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Ministero della Pubblica Istruzione

Direzione Generale Regionale per il Piemonte

Ufficio Scolastico Provinciale di Cuneo


L’attività l’Osservatorio sull’immigrazione in provincia di Cuneo è

sostenuta dalla


Indice

Nota della Presidenza della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo pg. 5

Prefazione, a cura dell’ Ufficio Scolastico Provinciale – Cuneo pg. 6

Introduzione pg. 7

I numeri dell’immigrazione in provincia di Cuneo pg. 7

I motivi del focus Scuola pg. 8

1. Europa, tra accoglienze e paure: quale politica per l’immigrazione? pg. 11

di Franco Chittolina – Associazione Apice

1.1 Una politica Comune per l’immigrazione e l’integrazione pg. 21

a cura di Apice Europa

2. L’emigrazione italiana tra passato e presente pg. 29

di Delfina Licata – Idos, Fondazione Migrantes

3. Giovani immigrati a scuola: vecchie problematiche e nuove risorse pg. 39

di Roberta Ricucci – Fieri

4. Immagini dello straniero. Atteggiamenti verso l’alterità etnica. pg. 55

di Alessandro Bergamaschi – Osservatorio sull’immigrazione

in provincia di Cuneo

5. I. Laboratorio interculturale pg. 65

Strategie educative nell’approccio interculturale: l’autobiografia.

di Miranda Ralli e Angela La Greca - Centro di Psicologia Transculturale

6. II. Laboratorio interculturale pg 67

Laboratorio su Minoranza/Maggioranza tra Stereotipi e Pregiudizio.

di Laura Moretto e Lina Jaramillo - Centro di Psicologia Transculturale

Appendici

Stranieri soggiornanti in provincia di Cuneo pg. 73

La presenza straniera nelle scuole della provincia di Cuneo pg. 78


Ringraziamenti

L’Osservatorio sull’immigrazione in provincia di Cuneo desidera ringraziare

sentitamente la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo che, con la sua consueta

sensibilità per le esigenze socio-culturali del territorio cuneese, ha consentito la

realizzazione di questa iniziativa.

Un sincero ringraziamento è anche rivolto al Centro Studi della Fondazione Cassa di

Risparmio di Cuneo che, attraverso consultazioni e scambi di opinioni, ha fornito un

importante supporto all’organizzazione della presente attività, utile al miglioramento

della coesione sociale locale.

Il contributo della Questura di Cuneo è stato determinante al fine di ottenere dati

aggiornati sulla situazione migratoria a livello provinciale. Un ringraziamento è quindi

dovuto alla Dirigente dell’Ufficio Stranieri Dott.ssa Ivana Rossi e all’Ispettore Francesco

Manigrasso.

Grazie anche ad Emiliano Tosello e Francesco Belgrano che hanno curato gli aspetti

grafici ed organizzativi del Corso di formazione e della pubblicazione degli Atti.


Presentazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo

Quando ormai due anni fa, alla presentazione dei dati statistici sull’immigrazione in provincia

di Cuneo a cura della Caritas, dichiarai l’interesse da parte della Fondazione Cassa di Risparmio

di Cuneo a favore di quel fenomeno in evidente crescita, la situazione si presentava certo già

problematica ma con dimensioni governabili. In particolare la collocazione degli immigrati sul

mercato del lavoro e l’atteggiamento di relativa accoglienza da parte della popolazione locale

erano due elementi essenziali per riuscire una progressiva politica di integrazione.

Oggi la situazione registra segnali di cambiamento: non tanto per quanto riguarda la presenza

degli immigrati nel nostro mercato del lavoro che di queste persone continua ad aver bisogno né

per la governabilità di un fenomeno dalle dimensioni relativamente contenute.

Quello che sembra cambiare è la capacità di accoglienza di queste persone da parte di un territorio

forse impaurito, più probabilmente ancora troppo ripiegato su se stesso e poco consapevole delle

dinamiche attivate dalla globalizzazione dei mercati e da un’economia di scambi.

Due anni fa la Fondazione intravide questo rischio e decise di avviare una forma sperimentale

di partenariato con le Caritas diocesane della provincia di Cuneo e insieme scegliemmo come

ambito di riferimento prioritario la scuola.

Lo abbiamo fatto nel quadro di una nostra strategia più ampia che individuava nei processi di

formazione una priorità per l’impegno della Fondazione sul nostro territorio e che si sarebbe

tradotta con l’apertura di un bando sull’”innovazione didattica” che aveva tra i suoi temi

prioritari il dialogo multiculturale e l’avvio di un progetto sperimentale sull’”Europa a scuola”,

attraversato anch’esso dal tema dell’incontro tra le culture sul nostro continente.

Oggi la pubblicazione di questo primo quaderno, frutto di un partenariato che auspichiamo

prosegua nel tempo, testimonia l’importante lavoro già realizzato con gli insegnanti nelle scuole

della nostra provincia e annuncia ulteriori sviluppi su altri temi, non meno sensibili e decisivi,

come quelli della salute, del lavoro e della casa.

Per la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo è anche questo un contributo ad una cultura

dell’accoglienza che aiuterà lo sviluppo del nostro territorio e lo incoraggerà ad orientarsi senza

paura nel nuovo universo multiculturale che lo attende.

Ezio Falco

Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo

5


Prefazione, a cura dell’Ufficio Scolastico Provinciale - Cuneo

Sono ormai un fenomeno rilevante e in continua crescita i ragazzi stranieri giunti nel nostro

paese in età scolare che frequentano le nostre scuole in contemporanea della crescente presenza

di allievi, nati in Italia ma figli di genitori stranieri.

Nel passato, non tanto remoto, ha prevalso un atteggiamento difensivo, emergenziale, e poi

gradualmente questa presenza ha stimolato nuove energie, processi di innovazione, attenzioni e

decisioni di tipo burocratico, organizzativo, relazionale, comunicativo e didattico.

Certamente i positivi processi di accoglienza realizzati all’interno delle scuole devono poi

trovare sostegno e continuità nei contesti sociali esterni alla scuola.

Scuola e territorio, infatti, devono lavorare fianco a fianco, per far si che gli spazi pubblici delle

comunità diventino luoghi di tutti.

Sull’integrazione degli stranieri, così come sull’handicap, sulle azioni di lotta alla dispersione,

le scelte educative devono privilegiare la centralità dell’utente ed il suo benessere rispetto

all’organizzazione e alla titolarità dei singoli servizi.

Credo fermamente nello strumento della cooperazione che potenzia e arricchisce le autonomie

scolastiche perché cooperare con istituzioni come la Caritas e la Fondazione CRC significa nei

fatti ricomporre la frammentazione degli interessi in una visione unitaria del bene pubblico.

Grazie per il vostro prezioso contributo.

Antonio Meduri

Reggente Ufficio Scolastico Provinciale - Cuneo

6


Introduzione

1. I numeri e tendenze dell’immigrazione in provincia di Cuneo.

Le tendenze riscontrate in provincia di Cuneo confermano quanto la realtà dell’immigrazione si

configuri ormai come un dato strutturale, costante e diffuso in tutti i suoi settori sociali. Gli ormai

oltre 40mila stranieri regolarmente soggiornanti, rappresentano il 6,8% 1 dell’intera popolazione

provinciale 2 , un valore che si pone al di sopra dell’omologo dato nazionale del 5,1% 3 .

Purtroppo il sistema informatico del Ministero dell’Interno non consente di ottenere dati

particolarmente recenti e dettagliati, un deficit che fa sentire le sue conseguenze non solo

nell’ambito degli studi e delle ricerche volte a rilevare la qualità dell’integrazione della

popolazione non nazionale, ma anche a livello della progettazione degli interventi territoriali

volti a implementare le politiche locali di inclusione.

Nonostante questa mancanza, l’Osservatorio sull’immigrazione in provincia di Cuneo,

grazie alla collaborazione del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes e della locale

Questura, crede che sia necessario sforzarsi il più possibile per costruire stime corrette, utili ad

una migliore conoscenza e gestione del fenomeno migratorio.

Sulla base degli ultimi dati disponibili, gli stranieri soggiornanti nel Cuneese sarebbero

39.340, di cui il 48,7% donne 4 . L’incremento percentuale rispetto al 2005 è pari all’11,6%, un

dato inferiore rispetto alla complessiva situazione nazionale che nel biennio 2005-2006 registra

una crescita pari al 21,6%. Interessanti sono le informazioni relative alle ragioni di tali soggiorni,

perché confermano il trend già evidenziato nei precedenti Rapporti curati dall’Osservatorio

sull’immigrazione in provincia di Cuneo 5 . Infatti, i due principali motivi di soggiorno - lavoro

e famiglia - rappresentano da soli il 95,7% dei motivi complessivi, di cui il 55,6% è costituito

dall’insieme dei motivi per lavoro (vs 56,5% Italia) e il 40,1% dai motivi famigliari (vs 35,6%

Italia).

La progressiva crescita dei soggiornanti per motivi famigliari (+ 2,8% rispetto a fine

2005) sottolinea quanto sia importante il processo di ricostruzione dei nuclei famigliari e la

conseguente stabilizzazione territoriale. Tuttavia, come illustra il grafico n° 3 nell’Appendice

statistica, per quanto riguarda i soggiornanti per motivi di lavoro si registra un’interruzione del

trend decrescente iniziato a partire dalla fine del 2003; infatti dal 2005 al 2006 vi è una ripresa

pari all’ 1,9%. Nonstante l’incremento dei soggiornanti per motivi famigliari sia superiore

rispetto a quest’ultimo, è importante sottolineare questa variazione di trend che, a livello di

ipotesi esplicativa, si potrebbe configurare come l’ingresso pieno nelle fasi mature del ciclo

migratorio. La leggera crescita dei soggiornanti per motivi di lavoro, pare suggerire che si assista

all’inizio dell’esaurimento delle necessità di ricomposizione famigliare, avviate dai primi flussi

che si sono stabilizzati negli anni ottanta e novanta del Novecento. In secondo luogo non vanno

trascurati gli effetti latenti prodotti dalla procedura di emersione del 2002 (D. L. 9 settembre

2002, n° 195 convertino nella L. 9 ottobre 2002, n° 222) terminata la quale, alle regolarizzazioni

di coloro che già si trovano sul territorio nazionale hanno fatto seguito in maniera massiccia

1 Fonte: Banca Dati Demografica Evolutiva, Regione Piemonte (http://www.regione.piemonte.it/stat/bdde/index.htm),

Ministero dell’Interno, elaborazione propria.

2 Vedi Appendice per i dettagli statistici

3 Caritas/Migrantes, (2007), Dossier Statistico Immigrazione 2007, Idos, Roma, pg. 87

4 Fonte: Ministero dell’Interno, elaborazione propria, dati al 1° gennaio 2007.

5 Caritas, Inps, (2005), 1° Rapporto sull’immigrazione in provincia di Cuneo; Caritas, Inps, Provincia di Cuneo (2006),

2° Rapporto sull’immigrazione in provincia di Cuneo.

7


le esigenze di ricostruzione dei nuclei famigliari, determinando una conseguente contrazione

dei soggiornanti per motivi lavorativi. Non è quindi da escludere che si stia avviando una

seconda fase di ingressi per lavoro, molti dei quali costituiti da newcomers al femminile, che

negli anni a venire è possibile che diano origine ad una seconda ondata di flussi di richiamo

che riguarderanno i rispettivi famigliari. In questo caso si tratterebbe di un’ulteriore fase dei

processi di ricongiunzione famigliare successiva alla prima che, sulla base dei dati disponibili,

pare orientata verso l’esaurimento 6 . Naturalmente, solo un’attenta lettura diacronica dei dati

consentirà di confermare o smentire la suddetta ipotesi.

Un’informazione alla quale prestare la dovuta attenzione è relativa alla consistenza dei

lungosoggiornanti, ovvero gli stranieri che sono in possesso del permesso di soggiorno CE per

soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno). Questo titolo è ottenibile solo dopo aver

soggiornato regolarmente e continuativamente sul territorio nazionale per un quinquiennio e, a

differenza dei semplici permessi di soggiorno, è sottoposto a rinnovo solo ogni 5 anni. Si tratta

del raggiungimento di uno status importante e solido, che alleggerisce le persone che ne sono

titolari dei notevoli impegni di ordine burocratico legati al rinnovo del permesso di soggiorno.

Attualmente, grazie ai dati concessi dalla Questura di Cuneo, 10.364 stranieri soggiornanti in

provincia posseggono tale titolo, ovvero il 26,3% dell’intera popolazione immigrata; la media

nazionale è invece pari al 17,8%, calcolata su una popolazione stimata di 3.690.052 persone 7 .

Non è un caso che i gruppi nazionali maggiormente rappresentati siano quelli contraddistinti

da una più lunga anzianità di soggiorno rispetto ad altri; infatti il 54,2% appartiene all’insieme

“albanese-marocchino”, 27,4% i primi e 26,8% i secondi; si tratta di due collettivi da tempo

radicati sul territorio cuneese.

Un ultimo sguardo, infine, alle principali provenienze della popolazione immigrata. Il gruppo

proveniente dall’Europa Centro Orientale è la realtà più numerosa con 19.051 unità (48,4% sul

totale); in questo caso è l’Albania il paese più rilevante da un punto di vista numerico, 9.804 persone

(24,9% sul totale), seguita dalla Romania con 5.236 componenti pari al 13,3% dell’universo

complessivo. All’Europa dell’Est seguono le provenienze dall’Africa Settentrionale (10.121,

25,7% sul totale); qui il gruppo più numeroso è costituito dal Marocco che, con 9.135 persone

è la seconda collettività presente in provincia di Cuneo (23,2% sul totale). Complessivamente

sono cinque i gruppi che superano le mille presenze e, oltre ai primi tre già citati, si incontrano

la Macedonia (2.178 unità, 5,5% sul totale) e la Repubblica Popolare Cinese (1.795 unità, 4,6%

sul totale).

2. I motivi del focus Scuola.

È importante però non soffermarsi solo sui puri dati numerici che, nonostante conservino

un’importanza cruciale al fine di promuovere politiche di inclusione il più possibile corrispondenti

alle tendenze emergenti dalla realtà, hanno però il “difetto” di essere soggetti ad un processo di

invecchiamento rapidissimo. Per tale ragione, è nell’interesse dell’Osservatorio sull’immigrazione

in provincia di Cuneo, attingere al sapere cumulato nei due precedenti rapporti da lui stesso

promossi 8 , con lo scopo di realizzare azioni mirate di ricerca e intervento che interessino specifici

ambiti. Nel corso dell’anno 2008 è il settore scolastico l’ambito in cui si è concentrata l’attività

dell’Osservatorio.

Grazie alla collaborazione dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Cuneo è stato allestito un corso

di formazione per gli insegnanti di ogni ordine e grado attivi negli Istituti scolastici del Cuneese:

6 Per un’illustrazione grafica della tendenza descritta vedi l’immagine n° 3 dell’Appendice statistica

7 Caritas/Migrantes, (2007), Dossier Statistico Immigrazione 2007, Idos, Roma, pg. 91.

8 Op. cit.

8


La scuola e la società multietnica. Le ragioni che hanno motivato la decisione di lavorare in

quest’ambito sono state essenzialmente due, ed entrambe inerenti alla realtà scolastica stessa.

È da alcuni anni che l’Osservatorio sull’immigrazione in provincia di Cuneo svolge incontri di

formazione e sensibilizzazione rivolti ad insegnanti ed alunni della scuola media secondaria di

primo e di secondo grado. Sulla base dei riscontri rilevati sono emerse due criticità strettamente

interconnesse. La prima è relativa ad un sensibile atteggiamento di chiusura da parte degli alunni

italiani nei confronti degli stranieri, del fenomeno migratorio preso nel suo complesso. In secondo

luogo, sono gli stessi insegnanti che lamentano di possedere scarse competenze utili ad affrontare

le dinamiche interculturali in classe e, in particolare, per contrastare la formazioni di opinioni e

comportamenti stereotipati che appiattiscono la figura del migrante in una dimensione altamente

pregiudiziale. Non è questa l’occasione per discutere sulle fonti di tali atteggiamenti, ma la cosa

certa è che la Scuola italiana si trova ad affrontare un’epoca storica e sociale molto difficile, in

cui le abituali competenze didattiche in possesso del corpo insegnanti, per quanto ineccepibili

sul versante dell’insegnamento curriculare, si trovano invece in difficoltà quando devono

affrontare problemi che, sebbene presenti nella scuola, si collegano a più ampie e complesse

dinamiche sociali. L’immigrazione e le trasformazioni socio-culturali che essa comporta ne

sono un chiaro esempio, ma si potrebbero citare anche altri temi di riflessione quali il bullismo,

la sicurezza stradale, l’educazione a vivere un tempo libero salutare, ecc. Per tale ragione la

proposta dell’Osservatorio di realizzare un corso di formazione sui temi dell’immigrazione

e dell’intercultura, ha trovato pieno appoggio da parte dell’Ufficio Scolastico Provinciale.

Gli incontri svolti sono stati sei, ordinati in una logica che dai temi generali scende a quelli

particolari. I motivi che hanno determinato questa impostazione sono stati dettati dall’esperienza

di formazione cumulata dal Osservatorio in ambito scolastico, e potrebbero essere riassunti nel

modo seguente: non è possibile realizzare interventi capaci di migliorare una situazione micro,

ad esempio le difficoltà che un insegnante può avere con il rendimento di alcuni alunni o con lo

scarso interesse che le famiglie immigrate dimostrano per il rendimento scolastico dei rispettivi

figli, se non si posseggono le nozioni e le relative conoscenze di carattere generale, per non dire

globale, che sono a loro volta la causa delle prime. In sintesi, è necessario adottare un approccio

olistico e non meramente sintomatico anche se quest’ultimo fornisce l’impressione di un beneficio

immediato, ma che purtroppo nella maggior parte dei casi si rivela di carattere temporaneo.

I seminari che si sono tenuti sono stati registrati integralmente e in seguito accuratamente

trascritti. L’avvertenza è stata di produrre un testo di agevole lettura, nonostante si sia cercato

di mantenere uno stile prevalentemente colloquiale, al fine di non distorcere particolarmente

le intenzioni e le enfasi dei relatori e la spontaneità degli interventi che hanno caratterizzato i

dibattiti al termine di ogni lezione.

Il primo incontro ha fornito un inquadramento delle dinamiche migratorie in ambito europeo,

grazie all’esperienza di chi, già negli anni ottanta, ha intravisto che anche l’Italia sarebbe stata

ben preso coinvolta da flussi migratori al pari degli altri Paesi europei a più lunga esperienza

su questo tema. Franco Chittolina si è soffermato sui processi di costruzione di una politica

comunitaria sul fronte immigrazione sottolineandone la sua cruciale importanza. Se ora si

assiste a frequenti spinte anti-immigrati provenienti dalla società civile, sovente trascurate dai

singoli governi nazionali o utilizzate come strategica carta elettorale, è solo grazie al processo di

uniformazione delle loro politiche sulla base delle indicazioni provenienti dal Consiglio Europeo

che tali malesseri potranno essere contrastati.

Delfina Licata ha messo a disposizione degli insegnanti cuneesi la sua lunga esperienza di

storica dell’emigrazione italiana. Da due anni coordinatrice del Rapporto Italiani nel Mondo 9 ,

9 Fondazione Migrantes, (2007), Rapporto italiani nel mondo, Idos, Roma.

9


opera che beneficia dell’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica, ha illustrato le

fasi della lunga emigrazione italiana, un fenomeno che per certi versi non si può considerare

pienamente concluso, specie per quanto riguarda le migrazioni interne. Gli emigrati italiani si

sono comportati nello stesso modo in cui si comportano oggi gli immigrati stranieri in Italia,

ovvero hanno svolto un ruolo fondamentale nei mercati del lavoro dei paesi di approdo ma, allo

stesso tempo, sono stati anch’essi protagonisti di infelici episodi che hanno gettato notevole

scredito sull’Italia nel suo complesso.

La realtà scolastica è stata affrontata da Roberta Ricucci, grazie alla sua intensa attività di

ricerca sulle politiche scolastiche in contesti di immigrazione. L’alunno straniero si pone

inevitabilmente in una condizione di maggiore vulnerabilità rispetto ai suoi compagni italiani,

una difficoltà dovuta in prevalenza ai suoi difficili sforzi di formazione identitaria. Sforzi che

collimano con le difficoltà dell’insegnante a riorganizzare i suoi saperi e i suoi strumenti in un

contesto in profonda trasformazione.

La relazione tra autoctoni e stranieri è sempre ed inevitabilmente mediata da precostituiti filtri

conoscitivi, utili per non disorientare i riferimenti sociali del soggetto. Pregiudizio e stereotipo

hanno quindi costantemente accompagnato la relazione con la diversità etnica, ma se un

atteggiamento di distanziamento dall’Alter è definibile come una costante del comportamento

umano, l’ostilità intergruppo è invece il frutto di precisi processi di definizione della realtà messi

in opera da consapevoli attori. Alessandro Bergamaschi ha illustrato le ragioni che stanno alla

base degli atteggiamenti negativi verso lo straniero. Con l’ausilio di dati statistici, ha mostrato

quanto siano infondati i numerosi stereotipi che rinchiudono l’immigrazione in uno stigma

penalizzante ed escludente ma ciononostante utile alla rappresentazione positiva di chi invece

accoglie.

Gli ultimi due incontri sono stati dedicati alle concrete dinamiche interculturali che si possono

sviluppare tra ospite ed ospitante. Miranda Ralli, Laura Moretto, Angela La Greca e Lina Jaramillo

sono psicologhe transculturali che hanno aiutato i partecipanti a riflettere sulla propria storia

familiare e personale per comprendere meglio la percezione dell’altro, del diverso culturalmente.

Attraverso la narrazione degli eventi e della storia personale si aiuta la persona a ricostruire il

processo di formazione della propria identità e dei numerosi elementi ad essa collegati, come il

rapporto con l’altro, gli stereotipi ed i pregiudizi.

Siamo consapevoli che il contributo apportato non è che un piccolo tassello di un fenomeno

le cui dimensioni vanno ben oltre la nostra modesta capacità di intervento. Tuttavia siamo anche

convinti che la strada da percorrere per giungere ad una realtà in cui la diversità sia elemento di

collaborazione e non di contrasti, debba anche passare per queste semplici azioni, capaci di fare

leva e potenziare le personalità più disponibili e meno prevenute, al fine di trasformarle in utile

capitale sociale a cui potere attingere nel loro delicato ambito professionale.

Il volume si conclude con un’Appendice di tipo statistico, contenente dati sugli stranieri

soggiornanti in provincia di Cuneo e gli alunni di cittadinanza non italiana iscritti nelle Scuole di

ogni ordine e grado della provincia.

Alessandro Bergamaschi

Osservatorio sull’immigrazione in provincia di Cuneo

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1. Europa, tra accoglienza e paure: quale politica per l’immigrazione * .

Ci troviamo all’indomani della manifestazione contro l’indipendenza del Kosovo sfilata per

le vie di Belgrado; ciò che è successo stanotte in Serbia è perfettamente pertinente al tema che

trattiamo oggi.

Non ci potrebbe essere esempio migliore per interrogarci sul fatto se l’Europa debba essere

l’Europa dell’accoglienza oppure l’Europa della paura.

1. L’Europa e la sua storia di solidarietà.

Il primo aspetto che vorrei trattare è la nascita dell’Europa.

Questa risale agli inizi degli anni ’50 con la Comunità del Carbone e dell’Acciaio.

La CECA viene costituita con due finalità:

la prima è quella di consolidare la pace fragile. Siamo infatti a pochi anni dalla fine della

seconda guerra mondiale e bisogna impedire che altri focolai di guerra, in particolare sulle

frontiere calde del Reno, esplodano nuovamente; la seconda è quella di generare una dinamica

di solidarietà tra i paesi aderenti per rilanciare l’economia e far sì che questi si risollevino

dalle macerie della seconda guerra mondiale.

Pace e solidarietà sono dunque i due grandi obbiettivi dell’Europa, oltre alla volontà di

costituire un argine verso l’Unione Sovietica, nel timore di veder crescere questo impero.

Soffermandomi in particolare sul tema della solidarietà, vorrei raccontare brevemente la sua

storia e provare a fare qualche previsione per il futuro.

Proviamo a distinguere tre tipi di solidarietà: una solidarietà territoriale, una solidarietà

sociale, una solidarietà politica.

La solidarietà territoriale è quella che porta l’Unione Europea dai sei paesi fondatori degli

anni ’50, ai ventisette di oggi. Il passaggio è stato lungo e difficile anche perchè solo i 6 paesi

originari hanno avuto la fortuna di vivere i primi vent’anni di vita comune in un periodo di

boom economico e con interessi relativamente convergenti.

Il 1973 ha però incrinato questo equilibrio a causa di due importanti avvenimenti: la prima

crisi petrolifera e l’ingresso contestuale della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Danimarca

nell’Unione Europea, tre paesi non proprio omogenei con i sei originari e con forti differenziali

economici (la Gran Bretagna è molto forte, l’Irlanda è molto povera).

La Gran Bretagna guarda inoltre al continente con occhi molto diversi rispetto ai paesi fondatori;

anch’essa persegue degli obiettivi di pace e di solidarietà, ma è tradizionalmente legata agli

Stati Uniti d’America e, questa alleanza genera differenze politiche che sono presenti tutt’ oggi.

A questi tre paesi, si aggiungono poi la Grecia (1980), la Spagna e il Portogallo (1985).

Si tratta di Stati che provengono da regimi dittatoriali e che vengono accolti all’interno

dell’Unione per consolidare e sostenere le democrazie nascenti.

Nel 1995 entrano a far parte dell’Unione Europea anche la Norvegia, la Svezia e l’Austria.

Nel frattempo accade un evento importantissimo, del tutto imprevisto e inaspettato nella

storia europea e mondiale: la caduta del muro di Berlino nel 1989 con conseguente necessaria

dilatazione dell’accoglienza europea.

Nel 1990, la Germania si riunifica e l’Unione Europea accoglie al suo interno altri 20 milioni

di abitanti.

* A cura di Franco Chittolina.

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Prima del 1989 c’erano quattro paesi che avevano pressappoco lo stesso numero di abitanti

(60 milioni): Francia, Italia, Gran Bretagna e Germania.

L’unificazione tedesca, porta fuori da questa soglia la Germania che passa a 80 milioni di

abitanti e per questo, essa chiederà di avere più potere all’interno dell’ Unione Europea e che

il tedesco diventi lingua ufficiale.

Nel 1991 vi è un altro avvenimento politico molto importante: si dissolve l’Unione Sovietica

e ciò significa che una serie di paesi recuperano una sovranità che avevano perduto e vogliono

che questa venga loro nuovamente riconosciuta. Essi si metteranno in lista d’attesa e dovranno

aspettare fino al 2004 per entrare in Europa.

Ci sono quindi voluti quindici anni per compiere questo percorso e arrivare ai 27 paesi di

oggi, comprendenti anche Bulgaria e Romania che sono entrate all’inizio del 2007.

Secondo i dati raccolti dall’ Eurobarometro, indice statistico che misura il rapporto tra il

cittadino europeo e l’Europa, la maggioranza dei cittadini europei intende ora porre dei limiti

ad un ulteriore allargamento dell’Unione. I negoziati però non si sono arrestati: continuano

le trattative con la Croazia, la Macedonia, la Turchia. Nel prossimo futuro è inoltre previsto

l’ingresso di Serbia, Bosnia, Montenegro e Albania in quanto è priorità assoluta dell’Europa

accogliere unitariamente tutti i Balcani senza eccezioni. Possiamo discutere su quanto

fosse necessaria e opportuna la dichiarazione di indipendenza del Kosovo, tuttavia va detto

innanzitutto che sono stati gli Stati Uniti d’America a volerla e ad affrettarne i tempi.

Sono infatti gli U.S.A. che hanno sottoscritto gli accordi di Dayton e l’uscita dalla guerra

della ex Jugoslavia (non è stata certamente l’Europa che non era sufficientemente unita) ed

inoltre il Kosovo ospita la più grande base aerea U.S.A. sulle rotte mediorientali.

L’Unione Europea in quanto tale non ha facoltà di riconoscere giuridicamente l’indipendenza

di uno Stato ed ha quindi lasciato che i singoli stati al suo interno si pronunciassero su questo

problema. Alcuni si sono dimostrati favorevoli all’indipendenza, altri hanno espresso delle

riserve e altri ancora sono decisamente contrari.

Il secondo tipo di solidarietà su cui soffermarsi è la solidarietà sociale come modello di

convivenza tra i popoli europei.

A tal proposito l’Europa si distingue nettamente dagli altri continenti, si parla infatti di

modello sociale europeo o, meglio, di patrimonio sociale europeo che ha delle caratteristiche

non facilmente riscontrabili in altre regioni del mondo, come il fatto di regolare il mercato e

la competizione.

Altro aspetto del nostro modello è la solidarietà intergenerazionale che si fonda sul sistema

delle pensioni. Questo andrebbe però riformato, perché in questo momento , la maggior parte

dei sistemi pensionistici europei, tendono a premiare alcune generazioni punendone altre.

Ulteriore particolarità, condivisa da tutti paesi che sono all’interno dell’Unione Europea,

è la rilevanza dei servizi pubblici: il fatto che questi siano distribuiti a tutta la popolazione

indipendentemente dal reddito, costituisce una peculiarità del modello di solidarietà europeo.

Un altro concetto che sta alla base della solidarietà è senza dubbio il fisco. Quando si discute

di pensioni, di politiche sociali e di sanità, il cittadino tende a premiare coloro i quali spingono

per una riduzione della colonna della spesa. Ritengo che alcune riduzioni debbano essere fatte,

ma invito a guardare anche alla colonna delle entrate se si vuole parlare di giustizia sociale;

non sono così sicuro che sarebbe uno sbaglio proporre una fiscalità sulle rendite.

Il modello sociale europeo ha grosso modo tenuto in questi 50 anni, ma sta erodendosi poco

per volta. È necessario prestare attenzione a questo cambiamento anche perché influisce sulla

vita quotidiana di noi italiani e ancor più su quella degli immigrati. Una riduzione della spesa

pubblica può danneggiare gli strati della popolazione più debole e può essere lesiva dei diritti

di parte della popolazione (pensate, ad esempio, al provvedimento preso dal sindaco di Milano

12


che punta a limitare l’accesso agli asili nido per i bambini di origine immigrata).

Tuttavia, se escludiamo questi sporadici provvedimenti, la storia del modello sociale europeo

è tutto sommato positiva.

Ottime indicazioni si possono trarre anche dal modello di solidarietà territoriale: passare da

sei paesi ai ventisette attuali è stato sicuramente un successo.

Resta da vedere a che punto è il cammino verso una piena solidarietà politica che consentirebbe

di governare un’efficiente solidarietà territoriale e di garantire una buona solidarietà sociale.

Su questo aspetto vi sono ancora molti problemi; i ventisette paesi dell’Unione Europea sono

diversi quanto a cultura e tradizioni, e stentano a trovare una soluzione comune rispetto alle

politiche che siano tra di loro solidali.

2. Solidarietà europea e immigrazione.

E veniamo all’argomento di oggi: come si colloca il problema dell’immigrazione dentro a

queste solidarietà?

Con l’allargamento territoriale a ventisette paesi, l’Europa ha accolto venti milioni circa di

immigrati da paesi terzi, pari soltanto al 3,8% della popolazione europea. Sono numeri che

non dovrebbero costituire un timore, si tratta di una percentuale perfettamente integrabile se

soltanto la si volesse integrare.

L’Europa è uno dei continenti più meticci che esistano al mondo, è il risultato di moltissimi

allargamenti e di secolari immigrazioni ed emigrazioni, ma nonostante questo siamo ancora

abituati all’idea che il passaggio delle frontiere sia una sorta di invasione.

Qui sorge il principale problema: chi ha la competenza di elaborare politiche per

l’immigrazione? Questo compito sarebbe bene affidarlo all’Unione Europea prima ancora

che agli Stati nazionali, ma gli Stati membri non sono generalmente disposti a cedere tale

autorità perché ritengono di essere sovrani e di poter gestire autonomamente i problemi legati

all’immigrazione per difendere i loro confini.

L’Unione Europea è un’istituzione dotata di strumenti per regolare e sanzionare l’operato

dei suo Stati membri; perché dunque non mette in pratica questi meccanismi di regolazione?

Una ragione risiede nel mito dei “sacri” confini di cui vi parlavo prima. Nonostante viviamo

in un’Europa senza confini, continuiamo a pensare che ci siano, le frontiere restano un

simbolo di sovranità soprattutto da quando gli stati nazionali hanno perso il potere economico

e commerciale, in particolare dopo l’ingresso nell’ area dell’euro.

Spesso, dietro la volontà di mantenere il controllo dei confini, c’è del cinismo sociale. Se

gli stati nazionali sono in grado di controllare le frontiere, riescono anche a monitorare i flussi

del mercato del lavoro in base ai loro bisogni: se necessitano di manodopera a buon mercato

possono aprirle, nel caso in cui invece attraversino un periodo di bassa congiuntura possono

allora chiudere le frontiere, rendendo più severa la legislazione.

Questo è ciò che purtroppo caratterizza l’attuale momento di transizione anche se dobbiamo

ricordare che ci stiamo avviando verso delle politiche comuni sull’immigrazione.

Al momento infatti, in materia di regolazione del passaggio delle frontiere, l’unica autorità

competente è lo Stato nazionale, ma con la ratifica del trattato di Lisbona queste decisioni

verranno progressivamente trasferite nelle mani dell’Unione Europea. Non è detto che

quest’ultima condurrà meglio i flussi, ma sicuramente sarà una gestione più unitaria. In altre

parole, gli stati non potranno più aprire o chiudere le frontiere in base esclusivamente a delle

esigenze nazionali e questo mi pare un aspetto interessante.

L’Europa oggi si sta muovendo su tre piste diverse: la prima - quella più repressiva - prevede

un netto contrasto all’immigrazione illegale; la seconda prevede di migliorare l’integrazione

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dei residenti legali; la terza, che si sta insinuando tra le due piste precedenti indirizzate, l’una

verso una maggiore repressione e l’altra invece verso una maggiore integrazione, è quella

della selezione dei flussi.

A questo proposito, dovremmo fare anche delle riflessioni di natura etica. Molto spesso, dietro

alla gestione dei flussi, c’è la volontà di richiedere della manodopera già formata negli altri

paesi per non dover impiegare delle risorse per attività di formazione. Questo comportamento

è già noto negli Stati Uniti, laddove la cosiddetta Green Card, fornisce larghi diritti a quegli

immigrati che servono all’economia americana, mentre esclude chi non è utile. In Europa,

per differenziarci, abbiamo creato la Blue Card. La nostra economia è in grande difficoltà

nel campo della ricerca ed è forte la domanda di professionalità che noi non siamo capaci di

formare, per questo portiamo via dei cervelli a delle economie che invece hanno bisogno di

crescere. Cerchiamo, su questo argomento, di non ragionare in termini ideali ma di seguire

un ragionamento cinicamente economico: non possiamo non chiederci se davvero agiamo

correttamente “rubando” questi cervelli per impoverire così economie che poi saremmo

costretti ad assistere. Non è certamente un fatto positivo, per paesi che hanno cominciato il

cammino dello sviluppo, perdere i migliori ancor prima di cominciare. Tuttavia, anche alla

luce di alcune posizioni del Parlamento Europeo, aumentare e regolamentare i flussi sembra

sempre di più un’operazione necessaria.

3. Il futuro dell’ Europa.

Soltanto ieri il Parlamento Europeo ha adottato una relazione che ha per titolo “Favorire la

natalità e l’immigrazione per cogliere la sfida demografica”. Di seguito vi riporto un brano

tratto da questa relazione, nella quale emerge chiaramente quale è lo scenario attuale europeo

e quanto l’Europa abbia bisogno di immigrazione. Questo è ciò che il Parlamento Europeo

dichiara: “L’età media della popolazione europea potrebbe passare dai 39 anni del 2004 a i

49 delle 2050. A quella data infatti il numero dei giovani compresi tra i 0 e i 14 anni passerà

da 100 milioni a 66 milioni, mentre il numero degli anziani che hanno un’età superiore agli

80 anni passerà dal 4,3 % del 2005 all’11,4%. La popolazione in età lavorativa scenderebbe

a 268 milioni e, nel frattempo, l’importanza relativa della popolazione europea nel contesto

mondiale, passerebbe dall’attuale 15% al 5%”.

Vogliamo dirlo in parole semplici: l’Europa rischia di pesare poco nel contesto mondiale.

Eravamo l’Europa conquistatrice, poi colonizzatrice, capace di orientare a proprio favore i

flussi del commercio, stiamo perdendo terreno e saremo nel 2050 una piccola Europa che

rappresenterà il 5% della popolazione mondiale. Il 2050 non è lontano, in quell’anno saranno

protagonisti i vostri ragazzi con i quali tutti i giorni vi confrontate all’interno delle vostre

classi.

Abbiamo dunque bisogno di colmare un deficit demografico che fino a questo momento si

prospetta pessimo, di rinvigorire la nostra economia e dunque di attirare forza lavoro. Negli

interessi dell’Europa c’è anche quello di fornire i giusti strumenti per aumentare il grado

di formazione dei lavoratori, mentre credo che l’Italia sia soprattutto interessata ad attirare

manodopera a bassa qualificazione che svolga quelle mansioni che sono ormai rifiutate dagli

italiani. C’è inoltre anche qualche calcolo cinico da parte degli imprenditori, che pensano

che sia meno costoso importare della manodopera dequalificata piuttosto che innovare

tecnologicamente. In questo modo l’economia non si rinnova e la nostra macchina produttiva

è ferma a vent’anni fa.

Per concludere vorrei affrontare il tema delle politiche migratorie ed il ruolo dell’Unione

Europea. Come dicevo, l’Unione è in ritardo nell’organizzazione e nella produzione di politiche

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migratorie, perché gli stati non vogliono cedere competenze. Nonostante questo vi sono due

date che segnano un importante passaggio in tema di politiche per l’immigrazione in Europa:

il 1999, quando a Tampere in Finlandia, il Consiglio Europeo lancia alcune iniziative nuove

rispetto a questi temi, ed il 2004 quando è stato adottato il programma dell’Aja.

Il problema principale di quest’ultimo riguarda la sua implementazione in politiche pratiche,

ma ritengo comunque importante che l’Unione Europea si sia adeguatamente attrezzata per

affrontare il problema dell’immigrazione.

Vorrei soltanto ricordarvi rapidamente quali sono i punti principali del programma dell’

Aja.

Il primo fondamentale principio afferma che l’integrazione è un processo dinamico e

bilaterale e non il risultato di un adattamento degli stranieri verso la cultura e la popolazione

che li accoglie, gli sforzi per ottenere una buona integrazione debbono quindi arrivare da

entrambe le parti.

Il secondo principio dice che l’integrazione bilaterale implica il rispetto dei valori fondanti

l’Unione Europea, tra i quali la pratica di culture e religioni diverse, garantita dalla Carta dei

Diritti Fondamentali. Questo presuppone che anche i cittadini stranieri abbraccino i valori che

sono a fondamento dell’Unione Europea.

Il terzo principio, che ritengo decisivo, afferma che il passaggio chiave per l’integrazione

passa attraverso l’occupazione. Il luogo di lavoro è quello dove principalmente si produce

integrazione; è perciò importante accordare un certo margine di flessibilità al fine di rendere

più facile per uno straniero trovare un’occupazione.

Il quarto principio pone l’immigrato di fronte ad alcuni doveri nei confronti del paese

di arrivo. Per una migliore integrazione, sarà necessario conoscere la lingua, la storia e il

funzionamento delle istituzioni. Rispetto a ciò il ruolo della scuola è importantissimo, spetta

in larga parte a voi insegnanti fornire ai vostri allievi di origine straniera gli strumenti per

integrarsi nel paese d’arrivo.

Vi sono successivamente altri punti che comprendono svariate norme che regolano l’accesso

ai servizi pubblici.

Il trattato dell’Aja inoltre esprime la necessità di dotare gli stranieri del diritto di voto, passo

minimo di civiltà che esiste già in molti paesi, ma non ancora in Italia.

Per concludere, posso dire che siamo soltanto agli inizi di questa nuova stagione di flussi

che continueranno e che non potremo mai fermare perché non abbiamo né gli strumenti né

l’interesse. L’unica cosa che possiamo fare è cercare di capire come queste persone possono

essere accolte dalla nostra economia e dalla nostra società se vogliamo essere coerenti con i

principi che regolano l’Unione Europea: Europa e accoglienza degli immigrati devono essere

due sinonimi.

Non penso sia corretto parlare di identità o di popolo europeo, al singolare. E’ necessaria

una maggiore attenzione al plurale, possiamo infatti dire che l’identità dell’Europa è quella

di essere un “identità che è e ancora capace di tenere insieme molte identità”, cosa di cui

dobbiamo andare fieri.

Dibattito.

Insegnante: Lei oggi ha presentato degli argomenti molto interessanti su cui vale la pena

confrontarci come persone e come insegnanti. Per noi insegnanti è importantissimo parlare di

identità e culture al plurale, perché se non lo facciamo rischiamo di muoverci su una strada

sbagliata e pericolosa. Io credo che il discorso che è stato fatto oggi sull’Europa abbia una

grande valenza culturale. Se guardiamo però alle politiche europee sull’immigrazione, mi

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pare che l’Europa, fin dalla sua nascita, abbia voluto rimuovere il suo passato coloniale. Io

credo che tornare sul passato coloniale dell’Europa sia fondamentale se vogliamo oggi avere

una politica migratoria davvero accogliente per tutti e se vogliamo immaginare un futuro per

questo mondo “meticcio”. Io credo che tutte le nuove leggi sull’immigrazione siano “figlie”

di questa mancata rivisitazione del passato coloniale. È vero che il Parlamento Europeo

produce documenti molto interessanti che affrontano temi quali l’integrazione, la dignità, i

diritti. Talvolta però il comportamento dell’Europa non è coerente con questi documenti. Mi

riferisco alla tendenza dell’Europa a moltiplicare le frontiere. Inoltre ci sono diverse tipologie

di cittadini stranieri in Europa: ci sono cittadini illegali è cittadini semi illegali. Non abbiamo

più le frontiere classiche tra gli stati europei. Le frontiere moderne passano attraverso i centri

di detenzione temporanea e attraverso le nuove frontiere dei paesi extra europei. Noi abbiamo

delegato il controllo dell’immigrazione a paesi come la Libia, l’Eritrea e il Marocco. Alcuni siti

web ci informano che in Libia vi sono diciannove “campi di concentramento” che raccolgono

gli immigrati diretti verso l’Europa e provenienti dall’Africa sub-sahariana. Considerata la

situazione ormai insostenibile, la Libia ha minacciato di espellere circa un milione di uomini

e donne. Ciò significa caricare migliaia di persone su camion e disperderli nel deserto. Queste

sono politiche funzionali all’Unione Europea. Siamo noi che forniamo la Libia di motovedette

o armi. L’Unione Europea ha intimato gli stati che hanno richiesto di entrare nell’Unione di

dotarsi di Centri di Permanenza Temporanea.

Ritengo che vi sia un problema di coerenza tra i documenti prodotti dall’Unione Europea e ciò

che realmente si fa. Credo che il passato coloniale europea si traduca talvolta in comportamenti

discriminatori verso gli stranieri, tanto è vero che essi vengono trattati molto spesso come semi

cittadini. I grandi ideali di “Libertè, egalitè, fraternitè” non appartengono a tutti, ma soltanto

ai cittadini bianchi. Secondo me, in questi anni, aumenterà l’avversione verso gli stranieri e

questa sarà favorita dall’aumento della crisi economica che si sta profilando. Se si devono

destinare delle risorse, i primi a restarne fuori, sono gli immigrati. Non è un caso che uno dei

cavalli di battaglia di questa campagna elettorale sia il termine “Sicurezza”. Esso è un termine,

a mio parere, un po’ bizzarro. Ritengo sia corretto parlare di sicurezza sociale, ma se parliamo

di sicurezza come paura, c’è una evidente speculazione politica.

Io sono meno ottimista di lei rispetto a questa Europa. Dall’89 in poi si è consolidata

l’egemonia culturale del liberismo, passando da una sorta di accoglienza ad una sorta di

annessione. Non è ancora ben chiaro quali siano i confini dell’Europa e che cosa sia l’Europa.

Si fermerà mai l’Europa? Sarà costretta, per la sua essenza, ad allargarsi senza limiti? Ho

preso visione de “La strategia di Lisbona” e lo ritengo un documento molto interessante. Mi

chiedo soltanto come possa essere fatto circolare. Che cosa sanno i cittadini europei e gli

insegnanti di questo documento? Noi dovremmo essere a conoscenza di questo documento

per poter meglio lavorare all’interno della scuola. L’Europa potrebbe fare molto secondo me,

ma se non riusciremo a sganciarci da questa ossessione securitaria rischiamo di perpetuare

questa mentalità coloniale. Da questo punto di vista, la scuola ha un compito immane da

svolgere in fretta perché non abbiamo molto tempo davanti. Noi insegnanti ci dobbiamo già

quotidianamente confrontare con le seconde o le terze generazioni. Non possiamo più dire al

figlio dell’immigrato di frequentare le scuole professionali perché tanto non può fare altro.

C’è un problema di fondo: noi continuiamo a guardare all’immigrato piuttosto che parlare del

problema dell’immigrazione. Dovremmo cominciare a parlare del problema dell’immigrazione

senza necessariamente avere l’immigrato davanti. Siamo passati da un paese di emigrazione a

un paese di immigrazione. Che effetti ha avuto tutto ciò sulla popolazione italiana? Non siamo

riusciti a gestire questo problema e abbiamo scelto la via più veloce e facile per risolverlo

cioè quella del razzismo. Io credo che noi docenti abbiamo il dovere di capire ciò che di più

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profondo sta accadendo nella nostra cultura altrimenti difficilmente riusciremo a affrontare le

sfide di domani. Ritengo che lo scontro di civiltà sia dietro l’angolo.

Relatore: Dichiaro subito che ritengo giuste molte delle cose che ha detto l’insegnante che

ha appena parlato. Non riuscirò a rispondere a tutte le sollecitazioni, ma potrei soffermarmi

su tre temi che lei ha affrontato. Il primo punto riguarda l’incoerenza tra le parole e i fatti,

l’incoerenza tra i trattati dell’Unione Europea e le pratiche quotidiane. Questa purtroppo è la

politica e ci possono essere delle politiche coerenti con le dichiarazioni e politiche non coerenti.

Purtroppo, in questo discorso c’è un’aggravante. L’Unione Europea scrive i documenti, mentre

le pratiche le mettono in atto gli stati nazionali. l’Unione Europea è, in questo senso, libera di

fare dei “bei discorsi”, dal momento che non ha la responsabilità diretta rispetto alle politiche

migratorie. Le dichiarazioni sono fatte nella speranza che poi i ministri nei vari stati nazionali

le accolgano e le traducano in leggi. La distanza tra le parole e i fatti è accresciuta dal fatto che

gli stati nazionali devono mettere in pratica le parole, mentre l’Unione Europea ha il compito

soltanto di imporre e consigliare la direzione. Ciò non significa giustificare l’Unione Europea,

in quanto ritengo che abbia in mano qualche strumento per far applicare i suoi propositi e,

quando vuole attivare alcune azioni in senso repressivo, lo fa. Questo è il titolo di un giornale

apparso solo qualche giorno fa: “Alzate le frontiere tecnologiche dell’Europa, impronte digitali

e scansione della retina, le nuove regole dal 2012”. Questo è ciò che l’Unione Europea dice.

L’altro punto riguarda l’arretramento delle frontiere; per evitare la presenza dei clandestini

all’interno dell’Unione, si spostano le frontiere nei paesi di provenienza. Emblematico è il caso

della Libia, come ci ricordava l’insegnante che ha appena parlato. Ciò che succedeva in Libia

era, fino a due anni fa, negato dalle autorità italiane. Questo è continuato finché la Corte dei

conti, che ha il compito di controllare le spese dello Stato italiano, si è resa conto che c’erano

state delle spese per alzare le barriere in Libia. Le domande che andrebbero quindi rivolte allo

Stato italiano sono le seguenti: ci sono o non ci sono queste barriere in Libia? Avete destinato

questi soldi per questo scopo o li avete sprecati? “Tertium non datum”. Un‘altra osservazione

interessante da fare riguarda i confini dell‘Europa. Quali sono i confini dell‘Europa? Noi

abbiamo creato, in questi sessant‘anni, un‘Unione Europea senza chiederci quali siano i

confini. Io vi posso assicurare che, in venticinque anni di lavoro presso le istituzioni europee,

non ho mai sentito parlare di confini. Abbiamo sempre dato per scontato che conoscevamo il

problema, fin quando non abbiamo dovuto confrontarci con la questione della Turchia. Sono

cominciate delle discussioni a non finire: chi sosteneva che la capitale Istanbul fosse divisa

tra una zona europea e una zona musulmana e altre questioni di questo tipo. In un mondo

globalizzato dove i confini non esistono per l‘economia e per la finanza, non siamo forse

un po‘ indietro a parlare di confini? Non è forse questo un termine di archeologia fisica? Le

garitte, i reticolati, le frontiere: quel mondo di non esiste più! Non è corretto affermare che non

esistono più i reticolati; più corretto è dire che essi sono scavalcati facilmente. Gli Stati Uniti

d’America, fino all’11 settembre, pensavano di essere ben difesi al loro interno. Dov‘erano

quel giorno i confini del Stati Uniti d‘America? Questo è un problema ben presente in Europa

oggi; non sappiamo infatti ancora stabilire se la Turchia appartenga oppure no all‘Europa.

Stesso discorso andrebbe fatto per gli stati sulla sponda sud del Mediterraneo: il Marocco,

l‘Algeria, la Tunisia appartengono all‘Europa? Il Marocco, qualche anno fa, aveva chiesto

di poter entrare nell‘Unione Europea. Si è scoperto che questa era un operazione finalizzata

soltanto a richiedere delle quote in più di pescato. I miei insegnanti mi hanno sempre detto

che il Mediterraneo era la culla dell‘Europa e penso che questo lo diciate anche voi ai nostri

allievi. Perché dunque il Mediterraneo è la culla dell‘Europa soltanto a nord e non anche a

sud? Forse perché, sulla sponda sud del Mediterraneo, gli uomini hanno un altro colore della

pelle. Qui però si considera un altro ordine di problema. Cerchiamo di non commettere l‘errore

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pericolosissimo di confondere i confini fisici con quelli etnici. Una delle piste di riflessione

per uscire da questa trappola dei confini e quella di non parlare di confini intesi come qualcosa

che finisce laddove ne inizia un’altro, parliamo piuttosto di frontiere. Le frontiere sono dei

luoghi dove si fronteggiano universi culturali. Se la frontiera è dunque quella dello Stato di

diritto, della democrazia, della solidarietà, della pace, fin dove si possono realizzare questi

diritti è possibile andarci se ovviamente le popolazioni sono d’accordo. Il terzo tema riguarda

la capacità che abbiamo noi di far conoscere e di far condividere questi problemi. Credo

sia giunto il momento di procedere ad una robusta alfabetizzazione sui temi dell‘Europa e,

colgo l’occasione per ricordare che l’Ufficio Scolastico Provinciale sta dando il via ad un

progetto per internazionalizzare le scuole della provincia. Sta lavorando ad un progetto in

collaborazione con la fondazione della Cassa di Risparmio di Cuneo che ha l’obbiettivo di

favorire la diffusione di informazioni rispetto a questi temi nelle scuole e negli istituti della

provincia.

L‘ultima cosa a cui volevo fare cenno riguarda a ciò che diceva lei a proposito della rimozione

del colonialismo europeo. Sarà una coincidenza, ma dopo dieci anni di costituzione della

Unione Europea, è cominciato il processo di decolonizzazione. Non dico che ciò sia attribuibile

alla costituzione dell‘Unione Europea, ma in parte può centrare. Dell‘Unione Europea fanno

parte paesi che hanno avuto un passato coloniale. Paradossalmente ho notato, che in termini di

accoglienza e di riduzione del razzismo, i paesi più attrezzati sono i paesi che hanno avuto un

passato coloniale. Credo infatti che si possa dire che siano più razzisti i paesi che non hanno

vissuto la colonizzazione in quanto non hanno costruito il rapporto con l‘altro.

Insegnante: Vorrei spezzare una lancia a favore degli insegnanti. Io credo che stiano facendo

molto per migliorare la gestione degli alunni stranieri nella scuola. Le scuole sono abbastanza

accoglienti, ci sono molte iniziative che tendono a favorire l’accoglienza e l’integrazione degli

alunni stranieri. C’è stato un assorbimento lento degli stranieri che sono entrati nella scuola.

Rispetto alle politiche migratorie, credo si debbano dare un certo numero di garanzie sui nuovi

ingressi; ritengo che l’ingresso debba essere subordinato ad un posto di lavoro. Chi arriva e

non ha un posto di lavoro cercherà un modo alternativo per procurarsi il reddito. Nel caso delle

badanti rumene, io non ho conosciuto una badante non buona. Io credo che quando si parla

male degli stranieri, si parla male soprattutto di chi delinque. Quando lei dice che bisogna

dare il diritto di voto agli stranieri, io sono d’accordo, ma ci sono delle difficoltà ad entrare in

contatto con gli stranieri, ci sono delle comunità che non parlano nemmeno la nostra lingua.

Insegnante. Può dire ancora qualcosa sul Kosovo? L’associazione Libera sostiene che vi

sia anche un problema legato alla mafia che gestisce il mercato delle armi e alla criminalità

organizzata. Se è possibile vorrei saperne qualcosa di più.

Relatore: Avendo vissuto trentacinque anni all’estero, affermo spesso di venire da fuori. In

realtà tornando dopo molto tempo nella mia provincia, ho avuto delle sorprese. Ho riscoperto

una provincia caratterizzata da una civiltà relativamente solida, magari un po’ egoista, ma

tutto sommato abitata da persone abbastanza serie. Una provincia caratterizzata da un grado

di benessere molto avanzato.

Insegnante: Peccato che molte aziende stiano chiudendo.

Relatore: Molte aziende stanno chiudendo perché, come dicevo prima, non hanno avuto

il coraggio di innovare. Però, se guardate gli indici di disoccupazione di questa provincia,

la disoccupazione è frizionale, cioè dura il tempo di trovare un altro lavoro. La provincia di

Cuneo viene considerata una provincia di piena occupazione. La provincia di Cuneo è una

provincia più vivace di ciò che vuole ammettere. È fatta di persone che sanno fare le cose,

ma talvolta le fanno in un modo un po’ “talpesco”. Ciascuno è interrato nel proprio giardino e

non si accorge che altre talpe stanno lavorando accanto e quindi non è in grado di fare delle

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alleanze. C’è un problema di frammentazione di cose vivaci che non sono in grado di fare

massa critica.

Prima si accennava alla necessità di legare il permesso di lavoro al soggiorno. Ritengo sia

una misura corretta anche se bisognerebbe affrontare il problema in maniera più ampia. Vorrei

che si interpretassero in maniera equilibrata i due modelli di integrazione presenti in Europa.

Lo jus sanguinis, pericolosissima concezione che fa si che se si è tedeschi, si è tedeschi in tutto

il mondo, ma se si è in Germania senza essere tedeschi non si è nessuno. Ciò si sta modificando

nel diritto tedesco. L’altra scuola, quella infinitamente più civile, fonda l’appartenenza sullo

jus solii. Si nasce su un territorio e questo ti da garantisce una serie di diritti. La domanda è

stabilire su cosa sia fondato questo diritto. Il diritto si fonda sul vivere in un certo paese e

delinquere oppure si fonda sul vivere in un paese e lavorare e pagare le tasse? Gli stranieri così

come gli italiani sono tenuti a pagare le tasse ed è per questa ragione che ritengo giusto far

scattare una qualche forma progressiva di partecipazione politica.

Rispetto al Kosovo, dobbiamo innanzitutto vedere come va a finire. Cominciamo col dire le

cose sicure. Che il Kosovo sia stata una provincia serba con maggioranza albanese è nei fatti.

Che il Kosovo sia il risultati dell’orribile guerra dell’ex Jugoslavia è un altro elemento. Non

possiamo dimenticarci di quello che è stata la Serbia di Milosevic in le etnie si fronteggiavano

l’una con l’altra. Che il Kosovo sia un covo di mafie, di criminalità e di compravendita di armi

non c’è nessun dubbio a riguardo. Sarà a tal proposito, il magistrato torinese Alberto Perduca,

che sarà a capo di una squadra di giuristi ai quali spetterà il gravoso compito di intervenire per

tentare di arginare questi problemi. Sul Kosovo indipendente si sono mossi paesi diversi con

motivazioni diverse. Gli Stati Uniti si sono mossi per affermare che il ruolo di “Gendarmi del

mondo” è loro e sono loro che hanno firmato gli accordi di Dayton e non li hanno certamente

promossi gli europei in quanto divisi tra loro. Il disegno dell’Unione Europea prevedeva

che ad entrare fosse subito la Slovenia; questo è successo e ora si attendono gli ingressi di

Croazia e Macedonia. L’obbiettivo finale sarà quello di garantire l’ingresso a tutti i paesi

balcanici; così come un altro importante traguardo sarebbe quello di risanare il Kosovo al suo

interno. Non possiamo permetterci una “bomba” di tali proporzioni sui nostri confini, dunque

dobbiamo ripulirla di armi, mafie e criminalità. Se questo spinoso problema si risolverà, il

compito dell’Unione Europea sarà quello di concludere le trattative per l’annessione della

Serbia. Prima delle elezioni, il candidato Tadic si è espresso a favore dell’ingresso della Serbia

nell’Unione. Tadic ha vinto le elezioni e dunque il processo sembrerebbe più agevole, ma

rimane il problema legato alle volontà del capo del governo, apertamente filo russo. La firma

del trattato non è stata ancora apposta e, a seguito dei fatti di ieri sera, le chance della Serbia

di trovare un accordo si riducono notevolmente. L’Unione Europea vuole infatti conoscere

esattamente quale è la posizione della Serbia. La Serbia dipende in maniera consistente da

scambi economici con l’Unione Europea. Molti sono anche i rapporti economici che la Serbia

intrattiene con l’Italia. È per questo motivo che è l’Italia si trova in una situazione delicata. La

situazione attuale in Serbia vede di nuovo fronteggiarsi le due grandi potenze internazionali:

gli Stati Uniti da una parte e la Russia dall’altra. Gli Stati Uniti d’America sono preoccupati

per le sorti della loro più importante base militare sulle rotte mediorientali, mentre la Russia

che prima poteva contare sull’amicizia della Polonia e della Repubblica Ceca, due paesi che le

hanno voltato le spalle, si trova in una posizione di difficoltà.

Insegnante: Vorrei intervenire a proposito di ciò che si diceva prima riguardo la necessità

di fornire formazione e insegnare la lingua affinché gli stranieri compiano il giusto cammino

verso la completa cittadinanza. A Chiusa Pesio organizziamo da dieci anni una scuola serale

per gli adulti. Da quest’anno godiamo anche di un finanziamento, però siamo costretti a

fare lezione nel salone del ricovero degli anziani perché né la scuola media, né il comune ci

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sostengono. La scuola media ha diverse sale inutilizzate e, nell’articolo de “La Stampa” di

lunedì 18 febbraio, il nostro sindaco ha dichiarato che non si possono mettere a disposizione

queste aule per motivi igienico-sanitari. Abbiamo però scoperto che la palestra viene data ai

cittadini che ne fanno richiesta per qualche sera a settimana. Per quale motivo se la scuola

viene utilizzata da stranieri vi sono dei problemi igenico-sanitari, mentre in altri casi si può

utilizzare? Ciò è molto strano ed è vergognoso. Dove facciamo noi lezione? In mezzo alla

strada?

Relatore: Concordo con lei sul fatto che sia vergognoso. Sono moltissime le cose da fare e

la scuola non può sottrarsi dal portare avanti il modello dell’interculturalità ed è quel modello

che favorirà una maggiore integrazione.

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1.1 Una politica Comune per l’immigrazione e l’integrazione. *

Il tema dell’immigrazione è oggi all’ordine del giorno nei programmi politici di tutti i paesi

europei e la stessa Unione europea sta mostrando crescente interesse a fornire un quadro comune

europeo sull’immigrazione. È possibile affermare che una “politica di immigrazione europea”

sia in via di sviluppo; gli strumenti legislativi posti in essere attualmente dall’Unione sono:

• Diritto al ricongiungimento familiare

• Status dei residenti di lunga durata

• Requisiti dei cittadini di paesi terzi, apolidi e persone che hanno bisogno di

protezione internazionale

Sono in questo modo già riconosciuti diritti come l’accesso al lavoro, il diritto all’istruzione e

alla formazione e la parità di trattamento.

Recentissime sono invece le proposte della Commissione per una direttiva quadro generale

che definisca i diritti fondamentali per i lavoratori immigrati nell’Ue e di una direttiva sulle

condizioni di accesso e di soggiorno di immigrati altamente qualificati.

Queste e tante altre iniziative mostrano un chiaro interesse dell’Unione europea a regolare

congiuntamente con gli Stati membri una questione cosi complessa come quella dei flussi

migratori, che a sua volta chiama in causa quella ancor più delicata dell’integrazione degli

immigrati stessi nelle società ospitanti. In tal senso, tuttavia, resta ancora tanto da fare. La

percezione generale è che gli Stati membri non siano intenzionati a cedere la loro sovranità in

questo campo, se non in materia di contrasto dell’immigrazione illegale.

La Commissione europea preme per un approccio coerente che tenga strettamente legate le

politiche di immigrazione legale e le strategie di integrazione, sul presupposto che l’integrazione

dei cittadini di paesi terzi è un processo di compromesso reciproco tra la società immigrante

e gli immigrati. Questo, sostanzialmente, l’approccio comunitario. La volontà espressa dalla

Commissione è quella di intensificare gli sforzi per rendere più coerente il quadro europeo in

materia di immigrazione e per garantire che l’immigrazione contribuisca nella maniera più efficace

ad affrontare le nuove sfide demografiche ed economiche che essa è chiamata ad affrontare.

Evidentemente, tuttavia, ció che manca attualmente è il consolidamento del quadro legale sulle

condizioni per l’ingresso e il soggiorno dei cittadini di paesi terzi, essenziale per lo sviluppo di

un approccio coerente europeo all’integrazione. La Commissione chiede con insistenza che il

processo venga accelerato per quanto riguarda le iniziative in attesa, ossia principalmente 10 :

• la direttiva sull’ammissione per poter svolgere un lavoro;

• la direttiva relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali.

La Commissione insiste sulla necessità che tutti gli Stati membri si adoperino affinché le

direttive adottate nel 2000 (parità di trattamento in materia di occupazione e di lavoro e parità

di trattamento senza distinzione di razza o di origine etnica) vengano rapidamente recepite nel

diritto interno.

E gli Stati membri? In generale è rilevabile un lento e progressivo allineamento delle legislazioni

nazionali ai principi comunitari, tra l’altro in diversi gradi nei vari Stati membri.

* A cura di Apice Europa, www.apiceuropa.eu

10 www.europa.eu, nella parte relativa alla politica di immigrazione.

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Approccio dell’Unione europea all’immigrazione e all’integrazione.

La Commissione europea cerca di sviluppare un approccio coerente all’integrazione che sia

in grado di conciliare i differenti aspetti del problema: la stretta connessione tra dimensione

economica, sociale e culturale dell’integrazione si riflette nel collegamento, fatto proprio

dell’Unione europea, tra immigrazione e integrazione. Un approccio “olistico”, insomma. Proprio

al fine di facilitare l’incorporazione degli immigrati, includendo obiettivi di integrazione, è stato

istituito un Gruppo di Commissari sulle questioni dell’Immigrazione, che appunto include tutte

le aree politiche correlate.

Parte chiave del processo di integrazione è considerata in primo luogo l’occupazione degli

immigrati, già obiettivo della strategia di Lisbona per il mercato e la crescita. La stessa Strategia

di Occupazione europea fa una menzione specifica all’integrazione effettiva degli immigrati

nei mercati lavorativi dell’Ue. Inoltre la Commissione monitora l’impatto dei programmi di

riforma nazionali con i Rapporti Comuni sull’Occupazione e incoraggia gli Stati membri a fare

dell’integrazione degli immigrati nel mercato del lavoro una dimensione più esplicita delle

politiche di occupazione.

La Commissione tuttavia considera gli immigrati altresì dei potenziali imprenditori in Europa,

e in quanto tali hanno un impatto significativo sulla crescita economica dell’Ue. Un network

Imprenditorialità delle Minoranze Etniche é stato istituito per lo scambio di informazioni al fine

di superare gli ostacoli nell’avvio degli affari.

Ampiamente riconosciuta è la dimensione culturale dell’integrazione e in tal senso il dialogo

interculturale è diventato uno strumento per promuovere un’integrazione efficace e contrastare

razzismo e estremismo. Un ulteriore input al rafforzamento delle attività in quest’area verrà a

partire dal 2008, definito Anno Europeo del Dialogo Interculturale.

Un ruolo cruciale nel contesto dell’integrazione è giocato inoltre dalla promozione dei diritti

fondamentali, la non discriminazione e le pari opportunità. A tal fine è stato istituito un Gruppo

Inter-Service contro il Razzismo e la Xenofobia, che coordina le politiche all’interno della

Commissione, mentre l’Agenzia per i Diritti Fondamentali fornisce expertise in quest’area. Ad

ogni modo gli sforzi per contrastare le barriere strutturali che devono affrontare gli immigrati

si stanno rafforzando. Una prima iniziativa e’ stata fatta nel contesto del “2007 Anno Europeo

delle Pari Opportunità per Tutti”, con l’avvio di un dibattito più serrato sui sussidi e sulla

diversità. Crescente e grande attenzione è data al problema delle donne immigrate: essendo

esse la maggioranza della popolazione immigrante nell’Ue, indirizzare i loro specifici bisogni

diventa una necessità sempre più riconosciuta, ed in tal senso va la Roadmap per l’Uguaglianza

tra Uomini e Donne 2006-2010.

Altro aspetto fondamentale dell’approccio europeo all’integrazione riguarda la dimensione

delle politiche di inclusione sociale e protezione sociale, rafforzata dalla Commissione nel

quadro degli obiettivi Ue comuni che gli Stati membri traducono poi in politiche nazionali/

regionali. È in atto il processo di monitoraggio di queste politiche, al fine di colmare il divario

tra immigrati e cittadini Ue.

Infine, l’approccio della Commissione affida un ruolo fondamentale all’istruzione e alla

formazione, considerati strumenti essenziali per permettere agli immigrati di essere partecipanti

attivi nella società. In tal senso l’integrazione è promossa attraverso iniziative didattiche come

il Programma Istruzione e Formazione 2010. Uno studio della Commissione è attualmente in

corso per indagare le cause e identificare le misure da prendere in ordine alla circostanza per

cui i bambini e giovani immigrati tendono ad avere risultati scolastici più bassi rispetto agli altri

allievi. Il presupposto fondamentale è che l’integrazione è un processo spontaneo, specialmente

per i bambini. Ecco perchè per un’integrazione efficace è fondamentale affrontare le sfide

22


dell’integrazione ad una fase iniziale e la strategie dell’Ue sui diritti del bambino tiene in contro

il potenziale di questo gruppo. Per quanto riguarda i giovani, inoltre, è da ricordare il Patto

Gioventù Europea, che vuole essere sede del dibattito a livello europeo per indirizzare i bisogni

specifici di questo gruppo, soffermandosi sull’integrazione sociale e professionale dei giovani

nel 2007 e sul dialogo interculturale nel 2008.

Iniziative dell’Unione europea.

Avviata con il Consiglio europeo di Tampere nel 1999 e rilanciata col Programma dell’Aia

nel 2004, la politica comune intende fondarsi su un maggiore coordinamento fra politiche di

integrazione nazionale e attività dell’Ue. Queste ultime si basano a loro volta su una serie di

postulati che codificano le idee presenti nelle politiche di integrazione degli Stati membri e che

sono, in diversi gradi, riflessi nelle loro strategie di integrazione, i cosiddetti “Principi Comuni

di Base per la politica di integrazione degli immigrati nell’Unione europea”, lanciati dal

Consiglio dell’Aia del 2004.

Come sostanziale complemento ai Principi Comuni di Base, nel settembre 2005 la Commissione

europea ha proposto una Agenda Comune per l’Integrazione, che fornisce un quadro per

l’integrazione dei cittadini di paesi terzi nell’Ue. Si tratta, sostanzialmente, di proposte di misure

concrete per mettere in pratica i Principi Comuni di Base, sia a livello di Ue che a livello nazionale.

L’Agenda Comune fornisce inoltre dei meccanismi Ue di sostegno per facilitare questo processo,

sviluppando un approccio europeo all’integrazione attraverso la cooperazione e buone pratiche.

In questo processo si inserisce anche l’idea della rete dei Punti di Contatto Nazionale,

meccanismo predisposto per lo scambio di informazioni e l’identificazione delle aree di priorità.

La ratio all’origine del dispositivo è quella di assicurare che gli sforzi a livello nazionale ed

europeo si rafforzino reciprocamente.

Nello stesso senso vanno anche i Manuali sull’Integrazione per Policy-Maker e Professionisti,

ossia delle guide per lo scambio di informazioni e buone pratiche. La seconda ed ultima edizione,

del 2007, si sofferma sulle varie questioni chiave sviluppate dai PCB: infrastrutture principali

e integrazione, esame dei meccanismi usati per attuare strategie di integrazione efficaci in tutti

i campi politici, abitazione in ambiente urbano e integrazione economica. Un nuovo manuale è

atteso per il 2009.

La Commissione sta inoltre preparando un sito web per sostenere la promozione dello scambio

di esperienza ed informazione sull’integrazione. Esso sarà operativo a partire dal 2008.

La conferenza Integrating cities, tenutasi a Rotterdam nel 2006, è stata un passo cruciale verso

l’avvio di un processo di cooperazione transnazionale a livello municipale fra autorità pubbliche,

imprese private, società civile e associazioni di immigrati, sul presupposto che sia necessario un

approccio globale che coinvolga gli attori a tutti i livelli per sviluppare una politica di integrazione

efficace. Ulteriore strumento previsto a questo fine è anche il Forum di Integrazione Europeo,

ove organizzazioni minori dell’Ue scambieranno expertise e redigeranno raccomandazioni da

pubblicare sul sito web dell’integrazione.

Un Meeting Informale dei Ministri Ue Responsabili dell’Integrazione si è tenuto a

Potsdam nel maggio 2007, in seguito al quale sono state adottate le conclusioni del Consiglio

sulle politiche di integrazione del giugno 2007.

Quadro europeo attuale dell’immigrazione e dell’integrazione.

L’attuale contesto europeo dell’immigrazione e dell’integrazione è in via di evoluzione.

23


Il dibattito si sta intensificando e molti Stati membri stanno attuando nuove politiche di

integrazione e adottando nuove strategie.

Nel gennaio 2006 i cittadini di paesi terzi residenti nell’Ue erano circa 18.5 milioni, ossia il 3.8%

del totale di una popolazione di almeno 493 milioni. Il dato più rilevante è che l’immigrazione

resta il principale elemento nella crescita demografica dell’Ue. Inoltre si registra una migrazione

netta positiva nella maggior parte degli Stati membri.

Per quanto riguarda il quadro europeo delle politiche di integrazione è da rilevare una tendenza

generale ad informare maggiormente le diverse politiche nazionali delle idee e dei principi

sostenuti dall’Unione europea, come i ¨Principi Comuni di Base”, e l’Agenda Comune, sempre

più riflessi nelle strategie nazionali di integrazione. Le misure che mirano a diffondere gli stessi

PCB e l’Agenda Comune a gruppi più larghi di policy makers e alla società civile sono state

intraprese in alcuni Stati membri. La loro conoscenza si limita però agli attori direttamente

coinvolti nella politiche di integrazione a livello nazionale. Alcuni Stati, come Repubblica Ceca,

Grecia, Spagna e Irlanda hanno iniziato attività di informazione a livello di policy-making e vi fa

riferimento nell’elaborazione/implementazione delle politiche di integrazione.

Di seguito riportiamo l’attuale grado di corrispondenza tra i Principi Comuni di Base e la

strategie nazionali di integrazione in Europa:

1. L’integrazione è un processo dinamico e bilaterale di adeguamento reciproco da parte di

tutti gli immigrati e residenti degli Stati membri.

È questo senz’altro uno degli aspetti che necessitano maggiori sforzi, dal momento che attualmente

le iniziative strutturali che puntano a rafforzare le capacità delle popolazioni a conciliare le

diversità, sono ancora molto limitate nelle strategie nazionali.

2. L’integrazione implica il rispetto per i valori fondamentali dell’Unione europea.

Valori essenziali quali libertà, democrazia, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani e delle

libertà fondamentali sono considerati da tutti gli Stati membri elementi importanti delle nuove

politiche. Tuttavia solo un certo numero di Stati membri ha attuato misure per fornire conoscenza

sui valori essenziali nei programmi di informazione.

3. L’occupazione è un punto chiave del processo d’integrazione ed è fondamentale per la

piena partecipazione degli immigrati, per il loro contributo alla società ospitante e perché tale

contributo sia visibile.

L’integrazione degli immigrati nel mercato del lavoro resta la maggiore sfida delle politiche di

integrazione nazionali. Tuttavia si possono notare alcuni progressi: misure come la prevenzione

della disoccupazione attraverso istruzione e formazione, sistemi più efficaci di riconoscimento

dei diplomi, lotta contro la discriminazione sul posto di lavoro e la promozione dell’occupazione

per le donne immigrate.

4. Conoscenze di base della lingua, della storia e delle istituzioni della società ospite sono

indispensabili per l’integrazione; mettere gli immigrati in condizione di acquisirle è

fondamentale per un’effettiva integrazione.

Molti paesi concentrano le loro strategie di integrazione su programmi introduttivi, inclusi (a volte

obbligatoriamente) corsi di lingua e di orientamento civico per i nuovi arrivati. Un numero crescente

di Stati, inoltre, ha accresciuto la flessibilità dei corsi in termini di individuazione delle specifiche

24


necessità. Solo un piccolo numero di Stati membri esegue valutazioni approfondite di queste attività.

5. Gli sforzi nel settore dell’istruzione sono cruciali per la preparazione degli immigrati

soprattutto quelli di seconda generazione, in vista di una loro partecipazione positiva e più

attiva alla società.

Gli sforzi degli Stati membri in questo settore si concentrano perlopiù sull’insegnamento

della lingua per facilitare l’integrazione a scuola. Molte iniziative promuovono il rispetto per

la diversità nell’ambiente scolastico e il sostegno agli insegnanti. Comunque, risulta chiara la

necessità di maggiori sforzi per far fronte alle sfide che bambini e giovani immigrati devono

fronteggiare.

6. L’accesso degli immigrati che soggiornano legalmente alle istituzioni nonché a beni e servizi

pubblici e privati, su un piede di parità con i cittadini nazionali e in modo non discriminatorio,

costituisce la base essenziale di un’integrazione migliore.

Un numero crescente di Stati membri sta sviluppando la capacità di fornire servizi per interagire

con gli immigrati. In alcuni Stati membri, iniziative sulla parità di accesso alle pubbliche

istituzioni sono state avviate, comprese misure anti-discriminazione e di informazione. Stanno

inoltre appena emergendo nel dibattito sull’integrazione misure per la cooperazione tra poteri

pubblici e compagnie di ingaggio.

7. L’interazione frequente di immigrati e cittadini degli Stati membri è un meccanismo

fondamentale per l’integrazione. Forum comuni, educazione sugli immigrati e la loro cultura,

condizioni di vita adeguate in ambiente urbano potenziano l’interazione tra immigrati e

cittadini degli Stati membri.

Nella maggior parte degli stati membri questa idea è condivisa, sebbene il grado in cui è

riflessa nella strategie di integrazione vari da paese a paese. Ancora limitate sono le misure per

promuovere iniziative per l’interazione tra gli immigrati e la società ospitante.

8. La pratica di culture e religioni diverse è garantita dalla Carta dei diritti fondamentali e

deve essere salvaguardata, a meno che non sia in conflitto con altri diritti europei inviolabili

o con le legislazioni nazionali.

Se l’importanza del dialogo inter e intra fedi, in quanto elemento di iniziative culturali più

ampie, è largamente riconosciuta, solo in pochi Stati membri questo dialogo comincia ad essere

promosso su una base più strutturata.

9. La partecipazione e il coinvolgimento degli immigrati al processo democratico e alla

formulazione delle politiche che li riguardano sono elementi essenziali di una politica di

‘integrazione.

In un numero crescente di casi i rappresentanti degli immigrati sono coinvolti nell’elaborazione/

implementazione delle politiche di integrazione. In particolare, c’è un interesse crescente per la

cittadinanza attiva e per i processi di naturalizzazione quali elementi per rafforzare le opportunità

di coinvolgimento nella società ospitante. Un numero piuttosto limitato di Stati membri prevede

per i cittadini di paesi terzi il diritto di voto nelle elezioni locali.

10. L’inclusione delle politiche e misure di integrazione a tutti i livelli di una decisione politica

è un fattore importante di valutazione della volontà di integrazione.

La maggior parte degli Stati membri ha rafforzato la sua capacità di prendere in considerazione

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l’aspetto relativo all’integrazione nella maggior parte delle sue politiche di rilievo, sviluppando, in

alcuni casi, anche misure mirate. Permangono tuttavia grandi sfide, come l’effettiva condivisione

dell’informazione, il coordinamento a tutti i livelli del processo decisionale...

11. Occorre sviluppare obiettivi, indicatori e meccanismi di valutazione chiari per adattare

la politica, valutare i progressi verso l’integrazione e rendere più efficace lo scambio di

informazioni.

Tale esigenza è percepita in tutti gli Stati membri, e si basa sul presupposto che dati più dettagliati

aiutano ad evitare confusione e a migliorare la visibilità del contributo degli immigrati allo

sviluppo della società ospitante. Un ulteriore progresso è tuttavia necessario per monitorare e

valutare le politiche di integrazione e i programmi e valutare gli indicatori specifici.

Gli strumenti legislativi e finanziari dell’Unione europea.

Sulla base del mandato di Lisbona, l’Unione ha definito metodi aperti di coordinamento nei

settori dell’occupazione e dell’integrazione sociale. La strategia europea per l’occupazione, i

piani di azione nazionali contro la povertà e l’emarginazione sociale, nonché il potenziamento

degli scambi di informazioni e delle migliori prassi, fanno parte di tali iniziative.

Strumenti di finanziamento per l’integrazione dei cittadini di paesi terzi.

A partire dal 2003, la Commissione co-finanzia progetti di integrazione transnazionali che

promuovono la cooperazione fra Stati membri, autorità regionali/locali e altri attori, nel quadro

delle Azioni Preparatorie INTI.

Nel quadro del programma Solidarietà e Gestione dei Flussi Migratori 2007-2013:

• Fondo Europeo per l’Integrazione dei Cittadini di Paesi Terzi. Obiettivo generale del

Fondo è sostenere gli sforzi compiuti dagli Stati membri per permettere a cittadini di paesi terzi

provenienti da contesti economici, sociali, culturali, religiosi, linguistici ed etnici diversi di

soddisfare le condizioni di soggiorno e di integrarsi più facilmente nelle società europee.

• Il Fondo Europeo per i Rifugiati

sostiene le misure di integrazione ad hoc per i rifugiati ed i beneficiari di protezione sussidiaria

il cui soggiorno nell’Ue è di natura durevole e stabile.

Un certo numero di strumenti finanziari, come i fondi strutturali, e altre iniziative dell’Unione

forniscono un sostegno diretto o indiretto all’integrazione degli immigranti:

• Nel contesto del Fondo Sociale Europeo (FES) grande rilievo ha assunto l’iniziativa

EQUAL, la quale ha offerto un insieme di buone pratiche innovative per prevenire e combattere

la discriminazione degli immigrati nel mercato del lavoro. La crescente partecipazione degli

immigrati all’occupazione e quindi al rafforzamento della loro integrazione sociale è una

specifica priorità del nuovo FES 2007-2013. Inoltre, il nuovo programma PROGRESS 2007-

2013 sosterrà anche l’attuazione dei principi di anti-discriminazione ed uguaglianza di genere.

• Strumenti regionali, che affrontano le questioni dell’immigrazione e dell’integrazione,

in modo specifico nelle aree urbane. Tra queste ricordiamo l’Iniziativa Comunitaria URBAN

II, che si è concentrata fortemente sull’inclusione sociale nelle aree urbane svantaggiate, e il

programma URBACT, per lo scambio di esperienze sulle questioni di sviluppo urbano, tenendo

al contempo in conto le specifiche sfide della diversità che si pongono oggi alle città europee.

26


Questo stesso approccio proseguirà con il programma URBACT II 2007-2013.

Ultimi sviluppi: le proposte della Commissione europea.

Recenti (23 ottobre 2007) sono le proposte della Commissione europea riguardanti i diritti

fondamentali per i lavoratori immigrati nell’Ue e le condizioni di accesso e di soggiorno di

immigrati altamente qualificati:

• Creazione di una “Blue Card” per gli immigrati qualificati, sul modello della Green Card

statunitense. Si tratta di un permesso di lavoro e di soggiorno comportante una serie di diritti

socioeconomici, soprattutto in materia di ricongiungimento familiare. Scopo dell’iniziativa è

evidentemente quello di incoraggiare l’ingresso nell’Ue di lavoratori qualificati di paesi terzi per

sopperire alla crescente penuria di manodopera in Europa. Il presupposto è a sua volta quello che

per rendere più dinamica la crescita in un’Unione che invecchia, l’Europa dovrebbe diventare

una destinazione attraente per i lavoratori altamente qualificati, che di solito preferiscono mete

come Stati Uniti, Canada o Australia. Tuttavia a questa iniziativa vengono posti due limiti. In

primo luogo, gli Stati membri conserverebbero la libertà di stabilire il numero di lavoratori

immigrati che intendono accogliere sul proprio territorio. Inoltre, per evitare una fuga di cervelli

dai paesi in via di sviluppo, considerata assolutamente nociva, verrebbero poste delle norme

volte a limitare, o addirittura impedire, l’assunzione di lavoratori provenienti da questi paesi.

• Creazione di uno sportello unico per ottenere un permesso di lavoro e soggiorno. Il fine è

quello di semplificare e snellire le richieste di ammissione, a favore dunque di tutti i potenziali

lavoratori, che oggi si devono rapportare a ben 27 procedure differenti.

• Promozione di misure intese a garantire nuovi diritti per gli immigrati che lavorano

legalmente nell’UE, ossia garantire agli immigrati gli stessi diritti riconosciuti ai cittadini

dell’Unione per quanto riguarda: condizioni di lavoro, retribuzione, istruzione e previdenza

sociale. L’obiettivo di questa proposta è duplice: migliorare l’integrazione sociale degli immigrati

e al contempo tutelare i cittadini dell’Unione dalla concorrenza sleale di una manodopera troppo

a buon mercato. Ad ogni modo, se è vero che le ultime proposte della Commissione hanno

risposto a numerosi aspetti da regolare, in particolare per i lavoratori qualificati, da più parti della

società civile giunge la richiesta all’Unione di attivarsi più seriamente anche per la gestione dei

lavoratori non qualificati, che sono poi anche quelli che più soffrono il rischio di emarginazione

sociale. Il rischio più temuto è che con queste proposte si riducano le normative sui lavoratori

che già sono in Europa o che si smetta di investire nella loro formazione.

Prospettive future.

Se è vero che la politica di immigrazione europea inizia a prendere qualche forma di un certo

rilievo, resta ancora un lungo cammino da fare. Lo confermano in primo luogo le conclusioni del

Consiglio europeo del giugno 2007, sottolineando in particolar modo la necessità di sviluppare

un approccio all’integrazione che coinvolga l’intera società civile e riconosca l’importanza del

dialogo interculturale. Spetta ora alla Commissione europea fare nuove proposte che vadano in

questo senso, ampliando il quadro già fornito dai Principi Comuni di Base e dall’Agenda Comune.

Tanti i punti su cui si concentrerà la Commissione per meglio identificare la strada giusta da

percorrere. Tra questi, resta ancora da chiarire l’influenza dei media nel dibattito sull’integrazione.

La Commissione esaminerà le vie offerte da questo tipo di comunicazione per assicurare che il

contributo degli immigrati allo sviluppo della società, alla crescita economica e alla diversità

27


culturale, sia portato all’attenzione del pubblico e più ampiamente riconosciuto.

La Commissione inoltre indagherà anche come i processi di integrazione potrebbero contribuire

attivamente alla prevenzione della discriminazione contro gli immigrati, concentrandosi in modo

particolare sul giovani e sulla gestione della diversità. Infine, la Commissione studierà i modi

per ridisegnare il Rapporto Annuale sull’Immigrazione e l’Integrazione, al fine di farne uno

strumento di aggiornamento per le analisi comparative degli sviluppi nelle politiche nazionali di

integrazione e di buone pratiche

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2. L’emigrazione italiana tra passato e presente *

Vorrei cominciare questo incontro con voi cercando di capire perché si affronta il tema

dell’emigrazione in un corso di formazione come questo. Chi si occupa da anni di ricerche

nel campo della mobilità umana, si è accorto che non era più sufficiente guardare soltanto al

fenomeno dell’immigrazione, ma che era necessario concentrare gli interessi anche al fenomeno

dell’emigrazione. Faccio parte del Centro Studio e Ricerche IDOS e curiamo la pubblicazione

del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes; siamo dunque soliti affrontare i nostri

studi partendo da una base socio-statistica facendo attenzione alle statistiche ufficiali. Il Dossier

è diventato uno strumento utile alle istituzioni pubbliche e a tutti coloro che si occupano di

immigrazione. È infatti un volume che occupa le scrivanie di giornalisti, studiosi del settore,

forze dell’ordine, operatori sanitari, amministratori pubblici.

1. L’emigrazione italiana: il passato.

Dal 2006 abbiamo deciso di occuparci anche dell’emigrazione italiana ed è subito emerso

quanto fosse frequente il ritorno in Italia di figli e nipoti di italiani emigrati all’estero; questi

ritorni erano possibili grazie all’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di persone con

origine italiane alle spalle. Abbiamo ritenuto fosse importante occuparci di questo e di altri

aspetti legati all’emigrazione e, per queste ragioni, abbiamo prodotto nel 2006 il primo Rapporto

degli Italiani nel Mondo. Il primo volume conteneva circa 350 pagine; nel 2007 abbiamo pensato

ad una seconda edizione del Rapporto e, nonostante vi fossero delle perplessità rispetto alla

necessità di un secondo volume, siamo arrivati a pubblicare un volume di più di 500 pagine.

Tutto ciò è avvenuto perché sull’emigrazione italiana c’è molto da dire e le riflessioni e gli studi

non sono soltanto legati al passato, ma anche e soprattutto al presente. Il titolo che ho scelto

per l’incontro di oggi è: “L’emigrazione italiana tra passato e presente”. Vi proporrei però un

titolo differente oggi e vi inviterei ad invertire i termini del titolo originale: “L’Italia da paese di

emigrazione a paese di immigrazione”. Negli ultimi anni, questa espressione è molto utilizzata

dagli studiosi di mobilità umana L’interrogativo che ci poniamo ora, sperando di trovare una

risposta al termine dell’incontro, è se ciò che diciamo corrisponda al vero oppure no.

Alla stesura del Rapporto, vi hanno collaborato circa cinquanta tra ricercatori e testimoni

privilegiati. Una parte del lavoro di ricerca è stato svolto da studiosi dell’emigrazione italiana, ma

molto importante è stato l’apporto degli emigrati italiani ai quali è stato chiesto di guardare al loro

percorso migratorio. Questo lavoro di collaborazione tra ricercatori e testimoni dell’emigrazione,

ha prodotto un sussidio utile per studiare il passato, riflettere sul presente e progettare il futuro.

L’idea di pubblicare un Rapporto sugli Italiani nel Mondo è stata della Fondazione Migrantes.

Si tratta di un ente della Conferenza Episcopale Italiana, quindi il volume nasce in ambiente

cattolico, ma porta avanti un percorso laico in quanto si è aperto alla collaborazione di più

strutture oltre a godere dell’apporto di studiosi di più confessioni. Il motto che sostiene il nostro

lavoro è: Conoscere per operare. Per questo motivo ci avvaliamo di estese collaborazioni con

il mondo della scuola, del lavoro, dell’associazionismo; desideriamo infatti che il Rapporto sia

il più possibile uno strumento operativo. La base di partenza per poter conoscere, lavorare con i

migranti e per i migranti è la conoscenza; se non si ha la conoscenza non si riesce ad operare nel

migliore dei modi.

* A cura di Delfina Licata.

29


La Fondazione Migrantes è costituita da 5 uffici che si occupano a 360° di mobilità umana.

Uno degli uffici è quello per la pastorale degli “italiani all’estero”. Il ventaglio della mobilità

umana è molto ampio e comprende: emigrati all’estero, immigrati in Italia, i Rom e i Sinti, il

popolo dei nomadi e degli zingari, i lavoratori dei circhi e dei Luna Park, i lavoratori marittimi

e aeroportuali. Nel nostro percorso di oggi volgeremo lo sguardo al passato dell’emigrazione

italiana, ma ci concentreremo anche sul presente e cercheremo di ragionare sul futuro. Da ultimo

vorrei focalizzare l’attenzione sul Piemonte.

L’Italia conta oggi 3,5 milioni di stranieri e questo è il primo anno in cui v’è stata una

equivalenza tra il numero degli immigrati in Italia e il numero degli emigrati italiani all’estero.

Essere diventati un paese di immigrazione non ci deve far dimenticare che a lungo siamo stati

un paese di emigranti. Abbiamo una sensibilità diversa all’accoglienza rispetto ad altri paesi.

Spesso ci si domanda come mai tanti immigrati scelgano l’Italia: si tratta di un paese che ha

compiuto nel suo percorso storico determinate scelte che l’hanno contraddistinto rispetto ad

altre nazioni. È il paese industrializzato che ha subito la più grande diaspora transnazionale;

contando circa 28 milioni di emigranti e ciò, rispetto ad altri contesti geografici, è sicuramente

un elemento fondamentale e importante. Oggi in poche ore si viaggia da un contenente all’altro,

mentre nel passato erano molto difficoltose le migrazioni. Gli emigrati italiani hanno subito

diversi trattamenti al loro arrivo nei paesi di emigrazione. In alcune realtà sono stati accettati

soltanto gli immigrati che dimostravano una sana e robusta costituzione oppure, come si ricorda

in alcuni romanzi sull’emigrazione italiana, bastava una “pustola” per non essere ammessi in

un paese. Risultavano così vani mesi di navigazione e anni di sacrifici. Molto spesso infatti i

biglietti venivano acquistati a credito poiché ingenti erano le difficoltà economiche. Nonostante

le condizioni di viaggio fossero difficili, tanta era l’inventiva dei nostri migranti. All’inizio

del secolo scorso, gli emigranti italiani costituivano nei paesi d’arrivo tante “Piccole Italie” e

non si trattava soltanto della fondazione di comunità o di quartieri, si trattava soprattutto della

costruzione di vite e professionalità. Sono stati infatti gli italiani a inventare l’ambulantato e

la vendita itinerante di castagne, ad esempio, ma anche di gelato e cianfrusaglie varie. I primi

saltimbanchi che si vedevano per le strade di New York o Buenos Aires erano italiani e risulta

facile fare dei paralleli con i lavavetri e i “vu cumprà” di oggi. I nostri emigranti erano partiti con

un bagaglio di conoscenze minimo, la maggior parte di loro erano analfabeti eppure, nonostante

il loro analfabetismo, grazie alla loro tenacia e alle loro speranze hanno acquisito i titoli di studio

nelle scuole serali e con il loro lavoro hanno fondato delle città, hanno costruito ferrovie, hanno

fondato delle aziende agricole, sono diventati capitani di industria. Gli italiani hanno favorito

il turismo in terre fino ad allora inesplorate ed è grazie a loro che sono cominciati i viaggi alla

scoperta della Terra del Fuoco in Argentina. Gli italiani hanno portato il tifo calcistico: le squadre

del Boca Juniors e River Platel sono squadre fondate da italiani. Vi sono stati personaggi unici

come, ad esempio, “John Martin” alias Giovanni Martini, ricordato come l’unico sopravvissuto

della battaglia di Little Big Horn, del VII Cavalleggeri del Generale Caster. Tanti sono i

personaggi famosi che testimoniano la presenza degli emigrati italiani nel mondo. All’epoca

di Edoardo VIII, veniva definito “re della melodia” un grande musicista di origine sarda Lao

Silesu. Se arriviamo ai giorni nostri, come non ricordare alcuni nomi illustri del mondo politico

statunitense come Rudolf Giuliani o Mario Cuomo. Sta rinascendo un grande interesse per

l’emigrazione italiana, si riscoprono lettere e materiale informativo dell’epoca, nascono musei

dell’emigrazione. A Roma nascerà presto un Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, mentre

a livello regionale, ciascuna regione ne possiede uno. Il Museo dell’Emigrazione Piemontese si

trova a Frossasco, in provincia di Torino. Questi musei non sono soltanto luoghi della memoria,

ma sono anche e soprattutto luoghi dell’attualità. L’emigrazione italiana verso l’estero non è

finita e, successivamente, vedremo quali sono gli scenari attuali.

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La prima ondata dell’emigrazione italiana si registra tra il 1870 e il 1913. Questo è un periodo

di intensi flussi migratori. In questo periodo si sono spopolate regioni come il Veneto e il Friuli

Venezia Giulia. Il 1913 è un anno significativo perché si raggiunge il picco massimo degli

espatri. Sono infatti 900 mila gli espatri e, da allora, avrà inizio la fantastica “pioggia d’oro” delle

rimesse. Gli emigrati italiani contribuiranno, grazie alle loro rimesse, all’aumento del benessere

delle loro famiglie rimaste in Italia. Nel 1940, 442 italiani persero la vita mentre venivano

deportati dalla Gran Bretagna al Canada. Nel 1945, la drammatica situazione degli emigrati

italiani senza casa, condusse ad aspre lotte che risolsero positivamente con accordi firmati nei

vari paesi dell’emigrazione. Il 1975 è un anno fondamentale per chi studia la mobilità italiana

in quanto per la prima volta il numero degli ingressi in Italia prevale sul numero degli espatri

ed è proprio a partire dal 1975 che in ambito ecclesiale si incominciarono a produrre statistiche

sulla presenza di immigrati in Italia. Grande protagonista di quegli anni fu Giuseppe Lucrezio

Monticelli unico laico a lavorare per una struttura ecclesiale oggi conosciuta come Fondazione

Migrantes, questi curava già un bollettino all’interno della rivista ancora edita Servizio Migranti

nel quale venivano pubblicati dapprima i dati relativi alla diaspora italiana e, successivamente, i

primi dati relativi alla popolazione straniera. Il bollettino crescerà e si migliorerà negli anni fino

ad assumere le proporzioni e l’importanza attuale. L’attuale Dossier Statistico Immigrazione può

essere considerato in un certo senso figlio di questo bollettino come anche, in tempi più recenti,

il Rapporto italiani nel Mondo.

Il 1995 rappresenta un’altra tappa importante perché, per la prima volta, le rimesse degli

immigrati superano quelle degli emigrati. Nel 2001 viene approvata la contestatissima legge sul

diritto di voto degli italiani all’estero, mentre nel 2005 vi è la prima elezione dei parlamentari

della Circoscrizione Estero rappresentanti degli italiani residenti all’estero. La legge produsse

degli effetti inaspettati in quanto, pur nascendo da una proposta della destra, determinò la vittoria

della sinistra.

Nel 2006 venne pubblicato dalla Fondazione Migrantes il primo Rapporto sugli Italiani nel

Mondo. Erano più di 20 anni che nel nostro paese non si disponeva più di una pubblicazione

che monitorasse i flussi emigratori degli italiani da quando cioè il Ministero degli Affari Esteri

interruppe la pubblicazione del volume “Statistiche ufficiali dell’emigrazione italiana”.

Gli italiani all’estero non sono stati sempre ben accolti, vi faccio due esempi che sono legati

alla storia del Piemonte: Milwaukee e Aigues Mortes. Il 9 settembre 1917, a Milwaukee negli

Stati Uniti, un gruppo di anarchici italiani si scontra con la polizia, due sono uccisi, gli altri

arrestati e condannati a 25 anni di prigione “per cospirazione con la finalità di uccidere” in un

processo caratterizzato da pregiudizi e annullato in appello: cinque di essi, anche se assolti,

vengono costretti a rimpatriare. A seguito di quell’avvenimento circolavano dei manifesti in cui

l’italiano era rappresentato come immondizia da bruciare.

Sempre rispetto alle difficoltà che hanno dovuto subire i migranti italiani vi riporto la

cronaca dell’eccidio di Aigues Mortes dell’agosto 1893. Il brano che vi leggo è tratto da un

approfondimento di Alessandro Allemano “I fatti di Aigues Mortes (agosto 1893) e le loro

ripercussioni in Monferrato” che riprende nella stesura passi integrali de “Il sale e il potere”,

scritto dallo storico francese Hocquet e pubblicato nel 1990.

«Aigues Mortes era una cittadina di quattro mila anime nella Francia meridionale. Si trovava

stanziata una nutrita colonia di operai che aveva trovato lavoro nelle vicine saline. Tutti

questi operai lavoravano in condizioni penose, esposti tutto il giorno a un sole ardente, con gli

occhi bruciati dal bagliore accecante dei cristalli di sale che scintillavano al sole, senza altra

ombra dove riposare gli occhi che non fosse quella del cappello a larghe falde, coi corpi che

gocciolavano di sudore, coperti di graffiature, scorticati dal canestro di vimini, mal protetti da

una tela di sacco gettata sulla spalla, con le mani tagliate dai cristalli di sale, calzando zoccoli

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di legno guarniti di paglia. I rapporti non erano mai stati buoni e i francesi avevano sempre

avuto qualcosa da rimproverare agli italiani. Tutti ladri e puttane, protettori e fannulloni. Pronti

a mangiare il loro pane. Le cose peggiorarono quando si cominciò a parlare del rinnovo della

Triplice, che scadeva nel febbraio del ’91. I francesi, che si occupavano di politica più degli

italiani, sapevano che l’Italia avrebbe spinto per quel rinnovo. Uno schiaffo per la Francia che

ospitava e dava lavoro a tanti italiani senza chiedere a loro che ne pensassero della Triplice. Per

la verità gli italiani che lavoravano in Francia avevano altri problemi che occuparsi di politica.

E di Triplice Alleanza in particolare. Avevano il problema del lavoro, della casa, del mangiare,

dei familiari rimasti in Italia. E non si arrabbiarono quando i francesi cominciarono a chiamarli

«ritals». Non ne conoscevano il significato ma di certo era offensivo. Non si arrabbiarono e

aggiunsero «ritals» alla lista dove stavano già «briseurs» e «macaronis» e continuarono a

rispondere «ui mossiè» e a chinare il capo”.

Cominciò proprio alle saline di Peccais durante la pausa del mattino: gli operai francesi e

italiani mangiavano in silenzio la zuppa, sistemati alla meglio sul bordo delle paludi; per gioco,

o forse per sfregio, un francese gettò della sabbia sul pane che un torinese stava mangiando,

seduto dinanzi a lui. Il torinese non protestò. Pulì il pane con il fazzoletto che poi andò a lavare

nella bacinella di acqua dolce che la «Compagnie» distribuiva esclusivamente per uso potabile.

L’acqua dolce era preziosa, specie nei mesi estivi. «Ehi tu, orso!» gli gridò il francese. Gli altri

suoi compatrioti ridevano, ma forse era solo rabbia repressa per troppo tempo. «Lo sai o non

lo sai che con quell’acqua ci dobbiamo arrivare a sera? Se vuoi lavare il fazzoletto, pisciaci

sopra che tanto è lo stesso per un italiano come te!». Il torinese era un tale di poche parole ma

ci sapeva fare con il coltello. Che estrasse dalla tasca, aprì e agitò sotto il naso del francese:

«Merda! Io me ne fotto di te e di tutti i francesi!». L’episodio non ebbe apparentemente seguito.

Il giorno successivo alcuni operai italiani, volendo vendicare il compagno offeso, avrebbero

organizzato una spedizione punitiva ai danni dei francesi, provocando, secondo il “Times” di

Londra, due morti e alcuni feriti. Più probabilmente però si trattò di un’assurda menzogna,

propalata ad arte dalle autorità francesi desiderose di offrire alla folla un pretesto qualsiasi per

esacerbare gli animi. La mattina di giovedì 17 agosto oltre 500 francesi inferociti attaccarono

i capanni che ospitavano circa 100 italiani: da quel momento ebbe inizio una colossale caccia

all’italiano, che devastò la cittadina di Aigues Mortes e i suoi sobborghi. Al grido di “A morte

gli italiani! Viva l’anarchia! Viva la Francia e morte all’Italia! Fuori gli orsi italiani!”, la

folla, armata di pietre, bastoni e forconi diede l’assalto agli improvvisati rifugi dei nostri

connazionali, scoperchiando il tetto e devastando ogni cosa. Un operaio che si trovava coricato

febbricitante venne massacrato a colpi di mattoni. Intervenne la forza pubblica (18 gendarmi)

che fece sgombrare i capanni e intimò agli italiani di portarsi alla stazione per non provocare

l’ira dei manifestanti; tra gli insulti, gli scherni e le bastonate iniziarono ad allontanarsi, ma ben

presto vennero accerchiati dalla turba che portava in alto le bandiere tricolori della Repubblica

Francese. Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco sparati dai gendarmi e dai manifestanti:

l’operaio Secondo Porta di Roatto d’Asti, colpito da una bastonata, cadde bocconi, esanime.

Un francese che aveva percosso il cavallo d’un gendarme venne da questo freddato senza

esitazione: il suo cadavere fu portato in corteo e anche di questa assurda morte si accusarono

“les italiens”. Molti connazionali, vistisi spacciati, tentarono il tutto per tutto, gettandosi negli

stagni salmastri o fingendosi morti: alcuni fortunati sarebbero riusciti ad attraversare gli stagni

e a raggiungere Marsiglia a piedi dopo una marcia estenuante. Una ventina di piemontesi,

gettatisi nella melma dell’“Etang des Pesquieres”, vi rimasero imprigionati e bersagliati dalle

pietre che i francesi lanciavano dagli argini: moriranno tutti, ad eccezione di un tale Antonio

Cappellini, che riparerà anch’egli a Marsiglia. La furiosa caccia all’italiano durò due giorni.

Non sarà possibile stilare un esatto bilancio delle vittime, poichè molti corpi senza vita -e

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qualcuno ancora in vita- furono gettati senza pietà nelle paludi e mai più ritrovati. Il numero dei

morti può andare da un minimo -improbabile- di 7 o 9 (secondo la stampa francese) fino a 50 o

più (secondo il “Times” di Londra): altre fonti parleranno addirittura di un centinaio di vittime,

oltre ad un centinaio di feriti

I superstiti delle violenze di Aigues Mortes, circondati dall’odio della popolazione locale,

ormai considerati e trattati come pericolosi criminali, furono avviati alla frontiera di Ventimiglia

e rimpatriati. Alcuni di essi, passando da Asti, giunsero anche in Monferrato, dove, sfiniti dal

viaggio e privi di ogni mezzo, si adattarono a chiedere la carità alle parrocchie e ai municipi.

Nel corso del riordino dell’interessante Archivio storico del comune di Penango ho rinvenuto

una serie di documenti, allegati ai mandati di pagamento, che testimonia di quella pagina

tristissima di storia italiana di fine secolo. Il Comune monferrino elargì complessivamente 50

lire a titolo di sussidio straordinario (in ragione di 25 centesimi a persona, ma va tenuto conto

che qualcuno sarà stato beneficato in più di una frazione) a titolo di “sussidi” a poveri operai

indigenti di passaggio come esuli dalla Francia per rimpatriare”. Diciannove lire furono pagate

nel capoluogo, 17 nella frazione Cioccaro e 14 a Santa Maria e Patro. Ancora nell’anno 1895

si ha notizia di alcuni di questi malcapitati che continuavano ad aggirarsi per il capoluogo e

per le frazioni Cioccaro e Santa Maria: di una sessantina di essi di essi si conoscono anche

le generalità e la residenza. L’esame della documentazione permette quindi di stabilire che se

alcuni erano piemontesi (Cuneo, Biella, Intra, Carmagnola, Mondovì)».

2. L’emigrazione italiana: il presente.

Dopo aver volto lo sguardo all’emigrazione italiana del passato, ora passiamo a considerare

il presente. Sono tre milioni e mezzo gli immigrati in Italia e sono in ugual numero gli emigrati

all’estero. Per le statistiche ufficiali nel campo dell’emigrazione italiana si fa riferimento all’AIRE,

l’Anagrafe dell’Italiani Residenti all’Estero, che ha sede presso il Ministero dell’Interno.

Il dato ufficiale di tre milioni e mezzo di emigrati è contestatissimo in quanto è sicuramente

sottostimato. Sappiamo infatti che i cittadini rimasti fuori dall’AIRE sono presenti invece negli

Schedari Consolari del Mae: i consolati, rispetto all’AIRE, hanno un modo diverso di monitorare

e registrare le presenze di cittadini italiani all’estero.

Da un paio di anni soprattutto a seguito dei problemi relativi al voto, i due ministeri coinvolti

direttamente ovvero gli Interni e gli Affari Esteri, stanno operando insieme per uniformare e

allineare i due archivi. I risultati non si sono fatti attendere e, ad esempio dal 2006 al 2007, sono

“emerse” circa 600 mila persone. Stando al data base che utilizzeremo nel prossimo rapporto del

2008, ve ne saranno altrettante che emergeranno e che dunque andranno ad aggiungersi ai dati

dell’AIRE. Il dato ufficiale tuttavia, censisce soltanto i cittadini residenti all’estero, cioè coloro

che hanno il passaporto italiano, ma esclude gli oriundi; di questi ultimi esistono solo stime e si

dice che potrebbero essere dai 60 ai 70 milioni gli oriundi di origine italiana nel mondo. Oltre

a questo, non sono stati presi in considerazione gli italofili e gli italofoni sparsi per il mondo. I

primi sarebbero gli amanti dell’Italia e dell’italianità, mentre i secondi amano la lingua italiana al

punto di studiarla, frequentare i corsi e parlarla fluentemente. Si può approssimativamente credere

che siano 100 milioni nel mondo le persone che per svariati motivi si sentono “vicini” all’Italia,

anche se appare evidente quanto sia complicato farne una stima. Sono quelli che vengono definiti

generalmente italici. Nove italiani all’estero su dieci risiedono in Europa o in America, ma la

loro presenza si estende in tutti i paesi del mondo. Per quanto riguarda l’immigrazione parliamo

di policentrismo.

L’Italia si caratterizza per la varietà delle comunità etniche presenti sul suo territorio. Rispetto agli

altri paesi occidentali, l’Italia è il paese che ne conta in maggior numero. Vi sono 198 comunità

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etniche differenti e ciò significa che vi sono 198 comunità che possiedono culture differenti e

dunque differiscono quanto a lingua, costumi, tradizioni, religione. Come ricercatrice mi sono

posta spesso il motivo di questa enorme varietà di provenienza; ho trovato una risposta plausibile

intervistando una donna straniera la quale mi disse che sono innanzitutto gli italiani ad essere

presenti ovunque nel mondo. Stimolata da questa osservazione, ho guardato attentamente il data

base dell’Aire e ho facendo un confronto tra le provenienza e degli immigrati e le destinazioni

degli emigrati italiani emerge prepotentemente il fatto che se dobbiamo parlare di policentrismo

per gli immigrati, il concetto è ancora più ampio se ci riferiamo agli emigrati italiani. Gli italiani

sono presenti davvero in tutti i posti del mondo. Evidentemente questa diaspora ha dato il via

ad un meccanismo che ha favorito di immigrati, anche di generazioni successive agli emigrati

italiani di un tempo. Bisogna parlare di molteplicità di territori di emigrazione anche se l’esodo

italiano è maggiormente euro-americano. Per quanto riguarda gli altri continenti le percentuali

relative alla presenza italiana sono. Oceania 3,3%, Africa 1,4%, Asia 0,7%. Pur trattandosi di dati

sottostimati, nel loro complesso essi ci fanno percepire la situazione corrispondente alla realtà.

I primi dieci paesi di destinazione sono: Germania, Argentina, Svizzera, Francia, Belgio,

Brasile, Stati Uniti d’America, Regno unito, Canada e Australia.

Sempre con l’obbiettivo di tenere insieme il passato e il presente dell’emigrazione italiana, mi

soffermerò ora sul caso della Romania. Questo è un esempio valido anche per ciò che riguarda

gli intrecci tra emigrazione italiana del passato e immigrazione in Italia oggi. Sappiamo che

attualmente la maggior parte degli immigrati in Italia proviene dalla Romania. Dimentichiamo

però di dire che i primi ad arrivare in Romania sono stati proprio gli italiani. Non tutti sanno che

dalla fine dell’800 emigrarono in Romania moltissimi italiani provenienti dal Nord Italia; essi

diedero vita a delle comunità etniche italiane, che ritroveremo poi nei popoli nomadi. Attenzione

a non confondere il popolo Rom con i romeni in quanto, all’interno delle popolazioni Rom, vi

sono anche gli italiani, così come i francesi e così via. Molti immigrati che provengono dalla

Romania sono Rom discendenti da italiani emigrati alla fine dell’800. Oggi emigrano molte

aziende italiane in Romania. La Romania è il primo paese estero per numero di aziende italiane.

Le motivazioni sono chiare e vanno ricercate nel basso costo della manodopera: un operaio costa

al datore di lavoro circa 400,00 euro al mese, ma a prescindere dalla manodopera, vi è un flusso

notevole di nostri connazionali verso la Romania ed costituito principalmente da manager e da

imprenditori che si stabiliscono in quel paese per periodi che vanno dai sei mesi a un anno.

L’altro caso è rappresentato dall’Argentina. Dalla fine dell’800 sono sbarcati più di 3 milioni di

italiani, la maggioranza della popolazione oggi è di origine italiana. Oggi i flussi migratori da quel

paese sono ridotti, però molti acquisiscono la cittadinanza italiana per entrare in Europa. Sono

tanti gli argentini che riacquistano la cittadinanza italiana, però di loro abbiamo notato questa

particolarità: non restano in Italia, l’ingresso nel nostro paese è un pretesto per raggiungere la

Spagna, il luogo in cui hanno più libertà linguistica.

Un altro aspetto che merita attenzione riguarda le regioni di provenienza degli emigrati italiani.

La maggior parte proviene dall’Italia meridionale Le principali regioni di origine sono: Sicilia,

Calabria, Campania, Lazio, Puglia, Lombardia, Veneto e Piemonte. I dati a livello regionale non

ci sorprendono quanto i dati a livello comunale. Il riferimento ai comuni è interessante perché

vi sono comuni in cui il numero dei residenti rimasti a vivere nel comune è minore del numero

degli emigrati. Il comune di Roccamorice in Abruzzo, ad esempio, ha 1564 residenti all’estero,

a fronte di 1012 cittadini che sono rimasti nel comune.

C’è chi dice che l’emigrazione italiana abbia a che fare con il passato e che abbia a che fare con

gli anziani. I dati smentiscono questa affermazione. Il 18% degli italiani all’estero è costituito

da minori registrati come cittadini a seguito di discendenza, quindi sono figli di genitori italiani.

Questa stessa percentuale si ritrova tra gli over 65. Quindi l’emigrazione riguarda tanto gli

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anziani quanto i giovani. Uno dei problemi legati alla presenza di anziani all’estero ha a che

fare con l’erogazione delle pensioni. Un altro problema simile riguarda l’assistenza dei cittadini

italiani che vivono in paesi segnati da gravi crisi economiche come testimonia il recente caso

argentino. Vi sono molti anziani che all’estero vivono in condizioni economiche precarie e, per

questo motivo, si è creata nel corso degli anni una sorta di collegamento tra istituzioni comunali,

provinciali, regionali e paesi esteri. Roccamorice, ad esempio, ha sostenuto e finanziato la

costruzione di una casa di riposo per anziani in Argentina.

Ora affrontiamo il tema delle donne italiane emigrate. Esse sono senza dubbio le grandi

protagoniste dimenticate della storia. Abbiamo fatto riferimento alla tenacia e all’inventiva

degli emigrati italiani, ma questa tenacia ed inventiva è soprattutto una prerogativa delle donne.

Quando l’uomo girovagava per le grandi città quali Buenos Aires, New York, Toronto, Sidney

alla ricerca di un lavoro o veniva trasferito da un posto ad un altro, oppure veniva pagato molto di

meno rispetto al lavoro che faceva, la donna, stando a casa, si è inventata delle professioni come

il badantato, oppure il balierato. Il lavoro di cura che è svolto oggi in Italia quasi interamente da

donne straniere, è stata una invenzione delle italiane immigrate all’estero. Le donne non hanno

dato soltanto un aiuto economico, ma anche un aiuto sociale. Sono state loro a perpetrare la

cultura italiana, a portare avanti concetti quali la famiglia, la lingua e soltanto grazie a loro alcuni

usi e costumi hanno resistito ai lunghi decenni di emigrazione.

3. Giovani e studenti.

Un altro punto di interesse negli studi sulla mobilità umana riguarda i giovani e gli studenti.

Per gli studiosi è molto difficile ottenere dei dati precisi a riguardo. Le difficoltà derivano dal

fatto che, nonostante sia obbligatorio iscriversi all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero,

molti giovani per negligenza o per pigrizia non si iscrivono. Noi sappiamo che sono circa 50 mila

i giovani laureati che annualmente partono alla volta dei paesi esteri. Essi vanno alla ricerca di un

lavoro, oppure emigrano per specializzarsi nelle Università straniere. Le destinazioni preferite

sono Londra, gli Stati Uniti e le professioni maggiormente coinvolte da questa “fuga dei cervelli”

sono i ricercatori in campo biomedico, ingegneri nucleari o aerospaziali. In un paese come l’Italia

in cui la ricerca è cosi bistrattata, chi ha un progetto di ricerca tende a trovare finanziamenti altrove.

Accanto a questa tipologia di giovani altamente qualificati, vi è un’altra categoria che è del tutto

sfuggente che abbiamo cominciato a monitorare da due anni a questa parte. Si tratta di giovani

del sud d’Italia che partono settimanalmente alla volta della Svizzera e della Germania. I flussi

che caratterizzano questi giovani sono identici a quelli che caratterizzavano gli emigrati italiani

negli anni 60 e 70. Sono perlopiù giovani con basse qualifiche e difficilmente se ne trova traccia

nelle statistiche in quanto sono molto difficili da monitorare. Per capire questo fenomeno ci si è

confusi in mezzo a quegli emigrati percorrendo le strade a bordo di quegli autobus ascoltando

testimonianze e racconti di vita. Molto spesso ascoltiamo storie che nascondono un percorso

culturale discendente e un livello scolastico molto basso. In tutt’altra situazione si trovano i

giovani che scelgono le Università estere e che compiono il loro percorso di specializzazione

fuori dall’Italia. Gli studenti che studiano presso le università estere sono più di 50 mila; siamo a

conoscenza di questi dati grazie alle informazioni forniteci dalle università straniere. Gli studenti

sono presenti soprattutto in Germania e in Gran Bretagna.

4. La diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo.

Siamo rimasti molto colpiti dai dati relativi alla diffusione della conoscenza e dello studio

della lingua italiana nel mondo. Nel 2006 ci sono stati 600 mila persone che si sono iscritte ad un

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corso di lingua italiana. Tra queste, 100 mila, si sono iscritte negli Stati Uniti. La maggior parte

dei corsi si tengono presso gli Istituti Italiani di Cultura. Nel 2006 sono stati erogati 26 milioni

di euro a supporto di progetti per l’insegnamento della lingua italiana all’estero. I finanziamenti

non sono riusciti a soddisfare interamente la richiesta e dunque chi non è riuscito ad accedere

a questi corsi, si è rivolto agli uffici delle Missioni Cattoliche all’estero. Molto spesso, laddove

non sono arrivati gli Istituti Italiani di Cultura, sono arrivate le Istituzioni religiose. I salesiani,

gli Scalabriniani, ad esempio, operano in ausilio degli italiani presenti all’estero. Le suore, in

particolare, hanno giocato un ruolo determinante nell’insegnamento dell’italiano alle donne.

Suore e sacerdoti di origine italiana hanno operato e operano non soltanto a sostegno degli emigrati

italiani, ma di tutta la popolazione e in particolare delle fasce più deboli della popolazione. Si

tratta di religiosi che tengono delle lezioni, ma non hanno le stesse caratteristiche tecniche di

corsi organizzati dagli Istituti Italiani di Cultura, oppure dai Comitati Dante Alighieri. Con ciò

non vogliamo affermare che quest’ultimi siano corsi qualitativamente migliori, ma sono in grado

per loro natura di stabilire un rapporto continuo con l’Italia grazie all’ausilio di video conferenze

e relazioni continue con studiosi italiani. Chi sa, tra di voi, che nella diocesi di Brooklyn (Stati

Uniti d’America) sono 40 le parrocchie che celebrano quotidianamente una messa in italiano?

Un sacerdote ed il Vescovo di Brooklyn ci hanno detto che non partecipano soltanto gli italiani,

ma anche americani che hanno piacere di seguire la messa in lingua italiana.

Vi presento ora alcuni dati relativi alla presenza della stampa italiana all’estero. Il primo

giornale è stato fondato a Buenos Aires nel 1873. Il giornale è nato dall’esigenza di avere notizie

su ciò che capitava in Italia. A Rio de Janeiro, nel 1875, è nato il giornale “La croce del sud”.

Sono entrambi giornali ancora esistenti. Oggi ci sono 472 testate giornalistiche che informano i

cittadini residenti all’estero di ciò che succede in Italia, 273 sono i canali radiofonici e 45 sono i

programmi televisivi in lingua italiana. Una diatriba vede fronteggiarsi la Rai e il Ministero degli

Esteri e riguarda i programma da inviare all’estero. È un dibattito che riguarda il finanziamento

così come la qualità dei servizi da proporre.

4. Il Piemonte.

Ora vorrei soffermarmi sulla situazione del Piemonte. Il Piemonte è la terza regione nel nord

Italia per emigrati all’estero dopo Lombardia e Veneto. Vi sono 162.761 emigrati piemontesi nel

mondo e corrispondono al 3,8% del numero totale degli emigrati italiani. Dalla fine dell’800 ad

oggi sono partiti circa 6 milioni di piemontesi. Numerose sono le Associazioni di Piemontesi nel

mondo che ci hanno fornito informazioni precise a riguardo. Anche rispetto a questi dati è molto

difficile ottenere delle informazioni certe. Le donne sono 78 mila, il 48% sul totale. I minori

sono il 13%, un numero leggermente inferiore alla media nazionale. Gli over 65 sono il 19,3 %.

Il 48% è celibe o nubile mentre il 37,7 % è coniugato. La gran parte dei piemontesi si colloca

all’interno della popolazione attiva. I dati che ci provengono dall’AIRE non ci permettono di

considerare approfonditamente la variabile dell’età, in quanto sono considerate soltanto quattro

classi di età. Attualmente i ricercatori lavorano su sei/sette classi di età. L’AIRE fa rientrare

nella prima classe di età i minori dagli 0 ai 18 anni. Voi mi insegnate che è diverso un ragazzino

delle scuole elementari e medie rispetto a un ragazzo del liceo! La seconda classe va dai 19 a 40

anni, considerando così che un ventenne sia uguale a un quarantenne, la terza va 41 a 65 anni, e

l’ultima riguarda gli over 65. Questi dati non ci permettono di compiere delle analisi complete

riguardo la cosiddetta “classe da lavoro”. Per quanto riguarda però i dati che abbiamo, vediamo

come la maggior parte risulti celibe o nubile, il 37,6% è coniugato e i vedovi sono il 3%. Il

2,1% è divorziato è ciò significa che c’è molta appartenenza religiosa; infatti sono moltissime

le persone sposate e poche le persone che divorziano. Il 35,8% è nato all’estero, alcuni si sono

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iscritti all’AIRE dicendo che stavano svolgendo un progetto migratorio, e il 5,3% ha acquisito

la cittadinanza. I principali paesi di insediamento dei piemontesi emigrati sono: Argentina,

Svizzera, Francia, Uruguay, Germania, Spagna, Stati Uniti, Brasile e Belgio.

In un incontro a cui ho partecipato qualche settimana fa nel Lazio, proponendo questa tabella,

si vedeva come la maggior parte degli emigrati si trova in Brasile e non in Argentina come invece

succede per la maggioranza delle regioni italiane. L’assessore regionale, presente all’incontro,

si lamentò per il fatto che aveva promosso ricerche e finanziato aiuti all’Argentina pensando

che fosse quella la nazione con il maggior numero di emigrati laziali. Non è così e non si tratta

di emigrati che hanno bisogno di aiuto perché sono quasi tutti benestanti; in altri termini sono

giovani che svolgono lavori redditizi nel campo del turismo e dell’impresa. Per quanto riguarda le

provincie, la maggior parte degli emigrati piemontesi proviene dalla provincia di Torino, seguita

da Alessandria, Cuneo, Verbania, Asti, Biella. I comuni con il più alto numero di emigrati sono:

Torino, Alessandria, Asti, Novara, Verbania, Biella, Cuneo, Domodossola e Casale Monferrato.

Questi invece sono i comuni con la più alta incidenza di residenti ISTAT che vivono nel comune

insieme a coloro che, provenienti dal comune, sono però iscritti all’AIRE. Al primo posto un

comune in provincia di Alessandria, (Carrega Ligure) con il 159%, al secondo Ronco Canavese

(To, 148%) e poi segue un comune in provincia di Cuneo, Briga Alta (140%).

Si è fatto riferimento in precedenza agli italiani celebri nel mondo. Sono andata allora a vedere

quali fossero i piemontesi nel mondo maggiormente famosi. Il premio Oscar Ernest Borgnine,

come miglior attore protagonista per Marty, vita di un timido, di Delbert Mann; figlio di Anna

Boselli e Camillo Borgnino di Ottiglio in provincia di Alessandria poi emigrati in California.

Un altro importante personaggio è Massimiliano Guerra, il più famoso tanghero attualmente

in vita, considerato il più bravo ballerino al mondo, nato da genitori piemontesi emigrati in

argentina a Trasquera,dalla provincia di Verbania.

Infine vi porto l’esempio di una eccellente poetessa, Norma Gagliardi di Macchieraldo. Quando

si studia l’emigrazione piemontese e la si rapporta agli elementi che caratterizzano i piemontesi

di oggi, compaiono sempre alcuni elementi che sembrano essere una costante. Innanzitutto

la lingua piemontese: arcaica in argentina e italianizzata in Piemonte, il tifo calcistico, certi

cibi come la famosa “Bagna cauda” e infine le montagne, siano esse le Alpi o le Ande. Norma

Gagliardi di Macchieraldo, in una sua poesia, guarda il Monviso dall’Argentina e lo definisce

come un simbolo permanente che “guida l’andare e il venire e parla, nel tempo, della sua gente”.

Il Monviso, simbolo dell’emigrazione, immobile nei secoli ha visto arrivare e partire milioni di

suoi abitanti. «No siempre el Monviso se descubre, pero allì està como un emblema permanente

de una vigìa que cuida a su retoño y nos habla del tiempo y de su gente».

5. Conclusioni.

Ora consideriamo e cerchiamo di mettere in crisi i pregiudizi che hanno a che fare con

l’emigrazione oggi. Il primo è che l’emigrazione riguarda soltanto il passato. Abbiamo dimostrato

che sono molti i giovani italiani che emigrano oggi. Il secondo pregiudizio da sfatare riguarda il

fatto che gli emigranti sono soltanto anziani. Anche questa è una inesattezza lo dimostra il fatto

che molti sono i minori di origine italiana residenti all’estero. Inoltre alto è il numero dei laureati

che si specializzano all’estero.

Da ultimo, dobbiamo affrontare il pregiudizio più diffuso in questo ambito. Si afferma, a torto,

che sarebbe una perdita di tempo parlare oggi dell’emigrazione italiana in quanto sarebbe già

stato scritto e detto tutto. Io invece credo che molto debba ancora essere detto e, per questo,

auspico che cresca l’interesse anche e soprattutto all’interno della scuola. Infine riteniamo sia

fondamentale proporre sempre stimoli e interessi di ricerca diversi. Vi ho detto prima come

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il Rapporto Italiani nel Mondo sia cresciuto in soli due anni. Un argomento di cui ci stiamo

occupando e che rappresenta una novità negli studi sulla mobilità umana, riguarda l’emigrazione

italiana legata al vino. È davvero “gustoso” per chi fa ricerca, rintracciare gli elementi sociali,

attraverso lo spostamento e il cammino di un oggetto che potrebbe sembrare inanimato, ma che

ha al suo interno il sudore, la vita, le speranze delle persone che ci lavorano. L’équipe Caritas/

Migrantes lavorando nell’ambito ecclesiale non dimentica mai nei suoi lavori che dietro alle

statistiche ci sono persone, uomini e donne dietro i quali si nascondono grandi storie.

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3. Giovani immigrati a scuola: vecchie problematiche e nuove risorse. *

Quello di oggi è un incontro volto ad affrontare alcune delle problematiche che i giovani di

origine straniera incontrano nel loro inserimento scolastico. E sempre difficile affrontare questo

tema di fronte a una platea qualificata di insegnanti, formatori e dirigenti scolastici. Si ha sempre

il timore di dimenticare di considerare qualche aspetto; dopotutto chi sta da questa parte, studia

il fenomeno e svolge delle ricerche, ma non è a contatto quotidianamente con ciò che spesso è

definito come problema. In altre parole, il nostro punto di vista rispetto alla relazione tra giovani

di origine straniera e scuola, per quanta ricerca sul campo si possa fare, non può essere lo stesso

che avete voi insegnanti che, tutti i giorni, osservate il fenomeno nelle vostre classi e nelle vostre

scuole. Questo incontro non avrà alcuna pretesa di essere esaustivo ne intende proporvi ricette

e strumenti efficaci rispetto a come comportarvi o come risolvere alcune delle problematiche

che incontrate nelle vostre scuole. Vuole essere solo un’occasione per fornirvi delle indicazioni

e aiutarvi a riflettere su ciò che sta capitando all’interno del mondo della scuola, e in particolare

faremo riferimento alle relazioni tra gli allievi di origine straniera, insegnanti, allievi, genitori,

famiglie italiane e tutti gli operatori che, in qualche modo, si muovono all’interno del contesto

scolastico.

1. Giovani di origine immigrata.

Partiamo inizialmente dal titolo. Il titolo proposto per l’incontro di oggi è “Giovani immigrati

a scuola: vecchie problematiche e nuove risorse”. Come spesso accade, i titoli sono formulati

molto tempo prima della data in cui si effettua l’intervento ed è per questo motivo, che quando

nelle settimane scorse stavo preparando questo intervento, mi sono accorta che questo titolo

non è il più adeguato per l’incontro di oggi. Questa riflessione scaturisce anche a seguito delle

conversazioni che abbiamo avuto con molti di voi durante i focus group. Il nuovo titolo che

sceglierei per quest’incontro è il seguente: “Giovani di origine immigrata a scuola: vecchie

problematiche e nuove risorse”. Qual è la differenza? La differenza sta sostanzialmente nel fatto

che noi non possiamo più parlare di giovani immigrati, ma dobbiamo parlare di giovani di origine

immigrata, perché se sempre più numerose sono all’interno delle scuole italiane le esperienze

di chi ha vissuto un viaggio, uno spostamento da un paese straniero verso l’Italia, accanto a

queste esperienze stiamo assistendo all’irrobustirsi di altri percorsi. Percorsi che riguardano

coloro che nascono in Italia e che non possiamo considerare come immigrati bensì come giovani

di origine straniera. Sperando in una modifica della legge attuale sull’immigrazione, i giovani

nati in Italia da genitori immigrati dovranno essere definiti giovani italiani di origine immigrata.

Questo ancora non lo possiamo dire con certezza o almeno non è possibile affermarlo per la

maggioranza dei giovani nati da genitori stranieri. Sappiamo quanto siano numerosi i vincoli

che si frappongono all’acquisizione della cittadinanza italiana, tuttavia prevediamo che il loro

numero in futuro aumenterà. Siamo abituati a definirla come “La sfida di domani”. In prospettiva

futura i numeri continueranno a crescere, perché i ricongiungimenti famigliari crescono così

come aumentano i nuovi arrivi. Siamo di fronte a un doppio effetto demografico sul territorio,

sia di arrivo che di nascita. Nel prossimo futuro, tutte le scuole si confronteranno con un numero

certamente significativo di allievi di origine straniera; a sostegno di questa affermazione vi vorrei

* A cura di Roberta Ricucci.

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evemente presentare il caso di Torino. Nel 2006, a Torino, un bambino su tre nasceva da

genitori stranieri. Questo dato proiettato sul domani significa che tra cinque anni, nelle prime

elementari, il 30% degli allievi sarà di origine straniera. Ciò comporterà una dispersione

territoriale della presenza degli allievi di origine straniera. Saremo di fronte a scuole che avranno

una percentuale maggiore di allievi di origine straniera in quanto sappiamo che vi sono scuole,

che in misura maggiore rispetto ad altre, hanno una tradizione di insegnamento rivolto all’utenza

immigrata. Sempre di meno ci saranno scuole che potranno ritenersi al “riparo”, come dicono

alcuni, dalla presenza e dal confronto con allievi di origine straniera.

Prima di entrare nel merito della relazione tra gli allievi e la scuola, vorrei fare alcune

considerazioni di carattere generale. Quando affrontiamo il tema degli allievi di origine straniera

all’interno dell’ambito scolastico non dobbiamo dimenticare alcuni aspetti: la scuola sin da quando

il fenomeno immigratorio si è irrobustito è stata sovraccaricata di funzioni. Gli insegnanti di ogni

ordine e grado, ma soprattutto quelli delle scuole medie inferiori ricordano come alla scuola, e

a loro in particolare, sia stato spesso affidato il compito non soltanto formativo o educativo ma

anche il compito di accompagnamento e di inserimento sociale delle famiglie o di quei minori

che versavano in situazioni più difficili; talvolta gli insegnanti si sono trovati ad affrontare anche

quei casi in cui i minori erano presenti sul territorio senza alcuna figura genitoriale o parentale

di riferimento. Stiamo parlando quindi di una scuola che si è dovuta attrezzare non solo per

aggiornare le sue metodologie didattiche per agire in un contesto multiculturale, ma di una

scuola che si è dovuta aggiornare anche, ad esempio, rispetto ai modi di funzionamento della

legge sull’immigrazione, e cioè rispetto alle tipologie di permesso di soggiorno, ai servizi e alle

strutture che offrono assistenza e accoglienza agli immigrati. La scuola, infatti, è diventata in

molti casi e in molti territori una struttura di riferimento, cui le famiglie e coloro che ruotano

intorno alle famiglie hanno chiesto molto al di là dell’istruzione dei loro figli.

Tutto ciò ha sovraccaricato la scuola che oggi si trova un po’ in affanno dopo anni di

svolgimento di ruoli non precipui. Perché in affanno? Le norme non mutano troppo velocemente,

ma cambiano le procedure di attuazione delle norme; appare necessario che la scuola sia al

passo con gli aggiornamenti perché cambiano le richieste che le famiglie pongono alle scuole,

perché il progetto migratorio si evolve e il processo di inserimento procede e man mano che le

famiglie si stabilizzano e pongono nuove richieste. Contemporaneamente, con l’arrivo di nuovi

flussi di stranieri, la scuola si trova a dover continuamente risolvere i bisogni primari e infine

non dobbiamo dimenticare che ci sono i bisogni di chi nasce in Italia e richiede attenzioni sul

versante identitario rispetto a quello linguistico.

Un’ulteriore considerazione. Noi stiamo affrontando il tema dell’inserimento degli allievi

stranieri in un momento abbastanza difficile per la scuola italiana, forse più difficile rispetto

ad altri momenti storici. É un momento in cui la scuola italiana è attraversata da riforme, che

procedono in una direzione, ma subiscono sovente delle battute d’arresto e spesso tendono

a tornare al passato. È una scuola che vede trasformarsi anche i cicli scolastici. Ad esempio,

l’introduzione dei CPA (Centri Provinciali di Istruzione Adulti), rappresenta un nuovo elemento

che rispetto al tema degli allievi stranieri può essere significativo. Le domande che ci dobbiamo

porre sono le seguenti: quale sarà il nuovo ruolo dei CTP? Quale sarà il ruolo e la collaborazione

che questi avranno con le scuole medie inferiori? Quale sarà il destino dei corsi serali per adulti

cui partecipano molti genitori di origine straniera dei vostri allievi?

Come vedete sono dei temi molto complessi che in qualche modo hanno delle ricadute sugli

allievi di origine straniera. Ancora, dobbiamo aggiungere che quando parliamo di giovani studenti

di origine straniera, non sempre le letture e le interpretazioni sono condivise. Con alcuni di voi se

ne è gia discusso durante i focus group. Vi ho chiesto a più riprese se condividevate la scelta fatta

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dal Ministero dell’Istruzione e dalle persone preposte a definire le politiche scolastiche in Italia, di

una scuola per tutti, di un’integrazione fin dall’inizio degli allievi stranieri. Ad oggi, considerata

l’età e il curriculum scolastico pregresso, l’alunno viene inserito tendenzialmente nella classe

che corrisponde alla sua età anagrafica. Sappiamo tutti che le procedure si differenziano rispetto

all’ordine di scuola e al contesto territoriale. Sempre di più però si levano voci contro questa

scelta; questo avviene forse perché la scuola è in difficoltà rispetto all’aumento di allievi di

origine straniera e soprattutto perché di fronte a questo aumento non corrisponde un percorso di

tipo uniforme di tutti gli allievi stranieri. I percorsi, come vedremo, sono assai diversificati e si

incontrano nelle stesse classi coloro che arrivano durante il corso dell’anno, coloro che sono in

Italia da tempo, coloro che si sono iscritti alla scuola elementare in Italia. Quindi i percorsi sono

complessi e assai difficili da gestire.

Di fronte a questo stato di cose alcuni discorsi vanno contro la decisione di una scuola che sia

per tutti. Alcuni sostengono che si sarebbero dovuti prendere in considerazione percorsi scolastici

diversi e cioè pensare a un periodo “cuscinetto” in cui, attraverso un bagno linguistico, il bambino/

giovane straniero possa acquisire un bagaglio linguistico tale per cui riesca ad integrarsi bene

nella classe. Sempre secondo alcuni, senza questo periodo di ambientamento, l’allievo straniero

potrebbe essere un elemento che rischia di distogliere l’attenzione dell’insegnante rispetto

ai problemi della classe. Quindi, come vedete, ci sono letture non univoche che riguardano

l’inserimento dell’allievo di origine straniera all’interno della scuola.

L’ultima annotazione di carattere generale riguarda la dispersione degli allievi di origine

straniera su quasi tutto il territorio e ordine di scuola. Abbiamo quindi scuole con il 2% di alunni

di origine straniera accanto a scuole che registrano circa il 70% delle presenze. Bisognerebbe,

su questo ultimo dato, discutere se tali percentuali siano ammissibili o meno. In ogni caso, la

presenza di alunni di origine straniera è gia oggi un fenomeno abbastanza trasversale e nel futuro

sarà un fenomeno comune a tutte le scuole sempre con incidenze differenti. La scelta della

scuola è influenzata da molti fattori e sempre più determinanti risulteranno essere la condizione

famigliare, il back-ground socio culturale della famiglia, le prospettive future dei minori; appare

evidente che lo stesso discorso si potrebbe trasferire per gli allievi di origine italiana.

2. L’allievo di origine straniera e la scuola italiana.

Premesse queste considerazioni di carattere generale, vediamo allora di concentrarci su alcuni

dei cambiamenti in corso tra allievi stranieri e scuola italiana. Innanzitutto, nelle classi la presenza

di allievi stranieri sempre di più non è una novità e ha caratteristiche di eterogeneità assai forti.

L’elemento più caratteristico del sistema italiano rispetto al sistema di altri paesi è quello di

essere caratterizzato da un policentrismo del fenomeno migratorio. Molte sono le nazionalità che

sono significativamente presenti sul nostro territorio, e la loro non uniformità dal punto di vista

etnico si riverbera sulle scuole. Al di là di questo elemento di eterogeneità, ve ne sono altri che si

rendono di anno in anno sempre più manifesti e con cui dobbiamo fare i conti nel momento in cui

facciamo le programmazioni didattiche o nel momento in cui predisponiamo degli strumenti per

interagire con gli allievi o, ancora, nel momento in cui costruiamo degli incontri di formazione.

Quali sono i nuovi elementi? Innanzitutto la varietà dei percorsi scolastici che dipendono dai

ricongiungimenti famigliari i quali avvengono a seconda delle provenienze e delle tempistiche

dei flussi. Cresce sempre di più il numero di allievi di origine straniera con alle spalle percorsi

scolastici assai eterogenei. Questa eterogeneità dipende perlopiù dal fatto che i sistemi scolastici

dei paesi da cui provengono sono distanti tra di loro, ma si deve anche al fatto che, chi arriva

per ricongiungimento, non decide il momento del suo viaggio migratorio e il ricongiungimento

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può avvenire nel percorso di scuola elementare o nel percorso di scuola superiore. Ovviamente

l’indeterminatezza dei percorsi scolastici può avere delle ricadute in termini sia scolastici sia

di formazione dell’identità e delle dinamiche di inserimento sociale. Su questo torneremo in

seguito. La varietà dei percorsi si legge in termini di anni che gli allievi stranieri hanno già

frequentato in Italia, e soprattutto dal livello di competenza della lingua italiana che essi hanno

raggiunto. Le generazioni nate in Italia avranno qualche chance in più di raggiungere un livello

accettabile in minor tempo; tuttavia, su questo ci sono già dei risultati e ricerche che pongono un

campanello d’allarme, ci dicono che la nascita in Italia non è garanzia del fatto che alla prima

elementare bambini nati da genitori stranieri abbiano una buona conoscenza della lingua italiana.

Questo perché? Per rispondere alla domanda dovremmo andare a vedere qual è la formazione

e competenza linguistica dei genitori, quale il contesto linguistico entro il quale questi bambini

vivono e così via. Soltanto dopo aver considerato questi aspetti, potremo verificare quali possono

essere le azioni conseguenti da mettere in campo per incrementare la loro competenza linguistica.

Alcuni dati rispetto ai cambiamenti in corso. Ricerche del Ministero dell’Istruzione ci danno due

dati importanti: il primo riguarda la presenza degli allievi di origine straniera. I dati comprendono

l’allievo arrivato ieri, l’allievo nato in Italia, colui che arriva dall’est Europa, colui che arriva dal

Sud America e così via. All’interno di questi dati abbiamo l’allievo che magari ha gia frequentato

la scuola in Italia e si è abituato al nostro sistema scolastico, agli usi e costumi che vigono nelle

nostre scuole, talvolta assimilandone gli aspetti peggiori; in ogni caso, fa parte di una tipologia

di allievo che richiede interventi diversi rispetto agli altri allievi di origine straniera. L’altro dato

che vorrei sottolineare è legato all’inserimento nella classe al momento del primo arrivo. Il 59%

ha frequentato una classe inferiore rispetto all’età anagrafica. La norma che regola l’inserimento

scolastico potrebbe apparire, in questo caso, come una chimera. Frequentare l’anno scolastico

corrispondente all’età anagrafica diventa forse irrealizzabile in quanto l’allievo si trova a non

aver strumenti per interagire con la classe e per gli insegnanti può essere difficile inserire l’allievo

rispettando l’età anagrafica; inoltre dobbiamo aggiungere che le famiglie hanno certe aspettative

di successo scolastico per i loro figli e che la scuola rappresenta un veicolo di mobilità sociale

importante. L’arresto del percorso scolastico dei figli è evidente che possa frustrare le buone

attese dei genitori. Da qui nasce la necessità di essere da principio onesti nei confronti delle

famiglie rispetto alle carriere ed agli inserimenti scolastici dei loro figli. Occorre prevedere

interventi affinché l’inserimento nella classe inferiore rispetto all’età anagrafica non si trasformi

in una discriminazione, che conduca a percorsi scolastici di basso profilo oppure che indirizzi

questi studenti prevalentemente verso gli istituti professionali. Perché, se e vero che una parte

di questi studenti sarà indirizzata in una scuola professionale, è anche vero che, fra gli studenti

che arrivano in età adolescenziale, non tutti provengono da percorsi scolastici di basso profilo;

molti di loro hanno carriere scolastiche importanti, a cui però manca la competenza in lingua

italiana per poter competere con gli altri. Superato il gap linguistico, le ricerche ci mostrano

come questi studenti diventino i migliori studenti all’interno delle classi in cui si trovano. Si

tratta di studenti che eccellono forse perché hanno delle motivazioni più alte, forse perché molti

di loro hanno delle famiglie con capitale culturale medio alto che quindi riconoscono il valore

dell’istruzione, forse perché le famiglie riconoscono ancora alla scuola la possibilità di essere

strumento di mobilità sociale e quindi capace di riscattarli dalla situazione di inferiorità sociale

in cui le famiglie immigrate sono ricadute a seguito dell’immigrazione. Le famiglie vogliono

presto lasciare questa condizione e vogliono che i loro figli non replichino il loro percorso di

vita; inoltre, e questo è l’aspetto più significativo, le famiglie non vogliono che i loro figli siano

in qualche modo predestinati a un’integrazione subalterna. Ricordo questo perché non è storia

lontana quella di percorsi di giovani peruviane o filippine che a fatica sono riuscite a smarcarsi

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da un orientamento generale verso scuole di formazioni professionale, quasi come se ci fosse

un’eredità genetica allo svolgimento di alcune professionalità nell’ambito dell’assistenza

e della cura. Questi atteggiamenti sono molto pericolosi, in quanto rischiano di creare delle

discriminazioni fra le varie etnie che possono anche portare alla perdita di risorse eccellenti che

potrebbero essere spese efficacemente all’interno del nostro mercato del lavoro. Diciamo questo

perché pensiamo che molti di questi giovani resteranno in Italia, difficilmente torneranno nel

loro paese di origine; nel momento in cui saranno giovani formati e qualificati anche il sistema

Italia ne potrà trarne beneficio.

Un altro elemento di cambiamento che interessa la relazione tra scuola e immigrazione riguarda

la riduzione di alcuni fattori negativi sui rendimenti scolastici degli allievi stranieri, come la

situazione famigliare. Sempre di più le famiglie straniere presenti in Italia hanno definito il loro

progetto migratorio, si sono inserite nel tessuto socio-economico in cui vivono e hanno ormai

in qualche modo sistemato tutto ciò che può rendere la convivenza nella famiglia più serena.

Un ambiente famigliare sereno aiuta l’allievo di origine straniera a crescere e a migliorarsi.

Certo non tutte le situazioni sono così stabilizzate, ossia con un percorso migratorio lungo e

un’attività lavorativa. Accanto a questo nucleo maggioritario, vi sono altre posizioni famigliari

attraversate da criticità e tensioni interne. Consideriamo i casi di ricongiungimento di adolescenti

in cui il giovane di origine straniera è “catapultato” in un nuovo paese e ha attorno a sé una

famiglia con una composizione diversa rispetto al paese di origine; i ruoli tra i genitori si sono

modificati soprattutto nei percorsi migratori “al femminile”. In questo caso, la donna è diventata

il”capofamiglia”, l’elemento forte nell’esperienza migratoria famigliare, perché è lei che si è

inserita ed ha più opportunità lavorative. Il figlio o la figlia che si ricongiunge, arriva e deve

ambientarsi in un contesto in cui la coppia genitoriale è messa in crisi da questa disparità di ruoli

e di esperienze. A causare un aumento di tensione all’interno del nucleo famigliare concorrono

diversi fattori.

L’esperienza dell’emigrazione in sé può essere già traumatica per l’adolescente, in virtù di un

forte sradicamento dalla società di origine. Inoltre si ricongiunge a figure genitoriali che magari

non vede da tempo e, da ultimo, si trova a dover vivere in una condizione socio-economica

diversa rispetto a quella precedente. Quindi, accanto a quelle situazioni famigliari attraversate da

contesti di marginalità ve ne sono altre che possono essere attraversate da tensioni che rischiano

di divenire fatali per il nucleo famigliare. A queste situazioni bisogna prestare attenzione

soprattutto quando abbiamo a che fare con studenti in età adolescenziale.

Il rendimento scolastico può essere inoltre influenzato moltissimo dalla condizione abitativa.

Sicuramente una condizione abitativa che risponda a certe caratteristiche quali l’ampiezza della

metrature e buone condizioni igieniche, tendenzialmente favorisce un migliore inserimento

dell’allievo di origine straniera e questo si riverbera anche sul rendimento scolastico. L’elemento

abitativo resta un fattore su cui intervenire quando parliamo di immigrazione anche se è

vero che tale inserimento va migliorandosi perché molti cittadini stranieri, anche in virtù del

miglioramento della condizione lavorativa, acquistano l’abitazione e implementano la condizione

di stabilizzazione e integrazione all’interno di un contesto. Condizione che ha sicuramente un

effetto positivo sui figli e quindi sulla loro scolarizzazione.

L’ultimo fattore su cui intendo soffermarmi riguarda il capitale sociale e culturale dei genitori.

In passato si è detto molto sulla condizione socioeconomica delle famiglie immigrate, spesso

caratterizzate da un basso livello di istruzione già nel paese di origine, con livelli di competenza

della lingua italiana assai scarsi. Questo stato di cose sta lentamente migliorando e vi sono delle

grosse sproporzioni secondo la provenienza; fra i rumeni, per esempio, il livello di studio è più

alto rispetto a quello registrato per altre provenienze come quella marocchina. Però anche qui

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farei attenzione a non generalizzare. Le famiglie straniere, soprattutto se comparate a quelle

italiane, hanno al loro interno un capitale culturale significativo che fatica però ad emergere

proprio perché talvolta le condizioni socio-lavorative ed economiche non sono positive.

Detto questo entriamo nel merito dell’inserimento dell’allievo straniero a scuola e cerchiamo

di guardare alle relazioni che gli allievi di origine straniera intrattengono con le persone che si

muovono all’interno del sistema-scuola. La relazione primaria è quella tra allievi e insegnanti e

questa relazione è caratterizzata da alcuni elementi su cui dobbiamo riflettere. Innanzitutto gli

alunni arrivano con loro identità, percorsi di vita, carriere scolastiche, abitudini e tratti derivanti

dal processo di socializzazione, sia esso avvenuto in Italia o nel paese di provenienza. Queste

identità si sgretolano e subiscono degli attacchi feroci a causa della rigidità del sistema scolastico

il quale è regolato da norme e regolamenti, da un suo preciso calendario ecc.. Il sistema scolastico

chiede in primo luogo la competenza nella lingua italiana. Su questo inviterei ad una riflessione.

Sono necessari interventi strutturali da parte del Ministero e non basta intervenire scuola per

scuola. Voi insegnanti agite già quotidianamente cercando di andare a recuperare ricchezze,

abitudini e attitudini degli allievi di origine straniera che magari in un altro sistema scolastico

si dedicavano ad altre materie o curavano soltanto determinati aspetti di esse. Questi aspetti si

possono recuperare e riutilizzare affinché gli allievi stranieri non si sentano demotivati dal punto

di vista identitario. Gli allievi di origine straniera si sentono svantaggiati per quanto riguarda

le competenze in italiano e subiscono l’umiliazione di finire al fondo della classifica di merito

quando magari nel paese di origine erano i migliori della classe.

Un altro elemento che riguarda la relazione tra insegnante e allievo riguarda aspetti che dobbiamo

tenere presenti in prospettiva, che riguardano la sfida di domani. Si tratta di imparare a leggere la

situazione delle seconde generazioni, utilizzando soprattutto delle lenti nuove. Una situazione in

cui gli alunni sono italiani per storia, in cui la carriera scolastica si è svolta tutta all’interno dello

stesso contesto, sia esso la scuola del quartiere o quella del piccolo comune. Essi però rimangono

stranieri per passaporto e questo può rappresentare uno shock quando, ad esempio, non si può

partecipare alla gita scolastica. Gli alunni non si spiegano come ciò possa avvenire, dal momento

che essi sono nati in Italia e hanno frequentato l’asilo e le scuole con l’amico italiano che, come

lui, vive nello stesso quartiere. Su questo bisogna cominciare a ragionare e dobbiamo anche

ragionare rispetto al “trattamento” che viene riservato agli alunni di seconda generazione. É

chiaro che è difficile distinguere all’interno della classe, quando gli elementi di eterogeneità sono

tanti e assai complessi. C’è la cultura di origine, c’è la nazionalità, c’è il curriculum pregresso,

c’è il momento dell’arrivo e dell’inserimento nella scuola italiana. Soprattutto nelle scuole

in cui la presenza di alunni di origine straniera è particolarmente significativa, non possiamo

riservare agli alunni di seconda generazione che hanno già un percorso scolastico tutto italiano,

lo stesso trattamento che riserviamo a coloro che sono arrivati in Italia da pochi mesi. Sarebbe un

investimento di energie a vuoto, perché si tratta di allievi che in qualche modo non conosceranno

perfettamente la lingua in quanto, come dicevo prima, in famiglia non la parlano correttamente,

però non avranno gli stessi bisogni e non porteranno le stesse richieste alla scuola.

Si tratta di un elemento chiave per il prossimo futuro, perché gli alunni di origine straniera

aumenteranno ma soprattutto aumenteranno gli allievi di seconda generazione. E sarà su

quest’aspetto che si guarderà alla capacità della scuola italiana nel saper creare le condizioni

affinché si creino pari opportunità per gli alunni stranieri e per gli alunni nati da genitori

stranieri.

Il secondo versante riguarda il punto di vista degli insegnanti rispetto agli allievi di origine

straniera. Ci si sofferma sulle lenti che gli insegnanti utilizzano per leggere il fenomeno della

presenza di alunni di origine straniera nelle scuole. Ricerche recentemente condotte a Torino,

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Milano e Roma hanno dimostrato come spesso queste lenti non cambino con il passare del tempo.

In alcuni casi sono rimaste per così dire graduate su un fenomeno che era quello della fine degli

anni ottanta. Quindi un fenomeno caratterizzato da molta precarietà, in cui le famiglie straniere

c’erano e non c’erano o erano molto instabili, quando il fenomeno era soprattutto magrebino, e

in ogni caso poco caratterizzato dalle provenienze dall’Est Europa. Era un fenomeno in cui la

seconda generazione era poco numerosa. Il rischio è quello di continuare a guardare alle classi

di oggi con quelle lenti. Continuare a leggere la mancata partecipazione dei genitori alla vita

scolastica, piuttosto che la scarsa competenza dei genitori nella lingua italiana, con le lenti di

vent’anni fa è soprattutto pericoloso dal punto di vista degli interventi; si corre infatti il rischio di

non aggiornarli e di non lavorare sui nuovi bisogni degli allievi sia stranieri sia italiani.

Altro elemento della relazione è il passaggio generazionale che sta avvenendo all’interno del

corpo docente. Nella scuola si assiste ad un “fisiologico” passaggio generazionale nel quale gli

insegnanti più giovani prendono il posto di insegnanti che vanno in pensione. Una sostituzione

che però può lasciare un vuoto di competenze ed esperienze ancora più dannoso per gli allievi di

origine straniera. Gli insegnanti che lasciano il testimone sono coloro che qualche anno fa si sono

impegnati nell’accoglienza degli alunni di origine straniera, hanno investito, si sono fatti carico

di svariati ruoli che l’insegnante andava a svolgere, hanno imparato a conoscere la normativa,

hanno talvolta accompagnato i genitori e i figli presso i servizi, si sono dati da fare per produrre la

modulistica. Questi insegnanti l’hanno fatto per passione, per motivazione ideologica o religiosa

e anche perché si trovavano in una fase della vita in cui i carichi famigliari erano un po’ più

leggeri. Adesso ci troviamo di fronte a una situazione in cui quella generazione non c’è più, è

andata in pensione e ha lasciato il testimone a insegnanti più o meno giovani che si sono inseriti

nella scuola, ma che si trovano in una fase della vita già troppo carica dal punto di vista degli

oneri familiari. Quindi si tratta di insegnanti che non sono così facilmente disposti ad investire

sugli alunni di origine straniera, così come su altre tematiche su cui la scuola deve intervenire.

In altre parole, potrebbe risultare troppo oneroso per questi giovani insegnanti investire in nuova

formazione e nella preparazione di nuovo materiale didattico. Il rischio dunque è quello che ci

siano delle professionalità, delle esperienze, una storia di intervento che riguarda le modalità

di relazione tra l’allievo straniero e la famiglia più in generale, che rischiano di andare perdute

perché non vengono in qualche modo trasmesse alla generazione più giovane. Questo mancato

passaggio di buone pratiche, da una generazione all’altra del corpo docente, costituirebbe un

grave danno non solo per gli allievi stranieri ma anche per le scuole stesse. Il danno sarebbe

essenzialmente economico perché vuol dire che le scuole stesse saranno costrette a ripartire

da zero, a dover riprogettare gli stessi strumenti che gli insegnanti andati in pensione hanno

sperimentato con successo negli anni passati. Come reagire a questo? Alcune scuole hanno

percorso o stanno percorrendo la via di reintegrare all’interno della scuola, attraverso la figura

del consulente o con quella del volontario, queste figure preziose. Si tratta di persone che hanno

cumulato una loro esperienza grazie alla loro sensibilità, e che sanno già come deve avvenire

la relazione tra l’insegnante e l’allievo di origine straniera. Nei casi in cui non è stato possibile

seguire questo percorso, gli insegnanti andati in pensione sono diventati colonne del doposcuola

gestiti dal privato sociale. Ciò garantisce quella continuità educativa di cui ogni adolescente e

ogni minore avrebbe bisogno per poter sviluppare il proprio percorso formativo. La carenza di

figure educative forti e di punti di riferimento caratterizza talvolta l’esperienza degli allievi di

origine straniera, ed è per questo che ancor più si rende necessaria questa continuità educativa. Ed

ecco che la struttura del privato sociale, del doposcuola gestito in collaborazione con il pubblico,

diventa una risorsa importante.

Come affrontare dunque la sfida delle relazioni tra gli allievi e gli insegnanti? In altre realtà

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europee, per cercare di migliorare questo rapporto, si è cercato di fare in modo che non soltanto

l’insegnante che svolge la funzione strumentale per l’accoglienza agli allievi stranieri sia in

grado di svolgere questo compito, ma che le sue conoscenze siano patrimonio comune della

maggior parte degli insegnanti. Per il futuro, abbiamo bisogno di insegnanti che sappiano

guardare all’allievo straniero come a una delle tante specificità presenti all’interno del mondo

della scuola. Questo passaggio e ancor più necessario in quanto, in passato, l’insegnante referente

per l’intercultura ad esempio è diventato ingiustamente la cassa di risonanza di tutti i problemi

che riguardano l’allievo straniero, siano essi problemi scolastici oppure no.

3. La formazione del personale scolastico.

Un altro elemento riguarda la formazione. Concentriamo le nostre attenzioni sul tipo di

formazione e la qualità della formazione rivolta agli insegnanti. In passato si è fatta molta

formazione riguardo al tema della scuola multietnica, successivamente l’attenzione si è spostata

verso la formazione per l’insegnamento della lingua italiana come lingua straniera. Questo

genere di formazione, anche sulla base delle opinioni di molti vostri colleghi, ha mirato un po’

troppo in alto. Si è trattato di formazione teorica in cui sono stati richiamati i grandi padri della

sociologia dell’educazione, in cui si sono proposte o ripassate le diverse teorie dell’educazione in

diversi contesti multiculturali, però spesso è mancata la traduzione in prassi operative di queste

teorie. Ed è questo che dobbiamo oggi sapere, ci interessano poco le teorie dei grandi padri della

sociologia dell’educazione. Quello l’abbiamo già affrontato durante il nostro corso di studi, ci

servono ora degli strumenti operativi, ci serve della formazione e dell’informazione che faccia

circolare notizie rispetto alle pratiche già utilizzate altrove. Manca un censimento, non dico a

livello nazionale, ma anche solo piemontese di tutti i progetti di inserimento scolastico che le

scuole hanno intrapreso. Il materiale censito potrebbe risultare prezioso per tutte le scuole che

si trovano ad affrontare il fenomeno. Dal punto di vista economico questo sarebbe vantaggioso

e sappiamo quanto sia importante il lato economico quando facciamo riferimento al bilancio

delle scuole. Si eviterebbe così di replicare altre iniziative che si sono dimostrate fallimentari

in altri contesti. Perché dobbiamo spendere ulteriori risorse per una iniziativa che nel tal posto

è risultata fallimentare? I prossimi corsi di formazione dovrebbero concentrarsi sulla diffusione

e sulla messa in comune di quelle che sono buone pratiche all’interno del sistema educativo per

supportare le scuole da un lato, e l’inserimento degli allievi stranieri dall’altro. Esperienze ce ne

sono e sono anche di un certo livello. Vi cito, a questo proposito, un aneddoto. Sto conducendo

una ricerca che ha come obbiettivo quello di raccogliere le buone pratiche educative e scolastiche

utilizzate nell’ambito dei rapporti tra scuola e alunni di origine straniera. Si è pensato di andare

a vedere che cosa facessero in Svizzera, paese che da tempo si confronta con queste tematiche.

Durante un’intervista mi è stato chiesto da un insegnante di Ginevra perché andassimo in

Svizzera, quando in Italia avevamo l’ottimo esempio del Centro COME di Milano oppure del

centro interculturale di Arezzo o della stessa città di Torino. Talvolta siamo così esterofili che non

ci rendiamo conto che abbiamo delle buone pratiche in Italia già immediatamente trasferibili al

nostro interno. Spesso non le conosciamo perché si è già molto impegnati nello svolgere il lavoro

quotidiano e nel tamponare le molte emergenze, che non si ha il tempo e l’energia di guardarsi

attorno, di andare a monitorare e a verificare i risultati che si sono registrati nelle altre parti. Di

attività infatti se ne fanno molte ma non basta fare qualcosa, occorre che quello che si fa sia

buono, sia trasferibile e sia conoscibile da molti. Ad oggi manchiamo di un censimento di questo

tipo, quindi rischiamo di avvitarci intorno ad un tema, come può essere ad esempio quello della

traduzione della modulistica scolastica per i genitori di origine straniera. Ad oggi, il comune di

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Torino, ha tradotto tutta la modulistica dalla scuola dell’infanzia alla scuola media, in rumeno,

arabo e cinese. Questo è sicuramente uno strumento utile e trasferibile perché, ammettendo che

i moduli non saranno esattamente gli stessi, l’operazione e lo schema di intervento potranno

essere i medesimi. La scuola che però non conosce questa pratica, impiegherà inutilmente delle

risorse per dotarsi di mediatori che spieghino alle famiglie la modulistica, oppure intraprenderà

autonomamente un percorso di traduzione della modulistica stessa. Sapendo invece della

disponibilità di buone pratiche che si possono esportare, ed il caso di Torino ne è un esempio, la

scuola potrebbe concentrare le sue risorse per la soluzione di altre criticità.

4. Le relazioni all’interno della classe.

Rimaniamo sul tema delle relazioni che si instaurano tra i diversi protagonisti all’interno del

mondo della scuola. Sicuramente una relazione significativa è quella che si instaura tra compagni

di classe, fra allievi italiani e allievi stranieri, ma anche tra allievi di differente provenienza. Sono

state fatte ricerche che hanno cercato di monitorare le relazioni amicali fra compagni di scuola

di differenti provenienze e hanno dimostrato come vi sia una cesura tra il tempo che si svolge

dentro e fuori dalla scuola. Il tempo a scuola è sicuramente condizionato da una convivenza

fianco a fianco tra l’allievo italiano e l’allievo straniero e fra gli allievi stranieri tra di loro, ma

nel momento in cui si aprono i cancelli e si esce fuori dalla scuola, questo tipo di relazioni si

dimostrano per quello che sono e cioè sono delle relazioni valide soltanto a scuola. Quando si

vanno ad analizzare le reti amicali degli alunni di origine straniera scopriamo che sono quasi

esclusivamente definite sulla base etnica. Sicuramente il primo aspetto che va considerato riguarda

la lingua. La comunanza linguistica può essere un elemento decisivo nella definizione della rete

amicale. Ciò avviene anche per i ragazzi italiani i quali, nella formazione delle reti amicali, danno

molta importanza ad aspetti come la residenza, il tipo di attività svolta nel tempo libero, ecc.. Nei

giovani di origine straniera la centralità dell’elemento linguistico assume una doppia valenza.

Da una parte c’è una selettività degli amici da parte dei giovani di origine straniera. Si seleziona

in base alla lingua e ciò garantisce alle famiglie una certa omogeneità culturale, allontanando il

pericolo che il proprio figlio possa essere contaminato, attraverso l’amicizia con italiani, dagli

usi e costumi della società italiana. Altri ritengono che la scelta di un’amicizia sulla base della

comunanza linguistica ed etnica sia soltanto una scelta di comodo. Spesso questo capita anche

a noi, quando siamo all’estero e preferiamo interagire con persone di lingua italiana piuttosto

che utilizzare una seconda o una terza lingua. Se questo fatto avviene in determinati contesti può

essere importante per l’alunno straniero parlare la propria lingua, ma se ciò comincia ad avvenire

quotidianamente potrebbe rappresentare un freno al miglioramento della lingua italiana. Se non

si creano le possibilità perché l’allievo straniero possa esercitare la lingua italiana nel tempo

extra scuola, tutti i progressi e le conoscenze che acquisisce nel tempo della scuola vengono

disperse nel tempo extra scuola. Dunque ciò che si impara a scuola può essere rapidamente

dimenticato se la rete di amicizie è costituta principalmente su base etnica e linguistica. Ci

possono essere anche casi in cui c’è una base etnica ma non linguistica. Infatti vi può essere

un gruppo di amici che provengono dalla stesso territorio ma parlano dialetti diversi e allora è

chiaro che l’italiano possa essere la lingua più utilizzata. La stessa cosa avviene anche nelle reti

amicali composte da giovani di diverse nazionalità. Anche in questo caso la lingua veicolare

non può che essere l’italiano. In futuro, dovremmo prestare molta attenzione al capitale etnico.

Questo lo si è visto soprattutto attraverso ricerche effettuate negli Stati Uniti, dove si è visto che

la presenza di un forte capitale etnico può supportare positivamente il percorso di integrazione.

All’inizio del percorso migratorio garantisce un valido “cuscinetto”, successivamente può aprire

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le porte ad una attività lavorativa e, nel caso in cui si svolga un’attività rivolta principalmente

alla propria etnia, come nel campo della gastronomia e del commercio, una buona base etnica

può rappresentare un valido appoggio. Avere un buon capitale etnico può facilitare l’ingresso in

attività lavorative gestite direttamente da connazionali. Ricordo un’intervista fatta ad un ragazzo

filippino di 18 anni in Italia da un anno e mezzo, operaio presso una ditta di trasporti di legnami,

ma che non parlava italiano. Feci questa intervista in inglese e chiesi se frequentasse il CTP, ma

mi rispose di no. Chiesi allora come si comportasse sul luogo di lavoro e mi rispose che lavorava

con altri filippini che traducevano per lui ciò che il capo gli riferiva. Ecco, questo è una fattore

perverso ma positivo di quello che può essere il capitale sociale etnico. In questo caso è garantito

l’inserimento lavorativo, ma non una corretta integrazione all’interno della società italiana

in quanto non gli permette di aumentare la propria competenza linguistica. Non emerge qui

nemmeno la necessità di imparare la lingua italiana, in quanto non è richiesta sul luogo di lavoro

e nemmeno all’interno della rete amicale in quanto l’unica lingua che si parla è il filippino.

5. Relazione tra scuola e famiglia.

Altre relazioni che attraversano il rapporto tra allievi italiani e allievi di origine straniera.

Consideriamo ora la relazione tra scuola e famiglia. È una relazione che negli anni è diventata

sempre più complessa e problematica. Innanzitutto, mi preme sottolineare il versante

informativo. Troppo poco si parla del ruolo che le famiglie giocano nell’inserimento nella scuola

del giovane di origine straniera e della scelta della scuola. In questi anni si è fatto molto per

l’accoglienza dell’alunno straniero, per l’apprendimento della lingua italiana, per garantirgli una

classe accogliente e un’attenzione multiculturale; però molto si deve ancora fare rispetto alla

relazione tra la scuola e la famiglia. La famiglia arriva qui senza avere una esperienza pregressa

del sistema scolastico italiano. L’unica esperienza pregressa è quella personale dei genitori e

che riguarda la loro esperienza del sistema scolastico in cui sono stati, ma può anche accadere

che i genitori non abbiamo frequentato le scuole e allora in quel caso vi è una totale assenza di

esperienza. É un po’ come se noi ci trasferissimo in un altro paese e mandassimo li i nostri figli

a scuola. Penseremmo al sistema scolastico di quel paese, utilizzando come parametro quello del

nostro paese di origine. È necessario che a queste famiglie venga spiegato come è organizzato il

sistema scolastico e, considerati i numerosi cambiamenti che sono avvenuti nel nostro sistema

scolastico, sarebbe buono che anche i genitori degli allievi di origine italiana ricevessero queste

informazioni.

Occorre, dunque, che vi sia una completa informazione rispetto alle regole e al funzionamento

del sistema scolastico, ma bisogna che le famiglie siano attente anche alle regole non scritte che

stanno alla base del rapporto tra famiglia e insegnanti. Nel “manuale” della relazione scuolafamiglia,

i genitori di alunni stranieri non potranno mai leggervi qual è il giusto rapporto tra loro

e la scuola. Tuttavia, è bene che i genitori stabiliscano un contatto che esuli dal momento singolo

del ritiro della pagella. Vi deve essere, inoltre, un rapporto continuo di collaborazione perché è

soltanto in questo modo che si può intervenire con efficacia laddove vi sono dei problemi.

L’informazione ai genitori di alunni di origine straniera serve, anche, per orientare la loro

scelta nel momento in cui devono iscrivere i loro figli a scuola. Non può essere una scelta basata

esclusivamente sul giudizio degli insegnanti proprio perché, laddove gli insegnanti riproducono

l’immagine di un allievo straniero come “poverino” e con una famiglia debole alle spalle, si

continuerà a pensare che egli sia - esclusivamente - adatto a frequentare la scuola professionale.

Spesso si tende a pensare che questa sia la sua migliore collocazione e si rischia di escludere

per lui altri avviamenti. Se la famiglia non viene correttamente informata, difficilmente avrà gli

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strumenti corretti per interagire.

Sappiamo che le scuole si sono attrezzate, facendo ricorso alla figura del mediatore culturale,

per favorire la comunicazione e comprendere quale fosse l’esperienza con la scuola da parte dei

genitori degli allievi di origine straniera. Non sempre però la scuola può ricorrere ai mediatori

culturali in quanto rappresentano un costo per la scuola ed è difficile avere tanti mediatori quante

sono le lingue e le culture che si confrontano all’interno del contesto scolastico. Per ovviare a

questi problemi si fa ricorso al figlio che magari ha già qualche conoscenza della lingua italiana

oppure ad altri allievi più maturi che svolgano la funzione di ponte tra insegnante e famiglie di

origine straniera. Questi sono casi in cui vi è un sovraccarico dell’allievo in una relazione tra

adulti in quanto si procede infatti ad assegnare precocemente un ruolo di adulto ad un adolescente

che, spesso, ha l’aggravio di essere la parte in causa. Si assiste spesso a dei colloqui tra famiglia

ed insegnanti mediati totalmente dai figli su cui non si ha direttamente il controllo e cioè non

si ha la garanzia e la certezza di quello che viene comunicato. I figli che fanno i traduttori non

rappresentano l’unico problema; talvolta sono le stesse organizzazioni del privato sociale che,

dando informazioni sommarie e non verificate, invece di essere un alido punto di riferimento

contribuiscono a peggiorare le situazioni di inserimento sociale. Se l’informazione richiesta dalla

famiglia di origine straniera viene fornita non correttamente appare chiaro che, con l’intenzione

di fare del bene, si reca soltanto un danno. In più gli insegnanti devono anche essere capaci

di controllare la correttezza delle informazioni che ricevono le famiglie. Sull’esperienza del

mediatore sia esso un vincolo o una risorsa, si è molto discusso nei focus che abbiamo avuto con

gli insegnanti. Oggi, la figura del mediatore culturale, è una figura poco definita e non ha una

formazione specifica per quello che riguarda l’ambito scolastico. Si rischia di chiedere troppo

ad una figura che non è preparata per ricoprire quel ruolo. Sicuramente è una figura utilissima

in molte situazioni, soprattutto nell’interazione tra scuola e famiglia, ma dobbiamo riflettere su

quale sia il ruolo dei mediatori nella scuola oggi e ragionare anche in prospettiva futura. Il loro

ruolo cambierà perché, come già abbiamo detto, sta cambiando lo scenario dell’immigrazione

a scuola. La presenza di alunni di origine straniera non è più un’eccezione che va trattata con

misure emergenziali ma è un dato strutturale. Le competenze che oggi sono proprie del mediatore

culturale dovranno appartenere all’insegnante della scuola di domani. Anche qui un suggerimento

tratto da altre esperienze. In alcune città, per rispondere alle esigenze poste per risolvere e

migliorare il rapporto tra la scuola e la famiglia, alcune attività di accompagnamento sono state

gestite da famiglie italiane o da famiglie di origine straniera già inserite nel nostro territorio. Si

tratta di attività svolte nei confronti delle famiglie neo-arrivate. E un accompagnamento leggero

perché la famiglia viene sostenuta, nei migliori dei casi, da una famiglia della stessa nazionalità;

ciò può essere vantaggioso anche per quanto riguarda l’inserimento nel tessuto sociale da parte

della famiglia stessa. Inoltre si tratta di una attività che accresce senz’altro la fiducia tra la scuola

e la famiglia stessa. Altra esperienza significativa è quella che vede protagonisti i peer educator.

In questo caso si tratta di una esperienza che ha ottenuto buoni risultati nella scuola superiore

in cui sono gli studenti degli ultimi anni che si fanno carico di accompagnare l’inserimento dei

nuovi arrivati. Gli studenti non seguono soltanto gli studenti nuovi arrivati nello svolgimento dei

compiti, ma hanno anche il compito di informare le famiglie su come è organizzata la scuola e

quali sono eventualmente le differenze rispetto al paese di origine.

6. La cooperazione tra scuole.

Un altro aspetto che vorrei considerare riguarda le relazioni che le scuole intrattengono con

le scuole di un altro ordine. Per gli allievi appartenenti alla scuola media inferiore e media

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superiore è molto importante guardare al loro percorso scolastico, precedente e futuro. Questo

accorgimento è ancora più valido se parliamo di studenti stranieri. Se facciamo riferimento alle

scuole dello stesso ordine non possiamo non ritornare sul problema della mancata condivisione

delle buone pratiche. Se non vi è una condivisione delle pratiche all’interno dello stesso territorio

o magari all’interno dello stesso quartiere, si rischia di danneggiare l’allievo. Mi riferisco in

particolar modo a quei casi in cui lo studente si trova a cambiare scuola in corso d’anno a

causa di un orientamento sbagliato o per delle difficoltà di adattamento. In alcune circostanze

infatti la scelta della scuola superiore può essere dettata dalla comodità e allora si sceglie il

tale istituto superiore soltanto perché lo si ha vicino a casa. Oppure può avvenire che nel corso

dell’anno scolastico si cambi indirizzo scolastico perché si ritiene quello scelto non opportuno.

Che cosa succede in questi casi? Nel caso dello studente straniero che si inserisce in un contesto

scolastico e si abitua ad un determinato tipo di pratiche, cambiando scuola, proprio a causa della

mancanza di orientamento, potrebbe trovarsi più in difficoltà rispetto ad un compagno italiano in

analoga condizione. Un altro aspetto che vorrei considerare, nel rapporto tra scuole, riguarda il

riconoscimento del ruolo che altre scuole hanno giocato nella formazione dell’allievo di origine

straniera. Spesso mi è capitato di sentire, in incontri che ho avuto con insegnanti di ordini e gradi

diversi, che nei confronti degli allievi stranieri si tende a “buttarsi la palla l’un l’altro”. Le scuole

elementari sono un po’ fuorigioco perché, si pensa, che lì tutto sia più semplice, che tutto vada

bene perché la maggior parte degli alunni sono nati in Italia o, al massimo, vi possono essere

degli arrivi in corso d’anno; nelle scuole medie inferiori e superiori invece, il gioco comincia a

farsi duro. Le scuole superiori rimproverano le scuole medie accusandole di mandare loro degli

studenti non preparati e che non conoscono l’italiano. Le scuole medie, dal canto loro, rivendicano

la correttezza delle loro decisioni e rimproverano la scuola superiore di non essere capace ad

accogliere gli allievi appena arrivati. E vero che le scuole superiori si stanno attrezzando soltanto

in questi anni, è vero che devono prendere ancora le dimensioni del fenomeno. Alcune scuole

superiori stanno attivando dei corsi di italiano in collaborazione con i CTP con gli studenti che,

licenziati dalla scuola media, hanno ancora delle difficoltà con l’italiano. Si tratta di studenti che

hanno tutte le carte in regole, fatto salva la conoscenza dell’italiano, per affrontare un percorso

di scuola superiore e non esclusivamente per affrontare un corso di formazione professionale.

Quindi una strategia cooperativa tra scuole di vari ordini e grado può cercare di affrontare molti

dei problemi che riguardano il rapporto tra scuola a allievo di origine straniera.

7. Scuole e territorio.

Adesso guardiamo alla relazione che le scuole intrattengono con il territorio in cui si muovono.

Sappiamo che in ogni territorio c’è una scuola che tra le altre si distingue per aver maturato

un grado maggiore di accoglienza rispetto alle altre degli allievi stranieri. Questa tradizione,

che vede scuole nelle quali si è raggiunto un buon livello nella gestione degli allievi di origine

straniera, può avere anche degli effetti perversi. Il primo effetto è che queste scuole diventino

le scuole degli stranieri; si tratta infatti di scuole che nel corso degli anni hanno prodotto del

materiale, scuole in cui si è formato un personale docente particolarmente preparato nella didattica

interculturale, ma si tratta anche di scuole in cui negli anni è aumentato sproporzionalmente il

numero degli stranieri causando la fuga degli italiani e anche di qualche straniero. Un scuolaghetto

così organizzata, rappresenta un problema in quanto accanto agli studenti di origine

straniera rimarranno gli studenti italiani multi-problematici, allievi che provengono da famiglie

che non hanno altra possibilità che quella di iscrivere il loro figlio proprio in quella scuola.

Un altro effetto perverso è quello che ho definito la “Difesa del fortino”. Le altre scuole,

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ancora poco coinvolte dall’arrivo di allievi stranieri, si ripiegano su loro stesse e, non potendo

ufficialmente rifiutarsi di accogliere allievi stranieri, attuano tuttavia delle strategie per dare il

diniego all’iscrizione. Queste però sono scuole che prima o poi imploderanno perché se vorranno

assecondare la logica del mercato, è brutto da dirsi ma è così, dovranno necessariamente aprirsi

agli allievi di origine straniera. Nell’autonomia scolastica sappiamo che se la scuola intende

mantenere il numero degli insegnanti e il numero delle classi è bene che tenda ad mantenere il

numero degli alunni costante al suo interno, fatto che, considerato il decremento delle nascite

all’interno delle famiglie italiane, non può che avvenire grazie ai figli di famiglie immigrate.

Un altro elemento che riguarda il rapporto tra scuole in uno stesso territorio, ha a che fare con

la capacità di trasferimento di buone pratiche tra scuole diverse. Sappiamo che vi sono scuole

che già da tempo hanno affrontato il problema degli allievi di origine straniera e scuole che

invece si sono solo recentemente imbattute in questa situazione. Il fatto di affrontare il fenomeno

dopo che lo hanno affrontato altre scuole o altri paesi, dovrebbe dare un vantaggio. La scuola,

in questo modo, dovrebbe essere già a conoscenza di ciò che si è fatto in altri paesi e quindi

dovrebbe essere facilitata a non percorrere le piste fallimentari già percorse da altri. Sembra

però che ciò non sia di aiuto alle scuole che, dopo rispetto ad altre, si trovano a dover affrontare

queste questioni. Si tratta di scuole che commettono errori già commessi o ottengono risultati già

ottenuti. Non capiamo come ciò possa accadere.

Cosa bisogna dunque fare per migliorare la relazione tra scuola e territorio? Qualcosa ho già

detto quando ho fatto riferimento all’esperienza del privato sociale. Abbiamo già detto di quanto

sia importante che le scuole siano affiancate nel loro lavoro da cooperative di mediatori culturali

o da associazioni che garantiscano attività di doposcuola o di sostegno linguistico. Sicuramente

il privato sociale costituisce un anello significativo nella collaborazione tra scuola e territorio. Il

privato sociale non rappresenta il solo anello di questa rete, anche le famiglie svolgono un ruolo

assai importante, dunque è molto importante un lavoro di coinvolgimento e informazione delle

famiglie. I CTP rappresentano un prezioso sostegno per l’apprendimento linguistico degli allievi

stranieri. I CTP possono essere anche decisivi per quanto riguarda la formazione dei genitori.

Ciò che costituisce una buona pratica da esportare riguarda il caso in cui, accanto all’inserimento

scolastico dell’allievo di origine straniera, vi sia anche l’attenzione ai bisogni linguistici dei

genitori. Ciò rafforza la competenza linguistica dei genitori e lavora sulla loro identità genitoriale.

Il ruolo del genitore potrebbe subire una umiliazione allorquando sono i figli ad apprendere la

lingua e a diventare autonomi nell’interazione con il contesto in cui vivono mentre i genitori

rimangono indietro ed esclusi dal mondo in cui si muovono i loro figli.

Altro elemento che va considerato riguarda il rapporto della scuola con gli enti locali. Non

dobbiamo qui soltanto considerare le domande per la richiesta di fondi o la presentazione di

progetti, ma questa relazione si deve giocare anche rispetto alla diffusione della conoscenza,

all’analisi dei vostri bisogni. Potete essere un valido osservatorio per l’ente locale, che desidera

conoscere da vicino le trasformazioni che avvengono nel mondo della scuola e nella popolazione

immigrata.

Occorre dunque lavorare per migliorare la diffusione di conoscenze tra scuole di ordine diverso.

Dotare il territorio e la scuola di luoghi e momenti in cui gli insegnanti possano incontrasi e

comunicare, migliorerebbe la conoscenza rispetto a ciò che, in altre scuole, si sta facendo nei

confronti degli allievi stranieri.

Altra considerazione utile per il futuro è ripensare alle strategie per l’accoglienza. Abbiamo

sviluppato negli ultimi dieci o quindici anni delle strategie per l’accoglienza, ma nel frattempo

la popolazione straniera è cambiata. Occorre quindi innovare sempre le vostre procedure di

accoglienza. È vero che continueranno a esserci problemi rispetto all’inserimento di alunni

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stranieri che arrivano in corso d’anno, ma sempre di più ci si dovrà confrontare con allievi di

origine straniera che hanno alle spalle un percorso pregresso di educazione e socializzazione

all’interno della scuola italiana. Occorre dunque lavorare su nuove strategie di accoglienza e su

nuovi percorsi di inserimento. Bisognerà fare riferimento maggiormente alle dinamiche identitarie,

alle relazioni tra pari e alle relazioni intergenerazionali. Per quanto riguarda la relazione con i

genitori, abbiamo visto che un inserimento nella società di arrivo e l’acquisizione della lingua

italiana può allontanare gli allievi dalle tradizioni e dagli usi e costumi propri della famiglia.

Questo tipo di conflitto tra l’allievo di origine straniera e la propria famiglia è bene che non si

crei perché sarebbe dannoso non solo in termini scolastici, ma anche rispetto all’integrazione

nella società italiana.

Altro elemento è quello di affinare gli strumenti conoscitivi del nostro contesto. La scuola, in

questo caso, non deve agire da sola ma deve agire con gli enti locali e con quegli enti preposti

all’osservazione del fenomeno migratorio. Agire tempestivamente si può fare soltanto laddove

noi riusciamo ad avere delle informazioni aggiornate sui cambiamenti che stanno attraversando

il fenomeno migratorio. Ciò è particolarmente importante, quando andiamo a svolgere un

intervento educativo rispetto alle future generazioni. Non possiamo, all’interno dell’ambito

scolastico, permetterci di avere delle visioni sul fenomeno degli allievi stranieri che siano quelle

di venti o dieci anni fa. Avere questa visione non ci aiuta a predisporre strategie di accoglienza e

a affinare strumenti che ci aiutano a fronteggiare al meglio questo tipo di problema.

8. Conclusioni.

Infine, mi voglio riferire a quello che magari può rappresentare un vostro desiderio e che

si traduce nella richiesta su che cosa possono fare gli enti locali e gli enti che definiscono le

politiche scolastiche. La scuola non ha più bisogno di progetti estemporanei, non può più

gestire l’arrivo di un allievo straniero rispondendo a bandi o predisponendo una richiesta di

finanziamento a fondazioni bancarie o private. Questo poteva andare bene dieci anni fa, quando

la necessità era quella di tamponare una situazione emergenziale, ma oggi non va più bene. Di

fronte alla presenza strutturale degli allievi stranieri occorre rispondere con degli interventi che

siano altrettanto strutturali. Da qui bisogna lavorare perché non sia più soltanto la figura del

referente per gli allievi stranieri ad occuparsi di essi ma sia tutto il corpo docente deve avere i

giusti strumenti per interagire con loro. Da qui, lo stanziamento di risorse economiche, ma non

solo,date alle scuole per affrontare e gestire quello che è il futuro di molti ragazzi e ragazze.

9. Dibattito.

Insegnante: Lei diceva giustamente che la scuola italiana si è dotata, nel corso degli anni, di

validi strumenti didattici ed educativi, per affrontare le trasformazioni avvenute nel mondo della

scuola. Io so che molte scuole hanno adottato un protocollo di accoglienza che prevede, per

l’allievo appena arrivato, test d’ingresso e programmi individualizzati. Questi strumenti esistano

e credo che siano utili. Per esempio, penso che sia utile predisporre degli obiettivi minimi per

l’allievo di origine straniera. Non capisco però perché questi obbiettivi non sono proposti dalle

istituzioni scolastiche e non capisco per quale ragione debba essere sempre l’insegnante che si

fa carico di questi problemi. L’insegnante si trova spesso in solitudine a dover affrontare questi

problemi e i programmi che porta avanti hanno spesso un carattere volontario. Non tutti gli

insegnanti dimostrano sensibilità verso l’accoglienza e non tutti hanno la voglia di impegnarsi

oltre le ore stabilite. Credo che, rispetto a questi problemi, dovrebbe intervenire il ministero.

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Relatrice: Lei ha ragione, ma considerato che è in vigore l’autonomia scolastica, il Ministero

dell’Istruzione delega alle singole scuole gli interventi in questo campo. Inoltre sarebbe positivo

che sul territorio fosse attivo un osservatorio scolastico per l’intercultura, che censisca e

metta a disposizione di tutti gli insegnanti strumenti e buone pratiche. Un valido strumento

per consentire a tutti di disporre di queste informazioni è internet. Dunque penso che sarebbe

necessario istituire un sito web. Eppure, rispetto alla necessità di effettuare un censimento delle

buone pratiche sul territorio, ci sono due ordini di problemi. Il primo ha a che fare con la volontà

da parte del personale scolastico di fornire all’ente competente, le informazioni necessarie utili

alle rilevazioni. Può succedere che non si compilino con precisione i questionari e che gli stessi

non vengano restituiti a chi si occupa i effettuare l’indagine. Il secondo problema riguarda la

difficoltà di accedere al materiale, che è gia presente on-line e alla necessità di potenziare e

arricchire l’informazione sul web. Nella prospettiva di un prossimo corso di formazione, direi

che bisognerebbe insistere affinché ci si doti della possibilità di censire le buone pratiche e di

attivare un sito web che faciliti la comunicazione tra gli insegnanti e la diffusione di strumenti

utili.

Insegnante: Ritengo che fare formazione su questi temi sia più importante che non continuare

a organizzare corsi di aggiornamento su materie come italiano, matematica, eccetera. L’unica

mia perplessità riguarda la bassa partecipazione a questi corsi. Noto che sono sempre gli stessi

insegnanti che partecipano. A scuola dobbiamo confrontarci con insegnanti che non la pensano

come noi. Se tutti fossero intenzionati ad approfondire questi argomenti, la partecipazione oggi

sarebbe più ampia. Ritengo però che questo interesse parziale sia dannoso per gli allievi e per

la scuola. Intendo dire che non può essere utile che soltanto una parte degli insegnanti siano

aggiornati rispetto a come intervenire in contesti multiculturali. Utilizzando un’espressione un

po’ forte, ritengo che bisognerebbe obbligare gli insegnanti a prendere parte a questi corsi di

formazione.

Insegnante: Ha ragione quando dice che debbano essere gli insegnanti più anziani a dover

trasferire le loro conoscenze su quelli più giovani. Aggiungo che noi insegnanti con più esperienza,

abbiamo dovuto in passato misurarci con il problema dell’handicap. Io personalmente ho cercato

di affrontare il problema degli allievi stranieri, trasferendo e adattando metodi e strumenti che

avevo acquisito con gli allievi costretti dall’handicap. Affiancare i due problemi comporta anche

che spesso, tra insegnanti, si “baratta” un down con due albanesi. Il fatto è che siamo riusciti a

uscire dal problema dell’handicap mentre gli allievi stranieri oggi ci incutono timore. I passi da

fare sono ancora molti, ma sono abbastanza fiduciosa. L’unica mia perplessità rimane la scarsa

sensibilità dimostrata da alcuni e la partecipazione non molto numerosa all’incontro di oggi.

Relatrice: Un elemento positivo del fatto che siete sempre tra di voi é che il vostro numero non

diminuisca. Questo significa che non si abbandona l’impegno che si è preso. A questo proposito,

avrei due osservazioni da fare. La prima riguarda la partecipazione limitata. Ritengo che sia

normale che non tutti gli insegnanti nutrano la stessa sensibilità nei confronti di questi temi. Non

mi voglio addentrare sul perché non vi sia omogeneità da questo punto di vista; dico soltanto

che diversi sono gli effetti dell’immigrazione su ciascuno di noi e diverse sono le strategie che

mettiamo in atto per confrontarci con lo straniero. Detto questo, aggiungo che a seguito della

crescita dei numeri degli allievi di origine straniera nelle vostre scuole, molti di voi non sono stati

adeguatamente preparati per affrontare questa sfida. Non credo che durante la vostra formazione

abbiate ricevuto dei gli insegnamenti su come trattare le classi multiculturali. Manca dunque

un’adeguata formazione a livello di studi propedeutici all’insegnamento, ma manca soprattutto

una conoscenza generale del fenomeno a livello di popolazione in generale. Questo discorso non

riguarda voi o vi riguarda in parte. La maggior parte di voi è referente per l’intercultura all’interno

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delle vostre scuole, dunque credo siate ben informati. Il resto del corpo insegnante ha spesso una

conoscenza del fenomeno “immigrazione” in generale. Ci spieghiamo quindi il perché vi siano

alcuni insegnanti sono più rigidi nei confronti di questi temi e altri insegnanti sono più aperti

e che, attraversata la fase emergenziale del problema, posseggono ora gli strumenti per cercare

di migliorare la situazione. Il compito di abbattere questo muro della paura e dell’indifferenza

nei confronti degli allievi stranieri spetta a voi insegnanti che, più di altri, siete a conoscenza e

disponete dei gli strumenti e delle buone pratiche intervenire.

Insegnante: alcuni insegnanti discutono rispetto alla mancata o incompleta comunicazione da

parte delle loro segreterie rispetto all’iniziativa odierna. Alcuni insegnanti sono molto soddisfatti

dell’aumento su tutto il territorio di corsi di formazione, altri ricordano con piacere l’esperienza

di un corso tenuto da stranieri, che era incentrato sulle diverse peculiarità dei sistemi scolastici

in altri paesi.

Relatrice: Ritengo che questo sia un paradosso della società della conoscenza; dovremmo

attenderci che oggi più di ieri, ci sia un accesso più sicuro e rapido alle informazioni, ma non

è così. Concludendo, ci sono due punti sui quali bisogna concentrare la nostra attenzione in

futuro. Il primo punto riguarda la necessità di censire quali sono le buone pratiche che vengono

utilizzate dalle diverse scuole sul territorio. Il secondo punto riguarda invece la necessità di

mettere a disposizione di tutti questi strumenti. In sintesi, diffusione e conoscenza di tutte le

attività che sul vostro territorio esistono.

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4. Immagini dello straniero. Atteggiamenti verso l’alterità etnica. *

Oggi vorrei affrontare insieme a voi il tema del pregiudizio verso lo straniero. Nella prima parte

cercherò di considerare alcuni aspetti teorici legati a questo tema e nella seconda parte vorrei

considerare, con il vostro aiuto, gli aspetti più pratici. Il mio obbiettivo è quello di considerare

quelli che sono i pregiudizi più diffusi e vorrei tentare di spiegare per quale motivo si creano e

se, eventualmente, si possono invertire.

Da tempo l’Osservatorio sull’immigrazione in provincia di Cuneo incontra insegnanti e

organizza incontri nelle scuole. Dagli incontri che abbiamo avuto è emerso che in diversi casi

c’è un atteggiamento di chiusura da parte degli allievi italiani nei confronti dei loro compagni

stranieri. Non abbiamo registrato delle situazioni di conflitto aperto, tuttavia è stata segnalata

la presenza di atteggiamenti di chiusura che, qualcuno di voi potrebbe aggiungere, potrebbe

verificarsi anche da parte degli allievi di origine stranera verso quelli italiani.

1. La relazione ingroup-outgroup: un inquadramento analitico.

Cominciamo considerando l’atteggiamento verso l’out-group. All’out group appartengono

coloro che si trovano al di fuori del gruppo di appartenenza. Ritengo che un sentimento di

distanziamento nei confronti della diversità sia un qualcosa di innato. Il distanziamento è un

sentimento che è stato riscontrato in numerosissime indagini empiriche a partire dagli anni ’60. Si

cerca sempre di prediligere il proprio gruppo e con questo non necessariamente si intende il gruppo

maggioritario della società ricevente. Può essere anche un suo sotto-gruppo che si è costituito

ad hoc in una determinata occasione, magari in una semplice occasione di gioco. È importante

sottolineare che si tratta di un sentimento di distanziamento verso la diversità e questo, come ho

detto, è probabilmente un dato innato. Credo invece che le cose siano diverse per quanto riguarda

l’ostilità. Il sentimento di ostilità non fa parte della natura umana e non caratterizza i rapporti

intergruppi da un punto di vista del mero contatto biologico. L’ostilità si instaura sul sentimento

di distanziamento. Il distanziamento è neutro, ma al di sopra si possono impostare atteggiamenti

di ostilità o di apertura. Cerchiamo ora di approfondire alcuni aspetti legati all’ostilità. Molti

studi sono stati effettuati rispetto al tema del distanziamento, mentre ancora non molto indagato

è il tema della ostilità. Per affrontarlo è doveroso accennare al processo che conduce al formarsi

dell’immagine dello straniero. Si parla di immagine sociale dello straniero in quanto si tratta di

un processo di costruzione sociale che viene effettuato da parte della società ricevente. Ci sono

degli interessanti studi di Sociologia che mettono in luce come si forma questa rappresentazione

sociale dello straniero. È una figura ambivalente perché, da una parte, egli è radicato ancora nella

cultura di origine, mentre dall’altra cerca di integrarsi nella società ospite. È una figura che può

minacciare e portare dei mutamenti positivi o negativi per la comunità in cui approda. È una

figura anche esotica, perché può portare nella nostra cultura aspetti lontani e diversi dal nostro

carichi di fascino ed interesse. In ogni caso, l’immagine sociale dello straniero è puramente un

processo di costruzione sociale. Quali sono i canali attraverso i quali si costruisce questo processo

di costruzione sociale? Innanzitutto il quadro giuridico assume un peso determinante: la legge

stabilisce chi entra e chi è escluso dal gruppo. È la legge che stabilisce le modalità attraverso le

quali si può entrare in un paese; qualora si entrasse senza seguire queste modalità si passerebbe

automaticamente per persone scorrette – gli attuali immigrati irregolari o clandestini. È la legge

* A cura di Alessandro Bergamaschi.

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stessa che definisce come diventare membro del gruppo: quando si è in possesso del permesso

di soggiorno si appartiene provvisoriamente al gruppo, mentre si può avere un’appartenenza di

lungo respiro quando ad esempio si possiede la carta di soggiorno. Il massimo dell’appartenenza

al gruppo si ha quando si è in possesso della cittadinanza. Il quadro giuridico può essere più o

meno “accogliente”. Uso precauzionalmente questo termine perché non vorrei che fosse inteso

in termini valutativi. Si tratta di un termine che qualifica un quadro giuridico che consente un

accesso relativamente facile, oppure un quadro giuridico che consente un accesso più difficoltoso.

Per quale ragione, ad esempio, l’Italia è diventata un paese di immigrazione a partire dalla metà

degli anni 80? Ciò è avvenuto perché le porte delle altre nazioni europee si stavano chiudendo.

I quadri giuridici degli altri paesi stavano diventando sempre più rigidi e, conseguentemente,

l’Italia è diventato un territorio dove era relativamente facile entrare. Oggi il quadro giuridico

italiano è decisamente cambiato è le attuali norme in materia di immigrazione in Italia sono

molto più rigide di un tempo.

Un altro canale attraverso il quale si definisce la figura sociale dello straniero è dato dai

possibili interessi della società ricevente. La società ricevente può avere diverse posizioni nei

confronti della presenza straniera, che non si traducono semplicemente nella maggiore apertura

o maggiore chiusura. Quello che voglio dire ha piuttosto a che fare con il tipo di ruolo che la

società ricevente vuole dare allo straniero e al tipo di funzione che egli dovrà svolgere nel futuro.

Per passare ad un esempio concreto, vediamo che ci sono quattro modelli che sintetizzano

l’atteggiamento della società italiana nei confronti dell’immigrazione. La prima posizione

è quella solidarista. Questa posizione percepisce il migrante come una persona umana, nei

confronti della quale bisogna fare di tutto per tutelarne i diritti. Questa posizione non appartiene

necessariamente al mondo del volontariato o dell’associazionismo cattolico, ma trova dei riscontri

anche negli ambienti della sinistra internazionalista. La seconda posizione è quella funzionalista

e vede lo straniero in funzione del beneficio che egli può portare alla società ricevente. Questo

è l’atteggiamento tipico del mondo dell’industria e del mondo imprenditoriale. Il nostro sistema

economico ha una necessità materiale di avere manodopera immigrata. Viviamo in una società

a benessere diffuso dove le giovani generazioni non sono più disposte a svolgere le mansioni

più pesanti e poco prestigiose: queste ultime vengono svolte soltanto più da stranieri. Si tratta

di mansioni fondamentali per la prosecuzione di tutta la catena produttiva. La terza posizione

è la legalitaria ed è quella più intransigente. Prevede che vi siano delle regole fisse che devono

essere assolutamente rispettate, pena l’espulsione. Questa posizione implica il subordinamento

della dignità della persona al rispetto della legge. L’ultima posizione è quella identitaria. Essa

è animata dal timore che persone provenienti da altre culture possano indebolire la tradizione

identitario-culturale del nostro paese. Queste quattro differenti posizioni non si rifanno ad un

sistema politico-ideologico definito; sono piuttosto trasversali alle classi sociali e possono

abbracciare sistemi di valori distinti.

Ciò che forgia l’immagine dello straniero, lo ribadisco, sono gli interessi della società ricevente.

Noi ci troviamo di fronte persone e gruppi che però non guardiamo in maniera neutra, senza

filtri. Noi facciamo indossare a queste persone un vestito simbolico-cognitivo che li definisce in

una determinata maniera: vediamo lo straniero in un certo modo perché abbiamo degli schemi

cognitivi che ci consentono di vederli come noi ce lo rappresentiamo. Noi non guardiamo ciò che

vogliamo, noi guardiamo ciò che ci è consentito di guardare e di osservare dalla nostra posizione

sociale. Le cose che può vedere un insegnante sono diverse dalle cose che può vedere un medico

o un commerciante. Queste differenze nei modi di vedere e rappresentare la realtà sociale non

sono naturalmente solo di carattere fisico ma anche e soprattutto simbolico.

Non abbiamo ancora affrontato il tema del pregiudizio etnico, ma stiamo parlando di

rappresentazioni sociali. Come mi rappresento la figura dello straniero? Egli può essere rappresentato

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come utile oppure minaccioso; può infatti rappresentare una minaccia per l’ordine culturale e

identitario del nostro paese. Lo straniero può essere rappresentato inoltre come una persona che

ha una sua dignità che deve essere preservata. Queste rappresentazioni si pongono al di sopra degli

atteggiamenti, hanno cioè una consistenza propria, non sono proprietà individuali bensì sociali.

Veniamo ora agli atteggiamenti che, nel nostro specifico caso, possono essere di maggiore o

minore chiusura. Che cos’è l’atteggiamento? È una predisposizione all’azione, prepara l’attore

all’azione. Come si possono rilevare gli atteggiamenti? Si possono porre delle domande come

la seguente: “Secondo te è bene che italiani e stranieri partecipino con uguali opportunità ai

bandi per l’assegnazione delle abitazioni di edilizia pubblica?”. La risposta a questa domanda

fa già parte dell’atteggiamento perché predispone una possibile azione da parte del soggetto. Il

pregiudizio inoltre ha una carica valutativa, ovvero è un giudizio contenente una connotazione

di valore emesso prima della constatazione, prima della conoscenza effettiva dell’oggetto a cui

si riferisce. Quante volte infatti noi parliamo bene o male di qualcosa o di qualcuno senza aver

mai avuto occasione di prendere in considerazione tale oggetto? Ciò che contraddistingue un

pregiudizio sono tre elementi: gli elementi cognitivo, affettivo e conativo. L’elemento cognitivo

riguarda l’immagine che si genera nella mente dell’individuo quando questo è posto dinnanzi

all’oggetto verso il quale si dirige il pregiudizio. L’elemento affettivo ha a che fare con ciò che

riguarda l’intimo della mia dimensione emotiva, le sensazioni o le emozioni che tale oggetto

mi provocano. L’ultima componente è quella conativa, il pregiudizio può predisporre ad un

comportamento concreto. Il pregiudizio è dunque una cosa molto complessa e non è semplicemente

un pensiero emesso prima di conoscere l’oggetto, esso ha una dimensione molto strutturata.

Perché dunque c’è pregiudizio a livello di relazioni intergruppo? Sulla base dei primissimi

studi, questo risponde ad esigenze funzionali: il pregiudizio svolge una funzione. Il pregiudizio

è una attività di categorizzazione, che significa apporre una etichetta ad un oggetto che non

conosco. Per evitare di mettere in difficoltà le economie cognitive di ciascun individuo e per

evitare di comprometterne le capacità di comprensione, spesso si “appiccica” all’oggetto che non

si conosce una categoria cognitiva conosciuta.

A questo proposito molto importante è il testo di Allport – La Natura del Pregiudizio -

pubblicato a metà degli anni 50. Allport è uno psicologo che vuole abbandonare la tradizione

della psicologica individuale pura. Il pregiudizio non è solamente qualcosa che nasce nella

mente dei soggetti, ma ha a che fare con il flusso degli eventi. Per una persona non c’è nulla di

più fastidioso di non riuscire a comprendere l’oggetto che ha davanti. Così come è una difficoltà

non riuscire a catalogarlo, a dargli un ruolo, una posizione, a legittimarlo. Di conseguenza ci

affidiamo a delle categorie preconfezionate.

La visione puramente psicologica viene presto abbandonata e si comincia a studiare il pregiudizio

come un meccanismo atto a preservare il sistema di valori del proprio gruppo: l’identità di

gruppo. Colui che ha coniato la teoria dell’identità fu Tajfel. Uno dei principali aspetti della teoria

dell’identità riguarda il rafforzamento, attraverso il pregiudizio, dell’appartenenza ad un gruppo.

Attraverso il pregiudizio non si vorrebbe semplicemente operare un processo di distanziamento

noi/loro, ma l’obbiettivo primario sarebbe quello di proteggere l’identità del noi. Si tratta di uno

schema di valore che caratterizza la nostra identità di gruppo. Categorizzando gli “altri” in termini

negativi, categorizzo automaticamente il “noi” in termini positivi. Categorizzare male gli altri serve,

in secondo luogo, a dare un’immagine positiva del sé in quanto gruppo: “Noi” siamo migliori e gli

“Altri” sono dei barbari. Raramente si verifica concretamente se gli “Altri” siano effettivamente

dei barbari. Definire gli “Altri” come barbari inorgoglisce e rafforza la mia appartenenza al

gruppo. Il pregiudizio, inoltre, serve per rafforzare la cooperazione: quando ci troviamo in

una situazione di dinamiche intergruppo, il pregiudizio serve a cementare lo spirito di gruppo.

Le definizioni di pregiudizio che abbiamo fornito fin qui, rimandano quasi interamente a delle

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spiegazioni psicologiche. Fino agli anni ‘60, il pregiudizio veniva considerato come il prodotto della

mente degli individui. Un esempio di ciò è lo studio pionieristico sulla “personalità autoritaria” di

Adorno. Egli era uno psicanalista, fuggito negli Stati Uniti perché perseguitato dal nazismo, che

cercò di capire perché alcune persone possono provare delle passioni per i movimenti autoritari.

La sua spiegazione risiedeva nel processo di socializzazione che l’individuo aveva ricevuto

quando era bambino, dal tipo di educazione ricevuta in ambito famigliare. La conclusione era

che se il bambino era cresciuto in un ambiente famigliare favorevole all’autoritarismo, sarebbe

divenuto anch’egli un seguace dei movimenti autoritari. Questo discorso rimase valido fin verso

la fine degli anni ‘50. Per quanto rimangano degli psicologi, già grazie ad Allport e Tajfel si

introducono nelle loro analisi numerosi elementi attinenti alla realtà sociale. Le teorie attuali

sul pregiudizio ci dicono che non sempre e non solo si trasmette attraverso i legami famigliari.

Un ruolo molto importante è rivestito dalle dinamiche sociali. Stiamo parlando di dinamiche

intergruppo e facciamo riferimento alle reti di relazioni sociali che avvolgono le persone.

Da qui in avanti considereremo maggiormente le varianti di ordine sociale nella formulazione

del pregiudizio. Il pregiudizio esiste perché l’arrivo del gruppo minoritario rappresenta una sfida

alla posizione sociale del gruppo maggioritario. Rappresenta una sfida allo status percepito. Si

è ostili nei confronti degli immigrati perché si crede che venga minacciato lo status del mio

gruppo, che siano minacciati i privilegi da esso acquisiti nel tempo. Utilizzo il verbo “credere”

non casualmente e, successivamente, ne spiegherò i motivi. Inoltre il pregiudizio è possibile

perché si stanno intaccando i miei reali interessi di gruppo. Una parte della popolazione può

essere ostile nei confronti della minoranza immigrata perché i giornali annunciano che sarà

varato un contributo ad hoc per essa e non per la popolazione locale. In Italia ciò non si è ancora

verificato, ma in altri paesi ciò è già successo. L’atteggiamento di ostilità deriva dal fatto che i

membri del gruppo maggioritario sono esclusi da tale contributo. Possiamo definire questo tipo

di pratiche con il termine generico di Affermative Action. Queste politiche sono promosse da

alcuni stati con l’obbiettivo di evitare il prodursi di disuguaglianze. I governi spesso decidono

che, in un certo tipo di impieghi, vi debba essere una quota proporzionata di assunti stranieri

affinché essi si distribuiscano in maniera omogenea sull’intera scala sociale. Infine, il pregiudizio

è sempre il risultato di un processo comparativo tra gruppi. Quando i vostri allievi additano

il loro compagno Abdul, non lo additano in quanto Abdul, ma in quanto appartenente a quel

specifico gruppo. Molti sostengono che il destinatario del pregiudizio non sia l’individuo bensì

il gruppo. Gli studi di questi ultimi anni danno sempre più importanza ai fattori sociali che non

a quelli psicologici. Sono stati fatti due studi molto interessanti in America in questi ultimi due

anni, i quali arrivano alla conclusione che gli amministratori pubblici dovrebbero abbandonare

la tendenza a mescolare, a creare dei quartieri eterogenei sotto il profilo delle caratteristiche

etniche. È stato osservato da alcuni ricercatori americani che gli stranieri preferirebbero vivere

separati, per proprio conto. La ragione per cui ciascuno vorrebbe starsene nel proprio gruppo di

appartenenza risiede nel fatto che, in questo modo, i genitori devono impegnarsi di meno per

trasmettere ai figli il bagaglio della cultura di origine. Nei quartieri misti spesso può risultare più

difficile per le famiglie straniere socializzare i figli all’identità culturale del proprio gruppo. In

un quartiere misto ci sono maggiori possibilità di istaurare percorsi di vita che abbandonano la

cultura di origine. Un ulteriore importante studio è il lavoro del sociologo statunitense Putnam.

Egli afferma che uno dei principali effetti della mescolanza etnica e dei quartieri misti non è il

conflitto o il pregiudizio bensì la perdita del capitale sociale. Abitando in un quartiere misto,

ognuno si ritira a vivere nella propria nicchia famigliare perdendo così i contatti con il gruppo

di appartenenza e intrattenendo meno relazioni rispetto ad altri. Da questi ultimi studi, vediamo

quanto prevalgano le dinamiche sociali rispetto alle dinamiche psicologiche. Se dovessimo

infatti valutare le ragioni dell’ostilità verso un determinato gruppo etnico e soffermarci sulla

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frase “Gli albanesi son tutti ladri”, dovremmo valutare il momento in cui viene detta quella frase,

ma anche il tipo di relazioni sociali che intrattiene l’individuo, a che gruppo appartiene, come

percepisce la realtà sociale e come si immagina il proprio futuro. La persona che proviene da un

background autoritario e percepisce il futuro negativamente, è più facile che manifesti ostilità

verso lo straniero. Ciò però non è automatico, vi sono individui che svicolano dal background

culturale della famiglia e ne adottano uno opposto.

2. Adolescenti italiani e immigrazione: tra incertezze e paure.

In questa seconda parte, vorrei affrontare in modo più specifico il tema del pregiudizio degli

adolescenti italiani verso gli stranieri. È già da molto tempo che me ne occupo e, frequentando le

scuole e ascoltando le posizioni dei giovani, potrei stilare una sorta di gerarchia del pregiudizio .

In primo luogo, sento spesso dire che gli immigrati sono dei poveracci, degli ignoranti, disposti

a tutto pur di aver un tozzo di pane, sono persone che rubano il lavoro, rubano i posti per le

case popolari, rubano i sussidi da parte dello stato. Ultimamente sono accusati di essere degli

stupratori. Lo stereotipo relativo alla violenza sessuale è presente in provincia di Cuneo solo a

seguito di un fatto di cronaca avvenuto due anni fa in una cittadina della provincia. Una ragazza

aveva subito una violenza sessuale ed in prima battuta era stato accusato un ragazzo straniero.

Ad indagini concluse si scopre che era stato un ragazzo italiano, ma alla notizia non venne data

la stessa risonanza sui media come per la precedente e rimase attivo lo stereotipo dello straniero

come violento e aggressore di donne.

Ora vorrei fornirvi alcuni dati che cercano di fare un po’ di chiarezza rispetto agli stereotipi

e ai pregiudizi più diffusi. Si dice infatti che gli immigrati sono tutti poveracci e ignoranti. Non

è così: dati ISTAT ci dicono che il livello di istruzione degli stranieri presenti in Italia era, nel

2001, superiore a quello degli italiani. In quell’anno il 12,1% degli stranieri era in possesso di

una laurea, mentre era così per il 7,5% degli italiani. Il 25,9% degli italiani ha il diploma di scuola

superiore, contro il 27,8% degli stranieri. Il 30,1% degli italiani possiede il titolo di scuola media

inferiore contro il 32,9% degli stranieri. Per capire le ragioni di queste cifre, dobbiamo dire che,

per portare a termine un progetto migratorio, è necessario essere in possesso di un buon capitale

culturale oltre che una buona forza morale e psicologica. È il capitale culturale che consente alla

persona di mantenere l’equilibrio all’interno di un processo di disorganizzazione sociale quale

è quello dell’emigrazione. Senza questa forza morale è facile cadere nel cosiddetto “malessere

della migrazione”, caratterizzato da crisi identitarie che spesso sono alla base di carriere devianti.

In secondo luogo, possono permettersi di emigrare solo coloro che hanno più soldi. Per pagare

i viaggi della speranza, nel caso in cui l’emigrazione regolare non sia possibile, sono necessari

diverse migliaia di euro a seconda dei Paesi di provenienza. Chi possiede queste cifre appartiene

già alla classe media e non è propriamente un “poveraccio”. Chi si trova in una situazione di

grave miseria non riesce ad emigrare. In sostanza, le sfide che attendono lo straniero immigrato

sono molte e serve forza morale per affrontarle senza conseguenze negative. La ricerca di un

lavoro, la casa, le attese infinite per il rinnovo del permesso di soggiorno, l’impossibilità di

effettuare un ricongiungimento perché non si possiede il reddito sufficiente o un alloggio con una

metratura adeguata. Un’altra prova importante è quella di riuscire a sopportare lo sguardo degli

altri. Una cosa per cui spesso gli stranieri si lamentano è il fastidio che essi provano nel venire

osservati dalla gente in quanto soggetti diversi.

Se guardiamo al mondo del lavoro, sappiamo che gli stranieri spesso vengono accusati di

rubare il lavoro. Abbiamo delle forze politiche che affermano questo e, fra esse, non vi è soltanto

la Lega Nord. I dati che vi presento di seguito sono stati forniti dall’Osservatorio sul mercato del

lavoro della Regione Piemonte e si riferiscono alla Provincia di Cuneo per il 2006. Un quarto

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degli avviamenti al lavoro nel 2006 ha interessato stranieri. Sono 17mila gli stranieri avviati al

lavoro contro 51mila italiani. Nel 2006, in Provincia di Cuneo, gli stranieri soggiornanti erano

circa 35mila. Se guardiamo gli italiani, ci accorgeremo come vi siano stati 51mila avviamenti al

lavoro a fronte di 535mila residenti italiani in provincia. La prima considerazione che va fatta

è che, a livello locale, gli stranieri partecipano molto di più degli italiani al mercato del lavoro.

Il numero così elevato degli avviamenti al lavoro nel caso degli stranieri, significa che si tratta

perlopiù di lavori precari. Infatti, se guardiamo i 17mila rapporti di lavoro avviati, l’82 % era

a tempo determinato. Ora consideriamo i motivi per cui si sono conclusi i suddetti rapporti

di lavoro. Il 70% dei contratti degli stranieri è finito per termine naturale, mentre il 30% dei

rapporti di lavoro è finito per decisone del lavoratore. Se guardiamo gli italiani, il 55% conclude

il rapporto di lavoro per fine naturale, mentre il 35% in seguito a una decisone propria. Nel 2006

quindi, sono stati più gli italiani a dimettersi rispetto agli stranieri. Per gli stranieri è importante

conservare il rapporto di lavoro perché ciò si riflette sulle possibilità di rinnovo del permesso di

soggiorno. Leggendo questi primi dati, non possiamo assolutamente sostenere la tesi secondo cui

gli stranieri ci ruberebbero i posti di lavori. I dati ci dicono che stanno partecipando al mercato

del lavoro più degli italiani e in maniera più conservativa dei lavoratori nazionali. Quando

affronto questo argomento, ricordo sempre la conversazione che ebbi tempo fa con una dei più

importanti produttori di vini della provincia di Cuneo. Ci incontrammo in una piovosa giornata

di vendemmia e mi disse che, in quel giorno di pioggia, senza i macedoni egli non avrebbe potuto

vendemmiare. In sostanza, senza l’apporto di manodopera straniera sarebbe stata messa in crisi

la produzione di uno dei più prestigiosi prodotti del Made in Italy. Sempre per rimanere sui

prodotti di spicco dell’export italiano, sappiamo che alla base della produzione del parmigiano

reggiano vi sono moltissimi indiani che, da tempo, si sono stabiliti nella pianura parmense e

reggiana e lavorano nelle aziende agricole locali. In valle d’Aosta, chi alleva le vacche che danno

il latte per produrre la famosa fontina? Sono marocchini che si sono trasferiti dalle montagne del

Grande Alante alle montagne della Valle d’Aosta. In Liguria, sono gli albanesi che raccolgono le

olive che danno uno dei migliori olii extravergini del mondo. Gli stranieri sono una parte della

popolazione attiva indispensabile per la continuazione della catena produttiva.

L’altro grande stereotipo riguarda la situazione alloggiativa. Si dice infatti che gli stranieri

siano favoriti nelle liste per l’accesso agli alloggi di edilizia pubblica. Alcuni lamentano talvolta

il fatto che la propria amministrazione pubblica dia alloggi di edilizia popolare solo agli stranieri

e non agli italiani. Vi presento alcuni dati dell’Agenzia territoriale per la casa di Cuneo. Nel 2006

sono stati raccolti tutti i bandi dei comuni con le assegnazioni non ancora concluse. Abbiamo

visto che le domande degli stranieri andavano dal 38% in alcuni comuni, al 56% in altri. Bra era

la città con il più alto numero di domande di stranieri per l’edilizia residenziale pubblica. Invece

le domande accolte di stranieri andavano dal 43% al 77%. In sostanza, è più alta la percentuale

di coloro che non sono stati ammessi nelle graduatorie rispetto a coloro che hanno presentato la

domanda. Questo è avvenuto in seguito ai regolamenti di accesso all’edilizia residenziale pubblica.

Il diritto di accedere alla casa popolare per uno straniero è soggetto a due tipi di legislazioni:

una nazionale e l’altra regionale. Secondo la legge nazionale, per accedere a tali alloggi bisogna

essere in possesso di un permesso di soggiorno della durata di due anni. Il permesso di soggiorno

biennale viene lasciato a fronte di un contratto a tempo indeterminato. Abbiamo però visto che

la maggioranza dei rapporti di lavoro degli immigrati è a tempo determinato; dunque questo è un

primo elemento di penalizzazione per il cittadino straniero. In secondo luogo questa è una materia

in cui interviene anche la Regione e, la giunta regionale presieduta da Ghigo, aveva stabilito che

per avere il diritto di richiedere un alloggio popolare fossero necessari almeno tre anni di un

rapporto di lavoro continuativo. È molto difficile, considerate le caratteristiche dei contratti,

che si abbia un lavoro da tre anni senza che vi siano state delle interruzioni intermedie. Oggi in

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Piemonte gli stranieri che hanno ottenuto un alloggio pubblico sono effettivamente numerosi,

ma questo avviene perché sono molti e stanno facendo degli sforzi importanti per integrarsi e per

rispettare le regole: oggi il rispetto di questi due requisiti e estremamente difficile da adempiere.

Infine, in provincia di Cuneo, su 3500 unità di edilizia pubblica occupate, quelle occupate da

stranieri sono il 18% (643). Siamo molto distanti da chi afferma che le case popolari siano

abitate solo ed esclusivamente da stranieri. Qualcuno, visti questi dati, potrebbe obiettare che gli

stranieri sono il 7% della popolazione totale in provincia mentre sono il 18% dei “possessori”

dell’alloggio di edilizia pubblica. Rispondo dicendo che si tratta di famiglie giovani, che fanno

molti figli; non dimentichiamo che il tasso di fecondità per le donne italiane è l’1,3% mentre per

le straniere è i 2,6%, cioè esattamente la metà. Le condizioni socio-economiche degli immigrati

sono molto più deboli rispetto agli italiani in quanto hanno redditi più bassi. Dati INPS hanno

dimostrato che la retribuzione media annua per uno straniero nel 2006 è stata di 10 mila euro.

Se differenziamo questo dato secondo il genere, gli uomini guadagnano mediamente 12 mila

all’anno e le donne 7 mila. Siamo di fronte a redditi molto bassi.

Come ultimo argomento, volevo affrontare il problema della criminalità. La prima grande

difficoltà riguarda le fonti da cui trarre i dati. Lo stesso Ministero dell’Interno ha a disposizione

degli archivi che purtroppo forniscono delle informazioni non sempre agevoli da interpretare.

Desidererei, provocatoriamente, partire dal presupposto che gli stranieri delinquono più degli

italiani e che la presenza di stranieri ha aumentato i crimini nel nostro paese. In primo luogo,

vorrei dire che è normale che i flussi migratori incrementino i reati. Un interessante testo su questo

tema è stato scritto da Barbagli e si intitola Criminalità e immigrazione. L’autore afferma che

quando una popolazione inizia a crescere, aumenterà di conseguenza la domanda di automobili,

di scarpe, di pane, di latte e alla fine aumenteranno anche i reati perché aumenta la base numerica

della popolazione. L’immigrazione consiste in un flusso aggiuntivo di persone in un determinato

contesto e comporta naturalmente anche un aumento dei reati. Se non fosse così, si domanda

il sociologo bolognese, bisognerebbe chiedersi il perché di questa mancata coincidenza. In

secondo luogo, partendo sempre dal presupposto che gli stranieri delinquono di più rispetto agli

italiani, cerchiamo di comprenderne i motivi. Innanzitutto si tratta di due popolazioni, gli italiani

e gli stranieri, demograficamente diverse. Tutti sanno che la popolazione straniera è più giovane

rispetto a quella italiana. Sappiamo che chi delinque di più è una persona giovane e non anziana.

Tra gli ultrasessantacinquenni gli italiani sono 13 milioni, mentre gli stranieri sono poco più

di 60 mila. Inoltre, dobbiamo aggiungere che a seguito delle classiche dinamiche migratorie,

la popolazione straniera è stata più a lungo tempo connotata al maschile che non al femminile.

Anche in questo caso dobbiamo dire che sono stati sempre di più i maschi a macchiarsi di reati e

non invece le femmine, si tratta di un dato storico. La predisposizione a delinquere è direttamente

proporzionale alla qualità della vita. Se la situazione economica è precaria, vi sarà una maggiore

predisposizione a delinquere. Dunque se lo straniero ha più difficoltà a trovare un lavoro

regolare, a trovare una casa regolarmente, sarà più facile che si avvicini più facilmente ai mercati

illeciti. Non dimentichiamo i reati legati alla legislazione sull’immigrazione. Essi interessano

naturalmente di più gli stranieri che non gli italiani, anzi interessano solo gli stranieri: gli stranieri

hanno una categoria di reati aggiuntiva rispetto agli italiani. L’aspetto più importante risiede

comunque nel fatto che, per quanto concerne le attività illecite ad alto rischio e bassi benefici, gli

stranieri sono sovra rappresentati rispetto agli italiani. Mi riferisco in questo caso al processo di

sostituzione che c’è stato nel mercato delle attività illecite. Come nel mercato delle attività lecite

gli stranieri si sono sostituiti agli italiani nelle mansioni più sgradevoli, la stessa cosa è avvenuta

nel mercato delle attività illecite. Generalmente i reati commessi dagli immigrati hanno un alto

fattore di rischio e bassi benefici: spaccio di droga, furti in abitazione, taccheggio. Reati di bassa

entità. Se fino a vent’anni fa trovavamo l’italiano nel parco a vendere droga, ora vi troviamo lo

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straniero. L’italiano, nel frattempo, è salito leggermente nella “gerarchia occupazionale” della

criminalità e compie reati che meno facilmente possono essere scoperti dalle forze dell’ordine.

È più facile essere presi dalla polizia se si spaccia la droga al parco, piuttosto che si è a capo

di una grande organizzazione criminale. Naturalmente vi sono anche stranieri che sono a capo

di organizzazioni malavitose, soprattutto se transnazionali, ma la maggior parte di loro si trova

nel livello più basso della scala delle attività illegali. È per questo motivo che la percentuale di

stranieri nelle carceri sta progressivamente aumentando e, in alcuni casi raggiunge il 40%. Il

problema della criminalità è difficile da affrontare anche perché come ho detto all’inizio mancano

dei dati certi. Ci sono delle ragioni concrete che stanno dietro al fatto che gli stranieri delinquono

di più. Si tratta di ragioni concrete che però non sono scusanti. Da ultimo sulla criminalità non

dobbiamo dimenticare il ruolo che i mezzi di comunicazione svolgono nel diffondere le notizie.

Spesso, a seguito di fatti di cronaca, si addita immediatamente lo straniero come responsabile,

salvo poi scoprire, a fine delle indagini, che si trattava di un italiano. Se viene dato molto risalto

alla violenza e alle accuse iniziali, poco si fa per ratificare false notizie.

Dibattito.

Insegnante: Proprio questa mattina ho affrontato con i miei allievi questi temi. Molto peso

nella discussione ha avuto il tema della criminalità degli immigrati, seguito dalla paura che

essi possano togliere il lavoro agli italiani. È molto difficile per noi insegnanti gestire queste

discussioni e ci rendiamo conto di come la maggior parte di ciò che dicono i ragazzi è il frutto

di ciò che essi ascoltano nelle famiglia, dai loro genitori. Un altro ruolo fondamentale in questo

processo viene giocato dai mezzi di comunicazione. Ci accorgiamo che quando un crimine viene

commesso da uno straniero, i giornali lo amplificano e lo manipolano. Lei ha mostrato dei dati

relativi all’istruzione della popolazione immigrata che però sono del 2001. Mi chiedevo se non

si potesse disporre di dati più aggiornati.

Relatore: Dati più aggiornati non sono ancora in nostro possesso, dobbiamo aspettare il

prossimo censimento. Il censimento si fa ogni 10 anni e purtroppo non disponiamo di fonti

intermedie altrettanto attendibili. I dati futuri saranno certamente diversi. Infatti parre che questo

livello di istruzione contraddistingua maggiormente chi proviene dall’Europa centro-orientale.

Considerato il fatto che, alla fine degli anni 90, erano più intensi i flussi di immigrati provenienti

dal Europa dell’est, i dati potrebbero essere stati influenzati da questo aspetto. In questi ultimi

anni i flussi da quella parte d’Europa sono ancora aumentati. Va ricordato che il regime socialista

aveva portato l’istruzione obbligatoria fino ai 18 anni ed è per questo motivo che gli immigrati

provenienti da questi paesi che oggi hanno 25- 30 anni, possiedono tutti un’istruzione media

superiore. Sono diminuiti in questi anni anche i flussi dal nord-africa, mentre è in crescita la

presenza asiatica. La provincia di Cuneo ha una delle più importanti comunità cinesi insediate in

Italia, nella zona di Barge e Bagnolo, ma non mi risulta che essi si contraddistinguano per elevati

gradi di istruzione. Mi risulta, da incontri che abbiamo avuto con insegnanti, che purtroppo le

famiglie cinesi non diano in generale molto peso all’istruzione dei loro figli.

Insegnante: Al contrario. Posso riportare l’esperienza di alcuni colleghi che lavorano nel

torinese e nel saluzzese, che mi dicono che ai giovani cinesi viene trasmesso, più che nei giovani

italiani, il rispetto verso le persone adulte. Conseguentemente, gli allievi cinesi sono molto attenti

e rispettosi dell’insegnante.

Relatore: Sono felice di essere contraddetto su questo tema. Sul fatto che siano rispettosi

dell’insegnate sono d’accordo, perché l’insegnante in Cina si sostituisce per alcuni anni alle

figure materne e paterne. Diventa un vero maestro di vita.

Insegnante: I colleghi mi dicevano che le famiglie cinesi si lamentavano del fatto che

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imparavano meno nella scuola italiana che in quella cinese.

Relatore: Si, vi sono sicuramente delle disparità nel tipo di insegnamento fornito in Italia e in

Cina. Inoltre pensiamo a quanto sia complesso e di quali strumenti si deve dotare la scuola per

insegnare gli ideogrammi: apprendere questo genere di scrittura è estremamente più complesso

rispetto al nostro alfabeto.

Insegnante: Vorrei ricollegarmi con ciò che diceva la mia collega in precedenza. Il pregiudizio

si acquisisce in famiglia, il bambino lo prende insieme al latte della mamma. Lei prima diceva

che alle superiori la situazione può essere diversa perché ci si vuole staccare dalle idee della

famiglia, ma ciò non avviene certamente alle medie dove l’allievo tende ad attingere molto dal

capitale culturale famigliare. Le famiglie si sono formate a loro volta sui media, la maggior parte

delle famiglie dei miei allievi si formano un’opinione soprattutto seguendo l’informazione dei

telegiornali della tv privata. Quasi nessuno accede ad una informazione scritta che permette

sicuramente una riflessione maggiore. Io credo che grandi responsabilità siano da attribuire ai

media. È evidente che al crimine compiuto dall’extracomunitari viene data molta più risonanza

che al crimine commesso dall’italiano. Penso al decreto di espulsione immediata nei confronti

del rumeno che aveva ucciso e violentato una donna a Roma. Niente giustifica ciò che è

successo, tuttavia ne è stata data una risonanza enorme che ha contribuito a discriminare tutta

la popolazione rumena residente in Italia. Avevo un ragazzino rumeno in classe che mi faceva

davvero pena. Volevo domandarle infine che cosa possiamo fare noi insegnanti per sottolineare

questo problema?

Relatore: Dirò qui alcune cose che desidero non prendiate come una valutazione del vostro

lavoro. Ritengo che voi insegnanti abbiate una preparazione eccellente relativamente alle

discipline che insegnate ai vostri allievi. Tuttavia, non appena subentra un problema che va

leggermente al di fuori della didattica curriculare, come i problemi legati al bullismo, alla

sicurezza stradale e all’intercultura stessa, gli insegnanti si trovano sprovvisti degli strumenti

necessari per affrontarli. Gli insegnanti ne sono sprovvisti perché, probabilmente, quando hanno

ricevuto la loro formazione non c’erano questi problemi e dunque scarsa era la formazione a

riguardo. Inoltre, in questi ultimi anni, qualcuno pone di più l’accento sul fatto che la scuola

debba formare i cittadini del futuro. La scuola, pur essendo il transatlantico che deve traghettare

i giovani verso il futuro, non può limitarsi ad insegnare loro l’italiano, la matematica ecc.

La scuola è deficitaria rispetto a quelle nozioni educative utili per la coesione sociale. Mi

auguro che questa non venga letta come una critica, io mai riuscirei a gestire una classe. Vi

consiglierei dunque di non leggere questi atteggiamenti e questi pregiudizi come un qualcosa

che si manifesta solo in ambito famigliare. È possibile che, a seguito delle vostre esperienze, la

socializzazione primaria famigliare sia importante, ma consiglierei di prestare molta attenzione

ai fattori sociali. Non abbiate paura di smentire ciò che viene detto a casa. Sovente so che

può subentrare questo timore. So bene che la scuola versa in condizioni economiche molto

difficili, però ritengo sia un grave errore che alla Scuola per l’Insegnamento Superiore i futuri

insegnanti ricevano una preparazione quasi inesistente su questi temi. Credo che purtroppo chi

organizza questi corsi non sia assolutamente al passo con la realtà. Su che cosa ci si prepara

alla SIS? Sui romani, i greci, Napoleone, la guerra di Crimea per la quinta volta? Di sicuro,

voi come insegnanti, potete costituirvi come gruppo di pressione per stimolare le istituzioni

ad intervenire rispetto a queste problematiche. Per cercare di arginare derive di chiusura verso

l’alterità etnica, ritengo sia fondamentale che le materie vengano affrontate utilizzando una

prospettiva interculturale. Tutte le materie infatti si prestano ad essere interpretate attraverso

questa lente. Non soltanto le materie umanistiche, ma anche quelle scientifiche, il diritto,

l’economia. Evidentemente mancano agli insegnanti le nozioni per costruire una scuola più

improntata al dialogo interculturale. Continuate dunque nelle attività di formazione che vi

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vengono proposte perché vi danno gli strumenti per affrontare queste problematiche.

Insegnante: Molto spesso sembra che tutto ciò non sia sufficiente. Noi insegnanti impieghiamo

parte delle nostre mattinate a cercare di scardinare pregiudizi, ma il nostro lavoro risulta spesso

vano dal momento che i nostri ragazzi arrivano a casa e la televisione propone loro una società

diversa da quella che cerchiamo di spiegare loro.

Relatore: Io no penso che sia tempo perso. Lo dico anche in virtù del fatto che l’adolescenza è

un’età in cui si ha fame di acquisire delle credenze e delle certezze e si è abbastanza malleabili da

un punto di vista identitario. I nostri ragazzi passano molto tempo davanti alla televisione e molti

messaggi che ricevano vanno nella direzione della chiusura. Se, almeno nella scuola, ricevono

messaggi che vanno nella direzione opposta, ciò potrà essere utile per la loro formazione. Molto

importante sarebbe che messaggi in senso contrario fossero veicolati da personaggi significativi

per i giovani. Questo lo diceva Allport già negli anni’50. Quanto sarebbe utile che, ad esempio,

un Del Piero o un Totti tenessero degli incontri volti a stimolare l’amore tra i popoli. La loro

ricaduta pratica sarebbe sicuramente più elevata rispetto ai nostri contributi.

Insegnante: Per cercare di intervenire su questi pregiudizi, ritengo che sia molto utile avere

sempre un raffronto con i dati. I dati possono essere una buona base per la discussione. Io noto

che c’è ancora un altro problema che è difficile da risolvere. Molte delle famiglie che conosciamo

noi sono famiglie che avevano un discreto tenore di vita al paese di origine e continuano a

mantenerlo qui in Italia. Purtroppo sono realtà poco visibili, la società non si accorge di queste

presenze ma sembra soltanto accorgersi di chi delinque e di chi vive ai margini.

Relatore: Si, ha ragione. La gente ha la percezione che la maggior parte degli immigrati

provengano da condizioni di origine estremamente povere. Ora, se escludiamo alcuni paesi

particolarmente in difficoltà, le altre zone d’origine, come tutta l’Africa nord-occidentale, sono

paesi in cui non si sta certamente come da noi, ma sono lontane dall’essere definito quarto

mondo.

Se non ci sono altri interventi vorrei tornare sul ruolo importante che giocate voi insegnanti,

nel dotare la scuola di migliori e maggiori strumenti per affrontare le sfide di domani. Ritengo

che voi possiate, unendo le vostre forze, stimolare le istituzioni scolastiche perché aumentino

l’attenzione verso questi temi.

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I. Laboratorio interculturale.

Strategie educative nell’approccio interculturale: l’autobiografia. *

1. Gli obiettivi di una pedagogia interculturale sono quelli che:

• Valorizzano le singole soggettività

• Recuperano “pezzi” di storie di vita attraverso la narrazione autobiografica

• Abituano a guardare la realtà da più punti di vista

• Aiutano i ragazzi immigrati a non dimenticare le proprie radici ma allo stesso tempo ad

essere ben inseriti nella società in cui vivono

• Criticano atteggiamenti e comportamenti conflittuali che considerano inevitabile la

prospettiva dello scontro culturale

• Evitano di categorizzare\stereotipizzare abitudini\modi di pensare\comportamenti di ragazzi

che provengono da altre culture

2. I presupposti metodologici di una pedagogia interculturale sono quelli basati:

• Sull’importanza dell’ascolto empatico, sull’osservazione e sul dialogo

• Sulla raccolta di narrazioni di storie “altre”, percorsi di vita, esperienze, sguardi sul mondo

diversi

• Spingono a negoziare identità diverse, spazi di condivisione, interessi scolastici e del tempo

libero

• Attraverso la sperimentazione e la ricerca, individuano motivi e temi legati alle nostre

affinità e alle nostre diversità

• Propongono atteggiamenti critici che sospendono il giudizio, abituano a riflettere prima di

formulare opinioni e punti di vista

Il dialogo, la valorizzazione delle diversità come risorsa e non come stigma, lo sguardo

antropologico sono i presupposti del pensiero e dell’agire interculturale.

E’ importante capire che si impara ad attribuire significati (in modo reciproco) senza procedere

per stereotipi e che attraverso il comprendere i significati, si interpretano le azioni degli altri

ed i loro comportamenti verso di noi.

3. L’approccio autobiografico nell’intercultura si basa sull’imparare a raccontare la propria

storia familiare e personale, a rimettere insieme le parti di sé attraverso ricordi, evocazioni,

immagini, nostalgie.

Gli obiettivi del lavoro autobiografico sono quelli di una rilettura della propria storia, ad

es. partendo dal nome, considerato la base della nostra identità, per rintracciare il senso di

appartenenza ed il percorso evolutivo intrapreso o ancora da intraprendere.

Il lavoro autobiografico diventa una riappropriazione di elementi significativi della memoria

storica (delle proprie origini) per formulare un miglior progetto di vita.

* A cura di Miranda Ralli e Angela La Greca.

65


4. Gli strumenti applicativi sono:

• La carta d’identità, come ‘oggetto’ di presentazione di sé in vari contesti

• Il genogramma, come visione d’insieme della propria struttura familiare, con i ruoli, le

appartenenze, i legami, le perdite, le figure di riferimento (la ‘tata’, il vicino di casa, l’amico

di famiglia…)

• L’albero della vita (“Arbor vitae” di origine medievale), raffigurazione simbolica della

propria storia attraverso i legami con il passato (le radici), il presente (il tronco) ed il futuro

(i rami)

• Le storie di vita, interviste autobiografiche dove si portano alla luce esperienze significative

dell’infanzia, del viaggio (reale o immaginario), dell’arrivo nella città ‘straniera’, degli amici

persi e\o incontrati.

La narrazione di sé, il dare significato ai cambiamenti di vita, ad es. l’evento migratorio per il

ragazzo ricongiunto, aiuta a rafforzare l’autostima personale ed l’importanza di sé come persona.

Inoltre si valorizzano le consuetudini, i valori della propria cultura, integrandoli gradualmente

nella nuova cultura in un processo di ibridazione e rimescolamento continuo.

Si ricompongono i pezzi di vita, ricongiungendo ciò che si è lasciato (spesso i nonni, la famiglia

allargata) con ciò che si è trovato e si è costruito.

Le tematiche che possono essere rappresentate con il linguaggio autobiografico (soprattutto

espressivo, metaforico) utilizzano strumenti come la scrittura, il disegno, il role playing, la

drammatizzazione…sono:

• La casa\le case che ho abitato

• Gli oggetti a cui sono affezionato

• I giochi\i giocattoli dell’infanzia

• Le fotografie

• I cibi (odori, sapori, ricette)

• Le maschere nelle diverse culture

• Il viaggio\le valige

• Il dormire (la notte, le fiabe ed i fantasmi nelle diverse culture)

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II. Laboratorio interculturale.

Laboratorio su Minoranza/Maggioranza tra Stereotipi e Pregiudizi * .

Nella prima parte dell’intervento abbiamo rivisto quell’area della nostra vita, del nostro

viaggio, che riguarda la nostra con-vivenza con l’Altro. Un viaggio nel quale le nostre certezze,

il nostro modo di leggere il mondo e di viverci, si sono trovati a confronto con quelle certezze,

con quegli altri modi di vivere di chi proviene da altre società, da altre culture.

Una con-vivenza nella quale ci siamo avvalsi delle nostre categorie e strutture mentali per dare

un nome, un posto, dentro il nostro universo simbolico all’altro; processo nel quale ci siamo

avvalsi dei nostri stereotipi e dei nostri pregiudizi in quanto chiavi di lettura.

Ma questo viaggio, come tutti gli altri viaggi, sono percorsi di scoperta e di cambiamento.

Percorsi nei quali il nostro essere (individuale e sociale), e la nostra immagine degli altri, sono

costantemente messi in discussione; diventando di conseguenza viaggi di profonde incertezza,

nonché di sofferenza.

Individuando e rielaborando alcuni pezzi di quel percorso, il nostro obiettivo è stato quello

di osservare quale era l’immagine che di noi avevamo inizialmente, se quell’immagine si è

trasformata lungo il cammino; come possono essere cambiati i nostri stereotipi e pregiudizi, di

conseguenza come può essere cambiata la nostra percezione dell’Altro.

La storia, la favola, si presenta come ottimo strumento di lavoro in quanto tutti noi siamo delle

storie; il prodotto di tutte le storie che abbiamo ascoltato (nonché di quelle che non abbiamo mai

ascoltato). Esse parlano, mettono in moto, portano in vita attraverso un personaggio, quello che

ci è stato permesso e quello che ci è stato vietato; quello che ci siamo permessi e quello che ci

siamo vietati. Come affermava Levi Strauss esse sono delle “strutture integratrici”; strutture che

ci permettono di integrare al nostro sé quanto in precedenza ci eravamo negati.

1. Lettura della favola L’albero del mondo di Solinas Donghi e Abbatiello con l’utilizzo di

immagini che vengono riprodotte con il video proiettore.

“Era una strada di periferia lunga e diritta, frequentata dai carri e da qualche camion traballante,

più che dagli automobili. A quel tempo – molti anni fa – le automobili erano alte, di forma

squadrata, quasi sempre scure. Luisina le guardava passare con occhi ammirati. Sapeva che solo

i signori potevano permettersene una.

Fino a pochi mesi prima era vissuta nella portineria di un palazzone in centro, ma si ammalava

ogni inverno, in quell’alloggio umido e senza sole. Per questo sua madre l’aveva lasciato. Adesso

era domestica preso i proprietari di un cementificio, che Luisina per scherzo chiamava tra sé i

signori Calci e Cementi, così come stava scritto a grandi lettere bianche sull’insegna verde sopra

il cancello del cortile.

I signori Calci e Cementi erano due, padre e figlio. Da un lato del cortile avevano la casa, dove

adesso stava anche Luisina. Altri due lati erano occupati dalla rimessa del magazzino. Nel centro

cresceva un albero. Di che specie fosse lei non lo sapeva. Altissimo, più alto della casa, una

gran chioma di foglie né piccole né grandi, a cinque punte un po’ arrotondate. Qualcuna, in quel

tiepido inizio d’autunno, cadeva e restava sul selciato come una manina aperta.

Di sopra erano verdi, un po’ sbiadite adesso che cominciavano a seccare, di sotto color d’argento.

* A cura di Laura Moretto e Lina Jaramillo.

67


Nessuno diceva: - Che bell’albero! – quindi a Luisina non veniva in mente che lo fosse. Ma

lo guardava molto, anche dalla camera all’ultimo piano dove dormiva con la mamma. Di qui

vedeva, meglio che dal basso, i grappoli di bacche piccoline, un po’ verdi un po’ rosse, pendenti

come orecchini. Le sarebbe piaciuto metterne un paio a cavallo delle orecchie e sentirseli battere

sulle guance a ogni movimento della testa.

Un giorno in cucina, stava macinando il caffè, per aiutare le mamma. Dal rettangolo della porta

aperta vedeva un tratto di cortile e il tronco dell’albero: diritto, con la corteccia quasi liscia che

a momenti sembrava d’argento. Doveva essere difficilissimo arrampicarsi su un trono così. A

meno che, con una scala… C’era una scala, nel magazzino delle calci e cementi: abbastanza

lunga, ma sottile. Non aveva l’aria di essere troppo pesante.

- Ma’ – buttò là Luisina – tu dici che posso provare a salirci, in cima all’albero?

- Ma sì, prova pure!

Lei colse il senso della frase, rinforzato da un gesto svelto e secco della mano in aria, ma preferì

prenderla alla lettera. Poteva venirle bene, un domani, per proclamare a fronte alta: - Ma mi avevi

detto sì!

Non fu proprio l’indomani. L’occasione si fece aspettare un po’. Un camion entrava passando

rumorosamente sotto l’insegna del cancello, uomini sudati scaricavano o caricavano; la mamma

poi era quasi sempre in casa. Ma quando infine venne, quel domani, fu un nitido oggi, rimasto

poi per sempre nel ricordo come un ritaglio di presente, più che un’immagine del passato.

E’ di pomeriggio, un po’ sul tardi. Il sole, ritirandosi, tocca ancora di sbieco la grondaia del tetto.

La mamma è andata alle botteghe per un supplemento di spesa serale, i padroni sono nello studio,

che guarda sulla strada. Il sogno audace di se stessa che si arrampica sull’albero, dai primi

rami fino alla vetta, ha avuto tempo di radicarsi a fondo nel cuore della bambina, che continua

a ripensarci. I suoi sogni a occhi aperti sono tutti di questo genere, molto semplici, ma tenaci.

Decidendosi di botto, esce nel cortile deserto.

E’ pieno di un chiasso di uccellini che non si vedono, ma che danno alla chioma dell’albero

scosse più brevi e brusche di quelle del vento. Perché c’è un po’ di vento: guardando in su

Luisina vede dondolare i rami gonfi di foglie, avanti e indietro. La vista di quel movimento le

scava nel petto uno strano vuoto. Ma non le è possibile rinunciare all’impresa. E’ tutto deciso da

prima, come già avvenuto.

Si accalora poi tanto nel trasportare la scala (più pesante del previsto) e nel sistemarla contro il

tronco, che il vuoto allo stomaco non arriva più a farsi sentire. All’inizio è facile. Il tronco sta

saldo, la scala scricchiola appena, e dove finisce la scala incominciano, abbordabili anche per lei,

i rami dell’albero. Quando Luisina vi si issa, tutti i passeri scappano indignati, strepitando più di

prima. Sente un profumo amaro di corteccia, un profumo fresco di foglie. Incomincia a salire.

I rami non sono molto distanziati; sono, se mai, troppo vicini. (a volte troviamo delle somiglianze

che non aspettavamo le quali facilitano il percorso). Per avanzare si insinua come può, a volte

strisciando di traverso. I rami, obliqui, si uniscono al tronco con un angolo molto acuto; di

continuo il piede scivola di sbieco e si incastra, e Luisina lo tira via con uno strattone. Una volta

perde quasi la scarpa.

Ha i capelli pieni di pezzetti di corteccia, le mani le bruciano. Ma sale. Sarebbe felice, se non

fosse per il vento.

Ora che è arrivata abbastanza in alto, infatti, lo sente molto più forte. Agita il fogliame, sposta i

rami, fa tremare perfino il tronco, che qui già si assottiglia.

Cade una pausa di calma e lei ne approfitta per salire l’ultimo tratto con una fretta disordinata che

le fa battere più volte le spalle e la testa. Quando ancora non se lo aspetta sbuca dalla cupola di

foglie e si accorge di essere in cima. Tanto in cima, almeno, quanto le è possibile arrivare.

Il tronco ormai è così sottile da cedere un po’ sotto il suo peso. Cerca di equilibrarsi reggendosi

68


ai rami intorno, sottili e cedevoli anche quelli. Tutto si muove a ogni suo movimento, è piuttosto

impressionante. Trionfante e impaurita, col respiro grosso, Luisina guarda in giù, sulle cose di

tutti i giorni, rimaste tanto indietro.

Il selciato ai piedi dell’albero è nascosto dal gonfio della chioma, cosi lei può risparmiarsi il

capogiro di quell’occhiata a picco. Vede invece molto bene il tetto della casa, da cui il sole si

è ritirato, e i tetti, più bassi, del magazzino e della rimessa, il pergolato della locanda dove va

qualche volta a giocare con la figlia dei locandieri, la Marietta.Guarda se per caso si veda a

qualche finestra. Sarebbe bello salutarla:

- Ehi, Marietta, sono qui!

Chissà come resterebbe sorpresa. Ma non si affaccia nessuno. Alza gli occhi; e di colpo scopre il

mondo. Di qui, verso la città, una larga striscia di caseggiati; al di là di quella, il mare. Dalla parte

opposta, il monte spoglio, con altre case sui pendii più bassi e la croce sulla cima.

Li ha già visti molte volte, ma erano oggetti isolati: il mare, il monte, la strada, un’altra strada, una

piazza. Solo adesso che può cogliere tutto con un’occhiata pensa, esultando: “Com’è grande!”

Il dondolìo della vetta è come il rollìo di una nave che la porti lontato, alla scoperta di quegli

ampi spazi di mondo. (Sa dei grandi navigatori e scopritori, li ha imparati a scuola, anche se non

ha mai letto libri di avventure.) Oppure, la nave è il mondo e il suo albero ne è l’albero maestro:

il centro, il perno.

Tutto si muove, si sposta, il vento a ripreso a soffiare, la vetta si inclina, si piega come per

sfuggirle. Luisina, oscillando, guarda il monte spoglio, con una luce d’oro rossiccio sul verde

dell’erba; vede sul mare un tramonto placido, stesso sulle lunghe nuvole a spina di pesce. Nel

mezzo del movimento, al di là perfino dell’esultanza, fa l’esperienza della perfetta felicità. Per

un attimo, non di più. Non potrebbe prolungarsi, in quelle condizioni. Una ventata più forte

scuote a tradimento la vetta, che si agita come una frusta che voglia scrollarla via. Luisina,

tenendosi stretta con tutte le sue forze, getta uno strillo acutissimo. Allora la sua impresa scade

all’improvviso, diventa ridicolo e nello stesso tempo paurosa.

La mamma, che è tornata e la sta cercando in tutte le stanze, a quel grido si precipita a una

finestra e dice: -Mamma mia! – e si mette le mani nei capelli. Poi le comanda, con la voce e

col gesto: - Vieni subito giù di lì! Ma subito! Non domanderebbe di meglio, adesso. Ma quando

prova a rifoderare la testa sotto la calotta di foglie, uno sguardo le basta.

Ruote e raggere di rami, una sopra all’altra, che si contorcono scricchiolando; cento rami che

spostandosi in continuazione lasciano ogni tanto un vuoto, uno sprofondo quasi buio dove

l’occhio non trova mai una fine…

Impossibile scendere. Le rincresce tanto, ma è proprio impossibile.

Anche i gatti, lo sa, van su in un lampo e poi rimangono a miagolare disperati. Li capisce

benissimo, ora che ha provato com’è.

- Non posso! – urla, risbucando. – Non sono capace!

E rimane dov’è, a ballonzolare come un fagotto.

Il tramonto è ormai più violetto che rosso, la luce cala rapidamente. La bambina batte i denti nel

vento rinfrescato. Ha le braccia stanchissime e una gran voglia di piangere. Pensa che quando le

avrà troppo stanche per tenersi stretta, cadrà e dovrà morire. Certo lo sta pensando anche sua madre,

perché ecco che tirare Luisina giù dall’albero sta diventando un affare importante: un salvataggio.

Giù in cortile, dove è scesa anche la mamma, si incrociano discussioni e voci di comando. Il

padrone giovane tenta la scalata, ma è troppo massiccio per passare tra i rami fitti. Il padrone

vecchio suggerisce di provare con una scala più lunga, ma quando si è perso tempo a tirarla presso

l’albero non si trovava modo di appoggiarla saldamente. Metà del vicinato è ormai radunata in

cortile, a dar consigli e a guardare con il naso in su. Luisina adesso piange addirittura. Sua

madre anche. Qualcuno propone di telefonare ai pompieri. Ma proprio allora appare il calvatore

69


predestinato, tra un confuso brusìo di esclamazioni: Il Pin! Ecco il Pin! Lui si che ce la fa!

E’ il figlio del panettiere in fondo alla strada, che gioca al calcio la domenica: un giovanotto agile

e forte quanto basta per scalare l’albero come niente e ridiscenderne portando la bambina quasi

di peso.

Il cortile è quasi buio, quando si ritrova il selciato sotto i piedi; o è lei che vede scuro dalla paura

che ha avuto? Il terreno va su e giù come un’altalena; tutto dondola, peggio che sull’albero. La

mamma la scrolla e l’abbraccia: - Ma sei matta, a fare una cosa così? Potevi rovinarti!

La gente fa cerchio intorno al salvatore, che accoglie modesto i complimenti. Luisina ha voglia

di fare i gattini. Li fa. Che figura, davanti a tutti! Ma non gliene importa niente. Vede benissimo

che i signori Calci e Cementi sono parecchio seccati con lei e non le importa niente nemmeno di

questo. Non saprebbe trovare un punto del proprio corpo che non le faccia male. Sospira solo il

momento di poter sprofondare in un letto e dimenticare ogni cosa, l’albero troppo alto, il mondo

troppo grande.

Che cosa squallida è mai un’avventura terminata: da averne la nausea, proprio.

Già. Ma svegliandosi l’indomani la trova trasformata, oh miracolo, in uno scampato pericolo, cioè

in qualcosa di cui ci si può perfino gloriare. Ne parla. Vantandosi, con la Marietta, e mostra una

per una le sue interessanti scorticature. Va apposta al forno, un’idea della mamma, a ringraziare

per bene il Pin, che ride e le regala una pasta.

Quando il padrone giovane incontrandola per casa le domanda come le fosse venuta in mente

un’idea simile, risponde senza confondersi: -Eh! Volevo arrivare in cima!

Allora anche lui ride, commentando: - In cima, eh! Che tiretto che sei!

Con l’albero fa la pace in un momento di solitudine.

Ha promesso di non scalarlo mai più, ma abbraccia il tronco e vi appoggia un orecchio.

Forse aspetta di sentire uno scricchiolìo, un suono qualsiasi che possa sembrare un messaggio

dalla cima lontana, alta alta, quella che vede il mondo”.

2. La storia di Luisina ci presenta dei nodi (dei pezzi) significativi nel nostro percorso di convivenza

con l’altro, che serviranno come guida per lavorare in piccoli gruppi di tre persone, nei

quali ognuno condivide il proprio percorso.

70


Le nostre

certezze

iniziali

Di quale

“specie”

sarebbe

stato il

percorso

Chi siamo?

A quale/i gruppo/i apparteniamo?

Da lontano

sembrava

affascinante

Perché abbiamo

deciso di

intraprenderlo?

Che cosa

significa

per gli altri

Nella seconda parte dell’incontro la dssa Laura Moretto ha ripreso alcuni concetti e riflessioni

emerse dai partecipanti rispetto alla crisi di identità personale del migrante e, parallelamente, la

crisi di identità professionale dell’insegnante.

Del migrante spesso si coglie la tendenza a costruirsi e de-costruirsi una vita e una identità

contraddittoria. Da un lato si organizza come se dovesse vivere per sempre nel Paese ospitante

tendendo talvolta a negare le sue origini/usi e costumi, dall’altro appare sempre pronto a tornare

al proprio Paese. Questa duplicità è dovuta non solo al suo mondo interno, ma anche alla realtà

riflessa del mondo esterno.

Risultano essere molti gli stimoli che la persona immigrata si trova a dover affrontare e la

riformulazione del modo in cui vede se stessa a volte può essere poco lineare.

Spesso si osserva come il migrante passa da non accettare niente che non appartenga alla

propria cultura a negare totalmente le proprie radici..

71

Le nostre

certezze?

Come siamo

cambiati?

Ci piacciono i

cambiamenti?

Riconoscere

i nostri limiti

Chi è il

nostro Pin?

Com’è la nuova

percezione degli

altri? Di noi? Del

nostro mondo?


L’incontro si è concluso con la drammatizzazione di un caso problematico vissuto a scuola

riportato da un’insegnante. I partecipanti hanno messo in “scena” un colloquio tra l’insegnante e

la madre di un allievo straniero che riporta particolari problemi di integrazione nel gruppo classe.

Altri partecipanti hanno interpretato i pensieri, i “non-detti” dei due attori della scena.

L’insegnante che ha riportato il caso ha interpretato il ruolo della madre e ha potuto

sperimentare le sue eventuali emozioni. E’ emersa una sensazione di grande rabbia per sentirsi

incompresa… Chi interpretava il ruolo dell’insegnante, e i relativi pensieri, ha vissuto talvolta

un senso di impotenza… Tramite una rielaborazione di gruppo si è concluso ponendo l’accento

sull’importanza di sapere ascoltare l’altro al fine di creare una relazione di fiducia, una relazione

empatica.

In ultima analisi l’obiettivo è quello di cercare insieme un terzo pianeta, che non sia né il nostro

né quello dell’immigrato, uno spazio per un incontro autentico, che può avvenire solo quando da

ambo le parti vi sia la vera disponibilità a vivere le differenze non come un attacco alla propria

identità professionale, ma come elemento di conoscenza e di crescita.

72


Appendici statistiche

Immagine n° 1

Stranieri soggiornanti in provincia di Cuneo distribuiti per nazionalità. Valori assoluti e

percentuali al 1° gennaio 2007.

Libia 9 0,0%

Algeria 120 0,3%

Egitto 133 0,3%

Tunisia 725 1,8%

Marocco 9.135 23,2%

Sudan 0 0,0%

Africa settentrionale totale 10.121 25,7%

Eritrea 9 0,0%

Gabon 2 0,0%

Ruanda 1 0,0%

Mozambico 1 0,0%

Liberia 11 0,0%

Madagascar 3 0,0%

Togo 8 0,0%

Tanzania 3 0,0%

Capo Verde 6 0,0%

Etiopia 12 0,0%

Burundi 7 0,0%

Niger 13 0,0%

Guinea 38 0,1%

Benin 34 0,1%

Mauritania 31 0,1%

Gambia 40 0,1%

Angola 75 0,2%

Camerun 96 0,2%

Mali 64 0,2%

Ghana 120 0,3%

Nigeria 220 0,6%

Somalia 203 0,5%

Burkina Faso 251 0,6%

Congo 271 0,7%

Senegal 786 2,0%

Botswana 1 0,0%

Ciad 0 0,0%

Comore 0 0,0%

Costa d’Avorio 863 2,2%

Gibuti 0 0,0%

Guinea Bissau 0 0,0%

Guinea equatoriale 0 0,0%

Kenya 2 0,0%

Lesotho 0 0,0%

Malawi 0 0,0%

Mauritius 9 0,0%

Namibia 1 0,0%

Rep. Centrafricana 0 0,0%

Rep. Dem. Congo 162 0,4%

Rep. Sudafricana 3 0,0%

Sao Tome’e Principe 1 0,0%

Seychelles 0 0,0%

Sierra Leone 2 0,0%

Swaziland 0 0,0%

73


Uganda 0 0,0%

Zambia 0 0,0%

Zimbabwe 0 0,0%

Africa sub-sahariana totale 3.350 8,5%

Barbados 1 0,0%

Costarica 1 0,0%

Guatemala 0 0,0%

Haiti 1 0,0%

Panama 2 0,0%

Giamaica 2 0,0%

El Salvador 3 0,0%

Nicaragua 3 0,0%

Honduras 4 0,0%

Dominica 8 0,0%

Canada 12 0,0%

Messico 17 0,0%

Cuba 163 0,4%

Rep. Dominicana 203 0,5%

Stati Uniti 75 0,2%

America centrosettentrionale totale 496 1,3%

Paraguay 2 0,0%

Bolivia 23 0,1%

Cile 29 0,1%

Venezuela 27 0,1%

Uruguay 21 0,1%

Ecuador 98 0,3%

Colombia 98 0,3%

Argentina 266 0,7%

Brasile 354 0,9%

Antigua e Barbuda 0 0,0%

Bahamas 0 0,0%

Belize 0 0,0%

Grenada 0 0,0%

Guyana 0 0,0%

Peru’ 218 0,6%

S.Vincent e Grenadine 0 0,0%

Saint Kitts e Nevis 0 0,0%

Saint Lucia 0 0,0%

Suriname 0 0,0%

Trinidad e Tobago 1 0,0%

America meridionale totale 1.138 2,9%

Singapore 1 0,0%

Nepal 2 0,0%

Cambogia 6 0,0%

Uzbekistan 1 0,0%

Indonesia 4 0,0%

Corea del Sud 4 0,0%

Pakistan 15 0,0%

Vietnam 11 0,0%

Giappone 31 0,1%

Sri Lanka 51 0,1%

Bangladesh 58 0,1%

Thailandia 55 0,1%

Filippine 270 0,7%

India 473 1,2%

Afghanistan 0 0,0%

Bhutan 0 0,0%

Brunei 0 0,0%

Cina Rep. Popolare 1.795 4,6%

74


Corea del Nord 0 0,0%

Kazakhstan 1 0,0%

Kirghizistan 0 0,0%

Laos 1 0,0%

Malaysia 0 0,0%

Maldive 0 0,0%

Mongolia 0 0,0%

Myanmar 0 0,0%

Tagikistan 0 0,0%

Taiwan 1 0,0%

Timor Orientale 0 0,0%

Turkmenistan 1 0,0%

Asia totale 2.782 7,1%

Armenia 2 0,0%

Iraq 2 0,0%

Georgia 1 0,0%

Palestina 0 0,0%

Giordania 4 0,0%

Israele 6 0,0%

Iran 13 0,0%

Libano 13 0,0%

Arabia Saudita 0 0,0%

Azerbaigian 0 0,0%

Bahrein 0 0,0%

Emirati Arabi Uniti 0 0,0%

Kuwait 0 0,0%

Oman 0 0,0%

Qatar 0 0,0%

Siria 0 0,0%

Yemen 0 0,0%

Asia mediorientale totale 42 0,1%

Liechtenstein 2 0,0%

Norvegia 4 0,0%

San Marino 3 0,0%

Monaco 3 0,0%

Svizzera 386 1,0%

Andorra 0 0,0%

Citta’ del Vaticano 0 0,0%

Islanda 0 0,0%

Europa altri totale 400 1,0%

Turchia 17 0,0%

Bielorussia 22 0,1%

Croazia 98 0,3%

Bulgaria 175 0,4%

Ucraina 319 0,8%

Macedonia 2.178 5,5%

Romania 5.236 13,3%

Albania 9.804 24,9%

Bosnia-Erzegovina 344 0,9%

Moldova 357 0,9%

Russia Federazione 124 0,3%

Serbia e Montenegro 376 1,0%

Europa centro-orientale totale 19.051 48,4%

Irlanda 13 0,0%

Lussemburgo 3 0,0%

Finlandia 11 0,0%

Grecia 12 0,0%

Austria 19 0,0%

Paesi Bassi 51 0,1%

75


Svezia 18 0,0%

Belgio 48 0,1%

Portogallo 55 0,1%

Spagna 112 0,3%

Regno Unito 180 0,5%

Germania 292 0,7%

Francia 691 1,8%

Danimarca 14 0,0%

UE 15 totale 1.520 3,9%

Cipro 0 0,0%

Estonia 12 0,0%

Lettonia 10 0,0%

Lituania 64 0,2%

Malta 1 0,0%

Polonia 271 0,7%

Rep. Ceca 27 0,1%

Slovacchia 18 0,0%

Slovenia 10 0,0%

Ungheria 19 0,0%

UE nuovi totale 432 1,1%

Nuova Zelanda 3 0,0%

Australia 6 0,0%

Figi 0 0,0%

Kiribati 0 0,0%

Marshall Isole 0 0,0%

Nauru 0 0,0%

Papua Nuova Guinea 0 0,0%

Salomone Isole 0 0,0%

Samoa 0 0,0%

Tonga 0 0,0%

Tuvalu 0 0,0%

Vanuatu 0 0,0%

Oceania totale 9 0,0%

Totale generale 39.340 100,0%

Fonte: Ministero dell’Interno, elaborazione propria.

Immagine n° 2

Stranieri soggiornanti distribuiti per provincia. Valori assoluti e percentuali al 1° gennaio

2007

Province val. ass. % su popolazione tot. % minori

Alessandria 27.304 6,3 25,1

Asti 17.441 8,1 22,5

Biella 10.087 5,4 23,1

Cuneo 39.343 6,9 25,6

Novara 23.635 6,6 21,4

Torino 157.609 7,0 18,3

Verbania 7.045 4,4 17,4

Vercelli 10.421 5,9 24,6

Piemonte 292.886 6,7 20,8

Nord ovest 1.244.530 8,6 20,8

Italia 3.690.052 5,1 18,4

Fonte: Ministero dell’Interno, elaborazione propria.

76


Immagine n° 3

Stranieri soggiornanti in provincia di Cuneo aggregati per i principali motivi del soggiorno.

Valori percentuali, serie storica 2002-2006. 11

Fonte: Questura di Cuneo, elaborazione propria.

11 I motivi di soggiorno per lavoro sono il risultato dell’aggregazione delle seguenti voci: lavoro subordinato attesa regolarizzazione, lavoro

ai sensi dell’art. 27 DLVO 286/98, lavoro autonomo/commercio flusso 2006, lavoro stagionale, lavoro subordinato, lavoro subordinato

flusso 2006, lavoro subordinato attesa occupazione, lavoro subordinato di tipo artistico.

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Immagine n° 4

Distribuzione degli studenti stranieri per area geografica di provenienza in provincia di

Cuneo e confronto regionale. Valori assoluti e percentuale, AS 2006/2007.

Cuneo Piemonte

val. ass.. % su totale regionale

Incidenza a livello regionale delle

aree continentali

Europa 3.753 51,3 52,6

Asia 489 6,7 7,0

Africa 2.719 37,1 29,9

America 360 4,9 10,5

Oceania 0 0 0

Apolide 0 0 0

Totale 7.321 100 100

Fonte: Osservatorio Istruzione Piemonte: rilevazione scolastica della Regione Piemonte.

Immagine n° 5

Piemonte: distribuzione percentuale degli studenti stranieri per provincia e incidenza

percentuale sul totale iscritti in ciascuna provincia. Valori assoluti e percentuali, AS

2006/07.

Studenti stranieri sul totale Studenti stranieri sul totale iscritti

regionale

in ciascuna provincia

Alessandria 11,4 11,1

Asti 5,9 11,1

Biella 3,5 7,2

Cuneo 15,1 9,1

Novara 7,4 7,6

Torino 50,9 8,3

Verbano Cusio Ossola 1,9 4,2

Vercelli 3,9 8,2

Piemonte 100,0 8,5

Fonte: Osservatorio Istruzione Piemonte: rilevazione scolastica della Regione Piemonte.

Immagine n° 6

Alunni con cittadinanza straniera iscritti nelle scuole della provincia di Cuneo. Valori

percentuali, serie storica

Fonte: Ufficio Scolastico Provinciale – Cuneo, elaborazione propri

78


Osservatorio sull’immigrazione in provincia di Cuneo

c/o: Caritas Diocesana di Cuneo

Via Sen. Toselli 2bis

Per informazioni:

Tel. 0171 634184

Fax 0171 695483

e-mail: progetto.approdo@tiscali.it

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Alessandro Bergamaschi

Responsabile dell’Osservatorio sull’immigrazione in provincia di Cuneo, è redattore del Dossier

Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.

Franco Chittolina

Già funzionario presso l’Unione Europea, è attualmente Presidente di APICE (Associazione per

l’incontro delle culture in Europa) e Responsabile del Centro Studi della Fondazione Cassa di

Risparmio di Cuneo.

Angela La Greca

Psicologa e psicoterapeuta presso il Centro di psicologia transculturale di Torino.

Delfina Licata

È membro del Comitato di redazione del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Da

due anni è capo-redattore del Rapporto Italiani nel Mondo diretto dalla Fondazione Migrantes.

Lina Jaramillo

Antropologa presso il Centro di psicologia transculturale di Torino.

Laura Moretto

Psicologa e psicoterapeuta presso il Centro di psicologia transculturale di Torino.

Miranda Ralli

Psicologa, psicoterapeuta e sociologa presso il Centro di psicologia transculturale di Torino.

Roberta Ricucci

Ricercatrice presso il Forum Internazionale ed Europeo Ricerche sull’Immigrazione, è redattore

del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.

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