La filosofia greca

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La filosofia greca

VI. ARISTOTILE 71

7. L'Etica. — La radice di una dottrina della

moralità sta nella distinzione dell'intelletto in teo-

retico e pratico. La comunanza del genere intellet-

tuale nelle due specificazioni, già ci mostra che

Aristotile non attribuisce alla pratica un valore autonomo

di fronte al pensiero e quindi non la rife-

risce a un proprio principio: il volere, ma l'include

in una distribuzione dei valori intellettuali.

Già nella forma più rudimentale della vita psichica,

nella sensazione, insieme col primo germe

conoscitivo si manifesta la prima tendenza pratica;

dal sentire le cose si sveglia, nel soggetto, una per-

cezione di piacere e di dolore, e quindi un moto di

attrazione verso l'oggetto o di repulsione da esso.

Nello sviluppo della razionalità, le immediate tendenze

sensibili vengono non già annullate, ma com-

prese in una visione e in una valutazione superiore.

Non soltanto l'uomo che ragiona distingue piacere

da piacere, ma considera ogni piacere non più in

rapporto con ciò che lo rendeva tale nella sua imme-

diatezza, bensì con la propria dignità e destinazione

d'uomo. Qui siamo nel centro del socratismo: il piacere

elevato a eudemonia, a felicità, cioè ad uno

stato duraturo dell'anima, conquistato con l'attività

selettiva e coordinatrice della ragione.

Ad Aristotile non sfugge che la creazione di que-

sto equilibrio superiore molto dipende dalla capa-

cità che ha l'uomo di raffrenare e dominare le pro-

prie passioni, quindi, in ultima istanza, dalla libertà

del suo agire, senza cui non potrebbe anche esservi

né virtù meritoria nò imputazióne. E la libertà egli

ammette non in un senso indeterministico,- come pos-

sibilità astratta di fare o non fare; ma in un senso,

potrebbe dirsi, deterministico, come capacità dell'uomo

di determinarsi secondo la propria natura

migliore, cioè razionalmente.

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