La filosofia greca

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La filosofia greca

X. IL NEO-PLATONISMO 265

tana dalle cause efficienti, non si avvicina di pari

passo alle finali? La difficoltà del problema ci può

essere rivelata da un banale paradosso: si tratta,

non altro, che di concepire un discendere che sia

un salire!

Il pensiero greco crede di poter trovare la sua

àncora di salvezza neirsjuatQocprj, nella conversione.

Poiché questa chiude il circolo del reale ('), essa che

è il termine del processo, si ricongiunge al principio

e partecipa della perfezione del principio. Quindi

l'essere si salva dall' imperfezione del JtQÓoSog con

2

la perfezione dell'é;uaTQocpr|

( ).

Con un pensatore sottile -come Proclo, vien voglia

di sottilizzare, non già per imbastir cavilli, ma per

svelare il suo errore e scoprire in esso la crisi del

pensiero greco.

In effetti, qual'è la perfezione di quel ritorno, di

quella conversione dell'essere sopra se medesimo?

Non una perfezione nuova, mediata da tutto il lavoro

del -"C900805, dell'alienazione e del differenziamento

dell'essere: tutto ciò, noi sappiamo, è dimi-

nuzione, non incremento. Quella perfezione non fa

che partecipare delia realtà immediata, e perfetta

nella sua immediatezza: essa non è una creazione,

ma una partecipazione, una copia; non una nuova

realtà, ma un semplice contatto con la realtà prima,

come ci suggerisce la rappresentazione stessa del

toccarsi dell'estremo col principio nel circolo.

A che vale allora — ecco la domanda che si pre-

senta a chi ha percorso il ciclo dialettico — tutto

il lavoro che l'essere compie nel xQÓoòoq,, se nulla di

esso sopravvive nella conversione finale, se l'essere

(1) Ibid., e. Sò

(2) Inst. theol.

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