La filosofia greca

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La filosofia greca

VII. GLI STOICI 119

Latvirtù non è un dono di natura, ma una lenta

acquisizione umana, quindi è in senso eminente, in-

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segnabile (òiòoMxr\)

( ). Che con la pratica possa accre-

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scersi, tutti gli stoici convengono ( ); che possa per-

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dersi, Cleante nega e Crisippo afferma ( ), in maniera

assai più consona allo spirito stoico. Si ammette la

pluralità

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delle virtù ( ) e la loro gerarchia ( ); ma nel

tempo stesso si afferma che tutte son congiunte tra

loro, non soltanto nel senso che chi ne possiede una

le possiede tutte, ma ancora nel senso che ciò che

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si fa secondo una, si fa secondo tutte ( ).

L'unità è attiva e fattiva, non ricettacolo intellet-

tualistico. E l'espressione massima del valore della

virtù umana sta nella sua adeguazione con la virtù

divina: virtus eadem in homine ac in deo est

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( ).

È questo un nuovo e grande principio: fino ad Aristo-

tile, massima virtù era la contemplazione, che solleva

l'uomo quasi a Dio, ma non l'adegua a Dio, e conserva,

pur nella trasparenza della visione, il dualismo

tra l'umano e il divino; questo invece s'annulla nella

convergenza dell'azione, nella virtù morale, che, unificando

l'uomo e Dio, vivifica l'uno e l'altro, dando

all'uno coscienza del suo aLissimo valore etico, al-

l'altro il più accentuato carattere della personalità,

che vince l'ingenuo panteismo della primitiva con-

cezione fisica.

• Dall'idea dell'attività morale come polarizzata tra

il vizio e le virtù, derivano ricche conseguenze, le

(1) Diog., vii, 91.

(2) Plutarch., De stoic. repugn., cap. 13, p. 1038 e.

(3) Diog., vii, 127.

(4) Diog., vii, 92.

(5) Stob., Ed., il, (0, 9.

(6) Plutarch., De stoic. repugn., cap. 27, p. 1046 e.

(7) Oic, De leg., i, 8, 25; v. anche Clkm., Strom., vii, 14, p. 886 Pott.

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