uomini e sport - DF Sport Specialist

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uomini e sport - DF Sport Specialist

Uomini&Sport - Trimestrale - Numero 4 - Giugno 2011 - Pubblicazione gratuita

uomini e sport

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Francesca Schiavone - IMMORTALE

di Stefano Meloccaro | pag. 4

Rafael Nadal - PLAYER OF THE YEAR

di Lorenzo Cazzaniga | pag. 6

Matteo Della Bordella - The Doors

| pag. 9

Fabio Valseschini e Gianni Rusconi:

Un sogno chiamato Civetta

di Marco Milani | pag. 10

Un uomo e due lupi:

l’avventura solitaria di Fiorenzo Bulferdi

| pag. 14

OGNI VOLTA UN NOME DA NON DIMENTICARE:

Antonio Rusconi

di Renato Frigerio | pag. 18

ACCADEVA NELL’ANNO...:

Torre Trieste Nel Regno Del Civetta

di Aldo Anghileri | pag. 22

Una realtà in-credibile: Il Costa basket

di Fabio Palma | pag. 26

Chiara Gianola - Trofeo “Dario e Willy”

| pag. 31

Tra tecnologia e passione

Pinarello, e uno sguardo dietro le quinte del ciclismo

di Fabio Palma | pag. 32

Fondata da: Sergio Longoni

Redazione: Daniela Longoni, Fabio Palma

Collaboratori: Renato Frigerio, Marco Milani

Per mandare notizie o proposte articoli

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Redazione Uomini&Sport

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Numeri arretrati su

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in copertina:

Miguel Indurain. Archivio Pinarello

uomini e sport

INDICE


EDITORIALE

di Sergio Longoni

Mentre sto dando un ultimo sguardo agli articoli che riempiranno

le prossime pagine di “Uomini e Sport”, non posso fare a meno di

riflettere sulle cose disparate di cui mi sono circondato in Sport

Specialist.

Avendo scelto istintivamente il commercio come indirizzo professionale,

ero cosciente di dover affrontare un lavoro impegnativo,

che non ha limiti di orari, stressante fisicamente e psichicamente,

sempre sotto la minaccia di possibili fallimenti. Ma questo lavoro,

pesante più di quello che può apparire, l’ho intrapreso quasi come

corollario di una mia impulsiva passione, quella che mi teneva prigioniero

di ogni genere di attività sportiva. Trovandomi dunque nel

commercio di articoli che si riferiscono allo sport, mi è parso subito

naturale e doveroso diffondere e sostenere lo sport in ogni sua versione

ed evoluzione, individuando una particolare funzione stimolante

negli atleti che lo praticano con eccezionali capacità e serietà.

Sono gli stessi che si affacciano ultimamente anche dalle pagine

della nostra rivista, come persone che condividono in tutto la mia

stessa passione. Sono le loro entusiasmanti imprese e il loro affetto

riconoscente che mi consentono di superare i momenti di delusione

che indurrebbero a mollare tutto. Ma come potrei prendere una simile

decisione dopo serate come quella di Dean Potter (ma quanti

eravate, il 14 Aprile, nel negozio di Sirtori? 1000?) o l’altra di Igor

Koller, che alla fine mi ha visto circondare dagli alpinisti miei testimonials

di lusso: da Simone Moro, reduce dalla gigantesca impresa

himalayana sul Gasherbrum II in prima invernale, da Fabio Valseschini,

con la clamorosa prima solitaria invernale della “via dei

cinque di Valmadrera” sul Civetta, da Rossano Libera, giustamente

orgoglioso della sua prima solitaria invernale della via Cassin sulla

parete Nord del Pizzo d’Eghen in Grigna? E a proposito delle

soddisfazioni che ottengo dai miei testimonials, non posso tacere

di un’altra recente impresa, quella compiuta da Daniele Bernasconi

che, insieme a Simone Pedeferri, ha salito in giornata la prima

invernale della via “La spada nella roccia” al Qualido, e il primo

round del grandioso tentativo di Matteo Bernasconi e Matteo Della

Bordella alla Ovest della Egger, in Patagonia.

E non dimentichiamo le soddisfazioni degli atleti che lavorano nei

miei negozi, come Antonio Arnuzzi, che a Seregno ha vinto una straordinaria

100km! E sul podio chi ha trovato, come vincitrice femminile?

Un’altra testimonial Sport Specialist, Monica Casiraghi.

Avendo con me tanti campioni straordinari, e tanti amici cari come

lo siete voi, non credo mi sia possibile pensare adesso di dare l’addio

al mio impegno per lo Sport.

Per questo e per altro, cerchiamo di stare sempre tutti insieme!

A tu per tu con

i Grandi Dello Sport

Dopo il clamoroso successo e le emozioni indimenticabili

che ci hanno dato

i due fuoriclasse internazionali

DEAN POTTER e LEO HOULDING,

i prossimi appuntamenti saranno:

23 Giugno: Gianni Rusconi, il cacciatore delle

grandi invernali

14 Luglio: Jim Bridwell, la voce di Yosemite

Leo Houlding, la giovane famosissima star inglese

Gianni Rusconi

Dean Potter, uomo dell’anno National Geographic

Jim Bridwell

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Francesca Schiavone

IMMORTALE

di Stefano Meloccaro


Non basta saper giocare (parafrasando Dalla e De Gregori),

ma aiuta. Parecchio. E da quel punto di vista, Francesca

aveva sempre avuto la coscienza a posto.

Dopodiché, per arrivare fin lassù, ci vollero anche muscoli

indomabili, rabbia taurina e voglia smisurata. Non disgiunti

da sana irresponsabilità latente, frequente tra i predestinati.

Quel quid che fa vivere i momenti importanti dell’esistenza

quasi non fossero fatti tuoi. O magari sei talmente bravo da

farlo credere a chi ti guarda da fuori. Che poi va bene uguale.

La Schiavo ebbe il RG10 perché per lei, Parigi o Roccacannuccia,

non aveva mai fatto grossa differenza. Il suo

era sempre stato un tennis manicheo, tutto o nulla. Ovunque

si trovasse. Affrontando, di volta in volta, se stessa, il suo

anelito alla perfezione, l’intricato universo femminile, il suo

inarrestabile flusso di coscienza. Lottava contro i suddetti demoni

(prima che con le avversarie) da anni, e almeno uno dei

succitati aveva sempre finito per sopraffarla.

Ma, nel frattempo, Francesca andava a scuola. Imparava

lentamente a convivere con questi mostri, fino a farseli piacere.

Stagione dopo stagione. Fino al supremo momentum,

primavera-inoltrata-quasi-estateduemiladieci.

Laddove tutto si compì. Gioco, mente e corpo, finalmente in

armonia. Convergenze parallele, perfetta sintesi. Lo schicco

di servizio mandò le altre sistematicamente a rispondere in

tribuna. Il drittone arrotolato e maligno, con scudiscio modello

Rafa, fu mortifero. Il rovescio si manifestò uno e trino, carico,

piattone o tagliato, e incise sia in difesa sia sulla verticale.

La Fra fu assistita finanche dalle volate, mirabili

nel loro coacervo di sensibilità, personalità e istinto. La posta

in palio crebbe, la Schiavone di più. Infine, rise solo lei, sdraiata

sulla polvere del centrale francese.

Parenti, conoscenti, giornalisti e allenatori, quelli piansero

tutti. Francesca rivelò, in seguito, di aver impiegato mesi, prima

di riuscire a spremere due lacrime al ricordo del cimento.

Di lì in poi furono sequele di lodi, celebrazioni e interviste.

Molti si arrovellarono in affannosa caccia della giusta definizione,

ma invano.

Non ci fu modo di catalogare un déjà vu. Né mai si potrà. é il

presente che si interseca col soprannaturale. Alzo gli occhi al

cielo e finalmente respiro libera, confessa oggi mentre ritorna

col pensiero a quel pomeriggio.

Mentre andiamo in stampa, Francesca perde la sua seconda

finale consecutiva al Roland Garros. Facendosi amare ancora

di più.

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Rafael Nadal

PLAYER OF THE YEAR di Lorenzo Cazzaniga

Se vuoi restare numero uno, devi allenarti ogni giorno COME SE

FOSSI IL NUMERO 2. Devi sentire la bava di chi ti insegue...


«Mi piace sperimentare nuove soluzioni.

A RAFA UN PO’ MENO ma alla fine lo convinco»

Toni Nadal

Avessi fatto il bookmaker, Nadal mi avrebbe mandato sul lastrico.

Pur avendo avuto il privilegio di ammirarlo ancora bambino

allenarsi nel suo club di Manacor, col maiorchino non ne ho mai

imbroccata una. Ancor prima

della maggiore età, senza alcuna fantasia, avevo soprannominato

El Matador, quel 16enne isolano che in otto ore di training aveva

piegato la resistenza di quattro sparring partner. Ammirevole

per dedizione e cortesia, non pensavo avesse il talento tecnico

per giungere ai risultati fin qui conseguiti e che, dopo le vittorie di

quest’anno, ammontano a otto Slam, diciannove Masters 1000

e quarantatre tornei in totale. Compresi i quattro Major e un oro

olimpico. Roger Federer gli ha sfilato via il Masters di fine anno,

ma direi che è una delusione che può essere accettata senza

drammi dal maiorchino.

Dicevo delle buche che ho preso. Già, da ragazzino pensavo

sarebbe diventato più forte Richard Gasquet. Ma vuoi mettere?

Con quel rovescio, il francese se lo mangia.

Lo ricordo Rafa in tribuna a Monte Carlo mentre osserva Gasquet

vincere un primo turno, deliziando gli appassionati con

smorzate e accelerazioni. Ghignava, il buon Rafa, conscio che

di solo braccio non si vince più.

Lo spagnolo, ai tempi si tirava le palle corte sui piedi e col rovescio

in back sembrava un ragazzo della pre-agonistica, se

non proprio della SAT. Per vincere ci ha messo poco. A 18 anni

conquistava il suo primo titolo ATP, in una piccola cittadina della

Polonia, a Sopot, torneo dove la maggior parte dei giocatori

andava per le belle ragazze. Sei anni dopo (sei, non quindici),

siamo già a chiederci se il record di Slam di Federer è ancora

al sicuro. Infatti, così come sembrava impossibile che a breve

qualcuno potesse avvicinare i 14 di Pete Sampras, altrettanto si

pensava dei 16 Major portati in Svizzera da Federer. E invece, al

Bar del Tennis sono sempre più gli aficionados convinti che Rafa

possa fare l’impresa.

Certo, Federer ha dimostrato al Masters di Londra di avere ancora

in canna qualche buon colpo, e nulla vieta di pensare che

quota 16 non sia quella finale; tuttavia, è proprio il divario tra i

primi due giocatori del mondo e il resto della truppa, a far credere

che Rafa possa riuscire nell’intento. Ridotti Djokovic e Murray

al ruolo di comparse, con Del Potro in infermeria e le giovani

promesse alla Dimitrov-Nishikori-Tomic ancora in rampa di lancio,

diventa facile prevedere che il duopolio andrà avanti ancora.

Perché ci può essere il Soderling o il Berdych di

turno che indovinano la giornata, ma pensare di buttar già dalla

torre uno dei due fenomeni, appare impossibile. Oggi più che

mai.

E allora, considerando che Federer ha trent’anni e Nadal ventiquattro,

si potrebbero prevedere sei stagioni e ventiquattro Slam

da favorito, se non proprio da assoluto padrone.

é chiaro che un avversario scapperà fuori. Succede sempre:

quando un campione se ne va, pare che non debba mai arri-

post scriptum

Rafael Nadal ha vinto tre Slam consecutivi nel 2010.

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Rafael Nadal

PLAYER OF THE YEAR

varne un altro simile. E invece, puntualmente arriva. é successo

quando si sono ritirati Borg e McEnroe, Connors e Lendl, Edberg

e Becker, Sampras e Agassi. Succederà lo stesso quando ci lascerà

Federer (oh, e che accada il più tardi possibile).

Quindi Nadal non dormirà sonni tranquilli, anche Perché la bua

alle ginocchia è stata accantonata ma sarà difficile per lui liberarsene

per sempre.

Però la sensazione è che possa davvero dominare il tennis nelle

prossime stagioni, grazie ai progressi compiuti negli ultimi mesi,

da quando sostanzialmente lo davamo per (mezzo) finito, dopo

gli infortuni che sembravano averlo azzoppato, dopo che gli avversari

credevano di aver trovato le contromisure a quel suo forcing

da fondocampo, tanto produttivo quanto prevedibile.

Eccola qui, un’altra buca. Se va bene, questo vince ancora un

paio di Roland Garros. Ma lontano dalla terra rossa, i Federer, i

Murray, i Djokovic, non li prende più. La pensavo così. Ora, col

senno di poi, son pieni i circoli di gente che ti rinfaccia il “te l’avevo

detto che avrebbe vinto ancora a Wimbledon. E che prima o

poi avrebbe sfatato anche il tabù di New York”.

Ma te l’avevo detto, quando? Chi avrebbe scommesso più d’un

copeco che sarebbe tornato più forte di prima, che sarebbe migliorato

al punto che il Rafa 2010 darebbe 6-2 6-2 6-2 al Rafa di

solo tre anni fa? Perché questo è il suo attuale segreto. I miglioramenti,

passo dopo passo, compiuti in pochi mesi.

Un vecchio detto sportivo dice che “se vuoi restare il numero 1

devi allenarti ogni giorno come se fossi il numero 2”. Devi sentire

la bava di chi ti insegue, devi avere ancora fame di vittorie,

quella che ti fa alzare tutte le mattine “con un po’ di stretching

alle dita. Io comincio ad allenarmi appena apro gli occhi” mi ha

confidato una volta. Per riuscirci, talvolta non basta la forza di

volontà, l’autodisciplina. Per quanto sia intrinseca nella tua persona.

Hai bisogno di una mano, di una guida esperta. Meglio

ancora se di famiglia.

Ed ecco all’orizzonte comparire la figura dello zio Toni, un educatore

ancor prima di un coach di tennis.

“Mi piace sperimentare nuove soluzioni - ha detto -. A Rafa un

po’ meno, ma alla fine lo convinco sempre”.

Il tennis è diventato come la Formula 1: sei a metà di un Campionato

e già stanno studiando la vettura della stagione dopo.

Anche se vinci tutti i Gran Premi, anche se non fondi mai un

motore. Chi si ferma è perduto e, fortuna sua, Rafa non sta mai

fermo.

E allora ce lo immaginiamo, numero uno del mondo, come quando

era ragazzino: le sei del pomeriggio, dopo quattro-barra-cinque

ore di allenamento, fermarsi con un cesto da centocinquanta

palle per migliorare il colpo che gli ha sempre dato più fastidio: il

servizio. “Rafa gioca da mancino ma è un destro naturale - ricorda

zio Toni -. Avesse giocato con la destra, avrebbe perso i tanti

vantaggi dei giocatori mancini, ma il servizio... Quello sarebbe

stato più incisivo”. Poco importa: basta lavorarci su. La pensano

cos“ in famiglia, che si tratti dell’azienda vetraia che porta avanti

papà Sebastian, i ristoranti che gestiscono sulla costa o la prima

palla di Rafa.

E così compare allo US Open e pensi che abbiano taroccato il

misuratore di velocità. Rafa che tira la prima a 210 chilometri

all’ora? Non ci crede nessuno.

Però fioccano gli ace e mancano i break subito.

Così tutti vanno a indagare su come abbia fatto. “Ha messo più

peso in testa alla racchetta” annuncia zio Toni. Chiamiamo Jean

Christophe Verborg, che si occupa degli atleti in casa Babolat.

“Sempre uguale – ci risponde -: 311 grammi e 32,5 di bilanciamento,

telaio non incordato”.

Un’altra buca. Ma giuro che questa volta è l’ultima.

Qualunque cosa accada, se anche Federer dovesse ringiovanire

di cinque anni, se anche Murray dovesse sbloccarsi dalla

sue paure, se anche dovessimo scoprire che Dimitrov non è la

fotocopia sbiadita di Federer ma esattamente l’opposto, meglio

non scommettere mai contro Rafael Nadal.

Con la vittoria del 2011, Nadal raggiunge Bjorn Borg, 6 vittore al

Roland Garros.


dai nostri testimonials

MATTEO DELLA BORDELLA

The Doors

foto di Riki Felderer

Un micronut in bocca, una via estrema. Per chi ne capisce, si tratta della prima lunghezza di 8b mai salita da un italiano piazzando

dal basso protezioni come Friends e nuts. Per chi è soltanto curioso, sappiate che il video di questa salita, pochissimo

pubblicizzata dai siti italiani del settore (che, anzi, l’hanno finora abbastanza ignorata), è stato lanciato in prima pagina nei

maggiori siti americani ed europei, diventando il video outdoor più visto al mondo in quella settimana, e correndo, sembra,

verso il primato assokuto del 2011. Ben 22.000 visioni in meno di dieci giorni, e continuano a salire. Quando leggerete queste

righe, andate su internet, vimeo.com, e digitate Matteo Della Bordella The doors.

Matteo, testimonial sport specialist da tre anni, ha 27 anni ed è unanimamente riconosciuto come uno dei più grandi talenti

europei della scalata e dell’alpinismo. Lo scorso Inverno, con l’altro testimonial sport specialist Matteo Bernasconi, ha tentato

di salire l’inviolata parete Ovest della Torre Egger, in Patagonia, un obiettivo che da decenni respinge tutti i migliori alpinisti

per la difficilissima logistica e la meteo assolutamente ostile. Tre giorni di avvicinamento e due giorni in parete prima di dodici

giorni in una grotta di ghiaccio e la ritirata. Tentativo rimandato, dicono i due. Ma come si vede dalla foto e dal successo del

video, le imprese di Matteo, intanto, non si fermano.

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Fabio Valseschini e Gianni Rusconi:

UN SOGNO CHIAMATO CIVETTA

Dopo 39 anni dall’apertura, prima ripetizione solitaria invernale e

quarta assoluta della Via dei Cinque di Valmadrera


Immaginate di poter passare un’intera serata seduti allo stesso

tavolo con Fabio Valseschini (classe 1970) e Gianni Rusconi

(classe 1943) a parlare di montagna. Un sogno? Forse… ma è

proprio quello che vi stiamo per raccontare. L’argomento non

poteva che essere la prima solitaria invernale della Via dei Cinque

di Valmadrera (1300 metri, VI+, A3) sulla Civetta firmata lo

scorso 13 febbraio dal lecchese Valseschini dopo sette lunghi

giorni passati in parete. Una via aperta nel lontano 1972 nel cuore

della celebre parete Nord-Ovest proprio da Gianni Rusconi,

assieme al fratello Antonio, Giambattista Crimella, Giambattista

Villa e Giorgio Tessari (ai primi due tentativi aveva partecipato

anche Giuliano Fabbrica. Rimasto poi bloccato dall’influenza).

E’ complicato spiegare quella sensazione di complicità che si

percepisce tra questi due uomini a tratti così simili ma pure così

diversi. Una complicità nata in montagna, sulle stesse vie, seppur

affrontate in epoche e modi differenti. Una complicità che

si legge in un intreccio di sguardi e di vite che, in un modo o

nell’altro, hanno portato questi due alpinisti in cima alla stessa

montagna.

“Ricordo perfettamente la prima volta che ho incontrato Fabio,

come spesso accade mi immaginavo una persona completamente

diversa – racconta Gianni –. Mi aveva telefonato per avere

informazioni sulla via del Fratello al Badile (aperta dallo stesso

Gianni col fratello Antonio nell’inverno del 1970 e dedicata al

fratello maggiore Carlo scomparso in montagna, ndr), allora l’ho

invitato a casa. Mi si è presentato questo ragazzo con i capelli

lunghi che, senza tanti giri di parole, ha cominciato a parlarmi

del suo progetto; ma quando mi ha detto che voleva tentare la

prima solitaria invernale non sapevo più cosa pensare. Mia moglie

gli ha detto subito che era matto, ma a me, in fondo, fece

una buona impressione. Poco tempo dopo ho avuto la conferma

che questo ragazzo proprio non scherzava: Fabio era arrivato

in cima al Badile. La notizia mi ha fatto subito molto piacere e

inevitabilmente è nato un piccolo legame dettato da un senso di

condivisione, anche per lo spirito con cui avevamo aperto la Via

del Fratello…”.

Da allora ne è passato di tempo, Fabio ha compiuto altre

imprese, anche molto importanti, fino all’inverno scorso.

Perché hai scelto di salire proprio la Via dei Cinque di Valmadrera?

“Nell’estate del 2003 ero in Civetta con il mio amico

Marco Perego (scomparso nel 2005, ndr) sulla Philip-Flamm,

quello stesso giorno Claudio Moretto e Rosy Buffa stavano effettuando

la seconda ripetizione della via. Lì per lì non ci feci molta

attenzione, non conoscevo nemmeno la storia di questa parete,

ma ripensandoci credo proprio che quello fu quello il punto di

partenza. Nel 2007 un nuovo impulso arrivò quando a casa di

Gianni, durante la festa per la riuscita della prima invernale della

via del Fratello, qualcuno buttò lì ancora l’idea della Via dei

Cinque. Una serie di pensieri, l’amicizia con Gianni e Antonio, il

fatto che nessuno aveva ancora portato a termine la prima solitaria

invernale… tutti questi fattori hanno contribuito a rendere

concreto il mio progetto”.

La Civetta ha un fascino particolare? “Badile, Civetta o un’altra

parete non cambia niente – spiega Fabio – per quanto mi

riguarda quando un progetto ha un richiamo particolare puoi andare

anche in Medale. Quello che conta è divertirsi e trovare

quello che si sta cercando. Contano la sofferenza, la fatica, la

soddisfazione, la capacità di adattarsi a ogni situazione e agli imprevisti.

Ho ripetuto tante vie che probabilmente avrei fatto con

Marco (Perego, ndr) e per me sono state prima di tutto scelte

fatte col cuore. A volte le storie che c’erano dietro a una via e le

persone che l’avevano salita le ho scoperte, anche con grande

sorpresa, solo dopo la scalata”.

Era così anche ai tempi della “Banda dei Cinque”? “Le motivazioni

interiori che ti spingono ad affrontare una via sono più

o meno le stesse – spiega Gianni -. Accetti le difficoltà, cerchi

di conviverci, senza arrenderti perché lo scopo è quello di raggiungere

un obiettivo. Noi trovavamo una grande soddisfazione

proprio dove le altre persone pensavano che fosse impossibile.

Quello che a suo tempo ci aveva spinto verso il Civetta era stato

ciò che leggevamo nei libri. Volevano fare qualcosa anche noi

per cercare di capire in primo luogo la radicata passione che

ci aveva lasciato nostro fratello Carlo, poi il motivo che aveva

spinto gli altri a compiere le imprese descritte su quelle pagine.

E presto ci siamo accorti che l’alpinismo era un mondo che ti

attraeva tanto più t’avvicinavi. Riguardo la via dei Cinque ricordo

che c’erano altri forti alpinisti che in quel periodo ci stavano

provando, tra cui anche alcuni alpinisti lecchesi come Casimiro

Ferrari, questo ci spinse a partire subito e fortunatamente fu un

successo. Un successo frutto di un amalgama di alpinisti d’esperienza

e giovani talenti”.

Fabio, cosa vuol dire affrontare 7 bivacchi completamente

solo e cosa ti porta verso una salita del genere? “Per quanto

mi riguarda lo star solo è un modo per rilassarmi. Indubbiamente

è anche una maniera per mettersi alla prova perché penso che

sia prima di tutto a se stessi che bisogna dimostrare qualcosa.

La solitaria vuol dire entrare in sintonia con l’ambiente, un po’ un

prendere e un dare. Bisogna anche dire che in fin dei conti il tempo

per pensare è comunque poco visto che sei costantemente

concentrato su quello che stai facendo. Sei sempre impegnato

a ragionare su come affrontare un passaggio, se quello che stai

facendo è la cosa più giusta, pensi a dove è meglio mettere un

chiodo, una protezione. E poi devi preparare il bivacco, cucinare.

Ma lo stare solo mi aiuta a rilassarmi e magari, proprio poco

prima di addormentarmi, la mente vaga verso pensieri che con

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Fabio Valseschini e Gianni Rusconi:

un sogno chiamato Civetta


la montagna non centrano proprio nulla. Poi è importante dire

che attorno a me c’erano tante persone che mi hanno aiutato

a realizzare questa salita. Gente che è stata capace di darmi

un supporto materiale e morale determinante. Per certi versi è

stato come un gioco di squadra: è chiaro che in parete dovevo

sbrigarmela da solo, ma sapevo che in basso c’era gente che mi

sosteneva. Appena hanno capito che la mia salita era una idea

valida, la gente del posto ha mostrato subito una grande dose

di altruismo e passione. Alla fine la salita, benché affrontata in

solitaria, diventa un obiettivo comune e questo ti dà una motivazione

in più”. Quest’ultimo è un aspetto che negli anni non è

cambiato: “Mi fa piacere sapere che c’è ancora lo stesso calore

umano che ci accolse allora – spiega Gianni – ricordo che siamo

stati supportati dall’inizio alla fine, tanto che il gestore del Tissi,

Livio De Bernardin, ha aperto apposta il rifugio ed è salito assieme

a noi rimanendo lassù per tutto il tempo. Al ritorno poi è stata

organizzata una gran festa in nostro onore presso la pensione

cime d’Auta a Caviola”.

Un momento particolare della realizzazione di Fabio è stata la

discesa: quando la parte più impegnativa sembrava ormai alle

spalle… “Purtroppo in cima c’era brutto tempo. La neve era tanta

e la visibilità davvero scarsa. Perciò, dopo la vetta, in un primo

momento sono stato costretto a tornare sui miei passi e rifugiarmi

nuovamente in un posto abbastanza riparato della parete,

dove avevo approntato una sosta, aspettando che il meteo

cambiasse. Approfittando di un momentaneo miglioramento ho

recuperato il materiale e raggiunto la vetta, ma purtroppo è stata

solo un’illusione perché il tempo non accennava a cambiare

così, data la scarsa visibilità, ho preparato il mio settimo bivacco

scavando una truna nella neve pochi metri sotto la cima sull’altro

versante. Il giorno seguente col bel tempo sono sceso e ho

visto il Torrani completamente coperto dalla neve, tanto che l’ho

riconosciuto solamente per i pali della teleferica che spuntavano.

Diciamo che anche la via del ritorno ha richiesto la massima

concentrazione”.

Facendo un bilancio cosa ti rimane di questa esperienza?

“Per carattere tendo sempre ad archiviare velocemente e guardare

avanti. Ma in questo caso non posso non pensare alle nuove

e importanti amicizie che questa esperienza mi ha permesso di

costruire. E non è assolutamente una cosa scontata conoscere

persone che entrano a far parte della tua vita e del tuo progetto.

Sicuramente questa salita ha arricchito la mia vita e rappresenta

un bagaglio d’esperienze, di sensazioni che torneranno utili. E

poi raggiungere un risultato del genere è comunque una grande

soddisfazione e, perché no, un modo per togliersi anche qualche

sassolino dalla scarpa”.

“Sicuramente Fabio ha compiuto una impresa veramente grande

– chiosa Gianni – sono davvero contento per lui, ma anche

per me, per mio fratello Antonio e per tutti i miei compagni. Penso

che una soddisfazione grande per chi ha aperto una via te la

dia anche chi la ripete, specie se sono alpinisti di rango e che

conosci bene. E inevitabilmente l’eco di questa bella impresa

compiuta da Fabio risveglia pure il ricordo della nostra salita.

Una invernale come questa merita sempre grande rispetto e in

questo caso ho visto che tante circostanze sono state le stesse

per entrambi e questo mi fa ancora più piacere. Sono certo che

ci sono ancora tante cose che Fabio può fare, le carte in regola

ce le ha di sicuro. L’alpinismo è sempre stato una manifestazione

libera, cambiano i tempi, le tecnologie, ogni epoca ha i

suoi eroi, ma sono sicuro che l’ultimo problema delle Alpi deve

ancora arrivare…”.

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Un uomo e due lupi:

l’avventura solitaria di Fiorenzo Bulfer

Tre settimane ai limiti del mondo nella natura sconfinata della Lapponia svedese

Un viaggio nelle bianche terre della Lapponia. Paesaggi incontaminati, irrigiditi da un inverno infinito. Angoli sperduti

di mondo che appaiono come un miraggio nelle poche ore di luce dell’inverno artico e veloci scompaiono in

un rosso tramonto di mezzogiorno. Luoghi dove pure i suoni paiono cristallizzati in un immobile gelo. Un uomo e

due lupe. Comincia così la nuova meravigliosa avventura del lecchese Fiorenzo Bulfer. Libero professionista di

49 anni, con moglie e tre figli, da una ventina d’anni fa parte del Soccorso Alpino. La sua storia è quella di tanti

lecchesi che, stretti tra lago e monti, volgono lo sguardo alle vette di Resegone e Grigna rimanendo folgorati.

Il suo passato di alpinista conta vie in falesia e le salite classiche delle Alpi, nulla di straordinario, fino a tre anni

fa, quando ha dato vita a un grande percorso che lo ha portato lo scorso inverno, da solo, al Circolo Polare Artico.


LA SVOLTA è coincisa con l’incontro di Ario Sciolari e la lettura

del suo libro “Il sogno del lupo”: “Ario è una Guida Alpina, poi

diventato un grande amico. Da lui ho tratto ispirazione per le mie

avventure e, grazie al suo libro, ho capito che il mio sogno era

possibile. A lui devo anche il mio incontro con il lupo cecoslovacco:

un animale straordinario capace di una sensibilità fuori

dal comune. Tanto che adesso non potrei più pensare la mia

vita senza Blanca (3 anni) e Holly (20 mesi)”. Per ripercorrere la

storia dall’inizio bisogna tornare all’estate del 2009 quando Fiorenzo,

con l’amico Christian Vitali, ha affrontato il Kungsleden,

letteralmente Sentiero dei Re, una traversata di 450 chilometri

nella Lapponia svedese. Nell’inverno dello stesso anno il primo

tentativo della traversata integrale della Foresta Nera (Germania)

conclusa con una ritirata a causa delle pessime condizioni

meteo. Una partita rimasta aperta fino all’estate del 2010 quando,

sempre al fianco dell’amico Christian (e ovviamente delle

due lupe), Fiorenzo è riuscito a percorrere tutti i 250 chilometri e

gli 11 mila metri di dislivello. Un passo dopo l’altro per giungere

a un sogno più grande.

IL PROGETTO “è nato dall’esigenza di non avere un progetto.

L’unico vero obbiettivo era quello di vagabondare per giorni in

luoghi selvaggi e sconosciuti, libero da qualsiasi forma di costrizione

di tempo. Volevo andare in una zona completamente

remota e la mia mente è volata al Sarek nella Lapponia svedese,

in cui ero già stato in estate: è uno dei pochi paradisi rimasti in

Europa”. Partenza il 19 dicembre da Lecco alla volta di Kvikkjokk

nella penisola scandinava. Tre settimane a oltre 3 mila chilometri

da casa per affrontare a piedi 220 chilometri in solitaria, senza la

possibilità di lavarsi, nei giorni più corti dell’anno (solo cinque ore

di luce), con temperature che hanno toccato addirittura i -35 °C.

LA FILOSOFIA che ha mosso Fiorenzo verso questa avventura…

“L’esigenza di uscire dallo schema dell’exploit. Volevo sentirmi

libero da qualsiasi forma di record e dalla bulimia del “fare a

tutti i costi”. Un mondo con cui ho convissuto e convivo, ma ora

voglio che mi appartenga il meno possibile. Nella vita quotidiana

ci sono già parecchie pressioni, adesso voglio fare solo ciò che

mi piace e mi rende felice. Durante il viaggio ho provato la sensazione

di allontanarmi da tutto e da tutti, ma mentre all’inizio

vedevo la natura come qualcosa da affrontare, con il passare del

tempo sentivo che mi accoglieva”.

FIORENZO è… “Difficile dirlo. Forse c’è una parola che ho letto

da qualche parte e che potrebbe definirmi: entronauta. In poche

parole cerco di capire me stesso con l’aiuto dell’esterno. Mi

sento un po’ un esploratore, ma non vado alla ricerca del limite

tecnico quanto piuttosto del limite interiore. Il confronto con la

natura, in questo caso, mi aiuta ad accelerare e approfondire la

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Un uomo e due lupi:

l’avventura solitaria di Fiorenzo Bulfer


presa di coscienza degli aspetti più intimi della mia interiorità.

E’ la molla che mi ha fatto scattare l’esigenza di stare solo e di ridurre

al minimo gli aiuti della tecnologia (due telefonate a Natale

e pochi Sms). A chi mi chiede perché lo faccio, di solito consiglio

di provare sulla propria pelle la sensazione di stare per 24 ore

completamente da soli”.

LE LUPE un amore a prima vista: “La singolarità del viaggio sta

anche nel fatto che con me c’erano due lupe cecoslovacche che

mentre guidavo dormivano e mentre io volevo dormire loro volevano

correre. Perciò programmavo soste ogni 3/4 ore per farle

sfogare poiché sono dotate di una iperattività tipica di questa

razza che non è seconda a nessun animale. E’ stato bello vedere

il loro adattamento al freddo: fino a -20 °C, come in un balletto,

sollevano alternativamente per qualche minuto le zampe, una

reazione alla circolazione sanguinea, per temperature intorno ai

-30 °C, invece, tendono a fermarsi e leccarsi le zampe”.

LE PAURE non sono mancate “Prima di partire non nascondo di

essermi spesso svegliato nel cuore della notte in preda ad ansie

e paure. Spesso mi sono chiesto se ero all’altezza. Non nascondo

che dietro a un avventura di questo tipo c’è un processo

mentale impegnativo. Ma ricordo distintamente che dopo alcuni

chilometri a piedi nella foresta la natura mi aveva completamente

rapito e le paure che avevo a casa venivano sostituite dalla

bellezza e dal silenzio. Ci sono stati momenti difficili, in cui ho

creduto di essermi perduto per davvero, poi ho capito che faceva

tutto parte del mio progetto. Spesso la gente ha paura del fallimento

di un’impresa. Ma il fallimento ci deve fare imparare ancor

più di una impresa riuscita. L’ho provato sulla mia pelle nel primo

tentativo nella Foresta Nera. Ma rimango fermamente convinto

che il progetto fallito per eccellenza è quello mai tentato”.

LO SCOPO di questa avventura. “E’ chiaro che principalmente

compio questi viaggi per me stesso. Però ho capito che è importante

comunicare queste esperienze alle altre persone. Ciò che

mi preme sottolineare è che non stiamo parlando di eroi, ma tutti

possono vivere un’esperienza del genere, ovviamente in base

alle proprie capacità psico-fisiche. E se qualcuno ascoltando i

miei racconti traesse spunto per realizzare un proprio percorso

mi riempirebbe di gioia. Non nascondo che mi piacerebbe portare

queste esperienze nelle scuole, è un modo per dimostrare

che c’è un’alternativa alla quotidianità. E, perché no, magari organizzare

nelle nostre zone qualche “trekking coi lupi””.

I NUMERI del viaggio. “Anche se per me i numeri hanno poco

valore per i più tecnici lascio qualche dato, ricordando che sul

mio sito internet (www.fioblume.it) possono trovare maggiori

particolari per quanto riguarda la logistica e i materiali. Chilometri

percorsi in auto: 7.300; Chilometri percorsi a piedi: 220 circa;

Dislivelli: 6000 metri; Temperatura minima: -34 °C; Temperatura

massima: -15 °C; Mezzi: sci alpinismo e ciaspole; Notti: tenda

e bivacchi. In conclusione devo fare pochi ma sentiti ringraziamenti:

a Sergio Longoni di df Sport Specialist per aver creduto

in me in modo concreto; Ario Sciolari, senza il suo libro e i suoi

consigli da amico non sarei mai partito; Officina Alimentare che

mi ha fornito tutti i prodotti per la sopravvivenza; Christian, per il

solito supporto generale e la sua amicizia.

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OGNI VOLTA “UN NOME”:

DA NON DIMENTICARE

Antonio Rusconi

Un alpinista che volle arrampicare nell’ombra

“Antonio Rusconi è nato a Valmadrera nel 1945. Prende la via dell’alpinismo quando ha già lasciato alle spalle gli anni

dell’adolescenza, dopo aver frantumato il tabù familiare contro l’arrampicata, la passione cui in casa veniva attribuita la responsabilità

dell’atroce scomparsa di Carlo, il fratello che aveva preso il posto della figura paterna. Con il fratello Gianni, che

sarà per lui ispiratore e guida, ma di cui diventa compagno imprescindibile nelle loro strepitose conquiste invernali, a partire

dal 1968 inanella una serie di imprese di straordinario spessore, tanto da caratterizzare l’alpinismo italiano fino al 1975. Le

loro vie, compiute come prime invernali, e di cui alcune come prime assolute, si impongono come segno glorioso nella storia

dell’alpinismo mondiale: via Piussi-Redaelli alla parete Sud della Torre Trieste, via della Guide sulla parete Nordest del Crozzon

di Brenta, via del Fratello sulla parete Estnordest del Pizzo Badile, via Attilio Piacco sulla parete Nord del Pizzo Cengalo,

via dei Cinque di Valmadrera sulla parete Nordovest della Civetta, parete Est del Dente del Gigante al Monte Bianco, via

Gervasutti-Boccalatte sul Pic Gugliermina, via Bonatti sulla Chandelle du Tacul, via Rusconi & C. sulla parete Est del Gran

Pilier d’Angle e le vie, Vera sulla parete Sudest del Pizzo Badile, Phlipp-Flamm sulla Punta Tissi della parete Nordovest della

Civetta, dove Antonio non c’era.

Oltre i confini europei, risaltano le spedizioni in Alaska, Monte Sant’Elia (5489 m), nel 1971; in Perù, nella valle del Rio Pumarriri,

su cinque montagne oltre i 5000 metri di cui tre inviolate, nel 1976; in Perù, Cordillera Blanca, sul Pucaranra (6150

m), nel 1977.

Antonio muore il 14 aprile 2008, dopo aver sopportato per un interminabile anno, con forza e rassegnazione ammirevoli, una

malattia incurabile e dolorosissima.”


ANTONIO RUSCONI

Un alpinista che volle arrampicare nell’ombra

A tre anni dalla sua scomparsa, saranno rimasti ormai in pochi a

pensare talvolta a lui, a ricordarne le doti superiori di eccezionale

alpinista, in cui abbondavano insieme generosità e modestia,

abnegazione e coraggio. Dimenticare, del resto, appartiene alle

leggi della vita e della ridotta capacità umana di incamerare in

continuazione nella mente la successione degli avvenimenti, delle

conoscenze, dei volti e dei nomi. Le grandi istituzioni cercano

di rimediare al fatto che i loro personaggi di maggior valore e

prestigio vengano raccolti, come tutti i mortali, nel profondo oceano

della dimenticanza, e approntano per questo i loro albi, dove

figurano le persone sante per le religioni; gli eroi, gli scienziati, gli

artisti per le diverse nazioni del mondo. Forse non potremo mai

incontrare il nome di Antonio se ci capiterà di scorrere le pagine

di questi albi, e ne siamo spiacenti, perché lui pure è stato un

uomo cui spetterebbe di diritto un ricordo perenne. La sua è stata

una vita trascorsa all’insegna dello sport, abbracciato puramente

per diletto e convinzione, inseguendo prima risultati sbalorditivi

nell’attività alpinistica, continuando poi come semplice appassionato

nelle gare di corsa, con lunghe marce in pianura e in

montagna. Nessuna ambizione in lui, che non fosse quella di

sentirsi totalmente realizzato, anche umanamente, in quello che

faceva, anche se si trattava di un impegno esigente che lo coinvolgeva

anima e corpo, per dare tutto di sé, fino al punto talvolta

di mettere a repentaglio la vita stessa. E fu proprio per questo

che, quando una pratica dell’alpinismo, compatibile con il rischio

estremo, non potè più coincidere con il senso di responsabilità

dovuto alla famiglia che si era formato nel segno dell’amore

cristiano, decise di dare addio alle grandi pareti invernali, dalle

quali per quasi un decennio non era mai riuscito a staccarsi.

Non possiamo dimenticare Antonio, se appena abbiamo la percezione

di quello che significa arrampicare in invernale sulle pareti

più esposte e levigate: e su queste lui ha osato mettersi in

discussione proprio nell’esperienza più difficile e problematica,

quale è riservata solo a chi intende aprire qui una via di straordinaria

importanza. Riflettiamo quante volte non ha esitato ad

OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE

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Antonio Rusconi

affrontare a ripetizione la durezza delle ricognizioni, la costrizione

di lunghe marce di avvicinamento sprofondato nella neve, le

logoranti permanenze su pareti lisce e ghiacciate, soffrendo per

la fame, la sete e il freddo, in una lotta tremenda fino alle lacrime,

ma resistendo sempre fino alla vittoria! Non ci è difficile pensare

che tutto questo l’abbia fatto avendo in mente la sua crescita e

la sua realizzazione personale, ben lontano dall’aspettarsi che

una qualsiasi grandiosa conquista dovesse servire per procurargli

onere e applausi.

Allo stesso modo, del resto, come non ha mai approfittato di

quelle superbe invernali, che tutti gli invidiavano, per manifestare

un vanto che sarebbe stato più che giusto, preferendo quasi

nascondersi e scomparire dietro le spalle robuste del fratello

Gianni ed essere considerato semplicemente come uno qualsiasi

di quel quintetto, pur fantastico, conosciuto come “i cinque di

Valmadrera”.

Ma se non intendiamo dimenticare Antonio, basterà riferirci, anche

più facilmente, ad una via soltanto, quella sbalorditiva effettuata

sulla parete Estnordest del Pizzo Badile e che è entrata

nella storia che raccoglie le imprese più importanti di ogni tempo.

La “via del Fratello” riassume nella realtà e come significato

tutta la clamorosa attività dei fratelli Rusconi: il nome che le è

stato dato, pur indovinato e dolce, avrebbe dovuto meglio essere

indicato come “via dei fratelli”. Questa salita, incredibilmente

difficile e durissima, è stata infatti vissuta interamente ed esclusivamente

da tre fratelli: Carlo, con una presenza virtuale come

ispiratore e punti di riferimento, Gianni e Antonio come gli autori,

che hanno arrampicato avendo continuamente nella mente e nel

cuore proprio lui.

OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE


ANTONIO RUSCONI

Un alpinista che volle arrampicare nell’ombra

Ma non siamo qui per non dimenticare imprese e conquiste: che

si vuole tenere sempre vivo è soprattutto un nome, perché nel

nome rimane condensata e in certo modo manifestata, la realtà

intera e sostanziale di ogni persona. E questa volta è il semplice

pronunciare “Antonio Rusconi” che riesce a riaccendere in

noi la presenza di un volto sereno e alla buona, che sorride, e,

senza darsi importanza, ci indica un modo speciale di condurre

la nostra esistenza: uno stile possibile, perché così è già stato

per lui.

Renato Frigerio

OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE

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ACCADEVA NELL’ANNO…

L’articolo, che ci riporta alla bella impresa di una cordata di alpinisti lecchesi d.o.c., è stato pubblicato da “Rassegna di Montagna”,

annuario del C.A.I. sezione di Lecco – Sottosezione di Belledo – nel 1964. L’importante conquista invernale di cui si parla

era stata realizzata ad inizio dello stesso anno in cui uno dei protagonisti, che è poi l’autore dell’articolo, passò la sua relazione

alla redazione della rivista, che la propose immediatamente ai suoi lettori.

TORRE TRIESTE NEL

REGNO DEL CIVETTA:

PRIMA INVERNALE DELLA CASSIN

di Aldo Anghileri

ACCADEVA NELL’ANNO…


Eravamo in gennaio del 1964. Da pochi giorni ero venuto a conoscenza

che lo spigolo Sudest, via Cassin-Ratti alla Trieste, la

Torre delle Torri, era stato superato ben poche volte nella buona

stagione ma mai in quella invernale. Questa notizia mi aveva

tolto la pace: da tempo pensavo di fare qualcosa che potesse

soddisfare la mia passione alpinistica, e dentro di me sentivo che

questa era un’occasione da non perdere.

Ero allenato, ma le difficoltà tecniche da superare e il freddo che

prevedevo intenso mi rendevano titubante. In Grignetta, fra una

arrampicata e l’altra, lanciai l’idea ai miei tre amici, Pino Negri,

Andrea Cattaneo e Gildo Arcelli: decidemmo di partire a fine settimana.

Curammo l’equipaggiamento nei minimi particolari, e ci

attrezzammo per i bivacchi.

Il primo febbraio, alle ore 2.30’ eravamo in partenza: durante la

strada di avvicinamento molti pensieri e timori si affollavano nella

mia mente. Mi preoccupavo pensando se quello che andavamo

a compiere non fosse un’impresa troppo ardua per le nostre capacità,

anche perché io, non ancora diciottenne, mi sentivo poco

esperto per affrontare come capocordata la mia prima arrampicata

invernale fuori zona.

Arriviamo al rifugio Vazzoler ed, appoggiati alla balaustra, guardiamo

incantati la Trieste. Essa si erge davanti a noi maestosa

e qualche rara nube evanescente la rende ancora più irreale.

Giunti all’attacco della parete verso le ore 12 dello stesso giorno

dividiamo bene il materiale e prendiamo contatti con la roccia,

con l’intenzione di arrivare ad effettuare il primo bivacco su di

una cengia, dove la via Cassin si divide dalla via Carlesso. Formiamo

due cordate, composta una da me e Cattaneo e l’altra da

Negri e Arcelli. Parto io, ma dopo quattro tiri di corda il buio ci

coglie improvvisamente e per maggior sicurezza, decidiamo di

legarci in cordata unica: procediamo con attenzione ma abbastanza

speditamente.

Riprendiamo a salire, affrontando il tratto (35 metri) più duro e

delicato della salita per la friabilità e l’esposizione della roccia.

Questo il tiro di corda più impegnativo della salita.

Lo supero, dopo essere rimasto un attimo col fiato sospeso, faccio

un respiro lungo:

“ce l’ho fatta!” dico.

ACCADEVA NELL’ANNO…

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TORRE TRIESTE NEL

REGNO DEL CIVETTA:

PRIMA INVERNALE DELLA CASSIN

Sul traversino, che trovasi subito dopo la fessura breve che termina

in ottima fermata, Arcelli a causa della scarsa visibilità vola

a pendolo per circa 10 metri. Negri è sempre attento e pronto

per ogni evenienza e ricupera il compagno tempestivamente. A

causa di questo lasciamo in parete due staffe e sei moschettoni;

alla fine della salita il materiale impiegato sarà il seguente: 30

moschettoni, 6 staffe, 30 chiodi e 4 cunei di legno.

Quindi ci prepariamo per il bivacco. Ci piazziamo in una cengia

inclinata, abbastanza comoda. Prima di sistemarci, sono le 19,

riceviamo da Listolade le segnalazioni che il popolare Silvio ci

fa pervenire a mezzo lampada e contraccambiamo. (Nel venire

passando da Listolade avevamo parlato a Silvio di ciò che andavamo

a fare e lui s’era offerto di aiutarci in tal senso). Questo

fatto ha il potere di farci sentire ancora legati al mondo e non

abbandonati da soli contro la montagna e gli elementi. Quindi,

indossate le giacche a piuma ed infilatisi nei sacchi da bivacco,

attendiamo che la notte ci porti nel mondo dei sogni e che l’alba

possa poi ricondurci nella realtà. Ma prima d’addormentarci

sfottiamo Arcelli per il… bel pendolo di cui prima s’era reso protagonista.

E lui, vedendosi schernito, dapprima ci fulmina con

sguardo cattivo e poi ci fa la… diagnosi del suo “incidente”. Dice:

“attraversavo lento, con cautela, accarezzando gli appigli prima

di fidarmene: sembravano sicuri, ma non lo erano affatto. Sotto i

piedi, ad un tratto, il vuoto.

Il resto lo sapete”.

Domenica 2 febbraio, ore 8: si riprende a salire. Formiamo due

cordate: in testa Negri e Arcelli, seguiamo io e Cattaneo. Il freddo

intenso ci paralizza ed ogni tanto ci dobbiamo fermare per

scaldarci. Dopo questo tratto di arrampicata libera, arriviamo su

una cengia e passo in testa io con Cattaneo; segue la cordata di

Negri e Arcelli. Si prosegue per altri due tiri di corda, poi ci alterniamo

nuovamente. Finalmente il sole giunto a farci compagnia

ci riscalda debolmente, ma il vento sorto ci frusterà fino a sera.

Dopo aver percorso una sessantina di metri in obliquo, giungiamo

ad un diedro.

In questo superamento, a 300 metri dalla vetta, vola Negri a causa

della fuoriuscita di un cuneo, effettuando un volo di 20 metri.

Prontamente tiriamo le corde ed io mi procuro alle mani scottature

di una certa entità. Odo il respiro breve, mozzo dallo sforzo

di Negri, ma quando mi arriva vicino la sua risata aperta ancora

una volta ha il potere di darci sicurezza senza drammatizzare

sull’accaduto. Arriviamo ad un terrazzo. Proseguiamo sino ad

una nicchia posta a 50 metri sopra la seconda grande cengia

e qui bivacchiamo per la seconda volta. Sono le 16.30’. È un

bivacco disagiato di poco agevole adattamento.

Alle 19, a causa dell’ubicazione del bivacco e della nebbia, attendiamo

invano le segnalazioni da Listolade. Parliamo delle difficoltà

da superare, dei 300 metri di parete percorsi oggi; pensiamo ai

nostri cari. Ma noi siamo soli quassù, sopra di noi strapiombi.

Il fatto di non aver avuto tramite le segnalazioni contatto alcuno

con il mondo, mi fa sentire scoraggiato e stanco, e quasi… vorrei

non essermi mai cacciato in questa impresa.

Ma che cosa ci ha fatto venire qui ad affrontare soli pericoli e

ACCADEVA NELL’ANNO…


fatiche? È il solito grande mistero che ogni alpinista porta in sé.

Al mattino del terzo giorno alle ore 8 si riprende la salita. Prima

cordata: io e Cattaneo; seguono Negri e Arcelli.

Ma le mie mani, a causa dell’incidente di ieri, sono scoppiate

con il freddo, e allora decidiamo di formare una cordata unica

guidata da Pino Negri: formazione questa che non cambieremo

più. Superiamo una fessura strapiombante, giungiamo in cengia,

troviamo poi rocce abbastanza facili, fino ad arrivare su di una

comoda piazzola. Sono le ore 16 e piazziamo il terzo bivacco a

100 metri dalla vetta.

Alle ore 19 ci ritroviamo al nostro appuntamento con Silvio: e

questa volta le segnalazioni arrivano. Il morale è alto, la vetta è

sempre più vicina, al freddo ormai non si bada più, è da quando

siamo in parete che ci morde: solo le mie mani mi fanno soffrire.

Il giorno 4, alle ore 8, superiamo due tiri di corda difficili, e poi

sentiamo che la parete s’ammoscia, la cima è vicina. Superiamo

le ultime difficoltà costituite da un camino verticale vetrato e

siamo in vetta. Sopra di noi non v’è più che cielo: la vetta della

Trieste per la via Cassin è superata.

Sono le ore 12 del 4 febbraio 1964. Sotto di noi gli strapiombi

vertiginosi, intorno una pace solenne e il mio cuore che batte

più forte! È la vittoria! Anche se le mani dolorano, non soffro. Un

attimo di gioiosa sosta affratellati in un comune abbraccio, poi,

il pensiero della discesa con 13 corde doppie da effettuare, ci fa

decidere di prendere la via del ritorno.

Dopo 72 ore in parete, di cui 24 in arrampicata, in lotta col freddo

e con la montagna, dopo tante ore d’isolamento ci stiamo avvicinando

ad altre anime vive.

Ma anche questo percorso ci riserva una sorpresa fortunatamente

senza conseguenze notevoli. Un sasso caduto dall’alto ci trancia

netta una corda.

A sera scorgiamo lassù rischiarata dalla luna imponente la Torre

Trieste: e sembra alta ed inaccessibile.

Ora le pene sono finite: in me e nei miei amici rimane la gioia di

ciò che abbiamo fatto.

Ma nel ricordo, c’è qualcosa di particolare, che mi fa sentire contento,

un bivacco in parete in invernale. Che cos’è il bivacco in

inverno? È un ricordo bello, che resta nell’animo incancellabile.

È una notte interminabile, sonnolenza dolorosa, sofferenza, attesa

spasmodica. Tutto intorno è silenzio, è notte nera. Ma questi

pensieri si accavallano, mentre davanti a noi si profila Agordo;

e lì c’è l’alpinista e senatore Armando Da Roit, nostro carissimo

amico, che ci ospita con la sua ben nota cordialità e gentilezza.

L’impresa nel regno del Civetta non resterà solo un ricordo: sarà

il simbolo che illuminerà la mia attività alpinistica, mi sorreggerà

nei momenti di scoraggiamento, mi terrà sempre legato alla mia

cara montagna.

Note esplicative a completamento

La Torre Trieste si trova sul versante Sud orientale della Civetta, importante

gruppo dolomitico fra l’Agordino e la Valle di Zoldo, nel Bellunese.

Ricordiamo della via Cassin le prime di merito e le ripetizioni in ordine

cronologico:

Prima salita: Riccardo Cassin e Vittorio Ratti, realizzata dal 15 al 17

agosto 1935.

Seconda: Gino Soldà e Ugo Pompanin, 2 e 3 settembre 1948;

terza: Erich Waschak e Karl Ambichl, 26 e 27 agosto 1949;

quarta: Beniamino Franceschini e Lino Lacedelli, 6 e 7 agosto 1952.

Prima femminile: Geneviève Sonia Livanos e Georges Livanos, dal 10

al 12 agosto 1956.

Prima invernale: Aldo Anghileri, Andrea Cattaneo, Pino Negri e Ermenegildo

Arcelli, dall’1 al 4 febbraio 1964.

Prima solitaria: Lorenzo Massarotto, 18 agosto 1978.

Prima libera: Manolo, 1977, a vista, 6c.

Insieme alla via Carlesso, di 7a, salita sempre a vista, con questa libera

Manolo introdusse, senza saperlo, il free climbing in Italia.

ACCADEVA NELL’ANNO…

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Una realtà in-credibile:

Il Costa basket

Una squadra femminile che è stata persino in serie A1, e che tutt’ora raggiungi ottimi risultati in B1.

Un settore giovanile di prim’ordine, con volontari preparati e tecnici competenti, tanto che le sue squadre

si permettono il lusso di vincere contro squadre di città con tradizioni importanti e bacino d’utenza molto,

molto più grande. Il Costa Basket di costa Masnaga è quasi un miracolo sportivo, e nello stesso tempo

un magnifico manifesto promozionale per uno degli sport più interessanti e spettacolari: il basket

Sono già passati quasi 40 anni (1972) dalla nascita di questa società di pallacanestro.

Una storia lunga ed intensa. Tante emozioni sono state regalate agli innumerevoli appassionati che ci hanno fedelmente

seguito negli anni, tante cose sono mutate dentro ed attorno alla Polisportiva, a partire dal nome che dal 2007 diventa Associazione

Sportiva Dilettantistica Basket Costa x l´Unicef.

Gli obiettivi e le tematiche iniziali invece non sono mai mutate: propagandare lo sport più bello e diffuso del mondo anche

in Brianza, avviare allo sport agonistico anche le giovani troppo spesso lasciate ai margini delle attività sportive dai loro

colleghi maschi.


Analizzando ciò che è stato fatto negli anni, senza falsa modestia,

possiamo affermare che l´idea che ha dato il via a questo

progetto è stata sviluppata in maniera eccellente, dando la

possibilità ad una gran quantità di giovani di scoprire la pallacanestro,

di crescere con essa e di trovare nello sport stimoli ed

insegnamenti per la loro vita futura.

Centri minibasket maschile e femminile dai 4 agli 11 anni:

Costamasnaga: Palestra via Verdi

Oggiono: Palestra Bachelet

Cassago Brianza: Palestra Oratorio

Nibionno: Palestra Via Kennedy

Arosio: Palestra Comunale

Renate: Palestra Comunale

Agonistica maschile e femminile dai 12 anni in su:

Costamasnaga: Palestra via Verdi

Lambrugo: Palestra Comunale

Rogeno: Palestra Comunale

Scrive Giovanni Lucchesi, allenatore nazionale Italiana U18,

Campione europeo 2010

Io a “Costa” ho lasciato il cuore. Già, perché per tutti, questo

angolo di Brianza è sempre stato “Costa”…

Era giugno del 1995, credo. E la mia vita non era delle più felici,

professionalmente parlando. La stagione precedente l’avevo

conclusa guardando, nel vero senso della parola: esonerato da

Viterbo, da una società di persone…con la p minuscola. Vagavo

per i campi nella speranza di trovare la sistemazione giusta, la

gente giusta, nella profonda consapevolezza che il posto giusto…

non esisteva. “Costa” era vicino Como, era appena approdata

in A1, con pieno merito e con un ottimo allenatore ed una

grande, impagabile persona come Fritz Frigerio alla guida. Ma

Como e la Comense erano vicino, al punto di influenzare le scelte,

tanto da ritrovarmi io su quella panchina, forse perché amico

di Corno, forse perché sponsorizzato in un modo…convincente.

Non è stato facile per me capire, accettare la situazione; ne ho

sofferto, che ci si creda o no… E la prima volta che mi sono

presentato in palestra sentivo gli sguardi addosso, ma in quegli

sguardi non ho mai avvertito, mai, davvero mai, la minima ostilità…

l’allenamento filava liscio, Bicio lo conduceva, io osservavo.

Mi ricordo che salutai Monica Stazzonelli, la mia, la vostra

Monica, il leader; era un po’ che non ci si vedeva ed in fondo

a “Costa” coronavo il sogno di allenarla dopo gli anni passati a

sperare di averla dalla mia parte perché a Roma, contro Ostia,

mi faceva “nero”…

Quel giorno avevo la cravatta…mi ero vestito bene nella preoccupazione

di fare una belle figura con Matteo; a trovare un

accordo ci avevo messo 20 minuti, non di più ed ora dovevo

costruire la squadra. Mica facile. Eppure venne fuori un grande

gruppo, perché a Costa c’era grande gente, con la G maiuscola.

Ed io ne avevo bisogno di quella gente… ricordo il primo

allenamento di preparazione atletica… era una giornata di sole,

luminosa, con il verde splendente delle colline e l’aria fresca

nonostante la stagione…mi sentivo vivo. E tale sono stato per

un anno intero, indimenticabile…luminoso. C’era una atmosfera

in quel palazzetto piccolo, ma così a misura di noi… c’era l’entusiasmo

da brividi della gente, c’era la semplicità delle cose e

dei gesti. L’A1? Cosa cambiava… nulla. Tutto a misura d’uomo

e donna. E in quel palazzetto si faticava a vincere, a volte diventava

caldissimo…e poi il “dopo”… il “dopo” allenamento con le

chiacchiere con Bicio, con papà Ranieri, con il custode, con la

squadra di prima divisione in cui aspiravo giocare… il ritorno a

casa a Como era lieve, la strada non pesava perché pensavo

al giorno dopo, al ritorno nella mia oasi…era bello lavorare a

“Costa”.

Io sono stato bene a “Costa” e a “Costa” ho lasciato il cuore, forse

l’ultimo entusiasmo genuino, incondizionato verso il basket

Io e la squadra e Bicio preparavamo le partite a casa sua, il sabato

mattina, prima dell’allenamento di tiro: si portavano i cornetti,

le paste, si beveva il caffè e si guardava la partita, il videotape,

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Una realtà in-credibile:

Il Costa basket

come in altre realtà più illustri si diceva e si dice; noi stavamo

bene così, perché in quello stare assieme eravamo serissimi,

meticolosi nell’osservare avversari e le nostre mancanze; capaci

di ridere proprio di noi stessi (“quanti palleggi hai fatto Vedrana?

1,2,3,4…13!”), dei nostri limiti, ma sempre coscienti dei doveri

e degli obbiettivi, semplici, ma tangibili. E finite le partite andavamo

tutti in sede a mangiare; le donne, le donne meravigliose

di Costa preparavano piatti e pietanze e ci si sedeva a tavola,

riscoprendo gioia o delusione a seconda del risultato. Eravamo

una cosa sola e a “Costa” avevo pensato di fermare il mio tempo

di girovago. Ho voluto e voglio bene a Bicio che ha condiviso

il mio turbamento di persona in bilico, le mie passioni e le mie

angoscie e delusioni. Voglio bene a lui come al fratello che non

ho mai conosciuto, ma che ho sempre cercato. Ho voluto e vorrò

sempre bene a questa gente di “Costa” perché sentirsi accolto e

sostenuto anche nei momenti di difficoltà non è da tutti, già non

è proprio da tutti. E di difficoltà ne abbiamo avute, sportivamente

parlando… una serie nera ci stava facendo dimenticare di essere

forti nella testa e nel cuore oltre che nelle gambe; ma reagimmo

come solo le grandi squadre, le grandi persone sanno fare,

tanto che alla fine conquistammo una salvezza fatta di lacrime e

sudore, di volontà e ardore, di bel gioco, di passione e rispetto

per il lavoro. Alla fine la squadra di “Costa” volava, sicura di sé

e del suo orgoglio, spauracchio per tutti. A “Costa” ho conosciuto

davvero le lacrime della vittoria, lo stordimento del vedere la

gente accompagnare la corsa della tua squadra, la vibrazione

possente del partecipare, dell’entusiasmo e dell’entusiasmare,

la sensazione di essere sollevato in alto dal respiro emozionato

di chi ti sta intorno… Io non posso dimenticare “Costa”, perché

Costa è stato tutto questo e molto altro; nella mia vita di adesso,

come di allora c’è la pulizia dell’animo di chi ci circondava, c’è

l’amicizia, c’è lo stupore del successo, c’è la simpatia dell’immagine

diversa, fuori dai canoni del corformismo sportivo, c’è il

trionfo della professionalità partecipe sul professionismo freddo

e distaccato.

A “Costa” c’era tutto per me, non avevo molto da chiedere; se

non continuare la mia vita lì, perché della mia vita si trattava, non

della mia carriera…

Ed il dolore per la fine di quella”vita” è stato ancora più profondo,

più amaro, più duro da accettare, più difficile da superare… restano

i ricordi, resta l’amicizia per coloro che magari non vedo da

anni ma che ho dentro, nella cassaforte dei ricordi belli e puliti;

infatti a “Costa” non ho fatto mai ritorno fisicamente, ma solo

con il cuore; mille e poi ancora mille volte ripercorrendo le strade,

fermandomi ai semafori, parcheggiando lì, sotto il palazzetto, ancora

una volta, magari nella nebbia, nell’attesa della domenica,

nell’attesa della gente di “Costa”, la mia gente, se permettete…

e vi prego, concedetemelo…ancora una volta.

Il costa basket ha un sito seguitissimo, e il suo motore è l’infaticabile

Fabrizio Ranieri, detto Bicio. Per capire la passione e

l’energia che lui e gli altri tecnici trasmettono ai bambini, basta

leggere di una cronaca che inizia, per la fortissima Under 13 maschile,

così

Brutta prestazione ieri pomeriggio dei nostri piccolotti.

Poca aggressività e spirito di sacrificio difensivo, ancor meno lucidità

nelle scelte offensive e meno ancora capacità di concentrazione.

Molto individualismo e voglia di farsi vedere “da soli”. Pochissime le


eccezioni e non costanti.

Occasione sprecata, e speriamo che sia l´unica, per crescere

ancora.

Con questo inizio, di quale risultato si starà mai parlando? Di

questo qui...

CostaMasnagaA - Cosio Valtellino 71-36 (22-12 / 37-20 / 55-29)

Insomma, una vittoria di 35 punti commentata, comunque, con

una bella dose di critica. E ci piace riportare un articolo recentissimo,

di una delle tante vittorie, questa volta dell’under 17 femminile

Dal sito http://www.basketcostaweb.com

Iniziamo con un dato che mi gira nel cervello da stamattina: DE-

CIMA finale nazionale negli ultimi DIECI anni.

Proseguiamo con una frasetta che ho scritto per sms al nostro

Sindaco: Costamasnaga continua a LOTTARE e VINCERE coi

capoluoghi di provincia! A Costa abbiamo un grande sindaco ma

anche una grande Società di Basket.

Difficilmente mi lascio andare a mente fredda, cerco sempre di

mettere le cose nella loro importanza aldilà delle emozioni del

momento. Però, capperi fritti, come possiamo sempre volare

bassi con questi numeri partendo da questa realtà. Questo ennesimo

successo non può che legittimare un sistema che funzione,

pur partendo da una realtà complicata e difficile. Siamo

in pochi, umili e lavoratori ma, capperi fritti, siamo BRAVI! Ohhh

l´ho detto e lo dico a mente fredda e se qualcuno penserà che

sono presuntuoso... bhè affari suoi ;)

Ma di bravi in questa storia ce ne sono alcuni in particolare.

Daionais che ha dedicato il suo tempo e ha dato e ricevuto amore

da questo gruppo. Ha amplificato l´anima di queste bimbe, ha

amalgamato e unito, motivato e scremato. Un lavoro perfetto.

Arturone che in silenzio ha moderato il Coach, ha smussato gli

angoli grezzi, le ire, le istintività, saldando con pazienza e piacere

i rapporti nel gruppo. Nel frattempo ha dispensato consigli di

gioco, di esperienza vissuta che valgono oro.

Paoletta, al solito e più del solito, ha risolto e organizzato, tenuto

alto il morale e lavorato per creare il piacere di stare insieme.

Un lavoro prezioso, silente e quasi mai riconosciuto.

E poi le bimbe... quando 5 anni fa questo gruppo è nato (presenti

a tutt´oggi Basa, Carlaz, Sendi e Yossi) era un informe massa

con motivazioni eterogenee. Negli anni abbiamo costruito,

inserito, non senza qualche scivolone qua e là, ma pian piano

facendo crescere la consapevolezza che “ci siamo anche noi”.

2 anni fa la prima sorpresona. Becchiamo l´interzona e usciamo

dalle finali nazionali per differenza canestri proprio contro Ancona

(pur avendola battuta).

Ed ecco che finalmente gli anatroccoli, che spesso hanno vissuto

di luce riflessa del gruppo ´93, crescono e si trasformano in

cigni al termine di una stagione difficile, nata con l´abbandono

di Gaietta, gli infortuni di lunga degenza di Basa e Kia ma

l´ingresso di Balù, il successivo abbandono di Fogghi e i ripetuti

infortuni di Merièn.

Ogni disavventura ha creato motivazioni ulteriori, il gruppo è

diventato un granito, le individualità sempre e solo al servizio

della squadra. Un meccanismo perfetto che forse non riesce a

esprimere una pallacanestro da urlo ma che butta il cuore oltre

l´ostacolo e ci prova e ci riprova fino a quando ci riesce.

E IL FUTURO?

Il futuro si cerca di programmarlo partendo come al solito dal

settore giovanile. Per il ramo maschile, grazie ad un recente

accordo con Bluceleste Lecco (società creata da più società

della provincia per fare attività di eccellenza), i prossimi anni

vedranno il Bk Costa impegnato nella formazione di due gruppi

per annata con il duplice obiettivo di formare atleti per la Bluceleste

e permettere però comunque a tutti di vivere la pallacanestro.

Per il ramo femminile l’obiettivo è confermarsi con la

voglia di migliorare: la FIP ( Federazione Italiana Pallacanestro)

sta portando avanti un programma di riforme epocale, e anche

per questo dobbiamo tutti capirne gli aspetti. E’ certo, però, che

29


30

Una realtà in-credibile:

Il Costa basket

baseremo tutto sull’incremento quantitativo prima che qualitativo

del settore giovanile visto la crisi vocazionale generale italiana

(perdita costante di tesserate negli ultimi 20 anni) e su quella

base creeremo obiettivi per la prima squadra.

La festa dura poco perchè domani si ricomincia, ma l´emozione

di felicità e appagamento resterà per sempre.

Aprile 2011: l’Under 13

maschile perde solo in

finale, a Fertilia, contro

la Lottomatica Roma.

RINGRAZIAMENTI

Tutto questo è possibile non solo grazie alla passione, alla preparazione

e alla buona volontà di dirigenti e tecnici ma anche

alle Imprese che hanno creduto inn noi. In particolare la B&P

autoricambi di Barzago e MIA pannelli e legnami di Figino

Serenza, oltre ad un gruppo nutritissimo di piccoli aiuti. Se qualcuno

volesse sposare il nostro piccolo miracolo e le nostre idee

può contattarci per mail, 006237@spes.fip.it . Saremo lieti di accogliervi

nella nostra famiglia


dai nostri testimonials

Chiara Gianola

TROFEO “DARIO E WILLY”

Stefano Butti

Domenica 1 maggio 2011 si è svolto a Valmadrera il trofeo “Dario & Willy” una skyrace di 14 km. circa e più di 1300 metri di

dislivello. E’ una delle prime gare di skyrunning della stagione e i patiti di questa disciplina dopo un lungo inverno hanno voglia

di mettersi alla prova e testare le gambe. Per questo motivo ogni anno richiama un buon numero d’iscritti.

La gara parte dal centro di Valmadrera e s’inerpica su sentieri boschivi e mulattiere salendo fino al rifugio S.e.v. in località

Pianezzo passando per i Corni di Canzo e buttandosi nella discesa che porta fino all’arrivo di S.Tomaso.

E’ un percorso abbastanza tecnico soprattutto in discesa, che può rivelarsi molto insidiosa se dovesse essere bagnata come

nella precedente edizione; quest’anno invece ci è stata regalata una splendida giornata di sole che ha reso felici organizzatori,

atleti e supporter al seguito.

Nel pomeriggio si sono svolte le premiazioni, per la cronaca ha vinto il beniamino di casa Stefano Butti chiudendo col tempo di

1 h 26” 20 seguito da Davide Trincavelli (1 h 27” 26) e al terzo posto il valtellinese Dario Songini (1 h 27” 41) grande pioniere

di questa disciplina e ancora fortissimo atleta!

In campo femminile la vittoria è andata a Manuela Buzzoni col tempo di 1 h 55” 42 seguita da Carolina Tiraboschi (1 h 57”

51); come l’hanno scorso anch’io ho preso parte a questa competizione piazzandomi con un ottimo terzo posto (1 h 59” 05)

sperando che sia di buon auspicio per tutta la stagione di skyrunning.

Chiara Gianola

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TRA TECNOLOGIA E PASSIONE

Pinarello, e uno sguardo dietro le quinte

del ciclismo


La Pinarello nasce per opera di Giovanni Pinarello alla fine

degli anni Quaranta a Catena di Villorba. Una storia lunghissima

di cui ci piace ricordare alcuni momenti indimenticabili per tutti

gli appassionati di sport

1981, tra i numerosi successi spicca la doppietta Vuelta di Spagna

e Giro d´Italia del grande scalatore Battaglin che si consacra

così uno dei big del ciclismo internazionale. Per la già storica

ditta Pinarello, un evento che la lancia definitivamente sulla ribalta

internazionale, spazio che si è ulteriormente accresciuto

grazie anche al legame che si è stabilito con il campione del

ciclismo degli anni Novanta, ovvero lo spagnolo Miguel Indurain.

La possibilità di poter sponsorizzare la squadra in cui milita

il campione, ha fatto aumentare notevolmente la notorietà del

nome Pinarello in tutto il mondo, proprio in virtù delle imprese

compiute dallo spagnolo: cinque Tour de France vinti, due Giri

d´Italia, un´Olimpiade, Mondiale a cronometro, Record dell´Ora,

e tanti altri successi in campo internazionale.

Il fenomeno Indurain non è comunque isolato e importanti e numerosi

successi vanno condivisi con altri campioni degli anni

Novanta: Chioccioli (Giro d´Italia del 1991) e Cipollini, il velocista

più celebre e famoso in campo internazionale, sono due dei ciclisti

che hanno contribuito notevolmente alla popolarità del nome

della casa.

Libri

Nel 1996 l’accordo con la tedesca Telekom permette di prolungare

le vittorie al Tour de France: il passaggio di testimone da

Indurain a Riis al Tour di quell´anno segna la fine dell´era dello

spagnolo e l´inizio della supremazia Telekom in campo mondiale.

Il danese strapazza tutti al Tour di quell´anno e si prospetta

alla finestra il giovane Ullrich, promettente cavallo di razza della

ex Germania dell´Est, pronto ad ereditare l´effigie di campione

di fine millennio. Il ´98 vede sempre Banesto e Telekom protagoniste

nelle grandi corse a tappe e nelle classiche di primavera:

Zabel vince per due anni consecutivi la Milano Sanremo;

Olano primeggia alla Vuelta e conquista il Campionato Mondiale

a Cronometro; Ullrich giunge secondo a Parigi dietro al pirata

Pantani.

Il 1999 vedrà alla ribalta con la Pinarello un altro grosso campione

della strada ovvero Alex Zulle che correrà con la squadra

spagnola Banesto. Il 2000 è anno Olimpico e la Pinarello coglie

la tripletta storica nella prova su strada, la prova più importante:

Ullrich, Vinokourov e Kloden tutti del Team Telekom si piazzano

ai primi tre posti e la Pinarello aggiunge il 2º oro Olimpico su

strada. Nel 2000 altri importanti successi arrivano sempre dai

tedeschi con Zabel che rivince la Milano-Sanremo, la maglia

Verde al Tour de France e conquista la Coppa del Mondo. Nuova

formazione, invece, in campo nazionale con l´entrata della

Fassa Bortolo che si conferma come una delle squadre più forti

al mondo.

Gli anni succe3ssivi vedono l’arrivo, sulle bici Pinarello, di campioni

come Michele Bartoli, Francesco Casagrande e Ivan Basso. Jan Ullrich, vincitore del Tour de France 1997 e della Vuelta 1999

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TRA TECNOLOGIA E PASSIONE

Pinarello, e uno sguardo dietro le quinte

del ciclismo

Ma la vera rivoluzione avviene nel settembre 2002 e si ripercuoterà

sulle strade del Giro d´Italia 2003 con Alessandro Petacchi:

con la nuova Dògma realizzata in magnesio. Questa bici

raggiunge la massima notorietà e visibilità grazie al record di

vittorie ottenute da Alessandro Petacchi ai Tre Grandi Giri di

quell´anno: 15 vittorie di tappa, sei al Giro d´Italia, quattro al

Tour de France e cinque alla Vuelta.

OGGI, intervista con Fausto Pinarello

Fausto Pinarello

Sono io il primo vero tester delle nostre biciclette, la mia passione

per la bici è a 360 gradi e naturalmente quello che ci dicono i

campioni deve anche essere verificato per i ciclisti normali. Che

non hanno la stessa potenza, la stessa aereodinamica, lo stesso

peso. Certi particolari tecnici non possono essere trasportati a

tutti i modelli, perché l’esasperazione di certe soluzioni può rendere

meno maneggevole una bici.

Dove le testate?

Abbiamo una galleria del vento virtuale, la CFD, e qualche volta

usiamo la galleria del vento della Augusta, la produttrice di elicotteri

e aerei..

C’è stato tanto miglioramento tecincio, sulla bici? Quanto è

quantificabile, in secondi, il pogresso teconologico?

Ah, anche 3-4 secondi in meno ogni pochi km, il metodo del calcolo

degli elementi finiti permette una progettazione mirata al

particolare, e con la CFD verifichiamo il tutto.

E come elementi di fabbricazione?

Il carbonio ci arriva dal Giappone, è il miglior carbonio possibile.


E naturalmente ha dato tanto alla leggerezza.

Ma il regolamento impone dei vincoli, come nelle moto o nelle

auto?

Certamente. Anzitutto, per questioni di sicurezza, le normative,

fin dal ’96, permettono di intervenire solo sugli elementi davvero

strutturali. E poi certe soluzioni non vanno comunque bene per

tutti, tieni conto che l’aereodinamica dello stesso ciclista influenza

tantissimo, basta correre con le ginocchia di un paio di mm spostate

che tutto ne viene influenzato.. E poi certe soluzioni devono

essere diversificate, lo scalatore e il passista sono diversissimi,

il discesista ancora di più.

Avete avuto e avete tutt’ora grandissimi atleti. Chi ricordi

con maggior piacere?

Miguel, senza dubbio. Miguel Indurain. Un signore. Un atleta anche

dopo, perché si è veri atleti quando si smette di essere atleti.

Un colosso di 78kg a peso forma, alto quasi 190 cm. Gentile,

squisito, professionista. Lui è stato il numero uno come intelligenza

e valore tecnico. Forse Contador sta diventando come lui.

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