La filosofia greca

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La filosofia greca

VI. ARISTOTILE 55

Fin qui la teoria appare abbastanza semplice e

chiara, ma si fa oscurissima, non appena si passa

a determinare il carattere di quell'atto. Noi abbiamo

già appreso, nella dottrina della sensazione che, in

quanto la potenza sensibile è anticipata all'atto del

sentire, la produzione di quest'ultimo è a sua volta

condizionata da una diversa attualità, del tutto ir-

riflessa ed incidente dall'esterno: così al vedere è

.inticipata l'attualità della luce. Similmente avviene

per l'intelletto, dove è necessario un principio attivo

che agisca sull'intelligibile come la luce sui colori.

Ma l'estrema oscurità della dottrina aristotelica consiste

in ciò, che i due atti, l'uno che è propriamente

quello dell'intendere, l'altro quello di un'attività

incidente dall'esterno e che attualizza l'intelligibile,

non vengono qui distinti, ma confusi in un solo.

È questa la chiave del labirinto aristotelico, in

cui molti interpreti si son perduti. I soli dottori me-

dievali, che hanno approfondito questa dottrina a

un punto mai più toccato, hanno mostrato di avere

inteso il nodo delle difficoltà, distinguendo da un

intelletto agente un intelletto in 4 atto ( ).

La confusione dei due principii nel pensiero di

Aristotile fa sì che, dove la sua speculazione par

che raggiunga la massima concretezza con l' identi-

ficazione del pensiero e del suo oggetto, là esso

sfuma nella massima astrazione; e che il pensare

ch'è la suprema attività umana, appaia nel tempo

stesso qualcosa di estraneo all'uomo.

Ma, anche rivelata la confusione, resta il vizio

del procedimento, quello stesso vizio che abbiamo

(1) Particolarmente controverso nella storia del pensiero è il passo

del De Anima, ni, 5, per il cui esame si veda il 3° volume della mia

Filosofia dei cristianesimo, Bari, Laterza, (p. 22 segg.)-

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