La memoria delle mani - Antichi Mestieri - Arsia
La memoria delle mani - Antichi Mestieri - Arsia
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<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong> 22<br />
<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong><br />
<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana,<br />
dalla salvaguardia a nuove occasioni di lavoro<br />
• Sviluppo rurale
ARSIA • Agenzia Regionale per lo Sviluppo<br />
e l’Innovazione nel settore Agricolo-forestale<br />
via Pietrapiana, 30 - 50121 Firenze<br />
tel. 055 27551 - fax 055 2755216/2755231<br />
www.arsia.toscana.it<br />
e-mail: posta@arsia.toscana.it<br />
Coordinamento del progetto:<br />
Roberto D’Alonzo - ARSIA<br />
Alfio Savini - Segretario SPI-CGIL Toscana<br />
Ringraziamenti<br />
Si ringraziano <strong>La</strong>ura Cassi, Tamara Scarpellini, Dietrich Henckel<br />
gli Autori <strong>delle</strong> foto e tutti coloro che hanno collaborato a questa realizzazione.<br />
Un particolare ringraziamento a Fabrizio Tempesti,<br />
nonché all’Amministrazione Comunale di Montevarchi (Arezzo)<br />
che gentilmente ha prestato le foto d’epoca dell’Archivio Vestri.<br />
Cura redazionale, grafica e impaginazione:<br />
LCD srl, Firenze<br />
Stampa: EFFEEMME LITO srl, Firenze<br />
ISBN 88-8295-038-7<br />
© Copyright 2003 ARSIA • Regione Toscana
<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong><br />
<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana,<br />
dalla salvaguardia a nuove occasioni di lavoro<br />
a cura di Marco Noferi<br />
ARSIA • Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione<br />
nel settore Agricolo-forestale, Firenze<br />
SPI - CGIL Toscana
Crediti fotografici<br />
Gli Autori <strong>delle</strong> foto e gli enti che le hanno fornite<br />
sono indicati in sigla nelle didascalie:<br />
A.C. = Archivio SPI-CGIL Toscana<br />
A.V. = Archivio Vestri, Comune di Montevarchi (AR)<br />
A.R. = Andrea Rossi<br />
C.M. = Carlo Marini<br />
D.H. = Dietrich Henckel<br />
F.F. = Francesco Fedeli<br />
F.T. = Fabrizio Tempesti<br />
L.B. = Lorenzo Brunetti<br />
L.G. = Luigi Giovannozzi<br />
L.M. = Lorenzo Meacci<br />
P.M. = Archivio Parco naturale Migliarino<br />
-San Rossore-Massaciuccoli<br />
V.V. = Viviano e Massimo Venturi<br />
<strong>La</strong> foto di copertina è di Fabrizio Tempesti.
Sommario<br />
Presentazione Maria Grazia Mammuccini 7<br />
PARTE PRIMA - LE MOTIVAZIONI<br />
1.1 <strong>La</strong>voro, <strong>memoria</strong> e socialità dello sviluppo<br />
Ivan Chiti, SPI-CGIL Toscana 11<br />
1.2 <strong>La</strong> cultura, le risorse locali e le attività tradizionali<br />
nello sviluppo rurale della Toscana<br />
Roberto D’Alonzo, ARSIA 15<br />
1.3 L’artigianato rurale a rischio di estinzione:<br />
la legge regionale n. 15/95<br />
Marco Minucci, Regione Toscana 21<br />
1.4 Molte Toscane, molte ruralità. Agricoltura e territorio<br />
nel contesto socioeconomico della regione<br />
Roberto Pagni, IRPET 25<br />
1.5 Perché insistere sul lavoro<br />
Fedele Ruggeri, Università di Pisa 33<br />
1.6 <strong>Antichi</strong> mestieri e <strong>memoria</strong> storica<br />
del territorio rurale<br />
<strong>La</strong>ura Cassi, Università di Firenze 39<br />
1.7 Percorsi di sviluppo rurale nel paesaggio toscano<br />
Monica Meini, Università di Firenze 45<br />
1.8 Una proposta concreta: la scuola dei mestieri<br />
SPI-CGIL Toscana 47<br />
PARTE SECONDA - LA RILEVAZIONE<br />
2.1 L’indagine: le finalità, la metodologia, i rilevatori<br />
Alfio Savini, SPI-CGIL Toscana 55<br />
2.2 Un quadro d’insieme<br />
Marco Noferi 65
6<br />
ARSIA<br />
2.3 Le attività censite SPI-CGIL Toscana 69<br />
2.4 <strong>Mestieri</strong> e attività tradizionali: schede illustrative<br />
a cura del Gruppo di ricerca”<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> storica del territorio rurale”<br />
(<strong>La</strong>ura Cassi, Monica Meini, Margherita Azzari, Lidia Calzolai)<br />
coordinato da <strong>La</strong>ura Cassi, Dipartimento di Studi storici e geografici,<br />
Università di Firenze 95<br />
2.5 Storie 129<br />
2.6 Altre segnalazioni Marco Noferi 155<br />
2.7 Percorsi di approfondimento<br />
a cura del Gruppo di ricerca “<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> storica del territorio rurale”<br />
coordinato da <strong>La</strong>ura Cassi, Dipartimento di Studi storici e geografici,<br />
Università di Firenze 159<br />
• Il lavoro del boscaiolo • Alessandra Zanzi Sulli 159<br />
• <strong>La</strong> transumanza • Lidia Calzolai 163<br />
• <strong>La</strong> tradizione del “cantar Maggio” • Gabriella <strong>La</strong>zzeri 174<br />
• Il Maggio drammatico • Monica Meini 177<br />
PARTE TERZA - CONTRIBUTI<br />
3.1 Artifex<br />
Corrado Barberis, INSOR - Istituto Nazionale Sociologia Rurale 185<br />
3.2 Un patrimonio di risorse: l’artigianato agroalimentare<br />
Beppe Bigazzi 189<br />
3.3 L’esperienza dei Presìdi<br />
Nanni Ricci, Slow Food Toscana 193<br />
3.4 <strong>Antichi</strong> mestieri e nuove professionalità<br />
Beppe Croce, Legambiente 197<br />
3.5 Zeri e la mezzalana: un’esperienza di recupero<br />
e valorizzazione<br />
Cinzia Angiolini 201<br />
3.6 Documentare la <strong>memoria</strong>, progettare il presente<br />
Andrea Rossi, Mario Spiganti, Comunità Montana del Casentino<br />
CRED - Centro Risorse Educative e Didattiche 205<br />
3.7 L’agriturismo e la scoperta del territorio<br />
Carlo Hausmann, ANAGRITUR 209<br />
3.8 Il lavoro artigiano: un valore attuale e diffuso<br />
Giorgio Guerrini, FederImpresa, Arezzo 213<br />
3.9 Storia di un’amicizia e di ceste di castagno<br />
Dietrich Henckel 217<br />
Bibliografia di riferimento 223
Presentazione<br />
<strong>La</strong> pubblicazione di questo libro giunge a coronamento di un<br />
proficuo rapporto di collaborazione instaurato fra l’ARSIA e il sindacato<br />
dei pensionati SPI-CGIL, che ha avuto lo scopo di far riscoprire<br />
gli antichi mestieri non soltanto ai turisti che giungono in<br />
Toscana affascinati dal mondo rurale, ma anche alle stesse popolazioni<br />
toscane, che vivono nei territori rurali, ma che rischiavano di<br />
perdere la consapevolezza <strong>delle</strong> loro stesse tradizioni.<br />
Il sindacato dei pensionati ha avviato e portato a conclusione<br />
un’indagine, svolta dai propri iscritti nei territori rurali, che ha permesso<br />
di raccogliere segnalazioni e testimonianze di attività artigiane<br />
ancora presenti, spesso tenute in vita esclusivamente grazie all’opera<br />
di pensionati. L’indagine, tra l’altro, ha il merito di segnalare<br />
agli enti locali le località nelle quali sono presenti le attività artigiane,<br />
affinché si facciano carico della loro valorizzazione quale<br />
“patrimonio comune”. L’artigianato rurale toscano è infatti orgoglio<br />
e simbolo di una cultura locale che ha spesso portato a produzioni<br />
caratterizzate da una qualità che trascende la classica distinzione fra<br />
“arte” e “artigianato”. Alcune di queste attività, per varie ragioni,<br />
hanno rischiato e rischiano di essere abbandonate e necessitano di<br />
azioni che permettano di rilanciarle, rivalutandole. Ciò al fine di<br />
mantenere sul territorio attività che riassumono in sé quel valore<br />
aggiunto che è proprio della Toscana e che è fatto di paesaggio,<br />
ambiente, tipicità e qualità dei prodotti, ma anche di cultura e saperi<br />
locali che sono alla base di un tessuto sociale di valore certo non<br />
inferiore a quello economico.<br />
<strong>La</strong> legge regionale n. 15/97 “Salvaguardia e valorizzazione<br />
<strong>delle</strong> attività rurali in via di cessazione” può contribuire a ridar vita<br />
agli antichi mestieri, facendo prima di tutto emergere una realtà<br />
sommersa ed ormai quasi scomparsa, ma che può ancora rappresentare<br />
una grande opportunità per mantenere le tradizioni <strong>delle</strong><br />
attività umane legate ad un concetto alto della manualità, ad un
8<br />
ARSIA<br />
rapporto dell’uomo con le risorse povere. È una legge importante,<br />
un primo passo al quale dovranno seguirne altri.<br />
Siamo consapevoli infatti che, se si vogliono difendere e salvaguardare<br />
gli antichi mestieri rurali tramandandone i saperi e dando<br />
loro adeguata valorizzazione, sono necessari interventi a supporto<br />
<strong>delle</strong> imprese partendo in primo luogo dalla formazione, dal rapporto<br />
tra mondo del lavoro, scuola e innovazione.<br />
Un percorso che può essere avviato valorizzando, innanzitutto,<br />
quei protagonisti ancora rimasti e che possono offrire le proprie<br />
conoscenze al fine di consentirne una nuova valorizzazione, che<br />
partendo dalle diverse tradizioni locali degli antichi mestieri rurali,<br />
sappia adeguarle alle mutate esigenze e condizioni di vita, mantenendo<br />
però inalterato quel rapporto con il territorio rurale e con il<br />
suo tessuto sociale che costituiscono l’essenza del loro valore.<br />
Maria Grazia Mammuccini<br />
Amministratore ARSIA
PARTE PRIMA<br />
Le motivazioni
1.1 <strong>La</strong>voro, <strong>memoria</strong> e socialità<br />
dello sviluppo<br />
Ivan Chiti<br />
Segretario generale SPI-CGIL Toscana<br />
In questo libro vive una parte importante di noi pensionati:<br />
quella legata all’esperienza lavorativa. È il periodo nel quale ciascuno<br />
di noi spende le migliori energie fisiche ed intellettuali e,<br />
indiscutibilmente, rappresenta il periodo più importante nella vita<br />
<strong>delle</strong> persone. Nella fattispecie si parla del lavoro legato agli “antichi<br />
mestieri” <strong>delle</strong> aree rurali nei settori dell’artigianato, dell’agricoltura<br />
e <strong>delle</strong> attività collaterali. Settori ed attività in cui il “lavoro”<br />
ha significato, più che in altri, fatica e sudore per tutti, senza<br />
essere peraltro sufficientemente valorizzato per i livelli professionali<br />
espressi, né ricompensato da redditi adeguati. Ciò nonostante,<br />
gli “antichi mestieri” hanno segnato profondamente il costume, la<br />
storia e le tradizioni del territorio toscano, rappresentando fortemente<br />
le condizioni socioeconomiche di secoli di vita <strong>delle</strong> popolazioni,<br />
dando senso di appartenenza alle comunità rurali e attaccamento<br />
profondo al proprio lavoro.<br />
Il tempo e l’azione dell’uomo poco accorto a proteggere valori e<br />
tradizioni costruiti con l’impegno della sua gente, si sono incaricati<br />
di immettere nel viale del tramonto mestieri, professioni, prodotti<br />
ed interi settori produttivi, determinando forti cambiamenti nel territorio<br />
rurale, che si <strong>mani</strong>festano particolarmente con i fenomeni di<br />
spopolamento e abbandono <strong>delle</strong> aree montane o a prevalente insediamento<br />
agricolo.<br />
Proprio mentre ciò si realizzava negli ultimi decenni, è però innegabile<br />
che si sia prodotta una profonda trasformazione economica e<br />
sociale del territorio toscano; industrializzazione, nuove tecnologie,<br />
servizi, turismo e agriturismo hanno permesso alla Toscana di svilupparsi,<br />
crescere e affermarsi sul piano economico, sociale e amministrativo,<br />
come una <strong>delle</strong> realtà nazionali più dinamiche e innovative,<br />
facendo crescere la ricchezza individuale e collettiva della popolazione,<br />
elevando la qualità della vita e sapendo far coesistere uno<br />
sviluppo compatibile con l’ambiente e la natura del nostro territorio.
12<br />
ARSIA<br />
Aratura con buoi, nei primi anni del secolo scorso, tra la Val d’Ambra aretina<br />
e il senese: una <strong>delle</strong> immagini più caratterizzanti della campagna toscana<br />
A.V.<br />
Non si fraintenda, non si vuole dire che siamo in paradiso;<br />
siamo una realtà sviluppata e in crescita, questo sì. E ciò premia la<br />
buona amministrazione pubblica, la capacità e l’intraprendenza dei<br />
soggetti economici e sociali, nonché la qualità <strong>delle</strong> relazioni fra le<br />
parti sociali. Ciò detto, si deve sottolineare, anche, come nelle<br />
nostre terre esistano disagi per uno sviluppo ancora incerto, sacche<br />
di crisi importanti e malesseri diffusi nelle giovani generazioni alle<br />
prese con la volontà di trovarsi un lavoro “scelto” e cozzare, invece,<br />
con un’offerta di lavoro sempre più precaria e “imposta” dalle<br />
circostanze date.<br />
Pensando un po’ a tutto questo e al modo di saldare storia, tradizione<br />
e cultura del sapere e del conoscere <strong>delle</strong> persone anziane<br />
con le problematiche dello sviluppo, ci siamo incamminati in un<br />
percorso progettuale come quello degli “<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in<br />
Toscana” realizzato in convenzione con ARSIA. Siamo convinti che<br />
non si va da nessuna parte se si smarrisce <strong>memoria</strong>, identità e<br />
appartenenza <strong>delle</strong> popolazioni. Il futuro passa anche attraverso la<br />
difesa e la valorizzazione di tutto quel patrimonio lavorativo del<br />
mondo rurale che di generazione in generazione si è tramandato<br />
fino ai giorni nostri e che oggi rischia la cessazione e la scomparsa.<br />
Naturalmente non si tratta di mantenere immutato l’esistente come
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Forme e modelli in una falegnameria a Montevarchi, inizi del Novecento:<br />
la professionalità dell’artigianato locale al servizio della produzione industriale<br />
A.V.<br />
se fosse una reliquia, o un rudere antico: anzi, è indispensabile l’apporto<br />
del progresso scientifico e tecnologico per migliorare la qualità<br />
<strong>delle</strong> prestazioni lavorative, per una maggiore efficacia produttiva<br />
ed una redditività soddisfacente.<br />
Abbiamo apprezzato la scelta legislativa della Regione Toscana<br />
con la promulgazione della legge n. 15/97, perché si colloca in questa<br />
lunghezza d’onda e assume i valori professionali del lavoro e<br />
<strong>delle</strong> tradizioni rurali come elementi importanti, non da difendere<br />
come reperti museali, ma come possibili strumenti di nuova occupazione,<br />
nuove opportunità d’impresa e quindi di sviluppo. Ci<br />
siamo impegnati così, con il progetto, a favorire la più ampia raccolta<br />
d’informazioni possibile per censire ciò che ancora rimane e<br />
trasmettere i risultati agli enti locali del territorio per il loro inserimento<br />
nell’elenco regionale.<br />
Il libro dà conto di questo lavoro progettuale e lo rende fruibile<br />
alla collettività regionale. Ne mostra i pregi con i racconti di vita<br />
reale dei diretti protagonisti dei lavori degli antichi mestieri, raccolti<br />
con tutta quella volontà e spontaneità di chi opera in modo<br />
assolutamente volontario, come i nostri attivisti <strong>delle</strong> leghe SPI e<br />
vuole dare il proprio contributo a una causa giusta e ad un progetto<br />
che condivide; come ne mostra, d’altronde, i limiti, dati da una<br />
13
14<br />
ARSIA<br />
ricerca non svolta con tutte quelle caratteristiche di scientificità che<br />
possono essere assicurate solo da strutture specialistiche.<br />
Di questa pubblicazione ringraziamo ARSIA e la Regione Toscana<br />
che, nell’aver aderito alla nostra richiesta, permettono al progetto<br />
di avere una visibilità straordinaria. E soprattutto perché –<br />
con i tanti contributi qui raccolti – si riesce a dar voce alla società<br />
civile e si rimettono al centro dell’interesse collettivo tutti quei valori<br />
di socialità, progresso e sviluppo connaturati al lavoro degli antichi<br />
mestieri e più in generale al “lavoro” in senso lato.
1.2 <strong>La</strong> cultura, le risorse locali<br />
e le attività tradizionali nello sviluppo<br />
rurale della Toscana<br />
Roberto D’Alonzo - ARSIA<br />
Gli orientamenti dell’Unione Europea per lo sviluppo rurale<br />
sono rivolti verso la necessità che i soggetti locali accrescano il loro<br />
ruolo di protagonisti capaci di progettare insieme percorsi e azioni<br />
di sviluppo. Sempre più gli “attori locali”, politici, economici, culturali<br />
e sociali hanno il compito di individuare percorsi, progetti e<br />
risorse capaci di valorizzare i propri territori. Gli interventi di sviluppo<br />
nelle aree rurali sono finalizzati al sostegno <strong>delle</strong> aree deboli,<br />
ma sono anche occasioni di collaudo di metodologie e strumenti<br />
di supporto ai sistemi locali, utilizzabili cioè anche in tutte quelle<br />
aree, magari anche non rurali, con grossi problemi di riorganizzazione,<br />
degrado, disoccupazione ed esclusione.<br />
Le aree rurali toscane riflettono la specificità toscana fatta di<br />
tante comunità, con attività di tipo artigiano e piccola industria diffuse<br />
su un territorio ancora orgogliosamente rurale. L’artigianato<br />
toscano, da sempre presente e diffuso sul territorio, con un’impresa<br />
ogni 13 abitanti fa della Toscana la regione italiana a maggior<br />
presenza di imprese artigiane. Il 20% della popolazione occupata<br />
lavora nell’artigianato che, insieme alla piccola e media impresa,<br />
può essere considerato la struttura portante dell’economia regionale.<br />
In tutto questo va ad inserirsi l’agricoltura, con una produzione<br />
molto attenta alla tipicità e alla qualità.<br />
<strong>La</strong> realtà rurale toscana, con la sua “campagna urbanizzata”, con<br />
i fenomeni di spopolamento ora rallentati, per molti versi è unica e<br />
pur con le sue necessità, in molti casi è vista da altre regioni europee<br />
come auspicato punto di arrivo di un percorso di sviluppo.<br />
Sono ormai numerose le iniziative avviate da enti locali toscani<br />
che hanno avvertito l’esigenza di essere protagonisti di progetti di<br />
sviluppo rurale nelle loro aree; questo ha grande valenza innovativa<br />
e pone interrogativi stimolanti per quanto concerne le stesse<br />
metodologie d’intervento tradizionali. Sono esperienze legate da
16<br />
ARSIA<br />
un filo comune che è quello riguardante la priorità data in qualsiasi<br />
progetto alla partecipazione <strong>delle</strong> popolazioni locali, in quanto<br />
l’efficacia stessa di un obiettivo prefissato è subordinata alla sua<br />
capacità aggregante e alla capacità di risvegliare e diffondere il<br />
“senso di appartenenza” al proprio territorio.<br />
Lo sviluppo locale deve unire all’obiettivo di protezione dei<br />
valori presenti, il recupero e il sostegno di attività economiche tradizionali,<br />
incentivandone di nuove laddove possibile. L’agricoltura<br />
e l’artigianato rurale sono le attività che meglio si prestano a collaborare<br />
alla tutela di questi territori, valorizzando l’integrazione tra<br />
uomo e ambiente naturale (così come s’intende quando si parla di<br />
agricoltura eco-compatibile); per questo il mantenimento <strong>delle</strong> attività<br />
agricole e artigiane ancora presenti nelle aree rurali diventa un<br />
obiettivo necessario per lo stesso sviluppo rurale.<br />
Questo perché l’artigianato rurale toscano è da sempre simbolo<br />
di una cultura locale che ha spesso portato a produzioni caratterizzate<br />
da una qualità che trascende la classica distinzione fra “arte”<br />
ed “artigianato”. <strong>La</strong> legge regionale “Salvaguardia e valorizzazione<br />
<strong>delle</strong> attività rurali in via di cessazione”, può far emergere una<br />
realtà sommersa e in difficoltà ma con grande capacità di mantenere<br />
le tradizioni di quei mestieri legati ad un concetto alto della<br />
manualità, ad un rapporto con le risorse povere. <strong>La</strong> legge ha permesso<br />
l’istituzione dell’elenco regionale dei processi produttivi,<br />
<strong>delle</strong> attività rurali e <strong>delle</strong> strutture ad esse collegate a rischio di<br />
cessazione e scomparsa, strutturato in tre sezioni: Processi produttivi<br />
attività, Aziende, Strutture d’interesse storico. L’elenco può<br />
essere aggiornato in qualsiasi momento da parte della Giunta Regionale,<br />
sulla base <strong>delle</strong> schede di segnalazione comunali raccolte<br />
da Province e Comunità Montane.<br />
L’elenco riporta oltre 100 tra attività, aziende e strutture, ma siamo<br />
tutti consapevoli di quanto sia più ricco il patrimonio toscano.<br />
Per questo il Sindacato Pensionati Italiani della CGIL ha promosso<br />
un’iniziativa realizzata dai propri iscritti per censire e segnalare<br />
agli enti locali e alle popolazioni l’esistenza di “antichi mestieri rurali”<br />
che pur tra mille difficoltà continuano ad essere presenti. L’iniziativa<br />
dello SPI, promossa e gestita come un vero e proprio “censimento”<br />
e mirata a segnalare e rendere visibili gli artigiani ancora attivi,<br />
è stata realizzata dagli iscritti con grande passione ed è stata occasione<br />
di collaborazione con l’ARSIA.<br />
L’indagine si è svolta nelle aree rurali <strong>delle</strong> varie province ed ha
<strong>La</strong> raccolta della legna<br />
per uso domestico, sulle<br />
colline del Chianti:<br />
i lavori del bosco<br />
integrano l’economia<br />
familiare nell’epoca<br />
della mezzadria<br />
A.V.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
raccolto una quantità di segnalazioni e testimonianze di attività<br />
artigiane ancora presenti, spesso tenute in vita da pensionati.<br />
L’iniziativa è servita per segnalare agli enti locali dove sono le attività<br />
artigiane, perché si facciano carico della loro valorizzazione<br />
quale “patrimonio comune”. Nella consapevolezza che per certi<br />
versi la ruralità Toscana è ben diversa dal concetto di ruralità di<br />
altre regioni e soprattutto di altri Paesi europei, perché anche se non<br />
esiste certo una “ortodossia dello spazio rurale”, generalmente lo si<br />
identifica con un territorio con scarsa, dispersa distribuzione di<br />
popolazione, limitatissima presenza di costruzioni (in genere spartanamente<br />
rurali) e diffusa presenza di attività agricole e zootecniche<br />
anche semiestensive, unite a una specificità <strong>delle</strong> culture locali.<br />
In Toscana, invece, ancor oggi, in molte aree rurali, convivono il<br />
paesaggio rurale impreziosito da secoli di lavorazioni contadine e il<br />
permanere di insediamenti ad alta concentrazione abitativa (piccoli<br />
paesi o borghi rurali).<br />
Tutta la regione è testimonianza di un antico, faticoso lavoro<br />
che nel tempo ha cesellato il territorio, modellandolo nei secoli, per-<br />
17
18<br />
ARSIA<br />
meato dall’orgoglio <strong>delle</strong> proprie radici, che ha respinto negli anni<br />
tentazioni di saccheggi urbanistici. Questa armonia fatta di paesaggio,<br />
cultura, arte, lavoro, fa della Toscana un fenomeno unico che ha<br />
scelto il suo percorso di sviluppo nell’equilibrio tra conservazione<br />
di un patrimonio e sfide stimolanti: sviluppo compatibile, salvaguardia<br />
dell’ambiente, introduzione <strong>delle</strong> innovazioni nelle attività<br />
artigiane rurali tradizionali sono strumenti operativi fondamentali.<br />
Compito dell’ARSIA è di consolidare il suo ruolo di strumento<br />
tecnico della Regione attraverso la funzione di interfaccia tra mondo<br />
della produzione, soggetti del territorio rurale, del mondo scientifico,<br />
del consumo, del sistema regionale dei servizi di sviluppo<br />
agricolo. Il riferimento strategico dell’azione dell’Agenzia viene<br />
individuato nei principi ispiratori della politica di sviluppo rurale,<br />
nel cui ambito si chiede non solo di garantire – in sinergia con la<br />
Giunta Regionale e con i soggetti del territorio – un ruolo attivo<br />
nella sua attuazione, ma anche di individuare gli strumenti conoscitivi<br />
necessari alla rilevazione dei progetti in corso di attuazione<br />
e il confronto con esperienze fuori della regione, onde favorire l’apprendimento<br />
da parte di tutto il sistema e facilitare la messa a punto<br />
di metodologie innovative da introdurre nei cicli successivi di programmazione;<br />
in tal senso, può essere intesa l’iniziativa portata a<br />
compimento dallo SPI.<br />
Il ruolo dell’ARSIA per lo sviluppo rurale è importante per ciò<br />
che concerne la comunicazione <strong>delle</strong> opportunità, la divulgazione e<br />
la circolazione <strong>delle</strong> informazioni, la promozione di progetti-pilota.<br />
Per questo ha attivato progetti di sviluppo rurale quali “Donne e<br />
giovani nelle aree rurali toscane”, per organizzare una rete per la<br />
circolazione <strong>delle</strong> informazioni e per la cooperazione, rendendo<br />
possibile una comunicazione diretta tra attori locali, riducendo il<br />
senso d’isolamento che normalmente caratterizza le aree rurali.<br />
Le linee della strategia di sviluppo rurale della Regione Toscana<br />
partono dalla constatazione dell’emergere di uno specifico “modello<br />
toscano” di sviluppo agricolo e rurale, in grado di recuperare la<br />
tradizione e la cultura locale e di innestarla nei circuiti moderni di<br />
valorizzazione economica attraverso forme tecniche e organizzative<br />
appropriate. Tale modello è fortemente centrato sul concetto di<br />
“qualità della vita”, che interessa tanto i ceti urbani quanto quelli<br />
rurali attraverso il rafforzamento di un legame – peraltro mai completamente<br />
perduto – tra città e campagna; quale altro tema se non<br />
l’artigianato rurale si presta ad essere esemplificativo e “pilota” di<br />
un percorso di recupero e valorizzazione?
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong> sarchiatura del grano, primi anni del Novecento: nei momenti di maggiore<br />
necessità, era assai frequente lo scambio di manodopera tra le famiglie<br />
o il prendere “ad opra” avventizi stagionali A.V.<br />
Nel Piano di Sviluppo Rurale della Toscana, l’obiettivo generale<br />
“Sostegno alla qualità della vita in Toscana” è articolato in tre sottobiettivi:<br />
• sostegno al miglioramento della competitività aziendale, al reddito<br />
agricolo e alle produzioni di qualità;<br />
• sostegno al mantenimento e miglioramento della qualità<br />
ambientale e paesaggistica <strong>delle</strong> zone rurali;<br />
• sostegno alla fruizione <strong>delle</strong> opportunità offerte dalle zone rurali.<br />
Il punto nodale d’intervento per lo sviluppo rurale è sempre<br />
rivolto a favorire l’inserimento di nuovi soggetti e la loro capacità<br />
di fare “impresa”. I fattori che limitano o facilitano l’accesso alle<br />
opportunità sociali ed economiche, hanno importanza e, in qualche<br />
caso, segno diverso a seconda del contesto in cui essi si <strong>mani</strong>festano.<br />
In generale, in molti casi gli svantaggi legati alla ruralità interagiscono<br />
con gli svantaggi legati alla condizione femminile e/o giovanile;<br />
i risultati di questa interazione non sono però scontati: talvolta<br />
gli uni amplificano gli altri, talaltra al contrario la loro ricombinazione<br />
genera inattesi effetti positivi. Questi soggetti necessitano<br />
di strumenti in parte nuovi rispetto al passato: in particolare, la<br />
capacità di “fare impresa”, di comunicare con l’esterno, di svilup-<br />
19
20<br />
ARSIA<br />
pare nuove forme associative, di produrre innovazione basata sulla<br />
rielaborazione <strong>delle</strong> specificità locali.<br />
Lo SPI, con la sua iniziativa, ha dimostrato che molto potrebbe<br />
essere fatto, non solo per quel che riguarda lo “scovare” e rendere<br />
visibili al di là dell’ambito locale quelle attività artigiane ancora<br />
vive, ma minacciate di scomparsa, ma soprattutto per aver sottolineato<br />
quanto ancor oggi sia diffuso il “senso d’appartenenza” e di<br />
presenze artigiane in tanta parte <strong>delle</strong> nostre campagne. Infine, l’indagine<br />
dello SPI ha sottolineato un punto che, pur citato per ultimo,<br />
è quello a cui riteniamo forse di poter dare il maggior valore metodologico:<br />
gli “anziani”, pensionati con grande esperienza derivante<br />
da una vita di lavoro, potrebbero essere visti come “animatori” di<br />
progetti locali di sviluppo e attivatori e tutor di percorsi di recupero<br />
e valorizzazione di attività di artigianato rurale, che quindi potrebbero<br />
concretamente rappresentare una nuova opportunità di<br />
lavoro e d’impresa.
1.3 L’artigianato rurale a rischio<br />
di estinzione: la legge regionale n. 15/97<br />
Marco Minucci<br />
Dipartimento Sviluppo Economico, Regione Toscana<br />
Nell’ambito degli interventi rivolti alla promozione dello sviluppo<br />
rurale integrato, oltre agli ordinari strumenti rivolti ad<br />
aumentare l’efficienza e la competitività <strong>delle</strong> imprese, rivestono<br />
grande importanza anche azioni a carattere complementare orientate<br />
alla conoscenza, ed all’eventuale mantenimento sul territorio,<br />
di attività che hanno caratterizzato, o interessano ancora oggi, le<br />
diverse realtà locali toscane ricche di storia, cultura, paesaggio, tipicità<br />
e qualità dei prodotti.<br />
<strong>La</strong> legge regionale del 5 marzo 1997 n. 15 recante “Salvaguardia<br />
e valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali in via di cessazione” s’inquadra<br />
a pieno titolo in questa tipologia di azioni, il cui obiettivo è<br />
avviare azioni di sviluppo <strong>delle</strong> zone rurali, a partire dalla conoscenza<br />
e dalla valorizzazione <strong>delle</strong> risorse culturali e materiali locali.<br />
Le specifiche finalità di questa legge sono promuovere azioni per<br />
salvaguardare, ripristinare, valorizzare e divulgare i processi produttivi<br />
e le attività dell’agricoltura e del mondo rurale, di particolare<br />
interesse storico e culturale, che rischiano la cessazione o la<br />
scomparsa.<br />
Nella prima fase di operatività della normativa, la Regione ha<br />
provveduto a determinare criteri ed indirizzi tecnici uniformi per<br />
l’effettuazione del censimento e la catalogazione <strong>delle</strong> attività; tale<br />
competenza è assegnata dalla legge alle Province ed alle Comunità<br />
Montane competenti per territorio le quali, su segnalazione dei<br />
Comuni, devono censire le attività e trasmettere i dati relativi alla<br />
Giunta Regionale che ha il compito di approvarli.<br />
Per rendere omogenei i dati del censimento è stata inoltre predisposta<br />
una apposita modulistica per la rilevazione <strong>delle</strong> attività<br />
oggetto della normativa.<br />
<strong>La</strong> scheda questionario di rilevazione è organizzata in modo da<br />
fornire, oltre ai dati identificativi dell’azienda o dell’attività, una<br />
prima serie di elementi che caratterizzano la connessione dell’attività<br />
sul territorio, quale ad esempio la presenza storicamente accer-
22<br />
ARSIA<br />
Battitura del grano nella piana di Montevarchi (primi del Novecento), con utilizzo<br />
di contoterzisti: l’orgoglio del proprietario di una <strong>delle</strong> prime “macchine” A.V.<br />
tata nella zona dell’attività e l’eventuale collegamento di questa con<br />
altre attività rurali tipiche.<br />
Viene inoltre prevista una breve descrizione del ciclo produttivo,<br />
con l’individuazione di eventuali collegamenti con altre produzioni<br />
o materie prime prodotte nella zona, e/o la produzione di<br />
manufatti intermedi da parte dell’azienda che inneschino piccoli<br />
processi di “filiera”; importante, infine, la rilevazione degli elementi<br />
che possono determinare la cessazione dell’attività.<br />
Considerata l’estrema eterogeneità della materia, oltre all’oggettiva<br />
difficoltà di stabilire a priori gli elementi fondamentali per la<br />
definizione <strong>delle</strong> attività rurali, nella scheda è stata prevista una ultima<br />
sezione “aperta” che consente al tecnico del Comune di illustrare<br />
eventuali caratteristiche qualificanti dell’attività e le motivazioni<br />
che, evidenziando la relazione dell’attività stessa con l’ambiente e lo<br />
sviluppo rurale, permettano di valutare l’opportunità di censirla.<br />
Lo svolgimento della prima fase di rilevazione, pur mostrando<br />
una scarsa omogeneità dei dati prodotti sia sotto gli aspetti metodologici<br />
che geografici, ha fornito una serie di elementi interessanti<br />
sia per l’organizzazione dei dati del censimento che per la definizione<br />
di future azioni di divulgazione ed informazione.<br />
In particolare è emersa, in alcune realtà, la permanenza sia di
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Il barcaiolo traghetta sull’Arno merci e persone (1905-10) A.V.<br />
piccole attività agricolo-rurali retaggio degli antichi sistemi economici<br />
rurali (quali ad esempio la produzione di carbone vegetale, la<br />
produzione di utensileria da lavoro, la permanenza di particolari<br />
processi tradizionali di trasformazione dei prodotti agricoli), sia di<br />
iniziative peculiari della cultura contadina (ad esempio, la tradizione<br />
<strong>delle</strong> gare di poesia estemporanea o “Maggio”) o della loro naturale<br />
odierna evoluzione, in particolare attività didattiche rivolte alla<br />
divulgazione <strong>delle</strong> tradizioni rurali.<br />
L’elenco regionale, istituito con delibera di Giunta Regionale n.<br />
938 del 13 agosto 1998, è stato successivamente integrato con specifiche<br />
deliberazioni negli anni 1999, 2000 e 2001.<br />
Infatti, la normativa stabilisce che questo sia costantemente aggiornato<br />
con l’integrazione dei dati e degli elementi di volta in volta<br />
trasmessi da Province e Comunità Montane, sulla base <strong>delle</strong> segnalazioni<br />
dei Comuni e dei soggetti interessati.<br />
Concettualmente l’elenco è stato organizzato in tre sezioni:<br />
• la catalogazione e la relativa codifica dei processi produttivi,<br />
<strong>delle</strong> attività dell’agricoltura, <strong>delle</strong> attività dell’ambiente rurale<br />
rilevati sull’intero territorio regionale;<br />
• l’elenco analitico per Provincia con i dati identificativi <strong>delle</strong><br />
aziende censite in base alle codifiche della prima sezione;<br />
23
24<br />
ARSIA<br />
• il censimento <strong>delle</strong> strutture storiche (molini con macine in pietra,<br />
frantoi tradizionali, ferriere con magli azionati ad acqua ecc.).<br />
Ad oggi risultano censite 67 aziende – o soggetti singoli – che<br />
svolgono attività rientranti nelle categorie previste dalla legge, 12<br />
processi produttivi tradizionali, 6 attività dell’agricoltura, 10 attività<br />
tipiche dell’ambiente rurale oltre a 33 strutture produttive di<br />
interesse storico.<br />
Per avviare un processo di informazione e divulgazione circa le<br />
finalità ed i risultati della legge, funzionale anche ad affrontare le<br />
problematiche emerse nelle prime fasi del censimento – attribuibili<br />
in parte ad una insufficiente efficacia degli strumenti informativi<br />
impiegati e alla difficoltà da parte di molti Comuni di contattare i<br />
soggetti potenzialmente interessati – è stato successivamente definito<br />
uno specifico progetto informativo di livello regionale.<br />
L’ARSIA, soggetto incaricato della realizzazione del progetto<br />
stesso, ha provveduto alla predisposizione di materiale divulgativo<br />
cartaceo, distribuito su tutto il territorio regionale, riportante le<br />
informazioni principali sulla legge regionale n. 15/97 e sulle modalità<br />
di censimento e catalogazione <strong>delle</strong> attività.<br />
Quale canale di comunicazione per le informazioni sulla legge e<br />
sulle diverse realtà rurali della Toscana, è stato inoltre predisposto<br />
un apposito servizio, veicolato tramite il sito Internet dell’ARSIA<br />
(www.arsia.toscana.it) collegato e visibile al sito della Regione Toscana<br />
(www.regione.toscana.it).<br />
Le pagine relative sono articolate in una prima parte di informazione<br />
generale sulla legge, riportante il testo integrale, i criteri e<br />
gli indirizzi tecnici dettati dalla Regione, le finalità e le procedure<br />
attuative. <strong>La</strong> messa a disposizione <strong>delle</strong> informazioni del censimento<br />
permette una diretta ed immediata correlazione con i numerosi<br />
servizi già disponibili sui siti della Regione Toscana e dell’ARSIA,<br />
al fine di promuovere la conoscenza dei territori rurali della<br />
Toscana nel loro complesso.<br />
Il servizio si propone inoltre quale importante strumento di<br />
supporto didattico-divulgativo per lo studio <strong>delle</strong> attività connesse<br />
al mondo rurale. Le pagine, organizzate per aree territoriali e tematiche,<br />
permettono la consultazione degli elenchi aggiornati del censimento<br />
in modo da fornire informazioni sulle attività, i processi e<br />
le strutture rilevate. Per ogni azienda, o soggetto singolo, vengono<br />
quindi riportati indirizzo, riferimenti geografici ed eventuali notizie<br />
aggiuntive o documentazione fotografica.
1.4 Molte Toscane, molte ruralità.<br />
Agricoltura e territorio nel contesto<br />
socioeconomico della regione<br />
Roberto Pagni, IRPET<br />
L’apporto conoscitivo di un economista al tema degli antichi<br />
mestieri in Toscana può essere per molti versi ambiguo. Egli deve<br />
resistere contemporaneamente a due tentazioni contrapposte, a due<br />
possibili estremizzazioni. <strong>La</strong> prima è quella di sottolineare il valore<br />
anche economico di questi mestieri, in qualche modo sublimandone<br />
la funzione sociale, intravedendo un ruolo superiore rispetto ad<br />
altre attività. <strong>La</strong> seconda è quella di riportare l’analisi su un piano<br />
strettamente quantitativo freddando gli animi di chi vuole assegnare<br />
agli antichi mestieri una prospettiva occupazionale sostitutiva,<br />
per certi versi, di altri posti di lavoro nei settori <strong>mani</strong>fatturieri o terziari<br />
attualmente prevalenti.<br />
Cercheremo, per quanto possibile, di uscire da questa ambiguità<br />
collocando l’argomento in un contesto analitico piuttosto vasto, in<br />
cui gli aspetti più strettamente economici si intrecciano a quelli<br />
sociali e culturali. È di aiuto in questo senso l’ampiezza dell’oggetto<br />
di analisi assegnatoci che ha come elemento di aggregazione l’aggettivo<br />
“rurale”, che di per sé contiene riferimenti a più settori produttivi,<br />
intimamente connessi al territorio ed alle regole di vita in<br />
esso presenti.<br />
In particolare, ci riuscirebbe difficile non trattare in modo congiunto<br />
due fenomeni strettamente connessi come l’artigianato rurale<br />
(quale sovrainsieme degli antichi mestieri) e l’agricoltura. In<br />
primo luogo perché hanno una comune origine nella famiglia contadina<br />
dei secoli passati che era organizzata prevalentemente per<br />
l’autoconsumo, per cui produceva quasi tutto quello che necessitava<br />
per i propri bisogni, compresi anche i manufatti per il lavoro, ed<br />
effettuava autonomamente le trasformazioni <strong>delle</strong> materie prime in<br />
prodotti finiti, alimentari e non.<br />
Una seconda ragione, più rilevante ai fini della nostra analisi, è<br />
che in Toscana si assiste attualmente ad una rivalutazione <strong>delle</strong> attività<br />
rurali (intrinsecamente agricole e artigianali), che hanno resi-
26<br />
ARSIA<br />
Cartina 1 - Tipologie di SEL rurali in Toscana Fonte: Bacci (2002), p. 208<br />
stito nei decenni scorsi al richiamo dell’emulazione del sistema produttivo<br />
“moderno” e si trovano ad avere un vantaggio competitivo<br />
nell’attuale modo di produrre che viene frequentemente etichettato<br />
come post-fordista. Un insieme di professioni e di produzioni che<br />
un tempo era sintomo di decadenza e di prossima estinzione, mentre<br />
adesso viene associata alla non-omologazione o addirittura al<br />
“patrimonio dell’arretratezza” 1 . È accaduto che in molti ambienti<br />
rurali la presenza di meccanismi locali di autoregolazione, l’abitudine<br />
a relazioni economiche di tipo informale e una più elevata flessibilità<br />
del lavoro hanno complessivamente contribuito ad una<br />
maggiore capacità di superamento del periodo fordista, caratterizzato<br />
da un’economia più strutturata e regolata.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
È opportuno iniziare a contestualizzare nelle varie parti della<br />
Toscana le considerazioni generali appena introdotte. Ci viene in<br />
aiuto una recente ricerca dell’IRPET condotta da Lorenzo Bacci 2 , che<br />
ha classificato i Sistemi economici locali (SEL) toscani in 6 gruppi sulla<br />
base del grado di diffusione territoriale dell’agricoltura e del rapporto<br />
con gli altri settori.<br />
I SEL classificati come “agricoli-rurali” sono pochi, anche se<br />
coprono una discreta superficie territoriale. In particolare ne fanno<br />
parte quelli <strong>delle</strong> colline centrali della Toscana, mentre altri di tipo<br />
montano (Amiata, Lunigiana, Garfagnana) rientrano in una classe<br />
specifica “rurali marginali”, in quanto la consistenza dell’agricoltura<br />
è accompagnata ad alcune dinamiche rivelatrici di difficoltà non<br />
solo economiche (disoccupazione, spopolamento, invecchiamento<br />
demografico).<br />
Nei SEL con una maggiore concentrazione di centri urbani sono<br />
state individuate tre classi. <strong>La</strong> prima è quella dei sistemi locali collocati<br />
prevalemente lungo la valle dell’Arno in cui l’agricoltura non<br />
incide sull’organizzazione economica se non limitatamente ad alcune<br />
microaree. <strong>La</strong> seconda classe comprende i SEL “rurali residenziali”,<br />
dove l’agricoltura ha mantenuto il proprio ruolo di ordinamento<br />
del territorio e che si trovano a distanza non elevata da grandi<br />
città (Firenze, Arezzo, Siena) con le quali intrattengono forti relazioni<br />
attraverso i movimenti pendolari. Una posizione intermedia è<br />
costituita dai SEL con “presenza agricola”, dove esistono anche specializzazioni<br />
nel settore primario (vivaismo, orticoltura) che<br />
comunque non caratterizzano la dinamica occupazionale in modo<br />
rilevante.<br />
Un’ultima categoria è quella dei SEL “turistico-rurali”, in cui i<br />
flussi turistici sono legati prevalentemente al paesaggio ed ai prodotti<br />
tipici e vedono le aziende agricole come gestori-produttori <strong>delle</strong><br />
risorse endogene e come strutture ricettive di una parte dei turisti.<br />
L’utilizzo dei sistemi economici locali quali unità di osservazione<br />
introduce alcune semplificazioni nella descrizione della distribuzione<br />
territoriale del rapporto tra attività rurali e la comunità di cui<br />
fanno parte. Riteniamo tuttavia che la classificazione adottata rispecchi<br />
bene la varietà <strong>delle</strong> “Toscane rurali”. È ovvio che spesso vi siano<br />
all’interno dei SEL specifiche situazioni microterritoriali “più rurali”<br />
nonostante la preponderanza di altri tipi di relazioni socioeconomiche<br />
nel resto del territorio. Così come aree rurali-residenziali o turistico-rurali<br />
si possono ritrovare sempre più frequentemente all’interno<br />
di zone minoritarie di SEL che non rientrano in quelle tipologie.<br />
27
28<br />
ARSIA<br />
Cartina 2 - Incidenza <strong>delle</strong> unità di lavoro del settore primario e dell’agroindustria<br />
nei SEL della Toscana Fonte: elaborazioni su dati IRPET, contabilità sub-regionale<br />
Un altro modo per rappresentare la variabilità interna alla Toscana<br />
è quello di utilizzare un indicatore elementare di incidenza<br />
<strong>delle</strong> unità di lavoro nel settore primario e nell’industria alimentare<br />
sul totale di lavoro complessivamente svolto in ogni SEL.<br />
Il risultato è un po’ diverso dalla classificazione precedente per<br />
due ordini di motivi. Il primo risiede nel fatto che è stato considerato<br />
anche il settore della trasformazione di prodotti agro-alimentari<br />
(es. cooperative vinicole, oleifici ecc.) oltre a quello primario; il<br />
secondo consiste nel ruolo da protagonista assegnato al fattore<br />
lavoro, anziché alla produzione di reddito. <strong>La</strong>voro inteso in senso<br />
ampio, anche quello prestato da chi non è occupato professional-
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
mente, ma si occupa di agricoltura ed altre attività connesse nel<br />
tempo libero (pensionati, secondolavoristi ecc.).<br />
Emerge così più chiaramente la situazione dei sistemi locali<br />
urbani, quelli non agricoli per antonomasia, dove il peso del nucleo<br />
centrale del lavoro “rurale” è quasi sempre al di sotto del 3%. Vi è<br />
poi un gruppo di SEL intorno alla media regionale (4,6%) e che si<br />
colloca nella Toscana Centro-Settentrionale. Discreta è la quota dei<br />
sistemi locali dove la presenza di unità di lavoro agricolo non è più<br />
trascurabile, tra il 6 e il 10%, con buona diffusione nelle varie parti<br />
della Toscana. Ma il dato che ci preme di più sottolineare è che esistono<br />
vari SEL in cui viene superata la soglia del 10%, fino ad un<br />
massimo del 22,5% <strong>delle</strong> Colline dell’Albegna (Grosseto): essi sono<br />
inseriti nella Toscana meridionale, con l’eccezione della Lunigiana.<br />
Ovviamente anche questa seconda classificazione dei SEL risente<br />
della semplificazione territoriale dovuta alla scelta dell’unità di<br />
osservazione. Ma c’è un altro aspetto che questa classificazione non<br />
può cogliere e che invece è rilevante: il ruolo di traino che l’agricoltura<br />
e l’industria alimentare possono avere anche su altri settori. È<br />
sufficiente pensare alle attività commerciali, artigianali e di servizio<br />
alle imprese che ruotano intorno ai prodotti agro-alimentari e che<br />
fanno parte integrante del mondo rurale. Non a caso in molte ricerche<br />
si preferisce adottare un’ottica di filiera o di sistema produttivo<br />
localizzato anziché di settore. L’agricoltura è stata la branca che,<br />
prima ancora dell’industria <strong>mani</strong>fatturiera, si è aperta agli altri settori<br />
segmentando i cicli produttivi, pur conservando un ruolo<br />
molto attivo (anche se spesso subordinato ad altri) nelle dinamiche<br />
economiche, sociali ed ambientali.<br />
I limiti <strong>delle</strong> elaborazioni sopra esposte sono talvolta superati dall’analisi<br />
<strong>delle</strong> “percezioni” di un territorio da parte dei residenti e dei<br />
visitatori. Ad esempio in un’altra ricerca dell’IRPET 3 relativamente<br />
alla percezione dell’immagine della Toscana all’estero è risultato un<br />
quadro che potrebbe essere sinteticamente descritto come un paesaggio<br />
rurale, in cui si intravedono i prodotti alimentari tipici, che fa<br />
da sfondo ai centri artistici-culturali. Le attività rurali contribuiscono<br />
perciò alla formazione di un’immagine della Toscana che ha una<br />
diretta ripercussione sul modo di produrre e di vivere nella regione.<br />
Per chiarire meglio il concetto ricorriamo ad un classico esempio.<br />
Le stime di contabilità economica sub-regionale dell’IRPET ci<br />
dicono che l’economia del Chianti (senese e fiorentino) ha soltanto<br />
una piccola parte <strong>delle</strong> unità di lavoro impegnate nell’agricoltura e<br />
29
30<br />
ARSIA<br />
Mercato di sedani del Valdarno a Montevarchi (1906-07): un luogo assai<br />
frequentato fino agli anni sessanta da “mediatori” e “sensali”, soprattutto<br />
per il commercio del bestiame A.V.<br />
nell’industria alimentare, circa l’11%. Questo significa che la struttura<br />
occupazionale è essenzialmente legata all’attività industriale e<br />
terziaria. Tale valutazione fa perdere però di vista altri aspetti strutturali<br />
che fanno parte dell’immaginario collettivo del Chianti e che<br />
sono alla base della sua identificazione come area rurale: il paesaggio,<br />
la distribuzione degli insediamenti residenziali e produttivi, la<br />
gestione del territorio; ma anche elementi più immateriali: la cultura,<br />
le tradizioni locali, l’organizzazione della vita quotidiana.<br />
Includendo anche questi aspetti si ha la percezione del Chianti,<br />
come di molte altre aree rurali della Toscana, in cui l’agricoltura e<br />
l’artigianato rurale hanno una funzione fondamentale caratterizzante<br />
l’ordinamento del territorio e per molti versi anche la qualità<br />
della vita. Una funzione sociale che i dati sull’occupazione e sul<br />
reddito non riescono a trasmettere completamente.<br />
Ritornando perciò al tema degli antichi mestieri ci sentiamo di<br />
concludere che dal punto di vista economico non ha grande senso<br />
chiederci quanto “pesano” in termini di reddito e di occupazione,<br />
ma se sono coerenti con il sistema produttivo regionale ed in particolare<br />
con il suo patrimonio di competenze; se possono integrarsi<br />
con altre attività, in particolare quelle turistiche. Le risposte sono a<br />
nostro parere positive.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Colline tra il Chianti e il Valdarno aretino (1930-32): piccoli allevamenti<br />
di pecore e maiali (anche la cinta senese), di integrazione all’economia centrata<br />
su vite, olivo e bosco A.V.<br />
Spesso si è alla ricerca di “motori di sviluppo endogeno”, più o<br />
meno piccoli a seconda del territorio al quale sono destinati. Non ci<br />
si rende conto che anche lo sviluppo di piccoli optional dei motori<br />
esistenti possono avere un significato economico anche più importante.<br />
Perché arricchiscono la varietà <strong>delle</strong> professioni che vengono<br />
svolte contribuendo al consolidamento dell’immagine della<br />
Toscana che ha una diretta ripercussione sulla sua proiezione nei<br />
mercati turistici e dei prodotti di qualità. Perché preoccuparsi anche<br />
degli aspetti culturali e <strong>delle</strong> tradizioni legate ad un sistema produttivo<br />
significa dare valore alla sua sostenibilità, al mantenimento<br />
dell’identità storica e <strong>delle</strong> tradizioni che sono i punti di riferimento<br />
per la regolazione <strong>delle</strong> relazioni sociali.<br />
Note<br />
1 Si veda in proposito il testo di E. BASILE, C. CECCHI, <strong>La</strong> trasformazione postindustriale<br />
della campagna. Dall’agricoltura ai sistemi locali rurali, Rosenberg &<br />
Sellier, 2001.<br />
2 L. BACCI, Sistemi locali in Toscana. Modelli e percorsi territoriali dello sviluppo<br />
regionale, IRPET, Franco Angeli, 2002.<br />
3 IRPET, Dall’immagine della Toscana all’analisi degli investimenti esteri, a cura di<br />
Alessandro Cavalieri e Andrea Manuelli, 2001.<br />
31
1.5 Perché insistere sul lavoro<br />
Fedele Ruggeri<br />
Dipartimento di Scienze sociali, Università di Pisa<br />
In una situazione sociale come quella dei paesi occidentali economicamente<br />
ricchi ci si deve chiedere se ha senso, e perché, e<br />
come, continuare a portare l’attenzione sul lavorare. <strong>La</strong> perplessità<br />
deriva dal fatto che in questi paesi l’ammontare di tempo che<br />
mediamente viene così impiegato tende a diminuire in misura<br />
significativa, mentre diventa sempre più consistente ed impegnativo<br />
l’ampiezza ed i contenuti di ciò che si indica con l’espressione<br />
tempo libero.<br />
Un simile scarto ed un analogo interrogativo si precisano se si<br />
volge l’attenzione a quelli che si chiamano gli “antichi mestieri”. È<br />
evidente, infatti, l’effetto di interesse e di provocazione intellettuale<br />
che deriva dal prendere in considerazione i loro vari aspetti e modalità,<br />
i contenuti conoscitivi di ciò che con essi si riusciva a fare; tuttavia,<br />
è altrettanto fondata la convinzione che si tratti di cose del<br />
passato, del tutto inattuali, convinzione che si forma nel nostro<br />
modo di pensarli e vederli: quasi fosse una curiosità che si chiude su<br />
se stessa una volta che si è finito di visitare il museo di turno.<br />
È innegabile, però, che la quantità di tempo-lavoro non è la stessa<br />
per tutti. Analogamente innegabile è che il tempo liberato dalla<br />
necessità di lavorare abbia significati sociali diversi: per qualcuno,<br />
infatti, è possibilità di ulteriori interessi ed eventualmente riposo,<br />
mentre per altri è mancanza di ruolo sociale e difficoltà o impossibilità<br />
a realizzarsi. <strong>La</strong> situazione si complica se si guarda a come si<br />
distribuisce il lavoro e il tempo liberato fra realtà economico-sociali<br />
diverse, cosicché in alcune di esse non avere del lavoro da fare è<br />
ancora o diviene una dannazione materiale. <strong>La</strong> conseguenza è, allora,<br />
che il riferimento al lavoro continua ad essere, in qualche modo,<br />
essenziale per capire quale società, quali equilibri al suo interno e<br />
quale possibilità di affermarsi per il suo insieme e per ciascuno dei<br />
singoli componenti. Si è detto in qualche modo, perché è verosimile<br />
che i cambiamenti intervenuti pongono la necessità di verificare
34<br />
ARSIA<br />
il modo di ragionare che si usa proprio per non incorrere in fraintendimenti<br />
e confusioni.<br />
Una sorte simile ha il riferimento agli “antichi mestieri”, riferimento<br />
che, peraltro, è utile proprio perché collegato al lavorare e<br />
quindi diventa una modalità opportuna per approfondire quanto<br />
sopra richiamato. Per un verso, infatti, ci troviamo certamente di<br />
fronte a esperienze di saper fare la cui presenza si assottiglia fino a<br />
scomparire e, spesso, per riconoscerle occorre conservarne le tracce<br />
nei musei e negli archivi. Per un altro verso la loro scomparsa non<br />
è senza conseguenze o senza problemi, pur tenendo fermo che non<br />
si tratta di negare gli eventuali miglioramenti in termini di minore<br />
fatica o di maggiore efficacia; miglioramenti che, comunque, sono<br />
collegati allo sviluppo del saper fare.<br />
Le trasformazioni che si sono registrate e che si continuano a<br />
registrare sono certamente enormi.<br />
È sufficiente pensare a quanto si è verificato nelle attività tradizionalmente<br />
utili come quella della lavorazione della terra o quelle<br />
<strong>delle</strong> varie forme di tessitura o le attività artigianali della lavorazione<br />
del legno, dei metalli e dell’edilizia. È già rilevante il fatto che<br />
si tratti, in alcuni casi, di processi cominciati molto indietro nel<br />
tempo e, in altri, iniziati molto più tardi ed ancora in corso.<br />
Il caso della lavorazione della terra è esemplare a riprova della<br />
profondità <strong>delle</strong> trasformazioni. Innanzi tutto si tratta di un tipo di<br />
attività con un contenuto tecnico di conoscenze particolarmente<br />
ricco e in condizione di svilupparsi in funzione della varietà dei<br />
problemi da affrontare; quindi, più che un mestiere un’intera famiglia<br />
di conoscenze e di abilità, in una situazione di costante verifica<br />
e crescita. Inoltre una attività che, proprio per l’arricchimento<br />
richiamato, sperimenta un processo continuo di suddivisione e<br />
separazione di componenti inizialmente unite le quali vengono<br />
acquisendo, perciò, uno statuto specifico (il caso del potare e quello<br />
dell’innestare) fino alle moderne specializzazioni legate all’uso<br />
di mezzi di lavoro più sofisticati ed automatizzati ed al carattere<br />
intensivo <strong>delle</strong> colture.<br />
In corrispondenza di quest’ultimo caso si verifica con chiarezza<br />
anche una trasformazione di tipo sociale che si intreccia, appunto,<br />
o provoca quelle di carattere tecnico. Ci si riferisce al fatto che l’attività<br />
del contadino si trasforma da originale impegno per la propria<br />
sussistenza in attività prestata ad altro soggetto su una terra<br />
non più di propria proprietà e secondo regole ed operatività che ora
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong>boratorio artigiano per la concia <strong>delle</strong> pelli, a Montevarchi, inizi del Novecento<br />
sono indicate dal proprietario o dal suo fiduciario.<br />
Apparentemente questa modifica della ragione giuridica dell’attività<br />
che si viene svolgendo non dovrebbe avere conseguenze<br />
sulla natura e caratteristiche del lavoro da realizzare; in effetti, invece,<br />
a condizioni date essa rappresenta un’occasione importante e<br />
uno strumento potente per accelerare lo sviluppo <strong>delle</strong> conoscenze<br />
e la segmentazione <strong>delle</strong> attività lavorative, portando alle colture<br />
intensive, all’uso di tecnologie adeguate e al bracciantato agricolo.<br />
Tutto ciò, pur indicato in forma particolarmente sintetica, ci dice<br />
della quantità e della complessità <strong>delle</strong> trasformazioni che interessano<br />
l’attività lavorativa e della possibilità di ricostruire nella filigrana<br />
di tali trasformazioni il segno dell’azione di processi diversi.<br />
Questi hanno a che fare, appunto, con le condizioni materiali con<br />
cui tale attività si viene svolgendo, con l’insieme <strong>delle</strong> conoscenze e<br />
degli strumenti/tecnologie che si vengono utilizzando e con il sistema<br />
di ragione sociale (dalla proprietà ai vari contratti di lavoro) che<br />
ne governa socialmente la realizzazione.<br />
Ciò detto in generale, va anche considerato che un effetto particolare<br />
del trasformarsi degli antichi mestieri è proprio quello dell’abbandonare<br />
conoscenze valide e consolidate a vantaggio dell’u-<br />
35<br />
A.V.
36<br />
ARSIA<br />
tilizzo di conoscenze nuove della cui natura e significato chi le utilizza<br />
non è più padrone (si pensi, restando sempre al lavoro dei<br />
campi, alle vere e proprie sofisticazioni conoscitive connesse all’uso<br />
di semi, diserbanti, concimazioni e trattamenti sanitari di cui gli<br />
operatori non sanno nulla se non la necessità di attenersi ai comportamenti<br />
prescritti). Si apre qui un aspetto interessante che è dato<br />
dal significato che ha la perdita <strong>delle</strong> conoscenze precedenti.<br />
L’affermarsi di una modalità colturale nuova e più efficace rappresenta<br />
un allontanamento da un saper fare preesistente, relativamente<br />
diffuso ed accessibile, l’acquisizione di una specializzazione<br />
conoscitiva molto forte ma concentrata e una relativa incapacità di<br />
riutilizzare le conoscenze precedenti dal momento che, per quanto<br />
valide, non sono di immediata utilità perché ormai in disuso: è<br />
come non saper più fare di conto perché la contabilità è tenuta dalle<br />
macchine. <strong>La</strong> conseguenza è che non si ha più la disponibilità <strong>delle</strong><br />
precedenti concettualizzazioni proprio quando queste potrebbero<br />
tornare utili; esiti che ne derivano sono l’impossibilità di avere<br />
determinati prodotti, il deterioramento <strong>delle</strong> capacità proprie dei<br />
soggetti e, infine, la dipendenza di questi dalle scelte di altri.<br />
Si deve dire, allora, che ragionare sugli “antichi mestieri” sarebbe<br />
una occasione di grande rilievo per cogliere le tracce dei vari<br />
processi che si sono richiamati (a. lo sviluppo <strong>delle</strong> abilità e <strong>delle</strong> conoscenze,<br />
b. il rilievo di queste in termini di autodeterminazione, c.<br />
il trasformarsi dei rapporti sociali di produzione, d. l’intreccio fra<br />
questi e lo sviluppo di conoscenze e strumenti) ed il riflesso di tutto<br />
ciò nella definizione formale dell’organizzazione sociale.<br />
Si può ritornare, allora, alle domande da cui si è partiti, quelle cioè<br />
relative al ruolo dei riferimenti al lavoro e agli “antichi mestieri”.<br />
Esprimendosi in negativo, c’è da dire, innanzi tutto, che se si<br />
vuole ragionare ed indagare sul funzionamento della società con<br />
riguardo alla produzione di ciò che è in qualche modo necessario<br />
difficilmente si potrà prescindere dalla considerazione di quelle<br />
attività che lo rendono possibile e disponibile, attività che appunto<br />
possiamo chiamare lavoro. Può ben darsi che mutino i caratteri che<br />
sono comuni a tali attività, non per questo però per capire i processi<br />
in atto si può fare a meno del riferimento al lavoro.<br />
Inoltre, c’è da dire che considerare e studiare gli “antichi mestieri”<br />
può essere come avere a disposizione il codice evolutivo, di<br />
regolazione, <strong>delle</strong> trasformazioni intervenute ed in atto; a patto,<br />
però, di adottare gli strumenti di analisi adeguati in modo da
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong>voro di gruppo <strong>delle</strong> lavandaie ai lavatoi di Montevarchi, primi del Novecento<br />
cogliere dinamiche e tensioni relative ai contenuti sociali e conoscitivi<br />
di cui erano intessuti. Così, non può essere soltanto descrittivismo<br />
museale; deve potersi articolare una sorta di archeologia (studio<br />
<strong>delle</strong> forme antiche) della società e <strong>delle</strong> modalità della conoscenza,<br />
come qui si è cercato di delineare rapidamente.<br />
Infine, c’è da dire che proprio la pluralità <strong>delle</strong> attività di cui si<br />
è proposto di passaggio il collegamento al lavoro ed il confronto fra<br />
esse e quanto accadeva negli “antichi mestieri” ci mette nella condizione,<br />
probabilmente, di capire meglio i legami di coerenza e<br />
compatibilità fra i vari elementi e modalità con cui le società si vengono<br />
strutturando e collegando nella modernità.<br />
37<br />
A.V.
1.6 <strong>Antichi</strong> mestieri e <strong>memoria</strong> storica<br />
del territorio rurale<br />
<strong>La</strong>ura Cassi<br />
Dipartimento di Studi storici e geografici, Università di Firenze<br />
Il tema degli antichi mestieri del mondo rurale non è nuovo<br />
nella letteratura. Da una ventina d’anni a questa parte numerose<br />
pubblicazioni l’affrontano, soprattutto in riferimento a determinati<br />
tratti del territorio toscano, quale prodotto della generale atmosfera<br />
di rinnovato apprezzamento per tutto ciò che riguarda la tradizione,<br />
le specificità locali e i beni culturali in genere. <strong>La</strong> legge regionale<br />
sulla “Salvaguardia e valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali in via<br />
di estinzione”, emanata nel 1997, ha ulteriormente contribuito ad<br />
ampliare l’interesse per questa materia.<br />
Il definitivo tramonto dell’economia tradizionale e la diffusione<br />
dei marcati processi di omologazione che hanno profondamente<br />
improntato la vita sociale ed economica <strong>delle</strong> popolazioni <strong>delle</strong><br />
nostre contrade, giungendo praticamente ad imporre un unico<br />
modello di vita, sono all’origine del rifiorire dell’attenzione nei confronti<br />
della dimensione locale. Tale interesse, che per certi versi ha<br />
assunto le sembianze di una vera e propria forma di reazione a stili<br />
e modelli eccessivamente appiattiti, comporta un’accresciuta consapevolezza<br />
dei valori e dei significati del mondo rurale.<br />
Oggi la specificità costituisce una categoria di per se stessa meritevole<br />
di apprezzamento e la convinzione dell’opportunità di proteggere<br />
la diversità socioeconomica, così come quella ecologica e<br />
ambientale, è ampiamente condivisa.<br />
Anche lo sviluppo rurale, che recentemente ha svolto un ruolo<br />
di rilievo nel dibattito politico ed economico della Comunità Europea,<br />
è stato oggetto nell’ultimo decennio di una profonda revisione<br />
quanto ai modelli da perseguire. <strong>La</strong> crisi di quelli fondati sull’aumento<br />
<strong>delle</strong> quantità <strong>delle</strong> produzioni ha suggerito tipologie<br />
nuove. In particolare va menzionata la proposta di una agricoltura<br />
improntata su una efficace valorizzazione <strong>delle</strong> risorse endogene<br />
mirata a un modello di sviluppo interno e flessibile volto a mettere<br />
in evidenza le diversità dei vari ambienti dal punto di vista sociale
40<br />
ARSIA<br />
ed economico. Di conseguenza i processi di sviluppo in ambito<br />
locale possono e debbono far leva, oltre che sulla ristrutturazione e<br />
sull’ammodernamento dell’agricoltura in senso stretto, sui settori<br />
agroambientale, agrinaturalistico, agroartigianale, a seconda <strong>delle</strong><br />
varie tipologie e caratteristiche <strong>delle</strong> risorse endogene.<br />
In questo contesto, il significato e il valore della cultura locale –<br />
con particolare riferimento a quella rurale – sono stati oggetto di una<br />
vera e propria riscoperta, come dimostrano le ripetute iniziative<br />
degli enti locali finalizzate al recupero della <strong>memoria</strong> storica del territorio.<br />
Quest’ultima infatti si colloca alla base della cultura locale,<br />
che a sua volta forma una componente di rilievo nei processi di sviluppo<br />
improntati a criteri di sostenibilità. Tale convincimento viene<br />
esplicitamente dichiarato nel brano “Ruralità cultura e sviluppo in<br />
Toscana”, che funge da introduzione alla sezione “Cultura” del sito<br />
Internet “<strong>Antichi</strong> mestieri” (www/arsia.toscana.it/antichi mestieri),<br />
predisposto dall’ARSIA per pubblicizzare la legge suddetta.<br />
Tanta generalizzata sensibilità nei confronti dei valori identitari<br />
e della <strong>memoria</strong> storica del territorio, suscitata, come si è detto, dalla<br />
reazione ai marcati processi di uniformizzazione del mondo moderno,<br />
non riveste dunque funzioni esclusivamente culturali, perché<br />
l’economia e la cultura, pur costituendo categorie diverse, ben si<br />
prestano ad essere coniugate in un’ottica moderna di sviluppo. È da<br />
circa vent’anni che nel dibattito sullo sviluppo si è fatta strada la<br />
convinzione della necessità di considerare anche la dimensione culturale<br />
oltre alle variabili socioeconomiche. Di recente tale opportunità<br />
è stata sottolineata anche da G. Becattini affermando che la cultura<br />
non deve essere considerata una gradevole guarnizione, ma<br />
una componente a pieno titolo dei processi di sviluppo. Tutto questo<br />
certo in una “accezione del termine cultura non banale, in cui le<br />
<strong>mani</strong>festazioni più alte... si compongono col saper fare dell’artigiano...<br />
[in cui] il flusso di godimenti prodotto per l’u<strong>mani</strong>tà dalle<br />
nostre strutture museali, intese in senso lato, si sposa con le ghiottonerie<br />
della cucina toscana...” e nella convinzione della necessità di<br />
comporre le “forze endogene di sviluppo, sprigionate cioè da meccanismi<br />
interni al sistema cittadino, con forze esogene, radicate, cioè,<br />
fuori dalla città”.<br />
Uno sviluppo che preveda la sostenibilità come condizione qualificante<br />
non dovrà dunque prescindere dalle caratteristiche culturali<br />
del milieu. Preme pertanto ribadire che qualunque iniziativa mirata<br />
allo sviluppo rurale, si tratti di leggi per il sostegno alle attività e<br />
mestieri in via di estinzione o di altri interventi, può accrescere la pro-
Muli, asini, cavalli<br />
sono gli animali di<br />
vetturini e boscaioli<br />
ancora fino agli anni<br />
cinquanta-sessanta<br />
A.C.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
pria efficacia se riuscirà a integrare categorie diverse quali l’economia<br />
territoriale, l’ambiente e il paesaggio, componendo in una unità organica<br />
elementi a prima vista eterogenei come quelli in questione.<br />
Nella convinzione dell’importanza di conservare la <strong>memoria</strong><br />
storica del territorio a fronte dei mutamenti impressi dall’economia,<br />
un ruolo primario va riservato alle operazioni volte alla tutela<br />
e alla valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali a minaccia di estinzione,<br />
quei ’mestieri dimenticati’ in seguito alla moderna evoluzione <strong>delle</strong><br />
attività economiche che ha comportato, oltre alla evanescenza dei<br />
tratti caratteristici del mondo agricolo, la contrazione e l’impoverimento<br />
di un bagaglio di conoscenze ricco e variegato nel quale<br />
affondano le radici stesse della nostra cultura e identità.<br />
<strong>La</strong> promozione <strong>delle</strong> suddette iniziative, senza voler costituire<br />
un elogio o un rimpianto del tempo che fu – il reale miglioramento<br />
<strong>delle</strong> condizioni di vita non lascia spazio a dubbi – vuole offrire elementi<br />
per una presa di coscienza soprattutto da parte di chi, come<br />
i giovani, vive totalmente immerso in un mondo urbano e globaliz-<br />
41
42<br />
ARSIA<br />
zato, ormai del tutto estraneo all’esperienza connessa al lavoro<br />
sapiente e tenace di chi, ad esempio, costruiva terrazzamenti – un<br />
tempo elemento caratteristico del paesaggio rurale toscano – filava<br />
in casa tessuti, costruiva le ruote dei carri, modellava attrezzi <strong>delle</strong><br />
più varie specie, servendosi per lo più di materiali forniti dall’ambiente<br />
locale, trasformandoli in utensili e oggetti utili e belli al<br />
tempo stesso.<br />
Gli obiettivi della legge regionale vanno chiaramente al di là di<br />
un’operazione esclusivamente culturale, come recita il richiamo<br />
alla valorizzazione contenuto nell’intitolazione.<br />
Le iniziative legate al censimento dei mestieri rurali a rischio di<br />
scomparsa sono frutto infatti della convinzione che esse possono dar<br />
luogo a moderne opportunità d’impresa, come chiaramente esplicitato<br />
dall’ARSIA nell’illustrazione del Progetto presente nel sito.<br />
Tanto per citare un caso, il nuovo artigianato e il recupero <strong>delle</strong><br />
pratiche tradizionali di particolare interesse storico, etnografico e<br />
culturale possono far parte di quel bagaglio di attrattive locali che<br />
contribuiscono allo sviluppo turistico, così come le produzioni tipiche<br />
del settore agroalimentare.<br />
È evidente che gran parte <strong>delle</strong> chiavi di analisi della ruralità<br />
come occasione d’impresa ovviamente resta legata all’agricoltura,<br />
ma le sinergie sempre più strette fra spazio rurale e tempo libero<br />
richiamano con immediatezza le potenzialità del turismo e dell’escursionismo.<br />
Basti pensare, per dirne una, agli spostamenti di piccolo<br />
e medio raggio del fine settimana, cioè a quelle ‘prese d’aria’,<br />
anche per motivi di salute oltre che di svago di cui ha bisogno chi<br />
vive nei grandi agglomerati urbani.<br />
Oggi il turismo è un’attività economica fondamentale, con peso<br />
sempre maggiore nel prodotto interno lordo. <strong>La</strong> sua crescita procede<br />
anche al di là di fasi congiunturali deboli: la maggiore disponibilità<br />
di reddito da destinare al tempo libero, l’aumento stesso di<br />
quest’ultimo, l’emergere di nuove forme di turismo come quello<br />
rurale (the green sells) e culturale, i cambiamenti di mentalità e di<br />
stili di vita, attribuiscono alla vacanza e al tempo libero un ruolo<br />
primario nel sistema dei valori e sono alla base del suo sviluppo.<br />
Il turismo si configura come una chiave per lo sviluppo della<br />
ruralità anche in quelle aree in cui quest’ultimo sia dovuto principalmente<br />
a un’attività propriamente agricola – ad esempio, nel caso<br />
di un’area fortemente caratterizzata quale la campagna di Montalcino<br />
– perché l’ambiente e il paesaggio possiedono un valore<br />
intrinseco che viene reso disponibile come risorsa turistica.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong> raccolta di erbe palustri, tra San Rossore e il lago di Massaciuccoli, da destinare<br />
alle lavorazioni artigiane della zona P.M.<br />
Nella convinzione che alla base della ruralità come occasione<br />
d’impresa si collochi da un lato l’esigenza di far emergere l’autocoscienza<br />
locale e, dall’altro, quella di sollecitare l’interesse per la<br />
realtà rurale da parte dei visitatori, siamo dell’avviso che ambedue<br />
i processi possano essere attivati tramite percorsi di conoscenza<br />
rivolti sia a coloro che risiedono nelle campagne, indipendentemente<br />
dall’attività lavorativa svolta, sia a coloro che nella campagna<br />
cercano motivi di svago.<br />
A tale finalità rispondono i nuclei tematici proposti nella sezione<br />
“Temi e percorsi” del citato sito ARSIA. Altri potrebbero esserne<br />
allestiti, allo scopo di offrire un ventaglio di argomenti anche notevolmente<br />
diversi fra loro, ma tutti volti a sensibilizzare l’interesse<br />
nei confronti dell’ambiente rurale. Un utile contributo potrebbe<br />
essere costituito in primo luogo da una serie di itinerari turisticoculturali<br />
nel paesaggio rurale, dalla conoscenza e valorizzazione<br />
del quale non si può prescindere se pensiamo alla ruralità in termini<br />
di visione integrata cultura-economia. È evidente che il paesaggio<br />
rurale costituisce innanzitutto un bene culturale da proteggere<br />
ma al tempo stesso un bene che può fruttare, come giustamente<br />
ripete da anni G. Dematteis.<br />
L’interesse nei confronti dell’ambiente rurale appare tanto più<br />
importante oggi, in una società quasi totalmente urbana come la<br />
43
44<br />
ARSIA<br />
nostra. Con questa affermazione non si intende richiamare la tradizionale<br />
antitesi fra città e campagna, ma piuttosto invitare a riflettere<br />
sui valori naturali e storico-culturali <strong>delle</strong> campagne, che da<br />
componenti di identità locali chiuse e rivolte al passato possono trasformarsi<br />
in un capitale da conservare e perfino rendere produttivo,<br />
in accordo con la recente evoluzione dei processi di qualificazione<br />
territoriale <strong>delle</strong> campagne, che necessariamente debbono<br />
passare per le città, così come quelli <strong>delle</strong> città altrettanto necessariamente<br />
debbono passare per le campagne.
1.7 Percorsi di sviluppo rurale<br />
nel paesaggio toscano<br />
Monica Meini<br />
Dipartimento di Studi storici e geografici, Università di Firenze<br />
<strong>La</strong> ruralità intesa come integrazione fra economia e cultura<br />
richiama immediatamente il tema del paesaggio: il paesaggio da<br />
proteggere e da far fruttare. È evidente che uno dei modi di ‘utilizzare’<br />
il paesaggio come occasione d’impresa è quello di inserirlo,<br />
valorizzandolo, in opportuni itinerari turistico-culturali. Tali itinerari,<br />
confezionati in modo da essere attraenti e facilmente fruibili<br />
per il turista, mirano in pratica a far apprezzare il territorio attraverso<br />
il paesaggio.<br />
Il paesaggio visto come espressione tangibile della <strong>memoria</strong> storica<br />
del territorio può quindi fungere, all’esterno, da catalizzatore<br />
dell’attenzione per un determinato territorio rurale. Ciò dovrebbe<br />
avvenire non solo per quei paesaggi che rispondono pienamente ai<br />
cliché estetici tramandati dai più consolidati stereotipi culturali e<br />
riprodotti in una miriade di immagini da cartolina. Il paesaggio<br />
toscano, ad esempio, viene spesso indistintamente identificato<br />
come una serie di quinte collinari intercalate da filari di cipressi;<br />
ovviamente la Toscana non è tutta così. Oggi stiamo assistendo<br />
peraltro all’aumento di una domanda turistica per paesaggi<br />
‘nuovi’, ancora da scoprire, per cui territori rurali finora trascurati<br />
potrebbero anch’essi essere inseriti in questo particolare percorso di<br />
valorizzazione. Ciò vale ovviamente per gran parte dell’Italia, più<br />
che per la Toscana in particolare; in questa regione la riscoperta del<br />
territorio rurale è in atto da diversi anni, e tuttavia permangono<br />
alcuni interessanti lembi non ancora opportunamente valorizzati.<br />
Già da tempo il paesaggio viene usato come “marchio di qualità”<br />
per promuovere l’immagine turistica di una regione o la vendita<br />
di prodotti tipici locali. Quello che ancora appare necessario<br />
fare è di utilizzare questo ‘processo di commercializzazione del<br />
paesaggio’ per favorire la conoscenza <strong>delle</strong> caratteristiche del territorio.<br />
Legare il paesaggio al territorio significa infatti, a nostro parere,<br />
fornire un supporto culturale ai progetti di sviluppo locale che<br />
investono l’ambiente rurale.
46<br />
ARSIA<br />
Tra tagliabosco e falegname: frequentemente, una prima lavorazione del legname<br />
avveniva nei boschi, in prossimità del luogo del taglio A.C.<br />
Tuttavia, il concetto di paesaggio come risorsa e gli stretti legami<br />
fra paesaggio e territorio possono giocare un ruolo importante<br />
nelle opportunità di sviluppo rurale solo se la popolazione locale<br />
riesce a mettere in atto opportuni processi di valorizzazione territoriale.<br />
In questo senso, appare fondamentale che il percorso di conoscenza<br />
del territorio di cui si è parlato sia rivolto non solo agli outsider,<br />
ma anche agli insider. È il caso di ricordare, a questo proposito,<br />
che la popolazione che abita oggi nelle campagne soltanto in<br />
parte è composta da persone che vi svolgono anche l’attività lavorativa;<br />
in molti casi si tratta di persone educate a vivere secondo<br />
stili e modelli urbani. Ne consegue che la cultura rurale tradizionale<br />
è spesso un mondo estraneo e sconosciuto.<br />
Molto potrebbe essere fatto per recuperare la <strong>memoria</strong> storica<br />
del territorio rurale quale volano dello sviluppo locale, dando ad<br />
esempio un’adeguata importanza allo scambio di saperi intergenerazionale.<br />
In presenza di un’imprenditoria giovanile opportunamente<br />
sollecitata, il coinvolgimento degli anziani può infatti concorrere<br />
efficacemente al recupero dei saperi tradizionali legati all’economia<br />
domestica (prodotti alimentari tipici) e degli antichi<br />
mestieri (artigianato tipico), così come alla raccolta dei nomi di<br />
luogo, che rappresentano una significativa forma di trasmissione<br />
della cultura rurale locale.
1.8 Una proposta concreta: la scuola<br />
dei mestieri<br />
SPI-CGIL Toscana<br />
Il progetto “<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana” realizzato nel<br />
corso del 2001 dallo SPI-CGIL in convenzione con ARSIA che ha prodotto<br />
l’implementazione del precedente elenco regionale, ha confermato<br />
l’esistenza di una vasta realtà economica e produttiva<br />
generalmente gestita da persone non più giovani, in molti casi già<br />
in pensione, ma con un forte attaccamento al loro mestiere e consapevoli<br />
che smettere significherebbe la cessazione di quella attività e<br />
la perdita di tradizioni che la famiglia svolge da generazioni.<br />
Le condizioni date sono però estremamente difficili e le prospettive<br />
incerte. Il rischio di cessazione e scomparsa di tanti mestieri<br />
ed attività che sono stati orgoglio e simbolo di una cultura locale<br />
e creatrici di un forte valore aggiunto, può divenire ineluttabile se<br />
non interverranno fatti nuovi, misure di sostegno, azioni mirate alla<br />
difesa e valorizzazione di un patrimonio economico, sociale e di<br />
conoscenze che ha pochi altri paragoni nel nostro paese.<br />
Sono aspetti della vita <strong>delle</strong> popolazioni che dovrebbero essere<br />
maggiormente considerate ed apprezzate perché parte <strong>delle</strong> nostre<br />
tradizioni, ma troppo spesso non lo sono. <strong>La</strong> società corre veloce e<br />
nella frenesia del consumismo, di politiche economiche e sociali<br />
costruite sul presupposto “dell’usa e getta” e di valori troppe volte<br />
effimeri, molto si perde e si annulla in un modernismo di <strong>mani</strong>era<br />
che mortifica il sacrificio di chi ha vissuto una vita di duro lavoro,<br />
e così si dilapidano ricchezze economiche, conoscenze professionali,<br />
arte, cultura e grandi valori u<strong>mani</strong> e materiali.<br />
<strong>La</strong> legge n. 15/97 della Regione Toscana sta tentando questa<br />
azione di salvaguardia e valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali in via di<br />
cessazione. Ha prodotto un elenco regionale al quale abbiamo cercato<br />
di dare il nostro apporto, ha prodotto informazione e creato<br />
interesse e suggestione attorno agli antichi mestieri toscani.<br />
Tutto ciò non è però sufficiente a invertire una linea di tendenza<br />
che ormai sembra irreversibile e scontata. Occorre molto altro da
48<br />
ARSIA<br />
realizzarsi e con tante varie sinergie: questo è il ruolo <strong>delle</strong> istituzioni,<br />
degli enti locali, <strong>delle</strong> categorie economiche e professionali,<br />
dell’associazionismo in generale.<br />
Prima di tutto occorre andare oltre la legge 15/97. Una legge<br />
importante ma anche con grandi limiti: è una legge di soli principi e<br />
obiettivi d’indirizzo, non impegna risorse, non definisce modalità e<br />
strumenti per il sostegno e l’aiuto ai processi produttivi ed alle attività.<br />
Occorre perciò che, accanto agli strumenti ordinari della legislazione<br />
europea, nazionale e regionale di sostegno alle attività economiche<br />
e produttive dei territori, si realizzi una specifica legislazione<br />
regionale che, proprio in considerazione della assoluta specificità<br />
<strong>delle</strong> attività che si è voluto far emergere per impedirne la cessazione<br />
e scomparsa, preveda concrete iniziative di sostegno e di<br />
intervento finanziario per le aziende artigianali, familiari, i mastieri<br />
individuali, i territori, le aggregazioni sociali e tutte quelle attività<br />
legate direttamente o indirettamente con gli antichi mestieri rurali.<br />
È necessario un adeguamento <strong>delle</strong> politiche formative e professionali<br />
che rimettano in valore, anche dal punto di vista culturale<br />
e storico, l’acquisizione di competenze professionali legate alla<br />
manualità <strong>delle</strong> persone; utilizzare anche le risorse del Fondo<br />
Sociale Europeo per progetti mirati e specifici verso tutte quelle<br />
figure professionali che rischiano di scomparire e che invece questo<br />
settore richiede. Tutto questo anche costruendo un nuovo rapporto<br />
con la scuola di ogni ordine e grado.<br />
Infine, un ruolo decisivo lo devono svolgere le categorie economiche<br />
nel rappresentare con maggiore efficacia e pari dignità anche<br />
quel mondo della produzione e dell’artigianato rurale che tanto ha<br />
dato all’economia toscana e che oggi, senza un sostegno ed una<br />
difesa collettiva, rischia di scomparire.<br />
Per quanto ci riguarda, siamo convinti che gli antichi mestieri<br />
possono essere un’opportunità di investimento per il futuro ed un<br />
fattore economico importante, con effetti moltiplicatori in altri settori<br />
(vedi turismo) e non un malinconico tentativo di preservare un<br />
passato a noi caro a dispetto <strong>delle</strong> nuove tecnologie e della new economy;<br />
e quindi intendiamo esplicitare una proposta-progetto che<br />
pur nella sua parzialità e limitatezza, può contribuire a tenere legate<br />
la storia del passato, le capacità e conoscenze <strong>delle</strong> persone anziane<br />
con il ruolo propulsivo ed innovativo che è dato dalle nuove<br />
generazioni.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Nel laboratorio artigiano, indotto della produzione industriale, è coinvolta l’intera<br />
famiglia, compresi i ragazzi. Montevarchi (anni venti del Novecento)<br />
A.V.<br />
Il progetto<br />
Partiamo proprio dall’elemento più caratteristico che evidenzia<br />
gli elementi di rischio presenti nel campo di queste attività. Mancano<br />
i ricambi generazionali per dare continuità alle imprese e riprodurre<br />
capacità professionali specifiche: i figli fanno altri mestieri<br />
e non sono interessati a continuare l’attività della famiglia; trovare<br />
nel mercato del lavoro disponibilità di manodopera giovane e<br />
tanto più con esperienza e capacità professionali, è quanto di più<br />
difficile si possa pensare.<br />
Questo aspetto rischia di far scomparire una branca dell’economia<br />
toscana e mette in seria difficoltà quelle imprese che non trovano<br />
professionalità e lavoratori occorrenti per proseguire l’attività<br />
e svilupparla.<br />
Ci troviamo perciò in una situazione che ha molti elementi di<br />
contraddizione. Bisogni di manodopera non soddisfatti; attività che<br />
potrebbero essere rilanciate; generazioni anziane in possesso di un<br />
mestiere, di conoscenze e capacità che non riescono a tramandare<br />
ad altri, perdendo un fattore importante dello sviluppo e al tempo<br />
stesso diventando, per questo medesimo aspetto, un problema sociale<br />
rilevante: sentirsi non più utili a nessuno, vivere la propria<br />
49
50<br />
ARSIA<br />
Animali da lavoro:<br />
la condivisione della<br />
fatica quotidiana<br />
A.C.<br />
vecchiaia con il rischio della solitudine e dell’emarginazione. Accanto<br />
a tutto ciò, la nostra società registra dati non trascurabili di<br />
difficoltà giovanili nell’inserimento nel mercato del lavoro, nel trovare<br />
una propria dimensione e soddisfazione personale, nell’essere<br />
costretti a vivere esperienze di lavoro precario e marginale, sempre<br />
più esposti ai ricatti sui diritti e sulle condizioni di lavoro.<br />
Mettere in relazione queste contraddizioni per superarle è possibile<br />
e necessario, interpretando anziani e anziane come risorsa per<br />
lo sviluppo dei territori rurali.<br />
L’idea che lanciamo è quella di sperimentare progetti centrati<br />
sui rapporti intergenerazionali che vogliamo definire “scuola dei<br />
mestieri”. Alcune esperienze molto particolari già esistono in Toscana:<br />
sarebbe necessaria una definizione più precisa ed organica<br />
frutto di accordi di concertazione territoriale, con un’articolazione<br />
che potrebbe avere le seguenti scansioni:<br />
a) accordo fra Comuni, Province, categorie economiche, sindacato<br />
e associazioni di volontariato o promozione sociale;
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
b) individuazione di una struttura per attività didattica di aula con<br />
possibilità di esercitazioni pratiche;<br />
c) definizione dei programmi di formazione professionale e di formazione<br />
continua che tenga conto <strong>delle</strong> caratteristiche endogene<br />
e dei bisogni espressi dal mercato del lavoro del territorio,<br />
oltre a quanto disposto dagli organi istituzionali preposti alla<br />
formazione;<br />
d) ruoli di “docenza” affidati anche ad anziani e anziane del territorio,<br />
in possesso di specifiche conoscenze e capacità professionali<br />
acquisite nel corso della loro vita di lavoro, sia svolta in<br />
qualità di dipendenti che di titolari di attività d’impresa artigianale<br />
o individuale e facenti parte di associazioni di volontariato;<br />
e) individuazione <strong>delle</strong> associazioni di volontariato o di promozione<br />
sociale che possono convenzionarsi con le agenzie formative<br />
e gli enti gestori della “scuola dei mestieri” devono essere<br />
tra i firmatari degli accordi di concertazione;<br />
f) riconoscimento del percorso formativo ai fini di uno sbocco<br />
occupazionale o di autoimpiego.<br />
Proponiamo quindi la formazione ed i rapporti di socialità e<br />
solidarietà intergenerazionali, come grimaldello per riaprire interessi,<br />
coagulare attenzioni su settori relegati nella marginalità dello<br />
sviluppo e invertire la negativa deriva in atto.<br />
Si tratta in definitiva di rilanciare gli antichi mestieri rurali per<br />
valorizzare il lavoro, la manualità e le capacità intrinseche <strong>delle</strong><br />
persone umane, collocandole in un contesto di ripresa dello sviluppo<br />
di qualità, di progresso economico, sociale e culturale dei cittadini,<br />
assicurando tutte quelle necessarie garanzie di sicurezza nei<br />
luoghi di lavoro, nell’ambiente e nel miglioramento <strong>delle</strong> condizioni<br />
di vita <strong>delle</strong> popolazioni.<br />
51
PARTE SECONDA<br />
<strong>La</strong> rilevazione
2.1 L’indagine: le finalità, le metodologie,<br />
i rilevatori<br />
Alfio Savini, SPI-CGIL Toscana<br />
In modo molto sintetico, si ricapitolano gli obiettivi del progetto<br />
realizzato durante il 2001 da SPI-CGIL Toscana in convenzione con<br />
ARSIA: “<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana: salvaguardare e valorizzare<br />
il patrimonio lavorativo del mondo rurale”, le metodologie seguite,<br />
le scansioni temporali e i protagonisti che lo hanno realizzato.<br />
Obiettivi del progetto<br />
Contribuire alla piena attuazione della legge regionale toscana<br />
n. 15/97 “Salvaguardia e valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali in via<br />
di cessazione” condividendone le finalità socioeconomiche fondamentali<br />
che la ispirano. <strong>La</strong> norma si colloca nel quadro degli interventi<br />
volti alla tutela e allo sviluppo della ruralità e intende “promuovere<br />
azioni per salvaguardare, ripristinare, valorizzare e divulgare<br />
i processi produttivi e le attività dell’agricoltura e del mondo<br />
rurale di particolare interesse storico etnografico e colturale, minacciati<br />
dal rischio di cessazione e scomparsa”. <strong>La</strong> legge prevede, in<br />
particolare, l’istituzione di un “elenco regionale” nel quale vengano<br />
iscritte, dopo la valutazione da parte di un’apposita commissione,<br />
tutte le attività che verranno segnalate e che sono relative ad antichi<br />
mestieri rurali ancora presenti nella Regione.<br />
Recuperare la <strong>memoria</strong> storica dei territori rurali quale elemento<br />
fondamentale per impostare tutte quelle azioni tese a difendere,<br />
salvaguardare e valorizzare un patrimonio di attività lavorative e<br />
professionali largamente presenti nel territorio toscano.<br />
Un patrimonio lavorativo che non deve andare disperso ma, con<br />
giusti accorgimenti ed innesti di nuove tecnologie, essere tramandato<br />
alle nuove generazioni anche come possibile fonte di occupazione<br />
e nuova opportunità di lavoro e d’impresa.
56<br />
ARSIA<br />
Realizzazione del progetto<br />
Il punto di partenza è dato da due considerazioni:<br />
a) la straordinaria diffusione nel territorio <strong>delle</strong> strutture sindacali<br />
dello SPI-CGIL denominate “leghe”, che coprono l’attività in tutti<br />
i comuni della Regione e, in quelli più grandi, con sedi anche nei<br />
quartieri <strong>delle</strong> città. Un sindacato che conta oltre 276.000 iscritti<br />
provenienti da tutte le professioni, categorie produttive e servizi<br />
dei settori privati e pubblici;<br />
b) i militanti-cittadini che fanno parte, a vario titolo, di queste<br />
strutture territoriali conoscono in modo molto approfondito le<br />
caratteristiche socioeconomiche, le tradizioni e la cultura del territorio<br />
toscano, oltre che le persone che vi abitano.<br />
In ragione di queste particolari caratteristiche, l’impegno progettuale<br />
che ci siamo assunti è rappresentato dalla raccolta organizzata,<br />
attraverso apposite “schede di segnalazione” definite nei<br />
contenuti e nelle metodologie con ARSIA, <strong>delle</strong> informazioni necessarie<br />
ad individuare i mestieri, le attività e le strutture di particolare<br />
interesse ancora esistenti e che possono fare parte dell’elenco<br />
regionale istituito dalla richiamata legge 15/97; trasferimento successivo<br />
di tutte le schede, opportunamente catalogate, alla Regione<br />
tramite ARSIA e agli enti locali territoriali (Province, Comuni e<br />
Comunità Montane).<br />
Il progetto ha mirato a raccogliere dati, documentazione e materiale<br />
fotografico riferiti a tutti i settori e campi di influenza degli<br />
antichi mestieri rurali, come ad esempio:<br />
1. le aziende artigiane ancora in attività che fanno riferimento ad<br />
antichi mestieri della ruralità toscana (ad esempio: produzione<br />
di ceste, impagliatura sedie e fiaschi, essiccazione castagne, molitura<br />
tradizionale di cereali, frantoi con molazze in pietra, produzione<br />
di paleria, produzione di arnesi per la lavorazione dei<br />
campi, lavorazione della pietra, fornaci tradizionali ecc.);<br />
2. le attività della cultura e della tradizione rurale (cantastorie,<br />
musicanti, teatranti ecc.);<br />
3. le persone in possesso di particolari capacità professionali (ad<br />
esempio: scalpellini, innestini, potatori, carbonai, fabbri, domatori<br />
di cavalli, <strong>mani</strong>scalchi, calzolai, stagnini, maestri d’ascia ecc.);<br />
4. le strutture e gli edifici di particolare interesse storico e culturale<br />
sia in attività che dismessi (ad esempio: antica ferriera, antico<br />
essiccatoio per castagne, molino, frantoio, carbonaia ecc.).
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
In Lunigiana, tradizionale copertura di tetti “a piagne”, con l’utilizzo di lastre<br />
di arenaria locale A.C.<br />
Il progetto così strutturato è stato realizzato in modo volontario<br />
dagli uomini e dalle donne dirigenti o attivisti <strong>delle</strong> strutture comprensoriali<br />
e di lega dello SPI-CGIL Toscana, molti dei quali con alle<br />
spalle una propria e diretta esperienza di vita svolta nel mondo dell’agricoltura,<br />
dell’artigianato o dei servizi connessi con gli antichi<br />
mestieri. Tutto ciò è avvenuto senza l’ausilio di procedure o consulenze<br />
di esperti in statistiche o in ricerche storiche e socio-economiche,<br />
ma basandosi esclusivamente sulle conoscenze personali e<br />
della struttura sindacale del territorio di loro pertinenza.<br />
<strong>La</strong> ricerca così impostata non possedeva le caratteristiche ed i<br />
crismi della scientificità, ma ha teso a rilevare la “<strong>memoria</strong> storica”<br />
<strong>delle</strong> popolazioni. Ha agito cioè sulla soggettività dei cittadini, rendendoli<br />
attivi protagonisti del proprio contesto sociale e territoriale,<br />
sollecitando l’evidenziazione degli interessi generali della collettività<br />
e realizzando una sinergia estremamente positiva tra cittadino<br />
ed istituzioni; fornendo cioè, a queste ultime, nuove informazioni<br />
e conoscenze che potranno tornare utili per svolgere al meglio i<br />
compiti affidati dalle leggi.<br />
57
58<br />
ARSIA<br />
I Coordinatori del progetto<br />
D’Alonzo Roberto Dirigente ARSIA<br />
Savini Alfio Segretario regionale SPI - CGIL Toscana<br />
I Rilevatori<br />
Nominativi Struttura SPI Provincia<br />
Acciai Giuliano Lega Casentino Arezzo<br />
Sensi Adriana Comprensorio<br />
Castaldi Marco Lega Fiesole Firenze<br />
Catocci Piero Comprensorio<br />
Galeotti Giorgio Lega Massa Marittima Grosseto<br />
Volpini Maria Elisa Lega Massa Marittima<br />
Salvini Oscar Lega Massa Marittima<br />
Toninelli Paolo Lega Amiata<br />
Martellini Luciano Lega Amiata<br />
Montemaggi Nataliano Lega Roccastrada<br />
Ontani Erminio Lega Follonica - Scarlino<br />
Zoi Erina Lega Grosseto Nord Barbanella<br />
Martini Onemio Lega Gavorrano<br />
Caruso Gabriele Lega Gavorrano<br />
Benassi Astasio Lega Colline del Fiora<br />
Lupi Giancarlo Lega Colline del Fiora<br />
Dragoni Santi Lega Grosseto Sud Gorarella<br />
Lenzi Giovanni Comprensorio<br />
Bianciardi Romolo Lega n. 4 Livorno Livorno<br />
Pirrone Pina Lega Cecina<br />
Fulceri Mauro Lega Cecina<br />
Gervasi M. Grazia Comprensorio (Livorno)<br />
Boscoglia Renzo Lega Campiglia - Venturina<br />
Camberini M. Grazia Lega Campiglia - Venturina<br />
Pacchini Edilia Lega Campiglia - Venturina<br />
Paini Sauro Comprensorio (Piombino)<br />
Birri Augustina Lega Fornaci Di Barga Lucca<br />
Fabiloni Francesco Lega Pontremoli Massa Carrara<br />
Gatti Carlo Lega Ponsacco Pisa<br />
Frosali Primo Lega Pomarance<br />
Bacchereti Ugo Lega Calcinaia<br />
Novelli Luciano Lega Perignano<br />
Topi Carla Comprensorio<br />
Degl’innocenti Giuseppe Lega Montagna Pistoiese Pistoia<br />
Vogesi Manuela Comprensorio<br />
Romualdi Roberto Lega F. Santi Prato Prato<br />
Petracchi Carlo Comprensorio<br />
Giani Enzo Comprensorio Siena
Tutte le aree rurali<br />
della regione sono<br />
testimonianza<br />
di un antico e<br />
faticoso lavoro,<br />
che nel tempo<br />
ha modellato<br />
il territorio<br />
L.B.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Il percorso:<br />
PRIMA FASE<br />
a) Riunione dei responsabili dei 12 comprensori SPI-CGIL per illustrare<br />
i contenuti del progetto e procedere a definire i criteri per<br />
l’individuazione <strong>delle</strong> persone che volontariamente realizzeranno<br />
il censimento;<br />
b) definizione consensuale SPI-ARSIA della “scheda di rilevazione”<br />
e <strong>delle</strong> generali metodologie per la raccolta <strong>delle</strong> informazioni,<br />
della loro catalogazione e successiva trasmissione ad ARSIA,<br />
quale rappresentanza della Regione Toscana, ed agli enti locali<br />
del territorio;<br />
c) elaborazione e definizione dei contenuti di uno stage formativo<br />
per tutti coloro che realizzeranno la raccolta <strong>delle</strong> informazioni<br />
sull’apposita scheda di rilevazione;<br />
d) realizzazione dello stage (marzo 2001).<br />
SECONDA FASE<br />
a) Avvio della fase di ricerca e censimento;<br />
b) stesura e catalogazione <strong>delle</strong> informazioni;<br />
c) trasmissione dei risultati del progetto a ARSIA (Regione Toscana),<br />
Amministrazioni Provinciali, Comuni e Comunità Montane di<br />
competenza, per gli adempimenti previsti dalla norma legislativa<br />
ai fini dell’implementazione dell’elenco regionale;<br />
d) realizzazione di un convegno regionale per la discussione e<br />
divulgazione dei risultati del progetto. Il convegno dal titolo<br />
“<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana: la continuità di esperienze e<br />
valori per uno sviluppo compatibile e nuove occasioni di lavoro<br />
e d’impresa” si è svolto presso la Tenuta di San Rossore (Pisa)<br />
nel settembre 2001.<br />
59
60<br />
ARSIA<br />
Erano presenti centinaia di pensionati e anziani in rappresentanza<br />
di tutte le leghe e comprensori SPI-CGIL della Regione, amministratori<br />
e tecnici della Regione Toscana.<br />
I rilevatori: un’esperienza di u<strong>mani</strong>tà<br />
Francesco Fabiloni - Lega Pontremoli, Massa Carrara<br />
L’esperienza fatta come rilevatore degli antichi mestieri, per me,<br />
è stata veramente importante sia dal punto di vista professionale<br />
(diciamo così) che soprattutto da quello umano.<br />
<strong>La</strong> mia ricerca necessariamente limitata all’ambito della Lunigiana,<br />
potrà essere non del tutto esauriente, tuttavia mi auguro che<br />
essa possa essere uno stimolo per ulteriori approfondimenti di più<br />
vasto raggio.<br />
Ho incontrato molta attenzione da parte degli intervistati e<br />
soprattutto una gran voglia di trasmettere il loro sapere alle nuove<br />
generazioni. In alcuni casi poi diventava evidente la loro rabbia di<br />
non potere più essere utili pur possedendo tante conoscenze.<br />
Ho potuto constatare di persona, spesso, proprio la mancanza di<br />
questi strumenti normativi che permettono la trasmissione di questi<br />
saperi nel sistema produttivo moderno che è basato sempre più<br />
su un lavoro in serie che esclude la creatività.<br />
Peraltro alcuni di questi mestieri hanno potenzialità di creare<br />
occupazione e di essere remunerativi nel quadro di un recupero del<br />
lavoro artigianale. Per esempio, sulla copertura di tetti “a piagne” si<br />
è costituita una cooperativa che utilizzando anche tecnologie moderne<br />
dà lavoro a diverse persone, nonostante le difficoltà di reperimento<br />
della materia prima (mancanza di cave); considerando anche<br />
mestieri come il falegname o lo scalpellino in grado di organizzare il<br />
lavoro dal reperimento della materia prima al pezzo finito.<br />
Questo modo di lavorare crea non solo figure altamente specializzate<br />
ma anche persone rispettose dell’ambiente dal quale ricavano<br />
la materia prima; un lavoro di questo tipo è inoltre altamente<br />
gratificante perché chi opera è in grado di controllare tutto il ciclo<br />
produttivo fino al prodotto finito, spesso molto interessante anche<br />
dal punto di vista artistico.<br />
Io ho riscontrato che questi artigiani incontrano molte difficoltà<br />
per avere i permessi necessari, per avere laboratori in regola con l’igiene,<br />
per reperire risorse ad iniziare l’attività e verificano talvolta
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Museo della civiltà contadina, Gaville - Figline V.no: ricostruzione della cucina<br />
contadina. Numerose proposte museali ed etnografiche in regione testimoniano<br />
della diffusa necessità di <strong>memoria</strong>, identità e senso d’appartenenza L.M.<br />
persino contraddizioni tra regolamenti comunali e quelli dell’Azienda<br />
Sanitaria Locale.<br />
Ho anche notato che nessun Comune o Comunità Montana,<br />
nonostante le direttive della Regione Toscana, ha fatto un censimento<br />
di questo genere sugli antichi mestieri, dimostrando una<br />
scarsa sensibilità verso questo settore; la nostra iniziativa è stata<br />
rivolta a censire gli antichi mestieri proprio per non disperdere una<br />
ricchezza che rischia di scomparire.<br />
Durante questa ricerca, che mi ha molto arricchito dal punto di<br />
vista umano, ricordo, tra gli altri, con particolare piacere, l’incontro<br />
con il mulattiere di Pracchiola, un personaggio d’altri tempi che tratta<br />
con amore i suoi tre muli (tre generazioni, nonno, padre, figlio)<br />
parlando con loro e curandoli affettuosamente e ricordo la saggezza<br />
<strong>delle</strong> sue parole nel raccontare vecchie storie di vita vissuta.<br />
Un tempo il mulattiere era un mestiere comune, le frazioni<br />
erano abitate e l’approvvigionamento avveniva con l’unico mezzo<br />
di trasporto, appunto il mulo.<br />
Da qui la convinzione, molto personale, che se avessimo dei<br />
governanti saggi come il mulattiere, forse il nostro paese andrebbe<br />
meglio.<br />
61
62<br />
ARSIA<br />
I rilevatori: dall’attenzione al sostegno<br />
Giorgio Galeotti<br />
Segretario Lega Massa Marittima - Montieri - Monterotondo<br />
Entrare in modo adeguato nel mondo degli “<strong>Antichi</strong> mestieri<br />
rurali in Toscana”, non può prescindere per il territorio dei Comuni<br />
di Massa Marittima, da alcune considerazioni sul contesto territoriale,<br />
sulla storia, millenaria, di questa zona al centro <strong>delle</strong> Colline<br />
Metallifere. Qui il paesaggio è fortemente segnato e caratterizzato<br />
da imponenti segnali della lunghissima attività mineraria (discariche,<br />
gallerie, pozzi minerari medievali e moderni, “castelli” di<br />
estrazione). È una zona in cui dalla preistoria agli Etruschi, al periodo<br />
(fiorentissimo) del Medioevo e, successivamente quasi fino ai<br />
giorni nostri, l’attività mineraria-metallurgica è stata di gran lunga<br />
il lavoro e la risorsa dominante. Questo per dire che questa “cultura”<br />
ha in un certo senso “oscurato” altre attività lavorative comprese<br />
quelle della campagna che pure è splendente e bellissima. Anche<br />
le vaste zone boscate, per secoli, sono state funzionali alle attività<br />
minerarie-metallurgiche; infatti se da un lato legna e carbone sono<br />
serviti come combustibile nei forni fusori, i tronchi degli alberi<br />
erano utilizzati per i puntelli e “quadri”, con i quali sostenere volte<br />
e pareti <strong>delle</strong> gallerie.<br />
<strong>La</strong> nostra ricerca alla riscoperta degli antichi mestieri e <strong>delle</strong> attività<br />
che hanno a che fare con la “ruralità”, è così stata, spesso, un<br />
incontro fra due culture, quella mineraria e quella contadina.<br />
Nell’indagine, che si è rivelata ricca e appassionante, abbiamo<br />
incontrato figure e persone in cui si ritrovano ancora aspetti e momenti<br />
di un patrimonio lavorativo, non del tutto scomparso, del<br />
mondo rurale, della gente “fuori dalle mura”.<br />
Nei Comuni di competenza della Lega, Massa Marittima, Montieri,<br />
Monterotondo, abbiamo parlato con <strong>mani</strong>scalchi domatori di<br />
cavalli, potini, falegnami, erboristi, artigiani del cuoio, apicoltori,<br />
ricamatrici e … un rabdomante.<br />
Piace citare, ad esempio, come a Montieri un gruppo di cittadini<br />
abbia costituito un’associazione culturale che ha ripristinato il<br />
“ciclo del grano”, dall’aratura alla semina, alla trebbiatura; il tutto<br />
con le vecchie macchine di un tempo.<br />
Abbiamo riscoperto le abilità, le capacità, l’ingegno del contadino<br />
che raramente si rivolgeva ad altri per ciò che gli serviva ma era capace,<br />
da solo, di costruirsi utensili, attrezzi; di sistemare, aggiustare<br />
(quasi) tutto ciò che gli serviva per il suo lavoro e per la sua abitazio-
<strong>La</strong> casa colonica<br />
è l’emblema<br />
dell’insediamento<br />
abitativo e lavorativo<br />
nel paesaggio<br />
agrario toscano<br />
L.B.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
ne nella quale, ma non solo, un ruolo insostituibile toccava alla donna.<br />
Franco, perito minerario amante della natura e della campagna,<br />
si è “riciclato” con grande passione e competenza nell’agriturismo<br />
intelligente e biologico. Ci ha trattenuto per ore sulle sue ricerche<br />
relative ad erbe particolari, al ritrovamento di piante ed erbe medicinali<br />
ritenute ormai quasi introvabili, alla ricerca che sta facendo<br />
da anni dei Crocus etruscus di cui non si trovano più esemplari da<br />
almeno due secoli.<br />
Alcuni contadini si sono un po’ meravigliati che cercassimo potini;<br />
ne sono stati lieti e ci hanno fornito moltissime spiegazioni sulle<br />
tecniche della potatura.<br />
Il coltellinaio di Monterotondo forgia lame originali e ricercatissime,<br />
contese dagli amanti del settore; a Montieri c’è chi produce<br />
oggetti di grande pregio in legno stagionato di olivo, mentre alcune<br />
donne di Monterotondo svolgono un’attività quasi unica, insegnando<br />
il ricamo che si faceva una volta in campagna ad un gruppo<br />
di fanciulle.<br />
Si rammenta con piacere l’attività di “Pepolino dei Barberi” a<br />
Massa Marittima, un giovane che ha ripreso il lavoro sul cuoio così<br />
bene da produrre pregiate selle per cavalli e una vasta oggettistica<br />
realizzata con tecniche antiche.<br />
È da rilevare come tutti gli intervistati abbiano collaborato alla<br />
ricerca con attenzione e soddisfazione; oltre a questo è utile rammentare<br />
un’osservazione che, spesso, ci è stata fatta e che condividiamo<br />
pienamente.<br />
Per aiutare e salvaguardare questo mondo che abbiamo rapidamente<br />
esplorato, ormai molto al margine dell’attuale società globalizzata,<br />
c’è bisogno urgente e concreto non solo dell’attenzione<br />
“culturale” ma anche di sostegno concreto e di incentivi economici<br />
da parte dello Stato e degli enti locali, Comuni, Province e Regioni.<br />
63
64<br />
ARSIA<br />
I rilevatori: è anche un po’ la mia storia<br />
Pina Pirrone - Lega Cecina<br />
Per la zona di Cecina (Livorno) il compito di svolgere l’indagine<br />
sugli antichi mestieri in via di estinzione è stata affidata alla<br />
Lega, di cui faccio parte, e insieme ad un compagno abbiamo individuato<br />
circa dieci mestieri, che secondo noi rappresentano bene<br />
queste realtà e abbiamo iniziato le nostre interviste.<br />
Dal sarto all’arrotino, dall’incisore di mobili alla pittrice su ceramica,<br />
al calzolaio. Ognuno di loro ha raccontato la sua storia con<br />
molto entusiasmo, ed anche con orgoglio per quello che nel tempo<br />
sono riusciti a fare.<br />
Ci ha colpito il fatto che, per tutti, la storia è cominciata quando<br />
ancora bambini andavano alla scuola elementare e una volta tornati<br />
a casa, nel pomeriggio, dovevano andare ad imparare un mestiere<br />
che gli potesse permettere, nel futuro, di avere qualche possibilità<br />
di sopravvivere, oltre che nell’immediato aiutare la famiglia a<br />
tirare avanti.<br />
Alcuni di loro ci hanno detto che sono stati costretti anche ad<br />
abbandonare la scuola, per le tante difficoltà economiche; come si<br />
vede, anche da noi (come è ancora oggi in alcuni paesi) fino agli<br />
anni cinquanta il lavoro minorile non era un’eccezione.<br />
All’inizio, ci dicono, è stata dura; ma oggi sono contenti e dei<br />
loro mestieri ne parlano con un entusiasmo e lo trasmettono anche<br />
a noi, non finendo mai di raccontare e mostrandoci quei lavori che<br />
ancora oggi fanno, pur essendo in pensione.<br />
Sono davvero degli artisti, fanno cose incredibili, e alcuni di loro<br />
sarebbero disponibili ad insegnare ai giovani, affinché questo patrimonio<br />
non vada perduto. Ne parlano con tristezza, pensando che<br />
quando non ci saranno più, quel mestiere che a loro ha dato tanto,<br />
verrà dimenticato.<br />
Credo che siamo stati particolarmente fortunati, a trovare <strong>delle</strong><br />
persone così disponibili a raccontarci le loro storie; è stata una bella<br />
esperienza, e siamo felici di averli conosciuti.<br />
Con una certa sorpresa, noto che c’è anche un po’ la mia storia,<br />
prima come sartina, poi come artigiana.
2.2 Un quadro d’insieme<br />
Marco Noferi<br />
Avvertenze al lettore<br />
Le schede riportate nelle pagine successive, sono tratte dalla<br />
rilevazione effettuata dai volontari del Sindacato Pensionati Italiani<br />
su tutto il territorio regionale nel corso dell’anno 2001.<br />
<strong>La</strong> rilevazione si poneva l’obiettivo di recuperare una parte<br />
della <strong>memoria</strong> storica <strong>delle</strong> aree rurali, e di difendere e valorizzare<br />
un patrimonio di attività lavorative e professionali ancora largamente<br />
presenti nella nostra regione. Inoltre (coerentemente con la<br />
propria natura sindacale) intendeva suggerire tale patrimonio<br />
come possibile fonte di occupazione e opportunità di lavoro e d’impresa<br />
per le giovani generazioni, attraverso giusti accorgimenti, attualizzazioni<br />
e innesti di nuove tecnologie.<br />
<strong>La</strong> raccolta <strong>delle</strong> informazioni – favorita dalla capillare diffusione<br />
<strong>delle</strong> strutture sindacali nella regione – ha utilizzato apposite<br />
“schede di segnalazione” definite assieme ad ARSIA ed illustrate ai<br />
rilevatori durante uno stage formativo.<br />
Le schede raccolte sono oltre 150 (un numero pressoché doppio<br />
rispetto a quelle contenute nell’elenco regionale istituito dalla legge<br />
15/97). In realtà, va ricordato che una parte <strong>delle</strong> schede presentano<br />
segnalazioni generiche o incomplete; altre segnalano attività<br />
non facilmente riconducibili alla categoria dell’artigianato rurale<br />
(ma questa è una definizione che appare a tutti particolarmente<br />
problematica); altre ancora lasciano intendere che dietro la singola<br />
scheda, il singolo operatore, vi sono tante altre aziende o “appassionati”<br />
che potrebbero essere censiti, perché quell’attività in quell’area<br />
è comune, diffusa e conosciuta dalla collettività.<br />
Quindi, vi sono <strong>delle</strong> incongruenze metodologiche, di definizione,<br />
così come frequentemente <strong>delle</strong> zone appaiono più ricche di<br />
segnalazioni rispetto ad altre, ovviamente a seconda della disponibilità<br />
e <strong>delle</strong> conoscenze personali dei volontari rilevatori.
66<br />
ARSIA<br />
Tutto ciò può forse aver complicato il lavoro di preparazione di<br />
questo volume, ma certo non può diminuire l’importanza del progetto,<br />
la giusta importanza, nei termini in cui è stata espressa fin<br />
dalle premesse.<br />
Si tratta cioè di un progetto dove la metodologia si incrocia con<br />
la passione, con l’esigenza civile di interagire con la <strong>memoria</strong> del<br />
territorio; e dove la perfezione statistica cede il passo alla complessità<br />
dei rapporti tra il lavoro, la manualità, le capacità, le “storie”<br />
d’ingegno e di fatica del mondo agricolo e artigiano.<br />
Il lettore accorto saprà quindi perdonare qualche ripetizione o<br />
qualche definizione non professionale, magari dovuta all’incertezza<br />
redazionale; e saprà cogliere, speriamo, il valore di relazione e di<br />
animazione che questo progetto suggerisce, insieme all’urgenza storica<br />
di riconsiderare correttamente (forse più come risorsa che come<br />
folclore) l’incredibile mestiere degli innestini, dei carbonai, dei<br />
maestri d’ascia, degli stagnini, dei <strong>mani</strong>scalchi e – perché no – dei<br />
poeti estemporanei in ottava rima.<br />
<strong>Mestieri</strong> e processi produttivi dell’agricoltura<br />
Doma dei cavalli<br />
Maniscalco<br />
Raccolta <strong>delle</strong> castagne<br />
Essiccazione castagne con metodo tradizionale<br />
Coltivazione e raccolta di piante officinali<br />
Essiccazione e lavorazione tradizionale di piante officinali<br />
Frangitura olive con macine in pietra<br />
Molitura castagne per produzione di farina<br />
Molitura tradizionale di cereali<br />
Produzione di cesti in castagno<br />
Produzione paleria e travature in castagno<br />
Spremitura tradizionale di uva e vinacce<br />
Taglio del bosco con smacchiatura manuale<br />
Innesto e potatura di alberi da frutto<br />
Coltivazione di piantine d’olivo per l’innesto<br />
Pinottolai, raccolta di pinoli con squadre itineranti<br />
Tosatura pecore, con squadre itineranti<br />
Vetturino, trasporto con muli<br />
Carbonaio, trasformazione legna in carbone
Il paesaggio rurale<br />
è segnato dalle relazioni<br />
tra ambiente naturale<br />
e lavoro dell’uomo: un<br />
equilibrio fragile, che<br />
richiede grandi responsabilità<br />
collettive<br />
L.B.<br />
Impagliatore di cesti e sedie con erbe palustri<br />
Impagliatore di fiaschi e damigiane<br />
Norcino<br />
Coltivazione di ortaggi con autoriproduzione del seme<br />
<strong>La</strong>vorazione erica<br />
Trasformazione alimentare di prodotti del sottobosco<br />
Pesca con sistemi tradizionali<br />
Attività dell’ambiente rurale<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Estrazione e lavorazione pietra serena<br />
Produzione e rifacimento materassi in lana e vegetale<br />
Rabdomante<br />
Arrotino ambulante<br />
Ricamo manuale e lavorazione del merletto<br />
<strong>La</strong>vorazione del cuoio<br />
Riparazione utensileria agricola in ferro<br />
Falegnameria con uso di legname aziendale<br />
Falegnameria per produzione di attrezzi in legno<br />
Panificazione tradizionale<br />
Restauro manuale di arredi della casa rurale<br />
Ricostruzione di attrezzi agricoli<br />
<strong>La</strong>vorazione manuale di creta locale<br />
Riparazione calzature<br />
Produzione manuale di orci in terracotta<br />
Calafatore<br />
Bigonaio<br />
Ristrutturazioni rurali con materiali e tecniche tradizionali<br />
67
68<br />
ARSIA<br />
Bottaio<br />
Produzione selleria e finimenti per equitazione<br />
Produzione salumi tipici<br />
Carradore<br />
<strong>La</strong>vorazione corde e funi<br />
Produzione e riparazione paioli e teglie in rame<br />
Produzione lame e utensileria per agricoltura<br />
Produzione rami di palma intrecciati<br />
Sistemazioni agrarie con muri reggipoggio<br />
Tessitura artigianale con antichi telai orizzontali<br />
Attività didattiche sulla molitura tradizionale<br />
Attività didattiche sulla tessitura tradizionale<br />
Tradizione della poesia estemporanea<br />
Attività di documentazione sulla civiltà rurale
2.3 Le attività censite<br />
a cura di SPI-CGIL Toscana<br />
Antognoli Fiore<br />
Massa Marittima (Grosseto)<br />
Innesto di piante: attività amatoriale. Età avanzata dell’operatore.<br />
Guicciardini Pier Antonio<br />
Prata - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Innesto di piante: l’operatore esegue innesti e potature di alberi, a<br />
livello amatoriale.<br />
Saltini Emilio<br />
Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Innesto di piante: l’attività è inserita all’interno dell’azienda agricola.<br />
Artigaie di Collivadino Fiorella<br />
Podere Poggio Filippone - Manciano (Grosseto)<br />
Tessitura: tessitura a mano, ricamo, uncinetto.<br />
Semplicemente di Zavattoni Giulia<br />
Sovana - Sorano (Grosseto)<br />
Tessitura: l’azienda comprende attività agricola e artigiana; è presente<br />
da oltre 50 anni, e si distingue per la tessitura a mano di<br />
lino, canapa e seta (è allo studio la lavorazione della fibra di<br />
ginestra). Sono prodotti asciuga<strong>mani</strong>, tessuti per arredamento e<br />
abbigliamento. Attività di dimostrazione e vendita al pubblico.<br />
Bellugi Elisa<br />
Poppi (Arezzo)<br />
Tessitura: tessitura a mano di capi di abbigliamento e accessori per<br />
l’arredamento.
70<br />
ARSIA<br />
Negli ultimi anni, molte<br />
associazioni e circuiti<br />
agrituristici ripropongono<br />
corsi e scuole di tessitura<br />
tradizionale<br />
L.B.<br />
Cerasari Livia<br />
Fronzola - Poppi (Arezzo)<br />
Tessitura: da circa 30 anni è stata riattivata questa attività artigiana,<br />
che utilizza telai manuali del Seicento, con filatoio a mano e a<br />
pedale. I prodotti sono tessuti con fibre naturali come lana, cotone<br />
e seta, e utilizzati per abbigliamento e arredamento.<br />
Tapinassi Lea e Acciai Marsilia<br />
Poppi (Arezzo)<br />
Tessitura: tessitura artigianale con antichi telai orizzontali, con produzioni<br />
di capi per corredo e tappeti.<br />
Associazione Pro Loco<br />
Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />
Ricamo: l’associazione organizza corsi di ricamo frequentati da<br />
molte allieve provenienti dall’area circostante. È stata anche<br />
effettuata una ricerca sul ricamo tradizionale (punto in croce,<br />
punto antico).
Scuola di ricamo<br />
Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />
Ricamo: la scuola ripropone da alcuni anni lavori e motivi di ricamo<br />
in uso nelle campagne circostanti nel secolo scorso.<br />
Scagliotti M. <strong>La</strong>ura<br />
Cecina (Livorno)<br />
Ricamo: l’artigiana, da oltre 50 anni, lavora come ricamatrice, producendo<br />
su ordinazione biancheria per la casa, tendaggi, abbigliamento.<br />
Risaliti Fiorenza<br />
Barberino del Mugello (Firenze)<br />
Ricamo: attività amatoriale di ricamo, punto antico, sfilature per la<br />
confezione di tovaglie, lenzuola e tendaggi, caratteristici <strong>delle</strong><br />
campagne mugellane.<br />
Grossini Piero<br />
Cecina (Livorno)<br />
Sartoria: lavorazione artigianale su misura per privati. L’attività è<br />
presente da oltre 50 anni.<br />
Associazione culturale Tradizioni Gerfalchine<br />
Gerfalco - Pontieri (Grosseto)<br />
Attività culturale: l’associazione si occupa della valorizzazione del<br />
patrimonio culturale e lavorativo dell’area. Gli associati ripropongono<br />
le antiche tradizioni agricole del luogo (come la semina<br />
di campi di grano e la festa della trebbiatura).<br />
Gruppo antiche tradizioni “Cantamaggio”<br />
Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Attività culturale: riproposizione di tradizioni popolari e del mondo<br />
contadino (squadra di maggerini, canti in ottava rima, esibizioni<br />
pubbliche e “visita” dei poderi e <strong>delle</strong> abitazioni rurali).<br />
Gruppo Maggerini<br />
Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />
Attività culturale: poesia estemporanea.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
71
72<br />
ARSIA<br />
Gruppo canoro Cantamaggio<br />
Scarlino (Grosseto)<br />
Attività culturale: squadre di cantamaggio che a primavera girano per<br />
le campagne improvvisando rime con poeti e musici.<br />
Gruppo canoro Cantamaggio<br />
Pianizzoli - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Attività culturale: gruppo di cantori contadini, ancora in attività, con<br />
improvvisazioni e ottava rima.<br />
Gruppo Maggerini<br />
Venturina - Campiglia M.ma (Livorno)<br />
Attività culturale: il gruppo si è costituito più di 25 anni fa e svolge<br />
attività di canti popolari in occasioni di feste tradizionali.<br />
Archivio storico del Comune di Fiesole<br />
Fiesole (Firenze)<br />
Attività culturale: documentazione sull’attività della lavorazione<br />
della pietra diffusa nel territorio di Fiesole.<br />
CRED - Centro Risorse Educative e Didattiche<br />
Poppi (Arezzo)<br />
Attività culturale: documentazione della cultura locale e iniziative di<br />
animazione nell’area del Casentino. Il centro è attivo presso la<br />
locale Comunità Montana.<br />
Pro Loco<br />
Cetica - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
Attività culturale: documentazione e riproposizione didattica <strong>delle</strong><br />
attività della montagna casentinese, in particolare sul lavoro dei<br />
carbonai e dei pinottolai (raccoglitori che si spostavano presso le<br />
pinete del litorale toscano e laziale).<br />
Banchi Lio<br />
Pianizzoli - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Doma cavalli: la doma è ancora eseguita secondo la tradizione<br />
maremmana.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Cinci Sergio<br />
Ghirlanda - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Doma cavalli: la doma dei cavalli è effettuata secondo la tradizione<br />
maremmana. L’operatore richiede interventi per la salvaguardia<br />
dell’attività.<br />
Sbrana Luciano<br />
Ghirlanda - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Doma cavalli: l’operatore richiede interventi di salvaguardia dell’attività.<br />
Marconi Maurizio<br />
Coliberto - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Maniscalco: l’operatore svolge anche attività di domatore di cavalli.<br />
Banchi Lio<br />
Pianizzoli - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Rabdomante: l’attività di ricerca dell’acqua è svolta in tutta l’area<br />
rurale circostante.<br />
Az. Agricola Bellavista di Coscini Franco<br />
Ghirlanda - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Piante officinali: l’attività si svolge all’interno di una azienda agrituristica,<br />
con la coltivazione di erbe officinali tipiche dell’area, per<br />
uso alimentare e medicinale e per ottenerne coloranti naturali.<br />
Gioli Maurizio<br />
Cascina (Pisa)<br />
Piante officinali: produzione ed essiccazione di piante officinali e<br />
tradizionali dell’area; la coltivazione si richiama al metodo biologico.<br />
Grassi Nicolino<br />
Massa M.ma (Grosseto)<br />
Potatura: attività di potatura (potino) e innesto su alberi da frutto.<br />
73
74<br />
ARSIA<br />
<strong>La</strong> potatura dell’olivo richiede una specifica capacità professionale. I “potini”<br />
sono sempre più richiesti dalle tante aziende a vocazione olivicola F.F.<br />
Biagiucci Fosco<br />
Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Potatura: potatura di alberi (potino) e innesto su piante da frutto.<br />
Zanaboni Francesco<br />
Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Potatura: potatura di alberi (potino) e lavori d’innesto.<br />
Castaldi Gianluca<br />
Compiobbi (Fiesole - Firenze)<br />
Potatura: potatura piante da frutto.<br />
Panichi Renato<br />
Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Potatura: potatura di alberi (potino) e lavori d’innesto.<br />
Burgassi Virio<br />
Massa M.ma (Grosseto)<br />
Impagliatore: la materia prima utilizzata è il giunco locale, che serve<br />
per l’impagliatura di sedie, fiaschi, canestri. Attività amatoriale,<br />
età avanzata dell’operatore.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong> preparazione della carbonaia, sulle colline livornesi A.C.<br />
Francardi Franchino<br />
Montieri (Grosseto)<br />
Impagliatore: produzione di cesti e altri oggetti in vimini, utilizzando<br />
il giunco locale. Attività amatoriale, età avanzata dell’operatore.<br />
Fulceri Altimino<br />
Cecina (Livorno)<br />
Impagliatore: l’impagliatura di canestri e damigiane è svolta soprattutto<br />
per aziende e cantine del territorio.<br />
Traiani Luciano<br />
Prato<br />
Impagliatore: impagliatura di sedie e produzione di cesti in vimini.<br />
Cortesi Guerriero<br />
Prata - Massa M.ma (Grosseto)<br />
Carbonaio: la produzione del carbone si affianca da sempre all’attività<br />
di taglialegna nei boschi della zona.<br />
75
76<br />
ARSIA<br />
F.lli Martelli<br />
Massa M.ma (Grosseto)<br />
Tagliabosco: taglio del bosco ceduo per legna da ardere.<br />
Carbonaio: produzione di carbone in piccole quantità. L’attività, a<br />
livello familiare, è presente da oltre 100 anni.<br />
I carbonai<br />
Montemignaio (Arezzo)<br />
Carbonaio: realizzazione di carbonaie con squadre itineranti, e<br />
secondo le tecniche tradizionali; vendita del carbone a negozianti<br />
e privati.<br />
Bugelli Dario<br />
Piteglio (Pistoia)<br />
Carbonaio: trasformazione di legna in carbone; l’attività è presente<br />
da oltre 50 anni.<br />
CTM legnami scarl<br />
Santa Fiora (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno e Tagliabosco: oltre al taglio del bosco, l’azienda<br />
svolge anche attività di falegnameria con trasformazione artigianale<br />
del legname dell’Amiata in travi, infissi e mobili.<br />
Fani Ivano<br />
Via Pisana (Livorno)<br />
Tagliabosco: l’attività è presente da oltre 50 anni. Ha esercitato a<br />
lungo la “smacchiatura” con i muli; oggi, riguarda la vendita di<br />
legname e la produzione del carbone di pezzatura piccola.<br />
Venturi Giuseppe e Settimio<br />
Livorno<br />
Tagliabosco: l’attività di tipo familiare è esercitata sulle colline livornesi<br />
da oltre 50 anni, dopo una pausa per l’impiego nell’indotto<br />
del porto. Al taglio del bosco e alla vendita della legna, si accompagna<br />
una piccola produzione di carbone.<br />
Zacchi Bruno<br />
Montecatini Val di Cecina (Pisa)<br />
Tagliabosco: l’attività di taglio del bosco è presente da quasi 50 anni,<br />
e in misura residuale anche quella di produzione del carbone.
F.lli Giomarelli Ildo e Lorenzo<br />
Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: l’azienda a conduzione familiare produce infissi<br />
e mobili con legname locale.<br />
Fanciulletti Franco<br />
Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: l’artigiano esegue lavorazione di porte, finestre e<br />
mobili, utilizzando solo legname locale.<br />
Farini Paolo<br />
Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: produzione di infissi.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Gennai Giovanni<br />
Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: viene utilizzato legname della macchia mediterranea,<br />
fornito dai boscaioli della zona (castagno, olmo, olivo,<br />
carpino, frassino) per costruzione di mobili “in arte povera”:<br />
tavoli, sgabelli, vetrine, attrezzi per cucina. Attività amatoriale.<br />
Gerfalco di Brogi D.<br />
Montieri (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: presente da oltre 50 anni, l’attività riguarda la<br />
produzione di pali in castagno per vigne e recinzioni.<br />
Pellegrini Lelio<br />
Fontevecchia - Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: si tratta di un’antica falegnameria, presente da<br />
oltre 100 anni. Esegue lavorazione di porte, finestre e mobili su<br />
misura, esclusivamente con legno di castagno locale.<br />
Maestrini Quintilio<br />
Monte d’Alma - Scarlino (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: l’artigiano, utilizzando castagno locale, produce<br />
paleria, travi, correnti e filagne. L’attività è presente da oltre 50<br />
anni.<br />
Morganti Marzio<br />
Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: si tratta di un laboratorio presente da oltre 80<br />
77
78<br />
ARSIA<br />
anni. Esegue lavorazioni di porte, finestre e mobili su misura<br />
con legname di castagno locale.<br />
Paolini Silvano<br />
Montieri (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: l’attività, di tipo amatoriale, utilizza esclusivamente<br />
legno di olivo della zona per la costruzione di oggettistica<br />
varia: posateria, taglieri, appendiabiti.<br />
Parenti Fabio<br />
Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: lavorazione legno. Si eseguono lavori di restauro<br />
mobili e cornici in legno di castagno, solo su commissione e<br />
completamente a mano.<br />
Salvucci Sergio<br />
Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: l’artigiano si occupa da molti anni del restauro di<br />
mobili antichi.<br />
Traditi Eligio<br />
Montieri (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: produzione di pali e travature di castagno (per<br />
vigne, recinzioni, edilizia).<br />
Montorsi Roberto<br />
Morrona - Ponsacco (Pisa)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: l’attività dell’artigiano è presente da quasi 50<br />
anni, con il restauro e la creazione di mobili interamente lavorati<br />
a mano.<br />
Borghesi Claudio<br />
Lierna - Poppi (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: azienda che si tramanda a livello familiare l’antico<br />
mestiere del “bigonaio”. Il bigone è un prodotto tipicamente<br />
casentinese, interamente fatto a mano e lavorato con castagno<br />
locale, utilizzato soprattutto per la raccolta <strong>delle</strong> uve.<br />
Ciampelli Elio<br />
Sasso Piano - Badia Prataglia (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: l’azienda familiare è dedita alla lavorazione del
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
legno locale, come acero e faggio, che qui presenta caratteristiche<br />
particolari: dopo il taglio e lo spacco il legname è trasportato<br />
alla bottega e poi lavorato fresco perché è più morbido, per la<br />
produzione di oggettistica per uso domestico.<br />
Paggetti Alessandro<br />
Borgo Collina - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: antica bottega di falegnameria, con lavorazione<br />
di legname locale per arredamento. Specializzazione nel restauro<br />
rurale.<br />
Paggetti Giovanni e Marco<br />
Spedale - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: antica falegnameria, che lavora in prevalenza<br />
legno di castagno locale.<br />
Citti Mauro<br />
Lugliano - Bagni di Lucca (Lucca)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: produzione amatoriale di oggetti artistici in<br />
legno.<br />
Perini Pietro<br />
Cervara - Pontremoli (Carrara)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno: laboratorio artigianale familiare, che produce da<br />
oltre 50 anni mobili, infissi, taglieri e oggettistica. Per la lavorazione<br />
sono utilizzate tavole di castagno della zona; i tronchi<br />
sono tagliati, sezionati e stagionati dall’artigiano.<br />
Tocci Pietro e Antonio<br />
Spignana - San Marcello Pistoiese (Pistoia)<br />
<strong>La</strong>vorazione legno, Vetturini: l’azienda a conduzione familiare produce<br />
legna da ardere, paleria e legname da macero per le cartiere,<br />
esclusivamente con legname locale. Da segnalare lo “smacchio”<br />
della legna eseguito con l’impiego di muli da soma, nati e<br />
allevati in azienda.<br />
Tinti Agostino<br />
Capolona (Arezzo)<br />
Vetturino: trasporto di legname, con muli, in luoghi inaccessibili a<br />
mezzi meccanici.<br />
79
80<br />
ARSIA<br />
Trasporto di legname sulle montagne del carrarese, al termine dello “smacchio”<br />
del bosco A.C.<br />
Rossi Germano<br />
Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
Vetturino: trasporto di legname.<br />
Ricci Emilio<br />
Pracchiola - Pontremoli (Carrara)<br />
Vetturino: l’attività, di tipo familiare, è presente da oltre 100 anni, e<br />
riguarda il trasporto di legna e prodotti del bosco con l’utilizzo<br />
di asini. Fino a poco tempo fa i mulattieri venivano frequentemente<br />
utilizzati per il trasporto di legname e del carbone (le carbonaie<br />
erano attive su questi monti dell’Appennino fino ad<br />
altezze di 1500-1700 m s.l.m.).<br />
Dondolini Pier Luigi<br />
Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione e riparazione di utensili e attrezzi.<br />
Faraci Vincenzo<br />
Casotto dei Pescatori (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: riparazioni di utensileria agricola, assottigliatura<br />
vomeri, costruzione letti, porte e finestre in ferro.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Naldini Ivo<br />
Girone - Fiesole (Firenze)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: l’artigiano ha svolto in gran parte attività di servizio<br />
per l’agricoltura (costruzione e riparazione di vari utensili<br />
e attrezzature). Attualmente, produce manufatti per arredi, ringhiere<br />
e infissi metallici.<br />
Niccoli Giampiero<br />
Caldine - Fiesole (Firenze)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione di vari articoli in ferro battuto, con<br />
l’esecuzione di forgiatura e modellazione del metallo.<br />
Magni Giuseppe<br />
Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione di “ferri da lavoro” con metodi tradizionali:<br />
pennati, vanghe, ramponi, falci.<br />
Magni Roberto<br />
Pagliericcio - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: la bottega (di grande interesse storico) è gestita a<br />
livello familiare da sei generazioni. È conosciuta per la costruzione<br />
di zappe, asce e vari strumenti di lavoro per il campo e il<br />
bosco, utilizzando solo carbone per la forgiatura e la forza <strong>delle</strong><br />
braccia (incudine e martello).<br />
Manni Giampaolo<br />
Ponte a Poppi - Poppi (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: la bottega è attiva da metà dell’Ottocento, con le<br />
lavorazioni tipiche del Casentino; si lavora il ferro forgiato e battuto<br />
modellandolo a mano. Produzione su ordinazione di cancelli,<br />
recinzioni, oggettistica e restauro.<br />
Antica ferriera<br />
Pescaglia (Lucca)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: realizzazione di oggetti diversi in ferro.<br />
Caselli F.lli<br />
Borgo a Mozzano (Lucca)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione artigianale di vari utensili agricoli<br />
come forche, rastrelli, falci.<br />
81
82<br />
ARSIA<br />
Ferreria dei F.lli Graziani<br />
Fabbriche di Vallico (Lucca)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione artigianale di utensili agricoli in<br />
un’antica ferreria con maglio: zappe, vanghe, testi per la cottura<br />
dei necci.<br />
Galgani Carlo<br />
Pescaglia (Lucca)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: antico laboratorio artigianale, dove il fabbro realizza<br />
vari attrezzi come vanghe, coltelli, testi, alari.<br />
Ditta Coppi di Fabio Gonnella<br />
Abbadia San Salvatore (Siena)<br />
<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione artigianale di utensili agricoli.<br />
Menichetti Mauro<br />
Semproniano (Grosseto)<br />
Ferro battuto: in attività da oltre 50 anni, nonostante l’età avanzata<br />
dell’artigiano. <strong>La</strong> lavorazione riguarda tutte le tipologie di ferro<br />
battuto, dagli utensili per la lavorazione della terra (zappe, vanghe,<br />
vomeri) a ringhiere e cancellate, ai ferri da cavallo.<br />
Flamini Fabiano<br />
Semproniano (Grosseto)<br />
Panificatore: l’azienda è presente da tempo sul territorio; produzione<br />
tradizionale e a lievito naturale di pane e dolci tipici della<br />
cucina locale.<br />
Fabbri Pietro<br />
Castiglion della Pescaia (Grosseto)<br />
Modellismo: Attività amatoriale. Ricostruzione e imitazione di<br />
oggetti agricoli d’epoca, in legno (carro, torchio, morgano…).<br />
Cecchetti Almado<br />
Cecina (Livorno)<br />
Modellismo: riproduzione in miniatura di strutture e macchine agricole<br />
(frantoi, carri, mulini).
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong>vorazione manuale di vasi in terracotta, in un laboratorio sul litorale livornese<br />
<strong>La</strong>boratorio d’arte di Ermini Elga<br />
Marina di Grosseto (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione terracotta: il lavoro si svolge su ordinazione: la creta<br />
toscana viene lavorata a mano, modellando vasi, anfore, piatti.<br />
Anche le decorazioni sono fatte a mano.<br />
Bitossi Luigi<br />
Cecina (Livorno)<br />
<strong>La</strong>vorazione terracotta: produzione di terrecotte toscane, a mano.<br />
Pepolino dei Barberi di Marchetti Alessandro<br />
Massa Marittima (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione cuoio e terracotta: l’azienda artigiana è presente da oltre<br />
50 anni con produzione di oggetti in cuoio sbalzato, selleria,<br />
borse, cappelli, cinture. Si producono anche oggetti in ceramica<br />
utilizzando le antiche tecniche come il bucchero, la terracotta<br />
nera etrusca.<br />
83<br />
A.C.
84<br />
ARSIA<br />
Lombrichi Anelito<br />
Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione cuoio: produzione di scarpe e stivali a mano.<br />
Buccioni Ivo<br />
Cecina (Livorno)<br />
Calzolaio: riparazione calzature, con attività di insegnamento del<br />
mestiere; è presente da oltre 50 anni.<br />
Guarisco Rocco<br />
Cecina (Livorno)<br />
Calzolaio: l’artigiano esegue la lavorazione completa della scarpa,<br />
dal modello alla lucidatura. Riparazione dell’usato.<br />
Ghilardi Elena<br />
Bagni di Lucca (Lucca)<br />
Calzolaia: produzione di calzature a mano e riparazioni.<br />
Angella Pietro<br />
Pontremoli (Carrara)<br />
Calzolaio: riparazione scarpe.<br />
Maestrini Quintilio<br />
Scarlino (Grosseto)<br />
Frangitura olive: si tratta di un’attività presente da oltre 50 anni e storicamente<br />
inserita nell’ambiente urbano; è anche l’unico frantoio<br />
attivo nel paese, rispetto ai 7 dell’immediato dopoguerra.<br />
L’operatore ha in previsione la produzione di “affiorato”.<br />
Rossi Giuseppe<br />
Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />
Frangitura olive: frantoio con macine in pietra.<br />
Zanaboni Rita<br />
Massa M.ma (Grosseto)<br />
Frangitura olive: frangitura tradizionale con frantoio a pietra.<br />
Alla Pieve<br />
Calci (Pisa)<br />
Frangitura olive: frangitura con macine in pietra. Attivo da oltre 100<br />
anni.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Celandroni Angelo<br />
Calci (Pisa)<br />
Frangitura olive: frangitura tradizionale con macine in verrucano<br />
(pietra locale). Attivo da oltre 100 anni.<br />
Cooperativa I Ronchi<br />
Calci (Pisa)<br />
Frangitura olive: frangitura con macine in pietra.<br />
<strong>La</strong>ndi Massimo<br />
Cortona (Arezzo)<br />
Frangitura olive: frantoio a pietra con sistema di estrazione tradizionale.<br />
<strong>La</strong> struttura è presente da più di 100 anni.<br />
Cooperativa “<strong>La</strong> Seimiglia”<br />
Lucca<br />
Frangitura olive: frantoio in pietra, frangitura tradizionale <strong>delle</strong> olive.<br />
Belladonna di Lemmi Teresa<br />
San Quirico d’Orcia (Siena)<br />
Frangitura olive: frangitura olive con sistema tradizionale.<br />
Milani Dante<br />
Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />
Coltellinaio: l’attività, oramai di tipo amatoriale, riguarda la fabbricazione<br />
di vari utensili e arnesi da taglio (pennati, coltelli e lame<br />
con <strong>mani</strong>ci in legno di erica), oltre a quella di <strong>mani</strong>scalco.<br />
Orlandini Bruno<br />
Cecina (Livorno)<br />
Arrotino: artigiano affilatore di utensili casalinghi e per macelleria.<br />
Valli Evaristo<br />
Arezzo<br />
Arrotino: attività artigiana di affilatura coltelli, forbici e utensili per<br />
lavoro e per uso domestico.<br />
85
86<br />
ARSIA<br />
Pieri Piero<br />
Massa M.ma (Grosseto)<br />
Molitura cereali: antico molino ad acqua con struttura in legno e bottaccio<br />
e macine a pietra. Produzione di tritelli e farina di orzo,<br />
avena, mais e frumenti.<br />
Antico Molino Margheri<br />
Borgo San Lorenzo (Firenze)<br />
Molitura: molino attivo dal 1845, con macinatura a palmenti, mosso<br />
ad acqua, con produzione di farine di grano, castagne, granturco.<br />
Arrighetti Rolando<br />
Barberino del Mugello (Firenze)<br />
Molitura: da oltre 700 anni il mulino è sempre gestito dalla stessa<br />
famiglia. Azionato con la forza dell’acqua, macina grano tenero<br />
e granturco per polenta, provenienti principalmente da produzioni<br />
locali.<br />
Fantappiè Lucia<br />
Ellera - Fiesole (Firenze)<br />
Molitura: il mulino, a 5 palmenti ed azionato con la forza dell’acqua,<br />
è ormai in via di dismissione, pur essendo completo di tutti i<br />
meccanismi e perfettamente funzionante.<br />
Baldi Baldo<br />
Montemignaio (Arezzo)<br />
Molitura: mulino ad acqua, ancora attivo per la produzione di farina<br />
di castagne.<br />
Benevieri F.lli<br />
Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
Molitura: mulino ad acqua ancora attivo, per la produzione di farine<br />
di grano, di castagne, di granoturco e di biade per animali.<br />
Grifoni F.lli<br />
Cetica - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
Molitura: attività esistente dal 1696. Il mulino ad acqua produce farina<br />
di grano, di castagne, di granturco.
I mulini a pietra<br />
sono strutture ancora<br />
diffuse e funzionanti<br />
in diverse aree rurali<br />
della regione. Numerosi<br />
quelli azionati dalla<br />
sola forza dell’acqua<br />
A.C.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Mattesini Alfonso e Gennai Angiola<br />
Subbiano (Arezzo)<br />
Molitura: trasformazione di cereali in farine (grano, granoturco,<br />
castagne, avena), con macine in pietra.<br />
Mattesini Marino e Baldini Anna<br />
Subbiano (Arezzo)<br />
Molitura: trasformazione di cereali in farine (grano, granturco,<br />
castagne, avena), con macine in pietra.<br />
Parigi Giuseppe<br />
Loro Ciuffenna (Arezzo)<br />
Molitura: macinatura di castagne, grano e granturco con macine a<br />
pietra azionate ad acqua. L’edificio è d’interesse storico, risalente<br />
al Cinquecento.<br />
Comune di Fabbriche di Vallico<br />
Fabbriche di Vallico (Lucca)<br />
Molitura: molitura tradizionale per la produzione di farina di castagne<br />
e di cereali.<br />
87
88<br />
ARSIA<br />
Germolli Pasquale<br />
Capannori (Lucca)<br />
Molitura: molino storico esistente dal 1467, per la produzione di farine<br />
di cereali. Vengono svolte attività didattiche e dimostrative.<br />
Mucci Giuliano<br />
Barga (Lucca)<br />
Molitura: il molino ad acqua e con macine a pietra produce farina di<br />
castagne.<br />
Mulino <strong>delle</strong> Fredi<br />
Villa Basilica (Lucca)<br />
Molitura: molitura per la produzione di farina di castagne e di cereali.<br />
Regoli Ercolano<br />
Pieve Fosciana (Lucca)<br />
Molitura: lavorazione di grano, farro, granturco e castagne. Il mulino<br />
risale al Settecento circa.<br />
Cooperativa Val d’Orsigna<br />
Orsigna (Pistoia)<br />
Molitura: produzione di farina di castagne. L’attività è ancora esercitata<br />
grazie al recupero strutturale e funzionale di un mulino e<br />
di un metato. In passato facevano parte di un complesso di<br />
strutture che lavoravano in serie, a servizio dell’economia montana<br />
della Valle d’Orsigna, che per secoli ha avuto nella castagna<br />
il principale sostentamento.<br />
Giannini Orazio<br />
Montecatini (Pistoia)<br />
Molitura: l’azienda è attiva da oltre 100 anni, con produzione di farina<br />
di castagne.<br />
Gualtieri Romeo<br />
Pistoia<br />
Molitura: attività di molitura di castagne e cereali, per la produzione<br />
di farina. Essiccazione castagne.<br />
Cecconi Emilio<br />
San Quirico - Vernio (Prato)<br />
Molitura: l’attività è presente da oltre 100 anni, con la macinazione
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
di grano, granturco, orzo e soprattutto castagne: è l’unico mulino<br />
ancora attivo della valle del Bisenzio.<br />
Podere Ripoli di Martellucci P.<br />
Montieri (Grosseto)<br />
<strong>La</strong>vorazione castagne: essiccazione castagne con metodo tradizionale<br />
e produzione di farina. L’attività è presente da oltre 100 anni.<br />
Mannuccini Massimo<br />
Ortignano Raggiolo (Arezzo)<br />
Essiccazione castagne: attività di essiccazione <strong>delle</strong> castagne, destinate<br />
alla molitura, con procedimenti tradizionali.<br />
Mugnai F.lli<br />
Talla (Arezzo)<br />
Essiccazione castagne: attività di essiccazione <strong>delle</strong> castagne, destinate<br />
alla molitura, con procedimenti tradizionali.<br />
Loro Ciuffenna: il ciclo di<br />
lavorazione tradizionale<br />
della castagna prevede<br />
la fase dell’essiccamento<br />
all’interno del “metato”<br />
(o “essiccatoio”)<br />
V.V.<br />
89
90<br />
ARSIA<br />
Giannini Uliva<br />
Pescia (Pistoia)<br />
Essiccazione castagne: attività di essiccazione <strong>delle</strong> castagne, destinate<br />
alla molitura, con metodi tradizionali.<br />
Manzini Giuseppe<br />
Piteglio (Pistoia)<br />
Essiccazione castagne: attività di essiccazione <strong>delle</strong> castagne, destinate<br />
alla molitura, con metodi tradizionali.<br />
Coordinamento Produttori<br />
Cavarzano - Vernio (Prato)<br />
Essiccazione castagne: il Coordinamento dei Produttori è l’espressione<br />
di tanti proprietari di piccoli appezzamenti di terreno a castagneto,<br />
e gestisce tre punti di essiccazione. Quest’attività è presente<br />
da oltre 100 anni e supplisce la progressiva scomparsa di<br />
figure professionali nella filiera della lavorazione della castagna.<br />
Coordinamento Produttori<br />
Cantagallo (Prato)<br />
Essiccazione castagne: gestione associata di strutture per la lavorazione<br />
<strong>delle</strong> castagne, ad uso familiare. Esperienza di aggregazione<br />
sociale.<br />
Cerofolini Carlo<br />
Quarata (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione pietra: attività amatoriale, con modellazione e scultura<br />
della pietra grezza raccolta nell’alveo del fiume Arno.<br />
Colozzi Umberto<br />
Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione pietra: la famiglia si tramanda l’attività fin dal Seicento<br />
(in quest’area del Casentino hanno lavorato centinaia di scalpellini).<br />
<strong>La</strong> lavorazione, effettuata a mano ed utilizzando per lo più<br />
pietra serena, riguarda caminetti, fontane, vasche, capitelli ed<br />
anche restauri in palazzi antichi e storici.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Pancini Massimiliano e Fernando<br />
Ponte a Poppi - Poppi (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione pietra: l’attività familiare (che oggi riguarda anche<br />
marmi e graniti) prende avvio dall’antica lavorazione della pietra<br />
scalpellata direttamente sul luogo, cioè nella cava. <strong>La</strong>vorazione<br />
di soglie per finestre, camini, pavimentazioni.<br />
Rialti Alessandro<br />
Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
<strong>La</strong>vorazione pietra: l’attività di scalpellino riguarda oggetti di arredamento<br />
interno ed esterno (caminetti, fontane, scale), utilizzando<br />
quasi esclusivamente pietra serena.<br />
Giusti Demire<br />
Borgo a Mozzano (Lucca)<br />
<strong>La</strong>vorazione pietra: con la pietra locale, sono effettuate varie lavorazioni,<br />
come alcune sistemazioni agrarie (muretti reggipoggio)<br />
ed il restauro di edifici ed annessi agricoli.<br />
Nardini Germano<br />
Pescia (Pistoia)<br />
<strong>La</strong>vorazione pietra: estrazione e lavorazione di pietra serena, con la<br />
tecnica della scalpellinatura. <strong>La</strong> lavorazione prevede la realizzazione<br />
di caminetti, scale, capitelli, pavimentazioni. <strong>La</strong> pietra<br />
scalpellata è usata in particolare per le ristrutturazioni dei borghi<br />
medievali <strong>delle</strong> montagne pesciatine.<br />
Venturi Celestino<br />
Succisa - Pontremoli (Carrara)<br />
Scalpellino: la bottega artigiana è presente da oltre 100 anni.<br />
Utilizzando materiale locale (pietra arenaria) si realizzano fontane,<br />
portali, oltre a vari restauri in pietra.<br />
Gentili Vetus<br />
Campiglia M.ma (Livorno)<br />
Cesteria: produzione amatoriale di cestini e panieri. Con il legno,<br />
vengono costruiti scale e forchini.<br />
91
92<br />
ARSIA<br />
Colasanti Giuseppe<br />
Pantano - Campi Bisenzio (Firenze)<br />
Cesteria: a livello amatoriale, sono confezionati cesti, panieri, fiaschi<br />
impagliati e altri oggetti di uso domestico. Per la lavorazione,<br />
sono usate materie prime locali, come canne, salici, vetrici.<br />
Ristori Fedoro<br />
Ortignano Raggiolo (Arezzo)<br />
Cesteria: realizzazione di cesti con stecche di castagno locale. Oggettistica<br />
in legno per uso domestico.<br />
Perondi Liana<br />
Altopascio (Lucca)<br />
Cesteria: produzione di cesti ad intreccio. Impagliatura di sedie con<br />
erbe palustri (sara e sarello del padule). L’attività è presente da<br />
oltre 100 anni.<br />
Melani Paolo<br />
Piteglio (Pistoia)<br />
Cesteria: produzione di cesti, canestri e gerle con l’intreccio di strisce<br />
di legno di castagno. L’attività è presente da oltre 100 anni.<br />
“Squadra” di tosini<br />
Garliano - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
Tosatura: gruppo itinerante di lavoranti esperti nella tosatura <strong>delle</strong><br />
pecore, con sistemi tradizionali.<br />
Barcali Pietro<br />
Compiobbi - Fiesole (Firenze)<br />
Calafatore: costruzione e riparazione di barche. L’attività dei calafati<br />
e costruttori di barche tipiche del fiume Arno, è ormai destinata<br />
all’estinzione: è rimasto un numero esiguo di barchetti<br />
(circa 8) impiegati nell’antico mestiere del traghettatore e del<br />
renaiolo, molto diffusi fino alla II guerra mondiale, nelle zone<br />
intorno a Firenze.
L’impagliatore utilizza<br />
soprattutto erbe palustri<br />
e piante locali per<br />
il rivestimento di fiaschi,<br />
damigiane, sedie e<br />
per la costruzione di<br />
piccola cesteria<br />
F.T.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Paoli Elsa<br />
Sova - Poppi (Arezzo)<br />
Orticoltura: azienda agricola che da generazioni coltiva ortaggi, con<br />
specializzazione nella riproduzione di varietà locali, con semina<br />
e coltivazione di piantine, per la vendita diretta.<br />
Cooperativa Girasole<br />
Pescia (Pistoia)<br />
Vivaismo: innesto tradizionale di piantine di olivo.<br />
Orsi Luca Remo<br />
Pescia (Pistoia)<br />
Vivaismo: produzione piantine di olivo, da innesto.<br />
Cooperativa gli <strong>Antichi</strong> <strong>Mestieri</strong><br />
Pescia (Pistoia)<br />
<strong>La</strong>vorazione rame: produzione di paioli e teglie in rame; riparazioni<br />
con ristagno manuale.<br />
93
94<br />
ARSIA<br />
Rifacimento di materassi,<br />
eseguito in forma<br />
itinerante<br />
A.C.<br />
Pellicci Dino<br />
Pescia (Pistoia)<br />
Materassaio: l’artigiano itinerante produce e rifà i materassi in lana<br />
e vegetale, con l’utilizzo di attrezzature tipiche della tradizione<br />
locale.<br />
Impresa Il <strong>La</strong>go di Romiti Giuseppe<br />
Mulinello - Pontremoli (Carrara)<br />
Edilizia: l’impresa è specializzata in ristrutturazioni e restauro conservativo,<br />
ed in particolare nei lavori di copertura dei tetti a<br />
“piagne” (lastre di arenaria), caratteristiche della Lunigiana.<br />
L’impresa ha avviato quest’attività da circa 20 anni, avvalendosi<br />
della collaborazione e dei consigli tecnici di anziani artigiani.<br />
Azienda agricola Barigano di Papini L.<br />
Pescia (Pistoia)<br />
Intreccio paglia: produzione di rami di palma e di olivo intrecciati,<br />
motivo tradizionale del periodo di Pasqua.
2.4 <strong>Mestieri</strong> e attività tradizionali:<br />
schede illustrative<br />
a cura del Gruppo di ricerca “<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> storica del territorio rurale”,<br />
(<strong>La</strong>ura Cassi, Monica Meini, Margherita Azzari, Lidia Calzolai)<br />
coordinato da <strong>La</strong>ura Cassi - Dipartimento di Studi storici e geografici,<br />
Università di Firenze<br />
Tecnica tradizionale per la trasformazione<br />
del legno di ceduo in carbone<br />
Margherita Azzari<br />
I carbonai che operavano in inverno nella Maremma toscana e<br />
laziale erano quasi tutti provenienti dall’Appennino pistoiese, tanto<br />
che talvolta erano chiamati semplicemente “pistoiesi”. Partivano<br />
per lo più senza la famiglia, in piccoli gruppi di sei o sette persone,<br />
quante ne erano necessarie per far funzionare una carbonaia,<br />
accompagnate da un garzone, detto meo, forse una contrazione del<br />
nome di un santo assai venerato: San Bartolomeo. Senza alcun contratto,<br />
in una condizione che oggi definiremmo di sfruttamento<br />
minorile, questo adolescente doveva sobbarcarsi il compito di servire<br />
alla piccola comunità dei carbonai, facendo loro da mangiare,<br />
tenendo in ordine la capanna e assolvendo a mille altri incarichi<br />
come cercare la legna, scavare le buche, dar fuoco alla carbonaia.<br />
Emarginati, sfruttati, associati nell’immaginario popolare ai<br />
banditi e ai cattivi <strong>delle</strong> fiabe, tornavano alle proprie case a maggio.<br />
Il mestiere del carbonaio è oggi in disuso (sembra che l’ultima compagnia<br />
di carbonai sia stata formata nel 1955), soppiantato il carbone<br />
di legna da altre fonti di energia, più adatte ai moderni mezzi di<br />
riscaldamento. Fare il carbone, tuttavia, era un’arte di cui ogni carbonaio<br />
andava fiero. L’abilità si misurava dalla grandezza dei pezzi<br />
di carbone estratti dalla carbonaia fino a riuscire a carbonizzare,<br />
senza sminuzzarlo, un intero fastello di legna. Il carbonaio poco<br />
abile produceva invece solo brace e perciò, con disprezzo, veniva<br />
detto “bracione”.<br />
<strong>La</strong> carbonaia si costruiva su una “piazza” ben spianata sovrapponendo<br />
dei tronchi disposti in quadrato a formare un camino.<br />
Intorno ad essi si appoggiava la legna, in pezzi di varia lunghezza<br />
(da 30 centimetri a 1 metro) e si circondava con alcune file di zolle
96<br />
ARSIA<br />
<strong>La</strong> carbonaia<br />
in combustione:<br />
una tecnica che<br />
richiedeva tempi<br />
appropriati<br />
ed abilità particolari,<br />
oggi ormai in disuso<br />
per la sua complessità<br />
e a causa<br />
anche dell’utilizzo<br />
di altre fonti<br />
di energia<br />
A.C.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
dette “pellicce”. Si copriva il tutto con foglie secche e poi con terra<br />
non argillosa, né sassosa. Si accendeva quindi la carbonaia introducendo<br />
nel camino braci accese e si alimentava il fuoco con piccoli<br />
pezzi di legno. Il tempo di cottura variava a seconda della quantità<br />
e <strong>delle</strong> dimensioni della legna; mediamente con circa 6 quintali di<br />
legna si otteneva un quintale di carbone. Quando la cottura era finita<br />
si toglievano sassi, radici e altri corpi estranei con un rastrello, si<br />
faceva raffreddare per 24 ore e poi si raccoglieva il carbone. Tale<br />
operazione si faceva di notte, per vedere eventuali resti di carbone<br />
acceso, e con zoccoli di legno per non bruciarsi i piedi.<br />
<strong>La</strong> produzione di cesti, l’impagliatura di sedie<br />
e la produzione di cappelli di paglia<br />
Margherita Azzari<br />
<strong>La</strong> raccolta di arbusti ed erbe palustri è pratica antichissima e<br />
fonte di reddito non trascurabile se veniva ricordata negli statuti<br />
medievali e se un editto pretorio si preoccupava di regolamentare,<br />
ancora nel 1830, il taglio di falaschi nelle paludi di Bientina. Tale<br />
raccolta era praticata nelle vaste aree umide interne della Toscana<br />
(la Val di Chiana, la Val di Nievole, il Padule di Bientina) e in quelle<br />
costiere, come i laghi di Porta, di Massaciuccoli, di Castiglione,<br />
e le aree acquitrinose della bassa Val di Cornia e di Vada e Cecina,<br />
la cui bonifica ha portato alla quasi totale scomparsa <strong>delle</strong> molte<br />
attività di lavorazione <strong>delle</strong> piante palustri. Le piante raccolte<br />
erano salici e vetrici, usate dai bottai per legare i cerchi e dai cestai<br />
per alcuni tipi di intreccio; stipa, granato e mortella, usati per fabbricare<br />
scope; canne e biodolo per usi vari; falaschi e altre erbe<br />
palustri per l’impagliatura di sedie e fiaschi oltre che come cibo per<br />
gli animali.<br />
Quasi sempre la possibilità di raccolta era limitata ai soli abitanti<br />
del luogo da apposite leggi che ne determinavano anche i tempi,<br />
che di solito andavano dall’estate all’autunno. Pesanti erano le pene<br />
per i contravventori: chi ad esempio veniva sorpreso a “far salicchio”<br />
veniva punito (siamo nel 1830) “con una penale di lire 50 per ciascuna<br />
contravvenzione e per ciascuna volta, oltre alla perdita della roba e di ogni<br />
mezzo di trasporto, e la carcere ad arbitrio nel caso di recidiva”.<br />
<strong>La</strong> lavorazione avveniva in inverno, dopo che le erbe tagliate<br />
erano seccate e la stagione avversa non consentiva lavori all’aperto.<br />
97
98<br />
ARSIA<br />
È diffusa tra gli artigiani la disponibilità a trasmettere la propria competenza,<br />
sia per il piacere di raccontare le esperienze dell’antico mestiere, sia per la<br />
formazione di nuove professionalità A.C.<br />
Sia l’impagliatura di sedie che la produzione di cesti erano attività<br />
prevalentemente maschili, mentre la lavorazione <strong>delle</strong> trecce di<br />
paglia per fare cappelli o cestini era esclusivamente femminile, come<br />
dimostra il censimento degli opifici industriali del 1911 a Capraia e<br />
Limite, zona caratteristica di produzione di oggetti impagliati.<br />
<strong>La</strong> doma dei cavalli in Maremma<br />
<strong>La</strong>ura Cassi<br />
<strong>La</strong> pratica di addomesticamento dei cavalli selvaggi è assai antica,<br />
seppure posteriore a quella di altri animali domestici come il<br />
cane, i bovini, i caprini e i suini, probabilmente iniziata già nel<br />
Neolitico. L’allevamento del cavallo è stato praticato in Toscana<br />
fino al secondo dopoguerra, soprattutto nella Maremma livornese e<br />
grossetana, dove il tipo maremmano, tozzo ma eccezionalmente<br />
resistente e sobrio, era particolarmente apprezzato come uno fra i<br />
migliori cavalli militari. I primi rilevamenti censuari dopo l’Unità<br />
mostrano la nostra regione un po’ al di sopra della media italiana,<br />
con 105.000 equini, poco meno della metà dei quali costituita da
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
cavalli e ancora negli anni trenta la situazione non era molto diversa.<br />
Ma all’inizio degli anni ottanta gli equini – complessivamente<br />
intesi – sono ormai calati a 19.000 soltanto. Tuttavia da alcuni anni<br />
gli sport equestri e le passeggiate a cavallo, che sono uno dei motivi<br />
più frequenti di attrazione <strong>delle</strong> aziende agrituristiche, fanno<br />
registrare una certa ripresa dell’attività.<br />
L’addestramento per rendere docile e resistente il puledro viene<br />
avviato verso i quattro anni e mezzo, quando l’animale è prossimo<br />
alla pienezza dello sviluppo. Diversamente la pensavano i ro<strong>mani</strong>,<br />
come Varrone, autore di un famoso trattato di agricoltura, che<br />
sosteneva non dovessero oltrepassarsi i tre anni. Dapprima occorre<br />
ammansire il puledro per renderlo atto a sopportare la sella e il<br />
peso del cavaliere (o i finimenti per il traino), facendogli prendere<br />
confidenza con l’uomo e col nuovo ambiente rispetto al pascolo<br />
dove viveva brado o semibrado. A questo fine è sempre la stessa<br />
persona ad occuparsi dell’animale e a educarlo, guadagnandone<br />
via via la fiducia, grazie anche alla presenza di un cavallo anziano,<br />
il cosiddetto “marrone”, di cui il puledro tenderà a imitare il comportamento.<br />
Successivamente, una razionale e metodica progressione<br />
di esercizi lo renderà adatto al lavoro. Complessivamente<br />
occorre un anno circa perché l’animale sia compiutamente addestrato.<br />
In Maremma, così come nella campagna romana, i guardiani<br />
a cavallo <strong>delle</strong> mandrie di cavalli, buoi e bufali allevate all’aperto<br />
sono espertissimi cavalieri chiamati butteri (o bestiai). <strong>La</strong> loro<br />
immagine tradizionale viene esaltata nelle parole di Guido<br />
Piovene: “Solo qui ho potuto ascoltare il galoppo dei branchi di cavalli e<br />
il grido dei butteri che li sposta, simile a quello d’un rapace” e in quelle<br />
altrettanto incisive di Ugo Ojetti: “Appoggiato allo stipite d’un negozietto<br />
vicino, sta un buttero col cappello a cono tronco e a tese dure, coi<br />
cosciali di pelo di capra, col cappottone foderato di verde”.<br />
L’essiccazione <strong>delle</strong> castagne con metodo<br />
tradizionale (metato)<br />
Margherita Azzari<br />
Il castagno è una pianta conosciuta e apprezzata fin dall’antichità.<br />
Ricordata nella Bibbia e nei poemi di Omero, i Greci chiamavano<br />
i suoi frutti “ghiande di Giove”. In Italia ebbe fin dall’antichità<br />
grandissima diffusione, prevalentemente sull’Appennino, fra i 300<br />
99
100<br />
ARSIA<br />
Il processo dell’essiccazione permette l’asciugatura <strong>delle</strong> castagne, maggiore serbevolezza,<br />
sapori e profumi più pronunciati nella farina V.V.<br />
e i 1000 metri di altezza. Dal medioevo fin quasi ai nostri giorni, la<br />
castagna ha costituito la base del nutrimento <strong>delle</strong> popolazioni<br />
della montagna, come dimostrano i numerosi interventi legislativi<br />
succedutisi nei secoli, relativi alla tutela e alla regolamentazione<br />
dello sfruttamento dei castagneti. Gli Statuti di Gavinana del 1540,<br />
ad esempio, prevedevano che la raccolta <strong>delle</strong> castagne da parte del<br />
proprietario terminasse col mese di novembre, dopo di che i poveri<br />
potevano andare liberamente a raccogliere i frutti che restavano.<br />
A questo proposito, una credenza popolare afferma che il cardo<br />
contiene tre castagne perché una tocca al padrone, una al contadino<br />
e la terza ai poveri. Le castagne, per essere macinate, devono essere<br />
preventivamente seccate.<br />
In Toscana ciò avveniva nel “metato”, una costruzione rustica<br />
eretta nel luogo di raccolta <strong>delle</strong> castagne. Talvolta, come sull’Appennino<br />
pistoiese e in Garfagnana, il metato era parte integrante<br />
dell’abitazione: sostituiva la cucina ed era luogo di incontro, in<br />
quanto vi si tenevano le veglie. Le castagne erano poste a seccare<br />
sul canniccio o sulle cannaiole, cioè su una impalcatura costituita<br />
da assi di legno ravvicinate o da canne a cui il focolare della cucina<br />
assicurava un calore costante. Pascoli ricorda un “metato soletto in<br />
cui seccasse a un fuoco dolce il dolce pan di legno: sopra le cannaiole le<br />
castagne cricchian, e il rosso fuoco arde nel buio.” (Il ciocco, dai Canti di<br />
Castelvecchio). Una volta seccate, le castagne venivano sgusciate con
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
una energica battitura che triturava i gusci dentro robusti sacchi o<br />
in un apposito recipiente detto bigoncia. Oggi questi procedimenti<br />
sono stati sostituiti dall’uso di macchine sgusciatrici. Anche i metati<br />
sono quasi del tutto scomparsi, trasformati spesso in stanze di<br />
abitazione o in ripostigli per gli attrezzi.<br />
<strong>La</strong> frangitura tradizionale con molazze in pietra<br />
Margherita Azzari<br />
<strong>La</strong> coltura dell’olivo per la produzione di olio è assai antica in<br />
Toscana e si può far risalire alla civiltà latina. Nell’alto Medioevo<br />
tale coltura sopravvisse ai tempi di crisi e di guerra, favorita dal<br />
formarsi di ampie proprietà intorno ai conventi e agli ordini monastici<br />
e, più tardi, valorizzata dai Comuni. A partire dal XV secolo<br />
furono i Medici a favorire la coltura dell’olivo concedendo in affitto<br />
a prezzi minimi terreni boscosi a chi li trasformasse in oliveti e<br />
vigneti. Si formò così il tipico paesaggio toscano. Per tradizione, la<br />
raccolta avviene qui a mano, dalla pianta, fra novembre e dicembre.<br />
Anche la frangitura, spesso, viene effettuata ancora con metodi tradizionali:<br />
nei frantoi le olive vengono frantumate con le molazze<br />
che, una volta, erano azionate da animali, buoi, cavalli o asini, più<br />
L’estrazione dell’olio con i sistemi tradizionali è ancora vissuta da tanti appassionati<br />
come uno dei momenti più significativi della nostra cultura agroalimentare<br />
F.F.<br />
101
102<br />
ARSIA<br />
raramente da meccanismi idraulici.<br />
Le molazze o “gemellari” sono grosse mole, generalmente in<br />
pietra locale, che hanno il pregio di dare all’impasto la giusta pezzatura,<br />
senza innalzarne la temperatura, il che danneggerebbe la<br />
qualità dell’olio. <strong>La</strong> pasta triturata e mescolata dalle molazze viene<br />
stesa su dischi di fibra vegetale, con foro centrale detti fiscoli, o pannelli,<br />
in uno strato di circa tre centimetri; i fiscoli vengono poi impilati<br />
su un asse cilindrico verticale di legno o, più recentemente, di<br />
acciaio. Ogni tre fiscoli si pone un disco d’acciaio, fino a formare<br />
una torre di circa venti terne, e la si sottopone a pressione con un<br />
torchio. Il liquido di spremitura, attraverso i fori del cilindro, si raccoglie<br />
in un contenitore per la separazione finale dell’olio dalle<br />
impurità. Una volta questa operazione avveniva per successive<br />
“scremature”, dopo ventiquattro ore e ancora, per almeno altre due<br />
volte, a dodici ore di distanza. Dopo l’introduzione del “separatore”<br />
essa avviene per centrifugazione.<br />
L’innesto tradizionale<br />
Monica Meini<br />
<strong>La</strong> tecnica dell’innesto, quale metodo artificiale di riproduzione<br />
vegetativa per le piante legnose, è di antichissima tradizione. In<br />
molti trattati antichi sono infatti riportati diversi metodi di innesto,<br />
molti dei quali sono usati ancora oggi. Vogliamo innanzitutto ricordare<br />
come, nella cultura contadina, quella dell’innesto fosse considerata<br />
non tanto una tecnica, quanto una vera e propria arte, come<br />
ben fanno comprendere le parole di Giuseppe Tallarico, autore del<br />
trattato L’olivo, l’olivastro ed il lentisco (1939), sul significato biologico<br />
dell’innesto:<br />
“L’arte è semplice ... ma il mistero è grande, di fondere due vite in una<br />
sola ... sembra che intercedano rapporti d’influssi e personali rispondenze<br />
nascoste d’amore e simpatia, fra la pianta curata e l’uomo che la cura; sembra<br />
(e qui gli ortodossi forse rideranno) che ci siano <strong>mani</strong> felici, di fortunati<br />
curatori vegetali, specie per gli innesti! ...<br />
Innestare una pianta è un’arte delicata, perché si tratta di accomunare<br />
due mondi biologici diversi ... ma perché il miracolo s’avveri, è necessario<br />
non solo che i due vegetali riuniti per innesto presentino <strong>delle</strong> capacità<br />
funzionali identiche riguardo ai bisogni in acqua, in elementi minerali, ed<br />
in sostanze elaborate; che il chimismo <strong>delle</strong> due piante sia lo stesso, che
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Tanto l’innesto quanto la potatura di produzione dell’olivo, sono tecniche che<br />
richiedono competenza e “finezza” professionale e che contribuiscono al mantenimento<br />
della qualità caratteristica locale F.F.<br />
siano parenti e molto affini; ma è necessario che nell’atto dell’innesto<br />
rispettata sia la divina legge della sincronia, è necessario che la marza ed<br />
il soggetto si vengano a trovare nella stessa identica fase stagionale – nella<br />
fase dell’amore… Perché durante questa fase dell’amore ... si svegliano le<br />
ninfe, si mondano le scorze, si accrescono tessuti di turgore, e vanno in<br />
giro per tutta la pianta nei più fondi recessi capillari i messaggeri chimici<br />
degli organi ormonali. ... Ora riunire le due piante, la marza ed il soggetto,<br />
che si trovino nella stessa fase ... è assicurare il connubio ... e col connubio<br />
l’attecchimento in pieno della marza! ... Tanto delicato appare all’intuizione<br />
contadina questo atto un po’ sacrilego dell’innesto vegetale!”.<br />
In effetti, l’innesto si esegue trapiantando porzioni di organi o<br />
frammenti di una pianta su un’altra, oppure favorendo la saldatura<br />
fra due piante in modo che ne derivi un individuo bimembre. <strong>La</strong><br />
nuova pianta è cioè formata da una parte che fornisce l’apparato<br />
radicale e che viene definita “soggetto” o “portainnesto”, e da una<br />
parte che fornisce la chioma e assicura la conservazione dei caratteri<br />
genetici che si vogliono mantenere e che viene detta “oggetto” o<br />
“marza” o “nesto”. Il soggetto può essere “franco”, se deriva da<br />
seme della stessa varietà della marza, o “selvatico” se deriva dal<br />
seme di una pianta spontanea. Affinché l’innesto attecchisca, e quindi<br />
dia buoni risultati, deve essere eseguito nell’epoca adatta – il<br />
momento più opportuno è proprio la primavera, quando le piante<br />
103
104<br />
ARSIA<br />
sono “in succhio” e la linfa circola più attivamente – e rispettando le<br />
affinità tra le piante (per esempio, il pero si innesta su cotogno o su<br />
biancospino, il pesco su albicocco, mandorlo o susino e così via).<br />
Le funzioni dell’innesto sono varie: esso può essere eseguito per<br />
riprodurre varietà sterili o per moltiplicare piante arboree o arbustive<br />
da frutto o da fiore conservando inalterati i caratteri di una<br />
varietà, che si modificherebbero attraverso la riproduzione per<br />
seme; per combattere parassiti, come nel caso della vite europea<br />
innestata su quella americana per ottenere piante resistenti alla fillossera;<br />
per migliorare la qualità dei prodotti, anche in terreni poco<br />
adatti (ad esempio, il pesco si innesta su mandorlo nei terreni calcarei<br />
e su mirabolano nei terreni umidi). Esistono diversi modi di<br />
effettuare l’innesto, ma tutti riconducibili a tre tipi classici. Con l’innesto<br />
per approssimazione si procura in <strong>mani</strong>era forzata l’accostamento<br />
e infine il contatto nel senso della lunghezza tra due rami o<br />
germogli di piante diverse, non separati dalla pianta madre; nel<br />
punto di contatto si asporta da entrambi un pezzo di corteccia e di<br />
legno mediante un taglio netto, quindi si lega fortemente.<br />
L’innesto a marza si esegue asportando un rametto o una parte<br />
gemmifera da una pianta e mettendola poi a contatto con la parte<br />
interna della corteccia di un’altra pianta che fa da soggetto o portainnesto;<br />
questo può avvenire secondo varie tecniche, che vengono<br />
definite “a spacco” (comune o inglese), se viene usata una sola<br />
marza, e “a corona”, se sul soggetto si inseriscono più marze.<br />
Infine, l’innesto a occhio – detto anche a gemma o a scudo – è il più<br />
comunemente usato: la marza è costituita in questo caso da una<br />
porzione di corteccia a forma di scudo che viene inserita sotto la<br />
corteccia del soggetto in cui è stata praticata un’incisione a T e ne<br />
sono stati sollevati i lembi del taglio. Per l’innesto occorre un buon<br />
coltello, detto “innestatoio”, di ottimo materiale, costantemente ben<br />
affilato e pulito, perché i tagli devono essere sempre netti e vivi.<br />
Per favorire l’attecchimento, dopo l’innestatura, si usano legacci<br />
di rafia, gomma, lana o rametti di salice, giunchi o vimini; quindi, per<br />
evitare la penetrazione di umidità e di eventuali parassiti attraverso<br />
le ferite, si copre la zona dell’innesto con appositi mastici, che possono<br />
essere a base di sego, cera gialla, pece, trementina o altre sostanze.<br />
Dopo 10-15 giorni dall’esecuzione, e in seguito una volta a settimana,<br />
l’innesto deve essere controllato, perché c’è il rischio che i<br />
legacci producano un qualche fastidio al naturale sviluppo della<br />
pianta. Infine, dopo che l’attecchimento è ben completato, la cima del<br />
soggetto deve essere soppressa a più riprese per favorire il massimo
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
sviluppo della marza domestica; a quest’ultima viene anche legato<br />
un tutore che facilita lo sviluppo in altezza del nuovo virgulto.<br />
Molitura <strong>delle</strong> castagne per la produzione di farina<br />
Margherita Azzari<br />
Per essere macinate, le castagne devono essere seccate e sbucciate.<br />
Ciò richiedeva un certo tempo, non meno di un mese. Le castagne<br />
venivano fatte seccare nel metato, uno spazio appositamente<br />
creato, adiacente alla casa del contadino o isolato nel luogo di raccolta<br />
dei frutti. Lo spazio interno era diviso da un soppalco di legno<br />
o canne, detto canniccio, su cui si disponevano le castagne, fino ad<br />
uno spessore di circa 70 cm. Nella parte inferiore si accendeva il<br />
fuoco, che doveva essere alimentato senza interruzione. Una volta<br />
seccate al calore e al fumo, le castagne venivano sgusciate. Si ponevano<br />
in un sacco o in una bigoncia e si battevano energicamente,<br />
fino a triturarne i gusci ormai secchi, i cui frammenti venivano usati<br />
per attizzare il fuoco. Quando le castagne erano veramente il pane<br />
dei poveri e costituivano la base dell’alimentazione della gente di<br />
montagna, anche i mulini che le macinavano erano numerosi.<br />
“Pan di legno e vin de’ nuvoli”. <strong>La</strong> civiltà del castagno è stata condivisa dalle<br />
popolazioni dell’Amiata, del Mugello, del Pratomagno, della Garfagnana, della<br />
Val Tiberina, della Montagna pistoiese… V.V.<br />
105
106<br />
ARSIA<br />
Nella sola comunità di San Marcello Pistoiese, per esempio, nel<br />
1838 se ne contavano ben 24, con 60 macine. Oggi il prodotto è ricercato<br />
soprattutto all’inizio dell’inverno, poi il suo commercio subisce<br />
una interruzione. Al mugnaio che macina le castagne è tuttora pagata<br />
la “molenda” in natura, cioè 10 chilogrammi di farina per ogni<br />
quintale di macinato, più due chilogrammi di spolvero per la farina<br />
che si perde nella lavorazione. Con la farina dolce si possono fare<br />
ottimi seppur rustici dolci: il castagnaccio, una torta di farina dolce<br />
profumata di rosmarino, arricchita da noci e condita con olio d’oliva;<br />
le frittelle, la polenta dolce, i <strong>mani</strong>fatoli, polentine con latte freddo<br />
e i necci, etimo forse derivante da ilex, leccio, a ricordare tempi<br />
remoti nei quali si consumavano ghiande “dulcior eadem in cinere<br />
tosta” come ricorda Plinio (Naturalis Historia, IV,16).<br />
<strong>La</strong> realizzazione di muri reggipoggio<br />
per sistemazioni agrarie<br />
Monica Meini<br />
Sebbene l’esistenza di sistemazioni a terrazze sia documentata<br />
fin dal basso Medioevo, è nel Settecento che i migliori agronomi italiani,<br />
primi fra tutti il <strong>La</strong>ndeschi, il <strong>La</strong>stri e il Testaferrata – definiti<br />
da Emilio Sereni nella sua Storia del paesaggio agrario italiano come i<br />
maestri toscani della bonifica collinare – cominciano ad “imparare<br />
l’arte” <strong>delle</strong> più elaborate sistemazioni in collina e in montagna e a<br />
“mostrarla ai cultori”. In quell’epoca, infatti, l’estendersi della superficie<br />
agricola rese per la prima volta necessario dissodare terreni<br />
anche su pendici scoscese e di conseguenza procedere a complesse<br />
opere di ciglionamento e terrazzamento. L’opera dei bonificatori<br />
toscani si inquadrava in una lotta tenace portata avanti dal <strong>La</strong>ndeschi<br />
e dalla sua scuola contro le sistemazioni “a rittochino”, che<br />
favorendo l’effetto del dilavamento contribuivano alla degradazione<br />
del suolo collinare, e in favore <strong>delle</strong> lavorazioni “a traverso”.<br />
Ma, nonostante il loro successo, questi insegnamenti non si diffondevano<br />
con la velocità che i loro appassionati sostenitori avrebbero<br />
desiderato, se nel 1815 il canonico Ignazio Malenotti, nel suo<br />
trattato Il Padron contadino. Osservazioni Agrario-Critiche, aveva a<br />
scrivere: “<strong>La</strong> cosa è molto facile ad eseguirsi, ma disgraziatamente da<br />
pochi posta in pratica, ad onta dell’esempio datone ultimamente, dietro i<br />
precetti del non mai abbastanza lodato Gio:Battista <strong>La</strong>ndeschi Parroco
Muretti a secco<br />
e terrazzamenti<br />
nella Toscana<br />
centrale: testimonianza<br />
della storia<br />
agraria,<br />
e capolavoro<br />
di ingegneria<br />
ambientale, che<br />
oggi necessitano<br />
di importanti<br />
interventi di<br />
manutenzione<br />
L.B.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Samminiatese, da tanti giudiziosi Agricoltori specialmente della Val<br />
d’Elsa, che hanno ridotti in pochi anni fertilissimi quei Poderi che chiamarsi<br />
potevano veri deserti; tra i quali meritano onorata <strong>memoria</strong><br />
Agostino Testaferrata, Giuseppe Baccetti, Gaetano Ristori e Simone Ciulli,<br />
tutti Agenti di Campagna il primo a Meleto, il secondo a Cojano, il terzo<br />
a Uliveto, il quarto a C. Fiorentino, senza parlare di tanti altri”.<br />
In realtà, la Toscana è la regione dove le sistemazioni collinari a<br />
superficie divisa assumono, già a partire dalla fine del XVIII secolo,<br />
l’aspetto determinante nella configurazione del paesaggio agrario.<br />
Per terrazzamento si intende in generale la sistemazione di un<br />
terreno con forte pendenza mediante una serie di terrazze sostenute<br />
da muretti a secco e da terrapieni, in cui lo smaltimento dell’acqua<br />
piovana avviene per mezzo di fosse di scolo che corrono lungo<br />
il margine a monte o a valle della lenza, ossia del ripiano coltivato<br />
della terrazza. In Toscana si distingue fra terrazzamento e ciglionamento:<br />
nel primo caso, la funzione di sostegno del ripiano è affidata<br />
a muretti a secco; nel secondo caso, alla parete esterna del terrapieno<br />
– detta ciglione o greppo – opportunamente inerbita per renderla<br />
stabile e compatta. È ovvio che la scelta di una tipologia o dell’altra<br />
dipendeva in massima parte dalla natura del suolo; essa corrispondeva<br />
in parte anche ad una diversa forma di utilizzazione<br />
della superficie agricola: più intensiva con il terrazzamento, che<br />
richiedeva risorse umane e finanziarie notevoli; più estensiva col<br />
ciglionamento. <strong>La</strong> sistemazione a terrazze prevedeva innanzitutto<br />
lo spietramento del terreno e il reimpiego dei sassi tolti per innalzare<br />
i muri reggipoggio, altezza e distanza dei quali dipendevano<br />
dall’inclinazione del terreno.<br />
Le piante, messe a dimora dopo avere realizzato le fosse di scolo,<br />
107
108<br />
ARSIA<br />
erano soprattutto viti e olivi, mentre nei ripiani venivano effettuate<br />
le consuete colture avvicendate (cereali, foraggere) secondo i canoni<br />
tradizionali della coltura promiscua. I muri a secco, utilizzati per la<br />
sistemazione a terrazze, a gradoni, a lunette, si diffusero in tutta la<br />
regione, ma in particolar modo interessarono il Chianti, il Valdarno<br />
superiore e il Mugello. <strong>La</strong> sistemazione a ciglioni si diffuse invece in<br />
corrispondenza di terreni sabbiosi, in particolare nella Lucchesia,<br />
nelle colline intorno a Pescia, in Valdelsa, dove era possibile consolidare<br />
gli argini con minore dispendio di uomini e di mezzi, semplicemente<br />
rassodandoli con piote erbose o battendo la terra. Queste<br />
sistemazioni si sono tramandate fino ad oggi, attraverso la cura<br />
costante di agricoltori consapevoli che la produttività dei terreni collinari<br />
dipende in larga parte dalla gestione accurata <strong>delle</strong> acque e del<br />
suolo. Ormai, però, non sono molti i terrazzamenti superstiti e questi<br />
portano spesso i segni di un degrado che sembra esprimere l’attuale<br />
mancanza di quella consapevolezza.<br />
Molitura tradizionale dei cereali<br />
Margherita Azzari<br />
<strong>La</strong> molitura dei cereali è un’attività antichissima, che troviamo<br />
ampiamente documentata nel mondo greco e latino. Molte di quelle<br />
che oggi sono attività industriali hanno avuto origine e una lunga<br />
storia come attività domestiche e così è anche per i mulini che erano<br />
parte integrante della casa di campagna, come dimostra, per esempio,<br />
la villa di Boscoreale a Pompei, in cui un ampio ambiente è<br />
dedicato alla molitura. <strong>La</strong> ruota, come ci dice Catone, era fatta girare<br />
da un asino. Già dal Medioevo molte fonti scritte, soprattutto atti<br />
notarili di compravendita, danno notizia della diffusa presenza di<br />
mulini e talvolta ne offrono una breve descrizione. L’imposizione di<br />
tasse sul macinato e i ricorrenti interventi pubblici e privati tesi ad<br />
aumentare e regolarizzare la portata dei corsi d’acqua naturali e<br />
artificiali che rappresentavano la forza motrice dei mulini stanno a<br />
testimoniare la vitalità e l’importanza di questo settore.<br />
Oggi l’attività molitoria tradizionale è quasi del tutto scomparsa,<br />
almeno da due generazioni. In Toscana, a causa dell’irregolare regime<br />
dei corsi d’acqua con magre estive, era più diffuso il mulino<br />
idraulico orizzontale. <strong>La</strong> spinta dell’acqua sulle pale dentate, di<br />
legno o ferro, determinava un moto che veniva trasmesso a un asse,
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Macine di un mulino in Casentino. Per secoli, hanno trasformato grano, mais<br />
e castagne in farine alimentari e biade per animali A.R.<br />
anch’esso di legno o di ferro, il “ritrecine”, che a sua volta faceva girare<br />
la macina superiore in un rapporto di giri di 1 a 1, mentre la macina<br />
inferiore restava ferma. Questo tipo di mulino si trova, ad esempio,<br />
nel livornese e nell’Elba. Nel mulino verticale o “vitruviano”, già<br />
in uso nel I secolo a.C., la ruota può essere mossa “per di sotto”, “per<br />
di sopra” o, più raramente, “per di fianco”. Il moto, attraverso un<br />
asse orizzontale, una ruota dentata ed una “rocchetta”, viene trasmesso<br />
alla macina superiore sviluppando più giri di macina per<br />
ogni giro di ruota. Questo tipo di mulino era, ad esempio, il più diffuso<br />
in Versilia. Le macine, o “palmenti”, potevano essere più di una<br />
ed il molino era quindi descritto come a due, tre o quattro “palmenti”.<br />
In genere se i palmenti erano più uno veniva destinato esclusivamente<br />
alla molitura dei cereali e l’altro a quella del mais.<br />
L’acqua corrente veniva convogliata in “gore” che spesso alimentavano<br />
un “bottaccio”, una profonda vasca, così da creare un<br />
minimo di riserva, e fatta poi scendere, in un canale a forte pendenza,<br />
verso il “carcerario” dove era collocato il “ritrecine”. Questo<br />
locale era a forma di semibotte, con la volta in pietra o mattoni, una<br />
stretta bocca per l’ingresso dell’acqua e un’ampia apertura di uscita.<br />
Il mugnaio poteva regolare a piacere l’intensità del getto d’acqua,<br />
e di conseguenza la velocità dei giri, così come la distanza fra<br />
le macine per ottenere prodotti diversi, così da far assumere al suo<br />
109
110<br />
ARSIA<br />
lavoro carattere di arte. I cereali venivano frantumati e polverizzati<br />
e la farina prodotta per forza centrifuga scendeva, attraverso scanalature,<br />
verso il bordo del sistema macinante dove veniva convogliata<br />
in un cassone e raccolta in sacchi. L’attrezzatura di un mulino<br />
era completata da una “stadera” per la pesatura, dagli “stai” per<br />
vagliare la farina e, ovviamente, da sacchi e “corbelli”.<br />
Produzione e riparazione paioli e teglie in rame<br />
Monica Meini<br />
Diversi erano un tempo i mestieri legati alla produzione di utensili<br />
casalinghi in metallo: tra i più comuni, erano il mestiere del fabbro,<br />
che lavorava particolarmente il ferro, adottandone la forma secondo<br />
la funzione e la destinazione desiderate; quello dello stagnino, che<br />
provvedeva alla realizzazione <strong>delle</strong> grondaie ma anche alla riparazione<br />
dei recipienti usati in cucina; e del battirame, vero e proprio artigiano<br />
del rame, dal quale ricavava oggetti utili e belli battendo a freddo<br />
col martello su questo metallo alquanto duttile. L’artigianato del<br />
rame è di antichissima tradizione in Toscana. I giacimenti <strong>delle</strong><br />
Colline Metallifere venivano sfruttati già dall’epoca etrusca. Nella Val<br />
di Cecina merita una visita la miniera di Camporciano, che cominciò<br />
Officina del<br />
“ramaio”. Le botteghe<br />
dei fabbri da<br />
sempre sono state il<br />
luogo di produzione<br />
e riparazione di<br />
attrezzi da lavoro<br />
e di utensili per uso<br />
domestico<br />
F.T.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
ad essere sfruttata in <strong>mani</strong>era intensiva a partire dal 1827 (all’epoca<br />
era la miniera di rame più importante d’Europa) e cessò l’attività nel<br />
1907, ma i cui i impianti sono ancora conservati e in parte visibili. <strong>La</strong><br />
produzione di utensili in rame era una tradizione particolarmente diffusa<br />
soprattutto nella zona vicina a tali giacimenti.<br />
Erano in rame da tempo immemorabile le brocche o “mezzine”,<br />
utilizzate per attingere acqua alle fonti e per conservarla fresca. Le<br />
brocche, impreziosite da bordi in ottone, avevano la superficie<br />
esterna in rame tutta martellata a mano, mentre all’interno venivano<br />
normalmente stagnate. Il rame pesante martellato e stagnato,<br />
oltre ad essere bello da vedere, è il metallo più adatto alla cottura<br />
<strong>delle</strong> vivande: grazie alla sua elevata conducibilità termica questo<br />
tipo di recipiente si scalda uniformemente sia sul fondo sia sulle<br />
pareti garantendo una cottura omogenea degli alimenti. Contenitori<br />
tipicamente in rame erano quindi le teglie, che venivano<br />
usate per gli arrosti in forno o per i dolci e le torte, e i paioli, usati<br />
per cuocere la polenta e agganciati ad una catena di ferro sospesa<br />
sopra il fuoco del camino. Anche i contenitori per la brace, come<br />
scaldini e bracieri, erano spesso in rame, magari abbelliti con l’ottone<br />
e con decorazioni a sbalzo.<br />
Si può capire come questi recipienti dalla durata praticamente illimitata,<br />
a causa del troppo uso si bucassero però con una certa frequenza.<br />
Si portavano allora dallo stagnino, che provvedeva a ripararli.<br />
Per i lavori di chiusura, saldatura e tamponamento veniva infatti<br />
usato lo stagno, consumato con parsimonia e nelle quantità indispensabili<br />
perché costava caro… e poi lo spreco era allora inconcepibile.<br />
Produzione di paleria e travature in castagno<br />
Margherita Azzari<br />
Questa attività ha avuto un apprezzabile sviluppo in Toscana<br />
fin dai tempi più antichi, proprio perché l’ambiente naturale forniva<br />
un’abbondante materia prima. L’estensione <strong>delle</strong> zone coltivate<br />
a castagno era tale da superare l’esasperato frazionamento della<br />
proprietà terriera nella montagna toscana, facendo supporre che,<br />
non essendo spontanee le piante di castagno, “un vasto possessore le<br />
avesse piantate al principio, giacché non è possibile pensare che tanti piccoli<br />
proprietari si fossero accordati a destinare alla stessa coltura tratti così<br />
estesi di paese fra loro minutamente diviso” (L. Tramontani, Istoria natu-<br />
111
112<br />
ARSIA<br />
rale del Casentino, Firenze, Stamperia della Carità, 1801), ipotizzando<br />
così, nel Casentino, la presenza del latifondo al tempo dei ro<strong>mani</strong>.<br />
Se il castagno serviva essenzialmente a fornire il “dolce pan di<br />
legno”, nelle zone meno adatte alla produzione di castagne le piantagioni<br />
venivano usate come polloneti per la produzione di paline.<br />
L’organizzazione del mestiere di taglialegna aveva carattere familiare:<br />
era il padre con i figli maschi, o i nipoti, che si occupava del<br />
taglio di uno o più appezzamenti di bosco, presi in affitto.<br />
Prima bisognava tagliare il sottobosco e legare i rami tagliati in<br />
pezzi non troppo lunghi, in fascine che pesavano dai 10 ai 14 chilogrammi.<br />
Le varie fascine venivano sovrapposte a formare una<br />
“barca” per preservarle dalla pioggia in attesa della vendita. Il sottobosco<br />
per le fascine poteva essere tagliato ogni sei anni, ma in<br />
caso di particolare necessità si procedeva al taglio anche dopo soli<br />
quattro anni. Le fascine erano usate soprattutto come legna da ardere<br />
nei forni e nelle fornaci ed erano perciò molto richieste, specialmente<br />
dalle numerose lavorazioni di ceramica che sorgevano lungo<br />
l’Arno. Venivano trasportate a valle su slitte, a dorso di mulo o su<br />
barrocci a seconda della difficoltà del percorso, e lungo il corso del<br />
fiume su piccole barche. <strong>La</strong> seconda fase del lavoro era costituita<br />
dal taglio del bosco ceduo. Ciò poteva avvenire solo ogni dodici<br />
anni, perché i fusti potessero essere utilizzati sia per produrre carbone<br />
che per fabbricare utensili. Le piante abbattute dovevano essere<br />
ripulite dai rami piccoli che andavano a formare le fascine o, se<br />
più grossi, le paline per le viti o per altri usi agricoli. Una buona<br />
parte del prodotto veniva trasformata in carbone dagli esperti carbonai,<br />
mentre i tronchi venivano tagliati per fare legna da ardere. A<br />
questo tipo di produzione e commercio fa riferimento anche Machiavelli<br />
nella lettera al Vettori del 13 dicembre 1513.<br />
Il taglio <strong>delle</strong> piante di alto fusto era l’operazione più complessa<br />
e richiedeva grande esperienza. Se il legname doveva servire per<br />
un uso particolare, per esempio la carpenteria navale, che aveva un<br />
suo centro a Limite sull’Arno, si preferivano al castagno essenze<br />
più robuste come la quercia o il faggio. Il capo cantiere si consultava<br />
col boscaiolo per avere informazioni sul “curvame”, cioè sulla<br />
presenza di piante che avessero già in natura la curvatura richiesta<br />
dalla costruzione. Un limite assai grave era costituito dalla difficoltà<br />
di trasporto, dovuta alla carenza di strade almeno nella parte<br />
alta della selva, per cui la prima lavorazione dei tronchi avveniva<br />
sul posto: il taglio e la squadratura erano eseguiti dallo stesso<br />
taglialegna che aveva abbattuto la pianta. Il trasporto a valle <strong>delle</strong>
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Gli ultimi vetturini utilizzano ancora animali per il trasporto di legna e carbone,<br />
nei luoghi inaccessibili ai mezzi meccanici A.C.<br />
piante tagliate e squadrate avveniva su un “carro matto”, dotato di<br />
grandi ruote e con sponde asportabili: con un ingegnoso sistema di<br />
piani inclinati un uomo solo, con l’aiuto del cavallo, era in grado di<br />
caricare un tronco lungo anche 20 metri.<br />
Per il taglio e la squadratura il boscaiolo usava diversi arnesi: la<br />
scure, l’accetta, i cunei, la sega, il pennato, la mandretta, la roncola<br />
e il più piccolo roncolo; un guanto di pelle per la mano sinistra e un<br />
grembiule di cuoio assai lungo che proteggeva il corpo completavano<br />
la sua attrezzatura. Erano per lo più utensili di produzione<br />
locale e di semplice fattura, che il taglialegna poteva acquistare in<br />
paese direttamente dal fabbro. L’accetta è una piccola scure a forma<br />
trapezoidale con un solo taglio, fissata ad un lungo <strong>mani</strong>co di<br />
legno, manovrabile con due <strong>mani</strong>, e serve a intaccare profondamente<br />
la base del tronco con tagli inclinati. <strong>La</strong> sega trasversale è<br />
costituita da una lunga lama di acciaio con due <strong>mani</strong>ci, manovrata<br />
da due persone, fornita di denti che consentono il taglio sia tirando<br />
che spingendo ed è particolarmente adatta per l’abbattimento di<br />
fusti di notevole diametro. Il pennato è una specie di roncola tozza<br />
e robusta che serve per ripulire i rami dalle frasche. Essendo di piccole<br />
dimensioni, il taglialegna la portava sempre attaccata alla cintura<br />
con un apposito gancio. Per il mestiere di taglialegna non si<br />
può parlare di un vero apprendistato, in quanto le abilità non veni-<br />
113
114<br />
ARSIA<br />
vano trasmesse oralmente: i giovani che assistevano alle varie operazioni<br />
imparavano i segreti del mestiere solo vedendo. Carlo Cassola,<br />
nel romanzo Il taglio del bosco ripercorre le varie fasi di questo<br />
lavoro, mettendone contemporaneamente in luce l’aspetto umano e<br />
cioè, soprattutto, la solitudine, l’isolamento dal resto della comunità,<br />
il silenzio che caratterizzavano la vita dei tagliaboschi.<br />
L’essiccazione e la lavorazione tradizionale<br />
di piante officinali<br />
Monica Meini<br />
Delle piante officinali vengono usate quelle parti che contengono<br />
i principi attivi in maggiore quantità: spesso si tratta di foglie,<br />
sommità fiorite, radici e tuberi; più raramente di frutti, semi e<br />
gemme. Il principio attivo si forma nella pianta con il suo sviluppo<br />
e raggiunge il suo apice in termini di quantità al momento della fioritura,<br />
che rappresenta la maturazione fisiologica della pianta.<br />
Talvolta l’essenza medicamentosa viene prodotta dopo la raccolta,<br />
durante la fase di essiccazione, con la quale si produce comunque<br />
la stabilizzazione del principio attivo nella parte utilizzata. Il<br />
momento e il metodo di raccolta e la fase dell’essiccazione hanno<br />
quindi un’enorme importanza per il valore terapeutico e commerciale<br />
<strong>delle</strong> piante officinali. Per quanto riguarda il tempo della raccolta<br />
(“tempo balsamico”), come criterio generale la maggior parte<br />
degli esperti ritiene che esso coincida con quello della maturazione<br />
fisiologica, riscontrabile all’inizio o poco prima della fioritura.<br />
Vengono però osservate modalità specifiche a seconda della<br />
parte di pianta da utilizzare: i fiori si raccolgono appena sbocciati e<br />
senza gambi (mondi); l’infiorescenza o sommità fiorita, appena inizia<br />
la fioritura; le foglie, prima della fioritura; tutte le parti sotterranee,<br />
come radici, rizomi, tuberi e bulbi, vengono raccolte invece<br />
in periodo di riposo vegetativo – quelle <strong>delle</strong> piante poliennali a<br />
settembre-ottobre del secondo, terzo o quarto anno, mentre quelle<br />
<strong>delle</strong> pianti annuali, alla fine dell’inverno; i frutti si colgono appena<br />
maturi o poco prima; le gemme si raccolgono quando stanno per<br />
dischiudersi, in primavera. Il processo di essiccazione deve avvenire<br />
subito dopo la raccolta, perché vengano bloccati i fenomeni biochimici<br />
mantenendo le caratteristiche che la pianta possiede al<br />
momento del suo prelievo.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong> raccolta <strong>delle</strong> piante spontanee è un’attività antichissima nelle campagne:<br />
per uso alimentare, come foraggio, per preparare rimedi medicinali C.M.<br />
Prima di essere essiccato, però, il materiale raccolto deve essere<br />
selezionato, per eliminare i corpi estranei ed evitare la presenza di<br />
infestanti; le radici, così come le altre parti sotterranee, vengono private<br />
dei fusti, <strong>delle</strong> radichette e della terra tramite battitura o lavaggio.<br />
Quindi il materiale raccolto viene disteso in strati sottili su pavimenti<br />
in legno o su cannicci in ambiente caldo e arieggiato.<br />
L’essiccazione può essere fatta con calore naturale o artificiale. In<br />
quest’ultimo caso, si usano essiccatoi speciali dove la temperatura<br />
viene portata inizialmente a 25°C ed elevata progressivamente fiono<br />
a 40°C (fino a 60°C per radici e rizomi). L’essiccazione naturale viene<br />
effettuata in genere utilizzando essiccatoi a graticci con struttura in<br />
legno o metallo posti in locali caldi e ventilati, come solai, fienili, tettoie<br />
e porticati. I graticci su cui vengono distese le parti della pianta<br />
da essiccare sono disposti uno sopra l’altro ad una distanza di 25-30<br />
cm. Si calcola che la superficie media occorrente per l’essiccazione<br />
varia da un sesto a un decimo della superficie di raccolta; lo spessore<br />
degli strati dipende comunque dal tipo di materiale e dalla specie<br />
di pianta da essiccare: per i fiori come malva e camomilla non si possono<br />
superare i 2-3 cm di spessore, mentre per le piante intere si possono<br />
preparare strati fino a 15-20 cm.<br />
L’essiccazione al sole può essere effettuata solo per radici, rizomi<br />
o semi, dopo essere stati opportunamente nettati, oppure può<br />
115
116<br />
ARSIA<br />
essere utilizzata come operazione di pre-essiccazione per droghe<br />
che poi completano la disidratazione in ambienti ombreggiati o<br />
sono destinate alla distillazione. In alcune zone, si usa ancora seccare<br />
alcune piante – come l’assenzio, la lavanda o l’iperico – in<br />
mazzi appesi ai soffitti, ma con questa procedura si corre il rischio<br />
che si verifichino fermentazioni nella parte interna dei mazzi con<br />
conseguente produzione di muffa. Durante l’essiccazione, il materiale<br />
deve essere frequentemente rimaneggiato per evitare la fermentazione<br />
della massa, che distruggerebbe i principi attivi, diminuendo<br />
anche l’efficacia terapeutica della droga. Il processo di<br />
essiccazione può dirsi completato quando gli steli si rompono, le<br />
foglie frusciano e le radici sono indurite. A questo punto le droghe<br />
vengono imballate in sacchi di carta o di juta, non trattati o stampati<br />
a colori, e conservate in luoghi asciutti, possibilmente sollevate<br />
dal suolo. <strong>La</strong> droga così preparata può quindi essere <strong>mani</strong>polata<br />
in vari modi ed i prodotti che ne derivano, pronti per la<br />
somministrazione, costituiscono quei “preparati galenici” che fino<br />
a qualche decennio fa erano tra le attività principali <strong>delle</strong> nostre<br />
farmacie.<br />
<strong>La</strong> tradizione della poesia estemporanea<br />
Monica Meini<br />
Nella Toscana rurale di un tempo non era difficile imbattersi in<br />
qualcuno che avesse il dono naturale di “cantare a braccio”, o “cantare<br />
di poesia” per usare un’espressione più comune in Toscana,<br />
che fosse cioè capace di improvvisare canti su argomenti suggeriti<br />
solo qualche minuto prima, producendo nei casi più felici vere e<br />
proprie poesie cantate. Fino agli anni Sessanta si usava distinguere<br />
fra il “Cantar di scrittura” e il “Cantar di bernesco”, ossia fra il<br />
cimentarsi nel canto su storie scritte da altri autori e la vera e propria<br />
improvvisazione dei temi. Gli improvvisatori erano infatti<br />
definiti anche “bernescanti”, da Francesco Berni di <strong>La</strong>mporecchio,<br />
divenuto famoso nel XVI secolo per possedere questa qualità e per<br />
l’acutezza <strong>delle</strong> sue esternazioni.<br />
Nella poesia estemporanea, mentre l’argomento cambia di volta<br />
in volta, a seconda anche della circostanza in cui avviene l’improvvisazione,<br />
il metro e la melodia sono sempre gli stessi e ricalcano gli<br />
schemi tradizionali tramandati da una generazione all’altra. Si tratta
di ottave di endecasillabi, nella prima parte in rima alternata (ABA-<br />
BAB) e con i due versi di chiusura in rima baciata (CC). Il mondo<br />
rurale viene spesso definito e interpretato in termini di confronto,<br />
così anche queste improvvisazioni assumevano spesso la forma di<br />
“contrasti”, come nel caso del Contadino e Corbellaio, intendendo<br />
con quest’ultimo colui che produceva cesti in castagno, o del Padrone<br />
e Contadino. Nel contrasto in ottava rima, due improvvisatori assumono<br />
un ruolo ciascuno e, opponendosi l’un l’altro in una serie di<br />
botta e risposta, espongono il loro modo di vedere sull’argomento<br />
trattato, come si può vedere negli esempi qui riportati.<br />
Contrasto fra un Corbellaio e un Contadino<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Soprattutto nelle aree rurali della Maremma e del Mugello, sono ancora frequenti<br />
le esibizioni dei gruppi di “maggerini” A.C.<br />
…Corbellaio: Contadino convien che ti consigli che quando hai lavorato<br />
una giornata, mezza viene il padron che te la pigli e la fatica tua non è<br />
pagata, e con poca polenta ai propri figli a stento fai passare l’invernata,<br />
ma noi con sole ott’ore è fatta tutta e si mangia braciole e pasta asciutta.<br />
Contadino: Ma la fatica tua poco ti frutta, perché state all’oscuro a lavorare,<br />
in una tana tenebrosa e brutta che l’aria pura non si può gustare, l’avete<br />
il viso dalla pelle asciutta dal troppo lavorar senza mangiare e col<br />
timor la sera e la mattina che sospenda il commercio Terracina. ...<br />
117
118<br />
ARSIA<br />
Contrasto fra un Padrone e un Contadino<br />
Padrone: Oggi questi imbecilli di coloni son diventati proprio impertinenti ce<br />
l’hanno presa a morte coi padroni e minacciar da parte lor ti senti. Più non<br />
portano l’uova coi capponi e più non si dimostran riverenti rimpiango<br />
sempre quel tempo remoto quando ognun si mostrava a noi devoto.<br />
Contadino: Vengo signor Padrone a farle noto che anch’io sono cristiano in questo<br />
mondo per lei lavoro e sono sempre in moto e a tutti i miei doveri corrispondo.<br />
A nessuno però non resta noto che mi abbandona misero nel mondo,<br />
se lavoro ho diritto anch’io alla vita bisogna regolar questa partita ...<br />
Le occasioni in cui cantar d’ottava erano le più varie, e spesso<br />
ciò avveniva, d’inverno, nelle veglie intorno al focolare e, d’estate,<br />
la sera sull’aia. I giovani avevano modo così di imparare facilmente<br />
e la trasmissione orale avveniva in <strong>mani</strong>era spontanea. Tra i maggiori<br />
esponenti di questa tradizione, nella Toscana dell’Ottocento,<br />
ebbero un’adeguata fama Beatrice di Pian degli Ontani e Pietro<br />
Frediani da Buti. Con la scomparsa della civiltà contadina, l’eredità<br />
di questa tradizione resta oggi patrimonio di pochi, e per lo più di<br />
persone anziane. È solo in anni relativamente recenti che per fortuna<br />
si è iniziato a capire quanto sia importante la conservazione<br />
<strong>delle</strong> testimonianze di questa particolare forma di cultura popolare,<br />
ma ancora poco è stato fatto in questo senso.<br />
Fra i maggiori poeti improvvisatori toscani <strong>delle</strong> generazioni<br />
più recenti, che si incontravano fra loro in occasione di gare e<br />
“disturne poetiche” in vari luoghi dell’Italia centrale, cercando così<br />
di mantenere viva questa cultura, se ne ricordano alcuni ormai<br />
scomparsi ed altri ancora in vita. Fra i primi: Andreini di Prato, Cai<br />
di Bientina, Ceccherini di Firenze, Londi di Carmignano, Marcucci<br />
di Arezzo, Neri di Cascina, Piccardi di Castelfranco di Sopra, Rofi<br />
di Livorno, Romanelli di Arezzo, Seghetti di Montecarlo; fra i<br />
secondi: Banchi di Massa Marittima, Chechi di Grosseto, Grassi di<br />
Massa Marittima, <strong>La</strong>ndi di Buti, Logli di Scandicci, Masi di Vinci,<br />
Mastacchini di Suvereto, Tonti di Agliana, Vannozzi di Cascina,<br />
Vietti di Montevarchi. Va inoltre ricordato Roberto Benigni, che<br />
prima di diventare il famoso attore comico che tutti conoscono, si<br />
dilettava proprio nel canto dell’ottava improvvisata, partecipando<br />
spesso alle serate di poesia estemporanea organizzate in varie parti<br />
della Toscana. Di particolare rilievo è la fondazione, avvenuta nel<br />
1998 a Grosseto, della LIPE (Lega Italiana Poesia Estemporanea), che<br />
ha cominciato a promuovere una serie di interessanti iniziative per<br />
il mantenimento di questa antica tradizione.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Estrazione e lavorazione della pietra serena<br />
(scalpellinatura)<br />
Lidia Calzolai<br />
Il mestiere dello scalpellino, fabbricante di manufatti in pietra, è<br />
sempre stato connesso all’attività edilizia; la scalpellatura, infatti,<br />
rappresenta una <strong>delle</strong> fasi di lavorazione della pietra dopo la cavatura<br />
e la sgrossatura. <strong>La</strong> presenza del macigno in prossimità di centri<br />
urbani, in particolare di Firenze, incrementò questa professione<br />
ogni qualvolta si intensificarono gli investimenti pubblici e privati<br />
nell’edilizia. Due momenti meritano di essere particolarmente<br />
segnalati: il XV secolo, epoca in cui la pietra serena venne introdotta<br />
negli elementi architettonici fiorentini e preferita alla pietra forte,<br />
e il XIX secolo, in occasione del vastissimo programma di costruzioni<br />
conseguente alla proclamazione di Firenze capitale del regno.<br />
Famose sono state le cave di pietra serena di Fiesole, Settignano, <strong>La</strong>stra<br />
a Signa, Carmignano che hanno occupato in passato un numero<br />
non indifferente di maestranze ed hanno rappresentato una voce<br />
significativa nell’economia dei singoli centri, prima dell’introduzione<br />
del cemento e dei calcestruzzi nell’edilizia.<br />
I manufatti di maggiore pregio sono costituiti da colonne, trabeazioni,<br />
architravi, stipiti, scale, balaustre; quelli ordinari da pavimentazioni,<br />
panchine, chiusini, acquai, cornici, mensole. Vi erano<br />
poi i lavori più impegnativi, gli ornati, che richiedevano particolari<br />
<strong>La</strong> pietra serena,<br />
lo scalpellino<br />
e i suoi attrezzi<br />
F.T.<br />
119
120<br />
ARSIA<br />
abilità sia nell’esecuzione che nella precedente progettazione attraverso<br />
il disegno. Lo scalpellino, sia che fosse maestro o garzone,<br />
lavorava principalmente nella cava dove consumava anche il pasto<br />
portato dalle donne. Qui aveva a disposizione anche l’acqua che,<br />
fuoriuscendo dal masso, veniva raccolta in una cavità detta pozzino<br />
e serviva per bere, lavarsi e temperare i ferri. <strong>La</strong> giornata lavorativa<br />
andava dall’alba al tramonto, con una pausa per il pranzo<br />
che si allungava nel periodo estivo ed era trascorsa magari all’ombra<br />
di un albero piantato nei pressi di ogni cava.<br />
Lo scalpellino costruiva da solo gli arnesi del mestiere: subbie,<br />
scalpelli, punciotti, gradine, e quant’altro serviva al suo lavoro, tanto<br />
che nella cava era presente anche la forgia. Il macigno, presente in<br />
tutto l’arco appenninico, è stato lavorato in altre località come Borgo<br />
San Lorenzo, Marradi e Firenzuola dove però, in passato, ha avuto<br />
un impiego prevalentemente locale per la lontananza dalle città e la<br />
difficoltà di trasporto. Oggi, proprio a Firenzuola, si assiste ad una<br />
vivace produzione di manufatti in pietra serena a scala industriale.<br />
Produzione di cesti, canestri, gerle con intreccio<br />
di strisce di legno di castagno<br />
Monica Meini<br />
Un’antica lavorazione del castagno riguarda la costruzione di<br />
cesti di varie forme, che venivano utilizzati in passato per diversi<br />
scopi. <strong>La</strong> tipologia dei recipienti in castagno intrecciato è in effetti<br />
assai varia. <strong>La</strong> prima distinzione da fare riguarda la forma del<br />
fondo, che può essere rotonda o quadrangolare. Al primo tipo<br />
appartiene il corbello, il contenitore più diffuso e da cui prende il<br />
nome il mestiere del corbellaio. A seconda del materiale che dovevano<br />
contenere, si distingueva fra corbelli da pasta, corbelli da zoccoli,<br />
ginori, questi ultimi destinati al vasellame della famosa ditta<br />
toscana. Poco diversa dal corbello è la canestra, mentre la cesta ha il<br />
fondo quadrangolare. Le ceste che venivano prodotte erano: la cesta<br />
da asparagi, la cesta da spinaci, la cestina da fichi secchi, la cesta<br />
bucata, nella cui intrecciatura venivano lasciati degli spazi vuoti per<br />
favorire l’areazione dei prodotti agricoli, e la gavagna, una cesta<br />
grande con bocca quasi ovale e bordi superiori fatti a treccia.<br />
Questa produzione artigianale è tipica del Monte Pisano ed è<br />
ancora oggi presente a Buti, dove si sono continuate ad utilizzare
<strong>La</strong> bottega del cestaio,<br />
nel Valdarno: sono<br />
utilizzate esclusivamente<br />
strisce di legno<br />
di castagno del luogo<br />
D.H.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
antiche tecniche di intreccio. <strong>La</strong> materia prima per questa lavorazione<br />
sono i cosiddetti “pedoni” di castagno, cioè dei piccoli tronchi<br />
diritti – detti anche polloni – prelevati dalla parte dell’albero più<br />
vicina alle radici. Questi pedoni, una volta tagliati, vengono tenuti<br />
in una vasca d’acqua piovana perché le fibre del castagno mantengano<br />
un’elasticità sufficiente per la particolare lavorazione a cui<br />
vengono in seguito sottoposti. Al momento opportuno, i pedoni<br />
vengono messi in un forno a legna dove, perdendo una parte di<br />
acqua, producono un vapore che rende facilmente lavorabile il<br />
legname, che è quindi pronto per la fase della “schiappatura”. <strong>La</strong><br />
schiappatura consiste nella suddivisione del pedone in tante lamine<br />
sottili e flessibili, in modo tale che possano essere agevolmente<br />
intrecciate. Un tempo la schiappatura era fatta completamente<br />
dagli uomini, che dopo avere diviso il pedone con l’aiuto di un<br />
mazzuolo e un cuneo, completavano la divaricazione <strong>delle</strong> schiappe<br />
con la forza <strong>delle</strong> braccia, quindi continuavano la separazione in<br />
lamine incidendo il tronco con i propri denti (schiappatura a bocca).<br />
Dagli anni sesanta, questa operazione viene effettuata con l’au-<br />
121
122<br />
ARSIA<br />
silio di una macchina a rulli, detta schiappatrice. Le lamine ottenute<br />
si chiamano “vinchi” se sono lunghe, strette e flessibili; “stecche”,<br />
se sono larghe e spesse, ma piuttosto corte; “lungagne”, se sono<br />
spesse ma piuttosto lunghe. Queste ultime servono per costruire la<br />
base del cesto e formano anche la trama verticale dell’intreccio. Ad<br />
esse vengono intrecciate in senso orizzontale i vinchi, secondo le<br />
tecniche definite “incrociate”, “binarie”, o “a graticcio”. Stecche,<br />
lungagne e vinchi devono però prima di tutto essere “addezzati”,<br />
cioè aggiustati e ridotti ove necessario con colpi di pennato e con le<br />
forbici: basti considerare che tutti i vinchi di un cesto devono avere<br />
la stessa larghezza. Quando il materiale è tutto pronto, si inizia a<br />
costruire il cesto a partire dal fondo, per proseguire con le fasi dell’intreccio<br />
del tronco, dette “imponitura” e “vincatura”. Infine, per<br />
fare la bocca del cesto si usa un “cerchio”, cioè una gettata giovane<br />
di castagno piegata in forma circolare detta anche “calocchia” (fase<br />
della ritondatura), intorno al quale vengono chiusi gli intrecci terminali<br />
(fase della rifinitura).<br />
Le condizioni di vita e di lavoro degli artigiani dei cesti in castagno<br />
sono sempre state molto dure: l’insalubrità dell’ambiente di<br />
lavoro, in genere oscuro e umido, la bassa retribuzione e il metodo<br />
del lavoro a cottimo, che caratterizzarono il periodo di maggiore sviluppo<br />
di questa produzione fra la fine dell’Ottocento e la prima<br />
metà del Novecento, hanno spinto sempre più persone ad abbandonare<br />
questo mestiere, anche in conseguenza della crisi del settore<br />
derivante dall’introduzione della plastica nella produzione di<br />
imballaggi. Proprio in corrispondenza con questo abbandono, l’artigianato<br />
<strong>delle</strong> ceste intrecciate in castagno ha avuto negli ultimi<br />
decenni una risonanza internazionale, ma il riflesso positivo che tale<br />
risonanza ha portato non basta a scongiurare la fine di questa attività,<br />
che viene portata avanti ormai da pochissimi artigiani, ai quali<br />
non sembra volersi affiancare nessun giovane disposto ad imparare.<br />
<strong>La</strong> lavorazione del ferro per la produzione<br />
di utensileria<br />
Margherita Azzari<br />
L’attività estrattiva in Toscana e la conseguente lavorazione del<br />
minerale, che avveniva nei luoghi di estrazione, sono documentate<br />
fin dall’epoca etrusca. L’evoluzione tecnologica degli impianti e
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>delle</strong> produzioni, ha portato nei secoli a precise scelte localizzative,<br />
così che è possibile identificare nell’alta Versilia, nella Montagna<br />
pistoiese e nel Mugello alcune <strong>delle</strong> aree di elezione della produzione<br />
di utensileria in ferro e acciaio. L’attività estrattiva in Versilia,<br />
ad esempio, è documentata già agli inizi del XIII secolo. <strong>La</strong> disponibilità<br />
di materia prima, la presenza di estesi boschi e l’abbondanza<br />
di corsi d’acqua perenni che garantiscono il movimento <strong>delle</strong><br />
ruote idrauliche che azionavano mantici, magli, distendini e battiloppo,<br />
avevano infatti favorito il sorgere, lungo la valle principale e<br />
quelle dei torrenti confluenti (dovunque la conformazione <strong>delle</strong><br />
valli o la possibilità di derivare una gora lo consentivano) di numerose<br />
piccole attività metallurgiche, poco più che fucine di fabbro <strong>La</strong><br />
fusione del ferro si faceva “a basso fuoco”: il minerale unito ad una<br />
quantità tripla di carbone di castagno, si fondeva con un fuoco di 8-<br />
10 ore e si raccoglieva “in massello” nel crogiolo.<br />
Veniva quindi riscaldato nuovamente e sottoposto al maglio per<br />
farne verghe o quadroni per le successive lavorazioni. <strong>La</strong> produzione<br />
era costituita per lo più da ferri e chiodi da cavalli, da bullette e<br />
gangheri e piccoli utensili, destinati prevalentemente al mercato locale.<br />
Oltre al “maestro di fornace” che impostava la produzione e ne fissava<br />
il metodo, lavoravano nella ferriera un “menatore di mantici”,<br />
uno scaldatore, alcuni fucinatori che battevano il ferro, alcuni manovali<br />
e talvolta un maestro carbonaio. A metà del XVI secolo Cosimo<br />
I, avendo ottenuto l’appalto generale <strong>delle</strong> vene di ferro dell’Elba,<br />
decise di acquistare e ristrutturare molte antiche ferriere (nel 1488 la<br />
produzione di ferro della Versilia era già passata ai Medici) e di far<br />
costruire nuovi forni nelle aree tradizionalmente interessate dall’attività<br />
siderurgica: nella Montagna pistoiese e a Ruosina nell’Alta Versilia.<br />
In questa fase il numero della manodopera aumentò e le tecniche<br />
di fusione del ferro furono migliorate ottenendo una lavorazione<br />
a ciclo continuo con un certo risparmio di combustibile. Il sovrapporsi<br />
dell’iniziativa granducale all’iniziativa privata determinò il<br />
rapido decadimento della siderurgia locale: alcune ferriere e fucine<br />
furono convertite in mulini o altri opifici ad acqua, altre restarono in<br />
posizione subalterna rispetto all’imprenditoria medicea.<br />
I limiti della siderurgia toscana, l’arretratezza tecnologica degli<br />
impianti e della distribuzione del lavoro, gli alti costi di produzione<br />
e le difficoltà di commercializzazione dei prodotti, impedirono<br />
alla siderurgia toscana di decollare verso la dimensione industriale.<br />
Gli impianti, venduti dai Lorena a privati, riuscirono tuttavia a<br />
sopravvivere, almeno in parte, proprio per le loro ridotte dimen-<br />
123
124<br />
ARSIA<br />
sioni, per la struttura artigianale legata a una conduzione quasi<br />
familiare e grazie alla protezione doganale. <strong>La</strong> tradizione nel settore<br />
metallurgico non si è dunque spenta: le antiche ferriere della<br />
Versilia sono state trasformate in segherie, ma sopravvive a<br />
Pomezzana una rinomata produzione locale di coltelli e utensileria;<br />
così come non sono da dimenticare i coltellinai di Scarperia nel<br />
Mugello, solo per citare le produzioni più note.<br />
Il mestiere del coltellinaio<br />
Lidia Calzolai<br />
Il coltellinaio doveva prima di tutto essere un abile fabbro e<br />
saper controllare tutte le fasi di lavorazione dell’acciaio con cui era<br />
realizzata la lama, ma nello stesso tempo conoscere le tecniche per<br />
trattare il legno e il corno, materiali da cui si ricavavano i <strong>mani</strong>ci. <strong>La</strong><br />
sua attività lavorativa si svolgeva nella bottega provvista <strong>delle</strong><br />
attrezzature indispensabili quali la forgia, il banco da lavoro, l’incudine<br />
e varie mole; era coadiuvato nei lavori meno pesanti da bambini<br />
e da donne della famiglia. <strong>La</strong> giratora, ad esempio, metteva in<br />
movimento la mola destinata all’arrotatura <strong>delle</strong> lame. Oltre ad essere<br />
utilizzato nel lavoro e nella vita quotidiana ogni qualvolta si<br />
doveva tagliare o forare, il coltello ha svolto una pluralità di funzioni:<br />
arma di offesa, pegno d’amore, strumento magico-protettivo contro<br />
fenomeni negativi. <strong>La</strong> fabbricazione artigianale di un coltello<br />
prevedeva tutta una serie di operazioni per dare forma e consistenza<br />
alla lama: per prima, la forgiatura, che consisteva nel modellare<br />
sull’incudine, a colpi di martello, il metallo arroventato su cui si cercava<br />
di definire già la forma del taglio e del piatto; il profilo definitivo<br />
veniva successivamente raggiunto con una lima a ferro.<br />
Seguiva poi la tempra, ottenuta arroventando la lama ed immergendola<br />
rapidamente in acqua o in olio per rendere duro l’acciaio,<br />
che però in questo modo diventava fragile; per ovviare a questo<br />
inconveniente la lama veniva di nuovo riscaldata a temperature di<br />
volta in volta stabilite in base alle caratteristiche che si voleva dare al<br />
manufatto. Successivamente, la lama veniva passata a tre tipi di<br />
mola: di pietra per l’arrotatura, di legno coperto da uno smeriglio per<br />
rendere più liscia e regolare la superficie del metallo, e infine ancora<br />
di legno coperto da smeriglio più fine per una completa lucidatura. I<br />
<strong>mani</strong>ci venivano realizzati con il corno bovino o con il legno (bosso,
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
faggio, castagno, ciliegio). Dopo aver tagliato il corno alla dimensione<br />
desiderata, lo si metteva a scaldare, quindi lo si ripiegava e si metteva<br />
alla morsa per una prima sgrossatura; l’operazione di riscaldamento<br />
e di ripulitura era ripetuta più volte, infine il pezzo veniva<br />
stretto in una morsa e lasciato lì fino a completo raffreddamento.<br />
Dopo essere stato lucidato con varie tecniche, si poteva procedere<br />
al montaggio dei vari pezzi: nel <strong>mani</strong>co si inseriva la molla,<br />
poi si univa la lama. L’Italia centro-settentrionale ha conosciuto una<br />
pluralità di centri produttivi nel settore della coltelleria e dei ferri<br />
taglienti (Maniago, Bologna, Forlì, la provincia di Ravenna, di Parma<br />
e di Reggio Emilia). Ma il centro di maggiore rilevanza per la<br />
produzione dei ferri taglienti si trova in Toscana, a Scarperia (di<br />
secondaria importanza è stata Figline Valdarno). <strong>La</strong> produzione<br />
scarperiese ha privilegiato i modelli locali e, specialmente dopo<br />
l’Unità nazionale e l’apertura di nuovi mercati, quelli dell’Italia<br />
centro-meridionale e <strong>delle</strong> isole. <strong>La</strong> legge del 1908, che limitava la<br />
lunghezza dei coltelli a serra<strong>mani</strong>co, principale prodotto scarperiese,<br />
determinò la crisi del settore, incapace di rinnovare la gamma<br />
produttiva. Oggi a Scarperia sono attive cinque ditte produttrici di<br />
L’arrotino al lavoro.<br />
Fino a poco tempo fa,<br />
era frequente nelle<br />
campagne l’attività<br />
dell’arrotino ambulante<br />
A.C.<br />
125
126<br />
ARSIA<br />
coltelli e ferri taglienti che utilizzano moderne tecniche di lavorazione,<br />
mentre la produzione tradizionale è rimasta nelle <strong>mani</strong> di<br />
abilissimi artigiani che auspicano provvedimenti a sostegno e salvaguardia<br />
di questo antico mestiere.<br />
Produzione di piantine di olivo per l’innesto<br />
(olivastrini)<br />
Monica Meini<br />
<strong>La</strong> propagazione dell’olivo può avvenire utilizzando direttamente<br />
parti della pianta (moltiplicazione) oppure attraverso la propagazione<br />
per seme (riproduzione). Con quest’ultimo sistema,<br />
però, non si ottengono piante da coltivare – perché, a causa della<br />
diffusa autosterilità <strong>delle</strong> cultivar, le piante che derivano dal seme<br />
sono molto eterogenee e diverse dalla pianta di origine – ma piante<br />
rinselvatichite che vengono utilizzate come portinnesto (portinnesti<br />
franchi) nella moltiplicazione <strong>delle</strong> cultivar. L’utililizzazione<br />
dell’olivastro (in passato si usavano quelli spontanei che crescevano<br />
nella macchia mediterranea) storicamente è stata determinata<br />
dalla necessità di avere a disposizione una pianta robusta, con sistema<br />
radicale ben formato, pronta – come scrive Giuseppe Tallarico<br />
nel 1939 – “a sfidare i secoli futuri, a fare i conti da se stesso, senza aiuto<br />
d’altri, con i macigni e con le roccie di granito, con l’arsura dell’estate e<br />
con la povertà del luogo”.<br />
Oggi la tecnica della riproduzione non si affida più agli olivastri<br />
selvaggi, ma ad olivastrini fatti crescere in appositi vivai. Di seguito<br />
viene presentata la tecnica usata nei vivai pesciatini per ottenere<br />
semenzali franchi. Tra novembre e dicembre, si prelevano i semi, preferibilmente<br />
del tipo “Frantoio”, “Leccino” o “Cipressino”: le olive,<br />
una volta raccolte, vengono snocciolate e i noccioli, lavati e sgrassati,<br />
vengono conservati in sacchetti al fresco. <strong>La</strong> semina avviene tra la<br />
fine di agosto e i primi giorni di settembre, su un letto di germinazione<br />
posto in aiuola e costituito da terreno limo-sabbioso, calcareo;<br />
i noccioli vengono disposti a strati sovrapposti di 2 cm circa e ricoperti<br />
con lo stesso terriccio. Quest’ultimo va tenuto costantemente<br />
umido. Inoltre – come raccomandava il prof. Alessandro Morettini<br />
nelle sue lezioni di olivicoltura, tenute alla Facoltà di Scienze agrarie<br />
e forestali dell’Università di Firenze, nell’anno accademico 1935-36 –<br />
“il semenzaio è bene proteggerlo con vetrate, ed in primavera con un velo di<br />
garza, per impedire i danni <strong>delle</strong> gelate”.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong> germinazione inizia dopo un mese e mezzo circa; dopo la<br />
pausa dell’inverno e la sua ripresa nella primavera successiva, tra<br />
aprile e maggio viene effettuato il trapianto in un’aiuola apposita,<br />
detta “nestaiola”. Le piantine vengono disposte a una distanza di 40<br />
cm in file distanti fra loro 60 cm. Una volta trapiantate, devono essere<br />
frequentemente irrigate, protette dal sole nei mesi più caldi e tenute<br />
pulite da infestanti; inoltre, se crescono troppo fitte, devono essere<br />
diradate. Nella primavera successiva, cioè dopo un anno dal trapianto<br />
nella nestaiola e quando i semenzali hanno raggiunto un certo<br />
sviluppo, sono pronti per essere innestati. L’innesto avviene dunque<br />
quando la piantina ha raggiunto un’età di circa 18 mesi ed un diametro<br />
di circa 6 mm, più o meno simile a quello di una matita. Il tipo<br />
di innesto comunemente usato è quello “a corona”, per cui è necessario<br />
che la pianta sia “in succhio”, cioè che la corteccia si distacchi<br />
facilmente per potervi porre una o più marze. L’innesto <strong>delle</strong> piantine<br />
veniva un tempo effettuato ad un’altezza dalla base del tronco di<br />
circa 15-20 cm; oggi a soli 5 cm, al fine di impedire l’eventuale “affrancamento<br />
<strong>delle</strong> piantine quando queste si portano a dimora”.<br />
Quella dell’innesto è una pratica senza dubbio delicata, che<br />
richiede particolari attenzioni e cure. Tuttavia, nei vivai ben organizzati<br />
del pesciatino, dove questa tecnica è ancora abbastanza diffusa,<br />
una squadra di due innestini e quattro ausiliari, che gestiscono<br />
le fasi della preparazione dell’innesto e della masticiatura finale,<br />
riesce ad effettuare circa 500 innesti l’ora. Dopo l’innesto, sottoposte<br />
ancora alle cure già indicate, le piante rimangono nella nestaiola<br />
per un ulteriore anno, nel corso del quale viene scelto un solo<br />
germoglio proveniente dalla marza e legato ad un tutore per favorirne<br />
l’accrescimento verticale. Nella primavera successiva, le piante,<br />
che hanno ormai raggiunto un’altezza di circa 60 cm, vengono<br />
trapiantate in un appezzamento detto “piantonaio” disponendole<br />
ad una distanza maggiore, circa 1 metro per 50 cm.<br />
Qui rimangono ancora un anno prima di essere vendute, allorché<br />
vengono estirpate dal terreno e confezionate con pane di terra<br />
prevalentemente argillosa avvolto con paglia di riso. Con questa<br />
tecnica tradizionale, quindi, l’intero ciclo produttivo, dalla semina<br />
alla pianta commerciabile, si svolge nell’arco di quattro-cinque<br />
anni. Oggi sono diffusi però sistemi innovativi, che hanno di fatto<br />
rivoluzionato il processo produttivo <strong>delle</strong> piante di olivo, attraverso<br />
tecniche meno complesse e più rapide, come la moltiplicazione<br />
per talea e l’allevamento <strong>delle</strong> barbatelle in contenitore. Non possiamo<br />
sapere per quanto tempo ancora resisterà il sistema tradizionale<br />
che qui abbiamo descritto.<br />
127
2.5 Storie<br />
<strong>La</strong> pesca <strong>delle</strong> anguille con le “fiozze”<br />
Francesco Fabiloni, Pontremoli (Massa Carrara)<br />
In Lunigiana, a Pontremoli, si conservano i segreti di una pesca<br />
antichissima: la pesca alle anguille con le fiozze. Nessun amo, nessuna<br />
lenza, solo bochi, vezze e abilità; super ecologica, una pesca che si<br />
pratica solo di notte, con modalità diverse se vi è la luna oppure no.<br />
I bochi sono le spine che così numerose coronano i rami del<br />
biancospino; vanno tagliati a luna vecchia e fatti seccare al buio; le<br />
vezze sono invece vetrici, quella sorta di salice selvatico che popola<br />
con crescente e rigogliosa abbondanza fiumi e torrenti.<br />
Legando i bochi all’estremità di un esile ma robusto ramo da<br />
vezza lungo 25-30 centimetri, si ottiene la fiozza. I grossi vermi che<br />
<strong>mani</strong> esperte mettono a fare da esca nascondendo la spina, sono un<br />
bocconcino al quale le anguille non sanno resistere. Questa tecnica<br />
si usa soprattutto nelle notti di luna piena, quando le anguille preferiscono<br />
rimanere sotto i sassi.<br />
A questa tecnica si affianca quella di legare ad uno spago due o<br />
tre bochi che vengono stesi nell’acqua calma e fissati con due sassi<br />
alla sera sul tardi. Quando la mattina presto i pescatori passavano<br />
a ritirare le fiozze tese la sera prima, riempivano i sacchi di fiorzarole<br />
(le anguille, appunto da fioza, c’erano poi le boccalone e le passaine).<br />
Le possibilità di successo erano altissime, rari i bochi rifiutati;<br />
la forma particolare dell’antenato dell’amo, garantiva infatti la certezza<br />
che l’anguilla non sarebbe potuta fuggire, nonostante i bochi<br />
siano assolutamente lisci.<br />
È una pesca antichissima che nel tempo non si è modificata<br />
come tecnica, semmai vi sono ormai poche anguille. <strong>La</strong> pesca con i<br />
bochi, un tempo importante fonte di integrazione del reddito di<br />
numerose famiglie di Pontremoli, chissà perché, oggi è stata proibita<br />
dalla legge regionale.
130<br />
ARSIA<br />
<strong>La</strong> pesca <strong>delle</strong> anguille<br />
con le “fiozze”,<br />
senza amo e senza<br />
lenza, antichissima<br />
tecnica tradizionale<br />
della Lunigiana<br />
A.C.
Certo la gente non va più a pescare come allora per integrare lo<br />
stipendio, ma perché proibire un tipo di pesca che si praticava da<br />
secoli, con mezzi assolutamente naturali e che non danneggia nessun<br />
altro pesce?<br />
Secondo gli ultimi fiozaioli, è un’attività che senz’altro andrebbe<br />
permessa in questa zona, come tradizione antica e testimonianza<br />
dei costumi del nostro territorio.<br />
Il navicello<br />
Ugo Bacchereti, Calcinaia (Pisa)<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Mi chiamo Ugo Bacchereti, vengo da una famiglia dove la professione<br />
di artigiano falegname dura da oltre cinquecento anni.<br />
Nella porta principale della chiesa più antica di Calcinaia, c’è lo<br />
stemma della mia famiglia, e non perché siamo di origine nobile,<br />
ma per ricordare il lavoro di tanti artigiani con il mio stesso cognome<br />
che hanno segnato con la loro arte i lavori nelle chiese della provincia<br />
di Pisa e anche in altre località della Toscana; lavori semplici<br />
di falegnameria artistica, come i piedistalli in legno <strong>delle</strong> statue, gli<br />
altari, le panche per le chiese.<br />
Ricordo queste cose per rappresentare un’arte, quella del falegname,<br />
che ormai sta scomparendo, un’antica professione fatta di<br />
accorgimenti, di pazienza, di esperienza, di curiosità insaziabile di<br />
conoscere per fare sempre meglio il nostro mestiere.<br />
Credo che quest’arte abbia contribuito allo sviluppo ed al progresso<br />
della nostra provincia e della Toscana.<br />
…<br />
Ho fatto tanti lavori di artigianato in legno, ma qui vorrei parlarvi<br />
del navicello.<br />
<strong>La</strong> città di Pisa è stata una grande potenza marinara e anche il<br />
mio paese è legato al fiume.<br />
Ho sentito con interesse che i ricercatori del CNR, che hanno studiato<br />
i residui di legno <strong>delle</strong> navi pisane trovate a San Rossore,<br />
hanno dichiarato che il porto pisano ha 4.000 anni circa. Un’attività<br />
di navigazione che data nel tempo, e quindi è antichissima anche la<br />
presenza dei maestri d’ascia, degli artigiani del legno, perché all’operosità,<br />
alla manualità di tanti artigiani è affidata la sicurezza della<br />
barca, la vita di tante persone.<br />
Le veloci e leggere imbarcazioni pisane costruite dal lavoro di<br />
131
132<br />
ARSIA<br />
tanti artigiani, hanno contribuito al fiorire dei commerci, alla ricchezza<br />
di questa città. …<br />
<strong>La</strong> base del navicello è un semicerchio con 11 pezzi ad incastro<br />
l’uno con l’altro. Di solito era lungo 12 metri e largo 3 metri e mezzo.<br />
Il materiale utilizzato era il gelso, il pino, ma il navicello di qualità<br />
era costruito in mogano. Quello che faceva elevare il costo del<br />
navicello era il valore della manodopera, molto professionalizzata<br />
e quindi ben pagata, anche in passato; il costo del materiale era in<br />
proporzione più basso, si preferiva in genere impiegare il mogano,<br />
più resistente e di alta qualità.<br />
Il navicello era o di proprietà, o in affitto, poteva ospitare fino a<br />
5 persone, si navigava prendendo il vento con la vela, altrimenti<br />
spingendo la barca con la stanga, o con l’alzaio; molte volte le<br />
donne venivano messe a spingere la barca, carica, all’alzaio.<br />
<strong>La</strong> caratteristica di questa barca è di navigare in acqua dolce e<br />
reggere anche il mare, per dare stabilità e reggere il carico, all’interno,<br />
sopra i matili c’è un’impalcatura in pari, il fondo della barca è<br />
piatto per facilitare il “rollio” che si incontra quando si lascia l’acqua<br />
piatta del fiume e si entra in mare aperto.<br />
Lì entrava l’abilità del navicellaio, per prendere bene l’onda ed<br />
entrare in mare, ed arrivare sicuro con il carico intatto.<br />
Questa piccola imbarcazione ha consentito traffici e commerci ai<br />
navicellai che hanno trasportato sulle loro piccole barche i legnami,<br />
i marmi, i mattoni, la rena d’Arno; a Fornacette con i barrocci venivano<br />
i contadini con gli ortaggi e si portavano sui navicelli dal fosso<br />
del Vuotabotte fino a Livorno...<br />
Lo scalpellino<br />
Paolo Bissoli, Pontremoli (Massa Carrara)<br />
Piero Venturi, 64 anni ben portati, è uno scalpellino che lavora l’arenaria,<br />
la pietra <strong>delle</strong> montagne dell’Appennino tosco-emiliano, in<br />
una terra, la Lunigiana, dove la tradizione degli scalpellini è vecchia<br />
di secoli. Come quella dei loro compagni <strong>delle</strong> vicine Apuane, dove<br />
l’attività dello scalpellino si esplica nella lavorazione del marmo.<br />
Ma Piero è l’ultimo scalpellino nella sua terra.<br />
All’inizio della sua storia, che collochiamo ad oltre 50 anni fa,<br />
quando era tredicenne, Piero era uno dei tanti ragazzi che andavano<br />
a imparare il mestiere – ma potremmo dire l’arte – dal “Mae-
Lunigiana: tradizionale<br />
copertura dei tetti con<br />
lastre di arenaria.<br />
Ultimamente parte<br />
<strong>delle</strong> imprese artigiane<br />
si stanno specializzando<br />
nel restauro conservativo<br />
A.C.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
stro”, cioè lo scalpellino affermato, quello che poteva insegnare ai<br />
più giovani e tramandare con loro i segreti più nascosti di quella<br />
infida pietra grigia.<br />
Piero abitava e abita tuttora a Pollina, una frazione una decina<br />
di chilometri a nord di Pontremoli, nel comprensorio di Carrara.<br />
Nel paese vivono circa 120 anime, una quarantina di famiglie.<br />
Imparare il mestiere comportava diversi livelli di apprendimento,<br />
che accompagnavano le diverse fasi della lavorazione della pietra.<br />
In una zona del tutto priva di cave, prima di tutto si imparava a<br />
riconoscere il “trovante” giusto, cioè un grande blocco di pietra tra<br />
i tanti sparsi nei boschi o nei torrenti, rotolati a valle dalla cima<br />
<strong>delle</strong> montagne in epoche remotissime. Doveva essere scelto con<br />
cura: da lì infatti si doveva poi trarre la pietra da lavorare.<br />
Poi si imparava a tagliarla usando i “pinciotti”, cunei d’acciaio<br />
forgiati dallo stesso maestro; quindi, dopo molta pratica, si imparava<br />
a sbozzarla sul posto per ridurre ulteriormente il peso prima di<br />
trasportarla nel laboratorio, che spesso era attiguo all’abitazione, o<br />
nel cantiere stesso.<br />
Infine, dopo avere imparato a trovare, tagliare e sbozzare la pietra<br />
in un periodo di apprendistato che durava circa 7 anni, si comin-<br />
133
134<br />
ARSIA<br />
ciava a prendere confidenza con i ferri del mestiere, per misurarsi<br />
con quella creatività che serve per avviare la realizzazione degli<br />
oggetti.<br />
Ecco quindi un gradino, una scala, una fontana, un portale, fino<br />
ad arrivare a una casa intera o anche a una vera e propria cappella<br />
funebre, come quella realizzata per la propria famiglia dal maestro<br />
di Piero, oltre 40 anni fa.<br />
Quando decise di mettersi in proprio, Piero Venturi aveva circa<br />
20 anni; aprì un suo laboratorio cominciando la produzione di lavori<br />
su richiesta della più diversa clientela, una produzione nella<br />
quale si cimenta ormai da tanti decenni.<br />
Lo abbiamo incontrato intento al lavoro, mentre scalpella la pietra<br />
per ricavarne gli elementi per una fontana; lo abbiamo seguito mentre<br />
arroventa i ferri sulla forgia per lavorarli poi sull’incudine, adattandoli<br />
alle esigenze del lavoro (punte, scalpelli o pinciotti) e mentre<br />
li tempera, secondo un’operazione che consiste nel far diventare<br />
incandescente la parte finale dell’attrezzo, per poi raffreddarla bruscamente<br />
nell’acqua con una tecnica che consente di dare all’attrezzo<br />
la durezza necessaria per scolpire la pietra, senza che il ferro si pieghi<br />
(tempera troppo dolce) o che si spezzi (tempera troppo dura).<br />
Abbiamo anche potuto verificare come l’attività dello scalpellino,<br />
oltre alla vocazione creativa, comporti un notevole dispiego di energie:<br />
ogni volta che si alza il mazzuolo, si sposta un chilo di peso: moltiplicando<br />
questa operazione per il numero di volte che la si fa in<br />
un’ora e poi per il numero <strong>delle</strong> ore di lavoro giornaliero, si arriva ad<br />
uno sforzo equivalente a quello necessario per spostare 45 quintali!<br />
Ma Piero a questo non pensa: ama il suo lavoro, la creatività che<br />
contiene e quindi la soddisfazione di realizzare un’opera che lo<br />
avvicina all’artista più che al maestro artigiano, e in questo suo<br />
creare mette tutta la sua passione, che gli consente spesso di trasformare<br />
un manufatto in una vera e propria opera d’arte.<br />
Ed è questa passione che, ormai vicino alla pensione, mentre gli<br />
impedisce di sentire il peso degli anni e del lavoro, gli fa avvertire<br />
forte il peso della solitudine professionale, il dispiacere di non<br />
avere eredi ai quali lasciare il testimone di un’attività così elevata,<br />
come a lui stesso altri avevano lasciato.<br />
È questa sensazione che lo spinge a sollecitare l’intervento <strong>delle</strong><br />
istituzioni, per realizzare un sogno: quello dell’attivazione di un<br />
percorso formativo per alcuni giovani con una vocazione creativa,<br />
che troverebbero non solo un’occasione di lavoro e quindi di reddito,<br />
ma soprattutto la soddisfazione di realizzare se stessi.
Mugnai da quattro generazioni<br />
Francesco Fabiloni, Pontremoli (Massa Carrara)<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Nella piana di Filattiera, e nella riva del fiume Magra, non lontano<br />
dalla pieve ro<strong>mani</strong>ca di Sorano, a poca distanza dall’antico<br />
tracciato della via Francigena, le pale del mulino Moscatelli non si<br />
stancano di far girare le tre pesanti macine di pietra arenaria, ciascuna<br />
<strong>delle</strong> quali espressamente dedicata per frantumare grano,<br />
granoturco e castagne. Da centinaia di anni, almeno dal XVI secolo.<br />
I Moscatelli da quattro generazioni sono mugnai a Filattiera e<br />
quel mulino, prima affittato da mezzadri, poi acquistato, è “cosa<br />
loro”; il primo ad arrivare è stato Carlo, già “molinaro” in un mulino<br />
del pontremolese, trasferitosi qui all’inizio del Novecento. A lui<br />
sono poi succeduti i figli, Edoardo e Avellino; il primo se n’è andato<br />
agli inizi degli anni sessanta, il secondo è ancora lì, con i suoi 92<br />
anni, a guardare con soddisfazione il lavoro che va avanti. Oggi tra<br />
i sacchi di farina c’è Giancarlo, che nel mulino ci è nato fisicamente<br />
alla fine degli anni quaranta: anni duri, ma pieni di speranza; finita<br />
la guerra c’era da rimettere mano ai campi e ai boschi, la produzio-<br />
Un vecchio mulino<br />
ristrutturato in<br />
Garfagnana: l’acqua<br />
della gora alimenta il<br />
funzionamento<br />
<strong>delle</strong> macine<br />
A.C.<br />
135
136<br />
ARSIA<br />
ne tornava a crescere e nell’aia tra la casa e il mulino arrivavano<br />
anche sei o sette asini carichi di granaglie da trasformare in preziosa<br />
farina. Un’attività di mugnaio divisa a metà con il lavoro in ferrovia,<br />
ma un aiuto costante per zio Avellino, uno studio attento per<br />
i delicati meccanismi, una ricerca assidua di nuove soluzioni nel<br />
rispetto di una tradizione che vede il mulino continuare a macinare<br />
con la sola forza dell’acqua, uno dei rarissimi esempi rimasti in<br />
Lunigiana, dove in tanti si sono convertiti all’energia elettrica.<br />
Oggi, però, da solo, il mestiere del mugnaio avrebbe ben poche<br />
prospettive. Provate ad immaginare la situazione: un piccolo mulino<br />
ancora ad acqua come cinque secoli fa, che frantuma grano, granoturco<br />
e castagne con macine di pietra pesanti dai 3 ai 14 quintali,<br />
da capovolgere a mano per la manutenzione annuale, azionate da<br />
pale di legno che hanno bisogno di un’attenzione quotidiana e una<br />
sostituzione periodica con nuovi “cucchiai” ricavati a mano da un<br />
ciocco di quercia. In otto ore di lavoro la macina riesce a dare un<br />
quintale di farina; questa viene pagata 8,00 € se è di grano o di granoturco.<br />
Macinare le castagne rende un po’ di più, la farina che si<br />
insacca a Filattiera è di ottima qualità, particolarmente adatta alle<br />
produzioni più pregiate e rende fino a 20,00 € al quintale; ma la stagione<br />
<strong>delle</strong> castagne è breve e una macina sola è troppo poca per<br />
assicurare il reddito per tutto l’anno.<br />
I problemi non mancano: vanno dal rispetto di rigidissime normative<br />
igenico-sanitarie alla lotta con le piene del fiume che ad ogni<br />
cambio di stagione danneggiano le opere di presa dell’acqua, fino<br />
alle difficoltà tecniche che ci sono nel mantenere attivo un mulino<br />
che deve funzionare secondo tecniche vecchie di secoli. Ma il mulino<br />
è ancora lì. Quando – una decina di anni fa – si è presentata la<br />
scelta se trasformarlo in una struttura semindustriale o recuperarlo<br />
secondo la tradizione, allora i Moscatelli non hanno avuto dubbi.<br />
<strong>La</strong> scelta è stata di integrare con l’attività agrituristica, con l’impegno<br />
della giovane figlia. Ecco allora la ristrutturazione, con alcune<br />
camere per dieci posti letto, la piscina, nello scenario del mulino<br />
recuperato in riva al fiume, di fronte alla corona degli Appennini.<br />
Oggi, e nel futuro dell’azienda, la sua presenza di struttura rara<br />
se non unica, è davvero preziosa e insostituibile, anche se evidentemente<br />
è un’attività produttiva che da sola non può assicurare un<br />
reddito principale. E dunque è accessoria, ma certo irrinunciabile;<br />
lo si capisce nei fine settimana invernali quando i visitatori fanno la<br />
fila per acquistare direttamente le farine, o quando scolaresche e<br />
comitive vengono a visitare il complesso.
Il ritrecine, fotografato in<br />
un mulino del Casentino:<br />
interamente in legno,<br />
azionato dall’energia<br />
idraulica, trasmette il<br />
movimento alla macina<br />
soprastante<br />
A.R.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Più di tutte, forse è rappresentativa quella macina di pietra che<br />
ogni anno regala qualche quintale di farina di castagne, profumata<br />
come raramente capita di trovare; era già lì nel 1915 quando nonno<br />
Carlo entrò nello stanzone per l’inventario, arrivata chissà quando<br />
nella Piana di Filattiera. Una macina speciale, di quelle scavate con<br />
scrupolo in un’arenaria cercata a lungo e poi scalpellinata dalle<br />
<strong>mani</strong> abilissime di un artigiano, con quella cura che gli derivava<br />
dalla consapevolezza di aver a che fare con uno strumento che<br />
avrebbe sfamato tante generazioni di persone. Una pietra che ha<br />
fatto in pieno il suo dovere, a tal punto che in poco meno di un<br />
secolo il suo spessore si è persino ridotto alla metà di quei dieci centimetri<br />
annotati nei registri.<br />
Il mulino Moscatelli di Filattiera continua a funzionare esattamente<br />
come cinque secoli fa, con le tre macine azionate dall’acqua<br />
del Magra, che arriva dopo un chilometro passato a correre nel largo<br />
biedale di pietra che si snoda nella campagna antistante il fiume.<br />
Arrivato nei pressi dell’edificio, il biedale si allarga in un picco-<br />
137
138<br />
ARSIA<br />
lo bacino dal quale l’acqua, attraverso due canali, viene indirizzata<br />
contro i cucchiai che si trovano tre metri più in basso e che provocano<br />
il moto dell’albero sopra il quale è la macina. Dodici cucchiai<br />
di legno di quercia (“copi” nel dialetto lunigianese) sono fissate al<br />
“rodèse”, un fusto di legno alto poco più di un metro e dalla struttura<br />
lievemente conica; questo appoggia su un bulbo di bronzo e si<br />
sviluppa in alto in un palo di ferro sul quale è fissata la macina, che<br />
ruota su un ceppo anch’esso di pietra, ad un’altezza regolabile a<br />
seconda della grana che si vuole ottenere.<br />
<strong>La</strong> materia da macinare (grano, granoturco e castagne, ciascuna<br />
con una propria macina di pietra di una particolare grana) cade<br />
dalla “scorba”, scivola tra le due pietre attraverso il foro centrale<br />
della macina e, grazie al vorticoso moto circolare, viene espulsa<br />
sotto forma di farina che si raccoglie alla base del locale chiuso<br />
entro il quale è posto il meccanismo.<br />
Nel caso del mulino Moscatelli, per macinare un quintale di prodotto<br />
le macine impiegano dalle 6 alle 9 ore, periodo nel quale il<br />
mugnaio può dedicarsi anche ad altre attività, non essendo necessaria<br />
la sorveglianza costante alla macinatura.<br />
I rottigiani e i mestieri che non ci sono più<br />
Iria Parlanti, Fornacette (Pisa)<br />
Sono nata a <strong>La</strong> Rotta nel 1935, una frazione del Comune di<br />
Pontedera. Molte cose che racconterò sono miei ricordi personali.<br />
In paese c’erano grandi fornaci, ci lavoravano moltissime persone,<br />
alcune famiglie che lavoravano il materiale a mano, e in più dei<br />
macchinari che davano lavoro a tantissime persone. Facevamo<br />
qualsiasi lavoro, dai mattoni agli embricini o “marsigliesi”, che sono<br />
un tipo di tegole piane, e naturalmente semipieni, forati, ecc.<br />
Il lavoro cominciava prima che facesse giorno e si finiva nel<br />
tardo pomeriggio, con il caldo che toglieva quasi il respiro; si lavorava<br />
dentro il forno che aveva avuto il fuoco di due giorni, si prendevano<br />
in mano i mattoni ancora caldi, e la sabbia cotta che si staccava<br />
dai mattoni si appiccicava alle <strong>mani</strong> e al corpo, madido di<br />
sudore; le gocce di sudore entravano negli occhi. Gli operai uscivano<br />
che sembravano <strong>delle</strong> maschere!<br />
Nell’inverno si usciva dal caldo del forno, al freddo del piazzale<br />
fuori, altro che malattie si potevano prendere! Le condizioni di
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Il cotto, con la pietra serena, è il materiale distintivo dell’edilizia rurale toscana<br />
lavoro miglioravano durante la settimana che lavoravano alla<br />
“bianca”. <strong>La</strong> procedura era la seguente: il materiale cotto era stivato<br />
fuori nel grande piazzale, intorno alla fornace, si facevano<br />
“pignoni”, in attesa di essere venduti.<br />
In genere i lavori intorno alla fornace erano tutti molto pesanti,<br />
anche per chi faceva i mattoni a macchina; non erano a cottimo,<br />
lavoravano 8-10 ore al giorno, ma guadagnavano anche meno, e<br />
quando dovevano caricare, i barrocci prima e dopo i camion, con il<br />
caldo, sotto il sole, con la polverina della sabbia cotta che gli entrava<br />
nel naso, il sudore che cadeva negli occhi, li faceva lacrimare per<br />
l’irritazione, non era certo un piacere!<br />
Vi spiego la lavorazione che occorreva per fare i mattoni, e perché<br />
era indispensabile l’acqua del fiume Arno. Infatti, la gente del<br />
posto capì che la terra vicino l’Arno era ottima, per fare la preparazione<br />
del materiale di base. Così si fecero l’“aie” che costeggiavano<br />
la riva dell’Arno; in cima all’aia cominciarono a scavarci la terra per<br />
farci la mota, tutti gli anni scavavano nello stesso punto, finché ci<br />
vennero <strong>delle</strong> buche enormi, che si riempivano d’acqua quando il<br />
fiume faceva la piena in autunno. <strong>La</strong> canalizzazione portava l’acqua<br />
torba del fiume nei cavi, qui la facevano rapposare, quando era<br />
chiara e l’Arno si era abbassato la rimandavano nel fiume; la torba<br />
139<br />
C.M.
140<br />
ARSIA<br />
di cui era impregnata rimaneva nei cavi, più piene venivano, più<br />
melma lasciava. Questa melma era la ricchezza della popolazione<br />
di quei tempi e voleva dire lavoro assicurato per la nuova campagna<br />
estiva. Questa posatura che aveva lasciato si chiamava “molletta”<br />
ed era ottima per fare tutti i materiali di laterizi, anzi era<br />
molto più pregiata di qualsiasi altra terra. <strong>La</strong> prima molletta che si<br />
trovava a inizio stagione era renacciosa e si usava per fare i mattoni;<br />
anche se era più “debole” i mattoni reggevano ugualmente. Sotto<br />
vi era la terra più forte e veniva usata generalmente per fare i<br />
lavori “fini”: mezzane, tegole, tèvoli, questi erano molto delicati.<br />
Anche la mota per le tegole andava lavorata di più: quando aveva<br />
avuto tutte le procedure come quella dei mattoni, andava buttata a<br />
“rena”, andava messa nella sabbia per terra e con la zappa si doveva<br />
mettere su questa sabbia, in <strong>mani</strong>era che si staccasse a prenderla con<br />
le <strong>mani</strong>. Andava di nuovo sbattuta con le <strong>mani</strong>, messo altra sabbia<br />
per terra, preso una manata di mota e sbattuta una sopra l’altra, si<br />
diceva “ributtata” (ne ho ributtata tanta!), ogni manata pesava 5-6<br />
chili. Dovevamo chinarci per prenderla, alzarci, sbatterla e chinarci di<br />
nuovo. Tutto questo perché non ci doveva essere nemmeno un nocciolino,<br />
altrimenti si sarebbe strappato il panno della tegola.<br />
I miei genitori ed io facevamo dalle 1700 alle 1900 tegole circa al<br />
giorno. Era un lavoro duro, molto faticoso, ma fino verso la fine di<br />
giugno era abbastanza sostenibile. Poi, con il caldo il fango seccava,<br />
si aprivano <strong>delle</strong> crepe, la terra era così pressata, indurita che per<br />
lavorarla era una fatica bestiale. Per fare i mattoni questa mota<br />
andava portata di sopra sull’aia con la carretta che non aveva la<br />
ruota con il copertone di gomma, ma aveva la ruota di legno con<br />
una lastra di ferro. Generalmente il babbo teneva la carretta per le<br />
stanghe e un ragazzo tirava dal davanti il “bilancino”, una corda<br />
fissata ai lati della ruota della carretta, e assicurata sotto le ascelle e<br />
dietro il collo, via lungo la salita per arrivare a caricare il banco.<br />
L’aia, dove veniva depositato il materiale, doveva essere tirata a<br />
lucido, cioè levata l’erba, rastrellata e liscia, come un tavolo da<br />
biliardo, perché i mattoni non avessero imperfezioni, gobbi, ecc.<br />
Per questa ragione dovevamo lavorare sempre scalzi.<br />
Di primavera era un piacere. Ma pensate, i primi di aprile, la<br />
mattina alle 4 o alle 5, scalzi, vicino alla mota era sempre umido, a<br />
qualcuno schiantavano i talloni dei piedi con certe crepe che facevano<br />
sangue; le <strong>mani</strong> dovevamo metterle oltre che nella mota,<br />
anche nella cassetta dell’acqua per lisciare i mattoni.<br />
Questo era un lavoro che i bimbi cominciavano a fare a 6-7 anni.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong> progressiva meccanizzazione <strong>delle</strong> attività agricole non può escludere la<br />
manualità, la presenza umana, la complessità e la fatica del lavoro, che fanno<br />
parte della “qualità” del processo produttivo L.M.<br />
Era un lavoro che andava fatto il più veloce possibile, ma era anche<br />
di precisione, non dovevamo tagliare gli angoli, né “sbucciarli”.<br />
Quando eravamo piccoli dovevamo stare chinati con i piedi a<br />
distanza di tre mattoni uno dall’altro, fino ad arrivare a cinque mattoni,<br />
quando le nostre gambe ce lo consentivano. Mettevamo 4 mattoni<br />
in senso obliquo e il quinto pari, (veniva chiamata “una mano<br />
di mattoni”) e poteva essere lunga circa 20-25 mattoni.<br />
Ecco perché era il primo lavoro che facevano i ragazzi: i grandi<br />
ci stavano male chinati, quasi con il capo in terra! Ma anche i ragazzi<br />
non godevano!<br />
Generalmente i mattoni da radere erano del giorno prima e la<br />
sera stessa li mettevamo a gambetta. Appena avuta una parziale<br />
essiccatura, il bimbo o la bimba con pari facoltà lavorative cominciavano<br />
a radere; finché era di mattina andava discretamente, il<br />
pomeriggio erano <strong>delle</strong> grandissime sudate!<br />
Man mano che i ragazzi crescevano facevano i lavori più pesanti.<br />
Questo non perché i genitori ci sfruttavano o ci volevano male.<br />
Era un lavoro a cottimo, mal pagato, e se non avesse collaborato tutta<br />
la famiglia non avremmo risparmiato i soldi per l’inverno. Perché<br />
nell’inverno c’erano pochi lavori, qualcuno veniva assunto dalle fattorie<br />
per fare gli scassi per le viti, oppure trovavano da fare i manovali<br />
ai muratori, ma erano sempre lavori saltuari, precari, quindi<br />
141
142<br />
ARSIA<br />
dovevamo aver guadagnato durante l’estate, se volevamo arrivare a<br />
primavera senza fare debiti al negozio di generi alimentari.<br />
A <strong>La</strong> Rotta, dove la lavorazione dei laterizi ha antiche tradizioni,<br />
funzionavano contemporaneamente 20-30 fornacine a conduzione<br />
familiare, cioè, prima facevano i mattoni, poi quando erano secchi<br />
li mettevano sotto un capannone ben stivati perché prendessero<br />
meno posto, a “pignone”, e nell’autunno-inverno cuocevano tutto<br />
il materiale. Lo sviluppo di una moderna industria laterizia manderà<br />
poi fuori mercato le strutture tradizionali <strong>delle</strong> fornacine.<br />
Solo intorno agli anni sessanta, sono cambiate le condizioni di<br />
lavoro e di vita dei “mattonai”, quando è quasi scomparsa la lavorazione<br />
a mano, sostituita da una lavorazione meccanizzata.<br />
Allora i mattonai, oltre ad essere ricercati dai proprietari di fornaci,<br />
e ricevere una paga adeguata, lavorando ad orari più u<strong>mani</strong>,<br />
cominciarono a disporre presso la fornace di un appartamento<br />
dotato di tutte le comodità.<br />
Io avevo smesso, mi sono sposata nel 1957 e anche i miei genitori,<br />
ormai anziani, nel 1962 hanno chiuso e sono andati in pensione.<br />
Dal 1960 al 1980 quasi tutti i mattonai hanno smesso di fare questo<br />
mestiere, i figli si sono trovati altri lavori e gli anziani sono<br />
andati in pensione.<br />
Un piatto che innamora<br />
Paolo Bissoli, Pontremoli (Massa Carrara)<br />
C’è un angolo di Toscana dove l’identità del territorio si è formata<br />
in secoli di scambi culturali con le aree vicine. È la Lunigiana,<br />
un cuneo di terra toscana protesa fra Liguria ed Emilia, attraversata<br />
dal fiume Magra, difesa, ma si potrebbe dire “chiusa”, dagli<br />
Appennini e dalle Alpi Apuane.<br />
<strong>La</strong> cultura della Lunigiana è dunque somma di influssi diversi,<br />
toscani, liguri ed emiliani, ma senza dimenticare reminescenze<br />
<strong>delle</strong> dominazioni spagnole o francesi che qui si imposero a lungo.<br />
E questo essere terra di confine, esposta ai ripetuti influssi esterni,<br />
ha fatto sì che i Lunigianesi sviluppassero una marcata cultura territoriale<br />
che si esprime in numerose <strong>mani</strong>festazioni quotidiane, e<br />
soprattutto in cucina.<br />
Tra tutti c’è un piatto, diffuso soprattutto nella Lunigiana settentrionale,<br />
che è noto ben oltre i confini locali e che meglio di ogni
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Prodotti di qualità, piatti tipici, trasformazioni tradizionali. È l’universo<br />
del patrimonio enogastronomico toscano, popolato di “artigiani del gusto”<br />
che presidiano luoghi e mestieri del piacere e del sapere L.M.<br />
altro riassume quanto detto: i “testaroli”. Serviti nel grande piatto<br />
da portata o nella piccola scodella singola non fanno grande<br />
impressione; pallidi pezzi di pasta dalla forma romboidale, sottile e<br />
bucherellata da mille forellini. Poi, osservandoli bene, li scopri conditi<br />
con un pesto profumato che immaginavi di poter trovare solo<br />
in Liguria, generosamente spolverati di grana emiliano (ma anche<br />
di ottimo pecorino locale) e conditi con un filo d’olio extravergine,<br />
toscano, ligure o lunigianese. L’assaggio convince che nessun altro<br />
piatto ti fa capire che cosa sia la Lunigiana, terra dove i sapori, come<br />
le culture, si amalgamano per dare risultati inaspettati.<br />
Un piatto povero i testaroli, ma che oggi, impreziosito dall’abbondante<br />
condimento, è prelibato, ricercato ed esportato fuori dai<br />
confini locali.<br />
Gli ingredienti di base per questa sfoglia “misteriosa” sono semplici,<br />
quasi banali: acqua e farina in parti quasi uguali e un pizzico<br />
di sale. Ma solo la sapienza di <strong>mani</strong> esperte è in grado di armonizzarli<br />
per creare i testaroli.<br />
<strong>La</strong> Vittoria ci aspetta ed ha acceso i testi. Questi sono una sorta<br />
di forno mobile, costituiti da una teglia rotonda, oggi in ferro, un<br />
tempo in terracotta, sul quale si pone un pesante coperchio di<br />
cemento o ghisa. Il tutto poi si ricopre con la brace: il risultato è sorprendente.<br />
Sia pane (la “crescenta”), siano torte (la “torta d’erbi”),<br />
143
144<br />
ARSIA<br />
siano carni o cacciagione, escono dal testo profumati e saporiti. Ma<br />
solo una lunga esperienza è in grado di stabilire il giusto livello di<br />
calore necessario per cuocere senza bruciare. Anche le più esperte,<br />
dopo decenni di pratica, hanno ancora qualche dubbio nel dosare la<br />
quantità di legna della fascina da mettere sul fuoco per riscaldare il<br />
testo. Il segreto, scopriamo, è tutto qui, anche per i testaroli.<br />
Mentre nel nero locale dei testi si prepara la brace, sul tavolo di<br />
cucina si prepara la pasta: una tazza di farina e acqua, un pizzico di<br />
sale, il tutto mescolato fino a formare una pastella molto liquida.<br />
Intanto la brace è pronta: tra un velo di fumo, la Vittoria stende<br />
un sottile letto di brace in terra, ai margini del fuoco, facendo in<br />
modo che la superficie sia perfettamente in piano. Sopra mette la<br />
teglia, il “testo” caldo e vi versa, con sapiente movimento a spirale,<br />
la pastella che viene poi stesa con un cucchiaio. Il calore del “testo”<br />
fa sì che l’acqua cominci a evaporare conferendo alla pasta il tipico<br />
aspetto bucherellato. Di più non si vede perché il tutto viene coperto<br />
per la cottura. Pochi minuti e il testarolo è pronto, morbido e croccante<br />
allo stesso tempo, dal profilo irregolare, ma dal sapore squisito.<br />
<strong>La</strong> pasta deve essere tagliata in forme romboidali, di 3-4 cm di<br />
lato, e gettata nell’acqua bollente per pochi minuti.<br />
Scolati e conditi sono indimenticabili.<br />
I fagioli cotti nel fiasco<br />
sulla brace, un metodo<br />
di cottura un tempo<br />
molto usato<br />
L.G.
Il vetturino<br />
Alboino Seghi, Montemignaio (Arezzo)<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Nelle montagne di Arezzo, il vetturino svolgeva la sua opera<br />
soprattutto insieme ai carbonai, ma il suo lavoro non si limitava a<br />
questo. Ne svolgeva tanti altri e trasportava con le sue bestie tanti<br />
materiali che andavano dalla legna da ardere ai pali di castagno<br />
(filagne), dalle tavole di grossi tronchi d’albero per la costruzione di<br />
mobili, alle travi, alle traverse di quercia per i binari <strong>delle</strong> ferrovie.<br />
Il vetturino non abitava nella capanna come i carbonai e i tagliatori,<br />
ma presso le case di contadini dove c’era la possibilità di usare<br />
una stalla per le bestie. Lui dormiva in un letto normale e mangiava<br />
a tavola apparecchiata i cibi preparati dalla massaia. Tutto a<br />
pagamento, s’intende. <strong>La</strong> giornata lavorativa del vetturino non terminava<br />
dopo il rientro serale, ma si protraeva, seppure in <strong>mani</strong>era<br />
non continuativa, fino a tarda ora.<br />
<strong>La</strong> prima operazione da eseguire, dopo il rientro serale, era la<br />
“sbastatura”: dopo aver liberato il basto dai finimenti che lo fissavano<br />
alla schiena della bestia, il vetturino lo sollevava con entrambe le<br />
braccia e lo metteva in un luogo dove non poteva essere danneggiato<br />
dalla pioggia; quando non aveva a disposizione una loggia o una<br />
stalla, provvedeva a coprirlo con balle di carbone “prelevate”<br />
durante il periodo trascorso con i carbonai. Dopo la sbastatura<br />
“governava” le bestie, poi se stesso. Dopo la cena si tratteneva a<br />
veglia e prima di andare a letto andava nella stalla per abbeverare le<br />
bestie, poi riempiva di fieno le mangiatoie e metteva al collo di ogni<br />
bestia la “musiera” riempita a metà di “biada” (avena, favetta, ecc.).<br />
L’alba lo trovava già in piedi; non per iniziare il lavoro come<br />
avveniva per i carbonai, ma per controllare lo stato <strong>delle</strong> bestie e<br />
per “rigovernarle”. Solo quando era giorno pieno, imbastava, faceva<br />
bere le bestie e si avviava al bosco.<br />
A metà gionata c’era una pausa di un paio d’ore, più o meno<br />
secondo le stagioni, per il pranzo e per un po’ di riposo. Dopo<br />
riprendeva il lavoro fino al tramonto.<br />
L’uomo consumava i pasti, un pezzo di pane con companatico,<br />
durante i viaggi e così facevano le bestie affondando il muso nelle<br />
musiere o strappando di tanto in tanto qualche ciuffo d’erba ai margini<br />
dei sentieri.<br />
Durante la tarda primavera e per tutta l’estate non occorreva la<br />
stalla: le bestie erano sbastate all’aperto e lasciate in “bandita”, cioè<br />
libere di pascolare per i prati.<br />
145
146<br />
ARSIA<br />
Il vetturino era anche un veterinario: il vetturino “professionista”<br />
era capace di diagnosticare le malattie più comuni <strong>delle</strong> bestie<br />
e di curarle con medicine da lui stesso preparate, in gran parte, e di<br />
sanare le ferite. Il vetturino era anche capace di provvedere da solo<br />
alla ferratura con una tecnica particolare che è difficile spiegare con<br />
le sole parole.<br />
…<br />
Ora diciamo qualcosa sui rischi che potevano correre il vetturino<br />
e le bestie.<br />
Il vetturino poteva cadere di sella per un colpo di sonno, per<br />
una improvvisa impennata della bestia, per incespicamento della<br />
stessa ecc. Poteva essere ferito al volto dalle frasche basse di qualche<br />
ramo, poteva venire colpito da calci…<br />
Le bestie potevano ferirsi in modo grave, tanto da renderle inabili,<br />
o addirittura morire per caduta in scarpate a causa del terreno scivoloso<br />
o franabile. Alcune cadute potevano verificarsi anche per il<br />
suolo ghiacciato; in questo caso il vetturino faceva “calzare” alle bestie<br />
dei ferri speciali con punte d’acciaio che impedivano di scivolare.<br />
Cavalli e muli costituivano il capitale per il vetturino, quindi<br />
andavano curati in modo particolare. Ma di là dal fatto puramente<br />
utilitaristico, fra vetturino e bestie esisteva un rapporto di reciproca<br />
“amicizia” e rispetto.<br />
Ogni bestia aveva un nome; alcuni erano quelli di “battesimo”,<br />
mentre altri venivano cambiati dal vetturino: Moro/a, Biondo/a,<br />
Romano/a, Bimbo/a, Pallino, Pippo, Volantina, Farfalla, Fulino, Magnana,<br />
Pastora, Topo, Serpente. In genere i nomi derivavano dal colore del<br />
mantello, dal fisico, dalla provenienza geografica, dal carattere…<br />
Per quanto riguarda la resistenza fisica al lavoro, c’è da dire che il<br />
mulo cura poco le intemperie e ben si adatta a camminare per sentieri<br />
impervi, mentre il cavallo possiede maggior forza fisica e dimostra<br />
più coraggio nell’affrontare rischi di vario genere.<br />
Ma torniamo ai rapporti fra il vetturino e le sue bestie. I muli e<br />
i cavalli trascorrevano con il vetturino la maggior parte della giornata<br />
e si trovavano insieme anche per il periodo della notte.<br />
Durante il lavoro c’era un vero e proprio dialogo fra uomo e bestia,<br />
dialogo che concedeva spazio di parola solo all’uomo, ma che trovava<br />
risposta con sguardi affettuosi o meno, con l’ubbidienza o con<br />
la ribellione, spesso motivata, ad ordini non graditi.<br />
Quando le bestie erano sottoposte al carico, il vetturino comandava,<br />
ora pacatamente, quasi per cortesia, ora con rabbia se l’amico
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Muli e cavalli, utilizzati per il trasporto del legname dal bosco al paese, sono stati<br />
fedeli compagni di lavoro dei vetturini A.C.<br />
quadrupede si agitava al punto di compromettere l’operazione di<br />
carico. Durante il viaggio a scarico il vetturino cavalcava la bestia<br />
più agevole e più pratica del percorso. Si trattava quasi sempre del<br />
mulo o del cavallo preferiti. Anche con le bestie esistono preferenze.<br />
Quando si effettuava il viaggio a carico era sempre la cavalcatura<br />
prediletta a fare da capofila. Durante il tragitto il vetturino incitava<br />
o dava ordini con parole o frasi, spesso gridate, oppure con la<br />
frusta e il bastone.<br />
Nella stalla il rapporto era sempre affettuoso: pacche sul di dietro,<br />
ruvide carezze, parole quasi sussurrate, da parte del vetturino<br />
s’intende, mentre la bestia rispondeva con strofinamenti muso a<br />
viso, con nitriti (da parte del cavallo), gesti di ringraziamento che<br />
solo il vetturino era capace di recepire.<br />
Se la bestia era malata o infortunata, il vetturino diventava<br />
esperto veterinario e seguiva assiduamente il decorso, alzandosi<br />
dal letto anche in piena notte.<br />
147
148<br />
ARSIA<br />
Il meo<br />
Alboino Seghi, Montemignaio (Arezzo)<br />
Nelle montagne del Casentino, tanti ragazzi hanno fatto il<br />
“meo”, cioè il garzone del carbonaio.<br />
Ecco come avveniva il “reclutamento”, la contrattazione del<br />
figlio tra le famiglie e i carbonai.<br />
Il capo di una compagnia, o un componente, parlava col babbo<br />
o, a volte, con la mamma del ragazzo per chiederne l’opera per una<br />
stagione. L’età dei ragazzi si aggirava intorno ai dodici anni e anche<br />
meno. Va detto che tutti i carbonai erano stati “mei” e che conoscevano<br />
quindi i sacrifici, sia fisici che u<strong>mani</strong>, cui andavano incontro i<br />
figli. Le ragioni della “cessione” temporanea del figlio erano principalmente<br />
due: la prima era quella di togliere di casa una bocca da<br />
sfamare (la vita era molto dura a quei tempi) con il vantaggio di<br />
ricavarne qualche centinaio di lire, e la seconda riguardava l’apprendistato,<br />
cioè l’apprendimento del mestiere con maestri non<br />
condizionati a legami affettivi.<br />
Lo spazio per il fuoco<br />
all’interno di una<br />
carbonaia, in Casentino<br />
A.R.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Questo accadeva nella maggior parte dei casi. Alcuni carbonai<br />
conducevano alla macchia un loro figlio destinato sì a svolgere le<br />
mansioni del meo, però con un trattamento da padri e non da<br />
“padroni”. <strong>La</strong> cosa era ben diversa.<br />
Noi vogliamo parlare dei primi per meglio mettere in risalto gli<br />
aspetti più crudi. È bene precisare che non tutti i carbonai trattavano<br />
male il meo, anzi quelli “cattivi” costituivano una minoranza. Si<br />
diceva che il meo veniva “contrattato”. Il padre che si dichiarava<br />
disposto ascoltava le offerte e ne discuteva, mettendo anche in risalto<br />
il trattamento u<strong>mani</strong>tario. In genere erano promesse che raramente<br />
venivano mantenute. <strong>La</strong> vita alla macchia fa scordare che<br />
esiste al di fuori un mondo civile dove ognuno è persona.<br />
Appena fissato il prezzo e la data della partenza, cominciavano<br />
le pene per la mamma, la quale poteva soltanto piangere in silenzio<br />
e preparare le cose necessarie. Si preoccupava di fornire il figlio di<br />
camiciole di lana contro i rigori dell’inverno e gli sbalzi di temperatura,<br />
e di lunghe calze di lana grezza da lei stessa confezionate.<br />
Non dimenticava di cucire una medaglietta della Madonna e qualche<br />
santino all’interno <strong>delle</strong> camiciole come protezione da eventuali<br />
malattie e infortuni.<br />
Il viaggio, spesso lungo e vario, e i primi giorni di lavoro costituivano<br />
per il meo un fatto straordinario. Poi, l’impatto con la realtà<br />
gli faceva rimpiangere amaramente la vita povera ma serena del<br />
paese, con gli amici e il calore dell’affetto familiare. Avrebbe, nei<br />
momenti più duri, preferito andare a scuola tutto il giorno e badare<br />
alle pecore durante la notte.<br />
Il meo era il cuoco della compagnia. Non c’erano da preparare<br />
tanti piatti, però cucinare una polenta non era cosa facile nei primi<br />
tempi. Maltrattamenti e urla non mancavano quotidianamente perché<br />
la polenta era troppo salata o troppo sciocca, poco cotta o piena<br />
di “torsoli” e così via.<br />
<strong>La</strong> cucina era niente in confronto alle altre occupazioni. C’era da<br />
mettere il fuoco, da preparare i “mozzi”, da ispezionare le carbonaie,<br />
da aiutare durante la scarbonatura, da andare a prendere l’acqua<br />
alle fontanelle, distanti qualche chilometro dalla capanna, con<br />
un bariletto che al ritorno pesava circa trenta chili. Le spalle erano<br />
ancora gracili e la pelle si sbucciava facilmente fino a che non si era<br />
formato il callo.<br />
Al rientro erano quasi sempre rimproveri a causa del troppo<br />
tempo impiegato. “C’è da raccattare la foglia”, “da fare i mozzi” e “tu<br />
ti metti a cercare i nidi per riposarti”.<br />
149
150<br />
ARSIA<br />
Il carbonaio<br />
Leonello Rossi, Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
Sono un giovane boscaiolo di Cetica, in Casentino, e fin da bambino<br />
sono andato con mio padre e mio zio a tagliare il bosco e a fare<br />
il carbone. Mi sono appassionato fin dall’inizio a questo mestiere,<br />
anche se vedevo il sacrificio che veniva fatto, stando mesate lontano<br />
dalla famiglia che non sempre ci poteva seguire, lavorando giorno<br />
e notte, riportando a casa pochi soldi o facendo pari. Ho continuato<br />
a praticarlo con passione e come tradizione.<br />
All’inizio si faceva tutto nel bosco, dormendo in una “capanna”<br />
fatta con legna e carzolo (chiamata in dialetto”a Gesù” per come era<br />
costruita) e avendo come letto la “rapazzola” (letto fatto di “bacchiole”,<br />
paletti di legno e felci). In seguito, per comodità, ho continuato<br />
la passione sul terreno vicino a casa. Anche se c’è stato un<br />
periodo in cui mi era passata la voglia di continuare la tradizione,<br />
perché addirittura ci furono <strong>delle</strong> proteste e fu scritta una lettera in<br />
cui si diceva che facevo fumo e “puzzo di carbonaia”.<br />
Un giovane carbonaio<br />
del Pratomagno:<br />
la passione e il senso<br />
di appartenenza si<br />
collegano con<br />
l’esperienza e<br />
il sapere di intere<br />
generazioni<br />
A.R.
Invece i vecchi carbonai raccontavano che venivano portati i<br />
bambini con la pertosse a respirare il fumo <strong>delle</strong> carbonaie, perché<br />
era il fumo che faceva bene alla salute. Ora però, grazie alla riscoperta<br />
dei vecchi mestieri, alla nascita qui a Cetica del Museo del carbonaio,<br />
la passione per questo mestiere mi è tornata, perché ho visto<br />
l’interessamento <strong>delle</strong> scuole e della gente a questa antica attività.<br />
<strong>La</strong> mia prima transumanza<br />
Poerio Benevieri, Castel San Niccolò (Arezzo)<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Verso la metà del mese di settembre di moltissimi anni fa ebbe<br />
inizio la mia prima transumanza. Si trattava, in sostanza, di un<br />
viaggio di trasferimento <strong>delle</strong> greggi (nel mio caso di un branco di<br />
circa 300 pecore) dai pascoli estivi della montagna casentinese a<br />
quelli invernali della Maremma, e che si svolgeva in sette tappe<br />
giornaliere di circa 30 km ciascuna. Questo avvenimento, per me<br />
straordinario, mi lasciò dei ricordi che sono ancora vivi anche nei<br />
minimi particolari.<br />
Appena oltrepassato il varco di Reggello mi sentii così felice che<br />
mi sembrava di sognare. Ero riuscito a vincere le resistenze della<br />
mia mamma (anche con l’aiuto del mio babbo), che non voleva<br />
assolutamente mandarmi perché sosteneva che per un ragazzo di<br />
appena dieci anni si trattava di un viaggio troppo faticoso. Io, invece,<br />
ero certo di potercela fare agevolmente e assaporavo già il piacere<br />
che avrei provato a raccontare ai miei compagni di scuola e agli<br />
amici questa avventura.<br />
Io stavo davanti al gregge, accanto a me avevo il capo branco (un<br />
grosso castrato con un enorme campanaccio appeso al collo), ed<br />
avevo il compito di regolare l’andatura in modo che tutte le pecore<br />
potessero mantenere il passo, mentre il mio zio stava dietro per controllare<br />
che tutti gli animali seguissero il branco. Questa tappa,<br />
rispetto alle altre sei successive, fu assai breve e si concluse poco<br />
sotto Reggello: da “i’ Ciari”, un contadino che aveva il podere nei<br />
pressi di Cascia. Qui intanto era giunto anche l’altro mio zio che era<br />
venuto col barroccio, passando dalla Consuma, e che aveva già<br />
provveduto a tendere la rete dove custodire le pecore per la notte.<br />
All’alba del giorno successivo, ci si mise in cammino per la<br />
seconda tappa. <strong>La</strong> notte ero voluto andare a dormire all’aperto, a<br />
guardia <strong>delle</strong> pecore, ma era stata un’esperienza poco gradevole, in<br />
151
152<br />
ARSIA<br />
quanto mi ero svegliato infreddolito e tutto indolenzito e così decisi<br />
che d’ora in avanti sarei andato a dormire nel fienile.<br />
Si passò l’Arno a Figline e quindi si procedette verso le colline<br />
chiantigiane, andando a sostare tra Monastero e Badia a Coltibuono,<br />
presso un podere denominato “gli Ulivacci”. Le soste di fine<br />
tappa erano tutte molto simili; si custodivano gli animali e poi si<br />
andava a cena. Si mangiava insieme alla famiglia del contadino<br />
ospitante, in quanto era consuetudine che il pastore – quando dalla<br />
Maremma andava in montagna – lasciasse al contadino come compenso<br />
il formaggio e la ricotta che faceva durante la sosta, e ciò gli<br />
dava diritto di essere ospitato anche per il pernottamento di ritorno<br />
dalla Maremma, quando le pecore non avevano latte.<br />
Nella terza tappa si completò l’attraversamento <strong>delle</strong> colline del<br />
Chianti riscendendo verso il territorio senese, passando per Gaiole<br />
in Chianti e andando a pernottare nei pressi di Pianella.<br />
<strong>La</strong> quarta tappa comprendeva l’attraversamento della città di<br />
Siena con la particolarità che avveniva di notte, al fine di evitare il<br />
traffico. Mi preme ricordare un fatto che all’apparenza potrebbe sembrare<br />
straordinario, mentre in realtà è assolutamente normale e direi<br />
soprattutto naturale. Come ho già detto, io stavo davanti al gregge e<br />
quando, entrato da porta Camollia, mi trovai nel centro della città<br />
senza sapere quale via imboccare, mi ricordai che il mio babbo mi<br />
aveva spiegato che le bestie hanno un senso dell’orientamento molto<br />
maggiore di quello <strong>delle</strong> persone e così mi feci da parte e le pecore,<br />
attraversando Piazza del Campo e tutto il resto della città, mi portarono<br />
dall’altra parte senza alcuna difficoltà. Il pernottamento si fece<br />
a Filetta, un piccolo gruppo di case nel comune di San Rocco a Pilli.<br />
Il giorno seguente si transitò dalle terme di Petriolo dove potei<br />
ammirare, io che conoscevo solo sorgenti freschissime, l’acqua che<br />
sgorgava quasi bollente dal sottosuolo. Questa quinta tappa si concluse<br />
a Fercole, una piccola frazione del comune di Casal di Pari.<br />
Eravamo ormai alle porte della Maremma e la penultima tappa<br />
toccò Paganico e terminò alle Capannelle, nelle vicinanze di Batignano.<br />
Intanto, a causa dello stress del viaggio, qualche pecora<br />
aveva anticipato la figliatura, e ciò aveva creato qualche problema<br />
in più in quanto gli agnellini appena nati si dovevano portare in<br />
braccio, fino a quando arrivava il barroccio su cui caricarli.<br />
<strong>La</strong> settima e conclusiva frazione di viaggio ci portò a destinazione<br />
che, in quell’occasione, era in Squartapaglia, una località molto<br />
vicina a Grosseto. Il mio compito si era concluso e così, dopo<br />
qualche giorno di permanenza in Maremma, uno dei miei zii mi
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
accompagnò alla<br />
stazione ferroviaria<br />
di<br />
Grosseto, da<br />
dove presi il<br />
treno per tornare<br />
in Casentino.<br />
Ho parlato<br />
della prima transumanza<br />
perché<br />
in effetti ne ho<br />
fatte molte altre e<br />
se la prima fu, tutto sommato, una piacevole avventura in quanto<br />
mi aveva dato modo di scoprire tante cose nuove, ce ne fu una che<br />
mi ha lasciato un ricordo molto doloroso. Fu nel settembre del 1945,<br />
l’anno successivo al passaggio del fronte, che avvenne un tragico<br />
fatto. Nei pressi di Casal di Pari, i bordi della strada erano disseminati<br />
di ordigni bellici di ogni tipo a causa degli intensi combattimenti<br />
che c’erano stati nella zona. Un ragazzo di un paio di anni<br />
più grande di me, che insieme a me conduceva il gregge, sollevò<br />
una mina che si trovava nella fossetta della strada, e quando la rilasciò<br />
esplose, ferendolo in modo piuttosto grave…<br />
153
2.6 Altre segnalazioni<br />
Marco Noferi<br />
<strong>La</strong> rilevazione dei volontari di SPI-CGIL fin qui riportata, ha evidentemente<br />
una connotazione di parzialità e “passione amatoriale”.<br />
Come già premesso, ciò è dovuto alla scelta di effettuare una<br />
sorta di viaggio lungo quel confine dove coesistono economia, socialità<br />
e valori culturali che la nostra dimensione rurale offre in abbondanza,<br />
non un censimento che fosse avvalorato da metodologie<br />
scientifiche.<br />
Di conseguenza, spesso ha colpito l’immediatezza del testimone,<br />
l’urgenza dell’anziano artigiano che non trova eredi o continuatori,<br />
la sensazione in tanti casi della fine imminente del mestiere e<br />
della sua storia.<br />
Altre volte la segnalazione ha riguardato un’attività ancora<br />
oggettivamente diffusa in quell’area, ma senza poter individuare<br />
un testimone censibile; e comunque le schede raccontano di un<br />
mestiere presente, che magari in tanti sanno svolgere pur senza che<br />
alcuno ne sia significativo portatore. O più semplicemente, che in<br />
quel momento non è stato possibile individuare.<br />
Succede cioè che in tante aree collinari e montane della Toscana,<br />
sono diffuse <strong>delle</strong> attività – <strong>delle</strong> capacità – ma appare complicato<br />
identificarle con una azienda o con un artigiano, anche se pensionato,<br />
o svolte a livello amatoriale. Tra l’altro questo rimanda ad<br />
ulteriori problematiche di metodo e di definizione, che sono suggerite<br />
in abbondanza dall’oggetto di questa pubblicazione. Ci sono<br />
cioè dei lavori, <strong>delle</strong> competenze che negli ultimi dieci-venti anni<br />
hanno subito trasformazioni profonde: alcuni sono scomparsi,<br />
oppure si sono integrati con altri, oppure sono diventati funzionali<br />
ad altre attività, o ancora ricompaiono però come espressione di<br />
settori differenti (come il turismo o il commercio).<br />
Un esempio può venire dalla norcineria, tuttora frequente e praticata<br />
nel periodo invernale, ad uso familiare, in larghe parti della<br />
Toscana. Quest’attività – che pure ha importanti caratteristiche di
156<br />
ARSIA<br />
In molti casi, competenze<br />
professionali importanti<br />
sono espresse<br />
anche a livello amatoriale,<br />
dove l’anziano o<br />
l’hobbista svolgono<br />
attività per il semplice<br />
“piacere di fare”<br />
A.C.<br />
tradizionalità rurale – non risulta segnalata in questo volume. Allo<br />
stesso tempo, però, la trasformazione artigianale <strong>delle</strong> carni suine è<br />
una <strong>delle</strong> produzioni di maggior richiamo (ad esempio, nel Chianti),<br />
per tutta quella filiera agroalimentare, turistica e commerciale che<br />
ha investito nei cosiddetti prodotti tipici e di nicchia. In definitiva, si<br />
tratta di competenze diffuse ed importanti, da continuare a scoprire<br />
e conoscere, da valorizzare con appositi progetti legati a quelle aree<br />
rurali. Riteniamo utile riportare anche queste segnalazioni dei<br />
volontari SPI-CGIL, in attesa di un successivo censimento che possa<br />
individuare altri artigiani e operatori ancora in attività.<br />
Provincia di Firenze<br />
• bottaio<br />
• coltellinaio<br />
• fabbro del rame<br />
• cestaio<br />
• produzione di salumi tipici<br />
• ricamo manuale<br />
• impagliatore di sedie e fiaschi<br />
• produzione di paleria per vigne<br />
• produzione di paleria per attrezzi agricoli<br />
• <strong>mani</strong>scalco<br />
• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale
Mondatura del<br />
giaggiolo, a cui seguirà<br />
un lungo processo<br />
d’essiccazione. Coltivato<br />
tra gli olivi dei terrazzamenti,<br />
è stata una tipica<br />
attività d’integrazione<br />
per le aziende agricole<br />
del Valdarno<br />
M.A.<br />
• arrotino ambulante<br />
• impagliatore di fiaschi e damigiane<br />
• innestino di piante da frutto<br />
• rabdomante<br />
• materassaio<br />
• fabbro per utensileria agricola<br />
• carbonaio<br />
• norcino<br />
• tosatori in squadre ambulanti<br />
• cesteria in vimini<br />
• lavorazione del merletto<br />
• attività didattiche sull’artigianato rurale<br />
• <strong>mani</strong>scalco<br />
• lavorazione dell’erica<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Provincia di Arezzo<br />
Provincia di Grosseto<br />
• <strong>mani</strong>scalco<br />
• produzione sdi elleria e finimenti per equitazione<br />
• calafatore<br />
• intagliatore in legno<br />
• tosatori in squadre ambulanti<br />
• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale<br />
157
158<br />
ARSIA<br />
Provincia di Lucca<br />
• <strong>mani</strong>scalco<br />
• fioccatura e macinatura di cereali<br />
• produzione di figurine di gesso<br />
• produzione di paste speciali<br />
• trasformazione di prodotti del sottobosco<br />
Provincia di Massa Carrara<br />
• <strong>mani</strong>scalco<br />
• impagliatore di sedie e fiaschi<br />
• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale<br />
• trasformazione di cereali per paste speciali<br />
• carradore<br />
• corbellai e cestai<br />
• rivestitore di fiaschi e damigiane<br />
• lavorazione di corde e funi<br />
• produzione di insaccati tipici<br />
• lavorazione di legno di olivo<br />
• raccoglitori di pinoli (pinottolai)<br />
• materassaio<br />
• <strong>mani</strong>scalco<br />
Provincia di Pisa<br />
Provincia di Pistoia<br />
• <strong>mani</strong>scalco<br />
• intagliatore di legno di olivo<br />
• produzione di fiaschi<br />
• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale<br />
Provincia di Siena<br />
• <strong>mani</strong>scalco<br />
• cesteria in vimini<br />
• norcino<br />
• castrino<br />
• bottaio<br />
• produzione di salumi tipici<br />
• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale<br />
• coltivazione ed essiccazione di piante officinali tradizionali.
2.7 Percorsi di approfondimento<br />
a cura del Gruppo di ricerca “<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> storica del territorio rurale”<br />
coordinato da <strong>La</strong>ura Cassi<br />
Dipartimento di Studi storici e geografici, Università di Firenze<br />
Il lavoro del boscaiolo<br />
Alessandra Zanzi Sulli<br />
Dal bosco le comunità umane hanno ricavato e ancora ricavano<br />
molti prodotti indispensabili a soddisfare bisogni essenziali: legno<br />
per cuocere e per riscaldarsi, per costruire case, navi e ponti e per<br />
fabbricare attrezzi da lavoro e masserizie; erba, semi e frasca degli<br />
alberi per l’alimentazione degli animali domestici e foglie per la<br />
loro lettiera; funghi, resina, miele, cortecce e carne e pelli di animali<br />
selvatici.<br />
Non solo, ma l’uomo ha richiesto e sempre più richiede la presenza<br />
del bosco in ogni tempo ed in ogni luogo per intercettare le<br />
piogge, diminuirne la forza battente, regolarne lo scorrimento<br />
superficiale e favorirne la penetrazione negli strati più profondi del<br />
suolo in modo da evitare o diminuire la pericolosità di frane, erosione,<br />
smottamenti, esondazioni ed alluvioni.<br />
Più recentemente l’uomo ha individuato nel bosco una pluralità<br />
di funzioni ambientali come, ad esempio, fare da filtro a sostanze<br />
inquinanti sospese nell’aria e nell’acqua, essere barriera a rumori e<br />
luci artificiali prodotti degli insediamenti urbani, immagazzinare<br />
per lungo tempo nelle strutture legnose notevoli quantità di anidride<br />
carbonica diminuendo il pericolo di effetto serra, solo per citarne<br />
qualcuna; queste funzioni sono diventate prioritarie rispetto a<br />
quella produttiva in tutti i paesi sviluppati.<br />
<strong>La</strong> produzione di beni materiali e la protezione ambientale sono<br />
solo due aspetti, anche se molto importanti, del rapporto che si è<br />
realizzato nel corso del tempo tra la società umana e la risorsa<br />
boschiva.<br />
È un rapporto in cui il lavoro che l’uomo ha svolto e svolge nei<br />
boschi per coltivarli e per raccogliere i prodotti ha agito in entrambi<br />
i sensi modificando i caratteri originali sia del bosco, sia dell’uomo.
160<br />
ARSIA<br />
Conoscere e fissare nella <strong>memoria</strong> i modi ed i tempi dei lavori<br />
boschivi eseguiti in epoche non più recenti, aiuta quindi a comprendere<br />
con più chiarezza quanto i miglioramenti tecnici al processo<br />
produttivo, necessari apporti per risparmiare energia e tempo<br />
o produrre di più e/o meglio, abbiano influenzato i caratteri di<br />
“naturalità” o di “coltivato” dei boschi attuali e a programmare<br />
meglio le fasi di intervento/non intervento selvicolturale soprattutto<br />
nei boschi oggetto di politiche di stretta conservazione.<br />
Il lavoro boschivo è stato rivoluzionato dal cambiamento della<br />
società da rurale ad industriale, dalla disponibilità quasi illimitata<br />
e diffusa di materiali energetici diversi dal legno e dalla messa a<br />
punto di tecniche di costruzione edile con minimo o nullo impiego<br />
di materiale legnoso. Tutte queste vicende hanno determinato una<br />
profonda innovazione non solo negli attrezzi da lavoro, in particolare<br />
per l’introduzione <strong>delle</strong> macchine a combustione interna, e in<br />
tutte le fasi del processo di utilizzazione ed esbosco, ma anche<br />
grandi mutamenti nella domanda di legname e di legna da ardere<br />
e, per l’imporsi dei diritti <strong>delle</strong> classi lavoratrici, un diverso profilo<br />
della figura professionale del boscaiolo.<br />
Sicuramente in questo dopoguerra l’evoluzione più rapida e più<br />
appariscente ha interessato sia le tecniche di taglio, allestimento ed<br />
esbosco <strong>delle</strong> fustaie con l’introduzione e diffusione della motosega<br />
ed il perfezionamento dei sistemi di trasporto a teleferica, sia i processi<br />
di trasformazione del legname con la completa meccanizzazione<br />
<strong>delle</strong> operazioni di segheria.<br />
Anche i lavori nei cedui che, ad una prima lettura, appaiono<br />
come permanenze immutabili fino agli anni sessanta del Novecento,<br />
sono stati interessati da trasformazioni non trascurabili: la sostituzione<br />
dell’accetta e del pennato con la motosega ha cambiato<br />
forma e dimensioni <strong>delle</strong> superfici di taglio sulla ceppaia ed ha reso<br />
inapplicabile il taglio a sterzo mentre l’impiego del trattore al posto<br />
del mulo per l’esbosco della legna ha stravolto dimensioni e pendenze<br />
dei sentieri presenti nei boschi.<br />
Ad una lettura più approfondita, il cambiamento più radicale si<br />
è avuto proprio per il lavoro nei boschi cedui che hanno avuto una<br />
lunga sospensione nelle utilizzazioni dei prodotti legnosi o per la<br />
forte crisi della mezzadria, quando la loro gestione era strettamente<br />
legata ai bisogni dell’azienda agraria (legna da ardere e fascine)<br />
o per la forte caduta della domanda di carbone se gestiti da aziende<br />
forestali produttrici di legna e di carbone.<br />
In pochi anni scompaiono, o diventano rare figure folcloristiche,
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Il bosco dei carbonai e dei mulattieri, è oggi luogo di una pluralità di funzioni<br />
ambientali e nuove sensibilità V.V.<br />
le compagnie di carbonai e le squadre di tagliatori che avevano percorso,<br />
forse per secoli, gran parte dei territori forestali del nostro<br />
paese portando il loro sapere tecnico ed i loro modi di vita ovunque.<br />
Con essi scompare anche la figura del vetturino e del commerciante<br />
di legna e carbone e si rarefà il numero dei fabbri che<br />
sanno fabbricare e riparare gli attrezzi taglienti del boscaiolo.<br />
Scompare, in una parola, la civiltà del ceduo che vuol dire saperi<br />
relativi alla riproduzione agamica e ai tempi e modi di accrescimento<br />
<strong>delle</strong> specie legnose ed arbustive, alle dinamiche demografiche<br />
della fauna selvatica in relazione alle utilizzazioni del ceduo,<br />
alle proprietà di bacche, frutti e funghi come alimenti o medicamenti<br />
o coloranti, all’uso di cortecce per l’estrazione del tannino o<br />
alla coltivazione, riproduzione e raccolta del ciocco da pipa, etc.<br />
Saperi che non sono mai stati oggetto di studio o semplicemente di<br />
codificazione in trattati forse perché si autoriproducevano facilmente<br />
nell’apprendimento “a fianco”, in una continuità di processi<br />
produttivi conosciuti e frequentati dalla quasi totalità dei componenti<br />
di tutte le società rurali, anche dove il bosco è una risorsa<br />
molto modesta; inoltre, al contrario della selvicoltura della fustaia,<br />
la coltivazione del ceduo non ha mai richiesto investimenti di capitali<br />
a lungo termine al momento della sua rinnovazione, né presentava<br />
rischi di perdita della risorsa per avversità meteorologiche, né<br />
per attacchi epidemici di patogeni.<br />
161
162<br />
ARSIA<br />
Il boscaiolo – “chi fa il mestiere di tagliar boschi per conto d’altri”<br />
[P. Petrocchi, Novo Dizionario Universale della Lingua Italiana,<br />
Milano, Fratelli Treves Editori, 1902, Vol. I, p. 267] – è in Toscana<br />
soprattutto un tagliatore di bosco ceduo. Pur essendo presente su<br />
superfici non trascurabili la fustaia di conifere e di latifoglie nelle<br />
zone appenniniche, sul Monte Amiata, nella fascia sopra gli oliveti<br />
nelle aree collinari e lungo il litorale tirrenico, la Toscana ha un’immagine<br />
storicamente consolidata di “terra di ceduo” e di conseguenza<br />
il suo boscaiolo emblematico, il vero e proprio professionista<br />
noto e ricercato per le specifiche capacità, non può essere che il<br />
tagliatore di bosco ceduo.<br />
Il boscaiolo o tagliatore o taglialegna era considerato professionalmente<br />
meno specializzato del carbonaio e facilmente si trovava<br />
chi sapesse tagliar polloni. Tra i tagliatori vi erano pigionali, braccianti,<br />
salariati, mezzadri e, in periodo di crisi economica, anche artigiani<br />
e operai di industrie; era quindi sempre possibile mettere insieme<br />
piccole squadre di uomini, a volte anche di donne, per tagliare e<br />
assortire legna da ardere, fascine, ciocchi e fare un po’ di brace.<br />
Non sempre le operazioni di taglio del bosco ceduo erano semplici:<br />
quando si dovevano tagliare le matricine di più turni (alberi<br />
ad alto fusto, spesso con altezze superiori a 20 metri e con diametri<br />
a petto d’uomo di 30-50 centimetri) le operazioni di abbattimento<br />
ed allestimento richiedevano tagliatori di esperienza che, tuttavia,<br />
non era difficile trovare in paese tra chi praticava l’attività del<br />
boscaiolo.<br />
Raramente i tagliatori si spostavano a distanze tanto lunghe da<br />
non permettere il ritorno giornaliero all’abitazione o, se per caso<br />
capitava, si allontanavano da casa per pochi giorni. Non vivendo in<br />
bosco per lunghi periodi era quindi loro estranea l’usanza di<br />
costruire e vivere in case di terra come invece era costume dei carbonai;<br />
unica eccezione, appunto, le squadre di tagliatori che si muovevano<br />
per tutta la Toscana (a volte anche fuori) ad abbattere, trasportare<br />
e accatastare la legna che le squadre di carbonai avrebbero<br />
carbonizzato, squadre con le quali vivevano insieme durante la stagione<br />
invernale.
<strong>La</strong> transumanza<br />
Lidia Calzolai<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Nel mese di settembre, ancora nel secondo dopoguerra, era possibile<br />
imbattersi in qualche gregge in marcia verso la Maremma: in<br />
testa al branco, come guida e punto di riferimento per tutte le pecore,<br />
c’era il castrato con il suo campano, ai lati pastori e garzoni controllavano<br />
il corretto andamento del gregge specialmente nei punti<br />
in cui la strada attraversava i coltivi, i ragazzi camminavano avanti<br />
e seguivano l’itinerario indicato dagli animali che, una volta percorso,<br />
non lo dimenticavano più. Questa forma di allevamento<br />
transumante, che nel Novecento era ormai divenuta piccola impresa<br />
familiare ad integrazione della proprietà montanara, è una pratica<br />
antica che ha interessato tutto il contorno mediterraneo caratterizzato<br />
da aridità estiva e buoni pascoli autunnali e vernini e che, in<br />
epoche precedenti, aveva coinvolto in <strong>mani</strong>era massiccia animali e<br />
capitali. Essa si realizzava per sfruttare pienamente le potenzialità<br />
pascolative di due ambienti assai diversi, ma complementari fra<br />
loro: la montagna e la costa. Anche la Toscana ha partecipato di<br />
questo fenomeno, che ha toccato il suo apice tra XVI e XVII secolo<br />
per ridursi progressivamente fra Settecento e Ottocento (parallelamente<br />
all’avvio della bonifica idraulica e a tutta una serie di provvedimenti<br />
che hanno interessato la pianura maremmana, luogo di<br />
sverno <strong>delle</strong> greggi) per concludersi definitivamente con la Riforma<br />
Fondiaria della metà del Novecento.<br />
<strong>La</strong> montagna appenninica, fino all’inizio dell’Ottocento, presentava<br />
un notevole grado di popolamento e gli abitanti, spesso piccoli<br />
proprietari, dovevano integrare in vari modi le insufficienti risorse<br />
agricole.<br />
Gli inverni lunghi e le eccessive pendenze non offrono infatti<br />
condizioni favorevoli per l’agricoltura specialmente nelle parti più<br />
elevate, ma gli spazi boschivi e pascolativi hanno da sempre consentito<br />
lo svilupparsi dell’allevamento, elemento fondamentale dell’economia<br />
montana. Nel periodo invernale, l’insufficienza dei<br />
pascoli a lungo coperti di neve, spingeva uomini e animali verso le<br />
pianure, soprattutto quelle maremmane, dando luogo a quel fenomeno<br />
migratorio conosciuto come transumanza. Nelle pianure<br />
costiere si aprivano alle greggi ampi spazi ricoperti da boschi di<br />
querce da sughero e lecci, da sodaglie, da acquitrini e da lame, dalla<br />
foltissima macchia del forteto maremmano dove si nascondono<br />
numerosi gli animali selvatici: questo, per nove mesi all’anno, di-<br />
163
164<br />
ARSIA<br />
ventava il regno della pastorizia transumante. <strong>La</strong> presenza di innumerevoli<br />
e virulenti focolai di malaria facevano <strong>delle</strong> Maremme un<br />
vero e proprio deserto umano, animato solo da pochi casali (centri<br />
direttivi dei latifondi dove si praticava la cerealicoltura). L’insediamento<br />
comunque non era possibile in forma stabile per le condizioni<br />
igienico-sanitarie ed anche l’agricoltura, a cui la montagna forniva<br />
braccianti, aveva carattere stagionale ed estensivo.<br />
In Toscana il flusso di transumanza si originava da tutto l’arco<br />
appenninico sia sul versante toscano che su quello emiliano e romagnolo,<br />
dalla Lunigiana, dalla Garfagnana, dal Pistoiese, dal Mugello,<br />
dal Casentino, dalla Val Tiberina, dal Montefeltro marchigiano e<br />
dal Perugino. Per secoli i paesi montani sembravano vivere una<br />
duplice esistenza: periodicamente si svuotavano di uomini e di animali<br />
e si ripopolavano dopo alcuni mesi.<br />
Ogni anno, dopo aver seminato e concimato i loro campi, dieci<br />
o dodici contadini si univano insieme, formavano un solo branco<br />
<strong>delle</strong> rispettive capre e pecore e si avviavano verso la costa. Le<br />
donne, nel Settecento, rimanevano a casa con sette o otto vacche e<br />
vivevano di granturco, latte e castagne. Accanto a questi greggi formati<br />
dall’unione di animali di più proprietari, esistevano grandi<br />
mandrie (potevano superare anche le quattromila unità) possedute<br />
da monasteri e signori locali per i quali la pastorizia transumante<br />
fu, fino a tutto l’Ottocento, ma in modo ancora più consistente nei<br />
secoli precedenti, un’attività economica a larga scala. A settembre,<br />
stagione dopo stagione, i pastori e i loro bestiami prendevano la via<br />
della marina: con i loro greggi, i somari stracarichi di barili, di reti<br />
per i recinti <strong>delle</strong> pecore, di recipienti per fare il formaggio, di indumenti,<br />
talora della gabbia dei passerotti o della chioccia ed altre<br />
masserizie si accingevano ad affrontare un tragitto pieno di difficoltà<br />
e magari le inclemenze del tempo che non li risparmiava da<br />
temporali improvvisi o da autunni precoci. Il viaggio di trasferimento<br />
poteva variare dai sette ai dieci giorni a seconda del luogo di<br />
provenienza e si snodava per antichi percorsi tracciati da tempo<br />
immemorabile da pastori ed armenti e che gli ultimi transumanti<br />
sono in grado, ancora oggi, di indicare con lucidità. <strong>La</strong> loro testimonianza,<br />
integrata da fonti archivistiche e cartografiche, ha consentito<br />
di ricostruire la fitta maglia <strong>delle</strong> vie maremmane, prova<br />
evidente <strong>delle</strong> intense relazioni tra il litorale e il resto della Toscana.<br />
Il viaggio era suddiviso in tappe di 20-25 chilometri al giorno, per<br />
questo la partenza doveva avvenire la mattina di buon’ora.<br />
Oltre ad un ombrello di incerato sotto il braccio ed un sacco di
<strong>La</strong> campagna<br />
maremmana, meta<br />
<strong>delle</strong> greggi<br />
transumanti<br />
L.B.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
tela al fianco, il pastore portava talvolta qualche agnellino nato da<br />
poco che da solo non avrebbe potuto camminare. Muli e cavalli<br />
chiudevano la fila. Il capo carovana, le donne e i bambini più piccoli,<br />
nel nostro secolo, si spostavano generalmente con il barroccio<br />
e precedevano il gruppo di circa un’ora. Verso mezzogiorno la carovana<br />
si fermava in qualche posto, il gregge riposava, i pastori mangiavano,<br />
poi riprendevano la via. <strong>La</strong> sera trovavano ospitalità presso<br />
il podere dove, per consuetudine, erano soliti fermarsi: qui si<br />
tiravano le reti per un improvvisato addiaccio, si consumava un<br />
pasto caldo con la famiglia, ci si intratteneva a parlare. In cambio<br />
dell’ospitalità i contadini avrebbero ricevuto il latte munto nella<br />
giornata e la concimazione dei campi. Le mandrie in movimento<br />
rappresentavano un costante pericolo per le zone appoderate.<br />
Questo disagio, presente fino dall’epoca medievale, è testimoniato<br />
dagli Statuti <strong>delle</strong> Comunità poste sulle vie di transumanza i quali<br />
imponevano tempi veloci per l’attraversamento del territorio comunitativo<br />
(in genere tre giorni) e stabilivano ammende per i danni<br />
arrecati dalle greggi alle colture. <strong>La</strong> questione trovava eco anche<br />
nella normativa statale la quale, pur incentivando l’esodo verso le<br />
Maremme, fonte di importanti introiti per le casse dello Stato, non<br />
poteva ignorare le continue proteste <strong>delle</strong> popolazioni locali. Così,<br />
in varie epoche, la legislazione non manca di sottolineare l’obbligo<br />
per i pastori di percorrere le strade più larghe e “i luoghi che si levino<br />
l’occasioni il più che si può di far dei danni”, indicando talvolta l’itinerario<br />
preciso e i luoghi da evitare assolutamente perché intensamente<br />
coltivati. Ne è derivata, fino al Novecento, la tendenza a preferire,<br />
ove possibile, strade che attraversassero incolti o aree boschive;<br />
dal canto loro gli agricoltori, dalla seconda metà del Settecento<br />
in poi, hanno delimitato i campi con muretti o siepi.<br />
Varie relazioni ottocentesche descrivono la spettacolarità di que-<br />
165
166<br />
ARSIA<br />
sti spostamenti di bestiami e di persone che invadevano le pubbliche<br />
strade della Toscana in due diversi momenti dell’anno. Talvolta i<br />
pastori vengono descritti come demi sauvages. C’è anche chi osserva<br />
con occhio pietoso il loro brutto aspetto forse per le febbri malariche<br />
contratte nelle bassure di Follonica o di Grosseto e li descrive provati<br />
dalla stanchezza del viaggio, vestiti a vivaci colori, con i panciotti<br />
di pelle d’agnello e sulle spalle un arsenale di paioli per la polenta e<br />
le ballotte e di pa<strong>delle</strong> per le caldarroste. Nei primi del Novecento si<br />
era iniziato a effettuare questi trasferimenti con mezzi di trasporto<br />
(camion o treno), ma gli eventi bellici, interrompendo la viabilità<br />
principale, avevano costretto i pastori a ripercorrere gli antichi itinerari.<br />
È per questo che gli ultimi transumanti sono ancora oggi in<br />
grado di indicare con sicurezza le strade percorse per raggiungere la<br />
Maremma. Nel ricordo degli ultimi pastori sopravvissuti, allora<br />
bambini, è vivo il ricordo della fatica del viaggio, della fame sofferta<br />
per una tappa troppo lunga, della pioggia che passa dall’ombrello<br />
bucherellato ed ostruito con un dito per non bagnarsi, <strong>delle</strong> angherie<br />
subite dai garzoni, ed anche dei pasti che si potevano consumare tradizionalmente,<br />
la sera, secondo le soste. Con l’arrivo in Maremma<br />
anche le bullette <strong>delle</strong> scarpe si erano del tutto consumate.<br />
<strong>La</strong> Dogana dei Paschi<br />
Dal XV secolo, coerentemente con quanto avveniva nel resto<br />
dell’Italia e dell’Europa mediterranea, lo Stato Senese prima, quello<br />
Fiorentino dopo, organizzarono la pastorizia transumante redigendo<br />
tutta una serie di norme giuridico-amministrative che regolamentavano<br />
l’accesso in Maremma a secondo della provenienza dei<br />
pastori, l’uso dei pascoli, i tempi di arrivo e di partenza, gli itinerari.<br />
Con la creazione della Dogana dei Paschi il cui Statuto risale al<br />
1419, lo Stato gestì in proprio le grandi praterie maremmane vendendo<br />
ogni anno il diritto di pascolo sulle aree di proprietà de<strong>mani</strong>ale,<br />
valorizzando così questa risorsa economica, voce non secondaria<br />
del prelievo fiscale. Le esigenze finanziarie di apparati statali<br />
in via di trasformazione saranno un po’ ovunque soddisfatte proprio<br />
dall’utilizzazione dei de<strong>mani</strong> regi, degli usi civici, dei de<strong>mani</strong><br />
comunali. D’altra parte nel Medioevo gli allevatori dovevano attraversare<br />
diverse giurisdizioni territoriali esponendo il loro capitale<br />
vagante di migliaia di capi alle scorrerie di briganti, affrontare conflitti<br />
con gli agricoltori soprattutto nell’attraversamento della<br />
Toscana interna già intensamente appoderata, avevano bisogno di<br />
sbocchi di mercato che superassero la dimensione regionale e nazio-
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Sulle colline tra Terranuova e Loro Ciuffenna: l’alternanza di seminativi e vigneti,<br />
oliveti e piccoli boschi, segnala un’economia altamente integrata, una presenza<br />
lavorativa complessa e responsabile C.M.<br />
nale; questa attività si poteva reggere quindi solo in virtù di una efficiente<br />
organizzazione statale. Molti erano gli adempimenti burocratici<br />
prima di iniziare il lungo viaggio verso le Maremme. Almeno<br />
dopo il 1572, quando furono redatti i nuovi statuti del Monte dei<br />
Paschi (dopo l’espansione di Firenze ai danni di Siena), i pastori<br />
dovevano recarsi all’ufficio della dogana di Firenze a staccare la bulletta,<br />
cioè a chiedere la licenza di transito per la Maremma, pagando<br />
una quota stabilita per ogni capo di bestiame.<br />
Solo con questo certificato il pastore poteva presentarsi al primo<br />
punto di dogana; qui le guardie contavano le pecore e facevano il<br />
riscontro con la “bulletta” pagata. Arrivati ai rispettivi capi (così si<br />
chiamavano i luoghi di arrivo nei pascoli marem<strong>mani</strong>), gli animali<br />
erano nuovamente contati (si diceva “sottoposti alla calla”) per la<br />
concessione della fida, dove si anticipava una parte del prezzo dell’erba.<br />
<strong>La</strong> cifra rimanente era pagata a maggio, dopo un nuovo<br />
riscontro del bestiame, prima di intraprendere il viaggio di ritorno.<br />
L’ultimo conteggio avveniva ad uno dei punti stabiliti; questa volta<br />
gli allevatori dovevano dimostrare un incremento del gregge del<br />
25% rispetto all’andata. L’intervento dello Stato venne meno solo<br />
alla fine del Settecento in occasione <strong>delle</strong> riforme leopoldine, quando,<br />
sotto la spinta del mercato dei prodotti agricoli, furono privatizzati<br />
i beni fondiari de<strong>mani</strong>ali; da questo momento l’acquisto dei<br />
167
168<br />
ARSIA<br />
pascoli avverrà in forma privata, mentre gli itinerari non saranno<br />
più condizionati dai punti di dogana e dalle calle.<br />
Il villaggio pastorale<br />
Nel Novecento le famiglie dei pastori abitavano in qualche<br />
annesso della tenuta o del podere da cui affittavano il pascolo; in<br />
precedenza vivevano invece in villaggi costruiti di capanne. Questi,<br />
chiamati “vergherie”, avevano nella capanna circolare con tetto<br />
conico, l’elemento abitativo simbolo. <strong>La</strong> vergheria era alta circa sei<br />
metri nella parte centrale e sorgeva generalmente in luogo ben<br />
esposto, in pendio per favorire lo scolo <strong>delle</strong> acque e su terreno<br />
asciutto; di preferenza si sceglieva un punto più elevato rispetto<br />
alla zona pascolativa. Le vecchie capanne di scarza (erba palustre<br />
che, essiccata, serviva a coprire e rivestire le capanne), durante l’estate<br />
si riempivano di pulci e, prima di essere abitate, dovevano<br />
essere disinfestate. Questa operazione veniva eseguita con un sistema<br />
ingegnoso: tre o quattro muli venivano spinti e chiusi in ogni<br />
capanna per un quarto d’ora, qui erano assaliti dalle pulci. Appena<br />
lasciate libere, le bestie si rotolavano in uno spiazzo terroso preparato<br />
prima e si liberavano dei parassiti. L’operazione era ripetuta<br />
per alcune volte, quindi le capanne potevano essere abitate. In un<br />
incavo del pavimento, circondato da pietre e situato in posizione<br />
centrale, vi era la fornacetta, focolare rudimentale su cui poggiava la<br />
caldaia piena di latte. Il fumo della fornacetta si dirigeva nella parte<br />
più alta e centrale uscendo molto lentamente attraverso il tetto di<br />
scarza. Al soffitto penzolavano ad asciugare al fumo, in festoni<br />
composti e uniti, gli stomaci di agnello che servivano per accagliare<br />
il latte e fare il formaggio. Addossate alle pareti venivano sistemate<br />
le rapazzole (giacigli di foglie su cui venivano distese <strong>delle</strong><br />
pelli) degli scapoli, talvolta sovrapposti quando la vergheria era<br />
numerosa. <strong>La</strong> capanna centrale aveva anche la funzione di mensa<br />
collettiva. Accanto a questa era ubicata la caciaia, spazio destinato<br />
alla prima conservazione del formaggio.<br />
Il villaggio dei pastori era composto, inoltre, di tante altre capanne<br />
molto più piccole della precedente con esclusiva funzione di<br />
dormitorio del personale più anziano e dei coniugati; in disparte<br />
quella del vergaio e della sua famiglia. Nelle vicinanze si trovavano<br />
varie mandrie (recinti di legno e scope) per il ricovero dei branchi<br />
selezionati in base alle stesse caratteristiche: quello dei montoni,<br />
<strong>delle</strong> mungitoie (le pecore che producono latte e che hanno bisogno<br />
di pascoli speciali), <strong>delle</strong> figliate (pecore che devono soltanto
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
allattare), <strong>delle</strong><br />
sode (queste non<br />
producono latte),<br />
<strong>delle</strong> rallevate (che<br />
andranno a incrementare<br />
il gregge),<br />
<strong>delle</strong> pecore<br />
malate che talvolta<br />
erano allontanate<br />
dalla masseria.<br />
Appena<br />
giunto in Maremma, ogni branco era assegnato ad un pastore che lo<br />
accudiva per tutta la stagione. Capo indiscusso della vergheria,<br />
soprattutto se di grandi dimensioni, era il vergaio: egli sovrintendeva<br />
a qualsiasi lavoro inerente l’azienda, sia in montagna che in<br />
Maremma, assegnava i branchi di pecore ai vari pastori, sceglieva i<br />
pascoli, redigeva il bilancio annotando le entrate e le uscite.<br />
Appena giunti in Maremma, procedeva alla conta del bestiame:<br />
le pecore, guidate dal castrato, attraversavano una strettoia realizzata<br />
con pali di legno o scope in modo da passare poche alla volta<br />
facilitando così la conta. Ogni cinquanta pecore il vergaio abbassava<br />
il suo bastone e un aiutante incideva una tacca sulla taglia (un<br />
legno ancora fresco); ogni cinquecento capi veniva incisa una croce.<br />
<strong>La</strong> grande masseria, almeno in epoca contemporanea, era strutturata<br />
in modo rigido, con compiti ben definiti e regolamentati. Dopo<br />
il vergaio, in ordine di importanza, veniva il buttero che era il suo<br />
più stretto collaboratore; generalmente addetto alla commercializzazione<br />
dei prodotti, doveva conoscere ed essere aggiornato sui<br />
prezzi e sui mercati più favorevoli; indispensabile requisito era la<br />
conoscenza della lettura, della scrittura e del calcolo. In scala gerarchica,<br />
veniva poi il caciere a cui era affidato il compito della preparazione<br />
e custodia del formaggio e ricotta; questo badava anche il<br />
primo branco di pecore. Dopo queste tre figure vi erano i pastori<br />
veri e propri a cui venivano assegnati i vari branchi di pecore i<br />
quali, una volta affidati, rimanevano con i singoli pastori per l’intera<br />
stagione. Venivano poi in ordine di importanza il montonaio e<br />
l’agnellaio, i bagaglioni, uomini meno qualificati adibiti a lavori<br />
generici di fatica, il cavallaio, responsabile di tutti i trasporti, e il<br />
mulaio. Tutte queste persone erano coadiuvate da circa tre o quattro<br />
cavalli, sette o otto muli, una quindicina di cani pastori marem<strong>mani</strong><br />
per fare ottima guardia giorno e notte.<br />
169
170<br />
ARSIA<br />
I rapporti con la Maremma, la scelta del pascolo, la contrattazione<br />
del prezzo, ma anche la commercializzazione dei prodotti<br />
rendeva più conveniente, per i piccoli e medi proprietari di greggi,<br />
i moscetti, formare una società con una organizzazione in parte<br />
simile a quella della grande masseria. Essi avevano cura che il<br />
potenziale animale si equivalesse, perché la vendita di formaggio,<br />
agnelli, lana, pecore vecchie, sarebbe stata realizzata collettivamente<br />
senza distinguere il gregge di provenienza. Naturalmente<br />
ogni membro della società custodiva il branco di cui era proprietario<br />
e, in funzione della quantità di pecore possedute e della disponibilità<br />
di uomini in famiglia, assumeva dei garzoni… Verso la fine<br />
della stagione si facevano i conti generali (era consuetudine farli il<br />
primo di maggio) e, in base al numero <strong>delle</strong> pecore mungitoie possedute<br />
a questa data, venivano distribuiti i guadagni. Nel Novecento,<br />
quando ormai la pastorizia transumante si era esclusivamente<br />
attestata nelle zone montane dove persisteva la piccola proprietà,<br />
la famiglia contadina, spesso, oltre a coltivare un poderetto,<br />
allevava un gregge di cento pecore. Qualcuno rimaneva in montagna,<br />
altri partivano per la Maremma con il bestiame e talvolta integravano<br />
il guadagno dicioccando, facendo legna, carbone, brusta,<br />
raccogliendo asparagi, facendo la nassa (trappola costruita con i<br />
vinchi per la cattura di animali marini), vendendo anguille, lumache,<br />
ricci, fuscelle per ricotta. All’interno della famiglia, se questa<br />
era numerosa e possedeva un gregge consistente, era il padre (o in<br />
sua assenza il fratello maggiore) a ricoprire il ruolo del vergaio.<br />
<strong>La</strong> giornata del pastore<br />
<strong>La</strong> sveglia era alle quattro del mattino. Come prima operazione<br />
veniva munto il gregge, colato il latte nella caldaia e messo a scaldare;<br />
spettava al caciere controllare la giusta temperatura del latte<br />
e dosare il caglio. Avvenuta la coagulazione era sempre lui che<br />
rompeva la cagliata con la frulla (utensile di legno con denti orizzontali),<br />
raccoglieva la pasta e la depositava nelle cascine (stampi<br />
per il formaggio); in un secondo tempo alcuni collaboratori avrebbero<br />
pressato la pasta, ultima fase della produzione del formaggio.<br />
Si continuava ancora a lavorare intorno alla caldaia per la preparazione<br />
della ricotta; spettava sempre al caciere il controllo della<br />
fiamma e della temperatura per ottenere un buon prodotto. Intanto<br />
i pastori, consumata una colazione a base di ricotta, polenta o<br />
acqua cotta, uscivano al pascolo con il proprio branco. Per dieci<br />
ore, rimanevano isolati nella campagna con un cane e cento peco-
Terrazzamenti della<br />
montagna pisana.<br />
<strong>La</strong> loro manutenzione<br />
richiede capacità<br />
professionali non<br />
facilmente reperibili<br />
L.B.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
re e in solitudine consumavano il pane che si erano portati nel<br />
tascapane per il pranzo. Qualche volta intrecciavano fuscelle di<br />
giunco (contenitori vegetali in cui prendeva forma la ricotta), utensili<br />
di legno, attrezzi per l’azienda; qualcuno rassettava i propri<br />
indumenti o si dedicava alla lettura. Il vergaio, in sella al suo cavallo,<br />
controllava l’uso dei pascoli assegnati ai vari branchi. Nei<br />
momenti di riposo presso la vergheria i pastori preparavano le reti<br />
usando un robusto cordino di canapa. Dopo la cena c’era un po’ di<br />
spazio per la conversazione: i più colti raccontavano storie o recitavano<br />
brani dell’Orlando Furioso o della Divina Commedia.<br />
Il ritorno in montagna<br />
A fine maggio, dopo la tosatura, nel villaggio pastorale si facevano<br />
i preparativi per il ritorno in montagna: la permanenza nelle<br />
pianure malariche sarebbe stata infatti dannosa per uomini e animali.<br />
Sistemate le reti per l’addiaccio mobile, accomodati secchi e<br />
caldaie, acquistati nuovi campani, marchiati gli animali della masseria,<br />
addomesticato e dipinto con motivi simbolici e magici il<br />
castrato che avrebbe guidato il branco, i pastori si accingevano a<br />
intraprendere il viaggio di ritorno: avrebbero percorso lo stesso itinerario,<br />
le stesse tappe a ritroso. Al momento di tornare in montagna,<br />
tutto doveva essere a posto: era molto importante presentarsi<br />
in paese con il branco di pecore in buona salute e con l’attrezzatura<br />
in ordine per dimostrare il buon andamento della stagione maremmana.<br />
Gli spostamenti avvenivano preferibilmente di notte per evitare<br />
la calura che avrebbe affaticato eccessivamente gli animali.<br />
Spesso si faceva coincidere il rientro con una domenica o con una<br />
festa religiosa in modo che tutti i compaesani potessero ammirare e<br />
festeggiare la masseria che, a sottolineare la gioia del ritorno, offri-<br />
171
172<br />
ARSIA<br />
Dopo l’esodo dalle<br />
campagne negli anni<br />
sessanta, la pastorizia<br />
ha permesso il mantenimento<br />
di una<br />
attività produttiva in<br />
vaste aree interne<br />
della regione<br />
F.T.<br />
va ricotta a tutti. Dopo una breve sosta in paese, greggi e pastori<br />
salivano all’alpe dove la vita non era poi troppo diversa che in pianura:<br />
sorveglianza del bestiame, mungitura, preparazione del formaggio.<br />
Qui però, effettuando dei turni, si poteva scendere al<br />
paese, partecipare alle fiere e alle feste ed avere quindi un minimo<br />
di vita sociale.<br />
Pastori garfagnini<br />
“Il vergaro con un lungo bastone, un ombrellone da famiglia sotto il<br />
braccio ed un sacco di tela al fianco, precede le pecore che fanno la strada<br />
belando e spilluzzicando quei fili d’erba che trovano sul ciglione. Tengono<br />
dietro due o tre altri uomini e ragazzi, i quali oltre la sacca e l’ombrello di<br />
incerato portano qualche agnelletto degli ultimi nati, che da sé non potrebbe<br />
camminare. Chiude a volte la processione una fila di muli e di cavalli e<br />
tutta la famiglia del pastore, le donne a piedi, i bimbetti a cavalluccio alle<br />
mamme, ovvero uno per parte nelle ceste a lato di un micetto (asino). Sugli<br />
animali da soma o su qualche carretto sono caricati i fagotti, i letti, le pentole<br />
e gli arnesi campestri e talora la gabbia dei passerotti o la chioccia portata<br />
con gelosa cura da qualche monello che a mala pena si regge in gambe.<br />
Verso mezzogiorno la carovana si ferma in qualche posto, il gregge riposa,<br />
i padroni mangiano e poi riprendono la via. <strong>La</strong> sera mettono le pecore in<br />
qualche chiusa o le lasciano all’aperto sotto la buona guardia del fido cane
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
e di qualche pastore, danno loro da mangiare e poi riposano fino alla mattina<br />
per tempissimo. Così in tre o quattro giornate arrivano là dove sono<br />
soliti prendere in affitto i pascoli invernali. “<br />
C. De Stefani, Relazione sul circondario di Pontremoli,<br />
in Atti della Giunta dell’Inchiesta Agraria Jacini,<br />
vol. X, Roma, Forzani, 1884.<br />
Glossario<br />
Calla: luogo di conta <strong>delle</strong> pecore.<br />
Diaccio: luogo dove veniva racchiuso il gregge per la notte.<br />
Dogana: si chiamava così l’area della Maremma senese su cui lo<br />
Stato esercitava il diritto di pascolo e che, fino alle riforme lorenesi,<br />
veniva ogni anno venduto ai pastori per pascolarvi il<br />
bestiame.<br />
Fida: contratto di affitto di una zona a pascolo.<br />
Masseria: con questo termine si indicava l’insieme del bestiame, ma<br />
anche i pascoli, le case dei lavoratori, i pascoli.<br />
Rapazzola: letto del pastore formato da foglie su cui erano adagiate<br />
pelli di pecora.<br />
Soccida: contratto fra un proprietario di bestiame ed un pastore a cui<br />
veniva affidato il gregge per un periodo di tempo.<br />
Vergaio: era il capo di tutto il personale di custodia di un gregge. A<br />
lui spettava la contabilità, la conta del bestiame, il corretto uso<br />
dei pascoli.<br />
173
174<br />
ARSIA<br />
<strong>La</strong> tradizione del “cantar Maggio”<br />
Gabriella <strong>La</strong>zzeri<br />
Con il nome di “Maggio” si designano riti e <strong>mani</strong>festazioni differenti,<br />
uniti però da una comune origine e ragion d’essere: la celebrazione<br />
della primavera, il saluto alla nuova stagione, un rito<br />
agreste di fertilità di origini antichissime, senza dubbio collegato al<br />
culto latino della dea Maja. Esso era diffusissimo in tutta Italia e in<br />
buona parte dell’Europa e si è protratto nel tempo senza effettive<br />
soluzioni di continuità, adeguandosi via via alle varie condizioni<br />
ambientali, etniche e storiche, fino quasi ai giorni nostri.<br />
Da tale rito sono derivate due forme di usanze: il Maggio lirico<br />
(o canto di questua o maggiolata) e il Maggio drammatico o epico.<br />
Il più conosciuto e diffuso è il Maggio lirico, ancora praticato in<br />
vaste aree della Toscana e non solo, anche se non più con lo stesso<br />
valore simbolico di una volta. Nell’edizione Manuzzi del Vocabolario<br />
della Crusca si legge: “Cantar maggio, dicesi quando i nostri contadini<br />
nel principio di Maggio vengono alla città con un ramo d’albero frondoso,<br />
sonando, e cantando varie canzonette per allegria della stagione”.<br />
E un poema toscano della prima metà del Settecento propone la<br />
seguente immagine:<br />
“chi coglie fiori, e un altro un ramo a un faggio<br />
ha tagliato e con esso canta Maggio”.<br />
Centro ideale e materiale della festa di Calendimaggio è infatti<br />
il “maggio” o “majo”, cioè l’albero o il ramo d’albero, nel quale le<br />
popolazioni primitive e rurali vedevano il simbolo del potere gemmativo<br />
e riproduttivo, sia nella natura sia nell’uomo. Nella notte fra<br />
il 30 aprile e il 1° maggio gruppi di ragazzi e ragazze (libertà concessa<br />
occasionalmente a queste ultime solo in tale occasione) si<br />
recavano nei boschi a prendere interi alberi o rami fioriti, che poi<br />
venivano piantati o davanti alle finestre della ragazza amata, ed<br />
equivalevano ad una dichiarazione d’amore, o davanti alla casa<br />
<strong>delle</strong> maggiori autorità del paese, o nel centro dell’aia o della piazza.<br />
L’albero era spesso adornato di fiori e nastri e, quello più importante,<br />
dei frutti della questua, che nella stessa notte del 30 aprile i<br />
maggiaioli avevano raccolto andando di casa in casa a “cantar maggio”,<br />
augurando alle famiglie un anno prospero e ricco, se venivano<br />
dati loro dei doni, o lanciando maledizioni in caso contrario,<br />
come si capisce chiaramente da strofe del tipo:<br />
“se al panier l’ovo portate<br />
pregherem per le galline
che da volpi e da faine<br />
non vi siano molestate”<br />
ma se il contadino non ha offerto nulla, gli si canterà:<br />
"v’entrasse la volpe nel pollaio.<br />
e vi mangiasse tutte le galline<br />
v’entrassero i topi nel granaio<br />
e vi muffisse il vin nelle cantine<br />
v’entrassero i topi nel granaio<br />
e vi morissero le bestie vaccine<br />
un accidente al padre e uno alla figlia<br />
e un accidente a tutta la famiglia".<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong> tradizione del “cantar Maggio” è all’origine un rito agreste di fertilità e di saluto<br />
alla nuova stagione A.C.<br />
Cultura popolare in Toscana: la tradizione della poesia<br />
estemporanea e del Maggio<br />
Col tempo l’albero si è degradato a nudo palo, in cima al quale<br />
vengono appesi nastri e doni ed è diventato l’albero “della cuccagna”,<br />
ancora frequente nelle feste di paese. Durante le feste di<br />
Calendimaggio, spesso veniva eletto il “Re del Maggio” o, molto più<br />
frequentemente in area neo-latina, la “Regina del Maggio”, che adorna<br />
di nastri e fiocchi e accompagnata da altre fanciulle girava per il<br />
paese cantando e suonando. I festeggiamenti del Maggio andarono<br />
in declino abbastanza rapidamente nel corso dell’Ottocento, da un<br />
175
176<br />
ARSIA<br />
lato perché la Chiesa, proprio per sradicare questa tradizione di origine<br />
pagana, dedicò il mese di maggio alla Madonna; dall’altra, perché<br />
più tardi il socialismo fece del 1° maggio la Festa dei lavoratori.<br />
Quest’ultimo fatto indusse molti gruppi di maggiaioli a politicizzare<br />
i testi cantati, trasformandoli in canti di protesta. Per questo motivo<br />
il Fascismo proibì il Maggio, ma questo è rinato nel dopoguerra per<br />
iniziativa di chi l’aveva sentito da ragazzo e con l’aiuto degli anziani<br />
che ricordavano a <strong>memoria</strong> le strofe. Dopo il 1968 vi è stata un’ulteriore<br />
ripresa, questa volta ad opera dei giovani che ne hanno capito<br />
la bellezza, e che hanno compreso l’importanza di conservare e tramandare<br />
l’antica cultura contadina. Ma l’andare a cantare di casa in<br />
casa la notte del 30 aprile è ormai un gioco, e i soldi e i doni raccolti<br />
con la questua vengono usati per una cena insieme o per autofinanziare<br />
il gruppo. Questo è quanto avviene anche per il famoso “Maggio<br />
di questua” di Montereggio in Lunigiana, da dove la sera del 30<br />
aprile gli uomini si spostano lungo un itinerario di diversi chilometri<br />
che giunge fino in Liguria; con le loro canzoni, salutano e rivolgono<br />
auguri ai padroni di casa, alle spose e ai bambini e chiedono come<br />
ricompensa uova, formaggi, salumi e vino; il giorno seguente tornano<br />
indietro e concludono il rito con l’ultimo canto nella piazza del<br />
paese, consumando poi quanto è stato raccolto in una cena comune.<br />
Se il Maggio lirico è rimasto fondamentalmente legato al tema<br />
atavico dell’albero, il Maggio drammatico o epico ha sviluppato, in<br />
epoche più tarde e in zone più ristrette, l’elemento della gara e della<br />
lotta presenti, anche se in percentuale molto minore, anche nel<br />
Maggio lirico. Erano una gara, infatti, trovare l’albero più bello, riuscire<br />
a prendere i doni attaccati all’albero, conquistare il cuore della<br />
dama. È inoltre sottintesa in ogni celebrazione del maggio, la lotta<br />
fra inverno ed estate, fra bene e male. Anche il Maggio drammatico,<br />
che si ispira prevalentemente a temi epico-cavallereschi o mitologici,<br />
ha il suo centro ideale nel duello fra le forze del bene e quelle<br />
del male. Il carattere molto teatrale di questo Maggio lo ha reso<br />
tuttavia sempre più spettacolo autonomo e staccato dalle feste di<br />
Calendimaggio; in effetti, esso viene rappresentato anche in altri<br />
mesi dell’anno, soprattutto in estate.<br />
Per approfondire:<br />
CANTA’ MAGGIO. Storie e canti dei gruppi maggiaioli del Mugello e della Val Bisenzio,<br />
ed. <strong>La</strong> Pietra, 1979.<br />
P. TOSCHI, Le origini del teatro italiano, Universale Scientifica Boringhieri, 1976.
Il Maggio drammatico<br />
Monica Meini<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
“Per conto mio, e senza l’ausilio di alcuno studio, posso dire che considero<br />
i Maggi come scintille cadute dal fuso o dal razzo che espresse e<br />
portò fino a noi l’episodio di Paolo e Francesca e il Trovatore. Abbiano o no<br />
le loro radici nelle antiche sacre rappresentazioni, i Maggi sono melodrammi<br />
che non furono mai musicati e che probabilmente non ebbero bisogno<br />
di musica (o di una musica scritta, invariabile)”<br />
Eugenio Montale, Prefazione al volume I Maggi<br />
di Leopoldo Baroni, Pisa, Nistri Lischi, 1954.<br />
Il Maggio drammatico, o epico, formatosi dalla fine del XV secolo<br />
fino al XVII secolo e sviluppatosi in Toscana (giungendo poi,<br />
attraverso l’Appennino, anche in Emilia), è una rappresentazione<br />
teatrale che può essere definita come una sorta di dramma eroicomico<br />
avente per soggetto fatti di storia sacra e profana (fra i Maggi<br />
più famosi e rappresentati si ricordano, come esempio, Gerusalemme<br />
Liberata e Pia de’ Tolomei). L’origine del Maggio drammatico così come<br />
lo conosciamo oggi non è chiara. Alcuni lo accomunano a tutta<br />
quella serie di <strong>mani</strong>festazioni giocose che tradizionalmente salutavano<br />
il mese di maggio con l’aiuto di canti e balli, quindi alle<br />
Maggiolate; altri, e fra questi un eminente studioso di teatro popolare<br />
come Alessandro D’Ancona, lo fanno derivare, così come la<br />
Sacra Rappresentazione, dalla <strong>La</strong>uda medievale.<br />
Il linguaggio usato è aulico, per cui la comprensione non è<br />
immediata, a meno che non si abbia familiarità con i poemi dell’Ariosto<br />
o del Tasso. Le strofe di uso più comune si compongono<br />
di ottonari; in genere sono quartine (anche se in alcuni casi il primo<br />
verso della strofa viene ripetuto alla fine della quartina) con rima<br />
ABBA, ed ha come trama musicale una nenia monotona intervallata<br />
da qualche intermezzo lirico – arietta, romanza o ottava – di<br />
impianto musicale settecentesco. Il canto avviene generalmente<br />
senza accompagnamento musicale, eccetto che in alcune parti della<br />
rappresentazione in cui sono usati il violino, il contrabbasso, l’oboe.<br />
Comunque, da luogo a luogo, varia sia la struttura <strong>delle</strong> strofe, sia<br />
l’aria con cui è cantato il Maggio. Lo svolgimento dell’azione è<br />
molto semplice e viene a grandi linee anticipato dal primo personaggio<br />
che compare in scena, il messaggero – detto anche corriere,<br />
principiante, argomentista, paggio o interprete – il quale canta il prologo,<br />
salutando e chiedendo il favore degli spettatori.<br />
177
178<br />
ARSIA<br />
Lo stesso personaggio ricompare talvolta alla fine del dramma<br />
per prendere congedo dal pubblico, ovvero per cantare il commiato,<br />
o licenza. Accanto ai personaggi interpreti del dramma compare a<br />
volte anche il buffone. Tutti i personaggi sono vestiti “all’eroica”,<br />
ossia con grande imponenza simbolica nel rispetto della gerarchia<br />
dei ruoli. Solo il suggeritore, che spesso è presente direttamente<br />
sulla scena e segue gli interpreti, è vestito normalmente. Ciò fa sì<br />
che egli non sia elemento di disturbo per gli spettatori, i quali sono<br />
trasportati in una dimensione fantastica dalla stilizzazione dell’azione,<br />
dagli elementari schemi di movimento all’interno dello spazio<br />
scenico, dall’uso rituale dei gesti e allo stesso tempo dalla mimica<br />
schietta e immediata del volto degli attori, ma soprattutto dall’ambientazione<br />
in epoche remote.<br />
Come dice Leopoldo Baroni, autore nei primi anni cinquanta di un<br />
accurato studio sul Maggio drammatico, “l’antichità col favoloso alone di<br />
lontananza che l’accompagna è lo sfondo ove l’improvvisato attore riceve contorno<br />
e sbalzo, ove il gesto di lui si giustifica della propria rudezza, la sua<br />
voce, accordandosi sull’eco del tempo, trova un significato da dare alla monotona<br />
cantilena, e quasi smorzate da un velo appaiono la povertà e le falle del<br />
linguaggio. Se togliamo ai Maggi l’antichità, togliamo loro cornice e colore”.<br />
Il fatto stesso che le rappresentazioni tradizionali si svolgessero<br />
all’aperto, in una piazza o in qualche radura all’ombra dei castagni,<br />
in <strong>mani</strong>era più o meno improvvisata, fa capire come l’immaginario<br />
popolare dovesse supplire alla inadeguatezza degli scenari, anche se<br />
– va precisato – nel Maggio non accade niente che non sia visibile<br />
sulla scena, anche se si tratta di episodi raccapriccianti. Infine, va<br />
ricordato che non ci sono attori professionisti nel Maggio: i maggianti<br />
sono attori improvvisati che cantano e recitano secondo regole tramandate<br />
di generazione in generazione. Tradizionalmente anche le<br />
parti femminili erano affidate agli uomini; ormai, invece, sono molte<br />
le donne che prendono parte attiva in queste rappresentazioni.<br />
Il Baroni ci fa immedesimare negli spettatori di una vecchia rappresentazione<br />
con queste sue parole: “Un tempo i Maggi venivano<br />
rappresentati all’aperto in ore pomeridiane. Una radura ombreggiata da<br />
olivi o da castagni, una piazzuola, un crocevia spazioso, un prato col naturale<br />
scenario di colli a sfondo erano palcoscenico acconcio. Nessun addobbo<br />
né artificio teatrale. Issato a guisa d’architrave, su due pali, un cartellone<br />
stava ad indicare il luogo ove l’azione si svolgeva: bosco, reggia, prigione,<br />
sala del Re e via dicendo. Se l’azione cambiava di luogo, cambiava<br />
il cartello informatore. I personaggi, tutti e sempre visibili dal pubblico,<br />
rimanevano in piedi o seduti: in piedi, nel mezzo dell’area destinata a pal-
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
I maggerini, o “maggiolanti”, girano per le campagne e i centri rurali improvvisando<br />
rime con poeti e musici A.C.<br />
coscenico, quelli di scena, seduti, da un lato e dall’altro, gli altri.<br />
Via via, chi aveva da cantare, si alzava; via via chi aveva fatto la sua<br />
parte tornava a sedersi. E, copione in mano, il suggeritore correva per la<br />
scena da questo a quel cantante per porgere in tempo l’imbeccata, onde non<br />
avesse a verificarsi il caso di vedere uno rimasto lì a bocca aperta come<br />
paralizzato. Tale primitivo sistema di rappresentazione è detto a piazza,<br />
cioè cantato in piazza, ovvero in luogo aperto. Oggi, però, caso raro”.<br />
Oggi il Maggio drammatico costituisce in effetti una <strong>delle</strong> forme<br />
di teatro popolare più elevate. Già nell’Ottocento alcune tipografie<br />
si occupano di dare alle stampe i più famosi manoscritti: lo Sborgi<br />
di Volterra, il Carrara e i Bartoli di Lucca, il Valenti di Pisa.<br />
In alcune comunità esso è entrato con il tempo a pieno titolo nel<br />
“Teatro degli Accademici”. A Buti, “uno dei paesi più maggeschi<br />
della Toscana” riferiva Montale “rifacendosi alla sempre autorevole<br />
opinione del D’Ancona”, già verso la fine del XIX secolo si ha<br />
notizia di rappresentazioni al chiuso e poco più tardi il Maggio ha<br />
iniziato ad essere rappresentato in un vero e proprio teatro. <strong>La</strong><br />
Compagnia del Maggio “Pietro Frediani” di Buti, grazie alla riscoperta<br />
di questa tradizione a partire dagli anni settanta su iniziativa<br />
del regista Paolo Benvenuti e alla conseguente opera di valorizzazione<br />
portata avanti dal Comune stesso, è oggi una <strong>delle</strong> più note<br />
in tutta la Toscana ed ha partecipato a numerose edizioni del<br />
179
180<br />
ARSIA<br />
Festival mondiale del Teatro riscuotendo significativi successi. <strong>La</strong><br />
tradizione del Maggio drammatico presenta alcune significative<br />
varianti locali. Diffusa un tempo in quasi tutti i paesi della Toscana,<br />
soprattutto in quelli della Lucchesia, del senese e del pisano, questa<br />
tradizione risulta oggi attestata in pochi comuni, soprattutto di<br />
montagna. Diversamente da quanto avviene più a nord, il Maggio<br />
di stile pisano-lucchese è molto più vicino ai canoni classici <strong>delle</strong><br />
rappresentazioni drammatiche. Lo spettacolo, in cui sono rispettate<br />
le divisioni in atti e scene, si svolge di preferenza in un teatro e<br />
comunque il pubblico sta sempre di fronte alla scena, il suggeritore<br />
rimane nell’apposita botola e l’ambiente storico della vicenda rappresentata<br />
è ricostruito con appositi fondali; mancano la processione<br />
rituale, i passi di danza, le lunghe battaglie, i diavoli e i buffoni.<br />
Il simbolismo scenico è infatti tipico dell’area garfagnino-lunigianese<br />
mentre nell’area pisano-lucchese anche gestualità e canto<br />
tendono ad un certo realismo. Nella Versilia, il Maggio assume<br />
forme del tutto particolari, poiché tutta l’azione drammatica si svolge<br />
su un semplice motivo di danza, al cui ritmo si muovono gli attori;<br />
pone fine alla rappresentazione il Balletto o Moresca, “una<br />
mischia sgargiante ed orgiastica di manti versicolori, tra un cozzare e fulgere<br />
di spade non sempre d’innocuo legno argentato”.<br />
Infine, vanno ricordate come rappresentazioni assimilabili al<br />
Maggio epico due tipologie altrettanto antiche a cui vengono dati<br />
nomi diversi: Giostra, nel pistoiese, e Bruscello, nel senese. <strong>La</strong> prima<br />
deriva il proprio nome dalla caratteristica presenza in scena di duelli,<br />
tornei e combattimenti di varia natura. Giuseppe Tigri, nelle note<br />
del suo poemetto Le selve della montagna pistoiese del 1844, osserva fra<br />
l’altro che, nonostante la somiglianza con il Maggio, sarebbe poco<br />
appropriato usare tale appellativo in questa zona, dove le rappresentazioni<br />
vengono fatte quando pastori e braccianti tornano dalla<br />
migrazione stagionale in Maremma e ciò avviene dopo il mese di<br />
maggio. Il nome Bruscello pare invece che derivi da un tipo di caccia,<br />
in considerazione del fatto che tali rappresentazioni erano di<br />
tipo “rusticale”. Oggi però si distinguono varie forme di Bruscello:<br />
oltre all’ormai raro Bruscello-caccia, che rievoca una breve scena di<br />
caccia agli uccellini che si faceva nelle notti d’inverno con un ramo<br />
d’albero e una lanterna, esistono la forma nuziale, che verte sul contrasto<br />
per sposare una ragazza, e la forma epica, di argomento storico,<br />
cavalleresco o religioso; quest’ultima, anche se con metro in ottave<br />
anziché in quartine, è la forma più simile al Maggio drammatico<br />
di cui abbiamo soprattutto parlato.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Per approfondire:<br />
L. BARONI, I maggi, Pisa, Nistri Lischi, 1954.<br />
A. D’ANCONA, <strong>La</strong> rappresentazione drammatica del contado toscano, in A.<br />
D’ANCONA, Origini del teatro in Italia, Firenze, Le Monnier, 1877, II vol., pp.<br />
319-430.<br />
F. FRANCESCHINI, Il teatro dell’Ottocento e la cultura popolare, Pisa, Giardini, 1984.<br />
Per assistere ad una rappresentazione del Maggio:<br />
<strong>La</strong> Compagnia del Maggio “Pietro Frediani” di Buti mette in scena ogni<br />
anno almeno un’opera del Maggio. Per informazioni: tel. 0587 724548.<br />
Si ringrazia il sig. Mario Filippi, Presidente della Compagnia del Maggio<br />
“Pietro Frediani” di Buti, per la preziosa collaborazione offerta nella<br />
raccolta del materiale.<br />
181
PARTE TERZA<br />
Contributi
3.1 Artifex<br />
Corrado Barberis<br />
INSOR - Istituto Nazionale Sociologia Rurale<br />
Nomen, omen. Nel nome, il presagio. Le presenti fortune dell’artigianato<br />
italiano, il suo straordinario successo non scevro di venature<br />
ambigue sono implicate nell’etimo: in quel greco ararisko che<br />
da una prima intuizione (aggiustare, adattare, armonizzare) deriva<br />
sia l’eleganza dell’arte e persino la formalità del rito, sia la praticità<br />
dell’arto, dell’articolazione, del membro.<br />
Qualis artifex pereo! Che grande artista in me perisce, sospira il<br />
morente Nerone. Qualsiasi battiferro o conciabrocche dell’antica<br />
Roma avrebbe però potuto far suo il lamento del dilettante imperiale:<br />
artifex è sia il raffinato produttore di emozioni estetiche sia il<br />
degno artigiano. Erede del latino, l’italiano riproduce l’ambivalenza<br />
del termine: per i contemporanei di Dante l’arte è ad un tempo<br />
quella di Cimabue e quella dei cardatori di lana.<br />
A separare i due concetti provvede la rivoluzione industriale.<br />
Ma il processo di differenziazione è assai lungo. Ancora sotto la<br />
restaurazione, George Sand fa dire ad un suo personaggio:<br />
“Amaury vuol diventare artista? Ma non lo è già, restando falegname?<br />
Credo piuttosto che voglia diventare borghese, uscire dalla sua classe”.<br />
Museo <strong>delle</strong> tradizioni popolari, i dialetti conservano l’equivoco.<br />
Chi, in un’osteria di Trastevere, proclama oggi la necessità di<br />
affidarne le pareti a un pittore non pensa certo ai grandi affreschi di<br />
Michelangelo o di Diego Rivera, ma alle più modeste opere dell’imbianchino:<br />
il quale, a Bologna, viene ancora chiamato “artèsta”,<br />
per antonomasia.<br />
Artos, nel greco classico, è il pane: quasi ad anticipare che nessuna<br />
industria riuscirà mai a soppiantare l’artigiano nella fabbricazione<br />
di questo fondamentale alimento. Ne prendano nota i fornai<br />
toscani nel momento in cui il loro pane sembra destinato a giocare<br />
un ruolo unificatore all’interno dell’arte bianca nazionale, quello<br />
stesso ruolo che la parlata toscana giocò nell’unificazione linguistica<br />
dell’Italia. E ciò per una serie di ragioni.
186<br />
ARSIA<br />
L’orcio di “coccio”<br />
è una <strong>delle</strong> tipiche<br />
produzioni in terracotta<br />
toscana. Ieri per la<br />
conservazione dell’olio,<br />
oggi soprattutto con<br />
una funzione estetica<br />
A.C.<br />
<strong>La</strong> prima è che, a dispetto di tante mode macrobiotiche, la<br />
purezza della sua farina ne fa un elaborato aristocratico, dunque<br />
attrattivo. <strong>La</strong> seconda sta nella sua intrinseca autorevolezza. Infatti,<br />
se allarghiamo lo sguardo ad altre regioni di pane sciapo, quali<br />
Umbria e Marche, assistiamo a un enorme fiorire di prodotti alternativi:<br />
crescie, torte al testo, ciacie. In Toscana questo affaccendarsi<br />
sostitutivo non c’è. <strong>La</strong> chiesa del suo pane è una chiesa severa, di<br />
dura ortodossia. Il dogma è così intensamente vissuto da paralizzare<br />
ogni velleità di distrazioni ereticali. Il pane, in Toscana, è.<br />
Ontologico.<br />
Ciò non esclude – terzo argomento – propensione al dialogo.<br />
Panzanella, ribollita, pappa col pomodoro: ecco, per il pane toscano,<br />
altrettante occasioni di vincere fuori casa, facendosi cucina.<br />
Mentre vittoria a domicilio sono i famosi crostini, dalla caccia all’acciuga:<br />
dove è il pane a concedere l’ospitalità, rimanendo padrone di<br />
casa. È lo stesso orgoglio che fa nominare fettunta, e cioè fetta tagliata<br />
da una robusta pagnotta, ciò che altrove si preferisce chiamare<br />
bruschetta.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Il quarto argomento è la centralità del pane toscano. Negli ultimi<br />
decenni i politologi ci hanno abbondantemente insegnato l’importanza<br />
della centralità, per dominare la scena. Parlando non di<br />
politica ma di pane, la centralità del toscano consiste nel collocarsi<br />
a metà strada tra i pani di tutta crosta (grissini, cornetti ferraresi<br />
ecc.) e quelli di tutta mollica o di prevalente mollica, come i meridionali<br />
di Altamura e dintorni. <strong>La</strong> politologia dell’arte bianca collocherà<br />
indifferentemente a destra o a sinistra la crosta e la mollica.<br />
Ma il centro sarà comunque toscano. Vincente, quindi.<br />
Fascino del nostro vecchio artigianato rurale, cui i contadini<br />
destinavano spesso i loro figli handicappati. L’anziano che ha vissuto<br />
l’infanzia in campagna ricorda il norcino guercio, il ciabattino<br />
sciancato, il pollaiolo zoppo che riusciva a manovrare la bicicletta<br />
con l’aiuto di un solo pedale. Accanto a questi umili servitori <strong>delle</strong><br />
aziende, spesso pagati in natura, si stagliavano fieri i barrocciai,<br />
cavatori di rena o trasportatori d’uve: spiriti forti, resi soperchiatori<br />
dalle giganti ruote. Nelle saghe politiche dell’Emilia come nella<br />
più recente Lucania di Scotellaro, il trainante procede “alto sul carro<br />
a scacciare le stelle con la frusta”.<br />
Talvolta lungo le autostrade d’Italia vediamo sfrecciare dei<br />
camion recanti l’insegna “cooperativa barrocciai di …”. C’è da commuoversi<br />
al pensare come questi poverissimi artigiani del trasporto<br />
abbiano saputo inserirsi nel processo della storia, farla loro.<br />
187
3.2 Un patrimonio di risorse:<br />
l’artigianato agroalimentare<br />
Beppe Bigazzi<br />
Una cultura materiale straordinaria è stata quasi cancellata, fra<br />
il 1950 e i decenni successivi. Non per cattiva volontà, disegno politico<br />
o altro. In quei decenni il paese fu attraversato dalla più grande<br />
trasformazione della sua lunga storia: da paese agricolo arretrato<br />
(60-80% di popolazione impiegata in agricoltura) a grande paese<br />
industrializzato (in agricoltura rimane meno del 4% dei lavoratori).<br />
E anche i lavoratori rimasti hanno dovuto cambiare cultura,<br />
strumenti, mentalità. L’ingresso della chimica, della meccanizzazione,<br />
del mercato lontano hanno richiesto ai pochi agricoltori rimasti<br />
di cambiare mentalità. Furono, anche in campo agricolo, commessi<br />
gravi errori. L’Italia non è gli Stati Uniti: diverse dimensioni, diversa<br />
orografia, diversa dimensione della proprietà…<br />
Ma alcuni, come sempre accade, rimasero legati alla loro cultura:<br />
l’orgoglio per la loro sapienza, per i risultati del loro lavoro, la<br />
fiducia nella propria sapienza, l’amore per il proprio fare. Casari,<br />
pastori, norcini, agricoltori, legati alle proprie sementi conservate<br />
con amore come un tesoro… Il mio nonno materno, Pietro Tassi,<br />
ortolano in Montevarchi, località Giglio, quando impagliava gli<br />
immensi sedani del Valdarno, accarezzandoli, mi diceva, a metà<br />
anni cinquanta: “te tu studi e non continuerai questo lavoro che ci<br />
ha reso dei signori, liberi, senza padroni, forti del nostro sapere,<br />
<strong>delle</strong> nostre conoscenze…”. Ecco, secondo me, è questa piena coscienza<br />
del proprio sapere che ha permesso agli artigiani di sopravvivere:<br />
la capacità di fare bene le cose, la conoscenza <strong>delle</strong> modalità,<br />
spesso complesse, <strong>delle</strong> singole operazioni, l’orgoglio della libertà<br />
di fare il proprio lavoro senza padrone.<br />
Questo e altro ha salvato gli artigiani in genere e quelli agroalimentari<br />
in particolare dalla massificazione e dall’industrializzazione:<br />
per il nostro bene e per il loro, sono i semi per il futuro.<br />
Ma sono stati tempi duri: i modelli di consumismo sbagliati, le
190<br />
ARSIA<br />
Norcini in Valdarno: la lavorazione itinerante <strong>delle</strong> carni di maiale ha ancora una<br />
certa diffusione, ma ormai solo a livello familiare L.M.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
<strong>La</strong> battitura dei fagioli. Molte attività legate ai mestieri rurali, di apparente<br />
semplicità, presentano una particolare complessità nell’esecuzione e nella<br />
gestione del processo L.G.<br />
autorità pubbliche, di tutti i livelli e di tutti i partiti, gran parte della<br />
scienza sempre sensibile alle richieste della grande industria, la<br />
stampa e la televisione, tutti sempre pronti a correre in aiuto <strong>delle</strong><br />
trionfanti multinazionali.<br />
Oggi grazie a Dio questi artigiani non sono più soli: associazioni<br />
private, appassionati, una parte della stampa e della televisione.<br />
Si sono creati nuovi modelli virtuosi: la campagna è tornata di<br />
moda come la nostra moda, il casaro, il viticoltore, l’ulivicoltore, il<br />
fornaio, il norcino come l’ortolano sono, in alcuni casi, famosi come<br />
i creatori di moda.<br />
E non è un caso che sia accaduto e stia accadendo questo: l’Italia<br />
è l’Italia grazie a tre grandi aziende: Giotto, Michelangelo, Piero<br />
della Francesca, Leonardo: l’Arte spa; Ar<strong>mani</strong>, Ferragamo, Prada,<br />
Ferrè: la Moda spa; e l’Artigianato spa.<br />
Sono quelle centinaia di migliaia di operatori, anche del settore<br />
agroalimentare, che rendono il nostro Paese diverso dagli altri e<br />
che, in definitiva, hanno creato il nostro paesaggio, i nostri monumenti<br />
(pensiamo agli scalpellini di Pietrapiana). L’Italia è l’Italia per<br />
i suoi grandi artigiani. Cosa stanno facendo il Comune, la Provincia,<br />
la Regione, lo Stato, l’Europa per questi artigiani? Poco, anzi<br />
li stanno a volte perseguitando.<br />
191
192<br />
ARSIA<br />
C’è l’aceto balsamico? Ecco che quello vero, sublime, prodotto a<br />
gocce, è tale solo se si aggiunge “tradizionale”, il resto è un prodotto<br />
industriale.<br />
C’è il lardo di Colonnata? Ecco che sorge l’industria che produce<br />
il lardo di Colonnata, in pianura, in acciaio, in ore e non in mesi.<br />
E molti si schierano con gli industriali.<br />
C’è l’olio di oliva? Non c’è una normativa italiana semplice, ma<br />
una demenziale normativa che arriva a chiamare “raffinato” l’ultimo<br />
gradino dell’olio di oliva ottenuto con l’ausilio della chimica.<br />
Ve lo immaginate gli stranieri come si orientano facilmente in<br />
questa giungla!<br />
È straordinario questo momento per una meditazione attenta:<br />
abbiamo aiutato la FIAT con decine di migliaia di miliardi, e al<br />
tempo stesso ci siamo disinteressati del nostro artigianato alimentare<br />
permettendo che l’Europa e la grande industria tentassero di<br />
cancellarlo e di sfruttarlo.<br />
Smettiamo di inventare ulteriori normative a vantaggio <strong>delle</strong><br />
multinazionali o <strong>delle</strong> grandi aziende alimentari. Seguiamo un solo<br />
criterio, quello che millenni di storia hanno definito: un buon prosciutto<br />
nasce dalle <strong>mani</strong> di un bravo norcino, che lavora il coscio di<br />
un buon maiale della razza che la natura ha selezionato in quel territorio,<br />
allevato da un serio allevatore che lo lascia libero di cibarsi.<br />
Lo stesso si può dire per il caciocavallo ottenuto dal latte di una<br />
vacca podolica, o del parmigiano reggiano ottenuto dal latte <strong>delle</strong><br />
vacche rosse, o dei pecorini ottenuti dal latte <strong>delle</strong> pecore nere massesi,<br />
o del prosciutto di cinta senese.<br />
Sfruttiamo questo momento favorevole per consolidare lo sviluppo<br />
del nostro artigianato: anche facilitando la vita degli artigiani<br />
nell’assumere e gestire i collaboratori, nel pagare tasse semplici,<br />
nei rapporti con le Aziende Sanitarie Locali. E rifuggiamo dai<br />
demagoghi che tutto vogliono regolamentare, decidere, difendere,<br />
agevolare…
3.3 L’esperienza dei Presìdi Slow Food<br />
Nanni Ricci<br />
Slow Food Toscana<br />
I Presìdi di Slow Food sono progetti finalizzati alla salvaguardia<br />
e alla valorizzazione dei prodotti tipici di qualità, e che sono a<br />
rischio di estinzione.<br />
A seguito dell’esperienza de “L’Arca del Gusto”, che ha evidenziato<br />
questo rischio per centinaia di prodotti e specie animali e<br />
vegetali, abbiamo voluto mettere in atto interventi concreti e mirati<br />
sul territorio.<br />
Ecco allora i Presìdi, che di volta in volta possono reperire le<br />
risorse necessarie all’acquisto e alla fornitura di attrezzature, diventare<br />
piccole aziende-pilota, promuovere nuove sperimentazioni,<br />
incentivare la produzione e individuare nuovi canali per la commercializzazione<br />
di queste qualità locali: dalla creazione di micromercati<br />
(fiere, offerte ai soci, coinvolgimento di osterie e ristoranti,<br />
commercio elettronico) a progetti di marketing e comunicazione.<br />
Nella pratica, in ogni realtà costituita come Presìdio, Slow Food<br />
prevede una serie di interventi di inquadramento tecnico ed economico<br />
che vengono formalizzati nel Programma del Presidio stesso:<br />
riunioni con i soggetti interessati nel territorio (produttori, tecnici,<br />
istituzioni); indagini per raccolta di dati e informazioni; partecipazione<br />
alla stesura del disciplinare di produzione; degustazioni comparate;<br />
assistenza ad iniziative collettive di tutela tramite associazioni<br />
di produttori ed eventuali marchi collettivi.<br />
Il progetto dei Presìdi è pienamente coerente con la filosofia di<br />
Slow Food, che lavora per la salvaguardia del patrimonio enogastronomico<br />
italiano (difesa <strong>delle</strong> biodiversità, <strong>delle</strong> tradizioni alimentari,<br />
dell’artigianato agroalimentare), per la tutela dei “luoghi<br />
del piacere e del sapere” come le botteghe artigiane, per l’educazione<br />
al gusto dei consumatori.<br />
In Toscana come nelle altre regioni, i prodotti dei Presìdi rappresentano<br />
dei pezzi unici del panorama agroalimentare; sono,<br />
come scrive Tabucchi, “buchi nella rete” dell’omologazione e della
194<br />
ARSIA<br />
globalizzazione. Piccoli significativi esempi di un modo diverso di<br />
fare agricoltura: dove la sostenibilità, il rispetto <strong>delle</strong> specificità territoriali<br />
e animali, la naturalità dei processi e <strong>delle</strong> materie prime<br />
vengono prima di qualunque falsa lusinga produttivistica. Ci riferiamo<br />
ai miti <strong>delle</strong> grandi quantità, del prezzo competitivo, della<br />
confezione accattivante, della pubblicità, della sicurezza igienicosanitaria<br />
come unico grande parametro di qualità. Opzioni dettate<br />
dall’attuale sistema agroalimentare, massivo e industrializzato, che<br />
rischia di travolgere gli equilibri ambientali e sociali del pianeta. E<br />
che, per di più, ci consegna un cibo banale, mortificante e sempre<br />
più spesso pericoloso per la nostra salute.<br />
I Presìdi non sono soltanto una eccellente possibilità di valorizzazione<br />
per alcuni prodotti “minori” del nostro territorio, ma<br />
soprattutto individuano un’idea forte nella filosofia a monte del<br />
progetto, in grado di prefigurare un modello diverso di agricoltura.<br />
Un’agricoltura “nuova”, capace di superare i guasti ambientali e<br />
alimentari causati dalle coltivazioni massive e in grado di rafforzare<br />
l’identità culturale e produttiva dei contadini. Affidarsi a produzioni<br />
locali, fortemente legate alla tradizione e alle caratteristiche<br />
dei territori di origine, significa porre un argine ai guasti ambientali<br />
e all’invasione <strong>delle</strong> colture transgeniche; significa offrire al mercato<br />
prodotti più buoni e più sani e ridare fiducia agli agricoltori.<br />
Un progetto così ambizioso si è dimostrato possibile in Toscana<br />
anche per la collaborazione di tanti fra istituzioni e tecnici del territorio:<br />
Comunità Montane, GAL, Province, ARSIA, associazioni di categoria,<br />
che spesso hanno operato assieme per preservare razze<br />
animali, tecniche colturali e produzioni a rischio di estinzione.<br />
Da interlocutori a sostenitori, quindi, svolgendo un lavoro iniziato<br />
in tempi in cui ancora questi temi non erano di moda, e ragionare di<br />
qualità tradizionali suonava come velleitarismo antimoderno. E invece<br />
queste scelte si sono rivelate giuste e lungimiranti, ed i risultati oggi<br />
si vedono: oltre il vino e l’olio (prodotti simbolo che viaggiano per<br />
tutto il mondo), un territorio vasto e diversificato come quello toscano<br />
esprime un’incredibile varietà di valenze agricole, di piccole produzioni,<br />
di qualità agroalimentari ad alta caratterizzazione territoriale.<br />
Il Presìdio è quindi uno strumento per scoprire, per inventariare,<br />
per suscitare opportunità e collegamenti, rilanciare tradizionali<br />
esperienze di lavoro e di cultura, coniugando professionalità antiche<br />
e marginali ad una nuova classe di consumatori, disposta a<br />
pagare il giusto prezzo per la qualità organolettica, sensibile alla<br />
sicurezza alimentare e ad una concreta tutela ambientale.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Sono ormai centinaia le produzioni dell’agricoltura toscana riconosciute con<br />
carattere di tradizionalità e qualità territoriale, e per le quali sono stati avviati<br />
progetti di salvaguardia dal rischio di estinzione F.T.<br />
Questi sono i Presìdi attivati nel territorio<br />
della Regione Toscana:<br />
• razza chianina<br />
• razza maremmana<br />
• razza cinta senese<br />
• agnello di Zeri<br />
• razza avicola bianca o “pollo del Valdarno”<br />
• palamita dell’arcipelago<br />
• fichi di Carmignano<br />
• mortadella di Prato<br />
• lardo di Colonnata<br />
• pane marocca<br />
• pane di mais ottofile e di patata della Garfagnana<br />
195
196<br />
ARSIA<br />
• fagiolo zolfino<br />
• prosciutto del Casentino<br />
• biroldo della Garfagnana<br />
• mallegato<br />
• bottarga di Orbetello<br />
• influenza della cultura ebraica nelle “Città del tufo”<br />
• pecorino a latte crudo della Montagna pistoiese<br />
• cipolla di Certaldo.
3.4 <strong>Antichi</strong> mestieri<br />
e nuove professionalità<br />
Beppe Croce<br />
Legambiente Toscana<br />
Produzione di ambiente<br />
Fino ad oggi il luogo deputato alla creazione di nuovi saperi e<br />
mestieri è stata indiscutibilmente la città. Non la città in astratto e<br />
in ogni tempo, ma la città moderna in quanto culla e sede dell’industria<br />
e della divisione del lavoro, ossia <strong>delle</strong> grandi forze motrici<br />
del progresso tecnologico degli ultimi due secoli. Si è anzi accentuata<br />
una polarità ‘città/campagna’ in cui il secondo termine evocava<br />
l’immobilismo e il marginale, o anche l’ignoranza e la zoticaggine.<br />
Oggi, nella fase declinante dell’industrialismo, iniziamo a<br />
guardare con nuovi occhi a questo mondo residuale perché qui residua<br />
anche un capitale strategico per il benessere <strong>delle</strong> società postmoderne:<br />
la produzione di ambiente. Più precisamente, ciò che<br />
resta del territorio rurale italiano detiene quattro merci ormai rare:<br />
• paesaggio e risorse ambientali integre (aria, acqua, biodiversità);<br />
• prodotti alimentari potenzialmente sani e di qualità;<br />
• saperi manuali a rischio di estinzione;<br />
• e in prospettiva autosufficienza energetica, grazie allo sviluppo<br />
<strong>delle</strong> fonti locali rinnovabili, biomasse ed eolico innanzitutto,<br />
che trovano condizioni ideali in ambito rurale.<br />
Il repertorio <strong>delle</strong> nuove professioni rurali<br />
Il termine ‘merci’, a proposito di questi beni, non è solo ironico.<br />
Si tratta infatti di valori d’uso e di scambio che in un mondo fortemente<br />
antropizzato come l’Italia non si danno spontaneamente.<br />
Cos’ha di naturale il ‘bel paesaggio’ toscano? Qualcuno deve produrlo<br />
e riprodurlo, curarlo, proteggerlo.<br />
Da queste considerazioni è nato il progetto di ARSIA e Legambiente<br />
del “Repertorio <strong>delle</strong> nuove professioni ed esperienze nei<br />
territori rurali toscani”, oggi in via di implementazione sul sito di<br />
ARSIA. Sotto il termine “nuove professioni” intendiamo non solo<br />
competenze nuove, ma anche il recupero di competenze antichissi-
198<br />
ARSIA<br />
me o addirittura in via di scomparsa: dall’artigianato rurale alle<br />
pratiche di agricoltura ecologica, alla selvicoltura naturalistica, alla<br />
gestione <strong>delle</strong> risorse naturali, all’uso <strong>delle</strong> fonti energetiche rinnovabili.<br />
Un recupero che tuttavia non è mai un semplice ritorno al<br />
passato, perché questo patrimonio di competenze assume configurazioni<br />
inusuali, si intreccia con saperi e tecnologie del postfordismo,<br />
con nuove forme di organizzazione e con nuovi stili di vita.<br />
Ritorno all’antico e nuove frontiere di ricerca<br />
Prendiamo i casi dell’agricoltura biologica o della biodinamica,<br />
della fitoterapia o della medicina omeopatica, della difesa <strong>delle</strong><br />
varietà e <strong>delle</strong> razze autoctone. Tutte pratiche che evocano nel senso<br />
comune un ritorno ai vecchi, sani metodi naturali. In realtà il successo<br />
di questi metodi – stimolato dalle periodiche catastrofi ambientali<br />
e ormai cogente in ogni pubblicità di piselli e merendine – implica<br />
un notevole sforzo di ricerca e sviluppo. Ricerca innanzitutto di valide<br />
alternative ai fitofarmaci di sintesi: erbicidi, fungicidi, antiparassitari.<br />
Occorrono allora laboratori di ricerca (chi fa ricerca sul biologico<br />
in Toscana e in Italia?), occorrono agronomi e veterinari in grado di<br />
informare gli agricoltori sulle nuove forme di lotta biologica, occorrono<br />
laboratori di preparazione dei fitofarmaci vegetali e reti di<br />
distribuzione adeguate. Lo stesso recupero <strong>delle</strong> cultivar tradizionali<br />
ha a che fare con la genetica e con le biotecnologie. Come pensare<br />
di difendere un prodotto ‘tipico’ da volgari contraffazioni di mercato<br />
o addirittura da omologhi transgenici? Dalla penetrazione dei prodotti<br />
transgenici ci si può difendere se si sanno riconoscere. Ossia se<br />
si padroneggiano le tecniche del DNA ricombinante.<br />
Più in generale in questi prossimi anni si aprono grandi potenzialità<br />
per la ‘chimica verde’, ossia per sostituire prodotti di origine<br />
sintetica o minerale, inquinanti e a elevata tossicità – lubrificanti,<br />
carburanti, combustibili, coloranti, fibre, pesticidi – con omologhi<br />
prodotti di origine vegetale, atossici e facilmente biodegradabili.<br />
Nella stessa Toscana, negli ultimi anni sono nati progetti pilota per<br />
ripristinare antiche coltivazioni come la canapa a San Giovanni<br />
d’Asso o come il ‘guado’ (Isatis tinctoria) in Valtiberina, per estrarre<br />
l’indaco naturale, o per sperimentare l’uso del girasole nelle colline<br />
pisane per produrre biolubrificanti. Da una parte ci si ricollega –<br />
dopo una parentesi di un centinaio di anni, quella della chimica<br />
industriale – a una tradizione ancestrale di saperi sulle proprietà<br />
nutrizionali e non <strong>delle</strong> piante, patrimonio di ogni comunità rurale<br />
della Terra. Ma al tempo stesso l’offerta di prodotti vegetali con pre-
<strong>La</strong> vite maritata<br />
al “loppio” (Acer<br />
campestre). Nella<br />
campagna fiorentina,<br />
quasi un relitto di<br />
antiche pratiche<br />
agronomiche<br />
L.M.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
stazioni e prezzi comparabili a quelli di origine fossile, richiede un<br />
notevole sforzo di innovazione. Non si può pensare di rilanciare la<br />
fibra di canapa con le tecniche di raccolta, macerazione o pettinatura<br />
dei nostri nonni o di proporre un lubrificante da girasole all’industria<br />
tessile pratese o alle concerie di Santa Croce senza garantire<br />
un titolo standard di prestazioni.<br />
Nuove professioni?<br />
Il termine ‘nuove’ professioni è in realtà di comodo. Nelle attività<br />
rurali come in gran parte dell’economia postmoderna, il caso<br />
più frequente non è la nascita di ‘nuove’ professioni, ma una costellazione<br />
variabile di vecchie e nuove competenze all’interno di una<br />
stessa attività oppure semplicemente la diffusione di un diverso<br />
approccio ai problemi all’interno della stessa professione. Il ‘bioarchitetto’,<br />
ad esempio, non è una professione diversa dall’architetto,<br />
è semmai un diverso punto di vista sulla progettazione che induce<br />
a integrare certe conoscenze in precedenza ritenute secondarie nella<br />
professione (per esempio conoscenze sul microclima, sugli scambi<br />
termici, sulle fonti di radiazione…). Altrettanto si potrebbe dire del-<br />
199
200<br />
ARSIA<br />
Un mulino<br />
abbandonato nella<br />
montagna pistoiese.<br />
Gran parte del patrimonio<br />
edilizio rurale<br />
è stato interessato<br />
dal recupero negli<br />
ultimi decenni<br />
L.B.<br />
l’ingegnere naturalista o dell’agronomo esperto di produzioni biologiche.<br />
Così pure possiamo incontrare vecchi mestieri artigianali –<br />
come il falegname o il carpentiere – in cui si intreccia la sopravvivenza<br />
o riscoperta di saperi in via di estinzione (ad esempio la preparazione<br />
di tinture, calci o colle naturali) con competenze innovative<br />
come l’uso di un Cad tridimensionale.<br />
Del resto l’attuale cultura organizzativa dell’impresa a rete o<br />
dell’impresa virtuale ha spostato decisamente l’accento dalla specializzazione<br />
alla flessibilità e all’interdisciplinarietà e i consulenti<br />
del lavoro hanno abbandonato le declaratorie di ‘mestieri’ per definire<br />
piuttosto le capacità di un individuo o di un gruppo in termini<br />
di mix di competenze.<br />
Nuovi ‘ibridi’ di contadini<br />
Questo intreccio di nuove e vecchie competenze è ormai evidente<br />
nella stessa figura centrale del mondo rurale, considerata<br />
anche la più conservatrice: il contadino. Attività primarie e attività<br />
immateriali convivono ormai nella stessa azienda e nello stesso<br />
individuo. Sempre più spesso il gestore di un’azienda agricola svolge<br />
un’attività diversificata, solo in parte legata ai prodotti della<br />
terra, e in altra parte legata all’offerta di ospitalità, ristorazione,<br />
svago, diffusione di cultura, educazione ambientale o escursionismo.<br />
È un mutamento di prospettiva importante per riavvicinare i<br />
giovani all’attività agricola. Perché i nuovi lavori in campagna non<br />
evocano solo isolamento e fatica, ma possono diventare occasione<br />
di continuo arricchimento di conoscenze e di relazioni.
3.5 Zeri e la mezzalana: un’esperienza<br />
di recupero e valorizzazione<br />
Cinzia Angiolini<br />
Posto all’estremità nord-occidentale della provincia di Massa<br />
Carrara, il Comune di Zeri si incunea fra le province di <strong>La</strong> Spezia e<br />
Parma, lungo la catena dell’Appennino in territorio totalmente<br />
montano, situato fra i 500 e 1500 m s.l.m. e disegnato da rilievi arrotondati<br />
e poco scoscesi.<br />
È costituito da numerose frazioni sparse nelle tre vallate dei torrenti<br />
Gordana, Teglia ed Adelano e fra queste troviamo Patigno,<br />
sede comunale, Coloretta e le vallate di Rossano, Adelano e Codolo.<br />
Il paesaggio si presenta con zone aperte di prati pascoli, alternate<br />
a boschi di castagno, folte siepi di biancospino, filoni di querce<br />
ed alberi isolati da frutto. Al di sopra dei 1.000 metri domina il<br />
faggio, la cui copertura boschiva è interrotta da radure prative ricche<br />
di mirtilli, fragole e lamponi.<br />
Il territorio ha una prevalente vocazione agricola, ma soprattutto<br />
zootecnica. Gran parte della superficie comunale a uso civico è<br />
utilizzata a prato pascolo dai numerosi greggi di “zerasca”, la razza<br />
ovina del territorio di Zeri.<br />
Oggi esistono circa 3.000 capi di pecore “zerasche”, un numero<br />
che pone questa razza tra quelle a rischio di estinzione. È una pecora<br />
molto rustica, rinomata per la produzione di agnelli destinati alla<br />
macellazione.<br />
<strong>La</strong> produzione principale di questo ovino è la carne, mentre formaggio<br />
e lana sono produzioni secondarie.<br />
<strong>La</strong> lana che oggi trova utilizzo nella realizzazione artigianale di<br />
indumenti quali calze, maglie, materassi e cuscini, in passato era<br />
utilizzata in mescolanza con la canapa per tessere la mezzalana, una<br />
stoffa semplice, pesante e robusta.<br />
<strong>La</strong> mezzalanaera il tessuto tipico della Lunigiana ed esisteva in<br />
due versioni: una più pesante, la bisona, tessuta con fili di lana e<br />
canapa; ed una più adatta alla primavera, la bisotta, tessuta intervallando<br />
più fili di cotone e meno di lana.
202<br />
ARSIA<br />
In mezzalana venivano realizzate splendide coperte bordate con<br />
motivi decorativi stilizzati e fantasiose ornamentazioni geometriche<br />
triangolari dette “denti di lupo”.<br />
Questi preziosi e fantasiosi panni di lana venivano smerciati<br />
nelle parti marittime della Lunigiana e del genovese durante le<br />
principali fiere tenute prima dell’inverno.<br />
Il “Consorzio per la valorizzazione e tutela della pecora ed<br />
agnello di Zeri” costituitosi un anno e mezzo fa, ha inserito nel proprio<br />
Statuto la promozione della cultura rurale e dell’arte del fare<br />
del comprensorio zerasco.<br />
Nell’ambito della promozione e valorizzazione dei prodotti<br />
locali del territorio zerasco, la lana, prodotto secondario dell’allevamento<br />
della pecora, può secondo gli allevatori del Consorzio, dar<br />
luogo ad una vera e propria opportunità economica, con aspetti<br />
rivolti anche al sociale secondo la nostra logica paesana di sviluppo<br />
di filiera. Quest’ultima si è arricchita infatti della presenza di anziane<br />
signore dai bianchi capelli e dai visi segnati dal tempo che lavorano<br />
con “ruche” e “fusi” la nostra lana, e che ordiscono calze e<br />
maglie con abile manualità e singolare fantasia. Testimoni della<br />
nostra civiltà agro-pastorale sono diventati i numerosi strumenti ed<br />
attrezzi utilizzati per lavorare la lana e la canapa, che abbiamo ritrovato<br />
sul posto e inventariato con i loro nomi in dialetto e il loro<br />
diverso utilizzo. Ora auspichiamo di poterli esporre in spazi permanenti<br />
che consentano a tutti di poterne fruire; ma non solo questi<br />
spazi devono essere vivi, i “tlari”, “gli arcolai”, “le ciguagnole”<br />
devono riprendere i loro ripetitivi movimenti di lavoro. Tutto ciò<br />
potrebbe essere reso possibile organizzando corsi di formazione<br />
professionale, rivolti alle donne, sulla lavorazione della lana e sulla<br />
ritessitura del tessuto “mezzalana” e proponendo l’apertura di un<br />
laboratorio-bottega dove le nuove artigiane possano iniziare una<br />
propria attività fruibile e visitabile anche turisticamente.<br />
<strong>La</strong> canapa necessaria per ricostruire il tessuto “mezzalana” ci<br />
verrebbe fornita dal Comune di San Giovanni d’Asso in provincia<br />
di Siena, che nell’anno trascorso, in collaborazione con l’ARSIA ed il<br />
Comune di Asciano, ha iniziato un progetto dal titolo “<strong>La</strong> <strong>memoria</strong><br />
del fare, antichi mestieri per nuove vocazioni professionali”.<br />
Questi ultimi hanno riproposto la coltivazione della canapa sul<br />
loro territorio (attività rurale ormai scomparsa) proponendo notevoli<br />
prospettive economiche legate alla caratteristica che questa<br />
pianta ha, di non produrre solo fibra, ma anche semi ed olio (utiliz-
<strong>La</strong> conservazione <strong>delle</strong><br />
razze animali e <strong>delle</strong><br />
varietà vegetali<br />
a rischio di estinzione,<br />
richiede un intreccio<br />
di vecchie e nuove<br />
competenze, di<br />
tecnica e sensibilità<br />
F.T.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
zati per fabbricare cere e saponi), carta, tavole per l’edilizia, materiali<br />
plastici e combustibili.<br />
Al progetto “mezzalana” oggi collaborano ARSIA, Amministrazione<br />
Provinciale di Massa Carrara, Comune di Zeri, Comune<br />
di San Giovanni d’Asso, Consorzio per la valorizzazione e tutela<br />
della pecora ed agnello zerasco. Quest’ultimo ha svolto una ricerca<br />
sul costume tradizionale e popolare di Zeri contestualizzato nel territorio<br />
Lunigianese, che ci ha permesso di ricostruire minuziosamente<br />
il nostro abito popolare femminile.<br />
L’abito di tutti i giorni era composto da un gonnellone in mezzalana<br />
lunga fino alla caviglia (mazalouna), la camicia di canapa era<br />
in bellavista come il corpetto in pannetto rosso, con decorazioni<br />
azzurre o colori vivaci. Il copricapo era una cuffia in cascame di seta<br />
(par tuti i dì). Nei giorni di festa si metteva la “tovaglia”, un fazzoletto<br />
da testa in canapa oppure in lino finemente bordato in pizzo e il<br />
grembiule bianco, di tela rustica, lungo sopra il gonnellone, veniva<br />
spesso annodato a formare un pratico fagotto da trasporto,“valu”,<br />
usato anche per riparare il capo.<br />
Le calze erano in lana grezza, spesso tinte con gli estratti ottenuti<br />
dalle cipolle rosse o dalle numerose piante tanniniche che si<br />
trovavano in campagna.<br />
Gli zoccoli erano in legno e foderati da morbida pelle punzonati<br />
sotto con le famose “burcote” (chiodi dalla testa pungigliata che<br />
servivano per non scivolare e consumare meno le suole).<br />
203
204<br />
ARSIA<br />
Il Consorzio vorrebbe oggi realizzare almeno 4 costumi femminili<br />
e 4 maschili per dar vita ad un gruppo folcloristico capace di<br />
arricchire le numerose <strong>mani</strong>festazioni a cui partecipa il Presìdio<br />
Slow Food dell’agnello di Zeri, nonché l’omonimo consorzio. Ma<br />
non è solo questo il motivo che ci sta portando ad inventariare antichi<br />
canti e antiche tradizioni, quasi del tutto sparite dal repertorio<br />
<strong>delle</strong> varie <strong>mani</strong>festazioni paesane; vorremmo infondere nei molti<br />
giovani che oggi ci guardano con curiosità, l’orgoglio, la tenacia e la<br />
profonda convinzione che ci sia bisogno di conoscere prima la propria<br />
storia e la propria cultura per poter giudicare quella altrui. E<br />
vorrei terminare con una nota che meglio di qualsiasi altra mia<br />
spiegazione illustra oggi il perché della nostra ricerca: “non si<br />
dovrebbe fare distinzione tra i manufatti e i documenti popolari d’altra<br />
natura, siano essi materiali, linguistici, trascrizioni di leggende o descrizioni<br />
di usanze, perché tutte queste varie categorie di documenti non differiscono<br />
tra loro sostanzialmente, bensì si integrano e a vicenda si illustrano.<br />
Dar preferenza all’una o all’altra di queste categorie, raccoglierne<br />
una e trascurare le rimanenti è far cosa incompiuta, è opera scientifica<br />
male intesa e imperfetta” (<strong>La</strong>mberto Loria).<br />
Oggi il Consorzio dell’agnello di Zeri ha per soci soprattutto<br />
giovani allevatori, di cui il 60% sono donne. Sul nostro territorio<br />
stiamo rivalutando e promuovendo l’intero sistema di una cultura<br />
rurale, fatta di prodotti genuini e autoctoni e da antiche tradizioni<br />
caratterizzate da usi e costumi di diverse popolazioni, che per secoli<br />
hanno mangiato del suo pane e vestito del suo pelo.
3.6 Documentare la <strong>memoria</strong>, progettare<br />
il presente<br />
Andrea Rossi, Mario Spiganti<br />
Comunità Montana del Casentino<br />
CRED - Centro Risorse Educative e Didattiche<br />
Presso il Centro Risorse Educative e Didattiche della Comunità<br />
Montana del Casentino è in corso da alcuni anni un’attività di<br />
documentazione audiovisiva, che nei contenuti e nei metodi si<br />
avvicina alla ricerca sul campo di tipo etno-antropologico. L’iniziativa<br />
è nata con un progetto di educazione permanente rivolto<br />
agli ultra-sessantacinquenni del comprensorio con modalità tuttavia<br />
insolite. I ruoli sono stati invertiti: i discenti sono rappresentati<br />
dagli operatori esterni e i docenti dagli stessi anziani che, attraverso<br />
interviste e dimostrazioni di antiche pratiche agro-silvo-pastorali,<br />
divengono i protagonisti degli incontri con significativi risvolti<br />
nel campo umano. <strong>La</strong> dimensione dell’ascolto risveglia infatti percorsi<br />
di auto-stima e auto-gratificazione del proprio percorso di vita<br />
da parte degli stessi intervistati.<br />
In questo senso, la finalità culturale e scientifica della documentazione<br />
si sposa con quella socio-pedagogica già nelle fasi e nelle<br />
metodologie di rilevamento spesso coincidenti anche con momenti<br />
di aggregazione, festa ed incontro inter-generazionale.<br />
Gli incontri si sono moltiplicati negli anni ed il materiale raccolto<br />
è stato sottoposto ad operazioni di catalogazione ed archiviazione<br />
all’interno de “<strong>La</strong> Banca della Memoria”, l’archivio video digitale<br />
dedicato alla cultura materiale e alle tradizioni popolari del<br />
Casentino. Attualmente la struttura risulta ufficialmente inserita<br />
nelle rete <strong>delle</strong> mediateche della Regione Toscana.<br />
Il materiale raccolto ammonta, al momento, ad alcune migliaia di<br />
ore (in video) con argomenti che spaziano dalle attività <strong>mani</strong>fatturiere<br />
e dalle pratiche agro-silvo-pastorali in genere (legno, carbone,<br />
pietra, lana, mulini…) alla gastronomia tradizionale (preparazione<br />
di piatti tipici, particolari lavorazioni alimentari…), dal patrimonio<br />
orale (canti in ottava rima, aneddoti, storie di vita vissuta) alle forme<br />
del folclore popolare ed alle usanze religiose tradizionali.<br />
Una sezione particolare è inoltre rappresentata dalla <strong>memoria</strong>
206<br />
ARSIA<br />
della guerra (passaggio del fronte, 8 settembre) con particolare riferimento<br />
alle stragi nazifasciste perpetrate nella provincia di Arezzo.<br />
Se i contenuti raccolti rappresentano la specificità e ne costituiscono<br />
le premesse per la “missione” dell’archivio stesso, la sua efficacia<br />
e la sua concreta valenza non potrà essere misurata, tuttavia,<br />
solo nella quantità e qualità del materiale presente, ma anche e<br />
soprattutto nella sua effettiva fruibilità, nella capacità di verifica dei<br />
suoi contenuti a partire dal contesto che ne ha motivato e ne ha prodotto<br />
la nascita.<br />
È proprio nella necessità di “un ritorno virtuoso” che sono stati<br />
compiuti gli sforzi maggiori in questi ultimi anni. Sono stati attivati<br />
diversi canali e sperimentati diverse modalità di utilizzo.<br />
Lo strumento principale, a questo proposito, è costituito dalla<br />
realizzazione di montaggi a carattere tematico successivamente proposti<br />
in particolari iniziative all’interno del comprensorio, ad iniziare<br />
dal paese che ha accolto il progetto di ricerca e documentazione.<br />
Questo evento si configura come un’occasione di confronto e di visibilità<br />
e contemporaneamente rappresenta un momento di stimolo<br />
da cui ripartire per nuovi progetti e nuove ipotesi di lavoro.<br />
Altro aspetto significativo è costituito dalla promozione di attività<br />
didattiche, intorno ai contenuti dell’archivio, con realizzazione<br />
di prodotti multimediali (ipertesti, video…). Le scuole in particolare<br />
hanno rappresentato e rappresentano spesso non solo i fruitori<br />
dell’archivio, ma anche gli stessi soggetti proponenti.<br />
Altra modalità di fruizione dell’archivio si sostanzia nella sua<br />
valenza di “serbatoio attivo” da cui attingere preziose informazioni,<br />
anche nei processi di valorizzazione e promozione <strong>delle</strong> tipicità del<br />
territorio. I documenti filmati relativi a particolari processi lavorativi<br />
(legno, pietra, lana…) o a significative filiere alimentari (castagna,<br />
carne…), rappresentano, infatti, uno strumento utile anche all’interno<br />
di progetti di divulgazione e promozione turistica.<br />
Nell’ambito <strong>delle</strong> diverse attività del CRED sono nate, inoltre,<br />
anche occasioni di rapporti sinergici con altri progetti, attraverso i<br />
quali arrivare ad un utilizzo e ad una valorizzazione strutturata<br />
dell’archivio. Ci riferiamo in particolare all’iniziativa “<strong>La</strong> scuola dei<br />
nonni” e soprattutto al progetto “Ecomuseo del Casentino”.<br />
“<strong>La</strong> scuola dei nonni” ha rappresentato, per la frazione di<br />
Cetica, nel comune di Castel San Niccolò, un significativo momento<br />
di confronto e scambio con l’esterno da cui procedere per altri<br />
tipi di iniziative di “animazione locale”. In questo piccolo paese di
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Documentare la “<strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong>”, <strong>delle</strong> professionalità, è fondamentale<br />
per la salvaguardia degli antichi mestieri, e per offrire occasioni di lavoro alle<br />
nuove generazioni F.T.<br />
montagna sono state organizzate uscite e percorsi tematici rivolti a<br />
bambini ed insegnanti sui temi della <strong>memoria</strong>, degli antichi mestieri<br />
e della cultura materiale in generale, guidati direttamente dalle<br />
persone anziane del paese. Non un percorso museale quindi, ma la<br />
riscoperta e la messa in rete (attraverso anche la creazione di una<br />
carta-poster) di una serie di sapienze e micro-economie significative<br />
ancora praticate: il mulino ancora produttivo, l’allevamento e la<br />
lavorazione del latte secondo modalità tradizionali, la presenza di<br />
carbonai, la permanenza di particolari cultivar da riscoprire e valorizzare<br />
(la patata rossa di Cetica).<br />
È tuttavia con il progetto Ecomuseo del Casentino che l’attività<br />
di documentazione, ricerca e riproposizione ha trovato l’occasione<br />
per un rapporto strutturato ed articolato sul territorio. È stata<br />
avviata, infatti, la costruzione di una rete di “banche della <strong>memoria</strong><br />
locali”, una serie di punti destinati in primo luogo alle popolazioni<br />
residenti ma anche ai visitatori esterni nei quali poter fruire di<br />
materiali audiovisivi raccolti in quel particolare territorio. Tali<br />
207
208<br />
ARSIA<br />
punti di visione, complementari agli stessi allestimenti ed ai percorsi<br />
tematici dell’Ecomuseo, vengono aggiornati progressivamente<br />
con il procedere <strong>delle</strong> ricerche.<br />
Il primo esempio è stato realizzato nell’ambito del “Museo del<br />
Carbonaio” di Cetica, nel comune di Castel San Niccolò con la<br />
“Banca della <strong>memoria</strong> di Porto Franco Giuseppe Baldini” incentrata<br />
sulla dimensione del dialogo inter-generazionale come condizione<br />
imprescindibile per il recupero della <strong>memoria</strong> e la progettazione<br />
del futuro. Inevitabilmente, infatti, in presenza di comunità ancora<br />
numerose e caratterizzate da un forte senso di identità, come in<br />
questo caso, i temi degli incontri si sono spostati anche sul presente,<br />
trasformandosi in riflessioni sulle condizioni dei piccoli paesi<br />
montani e sulla definizione di ipotesi di valorizzazione e rilancio<br />
<strong>delle</strong> risorse endogene.<br />
Il recupero di antiche sapienze e manualità in via di cessazione<br />
e scomparsa nell’ambito di particolari comunità, in quanto iniziative<br />
condivise e stimolate dagli stessi abitanti (recupero della <strong>memoria</strong><br />
storica) rappresentano, infatti, una dimensione strategica da cui<br />
partire per progetti di sviluppo locale e di rafforzamento e rinnovamento<br />
dell’identità e del senso di appartenenza (identità come<br />
valore dinamico), finalità fondanti del progetto Ecomuseo del<br />
Casentino.
3.7 L’agriturismo e la scoperta<br />
del territorio<br />
Carlo Hausmann<br />
Segretario generale ANAGRITUR<br />
Consorzio tra le Organizzazioni nazionali dell’agriturismo<br />
Agriturist-Terranostra-Turismo verde<br />
Oggi il nostro agriturismo, fenomeno tutto italiano (il temine<br />
ormai non si traduce più in lingua straniera perché anche i turisti<br />
esteri sanno perfettamente di cosa si tratta) è divenuto un fenomeno<br />
di costume e, come tutti i settori in crescita, può correre il rischio<br />
di perdere originalità, autenticità e personalità.<br />
Lo stop imposto alla crescita del mercato turistico italiano dagli<br />
eventi dell’11 settembre ha interessato marginalmente anche il settore<br />
agrituristico; i danni non sono stati elevati ma hanno stimolato<br />
tra gli operatori l’avvio di un dibattito sul proprio futuro. È quindi<br />
iniziata una riflessione più ampia che non poteva che partire dall’analisi<br />
della storia del settore e dalle sue radici agricole e territoriali.<br />
Dopo un iniziale percorso che ha visto molte aziende agricole<br />
svolgere un’attività di tipo occasionale, il settore ha affrontato, nel<br />
corso degli anni ottanta una grande rivoluzione professionale che<br />
ha portato gli operatori agrituristici a riorganizzare tutta la gamma<br />
<strong>delle</strong> loro attività verso il consumatore finale. Questa trasformazione<br />
ha stimolato la crescita del numero <strong>delle</strong> imprese che ha superato<br />
in corrispondenza dell’anno 2000 le diecimila unità.<br />
Il settore ha quindi continuato a specializzare la propria attività<br />
diversificandosi in molte direzioni diverse: oggi l’agriturismo non<br />
identifica più una sola tipologia di servizio ma racchiude in sé un<br />
grande mosaico di proposte, che includono sempre più spesso,<br />
come vedremo in seguito, anche gli antichi mestieri del territorio.<br />
Dal punto di vista del mercato, cioè <strong>delle</strong> scelte compiute dai<br />
consumatori, si possono dedurre almeno sei grandi elementi:<br />
• chi conosce l’agriturismo ci ritorna volentieri: quindi si consolida<br />
il target esperto, fortemente fidelizzato, con un ottimo livello<br />
di conoscenza, ed un’alta percentuale di ritorno presso la<br />
azienda ospitante, i luoghi, o più in generale verso la tipologia<br />
di offerta agrituristica;
210<br />
ARSIA<br />
• cresce la presenza di turisti italiani, e questo fenomeno fa seguito<br />
all’aumento <strong>delle</strong> presenze di stranieri registrato negli ultimi<br />
cinque anni;<br />
• chi non conosce ancora il settore ne è incuriosito: c’è quindi un<br />
maggiore stile esplorativo dei clienti;<br />
• tutti gli ospiti sono fortemente attratti dai temi legati al mondo<br />
della gastronomia e dei prodotti di alta qualità;<br />
• aumenta la sensibilità ambientale nel consumo di servizi turistici,<br />
con ripercussioni sia a livello <strong>delle</strong> strutture ospitanti, che<br />
dello stile di ospitalità;<br />
• per contro, a fronte di questo sviluppo, nascono sempre più di<br />
frequente nuove forme più o meno qualificate di ospitalità rurale,<br />
direttamente concorrenti con l’agriturismo.<br />
Dentro le aziende agricole, accanto all’agriturismo vengono<br />
sempre più potenziate le altre attività dirette al consumatore finale,<br />
in particolare la vendita dei prodotti alimentari.<br />
Questa opportunità, così come la nuova possibilità di vendere<br />
servizi anche al di fuori dell’azienda (entrambe concesse dalla<br />
nuova legge di orientamento agricolo), è di grande importanza per<br />
l’economia <strong>delle</strong> imprese, ma ha bisogno di chiarimenti procedurali<br />
tutti da definire.<br />
Anche l’integrazione dell’offerta di prodotti e servizi tra imprese<br />
agricole ed agrituristiche implica un percorso tecnico, organizzativo<br />
ed economico, tutto da costruire.<br />
Fino ad oggi, infatti, il settore si è sviluppato sulla base di eccezionali<br />
profili individuali, mentre la costruzione di una offerta collettiva,<br />
a livello territoriale, non si è tradotta in modelli organizzativi<br />
efficienti. <strong>La</strong> qualità individuale del servizio non basta più ad<br />
assicurare il successo <strong>delle</strong> imprese che hanno quindi bisogno di<br />
fare squadra tra di loro e con il territorio. Questa qualità “di area”<br />
appare come il vero punto di forza di un settore in crescita, ma che<br />
mostra ancora notevolissimi margini di incremento.<br />
L’agriturismo e gli antichi mestieri<br />
Sono sempre di più i segnali provenienti dal mercato del turismo<br />
rurale italiano ed europeo che parlano di una progressiva<br />
insofferenza dei nostri consumatori verso la “realtà virtuale” proposta<br />
dal grande mercato che inonda televisioni, edicole e librerie<br />
con trasmissioni e prodotti multimediali che simulano un’esperienza<br />
turistica.
Il paesaggio della<br />
campagna, le produzioni<br />
di alta qualità, la gastronomia<br />
tradizionale sono<br />
motivi di richiamo per<br />
l’ospitalità agrituristica<br />
toscana<br />
C.M.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
Il successo dell’agriturismo italiano è infatti legato alla possibilità<br />
di fare esperienze vere, autentiche, basate sulla effettiva possibilità<br />
di incontrare, parlare, conoscersi.<br />
Il grande tesoro del saper fare artigiano, la professione del “fatto<br />
con le <strong>mani</strong>” costituisce oggi una forte componente <strong>delle</strong> proposte<br />
di turismo territoriale; il suo contenuto e la sua proposta al pubblico<br />
si è però molto trasformata in questi ultimi anni.<br />
Dalla mera presentazione di un prodotto o di una tecnica si è<br />
gradualmente passati ad offrire proposte turistiche, e soprattutto<br />
culturali, più complete ed efficaci.<br />
Nel caso dell’agriturismo questo è molto evidente: gli operatori<br />
avevano cominciato ad arredare i propri locali con un po’ di attrezzi<br />
tradizionali al solo scopo di creare una atmosfera di tradizione<br />
vissuta. Poi alcuni hanno cominciato a ricreare all’interno dell’azienda<br />
piccole strutture di tipo museale, che sono diventate sempre<br />
più interattive e coinvolgenti. Oggi sono alcune centinaia le aziende<br />
agrituristiche che offrono corsi, periodi di training per chi vuole<br />
reintrodursi nel mondo degli antichi mestieri, attività per la conoscenza<br />
<strong>delle</strong> materie prime e sull’utilizzazione del prodotto.<br />
211
212<br />
ARSIA<br />
Buona parte di queste proposte riguardano tipologie più o<br />
meno connesse al mondo della gastronomia, come ad esempio la<br />
norcineria, la costruzione o l’impiego di attrezzi tradizionali, il confezionamento,<br />
le stagionature.<br />
Non manca però un interesse più generale per tutti gli altri<br />
mestieri della fattoria dalla mascalcia, all’impagliatura, alla lavorazione<br />
del cuoio, dei tessuti o del legno.<br />
Queste proposte non nascono per caso, ma con la volontà di<br />
rispondere a questa grande voglia di imparare degli ospiti. Questo<br />
apprendimento diventa infatti un bagaglio importante da riportare<br />
a casa, ed è per questo che molte aziende fanno di questi mestieri la<br />
propria chiave di immagine e di comunicazione.<br />
Accanto a queste proposte si colloca il grande fenomeno <strong>delle</strong><br />
“fattorie didattiche” (ormai diverse centinaia in tutta Italia, con centinaia<br />
di migliaia di presenze di ragazzi della scuola dell’obbligo)<br />
che offrono una grande opportunità di educazione <strong>delle</strong> giovani<br />
generazioni agli antichi mestieri, e non solo a quelli più strettamente<br />
agricoli.<br />
Non bisogna quindi sottovalutare l’importanza di questo movimento<br />
turistico, e soprattutto occorre evitare alcuni pericoli concreti:<br />
• la perdita <strong>delle</strong> “fonti” di informazione e di tecniche, che sono<br />
generalmente costituite da persone anziane;<br />
• la riproposizione di attività artigianali in modo superficiale o<br />
artefatto, come se costituissero solo un modo in più di divertirsi;<br />
• l’offerta di proposte attrattive, ma totalmente al di fuori del contesto<br />
territoriale;<br />
• a volte il costo eccessivo di alcune proposte, quasi si trattasse di<br />
esclusive “scuole d’arte”.<br />
Ecco quindi che il fattore di qualità principale, da non perdere<br />
d’occhio, è ancora una volta l’autenticità, la proposta di esperienze<br />
vere. Questo significa innanzitutto basare l’offerta su una conoscenza<br />
diretta, su ricerche storiche adeguatamente approfondite,<br />
ma soprattutto sul fattore umano: insegnare il mestiere è essenzialmente<br />
un fatto legato all’incontro con chi lo sa fare, ed è questo che<br />
occorre sviluppare.
3.8 Il lavoro artigiano: un valore<br />
attuale e diffuso<br />
Giorgio Guerrini<br />
Federimpresa, Arezzo<br />
Nel contesto toscano l’artigianato aretino rappresenta un settore<br />
espressione di una cultura artigiana che ha fatto scuola nel<br />
mondo introducendo stili, tendenze e tecniche di lavorazione che<br />
hanno fortemente caratterizzato il “made in Italy”.<br />
In provincia di Arezzo il lavoro tradizionale, l’arte come mestiere,<br />
occupa uno spazio particolare nella realtà produttiva del territorio<br />
ed esprime le proprie peculiarità in attività artistiche fortemente<br />
differenziate.<br />
I mestieri antichi ancora attivi sono numerosi e riflettono la<br />
peculiarità di un lavoro che unisce al recupero della tradizione la<br />
ricerca personalizzata dell’innovazione, in una ricca varietà di stili<br />
e soluzioni creative.<br />
Emerge pertanto la necessità di salvaguardare ed aiutare la crescita<br />
e lo sviluppo del settore, unita alla consapevolezza che la produzione<br />
artigiana artistica e tradizionale può valorizzare la propria<br />
specificità solo se collegata ad un percorso innovativo di sviluppo<br />
che ne tuteli l’elevata valenza artistica, storica e culturale.<br />
In vista di questo obiettivo, la Camera di Commercio di Arezzo<br />
e Federimpresa hanno avvertito l’esigenza di procedere ad una<br />
mappatura e ad un’analisi accurata del settore che evidenziasse la<br />
presenza di un selezionato artigianato di qualità. L’intento principale<br />
della ricerca effettuata nel 2001 è stato proprio quello di distinguere,<br />
in seno ai vari settori artigianali, quelle attività ad elevato<br />
tasso tradizionale e/o artistico, in modo da separare nettamente le<br />
imprese artigiane con produzioni di alta qualità da quelle con caratteristiche<br />
totalmente diverse e più vicine alla piccola e media impresa.<br />
Il criterio seguito, pur nel suo empirismo, era teso ad evidenziare<br />
e ricollocare prima di tutto le piccole botteghe artigiane,<br />
che utilizzano ancora processi di produzione manuale, cercando di<br />
catalogare e raccogliere ciò che resta dei mestieri antichi.<br />
Il percorso tracciato e seguito dal progetto ART-ART ha permes-
214<br />
ARSIA<br />
Anche la formazione<br />
professionale deve<br />
saper valorizzare<br />
le specificità artigiane<br />
e gli aspetti qualitativi<br />
legati alla tradizione<br />
del mestiere<br />
A.C.<br />
so di individuare altri fattori non immediatamente percepibili, ma<br />
che si comprendono solo attraverso un confronto diretto. Esiste<br />
sicuramente per gli artigiani aretini dell’artistico/tradizionale la<br />
necessità, oltre che il desiderio, di far sì che tutto ciò che il proprio<br />
mestiere rappresenta ed ha rappresentato non venga dimenticato.<br />
Di fronte a ciò ci si rende immediatamente conto della necessità di<br />
rivolgersi a mercati diversi, sfruttare le potenzialità dell’artigianato<br />
di qualità, facendo sì che la globalizzazione non sia un ostacolo ma<br />
un’opportunità.<br />
Si sente oggi di nuovo il bisogno di tornare alle radici, di riscoprire<br />
un passato che rischia di scomparire per sempre, promuovendo<br />
azioni di informazione e sensibilizzazione dirette a cambiare<br />
l’assetto culturale apportato dalla trasformazione sociale degli ultimi<br />
decenni.<br />
Vari interventi in questo senso sono stati inseriti nella L.R. 58/99,<br />
all’art. 9 inerente le botteghe scuola 1 e all’art. 10 circa la figura di maestro<br />
artigiano 2 . A tutt’oggi, però, l’attuazione <strong>delle</strong> azioni formative<br />
attraverso queste misure trova molti ostacoli a causa <strong>delle</strong> esigenze
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
operative <strong>delle</strong> “botteghe” che non si conciliano con le normative<br />
vigenti in materia di formazione e di lavoro. A tutto ciò si aggiunge<br />
un’informazione inadeguata verso i giovani artigiani che non sono<br />
predisposti ad un periodo di apprendistato troppo lungo, dimenticando<br />
spesso l’importanza dell’esperienza nel settore.<br />
Nel tempo molte aziende hanno cercato di contenere i costi utilizzando<br />
spesso materiali succedanei e puntando sulla quantità,<br />
anziché sulla qualità. Se da un lato tale produzione a basso costo<br />
continuerà a svolgere una funzione economicamente importante,<br />
dall’altro ciò dovrà avvenire parallelamente ad una maggiore<br />
diversificazione e valorizzazione <strong>delle</strong> produzioni di qualità. In<br />
questo ambito, il mercato richiama l’attenzione sulla necessità di<br />
formare artigiani altamente specializzati nella creazione di prodotti<br />
innovativi, che al contempo conservino gli aspetti qualitativi<br />
legati alla tradizione, nella convinzione che solo riuscendo a far<br />
cogliere al consumatore la specificità artigiana il prodotto potrà far<br />
valere il suo maggior valore aggiunto e porsi come valida alternativa<br />
all’articolo industriale. Questa esigenza non solo risponde ad<br />
una domanda dei mercati internazionali in grado di apprezzarne le<br />
peculiarità e disposta a pagare per ottenerle, ma anche all’opportunità<br />
di offrire un terreno qualificato e più vasto per i giovani e il loro<br />
inserimento nel mondo del lavoro.<br />
<strong>La</strong> ricerca di Federimpresa ha evidenziato che il lavoro artigiano<br />
è ancora attuale e diffuso in provincia di Arezzo, basti pensare<br />
all’affermarsi di un mercato esigente, capace di ricercare l’innovazione<br />
sotto forma di originalità, qualità, tipicità, gusto, contrapponendosi<br />
all’offerta indifferenziata dei grandi centri commerciali.<br />
Cresce sempre di più la richiesta di beni personalizzati dalla<br />
creatività manuale, arricchiti da una completa informazione sul tessuto<br />
storico ed artistico <strong>delle</strong> comunità locali, fattore questo determinante<br />
per una efficace promozione dei prodotti di qualità caratterizzati<br />
da una forte appartenenza al territorio ed alle sue tradizioni<br />
artistiche e culturali.<br />
In particolar modo in Toscana il legame con l’identità culturale<br />
locale riveste un ruolo fondamentale. Dalla ricerca di Federimpresa<br />
è emersa l’importanza e l’utilità dell’immagine del territorio aretino<br />
e conseguentemente toscano: questo fattore è avvertito dagli<br />
artigiani come un punto di forza in grado di attirare la clientela<br />
nazionale ed internazionale.<br />
Obiettivo di Federimpresa è sfruttare e valorizzare questo patri-<br />
215
216<br />
monio di creatività, conoscenze ed abilità artigianali puntando su<br />
strumenti e canali di formazione continua, capaci di tramandare<br />
esperienze e professionalità e di contrastare la tendenza a scomparire<br />
di alcuni mestieri artistici.<br />
È nostra convinzione che solo recuperando il valore ed il significato<br />
di queste attività, garantendo reali possibilità di tutela e di<br />
sviluppo alle imprese, promuovendo i prodotti di qualità <strong>delle</strong><br />
aziende, sia possibile favorire la crescita e lo sviluppo produttivo di<br />
una tradizione artigiana fortemente radicata in Toscana.<br />
Note<br />
ARSIA<br />
1 L.R. 58/99 art. 9: “1. Sono denominate botteghe-scuola le imprese del settore<br />
dell’artigianato artistico e tradizionale dirette da un Maestro artigiano. 2. Le botteghe-scuola<br />
sono riconosciute dai Consorzi di tutela di cui all’art. 3, o in loro<br />
assenza dalla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura e svolgono<br />
attività formative nell’ambito dello specifico settore dell’artigianato artistico<br />
e tradizionale di cui sono espressione”.<br />
2 L.R. 58/99 art. 10: “1. L’attestato di Maestro artigiano è attribuito dalla<br />
Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura al titolare di impresa<br />
artigiana del settore dell’artigianato artistico o tradizionale, ovvero al socio di<br />
questa purché partecipi personalmente all’attività. 2. I requisiti per il conseguimento<br />
della qualifica di Maestro artigiano sono i seguenti: a) anzianità professionale<br />
di almeno cinque anni maturata in qualità di titolare o di socio dell’impresa<br />
artigiana; b) adeguato grado di capacità professionale, desumibile dal conseguimento<br />
di premi, titoli di studio, diplomi o attestati di qualifica, ivi compresi quelli<br />
conseguiti a seguito di partecipazione a corsi regionali di formazione, dall’esecuzione<br />
di saggi di lavoro o, anche da specifica e notoria perizia e competenza o<br />
dallo svolgimento di attività formative, nonché da ogni altro elemento che possa<br />
comprovare la specifica competenza, perizia ed attitudine all’insegnamento professionale;<br />
c) elevata attitudine all’insegnamento del mestiere, desumibile dall’aver<br />
avuto alle dipendenze apprendisti artigiani portati alla qualificazione di fine<br />
apprendistato. 3. Le Camere di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura,<br />
nell’ambito dei propri programmi promozionali, definiscono specifiche iniziative<br />
atte a valorizzare l’attività dei <strong>Mestieri</strong> Artigiani”.
3.9 Storia di un’amicizia e di ceste<br />
di castagno<br />
Dietrich Henckel<br />
Mi è successo alcune volte, portando una cesta di castagno per<br />
strada, per fare la spesa in una città toscana, che <strong>delle</strong> persone mi<br />
hanno domandato l’origine della cesta, il prezzo e mi hanno parlato<br />
di quanto erano diffuse una volta – e sono rimaste entusiaste<br />
della bellezza della cesta.<br />
Io ho visto la prima cesta di castagno più di venti anni fa da<br />
un’amica, in Ger<strong>mani</strong>a. Sono stato affascinato immediatamente.<br />
Due anni dopo, il cestaio ed io ci siamo incontrati, nella sua bottega<br />
sulle montagne tra il Valdarno e il Chianti. L’incontro è diventato<br />
l’inizio di un’amicizia di molti anni.<br />
<strong>La</strong> bottega era nella casa dove Antonio Nepi era nato, nel 1918,<br />
e dove avrebbe abitato fino agli anni ottanta, quando si è trasferito<br />
con la famiglia nel paese a valle, per motivi personali. In questa bottega<br />
aveva imparato il mestiere del fare le ceste di castagno dal<br />
padre, quando aveva 15 anni e non ha mai smesso di farle, fino<br />
all’età di 80 anni. Antonio, il padre e il fratello facevano ceste da<br />
prima della guerra e dopo la morte del padre e del fratello, Antonio<br />
è rimasto solo nella bottega e nel mestiere. Nessuno – né i figli né<br />
altre persone – hanno voluto proseguire.<br />
<strong>La</strong> bottega aveva un fascino – anche romantico – non solo per il<br />
turista come me, ma anche per i vicini. Era una grande stanza piena<br />
di stecche per fare le ceste, di ceste già fatte, di legno e un banco a<br />
stecche, una sedia piccola e una tavola piccola come posto di lavoro.<br />
Veniva ogni tanto della gente, anche soltanto per guardare Nepi<br />
lavorare. Anch’io ci sono stato spesso, seduto accanto a lui per<br />
guardare e poi per parlare quando aveva finito.<br />
Nepi era una persona molto in gamba, e non solo come cestaio.<br />
Lui sapeva (e diceva) che era l’ultimo artigiano, l’ultimo maestro<br />
del mestiere. Era però anche un maestro in un altro senso. Il fascino<br />
della sua persona – per me e tante altre persone, i vicini o i turisti<br />
– proveniva non soltanto della perfezione del suo lavoro, ma<br />
dalla sua autenticità.
218<br />
ARSIA<br />
In quei giorni dell’estate dell’anno ’80, quando ho visitato Nepi<br />
per la prima volta, cominciava un’amicizia tra persone molto diverse.<br />
Lui avrebbe potuto essere mio padre, era dunque un’amicizia tra<br />
le generazioni, ma anche tra l’intellettuale della città e l’artigiano<br />
contadino, tra l’ultimo rappresentante d’un mestiere in via d’estinzione<br />
e il turista romantico e forse nostalgico. Ci siamo visti tra il<br />
1980 e il 1997 almeno una volta l’anno. Nel 1997 ci siamo incontrati<br />
l’ultima volta con la mia famiglia; mia figlia faceva allora i primi<br />
passi da sola sulla sua terrazza: in quell’anno lavorava ancora qualche<br />
cesta e in una di queste portava in giro la bambina. Nepi è poi<br />
morto nel 1999 dopo una malattia breve e grave.<br />
Nepi è stato un insegnante per me. Non solo mi ha fatto vedere<br />
e capire il fascino del mestiere, il ciclo del lavoro per arrivare ad un<br />
cesto – cominciando a scegliere e tagliare gli alberi in inverno, spaccare<br />
i pali, preparare le stecche, fare le ceste stesse, venderle e addirittura<br />
riparare quelle molto usate. Mi ha fatto vedere e capire<br />
anche le contraddizioni tra l’artigianato e la produzione di massa,<br />
tra il prodotto di qualità e il prodotto usa e getta, tra una vita integrata<br />
di lavoro e tempo libero e una vita disintegrata tra il lavoro e<br />
il resto, tra privazione e comodità, tra modestia e orgoglio, tra ricerca<br />
e maestria, tra il declino <strong>delle</strong> zone contadine e il recupero turistico<br />
(italiano o straniero), tra l’autenticità e la sudditanza al mercato.<br />
Queste contraddizioni sono diventate un elemento centrale<br />
per me, per capire la situazione della ruralità toscana e le ambivalenze<br />
della sua modernità.<br />
Per un certo periodo, con alcuni amici avevamo l’idea di comprare<br />
una casa nel piccolo paese di Nepi. Lui ci ha fatto vedere la<br />
casa alcune volte – proprietà di un latifondista romano. A Nepi<br />
sarebbe piaciuto, se l’avessimo comprata, anche per motivi di compagnia<br />
in quel paese ormai quasi abbandonato. Durante gli anni<br />
sessanta e settanta la sua famiglia era rimasta l’ultima ad abitare lì;<br />
ora quasi ogni casa è recuperata e modernizzata, e ci sono anche<br />
costruzioni nuove. Il paese adesso ha ben 30 abitanti – d’origine italiana<br />
o straniera, ed è vivo di nuovo, però è un’altra vita rispetto ai<br />
tempi di quando i Nepi erano al massimo della loro produzione.<br />
Le ceste di legno di castagno sembrano ancora abbastanza diffuse;<br />
e si vedono ancora abbastanza spesso. In effetti, però l’artigianato<br />
è quasi scomparso – mentre nessuno si rendeva conto di questo<br />
lento processo di estinzione.<br />
Nepi costruiva vari tipi di ceste. <strong>La</strong> maggior parte della sua produzione<br />
consisteva nel cesto classico, la cistella col <strong>mani</strong>co. Si usava
Fare una cesta di castagno<br />
è un lavoro duro<br />
e faticoso, e l’artigiano<br />
è responsabile dell’intero<br />
ciclo di produzione<br />
D.H.<br />
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
la cistella in agricoltura, in orticoltura, per la raccolta dei funghi. I<br />
tipi più grandi e meno raffinati si usavano nei campi e per il pane<br />
cotto al forno. A poco a poco, però, i clienti sono cambiati: sempre<br />
di più sono stati stranieri o gente della città a comprare le ceste,<br />
usandole come portalegna al caminetto, come porta riviste. Le ceste<br />
hanno perso cioè la loro funzione d’uso originaria legata al lavoro<br />
ed alla campagna e sono state sostituite da ceste di plastica o contenitori<br />
d’altri materiali, molto meno costosi in un calcolo di breve<br />
periodo, meno pesanti – però anche molto meno belli e durevoli.<br />
Fare le ceste di castagno è un mestiere molto duro e faticoso: l’artigiano<br />
è responsabile dell’intero ciclo della produzione. Soprattutto<br />
la preparazione del materiale (<strong>delle</strong> stecche) è dura e richiede molto<br />
tempo: per prima cosa bisogna andare nel bosco e tagliare i pali giusti,<br />
da 5 a 12 anni; le cime vengono scartate mentre le più vecchie,<br />
dette matteri, vengono portate a casa, messe in purgo nell’acqua per<br />
mesi e mesi, poi in forno; quindi, appena tolte, tagliate a strisce sottili<br />
e ad un tempo resistenti. Le strisce sono destinate a diventare<br />
cistelle attraverso un lavoro di più fasi: prima s’ intreccia la base e i<br />
219
220<br />
ARSIA<br />
lati della cistella, poi si monta il <strong>mani</strong>co, si secca la cistella, si sistemano<br />
i buchi e i bordi e alla fine si pulisce. L’unico materiale che<br />
viene usato è il legno (o la corteccia) di castagno.<br />
Il guadagno per i cestai è stato sempre abbastanza modesto: ci<br />
vuole un giorno per costruire una cistella, e i prezzi sono relativamente<br />
bassi. Nessuno vuole dunque imparare più il mestiere.<br />
Invece, la passione di Nepi per il suo lavoro era così forte che non<br />
poteva smettere, ed era sempre triste, perché nessuno dei suoi figli<br />
voleva proseguire.<br />
Sono convinto che le ceste di castagno hanno finito il loro ciclo<br />
storico, non hanno più funzione e nemmeno mercato in un mondo<br />
industrializzato, oppure possono avere solo un mercato troppo piccolo.<br />
Questa produzione non tornerà. Ci sono invece alcuni mestieri<br />
che tornano su un livello più raffinato – per esempio la ceramica<br />
o anche le ceste di vimini. Questi però sono mestieri per cui la materia<br />
prima è semplice da produrre o disponibile sul mercato. Fare le<br />
ceste di castagno rimarrà una cultura perduta.<br />
Il trasloco di Nepi dalla frazione di montagna alla cittadina giù<br />
a valle è come un simbolo del declino del suo mestiere: l’ultimo<br />
artigiano che abbandona la sua bottega tradizionale. Ed è anche un<br />
simbolo del declino della maestria di Nepi stesso. In montagna il<br />
lavoro era stato integrato “organicamente” nella vita; nel nuovo<br />
paese invece si svolgeva nel garage, nei fondi della nuova casa e lì<br />
la qualità della sua produzione – nonostante ancora d’alto livello –<br />
era più bassa di una volta; la causa non era tanto la sua età, quanto<br />
il modo di produzione poco integrato, con meno possibilità di scegliere<br />
il materiale, senza bottega propria. Il ritmo del lavoro non era<br />
più fluido, semplice e spontaneo.<br />
Durante una <strong>delle</strong> ultime visite siamo andati insieme a casa sua<br />
in montagna. Mi ha fatto vedere la casa di nuovo e ha preso la chiave<br />
per aprire la bottega – diventata oramai un ripostiglio. Aveva le<br />
lacrime agli occhi. È stato un gran regalo all’amico tedesco e all’appassionato<br />
del suo mestiere e della sua maestria.<br />
Quando visitavo Nepi dopo che aveva finito il lavoro, m’invitava<br />
a bere un bicchiere di vino o un “goccetto di vin santo”. Parlavamo<br />
della situazione mondiale, del mestiere, della Toscana, della<br />
famiglia. Ora ho tante immagini in mente, ricordi belli di lui, della<br />
sua bottega, della sua concentrazione, della sua modestia e del suo<br />
orgoglio, dei suoi occhi tristi. Sento una gratitudine grande – ho la<br />
sua foto in casa, e tante ceste fatte da lui.
LA MEMORIA DELLE MANI<br />
221<br />
D.H.
Bibliografia di riferimento<br />
ARCHIVIO ALINARI, Gli antichi mestieri, Alinari 1992.<br />
ARSIA, IRPET, REGIONE TOSCANA, 4° Rapporto sull’economia agricola della Toscana, Il<br />
sole 24 ore, Agrisole 2002.<br />
BECATTINI G., Riflessioni sullo sviluppo socioeconomico della Toscana in questo dopoguerra,<br />
in Storia d’Italia-<strong>La</strong> Toscana, Einaudi 1986.<br />
BIANCO C., CAPPELLETTO F., Tradizioni popolari toscane, CET 1996.<br />
BISSOLI P., vari articoli in “LiberEtà”, rivista mensile del Sindacato Pensionati SPI-<br />
CGIL, supplemento Toscana, annate 1997-2000.<br />
CECCHINI C., GORRERI L., <strong>Antichi</strong> mestieri rurali nel territorio del parco, Felici 2000.<br />
CLEMENTE P. (a cura di), Tradizioni antiche e nuove in terra di Siena, APT Siena.<br />
Cultura contadina in Toscana, Bonechi 1982.<br />
ISTITUTO NAZIONALE DI SOCIOLOGIA RURALE-ARSIA, Indagine Arti e <strong>Mestieri</strong> in via di<br />
estinzione nell’artigianato rurale in Toscana, <strong>Arsia</strong> 1997.<br />
<strong>La</strong> struttura sociale e produttiva <strong>delle</strong> famiglie <strong>delle</strong> aziende agricole in Toscana, Pacini<br />
1987.<br />
SEGHI A., Alla macchia, Accademia Casentinese di Borgo alla Collina 1999.<br />
TOGNI R., FORNI G., PISANI F., Guida ai musei etnografici italiani, Olschki 1997.<br />
• All’indirizzo www.arsia.toscana.it/ è consultabile la voce:<br />
<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana<br />
• Presso la Comunità Montana del Casentino-Centro Risorse Educative e<br />
Didattiche, segnaliamo la consultabilità di:<br />
Archivio video-digitale sulla cultura materiale.
Finito di stampare<br />
nel giugno 2003<br />
a Firenze<br />
da EFFEEMME LITO srl<br />
per conto di<br />
ARSIA • Regione Toscana
<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong><br />
<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana,<br />
dalla salvaguardia a nuove occasioni di lavoro<br />
Gli “antichi mestieri” della ruralità toscana: un patrimonio di<br />
esperienze, di professionalità e di cultura del territorio che oggi<br />
rischia la cessazione e la scomparsa.<br />
Partendo da un’indagine-animazione del sindacato SPI-CGIL,<br />
realizzata con l’appassionata partecipazione dei propri iscritti e<br />
la collaborazione dell’ARSIA, il volume presenta analisi, contributi<br />
e proposte a più voci su quest’insieme di attività lavorative,<br />
sollevando l’urgenza della loro salvaguardia e valorizzazione.<br />
Memoria e identità storica dei sistemi produttivi locali oggi<br />
possono divenire occasione di lavoro e d’impresa per le nuove<br />
generazioni, contribuendo allo sviluppo sostenibile <strong>delle</strong> aree<br />
rurali della Toscana.<br />
€ 12,00 (i.i.)