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La memoria delle mani - Antichi Mestieri - Arsia

La memoria delle mani - Antichi Mestieri - Arsia

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<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong> 22<br />

<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong><br />

<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana,<br />

dalla salvaguardia a nuove occasioni di lavoro<br />

• Sviluppo rurale


ARSIA • Agenzia Regionale per lo Sviluppo<br />

e l’Innovazione nel settore Agricolo-forestale<br />

via Pietrapiana, 30 - 50121 Firenze<br />

tel. 055 27551 - fax 055 2755216/2755231<br />

www.arsia.toscana.it<br />

e-mail: posta@arsia.toscana.it<br />

Coordinamento del progetto:<br />

Roberto D’Alonzo - ARSIA<br />

Alfio Savini - Segretario SPI-CGIL Toscana<br />

Ringraziamenti<br />

Si ringraziano <strong>La</strong>ura Cassi, Tamara Scarpellini, Dietrich Henckel<br />

gli Autori <strong>delle</strong> foto e tutti coloro che hanno collaborato a questa realizzazione.<br />

Un particolare ringraziamento a Fabrizio Tempesti,<br />

nonché all’Amministrazione Comunale di Montevarchi (Arezzo)<br />

che gentilmente ha prestato le foto d’epoca dell’Archivio Vestri.<br />

Cura redazionale, grafica e impaginazione:<br />

LCD srl, Firenze<br />

Stampa: EFFEEMME LITO srl, Firenze<br />

ISBN 88-8295-038-7<br />

© Copyright 2003 ARSIA • Regione Toscana


<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong><br />

<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana,<br />

dalla salvaguardia a nuove occasioni di lavoro<br />

a cura di Marco Noferi<br />

ARSIA • Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione<br />

nel settore Agricolo-forestale, Firenze<br />

SPI - CGIL Toscana


Crediti fotografici<br />

Gli Autori <strong>delle</strong> foto e gli enti che le hanno fornite<br />

sono indicati in sigla nelle didascalie:<br />

A.C. = Archivio SPI-CGIL Toscana<br />

A.V. = Archivio Vestri, Comune di Montevarchi (AR)<br />

A.R. = Andrea Rossi<br />

C.M. = Carlo Marini<br />

D.H. = Dietrich Henckel<br />

F.F. = Francesco Fedeli<br />

F.T. = Fabrizio Tempesti<br />

L.B. = Lorenzo Brunetti<br />

L.G. = Luigi Giovannozzi<br />

L.M. = Lorenzo Meacci<br />

P.M. = Archivio Parco naturale Migliarino<br />

-San Rossore-Massaciuccoli<br />

V.V. = Viviano e Massimo Venturi<br />

<strong>La</strong> foto di copertina è di Fabrizio Tempesti.


Sommario<br />

Presentazione Maria Grazia Mammuccini 7<br />

PARTE PRIMA - LE MOTIVAZIONI<br />

1.1 <strong>La</strong>voro, <strong>memoria</strong> e socialità dello sviluppo<br />

Ivan Chiti, SPI-CGIL Toscana 11<br />

1.2 <strong>La</strong> cultura, le risorse locali e le attività tradizionali<br />

nello sviluppo rurale della Toscana<br />

Roberto D’Alonzo, ARSIA 15<br />

1.3 L’artigianato rurale a rischio di estinzione:<br />

la legge regionale n. 15/95<br />

Marco Minucci, Regione Toscana 21<br />

1.4 Molte Toscane, molte ruralità. Agricoltura e territorio<br />

nel contesto socioeconomico della regione<br />

Roberto Pagni, IRPET 25<br />

1.5 Perché insistere sul lavoro<br />

Fedele Ruggeri, Università di Pisa 33<br />

1.6 <strong>Antichi</strong> mestieri e <strong>memoria</strong> storica<br />

del territorio rurale<br />

<strong>La</strong>ura Cassi, Università di Firenze 39<br />

1.7 Percorsi di sviluppo rurale nel paesaggio toscano<br />

Monica Meini, Università di Firenze 45<br />

1.8 Una proposta concreta: la scuola dei mestieri<br />

SPI-CGIL Toscana 47<br />

PARTE SECONDA - LA RILEVAZIONE<br />

2.1 L’indagine: le finalità, la metodologia, i rilevatori<br />

Alfio Savini, SPI-CGIL Toscana 55<br />

2.2 Un quadro d’insieme<br />

Marco Noferi 65


6<br />

ARSIA<br />

2.3 Le attività censite SPI-CGIL Toscana 69<br />

2.4 <strong>Mestieri</strong> e attività tradizionali: schede illustrative<br />

a cura del Gruppo di ricerca”<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> storica del territorio rurale”<br />

(<strong>La</strong>ura Cassi, Monica Meini, Margherita Azzari, Lidia Calzolai)<br />

coordinato da <strong>La</strong>ura Cassi, Dipartimento di Studi storici e geografici,<br />

Università di Firenze 95<br />

2.5 Storie 129<br />

2.6 Altre segnalazioni Marco Noferi 155<br />

2.7 Percorsi di approfondimento<br />

a cura del Gruppo di ricerca “<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> storica del territorio rurale”<br />

coordinato da <strong>La</strong>ura Cassi, Dipartimento di Studi storici e geografici,<br />

Università di Firenze 159<br />

• Il lavoro del boscaiolo • Alessandra Zanzi Sulli 159<br />

• <strong>La</strong> transumanza • Lidia Calzolai 163<br />

• <strong>La</strong> tradizione del “cantar Maggio” • Gabriella <strong>La</strong>zzeri 174<br />

• Il Maggio drammatico • Monica Meini 177<br />

PARTE TERZA - CONTRIBUTI<br />

3.1 Artifex<br />

Corrado Barberis, INSOR - Istituto Nazionale Sociologia Rurale 185<br />

3.2 Un patrimonio di risorse: l’artigianato agroalimentare<br />

Beppe Bigazzi 189<br />

3.3 L’esperienza dei Presìdi<br />

Nanni Ricci, Slow Food Toscana 193<br />

3.4 <strong>Antichi</strong> mestieri e nuove professionalità<br />

Beppe Croce, Legambiente 197<br />

3.5 Zeri e la mezzalana: un’esperienza di recupero<br />

e valorizzazione<br />

Cinzia Angiolini 201<br />

3.6 Documentare la <strong>memoria</strong>, progettare il presente<br />

Andrea Rossi, Mario Spiganti, Comunità Montana del Casentino<br />

CRED - Centro Risorse Educative e Didattiche 205<br />

3.7 L’agriturismo e la scoperta del territorio<br />

Carlo Hausmann, ANAGRITUR 209<br />

3.8 Il lavoro artigiano: un valore attuale e diffuso<br />

Giorgio Guerrini, FederImpresa, Arezzo 213<br />

3.9 Storia di un’amicizia e di ceste di castagno<br />

Dietrich Henckel 217<br />

Bibliografia di riferimento 223


Presentazione<br />

<strong>La</strong> pubblicazione di questo libro giunge a coronamento di un<br />

proficuo rapporto di collaborazione instaurato fra l’ARSIA e il sindacato<br />

dei pensionati SPI-CGIL, che ha avuto lo scopo di far riscoprire<br />

gli antichi mestieri non soltanto ai turisti che giungono in<br />

Toscana affascinati dal mondo rurale, ma anche alle stesse popolazioni<br />

toscane, che vivono nei territori rurali, ma che rischiavano di<br />

perdere la consapevolezza <strong>delle</strong> loro stesse tradizioni.<br />

Il sindacato dei pensionati ha avviato e portato a conclusione<br />

un’indagine, svolta dai propri iscritti nei territori rurali, che ha permesso<br />

di raccogliere segnalazioni e testimonianze di attività artigiane<br />

ancora presenti, spesso tenute in vita esclusivamente grazie all’opera<br />

di pensionati. L’indagine, tra l’altro, ha il merito di segnalare<br />

agli enti locali le località nelle quali sono presenti le attività artigiane,<br />

affinché si facciano carico della loro valorizzazione quale<br />

“patrimonio comune”. L’artigianato rurale toscano è infatti orgoglio<br />

e simbolo di una cultura locale che ha spesso portato a produzioni<br />

caratterizzate da una qualità che trascende la classica distinzione fra<br />

“arte” e “artigianato”. Alcune di queste attività, per varie ragioni,<br />

hanno rischiato e rischiano di essere abbandonate e necessitano di<br />

azioni che permettano di rilanciarle, rivalutandole. Ciò al fine di<br />

mantenere sul territorio attività che riassumono in sé quel valore<br />

aggiunto che è proprio della Toscana e che è fatto di paesaggio,<br />

ambiente, tipicità e qualità dei prodotti, ma anche di cultura e saperi<br />

locali che sono alla base di un tessuto sociale di valore certo non<br />

inferiore a quello economico.<br />

<strong>La</strong> legge regionale n. 15/97 “Salvaguardia e valorizzazione<br />

<strong>delle</strong> attività rurali in via di cessazione” può contribuire a ridar vita<br />

agli antichi mestieri, facendo prima di tutto emergere una realtà<br />

sommersa ed ormai quasi scomparsa, ma che può ancora rappresentare<br />

una grande opportunità per mantenere le tradizioni <strong>delle</strong><br />

attività umane legate ad un concetto alto della manualità, ad un


8<br />

ARSIA<br />

rapporto dell’uomo con le risorse povere. È una legge importante,<br />

un primo passo al quale dovranno seguirne altri.<br />

Siamo consapevoli infatti che, se si vogliono difendere e salvaguardare<br />

gli antichi mestieri rurali tramandandone i saperi e dando<br />

loro adeguata valorizzazione, sono necessari interventi a supporto<br />

<strong>delle</strong> imprese partendo in primo luogo dalla formazione, dal rapporto<br />

tra mondo del lavoro, scuola e innovazione.<br />

Un percorso che può essere avviato valorizzando, innanzitutto,<br />

quei protagonisti ancora rimasti e che possono offrire le proprie<br />

conoscenze al fine di consentirne una nuova valorizzazione, che<br />

partendo dalle diverse tradizioni locali degli antichi mestieri rurali,<br />

sappia adeguarle alle mutate esigenze e condizioni di vita, mantenendo<br />

però inalterato quel rapporto con il territorio rurale e con il<br />

suo tessuto sociale che costituiscono l’essenza del loro valore.<br />

Maria Grazia Mammuccini<br />

Amministratore ARSIA


PARTE PRIMA<br />

Le motivazioni


1.1 <strong>La</strong>voro, <strong>memoria</strong> e socialità<br />

dello sviluppo<br />

Ivan Chiti<br />

Segretario generale SPI-CGIL Toscana<br />

In questo libro vive una parte importante di noi pensionati:<br />

quella legata all’esperienza lavorativa. È il periodo nel quale ciascuno<br />

di noi spende le migliori energie fisiche ed intellettuali e,<br />

indiscutibilmente, rappresenta il periodo più importante nella vita<br />

<strong>delle</strong> persone. Nella fattispecie si parla del lavoro legato agli “antichi<br />

mestieri” <strong>delle</strong> aree rurali nei settori dell’artigianato, dell’agricoltura<br />

e <strong>delle</strong> attività collaterali. Settori ed attività in cui il “lavoro”<br />

ha significato, più che in altri, fatica e sudore per tutti, senza<br />

essere peraltro sufficientemente valorizzato per i livelli professionali<br />

espressi, né ricompensato da redditi adeguati. Ciò nonostante,<br />

gli “antichi mestieri” hanno segnato profondamente il costume, la<br />

storia e le tradizioni del territorio toscano, rappresentando fortemente<br />

le condizioni socioeconomiche di secoli di vita <strong>delle</strong> popolazioni,<br />

dando senso di appartenenza alle comunità rurali e attaccamento<br />

profondo al proprio lavoro.<br />

Il tempo e l’azione dell’uomo poco accorto a proteggere valori e<br />

tradizioni costruiti con l’impegno della sua gente, si sono incaricati<br />

di immettere nel viale del tramonto mestieri, professioni, prodotti<br />

ed interi settori produttivi, determinando forti cambiamenti nel territorio<br />

rurale, che si <strong>mani</strong>festano particolarmente con i fenomeni di<br />

spopolamento e abbandono <strong>delle</strong> aree montane o a prevalente insediamento<br />

agricolo.<br />

Proprio mentre ciò si realizzava negli ultimi decenni, è però innegabile<br />

che si sia prodotta una profonda trasformazione economica e<br />

sociale del territorio toscano; industrializzazione, nuove tecnologie,<br />

servizi, turismo e agriturismo hanno permesso alla Toscana di svilupparsi,<br />

crescere e affermarsi sul piano economico, sociale e amministrativo,<br />

come una <strong>delle</strong> realtà nazionali più dinamiche e innovative,<br />

facendo crescere la ricchezza individuale e collettiva della popolazione,<br />

elevando la qualità della vita e sapendo far coesistere uno<br />

sviluppo compatibile con l’ambiente e la natura del nostro territorio.


12<br />

ARSIA<br />

Aratura con buoi, nei primi anni del secolo scorso, tra la Val d’Ambra aretina<br />

e il senese: una <strong>delle</strong> immagini più caratterizzanti della campagna toscana<br />

A.V.<br />

Non si fraintenda, non si vuole dire che siamo in paradiso;<br />

siamo una realtà sviluppata e in crescita, questo sì. E ciò premia la<br />

buona amministrazione pubblica, la capacità e l’intraprendenza dei<br />

soggetti economici e sociali, nonché la qualità <strong>delle</strong> relazioni fra le<br />

parti sociali. Ciò detto, si deve sottolineare, anche, come nelle<br />

nostre terre esistano disagi per uno sviluppo ancora incerto, sacche<br />

di crisi importanti e malesseri diffusi nelle giovani generazioni alle<br />

prese con la volontà di trovarsi un lavoro “scelto” e cozzare, invece,<br />

con un’offerta di lavoro sempre più precaria e “imposta” dalle<br />

circostanze date.<br />

Pensando un po’ a tutto questo e al modo di saldare storia, tradizione<br />

e cultura del sapere e del conoscere <strong>delle</strong> persone anziane<br />

con le problematiche dello sviluppo, ci siamo incamminati in un<br />

percorso progettuale come quello degli “<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in<br />

Toscana” realizzato in convenzione con ARSIA. Siamo convinti che<br />

non si va da nessuna parte se si smarrisce <strong>memoria</strong>, identità e<br />

appartenenza <strong>delle</strong> popolazioni. Il futuro passa anche attraverso la<br />

difesa e la valorizzazione di tutto quel patrimonio lavorativo del<br />

mondo rurale che di generazione in generazione si è tramandato<br />

fino ai giorni nostri e che oggi rischia la cessazione e la scomparsa.<br />

Naturalmente non si tratta di mantenere immutato l’esistente come


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Forme e modelli in una falegnameria a Montevarchi, inizi del Novecento:<br />

la professionalità dell’artigianato locale al servizio della produzione industriale<br />

A.V.<br />

se fosse una reliquia, o un rudere antico: anzi, è indispensabile l’apporto<br />

del progresso scientifico e tecnologico per migliorare la qualità<br />

<strong>delle</strong> prestazioni lavorative, per una maggiore efficacia produttiva<br />

ed una redditività soddisfacente.<br />

Abbiamo apprezzato la scelta legislativa della Regione Toscana<br />

con la promulgazione della legge n. 15/97, perché si colloca in questa<br />

lunghezza d’onda e assume i valori professionali del lavoro e<br />

<strong>delle</strong> tradizioni rurali come elementi importanti, non da difendere<br />

come reperti museali, ma come possibili strumenti di nuova occupazione,<br />

nuove opportunità d’impresa e quindi di sviluppo. Ci<br />

siamo impegnati così, con il progetto, a favorire la più ampia raccolta<br />

d’informazioni possibile per censire ciò che ancora rimane e<br />

trasmettere i risultati agli enti locali del territorio per il loro inserimento<br />

nell’elenco regionale.<br />

Il libro dà conto di questo lavoro progettuale e lo rende fruibile<br />

alla collettività regionale. Ne mostra i pregi con i racconti di vita<br />

reale dei diretti protagonisti dei lavori degli antichi mestieri, raccolti<br />

con tutta quella volontà e spontaneità di chi opera in modo<br />

assolutamente volontario, come i nostri attivisti <strong>delle</strong> leghe SPI e<br />

vuole dare il proprio contributo a una causa giusta e ad un progetto<br />

che condivide; come ne mostra, d’altronde, i limiti, dati da una<br />

13


14<br />

ARSIA<br />

ricerca non svolta con tutte quelle caratteristiche di scientificità che<br />

possono essere assicurate solo da strutture specialistiche.<br />

Di questa pubblicazione ringraziamo ARSIA e la Regione Toscana<br />

che, nell’aver aderito alla nostra richiesta, permettono al progetto<br />

di avere una visibilità straordinaria. E soprattutto perché –<br />

con i tanti contributi qui raccolti – si riesce a dar voce alla società<br />

civile e si rimettono al centro dell’interesse collettivo tutti quei valori<br />

di socialità, progresso e sviluppo connaturati al lavoro degli antichi<br />

mestieri e più in generale al “lavoro” in senso lato.


1.2 <strong>La</strong> cultura, le risorse locali<br />

e le attività tradizionali nello sviluppo<br />

rurale della Toscana<br />

Roberto D’Alonzo - ARSIA<br />

Gli orientamenti dell’Unione Europea per lo sviluppo rurale<br />

sono rivolti verso la necessità che i soggetti locali accrescano il loro<br />

ruolo di protagonisti capaci di progettare insieme percorsi e azioni<br />

di sviluppo. Sempre più gli “attori locali”, politici, economici, culturali<br />

e sociali hanno il compito di individuare percorsi, progetti e<br />

risorse capaci di valorizzare i propri territori. Gli interventi di sviluppo<br />

nelle aree rurali sono finalizzati al sostegno <strong>delle</strong> aree deboli,<br />

ma sono anche occasioni di collaudo di metodologie e strumenti<br />

di supporto ai sistemi locali, utilizzabili cioè anche in tutte quelle<br />

aree, magari anche non rurali, con grossi problemi di riorganizzazione,<br />

degrado, disoccupazione ed esclusione.<br />

Le aree rurali toscane riflettono la specificità toscana fatta di<br />

tante comunità, con attività di tipo artigiano e piccola industria diffuse<br />

su un territorio ancora orgogliosamente rurale. L’artigianato<br />

toscano, da sempre presente e diffuso sul territorio, con un’impresa<br />

ogni 13 abitanti fa della Toscana la regione italiana a maggior<br />

presenza di imprese artigiane. Il 20% della popolazione occupata<br />

lavora nell’artigianato che, insieme alla piccola e media impresa,<br />

può essere considerato la struttura portante dell’economia regionale.<br />

In tutto questo va ad inserirsi l’agricoltura, con una produzione<br />

molto attenta alla tipicità e alla qualità.<br />

<strong>La</strong> realtà rurale toscana, con la sua “campagna urbanizzata”, con<br />

i fenomeni di spopolamento ora rallentati, per molti versi è unica e<br />

pur con le sue necessità, in molti casi è vista da altre regioni europee<br />

come auspicato punto di arrivo di un percorso di sviluppo.<br />

Sono ormai numerose le iniziative avviate da enti locali toscani<br />

che hanno avvertito l’esigenza di essere protagonisti di progetti di<br />

sviluppo rurale nelle loro aree; questo ha grande valenza innovativa<br />

e pone interrogativi stimolanti per quanto concerne le stesse<br />

metodologie d’intervento tradizionali. Sono esperienze legate da


16<br />

ARSIA<br />

un filo comune che è quello riguardante la priorità data in qualsiasi<br />

progetto alla partecipazione <strong>delle</strong> popolazioni locali, in quanto<br />

l’efficacia stessa di un obiettivo prefissato è subordinata alla sua<br />

capacità aggregante e alla capacità di risvegliare e diffondere il<br />

“senso di appartenenza” al proprio territorio.<br />

Lo sviluppo locale deve unire all’obiettivo di protezione dei<br />

valori presenti, il recupero e il sostegno di attività economiche tradizionali,<br />

incentivandone di nuove laddove possibile. L’agricoltura<br />

e l’artigianato rurale sono le attività che meglio si prestano a collaborare<br />

alla tutela di questi territori, valorizzando l’integrazione tra<br />

uomo e ambiente naturale (così come s’intende quando si parla di<br />

agricoltura eco-compatibile); per questo il mantenimento <strong>delle</strong> attività<br />

agricole e artigiane ancora presenti nelle aree rurali diventa un<br />

obiettivo necessario per lo stesso sviluppo rurale.<br />

Questo perché l’artigianato rurale toscano è da sempre simbolo<br />

di una cultura locale che ha spesso portato a produzioni caratterizzate<br />

da una qualità che trascende la classica distinzione fra “arte”<br />

ed “artigianato”. <strong>La</strong> legge regionale “Salvaguardia e valorizzazione<br />

<strong>delle</strong> attività rurali in via di cessazione”, può far emergere una<br />

realtà sommersa e in difficoltà ma con grande capacità di mantenere<br />

le tradizioni di quei mestieri legati ad un concetto alto della<br />

manualità, ad un rapporto con le risorse povere. <strong>La</strong> legge ha permesso<br />

l’istituzione dell’elenco regionale dei processi produttivi,<br />

<strong>delle</strong> attività rurali e <strong>delle</strong> strutture ad esse collegate a rischio di<br />

cessazione e scomparsa, strutturato in tre sezioni: Processi produttivi<br />

attività, Aziende, Strutture d’interesse storico. L’elenco può<br />

essere aggiornato in qualsiasi momento da parte della Giunta Regionale,<br />

sulla base <strong>delle</strong> schede di segnalazione comunali raccolte<br />

da Province e Comunità Montane.<br />

L’elenco riporta oltre 100 tra attività, aziende e strutture, ma siamo<br />

tutti consapevoli di quanto sia più ricco il patrimonio toscano.<br />

Per questo il Sindacato Pensionati Italiani della CGIL ha promosso<br />

un’iniziativa realizzata dai propri iscritti per censire e segnalare<br />

agli enti locali e alle popolazioni l’esistenza di “antichi mestieri rurali”<br />

che pur tra mille difficoltà continuano ad essere presenti. L’iniziativa<br />

dello SPI, promossa e gestita come un vero e proprio “censimento”<br />

e mirata a segnalare e rendere visibili gli artigiani ancora attivi,<br />

è stata realizzata dagli iscritti con grande passione ed è stata occasione<br />

di collaborazione con l’ARSIA.<br />

L’indagine si è svolta nelle aree rurali <strong>delle</strong> varie province ed ha


<strong>La</strong> raccolta della legna<br />

per uso domestico, sulle<br />

colline del Chianti:<br />

i lavori del bosco<br />

integrano l’economia<br />

familiare nell’epoca<br />

della mezzadria<br />

A.V.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

raccolto una quantità di segnalazioni e testimonianze di attività<br />

artigiane ancora presenti, spesso tenute in vita da pensionati.<br />

L’iniziativa è servita per segnalare agli enti locali dove sono le attività<br />

artigiane, perché si facciano carico della loro valorizzazione<br />

quale “patrimonio comune”. Nella consapevolezza che per certi<br />

versi la ruralità Toscana è ben diversa dal concetto di ruralità di<br />

altre regioni e soprattutto di altri Paesi europei, perché anche se non<br />

esiste certo una “ortodossia dello spazio rurale”, generalmente lo si<br />

identifica con un territorio con scarsa, dispersa distribuzione di<br />

popolazione, limitatissima presenza di costruzioni (in genere spartanamente<br />

rurali) e diffusa presenza di attività agricole e zootecniche<br />

anche semiestensive, unite a una specificità <strong>delle</strong> culture locali.<br />

In Toscana, invece, ancor oggi, in molte aree rurali, convivono il<br />

paesaggio rurale impreziosito da secoli di lavorazioni contadine e il<br />

permanere di insediamenti ad alta concentrazione abitativa (piccoli<br />

paesi o borghi rurali).<br />

Tutta la regione è testimonianza di un antico, faticoso lavoro<br />

che nel tempo ha cesellato il territorio, modellandolo nei secoli, per-<br />

17


18<br />

ARSIA<br />

meato dall’orgoglio <strong>delle</strong> proprie radici, che ha respinto negli anni<br />

tentazioni di saccheggi urbanistici. Questa armonia fatta di paesaggio,<br />

cultura, arte, lavoro, fa della Toscana un fenomeno unico che ha<br />

scelto il suo percorso di sviluppo nell’equilibrio tra conservazione<br />

di un patrimonio e sfide stimolanti: sviluppo compatibile, salvaguardia<br />

dell’ambiente, introduzione <strong>delle</strong> innovazioni nelle attività<br />

artigiane rurali tradizionali sono strumenti operativi fondamentali.<br />

Compito dell’ARSIA è di consolidare il suo ruolo di strumento<br />

tecnico della Regione attraverso la funzione di interfaccia tra mondo<br />

della produzione, soggetti del territorio rurale, del mondo scientifico,<br />

del consumo, del sistema regionale dei servizi di sviluppo<br />

agricolo. Il riferimento strategico dell’azione dell’Agenzia viene<br />

individuato nei principi ispiratori della politica di sviluppo rurale,<br />

nel cui ambito si chiede non solo di garantire – in sinergia con la<br />

Giunta Regionale e con i soggetti del territorio – un ruolo attivo<br />

nella sua attuazione, ma anche di individuare gli strumenti conoscitivi<br />

necessari alla rilevazione dei progetti in corso di attuazione<br />

e il confronto con esperienze fuori della regione, onde favorire l’apprendimento<br />

da parte di tutto il sistema e facilitare la messa a punto<br />

di metodologie innovative da introdurre nei cicli successivi di programmazione;<br />

in tal senso, può essere intesa l’iniziativa portata a<br />

compimento dallo SPI.<br />

Il ruolo dell’ARSIA per lo sviluppo rurale è importante per ciò<br />

che concerne la comunicazione <strong>delle</strong> opportunità, la divulgazione e<br />

la circolazione <strong>delle</strong> informazioni, la promozione di progetti-pilota.<br />

Per questo ha attivato progetti di sviluppo rurale quali “Donne e<br />

giovani nelle aree rurali toscane”, per organizzare una rete per la<br />

circolazione <strong>delle</strong> informazioni e per la cooperazione, rendendo<br />

possibile una comunicazione diretta tra attori locali, riducendo il<br />

senso d’isolamento che normalmente caratterizza le aree rurali.<br />

Le linee della strategia di sviluppo rurale della Regione Toscana<br />

partono dalla constatazione dell’emergere di uno specifico “modello<br />

toscano” di sviluppo agricolo e rurale, in grado di recuperare la<br />

tradizione e la cultura locale e di innestarla nei circuiti moderni di<br />

valorizzazione economica attraverso forme tecniche e organizzative<br />

appropriate. Tale modello è fortemente centrato sul concetto di<br />

“qualità della vita”, che interessa tanto i ceti urbani quanto quelli<br />

rurali attraverso il rafforzamento di un legame – peraltro mai completamente<br />

perduto – tra città e campagna; quale altro tema se non<br />

l’artigianato rurale si presta ad essere esemplificativo e “pilota” di<br />

un percorso di recupero e valorizzazione?


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong> sarchiatura del grano, primi anni del Novecento: nei momenti di maggiore<br />

necessità, era assai frequente lo scambio di manodopera tra le famiglie<br />

o il prendere “ad opra” avventizi stagionali A.V.<br />

Nel Piano di Sviluppo Rurale della Toscana, l’obiettivo generale<br />

“Sostegno alla qualità della vita in Toscana” è articolato in tre sottobiettivi:<br />

• sostegno al miglioramento della competitività aziendale, al reddito<br />

agricolo e alle produzioni di qualità;<br />

• sostegno al mantenimento e miglioramento della qualità<br />

ambientale e paesaggistica <strong>delle</strong> zone rurali;<br />

• sostegno alla fruizione <strong>delle</strong> opportunità offerte dalle zone rurali.<br />

Il punto nodale d’intervento per lo sviluppo rurale è sempre<br />

rivolto a favorire l’inserimento di nuovi soggetti e la loro capacità<br />

di fare “impresa”. I fattori che limitano o facilitano l’accesso alle<br />

opportunità sociali ed economiche, hanno importanza e, in qualche<br />

caso, segno diverso a seconda del contesto in cui essi si <strong>mani</strong>festano.<br />

In generale, in molti casi gli svantaggi legati alla ruralità interagiscono<br />

con gli svantaggi legati alla condizione femminile e/o giovanile;<br />

i risultati di questa interazione non sono però scontati: talvolta<br />

gli uni amplificano gli altri, talaltra al contrario la loro ricombinazione<br />

genera inattesi effetti positivi. Questi soggetti necessitano<br />

di strumenti in parte nuovi rispetto al passato: in particolare, la<br />

capacità di “fare impresa”, di comunicare con l’esterno, di svilup-<br />

19


20<br />

ARSIA<br />

pare nuove forme associative, di produrre innovazione basata sulla<br />

rielaborazione <strong>delle</strong> specificità locali.<br />

Lo SPI, con la sua iniziativa, ha dimostrato che molto potrebbe<br />

essere fatto, non solo per quel che riguarda lo “scovare” e rendere<br />

visibili al di là dell’ambito locale quelle attività artigiane ancora<br />

vive, ma minacciate di scomparsa, ma soprattutto per aver sottolineato<br />

quanto ancor oggi sia diffuso il “senso d’appartenenza” e di<br />

presenze artigiane in tanta parte <strong>delle</strong> nostre campagne. Infine, l’indagine<br />

dello SPI ha sottolineato un punto che, pur citato per ultimo,<br />

è quello a cui riteniamo forse di poter dare il maggior valore metodologico:<br />

gli “anziani”, pensionati con grande esperienza derivante<br />

da una vita di lavoro, potrebbero essere visti come “animatori” di<br />

progetti locali di sviluppo e attivatori e tutor di percorsi di recupero<br />

e valorizzazione di attività di artigianato rurale, che quindi potrebbero<br />

concretamente rappresentare una nuova opportunità di<br />

lavoro e d’impresa.


1.3 L’artigianato rurale a rischio<br />

di estinzione: la legge regionale n. 15/97<br />

Marco Minucci<br />

Dipartimento Sviluppo Economico, Regione Toscana<br />

Nell’ambito degli interventi rivolti alla promozione dello sviluppo<br />

rurale integrato, oltre agli ordinari strumenti rivolti ad<br />

aumentare l’efficienza e la competitività <strong>delle</strong> imprese, rivestono<br />

grande importanza anche azioni a carattere complementare orientate<br />

alla conoscenza, ed all’eventuale mantenimento sul territorio,<br />

di attività che hanno caratterizzato, o interessano ancora oggi, le<br />

diverse realtà locali toscane ricche di storia, cultura, paesaggio, tipicità<br />

e qualità dei prodotti.<br />

<strong>La</strong> legge regionale del 5 marzo 1997 n. 15 recante “Salvaguardia<br />

e valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali in via di cessazione” s’inquadra<br />

a pieno titolo in questa tipologia di azioni, il cui obiettivo è<br />

avviare azioni di sviluppo <strong>delle</strong> zone rurali, a partire dalla conoscenza<br />

e dalla valorizzazione <strong>delle</strong> risorse culturali e materiali locali.<br />

Le specifiche finalità di questa legge sono promuovere azioni per<br />

salvaguardare, ripristinare, valorizzare e divulgare i processi produttivi<br />

e le attività dell’agricoltura e del mondo rurale, di particolare<br />

interesse storico e culturale, che rischiano la cessazione o la<br />

scomparsa.<br />

Nella prima fase di operatività della normativa, la Regione ha<br />

provveduto a determinare criteri ed indirizzi tecnici uniformi per<br />

l’effettuazione del censimento e la catalogazione <strong>delle</strong> attività; tale<br />

competenza è assegnata dalla legge alle Province ed alle Comunità<br />

Montane competenti per territorio le quali, su segnalazione dei<br />

Comuni, devono censire le attività e trasmettere i dati relativi alla<br />

Giunta Regionale che ha il compito di approvarli.<br />

Per rendere omogenei i dati del censimento è stata inoltre predisposta<br />

una apposita modulistica per la rilevazione <strong>delle</strong> attività<br />

oggetto della normativa.<br />

<strong>La</strong> scheda questionario di rilevazione è organizzata in modo da<br />

fornire, oltre ai dati identificativi dell’azienda o dell’attività, una<br />

prima serie di elementi che caratterizzano la connessione dell’attività<br />

sul territorio, quale ad esempio la presenza storicamente accer-


22<br />

ARSIA<br />

Battitura del grano nella piana di Montevarchi (primi del Novecento), con utilizzo<br />

di contoterzisti: l’orgoglio del proprietario di una <strong>delle</strong> prime “macchine” A.V.<br />

tata nella zona dell’attività e l’eventuale collegamento di questa con<br />

altre attività rurali tipiche.<br />

Viene inoltre prevista una breve descrizione del ciclo produttivo,<br />

con l’individuazione di eventuali collegamenti con altre produzioni<br />

o materie prime prodotte nella zona, e/o la produzione di<br />

manufatti intermedi da parte dell’azienda che inneschino piccoli<br />

processi di “filiera”; importante, infine, la rilevazione degli elementi<br />

che possono determinare la cessazione dell’attività.<br />

Considerata l’estrema eterogeneità della materia, oltre all’oggettiva<br />

difficoltà di stabilire a priori gli elementi fondamentali per la<br />

definizione <strong>delle</strong> attività rurali, nella scheda è stata prevista una ultima<br />

sezione “aperta” che consente al tecnico del Comune di illustrare<br />

eventuali caratteristiche qualificanti dell’attività e le motivazioni<br />

che, evidenziando la relazione dell’attività stessa con l’ambiente e lo<br />

sviluppo rurale, permettano di valutare l’opportunità di censirla.<br />

Lo svolgimento della prima fase di rilevazione, pur mostrando<br />

una scarsa omogeneità dei dati prodotti sia sotto gli aspetti metodologici<br />

che geografici, ha fornito una serie di elementi interessanti<br />

sia per l’organizzazione dei dati del censimento che per la definizione<br />

di future azioni di divulgazione ed informazione.<br />

In particolare è emersa, in alcune realtà, la permanenza sia di


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Il barcaiolo traghetta sull’Arno merci e persone (1905-10) A.V.<br />

piccole attività agricolo-rurali retaggio degli antichi sistemi economici<br />

rurali (quali ad esempio la produzione di carbone vegetale, la<br />

produzione di utensileria da lavoro, la permanenza di particolari<br />

processi tradizionali di trasformazione dei prodotti agricoli), sia di<br />

iniziative peculiari della cultura contadina (ad esempio, la tradizione<br />

<strong>delle</strong> gare di poesia estemporanea o “Maggio”) o della loro naturale<br />

odierna evoluzione, in particolare attività didattiche rivolte alla<br />

divulgazione <strong>delle</strong> tradizioni rurali.<br />

L’elenco regionale, istituito con delibera di Giunta Regionale n.<br />

938 del 13 agosto 1998, è stato successivamente integrato con specifiche<br />

deliberazioni negli anni 1999, 2000 e 2001.<br />

Infatti, la normativa stabilisce che questo sia costantemente aggiornato<br />

con l’integrazione dei dati e degli elementi di volta in volta<br />

trasmessi da Province e Comunità Montane, sulla base <strong>delle</strong> segnalazioni<br />

dei Comuni e dei soggetti interessati.<br />

Concettualmente l’elenco è stato organizzato in tre sezioni:<br />

• la catalogazione e la relativa codifica dei processi produttivi,<br />

<strong>delle</strong> attività dell’agricoltura, <strong>delle</strong> attività dell’ambiente rurale<br />

rilevati sull’intero territorio regionale;<br />

• l’elenco analitico per Provincia con i dati identificativi <strong>delle</strong><br />

aziende censite in base alle codifiche della prima sezione;<br />

23


24<br />

ARSIA<br />

• il censimento <strong>delle</strong> strutture storiche (molini con macine in pietra,<br />

frantoi tradizionali, ferriere con magli azionati ad acqua ecc.).<br />

Ad oggi risultano censite 67 aziende – o soggetti singoli – che<br />

svolgono attività rientranti nelle categorie previste dalla legge, 12<br />

processi produttivi tradizionali, 6 attività dell’agricoltura, 10 attività<br />

tipiche dell’ambiente rurale oltre a 33 strutture produttive di<br />

interesse storico.<br />

Per avviare un processo di informazione e divulgazione circa le<br />

finalità ed i risultati della legge, funzionale anche ad affrontare le<br />

problematiche emerse nelle prime fasi del censimento – attribuibili<br />

in parte ad una insufficiente efficacia degli strumenti informativi<br />

impiegati e alla difficoltà da parte di molti Comuni di contattare i<br />

soggetti potenzialmente interessati – è stato successivamente definito<br />

uno specifico progetto informativo di livello regionale.<br />

L’ARSIA, soggetto incaricato della realizzazione del progetto<br />

stesso, ha provveduto alla predisposizione di materiale divulgativo<br />

cartaceo, distribuito su tutto il territorio regionale, riportante le<br />

informazioni principali sulla legge regionale n. 15/97 e sulle modalità<br />

di censimento e catalogazione <strong>delle</strong> attività.<br />

Quale canale di comunicazione per le informazioni sulla legge e<br />

sulle diverse realtà rurali della Toscana, è stato inoltre predisposto<br />

un apposito servizio, veicolato tramite il sito Internet dell’ARSIA<br />

(www.arsia.toscana.it) collegato e visibile al sito della Regione Toscana<br />

(www.regione.toscana.it).<br />

Le pagine relative sono articolate in una prima parte di informazione<br />

generale sulla legge, riportante il testo integrale, i criteri e<br />

gli indirizzi tecnici dettati dalla Regione, le finalità e le procedure<br />

attuative. <strong>La</strong> messa a disposizione <strong>delle</strong> informazioni del censimento<br />

permette una diretta ed immediata correlazione con i numerosi<br />

servizi già disponibili sui siti della Regione Toscana e dell’ARSIA,<br />

al fine di promuovere la conoscenza dei territori rurali della<br />

Toscana nel loro complesso.<br />

Il servizio si propone inoltre quale importante strumento di<br />

supporto didattico-divulgativo per lo studio <strong>delle</strong> attività connesse<br />

al mondo rurale. Le pagine, organizzate per aree territoriali e tematiche,<br />

permettono la consultazione degli elenchi aggiornati del censimento<br />

in modo da fornire informazioni sulle attività, i processi e<br />

le strutture rilevate. Per ogni azienda, o soggetto singolo, vengono<br />

quindi riportati indirizzo, riferimenti geografici ed eventuali notizie<br />

aggiuntive o documentazione fotografica.


1.4 Molte Toscane, molte ruralità.<br />

Agricoltura e territorio nel contesto<br />

socioeconomico della regione<br />

Roberto Pagni, IRPET<br />

L’apporto conoscitivo di un economista al tema degli antichi<br />

mestieri in Toscana può essere per molti versi ambiguo. Egli deve<br />

resistere contemporaneamente a due tentazioni contrapposte, a due<br />

possibili estremizzazioni. <strong>La</strong> prima è quella di sottolineare il valore<br />

anche economico di questi mestieri, in qualche modo sublimandone<br />

la funzione sociale, intravedendo un ruolo superiore rispetto ad<br />

altre attività. <strong>La</strong> seconda è quella di riportare l’analisi su un piano<br />

strettamente quantitativo freddando gli animi di chi vuole assegnare<br />

agli antichi mestieri una prospettiva occupazionale sostitutiva,<br />

per certi versi, di altri posti di lavoro nei settori <strong>mani</strong>fatturieri o terziari<br />

attualmente prevalenti.<br />

Cercheremo, per quanto possibile, di uscire da questa ambiguità<br />

collocando l’argomento in un contesto analitico piuttosto vasto, in<br />

cui gli aspetti più strettamente economici si intrecciano a quelli<br />

sociali e culturali. È di aiuto in questo senso l’ampiezza dell’oggetto<br />

di analisi assegnatoci che ha come elemento di aggregazione l’aggettivo<br />

“rurale”, che di per sé contiene riferimenti a più settori produttivi,<br />

intimamente connessi al territorio ed alle regole di vita in<br />

esso presenti.<br />

In particolare, ci riuscirebbe difficile non trattare in modo congiunto<br />

due fenomeni strettamente connessi come l’artigianato rurale<br />

(quale sovrainsieme degli antichi mestieri) e l’agricoltura. In<br />

primo luogo perché hanno una comune origine nella famiglia contadina<br />

dei secoli passati che era organizzata prevalentemente per<br />

l’autoconsumo, per cui produceva quasi tutto quello che necessitava<br />

per i propri bisogni, compresi anche i manufatti per il lavoro, ed<br />

effettuava autonomamente le trasformazioni <strong>delle</strong> materie prime in<br />

prodotti finiti, alimentari e non.<br />

Una seconda ragione, più rilevante ai fini della nostra analisi, è<br />

che in Toscana si assiste attualmente ad una rivalutazione <strong>delle</strong> attività<br />

rurali (intrinsecamente agricole e artigianali), che hanno resi-


26<br />

ARSIA<br />

Cartina 1 - Tipologie di SEL rurali in Toscana Fonte: Bacci (2002), p. 208<br />

stito nei decenni scorsi al richiamo dell’emulazione del sistema produttivo<br />

“moderno” e si trovano ad avere un vantaggio competitivo<br />

nell’attuale modo di produrre che viene frequentemente etichettato<br />

come post-fordista. Un insieme di professioni e di produzioni che<br />

un tempo era sintomo di decadenza e di prossima estinzione, mentre<br />

adesso viene associata alla non-omologazione o addirittura al<br />

“patrimonio dell’arretratezza” 1 . È accaduto che in molti ambienti<br />

rurali la presenza di meccanismi locali di autoregolazione, l’abitudine<br />

a relazioni economiche di tipo informale e una più elevata flessibilità<br />

del lavoro hanno complessivamente contribuito ad una<br />

maggiore capacità di superamento del periodo fordista, caratterizzato<br />

da un’economia più strutturata e regolata.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

È opportuno iniziare a contestualizzare nelle varie parti della<br />

Toscana le considerazioni generali appena introdotte. Ci viene in<br />

aiuto una recente ricerca dell’IRPET condotta da Lorenzo Bacci 2 , che<br />

ha classificato i Sistemi economici locali (SEL) toscani in 6 gruppi sulla<br />

base del grado di diffusione territoriale dell’agricoltura e del rapporto<br />

con gli altri settori.<br />

I SEL classificati come “agricoli-rurali” sono pochi, anche se<br />

coprono una discreta superficie territoriale. In particolare ne fanno<br />

parte quelli <strong>delle</strong> colline centrali della Toscana, mentre altri di tipo<br />

montano (Amiata, Lunigiana, Garfagnana) rientrano in una classe<br />

specifica “rurali marginali”, in quanto la consistenza dell’agricoltura<br />

è accompagnata ad alcune dinamiche rivelatrici di difficoltà non<br />

solo economiche (disoccupazione, spopolamento, invecchiamento<br />

demografico).<br />

Nei SEL con una maggiore concentrazione di centri urbani sono<br />

state individuate tre classi. <strong>La</strong> prima è quella dei sistemi locali collocati<br />

prevalemente lungo la valle dell’Arno in cui l’agricoltura non<br />

incide sull’organizzazione economica se non limitatamente ad alcune<br />

microaree. <strong>La</strong> seconda classe comprende i SEL “rurali residenziali”,<br />

dove l’agricoltura ha mantenuto il proprio ruolo di ordinamento<br />

del territorio e che si trovano a distanza non elevata da grandi<br />

città (Firenze, Arezzo, Siena) con le quali intrattengono forti relazioni<br />

attraverso i movimenti pendolari. Una posizione intermedia è<br />

costituita dai SEL con “presenza agricola”, dove esistono anche specializzazioni<br />

nel settore primario (vivaismo, orticoltura) che<br />

comunque non caratterizzano la dinamica occupazionale in modo<br />

rilevante.<br />

Un’ultima categoria è quella dei SEL “turistico-rurali”, in cui i<br />

flussi turistici sono legati prevalentemente al paesaggio ed ai prodotti<br />

tipici e vedono le aziende agricole come gestori-produttori <strong>delle</strong><br />

risorse endogene e come strutture ricettive di una parte dei turisti.<br />

L’utilizzo dei sistemi economici locali quali unità di osservazione<br />

introduce alcune semplificazioni nella descrizione della distribuzione<br />

territoriale del rapporto tra attività rurali e la comunità di cui<br />

fanno parte. Riteniamo tuttavia che la classificazione adottata rispecchi<br />

bene la varietà <strong>delle</strong> “Toscane rurali”. È ovvio che spesso vi siano<br />

all’interno dei SEL specifiche situazioni microterritoriali “più rurali”<br />

nonostante la preponderanza di altri tipi di relazioni socioeconomiche<br />

nel resto del territorio. Così come aree rurali-residenziali o turistico-rurali<br />

si possono ritrovare sempre più frequentemente all’interno<br />

di zone minoritarie di SEL che non rientrano in quelle tipologie.<br />

27


28<br />

ARSIA<br />

Cartina 2 - Incidenza <strong>delle</strong> unità di lavoro del settore primario e dell’agroindustria<br />

nei SEL della Toscana Fonte: elaborazioni su dati IRPET, contabilità sub-regionale<br />

Un altro modo per rappresentare la variabilità interna alla Toscana<br />

è quello di utilizzare un indicatore elementare di incidenza<br />

<strong>delle</strong> unità di lavoro nel settore primario e nell’industria alimentare<br />

sul totale di lavoro complessivamente svolto in ogni SEL.<br />

Il risultato è un po’ diverso dalla classificazione precedente per<br />

due ordini di motivi. Il primo risiede nel fatto che è stato considerato<br />

anche il settore della trasformazione di prodotti agro-alimentari<br />

(es. cooperative vinicole, oleifici ecc.) oltre a quello primario; il<br />

secondo consiste nel ruolo da protagonista assegnato al fattore<br />

lavoro, anziché alla produzione di reddito. <strong>La</strong>voro inteso in senso<br />

ampio, anche quello prestato da chi non è occupato professional-


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

mente, ma si occupa di agricoltura ed altre attività connesse nel<br />

tempo libero (pensionati, secondolavoristi ecc.).<br />

Emerge così più chiaramente la situazione dei sistemi locali<br />

urbani, quelli non agricoli per antonomasia, dove il peso del nucleo<br />

centrale del lavoro “rurale” è quasi sempre al di sotto del 3%. Vi è<br />

poi un gruppo di SEL intorno alla media regionale (4,6%) e che si<br />

colloca nella Toscana Centro-Settentrionale. Discreta è la quota dei<br />

sistemi locali dove la presenza di unità di lavoro agricolo non è più<br />

trascurabile, tra il 6 e il 10%, con buona diffusione nelle varie parti<br />

della Toscana. Ma il dato che ci preme di più sottolineare è che esistono<br />

vari SEL in cui viene superata la soglia del 10%, fino ad un<br />

massimo del 22,5% <strong>delle</strong> Colline dell’Albegna (Grosseto): essi sono<br />

inseriti nella Toscana meridionale, con l’eccezione della Lunigiana.<br />

Ovviamente anche questa seconda classificazione dei SEL risente<br />

della semplificazione territoriale dovuta alla scelta dell’unità di<br />

osservazione. Ma c’è un altro aspetto che questa classificazione non<br />

può cogliere e che invece è rilevante: il ruolo di traino che l’agricoltura<br />

e l’industria alimentare possono avere anche su altri settori. È<br />

sufficiente pensare alle attività commerciali, artigianali e di servizio<br />

alle imprese che ruotano intorno ai prodotti agro-alimentari e che<br />

fanno parte integrante del mondo rurale. Non a caso in molte ricerche<br />

si preferisce adottare un’ottica di filiera o di sistema produttivo<br />

localizzato anziché di settore. L’agricoltura è stata la branca che,<br />

prima ancora dell’industria <strong>mani</strong>fatturiera, si è aperta agli altri settori<br />

segmentando i cicli produttivi, pur conservando un ruolo<br />

molto attivo (anche se spesso subordinato ad altri) nelle dinamiche<br />

economiche, sociali ed ambientali.<br />

I limiti <strong>delle</strong> elaborazioni sopra esposte sono talvolta superati dall’analisi<br />

<strong>delle</strong> “percezioni” di un territorio da parte dei residenti e dei<br />

visitatori. Ad esempio in un’altra ricerca dell’IRPET 3 relativamente<br />

alla percezione dell’immagine della Toscana all’estero è risultato un<br />

quadro che potrebbe essere sinteticamente descritto come un paesaggio<br />

rurale, in cui si intravedono i prodotti alimentari tipici, che fa<br />

da sfondo ai centri artistici-culturali. Le attività rurali contribuiscono<br />

perciò alla formazione di un’immagine della Toscana che ha una<br />

diretta ripercussione sul modo di produrre e di vivere nella regione.<br />

Per chiarire meglio il concetto ricorriamo ad un classico esempio.<br />

Le stime di contabilità economica sub-regionale dell’IRPET ci<br />

dicono che l’economia del Chianti (senese e fiorentino) ha soltanto<br />

una piccola parte <strong>delle</strong> unità di lavoro impegnate nell’agricoltura e<br />

29


30<br />

ARSIA<br />

Mercato di sedani del Valdarno a Montevarchi (1906-07): un luogo assai<br />

frequentato fino agli anni sessanta da “mediatori” e “sensali”, soprattutto<br />

per il commercio del bestiame A.V.<br />

nell’industria alimentare, circa l’11%. Questo significa che la struttura<br />

occupazionale è essenzialmente legata all’attività industriale e<br />

terziaria. Tale valutazione fa perdere però di vista altri aspetti strutturali<br />

che fanno parte dell’immaginario collettivo del Chianti e che<br />

sono alla base della sua identificazione come area rurale: il paesaggio,<br />

la distribuzione degli insediamenti residenziali e produttivi, la<br />

gestione del territorio; ma anche elementi più immateriali: la cultura,<br />

le tradizioni locali, l’organizzazione della vita quotidiana.<br />

Includendo anche questi aspetti si ha la percezione del Chianti,<br />

come di molte altre aree rurali della Toscana, in cui l’agricoltura e<br />

l’artigianato rurale hanno una funzione fondamentale caratterizzante<br />

l’ordinamento del territorio e per molti versi anche la qualità<br />

della vita. Una funzione sociale che i dati sull’occupazione e sul<br />

reddito non riescono a trasmettere completamente.<br />

Ritornando perciò al tema degli antichi mestieri ci sentiamo di<br />

concludere che dal punto di vista economico non ha grande senso<br />

chiederci quanto “pesano” in termini di reddito e di occupazione,<br />

ma se sono coerenti con il sistema produttivo regionale ed in particolare<br />

con il suo patrimonio di competenze; se possono integrarsi<br />

con altre attività, in particolare quelle turistiche. Le risposte sono a<br />

nostro parere positive.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Colline tra il Chianti e il Valdarno aretino (1930-32): piccoli allevamenti<br />

di pecore e maiali (anche la cinta senese), di integrazione all’economia centrata<br />

su vite, olivo e bosco A.V.<br />

Spesso si è alla ricerca di “motori di sviluppo endogeno”, più o<br />

meno piccoli a seconda del territorio al quale sono destinati. Non ci<br />

si rende conto che anche lo sviluppo di piccoli optional dei motori<br />

esistenti possono avere un significato economico anche più importante.<br />

Perché arricchiscono la varietà <strong>delle</strong> professioni che vengono<br />

svolte contribuendo al consolidamento dell’immagine della<br />

Toscana che ha una diretta ripercussione sulla sua proiezione nei<br />

mercati turistici e dei prodotti di qualità. Perché preoccuparsi anche<br />

degli aspetti culturali e <strong>delle</strong> tradizioni legate ad un sistema produttivo<br />

significa dare valore alla sua sostenibilità, al mantenimento<br />

dell’identità storica e <strong>delle</strong> tradizioni che sono i punti di riferimento<br />

per la regolazione <strong>delle</strong> relazioni sociali.<br />

Note<br />

1 Si veda in proposito il testo di E. BASILE, C. CECCHI, <strong>La</strong> trasformazione postindustriale<br />

della campagna. Dall’agricoltura ai sistemi locali rurali, Rosenberg &<br />

Sellier, 2001.<br />

2 L. BACCI, Sistemi locali in Toscana. Modelli e percorsi territoriali dello sviluppo<br />

regionale, IRPET, Franco Angeli, 2002.<br />

3 IRPET, Dall’immagine della Toscana all’analisi degli investimenti esteri, a cura di<br />

Alessandro Cavalieri e Andrea Manuelli, 2001.<br />

31


1.5 Perché insistere sul lavoro<br />

Fedele Ruggeri<br />

Dipartimento di Scienze sociali, Università di Pisa<br />

In una situazione sociale come quella dei paesi occidentali economicamente<br />

ricchi ci si deve chiedere se ha senso, e perché, e<br />

come, continuare a portare l’attenzione sul lavorare. <strong>La</strong> perplessità<br />

deriva dal fatto che in questi paesi l’ammontare di tempo che<br />

mediamente viene così impiegato tende a diminuire in misura<br />

significativa, mentre diventa sempre più consistente ed impegnativo<br />

l’ampiezza ed i contenuti di ciò che si indica con l’espressione<br />

tempo libero.<br />

Un simile scarto ed un analogo interrogativo si precisano se si<br />

volge l’attenzione a quelli che si chiamano gli “antichi mestieri”. È<br />

evidente, infatti, l’effetto di interesse e di provocazione intellettuale<br />

che deriva dal prendere in considerazione i loro vari aspetti e modalità,<br />

i contenuti conoscitivi di ciò che con essi si riusciva a fare; tuttavia,<br />

è altrettanto fondata la convinzione che si tratti di cose del<br />

passato, del tutto inattuali, convinzione che si forma nel nostro<br />

modo di pensarli e vederli: quasi fosse una curiosità che si chiude su<br />

se stessa una volta che si è finito di visitare il museo di turno.<br />

È innegabile, però, che la quantità di tempo-lavoro non è la stessa<br />

per tutti. Analogamente innegabile è che il tempo liberato dalla<br />

necessità di lavorare abbia significati sociali diversi: per qualcuno,<br />

infatti, è possibilità di ulteriori interessi ed eventualmente riposo,<br />

mentre per altri è mancanza di ruolo sociale e difficoltà o impossibilità<br />

a realizzarsi. <strong>La</strong> situazione si complica se si guarda a come si<br />

distribuisce il lavoro e il tempo liberato fra realtà economico-sociali<br />

diverse, cosicché in alcune di esse non avere del lavoro da fare è<br />

ancora o diviene una dannazione materiale. <strong>La</strong> conseguenza è, allora,<br />

che il riferimento al lavoro continua ad essere, in qualche modo,<br />

essenziale per capire quale società, quali equilibri al suo interno e<br />

quale possibilità di affermarsi per il suo insieme e per ciascuno dei<br />

singoli componenti. Si è detto in qualche modo, perché è verosimile<br />

che i cambiamenti intervenuti pongono la necessità di verificare


34<br />

ARSIA<br />

il modo di ragionare che si usa proprio per non incorrere in fraintendimenti<br />

e confusioni.<br />

Una sorte simile ha il riferimento agli “antichi mestieri”, riferimento<br />

che, peraltro, è utile proprio perché collegato al lavorare e<br />

quindi diventa una modalità opportuna per approfondire quanto<br />

sopra richiamato. Per un verso, infatti, ci troviamo certamente di<br />

fronte a esperienze di saper fare la cui presenza si assottiglia fino a<br />

scomparire e, spesso, per riconoscerle occorre conservarne le tracce<br />

nei musei e negli archivi. Per un altro verso la loro scomparsa non<br />

è senza conseguenze o senza problemi, pur tenendo fermo che non<br />

si tratta di negare gli eventuali miglioramenti in termini di minore<br />

fatica o di maggiore efficacia; miglioramenti che, comunque, sono<br />

collegati allo sviluppo del saper fare.<br />

Le trasformazioni che si sono registrate e che si continuano a<br />

registrare sono certamente enormi.<br />

È sufficiente pensare a quanto si è verificato nelle attività tradizionalmente<br />

utili come quella della lavorazione della terra o quelle<br />

<strong>delle</strong> varie forme di tessitura o le attività artigianali della lavorazione<br />

del legno, dei metalli e dell’edilizia. È già rilevante il fatto che<br />

si tratti, in alcuni casi, di processi cominciati molto indietro nel<br />

tempo e, in altri, iniziati molto più tardi ed ancora in corso.<br />

Il caso della lavorazione della terra è esemplare a riprova della<br />

profondità <strong>delle</strong> trasformazioni. Innanzi tutto si tratta di un tipo di<br />

attività con un contenuto tecnico di conoscenze particolarmente<br />

ricco e in condizione di svilupparsi in funzione della varietà dei<br />

problemi da affrontare; quindi, più che un mestiere un’intera famiglia<br />

di conoscenze e di abilità, in una situazione di costante verifica<br />

e crescita. Inoltre una attività che, proprio per l’arricchimento<br />

richiamato, sperimenta un processo continuo di suddivisione e<br />

separazione di componenti inizialmente unite le quali vengono<br />

acquisendo, perciò, uno statuto specifico (il caso del potare e quello<br />

dell’innestare) fino alle moderne specializzazioni legate all’uso<br />

di mezzi di lavoro più sofisticati ed automatizzati ed al carattere<br />

intensivo <strong>delle</strong> colture.<br />

In corrispondenza di quest’ultimo caso si verifica con chiarezza<br />

anche una trasformazione di tipo sociale che si intreccia, appunto,<br />

o provoca quelle di carattere tecnico. Ci si riferisce al fatto che l’attività<br />

del contadino si trasforma da originale impegno per la propria<br />

sussistenza in attività prestata ad altro soggetto su una terra<br />

non più di propria proprietà e secondo regole ed operatività che ora


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong>boratorio artigiano per la concia <strong>delle</strong> pelli, a Montevarchi, inizi del Novecento<br />

sono indicate dal proprietario o dal suo fiduciario.<br />

Apparentemente questa modifica della ragione giuridica dell’attività<br />

che si viene svolgendo non dovrebbe avere conseguenze<br />

sulla natura e caratteristiche del lavoro da realizzare; in effetti, invece,<br />

a condizioni date essa rappresenta un’occasione importante e<br />

uno strumento potente per accelerare lo sviluppo <strong>delle</strong> conoscenze<br />

e la segmentazione <strong>delle</strong> attività lavorative, portando alle colture<br />

intensive, all’uso di tecnologie adeguate e al bracciantato agricolo.<br />

Tutto ciò, pur indicato in forma particolarmente sintetica, ci dice<br />

della quantità e della complessità <strong>delle</strong> trasformazioni che interessano<br />

l’attività lavorativa e della possibilità di ricostruire nella filigrana<br />

di tali trasformazioni il segno dell’azione di processi diversi.<br />

Questi hanno a che fare, appunto, con le condizioni materiali con<br />

cui tale attività si viene svolgendo, con l’insieme <strong>delle</strong> conoscenze e<br />

degli strumenti/tecnologie che si vengono utilizzando e con il sistema<br />

di ragione sociale (dalla proprietà ai vari contratti di lavoro) che<br />

ne governa socialmente la realizzazione.<br />

Ciò detto in generale, va anche considerato che un effetto particolare<br />

del trasformarsi degli antichi mestieri è proprio quello dell’abbandonare<br />

conoscenze valide e consolidate a vantaggio dell’u-<br />

35<br />

A.V.


36<br />

ARSIA<br />

tilizzo di conoscenze nuove della cui natura e significato chi le utilizza<br />

non è più padrone (si pensi, restando sempre al lavoro dei<br />

campi, alle vere e proprie sofisticazioni conoscitive connesse all’uso<br />

di semi, diserbanti, concimazioni e trattamenti sanitari di cui gli<br />

operatori non sanno nulla se non la necessità di attenersi ai comportamenti<br />

prescritti). Si apre qui un aspetto interessante che è dato<br />

dal significato che ha la perdita <strong>delle</strong> conoscenze precedenti.<br />

L’affermarsi di una modalità colturale nuova e più efficace rappresenta<br />

un allontanamento da un saper fare preesistente, relativamente<br />

diffuso ed accessibile, l’acquisizione di una specializzazione<br />

conoscitiva molto forte ma concentrata e una relativa incapacità di<br />

riutilizzare le conoscenze precedenti dal momento che, per quanto<br />

valide, non sono di immediata utilità perché ormai in disuso: è<br />

come non saper più fare di conto perché la contabilità è tenuta dalle<br />

macchine. <strong>La</strong> conseguenza è che non si ha più la disponibilità <strong>delle</strong><br />

precedenti concettualizzazioni proprio quando queste potrebbero<br />

tornare utili; esiti che ne derivano sono l’impossibilità di avere<br />

determinati prodotti, il deterioramento <strong>delle</strong> capacità proprie dei<br />

soggetti e, infine, la dipendenza di questi dalle scelte di altri.<br />

Si deve dire, allora, che ragionare sugli “antichi mestieri” sarebbe<br />

una occasione di grande rilievo per cogliere le tracce dei vari<br />

processi che si sono richiamati (a. lo sviluppo <strong>delle</strong> abilità e <strong>delle</strong> conoscenze,<br />

b. il rilievo di queste in termini di autodeterminazione, c.<br />

il trasformarsi dei rapporti sociali di produzione, d. l’intreccio fra<br />

questi e lo sviluppo di conoscenze e strumenti) ed il riflesso di tutto<br />

ciò nella definizione formale dell’organizzazione sociale.<br />

Si può ritornare, allora, alle domande da cui si è partiti, quelle cioè<br />

relative al ruolo dei riferimenti al lavoro e agli “antichi mestieri”.<br />

Esprimendosi in negativo, c’è da dire, innanzi tutto, che se si<br />

vuole ragionare ed indagare sul funzionamento della società con<br />

riguardo alla produzione di ciò che è in qualche modo necessario<br />

difficilmente si potrà prescindere dalla considerazione di quelle<br />

attività che lo rendono possibile e disponibile, attività che appunto<br />

possiamo chiamare lavoro. Può ben darsi che mutino i caratteri che<br />

sono comuni a tali attività, non per questo però per capire i processi<br />

in atto si può fare a meno del riferimento al lavoro.<br />

Inoltre, c’è da dire che considerare e studiare gli “antichi mestieri”<br />

può essere come avere a disposizione il codice evolutivo, di<br />

regolazione, <strong>delle</strong> trasformazioni intervenute ed in atto; a patto,<br />

però, di adottare gli strumenti di analisi adeguati in modo da


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong>voro di gruppo <strong>delle</strong> lavandaie ai lavatoi di Montevarchi, primi del Novecento<br />

cogliere dinamiche e tensioni relative ai contenuti sociali e conoscitivi<br />

di cui erano intessuti. Così, non può essere soltanto descrittivismo<br />

museale; deve potersi articolare una sorta di archeologia (studio<br />

<strong>delle</strong> forme antiche) della società e <strong>delle</strong> modalità della conoscenza,<br />

come qui si è cercato di delineare rapidamente.<br />

Infine, c’è da dire che proprio la pluralità <strong>delle</strong> attività di cui si<br />

è proposto di passaggio il collegamento al lavoro ed il confronto fra<br />

esse e quanto accadeva negli “antichi mestieri” ci mette nella condizione,<br />

probabilmente, di capire meglio i legami di coerenza e<br />

compatibilità fra i vari elementi e modalità con cui le società si vengono<br />

strutturando e collegando nella modernità.<br />

37<br />

A.V.


1.6 <strong>Antichi</strong> mestieri e <strong>memoria</strong> storica<br />

del territorio rurale<br />

<strong>La</strong>ura Cassi<br />

Dipartimento di Studi storici e geografici, Università di Firenze<br />

Il tema degli antichi mestieri del mondo rurale non è nuovo<br />

nella letteratura. Da una ventina d’anni a questa parte numerose<br />

pubblicazioni l’affrontano, soprattutto in riferimento a determinati<br />

tratti del territorio toscano, quale prodotto della generale atmosfera<br />

di rinnovato apprezzamento per tutto ciò che riguarda la tradizione,<br />

le specificità locali e i beni culturali in genere. <strong>La</strong> legge regionale<br />

sulla “Salvaguardia e valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali in via<br />

di estinzione”, emanata nel 1997, ha ulteriormente contribuito ad<br />

ampliare l’interesse per questa materia.<br />

Il definitivo tramonto dell’economia tradizionale e la diffusione<br />

dei marcati processi di omologazione che hanno profondamente<br />

improntato la vita sociale ed economica <strong>delle</strong> popolazioni <strong>delle</strong><br />

nostre contrade, giungendo praticamente ad imporre un unico<br />

modello di vita, sono all’origine del rifiorire dell’attenzione nei confronti<br />

della dimensione locale. Tale interesse, che per certi versi ha<br />

assunto le sembianze di una vera e propria forma di reazione a stili<br />

e modelli eccessivamente appiattiti, comporta un’accresciuta consapevolezza<br />

dei valori e dei significati del mondo rurale.<br />

Oggi la specificità costituisce una categoria di per se stessa meritevole<br />

di apprezzamento e la convinzione dell’opportunità di proteggere<br />

la diversità socioeconomica, così come quella ecologica e<br />

ambientale, è ampiamente condivisa.<br />

Anche lo sviluppo rurale, che recentemente ha svolto un ruolo<br />

di rilievo nel dibattito politico ed economico della Comunità Europea,<br />

è stato oggetto nell’ultimo decennio di una profonda revisione<br />

quanto ai modelli da perseguire. <strong>La</strong> crisi di quelli fondati sull’aumento<br />

<strong>delle</strong> quantità <strong>delle</strong> produzioni ha suggerito tipologie<br />

nuove. In particolare va menzionata la proposta di una agricoltura<br />

improntata su una efficace valorizzazione <strong>delle</strong> risorse endogene<br />

mirata a un modello di sviluppo interno e flessibile volto a mettere<br />

in evidenza le diversità dei vari ambienti dal punto di vista sociale


40<br />

ARSIA<br />

ed economico. Di conseguenza i processi di sviluppo in ambito<br />

locale possono e debbono far leva, oltre che sulla ristrutturazione e<br />

sull’ammodernamento dell’agricoltura in senso stretto, sui settori<br />

agroambientale, agrinaturalistico, agroartigianale, a seconda <strong>delle</strong><br />

varie tipologie e caratteristiche <strong>delle</strong> risorse endogene.<br />

In questo contesto, il significato e il valore della cultura locale –<br />

con particolare riferimento a quella rurale – sono stati oggetto di una<br />

vera e propria riscoperta, come dimostrano le ripetute iniziative<br />

degli enti locali finalizzate al recupero della <strong>memoria</strong> storica del territorio.<br />

Quest’ultima infatti si colloca alla base della cultura locale,<br />

che a sua volta forma una componente di rilievo nei processi di sviluppo<br />

improntati a criteri di sostenibilità. Tale convincimento viene<br />

esplicitamente dichiarato nel brano “Ruralità cultura e sviluppo in<br />

Toscana”, che funge da introduzione alla sezione “Cultura” del sito<br />

Internet “<strong>Antichi</strong> mestieri” (www/arsia.toscana.it/antichi mestieri),<br />

predisposto dall’ARSIA per pubblicizzare la legge suddetta.<br />

Tanta generalizzata sensibilità nei confronti dei valori identitari<br />

e della <strong>memoria</strong> storica del territorio, suscitata, come si è detto, dalla<br />

reazione ai marcati processi di uniformizzazione del mondo moderno,<br />

non riveste dunque funzioni esclusivamente culturali, perché<br />

l’economia e la cultura, pur costituendo categorie diverse, ben si<br />

prestano ad essere coniugate in un’ottica moderna di sviluppo. È da<br />

circa vent’anni che nel dibattito sullo sviluppo si è fatta strada la<br />

convinzione della necessità di considerare anche la dimensione culturale<br />

oltre alle variabili socioeconomiche. Di recente tale opportunità<br />

è stata sottolineata anche da G. Becattini affermando che la cultura<br />

non deve essere considerata una gradevole guarnizione, ma<br />

una componente a pieno titolo dei processi di sviluppo. Tutto questo<br />

certo in una “accezione del termine cultura non banale, in cui le<br />

<strong>mani</strong>festazioni più alte... si compongono col saper fare dell’artigiano...<br />

[in cui] il flusso di godimenti prodotto per l’u<strong>mani</strong>tà dalle<br />

nostre strutture museali, intese in senso lato, si sposa con le ghiottonerie<br />

della cucina toscana...” e nella convinzione della necessità di<br />

comporre le “forze endogene di sviluppo, sprigionate cioè da meccanismi<br />

interni al sistema cittadino, con forze esogene, radicate, cioè,<br />

fuori dalla città”.<br />

Uno sviluppo che preveda la sostenibilità come condizione qualificante<br />

non dovrà dunque prescindere dalle caratteristiche culturali<br />

del milieu. Preme pertanto ribadire che qualunque iniziativa mirata<br />

allo sviluppo rurale, si tratti di leggi per il sostegno alle attività e<br />

mestieri in via di estinzione o di altri interventi, può accrescere la pro-


Muli, asini, cavalli<br />

sono gli animali di<br />

vetturini e boscaioli<br />

ancora fino agli anni<br />

cinquanta-sessanta<br />

A.C.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

pria efficacia se riuscirà a integrare categorie diverse quali l’economia<br />

territoriale, l’ambiente e il paesaggio, componendo in una unità organica<br />

elementi a prima vista eterogenei come quelli in questione.<br />

Nella convinzione dell’importanza di conservare la <strong>memoria</strong><br />

storica del territorio a fronte dei mutamenti impressi dall’economia,<br />

un ruolo primario va riservato alle operazioni volte alla tutela<br />

e alla valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali a minaccia di estinzione,<br />

quei ’mestieri dimenticati’ in seguito alla moderna evoluzione <strong>delle</strong><br />

attività economiche che ha comportato, oltre alla evanescenza dei<br />

tratti caratteristici del mondo agricolo, la contrazione e l’impoverimento<br />

di un bagaglio di conoscenze ricco e variegato nel quale<br />

affondano le radici stesse della nostra cultura e identità.<br />

<strong>La</strong> promozione <strong>delle</strong> suddette iniziative, senza voler costituire<br />

un elogio o un rimpianto del tempo che fu – il reale miglioramento<br />

<strong>delle</strong> condizioni di vita non lascia spazio a dubbi – vuole offrire elementi<br />

per una presa di coscienza soprattutto da parte di chi, come<br />

i giovani, vive totalmente immerso in un mondo urbano e globaliz-<br />

41


42<br />

ARSIA<br />

zato, ormai del tutto estraneo all’esperienza connessa al lavoro<br />

sapiente e tenace di chi, ad esempio, costruiva terrazzamenti – un<br />

tempo elemento caratteristico del paesaggio rurale toscano – filava<br />

in casa tessuti, costruiva le ruote dei carri, modellava attrezzi <strong>delle</strong><br />

più varie specie, servendosi per lo più di materiali forniti dall’ambiente<br />

locale, trasformandoli in utensili e oggetti utili e belli al<br />

tempo stesso.<br />

Gli obiettivi della legge regionale vanno chiaramente al di là di<br />

un’operazione esclusivamente culturale, come recita il richiamo<br />

alla valorizzazione contenuto nell’intitolazione.<br />

Le iniziative legate al censimento dei mestieri rurali a rischio di<br />

scomparsa sono frutto infatti della convinzione che esse possono dar<br />

luogo a moderne opportunità d’impresa, come chiaramente esplicitato<br />

dall’ARSIA nell’illustrazione del Progetto presente nel sito.<br />

Tanto per citare un caso, il nuovo artigianato e il recupero <strong>delle</strong><br />

pratiche tradizionali di particolare interesse storico, etnografico e<br />

culturale possono far parte di quel bagaglio di attrattive locali che<br />

contribuiscono allo sviluppo turistico, così come le produzioni tipiche<br />

del settore agroalimentare.<br />

È evidente che gran parte <strong>delle</strong> chiavi di analisi della ruralità<br />

come occasione d’impresa ovviamente resta legata all’agricoltura,<br />

ma le sinergie sempre più strette fra spazio rurale e tempo libero<br />

richiamano con immediatezza le potenzialità del turismo e dell’escursionismo.<br />

Basti pensare, per dirne una, agli spostamenti di piccolo<br />

e medio raggio del fine settimana, cioè a quelle ‘prese d’aria’,<br />

anche per motivi di salute oltre che di svago di cui ha bisogno chi<br />

vive nei grandi agglomerati urbani.<br />

Oggi il turismo è un’attività economica fondamentale, con peso<br />

sempre maggiore nel prodotto interno lordo. <strong>La</strong> sua crescita procede<br />

anche al di là di fasi congiunturali deboli: la maggiore disponibilità<br />

di reddito da destinare al tempo libero, l’aumento stesso di<br />

quest’ultimo, l’emergere di nuove forme di turismo come quello<br />

rurale (the green sells) e culturale, i cambiamenti di mentalità e di<br />

stili di vita, attribuiscono alla vacanza e al tempo libero un ruolo<br />

primario nel sistema dei valori e sono alla base del suo sviluppo.<br />

Il turismo si configura come una chiave per lo sviluppo della<br />

ruralità anche in quelle aree in cui quest’ultimo sia dovuto principalmente<br />

a un’attività propriamente agricola – ad esempio, nel caso<br />

di un’area fortemente caratterizzata quale la campagna di Montalcino<br />

– perché l’ambiente e il paesaggio possiedono un valore<br />

intrinseco che viene reso disponibile come risorsa turistica.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong> raccolta di erbe palustri, tra San Rossore e il lago di Massaciuccoli, da destinare<br />

alle lavorazioni artigiane della zona P.M.<br />

Nella convinzione che alla base della ruralità come occasione<br />

d’impresa si collochi da un lato l’esigenza di far emergere l’autocoscienza<br />

locale e, dall’altro, quella di sollecitare l’interesse per la<br />

realtà rurale da parte dei visitatori, siamo dell’avviso che ambedue<br />

i processi possano essere attivati tramite percorsi di conoscenza<br />

rivolti sia a coloro che risiedono nelle campagne, indipendentemente<br />

dall’attività lavorativa svolta, sia a coloro che nella campagna<br />

cercano motivi di svago.<br />

A tale finalità rispondono i nuclei tematici proposti nella sezione<br />

“Temi e percorsi” del citato sito ARSIA. Altri potrebbero esserne<br />

allestiti, allo scopo di offrire un ventaglio di argomenti anche notevolmente<br />

diversi fra loro, ma tutti volti a sensibilizzare l’interesse<br />

nei confronti dell’ambiente rurale. Un utile contributo potrebbe<br />

essere costituito in primo luogo da una serie di itinerari turisticoculturali<br />

nel paesaggio rurale, dalla conoscenza e valorizzazione<br />

del quale non si può prescindere se pensiamo alla ruralità in termini<br />

di visione integrata cultura-economia. È evidente che il paesaggio<br />

rurale costituisce innanzitutto un bene culturale da proteggere<br />

ma al tempo stesso un bene che può fruttare, come giustamente<br />

ripete da anni G. Dematteis.<br />

L’interesse nei confronti dell’ambiente rurale appare tanto più<br />

importante oggi, in una società quasi totalmente urbana come la<br />

43


44<br />

ARSIA<br />

nostra. Con questa affermazione non si intende richiamare la tradizionale<br />

antitesi fra città e campagna, ma piuttosto invitare a riflettere<br />

sui valori naturali e storico-culturali <strong>delle</strong> campagne, che da<br />

componenti di identità locali chiuse e rivolte al passato possono trasformarsi<br />

in un capitale da conservare e perfino rendere produttivo,<br />

in accordo con la recente evoluzione dei processi di qualificazione<br />

territoriale <strong>delle</strong> campagne, che necessariamente debbono<br />

passare per le città, così come quelli <strong>delle</strong> città altrettanto necessariamente<br />

debbono passare per le campagne.


1.7 Percorsi di sviluppo rurale<br />

nel paesaggio toscano<br />

Monica Meini<br />

Dipartimento di Studi storici e geografici, Università di Firenze<br />

<strong>La</strong> ruralità intesa come integrazione fra economia e cultura<br />

richiama immediatamente il tema del paesaggio: il paesaggio da<br />

proteggere e da far fruttare. È evidente che uno dei modi di ‘utilizzare’<br />

il paesaggio come occasione d’impresa è quello di inserirlo,<br />

valorizzandolo, in opportuni itinerari turistico-culturali. Tali itinerari,<br />

confezionati in modo da essere attraenti e facilmente fruibili<br />

per il turista, mirano in pratica a far apprezzare il territorio attraverso<br />

il paesaggio.<br />

Il paesaggio visto come espressione tangibile della <strong>memoria</strong> storica<br />

del territorio può quindi fungere, all’esterno, da catalizzatore<br />

dell’attenzione per un determinato territorio rurale. Ciò dovrebbe<br />

avvenire non solo per quei paesaggi che rispondono pienamente ai<br />

cliché estetici tramandati dai più consolidati stereotipi culturali e<br />

riprodotti in una miriade di immagini da cartolina. Il paesaggio<br />

toscano, ad esempio, viene spesso indistintamente identificato<br />

come una serie di quinte collinari intercalate da filari di cipressi;<br />

ovviamente la Toscana non è tutta così. Oggi stiamo assistendo<br />

peraltro all’aumento di una domanda turistica per paesaggi<br />

‘nuovi’, ancora da scoprire, per cui territori rurali finora trascurati<br />

potrebbero anch’essi essere inseriti in questo particolare percorso di<br />

valorizzazione. Ciò vale ovviamente per gran parte dell’Italia, più<br />

che per la Toscana in particolare; in questa regione la riscoperta del<br />

territorio rurale è in atto da diversi anni, e tuttavia permangono<br />

alcuni interessanti lembi non ancora opportunamente valorizzati.<br />

Già da tempo il paesaggio viene usato come “marchio di qualità”<br />

per promuovere l’immagine turistica di una regione o la vendita<br />

di prodotti tipici locali. Quello che ancora appare necessario<br />

fare è di utilizzare questo ‘processo di commercializzazione del<br />

paesaggio’ per favorire la conoscenza <strong>delle</strong> caratteristiche del territorio.<br />

Legare il paesaggio al territorio significa infatti, a nostro parere,<br />

fornire un supporto culturale ai progetti di sviluppo locale che<br />

investono l’ambiente rurale.


46<br />

ARSIA<br />

Tra tagliabosco e falegname: frequentemente, una prima lavorazione del legname<br />

avveniva nei boschi, in prossimità del luogo del taglio A.C.<br />

Tuttavia, il concetto di paesaggio come risorsa e gli stretti legami<br />

fra paesaggio e territorio possono giocare un ruolo importante<br />

nelle opportunità di sviluppo rurale solo se la popolazione locale<br />

riesce a mettere in atto opportuni processi di valorizzazione territoriale.<br />

In questo senso, appare fondamentale che il percorso di conoscenza<br />

del territorio di cui si è parlato sia rivolto non solo agli outsider,<br />

ma anche agli insider. È il caso di ricordare, a questo proposito,<br />

che la popolazione che abita oggi nelle campagne soltanto in<br />

parte è composta da persone che vi svolgono anche l’attività lavorativa;<br />

in molti casi si tratta di persone educate a vivere secondo<br />

stili e modelli urbani. Ne consegue che la cultura rurale tradizionale<br />

è spesso un mondo estraneo e sconosciuto.<br />

Molto potrebbe essere fatto per recuperare la <strong>memoria</strong> storica<br />

del territorio rurale quale volano dello sviluppo locale, dando ad<br />

esempio un’adeguata importanza allo scambio di saperi intergenerazionale.<br />

In presenza di un’imprenditoria giovanile opportunamente<br />

sollecitata, il coinvolgimento degli anziani può infatti concorrere<br />

efficacemente al recupero dei saperi tradizionali legati all’economia<br />

domestica (prodotti alimentari tipici) e degli antichi<br />

mestieri (artigianato tipico), così come alla raccolta dei nomi di<br />

luogo, che rappresentano una significativa forma di trasmissione<br />

della cultura rurale locale.


1.8 Una proposta concreta: la scuola<br />

dei mestieri<br />

SPI-CGIL Toscana<br />

Il progetto “<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana” realizzato nel<br />

corso del 2001 dallo SPI-CGIL in convenzione con ARSIA che ha prodotto<br />

l’implementazione del precedente elenco regionale, ha confermato<br />

l’esistenza di una vasta realtà economica e produttiva<br />

generalmente gestita da persone non più giovani, in molti casi già<br />

in pensione, ma con un forte attaccamento al loro mestiere e consapevoli<br />

che smettere significherebbe la cessazione di quella attività e<br />

la perdita di tradizioni che la famiglia svolge da generazioni.<br />

Le condizioni date sono però estremamente difficili e le prospettive<br />

incerte. Il rischio di cessazione e scomparsa di tanti mestieri<br />

ed attività che sono stati orgoglio e simbolo di una cultura locale<br />

e creatrici di un forte valore aggiunto, può divenire ineluttabile se<br />

non interverranno fatti nuovi, misure di sostegno, azioni mirate alla<br />

difesa e valorizzazione di un patrimonio economico, sociale e di<br />

conoscenze che ha pochi altri paragoni nel nostro paese.<br />

Sono aspetti della vita <strong>delle</strong> popolazioni che dovrebbero essere<br />

maggiormente considerate ed apprezzate perché parte <strong>delle</strong> nostre<br />

tradizioni, ma troppo spesso non lo sono. <strong>La</strong> società corre veloce e<br />

nella frenesia del consumismo, di politiche economiche e sociali<br />

costruite sul presupposto “dell’usa e getta” e di valori troppe volte<br />

effimeri, molto si perde e si annulla in un modernismo di <strong>mani</strong>era<br />

che mortifica il sacrificio di chi ha vissuto una vita di duro lavoro,<br />

e così si dilapidano ricchezze economiche, conoscenze professionali,<br />

arte, cultura e grandi valori u<strong>mani</strong> e materiali.<br />

<strong>La</strong> legge n. 15/97 della Regione Toscana sta tentando questa<br />

azione di salvaguardia e valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali in via di<br />

cessazione. Ha prodotto un elenco regionale al quale abbiamo cercato<br />

di dare il nostro apporto, ha prodotto informazione e creato<br />

interesse e suggestione attorno agli antichi mestieri toscani.<br />

Tutto ciò non è però sufficiente a invertire una linea di tendenza<br />

che ormai sembra irreversibile e scontata. Occorre molto altro da


48<br />

ARSIA<br />

realizzarsi e con tante varie sinergie: questo è il ruolo <strong>delle</strong> istituzioni,<br />

degli enti locali, <strong>delle</strong> categorie economiche e professionali,<br />

dell’associazionismo in generale.<br />

Prima di tutto occorre andare oltre la legge 15/97. Una legge<br />

importante ma anche con grandi limiti: è una legge di soli principi e<br />

obiettivi d’indirizzo, non impegna risorse, non definisce modalità e<br />

strumenti per il sostegno e l’aiuto ai processi produttivi ed alle attività.<br />

Occorre perciò che, accanto agli strumenti ordinari della legislazione<br />

europea, nazionale e regionale di sostegno alle attività economiche<br />

e produttive dei territori, si realizzi una specifica legislazione<br />

regionale che, proprio in considerazione della assoluta specificità<br />

<strong>delle</strong> attività che si è voluto far emergere per impedirne la cessazione<br />

e scomparsa, preveda concrete iniziative di sostegno e di<br />

intervento finanziario per le aziende artigianali, familiari, i mastieri<br />

individuali, i territori, le aggregazioni sociali e tutte quelle attività<br />

legate direttamente o indirettamente con gli antichi mestieri rurali.<br />

È necessario un adeguamento <strong>delle</strong> politiche formative e professionali<br />

che rimettano in valore, anche dal punto di vista culturale<br />

e storico, l’acquisizione di competenze professionali legate alla<br />

manualità <strong>delle</strong> persone; utilizzare anche le risorse del Fondo<br />

Sociale Europeo per progetti mirati e specifici verso tutte quelle<br />

figure professionali che rischiano di scomparire e che invece questo<br />

settore richiede. Tutto questo anche costruendo un nuovo rapporto<br />

con la scuola di ogni ordine e grado.<br />

Infine, un ruolo decisivo lo devono svolgere le categorie economiche<br />

nel rappresentare con maggiore efficacia e pari dignità anche<br />

quel mondo della produzione e dell’artigianato rurale che tanto ha<br />

dato all’economia toscana e che oggi, senza un sostegno ed una<br />

difesa collettiva, rischia di scomparire.<br />

Per quanto ci riguarda, siamo convinti che gli antichi mestieri<br />

possono essere un’opportunità di investimento per il futuro ed un<br />

fattore economico importante, con effetti moltiplicatori in altri settori<br />

(vedi turismo) e non un malinconico tentativo di preservare un<br />

passato a noi caro a dispetto <strong>delle</strong> nuove tecnologie e della new economy;<br />

e quindi intendiamo esplicitare una proposta-progetto che<br />

pur nella sua parzialità e limitatezza, può contribuire a tenere legate<br />

la storia del passato, le capacità e conoscenze <strong>delle</strong> persone anziane<br />

con il ruolo propulsivo ed innovativo che è dato dalle nuove<br />

generazioni.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Nel laboratorio artigiano, indotto della produzione industriale, è coinvolta l’intera<br />

famiglia, compresi i ragazzi. Montevarchi (anni venti del Novecento)<br />

A.V.<br />

Il progetto<br />

Partiamo proprio dall’elemento più caratteristico che evidenzia<br />

gli elementi di rischio presenti nel campo di queste attività. Mancano<br />

i ricambi generazionali per dare continuità alle imprese e riprodurre<br />

capacità professionali specifiche: i figli fanno altri mestieri<br />

e non sono interessati a continuare l’attività della famiglia; trovare<br />

nel mercato del lavoro disponibilità di manodopera giovane e<br />

tanto più con esperienza e capacità professionali, è quanto di più<br />

difficile si possa pensare.<br />

Questo aspetto rischia di far scomparire una branca dell’economia<br />

toscana e mette in seria difficoltà quelle imprese che non trovano<br />

professionalità e lavoratori occorrenti per proseguire l’attività<br />

e svilupparla.<br />

Ci troviamo perciò in una situazione che ha molti elementi di<br />

contraddizione. Bisogni di manodopera non soddisfatti; attività che<br />

potrebbero essere rilanciate; generazioni anziane in possesso di un<br />

mestiere, di conoscenze e capacità che non riescono a tramandare<br />

ad altri, perdendo un fattore importante dello sviluppo e al tempo<br />

stesso diventando, per questo medesimo aspetto, un problema sociale<br />

rilevante: sentirsi non più utili a nessuno, vivere la propria<br />

49


50<br />

ARSIA<br />

Animali da lavoro:<br />

la condivisione della<br />

fatica quotidiana<br />

A.C.<br />

vecchiaia con il rischio della solitudine e dell’emarginazione. Accanto<br />

a tutto ciò, la nostra società registra dati non trascurabili di<br />

difficoltà giovanili nell’inserimento nel mercato del lavoro, nel trovare<br />

una propria dimensione e soddisfazione personale, nell’essere<br />

costretti a vivere esperienze di lavoro precario e marginale, sempre<br />

più esposti ai ricatti sui diritti e sulle condizioni di lavoro.<br />

Mettere in relazione queste contraddizioni per superarle è possibile<br />

e necessario, interpretando anziani e anziane come risorsa per<br />

lo sviluppo dei territori rurali.<br />

L’idea che lanciamo è quella di sperimentare progetti centrati<br />

sui rapporti intergenerazionali che vogliamo definire “scuola dei<br />

mestieri”. Alcune esperienze molto particolari già esistono in Toscana:<br />

sarebbe necessaria una definizione più precisa ed organica<br />

frutto di accordi di concertazione territoriale, con un’articolazione<br />

che potrebbe avere le seguenti scansioni:<br />

a) accordo fra Comuni, Province, categorie economiche, sindacato<br />

e associazioni di volontariato o promozione sociale;


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

b) individuazione di una struttura per attività didattica di aula con<br />

possibilità di esercitazioni pratiche;<br />

c) definizione dei programmi di formazione professionale e di formazione<br />

continua che tenga conto <strong>delle</strong> caratteristiche endogene<br />

e dei bisogni espressi dal mercato del lavoro del territorio,<br />

oltre a quanto disposto dagli organi istituzionali preposti alla<br />

formazione;<br />

d) ruoli di “docenza” affidati anche ad anziani e anziane del territorio,<br />

in possesso di specifiche conoscenze e capacità professionali<br />

acquisite nel corso della loro vita di lavoro, sia svolta in<br />

qualità di dipendenti che di titolari di attività d’impresa artigianale<br />

o individuale e facenti parte di associazioni di volontariato;<br />

e) individuazione <strong>delle</strong> associazioni di volontariato o di promozione<br />

sociale che possono convenzionarsi con le agenzie formative<br />

e gli enti gestori della “scuola dei mestieri” devono essere<br />

tra i firmatari degli accordi di concertazione;<br />

f) riconoscimento del percorso formativo ai fini di uno sbocco<br />

occupazionale o di autoimpiego.<br />

Proponiamo quindi la formazione ed i rapporti di socialità e<br />

solidarietà intergenerazionali, come grimaldello per riaprire interessi,<br />

coagulare attenzioni su settori relegati nella marginalità dello<br />

sviluppo e invertire la negativa deriva in atto.<br />

Si tratta in definitiva di rilanciare gli antichi mestieri rurali per<br />

valorizzare il lavoro, la manualità e le capacità intrinseche <strong>delle</strong><br />

persone umane, collocandole in un contesto di ripresa dello sviluppo<br />

di qualità, di progresso economico, sociale e culturale dei cittadini,<br />

assicurando tutte quelle necessarie garanzie di sicurezza nei<br />

luoghi di lavoro, nell’ambiente e nel miglioramento <strong>delle</strong> condizioni<br />

di vita <strong>delle</strong> popolazioni.<br />

51


PARTE SECONDA<br />

<strong>La</strong> rilevazione


2.1 L’indagine: le finalità, le metodologie,<br />

i rilevatori<br />

Alfio Savini, SPI-CGIL Toscana<br />

In modo molto sintetico, si ricapitolano gli obiettivi del progetto<br />

realizzato durante il 2001 da SPI-CGIL Toscana in convenzione con<br />

ARSIA: “<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana: salvaguardare e valorizzare<br />

il patrimonio lavorativo del mondo rurale”, le metodologie seguite,<br />

le scansioni temporali e i protagonisti che lo hanno realizzato.<br />

Obiettivi del progetto<br />

Contribuire alla piena attuazione della legge regionale toscana<br />

n. 15/97 “Salvaguardia e valorizzazione <strong>delle</strong> attività rurali in via<br />

di cessazione” condividendone le finalità socioeconomiche fondamentali<br />

che la ispirano. <strong>La</strong> norma si colloca nel quadro degli interventi<br />

volti alla tutela e allo sviluppo della ruralità e intende “promuovere<br />

azioni per salvaguardare, ripristinare, valorizzare e divulgare<br />

i processi produttivi e le attività dell’agricoltura e del mondo<br />

rurale di particolare interesse storico etnografico e colturale, minacciati<br />

dal rischio di cessazione e scomparsa”. <strong>La</strong> legge prevede, in<br />

particolare, l’istituzione di un “elenco regionale” nel quale vengano<br />

iscritte, dopo la valutazione da parte di un’apposita commissione,<br />

tutte le attività che verranno segnalate e che sono relative ad antichi<br />

mestieri rurali ancora presenti nella Regione.<br />

Recuperare la <strong>memoria</strong> storica dei territori rurali quale elemento<br />

fondamentale per impostare tutte quelle azioni tese a difendere,<br />

salvaguardare e valorizzare un patrimonio di attività lavorative e<br />

professionali largamente presenti nel territorio toscano.<br />

Un patrimonio lavorativo che non deve andare disperso ma, con<br />

giusti accorgimenti ed innesti di nuove tecnologie, essere tramandato<br />

alle nuove generazioni anche come possibile fonte di occupazione<br />

e nuova opportunità di lavoro e d’impresa.


56<br />

ARSIA<br />

Realizzazione del progetto<br />

Il punto di partenza è dato da due considerazioni:<br />

a) la straordinaria diffusione nel territorio <strong>delle</strong> strutture sindacali<br />

dello SPI-CGIL denominate “leghe”, che coprono l’attività in tutti<br />

i comuni della Regione e, in quelli più grandi, con sedi anche nei<br />

quartieri <strong>delle</strong> città. Un sindacato che conta oltre 276.000 iscritti<br />

provenienti da tutte le professioni, categorie produttive e servizi<br />

dei settori privati e pubblici;<br />

b) i militanti-cittadini che fanno parte, a vario titolo, di queste<br />

strutture territoriali conoscono in modo molto approfondito le<br />

caratteristiche socioeconomiche, le tradizioni e la cultura del territorio<br />

toscano, oltre che le persone che vi abitano.<br />

In ragione di queste particolari caratteristiche, l’impegno progettuale<br />

che ci siamo assunti è rappresentato dalla raccolta organizzata,<br />

attraverso apposite “schede di segnalazione” definite nei<br />

contenuti e nelle metodologie con ARSIA, <strong>delle</strong> informazioni necessarie<br />

ad individuare i mestieri, le attività e le strutture di particolare<br />

interesse ancora esistenti e che possono fare parte dell’elenco<br />

regionale istituito dalla richiamata legge 15/97; trasferimento successivo<br />

di tutte le schede, opportunamente catalogate, alla Regione<br />

tramite ARSIA e agli enti locali territoriali (Province, Comuni e<br />

Comunità Montane).<br />

Il progetto ha mirato a raccogliere dati, documentazione e materiale<br />

fotografico riferiti a tutti i settori e campi di influenza degli<br />

antichi mestieri rurali, come ad esempio:<br />

1. le aziende artigiane ancora in attività che fanno riferimento ad<br />

antichi mestieri della ruralità toscana (ad esempio: produzione<br />

di ceste, impagliatura sedie e fiaschi, essiccazione castagne, molitura<br />

tradizionale di cereali, frantoi con molazze in pietra, produzione<br />

di paleria, produzione di arnesi per la lavorazione dei<br />

campi, lavorazione della pietra, fornaci tradizionali ecc.);<br />

2. le attività della cultura e della tradizione rurale (cantastorie,<br />

musicanti, teatranti ecc.);<br />

3. le persone in possesso di particolari capacità professionali (ad<br />

esempio: scalpellini, innestini, potatori, carbonai, fabbri, domatori<br />

di cavalli, <strong>mani</strong>scalchi, calzolai, stagnini, maestri d’ascia ecc.);<br />

4. le strutture e gli edifici di particolare interesse storico e culturale<br />

sia in attività che dismessi (ad esempio: antica ferriera, antico<br />

essiccatoio per castagne, molino, frantoio, carbonaia ecc.).


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

In Lunigiana, tradizionale copertura di tetti “a piagne”, con l’utilizzo di lastre<br />

di arenaria locale A.C.<br />

Il progetto così strutturato è stato realizzato in modo volontario<br />

dagli uomini e dalle donne dirigenti o attivisti <strong>delle</strong> strutture comprensoriali<br />

e di lega dello SPI-CGIL Toscana, molti dei quali con alle<br />

spalle una propria e diretta esperienza di vita svolta nel mondo dell’agricoltura,<br />

dell’artigianato o dei servizi connessi con gli antichi<br />

mestieri. Tutto ciò è avvenuto senza l’ausilio di procedure o consulenze<br />

di esperti in statistiche o in ricerche storiche e socio-economiche,<br />

ma basandosi esclusivamente sulle conoscenze personali e<br />

della struttura sindacale del territorio di loro pertinenza.<br />

<strong>La</strong> ricerca così impostata non possedeva le caratteristiche ed i<br />

crismi della scientificità, ma ha teso a rilevare la “<strong>memoria</strong> storica”<br />

<strong>delle</strong> popolazioni. Ha agito cioè sulla soggettività dei cittadini, rendendoli<br />

attivi protagonisti del proprio contesto sociale e territoriale,<br />

sollecitando l’evidenziazione degli interessi generali della collettività<br />

e realizzando una sinergia estremamente positiva tra cittadino<br />

ed istituzioni; fornendo cioè, a queste ultime, nuove informazioni<br />

e conoscenze che potranno tornare utili per svolgere al meglio i<br />

compiti affidati dalle leggi.<br />

57


58<br />

ARSIA<br />

I Coordinatori del progetto<br />

D’Alonzo Roberto Dirigente ARSIA<br />

Savini Alfio Segretario regionale SPI - CGIL Toscana<br />

I Rilevatori<br />

Nominativi Struttura SPI Provincia<br />

Acciai Giuliano Lega Casentino Arezzo<br />

Sensi Adriana Comprensorio<br />

Castaldi Marco Lega Fiesole Firenze<br />

Catocci Piero Comprensorio<br />

Galeotti Giorgio Lega Massa Marittima Grosseto<br />

Volpini Maria Elisa Lega Massa Marittima<br />

Salvini Oscar Lega Massa Marittima<br />

Toninelli Paolo Lega Amiata<br />

Martellini Luciano Lega Amiata<br />

Montemaggi Nataliano Lega Roccastrada<br />

Ontani Erminio Lega Follonica - Scarlino<br />

Zoi Erina Lega Grosseto Nord Barbanella<br />

Martini Onemio Lega Gavorrano<br />

Caruso Gabriele Lega Gavorrano<br />

Benassi Astasio Lega Colline del Fiora<br />

Lupi Giancarlo Lega Colline del Fiora<br />

Dragoni Santi Lega Grosseto Sud Gorarella<br />

Lenzi Giovanni Comprensorio<br />

Bianciardi Romolo Lega n. 4 Livorno Livorno<br />

Pirrone Pina Lega Cecina<br />

Fulceri Mauro Lega Cecina<br />

Gervasi M. Grazia Comprensorio (Livorno)<br />

Boscoglia Renzo Lega Campiglia - Venturina<br />

Camberini M. Grazia Lega Campiglia - Venturina<br />

Pacchini Edilia Lega Campiglia - Venturina<br />

Paini Sauro Comprensorio (Piombino)<br />

Birri Augustina Lega Fornaci Di Barga Lucca<br />

Fabiloni Francesco Lega Pontremoli Massa Carrara<br />

Gatti Carlo Lega Ponsacco Pisa<br />

Frosali Primo Lega Pomarance<br />

Bacchereti Ugo Lega Calcinaia<br />

Novelli Luciano Lega Perignano<br />

Topi Carla Comprensorio<br />

Degl’innocenti Giuseppe Lega Montagna Pistoiese Pistoia<br />

Vogesi Manuela Comprensorio<br />

Romualdi Roberto Lega F. Santi Prato Prato<br />

Petracchi Carlo Comprensorio<br />

Giani Enzo Comprensorio Siena


Tutte le aree rurali<br />

della regione sono<br />

testimonianza<br />

di un antico e<br />

faticoso lavoro,<br />

che nel tempo<br />

ha modellato<br />

il territorio<br />

L.B.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Il percorso:<br />

PRIMA FASE<br />

a) Riunione dei responsabili dei 12 comprensori SPI-CGIL per illustrare<br />

i contenuti del progetto e procedere a definire i criteri per<br />

l’individuazione <strong>delle</strong> persone che volontariamente realizzeranno<br />

il censimento;<br />

b) definizione consensuale SPI-ARSIA della “scheda di rilevazione”<br />

e <strong>delle</strong> generali metodologie per la raccolta <strong>delle</strong> informazioni,<br />

della loro catalogazione e successiva trasmissione ad ARSIA,<br />

quale rappresentanza della Regione Toscana, ed agli enti locali<br />

del territorio;<br />

c) elaborazione e definizione dei contenuti di uno stage formativo<br />

per tutti coloro che realizzeranno la raccolta <strong>delle</strong> informazioni<br />

sull’apposita scheda di rilevazione;<br />

d) realizzazione dello stage (marzo 2001).<br />

SECONDA FASE<br />

a) Avvio della fase di ricerca e censimento;<br />

b) stesura e catalogazione <strong>delle</strong> informazioni;<br />

c) trasmissione dei risultati del progetto a ARSIA (Regione Toscana),<br />

Amministrazioni Provinciali, Comuni e Comunità Montane di<br />

competenza, per gli adempimenti previsti dalla norma legislativa<br />

ai fini dell’implementazione dell’elenco regionale;<br />

d) realizzazione di un convegno regionale per la discussione e<br />

divulgazione dei risultati del progetto. Il convegno dal titolo<br />

“<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana: la continuità di esperienze e<br />

valori per uno sviluppo compatibile e nuove occasioni di lavoro<br />

e d’impresa” si è svolto presso la Tenuta di San Rossore (Pisa)<br />

nel settembre 2001.<br />

59


60<br />

ARSIA<br />

Erano presenti centinaia di pensionati e anziani in rappresentanza<br />

di tutte le leghe e comprensori SPI-CGIL della Regione, amministratori<br />

e tecnici della Regione Toscana.<br />

I rilevatori: un’esperienza di u<strong>mani</strong>tà<br />

Francesco Fabiloni - Lega Pontremoli, Massa Carrara<br />

L’esperienza fatta come rilevatore degli antichi mestieri, per me,<br />

è stata veramente importante sia dal punto di vista professionale<br />

(diciamo così) che soprattutto da quello umano.<br />

<strong>La</strong> mia ricerca necessariamente limitata all’ambito della Lunigiana,<br />

potrà essere non del tutto esauriente, tuttavia mi auguro che<br />

essa possa essere uno stimolo per ulteriori approfondimenti di più<br />

vasto raggio.<br />

Ho incontrato molta attenzione da parte degli intervistati e<br />

soprattutto una gran voglia di trasmettere il loro sapere alle nuove<br />

generazioni. In alcuni casi poi diventava evidente la loro rabbia di<br />

non potere più essere utili pur possedendo tante conoscenze.<br />

Ho potuto constatare di persona, spesso, proprio la mancanza di<br />

questi strumenti normativi che permettono la trasmissione di questi<br />

saperi nel sistema produttivo moderno che è basato sempre più<br />

su un lavoro in serie che esclude la creatività.<br />

Peraltro alcuni di questi mestieri hanno potenzialità di creare<br />

occupazione e di essere remunerativi nel quadro di un recupero del<br />

lavoro artigianale. Per esempio, sulla copertura di tetti “a piagne” si<br />

è costituita una cooperativa che utilizzando anche tecnologie moderne<br />

dà lavoro a diverse persone, nonostante le difficoltà di reperimento<br />

della materia prima (mancanza di cave); considerando anche<br />

mestieri come il falegname o lo scalpellino in grado di organizzare il<br />

lavoro dal reperimento della materia prima al pezzo finito.<br />

Questo modo di lavorare crea non solo figure altamente specializzate<br />

ma anche persone rispettose dell’ambiente dal quale ricavano<br />

la materia prima; un lavoro di questo tipo è inoltre altamente<br />

gratificante perché chi opera è in grado di controllare tutto il ciclo<br />

produttivo fino al prodotto finito, spesso molto interessante anche<br />

dal punto di vista artistico.<br />

Io ho riscontrato che questi artigiani incontrano molte difficoltà<br />

per avere i permessi necessari, per avere laboratori in regola con l’igiene,<br />

per reperire risorse ad iniziare l’attività e verificano talvolta


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Museo della civiltà contadina, Gaville - Figline V.no: ricostruzione della cucina<br />

contadina. Numerose proposte museali ed etnografiche in regione testimoniano<br />

della diffusa necessità di <strong>memoria</strong>, identità e senso d’appartenenza L.M.<br />

persino contraddizioni tra regolamenti comunali e quelli dell’Azienda<br />

Sanitaria Locale.<br />

Ho anche notato che nessun Comune o Comunità Montana,<br />

nonostante le direttive della Regione Toscana, ha fatto un censimento<br />

di questo genere sugli antichi mestieri, dimostrando una<br />

scarsa sensibilità verso questo settore; la nostra iniziativa è stata<br />

rivolta a censire gli antichi mestieri proprio per non disperdere una<br />

ricchezza che rischia di scomparire.<br />

Durante questa ricerca, che mi ha molto arricchito dal punto di<br />

vista umano, ricordo, tra gli altri, con particolare piacere, l’incontro<br />

con il mulattiere di Pracchiola, un personaggio d’altri tempi che tratta<br />

con amore i suoi tre muli (tre generazioni, nonno, padre, figlio)<br />

parlando con loro e curandoli affettuosamente e ricordo la saggezza<br />

<strong>delle</strong> sue parole nel raccontare vecchie storie di vita vissuta.<br />

Un tempo il mulattiere era un mestiere comune, le frazioni<br />

erano abitate e l’approvvigionamento avveniva con l’unico mezzo<br />

di trasporto, appunto il mulo.<br />

Da qui la convinzione, molto personale, che se avessimo dei<br />

governanti saggi come il mulattiere, forse il nostro paese andrebbe<br />

meglio.<br />

61


62<br />

ARSIA<br />

I rilevatori: dall’attenzione al sostegno<br />

Giorgio Galeotti<br />

Segretario Lega Massa Marittima - Montieri - Monterotondo<br />

Entrare in modo adeguato nel mondo degli “<strong>Antichi</strong> mestieri<br />

rurali in Toscana”, non può prescindere per il territorio dei Comuni<br />

di Massa Marittima, da alcune considerazioni sul contesto territoriale,<br />

sulla storia, millenaria, di questa zona al centro <strong>delle</strong> Colline<br />

Metallifere. Qui il paesaggio è fortemente segnato e caratterizzato<br />

da imponenti segnali della lunghissima attività mineraria (discariche,<br />

gallerie, pozzi minerari medievali e moderni, “castelli” di<br />

estrazione). È una zona in cui dalla preistoria agli Etruschi, al periodo<br />

(fiorentissimo) del Medioevo e, successivamente quasi fino ai<br />

giorni nostri, l’attività mineraria-metallurgica è stata di gran lunga<br />

il lavoro e la risorsa dominante. Questo per dire che questa “cultura”<br />

ha in un certo senso “oscurato” altre attività lavorative comprese<br />

quelle della campagna che pure è splendente e bellissima. Anche<br />

le vaste zone boscate, per secoli, sono state funzionali alle attività<br />

minerarie-metallurgiche; infatti se da un lato legna e carbone sono<br />

serviti come combustibile nei forni fusori, i tronchi degli alberi<br />

erano utilizzati per i puntelli e “quadri”, con i quali sostenere volte<br />

e pareti <strong>delle</strong> gallerie.<br />

<strong>La</strong> nostra ricerca alla riscoperta degli antichi mestieri e <strong>delle</strong> attività<br />

che hanno a che fare con la “ruralità”, è così stata, spesso, un<br />

incontro fra due culture, quella mineraria e quella contadina.<br />

Nell’indagine, che si è rivelata ricca e appassionante, abbiamo<br />

incontrato figure e persone in cui si ritrovano ancora aspetti e momenti<br />

di un patrimonio lavorativo, non del tutto scomparso, del<br />

mondo rurale, della gente “fuori dalle mura”.<br />

Nei Comuni di competenza della Lega, Massa Marittima, Montieri,<br />

Monterotondo, abbiamo parlato con <strong>mani</strong>scalchi domatori di<br />

cavalli, potini, falegnami, erboristi, artigiani del cuoio, apicoltori,<br />

ricamatrici e … un rabdomante.<br />

Piace citare, ad esempio, come a Montieri un gruppo di cittadini<br />

abbia costituito un’associazione culturale che ha ripristinato il<br />

“ciclo del grano”, dall’aratura alla semina, alla trebbiatura; il tutto<br />

con le vecchie macchine di un tempo.<br />

Abbiamo riscoperto le abilità, le capacità, l’ingegno del contadino<br />

che raramente si rivolgeva ad altri per ciò che gli serviva ma era capace,<br />

da solo, di costruirsi utensili, attrezzi; di sistemare, aggiustare<br />

(quasi) tutto ciò che gli serviva per il suo lavoro e per la sua abitazio-


<strong>La</strong> casa colonica<br />

è l’emblema<br />

dell’insediamento<br />

abitativo e lavorativo<br />

nel paesaggio<br />

agrario toscano<br />

L.B.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

ne nella quale, ma non solo, un ruolo insostituibile toccava alla donna.<br />

Franco, perito minerario amante della natura e della campagna,<br />

si è “riciclato” con grande passione e competenza nell’agriturismo<br />

intelligente e biologico. Ci ha trattenuto per ore sulle sue ricerche<br />

relative ad erbe particolari, al ritrovamento di piante ed erbe medicinali<br />

ritenute ormai quasi introvabili, alla ricerca che sta facendo<br />

da anni dei Crocus etruscus di cui non si trovano più esemplari da<br />

almeno due secoli.<br />

Alcuni contadini si sono un po’ meravigliati che cercassimo potini;<br />

ne sono stati lieti e ci hanno fornito moltissime spiegazioni sulle<br />

tecniche della potatura.<br />

Il coltellinaio di Monterotondo forgia lame originali e ricercatissime,<br />

contese dagli amanti del settore; a Montieri c’è chi produce<br />

oggetti di grande pregio in legno stagionato di olivo, mentre alcune<br />

donne di Monterotondo svolgono un’attività quasi unica, insegnando<br />

il ricamo che si faceva una volta in campagna ad un gruppo<br />

di fanciulle.<br />

Si rammenta con piacere l’attività di “Pepolino dei Barberi” a<br />

Massa Marittima, un giovane che ha ripreso il lavoro sul cuoio così<br />

bene da produrre pregiate selle per cavalli e una vasta oggettistica<br />

realizzata con tecniche antiche.<br />

È da rilevare come tutti gli intervistati abbiano collaborato alla<br />

ricerca con attenzione e soddisfazione; oltre a questo è utile rammentare<br />

un’osservazione che, spesso, ci è stata fatta e che condividiamo<br />

pienamente.<br />

Per aiutare e salvaguardare questo mondo che abbiamo rapidamente<br />

esplorato, ormai molto al margine dell’attuale società globalizzata,<br />

c’è bisogno urgente e concreto non solo dell’attenzione<br />

“culturale” ma anche di sostegno concreto e di incentivi economici<br />

da parte dello Stato e degli enti locali, Comuni, Province e Regioni.<br />

63


64<br />

ARSIA<br />

I rilevatori: è anche un po’ la mia storia<br />

Pina Pirrone - Lega Cecina<br />

Per la zona di Cecina (Livorno) il compito di svolgere l’indagine<br />

sugli antichi mestieri in via di estinzione è stata affidata alla<br />

Lega, di cui faccio parte, e insieme ad un compagno abbiamo individuato<br />

circa dieci mestieri, che secondo noi rappresentano bene<br />

queste realtà e abbiamo iniziato le nostre interviste.<br />

Dal sarto all’arrotino, dall’incisore di mobili alla pittrice su ceramica,<br />

al calzolaio. Ognuno di loro ha raccontato la sua storia con<br />

molto entusiasmo, ed anche con orgoglio per quello che nel tempo<br />

sono riusciti a fare.<br />

Ci ha colpito il fatto che, per tutti, la storia è cominciata quando<br />

ancora bambini andavano alla scuola elementare e una volta tornati<br />

a casa, nel pomeriggio, dovevano andare ad imparare un mestiere<br />

che gli potesse permettere, nel futuro, di avere qualche possibilità<br />

di sopravvivere, oltre che nell’immediato aiutare la famiglia a<br />

tirare avanti.<br />

Alcuni di loro ci hanno detto che sono stati costretti anche ad<br />

abbandonare la scuola, per le tante difficoltà economiche; come si<br />

vede, anche da noi (come è ancora oggi in alcuni paesi) fino agli<br />

anni cinquanta il lavoro minorile non era un’eccezione.<br />

All’inizio, ci dicono, è stata dura; ma oggi sono contenti e dei<br />

loro mestieri ne parlano con un entusiasmo e lo trasmettono anche<br />

a noi, non finendo mai di raccontare e mostrandoci quei lavori che<br />

ancora oggi fanno, pur essendo in pensione.<br />

Sono davvero degli artisti, fanno cose incredibili, e alcuni di loro<br />

sarebbero disponibili ad insegnare ai giovani, affinché questo patrimonio<br />

non vada perduto. Ne parlano con tristezza, pensando che<br />

quando non ci saranno più, quel mestiere che a loro ha dato tanto,<br />

verrà dimenticato.<br />

Credo che siamo stati particolarmente fortunati, a trovare <strong>delle</strong><br />

persone così disponibili a raccontarci le loro storie; è stata una bella<br />

esperienza, e siamo felici di averli conosciuti.<br />

Con una certa sorpresa, noto che c’è anche un po’ la mia storia,<br />

prima come sartina, poi come artigiana.


2.2 Un quadro d’insieme<br />

Marco Noferi<br />

Avvertenze al lettore<br />

Le schede riportate nelle pagine successive, sono tratte dalla<br />

rilevazione effettuata dai volontari del Sindacato Pensionati Italiani<br />

su tutto il territorio regionale nel corso dell’anno 2001.<br />

<strong>La</strong> rilevazione si poneva l’obiettivo di recuperare una parte<br />

della <strong>memoria</strong> storica <strong>delle</strong> aree rurali, e di difendere e valorizzare<br />

un patrimonio di attività lavorative e professionali ancora largamente<br />

presenti nella nostra regione. Inoltre (coerentemente con la<br />

propria natura sindacale) intendeva suggerire tale patrimonio<br />

come possibile fonte di occupazione e opportunità di lavoro e d’impresa<br />

per le giovani generazioni, attraverso giusti accorgimenti, attualizzazioni<br />

e innesti di nuove tecnologie.<br />

<strong>La</strong> raccolta <strong>delle</strong> informazioni – favorita dalla capillare diffusione<br />

<strong>delle</strong> strutture sindacali nella regione – ha utilizzato apposite<br />

“schede di segnalazione” definite assieme ad ARSIA ed illustrate ai<br />

rilevatori durante uno stage formativo.<br />

Le schede raccolte sono oltre 150 (un numero pressoché doppio<br />

rispetto a quelle contenute nell’elenco regionale istituito dalla legge<br />

15/97). In realtà, va ricordato che una parte <strong>delle</strong> schede presentano<br />

segnalazioni generiche o incomplete; altre segnalano attività<br />

non facilmente riconducibili alla categoria dell’artigianato rurale<br />

(ma questa è una definizione che appare a tutti particolarmente<br />

problematica); altre ancora lasciano intendere che dietro la singola<br />

scheda, il singolo operatore, vi sono tante altre aziende o “appassionati”<br />

che potrebbero essere censiti, perché quell’attività in quell’area<br />

è comune, diffusa e conosciuta dalla collettività.<br />

Quindi, vi sono <strong>delle</strong> incongruenze metodologiche, di definizione,<br />

così come frequentemente <strong>delle</strong> zone appaiono più ricche di<br />

segnalazioni rispetto ad altre, ovviamente a seconda della disponibilità<br />

e <strong>delle</strong> conoscenze personali dei volontari rilevatori.


66<br />

ARSIA<br />

Tutto ciò può forse aver complicato il lavoro di preparazione di<br />

questo volume, ma certo non può diminuire l’importanza del progetto,<br />

la giusta importanza, nei termini in cui è stata espressa fin<br />

dalle premesse.<br />

Si tratta cioè di un progetto dove la metodologia si incrocia con<br />

la passione, con l’esigenza civile di interagire con la <strong>memoria</strong> del<br />

territorio; e dove la perfezione statistica cede il passo alla complessità<br />

dei rapporti tra il lavoro, la manualità, le capacità, le “storie”<br />

d’ingegno e di fatica del mondo agricolo e artigiano.<br />

Il lettore accorto saprà quindi perdonare qualche ripetizione o<br />

qualche definizione non professionale, magari dovuta all’incertezza<br />

redazionale; e saprà cogliere, speriamo, il valore di relazione e di<br />

animazione che questo progetto suggerisce, insieme all’urgenza storica<br />

di riconsiderare correttamente (forse più come risorsa che come<br />

folclore) l’incredibile mestiere degli innestini, dei carbonai, dei<br />

maestri d’ascia, degli stagnini, dei <strong>mani</strong>scalchi e – perché no – dei<br />

poeti estemporanei in ottava rima.<br />

<strong>Mestieri</strong> e processi produttivi dell’agricoltura<br />

Doma dei cavalli<br />

Maniscalco<br />

Raccolta <strong>delle</strong> castagne<br />

Essiccazione castagne con metodo tradizionale<br />

Coltivazione e raccolta di piante officinali<br />

Essiccazione e lavorazione tradizionale di piante officinali<br />

Frangitura olive con macine in pietra<br />

Molitura castagne per produzione di farina<br />

Molitura tradizionale di cereali<br />

Produzione di cesti in castagno<br />

Produzione paleria e travature in castagno<br />

Spremitura tradizionale di uva e vinacce<br />

Taglio del bosco con smacchiatura manuale<br />

Innesto e potatura di alberi da frutto<br />

Coltivazione di piantine d’olivo per l’innesto<br />

Pinottolai, raccolta di pinoli con squadre itineranti<br />

Tosatura pecore, con squadre itineranti<br />

Vetturino, trasporto con muli<br />

Carbonaio, trasformazione legna in carbone


Il paesaggio rurale<br />

è segnato dalle relazioni<br />

tra ambiente naturale<br />

e lavoro dell’uomo: un<br />

equilibrio fragile, che<br />

richiede grandi responsabilità<br />

collettive<br />

L.B.<br />

Impagliatore di cesti e sedie con erbe palustri<br />

Impagliatore di fiaschi e damigiane<br />

Norcino<br />

Coltivazione di ortaggi con autoriproduzione del seme<br />

<strong>La</strong>vorazione erica<br />

Trasformazione alimentare di prodotti del sottobosco<br />

Pesca con sistemi tradizionali<br />

Attività dell’ambiente rurale<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Estrazione e lavorazione pietra serena<br />

Produzione e rifacimento materassi in lana e vegetale<br />

Rabdomante<br />

Arrotino ambulante<br />

Ricamo manuale e lavorazione del merletto<br />

<strong>La</strong>vorazione del cuoio<br />

Riparazione utensileria agricola in ferro<br />

Falegnameria con uso di legname aziendale<br />

Falegnameria per produzione di attrezzi in legno<br />

Panificazione tradizionale<br />

Restauro manuale di arredi della casa rurale<br />

Ricostruzione di attrezzi agricoli<br />

<strong>La</strong>vorazione manuale di creta locale<br />

Riparazione calzature<br />

Produzione manuale di orci in terracotta<br />

Calafatore<br />

Bigonaio<br />

Ristrutturazioni rurali con materiali e tecniche tradizionali<br />

67


68<br />

ARSIA<br />

Bottaio<br />

Produzione selleria e finimenti per equitazione<br />

Produzione salumi tipici<br />

Carradore<br />

<strong>La</strong>vorazione corde e funi<br />

Produzione e riparazione paioli e teglie in rame<br />

Produzione lame e utensileria per agricoltura<br />

Produzione rami di palma intrecciati<br />

Sistemazioni agrarie con muri reggipoggio<br />

Tessitura artigianale con antichi telai orizzontali<br />

Attività didattiche sulla molitura tradizionale<br />

Attività didattiche sulla tessitura tradizionale<br />

Tradizione della poesia estemporanea<br />

Attività di documentazione sulla civiltà rurale


2.3 Le attività censite<br />

a cura di SPI-CGIL Toscana<br />

Antognoli Fiore<br />

Massa Marittima (Grosseto)<br />

Innesto di piante: attività amatoriale. Età avanzata dell’operatore.<br />

Guicciardini Pier Antonio<br />

Prata - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Innesto di piante: l’operatore esegue innesti e potature di alberi, a<br />

livello amatoriale.<br />

Saltini Emilio<br />

Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Innesto di piante: l’attività è inserita all’interno dell’azienda agricola.<br />

Artigaie di Collivadino Fiorella<br />

Podere Poggio Filippone - Manciano (Grosseto)<br />

Tessitura: tessitura a mano, ricamo, uncinetto.<br />

Semplicemente di Zavattoni Giulia<br />

Sovana - Sorano (Grosseto)<br />

Tessitura: l’azienda comprende attività agricola e artigiana; è presente<br />

da oltre 50 anni, e si distingue per la tessitura a mano di<br />

lino, canapa e seta (è allo studio la lavorazione della fibra di<br />

ginestra). Sono prodotti asciuga<strong>mani</strong>, tessuti per arredamento e<br />

abbigliamento. Attività di dimostrazione e vendita al pubblico.<br />

Bellugi Elisa<br />

Poppi (Arezzo)<br />

Tessitura: tessitura a mano di capi di abbigliamento e accessori per<br />

l’arredamento.


70<br />

ARSIA<br />

Negli ultimi anni, molte<br />

associazioni e circuiti<br />

agrituristici ripropongono<br />

corsi e scuole di tessitura<br />

tradizionale<br />

L.B.<br />

Cerasari Livia<br />

Fronzola - Poppi (Arezzo)<br />

Tessitura: da circa 30 anni è stata riattivata questa attività artigiana,<br />

che utilizza telai manuali del Seicento, con filatoio a mano e a<br />

pedale. I prodotti sono tessuti con fibre naturali come lana, cotone<br />

e seta, e utilizzati per abbigliamento e arredamento.<br />

Tapinassi Lea e Acciai Marsilia<br />

Poppi (Arezzo)<br />

Tessitura: tessitura artigianale con antichi telai orizzontali, con produzioni<br />

di capi per corredo e tappeti.<br />

Associazione Pro Loco<br />

Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />

Ricamo: l’associazione organizza corsi di ricamo frequentati da<br />

molte allieve provenienti dall’area circostante. È stata anche<br />

effettuata una ricerca sul ricamo tradizionale (punto in croce,<br />

punto antico).


Scuola di ricamo<br />

Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />

Ricamo: la scuola ripropone da alcuni anni lavori e motivi di ricamo<br />

in uso nelle campagne circostanti nel secolo scorso.<br />

Scagliotti M. <strong>La</strong>ura<br />

Cecina (Livorno)<br />

Ricamo: l’artigiana, da oltre 50 anni, lavora come ricamatrice, producendo<br />

su ordinazione biancheria per la casa, tendaggi, abbigliamento.<br />

Risaliti Fiorenza<br />

Barberino del Mugello (Firenze)<br />

Ricamo: attività amatoriale di ricamo, punto antico, sfilature per la<br />

confezione di tovaglie, lenzuola e tendaggi, caratteristici <strong>delle</strong><br />

campagne mugellane.<br />

Grossini Piero<br />

Cecina (Livorno)<br />

Sartoria: lavorazione artigianale su misura per privati. L’attività è<br />

presente da oltre 50 anni.<br />

Associazione culturale Tradizioni Gerfalchine<br />

Gerfalco - Pontieri (Grosseto)<br />

Attività culturale: l’associazione si occupa della valorizzazione del<br />

patrimonio culturale e lavorativo dell’area. Gli associati ripropongono<br />

le antiche tradizioni agricole del luogo (come la semina<br />

di campi di grano e la festa della trebbiatura).<br />

Gruppo antiche tradizioni “Cantamaggio”<br />

Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Attività culturale: riproposizione di tradizioni popolari e del mondo<br />

contadino (squadra di maggerini, canti in ottava rima, esibizioni<br />

pubbliche e “visita” dei poderi e <strong>delle</strong> abitazioni rurali).<br />

Gruppo Maggerini<br />

Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />

Attività culturale: poesia estemporanea.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

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72<br />

ARSIA<br />

Gruppo canoro Cantamaggio<br />

Scarlino (Grosseto)<br />

Attività culturale: squadre di cantamaggio che a primavera girano per<br />

le campagne improvvisando rime con poeti e musici.<br />

Gruppo canoro Cantamaggio<br />

Pianizzoli - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Attività culturale: gruppo di cantori contadini, ancora in attività, con<br />

improvvisazioni e ottava rima.<br />

Gruppo Maggerini<br />

Venturina - Campiglia M.ma (Livorno)<br />

Attività culturale: il gruppo si è costituito più di 25 anni fa e svolge<br />

attività di canti popolari in occasioni di feste tradizionali.<br />

Archivio storico del Comune di Fiesole<br />

Fiesole (Firenze)<br />

Attività culturale: documentazione sull’attività della lavorazione<br />

della pietra diffusa nel territorio di Fiesole.<br />

CRED - Centro Risorse Educative e Didattiche<br />

Poppi (Arezzo)<br />

Attività culturale: documentazione della cultura locale e iniziative di<br />

animazione nell’area del Casentino. Il centro è attivo presso la<br />

locale Comunità Montana.<br />

Pro Loco<br />

Cetica - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

Attività culturale: documentazione e riproposizione didattica <strong>delle</strong><br />

attività della montagna casentinese, in particolare sul lavoro dei<br />

carbonai e dei pinottolai (raccoglitori che si spostavano presso le<br />

pinete del litorale toscano e laziale).<br />

Banchi Lio<br />

Pianizzoli - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Doma cavalli: la doma è ancora eseguita secondo la tradizione<br />

maremmana.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Cinci Sergio<br />

Ghirlanda - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Doma cavalli: la doma dei cavalli è effettuata secondo la tradizione<br />

maremmana. L’operatore richiede interventi per la salvaguardia<br />

dell’attività.<br />

Sbrana Luciano<br />

Ghirlanda - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Doma cavalli: l’operatore richiede interventi di salvaguardia dell’attività.<br />

Marconi Maurizio<br />

Coliberto - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Maniscalco: l’operatore svolge anche attività di domatore di cavalli.<br />

Banchi Lio<br />

Pianizzoli - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Rabdomante: l’attività di ricerca dell’acqua è svolta in tutta l’area<br />

rurale circostante.<br />

Az. Agricola Bellavista di Coscini Franco<br />

Ghirlanda - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Piante officinali: l’attività si svolge all’interno di una azienda agrituristica,<br />

con la coltivazione di erbe officinali tipiche dell’area, per<br />

uso alimentare e medicinale e per ottenerne coloranti naturali.<br />

Gioli Maurizio<br />

Cascina (Pisa)<br />

Piante officinali: produzione ed essiccazione di piante officinali e<br />

tradizionali dell’area; la coltivazione si richiama al metodo biologico.<br />

Grassi Nicolino<br />

Massa M.ma (Grosseto)<br />

Potatura: attività di potatura (potino) e innesto su alberi da frutto.<br />

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74<br />

ARSIA<br />

<strong>La</strong> potatura dell’olivo richiede una specifica capacità professionale. I “potini”<br />

sono sempre più richiesti dalle tante aziende a vocazione olivicola F.F.<br />

Biagiucci Fosco<br />

Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Potatura: potatura di alberi (potino) e innesto su piante da frutto.<br />

Zanaboni Francesco<br />

Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Potatura: potatura di alberi (potino) e lavori d’innesto.<br />

Castaldi Gianluca<br />

Compiobbi (Fiesole - Firenze)<br />

Potatura: potatura piante da frutto.<br />

Panichi Renato<br />

Valpiana - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Potatura: potatura di alberi (potino) e lavori d’innesto.<br />

Burgassi Virio<br />

Massa M.ma (Grosseto)<br />

Impagliatore: la materia prima utilizzata è il giunco locale, che serve<br />

per l’impagliatura di sedie, fiaschi, canestri. Attività amatoriale,<br />

età avanzata dell’operatore.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong> preparazione della carbonaia, sulle colline livornesi A.C.<br />

Francardi Franchino<br />

Montieri (Grosseto)<br />

Impagliatore: produzione di cesti e altri oggetti in vimini, utilizzando<br />

il giunco locale. Attività amatoriale, età avanzata dell’operatore.<br />

Fulceri Altimino<br />

Cecina (Livorno)<br />

Impagliatore: l’impagliatura di canestri e damigiane è svolta soprattutto<br />

per aziende e cantine del territorio.<br />

Traiani Luciano<br />

Prato<br />

Impagliatore: impagliatura di sedie e produzione di cesti in vimini.<br />

Cortesi Guerriero<br />

Prata - Massa M.ma (Grosseto)<br />

Carbonaio: la produzione del carbone si affianca da sempre all’attività<br />

di taglialegna nei boschi della zona.<br />

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76<br />

ARSIA<br />

F.lli Martelli<br />

Massa M.ma (Grosseto)<br />

Tagliabosco: taglio del bosco ceduo per legna da ardere.<br />

Carbonaio: produzione di carbone in piccole quantità. L’attività, a<br />

livello familiare, è presente da oltre 100 anni.<br />

I carbonai<br />

Montemignaio (Arezzo)<br />

Carbonaio: realizzazione di carbonaie con squadre itineranti, e<br />

secondo le tecniche tradizionali; vendita del carbone a negozianti<br />

e privati.<br />

Bugelli Dario<br />

Piteglio (Pistoia)<br />

Carbonaio: trasformazione di legna in carbone; l’attività è presente<br />

da oltre 50 anni.<br />

CTM legnami scarl<br />

Santa Fiora (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno e Tagliabosco: oltre al taglio del bosco, l’azienda<br />

svolge anche attività di falegnameria con trasformazione artigianale<br />

del legname dell’Amiata in travi, infissi e mobili.<br />

Fani Ivano<br />

Via Pisana (Livorno)<br />

Tagliabosco: l’attività è presente da oltre 50 anni. Ha esercitato a<br />

lungo la “smacchiatura” con i muli; oggi, riguarda la vendita di<br />

legname e la produzione del carbone di pezzatura piccola.<br />

Venturi Giuseppe e Settimio<br />

Livorno<br />

Tagliabosco: l’attività di tipo familiare è esercitata sulle colline livornesi<br />

da oltre 50 anni, dopo una pausa per l’impiego nell’indotto<br />

del porto. Al taglio del bosco e alla vendita della legna, si accompagna<br />

una piccola produzione di carbone.<br />

Zacchi Bruno<br />

Montecatini Val di Cecina (Pisa)<br />

Tagliabosco: l’attività di taglio del bosco è presente da quasi 50 anni,<br />

e in misura residuale anche quella di produzione del carbone.


F.lli Giomarelli Ildo e Lorenzo<br />

Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: l’azienda a conduzione familiare produce infissi<br />

e mobili con legname locale.<br />

Fanciulletti Franco<br />

Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: l’artigiano esegue lavorazione di porte, finestre e<br />

mobili, utilizzando solo legname locale.<br />

Farini Paolo<br />

Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: produzione di infissi.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Gennai Giovanni<br />

Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: viene utilizzato legname della macchia mediterranea,<br />

fornito dai boscaioli della zona (castagno, olmo, olivo,<br />

carpino, frassino) per costruzione di mobili “in arte povera”:<br />

tavoli, sgabelli, vetrine, attrezzi per cucina. Attività amatoriale.<br />

Gerfalco di Brogi D.<br />

Montieri (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: presente da oltre 50 anni, l’attività riguarda la<br />

produzione di pali in castagno per vigne e recinzioni.<br />

Pellegrini Lelio<br />

Fontevecchia - Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: si tratta di un’antica falegnameria, presente da<br />

oltre 100 anni. Esegue lavorazione di porte, finestre e mobili su<br />

misura, esclusivamente con legno di castagno locale.<br />

Maestrini Quintilio<br />

Monte d’Alma - Scarlino (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: l’artigiano, utilizzando castagno locale, produce<br />

paleria, travi, correnti e filagne. L’attività è presente da oltre 50<br />

anni.<br />

Morganti Marzio<br />

Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: si tratta di un laboratorio presente da oltre 80<br />

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78<br />

ARSIA<br />

anni. Esegue lavorazioni di porte, finestre e mobili su misura<br />

con legname di castagno locale.<br />

Paolini Silvano<br />

Montieri (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: l’attività, di tipo amatoriale, utilizza esclusivamente<br />

legno di olivo della zona per la costruzione di oggettistica<br />

varia: posateria, taglieri, appendiabiti.<br />

Parenti Fabio<br />

Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: lavorazione legno. Si eseguono lavori di restauro<br />

mobili e cornici in legno di castagno, solo su commissione e<br />

completamente a mano.<br />

Salvucci Sergio<br />

Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: l’artigiano si occupa da molti anni del restauro di<br />

mobili antichi.<br />

Traditi Eligio<br />

Montieri (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: produzione di pali e travature di castagno (per<br />

vigne, recinzioni, edilizia).<br />

Montorsi Roberto<br />

Morrona - Ponsacco (Pisa)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: l’attività dell’artigiano è presente da quasi 50<br />

anni, con il restauro e la creazione di mobili interamente lavorati<br />

a mano.<br />

Borghesi Claudio<br />

Lierna - Poppi (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: azienda che si tramanda a livello familiare l’antico<br />

mestiere del “bigonaio”. Il bigone è un prodotto tipicamente<br />

casentinese, interamente fatto a mano e lavorato con castagno<br />

locale, utilizzato soprattutto per la raccolta <strong>delle</strong> uve.<br />

Ciampelli Elio<br />

Sasso Piano - Badia Prataglia (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: l’azienda familiare è dedita alla lavorazione del


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

legno locale, come acero e faggio, che qui presenta caratteristiche<br />

particolari: dopo il taglio e lo spacco il legname è trasportato<br />

alla bottega e poi lavorato fresco perché è più morbido, per la<br />

produzione di oggettistica per uso domestico.<br />

Paggetti Alessandro<br />

Borgo Collina - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: antica bottega di falegnameria, con lavorazione<br />

di legname locale per arredamento. Specializzazione nel restauro<br />

rurale.<br />

Paggetti Giovanni e Marco<br />

Spedale - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: antica falegnameria, che lavora in prevalenza<br />

legno di castagno locale.<br />

Citti Mauro<br />

Lugliano - Bagni di Lucca (Lucca)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: produzione amatoriale di oggetti artistici in<br />

legno.<br />

Perini Pietro<br />

Cervara - Pontremoli (Carrara)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno: laboratorio artigianale familiare, che produce da<br />

oltre 50 anni mobili, infissi, taglieri e oggettistica. Per la lavorazione<br />

sono utilizzate tavole di castagno della zona; i tronchi<br />

sono tagliati, sezionati e stagionati dall’artigiano.<br />

Tocci Pietro e Antonio<br />

Spignana - San Marcello Pistoiese (Pistoia)<br />

<strong>La</strong>vorazione legno, Vetturini: l’azienda a conduzione familiare produce<br />

legna da ardere, paleria e legname da macero per le cartiere,<br />

esclusivamente con legname locale. Da segnalare lo “smacchio”<br />

della legna eseguito con l’impiego di muli da soma, nati e<br />

allevati in azienda.<br />

Tinti Agostino<br />

Capolona (Arezzo)<br />

Vetturino: trasporto di legname, con muli, in luoghi inaccessibili a<br />

mezzi meccanici.<br />

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80<br />

ARSIA<br />

Trasporto di legname sulle montagne del carrarese, al termine dello “smacchio”<br />

del bosco A.C.<br />

Rossi Germano<br />

Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

Vetturino: trasporto di legname.<br />

Ricci Emilio<br />

Pracchiola - Pontremoli (Carrara)<br />

Vetturino: l’attività, di tipo familiare, è presente da oltre 100 anni, e<br />

riguarda il trasporto di legna e prodotti del bosco con l’utilizzo<br />

di asini. Fino a poco tempo fa i mulattieri venivano frequentemente<br />

utilizzati per il trasporto di legname e del carbone (le carbonaie<br />

erano attive su questi monti dell’Appennino fino ad<br />

altezze di 1500-1700 m s.l.m.).<br />

Dondolini Pier Luigi<br />

Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione e riparazione di utensili e attrezzi.<br />

Faraci Vincenzo<br />

Casotto dei Pescatori (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: riparazioni di utensileria agricola, assottigliatura<br />

vomeri, costruzione letti, porte e finestre in ferro.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Naldini Ivo<br />

Girone - Fiesole (Firenze)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: l’artigiano ha svolto in gran parte attività di servizio<br />

per l’agricoltura (costruzione e riparazione di vari utensili<br />

e attrezzature). Attualmente, produce manufatti per arredi, ringhiere<br />

e infissi metallici.<br />

Niccoli Giampiero<br />

Caldine - Fiesole (Firenze)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione di vari articoli in ferro battuto, con<br />

l’esecuzione di forgiatura e modellazione del metallo.<br />

Magni Giuseppe<br />

Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione di “ferri da lavoro” con metodi tradizionali:<br />

pennati, vanghe, ramponi, falci.<br />

Magni Roberto<br />

Pagliericcio - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: la bottega (di grande interesse storico) è gestita a<br />

livello familiare da sei generazioni. È conosciuta per la costruzione<br />

di zappe, asce e vari strumenti di lavoro per il campo e il<br />

bosco, utilizzando solo carbone per la forgiatura e la forza <strong>delle</strong><br />

braccia (incudine e martello).<br />

Manni Giampaolo<br />

Ponte a Poppi - Poppi (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: la bottega è attiva da metà dell’Ottocento, con le<br />

lavorazioni tipiche del Casentino; si lavora il ferro forgiato e battuto<br />

modellandolo a mano. Produzione su ordinazione di cancelli,<br />

recinzioni, oggettistica e restauro.<br />

Antica ferriera<br />

Pescaglia (Lucca)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: realizzazione di oggetti diversi in ferro.<br />

Caselli F.lli<br />

Borgo a Mozzano (Lucca)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione artigianale di vari utensili agricoli<br />

come forche, rastrelli, falci.<br />

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82<br />

ARSIA<br />

Ferreria dei F.lli Graziani<br />

Fabbriche di Vallico (Lucca)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione artigianale di utensili agricoli in<br />

un’antica ferreria con maglio: zappe, vanghe, testi per la cottura<br />

dei necci.<br />

Galgani Carlo<br />

Pescaglia (Lucca)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: antico laboratorio artigianale, dove il fabbro realizza<br />

vari attrezzi come vanghe, coltelli, testi, alari.<br />

Ditta Coppi di Fabio Gonnella<br />

Abbadia San Salvatore (Siena)<br />

<strong>La</strong>vorazione ferro: produzione artigianale di utensili agricoli.<br />

Menichetti Mauro<br />

Semproniano (Grosseto)<br />

Ferro battuto: in attività da oltre 50 anni, nonostante l’età avanzata<br />

dell’artigiano. <strong>La</strong> lavorazione riguarda tutte le tipologie di ferro<br />

battuto, dagli utensili per la lavorazione della terra (zappe, vanghe,<br />

vomeri) a ringhiere e cancellate, ai ferri da cavallo.<br />

Flamini Fabiano<br />

Semproniano (Grosseto)<br />

Panificatore: l’azienda è presente da tempo sul territorio; produzione<br />

tradizionale e a lievito naturale di pane e dolci tipici della<br />

cucina locale.<br />

Fabbri Pietro<br />

Castiglion della Pescaia (Grosseto)<br />

Modellismo: Attività amatoriale. Ricostruzione e imitazione di<br />

oggetti agricoli d’epoca, in legno (carro, torchio, morgano…).<br />

Cecchetti Almado<br />

Cecina (Livorno)<br />

Modellismo: riproduzione in miniatura di strutture e macchine agricole<br />

(frantoi, carri, mulini).


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong>vorazione manuale di vasi in terracotta, in un laboratorio sul litorale livornese<br />

<strong>La</strong>boratorio d’arte di Ermini Elga<br />

Marina di Grosseto (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione terracotta: il lavoro si svolge su ordinazione: la creta<br />

toscana viene lavorata a mano, modellando vasi, anfore, piatti.<br />

Anche le decorazioni sono fatte a mano.<br />

Bitossi Luigi<br />

Cecina (Livorno)<br />

<strong>La</strong>vorazione terracotta: produzione di terrecotte toscane, a mano.<br />

Pepolino dei Barberi di Marchetti Alessandro<br />

Massa Marittima (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione cuoio e terracotta: l’azienda artigiana è presente da oltre<br />

50 anni con produzione di oggetti in cuoio sbalzato, selleria,<br />

borse, cappelli, cinture. Si producono anche oggetti in ceramica<br />

utilizzando le antiche tecniche come il bucchero, la terracotta<br />

nera etrusca.<br />

83<br />

A.C.


84<br />

ARSIA<br />

Lombrichi Anelito<br />

Catabbio - Semproniano (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione cuoio: produzione di scarpe e stivali a mano.<br />

Buccioni Ivo<br />

Cecina (Livorno)<br />

Calzolaio: riparazione calzature, con attività di insegnamento del<br />

mestiere; è presente da oltre 50 anni.<br />

Guarisco Rocco<br />

Cecina (Livorno)<br />

Calzolaio: l’artigiano esegue la lavorazione completa della scarpa,<br />

dal modello alla lucidatura. Riparazione dell’usato.<br />

Ghilardi Elena<br />

Bagni di Lucca (Lucca)<br />

Calzolaia: produzione di calzature a mano e riparazioni.<br />

Angella Pietro<br />

Pontremoli (Carrara)<br />

Calzolaio: riparazione scarpe.<br />

Maestrini Quintilio<br />

Scarlino (Grosseto)<br />

Frangitura olive: si tratta di un’attività presente da oltre 50 anni e storicamente<br />

inserita nell’ambiente urbano; è anche l’unico frantoio<br />

attivo nel paese, rispetto ai 7 dell’immediato dopoguerra.<br />

L’operatore ha in previsione la produzione di “affiorato”.<br />

Rossi Giuseppe<br />

Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />

Frangitura olive: frantoio con macine in pietra.<br />

Zanaboni Rita<br />

Massa M.ma (Grosseto)<br />

Frangitura olive: frangitura tradizionale con frantoio a pietra.<br />

Alla Pieve<br />

Calci (Pisa)<br />

Frangitura olive: frangitura con macine in pietra. Attivo da oltre 100<br />

anni.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Celandroni Angelo<br />

Calci (Pisa)<br />

Frangitura olive: frangitura tradizionale con macine in verrucano<br />

(pietra locale). Attivo da oltre 100 anni.<br />

Cooperativa I Ronchi<br />

Calci (Pisa)<br />

Frangitura olive: frangitura con macine in pietra.<br />

<strong>La</strong>ndi Massimo<br />

Cortona (Arezzo)<br />

Frangitura olive: frantoio a pietra con sistema di estrazione tradizionale.<br />

<strong>La</strong> struttura è presente da più di 100 anni.<br />

Cooperativa “<strong>La</strong> Seimiglia”<br />

Lucca<br />

Frangitura olive: frantoio in pietra, frangitura tradizionale <strong>delle</strong> olive.<br />

Belladonna di Lemmi Teresa<br />

San Quirico d’Orcia (Siena)<br />

Frangitura olive: frangitura olive con sistema tradizionale.<br />

Milani Dante<br />

Monterotondo M.mo (Grosseto)<br />

Coltellinaio: l’attività, oramai di tipo amatoriale, riguarda la fabbricazione<br />

di vari utensili e arnesi da taglio (pennati, coltelli e lame<br />

con <strong>mani</strong>ci in legno di erica), oltre a quella di <strong>mani</strong>scalco.<br />

Orlandini Bruno<br />

Cecina (Livorno)<br />

Arrotino: artigiano affilatore di utensili casalinghi e per macelleria.<br />

Valli Evaristo<br />

Arezzo<br />

Arrotino: attività artigiana di affilatura coltelli, forbici e utensili per<br />

lavoro e per uso domestico.<br />

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86<br />

ARSIA<br />

Pieri Piero<br />

Massa M.ma (Grosseto)<br />

Molitura cereali: antico molino ad acqua con struttura in legno e bottaccio<br />

e macine a pietra. Produzione di tritelli e farina di orzo,<br />

avena, mais e frumenti.<br />

Antico Molino Margheri<br />

Borgo San Lorenzo (Firenze)<br />

Molitura: molino attivo dal 1845, con macinatura a palmenti, mosso<br />

ad acqua, con produzione di farine di grano, castagne, granturco.<br />

Arrighetti Rolando<br />

Barberino del Mugello (Firenze)<br />

Molitura: da oltre 700 anni il mulino è sempre gestito dalla stessa<br />

famiglia. Azionato con la forza dell’acqua, macina grano tenero<br />

e granturco per polenta, provenienti principalmente da produzioni<br />

locali.<br />

Fantappiè Lucia<br />

Ellera - Fiesole (Firenze)<br />

Molitura: il mulino, a 5 palmenti ed azionato con la forza dell’acqua,<br />

è ormai in via di dismissione, pur essendo completo di tutti i<br />

meccanismi e perfettamente funzionante.<br />

Baldi Baldo<br />

Montemignaio (Arezzo)<br />

Molitura: mulino ad acqua, ancora attivo per la produzione di farina<br />

di castagne.<br />

Benevieri F.lli<br />

Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

Molitura: mulino ad acqua ancora attivo, per la produzione di farine<br />

di grano, di castagne, di granoturco e di biade per animali.<br />

Grifoni F.lli<br />

Cetica - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

Molitura: attività esistente dal 1696. Il mulino ad acqua produce farina<br />

di grano, di castagne, di granturco.


I mulini a pietra<br />

sono strutture ancora<br />

diffuse e funzionanti<br />

in diverse aree rurali<br />

della regione. Numerosi<br />

quelli azionati dalla<br />

sola forza dell’acqua<br />

A.C.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Mattesini Alfonso e Gennai Angiola<br />

Subbiano (Arezzo)<br />

Molitura: trasformazione di cereali in farine (grano, granoturco,<br />

castagne, avena), con macine in pietra.<br />

Mattesini Marino e Baldini Anna<br />

Subbiano (Arezzo)<br />

Molitura: trasformazione di cereali in farine (grano, granturco,<br />

castagne, avena), con macine in pietra.<br />

Parigi Giuseppe<br />

Loro Ciuffenna (Arezzo)<br />

Molitura: macinatura di castagne, grano e granturco con macine a<br />

pietra azionate ad acqua. L’edificio è d’interesse storico, risalente<br />

al Cinquecento.<br />

Comune di Fabbriche di Vallico<br />

Fabbriche di Vallico (Lucca)<br />

Molitura: molitura tradizionale per la produzione di farina di castagne<br />

e di cereali.<br />

87


88<br />

ARSIA<br />

Germolli Pasquale<br />

Capannori (Lucca)<br />

Molitura: molino storico esistente dal 1467, per la produzione di farine<br />

di cereali. Vengono svolte attività didattiche e dimostrative.<br />

Mucci Giuliano<br />

Barga (Lucca)<br />

Molitura: il molino ad acqua e con macine a pietra produce farina di<br />

castagne.<br />

Mulino <strong>delle</strong> Fredi<br />

Villa Basilica (Lucca)<br />

Molitura: molitura per la produzione di farina di castagne e di cereali.<br />

Regoli Ercolano<br />

Pieve Fosciana (Lucca)<br />

Molitura: lavorazione di grano, farro, granturco e castagne. Il mulino<br />

risale al Settecento circa.<br />

Cooperativa Val d’Orsigna<br />

Orsigna (Pistoia)<br />

Molitura: produzione di farina di castagne. L’attività è ancora esercitata<br />

grazie al recupero strutturale e funzionale di un mulino e<br />

di un metato. In passato facevano parte di un complesso di<br />

strutture che lavoravano in serie, a servizio dell’economia montana<br />

della Valle d’Orsigna, che per secoli ha avuto nella castagna<br />

il principale sostentamento.<br />

Giannini Orazio<br />

Montecatini (Pistoia)<br />

Molitura: l’azienda è attiva da oltre 100 anni, con produzione di farina<br />

di castagne.<br />

Gualtieri Romeo<br />

Pistoia<br />

Molitura: attività di molitura di castagne e cereali, per la produzione<br />

di farina. Essiccazione castagne.<br />

Cecconi Emilio<br />

San Quirico - Vernio (Prato)<br />

Molitura: l’attività è presente da oltre 100 anni, con la macinazione


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

di grano, granturco, orzo e soprattutto castagne: è l’unico mulino<br />

ancora attivo della valle del Bisenzio.<br />

Podere Ripoli di Martellucci P.<br />

Montieri (Grosseto)<br />

<strong>La</strong>vorazione castagne: essiccazione castagne con metodo tradizionale<br />

e produzione di farina. L’attività è presente da oltre 100 anni.<br />

Mannuccini Massimo<br />

Ortignano Raggiolo (Arezzo)<br />

Essiccazione castagne: attività di essiccazione <strong>delle</strong> castagne, destinate<br />

alla molitura, con procedimenti tradizionali.<br />

Mugnai F.lli<br />

Talla (Arezzo)<br />

Essiccazione castagne: attività di essiccazione <strong>delle</strong> castagne, destinate<br />

alla molitura, con procedimenti tradizionali.<br />

Loro Ciuffenna: il ciclo di<br />

lavorazione tradizionale<br />

della castagna prevede<br />

la fase dell’essiccamento<br />

all’interno del “metato”<br />

(o “essiccatoio”)<br />

V.V.<br />

89


90<br />

ARSIA<br />

Giannini Uliva<br />

Pescia (Pistoia)<br />

Essiccazione castagne: attività di essiccazione <strong>delle</strong> castagne, destinate<br />

alla molitura, con metodi tradizionali.<br />

Manzini Giuseppe<br />

Piteglio (Pistoia)<br />

Essiccazione castagne: attività di essiccazione <strong>delle</strong> castagne, destinate<br />

alla molitura, con metodi tradizionali.<br />

Coordinamento Produttori<br />

Cavarzano - Vernio (Prato)<br />

Essiccazione castagne: il Coordinamento dei Produttori è l’espressione<br />

di tanti proprietari di piccoli appezzamenti di terreno a castagneto,<br />

e gestisce tre punti di essiccazione. Quest’attività è presente<br />

da oltre 100 anni e supplisce la progressiva scomparsa di<br />

figure professionali nella filiera della lavorazione della castagna.<br />

Coordinamento Produttori<br />

Cantagallo (Prato)<br />

Essiccazione castagne: gestione associata di strutture per la lavorazione<br />

<strong>delle</strong> castagne, ad uso familiare. Esperienza di aggregazione<br />

sociale.<br />

Cerofolini Carlo<br />

Quarata (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione pietra: attività amatoriale, con modellazione e scultura<br />

della pietra grezza raccolta nell’alveo del fiume Arno.<br />

Colozzi Umberto<br />

Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione pietra: la famiglia si tramanda l’attività fin dal Seicento<br />

(in quest’area del Casentino hanno lavorato centinaia di scalpellini).<br />

<strong>La</strong> lavorazione, effettuata a mano ed utilizzando per lo più<br />

pietra serena, riguarda caminetti, fontane, vasche, capitelli ed<br />

anche restauri in palazzi antichi e storici.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Pancini Massimiliano e Fernando<br />

Ponte a Poppi - Poppi (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione pietra: l’attività familiare (che oggi riguarda anche<br />

marmi e graniti) prende avvio dall’antica lavorazione della pietra<br />

scalpellata direttamente sul luogo, cioè nella cava. <strong>La</strong>vorazione<br />

di soglie per finestre, camini, pavimentazioni.<br />

Rialti Alessandro<br />

Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

<strong>La</strong>vorazione pietra: l’attività di scalpellino riguarda oggetti di arredamento<br />

interno ed esterno (caminetti, fontane, scale), utilizzando<br />

quasi esclusivamente pietra serena.<br />

Giusti Demire<br />

Borgo a Mozzano (Lucca)<br />

<strong>La</strong>vorazione pietra: con la pietra locale, sono effettuate varie lavorazioni,<br />

come alcune sistemazioni agrarie (muretti reggipoggio)<br />

ed il restauro di edifici ed annessi agricoli.<br />

Nardini Germano<br />

Pescia (Pistoia)<br />

<strong>La</strong>vorazione pietra: estrazione e lavorazione di pietra serena, con la<br />

tecnica della scalpellinatura. <strong>La</strong> lavorazione prevede la realizzazione<br />

di caminetti, scale, capitelli, pavimentazioni. <strong>La</strong> pietra<br />

scalpellata è usata in particolare per le ristrutturazioni dei borghi<br />

medievali <strong>delle</strong> montagne pesciatine.<br />

Venturi Celestino<br />

Succisa - Pontremoli (Carrara)<br />

Scalpellino: la bottega artigiana è presente da oltre 100 anni.<br />

Utilizzando materiale locale (pietra arenaria) si realizzano fontane,<br />

portali, oltre a vari restauri in pietra.<br />

Gentili Vetus<br />

Campiglia M.ma (Livorno)<br />

Cesteria: produzione amatoriale di cestini e panieri. Con il legno,<br />

vengono costruiti scale e forchini.<br />

91


92<br />

ARSIA<br />

Colasanti Giuseppe<br />

Pantano - Campi Bisenzio (Firenze)<br />

Cesteria: a livello amatoriale, sono confezionati cesti, panieri, fiaschi<br />

impagliati e altri oggetti di uso domestico. Per la lavorazione,<br />

sono usate materie prime locali, come canne, salici, vetrici.<br />

Ristori Fedoro<br />

Ortignano Raggiolo (Arezzo)<br />

Cesteria: realizzazione di cesti con stecche di castagno locale. Oggettistica<br />

in legno per uso domestico.<br />

Perondi Liana<br />

Altopascio (Lucca)<br />

Cesteria: produzione di cesti ad intreccio. Impagliatura di sedie con<br />

erbe palustri (sara e sarello del padule). L’attività è presente da<br />

oltre 100 anni.<br />

Melani Paolo<br />

Piteglio (Pistoia)<br />

Cesteria: produzione di cesti, canestri e gerle con l’intreccio di strisce<br />

di legno di castagno. L’attività è presente da oltre 100 anni.<br />

“Squadra” di tosini<br />

Garliano - Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

Tosatura: gruppo itinerante di lavoranti esperti nella tosatura <strong>delle</strong><br />

pecore, con sistemi tradizionali.<br />

Barcali Pietro<br />

Compiobbi - Fiesole (Firenze)<br />

Calafatore: costruzione e riparazione di barche. L’attività dei calafati<br />

e costruttori di barche tipiche del fiume Arno, è ormai destinata<br />

all’estinzione: è rimasto un numero esiguo di barchetti<br />

(circa 8) impiegati nell’antico mestiere del traghettatore e del<br />

renaiolo, molto diffusi fino alla II guerra mondiale, nelle zone<br />

intorno a Firenze.


L’impagliatore utilizza<br />

soprattutto erbe palustri<br />

e piante locali per<br />

il rivestimento di fiaschi,<br />

damigiane, sedie e<br />

per la costruzione di<br />

piccola cesteria<br />

F.T.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Paoli Elsa<br />

Sova - Poppi (Arezzo)<br />

Orticoltura: azienda agricola che da generazioni coltiva ortaggi, con<br />

specializzazione nella riproduzione di varietà locali, con semina<br />

e coltivazione di piantine, per la vendita diretta.<br />

Cooperativa Girasole<br />

Pescia (Pistoia)<br />

Vivaismo: innesto tradizionale di piantine di olivo.<br />

Orsi Luca Remo<br />

Pescia (Pistoia)<br />

Vivaismo: produzione piantine di olivo, da innesto.<br />

Cooperativa gli <strong>Antichi</strong> <strong>Mestieri</strong><br />

Pescia (Pistoia)<br />

<strong>La</strong>vorazione rame: produzione di paioli e teglie in rame; riparazioni<br />

con ristagno manuale.<br />

93


94<br />

ARSIA<br />

Rifacimento di materassi,<br />

eseguito in forma<br />

itinerante<br />

A.C.<br />

Pellicci Dino<br />

Pescia (Pistoia)<br />

Materassaio: l’artigiano itinerante produce e rifà i materassi in lana<br />

e vegetale, con l’utilizzo di attrezzature tipiche della tradizione<br />

locale.<br />

Impresa Il <strong>La</strong>go di Romiti Giuseppe<br />

Mulinello - Pontremoli (Carrara)<br />

Edilizia: l’impresa è specializzata in ristrutturazioni e restauro conservativo,<br />

ed in particolare nei lavori di copertura dei tetti a<br />

“piagne” (lastre di arenaria), caratteristiche della Lunigiana.<br />

L’impresa ha avviato quest’attività da circa 20 anni, avvalendosi<br />

della collaborazione e dei consigli tecnici di anziani artigiani.<br />

Azienda agricola Barigano di Papini L.<br />

Pescia (Pistoia)<br />

Intreccio paglia: produzione di rami di palma e di olivo intrecciati,<br />

motivo tradizionale del periodo di Pasqua.


2.4 <strong>Mestieri</strong> e attività tradizionali:<br />

schede illustrative<br />

a cura del Gruppo di ricerca “<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> storica del territorio rurale”,<br />

(<strong>La</strong>ura Cassi, Monica Meini, Margherita Azzari, Lidia Calzolai)<br />

coordinato da <strong>La</strong>ura Cassi - Dipartimento di Studi storici e geografici,<br />

Università di Firenze<br />

Tecnica tradizionale per la trasformazione<br />

del legno di ceduo in carbone<br />

Margherita Azzari<br />

I carbonai che operavano in inverno nella Maremma toscana e<br />

laziale erano quasi tutti provenienti dall’Appennino pistoiese, tanto<br />

che talvolta erano chiamati semplicemente “pistoiesi”. Partivano<br />

per lo più senza la famiglia, in piccoli gruppi di sei o sette persone,<br />

quante ne erano necessarie per far funzionare una carbonaia,<br />

accompagnate da un garzone, detto meo, forse una contrazione del<br />

nome di un santo assai venerato: San Bartolomeo. Senza alcun contratto,<br />

in una condizione che oggi definiremmo di sfruttamento<br />

minorile, questo adolescente doveva sobbarcarsi il compito di servire<br />

alla piccola comunità dei carbonai, facendo loro da mangiare,<br />

tenendo in ordine la capanna e assolvendo a mille altri incarichi<br />

come cercare la legna, scavare le buche, dar fuoco alla carbonaia.<br />

Emarginati, sfruttati, associati nell’immaginario popolare ai<br />

banditi e ai cattivi <strong>delle</strong> fiabe, tornavano alle proprie case a maggio.<br />

Il mestiere del carbonaio è oggi in disuso (sembra che l’ultima compagnia<br />

di carbonai sia stata formata nel 1955), soppiantato il carbone<br />

di legna da altre fonti di energia, più adatte ai moderni mezzi di<br />

riscaldamento. Fare il carbone, tuttavia, era un’arte di cui ogni carbonaio<br />

andava fiero. L’abilità si misurava dalla grandezza dei pezzi<br />

di carbone estratti dalla carbonaia fino a riuscire a carbonizzare,<br />

senza sminuzzarlo, un intero fastello di legna. Il carbonaio poco<br />

abile produceva invece solo brace e perciò, con disprezzo, veniva<br />

detto “bracione”.<br />

<strong>La</strong> carbonaia si costruiva su una “piazza” ben spianata sovrapponendo<br />

dei tronchi disposti in quadrato a formare un camino.<br />

Intorno ad essi si appoggiava la legna, in pezzi di varia lunghezza<br />

(da 30 centimetri a 1 metro) e si circondava con alcune file di zolle


96<br />

ARSIA<br />

<strong>La</strong> carbonaia<br />

in combustione:<br />

una tecnica che<br />

richiedeva tempi<br />

appropriati<br />

ed abilità particolari,<br />

oggi ormai in disuso<br />

per la sua complessità<br />

e a causa<br />

anche dell’utilizzo<br />

di altre fonti<br />

di energia<br />

A.C.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

dette “pellicce”. Si copriva il tutto con foglie secche e poi con terra<br />

non argillosa, né sassosa. Si accendeva quindi la carbonaia introducendo<br />

nel camino braci accese e si alimentava il fuoco con piccoli<br />

pezzi di legno. Il tempo di cottura variava a seconda della quantità<br />

e <strong>delle</strong> dimensioni della legna; mediamente con circa 6 quintali di<br />

legna si otteneva un quintale di carbone. Quando la cottura era finita<br />

si toglievano sassi, radici e altri corpi estranei con un rastrello, si<br />

faceva raffreddare per 24 ore e poi si raccoglieva il carbone. Tale<br />

operazione si faceva di notte, per vedere eventuali resti di carbone<br />

acceso, e con zoccoli di legno per non bruciarsi i piedi.<br />

<strong>La</strong> produzione di cesti, l’impagliatura di sedie<br />

e la produzione di cappelli di paglia<br />

Margherita Azzari<br />

<strong>La</strong> raccolta di arbusti ed erbe palustri è pratica antichissima e<br />

fonte di reddito non trascurabile se veniva ricordata negli statuti<br />

medievali e se un editto pretorio si preoccupava di regolamentare,<br />

ancora nel 1830, il taglio di falaschi nelle paludi di Bientina. Tale<br />

raccolta era praticata nelle vaste aree umide interne della Toscana<br />

(la Val di Chiana, la Val di Nievole, il Padule di Bientina) e in quelle<br />

costiere, come i laghi di Porta, di Massaciuccoli, di Castiglione,<br />

e le aree acquitrinose della bassa Val di Cornia e di Vada e Cecina,<br />

la cui bonifica ha portato alla quasi totale scomparsa <strong>delle</strong> molte<br />

attività di lavorazione <strong>delle</strong> piante palustri. Le piante raccolte<br />

erano salici e vetrici, usate dai bottai per legare i cerchi e dai cestai<br />

per alcuni tipi di intreccio; stipa, granato e mortella, usati per fabbricare<br />

scope; canne e biodolo per usi vari; falaschi e altre erbe<br />

palustri per l’impagliatura di sedie e fiaschi oltre che come cibo per<br />

gli animali.<br />

Quasi sempre la possibilità di raccolta era limitata ai soli abitanti<br />

del luogo da apposite leggi che ne determinavano anche i tempi,<br />

che di solito andavano dall’estate all’autunno. Pesanti erano le pene<br />

per i contravventori: chi ad esempio veniva sorpreso a “far salicchio”<br />

veniva punito (siamo nel 1830) “con una penale di lire 50 per ciascuna<br />

contravvenzione e per ciascuna volta, oltre alla perdita della roba e di ogni<br />

mezzo di trasporto, e la carcere ad arbitrio nel caso di recidiva”.<br />

<strong>La</strong> lavorazione avveniva in inverno, dopo che le erbe tagliate<br />

erano seccate e la stagione avversa non consentiva lavori all’aperto.<br />

97


98<br />

ARSIA<br />

È diffusa tra gli artigiani la disponibilità a trasmettere la propria competenza,<br />

sia per il piacere di raccontare le esperienze dell’antico mestiere, sia per la<br />

formazione di nuove professionalità A.C.<br />

Sia l’impagliatura di sedie che la produzione di cesti erano attività<br />

prevalentemente maschili, mentre la lavorazione <strong>delle</strong> trecce di<br />

paglia per fare cappelli o cestini era esclusivamente femminile, come<br />

dimostra il censimento degli opifici industriali del 1911 a Capraia e<br />

Limite, zona caratteristica di produzione di oggetti impagliati.<br />

<strong>La</strong> doma dei cavalli in Maremma<br />

<strong>La</strong>ura Cassi<br />

<strong>La</strong> pratica di addomesticamento dei cavalli selvaggi è assai antica,<br />

seppure posteriore a quella di altri animali domestici come il<br />

cane, i bovini, i caprini e i suini, probabilmente iniziata già nel<br />

Neolitico. L’allevamento del cavallo è stato praticato in Toscana<br />

fino al secondo dopoguerra, soprattutto nella Maremma livornese e<br />

grossetana, dove il tipo maremmano, tozzo ma eccezionalmente<br />

resistente e sobrio, era particolarmente apprezzato come uno fra i<br />

migliori cavalli militari. I primi rilevamenti censuari dopo l’Unità<br />

mostrano la nostra regione un po’ al di sopra della media italiana,<br />

con 105.000 equini, poco meno della metà dei quali costituita da


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

cavalli e ancora negli anni trenta la situazione non era molto diversa.<br />

Ma all’inizio degli anni ottanta gli equini – complessivamente<br />

intesi – sono ormai calati a 19.000 soltanto. Tuttavia da alcuni anni<br />

gli sport equestri e le passeggiate a cavallo, che sono uno dei motivi<br />

più frequenti di attrazione <strong>delle</strong> aziende agrituristiche, fanno<br />

registrare una certa ripresa dell’attività.<br />

L’addestramento per rendere docile e resistente il puledro viene<br />

avviato verso i quattro anni e mezzo, quando l’animale è prossimo<br />

alla pienezza dello sviluppo. Diversamente la pensavano i ro<strong>mani</strong>,<br />

come Varrone, autore di un famoso trattato di agricoltura, che<br />

sosteneva non dovessero oltrepassarsi i tre anni. Dapprima occorre<br />

ammansire il puledro per renderlo atto a sopportare la sella e il<br />

peso del cavaliere (o i finimenti per il traino), facendogli prendere<br />

confidenza con l’uomo e col nuovo ambiente rispetto al pascolo<br />

dove viveva brado o semibrado. A questo fine è sempre la stessa<br />

persona ad occuparsi dell’animale e a educarlo, guadagnandone<br />

via via la fiducia, grazie anche alla presenza di un cavallo anziano,<br />

il cosiddetto “marrone”, di cui il puledro tenderà a imitare il comportamento.<br />

Successivamente, una razionale e metodica progressione<br />

di esercizi lo renderà adatto al lavoro. Complessivamente<br />

occorre un anno circa perché l’animale sia compiutamente addestrato.<br />

In Maremma, così come nella campagna romana, i guardiani<br />

a cavallo <strong>delle</strong> mandrie di cavalli, buoi e bufali allevate all’aperto<br />

sono espertissimi cavalieri chiamati butteri (o bestiai). <strong>La</strong> loro<br />

immagine tradizionale viene esaltata nelle parole di Guido<br />

Piovene: “Solo qui ho potuto ascoltare il galoppo dei branchi di cavalli e<br />

il grido dei butteri che li sposta, simile a quello d’un rapace” e in quelle<br />

altrettanto incisive di Ugo Ojetti: “Appoggiato allo stipite d’un negozietto<br />

vicino, sta un buttero col cappello a cono tronco e a tese dure, coi<br />

cosciali di pelo di capra, col cappottone foderato di verde”.<br />

L’essiccazione <strong>delle</strong> castagne con metodo<br />

tradizionale (metato)<br />

Margherita Azzari<br />

Il castagno è una pianta conosciuta e apprezzata fin dall’antichità.<br />

Ricordata nella Bibbia e nei poemi di Omero, i Greci chiamavano<br />

i suoi frutti “ghiande di Giove”. In Italia ebbe fin dall’antichità<br />

grandissima diffusione, prevalentemente sull’Appennino, fra i 300<br />

99


100<br />

ARSIA<br />

Il processo dell’essiccazione permette l’asciugatura <strong>delle</strong> castagne, maggiore serbevolezza,<br />

sapori e profumi più pronunciati nella farina V.V.<br />

e i 1000 metri di altezza. Dal medioevo fin quasi ai nostri giorni, la<br />

castagna ha costituito la base del nutrimento <strong>delle</strong> popolazioni<br />

della montagna, come dimostrano i numerosi interventi legislativi<br />

succedutisi nei secoli, relativi alla tutela e alla regolamentazione<br />

dello sfruttamento dei castagneti. Gli Statuti di Gavinana del 1540,<br />

ad esempio, prevedevano che la raccolta <strong>delle</strong> castagne da parte del<br />

proprietario terminasse col mese di novembre, dopo di che i poveri<br />

potevano andare liberamente a raccogliere i frutti che restavano.<br />

A questo proposito, una credenza popolare afferma che il cardo<br />

contiene tre castagne perché una tocca al padrone, una al contadino<br />

e la terza ai poveri. Le castagne, per essere macinate, devono essere<br />

preventivamente seccate.<br />

In Toscana ciò avveniva nel “metato”, una costruzione rustica<br />

eretta nel luogo di raccolta <strong>delle</strong> castagne. Talvolta, come sull’Appennino<br />

pistoiese e in Garfagnana, il metato era parte integrante<br />

dell’abitazione: sostituiva la cucina ed era luogo di incontro, in<br />

quanto vi si tenevano le veglie. Le castagne erano poste a seccare<br />

sul canniccio o sulle cannaiole, cioè su una impalcatura costituita<br />

da assi di legno ravvicinate o da canne a cui il focolare della cucina<br />

assicurava un calore costante. Pascoli ricorda un “metato soletto in<br />

cui seccasse a un fuoco dolce il dolce pan di legno: sopra le cannaiole le<br />

castagne cricchian, e il rosso fuoco arde nel buio.” (Il ciocco, dai Canti di<br />

Castelvecchio). Una volta seccate, le castagne venivano sgusciate con


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

una energica battitura che triturava i gusci dentro robusti sacchi o<br />

in un apposito recipiente detto bigoncia. Oggi questi procedimenti<br />

sono stati sostituiti dall’uso di macchine sgusciatrici. Anche i metati<br />

sono quasi del tutto scomparsi, trasformati spesso in stanze di<br />

abitazione o in ripostigli per gli attrezzi.<br />

<strong>La</strong> frangitura tradizionale con molazze in pietra<br />

Margherita Azzari<br />

<strong>La</strong> coltura dell’olivo per la produzione di olio è assai antica in<br />

Toscana e si può far risalire alla civiltà latina. Nell’alto Medioevo<br />

tale coltura sopravvisse ai tempi di crisi e di guerra, favorita dal<br />

formarsi di ampie proprietà intorno ai conventi e agli ordini monastici<br />

e, più tardi, valorizzata dai Comuni. A partire dal XV secolo<br />

furono i Medici a favorire la coltura dell’olivo concedendo in affitto<br />

a prezzi minimi terreni boscosi a chi li trasformasse in oliveti e<br />

vigneti. Si formò così il tipico paesaggio toscano. Per tradizione, la<br />

raccolta avviene qui a mano, dalla pianta, fra novembre e dicembre.<br />

Anche la frangitura, spesso, viene effettuata ancora con metodi tradizionali:<br />

nei frantoi le olive vengono frantumate con le molazze<br />

che, una volta, erano azionate da animali, buoi, cavalli o asini, più<br />

L’estrazione dell’olio con i sistemi tradizionali è ancora vissuta da tanti appassionati<br />

come uno dei momenti più significativi della nostra cultura agroalimentare<br />

F.F.<br />

101


102<br />

ARSIA<br />

raramente da meccanismi idraulici.<br />

Le molazze o “gemellari” sono grosse mole, generalmente in<br />

pietra locale, che hanno il pregio di dare all’impasto la giusta pezzatura,<br />

senza innalzarne la temperatura, il che danneggerebbe la<br />

qualità dell’olio. <strong>La</strong> pasta triturata e mescolata dalle molazze viene<br />

stesa su dischi di fibra vegetale, con foro centrale detti fiscoli, o pannelli,<br />

in uno strato di circa tre centimetri; i fiscoli vengono poi impilati<br />

su un asse cilindrico verticale di legno o, più recentemente, di<br />

acciaio. Ogni tre fiscoli si pone un disco d’acciaio, fino a formare<br />

una torre di circa venti terne, e la si sottopone a pressione con un<br />

torchio. Il liquido di spremitura, attraverso i fori del cilindro, si raccoglie<br />

in un contenitore per la separazione finale dell’olio dalle<br />

impurità. Una volta questa operazione avveniva per successive<br />

“scremature”, dopo ventiquattro ore e ancora, per almeno altre due<br />

volte, a dodici ore di distanza. Dopo l’introduzione del “separatore”<br />

essa avviene per centrifugazione.<br />

L’innesto tradizionale<br />

Monica Meini<br />

<strong>La</strong> tecnica dell’innesto, quale metodo artificiale di riproduzione<br />

vegetativa per le piante legnose, è di antichissima tradizione. In<br />

molti trattati antichi sono infatti riportati diversi metodi di innesto,<br />

molti dei quali sono usati ancora oggi. Vogliamo innanzitutto ricordare<br />

come, nella cultura contadina, quella dell’innesto fosse considerata<br />

non tanto una tecnica, quanto una vera e propria arte, come<br />

ben fanno comprendere le parole di Giuseppe Tallarico, autore del<br />

trattato L’olivo, l’olivastro ed il lentisco (1939), sul significato biologico<br />

dell’innesto:<br />

“L’arte è semplice ... ma il mistero è grande, di fondere due vite in una<br />

sola ... sembra che intercedano rapporti d’influssi e personali rispondenze<br />

nascoste d’amore e simpatia, fra la pianta curata e l’uomo che la cura; sembra<br />

(e qui gli ortodossi forse rideranno) che ci siano <strong>mani</strong> felici, di fortunati<br />

curatori vegetali, specie per gli innesti! ...<br />

Innestare una pianta è un’arte delicata, perché si tratta di accomunare<br />

due mondi biologici diversi ... ma perché il miracolo s’avveri, è necessario<br />

non solo che i due vegetali riuniti per innesto presentino <strong>delle</strong> capacità<br />

funzionali identiche riguardo ai bisogni in acqua, in elementi minerali, ed<br />

in sostanze elaborate; che il chimismo <strong>delle</strong> due piante sia lo stesso, che


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Tanto l’innesto quanto la potatura di produzione dell’olivo, sono tecniche che<br />

richiedono competenza e “finezza” professionale e che contribuiscono al mantenimento<br />

della qualità caratteristica locale F.F.<br />

siano parenti e molto affini; ma è necessario che nell’atto dell’innesto<br />

rispettata sia la divina legge della sincronia, è necessario che la marza ed<br />

il soggetto si vengano a trovare nella stessa identica fase stagionale – nella<br />

fase dell’amore… Perché durante questa fase dell’amore ... si svegliano le<br />

ninfe, si mondano le scorze, si accrescono tessuti di turgore, e vanno in<br />

giro per tutta la pianta nei più fondi recessi capillari i messaggeri chimici<br />

degli organi ormonali. ... Ora riunire le due piante, la marza ed il soggetto,<br />

che si trovino nella stessa fase ... è assicurare il connubio ... e col connubio<br />

l’attecchimento in pieno della marza! ... Tanto delicato appare all’intuizione<br />

contadina questo atto un po’ sacrilego dell’innesto vegetale!”.<br />

In effetti, l’innesto si esegue trapiantando porzioni di organi o<br />

frammenti di una pianta su un’altra, oppure favorendo la saldatura<br />

fra due piante in modo che ne derivi un individuo bimembre. <strong>La</strong><br />

nuova pianta è cioè formata da una parte che fornisce l’apparato<br />

radicale e che viene definita “soggetto” o “portainnesto”, e da una<br />

parte che fornisce la chioma e assicura la conservazione dei caratteri<br />

genetici che si vogliono mantenere e che viene detta “oggetto” o<br />

“marza” o “nesto”. Il soggetto può essere “franco”, se deriva da<br />

seme della stessa varietà della marza, o “selvatico” se deriva dal<br />

seme di una pianta spontanea. Affinché l’innesto attecchisca, e quindi<br />

dia buoni risultati, deve essere eseguito nell’epoca adatta – il<br />

momento più opportuno è proprio la primavera, quando le piante<br />

103


104<br />

ARSIA<br />

sono “in succhio” e la linfa circola più attivamente – e rispettando le<br />

affinità tra le piante (per esempio, il pero si innesta su cotogno o su<br />

biancospino, il pesco su albicocco, mandorlo o susino e così via).<br />

Le funzioni dell’innesto sono varie: esso può essere eseguito per<br />

riprodurre varietà sterili o per moltiplicare piante arboree o arbustive<br />

da frutto o da fiore conservando inalterati i caratteri di una<br />

varietà, che si modificherebbero attraverso la riproduzione per<br />

seme; per combattere parassiti, come nel caso della vite europea<br />

innestata su quella americana per ottenere piante resistenti alla fillossera;<br />

per migliorare la qualità dei prodotti, anche in terreni poco<br />

adatti (ad esempio, il pesco si innesta su mandorlo nei terreni calcarei<br />

e su mirabolano nei terreni umidi). Esistono diversi modi di<br />

effettuare l’innesto, ma tutti riconducibili a tre tipi classici. Con l’innesto<br />

per approssimazione si procura in <strong>mani</strong>era forzata l’accostamento<br />

e infine il contatto nel senso della lunghezza tra due rami o<br />

germogli di piante diverse, non separati dalla pianta madre; nel<br />

punto di contatto si asporta da entrambi un pezzo di corteccia e di<br />

legno mediante un taglio netto, quindi si lega fortemente.<br />

L’innesto a marza si esegue asportando un rametto o una parte<br />

gemmifera da una pianta e mettendola poi a contatto con la parte<br />

interna della corteccia di un’altra pianta che fa da soggetto o portainnesto;<br />

questo può avvenire secondo varie tecniche, che vengono<br />

definite “a spacco” (comune o inglese), se viene usata una sola<br />

marza, e “a corona”, se sul soggetto si inseriscono più marze.<br />

Infine, l’innesto a occhio – detto anche a gemma o a scudo – è il più<br />

comunemente usato: la marza è costituita in questo caso da una<br />

porzione di corteccia a forma di scudo che viene inserita sotto la<br />

corteccia del soggetto in cui è stata praticata un’incisione a T e ne<br />

sono stati sollevati i lembi del taglio. Per l’innesto occorre un buon<br />

coltello, detto “innestatoio”, di ottimo materiale, costantemente ben<br />

affilato e pulito, perché i tagli devono essere sempre netti e vivi.<br />

Per favorire l’attecchimento, dopo l’innestatura, si usano legacci<br />

di rafia, gomma, lana o rametti di salice, giunchi o vimini; quindi, per<br />

evitare la penetrazione di umidità e di eventuali parassiti attraverso<br />

le ferite, si copre la zona dell’innesto con appositi mastici, che possono<br />

essere a base di sego, cera gialla, pece, trementina o altre sostanze.<br />

Dopo 10-15 giorni dall’esecuzione, e in seguito una volta a settimana,<br />

l’innesto deve essere controllato, perché c’è il rischio che i<br />

legacci producano un qualche fastidio al naturale sviluppo della<br />

pianta. Infine, dopo che l’attecchimento è ben completato, la cima del<br />

soggetto deve essere soppressa a più riprese per favorire il massimo


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

sviluppo della marza domestica; a quest’ultima viene anche legato<br />

un tutore che facilita lo sviluppo in altezza del nuovo virgulto.<br />

Molitura <strong>delle</strong> castagne per la produzione di farina<br />

Margherita Azzari<br />

Per essere macinate, le castagne devono essere seccate e sbucciate.<br />

Ciò richiedeva un certo tempo, non meno di un mese. Le castagne<br />

venivano fatte seccare nel metato, uno spazio appositamente<br />

creato, adiacente alla casa del contadino o isolato nel luogo di raccolta<br />

dei frutti. Lo spazio interno era diviso da un soppalco di legno<br />

o canne, detto canniccio, su cui si disponevano le castagne, fino ad<br />

uno spessore di circa 70 cm. Nella parte inferiore si accendeva il<br />

fuoco, che doveva essere alimentato senza interruzione. Una volta<br />

seccate al calore e al fumo, le castagne venivano sgusciate. Si ponevano<br />

in un sacco o in una bigoncia e si battevano energicamente,<br />

fino a triturarne i gusci ormai secchi, i cui frammenti venivano usati<br />

per attizzare il fuoco. Quando le castagne erano veramente il pane<br />

dei poveri e costituivano la base dell’alimentazione della gente di<br />

montagna, anche i mulini che le macinavano erano numerosi.<br />

“Pan di legno e vin de’ nuvoli”. <strong>La</strong> civiltà del castagno è stata condivisa dalle<br />

popolazioni dell’Amiata, del Mugello, del Pratomagno, della Garfagnana, della<br />

Val Tiberina, della Montagna pistoiese… V.V.<br />

105


106<br />

ARSIA<br />

Nella sola comunità di San Marcello Pistoiese, per esempio, nel<br />

1838 se ne contavano ben 24, con 60 macine. Oggi il prodotto è ricercato<br />

soprattutto all’inizio dell’inverno, poi il suo commercio subisce<br />

una interruzione. Al mugnaio che macina le castagne è tuttora pagata<br />

la “molenda” in natura, cioè 10 chilogrammi di farina per ogni<br />

quintale di macinato, più due chilogrammi di spolvero per la farina<br />

che si perde nella lavorazione. Con la farina dolce si possono fare<br />

ottimi seppur rustici dolci: il castagnaccio, una torta di farina dolce<br />

profumata di rosmarino, arricchita da noci e condita con olio d’oliva;<br />

le frittelle, la polenta dolce, i <strong>mani</strong>fatoli, polentine con latte freddo<br />

e i necci, etimo forse derivante da ilex, leccio, a ricordare tempi<br />

remoti nei quali si consumavano ghiande “dulcior eadem in cinere<br />

tosta” come ricorda Plinio (Naturalis Historia, IV,16).<br />

<strong>La</strong> realizzazione di muri reggipoggio<br />

per sistemazioni agrarie<br />

Monica Meini<br />

Sebbene l’esistenza di sistemazioni a terrazze sia documentata<br />

fin dal basso Medioevo, è nel Settecento che i migliori agronomi italiani,<br />

primi fra tutti il <strong>La</strong>ndeschi, il <strong>La</strong>stri e il Testaferrata – definiti<br />

da Emilio Sereni nella sua Storia del paesaggio agrario italiano come i<br />

maestri toscani della bonifica collinare – cominciano ad “imparare<br />

l’arte” <strong>delle</strong> più elaborate sistemazioni in collina e in montagna e a<br />

“mostrarla ai cultori”. In quell’epoca, infatti, l’estendersi della superficie<br />

agricola rese per la prima volta necessario dissodare terreni<br />

anche su pendici scoscese e di conseguenza procedere a complesse<br />

opere di ciglionamento e terrazzamento. L’opera dei bonificatori<br />

toscani si inquadrava in una lotta tenace portata avanti dal <strong>La</strong>ndeschi<br />

e dalla sua scuola contro le sistemazioni “a rittochino”, che<br />

favorendo l’effetto del dilavamento contribuivano alla degradazione<br />

del suolo collinare, e in favore <strong>delle</strong> lavorazioni “a traverso”.<br />

Ma, nonostante il loro successo, questi insegnamenti non si diffondevano<br />

con la velocità che i loro appassionati sostenitori avrebbero<br />

desiderato, se nel 1815 il canonico Ignazio Malenotti, nel suo<br />

trattato Il Padron contadino. Osservazioni Agrario-Critiche, aveva a<br />

scrivere: “<strong>La</strong> cosa è molto facile ad eseguirsi, ma disgraziatamente da<br />

pochi posta in pratica, ad onta dell’esempio datone ultimamente, dietro i<br />

precetti del non mai abbastanza lodato Gio:Battista <strong>La</strong>ndeschi Parroco


Muretti a secco<br />

e terrazzamenti<br />

nella Toscana<br />

centrale: testimonianza<br />

della storia<br />

agraria,<br />

e capolavoro<br />

di ingegneria<br />

ambientale, che<br />

oggi necessitano<br />

di importanti<br />

interventi di<br />

manutenzione<br />

L.B.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Samminiatese, da tanti giudiziosi Agricoltori specialmente della Val<br />

d’Elsa, che hanno ridotti in pochi anni fertilissimi quei Poderi che chiamarsi<br />

potevano veri deserti; tra i quali meritano onorata <strong>memoria</strong><br />

Agostino Testaferrata, Giuseppe Baccetti, Gaetano Ristori e Simone Ciulli,<br />

tutti Agenti di Campagna il primo a Meleto, il secondo a Cojano, il terzo<br />

a Uliveto, il quarto a C. Fiorentino, senza parlare di tanti altri”.<br />

In realtà, la Toscana è la regione dove le sistemazioni collinari a<br />

superficie divisa assumono, già a partire dalla fine del XVIII secolo,<br />

l’aspetto determinante nella configurazione del paesaggio agrario.<br />

Per terrazzamento si intende in generale la sistemazione di un<br />

terreno con forte pendenza mediante una serie di terrazze sostenute<br />

da muretti a secco e da terrapieni, in cui lo smaltimento dell’acqua<br />

piovana avviene per mezzo di fosse di scolo che corrono lungo<br />

il margine a monte o a valle della lenza, ossia del ripiano coltivato<br />

della terrazza. In Toscana si distingue fra terrazzamento e ciglionamento:<br />

nel primo caso, la funzione di sostegno del ripiano è affidata<br />

a muretti a secco; nel secondo caso, alla parete esterna del terrapieno<br />

– detta ciglione o greppo – opportunamente inerbita per renderla<br />

stabile e compatta. È ovvio che la scelta di una tipologia o dell’altra<br />

dipendeva in massima parte dalla natura del suolo; essa corrispondeva<br />

in parte anche ad una diversa forma di utilizzazione<br />

della superficie agricola: più intensiva con il terrazzamento, che<br />

richiedeva risorse umane e finanziarie notevoli; più estensiva col<br />

ciglionamento. <strong>La</strong> sistemazione a terrazze prevedeva innanzitutto<br />

lo spietramento del terreno e il reimpiego dei sassi tolti per innalzare<br />

i muri reggipoggio, altezza e distanza dei quali dipendevano<br />

dall’inclinazione del terreno.<br />

Le piante, messe a dimora dopo avere realizzato le fosse di scolo,<br />

107


108<br />

ARSIA<br />

erano soprattutto viti e olivi, mentre nei ripiani venivano effettuate<br />

le consuete colture avvicendate (cereali, foraggere) secondo i canoni<br />

tradizionali della coltura promiscua. I muri a secco, utilizzati per la<br />

sistemazione a terrazze, a gradoni, a lunette, si diffusero in tutta la<br />

regione, ma in particolar modo interessarono il Chianti, il Valdarno<br />

superiore e il Mugello. <strong>La</strong> sistemazione a ciglioni si diffuse invece in<br />

corrispondenza di terreni sabbiosi, in particolare nella Lucchesia,<br />

nelle colline intorno a Pescia, in Valdelsa, dove era possibile consolidare<br />

gli argini con minore dispendio di uomini e di mezzi, semplicemente<br />

rassodandoli con piote erbose o battendo la terra. Queste<br />

sistemazioni si sono tramandate fino ad oggi, attraverso la cura<br />

costante di agricoltori consapevoli che la produttività dei terreni collinari<br />

dipende in larga parte dalla gestione accurata <strong>delle</strong> acque e del<br />

suolo. Ormai, però, non sono molti i terrazzamenti superstiti e questi<br />

portano spesso i segni di un degrado che sembra esprimere l’attuale<br />

mancanza di quella consapevolezza.<br />

Molitura tradizionale dei cereali<br />

Margherita Azzari<br />

<strong>La</strong> molitura dei cereali è un’attività antichissima, che troviamo<br />

ampiamente documentata nel mondo greco e latino. Molte di quelle<br />

che oggi sono attività industriali hanno avuto origine e una lunga<br />

storia come attività domestiche e così è anche per i mulini che erano<br />

parte integrante della casa di campagna, come dimostra, per esempio,<br />

la villa di Boscoreale a Pompei, in cui un ampio ambiente è<br />

dedicato alla molitura. <strong>La</strong> ruota, come ci dice Catone, era fatta girare<br />

da un asino. Già dal Medioevo molte fonti scritte, soprattutto atti<br />

notarili di compravendita, danno notizia della diffusa presenza di<br />

mulini e talvolta ne offrono una breve descrizione. L’imposizione di<br />

tasse sul macinato e i ricorrenti interventi pubblici e privati tesi ad<br />

aumentare e regolarizzare la portata dei corsi d’acqua naturali e<br />

artificiali che rappresentavano la forza motrice dei mulini stanno a<br />

testimoniare la vitalità e l’importanza di questo settore.<br />

Oggi l’attività molitoria tradizionale è quasi del tutto scomparsa,<br />

almeno da due generazioni. In Toscana, a causa dell’irregolare regime<br />

dei corsi d’acqua con magre estive, era più diffuso il mulino<br />

idraulico orizzontale. <strong>La</strong> spinta dell’acqua sulle pale dentate, di<br />

legno o ferro, determinava un moto che veniva trasmesso a un asse,


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Macine di un mulino in Casentino. Per secoli, hanno trasformato grano, mais<br />

e castagne in farine alimentari e biade per animali A.R.<br />

anch’esso di legno o di ferro, il “ritrecine”, che a sua volta faceva girare<br />

la macina superiore in un rapporto di giri di 1 a 1, mentre la macina<br />

inferiore restava ferma. Questo tipo di mulino si trova, ad esempio,<br />

nel livornese e nell’Elba. Nel mulino verticale o “vitruviano”, già<br />

in uso nel I secolo a.C., la ruota può essere mossa “per di sotto”, “per<br />

di sopra” o, più raramente, “per di fianco”. Il moto, attraverso un<br />

asse orizzontale, una ruota dentata ed una “rocchetta”, viene trasmesso<br />

alla macina superiore sviluppando più giri di macina per<br />

ogni giro di ruota. Questo tipo di mulino era, ad esempio, il più diffuso<br />

in Versilia. Le macine, o “palmenti”, potevano essere più di una<br />

ed il molino era quindi descritto come a due, tre o quattro “palmenti”.<br />

In genere se i palmenti erano più uno veniva destinato esclusivamente<br />

alla molitura dei cereali e l’altro a quella del mais.<br />

L’acqua corrente veniva convogliata in “gore” che spesso alimentavano<br />

un “bottaccio”, una profonda vasca, così da creare un<br />

minimo di riserva, e fatta poi scendere, in un canale a forte pendenza,<br />

verso il “carcerario” dove era collocato il “ritrecine”. Questo<br />

locale era a forma di semibotte, con la volta in pietra o mattoni, una<br />

stretta bocca per l’ingresso dell’acqua e un’ampia apertura di uscita.<br />

Il mugnaio poteva regolare a piacere l’intensità del getto d’acqua,<br />

e di conseguenza la velocità dei giri, così come la distanza fra<br />

le macine per ottenere prodotti diversi, così da far assumere al suo<br />

109


110<br />

ARSIA<br />

lavoro carattere di arte. I cereali venivano frantumati e polverizzati<br />

e la farina prodotta per forza centrifuga scendeva, attraverso scanalature,<br />

verso il bordo del sistema macinante dove veniva convogliata<br />

in un cassone e raccolta in sacchi. L’attrezzatura di un mulino<br />

era completata da una “stadera” per la pesatura, dagli “stai” per<br />

vagliare la farina e, ovviamente, da sacchi e “corbelli”.<br />

Produzione e riparazione paioli e teglie in rame<br />

Monica Meini<br />

Diversi erano un tempo i mestieri legati alla produzione di utensili<br />

casalinghi in metallo: tra i più comuni, erano il mestiere del fabbro,<br />

che lavorava particolarmente il ferro, adottandone la forma secondo<br />

la funzione e la destinazione desiderate; quello dello stagnino, che<br />

provvedeva alla realizzazione <strong>delle</strong> grondaie ma anche alla riparazione<br />

dei recipienti usati in cucina; e del battirame, vero e proprio artigiano<br />

del rame, dal quale ricavava oggetti utili e belli battendo a freddo<br />

col martello su questo metallo alquanto duttile. L’artigianato del<br />

rame è di antichissima tradizione in Toscana. I giacimenti <strong>delle</strong><br />

Colline Metallifere venivano sfruttati già dall’epoca etrusca. Nella Val<br />

di Cecina merita una visita la miniera di Camporciano, che cominciò<br />

Officina del<br />

“ramaio”. Le botteghe<br />

dei fabbri da<br />

sempre sono state il<br />

luogo di produzione<br />

e riparazione di<br />

attrezzi da lavoro<br />

e di utensili per uso<br />

domestico<br />

F.T.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

ad essere sfruttata in <strong>mani</strong>era intensiva a partire dal 1827 (all’epoca<br />

era la miniera di rame più importante d’Europa) e cessò l’attività nel<br />

1907, ma i cui i impianti sono ancora conservati e in parte visibili. <strong>La</strong><br />

produzione di utensili in rame era una tradizione particolarmente diffusa<br />

soprattutto nella zona vicina a tali giacimenti.<br />

Erano in rame da tempo immemorabile le brocche o “mezzine”,<br />

utilizzate per attingere acqua alle fonti e per conservarla fresca. Le<br />

brocche, impreziosite da bordi in ottone, avevano la superficie<br />

esterna in rame tutta martellata a mano, mentre all’interno venivano<br />

normalmente stagnate. Il rame pesante martellato e stagnato,<br />

oltre ad essere bello da vedere, è il metallo più adatto alla cottura<br />

<strong>delle</strong> vivande: grazie alla sua elevata conducibilità termica questo<br />

tipo di recipiente si scalda uniformemente sia sul fondo sia sulle<br />

pareti garantendo una cottura omogenea degli alimenti. Contenitori<br />

tipicamente in rame erano quindi le teglie, che venivano<br />

usate per gli arrosti in forno o per i dolci e le torte, e i paioli, usati<br />

per cuocere la polenta e agganciati ad una catena di ferro sospesa<br />

sopra il fuoco del camino. Anche i contenitori per la brace, come<br />

scaldini e bracieri, erano spesso in rame, magari abbelliti con l’ottone<br />

e con decorazioni a sbalzo.<br />

Si può capire come questi recipienti dalla durata praticamente illimitata,<br />

a causa del troppo uso si bucassero però con una certa frequenza.<br />

Si portavano allora dallo stagnino, che provvedeva a ripararli.<br />

Per i lavori di chiusura, saldatura e tamponamento veniva infatti<br />

usato lo stagno, consumato con parsimonia e nelle quantità indispensabili<br />

perché costava caro… e poi lo spreco era allora inconcepibile.<br />

Produzione di paleria e travature in castagno<br />

Margherita Azzari<br />

Questa attività ha avuto un apprezzabile sviluppo in Toscana<br />

fin dai tempi più antichi, proprio perché l’ambiente naturale forniva<br />

un’abbondante materia prima. L’estensione <strong>delle</strong> zone coltivate<br />

a castagno era tale da superare l’esasperato frazionamento della<br />

proprietà terriera nella montagna toscana, facendo supporre che,<br />

non essendo spontanee le piante di castagno, “un vasto possessore le<br />

avesse piantate al principio, giacché non è possibile pensare che tanti piccoli<br />

proprietari si fossero accordati a destinare alla stessa coltura tratti così<br />

estesi di paese fra loro minutamente diviso” (L. Tramontani, Istoria natu-<br />

111


112<br />

ARSIA<br />

rale del Casentino, Firenze, Stamperia della Carità, 1801), ipotizzando<br />

così, nel Casentino, la presenza del latifondo al tempo dei ro<strong>mani</strong>.<br />

Se il castagno serviva essenzialmente a fornire il “dolce pan di<br />

legno”, nelle zone meno adatte alla produzione di castagne le piantagioni<br />

venivano usate come polloneti per la produzione di paline.<br />

L’organizzazione del mestiere di taglialegna aveva carattere familiare:<br />

era il padre con i figli maschi, o i nipoti, che si occupava del<br />

taglio di uno o più appezzamenti di bosco, presi in affitto.<br />

Prima bisognava tagliare il sottobosco e legare i rami tagliati in<br />

pezzi non troppo lunghi, in fascine che pesavano dai 10 ai 14 chilogrammi.<br />

Le varie fascine venivano sovrapposte a formare una<br />

“barca” per preservarle dalla pioggia in attesa della vendita. Il sottobosco<br />

per le fascine poteva essere tagliato ogni sei anni, ma in<br />

caso di particolare necessità si procedeva al taglio anche dopo soli<br />

quattro anni. Le fascine erano usate soprattutto come legna da ardere<br />

nei forni e nelle fornaci ed erano perciò molto richieste, specialmente<br />

dalle numerose lavorazioni di ceramica che sorgevano lungo<br />

l’Arno. Venivano trasportate a valle su slitte, a dorso di mulo o su<br />

barrocci a seconda della difficoltà del percorso, e lungo il corso del<br />

fiume su piccole barche. <strong>La</strong> seconda fase del lavoro era costituita<br />

dal taglio del bosco ceduo. Ciò poteva avvenire solo ogni dodici<br />

anni, perché i fusti potessero essere utilizzati sia per produrre carbone<br />

che per fabbricare utensili. Le piante abbattute dovevano essere<br />

ripulite dai rami piccoli che andavano a formare le fascine o, se<br />

più grossi, le paline per le viti o per altri usi agricoli. Una buona<br />

parte del prodotto veniva trasformata in carbone dagli esperti carbonai,<br />

mentre i tronchi venivano tagliati per fare legna da ardere. A<br />

questo tipo di produzione e commercio fa riferimento anche Machiavelli<br />

nella lettera al Vettori del 13 dicembre 1513.<br />

Il taglio <strong>delle</strong> piante di alto fusto era l’operazione più complessa<br />

e richiedeva grande esperienza. Se il legname doveva servire per<br />

un uso particolare, per esempio la carpenteria navale, che aveva un<br />

suo centro a Limite sull’Arno, si preferivano al castagno essenze<br />

più robuste come la quercia o il faggio. Il capo cantiere si consultava<br />

col boscaiolo per avere informazioni sul “curvame”, cioè sulla<br />

presenza di piante che avessero già in natura la curvatura richiesta<br />

dalla costruzione. Un limite assai grave era costituito dalla difficoltà<br />

di trasporto, dovuta alla carenza di strade almeno nella parte<br />

alta della selva, per cui la prima lavorazione dei tronchi avveniva<br />

sul posto: il taglio e la squadratura erano eseguiti dallo stesso<br />

taglialegna che aveva abbattuto la pianta. Il trasporto a valle <strong>delle</strong>


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Gli ultimi vetturini utilizzano ancora animali per il trasporto di legna e carbone,<br />

nei luoghi inaccessibili ai mezzi meccanici A.C.<br />

piante tagliate e squadrate avveniva su un “carro matto”, dotato di<br />

grandi ruote e con sponde asportabili: con un ingegnoso sistema di<br />

piani inclinati un uomo solo, con l’aiuto del cavallo, era in grado di<br />

caricare un tronco lungo anche 20 metri.<br />

Per il taglio e la squadratura il boscaiolo usava diversi arnesi: la<br />

scure, l’accetta, i cunei, la sega, il pennato, la mandretta, la roncola<br />

e il più piccolo roncolo; un guanto di pelle per la mano sinistra e un<br />

grembiule di cuoio assai lungo che proteggeva il corpo completavano<br />

la sua attrezzatura. Erano per lo più utensili di produzione<br />

locale e di semplice fattura, che il taglialegna poteva acquistare in<br />

paese direttamente dal fabbro. L’accetta è una piccola scure a forma<br />

trapezoidale con un solo taglio, fissata ad un lungo <strong>mani</strong>co di<br />

legno, manovrabile con due <strong>mani</strong>, e serve a intaccare profondamente<br />

la base del tronco con tagli inclinati. <strong>La</strong> sega trasversale è<br />

costituita da una lunga lama di acciaio con due <strong>mani</strong>ci, manovrata<br />

da due persone, fornita di denti che consentono il taglio sia tirando<br />

che spingendo ed è particolarmente adatta per l’abbattimento di<br />

fusti di notevole diametro. Il pennato è una specie di roncola tozza<br />

e robusta che serve per ripulire i rami dalle frasche. Essendo di piccole<br />

dimensioni, il taglialegna la portava sempre attaccata alla cintura<br />

con un apposito gancio. Per il mestiere di taglialegna non si<br />

può parlare di un vero apprendistato, in quanto le abilità non veni-<br />

113


114<br />

ARSIA<br />

vano trasmesse oralmente: i giovani che assistevano alle varie operazioni<br />

imparavano i segreti del mestiere solo vedendo. Carlo Cassola,<br />

nel romanzo Il taglio del bosco ripercorre le varie fasi di questo<br />

lavoro, mettendone contemporaneamente in luce l’aspetto umano e<br />

cioè, soprattutto, la solitudine, l’isolamento dal resto della comunità,<br />

il silenzio che caratterizzavano la vita dei tagliaboschi.<br />

L’essiccazione e la lavorazione tradizionale<br />

di piante officinali<br />

Monica Meini<br />

Delle piante officinali vengono usate quelle parti che contengono<br />

i principi attivi in maggiore quantità: spesso si tratta di foglie,<br />

sommità fiorite, radici e tuberi; più raramente di frutti, semi e<br />

gemme. Il principio attivo si forma nella pianta con il suo sviluppo<br />

e raggiunge il suo apice in termini di quantità al momento della fioritura,<br />

che rappresenta la maturazione fisiologica della pianta.<br />

Talvolta l’essenza medicamentosa viene prodotta dopo la raccolta,<br />

durante la fase di essiccazione, con la quale si produce comunque<br />

la stabilizzazione del principio attivo nella parte utilizzata. Il<br />

momento e il metodo di raccolta e la fase dell’essiccazione hanno<br />

quindi un’enorme importanza per il valore terapeutico e commerciale<br />

<strong>delle</strong> piante officinali. Per quanto riguarda il tempo della raccolta<br />

(“tempo balsamico”), come criterio generale la maggior parte<br />

degli esperti ritiene che esso coincida con quello della maturazione<br />

fisiologica, riscontrabile all’inizio o poco prima della fioritura.<br />

Vengono però osservate modalità specifiche a seconda della<br />

parte di pianta da utilizzare: i fiori si raccolgono appena sbocciati e<br />

senza gambi (mondi); l’infiorescenza o sommità fiorita, appena inizia<br />

la fioritura; le foglie, prima della fioritura; tutte le parti sotterranee,<br />

come radici, rizomi, tuberi e bulbi, vengono raccolte invece<br />

in periodo di riposo vegetativo – quelle <strong>delle</strong> piante poliennali a<br />

settembre-ottobre del secondo, terzo o quarto anno, mentre quelle<br />

<strong>delle</strong> pianti annuali, alla fine dell’inverno; i frutti si colgono appena<br />

maturi o poco prima; le gemme si raccolgono quando stanno per<br />

dischiudersi, in primavera. Il processo di essiccazione deve avvenire<br />

subito dopo la raccolta, perché vengano bloccati i fenomeni biochimici<br />

mantenendo le caratteristiche che la pianta possiede al<br />

momento del suo prelievo.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong> raccolta <strong>delle</strong> piante spontanee è un’attività antichissima nelle campagne:<br />

per uso alimentare, come foraggio, per preparare rimedi medicinali C.M.<br />

Prima di essere essiccato, però, il materiale raccolto deve essere<br />

selezionato, per eliminare i corpi estranei ed evitare la presenza di<br />

infestanti; le radici, così come le altre parti sotterranee, vengono private<br />

dei fusti, <strong>delle</strong> radichette e della terra tramite battitura o lavaggio.<br />

Quindi il materiale raccolto viene disteso in strati sottili su pavimenti<br />

in legno o su cannicci in ambiente caldo e arieggiato.<br />

L’essiccazione può essere fatta con calore naturale o artificiale. In<br />

quest’ultimo caso, si usano essiccatoi speciali dove la temperatura<br />

viene portata inizialmente a 25°C ed elevata progressivamente fiono<br />

a 40°C (fino a 60°C per radici e rizomi). L’essiccazione naturale viene<br />

effettuata in genere utilizzando essiccatoi a graticci con struttura in<br />

legno o metallo posti in locali caldi e ventilati, come solai, fienili, tettoie<br />

e porticati. I graticci su cui vengono distese le parti della pianta<br />

da essiccare sono disposti uno sopra l’altro ad una distanza di 25-30<br />

cm. Si calcola che la superficie media occorrente per l’essiccazione<br />

varia da un sesto a un decimo della superficie di raccolta; lo spessore<br />

degli strati dipende comunque dal tipo di materiale e dalla specie<br />

di pianta da essiccare: per i fiori come malva e camomilla non si possono<br />

superare i 2-3 cm di spessore, mentre per le piante intere si possono<br />

preparare strati fino a 15-20 cm.<br />

L’essiccazione al sole può essere effettuata solo per radici, rizomi<br />

o semi, dopo essere stati opportunamente nettati, oppure può<br />

115


116<br />

ARSIA<br />

essere utilizzata come operazione di pre-essiccazione per droghe<br />

che poi completano la disidratazione in ambienti ombreggiati o<br />

sono destinate alla distillazione. In alcune zone, si usa ancora seccare<br />

alcune piante – come l’assenzio, la lavanda o l’iperico – in<br />

mazzi appesi ai soffitti, ma con questa procedura si corre il rischio<br />

che si verifichino fermentazioni nella parte interna dei mazzi con<br />

conseguente produzione di muffa. Durante l’essiccazione, il materiale<br />

deve essere frequentemente rimaneggiato per evitare la fermentazione<br />

della massa, che distruggerebbe i principi attivi, diminuendo<br />

anche l’efficacia terapeutica della droga. Il processo di<br />

essiccazione può dirsi completato quando gli steli si rompono, le<br />

foglie frusciano e le radici sono indurite. A questo punto le droghe<br />

vengono imballate in sacchi di carta o di juta, non trattati o stampati<br />

a colori, e conservate in luoghi asciutti, possibilmente sollevate<br />

dal suolo. <strong>La</strong> droga così preparata può quindi essere <strong>mani</strong>polata<br />

in vari modi ed i prodotti che ne derivano, pronti per la<br />

somministrazione, costituiscono quei “preparati galenici” che fino<br />

a qualche decennio fa erano tra le attività principali <strong>delle</strong> nostre<br />

farmacie.<br />

<strong>La</strong> tradizione della poesia estemporanea<br />

Monica Meini<br />

Nella Toscana rurale di un tempo non era difficile imbattersi in<br />

qualcuno che avesse il dono naturale di “cantare a braccio”, o “cantare<br />

di poesia” per usare un’espressione più comune in Toscana,<br />

che fosse cioè capace di improvvisare canti su argomenti suggeriti<br />

solo qualche minuto prima, producendo nei casi più felici vere e<br />

proprie poesie cantate. Fino agli anni Sessanta si usava distinguere<br />

fra il “Cantar di scrittura” e il “Cantar di bernesco”, ossia fra il<br />

cimentarsi nel canto su storie scritte da altri autori e la vera e propria<br />

improvvisazione dei temi. Gli improvvisatori erano infatti<br />

definiti anche “bernescanti”, da Francesco Berni di <strong>La</strong>mporecchio,<br />

divenuto famoso nel XVI secolo per possedere questa qualità e per<br />

l’acutezza <strong>delle</strong> sue esternazioni.<br />

Nella poesia estemporanea, mentre l’argomento cambia di volta<br />

in volta, a seconda anche della circostanza in cui avviene l’improvvisazione,<br />

il metro e la melodia sono sempre gli stessi e ricalcano gli<br />

schemi tradizionali tramandati da una generazione all’altra. Si tratta


di ottave di endecasillabi, nella prima parte in rima alternata (ABA-<br />

BAB) e con i due versi di chiusura in rima baciata (CC). Il mondo<br />

rurale viene spesso definito e interpretato in termini di confronto,<br />

così anche queste improvvisazioni assumevano spesso la forma di<br />

“contrasti”, come nel caso del Contadino e Corbellaio, intendendo<br />

con quest’ultimo colui che produceva cesti in castagno, o del Padrone<br />

e Contadino. Nel contrasto in ottava rima, due improvvisatori assumono<br />

un ruolo ciascuno e, opponendosi l’un l’altro in una serie di<br />

botta e risposta, espongono il loro modo di vedere sull’argomento<br />

trattato, come si può vedere negli esempi qui riportati.<br />

Contrasto fra un Corbellaio e un Contadino<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Soprattutto nelle aree rurali della Maremma e del Mugello, sono ancora frequenti<br />

le esibizioni dei gruppi di “maggerini” A.C.<br />

…Corbellaio: Contadino convien che ti consigli che quando hai lavorato<br />

una giornata, mezza viene il padron che te la pigli e la fatica tua non è<br />

pagata, e con poca polenta ai propri figli a stento fai passare l’invernata,<br />

ma noi con sole ott’ore è fatta tutta e si mangia braciole e pasta asciutta.<br />

Contadino: Ma la fatica tua poco ti frutta, perché state all’oscuro a lavorare,<br />

in una tana tenebrosa e brutta che l’aria pura non si può gustare, l’avete<br />

il viso dalla pelle asciutta dal troppo lavorar senza mangiare e col<br />

timor la sera e la mattina che sospenda il commercio Terracina. ...<br />

117


118<br />

ARSIA<br />

Contrasto fra un Padrone e un Contadino<br />

Padrone: Oggi questi imbecilli di coloni son diventati proprio impertinenti ce<br />

l’hanno presa a morte coi padroni e minacciar da parte lor ti senti. Più non<br />

portano l’uova coi capponi e più non si dimostran riverenti rimpiango<br />

sempre quel tempo remoto quando ognun si mostrava a noi devoto.<br />

Contadino: Vengo signor Padrone a farle noto che anch’io sono cristiano in questo<br />

mondo per lei lavoro e sono sempre in moto e a tutti i miei doveri corrispondo.<br />

A nessuno però non resta noto che mi abbandona misero nel mondo,<br />

se lavoro ho diritto anch’io alla vita bisogna regolar questa partita ...<br />

Le occasioni in cui cantar d’ottava erano le più varie, e spesso<br />

ciò avveniva, d’inverno, nelle veglie intorno al focolare e, d’estate,<br />

la sera sull’aia. I giovani avevano modo così di imparare facilmente<br />

e la trasmissione orale avveniva in <strong>mani</strong>era spontanea. Tra i maggiori<br />

esponenti di questa tradizione, nella Toscana dell’Ottocento,<br />

ebbero un’adeguata fama Beatrice di Pian degli Ontani e Pietro<br />

Frediani da Buti. Con la scomparsa della civiltà contadina, l’eredità<br />

di questa tradizione resta oggi patrimonio di pochi, e per lo più di<br />

persone anziane. È solo in anni relativamente recenti che per fortuna<br />

si è iniziato a capire quanto sia importante la conservazione<br />

<strong>delle</strong> testimonianze di questa particolare forma di cultura popolare,<br />

ma ancora poco è stato fatto in questo senso.<br />

Fra i maggiori poeti improvvisatori toscani <strong>delle</strong> generazioni<br />

più recenti, che si incontravano fra loro in occasione di gare e<br />

“disturne poetiche” in vari luoghi dell’Italia centrale, cercando così<br />

di mantenere viva questa cultura, se ne ricordano alcuni ormai<br />

scomparsi ed altri ancora in vita. Fra i primi: Andreini di Prato, Cai<br />

di Bientina, Ceccherini di Firenze, Londi di Carmignano, Marcucci<br />

di Arezzo, Neri di Cascina, Piccardi di Castelfranco di Sopra, Rofi<br />

di Livorno, Romanelli di Arezzo, Seghetti di Montecarlo; fra i<br />

secondi: Banchi di Massa Marittima, Chechi di Grosseto, Grassi di<br />

Massa Marittima, <strong>La</strong>ndi di Buti, Logli di Scandicci, Masi di Vinci,<br />

Mastacchini di Suvereto, Tonti di Agliana, Vannozzi di Cascina,<br />

Vietti di Montevarchi. Va inoltre ricordato Roberto Benigni, che<br />

prima di diventare il famoso attore comico che tutti conoscono, si<br />

dilettava proprio nel canto dell’ottava improvvisata, partecipando<br />

spesso alle serate di poesia estemporanea organizzate in varie parti<br />

della Toscana. Di particolare rilievo è la fondazione, avvenuta nel<br />

1998 a Grosseto, della LIPE (Lega Italiana Poesia Estemporanea), che<br />

ha cominciato a promuovere una serie di interessanti iniziative per<br />

il mantenimento di questa antica tradizione.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Estrazione e lavorazione della pietra serena<br />

(scalpellinatura)<br />

Lidia Calzolai<br />

Il mestiere dello scalpellino, fabbricante di manufatti in pietra, è<br />

sempre stato connesso all’attività edilizia; la scalpellatura, infatti,<br />

rappresenta una <strong>delle</strong> fasi di lavorazione della pietra dopo la cavatura<br />

e la sgrossatura. <strong>La</strong> presenza del macigno in prossimità di centri<br />

urbani, in particolare di Firenze, incrementò questa professione<br />

ogni qualvolta si intensificarono gli investimenti pubblici e privati<br />

nell’edilizia. Due momenti meritano di essere particolarmente<br />

segnalati: il XV secolo, epoca in cui la pietra serena venne introdotta<br />

negli elementi architettonici fiorentini e preferita alla pietra forte,<br />

e il XIX secolo, in occasione del vastissimo programma di costruzioni<br />

conseguente alla proclamazione di Firenze capitale del regno.<br />

Famose sono state le cave di pietra serena di Fiesole, Settignano, <strong>La</strong>stra<br />

a Signa, Carmignano che hanno occupato in passato un numero<br />

non indifferente di maestranze ed hanno rappresentato una voce<br />

significativa nell’economia dei singoli centri, prima dell’introduzione<br />

del cemento e dei calcestruzzi nell’edilizia.<br />

I manufatti di maggiore pregio sono costituiti da colonne, trabeazioni,<br />

architravi, stipiti, scale, balaustre; quelli ordinari da pavimentazioni,<br />

panchine, chiusini, acquai, cornici, mensole. Vi erano<br />

poi i lavori più impegnativi, gli ornati, che richiedevano particolari<br />

<strong>La</strong> pietra serena,<br />

lo scalpellino<br />

e i suoi attrezzi<br />

F.T.<br />

119


120<br />

ARSIA<br />

abilità sia nell’esecuzione che nella precedente progettazione attraverso<br />

il disegno. Lo scalpellino, sia che fosse maestro o garzone,<br />

lavorava principalmente nella cava dove consumava anche il pasto<br />

portato dalle donne. Qui aveva a disposizione anche l’acqua che,<br />

fuoriuscendo dal masso, veniva raccolta in una cavità detta pozzino<br />

e serviva per bere, lavarsi e temperare i ferri. <strong>La</strong> giornata lavorativa<br />

andava dall’alba al tramonto, con una pausa per il pranzo<br />

che si allungava nel periodo estivo ed era trascorsa magari all’ombra<br />

di un albero piantato nei pressi di ogni cava.<br />

Lo scalpellino costruiva da solo gli arnesi del mestiere: subbie,<br />

scalpelli, punciotti, gradine, e quant’altro serviva al suo lavoro, tanto<br />

che nella cava era presente anche la forgia. Il macigno, presente in<br />

tutto l’arco appenninico, è stato lavorato in altre località come Borgo<br />

San Lorenzo, Marradi e Firenzuola dove però, in passato, ha avuto<br />

un impiego prevalentemente locale per la lontananza dalle città e la<br />

difficoltà di trasporto. Oggi, proprio a Firenzuola, si assiste ad una<br />

vivace produzione di manufatti in pietra serena a scala industriale.<br />

Produzione di cesti, canestri, gerle con intreccio<br />

di strisce di legno di castagno<br />

Monica Meini<br />

Un’antica lavorazione del castagno riguarda la costruzione di<br />

cesti di varie forme, che venivano utilizzati in passato per diversi<br />

scopi. <strong>La</strong> tipologia dei recipienti in castagno intrecciato è in effetti<br />

assai varia. <strong>La</strong> prima distinzione da fare riguarda la forma del<br />

fondo, che può essere rotonda o quadrangolare. Al primo tipo<br />

appartiene il corbello, il contenitore più diffuso e da cui prende il<br />

nome il mestiere del corbellaio. A seconda del materiale che dovevano<br />

contenere, si distingueva fra corbelli da pasta, corbelli da zoccoli,<br />

ginori, questi ultimi destinati al vasellame della famosa ditta<br />

toscana. Poco diversa dal corbello è la canestra, mentre la cesta ha il<br />

fondo quadrangolare. Le ceste che venivano prodotte erano: la cesta<br />

da asparagi, la cesta da spinaci, la cestina da fichi secchi, la cesta<br />

bucata, nella cui intrecciatura venivano lasciati degli spazi vuoti per<br />

favorire l’areazione dei prodotti agricoli, e la gavagna, una cesta<br />

grande con bocca quasi ovale e bordi superiori fatti a treccia.<br />

Questa produzione artigianale è tipica del Monte Pisano ed è<br />

ancora oggi presente a Buti, dove si sono continuate ad utilizzare


<strong>La</strong> bottega del cestaio,<br />

nel Valdarno: sono<br />

utilizzate esclusivamente<br />

strisce di legno<br />

di castagno del luogo<br />

D.H.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

antiche tecniche di intreccio. <strong>La</strong> materia prima per questa lavorazione<br />

sono i cosiddetti “pedoni” di castagno, cioè dei piccoli tronchi<br />

diritti – detti anche polloni – prelevati dalla parte dell’albero più<br />

vicina alle radici. Questi pedoni, una volta tagliati, vengono tenuti<br />

in una vasca d’acqua piovana perché le fibre del castagno mantengano<br />

un’elasticità sufficiente per la particolare lavorazione a cui<br />

vengono in seguito sottoposti. Al momento opportuno, i pedoni<br />

vengono messi in un forno a legna dove, perdendo una parte di<br />

acqua, producono un vapore che rende facilmente lavorabile il<br />

legname, che è quindi pronto per la fase della “schiappatura”. <strong>La</strong><br />

schiappatura consiste nella suddivisione del pedone in tante lamine<br />

sottili e flessibili, in modo tale che possano essere agevolmente<br />

intrecciate. Un tempo la schiappatura era fatta completamente<br />

dagli uomini, che dopo avere diviso il pedone con l’aiuto di un<br />

mazzuolo e un cuneo, completavano la divaricazione <strong>delle</strong> schiappe<br />

con la forza <strong>delle</strong> braccia, quindi continuavano la separazione in<br />

lamine incidendo il tronco con i propri denti (schiappatura a bocca).<br />

Dagli anni sesanta, questa operazione viene effettuata con l’au-<br />

121


122<br />

ARSIA<br />

silio di una macchina a rulli, detta schiappatrice. Le lamine ottenute<br />

si chiamano “vinchi” se sono lunghe, strette e flessibili; “stecche”,<br />

se sono larghe e spesse, ma piuttosto corte; “lungagne”, se sono<br />

spesse ma piuttosto lunghe. Queste ultime servono per costruire la<br />

base del cesto e formano anche la trama verticale dell’intreccio. Ad<br />

esse vengono intrecciate in senso orizzontale i vinchi, secondo le<br />

tecniche definite “incrociate”, “binarie”, o “a graticcio”. Stecche,<br />

lungagne e vinchi devono però prima di tutto essere “addezzati”,<br />

cioè aggiustati e ridotti ove necessario con colpi di pennato e con le<br />

forbici: basti considerare che tutti i vinchi di un cesto devono avere<br />

la stessa larghezza. Quando il materiale è tutto pronto, si inizia a<br />

costruire il cesto a partire dal fondo, per proseguire con le fasi dell’intreccio<br />

del tronco, dette “imponitura” e “vincatura”. Infine, per<br />

fare la bocca del cesto si usa un “cerchio”, cioè una gettata giovane<br />

di castagno piegata in forma circolare detta anche “calocchia” (fase<br />

della ritondatura), intorno al quale vengono chiusi gli intrecci terminali<br />

(fase della rifinitura).<br />

Le condizioni di vita e di lavoro degli artigiani dei cesti in castagno<br />

sono sempre state molto dure: l’insalubrità dell’ambiente di<br />

lavoro, in genere oscuro e umido, la bassa retribuzione e il metodo<br />

del lavoro a cottimo, che caratterizzarono il periodo di maggiore sviluppo<br />

di questa produzione fra la fine dell’Ottocento e la prima<br />

metà del Novecento, hanno spinto sempre più persone ad abbandonare<br />

questo mestiere, anche in conseguenza della crisi del settore<br />

derivante dall’introduzione della plastica nella produzione di<br />

imballaggi. Proprio in corrispondenza con questo abbandono, l’artigianato<br />

<strong>delle</strong> ceste intrecciate in castagno ha avuto negli ultimi<br />

decenni una risonanza internazionale, ma il riflesso positivo che tale<br />

risonanza ha portato non basta a scongiurare la fine di questa attività,<br />

che viene portata avanti ormai da pochissimi artigiani, ai quali<br />

non sembra volersi affiancare nessun giovane disposto ad imparare.<br />

<strong>La</strong> lavorazione del ferro per la produzione<br />

di utensileria<br />

Margherita Azzari<br />

L’attività estrattiva in Toscana e la conseguente lavorazione del<br />

minerale, che avveniva nei luoghi di estrazione, sono documentate<br />

fin dall’epoca etrusca. L’evoluzione tecnologica degli impianti e


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>delle</strong> produzioni, ha portato nei secoli a precise scelte localizzative,<br />

così che è possibile identificare nell’alta Versilia, nella Montagna<br />

pistoiese e nel Mugello alcune <strong>delle</strong> aree di elezione della produzione<br />

di utensileria in ferro e acciaio. L’attività estrattiva in Versilia,<br />

ad esempio, è documentata già agli inizi del XIII secolo. <strong>La</strong> disponibilità<br />

di materia prima, la presenza di estesi boschi e l’abbondanza<br />

di corsi d’acqua perenni che garantiscono il movimento <strong>delle</strong><br />

ruote idrauliche che azionavano mantici, magli, distendini e battiloppo,<br />

avevano infatti favorito il sorgere, lungo la valle principale e<br />

quelle dei torrenti confluenti (dovunque la conformazione <strong>delle</strong><br />

valli o la possibilità di derivare una gora lo consentivano) di numerose<br />

piccole attività metallurgiche, poco più che fucine di fabbro <strong>La</strong><br />

fusione del ferro si faceva “a basso fuoco”: il minerale unito ad una<br />

quantità tripla di carbone di castagno, si fondeva con un fuoco di 8-<br />

10 ore e si raccoglieva “in massello” nel crogiolo.<br />

Veniva quindi riscaldato nuovamente e sottoposto al maglio per<br />

farne verghe o quadroni per le successive lavorazioni. <strong>La</strong> produzione<br />

era costituita per lo più da ferri e chiodi da cavalli, da bullette e<br />

gangheri e piccoli utensili, destinati prevalentemente al mercato locale.<br />

Oltre al “maestro di fornace” che impostava la produzione e ne fissava<br />

il metodo, lavoravano nella ferriera un “menatore di mantici”,<br />

uno scaldatore, alcuni fucinatori che battevano il ferro, alcuni manovali<br />

e talvolta un maestro carbonaio. A metà del XVI secolo Cosimo<br />

I, avendo ottenuto l’appalto generale <strong>delle</strong> vene di ferro dell’Elba,<br />

decise di acquistare e ristrutturare molte antiche ferriere (nel 1488 la<br />

produzione di ferro della Versilia era già passata ai Medici) e di far<br />

costruire nuovi forni nelle aree tradizionalmente interessate dall’attività<br />

siderurgica: nella Montagna pistoiese e a Ruosina nell’Alta Versilia.<br />

In questa fase il numero della manodopera aumentò e le tecniche<br />

di fusione del ferro furono migliorate ottenendo una lavorazione<br />

a ciclo continuo con un certo risparmio di combustibile. Il sovrapporsi<br />

dell’iniziativa granducale all’iniziativa privata determinò il<br />

rapido decadimento della siderurgia locale: alcune ferriere e fucine<br />

furono convertite in mulini o altri opifici ad acqua, altre restarono in<br />

posizione subalterna rispetto all’imprenditoria medicea.<br />

I limiti della siderurgia toscana, l’arretratezza tecnologica degli<br />

impianti e della distribuzione del lavoro, gli alti costi di produzione<br />

e le difficoltà di commercializzazione dei prodotti, impedirono<br />

alla siderurgia toscana di decollare verso la dimensione industriale.<br />

Gli impianti, venduti dai Lorena a privati, riuscirono tuttavia a<br />

sopravvivere, almeno in parte, proprio per le loro ridotte dimen-<br />

123


124<br />

ARSIA<br />

sioni, per la struttura artigianale legata a una conduzione quasi<br />

familiare e grazie alla protezione doganale. <strong>La</strong> tradizione nel settore<br />

metallurgico non si è dunque spenta: le antiche ferriere della<br />

Versilia sono state trasformate in segherie, ma sopravvive a<br />

Pomezzana una rinomata produzione locale di coltelli e utensileria;<br />

così come non sono da dimenticare i coltellinai di Scarperia nel<br />

Mugello, solo per citare le produzioni più note.<br />

Il mestiere del coltellinaio<br />

Lidia Calzolai<br />

Il coltellinaio doveva prima di tutto essere un abile fabbro e<br />

saper controllare tutte le fasi di lavorazione dell’acciaio con cui era<br />

realizzata la lama, ma nello stesso tempo conoscere le tecniche per<br />

trattare il legno e il corno, materiali da cui si ricavavano i <strong>mani</strong>ci. <strong>La</strong><br />

sua attività lavorativa si svolgeva nella bottega provvista <strong>delle</strong><br />

attrezzature indispensabili quali la forgia, il banco da lavoro, l’incudine<br />

e varie mole; era coadiuvato nei lavori meno pesanti da bambini<br />

e da donne della famiglia. <strong>La</strong> giratora, ad esempio, metteva in<br />

movimento la mola destinata all’arrotatura <strong>delle</strong> lame. Oltre ad essere<br />

utilizzato nel lavoro e nella vita quotidiana ogni qualvolta si<br />

doveva tagliare o forare, il coltello ha svolto una pluralità di funzioni:<br />

arma di offesa, pegno d’amore, strumento magico-protettivo contro<br />

fenomeni negativi. <strong>La</strong> fabbricazione artigianale di un coltello<br />

prevedeva tutta una serie di operazioni per dare forma e consistenza<br />

alla lama: per prima, la forgiatura, che consisteva nel modellare<br />

sull’incudine, a colpi di martello, il metallo arroventato su cui si cercava<br />

di definire già la forma del taglio e del piatto; il profilo definitivo<br />

veniva successivamente raggiunto con una lima a ferro.<br />

Seguiva poi la tempra, ottenuta arroventando la lama ed immergendola<br />

rapidamente in acqua o in olio per rendere duro l’acciaio,<br />

che però in questo modo diventava fragile; per ovviare a questo<br />

inconveniente la lama veniva di nuovo riscaldata a temperature di<br />

volta in volta stabilite in base alle caratteristiche che si voleva dare al<br />

manufatto. Successivamente, la lama veniva passata a tre tipi di<br />

mola: di pietra per l’arrotatura, di legno coperto da uno smeriglio per<br />

rendere più liscia e regolare la superficie del metallo, e infine ancora<br />

di legno coperto da smeriglio più fine per una completa lucidatura. I<br />

<strong>mani</strong>ci venivano realizzati con il corno bovino o con il legno (bosso,


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

faggio, castagno, ciliegio). Dopo aver tagliato il corno alla dimensione<br />

desiderata, lo si metteva a scaldare, quindi lo si ripiegava e si metteva<br />

alla morsa per una prima sgrossatura; l’operazione di riscaldamento<br />

e di ripulitura era ripetuta più volte, infine il pezzo veniva<br />

stretto in una morsa e lasciato lì fino a completo raffreddamento.<br />

Dopo essere stato lucidato con varie tecniche, si poteva procedere<br />

al montaggio dei vari pezzi: nel <strong>mani</strong>co si inseriva la molla,<br />

poi si univa la lama. L’Italia centro-settentrionale ha conosciuto una<br />

pluralità di centri produttivi nel settore della coltelleria e dei ferri<br />

taglienti (Maniago, Bologna, Forlì, la provincia di Ravenna, di Parma<br />

e di Reggio Emilia). Ma il centro di maggiore rilevanza per la<br />

produzione dei ferri taglienti si trova in Toscana, a Scarperia (di<br />

secondaria importanza è stata Figline Valdarno). <strong>La</strong> produzione<br />

scarperiese ha privilegiato i modelli locali e, specialmente dopo<br />

l’Unità nazionale e l’apertura di nuovi mercati, quelli dell’Italia<br />

centro-meridionale e <strong>delle</strong> isole. <strong>La</strong> legge del 1908, che limitava la<br />

lunghezza dei coltelli a serra<strong>mani</strong>co, principale prodotto scarperiese,<br />

determinò la crisi del settore, incapace di rinnovare la gamma<br />

produttiva. Oggi a Scarperia sono attive cinque ditte produttrici di<br />

L’arrotino al lavoro.<br />

Fino a poco tempo fa,<br />

era frequente nelle<br />

campagne l’attività<br />

dell’arrotino ambulante<br />

A.C.<br />

125


126<br />

ARSIA<br />

coltelli e ferri taglienti che utilizzano moderne tecniche di lavorazione,<br />

mentre la produzione tradizionale è rimasta nelle <strong>mani</strong> di<br />

abilissimi artigiani che auspicano provvedimenti a sostegno e salvaguardia<br />

di questo antico mestiere.<br />

Produzione di piantine di olivo per l’innesto<br />

(olivastrini)<br />

Monica Meini<br />

<strong>La</strong> propagazione dell’olivo può avvenire utilizzando direttamente<br />

parti della pianta (moltiplicazione) oppure attraverso la propagazione<br />

per seme (riproduzione). Con quest’ultimo sistema,<br />

però, non si ottengono piante da coltivare – perché, a causa della<br />

diffusa autosterilità <strong>delle</strong> cultivar, le piante che derivano dal seme<br />

sono molto eterogenee e diverse dalla pianta di origine – ma piante<br />

rinselvatichite che vengono utilizzate come portinnesto (portinnesti<br />

franchi) nella moltiplicazione <strong>delle</strong> cultivar. L’utililizzazione<br />

dell’olivastro (in passato si usavano quelli spontanei che crescevano<br />

nella macchia mediterranea) storicamente è stata determinata<br />

dalla necessità di avere a disposizione una pianta robusta, con sistema<br />

radicale ben formato, pronta – come scrive Giuseppe Tallarico<br />

nel 1939 – “a sfidare i secoli futuri, a fare i conti da se stesso, senza aiuto<br />

d’altri, con i macigni e con le roccie di granito, con l’arsura dell’estate e<br />

con la povertà del luogo”.<br />

Oggi la tecnica della riproduzione non si affida più agli olivastri<br />

selvaggi, ma ad olivastrini fatti crescere in appositi vivai. Di seguito<br />

viene presentata la tecnica usata nei vivai pesciatini per ottenere<br />

semenzali franchi. Tra novembre e dicembre, si prelevano i semi, preferibilmente<br />

del tipo “Frantoio”, “Leccino” o “Cipressino”: le olive,<br />

una volta raccolte, vengono snocciolate e i noccioli, lavati e sgrassati,<br />

vengono conservati in sacchetti al fresco. <strong>La</strong> semina avviene tra la<br />

fine di agosto e i primi giorni di settembre, su un letto di germinazione<br />

posto in aiuola e costituito da terreno limo-sabbioso, calcareo;<br />

i noccioli vengono disposti a strati sovrapposti di 2 cm circa e ricoperti<br />

con lo stesso terriccio. Quest’ultimo va tenuto costantemente<br />

umido. Inoltre – come raccomandava il prof. Alessandro Morettini<br />

nelle sue lezioni di olivicoltura, tenute alla Facoltà di Scienze agrarie<br />

e forestali dell’Università di Firenze, nell’anno accademico 1935-36 –<br />

“il semenzaio è bene proteggerlo con vetrate, ed in primavera con un velo di<br />

garza, per impedire i danni <strong>delle</strong> gelate”.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong> germinazione inizia dopo un mese e mezzo circa; dopo la<br />

pausa dell’inverno e la sua ripresa nella primavera successiva, tra<br />

aprile e maggio viene effettuato il trapianto in un’aiuola apposita,<br />

detta “nestaiola”. Le piantine vengono disposte a una distanza di 40<br />

cm in file distanti fra loro 60 cm. Una volta trapiantate, devono essere<br />

frequentemente irrigate, protette dal sole nei mesi più caldi e tenute<br />

pulite da infestanti; inoltre, se crescono troppo fitte, devono essere<br />

diradate. Nella primavera successiva, cioè dopo un anno dal trapianto<br />

nella nestaiola e quando i semenzali hanno raggiunto un certo<br />

sviluppo, sono pronti per essere innestati. L’innesto avviene dunque<br />

quando la piantina ha raggiunto un’età di circa 18 mesi ed un diametro<br />

di circa 6 mm, più o meno simile a quello di una matita. Il tipo<br />

di innesto comunemente usato è quello “a corona”, per cui è necessario<br />

che la pianta sia “in succhio”, cioè che la corteccia si distacchi<br />

facilmente per potervi porre una o più marze. L’innesto <strong>delle</strong> piantine<br />

veniva un tempo effettuato ad un’altezza dalla base del tronco di<br />

circa 15-20 cm; oggi a soli 5 cm, al fine di impedire l’eventuale “affrancamento<br />

<strong>delle</strong> piantine quando queste si portano a dimora”.<br />

Quella dell’innesto è una pratica senza dubbio delicata, che<br />

richiede particolari attenzioni e cure. Tuttavia, nei vivai ben organizzati<br />

del pesciatino, dove questa tecnica è ancora abbastanza diffusa,<br />

una squadra di due innestini e quattro ausiliari, che gestiscono<br />

le fasi della preparazione dell’innesto e della masticiatura finale,<br />

riesce ad effettuare circa 500 innesti l’ora. Dopo l’innesto, sottoposte<br />

ancora alle cure già indicate, le piante rimangono nella nestaiola<br />

per un ulteriore anno, nel corso del quale viene scelto un solo<br />

germoglio proveniente dalla marza e legato ad un tutore per favorirne<br />

l’accrescimento verticale. Nella primavera successiva, le piante,<br />

che hanno ormai raggiunto un’altezza di circa 60 cm, vengono<br />

trapiantate in un appezzamento detto “piantonaio” disponendole<br />

ad una distanza maggiore, circa 1 metro per 50 cm.<br />

Qui rimangono ancora un anno prima di essere vendute, allorché<br />

vengono estirpate dal terreno e confezionate con pane di terra<br />

prevalentemente argillosa avvolto con paglia di riso. Con questa<br />

tecnica tradizionale, quindi, l’intero ciclo produttivo, dalla semina<br />

alla pianta commerciabile, si svolge nell’arco di quattro-cinque<br />

anni. Oggi sono diffusi però sistemi innovativi, che hanno di fatto<br />

rivoluzionato il processo produttivo <strong>delle</strong> piante di olivo, attraverso<br />

tecniche meno complesse e più rapide, come la moltiplicazione<br />

per talea e l’allevamento <strong>delle</strong> barbatelle in contenitore. Non possiamo<br />

sapere per quanto tempo ancora resisterà il sistema tradizionale<br />

che qui abbiamo descritto.<br />

127


2.5 Storie<br />

<strong>La</strong> pesca <strong>delle</strong> anguille con le “fiozze”<br />

Francesco Fabiloni, Pontremoli (Massa Carrara)<br />

In Lunigiana, a Pontremoli, si conservano i segreti di una pesca<br />

antichissima: la pesca alle anguille con le fiozze. Nessun amo, nessuna<br />

lenza, solo bochi, vezze e abilità; super ecologica, una pesca che si<br />

pratica solo di notte, con modalità diverse se vi è la luna oppure no.<br />

I bochi sono le spine che così numerose coronano i rami del<br />

biancospino; vanno tagliati a luna vecchia e fatti seccare al buio; le<br />

vezze sono invece vetrici, quella sorta di salice selvatico che popola<br />

con crescente e rigogliosa abbondanza fiumi e torrenti.<br />

Legando i bochi all’estremità di un esile ma robusto ramo da<br />

vezza lungo 25-30 centimetri, si ottiene la fiozza. I grossi vermi che<br />

<strong>mani</strong> esperte mettono a fare da esca nascondendo la spina, sono un<br />

bocconcino al quale le anguille non sanno resistere. Questa tecnica<br />

si usa soprattutto nelle notti di luna piena, quando le anguille preferiscono<br />

rimanere sotto i sassi.<br />

A questa tecnica si affianca quella di legare ad uno spago due o<br />

tre bochi che vengono stesi nell’acqua calma e fissati con due sassi<br />

alla sera sul tardi. Quando la mattina presto i pescatori passavano<br />

a ritirare le fiozze tese la sera prima, riempivano i sacchi di fiorzarole<br />

(le anguille, appunto da fioza, c’erano poi le boccalone e le passaine).<br />

Le possibilità di successo erano altissime, rari i bochi rifiutati;<br />

la forma particolare dell’antenato dell’amo, garantiva infatti la certezza<br />

che l’anguilla non sarebbe potuta fuggire, nonostante i bochi<br />

siano assolutamente lisci.<br />

È una pesca antichissima che nel tempo non si è modificata<br />

come tecnica, semmai vi sono ormai poche anguille. <strong>La</strong> pesca con i<br />

bochi, un tempo importante fonte di integrazione del reddito di<br />

numerose famiglie di Pontremoli, chissà perché, oggi è stata proibita<br />

dalla legge regionale.


130<br />

ARSIA<br />

<strong>La</strong> pesca <strong>delle</strong> anguille<br />

con le “fiozze”,<br />

senza amo e senza<br />

lenza, antichissima<br />

tecnica tradizionale<br />

della Lunigiana<br />

A.C.


Certo la gente non va più a pescare come allora per integrare lo<br />

stipendio, ma perché proibire un tipo di pesca che si praticava da<br />

secoli, con mezzi assolutamente naturali e che non danneggia nessun<br />

altro pesce?<br />

Secondo gli ultimi fiozaioli, è un’attività che senz’altro andrebbe<br />

permessa in questa zona, come tradizione antica e testimonianza<br />

dei costumi del nostro territorio.<br />

Il navicello<br />

Ugo Bacchereti, Calcinaia (Pisa)<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Mi chiamo Ugo Bacchereti, vengo da una famiglia dove la professione<br />

di artigiano falegname dura da oltre cinquecento anni.<br />

Nella porta principale della chiesa più antica di Calcinaia, c’è lo<br />

stemma della mia famiglia, e non perché siamo di origine nobile,<br />

ma per ricordare il lavoro di tanti artigiani con il mio stesso cognome<br />

che hanno segnato con la loro arte i lavori nelle chiese della provincia<br />

di Pisa e anche in altre località della Toscana; lavori semplici<br />

di falegnameria artistica, come i piedistalli in legno <strong>delle</strong> statue, gli<br />

altari, le panche per le chiese.<br />

Ricordo queste cose per rappresentare un’arte, quella del falegname,<br />

che ormai sta scomparendo, un’antica professione fatta di<br />

accorgimenti, di pazienza, di esperienza, di curiosità insaziabile di<br />

conoscere per fare sempre meglio il nostro mestiere.<br />

Credo che quest’arte abbia contribuito allo sviluppo ed al progresso<br />

della nostra provincia e della Toscana.<br />

…<br />

Ho fatto tanti lavori di artigianato in legno, ma qui vorrei parlarvi<br />

del navicello.<br />

<strong>La</strong> città di Pisa è stata una grande potenza marinara e anche il<br />

mio paese è legato al fiume.<br />

Ho sentito con interesse che i ricercatori del CNR, che hanno studiato<br />

i residui di legno <strong>delle</strong> navi pisane trovate a San Rossore,<br />

hanno dichiarato che il porto pisano ha 4.000 anni circa. Un’attività<br />

di navigazione che data nel tempo, e quindi è antichissima anche la<br />

presenza dei maestri d’ascia, degli artigiani del legno, perché all’operosità,<br />

alla manualità di tanti artigiani è affidata la sicurezza della<br />

barca, la vita di tante persone.<br />

Le veloci e leggere imbarcazioni pisane costruite dal lavoro di<br />

131


132<br />

ARSIA<br />

tanti artigiani, hanno contribuito al fiorire dei commerci, alla ricchezza<br />

di questa città. …<br />

<strong>La</strong> base del navicello è un semicerchio con 11 pezzi ad incastro<br />

l’uno con l’altro. Di solito era lungo 12 metri e largo 3 metri e mezzo.<br />

Il materiale utilizzato era il gelso, il pino, ma il navicello di qualità<br />

era costruito in mogano. Quello che faceva elevare il costo del<br />

navicello era il valore della manodopera, molto professionalizzata<br />

e quindi ben pagata, anche in passato; il costo del materiale era in<br />

proporzione più basso, si preferiva in genere impiegare il mogano,<br />

più resistente e di alta qualità.<br />

Il navicello era o di proprietà, o in affitto, poteva ospitare fino a<br />

5 persone, si navigava prendendo il vento con la vela, altrimenti<br />

spingendo la barca con la stanga, o con l’alzaio; molte volte le<br />

donne venivano messe a spingere la barca, carica, all’alzaio.<br />

<strong>La</strong> caratteristica di questa barca è di navigare in acqua dolce e<br />

reggere anche il mare, per dare stabilità e reggere il carico, all’interno,<br />

sopra i matili c’è un’impalcatura in pari, il fondo della barca è<br />

piatto per facilitare il “rollio” che si incontra quando si lascia l’acqua<br />

piatta del fiume e si entra in mare aperto.<br />

Lì entrava l’abilità del navicellaio, per prendere bene l’onda ed<br />

entrare in mare, ed arrivare sicuro con il carico intatto.<br />

Questa piccola imbarcazione ha consentito traffici e commerci ai<br />

navicellai che hanno trasportato sulle loro piccole barche i legnami,<br />

i marmi, i mattoni, la rena d’Arno; a Fornacette con i barrocci venivano<br />

i contadini con gli ortaggi e si portavano sui navicelli dal fosso<br />

del Vuotabotte fino a Livorno...<br />

Lo scalpellino<br />

Paolo Bissoli, Pontremoli (Massa Carrara)<br />

Piero Venturi, 64 anni ben portati, è uno scalpellino che lavora l’arenaria,<br />

la pietra <strong>delle</strong> montagne dell’Appennino tosco-emiliano, in<br />

una terra, la Lunigiana, dove la tradizione degli scalpellini è vecchia<br />

di secoli. Come quella dei loro compagni <strong>delle</strong> vicine Apuane, dove<br />

l’attività dello scalpellino si esplica nella lavorazione del marmo.<br />

Ma Piero è l’ultimo scalpellino nella sua terra.<br />

All’inizio della sua storia, che collochiamo ad oltre 50 anni fa,<br />

quando era tredicenne, Piero era uno dei tanti ragazzi che andavano<br />

a imparare il mestiere – ma potremmo dire l’arte – dal “Mae-


Lunigiana: tradizionale<br />

copertura dei tetti con<br />

lastre di arenaria.<br />

Ultimamente parte<br />

<strong>delle</strong> imprese artigiane<br />

si stanno specializzando<br />

nel restauro conservativo<br />

A.C.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

stro”, cioè lo scalpellino affermato, quello che poteva insegnare ai<br />

più giovani e tramandare con loro i segreti più nascosti di quella<br />

infida pietra grigia.<br />

Piero abitava e abita tuttora a Pollina, una frazione una decina<br />

di chilometri a nord di Pontremoli, nel comprensorio di Carrara.<br />

Nel paese vivono circa 120 anime, una quarantina di famiglie.<br />

Imparare il mestiere comportava diversi livelli di apprendimento,<br />

che accompagnavano le diverse fasi della lavorazione della pietra.<br />

In una zona del tutto priva di cave, prima di tutto si imparava a<br />

riconoscere il “trovante” giusto, cioè un grande blocco di pietra tra<br />

i tanti sparsi nei boschi o nei torrenti, rotolati a valle dalla cima<br />

<strong>delle</strong> montagne in epoche remotissime. Doveva essere scelto con<br />

cura: da lì infatti si doveva poi trarre la pietra da lavorare.<br />

Poi si imparava a tagliarla usando i “pinciotti”, cunei d’acciaio<br />

forgiati dallo stesso maestro; quindi, dopo molta pratica, si imparava<br />

a sbozzarla sul posto per ridurre ulteriormente il peso prima di<br />

trasportarla nel laboratorio, che spesso era attiguo all’abitazione, o<br />

nel cantiere stesso.<br />

Infine, dopo avere imparato a trovare, tagliare e sbozzare la pietra<br />

in un periodo di apprendistato che durava circa 7 anni, si comin-<br />

133


134<br />

ARSIA<br />

ciava a prendere confidenza con i ferri del mestiere, per misurarsi<br />

con quella creatività che serve per avviare la realizzazione degli<br />

oggetti.<br />

Ecco quindi un gradino, una scala, una fontana, un portale, fino<br />

ad arrivare a una casa intera o anche a una vera e propria cappella<br />

funebre, come quella realizzata per la propria famiglia dal maestro<br />

di Piero, oltre 40 anni fa.<br />

Quando decise di mettersi in proprio, Piero Venturi aveva circa<br />

20 anni; aprì un suo laboratorio cominciando la produzione di lavori<br />

su richiesta della più diversa clientela, una produzione nella<br />

quale si cimenta ormai da tanti decenni.<br />

Lo abbiamo incontrato intento al lavoro, mentre scalpella la pietra<br />

per ricavarne gli elementi per una fontana; lo abbiamo seguito mentre<br />

arroventa i ferri sulla forgia per lavorarli poi sull’incudine, adattandoli<br />

alle esigenze del lavoro (punte, scalpelli o pinciotti) e mentre<br />

li tempera, secondo un’operazione che consiste nel far diventare<br />

incandescente la parte finale dell’attrezzo, per poi raffreddarla bruscamente<br />

nell’acqua con una tecnica che consente di dare all’attrezzo<br />

la durezza necessaria per scolpire la pietra, senza che il ferro si pieghi<br />

(tempera troppo dolce) o che si spezzi (tempera troppo dura).<br />

Abbiamo anche potuto verificare come l’attività dello scalpellino,<br />

oltre alla vocazione creativa, comporti un notevole dispiego di energie:<br />

ogni volta che si alza il mazzuolo, si sposta un chilo di peso: moltiplicando<br />

questa operazione per il numero di volte che la si fa in<br />

un’ora e poi per il numero <strong>delle</strong> ore di lavoro giornaliero, si arriva ad<br />

uno sforzo equivalente a quello necessario per spostare 45 quintali!<br />

Ma Piero a questo non pensa: ama il suo lavoro, la creatività che<br />

contiene e quindi la soddisfazione di realizzare un’opera che lo<br />

avvicina all’artista più che al maestro artigiano, e in questo suo<br />

creare mette tutta la sua passione, che gli consente spesso di trasformare<br />

un manufatto in una vera e propria opera d’arte.<br />

Ed è questa passione che, ormai vicino alla pensione, mentre gli<br />

impedisce di sentire il peso degli anni e del lavoro, gli fa avvertire<br />

forte il peso della solitudine professionale, il dispiacere di non<br />

avere eredi ai quali lasciare il testimone di un’attività così elevata,<br />

come a lui stesso altri avevano lasciato.<br />

È questa sensazione che lo spinge a sollecitare l’intervento <strong>delle</strong><br />

istituzioni, per realizzare un sogno: quello dell’attivazione di un<br />

percorso formativo per alcuni giovani con una vocazione creativa,<br />

che troverebbero non solo un’occasione di lavoro e quindi di reddito,<br />

ma soprattutto la soddisfazione di realizzare se stessi.


Mugnai da quattro generazioni<br />

Francesco Fabiloni, Pontremoli (Massa Carrara)<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Nella piana di Filattiera, e nella riva del fiume Magra, non lontano<br />

dalla pieve ro<strong>mani</strong>ca di Sorano, a poca distanza dall’antico<br />

tracciato della via Francigena, le pale del mulino Moscatelli non si<br />

stancano di far girare le tre pesanti macine di pietra arenaria, ciascuna<br />

<strong>delle</strong> quali espressamente dedicata per frantumare grano,<br />

granoturco e castagne. Da centinaia di anni, almeno dal XVI secolo.<br />

I Moscatelli da quattro generazioni sono mugnai a Filattiera e<br />

quel mulino, prima affittato da mezzadri, poi acquistato, è “cosa<br />

loro”; il primo ad arrivare è stato Carlo, già “molinaro” in un mulino<br />

del pontremolese, trasferitosi qui all’inizio del Novecento. A lui<br />

sono poi succeduti i figli, Edoardo e Avellino; il primo se n’è andato<br />

agli inizi degli anni sessanta, il secondo è ancora lì, con i suoi 92<br />

anni, a guardare con soddisfazione il lavoro che va avanti. Oggi tra<br />

i sacchi di farina c’è Giancarlo, che nel mulino ci è nato fisicamente<br />

alla fine degli anni quaranta: anni duri, ma pieni di speranza; finita<br />

la guerra c’era da rimettere mano ai campi e ai boschi, la produzio-<br />

Un vecchio mulino<br />

ristrutturato in<br />

Garfagnana: l’acqua<br />

della gora alimenta il<br />

funzionamento<br />

<strong>delle</strong> macine<br />

A.C.<br />

135


136<br />

ARSIA<br />

ne tornava a crescere e nell’aia tra la casa e il mulino arrivavano<br />

anche sei o sette asini carichi di granaglie da trasformare in preziosa<br />

farina. Un’attività di mugnaio divisa a metà con il lavoro in ferrovia,<br />

ma un aiuto costante per zio Avellino, uno studio attento per<br />

i delicati meccanismi, una ricerca assidua di nuove soluzioni nel<br />

rispetto di una tradizione che vede il mulino continuare a macinare<br />

con la sola forza dell’acqua, uno dei rarissimi esempi rimasti in<br />

Lunigiana, dove in tanti si sono convertiti all’energia elettrica.<br />

Oggi, però, da solo, il mestiere del mugnaio avrebbe ben poche<br />

prospettive. Provate ad immaginare la situazione: un piccolo mulino<br />

ancora ad acqua come cinque secoli fa, che frantuma grano, granoturco<br />

e castagne con macine di pietra pesanti dai 3 ai 14 quintali,<br />

da capovolgere a mano per la manutenzione annuale, azionate da<br />

pale di legno che hanno bisogno di un’attenzione quotidiana e una<br />

sostituzione periodica con nuovi “cucchiai” ricavati a mano da un<br />

ciocco di quercia. In otto ore di lavoro la macina riesce a dare un<br />

quintale di farina; questa viene pagata 8,00 € se è di grano o di granoturco.<br />

Macinare le castagne rende un po’ di più, la farina che si<br />

insacca a Filattiera è di ottima qualità, particolarmente adatta alle<br />

produzioni più pregiate e rende fino a 20,00 € al quintale; ma la stagione<br />

<strong>delle</strong> castagne è breve e una macina sola è troppo poca per<br />

assicurare il reddito per tutto l’anno.<br />

I problemi non mancano: vanno dal rispetto di rigidissime normative<br />

igenico-sanitarie alla lotta con le piene del fiume che ad ogni<br />

cambio di stagione danneggiano le opere di presa dell’acqua, fino<br />

alle difficoltà tecniche che ci sono nel mantenere attivo un mulino<br />

che deve funzionare secondo tecniche vecchie di secoli. Ma il mulino<br />

è ancora lì. Quando – una decina di anni fa – si è presentata la<br />

scelta se trasformarlo in una struttura semindustriale o recuperarlo<br />

secondo la tradizione, allora i Moscatelli non hanno avuto dubbi.<br />

<strong>La</strong> scelta è stata di integrare con l’attività agrituristica, con l’impegno<br />

della giovane figlia. Ecco allora la ristrutturazione, con alcune<br />

camere per dieci posti letto, la piscina, nello scenario del mulino<br />

recuperato in riva al fiume, di fronte alla corona degli Appennini.<br />

Oggi, e nel futuro dell’azienda, la sua presenza di struttura rara<br />

se non unica, è davvero preziosa e insostituibile, anche se evidentemente<br />

è un’attività produttiva che da sola non può assicurare un<br />

reddito principale. E dunque è accessoria, ma certo irrinunciabile;<br />

lo si capisce nei fine settimana invernali quando i visitatori fanno la<br />

fila per acquistare direttamente le farine, o quando scolaresche e<br />

comitive vengono a visitare il complesso.


Il ritrecine, fotografato in<br />

un mulino del Casentino:<br />

interamente in legno,<br />

azionato dall’energia<br />

idraulica, trasmette il<br />

movimento alla macina<br />

soprastante<br />

A.R.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Più di tutte, forse è rappresentativa quella macina di pietra che<br />

ogni anno regala qualche quintale di farina di castagne, profumata<br />

come raramente capita di trovare; era già lì nel 1915 quando nonno<br />

Carlo entrò nello stanzone per l’inventario, arrivata chissà quando<br />

nella Piana di Filattiera. Una macina speciale, di quelle scavate con<br />

scrupolo in un’arenaria cercata a lungo e poi scalpellinata dalle<br />

<strong>mani</strong> abilissime di un artigiano, con quella cura che gli derivava<br />

dalla consapevolezza di aver a che fare con uno strumento che<br />

avrebbe sfamato tante generazioni di persone. Una pietra che ha<br />

fatto in pieno il suo dovere, a tal punto che in poco meno di un<br />

secolo il suo spessore si è persino ridotto alla metà di quei dieci centimetri<br />

annotati nei registri.<br />

Il mulino Moscatelli di Filattiera continua a funzionare esattamente<br />

come cinque secoli fa, con le tre macine azionate dall’acqua<br />

del Magra, che arriva dopo un chilometro passato a correre nel largo<br />

biedale di pietra che si snoda nella campagna antistante il fiume.<br />

Arrivato nei pressi dell’edificio, il biedale si allarga in un picco-<br />

137


138<br />

ARSIA<br />

lo bacino dal quale l’acqua, attraverso due canali, viene indirizzata<br />

contro i cucchiai che si trovano tre metri più in basso e che provocano<br />

il moto dell’albero sopra il quale è la macina. Dodici cucchiai<br />

di legno di quercia (“copi” nel dialetto lunigianese) sono fissate al<br />

“rodèse”, un fusto di legno alto poco più di un metro e dalla struttura<br />

lievemente conica; questo appoggia su un bulbo di bronzo e si<br />

sviluppa in alto in un palo di ferro sul quale è fissata la macina, che<br />

ruota su un ceppo anch’esso di pietra, ad un’altezza regolabile a<br />

seconda della grana che si vuole ottenere.<br />

<strong>La</strong> materia da macinare (grano, granoturco e castagne, ciascuna<br />

con una propria macina di pietra di una particolare grana) cade<br />

dalla “scorba”, scivola tra le due pietre attraverso il foro centrale<br />

della macina e, grazie al vorticoso moto circolare, viene espulsa<br />

sotto forma di farina che si raccoglie alla base del locale chiuso<br />

entro il quale è posto il meccanismo.<br />

Nel caso del mulino Moscatelli, per macinare un quintale di prodotto<br />

le macine impiegano dalle 6 alle 9 ore, periodo nel quale il<br />

mugnaio può dedicarsi anche ad altre attività, non essendo necessaria<br />

la sorveglianza costante alla macinatura.<br />

I rottigiani e i mestieri che non ci sono più<br />

Iria Parlanti, Fornacette (Pisa)<br />

Sono nata a <strong>La</strong> Rotta nel 1935, una frazione del Comune di<br />

Pontedera. Molte cose che racconterò sono miei ricordi personali.<br />

In paese c’erano grandi fornaci, ci lavoravano moltissime persone,<br />

alcune famiglie che lavoravano il materiale a mano, e in più dei<br />

macchinari che davano lavoro a tantissime persone. Facevamo<br />

qualsiasi lavoro, dai mattoni agli embricini o “marsigliesi”, che sono<br />

un tipo di tegole piane, e naturalmente semipieni, forati, ecc.<br />

Il lavoro cominciava prima che facesse giorno e si finiva nel<br />

tardo pomeriggio, con il caldo che toglieva quasi il respiro; si lavorava<br />

dentro il forno che aveva avuto il fuoco di due giorni, si prendevano<br />

in mano i mattoni ancora caldi, e la sabbia cotta che si staccava<br />

dai mattoni si appiccicava alle <strong>mani</strong> e al corpo, madido di<br />

sudore; le gocce di sudore entravano negli occhi. Gli operai uscivano<br />

che sembravano <strong>delle</strong> maschere!<br />

Nell’inverno si usciva dal caldo del forno, al freddo del piazzale<br />

fuori, altro che malattie si potevano prendere! Le condizioni di


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Il cotto, con la pietra serena, è il materiale distintivo dell’edilizia rurale toscana<br />

lavoro miglioravano durante la settimana che lavoravano alla<br />

“bianca”. <strong>La</strong> procedura era la seguente: il materiale cotto era stivato<br />

fuori nel grande piazzale, intorno alla fornace, si facevano<br />

“pignoni”, in attesa di essere venduti.<br />

In genere i lavori intorno alla fornace erano tutti molto pesanti,<br />

anche per chi faceva i mattoni a macchina; non erano a cottimo,<br />

lavoravano 8-10 ore al giorno, ma guadagnavano anche meno, e<br />

quando dovevano caricare, i barrocci prima e dopo i camion, con il<br />

caldo, sotto il sole, con la polverina della sabbia cotta che gli entrava<br />

nel naso, il sudore che cadeva negli occhi, li faceva lacrimare per<br />

l’irritazione, non era certo un piacere!<br />

Vi spiego la lavorazione che occorreva per fare i mattoni, e perché<br />

era indispensabile l’acqua del fiume Arno. Infatti, la gente del<br />

posto capì che la terra vicino l’Arno era ottima, per fare la preparazione<br />

del materiale di base. Così si fecero l’“aie” che costeggiavano<br />

la riva dell’Arno; in cima all’aia cominciarono a scavarci la terra per<br />

farci la mota, tutti gli anni scavavano nello stesso punto, finché ci<br />

vennero <strong>delle</strong> buche enormi, che si riempivano d’acqua quando il<br />

fiume faceva la piena in autunno. <strong>La</strong> canalizzazione portava l’acqua<br />

torba del fiume nei cavi, qui la facevano rapposare, quando era<br />

chiara e l’Arno si era abbassato la rimandavano nel fiume; la torba<br />

139<br />

C.M.


140<br />

ARSIA<br />

di cui era impregnata rimaneva nei cavi, più piene venivano, più<br />

melma lasciava. Questa melma era la ricchezza della popolazione<br />

di quei tempi e voleva dire lavoro assicurato per la nuova campagna<br />

estiva. Questa posatura che aveva lasciato si chiamava “molletta”<br />

ed era ottima per fare tutti i materiali di laterizi, anzi era<br />

molto più pregiata di qualsiasi altra terra. <strong>La</strong> prima molletta che si<br />

trovava a inizio stagione era renacciosa e si usava per fare i mattoni;<br />

anche se era più “debole” i mattoni reggevano ugualmente. Sotto<br />

vi era la terra più forte e veniva usata generalmente per fare i<br />

lavori “fini”: mezzane, tegole, tèvoli, questi erano molto delicati.<br />

Anche la mota per le tegole andava lavorata di più: quando aveva<br />

avuto tutte le procedure come quella dei mattoni, andava buttata a<br />

“rena”, andava messa nella sabbia per terra e con la zappa si doveva<br />

mettere su questa sabbia, in <strong>mani</strong>era che si staccasse a prenderla con<br />

le <strong>mani</strong>. Andava di nuovo sbattuta con le <strong>mani</strong>, messo altra sabbia<br />

per terra, preso una manata di mota e sbattuta una sopra l’altra, si<br />

diceva “ributtata” (ne ho ributtata tanta!), ogni manata pesava 5-6<br />

chili. Dovevamo chinarci per prenderla, alzarci, sbatterla e chinarci di<br />

nuovo. Tutto questo perché non ci doveva essere nemmeno un nocciolino,<br />

altrimenti si sarebbe strappato il panno della tegola.<br />

I miei genitori ed io facevamo dalle 1700 alle 1900 tegole circa al<br />

giorno. Era un lavoro duro, molto faticoso, ma fino verso la fine di<br />

giugno era abbastanza sostenibile. Poi, con il caldo il fango seccava,<br />

si aprivano <strong>delle</strong> crepe, la terra era così pressata, indurita che per<br />

lavorarla era una fatica bestiale. Per fare i mattoni questa mota<br />

andava portata di sopra sull’aia con la carretta che non aveva la<br />

ruota con il copertone di gomma, ma aveva la ruota di legno con<br />

una lastra di ferro. Generalmente il babbo teneva la carretta per le<br />

stanghe e un ragazzo tirava dal davanti il “bilancino”, una corda<br />

fissata ai lati della ruota della carretta, e assicurata sotto le ascelle e<br />

dietro il collo, via lungo la salita per arrivare a caricare il banco.<br />

L’aia, dove veniva depositato il materiale, doveva essere tirata a<br />

lucido, cioè levata l’erba, rastrellata e liscia, come un tavolo da<br />

biliardo, perché i mattoni non avessero imperfezioni, gobbi, ecc.<br />

Per questa ragione dovevamo lavorare sempre scalzi.<br />

Di primavera era un piacere. Ma pensate, i primi di aprile, la<br />

mattina alle 4 o alle 5, scalzi, vicino alla mota era sempre umido, a<br />

qualcuno schiantavano i talloni dei piedi con certe crepe che facevano<br />

sangue; le <strong>mani</strong> dovevamo metterle oltre che nella mota,<br />

anche nella cassetta dell’acqua per lisciare i mattoni.<br />

Questo era un lavoro che i bimbi cominciavano a fare a 6-7 anni.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong> progressiva meccanizzazione <strong>delle</strong> attività agricole non può escludere la<br />

manualità, la presenza umana, la complessità e la fatica del lavoro, che fanno<br />

parte della “qualità” del processo produttivo L.M.<br />

Era un lavoro che andava fatto il più veloce possibile, ma era anche<br />

di precisione, non dovevamo tagliare gli angoli, né “sbucciarli”.<br />

Quando eravamo piccoli dovevamo stare chinati con i piedi a<br />

distanza di tre mattoni uno dall’altro, fino ad arrivare a cinque mattoni,<br />

quando le nostre gambe ce lo consentivano. Mettevamo 4 mattoni<br />

in senso obliquo e il quinto pari, (veniva chiamata “una mano<br />

di mattoni”) e poteva essere lunga circa 20-25 mattoni.<br />

Ecco perché era il primo lavoro che facevano i ragazzi: i grandi<br />

ci stavano male chinati, quasi con il capo in terra! Ma anche i ragazzi<br />

non godevano!<br />

Generalmente i mattoni da radere erano del giorno prima e la<br />

sera stessa li mettevamo a gambetta. Appena avuta una parziale<br />

essiccatura, il bimbo o la bimba con pari facoltà lavorative cominciavano<br />

a radere; finché era di mattina andava discretamente, il<br />

pomeriggio erano <strong>delle</strong> grandissime sudate!<br />

Man mano che i ragazzi crescevano facevano i lavori più pesanti.<br />

Questo non perché i genitori ci sfruttavano o ci volevano male.<br />

Era un lavoro a cottimo, mal pagato, e se non avesse collaborato tutta<br />

la famiglia non avremmo risparmiato i soldi per l’inverno. Perché<br />

nell’inverno c’erano pochi lavori, qualcuno veniva assunto dalle fattorie<br />

per fare gli scassi per le viti, oppure trovavano da fare i manovali<br />

ai muratori, ma erano sempre lavori saltuari, precari, quindi<br />

141


142<br />

ARSIA<br />

dovevamo aver guadagnato durante l’estate, se volevamo arrivare a<br />

primavera senza fare debiti al negozio di generi alimentari.<br />

A <strong>La</strong> Rotta, dove la lavorazione dei laterizi ha antiche tradizioni,<br />

funzionavano contemporaneamente 20-30 fornacine a conduzione<br />

familiare, cioè, prima facevano i mattoni, poi quando erano secchi<br />

li mettevano sotto un capannone ben stivati perché prendessero<br />

meno posto, a “pignone”, e nell’autunno-inverno cuocevano tutto<br />

il materiale. Lo sviluppo di una moderna industria laterizia manderà<br />

poi fuori mercato le strutture tradizionali <strong>delle</strong> fornacine.<br />

Solo intorno agli anni sessanta, sono cambiate le condizioni di<br />

lavoro e di vita dei “mattonai”, quando è quasi scomparsa la lavorazione<br />

a mano, sostituita da una lavorazione meccanizzata.<br />

Allora i mattonai, oltre ad essere ricercati dai proprietari di fornaci,<br />

e ricevere una paga adeguata, lavorando ad orari più u<strong>mani</strong>,<br />

cominciarono a disporre presso la fornace di un appartamento<br />

dotato di tutte le comodità.<br />

Io avevo smesso, mi sono sposata nel 1957 e anche i miei genitori,<br />

ormai anziani, nel 1962 hanno chiuso e sono andati in pensione.<br />

Dal 1960 al 1980 quasi tutti i mattonai hanno smesso di fare questo<br />

mestiere, i figli si sono trovati altri lavori e gli anziani sono<br />

andati in pensione.<br />

Un piatto che innamora<br />

Paolo Bissoli, Pontremoli (Massa Carrara)<br />

C’è un angolo di Toscana dove l’identità del territorio si è formata<br />

in secoli di scambi culturali con le aree vicine. È la Lunigiana,<br />

un cuneo di terra toscana protesa fra Liguria ed Emilia, attraversata<br />

dal fiume Magra, difesa, ma si potrebbe dire “chiusa”, dagli<br />

Appennini e dalle Alpi Apuane.<br />

<strong>La</strong> cultura della Lunigiana è dunque somma di influssi diversi,<br />

toscani, liguri ed emiliani, ma senza dimenticare reminescenze<br />

<strong>delle</strong> dominazioni spagnole o francesi che qui si imposero a lungo.<br />

E questo essere terra di confine, esposta ai ripetuti influssi esterni,<br />

ha fatto sì che i Lunigianesi sviluppassero una marcata cultura territoriale<br />

che si esprime in numerose <strong>mani</strong>festazioni quotidiane, e<br />

soprattutto in cucina.<br />

Tra tutti c’è un piatto, diffuso soprattutto nella Lunigiana settentrionale,<br />

che è noto ben oltre i confini locali e che meglio di ogni


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Prodotti di qualità, piatti tipici, trasformazioni tradizionali. È l’universo<br />

del patrimonio enogastronomico toscano, popolato di “artigiani del gusto”<br />

che presidiano luoghi e mestieri del piacere e del sapere L.M.<br />

altro riassume quanto detto: i “testaroli”. Serviti nel grande piatto<br />

da portata o nella piccola scodella singola non fanno grande<br />

impressione; pallidi pezzi di pasta dalla forma romboidale, sottile e<br />

bucherellata da mille forellini. Poi, osservandoli bene, li scopri conditi<br />

con un pesto profumato che immaginavi di poter trovare solo<br />

in Liguria, generosamente spolverati di grana emiliano (ma anche<br />

di ottimo pecorino locale) e conditi con un filo d’olio extravergine,<br />

toscano, ligure o lunigianese. L’assaggio convince che nessun altro<br />

piatto ti fa capire che cosa sia la Lunigiana, terra dove i sapori, come<br />

le culture, si amalgamano per dare risultati inaspettati.<br />

Un piatto povero i testaroli, ma che oggi, impreziosito dall’abbondante<br />

condimento, è prelibato, ricercato ed esportato fuori dai<br />

confini locali.<br />

Gli ingredienti di base per questa sfoglia “misteriosa” sono semplici,<br />

quasi banali: acqua e farina in parti quasi uguali e un pizzico<br />

di sale. Ma solo la sapienza di <strong>mani</strong> esperte è in grado di armonizzarli<br />

per creare i testaroli.<br />

<strong>La</strong> Vittoria ci aspetta ed ha acceso i testi. Questi sono una sorta<br />

di forno mobile, costituiti da una teglia rotonda, oggi in ferro, un<br />

tempo in terracotta, sul quale si pone un pesante coperchio di<br />

cemento o ghisa. Il tutto poi si ricopre con la brace: il risultato è sorprendente.<br />

Sia pane (la “crescenta”), siano torte (la “torta d’erbi”),<br />

143


144<br />

ARSIA<br />

siano carni o cacciagione, escono dal testo profumati e saporiti. Ma<br />

solo una lunga esperienza è in grado di stabilire il giusto livello di<br />

calore necessario per cuocere senza bruciare. Anche le più esperte,<br />

dopo decenni di pratica, hanno ancora qualche dubbio nel dosare la<br />

quantità di legna della fascina da mettere sul fuoco per riscaldare il<br />

testo. Il segreto, scopriamo, è tutto qui, anche per i testaroli.<br />

Mentre nel nero locale dei testi si prepara la brace, sul tavolo di<br />

cucina si prepara la pasta: una tazza di farina e acqua, un pizzico di<br />

sale, il tutto mescolato fino a formare una pastella molto liquida.<br />

Intanto la brace è pronta: tra un velo di fumo, la Vittoria stende<br />

un sottile letto di brace in terra, ai margini del fuoco, facendo in<br />

modo che la superficie sia perfettamente in piano. Sopra mette la<br />

teglia, il “testo” caldo e vi versa, con sapiente movimento a spirale,<br />

la pastella che viene poi stesa con un cucchiaio. Il calore del “testo”<br />

fa sì che l’acqua cominci a evaporare conferendo alla pasta il tipico<br />

aspetto bucherellato. Di più non si vede perché il tutto viene coperto<br />

per la cottura. Pochi minuti e il testarolo è pronto, morbido e croccante<br />

allo stesso tempo, dal profilo irregolare, ma dal sapore squisito.<br />

<strong>La</strong> pasta deve essere tagliata in forme romboidali, di 3-4 cm di<br />

lato, e gettata nell’acqua bollente per pochi minuti.<br />

Scolati e conditi sono indimenticabili.<br />

I fagioli cotti nel fiasco<br />

sulla brace, un metodo<br />

di cottura un tempo<br />

molto usato<br />

L.G.


Il vetturino<br />

Alboino Seghi, Montemignaio (Arezzo)<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Nelle montagne di Arezzo, il vetturino svolgeva la sua opera<br />

soprattutto insieme ai carbonai, ma il suo lavoro non si limitava a<br />

questo. Ne svolgeva tanti altri e trasportava con le sue bestie tanti<br />

materiali che andavano dalla legna da ardere ai pali di castagno<br />

(filagne), dalle tavole di grossi tronchi d’albero per la costruzione di<br />

mobili, alle travi, alle traverse di quercia per i binari <strong>delle</strong> ferrovie.<br />

Il vetturino non abitava nella capanna come i carbonai e i tagliatori,<br />

ma presso le case di contadini dove c’era la possibilità di usare<br />

una stalla per le bestie. Lui dormiva in un letto normale e mangiava<br />

a tavola apparecchiata i cibi preparati dalla massaia. Tutto a<br />

pagamento, s’intende. <strong>La</strong> giornata lavorativa del vetturino non terminava<br />

dopo il rientro serale, ma si protraeva, seppure in <strong>mani</strong>era<br />

non continuativa, fino a tarda ora.<br />

<strong>La</strong> prima operazione da eseguire, dopo il rientro serale, era la<br />

“sbastatura”: dopo aver liberato il basto dai finimenti che lo fissavano<br />

alla schiena della bestia, il vetturino lo sollevava con entrambe le<br />

braccia e lo metteva in un luogo dove non poteva essere danneggiato<br />

dalla pioggia; quando non aveva a disposizione una loggia o una<br />

stalla, provvedeva a coprirlo con balle di carbone “prelevate”<br />

durante il periodo trascorso con i carbonai. Dopo la sbastatura<br />

“governava” le bestie, poi se stesso. Dopo la cena si tratteneva a<br />

veglia e prima di andare a letto andava nella stalla per abbeverare le<br />

bestie, poi riempiva di fieno le mangiatoie e metteva al collo di ogni<br />

bestia la “musiera” riempita a metà di “biada” (avena, favetta, ecc.).<br />

L’alba lo trovava già in piedi; non per iniziare il lavoro come<br />

avveniva per i carbonai, ma per controllare lo stato <strong>delle</strong> bestie e<br />

per “rigovernarle”. Solo quando era giorno pieno, imbastava, faceva<br />

bere le bestie e si avviava al bosco.<br />

A metà gionata c’era una pausa di un paio d’ore, più o meno<br />

secondo le stagioni, per il pranzo e per un po’ di riposo. Dopo<br />

riprendeva il lavoro fino al tramonto.<br />

L’uomo consumava i pasti, un pezzo di pane con companatico,<br />

durante i viaggi e così facevano le bestie affondando il muso nelle<br />

musiere o strappando di tanto in tanto qualche ciuffo d’erba ai margini<br />

dei sentieri.<br />

Durante la tarda primavera e per tutta l’estate non occorreva la<br />

stalla: le bestie erano sbastate all’aperto e lasciate in “bandita”, cioè<br />

libere di pascolare per i prati.<br />

145


146<br />

ARSIA<br />

Il vetturino era anche un veterinario: il vetturino “professionista”<br />

era capace di diagnosticare le malattie più comuni <strong>delle</strong> bestie<br />

e di curarle con medicine da lui stesso preparate, in gran parte, e di<br />

sanare le ferite. Il vetturino era anche capace di provvedere da solo<br />

alla ferratura con una tecnica particolare che è difficile spiegare con<br />

le sole parole.<br />

…<br />

Ora diciamo qualcosa sui rischi che potevano correre il vetturino<br />

e le bestie.<br />

Il vetturino poteva cadere di sella per un colpo di sonno, per<br />

una improvvisa impennata della bestia, per incespicamento della<br />

stessa ecc. Poteva essere ferito al volto dalle frasche basse di qualche<br />

ramo, poteva venire colpito da calci…<br />

Le bestie potevano ferirsi in modo grave, tanto da renderle inabili,<br />

o addirittura morire per caduta in scarpate a causa del terreno scivoloso<br />

o franabile. Alcune cadute potevano verificarsi anche per il<br />

suolo ghiacciato; in questo caso il vetturino faceva “calzare” alle bestie<br />

dei ferri speciali con punte d’acciaio che impedivano di scivolare.<br />

Cavalli e muli costituivano il capitale per il vetturino, quindi<br />

andavano curati in modo particolare. Ma di là dal fatto puramente<br />

utilitaristico, fra vetturino e bestie esisteva un rapporto di reciproca<br />

“amicizia” e rispetto.<br />

Ogni bestia aveva un nome; alcuni erano quelli di “battesimo”,<br />

mentre altri venivano cambiati dal vetturino: Moro/a, Biondo/a,<br />

Romano/a, Bimbo/a, Pallino, Pippo, Volantina, Farfalla, Fulino, Magnana,<br />

Pastora, Topo, Serpente. In genere i nomi derivavano dal colore del<br />

mantello, dal fisico, dalla provenienza geografica, dal carattere…<br />

Per quanto riguarda la resistenza fisica al lavoro, c’è da dire che il<br />

mulo cura poco le intemperie e ben si adatta a camminare per sentieri<br />

impervi, mentre il cavallo possiede maggior forza fisica e dimostra<br />

più coraggio nell’affrontare rischi di vario genere.<br />

Ma torniamo ai rapporti fra il vetturino e le sue bestie. I muli e<br />

i cavalli trascorrevano con il vetturino la maggior parte della giornata<br />

e si trovavano insieme anche per il periodo della notte.<br />

Durante il lavoro c’era un vero e proprio dialogo fra uomo e bestia,<br />

dialogo che concedeva spazio di parola solo all’uomo, ma che trovava<br />

risposta con sguardi affettuosi o meno, con l’ubbidienza o con<br />

la ribellione, spesso motivata, ad ordini non graditi.<br />

Quando le bestie erano sottoposte al carico, il vetturino comandava,<br />

ora pacatamente, quasi per cortesia, ora con rabbia se l’amico


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Muli e cavalli, utilizzati per il trasporto del legname dal bosco al paese, sono stati<br />

fedeli compagni di lavoro dei vetturini A.C.<br />

quadrupede si agitava al punto di compromettere l’operazione di<br />

carico. Durante il viaggio a scarico il vetturino cavalcava la bestia<br />

più agevole e più pratica del percorso. Si trattava quasi sempre del<br />

mulo o del cavallo preferiti. Anche con le bestie esistono preferenze.<br />

Quando si effettuava il viaggio a carico era sempre la cavalcatura<br />

prediletta a fare da capofila. Durante il tragitto il vetturino incitava<br />

o dava ordini con parole o frasi, spesso gridate, oppure con la<br />

frusta e il bastone.<br />

Nella stalla il rapporto era sempre affettuoso: pacche sul di dietro,<br />

ruvide carezze, parole quasi sussurrate, da parte del vetturino<br />

s’intende, mentre la bestia rispondeva con strofinamenti muso a<br />

viso, con nitriti (da parte del cavallo), gesti di ringraziamento che<br />

solo il vetturino era capace di recepire.<br />

Se la bestia era malata o infortunata, il vetturino diventava<br />

esperto veterinario e seguiva assiduamente il decorso, alzandosi<br />

dal letto anche in piena notte.<br />

147


148<br />

ARSIA<br />

Il meo<br />

Alboino Seghi, Montemignaio (Arezzo)<br />

Nelle montagne del Casentino, tanti ragazzi hanno fatto il<br />

“meo”, cioè il garzone del carbonaio.<br />

Ecco come avveniva il “reclutamento”, la contrattazione del<br />

figlio tra le famiglie e i carbonai.<br />

Il capo di una compagnia, o un componente, parlava col babbo<br />

o, a volte, con la mamma del ragazzo per chiederne l’opera per una<br />

stagione. L’età dei ragazzi si aggirava intorno ai dodici anni e anche<br />

meno. Va detto che tutti i carbonai erano stati “mei” e che conoscevano<br />

quindi i sacrifici, sia fisici che u<strong>mani</strong>, cui andavano incontro i<br />

figli. Le ragioni della “cessione” temporanea del figlio erano principalmente<br />

due: la prima era quella di togliere di casa una bocca da<br />

sfamare (la vita era molto dura a quei tempi) con il vantaggio di<br />

ricavarne qualche centinaio di lire, e la seconda riguardava l’apprendistato,<br />

cioè l’apprendimento del mestiere con maestri non<br />

condizionati a legami affettivi.<br />

Lo spazio per il fuoco<br />

all’interno di una<br />

carbonaia, in Casentino<br />

A.R.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Questo accadeva nella maggior parte dei casi. Alcuni carbonai<br />

conducevano alla macchia un loro figlio destinato sì a svolgere le<br />

mansioni del meo, però con un trattamento da padri e non da<br />

“padroni”. <strong>La</strong> cosa era ben diversa.<br />

Noi vogliamo parlare dei primi per meglio mettere in risalto gli<br />

aspetti più crudi. È bene precisare che non tutti i carbonai trattavano<br />

male il meo, anzi quelli “cattivi” costituivano una minoranza. Si<br />

diceva che il meo veniva “contrattato”. Il padre che si dichiarava<br />

disposto ascoltava le offerte e ne discuteva, mettendo anche in risalto<br />

il trattamento u<strong>mani</strong>tario. In genere erano promesse che raramente<br />

venivano mantenute. <strong>La</strong> vita alla macchia fa scordare che<br />

esiste al di fuori un mondo civile dove ognuno è persona.<br />

Appena fissato il prezzo e la data della partenza, cominciavano<br />

le pene per la mamma, la quale poteva soltanto piangere in silenzio<br />

e preparare le cose necessarie. Si preoccupava di fornire il figlio di<br />

camiciole di lana contro i rigori dell’inverno e gli sbalzi di temperatura,<br />

e di lunghe calze di lana grezza da lei stessa confezionate.<br />

Non dimenticava di cucire una medaglietta della Madonna e qualche<br />

santino all’interno <strong>delle</strong> camiciole come protezione da eventuali<br />

malattie e infortuni.<br />

Il viaggio, spesso lungo e vario, e i primi giorni di lavoro costituivano<br />

per il meo un fatto straordinario. Poi, l’impatto con la realtà<br />

gli faceva rimpiangere amaramente la vita povera ma serena del<br />

paese, con gli amici e il calore dell’affetto familiare. Avrebbe, nei<br />

momenti più duri, preferito andare a scuola tutto il giorno e badare<br />

alle pecore durante la notte.<br />

Il meo era il cuoco della compagnia. Non c’erano da preparare<br />

tanti piatti, però cucinare una polenta non era cosa facile nei primi<br />

tempi. Maltrattamenti e urla non mancavano quotidianamente perché<br />

la polenta era troppo salata o troppo sciocca, poco cotta o piena<br />

di “torsoli” e così via.<br />

<strong>La</strong> cucina era niente in confronto alle altre occupazioni. C’era da<br />

mettere il fuoco, da preparare i “mozzi”, da ispezionare le carbonaie,<br />

da aiutare durante la scarbonatura, da andare a prendere l’acqua<br />

alle fontanelle, distanti qualche chilometro dalla capanna, con<br />

un bariletto che al ritorno pesava circa trenta chili. Le spalle erano<br />

ancora gracili e la pelle si sbucciava facilmente fino a che non si era<br />

formato il callo.<br />

Al rientro erano quasi sempre rimproveri a causa del troppo<br />

tempo impiegato. “C’è da raccattare la foglia”, “da fare i mozzi” e “tu<br />

ti metti a cercare i nidi per riposarti”.<br />

149


150<br />

ARSIA<br />

Il carbonaio<br />

Leonello Rossi, Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

Sono un giovane boscaiolo di Cetica, in Casentino, e fin da bambino<br />

sono andato con mio padre e mio zio a tagliare il bosco e a fare<br />

il carbone. Mi sono appassionato fin dall’inizio a questo mestiere,<br />

anche se vedevo il sacrificio che veniva fatto, stando mesate lontano<br />

dalla famiglia che non sempre ci poteva seguire, lavorando giorno<br />

e notte, riportando a casa pochi soldi o facendo pari. Ho continuato<br />

a praticarlo con passione e come tradizione.<br />

All’inizio si faceva tutto nel bosco, dormendo in una “capanna”<br />

fatta con legna e carzolo (chiamata in dialetto”a Gesù” per come era<br />

costruita) e avendo come letto la “rapazzola” (letto fatto di “bacchiole”,<br />

paletti di legno e felci). In seguito, per comodità, ho continuato<br />

la passione sul terreno vicino a casa. Anche se c’è stato un<br />

periodo in cui mi era passata la voglia di continuare la tradizione,<br />

perché addirittura ci furono <strong>delle</strong> proteste e fu scritta una lettera in<br />

cui si diceva che facevo fumo e “puzzo di carbonaia”.<br />

Un giovane carbonaio<br />

del Pratomagno:<br />

la passione e il senso<br />

di appartenenza si<br />

collegano con<br />

l’esperienza e<br />

il sapere di intere<br />

generazioni<br />

A.R.


Invece i vecchi carbonai raccontavano che venivano portati i<br />

bambini con la pertosse a respirare il fumo <strong>delle</strong> carbonaie, perché<br />

era il fumo che faceva bene alla salute. Ora però, grazie alla riscoperta<br />

dei vecchi mestieri, alla nascita qui a Cetica del Museo del carbonaio,<br />

la passione per questo mestiere mi è tornata, perché ho visto<br />

l’interessamento <strong>delle</strong> scuole e della gente a questa antica attività.<br />

<strong>La</strong> mia prima transumanza<br />

Poerio Benevieri, Castel San Niccolò (Arezzo)<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Verso la metà del mese di settembre di moltissimi anni fa ebbe<br />

inizio la mia prima transumanza. Si trattava, in sostanza, di un<br />

viaggio di trasferimento <strong>delle</strong> greggi (nel mio caso di un branco di<br />

circa 300 pecore) dai pascoli estivi della montagna casentinese a<br />

quelli invernali della Maremma, e che si svolgeva in sette tappe<br />

giornaliere di circa 30 km ciascuna. Questo avvenimento, per me<br />

straordinario, mi lasciò dei ricordi che sono ancora vivi anche nei<br />

minimi particolari.<br />

Appena oltrepassato il varco di Reggello mi sentii così felice che<br />

mi sembrava di sognare. Ero riuscito a vincere le resistenze della<br />

mia mamma (anche con l’aiuto del mio babbo), che non voleva<br />

assolutamente mandarmi perché sosteneva che per un ragazzo di<br />

appena dieci anni si trattava di un viaggio troppo faticoso. Io, invece,<br />

ero certo di potercela fare agevolmente e assaporavo già il piacere<br />

che avrei provato a raccontare ai miei compagni di scuola e agli<br />

amici questa avventura.<br />

Io stavo davanti al gregge, accanto a me avevo il capo branco (un<br />

grosso castrato con un enorme campanaccio appeso al collo), ed<br />

avevo il compito di regolare l’andatura in modo che tutte le pecore<br />

potessero mantenere il passo, mentre il mio zio stava dietro per controllare<br />

che tutti gli animali seguissero il branco. Questa tappa,<br />

rispetto alle altre sei successive, fu assai breve e si concluse poco<br />

sotto Reggello: da “i’ Ciari”, un contadino che aveva il podere nei<br />

pressi di Cascia. Qui intanto era giunto anche l’altro mio zio che era<br />

venuto col barroccio, passando dalla Consuma, e che aveva già<br />

provveduto a tendere la rete dove custodire le pecore per la notte.<br />

All’alba del giorno successivo, ci si mise in cammino per la<br />

seconda tappa. <strong>La</strong> notte ero voluto andare a dormire all’aperto, a<br />

guardia <strong>delle</strong> pecore, ma era stata un’esperienza poco gradevole, in<br />

151


152<br />

ARSIA<br />

quanto mi ero svegliato infreddolito e tutto indolenzito e così decisi<br />

che d’ora in avanti sarei andato a dormire nel fienile.<br />

Si passò l’Arno a Figline e quindi si procedette verso le colline<br />

chiantigiane, andando a sostare tra Monastero e Badia a Coltibuono,<br />

presso un podere denominato “gli Ulivacci”. Le soste di fine<br />

tappa erano tutte molto simili; si custodivano gli animali e poi si<br />

andava a cena. Si mangiava insieme alla famiglia del contadino<br />

ospitante, in quanto era consuetudine che il pastore – quando dalla<br />

Maremma andava in montagna – lasciasse al contadino come compenso<br />

il formaggio e la ricotta che faceva durante la sosta, e ciò gli<br />

dava diritto di essere ospitato anche per il pernottamento di ritorno<br />

dalla Maremma, quando le pecore non avevano latte.<br />

Nella terza tappa si completò l’attraversamento <strong>delle</strong> colline del<br />

Chianti riscendendo verso il territorio senese, passando per Gaiole<br />

in Chianti e andando a pernottare nei pressi di Pianella.<br />

<strong>La</strong> quarta tappa comprendeva l’attraversamento della città di<br />

Siena con la particolarità che avveniva di notte, al fine di evitare il<br />

traffico. Mi preme ricordare un fatto che all’apparenza potrebbe sembrare<br />

straordinario, mentre in realtà è assolutamente normale e direi<br />

soprattutto naturale. Come ho già detto, io stavo davanti al gregge e<br />

quando, entrato da porta Camollia, mi trovai nel centro della città<br />

senza sapere quale via imboccare, mi ricordai che il mio babbo mi<br />

aveva spiegato che le bestie hanno un senso dell’orientamento molto<br />

maggiore di quello <strong>delle</strong> persone e così mi feci da parte e le pecore,<br />

attraversando Piazza del Campo e tutto il resto della città, mi portarono<br />

dall’altra parte senza alcuna difficoltà. Il pernottamento si fece<br />

a Filetta, un piccolo gruppo di case nel comune di San Rocco a Pilli.<br />

Il giorno seguente si transitò dalle terme di Petriolo dove potei<br />

ammirare, io che conoscevo solo sorgenti freschissime, l’acqua che<br />

sgorgava quasi bollente dal sottosuolo. Questa quinta tappa si concluse<br />

a Fercole, una piccola frazione del comune di Casal di Pari.<br />

Eravamo ormai alle porte della Maremma e la penultima tappa<br />

toccò Paganico e terminò alle Capannelle, nelle vicinanze di Batignano.<br />

Intanto, a causa dello stress del viaggio, qualche pecora<br />

aveva anticipato la figliatura, e ciò aveva creato qualche problema<br />

in più in quanto gli agnellini appena nati si dovevano portare in<br />

braccio, fino a quando arrivava il barroccio su cui caricarli.<br />

<strong>La</strong> settima e conclusiva frazione di viaggio ci portò a destinazione<br />

che, in quell’occasione, era in Squartapaglia, una località molto<br />

vicina a Grosseto. Il mio compito si era concluso e così, dopo<br />

qualche giorno di permanenza in Maremma, uno dei miei zii mi


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

accompagnò alla<br />

stazione ferroviaria<br />

di<br />

Grosseto, da<br />

dove presi il<br />

treno per tornare<br />

in Casentino.<br />

Ho parlato<br />

della prima transumanza<br />

perché<br />

in effetti ne ho<br />

fatte molte altre e<br />

se la prima fu, tutto sommato, una piacevole avventura in quanto<br />

mi aveva dato modo di scoprire tante cose nuove, ce ne fu una che<br />

mi ha lasciato un ricordo molto doloroso. Fu nel settembre del 1945,<br />

l’anno successivo al passaggio del fronte, che avvenne un tragico<br />

fatto. Nei pressi di Casal di Pari, i bordi della strada erano disseminati<br />

di ordigni bellici di ogni tipo a causa degli intensi combattimenti<br />

che c’erano stati nella zona. Un ragazzo di un paio di anni<br />

più grande di me, che insieme a me conduceva il gregge, sollevò<br />

una mina che si trovava nella fossetta della strada, e quando la rilasciò<br />

esplose, ferendolo in modo piuttosto grave…<br />

153


2.6 Altre segnalazioni<br />

Marco Noferi<br />

<strong>La</strong> rilevazione dei volontari di SPI-CGIL fin qui riportata, ha evidentemente<br />

una connotazione di parzialità e “passione amatoriale”.<br />

Come già premesso, ciò è dovuto alla scelta di effettuare una<br />

sorta di viaggio lungo quel confine dove coesistono economia, socialità<br />

e valori culturali che la nostra dimensione rurale offre in abbondanza,<br />

non un censimento che fosse avvalorato da metodologie<br />

scientifiche.<br />

Di conseguenza, spesso ha colpito l’immediatezza del testimone,<br />

l’urgenza dell’anziano artigiano che non trova eredi o continuatori,<br />

la sensazione in tanti casi della fine imminente del mestiere e<br />

della sua storia.<br />

Altre volte la segnalazione ha riguardato un’attività ancora<br />

oggettivamente diffusa in quell’area, ma senza poter individuare<br />

un testimone censibile; e comunque le schede raccontano di un<br />

mestiere presente, che magari in tanti sanno svolgere pur senza che<br />

alcuno ne sia significativo portatore. O più semplicemente, che in<br />

quel momento non è stato possibile individuare.<br />

Succede cioè che in tante aree collinari e montane della Toscana,<br />

sono diffuse <strong>delle</strong> attività – <strong>delle</strong> capacità – ma appare complicato<br />

identificarle con una azienda o con un artigiano, anche se pensionato,<br />

o svolte a livello amatoriale. Tra l’altro questo rimanda ad<br />

ulteriori problematiche di metodo e di definizione, che sono suggerite<br />

in abbondanza dall’oggetto di questa pubblicazione. Ci sono<br />

cioè dei lavori, <strong>delle</strong> competenze che negli ultimi dieci-venti anni<br />

hanno subito trasformazioni profonde: alcuni sono scomparsi,<br />

oppure si sono integrati con altri, oppure sono diventati funzionali<br />

ad altre attività, o ancora ricompaiono però come espressione di<br />

settori differenti (come il turismo o il commercio).<br />

Un esempio può venire dalla norcineria, tuttora frequente e praticata<br />

nel periodo invernale, ad uso familiare, in larghe parti della<br />

Toscana. Quest’attività – che pure ha importanti caratteristiche di


156<br />

ARSIA<br />

In molti casi, competenze<br />

professionali importanti<br />

sono espresse<br />

anche a livello amatoriale,<br />

dove l’anziano o<br />

l’hobbista svolgono<br />

attività per il semplice<br />

“piacere di fare”<br />

A.C.<br />

tradizionalità rurale – non risulta segnalata in questo volume. Allo<br />

stesso tempo, però, la trasformazione artigianale <strong>delle</strong> carni suine è<br />

una <strong>delle</strong> produzioni di maggior richiamo (ad esempio, nel Chianti),<br />

per tutta quella filiera agroalimentare, turistica e commerciale che<br />

ha investito nei cosiddetti prodotti tipici e di nicchia. In definitiva, si<br />

tratta di competenze diffuse ed importanti, da continuare a scoprire<br />

e conoscere, da valorizzare con appositi progetti legati a quelle aree<br />

rurali. Riteniamo utile riportare anche queste segnalazioni dei<br />

volontari SPI-CGIL, in attesa di un successivo censimento che possa<br />

individuare altri artigiani e operatori ancora in attività.<br />

Provincia di Firenze<br />

• bottaio<br />

• coltellinaio<br />

• fabbro del rame<br />

• cestaio<br />

• produzione di salumi tipici<br />

• ricamo manuale<br />

• impagliatore di sedie e fiaschi<br />

• produzione di paleria per vigne<br />

• produzione di paleria per attrezzi agricoli<br />

• <strong>mani</strong>scalco<br />

• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale


Mondatura del<br />

giaggiolo, a cui seguirà<br />

un lungo processo<br />

d’essiccazione. Coltivato<br />

tra gli olivi dei terrazzamenti,<br />

è stata una tipica<br />

attività d’integrazione<br />

per le aziende agricole<br />

del Valdarno<br />

M.A.<br />

• arrotino ambulante<br />

• impagliatore di fiaschi e damigiane<br />

• innestino di piante da frutto<br />

• rabdomante<br />

• materassaio<br />

• fabbro per utensileria agricola<br />

• carbonaio<br />

• norcino<br />

• tosatori in squadre ambulanti<br />

• cesteria in vimini<br />

• lavorazione del merletto<br />

• attività didattiche sull’artigianato rurale<br />

• <strong>mani</strong>scalco<br />

• lavorazione dell’erica<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Provincia di Arezzo<br />

Provincia di Grosseto<br />

• <strong>mani</strong>scalco<br />

• produzione sdi elleria e finimenti per equitazione<br />

• calafatore<br />

• intagliatore in legno<br />

• tosatori in squadre ambulanti<br />

• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale<br />

157


158<br />

ARSIA<br />

Provincia di Lucca<br />

• <strong>mani</strong>scalco<br />

• fioccatura e macinatura di cereali<br />

• produzione di figurine di gesso<br />

• produzione di paste speciali<br />

• trasformazione di prodotti del sottobosco<br />

Provincia di Massa Carrara<br />

• <strong>mani</strong>scalco<br />

• impagliatore di sedie e fiaschi<br />

• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale<br />

• trasformazione di cereali per paste speciali<br />

• carradore<br />

• corbellai e cestai<br />

• rivestitore di fiaschi e damigiane<br />

• lavorazione di corde e funi<br />

• produzione di insaccati tipici<br />

• lavorazione di legno di olivo<br />

• raccoglitori di pinoli (pinottolai)<br />

• materassaio<br />

• <strong>mani</strong>scalco<br />

Provincia di Pisa<br />

Provincia di Pistoia<br />

• <strong>mani</strong>scalco<br />

• intagliatore di legno di olivo<br />

• produzione di fiaschi<br />

• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale<br />

Provincia di Siena<br />

• <strong>mani</strong>scalco<br />

• cesteria in vimini<br />

• norcino<br />

• castrino<br />

• bottaio<br />

• produzione di salumi tipici<br />

• attività didattiche e corsi sull’artigianato rurale<br />

• coltivazione ed essiccazione di piante officinali tradizionali.


2.7 Percorsi di approfondimento<br />

a cura del Gruppo di ricerca “<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> storica del territorio rurale”<br />

coordinato da <strong>La</strong>ura Cassi<br />

Dipartimento di Studi storici e geografici, Università di Firenze<br />

Il lavoro del boscaiolo<br />

Alessandra Zanzi Sulli<br />

Dal bosco le comunità umane hanno ricavato e ancora ricavano<br />

molti prodotti indispensabili a soddisfare bisogni essenziali: legno<br />

per cuocere e per riscaldarsi, per costruire case, navi e ponti e per<br />

fabbricare attrezzi da lavoro e masserizie; erba, semi e frasca degli<br />

alberi per l’alimentazione degli animali domestici e foglie per la<br />

loro lettiera; funghi, resina, miele, cortecce e carne e pelli di animali<br />

selvatici.<br />

Non solo, ma l’uomo ha richiesto e sempre più richiede la presenza<br />

del bosco in ogni tempo ed in ogni luogo per intercettare le<br />

piogge, diminuirne la forza battente, regolarne lo scorrimento<br />

superficiale e favorirne la penetrazione negli strati più profondi del<br />

suolo in modo da evitare o diminuire la pericolosità di frane, erosione,<br />

smottamenti, esondazioni ed alluvioni.<br />

Più recentemente l’uomo ha individuato nel bosco una pluralità<br />

di funzioni ambientali come, ad esempio, fare da filtro a sostanze<br />

inquinanti sospese nell’aria e nell’acqua, essere barriera a rumori e<br />

luci artificiali prodotti degli insediamenti urbani, immagazzinare<br />

per lungo tempo nelle strutture legnose notevoli quantità di anidride<br />

carbonica diminuendo il pericolo di effetto serra, solo per citarne<br />

qualcuna; queste funzioni sono diventate prioritarie rispetto a<br />

quella produttiva in tutti i paesi sviluppati.<br />

<strong>La</strong> produzione di beni materiali e la protezione ambientale sono<br />

solo due aspetti, anche se molto importanti, del rapporto che si è<br />

realizzato nel corso del tempo tra la società umana e la risorsa<br />

boschiva.<br />

È un rapporto in cui il lavoro che l’uomo ha svolto e svolge nei<br />

boschi per coltivarli e per raccogliere i prodotti ha agito in entrambi<br />

i sensi modificando i caratteri originali sia del bosco, sia dell’uomo.


160<br />

ARSIA<br />

Conoscere e fissare nella <strong>memoria</strong> i modi ed i tempi dei lavori<br />

boschivi eseguiti in epoche non più recenti, aiuta quindi a comprendere<br />

con più chiarezza quanto i miglioramenti tecnici al processo<br />

produttivo, necessari apporti per risparmiare energia e tempo<br />

o produrre di più e/o meglio, abbiano influenzato i caratteri di<br />

“naturalità” o di “coltivato” dei boschi attuali e a programmare<br />

meglio le fasi di intervento/non intervento selvicolturale soprattutto<br />

nei boschi oggetto di politiche di stretta conservazione.<br />

Il lavoro boschivo è stato rivoluzionato dal cambiamento della<br />

società da rurale ad industriale, dalla disponibilità quasi illimitata<br />

e diffusa di materiali energetici diversi dal legno e dalla messa a<br />

punto di tecniche di costruzione edile con minimo o nullo impiego<br />

di materiale legnoso. Tutte queste vicende hanno determinato una<br />

profonda innovazione non solo negli attrezzi da lavoro, in particolare<br />

per l’introduzione <strong>delle</strong> macchine a combustione interna, e in<br />

tutte le fasi del processo di utilizzazione ed esbosco, ma anche<br />

grandi mutamenti nella domanda di legname e di legna da ardere<br />

e, per l’imporsi dei diritti <strong>delle</strong> classi lavoratrici, un diverso profilo<br />

della figura professionale del boscaiolo.<br />

Sicuramente in questo dopoguerra l’evoluzione più rapida e più<br />

appariscente ha interessato sia le tecniche di taglio, allestimento ed<br />

esbosco <strong>delle</strong> fustaie con l’introduzione e diffusione della motosega<br />

ed il perfezionamento dei sistemi di trasporto a teleferica, sia i processi<br />

di trasformazione del legname con la completa meccanizzazione<br />

<strong>delle</strong> operazioni di segheria.<br />

Anche i lavori nei cedui che, ad una prima lettura, appaiono<br />

come permanenze immutabili fino agli anni sessanta del Novecento,<br />

sono stati interessati da trasformazioni non trascurabili: la sostituzione<br />

dell’accetta e del pennato con la motosega ha cambiato<br />

forma e dimensioni <strong>delle</strong> superfici di taglio sulla ceppaia ed ha reso<br />

inapplicabile il taglio a sterzo mentre l’impiego del trattore al posto<br />

del mulo per l’esbosco della legna ha stravolto dimensioni e pendenze<br />

dei sentieri presenti nei boschi.<br />

Ad una lettura più approfondita, il cambiamento più radicale si<br />

è avuto proprio per il lavoro nei boschi cedui che hanno avuto una<br />

lunga sospensione nelle utilizzazioni dei prodotti legnosi o per la<br />

forte crisi della mezzadria, quando la loro gestione era strettamente<br />

legata ai bisogni dell’azienda agraria (legna da ardere e fascine)<br />

o per la forte caduta della domanda di carbone se gestiti da aziende<br />

forestali produttrici di legna e di carbone.<br />

In pochi anni scompaiono, o diventano rare figure folcloristiche,


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Il bosco dei carbonai e dei mulattieri, è oggi luogo di una pluralità di funzioni<br />

ambientali e nuove sensibilità V.V.<br />

le compagnie di carbonai e le squadre di tagliatori che avevano percorso,<br />

forse per secoli, gran parte dei territori forestali del nostro<br />

paese portando il loro sapere tecnico ed i loro modi di vita ovunque.<br />

Con essi scompare anche la figura del vetturino e del commerciante<br />

di legna e carbone e si rarefà il numero dei fabbri che<br />

sanno fabbricare e riparare gli attrezzi taglienti del boscaiolo.<br />

Scompare, in una parola, la civiltà del ceduo che vuol dire saperi<br />

relativi alla riproduzione agamica e ai tempi e modi di accrescimento<br />

<strong>delle</strong> specie legnose ed arbustive, alle dinamiche demografiche<br />

della fauna selvatica in relazione alle utilizzazioni del ceduo,<br />

alle proprietà di bacche, frutti e funghi come alimenti o medicamenti<br />

o coloranti, all’uso di cortecce per l’estrazione del tannino o<br />

alla coltivazione, riproduzione e raccolta del ciocco da pipa, etc.<br />

Saperi che non sono mai stati oggetto di studio o semplicemente di<br />

codificazione in trattati forse perché si autoriproducevano facilmente<br />

nell’apprendimento “a fianco”, in una continuità di processi<br />

produttivi conosciuti e frequentati dalla quasi totalità dei componenti<br />

di tutte le società rurali, anche dove il bosco è una risorsa<br />

molto modesta; inoltre, al contrario della selvicoltura della fustaia,<br />

la coltivazione del ceduo non ha mai richiesto investimenti di capitali<br />

a lungo termine al momento della sua rinnovazione, né presentava<br />

rischi di perdita della risorsa per avversità meteorologiche, né<br />

per attacchi epidemici di patogeni.<br />

161


162<br />

ARSIA<br />

Il boscaiolo – “chi fa il mestiere di tagliar boschi per conto d’altri”<br />

[P. Petrocchi, Novo Dizionario Universale della Lingua Italiana,<br />

Milano, Fratelli Treves Editori, 1902, Vol. I, p. 267] – è in Toscana<br />

soprattutto un tagliatore di bosco ceduo. Pur essendo presente su<br />

superfici non trascurabili la fustaia di conifere e di latifoglie nelle<br />

zone appenniniche, sul Monte Amiata, nella fascia sopra gli oliveti<br />

nelle aree collinari e lungo il litorale tirrenico, la Toscana ha un’immagine<br />

storicamente consolidata di “terra di ceduo” e di conseguenza<br />

il suo boscaiolo emblematico, il vero e proprio professionista<br />

noto e ricercato per le specifiche capacità, non può essere che il<br />

tagliatore di bosco ceduo.<br />

Il boscaiolo o tagliatore o taglialegna era considerato professionalmente<br />

meno specializzato del carbonaio e facilmente si trovava<br />

chi sapesse tagliar polloni. Tra i tagliatori vi erano pigionali, braccianti,<br />

salariati, mezzadri e, in periodo di crisi economica, anche artigiani<br />

e operai di industrie; era quindi sempre possibile mettere insieme<br />

piccole squadre di uomini, a volte anche di donne, per tagliare e<br />

assortire legna da ardere, fascine, ciocchi e fare un po’ di brace.<br />

Non sempre le operazioni di taglio del bosco ceduo erano semplici:<br />

quando si dovevano tagliare le matricine di più turni (alberi<br />

ad alto fusto, spesso con altezze superiori a 20 metri e con diametri<br />

a petto d’uomo di 30-50 centimetri) le operazioni di abbattimento<br />

ed allestimento richiedevano tagliatori di esperienza che, tuttavia,<br />

non era difficile trovare in paese tra chi praticava l’attività del<br />

boscaiolo.<br />

Raramente i tagliatori si spostavano a distanze tanto lunghe da<br />

non permettere il ritorno giornaliero all’abitazione o, se per caso<br />

capitava, si allontanavano da casa per pochi giorni. Non vivendo in<br />

bosco per lunghi periodi era quindi loro estranea l’usanza di<br />

costruire e vivere in case di terra come invece era costume dei carbonai;<br />

unica eccezione, appunto, le squadre di tagliatori che si muovevano<br />

per tutta la Toscana (a volte anche fuori) ad abbattere, trasportare<br />

e accatastare la legna che le squadre di carbonai avrebbero<br />

carbonizzato, squadre con le quali vivevano insieme durante la stagione<br />

invernale.


<strong>La</strong> transumanza<br />

Lidia Calzolai<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Nel mese di settembre, ancora nel secondo dopoguerra, era possibile<br />

imbattersi in qualche gregge in marcia verso la Maremma: in<br />

testa al branco, come guida e punto di riferimento per tutte le pecore,<br />

c’era il castrato con il suo campano, ai lati pastori e garzoni controllavano<br />

il corretto andamento del gregge specialmente nei punti<br />

in cui la strada attraversava i coltivi, i ragazzi camminavano avanti<br />

e seguivano l’itinerario indicato dagli animali che, una volta percorso,<br />

non lo dimenticavano più. Questa forma di allevamento<br />

transumante, che nel Novecento era ormai divenuta piccola impresa<br />

familiare ad integrazione della proprietà montanara, è una pratica<br />

antica che ha interessato tutto il contorno mediterraneo caratterizzato<br />

da aridità estiva e buoni pascoli autunnali e vernini e che, in<br />

epoche precedenti, aveva coinvolto in <strong>mani</strong>era massiccia animali e<br />

capitali. Essa si realizzava per sfruttare pienamente le potenzialità<br />

pascolative di due ambienti assai diversi, ma complementari fra<br />

loro: la montagna e la costa. Anche la Toscana ha partecipato di<br />

questo fenomeno, che ha toccato il suo apice tra XVI e XVII secolo<br />

per ridursi progressivamente fra Settecento e Ottocento (parallelamente<br />

all’avvio della bonifica idraulica e a tutta una serie di provvedimenti<br />

che hanno interessato la pianura maremmana, luogo di<br />

sverno <strong>delle</strong> greggi) per concludersi definitivamente con la Riforma<br />

Fondiaria della metà del Novecento.<br />

<strong>La</strong> montagna appenninica, fino all’inizio dell’Ottocento, presentava<br />

un notevole grado di popolamento e gli abitanti, spesso piccoli<br />

proprietari, dovevano integrare in vari modi le insufficienti risorse<br />

agricole.<br />

Gli inverni lunghi e le eccessive pendenze non offrono infatti<br />

condizioni favorevoli per l’agricoltura specialmente nelle parti più<br />

elevate, ma gli spazi boschivi e pascolativi hanno da sempre consentito<br />

lo svilupparsi dell’allevamento, elemento fondamentale dell’economia<br />

montana. Nel periodo invernale, l’insufficienza dei<br />

pascoli a lungo coperti di neve, spingeva uomini e animali verso le<br />

pianure, soprattutto quelle maremmane, dando luogo a quel fenomeno<br />

migratorio conosciuto come transumanza. Nelle pianure<br />

costiere si aprivano alle greggi ampi spazi ricoperti da boschi di<br />

querce da sughero e lecci, da sodaglie, da acquitrini e da lame, dalla<br />

foltissima macchia del forteto maremmano dove si nascondono<br />

numerosi gli animali selvatici: questo, per nove mesi all’anno, di-<br />

163


164<br />

ARSIA<br />

ventava il regno della pastorizia transumante. <strong>La</strong> presenza di innumerevoli<br />

e virulenti focolai di malaria facevano <strong>delle</strong> Maremme un<br />

vero e proprio deserto umano, animato solo da pochi casali (centri<br />

direttivi dei latifondi dove si praticava la cerealicoltura). L’insediamento<br />

comunque non era possibile in forma stabile per le condizioni<br />

igienico-sanitarie ed anche l’agricoltura, a cui la montagna forniva<br />

braccianti, aveva carattere stagionale ed estensivo.<br />

In Toscana il flusso di transumanza si originava da tutto l’arco<br />

appenninico sia sul versante toscano che su quello emiliano e romagnolo,<br />

dalla Lunigiana, dalla Garfagnana, dal Pistoiese, dal Mugello,<br />

dal Casentino, dalla Val Tiberina, dal Montefeltro marchigiano e<br />

dal Perugino. Per secoli i paesi montani sembravano vivere una<br />

duplice esistenza: periodicamente si svuotavano di uomini e di animali<br />

e si ripopolavano dopo alcuni mesi.<br />

Ogni anno, dopo aver seminato e concimato i loro campi, dieci<br />

o dodici contadini si univano insieme, formavano un solo branco<br />

<strong>delle</strong> rispettive capre e pecore e si avviavano verso la costa. Le<br />

donne, nel Settecento, rimanevano a casa con sette o otto vacche e<br />

vivevano di granturco, latte e castagne. Accanto a questi greggi formati<br />

dall’unione di animali di più proprietari, esistevano grandi<br />

mandrie (potevano superare anche le quattromila unità) possedute<br />

da monasteri e signori locali per i quali la pastorizia transumante<br />

fu, fino a tutto l’Ottocento, ma in modo ancora più consistente nei<br />

secoli precedenti, un’attività economica a larga scala. A settembre,<br />

stagione dopo stagione, i pastori e i loro bestiami prendevano la via<br />

della marina: con i loro greggi, i somari stracarichi di barili, di reti<br />

per i recinti <strong>delle</strong> pecore, di recipienti per fare il formaggio, di indumenti,<br />

talora della gabbia dei passerotti o della chioccia ed altre<br />

masserizie si accingevano ad affrontare un tragitto pieno di difficoltà<br />

e magari le inclemenze del tempo che non li risparmiava da<br />

temporali improvvisi o da autunni precoci. Il viaggio di trasferimento<br />

poteva variare dai sette ai dieci giorni a seconda del luogo di<br />

provenienza e si snodava per antichi percorsi tracciati da tempo<br />

immemorabile da pastori ed armenti e che gli ultimi transumanti<br />

sono in grado, ancora oggi, di indicare con lucidità. <strong>La</strong> loro testimonianza,<br />

integrata da fonti archivistiche e cartografiche, ha consentito<br />

di ricostruire la fitta maglia <strong>delle</strong> vie maremmane, prova<br />

evidente <strong>delle</strong> intense relazioni tra il litorale e il resto della Toscana.<br />

Il viaggio era suddiviso in tappe di 20-25 chilometri al giorno, per<br />

questo la partenza doveva avvenire la mattina di buon’ora.<br />

Oltre ad un ombrello di incerato sotto il braccio ed un sacco di


<strong>La</strong> campagna<br />

maremmana, meta<br />

<strong>delle</strong> greggi<br />

transumanti<br />

L.B.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

tela al fianco, il pastore portava talvolta qualche agnellino nato da<br />

poco che da solo non avrebbe potuto camminare. Muli e cavalli<br />

chiudevano la fila. Il capo carovana, le donne e i bambini più piccoli,<br />

nel nostro secolo, si spostavano generalmente con il barroccio<br />

e precedevano il gruppo di circa un’ora. Verso mezzogiorno la carovana<br />

si fermava in qualche posto, il gregge riposava, i pastori mangiavano,<br />

poi riprendevano la via. <strong>La</strong> sera trovavano ospitalità presso<br />

il podere dove, per consuetudine, erano soliti fermarsi: qui si<br />

tiravano le reti per un improvvisato addiaccio, si consumava un<br />

pasto caldo con la famiglia, ci si intratteneva a parlare. In cambio<br />

dell’ospitalità i contadini avrebbero ricevuto il latte munto nella<br />

giornata e la concimazione dei campi. Le mandrie in movimento<br />

rappresentavano un costante pericolo per le zone appoderate.<br />

Questo disagio, presente fino dall’epoca medievale, è testimoniato<br />

dagli Statuti <strong>delle</strong> Comunità poste sulle vie di transumanza i quali<br />

imponevano tempi veloci per l’attraversamento del territorio comunitativo<br />

(in genere tre giorni) e stabilivano ammende per i danni<br />

arrecati dalle greggi alle colture. <strong>La</strong> questione trovava eco anche<br />

nella normativa statale la quale, pur incentivando l’esodo verso le<br />

Maremme, fonte di importanti introiti per le casse dello Stato, non<br />

poteva ignorare le continue proteste <strong>delle</strong> popolazioni locali. Così,<br />

in varie epoche, la legislazione non manca di sottolineare l’obbligo<br />

per i pastori di percorrere le strade più larghe e “i luoghi che si levino<br />

l’occasioni il più che si può di far dei danni”, indicando talvolta l’itinerario<br />

preciso e i luoghi da evitare assolutamente perché intensamente<br />

coltivati. Ne è derivata, fino al Novecento, la tendenza a preferire,<br />

ove possibile, strade che attraversassero incolti o aree boschive;<br />

dal canto loro gli agricoltori, dalla seconda metà del Settecento<br />

in poi, hanno delimitato i campi con muretti o siepi.<br />

Varie relazioni ottocentesche descrivono la spettacolarità di que-<br />

165


166<br />

ARSIA<br />

sti spostamenti di bestiami e di persone che invadevano le pubbliche<br />

strade della Toscana in due diversi momenti dell’anno. Talvolta i<br />

pastori vengono descritti come demi sauvages. C’è anche chi osserva<br />

con occhio pietoso il loro brutto aspetto forse per le febbri malariche<br />

contratte nelle bassure di Follonica o di Grosseto e li descrive provati<br />

dalla stanchezza del viaggio, vestiti a vivaci colori, con i panciotti<br />

di pelle d’agnello e sulle spalle un arsenale di paioli per la polenta e<br />

le ballotte e di pa<strong>delle</strong> per le caldarroste. Nei primi del Novecento si<br />

era iniziato a effettuare questi trasferimenti con mezzi di trasporto<br />

(camion o treno), ma gli eventi bellici, interrompendo la viabilità<br />

principale, avevano costretto i pastori a ripercorrere gli antichi itinerari.<br />

È per questo che gli ultimi transumanti sono ancora oggi in<br />

grado di indicare con sicurezza le strade percorse per raggiungere la<br />

Maremma. Nel ricordo degli ultimi pastori sopravvissuti, allora<br />

bambini, è vivo il ricordo della fatica del viaggio, della fame sofferta<br />

per una tappa troppo lunga, della pioggia che passa dall’ombrello<br />

bucherellato ed ostruito con un dito per non bagnarsi, <strong>delle</strong> angherie<br />

subite dai garzoni, ed anche dei pasti che si potevano consumare tradizionalmente,<br />

la sera, secondo le soste. Con l’arrivo in Maremma<br />

anche le bullette <strong>delle</strong> scarpe si erano del tutto consumate.<br />

<strong>La</strong> Dogana dei Paschi<br />

Dal XV secolo, coerentemente con quanto avveniva nel resto<br />

dell’Italia e dell’Europa mediterranea, lo Stato Senese prima, quello<br />

Fiorentino dopo, organizzarono la pastorizia transumante redigendo<br />

tutta una serie di norme giuridico-amministrative che regolamentavano<br />

l’accesso in Maremma a secondo della provenienza dei<br />

pastori, l’uso dei pascoli, i tempi di arrivo e di partenza, gli itinerari.<br />

Con la creazione della Dogana dei Paschi il cui Statuto risale al<br />

1419, lo Stato gestì in proprio le grandi praterie maremmane vendendo<br />

ogni anno il diritto di pascolo sulle aree di proprietà de<strong>mani</strong>ale,<br />

valorizzando così questa risorsa economica, voce non secondaria<br />

del prelievo fiscale. Le esigenze finanziarie di apparati statali<br />

in via di trasformazione saranno un po’ ovunque soddisfatte proprio<br />

dall’utilizzazione dei de<strong>mani</strong> regi, degli usi civici, dei de<strong>mani</strong><br />

comunali. D’altra parte nel Medioevo gli allevatori dovevano attraversare<br />

diverse giurisdizioni territoriali esponendo il loro capitale<br />

vagante di migliaia di capi alle scorrerie di briganti, affrontare conflitti<br />

con gli agricoltori soprattutto nell’attraversamento della<br />

Toscana interna già intensamente appoderata, avevano bisogno di<br />

sbocchi di mercato che superassero la dimensione regionale e nazio-


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Sulle colline tra Terranuova e Loro Ciuffenna: l’alternanza di seminativi e vigneti,<br />

oliveti e piccoli boschi, segnala un’economia altamente integrata, una presenza<br />

lavorativa complessa e responsabile C.M.<br />

nale; questa attività si poteva reggere quindi solo in virtù di una efficiente<br />

organizzazione statale. Molti erano gli adempimenti burocratici<br />

prima di iniziare il lungo viaggio verso le Maremme. Almeno<br />

dopo il 1572, quando furono redatti i nuovi statuti del Monte dei<br />

Paschi (dopo l’espansione di Firenze ai danni di Siena), i pastori<br />

dovevano recarsi all’ufficio della dogana di Firenze a staccare la bulletta,<br />

cioè a chiedere la licenza di transito per la Maremma, pagando<br />

una quota stabilita per ogni capo di bestiame.<br />

Solo con questo certificato il pastore poteva presentarsi al primo<br />

punto di dogana; qui le guardie contavano le pecore e facevano il<br />

riscontro con la “bulletta” pagata. Arrivati ai rispettivi capi (così si<br />

chiamavano i luoghi di arrivo nei pascoli marem<strong>mani</strong>), gli animali<br />

erano nuovamente contati (si diceva “sottoposti alla calla”) per la<br />

concessione della fida, dove si anticipava una parte del prezzo dell’erba.<br />

<strong>La</strong> cifra rimanente era pagata a maggio, dopo un nuovo<br />

riscontro del bestiame, prima di intraprendere il viaggio di ritorno.<br />

L’ultimo conteggio avveniva ad uno dei punti stabiliti; questa volta<br />

gli allevatori dovevano dimostrare un incremento del gregge del<br />

25% rispetto all’andata. L’intervento dello Stato venne meno solo<br />

alla fine del Settecento in occasione <strong>delle</strong> riforme leopoldine, quando,<br />

sotto la spinta del mercato dei prodotti agricoli, furono privatizzati<br />

i beni fondiari de<strong>mani</strong>ali; da questo momento l’acquisto dei<br />

167


168<br />

ARSIA<br />

pascoli avverrà in forma privata, mentre gli itinerari non saranno<br />

più condizionati dai punti di dogana e dalle calle.<br />

Il villaggio pastorale<br />

Nel Novecento le famiglie dei pastori abitavano in qualche<br />

annesso della tenuta o del podere da cui affittavano il pascolo; in<br />

precedenza vivevano invece in villaggi costruiti di capanne. Questi,<br />

chiamati “vergherie”, avevano nella capanna circolare con tetto<br />

conico, l’elemento abitativo simbolo. <strong>La</strong> vergheria era alta circa sei<br />

metri nella parte centrale e sorgeva generalmente in luogo ben<br />

esposto, in pendio per favorire lo scolo <strong>delle</strong> acque e su terreno<br />

asciutto; di preferenza si sceglieva un punto più elevato rispetto<br />

alla zona pascolativa. Le vecchie capanne di scarza (erba palustre<br />

che, essiccata, serviva a coprire e rivestire le capanne), durante l’estate<br />

si riempivano di pulci e, prima di essere abitate, dovevano<br />

essere disinfestate. Questa operazione veniva eseguita con un sistema<br />

ingegnoso: tre o quattro muli venivano spinti e chiusi in ogni<br />

capanna per un quarto d’ora, qui erano assaliti dalle pulci. Appena<br />

lasciate libere, le bestie si rotolavano in uno spiazzo terroso preparato<br />

prima e si liberavano dei parassiti. L’operazione era ripetuta<br />

per alcune volte, quindi le capanne potevano essere abitate. In un<br />

incavo del pavimento, circondato da pietre e situato in posizione<br />

centrale, vi era la fornacetta, focolare rudimentale su cui poggiava la<br />

caldaia piena di latte. Il fumo della fornacetta si dirigeva nella parte<br />

più alta e centrale uscendo molto lentamente attraverso il tetto di<br />

scarza. Al soffitto penzolavano ad asciugare al fumo, in festoni<br />

composti e uniti, gli stomaci di agnello che servivano per accagliare<br />

il latte e fare il formaggio. Addossate alle pareti venivano sistemate<br />

le rapazzole (giacigli di foglie su cui venivano distese <strong>delle</strong><br />

pelli) degli scapoli, talvolta sovrapposti quando la vergheria era<br />

numerosa. <strong>La</strong> capanna centrale aveva anche la funzione di mensa<br />

collettiva. Accanto a questa era ubicata la caciaia, spazio destinato<br />

alla prima conservazione del formaggio.<br />

Il villaggio dei pastori era composto, inoltre, di tante altre capanne<br />

molto più piccole della precedente con esclusiva funzione di<br />

dormitorio del personale più anziano e dei coniugati; in disparte<br />

quella del vergaio e della sua famiglia. Nelle vicinanze si trovavano<br />

varie mandrie (recinti di legno e scope) per il ricovero dei branchi<br />

selezionati in base alle stesse caratteristiche: quello dei montoni,<br />

<strong>delle</strong> mungitoie (le pecore che producono latte e che hanno bisogno<br />

di pascoli speciali), <strong>delle</strong> figliate (pecore che devono soltanto


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

allattare), <strong>delle</strong><br />

sode (queste non<br />

producono latte),<br />

<strong>delle</strong> rallevate (che<br />

andranno a incrementare<br />

il gregge),<br />

<strong>delle</strong> pecore<br />

malate che talvolta<br />

erano allontanate<br />

dalla masseria.<br />

Appena<br />

giunto in Maremma, ogni branco era assegnato ad un pastore che lo<br />

accudiva per tutta la stagione. Capo indiscusso della vergheria,<br />

soprattutto se di grandi dimensioni, era il vergaio: egli sovrintendeva<br />

a qualsiasi lavoro inerente l’azienda, sia in montagna che in<br />

Maremma, assegnava i branchi di pecore ai vari pastori, sceglieva i<br />

pascoli, redigeva il bilancio annotando le entrate e le uscite.<br />

Appena giunti in Maremma, procedeva alla conta del bestiame:<br />

le pecore, guidate dal castrato, attraversavano una strettoia realizzata<br />

con pali di legno o scope in modo da passare poche alla volta<br />

facilitando così la conta. Ogni cinquanta pecore il vergaio abbassava<br />

il suo bastone e un aiutante incideva una tacca sulla taglia (un<br />

legno ancora fresco); ogni cinquecento capi veniva incisa una croce.<br />

<strong>La</strong> grande masseria, almeno in epoca contemporanea, era strutturata<br />

in modo rigido, con compiti ben definiti e regolamentati. Dopo<br />

il vergaio, in ordine di importanza, veniva il buttero che era il suo<br />

più stretto collaboratore; generalmente addetto alla commercializzazione<br />

dei prodotti, doveva conoscere ed essere aggiornato sui<br />

prezzi e sui mercati più favorevoli; indispensabile requisito era la<br />

conoscenza della lettura, della scrittura e del calcolo. In scala gerarchica,<br />

veniva poi il caciere a cui era affidato il compito della preparazione<br />

e custodia del formaggio e ricotta; questo badava anche il<br />

primo branco di pecore. Dopo queste tre figure vi erano i pastori<br />

veri e propri a cui venivano assegnati i vari branchi di pecore i<br />

quali, una volta affidati, rimanevano con i singoli pastori per l’intera<br />

stagione. Venivano poi in ordine di importanza il montonaio e<br />

l’agnellaio, i bagaglioni, uomini meno qualificati adibiti a lavori<br />

generici di fatica, il cavallaio, responsabile di tutti i trasporti, e il<br />

mulaio. Tutte queste persone erano coadiuvate da circa tre o quattro<br />

cavalli, sette o otto muli, una quindicina di cani pastori marem<strong>mani</strong><br />

per fare ottima guardia giorno e notte.<br />

169


170<br />

ARSIA<br />

I rapporti con la Maremma, la scelta del pascolo, la contrattazione<br />

del prezzo, ma anche la commercializzazione dei prodotti<br />

rendeva più conveniente, per i piccoli e medi proprietari di greggi,<br />

i moscetti, formare una società con una organizzazione in parte<br />

simile a quella della grande masseria. Essi avevano cura che il<br />

potenziale animale si equivalesse, perché la vendita di formaggio,<br />

agnelli, lana, pecore vecchie, sarebbe stata realizzata collettivamente<br />

senza distinguere il gregge di provenienza. Naturalmente<br />

ogni membro della società custodiva il branco di cui era proprietario<br />

e, in funzione della quantità di pecore possedute e della disponibilità<br />

di uomini in famiglia, assumeva dei garzoni… Verso la fine<br />

della stagione si facevano i conti generali (era consuetudine farli il<br />

primo di maggio) e, in base al numero <strong>delle</strong> pecore mungitoie possedute<br />

a questa data, venivano distribuiti i guadagni. Nel Novecento,<br />

quando ormai la pastorizia transumante si era esclusivamente<br />

attestata nelle zone montane dove persisteva la piccola proprietà,<br />

la famiglia contadina, spesso, oltre a coltivare un poderetto,<br />

allevava un gregge di cento pecore. Qualcuno rimaneva in montagna,<br />

altri partivano per la Maremma con il bestiame e talvolta integravano<br />

il guadagno dicioccando, facendo legna, carbone, brusta,<br />

raccogliendo asparagi, facendo la nassa (trappola costruita con i<br />

vinchi per la cattura di animali marini), vendendo anguille, lumache,<br />

ricci, fuscelle per ricotta. All’interno della famiglia, se questa<br />

era numerosa e possedeva un gregge consistente, era il padre (o in<br />

sua assenza il fratello maggiore) a ricoprire il ruolo del vergaio.<br />

<strong>La</strong> giornata del pastore<br />

<strong>La</strong> sveglia era alle quattro del mattino. Come prima operazione<br />

veniva munto il gregge, colato il latte nella caldaia e messo a scaldare;<br />

spettava al caciere controllare la giusta temperatura del latte<br />

e dosare il caglio. Avvenuta la coagulazione era sempre lui che<br />

rompeva la cagliata con la frulla (utensile di legno con denti orizzontali),<br />

raccoglieva la pasta e la depositava nelle cascine (stampi<br />

per il formaggio); in un secondo tempo alcuni collaboratori avrebbero<br />

pressato la pasta, ultima fase della produzione del formaggio.<br />

Si continuava ancora a lavorare intorno alla caldaia per la preparazione<br />

della ricotta; spettava sempre al caciere il controllo della<br />

fiamma e della temperatura per ottenere un buon prodotto. Intanto<br />

i pastori, consumata una colazione a base di ricotta, polenta o<br />

acqua cotta, uscivano al pascolo con il proprio branco. Per dieci<br />

ore, rimanevano isolati nella campagna con un cane e cento peco-


Terrazzamenti della<br />

montagna pisana.<br />

<strong>La</strong> loro manutenzione<br />

richiede capacità<br />

professionali non<br />

facilmente reperibili<br />

L.B.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

re e in solitudine consumavano il pane che si erano portati nel<br />

tascapane per il pranzo. Qualche volta intrecciavano fuscelle di<br />

giunco (contenitori vegetali in cui prendeva forma la ricotta), utensili<br />

di legno, attrezzi per l’azienda; qualcuno rassettava i propri<br />

indumenti o si dedicava alla lettura. Il vergaio, in sella al suo cavallo,<br />

controllava l’uso dei pascoli assegnati ai vari branchi. Nei<br />

momenti di riposo presso la vergheria i pastori preparavano le reti<br />

usando un robusto cordino di canapa. Dopo la cena c’era un po’ di<br />

spazio per la conversazione: i più colti raccontavano storie o recitavano<br />

brani dell’Orlando Furioso o della Divina Commedia.<br />

Il ritorno in montagna<br />

A fine maggio, dopo la tosatura, nel villaggio pastorale si facevano<br />

i preparativi per il ritorno in montagna: la permanenza nelle<br />

pianure malariche sarebbe stata infatti dannosa per uomini e animali.<br />

Sistemate le reti per l’addiaccio mobile, accomodati secchi e<br />

caldaie, acquistati nuovi campani, marchiati gli animali della masseria,<br />

addomesticato e dipinto con motivi simbolici e magici il<br />

castrato che avrebbe guidato il branco, i pastori si accingevano a<br />

intraprendere il viaggio di ritorno: avrebbero percorso lo stesso itinerario,<br />

le stesse tappe a ritroso. Al momento di tornare in montagna,<br />

tutto doveva essere a posto: era molto importante presentarsi<br />

in paese con il branco di pecore in buona salute e con l’attrezzatura<br />

in ordine per dimostrare il buon andamento della stagione maremmana.<br />

Gli spostamenti avvenivano preferibilmente di notte per evitare<br />

la calura che avrebbe affaticato eccessivamente gli animali.<br />

Spesso si faceva coincidere il rientro con una domenica o con una<br />

festa religiosa in modo che tutti i compaesani potessero ammirare e<br />

festeggiare la masseria che, a sottolineare la gioia del ritorno, offri-<br />

171


172<br />

ARSIA<br />

Dopo l’esodo dalle<br />

campagne negli anni<br />

sessanta, la pastorizia<br />

ha permesso il mantenimento<br />

di una<br />

attività produttiva in<br />

vaste aree interne<br />

della regione<br />

F.T.<br />

va ricotta a tutti. Dopo una breve sosta in paese, greggi e pastori<br />

salivano all’alpe dove la vita non era poi troppo diversa che in pianura:<br />

sorveglianza del bestiame, mungitura, preparazione del formaggio.<br />

Qui però, effettuando dei turni, si poteva scendere al<br />

paese, partecipare alle fiere e alle feste ed avere quindi un minimo<br />

di vita sociale.<br />

Pastori garfagnini<br />

“Il vergaro con un lungo bastone, un ombrellone da famiglia sotto il<br />

braccio ed un sacco di tela al fianco, precede le pecore che fanno la strada<br />

belando e spilluzzicando quei fili d’erba che trovano sul ciglione. Tengono<br />

dietro due o tre altri uomini e ragazzi, i quali oltre la sacca e l’ombrello di<br />

incerato portano qualche agnelletto degli ultimi nati, che da sé non potrebbe<br />

camminare. Chiude a volte la processione una fila di muli e di cavalli e<br />

tutta la famiglia del pastore, le donne a piedi, i bimbetti a cavalluccio alle<br />

mamme, ovvero uno per parte nelle ceste a lato di un micetto (asino). Sugli<br />

animali da soma o su qualche carretto sono caricati i fagotti, i letti, le pentole<br />

e gli arnesi campestri e talora la gabbia dei passerotti o la chioccia portata<br />

con gelosa cura da qualche monello che a mala pena si regge in gambe.<br />

Verso mezzogiorno la carovana si ferma in qualche posto, il gregge riposa,<br />

i padroni mangiano e poi riprendono la via. <strong>La</strong> sera mettono le pecore in<br />

qualche chiusa o le lasciano all’aperto sotto la buona guardia del fido cane


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

e di qualche pastore, danno loro da mangiare e poi riposano fino alla mattina<br />

per tempissimo. Così in tre o quattro giornate arrivano là dove sono<br />

soliti prendere in affitto i pascoli invernali. “<br />

C. De Stefani, Relazione sul circondario di Pontremoli,<br />

in Atti della Giunta dell’Inchiesta Agraria Jacini,<br />

vol. X, Roma, Forzani, 1884.<br />

Glossario<br />

Calla: luogo di conta <strong>delle</strong> pecore.<br />

Diaccio: luogo dove veniva racchiuso il gregge per la notte.<br />

Dogana: si chiamava così l’area della Maremma senese su cui lo<br />

Stato esercitava il diritto di pascolo e che, fino alle riforme lorenesi,<br />

veniva ogni anno venduto ai pastori per pascolarvi il<br />

bestiame.<br />

Fida: contratto di affitto di una zona a pascolo.<br />

Masseria: con questo termine si indicava l’insieme del bestiame, ma<br />

anche i pascoli, le case dei lavoratori, i pascoli.<br />

Rapazzola: letto del pastore formato da foglie su cui erano adagiate<br />

pelli di pecora.<br />

Soccida: contratto fra un proprietario di bestiame ed un pastore a cui<br />

veniva affidato il gregge per un periodo di tempo.<br />

Vergaio: era il capo di tutto il personale di custodia di un gregge. A<br />

lui spettava la contabilità, la conta del bestiame, il corretto uso<br />

dei pascoli.<br />

173


174<br />

ARSIA<br />

<strong>La</strong> tradizione del “cantar Maggio”<br />

Gabriella <strong>La</strong>zzeri<br />

Con il nome di “Maggio” si designano riti e <strong>mani</strong>festazioni differenti,<br />

uniti però da una comune origine e ragion d’essere: la celebrazione<br />

della primavera, il saluto alla nuova stagione, un rito<br />

agreste di fertilità di origini antichissime, senza dubbio collegato al<br />

culto latino della dea Maja. Esso era diffusissimo in tutta Italia e in<br />

buona parte dell’Europa e si è protratto nel tempo senza effettive<br />

soluzioni di continuità, adeguandosi via via alle varie condizioni<br />

ambientali, etniche e storiche, fino quasi ai giorni nostri.<br />

Da tale rito sono derivate due forme di usanze: il Maggio lirico<br />

(o canto di questua o maggiolata) e il Maggio drammatico o epico.<br />

Il più conosciuto e diffuso è il Maggio lirico, ancora praticato in<br />

vaste aree della Toscana e non solo, anche se non più con lo stesso<br />

valore simbolico di una volta. Nell’edizione Manuzzi del Vocabolario<br />

della Crusca si legge: “Cantar maggio, dicesi quando i nostri contadini<br />

nel principio di Maggio vengono alla città con un ramo d’albero frondoso,<br />

sonando, e cantando varie canzonette per allegria della stagione”.<br />

E un poema toscano della prima metà del Settecento propone la<br />

seguente immagine:<br />

“chi coglie fiori, e un altro un ramo a un faggio<br />

ha tagliato e con esso canta Maggio”.<br />

Centro ideale e materiale della festa di Calendimaggio è infatti<br />

il “maggio” o “majo”, cioè l’albero o il ramo d’albero, nel quale le<br />

popolazioni primitive e rurali vedevano il simbolo del potere gemmativo<br />

e riproduttivo, sia nella natura sia nell’uomo. Nella notte fra<br />

il 30 aprile e il 1° maggio gruppi di ragazzi e ragazze (libertà concessa<br />

occasionalmente a queste ultime solo in tale occasione) si<br />

recavano nei boschi a prendere interi alberi o rami fioriti, che poi<br />

venivano piantati o davanti alle finestre della ragazza amata, ed<br />

equivalevano ad una dichiarazione d’amore, o davanti alla casa<br />

<strong>delle</strong> maggiori autorità del paese, o nel centro dell’aia o della piazza.<br />

L’albero era spesso adornato di fiori e nastri e, quello più importante,<br />

dei frutti della questua, che nella stessa notte del 30 aprile i<br />

maggiaioli avevano raccolto andando di casa in casa a “cantar maggio”,<br />

augurando alle famiglie un anno prospero e ricco, se venivano<br />

dati loro dei doni, o lanciando maledizioni in caso contrario,<br />

come si capisce chiaramente da strofe del tipo:<br />

“se al panier l’ovo portate<br />

pregherem per le galline


che da volpi e da faine<br />

non vi siano molestate”<br />

ma se il contadino non ha offerto nulla, gli si canterà:<br />

"v’entrasse la volpe nel pollaio.<br />

e vi mangiasse tutte le galline<br />

v’entrassero i topi nel granaio<br />

e vi muffisse il vin nelle cantine<br />

v’entrassero i topi nel granaio<br />

e vi morissero le bestie vaccine<br />

un accidente al padre e uno alla figlia<br />

e un accidente a tutta la famiglia".<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong> tradizione del “cantar Maggio” è all’origine un rito agreste di fertilità e di saluto<br />

alla nuova stagione A.C.<br />

Cultura popolare in Toscana: la tradizione della poesia<br />

estemporanea e del Maggio<br />

Col tempo l’albero si è degradato a nudo palo, in cima al quale<br />

vengono appesi nastri e doni ed è diventato l’albero “della cuccagna”,<br />

ancora frequente nelle feste di paese. Durante le feste di<br />

Calendimaggio, spesso veniva eletto il “Re del Maggio” o, molto più<br />

frequentemente in area neo-latina, la “Regina del Maggio”, che adorna<br />

di nastri e fiocchi e accompagnata da altre fanciulle girava per il<br />

paese cantando e suonando. I festeggiamenti del Maggio andarono<br />

in declino abbastanza rapidamente nel corso dell’Ottocento, da un<br />

175


176<br />

ARSIA<br />

lato perché la Chiesa, proprio per sradicare questa tradizione di origine<br />

pagana, dedicò il mese di maggio alla Madonna; dall’altra, perché<br />

più tardi il socialismo fece del 1° maggio la Festa dei lavoratori.<br />

Quest’ultimo fatto indusse molti gruppi di maggiaioli a politicizzare<br />

i testi cantati, trasformandoli in canti di protesta. Per questo motivo<br />

il Fascismo proibì il Maggio, ma questo è rinato nel dopoguerra per<br />

iniziativa di chi l’aveva sentito da ragazzo e con l’aiuto degli anziani<br />

che ricordavano a <strong>memoria</strong> le strofe. Dopo il 1968 vi è stata un’ulteriore<br />

ripresa, questa volta ad opera dei giovani che ne hanno capito<br />

la bellezza, e che hanno compreso l’importanza di conservare e tramandare<br />

l’antica cultura contadina. Ma l’andare a cantare di casa in<br />

casa la notte del 30 aprile è ormai un gioco, e i soldi e i doni raccolti<br />

con la questua vengono usati per una cena insieme o per autofinanziare<br />

il gruppo. Questo è quanto avviene anche per il famoso “Maggio<br />

di questua” di Montereggio in Lunigiana, da dove la sera del 30<br />

aprile gli uomini si spostano lungo un itinerario di diversi chilometri<br />

che giunge fino in Liguria; con le loro canzoni, salutano e rivolgono<br />

auguri ai padroni di casa, alle spose e ai bambini e chiedono come<br />

ricompensa uova, formaggi, salumi e vino; il giorno seguente tornano<br />

indietro e concludono il rito con l’ultimo canto nella piazza del<br />

paese, consumando poi quanto è stato raccolto in una cena comune.<br />

Se il Maggio lirico è rimasto fondamentalmente legato al tema<br />

atavico dell’albero, il Maggio drammatico o epico ha sviluppato, in<br />

epoche più tarde e in zone più ristrette, l’elemento della gara e della<br />

lotta presenti, anche se in percentuale molto minore, anche nel<br />

Maggio lirico. Erano una gara, infatti, trovare l’albero più bello, riuscire<br />

a prendere i doni attaccati all’albero, conquistare il cuore della<br />

dama. È inoltre sottintesa in ogni celebrazione del maggio, la lotta<br />

fra inverno ed estate, fra bene e male. Anche il Maggio drammatico,<br />

che si ispira prevalentemente a temi epico-cavallereschi o mitologici,<br />

ha il suo centro ideale nel duello fra le forze del bene e quelle<br />

del male. Il carattere molto teatrale di questo Maggio lo ha reso<br />

tuttavia sempre più spettacolo autonomo e staccato dalle feste di<br />

Calendimaggio; in effetti, esso viene rappresentato anche in altri<br />

mesi dell’anno, soprattutto in estate.<br />

Per approfondire:<br />

CANTA’ MAGGIO. Storie e canti dei gruppi maggiaioli del Mugello e della Val Bisenzio,<br />

ed. <strong>La</strong> Pietra, 1979.<br />

P. TOSCHI, Le origini del teatro italiano, Universale Scientifica Boringhieri, 1976.


Il Maggio drammatico<br />

Monica Meini<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

“Per conto mio, e senza l’ausilio di alcuno studio, posso dire che considero<br />

i Maggi come scintille cadute dal fuso o dal razzo che espresse e<br />

portò fino a noi l’episodio di Paolo e Francesca e il Trovatore. Abbiano o no<br />

le loro radici nelle antiche sacre rappresentazioni, i Maggi sono melodrammi<br />

che non furono mai musicati e che probabilmente non ebbero bisogno<br />

di musica (o di una musica scritta, invariabile)”<br />

Eugenio Montale, Prefazione al volume I Maggi<br />

di Leopoldo Baroni, Pisa, Nistri Lischi, 1954.<br />

Il Maggio drammatico, o epico, formatosi dalla fine del XV secolo<br />

fino al XVII secolo e sviluppatosi in Toscana (giungendo poi,<br />

attraverso l’Appennino, anche in Emilia), è una rappresentazione<br />

teatrale che può essere definita come una sorta di dramma eroicomico<br />

avente per soggetto fatti di storia sacra e profana (fra i Maggi<br />

più famosi e rappresentati si ricordano, come esempio, Gerusalemme<br />

Liberata e Pia de’ Tolomei). L’origine del Maggio drammatico così come<br />

lo conosciamo oggi non è chiara. Alcuni lo accomunano a tutta<br />

quella serie di <strong>mani</strong>festazioni giocose che tradizionalmente salutavano<br />

il mese di maggio con l’aiuto di canti e balli, quindi alle<br />

Maggiolate; altri, e fra questi un eminente studioso di teatro popolare<br />

come Alessandro D’Ancona, lo fanno derivare, così come la<br />

Sacra Rappresentazione, dalla <strong>La</strong>uda medievale.<br />

Il linguaggio usato è aulico, per cui la comprensione non è<br />

immediata, a meno che non si abbia familiarità con i poemi dell’Ariosto<br />

o del Tasso. Le strofe di uso più comune si compongono<br />

di ottonari; in genere sono quartine (anche se in alcuni casi il primo<br />

verso della strofa viene ripetuto alla fine della quartina) con rima<br />

ABBA, ed ha come trama musicale una nenia monotona intervallata<br />

da qualche intermezzo lirico – arietta, romanza o ottava – di<br />

impianto musicale settecentesco. Il canto avviene generalmente<br />

senza accompagnamento musicale, eccetto che in alcune parti della<br />

rappresentazione in cui sono usati il violino, il contrabbasso, l’oboe.<br />

Comunque, da luogo a luogo, varia sia la struttura <strong>delle</strong> strofe, sia<br />

l’aria con cui è cantato il Maggio. Lo svolgimento dell’azione è<br />

molto semplice e viene a grandi linee anticipato dal primo personaggio<br />

che compare in scena, il messaggero – detto anche corriere,<br />

principiante, argomentista, paggio o interprete – il quale canta il prologo,<br />

salutando e chiedendo il favore degli spettatori.<br />

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178<br />

ARSIA<br />

Lo stesso personaggio ricompare talvolta alla fine del dramma<br />

per prendere congedo dal pubblico, ovvero per cantare il commiato,<br />

o licenza. Accanto ai personaggi interpreti del dramma compare a<br />

volte anche il buffone. Tutti i personaggi sono vestiti “all’eroica”,<br />

ossia con grande imponenza simbolica nel rispetto della gerarchia<br />

dei ruoli. Solo il suggeritore, che spesso è presente direttamente<br />

sulla scena e segue gli interpreti, è vestito normalmente. Ciò fa sì<br />

che egli non sia elemento di disturbo per gli spettatori, i quali sono<br />

trasportati in una dimensione fantastica dalla stilizzazione dell’azione,<br />

dagli elementari schemi di movimento all’interno dello spazio<br />

scenico, dall’uso rituale dei gesti e allo stesso tempo dalla mimica<br />

schietta e immediata del volto degli attori, ma soprattutto dall’ambientazione<br />

in epoche remote.<br />

Come dice Leopoldo Baroni, autore nei primi anni cinquanta di un<br />

accurato studio sul Maggio drammatico, “l’antichità col favoloso alone di<br />

lontananza che l’accompagna è lo sfondo ove l’improvvisato attore riceve contorno<br />

e sbalzo, ove il gesto di lui si giustifica della propria rudezza, la sua<br />

voce, accordandosi sull’eco del tempo, trova un significato da dare alla monotona<br />

cantilena, e quasi smorzate da un velo appaiono la povertà e le falle del<br />

linguaggio. Se togliamo ai Maggi l’antichità, togliamo loro cornice e colore”.<br />

Il fatto stesso che le rappresentazioni tradizionali si svolgessero<br />

all’aperto, in una piazza o in qualche radura all’ombra dei castagni,<br />

in <strong>mani</strong>era più o meno improvvisata, fa capire come l’immaginario<br />

popolare dovesse supplire alla inadeguatezza degli scenari, anche se<br />

– va precisato – nel Maggio non accade niente che non sia visibile<br />

sulla scena, anche se si tratta di episodi raccapriccianti. Infine, va<br />

ricordato che non ci sono attori professionisti nel Maggio: i maggianti<br />

sono attori improvvisati che cantano e recitano secondo regole tramandate<br />

di generazione in generazione. Tradizionalmente anche le<br />

parti femminili erano affidate agli uomini; ormai, invece, sono molte<br />

le donne che prendono parte attiva in queste rappresentazioni.<br />

Il Baroni ci fa immedesimare negli spettatori di una vecchia rappresentazione<br />

con queste sue parole: “Un tempo i Maggi venivano<br />

rappresentati all’aperto in ore pomeridiane. Una radura ombreggiata da<br />

olivi o da castagni, una piazzuola, un crocevia spazioso, un prato col naturale<br />

scenario di colli a sfondo erano palcoscenico acconcio. Nessun addobbo<br />

né artificio teatrale. Issato a guisa d’architrave, su due pali, un cartellone<br />

stava ad indicare il luogo ove l’azione si svolgeva: bosco, reggia, prigione,<br />

sala del Re e via dicendo. Se l’azione cambiava di luogo, cambiava<br />

il cartello informatore. I personaggi, tutti e sempre visibili dal pubblico,<br />

rimanevano in piedi o seduti: in piedi, nel mezzo dell’area destinata a pal-


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

I maggerini, o “maggiolanti”, girano per le campagne e i centri rurali improvvisando<br />

rime con poeti e musici A.C.<br />

coscenico, quelli di scena, seduti, da un lato e dall’altro, gli altri.<br />

Via via, chi aveva da cantare, si alzava; via via chi aveva fatto la sua<br />

parte tornava a sedersi. E, copione in mano, il suggeritore correva per la<br />

scena da questo a quel cantante per porgere in tempo l’imbeccata, onde non<br />

avesse a verificarsi il caso di vedere uno rimasto lì a bocca aperta come<br />

paralizzato. Tale primitivo sistema di rappresentazione è detto a piazza,<br />

cioè cantato in piazza, ovvero in luogo aperto. Oggi, però, caso raro”.<br />

Oggi il Maggio drammatico costituisce in effetti una <strong>delle</strong> forme<br />

di teatro popolare più elevate. Già nell’Ottocento alcune tipografie<br />

si occupano di dare alle stampe i più famosi manoscritti: lo Sborgi<br />

di Volterra, il Carrara e i Bartoli di Lucca, il Valenti di Pisa.<br />

In alcune comunità esso è entrato con il tempo a pieno titolo nel<br />

“Teatro degli Accademici”. A Buti, “uno dei paesi più maggeschi<br />

della Toscana” riferiva Montale “rifacendosi alla sempre autorevole<br />

opinione del D’Ancona”, già verso la fine del XIX secolo si ha<br />

notizia di rappresentazioni al chiuso e poco più tardi il Maggio ha<br />

iniziato ad essere rappresentato in un vero e proprio teatro. <strong>La</strong><br />

Compagnia del Maggio “Pietro Frediani” di Buti, grazie alla riscoperta<br />

di questa tradizione a partire dagli anni settanta su iniziativa<br />

del regista Paolo Benvenuti e alla conseguente opera di valorizzazione<br />

portata avanti dal Comune stesso, è oggi una <strong>delle</strong> più note<br />

in tutta la Toscana ed ha partecipato a numerose edizioni del<br />

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180<br />

ARSIA<br />

Festival mondiale del Teatro riscuotendo significativi successi. <strong>La</strong><br />

tradizione del Maggio drammatico presenta alcune significative<br />

varianti locali. Diffusa un tempo in quasi tutti i paesi della Toscana,<br />

soprattutto in quelli della Lucchesia, del senese e del pisano, questa<br />

tradizione risulta oggi attestata in pochi comuni, soprattutto di<br />

montagna. Diversamente da quanto avviene più a nord, il Maggio<br />

di stile pisano-lucchese è molto più vicino ai canoni classici <strong>delle</strong><br />

rappresentazioni drammatiche. Lo spettacolo, in cui sono rispettate<br />

le divisioni in atti e scene, si svolge di preferenza in un teatro e<br />

comunque il pubblico sta sempre di fronte alla scena, il suggeritore<br />

rimane nell’apposita botola e l’ambiente storico della vicenda rappresentata<br />

è ricostruito con appositi fondali; mancano la processione<br />

rituale, i passi di danza, le lunghe battaglie, i diavoli e i buffoni.<br />

Il simbolismo scenico è infatti tipico dell’area garfagnino-lunigianese<br />

mentre nell’area pisano-lucchese anche gestualità e canto<br />

tendono ad un certo realismo. Nella Versilia, il Maggio assume<br />

forme del tutto particolari, poiché tutta l’azione drammatica si svolge<br />

su un semplice motivo di danza, al cui ritmo si muovono gli attori;<br />

pone fine alla rappresentazione il Balletto o Moresca, “una<br />

mischia sgargiante ed orgiastica di manti versicolori, tra un cozzare e fulgere<br />

di spade non sempre d’innocuo legno argentato”.<br />

Infine, vanno ricordate come rappresentazioni assimilabili al<br />

Maggio epico due tipologie altrettanto antiche a cui vengono dati<br />

nomi diversi: Giostra, nel pistoiese, e Bruscello, nel senese. <strong>La</strong> prima<br />

deriva il proprio nome dalla caratteristica presenza in scena di duelli,<br />

tornei e combattimenti di varia natura. Giuseppe Tigri, nelle note<br />

del suo poemetto Le selve della montagna pistoiese del 1844, osserva fra<br />

l’altro che, nonostante la somiglianza con il Maggio, sarebbe poco<br />

appropriato usare tale appellativo in questa zona, dove le rappresentazioni<br />

vengono fatte quando pastori e braccianti tornano dalla<br />

migrazione stagionale in Maremma e ciò avviene dopo il mese di<br />

maggio. Il nome Bruscello pare invece che derivi da un tipo di caccia,<br />

in considerazione del fatto che tali rappresentazioni erano di<br />

tipo “rusticale”. Oggi però si distinguono varie forme di Bruscello:<br />

oltre all’ormai raro Bruscello-caccia, che rievoca una breve scena di<br />

caccia agli uccellini che si faceva nelle notti d’inverno con un ramo<br />

d’albero e una lanterna, esistono la forma nuziale, che verte sul contrasto<br />

per sposare una ragazza, e la forma epica, di argomento storico,<br />

cavalleresco o religioso; quest’ultima, anche se con metro in ottave<br />

anziché in quartine, è la forma più simile al Maggio drammatico<br />

di cui abbiamo soprattutto parlato.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Per approfondire:<br />

L. BARONI, I maggi, Pisa, Nistri Lischi, 1954.<br />

A. D’ANCONA, <strong>La</strong> rappresentazione drammatica del contado toscano, in A.<br />

D’ANCONA, Origini del teatro in Italia, Firenze, Le Monnier, 1877, II vol., pp.<br />

319-430.<br />

F. FRANCESCHINI, Il teatro dell’Ottocento e la cultura popolare, Pisa, Giardini, 1984.<br />

Per assistere ad una rappresentazione del Maggio:<br />

<strong>La</strong> Compagnia del Maggio “Pietro Frediani” di Buti mette in scena ogni<br />

anno almeno un’opera del Maggio. Per informazioni: tel. 0587 724548.<br />

Si ringrazia il sig. Mario Filippi, Presidente della Compagnia del Maggio<br />

“Pietro Frediani” di Buti, per la preziosa collaborazione offerta nella<br />

raccolta del materiale.<br />

181


PARTE TERZA<br />

Contributi


3.1 Artifex<br />

Corrado Barberis<br />

INSOR - Istituto Nazionale Sociologia Rurale<br />

Nomen, omen. Nel nome, il presagio. Le presenti fortune dell’artigianato<br />

italiano, il suo straordinario successo non scevro di venature<br />

ambigue sono implicate nell’etimo: in quel greco ararisko che<br />

da una prima intuizione (aggiustare, adattare, armonizzare) deriva<br />

sia l’eleganza dell’arte e persino la formalità del rito, sia la praticità<br />

dell’arto, dell’articolazione, del membro.<br />

Qualis artifex pereo! Che grande artista in me perisce, sospira il<br />

morente Nerone. Qualsiasi battiferro o conciabrocche dell’antica<br />

Roma avrebbe però potuto far suo il lamento del dilettante imperiale:<br />

artifex è sia il raffinato produttore di emozioni estetiche sia il<br />

degno artigiano. Erede del latino, l’italiano riproduce l’ambivalenza<br />

del termine: per i contemporanei di Dante l’arte è ad un tempo<br />

quella di Cimabue e quella dei cardatori di lana.<br />

A separare i due concetti provvede la rivoluzione industriale.<br />

Ma il processo di differenziazione è assai lungo. Ancora sotto la<br />

restaurazione, George Sand fa dire ad un suo personaggio:<br />

“Amaury vuol diventare artista? Ma non lo è già, restando falegname?<br />

Credo piuttosto che voglia diventare borghese, uscire dalla sua classe”.<br />

Museo <strong>delle</strong> tradizioni popolari, i dialetti conservano l’equivoco.<br />

Chi, in un’osteria di Trastevere, proclama oggi la necessità di<br />

affidarne le pareti a un pittore non pensa certo ai grandi affreschi di<br />

Michelangelo o di Diego Rivera, ma alle più modeste opere dell’imbianchino:<br />

il quale, a Bologna, viene ancora chiamato “artèsta”,<br />

per antonomasia.<br />

Artos, nel greco classico, è il pane: quasi ad anticipare che nessuna<br />

industria riuscirà mai a soppiantare l’artigiano nella fabbricazione<br />

di questo fondamentale alimento. Ne prendano nota i fornai<br />

toscani nel momento in cui il loro pane sembra destinato a giocare<br />

un ruolo unificatore all’interno dell’arte bianca nazionale, quello<br />

stesso ruolo che la parlata toscana giocò nell’unificazione linguistica<br />

dell’Italia. E ciò per una serie di ragioni.


186<br />

ARSIA<br />

L’orcio di “coccio”<br />

è una <strong>delle</strong> tipiche<br />

produzioni in terracotta<br />

toscana. Ieri per la<br />

conservazione dell’olio,<br />

oggi soprattutto con<br />

una funzione estetica<br />

A.C.<br />

<strong>La</strong> prima è che, a dispetto di tante mode macrobiotiche, la<br />

purezza della sua farina ne fa un elaborato aristocratico, dunque<br />

attrattivo. <strong>La</strong> seconda sta nella sua intrinseca autorevolezza. Infatti,<br />

se allarghiamo lo sguardo ad altre regioni di pane sciapo, quali<br />

Umbria e Marche, assistiamo a un enorme fiorire di prodotti alternativi:<br />

crescie, torte al testo, ciacie. In Toscana questo affaccendarsi<br />

sostitutivo non c’è. <strong>La</strong> chiesa del suo pane è una chiesa severa, di<br />

dura ortodossia. Il dogma è così intensamente vissuto da paralizzare<br />

ogni velleità di distrazioni ereticali. Il pane, in Toscana, è.<br />

Ontologico.<br />

Ciò non esclude – terzo argomento – propensione al dialogo.<br />

Panzanella, ribollita, pappa col pomodoro: ecco, per il pane toscano,<br />

altrettante occasioni di vincere fuori casa, facendosi cucina.<br />

Mentre vittoria a domicilio sono i famosi crostini, dalla caccia all’acciuga:<br />

dove è il pane a concedere l’ospitalità, rimanendo padrone di<br />

casa. È lo stesso orgoglio che fa nominare fettunta, e cioè fetta tagliata<br />

da una robusta pagnotta, ciò che altrove si preferisce chiamare<br />

bruschetta.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Il quarto argomento è la centralità del pane toscano. Negli ultimi<br />

decenni i politologi ci hanno abbondantemente insegnato l’importanza<br />

della centralità, per dominare la scena. Parlando non di<br />

politica ma di pane, la centralità del toscano consiste nel collocarsi<br />

a metà strada tra i pani di tutta crosta (grissini, cornetti ferraresi<br />

ecc.) e quelli di tutta mollica o di prevalente mollica, come i meridionali<br />

di Altamura e dintorni. <strong>La</strong> politologia dell’arte bianca collocherà<br />

indifferentemente a destra o a sinistra la crosta e la mollica.<br />

Ma il centro sarà comunque toscano. Vincente, quindi.<br />

Fascino del nostro vecchio artigianato rurale, cui i contadini<br />

destinavano spesso i loro figli handicappati. L’anziano che ha vissuto<br />

l’infanzia in campagna ricorda il norcino guercio, il ciabattino<br />

sciancato, il pollaiolo zoppo che riusciva a manovrare la bicicletta<br />

con l’aiuto di un solo pedale. Accanto a questi umili servitori <strong>delle</strong><br />

aziende, spesso pagati in natura, si stagliavano fieri i barrocciai,<br />

cavatori di rena o trasportatori d’uve: spiriti forti, resi soperchiatori<br />

dalle giganti ruote. Nelle saghe politiche dell’Emilia come nella<br />

più recente Lucania di Scotellaro, il trainante procede “alto sul carro<br />

a scacciare le stelle con la frusta”.<br />

Talvolta lungo le autostrade d’Italia vediamo sfrecciare dei<br />

camion recanti l’insegna “cooperativa barrocciai di …”. C’è da commuoversi<br />

al pensare come questi poverissimi artigiani del trasporto<br />

abbiano saputo inserirsi nel processo della storia, farla loro.<br />

187


3.2 Un patrimonio di risorse:<br />

l’artigianato agroalimentare<br />

Beppe Bigazzi<br />

Una cultura materiale straordinaria è stata quasi cancellata, fra<br />

il 1950 e i decenni successivi. Non per cattiva volontà, disegno politico<br />

o altro. In quei decenni il paese fu attraversato dalla più grande<br />

trasformazione della sua lunga storia: da paese agricolo arretrato<br />

(60-80% di popolazione impiegata in agricoltura) a grande paese<br />

industrializzato (in agricoltura rimane meno del 4% dei lavoratori).<br />

E anche i lavoratori rimasti hanno dovuto cambiare cultura,<br />

strumenti, mentalità. L’ingresso della chimica, della meccanizzazione,<br />

del mercato lontano hanno richiesto ai pochi agricoltori rimasti<br />

di cambiare mentalità. Furono, anche in campo agricolo, commessi<br />

gravi errori. L’Italia non è gli Stati Uniti: diverse dimensioni, diversa<br />

orografia, diversa dimensione della proprietà…<br />

Ma alcuni, come sempre accade, rimasero legati alla loro cultura:<br />

l’orgoglio per la loro sapienza, per i risultati del loro lavoro, la<br />

fiducia nella propria sapienza, l’amore per il proprio fare. Casari,<br />

pastori, norcini, agricoltori, legati alle proprie sementi conservate<br />

con amore come un tesoro… Il mio nonno materno, Pietro Tassi,<br />

ortolano in Montevarchi, località Giglio, quando impagliava gli<br />

immensi sedani del Valdarno, accarezzandoli, mi diceva, a metà<br />

anni cinquanta: “te tu studi e non continuerai questo lavoro che ci<br />

ha reso dei signori, liberi, senza padroni, forti del nostro sapere,<br />

<strong>delle</strong> nostre conoscenze…”. Ecco, secondo me, è questa piena coscienza<br />

del proprio sapere che ha permesso agli artigiani di sopravvivere:<br />

la capacità di fare bene le cose, la conoscenza <strong>delle</strong> modalità,<br />

spesso complesse, <strong>delle</strong> singole operazioni, l’orgoglio della libertà<br />

di fare il proprio lavoro senza padrone.<br />

Questo e altro ha salvato gli artigiani in genere e quelli agroalimentari<br />

in particolare dalla massificazione e dall’industrializzazione:<br />

per il nostro bene e per il loro, sono i semi per il futuro.<br />

Ma sono stati tempi duri: i modelli di consumismo sbagliati, le


190<br />

ARSIA<br />

Norcini in Valdarno: la lavorazione itinerante <strong>delle</strong> carni di maiale ha ancora una<br />

certa diffusione, ma ormai solo a livello familiare L.M.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

<strong>La</strong> battitura dei fagioli. Molte attività legate ai mestieri rurali, di apparente<br />

semplicità, presentano una particolare complessità nell’esecuzione e nella<br />

gestione del processo L.G.<br />

autorità pubbliche, di tutti i livelli e di tutti i partiti, gran parte della<br />

scienza sempre sensibile alle richieste della grande industria, la<br />

stampa e la televisione, tutti sempre pronti a correre in aiuto <strong>delle</strong><br />

trionfanti multinazionali.<br />

Oggi grazie a Dio questi artigiani non sono più soli: associazioni<br />

private, appassionati, una parte della stampa e della televisione.<br />

Si sono creati nuovi modelli virtuosi: la campagna è tornata di<br />

moda come la nostra moda, il casaro, il viticoltore, l’ulivicoltore, il<br />

fornaio, il norcino come l’ortolano sono, in alcuni casi, famosi come<br />

i creatori di moda.<br />

E non è un caso che sia accaduto e stia accadendo questo: l’Italia<br />

è l’Italia grazie a tre grandi aziende: Giotto, Michelangelo, Piero<br />

della Francesca, Leonardo: l’Arte spa; Ar<strong>mani</strong>, Ferragamo, Prada,<br />

Ferrè: la Moda spa; e l’Artigianato spa.<br />

Sono quelle centinaia di migliaia di operatori, anche del settore<br />

agroalimentare, che rendono il nostro Paese diverso dagli altri e<br />

che, in definitiva, hanno creato il nostro paesaggio, i nostri monumenti<br />

(pensiamo agli scalpellini di Pietrapiana). L’Italia è l’Italia per<br />

i suoi grandi artigiani. Cosa stanno facendo il Comune, la Provincia,<br />

la Regione, lo Stato, l’Europa per questi artigiani? Poco, anzi<br />

li stanno a volte perseguitando.<br />

191


192<br />

ARSIA<br />

C’è l’aceto balsamico? Ecco che quello vero, sublime, prodotto a<br />

gocce, è tale solo se si aggiunge “tradizionale”, il resto è un prodotto<br />

industriale.<br />

C’è il lardo di Colonnata? Ecco che sorge l’industria che produce<br />

il lardo di Colonnata, in pianura, in acciaio, in ore e non in mesi.<br />

E molti si schierano con gli industriali.<br />

C’è l’olio di oliva? Non c’è una normativa italiana semplice, ma<br />

una demenziale normativa che arriva a chiamare “raffinato” l’ultimo<br />

gradino dell’olio di oliva ottenuto con l’ausilio della chimica.<br />

Ve lo immaginate gli stranieri come si orientano facilmente in<br />

questa giungla!<br />

È straordinario questo momento per una meditazione attenta:<br />

abbiamo aiutato la FIAT con decine di migliaia di miliardi, e al<br />

tempo stesso ci siamo disinteressati del nostro artigianato alimentare<br />

permettendo che l’Europa e la grande industria tentassero di<br />

cancellarlo e di sfruttarlo.<br />

Smettiamo di inventare ulteriori normative a vantaggio <strong>delle</strong><br />

multinazionali o <strong>delle</strong> grandi aziende alimentari. Seguiamo un solo<br />

criterio, quello che millenni di storia hanno definito: un buon prosciutto<br />

nasce dalle <strong>mani</strong> di un bravo norcino, che lavora il coscio di<br />

un buon maiale della razza che la natura ha selezionato in quel territorio,<br />

allevato da un serio allevatore che lo lascia libero di cibarsi.<br />

Lo stesso si può dire per il caciocavallo ottenuto dal latte di una<br />

vacca podolica, o del parmigiano reggiano ottenuto dal latte <strong>delle</strong><br />

vacche rosse, o dei pecorini ottenuti dal latte <strong>delle</strong> pecore nere massesi,<br />

o del prosciutto di cinta senese.<br />

Sfruttiamo questo momento favorevole per consolidare lo sviluppo<br />

del nostro artigianato: anche facilitando la vita degli artigiani<br />

nell’assumere e gestire i collaboratori, nel pagare tasse semplici,<br />

nei rapporti con le Aziende Sanitarie Locali. E rifuggiamo dai<br />

demagoghi che tutto vogliono regolamentare, decidere, difendere,<br />

agevolare…


3.3 L’esperienza dei Presìdi Slow Food<br />

Nanni Ricci<br />

Slow Food Toscana<br />

I Presìdi di Slow Food sono progetti finalizzati alla salvaguardia<br />

e alla valorizzazione dei prodotti tipici di qualità, e che sono a<br />

rischio di estinzione.<br />

A seguito dell’esperienza de “L’Arca del Gusto”, che ha evidenziato<br />

questo rischio per centinaia di prodotti e specie animali e<br />

vegetali, abbiamo voluto mettere in atto interventi concreti e mirati<br />

sul territorio.<br />

Ecco allora i Presìdi, che di volta in volta possono reperire le<br />

risorse necessarie all’acquisto e alla fornitura di attrezzature, diventare<br />

piccole aziende-pilota, promuovere nuove sperimentazioni,<br />

incentivare la produzione e individuare nuovi canali per la commercializzazione<br />

di queste qualità locali: dalla creazione di micromercati<br />

(fiere, offerte ai soci, coinvolgimento di osterie e ristoranti,<br />

commercio elettronico) a progetti di marketing e comunicazione.<br />

Nella pratica, in ogni realtà costituita come Presìdio, Slow Food<br />

prevede una serie di interventi di inquadramento tecnico ed economico<br />

che vengono formalizzati nel Programma del Presidio stesso:<br />

riunioni con i soggetti interessati nel territorio (produttori, tecnici,<br />

istituzioni); indagini per raccolta di dati e informazioni; partecipazione<br />

alla stesura del disciplinare di produzione; degustazioni comparate;<br />

assistenza ad iniziative collettive di tutela tramite associazioni<br />

di produttori ed eventuali marchi collettivi.<br />

Il progetto dei Presìdi è pienamente coerente con la filosofia di<br />

Slow Food, che lavora per la salvaguardia del patrimonio enogastronomico<br />

italiano (difesa <strong>delle</strong> biodiversità, <strong>delle</strong> tradizioni alimentari,<br />

dell’artigianato agroalimentare), per la tutela dei “luoghi<br />

del piacere e del sapere” come le botteghe artigiane, per l’educazione<br />

al gusto dei consumatori.<br />

In Toscana come nelle altre regioni, i prodotti dei Presìdi rappresentano<br />

dei pezzi unici del panorama agroalimentare; sono,<br />

come scrive Tabucchi, “buchi nella rete” dell’omologazione e della


194<br />

ARSIA<br />

globalizzazione. Piccoli significativi esempi di un modo diverso di<br />

fare agricoltura: dove la sostenibilità, il rispetto <strong>delle</strong> specificità territoriali<br />

e animali, la naturalità dei processi e <strong>delle</strong> materie prime<br />

vengono prima di qualunque falsa lusinga produttivistica. Ci riferiamo<br />

ai miti <strong>delle</strong> grandi quantità, del prezzo competitivo, della<br />

confezione accattivante, della pubblicità, della sicurezza igienicosanitaria<br />

come unico grande parametro di qualità. Opzioni dettate<br />

dall’attuale sistema agroalimentare, massivo e industrializzato, che<br />

rischia di travolgere gli equilibri ambientali e sociali del pianeta. E<br />

che, per di più, ci consegna un cibo banale, mortificante e sempre<br />

più spesso pericoloso per la nostra salute.<br />

I Presìdi non sono soltanto una eccellente possibilità di valorizzazione<br />

per alcuni prodotti “minori” del nostro territorio, ma<br />

soprattutto individuano un’idea forte nella filosofia a monte del<br />

progetto, in grado di prefigurare un modello diverso di agricoltura.<br />

Un’agricoltura “nuova”, capace di superare i guasti ambientali e<br />

alimentari causati dalle coltivazioni massive e in grado di rafforzare<br />

l’identità culturale e produttiva dei contadini. Affidarsi a produzioni<br />

locali, fortemente legate alla tradizione e alle caratteristiche<br />

dei territori di origine, significa porre un argine ai guasti ambientali<br />

e all’invasione <strong>delle</strong> colture transgeniche; significa offrire al mercato<br />

prodotti più buoni e più sani e ridare fiducia agli agricoltori.<br />

Un progetto così ambizioso si è dimostrato possibile in Toscana<br />

anche per la collaborazione di tanti fra istituzioni e tecnici del territorio:<br />

Comunità Montane, GAL, Province, ARSIA, associazioni di categoria,<br />

che spesso hanno operato assieme per preservare razze<br />

animali, tecniche colturali e produzioni a rischio di estinzione.<br />

Da interlocutori a sostenitori, quindi, svolgendo un lavoro iniziato<br />

in tempi in cui ancora questi temi non erano di moda, e ragionare di<br />

qualità tradizionali suonava come velleitarismo antimoderno. E invece<br />

queste scelte si sono rivelate giuste e lungimiranti, ed i risultati oggi<br />

si vedono: oltre il vino e l’olio (prodotti simbolo che viaggiano per<br />

tutto il mondo), un territorio vasto e diversificato come quello toscano<br />

esprime un’incredibile varietà di valenze agricole, di piccole produzioni,<br />

di qualità agroalimentari ad alta caratterizzazione territoriale.<br />

Il Presìdio è quindi uno strumento per scoprire, per inventariare,<br />

per suscitare opportunità e collegamenti, rilanciare tradizionali<br />

esperienze di lavoro e di cultura, coniugando professionalità antiche<br />

e marginali ad una nuova classe di consumatori, disposta a<br />

pagare il giusto prezzo per la qualità organolettica, sensibile alla<br />

sicurezza alimentare e ad una concreta tutela ambientale.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Sono ormai centinaia le produzioni dell’agricoltura toscana riconosciute con<br />

carattere di tradizionalità e qualità territoriale, e per le quali sono stati avviati<br />

progetti di salvaguardia dal rischio di estinzione F.T.<br />

Questi sono i Presìdi attivati nel territorio<br />

della Regione Toscana:<br />

• razza chianina<br />

• razza maremmana<br />

• razza cinta senese<br />

• agnello di Zeri<br />

• razza avicola bianca o “pollo del Valdarno”<br />

• palamita dell’arcipelago<br />

• fichi di Carmignano<br />

• mortadella di Prato<br />

• lardo di Colonnata<br />

• pane marocca<br />

• pane di mais ottofile e di patata della Garfagnana<br />

195


196<br />

ARSIA<br />

• fagiolo zolfino<br />

• prosciutto del Casentino<br />

• biroldo della Garfagnana<br />

• mallegato<br />

• bottarga di Orbetello<br />

• influenza della cultura ebraica nelle “Città del tufo”<br />

• pecorino a latte crudo della Montagna pistoiese<br />

• cipolla di Certaldo.


3.4 <strong>Antichi</strong> mestieri<br />

e nuove professionalità<br />

Beppe Croce<br />

Legambiente Toscana<br />

Produzione di ambiente<br />

Fino ad oggi il luogo deputato alla creazione di nuovi saperi e<br />

mestieri è stata indiscutibilmente la città. Non la città in astratto e<br />

in ogni tempo, ma la città moderna in quanto culla e sede dell’industria<br />

e della divisione del lavoro, ossia <strong>delle</strong> grandi forze motrici<br />

del progresso tecnologico degli ultimi due secoli. Si è anzi accentuata<br />

una polarità ‘città/campagna’ in cui il secondo termine evocava<br />

l’immobilismo e il marginale, o anche l’ignoranza e la zoticaggine.<br />

Oggi, nella fase declinante dell’industrialismo, iniziamo a<br />

guardare con nuovi occhi a questo mondo residuale perché qui residua<br />

anche un capitale strategico per il benessere <strong>delle</strong> società postmoderne:<br />

la produzione di ambiente. Più precisamente, ciò che<br />

resta del territorio rurale italiano detiene quattro merci ormai rare:<br />

• paesaggio e risorse ambientali integre (aria, acqua, biodiversità);<br />

• prodotti alimentari potenzialmente sani e di qualità;<br />

• saperi manuali a rischio di estinzione;<br />

• e in prospettiva autosufficienza energetica, grazie allo sviluppo<br />

<strong>delle</strong> fonti locali rinnovabili, biomasse ed eolico innanzitutto,<br />

che trovano condizioni ideali in ambito rurale.<br />

Il repertorio <strong>delle</strong> nuove professioni rurali<br />

Il termine ‘merci’, a proposito di questi beni, non è solo ironico.<br />

Si tratta infatti di valori d’uso e di scambio che in un mondo fortemente<br />

antropizzato come l’Italia non si danno spontaneamente.<br />

Cos’ha di naturale il ‘bel paesaggio’ toscano? Qualcuno deve produrlo<br />

e riprodurlo, curarlo, proteggerlo.<br />

Da queste considerazioni è nato il progetto di ARSIA e Legambiente<br />

del “Repertorio <strong>delle</strong> nuove professioni ed esperienze nei<br />

territori rurali toscani”, oggi in via di implementazione sul sito di<br />

ARSIA. Sotto il termine “nuove professioni” intendiamo non solo<br />

competenze nuove, ma anche il recupero di competenze antichissi-


198<br />

ARSIA<br />

me o addirittura in via di scomparsa: dall’artigianato rurale alle<br />

pratiche di agricoltura ecologica, alla selvicoltura naturalistica, alla<br />

gestione <strong>delle</strong> risorse naturali, all’uso <strong>delle</strong> fonti energetiche rinnovabili.<br />

Un recupero che tuttavia non è mai un semplice ritorno al<br />

passato, perché questo patrimonio di competenze assume configurazioni<br />

inusuali, si intreccia con saperi e tecnologie del postfordismo,<br />

con nuove forme di organizzazione e con nuovi stili di vita.<br />

Ritorno all’antico e nuove frontiere di ricerca<br />

Prendiamo i casi dell’agricoltura biologica o della biodinamica,<br />

della fitoterapia o della medicina omeopatica, della difesa <strong>delle</strong><br />

varietà e <strong>delle</strong> razze autoctone. Tutte pratiche che evocano nel senso<br />

comune un ritorno ai vecchi, sani metodi naturali. In realtà il successo<br />

di questi metodi – stimolato dalle periodiche catastrofi ambientali<br />

e ormai cogente in ogni pubblicità di piselli e merendine – implica<br />

un notevole sforzo di ricerca e sviluppo. Ricerca innanzitutto di valide<br />

alternative ai fitofarmaci di sintesi: erbicidi, fungicidi, antiparassitari.<br />

Occorrono allora laboratori di ricerca (chi fa ricerca sul biologico<br />

in Toscana e in Italia?), occorrono agronomi e veterinari in grado di<br />

informare gli agricoltori sulle nuove forme di lotta biologica, occorrono<br />

laboratori di preparazione dei fitofarmaci vegetali e reti di<br />

distribuzione adeguate. Lo stesso recupero <strong>delle</strong> cultivar tradizionali<br />

ha a che fare con la genetica e con le biotecnologie. Come pensare<br />

di difendere un prodotto ‘tipico’ da volgari contraffazioni di mercato<br />

o addirittura da omologhi transgenici? Dalla penetrazione dei prodotti<br />

transgenici ci si può difendere se si sanno riconoscere. Ossia se<br />

si padroneggiano le tecniche del DNA ricombinante.<br />

Più in generale in questi prossimi anni si aprono grandi potenzialità<br />

per la ‘chimica verde’, ossia per sostituire prodotti di origine<br />

sintetica o minerale, inquinanti e a elevata tossicità – lubrificanti,<br />

carburanti, combustibili, coloranti, fibre, pesticidi – con omologhi<br />

prodotti di origine vegetale, atossici e facilmente biodegradabili.<br />

Nella stessa Toscana, negli ultimi anni sono nati progetti pilota per<br />

ripristinare antiche coltivazioni come la canapa a San Giovanni<br />

d’Asso o come il ‘guado’ (Isatis tinctoria) in Valtiberina, per estrarre<br />

l’indaco naturale, o per sperimentare l’uso del girasole nelle colline<br />

pisane per produrre biolubrificanti. Da una parte ci si ricollega –<br />

dopo una parentesi di un centinaio di anni, quella della chimica<br />

industriale – a una tradizione ancestrale di saperi sulle proprietà<br />

nutrizionali e non <strong>delle</strong> piante, patrimonio di ogni comunità rurale<br />

della Terra. Ma al tempo stesso l’offerta di prodotti vegetali con pre-


<strong>La</strong> vite maritata<br />

al “loppio” (Acer<br />

campestre). Nella<br />

campagna fiorentina,<br />

quasi un relitto di<br />

antiche pratiche<br />

agronomiche<br />

L.M.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

stazioni e prezzi comparabili a quelli di origine fossile, richiede un<br />

notevole sforzo di innovazione. Non si può pensare di rilanciare la<br />

fibra di canapa con le tecniche di raccolta, macerazione o pettinatura<br />

dei nostri nonni o di proporre un lubrificante da girasole all’industria<br />

tessile pratese o alle concerie di Santa Croce senza garantire<br />

un titolo standard di prestazioni.<br />

Nuove professioni?<br />

Il termine ‘nuove’ professioni è in realtà di comodo. Nelle attività<br />

rurali come in gran parte dell’economia postmoderna, il caso<br />

più frequente non è la nascita di ‘nuove’ professioni, ma una costellazione<br />

variabile di vecchie e nuove competenze all’interno di una<br />

stessa attività oppure semplicemente la diffusione di un diverso<br />

approccio ai problemi all’interno della stessa professione. Il ‘bioarchitetto’,<br />

ad esempio, non è una professione diversa dall’architetto,<br />

è semmai un diverso punto di vista sulla progettazione che induce<br />

a integrare certe conoscenze in precedenza ritenute secondarie nella<br />

professione (per esempio conoscenze sul microclima, sugli scambi<br />

termici, sulle fonti di radiazione…). Altrettanto si potrebbe dire del-<br />

199


200<br />

ARSIA<br />

Un mulino<br />

abbandonato nella<br />

montagna pistoiese.<br />

Gran parte del patrimonio<br />

edilizio rurale<br />

è stato interessato<br />

dal recupero negli<br />

ultimi decenni<br />

L.B.<br />

l’ingegnere naturalista o dell’agronomo esperto di produzioni biologiche.<br />

Così pure possiamo incontrare vecchi mestieri artigianali –<br />

come il falegname o il carpentiere – in cui si intreccia la sopravvivenza<br />

o riscoperta di saperi in via di estinzione (ad esempio la preparazione<br />

di tinture, calci o colle naturali) con competenze innovative<br />

come l’uso di un Cad tridimensionale.<br />

Del resto l’attuale cultura organizzativa dell’impresa a rete o<br />

dell’impresa virtuale ha spostato decisamente l’accento dalla specializzazione<br />

alla flessibilità e all’interdisciplinarietà e i consulenti<br />

del lavoro hanno abbandonato le declaratorie di ‘mestieri’ per definire<br />

piuttosto le capacità di un individuo o di un gruppo in termini<br />

di mix di competenze.<br />

Nuovi ‘ibridi’ di contadini<br />

Questo intreccio di nuove e vecchie competenze è ormai evidente<br />

nella stessa figura centrale del mondo rurale, considerata<br />

anche la più conservatrice: il contadino. Attività primarie e attività<br />

immateriali convivono ormai nella stessa azienda e nello stesso<br />

individuo. Sempre più spesso il gestore di un’azienda agricola svolge<br />

un’attività diversificata, solo in parte legata ai prodotti della<br />

terra, e in altra parte legata all’offerta di ospitalità, ristorazione,<br />

svago, diffusione di cultura, educazione ambientale o escursionismo.<br />

È un mutamento di prospettiva importante per riavvicinare i<br />

giovani all’attività agricola. Perché i nuovi lavori in campagna non<br />

evocano solo isolamento e fatica, ma possono diventare occasione<br />

di continuo arricchimento di conoscenze e di relazioni.


3.5 Zeri e la mezzalana: un’esperienza<br />

di recupero e valorizzazione<br />

Cinzia Angiolini<br />

Posto all’estremità nord-occidentale della provincia di Massa<br />

Carrara, il Comune di Zeri si incunea fra le province di <strong>La</strong> Spezia e<br />

Parma, lungo la catena dell’Appennino in territorio totalmente<br />

montano, situato fra i 500 e 1500 m s.l.m. e disegnato da rilievi arrotondati<br />

e poco scoscesi.<br />

È costituito da numerose frazioni sparse nelle tre vallate dei torrenti<br />

Gordana, Teglia ed Adelano e fra queste troviamo Patigno,<br />

sede comunale, Coloretta e le vallate di Rossano, Adelano e Codolo.<br />

Il paesaggio si presenta con zone aperte di prati pascoli, alternate<br />

a boschi di castagno, folte siepi di biancospino, filoni di querce<br />

ed alberi isolati da frutto. Al di sopra dei 1.000 metri domina il<br />

faggio, la cui copertura boschiva è interrotta da radure prative ricche<br />

di mirtilli, fragole e lamponi.<br />

Il territorio ha una prevalente vocazione agricola, ma soprattutto<br />

zootecnica. Gran parte della superficie comunale a uso civico è<br />

utilizzata a prato pascolo dai numerosi greggi di “zerasca”, la razza<br />

ovina del territorio di Zeri.<br />

Oggi esistono circa 3.000 capi di pecore “zerasche”, un numero<br />

che pone questa razza tra quelle a rischio di estinzione. È una pecora<br />

molto rustica, rinomata per la produzione di agnelli destinati alla<br />

macellazione.<br />

<strong>La</strong> produzione principale di questo ovino è la carne, mentre formaggio<br />

e lana sono produzioni secondarie.<br />

<strong>La</strong> lana che oggi trova utilizzo nella realizzazione artigianale di<br />

indumenti quali calze, maglie, materassi e cuscini, in passato era<br />

utilizzata in mescolanza con la canapa per tessere la mezzalana, una<br />

stoffa semplice, pesante e robusta.<br />

<strong>La</strong> mezzalanaera il tessuto tipico della Lunigiana ed esisteva in<br />

due versioni: una più pesante, la bisona, tessuta con fili di lana e<br />

canapa; ed una più adatta alla primavera, la bisotta, tessuta intervallando<br />

più fili di cotone e meno di lana.


202<br />

ARSIA<br />

In mezzalana venivano realizzate splendide coperte bordate con<br />

motivi decorativi stilizzati e fantasiose ornamentazioni geometriche<br />

triangolari dette “denti di lupo”.<br />

Questi preziosi e fantasiosi panni di lana venivano smerciati<br />

nelle parti marittime della Lunigiana e del genovese durante le<br />

principali fiere tenute prima dell’inverno.<br />

Il “Consorzio per la valorizzazione e tutela della pecora ed<br />

agnello di Zeri” costituitosi un anno e mezzo fa, ha inserito nel proprio<br />

Statuto la promozione della cultura rurale e dell’arte del fare<br />

del comprensorio zerasco.<br />

Nell’ambito della promozione e valorizzazione dei prodotti<br />

locali del territorio zerasco, la lana, prodotto secondario dell’allevamento<br />

della pecora, può secondo gli allevatori del Consorzio, dar<br />

luogo ad una vera e propria opportunità economica, con aspetti<br />

rivolti anche al sociale secondo la nostra logica paesana di sviluppo<br />

di filiera. Quest’ultima si è arricchita infatti della presenza di anziane<br />

signore dai bianchi capelli e dai visi segnati dal tempo che lavorano<br />

con “ruche” e “fusi” la nostra lana, e che ordiscono calze e<br />

maglie con abile manualità e singolare fantasia. Testimoni della<br />

nostra civiltà agro-pastorale sono diventati i numerosi strumenti ed<br />

attrezzi utilizzati per lavorare la lana e la canapa, che abbiamo ritrovato<br />

sul posto e inventariato con i loro nomi in dialetto e il loro<br />

diverso utilizzo. Ora auspichiamo di poterli esporre in spazi permanenti<br />

che consentano a tutti di poterne fruire; ma non solo questi<br />

spazi devono essere vivi, i “tlari”, “gli arcolai”, “le ciguagnole”<br />

devono riprendere i loro ripetitivi movimenti di lavoro. Tutto ciò<br />

potrebbe essere reso possibile organizzando corsi di formazione<br />

professionale, rivolti alle donne, sulla lavorazione della lana e sulla<br />

ritessitura del tessuto “mezzalana” e proponendo l’apertura di un<br />

laboratorio-bottega dove le nuove artigiane possano iniziare una<br />

propria attività fruibile e visitabile anche turisticamente.<br />

<strong>La</strong> canapa necessaria per ricostruire il tessuto “mezzalana” ci<br />

verrebbe fornita dal Comune di San Giovanni d’Asso in provincia<br />

di Siena, che nell’anno trascorso, in collaborazione con l’ARSIA ed il<br />

Comune di Asciano, ha iniziato un progetto dal titolo “<strong>La</strong> <strong>memoria</strong><br />

del fare, antichi mestieri per nuove vocazioni professionali”.<br />

Questi ultimi hanno riproposto la coltivazione della canapa sul<br />

loro territorio (attività rurale ormai scomparsa) proponendo notevoli<br />

prospettive economiche legate alla caratteristica che questa<br />

pianta ha, di non produrre solo fibra, ma anche semi ed olio (utiliz-


<strong>La</strong> conservazione <strong>delle</strong><br />

razze animali e <strong>delle</strong><br />

varietà vegetali<br />

a rischio di estinzione,<br />

richiede un intreccio<br />

di vecchie e nuove<br />

competenze, di<br />

tecnica e sensibilità<br />

F.T.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

zati per fabbricare cere e saponi), carta, tavole per l’edilizia, materiali<br />

plastici e combustibili.<br />

Al progetto “mezzalana” oggi collaborano ARSIA, Amministrazione<br />

Provinciale di Massa Carrara, Comune di Zeri, Comune<br />

di San Giovanni d’Asso, Consorzio per la valorizzazione e tutela<br />

della pecora ed agnello zerasco. Quest’ultimo ha svolto una ricerca<br />

sul costume tradizionale e popolare di Zeri contestualizzato nel territorio<br />

Lunigianese, che ci ha permesso di ricostruire minuziosamente<br />

il nostro abito popolare femminile.<br />

L’abito di tutti i giorni era composto da un gonnellone in mezzalana<br />

lunga fino alla caviglia (mazalouna), la camicia di canapa era<br />

in bellavista come il corpetto in pannetto rosso, con decorazioni<br />

azzurre o colori vivaci. Il copricapo era una cuffia in cascame di seta<br />

(par tuti i dì). Nei giorni di festa si metteva la “tovaglia”, un fazzoletto<br />

da testa in canapa oppure in lino finemente bordato in pizzo e il<br />

grembiule bianco, di tela rustica, lungo sopra il gonnellone, veniva<br />

spesso annodato a formare un pratico fagotto da trasporto,“valu”,<br />

usato anche per riparare il capo.<br />

Le calze erano in lana grezza, spesso tinte con gli estratti ottenuti<br />

dalle cipolle rosse o dalle numerose piante tanniniche che si<br />

trovavano in campagna.<br />

Gli zoccoli erano in legno e foderati da morbida pelle punzonati<br />

sotto con le famose “burcote” (chiodi dalla testa pungigliata che<br />

servivano per non scivolare e consumare meno le suole).<br />

203


204<br />

ARSIA<br />

Il Consorzio vorrebbe oggi realizzare almeno 4 costumi femminili<br />

e 4 maschili per dar vita ad un gruppo folcloristico capace di<br />

arricchire le numerose <strong>mani</strong>festazioni a cui partecipa il Presìdio<br />

Slow Food dell’agnello di Zeri, nonché l’omonimo consorzio. Ma<br />

non è solo questo il motivo che ci sta portando ad inventariare antichi<br />

canti e antiche tradizioni, quasi del tutto sparite dal repertorio<br />

<strong>delle</strong> varie <strong>mani</strong>festazioni paesane; vorremmo infondere nei molti<br />

giovani che oggi ci guardano con curiosità, l’orgoglio, la tenacia e la<br />

profonda convinzione che ci sia bisogno di conoscere prima la propria<br />

storia e la propria cultura per poter giudicare quella altrui. E<br />

vorrei terminare con una nota che meglio di qualsiasi altra mia<br />

spiegazione illustra oggi il perché della nostra ricerca: “non si<br />

dovrebbe fare distinzione tra i manufatti e i documenti popolari d’altra<br />

natura, siano essi materiali, linguistici, trascrizioni di leggende o descrizioni<br />

di usanze, perché tutte queste varie categorie di documenti non differiscono<br />

tra loro sostanzialmente, bensì si integrano e a vicenda si illustrano.<br />

Dar preferenza all’una o all’altra di queste categorie, raccoglierne<br />

una e trascurare le rimanenti è far cosa incompiuta, è opera scientifica<br />

male intesa e imperfetta” (<strong>La</strong>mberto Loria).<br />

Oggi il Consorzio dell’agnello di Zeri ha per soci soprattutto<br />

giovani allevatori, di cui il 60% sono donne. Sul nostro territorio<br />

stiamo rivalutando e promuovendo l’intero sistema di una cultura<br />

rurale, fatta di prodotti genuini e autoctoni e da antiche tradizioni<br />

caratterizzate da usi e costumi di diverse popolazioni, che per secoli<br />

hanno mangiato del suo pane e vestito del suo pelo.


3.6 Documentare la <strong>memoria</strong>, progettare<br />

il presente<br />

Andrea Rossi, Mario Spiganti<br />

Comunità Montana del Casentino<br />

CRED - Centro Risorse Educative e Didattiche<br />

Presso il Centro Risorse Educative e Didattiche della Comunità<br />

Montana del Casentino è in corso da alcuni anni un’attività di<br />

documentazione audiovisiva, che nei contenuti e nei metodi si<br />

avvicina alla ricerca sul campo di tipo etno-antropologico. L’iniziativa<br />

è nata con un progetto di educazione permanente rivolto<br />

agli ultra-sessantacinquenni del comprensorio con modalità tuttavia<br />

insolite. I ruoli sono stati invertiti: i discenti sono rappresentati<br />

dagli operatori esterni e i docenti dagli stessi anziani che, attraverso<br />

interviste e dimostrazioni di antiche pratiche agro-silvo-pastorali,<br />

divengono i protagonisti degli incontri con significativi risvolti<br />

nel campo umano. <strong>La</strong> dimensione dell’ascolto risveglia infatti percorsi<br />

di auto-stima e auto-gratificazione del proprio percorso di vita<br />

da parte degli stessi intervistati.<br />

In questo senso, la finalità culturale e scientifica della documentazione<br />

si sposa con quella socio-pedagogica già nelle fasi e nelle<br />

metodologie di rilevamento spesso coincidenti anche con momenti<br />

di aggregazione, festa ed incontro inter-generazionale.<br />

Gli incontri si sono moltiplicati negli anni ed il materiale raccolto<br />

è stato sottoposto ad operazioni di catalogazione ed archiviazione<br />

all’interno de “<strong>La</strong> Banca della Memoria”, l’archivio video digitale<br />

dedicato alla cultura materiale e alle tradizioni popolari del<br />

Casentino. Attualmente la struttura risulta ufficialmente inserita<br />

nelle rete <strong>delle</strong> mediateche della Regione Toscana.<br />

Il materiale raccolto ammonta, al momento, ad alcune migliaia di<br />

ore (in video) con argomenti che spaziano dalle attività <strong>mani</strong>fatturiere<br />

e dalle pratiche agro-silvo-pastorali in genere (legno, carbone,<br />

pietra, lana, mulini…) alla gastronomia tradizionale (preparazione<br />

di piatti tipici, particolari lavorazioni alimentari…), dal patrimonio<br />

orale (canti in ottava rima, aneddoti, storie di vita vissuta) alle forme<br />

del folclore popolare ed alle usanze religiose tradizionali.<br />

Una sezione particolare è inoltre rappresentata dalla <strong>memoria</strong>


206<br />

ARSIA<br />

della guerra (passaggio del fronte, 8 settembre) con particolare riferimento<br />

alle stragi nazifasciste perpetrate nella provincia di Arezzo.<br />

Se i contenuti raccolti rappresentano la specificità e ne costituiscono<br />

le premesse per la “missione” dell’archivio stesso, la sua efficacia<br />

e la sua concreta valenza non potrà essere misurata, tuttavia,<br />

solo nella quantità e qualità del materiale presente, ma anche e<br />

soprattutto nella sua effettiva fruibilità, nella capacità di verifica dei<br />

suoi contenuti a partire dal contesto che ne ha motivato e ne ha prodotto<br />

la nascita.<br />

È proprio nella necessità di “un ritorno virtuoso” che sono stati<br />

compiuti gli sforzi maggiori in questi ultimi anni. Sono stati attivati<br />

diversi canali e sperimentati diverse modalità di utilizzo.<br />

Lo strumento principale, a questo proposito, è costituito dalla<br />

realizzazione di montaggi a carattere tematico successivamente proposti<br />

in particolari iniziative all’interno del comprensorio, ad iniziare<br />

dal paese che ha accolto il progetto di ricerca e documentazione.<br />

Questo evento si configura come un’occasione di confronto e di visibilità<br />

e contemporaneamente rappresenta un momento di stimolo<br />

da cui ripartire per nuovi progetti e nuove ipotesi di lavoro.<br />

Altro aspetto significativo è costituito dalla promozione di attività<br />

didattiche, intorno ai contenuti dell’archivio, con realizzazione<br />

di prodotti multimediali (ipertesti, video…). Le scuole in particolare<br />

hanno rappresentato e rappresentano spesso non solo i fruitori<br />

dell’archivio, ma anche gli stessi soggetti proponenti.<br />

Altra modalità di fruizione dell’archivio si sostanzia nella sua<br />

valenza di “serbatoio attivo” da cui attingere preziose informazioni,<br />

anche nei processi di valorizzazione e promozione <strong>delle</strong> tipicità del<br />

territorio. I documenti filmati relativi a particolari processi lavorativi<br />

(legno, pietra, lana…) o a significative filiere alimentari (castagna,<br />

carne…), rappresentano, infatti, uno strumento utile anche all’interno<br />

di progetti di divulgazione e promozione turistica.<br />

Nell’ambito <strong>delle</strong> diverse attività del CRED sono nate, inoltre,<br />

anche occasioni di rapporti sinergici con altri progetti, attraverso i<br />

quali arrivare ad un utilizzo e ad una valorizzazione strutturata<br />

dell’archivio. Ci riferiamo in particolare all’iniziativa “<strong>La</strong> scuola dei<br />

nonni” e soprattutto al progetto “Ecomuseo del Casentino”.<br />

“<strong>La</strong> scuola dei nonni” ha rappresentato, per la frazione di<br />

Cetica, nel comune di Castel San Niccolò, un significativo momento<br />

di confronto e scambio con l’esterno da cui procedere per altri<br />

tipi di iniziative di “animazione locale”. In questo piccolo paese di


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Documentare la “<strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong>”, <strong>delle</strong> professionalità, è fondamentale<br />

per la salvaguardia degli antichi mestieri, e per offrire occasioni di lavoro alle<br />

nuove generazioni F.T.<br />

montagna sono state organizzate uscite e percorsi tematici rivolti a<br />

bambini ed insegnanti sui temi della <strong>memoria</strong>, degli antichi mestieri<br />

e della cultura materiale in generale, guidati direttamente dalle<br />

persone anziane del paese. Non un percorso museale quindi, ma la<br />

riscoperta e la messa in rete (attraverso anche la creazione di una<br />

carta-poster) di una serie di sapienze e micro-economie significative<br />

ancora praticate: il mulino ancora produttivo, l’allevamento e la<br />

lavorazione del latte secondo modalità tradizionali, la presenza di<br />

carbonai, la permanenza di particolari cultivar da riscoprire e valorizzare<br />

(la patata rossa di Cetica).<br />

È tuttavia con il progetto Ecomuseo del Casentino che l’attività<br />

di documentazione, ricerca e riproposizione ha trovato l’occasione<br />

per un rapporto strutturato ed articolato sul territorio. È stata<br />

avviata, infatti, la costruzione di una rete di “banche della <strong>memoria</strong><br />

locali”, una serie di punti destinati in primo luogo alle popolazioni<br />

residenti ma anche ai visitatori esterni nei quali poter fruire di<br />

materiali audiovisivi raccolti in quel particolare territorio. Tali<br />

207


208<br />

ARSIA<br />

punti di visione, complementari agli stessi allestimenti ed ai percorsi<br />

tematici dell’Ecomuseo, vengono aggiornati progressivamente<br />

con il procedere <strong>delle</strong> ricerche.<br />

Il primo esempio è stato realizzato nell’ambito del “Museo del<br />

Carbonaio” di Cetica, nel comune di Castel San Niccolò con la<br />

“Banca della <strong>memoria</strong> di Porto Franco Giuseppe Baldini” incentrata<br />

sulla dimensione del dialogo inter-generazionale come condizione<br />

imprescindibile per il recupero della <strong>memoria</strong> e la progettazione<br />

del futuro. Inevitabilmente, infatti, in presenza di comunità ancora<br />

numerose e caratterizzate da un forte senso di identità, come in<br />

questo caso, i temi degli incontri si sono spostati anche sul presente,<br />

trasformandosi in riflessioni sulle condizioni dei piccoli paesi<br />

montani e sulla definizione di ipotesi di valorizzazione e rilancio<br />

<strong>delle</strong> risorse endogene.<br />

Il recupero di antiche sapienze e manualità in via di cessazione<br />

e scomparsa nell’ambito di particolari comunità, in quanto iniziative<br />

condivise e stimolate dagli stessi abitanti (recupero della <strong>memoria</strong><br />

storica) rappresentano, infatti, una dimensione strategica da cui<br />

partire per progetti di sviluppo locale e di rafforzamento e rinnovamento<br />

dell’identità e del senso di appartenenza (identità come<br />

valore dinamico), finalità fondanti del progetto Ecomuseo del<br />

Casentino.


3.7 L’agriturismo e la scoperta<br />

del territorio<br />

Carlo Hausmann<br />

Segretario generale ANAGRITUR<br />

Consorzio tra le Organizzazioni nazionali dell’agriturismo<br />

Agriturist-Terranostra-Turismo verde<br />

Oggi il nostro agriturismo, fenomeno tutto italiano (il temine<br />

ormai non si traduce più in lingua straniera perché anche i turisti<br />

esteri sanno perfettamente di cosa si tratta) è divenuto un fenomeno<br />

di costume e, come tutti i settori in crescita, può correre il rischio<br />

di perdere originalità, autenticità e personalità.<br />

Lo stop imposto alla crescita del mercato turistico italiano dagli<br />

eventi dell’11 settembre ha interessato marginalmente anche il settore<br />

agrituristico; i danni non sono stati elevati ma hanno stimolato<br />

tra gli operatori l’avvio di un dibattito sul proprio futuro. È quindi<br />

iniziata una riflessione più ampia che non poteva che partire dall’analisi<br />

della storia del settore e dalle sue radici agricole e territoriali.<br />

Dopo un iniziale percorso che ha visto molte aziende agricole<br />

svolgere un’attività di tipo occasionale, il settore ha affrontato, nel<br />

corso degli anni ottanta una grande rivoluzione professionale che<br />

ha portato gli operatori agrituristici a riorganizzare tutta la gamma<br />

<strong>delle</strong> loro attività verso il consumatore finale. Questa trasformazione<br />

ha stimolato la crescita del numero <strong>delle</strong> imprese che ha superato<br />

in corrispondenza dell’anno 2000 le diecimila unità.<br />

Il settore ha quindi continuato a specializzare la propria attività<br />

diversificandosi in molte direzioni diverse: oggi l’agriturismo non<br />

identifica più una sola tipologia di servizio ma racchiude in sé un<br />

grande mosaico di proposte, che includono sempre più spesso,<br />

come vedremo in seguito, anche gli antichi mestieri del territorio.<br />

Dal punto di vista del mercato, cioè <strong>delle</strong> scelte compiute dai<br />

consumatori, si possono dedurre almeno sei grandi elementi:<br />

• chi conosce l’agriturismo ci ritorna volentieri: quindi si consolida<br />

il target esperto, fortemente fidelizzato, con un ottimo livello<br />

di conoscenza, ed un’alta percentuale di ritorno presso la<br />

azienda ospitante, i luoghi, o più in generale verso la tipologia<br />

di offerta agrituristica;


210<br />

ARSIA<br />

• cresce la presenza di turisti italiani, e questo fenomeno fa seguito<br />

all’aumento <strong>delle</strong> presenze di stranieri registrato negli ultimi<br />

cinque anni;<br />

• chi non conosce ancora il settore ne è incuriosito: c’è quindi un<br />

maggiore stile esplorativo dei clienti;<br />

• tutti gli ospiti sono fortemente attratti dai temi legati al mondo<br />

della gastronomia e dei prodotti di alta qualità;<br />

• aumenta la sensibilità ambientale nel consumo di servizi turistici,<br />

con ripercussioni sia a livello <strong>delle</strong> strutture ospitanti, che<br />

dello stile di ospitalità;<br />

• per contro, a fronte di questo sviluppo, nascono sempre più di<br />

frequente nuove forme più o meno qualificate di ospitalità rurale,<br />

direttamente concorrenti con l’agriturismo.<br />

Dentro le aziende agricole, accanto all’agriturismo vengono<br />

sempre più potenziate le altre attività dirette al consumatore finale,<br />

in particolare la vendita dei prodotti alimentari.<br />

Questa opportunità, così come la nuova possibilità di vendere<br />

servizi anche al di fuori dell’azienda (entrambe concesse dalla<br />

nuova legge di orientamento agricolo), è di grande importanza per<br />

l’economia <strong>delle</strong> imprese, ma ha bisogno di chiarimenti procedurali<br />

tutti da definire.<br />

Anche l’integrazione dell’offerta di prodotti e servizi tra imprese<br />

agricole ed agrituristiche implica un percorso tecnico, organizzativo<br />

ed economico, tutto da costruire.<br />

Fino ad oggi, infatti, il settore si è sviluppato sulla base di eccezionali<br />

profili individuali, mentre la costruzione di una offerta collettiva,<br />

a livello territoriale, non si è tradotta in modelli organizzativi<br />

efficienti. <strong>La</strong> qualità individuale del servizio non basta più ad<br />

assicurare il successo <strong>delle</strong> imprese che hanno quindi bisogno di<br />

fare squadra tra di loro e con il territorio. Questa qualità “di area”<br />

appare come il vero punto di forza di un settore in crescita, ma che<br />

mostra ancora notevolissimi margini di incremento.<br />

L’agriturismo e gli antichi mestieri<br />

Sono sempre di più i segnali provenienti dal mercato del turismo<br />

rurale italiano ed europeo che parlano di una progressiva<br />

insofferenza dei nostri consumatori verso la “realtà virtuale” proposta<br />

dal grande mercato che inonda televisioni, edicole e librerie<br />

con trasmissioni e prodotti multimediali che simulano un’esperienza<br />

turistica.


Il paesaggio della<br />

campagna, le produzioni<br />

di alta qualità, la gastronomia<br />

tradizionale sono<br />

motivi di richiamo per<br />

l’ospitalità agrituristica<br />

toscana<br />

C.M.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

Il successo dell’agriturismo italiano è infatti legato alla possibilità<br />

di fare esperienze vere, autentiche, basate sulla effettiva possibilità<br />

di incontrare, parlare, conoscersi.<br />

Il grande tesoro del saper fare artigiano, la professione del “fatto<br />

con le <strong>mani</strong>” costituisce oggi una forte componente <strong>delle</strong> proposte<br />

di turismo territoriale; il suo contenuto e la sua proposta al pubblico<br />

si è però molto trasformata in questi ultimi anni.<br />

Dalla mera presentazione di un prodotto o di una tecnica si è<br />

gradualmente passati ad offrire proposte turistiche, e soprattutto<br />

culturali, più complete ed efficaci.<br />

Nel caso dell’agriturismo questo è molto evidente: gli operatori<br />

avevano cominciato ad arredare i propri locali con un po’ di attrezzi<br />

tradizionali al solo scopo di creare una atmosfera di tradizione<br />

vissuta. Poi alcuni hanno cominciato a ricreare all’interno dell’azienda<br />

piccole strutture di tipo museale, che sono diventate sempre<br />

più interattive e coinvolgenti. Oggi sono alcune centinaia le aziende<br />

agrituristiche che offrono corsi, periodi di training per chi vuole<br />

reintrodursi nel mondo degli antichi mestieri, attività per la conoscenza<br />

<strong>delle</strong> materie prime e sull’utilizzazione del prodotto.<br />

211


212<br />

ARSIA<br />

Buona parte di queste proposte riguardano tipologie più o<br />

meno connesse al mondo della gastronomia, come ad esempio la<br />

norcineria, la costruzione o l’impiego di attrezzi tradizionali, il confezionamento,<br />

le stagionature.<br />

Non manca però un interesse più generale per tutti gli altri<br />

mestieri della fattoria dalla mascalcia, all’impagliatura, alla lavorazione<br />

del cuoio, dei tessuti o del legno.<br />

Queste proposte non nascono per caso, ma con la volontà di<br />

rispondere a questa grande voglia di imparare degli ospiti. Questo<br />

apprendimento diventa infatti un bagaglio importante da riportare<br />

a casa, ed è per questo che molte aziende fanno di questi mestieri la<br />

propria chiave di immagine e di comunicazione.<br />

Accanto a queste proposte si colloca il grande fenomeno <strong>delle</strong><br />

“fattorie didattiche” (ormai diverse centinaia in tutta Italia, con centinaia<br />

di migliaia di presenze di ragazzi della scuola dell’obbligo)<br />

che offrono una grande opportunità di educazione <strong>delle</strong> giovani<br />

generazioni agli antichi mestieri, e non solo a quelli più strettamente<br />

agricoli.<br />

Non bisogna quindi sottovalutare l’importanza di questo movimento<br />

turistico, e soprattutto occorre evitare alcuni pericoli concreti:<br />

• la perdita <strong>delle</strong> “fonti” di informazione e di tecniche, che sono<br />

generalmente costituite da persone anziane;<br />

• la riproposizione di attività artigianali in modo superficiale o<br />

artefatto, come se costituissero solo un modo in più di divertirsi;<br />

• l’offerta di proposte attrattive, ma totalmente al di fuori del contesto<br />

territoriale;<br />

• a volte il costo eccessivo di alcune proposte, quasi si trattasse di<br />

esclusive “scuole d’arte”.<br />

Ecco quindi che il fattore di qualità principale, da non perdere<br />

d’occhio, è ancora una volta l’autenticità, la proposta di esperienze<br />

vere. Questo significa innanzitutto basare l’offerta su una conoscenza<br />

diretta, su ricerche storiche adeguatamente approfondite,<br />

ma soprattutto sul fattore umano: insegnare il mestiere è essenzialmente<br />

un fatto legato all’incontro con chi lo sa fare, ed è questo che<br />

occorre sviluppare.


3.8 Il lavoro artigiano: un valore<br />

attuale e diffuso<br />

Giorgio Guerrini<br />

Federimpresa, Arezzo<br />

Nel contesto toscano l’artigianato aretino rappresenta un settore<br />

espressione di una cultura artigiana che ha fatto scuola nel<br />

mondo introducendo stili, tendenze e tecniche di lavorazione che<br />

hanno fortemente caratterizzato il “made in Italy”.<br />

In provincia di Arezzo il lavoro tradizionale, l’arte come mestiere,<br />

occupa uno spazio particolare nella realtà produttiva del territorio<br />

ed esprime le proprie peculiarità in attività artistiche fortemente<br />

differenziate.<br />

I mestieri antichi ancora attivi sono numerosi e riflettono la<br />

peculiarità di un lavoro che unisce al recupero della tradizione la<br />

ricerca personalizzata dell’innovazione, in una ricca varietà di stili<br />

e soluzioni creative.<br />

Emerge pertanto la necessità di salvaguardare ed aiutare la crescita<br />

e lo sviluppo del settore, unita alla consapevolezza che la produzione<br />

artigiana artistica e tradizionale può valorizzare la propria<br />

specificità solo se collegata ad un percorso innovativo di sviluppo<br />

che ne tuteli l’elevata valenza artistica, storica e culturale.<br />

In vista di questo obiettivo, la Camera di Commercio di Arezzo<br />

e Federimpresa hanno avvertito l’esigenza di procedere ad una<br />

mappatura e ad un’analisi accurata del settore che evidenziasse la<br />

presenza di un selezionato artigianato di qualità. L’intento principale<br />

della ricerca effettuata nel 2001 è stato proprio quello di distinguere,<br />

in seno ai vari settori artigianali, quelle attività ad elevato<br />

tasso tradizionale e/o artistico, in modo da separare nettamente le<br />

imprese artigiane con produzioni di alta qualità da quelle con caratteristiche<br />

totalmente diverse e più vicine alla piccola e media impresa.<br />

Il criterio seguito, pur nel suo empirismo, era teso ad evidenziare<br />

e ricollocare prima di tutto le piccole botteghe artigiane,<br />

che utilizzano ancora processi di produzione manuale, cercando di<br />

catalogare e raccogliere ciò che resta dei mestieri antichi.<br />

Il percorso tracciato e seguito dal progetto ART-ART ha permes-


214<br />

ARSIA<br />

Anche la formazione<br />

professionale deve<br />

saper valorizzare<br />

le specificità artigiane<br />

e gli aspetti qualitativi<br />

legati alla tradizione<br />

del mestiere<br />

A.C.<br />

so di individuare altri fattori non immediatamente percepibili, ma<br />

che si comprendono solo attraverso un confronto diretto. Esiste<br />

sicuramente per gli artigiani aretini dell’artistico/tradizionale la<br />

necessità, oltre che il desiderio, di far sì che tutto ciò che il proprio<br />

mestiere rappresenta ed ha rappresentato non venga dimenticato.<br />

Di fronte a ciò ci si rende immediatamente conto della necessità di<br />

rivolgersi a mercati diversi, sfruttare le potenzialità dell’artigianato<br />

di qualità, facendo sì che la globalizzazione non sia un ostacolo ma<br />

un’opportunità.<br />

Si sente oggi di nuovo il bisogno di tornare alle radici, di riscoprire<br />

un passato che rischia di scomparire per sempre, promuovendo<br />

azioni di informazione e sensibilizzazione dirette a cambiare<br />

l’assetto culturale apportato dalla trasformazione sociale degli ultimi<br />

decenni.<br />

Vari interventi in questo senso sono stati inseriti nella L.R. 58/99,<br />

all’art. 9 inerente le botteghe scuola 1 e all’art. 10 circa la figura di maestro<br />

artigiano 2 . A tutt’oggi, però, l’attuazione <strong>delle</strong> azioni formative<br />

attraverso queste misure trova molti ostacoli a causa <strong>delle</strong> esigenze


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

operative <strong>delle</strong> “botteghe” che non si conciliano con le normative<br />

vigenti in materia di formazione e di lavoro. A tutto ciò si aggiunge<br />

un’informazione inadeguata verso i giovani artigiani che non sono<br />

predisposti ad un periodo di apprendistato troppo lungo, dimenticando<br />

spesso l’importanza dell’esperienza nel settore.<br />

Nel tempo molte aziende hanno cercato di contenere i costi utilizzando<br />

spesso materiali succedanei e puntando sulla quantità,<br />

anziché sulla qualità. Se da un lato tale produzione a basso costo<br />

continuerà a svolgere una funzione economicamente importante,<br />

dall’altro ciò dovrà avvenire parallelamente ad una maggiore<br />

diversificazione e valorizzazione <strong>delle</strong> produzioni di qualità. In<br />

questo ambito, il mercato richiama l’attenzione sulla necessità di<br />

formare artigiani altamente specializzati nella creazione di prodotti<br />

innovativi, che al contempo conservino gli aspetti qualitativi<br />

legati alla tradizione, nella convinzione che solo riuscendo a far<br />

cogliere al consumatore la specificità artigiana il prodotto potrà far<br />

valere il suo maggior valore aggiunto e porsi come valida alternativa<br />

all’articolo industriale. Questa esigenza non solo risponde ad<br />

una domanda dei mercati internazionali in grado di apprezzarne le<br />

peculiarità e disposta a pagare per ottenerle, ma anche all’opportunità<br />

di offrire un terreno qualificato e più vasto per i giovani e il loro<br />

inserimento nel mondo del lavoro.<br />

<strong>La</strong> ricerca di Federimpresa ha evidenziato che il lavoro artigiano<br />

è ancora attuale e diffuso in provincia di Arezzo, basti pensare<br />

all’affermarsi di un mercato esigente, capace di ricercare l’innovazione<br />

sotto forma di originalità, qualità, tipicità, gusto, contrapponendosi<br />

all’offerta indifferenziata dei grandi centri commerciali.<br />

Cresce sempre di più la richiesta di beni personalizzati dalla<br />

creatività manuale, arricchiti da una completa informazione sul tessuto<br />

storico ed artistico <strong>delle</strong> comunità locali, fattore questo determinante<br />

per una efficace promozione dei prodotti di qualità caratterizzati<br />

da una forte appartenenza al territorio ed alle sue tradizioni<br />

artistiche e culturali.<br />

In particolar modo in Toscana il legame con l’identità culturale<br />

locale riveste un ruolo fondamentale. Dalla ricerca di Federimpresa<br />

è emersa l’importanza e l’utilità dell’immagine del territorio aretino<br />

e conseguentemente toscano: questo fattore è avvertito dagli<br />

artigiani come un punto di forza in grado di attirare la clientela<br />

nazionale ed internazionale.<br />

Obiettivo di Federimpresa è sfruttare e valorizzare questo patri-<br />

215


216<br />

monio di creatività, conoscenze ed abilità artigianali puntando su<br />

strumenti e canali di formazione continua, capaci di tramandare<br />

esperienze e professionalità e di contrastare la tendenza a scomparire<br />

di alcuni mestieri artistici.<br />

È nostra convinzione che solo recuperando il valore ed il significato<br />

di queste attività, garantendo reali possibilità di tutela e di<br />

sviluppo alle imprese, promuovendo i prodotti di qualità <strong>delle</strong><br />

aziende, sia possibile favorire la crescita e lo sviluppo produttivo di<br />

una tradizione artigiana fortemente radicata in Toscana.<br />

Note<br />

ARSIA<br />

1 L.R. 58/99 art. 9: “1. Sono denominate botteghe-scuola le imprese del settore<br />

dell’artigianato artistico e tradizionale dirette da un Maestro artigiano. 2. Le botteghe-scuola<br />

sono riconosciute dai Consorzi di tutela di cui all’art. 3, o in loro<br />

assenza dalla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura e svolgono<br />

attività formative nell’ambito dello specifico settore dell’artigianato artistico<br />

e tradizionale di cui sono espressione”.<br />

2 L.R. 58/99 art. 10: “1. L’attestato di Maestro artigiano è attribuito dalla<br />

Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura al titolare di impresa<br />

artigiana del settore dell’artigianato artistico o tradizionale, ovvero al socio di<br />

questa purché partecipi personalmente all’attività. 2. I requisiti per il conseguimento<br />

della qualifica di Maestro artigiano sono i seguenti: a) anzianità professionale<br />

di almeno cinque anni maturata in qualità di titolare o di socio dell’impresa<br />

artigiana; b) adeguato grado di capacità professionale, desumibile dal conseguimento<br />

di premi, titoli di studio, diplomi o attestati di qualifica, ivi compresi quelli<br />

conseguiti a seguito di partecipazione a corsi regionali di formazione, dall’esecuzione<br />

di saggi di lavoro o, anche da specifica e notoria perizia e competenza o<br />

dallo svolgimento di attività formative, nonché da ogni altro elemento che possa<br />

comprovare la specifica competenza, perizia ed attitudine all’insegnamento professionale;<br />

c) elevata attitudine all’insegnamento del mestiere, desumibile dall’aver<br />

avuto alle dipendenze apprendisti artigiani portati alla qualificazione di fine<br />

apprendistato. 3. Le Camere di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura,<br />

nell’ambito dei propri programmi promozionali, definiscono specifiche iniziative<br />

atte a valorizzare l’attività dei <strong>Mestieri</strong> Artigiani”.


3.9 Storia di un’amicizia e di ceste<br />

di castagno<br />

Dietrich Henckel<br />

Mi è successo alcune volte, portando una cesta di castagno per<br />

strada, per fare la spesa in una città toscana, che <strong>delle</strong> persone mi<br />

hanno domandato l’origine della cesta, il prezzo e mi hanno parlato<br />

di quanto erano diffuse una volta – e sono rimaste entusiaste<br />

della bellezza della cesta.<br />

Io ho visto la prima cesta di castagno più di venti anni fa da<br />

un’amica, in Ger<strong>mani</strong>a. Sono stato affascinato immediatamente.<br />

Due anni dopo, il cestaio ed io ci siamo incontrati, nella sua bottega<br />

sulle montagne tra il Valdarno e il Chianti. L’incontro è diventato<br />

l’inizio di un’amicizia di molti anni.<br />

<strong>La</strong> bottega era nella casa dove Antonio Nepi era nato, nel 1918,<br />

e dove avrebbe abitato fino agli anni ottanta, quando si è trasferito<br />

con la famiglia nel paese a valle, per motivi personali. In questa bottega<br />

aveva imparato il mestiere del fare le ceste di castagno dal<br />

padre, quando aveva 15 anni e non ha mai smesso di farle, fino<br />

all’età di 80 anni. Antonio, il padre e il fratello facevano ceste da<br />

prima della guerra e dopo la morte del padre e del fratello, Antonio<br />

è rimasto solo nella bottega e nel mestiere. Nessuno – né i figli né<br />

altre persone – hanno voluto proseguire.<br />

<strong>La</strong> bottega aveva un fascino – anche romantico – non solo per il<br />

turista come me, ma anche per i vicini. Era una grande stanza piena<br />

di stecche per fare le ceste, di ceste già fatte, di legno e un banco a<br />

stecche, una sedia piccola e una tavola piccola come posto di lavoro.<br />

Veniva ogni tanto della gente, anche soltanto per guardare Nepi<br />

lavorare. Anch’io ci sono stato spesso, seduto accanto a lui per<br />

guardare e poi per parlare quando aveva finito.<br />

Nepi era una persona molto in gamba, e non solo come cestaio.<br />

Lui sapeva (e diceva) che era l’ultimo artigiano, l’ultimo maestro<br />

del mestiere. Era però anche un maestro in un altro senso. Il fascino<br />

della sua persona – per me e tante altre persone, i vicini o i turisti<br />

– proveniva non soltanto della perfezione del suo lavoro, ma<br />

dalla sua autenticità.


218<br />

ARSIA<br />

In quei giorni dell’estate dell’anno ’80, quando ho visitato Nepi<br />

per la prima volta, cominciava un’amicizia tra persone molto diverse.<br />

Lui avrebbe potuto essere mio padre, era dunque un’amicizia tra<br />

le generazioni, ma anche tra l’intellettuale della città e l’artigiano<br />

contadino, tra l’ultimo rappresentante d’un mestiere in via d’estinzione<br />

e il turista romantico e forse nostalgico. Ci siamo visti tra il<br />

1980 e il 1997 almeno una volta l’anno. Nel 1997 ci siamo incontrati<br />

l’ultima volta con la mia famiglia; mia figlia faceva allora i primi<br />

passi da sola sulla sua terrazza: in quell’anno lavorava ancora qualche<br />

cesta e in una di queste portava in giro la bambina. Nepi è poi<br />

morto nel 1999 dopo una malattia breve e grave.<br />

Nepi è stato un insegnante per me. Non solo mi ha fatto vedere<br />

e capire il fascino del mestiere, il ciclo del lavoro per arrivare ad un<br />

cesto – cominciando a scegliere e tagliare gli alberi in inverno, spaccare<br />

i pali, preparare le stecche, fare le ceste stesse, venderle e addirittura<br />

riparare quelle molto usate. Mi ha fatto vedere e capire<br />

anche le contraddizioni tra l’artigianato e la produzione di massa,<br />

tra il prodotto di qualità e il prodotto usa e getta, tra una vita integrata<br />

di lavoro e tempo libero e una vita disintegrata tra il lavoro e<br />

il resto, tra privazione e comodità, tra modestia e orgoglio, tra ricerca<br />

e maestria, tra il declino <strong>delle</strong> zone contadine e il recupero turistico<br />

(italiano o straniero), tra l’autenticità e la sudditanza al mercato.<br />

Queste contraddizioni sono diventate un elemento centrale<br />

per me, per capire la situazione della ruralità toscana e le ambivalenze<br />

della sua modernità.<br />

Per un certo periodo, con alcuni amici avevamo l’idea di comprare<br />

una casa nel piccolo paese di Nepi. Lui ci ha fatto vedere la<br />

casa alcune volte – proprietà di un latifondista romano. A Nepi<br />

sarebbe piaciuto, se l’avessimo comprata, anche per motivi di compagnia<br />

in quel paese ormai quasi abbandonato. Durante gli anni<br />

sessanta e settanta la sua famiglia era rimasta l’ultima ad abitare lì;<br />

ora quasi ogni casa è recuperata e modernizzata, e ci sono anche<br />

costruzioni nuove. Il paese adesso ha ben 30 abitanti – d’origine italiana<br />

o straniera, ed è vivo di nuovo, però è un’altra vita rispetto ai<br />

tempi di quando i Nepi erano al massimo della loro produzione.<br />

Le ceste di legno di castagno sembrano ancora abbastanza diffuse;<br />

e si vedono ancora abbastanza spesso. In effetti, però l’artigianato<br />

è quasi scomparso – mentre nessuno si rendeva conto di questo<br />

lento processo di estinzione.<br />

Nepi costruiva vari tipi di ceste. <strong>La</strong> maggior parte della sua produzione<br />

consisteva nel cesto classico, la cistella col <strong>mani</strong>co. Si usava


Fare una cesta di castagno<br />

è un lavoro duro<br />

e faticoso, e l’artigiano<br />

è responsabile dell’intero<br />

ciclo di produzione<br />

D.H.<br />

LA MEMORIA DELLE MANI<br />

la cistella in agricoltura, in orticoltura, per la raccolta dei funghi. I<br />

tipi più grandi e meno raffinati si usavano nei campi e per il pane<br />

cotto al forno. A poco a poco, però, i clienti sono cambiati: sempre<br />

di più sono stati stranieri o gente della città a comprare le ceste,<br />

usandole come portalegna al caminetto, come porta riviste. Le ceste<br />

hanno perso cioè la loro funzione d’uso originaria legata al lavoro<br />

ed alla campagna e sono state sostituite da ceste di plastica o contenitori<br />

d’altri materiali, molto meno costosi in un calcolo di breve<br />

periodo, meno pesanti – però anche molto meno belli e durevoli.<br />

Fare le ceste di castagno è un mestiere molto duro e faticoso: l’artigiano<br />

è responsabile dell’intero ciclo della produzione. Soprattutto<br />

la preparazione del materiale (<strong>delle</strong> stecche) è dura e richiede molto<br />

tempo: per prima cosa bisogna andare nel bosco e tagliare i pali giusti,<br />

da 5 a 12 anni; le cime vengono scartate mentre le più vecchie,<br />

dette matteri, vengono portate a casa, messe in purgo nell’acqua per<br />

mesi e mesi, poi in forno; quindi, appena tolte, tagliate a strisce sottili<br />

e ad un tempo resistenti. Le strisce sono destinate a diventare<br />

cistelle attraverso un lavoro di più fasi: prima s’ intreccia la base e i<br />

219


220<br />

ARSIA<br />

lati della cistella, poi si monta il <strong>mani</strong>co, si secca la cistella, si sistemano<br />

i buchi e i bordi e alla fine si pulisce. L’unico materiale che<br />

viene usato è il legno (o la corteccia) di castagno.<br />

Il guadagno per i cestai è stato sempre abbastanza modesto: ci<br />

vuole un giorno per costruire una cistella, e i prezzi sono relativamente<br />

bassi. Nessuno vuole dunque imparare più il mestiere.<br />

Invece, la passione di Nepi per il suo lavoro era così forte che non<br />

poteva smettere, ed era sempre triste, perché nessuno dei suoi figli<br />

voleva proseguire.<br />

Sono convinto che le ceste di castagno hanno finito il loro ciclo<br />

storico, non hanno più funzione e nemmeno mercato in un mondo<br />

industrializzato, oppure possono avere solo un mercato troppo piccolo.<br />

Questa produzione non tornerà. Ci sono invece alcuni mestieri<br />

che tornano su un livello più raffinato – per esempio la ceramica<br />

o anche le ceste di vimini. Questi però sono mestieri per cui la materia<br />

prima è semplice da produrre o disponibile sul mercato. Fare le<br />

ceste di castagno rimarrà una cultura perduta.<br />

Il trasloco di Nepi dalla frazione di montagna alla cittadina giù<br />

a valle è come un simbolo del declino del suo mestiere: l’ultimo<br />

artigiano che abbandona la sua bottega tradizionale. Ed è anche un<br />

simbolo del declino della maestria di Nepi stesso. In montagna il<br />

lavoro era stato integrato “organicamente” nella vita; nel nuovo<br />

paese invece si svolgeva nel garage, nei fondi della nuova casa e lì<br />

la qualità della sua produzione – nonostante ancora d’alto livello –<br />

era più bassa di una volta; la causa non era tanto la sua età, quanto<br />

il modo di produzione poco integrato, con meno possibilità di scegliere<br />

il materiale, senza bottega propria. Il ritmo del lavoro non era<br />

più fluido, semplice e spontaneo.<br />

Durante una <strong>delle</strong> ultime visite siamo andati insieme a casa sua<br />

in montagna. Mi ha fatto vedere la casa di nuovo e ha preso la chiave<br />

per aprire la bottega – diventata oramai un ripostiglio. Aveva le<br />

lacrime agli occhi. È stato un gran regalo all’amico tedesco e all’appassionato<br />

del suo mestiere e della sua maestria.<br />

Quando visitavo Nepi dopo che aveva finito il lavoro, m’invitava<br />

a bere un bicchiere di vino o un “goccetto di vin santo”. Parlavamo<br />

della situazione mondiale, del mestiere, della Toscana, della<br />

famiglia. Ora ho tante immagini in mente, ricordi belli di lui, della<br />

sua bottega, della sua concentrazione, della sua modestia e del suo<br />

orgoglio, dei suoi occhi tristi. Sento una gratitudine grande – ho la<br />

sua foto in casa, e tante ceste fatte da lui.


LA MEMORIA DELLE MANI<br />

221<br />

D.H.


Bibliografia di riferimento<br />

ARCHIVIO ALINARI, Gli antichi mestieri, Alinari 1992.<br />

ARSIA, IRPET, REGIONE TOSCANA, 4° Rapporto sull’economia agricola della Toscana, Il<br />

sole 24 ore, Agrisole 2002.<br />

BECATTINI G., Riflessioni sullo sviluppo socioeconomico della Toscana in questo dopoguerra,<br />

in Storia d’Italia-<strong>La</strong> Toscana, Einaudi 1986.<br />

BIANCO C., CAPPELLETTO F., Tradizioni popolari toscane, CET 1996.<br />

BISSOLI P., vari articoli in “LiberEtà”, rivista mensile del Sindacato Pensionati SPI-<br />

CGIL, supplemento Toscana, annate 1997-2000.<br />

CECCHINI C., GORRERI L., <strong>Antichi</strong> mestieri rurali nel territorio del parco, Felici 2000.<br />

CLEMENTE P. (a cura di), Tradizioni antiche e nuove in terra di Siena, APT Siena.<br />

Cultura contadina in Toscana, Bonechi 1982.<br />

ISTITUTO NAZIONALE DI SOCIOLOGIA RURALE-ARSIA, Indagine Arti e <strong>Mestieri</strong> in via di<br />

estinzione nell’artigianato rurale in Toscana, <strong>Arsia</strong> 1997.<br />

<strong>La</strong> struttura sociale e produttiva <strong>delle</strong> famiglie <strong>delle</strong> aziende agricole in Toscana, Pacini<br />

1987.<br />

SEGHI A., Alla macchia, Accademia Casentinese di Borgo alla Collina 1999.<br />

TOGNI R., FORNI G., PISANI F., Guida ai musei etnografici italiani, Olschki 1997.<br />

• All’indirizzo www.arsia.toscana.it/ è consultabile la voce:<br />

<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana<br />

• Presso la Comunità Montana del Casentino-Centro Risorse Educative e<br />

Didattiche, segnaliamo la consultabilità di:<br />

Archivio video-digitale sulla cultura materiale.


Finito di stampare<br />

nel giugno 2003<br />

a Firenze<br />

da EFFEEMME LITO srl<br />

per conto di<br />

ARSIA • Regione Toscana


<strong>La</strong> <strong>memoria</strong> <strong>delle</strong> <strong>mani</strong><br />

<strong>Antichi</strong> mestieri rurali in Toscana,<br />

dalla salvaguardia a nuove occasioni di lavoro<br />

Gli “antichi mestieri” della ruralità toscana: un patrimonio di<br />

esperienze, di professionalità e di cultura del territorio che oggi<br />

rischia la cessazione e la scomparsa.<br />

Partendo da un’indagine-animazione del sindacato SPI-CGIL,<br />

realizzata con l’appassionata partecipazione dei propri iscritti e<br />

la collaborazione dell’ARSIA, il volume presenta analisi, contributi<br />

e proposte a più voci su quest’insieme di attività lavorative,<br />

sollevando l’urgenza della loro salvaguardia e valorizzazione.<br />

Memoria e identità storica dei sistemi produttivi locali oggi<br />

possono divenire occasione di lavoro e d’impresa per le nuove<br />

generazioni, contribuendo allo sviluppo sostenibile <strong>delle</strong> aree<br />

rurali della Toscana.<br />

€ 12,00 (i.i.)

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