La filosofia greca

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La filosofia greca

VI. ARISTOTILE 51

E da tale presupposizione nasce l'esigenza di

spiegare in qual modo le due potenze del sensibile

e del senziente s'incontrano nella sensazione; e

quindi di creare un passaggio (irrimediabilmente

equivoco) da ciò ch'è fisico a ciò ch'è psichico. Egli

è costretto ad ammettere che le qualità sensibili

siano inerenti all'oggetto e si trasmettano all'organo

col movimento, attraverso un mezzo interposto. Si

prenda per esempio la sensazione visiva : perchè

avvenga, essa presuppone un organo, cioè la vista:

un oggetto visibile, la cui visibilità è costituita dal-

l'esser colorato; ma occorre insieme un mezzo tras-

parente, diafano, attraverso cui il colore sia trasmesso

all'organo. Ma, data questa posizione, è necessaria

un'altra assunzione ancora: non basta l'essere visibile

o colorato per esser veduto; non basta un

mezzo che trasmette la qualità del colore: occorre

qualcosa che traduca in atto la possibilità del colore

e l'attitudine del mezzo diafano: la luce. La luce è

l'atto del diafano, che realizza la potenza visibile

!

(il colore) dell'oggetto ( ).

Ci troviamo così di fronte a un nuovo atto, di-

verso da quello in cui si compendia la sensazione,

e condizione di esso: un atto irriflesso, incidente dal-

l'alto, che costituisce il Deus ex machina della vi-

sione. L'assunzione di esso è della più grande importanza,

almeno sotto un aspetto negativo, in quanto

denuncia la manchevolezza della dottrina aristote-

lica. Noi ritroveremo un principio analogo anche

nella spiegazione della conoscenza razionale. Esso

sta a testimoniare la necessità di un estraneo e tra-

scendente concorso, oltre di quello dell'oggetto e del

soggetto propriamente detti, per porre in moto l'at-

ti) Ibid. li, 7, 418 b 3 segg.

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