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Sangue dal cielo - Sardegna Cultura

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Marcello Fois<br />

<strong>Sangue</strong><br />

<strong>dal</strong> <strong>cielo</strong>


Tascabili . Narrativa


II edizione (Il Maestrale/Frassinelli) su licenza Edizioni Frassinelli<br />

© 2005 Edizioni Frassinelli<br />

I edizione (Il Maestrale/Frassinelli)<br />

© 1999 Edizioni Frassinelli<br />

Grafica<br />

Nino Mele<br />

Imago multimedia<br />

Foto<br />

Alessandro Contu<br />

Imago multimedia<br />

Impaginazione<br />

Imago multimedia<br />

Redazione: via Massimo D’Azeglio 8 - 08100 Nuoro<br />

Telefono e Fax 0784.31830<br />

E-mail: redazione@edizionimaestrale.com<br />

Internet: www.edizionimaestrale.com<br />

ISBN 88-86109-93-8 Il Maestrale<br />

Marcello Fois<br />

<strong>Sangue</strong> <strong>dal</strong> <strong>cielo</strong><br />

Prefazione di<br />

Manuel Vázquez Montalbán


A Luigi Arru


Natura e delitto<br />

di Manuel Vázquez Montalbán<br />

Un fenomeno letterario preliminare all’esame del testo è<br />

quello dell’estensione del taglio del romanzo poliziesco a<br />

tutte le strategie letterarie, il suo ritorno o riassorbimento,<br />

in definitiva, nel seno della letteratura senza aggettivi. È come<br />

se, esaurito il discorso della letteratura di testimonianza<br />

del comportamento sociale o personale, il passaggio attraverso<br />

l’architettura della narrazione poliziesca avesse facilitato<br />

agli scrittori il rincontro con materiali apparentemente<br />

esauriti dello sfruttamento minerario del realismo, prima<br />

alla ricerca dei minerali del sottosuolo, poi dei minerali a<br />

<strong>cielo</strong> aperto. Bisogna tener conto di questa premessa perché<br />

mi possa spiegare a proposito del nuovo romanzo di<br />

Marcello Fois, l’autore di Sempre caro, che conferma in <strong>Sangue</strong><br />

<strong>dal</strong> <strong>cielo</strong> la costruzione di un personaggio e di uno spazio,<br />

territoriale e temporale, in cui indagare il rapporto tra<br />

comportamento e delitto.<br />

Non è un caso che il prefatore di Sempre caro sia stato<br />

Andrea Camilleri, perché le coincidenze con Fois nella sua<br />

filosofia del romanzo e dello scrittore sono ovvie: il delitto<br />

come provocazione dello sguardo, un ambito geografico<br />

posto tra il giallo urbano e quello campestre senza che ciò<br />

implichi il minimo sfioramento delle verdi distese piene di<br />

7


ladies e di Porto dei romanzi di Agatha Christie, la costruzione<br />

di un personaggio che faccia da intermediario tra<br />

l’autore e il pubblico, l’investigatore che per Camilleri è un<br />

funzionario pubblico e per Fois un avvocato. Entrambi utilizzano<br />

uno speciale investigatore culturalizzato: nel caso di<br />

Camilleri, il commissario Montalbano è capace di risolvere<br />

il delitto mediante una lettura fortunata; in quello di Fois,<br />

l’avvocato Bustianu è anche un poeta. La differenza tra il<br />

mondo del siciliano e quello del sardo sta nel fatto che Fois<br />

recupera un personaggio realmente esistito, Sebastiano Satta,<br />

Bustianu, nato a Nuoro nel 1867 e morto nel 1914. Fois<br />

si costringe così a ricostruire l’immaginario di un territorio<br />

sardo a cavallo di due secoli e a supporre l’atteggiamento<br />

personale di un personaggio esistito prima della sua esistenza<br />

letteraria. Un’altra coincidenza tra Camilleri e Fois<br />

sta nel particolare uso fatto da entrambi del dialetto, uso<br />

che Camilleri esplicita con maggior insistenza di Fois e che<br />

«...consiste in una sapiente, calcolatissima commistione tra<br />

lingua e dialetto». La forma dialettale ratifica la verosimiglianza<br />

dell’ubicazione, come i riferimenti storici ratificano<br />

la verosimiglianza di un’epoca.<br />

Finite le coincidenze, che a loro volta diventano differenze,<br />

Fois porta il genere del romanzo poliziesco al limite<br />

dell’indagine intimistica, in cui il processo interiore dell’avvocato<br />

che cerca di disvelare la verità mediante la difesa del<br />

presunto colpevole, riceve l’aiuto delle sue conoscenze del<br />

contesto e delle sue genti, dei paradigmi dei vivi e del mandato<br />

e delle osservazioni degli avi ricevuti in sogno. Importantissimo<br />

anche il ruolo della natura, in questo caso della<br />

meteorologia, perché <strong>Sangue</strong> <strong>dal</strong> <strong>cielo</strong> è un romanzo intriso<br />

di pioggia, fin quando l’epilogo schiarisce l’orizzonte e il<br />

8<br />

colore azzurro del <strong>cielo</strong> chiude il chiaroscuro di un’indagine<br />

che ha danneggiato soprattutto la pace dello stesso personaggio.<br />

Perché Bustianu è un personaggio difficile ed esigente.<br />

Non si accontenta, come Montalbano o Pepe Carvalho, di<br />

essere strumentalizzato <strong>dal</strong>la strategia creatrice dello scrittore.<br />

I suoi sentimenti fanno parte della trama, la sua identità<br />

come personaggio davvero esistente obbliga Marcello<br />

Fois a rispettare una sua idiosincrasia che prende partito<br />

davanti alle persone e alle cose, muovendo <strong>dal</strong>la memoria o<br />

verso il desiderio. Al secondo romanzo, la riconferma di<br />

questo sorprendente investigatore, sommerso nel rapporto<br />

tra Natura e Delitto, è anche la conferma di un singolare<br />

scrittore e l’apertura di un nuovo universo di finzione che<br />

guadagnerà sempre più lettori di incondizionata fedeltà e<br />

forse affaticherà un poco un autore tanto dotato e ambizioso<br />

che talvolta vorrà sfuggire alla dittatura della sua stessa<br />

creatura. Una tensione che arricchisce, in quanto Fois è<br />

uno scrittore capace di risolvere ogni genere di sfida, dopo<br />

aver risolto in modo così formidabile quella di rinchiudersi<br />

a Nuoro, all’inizio del secolo, spartendo la paternità dell’opera<br />

con un personaggio presente nel foro e all’anagrafe.<br />

9<br />

(Traduzione di Hado Lyria)


<strong>Sangue</strong> <strong>dal</strong> <strong>cielo</strong>


Pioveva a puàles.<br />

Getti possenti d’acqua ostinata andavano a schiantarsi<br />

contro la crosta granitica ammuffita di cespugli<br />

grassi.<br />

Il <strong>cielo</strong> aveva posizionato l’artiglieria pesante al gran<br />

completo: obici e mortai. Acqua esplodeva in saette<br />

d’acciaio battendo sulle superfici grigiorosate delle<br />

rocce, deflagrando in una raggiera vaporosa di spilli<br />

acutissimi.<br />

Al quarto giorno, le montagne, le vallate, i colli che<br />

circondano sa bidda erano diventati una spugna incapace<br />

di assorbimento, rigurgitanti acqua inaccettabile.<br />

E la terra intorno cominciava a dire che ne aveva abbastanza,<br />

come se ogni giorno ne valesse dieci e fossimo<br />

arrivati al quarantesimo del Diluvio, quando, per quel<br />

pezzo di pane di Noè e per i suoi figli, fu chiaro che<br />

l’acqua aveva portato ancora acqua e che il <strong>cielo</strong>, diventato<br />

una brocca immensa, aveva versato pesanti biglie<br />

di vetro contro il seccùme dei fieni, contro le terre<br />

seminate, contro le schiene lanute dei bestiami, contro<br />

i tetti di canna e le tegole, contro le crepe dei dirupi,<br />

13


contro il malanimo e l’invidia e l’avidità e la lussuria<br />

eccetera; ma era altrettanto chiaro, una colomba col<br />

ramoscello d’ulivo nel becco l’aveva dimostrato senza<br />

ombra di dubbio che tutto era finito, proprio in quel<br />

quarantesimo giorno. Perlomeno si era fissato un termine,<br />

insomma.<br />

Comunque, in quel novembre del 1899, che fossimo<br />

arrivati al quarantesimo o quarto giorno de abba, il<br />

<strong>cielo</strong> di Barbagia di smettere di ghettare non ne voleva<br />

sapere.<br />

Per questo le fonti, congestionate, <strong>dal</strong>le alture precipitavano<br />

verso l’altopiano e spurgavano in direzione<br />

dell’abitato, con sifonate di acqua untuosa, di rìcino<br />

limpidissimo, che si ingegnava a rivestire di una patina<br />

lucente i selciati e faceva gorgogliare i tratturi sterrati<br />

di torrenti torbidi e ribollosi.<br />

Nùoro annaspava, ingoiando a stento.<br />

Acqua obliqua di linee maestrali, scendeva da San<br />

Pietro, si incanalava nei viottoli poco meno che selvatici<br />

che portavano al Ponte di Ferro, riducendo, nel tragitto<br />

in discesa, via Majore in una fiumana trasparente.<br />

Acqua che grattava via le sporcizie della lunghissima<br />

siccità appena trascorsa incistate fra i mattoni e le pietre<br />

a vista; acqua che impregnava gli intonaci come secchiate<br />

di tinta sempre più scura: tono su tono; che obbligava<br />

a ingollare, fino al soffocamento, le rare grondaie<br />

metalliche facendole lamentare come bidoni di lamiera<br />

in cui venisse agitata della ghiaia.<br />

14<br />

Acqua, e acqua ancora, radente e sghimbescia, che<br />

trasformava i piani pavimentati in aree scivolose e i vicoli<br />

in fluttuanti rivi melmosi.<br />

Acqua, e acqua, e acqua ancora, che colmava la scodella<br />

di Seuna come una madre che versasse il latte del<br />

mattino al figlio: abbondante, fino all’orlo.<br />

Per tutta l’estate boschi e garighe erano stati un’immensa<br />

segheria di cicale in amore, poi c’era stato un ottobre<br />

silenzioso che fischiava di grecale agli oliveti. E<br />

ora, in bocca a un novembre ghignante, il frastuono<br />

della pioggia, come quello dell’intera schiera dei dannati<br />

che battessero i denti in attesa del Giudizio.<br />

E che frastuono! Da non sentirsi. Con i tetti che rispedivano<br />

il tra tra tra negli androni e i cortili che si<br />

colmavano per gli scarichi ingorgati. E laghi artificiali<br />

di buche mai appianate. E puzzo di fumo, di cane morto,<br />

di orbaci intrise. Che la traspirazione aromatica del<br />

suolo aveva cessato di profumare l’aria già <strong>dal</strong> secondo<br />

giorno di pioggia e ora pareva che si ostinasse a facilitare<br />

una putrefazione di bestiamene annegato, di carne<br />

bagnata e verdura mucillaginosa come alga di mare.<br />

La strada verso casa era un vicolo scivoloso di pietre<br />

di fiume lucenti. Un immenso cimitero di tartarughe<br />

dai carapaci che sotto al violaceo delle nubi temporalesche<br />

viravano al rosso cupo. Quasi interiora, come reni<br />

di bue incastrati nella terra battuta.<br />

15


Le tomaie ingrassate delle mie scarpe facevano del<br />

loro meglio per respingere gli attacchi delle raffiche e<br />

le suole ferrate rendevano i miei passi quelli di un vecchio<br />

cavallo mansueto che sogna la scuderia o, almeno,<br />

una tettoia.<br />

Raimonda stava davanti alla porta socchiusa per vedermi<br />

arrivare.<br />

– Bustià, c’hai gente, – mi sussurrò mentre mi aiutava<br />

a togliermi l’incerata che aveva fatto parte, secoli prima,<br />

del mio equipaggiamento militare.<br />

– Chi è? – chiesi senza parlare spingendo il muso in<br />

avanti e agitando la mano destra.<br />

Mia madre si appiliconò per arrivarmi a pochi millimetri<br />

<strong>dal</strong>l’orecchio. – Franceschina Pattusi, – disse. –<br />

Dice che lo sapevi che doveva venire… Quella gente in<br />

casa mia… – Sospirò.<br />

– Eh sì che lo sapevo, l’ha mandata Pascale Dessanai,<br />

ma me ne ero dimenticato. Sta aspettando da molto?<br />

Raimonda alzò le spalle. – Dieci minuti, – disse.<br />

– Sono bagnato fino alle ossa. Dille che aspetti il tempo<br />

di cambiarmi.<br />

La donna era sui quarant’anni, secca come una radica.<br />

Leza di una bruttezza dignitosa. Nel vedermi entrare<br />

in studio si alzò in piedi e, prima che potessi dire qualunque<br />

cosa, mi porse un foglio piegato in quattro che<br />

teneva stretto in mano. Mi sedetti alla scrivania per<br />

aprirlo con molta calma. La invitai a sedersi lei pure; mi<br />

ubbidì guadagnando la punta della sedia di fronte a me.<br />

16<br />

Lessi speditamente. – È la notifica di una sentenza, –<br />

spiegai. – Siete stata ritenuta colpevole di complicità<br />

nel tentativo di evasione di Tanchis Filippo, in attesa di<br />

condanna eccetera eccetera, il resto lo sapete. Vi hanno<br />

messa a piede libero perché non avete precedenti e<br />

hanno creduto alla buona fede…<br />

– Condannata? – chiese la donna interrompendomi.<br />

– Eh, avete cercato di far arrivare al Tanchis oggetti<br />

impropri, non è cosi? Fate mente locale: cosa vi hanno<br />

trovato nella cesta che avete portato in carcere?<br />

La donna guardò Bustianu con l’aria di chi dovesse<br />

rispondere a una domanda da cui dipendesse il destino<br />

del mondo. – Petta, pane, casu, duos arantzos… Per<br />

mangiare qualcosa mischìno, s’abbocà, che se aspettiamo<br />

a quello che gli danno in carcere…<br />

– Carne, pane, formaggio, due arance… Sicura?<br />

Nient’altro?<br />

La donna scosse la testa come se si fosse sforzata abbastanza.<br />

– Tzia mé! – sbottò Bustianu. – Intanto senza il permesso<br />

voi da mangiare in carcere non ne potete portare.<br />

In secondo luogo, qui è nero su bianco, – dissi puntando<br />

con l’indice la notifica. – C’era anche un coltello<br />

nella cesta!<br />

La donna scosse le spalle, quasi le scappava da ridere.<br />

– Ohi che coltello s’abbocà, una leppa minoredda da<br />

bambini che faceva tenerezza a guardarla… Per tagliarsi<br />

il formaggio. Cosa faceva? Se lo mangiava a morsi?<br />

17


– Ma quando vi hanno chiesto cosa c’era voi dovevate<br />

dirlo, benedetta donna!<br />

– A me mi hanno chiesto del mangiare, a me di coltelli<br />

non mi ha chiesto niente nessuno! Che cosa ne so<br />

io di queste cose?<br />

– Vabbé, comunque la prossima volta se volete portare<br />

qualcosa da mangiare a vostro figlio, vi conviene<br />

evitare di fare malinnidades, che tanto avete visto che<br />

controllano.<br />

– Controllano, controllano, a chi gli pare a loro controllano…<br />

– Eh, voi ringraziate soltanto che hanno creduto alla<br />

buona fede e per questa volta ve la cavate con un’ammenda,<br />

ma la prossima volta non ci sono scuse e non<br />

venite da me a lamentarvi.<br />

La donna prese tempo ad allisciarsi la franda, poi mi<br />

guardò dritto negli occhi. – Una… itte? – chiese sospettosa.<br />

– Un’ammenda, – ripetei con uno sbuffo. – Una contravvenzione,<br />

una multa… Dinare tzia mé! – mi arresi.<br />

– Cinque lire di ammenda!<br />

– Chimbe francos… – bisbigliò lei a se stessa.<br />

– Proprio così e ve la cavate con poco, che meno male<br />

che il maresciallo Poli è una persona comprensiva…<br />

– Mì che noi la Zustissia non sapevamo nemmeno cos’era,<br />

s’abbocà! Cosa vi state credendo: che eravamo<br />

tutti i giorni in carcere o in tribunale o appresso agli avvocati?<br />

Se Filippo è finito alla Rotonda è solo perché<br />

18<br />

c’è stato errore di persona, che giovane più onesto di<br />

lui non ce n’è, e non lo dico per cosa: che non mi è nemmeno<br />

figlio. Chiedete a chiunque se ha mai avuto da ridire<br />

su Filippo Tanchis, chiedete!<br />

– Tzia mé è per questo che ve la cavate con poco, che<br />

se c’era il sospetto di qualcosa di brutto voi e vostro…<br />

– Nepode, s’abbocà! Figlio della sorella buonanima…<br />

Poveritta, aitte in sa bida?<br />

– Eh, baciatevi l’Immagine, ché, se c’era il sospetto<br />

di un tentativo di farlo evadere per davvero, stanotte<br />

dormivate sotto lo stesso tetto, voi e vostro nipote! Pagate<br />

e andate tranquilla che se vostro nipote non ha<br />

fatto niente in quattro e quattr’otto è fuori <strong>dal</strong> carcere.<br />

– E ora che cosa devo fare? – domandò la donna senza<br />

alzarsi.<br />

– Dovete andare a casa e lasciar fare a chi è preposto…<br />

– Allora stiamo freschi, s’abbocà: qui non c’è prevosto,<br />

né canonico…<br />

– Preposto, tzia mea, “pre-po-sto”! Chi ha parlato di<br />

preti: la Forza Pubblica, il giudice… cumpresu?<br />

– Eh, stiamo freschi due volte allora… Per noi “prepo-sti”<br />

non ce ne sono, che siamo povera gente…<br />

Quando si è ammalato il marito di mia sorella, che dopo<br />

che è morto non è durata più di tre mesi, chin sas<br />

animas… Eh, quando si è ammalato il padre di Filippo,<br />

dice che dovevamo lasciar fare ai dottori… E abbiamo<br />

lasciato fare: salassi e corfu ’e balla, che di più<br />

19


non facevano, di soldi ce n’erano pochi e bisognava accontentarsi…<br />

Così al posto di migliorare era peggiorato:<br />

come uno scheletro si era ridotto… E allora il dottorume,<br />

s’abbocà, che cosa ha detto?… Ha detto che<br />

non c’era più niente da fare, che c’aveva quel Male,<br />

che dovevamo solo aspettare che morisse: come se non<br />

lo sapevamo da subito! E quella martire di mia sorella,<br />

che nella vita sua non ha goduto mai, non si spostava<br />

<strong>dal</strong> letto dove era coricato il marito, o quello che era rimasto,<br />

e ogni volta che lo sentiva respirare era come<br />

una fitta che aveva nel cuore “muori… muori tesoro<br />

mio… muori… animedda… muori deddé…”: lo pregava<br />

in questo modo. Che alla vita siamo attaccati come<br />

a una corda, e allora lei gli stava dicendo di lasciarsi<br />

andare… Mio dio! Non è che lo voleva morto, ma<br />

voleva che finisse quella sofferenza… Tanto non ha<br />

tardato a seguirlo: tre mesi, s’abbocà… Così mi sono<br />

rimasti tre figli, che per me i figli di mia sorella sono figli<br />

miei, tre bravi figli, s’abbocà, e ho fatto come ho potuto,<br />

che non mi sono sposata mai… E allora?<br />

– E allora?<br />

– Gliela fate Voi la difesa a Filippo?<br />

– Ma che cosa state dicendo? A me risulta che vostro…<br />

nipote sia già rappresentato…<br />

– Eh, rappresentato, s’abbocà… Ho parlato con Pascale<br />

Dessanai, lo conoscete…<br />

– Sì che lo conosco, il cancelliere del tribunale.<br />

– Esattamente, siamo parenti da parte di madre. Sua<br />

20<br />

madre è la cugina prima di mia madre buonanima. Lui<br />

me l’ha detto…<br />

– Lui vi ha detto cosa?<br />

– Che se non lo tirate fuori Voi a Filippo, non lo tira<br />

fuori nessuno.<br />

– Se me lo dicevate da subito che erano queste le intenzioni,<br />

non perdevamo tempo: chi è l’avvocato di<br />

vostro nipote?<br />

– S’abbocau Marongiu.<br />

– Eh, allora? Che cosa volete di più?<br />

– A Voi vogliamo, s’abbocà… fanno quasi tre mesi<br />

che Filippo è rinchiuso in carcere e finora non abbiamo<br />

visto risultati… Petzi dinare e papiros…<br />

– E tando? Itte bos credies chi deo potta fachere de<br />

prusu? Giovannino Marongiu est unu abbocau con i<br />

fiocchi.<br />

– Eja s’abbocà, ma non è come Voi. Che lo sanno tutti<br />

che Voi al povero in galera non lo lasciate.<br />

– Non potto. Abberu so nande. C’ho troppe cause<br />

da seguire in questo momento e a tutti non si può dire<br />

di sì.<br />

Mi capitava di sognare di svegliarmi in piena notte.<br />

E, nel sogno, desiderare d’alzarmi.<br />

Ché il letto si era fatto una tuppa spinosa.<br />

Desiderare di alzarmi. E farlo, avvolto <strong>dal</strong> buio: una<br />

pece melmosa che si appoggiava sui mobili della mia<br />

21


stanza, ed era morbida e docile al passaggio del mio<br />

corpo.<br />

Buio dappertutto, nel mio sogno, anche sul mio copriletto<br />

tessuto di lana chiara.<br />

Da bambino, prima di chiudere gli occhi, spesso mi<br />

ero chiesto quante pecore era stato necessario tosare<br />

per fare quel copriletto. Mi chiedevo se fosse stato necessario<br />

spogliare due, tre, quattro bestie per il mio calore,<br />

o un gregge intero.<br />

Così sognavo di alzarmi, presagendo le cose senza<br />

vederle; tentando di perforare con gli occhi spalancati<br />

quel nulla perfetto.<br />

Le ombre, più dense dell’oscurità circostante, stavano<br />

dove erano sempre state.<br />

Jaju Gungui in piedi, piccolo e secco come il tronco<br />

di ginepro spellato e allisciato, con i monconi stondati<br />

che servivano per appenderci le zucche seccate; o per<br />

infilarci i colli delle bottiglie a scolare; o per impiccarci<br />

le taschedde e le doppiette.<br />

Bisaju Gungui stava pure lui in piedi, con i capelli<br />

bianchi, lunghi sulle spalle, la barba quadrata <strong>dal</strong> mento<br />

al petto e la cartucciera attorno alla vita. Con quel<br />

viso di pietra sbugnata a scalpello e le labbra immerse<br />

nella rafia biancogiallastra dei baffoni. Che in altezza<br />

non era eccellente nemmeno lui, bisaju, ma aveva superato<br />

cose che neanche un gigante avrebbe affronta-<br />

22<br />

to. Ed era sopravvissuto a un fulmine che gli aveva trapassato<br />

il corpo <strong>dal</strong>la rosa dei capelli agli alluci. E questo<br />

fatto, del fulmine intendo, si era risolto con un fumo<br />

denso e acre che gli si era sprigionato dagli abiti e<br />

le punte dei capelli uscrate. Così se capitava che gli dicessero:<br />

– Bantò, unu raju chi ti fálete! – lui si limitava<br />

a rispondere: – Duos chi tinde fálene, ca deo appo già<br />

dau!<br />

Fin da piccolo, fin da quando mi posso ricordare, era<br />

sempre bisaju a parlare per primo. Una questione di<br />

età e di rispetto: lui era nato nel vecchio secolo, nel<br />

Settecento luminoso.<br />

– E tando? – chiedeva parlando senza aprire la bocca.<br />

Io alzavo le spalle: lo facevo da bambino e lo faccio<br />

anche ora che sono un uomo fatto. E allora che? Voleva<br />

dire quell’alzata di spalle: al solito: ho sete, ho fame,<br />

non riesco a dormire: tutto questo voleva dire. – Deo<br />

bene, e bois? – mi limitavo a rispondere e chiedere a<br />

mia volta.<br />

Bisaju sorrideva, aveva solo gli incisivi in bocca. –<br />

Bene bene non minde paret, – mi prendeva in giro con<br />

la vocetta scettica.<br />

Era vero: non è che andasse proprio bene. Stavo lavorando<br />

troppo in quel periodo.<br />

– Lassael’istare! – interveniva jaju Gungui rivolgendosi<br />

al padre. Mio nonno è sempre stato uno duro con<br />

i figli e tenero, troppo tenero, diceva mia madre, con i<br />

23


nipoti, che erano carne della carne, sangue del sangue,<br />

la vita che continuava, il nome che si tramandava, un<br />

ramo verde e solido che germogliava nell’albero della<br />

famiglia eccetera eccetera.<br />

E lui, mio nonno, era proprio come me lo ricordavo,<br />

come l’avevo visto da bambino, vestito come a sa ria,<br />

pronto da attittare, lavato con la soda, che la sua pelle<br />

non sembrava nemmeno morta.<br />

Nonno e bisnonno paterni non si facevano vedere,<br />

non si erano mai fatti vedere: assenti. Per via di mia<br />

madre credo, che aveva sempre mantenuto una certa<br />

distanza dai parenti del marito, che poi era mio padre.<br />

Nuora gentile, per carità, fin troppo attenta, ma si sa:<br />

quando un uomo esce da casa sposato, la famiglia della<br />

sposa guadagna un figlio e la famiglia dello sposo ne<br />

perde uno.<br />

Era stata la pioggia che mi aveva fatto sognare di svegliarmi<br />

e alzarmi per uscire a tentoni <strong>dal</strong>la mia camera<br />

e andare giù, in cucina a bere.<br />

Il primo gradino scricchiolava. E lì, nel mio sogno,<br />

stava seduto mio padre: – Troppo presto me ne sono<br />

andato, che per poco non riuscivo a vederti camminare<br />

sulle gambe, – diceva, poi abbassava la testa e sollevava<br />

le spalle. – Ma sono contento lo stesso, non c’è cosa<br />

di cui possa rimproverarmi e grazziaddio non vi<br />

manca niente a te e a tuo fratello e a tua madre.<br />

24<br />

– Niente, non ci manca niente, ma è vero che ve ne<br />

siete andato troppo presto… – E la gola mi si bloccava.<br />

Così mi sedevo in quel gradino con lui anche se non<br />

sapevo cosa raccontargli. Di solito restavamo così, a<br />

guardarci.<br />

Ma quella volta, col buio addosso, parlammo fitto di<br />

tante cose. Di tutte quelle cose che non eravamo mai<br />

riusciti a dirci, e che, forse, potendo, non ci saremmo<br />

detti mai.<br />

Così quella notte gli chiesi consiglio. – Che cosa devo<br />

fare? – domandavo. – Come mi devo comportare in<br />

questa causa?<br />

– Come sempre, come hai fatto finora, – diceva mio<br />

padre. – Fai quello che ti sembra giusto.<br />

– Eh, allora devo lasciare perdere, perché se do retta,<br />

io di questo Tanchis non me ne occupo per niente…<br />

ma…<br />

– …Ma la cosa non ti torna…<br />

Nel sogno facevo di no con la testa. Ma volevo dire di<br />

sì: che proprio non mi tornava. – Non ha ancora<br />

vent’anni, – dicevo con una voce che poteva non essere<br />

la mia. – È stato accusato dell’omicidio di un certo Solinas<br />

a Istiritta. È uno strigilino, <strong>dal</strong>la scheda carceraria<br />

risulta alto un metro e cinquantatré e pesa quarantasette<br />

chili. Soffre di polmoni…<br />

– Eh… e allora?<br />

– E allora questo Solinas pesava settanta chili ed era<br />

alto un metro e sessanta. Insomma è morto strangolato.<br />

25


Mio padre si fece pensieroso. – Niente coltello, fucile,<br />

pistola? – chiese a un certo punto.<br />

– Niente di niente: strangolato a mani nude. – E<br />

aspettai un suo commento.<br />

Arrivò dopo qualche secondo di silenzio. – Questo è<br />

strano. Prova a sentire un dottore, ci sono delle malattie,<br />

roba da manicomio, che trasformano anche le persone<br />

più mansuete in bestie feroci quando ci sono gli<br />

attacchi. Questioni della mente, non roba che si vede:<br />

insomma: uno sembra normale, poi si gira di cervello<br />

e addio…<br />

– Un dottore… – mi appuntai a mente.<br />

Il sogno mi riportava al buio senza preavviso e tutte<br />

le mie ombre se ne erano andate.<br />

Era la pioggia che batteva o la voce di mio padre che<br />

da un luogo lontanissimo ripeteva il mio nome?<br />

– Bustianu… Bustianu…<br />

– Bustià!<br />

Ora con gli occhi aperti ebbi un profondo senso di<br />

vertigine. – Un dottore… – farfugliai prima di prendere<br />

pieno contatto con la realtà.<br />

– Che cos’hai? Stai male? – Mia madre era in piedi<br />

davanti a me. La treccia di capelli, ancora nerissimi, le<br />

pendeva <strong>dal</strong>l’omero al fianco come una biscia posata<br />

sulla stoffa grezza della camicia da notte. Sembrava<br />

una baiadera incantatrice di serpenti che avevo visto<br />

26<br />

anni prima nel manifesto di un circo. Una baiadera incantatrice<br />

di serpenti che portava uno scialletto di lana<br />

per coprirsi le spalle. – Bustià, vattene a letto che è<br />

tardi! – All’iniziale tono preoccupato si era sostituita<br />

una risatina di scherno.<br />

– Mi sono addormentato, – fui costretto ad ammettere<br />

strofinandomi gli occhi con le palme delle mani. –<br />

Volevo esaminare questa causa, ma mi sono addormentato,<br />

– ripetei, più a me stesso che a lei, però. – Ritornatevene<br />

a dormire che ora mi corico anch’io.<br />

– Il sonno è prezioso come il cibo, figlio mio.<br />

– E chi male dorme, male veglia, – completai calcando<br />

un po’ troppo sul tono stizzito.<br />

– E allora continua così, – tagliò lei. – Fai quello che<br />

ti pare, grande sei grande, non te lo devo dire io quello<br />

che devi fare.<br />

Quello che dovevo fare era andarmene a letto, anche<br />

se sapevo che di dormire non se ne parlava proprio<br />

ormai.<br />

La pioggia sembrava calata o forse era solo il mio<br />

udito che si era abituato al battere costante sulle imposte.<br />

Invece no. Dentro alla mia camera ebbi la certezza<br />

che la pioggia non era calata: la sentivo farsi largo dentro<br />

al soffitto attraverso le commessure del tetto.<br />

Ospite sgradita. Che mi toglieva l’illusione del sonno.<br />

Che incupiva il mio futuro prossimo. Perché entro po-<br />

27


che ore, pioggia o non pioggia, al tribunale ci sarebbe<br />

stata un’udienza, e la visita <strong>dal</strong> procuratore fresco di<br />

nomina, e il ricevimento degli assistiti e dei loro parenti.<br />

E poi ci sarebbe stato… il dottore.<br />

Feci un rapido elenco di quelli che potevano essermi<br />

utili. Scartabellai una pila di appunti: periti, periti. Ecco:<br />

Causa Moledda Maria… Professor Puligheddu Priamo.<br />

E decisi per Puligheddu, se non ne sapeva qualcosa<br />

lui… Il professor Puligheddu da Oliena, con una<br />

chiara fama di esperto alienista. Gli avrei chiesto un appuntamento<br />

per la mattina dopo, alle undici.<br />

– La prima cosa che faccio domattina è mandare un<br />

cancelliere al suo studio per chiedergli un incontro, –<br />

dissi a me stesso.<br />

La notte, fuori, rideva e tartagliava e la luna se la godeva<br />

di nascosto occultata <strong>dal</strong> manto di panno luttuoso<br />

delle nuvole; bella come sempre, o forse più che<br />

mai, per conto suo, senza nessuno che le volgesse la<br />

faccia contro, a sognare, a maledire, a cantare, ad ammorare.<br />

Allora mi misi allo scrittoio, ma <strong>dal</strong> crocchio del pennino<br />

sul foglio spesso non veniva nulla di buono: tutte<br />

cose senza cuore. Cose da adolescente con l’animo più<br />

volenteroso della mano e il pensiero troppo veloce per<br />

la penna.<br />

Di lacrime e ricordi questo solo decisi di tenere di tutte<br />

le inutilità che avevo scritto. Di lacrime e ricordi:<br />

28<br />

che forse avrebbe aperto un’ode, forse l’avrebbe chiusa,<br />

forse se ne sarebbe stata in mezzo a qualcun’altra<br />

come frase casuale ed efficace.<br />

I ricordi c’erano: uno per tutti: quando ero bambino<br />

mia madre raccontava che un angelo in <strong>cielo</strong> avrebbe<br />

pianto per ogni mia disobbedienza: c’erano pure le lacrime<br />

dunque. Ricordi e lacrime. E il cerchio si chiudeva…<br />

* * *<br />

La pendola sul comò disse che era mattina con sei<br />

rintocchi.<br />

Un’alba che faticava a sbocciare sussurrava che era<br />

cambiato il vento.<br />

Toc. Ora <strong>dal</strong> <strong>cielo</strong> pioveva un’acqua rossastra, come<br />

lo scolo rugginoso del barile dove il fabbro immergeva<br />

il ferro incandescente.<br />

Toc. Ora il terreno era tutto uno sciroppo di amarene<br />

spappolate e chi ci credeva avrebbe fatto bene a regolare<br />

i conti col suo Dio: che quello era l’ultimo giorno<br />

dell’umanità, altro che fine del Diluvio!<br />

Toc. Camminavo col sangue fino alle caviglie ed era<br />

uno scivolare senza controllo. Un avanzare con fatica,<br />

mentre le nubi velavano le montagne e ornavano le<br />

colline come una cucchiaiata di panna montata sulla<br />

fetta di torta.<br />

Toc. E il sole come una fragola sciroppata scolava il<br />

29


osso albuminoso su quel candore. L’aria odorava di<br />

ferro e liquami.<br />

Toc. Non c’era un appoggio, i muri trasudavano.<br />

Toc. <strong>Sangue</strong> colava <strong>dal</strong>l’alto. <strong>Sangue</strong> scaturiva dai<br />

tombini come polle…<br />

Aprii gli occhi. Balzai a sedere sul letto.<br />

Per prima cosa andai a spalancare lo scuro.<br />

Pioveva.<br />

* * *<br />

– Ho fatto una bisione strana, – disse Raimonda<br />

quella mattina, mentre mi versava il latte nella scodella.<br />

– Stavo cercando di togliere degli insetti da una tazza<br />

colma d’origano. Insetti neri, secchi. Mi sforzavo,<br />

con un cucchiaio, di separare la spezia da quelle bestie<br />

morte. Poi a un certo punto, nel fondo della tazza che<br />

stavo forrocando, si agitava un’ape regina, manna da<br />

non credersi, con la pancia tutta scavata piena di uova…<br />

Chissà cosa vuol dire…<br />

– Neanche io ho dormito bene. Troppi sogni, anch’io,<br />

– dissi guardando la collana di perle trasparenti<br />

che ornavano la superficie del latte nella mia scodella.<br />

– Con la pioggia tu non hai mai dormito bene, anche<br />

da bambino… Chissà?… Bisogna che ne parli a<br />

Juannicca di questa bisione…<br />

– Eh proprio: mi mette in agitazione! Ho sognato<br />

jaju e bisaju Gungui… E poi una pioggia rossa…<br />

30<br />

Raimonda fece un sorriso tenero. – Eh jaju e bisaju,<br />

come sarebbe, che tu a tuo bisnonno e tuo nonno non<br />

li hai quasi conosciuti…<br />

– No, a nonno me lo ricordo e anche bisnonno piccoletto<br />

che l’aveva colpito il fulmine.<br />

Raimonda scosse la testa. – Ohi che fulmine, chissà<br />

chissà, era una cosa che si diceva, ma io non ci ho mai<br />

creduto.<br />

– E poi ho sognato babbu Antoni… Mi capita di sognarlo…<br />

È sempre come nella fotografia: seduto sul<br />

primo gradino in cima alle scale… – A mia madre tremò<br />

il labbro inferiore. – Non vedevo l’ora che facesse giorno,<br />

– completai.<br />

– Giorno? – tentò di ironizzare Raimonda per cambiare<br />

argomento. – Se non lo dicesse l’orologio, non ci<br />

crederei che è già giorno. – Poi si ammutolì con lo<br />

sguardo da qualche parte. – Avevi solo cinque anni<br />

quando è morto tuo padre. Ma che bene che ti ha voluto<br />

Bustià! – riprese a tradimento tirando su col naso.<br />

Ma fu solo un attimo, come dandosi una scrollata<br />

riprese il controllo di se stessa. – Prenditi il paracqua<br />

stamattina, che la situazione è troppo metzana.<br />

– Smetterà prima o poi, – tagliai. – Ho tante di quelle<br />

cose da fare stamattina che non so da dove cominciare…<br />

Intanto un vento sottile mandava la pioggia a batterci<br />

il buongiorno sui vetri delle finestre. Piovevano fasci<br />

di fieno, e il <strong>cielo</strong> era un campo che veniva falciato sulle<br />

nostre teste.<br />

31


Misi il cappellaccio di feltro e presi il paracqua. E via<br />

a camminare sui flutti, come un torronaio sul Lago di<br />

Tiberiade.<br />

32<br />

Ore 8,10<br />

Non mi tolsi nemmeno il pastrano. Arrivato in tribunale<br />

presi il primo cancelliere a disposizione e lo mandai<br />

allo studio di Puligheddu e se non fosse stato ancora<br />

in studio, a casa sua: cosa della massima urgenza.<br />

Dovetti ripetere il messaggio due o tre volte. Gli chiesi<br />

di ripetere e per tre volte sbagliò. Alla fine decisi per<br />

un messaggio scritto. Il cancelliere attese in piedi che<br />

avessi finito di stilarlo: Esimio professore, ardisco di importunarLa<br />

per chiederLe la cortesia di un incontro a<br />

quattr’occhi per le undici antimeridiane di oggi al caffè<br />

Tettamanzi. È questione urgente. La prego di comunicare<br />

per iscritto, tramite il latore di questa mia, qualunque<br />

eventuale ostacolo al nostro abboccamento e di comunicare<br />

altresì un luogo e una data confacente ai Suoi impegni.<br />

In mancanza di una rettifica da parte Sua darò per<br />

confermato il nostro appuntamento. Sempre il suo con<br />

rispetto e stima… Firmai, soffiai, piegai, consegnai al<br />

cancelliere.<br />

33


Ore 8,23<br />

Giovannino Marongiu lo incontrai appena uscito <strong>dal</strong><br />

mio ufficio per recarmi alla sala delle udienze. Mi salutò<br />

allargando quella sua faccia schietta incorniciata<br />

<strong>dal</strong>la barba più nera che avessi mai visto. – Ajò a cumbidarci!<br />

– mi disse. Io dissi che non potevo, anche se<br />

un caffè l’avrei preso volentieri, che avevo dormito<br />

male eccetera eccetera. E lui a dire che invece a lui la<br />

pioggia lo faceva dormire come un neonato, ben cuberrato,<br />

al calduccio, stretto alla sua femina – e non ti<br />

naro àtteru. – E non c’era bisogno di dire altro, che si<br />

era capito tutto benissimo. Gli dissi che avevo i minuti<br />

contati, ma che avevo bisogno di parlargli a proposito<br />

di un suo assistito. Lui disse che sapeva tutto, Franceschina<br />

Pattusi, Filippo Tanchis e tutto il resto. Disse<br />

che era una causa persa. Che a carico del giovane c’erano<br />

prove sostanziali: l’orologio della vittima gli era stato<br />

trovato addosso e poi il Tanchis non sapeva dire dove<br />

si trovasse all’ora dell’omicidio. Che gli conveniva<br />

dichiararsi colpevole e fidare nella clemenza della Corte.<br />

Gli chiesi se non avesse pensato al fatto che era perlomeno<br />

strano che un giovane così esile potesse aver<br />

avuto la meglio a mani nude su un uomo della stazza<br />

del Solinas. Mi confessò di no, che non ci aveva pensato.<br />

E il sorriso sulla sua faccia larga si smorzò un poco.<br />

Parlavamo avanzando celermente nel corridoio che<br />

portava in aula. Cominciai a sentirmi in imbarazzo. Mi<br />

34<br />

pareva di essere un ragazzo invidioso del cavallo di un<br />

altro o del suo fucile. Dissi che avremmo potuto finire<br />

il discorso al San Giovanni a pranzo. Disse che andava<br />

bene.<br />

Ore 8,30<br />

Andavo avanti con un peso addosso come se il coperchio<br />

di nubi scure e piovose, che trasudava sui nostri<br />

poveri corpi da cinque giorni, mi fosse caduto sulle<br />

spalle.<br />

In Corte d’Assise si giudicava un pastore accusato di<br />

avere ucciso e occultato il cadavere di un vicino per<br />

una questione di confini.<br />

Ernesto Calvisi, il pubblico ministero, era in forma<br />

smagliante: anche lui, con la pioggia, dormiva benone<br />

evidentemente:<br />

– Signori Giurati, siete stati riuniti da codesto tribunale<br />

per giudicare quest’uomo! Ora noi dimostreremo<br />

che non più oltre quest’orrido fantoccio, che vi guarda<br />

celando un intimo ilare sarcasmo nel suo sguardo afflitto,<br />

può essere considerato degno del consorzio umano!<br />

Sono state esibite prove inconfutabili della sua colpevolezza.<br />

Macabri reperti: resti di apparati dentari, frammenti<br />

ossei, che il dottor Camboni, <strong>dal</strong>l’alto della sua<br />

incontrovertibile esperienza di thanatologo, ha ricondotto<br />

senza dubbio al povero Bachisio Lunas scomparso<br />

tre mesi orsono. Abbiamo inoltre esibito testimoni <strong>dal</strong>-<br />

35


le cui parole è apparsa fuor di dubbio la condotta biasimevole<br />

di costui! Condotta che ci spinge ad ipotizzare<br />

una serie ben più tragica di delitti, rispetto a quello per<br />

il quale è stato chiamato in giudizio al Vostro cospetto.<br />

Non lasciatevi ingannare <strong>dal</strong> suo aspetto dimesso, <strong>dal</strong>la<br />

sua aria afflitta, <strong>dal</strong> ghigno penitente stampato sulle sue<br />

labbra, Egli è un mostro!<br />

Era in forma Calvisi!<br />

Feci un’arringa blanda, che significava alzare la voce<br />

più del solito, sospendere le frasi oltre il dovuto: campare<br />

di rendita insomma. Così al mio difeso concessero<br />

le attenuanti richieste…<br />

Ore 10,10<br />

Il cancelliere mi raggiunse mentre mi cambiavo nello<br />

spogliatoio degli avvocati. Tutto a posto: Puligheddu,<br />

alle undici, da Tettamanzi.<br />

Poi ci fu l’assemblea per dare il benvenuto al nuovo<br />

procuratore del re. Questi si presentò con la toga alla<br />

folla di Esimi Colleghi. Sembrava una persona mite,<br />

persino d’apparenza dimessa, ma si diceva che alla sede<br />

di Tempio Pausania avesse fatto tabula rasa di buona<br />

parte del gruppo della Pubblica Accusa. Ritenuto da lui<br />

troppo blando nel perseguire. Si mormorava che avesse<br />

messo a riposo forzato il vecchio giudice Loddo, il padrone<br />

di Tempio per intenderci, che, dicevano, discutesse<br />

la maggior parte delle cause fuori <strong>dal</strong> tribunale.<br />

36<br />

La prolusione del procuratore regio era tediosa e<br />

piena di buon senso, piena di quelle frasi che si dicono<br />

quando si conoscono i fatti per sentito dire e quindi<br />

non si conoscono. Il suo programma era traboccante<br />

di buoni propositi, di mano ferma, di non tollereremo<br />

eccetera eccetera.<br />

Ore 10,50<br />

Alle undici meno dieci abbandonai l’assemblea di<br />

benvenuto per raggiungere il professor Puligheddu<br />

come stabilito.<br />

Il locale era straordinariamente affollato di gente fumante<br />

che spaporava l’umidità degli abiti al calore untuoso<br />

dell’interno.<br />

Puligheddu mi fece un cenno da un tavolino in fondo<br />

alla sala: era arrivato con leggero anticipo.<br />

37


– La ringrazio per aver accettato quest’incontro con<br />

un preavviso così breve… – attaccai, cercando di far<br />

stare in piedi il paracqua agganciandolo alla spalliera<br />

della mia sedia.<br />

– Sono un suo lettore accanito e un suo fervente ammiratore…<br />

E… Anch’io mi diletto, di tanto in tanto, a<br />

poetare, modestamente… Niente che possa accostarsi<br />

a quei gioielli che lei ha inserito in Nella terra dei Nuraghes,<br />

– attaccò lui, chiarendomi il motivo della sua disponibilità<br />

immediata.<br />

– Ci tengo a specificare che ho chiesto di incontrarla<br />

per questioni strettamente professionali…<br />

Misi le mani avanti per paura di dover perdere tutta<br />

la mattinata a parlare di metri e rime, ma soprattutto<br />

per il terrore che mi chiedesse di leggere quanto lo dilettava<br />

modestamente.<br />

Puligheddu si irrigidì leggermente sulla sedia. – Se<br />

posso esserle utile e nei limiti del segreto professionale…<br />

– concesse.<br />

Provai un sorriso di sconcerto. – No, no, per carità.<br />

39


Niente che riguardi i suoi pazienti nello specifico. Ho<br />

voluto disturbarla per una… consulenza di carattere…<br />

peritale. – Puligheddu accennò senza rispondere.<br />

– Due anni fa, se non ricordo male, lei fu chiamato ad<br />

assistere all’udienza, quale perito indotto <strong>dal</strong>la difesa,<br />

per dare un giudizio in ordine allo stato di mente dell’imputata<br />

Moledda…<br />

– Sì, mi ricordo bene quel caso: Moledda Maria, aveva<br />

ucciso il marito… Sì, il parere che emisi fu che la<br />

donna andava sottoposta senza indugi a opportune osservazioni.<br />

– E il tribunale accolse l’istanza.<br />

– L’accolse, basandosi sul fatto che in rapporto alla<br />

colpevolezza patente della donna, tuttavia, la… dinamica<br />

dell’omicidio risultava incomprensibile.<br />

– Si spieghi meglio.<br />

– Ah, è semplice: la Moledda era una donnina minuta<br />

e il marito un uomo, come dire?… di complessione<br />

piuttosto robusta. E…<br />

– E?<br />

– E la Moledda l’aveva ucciso a mani nude.<br />

Sollevai le mani al <strong>cielo</strong>. – Era quello che volevo sentire!<br />

Così l’imputata fu messa in osservazione.<br />

– Il tribunale ne ordinò la traduzione al manicomio<br />

provinciale, affinché fosse sottoposta alle convenienti<br />

osservazioni di due periti psichiatri, che il tribunale<br />

nominò nella persona del professor Delitala e, modestamente,<br />

del sottoscritto…<br />

40<br />

– E cosa concludeste?<br />

Il professor Puligheddu attese qualche secondo con<br />

un sorriso da lince. – Isterismo, – disse a un certo punto.<br />

– Oltre al resto, l’esame del campo visivo non lasciava<br />

dubbi, offriva in entrambi gli occhi quell’anomalia,<br />

che come oggigiorno è ben noto, è il sintomo<br />

fondamentale di una costituzione neuropatica che va<br />

sotto il nome di isterismo, appunto.<br />

– E sarebbe? – Pendevo <strong>dal</strong>le sue labbra.<br />

Al professor Puligheddu questo piaceva. – Beviamo<br />

qualcosa? – prese tempo godendosi la mia impazienza.<br />

Dissi di sì a qualunque cosa e mi trovai a dover bere<br />

latte di mandorle che odiavo: appoggiai il bordo del<br />

bicchiere alla punta delle labbra.<br />

Puligheddu, al contrario, ne sorseggiò avidamente<br />

una buona metà, si ripulì la bocca con un gesto lentissimo.<br />

– Di raro, – ricominciò, – avviene che soggetti i<br />

quali soffrono di turbe nervose di natura isterica non<br />

presentino un’alterazione del campo visivo che si traduce<br />

in un restringimento del medesimo tanto per il<br />

bianco quanto per gli altri colori elementari. La Moledda<br />

era affetta da un forte restringimento del campo<br />

visivo in entrambi gli occhi, più spiccatamente a destra<br />

che a sinistra, tanto per il bianco come per i colori; il<br />

campo visivo dei colori in lei non era fisiologico: anziché<br />

avere campi visivi dei colori concentrici l’uno all’altro,<br />

come fisiologicamente dovrebbero risultare,<br />

questi tendevano ad incrociarsi e alcuni ad essere con-<br />

41


centrici ad altri che avrebbero dovuto avere il campo<br />

più vasto. – Ora Puligheddu si divertiva.<br />

– Il principio è chiaro, professore, – tagliai. – Ma<br />

quello che volevo sapere da lei è un’altra cosa: è possibile<br />

parlare di isterismo per un maschio?<br />

Il professor Puligheddu buttò giù un’altra sorsata<br />

del suo latte di mandorle. Prima di rispondere fece<br />

un lungo accenno col capo. – Certo può sembrare<br />

strano il parlare di isterismo in un uomo e certo l’etimologia<br />

della parola è in contraddizione quando si riferisce<br />

questa malattia ad un uomo, ma… la mia risposta<br />

è sì. Senza dubbio: qualunque sia la parola con<br />

cui viene designata una data forma morbosa è un fatto<br />

che isterici e affetti da isterismo sono anche i maschi,<br />

come Charcot dimostrò per primo… Tanto più<br />

che, dopo di lui, la letteratura è ricca di casi di isterismo<br />

studiati sull’uomo.<br />

Trangugiai tutto il mio latte di mandorle per riconoscenza.<br />

– Lei mi è stato molto utile, professore. Davvero<br />

utile, – dissi con entusiasmo sollevandomi <strong>dal</strong>la sedia<br />

e cercando il paracqua senza voltarmi per guadagnare<br />

l’uscita più presto possibile.<br />

Il professor Puligheddu si sistemò gli occhiali sul naso.<br />

– Approfitterei di questa occasione che ci ha fatto<br />

incontrare, se la cosa non le è di tedio, per sottoporle<br />

un’operina di poco conto: bagatelle, memorie cliniche<br />

in versi scritte alla maniera del Cavallotti: tengo alla<br />

sua opinione, – disse con voce sottilissima, porgendo-<br />

42<br />

mi un librino titolato Clinocefalìe che si era materializzato<br />

<strong>dal</strong>la tasca del suo pastrano.<br />

Quello che temevo. Allungai la mano per afferrare il<br />

librino come se fosse la notifica di un sequestro cautelare.<br />

– Lo leggerò con curiosità e… molto piacere, –<br />

stentai.<br />

– Resta sotto inteso che mi aspetto un cenno di commento,<br />

quando sarà riuscito a dare un’occhiata a questa<br />

mia fatica, qualche riga… ci tengo.<br />

– Lo farò senza dubbio, – mentii.<br />

Raggiungere il ristorante San Giovanni significava<br />

attraversare un fiume controcorrente. M’inerpicai<br />

usando il paracqua come un soldato romano teneva lo<br />

scudo quando si disponeva per la testuggine. L’acqua<br />

arrivava a bordate discontinue prima sulle ginocchia,<br />

poi sui polpacci. Camminavo rasente i muri per proteggermi<br />

il fianco. Il trabocco delle grondaie esplodeva<br />

sulla cerata del mio paracqua.<br />

Ero un grosso salmone che guizzava verso la cima del<br />

torrente. Qualche eroico passante avanzava inclinato<br />

come se volesse affrontare il getto imitandolo, adeguandosi<br />

a esso.<br />

I lastroni del corso in salita brillavano come marmi<br />

rigati da linee di pioggia trasparente.<br />

Tutto il piano stra<strong>dal</strong>e vibrava a scatti quasi che fosse<br />

febbricitante di malaria.<br />

43


Entrai nel ristorante con lo stesso sollievo di un naufrago<br />

che venisse tratto in salvo dopo una tempesta<br />

che aveva distrutto la sua barca.<br />

C’era caldo. Caldo <strong>dal</strong>le cucine. Caldo <strong>dal</strong>la pesante<br />

stufa di terracotta che andava a tutto regime nel centro<br />

della sala da pranzo.<br />

Tzia Mena preparò il tavolo alla buona. – Aspetto<br />

una persona, – dissi vedendo che assettava un solo coperto.<br />

– Dovrebbe arrivare a momenti anche l’avvocato<br />

Marongiu. Oh, tzia Mè, guardate di non farglielo<br />

nemmeno vedere il conto, poi ci arrangiamo noi, cumpresu?<br />

– S’abbocà, come vi va bene a voi. Capito: il conto ve<br />

lo devo portare a voi.<br />

– Proprio così. Anche se lui insiste per pagare.<br />

– Eja, eja: capito così.<br />

– Vino buono cosa c’avete?<br />

– Jerzu, Mandrolisai, ma c’ho anche il vino nuovo di<br />

Marreri che non ce n’è altro come quello.<br />

– E vada per il Marreri allora, è di quello di Chicchitto<br />

Secchi?<br />

– È di quello. Quest’anno è venuto una meraviglia.<br />

Giovannino Marongiu entrò in quel momento nel<br />

locale. – Maledetta pioggia, – sibilò. – Dovevo andare<br />

a Orune stamattina, ma non c’è stato verso di passare,<br />

– aggiunse togliendosi il cappello. – Sei andato alla festa<br />

di benvenuto? – mi domandò cavandosi il pastrano<br />

e cercando un posto per appoggiarlo.<br />

44<br />

– Per carità che benvenuto! Lasciamo perdere! Tante<br />

ne abbiamo già viste di queste cose.<br />

– Mh, sembra uno di polso… – commentò riferendosi<br />

al neoinsediato procuratore.<br />

– Ma quale polso e polso: ne ha fatte di più lui a Tempio<br />

che Carlo in Francia, – m’infervorai mentre Marongiu<br />

si metteva a sedere. – Dice che si è messo a fare<br />

pulizia: mi smobilita tutto l’ufficio della Pubblica Accusa,<br />

tutto compromesso; si lamenta se i difensori tentano<br />

accordi, si servono di informatori, accedono agli<br />

atti collaterali… E si fa carico della indispensabile<br />

obiettività favorendo l’ingresso dei continentali nei<br />

posti chiave. Insomma, non ha capito un accidente…<br />

– Beh, niente di nuovo…<br />

– Dai Giovannì, lo sai che non è così; lo sai che il fine<br />

ultimo di tutta questa operazione è condannare, fare<br />

opera di facciata e chi ci finisce in mezzo ci finisce in<br />

mezzo. Non è che questi continentali abbiano portato<br />

delle novità: le assoluzioni sono sempre di chi se le può<br />

pagare. Solo non conoscono l’ambiente in cui lavorano<br />

e ragionano come se un posto valesse l’altro.<br />

– Non ti facevo così sardista Bustià!<br />

– Ma no! Cosa c’entra, che cos’hai capito? Mica ce<br />

l’ho con i continentali! Ma penso che tutta questa<br />

manfrina finisca solo per assodare il concetto che i nostri<br />

difesi siano colpevoli comunque! Questo volevo<br />

dire: almeno con i colleghi del posto è possibile parlare<br />

la stessa lingua: insomma abbiamo peculiarità che van-<br />

45


no considerate! Che cosa siamo diventati: una colonia<br />

da civilizzare?…<br />

Tzia Mena venne a interromperci. – Oggi c’abbiamo<br />

maccarrones de busa o il minestrone, se lo volete, e<br />

cinghiale in umido e sartitza arrosto, – disse appoggiando<br />

sul tavolo mezze lune di pane carasau.<br />

Maccarrones de busa e cinghiale per tutti e due. La<br />

vecchia si ritirò con un gesto di approvazione: il locale<br />

cominciava a riempirsi un po’ troppo e questo la metteva<br />

in ambasce.<br />

– L’Italia è una nazione ancora troppo giovane: deve<br />

passare il suo tempo prima che riusciamo a parlare la<br />

stessa lingua. E non mi riferisco al linguaggio in se stesso,<br />

mi riferisco a quella cultura che, nel bene o nel male,<br />

è un nostro patrimonio comune. Non avevamo mica<br />

l’anello al naso quando l’hanno fatta quest’Italia!<br />

Questo dico: ci lascino il tempo di stabilire come vogliamo<br />

starci in questa nazione. Penso che saremmo<br />

italiani migliori se ci fosse permesso di entrarci da Sardi<br />

in questa nazione.<br />

– Sì, ma non possiamo pretendere leggi speciali o un<br />

ordinamento particolare solo perché noi non siamo<br />

pronti…<br />

– Questo non lo accetto! Non ne hanno fatte abbastanza<br />

di leggi speciali? Altroché se ne hanno fatte!<br />

Tutte per noi le hanno fatte! E tutte per punire! Le<br />

abbiamo viste lo scorso maggio in azione le leggi speciali!<br />

Arresti in massa. Quanti erano gli arrestati?<br />

46<br />

Quattrocento? Perquisizioni arbitrarie; bambini e<br />

persino donne incinte tirati giù <strong>dal</strong> letto, ammassati<br />

sul sagrato! Tutti delinquenti, tutti colpevoli! Molto,<br />

molto speciali queste leggi! Ma queste cose le conosci<br />

benissimo!<br />

– Certo che le conosco e sarei d’accordo con te se la<br />

maggior parte dei miei assistiti non fosse stata colpevole!<br />

Il nuovo procuratore ci prova come può: è possibile<br />

che veramente un gruppo di avvocati meno compromessi<br />

con la cultura del luogo riesca a lavorare con più<br />

obiettività…<br />

– Non discuto il principio. Non dico che non dovrà<br />

essere così. Dico che ci vuole il suo tempo e che ci vuole<br />

rispetto. L’unico risultato del nostro procuratore è<br />

che a Tempio non hanno mai avuto tanti latitanti e il<br />

tribunale è paralizzato da una sfilza di domande di trasferimento<br />

per il continente dell’intero gruppo di questi<br />

meno compromessi… E la gente se poco ci credeva<br />

nella Giustizia… Lasciamo perdere… Era un posto<br />

tranquillo… E ora ce lo ciucciamo noi, il pulitore! –<br />

conclusi guardando Giovannino Marongiu negli occhi.<br />

– Comunque non è di questo che volevo parlarti…<br />

– … Filippo Tanchis, – completò Marongiu.<br />

Accennai di sì.<br />

– Com’è che ci tieni tanto a questo caso?<br />

– Ci tengo perché non è colpevole.<br />

– Guarda Bustianu, ti sorprenderò, ma se te lo prendi<br />

a mano questo caso mi fai solo un favore: l’ho incon-<br />

47


trato quattro volte in galera, questo ragazzo, e non sono<br />

riuscito a tirargli fuori nemmeno una parola.<br />

– Bisognava impostare la difesa sull’infermità mentale,<br />

scusa se mi permetto… Non voglio criticare il tuo<br />

operato.<br />

– Figurati Bustià… – Tzia Mena carica di piatti fumanti<br />

come una divinità indù ci interruppe nuovamente.<br />

– Ce le avete le favette? – chiese all’improvviso<br />

Giovannino Marongiu. Tzia Mena abbassò il capo per<br />

dire che sì, che ce le avevano le favette. – Bustià? – mi<br />

chiese.<br />

– Perché no? – risposi con un’alzata di spalle.<br />

– Allora col cinghiale anche le favette, – concluse<br />

Marongiu.<br />

Tzia Mena lo guardò senza entusiasmo prima di ritornare<br />

verso la cucina.<br />

– Davvero non pensare che sono qui a insegnarti il<br />

tuo mestiere, – ripresi sommessamente appena inghiottito<br />

il primo boccone di maccarrones.<br />

– Figurati Bustià, – ripeté lui guardando il suo piatto.<br />

– Davvero, te lo ripeto, fatti firmare la delega e l’assistito<br />

è tuo. Ma non sono rose e fiori: guarda che quel ragazzo<br />

lì non è farina da far ostie e la famiglia non collabora.<br />

– Eh, appunto: che cosa mi dici della famiglia? – domandai<br />

mentre Marongiu trangugiava la pasta aiutandosi<br />

col cucchiaio.<br />

– Mh, tre fratelli: Filippo è il più giovane, poi c’è<br />

48<br />

quello di mezzo: Ruggero, e il più grande: Elias. Hanno<br />

perso i genitori tre anni fa. Vivono con due zie, le sorelle<br />

della madre: Pattusi Francesca, chi paret un’istrìa, e<br />

Pattusi Clorinda che è un bocciolo, non più giovanissima,<br />

ma cosa ’e bìere. Elias lavora al pubblico macello;<br />

Ruggero, che si sta per sposare, è massaio dei Sanna<br />

Contu a Predas Arbas e poi Filippo, su minor’e dommo.<br />

Per lui grandi progetti: studi regolari, magari un<br />

bel posto in un ufficio. Sennonché non riesce a superare<br />

nemmeno la terza elementare e sì che i genitori prima,<br />

le zie poi, si sono dannati l’anima per lui. Ma lui<br />

niente: vuol fare il soldato e non vede nient’altro. Dalla<br />

visita lo scartano per insufficienza toracica, ma lui non<br />

si dà per vinto: è convinto che se paga qualcuno lo arruoleranno.<br />

Fine. Ha fatto quello che ha fatto per procurarsi<br />

i soldi.<br />

– Quindi avrebbe ucciso il Solinas per derubarlo.<br />

– E gli ha trovato addosso solo un orologio, nemmeno<br />

d’oro.<br />

– Mh, bella storia non c’è che dire. Comunque se è<br />

riuscito ad avere la meglio su un uomo grosso il doppio<br />

di lui a mani nude tanto insufficiente non doveva<br />

essere.<br />

– Che cosa vuol dire? Il buio, l’effetto sorpresa…<br />

L’ha aggredito all’improvviso e magari il Solinas era<br />

uno che quando gli capitava si prendeva le sue cochére<br />

coi fiocchi.<br />

– Beveva molto?<br />

49


– E che ne so. Insomma sarà stato come tutti, uno<br />

che un bicchierino di vino o di abbardente in compagnia<br />

non lo rifiutava.<br />

– Quindi la sera in cui è stato ucciso era sbronzo?<br />

– E che ne so Bustià! Non mi sono mica messo a fare<br />

il giro dei tzilleri per domandare se e quanto aveva bevuto<br />

Bobore Solinas la sera in cui è stato ucciso. Dicevo<br />

per dire, per fare congetture.<br />

– Appunto per fare congetture: non è detto che fosse<br />

sbronzo, – dissi aiutando tzia Mena a fare spazio per il<br />

cinghiale e le favette.<br />

50<br />

Quella notte bisaju Gungui si fece tre o quattro giri<br />

di ballu tundu sul mio letto seguendo il duru duru della<br />

pioggia sulle tegole. Il fico e l’olivastro nella corte di<br />

casa chiacchieravano fitto: cose di piante che sbirciano<br />

oltre il muro di cinta verso la strada.<br />

Quella notte stormi di furfurajos mi vietavano il <strong>cielo</strong><br />

facendo strappi secchi con le ali come una cappa vibrante.<br />

Favette maledette.<br />

Il letto era di fango: un alveo argilloso. Le lenzuola<br />

fraziche mi inghiottivano in una voragine lattiginosa. E<br />

Bobore Solinas bevuto, fattu che a Santu Lazaru, giocava<br />

a sa murra sulla mia schiena.<br />

Il mio petto come il tamburo del banditore batteva i<br />

minuti e i secondi. Ed ecco Puligheddu al mio capezzale:<br />

tutto bianco, tutto luminoso di scienza che sprigionava<br />

<strong>dal</strong>le dita l’intera gamma di colori elementari<br />

nella mia stanza.<br />

Le assi del pavimento scrocchiavano all’unisono in<br />

un requiem di tarme.<br />

51


Quella notte al sonno si sostituì una specie di lento<br />

delirio, con la coscienza vigile e il corpo amorfo. Con<br />

le braccia impotenti e le tempie risucchiate da un gorgo<br />

di immagini.<br />

È solo pioggia che martoria la superficie esausta della<br />

terra e affetta le rocce con la pazienza di un coramaio<br />

che fa strisce di cuoio.<br />

Ora pare calata, ma è solo illusione che si è fatta sottile,<br />

e durissima, come il filo metallico che seziona il cubo<br />

di marmo alle cave. E suona la raganella nella notte<br />

di vischio.<br />

Non c’è pace. È solo pioggia. Il vento, da par suo,<br />

l’aiuta a raggiungere l’irraggiungibile, come se il progetto<br />

fosse di inzuppare ogni lembo, di irrorare ogni semente<br />

fino ad affogarla d’affetto.<br />

Quella notte mi stava attaccata ai reni come una<br />

chintorja stretta. Come l’abbraccio del lottatore alla<br />

strumpa.<br />

Non c’è pace.<br />

Troppo facile sarebbe riprendere il controllo se non<br />

ci fosse questo continuo gocciolare, questo continuo<br />

scolare di corpi madidi, questo infinito ticchettare.<br />

– Smetterà prima o poi, – dice mia madre che ha con<br />

gli elementi una confidenza passiva.<br />

52<br />

Anch’io l’ho detto qualche volta, senza convinzione:<br />

smetterà prima o poi, maledetta!<br />

E il cerchio della mia resistenza si spezza in un tumbare<br />

del cuore che mi carambola nella gabbia delle<br />

costole.<br />

Ecco il silenzio, ma è solo fingere, perché a stringere<br />

le palpebre anche le ciglia fanno rumore.<br />

Altre volte sarebbe bastato ricordare che faccio il<br />

Poeta. Che la Poesia mi ha salvato molte volte. Ma<br />

neanche la Poesia può servire nell’ultima notte del<br />

mondo.<br />

E forse questo penare, questo lasciarsi andare nella<br />

polla gurturja di questa parvenza di sonno si chiama<br />

solitudine.<br />

Non c’è pace. Ma ci sarebbe a condividere questo<br />

morire al buio e rinascere alla luce. Ci sarebbe con la<br />

testimonianza di un respiro al tuo fianco.<br />

Questo penso. Che ho trentadue anni, che mi faccio<br />

vecchio, che i giorni mi passano scivolando via come<br />

la pioggia, che la vita è un soffio, che la strada è in salita,<br />

che il corpo cede il passo, che anche le illusioni<br />

abbandonano la nave e i tempi belli sono solo scialuppe<br />

con le carene bucate, che non c’è più tempo, che<br />

domani è lo stesso e dopodomani anche… Che piove.<br />

Malaitta!<br />

* * *<br />

Zenobi entrò nel mio studio col bonette in mano. Il<br />

53


matrimonio gli aveva fatto bene: era in carne e pieno di<br />

vita. I capelli biondi gli incorniciavano la testa come<br />

un covone di grano. I suoi occhi azzurri esprimevano<br />

la riconoscenza dello scampato alla morte. – S’abbocà,<br />

– mi disse con apprensione. – Non state bene?<br />

– Niente di grave: ho passato una notte metzana, ma<br />

sto bene.<br />

– Con tutto il rispetto avete una faccia che non mi<br />

piace. Fatevi vedere <strong>dal</strong> dottore.<br />

– Sto bene, sto bene.<br />

– Mi avete fatto chiamare…<br />

– Ho bisogno di un favore…<br />

– Comandate s’abbocà, lo sapete: quello che vi serve…<br />

dovete solo dirlo: tutto quello che si fa per voi non<br />

è mai abbastanza. – Si illuminò. Ogni occasione gli<br />

sembrava giusta per suggellare la sua riconoscenza. –<br />

Quello che avete fatto per me, quando pensavo di essere<br />

un uomo finito, non si può ripagare.<br />

– Sisinnia come sta? – domandai tentando un sorriso.<br />

– È al terzo mese, s’abbocà: se è un maschio lo chiamiamo<br />

Sebastiano.<br />

– Sarà un maschio allora! – celiai. – Zenò, ascoltami<br />

bene, perché quello che sto per chiederti è una faccenda<br />

delicata, mi serve per un caso che sto seguendo… –<br />

Zenobi si accostò per permettermi di abbassare la voce.<br />

– C’è un certo Bobore Solinas, che è stato ucciso tre<br />

mesi fa a Istiritta…<br />

Zenobi assentì. – Ne ho sentito… – disse.<br />

54<br />

– Bene, il favore che mi devi fare è questo: voglio sapere<br />

dove è stato il giorno in cui è stato ucciso, il 4 settembre<br />

scorso. Fatti un giretto per i tzilleri perché dice<br />

che era uno che gli piaceva di bersi qualche bicchierino<br />

in compagnia. E forse quel giorno se ne è bevuto<br />

qualcuno di troppo… Cumpresu?<br />

– Non tema s’abbocà, a costo di alzare lui medesimo<br />

<strong>dal</strong>la tomba per chiedergli dove è stato. Tutto quello<br />

che si può sapere di questo Solinas io lo chiedo in giro…<br />

State tranquillo e riposate perché stamattina, con<br />

rispetto parlando, avete una grista di uno che ha visto<br />

il dimonio.<br />

– Vai Zenò e sappimi dire al più presto e grazie per<br />

ora…<br />

Zenobi si rabbuiò un poco. – Mì s’abbocà che grazie<br />

da voi non lo voglio nemmeno sentire: voi comandate<br />

e basta…<br />

La mattinata era trascorsa senza niente che valga la<br />

pena di riportare.<br />

Il pomeriggio fu inghiottito da una notte precipitosa.<br />

Guardai la mia padella, non erano ancora le cinque anche<br />

se la pendola nel corridoio la pensava diversamente.<br />

Aveva sempre fretta anche lei. Raimonda entrò in<br />

studio per accendere le lampade.<br />

– C’è quella lì, – disse non appena la stanza fu invasa<br />

da una luce cerea come spuntando da un quadro di La<br />

Tour.<br />

Alzai lo sguardo dai miei incartamenti rendendomi<br />

55


conto che fino a quel momento avevo letto e scritto<br />

quasi al buio. – E che cosa vi devo dire? Fatela entrare!<br />

Franceschina Pattusi avanzò con l’aria compunta di<br />

chi aspetta una condanna con dignità. – Sedete, sedete,<br />

– dissi con un certo entusiasmo. – Ho parlato con<br />

l’avvocato Marongiu… – Gli occhi della donna si fecero<br />

febbrili. – Ha detto che per lui va bene: firmiamo<br />

una carta e vostro nipote diventa un mio assistito.<br />

Il volto della donna si sciolse in un sorriso. – Dove<br />

devo firmare? – chiese solamente.<br />

– Ho preparato un documentino, devo averlo qui da<br />

qualche parte… Sedete, sedete, – dissi frugando nel<br />

caos della mia scrivania. – Il ragazzo è ancora minorenne<br />

e voi siete la tutrice legale, – presi tempo.<br />

Intanto la donna, che si era messa a sedere in quel suo<br />

solito modo un po’ rigido, si limitava ad assentire senza<br />

smettere di seguire ogni mio gesto con lo sguardo.<br />

Finalmente il foglio uscì a campu. – Ecco qua. Una<br />

firma bella chiara, – dissi indicando col dito lo spazio<br />

deputato.<br />

Franceschina Pattusi firmò protendendosi verso la<br />

mia scrivania senza alzarsi <strong>dal</strong>la sedia. Una firma stentata,<br />

ma bella chiara, con lettere larghe e distanti: Pattusi<br />

Francesca Emilia.<br />

– Buone notizie! – attaccai disponendo il documento<br />

appena firmato in un’apposita cartella. – Tentiamo con<br />

l’infermità mentale!<br />

56<br />

Alla donna si spense il sorriso <strong>dal</strong>le labbra.<br />

– Più che un tentativo, – incalzai constatando la delusione<br />

dei suoi occhi. – Ho parlato col professor Puligheddu,<br />

lui è disponibile a studiare il nostro caso!<br />

Le mani di Franceschina Pattusi presero a sfregare<br />

un panno invisibile sulle sue ginocchia.<br />

– L’estraneità è fuori discussione! – arrancai. – L’orologio<br />

del Solinas è stato trovato in tasca a vostro nipote.<br />

Se la cava con un ricovero. Volete la forca? – esagerai.<br />

Stavo perdendo la pazienza.<br />

Franceschina Pattusi trattenne un singhiozzo. – No,<br />

– disse semplicemente.<br />

– No? – feci eco come se non avessi capito.<br />

– No! – ripeté lei dopo essersi schiarita la gola. – Meglio<br />

morto che in manicomio.<br />

– Ma vi rendete conto? – mi sgolai. – Vi rendete conto<br />

di quello che state dicendo? Abbiamo l’assoluzione<br />

a portata di mano.<br />

Franceschina Pattusi continuava a scuotere la testa.<br />

– Guardate che così non risolviamo niente, – provai<br />

calmandomi un poco. – Bisogna che lavoriamo con<br />

quello che abbiamo. L’ho studiato bene questo caso:<br />

non ci sono alternative: vostro nipote se la può cavare<br />

solo in… quel modo.<br />

– E che vita gli prepariamo, s’abbocà? Una vita sulla<br />

bocca di tutti ca est unu maccu? A farsi ridere dietro<br />

dai ragazzini?<br />

– Voi lo sapevate! – Lo dissi all’improvviso nel mo-<br />

57


mento stesso in cui mi fu chiaro. – Lo sapevate! Era già<br />

successo?<br />

La donna si inumidì le labbra con la punta della lingua.<br />

– Non così… – si limitò a dire.<br />

– Non così cosa?<br />

– Insomma, non così grave… Che vita che abbiamo<br />

passato s’abbocà… Gli abbiamo detto che nell’esercito<br />

non l’hanno preso per insufficienza toracica, ma<br />

non era per quello…<br />

– Allora?<br />

– Allora era… così, fin da ragazzino! A un certo<br />

punto non era più lo stesso… mì che era affettuoso,<br />

dolce dolce, una femminuccia… Poi, un giorno, si è<br />

attaccato con un compagno di scuola, avrà avuto sì e<br />

no otto anni, e ha voluto il <strong>cielo</strong> che siamo riusciti a<br />

toglierglielo <strong>dal</strong>le mani! Quell’altro era un pitzinnone<br />

più grande, uno semplice abituato a stare in campagna<br />

e lui un’arrangadedda… Eppure… L’abbiamo<br />

dovuto ritirare da scuola: non c’era più pace. Solo armi<br />

e soldati: non vedeva altro… Ma non è sempre così,<br />

no… è tranquillo alle volte e risponde a tono, sembra<br />

la persona più buona del mondo, che quasi viene<br />

di pensare che… Boh… A volte sta zitto per giorni,<br />

anche settimane, che non è possibile costringerlo a<br />

parlare… Ojahi… Che cosa volete che vi dica… Pro<br />

sa zente…<br />

Scossi la testa per togliermi <strong>dal</strong>la faccia l’espressione<br />

di stupore che aveva commentato ogni singola parola<br />

58<br />

della donna. – E che cosa volete fare allora? – domandai<br />

strofinandomi le palpebre.<br />

– Tiratelo fuori <strong>dal</strong>la galera, che quello mi muore<br />

s’abbocà… Poi al resto ci penso io. O i fratelli.<br />

– Ci pensate voi? Come ci avete pensato la sera di tre<br />

mesi fa a Istiritta? – Nessuna risposta. Mutismo totale.<br />

Ero fuori di me. – E voi, sapendo tutto questo, tentate<br />

di portargli una leppa in galera? – rincarai.<br />

– Non mi era mai capitato prima: è stata una distrazione…<br />

Ohi, s’abbocà… Non ci fa niente con i coltelli…<br />

È che lui è fissato con la faccenda dei soldati e delle<br />

armi, ma poi non ci fa niente… Sennò lo pugnalava<br />

quel Solinas, no?<br />

– Se lo dite voi! Comunque è un rischio…<br />

– Io lo conosco! Io ho fatto un giuramento a mia sorella<br />

in punto di morte: Filippo in manicomio non ci finisce.<br />

– E se, puta caso, finisse per aggredire anche voi?<br />

– A me non mi aggredisce s’abbocà, non mi fa niente<br />

a me putacaso!<br />

– Tzia mea è una responsabilità che non vi potete<br />

prendere! Magari è una cosa che si può curare…<br />

– Ho giurato…<br />

Da solo, nel mio ufficio ero infuriato. Maledetta<br />

ignoranza. Mi faceva imbestialire il pensiero che tutto<br />

quanto era spacciato per affetto non era nient’altro<br />

59


che bieco egoismo. Sa zente. Quello che dice la gente.<br />

Quello che pensa la gente. Ero infuriato: un malato rischiava<br />

il massimo della pena perché la gente non sapesse<br />

che era malato. Per questo. Che a ripetermelo mi<br />

faceva salire il sangue al cervello.<br />

Franceschina Pattusi era stata chiara. Disse che era<br />

un marchio che si sarebbero portati tutti, come un segno<br />

a fuoco sulla fronte: Pattusi sos maccos. Anche i<br />

fratelli sani: Elias e Ruggero, che avevano diritto a una<br />

vita in mezzo agli altri, senza vergogna. Che la malattia<br />

è roba da custodire dentro casa, non roba da esporre a<br />

tutti. E Clorinda? Sua sorella minore, che marito<br />

avrebbe trovato con un matto in famiglia? Così andava,<br />

non era mica semplice affrontare gli sguardi della<br />

gente! Franceschina Pattusi disse che parlavo bene io,<br />

che problemi non ne avevo grazie a Dio; che non dovevo<br />

vergognarmi di niente grazie a Dio.<br />

E poi aveva giurato, Franceschina Pattusi, aveva giurato<br />

alla sorella…<br />

E se n’era andata: era uscita <strong>dal</strong> mio ufficio senza<br />

neanche lasciarmi finire di parlare. Che non ci mancano<br />

avvocati, a Nùoro!<br />

Ero furioso.<br />

Ero furioso quando mi rimisi a sedere guardando la<br />

sedia vuota davanti alla mia scrivania. Ero talmente furioso<br />

che avrei dato non so che cosa in quel momento<br />

60<br />

per non trovarmi in quella situazione. Accesi un sigaro.<br />

Lo spensi dopo due tirate spappolandolo nel posacenere.<br />

Mi alzai per fare qualcosa che mi passò di mente<br />

una frazione di secondo dopo che mi ero alzato.<br />

Così decisi di uscire <strong>dal</strong>lo studio. Rimasi qualche secondo<br />

immobile nel corridoio tra la scala che portava<br />

al piano superiore e la cucina. Decisi per la cucina.<br />

E feci l’errore della vita mia.<br />

Entrai senza dire una parola. Rovistai nella credenza<br />

alla ricerca di un bicchiere, giusto per dare un senso alla<br />

mia presenza.<br />

Mia madre non alzò nemmeno lo sguardo <strong>dal</strong>la camicia<br />

che stava rammendando. I suoi occhi non avevano<br />

bisogno di vedere per percepire la burrasca.<br />

Tutto andò bene finché la stanza fu come risucchiata<br />

in un silenzio tesissimo.<br />

Tutto andò bene finché Raimonda non decise di<br />

romperlo quel silenzio.<br />

E fece l’errore della vita sua.<br />

– È arrivato questo, – disse porgendomi una busta<br />

senza sollevare la testa. La sua mano e la busta brancolavano<br />

nel vuoto, come se chi la porgeva non sapesse<br />

esattamente in quale punto della stanza mi trovassi.<br />

La lasciai col braccio teso per qualche secondo, urlando<br />

a me stesso che dovevo stare calmo.<br />

Poi afferrai la busta cercando di tenere la stizza sotto<br />

controllo. Che c’entrava lei in fondo con le mie questioni<br />

professionali? Se fossi stato in grado di aggioga-<br />

61


e il caratteraccio che mi trovavo sarei stato una persona<br />

molto più felice. Ma questo lo sapeva anche lei, e sapeva<br />

che bastava lasciarmi stare… Ma lei no! Lo sapeva<br />

che quando mi trovavo in queste situazioni bastava<br />

un nonnulla… Insomma il risultato fu che le strappai<br />

la lettera di mano. Poi me ne pentii e tentai di recuperare.<br />

Lottai contro la busta che non voleva saperne di<br />

aprirsi. Finalmente estrassi un cartoncino. – È un invito<br />

per uno spettacolo, – farfugliai leggendo a voce alta<br />

tentando il tono più tranquillo di questo mondo.<br />

– Che cosa c’hai? – chiese lei concentrandosi in un<br />

punto particolarmente complesso del suo lavoro di cucito<br />

per non sollevare la testa.<br />

– Uno spettacolo di ipnosi… – glissai a denti stretti.<br />

– Che cosa c’hai? – ripeté alzando la voce, ma senza<br />

cambiare inflessione rispetto alla domanda precedente.<br />

Presi un respiro profondissimo, come prima di un<br />

salto. Lasciando cadere il cartoncino sul piano del tavolo<br />

arrancai verso il bicchiere che avevo abbandonato<br />

poco prima. Mi guardai intorno in cerca della brocca.<br />

E fu a quel punto che lei mi guardò. Smise di cucire.<br />

Posò entrambe le mani, inerti, sul suo grembo e sollevò<br />

la testa. Aveva sempre la stessa domanda negli occhi.<br />

Abbandonai la ricerca. Stetti a fissarla per una frazione<br />

di secondo. – Niente! Che cosa c’ho! Niente c’ho!<br />

Va bene? – sbottai, e tutta la rabbia che avevo in corpo<br />

mi uscì <strong>dal</strong>la gola con una specie di ruggito.<br />

62<br />

– Se va bene per te… – ironizzò mia madre ritornando<br />

al cucito. Facendo il muso.<br />

Avevo rotto gli argini. – Giornata storta, va bene? Sta<br />

piovendo da chissà quanto e dormo male e… E… Va<br />

bene? – Il muso di mia madre cresceva. Un sospiro<br />

scettico. – Sono sfinito… Non cominciate col muso! –<br />

Faccia da idolo ittita. – Scusatemi… Va bene? Sono irritabile:<br />

è la pioggia, lo sapete no? – Ghiaccio polare. –<br />

E dai ajò… Lo sapete!… Dai che vi porto a vedere lo<br />

spettacolo, – implorai a un certo punto afferrando il<br />

cartoncino <strong>dal</strong> tavolo. Paresi totale del volto. – E dai,<br />

venite qui guardate, dai che ci andiamo: un fachiro, un<br />

vero fachiro indiano… – Paresi totale del corpo. – Fate<br />

come volete! Io vado a prepararmi!<br />

Occorsero minuti di silenzio grave prima che il paiolo<br />

sul fuoco cominciasse a far fumare l’acqua per la<br />

toeletta. Me ne stetti a guardare la superficie trasparente<br />

saggiandola con un dito di tanto in tanto: ancora<br />

fredda, tiepida… Raimonda continuò a fare il suo lavoro<br />

di cucito con un fervore da sposina che si prepara<br />

il corredo. Io le davo le spalle accucciato davanti al camino,<br />

poi, a un certo punto, decisi che poteva bastare,<br />

che calda o non calda quella situazione d’attesa non<br />

poteva durare. Portai il paiolo fumante in camera mia.<br />

Versai l’acqua sul catino, vi immersi il viso. Mi sollevai<br />

dopo un tempo infinito di silenzio perfetto. Lo specchio<br />

rimandò una faccia stanca…<br />

Raimonda non si era ancora mossa quando, dopo<br />

63


un’ora buona, ritornai in cucina, barbivattu e impomatato.<br />

Né disse una parola quando mi vide indossare<br />

il soprabito all’inglese sull’abito scuro, quello elegante.<br />

Niente di niente nemmeno quando afferrai il paracqua<br />

e spalancai l’uscio di casa… per uscire.<br />

Ero furioso.<br />

Il… Più grande spettacolo del mondo si teneva nell’Aula<br />

Pubblica Municipale straordinariamente addobbata<br />

per la bisogna… Proprio di fronte all’ingresso, dove<br />

due valletti, in un costume che doveva sembrare indiano,<br />

accoglievano lo scelto pubblico, c’era un goffo<br />

piano rialzato bordato di drappi rossi che doveva fungere<br />

da palcoscenico. Il fon<strong>dal</strong>e era una visione di<br />

Bombay al tramonto. Per lo meno così mi parve. Ma<br />

non ci giurerei. Molta gente che conoscevo come al solito:<br />

salutai questo e quell’altro, feci i complimenti di rito<br />

a questa e quell’altra signora, feci un cenno al mio<br />

amico Poli che si pavoneggiava con due signorine in<br />

blu, esponendo le sue lucidissime mostrine da maresciallo…<br />

Vagai come un’anima in pena, nell’ultimo posto<br />

dove avrei voluto essere: odiavo i fachiri, odiavo la<br />

pioggia e quella sera odiavo anche me stesso.<br />

Lei stava in piedi. Era bella. Si guardava attorno imbarazzata.<br />

Aspettava qualcuno. Ero deliziato <strong>dal</strong>la gof-<br />

64<br />

faggine del suo vestito che pareva malricucito sulla sua<br />

persona snella e del suo cappello di paglia, con una<br />

ghirlanda di fiori secchi.<br />

Mi avvicinai a pochi passi da lei. – È occupato? –<br />

chiesi indicando una sedia alla sua sinistra.<br />

Abbassò la testa. Fece segno di no. Mi sedetti, non<br />

prima di averla invitata a fare lo stesso. Ma lei scosse la<br />

testa, riguadagnò lo spazio centrale in mezzo alla platea<br />

e si diresse verso l’uscita.<br />

La vidi ritornare proprio quando uno dei valletti faceva<br />

tintinnare la seconda campanella.<br />

Mi rialzai, per aiutarla a sentirsi a suo agio. Ora che<br />

mi era così vicina potevo aspirare l’odore di mughetto<br />

che emanava la sua nuca. Proprio nel punto da cui si<br />

originava una massa di capelli neri come ali di corvo<br />

raccolti in una crocchia sotto al cappello.<br />

Suonò la terza campanella.<br />

– Sieda, – azzardai vedendo che la sedia alla sua destra<br />

restava vuota.<br />

Scosse la testa. – Io non la conosco, – sussurrò con<br />

più orgoglio che vergogna.<br />

Mi presentai affilando il mento e porgendo la mano<br />

senza il guanto.<br />

Lei restò a guardarmi con sconcerto. Gli occhi nella<br />

nebbia della veletta le erano diventati grandissimi per<br />

la sorpresa. – Pattusi… Clorinda, – disse d’un soffio.<br />

Da quella prospettiva il suo cappello di paglia, inghirlandato<br />

di fiori secchi, inadeguato alla serata piovosa,<br />

65


faceva l’effetto di una coroncina funeraria. Di quelle<br />

che le orfanelle portano alle esequie dei morti importanti.<br />

La mia faccia era sgomento puro. Altro che sconcerto.<br />

Tuttavia, con un autocontrollo che non mi conoscevo,<br />

sfiorai la punta della mano di lei nel gesto consueto<br />

di chi suggella un incontro e, facendo questo, con un<br />

dito saggiai la sericità del guanto che la avvolgeva.<br />

– Coincidenza meravigliosa! – si affrettò a constatare<br />

fingendo di aver afferrato il mio nome solo in quel momento,<br />

dopo aver tirato indietro la mano come se l’avesse<br />

posata su un piano incandescente. – Proprio stamattina<br />

ho parlato di voi con mia sorella, – concluse<br />

vedendo che il Salone cominciava a riempirsi di gente.<br />

Fu a questo punto che Clorinda ebbe un leggero moto<br />

d’imbarazzo.<br />

– Aspettate qualcuno? – domandai dando un’occhiata<br />

fugace e inquieta alla sedia vuota nel suo lato<br />

destro.<br />

Fece segno di sì. – Un’amica, – chiarì finalmente. –<br />

L’ho aspettata fino al terzo campanello… Un contrattempo,<br />

non sarà riuscita a venire. Non sapevo se entrare<br />

o meno… Se lo sapesse mia sorella che sono entrata<br />

da sola…<br />

– Sono felice che abbia deciso di entrare. – La mia<br />

voce esprimeva un entusiasmo sincero. Il primo della<br />

giornata. Il primo da qualche tempo, a dire il vero. Me-<br />

66<br />

raviglie della genetica: Clorinda Pattusi non assomigliava<br />

in nulla alla sorella: era bella esattamente nella<br />

misura esatta in cui quell’altra era brutta. “La mia piccola<br />

regina bizantina,” questo pensai guardandola. Da<br />

subito come deve accadere a un poeta: che sa. Non sa<br />

perché, ma sa. E questo bastava persino a farmi dimenticare<br />

la pioggia. – Mi consideri fin d’ora il suo cavaliere.<br />

Sono solo anch’io: salviamo le convenienze.<br />

Clorinda mi squadrò a lungo: ero alto, avevo un viso<br />

largo non privo di fascino. Perché fingere, perché essere<br />

modesti in questi frangenti? Avevo labbra carnose<br />

incorniciate da una peluria corvina la cui cura avrebbe<br />

potuto richiedere ore di applicazione, per quanto ne<br />

sapeva lei. I miei occhi erano tizzoni di un nero profondo.<br />

Le mani erano di un pallore trasparente, lunghe e<br />

affusolate. Io so che Clorinda guardandole pensò: “mani<br />

da pianista, mani da scienziato,” o, più semplicemente,<br />

“mani da avvocato”. E invece no: mani da Poeta…<br />

Fissavo il palcoscenico di fortuna con lo sguardo di<br />

lei attaccato al lato destro del viso. Decisi che non mi<br />

sarei voltato.<br />

– Il bello è che è stata lei, la mia amica, a convincermi<br />

a venire! E poi non arriva all’appuntamento… – commentò<br />

Clorinda spostandosi la veletta <strong>dal</strong>la bocca. –<br />

Non ero nemmeno sicura di volerlo vedere questo<br />

spettacolo. Sono in apprensione, dicono che sia impressionante.<br />

67


La guardai abbozzando un sorriso. I baffi impomatati<br />

mi scattarono verso l’alto. – Si tratta solo di jongleries,<br />

mia cara, – dissi, cercando di dare a quel mia cara<br />

un tono paterno.<br />

A quel punto le luci si spensero. La sedia rimasta<br />

vuota affianco alla mia regina fu ben presto occupata<br />

da un giovanotto restato in piedi fino all’attacco dell’orchestra.<br />

Il fachiro Amhed Bessaui, reduce dai successi riportati<br />

nei più famosi teatri del nuovo e del vecchio mondo,<br />

era un uomo corpulento, scuro di carnagione. Si<br />

posizionò al centro del palcoscenico invitando alla concentrazione<br />

e al silenzio. Cominciò a parlare con voce<br />

profonda. Un ometto in bombetta, apparso in proscenio,<br />

traduceva simultaneamente <strong>dal</strong> suo curioso linguaggio.<br />

– Quelli che state per vedere sono i risultati<br />

della concentrazione di un uomo considerato santo.<br />

Credono i sufi che l’incontro col Divino renda il corpo<br />

puro involucro e l’anima corazza potente. Dolore e piacere<br />

divengono semplici gradienti di debolezza, sintomi<br />

di un incontro mancato, di un falso contatto… Allah<br />

possa dimostrare la sua potenza!<br />

L’oboe attaccò un pezzo avvolgente. I due valletti di<br />

prima, questa volta seminudi, ma col turbante, portarono<br />

in scena un braciere <strong>dal</strong> quale spuntavano barre<br />

incandescenti. Il fachiro serrò le palpebre brancolando<br />

verso le barre. Stringendo le labbra ne afferrò una<br />

proprio nel lato incandescente.<br />

68<br />

Il petto di Clorinda si gonfiò come a trattenere più<br />

aria di quanta sarebbe stata necessaria per respirare.<br />

Un uh secco secco le scaturì <strong>dal</strong>le labbra ad anello. La<br />

sua mano guantata artigliò lo spazio davanti a lei come<br />

a cercare un punto d’appoggio. Distogliendo lo sguardo<br />

<strong>dal</strong> palcoscenico si voltò verso di me: aveva nel viso<br />

un che di infantile come se non potesse fare a meno di<br />

guardare qualcosa che le faceva paura.<br />

– Jongleries, – le ripetei rassicurante.<br />

Intanto <strong>dal</strong> teatro si era alzato un boato sommesso.<br />

Un ohhhh di sgomento generale quando il fachiro aveva<br />

appoggiato il ferro incandescente alla lingua…<br />

– Un cordiale! – ordinai al barista. – Ne avete bisogno,<br />

– le sussurrai.<br />

La condussi a un tavolino aiutandola a sedersi.<br />

Ora che l’avevo di fronte, potevo guardarla con agio.<br />

Era meno giovane di quanto avessi creduto. Ma non<br />

spiacevole. Il naso troppo pronunciato forse, e gli occhi<br />

troppo ravvicinati, di un nero opaco. Qualche ruga<br />

cominciava a segnarle il collo. Nell’insieme faceva<br />

pensare a una donna fragile e tenace allo stesso tempo.<br />

– Uno anche per me! – mi affrettai a dire, solo in<br />

quel momento mi ero accorto che era arrivato un cameriere.<br />

– Non ho l’abitudine di accettare inviti dagli sconosciuti,<br />

– stava dicendo lei. – Ma dopo quello spettacolo,<br />

mio Dio! Cavarsi gli occhi in quel modo! – esclamò<br />

69


ipensando all’esercizio del fachiro che l’aveva fatta<br />

gemere. – È stato peggio del pugnale infilato nella<br />

guancia.<br />

Scossi il capo aspettando che il cameriere, tornato<br />

con le ordinazioni, concludesse il suo rito di apparecchiamento.<br />

– Gli occhi sono muscoli! – dissi fissandola.<br />

– Qualunque fisiologo potrebbe dimostrare che un<br />

esercizio quotidiano, la sollecitazione costante dei nervi<br />

ottici, può produrre un aumento dell’elasticità fino a<br />

far credere che realmente i bulbi oculari schizzino <strong>dal</strong>le<br />

orbite. Ma questo non significa che ciò accada realmente.<br />

Quanto al pugnale nella guancia, la pelle del viso<br />

è assolutamente elastica, non avrete pensato che<br />

quel pugnale fosse davvero in grado di bucare? Esercizio<br />

mia cara, quotidiano esercizio, i giusti movimenti,<br />

una musica affascinante, un linguaggio incomprensibile.<br />

Tutto pensato nei minimi particolari. – Avevo detto<br />

mia cara preparando le labbra a sorbire il cordiale<br />

versato fino all’orlo del bicchierino.<br />

– Volete dire che si trattava solo di trucchi? – domandò<br />

lei con perspicacia prodigiosa.<br />

Affilai il naso. – È quello che voglio dire, mia cara.<br />

– Non posso crederci, sembrava tutto così reale! –<br />

commentò lei senza riuscire a trattenere una risatina<br />

isterica.<br />

Mi permise di accompagnarla verso casa e aveva<br />

70<br />

quasi smesso di piovere. Ora tutto brillava di stelle<br />

trattenute a stento nel paniere a maglie larghe delle nubi.<br />

Ora <strong>dal</strong> <strong>cielo</strong> di opale screziato sulle nostre teste<br />

promanava un effluvio delicato che aspergeva le case<br />

circondandole di un’aura vaporosa e magica. Le luci<br />

allineate dei lampioni erano festoni di sfere luminescenti<br />

che andavano a specchiarsi sulla superficie lustrata<br />

del piano stra<strong>dal</strong>e.<br />

Ora sì. La tempesta sembrava passata, il mio cuore<br />

era improvvisamente calmo e pieno di aspettative come<br />

quello di un neonato che si accuccia fra i seni materni.<br />

Camminavo precedendo Clorinda di poco, per<br />

guidarla, per segnalare ai suoi piedini, calzati da due<br />

polacchine sottilissime, quasi due lame di coltello, ora<br />

una pozzanghera dentro cui annegava una porzione di<br />

luna, ora un lastrone particolarmente scivoloso terso<br />

come la schiena di uno stallone.<br />

Ora la mia testa era un rutilare di immagini soavi che<br />

piroettavano. Sì, dentro al mio corpaccione goffo, le<br />

metafore danzavano una polka sfrenata, i versi si intrecciavano<br />

come i serti delle ninfe dei boschi. Anche<br />

le montagne se la ridevano solleticate <strong>dal</strong>la dolcezza<br />

improvvisa di quella notte.<br />

Oddio che notte fu quella!<br />

La luna sfolgorante che lanciava dardi giallo oro oltre<br />

il tessuto strappato delle nubi.<br />

Clorinda che avanzava a passetti, attenta a non bagnare<br />

l’orlo della gonna.<br />

71


Clorinda, signori miei, e ancora mi vengono le lacrime<br />

agli occhi! Un nome di pura, sfavillante poesia, proprio<br />

come una corazza barocca, istoriata d’ottoni.<br />

Clorinda guerriera, e io Tancredi.<br />

– Fermiamoci qui, – disse a un certo punto. – Sono<br />

quasi arrivata… Così va bene, – disse ancora. – Lei è<br />

stato gentile, – disse ancora. – Le auguro una buona<br />

notte. – Ancora…<br />

Mi porse la manina guantata. L’afferrai saldamente.<br />

– Ecco… – provai. – Posso ardire… – Lei ritirò la mano<br />

e aggrottò le sopracciglia. – Pensavo che magari…<br />

– riprovai. Stava immobile in attesa che riuscissi a finire<br />

una frase. – Buonanotte, – sparai all’improvviso.<br />

– A presto, – disse lei allargandosi in un sorriso.<br />

Un vento stranamente caldo si era alzato. E mi indicava<br />

la strada di casa con buffetti sulla nuca. La pioggia<br />

si era trasformata in una condensa spaporosa di tiepido<br />

umidore.<br />

Mi abbracciai. Strinsi me stesso afferrandomi le spalle<br />

con le mani incrociate. – Andrà tutto bene, – urlai<br />

contro la sottana lisa del <strong>cielo</strong>. – Andrà tutto bene.<br />

72<br />

Il mio incubo peggiore l’ho avuto a cinque anni.<br />

C’era una specie di burrasca nel <strong>cielo</strong>, un vorticare<br />

febbroso di nembi marini, rossi, abbaglianti. C’era una<br />

specie di silenzio pieno di brontolii.<br />

E i brontolii si facevano sempre più vicini. Come se<br />

quelle nubi rosse allungassero le mani e mi stringessero<br />

le tempie. Tutto tremava. Tremava davvero. A colpi<br />

frequenti: l’enorme battito di un enorme cuore sopra<br />

di me. Che trasudava sui miei vestiti, sulle mie mani,<br />

pronto a esplodere. E io avevo cinque anni. Ed ero solo,<br />

a guardare da un orrido tutta quell’esplosione di<br />

sanguinaccio sopra di me. E il mare sotto. Schizzi grassi<br />

mi colpivano il viso e le mani. <strong>Sangue</strong>. <strong>Sangue</strong> <strong>dal</strong><br />

<strong>cielo</strong>.<br />

Proprio in quel momento, senza nemmeno la coscienza<br />

di farlo, stavo avendo l’incubo di un me stesso<br />

che aveva quell’incubo.<br />

La mattina era di piombo.<br />

* * *<br />

73


Lo sguardo di mia madre incrociò il mio appena per<br />

un istante in cucina. Tanto bastava. Tutto normale all’apparenza:<br />

la colazione pronta, il fuoco ravvivato nel<br />

camino. Solo i suoi occhi mantenevano quell’ostilità<br />

implorante che mi metteva in guardia.<br />

– Buongiorno, – bofonchiai mentre mi sedevo per la<br />

colazione.<br />

Rispose con un gesto del mento.<br />

– Ho detto buongiorno, – provocai.<br />

– Eh, buongiorno, buongiorno… – fece lei sbrigativa.<br />

– Guardate che ieri sera vi siete umbrata per niente:<br />

ero stanco, lo sapete come mi capita…<br />

– Cosa vuoi che ti dica, – attaccò. – Vuol dire che stamattina<br />

sono stanca io: sono stanca che mi tratti come<br />

una serva!<br />

– Ma che serva? Cosa state dicendo? E quando mai.<br />

– Senti, – disse lei dopo un lungo sospiro. – Un posto<br />

da tuo fratello è sempre libero, quando vuoi stare per<br />

conto tuo basta dirlo… Io levo il disturbo.<br />

– Ma cosa state dicendo? Che cosa ho fatto? – Avevo<br />

il tono di un bambino scoperto a rubare.<br />

– Se non lo sai tu! – rintuzzò lei.<br />

– Sentite, oggi è una bella giornata, vedete: ha smesso<br />

di piovere…<br />

– E… ieri sera… ti sei divertito? – domandò centellinando<br />

le parole. Poi stette a guardarmi.<br />

– Vi hanno già informata! Complimenti! Ah, mi sono<br />

74<br />

divertito, altroché! – esagerai. – E allora? Sono grande<br />

abbastanza!<br />

– Sì, ma… di cervello, evidentemente, sei rimasto<br />

piccolo. – Il fendente arrivò forte e chiaro.<br />

Silenzio.<br />

Mi si chiuse lo stomaco. Ero furioso: solo mia madre<br />

riusciva a farmi raggiungere quei livelli. Provai a inghiottire<br />

una cucchiaiata del mio latte. – Che cos’è che<br />

vi rode? Quale tarlo c’avete? – urlai quasi.<br />

– Se proprio lo vuoi sapere te lo dico, – scandì mettendosi<br />

a sedere di fronte a me.<br />

Silenzio.<br />

– Quella Pattusi è una chiacchierata, – sillabò a un<br />

certo punto.<br />

– Ah, è questo… – constatai.<br />

– Io non ce la voglio a casa mia. Io lo sapevo. Altroché<br />

se lo sapevo, me l’ero visto in bisione che finiva<br />

così! – Ora provava la corda patetica.<br />

– Ma di cosa vi andate preoccupando? – domandai e,<br />

in quel momento, ero sincero. – Quello è lavoro! Recattu!<br />

Il pane che mangiamo! Eh, ieri sera l’ho incontrata<br />

per caso, non è stata bene, l’ho accompagnata verso casa,<br />

allora? A trentadue anni devo dare spiegazioni?<br />

– Il caso, figlio mio, ce lo facciamo noi. Quella con<br />

l’aiuto di quella maghjarja della sorella grande ti ha<br />

messo gli occhi addosso e Dio ne scampi!<br />

– State dicendo cose che non esistono! Che non stanno<br />

né in <strong>cielo</strong> né in terra!<br />

75


– Eja eja: vedrai quello che ti sto dicendo! Comunque<br />

finché sono viva io… Dio ne scampi.<br />

Era la pietra tombale sulla discussione.<br />

Provai a finire la colazione, ma non c’era verso: gola<br />

serrata. Mi alzai. – Vado a fare quattro passi, – sussurrai.<br />

Non avevo ancora finito di indossare il soprabito che<br />

bussarono alla porta.<br />

Guardai ancora una volta il maresciallo Poli con un<br />

misto di apprensione e sospetto. – Morto? – domandai<br />

per l’ennesima volta.<br />

– Stanotte, – mi ripeté lui paziente. – Si è tagliato le<br />

vene. L’hanno trovato al cambio di turno.<br />

– Come sarebbe? Suicidato! – Non sapevo dire altro.<br />

– Il referto del medico non lascia dubbi.<br />

– Medico? Chi sarebbe questo medico?<br />

– Avvocà, Orrù: il medico del carcere!<br />

– Ah sì, Orrù, Orrù… I familiari sono stati avvertiti?<br />

– Un’ora fa… Sono venuto di persona ad avvertirvi<br />

perché la zia del morto vi ha indicato come legale incaricato…<br />

– Siete stato gentile.<br />

– State bene?<br />

– Sì, sì, sto bene, sto bene: è solo che non riesco a capire…<br />

Come ha fatto?<br />

– Coltello, l’abbiamo trovato affianco alla vittima incastrato<br />

in una crepa del pavimento.<br />

76<br />

– Ma come ha fatto a procurarselo?<br />

– Stiamo indagando… A questo proposito, proprio<br />

la zia, tempo fa, aveva cercato di fargliene avere uno…<br />

L’ipotesi è che ci sia riuscita…<br />

– Non siamo assurdi, maresciallo! State dicendo che<br />

Filippo Tanchis è stato spinto a suicidarsi?<br />

– È la conclusione più logica. Mancavano tre settimane<br />

al processo.<br />

– Non diciamo fesserie, maresciallo, quella donna si<br />

sarebbe fatta massacrare per il nipote! Voleva farlo<br />

scarcerare a tutti i costi.<br />

– Eh, ha detto bene: a tutti i costi.<br />

Restai un minuto buono in piedi in silenzio. Natalino<br />

Orrù mi dava le spalle. Ordinava flaconi in una specie<br />

di armadio con ante a vetri. La porta del suo ambulatorio<br />

era spalancata. Non avevo dovuto bussare. Mi ero<br />

limitato a fare qualche passo all’interno e ad aspettare<br />

in piedi che si accorgesse di me.<br />

– Natalì… – sussurrai per farmi notare senza spaventarlo.<br />

– Oh, Bustià, da queste parti? – disse semplicemente<br />

senza nemmeno voltarsi.<br />

– Dai dai che te la aspettavi una mia visita.<br />

– Sì, me l’aspettavo… È per il suicidio di quel Tanchis?<br />

– completò indirizzandomi una risatina complice.<br />

77


Accennai di sì. – Come l’avete trovato?<br />

– Non lo so, quando sono arrivato l’avevano già<br />

spostato: c’erano orme di sangue dappertutto: era difficile<br />

camminare senza pestare il sangue e si scivolava<br />

come al mattatoio. L’unica cosa chiara è che si è sgarrato<br />

i polsi da seduto, ha lasciato che il sangue colasse<br />

sul pavimento. Poi ha perso i sensi, cadendo ha battuto<br />

la nuca al bordo del tavolaccio.<br />

– Seduto?<br />

– Sì, la camicia era completamente zuppa nella<br />

schiena e perfettamente pulita sul davanti e sulle spalle.<br />

Segno che si è imbibita dopo la caduta. Inoltre la<br />

porzione del pavimento sotto ai calzoni era pulita:<br />

non si è seduto sul sangue, il sangue è colato dopo.<br />

Solo se il Tanchis si fosse seduto… dopo essersi sgarrato<br />

i polsi avrebbe avuto il fondo dei calzoni imbrattato.<br />

Mi spiego? Il sangue coagula, all’aria si raddensa<br />

in pochi minuti… Se i tagli sono fatti con decisione<br />

c’è una fuoriuscita abbondante e costante. Ma ci vogliono<br />

più o meno dieci minuti a perdere i sensi…<br />

Non ci sono dubbi.<br />

Non ci sono dubbi. A volte mi piacerebbe riuscire a<br />

pronunciare questa frase senza l’amaro in bocca. Mi<br />

piacerebbe anche una verità pulita e semplice come<br />

una buona tazza di latte… Natalino Orrù è una bravissima<br />

persona, ma ha la tendenza a farla troppo facile,<br />

come quella volta che diagnosticò un’indigestione per<br />

78<br />

un caso di peritonite che portò il malato quasi alla<br />

tomba. Semplice mal di pancia, sentenziò. Sennonché<br />

il malato era il figlio di una persona potente che non<br />

aveva gradito la svista. Così si rivolse a me. Ci volle del<br />

bello e del brutto per farlo rinunciare a procedere, ma<br />

alla fine ci accordammo per una strigliata. Così dovetti<br />

andare da Natalino Orrù in ambulatorio. Gli dissi che<br />

si era scampato una denuncia per negligenza solo perché<br />

il ragazzo grazziaddio si era salvato e il padre aveva<br />

rinunciato a procedere, ma non a mandargli tramite<br />

me un avvertimento per il futuro. Sarà stato tre o quattro<br />

anni fa.<br />

Lui mi guardò con l’espressione più incredula che<br />

avesse a disposizione e mi disse che errore non ce n’era<br />

stato: peritonite o indigestione sempre di mal di pancia<br />

si trattava, non c’era dubbio…<br />

Insomma, la verità. Un giovane che si toglie la vita in<br />

carcere e non ci sono dubbi. A volte mi scopro a pensare<br />

che per non avere dubbi bisognerebbe conoscere<br />

cose che neanche una vita basterebbe a conoscere.<br />

E io non sono così sicuro di esserne capace.<br />

Per questo dovevo vedere Carrus, la guardia carceraria.<br />

Lo cercai alla Rotonda, mi dissero che aveva fatto il<br />

turno di notte. Mi dissero che sarebbe stato in turno<br />

solo nel pomeriggio. E io non potevo aspettare.<br />

Non volevo aspettare. Bustià unu raju chi ti falete:<br />

dubbioso e impaziente!<br />

79


Così chiesi il suo indirizzo fidando sul fatto che ci<br />

eravamo visti qualche volta.<br />

Attesi qualche secondo davanti alla sua porta prima<br />

di bussare. Poi bussai. Venne ad aprirmi lui.<br />

– Venite s’abbocà! Come mai da queste parti? – Carmelo<br />

Carrus aveva la voce impastata di chi si era appena<br />

svegliato nonostante fosse quasi mezzogiorno.<br />

– Disturbo?<br />

– Ma che disturbo! Entrate! Nerì offri qualcosa all’avvocato.<br />

– No grazie, niente… Come ricevuto… Non mi trattengo,<br />

ti disturbo solo per chiederti una cosa e poi ti lascio<br />

riposare, dice che hai fatto il turno di notte…<br />

– Eh, s’abbocà, dopo quindici anni ci si abitua a dormire<br />

poco: col mestiere che faccio a volte mi chiedo se<br />

non sia io il carcerato e loro dietro le sbarre i miei carcerieri…<br />

– Ero venuto per la questione di quel Tanchis che hai<br />

trovato morto in cella…<br />

– Me l’avevano detto che eravate voi che vi occupavate<br />

della causa. Che cosa volete che vi dica: gli ho dato<br />

la sveglia e lui era morto. Unu pore ’e sambene s’abbocà.<br />

Guardate che di morti ne ho visti in vita mia. Ma<br />

tanto sangue così…<br />

– Com’era esattamente?<br />

– Com’era il morto?… Tranquillo sembrava, s’abbocà…<br />

80<br />

– Non ci siamo capiti, intendo: com’era, come era<br />

messo quando l’hai trovato?<br />

– Per terra, s’abbocà, con le braccia un po’ aperte: così…<br />

E poi c’era tutto il sangue: due macchie tonde come<br />

quando versi l’olio sul pavimento. Però lui sembrava<br />

contento. E poi quella camicia bianca come il latte<br />

che non si era nemmeno sporcata. Quella faceva effetto,<br />

s’abbocà…<br />

– Scusa se insisto… lo so che può sembrare strano:<br />

fammelo vedere…<br />

– S’abbocà, volete dire, per terra?<br />

– Eh, sì, disteso per terra: fammi vedere com’era…<br />

Non pioveva più. Il silenzio cominciava a diventare<br />

unu báttile che pesava sul petto. L’aria odorava di<br />

piante gravide e tramortite.<br />

La Barbagia si era trasformata nello sgabuzzino dello<br />

Speziale.<br />

L’Africo soffiava dai piedi alla testa, scaturiva <strong>dal</strong><br />

ventre stesso della terra, <strong>dal</strong> mare profondo.<br />

Un che di incompiuto restava sospeso in quella bruma<br />

di sciroppo, quasi l’annuncio di qualcosa che non<br />

aveva ancora trovato la sua piena espressione. Perché<br />

la temperatura si era alzata e le vecchie giuravano che<br />

non era una cosa buona: a inoche b’at carchi cosa…<br />

sospendevano anch’esse.<br />

Il fenomeno africano, lo chiamavano gli scienziati<br />

81


meteorologi. Una specie di estate fulminante, nel bel<br />

mezzo dell’inverno incipiente, rossa, densa e pesante<br />

come inchiostro.<br />

Risalivo da Séuna per arrivare al corso.<br />

È durante questi tragitti che scrivo. Scrivo come dico<br />

io. Spianando il cervello come un foglio immacolato su<br />

cui pensieri e immagini si tramutano in segni e misure.<br />

Una voce, che mi accompagna sempre, me li legge: è severa,<br />

non si lascia abbindolare da soluzioni comuni. Mi<br />

ripete quanto ho scritto e mi fa il verso, nel senso che mi<br />

prende in giro, quando non trovo le parole, quando un<br />

odore, un sapore, una pianta, un <strong>cielo</strong> mattutino, non si<br />

tramutano in musica d’immagini. Qualcuno potrebbe<br />

dire che si tratta della mia voce interiore. Io dico solo<br />

che c’è, e che forse si tratta dell’unica persona che non<br />

mi ha abbandonato mai. La maledizione dei poeti, che<br />

non smettono mai di scrivere. E l’ultima cosa di cui<br />

hanno bisogno è di un foglio e di una penna…<br />

Ma, quella mattina, la mia voce cumpanza non leggeva<br />

versi. Mi regalò una tregua di congetture. Congetture<br />

che a pensarci bene erano poetare esse stesse. Erano<br />

affrontare i fatti come nemici, trascinarli per i capelli<br />

<strong>dal</strong> certo all’incerto, metterli in crisi, costringerli al<br />

punto critico per saggiarne la resistenza.<br />

E intanto la strada si consumava sotto ai miei piedi, e<br />

i miei occhi vedevano senza guardare…<br />

82<br />

Suicidio, ripeteva la mia voce. Che solo a dirlo sembra<br />

definitivo. Ineluttabile. E allora bisognava affrontarlo<br />

questo suicidio. Puntare su di lui come se si trattasse<br />

del vostro peggior nemico. Non dargli tregua.<br />

La mia voce mi indicò l’insegna di Malgaroli scritta<br />

in rosso come la croce di uno scudo templare.<br />

La cartoleria di Giulio Malgaroli era una stanzetta<br />

stipata di risme bianche e quaderni. Dal bancone a cassetti<br />

promanava uno strano odore di mine e dolciumi.<br />

– Inchiostro rosso, – domandai.<br />

Il Malgaroli, continentale, era un uomo di una cinquantina<br />

d’anni sempre in camicia e parapolsi come<br />

quelli degli impiegati postali, chissà forse oltremare…<br />

– Ne abbiamo in flaconi piccoli e grandi, – disse con<br />

quella parlata a metà fra la dolcezza toscana e la durezza<br />

barbaricina.<br />

– Due flaconi grandi…<br />

Tornai a casa. Arrivai alla mia stanza senza passare<br />

<strong>dal</strong>la cucina. Raimonda era intenta a preparare papassini.<br />

Per qualche secondo pensai di lasciar perdere. –<br />

Dai Bustià approfittane, – mi dissi, – per farti un sempre<br />

caro che oggi la giornata è buona per camminare,<br />

non vedevi l’ora che smettesse di piovere, e adesso? –<br />

Una bella passeggiata a Sant’Onofrio, per riprendermi,<br />

mettere la testa a posto. Ora che la pioggia era cessata.<br />

Ma non lo feci.<br />

83


Mi diressi verso l’armadio nell’andito, presi tre o<br />

quattro camicie bianche linde di soda. Una volta entrato<br />

nella mia camera indossai la prima. Mi misi seduto<br />

sul pavimento. Avevo un flacone d’inchiostro<br />

nella mano destra. Ne versai abbondantemente sul<br />

polso sinistro, poi passai il flacone nella mano sinistra<br />

e feci lo stesso di prima sul polso destro. Provai e riprovai.<br />

Non c’era verso: non riuscivo a non macchiarmi.<br />

Per due volte, nel passaggio da un polso all’altro,<br />

mi imbrattai la camicia all’altezza della pancia, così<br />

mi dissi che dovevo fare il mio esperimento tenendo<br />

le mani più scostate possibile <strong>dal</strong> busto, bene: la camicia<br />

rimase pulita, ma i calzoni mi si macchiarono<br />

all’altezza delle ginocchia.<br />

Mia madre entrò in camera in quel momento. L’urlo<br />

che fece non lo dimenticherò mai, né mai dimenticherò<br />

la sua faccia mentre tentavo di alzarmi per spiegarle<br />

tutto.<br />

Poli mi accolse con un sorriso. – Chissà perché, ma<br />

ci avrei scommesso che ci saremmo visti presto… Che<br />

ha fatto alle mani?<br />

– Oh, roba da nulla: inchiostro… – glissai. – Filippo<br />

Tanchis non si è ammazzato, – sparai.<br />

La faccia di Poli, non appena ebbe il tempo di elaborare<br />

quanto gli avevo comunicato, sarebbe stata di<br />

grande interesse per il professor Puligheddu, in quan-<br />

84<br />

to a scale cromatiche intendo. Sostituì lo stupore con<br />

una risatina scettica. – E gli asini volano, – disse.<br />

– Ho chiesto di vedere i vestiti che Filippo Tanchis<br />

portava quando si sarebbe ucciso: pantaloni puliti sulle<br />

ginocchia, sulle cosce e sugli stinchi, insomma nemmeno<br />

una goccia di sangue sul davanti. E camicia pulita…<br />

questo ritorna. Ma i pantaloni no, quelli no che<br />

non ritornano…<br />

– E dove sono andati, avvocà? Si sono spaventati anche<br />

loro quando l’hanno sentita delirare?<br />

Restai in silenzio per un secondo. – È una cosa seria.<br />

C’è poco da ridere.<br />

– Quello che temevo, – si lamentò Poli.<br />

– Ho provato, ho simulato il suicidio, non c’è stato<br />

verso: per mantenere pulita la camicia dovevo sporcare<br />

i pantaloni. È impossibile sgarrarsi i polsi senza<br />

sporcarsi il davanti della camicia o dei pantaloni. Ci<br />

provi!<br />

– Qui? – chiese Poli alzandosi <strong>dal</strong>la sua sedia.<br />

– Eh, qui: io ho provato nella mia stanza. Seduto per<br />

terra. Il posto non è influente. È influente il metodo.<br />

Avanti, faccia conto di tagliarsi i polsi: come si comporta?<br />

Poli mi guardò perplesso, ma si mise a sedere per terra<br />

davanti alla sua scrivania. – Che cosa mi fa fare! –<br />

commentò a un certo punto facendo per alzarsi.<br />

– Avanti, – lo incoraggiai. – Se ho torto non mi faccio<br />

vedere per un mese.<br />

85


– È troppo allettante. Cosa devo fare?<br />

– Ha un coltello nella mano sinistra…<br />

– Porto il coltello al polso destro e taglio, – mimò<br />

portando avanti le braccia.<br />

– Bene, tenga conto che la fuoriuscita di sangue è abbondante,<br />

schizza dappertutto. Ora cosa fa?<br />

– Passo il coltello nella mano destra…<br />

– Alt! – gridai. Il maresciallo si bloccò come un tableau<br />

vivent. – I suoi calzoni sono già imbrattati a questo<br />

punto: il sangue sgorga <strong>dal</strong> polso…<br />

Poli provò in tutti i modi, in tutte le posizioni: niente<br />

da fare. Lo sapevo. – Diavolo d’un uomo! – si stizzì,<br />

balzando in piedi. – E allora?<br />

– Allora non si è ucciso: pantaloni puliti, niente suicidio,<br />

– scandii. – Filippo Tanchis è stato tramortito con<br />

un colpo alla nuca, poi è stato suicidato.<br />

86<br />

Le montagne avevano indossato la porpora quaresimale.<br />

Annegate nel vino novello del <strong>cielo</strong>. Dal mio<br />

colle, seduto sul mio sedile di roccia salutavo la terra:<br />

Sa ’e Mureddu, Sa ’e Ledda, Terra Ruja, Molimentu,<br />

che brillavano di gelatina e opale.<br />

Un filtro cremisi aveva ridotto tutta la varietà coloristica<br />

al monocromo. Era l’aria, spessa come il soffio<br />

della locomotiva, vibrante di rubino. Era la spennellata<br />

maniacale di un pittore ossessivo.<br />

Che dovunque si posasse il mio occhio, <strong>dal</strong>l’Ortobene<br />

a Cucullìo, non vedeva nient’altro che uniforme<br />

compattezza di variazioni: arancio cupo e viola e poi,<br />

via via scendendo, rosa antico, fino al rosso pieno delle<br />

valli.<br />

A guardarlo da lassù il territorio dava l’impressione<br />

di un secchio pieno delle budella di una pecora macellata<br />

per la festa, pronta da bollire con le patate.<br />

Le nuvole febbricitanti facevano vortici sulla mia testa,<br />

come cuori palpitanti.<br />

La pioggia mi sorprese mentre fuggivo.<br />

87


Grosse gocce filamentose di sangue e catarro, aggrumate<br />

di sabbia desertica, si spappolavano sul sentiero<br />

di campagna, e sulle foglie esauste.<br />

La membrana del <strong>cielo</strong> non aveva tenuto e ora tutto<br />

quel rosso ci cadeva addosso.<br />

Ora lo scorrere in pendenza dell’acqua era lento ed<br />

esasperante, cremoso d’argilla e sabbia.<br />

Il fenomeno africano: il deserto che ci piove addosso.<br />

Il respiro grosso di un vento asmatico muoveva la<br />

mota al suolo con le volute della colobra, saturando<br />

gli spazi con lentezza efficiente. Sollecito a segnalare<br />

vicoli e cortili e orti e piazzette. Pronto a indicare spazi<br />

su spazi.<br />

Nùoro sussultava sotto una membrana flegmatica.<br />

Si faticava a respirare. Si ansimava come sulla graticola<br />

di luglio. Gli abiti zuppi emanavano umori d’erba cipollina<br />

e origano.<br />

Una cosa del genere si era già vista, la raccontava bisaju<br />

Gungui che non avevo ancora dieci anni e lui più<br />

di settanta.<br />

Alla fine di ottobre del 1820, dopo nove giorni e nove<br />

notti di pioggia da annegare il cristiano e le talpe<br />

sotto terra, da sud si era fatto largo a furia di spinte un<br />

alito unticcio e caldissimo, si era aperto un corridoio<br />

rotolando verso le Barbagie. E le montagne cominciarono<br />

a sudare sangue.<br />

Che quella era terra amorosa e ospitale: così la spira<br />

aveva deciso di abbracciarla.<br />

88<br />

Che quella era terra truce e vendicativa: così le vette<br />

acuminate avevano ferito quella femmina africana sino<br />

a farla stillare al suolo.<br />

Non si poteva guardare verso l’alto, che le sue mammelle<br />

pesanti opprimevano come un basto colmo di<br />

pietre sulla groppa di un asino.<br />

Era già accaduto.<br />

Proprio nell’ottobre del ’20. L’anno dell’Editto sulla<br />

chiusura delle terre comuni. Che allora pareva un segnale<br />

chiaro dell’ira della povera gente.<br />

La zaffata micidiale arrivò con i banditori del re che<br />

annunciavano i muri a secco.<br />

L’editto arrivò accompagnato da un fetore ferruginoso<br />

di acqua stagnante. E intrise valli e montagne di<br />

sangue. La ricchezza non era l’oro, e nemmanco il pane,<br />

ma pietre su pietre per cingere i terreni e braccia<br />

per costruirli: questo diceva l’editto. E al sangue <strong>dal</strong><br />

<strong>cielo</strong> si unì il sangue degli uomini, il massacro delle<br />

tanche. Che se giravi il <strong>cielo</strong> con la terra era lo stesso:<br />

gli uomini e le nuvole lottavano allo stesso modo. E sarebbe<br />

stato uguale persino non essere nati mai in quella<br />

terra dove l’alto e il basso si confondevano…<br />

– Tutto! – risposi secco.<br />

– S’abbocà, ma tutto quello che c’era da dire… oramai,<br />

– tentò di schivare Franceschina Pattusi.<br />

– La questione non è ancora chiusa! Non finché mi<br />

89


imane il dubbio che mi abbiate preso in giro. Ca a<br />

inoche b’at imbolicu, cumpresu?<br />

– Che cosa volete sapere ancora? – Era stramazzata<br />

sulla sedia della sua cucina. Ora il volto della donna<br />

aveva assorbito la sorpresa di vedermi arrivare in casa<br />

sua senza preavviso.<br />

– Per esempio che cosa è successo la sera in cui Solinas<br />

è stato ucciso. Com’è che Filippo vi è scappato di<br />

casa?<br />

– Siamo andate a olive a Funtanedda, io e mia sorella.<br />

Filippo è rimasto con Ruggero che era tornato per<br />

due giorni, aveva bisogno di tutto: roba pulita, un po’<br />

di provviste.<br />

– E poi che cosa è successo?<br />

– Niente è successo! Che Ruggero si è addormentato<br />

è successo! E Filippo se n’è uscito, poi boh, cosa volete<br />

che vi dica. Chissà chi ha incontrato, magari l’hanno<br />

fatto bere, magari l’hanno preso in giro. Chi lo sa?<br />

– E Ruggero?<br />

– Ruggero non l’ha trovato in casa quando si è svegliato.<br />

È uscito per cercarlo. E allora l’ha trovato… A<br />

Istiritta… Ha fatto appena in tempo a vedere che lo<br />

stavano portando via. Non era la prima volta, che stava<br />

a casa con un fratello, non era mai successo niente…<br />

Non faceva male a nessuno… Non gli avrei mai permesso<br />

di tenere un coltello sennò…<br />

– È stato un bell’azzardo…<br />

Franceschina Pattusi si alzò con fatica, col dorso delle<br />

90<br />

mani si asciugò gli occhi. – C’è qualcosa che dovete vedere<br />

se volete seguirmi, – disse precedendomi di qualche<br />

passo verso una porta chiusa.<br />

Mi fece entrare in una stanzetta linda. Quasi la cella<br />

di un monaco. Un alto letto <strong>dal</strong> materasso bugnoloso<br />

era appoggiato alla parete di fronte. Una finestrella faceva<br />

penetrare una luce snervata da un cortiletto straripante<br />

di edera sempreverde e alberelli di nespolo.<br />

Quella luce viaggiava a regime ridotto fra le pareti fino<br />

ad abbracciare una scrivania nella parete di fronte al<br />

letto.<br />

E sulla scrivania…<br />

– Ecco come usava il coltello, – sussurrò Franceschina<br />

Pattusi.<br />

Soldatini. Ussari e Ulani. Con ghette, colbacchi e alamari.<br />

Uniformi smaltate di blu, di rosso, di verde, istoriate<br />

di bronzina nei cordami, nei bottoni, nelle spalline.<br />

Un minuscolo esercito di bosso: la fanteria sul davanti,<br />

la cavalleria arretrata. Precedevano i tamburini,<br />

poco più che bambini. Cavalli baj e pezzati, bestie arabo-sarde<br />

con i colli frementi e le criniere come agitate<br />

da un vento leggero.<br />

La luce purpurea dell’esterno accarezzava con delicatezza<br />

quei capolavori di minuta precisione, giocava<br />

con loro mettendone in evidenza chiaroscuri di vuoti e<br />

pieni morbidi, frutto di un lavoro lungo, ostinato, quotidiano.<br />

– Sono bellissimi… – Riuscii a dire solo questo.<br />

91


Franceschina Pattusi rispose con un singulto prolungato.<br />

Un lamento di madre annientata <strong>dal</strong> dolore. –<br />

Questo faceva s’abbocà, – disse dopo una serie di respiri<br />

profondi sfiorando con le dita il pennacchio di un<br />

microscopico tenente colonnello.<br />

– Ma è stato un azzardo, tzia mé… È stato un azzardo<br />

portargli quel coltello in carcere.<br />

Franceschina Pattusi sbarrò gli occhi.<br />

– Io sono stata! – La voce di Clorinda Pattusi mi afferrò<br />

ai lombi. – Io, – ripeté guardando la sorella mentre<br />

ci raggiungeva nella camera.<br />

Quest’ultima le fece segno di non proseguire, ma<br />

Clorinda allargò le braccia. Era talmente bella che mi<br />

faceva male guardarla, così decisi di non voltarmi, non<br />

subito. – Piangeva, mi pregava, mi promise che non se<br />

ne sarebbe fatto accorgere; mi scongiurava… diceva<br />

che sarebbe… morto, – continuò lei correndo ad abbracciare<br />

sua sorella. – Gli facevano qualche cosa in<br />

galera, s’abbocà, – singhiozzò all’improvviso rivolgendomisi<br />

direttamente. – Filippo era come un bambino,<br />

non sapeva mentire. Dovevamo negargli anche l’unica<br />

cosa che era importante per lui? Questo dovevamo fare?<br />

Abbandonarlo?<br />

– Ora basta! – concluse Franceschina interpretando<br />

il mio silenzio come un rimprovero. – A lei resta l’amaro<br />

in bocca, ma l’amaro che c’abbiamo noi, lei non lo<br />

può nemmeno immaginare. Che la colpa, s’abbocà, è<br />

come il fele nella gola.<br />

92<br />

La colpa. Che brutta parola…<br />

Uscii da quella casa col petto che mi doleva. In cerca<br />

d’aria. Ma quale aria! L’esterno mi accolse circondandomi<br />

come una placenta giallastra screziata da un reticolo<br />

di vene rosso cupo. Guardai il colle alla mia destra,<br />

poco distante, a un soffio, un salto appena.<br />

Cominciai a dibattermi per conquistare l’altura. E<br />

frantumai l’ultimo tratto in salita vedendomi scorrere<br />

di fianco la grande caserma dell’arma dei carabinieri.<br />

Tra poco starai meglio, mi dissi, senza rendermi conto<br />

che stavo parlando a voce alta. Cominciando a capire<br />

che una parte di quel dolore al petto non era nient’altro<br />

che panico. Per Clorinda forse, per come era giunta<br />

inaspettata alle mie spalle. O forse perché era apparsa<br />

proprio nel momento preciso in cui mi chiedevo<br />

quale fosse il vero motivo della mia visita, senza preavviso,<br />

a casa sua.<br />

Ora che tutto cominciava a chiarirsi le certezze si affievolivano<br />

e mentre mi addentravo in quella selva<br />

esausta, cerosa e traslucida, anche i pensieri si assopivano.<br />

… Colpa. Che brutta parola. Quanto distante <strong>dal</strong><br />

comprendere ogni sfumatura. La colpa è un’acquaforte,<br />

è un’accozzaglia di linee che stabiliscono segno e<br />

profondità. Proprio come il reticolo regolare d’orti e<br />

vigne che rompevano l’incerto di lecci e olivastri nella<br />

valle sotto di me. Nero su bianco la colpa. E forse è<br />

amara davvero. Tanti ne ho visti di colpevoli, che ora<br />

93


mi pare persino più dolce quel termine. E mi fa meno<br />

paura. La colpa <strong>dal</strong>le labbra di Clorinda era come qualcosa<br />

di impensabile, impronunciabile, persino lieve…<br />

Gli facevano qualche cosa in galera. Che cosa? Lo prendevano<br />

in giro, gli rovinavano ogni giornata santa, perché<br />

loro erano normali e lui no. Era questo? Era questo<br />

che faceva quella colpa così incolpevole? O si trattava<br />

di me? Di quel fremito che mi saliva <strong>dal</strong>le viscere al viso<br />

tutte le volte che Clorinda parlava, mi guardava… Clorinda,<br />

la mia regina bizantina. Che colpa? È colpa amare?<br />

Forse…<br />

– Non vi tiene a casa nemmeno la pioggia. Lo sapevo<br />

che vi trovavo quassù! – Il maresciallo Poli interruppe<br />

il mio delirio mettendomi una mano sulla spalla.<br />

– Questa non è pioggia! – dissi stendendo un braccio<br />

verso la valle. – Comunque non gliel’ho detto.<br />

– Non ha informato le zie del Tanchis del fatto che<br />

non si è trattato di suicidio?<br />

– No. Non l’ho fatto.<br />

– Mh, avrà le sue ragioni.<br />

Certo che avevo le mie ragioni. Anche se non erano<br />

ragioni che potevo spiegare al maresciallo. Perché per<br />

spiegare quella mia reticenza ci sarebbe voluta più coscienza<br />

di quanta ne possedessi in quel momento. Ciò a<br />

dire che, per l’appunto, magari senza saperlo, ma rendendomene<br />

conto con chiarezza solo in quel preciso<br />

istante, volevo punire Clorinda e non volevo che avesse<br />

la consolazione di pensare che non era stata fra le cau-<br />

94<br />

se, involontariamente beninteso, della morte del nipote.<br />

Ero offeso. Dal fatto che lei me l’aveva fatta sotto al<br />

naso, aveva introdotto un coltello in galera. E poi mi feriva<br />

il sospetto che mia madre potesse avere ragione a<br />

proposito delle sorelle Pattusi: che erano persone poco<br />

serie; che in quella casa giravano troppi uomini; che<br />

Clorinda, proprio lei, era stata fidanzata con uno di Irgoli<br />

per molti anni, e poi, chissà perché, il matrimonio<br />

non c’era stato. Insomma la notizia del suicidio l’aveva<br />

prostrata, non volevo che si consolasse pensando che<br />

di suicidio non si era trattato.<br />

– Comunque il dottor Orrù non sa niente di più di<br />

quello che ha già detto. È arrivato quando era tutto finito…<br />

– Il maresciallo Poli tentava di rianimare la nostra<br />

discussione.<br />

– Lo so, l’ho incontrato.<br />

– E Carrus, la guardia carceraria?<br />

– Ho… già incontrato anche lui. Gli ho chiesto di<br />

farmi vedere precisamente come aveva trovato Filippo<br />

Tanchis.<br />

– E lui?<br />

– E lui me l’ha fatto vedere.<br />

– Avete messo a sedere per terra anche lui?<br />

Accennai di sì col capo, mi scappava da ridere.<br />

– Lei è la persona più ostinata che conosca.<br />

Lo presi come un complimento. Ma stavo male.<br />

Quella storia di Clorinda e del coltello non mi andava<br />

giù. Magari avrei fatto bene a parlarne con Poli.<br />

95


– Comunque ho bisogno lo stesso di Carrus, mi deve<br />

spiegare la questione del coltello in possesso del<br />

Tanchis. Anzi ci vado proprio adesso, vuol venire? –<br />

mi domandò Poli come leggendomi nel pensiero.<br />

– Un attimo, – dissi aspirando in profondità. – Un<br />

attimo solo e andiamo.<br />

– È bello quassù, – sussurrò Poli.<br />

– No s’abbocà! Se mi fossi accorto di una cosa del<br />

genere non glielo avrei fatto tenere il coltello. Eh,<br />

c’abbiamo un regolamento Signori miei. – Con la divisa<br />

di guardia carceraria Carmelo Carrus sembrava<br />

la comparsa di una filodrammatica.<br />

Il maresciallo Poli intervenne a quel punto. – Quanti<br />

erano di turno quella notte?<br />

Carrus lo guardò di sghimbescio. – A quell’ora… –<br />

prese tempo. – Insomma… E poi non è detto, magari<br />

uno dell’altro braccio… Magari si fa un favore a un<br />

collega: tu gli fai il giro, lui ti cùmbida una tassichedda.<br />

Dai, siamo gente che queste cose le sa, non è che<br />

stiamo qui a dire cose sconosciute…<br />

– In pratica non esiste un ruolino preciso dei turni,<br />

– riassunse Poli.<br />

Carrus si grattò la testa sotto al cappello. – Bisognerebbe<br />

vedere. Io sono arrivato alle cinque e nel braccio<br />

dov’era Tanchis c’erano solo Ruju e Fois.<br />

Segnai quei nomi su un taccuino. – Visite? – domandai<br />

mentre scrivevo.<br />

96<br />

Carrus si illuminò. – Questo è facile! Ci sono i registri.<br />

Non si scappa, all’entrata c’è Liori e cussu est unu<br />

cane ’e isterju. Possiamo andare subito.<br />

Poli mi diede uno sguardo di complicità. – Preferiremmo<br />

dare un’occhiata alla cella prima.<br />

– Come volete, – disse Carrus facendo strada.<br />

Una volta entrati, ci sguinzagliammo ai due capi della<br />

cella come segugi all’inseguimento della preda. Il<br />

pavimento, un getto unico di malta di un grigio polveroso,<br />

era stato ripulito a secchiate d’acqua e acido.<br />

– Bel lavoro, tutto pulito, – commentò Poli.<br />

Carrus <strong>dal</strong>l’ingresso fece un sorriso di soddisfazione.<br />

– Con tutto quel sangue… Saranno delinquenti, ma<br />

sono cristiani anche loro! – considerò riferendosi ai futuri<br />

inquilini della stanza.<br />

– Quasi tutto pulito! – urlai quasi mostrando il dito<br />

indice.<br />

Poli abbandonò la ricerca, Carrus corse all’interno<br />

della cella: – Che cos’è? – chiese l’ufficiale strizzando<br />

gli occhi sul mio dito.<br />

– Legno, – rivelai dopo qualche secondo… Per l’effetto!<br />

– Polvere di legno.<br />

– È importante? – mi chiese Poli mentre attraversavamo<br />

il corridoio che ci avrebbe portato all’entrata,<br />

dove c’erano i registri.<br />

– La sua importanza ce l’ha perché alla famiglia insieme<br />

agli effetti personali del morto non è stato restituito<br />

alcun… Come dire?… Manufatto!<br />

97


– Vuol dire che li hanno fatti sparire perché non si sapesse<br />

che il ragazzo era in possesso da tempo del coltello?<br />

Certo da questa angolazione un suicidio apparirebbe<br />

cosa improbabile… E…<br />

– … E metterebbe sul chi vive… Insomma non quadra:<br />

uno non chiede un coltello per suicidarsi e poi si<br />

mette a fare soldatini, mi spiego?<br />

Carrus interruppe la discussione voltandosi verso di<br />

noi. – Un attimo di pazienza, – disse ed entrò in una<br />

stanzetta laterale. Riapparve dopo qualche secondo. –<br />

Prego, – ci invitò indicandoci il registro delle visite.<br />

C’era la firma di Puligheddu! Su quel registro, associata<br />

al detenuto n. 643789: Tanchis Filippo fu Giuseppe.<br />

– Sì, ci sono stato. – Il professor Puligheddu aveva<br />

un’aria poco accondiscendente.<br />

Lo guardai a lungo aspettando che proseguisse. Non<br />

lo fece. – Non mi aveva detto niente quando ci siamo<br />

incontrati… – provai.<br />

– Avevo capito che era quello il caso a cui si riferiva<br />

tra le righe, ma non ho ritenuto opportuno informarla.<br />

Ci sono questioni professionali…<br />

Silenzio.<br />

– A questo punto credo che il segreto professionale<br />

sia… fuori luogo, – tentò il maresciallo Poli. – Abbiamo<br />

buone ragioni di credere che il ragazzo non si sia<br />

suicidato.<br />

98<br />

Il professor Puligheddu stette un tempo lunghissimo<br />

a guardarsi le mani.<br />

– Era così? Era come avevamo detto? – Avevo un che<br />

di ansioso nella voce che dava fastidio a me per primo.<br />

– Quel ragazzo era un’arma impropria: è così che dite<br />

voi? – chiese Puligheddu rivolgendosi al maresciallo<br />

Poli. – Micidiale e indifeso, – chiarì. – Poteva passare<br />

mesi, persino anni, in uno stato che potrei definire di letargo,<br />

ma a un dato stimolo, si trasformava in una belva.<br />

– L’aveva in cura? – domandai.<br />

– Non esattamente. Fu il fratello a portarmelo qualche<br />

mese fa. Era stato per qualche settimana in campagna,<br />

dopo la visita di leva: voleva fare il soldato, era l’unica<br />

cosa che gli interessasse veramente. Ma la visita<br />

andò male e lui smise di parlare. Per un intero mese<br />

smise di parlare. Così il fratello maggiore decise di<br />

portarlo da me. Voleva un certificato medico per l’ufficio<br />

leva. Lo incontrai altre due volte e… E mi fu subito<br />

chiaro che sì… insomma… quel ragazzo aveva subito<br />

degli… abusi. Mi spiego?<br />

– Ne parlò col fratello?<br />

– Sì, gli dissi che sospettavo qualcosa del genere…<br />

C’erano segnali chiari.<br />

– E lui?<br />

– Lui andò su tutte le furie. All’appuntamento successivo<br />

non si presentarono: e questa fu l’ultima volta<br />

che l’ho visto.<br />

– La penultima, – precisai.<br />

99


– La penultima, – confermò. – Quella visita in carcere<br />

fu una mia iniziativa e fu proprio lei, avvocato, a suggerirmela.<br />

– E che cosa ne desunse?<br />

– Che avevano cercato di chiudere l’ovile quando il<br />

gregge era scappato, se mi passa la metafora. Quel ragazzo<br />

era sull’orlo del baratro… Volete sapere come la<br />

penso in proposito? Ebbene: Filippo Tanchis aveva il<br />

suicidio scritto in fronte!<br />

Non fu facile parlare con le sorelle Pattusi. Dissi tutto,<br />

dei nostri sospetti, del finto suicidio. Non se ne facevano<br />

una ragione. Ignoravano persino che Elias, il fratello<br />

maggiore di Filippo, avesse deciso di portarlo da<br />

un medico. Clorinda confermò quanto detto in precedenza:<br />

il coltello lei l’aveva introdotto in carcere non<br />

più di quattro o cinque giorni prima della morte di Filippo.<br />

Mi sentivo un poco sollevato, ora che avevo visto<br />

una specie di consolazione nei suoi occhi. La consolazione<br />

di chi all’improvviso vede una luce, di chi si sgrava<br />

il petto da un macigno. Le sue guance presero un poco<br />

di colore.<br />

– Non avete colpa, – affermai per rafforzare il concetto.<br />

– Avete fatto male a portargli quel coltello, ma non<br />

avete colpa.<br />

Clorinda strinse le labbra, fece un leggerissimo segno<br />

d’assenso col capo, poi serrò le palpebre…<br />

100<br />

– Il passato è come una carta del <strong>cielo</strong>, – mi disse<br />

quella notte bisaju Gungui.<br />

Era una visita costante ormai. – Sedetevi, – lo invitavo.<br />

– No che non c’è tempo, – diceva lui. E sorrideva allargando<br />

le labbra, ma senza mostrare i denti, che si<br />

vergognava dei canini mancanti. – Questa è una storia<br />

senza uscita, Bustià, come un labirinto. Una storia che<br />

la gente non vuol sentire. Quando ero giovane io la vita<br />

di un uomo valeva meno di quella di una pecora. Ma<br />

ora i tempi sembrano cambiati, ora tutti credono di valere<br />

qualcosa… Di valere di più del <strong>cielo</strong> e della terra…<br />

È questo, solo questo che volevo dire… Non ti disturbo<br />

più ché a sognare i morti si dorme male.<br />

Aprii gli occhi. Mi misi a sedere sul letto. Come sempre.<br />

Ero in piedi ora, andavo verso la finestra.<br />

Aveva ripreso a piovere, a scrosci.<br />

* * *<br />

101


Nel pubblico macello il fetore del sangue afferrava le<br />

narici già <strong>dal</strong>l’androne della pesa. – Elias Tanchis? –<br />

chiesi a un vecchio intento a ripulire un bancone di<br />

marmo, all’interno di una sala che pareva una chiesa<br />

vuota, ostello di santi martiri scuoiati. Il vecchio fece<br />

un gesto con la mano, indicandomi un giovanotto atticciato<br />

che teneva saldamente in mano un secchio da<br />

cui sembravano spuntare dei rami, dei ciocchi sottili di<br />

legna per il fuoco. Si trattava di un uomo che non doveva<br />

avere più di ventisette ventotto anni. Un grembjale<br />

incerato lordo di sangue e materia organica lo copriva<br />

<strong>dal</strong> petto alle caviglie, gocce secche di un rosso scuro<br />

gli puntellavano le mani e la fronte. – Elias Tanchis?<br />

– gli domandai raggiungendolo. L’uomo accennò di sì.<br />

Muggiti e belati risuonavano provenienti da un camerone<br />

adiacente, insieme al suono monotono dello stillicidio<br />

e qualche voce umana che incoraggiava i vitelli<br />

alla morte. Il cigolio delle carrucole si portava dietro<br />

carcasse luminose di muscoli lucidi e ossa smaglianti. –<br />

Sono l’avvocato di suo fratello, – informai alzando la<br />

voce.<br />

– Mio fratello ormai non ha più bisogno di avvocati,<br />

– disse lui senza alzare la sua.<br />

– Ci sono questioni che vanno chiarite, – provai un<br />

tono sicuro, di quelli che non prevedono repliche.<br />

– Lo so cosa pensate. Ho parlato con le zie. E non ho<br />

niente da dire, – tagliò agitando il secchio colmo di<br />

stinchi di vitello non ancora spellati. – E poi c’ho da la-<br />

102<br />

vorare, – concluse voltandomi le spalle, e si diresse<br />

verso destra attraversando una porticina che conduceva<br />

in un androne buio.<br />

Lo seguii per quel corridoio sul quale si camminava<br />

male. Rischiai di scivolare. – E a proposito dei sospetti<br />

del professor Puligheddu? – gli domandai a bruciapelo.<br />

L’uomo si voltò, appoggiò il secchio al suolo. Il suo<br />

volto si era come spianato in uno sforzo febbrile di<br />

mantenere la calma. – Queste sono cose che nessuno<br />

dovrebbe permettersi nemmeno di pensare! – sibilò.<br />

Nella penombra il bianco dei suoi occhi faceva l’effetto<br />

del marmo. – Filippo è morto, lasciamolo riposare<br />

in pace.<br />

– La pace di chi? – incalzai. – La pace di chi? La vostra<br />

o la sua?<br />

– E voi, che cosa ne sapete della nostra pace? – mi<br />

fronteggiò lui. – Voi mettete un sacco di idee macche<br />

nella testa dei poveracci per spillargli quattrini: questo<br />

fate! Medici e Avvocati! Ma noi, lavoriamo come bestie<br />

per campare!<br />

Ero infuriato. – E allora fate come vi pare, tanto questa<br />

morte mette le cose a posto! E se va bene a voi… –<br />

conclusi voltandomi per uscire. La puzza di putrido<br />

cominciava a prendermi lo stomaco.<br />

Una presa violenta mi afferrò il bavero del pastrano.<br />

Mi sentii come risucchiato da un vortice marino. Provai<br />

a liberarmi, ma inutilmente: scivolavo come su un<br />

terreno ghiacciato. Ora Elias Tanchis mi teneva schiac-<br />

103


ciato contro una parete unta, sentivo il freddo del marmo<br />

sulla guancia. – Fatevi i fatti vostri! – mi sussurrò<br />

avvicinando le labbra al mio orecchio. – Che ai nostri<br />

ci pensiamo noi.<br />

Fuori <strong>dal</strong> mattatoio la pioggia che mi scrosciava sulla<br />

tesa del cappello mi sembrò provvidenziale. Allargai le<br />

braccia per farmi investire completamente <strong>dal</strong> getto. E<br />

sollevai il mento aprendo la bocca come facevo da<br />

bambino quando volevo capire che sapore avessero le<br />

nuvole. Era desiderio di purificazione. Come se bastasse<br />

quel desiderio per calmare i battiti galoppanti<br />

del mio cuore. Avevo avuto paura: gli occhi di Elias<br />

Tanchis mi avevano fatto paura, le sue mani tozze mi<br />

avevano fatto paura, e la sua voce e l’odore del sangue.<br />

Tutto questo chiedevo al <strong>cielo</strong>: che calmasse quel<br />

trambusto, che mi facesse ritornare padrone di me<br />

stesso.<br />

Avevo fatto passi verso sa Preda Ballarina, verso la<br />

campagna che si assoggettava inerme ad altra pioggia.<br />

E ancora. E ancora. Fili d’erba turgidi, puntuti come<br />

coltelli affilatissimi, si opponevano alle mie scarpe con<br />

fruscii lamentosi. Potevo mettere radici, e fermarmi finalmente,<br />

fissarmi al terreno come un vecchio albero<br />

senza prospettive se non quella di baciare il <strong>cielo</strong> con le<br />

fronde.<br />

Avevo avuto paura. E questa paura non aveva niente<br />

104<br />

a che fare con quanto avessi mai provato prima. Era<br />

stata una paura umile, come uno sguardo che cerca un<br />

punto di fuga. Era stato capire che il mondo a mia immagine<br />

era qualcosa che non aveva niente a che vedere<br />

con la realtà. Che non si era trattato di uno scontro alla<br />

pari. Era stato entrare in un universo dispari dove non<br />

c’erano accordi, regole, parole.<br />

L’avevo visto questo mondo, ora l’avevo visto e subìto.<br />

Prima l’avevo solo ipotizzato.<br />

Mi sentii improvvisamente debole, impotente.<br />

Se qualcuno avesse guardato verso di me avrebbe visto<br />

un pazzo, un adulto, un uomo corpulento che batteva<br />

la terra con i piedi e urlava contro il <strong>cielo</strong>.<br />

Ma tanto bastò. Zuppo di pioggia, ansimante, mi piegai<br />

in avanti afferrandomi le ginocchia con le mani. Restai<br />

a fissare il punto microscopico di campagna che<br />

avevo davanti ai piedi. Presi aria e pioggia nei polmoni<br />

con la bocca spalancata. E cominciai a star meglio. Come<br />

un naufrago scampato. Come un muflone sfuggito<br />

all’incendio. Come un atleta al traguardo. Come un poeta<br />

nell’Olimpo.<br />

Una vibrazione sottile corse <strong>dal</strong>le viscere della terra,<br />

la mia terra, ai miei piedi <strong>dal</strong>le piante. Come una scarica<br />

di pura elettricità corse alle gambe e agli inguini e<br />

poi ai lombi e allo stomaco sino alle spalle: una risata<br />

malata come il sussulto di un epilettico.<br />

105


Mia madre mi guardò come se vedesse un morto. –<br />

Pro more ’e Deus! Che cosa hai fatto?<br />

– Mi sono bagnato, – risposi semplicemente, cercando<br />

di assumere un’aria tranquilla.<br />

Raimonda alzò gli occhi al <strong>cielo</strong>. – Se non finisce questa<br />

pioggia… – sospese. – Comunque c’è Zenobi che ti<br />

sta aspettando.<br />

– Mi devo togliere queste scarpe prima sennò mi viene<br />

una polmonite.<br />

– Vado a dirgli che sei arrivato.<br />

– Aspettate un attimo, – la bloccai. – Vi è mai capitato<br />

di fare qualcosa anche se questa cosa vi metteva<br />

paura, ma di pensare che dovevate farla a tutti i costi?<br />

Mia madre stette qualche secondo a pensare, sospesa<br />

tra il rispondermi e l’andare. Decise di andare, fece<br />

qualche passo verso il mio studio poi si voltò. – Il giorno<br />

che ti ho messo al mondo, – disse.<br />

Zenobi mi aspettava in piedi. Il suo sorriso nel vedermi<br />

fu, francamente parlando, la prima cosa bella di<br />

quella terribile giornata.<br />

– Allora novità? – domandai indicandogli la sedia.<br />

Zenobi fece segno di sì. – Ho chiesto in giro di quel<br />

Solinas, come mi avete chiesto voi. Bere niente, non<br />

era uno che se la beveva, era malato, aveva passato la<br />

malaria. Ai tzilleri si vedeva solo per una mariglia di<br />

tanto in tanto se trovava qualcuno che volesse giocare<br />

con lui. Non era uno di quelli che hanno molti amici,<br />

mi spiego? Unu ficchiu. Uno che sapeva tutto di tutti.<br />

106<br />

Dice che vendeva informazioni e… prestava a usura.<br />

Un’arga e muntonarju, s’abbocà! Dicono che non sia<br />

estraneo alla cattura, che è finita come è finita, di Salvatorangelo<br />

Dettori il 5 aprile scorso, e anche con<br />

Morgogljai deve averci a che fare…<br />

– Così chi l’ha fatto fuori, ha fatto un servizio pubblico…<br />

A Zenobi scappò da ridere. – Eh, qualcosa del genere…<br />

Comunque mi hanno riferito, gente fidata, che<br />

una diecina di giorni prima che lo morissero quel Solinas<br />

aveva avuto una discussione non tanto per la quale<br />

indovinate con chi? – E si fermò. Non proseguì. Roba<br />

da matti, si aspettava veramente che mi divertissi a giocare<br />

agli indovinelli. Attesi qualche secondo in silenzio<br />

aspettando che parlasse. Niente.<br />

– Non lo so. – Fu l’unica cosa che mi venne da dire.<br />

Zenobi fece la faccia furba. Scosse la testa. – Non ci<br />

arriverete mai! – profetizzò.<br />

E infatti non avevo nessuna voglia di arrivarci. – Me<br />

lo dici con le buone o ti devo dare una stoccata? – provai<br />

a dire sorridendo. Ma non dovette riuscirmi bene,<br />

perché Zenobi si rabbuiò un poco. – Ruggero Tanchis,<br />

– rivelò.<br />

– Ruggero Tanchis? – Ora sembravo il pupazzo di un<br />

ventriloquo.<br />

Zenobi si affrettò a proseguire. – Dice che quel Solinas<br />

stava facendo il gradasso per via del fatto che dice<br />

che sapeva delle cose sulla fidanzata di Tanchis. E allo-<br />

107


a lui dice che si è umbrato malamente e gli ha detto<br />

davanti a tutti che quella lingua gliela staccava e gliela<br />

ficcava nel… con rispetto parlando… buco del culo.<br />

Il maresciallo Poli dovette ammettere che sì, che quel<br />

Solinas si vedeva di tanto in tanto nei corridoi della caserma.<br />

Confermò trattarsi di individuo ambiguo. Un<br />

delatore nato. Uno di quelli tanto esperti che non andava<br />

nemmeno in giro a trovarsi le informazioni: erano le<br />

informazioni che andavano da lui sotto forma di mozziconi<br />

di frasi acchiappate qua e là.<br />

Era un sacerdote il Solinas, un custode di quanto veniva<br />

detto, ma soprattutto di quanto veniva omesso. E<br />

osservatore instancabile: un saluto appena accennato,<br />

un’occhiata particolare, un rossore improvviso, una<br />

battuta divertente. Tutto finiva in quella sua testa sospettosa.<br />

Ci vuole arte anche in questo e ce ne vuole molta in<br />

una società che si nutre di silenzi, di cose non dette, di<br />

minacce oblique.<br />

E Solinas, a suo modo, era un vero artista: gli bastava<br />

trovare un pertugio che ci si infilava dentro come il topo<br />

di campagna e rosicchiava, rosicchiava…<br />

Su una cosa non c’erano dubbi: Filippo Tanchis e<br />

Bobore Solinas non si erano mai visti fino a quella sera<br />

del 4 settembre 1899.<br />

– Ma Ruggero Tanchis e Bobore Solinas avevano avu-<br />

108<br />

to questioni. E Solinas viene ucciso proprio quando<br />

Ruggero è in paese. E Filippo scappa di casa proprio<br />

quando è affidato a lui…<br />

Il maresciallo Poli mi fece un gesto con la mano. –<br />

Che confusione! – disse. – Affidato a chi?<br />

– A Ruggero! – ripresi. – È chiaro? Lo sapevano tutti.<br />

E quella era la scelta che avevano fatto: sacrificare il<br />

fratello matto. Ruggero è tornato per far fuori Solinas<br />

proprio quando le zie sono a olive fuori di casa. Due<br />

più due: quattro.<br />

– Vuol dire che hanno preparato tutto?<br />

– Eh, qualche giorno prima del fattaccio il fratello<br />

grande porta Filippo <strong>dal</strong> dottore, così, se ci fossero<br />

dubbi, risulta chiaro che ha problemi seri di equilibrio<br />

mentale. Ruggero lo porta con sé a Istiritta, succede<br />

quello che sappiamo, Filippo finisce in galera. E tutti<br />

sono contenti…<br />

– Se le cose stanno in questo modo, non sarà facile<br />

dimostrarlo. Specialmente ora che Filippo Tanchis è<br />

stato messo a tacere per sempre.<br />

– Ecco, questo è l’unico punto che non mi ritorna:<br />

non credo che Elias e Ruggero avrebbero ucciso il fratello<br />

minore. Non ce n’era motivo.<br />

– Magari lui era stanco di stare in galera, aveva minacciato<br />

di parlare.<br />

Scossi la testa. – No, non mi ritorna, qualunque pubblico<br />

accusatore mi avrebbe inficiato la testimonianza<br />

con una consulenza peritale. Una testimonianza di Fi-<br />

109


lippo Tanchis sarebbe stata uguale a zero. Io per primo<br />

non l’avrei mai fatto testimoniare. Questa morte non<br />

mi ritorna…<br />

– Non faccia quello che sta pensando di fare, – mi<br />

disse all’improvviso il maresciallo Poli. – Non lo faccia,<br />

perché se andrà a parlare con Ruggero Tanchis io<br />

non potrò aiutarla. Mi spiego?<br />

Alzai le spalle. – Sono pur sempre l’avvocato di suo<br />

fratello…<br />

Per il resto era vagare nelle domande: Solinas nemici<br />

ne doveva avere parecchi, magari aveva fatto una spiata<br />

di troppo o aveva prestato soldi a qualcuno che non<br />

aveva trovato altro modo per restituire che ripagarlo<br />

con un caldo abbraccio… Perché se si faceva poco poco<br />

di escludere Filippo e Ruggero Tanchis, oltre a loro<br />

tra i sospettati per l’omicidio ci poteva stare mezza<br />

Nùoro.<br />

E poi quel Solinas a dirla tutta non era nemmeno di<br />

quei collaboratori che stanno cari alla Giustizia: poco<br />

affidabile, poco affidabile per tutti. Al banco in tribunale<br />

più di una volta aveva ritrattato, perché tra l’inchiesta<br />

e il processo si era barattato la testimonianza.<br />

Migliori offerenti avevano bussato all’uscio di casa<br />

sua…<br />

Così si trasformava la Corte d’Assise in un mercato<br />

dove le affermazioni avevano un listino prezzi. E gli individui<br />

come Solinas erano una specie di intermediari<br />

che al momento opportuno facevano pollice verso man-<br />

110<br />

dando a terra le quotazioni dell’intero procedimento.<br />

C’era da perderci il sonno…<br />

Passai quella giornata come una bestia in gabbia.<br />

Avrei dato chissà che cosa per poter uscire, riunirmi alla<br />

mia valle, succhiare il nettare di quella pace come<br />

un’ape sulla corolla. Invece no. Pioggia maledetta.<br />

Quella notte, preparandomi per andare a dormire risi<br />

di me stesso. Sapevo che nella mia personale farsa<br />

notturna, il sibilo di Elias Tanchis, che non cessava di<br />

risuonarmi nel cervello, si sarebbe preso quel poco che<br />

la pioggia aveva lasciato del mio sonno. Così a occhi<br />

sbarrati, senza le ombre che potessero aiutarmi, decisi.<br />

Decisi che non mi sarei lasciato intimorire…<br />

Ero coricato, ascoltavo la sonata di piano e fiati che<br />

passava <strong>dal</strong> moderato al presto sul tetto. Il flagello di<br />

sabbia rossa aveva intorbidato l’aria, costruito una cupola<br />

fetida, risucchiato l’aria respirabile. E in paese la<br />

gente era come uno sciame di insetti che sbattevano<br />

contro le pareti di un bicchiere rovesciato.<br />

Un lamento di corvi spaccava il tutto compatto dello<br />

scroscio e i cani ululavano come lupi. Una luna pesante<br />

e torbida andava a sbattere contro le cime dei monti.<br />

C’era un ordine, una cadenza talmente precisa, in quella<br />

ostinazione, che niente mi parve più impossibile.<br />

Ora la pioggia sembrava lenire il suo sbattere, ora la luna<br />

sembrava una gemma incernierata fra i graniti. Ora<br />

111


il lamento dei cani sembrava un invito ad alzarmi. Bastava<br />

decidersi, bastava non lasciarsi cogliere alla sprovvista<br />

<strong>dal</strong>la paura.<br />

Sapevo cosa c’era da fare: andare a Predas Arbas. E il<br />

fatto di averlo deciso rendeva il pericolo che Ruggero<br />

Tanchis la prendesse male una possibilità fra tante.<br />

Dovevo farlo, nonostante Poli insistesse a dire che<br />

non era prudente, che non si sa mai come reagisce la<br />

gente <strong>dal</strong>le nostre parti.<br />

Che tante se ne dicono e se ne son dette della gente<br />

di queste parti: che colpiscano prima di farti aprire<br />

bocca; che siano muli irragionevoli; che siano bastardi<br />

dimenticati <strong>dal</strong> consesso dei pensanti; che abbiano<br />

pietre al posto del cervello. Ma io non ho mai dovuto<br />

imbracciare un’arma in vita mia e la maggior parte di<br />

quelli che conosco da queste parti sanno usare meglio<br />

la metafora che la carabina o la leppa. O le sanno usare<br />

allo stesso modo. Non sorprenda che da queste parti<br />

la parola conti ancora qualcosa. Quella che si dà.<br />

Quella che si toglie. Da queste parti dire qualcosa significa<br />

anche farla. La scrittura è solo un atto formale<br />

e vale meno di due mani callose che si stringono per<br />

un accordo. La scrittura è un ponte custodito da gabellieri<br />

eruditi che possono scrivere solo di quanto è<br />

già stato espresso. Da queste parti i verba hanno le ali<br />

tarpate e gli scripta sono stilati con l’inchiostro simpa-<br />

112<br />

tico. Semmai qualche concessione ha fatto quest’angolo<br />

di mondo, semmai ha piegato la testa a una logica<br />

estranea, semmai ha dimostrato volontà di contribuire,<br />

l’ha fatto proprio piegandosi alla necessità tutta<br />

estranea di fissare sulla carta quanto era già stato fissato<br />

nelle teste e nei cuori. E pareva un’offesa chiedere<br />

di stilare un contratto, un accordo prematrimoniale,<br />

una donazione.<br />

Attraversare quel ponte è stata la concessione, e magari<br />

illudersi che procedere su un doppio binario, la<br />

parola e la scrittura, fosse un atto indolore. Perché la<br />

scrittura poggia sulla carta, la parola sullo sguardo. La<br />

scrittura necessita di sacerdoti e archivi e apparati; la<br />

parola conta sulla memoria. E magari il rischio vero, su<br />

dolore, è proprio quello di perderla la memoria.<br />

Ho imparato che il cammino della frase <strong>dal</strong>la testa<br />

alla mano è un percorso immensamente lungo, molto<br />

più lungo di quello <strong>dal</strong>la testa alla bocca. Ne so qualcosa.<br />

Non riesco nemmeno a pensarci a tutto quello<br />

che non sono riuscito a scrivere, sono solo riuscito a<br />

raccontarlo fidando nella memoria dei miei ascoltatori.<br />

Ho, tuttavia, un’idea chiarissima di quanto ho<br />

scritto senza chiedere niente in cambio se non un’attenzione<br />

labile corroborata <strong>dal</strong>la certezza dei caratteri<br />

stampati.<br />

Così ho deciso che sono un uomo delle mie parti: e<br />

tutto quello che non mi resta in mente non vale la pena<br />

di essere scritto. Nessun rimpianto: Dio solo sa quanti<br />

113


versi perfetti si sono cubati chissà in quale angolo della<br />

mia testa e non ne sono più usciti. Nessun rimpianto:<br />

non erano perfetti, evidentemente.<br />

Forse il mio compito, e di quelli come me, è proprio<br />

di pensare al modo giusto per attraversare questo ponte,<br />

guardando avanti senza timori, con fiducia. Pensando<br />

al passato, remoto o recente che sia, come a un<br />

apparato in cui vale la pena di discernere quanto ci fortifica<br />

e quanto ci indebolisce. Pensando che anche la<br />

scrittura è ancella della parola, che le parole come le<br />

note di Orfeo possono ammansire le bestie. Quelle<br />

dette.<br />

– Ci vuole un atto ufficiale, – decretò Poli. – Ci facciamo<br />

firmare un mandato e a Predas… Arbas ci andiamo<br />

insieme.<br />

Mi venne da ridere. Poli mi guardò con disappunto.<br />

– Stavo pensando a Cristoforo Colombo… – provai<br />

a scusarmi. – A una frase che mi ha sempre fatto ridere.<br />

Anche se in fondo è triste. L’ha scritta al re di Spagna<br />

<strong>dal</strong>le Indie o America che fosse. – Poli mi guardò<br />

come si guarda un malato di mente. – Riguarda il parlare,<br />

– dissi seguendo un discorso tutto mio. – Il potere<br />

del linguaggio. E la dice lunga su come si comportano<br />

le culture di conquista. Vuole sentirla? – domandai come<br />

rendendomi conto solo in quell’istante che non stavo<br />

parlando da solo.<br />

Poli non sapeva cosa rispondere e io del resto non gli<br />

lasciai il tempo di rispondere.<br />

114<br />

– Aveva trovato gli indigeni, – attaccai. – E pensò bene<br />

che valeva la pena di caricarli su una caravella in<br />

partenza per la Spagna per farli vedere al re. Sicché cominciò<br />

ad avere dei dubbi perché gli indigeni in questione<br />

non sapevano una parola di spagnolo e questo<br />

poteva risultare offensivo non solo nei riguardi del sovrano,<br />

ma di tutta la cultura, l’unica cultura che esso<br />

incarnava. I tempi erano stretti e Colombo si rese conto<br />

ben presto che non sarebbe riuscito a insegnare nulla<br />

a quei selvaggi. Così si mise allo scrittoio e spedì una<br />

missiva che diceva pressappoco così: A Nostro Signore<br />

piacendo, al momento della partenza io porterò sei di<br />

questi uomini alle Vostre Altezze, così che possano imparare<br />

a parlare. – Risi di gusto.<br />

Il maresciallo Poli aggrottò le sopracciglia. Poi tentò<br />

un sorriso.<br />

– Capisce? – incalzai. – Non ha detto: così che possano<br />

imparare a parlare lo spagnolo; ha detto così: che<br />

possano imparare a parlare.<br />

– E questo cosa vorrebbe dire esattamente? – mi<br />

freddò il maresciallo.<br />

– Niente, niente… – mi arresi.<br />

Che siamo uomini su questa terra. Volevo dire esattamente.<br />

Che <strong>dal</strong>le nostre parti ha ragione chi usa le parole<br />

giuste, non chi le grida più forte. Né, tantomeno, chi<br />

le appende ai crocicchi stampate col piombo.<br />

Le parole hanno costruito ogni singolo meccanismo<br />

115


della nostra società: noi con le nostre parole abbiamo<br />

costruito civiltà di pietra levigata e codici universali.<br />

Non a parole. La scrittura è arrivata dopo <strong>dal</strong>le stive<br />

delle navi fenice o romane. Ed era scan<strong>dal</strong>osa. Unica e<br />

scan<strong>dal</strong>osa.<br />

Poli queste cose non poteva saperle, da dove viene<br />

lui chi non sa scrivere è semplicemente un analfabeta.<br />

Da dove viene lui la scrittura ha un valore imperativo.<br />

Ed è garanzia di civiltà. Appunto.<br />

– Ci vuole un atto ufficiale, – mi disse dunque il maresciallo<br />

Poli. – Non faccia quello che sta pensando di<br />

fare. Non lo faccia, perché se andrà a… Predas… Arbas,<br />

– incespicò nel pronunciare quel toponimo, – a<br />

parlare con Ruggero Tanchis, senza una copertura legale,<br />

io non potrò aiutarla. Mi spiego?<br />

Alzai le spalle. – Sono pur sempre l’avvocato di suo<br />

fratello. E poi voglio solo parlargli, non mi occorrono<br />

carte per questo, lo sa lui e lo so io. Non mi succederà<br />

niente.<br />

116<br />

Camminavo curvo come sotto a un fascio di legna. La<br />

campagna fuori <strong>dal</strong> paese mi salutò come poteva tutta<br />

intenta a ingoiare sangue. Il <strong>cielo</strong> mi crollava sulla testa.<br />

Lo sentivo sul cappello in quel pomeriggio di notte<br />

precoce in cui decisi. Non volevo, non potevo abbandonare.<br />

Nonostante le raccomandazioni e i timori del<br />

maresciallo Poli. Sarebbe stato come ammettere che<br />

avevano ragione tutti quelli che pensano che le cose<br />

vanno come debbono andare. E io non l’ho mai pensata<br />

in questo modo. Che ho sempre pensato alla forza<br />

della Ragione come l’unica arma che sapessi maneggiare<br />

con destrezza. E forse è per questo che ho abbracciato<br />

la Musa.<br />

Comunque decisi di proseguire. A tutti i costi.<br />

C’erano questioni importanti che non tornavano. E<br />

questo non potevo sopportarlo. Dovevo capire come<br />

la strada di un delatore, faccendiere, usuraio avesse incrociato<br />

quella di un ragazzo qualunque che non era<br />

quasi mai uscito di casa. Dovevo dare un movente a un<br />

omicidio senza movente. E, per essere completamente<br />

117


franco, non mi interessava nemmeno sapere se Filippo<br />

o Ruggero Tanchis fossero innocenti o no.<br />

L’unica cosa che mi interessava in quel momento era<br />

raggiungere Predas Arbas. Cosa tutt’altro che semplice.<br />

Ché la terra non stava compatta sotto ai piedi, ma<br />

scorreva via e l’erba si era disciolta in un pantano stagnante.<br />

Il podere dei Sanna Contu aveva l’ingresso in un cancello<br />

sorretto da due balaustre come garitte. Per il resto<br />

nessuna recinzione. Solo il cancello abbandonato<br />

dove la collina iniziava a declinare. Quel podere si presentava<br />

così nel primo tratto: come il vecchio letto di<br />

un fiume deviato rinchiuso dai costoni, incipriato di<br />

saggina e cardi. C’era ancora da scarpinare prima di<br />

raggiungere il casotto del massaio e la parte produttiva<br />

del podere. Perché avanzando dove la strada si faceva<br />

più erta, superando un accroccoro di massi stondati si<br />

riprendeva a scendere verso un Eden di frutteti e orti e<br />

oliveti. Lì stava il casotto, quasi nascosto nel rigoglio dei<br />

querceti.<br />

Ora da quel <strong>cielo</strong> che fingeva la notte in pieno pomeriggio<br />

si staccavano lembi di luce accecante. Un cane<br />

cominciò a latrare avanzando fino a restare in piedi<br />

su due zampe, ché una catena lo teneva saldamente<br />

attaccato alla parete della casa. Si spinse a pochi passi<br />

da me, io indietreggiai per frapporre più spazio fra me<br />

e quel demonio ghignante che mi mostrava i denti e<br />

perdeva bava <strong>dal</strong>la bocca.<br />

118<br />

– Muratzà! Bonu! – Il cane indietreggiò senza smettere<br />

di digrignare i denti, la catena finalmente allentata<br />

fece una specie di tonfo cadendo al suolo. Il cane se la<br />

trascinò fino ai piedi del suo padrone. – Bonu, bonu, –<br />

ripeteva lui dandogli manate affettuose sulla testa. Il<br />

cane scivolò in una specie di guaito uggioloso. – Bonu<br />

ca non b’at nudda, – lo rassicurava Ruggero Tanchis.<br />

Mi ero rifugiato sotto un querciolo. – Vi devo parlare,<br />

– urlai per superare lo scrosciare della pioggia. –<br />

Sono…<br />

– Lo so chi siete! – m’interruppe il giovane. – Entrate,<br />

volete star lì a prendere acqua?<br />

– Vi devo parlare, – ripetei.<br />

– Eh, parliamo dentro. Non preoccupatevi, Muratzanu<br />

lo tengo io, – m’incoraggiò lui vedendomi titubante.<br />

– Non state là sotto che c’è pericolo per i fulmini!<br />

Avanzai verso Ruggero e il suo cane, pronto a scattare<br />

in caso di pericolo. Muratzanu ammasettato <strong>dal</strong> padrone<br />

allargò le fauci in un lungo sbadiglio, ma tanto<br />

bastò a farmi saltare.<br />

Al giovane scappò da ridere. – Dai, che non vi fa<br />

niente.<br />

Il casotto era una costruzione elementare, un perimetro<br />

di pareti a secco intonacate a calce. L’interno era intiepidito<br />

da un focolare che consumava grossi ceppi di<br />

quercia ed era sorprendentemente ordinato e lindo.<br />

Ruggero Tanchis, che mi aveva preceduto, mi invitò a<br />

119


sedere. Senza dire una parola andò a frugare all’interno<br />

di un mobile rustico, ne estrasse una bottiglia. – Abbardente!<br />

– disse sollevandola. – Un bicchierino le fa bene<br />

con tutta la pioggia che si ha preso. – Aveva un viso largo,<br />

si poteva definire uno di quegli uomini che ispirano<br />

sicurezza.<br />

Accennai che un bicchierino non ci sarebbe stato<br />

male.<br />

– L’ho fatta io. È buona, è di moscato, – disse colmando<br />

il bicchierino fino all’orlo.<br />

Aveva ragione. Era buona. Mi fece bene. – Ho bisogno<br />

di sapere una cosa, – dissi con la lingua leggermente<br />

impastata.<br />

Intanto Ruggero si era spostato verso un angolo della<br />

stanza ad armeggiare con uno scatolone di legno munito<br />

di una manovella metallica e sormontato da una<br />

cornucopia. – Le piace la musica? – mi chiese.<br />

Risposi che sì, che mi piaceva…<br />

– …Mozart! – annunciò facendomi vedere un rullo<br />

dentato. – L’America… – disse indicandomi la scritta<br />

Edison incisa su una piastra d’ottone nel lato anteriore<br />

della scatola in legno di noce mentre ne faceva girare la<br />

manovella. – Che paese straordinario! – Dalla cornucopia<br />

cominciarono a fluire note gracidanti e sabbiose,<br />

ma sovrastavano il sibilo del vento e le frustate della<br />

pioggia dell’esterno. E si trattava di meraviglia, meraviglia<br />

pura. Tutto il mio corpo fu come sbalzato in un<br />

altrove caldo e avvolgente. Ma forse c’entrava l’acqua-<br />

120<br />

vite. Forse c’entrava l’attrazione ipnotica delle mani<br />

tozze, incallosite, di Ruggero Tanchis, che seguivano la<br />

melodia scivolando nell’aria davanti al suo viso.<br />

– Avete mai sentito niente di più bello? – mi chiese a<br />

un certo punto senza aprire gli occhi e senza smettere<br />

di accarezzare il flusso armonico.<br />

Confessai che no. Ed era la verità. Anzi, verità per<br />

verità: era la prima volta che sentivo un pezzo di Mozart.<br />

Certo mi era capitato di andare all’Opera e assistere<br />

a qualche concerto, a Sassari o a Cagliari, anche a<br />

Bologna durante il periodo della ferma militare.<br />

Ma questo Mozart!<br />

Questo Mozart che mi accarezzava il petto. Questo<br />

Mozart che scappava attraverso le fessure e se ne andava<br />

a giro nella valle, s’insinuava nelle tane delle volpi,<br />

andava a mischiarsi con la pioggia per penetrare nella<br />

terra, in quella terra che mi parve all’improvviso di non<br />

aver mai amato tanto, anche così, affogata nel diluvio,<br />

piegata, schiava degli uomini e degli elementi, quella<br />

era la terra più bella, più dolce, più tutto… – Forse è<br />

meglio che… parliamo del motivo che mi ha portato<br />

fin qui, – dissi d’improvviso, tentando di alzarmi. Mi<br />

stavo lasciando andare e se c’è una cosa che non posso<br />

sopportare sono le persone che si lasciano andare.<br />

Ruggero Tanchis si portò l’indice al naso, poi riunì le<br />

mani davanti alla bocca in un gesto di preghiera. – L’Adagio,<br />

l’Adagio, – m’implorò invitandomi a rimettermi<br />

seduto.<br />

121


Mi rimisi seduto. L’Adagio procedeva, mi afferrava<br />

le intranne passando direttamente <strong>dal</strong>la gola e stringeva<br />

artigliandomi in un dolore dolcissimo come quello<br />

provocato da un verso perfetto. O dagli occhi di Clorinda.<br />

Ruggero Tanchis aveva il viso raggelato in un sorriso<br />

estatico.<br />

– Vi avranno già detto che abbiamo buone ragioni<br />

di pensare che vostro fratello non sia morto per suicidio,<br />

– dissi tutto d’un fiato come risvegliandomi da<br />

una malìa, senza preoccuparmi di scegliere il momento<br />

giusto.<br />

La manona di Ruggero Tanchis afferrò la manovella<br />

interrompendo la musica. – Già me l’hanno detto, –<br />

confermò dopo qualche secondo. Tutta la magia di poco<br />

prima si era trasformata in un silenzio di scrosci. E<br />

anche il viso dell’uomo sembrava diventato improvvisamente<br />

terreno. Attraverso i suoi occhi scuri fece capolino<br />

un’ostilità greve piena di dolore. – E che cosa vi<br />

siete immaginato? Che l’abbiamo ucciso noi? – questo<br />

disse, con la semplicità di chi non è abituato a girare<br />

intorno alle cose.<br />

Silenzio.<br />

– Io con queste mani? – riprese, dopo aver inteso<br />

chiaramente il mio silenzio come una conferma. Gli occhi<br />

gli si riempirono di lacrime così all’improvviso che<br />

non fece in tempo a voltarsi per nascondersi. – Se l’aveste<br />

conosciuto, se ci vedevate insieme, questo non lo<br />

122<br />

avreste pensato mai, – sussurrò <strong>dal</strong>l’angolo in cui si era<br />

rifugiato.<br />

Ero in difficoltà. – Ma voi a Bobore Solinas l’avete<br />

minacciato! – Fu l’unica cosa che mi venne da dire.<br />

– Bobore Solinas era la peggiore arga da mondezzaio<br />

che avesse mai visto la luce e se non l’avesse fatto Filippo<br />

di tappargli per sempre quella fogna di bocca l’avrei<br />

fatto io molto volentieri. Ma lui ha trovato il coraggio di<br />

farlo e io no. Di questo sono colpevole. Perché Filippo<br />

era uno che non ci pensava due volte. Quando tornai a<br />

casa per il cambio ero furioso, quella… merda… Se la<br />

godeva a irroccare la gente e diceva cose che non doveva<br />

dire! Mi sfogai, sì parlai coi miei fratelli, con chi<br />

sennò? Dissi che lo avrei ammazzato con le mie mani,<br />

questo dissi… Certo che lo dissi. E invece andai a stendermi,<br />

avevo una stanchezza in corpo che non mi reggevo<br />

in piedi. Elias se ne andò a lavorare. Filippo se ne<br />

stava a intagliare i suoi soldatini. Poi quando mi sono<br />

svegliato, giuro che non erano passate due ore, mi sono<br />

trovato da solo in casa… E il resto lo sapete…<br />

– Quindi volete dire che frade brostu si è… come dire?…<br />

Incaricato in vece vostra…<br />

– È che mi conosceva… Sapeva che io non ce l’avrei<br />

mai fatta. Lui era uno di quelli che non conosceva ostacoli.<br />

Quando lo scartarono <strong>dal</strong>la visita di leva io gli dissi<br />

che se ne venisse a stare qui un po’ di tempo e lui era<br />

tranquillo, non era matto s’abbocà, quello era più savio<br />

di tutti noi. Che cosa aveva avuto <strong>dal</strong>la vita? Quello<br />

123


a cui teneva di più al mondo gli era scappato <strong>dal</strong>le mani,<br />

ma lui niente, diceva che lui non si arrendeva, che<br />

gli avevano fatto promesse, che si poteva ritentare. E<br />

finiva che era lui a incoraggiare me… Che brutta cosa<br />

che avete pensato s’abbocà!<br />

– Promesse? Chi? – domandai.<br />

– Il tenente medico che l’aveva visitato per esempio,<br />

il dottor Fantini, Filippo non parlava d’altro, per lui<br />

era un eroe. E chi glielo andava a dire che magari quello<br />

lì gli aveva detto qualcosa tanto per dire, tanto per<br />

non deluderlo troppo. Ma Filippo no, lui insisteva che<br />

quel tenente l’aveva preso a ben volere, che col suo<br />

aiuto avrebbe avuto un’altra possibilità… E io gli dicevo<br />

di non illudersi… Finché una sera che ero tornato<br />

<strong>dal</strong>l’orto un po’ più tardi l’ho trovato seduto lì, per terra<br />

in quell’angolo, e mi sono spaventato… E lui…<br />

– E lui appena mi ha visto è corso ad abbracciarmi,<br />

ha detto che il tenente era andato a trovarlo, che era<br />

andato via non più di mezz’ora prima, che non si muovesse<br />

da lì se non era vero, che gli aveva detto che si era<br />

occupato del suo caso e che con un certificato medico<br />

si sarebbe sistemato tutto. Era pallido, gli occhi rossi<br />

come se avesse pianto, non aveva pace, ma era… sereno.<br />

Costrinse Elias a portarlo da un dottorone importante.<br />

Così, ci dicemmo, male non può fare, è inutile<br />

che stiamo a preoccupare le zie. E così iniziammo il<br />

calvario del dottore…<br />

– Lo so, ho parlato con il professor Puligheddu.<br />

124<br />

– E allora sapete che cose terribili ha tirato fuori, cose<br />

che non stanno da nessuna parte…<br />

– Vi riferite agli… abusi?<br />

Ruggero Tanchis affrontò quella parola come se gli<br />

fosse arrivata tra la nuca e le spalle. – Elias a momenti<br />

gli mette le mani addosso, perché cose del genere non<br />

sono cose da dirsi…<br />

– Lo posso immaginare.<br />

– E allora, se lo potete immaginare, immaginatevi un<br />

ragazzo con le mani d’oro, una persona piena di attenzioni…<br />

– Ho l’impressione che voi abbiate frainteso le parole<br />

del professor Puligheddu… Qualche volta capita di<br />

usare termini magari troppo azzardati… Lui faceva<br />

delle ipotesi… cliniche…<br />

Tutto il corpo di Ruggero Tanchis ebbe uno scatto in<br />

avanti. – Ipotesi state dicendo? – domandò scaraventando<br />

a terra una sedia e avanzando verso di me. Indietreggiai<br />

per mantenermi a distanza. Il viso dell’uomo<br />

era diventato un campo di battaglia. – Queste non sono<br />

cose da dire! Ipotesi da fare! Queste sono cose da<br />

bestie non da uomini! E anche voi… Venite qui a fare<br />

ipotesi, a darmi dell’assassino, che per quella merda di<br />

Solinas non mi interesserebbe, ma per mio… fratello…<br />

– Profondi singhiozzi gli bloccarono la parola e il<br />

respiro.<br />

– Siamo <strong>dal</strong>la stessa parte, – dissi raggiungendolo. –<br />

Non fate così… Non è così che si risolvono le cose…<br />

125


Fu a quel punto che Muratzanu cominciò ad abbaiare<br />

nello spiazzo davanti al casotto. Tanto bastò a costringere<br />

Ruggero Tanchis a riprendere padronanza di<br />

se stesso. Con pochi passi si recò verso l’ingresso, spalancò<br />

la porta. – Chi c’è? – chiese all’oscurità. Quindi<br />

si voltò verso di me. – È arrivata la cavalleria, – disse.<br />

– Cos’è, passava da queste parti? – chiesi al maresciallo<br />

Poli salendo sul calesse con cui mi aveva raggiunto<br />

a Predas Arbas.<br />

– C’è poco da fare gli spiritosi! Ci avrei giurato che<br />

non mi dava retta. Come devo farglielo capire che certi<br />

rischi non si corrono? Per dio! Se ne va così senza dire<br />

niente a casa di uno che potrebbe aver commesso due<br />

omicidi. Lei la deve smettere di fare di testa sua…<br />

Il calesse ballonzolava verso il paese. La pioggia rimbalzava<br />

sulla groppa del cavallo. L’oscurità si era fatta<br />

di gelatina.<br />

– Quali rischi, – commentai. – Ho visto qualcosa che<br />

mi ha sorpreso.<br />

– E sarebbe?<br />

– Ho visto una persona distrutta <strong>dal</strong> dolore. Dolore<br />

vero, maresciallo. È tutto sbagliato. Abbiamo sbagliato<br />

tutto le dico. Bisogna ricominciare.<br />

Il maresciallo Poli sporse la testa <strong>dal</strong>la capote. – Ma<br />

quanto piove? – Ma non era una domanda, piuttosto<br />

una constatazione.<br />

126<br />

– Ruggero Tanchis non ha ucciso nessuno, maresciallo,<br />

– riflettei cercando di riacchiappare il discorso.<br />

– E allora Filippo Tanchis ha ucciso il Solinas e si è<br />

ucciso. E noi stiamo perdendo tempo…<br />

– …No, non si è ucciso. Non è proprio possibile.<br />

Forse noi stiamo considerando collegati due fatti che<br />

sono differenti.<br />

– Non potevo aspettarmi di meglio: la soluzione più<br />

complicata. Insomma, che elementi abbiamo? Un giovanotto<br />

con qualche… problema, si è trovato sul luogo<br />

di un omicidio: per caso?<br />

– Lasciamo perdere la questione Solinas per un attimo,<br />

potrebbe essersi trattato di un pasticcio che si è<br />

aggiunto a una questione precedente…<br />

– E sarebbe?<br />

– Gli abusi ai danni di Filippo Tanchis, marescià! Da<br />

lì parte tutto secondo me. I fratelli dicono di non crederci,<br />

ma il tarlo ce l’hanno eccome…<br />

– Bene, provo a darle retta: da una parte c’è la questione<br />

Solinas, diciamo che il Tanchis si è preso un’ora<br />

di libertà <strong>dal</strong> controllo dei familiari ed è finito in mezzo<br />

a un omicidio… Nel frattempo c’è stata la questione<br />

degli abusi, sempre ammesso che ce ne siano stati…<br />

Come si collega tutto questo con la sua morte in carcere?<br />

Almeno si fosse suicidato, a questo punto!<br />

Non faceva una piega, niente da replicare. Tutto sbagliato.<br />

Il calesse prese a singhiozzare sui carapaci.<br />

– Fermi qui che sono arrivato.<br />

127


– Buonanotte avvocà, dormiamoci sopra che la notte<br />

porta consiglio…<br />

128<br />

Il primo gradino scricchiolava. E lì, nel mio sogno,<br />

stava seduto mio padre: – Troppo presto me ne sono<br />

andato, che quasi non riuscivo a vederti camminare su<br />

due gambe, – diceva, poi abbassava la testa e sollevava<br />

le spalle. – Ma sono contento lo stesso, non c’è cosa di<br />

cui possa rimproverarmi e grazziaddio non vi manca<br />

niente a te e a tuo fratello e a tua madre.<br />

– Niente, non ci manca niente, ma è vero che ve ne<br />

siete andato troppo presto…<br />

Nel mio sogno mio padre si levava il cappello: era ancora<br />

giovane e io ero solo un bambino di cinque anni.<br />

– Dove ve ne siete andato a morire? – chiedevo.<br />

– In mare, – diceva lui. – Proprio davanti al porto di<br />

Livorno. Mare brutto figlio mio. Due giorni di mare<br />

brutto. E pioggia da non vederci a un palmo. Come<br />

ora. – E indicò col dito un punto qualsiasi fuori <strong>dal</strong>la<br />

casa. – Non ci fu niente da fare. Niente di niente. E fu<br />

così. Senza preavviso, solo sentii che il cuore mi esplodeva<br />

nel petto. E caddi. E non c’era un dottore…<br />

Fu il mio grido a svegliarmi.<br />

129


Ed eccomi a respirare a fatica. Le nuvole oltre le assi<br />

del soffitto commentavano con starnuti e borborigmi.<br />

Era come un parlottare di giganti che si giocavano a<br />

dadi il destino di questo pezzo di terra.<br />

La luce fioca di un fiammifero mi aiutò a vedere il<br />

quadrante della sveglia. Erano le tre. Poi vennero le<br />

quattro e i giganti cominciarono a lottare con schiaffi a<br />

mano piena che facevano tremare la casa <strong>dal</strong>le fondamenta.<br />

Sentii mia madre scendere verso la cucina. Quando<br />

la raggiunsi stava ravvivando le braci nel caminetto.<br />

– Neanche voi riuscite a dormire? – chiesi.<br />

– E chi vuoi che dorma stanotte, – disse lei senza smettere<br />

di lavorare.<br />

130<br />

Ora mia madre tace fissando i bagliori rossastri che si<br />

espandono <strong>dal</strong> camino con un sussurro orante. È giovane,<br />

Raimonda: il viso spianato, i capelli neri. Ha occupato<br />

uno sgabellino di férula e se ne sta lì ad aspettare<br />

con le palme tese verso il calore. La veglia le striglia<br />

la schiena con brividori improvvisi. Là fuori l’acquazzone<br />

è un’orgia immensa di baccanti con sistri e<br />

nàcchere. Raimonda si è fatta piccolissima: un bòzzolo<br />

scuro e lucidato <strong>dal</strong>le fiamme come una gemma di<br />

ossidiana.<br />

Io dormo a occhi spalancati seduto come ad aspettare<br />

la colazione. Ho cinque anni. Non parliamo, io e<br />

mia madre, il nostro silenzio fa da contrappunto al fragore<br />

assordante dell’esterno. Ascolto quel silenzio triste<br />

e concentrato.<br />

Mio fratello dorme, il temporale non lo ha svegliato.<br />

Mio padre scende in cucina vestito alla continentale<br />

col panciotto. Ha il soprabito piegato sull’avambraccio.<br />

Tutto è pronto per il viaggio: in carrozza fino a Terra-<br />

131


nova e poi sul bastimento, oltre il mare, verso Livorno.<br />

Tutto è pronto: una valigia di cuoio più grande per i<br />

cambi, una più piccola per gli incartamenti. E un pacchetto<br />

con qualcosa da mangiare.<br />

Raimonda si alza in piedi e va verso di lui solo quando<br />

mio padre indossa il soprabito. – Bae chin Deus, –<br />

gli sussurra posandogli una mano calda sul viso. Poi<br />

mio padre afferra la valigia, quella grande, e si dirige<br />

verso l’uscita pronto a farsi inghiottire <strong>dal</strong>la pioggia.<br />

Mia madre lo segue con la valigia piccola e il pacchetto.<br />

Sono a due passi <strong>dal</strong>l’uscio quando lui abbandona<br />

il bagaglio e viene verso di me. Mi raggiunge da dietro,<br />

immerge la sua mano fra i miei capelli, poi mi bacia<br />

la nuca. – Bustià vattene a dormire che è presto, –<br />

mi dice.<br />

Ho capito in quel preciso istante che non sarebbe<br />

più tornato.<br />

La porta si chiude alle sue spalle. Raimonda ritorna<br />

a sedere. Tira su col naso per trattenere qualche lacrima.<br />

Chissà se ha capito anche lei. – Hai sentito tuo padre?<br />

– sussurra all’improvviso. – Vattene a dormire<br />

che hai ancora due orette di sonno.<br />

Tornai a letto. E caddi in un sonno rapitore… Sognai…<br />

Tutto tremava. Tremava davvero. A colpi frequenti:<br />

l’enorme battito di un enorme cuore sopra di<br />

me. Che trasudava sui miei vestiti, sulle mie mani,<br />

pronto a esplodere. E io avevo cinque anni. Ed ero solo,<br />

a guardare da un orrido tutta quell’esplosione di<br />

132<br />

sanguinaccio sopra di me. E il mare sotto. Schizzi grassi<br />

mi colpivano il viso e le mani. <strong>Sangue</strong>. <strong>Sangue</strong> <strong>dal</strong><br />

<strong>cielo</strong>…<br />

133


Il procuratore del re mi guardò come si guarda un<br />

pazzo furioso. – Riesumazione? – domandò di nuovo.<br />

– Ho deciso di rivolgermi direttamente a lei per evitare<br />

la trafila. Un suo permesso eviterebbe altre perdite<br />

di tempo.<br />

– Quindi se ho capito bene dovrei permettere la riapertura<br />

di un caso chiuso, siglando la richiesta di riesumazione<br />

e dell’esame tanatologico delle salme di Solinas<br />

Salvatore e Tanchis Filippo? Lavorate così da queste<br />

parti? Non ci sono abbastanza casi di cui occuparsi?<br />

– La mia richiesta parte proprio <strong>dal</strong> presupposto che<br />

i casi in questione non siano affatto chiusi. Ho qui le<br />

deposizioni firmate del professor Puligheddu e della<br />

guardia carceraria Carrus, senza contare le indagini da<br />

me fatte svolgere personalmente, rispetto alla condotta<br />

e alle abitudini del Solinas e la chiara, incontrovertibile,<br />

dimostrabile prova che Filippo Tanchis non si<br />

può essere ucciso.<br />

– Mi avevano detto che lei è un osso duro, – constatò<br />

il procuratore dopo qualche secondo di silenzio. – E<br />

135


mi hanno detto che lei è persona di cultura influente<br />

da queste parti. Mi hanno detto che lei scrive sui giornali.<br />

Accennai di sì.<br />

– Orbene, come lei avrà capito io mi trovo in una posizione<br />

molto delicata. Ho bisogno di tutto il sostegno<br />

possibile. Non sono tempi facili questi e una buona<br />

parola conta. Vale oro, caro avvocato. Non voglio girare<br />

intorno alla faccenda: se lei sta <strong>dal</strong>la mia parte è possibile<br />

che i giornali smetteranno di flagellarmi.<br />

– Lei mi sopravvaluta, – tentai. – Voglio essere chiaro<br />

almeno quanto lei: non mi rimane molta scelta se questo<br />

è il prezzo della sua firma.<br />

Il procuratore sorrise. – Non parliamo di compravendite,<br />

avvocato. Lo consideri piuttosto un accordo<br />

tra due persone che perseguono lo stesso fine. Io ho<br />

bisogno di lei, lei ha bisogno di me…<br />

– Come c’è riuscito? – domandò il maresciallo Poli<br />

mentre attendevamo il responso del tanatologo.<br />

– Abbiamo fatto un accordo, – risposi semplicemente.<br />

– Questo pomeriggio incontro una delle guardie<br />

carcerarie che erano di turno la notte in cui Tanchis è<br />

morto. Mi sono segnato il nome, – disse frugandosi le<br />

tasche. – Ecco: Ruju, Cosimo Ruju, – specificò. – Ci è<br />

voluto un bel po’ di tempo per convincerlo ad accet-<br />

136<br />

tare un colloquio, e lei sa bene che non potevo costringerlo.<br />

Ho dovuto minacciare, – mi informò il maresciallo.<br />

– E l’altro? – domandai.<br />

– L’altro? – domandò a sua volta il maresciallo.<br />

– Sì, l’altra guardia carceraria che era in turno quella<br />

notte come si chiamava?<br />

– Dice Fois?<br />

– Eh, così si chiamava?<br />

– Oh… quello! esclamò Poli rimettendo in ordine<br />

le idee. – Quello era di turno in spirito, col corpo era<br />

in magazzino a dormire. Roba da matti.<br />

Il dottor Camboni, tanatologo del tribunale, ci interruppe<br />

uscendo come una furia da una stanza in fondo<br />

al corridoio. – Chi ha firmato il certificato di morte di<br />

questo Solinas? – domandò senza nemmeno aspettare<br />

di averci raggiunto. Sventolava nervosamente il certificato<br />

incriminato. – Un pazzo l’ha firmato! – sbraitava.<br />

Attesi che ci arrivasse a due passi per rivolgergli un<br />

cenno di domanda. – Chi è questo Fantini? – chiese indicandomi<br />

uno scarabocchio in calce al certificato.<br />

Il maresciallo Poli sgranò gli occhi. – Il tenente medico?<br />

– mi chiese sottovoce.<br />

Feci un veloce gesto di assenso. – Si spieghi meglio, –<br />

dissi rivolto al dottor Camboni.<br />

– C’è poco da spiegare: una morte per infarto e una<br />

morte per strangolamento sono cose affatto differenti!<br />

– Vuol dire?… – accennò il maresciallo Poli.<br />

137


– Benedetto uomo! Voglio dire che Solinas Salvatore<br />

non è morto per strangolamento come si evince da<br />

questa perizia! – tagliò bruscamente Camboni.<br />

– E… per l’altro? – intervenni.<br />

Camboni guardò a terra. – Il Tanchis presenta lacerazioni<br />

di natura sospetta nell’area perineale, non posso<br />

dirlo con assoluta certezza, ma quello che sospetta a<br />

proposito di pratiche… Insomma è assolutamente probabile.<br />

Quanto alle cause della morte pochi dubbi: il<br />

polso destro è lacerato trasversalmente, quello sinistro<br />

longitudinalmente lungo il percorso delle vene. Ha<br />

perso più sangue da destra che da sinistra.<br />

Il maresciallo Poli si batté una coscia con la mano<br />

aperta. – Maledetto! – sibilò. – Gliela faccio pagare…<br />

– Bisogna calmarsi, – dissi una volta giunti in caserma.<br />

– Calmarsi? – urlò il maresciallo. – Ma si rende conto?<br />

– Mi rendo conto: abbiamo forrocato un nido di vipere.<br />

E ora è fondamentale fare tutto per bene e tenere<br />

fuori da tutto la famiglia di Filippo Tanchis, per il momento.<br />

Non è indispensabile che siano informati di<br />

tutti gli sviluppi. Non trova?<br />

– Sono d’accordo, – assentì il maresciallo Poli provando<br />

a calmarsi. – Cosa consiglia di fare?<br />

– È semplice, – dissi. – I programmi non cambiano:<br />

138<br />

senta la guardia carceraria, questo Ruju, e si faccia dire<br />

se il dottor Fantini andava in carcere a trovare Filippo<br />

Tanchis. Lui non era di quelli che hanno l’obbligo della<br />

firma: era un pubblico ufficiale.<br />

Questa constatazione fece digrignare i denti del maresciallo<br />

Poli. – E lei? – mi chiese.<br />

– Io per parte mia voglio arrivare preparato all’incontro<br />

col nostro tenente…<br />

All’Ufficio del Telegrafo lavorava un mio cugino. Aveva<br />

imparato sotto le armi ad armeggiare quel picchio<br />

metallico che segnava righe e punti su una strisciolina<br />

di carta.<br />

Ero sui carboni ardenti.<br />

Mio cugino mi guardava con una specie di sorriso<br />

d’attesa stampato sulla faccia. – Ci vuole il suo tempo<br />

per la risposta, questi di Roma se la prendono con calma…<br />

Quando gli pare a loro, – disse per riempire il<br />

tempo.<br />

Forse passò un’ora ma alla fine il picchio cominciò a<br />

beccare la fettuccia.<br />

Mio cugino che leggeva in tempo reale aggrottò le sopracciglia.<br />

– Dice il colonnello Prevosti che ti saluta e ti<br />

ricorda la promessa di andare a Roma. Dice che sarai<br />

suo ospite. A proposito del tenente medico Fantini<br />

Riccardo, dice essere stato trasferito d’ufficio <strong>dal</strong> Comando<br />

di Torino al Comando di Sassari con sede speci-<br />

139


fica a Nùoro per fatti coperti da omissis. Dice che è uno<br />

che ha appoggi molto in alto e che avrebbe scansato la<br />

Corte Marziale per l’intervento del generale Manunzio.<br />

Ti saluta. Ripete che ti aspetta a Roma. C’hai capito<br />

qualcosa? – mi chiese arrotolandosi la striscia di carta<br />

intorno al palmo della mano.<br />

Accennai di sì. – Ho capito che siamo poco poco meglio<br />

del carcere militare.<br />

Mio cugino fece finta che quella risposta bastasse.<br />

Riccardo Fantini era un uomo qualunque. La testa<br />

forse un po’ troppo grossa per le sue spalle strette. I capelli<br />

di un anonimo castano andavano diradandosi<br />

precocemente sulla sua fronte.<br />

Mi accolse nel suo studio-ambulatorio all’interno dei<br />

locali dell’ufficio distaccato del Distretto Militare.<br />

– Vengo al punto, – lo azzannai. – In qualità di legale<br />

rappresentante di Tanchis Filippo, accusato di omicidio<br />

ai danni di Solinas Salvatore, noto Bobore, e come<br />

certo saprà deceduto in carcere la settimana scorsa…<br />

– Credevo si trattasse di un caso archiviato, – mi tenne<br />

testa.<br />

– Il procuratore del re ha ritenuto di dover prorogare<br />

l’archiviazione e di permettermi la riesumazione e<br />

l’analisi tanatologica del defunto Solinas. È a questo<br />

proposito che mi sono permesso di disturbarla… – sospesi.<br />

140<br />

Il tenente Fantini fece un sorrisetto incredulo. – Non<br />

capisco… – Prese tempo.<br />

– È facilissimo, – accentai. – Lei risulta essere il medico<br />

che ha licenziato la morte del Solinas come causata<br />

da strangolamento.<br />

– Sì, è stato un caso, mi trovavo a passare proprio sul<br />

luogo del delitto qualche minuto dopo il fatto, quel ragazzo<br />

si trovava in piedi, l’altro era a terra, ho ritenuto<br />

mio dovere prestare soccorso, sono un medico, ho fatto<br />

il giuramento di Ippocrate, ma non c’era più niente<br />

da fare per l’uomo a terra: era cianotico e il ragazzo badava<br />

a ripetere che l’aveva ucciso. La conclusione è stata<br />

conseguente, – calcò come se non ci fosse nient’altro<br />

da aggiungere.<br />

– Già, se non che <strong>dal</strong>l’analisi tanatologica è risultato<br />

che Solinas è morto d’infarto, – sparai.<br />

– La cosa mi risulta assolutamente plausibile; non vedo<br />

però, nonostante questo, il motivo della sua visita.<br />

– I motivi sono vari. Certo lei ha ragione: ha ritenuto<br />

in buona fede di dover concludere che il Solinas era<br />

stato strangolato, erano gli inquirenti preposti che dovevano<br />

occuparsi di accertarsene senza ombra di dubbio.<br />

Mi concederà tuttavia che il parere di un medico<br />

dell’esercito ha il suo peso in fatti come questo.<br />

– Non sono responsabile di questa presunzione, avvocato.<br />

Avrebbero dovuto controllare…<br />

– Dicevo che i motivi sono vari. Uno in particolare è<br />

bizzarro: il giovane in questione, il presunto assassino<br />

141


lei lo conosceva, anche se mi pare di aver inteso che ne<br />

parla come di uno sconosciuto.<br />

Il viso del tenente si fece improvvisamente purpureo.<br />

– Che cosa vuol dire con questo? – urlò quasi. – Si<br />

trattava di un paziente e persona <strong>dal</strong>la psiche piuttosto<br />

alterata, se mi è permesso. Quello semmai è stato un<br />

elemento in più a convincermi di un omicidio! E comunque<br />

non ho l’abitudine di discutere dei miei pazienti!<br />

– Neanche di quelli morti?<br />

– Neanche di quelli.<br />

– A me basta sapere se lei aveva per così dire intrattenuto<br />

dei contatti col mio assistito anche dopo la visita<br />

in cui fu scartato. Fu lei a scartarlo per l’esercito, non è<br />

vero?<br />

– È vero. Era ai limiti dei requisiti e presentava forme<br />

evidenti di disturbo psichico. Per il resto la risposta è<br />

no. Non l’avevo più rivisto dopo la visita se non qualche<br />

mese fa davanti a quel cadavere.<br />

– Mai più? – domandai guardando una serie di quattro<br />

Ulàni, uno dei quali solo sbozzato, non ancora colorati,<br />

esposti in bella mostra in una vetrina per medicinali.<br />

– Dove vuole arrivare? – Il tenente era diventato afono.<br />

– Voglio arrivare a una cella della Rotonda dove è rinchiuso<br />

un ragazzo disperato che non ha fatto nulla che<br />

giustifichi la sua detenzione; disturbato certo, come di-<br />

142<br />

ce lei… Un ragazzo che ha ricevuto promesse che non<br />

sono state mantenute… E… attenzioni a cui non ha<br />

potuto opporsi. E che poi è stato ucciso da qualcuno<br />

che poteva entrare in carcere senza firmare il registro<br />

delle visite.<br />

– Ucciso? – Ora il tenente si era fatto piccolo piccolo.<br />

– Lei è pazzo! Mi rivolgerò in alto, molto in alto!<br />

– Faccia pure, correrò il rischio, ma non è detto che<br />

il generale Manunzio possa fare ancora qualcosa per<br />

lei.<br />

Il tenente si lasciò andare su una sedia come un sacco<br />

vuoto. – Va bene! Gli ho portato un coltello in cella e<br />

del legno perché facesse i suoi soldatini, mi aveva promesso<br />

che avrebbe lavorato di notte. Certo mi faceva<br />

pena, era un caso che mi aveva colpito.<br />

– Colpito… – ripetei. – E così lo andava a visitare in<br />

carcere.<br />

– Non ho detto questo! Ci andai quella volta per il<br />

coltello.<br />

– E non ci andò diciamo la sera prima che Filippo<br />

Tanchis morisse?<br />

– No! Non ci sono più andato ho detto!<br />

– E a Predas Arbas? Prima dell’omicidio non andò a<br />

Predas Arbas? Il fratello è disposto a testimoniare che<br />

ci andò…<br />

Il tenente affrontò la grandine di domande tappandosi<br />

le orecchie.<br />

– Che cosa accadde a Predas Arbas? – Dovevo far te-<br />

143


soro del vantaggio. – Forse la stessa cosa che ha causato<br />

il suo allontanamento da Torino? Avevo scordato di<br />

dirle che anche un’altra analisi tanatologica mi è stata<br />

concessa…<br />

Riccardo Fantini capì. Perfettamente. E smise di fare<br />

resistenza. Ora pareva improvvisamente calmo, persino<br />

sorridente. Con un movimento repentino della mano<br />

afferrò la sua pistola d’ordinanza. Me la puntò contro.<br />

– Non è così che risolverà le cose. – Gli parlai come<br />

avrei parlato a Filippo se l’avessi conosciuto.<br />

Fantini mi sorrise ancora una volta. Poi, scaraventandosi<br />

contro di me, mi strattonò per guadagnare la porta<br />

d’ingresso. Lo vidi uscire con la coda dell’occhio. Lo<br />

seguii. Aveva imboccato uno scalone che portava ai<br />

piani superiori. Dopo pochi passi di corsa ansimavo<br />

già.<br />

Aveva una rampa di vantaggio su di me. Si fermò per<br />

controllare se gli stessi correndo dietro, ma non c’era<br />

quel pericolo oltre i dieci metri di corsa divento un<br />

mantice. E poi quell’inseguimento non aveva senso,<br />

anche per questo, assagadau, mi fermai. Fantini si voltò,<br />

stavo dicendo, per controllare se gli fossi ancora dietro<br />

e mi vide impegnato ad ansimare sotto di lui. Il suo volto,<br />

quello mi accompagnerà tutte le notti: era attraversato<br />

da un rictus spaventoso come quello di un gatto tenuto<br />

appeso per il collo. L’azzurro cipria alle pareti dello<br />

scalone faceva intorno a noi come una specie di <strong>cielo</strong><br />

144<br />

da presepe. Fantini mi voltò di nuovo le spalle, pensai<br />

che stesse riprendendo la sua fuga e comunque avevo<br />

già deciso di lasciarlo andare…<br />

* * *<br />

…Ma sentii lo sparo, poi vidi l’esplosione, poi un<br />

getto di sangue e materia cerebrale mi investì, feci appena<br />

in tempo a schermarmi il volto con le mani.<br />

Urlai come quella notte di molti anni prima quando<br />

ero solo un bambino. Quando avevo cinque anni.<br />

Ero di nuovo io, con tutti i miei trentadue anni,<br />

quando mi risvegliai. Questo lo capii all’istante.<br />

Il viso di Clorinda occupò tutto lo spazio davanti ai<br />

miei occhi socchiusi e a pensarci bene avevo la certezza<br />

che per tutto il tempo in cui avevo attraversato la<br />

mia vita come nella parabola dell’annegato, lei era stata<br />

lì a tenermi la mano. Tentai di dire qualcosa, ma le<br />

mie labbra, appiccicate, non riuscirono a organizzare<br />

niente. Mi dissi che, con uno sforzo, sarei riuscito a<br />

spalancare le palpebre. Lo feci nel momento preciso<br />

in cui il viso di Clorinda si stemperava nell’aria come<br />

qualcosa di talmente impalpabile che solo quel movimento<br />

impercettibile potesse farlo sparire. E infatti<br />

sparì.<br />

– Bustià… – Mia madre aveva il volto terreo di chi<br />

145


ha guardato la morte. – Sei stato male, – mi spiegò appena<br />

si rese conto che stavo riprendendo contatto con<br />

la realtà.<br />

Cercai di sedermi, solo allora mi resi conto che ero<br />

nella mia stanza.<br />

Orrù senza camice impostò un sorriso. – Tutto bene,<br />

– mi incoraggiò. – Si è trattato solo di un brutto spavento.<br />

– Un brutto spavento ce lo siamo preso noi! – disse il<br />

maresciallo Poli facendo capolino <strong>dal</strong>la porta. – Avvocà,<br />

mi avete fatto venire i capelli bianchi!<br />

Mi portai le mani al viso. La pelle era secca, detersa<br />

con alcol etilico, ma pulita. Mi guardai le mani: erano<br />

di un biancore abbacinante, molto più luminose delle<br />

lenzuola.<br />

– Ora posso andare, – disse Orrù. Poi si rivolse direttamente<br />

a mia madre. – Lascio qui l’assenzio se dovesse<br />

agitarsi durante la notte, ma non esagerate. Non più<br />

di un cucchiaino da caffè con molto zucchero, mi raccomando.<br />

È passato qualche tempo ormai e quel caso inesistente,<br />

quell’omicidio che non c’è stato, ha preso qualche<br />

forma.<br />

Mentre incontravo Riccardo Fantini, il maresciallo<br />

Poli aveva parlato con Cosimo Ruju, la guardia carceraria<br />

di turno la notte della morte di Filippo Tanchis.<br />

146<br />

Non fu facile farlo parlare. Poli fu costretto a prospettargli<br />

la galera per negligenza.<br />

Solo allora Ruju tirò fuori tutto: fu lui stesso che consegnò<br />

al tenente medico uno dei coltelli trovati nella<br />

cella e le statuine non ancora concluse, sottraendo quelle<br />

prove agli inquirenti. Ruju disse che gliel’aveva chiesto<br />

espressamente il ragazzo qualche ora prima che lo<br />

trovassero morto. Che gli aveva mostrato il coltello che<br />

doveva riportare al dottor Fantini. Disse che in altre<br />

circostanze non ci avrebbe pensato due volte a sequestrare<br />

il coltello, ma visto che era stato proprio il medico<br />

militare a consegnarglielo, aveva pensato che il Tanchis<br />

fosse strano, ma non pericoloso. E infatti, disse, se<br />

male ha fatto ne ha fatto solo a se stesso. Così Filippo<br />

quel pomeriggio gli aveva chiesto di restituire il coltello<br />

nel caso fosse morto. E Ruju aveva fatto di sì con la testa<br />

come si fa con i matti. E gli aveva detto di stare attento a<br />

quello che ci faceva con quel coltello, che lui non voleva<br />

guai e che se il dottor Fantini si prendeva le sue responsabilità<br />

per lui era uguale, ma di coltelli non voleva<br />

saperne niente. Io non l’ho nemmeno mai visto quel<br />

coltello, disse. Ma Filippo insisteva, chiedeva un giuramento.<br />

Il maresciallo Poli trasecolò. Il pericolo di suicidio,<br />

urlò. Ma parlare di suicidio con Ruju era come parlare<br />

al vento, che lui quella parola non l’aveva mai nemmeno<br />

pronunciata in vita sua. Che di morti ammazzati in<br />

carcere ne aveva visti molti e non pochi, ma che una<br />

147


persona potesse decidere di togliersi la vita era una<br />

questione fuori <strong>dal</strong>la sua portata.<br />

Il maresciallo Poli si trovò a pensare che semmai c’era<br />

una persona giusta a cui affidare quel compito assurdo<br />

della restituzione post-mortem, quella persona<br />

era proprio la guardia carceraria Ruju. Diavolo di un<br />

Tanchis, si trovò a pensare.<br />

Insomma quel giuramento fatto a un matto, tanto per<br />

farlo star buono, si era trasformato in un legame indissolubile.<br />

Che dovevo fare? chiedeva Ruju. Aveva giurato.<br />

Aveva dato la sua parola. E <strong>dal</strong>le nostre parti il desiderio<br />

di un morto è legge. Il giuramento fatto a un moribondo<br />

vale più di un marchio a fuoco. Che da morto<br />

vali qualcosa anche se da vivo sei solo un povero sfortunato.<br />

Così Ruju aveva eseguito: ché non voleva trovarsi<br />

a lottare contro la propria coscienza e preferiva dormire<br />

bene, mantenere buoni rapporti con la propria coscienza<br />

elementare e salda, anche a costo di trasgredire<br />

al regolamento carcerario o al codice penale. Anche a<br />

costo di favorire un male peggiore.<br />

E Poli non riusciva a credere a quello che aveva sentito<br />

con le sue orecchie. Ruju gli stava di fronte e non<br />

aveva la minima idea del pasticcio in cui si era cacciato.<br />

Nessuna alternativa disse Poli: o le dimissioni immediate<br />

o la galera. Ruju non senza un moto di incredulità<br />

segnò una croce in calce a un foglio bianco che il<br />

maresciallo si era impegnato a compilare adeguatamente.<br />

148<br />

– Ha fatto bene, – approvai interrompendo il suo resoconto.<br />

– La galera in una situazione di questo tipo,<br />

per una persona come Ruju, poteva generare più problemi<br />

di quanti ne risolvesse. Questa è una faccenda in<br />

cui ci sono questioni sulle quali non vale la pena essere<br />

troppo fiscali, – dissi rendendomi conto che anche io<br />

avevo taciuto a Poli la circostanza del coltello portato<br />

in carcere da Clorinda. – Comunque la chiave di tutto<br />

sta nel fatto che Filippo Tanchis poteva contare sul possesso<br />

di due coltelli.<br />

– Ecco il secondo coltello non riesco a spiegarmelo…<br />

– …Non ha più molta importanza a questo punto. –<br />

Minimizzai per fare anch’io un favore alla mia coscienza.<br />

Due coltelli dunque: quello che fu trovato accanto al<br />

cadavere, portato in carcere da Clorinda; quello trafugato<br />

da Ruju, portato in carcere da Fantini. Ora gli<br />

omicidi inesistenti erano due. Quello del Solinas morto<br />

d’infarto, quello di Filippo Tanchis suicida. Una<br />

storia talmente lineare da sembrare inestricabile.<br />

Filippo Tanchis si era ucciso con due coltelli. Uno per<br />

polso: il primo l’aveva incastrato a una crepa nel pavimento,<br />

il secondo l’aveva usato regolarmente. E aveva<br />

fatto le cose per bene. Si era sgarrato il polso destro con<br />

la mano sinistra, poi si era conficcato l’altro coltello,<br />

149


quello incastrato per il manico al pavimento, nel polso<br />

sinistro. Niente macchie sui pantaloni dunque. Niente<br />

macchie sulla camicia. Niente di niente.<br />

Ma per il maresciallo Poli questa storia ordinaria di<br />

distrazioni, approssimazioni e superstizioni manteneva<br />

il sapore di un macchiavello inestricabile.<br />

Tutto si concluse con la constatazione che Filippo Tanchis<br />

aveva deciso di togliersi la vita quando aveva stabilito,<br />

senza ombra di dubbio, che non avrebbe mai raggiunto<br />

l’unica cosa per cui gli sembrava valesse la pena<br />

vivere. Per cui aveva sopportato le condizioni del tenente<br />

medico. Dopo la visita, le attenzioni di Fantini si<br />

erano fatte pressanti e lui si rivelò presto al ragazzo per<br />

quello che era: uno che prendeva ma non aveva intenzione<br />

di dare. La morte di Solinas quella sera, in quel posto,<br />

era stato solo l’ennesimo sberleffo della sorte, che<br />

si era divertita a complicare l’infinitamente semplice.<br />

Il resto è stato rimettere a posto un mazzo di carte scombinate.<br />

Sottovalutare il ragazzo era stato l’errore, lui aveva stabilito<br />

ogni cosa con precisione millimetrica, scegliendo<br />

le persone giuste e il momento giusto, e aveva organizzato<br />

un suicidio impossibile e ci aveva portato dove voleva<br />

che arrivassimo… Un colpevole che si era giustiziato<br />

da solo parve un risarcimento bastante e anche Poli<br />

convenne che le carte non sarebbero state sufficienti a<br />

spiegare l’inspiegabile.<br />

– Chiudiamola qui, – disse. – Chiudiamola in questo<br />

150<br />

modo. Non vorrà che mi metta a insegnare lo spagnolo<br />

agli indigeni!<br />

Restai a guardarlo. Mi lasciò senza parole.<br />

151


Ha smesso di piovere.<br />

L’aria è carica di un’elettricità che non mi dà requie.<br />

La terra è tutta un sommovimento di lumache e un<br />

esplodere di prataioli. Sono a casa sulla cima del mio<br />

colle. Aspiro l’acidulo della miliacra e accarezzo la<br />

mia inquietudine come qualcosa che vada ammasettata.<br />

Ho la testa talmente piena di versi e so che davanti<br />

al foglio bianco verrò colto da una furia impotente, come<br />

mi succedeva da bambino quando il cervello mi si<br />

riempiva a tal punto di parole da dire che l’unica cosa<br />

che riuscivo a fare era stare in silenzio. E che silenzio era<br />

quel silenzio affollato di parole non dette!<br />

Come la campagna febbricitante e placida sotto al<br />

mio sguardo.<br />

Non c’è nulla che possiamo dirci io e lei. Nessun messaggio<br />

dai monti, <strong>dal</strong>le valli.<br />

Solo qualche giorno fa il bosco e la macchia erano tutto<br />

uno sgolarsi di richieste d’aiuto. Solo qualche giorno<br />

fa l’aria era un immenso platano carico di stormi. Ma<br />

ora il <strong>cielo</strong> è talmente limpido che pare debba scivolarmi<br />

addosso da un momento all’altro.<br />

153


È una pace di piante satolle e uccelli intenti ad asciugarsi<br />

le penne e talpe impegnate a ricostruire cunicoli<br />

asciutti.<br />

È una pace orizzontale che l’azzurro all’orizzonte<br />

sembra una traccia di gessetto nel nulla. E anche le nuvole<br />

hanno cambiato paesaggio. I colori sono colori e le<br />

foglie fanno l’appello sui rami, si chiamano per nome e<br />

si rispondono: presente, come soldatini di primo pelo<br />

che non sanno da cosa sono scampati, ma sanno di essere<br />

scampati.<br />

Pace. Per chi resta e per chi se n’è andato. Che vivere<br />

non è altro che tentare di fermarsi, che prepararsi con<br />

furia alla stasi.<br />

Allora mi alzo in piedi, offro il sacrificio della mia pena<br />

a quel silenzio.<br />

Offro il mio silenzio all’ipotesi di un amore. Clorinda<br />

è il mio segreto. Per lei il mio silenzio. Clorinda che<br />

crede il suo nipote ucciso e questo la fa dormire. E forse<br />

le fa sognare me.<br />

Tornando a casa passerò sotto alle sue finestre. In silenzio.<br />

Nùoro, luglio 1989 - Bologna, gennaio 1999.<br />

154<br />

INDICE


INDICE<br />

<strong>Sangue</strong> <strong>dal</strong> <strong>cielo</strong><br />

7 Natura e delitto di Manuel Vázquez Montalbán<br />

13 <strong>Sangue</strong> <strong>dal</strong> <strong>cielo</strong>


Finito di stampare<br />

nel mese di aprile 2005<br />

<strong>dal</strong>la Tipolitografia ME.CA. - Recco (GE)

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