il bene relazionale tra i beni privati (come

il paio di scarpe o il panino beni rivali nel consumo e escludibili) o, alternativamente,

tra i beni pubblici (come l illuminazione pubblica cioè beni non rivali

e tendenzialmente non-escludibili) rischiamo di rimanere sempre all interno del

paradigma individualistico. Infatti, sia la definizione di bene privato che di bene

pubblico non implicano relazioni tra i soggetti coinvolti: la principale differenza

tra i due tipi di beni è la presenza o meno di interferenze nel consumo. Per

questo, il consumo di bene pubblico non è altro che un consumo che individui

isolati fanno indipendentemente gli uni dagli altri (pensiamo all uso di una strada

non congestionata, o di un quadro in un museo) questo è quanto implica

l ipotesi di non-rivalità.

Credo pertanto fuorvianti i tentativi di inquadrare il bene relazionale tra i

beni pubblici, mentre propendo per pensare al bene relazionale come ad un terzo

genus rispetto ai tradizionali beni economici, classificati in privati e pubblici .

Le caratteristiche-base di un bene relazionale sarebbero pertanto le seguenti.

Identità: l identità delle singole persone coinvolte è un ingrediente fondamentale.

Per questo la Uhlaner afferma che i beni relazionali non sono mai

anonimi e indipendenti dal volto dell altro.

Sono identity-dependent.

Reciprocità: perché beni fatti di relazioni, essi possono essere goduti solo

nella reciprocità: «L attività vicendevole, il sentimento reciproco e la mutua consapevolezza

sono una parte tanto profonda dell amore e dell amicizia che Aristotele

non è disposto ad ammettere che, una volta tolte le attività condivise e

le loro forme di comunicazione, resti qualcosa degno del nome di amore o di

amicizia» (Nussbaum 1996[1986], p. 624).

Simultaneità: a differenza dei normali beni di mercato, siano essi privati o

pubblici, dove la produzione è tecnicamente e logicamente distinta dal consumo,

i beni relazionali si producono e si consumano simultaneamente; il bene viene

co-prodotto e co-consumato al tempo stesso dai soggetti coinvolti. Anche se la

contribuzione alla produzione può essere asimmetrica (pensiamo ad una amicizia,

una festa), nell atto del consumo non è possibile il «free riding» (sfruttamento

totale), perché il bene relazionale per essere goduto richiede che si lasci

coinvolgere in una relazione con le caratteristiche che stiamo elencando. Quindi,

per fare un esempio, pensiamo a una gita tra amici.

Nel momento della produzione del bene relazionale (l organizzazione della

gita), l impegno dei vari componenti può essere asimmetrico, ma se durante la gita

qualcuno non prova a entrare in un rapporto di reciprocità, genuino, con qualcun

altro, e quindi non produce un impegno (effort), avrà usufruito di un bene di

mercato standard (la gita turistica), ma non avrà goduto di beni relazionali.

Fatto emergente: il bene relazionale emerge (come amano dire i sociologi:

cf. Colozzi 2005) all interno di una relazione. Forse la categoria di «fatto emer-

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gente» coglie più della categoria economica della produzione la natura di un

bene relazionale. Lemergenza mette l accento sul fatto che il bene relazionale

è un terzo che eccede i contributi dei soggetti coinvolti, e che in molti casi non

era neanche tra le intenzioni iniziali. Ed è per questa ragione che un bene relazionale

può emergere anche all interno di una normale transazione di mercato,

quando, ad un certo punto, e nel bel mezzo di un ordinario rapporto economico

strumentale, accade qualcosa che porta i soggetti a dimenticare la ragione

per la quale si erano incontrati, e il bene relazionale emerge .

Gratuità: infine una caratteristica sintetica dei beni relazionali è la gratuità.

Il bene relazionale è tale se la relazione è cercata in quanto bene in sé, non

usata per altro. Ecco perché, come dice la Nussbaum, il bene relazionale è un

bene dove la relazione è il bene, una relazione che non è un incontro di interessi

ma un incontro di gratuità. Il bene relazionale richiede motivazioni intrinseche

nei confronti di quel particolare rapporto.

Bene: un modo sintetico per dire cosa sia un bene relazionale è insistere

sul sostantivo: esso è un bene ma non è una merce (nel linguaggio di Marx), ha

cioè un valore (perché soddisfa un bisogno) ma non ha un prezzo di mercato

(appunto per la gratuità).

Una volta però elencate queste caratteristiche non possiamo che rilevare

la difficoltà di trattare le relazioni umane con la teoria economica. Infatti, l economia

guarda il mondo dalla prospettiva dell individuo che sceglie i beni: la relazione

gli sfugge per definizione, proprio perché in questo caso si parte da due o

più, e l altro non è primariamente né un bene né un vincolo. Se infatti mettiamo

tutte le precedenti caratteristiche assieme non abbiamo prodotto una definizione

che soddisfa l economista, né gli altri scienziati sociali, proprio perché

troppo ricca e completa per essere utile. Ecco perché le singole discipline prendono,

nel momento analitico, solo alcune delle caratteristiche della relazione

umana e la definiscono «bene relazionale». Forse, però, è questa parzialità l unico

modo per utilizzare la categoria nelle applicazioni concrete e di policy, dimensioni

troppo importanti delle scienze sociali. Ogni tanto, però, è bene ricordarsi

che la storia è più complessa.

2.3. Un bene pubblico? Forse sì

Una parola in più va però spesa sull aspetto pubblico del bene relazionale.

Abbiamo detto che il bene relazionale ha alcune caratteristiche del bene

pubblico locale. In che senso?

I beni relazionali possono infatti essere definiti da questo punto di vista

«beni pubblici locali», ovvero beni con caratteristiche di non rivalità e non escludibilità,

locali in quanto limitati a coloro che partecipano all interazione. La non

rivalità del bene pubblico è associata alla non interferenza nel consumo. Infatti,

se si ragiona più attentamente, l esistenza del rapporto tra le persone è elemento

indispensabile per la qualità del bene relazionale. Per questo motivo i

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eni relazionali vengono più propriamente definiti come beni «antirivali» piuttosto

che come beni non rivali. Per tornare all esempio del museo, si passa dal

bene pubblico (quadro) al bene relazionale, se i due visitatori mentre osservano

il quadro iniziano a interagire tra loro (al consumo del bene pubblico in questo

caso si aggiunge la produzione-consumo del bene relazionale).

Per comprendere meglio questo discorso, occorre tener presente il significato

tecnico e disciplinare dell espressione bene pubblico in economia, che è

diversa sia dal senso comune sia dalle altre scienze sociali. L aggettivo pubblico in

economia implica per un bene la non rivalità e la non escludibilità , come

detto. E da questo punto di vista un rapporto tra due persone può, tecnicamente,

essere descritto formalmente come un bene pubblico (locale).

La non escludibilità dei beni pubblici vuole esprimere un concetto presente

anche nel senso comune quando si ha a che fare con relazioni tra persone (si

pensi ad una relazione di coppia, di una comunità): una volta che si è dentro un

rapporto, per chi è dentro il bene (la relazione) non è escludibile: se (per fare un

esempio quotidiano) due persone escono assieme per una cena, durante quella

cena se l uno esclude l altro dal rapporto, o uno dei due se ne va, il bene relazionale

si distrugge (e restano solo beni privati: pizza, birra ). È un concetto simile

a quello dei beni comuni (commons): se una comunità possiede assieme un bene

(un bosco, un lago), finché le persone appartengono a quella comunità non sono

escludibili dal consumo di quel bene, e se faccio in modo di escluderli il bene non

è più comune ma diventa privato, come il panino e il paio di scarpe. Non è pertanto

errato affermare che per chi è dentro un dato rapporto quel bene relazionale

non è escludibile. Anche perché questo concetto aiuta a capire un altro aspetto

importante nei beni relazionali considerati come beni pubblici: è il cosiddetto

problema della contribuzione (è cioè quando li guardiamo dal lato della produzione

, non più nell uso o consumo ). Anche se il consumo non è escludile, la

contribuzione può essere asimmetrica, e qualcuno dei partecipanti al bene può

sostenere più costi rispetto all altro/i (come nel caso della festa o della gita).

Ma è proprio qui che si apre un aspetto interessante dei beni relazionali,

dove la categoria di bene pubblico ci aiuta. Il bene pubblico, ci ricorda la teoria

economica, è consumato da tutti i partecipanti nella stessa quantità: indipendentemente

da quanto abbiamo contribuito per generarlo, una volta che il bene

pubblico esiste ne usufruiamo tutti per la stessa quantità l esempio da manuale

è la difesa nazionale: tutti noi italiani siamo protetti allo stesso modo dall esercito

nazionale, anche se paghiamo tasse diverse, e anche quando non le paghiamo.

Questo concetto è interessante anche per i beni relazionali: quando viviamo

una relazione (in una coppia, in famiglia, tra amici) il bene che consumiamoproduciamo

assieme è lo stesso per tutti i componenti, e non conta se un coniuge si

impegna e l altro meno: la relazione ha una sua oggettività. In altre parole, anche

se in una coppia un coniuge è leale e si impegna, e l altro lo fa meno, la relazione

che emerge dal rapporto, che è usufruita dai due, è la stessa, sia nel caso di

bene relazionale sia in quello di male. Così il clima relazionale durante una lezio-

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ne in aula: anche se il buon (o cattivo) clima dipenda solo da pochi, dal professore

o da qualche studente, una volta prodotto quel bene è consumato da tutti

allo stesso modo (il clima è lo stesso per tutti). Poi sempre nel linguaggio

dell economia la funzione di utilità dei due coniugi può essere ed è diversa, e

quello stesso bene relazionale si trasforma diversamente in benessere in base al

carattere, preferenze, storia di ciascuno, ma l argomento bene relazionale

che entra nella funzione è lo stesso. Tutto ciò è importante, perché ci dice che

cosa sia un legame (un bene relazionale è anche un legame), e che dipendiamo

gli uni dagli altri. Ed ecco perché lel mio lavoro La ferita dell altro (2007) e poi

nell Ethos del mercato (2010) ho cercato di teorizzare che ogni bene relazionale

è potenzialmente una ferita , perché ci espone alla vulnerabilità e all ambivalenza

dei legami (che sono insieme relazioni e lacci).

2.4. Un semplice modello per la spiegazione del paradosso?

Dalla riflessione teorica e da studi empirici emerge con sempre maggiore

evidenza che esiste un rapporto molto stretto tra beni relazionali e benessere

o felicità delle persone. Negli studi che si stanno svolgendo all interno di quel

filone di ricerca noto come «Economia e felicità» risulta che, in situazioni e

contesti sociali molto diversi, la qualità dei rapporti interpersonali (in famiglia,

nella società civile, nel posto di lavoro) sono di gran lunga la componente che

pesa di più nella felicità percepita dalle persone 8 .

Proviamo, in conclusione, ad abbozzare un semplice modello che lega la

felicità direttamente ai beni relazionali e al reddito. Se indichiamo la felicità di

un soggetto A con Fa, il reddito (inteso come mezzi materiali) con Ia, il rapporti

genuini con gli altri, i «beni relazionali» (come li abbiamo definiti) con Ra,b, e

ignoriamo altri elementi importanti (come, ad esempio, la salute 19) possiamo

scrivere: Fa = f (Ia,Rab), esprimere cioè la felicità come una funzione del reddito

individuale e dei beni relazionali 9 .

Se, quindi, prendiamo in considerazione la semplice relazione Fa = (Ia, Rab),

e per semplificare consideriamo la felicità una variabile misurabile 10 , la diminuzione

di felicità può derivare o da un effetto negativo diretto di Ia su Fa, oppure da un

effetto negativo indiretto di Ia su Fa attraverso, ad esempio, un effetto negativo

generato del reddito sui beni relazionali, un effetto che potrebbe smorzare, o

addirittura soverchiare, l effetto positivo dovuto al reddito e all aumento delle

8 Per una rassegna cf. Bruni e Stanca (2008). Studi recenti (Marmot 2005) mostrano che anche la

salute è positivam ente correlata alla qualità dei rapporti interpersonali.

9 Più in generale, con R possiam o intendere tutte quelle attività che incorporano gratuità, non

necessariamente di tipo relazionali (tra cui lo sport, la preghiera, leggere un buon libro), beni che

Frank (1999) chiama «beni non vistosi», cioè che non si consumano per competere con gli altri ma

che richiedono motivazioni intrinseche.

10 Come facevano gli antichi utilitaristi, e come alcuni economisti oggi fanno ancora, vedi Kahneman

(2004).

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libertà di scelta, portando così ad una diminuzione di felicità. Se, per esempio,

l impegno per aumentare il reddito (assoluto o relativo) produce sistematicamente

effetti negativi sulla qualità e quantità delle nostre relazioni (fa cioè diminuire

la felicità che traiamo dal consumo di beni relazionali), poiché le ore dedicate

al lavoro sono sottratte alla vita relazionale e familiare, l effetto complessivo di un

aumento di reddito sulla felicità può essere negativo a causa delle conseguenze

negative che quell aumento di reddito produce indirettamente sulla qualità delle

nostre relazioni, a causa delle risorse (eccessive) che impieghiamo per aumentare

il reddito, e che sottraiamo ai rapporti umani.

È anche ragionevole supporre che l effetto complessivo del reddito sulla

felicità sia positivo per bassi livelli di reddito, ma che, dopo aver superato una

certa soglia, questo divenga negativo. Se l individuo possiede livelli di reddito molto

bassi, ottiene un miglioramento dei suoi rapporti in seguito ad aumenti di

reddito. Quando però si supera una certa soglia, un punto critico, il segno della

dipendenza di una variabile dall altra cambia, e da positivo diventa negativo.

Inoltre, i beni relazionali hanno caratteristiche di beni pubblici (pur non identificandosi,

come detto, con essi), e quindi il loro valore non dipende solo dal mio

impegno e dalle mie motivazioni, ma anche dall impegno di coloro con cui sono in

rapporto (è questo il senso della notazione: Rab). Quindi in una società dove solo

io lavoro molto e quando torno a casa trovo i miei familiari che mi aspettano, il

valore di Ra,b sarà maggiore rispetto ad una società nella quale entrambi i coniugi

lavorano e si danno il cambio nella cura dei figli 11 .

3. La felicità e oltre

A conclusione di questo saggio dedicato alla felicità, voglio lasciare la parola

ad un grande economista contemporaneo, Amartya Sen, che ci invita a guardare

alla felicità, ma anche oltre essa..Sen non è l unico pensatore contemporaneo a

criticare la felicità come base di una teoria etica.

Nozick, ad esempio, nel suo ultimo libro La vita pensata ha scritto critiche non

meno dure, e per ragioni non distanti da quelle proposte da Sen. L economista

indiano, nel suo ultimo libro (Lidea di giustizia, 2010) non critica soltanto la visione

utilitarista (o benthamita) della felicità, questo potevano aspettarcelo dato il suo

impianto generale relativo alla teoria della giustizia: la massimizzazione del piacere

individuale e sociale non sta assieme alla sua teoria delle capabilities: buona parte dei

suoi primi lavori è stata una critica all utilitarismo. Qui Sen critica anche (sebbene

non ce lo dica esplicitamente) anche l idea molto più ampia di felicità che potremmo

rintracciare in Aristotele (eudaimonia) o in Mill. Sen ci dice che pur allargando il

confine del concetto di felicità fino farci rientrare l idea di realizzazione o fioritura

11 Ciò non significa affatto legittimare un idea di società asimmetrica e maschilista dove le donne

producono i beni relazionali che poi gli uomini consumano , una società, questa, che è lontanissima

dalla mia personale idea di buona società.

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umana, che per la tradizione aristotelica è il bene supremo e ultimo (perché tutto

è penultimo rispetto alla felicità), la felicità non è né l unica variabile che conta nella

vita, né il più importante. Perché? La ragione in fondo è semplice. Se la felicità

diventa, reinterpretando Aristotele, tutto ciò che ha valore nella vita di una persona,

allora la felicità si trasforma in un concetto inutile per le analisi sociali, poiché sapere

che tutte le cose buone e vere sono riconducile alla felicità non ci offre alcun

criterio per le scelte concrete, che sono spesso un conflitto tra una dimensione

buona e altre. Conviene quindi per Sen tenere la felicità all interno dei suoi confini

di senso comune, fosse anche quello utilitaristista, e considerarla una dimensione

della vita, che in certi casi può cedere il passo ad altre.

Personalmente ho lavorato diversi anni attorno all idea aristotelica di felicità,

dimostrando che molte delle critiche rivolte agli studi sulla felicità in realtà

sono applicabili ad una visione benthamita di essa, ma non alla visione aristotelica.

Oggi debbo però riconoscere di essere d accordo con Sen, e pur arricchendo

e complicando l idea di felicità, per le analisi delle scelte concrete delle persone

è più utile delimitare la felicità e confrontarla con altre dimensioni della

vita buona. Pensiamo, per un esempio, ad una persona (donna, come fa Sen) che

per ragioni religiose o ideologiche si è convinta che la sua condizione di sudditanza

al marito sia parte della sua vocazione, ed è contenta in quel suo stato.

Ipotizziamo che una persona esterna e imparziale rispetto a quella situazione

possa liberamente proporre a quella donna un cammino di coscentizzazione e

di emancipazione. È certo che soprattutto nei primi tempi, e magari anche nei

secondi e negli ultimi, se quella persona inizia un cammino di liberazione e di

aumento delle sue capabilities vedrà una riduzione di felicità (se vogliamo interpretata

riduttivamente), ma avrà un aumento delle sue libertà: possiamo dire

che ora questa donna è più felice, magari soffrendo spiritualmente e forse fisicamente?

non so; ma certamente possiamo dire che quella persona è più libera,

e magari preferire di iniziare quel processo di coscentizzazione anche sapendo

che ci sarà un costo in termini di felicità. Certo, potremmo (aristotelicamente)

includere nel concetto di felicità anche quello di libertà, ma, ripeto, così facendo

il concetto di felicità diventerebbe tanto ampia quanto inutile (un pò come è

accaduto al concetto di razionalità formale, dove ogni comportamento può

essere descritto come razionale, anche bere benzina). Oppure pensiamo ad un

religioso (un frate ad esempio) che in un momento di crisi vocazione gli si

prospetta la possibilità di ricostruire una vita con una giovane donna: questo

frate potrebbe decidere di non scegliere quella nuova probabile maggiore felicità

per una fedeltà alla verità sulla propria vita. E se dovesse farlo questa scelta,

in un approccio seniano, sarebbe ragionevole non meno dell altra.

Voglio pertanto concludere queste pagine con le parole con le quali Sen

chiude il capitolo dedicato alla felicità: Non c è bisogno di essere Gandhy (o

Martin Luther King o Nelson Mandela o Aung San SuuKyi) per comprendere

che gli obiettivi e le priorità di una persona possono andare ben al di là degli

angusti confini del ben-essere e della felicità individuale (2010, p. 298).

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Il dono come gratuità

in economia

DI STEFANO ZAMAGNI

1. Introduzione

C è posto per la categoria del dono come gratuità entro il discorso e la

pratica dell economia? O quest ultima è condannata a parlare il linguaggio e

quindi ad occuparsi solamente di efficienza, profitto, competitività, sviluppo e, al

più, di giustizia distributiva? La domanda è tutt altro che retorica se si considera

che il dono autentico è oggi sotto attacco, sebbene con intenti diversi, da un

duplice fronte, quello dei neoliberisti e quello dei neostatalisti. I primi si

accontentano della filantropia e delle varie pratiche del conservatorismo

compassionevole per assicurare un livello minimo di assistenza sociale ai segmenti

deboli e emarginati della popolazione. Ma che non sia questo il senso del dono ci

viene dalla considerazione che l attenzione a chi è portatore di bisogni non ha

da essere oggettuale, ma personale. L umiliazione di essere considerati oggetti

delle attenzioni altrui, sia pure di tipo compassionevole, è il limite grave della

concezione liberal-individualista, che non riesce a comprendere il valore della

empatia nelle relazioni interpersonali. Come si legge nella enciclica di Benedetto

XVI Deus Caritas Est: L intima partecipazione personale al bisogno e alla

sofferenza dell altro, diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non

umili l altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio, ma me stesso, devo essere

presente nel dono come persona (n.34).

Anche il pensiero neostatalista non coglie affatto il significato profondo

del dono autentico. Insistendo unicamente sul principio di solidarietà, lo Stato si

fa carico di assicurare a tutti i cittadini livelli essenziali di assistenza. Ma in tal

modo esso spiazza il principio di gratuità negando, al livello della sfera pubblica,

ogni spazio alla carità intesa come dono gratuito. Se si riconosce che il dono

svolge una funzione profetica, perché porta con sé una benedizione nascosta ,

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ma non si consente che questa funzione si manifesti nella sfera pubblica, perché

a tutto e a tutti pensa lo Stato, è chiaro che lo spirito del dono da non

confondere con lo spirito del regalo andrà soggetto a lenta atrofia. L aiuto

per via esclusivamente statuale tende a produrre individui bensì assistiti ma non

rispettati nella loro dignità, perché non riesce ad evitare la trappola della

dipendenza riprodotta.

La sfida da raccogliere, oggi, è quella di battersi per restituire il principio di

gratuità alla sfera pubblica. Il dono, affermando il primato della relazione

interpersonale sul suo esonero, del legame intersoggettivo sul bene donato,

dell identità personale sull utile, deve poter trovare spazio di espressione ovunque,

in qualunque ambito dell agire umano, ivi compresa l economia e la politica. Il

messaggio centrale è dunque quello di pensare la fraternità, come cifra della

condizione umana, vedendo nell esercizio del dono autentico il presupposto

indispensabile affinché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il

bene comune. Senza pratiche estese di dono si potrà anche costruire un mercato

efficiente ed uno Stato autorevole (e perfino giusto), ma non si riuscirà certo

a risolvere quel disagio di civiltà , di cui parla S. Freud nel suo saggio famoso.

Due infatti sono le categorie di beni di cui avvertiamo la necessità: di giustizia e

di gratuità. I primi si pensi ai beni erogati dal welfare state fissano un preciso

dovere in capo ad un soggetto tipicamente l ente pubblico affinché i diritti

dei cittadini su quei beni vengano soddisfatti. I beni di gratuità, invece, - quali

sono ad esempio i beni relazionali fissano un obbligazione che discende dal

legame che ci unisce l un l altro. Infatti, è il riconoscimento di una mutua ligatio

tra persone a fondare l ob-ligatio. E dunque mentre per difendere un diritto si

può, e si deve, ricorrere alla legge, si adempie ad un obbligazione per via di

gratuità reciprocante. Mai nessuna legge, potrà imporre la reciprocità e mai

nessun incentivo potrà favorire la gratuità. Eppure non v è chi non veda quanto

i beni di gratuità siano importanti per il bisogno di felicità che ciascun uomo si

porta dentro. Efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano a renderci felici.

(Alcune parti di quel che segue sono riprese, con aggiunte e variante, dal saggio

Zamagni, 2011).

2. La natura del dono come gratuità

Più volte in quel che precede ho usato l espressione dono autentico .

Cosa deve intendersi con ciò? Possiamo accontentarci della definizione corrente

dell agire donativo secondo cui quest ultimo sarebbe definito dalla non

remuneratività delle prestazioni; dalla spontaneità dell azione; dal beneficio

arrecato ad altri? Non lo credo proprio.

Infatti, cosa si vuol significare con non remuneratività? Vuol forse dire che

chi pratica la gratuità non riceve pagamento alcuno né in denaro né in natura?

Non basta. Anche il fare regali risponde a tale caratteristica. Invero, non

infrequenti sono i casi di soggetti che decidono di svolgere gratuitamente una

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certa attività per un determinato lasso di tempo presso poniamo - una

organizzazione di volontariato in cambio della promessa, ovviamente non

formalizzata, di una sistemazione lavorativa successiva, oppure come forma di

investimento specifico in reputazione? Come si sa, la reputazione è un vero e

proprio asset patrimoniale che può essere accumulato o decumulato e che

conferisce al suo possessore il godimento di una specifica rendita di posizione.

In casi del genere la non remuneratività può diventare facile paravento per fini

che hanno ben poco a vedere con la gratuità. In buona sostanza, il non pagamento

delle prestazioni o, più in generale, la mancanza di ricompense (presenti o future)

non assicura, di per sé, la gratuità, la quale è essenzialmente una virtù, che postula

una precisa disposizione d animo. Solo ciò che nasce da una motivazioni intrinseche

oppure trascendenti può essere veramente gratuito, perché davvero libero

(Bruni, 2008). In altri termini, solamente l atto che promana da norme

interiorizzate e non dal desiderio di conseguire un qualche obiettivo specifico

fosse anche quello dell autogratificazione, il cosiddetto warm glowdella letteratura

anglosassone può essere propriamente gratuito. Si badi però, a scanso di

equivoci, che ciò non significa affatto che l assenza di remunerazione (pecuniaria

o meno) non sia un requisito importante per definire la natura dell azione gratuita.

Significa piuttosto che essa è solamente un indizio grazie al quale si può intuire

se un dono è reale o solo apparente. Al tempo stesso, la gratuità non implica il

disinteresse totale come opportunamente sottolinea Caillè (1998). C è un

interesse superiore al fondo dell azione gratuita: costruire la fraternità. Nelle

nostre società, il dono è, in primo luogo, dono alla fraternità come chiarirò

più avanti.

In secondo luogo, che dire, del modoin cui l agire donativo persegue

l obiettivo di arrecare beneficio ad altri? Se un certo numero di persone ben

intenzionate e ben disposte verso gli altri, ad esempio perché altruiste, decidono

di dare vita ad un organizzazione alla quale forniscono, senza corrispettivo, risorse

di vario tipo per far cose a favore di determinate tipologie di portatori di

bisogni, questa sarà un organizzazione filantropica, certamente benemerita e

socialmente utile, ma non ancora per ciò stesso una organizzazione dove si

pratica la gratuità. La specificità di quest ultima, infatti, è la costruzione di

particolari legami fra le persone. Laddove l organizzazione filantropica fa pergli

altri, la gratuità fa congli altri. È proprio questa caratteristica che differenzia

l azione autenticamente gratuita, dalla beneficenza privata, tipica della filantropia.

Infatti, la forza del dono gratuito non sta nella cosa donata o nel quantum donato

così è invece nella filantropia, tanto è vero che esistono le graduatorie o le

classifiche di merito filantropico ma nella speciale cifra che il dono rappresenta

per il fatto di costituire una relazione tra persone. Può risultate d interesse, a

tale riguardo, richiamare alla memoria la celebre affermazione di Martin Lutero:

Non satis est habere donum, nisi sit et donator proenses . ( Il dono non basta

se non è presente anche il donatore ). Quanto a dire che è la relazione tra

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donatore e donatario la vera cifra del principio del dono. Nella donazione, invece,

ciò che conta è il valore di quanto donato come sopra si è ricordato.

In altri termini, mentre la filantropia genera quasi sempre dipendenza nel

destinatario dell azione filantropica, l azione gratuita genera invece reciprocità

e quindi libera colui che è il destinatario dell azione stessa da quella vergogna

di cui parla Sennett (2005) e che riecheggia il ben noto aforisma di Tacito: I

benefici sono graditi finchè possono essere ricambiati. Quando sono troppo

grandi, invece di gratitudine, generano odio . Non è propriamente gratuita

l azione di chi, al di là delle intenzioni soggettive, non consente al beneficiario di

porre in essere un contro-dono. Se chi riceve gratuitamente, non viene posto

nelle condizioni concrete di reciprocare, altrettanto gratuitamente, costui finirà

per sentirsi umiliato perché irrilevante e alla lunga finirà con l odiare il suo

benefattore, come appunto ci ricorda Seneca nella sua X Lettera a Lucilio.

Tommaso d Aquino sosteneva che per poter corrispondere ad un dono (reale)

bisogna che il donatario presenti un altro dono (reale), non un mero equivalente

di quanto si è ricevuto. Il dono gratuito, per sua natura, provoca sempre

l attivazione del rapporto intersoggettivo per eccellenza, che è quello di

reciprocità. È solo con la reciprocità che si attua il riconoscimento reciproco,

che è precisamente ciò di cui si alimenta il rispetto di sé, ovvero la self-esteemdi

cui già parlava Adam Smith. Il riconoscimento è il fenomeno con cui un soggetto

viene accolto e fatto esistere nel mondo di altri.

È in ciò come si può ben comprendere il principio generatore della

socialità umana, per distinguerla dalla socialità non umana. Lazione gratuita è

quella che pratica la difficile arte di trattare con rispettoil bisogno percepito

dell altro. La logica del dono gratuito, infatti, è basata sulla circostanza che il

legame sostituisce il bene donato o comunque che il primo è più importante del

secondo. Non è così, invece, nel dono non gratuito, cioè nel dono come regalo,

dove ciò che conta è l entità (o il valore) del bene donato. Ecco perché l intento

di arrecare beneficio ad altri, di per sé, non è sufficiente a caratterizzare

l autenticità dell azione gratuita. Nel dono come regalo, ti do per ricevere è

questa la logica dello scambio di doni, del gift exchange-; nel dono gratuito ovvero

nel dono come reciprocità, ti do perché tu possa a tua volta dare (non

necessariamente a me). Se si considera che non è mai vero che uno riceve ciò

che dona, ma al contrario che uno dona solo se ha fatto in qualche modo

l esperienza del dono, si riesce a comprendere dove sta la forza dirompente

dell autentica azione gratuita. Come ha scritto J. Ratzinger nel 1967 un concetto

poi ribadito nella Caritas in Veritatedel 2009 il ricevere precede il fare .

Arrivo alla terza delle ragioni di insoddisfazione nei confronti del modo

corrente di definire la gratuità. Come si sa, l essere umano si scopre nel rapporto

interpersonale e dunque il suo bisogno fondamentale è quello di reciprocità.

Essendo un rapporto personale, la reciprocità si differenzia dallo scambio di

equivalenti proprio in ciò che, mentre in quest ultimo la presenza dei soggetti

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contraenti è pleonastica, tanto che essa può essere surrogata da intermediari o

da spettator5i imparziali , l oggetto principale della reciprocità è, primariamente,

la relazione stessa tra persone. Come magistralmente illustra Vivenza (2004),

per Aristotele, nella reciprocità c e proporzionalità, non eguaglianza: il valore

della cosa contraccambiata non è uguale al valore della cosa ricevuta come

accade nello scambio di equivalenti ma è proporzionale alla capacità effettiva

di chi ha ricevuto il dono iniziale. È la restituzione secondo proporzione che

tiene insieme la polis viene chiarito nell Etica Nicomachea - e che, in conseguenza

di ciò, rende sostenibile nel tempo lo scambio commerciale. Questo significa

che lo scambio di equivalenti non è un principio primitivo dell economia di

mercato, ma principio derivato da quello di reciprocità. Al di fuori di un

contesto di socialità umana, lo scambio commerciale non riesce a produrre gli

esiti che da esso ci si attende, perché neppure la forza della legge riesce sempre

a dare esecutorietà alle obbligazioni note dal contratto.

In definitiva, l uscita dell io verso un tu di cui sempre si ha bisogno è allora

ciò che definisce la gratuità dell azione donativa. Infatti, se contrariamente a

quanto insegna la concezione individualistica, che concepisce il soggetto in modo

irrelato, asociale, costruisco la mia identità in relazione con l altro, allora il mio

io si produce solo attraverso un processo di relazione con l altro. Come Smith

aveva chiaramente compreso, il bisogno di essere approvati e lodati, cioè il

bisogno di riconoscimento, è tipico dell uomo, che è il solo animale sensibile al

pensiero e al giudizio altrui. In questo senso, ho sempre bisogno dell altro. Come

suggerisce Vigna (2002), donare gratuitamente a un altro è sempre donare se

stessi ad altri, quale che sia l oggetto che si dona.

Perché è importante questa definizione di dono gratuito? Perché come la

scuola francese del MAUSS ha chiarito a tutto tondo, c è una concezione del

dono tipica della premodernità, che però continua ancora oggi a sussistere,

secondo cui il dono andrebbe ricondotto sempre ad una soggiacente struttura

di scambio. È questa la concezione del dono come munus, come strumento per

impegnare l altro, fino ad asservirlo. Per una concezione del genere, si ha che il

dono diventa, paradossalmente, un obbligo per preservare il legame sociale: la

vita in società postula di necessità la pratica del dono, la quale diventa per ciò

stesso una norma sociale di comportamento, vincolante al pari di tutte le norme

di tale tipo. (Si pensi a pratiche sociali come il Potlach e il Kula così bene descritte

da M. Mauss a C. Levi Strauss: chi restituisce il dono cerca di vincere in magnificenza

il dono ricevuto, obligando, di fatto, il primo donatore a fare ancora meglio e di

più). Non ci vuol molto a comprendere come una tale concezione del dono

sebbene metta in luce importanti dinamiche comunitarie presenti in ogni cultura,

non salvi né la spontaneità né la vera gratuità dell azione donativa. Eppure, per

strano che ciò possa apparire, è ancora molto radicata è l idea in base alla quale

la gratuità è quella che si appoggia sulla nozione di dono come munus. Invece,

sappiamo che può esserci dono senza gratuità come appunto accade nello

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scambio cerimoniale di doni e viceversa gratuità senza dono (Pelligra, 2004).

Ebbene, autenticamente donativa è l azione che riesce a far stare insieme, la

cosa donata e la gratuità, che riesce cioè a coniugare l aiuto all altro con il

riconoscimento delle sue capacità personali.

Questo significa ammettere che la categoria del dono gratuito ricomprende

al suo interno la dimensione dell interesse. Eppure, la concezione oggi corrente

di interesse si è talmente allontanata dal suo significato originario (inter-esse,

essere in mezzo) che quando questo termine viene usato esso viene quasi

sempre inteso con connotazioni negative sotto il profilo morale. La verità è che

il dono non è affatto incompatibile con l interesse del donante, sequesto viene

inteso come interesse a stare nella relazione con l altro. Il dono gratuito non è

un atto finito in se stesso, ma rappresenta l inizio di una relazione, di una catena

di atti reciproci. Come dire che il dono gratuito viene fatto a ragion veduta, in

vista dello stabilimento di un legame. Il filantropo puro, invece, non ha questo

interesse, tanto è vero che neppure vuol conoscere l identità di coloro ai quali

la sua beneficenza si indirizza. La persona coinvolta semplicemente non viene

vista . In altro modo, il fatto che sul piano di superficie i termini contrapposti di

interesse e di gratuità appaiano inevitabilmente intrecciati tra loro non cancella

affatto la specificità del dono gratuito come tale. Vi è infatti una dimensione più

radicale del dono gratuito che si presenta come quella dimensione di profondi

nella quale una persona viene costituita oppure viene messa al mondo solo se

e quando un altra persona la riconosce oppure ne soddisfa i bisogni. Qui la

gratuità eccede il calcolo di interesse per il semplice fatto che non vi è simmetria

tra i soggetti in causa. Il povero estremo non è certo nella situazione di simmetria

con il volontario che va a lui. Lo stesso dicasi dell infante nel suo rapporto col

genitore o del moribondo nel suo rapporto con chi lo assiste.

Il dominio culturale, fino ad ora incontrastato, della ragione utilitarista ci

rende opaca la presenza del dono gratuito. Ma questo esiste in realtà ed è

ampiamente praticato. Luis Hyde (1983) ha potuto dimostrare che il dono gratuito

e la sua logica sono stati sempre ben presenti nelle società occidentali

contemporanee. La differenza ultima tra la gratuità del volontario e la munificenza

del filantropo (o dell altruista puro), dunque, sta in ciò che il volontario pur non

pretendendo la restituzione, accettando l asimmetria, non rinuncia affatto a

coltivare un interesse. Si tratta dell interesse perl altro (e non già all altro) che

nasce dal desiderio del legame. Un idea questa che venne magistralmente

compresa e illustrata da G. B. Vico quando previde che il declino di una società

inizia nel momento in cui gli uomini non trovano più dentro di sé la motivazione

per legare il proprio destino a quello degli altri; quando cioè viene a scomparire

l inter-esse.

Come darsi conto allora delle resistenze, ancora così dure a morire, a

comprendere che la gratuità autentica è quella che pratica il dono come

reciprocità? La risposta che reputo più plausibile è che la relazione di reciprocità

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continua ad essere confusa con quella di scambio di equivalenti. (Zamagni, 2002).

Il fatto è che la nostra cultura è talmente intrisa di economicismo che ogni

qualvolta sentiamo parlare di relazione biunivoca tra due soggetti siamo

istintivamente portati a leggervi un sottostante, sia pure indiretto, rapporto di

scambio di equivalenti. È questa una delle pesanti erediintellettuali della

modernità. Perché vi sia dono scrive Jacques Derrida bisogna che il dono

non appaia, che non sia percepito come dono (1996, p.18). Ma un tale dono

non può esistere, è impossibile secondo Derrida perché l uomo è un essere

ontologicamente auto-interessato, cioè egocentrico. Se il dono ha un intenzione,

se significa qualcosa per il donatore, non è più un dono. Per Derrida, l unico

dono possibile non dovrebbe avere alcuna motivazione, dovrebbe essere del

tutto disinteressato. Il che non è vero, come abbiamo visto. La cultura della

modernità pone dunque il dono come una sorta di assoluto che, in quanto tale,

essa stessa è poi costretta a dichiararne l impossibilità. È la questione centrale

nel dibattito filosofico contemporaneo della sospettabilità del dono quale

gesto che pretenderebbe di essere gratuito e che tuttavia appare costantemente

attraversato da elementi di interesse che ne inquinano la purezza. L unico atto

possibile sarebbe allora quello della beneficenza privata, cioè della filantropia,

che, come noto, è perfettamente compatibile con l istanza individualistica.

Anche un filosofo importante come Jean Luc Marion non pare che riesca

a liberarsi dalla distorsione concettuale causata dal pensiero utilitarista. Lautore

di Dato che(2001), in una recente intervista così si esprime a proposito del senso

e della possibilità del dono: Dobbiamo superare anche il concetto di dono.

Lamore non scambia nulla. Non dà nulla Il concetto di dono resta nell ambito

dell economia, ambito che si supera rinunciando al concetto di reciprocità: chi

ama inizia ad amare senza aspettarsi di essere ricambiato . (2006, p.24). Come si

nota, Marion non resiste alla tentazione di confondere il concetto di dono con

quello di regalo e il principio di reciprocità con quello dello scambio di equivalenti,

contribuendo in tal modo senza peraltro volerlo ad ingigantire, praeter

necessitatem, la difficoltà di realizzare un mutamento di paradigma in economia.

(Per una compiuta analisi critica del lavoro di Marion rinvio a Zanardo (2005) ).

Si rilegga con attenzione la preghiera sulle offerte della XX domenica per annum:

Accogli i nostri doni, Signore, in questo misterioso incontro fra la nostra povertà

e la Tua grandezza: noi Ti offriamo le cose che ci hai dato e Tu donaci in cambio

Te stesso! Mai ho trovato definizione più pertinente di questa della nozione di

reciprocità. (Il cambio di cui qui si parla non è certo lo scambio).

Non molto diversa, quanto all esito finale cui conduce, è la posizione di un

filosofo post-moderno come E. Levinas, - che parte dall idea di esilio, di

nomadismo. Per il filosofo francese, l orientamento verso l altro, nel quale il sé

è ostaggio dell altro, significa che per sempre noi viviamo oltre noi stessi. Ci si

salva solamente in questo movimento verso l altro. La preoccupazione di sentirsi

responsabili per l intero edificio della creazione sarebbe il vero fondamento

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della gratuità. Ritengo che concezioni del genere siano inaccettabili e pericolose.

Inaccettabili perché la base della socialità umana non può essere l esilio (la

Kenosis) dal momento che se è vero che l ospite ospitante deve ricevere l ospite

ospitato, è del pari vero che quest ultimo deve ricevere l ospitalità offerta.

Pericolosa perché Levinas arriva a proporre un economia che richiede

l ingratitudine dell altro , dato che la gratitudine sarebbe il ritorno del

movimento alla sua origine . Quanto a dire che nell economia del dono non

può esserci reciprocità. Il che è semplicemente aberrante perché la socialità

non è solo desiderio per l altro, ma anche desiderio dell altro per me.

Come spiegare la difficoltà, se non proprio l avversione, di così tanti studiosi

ad inserire nel discorso economico la logica del dono gratuito? La mia risposta

è il timore che essa possa inquinare, ad un tempo, sia la logica del mercato sia

quella dello Stato. Provo a spiegarmi. Come è noto, se per l individualismo

(ontologico) l analisi del comportamento umano va ricondotta a puro calcolo di

interessi, per lo strutturalismo organicista essa si riconduce a mero ingranaggio

all interno di una struttura dotata di una sua propria autonomia. Ne deriva che,

mentre per la visione individualista, la pratica del dono viene letta come atto

privato che discende da una certa configurazione di preferenze individuali

esogenamente date, la visione strutturalista legge il dono come forma sui genesisdi

scambio che anticipa il mercato. Tanto che nella concettualizzazione di Mauss,

è talmente vero che il dono non si oppone allo scambio (di equivalenti) che il

titolo stesso del saggio del celebre antropologo francese li assimila: Saggio sul

dono. Forma e motivo dello scambionelle società arcaiche , così come fa il titolo

della Introduzione: Del dono e in particolare dell obbligodi ricambiare i regali .

(Corsivi aggiunti). In buona sostanza, poiché il dono gratuito esclude il calcolo e

poiché senza calcolo non ci può essere mercato, allora il dono viene ridotto a

beneficenza privata, un atto questo perfettamente spiegabile sulla scorta dei

canoni sia dell individualismo sia dello strutturalismo. Si badi che il dono gratuito

neppure è compatibile con la logica del comando (ovvero della gerarchia) che è

tipica dell intervento dello Stato. La risoluzione della schizofrenia può avvenire

solamente all interno di un paradigma relazionale capace di superare sia la deriva

individualista sia quella strutturalista; che veda il dono gratuito come evento

che fonda lo scambio (di equivalenti) e non viceversa; che veda cioè il dono

come una realtà più profonda di quella dello scambio.

In buona sostanza e per riassumere. La realtà del dono può essere indagata

partendo da diverse prospettive di discorso. Se si sceglie la prospettiva

dell individualismo utilitarista, il dono è nulla più che un azione unilaterale messa

in atto dal donatore per accrescere la propria funzione di utilità, data una certa

configurazione di preferenze. Se si adatta invece la prospettiva strutturalista, il

dono apparirà come strumento di competizione posizionale, per acquisire un

qualche potere sul donatario. È questo il dono come regalo - termine questo

che deriva da re : il regalo serve per sottomettere. In entrambi i casi, si

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aggiungerà la conclusione che come sopra riferito il dono o è impossibile

oppure è un misnomer, un errore di nome che starebbe al posto di filantropia, di

altruismo, di agire benevolente o di altro ancora. Se, infine, si sceglie di leggere

la realtà con la lente della relazionalità, il dono ci apparirà come relazione di

reciprocità, capace di costruire, ad un tempo, identità personale e legame sociale.

È questo il dono come gratuità di cui sopra si è detto.

3. Bene comune: perché resistere allo sfinimento di una categoria

Cosa comporta, nella pratica, l accoglimento della prospettiva della gratuità

entro l agire economico? Di due conseguenze desidero qui dire. La prima

concerne la messa al centro dell azione economica della categoria di bene comune.

Perché nell ultimo quarto di secolo la prospettiva di discorso del bene

comune, dopo almeno un paio di secoli durante i quali essa era di fatto uscita di

scena, sta oggi riemergendo al modo di fiume carsico? Perché il passaggio dai

mercati nazionali al mercato globale, consumatosi nel corso dell ultimo quarto

di secolo, va rendendo di nuovo attuale il discorso sul bene comune?

Per rispondere, giova osservare che a partire dalla prima metà

dell Ottocento, la visione civile del mercato e, più in generale, dell economia

scompare sia dalla ricerca scientifica sia dal dibattito politico-culturale. Parecchie

e di diversa natura le ragioni di tale arresto. Ci limitiamo ad indicare le due più

rilevanti. Per un verso, la diffusione a macchia d olio, negli ambienti dell alta cultura

europea, della filosofia utilitarista di Jeremy Bentham, la cui opera principale,

che è del 1789, impiegherà parecchi decenni prima di entrare, in posizione

egemone, nel discorso economico. È con la morale utilitaristica e non già con

l etica protestante - come taluno ritiene ancora - che prende piede dentro la

scienza economica l antropologia iper-minimalista dell homo oeconomicus e con

essa la metodologia dell atomismo sociale. Notevole per chiarezza e per

profondidi significato il seguente passo di Bentham: La comunità è un corpo

fittizio, composto di persone individuali che si considera come se costituissero

le sue membra. L interesse della comunità è cosa? la somma degli interessi dei

parecchi membri che la compongono . (1789 [1823], I, IV).

Per l altro verso, l affermazione piena della società industriale a seguito

della rivoluzione industriale. Quella industriale è una società che produce merci.

La macchina predomina ovunque e i ritmi della vita sono meccanicamente

cadenzati. L energia sostituisce, in gran parte, la forza muscolare e da conto

degli enormi incrementi di produttività, che a loro volta si accompagnano alla

produzione di massa. Energia e macchina trasformano la natura del lavoro: le

abilità personali sono scomposte in componenti elementari. Di qui l esigenza del

coordinamento e dell organizzazione. Si fa avanti così un mondo in cui gli uomini

sono visualizzati come cose , perché è più facile coordinare cose che non

uomini, e nel quale la persona è separata dal ruolo che svolge. Le organizzazioni,

in primis le imprese, si occupano dei ruoli, non tanto delle persone e tanto meno

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delle famiglie. E ciò avviene non solamente all interno della fabbrica, ma nella

società intera. È in ciò il senso profondo del ford-taylorismo come tentativo

(riuscito) di teorizzare e di tradurre in pratica questo modello di ordine sociale.

Laffermazione della catena di montaggio trova il suo correlato nella diffusione

del consumismo; donde la schizofrenia tipica dei tempi moderni : da un lato, si

esaspera la perdita di senso del lavoro (l alienazione dovuta alla spersonalizzazione

della figura del lavoratore); dall altro lato, a mo di compensazione, si rende il

consumo opulento. Il pensiero marxista e le sue articolazioni politiche nel corso

del Novecento si adopereranno, con alterni ma modesti successi, per offrire vie

d uscita ad un tale modello di società.

Dal complesso intrecciarsi e scontrarsi di questi due insiemi di ragioni è

derivata una conseguenza importante ai fini del nostro discorso: l affermazione,

tuttora presente nelle nostre società, di due opposte concezioni del mercato.

Luna è quella che lo vede come un male necessario , cioè come un istituzione

di cui non si può fare a meno, perché garanzia di progresso economico, ma pur

sempre un male da cui guardarsi e pertanto da tenere sotto controllo. L altra

è quella che considera il mercato come luogo idealtipico per risolvere il problema

politico, proprio come sostiene la posizione liberal-individualistica, secondo cui

la logica del mercato deve potersi estendere, sia pure con gli adattamenti del

caso, a tutti gli ambiti della vita associata dalla famiglia, alla scuola, alla politica,

alle stesse pratiche religiose.

Non è difficile cogliere gli elementi di debolezza di queste due concezioni

tra loro speculari. La prima stupendamente resa dall aforisma: Lo Stato non

deve remare, ma stare al timone si appoggia sull argomento della lotta alle

ineguaglianze: solo interventi dello Stato in chiave redistributiva possono ridurre

la forbice fra individui e fra gruppi sociali. Le cose però non stanno in questi

termini. Le disuguaglianze nei paesi avanzati dell Occidente, che erano diminuite

dal 1945 in poi, sono tornate scandalosamente a crescere negli ultimi vent anni

e ciò nonostante i massicci interventi dello Stato in economia. (In Italia, ad

esempio, lo Stato intermedia circa il 50% della ricchezza prodotta nel paese).

Conosciamo certamente le ragioni per le quali ciò avviene, ragioni che hanno a

che vedere con la transizione alla società post-industriale. Si pensi a fenomeni

quali l ingresso nei processi produttivi delle nuove tecnologie infotelematiche e

la creazione di mercati del lavoro e del capitale globale; ma il punto è capire

perché la ridistribuzione in chiave perequatrice non può essere un compito

esclusivo dello Stato. Il fatto è che la stabilità politica è un obiettivo che, stante

l attuale modello di democrazia quello elitistico-competitivo di Max Weber e

di Joseph Schumpeter - non si raggiunge con misure di riduzione delle

ineguaglianze, ma con la crescita economica. La durata e la reputazione dei governi

democratici sono assai più determinate dalla loro capacità di accrescere il livello

della ricchezza che non dalla loro abilità di ridistribuirla equamente tra i cittadini.

E ciò per la semplice, seppure triste, ragione che i poveri non partecipano al

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gioco democratico, e dunque non costituiscono una classe di stakeholders capace

di impensierire la ragion politica. Se dunque si vuole contrastare l aumento

endemico delle disuguaglianze, perché foriero di pericoli seri sul fronte sia della

pace sia della democrazia, occorre intervenire prima di tutto sul momento della

produzione della ricchezza e non solo su quello della sua ridistribuzione.

Cosa c è che non regge nell altra concezione del mercato, oggi

efficacemente veicolata dal pensiero unico della one best way? Che non è vero

che la massima estensione possibile della logica del mercato (acivile) accresce il

benessere per tutti. Non è vera, cioè, la metafora secondo cui una marea che

sale solleva tutte le barche . Il ragionamento che sorregge la metafora è

basicamente il seguente: poiché il benessere dei cittadini dipende dalla prosperità

economica e poiché questa è causalmente associata alle relazioni di mercato, la

vera priorità dell azione politica deve essere quella di assicurare le condizioni

per la fioritura massima possibile della cultura del mercato. Il welfare state, dunque,

quanto più è generoso tanto più agisce come vincolo alla crescita economica e

quindi è contrario alla diffusione del benessere. Donde la raccomandazione di

un welfare selettivista che si occupi solamente di coloro che la gara di mercato

lascia ai margini. Gli altri, quelli che riescono a rimanere entro il circuito virtuoso

della crescita, provvederanno da sé alla propria tutela. Ebbene, è la semplice

osservazione dei fatti a svelarci l aporia che sta alla base di tale linea di pensiero:

crescita economica (cioè aumenti sostenuti di ricchezza) e progresso civile (cioè

allargamento degli spazi di libertà delle persone) non marciano più insieme.

Come dire che all aumento del benessere materiale (welfare) non si accompagna

più un aumento della felicità (well-being): ridurre la capacità di inclusione di chi,

per una ragione o l altra, resta ai margini del mercato, mentre non aggiunge

nulla a chi vi è già inserito, produce un razionamento della libertà, che è sempre

deleterio per la pubblica felicità .

Queste due concezioni del mercato, tra loro diversissime quanto a

presupposti filosofici e a conseguenze politiche, hanno finito col generare, a

livello in primo luogo culturale, un risultato forse inatteso: l affermazione di

un idea di mercato antitetica a quella della tradizione di pensiero dell economia

civile una tradizione di pensiero tipicamente italiana che inizia all epoca

dell Umenesimo civile e si protrae fino a verso la fine del XVIII secolo quando

viene surclassata dal paradigma dell economia politica. Un idea, cioè, che vede il

mercato come istituzione fondata su una duplice norma: l impersonalità delle

relazioni di scambio (tanto meno conosco la mia controparte tanto maggiore

sarà il mio vantaggio, perché gli affari riescono meglio con gli sconosciuti!); la

motivazione esclusivamente auto-interessata di coloro che vi partecipano, con il

che sentimenti morali quali la simpatia, la reciprocità, la fraternità etc., non

giocano alcun ruolo significativo nell arena del mercato. È così accaduto che la

progressiva e maestosa espansione delle relazioni di mercato nel corso dell ultimo

secolo e mezzo ha finito con il rafforzare quell interpretazione pessimistica del

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carattere degli esseri umani che già era stata teorizzata da Hobbes e da

Mandeville, secondo i quali solo le dure leggi del mercato riuscirebbero a domarne

gli impulsi perversi e le pulsioni di tipo anarchico. La visione caricaturale della

natura umana che così si è imposta ha contribuito ad accreditare un duplice

errore: che la sfera del mercato coincide con quella dell egoismo, con il luogo in

cui ognuno persegue, al meglio, i propri interessi individuali e, simmetricamente,

che la sfera dello Stato coincide con quella della solidarietà, del perseguimento

cioè degli interessi collettivi. È su tale fondamento che è stato eretto il ben

noto, modello dicotomico Stato-mercato: un modello in forza del quale lo Stato

viene identificato con la sfera del pubblico e il mercato con la sfera del privato.

Di una conseguenza importante dell uscita di scena della prospettiva

dell economia civile, conviene qui fare rapido cenno. Tale uscita ha costretto

quelle organizzazioni della società civile oggi note come non profit o terzo

settore, a definire la propria identità in negativo rispetto ai termini di quella

dicotomia: come non Stato oppure come non mercato , a seconda dei

contesti. Non vi è chi non veda come questa concettualizzazione lasci insoddisfatti.

Non solamente perché da essa discende che il terzo settore può tutt al più

aspirare ad un ruolo residuale e di nicchia, ma anche perché tale ruolo sarebbe

comunque transitorio. Come è stato affermato, quelle non profit sarebbero

organizzazioni transitorie che nascono per soddisfare nuovi bisogni non ancora

raggiunti dal mercato capitalistico, destinate, col tempo, a scomparire oppure a

trasformarsi nella forma capitalistica di impresa. Su cosa poggia una certezza

del genere? Sulla acritica accettazione del presupposto secondo cui la forma

naturale di fare impresa è quella capitalistica e dunque che ogni altra forma di

impresa deve la propria ragione di esistere o a un fallimento del mercato

oppure a un fallimento dello Stato . Quanto a dire che se si potessero rimuovere

le cause generatrici di quei fallimenti (le asimmetrie informative; le esternalità;

l incompletezza dei contratti; i mal funzionamenti della burocrazia e così via) si

potrebbe tranquillamente fare a meno delle organizzazioni della società civile.

In definitiva, una volta supinamente accolto il principio della naturalità

dell individualismo ontologico, e in particolare dell homo oeconomicus, si ha che

l unico banco di prova per il soggetto non profit è quello dell efficienza: solamente

se dimostra di essere più efficiente dell impresa privata e/o dell impresa pubblica

esso ha titolo per meritare rispetto. (Si badi che quella di efficienza non è, in

economia, una nozione assiologicamente neutrale: solo dopo che si è dichiarato

il fine dell azione economica si può definire l efficienza).

Non è difficile a questo punto spiegarsi il ritorno nel dibattito culturale

contemporaneo della categoria del bene comune. Dinnanzi allo squallore della

tendenziale riduzione dei rapporti umani allo scambio di prodotti equivalenti, lo

spirito dell uomo contemporaneo insorge e domanda un altra storia. La parola

chiave che oggi meglio di ogni altra esprime questa esigenza è quella di fraternità,

parola già presente nella bandiera della Rivoluzione Francese, ma che l ordine

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post-rivoluzionario ha poi abbandonato - per le note ragioni - fino alla sua

cancellazione dal lessico politico-economico. È stata la scuola di pensiero

francescana a dare a questo termine il significato che esso ha conservato nel

corso del tempo. Che è quello di costituire, ad un tempo, il complemento e il

superamento del principio di solidarietà. Infatti mentre la solidarietà è il principio

di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali, il principio

di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di

esser diseguali. La fraternità consente a persone che sono eguali nella loro

dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di

vita, o il loro carisma. Le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l 800 e

soprattutto il 900, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali sia

politiche, in nome della solidarietà e questa è stata cosa buona; si pensi alla

storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Il

punto è che la buona società in cui vivere non può accontentarsi dell orizzonte

della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale, e non anche fraterna,

sarebbe una società dalla quale ognuno cercherebbe di allontanarsi. Il fatto è

che mentre la società fraterna è anche una società solidale, il viceversa non è

necessariamente vero.

Aver dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui

si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare

le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l altro verso, a aumentare

i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica , ci dà conto

del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia

ancora addivenuti ad una soluzione credibile del grande trade-off tra efficienza

ed equità. Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di

fraternità; non è cioè capace di progredire quella società in cui esiste solamente

il dare per avere oppure il dare per dovere . Ecco perché, né la visione

liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione

statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure

per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate.

Che fare per consentire che il mercato possa tornare ad essere come lo

fu nella stagione dell Umanesimo strumento di civilizzazione e mezzo per

rafforzare il vincolo sociale è la grossa sfida che oggi è di fronte a tutti noi. Che

la sfida sia di quelle di portata epocale ci viene confermato da un interrogativo

su tutti: nel contesto attuale dominato da economie di mercato di tipo

capitalistico, è possibile che soggetti il cui modus operandi è ispirato al principio

di reciprocità riescano, non solamente ad emergere, ma anche ad espandersi?

Cosa può far pensare che il progetto tendente a restituire il principio del

bene comune alla sfera pubblica a quella economica, in particolare non sia

solo una consolatoria utopia? Due considerazioni, entrambe verificabili. La prima

ha a che vedere con la presa d atto che alla base dell economia capitalistica è

presente una seria contraddizione di tipo pragmatico non logico, beninteso.

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Quella capitalistica è certamente un economia di mercato, cioè un assetto

istituzionale in cui sono presenti e operativi i due principi basilari della modernità:

la libertà di agire e di fare impresa, per un verso; l eguaglianza di tutti di fronte

alla legge per l altro verso. Al tempo stesso, però, l istituzione principe del

capitalismo l impresa capitalistica, appunto è andata edificandosi nel corso

degli ultimi tre secoli sul principio di gerarchia. Ha preso così corpo un sistema

di produzione in cui vi è una struttura centralizzata alla quale un certo numero

di individui cedono, volontariamente, in cambio di un prezzo (il salario), di lavoro,

che una volta entrati nell impresa sfuggono poi al controllo di coloro che li

forniscono.

Sappiamo bene, dalla storia economica come ciò sia avvenuto e conosciamo

anche i notevoli progressi sul fronte economico che tale assetto istituzionale ha

garantito. Ma il fatto è che nell attuale passaggio d epoca dalla modernità alla

dopomodernità sempre più frequenti sono le voci che si levano ad indicare le

difficoltà di far marciare assieme principio democratico e principio capitalistico.

Il fenomeno della cosiddetta privatizzazione del pubblico è ciò che soprattutto

fa problema: le imprese dell economia capitalistica vanno assumendo sempre

più il controllo del comportamento degli individui i quali, si badi, trascorrono

ben oltre la metà del loro tempo di vita sul luogo di lavoro sottraendolo allo

Stato o ad altre agenzie, prima fra tutte la famiglia. Nozioni come libertà di

scelta, tolleranza, eguaglianza di fronte alla legge, partecipazione ed altre simili,

coniate e diffuse all epoca dell Umanesimo civile e rafforzate poi al tempo

dell Illuminismo, come antidoto al potere assoluto (o quasi) del sovrano, vengono

fatte proprie, opportunamente ricalibrate, dalle imprese capitalistiche per

trasformare gli individui, non più sudditi, in acquirenti di quei beni e servizi che

esse stesso producono.

La discrasia di cui sopra sta in ciò che, se si hanno ragioni cogenti per

considerare meritoria l estensione massima possibile del principio democratico,

allora occorre cominciare a guardare quel che avviene dentro l impresa e non

solamente quel che avviene nei rapporti tra imprese che interagiscono nel

mercato. Se la democrazia scrive Dahl è giustificata nel governo dello

Stato, allora essa è pure giustificata nel governo dell impresa . (p.57) Mai sarà

compiutamente democratica la società nella quale il principio democratico trova

concreta applicazione nella sola sfera politica. La buona società in cui vivere non

costringe i suoi membri ad imbarazzanti dissociazioni: democratici in quanto

cittadini elettori; non democratici in quanto lavoratori o consumatori.

La seconda considerazione riguarda l insoddisfazione, sempre più diffusa,

circa il modo di interpretare il principio di libertà. Come è noto, tre sono le

dimensioni costitutive della libertà: l autonomia, l immunità, la capacitazione.

L autonomia dice della libertà di scelta: non si è liberi se non si è posti nella

condizione di scegliere. L immunità dice, invece, dell assenza di coercizione da

parte di un qualche agente esterno. È, in buona sostanza, la libertà negativa

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(ovvero la libertà da ) di cui ha parlato I. Berlin. La capacitazione, nel senso di

A. Sen, infine, dice della capacità di scelta, di conseguire cioè gli obiettivi, almeno

in parte o in qualche misura, che il soggetto si pone. Non si è liberi se mai (o

almeno in parte) si riesce a realizzare il proprio piano di vita. Ebbene, mentre

l approccio liberal-liberista vale ad assicurare la prima e la seconda dimensione

della libertà a scapito della terza, l approccio stato-centrico,vuoi nella versione

dell economia mista vuoi in quella del socialismo di mercato, tende a privilegiare

la seconda e la terza dimensione a scapito della prima. Il liberismo è bensì capace

di far da volano del mutamento, ma non è altrettanto capace di gestirne le

conseguenze negative, dovute all elevata asimmetria temporale tra la distribuzione

dei costi del mutamento e quella dei benefici. I primi sono immediati e tendono

a ricadere sui segmenti più sprovveduti della popolazione; i secondi si verificano

in seguito nel tempo e vanno a beneficiare i soggetti con maggiore talento.

Come J. Schumpeter fu tra i primi a riconoscere, è il meccanismo della distruzione

creatrice il cuore del sistema capitalistico il quale distrugge il vecchio per

creare il nuovo e crea il nuovo per distruggere il vecchio ma anche il suo

tallone d Achille. D altro canto, il socialismo di mercato nelle sue plurime

versioni se propone lo Stato come soggetto incaricato di far fronte alle

asincronie di cui si è detto, non intacca la logica del mercato capitalistico; ma

restringe solamente l area di operatività e di incidenza. Il proprium del paradigma

del bene comune, invece, è il tentativo di fare stare insieme tutte e tre le

dimensioni della libertà. Ecco perché esso appare come una prospettiva quanto

meno interessante da esplorare e per la quale è ragionevole impegnarsi con la

realizzazione di opere.

Per concludere

Mi piace chiudere con un annotazione circa il rapporto tra gratuità e etica

delle virtù. Come Adam Smith, sulla scia della linea di pensiero inaugurata dagli

umanisti civili aveva compreso, l assetto istituzionale della società deve essere

forgiato in modo tale da favorire la diffusione tra i cittadini delle virtù civiche.

Se gli agenti economici non accolgono già nella loro struttura di preferenze

quei valori che si vuole vengano affermati nella società non ci sarà molto da

fare. Per l etica delle virtù, infatti, l esecutorietà delle norme dipende, in primo

luogo, dalla costituzione morale delle persone; cioè dalla loro struttura

motivazionale interna, prima ancora che da sistemi di enforcementesogeno, come

possono essere gli schemi di incentivo o le norme di legge.

Il punto che merita una sottolineatura è che la cifra dell etica delle virtù è

la sua capacità di risolvere, superandola, la contrapposizione tra interesse proprio

e interesse per gli altri, tra egoismo e altruismo. È questa contrapposizione,

figlia della tradizione di pensiero individualista, a non consentirci di afferrare ciò

che costituisce il nostro bene. Una delle false necessità cui quella tradizione di

pensiero ci ha abituati è il vedere i termini che descrivono le coppie indipendenza-

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appartenenza, efficienza-equità, auto interesse-solidarietà come alternativi. Ogni

rafforzamento del senso di appartenenza viene visto come una riduzione della

sfera di libertà; ogni avanzamento sul fronte dell efficienza come una minaccia

all equità; ogni miglioramento dell interesse individuale come un affievolimento

del senso di solidarietà. Occorre liberarsi di queste antinomie, perché false oltre

che obsolete.

La vita virtuosa è la vita migliore non solo per gli altri ma anche per se

stessi. È in ciò il significato proprio della nozione di bene comune, il quale non è

riducibile alla mera sommatoria dei beni individuali. Piuttosto, il bene comune è

il bene dello stesso essere in comune. Cioè il bene dell essere inseriti in una

struttura di azione comune, quale è, in generale, l azione economica. Si noti che

mentre pubblico è contrario di privato, comune è contrario di proprio. Al tempo

stesso, però, il bene comune non è dissociabile dal bene individuale. Il bene del

singolo non scompare, in modo indifferenziato, all interno di una grandezza che

è la sommatoria dei beni dei singoli. È ciò la differenza profonda tra bene comune

e bene collettivo.

Il guadagno specifico che ci offre l etica delle virtù è quello di liberarci

dall ossessiva idea platonica del bene, un idea in base alla quale vi sarebbe un

bene a priori da cui va estratta un etica da usare come guida alle nostre azioni.

Aristotele - che è l iniziatore dell etica delle virtù - in totale disaccordo con

Platone, ci indica invece che il bene è qualcosa che avviene, che si realizza mediante

le opere. È in ciò la chiave per dare risposta alla domanda riguardante il motivo

per essere etici . Infatti, se non è bene per se stessi comportarsi in modo

etico, perché non fare ciò che è bene per sè, anziché fare ciò che è raccomandato

dall etica? D altro canto, se è bene per sè essere etici , che bisogno c è di

offrire incentivi ai soggetti economici perché facciano ciò che è nel loro stesso

bene fare? La soluzione al problema della motivazione morale dell agente non è

quella di fissargli vincoli (o dargli incentivi) per agire contro il proprio interesse,

ma di offrirgli una più completa comprensione del suo bene. Solo se l etica cessa

di essere considerata come puro insieme di regole, quello della motivazione

morale cessa di essere un problema, dal momento che siamo automaticamente

motivati a fare ciò che crediamo sia bene per noi.

Ecco perché coltivare la virtù della gratuità è compito irrinunciabile non

solamente dal punto di vista della cittadinanza cosa da tempo risaputa ma

anche da quello dell economia. Poiché le istituzioni economiche influenzano e

tantissimo i risultati economici, occorre fare in modo che l assetto economicoistituzionale

della società incoraggi e non penalizzi, come oggi stoltamente

avviene la diffusione più larga possibile tra i cittadini delle pratiche di reciprocità.

I risultati poi seguiranno, nonostante quel che pensano gli scettici di varia

ascendenza filosofica.

Il segreto dell azione gratuita sta tutto qui: essa ci aiuta a rovesciare la

tradizionale (e diciamolo pure, spesso consolatoria) etica della filantropia,

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portandoci a riflettere intorno alla essenzialità della dimensione del gratuito in

qualunque momento dell esperienza umana, e dunque anche in quella economica.

La quale se non è certamente l unica, neppure è una dimensione di secondaria

importanza. Se è vero come a me pare che la gratuità può essere pensata

come la cifra della condizione umana, allora essa deve caratterizzare il modo di

essere anche dell economicità. Far comprendere come sia possibile fare

economia, ottenere risultati di rilievo stando nel mercato, senza recidere il

rapporto con l altro, è il grande contributo del principio di gratuità, oggi.

Il principio del dono non si accontenta dell orizzonte dell economia solidale,

ma pretende l orizzonte dell economia fraterna, che include, senza negarla, la

prima, mentre non è vero il contrario. Invero, mentre quello di solidarietà è il

principio di organizzazione della società che tende a rendere eguali i diseguali, il

principio di fraternità consente a persone che sono già in qualche senso eguali

di esprimere la propria diversità, di affermare cioè la propria identità. È per

questo che la vita fraterna è la vita che rende felici. È la logica del dono gratuito

che una volta posta all inizio di ogni rapporto interpersonale, anche quello di

natura economica, riesce a far marciare assieme alla medesima velocità, i due

cavalli di cui parla Platone nel Fedro: l efficienza e la solidarietà fraterna; il bene

proprio e il bene dell altro. In definitiva, riesce a tradurre in pratica l invito del

Poeta: Non dobbiamo essere come una voragine che prende senza restituire,

ma dobbiamo restituire ciò che ci è stato dato . (Dante, La Monarchia).

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Le determinanti della felicità:

la prospettiva di un economista

DI LEONARDO BECCHETTI

1. Gli studi sulla felicità come esempio fertile

di multidisciplinarietà nelle scienze sociali

Un primo risultato importante degli studi sulla felicità è quello di essere

uno spazio di indagine comune tra diverse discipline. La specializzazione funzionale

dei saperi ha creato una cultura a compartimenti stagni, una sorta di torre di

Babele nella quale gli esperti di settore, necessariamente ultraspecializzati in un

piccolo ambito d indagine, hanno perso i riferimenti e i collegamenti con le altre

discipline. I linguaggi sono divenuti incomprensibili ai non addetti ai lavori

aumentando il grado di incomunicabilità tra gli esperti delle diverse branche del

sapere. Questo modello ha portato grandi avanzamenti nella dimensione

positiva delle scienze (ovvero nello studio dettagliato dei fenomeni), ma allo

stesso tempo ha profondamente indebolito la capacità delle scienze sociali di

formulare valutazioni di tipo normativo che dovrebbero discendere dall analisi

e dallo studio dei diversi ambiti e non possono essere prescrizioni valide se

nascono dalla conoscenza di un unico ambito disciplinare e dall ignoranza degli

altri. L esempio più clamoroso di questo problema è stata la crisi finanziaria

mondiale. Pochissimi economisti sono riusciti a prevedere gli eventi perché per

farlo sarebbe stato necessario combinare conoscenze profonde di tre

sottodiscipline (mercato degli immobili, degli strumenti di finanza derivata,

macroeconomia), fatto assai raro nel panorama iperspecializzato contemporaneo.

Un altro esempio importante è il conflitto tra economisti e studiosi di ambiente

e scienze naturali. Questi ultimi spiegano che stiamo consumando più risorse di

quanto possiamo attraverso il concetto di impronta ecologica . Il suggerimento

è dunque quello di ridurre i consumi per non esaurire lo stock di risorse naturali

del pianeta. Gli economisti ribattono dicendo che bisogna consumare di più per

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continuare a crescere e sconfiggere la povertà e che il concetto di impronta

ecologica non tiene conto del progresso tecnologico che aumenterà la resa

delle risorse naturali e consentirà una sempre maggiore sostituzione delle stesse

con risorse create dall uomo. È evidente che non è possibile seguire i due diversi

consigli senza contraddirsi. È pertanto necessaria una sintesi che è possibile

soltanto integrando le due discipline e comprendendo che è necessario creare

valore economico in modo ecologicamente più sostenibile (come nel caso

interessante della Germania che nell ultimo decennio ha visto crescere il PIL

riducendo l impronta ecologica). Ma per andare in questa direzione abbiamo

bisogno di esperti che conoscano bene entrambe le discipline e non una sola.

In sostanza, i giudizi di valore dei diversi esperti del frammento rischiano

di essere parziali, e contaddittori, perché non tengono conto delle interrelazioni

tra diverse discipline. Dimensioni nelle quali il problema appare più evidente

sono quelle: i) della definizione di benessere e degli indicatori che dovrebbero

orientare le scelte dei decisori in politica e in economia; ii) della stessa concezione

antropologica che è all origine delle diverse discipline sociali dove i vari

riduzionismi dell homo economicus, homo sociologicus, homo psicologicus non

sono in grado di arricchire una visione parziale che scaturisce dalla singola disciplina

con i risultati e le conoscenze delle altre.

Gli studi sulla felicità che riuniscono assieme psicologi, sociologi ed economisti

costruiscono uno spazio di ricerca ed indagine comune che ci aiuta a superare

questi limiti. Non a caso le ricerche sulla felicità, oltre ad avere successo sulle

riviste monodisciplinari dei diversi settori (non ultimo sulle principali riviste di

economia) hanno dato slancio a riviste interdisciplinari che stanno diventando

sempre più importanti e diffuse (es. Journal of Economic Psychology, Journal of

Socioeconomics, Journal of Happiness Studies, etc.).

Guardando al problema del fondamento antropologico della disciplina

scientifica dal lato dell economista gli studi sulla felicità ci hanno insegnato che la

visione caricaturale dell homo economicus, definito da un economista liberale

come Hayek la vergogna di famiglia e da Sen un folle razionale perchè animato

solamente da autointeresse miope (e non anche da simpatia per l altro e dovere

morale), non regge alla prova dell evidenza empirica. Come economisti, grazie

ad una serie di evidenze di carattere sperimentale, abbiamo arricchito la struttura

delle preferenze che orientano le scelte degli individui scoprendo dimensioni

come quella della reciprocità, dell altruismo puro ed impuro, dell avversione alla

diseguaglianza. Abbiamo compreso come il rapporto tra reddito ed utilità,

ipotizzato concavo 1 dall economia marginalista, è in realtà molto più complesso.

Se gli economisti avevano intuito correttamente già due secoli fa la concavità

1 L'ipotesi di concavità implica che, per bassi livelli di reddito, aumenti dello stesso generino significativi

incrementi di soddisfazione di vita mentre, per livelli di reddito già elevati, gli effetti siano molto

minori.

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della funzione istantanea dell utilità del reddito, la scoperta negli studi sulla

felicità dell importanza del reddito relativo (il confronto tra il proprio reddito

e quello dei propri pari) e dell adattamento edonico (aumento delle aspirazioni

ogni qualvolta viene raggiunto un determinato obiettivo che rende l obiettivo

stesso meno soddisfacente) ci hanno consentito di approfondire il rapporto

complesso tra utilità e reddito nel medio lungo periodo e i motivi per i quali

questa relazione risulta ben più piatta di quella di breve periodo. Si tratta di due

importanti contributi che nascono dalla psicologia (adattamento edonico) e dalla

sociologia (confronto con il reddito dei propri simili o del gruppo di

riferimento ) e che vengono attraverso gli studi sulla felicità integrati con la

teoria economica.

2. Il problema del benessere dopo gli studi sulla felicità

Gli studi sulla felicità si sviluppano nel momento in cui diventa disponibile

una grande mole di dati in indagini a mezzo intervista realizzate in molti paesi

del mondo nelle quali, oltre a dati tradizionali, vengono rilevate risposte sul

grado di soddisfazione di vita o sulla salute psicologica degli individui.

Se prima di allora un noto detto di Einstein sosteneva che le cose che

contano non si contano i nuovi dati a disposizione hanno in parte sconfessato

tale detto rendendo possibile la misurazione fattori invisibili o di stati d animo

come la felicità. Se pensiamo che la scienza economica nelle sue formulazioni

teoriche nasce dalla postulazione di una funzione di utilità nella quale si

presuppone una relazione di concavità tra utilità/felicità e beni di consumo (o

reddito) si capisce lo straordinario interesse per questi nuovi studi che per la

prima volta, dopo più di duecento anni, consentono di verificare empiricamente

la validità delle fondamenta del pensiero teorico economico.

Lo scetticismo dei non addetti ai lavori sugli studi della felicità origina di

solito dalla difficoltà di comprendere come sia possibile definire un concetto

comune di felicità e misurare la stessa. Gli studi empirici sulla felicità aggirano il

primo problema e sviluppano due metodi principali di rilevazione. Sul primo

punto ciò che si fa semplicemente è chiedere agli individui di dichiarare il proprio

livello di soddisfazione di vita su scale discrete qualitative (in genere uno a quattro,

uno a sette o uno a dieci) riconoscendo che la felicità è questione eminentemente

soggettiva e cercando di verificare con accortezze d indagine che gli individui

facciano dichiarazioni veritiere. Partendo poi dalla constatazione oggettiva della

difficoltà di comparare scale di misura soggettive si cerca soprattutto di fondare

i risultati su dati panel che sfruttano le variazioni di felicità dichiarata dagli stessi

soggetti nel tempo. Quanto all orizzonte temporale considerato le tecniche

sono soprattutto due. Quella degli economisti che guarda ad un intervallo di

lungo periodo chiedendo agli individui di fare una valutazione complessiva della

soddisfazione circa la loro vita. O quella degli psicologi che con l approccio alla

Kahneman misurano il cosiddetto momentary affect , ovvero una sorta di holter

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della felicità , chiedendo agli individui di registrare in un diario quotidiano le

loro impressioni immediate di felicità/infelicità a seguito degli eventi che vivono

durante la giornata. Un dato interessante è che, nonostante la differenza di

tecniche di rilevazione ed il differente orizzonte temporale, i risultati principali

ottenuti sono sostanzialmente simili. Ovvero molto spesso la reazione di

soddisfazione del diario giornaliero coincide con quella di lungo nel quale

l esperienza viene mediata dalla risonanza e dalla riflessione su quanto vissuto.

Nonostante le molte potenziali distorsioni i dati sulla soddisfazione di vita

si dimostrano molto affidabili. Sono fortemente correlati con dati sulla salute e

sull aspettativa di vita, anticipano correttamente le decisioni che gli individui

prenderanno in futuro e corrispondono con le valutazioni sulla soddisfazione di

vita che parenti danno degli intervistati. In alcuni degli studi recenti di maggiore

interesse è stata verificata inoltre l affidabilità di questi dati attraverso la

corrispondenza tra le tre forme di rilevazione di informazione che abbiamo

oggi a disposizione: le dichiarazioni a mezzo intervista, le scelte effettive degli

individui e le immagini del flusso sanguigno nel cervello rilevabili attraverso le

nuove tecnologie delle neuroimmagini.

I risultati degli studi sulla felicità ci aiutano a comprendere la complessità

del problema del benessere. Mentre a breve termine la crescita di reddito si

accompagna ad una crescita di felicità, la dinamica temporale di reddito pro

capite e felicità appare a prima vista paradossale. Il caso emblematico è quello

del paradosso di Easterlin che scopre come negli Stati Uniti, alla crescita

formidabile di reddito pro capite nel secondo dopoguerra , non corrisponde,

soprattutto nel corso degli ultimi decenni, un aumento della soddisfazione di

vita, ma anzi una piccola riduzione. Possiamo affiancare a questo dato il livello

straordinariamente basso di coloro che si dichiarano felici in Cina (circa l 8

percento della popolazione), assolutamente inferiore a quello di tutti gli altri

paesi poveri o emergenti. Dall altra parte scopriamo che la felicità dichiarata

dagli individui non può essere il criterio unico di riferimento per le scelte di

policy. Come è intuitivo pensare coloro che vivono in paesi freddi sono contenti

di aumenti di temperatura e l impronta ecologica è positivamente e

significativamente correlata con la felicità. Questi due dati configurano un vero

e proprio paradosso tra felicità e sostenibilità ambientale che fa comprendere

perché sia così difficile per i paesi che partecipano alle trattative sulla riduzione

delle emissioni assumersi oneri vincolanti in tale materia. La riflessione che ne

scaturisce è che la massimizzazione della soddisfazione di vita dichiarata degli

individui non può essere il criterio guida d sostituire agli obiettivi oggi criticati e

considerati riduzionisti come quelli della crescita del PIL. Prima di tutto, come

afferma giustamente Bruno Frei, uno dei massimi studiosi del settore sul versante

degli economisti, perché la felicità dichiarata è un dato manipolabile dagli stessi

intervistati che lo utilizzerebbero strumentalmente se lo stesso diventasse il

criterio guida delle scelte di policy. Secondo perché la massimizzazione della

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soddisfazione di vita individuale può andare contro alcuni vincoli del sistema. Gli

studi su felicità e impronta ecologica ci dicono che le persone desiderano vivere

in società nelle quali hanno molteplici opportunità di consumo di beni e servizi.

In un caso come questo, e in presenza di vincoli sulle risorse, la massimizzazione

delle soddisfazioni individuali sarebbe chiaramente insostenibile. Per questo

motivo va introdotto a mio avviso il concetto di felicità socialmente, ambientalmente

ed economicamente sostenibile (Becchetti 2005). Esso indica che la strategia

potrebbe essere quella di massimizzare la soddisfazione di vita dei cittadini una

volta che le condizioni di sostenibilità economica, ambientale e sociale siano

rispettate.

Gli studi sulla felicità documentano anche la straordinaria importanza delle

relazioni interpersonali nella soddisfazione di vita. La qualità e la stabilità delle

relazioni, l intensità della vita sociale appaiono stabilmente correlate con la felicità

in pressoché tutti i paesi del mondo.

Questa mole di risultati ci dà due chiavi di lettura del paradosso di Easterlin.

La prima, emersa chiaramente dopo la crisi finanziaria globale, è che lo stesso

indicatore del reddito pro capite non è una buona misura del benessere

economico. Non è difficile capire perché le famiglie americane non abbiano

visto aumentare la loro soddisfazione di vita nell ultimo decennio a fronte della

crescita del reddito pro capite quando contemporaneamente aumentavano il

rapporto tra debito e reddito e si riduceva la ricchezza familiare mentre il

costo di alcuni beni pubblici come istruzione e sanità cresceva notevolmente.

Per fare un esempio concreto, a fronte di uno stesso introito mensile, una

famiglia americana paga tra tassa federale e statale quasi la stessa aliquota di una

famiglia italiana. In più deve spendere circa 2000 euro al mese per un assicurazione

sanitaria privata e circa 15000 euro se vuole iscrivere il proprio figlio ad

un università pubblica (di più se aspira ad un università privata). A fronte di questi

oneri si evidenzia come le famiglie italiane vantino un rapporto tra ricchezza e

reddito più elevato ed un rapporto tra debito e reddito più basso delle famiglie

americane. La seconda interpretazione ha a che fare con il dato sullo spiazzamento

delle relazioni e il loro progressivo impoverimento nelle economie occidentali.

La letteratura sull impoverimento relazionale è molto ricca a partire dal famoso

contributo di Putnam ( Bowling alone ) che rileva come negli Stati Uniti nella

seconda metà del ventesimo secolo il numero dei giocatori di bowling non si sia

ridotto ma siano diminuite sensibilmente le associazioni di giocatori ed aumentati

i giocatori solitari. Assieme a questo dato disponiamo oggi di una grande mole di

indicatori che documentano il progressivo sgretolamento delle relazioni che

diventano più flessibili, liquide e precarie per adeguarsi alle necessità di flessibilità

dei sistemi di produzione globali. Un dato singolare ma significativo da questo

punto di vista è il consistente aumento dei deceduti abbandonati all obitorio,

ovvero privi di un parente stretto o amico che si assuma l onere di tumulare la

salma o celebrarne le esequie.

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Esiste una spiegazione scientifica per la crisi delle relazioni. Le relazioni

sono beni fragili il cui godimento, a differenza di quanto accade per i beni di

consumo tradizionali, non dipende dalla sola volontà individuale. A differenza

per i beni di consumo per i quali basta la volontà individuale (e la capacità

economica) di acquisto per soddisfare il bisogno, le relazioni possono essere

godute e sviluppate solo se tutti i partecipanti ad esse contribuiscono ed investono

tempo. È possibile in altri termini che la volontà e l investimento individuale

siano frustrate dal fallimento del coordinamento con i partners che dovrebbero

co-investire per produrre e fruire del bene relazionale. In altri termini, se si

organizza una festa e gli invitati non vengono, la si è organizzata invano e il bene

relazionale non può essere goduto. Il problema delle società ricche è quello di

essere ricche di denaro ma povere di tempo (al contrario di quelle povere che

sono povere di denaro ma ricche di tempo). La scarsità di tempo ne aumenta il

costo. Il costo del tempo dipende anche dalle possibili utilizzazioni dello stesso.

Il proliferare di alternative non relazionali di uso del tempo e lo spettacolare

aumento di produttività delle società occidentali aumentano pertanto il costo

opportunità (ciò a cui rinuncio) dell investimento in un ora di tempo per coltivare

le relazioni. In quell ora un individuo che vive in una realtà come quella odierna

potrebbe lavorare percependo reddito oppure dedicarsi alla navigazione su

internet alla visione di uno delle centinaia di canali televisivi, ecc. L aumento del

costo opportunità dell investimento in relazioni ha portato inevitabilmente alla

riduzione dell investimento delle stesse con le conseguenze sotto gli occhi di

tutti. Interessante lo spaccato delle abitudini alimentari. I pasti in una famiglia

non hanno soltanto la funzione strumentale di fornire energie ai suoi membri

ma sono un momento importante di vita di relazioni. L abitudine di investire

tempo nella loro preparazione è un segnale di dono e di gratuità apprezzato

altrettanto quanto la qualità dei cibi preparati. L aumento del costo del tempo

ci spinge oggi a cercare di comprimere sempre più il tempo della preparazione

(fino al punto che siamo disposti a comprare insalata già lavata ad un prezzo

sette/otto volte superiore rispetto a quella da lavare pur di risparmiare tempo)

e a trasformare, in alcuni casi, il pasto comune in una corsa individuale al frigorifero.

L impoverimento progressivo dei beni relazionali, causato indirettamente

dall aumento di produttività nelle società ad alto reddito, è l altra spiegazione

del paradosso di Easterlin.

Studi recenti sulla soddisfazione di vita nell Est Europa ci consentono però

di individuare una radice più profonda del paradosso e del rapporto non lineare

tra reddito e felicità. Dopo la caduta del muro in questi paesi il reddito è iniziato

ad aumentare sensibilmente. Invece di verificare un progressivo aumento della

soddisfazione però si osserva una riduzione o una stagnazione della felicità

esattamente come nel caso della Cina prima citato. Per capire il problema

dobbiamo guardare a due importanti indicatori. Stime su centinaia di migliaia di

individui in questi paesi individuano due fattori con effetto fortemente significativo

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L ARCO DI GIANO

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sulla soddisfazione di vita. Il primo è la distanza tra reddito disponibile nei paesi

emergenti e nei paesi occidentali, il secondo è il numero di persone a rischio

povertà. Appare evidente insomma che lo scambio tra maggiori opportunità di

arricchimento al costo di più precarietà non ha determinato effetti positivi sulla

soddisfazione di vita. Ma il dato chiave a cui guardare è quello del confronto di

reddito tra paesi in transizione e paesi ricchi. Il vero fattore d infelicità nasce nel

momento in cui si entra nella gara della crescita . Fino a quando i criteri di

valutazione, intrinseci o posti esternamente della società sono quelli dei valori

la gara può avere più vincitori. Nel momento in cui il criterio di riferimento

diventa quello del successo economico, nonostante i paesi in transizione siano in

forte crescita, il dato chiave diventa il confronto schiacciante e perdente con il

livello di benessere dei paesi occidentali ad alto reddito, difficile da raggiungere

in una sola generazione.

In un lavoro di ricerca recente sviluppato assieme a Stefano Castriota e

Elena Giachin Ricca (Becchetti et al. 2010) su centinaia di migliaia di osservazioni

individuali evidenziamo come il confronto tra il benessere del proprio paese e

quello del paese con il tenore di vita più elevato in Europa è divenuto negli

ultimi due decenni una causa importante di infelicità.

Non dobbiamo però guardare a questo dato solo in senso negativo. In un

certo senso con questo risultato scopriamo quella molla che spinge le società e

gli individui a progredire. In altri termini la circolazione sempre maggiore di

persone (si pensi alla diffusione del programma Erasmus tra gli universitari), di

immagini, suoni e dati sulla rete ha aumentato la frequenza ed intensità dei

confronti rendendo sempre meno sopportabile la differenza di qualità della vita

tra diverse aree del pianeta. Questa insoddisfazione è la molla psicologica che

può da una parte trasformarsi in frustrazione dall altra spingere società intere a

sollevarsi per chiedere maggiori diritti civili e politici (si vedano le rivoluzioni

del Maghreb), centinaia di migliaia di individui a migrare per cercare di raggiungere

paesi ad alto benessere e collettività locali ad impegnarsi per colmare il divario

di benessere con le società ad alto reddito (come osserviamo nel caso di

moltissimi paesi emergenti).

3. Lavoro e soddisfazione di vita

Gli studi della felicità nell ambito specifico della soddisfazione sul lavoro

sottolineano l importanza fondamentale dei fattori non monetari. In verità gli

stessi non sono trascurati neppure dalla prospettiva tradizionale degli economisti

del lavoro che studiano il problema delle amenità e disamenità del lavoro e

dei differenziali salariali che dovrebbero compensarle. Il loro riferimento è

piuttosto però quello di caratteristiche di particolare disagio del lavoro stesso

che devono essere controbilanciate da opportuni incrementi di remunerazione

(si pensi ai turni di lavoro di notte o al lavoro su piattaforme petrolifere).

Gli studi sulla soddisfazione di vita offrono invece una prospettiva molto

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più ampia ed interessante che inserisce nel quadro il tema delle relazioni vissute

sul posto del lavoro e delle motivazioni intrinseche o ideali dei lavoratori. Gli

studi empirici rivelano infatti che l aspetto monetario è solo uno dei tanti.

Fondamentale per la soddisfazione del lavoro è ad esempio la flessibilità temporale

dello stesso. Uno dei motivi per i quali chi lavora nel settore not for profit

accetta salari significativamente inferiori è proprio quello della maggiore flessibilità

del tempo lavorativo. Altri elementi fondamentali sono quelli delle relazioni

all interno dell ambiente di lavoro con i propri colleghi, con i superiori e con

tutti coloro con i quali il lavoratore entra in contatto (in particolare i clienti/

utenti). I cosiddetti beni relazionali infatti non sono vissuti soltanto nel tempo

libero ma, in misura importante, anche sul luogo di lavoro dove però è più

difficile che le relazioni siano vissute in maniera non strumentale, ovvero che si

verifichi compiutamente una delle condizioni fondamentali che accrescono il

loro valore. Ma il concetto a mio avviso chiave che gli studi sulla felicità nel

lavoro mettono al centro dell attenzione è quello delle motivazioni intrinseche.

Per una definizione di motivazione intrinseca si consideri il riferimento

classico di Deci (1975) il quale afferma che: one is said to be intrinsically motivated

to perform an activity when he receives no apparent reward except the activity itself .

(si dice che una persona sia intrinsecamente motivata nello svolgimento di un attività

quando non riceve ricompensa diversa dall attività stessa).

Bella ed ad ampio respiro la più recente definizione di motivazione intrinseca

di Deci and Ryan (2000): Perhaps no single phenomenon reflects the positive potential

of human nature as much as intrinsic motivation, the inherent tendency to seek out

novelty and challenges, to extendavoro and exercise one s capacities, to explore, and to

learn. The construct of intrinsic motivation describes this natural inclination toward

assimilation, mastery, spontaneous interest, and exploration that is so essential to

cognitive and social development and that represents a principal source of enjoyment

and vitality throughout life .

(Forse nessun singolo fenomeno riflette maggiormente il potenziale positivo

della natura umana della motivazione intrinseca, ovvero della tendenza insita

nell uomo a cercare novità e sfide, ad estendere ed esercitare le proprie capacità,

ad esplorare e ad imparare .Il concetto di motivazione intrinseca incorpora

questa naturale inclinazione all apprendimento, all approfondimento, all interesse

spontaneo e all esplorazione che è così essenziale per lo sviluppo sociale e

cognitivo e che rappresenta la fonte principale di soddisfazione e di vitalità nella

vita intera).

Gli economisti sono stati per troppo tempo ancorati ad una visione taylorista

del lavoro. Quando il riferimento è essenzialmente la catena di montaggio e

non un lavoro creativo è evidente che il lavoro sia visto fondamentalmente

come pena. Secondo l approccio della teoria classica si lavora patendo uno sforzo

che genera una disutilità/infelicità compensata poi dal salario che ci serve per

godere acquistando beni nel tempo libero. Conseguentemente, in una situazione

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di informazione imperfetta e di impossibilità da parte del datore di lavoro di

verificare l impegno del lavoratore, è necessario usare bastone (minaccia di

licenziamento) e carota (incentivo monetario) per indurre il lavoratore ad

esercitare il massimo sforzo produttivo. Ma la teoria delle motivazioni intrinseche

vola molto più alto e ci suggerisce che la vera benzina dell impegno lavorativo

attraverso il quale l uomo trasforma e concrea la realtà è la sua motivazione

intrinseca, indipendente dagli incentivi monetari. L approfondimento di questo

concetto porta ad individuare motivazioni intrinseche auto ed etero interessate.

Nelle prime consideriamo il desiderio di crescita professionale e

nell apprendimento, il desiderio di scoperta di nuove conoscenze e di progresso

culturale, la presenza di sfide intellettuali da affrontare. Nelle seconde un aspetto

chiave è quello del senso e dell impatto sociale del proprio lavoro. Per

comprendere appieno la forza delle motivazioni intrinseche basti considerare il

paradosso del volontario che è così intrinsecamente motivato da essere disposto

a lavorare per nulla , ovvero di prestare un opera lavorativa senza chiedere in

cambio un corrispettivo monetario. Questo paradosso evidenzia la sostituibilità

tra remunerazione monetaria e motivazione intrinseca (ovviamente nei limiti

della soddisfazione dei vincoli di bilancio e di sussistenza dei lavoratori) e spiega

perché è essenziale per le imprese cercare attraverso corsi di etica aziendale di

motivare i propri dipendenti (se le motivazioni intrinseche aumentano sarà

possibile ottenere dai dipendenti un impegno maggiore a parità di salario

aumentando così la produttività d impresa). Esempi interessanti dell applicazione

di questi concetti sono l adozione di programmi di volontariato per i propri

dipendenti all interno dell orario di lavoro, sempre più diffusa nelle grandi imprese

come strumento per aumentare la motivazione intrinseca ed avvicinare l azienda

alle motivazioni ideali dei dipendenti stessi. Interessanti, anche se non sempre

applicabili, i risultati che parlano di rischio di spiazzamento delle motivazioni

intrinseche ad opera di quelle monetarie. Soprattutto nelle attività ad alta

motivazione ideale l introduzione di incentivi monetari può infatti ridurre

l impegno produttivo. Lo studio classico citato in questo caso è quello di Ury

Gneezy ed Aldo Rustichini che dimostra, analizzando il comportamento di un

gruppo di bambini israeliani impegnati in una raccolta di fondi per la lotta contro

il cancro, che i risultati degli stessi sono maggiori nel caso in cui non viene

fornito loro un incentivo monetario rappresentato da un premio in denaro

proporzionale alle somme raccolte. Il meccanismo dietro lo spiazzamento è

quello classico del framing. Le persone, a seconda di alcuni elementi cruciali di

contesto, tendono ad assumere un determinato ruolo e ad abbandonarlo per

un altro se gli elementi di contesto cambiano. Ovvero, per ricollegarci al risultato

del lavoro di Rustichini, determinate condizioni mettono in moto il nostro io

pro-sociale stimolando il nostro impegno a fare qualcosa per la collettività in

maniera gratuita e disinteressata. Se alcune condizioni cambiano, possiamo sentirci

improvvisamente poco furbi nel comportarci in quello stesso modo e ciò mette

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in moto il nostro io auto interessato. In questo caso gli incentivi monetari

spiazzano l io pro sociale mettendo in moto l io auto interessato e riducendo la

motivazione intrinseca e gratuita all impegno nella raccolta fondi. Poiché la

motivazione intrinseca rappresentava lo stimolo più consistente ed efficace ciò

ha la conseguenza di ridurre il risultato finale.

4. I confronti di felicità tra paesi e il rapporto felicità-crescita

Il processo attuale di convergenza condizionata che sta progressivamente

riducendo le distanze tra benessere economico dei paesi occidentali ad alto

reddito e benessere dei cosiddetti paesi emergenti (Cina, India e Brasile in prima

linea seguiti da molti altri paesi asiatici, latinoamericani ed anche africani) fornisce

un interessante laboratorio per gli studi del rapporto tra crescita economica,

variazioni delle dotazioni monetarie degli individui e felicità.

La legge generale che segue è stata verificata con indagini molto accurate

in grado di determinare l esatto meccanismo di causalità tra reddito e felicità.

Quando infatti osserviamo un associazione tra le due variabili dobbiamo

domandarci se è il reddito a causare la felicità o il contrario. Se finora abbiamo

dato per scontato che la direzione di causalità proceda dal reddito verso la

felicità dobbiamo considerare che è anche possibile che elementi caratteriali più

positivi ereditati dagli individui alla nascita e facenti parte del bagaglio del loro

carattere determinino contemporaneamente una maggior soddisfazione di vita

e una maggiore capacità di reddito. Gli studi in questione separano le due

spiegazioni perché studiano gli effetti di variazioni di reddito esogene , ovvero

non determinate da variazioni di altre variabili come la stessa felicità. Due casi

esemplari sono gli studi sugli effetti delle vincite della lotteria e di lotterie

negative rappresentate da shocks come quelli dello tsunami che hanno

determinato forti perdite di reddito e di ricchezza su popolazioni già povere.

I confronti tra paesi nello stesso istante di tempo (cross-section) e quelli

per lo stesso individuo determinati da variazioni delle sue disponibilità economiche

nel tempo confermano sostanzialmente l intuizione dell utilità marginale

descrescente che sta alla base del pensiero economico. Per livelli molto bassi di

reddito aumenti dello stesso hanno impatto importante sulla felicità. Man mano

che il livello di reddito cresce ulteriori variazioni positive incidono sempre meno

fino ad arrivare ad un punto di quasi sazietà oltre il quale il contributo è

veramente minimo.

5. Conclusioni: cosa stiamo imparando attraverso gli studi

sulla felicità

In questo breve intervento abbiamo cercato di evidenziare come le indagini

sulla felicità siano diventate luogo fecondo di incontro tra studiosi di diverse scienze

sociali per una ricomposizione del loro oggetto di studio principale (la persona

umana) frammentato in precedenza in figure diverse a causa di antropologie

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contrastanti. Homo economicus, psicologicus e sociologicus si integrano e si

ricompongono nell unità della persona grazie ad un punto di osservazione comune

che rappresenta in ultima analisi il traguardo comune di tutte le scienze sociali,

quello di contribuire ad aumentare la felicità della persona. In questo percorso

come economisti scopriamo di aver fondato eccessivamente la nostra analisi sulla

componente individuale dell identità personale trascurando la dinamica e

l importanza delle relazioni. Allo stesso tempo, ci accorgiamo di non aver

approfondito appieno alcune importanti dinamiche psicologiche degli individui che

appaiono fondamentali nello spiegare i loro comportamenti anche soltanto di

carattere economico. In modo più esplicito abbiamo scoperto come nelle

preferenze che orientano le scelte economiche e la soddisfazione personale il

confronto con i propri simili sia un punto di riferimento fondamentale. Interessante

da questo punto tutto il nuovo filone d indagine che va oltre il confronto del

benessere economico per guardare all effetto di altri elementi di paragone sulla

soddisfazione individuale. Un caso interessante è quello del raffronto tra la propria

condizione di disoccupazione e il livello di disoccupazione di un area o regione.

Secondo l approccio economico tradizionale che trascura il confronto con i propri

pari è meglio (riduce meno la propria felicità) essere disoccupati in una regione a

bassa che in una ad alta disoccupazione. In una regione a bassa disoccupazione le

imprese si contendono infatti i pochi disoccupati e trovare lavoro è più facile. Se

però guardiamo al problema del confronto con i nostri simili la questione si rovescia.

Essere disoccupati in un paese ad alta disoccupazione ci rende meno infelici perché

la nostra condizione di disagio è condivisa dai nostri pari e non subiamo l onta di

essere gli unici in cerca di lavoro e di doverci raffrontare con un gruppo di

riferimento nel quale tutti lavorano. Alcuni studi recenti sembrano confermare

che il secondo sentimento prevale e l infelicità generata dalla disoccupazione è

maggiore in regioni a bassa disoccupazione.

Il contributo più importante che gli economisti portano a casa dal confronto

con la psicologia negli studi sulla felicità è a mio avviso il concetto di frame. Un

dogma dell economia tradizionale è l immutabilità delle preferenze individuali.

Gli studi sperimentali e le ricerche sulla felicità ci suggeriscono piuttosto che gli

individui possono assumere personalità diverse a seconda delle condizioni di

contesto (si consideri il problema dello spiazzamento e lo studio di Rustichini

citato in precedenza). Anche in questo caso uno degli studi più noti in tal senso

indica come lo stesso gioco della fiducia (un gioco sperimentale nel quale gli

individui possono corrispondere delle somme ad altri moltiplicando le stesse

sapendo però che la controparte potrà restituire parte o nulla di quanto

ricevuto) genera comportamenti completamente diversi se solamente ne

cambiamo il titolo. I partecipanti sono più propensi ad aver fiducia e a cooperare

quando il titolo è gioco della fiducia mentre si comportano in modo meno

cooperativo e più auto interessato quando il titolo dello stesso identico gioco

diventa Wall Street game .

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Le ricerche sulla felicità sono soltanto agli inizi anche se esiste ormai una

mole significativa di risultati consolidati le cui caratteristiche principali sono state

riassunte in questo lavoro. Lauspicio è che si possa procedere in questa direzione

per una sempre maggiore integrazione e comunicabilità tra le diverse discipline

nonché per un loro orientamento a quello che dovrebbe essere l obiettivo

comune: la creazione di condizioni di vita individuale e in società orientate ad un

maggior bene della persona.

Bibliografia

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Robert D. Putnam, 2000, BOWLING ALONE: THE COLLAPSE AND REVIVAL

OF AMERICAN COMMUNITY (New York: Simon & Schuster)

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LOccidente esporta felicità?

DI DOMENICO PARISI

1. L occidentalizzazione del mondo

La globalizzazione che sta avvenendo oggi è una globalizzazione

dell economia e della comunicazione, con l emergere di un sistema di produzione

e di scambio di beni che si estende sull intera Terra e di tecnologie di

comunicazione che permettono a chiunque di comunicare con chiunque,

dovunque stiano sulla Terra. La globalizzazione invita a porsi due domande. La

prima è: La globalizzazione economica e comunicativa si tradurrà in una

globalizzazione culturale, cioè nell emergere di un unica cultura per tutti gli esseri

umani che vivono sulla Terra? La seconda è: Se emergerà una cultura unica,

quale sarà questa cultura?

Per rispondere alla prima domanda dobbiamo definire che cos è la cultura.

La cultura è l insieme dei comportamenti, delle credenze e dei valori condivisi

da una comunità di individui che interagiscono tra loro e imparano comportamenti,

credenze e valori gli uni dagli altri. Fino ad oggi gli esseri umani sono

vissuti in comunità separate, con molte interazioni tra individui appartenenti alla

stessa comunità e poche interazioni tra individui appartenenti a comunità diverse,

e per questo ci sono state tante culture una diversa dall altra. Se questa è la

cultura, allora è possibile prevedere che la globalizzazione economica e comunicativa,

facendo aumentare le possibilità di interazione tra tutte le comunità

della Terra, porterà all emergere di una cultura unica, globale. Anche in passato,

per l aumento dei traffici economici e per le espansioni militari e coloniali, ci

sono stati processi di omogeneizzazione culturale, ma questi processi non hanno

mai raggiunto la scala di grandezza della globalizzazione economica e comunicativa

che sta avvenendo oggi. Perciò quello che ci dobbiamo aspettare è che,

con i tempi necessari e attraverso processi complicati e anche contrasti e con-

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flitti, emergerà una cultura unica e per la prima volta gli esseri umani si troveranno

a vivere in un mondo nel quale non ci sono altre culture oltre alla loro.

Veniamo ora alla nostra seconda domanda: Quale sarà questa cultura

unica? Quando due comunità interagiscono tra loro, quale delle due culture

originarie delle due comunità prevale? Una ipotesi avanzata da chi studia i

processi culturali è che la cultura che prevale, che assimila a sé l altra, è quella

che ha più successo. Oggi il successo è la capacità di produrre più beni. La

cultura occidentale è la cultura che dimostra di essere la più capace di produrre

beni, e quindi la risposta alla seconda domanda è che la cultura unica che

emergerà, come risultato della globalizzazione economica e comunicativa a

cui stiamo assistendo oggi, è la cultura occidentale. La cultura globale sarà

fondamentalmente di tipo occidentale, anche se avrà varianti e coloriture locali

ereditate dalle precedenti culture che sono state messe da parte dalla cultura

occidentale. Si tenga presente, tuttavia, che il fatto che la cultura dell Occidente

diventerà, anzi stia diventando, la cultura globale, non significa che i paesi dove

questa cultura è nata e si è sviluppata storicamente, cioè l Europa e gli Stati

Uniti, resteranno dominanti, come sono stati negli ultimi secoli. Con

l occidentalizzazione del mondo, cioè con il diventare globale e unica la cultura

dell Occidente, il mondo diventa piatto , come dice il titolo di un libro di

Thomas Friedman, cioè diventa un terreno di gioco in cui tutti godono delle

stesse condizioni di partenza, e quindi tutti possono prevalere. Oggi stiamo

vedendo che succede proprio una cosa del genere, con la crescente importanza

della Cina, dell India, e di altri paesi fino ad oggi sovrastati dalla potenza

dell Europa e degli Stati Uniti.

La tesi che ci si avvii verso un occidentalizzazione del mondo può sembrare

estrema e solo i prossimi decenni ci diranno se è giusta o sbagliata. Tuttavia

quello su cui tutti saranno d accordo è che oggi l Occidente esporta molti aspetti

della sua cultura in tutto il mondo. Questo ci porta alla nostra terza domanda:

Che cosa esporta l Occidente in tutto il mondo?

Alcune risposte a questa domanda sono ovvie. L Occidente esporta un

sistema economico capace di produrre una grande quantità di beni, dove i beni

sono le cose che si possono ottenere in cambio di denaro. L Occidente esporta

scienza e tecnologia capaci di progressi costanti e cumulativi. L Occidente esporta

modi di organizzazione politica basati sulla scelta dei capi da parte di tutti, sulla

limitazione del potere dei capi, sulla certezza della legge e sull eguaglianza di

tutti di fronte alla legge. È proprio perché l Occidente esporta queste cose, che

l Occidente vince. Ma, al didi queste risposte, noi vogliamo porci una specifica

domanda: LOccidente esporta felicità?

Una domanda come questa presuppone che si sappia che cos è la felicità.

Oggi si fanno molte ricerche sulla felicità, ricerche che usano indici oggettivi e

strumenti quantitativi per stabilire quali sono i paesi più felici, con che cosa

correlano gli indici di felicità, come cambia il loro valore nel tempo. Queste

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icerche sono interessanti e utili ma rimane il fatto che il concetto di felicità

non è un concetto ben definito. Qui non daremo una definizione della felicità

ma ci baseremo su una nozione intuitiva di felicità, con tutti i suoi limiti. Sulla

base di questa nozione intuitiva, ci chiediamo LOccidente, esporta felicità? o,

forse meglio, L Occidente può esportare felicità?

2. L individualismo estremo

Per rispondere alla domanda se l Occidente esporta felicità è necessario

chiedersi che cos è l Occidente, che cosa è la cultura occidentale. Questa è una

domanda molto complessa e che richiederebbero lunghe e approfondite

trattazioni. Io qui mi limiterò a fare una ipotesi. Uno dei fondamenti, o forse il

fondamento, della cultura dell Occidente, è l individualismo. Lindividualismo è

l idea che l individuo è il centro della realtà, è la realtà, non c è realtà fuori

dell individuo. L individuo non ha e non deve avere vincoli esterni che ne limitino

la libertà di essere e di fare, e la società deve essere costruita in modo tale che

l individuo non abbia alcun tipo di vincoli esterni. La storia dell Occidente, dalla

Grecia classica ad oggi, è una storia di progressiva espansione dell individualismo

in ogni settore e aspetto della vita individuale e sociale, una espansione che negli

ultimi due secoli, e ancora di più negli ultimi 50 anni, ha portato a quello che si

può chiamare un individualismo estremo. Che cos è, come si manifesta,

l individualismo estremo?

Cominciamo dalla vita politica. Ogni comunità umana ha dei capi, cioè degli

individui che dicono agli altri che cosa debbono fare e vengono ubbiditi dagli

altri. Ma i capi costituiscono un limite posto all individuo, proprio perché sono

qualcuno che dice all individuo che cosa deve fare. Uno dei grandi orgogli

dell Occidente è di avere ridotto al minimo questo limite attraverso la creazione

di costituzioni, parlamenti, leggi uguali per tutti, attraverso la scelta dei capi da

parte di tutti i membri della comunità, dando vita alla democrazia.

Ma la democrazia pone un problema. I capi sono utili alla comunità perché

vedono più lontano degli altri. Aristotele diceva che i capi sono quelli che

prevedono con intelligenza , cioè guardano più in là, in modo più penetrante, e

così guidano la comunità verso il suo bene, il bene comune. Ma nella democrazia

i capi sono scelti da tutti, dal popolo, e il popolo non è detto che scelga come

capi quelli che vedono più lontano. E poi, siccome i capi vengono eletti a

maggioranza, essi tendono inevitabilmente a fare il bene di coloro che li hanno

eletti (e possono rieleggerli in futuro), non il bene di tutta la comunità. I voti

vengono dati dagli elettori in cambio della difesa e della promozione dei propri

specifici interessi, non degli interessi di tutti. E così i capi (in inglese leader , chi

guida) finiscono per essere guidati, invece di guidare. La democrazia come

limitazione del potere dei capi oggi si espande in quanto i capi debbono fare i

conti con le primarie, i sondaggi, i referendum, anche se i mezzi di comunicazione

permettono ai capi di manipolare i loro elettori, creando così un circolo in cui

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non sia sa chi guida e che è guidato e che tende a far perdere di vista il bene

comune.

Lespandersi della democrazia favorisce l individualismo, la autonomia e la

libertà degli individui, ma oggi si intravede qualcosa che va al di là della democrazia,

cioè si intravede una società orizzontale. La società orizzontale è una società

senza capi, fatta soltanto di individui e di interazioni fra gli individui, senza nessun

rapporto verticale tra chi dice agli altri che cosa fare e chi fa quello che gli

viene detto di fare. Vari fattori spingono verso la società orizzontale. Un primo

fattore è la tecnologia che rende possibili i social networks e i blog, le enciclopedie

del sapere come Wikipedia, fatte interamente dal basso, senza autorità e senza

esperti, e le folksonomie, che sono delle tassonomie non basate su principi e

teorie ma solo sull individuazione di regolarità nei comportamenti delle persone.

Un secondo fattore che spinge verso la società orizzontale sono alcuni sviluppi

della scienza, come la teoria dei sistemi complessi, che sono insieme di entità,

tutte sullo stesso piano, dalle cui interazioni emergono proprietà complessive

del sistema non deducibili dalle caratteristiche dei singoli elementi, e la robotica

collettiva che costruisce insiemi di robot che, tutti sullo stesso piano,

orizzontalmente, collaborando e coordinandosi tra di loro, riescono a fare cose

che nessun robot da solo riuscirebbe a fare. E poi ci sono fattori politici che

spingono verso la società orizzontale, ad esempio il populismo, che mentre

prima era quello dei partiti populisti, oggi tende a essere la stessa cosa della

democrazia, e il convergere tra l ideologia della antiautorità, di sinistra, e l ideologia

del libero mercato, di destra.

Un altro modo in cui si manifesta l individualismo estremo riguarda la

religione. La religione è un altro limite per l individuo, dato che la religione dice

all individuo che cosa deve credere e che cosa deve fare. In Occidente la religione

è il Cristianesimo che, essendo la religione di una cultura fondata

sull individualismo, nel corso della sua storia è dovuto venire a molti patti, e

continua a venire a molti patti, con l individualismo. Oggi, però, l individualismo è

arrivato a un punto tale che non vuole più la religione, e neppure la religiosità.

Un altro limite posto all individualismo è la famiglia. La famiglia costituisce

un limite per l individuo perché l individuo ha degli obblighi verso la sua famiglia,

è tenuto a dare il suo tempo, le sue cure, i suoi beni ai membri della famiglia, e

a sua volta dipende da loro per queste cose, mentre per l individualismo nessuno

dovrebbe dipendere da nessuno. Oggi in Occidente la famiglia è erosa da divorzi,

separazioni, dal fare pochi o nessun figlio, dalla tendenza a vivere da soli, come

single , dalle coppie di fatto che non hanno i vincoli del matrimonio. Così

l individualismo riduce lo spazio anche di questo possibile limite alla sua azione.

Insieme alla famiglia tendono a scomparire le comunità locali, e mentre in

passato si giocava insieme al bowling, oggi si gioca da soli, come dice un sociologo

americano, Robert Putnam. Emergono le tribù urbane , gruppi di persone, maschi

e femmine, in genere non sposate, single , che vivono in città e sono molto

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prese dal loro lavoro, con legami affettivi tra loro meno forti delle tradizionali

amicizie e che lasciano l individuo più libero rispetto alle tradizionali amicizie.

Un altro modo in cui si manifesta l individualismo estremo è il fatto che le

persone oggi tendono ad essere solo individui , non maschi o femmine, bambini,

giovani o adulti, abolendo così i vincoli di essere maschi o femmine, bambini,

giovani o adulti. Il maschio adulto diventa l ideale dell individuo, perché è

autonomo, non dipendente e conta solo su sé. Gli individui sono tutti uguali ma,

tendenzialmente, sono tutti maschi e adulti, per cui le donne diventano uomini e

i giovani vogliono essere considerati, e sono considerati, adulti.

Anche la cultura può costituire una limitazione per l individuo dato che si

tratta di qualcosa di ereditato e non di deciso dall individuo. Con l individualismo

estremo l individuo diventa privo di riferimenti esterni anche rispetto alla cultura.

La trasmissione della cultura da una generazione alla successiva ha senso solo se

il mondo cambia lentamente, perché solo se cambia lentamente quello che chi è

più vecchio ha da trasmettere a chi è più giovane continua ad essere valido. Se

invece il mondo cambia velocemente, come succede oggi, non ha più senso che

i giovani imparino dagli adulti cose che non servono più nel mondo in cui loro

vivono e vivranno. I giovani imparano solo dai coetanei, che essendo anche loro

giovani, non hanno molto da insegnare ma almeno liberano il campo da

comportamenti e idee ormai inadatti al mondo presente.

Anche l arte, in Occidente, è un terreno di espansione dell individualismo.

Larte si basa sulla trasmissione di modi espressivi condivisi che consentono agli

artisti di esprimere sé stessi e a chi si espone alle loro opere di condividere

quello che essi esprimono. Nel Novecento l arte dell Occidente ha fatto saltare

il meccanismo della trasmissione dei modi espressivi. L artista deve inventarsi i

suoi modi espressivi da zero, o scegliendoli quasi a caso in un supermercato di

modi espressivi, e di conseguenza quello che esprime non funziona e non viene

capito.

L individualismo estremo si manifesta anche in un altro aspetto della vita

sociale, la morale. La morale significa non considerare, quando si agisce, solo il

proprio interesse, ma anche quello degli altri. Per l economia di mercato, che è

uno dei fondamenti della cultura dell Occidente, e per la scienza economica che

studia l economia di mercato, ogni individuo deve fare il proprio interesse perché,

se ogni individuo fa il proprio interesse, questo finisce per portare vantaggi a

tutti. La capacità dell Occidente di creare così tanti beni da comprare e vendere

dimostra che questo è vero, ma essere spinti a coltivare il proprio interesse

inevitabilmente erode la morale. La morale vincola l individuo. Abolendola,

l individualismo diventa estremo.

Uno dei fondamenti della cultura occidentale è vedere gli essere umani

come separati dalla natura, fuori dalla natura. Per la cultura dell Occidente gli

esseri umani hanno la capacità e il compito di conoscere e di controllare la

natura, e questo riesce meglio se si sta fuori da quello che si vuole conoscere e

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controllare e lo si tiene a distanza. Così anche la natura cessa di essere qualcosa

di cui l individuo fa parte e che quindi vincola l individuo. Un altro modo di

diventare indipendenti dalla natura per gli esseri umani è costruire l ambiente in

cui vivono, di non vivere nell ambiente che c è indipendentemente da loro, che

non hanno fatto loro. Nelle città quello che gli esseri umani vedono è sé stessi

e le loro creazioni, mentre se vivessero fuori delle città, vedrebbero qualcosa

che non sono loro. Le città esistono anche fuori dell Occidente, ma è nella

storia dell Occidente che hanno svolto un ruolo centrale e oggi, con la

occidentalizzazione del mondo, le città crescono in tutto il mondo, tanto che la

percentuale di esseri umani che vivono nelle città oggi supera quella di coloro

che non vivono nelle città.

Un altro settore della vita sociale in cui oggi si manifesta l individualismo

estremo è l economia che da economia di mercato si è trasformata in economia

di marketing. Leconomia di marketing non vuole vedere negli individui niente

altro che dei consumatori, il cui comportamento deve dipendere solo dalle strategie

di vendita delle imprese. Quindi l economia di marketing punta a far scomparire

ogni autorità, ogni vincolo esterno sull individuo, perché l individuo deve essere

sottoposto soltanto alla autorità del mercato. Come ha detto un premio Nobel

per l economia Daniel McFadden, il mercato è libero ma il consumatore è in

catene e, come ha scritto qualcuno, ci si preoccupa che i bambini ricevano una

educazione non basata sull autorità ma non si fa praticamente nulla per difendere

i bambini dall autorità delle imprese e del mercato .

Ma l individualismo estremo dell Occidente ha ancora altre cause e altre

manifestazioni. La scienza è un altra cosa di cui l Occidente va orgoglioso, che

l Occidente si è inventato e ha portato ai successi di oggi. Ma la scienza vuol dire

che non c è verità al di fuori di quello che l individuo può accertare con i propri

occhi e con il proprio ragionamento. Nella scienza non c è autorità, ed è una delle

attività umane da cui l autorità è stata cacciata per prima. La scienza è fatta da una

comunità di ricercatori ma all interno di questa comunità non c è nessuna autorità.

La sola autorità sono gli occhi e le capacità di ragionamento del ricercatore.

E, per finire, due commenti sulla visione del mondo prodotta dall individualismo

estremo. Con l individualismo estremo non c è nulla di sacro perché, qualunque

cosa voglia dire questa parola, il sacro è più grande dell individuo, e quindi

non ci può essere. Con l individualismo estremo il passato scompare perché

per la scienza solo la verità più recente è la verità, per la tecnologia quello che

conta è l innovazione, e per l economia di mercato bisogna distruggere per

creare (la distruzione creatrice di cui ha parlato un altro premio Nobel per

l economia, Joseph Schumpeter).

3. L individualismo estremo e la felicità

Se l individualismo è l asse portante della cultura dell Occidente e se

l individualismo oggi è diventato estremo e ha invaso ogni aspetto della vita

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individuale e sociale, allora proviamo a chiederci che rapporto c è tra

l individualismo estremo e la felicità. Le persone che vivono in una società

caratterizzata dall individualismo estremo possono essere felici?

Qui avanziamo un ipotesi che però vuole essere un ipotesi scientifica, nel

senso che deve essere formulata con chiarezza, deve fare predizioni che

corrispondano ai fatti osservati, e deve essere integrata con tutto il resto della

conoscenza scientifica. L ipotesi è questa. La storia biologico-evolutiva degli essere

umani, cioè il loro passato come specie biologica, ha codificato nel loro DNA

tendenze comportamentali e affettive che sono in contrasto con l individualismo

estremo della cultura occidentale, e questo contrasto crea infelicità o, almeno,

mancanza di felicità.

Proviamo ad articolare queste ipotesi, anche se necessariamente in modo

sommario e limitandoci solo a degli esempi. Il DNA degli esseri umani codifica

una tendenza dell individuo a comportarsi in modi specifici nei riguardi delle

persone che hanno i suoi stessi geni (o geni simili), cioè i suoi figli, genitori,

fratelli e sorelle. Quali sono questi modi? Sono la tendenza a stare vicino a loro,

a prendersi cura di loro, a dipendere dalle loro cure, a essere felici se si sta vicini

a loro e se loro sono felici. Questa tendenza gli esseri umani ce l hanno in

comune con altre specie animali ma negli esseri umani ha qualcosa di specifico

che dipende dalla specificità della cognizione umana e del complessivo modo di

adattamento della specie umana. Gli esseri umani possono avere la tendenza a

trattare come se fossero i loro genitori, i loro figli, i loro fratelli e le loro

sorelle, anche individui che non lo sono, che non hanno i loro stessi geni, ma

sono capi, maestri, amici. L individualismo estremo dell Occidente, erodendo le

strutture sociali che rendono possibile esprimere queste tendenze

comportamentali, cioè la famiglia, la comunità locale, l autorità di ogni tipo, può

portare all infelicità perché tendenze biologiche, e quindi in qualche modo

insopprimibili, non hanno più la possibilità di essere espresse. E non si tratta

soltanto di tendenze comportamentali ma anche di relazioni affettive e di stati

emotivi. Molta della affettività e molte delle emozioni umane sono legate alla

famiglia, all amicizia, ai sentimenti nei riguardi dell autorità di capi e maestri.

Lindividualismo estremo tende a ridurre lo spazio al quale appartengono questa

affettività e queste emozioni.

Ci sono indicazioni dalla ricerca biologica ed etologica, cioè dallo studio del

comportamento di altre specie animali, che ci possono essere delle basi genetiche

anche per la morale, cioè per i comportamenti che tengono in considerazione

gli interessi degli altri e non solo i propri e per la capacità o tendenza a giudicare

un comportamento come buono o cattivo. Anche queste tendenze

comportamentali tendono a restare inespresse, a non poter esser espresse, in

società che spingono gli individui a comportarsi non in forza di una morale, ma

in funzione dei propri fini e dei propri ragionamenti.

Un altra ipotesi sull informazione codificata nel DNA umano riguarda

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l esistenza nei giovani di una tendenza geneticamente ereditata a imparare dagli

adulti, quella che un altro premio Nobel per l economia, Herbert Simon, ha

chiamato docilità , da verbo latino doceo , insegnare. Anche questa tendenza

ha difficoltà ad esprimersi in una società che cambiando molto velocemente

rende poco sensato per i giovani imparare dagli adulti, dai genitori, dagli insegnanti,

dalle persone vissute in passato.

Un altra possibile tendenza codificata nel DNA degli esseri umani può essere

quella a vivere in comunità ristrette, in contatto con un numero limitato di altri

individui ben conosciuti e con cui si interagisce fisicamente. Nelle società

dell individualismo estremo ci sono una serie di fattori che rendono difficile

esprimere questa tendenza, e cioè il moltiplicarsi e l ingrandirsi delle città, lo sviluppo

delle tecnologie per il trasporto delle persone, delle cose e delle informazioni, la

delocalizzazione della vita, la marginalizzazione della famiglia nucleare (genitori e

figli) e quindi tanto più di quella estesa (nonni, zii, cugini, ecc.).

E, per finire, diciamo qualcosa sull arte e sulla religione. La scienza, fino ad

oggi, si è occupata poco dell arte e della religione, lasciandole agli artisti, ai critici,

agli storici, ai filosofi, e ai teologi. Oggi le cose stanno cambiando e cominciano

ad esserci delle ipotesi sulle basi biologiche, cognitive, neurali dell arte e della

religione. Dal punto di vista biologico l arte sembra avere una natura

intrinsecamente sociale, come apparato di comunicazione e di convergenza nei

modi sentire di una comunità. Un altra linea di ricerca suggerisce che l arte si

apprezza se è possibile anticipare quello che si ascolta e si vede e se è possibile

riprodurre nella propria mente e nel proprio corpo le emozioni espresse

dall artista nelle sue opere. Un altra ipotesi ancora è che l arte sia collegata con

i comportamenti e le relazioni affettive di prendersi e ricevere cura che hanno

una base nei modi umani di riprodursi.

Oggi l arte va in direzioni che rendono più difficile che essa possa svolgere

queste funzioni. La rinuncia a produrre arte sulla base di schemi trasmessi

culturalmente e condivisi toglie agli esseri umani la possibilità di usare l arte di

oggi come mezzo di condivisione di cose sentite e di appartenenza a una

tradizione e a una comunità, e rende difficile anticipare e riprodurre nella propria

mente quello che si vede e quello che si sente guardando un quadro o ascoltando

una musica, e di condividere le emozioni espresse in un quadro o in una musica.

La riduzione dello spazio della famiglia rende i comportamenti di prendersi e

dare cura più marginali e più problematici e quindi rende più difficile un arte che

si basi sugli stati affettivi legati a questi comportamenti. Per questo l arte prodotta

nell Occidente dell individualismo estremo ha difficoltà a svolgere un ruolo

importante nel fornire felicità agli esseri umani.

Anche per la religione si ipotizzano basi biologiche, collegate con la

riproduzione (le figure materne e paterne), con l affidarsi alla tradizione, con il

senso delle proprie origini, con la paura della morte, propria e dei propri cari.

La marginalizzazione della religione che, nonostante alcune apparenze,

98

L ARCO DI GIANO

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caratterizza le società dell individualismo estremo, rende impossibile che queste

tendenze biologiche trovino modo di esprimersi, e questo può essere un altro

fattore di infelicità.

4. Conclusioni

Il DNA degli esseri umani codifica specifiche tendenze comportamentali e

affettive che sono il risultato della loro specifica storia evolutiva. L individualismo

estremo della cultura occidentale tende ad erodere le condizioni che rendono

possibile esprimere queste tendenze comportamentali e affettive, e questo

produce infelicità o, quanto meno, mancanza di felicità. Per questo si può ipotizzare

che l Occidente, esportando il suo individualismo estremo, esporta infelicità o

mancanza di felicità.

E allora? Cosa si può fare? Poco. L occidentalizzazione del mondo appare

inevitabile. E se l individualismo estremo dell Occidente causa infelicità,

l Occidente esporta e esporterà infelicità. C è però una cosa che possiamo fare,

e da cui dobbiamo cominciare: dobbiamo cercare di capire bene come stanno le

cose. Ci sono due cose da capire.

La cultura dell Occidente è una cultura che come tutte le culture, ha le sue

articolazioni e le sue differenziazioni interne, non è qualcosa di monolitico. In

politica c è una destra e una sinistra, nei valori c è una visione religiosa e una

visione laica delle cose, nella vita economica e sociale ci sono i ricchi e i poveri,

e poi i paesi dell Occidente tendono ad avere culture simili ma di certo non

identiche. Ma se la cultura dell Occidente non è monolitica, bisogna avere chiaro

che anche la cultura dell Occidente, come tutte le culture, è un insieme organico

di aspetti e di componenti, di cose che stanno insieme, che si trascinano l una

con l altra. Quindi la prima cosa da capire è che è difficile, anzi impossibile, che si

possa esportare alcuni aspetti della cultura occidentale, quelli che a noi piacciono,

senza esportare anche gli altri aspetti, quelli che non ci piacciono. Quello che

diventerà globale, è la cultura dell Occidente, non una qualche sua parte.

La seconda cosa da capire è che bisogna prendere sul serio le basi biologiche

del comportamento umano. La cultura occidentale ha dentro di sé una

contraddizione. Da una lato, la sua scienza le dice che gli esseri umani sono

parte della natura, sono il risultato di una storia evolutiva che, come tutti gli

esseri viventi, ha lasciato delle tracce nel loro DNA. Dall altro, la cultura

occidentale vuole vedere gli esseri umani come qualcosa che sta fuori della

natura, come quelli che controllano la natura ma non ne sono controllati, che

non hanno un destino ma creano loro il loro destino. In questo caso, come

sempre, bisogna dare ragione alla scienza: gli esseri umani sono parte della natura

e la loro storia evolutiva condiziona quello che possono essere. Uno dei

condizionamenti è che l individualismo estremo che l Occidente sta esportando

in tutto il mondo può essere in contrasto con la felicità. Oggi gli psicologi, e

anche gli economisti, si occupano molto di felicità, fanno esperimenti e raccolgono

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO

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dati statistici. Ma non ci si può fermare ad una psicologia della felicità. Bisogna

studiare la biologia della felicità, perché soltanto nelle basi biologiche degli esseri

umani possiamo trovare la base reale di quello che chiamiamo felicità. Per

descrivere l Occidente si potrebbe usare il motto sii tutto quello che puoi

essere , che è il motto dell agenzia americana del Ministero della Difesa che si

occupa di progetti di ricerca avanzata. Ma cercando di essere tutto quello che si

può essere, non è detto che si sia felici.

LOccidente, naturalmente, non produce soltanto infelicità o mancanza di

felicità, ma produce anche felicità, e questo va detto perché altrimenti il nostro

discorso sarebbe troppo unilaterale. Il problema è che non è facile tenere della

cultura occidentale quello che produce felicità e scartare quello che produce

infelicità perché, come già abbiamo già detto, ogni parte di una cultura si porta

dietro il resto. Ma questo fatto, cioè che tutte le culture sono sistemi fatti di

aspetti diversi che si integrano e si trascinano gli uni con gli altri, oggi è

particolarmente vero proprio in Occidente. Perché? Perché sempre più in

Occidente quelli che in passato erano contrasti di interessi e di obiettivi tra

individui o tra classi sociali, oggi stanno diventando contrasti all interno degli

individui e all interno delle classi sociali. I contrasti tra gli individui e tra le classi

sociali sono più facili da risolvere, almeno in linea di principio, perché si risolvono,

o si possono risolvere, con la vittoria dell uno o dell altro. Invece i contrasti che

stanno dentro di noi, dentro una stessa persona, dentro una stessa categoria di

persone, come si risolvono? È per questo che l Occidente esporta infelicità, o

almeno mancanza di felicità?

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L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


Esperienza ottimale,

eudaimonia e cambiamento

sociale: evidenze empiriche

e prospettive di intervento

DI ANTONELLA DELLE FAVE E MARTA BASSI

Nell ultimo decennio l attenzione dell opinione pubblica e della ricerca

scientifica, sia in ambito medico che nelle scienze sociali, si è indirizzata all analisi

della qualità della vita, del benessere e della felicità di individui e gruppi.

In psicologia si deve a Rogers (1963) la definizione di benessere come

funzionamento completo della persona (full functioning) e dispiegamento delle

potenzialità individuali. Tale concetto è stato recentemente ripreso dalla Psicologia

Positiva, il cui scopo è quello di catalizzare lo spostamento dell attenzione della

psicologia dalla esclusiva preoccupazione a riparare gli eventi negativi di vita alla

costruzione di qualità positive (Seligman e Csikszentmihalyi, 2000, p.5). La

Psicologia Positiva privilegia l esplorazione degli aspetti costruttivi, creativi e

propositivi di individui e gruppi, contrapponendosi in questo ad un intera

tradizione di studi e modelli teorici focalizzati su carenze, deficit, patologie e

limitazioni dell essere umano, sia nella sua individualità che nella sua dimensione

sociale. Essa può essere adottata nello studio di meccanismi cognitivi, emotivi e

motivazionali di base, nonché in ambito evolutivo, occupazionale, sociale,

educativo, transculturale e clinico (Diener, 2000; Delle Fave, 2007a; Ryan e Deci,

2001; Snyder e Lopez, 2002).

Tuttavia, il problema di definire felicità e benessere dipende essenzialmente

dal fatto che non si tratta di termini né culturalmente né psicologicamente

neutri. Ogni individuo ed ogni società sviluppa una concezione di ciò che è buono

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 101


e desiderabile in funzione di proprie caratteristiche. Occorre inoltre notare

che ciò che è buono non corrisponde necessariamente a ciò che è desiderabile,

né nella prospettiva individuale né in quella collettiva. Entrano in gioco in questo

convinzioni filosofiche, etiche, religiose, visioni del mondo personali o comunitarie,

valori, significati, aspettative e gerarchie di bisogni. In particolare, numerose sono

le evidenze relative alle differenze transculturali nella definizione e valutazione

del benessere (Diener, Oishi e Lucas, 2003; Massimini e Delle Fave, 2000; Marsella

e Yamada, 2007; Park, Peterson e Seligman, 2006). Ciò non deve sorprendere, in

quanto la cultura modella il comportamento individuale e collettivo nonché la

concezione di ciò che si debba intendere per buona vita , fornendo un sistema

di significato per valutare eventi e relazioni quotidiane, e determinando le

opportunità di crescita personale, espressione di sé, definizione e perseguimento

di obiettivi disponibili ai suoi membri nel contesto sociale (Ryan e Deci, 2001;

Smith et al., 2002; Uchida, Norasakkunkit e Kitayama, 2004).

Tali differenze tra culture non riguardano tanto i valori e i principi di base

questi sono in linea di massima condivisi da tutte le comunità umane. Esse piuttosto

riguardano il peso e il significato che vengono attribuiti a norme collettive, attività

quotidiane e ruoli sociali (Triandis, 1995; Massimini e Delle Fave, 2000). Ad esempio,

la maggior parte delle comunità umane attribuisce importanza all istruzione. Tuttavia,

in alcune società l opportunità di accedere all istruzione è aperta a tutti, mentre

in altre è appannaggio di gruppi ed élite ben definite. Analogamente, tutte le grandi

religioni, senza esclusione, si sono preoccupate di fornire risposte positive ed

edificanti ai grandi interrogativi umani sull esistenza del dolore, della morte e del

male. Dunque è lecito affermare che il perseguimento del benessere e della felicità

sia sotteso ad ogni forma di comportamento umano, individuale e collettivo. Tuttavia,

le diverse tradizioni culturali hanno affrontato il tema della felicità e del benessere

secondo prospettive differenti, radicate nei costumi e nelle strutture sociali locali

(Oishi, 2000; Kiran Kumar, 2004). Inoltre, vi sono fluttuazioni e cambiamenti anche

radicali nell approccio a questo tema nel tempo, in corrispondenza con il mutare

delle circostanze storiche ed economiche e delle credenze generali. Ciò comporta

il ricorso - in diverse aree, epoche e società a differenti strategie di intervento

per promuovere il benessere e la felicità. Di conseguenza, non possiamo aspettarci

che, a livello transculturale, vi sia una relazione invariante tra attività, valori e

norme sociali, da un lato, e benessere individuale dall altro (Deci e Ryan, 2000).

Psicologia positiva e benessere eudaimonico

Gli studi in psicologia positiva si articolano secondo due diverse prospettive

(Ryan e Deci, 2001): quella edonica e quella eudaimonica. La prima è centrata sul

concetto di benessere soggettivo (SWB = subjective well-being) e lo riferisce

principalmente alla dimensione affettiva (presenza di emozioni positive ed assenza

di emozioni negative) e alla soddisfazione di vita (Kahneman, Diener e Schwartz,

1999). La seconda prospettiva invece utilizza il termine benessere psicologico

102

L ARCO DI GIANO

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(PWB = psychological well-being) e lo riferisce fondamentalmente all autorealizzazione

(considerata come attualizzazione delle potenzialità, risorse e

predisposizioni individuali), alla costruzione di significati e alla condivisione di

obiettivi (Ryff e Keyes, 1995; Keyes e Haidt, 2003; Steger et al., 2006). Il termine

eudaimonia viene interpretato alla luce dell accezione utilizzata da Aristotele

nell Etica Nicomachea: esso implica un processo di interazione e mutua influenza

tra benessere personale e benessere collettivo, tale per cui la felicità individuale

si realizza nell ambito dello spazio sociale (Nussbaum, 1993). L eudaimonia

corrisponde ai bisogni individuali e collettivi legati nel loro insieme a quel bene

comune che pone gli esseri umani in tensione reciproca, e che ognuno ricerca

attraverso le opportunità offerte dalla società nel cui ambito collabora alla

costruzione di un progetto condiviso.

Nella prospettiva eudaimonica, pertanto, il benessere non è necessariamente

sinonimo di piacere: vengono piuttosto enfatizzate la capacità umana di perseguire

obiettivi significativi per il singolo e la società, la mobilizzazione delle risorse,

l incremento delle abilità e dell autonomia individuale, le competenze sociali e il

ruolo delle relazioni interpersonali nella promozione del benessere individuale

e comunitario (Delle Fave, 2007a). Questi fattori nel loro insieme rappresentano

elementi cruciali per studiare il benessere nella sua dimensione più complessa: a

partire da essi gli studiosi possono esplorare la relazione tra qualità di vita

percepita, definizione di obiettivi ed azione sociale (Csikszentmihalyi e

Csikszentmihalyi, 2006; Haworth e Hart, 2007). La prospettiva eudaimonica

pertanto svincola il ricercatore dall angusto approccio individualistico che spesso

caratterizza le ricerche psicologiche. Specialisti di varie aree ricorrono sempre

più spesso a strumenti di ricerca ed intervento sviluppati in questo ambito (Linley

e Joseph, 2004).

Un contributo interdisciplinare fondamentale alla definizione di benessere

eudaimonico proviene dai lavori dell economista Amartya Sen (1987, 1992). Sen

definisce il benessere attraverso i concetti di functionings (funzionalità) e

capabilities (capacità). Le funzionalità rappresentano i costituenti fondamentali

del benessere, e consistono nei risultati e nei traguardi che una persona di fatto

consegue, sotto forma di attività, ruoli e sviluppo dell identità personale. Le

capacità invece sono l insieme delle funzionalità di cui la persona potenzialmente

dispone nell ambiente. Esse riflettono il grado di libertà, autonomia e controllo

di cui l individuo gode nel proprio contesto di vita, e le sue possibilità di scelta

nell ambito della gamma disponibile di funzionalità. Nel concetto di benessere

così formulato rientrano sia la soddisfazione di bisogni primari che il

conseguimento di altre funzionalità, che possono variare in base alla cultura di

riferimento. L accesso differenziato alle capacità consentito dal sistema culturale

a diversi gruppi o categorie di cittadini incide pertanto in misura sostanziale

sulla possibilità di benessere di ciascun gruppo e degli individui che ad esso

appartengono, ampliando o restringendo le opportunità di identificare e

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 103


conseguire funzionalità e quindi risultati in ambito educativo, professionale,

sociale e personale.

Tuttavia, Sen introduce nella definizione di benessere anche un altro

elemento: l agency (Sen, 1992). Questo termine rimanda all azione; si tratta però

di un azione caratterizzata da intenzionalità, consapevolezza, autodeterminazione,

responsabilità in prima persona che l individuo si assume. Benessere e agency

sono costrutti differenti: il benessere si connette al raggiungimento di funzionalità

individuali, l agency rappresenta il perseguimento attivo di obiettivi rilevanti e

significativi per la persona, ma in una prospettiva più ampia, che tiene conto

della relazione tra l individuo, il contesto sociale ed i suoi valori, e i bisogni degli

altri individui. Pertanto, gli obiettivi ed i risultati connessi all agency possono

essere diversi da quelli relativi alle funzionalità. Un individuo può perseguire

attivamente e consapevolmente obiettivi che considera importanti, ma non

necessariamente connessi al proprio benessere personale. Può investire le proprie

energie e risorse psichiche e materiali in attività rilevanti per la comunità, e

sacrificare in questo modo almeno in parte - alcune delle proprie funzionalità

(ad esempio il tempo libero, il riposo, il possesso di beni materiali, comodità ed

agi). Alla luce di queste considerazioni, non meraviglia che Sen (1987) invochi un

approccio etico all economia, radicato nel concetto di eudaimonia. L agency, con

le implicazioni etiche sopra illustrate, è un costrutto chiave in questo approccio

(Nussbaum, 1993; Sen, 1992).

Selezione psicologica ed esperienza ottimale

Secondo una prospettiva sempre maggiormente condivisa dagli studiosi di

varie discipline, il comportamento umano è la risultante dell interazione reciproca

di tre diversi sistemi complessi: la biologia, la cultura e l individuo. Tali sistemi

sono interconnessi e si influenzano reciprocamente, ma nessuno di essi è

interamente determinato dagli altri due (Richerson e Boyd, 1978, 2005). La

cultura scaturisce originariamente dalle menti degli individui, sotto forma di

pensieri, idee, soluzioni a problemi, che si traducono nella creazione di oggetti,

comportamenti, regole e procedure che possono poi essere condivise da interi

gruppi sociali (Jablonka e Lamb, 2005). Numerosi studi antropologici hanno

evidenziato come coppie o gruppi di individui co-costruiscano la propria cultura

attraverso l apprendimento e la reciproca interazione quotidiana (King, 2000).

Per comprendere le radici del processo dinamico che incanala le energie

degli individui e dei gruppi in obiettivi positivi e costruttivi, o al contrario in

comportamenti conflittuali e disadattativi, sono stati sviluppati vari modelli e

strumenti di indagine. Recenti studi hanno evidenziato le implicazioni euristiche

della teoria del caos e dei sistemi dinamici non lineari, nel tentativo di integrare

fattori ambientali e individuali che contribuiscono allo sviluppo del

comportamento in una prospettiva dinamica; essi possono aiutare ad interpretare

i cambiamenti e le fluttuazioni sottese al processo di crescita di un sistema in

104

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


evoluzione quale è l individuo, che mostra tendenza all incremento della

complessità nell informazione e nel comportamento (Jacques e Cason, 1994).

Altri studi hanno enfatizzato il ruolo attivo dell individuo nel costruire i

propri obiettivi di vita, e l influenza dei valori sociali ed individuali sulla costruzione

dell identità e sullo sviluppo cognitivo (Ferrari e Mahalingam, 1998). Gli individui,

in quanto sistemi aperti, scambiano informazioni con l ambiente naturale e

culturale in una relazione di reciproca interdipendenza. I valori e le opportunità

d azione che la società offre loro rappresentano indicatori delle influenze

dell ambiente sulle loro potenzialità di sviluppo. Tuttavia, gli individui sono essi

stessi agenti attivi di cambiamento in questo processo, in base a caratteristiche

personali. Il grado di successo con cui riescono ad integrarsi nel contesto culturale

di appartenenza è almeno in parte riconducibile alla loro selezione attiva delle

opportunità disponibili nel contesto stesso. Il livello di complessità e la rilevanza

culturale delle attività che essi coltivano preferenzialmente nel quotidiano

influenza la qualità e l entità del loro percorso evolutivo (Massimini e Delle

Fave, 2000).

Il lavoro che il nostro gruppo di ricerca conduce da oltre due decenni a

livello transculturale si fonda su una prospettiva teorica che pone specificamente

in rilievo l interazione attiva fra individuo e ambiente. Nell interazione con

l ambiente culturale di appartenenza gli individui, in quanto sistemi complessi ed

aperti, scambiano informazioni in una relazione di reciproca interdipendenza. I

valori e le opportunità d azione che la società offre loro rappresentano indicatori

delle influenze dell ambiente sulle loro potenzialità di sviluppo. Tuttavia, gli individui

sono essi stessi agenti attivi in questo processo. In particolare, essi attuano una

selezione sulle informazioni e opportunità d azione che l ambiente offre loro

sulla base della qualità dell esperienza soggettiva che ad esse associano, e dei

significati che ad esse attribuiscono. Questo processo è stato definito selezione

psicologica umana (Csikszentmihalyi e Massimini, 1985; Massimini, Inghilleri e Delle

Fave, 1996; Delle Fave, Massimini e Bassi, 2011).

In questo processo di selezione gioca un ruolo peculiare anche se non

esclusivo - uno specifico stato di coscienza positivo e complesso: il flow o esperienza

ottimale (Csikszentmihalyi, 1975/2000). Tale stato si caratterizza in primo luogo

per la percezione di un bilanciamento tra elevate opportunità d azione ambientali

(challenge) ed adeguate capacità personali (skill) nel farvi fronte; i partecipanti

riportano inoltre elevato coinvolgimento, concentrazione, controllo della

situazione, chiari riscontri sull andamento dell attività, obiettivi chiari, assenza di

auto-osservazione, motivazione intrinseca e stato affettivo positivo.

Numerose ricerche transculturali hanno mostrato che la grande

maggioranza degli individui, indipendentemente da genere, età, cultura di

appartenenza, occupazione e livello di istruzione riconosce l esperienza ottimale

nella propria vita (Csikszentmihalyi e Csikszentmihalyi, 1988; Delle Fave, 2007b;

Delle Fave & Massimini, 2004a). Tale esperienza ottimale è la risultante di un

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 105


complesso equilibrio tra le componenti cognitive, emotive e motivazionali del

sistema psichico (Delle Fave e Bassi, 2000), e non deve essere confusa con

un esperienza di picco , caratterizzata da condizioni estatiche e di esaltazione

estrema (Delle Fave, Bassi e Massimini, 2003).

L esperienza ottimale: evidenze empiriche

La Tabella 1 illustra i risultati di uno studio che ha coinvolto partecipanti

adulti di 12 culture diverse, e che ha indagato l esperienza ottimale attraverso la

somministrazione del Flow Questionnaire (Delle Fave e Massimini, 1988, 1991).

Il questionario si apre con tre citazioni che descrivono tale esperienza; ciascun

partecipante era invitato ad indicare se avesse mai provato esperienze simili, e

in caso di risposta affermativa ad elencare le attività o situazioni associate (definite

attività ottimali). Qualora le attività elencate fossero più di una, si invitavano i

partecipanti a selezionare fra di esse quella in cui l esperienza ottimale era più

pervasiva e intensa, e a descriverne il profilo esperienziale associato su scale

Likert 0-8, che valutavano il livello di variabili cognitive (concentrazione, controllo

e coinvolgimento), motivazionali (obiettivi chiari, motivazione intrinseca e

feedback) ed affettive (piacere, assenza di noia e di ansia), nonché i challenge

ambientali e gli skill personali percepiti durante lo svolgimento dell attività. Il

Flow Questionnaire comprende altre domande non esaminate in questa sede,

per le quali si rimanda a Delle Fave, Massimini e Bassi, 2011).

Dalla tabella, che si riferisce alle attività associate alle esperienze ottimali

più intense e pervasive, è possibile osservare la predominanza delle attività

produttive (lavoro e studio) e di quelle svolte nel tempo libero, ma che

presentano una struttura intrinseca, chiare regole e procedure definite

(tipicamente gli sport e gli hobby, artistici e manuali). Le interazioni sono state

riportate con minore frequenza, e ciò è da attribuirsi sia alla formulazione delle

citazioni proposte per l identificazione dell esperienza ottimale (che enfatizzano

l aspetto di coinvolgimento individuale in un attività), sia al carattere

plurisoggettivo delle interazioni, che riduce le possibilità di autonomia, controllo

e padronanza che l individuo può esercitare sulla situazione (Delle Fave, Massimini

e Bassi, 2002). Infine, la fruizione dei media (principalmente riferita alla lettura e

all ascolto di musica, e solo in due casi alla fruizione televisiva) è stata indicata da

un numero di partecipanti decisamente limitato. Questo risultato contrasta

fortemente con la ingente quantità di tempo che individui di ogni età e di ogni

parte del mondo trascorrono davanti alla televisione, non certo per dovere o

per obbligo sociale.

La Tabella 1 inoltre evidenzia che l esperienza ottimale, lungi dall essere un

fenomeno psichico uniforme e ricorrente in modalità invarianti, presenta un

nucleo cognitivo stabile, intorno al quale le dimensioni affettive e motivazionali

fluttuano in base all attività. In particolare, come evidenziato tramite un analisi

non parametrica della varianza, le dimensioni cognitive della concentrazione e

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L ARCO DI GIANO

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Tabella 1- Qualità dell'esperienza ottimale nelle attività quotidiane

Variabili Att. produttive Sport hobby Interazioni Media F p

(N=386) (N=343) (N=98) (N=60)

M ds M ds M ds M ds

Concentrazione 6.5 1.7 6.3 2.0 6.8 1.7 6.2 2.0 2.0 n.s.

Controllo situazione 6.9 1.4 6.8 1.7 6.8 1.3 6.7 1.8 0.3 n.s.

Piacere 6.9 1.6 7.0 1.4 7.4 1.0 6.6 1.5 4.6


desiderio di svolgere l attività, rilevanza dell attività a breve e lungo termine). Si

valutano inoltre il livello di soddisfazione personale, il livello di challenge o

opportunità d azione che l individuo percepisce nella situazione e quello delle

capacità personali o skill nel farvi fronte. Ogni partecipante riceve 6/8 chiamate

al giorno tra le ore 8 e le ore 22. Le chiamate sono distribuite secondo uno

schema randomizzato nell ambito di intervalli di due ore. Grazie alla

somministrazione ripetuta, ESM permette pertanto di indagare il quotidiano

così come questo viene soggettivamente percepito nei suoi aspetti contingenti,

quali i fattori contestuali, e la qualità dell esperienza nel suo fluire dinamico. ESM

è stato usato in campioni di diverse culture (Delle Fave e Massimini, 1988; Clarke

e Haworth, 1994; Delle Fave e Bassi, 2003; Haworth e Evans, 1995; Fianco e

Delle Fave, 2006; Larson e Verma, 1999; Persson, Eklund e Isacsson, 1999), per lo

studio di patologie organiche e psichiatriche (DeVries, 1992; Delespaul, 1995) e

in ricerche longitudinali per monitorare l andamento di psicoterapie (Delle Fave

e Massimini, 1992), per analizzare l esperienza e la struttura motivazionale in

condizioni estreme (Delle Fave, Bassi e Massimini, 2003) e la costruzione dei

ruoli genitoriali durante e dopo la gravidanza (Delle Fave e Massimini, 2004b).

Poiché ESM fornisce rilevazioni ripetute dello stato esperienziale in diverse

situazioni quotidiane, i valori di ciascuna variabile sono trasformati in punteggi

standardizzati (z-scores), a partire dalle statistiche relative a ciascun soggetto.

Grazie alle caratteristiche dei dati ESM, è stato elaborato un modello di analisi

(Experience Fluctuation Model, EFM) per studiare la relazione tra percezione

di challenge e skill e qualità dell esperienza. Il modello, rappresentato nella Figura

1, è costruito su un piano cartesiano nel quale i challenge sono riportati sull asse

delle ordinate e gli skill sull asse delle ascisse. EFM è suddiviso in otto settori,

definiti canali, di cui l 1, il 3, il 5 ed il 7 sono centrati sui due assi principali, gli altri

sulle bisettrici dei quattro angoli retti. In corrispondenza di ogni canale sono

stati evidenziati stati esperienziali diversi, correlati alla percezione soggettiva

dei livelli di challenge e di skill. In particolare, la situazione in cui challenge e skill

sono percepiti come superiori alla media (canale 2) si associa all esperienza

ottimale. Situazioni caratterizzate dalla percezione di challenge superiori alla

media e skill inferiori ad essa (canale 8) si associano ad esperienze di ansia. La

percezione di challenge inferiori e skill superiori alla media (canale 4) corrisponde

ad uno stato di rilassamento. Infine, quando i livelli di challenge e skill sono

percepiti come inferiori alla media si produce uno stato di apatia (canale 6).

La Figura 2 mostra la qualità dell esperienza riportata nel canale 2 (esperienza

ottimale) e nel canale 6 (apatia) da quattro gruppi di partecipanti, diversi tra

loro per età, cultura e condizioni di salute: un gruppo di studenti universitari

italiani, due gruppi di adolescenti di diversa nazionalità, e un gruppo di adulti con

disabilità motoria (Delle Fave e Massimini, 2005a). I risultati confermano sia le

caratteristiche di positività e complessità dell esperienza ottimale, che quelle

specularmente opposte dell apatia. Numerosi studi hanno sottolineato le

108

L ARCO DI GIANO

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Figura 1- Experience Fluctuation Model (EFM)

Figura 2 - Risultati ESM: Esperienza Ottimale e Apatia

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caratteristiche negative di questa condizione; in particolare, ne hanno sottolineato

alcuni aspetti, quali la perdita di motivazione, la perdita di interessi, la difficoltà di

concentrazione e la carenza di iniziativa personale (Delle Fave, 1996; Larson,

2000). L apatia è caratterizzata dalla percezione di scarsi stimoli e challenge

ambientali. Non c è potenzialità di crescita in questa condizione: l individuo non

esperisce rilevanti opportunità di concentrazione e impegno, l attenzione si

disgrega, la complessità del comportamento di riduce e ne derivano potenziali

problemi di disadattamento sociale o di devianza. Giovani ed adulti delle società

post-industriali sono spesso esposti ad attività quotidiane ripetitive, automatizzate

e caratterizzate da scarsi challenge ed opportunità di azione (Delle Fave e Bassi,

2003). Pertanto, questo tema risulta di specifica rilevanza in ambito educativo,

lavorativo, e nella promozione delle attività ricreative e di tempo libero.

Esperienza ottimale ed eudaimonia: prospettive di intervento

Le evidenze empiriche brevemente delineate nelle pagine precedenti hanno

evidenziato il ruolo trainante dell esperienza ottimale nel processo di crescita

individuale. Tale esperienza è caratterizzata dalla percezione di livelli di skill e

challenge bilanciati tra loro, ma al tempo stesso elevati. Lindividuo cioè percepisce

di trovarsi di fronte a sfide ed opportunità d azione complesse, superiori alla

media quotidiana, che richiedono impegno, sforzo e mobilizzazione di risorse

personali. Tuttavia, al tempo stesso egli percepisce di possedere capacità ed abilità

adeguate a fronteggiare tali sfide. In virtù della positività, complessità e

gratificazione caratteristiche di tale peculiare stato di coscienza, gli individui

tendono a replicare e coltivare selettivamente le attività ad esso associate, che

diventano oggetto preferenziale sia dell attenzione nel corso della vita quotidiana,

che della selezione psicologica in una prospettiva a lungo termine. Col tempo, la

coltivazione preferenziale di attività specifiche porta al miglioramento delle

relative competenze e prestazioni. Di conseguenza, l individuo ricercherà

opportunità d azione sempre più elevate e questo faciliterà l insorgenza

dell esperienza ottimale ad livelli crescenti di complessità sia dei compiti che

delle competenze. Questo processo dinamico è fonte di sviluppo di complessità

e ordine della coscienza (Massimini e Delle Fave, 2000). Secondo questa

prospettiva, l esperienza ottimale orienta il processo di selezione psicologica,

contribuendo a definire l unicità di ciascun individuo nel contesto sociale

attraverso la replicazione delle specifiche attività ad essa associate. Attraverso

questo processo, l esperienza ottimale contribuisce alla costruzione del tema di

vita, cioè l insieme di attività, valori, obiettivi generali che ogni individuo coltiva

selettivamente nel proprio arco vitale (Csikszentmihalyi e Beattie, 1979).

Le ricerche inoltre hanno messo in luce tre implicazioni a lungo termine

dell esperienza ottimale. In primo luogo, ogni individuo la reperisce in alcune

attività della propria vita quotidiana, in funzione sia del contesto culturale in cui

vive (che fornisce l ambito dei possibili challenge su cui focalizzare l attenzione),

110

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


sia delle proprie caratteristiche individuali (Massimini e Delle Fave, 2000; Wong

e Csikszentmihalyi, 1991; Bassi e Delle Fave, 2004). Da un recente studio è

emerso, ad esempio, che in persone che hanno acquisito una disabilità motoria

a seguito di un evento invalidante la pratica di attività ottimali già coltivate prima

dell evento o l individuazione di nuove attività favoriscono il processo di

ristrutturazione di vita ed il direzionamento delle risorse psichiche verso obiettivi

significativi a lungo termine. Inoltre l identificazione di attività ottimali risulta

cruciale nel promuovere programmi di riabilitazione e progetti di integrazione

sociale che mirino a sfruttare la flessibilità comportamentale e le risorse individuali

(Delle Fave e Massimini, 2003a).

In secondo luogo, le esperienze ottimali si differenziano in funzione delle

tipologie di attività associate, e ciò risulta fondamentale per valutare l orientamento

della selezione psicologica individuale (Massimini e Delle Fave, 2000). Le attività

associate all esperienza ottimale presentano differenze di complessità, sia intrinseche

che dal punto di vista esperienziale. Tali differenze risiedono principalmente

nell intensità che i valori di challenge e skill assumono nelle diverse attività. Un attività

più complessa permetterà all individuo di percepirvi opportunità considerevolmente

superiori alla media, e lo condurrà ad elevare adeguatamente le proprie capacità

nell ambito di una coltivazione preferenziale dell attività. Per contro, un attività

che presenti caratteristiche di scarsa complessità sarà associata alla percezione di

livelli di challenge moderatamente superiori alla media, e potrà inoltre - ad un

certo grado di sviluppo degli skill personali - non essere più adattativa dal punto di

vista selettivo, in quanto non ulteriormente complessificabile, e destinata ad essere

associata a stati di noia e apatia, nel momento in cui l individuo è totalmente in

grado di gestirne le difficoltà fino a superarle sempre più con l aumento delle

capacità. È qui necessaria una considerazione evolutiva: la percezione di opportunità

d azione e di obbiettivi nelle attività associate all esperienza ottimale si evolve e si

modifica nel tempo, di pari passo con la costruzione dei significati e dei valori che

fondano l identità individuale. Con l aumento della complessità e con la crescita

personale, alle medesime attività ed obiettivi possono essere attribuiti significati e

valori via via più complessi, articolati e pregnanti, oppure progressivamente meno

rilevanti (Kunnen e Bosma, 2000). Da questo punto di vista, la discrepanza tra

desiderabilità e rilevanza future che caratterizza l esperienza ottimale durante le

attività produttive non mina il loro potenziale motivazionale. Infatti la graduale

acquisizione di competenze ed abilità può rendere desiderabile nell hic et nunc ciò

che in precedenza era fonte di sforzo e fatica, permettendo l emergenza di

esperienze gratificanti e piacevoli, oltre che dotate di significato. Ciò è facilitato

dall effetto positivo dell esperienza ottimale sulle prestazioni. In uno studio

condotto tra studenti delle scuole superiori, Bassi e colleghi (2007) hanno

dimostrato che gli studenti che mostravano maggiore frequenza di esperienze

ottimali durante lo studio riportavano in media anche prestazioni superiori nelle

valutazioni scolastiche. Al contrario, le attività di tempo libero risultano desiderabili

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 111


nell immediato ma scarsamente connesse alla progettualità di vita. Leccessivo

investimento di risorse su situazioni ricreative ed emotivamente gratificanti

nell immediato, a scapito della coltivazione di conoscenze e competenze meno

piacevoli ma più ricche di potenzialità per lo sviluppo individuale è uno dei problemi

che le società occidentali affluenti attualmente affrontano, soprattutto nel contesto

educativo e lavorativo. Inoltre, la percezione di challenge e skill in alcune attività

può risultare sbilanciata - benché non significativamente - in favore dei challenge.

Ciò può essere posto in relazione alle caratteristiche dell attività: ad esempio,

nella pratica religiosa molti credenti evidenziano l impossibilità di percepire capacità

adeguate nella relazione con la divinità, per definizione trascendente e superiore

all essere umano (Coppa e Delle Fave, 2007). In attività dove il progressivo

miglioramento della prestazione è un obiettivo intrinseco, come nello sport

agonistico, l atleta può reperite esperienze ottimali confrontandosi con challenge

superiori alle proprie capacità, e che tuttavia gli offrono l opportunità di ottimizzare

queste ultime (Delle Fave, Bassi e Massimini, 2003).

In terzo luogo, l esperienza ottimale incide sulle tendenze evolutive e sui

processi di cambiamento della cultura cui l individuo appartiene, sintetizzati nel

concetto di selezione culturale (Massimini, 1996). Infatti, determinate attività

ottimali potranno essere acquisite e selezionate da un numero crescente di

individui attraverso l apprendimento sociale o gli altri canali di trasmissione

dell informazione culturale (Massimini e Delle Fave, 2000), influenzando in tal

modo i contenuti della cultura e la sua direzione evolutiva (Delle Fave e Massimini,

2002, 2005b; Delle Fave, 2006).

A livello di intervento, l analisi congiunta delle opportunità di esperienza

ottimale nella vita quotidiana e della storia individuale permette di esplorare la

relazione tra caratteristiche individuali, percorso di sviluppo e qualità

dell esperienza, ovvero tra tratti stabili e fluttuazioni quotidiane dello stato di

coscienza, nell ambito dell interazione quotidiana tra gli individui e le opportunità

d azione che il contesto sociale offre loro. Nella prospettiva eudaimonica,

muovere da una Weltanschauung che abbia come riferimento la cognizione di

ciò che è possibile, desiderabile e significativo per il singolo e per la comunità

permette di prestare attenzione a risorse, punti di forza, processi di crescita e

strategie di implementazione delle abilità e capacità in una prospet-tiva ampia,

che non scinda lo sviluppo individuale dall empowerment sociale, il benessere del

singolo dalla complessificazione della cultura (Delle Fave e Massimini, 2002; Delle

Fave, 2006).

Risultati finora raccolti tra persone con disabilità croniche, pazienti con

disordini affettivi, immigrati, tossicodipendenti in trattamento di recupero e

minori in condizioni di disagio in diversi paesi (Delle Fave e Bassi, 2009; Delle

Fave e Massimini, 2000, 2003b, 2005b; Delle Fave, Massimini e Bassi, 2011) hanno

evidenziato come le informazioni relative all esperienza ottimale, alla qualità

dell esperienza quotidiana e alla progettualità individuale possano essere utilizzate

112

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


come strumenti diagnostici e di follow-up in programmi di intervento,

permettendo di personalizzarli e monitorarne l andamento nel tempo. Questa

prospettiva permette di valorizzare sia la centralità dell individuo nel processo

di trasmissione e cambiamento culturale, che l importanza di educare le persone

al reperimento di challenge in attività rilevanti, significative e utili allo sviluppo

della complessità propria e della comunità in cui vivono. Interventi che favoriscano

l integrazione di ciascun individuo nel proprio gruppo di appartenenza, ma che

siano allo stesso tempo coerenti con le caratteristiche e i valori di cui ogni

persona è portatrice risultano essere più efficaci nel formare cittadini autonomi

e produttivi, capaci di supportare lo sviluppo della società.

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L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


Lorientamento positivo

DI GIAN VITTORIO CAPRARA

Ringrazio i curatori del volume per questo invito che mi offre l occasione

di presentare alcuni risultati delle ricerche che tra Roma e Milano sto conducendo

con Guido Alessandri e Patrizia Steca.

A proposito di indicatori del benessere si è fatto riferimento ad una metrica

della felicità che da tempo usa costrutti diversi, coll intento di integrare i

più tradizionali indicatori economici (come reddito e prodotto interno lordo)

per rendere conto della qualità delle condizioni di vita e dello sviluppo economico

e sociale.

È infatti sempre più largamente condivisa la convinzione che accanto ai

tradizionali indicatori oggettivi, non meno importanti sono le percezioni e valutazioni

soggettive di come le persone si sentono e si relazionano col mondo.

La soddisfazione di vita (Diener, 1984) è probabilmente il costrutto oggi

più popolare e trasversale a diverse discipline. Esso ha contribuito a porre in

risalto i limiti dei tradizionali indicatori economici e perciò a sottolineare la

necessità di riconoscere a ciò che le persone sperimentano ed esprimono a

proposito della propria felicità, altrettanto valore di quanto abitualmente si

riconosce ai loro guadagni e perciò ai beni e alle risorse materiali che sono loro

accessibili. In realtà soprattutto nei paesi economicamente avanzati i nessi tra

disponibilità di beni materiali e felicità sono molto tenui. Il caso del Giappone è

eclatante dal momento che pur essendo una dei paesi più ricchi si colloca abitualmente

in una posizione intermedia tra ricchi e poveri nella graduatoria della

soddisfazione di vita.

Labbondanza giova, ma non è sufficiente; anche in condizioni di mancanza

si può dichiarare di essere moderatamente soddisfatti della propria vita. Evidentemente

la soddisfazione di vita non può essere considerata soltanto una variabile

dipendente della effettiva accessibilità a beni e servizi.

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 117


Verosimilmente la soddisfazione di vita corrisponde ad una valutazione

soggettiva che è in larga parte indipendente dalle condizioni materiali di vita

Parimenti l autostima (Harter, 1993) e l ottimismo (Scheier & Carver, 1992)

corrispondono a valutazioni soggettive in larga parte indipendenti dalle condizioni

materiali di vita che, come la soddisfazione di vita, sono al tempo stesso

indicatori ed ingredienti importanti dello stare bene e per lo stare bene. Mentre

la soddisfazione di vita concerne una valutazione globale del proprio essere

al mondo, l autostima concerne una valutazione globale di quanto si ritiene di

valere, e l ottimismo una valutazione globale del bene che si ritiene di potersi

aspettare dal futuro.

Sia la soddisfazione di vita, sia l autostima e l ottimismo corrispondono a

valutazioni soggettive, pervasive, relativamente stabili delle quali una vasta letteratura

documenta le relazioni positive con la salute, il successo scolastico e nel

lavoro (Steca & Caprara, 2007). Evidentemente le correlazioni non rendono

conto dei nessi di causalità ed è verosimile che le influenze siano reciproche.

Godere di buona salute e riuscire bene nel lavoro di massima giova alla

soddisfazione, all autostima e ben predispone verso il futuro, non meno di quanto

il sentirsi soddisfatti della propria vita, apprezzarsi e confidare nel futuro aiutino a

superare le avversità e le perdite, e a convivere con l idea della morte nostra e dei

nostri cari. Sappiamo tuttavia che alcune persone più di altre sono inclini ad una

visione positiva della vita, di sé e del futuro. E la ricerca ci informa che spesso

soddisfazione di vita, autostima e ottimismo vanno di concerto per cui le stesse

persone che sono inclini a sentirsi soddisfatti della vita, sono anche inclini a dichiararsi

contente di se stesse e a nutrire buone speranze per il futuro.

In realtà la ricerca documenta elevate correlazioni tra soddisfazione di

vita, autostima e ottimismo, e le nostre ricerche avvalorano un modello che

riconduce queste tre dimensioni ad un costrutto latente che ne rappresenta la

matrice comune. Inizialmente abbiamo chiamato pensiero positivo il fattore

latente cui erano riconducibili le misure standard di soddisfazione di vita, autostima,

e ottimismo (Caprara & Steca, 2005; 2006). Quindi abbiamo preferito

orientamento positivo a pensiero positivo per allentare i vincoli di una connotazione

troppo cognitiva e dare pari risalto alla componente affettiva (Caprara,

Steca, Alessandri, Abela & MCWhinnie, 2010). Gli studi successivi ci hanno

persuaso a configurare l orientamento positivo come un modo pervasivo di

guardare alla vita, a sé e al modo e di porsi in relazione con essi, suscettibile di

colorare affettivamente e perciò improntare significativamente tutto il rapporto

del soggetto con la realtà. In particolare i risultati degli studi che abbiamo

condotto negli ultimi dieci anni hanno avvalorato l ipotesi di una tendenza relativamente

stabile a vedere le cose in modo per quanto possibile positivo che,

declinandosi differentemente nella popolazione, assolve ad importanti funzioni

biologiche e sociali.

In particolare siamo giunti a ritenere che un certo grado di orientamento

118

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


positivo è necessario a tutti, per assicurare la sopravvivenza della specie nonostante

le avversità e la caducità della vita.

In accordo con tale premessa siamo quindi giunti a ritenere che le differenze

individuali nell orientamento positivo hanno anche esse un ruolo determinante

nell assicurare all interno delle popolazioni l equilibrio indispensabile al buon funzionamento

e al progresso delle società tra tendenze maggiormente inclini ad

evitare i rischi e le novità, e perciò più caute e conservative, e tendenze maggiormente

inclini al rischio e alla sperimentazione, e perciò più innovative.

Tali convinzioni derivano da un programma di ricerca che si sviluppato

lungo le seguenti direttrici:

1) La prima ha esaminato il grado la generalizzabilità del modello che riconduce

autostima, soddisfazione di vita e ottimismo ad un fattore comune;

2) La seconda ha esaminato l esaustività ed esclusività del medesimo modello;

3) La terza ha esaminato la stabilità e l ereditabilità dell orientamento positivo;

4) La quarta ha approfondito il valore predittivo e distintivo dell orientamento

positivo in vari ambiti di azione rispetto ad autostima, soddisfazione di vita

ed ottimismo, ed il valore predittivo specifico di ciascuna di tali dimensioni

al netto di quanto esse hanno in comune;

5) La quinta infine ha affrontato il cambiamento del pensiero positivo.

Di seguito intendiamo presentare i risultati più significativi.

1. Generalizzabilità del modello

La figura 1 presenta il modello in cui i fattori di primo ordine relativi a

soddisfazione di vita, autostima e ottimismo, sono ricondotti al fattore di secondo

ordine che abbiamo denominato orientamento positivo.

Il modello è stato ripetutamente avvalorato, tramite analisi fattoriale confermativa,

utilizzando la Satisfaction with life scale (Diener, Emmons, Larsen &

Griffin,1985), la scala di Rosenberg (1965) per la misura dell autostima ed il Life

orientation test per la misura dell ottimismo (Sheier, Carver, & Bridges, 1994)

su diversi gruppi diversi per età e provenienza in Italia, e quindi in altri paesi

diversi per lingua e cultura come il Canada, la Germania, il Giappone, la Polonia,

la Spagna, gli Stati Uniti, ed il Giappone. Nonostante la diversità delle medie, la

medesima struttura fattoriale ha trovato conferma anche in contesti culturali

molto distanti da quello italiano come il Giappone (Caprara, et al. 2012). La

modestia è una caratteristica che assume particolare rilievo nella cultura giapponese

e che verosimilmente rende conto delle medie più basse dei giapponesi

rispetto a Italiani,Americani e Tedeschi.

I nessi tra autostima, ottimismo e soddisfazione di vita e quanto essi hanno

in comune, invece, non sono sostanzialmente diversi ed avvalorano la generalizzabilità

del modello che riconduce le diverse valutazioni soggettive su sè la vita

e gli altri ad una comune tendenza di base.

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 119


Figura 1 - Modello di Misura dell orientamento positivo

Nota. Dettagli sul campione e sulla metodologia della ricerca possono essere trovati in Alessandri,

Caprara, & Tisak, (2012).

2. Comprensività del modello

È stato indagato se anche altre variabili individuali, come la stabilità emotiva,

la resilienza, l efficacia generale, abitualmente associate al benessere ed indicate

tra gli elementi di forza del funzionamento psichico, potessero essere ricondotti

all orientamento positivo. Seppure siano state riscontrate moderate

correlazioni di stabilità emotiva e resilienza con ciascuna delle componenti dell

orientamento positivo, il modello originale comprendente soltanto la soddisfazione

di vita, l autostima e l ottimismo, è risultato preferibile. Alla medesima

conclusione si è giunti quando è stata esaminata l opportunità di ricondurre ad

un medesima dimensione latente con la soddisfazione, di vita, l autostima e l ottimismo

anche l autoefficacia generalizzata (Oles, Oles, Bak, Jankowski,

Laguna,Alessandri & Caprara, 2010). Verosimilmente la generalità e la pervasività

delle valutazioni e la centralità che la coscienza di sé ha in esse è ciò che contraddistingue

l orientamento positivo, accomuna la soddisfazione di vita, l autostima

e l ottimismo e li distingue da altri costrutti con i quali sono correlati.

3. Stabilità ed ereditabilità dell orientamento positivo

Mentre dati longitudinali attestano l elevata stabilità dell orientamento

positivo (Alessandri, Caprara & Tisak, 2012), uno studio gemellare ne ha avvalo-

120

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


ato l ereditabilità ponendo in risalto una larga componente genetica comune

ad autostima, soddisfazione di vita ed ottimismo capace di spiegare oltre tre

quarti dell ereditabilità di ciascuno (Caprara, et al, 2009).

La componente genetica, in particolare, è risultata considerevole nell autostima,

più alta di quella abitualmente riscontrata nei tratti di base e simile a

quella dell intelligenza e, invece, più contenuta nell ottimismo dove è risultato

maggiormente rilevante l apporto ambientale (Figura 2). Resta tuttavia da chiarire

il grado in cui soddisfazione di vita, autostima e ottimismo sono riconducibili

ad un medesimo pool genetico.

Figura 2. Percentuali di geni ed esperienze comuni e specifiche ad

autostima (SE), soddisfazione di vita (LS), ed ottimismo (O)

4. Predittività e utilità dell orientamento positivo

Vari studi hanno approfondito l utilità pratica dell orientamento positivo

rispetto a quello delle sue componenti e rispetto al sistema più largamente

utilizzato per la valutazione della personalità come i Big Five. L orientamento

positivo ha mostrato un valore predittivo superiore all autostima, alla soddisfazione

di vita e all ottimismo nel caso della depressione, della salute, della resilienza

e della qualità delle relazioni interpersonali. Il contributo unico delle diverse

componenti dell orientamento positivo, invece, si è dimostrato spesso

nullo quando valutato al netto della loro componente comune Figura 3).

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 121


Lorientamento positivo è risultato inoltre un predittore superiore a ciascuno

dei Big Five (i.e. energia/estroversione, amicalità, coscienziosità, stabilità

emotiva/neuroticismo e apertura all esperienza/intelletto), nella prestazione lavorativa

(Alessandri, et al., 2012).

Figura 3 - Contributi dell orientamento positivo, dell autostima, della

soddisfazione di vita e dell ottimismo alla salute, all affettività positiva

e negativa, ed alla qualità delle amicizie

Nota. Dettagli sul campione e sulla metodologia della ricerca possono essere trovati in Alessandri,

Caprara, & Tisak, (2012).

5. È possibile promuovere l orientamento positivo?

I risultati che nel corso del tempo abbiamo accumulato, come già ho anticipato

in premessa ci hanno indotto a guardare all orientamento positivo come ad

una disposizione largamente radicata in natura suscettibile di improntare significativamente

tutto un corso di vita. L ereditabilità e la stabilità soprattutto depongono

a sostegno dell orientamento positivo come espressione di una tendenza vitale

necessaria per convivere coll idea della morte e per fare fronte alle inevitabili

avversità e perdite che la vita comporta. Le differenze individuali in tale tendenza,

invece, assecondano la necessità per la sopravvivenza e lo sviluppo della specie di

garantire all interno delle popolazioni un equilibrio tra spinte innovative e spinte

conservative. È infatti verosimile che la maggiore propensione a confidare in se

122

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


stessi e nel futuro si accompagni ad una maggiore propensione alla sperimentazione

e all innovazione, e che al contrario una minore propensione a guardare a se

stessi e alla vita sotto una lente positiva incoraggi la cautela e la modestia.

I progressi recenti della genetica segnalano che quanto è ascrivibile ai geni

e perciò all eredità non corrisponde ad un determinismo inflessibile, ma al contrario

a predisposizioni che si trasformano in modi stabili di sentire, agire e

relazionarsi con se stessi, gli altri e la vita nel corso dello sviluppo, e perciò a

seguito di una concertazione continua tra natura e cultura nella quale sono

molteplici le influenze che gli ambienti esercitano sull espressione dei geni e

sulle loro interazioni. Seppure sia notevole la porzione di varianza dell orientamento

positivo che è risultata ascrivibile ad una componente genetica, non è

assolutamente trascurabile la porzione di varianza ascrivibile all ambiente, perlopiù

non condiviso, e perciò alle esperienze uniche che contraddistinguono le

singole traiettorie di vita individuali.

Poiché le esperienze non soltanto si subiscono, ma anche si cercano e si

creano, è dunque possibile guardare all orientamento positivo come ad una tendenza

che almeno in parte si può coltivare. Se non proprio la felicità, che resta

una meta indefinita nell orizzonte dei desideri di ciascuno, quanto meno si può

promuovere un modo di affrontare la vita sotto il segno della fiducia e della

speranza, che permette di valorizzare ciò che ciascuno ha di buono e di apprezzare

e porre in risalto gli aspetti positivi dell esperienza.A questo proposito

riuscire nel raggiungimento di mete cui si attribuisce valore, il riconoscimento

degli altri, l avverarsi delle aspirazioni, rappresentano esperienze che generalmente

rafforzano la fiducia nel proprio valore, nella vita e nel futuro.

Le persone, infatti, hanno la sensazione di valere e motivo di essere soddisfatti

della propria vita e fiduciosi nel proprio futuro quanto più numerose sono

le esperienze di realizzazione personale e di riconoscimento altrui. Se dunque si

vuole incidere sulla componente variabile di autostima, di soddisfazione di vita e

di ottimismo si deve intervenire per indurre le persone ad accordare le proprie

aspirazioni alle proprie mete e quindi trarre dal conseguimento dei propri scopi

e dal riconoscimento altrui motivi concreti di soddisfazione e di fiducia. A questo

riguardo la teoria social cognitiva indica nelle convinzioni di efficacia personale

e nelle esperienze da cui derivano tali convinzioni le determinanti e le

condizioni fondamentali della riuscita, della soddisfazione e della realizzazione

personale (Bandura, 1986, 1997).

È intuibile che le persone non si cimentano con compiti che percepiscono

al di là della loro portata ed è largamente provato che è soprattutto l esperienza

della riuscita che nutre le convinzioni di essere in grado di dominare le situazioni,

di superare gli ostacoli, di fronteggiare le avversità, di perseguire anche le

mete più ambiziose. Un ampia letteratura infine documenta l influenza pervasiva

delle convinzioni di efficacia nei più svariati ambiti di vita: nella scuola, nella famiglia,

nello sport, nel lavoro, nella salute. In realtà le percezioni che le persone

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 123


hanno delle proprie capacità predispongono e regolano il corso dell azione,

fissano i livelli di aspirazione e gli standard di prestazione, dettano gli scopi e

sorreggono l impegno, influenzano le percezioni dei progressi e dei fallimenti e

rendono in buona parte conto dei loro vissuti e stati d animo.

Tradizionalmente la letteratura ha privilegiato l esame di specifiche convinzioni

relative a situazioni, compiti e azioni circoscritte, diffidando di costrutti

troppo ampi (come quello di autoefficacia generalizzata), e guardando alle convinzioni

di efficacia non come disposizioni, ma come strutture di conoscenza

contestualizzate, relative a specifici corsi di azione in specifici contesti e derivanti

dall esperienza soprattutto diretta. In realtà le capacità dalle quali deriva il

senso di efficacia possono esser molto diverse nei vari contesti: non necessariamente

le convinzioni di efficacia in ambito scolastico o lavorativo si accordano

con quelle relative all ambito familiare.

Il grado in cui si ritiene di essere all altezza delle prove e delle sfide che un

determinato contesto di relazioni, opportunità e obbligazioni abitualmente comporta,

raramente si rispecchia in una confidenza indifferenziata nelle diverse

capacità che possono essere di volta in volta messe alla prova: le convinzioni che

gli studenti hanno di essere all altezza di ciò che la scuola richiede da loro non

sono le stesse per le diverse discipline, né incidono allo steso modo nelle relazioni

con i compagni e con gli insegnanti. In un sistema relazionale come la

famiglia nel quale si possono ricoprire contemporaneamente ruoli diversi, le

convinzioni di essere all altezza dei propri ruoli di figlio, genitore, coniuge non

necessariamente sono le stesse.

Anche le convinzioni di efficacia relative a particolari ambiti e attività, possono

risultare molto diverse in circostanze differenti: essere capace di padroneggiare

un determinato sport può significativamente variare in allenamento ed in gara.

Sono d altro canto evidenti connessioni, concordanze ed influenze reciproche

tra esperienze e convinzioni relative ad attività diverse. In realtà le convinzioni

di efficacia si trasmettono da attività ad attività all interno degli stessi

ambiti e tra sfere di azione diverse: la sensazione di esser ormai in grado di

padroneggiare una certa materia scolastica stimola e suggerisce come applicarsi

anche in altre materie; la convinzioni di essere stato capace di padroneggiare le

difficoltà scolastiche può servire a sorreggere l impegno richiesto nel lavoro; la

convinzione di essere all altezza delle aspettative del proprio coniuge, può rappresentare

una buona premessa ed un modello per divenire e sentirsi capace di

corrispondere alle aspettative dei propri figli.

Quanto più è rilevante l ambito in cui le persone si ritengono capaci e

quante più sono le attività che esse ritengono di padroneggiare tanto più hanno

motivo di confidare nelle loro capacità e tanto più sono inclini ad esporsi ad

esperienze che permettono di rafforzare ulteriormente le loro capacità e generarne

di nuove. Quanto più le persone traggono della riflessione su stessi e

sull esperienza una maggiore conoscenza di sè tanto più alcune convinzioni di

efficacia relative ad ampi domini di funzionamento assumono un ruolo guida che

124

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


è in qualche modo sovraordinato alle varie convinzioni specifiche ed è centrale

nel sostenere la motivazione e concertare l azione nei diversi ambiti.

Verosimilmente le convinzioni di efficacia relative alle proprie capacità di

gestire la propria vita affettiva e di relazione sono quelle che maggiormente

influenzano tutte le altre convinzioni di efficacia specifiche, e quelle che in definitiva

maggiormente contano per il benessere e lo sviluppo.

In realtà quanto più le persone ritengono di essere in grado di gestire le

proprie emozioni negative come paura, colpa, vergogna, tristezza e rabbia tanto

più sono capaci di vivere in armonia con sè stessi ed instaurare e preservare

relazioni costruttive con gli altri. Parimenti quanto più le persone sono in grado

di esprimere, condividere, amplificare, generare affetti positivi come quelli della

gioia, della sorpresa, della fierezza, dell estasi, della pace interiore tanto più sono

capaci di offrire e comunicare agli altri sostegno, conforto, sollievo, simpatia,

entusiasmo e di trarre dal loro apprezzamento motivi di appagamento, fiducia e

serenità. Un ampia letteratura, di varia ispirazione, corrobora tutto ciò, indicando

nella capacità di gestire gli affetti e le relazioni interpersonali e sociali, gli

ingredienti fondamentali dello stare bene con sé e con gli altri.

Sono perciò approdato a proporre un modello concettuale (Figura 4) nel

quale l autoefficacia emotiva assume un ruolo determinante nel promuovere

l autoefficacia interpersonale e di concerto nel sostenere il buon adattamento

sociale nei vari contesti di vita e perciò il benessere (Caprara,2002).

Tale modello è stato avvalorato in numerose ricerche che hanno permesso

di soppesare l influenza dell autoefficacia emotiva ed interpersonale e delle

loro diverse espressioni e di chiarire il ruolo delle loro reciproche connessioni

nel promuovere sviluppo e buon adattamento e nel contrastare il disagio e la

devianza (Bandura, Caprara, Barbaranelli,Gerbino & Pastorelli, 2003: Caprara,

Gerbino, Paciello, Di Giunta & Pastorelli, 2010).

Figura 4 - Un modello concettuale

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 125


La novità del modello tuttavia va oltre i risultati di ricerca che documentano

il ruolo determinante delle convinzioni di efficacia nel favorire comportamenti

virtuosi come quelli pro-sociali e nel contrastare esperienze indesiderabili

come la depressione e la delinquenza. La teoria sociale cognitiva infatti, non

soltanto chiarisce i nessi tra le variabili in gioco, ma è anche in grado di dettare

le pratiche che possono servire a promuovere le capacità che sostanziano le

convinzioni e rendono conto degli esiti.

Verosimilmente anche nella sfera della regolazione emotiva e della gestione

delle relazioni interpersonali, come già provato in vari ambiti dell azione,

soprattutto la messa alla prova e la riflessione sull esperienza di essere in grado

di dominare le proprie emozioni e gestire le proprie relazioni permettono di

rafforzare sia le proprie capacità sia la convinzione di possedere tali capacità.

A questo proposito un primo studio di cui la Figura 5 riporta i nessi tra

le variabili che sono state esaminate, indica che anche l autostima può cambiare,

ed essere rafforzata, tramite il potenziamento dell efficacia sociale (Caprara,

Alessandri, Barbaranelli, 2010) che, a sua volta può essere potenziata

tramite il rafforzamento dell efficacia emotiva. Anche l orientamento positivo,

in definitiva può essere potenziato, capitalizzando sulle proprietà della mente

umana di riflettere su di sé e sull esperienza, di apprendere dall esperienza

propria ed altrui, e di trarre da ciò gli elementi per generare continuamente

nuove capacità.

Figura 5 - Influenze dell autoefficacia emotiva e sociale sulle componenti

di primo ordine dell orientamento Positivo

Nota. Dettagli sul campione e sulla metodologia della ricerca possono essere trovati in Caprara,

Alessandri, & Barbaranelli (2010).

126

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128

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


Alcuni dubbi sulla felicità ,

e la sua teoria 1

DI CRISTIANO CASTELFRANCHI

Presenterò in modo un pò schematico sei interrogativi, tutto sommato

abbastanza ovvi, prendendo spunto dagli altri contributi 2 , ma cercando di fare

emergere delle questioni comuni, sottostanti a tutti, più che fare osservazioni

o critiche specifiche.

1. Il compimento di una ricerca o il suo inizio?

Dunque l economia è beyond money! cioè ha scoperto che i soldi non sono

tutto, (titolo del lavoro di Dinner e Seligman). Non possiamo come psicologi o

come antropologi, o come filosofi, o come scienziati della politica che essere

contenti di questo passaggio straordinario dell economia. Anzi vi e più di questo:

non solo da oggi e non solo grazie al grandissimo contributo di Kahneman

ma anche per diversi filoni di studio convergenti, gli stessi modelli dell economia

standard sono stati messi in discussione e si va ad un loro superamento basato

su dati sperimentali e implicante cambiamento dei criteri e dei modelli. Per

esempio Bonini ci spiega come le previsioni del modello standard economico

non spieghino e non predicano le condotte, e che alcuni dei loro fattori non

influenzano in realtà il comportamento e la scelta dei soggetti, mentre fattori

assolutamente non previsti e fuori modello, che non sono soltanto i biases cognitivi,

danno conto molto meglio della condotta e del giudizio reale, che, in

realtà, viene costruito lì per lì, su base fortemente contestuale e comparativa, in

1 Intervento al convegno Psicologia ed economia della felicità. Verso un cam biam ento dell agire

politico http://www.radioradicale.it/scheda/228538/psicologia-ed-economia-della-felicita-verso-uncambiam

ento-dellagire-politico

2 Vedi interventi nel libro.

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 129


ase a fattori di memoria, di valore, etc. Andiamo verso modelli più realistici, più

interdisciplinari, più utili e meno economicamente riduttivi di prima; per esempio

Becchetti ci presenta la necessità di modelli integrati con varie dimensioni .

Sono in realtà diversi anni che l economia andava in queste direzioni, con

Simon, ma anche con i contributi fondamentali di Sen e poi la behavioral economics,

la cognitive economics, ed ora la neuro-economics, e tutti i discorsi anche del cognitive

e del social capital, e infine con queste tematiche importanti dell happiness.

È la crisi di un paradigma.

2. Un dominio immaturo: per un approccio analitico,

al di là degli indicatori

Certo i nostri relatori convergono su una serie di punti estremamente

importanti, per esempio:

- l enfasi sulla dimensione soggettiva per valutare la reale qualità o la reale

efficacia di ciò che i cittadini hanno e di cui dispongono;

- o l enfasi sull importanza di progetti e interventi centrati sulla persona

come ci ricorda la Delle Fave;

- o l importanza di aspetti di autodeterminazione e non di semplice assistenzialità;

- o l enfasi sulla necessità di individuare dei migliori (meno grossolani) indicatori

che ci ricorda Caprara, spiegando quanto siano importanti i contributi

della psicologia cognitiva, delle emozioni, sociale, della personalità,

etc., o contributi importanti come quello della self-efficacy, del pensiero

positivo , etc.

Stiamo in sostanza procedendo, questo è quello che emerge in modo forte

da questo libro, in una direzione molto giusta, necessaria, e molto promettente

che porterà dei forti cambiamenti in economia, in psicologia della salute, in

politica, in psicologia della riabilitazione etc..

Non contano solo i soldi nelle decisioni umane, beyond money; bene! E

tuttavia alcuni interrogativi restano o si aprono: primo, è realmente chiaro di che

cosa stiamo discutendo, e che cosa stiamo misurando? Personalmente, - rafforzato

anche dall importante intervento di Kahneman, dal suo stile understatement, nel

quale ci dice: c è molto da fare scholars, c è da lavorare, siamo ancora agli inizi

- direi che invece il dominio è ancora piuttosto immaturo e forse male impostato.

Questo dominio di ricerca richiede forti elementi di indagine teorica

non solo sperimentale (ma ovviamente anche sperimentale); anche perché

frequentemente sia gli psicologi, sia gli economisti sembrano avere una qualche

trascurataggine se non talvolta un disprezzo per un analisi seria, sistematica,

fondazionale, per un lavoro analitico circa l ontologia del loro dominio, gli oggetti

della loro indagine, i significati reali (intendo sia intensionale che estensionale) e

soprattutto le relazioni strutturali tra i loro costrutti. Non è cosa che si possa

delegare ai filosofi; non perché la voce della filosofia non sia estremamente

130

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


ilevante, ma perché quello che serve è una sistemazione teorica, fondativa,

analitica dei concetti delle discipline scientifiche, e dei loro modelli.

Quali sono ad esempio le relazioni analitiche tra la gioia, il piacere, la

soddisfazione, il benessere soggettivo, la soddisfazione di vita, la felicità, la

realizzazione, la serenità, l eccitazione, la qualità della vita. ecc. Abbiamo avuto

reali definizioni analitiche ed operazionali tali da dar conto dei nessi strutturali

e dinamici tra questi componenti e il loro reale substrato?

Come in parte dice anche Caprara nel suo intervento, i modelli concettuali

sono piuttosto vaghi. Io direi anche che sono spesso meri assemblaggi di boxes,

frecce, nello stile classico. Inoltre questi modelli concettuali/processuali non

possono essere rimpiazzati o semplicemente derivati da studi correlazionali e

da fattori da essi indotti. Questi sono sicuramente utili, ma devono essere a

loro volta spiegati, non sono essi esplicativi. I modelli esplicativi rimangono

in realta intuitivi ed alquanto insoddisfacenti: non veri modelli espliciti di

rappresentazioni, operazioni, e processi. C è necessità non solo di chiari e utili

indicatori soggettivi del benessere su cui tutti i contributi convergono (può

essere vero anche che c è un eccessivo numero, una certa eterogeneità, e che

bisogna convergere metodologicamente per non essere confusi, confondenti

etc,) ma soprattutto c è mancanza di concettualizzazioni chiare accanto alle

misurazioni rigorose. Queste concettualizzazioni chiare sono necessarie sia

per progredire nella ricerca, nella comprensione, in un modo teorico,

esplicativo, e non solo descrittivo, sia per gli interventi operativi e per formulare

ipotesi più efficaci.

Io personalmente non sono così soddisfatto per quanto riguarda il lavoro

sistematico, concettuale, ontologico, che considero parte fondamentale degli

aspetti fondazionali.

Talvolta gli psicologi e gli economisti preferiscono una vaga e rapida esplorazione,

discussione per arrivare quanto prima a qualche operazionalizzazione

di queste nozioni riduttiva, ritagliate ad hoc per i loro propri metodi, per i loro

tipi di dati, e per le loro sfide disciplinari; spesso dando luogo a incomprensibilità

tra una disciplina e l altra, e all impossibilità di confrontarsi. Basta pensare al caso

della maltrattata e stiracchiata nozione di fiducia ; come essa è trattata in economia,

in psicologia, in sociologia, e come si determini una assoluta babele di discorsi

non integrabili. Talvolta si assiste a posizioni o pratiche persino di questo tipo:

Facciamo esperimenti su che cosa? per capire che cosa? ; risposta: Ma è proprio

facendo esperimenti che possiamo capire su che cosa li stiamo facendo .

3. Feeling, giudizio, standards?

Terzo punto. Non pare abbastanza analizzata persino una questione così

fondativa su questo topic quale: è la felicità un emozione, un sentimento, un mood,

un esperienza soggettiva di tipo affettivo o è piuttosto anche un giudizio con un intentional

stance, con un attitudine che guarda all altro come dotato di mente?

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 131


Kahneman ci ha spiegato che non sono due misure ma due componenti,

sono due dimensioni tra loro diverse. Tuttavia, non mi pare che abbiamo chiarito

fino in fondo la natura di queste dimensioni e i loro rapporti, per esempio che

cosa vuol dire, molto banalmente Giovanni è veramente felice e la frase

è detta da un altro. Come posso io formulare un tale giudizio sull altro?

E cosa significa (invece) Sono veramente felice ? Non è forse precisamente

lo stesso tipo di giudizio, applicato riflessivamente? E quanto pesa allora un

auto-rappresentazione di me di tipo descrittivo, di tipo valutativo o di tipo

prescrittivo?

Ci sono inoltre diversi significati, usi, di termini come benessere o come

felicità ; significati non solo personali ma che riflettono diverse concezioni della

vita e persino diverse ideologie; concezioni che sono culturali ma sono anche di

gruppo, e personali. Basti pensare alla nozione francescana di laetitia, quanto di

più in disuso dal punto di vista della psicologia contemporanea del benessere

(vedi § 5.).

Dunque, se la felicità ha una dimensione di giudizio, di valutazione (vedi

Kahaneman), è un giudizio sulla mia emozione, sul mio stato emozionale, o sul

bilancio del mio stato emozionale? O è in parte indipendente da esso, come

altri dati mostrano? Cioè: il giudizio se sono felice o sono infelice non riflette

strettamente l andamento dei miei stati affettivi. Ma, intanto, che vuol dire che

io dò un giudizio sul mio stato affettivi, sulle mie emozioni? Interpreto le mie

emozioni? E su che base le giudico e le valuto? L effetto della cultura non sembra

essere semplicemente un effetto di attenzione, di focalizzazione, sembra essere

molto più radicale. Sembra ad esempio avere un carattere anche prescrittivo,

darmi delle norme di riferimento su che cosa vuol dire o non vuol dire essere

felici. Rispetto a queste norme, a questi standards culturali evidentemente io

valuto il mio stesso stato; oppure mi prescrivo di essere felice e non posso

negare di esserlo, anche quando la mia emozione ormai è cambiata: io sono

felice perché devo e non posso non esserlo.

Consideriamo schematicamente anche la relazione tra la componente

affettiva e la componente cognitiva , come la chiama Dinner, distinguendo queste

due componenti in un modello duale del benessere, e riconducendo la prima al

bilancio edonico cioè alla differenza tra affettività positiva e affettività negativa.

La seconda si riferirebbe invece al grado di soddisfazione (concetto in realtà

non molto chiaro) per le proprie condizioni di vita secondo standards e criteri

soggettivi. Questa distinzione è realmente sufficiente? Sono chiari realmente i

loro rapporti? Non ci sono, per esempio, altre componenti importanti? Come

quelle richiamate da Caprara della self-esteem, dell ottimismo, o i criteri che

Bonini introduce quando ci dice che il giudizio viene costruito ora e qui e dipende

molto dal contesto valutativo che io attivo mentalmente.

Insomma, ho l impressione che questi modelli siano ancora lontani dall essere

chiari, almeno per uno scienziato cognitivo.

132

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4. Autoinganno e giudizi errati

Inoltre: non è possibile che il nostro giudizio sul nostro wellbeing, sull essere

felici, o persino la nostra emozione (quindi sia la valutazione esplicita sia la

valutazione implicita (Castelfranchi, 2000)) siano erronee, ingannevoli? Siano

deviate e devianti?

Un emozione, un sentire, può essere basato su un erronea credenza; in

quanto emozione essa è autentica ma è mal impostata. Non potrebbe ad esempio

essere quella credenza un caso di wishful thinking, non potrebbe essere quella

credenza funzionale a mantenere o indurre precisamente quel feeling e quel

vissuto di contentezza o di sentirmi felice? Distorcendo la mia stessa percezione

di me e la mia realtà di vita?

Può la felicità essere soltanto self-deception, per quanto sentita e per quanto

incorporata? Se mi sento felice sono felice! O no? Questo è un interrogativo

importante. E lo stesso vale per il giudizio , per l aspetto cognitivo che si

vuole separare: e se fosse basato su una falsa interpretazione delle mie stesse

emozioni ? Cosa del tutto possibile. O se fosse dovuto ad un distorto e selfdeceptive

modello dell essere felici e delle condizioni necessarie per esserlo,

degli standards da raggiungere per esserlo? Ad esempio, del non avere preoccupazioni

oppure del successo . E questo successo poi è comparativo, e il

significato reale dell aumento di reddito che volevo era un cambiamento di

status comparativo e non il reddito di per sé.

Noi spesso sottovalutiamo l importanza dei significati della mente umana;

non è solo la felicità che è stata accantonata dall economia, è stata accantonata

la mente: la teoria degli scopi e delle motivazioni degli individui, la teoria delle

credenze, della loro costruzione e sostegno, la teoria dei significati e non solo i

biases cognitivi. Il processo in corso e proprio questa reintegrazione della mente

(e del cervello).

Una domanda quindi è, da questo punto di vista (inclusa la possibilità che il

giudizio esplicito o il vissuto di felicità siano un autoinganno): che cosa ci dicono

realmente le interviste, i questionari, etc. se le persone rispondono a queste

interviste e questionari con tali incomprensioni, con tali interpretazioni, e con

valori e riferimenti completamente differenti nella loro mente ?

Inoltre, se la felicità può essere ingannevole e una strategia self-deceptive

(Castelfranchi, 1999), essa può essere addirittura indotta, almeno come

soddisfazione . Spesso ci viene indotta: spesso tu sei felice, devi sentirti felice

è un imperativo - talvolta subdolo - che ci viene mandato a livello relazionale o

culturale, per fare bene il nostro fondamentale mestiere di partners, di membri

del gruppo, di lavoratori, di consumatori.

5. È la felità uno scopo? O deve esserlo?

Quinto punto: essere felici è veramente un nostro obbiettivo, che perseguiamo

in quanto tale, o che dovrebbe essere perseguito in quanto tale ? Oppu-

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 133


e è semplicemente un segnale, un feedback, o un rinforzo implicito o quant altro,

come per il piacere, come per la massimizzazione dell utilità; non dei veri

scopi nostri (che in quanto tali sarebbero piuttosto privi di contenuto), ma

un mezzo procedurale, un criterio, un meccanismo per acquisire, stabilizzare,

dare priorità agli scopi. Così e anche per la coerenza, l integrazione, che regolano

la parte epistemica della mente; non sono un nostro scopo ma soltanto

una modalità, un criterio, una funzione che organizza la mente (per il concetto

di pseudo-scopo vedi: Miceli e Castelfranchi, 1995).

Perseguiamo realmente la felicità in quanto tale, o piuttosto specifici progetti

per soddisfare i nostri specifici desideri, scopi, ambizioni ? Non è distorcente

proporre come fine l essere felice, non è un falso obiettivo in quanto obiettivo?

Lo stesso per il piacere; ma questo vale anche in una prospettiva non edonica

della felicità, in una prospettiva eudaimonica. È l esperienza ottimale per esempio

un obiettivo che noi perseguiamo o dovremmo perseguire, e la risposta della

Delle Fave è stata chiara su questo: che non è esattamente un obiettivo. Non ci

avevano detto importanti filosofi, che la felicità è nel e mentre noi con un certo

successo perseguiamo specifici, significativi, scopi nostri e ambizioni nostre con

qualche resistenza con qualche challenge, ma con significativi progressi; non è

questo quello che ci ha spiegato Hobbes, ma è anche implicito nella nozione di

agency di Sen in un certo senso, ma anche nella visione progettuale che ci veniva

riproposta.

Comunque la domanda è: essere felici è un obiettivo o addirittura un

imperativo? Non è alquanto distorcente questo imperativo? Talvolta, non è chiaro

se si propone un modello prescrittivo o descrittivo; non è completamente chiaro

se la tesi è: la felicità è il reale obiettivo che noi perseguiamo ; o piuttosto

implicitamente il claim è: la felicità dovrebbe essere l obiettivo che noi

perseguiamo . Non escludo che sia una qualche attitudine prescrittiva in questi

studi come in alcuni studi classici sulla razionalità. Io non sono persuaso neanche

dell aspetto normativo in questo caso. Mentre per la razionalità potrei concedere

che ha un grande valore come modello normativo, certamente né l una né

l altra possono avere un valore prescrittivo. Sulla base di quali analisi etiche e

politiche, di quale teoria, una tale prescrizione verrebbe fuori? Quali sarebbero

le implicazioni ideologiche, e - come chiede ogni ideologia - quali sarebbero gli

interessi sociali che questa ideologia riflette? La felicità assume per esempio una

prospettiva individualistica, o una prospettiva sociale o collettivistica? Si può

essere felici nell indifferenza rispetto alla sofferenza degli altri? E cento altre

questioni ben note sulle quali non mi dilungo.

Per ideologia io non intendo semplicemente le ideologie politiche; intendo

alcuni modi inconsapevoli che noi assorbiamo dalla cultura, modi di pensare

e di percepire e di vivere. Mi sembra ad esempio che essere felici, soddisfatti,

possibilmente attivi, se non un tantino eccitati è buono, è sano; mentre essere

pessimisti o tristi o poco motivati o non molto dinamici o addirittura scoraggia-

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ti, è un pò malato . Pensare che non molti secoli fa la vita contemplativa e

l attitudine contemplativa era considerata quella veramente superiore rispetto

alla volgarità della vita attiva. Coincide veramente sentirsi bene soggettivamente

col star bene di mente ? Siamo sicuri che questo stereotipo non stia

passando nel clichè percepito dalla nostra cultura e persino dagli operatori che

lavorano sulla salute mentale? Non sono la depressione, la tristezza, la rabbia, la

noia, la disperazione perfettamente sani, adattivi, utili nella vita, direi persino

componenti di una reale, completa e soddisfacente vita, con le sue vicissitudini

ed esperienze emozionali? Oppure sono un tantino malate, un po da rifuggire

quanto prima? Siamo consapevoli che la cultura sta andando in questa direzione

fobica non solo della morte, e più rapida dimenticanza di essa, ma anche della

sofferenza delle emozioni negative; il lutto per esempio deve essere abbandonato

e cancellato quanto prima, basta prendere qualche farmaco per spostarsi

rapidamente da quello stato di disperazione. Non dovremmo prestare più attenzione

e preoccuparci un po di più della sofferenza, della discriminazione,

dello sfruttamento, della violenza, della povertà, della malattia, delle guerre; piuttosto

che del perché la gente nelle società ricche non è così felice e cosa determina

la loro soddisfazione soggettiva?

6. L altra faccia della medaglia: l appropriazione capitalistica

Ho un retro-pensiero e non riesco a non confessarlo: tutte le verità e tutte

le cose interessanti hanno due facce, bisogna pensare anche a quella che sta dall altra

parte. Vi è una faccia che non mi convince in questo movimento, in quest interesse

dell economia per la felicità. È come per la faccenda del social capital, della fiducia

come capitale sociale; certo, concordo, e fondamentale, ed amo e studio questo

bellissimo soggetto, ma talvolta la sento usare come argomento a distruzione del

welfare state e della sua sostenibilità, e allora mi insospettisco.

Analogamente, una volta, all origine, capitale significava: la terra, i soldi, la

fabbrica, le macchine, le infrastrutture e naturalmente il lavoro salariato, le ore

di lavoro; questo era il capitale. Poi il fattore umano , il capitale umano è

diventato sempre più importante, più precisamente l esperienza, la conoscenza,

la creatività sono la parte fondamentale del capitale, quello che si chiamava in

Italia, negli anni 70, il sapere operaio . Nel modello post-taylorista queste

componenti diventano capitale fondamentale, quello che è realmente competitivo;

ma nel modello giapponese ancora altro: la partecipazione, l identificazione con

l azienda, e la conoscenza tacita; come appropriarsi della conoscenza tacita?,

come valorizzarla, come capitalizzarla?, come farla circolare e investirla?

In sostanza, quelli che si chiamano gli intangibles, il capitale intangibile: la

conoscenza, ma anche il capitale relazionale non soltanto ufficiale o dell azienda

ma anche personale, e poi la fiducia , capitale centrale interno all azienda, ed

esterno all azienda per esempio nel brand; e non solo come lavoratori ma anche

come consumatori.

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Insomma, il mio materiale mentale diventa cruciale, diventa il vero

investimento: per esempio, con il social capital adesso io devo essere motivato,

soddisfatto, felice, socialmente motivato e concerned, e questa è una questione

dell economia ed è importante per il consumo, per la produzione, e per la

borsa. Il fatto che la conoscenza sia capitale, che la fiducia sia capitale, che la mia

motivazione sia capitale, che la soddisfazione sia capitale, non significa anche

semplicemente che il capitalismo si sta direttamente appropriando come fattori

di produzione e di profitto delle mie faccende mentali?

Bibliografia

Castelfranchi, C. La fallacia dello psicologo. Per una teoria degli atti finalistici

non intenzionali. Sistemi Intelligenti, XI, 3, 1999 435-68.

Castelfranchi, C. (2000). Affective Appraisal vs Cognitive Evaluation in Social

Emotions and Interactions. In A. Paiva (ed.) Affective Interactions. Towards a New

Generation of Computer Interfaces. Heidelbergh, Springer, LNAI 1814, 76-106.

Dinner E, Seligman M E P. (2004) Beyond Money. Toward an Economy of

Well-Being. PSYCHOLOGICAL SCIENCE IN THE PUBLIC INTEREST, vol. 5 n.1

2004, pp. 1-31.

Miceli, M. e Castelfranchi, C. (1995). Le difese della mente. Profili cognitivi. Roma:

La Nuova Italia Scientifica.

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L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


Dalla crisi degli assunti

tradizionali sulla natura umana

al cambiamento degli indicatori

economici di ben-essere 1

DI MARIO BERTINI

L obiettivo di fondo dell economia e della politica è la felicità, ovvero il

benessere dei cittadini; obiettivo totalmente condiviso, pur nelle differenze delle

varie culture che si sono succedute nel mondo occidentale, fin dai tempi di

Bentham e di Smith. Per la sua realizzazione, tuttavia si è presentato lo scoglio

di una duplice difficoltà: In prima istanza la definizione di benessere e,

conseguentemente, le metodologie idonee per promuoverlo. Nella difficoltà di

una definizione universalmente accettabile -la felicità è un vissuto soggettivo- è

apparso decisivo il ricorso ai comportamenti di scelta nel mercato come mezzo

idoneo, anche se indiretto, per soddisfare l obiettivo desiderato. Quindi il fine ,

che non è possibile identificare e misurare direttamente viene sostituito dal

mezzo : di fatto l obiettivo principe dell economia e della politica diventa la

crescita della ricchezza che aumentando le opportunità delle scelte favorisce la

soddisfazione, il benessere dei cittadini. Sulla base di una larga condivisione

culturale, il Prodotto Interno Lordo (PIL) si afferma come l indicatore principe

che ogni Paese deve massimizzare per soddisfare l obiettivo del benessere. Oggi

tuttavia questo indicatore soffre di una crisi a tutto campo. Pur nella sua

ineliminabile necessità c è un diffuso orientamento alla sua integrazione con

altri indicatori, tanto di natura oggettiva che soggettiva.

1 A parte qualche evidente modifica questo scritto riporta il contenuto sostanziale del capitolo

Il ben-essere dei cittadini com e o biettivo dell econom ia , pubblicato nel libro: Mario Bertini

(2012) Psicologia della salute. Raffaello Cortina, Milano . Devo un ringraziamento particolare a

Federico Giamm usso per l attenta revisione.

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In questo capitolo mi propongo di offrire alcune riflessioni sul contributo

che può dare la psicologia della salute, verso questa tensione di cambiamento,

soffermandomi soprattutto sull analisi critica degli assunti sulla natura umana

che sono alla base del pensiero economico tradizionale.

Il riferimento alla psicologia della salute ha senso dal momento che la salute

non è più considerata come semplice assenza di malattia ma come stato di

benessere fisico, psichico e sociale . Quindi la dimensione del ben-essere è

oggetto specifico di studio della psicologia della salute. A partire dalla metà del

secolo scorso, questa definizione ormai classica dell Organizzazione Mondiale

della Sanità, ha aperto l orizzonte di un grande cambiamento di paradigma più

volte segnalato appunto come un passaggio dalla eccessiva concentrazione sulle

dimensioni del malessere all attenzione, non alternativa ma integrativa, alle

dimensioni positive del benessere 2 . Oltre tre secoli di storia hanno vincolato le

scienze biopsicosociali allo studio del malessere , e ora queste discipline sono

sollecitate a confrontarsi anche con lo studio scientifico del benessere: questione

certamente non facile.

In questo capitolo cercherò di tratteggiare alcune linee di contributo teorico

che la psicologia del benessere può dare al tema oggetto di questo libro. Da

queste considerazioni cercherò di trarre alcune conseguenze sul piano più

specifico dell agire politico.

Gli assunti sulla natura umana nel pensiero economico tradizionale

Prima di esporre la posizione della psicologia nei confronti del ben-essere,

mi sembra utile tracciare in sintesi elementi ben noti del pensiero economico

classico occidentale che toccano in un modo implicito delicati problemi di natura

psicologica. Farò questa sintesi sulla base di uno scritto di un economista del

mondo orientale, Ross Mc Donald (2004) ragionevolmente critico delle teorie

economiche occidentali.

È d obbligo il riferimento alle influenti concezioni di Adam Smith il primo e

principale elaboratore della teoria del libero mercato. Linfluenza di Smith -dice

Mc Donald- è stata incomparabile: fu lui il primo a dare un efficace giustificazione

morale all egocentrismo competitivo come un mezzo essenziale per il progresso

collettivo. Nel suo testo fondamentale, La ricchezza delle nazioni , Smith notava

come, a parte gli ideali, la maggioranza della gente fosse motivata ad agire più

sulla base degli istinti egoistici che non sul generoso altruismo. In questo senso,

egli argomentava, se le nazioni vogliono ottenere i frutti di un azione coordinata,

si deve concedere all egocentrismo una libertà di gran lunga maggiore di quanto

non le sia stata offerta dai sistemi religiosi dell autorità precedente all avvento

2 Malessere e benessere non vanno visti come un continuum bipolare ma come due dimensioni

relativamente indipendenti che richiedono di fatto l esigenza di una relazione integrativa.

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dell illuminismo laico occidentale. Quindi, contrariamente alla concezione generale,

Smith ha riformulato l egocentrismo come una forza decisamente pro-sociale,

capace di produrre grandi benefici, nonostante le sue intenzioni amorali o

immorali. In tal senso, nel suo autorevole profilo dell economia del libero mercato

ha mostrato come proprio attraverso l egocentrismo e non l altruismo sia

possibile scatenare la più grande energia produttiva. Nello stesso testo, Smith

sosteneva che la concorrenza nel mercato avrebbe consentito di prevenire i

danni di un eccessivo sfruttamento dal momento che ciascun attore in gioco è

costretto a conformarsi progressivamente a un vantaggio più grande tramite la

produzione dei beni e dei servizi più richiesti ad una qualità sempre migliore e a

un costo sempre più basso. Pertanto, la concorrenza avrebbe rappresentato

una sorta di Mano Invisibile nel guidare l egocentrismo intenzionale verso un

beneficio diffuso non atteso. Da allora queste due nozioni hanno costituito la

base di una giustificazione morale a una economia del libero mercato, in cui

anche la meno etica delle motivazioni diveniva virtuosa come mezzo accettabile

per il prezioso fine di massimizzare la ricchezza e la felicità delle nazioni.

Tuttavia, è necessario sottolineare che il retaggio smithiano non era

all origine così semplicistico così come è divenuto oggi, nelle mani dei puristi

dell economia moderna. La concezione di Smith ha avuto un enorme influenza

in parte a causa della propria verità parziale, ma soprattutto perché Smith è

stato uno dei principali esponenti della filosofia morale del suo tempo -una fama

acquisita attraverso i suoi precedenti scritti sulla teoria dei Sentimenti Morali.

Per Smith il modello del libero mercato, all interno del quale si poteva consentire

all egocentrismo e alla concorrenza uno spazio più ampio, si basava sulla sua

convinzione di fondo circa il potere della solidarietà e della bontà umana . Nella

prima delle sue opere maggiori, La Teoria dei Sentimenti Morali , Smith rivelava

di credere fortemente nella capacità umana di solidarietà, un sentimento che ci

impedisce di tollerare la crudeltà eccessiva nel nostro comportamento verso gli

altri. Pertanto, sosteneva che la società è dominata da un diffuso sentimento di

bontà umana, ed è soprattutto questo che impedirà all egocentrismo di creare

un economia moralmente irresponsabile. Se i modi dell agire economico iniziano

a creare uno sfruttamento o uno stato di povertà eccessivo, allora un generale

senso di solidarietà verrà alla ribalta per limitare e riparare le conseguenze.

Inutile dire -commenta Mc Donald-, non ci è voluto molto per la crescente

classe imprenditoriale a rendere marginali questi presupposti essenziali e a isolare

l egocentrismo e la competitività, dalle loro origini più sagge e compassionevoli.

In linea con l ideologia emergente che cominciò a considerare l egocentrismo

come accettabile e la concorrenza come essenziale, l irresponsabile economia

moderna era sulla buona strada del proprio potenziamento. Non era più

necessario mostrare compassione, dal momento che la Mano Invisibile della

concorrenza avrebbe infallibilmente eliminato qualunque ingiustizia. Va inoltre

segnalato che l eventualità di una distruzione ambientale su larga scala era

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 139


letteralmente inimmaginabile per i fondatori di questa ideologia in quanto

partecipi di un epoca storica dominata dall idea che delle risorse illimitate, a

fronte di una capacità decisamente poco sviluppata di utilizzarle.

Per quanti hanno trasformato culturalmente la visione del mondo,

specificamente concepita da Smith, l egocentrismo e la competitività diventano

mezzi sufficienti per creare il progresso collettivo. Non c è bisogno di mostrare

compassione o accortezza per l ambiente, in quanto l irresponsabilità presente

verrà magicamente trasformata in risultati su cui tutti potranno contare. Questa

essenziale convinzione si trova nel cuore della moderna teoria economica,

successivamente aggravata da due razionalizzazioni altrettanto semplicistiche e

poco sagge: la semplice equazione tra attività economica e soddisfazione di tutti

i bisogni fondamentali dell uomo, e l infelice cinismo econometrico secondo cui

l umanità è in realtà incapace di azioni genuinamente premurose e orientate alla

generosità. In quest ultima affermazione la teoria della natura umana raggiunge

uno sfortunato esito in una formulazione che concepisce il vivente come

necessariamente legato alla ricerca razionale del massimo guadagno personale.

La centralità di questo pregiudizio può essere testimoniata attraverso la

consultazione di un qualsiasi testo introduttivo in materia economica secondo

cui gli individui sono formalmente considerati razionali massimizzatori della

propria utilità individuale . In questa visione distorta, il pensiero economico

occidentale tocca il fondo dal momento che le occasioni per un autentico sviluppo

individuale, per la compassione, l abnegazione, e un servizio intenzionale, sono

teoricamente bandite dal regno del possibile. Con l accettazione di questo antiideale

- conclude McDonald - la forza dominante della globalizzazione si spinge

aldidi una semplice difesa morale da un egocentrismo competitivo, e finisce

per vedere quest ultimo come una condizione inevitabile e ineluttabile.

Tideman (2004), un economista inglese che ha avuto molti contatti con

alcuni ambienti del mondo economico orientale, affronta questo tema degli

assunti indicando le ragioni culturali e storiche della loro comparsa. Gli assunti

alla base delle cosiddette leggi economiche -egli dice- si svilupparono nel tempo

in cui la religione si stava separando dalla scienza, la visione accettata del mondo

si andava secolarizzando e la fede nel sacro era sostituita dalla fiducia nella materia.

La teoria economica subiva l influenza delle grandi scoperte scientifiche nella

fisica, nella biologia, nella psicologia, e le leggi economiche venivano presentate

con la stessa autorità come leggi di natura. Il mondo della materia era considerato

come una mera macchina che l uomo poteva usare con la sua ragione e libera

volontà. Contestualmente, Darwin descriveva gli esseri umani come una specie

relativamente intelligente derivata da scimmie primitive motivate da avidità e

aggressione: La nostra intelligenza afferma Tideman- ci ha insegnato a

comportarci in modo sociale, ma fondamentalmente siamo esseri egoisti soggetti

alla legge della sopravvivenza del più adatto. Quando Adam Smith, nel famoso

libro sulla ricchezza delle nazioni, introduceva la mano invisibile del mercato,

140

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


grazie alla quale le cose, i blocchi , possono essere scambiati efficientemente

sulla base dell interesse di ogni singolo individuo, queste leggi sono state adottate

nel regno dell economia. Economisti del XIX secolo come Malthus e Ricardo

aggiungevano la nozione che le economie sono sistemi chiusi, legati a quantità

fisse di beni materiali. Indipendentemente dalla loro ampiezza, le economie

rimangono chiuse, cioè limitate. Questo ha condotto a un importante premessa

latente nell economia classica: la scarsità è uno stato naturale; da questo deriva

che la competizione per le scarse risorse, e persino la guerra, sono anch esse

naturali. Funzionale a questo assunto della natura umana come sostanzialmente

guidata da motivazioni egocentriche, si pone un altro concetto altrettanto

indispensabile: la razionalità intrinseca alla natura umana che consente, aldidi

comprensibili eccezioni, l assoluta predicibilità delle scelte comportamentali.

Ho riportato concezioni note, ma rivisitate da autori che riflettono una

cultura diversa dalla nostra. Semplificando temi che hanno una notevole

complessità, si può dire che nella cultura economica occidentale, prevale l idea

che l uomo sia un essere sostanzialmente razionale ed egocentrico . Se

l uomo è razionale ed egoista, l obiettivo della politica economica sarà quello di

aumentare la ricchezza, lasciando che sia poi il cittadino a farne l uso a lui più

conveniente. Secondo il principio della massimizzazione del benessere materiale,

l homo oeconomicus agisce solo per il proprio interesse. Date queste premesse

culturali, è facile capire come anche il cittadino medio, e non solo il politico,

abbia sempre accettato come cosa ovvia il PIL, come indicatore sostanziale, se

non unico, del ben-essere.

IL PUNTO DI VISTA DELLA PSICOLOGIA

E DELLE NEUROSCIENZE

Rispetto al tema generale del benessere/felicità, cercherò ora di illustrare

la posizione della psicologia e delle neuroscienze, con particolare riferimento

agli assunti della natura umana; l intenzione implicita è quella di capire se la

posizione di queste scienze possa in qualche modo facilitare l auspicato

cambiamento degli indicatori del ben-essere.

L orientamento scientifico prevalente nell ottocento e nella prima parte

del novecento, saldamente attestato alle coordinate del pensiero positivistico,

era poco disponibile nei confronti del ben-essere, tema, difficilmente affrontabile

con misure quantitative. D altra parte la scienza che avrebbe dovuto

legittimamente occuparsene, la psicologia, era in tutt altre faccende affaccendata.

Nel distaccarsi dalla filosofia, era inevitabile l avvicinamento della psicologia alle

scienze naturali, per quanto riguarda il metodo, e l appiattimento al modello

medico per quanto riguarda il versante applicativo. Come conseguenza, lungo

quasi tutto l arco del 900, l interesse della psicologia, specialmente nel versante

applicativo, si è concentrato sullo studio del malessere (psicologia clinica) mentre

il versante del benessere solo da poche decadi è entrato nel vivo della sua

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 141


attenzione. Oggi il tema della felicità-benessere sta tornando alla ribalta. Non

solo la psicologia ma anche la sociologia e le stesse neuroscienze stanno

manifestando un significativo orientamento di convergenza sul tema del

benessere e sui suoi rapporti con le scienze economiche. In virtù di questo

cambiamento e dell opportunità di utilizzare aggiornate metodologie nella linea

della quantità e della qualità, il tema della felicità, come benessere, è riemerso di

nuovo nell ambito dell economia. Ma con che probabilità di successo può la felicità/

benessere costituire l obiettivo specifico dell economia?

Nell ambito generale delle ricerche e delle riflessioni nella letteratura

psicologica del benessere, schematicamente possiamo rilevare due linee generali

di tendenza. Da una parte gli studi mirati alla valutazione soggettiva del benessere

(come sinonimo di felicità) e, dall altra, gli studi di più ampio respiro orientati ad

individuare le dimensioni psicologiche di quello che si potrebbe definire un buon

funzionamento psicologico. Le due grandi linee di ricerca si possono quindi

etichettare come: benessere soggettivo (subjective wellbeing) e benessere

psicologico (psychological well-being) 3 . Gli economisti nella linea

benthamiana dell utilitarismo sono molto interessati all area delle ricerche sul

benessere soggettivo, dove si registrano nuove possibilità di misura; minor interesse

invece all area del ben-essere psicologico, dove invece si aprono ampi spazi di

riflessione e di ricerca sui sistemi motivazionali e sulle caratteristiche di un buon

funzionamento degli apparati psichici. Questa distinzione di ambiti è necessaria

per una maggiore chiarezza concettuale, prima che linguistica, in un campo dove

spesso la confusione è palese. Occorre infatti sottolineare la differenza fra termini

spesso raggruppati sotto l ombrello generico della parola felicità e ampiamente

usati come sinonimi, non solo nella vulgata popolare ma anche in quella specifica

delle scienze economiche. È evidente la mancanza di un retroterra teorico che

faccia luce sulla natura psicologica di questi diversi fenomeni.

Per motivi sostanziali di chiarezza, non userò la parola felicità, se non in

casi particolari, e utilizzerò invece la dizione specifica di benessere soggettivo

, da distinguere dal ben-essere psicologico . Sul piano della scienza psicologica,

il termine venne valorizzato in particolare da Bradburn (1989) ma

decisamente criticato per il riferimento improprio al concetto di felicità, indicato

da Aristotele nell etica nicomacea, come il più alto dei beni raggiungibili dall

azione umana. Come rileva giustamente Carol Ryff (1989), il termine inglese

happiness (italiano felicità ), che secondo Bradburn corrisponderebbe al concetto

aristotelico di eudaimonia , rimanda piuttosto al concetto epicureo di

edonismo. Sul piano psicologico, pertanto, la parola felicità dovrebbe essere

riferita al concetto edonico di benessere soggettivo , soprattutto per distinguerla

da un concetto eudemonico di felicità che sulla linea del pensiero aristo-

3 Il ben-essere con la lineetta si riferisce strettamente al ben-essere psicologico proprio per distinguerlo

dal benessere senza lineetta riferito al vissuto psicologico del piacere edonico soggettivo.

142

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


telico dovrebbe essere sostituito da un altro termine, il ben-essere psicologico,

in grado di rappresentare il funzionamento ottimale della psiche e dei comportamenti

umani.

Il benessere soggettivo e il paradosso della felicità

Il progresso delle ricerche nell area del benessere soggettivo, con

l introduzione di metodologie più rigorose e la precisa distinzione tra le diverse

misure, ha trovato molti riscontri nel campo dell economia e un crescente

interesse da parte dei politici: c è una vasta letteratura al riguardo sulla quale

non mi soffermo. In vista dell obiettivo principale che mi sono proposto, mi

limito ad accennare a un fenomeno -il cosiddetto paradosso della felicità - che

ha assunto un rilievo particolare per gli economisti e gli psicologi, insieme coinvolti

in un importante varietà di studi.

Sulla scia del lontano appello di Bentham, si deve riconoscere a Easterlin

(1995, 2000) il merito di aver utilizzato delle misure di benessere soggettivo in

rapporto al reddito, presentando un primo dato empirico di notevole rilievo.

La sua ricerca dimostra che la crescita del reddito va di pari passo con l aumento

del benessere soggettivo ma, superata una certa soglia, mentre la curva del

reddito continua a crescere, l andamento del benessere rimane costante, con

tendenza all abbassamento. In altre parole, sebbene le persone nelle società

occidentali diventino sempre più ricche, la felicità oltre una certa soglia non

cresce, o addirittura decresce. Questi dati sono stati confermati in una grande

varietà di studi e in diverse nazioni del cosiddetto mondo sviluppato.

Da questi rilievi statistici, nasce la domanda: come si spiega il fenomeno? I

tentativi di risposta si trovano nella dizione: i paradossi della felicità, introdotta

dagli economisti e poi approfondita dagli psicologi con il concetto di adattamento.

Una prima spiegazione si può sintetizzare con parole molto semplici: la

gioia o la tristezza che derivano da un evento buono o cattivo, dopo un certo

tempo, tendono naturalmente a svanire. Secondo Brickman e Campbell (1971),

fra i primi psicologi che hanno studiato il benessere soggettivo, l adattamento è

completo e inevitabile. La natura condanna gli uomini a vivere su una sorta di

tapis roulant del piacere; li spinge a cercare nuovi livelli di stimolazioni,

semplicemente per mantenere vecchi livelli di piacere soggettivo, senza mai

raggiungere alcun tipo di felicità o soddisfazione permanente . Così l uomo ha

l illusione di andare avanti, sempre più avanti per aumentare il livello di felicità,

mentre purtroppo non si accorge di restare più o meno immobile. In questa

prospettiva si è pensato che i geni (insieme a una componente casuale più piccola)

determinino una linea di base, un default della felicità, che si mantiene costante

nel tempo. Secondo questa teoria, detta del set point, la felicità può essere

spostata in alto o in basso, ma gli spostamenti sono temporanei, e la felicità

ritorna inevitabilmente a un livello di base, che ondeggia moderatamente in alto

o in basso. Intorno a questo tema si può registrare una notevole quantità di

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icerche che, pur rilevando il fenomeno, non sempre concordano sulla spiegazione.

Una seconda interessante spiegazione, non alternativa alla precedente, è

emersa sulla base di un altrettanto nutrito gruppo di ricerche. Si tratta del

cosiddetto confronto sociale. Per semplificare la spiegazione riporto un item usato

negli studi che hanno dimostrato l esistenza di questo effetto. Supponiamo di

vivere in uno di due mondi immaginari. Nel primo lei guadagna 50 dollari all anno,

mentre le altre persone, guadagnano, in media, 25 dollari. Nel secondo ne guadagna

100, mentre gli altri, in media, 250. In quale mondo preferirebbe vivere? .

È dimostrato che il consenso maggiore va alla prima alternativa: Un uomo

ricco è quello che guadagna 100 dollari all anno di più del marito di sua sorella!

(Menchen, citato in Frank, 1999).

Inoltre, anche in questo caso si stabilisce un processo di adattamento che

porta all escalation. L aumento di guadagno sposta la persona su un altro livello

di confronto. Ne consegue che quando si chiede di quanto reddito hai bisogno ,

i più ricchi avranno sempre bisogno di più soldi dei più poveri. Pertanto, l essere

felici con il reddito dipende da come le persone si confrontano rispetto a due

norme: cosa guadagnano gli altri e cosa loro stesse sono abituate a guadagnare.

In conclusione, il tema del confronto sociale fa capire che il benessere, pur

dipendendo sicuramente dal possesso di beni ragionevolmente necessari per

vivere, oltre una certa soglia dipende fortemente dai paragoni che le persone

fanno rispetto a dei gruppi di riferimento privilegiati. Ma non solo, il fattore

del confronto dimostra inoltre che un aumento generale dei redditi non cambia

molto la felicità dei cittadini, perché se io guadagno di più anche l altro guadagna

di più ; questo avviene soprattutto in Paesi o in culture dove il confronto sociale

è particolarmente importante.

Da questi brevi accenni al benessere soggettivo si possono trarre due

conclusioni. L insieme dei dati e il crescente impegno interdisciplinare testimoniano

l importanza di questo tema per l economia e la politica. Una seconda

conclusione sollecita una domanda: perché gli economisti hanno definito paradossale

questo andamento della curva della felicità? Evidentemente, si avverte

una novità trasgressiva, rispetto al pensiero economico classico, secondo il quale

le misure di produzione dovrebbero essere indicatori assoluti di benessere.

Laggettivo paradossale sembrerebbe segnalare una crisi dell equazione aumento

della ricchezza = aumento del benessere . Questa novità, in un certo senso

inattesa dagli economisti (dal momento che essi stessi la definiscono paradossale),

merita alcune riflessioni in cui, come vedremo in seguito, entra in gioco il

valore del ben-essere psicologico.

Crisi dell equazione aumento della ricchezza = aumento

del benessere

Di fronte all evidenza, ci si domanda talvolta perché non nascano reazioni

significative per scoraggiare il mito del reddito e prospettare un inversione di

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otta: Il problema è capire perché il reddito fallisca nel dare quello che

promette, senza che sia scoraggiata in alcun modo la corsa alla ricchezza .

Domanda interessante ma ingenua, anche perché trascura la quantità di

benefici che l aumento della ricchezza oggettivamente determina, sia a livello

individuale sia a livello del benessere nella società. Più importante chiedersi in

che modo sia possibile favorire un cambiamento dei comportamenti che, oltre

una certa soglia, non incrementano il benessere soggettivo e rischiano di

aumentare il malessere oggettivo della società e del pianeta. 4 L interrogativo

richiede un analisi più complessa dei fattori psicologici in gioco che aiutino a

capire quali linee comportamentali sono adattivamente più utili per far sì che la

crescita della produzione si realizzi in funzione dello sviluppo del benessere

individuale e sociale.

Oggi c è una larga convinzione che il PIL, per quanto assolutamente

indispensabile, non è più sufficiente a rappresentare il concetto di benessere.

Ma la difficoltà a dar corso a questa convinzione dipende solo in parte

dall insufficienza degli strumenti di misura in grado di convincere la politica a

integrare o addirittura a sostituire il PIL con altri indicatori. Più in profondi

occorre una maturazione del tessuto culturale su cui poggia robustamente la

prassi attuale dell economia e della politica.

Purtroppo, al fine di concreti cambiamenti, non valgono le iniziative di

lotta al PIL perlopiù espresse sul piano di raccomandazioni vagamente moralistiche.

Slogan del tipo: verso una decrescita felice , de-piliamoci , sono segnalatori

interessanti di orientamenti eccellenti ma con scarse probabilità di far leva sulle

motivazioni concrete delle persone e dei responsabili della politica. Probabilmente

il problema del cambiamento è legato a movimenti culturali che richiedono

tempo e la maturazione di consapevolezze nuove nel contesto più ampio delle

dinamiche sociali. In questo senso anche la scienza può avere un ruolo

significativo. Per la psicologia, il punto di partenza potrebbe essere la critica

agli assunti meta-scientifici attraverso i quali si è costruita l equazione fallace,

ma apparentemente inscalfibile, fra incremento della produzione e benessere.

Sull importanza di questa linea si esprime Vaillancourt Rosenau (2006, p. 3):

Critiche alla teoria economica classica sono comuni ma raramente riguardano

gli assunti fondamentali e pertanto non presentano una seria sfida al campo

nel suo complesso. [ ] Piccole deviazioni dalla teoria non sono considerate

come un vero problema dagli economisti del mainstream. [ ] Storicamente le

critiche sono rare per quanto riguarda gli assunti indiscussi che gli economisti

fanno sulla natura umana (Richerson, Boyd, 2001) .

È da questo vertice prospettico, cioè dall analisi critica degli assunti sulla

4 Al riguardo del disagio ecologico, mi sembra inutile dilungarmi a indicare la sofferenza attuale del

pianeta e le tristi previsioni per un futuro non molto lontano: la letteratura scientifica di riferimento

è di un ampiezza e solidità da lasciare pochi dubbi.

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natura umana a fondamento del PIL, che la psicologia, insieme alle altre scienze,

può offrire oggi un contributo utile a preparare il terreno culturale al

cambiamento.

Sono ancora validi gli assunti sulla natura umana

dell economia classica?

Aldilà delle critiche generiche alla posizione di Smith e di molti altri

economisti sulla natura razionale ed egocentrica dell uomo, è possibile per la

psicologia offrire ulteriori elementi per superare la rigididi questi assunti

implicitamente e stabilmente persistenti nella linea classica del pensiero

economico? Questo interrogativo è ovviamente retorico e anticipa una risposta

precisa: la critica a questa visione della natura umana è necessaria e irrimandabile,

e le scienze biopsicosociali hanno il dovere, quanto meno, di sollecitare l interesse

a una riflessione stringente.

Critiche al concetto della razionalità umana

nel comportamento economico

Il riferimento alla razionalità è centrale nella teoria economica: per

giustificare la predicibilità delle scelte è necessario che le persone, definite

egocentriche, debbano anche dimostrare comportamento razionale, con eccezioni

possibili, ma marginali. La ricerca dimostra che questo assunto non è vero, in

quanto la marginalità è tutt altro che tale; mettono in crisi questo assunto, gli studi

sulla razionalità limitata di due psicologi entrambi premi Nobel in Economia:

Herbert Simon (1957, 1974) e, successivamente, Daniel Kahneman (1979, 2000).

La Prospect theory , per la quale è stato assegnato il premio a Kahneman, sfida le

principali ipotesi degli economisti secondo cui gli individui sono razionali e motivati

dal proprio interesse personale ogni qualvolta prendono decisioni di tipo finanziario.

Questa teoria suggerisce invece che, quando si deve decidere in materia economica,

le motivazioni psicologiche, incluse le emozioni e i pregiudizi, sono importanti nel

determinare il comportamento delle persone, spingendole a compiere scelte

imperfette ma umane. I dati scientifici non intendono certo sostenere l irrazionalità

dei comportamenti di scelta ma più semplicemente rilevano che la razionalità

umana ha dei limiti oggettivamente dimostrabili. Il fatto che proprio gli economisti

abbiano dato il Nobel a questi psicologi, dimostra che il loro contributo sui limiti

della razionalità dei processi decisionali è stato rilevante non solo sul piano generale

del funzionamento della mente, ma anche su quello concreto delle operazioni

economiche. Il reddito è spesso usato come viatico di opportunità e ben-essere.

Tuttavia, se le persone non sono pienamente razionali, le loro scelte non

necessariamente massimizzeranno l utilità sperimentata, e l aumento delle

opportunità non necessariamente le miglioreranno (Kahneman, 1994). Ma oltre

all argomento dei limiti intrinseci alle caratteristiche cognitive, occorre anche tener

conto della complessità della mente umana in cui s intrecciano altri fattori di

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carattere emotivo-motivazionale, come lo stesso Amartya Sen e molti altri hanno

sufficientemente documentato. Osserva Vaillancourt Rosenau (2006, p. 6):

Lesistenza stessa di emozioni fondamentali nell uomo, ciò che Amartya

Sen chiama simpatia e impegno, è fondamentale per le scelte individuali

nelle decisioni di tipo economico. Ma il fatto che questi aspetti del

comportamento economico siano così importanti mina l assunto

secondo cui tali decisioni avvengano necessariamente sempre in base

a preferenze personali ed egoistiche. Le decisioni pubbliche non sono

basate su preferenze personali egoistiche come sostengono gli

economisti. Sen sostiene inoltre che esistono codici di

comportamento morale che sovvertono i piani di una decisione

razionale (Sen, 1982). Kahneman, Knetsch e Thaler (1986)

sostengono che le norme della comunità possono influenzare il

comportamento delle imprese rispetto all aumento dei prezzi. Frank

sottolinea che l interdipendenza umana implica concettualmente che

gli individui non possano e non vogliano agire esclusivamente sulla

base delle preferenze personali (Frank, 1985).

Uno dei motivi di fondo per cui l assunto della piena razionalità è fortemente

difeso dagli economisti mainstream, dipende dal fatto che questo fattore è

condizione necessaria per avere sistemi economici in equilibrio nel lungo termine.

Secondo questo punto di vista, senza la razionalità, le previsioni e la politica

economica, che su queste previsioni si deve basare, diventano più complicate e

arbitrarie.

Le considerazioni, sopra accennate, intaccano quindi la rigididi uno degli

assunti fondamentali su cui poggia l impalcatura teorica dell economia tradizionale.

Ancora di maggior maggior rilievo, dal punto di vista psicologico, l assunto della

natura egocentrica umana.

Critiche al concetto della natura egocentrica

Al concetto di razionalità limitata che va contro l assunto di razionalità

piena , Kahneman associa il concetto di egocentrismo limitato , ugualmente in

controtendenza rispetto alla tradizione dell economia classica. C è una quantità

notevole di studi al riguardo -dice Kahneman- che includono la reciprocità, le

motivazioni non tangibili, il desiderio di essere trattati secondo giustizia, la volontà

di punire le persone che si comportano male. C è un ricco repertorio di

comportamenti che sono accettati nel pensiero economico, cioè l idea che le

persone, anche se non completamente altruistiche, sono limitatamente egoiste.

L idea molto più semplice, che esse siano completamente egoiste, va

semplicemente rifiutata. Sottolineo la radicalità di questa conclusione, perché

non è sufficiente riconoscere la presenza di comportamenti non egocentrici,

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come fenomeni statisticamente irrilevanti rispetto alla posizione centrale

dell egocentrismo.

La concentrazione prevalente sugli aspetti negativi della natura umana è

ampiamente presente nella cultura scientifica e non scientifica di questi ultimi

secoli. Non stupisce pertanto che l assunto della competitività egocentrica,

dimensione certamente rilevante nella natura umana, abbia avuto e continui ad

avere buon gioco nelle argomentazioni economicistiche piegate all equazione

ricchezza = felicità. Tuttavia la constatazione del relativo fallimento di questa

equazione invita a riflettere sul perché, al di sopra di una certa soglia necessaria

per una ragionevole condizione di vita, la soggettività umana non sembra

apprezzare un incremento significativo di felicità dai beni materiali, ma, al contrario,

ne sembra piuttosto disturbata. Questo disagio è un elemento significativo per

uscire dal pregiudizio e cercare di capire più a fondo la complessità della persona

e il suo bisogno di realizzazione dinamica in un appropriato contesto socioecologico.

È molto importante quindi soffermarsi a riflettere sull assunto dell

egocentrismo , per denunciarne i limiti alla luce delle attuali conoscenze

scientifiche.

A questo scopo, lasciando da parte il tema del benessere soggettivo , farò

riferimento al concetto di ben-essere psicologico .

Il ben-essere psicologico

Entrando nell area del ben-essere psicologico ci troviamo alle prese con

la novità di una svolta di paradigma che deve confrontarsi con il secolare

andamento delle scienze, sia biomediche sia psicologiche, prevalentemente

concentrate sull area del mal-essere. Una mole sempre più estesa di ricerche

comuni all area della psicologia della salute e al crescente movimento della

positive psychology 5 , anziché concentrarsi sul deficit cerca di mettere in evidenza

le dimensioni positive del ben-essere psicologico. Così come nel corso dei secoli

si è costruita una scienza della malattia oggi si pone in evidenza la necessità di

costruire una scienza della salute, non più come una semplice assenza di malessere,

ma come una dimensione positiva di ben-essere (fisico, psichico e sociale).

Occorrerebbe ben diverso spazio per segnalare l emergenza in atto di questo

nuovo itinerario; in estrema sintesi la traccia che si delinea è quella di un passaggio

dalla tassonomia categoriale del malessere (vedi DSM) alla tassonomia

dimensionale del ben-essere; dall ezio-patogenesi delle malattie, all eziosalutogenesi

delle dimensioni del ben-essere; dalla terapia o prevenzione del

mal-essere, alla promozione del ben-essere (Bertini, 2012).

Nella responsabilità degli psicologi si pone quindi lo studio articolato del

5 Si veda per es. SNYDER, C. R., L OPEZ, S. J. (2002), Handbook of Positive Psychology. Oxford University Press.

New York.

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en-essere psicologico, ma in una visione sistemica è indispensabile approfondire

la relazione d interfaccia con le dimensioni del ben-essere a livello biologico e a

livello sociale. Mentre fino ad oggi, l interesse delle neuroscienze è stato

essenzialmente rivolto allo studio del mal-essere, è facile costatare una significativa

attenzione alle dimensioni biologiche del ben-essere.

Le dimensioni del ben-essere psicologico alla luce

delle neuroscienze

Come primo passo per affrontare in modo specifico le caratteristiche del

ben-essere psicologico, uno sguardo agli orientamenti più recenti delle

neuroscienze ci aiuta a capire che la natura umana è aperta a determinanti che

vanno oltre l istinto egocentrico. Partirò da una moderna concezione della

genetica.

Fondamenti genetici

Nella storia della genetica si può rilevare una linea di pensiero nota come

determinismo biologico , che tende ad indicare rapporti abbastanza rigidi fra

caratteri genetici e aspetti fenotipici; in questa linea sembrano trovare

prevalentemente spazio le elaborazioni teoriche e le ricerche nel versante della

negatività. Secondo un pregiudizio con radici antiche, vi sarebbe una sorta di

destino biologico che costringe l uomo, al pari degli altri animali, alla reciproca

sopraffazione: l egocentrismo competitivo ed aggressivo sarebbe un portato

naturale, mentre l altruismo non sarebbe che una forma di sublimazione o di

mascheramento dell egocentrismo sostanziale della vera natura animale dell uomo

stesso. È curioso anzitutto osservare che mentre si parla degli istinti degli antenati

animali sedimentati nel nostro cervello, si faccia perlopiù riferimento a quelli di

tipo aggressivo ed egoista e mai a quelli di tipo cooperativo, altruistico ecc.

Eppure il noto biologo Stephen Gould (1977) afferma:

esempi di comportamenti obiettivamente altruistici fino al punto di

sacrificare la propria vita a vantaggio dei figli o degli altri, sono

straordinariamente diffusi nel mondo animale (dalle formiche alle api,

agli uccelli, alle scimmie). Lo stesso Freud, quando afferma che il processo

di civilizzazione richiede che noi sopprimiamo le inclinazioni biologiche

e che ci comportiamo in modo altruistico per l armonia e il bene comune,

in qualche modo avalla un pregiudizio tanto più indimostrato quanto

più ricorrente sulla natura umana, intesa come radicalmente egoista e

aggressiva. La teoria dell altruismo su base genetica, naturalmente porta

un altro attacco all orgoglio dell uomo, già più volte nella storia costretto

a scendere da un supposto piedistallo di superiorità: Copernico togliendo

la terra dalla centralità dell universo; Darwin, inserendo la storia

dell uomo entro il fiume dell evoluzione naturale, Freud

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 149


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ridimensionandone la supposta razionalità. Persino le più nobili e

specifiche qualità umane, l altruismo e la solidarietà sembrano sfuggire

alla pretesa di esclusività per venire ricondotte alle vicende modeste

della selezione dei geni. Probabilmente occorrerebbe sottolineare che

da questo punto di vista la modestia non è mai troppa e che la superbia

ha spesso portato l uomo ad azioni di tale bestialità che nessun

animale feroce è mai riuscito a commettere. Perché la nostra

cattiveria dovrebbe essere retaggio del nostro passato scimmiesco,

mentre la nostra bontà esclusivamente umana? Diciamo quindi

anzitutto che se è vero che nel corredo genetico dell uomo si trova

il seme dell egoismo e della aggressività, si trova anche quello

dell altruismo e della solidarietà. Ma l argomentazione sociobiologica

ben poco ha a che vedere con la speculazione deterministica che

attribuisce specifici comportamenti individuali al possesso di specifici

geni altruisti. La nostra struttura genetica permette una vasta gamma

di comportamenti. Io non credo che il filantropo doni perché la

natura lo ha dotato di un pacchetto di geni altruisti superiore al

normale. L educazione, la cultura lo status e tutto l intangibile che

chiamiamo libera volontà, determinano il modo con cui restringiamo

la scelta dei comportamenti entro l ampio spettro -dall estremo

altruismo all estremo egoismo- che i nostri geni consentono. Il vero

fatto biologico nuovo risiede nello sviluppo enorme del cervello

umano. Questo evento straordinario, verificatosi misteriosamente

nella storia dell evoluzione, ha probabilmente fatto sì che la

programmazione rigida del comportamento sia divenuta disadattiva.

La notevole plasticità e flessibilità consentite dalla nostra corteccia

cerebrale può essere la determinante più importante della coscienza

umana svincolando l uomo dalle rigidità dei programmi genetici. Perché

immaginare dei geni specifici per l aggressività, la dominanza o il rancore

quando sappiamo che l enorme flessibilità del nostro cervello ci

permette di essere aggressivi o pacifici, dominanti o sottomessi, malevoli

o generosi? Violenza, sessismo e generica cattiveria sono biologici dal

momento che rappresentano una sottocategoria di una possibile

gamma di comportamenti. Ma la pacificità, l equanimità e la bontà

sono altrettanto biologiche, e si può vedere aumentare il loro peso

nella misura in cui siamo in grado di creare strutture sociali che ne

consentono la crescita. La concezione che emerge da queste

prospettive non porta certo all affermazione di un generico

ambientalismo non biologico , ma molto più incisivamente

all affermazione di un cervello aperto all intera gamma dei

comportamenti e non predisposto rigidamente verso alcuno di essi.

Ho riportato questa lunga citazione di Gould per due motivi. Anzitutto

L ARCO DI GIANO

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per far notare come vi sia consonanza rispetto agli orientamenti della psicologia

della salute intesa come stato di ben-essere fisico psichico e sociale: Gould di

fatto riconosce uguale spessore alle dimensioni negative e a quelle positive,

naturalmente in un quadro concettuale di potenzialità e non di determinismo

biologico.

Inoltre, dando spessore biologico anche a dimensioni apparentemente

elusive come altruismo e cooperazione, ci fa riflettere sulla legittimità di operare

sul terreno scientifico, almeno con altrettanta legittimità con cui si è proceduto

tranquillamente nel versante delle dimensioni negative.

Questo spaccato di riflessioni sulle potenzialità nell utilizzo di predisposizioni

genetiche, è rilevante anche sul piano dei cambiamenti adattivi nel mutare delle

condizioni storiche. Se la potenzialità della competizione egocentrica ed aggressiva,

può aver avuto un significato adattivo, è possibile interrogarci se oggi lo sia

meno e si possano intravedere linee di maggiore adattività negli orientamenti

verso la cooperazione.

Il contributo della neuroeconomia

Nell ambito delle neuroscienze si sta affermando un settore esplicitamente

definito come neuroeconomia , che ha per obiettivo la ricerca di un substrato

neurofisiologico di processi mentali in qualche modo rilevanti sul piano

economico. Per quanto di recente affermazione, si nota un nuovissimo interesse

a dimensioni del ben-essere, come altruismo, cooperazione, empatia con la

comparsa di articoli in riviste di alto prestigio scientifico.

A interessante conferma di quanto affermava Gould, riguardo alla presenza

anche nel mondo animale di dimensioni positive, mi sembra interessante citare

ricerca di Brosnam e de Waal, comparsa su Nature nel 2003, dove si dimostra la

presenza del senso di giustizia in una specie particolare di scimmie (capuccine).

Sebbene con sostanziali variazioni culturali -affermano gli autori-, il senso di

giustizia è probabilmente una dimensione universale della natura umana (Henrich

et al. 2001; Henrich, 2000), di cui si dimostra la prevalenza in una larga varietà di

situazioni. Tuttavia essi dicono, noi non siamo i soli animali cooperativi e quindi la

ripugnanza all ingiustizia può non essere unicamente umana. Molte altre specie

non umane sembrano guidate da una serie di aspettative rispetto al risultato

della cooperazione e alla divisione delle risorse. Nel loro esperimento le scimmie

rifiutavano di partecipare se vedevano che altre scimmie ottenevano con uguale

sforzo una ricompensa più attraente; un effetto amplificato se il partner riceveva

questa ricompensa senza alcuno sforzo. Queste reazioni -concludono gli autoriconfortano

l origine evoluzionistica dell avversione all ingiustizia.

Ricerche intorno a queste tematche nell uomo sono state effettuate anche

attraverso esperimenti condotti con l uso della risonanza magnetica funzionale.

Secondo Rilling e collaboratori (2002) la cooperazione basata sull altruismo

reciproco, si è sviluppata in un piccolo numero di specie, ma costituisce un

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principio fondamentale di comportamento nella specie umana. Con l obiettivo

di individuare le basi neurobiologiche della cooperazione sociale basata sul

reciproco altruismo, si avvalsero delle procedure della risonanza magnetica

funzionale, applicate a 36 donne, durante il noto gioco del dilemma del prigioniero

(spesso usato, come noto, per modellare questa forma di cooperazione). La

ricerca dimostrò che la mutua cooperazione si associa ad una consistente

attivazione delle aree cerebrali collegate ai processi di ricompensa: il nucleo

accumbens, il nucleo caudato, la corteccia frontale/orbitofrontale e la corteccia

cingolata rostrale anteriore. Sulla base di questi dati, gli autori propongono che

l attivazione di questa rete neurale rinforza positivamente l altruismo reciproco,

motivando pertanto i soggetti a resistere alla tentazione di accettare

egoisticamente senza reciprocare i favori.

In un articolo pubblicato su Nature, anche Fehr e Rockenbach (2003)

sostengono come l esistenza della cooperazione e dell ordine sociale, tra individui

non collegati geneticamente, sia un problema fondamentale nelle scienze

comportamentali. Gli approcci prevalenti in biologia e in economia vedono la

cooperazione esclusivamente come un comportamento auto-interessato: gli

individui non imparentati cooperano solo se sono in gioco ricompense o sanzioni

che rendono la cooperazione una scelta di interesse personale. In queste teorie

non ha importanza che gli incentivi economici siano percepiti come giusti o

legittimi. Ritenendo invece che l altruismo basato sulla giustizia sia una fonte

potente della cooperazione umana, gli autori si propongono di dimostrare

sperimentalmente che il prevalente approccio dell interesse egocentrico ha gravi

difetti in quanto trascura le conseguenze negative delle sanzioni sull altruismo

umano. I risultati della loro ricerca dimostrano che le sanzioni che svelano

intenzioni egocentriche o avide distruggono la cooperazione altruistica quasi

completamente, mentre sanzioni percepite come giuste lasciano intatto

l altruismo. Questi dati, secondo gli autori, sfidano le teorie approssimative della

cooperazione umana che trascurano la distinzione fra sanzioni giuste e ingiuste;

distinzioni che sono probabilmente rilevanti in tutti gli ambiti dove è importante

la voluntary compliance, cioè nelle relazioni coniugali, nell educazione dei bambini,

nelle relazioni di affari, nelle organizzazioni e nei mercati.

In conclusione, l insieme di queste ricerche, su solide basi empiriche, sono

la prova del cambiamento di paradigma in atto dallo studio del malessere allo

studio del ben-essere. Fino a pochi anni fa era del tutto impensabile immaginare

la presenza in riviste come Nature o Science di ricerche intorno a temi come il

benessere, la cooperazione, il senso di giustizia, i processi decisionali, il rimpianto 6 .

Per quanto riguarda la ricaduta in campo economico e la rilevanza per la

politica è lecito domandarsi quanto queste conoscenze possano essere utili. Se

6 Sul tema del rimpianto, si veda per es. Coricelli et al. (2007)

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è vero che la neuroeconomia si trova ancora in una fase d infanzia è altrettanto

vero che c è un generale consenso sulle potenzialità future.

Oggi questi dati appaiono comunque fondamentali per quanto riguarda la

critica agli assunti tradizionali sulla natura umana.

Il ben-essere psicologico 7 e i sistemi motivazionali di base,

della natura umana

Affrontando qust area, entriamo nel vivo di quelle ricerche che si

concentrano specificamente sulle caratteristiche di un buon funzionamento

psicologico. Siamo su un piano profondamente diverso rispetto a quello del

benessere soggettivo, anche se i costrutti non sono del tutto indipendenti.

Quando si parla di ben-essere nell accezione di un funzionamento

psicologico ottimale di una persona, di un gruppo o di un contesto organizzativo,

non mancano riferimenti di lunga data nell ambito della psicologia classica e anche

della psicoanalisi: le qualità che rispecchiano un funzionamento psicologico

ottimale, salutare, efficace, sono state una preoccupazione perenne nella psicologia

della personalità (Waterman, 1994). L obiettivo che si pone oggi, come abbiamo

già detto, è quello di sistematizzare l ampio panorama delle conoscenze entro

linee procedurali analoghe a quelle seguite dagli studiosi della malattia. Seguendo

il percorso della tassonomia, della salutogenesi e della promozione, sarà più

facile alimentare la convergenza di acquisizioni passate e di innovazioni future, in

un quadro di chiarezza rispetto alla visione del cambiamento paradigmatico.

A fuoco si pone quindi l individuazione delle dimensioni del ben-essere e dei suoi

indicatori, della loro dinamica evolutiva e della loro promozione.

A partire dagli anni Settanta, in letteratura si può trovare una serie di iniziative

particolarmente in linea con gli orizzonti della psicologia della salute. Fra i contributi

più rilevanti potrei ricordare quelli di Bandura (1977), con il ben noto costrutto

della self-efficacy; di Antonovsky (1979, 1987, 1996) con il suo riferimento al senso

di coerenza (soc); di Kobasa (1979), con il concetto di hardiness; di Scheier e Carver

(1985) e di Seligman (1991) con l ottimismo; di Csikszentmihalyi (1988) con il

concetto di flow. In questi e altri contributi si possono identificare dimensioni

specifiche di un funzionamento psicologico ottimale.

Un tentativo importante di individuare in modo sistematico i contorni più

specifici delle dimensioni positive del ben-essere è stato fatto da Carol Ryff e i

suoi collaboratori (Ryff ,1989; Ryff e Singer ,1998), nell ultima decade del secolo

scorso. Generalmente apprezzati i seguenti indicatori, frutto di rigorose

7 Nella letteratura economica si fa spesso riferimento ad una distinzione fra fattori soggettivi e fattori

oggettivi. In certo senso i fattori oggettivi degli economisti rappresentano una gamma di indicatori

del ben-essere prevalentemente di natura medica e sociologica. In linea di coerenza con la definizione

di salute come ben-essere fisico, psichico e sociale, l area del ben-essere di cui parlo in questo

capitolo, riguarda fattori e dinamiche di ordine strettamente psicologico.

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elaborazioni psicometriche sulla base di ragionevoli presupposti teorici:

- avere degli scopi e un senso di direzione nella vita (purpose in life);

- sviluppo personale (personal growth);

- avere buone relazioni con gli altri (positive relations with others);

- capacità di controllo e senso dell efficacia personale (environmental mastering);

- accettazione, rispetto di sé, autostima (self-acceptance);

- autonomia (autonomy).

La stretta linea di continuità di queste recenti acquisizioni sul ben-essere

psicologico, con gli studi classici della psicologia generale, della psicologia dello

sviluppo e della psicologia sociale ci consente di segnalare due istanze centrali

della natura umana: il bisogno di individuazione, e il bisogno di coesione. Aldi

dei nominalismi, c è una concordanza trasversale agli orientamenti delle

varie scuole della psicologia scientifica circa la fondamentale tendenza, dei sistemi

motivazionali della persona, alla realizzazione delle potenzialità, nella linea della

libertà individuale -individuazione-, e verso l altra tendenza, altrettanto biologicamente

e psicologicamente fondante, della coesione sociale. È sufficiente far

riferimento ad autori che vanno da Piaget a Vygotsky e a Maslow, da Jung a Erikson,

da Rogers a Bowlby e a Stern per capire come la base teorica di questi

concetti sia ampiamente illustrata e sostanzialmente condivisa nella letteratura

psicologica del secolo scorso. Quello che non viene sufficientemente sottolineato

è la necessaria relazione dinamica fra queste istanze, nel superamento della loro

apparente posizione conflittuale. La chiave più convincente di questa dinamica si

trova nel concetto di mutualità, illustrato in modo particolare da Erik Erikson.

Sarà opportuno soffermare l attenzione su questi concetti per capire la

rilevanza che essi possono avere negli orientamenti delle politiche economiche.

L obiettivo infatti che mi propongo è quello di dare un contributo scientifico,

dal versante della psicologia e delle neuroscienze, rispetto a tematiche ricorrenti

soprattutto nell ambito della cosiddetta economia civile , dove il concetto di

mutualità ha un ampio risalto.

Il bisogno di individuazione

Nella più vasta letteratura psicologica, compresa quella della psicologia della

salute, è invalso l uso del concetto di sviluppo delle risorse (contrapposto all uso

del deficit), senza una specifica illustrazione di questo concetto spesso confuso

con quello di crescita. È difficile costruire una teoria salutogenica con questa

vaghezza concettuale.

Per quanto riguarda il processo di individuazione, o realizzazione delle

potenzialità umane, occorre fare una importante distinzione fra una visione per

così dire accrescitiva ed una visione dinamico-evolutiva . La visione accrescitiva

implica il concetto di una struttura che cambia solo nella linea di una crescita

quantitativa. Nel campo biologico l esempio più classico è la concezione arcaica

154

L ARCO DI GIANO

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della crescita del bambino nella fase intrauterina. Con la teoria dell Homunculus,

come noto, l embrione umano veniva considerato fin dall inizio già dotato delle

caratteristiche morfologiche e strutturali dell essere adulto 8 ; la sola differenza

riguardava le proporzioni. L embrione secondo queste vecchie teorie non era

altro che un piccolo uomo in miniatura e, conseguentemente, lo sviluppo appariva

come un fenomeno statico e lineare di crescita quantitativa di una struttura

sostanzialmente identica a se stessa e invariata nel tempo. Il progresso delle

conoscenze biologiche ha spazzato queste concezioni che pur riflettevano, e a

loro volta influenzavano, importanti concezioni filosofiche e pedagogiche sulla

natura dell uomo. Oggi sappiamo bene che lo sviluppo è un fenomeno

squisitamente dinamico di progressiva differenziazione e integrazione. L inizio

della vita umana non è l Homunculus ma una placca germinativa indifferenziata

(risultante dall incontro dell uovo femminile con lo spermatozoo maschile) da

cui si verranno differenziando per tappe, o crisi di sviluppo, le singole strutture

anatomiche e fisiologiche dell organismo, nelle successive fasi embrionali e fetali.

Passando al versante psicologico si può notare un analoga condizione. Lo

sviluppo della personalità a partire dalla nascita è stato a lungo valutato -e

purtroppo in molti casi anche oggi- come un fenomeno di accrescimento. Nella

visione accrescitiva, il bambino è considerato come un piccolo uomo , un uomo

in miniatura : le sue caratteristiche comportamentali vengono analizzate e

giudicate con un metro di riferimento adulto: fatto salve le proporzioni, la

personalità del bambino è sostanzialmente in linea di continuità con quella

dell adulto. Non è difficile scorgere come nella visione accrescitiva della

personalità umana questa venga considerata come un recipiente fisso, per così

dire, (l eredità, la costituzione) da riempire con le esperienze ambientali o la

cultura in senso lato.

Come per il versante biologico, in contrapposizione a questa visione staticoaccrescitiva,

si è venuta progressivamente affermando una visione dinamicoepigenetica

dello sviluppo psicologico centrato sui processi di differenziazione

ed integrazione gerarchica 9 . L evoluzione psichica del bambino prevede

l emergenza «critica» di attitudini di base che si vengono delineando sulla premessa

di elaborazioni precedenti, ma attraverso sintesi creative nuove, relativamente

specifiche per ogni fase, e in cui già si maturano le potenzialità per ulteriori

vicende evolutive (Erikson, 1950). Luomo quindi non si accresce ma si evolve: la

sua legge non è la statica prevedibilità, ma il cambiamento, cioè una dinamica di

«morte» a livelli o «certezze» evolutive, e di «rinascita» o riemergenza a livelli

8 Ci sono alcune stampe d epoca che riportano l immagine di un piccolo uom o dentro lo spermatozoo

collocato sul pavim ento dell utero materno.

9 Pur nelle evidenti differenze di scuola, si possono citare in questa linea autori come Vygotskij,

Werner, Rogers, Erikson

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 155


o sintesi più avanzate. Lungo questa linea articolata di progresso, si misura il

cammino di liberazione nel senso di passaggio da situazioni di dipendenza o

eteronomia verso forme sempre più evolute di autodeterminazione razionale

e creativa. Il processo di libertà in cui si esprime il concetto di individuazione è

il bisogno insopprimibile di uno sviluppo naturale nella linea delle potenzialità

umane. Questo processo non si svolge solo nell arco della cosiddetta età evolutiva,

ma lungo tutto il ciclo di vita, dove la stessa idea di sviluppo stadiale viene

appropriatamente ridimensionata. Il concetto di epigenesi caro alla tradizione

biologica fa capire che la dinamica di maturazione psicologica passa attraverso la

trasformazione, il rinnovarsi, il cambiare. La vita tende sempre ad unire ed

integrare, in altre parole, per sua natura la vita è un processo di costante sviluppo

e cambiamento. Di fatto, quando sviluppo e cambiamento cessano, subentra la

morte (Erik Fromm, 1976).

Il bisogno di coesione

Ma lo sviluppo psicologico non può avvenire nel vuoto, come un fiore in una

serra. Occorre sottolineare la caratteristica umana dell infanzia prolungata e quindi

la inevitabile dipendenza del bambino da un appropriato caregiver che si deve

prender cura quotidianamente di lui. In assenza di un altro essere umano che se

ne faccia carico, il neonato non può sopravvivere. Va compreso fino in fondo lo

spessore biologico e la risonanza psicologica di questo bisogno. Basterebbe osservare

il pianto disperato del bambino (helpless) che ha fame, per capire l angoscia di

fondo per l assenza dell altro che ritarda a prendersi cura del suo bisogno vitale. Il

bisogno di coesione, di attaccamento non è un optional psicologico: senza una

relazione fondamentale di dipendenza da un altro essere umano il bambino muore!

Occorre analizzare nei dettagli tutte le caratteristiche di questo processo di

dipendenza che richiede la dotazione e la maturazione di precisi processi

d interazione comunicativa, così bene illustrati dagli interazionisti. 10 Le ricerche di

Bowlby, e di tanti altri, sulle dinamiche dell attaccamento hanno reso evidente la

pregnanza vitale di un adeguata competenza relazionale del bambino fin dalla nascita.

Quindi il bisogno di relazione nella coesione sociale è altrettanto radicato nei

sistemi motivazionali biologici e psicologici della natura umana, quanto il bisogno

di individuazione nella libertà. Reiss e Gable (2003) affermano che le relazioni

sono un importante, e forse la più importante fonte di soddisfazione di vita e di

benessere emotivo (per una rassegna al riguardo vedi Berscheid, Reis, 1998). Inoltre

essi affermano che, quasi senza eccezioni, le teorie del ben-essere psicologico

includono le relazioni positive con gli altri , come un elemento centrale della

salute e del ben-essere mentale. Alcune teorie vanno così lontano da considerare

10 Vedi per es., il darsi il turno (to take turn ) fin dalle prim issime fasi di vita (Schaffer, 1977; Kaye,

1977).

156

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


queste relazioni, come una componente intrinseca del ben-essere psicologico e

non semplicemente come una sua causa (vedi per esempio Keyes, 1998; Ryff, 1995).

La mutualità

Fa parte quindi delle caratteristiche fondamentali della natura umana la

coesistenza di due bisogni vitali, entrambi irrinunciabili ma potenzialmente

antinomici: senza l indipendenza nella libertà non c è realizzazione di sé, ma senza

la dipendenza non c è vita. Come si risolve questa tensione dualistica che

caratterizza dalla nascita in poi tutto il ciclo di vita?

Quanto preme qui sottolineare è un concetto la cui forza e pregnanza nella

teoria psicologica dello sviluppo si sta rivelando fondamentale, ma di cui si trova

scarsa traccia nell attuale panorama degli studi sul ben-essere. Mi riferisco al

concetto eriksoniano di mutualità intesa come una relazione in cui due

membri, due gruppi sociali, due generazioni -due componenti, in senso

lato- dipendono l una dall altra per lo sviluppo delle rispettive

potenzialità . Spesso i termini relazione , beni relazionali , vengono giustamente

proposti come fattori importanti anche nel campo dell economia; tuttavia nello

specificare il senso della relazione non si va molto oltre il concetto generico di

interdipendenza senza approfondire alla radice il concetto di mutualità. Pur in

estrema sintesi cerco di entrare più in profondità nelle caratteristiche psicologiche

di questa relazione come stimolo a considerare a fondo, in tutti i dettagli possibili

le sue potenzialità salutogeniche. Luomo cresce a contatto con gli altri e il suo

sviluppo è ritmato da «bisogni» evolutivi e specifici di coesione sociale. Dalla tonalità

egocentrica delle prime tappe alla donatività (non intesa semplicemente come

dono di qualcosa ma come compartecipazione di sé ) delle fasi più avanzate, la

coesione con l ambiente sociale si delinea secondo vicende complesse di evoluzione

maturativa. Il rapporto di coesione con l altro, per essere maturante, deve

dimensionarsi secondo il segno di mutualità operanti e specifiche di ogni livello. Le

prime risposte di un bambino possono essere considerate come parte di un attualità

che consiste di molti dettagli di reciproca sollecitazione e risposta. Mentre il bambino

sorride le prime volte alla madre, la madre non può fare a meno di restituire il

sorriso pieno di aspettative di un «riconoscimento» di cui lei stessa ha bisogno. Il

sorriso sociale del bambino nei primissimi mesi di vita rappresenta quindi un

momento di salvezza evolutiva per entrambi: per il bambino che ha bisogno di

riconoscere e per la madre di essere riconosciuta. Questo incontro di mutualità

favorisce in entrambi lo sviluppo dell individuazione nella libertà e il processo di

coesione nell amore 11 . Tanto più liberante è il rapporto tanto più profonda è l intimità

della relazione (Bertini, 1972). Il fatto è-afferma Erikson- che la mutualità dell adulto

11 Questa parola così connotata in senso filosofico-morale, trova oggi spazio anche nella letteratura

scientifica (vedi per esempio: Hendrick, Hendrick, 2002).

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e del bambino è la sorgente originaria della speranza, l ingrediente fondamentale

di ogni azione effettivamente umana ed etica. Del resto fin dal 1895, Freud nel suo

progetto di una Psicologia per Neurologi, paragona l «helpless» neonato con l

helprich (Hilfreich) adulto e afferma che la loro reciproca comprensione è «la

sorgente primaria di ogni motivo morale». Un genitore che tratta un bambino

sarà rinforzato nella sua vitalità, nel suo senso di identità, nella sua prontezza per

l azione, mediante gli stessi atti con cui egli assicura vitalità, futura identità ed

eventuale disponibilità all azione morale, nel bambino stesso.

Queste convinzioni, come osserva lo stesso Erikson, trovano conforto nella

scienza etologica che analizza i meccanismi innati per cui la madre e il giovane

animale si scambiano i gesti necessari per la sopravvivenza del giovane e quindi

della specie. Particolarmente esemplare al riguardo le indagini classiche di Harlow

(1959) sulle scimmie. Questo autore, come è noto, effettuò una serie di brillanti

ricerche in cui, con varie modalità sperimentali, alcuni scimmiotti venivano deprivati

della presenza della madre vera, sostituita ora con una sagoma di semplice filo di

ferro, ed ora con la stessa sagoma rivestita di gommapiuma. Seguendo lo sviluppo

di queste piccole scimmie, cui peraltro non veniva a mancare l adeguato nutrimento

fisico, si osservava un notevole danno sulla strutturazione della personalità. Il loro

comportamento manifestava chiari segni patologici sulla linea dei disordini psicotici

dell uomo, quale incapacità di contatto, di esprimere appropriate emozioni, ansietà

e, da adulte, incapacità di copulare. Ci si potrebbe domandare a questo punto: che

cosa manca nella « madre-surrogato »? E più ancora sul piano umano: che cosa ha

da offrire la madre al figlio oltre al cibo e al conforto fisico? Qual è il fattore

decisivo? Spitz (1961) commentando queste ricerche, afferma: « È la reciprocità,

cioè uno scambio circolare di azioni cariche di affettività tra la madre ed il bambino.

Qualunque osservazione dell interazione fra madre e bambino rende evidente

questa affermazione. Osserviamo per esempio -continua Spitz - un film di una

madre che mette il succhiotto della bottiglia di latte nella bocca del suo bambino

di sette mesi. Il bambino risponde mettendo le dita nella sua bocca; la madre

risponde muovendo le sue labbra sulle dita del bambino, mentre questi a sua volta

giocherella con le dita; ella risponde con un sorriso. Tutto ad un tratto il bambino

fissa la faccia della madre con attenzione rapita. Questa piccola scena può essere

osservata in una serie di variazioni senza fine in ogni coppia madre-bambino. Esse

sono il paradigma di ciò che manca nella madre-surrogato ».

La dinamica costitutiva della mutualità non si esaurisce a livello delle prime

interazioni madre-neonato. Questo è solo un inizio che conduce a rapporti più

complicati, via via che la personalità infantile diviene più complessa e che più

complesse si fanno le interazioni fra una cerchia sempre più larga di persone. Il

tema della mutualità si amplia quindi fino ad abbracciare tutta la trama delle

relazioni Io-Tu-Ambiente sociale, lungo il corso della vita e il succedersi delle

generazioni. Così-ancora secondo Erikson- «la sopravvivenza psicosociale è

salvaguardata solo da quelle virtù che si sviluppano nell interscambio di generazioni

158

L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


che si succedono e si sovrappongono vivendo in sistemi organizzati. Dove vivere insieme

va inteso in senso ben più ampio che in quello di una prossimità incidentale. Significa

che gli stadi di vita dell individuo si intrecciano, si ingranano con quelli degli altri con

palese interdipendenza». Queste ultime affermazioni possono costituire come

una base di partenza per apprezzare la trasversalità del concetto di mutualità a

tutti i livelli delle relazioni sociali e socio-politiche. Il ben-essere di una società si

realizza nella misura in cui si sviluppa la funzione partecipativa di mutualità.

Questo concetto di mutualità va compreso nella sua specificità ed esteso a

tutte le conseguenze. Nelle tante descrizioni di questo concetto in vario modo

rappresentato dalle parole mutualità, interdipendenza, reciprocità, si trascura

spesso un elemento essenziale. Si apprezza infatti la qualità positiva dello stare

insieme, in modo armonico e amorevole, attribuendo giustamente a questa realtà

lo status di un valore morale, di per sé degno di essere perseguito. Si trascura

tuttavia la ragione, o meglio, la funzione concretamente evolutiva di questa

relazione, cioè la dipendenza di due persone, (ruoli, gruppi, generazioni,) per lo

sviluppo delle rispettive potenzialità . La relazione di mutualità si costruisce

all interno di una reciproca visione dinamico-evolutiva e non accrescitiva: quando

si afferma l importanza del rispetto dell altro, si deve considerare che la parola

rispetto deriva da respicere, cioè vedere l altro nella sua singolare ed insopprimibile

istanza di sviluppo dinamico evolutivo. Compito difficile perché il bisogno di

individuazione e bisogno di coesione sono due bisogni altrettanto insopprimibili

quanto virtualmente antinomici. Qui gioca negativamente anche il pasticcio della

nostra mentalità occidentale spesso bloccata nella visione dicotomica della realtà,

al punto che anche il superamento dell antinomia attraverso il concetto di

reciproco sviluppo nella gratuità, può venir considerato come frutto di una

relazione strumentale, di natura egocentrica, anziché una caratteristica intrinseca

alla stessa relazione. Proprio per la radicale presenza delle due componenti

della nostra natura umana, il ben-essere dell individuo e della società prospera o

deperisce in funzione della presenza o dell assenza di mutualità. Le dimensioni

del ben-essere psicologico (autonomia, autostima, sviluppo, attaccamento,

relazione positiva con gli altri) quali si ritrovano nelle importanti ricerche di

Carol Ryff (Ryff, 1989; Ryff & Keyes, 1995), nel panorama della positive psychology,

nelle ricerche più recenti delle neuroscienze, vedono alla radice questa naturale

doppiezza della natura umana la cui composizione adattiva non si può trovare

nella linea statica di un compromesso 12 ma in quella dinamica di un reciproco

potenziamento delle due istanze fondamentali.

12 Nella favoletta di Schopenhauer due porcospini, sentendo freddo, si avvicinano, ma avvicinandosi si

pungono e allora si allontanano di nuovo, ma sentendo freddo cercano di avvicinarsi ancora e così

via per tentativi ripetuti, fino a che si raggiunge una giusta distanza. Questa è una soluzione

certamente di buon senso, ma non è quella della mutualità

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Nel dibattito sugli assunti della natura umana, il concetto di mutualità si

pone quindi come un alternativa decisiva, rispetto al concetto unilaterale

dell egocentrismo.

DALLA CRISI DEGLI ASSUNTI TRADIZIONALI ALLA

PROSPETTIVA DEL CAMBIAMENTO DEGLI INDICATORI

ECONOMICI

Ho cercato di giustificare il cambiamento degli assunti dell economia classica,

sulla base di conoscenze scientifiche oggi sempre più accreditate non solo sul

piano della psicologia ma anche sul piano delle neuroscienze. Legocentrismo che

s intravede nella riflessione economicistica dà l idea di un bisogno di acquisizione,

di possesso che sarebbe intimamente e inevitabilmente legato alla natura umana.

Una visione che del processo d individuazione, coglie solo l importante dimensione

della crescita ma non quella dello sviluppo. L egocentrismo è la rappresentazione

dell istanza accrescitiva di cui il PIL costituisce lo strumento di pompaggio più

appropriato; ma in assenza dello sviluppo nella relazione, la crescita si pone come

una possibile disarticolazione della complessità dinamica della società. Oltre ai

benefici positivamente legati alla produzione, la sofferenza e il mal-essere

inevitabilmente attraverseranno il tessuto sociale.

Non può esserci ben-essere dei cittadini e quindi della società se l una o

l altra di queste istanze -individuazione e coesione sociale- viene artatamente

accentuata, se non scotomizzata.

La domanda da porsi è se questa visione più ampia della natura umana sia in

grado, nell attuale cultura, di mettere in crisi la prevalente visione individualistica,

egocentrica, con i suoi vantaggi edonici e il fascino della ricchezza. In gioco, come

accennavo dall inizio, è la possibilità di una crisi del PIL come indicatore unico del

benessere dei cittadini: il PIL non più nella posizione di fine sostanziale dell agire

politico, ma come mezzo -sicuramente indispensabile- rispetto al fine più alto del

ben-essere della persona e della convivenza sociale e socio-ecologica. Temo

purtroppo che questo auspicio sia destinato a rimanere a lungo come tale, perché

la scelta del PIL si allinea alla prassi del buon vivere egocentrico di una cultura

ampiamente condizionata. Questo indicatore, come obiettivo unico, è criticabile

da tutti perché scontenta la parte più nobile del pensiero comune, ma anche

accettabile da tutti perché in qualche modo alimenta la parte edonica presente in

ciascuno di noi. Il PIL, si dice talvolta, è una droga della nazione, una droga troppo

forte se viene assunta e coltivata come uno strumento unico di progresso. Si

preferisce il sacrificio di lavorare 20 ore su 24: giustamente per sopravvivere, per

quanto riguarda gli indigenti, e pur di sopravanzare gli altri, per quanto riguarda gli

opulenti; tutti, in modo diverso, dipendenti dalla droga PIL-maniaca . In questo

brodo di cultura, infatti, anche gli indigenti, una volta raggiunto un livello di ricchezza

ragionevole per sviluppare la gioia dei beni cosiddetti immateriali, si lasciano

trascinare facilmente nella scia vincente dell aumento senza limiti dei beni materiali.

160

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C è da domandarsi dove andrà a finire il pianeta se, come già sta avvenendo, anche

Paesi sottosviluppati (sarebbe più corretto dire sottocresciuti ) entreranno in

questa spirale perversa di crescita senza sviluppo. Al momento attuale, pertanto, è

giocoforza riconoscere che le coscienze individuali e la cultura generale delle

nazioni sono più propense ad affidarsi alla scorciatoia del PIL e il passaggio verso

un apertura più profonda agli indicatori del ben-essere, come qualità della

convivenza, non può essere che lento.

Ma non è lecito chiudere la porta alla speranza.

Mi fa piacere accostare un cambiamento possibile in questo ambito, a un

altro cambiamento che si è verificato nella seconda metà del secolo scorso nel

campo della medicina e della psicologia. Mi riferisco al famoso passaggio dal

modello biomedico tradizionale (sotto l ala influente del materialismo

positivistico) al modello biopsicosociale (nell influenza della visione sistemica),

esemplarmente segnalato da Engel in un famoso articolo comparso su Science

nel 1978. Nella visione riduzionista del modello biomedico tradizionale,

l orientamento scientifico-culturale era centrato sul corpo: questo orientamento

era, e deve ovviamente restare, fondamentale, perché risponde al bisogno della

sopravvivenza. Ma nell apertura sistemica del modello biopsicosociale si afferma

l unità complessa della persona nella distinzione di diversi livelli di organizzazione:

dal biologico allo psicologico, al sociale. In seguito, con la raggiunta consapevolezza

che la salute è uno stato di benessere fisico, psichico, sociale si comincia a capire

sempre meglio che la soddisfazione del livello fisico non è sufficiente per vivere

una vita nella sua pienezza. Si comprende inoltre che lo stesso benessere del

corpo fiorisce se parallelamente si sviluppa il ben-essere psichico e sociale, o,

viceversa, deperisce se insieme si sviluppa il mal-essere: difficile oggi disconoscere

l intima relazione transazionale tra psiche e soma.

Vorrei indicare una sorta di parallelismo fra questo passaggio -dalla visione

riduzionista del modello biomedico tradizionale al modello sistemico biopsicosociale-,

al passaggio dalla visione riduzionista del benessere materiale, che si esprime

nel Prodotto Interno Lordo, a quella sistemica che potrebbe affermarsi nell'aggiunta

di nuovi indicatori espressivi del ben-essere psicosociale come il BIL (Benessere

Interno Lordo). In entrambi i casi la svolta di paradigma si gioca attraverso

un apertura sistemica dai livelli più bassi a quelli più alti della condizione umana.

Considerando che il concetto di salute (e della sua promozione) attraversa

tutti i livelli, non solo quello della salute individuale, potremmo dire che la salute,

ovvero il ben-essere di una nazione, ha bisogno assoluto di un corpo produttivo,

ed è quindi giusto riferirci al PIL come indicatore fondamentale di crescita 13 .

13 Preferibilmente un PIL depurato dalle scorie negative. Le statistiche di uso comune potrebbero non

registrare alcuni fenomeni che hanno un crescente impatto sul benessere dei cittadini. Per esempio,

gli ingorghi di traffico possono aumentare il PILa causa del maggiore utilizzo della benzina, ma

ovviamente non la qualità della vita (vedi la relazione della comm issione Sarkozy, 2008).

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La sua crescita va ovviamente rispettata e valorizzata, ma non in separazione

dallo sviluppo delle dinamiche di convivenza, psicologiche, sociali, e socioecologiche

14 . Anche in questo caso, come nell avvento del modello biopsicosociale,

lo sviluppo appropriato di queste dinamiche può ampiamente favorire la crescita

dello stesso corpo produttivo: l aumento del ben-essere, inteso come capacità

di sviluppo personale in una rete relazionale che alimenta i processi partecipativi,

non può che far crescere il senso di responsabilità e la disponibilità del cittadino

come produttore di beni materiali.

Le influenze culturali

Impossibile tuttavia sottovalutare la difficoltà del cambiamento. La difficoltà

del passaggio verso criteri coerenti con la linea della mutualità, dipende anche

dal diverso peso esercitato dalla cultura prevalente in certi Stati. Così si deve

riconoscere che la centratura sull individuo, fino all egocentrismo esasperato, è

più tipica del mondo occidentale (vedi anche Parisi in questo libro), mentre la

centratura sulla coesione è più tipica del mondo orientale 15 . Christopher (1999)

sostiene che la visione morale che regna nella cultura americana, e in genere nel

mondo occidentale, è l individualismo, mentre in diverse culture nonoccidentali,

genericamente orientate al collettivismo, prevale la cultura della

relazionalità. Né l una né l altra visione si può considerare esclusiva di una data

cultura, ma certamente il peso e l integrazione gerarchica ad esse assegnate,

varia nelle diverse culture. Il peso eccessivo alla linea dell individuazione rispetto

alla linea della coesione, può essere alla base dell egocentrismo estremo in cui si

trova l occidente, con tutte le conseguenze negative di cui abbiamo parlato. Ma

uno squilibrio di opposta natura si può verificare anche nei Paesi del mondo

orientale dove domina l orientamento alla coesione (connessione) e alla

interdipendenza sociale. Come ben noto, il Buthan, un piccolo Paese del Nord-

Est asiatico tra la Cina e l India, a partire dagli anni 70 del secolo scorso ha

avviato un processo di cambiamento siglato nel suggestivo passaggio dal Prodotto

Interno Lordo (il nostro PIL) alla Felicità Interna Lorda (FIL). Il FIL viene definito

sulla base di 4 pilastri: la crescita economica, la buona governance, la preservazione

e promozione della cultura, la conservazione dell ambiente. Come si vede, il

processo di crescita della produzione (il nostro PIL) non viene per niente negato

o stornato, ma piuttosto rimodellato in modo tale da rendere esplicito ciò che

14 Il concetto di separazione è tipico del modello biomedico tradizionale: Così il modello biomedico

abbraccia sia il riduzionismo - la prospettiva filosofica, dogmatica, in base alla quale i fenom eni

complessi derivano in definitiva da un singolo principio primario - e il dualismo mente-corpo la

dottrina che separa il mentale dal somatico (Engel, 1978).

15 Come esempio banale di sollecitazione all indipendenza, mentre in Occidente, e in particolare negli

Stati Uniti, il bambino è incentivato a dorm ire lontano dai genitori nei prim i anni di vita, nel

Giappone è sollecitato a dormire insieme ai genitori, nel lettone, fino intorno ai sei anni.

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L ARCO DI GIANO

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spesso viene considerato un obiettivo implicito ma dimenticato. Il PIL deve

essere un mezzo e non il fine dello sviluppo che invece si riconosce nella felicità

del popolo 16 . Da diversi anni sto seguendo i vari documenti e le esemplari

operazioni innovative sullo sfondo di una cultura buddista ampiamente condivisa.

Si nota in questi documenti uno sforzo di integrare gli indicatori di produzione

con altri indicatori di notevole significato per un miglioramento della qualità

della vita. Tuttavia anche l apertura apprezzabile agli orientamenti della

connessione può sfociare in forme di comportamenti non apprezzabili. Cito

al riguardo un episodio riportato da Duncan (2008):

il Buthan ha sposato una politica della Felicità Interna Lorda, ma nel

1991 ha revocato la cittadinanza ed espulso la minoranza Nepalese-

Hindi -circa 100mila persone- che continua a languire nei campi di

rifugio. Oggi, un gruppo di questi rifugiati si sta sistemando nella mia

comunità. È possibile giustificare un espulsione forzata di un indesiderata

minoranza sulla base della felicità della maggioranza? .

Sarà bene non dimenticare che le differenze di cultura influiscono non

solo sui costumi e sulla prassi delle popolazioni, ma anche sulla stessa linea del

procedere scientifico, nei nodi più intimi dell epistemologia come in quelli della

pratica professionale.

Quali sensibilità politiche per lo sviluppo degli indicatori del

ben-essere?

Sotto traccia si potrebbero segnalare molte citazioni di leader politici

illuminati. Uno di questi, Robert Kennedy così si espresse in un famoso discorso

all Università del Kansas nel 1968:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale

soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico,

nell ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell indice Dow-

Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).

Il PIL comprende anche l inquinamento dell aria e la pubblicità delle

sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle

carneficine dei fine-settimana.

16 Ho riportato questi dati sorprendenti di un piccolo Paese orientale fortemente ispirato al pensiero

buddista, ma non certamente come esem pio tipico dell attuale politica orientale. Negli ultimi due

decenni, non è certo che le società orientali diano al PIL un peso inferiore a quanto avviene nelle

società occidentali: a giudicare dalle descrizioni sociologiche della Cina e di altri paesi, sembra che

il miraggio della crescita materiale stia diventando un ossessione.

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Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa,

e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi

televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai

nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate

nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione

della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia

usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro

ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità

della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non

comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori

familiari, l intelligenza del nostro dibattere o l onestà dei nostri pubblici

dipendenti.

Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell equità

nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il

nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la

nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto,

in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di

essere vissuta. Può dirci tutto sull America, ma non se

possiamo essere orgogliosi di essere Americani.

Interessante rievocare queste parole di Robert Kennedy. Mentre fino a pochi

anni fa, posizioni come queste venivano snobbate, oggi il tema del cambiamento

degli indicatori viene suggestivamente frequentato nei circoli più alti della politica.

Si potrebbero citare molti esempi al riguardo. Mi piace comunque sottolineare

che David Cameron, attualmente capo del governo inglese, nel 2006 così si

esprimeva in una conferenza pubblica organizzata da Google:

È giunto il momento di ammettere che nella vita ci sono più cose del

denaro, ed è giunto il momento di mettere l accento non sul Prodotto Interno

Lordo ma sul Ben-essere Generale (General Well-Being: GWB). C è la bellezza

dei nostri paesaggi, la qualità della cultura e soprattutto la forza delle nostre

relazioni. C è una profonda soddisfazione che deriva dalla sensazione di

appartenere a qualcuno e a qualche luogo. [ ] Dovremmo pensare non

tanto a ciò che è bene fare per mettere il denaro nelle tasche della

gente, quanto a ciò che è bene fare per mettere la gioia nel cuore della

gente [ ]. Migliorare la sensazione di ben-essere nella nostra società, credo

che sia la sfida centrale per la politica dei nostri giorni.

Naturalmente, prima che queste frasi suggestive svaniscano nell onda della

retorica, ci vorrà del tempo e molto impegno paziente e graduale ai vari livelli

non solo dell economia e della politica ma della cultura generale.

Purtroppo negli ambienti della cultura occidentale, insieme a movimenti di

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grande impegno, circolano spesso annunci catastrofistici e strali contro le grandi

iatture del liberalismo sfrenato, il capitalismo ingordo, il consumismo divorante e

così via; il tutto naturalmente aggravato dall ineluttabilità dei processi di

globalizzazione. Il problema nasce quando queste analisi pessimistiche si confrontano

con la concretezza del cambiamento. Le enunciazioni di principio, anche le più

ragionevoli e meno ispirate a un velleitarismo utopico, finiscono per arenarsi di

fronte al muro di resistenze tenaci di varia natura. Il cammino da percorrere

richiede l impegno di più binari a partire non tanto dalla retorica delle esortazioni

savonaroliane, quanto da un graduale coinvolgimento delle coscienze.

Occorrerebbe prendere atto e valorizzare maggiormente quanto si muove

nella direzione positiva. Ai livelli più alti dell economia e della politica si registrano

infatti posizioni interessanti. C è la sensazione diffusa che il PIL sia un indicatore

poco significativo. Al riguardo sono ben note una serie di iniziative sul piano

internazionale. Nel 2007, per esempio, si è tenuta a Bruxelles una conferenza

internazionale Beyond Gross Domestic Product ( Oltre il PIL ) organizzata

dalla Commissione Europea, dal Parlamento Europeo, dall OCSE e dal WWF. La

conferenza ha richiamato leader politici, rappresentanti di governo ed esponenti

di istituzioni chiave come la Banca Mondiale e le Nazioni Unite, con l obiettivo

di individuare gli indicatori più appropriati per misurare il progresso.

Sempre a testimoniare la crescente attenzione del mondo politico, si segnala

l iniziativa del presidente della Francia di istituire una commissione (la

Commissione Sarkozy), con il conferimento dell incarico nel 2008 a due premi

Nobel per l Economia, l americano Joseph Stiglitz e l indiano Amartya Sen. È

obiettivo della commissione di individuare i limiti del PIL come indicatore della

performance economica e del progresso sociale, compresi i problemi della sua

misurazione; di considerare quali ulteriori informazioni possono essere richieste

per la produzione di più indicatori di progresso sociale; di valutare la fattibilità di

strumenti di misura alternativi e di studiare come presentare le informazioni

statistiche in modo adeguato.

Dal PIL al BIL

Sul nodo specifico del cambiamento degli indicatori, la cui soluzione

sostanziale spetta agli economisti e ai politici, mi permetto solo qualche accenno.

A valle di un discreto consenso sull insufficienza del PIL, i tentativi di aggiungere,

di integrare o addirittura di sostituire questo con altri indicatori sono presenti

nella storia recente, ma purtroppo i vari tentativi non hanno ancora offerto dei

risultati convincenti. Per quanto riguarda i tentativi di modulare il PIL sono

presenti correttivi importanti, come per esempio il Genuine Progress Indicator

(GPI, Indicatore di Progresso Reale). Il GPI distingue le spese positive, come

quelle per beni e servizi che aumentano il benessere, da quelle negative, come i

costi di criminalità, inquinamento, incidenti stradali; il PIL include invece tutte le

spese, anche quelle negative, nella voce della positività, trascurando del tutto le

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attività orientate ad accrescere il benessere come quelle del volontariato o

delle casalinghe.

Nel progressivo perfezionamento delle ricerche sul benessere soggettivo,

in varie parti del mondo si affaccia il tema della massimizzazione della felicità

nazionale come obiettivo dell azione politica. C è al riguardo un forte interesse

nella corrente neo-utilitarista (vedi Layard, 2005), con l intenzione talvolta esplicita

di sostituire il PIL col FIL. Si tratta di un orientamento suggestivo, che sembra

quasi risuscitare il vecchio sogno benthamiano, che però, in tutto il pianeta ha

trovato piena applicazione in un solo Paese: il piccolo stato asiatico del Bhutan.

Se è vero che il benessere soggettivo è in grado di individuare aspetti positivi o

negativi che sfuggono agli indicatori oggettivi, come quelli catalogati entro il

capitale umano , il capitale ambientale , il capitale economico , è altrettanto

vero che il vissuto edonico o felicità non può essere il fine ultimo delle persone.

In modo chiaramente negativo Frey e Stutzer (2002) rispondono alla domanda

se si debba puntare sull obiettivo di massimizzare la felicità di una nazione: Pur

concedendo che gli psicologi e i sociologi hanno fatto passi significativi nelle

misure della felicità, non ne consegue che i governi dovrebbero farsene carico a

vantaggio della gente. L indicatore aggregato di felicità nazionale sarebbe non

solo particolarmente suscettibile di manipolazione da parte del governo, e di

distorsione da parte del cittadino -mettendo pertanto in discussione la sua pratica

fattibilità- ma la semplice idea di una singola funzione di benessere sociale

tenderebbe a non tenere in nessun conto lo stesso processo democratico, in

quanto ridurrebbe la sovranità individuale ai report del ben-essere .

Benché favorevole allo sviluppo delle ricerche sul benessere soggettivo,

anche Amartya Sen esprime in varie occasioni un circostanziato dissenso rispetto

a interventi diretti della politica nelle operazioni di massimizzazione della felicità.

Il FIL, tuttavia, può progressivamente valorizzare il suo distinto ruolo aggiuntivo

al PIL. Il benessere soggettivo si qualifica infatti per la sua dimostrata capacità di

individuare elementi non segnalati dagli indicatori oggettivi e quindi può aggiungersi

ad altri indicatori integrando il piano delle conoscenze.

Più significativo il riferimento ai cosiddetti indicatori oggettivi dove si

incontrano misure dello stato del mercato del lavoro, della qualità ambientale,

della salute, delle performance del sistema educativo ecc. Inoltre, al didi

indicatori che cercano di cogliere dimensioni considerate particolarmente

rilevanti per lo sviluppo (lavoro, ambiente, salute, istruzione), tra gli indicatori di

natura oggettiva che cercano di superare il totem del PIL e della sua crescita vi

sono anche indicatori della sua distribuzione: indici di povertà, indici della

distribuzione quali il Gini , il Sen o l Atkinson . Si tratta di indicatori che per

la loro natura oggettiva non sono manipolabili dai policy maker e quindi meno a

rischio di iniziative demagogiche.

Più complesso il problema di un eventuale integrazione fra gli indicatori. In

un articolo recente, comparso nel primo numero dell International Journal of

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L ARCO DI GIANO

inverno 2011 | numero 70


Wellbeing (Forgeard et al., 2011), gli autori dopo aver fatto una puntuale rassegna

sullo stato dell arte delle misure di benessere, segnalano le principali prospettive

teoriche orientate a integrare le molteplici facce in cui si articola il concetto di

benessere. D accordo con altri autori, essi tendono a escludere un processo

integrativo ridotto a un numero, e suggeriscono invece che:

un modo utile per comunicare informazioni su una vasta gamma di

indicatori soggettivi e oggettivi sia quello di adottare un approccio

cosiddetto dashboard ( cruscotto ). Questo approccio non cerca di

ridurre il benessere a un numero, bensì incoraggia i ricercatori a

trovare il modo di fornire informazioni su una varietà di aspetti

oggettivi e soggettivi di benessere, in modo interessante e utile.

L utilizzo di tale approccio, può contribuire a educare sia i cittadini,

sia i politici sul significato autentico del benessere, e sui vari modi in

cui quest ultimo può essere coltivato . (p. 99)

Questa modalità innovativa di affrontare il tema delle misure si sta

diffondendo e merita attenzione.

Per quanto riguarda il tema delle sigle, sostitutive o integrative, escludendo

decisamente il FIL, per i motivi accennati, la sigla più appropriata potrebbe

essere il BIL.

Come acronimo generale del ben-essere, entro il BIL potrebbero

convergere i classici indicatori di produzione (privilegiando magari

quelli di progresso reale ), gli indicatori di benessere oggettivi e

soggettivi, e gli indicatori del ben-essere psicologico, talvolta etichettati

come beni immateriali. È invalso in letteratura l uso di definire in questo modo gli

indicatori del ben-essere psicologico -fra cui in prima fila quelli relazionali- per

distinguerli dai beni materiali , rappresentati nel PIL. Si tratta, nel tempo, di un

repertorio di elementi da prendere in considerazione in ogni modo, anche se lo

stesso aggettivo immateriale , nella sua genericità non sembra il più appropriato

per facilitare un dibattito sul piano scientifico.

In conclusione, sul tema degli indicatori, nel quale si confrontano con

crescente impegno, economisti e politici, la psicologia può offrire alcuni spunti

sia sul piano generale della teoria, sia sul piano della metodologia, ma il suo

contributo richiede anzitutto una forte convergenza di collaborazione con le

varie discipline (sociologia, neuroscienze, neuroeconomia, antropologia).

Ritengo comunque che la scelta e l affermazione degli indicatori innovativi

più appropriati richieda come premessa indispensabile una riflessione approfondita

sugli assunti della natura umana, smascherando le fondamenta sulle quali si appoggia

il mito economicistico, pseudoscientifico, dell egocentrismo umano.

Importanza del linguaggio: la differenza fra crescita e sviluppo

Prima di passare alle conclusioni, desidero aggiungere una nota sull importanza

inverno 2011 | numero 70 L ARCO DI GIANO 167


dell uso delle parole nel rappresentare i concetti nuovi. Nel trattare quest ultimo

argomento prendo spunto da questa citazione di Gadamer ( ) Se il nostro secolo

ha realmente compiuto un passo avanti nell ambito del pensiero filosofico questo consiste

certamente nell importanza fondamentale conferita all aspetto linguistico. ... Così non