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uomini e sport - DF Sport Specialist

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Uomini&<strong>Sport</strong> - Trimestrale - Numero 4 - Giugno 2011 - Pubblicazione gratuita<br />

<strong>uomini</strong> e <strong>sport</strong><br />

4<br />

1


2<br />

Francesca Schiavone - IMMORTALE<br />

di Stefano Meloccaro | pag. 4<br />

Rafael Nadal - PLAYER OF THE YEAR<br />

di Lorenzo Cazzaniga | pag. 6<br />

Matteo Della Bordella - The Doors<br />

| pag. 9<br />

Fabio Valseschini e Gianni Rusconi:<br />

Un sogno chiamato Civetta<br />

di Marco Milani | pag. 10<br />

Un uomo e due lupi:<br />

l’avventura solitaria di Fiorenzo Bulferdi<br />

| pag. 14<br />

OGNI VOLTA UN NOME DA NON DIMENTICARE:<br />

Antonio Rusconi<br />

di Renato Frigerio | pag. 18<br />

ACCADEVA NELL’ANNO...:<br />

Torre Trieste Nel Regno Del Civetta<br />

di Aldo Anghileri | pag. 22<br />

Una realtà in-credibile: Il Costa basket<br />

di Fabio Palma | pag. 26<br />

Chiara Gianola - Trofeo “Dario e Willy”<br />

| pag. 31<br />

Tra tecnologia e passione<br />

Pinarello, e uno sguardo dietro le quinte del ciclismo<br />

di Fabio Palma | pag. 32<br />

Fondata da: Sergio Longoni<br />

Redazione: Daniela Longoni, Fabio Palma<br />

Collaboratori: Renato Frigerio, Marco Milani<br />

Per mandare notizie o proposte articoli<br />

info@df-<strong>sport</strong>specialist.it soggetto: UOMINI&SPORT<br />

oppure<br />

<strong>DF</strong> SPORT SPECIALIST<br />

Redazione Uomini&<strong>Sport</strong><br />

VIA FIGLIODONI 14<br />

23891 BARZANO’ ( Lc)<br />

Numeri arretrati su<br />

www.df-<strong>sport</strong>specialist.it<br />

in copertina:<br />

Miguel Indurain. Archivio Pinarello<br />

<strong>uomini</strong> e <strong>sport</strong><br />

INDICE


EDITORIALE<br />

di Sergio Longoni<br />

Mentre sto dando un ultimo sguardo agli articoli che riempiranno<br />

le prossime pagine di “Uomini e <strong>Sport</strong>”, non posso fare a meno di<br />

riflettere sulle cose disparate di cui mi sono circondato in <strong>Sport</strong><br />

<strong>Specialist</strong>.<br />

Avendo scelto istintivamente il commercio come indirizzo professionale,<br />

ero cosciente di dover affrontare un lavoro impegnativo,<br />

che non ha limiti di orari, stressante fisicamente e psichicamente,<br />

sempre sotto la minaccia di possibili fallimenti. Ma questo lavoro,<br />

pesante più di quello che può apparire, l’ho intrapreso quasi come<br />

corollario di una mia impulsiva passione, quella che mi teneva prigioniero<br />

di ogni genere di attività <strong>sport</strong>iva. Trovandomi dunque nel<br />

commercio di articoli che si riferiscono allo <strong>sport</strong>, mi è parso subito<br />

naturale e doveroso diffondere e sostenere lo <strong>sport</strong> in ogni sua versione<br />

ed evoluzione, individuando una particolare funzione stimolante<br />

negli atleti che lo praticano con eccezionali capacità e serietà.<br />

Sono gli stessi che si affacciano ultimamente anche dalle pagine<br />

della nostra rivista, come persone che condividono in tutto la mia<br />

stessa passione. Sono le loro entusiasmanti imprese e il loro affetto<br />

riconoscente che mi consentono di superare i momenti di delusione<br />

che indurrebbero a mollare tutto. Ma come potrei prendere una simile<br />

decisione dopo serate come quella di Dean Potter (ma quanti<br />

eravate, il 14 Aprile, nel negozio di Sirtori? 1000?) o l’altra di Igor<br />

Koller, che alla fine mi ha visto circondare dagli alpinisti miei testimonials<br />

di lusso: da Simone Moro, reduce dalla gigantesca impresa<br />

himalayana sul Gasherbrum II in prima invernale, da Fabio Valseschini,<br />

con la clamorosa prima solitaria invernale della “via dei<br />

cinque di Valmadrera” sul Civetta, da Rossano Libera, giustamente<br />

orgoglioso della sua prima solitaria invernale della via Cassin sulla<br />

parete Nord del Pizzo d’Eghen in Grigna? E a proposito delle<br />

soddisfazioni che ottengo dai miei testimonials, non posso tacere<br />

di un’altra recente impresa, quella compiuta da Daniele Bernasconi<br />

che, insieme a Simone Pedeferri, ha salito in giornata la prima<br />

invernale della via “La spada nella roccia” al Qualido, e il primo<br />

round del grandioso tentativo di Matteo Bernasconi e Matteo Della<br />

Bordella alla Ovest della Egger, in Patagonia.<br />

E non dimentichiamo le soddisfazioni degli atleti che lavorano nei<br />

miei negozi, come Antonio Arnuzzi, che a Seregno ha vinto una straordinaria<br />

100km! E sul podio chi ha trovato, come vincitrice femminile?<br />

Un’altra testimonial <strong>Sport</strong> <strong>Specialist</strong>, Monica Casiraghi.<br />

Avendo con me tanti campioni straordinari, e tanti amici cari come<br />

lo siete voi, non credo mi sia possibile pensare adesso di dare l’addio<br />

al mio impegno per lo <strong>Sport</strong>.<br />

Per questo e per altro, cerchiamo di stare sempre tutti insieme!<br />

A tu per tu con<br />

i Grandi Dello <strong>Sport</strong><br />

Dopo il clamoroso successo e le emozioni indimenticabili<br />

che ci hanno dato<br />

i due fuoriclasse internazionali<br />

DEAN POTTER e LEO HOULDING,<br />

i prossimi appuntamenti saranno:<br />

23 Giugno: Gianni Rusconi, il cacciatore delle<br />

grandi invernali<br />

14 Luglio: Jim Bridwell, la voce di Yosemite<br />

Leo Houlding, la giovane famosissima star inglese<br />

Gianni Rusconi<br />

Dean Potter, uomo dell’anno National Geographic<br />

Jim Bridwell<br />

3


4<br />

Francesca Schiavone<br />

IMMORTALE<br />

di Stefano Meloccaro


Non basta saper giocare (parafrasando Dalla e De Gregori),<br />

ma aiuta. Parecchio. E da quel punto di vista, Francesca<br />

aveva sempre avuto la coscienza a posto.<br />

Dopodiché, per arrivare fin lassù, ci vollero anche muscoli<br />

indomabili, rabbia taurina e voglia smisurata. Non disgiunti<br />

da sana irresponsabilità latente, frequente tra i predestinati.<br />

Quel quid che fa vivere i momenti importanti dell’esistenza<br />

quasi non fossero fatti tuoi. O magari sei talmente bravo da<br />

farlo credere a chi ti guarda da fuori. Che poi va bene uguale.<br />

La Schiavo ebbe il RG10 perché per lei, Parigi o Roccacannuccia,<br />

non aveva mai fatto grossa differenza. Il suo<br />

era sempre stato un tennis manicheo, tutto o nulla. Ovunque<br />

si trovasse. Affrontando, di volta in volta, se stessa, il suo<br />

anelito alla perfezione, l’intricato universo femminile, il suo<br />

inarrestabile flusso di coscienza. Lottava contro i suddetti demoni<br />

(prima che con le avversarie) da anni, e almeno uno dei<br />

succitati aveva sempre finito per sopraffarla.<br />

Ma, nel frattempo, Francesca andava a scuola. Imparava<br />

lentamente a convivere con questi mostri, fino a farseli piacere.<br />

Stagione dopo stagione. Fino al supremo momentum,<br />

primavera-inoltrata-quasi-estateduemiladieci.<br />

Laddove tutto si compì. Gioco, mente e corpo, finalmente in<br />

armonia. Convergenze parallele, perfetta sintesi. Lo schicco<br />

di servizio mandò le altre sistematicamente a rispondere in<br />

tribuna. Il drittone arrotolato e maligno, con scudiscio modello<br />

Rafa, fu mortifero. Il rovescio si manifestò uno e trino, carico,<br />

piattone o tagliato, e incise sia in difesa sia sulla verticale.<br />

La Fra fu assistita finanche dalle volate, mirabili<br />

nel loro coacervo di sensibilità, personalità e istinto. La posta<br />

in palio crebbe, la Schiavone di più. Infine, rise solo lei, sdraiata<br />

sulla polvere del centrale francese.<br />

Parenti, conoscenti, giornalisti e allenatori, quelli piansero<br />

tutti. Francesca rivelò, in seguito, di aver impiegato mesi, prima<br />

di riuscire a spremere due lacrime al ricordo del cimento.<br />

Di lì in poi furono sequele di lodi, celebrazioni e interviste.<br />

Molti si arrovellarono in affannosa caccia della giusta definizione,<br />

ma invano.<br />

Non ci fu modo di catalogare un déjà vu. Né mai si potrà. é il<br />

presente che si interseca col soprannaturale. Alzo gli occhi al<br />

cielo e finalmente respiro libera, confessa oggi mentre ritorna<br />

col pensiero a quel pomeriggio.<br />

Mentre andiamo in stampa, Francesca perde la sua seconda<br />

finale consecutiva al Roland Garros. Facendosi amare ancora<br />

di più.<br />

5<br />

5


6<br />

Rafael Nadal<br />

PLAYER OF THE YEAR di Lorenzo Cazzaniga<br />

Se vuoi restare numero uno, devi allenarti ogni giorno COME SE<br />

FOSSI IL NUMERO 2. Devi sentire la bava di chi ti insegue...


«Mi piace sperimentare nuove soluzioni.<br />

A RAFA UN PO’ MENO ma alla fine lo convinco»<br />

Toni Nadal<br />

Avessi fatto il bookmaker, Nadal mi avrebbe mandato sul lastrico.<br />

Pur avendo avuto il privilegio di ammirarlo ancora bambino<br />

allenarsi nel suo club di Manacor, col maiorchino non ne ho mai<br />

imbroccata una. Ancor prima<br />

della maggiore età, senza alcuna fantasia, avevo soprannominato<br />

El Matador, quel 16enne isolano che in otto ore di training aveva<br />

piegato la resistenza di quattro sparring partner. Ammirevole<br />

per dedizione e cortesia, non pensavo avesse il talento tecnico<br />

per giungere ai risultati fin qui conseguiti e che, dopo le vittorie di<br />

quest’anno, ammontano a otto Slam, diciannove Masters 1000<br />

e quarantatre tornei in totale. Compresi i quattro Major e un oro<br />

olimpico. Roger Federer gli ha sfilato via il Masters di fine anno,<br />

ma direi che è una delusione che può essere accettata senza<br />

drammi dal maiorchino.<br />

Dicevo delle buche che ho preso. Già, da ragazzino pensavo<br />

sarebbe diventato più forte Richard Gasquet. Ma vuoi mettere?<br />

Con quel rovescio, il francese se lo mangia.<br />

Lo ricordo Rafa in tribuna a Monte Carlo mentre osserva Gasquet<br />

vincere un primo turno, deliziando gli appassionati con<br />

smorzate e accelerazioni. Ghignava, il buon Rafa, conscio che<br />

di solo braccio non si vince più.<br />

Lo spagnolo, ai tempi si tirava le palle corte sui piedi e col rovescio<br />

in back sembrava un ragazzo della pre-agonistica, se<br />

non proprio della SAT. Per vincere ci ha messo poco. A 18 anni<br />

conquistava il suo primo titolo ATP, in una piccola cittadina della<br />

Polonia, a Sopot, torneo dove la maggior parte dei giocatori<br />

andava per le belle ragazze. Sei anni dopo (sei, non quindici),<br />

siamo già a chiederci se il record di Slam di Federer è ancora<br />

al sicuro. Infatti, così come sembrava impossibile che a breve<br />

qualcuno potesse avvicinare i 14 di Pete Sampras, altrettanto si<br />

pensava dei 16 Major portati in Svizzera da Federer. E invece, al<br />

Bar del Tennis sono sempre più gli aficionados convinti che Rafa<br />

possa fare l’impresa.<br />

Certo, Federer ha dimostrato al Masters di Londra di avere ancora<br />

in canna qualche buon colpo, e nulla vieta di pensare che<br />

quota 16 non sia quella finale; tuttavia, è proprio il divario tra i<br />

primi due giocatori del mondo e il resto della truppa, a far credere<br />

che Rafa possa riuscire nell’intento. Ridotti Djokovic e Murray<br />

al ruolo di comparse, con Del Potro in infermeria e le giovani<br />

promesse alla Dimitrov-Nishikori-Tomic ancora in rampa di lancio,<br />

diventa facile prevedere che il duopolio andrà avanti ancora.<br />

Perché ci può essere il Soderling o il Berdych di<br />

turno che indovinano la giornata, ma pensare di buttar già dalla<br />

torre uno dei due fenomeni, appare impossibile. Oggi più che<br />

mai.<br />

E allora, considerando che Federer ha trent’anni e Nadal ventiquattro,<br />

si potrebbero prevedere sei stagioni e ventiquattro Slam<br />

da favorito, se non proprio da assoluto padrone.<br />

é chiaro che un avversario scapperà fuori. Succede sempre:<br />

quando un campione se ne va, pare che non debba mai arri-<br />

post scriptum<br />

Rafael Nadal ha vinto tre Slam consecutivi nel 2010.<br />

7 7


8<br />

Rafael Nadal<br />

PLAYER OF THE YEAR<br />

varne un altro simile. E invece, puntualmente arriva. é successo<br />

quando si sono ritirati Borg e McEnroe, Connors e Lendl, Edberg<br />

e Becker, Sampras e Agassi. Succederà lo stesso quando ci lascerà<br />

Federer (oh, e che accada il più tardi possibile).<br />

Quindi Nadal non dormirà sonni tranquilli, anche Perché la bua<br />

alle ginocchia è stata accantonata ma sarà difficile per lui liberarsene<br />

per sempre.<br />

Però la sensazione è che possa davvero dominare il tennis nelle<br />

prossime stagioni, grazie ai progressi compiuti negli ultimi mesi,<br />

da quando sostanzialmente lo davamo per (mezzo) finito, dopo<br />

gli infortuni che sembravano averlo azzoppato, dopo che gli avversari<br />

credevano di aver trovato le contromisure a quel suo forcing<br />

da fondocampo, tanto produttivo quanto prevedibile.<br />

Eccola qui, un’altra buca. Se va bene, questo vince ancora un<br />

paio di Roland Garros. Ma lontano dalla terra rossa, i Federer, i<br />

Murray, i Djokovic, non li prende più. La pensavo così. Ora, col<br />

senno di poi, son pieni i circoli di gente che ti rinfaccia il “te l’avevo<br />

detto che avrebbe vinto ancora a Wimbledon. E che prima o<br />

poi avrebbe sfatato anche il tabù di New York”.<br />

Ma te l’avevo detto, quando? Chi avrebbe scommesso più d’un<br />

copeco che sarebbe tornato più forte di prima, che sarebbe migliorato<br />

al punto che il Rafa 2010 darebbe 6-2 6-2 6-2 al Rafa di<br />

solo tre anni fa? Perché questo è il suo attuale segreto. I miglioramenti,<br />

passo dopo passo, compiuti in pochi mesi.<br />

Un vecchio detto <strong>sport</strong>ivo dice che “se vuoi restare il numero 1<br />

devi allenarti ogni giorno come se fossi il numero 2”. Devi sentire<br />

la bava di chi ti insegue, devi avere ancora fame di vittorie,<br />

quella che ti fa alzare tutte le mattine “con un po’ di stretching<br />

alle dita. Io comincio ad allenarmi appena apro gli occhi” mi ha<br />

confidato una volta. Per riuscirci, talvolta non basta la forza di<br />

volontà, l’autodisciplina. Per quanto sia intrinseca nella tua persona.<br />

Hai bisogno di una mano, di una guida esperta. Meglio<br />

ancora se di famiglia.<br />

Ed ecco all’orizzonte comparire la figura dello zio Toni, un educatore<br />

ancor prima di un coach di tennis.<br />

“Mi piace sperimentare nuove soluzioni - ha detto -. A Rafa un<br />

po’ meno, ma alla fine lo convinco sempre”.<br />

Il tennis è diventato come la Formula 1: sei a metà di un Campionato<br />

e già stanno studiando la vettura della stagione dopo.<br />

Anche se vinci tutti i Gran Premi, anche se non fondi mai un<br />

motore. Chi si ferma è perduto e, fortuna sua, Rafa non sta mai<br />

fermo.<br />

E allora ce lo immaginiamo, numero uno del mondo, come quando<br />

era ragazzino: le sei del pomeriggio, dopo quattro-barra-cinque<br />

ore di allenamento, fermarsi con un cesto da centocinquanta<br />

palle per migliorare il colpo che gli ha sempre dato più fastidio: il<br />

servizio. “Rafa gioca da mancino ma è un destro naturale - ricorda<br />

zio Toni -. Avesse giocato con la destra, avrebbe perso i tanti<br />

vantaggi dei giocatori mancini, ma il servizio... Quello sarebbe<br />

stato più incisivo”. Poco importa: basta lavorarci su. La pensano<br />

cos“ in famiglia, che si tratti dell’azienda vetraia che porta avanti<br />

papà Sebastian, i ristoranti che gestiscono sulla costa o la prima<br />

palla di Rafa.<br />

E così compare allo US Open e pensi che abbiano taroccato il<br />

misuratore di velocità. Rafa che tira la prima a 210 chilometri<br />

all’ora? Non ci crede nessuno.<br />

Però fioccano gli ace e mancano i break subito.<br />

Così tutti vanno a indagare su come abbia fatto. “Ha messo più<br />

peso in testa alla racchetta” annuncia zio Toni. Chiamiamo Jean<br />

Christophe Verborg, che si occupa degli atleti in casa Babolat.<br />

“Sempre uguale – ci risponde -: 311 grammi e 32,5 di bilanciamento,<br />

telaio non incordato”.<br />

Un’altra buca. Ma giuro che questa volta è l’ultima.<br />

Qualunque cosa accada, se anche Federer dovesse ringiovanire<br />

di cinque anni, se anche Murray dovesse sbloccarsi dalla<br />

sue paure, se anche dovessimo scoprire che Dimitrov non è la<br />

fotocopia sbiadita di Federer ma esattamente l’opposto, meglio<br />

non scommettere mai contro Rafael Nadal.<br />

Con la vittoria del 2011, Nadal raggiunge Bjorn Borg, 6 vittore al<br />

Roland Garros.


dai nostri testimonials<br />

MATTEO DELLA BORDELLA<br />

The Doors<br />

foto di Riki Felderer<br />

Un micronut in bocca, una via estrema. Per chi ne capisce, si tratta della prima lunghezza di 8b mai salita da un italiano piazzando<br />

dal basso protezioni come Friends e nuts. Per chi è soltanto curioso, sappiate che il video di questa salita, pochissimo<br />

pubblicizzata dai siti italiani del settore (che, anzi, l’hanno finora abbastanza ignorata), è stato lanciato in prima pagina nei<br />

maggiori siti americani ed europei, diventando il video outdoor più visto al mondo in quella settimana, e correndo, sembra,<br />

verso il primato assokuto del 2011. Ben 22.000 visioni in meno di dieci giorni, e continuano a salire. Quando leggerete queste<br />

righe, andate su internet, vimeo.com, e digitate Matteo Della Bordella The doors.<br />

Matteo, testimonial <strong>sport</strong> specialist da tre anni, ha 27 anni ed è unanimamente riconosciuto come uno dei più grandi talenti<br />

europei della scalata e dell’alpinismo. Lo scorso Inverno, con l’altro testimonial <strong>sport</strong> specialist Matteo Bernasconi, ha tentato<br />

di salire l’inviolata parete Ovest della Torre Egger, in Patagonia, un obiettivo che da decenni respinge tutti i migliori alpinisti<br />

per la difficilissima logistica e la meteo assolutamente ostile. Tre giorni di avvicinamento e due giorni in parete prima di dodici<br />

giorni in una grotta di ghiaccio e la ritirata. Tentativo rimandato, dicono i due. Ma come si vede dalla foto e dal successo del<br />

video, le imprese di Matteo, intanto, non si fermano.<br />

9


10<br />

Fabio Valseschini e Gianni Rusconi:<br />

UN SOGNO CHIAMATO CIVETTA<br />

Dopo 39 anni dall’apertura, prima ripetizione solitaria invernale e<br />

quarta assoluta della Via dei Cinque di Valmadrera


Immaginate di poter passare un’intera serata seduti allo stesso<br />

tavolo con Fabio Valseschini (classe 1970) e Gianni Rusconi<br />

(classe 1943) a parlare di montagna. Un sogno? Forse… ma è<br />

proprio quello che vi stiamo per raccontare. L’argomento non<br />

poteva che essere la prima solitaria invernale della Via dei Cinque<br />

di Valmadrera (1300 metri, VI+, A3) sulla Civetta firmata lo<br />

scorso 13 febbraio dal lecchese Valseschini dopo sette lunghi<br />

giorni passati in parete. Una via aperta nel lontano 1972 nel cuore<br />

della celebre parete Nord-Ovest proprio da Gianni Rusconi,<br />

assieme al fratello Antonio, Giambattista Crimella, Giambattista<br />

Villa e Giorgio Tessari (ai primi due tentativi aveva partecipato<br />

anche Giuliano Fabbrica. Rimasto poi bloccato dall’influenza).<br />

E’ complicato spiegare quella sensazione di complicità che si<br />

percepisce tra questi due <strong>uomini</strong> a tratti così simili ma pure così<br />

diversi. Una complicità nata in montagna, sulle stesse vie, seppur<br />

affrontate in epoche e modi differenti. Una complicità che<br />

si legge in un intreccio di sguardi e di vite che, in un modo o<br />

nell’altro, hanno portato questi due alpinisti in cima alla stessa<br />

montagna.<br />

“Ricordo perfettamente la prima volta che ho incontrato Fabio,<br />

come spesso accade mi immaginavo una persona completamente<br />

diversa – racconta Gianni –. Mi aveva telefonato per avere<br />

informazioni sulla via del Fratello al Badile (aperta dallo stesso<br />

Gianni col fratello Antonio nell’inverno del 1970 e dedicata al<br />

fratello maggiore Carlo scomparso in montagna, ndr), allora l’ho<br />

invitato a casa. Mi si è presentato questo ragazzo con i capelli<br />

lunghi che, senza tanti giri di parole, ha cominciato a parlarmi<br />

del suo progetto; ma quando mi ha detto che voleva tentare la<br />

prima solitaria invernale non sapevo più cosa pensare. Mia moglie<br />

gli ha detto subito che era matto, ma a me, in fondo, fece<br />

una buona impressione. Poco tempo dopo ho avuto la conferma<br />

che questo ragazzo proprio non scherzava: Fabio era arrivato<br />

in cima al Badile. La notizia mi ha fatto subito molto piacere e<br />

inevitabilmente è nato un piccolo legame dettato da un senso di<br />

condivisione, anche per lo spirito con cui avevamo aperto la Via<br />

del Fratello…”.<br />

Da allora ne è passato di tempo, Fabio ha compiuto altre<br />

imprese, anche molto importanti, fino all’inverno scorso.<br />

Perché hai scelto di salire proprio la Via dei Cinque di Valmadrera?<br />

“Nell’estate del 2003 ero in Civetta con il mio amico<br />

Marco Perego (scomparso nel 2005, ndr) sulla Philip-Flamm,<br />

quello stesso giorno Claudio Moretto e Rosy Buffa stavano effettuando<br />

la seconda ripetizione della via. Lì per lì non ci feci molta<br />

attenzione, non conoscevo nemmeno la storia di questa parete,<br />

ma ripensandoci credo proprio che quello fu quello il punto di<br />

partenza. Nel 2007 un nuovo impulso arrivò quando a casa di<br />

Gianni, durante la festa per la riuscita della prima invernale della<br />

via del Fratello, qualcuno buttò lì ancora l’idea della Via dei<br />

Cinque. Una serie di pensieri, l’amicizia con Gianni e Antonio, il<br />

fatto che nessuno aveva ancora portato a termine la prima solitaria<br />

invernale… tutti questi fattori hanno contribuito a rendere<br />

concreto il mio progetto”.<br />

La Civetta ha un fascino particolare? “Badile, Civetta o un’altra<br />

parete non cambia niente – spiega Fabio – per quanto mi<br />

riguarda quando un progetto ha un richiamo particolare puoi andare<br />

anche in Medale. Quello che conta è divertirsi e trovare<br />

quello che si sta cercando. Contano la sofferenza, la fatica, la<br />

soddisfazione, la capacità di adattarsi a ogni situazione e agli imprevisti.<br />

Ho ripetuto tante vie che probabilmente avrei fatto con<br />

Marco (Perego, ndr) e per me sono state prima di tutto scelte<br />

fatte col cuore. A volte le storie che c’erano dietro a una via e le<br />

persone che l’avevano salita le ho scoperte, anche con grande<br />

sorpresa, solo dopo la scalata”.<br />

Era così anche ai tempi della “Banda dei Cinque”? “Le motivazioni<br />

interiori che ti spingono ad affrontare una via sono più<br />

o meno le stesse – spiega Gianni -. Accetti le difficoltà, cerchi<br />

di conviverci, senza arrenderti perché lo scopo è quello di raggiungere<br />

un obiettivo. Noi trovavamo una grande soddisfazione<br />

proprio dove le altre persone pensavano che fosse impossibile.<br />

Quello che a suo tempo ci aveva spinto verso il Civetta era stato<br />

ciò che leggevamo nei libri. Volevano fare qualcosa anche noi<br />

per cercare di capire in primo luogo la radicata passione che<br />

ci aveva lasciato nostro fratello Carlo, poi il motivo che aveva<br />

spinto gli altri a compiere le imprese descritte su quelle pagine.<br />

E presto ci siamo accorti che l’alpinismo era un mondo che ti<br />

attraeva tanto più t’avvicinavi. Riguardo la via dei Cinque ricordo<br />

che c’erano altri forti alpinisti che in quel periodo ci stavano<br />

provando, tra cui anche alcuni alpinisti lecchesi come Casimiro<br />

Ferrari, questo ci spinse a partire subito e fortunatamente fu un<br />

successo. Un successo frutto di un amalgama di alpinisti d’esperienza<br />

e giovani talenti”.<br />

Fabio, cosa vuol dire affrontare 7 bivacchi completamente<br />

solo e cosa ti porta verso una salita del genere? “Per quanto<br />

mi riguarda lo star solo è un modo per rilassarmi. Indubbiamente<br />

è anche una maniera per mettersi alla prova perché penso che<br />

sia prima di tutto a se stessi che bisogna dimostrare qualcosa.<br />

La solitaria vuol dire entrare in sintonia con l’ambiente, un po’ un<br />

prendere e un dare. Bisogna anche dire che in fin dei conti il tempo<br />

per pensare è comunque poco visto che sei costantemente<br />

concentrato su quello che stai facendo. Sei sempre impegnato<br />

a ragionare su come affrontare un passaggio, se quello che stai<br />

facendo è la cosa più giusta, pensi a dove è meglio mettere un<br />

chiodo, una protezione. E poi devi preparare il bivacco, cucinare.<br />

Ma lo stare solo mi aiuta a rilassarmi e magari, proprio poco<br />

prima di addormentarmi, la mente vaga verso pensieri che con<br />

11


12<br />

Fabio Valseschini e Gianni Rusconi:<br />

un sogno chiamato Civetta


la montagna non centrano proprio nulla. Poi è importante dire<br />

che attorno a me c’erano tante persone che mi hanno aiutato<br />

a realizzare questa salita. Gente che è stata capace di darmi<br />

un supporto materiale e morale determinante. Per certi versi è<br />

stato come un gioco di squadra: è chiaro che in parete dovevo<br />

sbrigarmela da solo, ma sapevo che in basso c’era gente che mi<br />

sosteneva. Appena hanno capito che la mia salita era una idea<br />

valida, la gente del posto ha mostrato subito una grande dose<br />

di altruismo e passione. Alla fine la salita, benché affrontata in<br />

solitaria, diventa un obiettivo comune e questo ti dà una motivazione<br />

in più”. Quest’ultimo è un aspetto che negli anni non è<br />

cambiato: “Mi fa piacere sapere che c’è ancora lo stesso calore<br />

umano che ci accolse allora – spiega Gianni – ricordo che siamo<br />

stati supportati dall’inizio alla fine, tanto che il gestore del Tissi,<br />

Livio De Bernardin, ha aperto apposta il rifugio ed è salito assieme<br />

a noi rimanendo lassù per tutto il tempo. Al ritorno poi è stata<br />

organizzata una gran festa in nostro onore presso la pensione<br />

cime d’Auta a Caviola”.<br />

Un momento particolare della realizzazione di Fabio è stata la<br />

discesa: quando la parte più impegnativa sembrava ormai alle<br />

spalle… “Purtroppo in cima c’era brutto tempo. La neve era tanta<br />

e la visibilità davvero scarsa. Perciò, dopo la vetta, in un primo<br />

momento sono stato costretto a tornare sui miei passi e rifugiarmi<br />

nuovamente in un posto abbastanza riparato della parete,<br />

dove avevo approntato una sosta, aspettando che il meteo<br />

cambiasse. Approfittando di un momentaneo miglioramento ho<br />

recuperato il materiale e raggiunto la vetta, ma purtroppo è stata<br />

solo un’illusione perché il tempo non accennava a cambiare<br />

così, data la scarsa visibilità, ho preparato il mio settimo bivacco<br />

scavando una truna nella neve pochi metri sotto la cima sull’altro<br />

versante. Il giorno seguente col bel tempo sono sceso e ho<br />

visto il Torrani completamente coperto dalla neve, tanto che l’ho<br />

riconosciuto solamente per i pali della teleferica che spuntavano.<br />

Diciamo che anche la via del ritorno ha richiesto la massima<br />

concentrazione”.<br />

Facendo un bilancio cosa ti rimane di questa esperienza?<br />

“Per carattere tendo sempre ad archiviare velocemente e guardare<br />

avanti. Ma in questo caso non posso non pensare alle nuove<br />

e importanti amicizie che questa esperienza mi ha permesso di<br />

costruire. E non è assolutamente una cosa scontata conoscere<br />

persone che entrano a far parte della tua vita e del tuo progetto.<br />

Sicuramente questa salita ha arricchito la mia vita e rappresenta<br />

un bagaglio d’esperienze, di sensazioni che torneranno utili. E<br />

poi raggiungere un risultato del genere è comunque una grande<br />

soddisfazione e, perché no, un modo per togliersi anche qualche<br />

sassolino dalla scarpa”.<br />

“Sicuramente Fabio ha compiuto una impresa veramente grande<br />

– chiosa Gianni – sono davvero contento per lui, ma anche<br />

per me, per mio fratello Antonio e per tutti i miei compagni. Penso<br />

che una soddisfazione grande per chi ha aperto una via te la<br />

dia anche chi la ripete, specie se sono alpinisti di rango e che<br />

conosci bene. E inevitabilmente l’eco di questa bella impresa<br />

compiuta da Fabio risveglia pure il ricordo della nostra salita.<br />

Una invernale come questa merita sempre grande rispetto e in<br />

questo caso ho visto che tante circostanze sono state le stesse<br />

per entrambi e questo mi fa ancora più piacere. Sono certo che<br />

ci sono ancora tante cose che Fabio può fare, le carte in regola<br />

ce le ha di sicuro. L’alpinismo è sempre stato una manifestazione<br />

libera, cambiano i tempi, le tecnologie, ogni epoca ha i<br />

suoi eroi, ma sono sicuro che l’ultimo problema delle Alpi deve<br />

ancora arrivare…”.<br />

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14<br />

Un uomo e due lupi:<br />

l’avventura solitaria di Fiorenzo Bulfer<br />

Tre settimane ai limiti del mondo nella natura sconfinata della Lapponia svedese<br />

Un viaggio nelle bianche terre della Lapponia. Paesaggi incontaminati, irrigiditi da un inverno infinito. Angoli sperduti<br />

di mondo che appaiono come un miraggio nelle poche ore di luce dell’inverno artico e veloci scompaiono in<br />

un rosso tramonto di mezzogiorno. Luoghi dove pure i suoni paiono cristallizzati in un immobile gelo. Un uomo e<br />

due lupe. Comincia così la nuova meravigliosa avventura del lecchese Fiorenzo Bulfer. Libero professionista di<br />

49 anni, con moglie e tre figli, da una ventina d’anni fa parte del Soccorso Alpino. La sua storia è quella di tanti<br />

lecchesi che, stretti tra lago e monti, volgono lo sguardo alle vette di Resegone e Grigna rimanendo folgorati.<br />

Il suo passato di alpinista conta vie in falesia e le salite classiche delle Alpi, nulla di straordinario, fino a tre anni<br />

fa, quando ha dato vita a un grande percorso che lo ha portato lo scorso inverno, da solo, al Circolo Polare Artico.


LA SVOLTA è coincisa con l’incontro di Ario Sciolari e la lettura<br />

del suo libro “Il sogno del lupo”: “Ario è una Guida Alpina, poi<br />

diventato un grande amico. Da lui ho tratto ispirazione per le mie<br />

avventure e, grazie al suo libro, ho capito che il mio sogno era<br />

possibile. A lui devo anche il mio incontro con il lupo cecoslovacco:<br />

un animale straordinario capace di una sensibilità fuori<br />

dal comune. Tanto che adesso non potrei più pensare la mia<br />

vita senza Blanca (3 anni) e Holly (20 mesi)”. Per ripercorrere la<br />

storia dall’inizio bisogna tornare all’estate del 2009 quando Fiorenzo,<br />

con l’amico Christian Vitali, ha affrontato il Kungsleden,<br />

letteralmente Sentiero dei Re, una traversata di 450 chilometri<br />

nella Lapponia svedese. Nell’inverno dello stesso anno il primo<br />

tentativo della traversata integrale della Foresta Nera (Germania)<br />

conclusa con una ritirata a causa delle pessime condizioni<br />

meteo. Una partita rimasta aperta fino all’estate del 2010 quando,<br />

sempre al fianco dell’amico Christian (e ovviamente delle<br />

due lupe), Fiorenzo è riuscito a percorrere tutti i 250 chilometri e<br />

gli 11 mila metri di dislivello. Un passo dopo l’altro per giungere<br />

a un sogno più grande.<br />

IL PROGETTO “è nato dall’esigenza di non avere un progetto.<br />

L’unico vero obbiettivo era quello di vagabondare per giorni in<br />

luoghi selvaggi e sconosciuti, libero da qualsiasi forma di costrizione<br />

di tempo. Volevo andare in una zona completamente<br />

remota e la mia mente è volata al Sarek nella Lapponia svedese,<br />

in cui ero già stato in estate: è uno dei pochi paradisi rimasti in<br />

Europa”. Partenza il 19 dicembre da Lecco alla volta di Kvikkjokk<br />

nella penisola scandinava. Tre settimane a oltre 3 mila chilometri<br />

da casa per affrontare a piedi 220 chilometri in solitaria, senza la<br />

possibilità di lavarsi, nei giorni più corti dell’anno (solo cinque ore<br />

di luce), con temperature che hanno toccato addirittura i -35 °C.<br />

LA FILOSOFIA che ha mosso Fiorenzo verso questa avventura…<br />

“L’esigenza di uscire dallo schema dell’exploit. Volevo sentirmi<br />

libero da qualsiasi forma di record e dalla bulimia del “fare a<br />

tutti i costi”. Un mondo con cui ho convissuto e convivo, ma ora<br />

voglio che mi appartenga il meno possibile. Nella vita quotidiana<br />

ci sono già parecchie pressioni, adesso voglio fare solo ciò che<br />

mi piace e mi rende felice. Durante il viaggio ho provato la sensazione<br />

di allontanarmi da tutto e da tutti, ma mentre all’inizio<br />

vedevo la natura come qualcosa da affrontare, con il passare del<br />

tempo sentivo che mi accoglieva”.<br />

FIORENZO è… “Difficile dirlo. Forse c’è una parola che ho letto<br />

da qualche parte e che potrebbe definirmi: entronauta. In poche<br />

parole cerco di capire me stesso con l’aiuto dell’esterno. Mi<br />

sento un po’ un esploratore, ma non vado alla ricerca del limite<br />

tecnico quanto piuttosto del limite interiore. Il confronto con la<br />

natura, in questo caso, mi aiuta ad accelerare e approfondire la<br />

15


16<br />

Un uomo e due lupi:<br />

l’avventura solitaria di Fiorenzo Bulfer


presa di coscienza degli aspetti più intimi della mia interiorità.<br />

E’ la molla che mi ha fatto scattare l’esigenza di stare solo e di ridurre<br />

al minimo gli aiuti della tecnologia (due telefonate a Natale<br />

e pochi Sms). A chi mi chiede perché lo faccio, di solito consiglio<br />

di provare sulla propria pelle la sensazione di stare per 24 ore<br />

completamente da soli”.<br />

LE LUPE un amore a prima vista: “La singolarità del viaggio sta<br />

anche nel fatto che con me c’erano due lupe cecoslovacche che<br />

mentre guidavo dormivano e mentre io volevo dormire loro volevano<br />

correre. Perciò programmavo soste ogni 3/4 ore per farle<br />

sfogare poiché sono dotate di una iperattività tipica di questa<br />

razza che non è seconda a nessun animale. E’ stato bello vedere<br />

il loro adattamento al freddo: fino a -20 °C, come in un balletto,<br />

sollevano alternativamente per qualche minuto le zampe, una<br />

reazione alla circolazione sanguinea, per temperature intorno ai<br />

-30 °C, invece, tendono a fermarsi e leccarsi le zampe”.<br />

LE PAURE non sono mancate “Prima di partire non nascondo di<br />

essermi spesso svegliato nel cuore della notte in preda ad ansie<br />

e paure. Spesso mi sono chiesto se ero all’altezza. Non nascondo<br />

che dietro a un avventura di questo tipo c’è un processo<br />

mentale impegnativo. Ma ricordo distintamente che dopo alcuni<br />

chilometri a piedi nella foresta la natura mi aveva completamente<br />

rapito e le paure che avevo a casa venivano sostituite dalla<br />

bellezza e dal silenzio. Ci sono stati momenti difficili, in cui ho<br />

creduto di essermi perduto per davvero, poi ho capito che faceva<br />

tutto parte del mio progetto. Spesso la gente ha paura del fallimento<br />

di un’impresa. Ma il fallimento ci deve fare imparare ancor<br />

più di una impresa riuscita. L’ho provato sulla mia pelle nel primo<br />

tentativo nella Foresta Nera. Ma rimango fermamente convinto<br />

che il progetto fallito per eccellenza è quello mai tentato”.<br />

LO SCOPO di questa avventura. “E’ chiaro che principalmente<br />

compio questi viaggi per me stesso. Però ho capito che è importante<br />

comunicare queste esperienze alle altre persone. Ciò che<br />

mi preme sottolineare è che non stiamo parlando di eroi, ma tutti<br />

possono vivere un’esperienza del genere, ovviamente in base<br />

alle proprie capacità psico-fisiche. E se qualcuno ascoltando i<br />

miei racconti traesse spunto per realizzare un proprio percorso<br />

mi riempirebbe di gioia. Non nascondo che mi piacerebbe portare<br />

queste esperienze nelle scuole, è un modo per dimostrare<br />

che c’è un’alternativa alla quotidianità. E, perché no, magari organizzare<br />

nelle nostre zone qualche “trekking coi lupi””.<br />

I NUMERI del viaggio. “Anche se per me i numeri hanno poco<br />

valore per i più tecnici lascio qualche dato, ricordando che sul<br />

mio sito internet (www.fioblume.it) possono trovare maggiori<br />

particolari per quanto riguarda la logistica e i materiali. Chilometri<br />

percorsi in auto: 7.300; Chilometri percorsi a piedi: 220 circa;<br />

Dislivelli: 6000 metri; Temperatura minima: -34 °C; Temperatura<br />

massima: -15 °C; Mezzi: sci alpinismo e ciaspole; Notti: tenda<br />

e bivacchi. In conclusione devo fare pochi ma sentiti ringraziamenti:<br />

a Sergio Longoni di df <strong>Sport</strong> <strong>Specialist</strong> per aver creduto<br />

in me in modo concreto; Ario Sciolari, senza il suo libro e i suoi<br />

consigli da amico non sarei mai partito; Officina Alimentare che<br />

mi ha fornito tutti i prodotti per la sopravvivenza; Christian, per il<br />

solito supporto generale e la sua amicizia.<br />

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18<br />

OGNI VOLTA “UN NOME”:<br />

DA NON DIMENTICARE<br />

Antonio Rusconi<br />

Un alpinista che volle arrampicare nell’ombra<br />

“Antonio Rusconi è nato a Valmadrera nel 1945. Prende la via dell’alpinismo quando ha già lasciato alle spalle gli anni<br />

dell’adolescenza, dopo aver frantumato il tabù familiare contro l’arrampicata, la passione cui in casa veniva attribuita la responsabilità<br />

dell’atroce scomparsa di Carlo, il fratello che aveva preso il posto della figura paterna. Con il fratello Gianni, che<br />

sarà per lui ispiratore e guida, ma di cui diventa compagno imprescindibile nelle loro strepitose conquiste invernali, a partire<br />

dal 1968 inanella una serie di imprese di straordinario spessore, tanto da caratterizzare l’alpinismo italiano fino al 1975. Le<br />

loro vie, compiute come prime invernali, e di cui alcune come prime assolute, si impongono come segno glorioso nella storia<br />

dell’alpinismo mondiale: via Piussi-Redaelli alla parete Sud della Torre Trieste, via della Guide sulla parete Nordest del Crozzon<br />

di Brenta, via del Fratello sulla parete Estnordest del Pizzo Badile, via Attilio Piacco sulla parete Nord del Pizzo Cengalo,<br />

via dei Cinque di Valmadrera sulla parete Nordovest della Civetta, parete Est del Dente del Gigante al Monte Bianco, via<br />

Gervasutti-Boccalatte sul Pic Gugliermina, via Bonatti sulla Chandelle du Tacul, via Rusconi & C. sulla parete Est del Gran<br />

Pilier d’Angle e le vie, Vera sulla parete Sudest del Pizzo Badile, Phlipp-Flamm sulla Punta Tissi della parete Nordovest della<br />

Civetta, dove Antonio non c’era.<br />

Oltre i confini europei, risaltano le spedizioni in Alaska, Monte Sant’Elia (5489 m), nel 1971; in Perù, nella valle del Rio Pumarriri,<br />

su cinque montagne oltre i 5000 metri di cui tre inviolate, nel 1976; in Perù, Cordillera Blanca, sul Pucaranra (6150<br />

m), nel 1977.<br />

Antonio muore il 14 aprile 2008, dopo aver sopportato per un interminabile anno, con forza e rassegnazione ammirevoli, una<br />

malattia incurabile e dolorosissima.”


ANTONIO RUSCONI<br />

Un alpinista che volle arrampicare nell’ombra<br />

A tre anni dalla sua scomparsa, saranno rimasti ormai in pochi a<br />

pensare talvolta a lui, a ricordarne le doti superiori di eccezionale<br />

alpinista, in cui abbondavano insieme generosità e modestia,<br />

abnegazione e coraggio. Dimenticare, del resto, appartiene alle<br />

leggi della vita e della ridotta capacità umana di incamerare in<br />

continuazione nella mente la successione degli avvenimenti, delle<br />

conoscenze, dei volti e dei nomi. Le grandi istituzioni cercano<br />

di rimediare al fatto che i loro personaggi di maggior valore e<br />

prestigio vengano raccolti, come tutti i mortali, nel profondo oceano<br />

della dimenticanza, e approntano per questo i loro albi, dove<br />

figurano le persone sante per le religioni; gli eroi, gli scienziati, gli<br />

artisti per le diverse nazioni del mondo. Forse non potremo mai<br />

incontrare il nome di Antonio se ci capiterà di scorrere le pagine<br />

di questi albi, e ne siamo spiacenti, perché lui pure è stato un<br />

uomo cui spetterebbe di diritto un ricordo perenne. La sua è stata<br />

una vita trascorsa all’insegna dello <strong>sport</strong>, abbracciato puramente<br />

per diletto e convinzione, inseguendo prima risultati sbalorditivi<br />

nell’attività alpinistica, continuando poi come semplice appassionato<br />

nelle gare di corsa, con lunghe marce in pianura e in<br />

montagna. Nessuna ambizione in lui, che non fosse quella di<br />

sentirsi totalmente realizzato, anche umanamente, in quello che<br />

faceva, anche se si trattava di un impegno esigente che lo coinvolgeva<br />

anima e corpo, per dare tutto di sé, fino al punto talvolta<br />

di mettere a repentaglio la vita stessa. E fu proprio per questo<br />

che, quando una pratica dell’alpinismo, compatibile con il rischio<br />

estremo, non potè più coincidere con il senso di responsabilità<br />

dovuto alla famiglia che si era formato nel segno dell’amore<br />

cristiano, decise di dare addio alle grandi pareti invernali, dalle<br />

quali per quasi un decennio non era mai riuscito a staccarsi.<br />

Non possiamo dimenticare Antonio, se appena abbiamo la percezione<br />

di quello che significa arrampicare in invernale sulle pareti<br />

più esposte e levigate: e su queste lui ha osato mettersi in<br />

discussione proprio nell’esperienza più difficile e problematica,<br />

quale è riservata solo a chi intende aprire qui una via di straordinaria<br />

importanza. Riflettiamo quante volte non ha esitato ad<br />

OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE<br />

19


20<br />

Antonio Rusconi<br />

affrontare a ripetizione la durezza delle ricognizioni, la costrizione<br />

di lunghe marce di avvicinamento sprofondato nella neve, le<br />

logoranti permanenze su pareti lisce e ghiacciate, soffrendo per<br />

la fame, la sete e il freddo, in una lotta tremenda fino alle lacrime,<br />

ma resistendo sempre fino alla vittoria! Non ci è difficile pensare<br />

che tutto questo l’abbia fatto avendo in mente la sua crescita e<br />

la sua realizzazione personale, ben lontano dall’aspettarsi che<br />

una qualsiasi grandiosa conquista dovesse servire per procurargli<br />

onere e applausi.<br />

Allo stesso modo, del resto, come non ha mai approfittato di<br />

quelle superbe invernali, che tutti gli invidiavano, per manifestare<br />

un vanto che sarebbe stato più che giusto, preferendo quasi<br />

nascondersi e scomparire dietro le spalle robuste del fratello<br />

Gianni ed essere considerato semplicemente come uno qualsiasi<br />

di quel quintetto, pur fantastico, conosciuto come “i cinque di<br />

Valmadrera”.<br />

Ma se non intendiamo dimenticare Antonio, basterà riferirci, anche<br />

più facilmente, ad una via soltanto, quella sbalorditiva effettuata<br />

sulla parete Estnordest del Pizzo Badile e che è entrata<br />

nella storia che raccoglie le imprese più importanti di ogni tempo.<br />

La “via del Fratello” riassume nella realtà e come significato<br />

tutta la clamorosa attività dei fratelli Rusconi: il nome che le è<br />

stato dato, pur indovinato e dolce, avrebbe dovuto meglio essere<br />

indicato come “via dei fratelli”. Questa salita, incredibilmente<br />

difficile e durissima, è stata infatti vissuta interamente ed esclusivamente<br />

da tre fratelli: Carlo, con una presenza virtuale come<br />

ispiratore e punti di riferimento, Gianni e Antonio come gli autori,<br />

che hanno arrampicato avendo continuamente nella mente e nel<br />

cuore proprio lui.<br />

OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE


ANTONIO RUSCONI<br />

Un alpinista che volle arrampicare nell’ombra<br />

Ma non siamo qui per non dimenticare imprese e conquiste: che<br />

si vuole tenere sempre vivo è soprattutto un nome, perché nel<br />

nome rimane condensata e in certo modo manifestata, la realtà<br />

intera e sostanziale di ogni persona. E questa volta è il semplice<br />

pronunciare “Antonio Rusconi” che riesce a riaccendere in<br />

noi la presenza di un volto sereno e alla buona, che sorride, e,<br />

senza darsi importanza, ci indica un modo speciale di condurre<br />

la nostra esistenza: uno stile possibile, perché così è già stato<br />

per lui.<br />

Renato Frigerio<br />

OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE<br />

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22<br />

ACCADEVA NELL’ANNO…<br />

L’articolo, che ci riporta alla bella impresa di una cordata di alpinisti lecchesi d.o.c., è stato pubblicato da “Rassegna di Montagna”,<br />

annuario del C.A.I. sezione di Lecco – Sottosezione di Belledo – nel 1964. L’importante conquista invernale di cui si parla<br />

era stata realizzata ad inizio dello stesso anno in cui uno dei protagonisti, che è poi l’autore dell’articolo, passò la sua relazione<br />

alla redazione della rivista, che la propose immediatamente ai suoi lettori.<br />

TORRE TRIESTE NEL<br />

REGNO DEL CIVETTA:<br />

PRIMA INVERNALE DELLA CASSIN<br />

di Aldo Anghileri<br />

ACCADEVA NELL’ANNO…


Eravamo in gennaio del 1964. Da pochi giorni ero venuto a conoscenza<br />

che lo spigolo Sudest, via Cassin-Ratti alla Trieste, la<br />

Torre delle Torri, era stato superato ben poche volte nella buona<br />

stagione ma mai in quella invernale. Questa notizia mi aveva<br />

tolto la pace: da tempo pensavo di fare qualcosa che potesse<br />

soddisfare la mia passione alpinistica, e dentro di me sentivo che<br />

questa era un’occasione da non perdere.<br />

Ero allenato, ma le difficoltà tecniche da superare e il freddo che<br />

prevedevo intenso mi rendevano titubante. In Grignetta, fra una<br />

arrampicata e l’altra, lanciai l’idea ai miei tre amici, Pino Negri,<br />

Andrea Cattaneo e Gildo Arcelli: decidemmo di partire a fine settimana.<br />

Curammo l’equipaggiamento nei minimi particolari, e ci<br />

attrezzammo per i bivacchi.<br />

Il primo febbraio, alle ore 2.30’ eravamo in partenza: durante la<br />

strada di avvicinamento molti pensieri e timori si affollavano nella<br />

mia mente. Mi preoccupavo pensando se quello che andavamo<br />

a compiere non fosse un’impresa troppo ardua per le nostre capacità,<br />

anche perché io, non ancora diciottenne, mi sentivo poco<br />

esperto per affrontare come capocordata la mia prima arrampicata<br />

invernale fuori zona.<br />

Arriviamo al rifugio Vazzoler ed, appoggiati alla balaustra, guardiamo<br />

incantati la Trieste. Essa si erge davanti a noi maestosa<br />

e qualche rara nube evanescente la rende ancora più irreale.<br />

Giunti all’attacco della parete verso le ore 12 dello stesso giorno<br />

dividiamo bene il materiale e prendiamo contatti con la roccia,<br />

con l’intenzione di arrivare ad effettuare il primo bivacco su di<br />

una cengia, dove la via Cassin si divide dalla via Carlesso. Formiamo<br />

due cordate, composta una da me e Cattaneo e l’altra da<br />

Negri e Arcelli. Parto io, ma dopo quattro tiri di corda il buio ci<br />

coglie improvvisamente e per maggior sicurezza, decidiamo di<br />

legarci in cordata unica: procediamo con attenzione ma abbastanza<br />

speditamente.<br />

Riprendiamo a salire, affrontando il tratto (35 metri) più duro e<br />

delicato della salita per la friabilità e l’esposizione della roccia.<br />

Questo il tiro di corda più impegnativo della salita.<br />

Lo supero, dopo essere rimasto un attimo col fiato sospeso, faccio<br />

un respiro lungo:<br />

“ce l’ho fatta!” dico.<br />

ACCADEVA NELL’ANNO…<br />

23


24<br />

TORRE TRIESTE NEL<br />

REGNO DEL CIVETTA:<br />

PRIMA INVERNALE DELLA CASSIN<br />

Sul traversino, che trovasi subito dopo la fessura breve che termina<br />

in ottima fermata, Arcelli a causa della scarsa visibilità vola<br />

a pendolo per circa 10 metri. Negri è sempre attento e pronto<br />

per ogni evenienza e ricupera il compagno tempestivamente. A<br />

causa di questo lasciamo in parete due staffe e sei moschettoni;<br />

alla fine della salita il materiale impiegato sarà il seguente: 30<br />

moschettoni, 6 staffe, 30 chiodi e 4 cunei di legno.<br />

Quindi ci prepariamo per il bivacco. Ci piazziamo in una cengia<br />

inclinata, abbastanza comoda. Prima di sistemarci, sono le 19,<br />

riceviamo da Listolade le segnalazioni che il popolare Silvio ci<br />

fa pervenire a mezzo lampada e contraccambiamo. (Nel venire<br />

passando da Listolade avevamo parlato a Silvio di ciò che andavamo<br />

a fare e lui s’era offerto di aiutarci in tal senso). Questo<br />

fatto ha il potere di farci sentire ancora legati al mondo e non<br />

abbandonati da soli contro la montagna e gli elementi. Quindi,<br />

indossate le giacche a piuma ed infilatisi nei sacchi da bivacco,<br />

attendiamo che la notte ci porti nel mondo dei sogni e che l’alba<br />

possa poi ricondurci nella realtà. Ma prima d’addormentarci<br />

sfottiamo Arcelli per il… bel pendolo di cui prima s’era reso protagonista.<br />

E lui, vedendosi schernito, dapprima ci fulmina con<br />

sguardo cattivo e poi ci fa la… diagnosi del suo “incidente”. Dice:<br />

“attraversavo lento, con cautela, accarezzando gli appigli prima<br />

di fidarmene: sembravano sicuri, ma non lo erano affatto. Sotto i<br />

piedi, ad un tratto, il vuoto.<br />

Il resto lo sapete”.<br />

Domenica 2 febbraio, ore 8: si riprende a salire. Formiamo due<br />

cordate: in testa Negri e Arcelli, seguiamo io e Cattaneo. Il freddo<br />

intenso ci paralizza ed ogni tanto ci dobbiamo fermare per<br />

scaldarci. Dopo questo tratto di arrampicata libera, arriviamo su<br />

una cengia e passo in testa io con Cattaneo; segue la cordata di<br />

Negri e Arcelli. Si prosegue per altri due tiri di corda, poi ci alterniamo<br />

nuovamente. Finalmente il sole giunto a farci compagnia<br />

ci riscalda debolmente, ma il vento sorto ci frusterà fino a sera.<br />

Dopo aver percorso una sessantina di metri in obliquo, giungiamo<br />

ad un diedro.<br />

In questo superamento, a 300 metri dalla vetta, vola Negri a causa<br />

della fuoriuscita di un cuneo, effettuando un volo di 20 metri.<br />

Prontamente tiriamo le corde ed io mi procuro alle mani scottature<br />

di una certa entità. Odo il respiro breve, mozzo dallo sforzo<br />

di Negri, ma quando mi arriva vicino la sua risata aperta ancora<br />

una volta ha il potere di darci sicurezza senza drammatizzare<br />

sull’accaduto. Arriviamo ad un terrazzo. Proseguiamo sino ad<br />

una nicchia posta a 50 metri sopra la seconda grande cengia<br />

e qui bivacchiamo per la seconda volta. Sono le 16.30’. È un<br />

bivacco disagiato di poco agevole adattamento.<br />

Alle 19, a causa dell’ubicazione del bivacco e della nebbia, attendiamo<br />

invano le segnalazioni da Listolade. Parliamo delle difficoltà<br />

da superare, dei 300 metri di parete percorsi oggi; pensiamo ai<br />

nostri cari. Ma noi siamo soli quassù, sopra di noi strapiombi.<br />

Il fatto di non aver avuto tramite le segnalazioni contatto alcuno<br />

con il mondo, mi fa sentire scoraggiato e stanco, e quasi… vorrei<br />

non essermi mai cacciato in questa impresa.<br />

Ma che cosa ci ha fatto venire qui ad affrontare soli pericoli e<br />

ACCADEVA NELL’ANNO…


fatiche? È il solito grande mistero che ogni alpinista porta in sé.<br />

Al mattino del terzo giorno alle ore 8 si riprende la salita. Prima<br />

cordata: io e Cattaneo; seguono Negri e Arcelli.<br />

Ma le mie mani, a causa dell’incidente di ieri, sono scoppiate<br />

con il freddo, e allora decidiamo di formare una cordata unica<br />

guidata da Pino Negri: formazione questa che non cambieremo<br />

più. Superiamo una fessura strapiombante, giungiamo in cengia,<br />

troviamo poi rocce abbastanza facili, fino ad arrivare su di una<br />

comoda piazzola. Sono le ore 16 e piazziamo il terzo bivacco a<br />

100 metri dalla vetta.<br />

Alle ore 19 ci ritroviamo al nostro appuntamento con Silvio: e<br />

questa volta le segnalazioni arrivano. Il morale è alto, la vetta è<br />

sempre più vicina, al freddo ormai non si bada più, è da quando<br />

siamo in parete che ci morde: solo le mie mani mi fanno soffrire.<br />

Il giorno 4, alle ore 8, superiamo due tiri di corda difficili, e poi<br />

sentiamo che la parete s’ammoscia, la cima è vicina. Superiamo<br />

le ultime difficoltà costituite da un camino verticale vetrato e<br />

siamo in vetta. Sopra di noi non v’è più che cielo: la vetta della<br />

Trieste per la via Cassin è superata.<br />

Sono le ore 12 del 4 febbraio 1964. Sotto di noi gli strapiombi<br />

vertiginosi, intorno una pace solenne e il mio cuore che batte<br />

più forte! È la vittoria! Anche se le mani dolorano, non soffro. Un<br />

attimo di gioiosa sosta affratellati in un comune abbraccio, poi,<br />

il pensiero della discesa con 13 corde doppie da effettuare, ci fa<br />

decidere di prendere la via del ritorno.<br />

Dopo 72 ore in parete, di cui 24 in arrampicata, in lotta col freddo<br />

e con la montagna, dopo tante ore d’isolamento ci stiamo avvicinando<br />

ad altre anime vive.<br />

Ma anche questo percorso ci riserva una sorpresa fortunatamente<br />

senza conseguenze notevoli. Un sasso caduto dall’alto ci trancia<br />

netta una corda.<br />

A sera scorgiamo lassù rischiarata dalla luna imponente la Torre<br />

Trieste: e sembra alta ed inaccessibile.<br />

Ora le pene sono finite: in me e nei miei amici rimane la gioia di<br />

ciò che abbiamo fatto.<br />

Ma nel ricordo, c’è qualcosa di particolare, che mi fa sentire contento,<br />

un bivacco in parete in invernale. Che cos’è il bivacco in<br />

inverno? È un ricordo bello, che resta nell’animo incancellabile.<br />

È una notte interminabile, sonnolenza dolorosa, sofferenza, attesa<br />

spasmodica. Tutto intorno è silenzio, è notte nera. Ma questi<br />

pensieri si accavallano, mentre davanti a noi si profila Agordo;<br />

e lì c’è l’alpinista e senatore Armando Da Roit, nostro carissimo<br />

amico, che ci ospita con la sua ben nota cordialità e gentilezza.<br />

L’impresa nel regno del Civetta non resterà solo un ricordo: sarà<br />

il simbolo che illuminerà la mia attività alpinistica, mi sorreggerà<br />

nei momenti di scoraggiamento, mi terrà sempre legato alla mia<br />

cara montagna.<br />

Note esplicative a completamento<br />

La Torre Trieste si trova sul versante Sud orientale della Civetta, importante<br />

gruppo dolomitico fra l’Agordino e la Valle di Zoldo, nel Bellunese.<br />

Ricordiamo della via Cassin le prime di merito e le ripetizioni in ordine<br />

cronologico:<br />

Prima salita: Riccardo Cassin e Vittorio Ratti, realizzata dal 15 al 17<br />

agosto 1935.<br />

Seconda: Gino Soldà e Ugo Pompanin, 2 e 3 settembre 1948;<br />

terza: Erich Waschak e Karl Ambichl, 26 e 27 agosto 1949;<br />

quarta: Beniamino Franceschini e Lino Lacedelli, 6 e 7 agosto 1952.<br />

Prima femminile: Geneviève Sonia Livanos e Georges Livanos, dal 10<br />

al 12 agosto 1956.<br />

Prima invernale: Aldo Anghileri, Andrea Cattaneo, Pino Negri e Ermenegildo<br />

Arcelli, dall’1 al 4 febbraio 1964.<br />

Prima solitaria: Lorenzo Massarotto, 18 agosto 1978.<br />

Prima libera: Manolo, 1977, a vista, 6c.<br />

Insieme alla via Carlesso, di 7a, salita sempre a vista, con questa libera<br />

Manolo introdusse, senza saperlo, il free climbing in Italia.<br />

ACCADEVA NELL’ANNO…<br />

25


26<br />

Una realtà in-credibile:<br />

Il Costa basket<br />

Una squadra femminile che è stata persino in serie A1, e che tutt’ora raggiungi ottimi risultati in B1.<br />

Un settore giovanile di prim’ordine, con volontari preparati e tecnici competenti, tanto che le sue squadre<br />

si permettono il lusso di vincere contro squadre di città con tradizioni importanti e bacino d’utenza molto,<br />

molto più grande. Il Costa Basket di costa Masnaga è quasi un miracolo <strong>sport</strong>ivo, e nello stesso tempo<br />

un magnifico manifesto promozionale per uno degli <strong>sport</strong> più interessanti e spettacolari: il basket<br />

Sono già passati quasi 40 anni (1972) dalla nascita di questa società di pallacanestro.<br />

Una storia lunga ed intensa. Tante emozioni sono state regalate agli innumerevoli appassionati che ci hanno fedelmente<br />

seguito negli anni, tante cose sono mutate dentro ed attorno alla Poli<strong>sport</strong>iva, a partire dal nome che dal 2007 diventa Associazione<br />

<strong>Sport</strong>iva Dilettantistica Basket Costa x l´Unicef.<br />

Gli obiettivi e le tematiche iniziali invece non sono mai mutate: propagandare lo <strong>sport</strong> più bello e diffuso del mondo anche<br />

in Brianza, avviare allo <strong>sport</strong> agonistico anche le giovani troppo spesso lasciate ai margini delle attività <strong>sport</strong>ive dai loro<br />

colleghi maschi.


Analizzando ciò che è stato fatto negli anni, senza falsa modestia,<br />

possiamo affermare che l´idea che ha dato il via a questo<br />

progetto è stata sviluppata in maniera eccellente, dando la<br />

possibilità ad una gran quantità di giovani di scoprire la pallacanestro,<br />

di crescere con essa e di trovare nello <strong>sport</strong> stimoli ed<br />

insegnamenti per la loro vita futura.<br />

Centri minibasket maschile e femminile dai 4 agli 11 anni:<br />

Costamasnaga: Palestra via Verdi<br />

Oggiono: Palestra Bachelet<br />

Cassago Brianza: Palestra Oratorio<br />

Nibionno: Palestra Via Kennedy<br />

Arosio: Palestra Comunale<br />

Renate: Palestra Comunale<br />

Agonistica maschile e femminile dai 12 anni in su:<br />

Costamasnaga: Palestra via Verdi<br />

Lambrugo: Palestra Comunale<br />

Rogeno: Palestra Comunale<br />

Scrive Giovanni Lucchesi, allenatore nazionale Italiana U18,<br />

Campione europeo 2010<br />

Io a “Costa” ho lasciato il cuore. Già, perché per tutti, questo<br />

angolo di Brianza è sempre stato “Costa”…<br />

Era giugno del 1995, credo. E la mia vita non era delle più felici,<br />

professionalmente parlando. La stagione precedente l’avevo<br />

conclusa guardando, nel vero senso della parola: esonerato da<br />

Viterbo, da una società di persone…con la p minuscola. Vagavo<br />

per i campi nella speranza di trovare la sistemazione giusta, la<br />

gente giusta, nella profonda consapevolezza che il posto giusto…<br />

non esisteva. “Costa” era vicino Como, era appena approdata<br />

in A1, con pieno merito e con un ottimo allenatore ed una<br />

grande, impagabile persona come Fritz Frigerio alla guida. Ma<br />

Como e la Comense erano vicino, al punto di influenzare le scelte,<br />

tanto da ritrovarmi io su quella panchina, forse perché amico<br />

di Corno, forse perché sponsorizzato in un modo…convincente.<br />

Non è stato facile per me capire, accettare la situazione; ne ho<br />

sofferto, che ci si creda o no… E la prima volta che mi sono<br />

presentato in palestra sentivo gli sguardi addosso, ma in quegli<br />

sguardi non ho mai avvertito, mai, davvero mai, la minima ostilità…<br />

l’allenamento filava liscio, Bicio lo conduceva, io osservavo.<br />

Mi ricordo che salutai Monica Stazzonelli, la mia, la vostra<br />

Monica, il leader; era un po’ che non ci si vedeva ed in fondo<br />

a “Costa” coronavo il sogno di allenarla dopo gli anni passati a<br />

sperare di averla dalla mia parte perché a Roma, contro Ostia,<br />

mi faceva “nero”…<br />

Quel giorno avevo la cravatta…mi ero vestito bene nella preoccupazione<br />

di fare una belle figura con Matteo; a trovare un<br />

accordo ci avevo messo 20 minuti, non di più ed ora dovevo<br />

costruire la squadra. Mica facile. Eppure venne fuori un grande<br />

gruppo, perché a Costa c’era grande gente, con la G maiuscola.<br />

Ed io ne avevo bisogno di quella gente… ricordo il primo<br />

allenamento di preparazione atletica… era una giornata di sole,<br />

luminosa, con il verde splendente delle colline e l’aria fresca<br />

nonostante la stagione…mi sentivo vivo. E tale sono stato per<br />

un anno intero, indimenticabile…luminoso. C’era una atmosfera<br />

in quel palazzetto piccolo, ma così a misura di noi… c’era l’entusiasmo<br />

da brividi della gente, c’era la semplicità delle cose e<br />

dei gesti. L’A1? Cosa cambiava… nulla. Tutto a misura d’uomo<br />

e donna. E in quel palazzetto si faticava a vincere, a volte diventava<br />

caldissimo…e poi il “dopo”… il “dopo” allenamento con le<br />

chiacchiere con Bicio, con papà Ranieri, con il custode, con la<br />

squadra di prima divisione in cui aspiravo giocare… il ritorno a<br />

casa a Como era lieve, la strada non pesava perché pensavo<br />

al giorno dopo, al ritorno nella mia oasi…era bello lavorare a<br />

“Costa”.<br />

Io sono stato bene a “Costa” e a “Costa” ho lasciato il cuore, forse<br />

l’ultimo entusiasmo genuino, incondizionato verso il basket<br />

Io e la squadra e Bicio preparavamo le partite a casa sua, il sabato<br />

mattina, prima dell’allenamento di tiro: si portavano i cornetti,<br />

le paste, si beveva il caffè e si guardava la partita, il videotape,<br />

27


28<br />

Una realtà in-credibile:<br />

Il Costa basket<br />

come in altre realtà più illustri si diceva e si dice; noi stavamo<br />

bene così, perché in quello stare assieme eravamo serissimi,<br />

meticolosi nell’osservare avversari e le nostre mancanze; capaci<br />

di ridere proprio di noi stessi (“quanti palleggi hai fatto Vedrana?<br />

1,2,3,4…13!”), dei nostri limiti, ma sempre coscienti dei doveri<br />

e degli obbiettivi, semplici, ma tangibili. E finite le partite andavamo<br />

tutti in sede a mangiare; le donne, le donne meravigliose<br />

di Costa preparavano piatti e pietanze e ci si sedeva a tavola,<br />

riscoprendo gioia o delusione a seconda del risultato. Eravamo<br />

una cosa sola e a “Costa” avevo pensato di fermare il mio tempo<br />

di girovago. Ho voluto e voglio bene a Bicio che ha condiviso<br />

il mio turbamento di persona in bilico, le mie passioni e le mie<br />

angoscie e delusioni. Voglio bene a lui come al fratello che non<br />

ho mai conosciuto, ma che ho sempre cercato. Ho voluto e vorrò<br />

sempre bene a questa gente di “Costa” perché sentirsi accolto e<br />

sostenuto anche nei momenti di difficoltà non è da tutti, già non<br />

è proprio da tutti. E di difficoltà ne abbiamo avute, <strong>sport</strong>ivamente<br />

parlando… una serie nera ci stava facendo dimenticare di essere<br />

forti nella testa e nel cuore oltre che nelle gambe; ma reagimmo<br />

come solo le grandi squadre, le grandi persone sanno fare,<br />

tanto che alla fine conquistammo una salvezza fatta di lacrime e<br />

sudore, di volontà e ardore, di bel gioco, di passione e rispetto<br />

per il lavoro. Alla fine la squadra di “Costa” volava, sicura di sé<br />

e del suo orgoglio, spauracchio per tutti. A “Costa” ho conosciuto<br />

davvero le lacrime della vittoria, lo stordimento del vedere la<br />

gente accompagnare la corsa della tua squadra, la vibrazione<br />

possente del partecipare, dell’entusiasmo e dell’entusiasmare,<br />

la sensazione di essere sollevato in alto dal respiro emozionato<br />

di chi ti sta intorno… Io non posso dimenticare “Costa”, perché<br />

Costa è stato tutto questo e molto altro; nella mia vita di adesso,<br />

come di allora c’è la pulizia dell’animo di chi ci circondava, c’è<br />

l’amicizia, c’è lo stupore del successo, c’è la simpatia dell’immagine<br />

diversa, fuori dai canoni del corformismo <strong>sport</strong>ivo, c’è il<br />

trionfo della professionalità partecipe sul professionismo freddo<br />

e distaccato.<br />

A “Costa” c’era tutto per me, non avevo molto da chiedere; se<br />

non continuare la mia vita lì, perché della mia vita si trattava, non<br />

della mia carriera…<br />

Ed il dolore per la fine di quella”vita” è stato ancora più profondo,<br />

più amaro, più duro da accettare, più difficile da superare… restano<br />

i ricordi, resta l’amicizia per coloro che magari non vedo da<br />

anni ma che ho dentro, nella cassaforte dei ricordi belli e puliti;<br />

infatti a “Costa” non ho fatto mai ritorno fisicamente, ma solo<br />

con il cuore; mille e poi ancora mille volte ripercorrendo le strade,<br />

fermandomi ai semafori, parcheggiando lì, sotto il palazzetto, ancora<br />

una volta, magari nella nebbia, nell’attesa della domenica,<br />

nell’attesa della gente di “Costa”, la mia gente, se permettete…<br />

e vi prego, concedetemelo…ancora una volta.<br />

Il costa basket ha un sito seguitissimo, e il suo motore è l’infaticabile<br />

Fabrizio Ranieri, detto Bicio. Per capire la passione e<br />

l’energia che lui e gli altri tecnici trasmettono ai bambini, basta<br />

leggere di una cronaca che inizia, per la fortissima Under 13 maschile,<br />

così<br />

Brutta prestazione ieri pomeriggio dei nostri piccolotti.<br />

Poca aggressività e spirito di sacrificio difensivo, ancor meno lucidità<br />

nelle scelte offensive e meno ancora capacità di concentrazione.<br />

Molto individualismo e voglia di farsi vedere “da soli”. Pochissime le


eccezioni e non costanti.<br />

Occasione sprecata, e speriamo che sia l´unica, per crescere<br />

ancora.<br />

Con questo inizio, di quale risultato si starà mai parlando? Di<br />

questo qui...<br />

CostaMasnagaA - Cosio Valtellino 71-36 (22-12 / 37-20 / 55-29)<br />

Insomma, una vittoria di 35 punti commentata, comunque, con<br />

una bella dose di critica. E ci piace riportare un articolo recentissimo,<br />

di una delle tante vittorie, questa volta dell’under 17 femminile<br />

Dal sito http://www.basketcostaweb.com<br />

Iniziamo con un dato che mi gira nel cervello da stamattina: DE-<br />

CIMA finale nazionale negli ultimi DIECI anni.<br />

Proseguiamo con una frasetta che ho scritto per sms al nostro<br />

Sindaco: Costamasnaga continua a LOTTARE e VINCERE coi<br />

capoluoghi di provincia! A Costa abbiamo un grande sindaco ma<br />

anche una grande Società di Basket.<br />

Difficilmente mi lascio andare a mente fredda, cerco sempre di<br />

mettere le cose nella loro importanza aldilà delle emozioni del<br />

momento. Però, capperi fritti, come possiamo sempre volare<br />

bassi con questi numeri partendo da questa realtà. Questo ennesimo<br />

successo non può che legittimare un sistema che funzione,<br />

pur partendo da una realtà complicata e difficile. Siamo<br />

in pochi, umili e lavoratori ma, capperi fritti, siamo BRAVI! Ohhh<br />

l´ho detto e lo dico a mente fredda e se qualcuno penserà che<br />

sono presuntuoso... bhè affari suoi ;)<br />

Ma di bravi in questa storia ce ne sono alcuni in particolare.<br />

Daionais che ha dedicato il suo tempo e ha dato e ricevuto amore<br />

da questo gruppo. Ha amplificato l´anima di queste bimbe, ha<br />

amalgamato e unito, motivato e scremato. Un lavoro perfetto.<br />

Arturone che in silenzio ha moderato il Coach, ha smussato gli<br />

angoli grezzi, le ire, le istintività, saldando con pazienza e piacere<br />

i rapporti nel gruppo. Nel frattempo ha dispensato consigli di<br />

gioco, di esperienza vissuta che valgono oro.<br />

Paoletta, al solito e più del solito, ha risolto e organizzato, tenuto<br />

alto il morale e lavorato per creare il piacere di stare insieme.<br />

Un lavoro prezioso, silente e quasi mai riconosciuto.<br />

E poi le bimbe... quando 5 anni fa questo gruppo è nato (presenti<br />

a tutt´oggi Basa, Carlaz, Sendi e Yossi) era un informe massa<br />

con motivazioni eterogenee. Negli anni abbiamo costruito,<br />

inserito, non senza qualche scivolone qua e là, ma pian piano<br />

facendo crescere la consapevolezza che “ci siamo anche noi”.<br />

2 anni fa la prima sorpresona. Becchiamo l´interzona e usciamo<br />

dalle finali nazionali per differenza canestri proprio contro Ancona<br />

(pur avendola battuta).<br />

Ed ecco che finalmente gli anatroccoli, che spesso hanno vissuto<br />

di luce riflessa del gruppo ´93, crescono e si trasformano in<br />

cigni al termine di una stagione difficile, nata con l´abbandono<br />

di Gaietta, gli infortuni di lunga degenza di Basa e Kia ma<br />

l´ingresso di Balù, il successivo abbandono di Fogghi e i ripetuti<br />

infortuni di Merièn.<br />

Ogni disavventura ha creato motivazioni ulteriori, il gruppo è<br />

diventato un granito, le individualità sempre e solo al servizio<br />

della squadra. Un meccanismo perfetto che forse non riesce a<br />

esprimere una pallacanestro da urlo ma che butta il cuore oltre<br />

l´ostacolo e ci prova e ci riprova fino a quando ci riesce.<br />

E IL FUTURO?<br />

Il futuro si cerca di programmarlo partendo come al solito dal<br />

settore giovanile. Per il ramo maschile, grazie ad un recente<br />

accordo con Bluceleste Lecco (società creata da più società<br />

della provincia per fare attività di eccellenza), i prossimi anni<br />

vedranno il Bk Costa impegnato nella formazione di due gruppi<br />

per annata con il duplice obiettivo di formare atleti per la Bluceleste<br />

e permettere però comunque a tutti di vivere la pallacanestro.<br />

Per il ramo femminile l’obiettivo è confermarsi con la<br />

voglia di migliorare: la FIP ( Federazione Italiana Pallacanestro)<br />

sta portando avanti un programma di riforme epocale, e anche<br />

per questo dobbiamo tutti capirne gli aspetti. E’ certo, però, che<br />

29


30<br />

Una realtà in-credibile:<br />

Il Costa basket<br />

baseremo tutto sull’incremento quantitativo prima che qualitativo<br />

del settore giovanile visto la crisi vocazionale generale italiana<br />

(perdita costante di tesserate negli ultimi 20 anni) e su quella<br />

base creeremo obiettivi per la prima squadra.<br />

La festa dura poco perchè domani si ricomincia, ma l´emozione<br />

di felicità e appagamento resterà per sempre.<br />

Aprile 2011: l’Under 13<br />

maschile perde solo in<br />

finale, a Fertilia, contro<br />

la Lottomatica Roma.<br />

RINGRAZIAMENTI<br />

Tutto questo è possibile non solo grazie alla passione, alla preparazione<br />

e alla buona volontà di dirigenti e tecnici ma anche<br />

alle Imprese che hanno creduto inn noi. In particolare la B&P<br />

autoricambi di Barzago e MIA pannelli e legnami di Figino<br />

Serenza, oltre ad un gruppo nutritissimo di piccoli aiuti. Se qualcuno<br />

volesse sposare il nostro piccolo miracolo e le nostre idee<br />

può contattarci per mail, 006237@spes.fip.it . Saremo lieti di accogliervi<br />

nella nostra famiglia


dai nostri testimonials<br />

Chiara Gianola<br />

TROFEO “DARIO E WILLY”<br />

Stefano Butti<br />

Domenica 1 maggio 2011 si è svolto a Valmadrera il trofeo “Dario & Willy” una skyrace di 14 km. circa e più di 1300 metri di<br />

dislivello. E’ una delle prime gare di skyrunning della stagione e i patiti di questa disciplina dopo un lungo inverno hanno voglia<br />

di mettersi alla prova e testare le gambe. Per questo motivo ogni anno richiama un buon numero d’iscritti.<br />

La gara parte dal centro di Valmadrera e s’inerpica su sentieri boschivi e mulattiere salendo fino al rifugio S.e.v. in località<br />

Pianezzo passando per i Corni di Canzo e buttandosi nella discesa che porta fino all’arrivo di S.Tomaso.<br />

E’ un percorso abbastanza tecnico soprattutto in discesa, che può rivelarsi molto insidiosa se dovesse essere bagnata come<br />

nella precedente edizione; quest’anno invece ci è stata regalata una splendida giornata di sole che ha reso felici organizzatori,<br />

atleti e supporter al seguito.<br />

Nel pomeriggio si sono svolte le premiazioni, per la cronaca ha vinto il beniamino di casa Stefano Butti chiudendo col tempo di<br />

1 h 26” 20 seguito da Davide Trincavelli (1 h 27” 26) e al terzo posto il valtellinese Dario Songini (1 h 27” 41) grande pioniere<br />

di questa disciplina e ancora fortissimo atleta!<br />

In campo femminile la vittoria è andata a Manuela Buzzoni col tempo di 1 h 55” 42 seguita da Carolina Tiraboschi (1 h 57”<br />

51); come l’hanno scorso anch’io ho preso parte a questa competizione piazzandomi con un ottimo terzo posto (1 h 59” 05)<br />

sperando che sia di buon auspicio per tutta la stagione di skyrunning.<br />

Chiara Gianola<br />

31


32<br />

TRA TECNOLOGIA E PASSIONE<br />

Pinarello, e uno sguardo dietro le quinte<br />

del ciclismo


La Pinarello nasce per opera di Giovanni Pinarello alla fine<br />

degli anni Quaranta a Catena di Villorba. Una storia lunghissima<br />

di cui ci piace ricordare alcuni momenti indimenticabili per tutti<br />

gli appassionati di <strong>sport</strong><br />

1981, tra i numerosi successi spicca la doppietta Vuelta di Spagna<br />

e Giro d´Italia del grande scalatore Battaglin che si consacra<br />

così uno dei big del ciclismo internazionale. Per la già storica<br />

ditta Pinarello, un evento che la lancia definitivamente sulla ribalta<br />

internazionale, spazio che si è ulteriormente accresciuto<br />

grazie anche al legame che si è stabilito con il campione del<br />

ciclismo degli anni Novanta, ovvero lo spagnolo Miguel Indurain.<br />

La possibilità di poter sponsorizzare la squadra in cui milita<br />

il campione, ha fatto aumentare notevolmente la notorietà del<br />

nome Pinarello in tutto il mondo, proprio in virtù delle imprese<br />

compiute dallo spagnolo: cinque Tour de France vinti, due Giri<br />

d´Italia, un´Olimpiade, Mondiale a cronometro, Record dell´Ora,<br />

e tanti altri successi in campo internazionale.<br />

Il fenomeno Indurain non è comunque isolato e importanti e numerosi<br />

successi vanno condivisi con altri campioni degli anni<br />

Novanta: Chioccioli (Giro d´Italia del 1991) e Cipollini, il velocista<br />

più celebre e famoso in campo internazionale, sono due dei ciclisti<br />

che hanno contribuito notevolmente alla popolarità del nome<br />

della casa.<br />

Libri<br />

Nel 1996 l’accordo con la tedesca Telekom permette di prolungare<br />

le vittorie al Tour de France: il passaggio di testimone da<br />

Indurain a Riis al Tour di quell´anno segna la fine dell´era dello<br />

spagnolo e l´inizio della supremazia Telekom in campo mondiale.<br />

Il danese strapazza tutti al Tour di quell´anno e si prospetta<br />

alla finestra il giovane Ullrich, promettente cavallo di razza della<br />

ex Germania dell´Est, pronto ad ereditare l´effigie di campione<br />

di fine millennio. Il ´98 vede sempre Banesto e Telekom protagoniste<br />

nelle grandi corse a tappe e nelle classiche di primavera:<br />

Zabel vince per due anni consecutivi la Milano Sanremo;<br />

Olano primeggia alla Vuelta e conquista il Campionato Mondiale<br />

a Cronometro; Ullrich giunge secondo a Parigi dietro al pirata<br />

Pantani.<br />

Il 1999 vedrà alla ribalta con la Pinarello un altro grosso campione<br />

della strada ovvero Alex Zulle che correrà con la squadra<br />

spagnola Banesto. Il 2000 è anno Olimpico e la Pinarello coglie<br />

la tripletta storica nella prova su strada, la prova più importante:<br />

Ullrich, Vinokourov e Kloden tutti del Team Telekom si piazzano<br />

ai primi tre posti e la Pinarello aggiunge il 2º oro Olimpico su<br />

strada. Nel 2000 altri importanti successi arrivano sempre dai<br />

tedeschi con Zabel che rivince la Milano-Sanremo, la maglia<br />

Verde al Tour de France e conquista la Coppa del Mondo. Nuova<br />

formazione, invece, in campo nazionale con l´entrata della<br />

Fassa Bortolo che si conferma come una delle squadre più forti<br />

al mondo.<br />

Gli anni succe3ssivi vedono l’arrivo, sulle bici Pinarello, di campioni<br />

come Michele Bartoli, Francesco Casagrande e Ivan Basso. Jan Ullrich, vincitore del Tour de France 1997 e della Vuelta 1999<br />

33


34<br />

TRA TECNOLOGIA E PASSIONE<br />

Pinarello, e uno sguardo dietro le quinte<br />

del ciclismo<br />

Ma la vera rivoluzione avviene nel settembre 2002 e si ripercuoterà<br />

sulle strade del Giro d´Italia 2003 con Alessandro Petacchi:<br />

con la nuova Dògma realizzata in magnesio. Questa bici<br />

raggiunge la massima notorietà e visibilità grazie al record di<br />

vittorie ottenute da Alessandro Petacchi ai Tre Grandi Giri di<br />

quell´anno: 15 vittorie di tappa, sei al Giro d´Italia, quattro al<br />

Tour de France e cinque alla Vuelta.<br />

OGGI, intervista con Fausto Pinarello<br />

Fausto Pinarello<br />

Sono io il primo vero tester delle nostre biciclette, la mia passione<br />

per la bici è a 360 gradi e naturalmente quello che ci dicono i<br />

campioni deve anche essere verificato per i ciclisti normali. Che<br />

non hanno la stessa potenza, la stessa aereodinamica, lo stesso<br />

peso. Certi particolari tecnici non possono essere tra<strong>sport</strong>ati a<br />

tutti i modelli, perché l’esasperazione di certe soluzioni può rendere<br />

meno maneggevole una bici.<br />

Dove le testate?<br />

Abbiamo una galleria del vento virtuale, la CFD, e qualche volta<br />

usiamo la galleria del vento della Augusta, la produttrice di elicotteri<br />

e aerei..<br />

C’è stato tanto miglioramento tecincio, sulla bici? Quanto è<br />

quantificabile, in secondi, il pogresso teconologico?<br />

Ah, anche 3-4 secondi in meno ogni pochi km, il metodo del calcolo<br />

degli elementi finiti permette una progettazione mirata al<br />

particolare, e con la CFD verifichiamo il tutto.<br />

E come elementi di fabbricazione?<br />

Il carbonio ci arriva dal Giappone, è il miglior carbonio possibile.


E naturalmente ha dato tanto alla leggerezza.<br />

Ma il regolamento impone dei vincoli, come nelle moto o nelle<br />

auto?<br />

Certamente. Anzitutto, per questioni di sicurezza, le normative,<br />

fin dal ’96, permettono di intervenire solo sugli elementi davvero<br />

strutturali. E poi certe soluzioni non vanno comunque bene per<br />

tutti, tieni conto che l’aereodinamica dello stesso ciclista influenza<br />

tantissimo, basta correre con le ginocchia di un paio di mm spostate<br />

che tutto ne viene influenzato.. E poi certe soluzioni devono<br />

essere diversificate, lo scalatore e il passista sono diversissimi,<br />

il discesista ancora di più.<br />

Avete avuto e avete tutt’ora grandissimi atleti. Chi ricordi<br />

con maggior piacere?<br />

Miguel, senza dubbio. Miguel Indurain. Un signore. Un atleta anche<br />

dopo, perché si è veri atleti quando si smette di essere atleti.<br />

Un colosso di 78kg a peso forma, alto quasi 190 cm. Gentile,<br />

squisito, professionista. Lui è stato il numero uno come intelligenza<br />

e valore tecnico. Forse Contador sta diventando come lui.<br />

35


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