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“E’ prima massima nei provvedimenti reclamati dal bene generale il fare scelta dei migliori: sia pel minore dispendio che<br />

importino, come pel maggiore profitto che recano”.<br />

Esortazione dell’Im<strong>per</strong>ial Regia Delegazione della Provincia di Treviso al Commissario Distrettuale di <strong>Motta</strong>, 17 ottobre 1835.<br />

(Archivio storico comunale di <strong>Motta</strong> di Livenza, vol. II, b.11, fasc.6)


Bruno Stefanat<br />

L’OSPEDALE DI MOTTA DI LIVENZA<br />

DALL’ANTICO HOSPEDAL DI BORGO DEGLI ANGELI<br />

ALL’OSPEDALE RIABILITATIVO DI ALTA SPECIALIZZAZIONE<br />

Con una comunicazione di Luigi Zanin<br />

<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione - <strong>Motta</strong> di Livenza 2008


SOMMARIO<br />

Prefazioni pag. 5<br />

Introduzione pag. 9<br />

Le origini. Epidemie e lazzaretti pag. 13<br />

Antichi ospedali e metodi di cura nel Veneto Orientale pag. 18<br />

L’hospedal di Borgo degli Angeli. Primo esempio di s<strong>per</strong>imentazione pubblico-privata? pag. 22<br />

Dal secondo <strong>per</strong>iodo napoleonico al Regno sabaudo pag. 27<br />

L’invasione austroungarica pag. 31<br />

La morte di Italo Svevo pag. 38<br />

L’alluvione del 1966 pag. 43<br />

Nasce l’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione pag. 45<br />

Appendice pag. 53<br />

Bibliografia pag. 71


PREFAZIONI<br />

La tradizione di eccellenza ospedaliera del Veneto ha<br />

origini antiche, infatti, ospedali come quello di <strong>Motta</strong> di<br />

Livenza, risalente al XV secolo, hanno attraversato epoche<br />

anche oscure senza mai venir meno ai doveri di assistenza<br />

e di solidarietà nei confronti della popolazione. Nel caso di<br />

<strong>Motta</strong>, ma non solo, la religiosità popolare e la vicinanza di<br />

un celebre e amato santuario mariano, edificato nel primo<br />

‘500 con la su<strong>per</strong>visione del minorita veneziano Francesco<br />

Zorzi - una delle massime <strong>per</strong>sonalità culturali dell’epoca<br />

- hanno certamente contribuito a sollevare dalla malattia e<br />

dalla povertà generazioni di nostri concittadini.<br />

La Regione del Veneto si onora oggi di continuare quest’o<strong>per</strong>a<br />

meritoria, coniugando le moderne tecnologie medico-scientifiche<br />

con quel progetto di umanizzazione in medicina che è parte<br />

5<br />

integrante dell’attuale progetto di governo. Ben vengano,<br />

quindi, le iniziative culturali che mirano a valorizzare la<br />

storia della nostra sanità, rafforzando e rivitalizzando<br />

l’identità di un popolo forte, laborioso, buono e solidale.<br />

Intendo, infine, ricordare come l’odierno <strong>Ospedale</strong> Riabilitativo<br />

di Alta Specializzazione di <strong>Motta</strong> di Livenza sia un fiore<br />

all’occhiello della sanità veneta, esempio paradigmatico<br />

della funzionalità e delle potenzialità dello strumento della<br />

s<strong>per</strong>imentazione gestionale pubblico-privata, e come, quindi,<br />

abbia degnamente raccolto l’eredità degli antichi hospitali<br />

veneti.<br />

Giancarlo Galan<br />

Presidente della Regione del Veneto


La storia degli ospedali nel nostro territorio, trova le sue ori-<br />

gini nella umanità che scaturì in secoli lontani quando la<br />

cultura della carità propria della religione, influì sul mondo<br />

laico facendo della solidarietà un im<strong>per</strong>ativo sociale. Nel territorio<br />

dell’Azienda Ulss 9 l’<strong>Ospedale</strong> di <strong>Motta</strong>, insieme a<br />

quello di Treviso, ci ricordano l’origine medievale della nostra<br />

rete assistenziale e ci tramandano un’eredità ininterrotta nei<br />

secoli di impegno sanitario, in cui i traguardi clinici, i nomi<br />

di <strong>per</strong>sonaggi e le applicazioni scientifiche appaiono aspetti<br />

univoci di un grande quadro che è la storia dell’attenzione<br />

<strong>per</strong> la Persona.<br />

Una storia che non ci consente di ri<strong>per</strong>correre solo l’evoluzione<br />

dell’agire del medico nella quotidianità della cura, ma – in<br />

una infinità di rapporti intercorrenti – attraversa tutta la nostra<br />

società, il suo modo di organizzarsi, la sua aspirazione<br />

alla salvaguardia di un bene universale che è stata il motore<br />

di quello che oggi viene chiamato il modello sanitario trevigia-<br />

6<br />

no. Un modello in cui l’<strong>Ospedale</strong> di <strong>Motta</strong> di Livenza, nella<br />

condivisione di origini culturali comuni, si contraddistingue<br />

oggi <strong>per</strong> una propria tipicità in cui si fondono la connotazione<br />

del forte legame con il territorio e la realizzazione di un<br />

modello di s<strong>per</strong>imentazione gestionale della Regione Veneto,<br />

grazie al quale si è affermato come polo <strong>riabilitativo</strong> ad alta<br />

specializzazione.<br />

Tra i Mottensi, da sempre non è raro sentir indicare il nosocomio<br />

come “il nostro ospedale”. Si usa quel pronome che<br />

non vuole essere possessivo ma indicativo di una storia, di una<br />

appartenenza territoriale, di una condivisione sociale, di una<br />

partecipazione alle prospettive. Un’anticipazione ed un’efficace<br />

sintesi dello slogan scelto dall’Azienda Ulss 9 <strong>per</strong> le sue<br />

campagne comunicative: “La salute costruiamola insieme”.<br />

dr. Claudio Dario<br />

Direttore Generale Azienda Ulss 9


Mi sembra innanzitutto doveroso ringraziare la Direzione<br />

dell’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione <strong>per</strong><br />

una iniziativa che ha prodotto non soltanto una valida<br />

testimonianza sulle antiche istituzioni ospedaliere venete e<br />

sulla medicina del passato, ma un contributo importante <strong>per</strong> la<br />

stessa storia della Città di <strong>Motta</strong>, che si intreccia strettamente<br />

-e da molti secoli- con quella del suo ospedale. E’ davvero<br />

significativo che l’antico hospedal di Borgo degli Angeli nasca<br />

nel 1567 <strong>per</strong> una iniziativa della Comunità, che affida alla<br />

Confraternita di Santa Maria e San Nicolò l’incarico di<br />

costruirlo e poi gestirlo: una tradizione che continua oggi<br />

nell’attiva partecipazione del Comune alla formula societaria<br />

dell’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione, erede<br />

del vecchio <strong>Ospedale</strong> Civile Comunale. L’attuale nosocomio<br />

<strong>riabilitativo</strong>, oltre a essere uno tra i pochi esempi in Italia<br />

di ideale s<strong>per</strong>imentazione pubblico-privata, è un vanto e un<br />

punto di riferimento <strong>per</strong> la Città, <strong>per</strong> la Regione e <strong>per</strong> l’intera<br />

7<br />

sanità nazionale. Siamo <strong>per</strong>ciò fieri che questa struttura,<br />

proiettata a buon diritto in una dimensione tecnico-sanitaria<br />

avanzata e globale, continui degnamente l’antica tradizione<br />

di solidarietà e di assistenza ai poveri e agli infermi dei<br />

mottensi: un’assistenza che non è mai mancata, anche nei<br />

momenti tragici della nostra storia passata e recente, grazie a<br />

una nobile gara di generosità tra le più importanti famiglie di<br />

<strong>Motta</strong>. Voglio inoltre ricordare, ringraziandoli idealmente,<br />

i molti medici e chirurghi originari della nostra Città che<br />

hanno raggiunto vertici mondiali di professionalità e di fama<br />

scientifica, secondo una tradizione secolare davvero unica; così<br />

come sono certo che tutti i nostri concittadini sono grati e<br />

riconoscenti a quanti o<strong>per</strong>ano oggi nell’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo,<br />

garantendo servizi medici e clinici di eccellenza.<br />

Paolo S<strong>per</strong>anzon<br />

Sindaco di <strong>Motta</strong> di Livenza


Eccellenza delle cure e delle tecnologie, della professionalità<br />

medica e delle risorse umane; umanizzazione; presa in carico<br />

totale del malato, tanto nella fase di ricovero che in quelle pre<br />

e post-dimissione: sono gli obiettivi che mi prefissai nel 2003,<br />

quando accettai la difficile sfida di dar vita all’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo<br />

di Alta Specializzazione. Leggendo questo libro,<br />

ho trovato sorprendenti analogie tra questi principi e l’antica<br />

tradizione ospedaliera di <strong>Motta</strong> di Livenza: lascio al lettore<br />

il piacere e la sorpresa di rilevarle, ma non posso non<br />

sottolineare che qui, nel 1567, nasceva un hospedal <strong>per</strong> iniziativa<br />

del “pubblico” (la Comunità), che ne affidava la gestione<br />

economica e pratica a un “privato”, nella fattispecie la<br />

locale confraternita dei Battuti. In altri termini, è quello che<br />

succede oggi grazie all’agile strumento della s<strong>per</strong>imentazione<br />

pubblico-privata, che ci ha consentito, insieme alla fiducia accordataci<br />

dalla Regione Veneto, di raggiungere in pochi anni<br />

traguardi impensabili nel campo della riabilitazione. Voglio<br />

ricordare con gratitudine alcune delle moderne “confraterni-<br />

8<br />

te” che ci affiancano con serietà e dedizione: l’Associazione<br />

Amici del Cuore di Egidio Bianco, insostituibile nell’attività<br />

di informazione e prevenzione sul territorio e collettore della<br />

“beneficenza” dei mottensi, mai venuta meno, ieri a sostegno<br />

di poveri e infermi, oggi <strong>per</strong> l’acquisto di tecnologie clinicoospedaliere<br />

avanzate; e la onlus CentroPrua di Rodolfo Dalla<br />

Mora, che attraverso l’iniziativa “Sportello senza barriere”<br />

ci <strong>per</strong>mette di offrire assistenza <strong>per</strong> l’eliminazione delle<br />

barriere architettoniche non solo a pazienti ed ex-pazienti del<br />

nostro ospedale, ma a tutti i cittadini.<br />

Dedico questo libro ai dipendenti e collaboratori dell’<strong>Ospedale</strong>,<br />

passati e presenti: è soprattutto grazie a loro che quello che<br />

sembrava poco più di un sogno è diventato realtà.<br />

Alberto Prandin<br />

Direttore generale <strong>Ospedale</strong> Riabilitativo<br />

di Alta Specializzazione


INTRODUZIONE<br />

Immaginiamo uno stanzone affollato di letti e giacigli, con ammalati<br />

distesi e inerti, avvolti in fasciature approssimative, oppure seduti,<br />

la testa e le spalle appoggiate a cuscini di fortuna, o, ancora, in<br />

piedi lungo le pareti imbiancate a calce, sostenuti da rudimentali<br />

stampelle. Predominano i lamenti, le invocazioni e le preghiere<br />

ad alta voce, ma anche le grida di bambini che fanno irruzioni<br />

improvvise, inseguendosi e giocando tra i cumuli di stracci. Gli<br />

ammalati più fortunati sono assistiti dai familiari, povera gente<br />

dall’aspetto non molto più sano dei ricoverati; essi somministrano<br />

loro un poco di latte portato da casa o appoggiano pezzuole<br />

imbevute d’acqua sulla fronte dei febbricitanti. Gli altri devono<br />

aspettare che qualche fratello della congregazione religiosa, avvolto<br />

in una tunica bianca che ha sul petto le insegne rosse e blu con il<br />

flagello dei Battuti, si prenda finalmente cura di loro. I lamenti si<br />

moltiplicano e le braccia si alzano nell’invocazione quando appare<br />

un medico, anch’egli avvolto in una lunga tunica, ma nera, il volto<br />

celato dietro una maschera con un lunghissimo becco. Ciascuno<br />

invoca attenzione <strong>per</strong> sé, ma il medico, seguito dal cirologo o chirurgo<br />

e dagli assistenti che portano i libri e gli strumenti del mestiere, si<br />

dirige risoluto verso il priore dell’<strong>Ospedale</strong>, seduto a un tavolino<br />

all’estremità dello stanzone. Questi si inchina rispettosamente<br />

e indica un malato. Chirurgo e allievi predispongono intorno<br />

al letto di costui un paravento di stoffa bianca, dietro il quale<br />

prendono posto al seguito del magister. All’improvviso è silenzio,<br />

o quasi. I bambini che arrivano di corsa dagli ingressi della stanza<br />

vengono prontamente afferrati sulla soglia e respinti. Passa un<br />

tempo lunghissimo, finché dal paravento si leva un grido lacerante.<br />

Stavolta non si sente davvero volare una mosca, e anche i malati<br />

che rantolano vengono tacitati con una mano sulla bocca da chi<br />

li assiste. Finalmente il medico esce con sussiego, in un fruscio<br />

dell’ampia veste il cui colore scuro mimetizza le macchie di sangue.<br />

Rivolto al priore scuote il lungo becco orizzontalmente, oppure<br />

in senso verticale. Il priore si inchina di nuovo e, a seconda dei<br />

casi, ordina a qualcuno dei suoi di portare via il cadavere, oppure<br />

di soccorrere il sopravvissuto portandogli dell’acqua fresca e delle<br />

bende pulite. L’ala della morte è ora passata e lo stanzone riassume<br />

il consueto aspetto di dolorosa normalità. Vi sono anche degli<br />

9<br />

anziani, abbastanza sani all’apparenza, che vengono a prestare<br />

o<strong>per</strong>a caritatevole agli ammalati. Le loro mani tremano, ma fanno<br />

quel che possono, <strong>per</strong> lo più suggeriscono giaculatorie e parole<br />

di conforto, a volte riescono a far sorridere con qualche facezia<br />

dialettale. Sono vecchi indigenti, raccolti “allo stremo della miseria”<br />

e ospitati nel luogo di dolore insieme ai bambini che giocano tra<br />

gli ammalati, gli “innocenti Esposti” provenienti dalle ruote dei<br />

conventi o dalla pubblica strada. E’ il quadro complessivo di<br />

una umanità misera, ma “umana”, priva o quasi di s<strong>per</strong>anze, ma<br />

solidale, che condivide i frutti della carità e la fede religiosa, magari<br />

la su<strong>per</strong>stizione e, sempre, la rassegnazione.<br />

Si è cercato, con qualche licenza storico-letteraria, di descrivere<br />

un ospedale come doveva presentarsi dal medioevo sino al XIX<br />

secolo, quando le sco<strong>per</strong>te scientifiche, soprattutto quelle in materia<br />

di igiene, rivoluzionarono l’assetto dei nosocomi, che iniziarono<br />

così ad assumere l’aspetto odierno. La differenza fondamentale<br />

degli antichi “pii ospedali” con gli ospedali pubblici quali furono<br />

concepiti dalla fine dell’800 è nella tipologia dell’assistenza, affidata<br />

sin dagli inizi ai “volontari” delle Confraternite, e quindi connotata<br />

profondamente dalla pietà e dalla devozione religiosa, ed anzi, quasi<br />

confusa con esse. Un comune sentimento di solidarietà umana<br />

imponeva agli abitanti di un villaggio o di una città, ai membri di<br />

una corporazione o di una confraternita, di soccorrere il vicino nato<br />

o divenuto infirmus et debilis. Nella Summa theologica dell’arcivescovo<br />

Antonino da Firenze (1389-1459), trattato di teologia morale di<br />

notevole successo che dedica ampio spazio ai “bisogni” della<br />

popolazione più debole, si sancisce l’obbligo di soccorrere i poveri<br />

destinando loro l’eccedenza dei beni posseduti. Inoltre, si propone<br />

una specializzazione degli ospedali e si delineano le caratteristiche<br />

peculiari di chi deve dedicarsi agli ammalati: anzitutto la pazienza<br />

e la bontà, quindi l’accoglienza amorosa, caratterizzata, sì, dalla<br />

somministrazione del cibo e dei medicinali necessari, ma anche<br />

dall’attenzione ai bisogni spirituali. Con un principio laico ante<br />

litteram, Antonino afferma che la gestione di tali ospedali può<br />

essere affidata indifferentemente a religiosi o secolari, e che questi<br />

ultimi possono farlo senza che vi sia bisogno del <strong>per</strong>messo del<br />

vescovo.<br />

Si può essere tentati di dire che proprio il vacillare dei dogmi<br />

della fede, unitamente al progredire della scienza, ha trasformato


dall’illuminismo in avanti l’assistenza sanitaria in una professione<br />

sociale diffusa, con indubbi vantaggi <strong>per</strong> gli ammalati. Ciò<br />

nonostante, molti ricordano con gratitudine le suore ospedaliere,<br />

oggi pressoché scomparse dall’assistenza pubblica, che hanno<br />

rappresentato sino a pochi anni fa questa tradizionale sintesi<br />

tra professionalità sanitaria e fede religiosa. L’aspetto fideisticoreligioso<br />

e la s<strong>per</strong>anza nella guarigione affidata al soprannaturale<br />

non si possono sottovalutare neppure oggi, e costituiscono un<br />

aspetto psicologico di cui occorre tener conto.<br />

L’ospedale di <strong>Motta</strong> di Livenza, la cui attuale struttura edilizia<br />

prende avvio nel 1911, rappresenta un paradigma di questo<br />

binomio salute-religione, sorgendo accanto alla Basilica della<br />

Madonna dei Miracoli, costruita subito dopo l’apparizione della<br />

Vergine al contadino mottense Giovanni Cigana nel 1509 (FOTO<br />

N.1 e N.2). Il nosocomio territoriale è sempre stato, in qualche<br />

modo, strettamente connesso alla Basilica dei Frati Minori, e<br />

generazioni di cittadini di <strong>Motta</strong> e dei dintorni hanno affidato<br />

alla Madonna le proprie s<strong>per</strong>anze e le proprie paure di fronte agli<br />

eventi estremi della vita. All’interno del convento esisteva, come<br />

in tutti i monasteri, un’infermeria, destinata alla cura dei religiosi,<br />

ma anche dei poveri e dei viandanti 1 . Inoltre, <strong>per</strong> molti anni i<br />

10<br />

locali del convento, soppresso e confiscato nel secondo <strong>per</strong>iodo<br />

napoleonico e riacquistato nel 1832 da padre Vincenzo Volpi –un<br />

frate che negli anni del Regno d’Italia napoleonico aveva vissuto<br />

insieme ad alcuni confratelli “in un luogo di fortuna” 2 vestito da<br />

prete secolare-, furono sede dell’“Ospitale <strong>per</strong> i poveri di <strong>Motta</strong>”,<br />

divenuto <strong>Ospedale</strong> civile cittadino a partire dal 1866.<br />

In questa ricerca non siamo stati supportati da una esauriente<br />

documentazione del passato: eventi naturali e bellici, primi fra<br />

tutti l’alluvione che nel 1966 colpì duramente <strong>Motta</strong> e dintorni<br />

e l’invasione austriaca del 1918, non hanno risparmiato archivi e<br />

biblioteche, pubblici e privati. Pertanto è impossibile ricostruire<br />

una storia cronologicamente organica dell’ospedale. Ci auguriamo<br />

che nel futuro gli archivi ospedalieri siano opportunamente<br />

conservati quali testimonianza della sofferenza degli uomini e delle<br />

comunità, della solidarietà e del controllo sociale, dell’evolversi di<br />

cure e terapie, ed anche quale ausilio insostituibile <strong>per</strong> la storia<br />

della medicina e <strong>per</strong> la stessa medicina del futuro 3 .<br />

Note<br />

1 Se ne parla in un resoconto della “teribile Montana” (alluvione) che colpì <strong>Motta</strong> nel novembre 1785, conservato tra le carte delle “Scuole<br />

(confraternite) di <strong>Motta</strong>” presso l’Archivio di Stato di Treviso.<br />

2 Damiano Meda, La Madonna dei Miracoli nella sua origine, nella storia e nella pietà, <strong>Motta</strong> di Livenza 1985, p. 257.<br />

3 Cfr. “Archivi ospedalieri tra passato e presente”, 7 dicembre 1993, Ca’ Foncello, Treviso. Con interventi di Claudio Dario, Pietro Ferracin, Bianca<br />

Lanfranchi Strina, Giovanni Pesiri e altri, nell’ambito della IX Settimana <strong>per</strong> i Beni culturali e ambientali.<br />

Afferma Nelli-Elena Vanzan Marchini: “Molti ospedali delle nostre città storiche possiedono documentazione molto antica il più delle volte relativa<br />

a lasciti ottenuti dagli antichi ospedali nei quali l’esercizio dell’assistenza e della carità cristiana era <strong>per</strong>messo da lasciti ed elargizioni. Questi fondi<br />

antichi individuati come “preziosi” vengono talvolta passati agli Archivi di stato affinché li restaurino, li conservino e ne <strong>per</strong>mettano la consultazione<br />

agli studiosi. L’o<strong>per</strong>azione è senz’altro meritoria, <strong>per</strong>ò l’ottica complessiva che costringe ad o<strong>per</strong>are tali frantumazioni nella memoria degli ospedali<br />

deve cambiare. A livello regionale si dovrebbe cominciare a rapportarsi con gli archivi ospedalieri come a patrimoni che vanno organizzati e<br />

salvaguardati nella loro totalità, <strong>per</strong>ché le cartelle cliniche richiedono consultazione e conservazione come le mappe antiche…negli archivi ospedalieri<br />

è scritta la storia della sofferenza degli uomini e delle comunità, la storia della solidarietà e del controllo sociale, la storia delle cure. …Vi sarà poi<br />

tanta differenza tra un lascito testamentario del XVI secolo e il macchinario terapeutico donato nel XX secolo da una banca? Non testimoniano<br />

entrambi l’esercizio della solidarietà?...E’ emblematico il fatto che le amministrazioni ottocentesche degli ospedali si premurassero nei loro statuti di<br />

conservate la strumentazione medica, affidandola al chirurgo primario in quanto la memoria era considerata una componente fondamentale anche<br />

<strong>per</strong> una scienza medica proiettata verso il futuro, ma non <strong>per</strong> questo disposta a dimenticare il passato…uno dei più preziosi strumentari italiani ci è<br />

giunto solo grazie all’amore antiquario dell’economo dell’ospedale.”


1) La basilica della Madonna dei Miracoli in una cartolina del 1907.<br />

11


2) La basilica oggi.<br />

12


LE ORIGINI. EPIDEMIE E LAZZARETTI<br />

Le istituzioni ospedaliere trovano lontana origine nell’o<strong>per</strong>a delle<br />

prime comunità cristiane a favore dei fratelli, come luogo di<br />

assistenza (xenodochia) <strong>per</strong> coloro che si trovavano in viaggio o in<br />

stato di necessità. Nel Veneto i primi luoghi di ricovero documentati<br />

risalgono all’Alto Medioevo, nell’ambito dei conventi benedettini<br />

-nei quali si trovava quasi sempre un infirmitorium-, coadiuvati<br />

poi da quelli degli Ordini cavallereschi, primi fra tutti Templari e<br />

Giovanniti. Lo scopo principale era quello di assistere i poveri: la<br />

piaga della povertà si può definire senz’altro la più grave e diffusa<br />

malattia dei secoli passati, e occorre precisare che il concetto<br />

attuale di povertà è piuttosto differente da quello originario.<br />

Lo stesso detto latino homo sine pecunia imago mortis si riferisce<br />

probabilmente a chi, non avendo di che sostentarsi, è facile preda<br />

di ogni sorta di malattie e destinato inevitabilmente alla morte. Se<br />

oggi, infatti, definiamo povertà soprattutto la mancanza di beni<br />

di proprietà, nel passato i pau<strong>per</strong>es erano l’innumerevole schiera di<br />

quanti vagavano <strong>per</strong> le città e <strong>per</strong> le campagne alla <strong>per</strong>enne ricerca<br />

di cibo e di un rifugio. Secondo il cronista fiorentino Giovanni<br />

Villani, verso il 1330 a Firenze vi erano 17000 uomini, donne<br />

e bambini che vivevano di elemosina, corrispondenti a oltre il<br />

20% della popolazione, e non dissimile era la situazione nel resto<br />

d’Italia, compresa Venezia, che alla fine del Medioevo contava<br />

150000 abitanti. Forse peggiore la situazione nelle campagne,<br />

dove la sopravvivenza della popolazione era costantemente<br />

minacciata dalle guerre e dalle carestie. Le congregazioni religiose,<br />

capillarmente diffuse, erano le istituzioni di beneficenza deputate<br />

alla gestione degli hospitalia: nel Veneto orientale tra la fine del XIII<br />

13<br />

secolo e gli inizi del XIV sorse una fitta rete di piccoli ospizi gestiti,<br />

in particolare, dalle confraternite dei Battuti o Disciplinati. Ancor<br />

oggi l’<strong>Ospedale</strong> di Ca’ Foncello a Treviso è intitolato a Santa Maria<br />

dei Battuti (FOTO N.3).<br />

A <strong>Motta</strong> di Livenza, terra di confine con il Patriarcato di Aquileia,<br />

che rimase nell’orbita delle turbolente signorie della Marca<br />

trevigiana -le quali, a seconda dell’opportunità, si schieravano<br />

con la Repubblica di Venezia o con i suoi nemici friulani-, fino<br />

a quando entrò a far parte definitivamente della Serenissima nel<br />

1388, fu fondata l’8 settembre 1448 la Scuola (confraternita)<br />

di Santa Maria Annunziata e San Nicolò o dei Battuti. Mentre<br />

sull’antico <strong>Ospedale</strong> di Santa Maria dei Battuti di Treviso,<br />

fondato nel 1261, esiste una ricca documentazione in buona parte<br />

pubblicata 1 e conservata presso l’Archivio di Stato di Treviso,<br />

oltre che presso il Centro studi <strong>per</strong> la storia delle campagne<br />

venete (CESCAVE) di Ca’ Tron, non sappiamo con certezza se<br />

a <strong>Motta</strong> sia stato subito creato un ricovero ospedaliero diverso<br />

dal lazzaretto, destinato ad accogliere le vittime delle epidemie,<br />

ma si può presumere che la congregazione nacque con gli scopi<br />

tradizionali delle analoghe istituzioni, le quali nelle vicine San Vito<br />

al Tagliamento, Portogruaro, Pordenone, Sacile, amministravano<br />

da tempo degli ospedali. Nel 1474 il vescovo di Ceneda Nicolò<br />

Trevisan visitò a <strong>Motta</strong> la chiesa di Santa Maria “in qua fundata est<br />

schola batutorum”, ma nella relazione che accompagnava sempre<br />

queste visite pastorali 2 non si accenna alla presenza di un ospedale.<br />

Quel che è certo è che nel 1567, quando inizia la costruzione di<br />

un ospedale nel Borgo degli Angeli, ed anche oltre, continua ad<br />

esistere un hospedal vechio -del quale nelle carte non si specifica mai<br />

la localizzazione- che abbisogna di restauri 3 (FOTO N.4).<br />

Note<br />

1 Cfr. <strong>per</strong> tutti: Giovanni Netto, Vicende dell’<strong>Ospedale</strong> di Treviso nel ‘300, Treviso, 1965, e: Nel Trecento a Treviso. Vita cittadina vista nell’attività della “scuola”<br />

Santa Maria dei Battuti e del suo ospedale, Treviso, 1976, e il recente Le terre dell’<strong>Ospedale</strong> di Santa Maria dei Battuti di Francesca Pastro, Treviso 2003. Anche<br />

questo ospedale fungeva da orfanotrofio e ospizio <strong>per</strong> vecchi e “donzelle da maritar”.<br />

2 Presso l’Archivio storico della Diocesi di Vittorio Veneto (“Archivio Vecchio”) si conservano le relazioni delle visite pastorali pre e post-tridentine<br />

effettuate a <strong>Motta</strong>, ma in esse non viene mai citato l’ospedale.<br />

3 Nel libro spese della Scuola conservato presso l’Archivio storico parrocchiale di <strong>Motta</strong> si legge che il 22 marzo 1579 furono date Lire 10 “al muraro,<br />

che si fe bianchezzar l’hospedal vechio”. Di questo ospedale si sa soltanto che nel 1510 era amministrato dal priore Bortolamio Catelan di Giovanni<br />

(Damiano Meda, op. cit. p. 257).


3) L’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Treviso, oggi sede dell’Università.<br />

Incisione ottocentesca.<br />

5) Lo stemma dei Battuti sul frontespizio del catastico del 1600.<br />

6) Le case di proprietà della confraternita.<br />

Sulle facciate campeggia lo stemma con il flagello.<br />

14<br />

4) L’hospedal di Borgo degli Angeli nel disegno del 1600


La spiritualità dei Battuti consisteva nell’immedesimazione con il<br />

sacrificio di Cristo, ed era simboleggiata dal flagello che compare<br />

nelle loro insegne 4 (FOTO n.5). Le congregazioni si sostentavano<br />

con i fondi destinati alla beneficenza, in particolare dai mercanti<br />

e da quanti sentivano la necessità di redimersi dai peccati. Nei<br />

“libri segreti” delle compagnie commerciali esisteva quasi sempre<br />

un “conto di Messer Domineddio” che consentiva di conciliare i<br />

profitti con i principi religiosi; anche nei libri mastri della Scuola<br />

di <strong>Motta</strong>, ricchi di dettagli su entrate e uscite, sono registrate sino<br />

alla fine del XVIII le prove che i fondi, frutto della carità privata,<br />

non mancavano. Alcuni disegni del 1600 presenti nel Catastico de<br />

tutti li beni della veneranda Scuola di Santa Maria e San Nicolò della <strong>Motta</strong><br />

conservato presso l’Archivio di Treviso testimoniano il cospicuo<br />

patrimonio immobiliare della confraternita 5 (FOTO n.6) -che<br />

donò <strong>per</strong>sino il terreno su cui sorse il santuario della Madonna dei<br />

Miracoli-, e si nota chiaramente che gli edifici di proprietà erano<br />

contrassegnati dallo stemma dei Battuti. Ma com’era progettato<br />

un antico ospedale? Sicuramente l’infirmarium, cioè lo spazio<br />

dedicato ai malati, comprendeva, oltre a un’ampia sala di degenza,<br />

una stanza <strong>per</strong> clisteri e salassi –rimedi universali che spesso<br />

riducevano il paziente in condizioni più gravi di quelle iniziali-<br />

e un locale con armarium che fungeva da archivio e farmacia.<br />

Non mancava all’esterno un orto <strong>per</strong> la coltivazione di piante<br />

medicinali, base di ogni terapia. Il numero dei ricoverati era di<br />

solito fisso ed il paziente, una volta accolto, rimaneva nell’ospedale<br />

fino alla morte: il ricovero temporaneo non esisteva. Sugli ospedali<br />

medioevali in generale e su quelli del Veneto Orientale rinviamo<br />

alla comunicazione di Luigi Zanin riportata in appendice (doc.1).<br />

15<br />

Diversa era la funzione e tipologia del lazzaretto, destinato ad<br />

accogliere lebbrosi e malati infettivi durante le frequenti epidemie<br />

o a far trascorrere la quarantena a coloro che giungevano da luoghi<br />

-diremmo oggi- “a rischio”. Nel 1182, la Repubblica di Venezia<br />

decideva di destinare al ricovero dei lebbrosi l’<strong>Ospedale</strong> di San<br />

Leone, costruito su un’isola della laguna. In ossequio al culto che<br />

prescriveva come protettore dei lebbrosi il Lazzaro dei Vangeli<br />

risuscitato dal sepolcro, isola e ospedale cambiarono nome e<br />

assunsero quello di San Lazzaro (da cui, appunto, il termine<br />

lazzaretto). Nella primavera del 1528, aggiungendosi a una terribile<br />

carestia che aveva spinto migliaia di contadini famelici a rifugiarsi a<br />

Venezia dalla terraferma, sopraggiunsero la peste e il tifo (“mal di<br />

petecchie”), e <strong>per</strong> parecchi mesi si registrarono migliaia di decessi 6 .<br />

La Repubblica cercò di correre ai ripari, ma obbligò i mendicanti<br />

a ricoverarsi negli ospedali, che in questo modo divennero vere e<br />

proprie fabbriche della morte. Anche a <strong>Motta</strong> c’era un lazzaretto,<br />

gestito sempre dalla congregazione di Santa Maria e San Nicolò:<br />

nel 1580 si stanziano fondi <strong>per</strong> la “Fabrica di un capitello nel<br />

lazzaretto posto nelle Campagnole” 7 ; le località Campagnole,<br />

Moletto e Le Cerche, decentrate lungo la Postumia, sono di<br />

origine medioevale, com’è probabile fosse il lazzaretto. Nella città<br />

liventina si presero molti provvedimenti contro la peste: nel 1478<br />

la Comunità pose delle sentinelle che sorvegliassero di giorno i<br />

ponti su Livenza e Monticano, impedendo l’accesso ad eventuali<br />

“untori”, e chiudessero di notte le porte cittadine; l’anno seguente<br />

si impose ai contagiati di bruciare tutte le loro masserizie e di<br />

andare a risiedere in casolari fuori città, a spese del Comune, ma a<br />

patto che, qualora fossero sopravvissuti, le avrebbero rimborsate;<br />

4 Lo stemma dei Battuti di <strong>Motta</strong> è simile a quello di Ca’ Foncello di Treviso, riconosciuto nel R.D. 12/3/1936 in base alla vigente normativa<br />

araldica: “stemma d’argento al flagello posto in palo manicato di rosso, avente nella parte inferiore due catenelle di nero, affiancate dalle lettere S e<br />

M sormontate da accento circonflesso, il tutto di nero”, dove le lettere stanno <strong>per</strong> “Sancta Maria”.<br />

5 Catastico fatto <strong>per</strong> me, Costantin Cortelotto <strong>per</strong>tegador pubblico di Oderzo ad instanzia del Sig. Zuanne Lonà e del Sig. Zanmaria Padoan suo successor Gastaldi della<br />

Veneranda Confraternita della Scola del Protettor Ms. San Nicolò della <strong>Motta</strong> de tutte le sue case in la <strong>Motta</strong>, et terre pradi ecc.<br />

6 Nel Veneto le più grandi epidemie di peste si registrarono negli anni 1348, 1477, 1485/87, 1528, 1576 e 1629/31 (di manzoniana memoria).<br />

Quest’ultima a <strong>Motta</strong> non fu particolarmente violenta, come ricorda una tavoletta votiva di ringraziamento alla Beata Vergine del Carmine presente<br />

nel Duomo di San Nicolò (FOTO n.7-8-9).<br />

7 Dal <strong>Libro</strong> dei conti della congregazione, in Archivio storico parrocchiale di <strong>Motta</strong>. Si tratta probabilmente dello stesso capitello <strong>per</strong> il quale nel<br />

1578 la Comunità aveva stanziato 10 ducati, e che doveva ricordare “i molti cadaveri sepolti al tempo della peste”. Lepido Rocco, <strong>Motta</strong> di Livenza e<br />

i suoi dintorni, Treviso, 1897, p.103.


7)<br />

8 e 9) Due lasciapassare rilasciati in tempo di peste<br />

da giurisdizioni feudali.<br />

16


nel 1525 si inviò una supplica al Doge <strong>per</strong> ottenere un’esenzione<br />

fiscale, dal momento che si erano sostenute molte spese a causa<br />

del “flagello della peste, che avea colpite e condotte a morte molte<br />

<strong>per</strong>sone”; nello stesso anno si deliberò di ricostruire in pietra la<br />

chiesa di San Rocco, protettore degli appestati, che era fatta “di<br />

tavole”. Fu durante le epidemie che la Comunità iniziò a nominare<br />

due provveditori che eseguissero scrupolosamente le direttive del<br />

Magistrato veneziano alla Sanità. A partire dal 1600 la carica venne<br />

istituzionalizzata: i provveditori cittadini alla sanità dovevano in<br />

particolare stilare precisi referti nei casi di morte improvvisa, ma<br />

anche segnalare le malattie del bestiame e prendere gli opportuni<br />

provvedimenti. Rocco ebbe modo di consultare nel poi dis<strong>per</strong>so<br />

17<br />

Archivio comunale le “Relazioni, comparse e decreti in materia<br />

di Sanità” e racconta che erano ricchi di descrizioni di sintomi<br />

di malattie, diagnosi, cure e referti di esami necroscopici. In<br />

appendice riportiamo quello che riguarda un illustre <strong>per</strong>sonaggio<br />

che trovò casualmente la morte a <strong>Motta</strong> nel 1765: l’arcivescovo<br />

di Udine Bartolomeo Gradenigo, mentre era in viaggio da<br />

Venezia al capoluogo friulano (appendice doc. 2). A un certo punto<br />

il lazzaretto fu dismesso e in altre occasioni pare fosse la basilica<br />

della Madonna dei Miracoli a fungere da temporaneo ricovero <strong>per</strong><br />

i malati epidemici 8 , così come in altri <strong>per</strong>iodi fu trasformata in<br />

ospedale militare (FOTO n. 10). Secondo Rocco si usava anche, in<br />

caso di necessità, requisire due case private contigue alla basilica.<br />

10) la basilica trasformata in ospedale militare austrungarico fino al presbiterio.<br />

8 “E’da ritenersi che la chiesa [della Madonna dei Miracoli] fosse internamente dipinta da buona mano, <strong>per</strong>ciocché dalla paziente o<strong>per</strong>a d’alcuni di que’<br />

padri col cancellare della sovrapposta imbianchitura forse distesa quando il convento servì di lazzaretto, in occasione d’una pestilenza)…”. Alvise<br />

Semenzi, Treviso e la sua Provincia, Treviso, 1864, p.244.


Un episodio emblematico. Dopo il 1832, quando padre Vincenzo<br />

Volpi acquistò dal demanio austriaco i locali del soppresso<br />

convento francescano, che più tardi divenne sede dell’ospedale<br />

civile comunale di <strong>Motta</strong> -e tale rimase fino al 1911-, a fronte<br />

dell’epidemia di colera che nel 1835-36 dilagò nel Lombardo-<br />

Veneto l’Arciduca-Vicerè Ranieri d’Asburgo ordinò di istituire<br />

“Spedali appositi pei cholerosi” da “stabilirsi nelle diverse Città e<br />

luoghi più popolosi”. Quando l’ordine arrivò a <strong>Motta</strong> il Consiglio<br />

comunale, riunitosi il 15 ottobre 1835, deliberò di acquistare da<br />

Antonio Gini -anch’egli consigliere, ma, come precisa il verbale<br />

conservato in quel che resta dell’Archivio storico comunale,<br />

assente alla seduta- “la casa detta Miotto di di lui ragione posta in<br />

vicinanza di questo Convento dei Minori Osservanti <strong>per</strong> disporla<br />

urgentemente ad uso d’ospizio dei cholerosi”. Il prezzo pattuito<br />

era di 3200 lire austriache; inoltre, si chiarisce che “questo locale<br />

una volta che sia cessato ogni sospetto di cholera sarà convertito ad<br />

uso di Ospitale Civile…qual Ospitale servirà anco <strong>per</strong> accogliere<br />

li malati miseri di tutto il Distretto”. Ma il giorno dopo viene<br />

protocollata un’altra offerta, quella di G. Matteo Botti, di 800 lire<br />

inferiore, <strong>per</strong> un edificio “giacente in limite al paese dal lato di<br />

mezzodì, in plaga la più salubre <strong>per</strong>ché ovunque ventilatissima,<br />

in suolo elevato al di sopra del livello delle piene del Livenza, ed<br />

in contatto a questo fiume”. L’edificio “che non soffre confronto<br />

<strong>per</strong> ordine architettonico né <strong>per</strong> capacità, dispone di un fondo<br />

coltivo che dà un’annuale rendita certa”, a differenza del terreno<br />

circostante la casa del Gini, che “consiste in 300 tavole circa di<br />

terreno abbandonato in seno della natura, e quasi del tutto sterile”<br />

ed è <strong>per</strong> giunta situato “lungo la strada Callalta notoriamente<br />

frequentatissima”. L’Im<strong>per</strong>ial-Regia Delegazione della Provincia<br />

di Treviso invita il Commissariato Distrettuale di <strong>Motta</strong> a<br />

procedere senza indugio all’acquisto della casa del Botti, in base al<br />

principio che “è prima massima nei provvedimenti reclamati dal<br />

bene generale il fare scelta dei migliori: sia pel minore dispendio<br />

che importino, come pel maggiore profitto che recano”. Ma a<br />

<strong>Motta</strong> si formano due partiti, uno pro-Gini avallato dal parroco<br />

e dal medico condotto, uno pro-Botti, ciascuno dei quali produce<br />

pedantemente le proprie ragioni. Il risultato è che la faccenda<br />

18<br />

si arena e da una lettera dell’Im<strong>per</strong>ial-Regia Delegazione alla<br />

Deputazione Comunale di <strong>Motta</strong> del 26 giugno 1836 si desume<br />

che, nonostante il Gini abbia abbassato il prezzo a 2800 lire, ancora<br />

nulla è stato deciso. Mancano riscontri successivi, ma è certo che<br />

la vicenda non ebbe alcun seguito, anche <strong>per</strong>ché nel frattempo<br />

l’epidemia era cessata 9 . Così <strong>Motta</strong> <strong>per</strong> avere un proprio ospedale<br />

civile dovette aspettare molti anni. Fortunatamente <strong>per</strong> i cittadini,<br />

il padre Volpi e i suoi confratelli continuavano a prestare o<strong>per</strong>a<br />

caritatevole, oltre che spirituale, nel convento, con l’appoggio<br />

finanziario di molti benefattori.<br />

ANTICHI OSPEDALI E METODI DI CURA<br />

NEL VENETO ORIENTALE<br />

Per quanto riguarda le condizioni degli antichi ospedali in Italia,<br />

possediamo una testimonianza d’eccezione, quella di Martin<br />

Lutero, che nel 1510 visita a Roma l’ospedale di Santo Spirito e<br />

a Firenze quello di Santa Maria Nuova, rimanendo impressionato<br />

dalla loro efficienza. “Gli ospedali sono ben provveduti, hanno<br />

splendide sedi, forniscono bevande e cibi ottimi, il <strong>per</strong>sonale è<br />

assai diligente e i medici dottissimi. Appena entra un infermo,<br />

questi depone il vestiario e quanto altro gli appartiene; di tutto<br />

viene preso nota <strong>per</strong> un’ordinata custodia . Poi l’infermo indossa<br />

un bianco camice e gli viene apprestato un buon letto con<br />

biancheria di bucato. Subito dopo sopraggiungono due medici ed<br />

inservienti che portano cibi e bevande, contenuti in vetri tersi che<br />

non vengono toccati nemmeno con un dito, ma presentati sopra<br />

vassoi”. Martin Lutero trovò soltanto da ridire sul principio di<br />

carità che induceva gli Italiani a sostenere le istituzioni.<br />

Cesare de Nores, vescovo di Parenzo e visitatore apostolico<br />

incaricato nel 1584 di verificare nelle chiese del Veneto orientale<br />

l’applicazione dei principi liturgici sanciti dal Concilio di Trento,<br />

censì tutti gli edifici di culto della Diocesi di Concordia. A<br />

Portogruaro, visitando la locale chiesa dei Battuti con annesso<br />

ospedale, constatò che gli otto letti presenti nell’ospedale erano<br />

9 Nel 1836 morirono di colera a <strong>Motta</strong> 22 <strong>per</strong>sone, tra cui il parroco don Cabrusà, sepolto “senza il debito onore” (D. Meda, op. cit., p.257n.).


«satis instructa», ovvero abbastanza forniti, ma ordinò che gli uomini<br />

fossero separati dalle donne. Questa situazione di promiscuità,<br />

tipica delle prime forme di ospedale, continuò anche negli anni<br />

successivi, dato che il Vescovo di Concordia Sanudo I, nel 1599,<br />

ribadì l’invito a evitare che le donne fossero ricoverate assieme<br />

agli uomini e a tal fine ordinò che <strong>per</strong> loro si utilizzasse il «solaro di<br />

sopra», dove normalmente si riuniva la confraternita.<br />

In un altro comune circonvicino, San Vito al Tagliamento, si<br />

verificava la contiguità di un’ala riservata all’ospedale e di un<br />

luogo di culto -sempre istituito dai Battuti-, e cioè la stretta<br />

connessione di esigenze profane e religiose entro un solo edificio<br />

estremamente compatto, secondo la caratteristica tipica degli<br />

ospedali tardomedievali europei. A <strong>Motta</strong> l’hospedal costruito alla<br />

fine del ‘500 sorse nel Borgo degli Angeli, che si trovava al confine<br />

tra gli attuali Borgo Aleandro e Viale della Madonna, allora<br />

lambito dal fiume Monticano, poi deviato e interrato. Anche qui<br />

l’edificio ospedaliero fu edificato accanto alla chiesa di Santa Maria<br />

degli Angeli, detta dei Morti <strong>per</strong>ché collegata al cimitero, officiata<br />

dal cappellano salariato dalla confraternita di Santa Maria e San<br />

Nicolò. Questa chiesa, eretta nel 1467 e affrescata da Dario da<br />

Pordenone, fu demolita nel 1873.<br />

A San Vito pare che nella seconda metà del ‘300 la stessa piccola<br />

chiesa svolgesse le funzioni di ospedale secondo lo schema<br />

caratteristico delle cosiddette “sale ospedaliere medievali”, che<br />

garantivano la funzione assistenziale abbinata nello stesso ambiente<br />

a quella religiosa, ma è certo che nel corso del secolo successivo gli<br />

ampliamenti dell’edificio e il suo innalzamento <strong>per</strong> poter utilizzare<br />

piani più alti finirono <strong>per</strong> dividere stabilmente la destinazione dei<br />

due vani, quello della chiesa e quello dell’ospedale vero e proprio.<br />

Sempre a San Vito i documenti relativi alla visita apostolica<br />

del vescovo Cesare de Nores testimoniano che nell’ospedale<br />

esistevano nove “cubilia” destinati a poveri e miserabili del posto<br />

e a pellegrini in transito e che i letti dei malati erano tutti raccolti<br />

in un’unica stanza senza separazione dei sessi. L’amministrazione<br />

dell’ospedale era affidata a un “cameraro” eletto tra i membri della<br />

confraternita ma la gestione quotidiana vera e propria dell’istituto<br />

era demandata ad un “priore” che vi abitava con la famiglia e la di<br />

10 Angelo Marchesan, Treviso medievale, Treviso 1923, vol. II, pp. 262 segg.<br />

19<br />

lui moglie aveva il compito di accudire alle degenti. Anche a <strong>Motta</strong><br />

l’ospedale veniva retto da un priore, che dipendeva direttamente<br />

dal gastaldo della Scuola di Santa Maria e San Nicolò.<br />

Alla fine del Medioevo la professione medica era regolata a<br />

Treviso con molta cura. Già nel 1231 si emette un bando <strong>per</strong><br />

l’assunzione di un medico che sia anche in grado di istituire una<br />

scuola di medicina. Nel 1314 il Comune assoldò maestro Pizolo,<br />

figlio di maestro Francesco di Capo di Monte da Montebelluna,<br />

affiancandolo agli altri medici già o<strong>per</strong>anti, in qualità di giustaossi<br />

(“cum civitas indigeat medicis qui mederi sciant de fracturis ossium”).<br />

Egli doveva medicare anche altre infermità e lavorare sempre<br />

gratis <strong>per</strong> i poveri, ed eventualmente dare lezioni di medicina a<br />

chi le richiedesse. Il suo contratto prevede l’obbligo specifico di<br />

risiedere a Treviso o nei borghi, nonché di non allontanarsi e di<br />

non <strong>per</strong>nottare mai fuori città senza il <strong>per</strong>messo del podestà. Il<br />

medico era affiancato dal chirurgo, o cirologo, che spesso svolgeva<br />

anche la professione di barbiere: questi eseguiva piccoli interventi<br />

e salassi, medicava “bruschi e sgrafadure” ed era sostanzialmente<br />

considerato una sorta di manovale della professione medica.<br />

In ogni caso nella Treviso del ‘300 sia i medici che i cirologi<br />

guadagnavano molto bene, al punto da prestare denaro allo stesso<br />

Comune 10 . Grande autorità medica del tempo era Pietro d’Abano,<br />

che nell’o<strong>per</strong>a Conciliator differentium stabiliva, ad esempio, “non<br />

esser il salasso mai tanto salutare, quanto nel secondo quarto della<br />

luna; e <strong>per</strong> guarire dai dolori nefritici, doversi nel momento, in cui<br />

il sole passa nel meridiano, col cuor del leone delineare la figura<br />

d’un leone sopra una piastra d’oro, e appendere poi questa al<br />

collo dell’ammalato; inoltre gli strumenti di ferro essere preferibili<br />

a quelli d’oro, <strong>per</strong>ché Marte esercita una grande influenza sulla<br />

chirurgia”. Un codice cartaceo risalente agli ultimi anni del 1300<br />

e conservato presso la Biblioteca Capitolare di Treviso descrive i<br />

rimedi in uso, a cavallo tra botanica, su<strong>per</strong>stizione e magia.<br />

Eccone alcuni:<br />

Rimedio <strong>per</strong> l’epilessia<br />

“Recipe le foglie dell’erba bissara, overo la semenza o la radice, overo<br />

de la soa uva, e dala a bevere a quello che a questo male, e in diece<br />

dì serà guarito. Ma in questi diece dì avrà el morbo fortemente;


questa erba nasce <strong>per</strong> le frate o <strong>per</strong> li boschi et apicasse ali albori<br />

come fano le vite, et fa li grani a modo de graspi de uva e sono<br />

rossi et si se adomanda erba bissara, <strong>per</strong>ché se involta intorno a li<br />

albori como la bissa. Ancora piglia una herba che a nome pionia,<br />

e tritala e fane polvere; poi habi del osso de uno homo morto, zoè<br />

dela testa, se elo è homo che abia male, et s’ela è femina, piglia de<br />

quello de la femina”.<br />

Per la sciatica<br />

“Piglia un mastello de legno de doe some, et conza dentro <strong>per</strong><br />

modo se possa sedere col c…cioè nudo et copri de sora cum uno<br />

lenzuolo che copra tuto el mastello, et toli cinque pedre (pietre)<br />

cote che non sia state in o<strong>per</strong>a, et infuogale molto bene et metile<br />

in lo mastello una <strong>per</strong> volta, et <strong>per</strong> ogni volta uno terzo de uno<br />

bichiero de aqua de vita che sia bona e botala sula preda, e fa cossì<br />

cinque volte tanto che dici 3 pater e 3 ave; et fornito de meter tute<br />

le dite pietre vatene in lecto nudo, che sia caldo e fate ben fregar li<br />

fianchi in zoso fina su lo pè cum uno pano caldo; et fa cossì diexe<br />

sere e serai guarito”.<br />

Per il gozzo<br />

“Toli una sponza e metilla in un testo (padella) caldo e fane<br />

polvere, e poi toli una onza de pevere polverizzato, e una de<br />

zenzero polverizzato et mescola cum optimo vino caldo e bevilo<br />

la matina <strong>per</strong> tempo, e la sera quando tu vaj a leto, tre dì e tre nela<br />

note, soto la lengua e desecarase”.<br />

Per il morso di un cane rabbioso<br />

“Tuoli le foglie dela ortiga et de lo sale et pestala et fane empiastro<br />

et metila suso la mordadura; et anche fa gran prova ali ochi<br />

carnosi”. O anche: “Recipe una crosta de pan de orzo et scrivi in<br />

su la crosta queste parole: + gusagota + pissagota + in sancta hic ipsa<br />

incipit panem; deo gratias. Et dà da manzar a coluj ch’è stato mordudo<br />

dal chan rabioso e serà liberato”.<br />

Contro la peste<br />

“Recipe aceto forte, aqua vita, in tuto mezo bichiero, quanto uno<br />

11 Alfonso Ciacconio, Historia Pontificum, tomo III, 1534.<br />

20<br />

de triacha [sorta di rimedio universale] fina, et artanto de senavro<br />

polverizzato et mescola ogni cossa insieme et dalo a bere al<br />

paziente, et metillo subito in lecto, et coprilo ben de pani tanto<br />

ch’el sudi ben et substegna el sudore, e questo se convien far subito<br />

, da poi che è data la doglia infra spacio de ore octo, et immediate<br />

che l’averà padito la medecina descaza ogni veneno immediate che<br />

l’averà padito quella medecina <strong>per</strong> el sudore; ma guarda non la<br />

scaldar molto”. O ancora: “recipe semenza de citrol, semenza de<br />

ruda, semenza de verze, semenza de coloquintida, an.3, gientiana<br />

3, trementilla 3, osso de corno de cervo 3, bolo arminio lavado cum<br />

aqua de scabiosa 3, jacintini; ambra de balena 3, mira electa, aloe<br />

cicotrino lavado cum aqua de scabiosa, zaffaran; pesta ogni cosa et<br />

incorpora cum l’aqua dela scabiosa et fa pìrole grande come cesare<br />

(ciliegie) et pigliane ogni matina, et queste sono optime contra<br />

peste, et probate”.<br />

Probabile vittima di simili metodi di cura fu un mottense illustre,<br />

l’umanista e cardinale Girolamo Aleandro, morto a Roma nel<br />

1542. Nel suo Diario descrive spesso i disturbi di stomaco che<br />

lo affliggono e il gran numero di medicine assunte. Uno storico<br />

dell’epoca 11 osserva che sarebbe vissuto certamente più a lungo se<br />

non avesse dato troppo credito ai medici, facendo un “intempestivo<br />

ac immodico” uso di farmaci.<br />

Ingredienti e rimedi rimangono più o meno gli stessi sino a fine<br />

‘700, come si desume dal “Catalogo dei medicinali de’ quali<br />

devono essere sortite le Spezierie Medicinali di Villa” promulgato<br />

dal Podestà di Treviso Zuanne Moro nel 1778 (FOTO n.11) -<br />

corredato da una Ricetta dell’Unguento <strong>per</strong> la Rogna del Pio Ospitale<br />

di Treviso-, e come si ricava da un interessante “consulto”,<br />

probabilmente di fine ‘600, rinvenuto tra carte mottensi in un<br />

archivio privato, che si trascrive in appendice (vedi appendice doc.3).<br />

Nel frattempo <strong>per</strong>ò si era ulteriormente sviluppata una medicina<br />

teorica, erudita e sempre sprezzante verso la pratica chirurgica,<br />

mentre i medici detti “fisici” arrogavano a sé in esclusiva la<br />

prescrizione delle medicine e la dieta da far osservare al malato.<br />

Anche dal consulto mottense risulta un preciso rispetto dei ruoli, e<br />

le visite domiciliari a partire dal XVI secolo si svolgevano secondo


21<br />

11) Prontuario farmaceutico<br />

emanato dal<br />

Podestà di Treviso.


ituali ben descritti nel Malato immaginario di Molière. Si tenevano<br />

porte e finestre ben a<strong>per</strong>te, mentre su un fornello si bruciavano<br />

sostanze aromatiche. In prossimità del malato, il medico teneva un<br />

mazzetto di erbe profumate vicino alle narici e in mano un ramo<br />

di ginepro acceso <strong>per</strong> scongiurare eventuali miasmi pestilenziali.<br />

Il paziente veniva interrogato da una certa distanza sui sintomi e<br />

sulle manifestazioni dolorose e poi, se necessario, auscultato dal<br />

medico che gli si avvicinava di spalle. Poteva esserci un esame<br />

organolettico di feci e urine, con una prolusione di dotte citazioni<br />

latine che raramente il paziente poteva comprendere, ma che<br />

doveva rassicurarlo sulla competenza del medico. I Provveditori<br />

veneti alla Sanità autorizzavano la pubblicazione e la propaganda<br />

di ricette e medicinali (FOTO n.12 e 13), ma non mancavano i fogli<br />

pubblicitari diffusi dalle singole Spezierie (FOTO n.14).<br />

L’HOSPEDAL DI BORGO DEGLI<br />

ANGELI (1567-1806): PRIMO ESEMPIO<br />

DI SPERIMENTAZIONE PUBBLICO-<br />

PRIVATA?<br />

La fabbrica dell’hospedal novo di Borgo degli Angeli fu lunga e<br />

laboriosa. Nel gennaio del 1567 la Comunità di <strong>Motta</strong> nominò un<br />

“Provveditor sopra l’Ospedal” 12 . Lo scopo è che “unitamente alla<br />

Scuola di San Nicolò siano posti li fondamenti <strong>per</strong> far l’Ospitale<br />

in Borgo, vicino alla Chiesa di S. Maria dei Morti”. Curiosamente,<br />

pare trattarsi di quella che oggi definiremmo “s<strong>per</strong>imentazione<br />

pubblico-privata”, dove il pubblico (la comunità) affida al “privato”<br />

(la confraternita) la costruzione e la gestione dell’ospedale,<br />

mantenendone sempre il controllo, tant’è vero che la confraternita,<br />

più che dipendere dal vescovo diocesano, com’era consuetudine,<br />

sembra rispondere direttamente alla comunità 13 . Il 20 marzo 1567<br />

Francesco Locatello, gastaldo della Scuola di Santa Maria e San<br />

Nicolò, compra da Marino Rizzato “tertiam partem sediminis seu<br />

22<br />

Brojlii esistenti in Burgo Sanctae Mariae Mortuorum”. Notaro<br />

Antonio de Mediis “de honorando Collegio Notariorum Mothae”.<br />

L’acquisto viene fatto “pro facendo unum Ospitalem ut constat<br />

parte in ea capta sub die quarta mensis instantis”. Dunque vi era<br />

stata una regolare delibera in data 4 marzo, ed erano stati stanziati<br />

50 ducati d’oro <strong>per</strong> l’acquisto di quella che era la terza parte di un<br />

terreno che Marino Rizzato deteneva in comproprietà con altri<br />

familiari. L’edificio è certamente quello ancor oggi esistente tra la<br />

fine del Borgo Aleandro e l’inizio di Viale Madonna, di proprietà<br />

Stradiotto, anche se con tutta probabilità fu più tardi ampliato in<br />

altezza e larghezza, come si può presumere da una traccia verticale<br />

visibile anche in vecchie foto sul muro laterale destro, mentre sul<br />

lato sinistro fu accorpato in epoca successiva un altro edificio<br />

(FOTO n. 15 e 16). Dodici anni dopo l’acquisto del terreno la<br />

costruzione non era ancora terminata: il 6 marzo 1579 si pagano<br />

lire 55 a “Bortolo Gusella <strong>per</strong> uno centenaro de tavolle e letti e<br />

<strong>per</strong> gli marangoni [carpentieri] <strong>per</strong> far gli sollari, scale et porte nel<br />

hospedal novo”. Ecco alcuni esempi di spese tratti dal libro dei<br />

conti della Scuola:<br />

27 settembre 1579: salario a Bastian Targa (il priore) “<strong>per</strong> lavar gli<br />

drappi del hospedal”. L.20<br />

18 marzo 1579: “<strong>per</strong> amor de Dio exsborsati in comprar olio,<br />

et altri onguenti, <strong>per</strong> medicar quella povera zotta [zoppa] nel<br />

hospedal”. L.11<br />

7 settembre 1580: <strong>per</strong> tagliare “l’herba del cortivo et prado del<br />

hospedal novo”. L.4<br />

8 gennaio 1581: “al prior 14 <strong>per</strong> suo salario <strong>per</strong> tenir neto l’hospedal”.<br />

L.20.<br />

Tra le spese scrupolosamente annotate, quelle <strong>per</strong> porte e finestre,<br />

che vengono ultimate solo nel 1584, e ancora <strong>per</strong> molte elemosine<br />

a <strong>per</strong>sone “bisognose et vergognose”, <strong>per</strong> il trasporto dei trovatelli<br />

(detti “creature”) all’ospedale di Oderzo, forse più capiente, e<br />

anche alcune spese stravaganti, come quella del 25 marzo 1585<br />

“<strong>per</strong> redimer dal carcere quel pover frate [confratello] retento con<br />

12 Lepido Rocco, <strong>Motta</strong> di Livenza e i suoi dintorni, Treviso, 1897, pp. 531-532. Rocco trae le notizie dal poi dis<strong>per</strong>so Archivio comunale.<br />

13 Altra curiosa coincidenza è che l’attuale Direttore Sanitario dell’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di <strong>Motta</strong> è Marco Cadamuro Morgante, discendente diretto<br />

del “distinto chirurgo” Bartolomeo Cadamuro, la cui famiglia fu aggregata al Nobile Consiglio di <strong>Motta</strong> nel 1700.<br />

14 Nel 1585 il priore era ancora Bastian Targa.


12) 13)<br />

23


24<br />

14)


25<br />

15 e 16) L’hospedal di Borgo degli<br />

Angeli oggi. Sul lato destro è visibile il<br />

segno di partenza del probabile<br />

ampliamento in larghezza e altezza<br />

dell’edificio.


tanto gran strepito et scandalo”.<br />

Più in là nel tempo, continuano le spese <strong>per</strong> i sussidi ai poveri o<br />

<strong>per</strong> dar loro ricovero nell’ospedale 15 e <strong>per</strong> maritare o “monacar<br />

donzelle”, che vengono provviste di “vestine, cotole, intimele<br />

[federe], lenzuoli, gabane, busti…”.<br />

Le finanze e le attività dell’ospedale andarono sempre più<br />

scemando: nel 1804 la Comunità di <strong>Motta</strong> descriveva “un piccolo<br />

ospizio senza rendita, di ragione della Veneranda Luminaria<br />

di S. Maria e S. Nicolò, che caritativamente viene concesso <strong>per</strong><br />

alloggiare qualche povero infermo di questa terra” 16 . Prima della<br />

caduta della Repubblica Veneta avvenuta nel 1797, si era stabilito<br />

che ogni “Podesteria” trevigiana disponesse di “…un Fiscale, un<br />

Protomedico, un Medico suffraganeo, Cancelliere, Vice Cancelliere,<br />

un Chirurgo, quattro Fanti e due Deputati in ciascheduna Villa,<br />

che vegliano costantemente su qualunque emergenza <strong>per</strong> renderne<br />

immediatamente l’Offizio”. “In tutti i casi di morti repentine<br />

d’Uomini, e di animali valsi l’Offizio del proprio Medico, e<br />

Chirurgo o di Periti <strong>per</strong>sone tutte es<strong>per</strong>imentate” 17 .<br />

Il podestà mottense Andrea Landi nel 1791 trasmette su richiesta<br />

del Podestà e Capitano di Treviso l’organigramma sanitario della<br />

città:<br />

“In esecuzione alle riveribili Lettere ecc. mi do l’onore di avanzarle<br />

l’inserita nota riguardante Medici Fisici e Chirurghi esercenti in<br />

questo luoco e territorio ecc.” .<br />

Nota de’ Medici Fisici e Chirurghi esercenti nella Terra della <strong>Motta</strong><br />

e Territorio<br />

Ecc.te Dr. Luigi Soler medico condotto<br />

Sr. Luigi Cimarosti Chirurgo condotto<br />

Sr. Giuseppe Ortica Chirurgo<br />

26<br />

Sr. Gio. Domenico Ortica Chirurgo<br />

Sr. Valerio Ortica<br />

Sr. Valerio Nani<br />

(Esercenti)<br />

<strong>Motta</strong>, 20 luglio 1791. Andrea Landi Podestà.<br />

In quell’occasione, aggiunge che:<br />

“Relativamente alle ossequiate lettere con le quali mi vengono<br />

accompagnate alcune stampiglie della Terminazione e Proclama<br />

4 Maggio dell’Ecc.mo Magistrato alla Sanità di Venezia<br />

nell’importante argomento della China-China <strong>per</strong> assicurare<br />

possibilmente la preservazione della medesima e <strong>per</strong> togliere<br />

l’inferior qualità della stessa, ed in quanto al Proclama <strong>per</strong>ché li<br />

Medici e Chirurghi non possano esercitare nello Stato né usare di<br />

altri privilegi se non di quelli che venissero rilasciati dall’Università<br />

di Padova, e da Colegi di Venezia, esclusi <strong>per</strong> sempre tutti gl’esteri<br />

…ho fatto pubblicare sotto questa Pubblica Loggia con le solite<br />

formalità gl’esemplari medesimi ecc.” (FOTO n. 17-18-19).<br />

Con l’avvento del primo dominio napoleonico è il chirurgo<br />

Giuseppe Ortica ad assumere la carica di presidente della<br />

Municipalità di <strong>Motta</strong>. Il 26 maggio 1797 con il motto “Libertà<br />

Virtù Eguaglianza” la Municipalità elegge a delegati alla Sanità “i<br />

Cittadini Gio. Batta Fabris e Girolamo Tagliapietra” e Segretario<br />

alla Sanità “il Cittadino Domenico Lippi”. Di fronte alla rapacità<br />

subito dimostrata dai francesi i governanti locali si dimostrano<br />

saggi e intenzionati soprattutto a difendere la popolazione: di<br />

fronte alle pressanti richieste del “Comitato Militar Centrale” di<br />

Treviso che richiede un pesante contributo di attrezzature <strong>per</strong><br />

il secondo ospedale militare (destinato ai francesi), “di fresco<br />

eretto”, il 14 ottobre Ortica risponde che “sono tre giorni che qui<br />

15 28 giugno 1766 “il povero Antonio Basso da quattr’anni ridotto all’ultimo della miseria non ha nemmeno letto da dormire, <strong>per</strong>ciò umile e clino<br />

ricorre a quest’adunanza acciò voglia fargli la carità di riceverlo in questo Ospitale”. Lo stesso giorno si annota: “ridotto l’Ospitale all’ultimo<br />

del bisogno della rinnovazione de lenzuoli e stramazzi [materassi], <strong>per</strong>ciò manda parte il Sig. Gastaldo che siagli data facoltà poter spendere <strong>per</strong><br />

l’occorrente…” (ASTv, Scuole di <strong>Motta</strong>, busta 3).<br />

16 L. Rocco, op. cit., p.532.<br />

17 Da Allegazione della Magnifica Città di Treviso e suo Offizio di Sanità, 1791.


17) 18) 19)<br />

dimorano 3000 soldati e 700 cavalli”, da ospitare e mantenere 18 ,<br />

e che “se fosse a vs. cognizione le nostre miserie” tali richieste<br />

non verrebbero certo fatte. Fa presente che una esondazione<br />

di Livenza e Monticano “apportò a questi miseri abitanti il<br />

deplorabile sacrificio delle loro sostanze”, e che mancano del<br />

tutto sorgoturco, legumi, uva e fieno. Il delegato Fabris, dal canto<br />

suo, dovendo dopo altre insistenze assecondare la richiesta, scrive:<br />

“Tutta la biancheria ed altri effetti ch’erano destinati <strong>per</strong> costì si<br />

dovettero impiegarli <strong>per</strong> questi ammalati e non ci troviamo più<br />

al caso di spedirvi cosa alcuna…”. Il 29 ottobre il Comitato di<br />

Treviso attesta ricevuta da <strong>Motta</strong> di “8 lenzuoli 8 camicie 6 paglioni<br />

6 capezzali e 2 co<strong>per</strong>te”, ma contestualmente lamenta in tono un<br />

po’ minaccioso come “in tutto il vs circondario non si ritrovi della<br />

gioventù che ami di arruolarsi nella milizia. Indagate, cittadini, <strong>per</strong><br />

quanto potete, di ritrovar dei volontari, e la forza sia l’ultimo vs.<br />

tentativo. Salute e fratellanza”. Negli stessi giorni, <strong>per</strong>ò, il Trattato<br />

18 Lepido Rocco e Damiano Meda narrano nei dettagli le violenze e le ruberie dei napoleonici.<br />

27<br />

di Campoformido poneva fine al primo dominio napoleonico, e i<br />

territori veneti venivano ceduti all’Austria.<br />

D A L S E C O N D O P E R I O D O<br />

NAPOLEONICO AL REGNO SABAUDO<br />

Con l’instaurarsi del secondo dominio napoleonico nel 1806<br />

il settore dell’assistenza e dalla pubblica beneficenza venne<br />

fortemente rimaneggiato: furono soppresse tutte le congregazioni<br />

religiose e fondate le Congregazioni di carità, mantenute poi<br />

dall’Im<strong>per</strong>o austroungarico e anche, successivamente, dal regno<br />

d’Italia. Erano amministrazioni unitarie di tutti gli ospedali,<br />

orfanotrofi luoghi pii, monti di pietà, lasciti e fondi di pubblica<br />

beneficenza di qualunque natura o denominazione, delle quali


facevano parte quasi esclusivamente autorità laiche. A <strong>Motta</strong><br />

cominciò un lungo braccio di ferro tra la locale Municipalità e<br />

la Vice-Prefettura del Dipartimento del Tagliamento, l’autorità<br />

francese con sede a Treviso cui era direttamente subordinata.<br />

Sono continue le lamentele, i richiami e le minacce <strong>per</strong> le incurie<br />

e le omissioni degli amministratori locali, che l’8 ottobre 1808<br />

avevano comunicato di non avere “nella sua Comune alcun<br />

istituto di pubblica beneficenza”. L’hospedal descritto quattro anni<br />

come “piccolo ospizio senza rendita” aveva cessato di funzionare<br />

in forza della soppressione delle congregazioni religiose, e non<br />

era stato rimpiazzato da un analogo istituto. In verità i mottensi<br />

non volevano farsi carico dei malati militari francesi, privilegiati<br />

più di ogni altro dal governo, e <strong>per</strong> questo tardavano ad attivare la<br />

congregazione di carità. E i malati civili? Mancano notizie, ma è<br />

presumibile che continuassero ad essere assistiti a domicilio o nel<br />

convento della Madonna dei Miracoli -sopravvissuto a una prima<br />

soppressione degli istituti religiosi veneti decretata da Napoleone<br />

nel 1805-, almeno fino a quando, nel 1810, fu secolarizzato<br />

e confiscato a seguito del Decreto di Compiègne. L’ex-frate<br />

Vincenzo Volpi, ridotto a vivere in un “luogo di fortuna” con<br />

sette confratelli, si mise subito a disposizione della popolazione,<br />

assistendo poveri e ammalati, fino a che, nel 1832, realizzò il<br />

sogno di riacquistare l’edificio monastico grazie alla generosità dei<br />

fedeli.<br />

Piovono senza tregua su <strong>Motta</strong> le disposizioni degli occupatori<br />

francesi, eloquenti anche <strong>per</strong> la situazione di estrema e generale<br />

indigenza che descrivono: il 4 novembre si prescrive che le<br />

amministrazioni degli ospedali civili diano ai militari “che sortono<br />

dagli Ospedali” e hanno assoluto bisogno di “scarpe ed effetti<br />

di piccolo equipaggi” le migliori “fra quelle lasciate dagli uomini<br />

morti”. L’8 dicembre il Vice-Prefetto richiede “immediatamente e<br />

senza <strong>per</strong>dita d’un minuto” una “dettagliata e specifica della qualità<br />

e quantità de’ cibi e bevande componenti il vitto giornaliero di<br />

ciascun ricoverato ne’ pii stabilimenti, precisando le misure e i pesi”.<br />

Il 13 dicembre un solenne richiamo del Prefetto del Dipartimento<br />

del Tagliamento lamenta “l’inattività assoluta della Congregazione<br />

di carità di <strong>Motta</strong>” a proposito dei “doveri dell’umanità”, e dà un<br />

19 Busta 31.<br />

28<br />

mese di tempo <strong>per</strong>ché “lo stato amministrativo della Congregazione<br />

di <strong>Motta</strong> pareggi quello di tutte le altre Congregazioni”. Si allega<br />

un modulo stampato da compilare:<br />

“Conto preventivo delle rendite e spese degli stabilimenti di<br />

pubblica beneficenza riuniti sotto l’amministrazione della<br />

Congregazione di carità nel comune di …<br />

Per gli ospedali:<br />

riparazioni ai locali <strong>per</strong> uso degl’istituti<br />

salari ai medici, chirurghi, infermieri ed altri inservienti nell’interno<br />

dell’<strong>Ospedale</strong><br />

trattamento di n. malati<br />

pazzi<br />

incurabili<br />

carcerati infermi<br />

medicinali<br />

biancheria, manutenzione di n. …letti, rinnovazione di mobili ed<br />

utensili<br />

introduzione delle derrate in città, e spese minute<br />

lumi, combustibili, carta, libri, penne ecc. <strong>per</strong> l’interno<br />

dell’ospedale<br />

oggetti di culto<br />

tumulazione di n. …cadaveri, cioè n. maschi e n. femmine”.<br />

E’ significativo che il modulo, giacente dopo due secoli esatti tra<br />

le carte delle “Scuole di <strong>Motta</strong>” dell’Archivio di Treviso 19 , da cui<br />

abbiamo tratto queste notizie, sia rimasto in bianco.<br />

Il 6 gennaio 1809 il Vice-Prefetto vieta di trasferire “da un<br />

Ospitale all’altro i malati militari, atteso il rigore della stagione,<br />

non <strong>per</strong>mettendo l’umanità ed il riguardo da doversi a tali <strong>per</strong>sone<br />

benemerite che venga esposta ad un così prossimo <strong>per</strong>icolo la loro<br />

vita consagrata alla difesa del Sovrano e della Patria”. Sei giorni<br />

dopo il Vice-Prefetto comunica che “l’Amministrazione della<br />

Guerra dell’Im<strong>per</strong>o Francese ha ridotto la corresponsione pel<br />

trattamento e cura degl’ammalati militari francesi ad 1 franco <strong>per</strong><br />

gli Ospitali della riva destra dell’Adige, e ad 1 franco e 10 centesimi<br />

<strong>per</strong> quelli della sinistra”: un motivo in più <strong>per</strong> evitare di farsi carico<br />

dei soldati francesi.


Soltanto il 6 febbraio 1812 si comunicano a Treviso i nomi dei<br />

membri della Congregazione di carità:<br />

“Elenco complessivo di tutti li Membri che compongono l’intiera<br />

Congregazione di Carità di <strong>Motta</strong>, esistente nel Cantone di <strong>Motta</strong>,<br />

Distretto di Conegliano-Dipartimento del Tagliamento:<br />

Antonio Burlina, presidente<br />

Gio. Domenico Brustoloni, vice-presidente<br />

Angelo Pasini (tesoriere), Gio. Battista Sutto, Luigi Peratoner,<br />

Melchior Zannoner (membri)”.<br />

Un mottense che invece fu in buoni rapporti, anche <strong>per</strong>sonali,<br />

con Napoleone fu Antonio Scarpa (FOTO n. 20), uno dei primi<br />

anatomo-patologhi dell’era moderna. Nacque a Lorenzaga<br />

di <strong>Motta</strong> nel 1752, si laureò in medicina a Padova nel 1770 ed<br />

ottenne nel 1772 la cattedra anatomo-chirurgica dell’Università<br />

di Modena, che tenne sino al 1783, anno in cui venne chiamato<br />

all’Università di Pavia. Qui gli fu assegnata la cattedra di Anatomia<br />

umana, accoppiandovi l’insegnamento di o<strong>per</strong>azioni chirurgiche.<br />

Il suo primo impegno fu la costruzione dell’ampio e su<strong>per</strong>bo<br />

20) Antonio Scarpa<br />

in un’incisione di<br />

epoca napoleonica.<br />

29<br />

teatro anatomico, oggi “Aula Scarpa”. Gli venne poi affidata la<br />

direzione della Clinica Chirurgica, fu riconfermato professore di<br />

Anatomia Umana e Clinica Chirurgica, fu Direttore degli Studi<br />

Medici e dei Gabinetti e ripetutamente Rettore. Il nome di Antonio<br />

Scarpa rimane soprattutto legato alle fondamentali sco<strong>per</strong>te che<br />

egli, con finissima tecnica dissettoria, fece in campo anatomico<br />

ed in particolare neurologico: diede una magistrale descrizione<br />

dell’organo dell’udito, di cui scoprì il ganglio vestibolare ed il<br />

timpano secondario; studiò l’organo dell’olfatto e scoprì il nervo<br />

olfattivo ed il nervo nasopalatino; scoprì ed accuratamente<br />

descrisse il numero, l’origine ed il decorso dei nervi cardiaci. Scarpa<br />

fu anche un grande chirurgo: nelle sue descrizioni di o<strong>per</strong>azioni<br />

chirurgiche si trova sempre, accanto alla tecnica, una dettagliata<br />

descrizione anatomica, come nella sua grande o<strong>per</strong>a sulle ernie,<br />

dove egli magistralmente descrive le regioni inguino-addominale<br />

ed inguino-femorale ed i particolari di quello che ancor oggi viene<br />

chiamato “triangolo di Scarpa”. Morì nel 1832 20 .<br />

Dopo il Congresso di Vienna iniziano i lunghi anni del Regno<br />

Lombardo-Veneto. Anni di declino e depressione, soprattutto <strong>per</strong><br />

21) La testa di Antonio Scarpa conservata<br />

all’Università di Pavia.<br />

20 Presso il Museo <strong>per</strong> la Storia dell’Università di Pavia si conserva in alcool la testa di Antonio Scarpa (FOTO n. 21). Due le versioni sulla esposizione<br />

della singolare “reliquia”: la prima riconduce a una soverchia venerazione da parte degli allievi, la seconda all’esatto contrario, e quindi a una<br />

vendicativa decapitazione della salma o<strong>per</strong>ata dagli stessi. In ogni caso, il re<strong>per</strong>to è accompagnato da una iscrizione elogiativa: “Honori et memoriae<br />

Antonii Scarpae / ingenio et doctrina singulari anatomicorum principis / qui musaeum inventis suis o<strong>per</strong>ibus / auctum studiis anatomicis fovendis / atq ornamento<br />

nobilissima sui parte honestavit”.


Venezia 21 , ormai città <strong>per</strong>iferica dell’Im<strong>per</strong>o austroungarico, che<br />

sembra destinata a spopolarsi e a trasformarsi in una romantica<br />

città-museo, senza <strong>per</strong>altro godere ancora dei benefici economici del<br />

turismo di massa, e poi <strong>per</strong> tutto l’entroterra veneto. Si diffondono<br />

le malattie connesse alla povertà e alla sottoalimentazione: pellagra,<br />

scorbuto, rachitismo, con frequenti epidemie di tifo e di colera.<br />

L’Im<strong>per</strong>ial Regia Delegazione Provinciale di TV in un “avviso”<br />

del 3 giugno 1862 elenca Medici, Chirurghi, Levatrici e veterinari<br />

“accreditati”. A <strong>Motta</strong> il medico è Egidio Giacomini 22 , il chirurgo<br />

Francesco Fantini, i farmacisti Pietro Burlina e Giovanni Sartori,<br />

le levatrici Orsola Scarpa, Romana Barea e Malvina Longo Bigotti,<br />

il veterinario Giovanni Lippi.<br />

Si è già detto come negli anni 1835-36 si dovesse edificare un<br />

lazzaretto <strong>per</strong> colerosi destinato, a fine epidemia, a diventare<br />

ospedale civile comunale e di come non se ne fece nulla: soltanto<br />

dopo il 1866, quando Lombardia e Venezie entrarono a far parte<br />

del Regno d’Italia, nacque il tanto auspicato nosocomio pubblico.<br />

Ancora una volta, fu il convento della Madonna dei Miracoli ad<br />

accogliere gli ammalati e i poveri di <strong>Motta</strong> e dintorni. Facendo<br />

rilevare che padre Vincenzo Volpi, nell’acquisto del 1832, aveva<br />

posto la condizione che “cessando il convento di appartenere ai<br />

Minori Osservanti non abbia ad appartenere a beneficio dello<br />

Stato, ma sia invece costruito Ospitale <strong>per</strong> i poveri di <strong>Motta</strong>”<br />

il Comune ottenne nel 1869, dopo la nuova soppressione degli<br />

istituti religiosi decretata dal Regno sabaudo, che l’antico edificio<br />

non venisse incamerato dal demanio dello Stato, bensì dal Comune<br />

stesso, il quale ne affidò la gestione alla congregazione di carità.<br />

Gran parte del convento fu adibita “ad uso di infermeria e servizi<br />

relativi”; rimasero, pagando un affitto, alcuni frati incaricati di<br />

officiare la basilica e anche di assistere spiritualmente gli ammalati 23 .<br />

L’assistenza, garantita poi da un cappellano appositamente<br />

nominato, durerà fino al 1942, quando, piuttosto a malincuore,<br />

i frati dovettero rinunciarvi <strong>per</strong> decisione del vescovo di Vittorio<br />

Veneto, che preferì affidarla a un sacerdote del clero diocesano 24 .<br />

30<br />

Nel 1880 nacque ufficialmente l’<strong>Ospedale</strong> civile comunale di <strong>Motta</strong>,<br />

con un proprio statuto organico. Era retto da un’Amministrazione<br />

composta da un presidente e quattro membri eletti dal consiglio<br />

comunale, i quali prestavano servizio gratuito. Grazie anche a<br />

numerosi benefattori, nel 1890 lo stato patrimoniale era costituito<br />

da “beni rustici, fabbricati, rendita pubblica, mutui e mobili del<br />

valore complessivo di circa sessantamila lire”, una cifra non<br />

indifferente. Dal 1880 al 1890 la retta giornaliera <strong>per</strong> gli ammalati<br />

a carico del Comune di <strong>Motta</strong> ammontava a L.1.30, <strong>per</strong> quelli a<br />

carico di altri comuni a L.1.45; in questi anni la durata media di<br />

un ricovero era di ben 44 giorni. “Dal 1890” scrive Rocco qualche<br />

anno dopo “la gestione dell’<strong>Ospedale</strong> progredisce con efficacia<br />

sempre maggiore, im<strong>per</strong>ciocché le accresciute comodità del locale,<br />

l’inappuntabilità del servizio che vi prestano gli infermieri, la<br />

buona raccolta di apparecchi di medicina e di istrumenti chirurgici<br />

e la premura ed abilità del medico-chirurgo curante [il dott.<br />

Giulio Dozzi], fanno sì che vi accorra di anno in anno un numero<br />

sempre maggiore di infermi e che vi trovino conforti e rimedi<br />

soddisfacenti”. Le o<strong>per</strong>azioni più praticate erano in quel <strong>per</strong>iodo<br />

“laparotomie, ovariotomie, o<strong>per</strong>azioni radicali alla Bassini <strong>per</strong> la<br />

riduzione delle ernie (oltre 50 all’anno)”. Il martedì e il sabato<br />

mattina era in funzione l’ambulatorio, molto frequentato anche da<br />

pazienti dei mandamenti vicini (FOTO n.22). Due validi chirurghi<br />

mottensi, Giuseppe Trevisanello e Basilio della Frattina, erano in<br />

quegli anni rispettivamente primario dell’<strong>Ospedale</strong> Pammatone<br />

di Genova e primario dell’<strong>Ospedale</strong> civile di Pordenone. Le celle<br />

del convento ospitavano ancora, secondo l’antica tradizione e<br />

con gravi problemi di promiscuità e sovraffollamento, singoli o<br />

famiglie di indigenti, che si riuscì a ridurre, nel 1891, a una ventina<br />

di unità.<br />

Nel 1911 i Francescani ricomprarono dal Comune di <strong>Motta</strong><br />

il convento, spendendo 60.000 lire <strong>per</strong> l’acquisto e 12.000 <strong>per</strong><br />

l’ennesima riconversione dell’edificio. 110.000 lire fu invece<br />

l’ammontare del preventivo <strong>per</strong> il primo padiglione (oggi<br />

21 Cfr.: Alvise Zorzi, Venezia austriaca, Editrice Goriziana, 2000.<br />

22 Singolare figura di medico-poeta, autore dei “Versi” pubblicati postumi nel 1908. Fu medico condotto <strong>per</strong> cinquant’anni.<br />

23 “I sacerdoti, <strong>per</strong> gratitudine all’ospedale, che assegna loro un’abitazione, si esibiscono di prestare gratuitamente la loro o<strong>per</strong>a spirituale agli infermi<br />

nel fu convento” (D. Meda, op. cit., p.260).<br />

24 D. Meda, op. cit., p.261-262.


“Cardazzo”), che l’amministrazione comunale fece finalmente<br />

costruire sul terreno dell’ex-orto dei frati, e che costituì il primo<br />

nucleo dell’odierno complesso ospedaliero (FOTO n.23). Nel<br />

1922 il Comune acquistò dai religiosi un altro appezzamento<br />

<strong>per</strong> edificarvi il padiglione delle malattie infettive (FOTO n.24),<br />

progettato dall’architetto Attilio Saccomani, autore di molte altre<br />

o<strong>per</strong>e pubbliche a <strong>Motta</strong> e dintorni. Si trattava di una costruzione<br />

all’avanguardia, tant’è che l’anno dopo il sindaco di Castelfranco<br />

Veneto chiedeva a quello di <strong>Motta</strong> la pianta del padiglione e altre<br />

informazioni tecniche (appendice, doc. 4), dovendo costruirne uno<br />

analogo (FOTO n. 25).<br />

L’INVASIONE AUSTROUNGARICA<br />

Antonio Ludovico Ciganotto (1869-1934), francescano, fu<br />

docente di teologia, storia ecclesiastica e diritto canonico a Malta<br />

e a Gerusalemme, dove venne ordinato sacerdote. Alcuni suoi<br />

saggi sul filosofo medioevale Duns Scoto sono ancor oggi ritenuti<br />

fondamentali. Durante l’invasione austro-ungarica del 1917-1918,<br />

conseguente alla disfatta di Caporetto, si trovava nel convento di<br />

<strong>Motta</strong>, e ci ha lasciato una drammatica cronaca di quei giorni 25 .<br />

In data 7-8 novembre 1917, quando gli austriaci sono alle porte<br />

di <strong>Motta</strong>, annota: “L’<strong>Ospedale</strong> civile è stato sgombrato <strong>per</strong> tempo<br />

dai malati. La clinica e quanto vi aveva di meglio, è stato messo in<br />

salvo. Alcune vecchie ricoverate e impotenti a muoversi, sono state<br />

abbandonate. Ma fortuna <strong>per</strong> loro che un religioso, il Cappellano,<br />

sia andato a farvi un sopraluogo! Se il convento non provvedesse,<br />

quelle povere disgraziate e ignorate sarebbero morte di fame”.<br />

Il 10-11 novembre: “Il saccheggio nel vero senso della parola, si<br />

esercita liberamente. Tutti questi invasori, chi più può più porta<br />

via. Le botteghe e i depositi dei grandi negozianti e i migliori<br />

palazzi sono piantonati da guardie armate, affinché il popolo non<br />

abbia da approfittare di qualche cosa. La rapacità e l’ingordigia,<br />

dirò così, insensata, è qualcosa d’indescrivibile, di frenetico. I<br />

soldati abbrancano qualunque cosa che cada loro fra le mani: libri,<br />

carte, specchi, oggettini di lusso, ninnoli, ecc., tutta roba a loro<br />

inutile che poi gettano nei cortili, nelle strade e nei fossi. Sorte<br />

25 V. www.frontedelpiave.info. Novembre 1917.<br />

31<br />

miseranda <strong>per</strong> mano di questi predoni è toccata all’archivio antico<br />

del municipio, ricco di documenti di primaria importanza”.<br />

Il 13 novembre gli invasori requisiscono metà del convento ad uso<br />

ospedale. Il 14 tocca alla basilica, fino al presbiterio (FOTO n.26).<br />

17 novembre: “A cimitero militare è stato adibito il terreno<br />

all’angolo sud-est dell’ospedale civile. A scavare le fosse vi pensano<br />

già i prigionieri russi!”.<br />

3 dicembre: “Compiuta la rapina ufficiale delle macchine, del<br />

bestiame, dei viveri ecc.: provvedere al mantenimento della<br />

popolazione incombe all’autorità civile del luogo! …il colmo è<br />

che i malati civili possono usufruire della visita gratuita dei medici<br />

militari (che del resto in omaggio alla verità e alla giustizia, si sono<br />

prestati e si prestano con premura… Quando i “civili”, come ora<br />

appellansi, cioè la popolazione soggiacerà alla malattia della…fame<br />

(che già bussa alla porta di molti), i medici militari faranno bensì la<br />

visita, ma daranno poi la medicina?”.<br />

29 dicembre: “Sono arrivati due carri ferroviari di carbon fossile<br />

<strong>per</strong> l’ospedale. Questa notizia <strong>per</strong> l’ufficiale che la dava era un<br />

avvenimento…gli ospedali sono privi delle cose di prima necessità.<br />

Non parlo di stufe (ora improvvisate in qualche modo), o di<br />

bottiglie di riscaldamento <strong>per</strong> i degenti, che potrebbero parere un<br />

lusso, ma di letti, di biancheria, di co<strong>per</strong>te. Per un bel po’ i malati<br />

e i feriti in questa nostra chiesa giacquero sulle pietre sopra un<br />

braccio di fieno, pressoché ignudi”.<br />

Dopo aver descritto i continui saccheggi, ruberie e violenze<br />

delle truppe di occupazione, Ciganotto scrive il 21 gennaio<br />

1918: “Devo rendere ancora una volta omaggio all’umanità degli<br />

ufficiali di quest’ospedale, che prestano la loro o<strong>per</strong>a caritatevole<br />

e gratuita, anche a domicilio, in favore di questa popolazione.<br />

Lo stesso Maggiore oggi pregato da alcune povere donne, non<br />

avendo chi mandare, <strong>per</strong> istrade pressoché impraticabili, andò in<br />

<strong>per</strong>sona sino a Malintrada a visitare alcuni degenti, sacrificando<br />

l’ora del pranzo. Alle visite gratuite aggiungono anche le medicine<br />

parimenti gratuite. Tutti di famiglie signorili questi ufficiali, sono<br />

un fiore di compitezza civile, ma non disdegnano il casolare del<br />

povero. Sono in maggioranza boemi. Tutto questo va notato ad<br />

onore della verità e <strong>per</strong> titolo di giustizia”.


23) Un’immagine successiva al 1911, con il primo<br />

padiglione (oggi Cardazzo) appena costruito.<br />

www.mottadilivenza.biz<br />

24) Pianta del “lazzaretto”<br />

progettato dall’ing.<br />

Saccomani (1922).<br />

22) La basilica prima della costruzione<br />

del primo padiglione dell’ospedale. In<br />

primo piano l’orto dei frati poi acquistato<br />

dall’amministrazione ospedaliera.<br />

32<br />

www.mottadilivenza.biz


www.mottadilivenza.biz<br />

33<br />

25) Lettera di risposta al sindaco di Castelfranco in cui si sottolinea<br />

“il generale compiacimento <strong>per</strong> l’ottima riuscita” del padiglione degli<br />

infettivi.<br />

26)


9 febbraio: “Nei giorni scorsi c’è stata un’ispezione nell’ospedale<br />

da campo 808 qui stanziato. Le conseguenze sono disposizioni<br />

<strong>per</strong> molti cambiamenti di <strong>per</strong>sonale. Ci sono a <strong>Motta</strong> due ospedali,<br />

l’808 che funziona sin dai primi giorni dell’invasione, e l’807 di<br />

riserva, in attesa di andare avanti. In tale attesa il <strong>per</strong>sonale di<br />

questo occupa il suo tempo in quello: ma la sua presenza qui<br />

ormai tornava su<strong>per</strong>flua. Gli dispiaceva molto <strong>per</strong>ò lasciare <strong>Motta</strong><br />

<strong>per</strong> trasferirsi ad Annone. Si approfittò quindi della temporanea<br />

assenza del Maggiore medico il sig. E. Wagner, di nazione boemo,<br />

l’unico e vero responsabile, <strong>per</strong> compiere un sopraluogo, e <strong>per</strong><br />

prendere quelle determinazioni che erano nei desideri del <strong>per</strong>sonale<br />

dell’807, un misto di tedesco e di ungherese. A questi intrighi non<br />

sono probabilmente estranei motivi di religione, ma certo hanno<br />

una larga parte questioni di nazionalità (in Austria le nazionalità<br />

si odiano cordialmente), e specialmente le donne. Anzi è proprio<br />

una signorina della Croce Rossa appartenente all’807, figlia d’un<br />

deputato ungherese, cui tanto dispiaceva partire da <strong>Motta</strong>. Una<br />

vittima di questi intrighi è il capitano medico Sig. Giuseppe Prader<br />

da Merano (Bolzano), <strong>per</strong>sona degna di ogni rispetto, la quale<br />

pel bene che ha fatto si è acquistata la stima e la benevolenza di<br />

tutti”.<br />

13 febbraio: “…giungeva la voce che un drappello armato <strong>per</strong><br />

ordine del Comando aveva intrapreso un nuovo spoglio della<br />

biancheria nelle famiglie. L’annunzio dell’imminente arrivo di una<br />

banda di briganti non avrebbe incusso tanto spasimo…vi fu chi<br />

giunse ad augurarsi <strong>per</strong>fino la morte: “piuttosto di rinnovarci ogni<br />

altro giorno di martirio, ci uccidano, che tutto finirà in una sola<br />

volta”. Fortunatamente questa, <strong>per</strong> eccezione, non è stata una<br />

rapina, ma una questua di beneficenza <strong>per</strong> gli ospedali”.<br />

12-17 marzo: “Trentacinque giorni di letto con una bronchite<br />

cronica. Rendo omaggio di gratitudine agli ufficiali di questo<br />

ospedale <strong>per</strong> le premure loro e <strong>per</strong> le cure prestatemi”. 1° maggio:<br />

“In quest’ospedale, da prima prettamente boemo, da tempo<br />

hanno cominciato ad infiltrarsi degli elementi estranei, tedeschi,<br />

protestanti, ebrei: elementi che ora sono la maggioranza. La prima<br />

delle premure che questo elemento nuovo s’è data, è stata quella<br />

di fornire l’ospedale d’un mobile di lusso, d’un feldkurat (così ama<br />

chiamarsi) protestante, al quale è stato assegnato a mensa il posto<br />

d’onore. Trattandosi d’un lusso, lo merita: ma stando al buon<br />

34<br />

senso un feldkurat protestante pare proprio il colmo del ridicolo,<br />

non avendo, la forza dei principii religiosi religiosi professati da lui<br />

e dai suoi correligionari , proprio altro da curare che la riscossione<br />

della paga mensile di corone cinquecento. Pareva dovesse venire a<br />

mensa anche un…feldkurat ebreo (il quale ha già piantato sinagoga<br />

nella casa di Cranio). Difatti una sera si presentò, ma poi non si<br />

vide più”.<br />

Il 24 maggio inizia la grande offensiva del Piave, che porterà<br />

l’Italia alla vittoria. Ciganotto è attento ai segnali che filtrano dalle<br />

conversazioni degli ufficiali, e continua nella sua o<strong>per</strong>a di carità. Il<br />

17 giugno annota come continui “un grande affluire di feriti, come<br />

al solito in maggioranza leggeri, che medicati si fanno proseguire.<br />

In quest’ospedale vi sono anche diciotto feriti nostri, uno dei quali<br />

morto questa sera”.<br />

Il 19 giugno: “affluire stragrande di feriti. Sono stati allogati alla<br />

meglio su trucioli e su frasche verdi nell’atrio della Chiesa e nei<br />

chiostri del Convento. Vi sono anche degli italiani, alcuni dei quali<br />

feriti e fatti prigionieri a San Biagio di Callalta”.<br />

Il 22 giugno precisa che ben 70 ricoverati sono morti negli ultimi<br />

due giorni: “Iddio li abbia in pace, purché non vi siano andati<br />

[all’altro mondo] coll’animo di saccheggiare e rapinare anche<br />

là…le vesti dei morti devono servire ai vivi, <strong>per</strong>ciò i cadaveri si<br />

avvolgono nudi in un lenzuolo, e senza attender altro si accatastano<br />

come sacchi di farina s’un carro, e via”.<br />

24 giugno: “Oggi l’atrio della chiesa e i chiostri del convento<br />

sono stati sgombrati dai feriti. Disgraziati! Molti di loro giacquero<br />

tre giorni sul campo prima di poter essere raccolti, e due giorni<br />

qui sulle pietre prima che venisse il loro turno di medicazione.<br />

E non erano tutti leggeri. Questo fatto miserando è dovuto al<br />

loro numero oltremodo grande, non alla trascuratezza dei medici<br />

che lavorano anche la notte. Neanche questo fu –come altre cose-<br />

contemplato nei calcoli preventivi. “Al massimo sarà di duemila il<br />

giro di feriti in quest’ospedale” disse il Generale sanitario, il quale<br />

negli ultimi giorni precedenti l’offensiva aveva tenuto varii consigli<br />

nel nostro refettorio. Solo nei due giorni 18-20 i feriti arrivati in<br />

quest’ospedale sono stati 5000 (cinquemila). La città, già tutta una<br />

caserma, si va trasformando in un ospedale, e presso la stazione<br />

della strada ferrata si stanno costruendo dei baraccamenti capaci di<br />

diecimila ammalati. Conseguenze sgradevoli di calcoli…sbagliati!


Subito che abbiano passato visita e medicazione, i feriti che non<br />

sono estremamente gravi, vengono trasportati al treno, e inviati<br />

nell’interno, triste trofeo della Piave, ecatombe dell’esercito e,<br />

come s<strong>per</strong>iamo, tomba dell’Austria”.<br />

Tra alti e bassi, continuano devastazioni, requisizioni e ruberie, in<br />

città e nelle campagne. 7 luglio: “Oggi sono sette giorni che siamo<br />

all’acqua. Del vino ce ne sarebbe stato a sufficienza <strong>per</strong> tutti e <strong>per</strong><br />

tutto l’anno se gli ufficiali dell’ospedale si fossero limitati a bere<br />

con moderazione, ma <strong>per</strong> quanto siano eglino di modi signorili<br />

e compiti, sono purtroppo molto lontani dall’essere modelli di<br />

sobrietà…”.<br />

22 luglio: “Serpeggia largamente un’epidemia, che in altri ha<br />

caratteri di colerica, in altri di dissenteria. Non è mortale, ma<br />

molto molesta, e in taluni ribelle. Non è del tutto nuova in questa<br />

stagione, se non <strong>per</strong> l’intensità e <strong>per</strong> la molta sua diffusione,<br />

cosa che a mio credere devesi al sudiciume che quest’invasori ci<br />

hanno regalato, e alle immondezze sparse dovunque: in paese,<br />

ch’è diventato stalla e latrina, nei dintorni, che sono un vasto<br />

letamaio: nelle campagne, dove in luogo dei soavi profumi che si<br />

respiravano una volta, emanano esalazioni fetide da doversi bene<br />

spesso portarsi la pezzuola al naso”.<br />

14 agosto: “In mezzo alle truppe infieriscono varie malattie: la<br />

malaria che contraggono alle Basse: malattie intestinali epidemiche<br />

(delle quali già dissi e sulle quali ritengo debba influire l’abuso<br />

dell’alcool), che, purtroppo, si diffondono anche nelle popolazioni<br />

civili; malattie le quali, <strong>per</strong> i caratteri che hanno di <strong>per</strong>sistenza e di<br />

gravità, debbono ritenersi importate dall’Austria dove sono molto<br />

diffuse, e qui mantenute dalle truppe, che col loro sudiciume<br />

hanno infettato i luoghi e inquinato le acque. Aggiungasi quella<br />

che oggi chiamiamo “influenza spagnuola”, la quale pel momento<br />

non infesta che le truppe. Dai medici è qualificata come scettica, si<br />

sviluppa a preferenza in broncopolmonite, e spessissimo è letale.<br />

“E’ cosa che dà molto pensiero questo fronte del Piave” dissemi<br />

un capitano medico “abbiamo più decessi <strong>per</strong> malattie qui che<br />

morti <strong>per</strong> ferite sul Carso! 26 ”.<br />

35<br />

Il 19 agosto, quando ormai serpeggia la notizia dell’avanzata<br />

italiana padre Ciganotto scrive: “La popolazione è un terzo di<br />

meno del normale: ma il numero dei morti in questi ultimi mesi è<br />

cresciuto in proporzione straordinaria: morti di malattie, morti di<br />

privazioni, di stenti, di miseria”.<br />

29 agosto: “Le truppe sono tormentate, decimate dalle malattie,<br />

specialmente dalla malaria che contraggono al basso Piave, e<br />

dall’influenza, che elegantemente ora chiamano spagnuola, la<br />

quale ha delle manifestazioni gravissime e spessissimo letali. Si<br />

sono avuti casi di decesso in due giorni. “Queste malattie” disse il<br />

comandante dell’ospedale “sono <strong>per</strong> noi peggio d’un’offensiva”…<br />

Gli ospedali di <strong>Motta</strong> si tengono laboriosamente sgombri: pieni<br />

la sera, vuoti la mattina. Da questi e da altri indizi non del tutto<br />

trascurabili, si va consolidando l’opinione divenuta comune, che<br />

gli invasori si tengano pronti ad una ritirata non remota, in vista<br />

dell’offensiva dei nostri…”Partirò <strong>per</strong> tempo” dissemi una dama<br />

della Croce Rossa [austriaca] “non mi farò prendere prigione,<br />

ancorché si dovessero lasciare qui dei malati”. “Perché?”. “Perché<br />

temo gli italiani”. “Ma gli italiani sono buoni: non usano sevizie,<br />

né maltrattamenti ai prigionieri”. “E’ che troppe ne abbiamo fatte<br />

qui, e temo giustamente un’aspra vendetta”. Una confessione<br />

tanto sincera avrebbe, al caso, meritato un’attenuante”.<br />

Il 6 settembre si parla a<strong>per</strong>tamente di ritirata austriaca: “Notevole<br />

è <strong>per</strong> noi che l’abbiamo sotto gli occhi quanto accade in questo<br />

ospedale 808. Una dozzina di giorni fa pareva dovesse comporre i<br />

bagagli: poi non se ne parlò più: è <strong>per</strong>ò un fatto molto significante<br />

che non riceve più malati, e che i medici che non sono della<br />

Sanità sono stati licenziati. Vuol dire o che le malattie sono<br />

miracolosamente scomparse o che non vi sono più soldati che<br />

abbiano da ammalarsi. Nell’uno e nell’altro caso stiamo meglio<br />

tutti”.<br />

7 ottobre: “La notte scorsa è stato pubblicato in mezzo alle<br />

truppe un telegramma del Comando supremo annunziante la pace<br />

prossima a conchiudersi. E’ stato un delirio di allegria: è un gran<br />

parlare che si fa da tutti, ma il popolo, che pur desidera la pace<br />

26 Le riflessioni in materia sanitaria di Ciganotto trovano conferma nelle Relazioni sulla Reale Commissione d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti<br />

commesse dal nemico. Documenti raccolti nelle Provincie invase. Vol. IV, Milano-Roma, s.i.d., p.81 segg. A pag. 427 dello stesso volume si legge come a <strong>Motta</strong><br />

risultino in buona parte distrutti sia l’Archivio comunale che quello della Congregazione di carità.


come liberazione dal martirio che soffre da undici mesi, prende<br />

le cose colla solita sua calma veneta, consolidata da una forte<br />

dose di scetticismo…Oggi è partito <strong>per</strong> recarsi alla sua nuova<br />

destinazione a Sedan!!! il comandante di quest’ospedale da campo,<br />

il dott. Edoardo Wagner, di nazione boemo, di religione cattolico.<br />

Uomo buono, ha fatto del bene a molti, non ha fatto del male a<br />

nessuno: lascia grata ricordanza in tutti. Il Signore lo benedica e<br />

l’accompagni. Giorni fa è stato trasmesso al convento un avviso<br />

da pubblicarsi in Chiesa. E’ in buon italiano. Il Corpo d’Armata<br />

fa noto alle popolazioni dei paesi occupati che non potrà curare<br />

dalla malaria i loro ammalati, quantunque n’abbia tutta la buona<br />

volontà: e che di ciò la colpa ricade tutta sopra il Governo italiano<br />

(“vostri fratelli” fa notare) che richiesto di chinino, non l’ha voluto<br />

dare. E’ tendenzioso questo linguaggio, e non so capire come<br />

questa gente si <strong>per</strong>da in manovre sì meschine. Del resto piuttosto<br />

di darsi tanta premura di curarci dalla malaria, che non esiste,<br />

farebbe meglio curarci dalla fame, ciò che potrebbe fare –senza<br />

bisogno di ricorrere a nessuno- coll’astenersi dal rubarci il frutto<br />

del sudore della nostra fronte”.<br />

9 ottobre: “Le condizioni nostre sono ormai miserrime, e più<br />

misere si riscontrano più che ci si allontana da questo centro.<br />

Quelli che stanno peggio sono i luoghi dove stanzia il IV Corpo<br />

d’Armata: Gorgo, Oderzo, Piavon ecc. Tra i cattivi, gli ungheresi,<br />

fatte rare eccezioni, sono pessimi: qui passano come l’espressione<br />

più autentica dei barbari. La fame bussa alla porta di tutti: le<br />

privazioni d’ogni genere sono grandi: la miseria ha preso stanza<br />

in tutte le case. A questo stato di cose fanno seguito necessario<br />

le malattie. Non vi ha famiglia, specialmente rurale, che non<br />

abbia, quasi in <strong>per</strong>manenza, due, tre e più malati a letto, privi<br />

naturalmente di tutto, fuorché dell’amorosa assistenza dei loro<br />

congiunti. La mortalità qui a <strong>Motta</strong> (dove i profughi dal fronte<br />

hanno rifatto all’incirca il numero dei fuggiti), al primo di questo<br />

mese raggiungeva già il doppio d’un anno intero normale. Non<br />

ostanti tante miserie, ci reputeremo compensati quel giorno in cui<br />

potremo dire che questi crudeli invasori se ne sono andati, senza<br />

tema che abbiano a tornarci più”.<br />

36<br />

Il 17 ottobre Ciganotto registra una certa agitazione tra gli invasori<br />

e alcune loro curiose abitudini di tipo alimentare: “Ieri la mensa<br />

degli ufficiali di quest’ospedale ha abbandonato il nostro refettorio<br />

<strong>per</strong> trasferirsi nella prima sala presso la porteria. Così si sono<br />

messi d’accanto alla mensa delle Dame della Croce Rossa -ch’essi<br />

chiamano Dame dell’Armata- stabilitasi contemporaneamente<br />

nella sala attigua. E’ da una settimana che alcuni volevano<br />

ammetterle senz’altro in refettorio, <strong>per</strong> cui nacque tra gli ufficiali<br />

tale un dissidio, che una metà minacciò una scissione. Giacché<br />

siamo in refettorio, non è fuor di proposito far menzione di certi<br />

gusti tutti particolari di certi ufficiali. E’ noto che gli anglosassoni<br />

fanno largo uso dello zucchero come d’un eccitante del sangue,<br />

forse quale surrogato del nostro bello e saluberrimo clima che<br />

tanto c’invidiano. Sulle nostre tavole, <strong>per</strong> quanto modeste, non<br />

manca mai la saliera. Di questa eglino non se n’occupano, e fanno<br />

senza: ma in sua vece vi figura immancabilmente un barattolo di<br />

zucchero. A che scopo? I dolci non devono mai mancare dalla loro<br />

mensa: e se manca la farina di frumento, non importa, i dolci si<br />

fanno con quella di granoturco. Anzi, è tanto l’uso che fanno dello<br />

zucchero che ve lo mettono largamente <strong>per</strong>fino sopra i fagioli lessi<br />

(dei quali <strong>per</strong> motivi di civiltà non abusano) e sull’insalata…”.<br />

24 ottobre: “Le discordie tra gli ufficiali di quest’ospedale vanno<br />

sempre ingrossando. Da quando hanno lasciato il nostro refettorio<br />

non passa giorno senza litigi. Contro il Maggiore medico sig. Salzer<br />

(viennese, protestante, del partito radicale tedesco), causa di molti<br />

malumori, è stato sporto presso il Comando un grave rapporto. E’<br />

un po’ ameno assistere a queste beghe dei nemici”.<br />

25 ottobre: “Colla data del 24 corr. il nostro mellifluo Comandante<br />

Catinelli 27 emana una “Dieustzlettal”, che non so se voglia dire<br />

Avviso, e che s<strong>per</strong>o sia l’ultimo. E’ una serie di nove prescrizioni<br />

(ma senza la immancabile solita minaccia di “severe punizioni”)<br />

(FOTO n.27) d’indole umanitaria <strong>per</strong> prevenire e curare la febbre<br />

spagnuola, che comincia ad infierire anche nel popolo. Di tali<br />

prescrizioni merita notarne due, che sono le più caratteristiche<br />

anche in fatto di lingua: 1) Sventolare le stanze, in giorni freddi e<br />

piogiosi bisogna scaldare le stufe e i letti; 4) Vestirsi bene e d’inverno.<br />

27 Sulla crudeltà del goriziano Catinelli , che odiava particolarmente gli italiani, e sulle violenze commesse v. Relazioni cit. Vol. VI, p.95 segg. e pp.<br />

487-488.


27) Un proclama austroungarico del luglio 1918.<br />

37


Non pare un’ironia?”.<br />

28 ottobre: “Circa le tre e venti pom. un’incursione offensiva di<br />

nostri velivoli. Hanno lanciato una quantità di bombe, tutte ad alto<br />

esplosivo, anche in località da non spiegarsi il <strong>per</strong>ché, come nel<br />

sobborgo delle Spinade. Ero al tavolino recitando l’ufficio, e come<br />

al solito non ci badavo. Però certi scoppii molto vicini solleticarono<br />

la mia curiosità…Due bombe rasentarono l’angolo sud-est<br />

dell’ospedale, scavando due enormi imbuti: forse avevano di mira<br />

i numerosi carri (dello stesso ospedale) radunati là vicino”.<br />

29 ottobre: “Le vittime dell’incursione aerea di ieri sono<br />

aumentate: i morti sono già saliti a 25, ed altri feriti gravissimi<br />

li seguiranno presto. Lode incondizionata va tributata ai sanitari<br />

di quest’ospedale, i quali corsero immediatamente sul luogo del<br />

disastro a raccogliere i feriti, prestando loro premurose cure”.<br />

30 ottobre: “Tutta la notte e tutto il giorno è stato un continuo<br />

movimento di truppe che ripassano la Livenza, bersagliate dalle<br />

mitragliatrici dei nostri velivoli che le incalzano senza pietà. Alle<br />

sei di stamane è partito l’ospedale con tutto quello che poté<br />

portare seco. Ha lasciato parecchi malati gravissimi dei suoi e dei<br />

nostri (quest’ultimi, feriti dalla bomba del 28). Per questi e <strong>per</strong><br />

i malati borghesi ha lasciato tredici capi di bovini (presso varie<br />

stalle) e medicine. La consegna l’ha fatta al convento (eccettuati<br />

i bovini, ben’inteso), <strong>per</strong> la cura ha lasciato un giovane medico<br />

ucraino, ossesso dalla paura a segno che non distingue più fra i vivi<br />

e i morti. I locali li ha lasciati in buono stato. Ha lasciato parimenti<br />

tutta la fornitura ed il mobilio che ha trovato appartenente<br />

all’ospedale civile, più molta della sua roba, specialmente letti,<br />

brande, materassi, stufe di ferro tutt’ora imballate ecc. Alle tre<br />

del pomeriggio quel buon medico ucraino, dopo essersi rivolto<br />

a questo e a quello <strong>per</strong> consiglio, ma inutilmente <strong>per</strong>ché ormai<br />

ognuno attendeva a se stesso, si risolse di partire a piedi”.<br />

Il 31 ottobre gli invasori lasciano <strong>Motta</strong> e poche ore dopo, da<br />

ponente, arrivano i primi liberatori, che fanno parte dell’avanguardia<br />

ciclistica del Reggimento di Cavalleria “Aquila”. La popolazione<br />

esultante si riversa in piazza <strong>per</strong> festeggiarli, ma il <strong>per</strong>icolo è<br />

ancora grande a causa di un bombardamento e molti si rifugiano<br />

in convento e nei locali dell’ospedale. Purtroppo, anche tra gli<br />

arditi e i componenti della Brigata “Ionio” dell’esercito italiano<br />

che sopraggiungono vi sono alcuni che tentano di requisire<br />

38<br />

e derubare, ma padre Ciganotto li affronta con coraggio. Il 4<br />

novembre arriva la notizia dell’armistizio; dopo un solenne Te<br />

Deum nel Santuario, finalmente ritornato luogo di culto, il frate<br />

chiude così il suo racconto: “Sono e moralmente e fisicamente<br />

stanco molto, e pongo fine a questa cronaca tutta di dolori, che è<br />

il nostro martirio d’un anno”.<br />

Scrive Damiano Meda nel volume La Madonna dei Miracoli in<br />

<strong>Motta</strong> di Livenza (1985): “La guerra poteva trasformare <strong>Motta</strong> in<br />

un inferno: la ferrovia e i ponti sul fiume Livenza erano obiettivi<br />

appetibili. Invece, essendo trasformata in un grande ospedale,<br />

rendeva più sicuro il paese. Al di là del Piave lo sapevano; le spie<br />

lo avevano notificato. Fu dunque una grazia della Madonna che<br />

la basilica fosse adibita ad ospedale…Fu una grazia <strong>per</strong> tutta la<br />

popolazione, <strong>per</strong>ché il santuario segnalato come zona di Croce<br />

Rossa, era indicato come luogo non soggetto a bombardamenti”.<br />

Più laicamente, possiamo concludere che la presenza del luogo di<br />

culto, oltre a rappresentare un motivo di s<strong>per</strong>anza e di conforto<br />

<strong>per</strong> i credenti, preservò certamente tutti da guai maggiori.<br />

LA MORTE DI ITALO SVEVO<br />

Qualcuno ha scritto che Italo Svevo (FOTO n.28) è stato la vittima<br />

più illustre della “famigerata” Postumia, l’antica arteria consolare<br />

romana fatta costruire nel 148 a.C. dal console Postumio Albino<br />

<strong>per</strong> congiungere strategicamente i porti di Genova e Aquileia, oggi<br />

solcata nel trevigiano da un intenso e <strong>per</strong>icoloso traffico pesante.<br />

Racconta la figlia di Svevo, Letizia Fonda Savio:<br />

“Adorava i luoghi di cura. Era stato a Salsomaggiore, poi varie volte<br />

a Montecatini, a San Pellegrino, infine a Bormio. Tornava, appunto,<br />

da Bormio quando accadde l’incidente mortale a <strong>Motta</strong> di Livenza.<br />

Mi trovavo nella nostra casa a Opicina. Arrivò un telegramma che<br />

mi avvertiva dell’incidente: l’auto con mio padre, mia madre e mio<br />

figlio Paolo, slittando sulla strada bagnata, era finita contro un<br />

albero. Dapprima il meno grave era sembrato proprio papà; partii<br />

con mio cugino, il medico Aurelio Finzi, con un’autoambulanza<br />

<strong>per</strong> Treviso; trovai mio padre con gravi difficoltà di respirazione,<br />

immerso nei cuscini: aveva riportato la frattura del femore, lesione<br />

non mortale in sé, ma il suo cuore indebolito non resisteva al


tremendo choc. Per tutta la vita aveva avuto il presentimento<br />

che il fumo (60 sigarette al giorno) lo avrebbe portato alla morte.<br />

Avrebbe resistito solo 24 ore: la morte sopraggiunse <strong>per</strong> asma<br />

cardiaco da enfisema polmonare. Mi disse: “Non piangere, Letizia,<br />

non è niente morire”. Chiese invano una sigaretta a mio cugino<br />

e, rivolto a noi, con voce già indistinta: “Questa sarebbe davvero<br />

l’ultima sigaretta”. Mia madre, che era cattolica, gli chiese a bassa<br />

voce: “Vuoi pregare?”. Egli gemette: “Quando non si è pregato<br />

tutta la vita, non serve all’ultimo momento”. Non era credente, né<br />

in una religione, né nell’altra. Non parlammo più: due ore dopo<br />

era spirato. Erano le due e mezzo di giovedì 13 settembre 1928.<br />

Aveva 67 anni. Fumatore vizioso, sempre al traguardo di ogni<br />

“ultima sigaretta”, preoccupato sempre della propria salute, il suo<br />

declino fisico si accompagnava all’ascesa letteraria. Era convinto<br />

come malato. Almeno mi sembrava, ma secondo me esagerava.<br />

Il nipote medico lo aveva avvertito del <strong>per</strong>icolo, ma non aveva<br />

mai potuto smettere; eppure aveva paura del fumo: tossiva, aveva<br />

disturbi <strong>per</strong> questo. Ogni anno andava a Bormio <strong>per</strong> i polmoni<br />

ma, l’anno in cui morì, la mamma mi scrisse che il papà non<br />

traeva più alcun beneficio dalla cura. Quando il medico gli disse<br />

di limitare la carne, adottò una dieta vegetariana, piselli all’olio e<br />

basta… Era un malato immaginario, ossessionato dalla malattia,<br />

che era certamente un mascheramento della morte, e la sua o<strong>per</strong>a<br />

gira attorno a questa protagonista. Eppure, al momento di morire,<br />

conservò una stoicità da filosofo antico”.<br />

Lo scrittore triestino godeva solo da un paio d’anni di una certa<br />

notorietà letteraria, conseguente alla pubblicazione del romanzo<br />

La coscienza di Zeno, edito nel 1923 e recensito favorevolmente da<br />

James Joyce –che a Trieste aveva trascorso alcuni anni frequentando<br />

Svevo- e da un giovane critico ligure, Eugenio Montale. Gli altri<br />

romanzi, Una vita (1892) e Senilità (1898) erano passati sotto<br />

silenzio ed ebbero fortuna postuma. Una esatta ricostruzione<br />

dell’incidente di <strong>Motta</strong> si deve a Piero Sanchetti, medico-scrittore<br />

che o<strong>per</strong>ò <strong>per</strong> molti anni nel nosocomio mottense 28 . Di ritorno da<br />

Bormio Valtellina su una berlina OM guidata dall’autista Giovanni<br />

Colleoni sotto una pioggia battente, Ettore “Aron” Schmitz (vero<br />

nome dello scrittore di origine ebraica) a mezzogiorno del 12<br />

39<br />

settembre 1928 si era fermato con moglie e nipotino (FOTO n.29)<br />

a Treviso <strong>per</strong> pranzare. Ripartirono verso le 14, <strong>per</strong> <strong>per</strong>correre i 150<br />

chilometri di strada (allora in terra battuta) che separano Treviso<br />

da Trieste. A un paio di chilometri da <strong>Motta</strong> era stato da poco<br />

ultimato il ponte in cemento sul canale Malgher e la sede stradale<br />

era ancora in disordine, senza indicazioni che lo segnalassero. La<br />

pesante vettura slittò proprio sul fondo viscido del ponte, ma<br />

l’autista riuscì <strong>per</strong> qualche decina di metri a governarla, finendo<br />

poi contro un platano sulla sinistra della carreggiata. La signora<br />

Schmitz batté la testa e svenne; rinvenendo, vide che l’autista,<br />

praticamente incolume, aveva già estratto dall’auto il nipotino e<br />

cercava di fare lo stesso con suo marito, che gemeva accusando un<br />

forte dolore alla gamba. Alla fine fu messo a sedere sulla strada,<br />

sotto la pioggia, e, mentre si aspettavano i soccorsi, con la tipica<br />

reazione adrenalinica conseguente ai fatti traumatici, considerò<br />

con la moglie che, tutto sommato, avrebbe potuto andare peggio,<br />

visto che la corsa dell’auto era stata arrestata dall’albero sul ciglio<br />

di un profondo fossato. La signora e il bambino furono portati<br />

all’ospedale di <strong>Motta</strong> da una macchina di passaggio, mentre Svevo,<br />

che sembrava il meno grave, attese un’auto pubblica. Il medico di<br />

guardia, il dottor Gasparini, si accorse subito che in realtà era lo<br />

scrittore ad aver riportato le ferite più gravi, e ricoverò in una stessa<br />

stanza del reparto dozzinanti i tre infortunati. La prima diagnosi,<br />

firmata dal dottor Giovanni Cardazzo, fu, <strong>per</strong> la signora Schmitz, di<br />

commozione cerebrale traumatica, con “escoriazioni ed ecchimosi<br />

alle ossa del capo e contusioni all’addome”, e prognosi di 15 giorni.<br />

Per il piccolo Paolo di “ferite lacero-contuse al parietale sinistro<br />

e alla regione sottomascellare guaribili in 20 giorni”. Al 67enne<br />

Ettore Schmitz fu constatata la “frattura del femore sinistro ed<br />

escoriazioni alla faccia”; prognosi 40 giorni. Trascorse la notte<br />

senza febbre, ma con un’agitazione che andava aumentando, di<br />

pari passo con il battito del polso e l’affanno del respiro. Grande<br />

fumatore come il proprio alter ego Zeno del romanzo, Svevo<br />

chiedeva con insistenza una sigaretta, che, ovviamente, gli veniva<br />

negata. Nella notte erano arrivati da Trieste la figlia e il genero,<br />

ed anche il medico curante e parente Aurelio Finzi. Fu sotto i<br />

loro occhi che, nel primo pomeriggio, morì. Sulla cartella clinica n.<br />

28 P. Sanchetti, La morte di un industriale triestino a <strong>Motta</strong> di Livenza, in: La Castella, <strong>Motta</strong> di Livenza, maggio 1994, pp. 125 segg.


28) Italo Svevo.<br />

40<br />

29) Italo Svevo poco prima della morte con<br />

moglie, figlia e genero.


876-1928 il medico di guardia annotò: “Morto alle ore 14.30 <strong>per</strong><br />

uremia e insufficienza cardiaca”. In un foglio a parte il primario<br />

Cardazzo scrisse: “Alla fronte due escoriazioni ed una contusione<br />

alla regione parietale sinistra, una escoriazione alla faccia esterna<br />

della gamba destra al terzo su<strong>per</strong>iore, frattura del femore sinistro<br />

al terzo medio. Premesso che il paziente fu ricoverato in questo<br />

ospedale alle ore 15 del 12 settembre e presentava dispnea intensa,<br />

sudore profuso, polso piccolo e frequente con raffreddamento<br />

alle estremità, apiretico, piena coscienza e lucidità mentale. La<br />

sofferenza cranica che tormentava il paziente era da forte ambascia<br />

di respiro, dalla quale diceva di essere stato colpito subito dopo<br />

il trauma. Stette senza orinare fino alle ore 22.30, nella quale<br />

ora spontaneamente emise circa 200 cm3 di orina con intensa<br />

albuminuria. Si lagnava anche di pesantezza allo stomaco, e verso<br />

le cinque antimeridiane del giorno 13 ebbe vomito con emissione<br />

di resti alimentari. Malgrado le cure, le condizioni generali del<br />

paziente andarono aggravandosi. La dispnea si fece sempre più<br />

accentuata, il polso man mano si faceva meno <strong>per</strong>cettibile e verso<br />

le ore 14.30 del giorno 13 spirò. Faccio rilevare che orinò una sola<br />

volta come sopra detto” (FOTO n.30).<br />

Il Gazzettino del 14 settembre titolò: “DOPO IL GRAVE<br />

INCIDENTE D’AUTO LA MORTE DEL SIGNOR<br />

SCHMITZ”. “<strong>Motta</strong> di Livenza, 14. Penosissima impressione<br />

ha suscitato in città la notizia subito divulgatasi l’altro ieri del<br />

violento cozzo di un’automobile contro un albero <strong>per</strong> cui erano<br />

rimasti feriti tre triestini. Maggiormente il fatto gravissimo fu<br />

deplorato ieri, quando nel pomeriggio si diffuse il triste annuncio<br />

che verso le ore 14.30 il signor Ettore Schmitz era spirato dopo<br />

atroci sofferenze dovute a fatti di uremia e di affezione cardiaca,<br />

anziché a dolori derivanti dalla frattura del femore. Il trasporto<br />

della salma sarà effettuato a mezzo di apposito autocarro funebre<br />

espressamente inviato da Trieste e che proseguirà direttamente<br />

verso quel cimitero degli ebrei. Nell’autoambulanza dell’ospedale<br />

poi (FOTO n.31) vi saranno accompagnati la signora Veneziani<br />

e il nipotino Fonda, lo stato di salute dei quali non desta ormai<br />

più alcuna preoccupazione”. In ogni caso il dottor Finzi dovette<br />

scrivere sulle loro cartelle: “Dichiaro che faccio il trasporto del<br />

malato sotto la mia responsabilità”. L’altro quotidiano locale del<br />

tempo, la Gazzetta di Venezia, oltre alla cronaca non mancò di<br />

41<br />

commemorare lo scrittore con un elzeviro di Francesco Fattorello,<br />

ma ri<strong>per</strong>corriamo brevemente la sua carriera letteraria attraverso le<br />

più significative parole della figlia:<br />

“Zeno Cosini, il protagonista della Coscienza di Zeno, era un<br />

antieroe che esulava dalla retorica dell’epoca. Siamo lontani<br />

dal D’Annunzio “immaginifico” che mio padre detestava, e<br />

dal “su<strong>per</strong>uomo” desunto da Nietzsche. I <strong>per</strong>sonaggi di mio<br />

padre erano degli antieroi, abulici, nevrotici, malati; si pensi ai<br />

<strong>per</strong>sonaggi di Una vita (1892) e di Senilità (1899), contemporanei<br />

ai temi di una “vita inimitabile”: Il trionfo della morte (1894), La città<br />

morta (1899). La Coscienza di Zeno è la concezione della vita come<br />

malattia, il contrario del mito dell’eroe. Il romanzo termina con un<br />

cataclisma. In Zeno, mio padre esprimeva l’impotenza e l’ambiguità<br />

borghese, egli stesso borghese in contraddizione costante. Mi<br />

diceva: “Questa borghesia dovrà finire un giorno”. Ostile a una<br />

società triestina dedita al danaro e al mercantilismo, <strong>per</strong> gusto di<br />

un socialismo utopico e, forse, controverso. Non dico le critiche,<br />

lui vivente, di certi fascisti: nel ’42 il busto di papà fu gettato in<br />

terra con la motivazione “bronzo alla patria” lasciata sul marmo.<br />

Nel 1927, venne la sco<strong>per</strong>ta di Kafka, che seguiva la stagione dei<br />

mitteleuropei: Musil, Rilke, Roth, Walser. Quella letteratura era<br />

essenzialmente critica dell’io, così uno dei temi di papà era la crisi<br />

dell’individualità. Diceva: “Ricordo tutto, ma non intendo niente”,<br />

era lo sfaldamento della memoria che <strong>per</strong>deva ogni significato,<br />

l’impotenza della parola e dei segni. Gli restava l’ironia e l’autoironia<br />

quotidiana, una consapevolezza attraverso cui filtrava ogni cosa.<br />

Kafka era più esagerato di papà, portava all’estremo la propria<br />

dis<strong>per</strong>azione, ebreo in un paese cattolico, tedesco in un mondo<br />

slavo. Mio padre, che era di origine israelitica, si ritrovava in<br />

quella psicologia anche se spinta fino al parossismo. Mi regalò<br />

La metamorfosi, Il castello, Il processo, o<strong>per</strong>e postume edite in quegli<br />

anni (1924-1926). Altri ancora erano gli autori congeniali: Ibsen,<br />

la cui o<strong>per</strong>a mi regalò <strong>per</strong> il mio matrimonio; tutto Strindberg, che<br />

annotava ai margini, e che andò <strong>per</strong>duto nel ’45 nella distruzione<br />

di villa Veneziani; Gogol, che mi regalò in lingua tedesca; l’amato<br />

Jean-Paul. Mio padre è morto in tempo <strong>per</strong> non assistere alla<br />

distruzione della nostra casa, alla morte dei miei tre figli, poi di<br />

quello adottivo. Il movimento psicoanalitico aveva in Trieste il<br />

primo centro di diffusione: Edoardo Weiss, allievo di Freud, è il


30) Il referto di<br />

morte con l’aggiunta<br />

del primario<br />

Cardazzo.<br />

42<br />

31) Ambulanza dell’ospedale di <strong>Motta</strong> degli anni ’20.


primo psicanalista italiano. Trieste faceva da “ponte” tra diverse<br />

culture: città di tensioni, contraddizioni, propizia allo sviluppo<br />

di caratteri introversi, nevrastenici, a tendenze autopunitive (vedi<br />

Slata<strong>per</strong>, Umberto Saba). Quel che lo interessava nella psicoanalisi<br />

era l’indagine del sogno e degli atti mancati. Nella commedia La<br />

rigenerazione evidenzia l’importanza dei sogni. Ma Freud era<br />

più prezioso <strong>per</strong> il romanziere che <strong>per</strong> il malato. Scriveva: “…<br />

amavo tanto la mia malattia (se c’è) da preservarla con spirito di<br />

autodifesa…” e, ancora: “grande uomo quel Freud ma più <strong>per</strong> i<br />

romanzieri che <strong>per</strong> gli ammalati”. Frequenti i suggerimenti desunti<br />

da Freud; ad esempio, la figura del padre in Zeno, e la scena dello<br />

schiaffo che è il ricordo bruciante in mio padre di uno schiaffo<br />

dato all’amico Veruda dalla madre. Ma già in Corto viaggio<br />

sentimentale (uscito postumo), il freudismo è un ricordo; semmai,<br />

l’ultimo Svevo pensava a Proust, a Joyce, alla memoria involontaria<br />

del primo, al monologo interiore e flusso di coscienza del secondo.<br />

La “sco<strong>per</strong>ta” di Freud oscilla tra il 1910 e il 1912 circa, ma non ne<br />

sono certa. Nel 1918, un mio cugino medico pregava mio padre di<br />

aiutarlo a tradurre Die Traumdeutung di Freud. Suo cognato Bruno<br />

Veneziani, afflitto da paranoia, introverso, psicopatico, genialoide,<br />

era stato in cura da Freud senza trarre giovamento dalla terapia.<br />

Un suo amico nevrotico era tornato dalla cura a Vienna distrutto<br />

e abulico più di prima. Mio padre diceva: “… Dopo anni di cure<br />

e di spese, il dottore dichiarava che il soggetto era incurabile,…<br />

ad ogni modo una diagnosi che costava troppo…”. A Jahier, che<br />

gli confidava di aver già fatto sessanta sedute di psicoanalisi, mio<br />

padre chiedeva ironico: “E sei ancora vivo?”. Aveva conosciuto<br />

Weiss che era amico di suo cognato e che frequentava villa<br />

Veneziani; l’impatto forse era stato sgradevole <strong>per</strong> entrambi: Weiss<br />

si chiedeva se il medico psicoanalista di Trieste di cui si burlava<br />

nella Coscienza di Zeno fosse proprio lui. Mio padre, invece, da<br />

quegli incontri derivava una seconda malattia (la prima, sempre<br />

ricorrente, come lui stesso affermava, quella di non sa<strong>per</strong>e la lingua<br />

italiana), a cui si aggiungeva l’accusa di Weiss di scarsa conoscenza<br />

del metodo della psicoanalisi. Mio padre preferiva la cura nella<br />

43<br />

solitudine senza medico, in contrasto con la stessa teoria di Freud;<br />

una sorta di suggestione e autosuggestione”.<br />

Questo fu il grande artista che trovò casualmente la morte<br />

all’ospedale di <strong>Motta</strong> nel 1928, mentre stava scrivendo il suo<br />

quarto romanzo, Il vecchione, rimasto incompiuto. A ottant’anni<br />

dall’avvenimento i primari dell’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta<br />

Specializzazione e il responsabile dell’unità o<strong>per</strong>ativa di Ortopedia<br />

e Traumatologia dell’<strong>Ospedale</strong> di Oderzo hanno cercato di<br />

ricostruire, alla luce delle odierne conoscenze scientifiche, le cause<br />

di quella morte, giungendo alla conclusione che lo scrittore, oggi,<br />

sarebbe stato quasi sicuramente salvato, e, forse, avrebbe potuto<br />

esserlo anche allora. In appendice i loro referti (doc. 5).<br />

L’ALLUVIONE DEL 1966<br />

Nei primi giorni di novembre del 1966 l’Italia centro-settentrionale<br />

fu flagellata da piogge torrenziali. Un “vortice depressionario” (così<br />

i climatologi 29 ) sul Mediterraneo centrale, originato da un flusso di<br />

aria fredda di origine atlantica, aveva richiamato un intenso flusso<br />

di masse d’aria caldo-umide sulla penisola italiana. Ne derivò una<br />

serie di precipitazioni di straordinaria intensità che non potevano<br />

essere mitigate, causa la presenza di un anticiclone, dalla naturale<br />

“via d’uscita” dei Balcani. Come si ricorderà, Firenze, Venezia e<br />

molte altre località finirono sott’acqua, con incalcolabili <strong>per</strong>dite<br />

di vite umane e di o<strong>per</strong>e d’arte. <strong>Motta</strong> e il suo territorio furono<br />

duramente colpiti: 680 abitazioni civili furono allagate, 1500 i<br />

senzatetto su una popolazione di 8000 anime. Il medico-scrittore<br />

Piero Sanchetti, allora responsabile del laboratorio di analisi<br />

dell’ospedale, rende una efficace testimonianza 30 :<br />

“…tutto cominciò la notte del 4 novembre. L’anno prima ne<br />

avevamo avuta un’altra di alluvione, ma l’argine rotto fu del<br />

Monticano, a neppure un chilometro dal suo sbocco nel Livenza,<br />

e rimase interessato soltanto l’apice dell’ampio triangolo di<br />

confluenza. Ora minacciava l’altro fiume…stava piovendo da<br />

quattro giorni. …La mattina del 4 la pioggia diventò fortissima,<br />

29 Cfr. in ibimet.cnr.it, portale dell’Istituto di Biometeorologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche: G. Maracchi, I cambiamenti del clima ed il bacino<br />

dell’Arno, www.ibimet.cnr.it/Staff/maracchi/arnocamcompubblicazione.doc.<br />

30 P. Sanchetti, Cronache dell’alluvione, in: 1966-1996. <strong>Motta</strong> e la Livenza, 1996, p. 53 e segg.


sembrò invadere il luogo dell’aria. Ora dilagava sui vetri e correva<br />

a onde sui lastricati, poi era la terra a ributtarla fuori, che non<br />

la riceveva più; getti fissi e potenti rombavano dalle grondaie<br />

facendo somigliar le case a navi sotto pressione, questo fragore<br />

soverchiava quello del diluvio”. Sanchetti fa qualche telefonata e<br />

viene rassicurato, <strong>per</strong>ciò saluta le sue collaboratrici del laboratorio<br />

di analisi e va a casa. In piena notte viene svegliato e corre in<br />

ospedale preoccupandosi di innalzare una barriera di sacchi di<br />

sabbia e sassi sulla soglia delle porte del laboratorio, l’esterna e<br />

l’interna. “Alle sei del mattino” racconta “capitò uno a ordinare<br />

di sospendere il lavori e a me diede questo consiglio: ma è inutile,<br />

dottore, che faccia tutto questo lavoro, non c’è più <strong>per</strong>icolo…Alle<br />

sei e quarantacinque spuntò un sole incredibile tra i rami nitidi del<br />

giardino, il cielo era come lavato dall’acqua del giorno prima…<br />

Ebbi un’idea, che in seguito ci fece sorridere a lungo: <strong>per</strong>ché non<br />

alzare piuttosto tutto, mettendo qualcosa sotto le zampe delle<br />

scrivanie, tavoli e armadi? Prima la scrivania del microscopio<br />

grande, attenzione, e poi la libreria, se ci riuscite”. Sanchetti torna<br />

a casa <strong>per</strong> poco tempo ma poi rientra in ospedale in bicicletta “con<br />

l’acqua ai mozzi delle ruote”. “Il laboratorio non era ancora invaso,<br />

ci chiudemmo subito le due porte al di qua delle nostre dighe<br />

notturne di sacchi, trovai tutto alzato di tredici centimetri, spostati<br />

gli apparecchi il più alto possibile…Feci in tempo a vedere dalla<br />

finestra la potente figura di Gino Someda arrancante nell’acqua<br />

con l’ultimo vecchio sulle spalle, se li era portati quasi tutti lui,<br />

masticando silenzio e maledizioni, di lì a poco si sarebbe buttato<br />

in acqua <strong>per</strong> raggiungere le infermiere che gridavano appollaiate<br />

sui davanzali del cronicario…”. L’illusione di isolare il laboratorio,<br />

dura poco: l’acqua irrompe con violenza e il medico, nonostante<br />

cerchi istintivamente di mettere in salvo il microscopio grande,<br />

viene spinto in salvo su <strong>per</strong> le scale dal primario Carlo Ronzoni<br />

“ultimo suo anno d’ospedale, io mai sospettai tanta forza in quelle<br />

mani, che erano lunghe ed esili”. Riesce a salvare un colorimetro e<br />

“…La giornata che seguì fu la più lunga e gelida di quel <strong>per</strong>iodo.<br />

Entrò dovunque il silenzio e con esso un freddo intenso e umido,<br />

dovuti, come capimmo poi, all’ovattamento acqueo di ogni rumore,<br />

all’evaporazione di tutta quell’acqua…Eravamo isolati, e isolati<br />

rimanemmo dagli altri padiglioni, se non con qualche passaggio<br />

di voce spiegata, fino al giorno dopo. I due piano sovrastanti il<br />

44<br />

laboratorio, ove l’acqua adesso riprendeva a crescere, ma noi ormai<br />

la vedevamo solo sulle scale e non potevamo calcolare quale fosse<br />

il livello in esso, erano intasati di malati la più parte vecchi, cui<br />

erano aggiunti tutti i vecchi del basso cronicario, quelli salvati da<br />

Gino Someda…Nella stessa giornata uno dei vecchi morì. La cosa<br />

fu seria, il suo piccolo fagotto riempì di sé una stanza intera. Gli<br />

altri, <strong>per</strong> fortuna intontiti cessarono a poco a poco di lamentarsi”.<br />

L’acqua saliva inesorabilmente, e raggiunse gli ultimi scalini del<br />

primo piano: “Lasciammo una candela accesa sull’ultimo gradino,<br />

a segnare il livello; il primario Ronzoni distribuì i turni di guardia<br />

e ordinò di dormire”. Il giorno dopo, 6 novembre, arrivarono<br />

i primi mezzi di soccorso, ma, insieme ad essi, altra gente in<br />

cerca di rifugio e ammalati <strong>per</strong> il ricovero, fino a raddoppiare<br />

la popolazione accampata in ospedale. “Il vero sgombero degli<br />

ammalati fu possibile finalmente il giorno 7. Artifici di equilibrio<br />

richiese la calata dei barellati da sopra la ringhiera delle terrazze<br />

ai barconi che attendevano quasi due metri più sotto, osservai<br />

il rispetto impacciato arcaico dei militari siciliani, l’antico “voi”<br />

rivolto ai vecchi, il terrore che gli prese al ragazzo quando seppe<br />

che tra quegli involtati fino al viso ce n’era uno morto da due<br />

giorni. I barconi si allontanavano con tutta lentezza, con i militari<br />

ficcati nel fondo a mantener l’equilibrio e le orizzontali barelle<br />

precariamente stese da un bordo all’altro, quasi a parere che fossero<br />

esse sole a passare sull’acqua”. La sera anche medici e infermieri<br />

riescono a lasciare il reparto: “Il piano inferiore, il laboratorio non<br />

esistevano più; il bel padiglione rimase un troncone impotente<br />

e peggio che distrutto…ultimo a calarsi sulla barca a staccare<br />

le mani dalla ringhiera, dando l’ordine di partire, volle essere il<br />

primario Ronzoni, il capitano della nave ferita…Ci trasferimmo<br />

in un altro padiglione, ove s’erano concentrati i rimasti, i soccorsi,<br />

i collegamenti, i militari e il ponte radio, ove una pensilina del<br />

secondo piano cominciò a servire da imbarcadero”. I rimasti si<br />

rifugiano nella stanza del cappellano, don Nazareno, che mette a<br />

disposizione sigarette e alcol “…ci teneva bordone dall’alto della<br />

sua pipa, im<strong>per</strong>turbabile, l’unico a non bere, Piero Zanolli, quasi lo<br />

avessero a chiamare da un momento all’altro in sala o<strong>per</strong>atoria”.<br />

Mentre arrivano notizie sul disastro e sulla strage di animali di<br />

ogni genere in città e nei dintorni “a qualcuno gli venne in testa<br />

che nella cella mortuaria ci stava un morto, vecchio anche lui,


Masutti Giovanni di anni 79 da Cessalto, andatosene nella notte<br />

prima dell’acqua. Nel trambusto nessuno ci aveva pensato. Ora,<br />

visto che non c’era nulla da fare, il meglio era che non se ne<br />

spargesse la voce. La casa dei morti era sepolta nell’acqua con<br />

porta e finestre, visibile da tutti i padiglioni, e il morto dentro<br />

poteva galleggiare urtando il soffitto, o giacere rovesciato sul<br />

pavimento, o anche ondulare a mezza via nel suo acquario,<br />

questo non lo sapevamo risolvere, ma certamente adagiato sul<br />

suo tavolo di pietra non ci stava più”. Con l’aiuto di Roberto<br />

Zampieri, titolare di un’impresa di pompe funebri, si riesce infine<br />

a recu<strong>per</strong>are la salma e, conclude Sanchetti, “il vecchio morto<br />

ebbe la sua asciutta pace”. Quando finalmente l’acqua si ritira, il<br />

medico corre al “suo” laboratorio: “Mi è impossibile descrivere lo<br />

stato del laboratorio, forse una fotografia a colori, ma cercai di un<br />

fotografo ed erano occupati in giro: era un incubo nero e pieno,<br />

lo squarcio di un interno bombardato ma senza il cielo sopra e<br />

l’aria attorno…”. L’8 novembre il Gazzettino di Treviso informa<br />

che l’ospedale è stato completamente circondato da oltre 4 metri<br />

d’acqua e che, grazie ai barconi militari, settanta ammalati sono già<br />

stati trasferiti negli ospedali di Oderzo e Treviso. Ma nulla è più<br />

eloquente delle immagini dell’epoca (FOTO n. 32-33-34-35). Tra i<br />

soccorritori, si distinse anche il professor Angelo Burlina (foto n.36<br />

). Nato a <strong>Motta</strong> nel 1929, era stato <strong>per</strong> molti anni responsabile<br />

del Laboratorio di analisi chimico-cliniche e di microbiologia<br />

dell’<strong>Ospedale</strong> di Oderzo, divenendo poi specialista e quindi libero<br />

docente in anatomia patologica, istochimica normale e patologica<br />

ed in chimica e microscopia clinica nelle Facoltà mediche di<br />

Trieste, Pavia, Milano, Verona e Padova. Autore di importanti<br />

trattati, fondò la Società italiana di Medicina di laboratorio, e<br />

conseguì vari riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui<br />

il Premio Cultura della Presidenza del Consiglio dei ministri.<br />

Burlina, mancato prematuramente nel 1993, si inserisce –insieme<br />

al professor Ugo Lippi, anch’egli presidente della Società italiana<br />

di Medicina di laboratorio e a molti altri, che in questa sede non<br />

è possibile ricordare singolarmente- nel filone della serie di clinici<br />

illustri originari di <strong>Motta</strong> che, a partire da Antonio Scarpa, hanno<br />

illustrato e illustrano la Città liventina, tanto in patria che nelle<br />

31 G. Lago, Riflessioni, in 1966-1996. <strong>Motta</strong> e la Livenza cit., p.193.<br />

45<br />

sedi accademiche e nelle strutture ospedaliere del resto d’Italia e<br />

all’estero.<br />

<strong>Motta</strong> di Livenza si risolleverà dal disastro in breve tempo,<br />

divenendo, grazie alla solidarietà di istituzioni e privati, ma anche<br />

e soprattutto <strong>per</strong> all’innata o<strong>per</strong>osità dei suoi abitanti - l’allora<br />

direttore del Gazzettino Giorgio Lago sottolineava nel 1996 un<br />

record di <strong>Motta</strong>: 921 imprese <strong>per</strong> 8913 abitanti 31 -, un importante<br />

polo economico-produttivo del Veneto. Ricordiamo tuttavia, a<br />

dimostrazione di come l’assetto idrogeologico del territorio lasci<br />

ancora a desiderare, che ancora nel novembre 2002 la crescita<br />

del Livenza conseguente a forti piogge provocò l’evacuazione<br />

precauzionale dell’ospedale.<br />

N A S C E L ’ O S P E D A L E<br />

R I A B I L I T A T I V O D I A L T A<br />

SPECIALIZZAZIONE<br />

La seconda guerra mondiale risparmiò, fortunatamente, gravi<br />

distruzioni urbanistiche ed edilizie alla città di <strong>Motta</strong>, anche se il<br />

territorio fu purtroppo teatro di sanguinosi “regolamenti di conti”<br />

da guerra civile tra fascisti e partigiani, con rappresaglie ed episodi<br />

di violenza gratuita commessi da ambo le parti. L’amministrazione<br />

ospedaliera proseguì nei rapporti di “buon vicinato” con il convento<br />

dei frati Minori: nel 1948 questi concessero che una cabina elettrica<br />

di trasformazione <strong>per</strong> le necessità dell’ospedale sorgesse su un loro<br />

fondo, e in tempi più recenti l’ultimo padiglione fu edificato grazie<br />

a una <strong>per</strong>muta di terreni tra nosocomio e convento. L’ospedale<br />

rimase in gestione autonoma, con Consiglio di Amministrazione<br />

eletto dal Comune di <strong>Motta</strong> di Livenza, fino all’avvento delle<br />

ULSS.<br />

Gli anni ’80 portarono al trasferimento di Pediatria e Maternità<br />

a <strong>Motta</strong> di Livenza e all’istituzione di una divisione geriatrica,<br />

nella prospettiva di concentrare il polo chirurgico e l’urgenza ad<br />

Oderzo. Il 01.01.1995 gli Ospedali di Oderzo e di <strong>Motta</strong> di Livenza<br />

diventarono parte dell’Unità Locale Socio-Sanitaria n. 9.


32)<br />

46<br />

34)<br />

33)


36) Il dottor Burlina tra<br />

i soccorritori a bordo di una<br />

barca di salvataggio.<br />

47<br />

35)


Domenico Stellini, primo Presidente del C.d.a.<br />

dell’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo<br />

Testimone diretto della ripresa post-alluvione e più avanti della<br />

riconversione del presidio ospedaliero è Arnaldo Brunetto, exparlamentare<br />

e sindaco di <strong>Motta</strong> negli anni 1975-80 e 1987-90.<br />

“L’alluvione” afferma “fu certamente un episodio drammatico,<br />

ma, fortunatamente, non tragico, innanzitutto <strong>per</strong>ché non ci<br />

furono vittime e poi <strong>per</strong>ché proprio da lì scaturì un nuovo impulso<br />

tanto <strong>per</strong> lo sviluppo economico del territorio che <strong>per</strong> il rilancio<br />

del nostro ospedale. In poche settimane esso riprese a funzionare,<br />

grazie all’efficienza di quello che all’epoca era ancora un “Ente<br />

di assistenza e beneficenza”, presieduto dal cav. Vincenzo<br />

Abate e diretto dal segretario (oggi diremmo direttore generale)<br />

Rodolfo Bortolotto, e consentiva una gestione autonoma senza<br />

troppi vincoli burocratici”. “Insomma” continua Brunetto “ex<br />

malo bonum, e si procedette in una strategia che, grazie alla<br />

validità delle risorse umane e alla costante ricerca della qualità, ci<br />

poneva su un piano decisamente su<strong>per</strong>iore rispetto ad altre realtà<br />

ospedaliere circonvicine. Qualche problema nacque allorché, in<br />

seguito alla riforma e alla creazione delle unità sanitarie locali<br />

48<br />

28 Settembre 2008,<br />

si inaugura il nuovo Desk polifunzionale.<br />

Da sinistra: Paolo S<strong>per</strong>anzon, sindaco di <strong>Motta</strong>,<br />

Franco Manzato, vicepresidente Giunta Regionale,<br />

Carlo Valfrè, attuale Presidente C.d.a.<br />

(Legge 833 del 1978), ci si dovette confrontare necessariamente<br />

con altri. Ancora una volta, come più volte nel corso della sua<br />

storia, <strong>Motta</strong> si interrogò sulla propria realtà di terra di confine.<br />

Due furono i principi portanti di un’intuizione e di un’azione che<br />

poi si rivelarono la scelta giusta: la libera opzione da parte dei<br />

cittadini di accedere ai luoghi di cura e la diversificazione dei due<br />

ospedali di Oderzo e <strong>Motta</strong>. Fu il Consiglio comunale a delineare<br />

nel concreto la nuova strategia, approvando nel gennaio 1993 lo<br />

Studio SOGES, fortemente voluto dal sindaco Alberto Vidi e<br />

dall’assessore Mario Po”. “Appariva chiaro fin da allora” conclude<br />

Brunetto “che è necessaria una ottimizzazione e concentrazione<br />

degli ospedali <strong>per</strong> acuti, affidando agli ospedali territoriali un ruolo<br />

di specializzazione. L’attuale <strong>Ospedale</strong> Riabilitativo è il prodotto<br />

di questo <strong>per</strong>corso e dell’azione condivisa della comunità e di<br />

uomini che hanno creduto e lavorato <strong>per</strong> il nostro progetto –cito<br />

<strong>per</strong> tutti Domenico Stellini-, e dimostra nei fatti, nonché con gli<br />

ottimi risultati della sua s<strong>per</strong>imentazione gestionale, che avevamo<br />

visto giusto”.


A partire dal 2001 si è proceduto, con capitale misto pubblico<br />

e privato, alla costituzione dell’<strong>Ospedale</strong> di Alta Specializzazione<br />

di <strong>Motta</strong> di Livenza, destinato prevalentemente a funzioni di<br />

recu<strong>per</strong>o e di rieducazione funzionale. “… I costi <strong>per</strong> le strutture<br />

preaccreditate sono influenzati dalla determinazione da parte della<br />

Regione di un tetto del volume di attività a loro disposizione e dal<br />

meccanismo della regressione tariffaria che consente di su<strong>per</strong>are<br />

tale limite riducendo <strong>per</strong>ò progressivamente il corrispettivo loro<br />

dovuto fino all’azzeramento oltre una certa soglia.Va precisato che<br />

dall’esercizio 2004 ha preso avvio la s<strong>per</strong>imentazione gestionale<br />

dell’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione di <strong>Motta</strong><br />

di Livenza (Spa controllata dall’Azienda Ulss 9) che, nascendo<br />

come struttura preaccreditata, sconta il meccanismo suddetto<br />

<strong>per</strong> l’attività di ricovero e specialistica. Per converso si è ottenuta<br />

la riduzione dei costi legati alla gestione dell’<strong>Ospedale</strong> di <strong>Motta</strong>,<br />

non più a carico di questa Azienda, ed un progressivo aumento<br />

della mobilità attiva, intra ed extraregionale, data la collocazione<br />

geografica della struttura stessa.” 32 Bisogna dire che sin dal 1980 il<br />

cardiologo Antonio Neri, con notevole lungimiranza, proponeva<br />

al presidente del Consiglio di amministrazione dell’ospedale<br />

l’istituzione di una struttura cardiologica specializzata in<br />

riabilitazione e prevenzione (FOTO n.37).<br />

Approfondiamo, in conclusione, la genesi dell’<strong>Ospedale</strong><br />

Riabilitativo di Alta Specializzazione, iniziata alla fine degli<br />

anni novanta, allorché emerse, nel quadro regionale dell’offerta<br />

riabilitativa, che il Veneto orientale necessitava di una struttura<br />

riabilitativa di II livello. Con il DGR 740/99 si decideva la<br />

trasformazione del presidio ospedaliero di <strong>Motta</strong> di Livenza in<br />

ospedale <strong>riabilitativo</strong>, con trasferimento di tutte le funzioni <strong>per</strong><br />

acuti all’<strong>Ospedale</strong> di Oderzo. Il Progetto della ULSS9 Treviso<br />

intitolato “Riconversione del presidio ospedaliero di <strong>Motta</strong><br />

di Livenza in <strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione<br />

mediante partnership pubblico-privato” fu approvato dalla Giunta<br />

regionale il 17 maggio 2001. Nacque così una Società mista che<br />

prevedeva la partecipazione maggioritaria dell’Unità locale sociosanitaria<br />

e, in quote minoritarie, quella di una società privata<br />

32 2003-2007, Cinque anni di sanità trevigiana , ULSS9 Treviso, Bilancio di Mandato 2003-2007.<br />

49<br />

o<strong>per</strong>ante nel settore sanitario e del Comune di <strong>Motta</strong> di Livenza.<br />

E’ del 2003 il varo formale dell’<strong>Ospedale</strong> <strong>riabilitativo</strong> di alta<br />

specializzazione Spa. A tutt’oggi, l’assetto societario attribuisce<br />

il 75% della partecipazione al socio pubblico, il 23,19 al socio<br />

privato e l’1,81% al socio, diremmo così, semi-privato, il Comune<br />

di <strong>Motta</strong> di Livenza. Quanto ai conferimenti, la UlSS9 trasferiva<br />

alla nuova società gli immobili del vecchio ospedale e il know-how<br />

professionale costituito dal <strong>per</strong>sonale ospedaliero, richiedendo agli<br />

altri soci conferimenti di natura finanziaria adeguati alla propria<br />

quota di partecipazione.<br />

Due i principi base che sin dall’inizio caratterizzarono la nuova<br />

s<strong>per</strong>imentazione. “L’efficiente gestione privata” intesa come<br />

ricerca di uno strumento organizzativo e gestionale flessibile,<br />

in grado di rispondere velocemente ai fabbisogni assistenziali<br />

secondo regole che istituzionalmente appartengono al settore<br />

privato. Il “controllo pubblico strategico del sistema” inteso<br />

come strumento finalizzato a garantire fondamentalmente<br />

due obiettivi: da un lato il fatto che l’azione della struttura<br />

dovesse essere fortemente integrata nelle strategie assistenziali<br />

complessive della ULSS di riferimento; dall’altro lato il fatto che<br />

tale o<strong>per</strong>atività si traducesse nell’erogazione di livelli di assistenza<br />

appropriata secondo la destinazione funzionale e strategica del<br />

Presidio ospedaliero. Lo sviluppo di relazioni funzionali stabili<br />

tra il Dipartimento di riabilitazione dell’ULSS9 e le attività della<br />

s<strong>per</strong>imentazione di <strong>Motta</strong> di Livenza, nonché la stretta sinergia<br />

tra la cardiochirurgia trevigiana e il nuovo soggetto ospedaliero<br />

<strong>per</strong> l’assistenza ai cardio-o<strong>per</strong>ati, fecero sì che si configurasse<br />

ben presto una connotazione interaziendale del Dipartimento<br />

trevigiano, con l’acquisizione di professionalità di alto profilo<br />

ad esso <strong>per</strong>tinenti, le quali contribuirono in modo considerevole<br />

all’elevato livello quali-quantitativo dei servizi offerti dal nuovo<br />

Presidio. Per questo ed altri motivi, legati alla positiva gestione<br />

finanziaria, la Giunta regionale del Veneto in data 29 maggio 2007<br />

ha prorogato <strong>per</strong> un ulteriore triennio la s<strong>per</strong>imentazione gestionale<br />

dell’<strong>Ospedale</strong> di <strong>Motta</strong>. Ma proprio i risultati economicofinanziari<br />

e le loro ricadute favorevoli sul territorio consentono


37)<br />

50


Il direttore generale dell’ORAS<br />

Alberto Prandin.<br />

51<br />

Il direttore generale dell’ULSS9 Treviso Claudio<br />

Dario con Alberto Prandin.<br />

Il padiglione oggi intitolato a<br />

Giovanni Cardazzo.


Nuove stanze di degenza. Tecnologie avanzate <strong>per</strong> la riabilitazione.<br />

oggi all’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di <strong>Motta</strong> di presentarsi come un<br />

esempio paradigmatico della funzionalità e delle potenzialità dello<br />

strumento della s<strong>per</strong>imentazione gestionale pubblico-privata.<br />

Nella fattispecie, la s<strong>per</strong>imentazione di <strong>Motta</strong> si è rivelata positiva<br />

tanto <strong>per</strong> il socio pubblico che <strong>per</strong> i soci privati. Il socio “semiprivato”,<br />

il Comune di <strong>Motta</strong> di Livenza, è rientrato in un<br />

triennio del proprio conferimento finanziario in virtù del solo<br />

gettito ICI prodotto dal nosocomio –cui va sommato il gettito<br />

TARSU (Tariffa ambiente rifiuti solidi urbani)-, e ne ha acquisito<br />

un utile attraverso il quale può essere in grado di ampliare la<br />

propria partecipazione. Quanto al soggetto pubblico, esso può<br />

vantare oggi una rivalutazione del 26% circa degli immobili e dei<br />

terreni conferiti all’atto della costituzione sociale (2003). Altro<br />

beneficio <strong>per</strong> il pubblico in senso lato, cioè <strong>per</strong> l’Ente regionale, è<br />

rappresentato dal gettito IRAP, versato dall’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo<br />

nella misura del 4,25% in quanto Società <strong>per</strong> azioni e dell’8,50%<br />

in quanto ente pubblico. Tutti i soci, pubblici o privati, non<br />

possono che essere soddisfatti del risultato d’esercizio, che al 31<br />

dicembre 2007 presentava un utile netto di oltre 831.000 Euro.<br />

La cosiddetta Commissione 4P (Public-Private Partnership Programs)<br />

inglese, istituita <strong>per</strong> monitorare i risultati delle s<strong>per</strong>imentazioni<br />

52<br />

outsourcing, paventava alcuni anni orsono una possibile generale<br />

riduzione della qualità dei servizi, ed anche di una diminuzione<br />

dei posti letto e dei posti di lavoro, a vantaggio dei profitti dei<br />

privati. Per quanto attiene alla qualità, i dati clinici, le analisi di<br />

customer satisfaction e recenti riconoscimenti come quello del GICR<br />

(Gruppo italiano di cardiologia riabilitativa e preventiva), che<br />

assegna alla struttura mottense il primo posto in Italia <strong>per</strong> numero<br />

di pazienti che hanno concluso il <strong>per</strong>iodo <strong>riabilitativo</strong> in un <strong>per</strong>iodo<br />

significativo, testimoniano un costante incremento, di pari passo<br />

con l’aumento progressivo delle prestazioni erogate (oltre 14.000<br />

nel 2007). Anche <strong>per</strong> questo motivo, la Regione ha deliberato la<br />

creazione di 25 ulteriori posti-letto, destinati in particolare al dayhospital,<br />

che vanno ad aggiungersi ai 120 già esistenti e occupati<br />

a pieno regime. Sul piano socio-sanitario, se si considera che l’età<br />

media delle vittime di incidenti stradali nel territorio trevigiano<br />

è di 20-40 anni, si comprende quanto sia importante l’impegno<br />

non soltanto nel campo della riabilitazione intensiva in ambiente<br />

ospedaliero, ma anche nel campo del recu<strong>per</strong>o fisico-mentale atto a<br />

reinserire i pazienti nella scuola e nel lavoro. Per questo l’<strong>Ospedale</strong><br />

Riabilitativo di <strong>Motta</strong>, con l’ausilio di associazioni onlus di volontari,<br />

sensibilizza sin dal primo momento post-trauma familiari, amici,<br />

insegnanti e datori di lavoro. Provengono attualmente da fuori<br />

ULSS circa il 50% dei ricoverati, con punte del 70-75% nella


iabilitazione cardiologica. Nel 2007 si è praticamente azzerata<br />

la “mobilità passiva”, vale a dire si è assorbito tutto il bacino di<br />

utenza della riabilitazione della ULSS 9. La cifra globale è di circa<br />

3500 ricoveri annui.<br />

Le liste d’attesa, che pure rappresentano un notevole problema<br />

in molte strutture sanitarie del Nord Italia, sono molto brevi,<br />

grazie alle caratteristiche del CUP (Centro unico di prenotazione),<br />

che conta 6 addetti ed è in grado di provvedere a prenotazioni<br />

e ricoveri <strong>per</strong> qualsiasi tipo di esigenza sanitaria (anche <strong>per</strong><br />

richieste di visite in libera professione) in tutte le strutture della<br />

ULSS 9. Ogni richiesta è registrata da un sistema centrale, che<br />

alimenta un database costantemente monitorato dalla ULSS 9 e<br />

dalla Regione Veneto. Attraverso il Centro unico di prenotazione<br />

si ottem<strong>per</strong>a altresì ad un altro punto qualificante del progetto<br />

di s<strong>per</strong>imentazione, quello che prevede, comunque, di fornire<br />

risposte immediate alla domanda sanitaria del territorio. Ulteriori<br />

investimenti sono destinati nell’anno in corso alla ristrutturazione<br />

edilizia dei padiglioni ospedalieri, <strong>per</strong> la quale sono stati investiti<br />

4 mln. di Euro nel 2007. Altri 700.000 Euro sono stati spesi<br />

nell’ultimo esercizio <strong>per</strong> le tecnologie cliniche. Primo ospedale<br />

in Italia, l’ospedale di <strong>Motta</strong> diverrà un “Free Pa<strong>per</strong> Hospital”,<br />

attraverso un software che, grazie a schermi tattili disposti in<br />

tutti i <strong>per</strong>corsi ospedalieri, eliminerà i supporti cartacei rendendo<br />

disponibili in tempo reale tutte le informazioni sul paziente, a<br />

cominciare dalle cartelle cliniche (naturalmente nel rispetto della<br />

privacy e dei diritti del malato). Un ulteriore salto di qualità è<br />

rappresentato dall’adozione di un collegamento in fibra ottica con<br />

l’Ulss 9, che <strong>per</strong>mette l’interconnessione dei sistemi informativi e<br />

lo scambio delle immagini radiologiche, agevolando così il paziente<br />

negli spostamenti, ma, contemporaneamente, garantendo gli<br />

standard qualitativi di Treviso con l’ausilio di radiologi che sono<br />

in grado di refertare direttamente dalla Radiologia del Presidio<br />

ospedaliero di Treviso.<br />

Anche <strong>per</strong> quanto concerne il dato occupazionale, la <strong>per</strong>centuale<br />

di incremento dagli inizi della s<strong>per</strong>imentazione è del 50% circa:<br />

il <strong>per</strong>sonale dipendente e comandato ammonta oggi a 224 unità,<br />

senza tener conto dei non pochi soggetti medici che hanno in essere<br />

con la Società un rapporto libero professionale, in buona parte<br />

“strutturato”. Non soltanto si sono così sviluppate competenze<br />

53<br />

di lavoro in team multiprofessionale, con l’adozione di modelli<br />

di riferimento e modalità o<strong>per</strong>ative conformi alle concezioni<br />

più accreditate ed avanzate in materia di riabilitazione, ma si è<br />

anche predisposto un modello organizzativo del <strong>per</strong>sonale atto<br />

ad integrare il trattamento economico e normativo del <strong>per</strong>sonale<br />

comandato della ULSS9 con quello dell’ospedale.<br />

L’<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione si pone così<br />

come realtà fortemente propositiva, che, mediante la filosofia<br />

del miglioramento delle prestazioni cliniche e, nel contempo,<br />

delle infrastrutture ad esse afferenti, ed in un’ottica di “work in<br />

progress”, si appresta a diventare un organismo di tutto rilievo nel<br />

quadro della Sanità regionale e nazionale.<br />

APPENDICE<br />

Doc. 1<br />

Divagazioni e trattenimenti sopra hospitali, malati e<br />

testamenti.<br />

di Luigi Zanin<br />

1. Sul pons liquentae, ma non necessariamente all’altezza della<br />

<strong>Motta</strong>, si combattè nel 776 una battaglia dagli echi letterari illustri<br />

tra Rotcauso - appoggiato dal suo illustre parentado veneto - e<br />

l’armata franca. Il fatto divise aedi e cronisti, ma alla fine dei giochi<br />

non portò nulla di bene <strong>per</strong> i longobardi, oramai italici d’elezione.<br />

Un vero peccato <strong>per</strong>ché Carlo Magno era entrato in questa parte<br />

d’Italia in punta di piedi, certo che qui più che altrove fosse<br />

necessario mirare ad un accordo con i duchi locali. Andata male<br />

la sortita sul Livenza, non restò ai veneto-longobardi molto su cui<br />

s<strong>per</strong>are. Rotcauso diventa nelle carte inimico nostro (<strong>per</strong> Carlo), e<br />

parte così la stagione delle confische <strong>per</strong> lui e <strong>per</strong> i suoi sostenitori.<br />

Ma siccome nel medioevo si passa dalle reprimende peggiori, alle<br />

vendette più crudeli ed inumane, ad improponibili <strong>per</strong>donanze<br />

e connessi baci della pace, così anche i longobardi traditori<br />

torneranno nel giro di pochi decenni a sedere nelle mense dei<br />

nuovi dominatori. Anzi, profittando dell’insondabile mutare delle<br />

cose, ne scalzarono pure - su base locale - le terga da molteplici<br />

scranni. C’est la vie, anzi… c’est la guerre.


Nonostante ciò gli storici continuano ad interrogarsi sull’esito di<br />

quello scontro tra cavallerie pesanti: si domandano in convegni ed<br />

interventi dove si trovava quel pons, ma in pochi hanno pensato<br />

che questa possa esser stata la medesima struttura nominata<br />

nella «novella» del Codice Teodosiano (XI, 10, 2), dove si parla<br />

appunto del restauro del ponte sulla Livenza sotto gli im<strong>per</strong>atori<br />

Valentiniano e Valente. Certo, fare un ponte in epoca altomedievale<br />

doveva essere un po’ come costruire un’autostrada ai tempi<br />

d’oggi. L’uso della pietra, nei quali eccellevano i romani, era stato<br />

sostituito vieppiù dal legno, anche se non bisogna esagerare con il<br />

fascino della regressione, nemmeno quando si parla di medioevo<br />

barbarico! Pare che il nostro ponte fosse gettato molto più a nord<br />

della <strong>Motta</strong>, tra Cavolano e Sacile: e c’è da crederci visto che<br />

proprio la via pedemontana era il principale asse di collegamento<br />

est/ovest dell’altomedioevo veneto e friulano, e che <strong>per</strong> la sua<br />

importanza venne punto abbattuto dai patriarchi di Aquileia<br />

nel Trecento, <strong>per</strong>iodo in cui erano sempre più difficilmente<br />

contenibili le intem<strong>per</strong>anze dei Trevigiani. Ma cosa centrano questi<br />

ragionamenti con la storia dell’ospedale di <strong>Motta</strong>? Poco, <strong>per</strong> non<br />

dir nulla, almeno dopo la piacevole lettura dei medaglioni istoriati<br />

dall’amico Bruno Stefanat. Eppure il nostro corso d’acqua, tanto<br />

gentile da essere declinato al femminile a partire dal D’Annunzio<br />

(e così continua ad esserlo nella voce del popolo, contrapposto<br />

alla virilità del Piave, reso ancor più maschio dalla Leggenda<br />

musicale del 1918), ha avuto molto a che fare con le o<strong>per</strong>e di<br />

assistenza durante i secoli passati. Il Livenza era elemento naturale<br />

di confine tra domìni differenti, prima tra ducati, poi tra comitati,<br />

ma era destino che non potesse mai risultare una barriera naturale<br />

convincente: lo capirà oltre un millennio d’anni più tardi anche il<br />

general Cadorna, che - umiliato da tanta storiografia - aveva invece<br />

avuto chiara contezza che le sinuose curve del suo scorrere non<br />

avrebbero potuto resistere alla spedizione punitiva di Konrad e<br />

degli altri generali di Sua maestà im<strong>per</strong>ial cattolica, l’im<strong>per</strong>atore<br />

d’Asburgo.<br />

Ma a noi qui interessano le questioni ben più vecchie e ci interessa<br />

tornare indietro al primo medioevo, un <strong>per</strong>iodo che la retorica di<br />

fine Ottocento ha reso troppo fascinose. E proprio partendo da<br />

esse, la Livenza accresce l’immagine di una frontiera «colabrodo»,<br />

54<br />

sempre più costellata da una serie di punti d’attraversamento,<br />

il che - sempre con la scusa dei collegamenti - <strong>per</strong>mette pure<br />

l’incontro tra mondi diversi, scambi di vedute, di es<strong>per</strong>ienze e,<br />

soprattutto, di racconti e suggestioni. Sui margini dei fiumi, o<br />

delle loro diramazioni principali, nascevano dunque gli hospitali -<br />

hospitalia, in origine strutture di assistenza <strong>per</strong> quei viaggiatori che<br />

non potevano più contare da secoli sull’efficienza delle mansiones<br />

romane, sorte su impulso dello stato tra I e III secolo nell’ambito<br />

dell’organizzazione di un grande sistema viabilistico. Il termine<br />

mansiones, da cui deriva quello di magione, si diffonde poi in<br />

particolare grazie ai Templari e agli Ospitalieri di San Giovanni, che<br />

proprio delle “politiche” di assistenza al viandante - specie verso<br />

quello diretto in Terrasanta - fanno la loro principale missione.<br />

Magione (maison) è proprio l’organizzazione di base, la cellula,<br />

l’azienda più minuta, del grande patrimonio templare. Localmente<br />

questo ruolo di servizio viene interpretato invece dagli xenodochia,<br />

vere e proprie strutture di servizio in cui possono alloggiare e<br />

rifocillarsi gratuitamente i viaggiatori.<br />

2. Ammalarsi nel medioevo poteva voler dire morire due volte.<br />

Non bastava la partenza da questo mondo, magari fra stenti e<br />

patimenti. La produzione letteraria che scaturiva senza sosta dagli<br />

ambienti monastici dei primi secoli del medioevo ci metteva il suo,<br />

e così era nata l’idea – anche questa lunga a morire – che l’ammalato<br />

scontasse in questa terra i peccati già commessi da se stesso, o dai<br />

suoi padri. Si sa che l’”invenzione” - o meglio la definizione in<br />

chiave teologica - del purgatorio data gli inizi del Duecento, e<br />

dunque l’affinamento delle anime nel fuoco transitorio si scontava<br />

sulla Terra: le condizioni di vita si adattavano abbastanza al<br />

presupposto teorico.<br />

Da questi presupposti nasce l’idea dell’impurità dell’infermo,<br />

accentuate da alcune malattie più d’altre, e comunque concetto<br />

che veniva esteso in generale alla donna. Il nesso tra peccato e<br />

malattia è manifesto nel caso della lebbra, la malattia più temuta<br />

del medioevo, che il legislatore franco e longobardo avevano già<br />

deciso di estirpare dalla comune convivenza restringendo la sfera<br />

dell’agire degli ammalati. I quali non si potevano sposare, muoversi<br />

liberamente o frequentare luoghi di culto. Il discorso potrebbe<br />

continuare a lungo, ma ci porterebbe ad una variante antica degli


ospedali: i lebbrosari che nascono proprio nell’VIII secolo grazie<br />

alla pensata di Nicolas di Corbis e del tedesco Othmar, entrambi<br />

santi e credo pure taumaturghi. Fu una delle trovate più durature<br />

dell’occidente: fin dai tempi della prima guerra mondiale ne<br />

esistevano praticamente in ogni paese: anche in questo è solo con<br />

la grande guerra - come teorizza Jacques Le Goff - che finisce il<br />

medioevo!<br />

La fondazione degli ospedali in epoca antica ha dunque a che vedere<br />

con la diversa concezione del male e della malattia. Nella cultura<br />

classica il male non occupa quel ruolo centrale che invece finirà<br />

col ricoprire con l’avvento degli ordini mendicanti (francescani<br />

in particolare) dal XII secolo in poi. Nella fase di transizione<br />

dell’alto medioevo l’iniziativa rientra quasi sempre tra le facoltà<br />

dei più ricchi, dopo di che - grossomodo dal Millecento in poi<br />

- prendono il sopravvento sulla fondazione dei nuovi ospedali gli<br />

ordini monastici (anche templari, giovanniti e ospitalieri) e quindi<br />

quelli minori (francescani in primis, quindi i domenicani). La fase<br />

di fondazione laica di xenodochia e hospitales interessa soprattutto<br />

i longobardi e le famiglie dell’antico ordine vassallatico italico,<br />

grandi convertiti al cristianesimo, spesso con propositi realmente<br />

sinceri. Le attestazioni si ricavano dalle donazioni pro anima e<br />

dai testamenti, una trentina in tutto nell’Italia settentrionale <strong>per</strong><br />

quel <strong>per</strong>iodo. Nel 745, ad esempio Rot<strong>per</strong>to di Agrate, un grande<br />

possessore di area lombarda, dona tutti i suoi beni <strong>per</strong> fondarne<br />

uno ed aiutare in questo senso i poveri e i pellegrini, con unica<br />

eccezione la propria cintura da guerriero che doveva andare al figlio.<br />

In molti casi queste donazioni nascondono o<strong>per</strong>azioni mirate a<br />

sottrarre beni privati dalla sfera della conquista dei nuovi invasori,<br />

considerata imminente nel caso dei Franchi: ma la legislazione<br />

longobarda, in particolare le leggi di Liutprando erano abbastanza<br />

severe su commistioni di questo genere. In altri casi sono dettati<br />

dal reale spirito di una conversione sincera, come appunto questa<br />

dell’importante aristocratico lombardo che riguarda esplicitamente<br />

poveri e pellegrini. In altri casi l’affrancamento della servitù, sempre<br />

presente nelle fonti del <strong>per</strong>iodo, va ad interessare proprio i servi<br />

o<strong>per</strong>anti all’interno di queste strutture di assistenza, ma gli oneri<br />

<strong>per</strong> il loro riscatto sono talmente importanti che è difficile che si<br />

concretizzino nella realtà. I testamenti sono i documenti privilegiati<br />

<strong>per</strong> questo genere di donazioni, che molto spesso si fermano al<br />

55<br />

trasferimento, in alcuni <strong>per</strong>iodo dell’anno, di ingenti quantità di<br />

preziosissimo olio destinato alle spese di illuminazione delle chiese<br />

e dei xenodochio: si parla in questo caso di luminaria, un apporto<br />

preziosissimo che col tempo diventa un censo vero e proprio<br />

che si applica ai confratelli quale quota-parte al funzionamento<br />

di queste istituzioni. Nelle antiche scuole veneziane, i confratelli<br />

pagano ancora la loro iscrizione annuale sottoforma di luminaria!<br />

Anche l’im<strong>per</strong>o carolingio incoraggia i grandi monasteri a creare<br />

ospizi e ospedali; l’im<strong>per</strong>atrice Angilberga fonda un hospitale<br />

(presente nell’853) presso il monastero di S.Sisto “<strong>per</strong> servizio dei<br />

poveri infermi et pellegrini”. Tra X e XI secolo si registrano nuove<br />

fondazioni di strutture ricettive lungo le vie di pellegrinaggio e<br />

nel XIII secolo si diffondono altre fondazioni ospedaliere e di<br />

ricovero tenute da ordini religiosi nati durante le crociate.<br />

3. Tra i fondatori di ospedali e xenodochia in ambito trevigiano,<br />

meritano una menzione di assoluto rilievo i conti di Treviso, oggi<br />

principi di Collalto e San Salvatore. La fondazione del monasteroxenodochium<br />

di Sant’Eustachio, sul colle sopra Nervesa (dove dal<br />

994 la famiglia disponeva di un cospicuo patrimonio) risponde<br />

a quelle che sappiamo essere le consolidate linee di azione delle<br />

famiglie dei grandi proprietari nei secoli dell’alto medioevo: necessità<br />

di porre sotto la protezione di un ente ecclesiastico strettamente<br />

controllato dalla famiglia una parte del patrimonio <strong>per</strong> sottrarlo<br />

alla fiscalità ordinaria, volontà di creare isole immunitarie, presidio<br />

ancora maggiore del territorio, creazione di una istituzione in cui<br />

possano confluire i figli non avviati alla gestione dei patrimonio,<br />

e naturalmente - posti ad ultimo, ma certamente non ultimi - gli<br />

aneliti spirituali dei fondatori che riguardano sia la volontà di<br />

acquisire i meriti della vita eterna come la garanzia di un servizio<br />

religioso più efficiente nel territorio.<br />

Fondare una chiesa significava certamente tutto questo, ma anche,<br />

come hanno messo in luce Aldo Settia e Cinzio Violante partendo<br />

da punti di vista diversi tra loro, calare sul territorio uno strumento<br />

di inquadramento, un «centro di orientamento e controllo» <strong>per</strong><br />

ampie fasce della società locale. L’abbazia di Sant’Eustachio viene<br />

fondata prima del 1062 da Rambaldo III, terzo esponente noto<br />

della famiglia, e dalla madre Gisla, nei pressi di un castello già<br />

esistente su quel colle. Il documento di fondazione della chiesa e


la donazione del patrimonio non ci è <strong>per</strong>venuto, mentre nel 1791<br />

Filippo Avanzini ha trascritto la bolla - la cui versione originale<br />

si <strong>per</strong>se negli incendi dell’archivio familiare e nei saccheggi<br />

dell’abbazia del 1918 - con la quale papa Alessandro II accoglie<br />

sotto la tutela della Sede Apostolica il monastero. La prima parte<br />

del documento riguarda la donazione e la pensionem:<br />

[…] Unde quia tu, Gidulphe abbas, postulasti a Nobis, ut Monasterium<br />

sancti Eustachii, cui preesse dignosceris, quod vide licet Rambaldus comes<br />

et ejus mater Gisla, zelo religionis fervente, spe future remunerationis, in<br />

possessione sua, prope castellum, quod nominatur Narvisia, in Comitatu<br />

tarvisino, construxerunt atque Apostolice Sedi donaverunt, ac pro eo<br />

pensionem sex soldorum denariorum venetorum annuatim eidem Sedi esse<br />

redenta constituerunt, inclinati precibus tuis ipsum monasterium sub tutela et<br />

defensione sancte Sedis apostolice suscipimus, et quid quid nunc juste providet<br />

vel deinceps providebitur, apostolica auctoritate confirmamus.<br />

La bolla continua con il riconoscimento ai monaci del diritto<br />

di eleggere l’abate senza alcuna interferenza esterna, e le stesse<br />

indipendenze ed autonomie sono rimarcate verso il vescovo di<br />

Treviso, cui viene prescritto l’obbligo di astenersi dall’esercizio di<br />

qualsiasi potestà sui monaci e sulle chiese battesimali che da essi<br />

dipendono (interdicentes omnino Episcopo tarvisiensi, in cuio parochia<br />

videlicet esse sopradictum monasterium constructum etc.). La pensione di sei<br />

soldi di denari veneti che viene stabilita tra il monastero e la Sede<br />

Apostolica non è molto rilevante, equivale circa al livello di un<br />

manso di medie dimensioni (rapportato agli stessi anni). Nel 1055,<br />

quindi pochi anni prima del documento, a Padova, un censo dovuto<br />

al vescovo dagli arimanni della pieve di Sacco viene stabilito in 7<br />

lire di denari veneziani, cioè 1640 denari veneti: è fuor di dubbio<br />

che le dimensioni della grossa corte di Sacco, oggetto di contesa<br />

tra il vescovo di Padova e lo stesso patriarca di Aquileia, siano ben<br />

più ragguardevoli rispetto alle <strong>per</strong>tinenze dell’abbazia di Nervesa.<br />

Maggiore, in rapporto, il censo annuale che viene registrato nel<br />

Liber censuum della Santa Sede in relazione al monastero a partire<br />

dall’anno 1192, che equivale in quella data a 3 soldi veronesi.<br />

La speciale protezione romana all’abbazia consente, assieme alla<br />

munificenza dei conti di Treviso, una immediata espansione delle<br />

<strong>per</strong>tinenze della chiesa. Tra la fine del XI secolo e gli inizi del XII<br />

prede infatti sempre più ordine la riorganizzazione del patrimonio<br />

56<br />

familiare. Attorno al patrimonio originario, la corte di Lovadina ed<br />

il Montello, si struttura la parte più organica della futura signoria<br />

territoriale: probabilmente agli inizi del XII viene costruito anche<br />

il castello di Collalto, il primo dei due importanti manufatti da<br />

cui nel corso del Trecento la famiglia, oramai decaduto il titolo<br />

comitale, prenderà nome trasformandosi in conti di Collalto e San<br />

Salvatore. Ai margini di questo nucleo particolarmente compatto<br />

prende progressivamente forma anche quello dell’abbazia di<br />

Sant’Eustachio. Nel 1091 è Rambaldo IV, a dimostrare di essere<br />

il titolare dell’ufficio di conte di Treviso (singolare il processo di<br />

trasmissione agnatizia del titolo ai maschi che portano lo stesso<br />

nome: probabilmente si tratta dei primogeniti), e che dona in<br />

questa veste assieme alla moglie Magtilda/Matilda ulteriori beni,<br />

massaritias, cappella sed ecclesias posti oltre che nelle vicinanze di<br />

Nervesa anche nei più distanti villaggi di Arcade, Spresiano,<br />

Maserada, S<strong>per</strong>cenigo, Mestre e Vedelago.<br />

Questa dislocazione a maglie tanto ampie consente alla chiesa<br />

di Sant’Eustachio di allargare l’ambito della sua organizzazione<br />

ecclesiastica in modo organico oltre ai luoghi tradizionali del potere<br />

dei conti di Treviso, e di estendersi in particolare, anche nell’area<br />

meridionale del comitato trevigiano, fin quasi a sovrapporsi<br />

all’organizzazione diocesana del vescovo. Viene a porsi in pratica,<br />

in questo modo, la strategia in base a cui il monastero di famiglia<br />

diviene un vero e proprio centro di coordinamento territoriale.<br />

Grazie a questo ruolo il monastero controlla le parrocchie, ed<br />

estende l’influenza dei suoi protettori anche in ambiti territoriali<br />

molto distanti dal centro del potere <strong>per</strong>sonale dei conti di Treviso<br />

utilizzando strumenti del tutto nuovi e certamente efficaci. Si<br />

rafforza mediante questo <strong>per</strong>corso il ruolo istituzionale della<br />

famiglia all’interno del comitato, anche se questo significa entrare<br />

in una prospettiva di scontro con la sfera delle potestà vescovili.<br />

In altri termini, preso atto che l’uso delle dignità pubbliche<br />

non sembra restituire nell’ambito della circoscrizione comitale<br />

particolari riscontri, l’estensione della chiesa privata su territori<br />

così distanti dal centro del potere privato e d’ufficio (un’ambiguità<br />

anche in questo caso molto difficile da risolversi), può essere<br />

stato di una qualche utilità nel riassetto di un potere familiare,<br />

certamente <strong>per</strong>cepito pesantemente, ma comunque sempre alla<br />

ricerca di nuove di più efficaci forme gestione.


L’istromento del 1091 ha <strong>per</strong>ò una rilevanza anche dal punto di vista<br />

prosopografico, in quanto dalle professioni di legge apprendiamo<br />

che l’italico Rambaldo (ex professum lege longobarda) aveva sposato<br />

Matilda ex natione mea lege vivere videor salica, figlia di un marchese<br />

di nome Burgundo, evidentemente di provenienza oltralpina. E’<br />

una notizia indicativa, certamente non isolata come testimonia il<br />

caso cenedese sottoriportato, di rapporti matrimoniali tra nobiltà<br />

e in generale ceto di possessori italici ed immigrati nordici più<br />

generalmente definibili teutisci. Purtroppo non è possibile risalire<br />

con precisione all’identificazione del marchese Burgundo, non<br />

contemplato dal re<strong>per</strong>torio dello storico Edouard Hlawitscka,<br />

tanto più che i beni donati sembrano appartenere esclusivamente<br />

alla sfera patrimoniale trevigiana.<br />

E’ proprio attraverso i numerosi documenti di dotazione<br />

patrimoniale di monasteri ed enti ecclesiastici che riusciamo ad<br />

intravvedere i stretti legami di affinità tra i membri più importanti<br />

del territorio trevigiano e friulano di questi anni. L’ospitalecertosa<br />

di Santa Maria presso il Piave in loco Talponus, fondato<br />

in precedente epoca imprecisata, è beneficato nel 1120 da una<br />

donazione congiunta di tre aristocratici, i conti Rambaldo di<br />

Treviso, Valfredo di Colfosco ed Ermano di Ceneda, e da una<br />

figura di crescente – ma ancora non completamente palesata –<br />

influenza: Gabriele di Guecello da Montanara, che di li a poco<br />

troveremo come Gabriele da Camino. I donatari sono tutti<br />

italici (professimus ex natione nostra lege vivere Longobarda), e questo<br />

assieme alla comunanza nel possesso dei beni in Talpone ha spinto<br />

soprattutto gli autori antichi ad ipotizzare che i da Camino, i conti<br />

di Treviso e quelli di Ceneda appartenessero ad una unica famiglia.<br />

Questo può valere probabilmente <strong>per</strong> il rapporto tra Rambaldo di<br />

Treviso e Valfredo di Colfosco. Essi compaiono in coppia (ideoque<br />

nos Rambaldus et Valfredus […] donamus et offerimus a presenti die in<br />

eadem ecclesiaet hospitali <strong>per</strong> animarum nostrarum mercede nominatim omnes<br />

res et proprietastes, seu et <strong>per</strong>tinentias illas juris nostri etc.), e documenti<br />

posteriori di un decennio hanno indotto alcuni storici a confermare<br />

la loro stretta parentela in virtù di una clausola ereditaria che<br />

garantisce la trasmissione di proprietà tra le due famiglie. La prima<br />

ipotesi sorta da metodo scientifico sul rapporto tra queste famiglie<br />

risale agli inizi del secolo scorso: ne fu propugnatore Luigi Bailo,<br />

fondatore del museo civico comunale. Ma già prima di lui questa<br />

57<br />

profonda suggestione influenzava cronisti e storici già da alcuni<br />

secoli.<br />

4. Come detto dal Duecento queste fondazioni diventano sempre<br />

più appannaggio dei grandi ordini. I casi sono molti: nel territorio<br />

liventino esiste l’ospedale di Camolli, presso Sacile, che si sviluppa<br />

durante il XIII secolo <strong>per</strong> assicurare la manutenzione dei ponti,<br />

controllare le piene dei due fiumi e i guadi soprattutto <strong>per</strong> fornire<br />

assistenza ai viandanti. In questo <strong>per</strong>iodo gli xenodochia (il termine<br />

dal XII secolo è sostituito dai vocaboli hospitale e hospitium) sono<br />

quindi principalmente luoghi di assistenza e di sosta <strong>per</strong> i pellegrini.<br />

In questo senso è documentato nel Trecento l’ospedale di San<br />

Giovanni dei Cavalieri a Prata, promosso assieme al monastero<br />

camaldolese di Rivarotta come una fondazione di familiare dei<br />

conti di Prata. E anche in questo caso un ruolo importante ce<br />

l’aveva evidentemente la vicinanza al fiume Livenza, che oggi<br />

lambisce l’antico monastero trasformatosi in villa col mutare delle<br />

epoche. Presso Sacile tra il Due ed il Trecento prende consistenza<br />

inoltre la fondazione di San Giovanni del Tempio: insomma un<br />

fermento in grande stile con protettori ad hoc come testimoniano i<br />

grandi affreschi dei santi protettori del guado e della buona morte,<br />

san Cristoforo in testa. Secondo la tradizione era un martire in<br />

Licia nel 250, durante la <strong>per</strong>secuzione dell’im<strong>per</strong>atore Decio. Fu<br />

uno dei «quattordici santi ausiliatori», colui che avrebbe portato<br />

sulle spalle un bambino, che poi si rivelò Gesù. Il testo più antico<br />

dei suoi Atti risale all’VIII secolo. In un’iscrizione del 452 si cita<br />

una basilica dedicata a Cristoforo in Bitinia. Cristoforo fu tra i<br />

santi più venerati nel Medioevo; il suo culto fu diffuso soprattutto<br />

in Austria, in Dalmazia e in Spagna. Chiese e monasteri si<br />

costruirono in suo onore sia in Oriente che in Occidente, ma nelle<br />

nostre terre lo si trovava raffigurato sulle facciate delle chiese e nei<br />

pressi dei ponti, invocato <strong>per</strong> l’assistenza nei momenti di <strong>per</strong>icolo,<br />

ed invocati la mattina dai viandanti e dai contadini che andavano ai<br />

campi <strong>per</strong> chiedere il dono della Buona Morte, ovvero della morte<br />

in grazia di Dio.<br />

Doc. 2<br />

La morte dell’arcivescovo di Udine Bartolomeo<br />

Gradenigo


3 novembre 1765<br />

“Comparve avanti l’ill.mo ed eccell.mo signor Francesco Corner<br />

Podestà ed Ufficiale di Sanità il nobile signor Dott. Gio. Maria<br />

Bottoglia Armellini, medico fisico condotto di questo Castello,<br />

<strong>per</strong> parte e nome della N.D. Maddaluzza Contarini vedova del<br />

fu N.H. sig. Carlo Gradenigo, commissaria testamentaria del fu<br />

N.H. S.E. Ill.ma Rev.ma Bartolomeo Gradenigo, Arcivescovo di<br />

Udine, ed espose come che, desiderando di far il trasporto di quel<br />

cadavere alla cattedrale di Udine, <strong>per</strong> esser colà fatto seppellire, e<br />

rendendosi necessario farlo imbalsamare, <strong>per</strong>ché non infracidisca<br />

nel viaggio, <strong>per</strong>ciò instà <strong>per</strong> nome, come sopra, che da quest’Ufficio<br />

sia rilasciato decreto <strong>per</strong> la <strong>per</strong>missione di aprirlo con tutte quelle<br />

formalità che dall’Ufficio medesimo saranno credute salutari”. Il<br />

Podestà e i provveditori alla sanità Gio. Batta Ortica e Domenico<br />

Lippi accolsero l’istanza, decretando e ordinando “l’a<strong>per</strong>tura<br />

del detto cadavere <strong>per</strong> essere curato, ed imbalsamato <strong>per</strong> mano<br />

dell’ordinario Chirurgo, e con l’assistenza di detto sig. Bottiglia<br />

Medico, dovendo subito curato far seppellire gli interiori tutti,<br />

che saranno levati, e ciò con l’assistenza del cancelliere dell’ufficio<br />

medesimo”. Contemporaneamente fu inviata una lettera a Udine<br />

al Luogotenente della Patria del Friuli: “Capitato il dì 28 prossimo<br />

scaduto alle ore 18 qui in questo Castello alla casa del Rev.mo sig.<br />

D. Pasquale Cestelli Arciprete il q.m. Ecc.mo Rev.mo Bartolomeo<br />

Gradenigo, Arcivescovo di codesta Città, fu colto da Cardiaglia<br />

Biliosa fatale, così da medici rilevata, da quali assistito fino al giorno<br />

di ieri, finalmente, munito dei Santissimi Sacramenti, alle ore 22<br />

circa, rese l’anima a Dio. Faccia <strong>per</strong>ciò l’istanza a questo ufficio<br />

di sanità dalla N.D. Maddaluzza Contarini, vedova del fu N.H. sig.<br />

Carlo Gradenigo, Cognata del suddetto, <strong>per</strong> la <strong>per</strong>missione di farlo<br />

aprire, e curare, indi imbalsamare, a fine di farlo tradurre costà<br />

senza <strong>per</strong>icolo d’infracidimento, e dall’ufficio medesimo accordata<br />

l’o<strong>per</strong>azione, che fu fatta da due Chirurghi con l’assistenza del<br />

sig. Dott. Bottoglia medico fisico condotto, e del cancelliere<br />

dell’ufficio, fatti seppellire gl’interiori tutti dal cadavere levati, ed<br />

imbalsamato il cadavere medesimo, fu fatto riporre in cassa bene<br />

otturata con pegola <strong>per</strong> il suo trasporto. In iscorta <strong>per</strong>tanto di<br />

questo cadavere fu destinata la <strong>per</strong>sona di Zuanne Mattiuzzi, fante<br />

dell’Ufficio, <strong>per</strong>ché di vista abbia ad accompagnarlo fino alle porte<br />

di codesta Città, dove arrivato, sia dal medesimo consegnato al<br />

58<br />

fante dell’Ufficio ill.mo di sanità di codesto Luoco, non restandomi<br />

intanto che l’onore di baciare all’Eccellenza V. divotamente le<br />

mani.<br />

Noi Francesco Corner, <strong>per</strong> la Serenissima Repubblica di Venezia ,<br />

Podestà della <strong>Motta</strong>”.<br />

Doc. 3<br />

Consulto (ambiente mottense, sec. XVII-XVIII)<br />

Il manoscritto non riporta indicazioni di data, ma si accenna a un forte<br />

terremoto che avrebbe spaventato la paziente. Forse si riferisce al terremoto<br />

che colpì il Friuli il 28 luglio del 1700, o, più probabilmente, a quello che<br />

ebbe come epicentro Asolo il 25 febbraio 1695, segnalato con la massima<br />

intensità epicentrale nella tabella della “storia sismica di <strong>Motta</strong> di Livenza”<br />

consultabile nel Database Macrosismico Italiano (www.emidius.mi.ingv.<br />

it/DBMI04/) (v. anche Quaderni di Geofisica dell’Istituto Nazionale<br />

di Geofisica e Vulcanologia, n.49/2007) . Altri terremoti che ebbero<br />

probabilmente ri<strong>per</strong>cussioni sul territorio mottense furono quelli della Slovenia<br />

nel 1622, nel 1689 e nel 1691, e forse quello di Treviso del 1756, oltre ad<br />

un altro sisma che <strong>per</strong>ò produsse danni solo nell’alto Friuli nel 1786. Nel<br />

consulto la paziente viene qualificata “Nobil Donna Vergine Vestale”, il<br />

che fa pensare ad una adolescente, e “Nobile Patrona”, ciò che la fa ritenere di<br />

alto lignaggio: era forse la figlia di un Podestà veneziano della <strong>Motta</strong>? Nobil<br />

Homo e Nobil Donna erano titoli peculiari della nobiltà patrizia veneziana.<br />

Da rimarcarsi, poi, l’uso terapeutico del “radichio”.<br />

Gl’incomodi, che da lungo tempo tengono vessata la Nob.<br />

Donna Vergine Vestale N.N. sono tutti fenomeni, che ben chiara<br />

dimostrano un’affezione ipocondriaca; da questo unico fonte<br />

diramano tutti gl’accidenti, che assieme aggropati formano la<br />

piena della di lei <strong>per</strong>tinace, e molesta indisposizione. Un succo<br />

acido concentrato nel viscido da vizio della prima digestione,<br />

concretatosi in sostanza di sale tartareo nelle viscere naturali,<br />

e specialmente nell’hipocondrio sinistro, ove s’inalza qualche<br />

tumefazione, ne fu la causa prossima, e tuttavia n’è il fomite del<br />

male; questi, <strong>per</strong>vertendo la chiosi, depravando l’hematosi, e<br />

viziando la linfa ha potuto render li fluidi più fissi, e mancanti<br />

della necessaria volatilazione, da che nacquero sul bel principio<br />

le diminute, e poscia dolorose separazioni delle mensuali<br />

espurgationi, che in progresso passarono in total sopressione; indi


La prima e l’ultima pagina del “consulto”<br />

59


arenandosi le parti più grosse, e viscide risultarono l’ostruzioni<br />

nelle glandole dell’abdome con la degenerazione di quel latice<br />

alcalino urinoso destinato alla volatilizazione del sangue, non meno<br />

che quelle ne vasi sanguiferi più angusti dell’hipocondrio sinistro,<br />

e specialmente qualche concrescenza tartarea nel ramo dell’arteria<br />

celiaca, ove risente la molesta pulsatione, si <strong>per</strong> l’angustiato<br />

passaggio nel diametro di quel canale, come <strong>per</strong> l’impressione fasi<br />

dal sangue nell’incontrata concrescenza, dalla cui resistenza ne<br />

risulta la pulsatoria sensazione; o sia pure molto probabilmente<br />

dalla pressione dell’ostruzioni de corpi glandulosi, o nervi contigui<br />

a quel vase; porzione poi risoluta nel succo alimentitio nella parte<br />

sinistra puotte cagionar li gravi dolori, e lancinazioni della coscia,<br />

ed avvanzandosi a contaminare la purità del succo nerveo con<br />

le sue spicole velicando li nervi propagati alla coscia, e piede,<br />

cagionarne le spasmodiche contrazioni, li semistupori, le debolezze,<br />

e depravazione del moto <strong>per</strong> la crispazione delle fibre nervee, e<br />

difettuoso passaggio de spiriti animali con quella turgescenza,<br />

che vaglia col suo elatere a renderli tumidi, ed in conseguenza<br />

robusti al moto, che restò con im<strong>per</strong>fezione in quella parte. Alli<br />

pungimenti pure di tali spicole nel plesso mesenterico, o prima nel<br />

ramo splenico insorti, si può ascrivere la palpitazione del cuore, da<br />

quali partecipata la spasmodica sensazione al surculo del Parvago,<br />

et indi al tronco del medesimo movente il cuore, risultarne può il<br />

moto palpitante di quel muscolo, che, da qualunque irritamento<br />

facilmente eccitate le nervee fibrile a quella violenta mozione<br />

costrittoria, impressagli da panico timore la prima volta <strong>per</strong> la<br />

sorpresa d’orrendo terremoto, rendersi può palpitante; se pure<br />

non fosse più accertato crederla proveniente, o almeno coadiuvata<br />

nel nostro caso dalla viziosa e preternaturale fermentazione del<br />

sangue, tanto più, che si fa sentire più valida nell’invasione, e<br />

durazione febbrile, e con la remissione e consumazione rimette,<br />

e cessa lasciando in quiete, e riposo la Nob. Pat., come ridotto<br />

il moto intestino delle particole del latice sanguineo allo stato<br />

naturale, e tranquillo, assotigliato quanto di succo crasso, dopo<br />

tre ore dal cibo preso se n’era introdotto nel suo seno col chilo<br />

saturato nell’impure miniere dell’abdome d’acido estraneo, o pure<br />

precipitatosi ne vasi escretorij, così che, cessando la preternaturale<br />

effervescenza, e con essa la maggior rarefazione del sangue in<br />

un fluido quanto più compatto, tanto più disposto, e capace di<br />

60<br />

maggior estensione, ed in conseguenza necessitata ad un’irritativa<br />

contrazione la diastole del cuore: resti ancora il detto sintoma con<br />

respiro della Nob. Pat. sedato. Ogn’altro accidente, che circonvalla<br />

il male, si di melanconia, dolore di capo, inappetenza, difficoltà<br />

di respiro e debolezza nell’ore prossime all’accesso febbrile può<br />

bastantemente emanare dalle stesse cagioni; dalla fissazione de<br />

spiriti, la melancholia; da pungimenti dell’acido stesso impegnato<br />

nelle porosità delle meningi, il dolore di capo, od ancora, quando<br />

nell’insulto febbrile accadesse, dalla turgescenza del fluido ne<br />

vasi sanguiferi e maggiore distensione delle medesime; che se in<br />

altre ore, o dall’infarcimento d’acida mucilagine nello stomaco,<br />

cui riferirsi deve l’inappetenza; o dall’utero ancora nell’uno, e<br />

nell’altro caso solo <strong>per</strong> spasmodica sensazione delle membrane,<br />

che tutte comunicano con quelle del cerebro, col mezo della<br />

corrispondenza de nervi, nel succo incrassato da quali è riposta la<br />

debolezza ne destinati al moto, come ne pneumonici la difficoltà<br />

di respiro, ambi forieri dell’insulto febbrile.<br />

Potevo veramente dispensarmi da tale tediosa patologia, quando<br />

la singolar virtù dell’Ecc.mo suo Fisico nella sua pontuale<br />

informazione ne ha con dotta ipotesi versato sopra la produzione,<br />

e concatenazione de sintomi tutti, e con esata etiologia ancora<br />

rintracciatene le cause antecedenti dagl’errori nel vitto, come anco<br />

le prossime stabilite nell’acido silvestre: ho dovuto nulla di meno<br />

formalizarne una tale theoria, da cui, convenendo nell’essenza del<br />

male, e nella causa prossima dell’acido ostile, ne risultasse ancora<br />

la causa congionta d’una fissazione ne fluidi tutti, e deficiente<br />

volatilizatione delle parti spiritose de medesimi <strong>per</strong> derivarne le più<br />

fondate indicationi manuduttrici alla cura, quali saranno l’infringer<br />

l’acido morboso, scioglier il viscido, ed il coagulo, e volatilizar il fisso,<br />

tanto quello de fluidi crassi, quanto il stagnante dell’ostruzioni. A<br />

tali indicanti dovranno tendere gl’attentati dell’arte, e li sforzi tutti<br />

della cura, a quali adeguatamente adempito, non mi resta dubbio<br />

d’una <strong>per</strong>fetta recu<strong>per</strong>a della Nob. Pat.<br />

Mi accresce motivo di così stabilire a maggiore fondamento<br />

dell’indicationi dedotte, e mi somministra lume di così credere<br />

l’uso infrutuoso del febrifugo di China, scortando il mio riflesso<br />

due Canoni del divino Maestro di Coo, fondamentali dell’arte: a<br />

iuvantibus et ledentibus indicationes summuntur, l’uno, contraria contrariis<br />

curantur l’altro. Se esso cortice <strong>per</strong>uviano dunque tanto efficace,


specialmente nelle febri croniche, restò schernito e disarmato, giova<br />

credere che la causa della febre, nella remotione di cui è fondata<br />

sempre la cura, o nell’alterazione almeno, ed in conseguenza<br />

quella del male tutto, non esigesse un rimedio di natura fisso, e<br />

fissante, qual è la China, <strong>per</strong> suo contrario; ma, se non giovò,<br />

dunque non era di sua natura contrario, anzi simile, che secondo<br />

il Filosofo non agit in sibi simile; se dunque simile, <strong>per</strong>ché non oprò,<br />

dunque di natura fisso; dunque la causa oppugnabile è fissazione,<br />

e l’illazione vuole ch’il rimedio, dovendo esser contrario, o<strong>per</strong>i<br />

<strong>per</strong> volatilizatione, e <strong>per</strong> conseguenza finale il febrifugo nel caso<br />

nostro deve essere del genere d’alcalini volatili, non de fissi. Tanto<br />

pare insinui il gran Filosofo Hermete nella sua Tavola Smaradina<br />

in materia filosofochimica: fac volatile fixum, et fixum volatile: da che<br />

evidentemente resta dedotto dover tender la cura alla volatilizatione<br />

fra l’altre cose indicate.<br />

Posti tali fondamenti, sarà ora facile la decisione del punto essenziale<br />

a cui si restringe particolarmente l’informazione osservata. Se<br />

dovendo nuovamente intraprendersi la cura debba darsi di mano<br />

alli medicamenti altre volte praticati, o pure variarne la cura.<br />

Chiamato dall’ingenuità, ch’io professo, posso bene commendarne<br />

l’uso di molti praticati, ed amirarne la virtuosa e saggia condotta<br />

d’un celebre Professore in una cura tanto più spinosa, et ardua,<br />

quanto complicata di tanti accidenti, in cui, se non gli è sortito di<br />

ripportarne un’intiera vittoria, ha almeno <strong>per</strong> molto tempo tenuto<br />

a freno il nemico, ed impeditogli ulteriori progressi. Presentemente<br />

<strong>per</strong>ò, meditandosi d’attentarne la totale eradicatione del male, io<br />

crederei insufficienti ed inefficaci li già usati a tal fine, poiché,<br />

se altre volte praticati con lunga insistenza, e replicata, non<br />

arrivarono a svellerne le radici, da quali, se bene indebolito,<br />

ripullulò, e prese nuovo vigore il male, così meno presentemente<br />

haver possono quella facoltà ch’allora non ebbero, e che si richiede<br />

<strong>per</strong> l’estirpazione del male, suffragandomi l’assioma filosofico<br />

idem manens idem, sem<strong>per</strong> natum est facere idem; ma <strong>per</strong>ché la ragione<br />

è astratta, quelle d’una filosofia più sensata haveranno maggiore<br />

<strong>per</strong>suasiva <strong>per</strong> l’elettione de medicamenti più accomodati alla<br />

natura de fermenti morbosi, che devono essere alterati e ridotti a<br />

nuova tem<strong>per</strong>atura, non con le prime qualità, ma con la mistione<br />

d’altri corpuscoli, che vagliano a mutarne la figura, e tessitura; e<br />

con l’equilibrio delle particole tutte ridotti alla maturità dello stato<br />

61<br />

naturale, come habbiamo l’insegnamento d’Hippocrate De Natura<br />

humida: Tunc enim humores acres crudos dictos ex <strong>per</strong>mixtione et tem<strong>per</strong>atura<br />

mutua, non calidi, aut frigidi, simpliciter additione, et subtractione blandiores<br />

redditos, coctos et denuo naturale fieri; debbono <strong>per</strong>ciò esser scielti quelli<br />

che avranno maggior proporzione con le loro particole, e con le<br />

porosità de suoi corpuscoli alle figure cospicue de succhi crudi,<br />

rigidi et acri, come bene l’abbiamo dall’enchirisi dell’acque stigie<br />

sopra metalli: mentre quella solve l’argento, non tocca l’oro <strong>per</strong> la<br />

sproporzione della figura de sali acidi alli meati angusti e compatti<br />

di questo, che richiede quella reggia <strong>per</strong> la proporzione de spiriti<br />

acidi dell’armoniaco. Così nel caso nostro ogni alcalino de fissi<br />

specialmente non haverà egual forza <strong>per</strong> invaginar le punte d’un<br />

acido di particolare e distinto sapore, come l’osserviamo dalli<br />

occhi di contro, <strong>per</strong>dere bensì del suo acre l’aceto, ma dal saturno<br />

farsi dolce; dovranno <strong>per</strong>tanto esser scielti in genere d’assorbenti e<br />

precipitanti quelli ch’avranno maggior facoltà, come sarebbero certe<br />

terre dannate de sali naturali, che <strong>per</strong> esser state dalla Pirothecnia<br />

spogliate dell’acido, cui dalla natura furono una volta maritate, usate<br />

nella medicina con esurina appetenza l’abbracciano, <strong>per</strong> riunirsi<br />

a nuovo connubio; dovendosi, con quanto studio si procurerà<br />

l’uso di quelli materiali si troveranno più adattati, con altrettanto<br />

evitarne quelli che, o non havessero <strong>per</strong> loro costituzione l’intiera<br />

facoltà, o fossero sospetti di partecipazione d’acido, cosicché li<br />

sciroppi preparanti altre volte praticati <strong>per</strong> l’acido del zuccaro, ed<br />

alcuni usati <strong>per</strong> quello dell’aceto, sarà bene proscriverli dalla cura;<br />

ammonendolo Ippocrate de victiis aceti: Aciditates ex aceto amara bile<br />

abundantibus magis conferunt quam atrabilariis: nigre vero fermentantur<br />

et atolluntur ac multiplicantur: acetum enim nigra sursum ducit, come<br />

nascerebbe nel caso nostro; dirigendo questa con li suaccennati<br />

riguardi e con le massime sempre tute et iucunde, giacché celeriter<br />

non è tanto facile in un male antiquato; il tute è già sicuro dalla<br />

consumata es<strong>per</strong>ienza dell’Ecc.mo suo Fisico; il iucunde lo s<strong>per</strong>o da<br />

medicamenti soavi e facili all’uso che sono <strong>per</strong> proporre, e di niuna<br />

soggetione alla Nob. Pat.; quali, se bene saranno diversi dagl’usati,<br />

non s’intenderà <strong>per</strong>ò variata la cura, restando sempre le medesime<br />

l’intentioni curative cui diretti.<br />

Sentirei <strong>per</strong>tanto che si dasse principio alla cura con un blando<br />

emetico, cui voglio credere <strong>per</strong> la consuetudine de vomiti causati<br />

dal vino non repugnarà la Nob. Pat., quale absentendo io potrò


somministrarlo <strong>per</strong> smuovere dal ventricolo il viscido tenacemente<br />

infisso alla tunica interna, essendo questo viscere lerne kakòn, la lerna<br />

de mali; rimosso questo primo obice all’incontaminato passaggio<br />

de medicamenti, <strong>per</strong> quattro giorni susseguenti si conciliarà alli<br />

succhi la fluidità <strong>per</strong> adempirne il precetto d’Ippocrate, corporatum<br />

con una scutella di brodo alterato la mattina con acrimonia,<br />

radichio, boragine e melissa, e si prenderà con lo stesso una<br />

cartolina di polvere assorbente e dolcificante, che da me potrà esser<br />

somministrata. Passati questi si prenderà la sera del quarto giorno<br />

ante coenam mezza dramma di pilole tartaree schroderi ridotte in tre<br />

o quattro pilolete; dopo un giorno di riposo si pigliarà la mattina<br />

una carafina da tavola delle ordinarie di sciroppo composto, che si<br />

farà <strong>per</strong> uso d’otto giorni con succo depurato di fumaria, radice di<br />

polipodio quercino contuse, mirobolani citrini, et indi uva passa e<br />

mezza dramma di sal di tartaro, potendo esser dosato dalla virtù<br />

dell’Ecc.mo suo Fisico, in cui nell’atto di beverlo s’instillaranno<br />

XX gocce d’una tintura anthipocondriaca volatile ed a<strong>per</strong>iente<br />

da me manipolata; e quattr’ore dopo circa si pransarà; l’uso sarà<br />

<strong>per</strong> sette mattine, o otto ancora, quando qualche evacuazione di<br />

ventre più copiosa non dasse qualche fiachezza che obbligasse<br />

sospenderlo qualche giorno, o alternarne l’uso; che non nascendo<br />

sarà meglio quotidianamente continuarlo <strong>per</strong> render più breve<br />

la purga e più presto il giovamento; la sera poi all’ultimo giorno<br />

di dette prese antecedente si aggiungerà ad una carafina di detto<br />

sciroppo tre dramme di semina monda Riobarbaro, et agarico<br />

bianco scrups, uno <strong>per</strong> sorte; sal di tartaro scrups mezo; canella<br />

contusa dramma meza, ed un pugillo di passule, e lasciato senza<br />

bollire in digestione sopra le ceneri calde la notte, la mattina<br />

colato e spremuto; bevendolo servirà di blando catartico, con un<br />

giorno poi d’intermittenza e riposo, si riassumerà l’uso del detto<br />

sciroppo primo <strong>per</strong> altri otto giorni col medesimo tenore, e colle<br />

solite goccie come sopra; nel nono o decimo giorno, quando<br />

si ritrovasse lassa la Nob. Pat., ripigliarà il sudetto coll’aggionta<br />

delli materiali infusi; in tempo dell’uso de sette primi, come pure<br />

degli otto secondi giorni la sera un’ora, o poco più ante coenam si<br />

pigliaranno tre pilolette composte d’una panacea martiale di mia<br />

particolar manipolatione, e saranno deostruenti ed assorbenti<br />

valide dell’acido. Si avvanzarà dopo di ciò la purga passando ad un<br />

decotto vi<strong>per</strong>ato, fatto di salsa, visco pomerino, sassafras, ed una<br />

62<br />

vi<strong>per</strong>a femina preparata secondo l’arte, fatto di giorno in giorno<br />

la sera antecedente nel bagnomaria in acqua di peonia oncie tre<br />

in quattro, ed un pugillo di fiori di lillà, in un matraccio con vaso<br />

di vetro d’incontro alla bocca, e ben sigillato <strong>per</strong>ché non esalino<br />

li fumi e vadino circolando, bollindo <strong>per</strong> quattr’ore almeno; e la<br />

mattina estraendone l’umido sarà aromatizzato con poca acqua<br />

di tutto cedro o melissa, e si beverà di buon mattino nel letto,<br />

riposandovi dietro qualche ora; la continuazione d’esso dovrebbe<br />

essere <strong>per</strong> quaranta giorni, se sarà possibile, o almeno <strong>per</strong> trenta;<br />

ogni dieci giorni nell’uso dello stesso pigliarà la sera ante coenam una<br />

presa di pilole tartaree schroderi come sopra; si accompagnerà pure<br />

allo stesso decotto un’ora prima uno o due bocconcini formati<br />

di succino bianco preparato, lumbrici terrestri preparati, cinabro<br />

d’antimonio e castoreo impastati con poco diascordio Fracastori,<br />

o rob di sambuco; il che riguardarà pure il carattere maligno qui<br />

suspicatur geniturae impressus; ciò eseguito, si potrà senza soggezione<br />

veruna continuare la matina in brodo tepideto alterato con melissa,<br />

o in acqua della stessa fatta di recente, XX gocce di liquor di corno<br />

di cervo succinato, soluzione di terra foliata di tartaro, e spirito di<br />

coclearia, mescolati alla proporzione che giudicherà la virtù dell’Ecc.<br />

mo suo Fisico. Potrà pure ogni quindici giorni <strong>per</strong> qualche tempo<br />

valersi d’una presa delle dette pillole tartaree schroderi. Con tali<br />

medicamenti s’adempirà intieramente alle suaccennate indicazioni<br />

non solo, ma alle urgenze ancora maggiori della febre contumace<br />

e palpitazione; e voglio s<strong>per</strong>are resterà intieramente espugnata<br />

la lunga e molesta indisposizione. Ma <strong>per</strong>ché ho pure annotato<br />

nella relazione speditami l’avversione nelli mesi estivi al vino, che<br />

costringe la Nob. Pat. all’uso dell’acqua di fonte solamente, stimo<br />

bene molto vantaggioso alla stessa convertir una tale necessità in<br />

profitto, riducendo l’acqua stessa in una birra piacevole e delicata,<br />

che si farà quando v’inclini a suo tempo col metodo che verrà da<br />

me comunicato. Nel fonte chirurgico non vi pongo mano, non<br />

conoscendo, se non pregiudiciale, la flebotomia; quando non<br />

conoscesse l’attenzione dell’Ecc.mo suo Fisico pletora, che dentro<br />

la purga la richiedesse, s<strong>per</strong>ando <strong>per</strong>altro resti dall’uso de rimedii<br />

la naturale emorragia facilmente promossa, e nuovamente <strong>per</strong> li<br />

suoi vasi destinati restituita; <strong>per</strong> quello che poi riguardasse il moto<br />

depravato rimanesse del piede, e coscia, cui poco vi pensa <strong>per</strong> ora<br />

la Nob. Pat., si meditarà a suo tempo qualche congruo locale che


ne risarcisca l’offesa. La regola infine delle cose non naturali la<br />

riporto alla disposizione dell’Ecc.mo suo Fisico, da cui saranno<br />

ridotte alla più giusta moderazione.<br />

Tanto può suggerire una fiacca Minerva, che rassegna li propri<br />

sentimenti alla consumata es<strong>per</strong>ienza, e sommo talento d’un<br />

provetto Professore, da cui n’avranno un benigno compatimento<br />

le mie debolezze; unindo alli stessi li voti d’un cuore divoto, <strong>per</strong> il<br />

felice evvento alla Nob. Donna Vergine Vestale.<br />

Pietro Gregolini Medico Fisico Levantino<br />

LE INTERPRETAZIONI DEGLI SPECIALISTI DI<br />

OGGI…<br />

Consulto medico (ambiente mottense, SEC. XVII-XVIII) ad o<strong>per</strong>a di<br />

Pietro Gregolini “Medico Fisico Levantino”.<br />

Interpretazione ed analisi del testo<br />

Da quanto scritto la storia clinica della Nobildonna Vergine può<br />

essere così interpretata. La sintomatologia polimorfa, caratterizzata<br />

da cardiopalmo, dispepsia, vomito, febbre, stipsi ed amenorrea<br />

potrebbe essere compatibile in prima ipotesi con una patologia<br />

neoplastica dell’apparato gastro-intestinale. Una seconda ipotesi<br />

deporrebbe <strong>per</strong> una forma di anoressia con infezione sovrapposta<br />

a partenza imprecisata, che spiegherebbe la febbre. Una terza<br />

ipotesi potrebbe essere quella di una forma di i<strong>per</strong>tiroidismo,<br />

anche se la stipsi non rientra nel quadro clinico.<br />

Una considerazione che merita attenzione è che “il consulto”<br />

del tempo è incentrato sull’autorità del medico/filosofo/fisico/<br />

empirico, non essendo ancora presente lo spirito razionale/<br />

scientifico della medicina che caratterizza l’epoca moderna.<br />

A dimostrazione di quanto scritto numerosi sono i riferimenti<br />

della medicina ippocratica, fisica, empirica e filosofica nel consulto,<br />

come <strong>per</strong> esempio:<br />

1) “idem manens idem, sem<strong>per</strong> natum est facere idem” (“se una<br />

cosa resta tale e quale significa che è programmata <strong>per</strong> dare sempre<br />

lo stesso risultato”);<br />

2) nell’o<strong>per</strong>a “De natura humida” di Ippocrate: “Tunc enim<br />

humores acres crudos dictos ex <strong>per</strong>mixtione et tem<strong>per</strong>atura<br />

mutua, non calidi aut frigidi, sempliciter additione, et subtractione<br />

blandiores redditos, coctos et denuo naturale fieri” che significa<br />

63<br />

“Sulla natura dei fluidi”: “Ora si sostiene infatti che gli umori<br />

acri crudi trovino un equilibrio dalla mescolanza e dal reciproco<br />

scambio della tem<strong>per</strong>atura, non dall’intervento del caldo e del<br />

freddo, ma resi più blandi dalla semplice addizione e sottrazione,<br />

mentre i cotti ritornano all’equilibrio naturale”;<br />

3) “a iuvantibus et ledentibus indicationes summuntur” di<br />

Ippocrate ovvero “si fa es<strong>per</strong>ienza da ciò che va bene e da ciò che<br />

fa male”;<br />

4) “contraria contrariis curantur”, “non agit in sibi simile” di<br />

Ippocrate e “fac volatile fixum, et fixum volatile” del filosofo<br />

Ermete , queste tre assiomi indicano che la cura deve essere<br />

<strong>per</strong>seguita con sostanze opposte (di natura contraria) <strong>per</strong> essere<br />

efficace e che <strong>per</strong>tanto la cura (la terapia) deve o<strong>per</strong>are <strong>per</strong><br />

volatilizzazione.<br />

In conclusione è da sottolineare la diversa condotta medica attuale,<br />

basata sulla evidenza scientifica e sulle conoscenze farmacologiche,<br />

dati essenziali assieme all’umanizzazione delle cure, elemento<br />

fondamentale nella concezione olistica del paziente.<br />

Quirino Messina e Lucia Sosi.<br />

U.O. Medicina Generale O.R.A.S.<br />

La descrizione della sintomatologia accusata della giovinetta è<br />

molto confusa ed imprecisa <strong>per</strong> cui non è semplice esprimere un<br />

giudizio circostanziato sulla vera causa della malattia, se di malattia<br />

si tratta veramente. All’epoca del consulto gran parte della malattie<br />

venivano diagnosticate ricorrendo alla teoria dei fluidi malsani,<br />

che circolando nel corpo ne producevano l’alterazione della sua<br />

funzionalità. Quindi è più che scontato che il medico diagnosta del<br />

tempo sia ricorso ad una complicatissima teoria dei fluidi corporei<br />

<strong>per</strong> spiegare tutti i mali che affliggevano la giovinetta. Per quanto<br />

riguarda la terapia viene descritta la classica terapia del tempo<br />

che non poteva essere che di due tipi. Da un lato la depurazione<br />

del corpo dai fluidi mediante l’uso di emetici e di tisane dalla<br />

composizione e posologia complicatissime e dall’altra mediante<br />

la exanguino trasfusione, <strong>per</strong> la quale tuttavia, non essendo il<br />

diagnosta dell’epoca un es<strong>per</strong>to, non sa dare una prescrizione<br />

certa.<br />

Marco Cadamuro Morgante<br />

Direttore sanitario ORAS


Doc. 4<br />

Lettera di richiesta del sindaco di Castelfranco della<br />

pianta del nuovo padiglione degli infettivi.<br />

“20 agosto 1923<br />

Egr. Sindaco<br />

<strong>Motta</strong> di Livenza<br />

Quest’Amministrazione sta studiando il modo di costruire un<br />

padiglione di isolamento <strong>per</strong> malati contagiosi in consorzio coi<br />

Comuni del Mandamento. Avendo saputo che in codesta Città vi<br />

è un padiglione che risponde a tutti i bisogni, prego la S.V.I. di<br />

favorirmi una copia della pianta edilizia e sezione <strong>per</strong> prenderne<br />

cognizione, ovvero l’originale che sarà tosto restituito. Prego<br />

inviarmi anche lo statuto <strong>per</strong> la gestione e i carichi annui. Ringrazio<br />

del favore e la ossequio.”<br />

Doc. 5<br />

LA MORTE DI ITALO SVEVO: SPECIALISTI DI MOTTA<br />

E ODERZO RISCRIVONO IL REFERTO.<br />

POSSIBILI CAUSE DI MORTE DI ITALO SVEVO<br />

Non è facile stabilire con certezza quali siano state le possibili<br />

cause della morte di Italo Svevo anche <strong>per</strong> la scarsezza di dati<br />

contenuti nella cartella clinica redatta dai medici che lo hanno<br />

accolto e seguito nell’<strong>Ospedale</strong> di <strong>Motta</strong> di Livenza dove giunse<br />

poco dopo l’incidente stradale in cui rimase coinvolto insieme con<br />

la moglie e un nipote.<br />

In particolare non risultano chiare le condizioni cliniche presentate<br />

dal paziente al momento del suo arrivo all’ospedale di <strong>Motta</strong> di<br />

Livenza in quel primo pomeriggio del 12 settembre 1928.<br />

Aveva certamente una frattura a carico del femore sinistro ed<br />

è possibile che vi sia stata nelle ore successive all’incidente una<br />

emorragia interna, lieve ma continua, nella coscia sinistra. In<br />

questo caso una progressiva anemizzazione potrebbe aver causato<br />

un peggioramento delle condizioni di un cuore che probabilmente<br />

era già compromesso. Si parla infatti di una non meglio precisata<br />

cardiopatia clinicamente probabile in un uomo di 67 anni che<br />

fumava da sempre 60 sigarette al giorno.<br />

Nel giro di 24 ore potrebbe essersi così avuta la morte <strong>per</strong> shock<br />

64<br />

cardiogeno con arresto cardiaco da asistolia.<br />

L’altra ipotesi è che la morte sia avvenuta in seguito ad un’embolia<br />

polmonare.<br />

In questo caso è possibile ipotizzare sia una forma embolica<br />

grassosa (o adiposa) cioè grumi di cellule di grasso che dal femore<br />

si sono portate nei rami arteriosi polmonari sia una più classica<br />

tromboembolia polmonare a partenza da una trombosi formatasi<br />

a livello delle vene profonde della coscia in seguito alla frattura del<br />

femore e all’allettamento. In entrambi i casi l’embolia polmonare<br />

sarebbe stata la causa di un arresto cardiaco terminale che avrebbe<br />

causato la morte del paziente.<br />

Non vi sono elementi nella cartella clinica che facciano propendere<br />

<strong>per</strong> una o l’altra ipotesi ma molto probabilmente una di queste 2 è<br />

stata la causa della morte di Italo Svevo.<br />

Ai giorni nostri quasi certamente la possibilità di una diagnosi<br />

precisa e rapida delle complicanze post traumatiche avrebbe<br />

<strong>per</strong>messo un intervento terapeutico in grado di evitare un così<br />

rapido e tragico epilogo.<br />

Dr. Giuseppe Favretto<br />

Responsabile UO di Cardiologia Riabilitativa e Preventiva<br />

<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione<br />

<strong>Motta</strong> di Livenza (TV)<br />

CONSIDERAZIONI SULLE CAUSE DELLA MORTE DI<br />

ITALO SVEVO<br />

Dalla disamina degli atti riportati nella documentazione inviatami<br />

in visione si può, con ragionevole attendibilità, rispondere alla<br />

domanda se Italo Svevo “ avrebbe potuto essere salvato , oggi,<br />

dopo un incidente stradale simile a quello occorsogli nei pressi del<br />

ponte sul Malgher lungo la Postumia “.<br />

Nella “ rilettura “ del referto sulla morte dello scrittore , alla<br />

luce delle conoscenze odierne , si può ipotizzare con elevate<br />

probabilità,che la morte si avvenuta a seguito di un episodio di<br />

embolia polmonare conseguente alla frattura del femore<br />

sinistro. Dai dati anamnestici si rileva che Italo Svevo di 67 anni era<br />

affetto da cardiopatia di grado medio , da probabile iniziale BPCO<br />

in fumatore ( 60 sigarette al giorno ). Tali patologie in presenza


di frattura di femore sinistro possono aver influito negativamente<br />

nella insorgenza di un episodio tromboembolico.<br />

Del resto nella cronaca dell’epoca e nel referto del medico dott.<br />

Cardazzo, si rileva che al momento del ricovero alle ore 15 del 12<br />

settembre il paziente “ presentava dispnea intensa , sudore profuso,<br />

polso piccolo e frequente con raffreddamento alle estremità ,<br />

apiretico, piena coscienza e lucidità mentale. La sofferenza cranica<br />

che tormentava il paziente era da forte ambascia di respiro, dalla<br />

quale diceva essere stato colpito subito dopo il trauma “.<br />

Anche “ la richiesta di fumare obnubilata ma continua” fanno<br />

deporre <strong>per</strong> un quadro neurologico tipico in corso di embolia<br />

polmonare non massiva ma certamente importante in quanto<br />

mortale in 24 ore.<br />

Tutte queste notizie anamnestiche e documentali portano alla<br />

conclusione che sia sopravvenuta una embolia polmonare quale<br />

complicanza della frattura di femore sin in paziente affetto da<br />

broncopneumopatia e cardiopatia cronica.<br />

Alla domanda se potesse oggi essere salvato alla luce delle<br />

conoscenze attuali ,si può rispondere che probabilmente una<br />

diagnosi precoce di embolia polmonare ( ECG, Equilibrio acido<br />

base, scintigrafia polmonare, RX torace … ) , una adeguata profilassi<br />

anti-tromboembolica , una adeguata assistenza rianimatoria ,<br />

avrebbero con buona probabilità evitare la morte di ItaloSvevo.<br />

Dott. Fernando Giusto<br />

Specialista in Ortopedia e Traumatologia<br />

Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni<br />

Direttore Unità O<strong>per</strong>ativa Complessa di<br />

Ortopedia e Traumatologia<br />

Presidio Ospedaliero di Oderzo<br />

Azienda U.L.S.S.n°9 -Regione Veneto<br />

LA MORTE DI ARON HECTOR SCHMITZ - ASPETTI<br />

CLINICI -<br />

I dati documentali:<br />

Sig. Aron Hector Schmitz (noto con lo pseudonimo di Italo Svevo)<br />

nato a Trieste nel 1861 ed ivi residente.<br />

Professione: industriale.<br />

65<br />

Incidente stradale del 12 settembre 1928 alle ore 15.00.<br />

In località Tre Ponti di <strong>Motta</strong> di Livenza (Treviso) lungo la strada<br />

Adriatica Su<strong>per</strong>iore.<br />

I FATTI IN SINTESI<br />

Il signor Schmitz viaggiava da trasportato nell’auto in compagnia<br />

della moglie e del nipotino sulla strada da Treviso a Trieste. L’autista,<br />

attraversando ad andatura normale il ponte in cemento armato<br />

a<strong>per</strong>to al traffico appena ultimato, sebbene il manto stradale non<br />

fosse ancora in ordine, reso inoltre sdrucciolevole a causa della<br />

pioggia, <strong>per</strong>deva il controllo dell’autovettura che andava a sbattere<br />

contro un albero. A seguito dell’incidente l’interessato riportava<br />

un trauma contusivo all’arto inferiore sinistro.<br />

Per tale motivo veniva trasportato all’<strong>Ospedale</strong> di <strong>Motta</strong> di<br />

Livenza, dove il medico constatava quanto segue “alla fronte due<br />

escoriazioni ed una escoriazione alla faccia esterna della gamba<br />

destra al terzo su<strong>per</strong>iore, frattura del femore sinistro al terzo<br />

medio” Per tale motivo fu disposto il ricovero e giudicato guaribile<br />

in 40 giorni.<br />

Il giorno successivo, 12 settembre 1928 alle ore 14.30, il paziente<br />

decedeva. Nella cartella clinica N°876-1928 il medico curante,<br />

il chirurgo Cardazzo scrisse: “Morto alle ore 14,30 <strong>per</strong> uremia<br />

e insufficienza cardiaca”. Poi, su un foglio a parte, scrisse in<br />

lapis così:”Alla fronte due escoriazioni ed una contusione alla<br />

regione parietale sinistra, una escoriazione alla faccia esterna della<br />

gamba destra al terzo su<strong>per</strong>iore, frattura del femore sinistro al<br />

terzo mediale. Premesso che il paziente fu ricoverato in questo<br />

ospedale alle ore 15 del 12 settembre e presentava dispnea intensa,<br />

sudore profuso, polso piccolo e frequente con raffreddamento<br />

alle estremità, apiretico, piena conoscenza e lucidità mentale.<br />

La sofferenza cranica che tormentava il paziente era da forte<br />

ambascia di respiro, dalla quale diceva di essere stato colpito<br />

subito dopo il trauma. Stette senza orinare sino alle 22.30, nella<br />

quale ora spontaneamente emise 200 cm.3 di orina con intensa<br />

albuminuria. Si lagnava anche di pesantezza allo stomaco e verso<br />

le cinque antimeridiane del giorno 13 ebbe vomito con emissione<br />

di resti alimentari. Malgrado le cure le condizioni generali del<br />

paziente andarono aggravandosi. La dispnea si fece sempre più<br />

accentuata, il polso man mano si faceva meno <strong>per</strong>cettibile e verso


le 14.30 del giorno 13 spirò. Faccio rilevare che orinò una sola<br />

volta come sopra detto.” Si ricorda inoltre la tem<strong>per</strong>atura del<br />

mattino del giorno 13 settembre: 36,2°.<br />

PARERE CLINICO<br />

Dalla documentazione risulta che, sebbene all’atto del ricovero<br />

il paziente “era un po’agitato <strong>per</strong> via del colpo, ma non aveva<br />

febbre né destava preoccupazioni” nelle ore successive, a causa<br />

dell’aggravarsi delle condizioni cliniche, (respiro, polso, vista) i<br />

medici riservavano la prognosi.<br />

Inoltre non risulta dalla cartella clinica quali esami strumentali<br />

siano stai eseguiti <strong>per</strong> arrivare alla diagnosi, quali provvedimenti<br />

terapeutici erano stati adottati a seguito della frattura, né emerge<br />

alcun dato clinico in ordine al tipo della frattura di femore<br />

(composta o scomposta) né tantomeno sul trattamento ortopedico<br />

intrapreso.<br />

In considerazione del fatto che non esistono agli atti dei dati clinici<br />

circostanziati <strong>per</strong> formulare una diagnosi certa di morte, é possibile<br />

comunque avanzare alcune ipotesi che analizzeremo.<br />

Una considerazione iniziale che merita di essere fatta riguarda<br />

l’età dello scrittore, ovvero i 67 anni di Italo Svevo nel 1928,<br />

allorché l’età media era sotto i 60 anni, equiparano lo scrittore<br />

come un “grande anziano” di oggi, in termini concreti come un<br />

ultraottantacinqenne.<br />

Ciò premesso consideriamo anche che lo scrittore, dai dati<br />

anamnestici risultava essere un forte fumatore (60 sigarette al dì),<br />

affetto da bronchite cronica, enfisema polmonare, i<strong>per</strong>tensione<br />

arteriosa e da cardiopatia imprecisata.<br />

La prima ipotesi è che la morte possa riconoscere come primum<br />

movens una genesi cardiaca, come <strong>per</strong> esempio uno scompenso<br />

acuto cardiaco evoluto in shock cardiogeno, ciò spiegherebbe<br />

l’uremia (oggi si userebbe il termine di insufficienza renale acuta<br />

pre-renale) ed il vomito alimentare(gastrite uremica).<br />

Il dott. Piero Sanchetti, nella rivista letteraria LA CASTELLA<br />

(MAGGIO 1994) a pag.131, nel capitolo da lui scritto, intitolato<br />

“La morte di un industriale triestino a <strong>Motta</strong> di Livenza (breve<br />

antefatto)” riporta un articolo scritto subito dopo la morte di Italo<br />

Svevo da un giornalista della Gazzetta di Trieste, ne evidenzio<br />

66<br />

alcune frasi significative: “Egli aveva riportato la frattura del<br />

femore sinistro e alcune contusioni. Ma da parecchi anni egli<br />

era già sofferente di una malattia cardiaca che quantunque<br />

combattuta con tutte le cure, doveva considerarsi in uno stadio<br />

molto avanzato. Fu evidente fin dal primo momento che difficile<br />

gli sarebbe stato resistere alle conseguenze del grave urto e della<br />

violenta commozione”.<br />

La malattia cardiaca suddetta potrebbe configurarsi nel “cuore<br />

polmonare cronico”, che è causato da un ingrandimento del<br />

ventricolo destro secondario ad una patologia polmonare che<br />

produce i<strong>per</strong>tensione arteriosa polmonare; da quanto scritto il<br />

signor Schmitz era affetto da una patologia polmonare (bronchite<br />

cronica ed enfisema) ed era inoltre un accanito fumatore, elementi<br />

probativi <strong>per</strong> cuore polmonare cronico.<br />

Esiste poi la sintomatologia clinica che depone <strong>per</strong> tale ipotesi<br />

(polso piccolo, tachicardico, sudorazione profusa), e la dinamica<br />

con cui si è verificato l’evento (frattura del femore sinistro con<br />

escoriazioni multiple) che è presumibile abbia agito sulla malattia<br />

cardiaca di base favorendone un’evoluzione peggiorativa, dapprima<br />

in scompenso acuto e successivamente in shock cardiogeno<br />

irreversibile. Da prendere in considerazione anche tra le ipotesi di<br />

origine cardiaca l’infarto miocardico acuto, anche se lo scrittore,<br />

da quanto scritto nella cartella clinica e nel referto di morte del<br />

Dott. Cardazzo, non avesse accusato alcun dolore toracico in sede<br />

precordiale o retro-sternale, tipico della suddetta patologia.<br />

La seconda ipotesi é che la morte possa esser stata causata da<br />

embolia polmonare <strong>per</strong> distacco di uno o più trombi a partenza<br />

dal distretto venoso profondo del femore sinistro sede di frattura<br />

con secondaria insufficienza renale acuta da ipovolemia e shock<br />

cardiogeno terminale. Infatti il paziente presentava i sintomi tipici<br />

di questa patologia; dispnea intensa, agitazione, sudore profuso,<br />

polso piccolo e frequente con raffreddamento alle estremità. A<br />

sostegno di tali ipotesi viene inoltre riferito che la “sofferenza<br />

cranica” (cefalea e stato confusionale verosimilmente secondari a<br />

embolia cerebrale) che tormentava il paziente era causata da forte<br />

difficoltà di respiro, della quale il paziente diceva di soffrire da<br />

subito dopo il trauma, sintomo indicativo <strong>per</strong> una insufficienza<br />

respiratoria da verosimile embolia polmonare.


Un altro elemento aggiuntivo, comunque non noto, potrebbe<br />

essere che la malattia cardiaca, qualunque essa fosse, potesse<br />

essere stata complicata da un aritmia cardiaca, come ad esempio la<br />

fibrillazione atriale, che rafforzerebbe l’ipotesi trombo-embolica.<br />

La terza ipotesi è che la morte possa stata causata da un shock<br />

ipovolemico dovuto ad un’emorragia. Questa ipotesi avrebbe<br />

giustificato anche l’insufficienza renale acuta, ma sebbene possibile,<br />

la ritengo meno probabile delle altre due <strong>per</strong> i seguenti motivi:<br />

1) la sede della frattura del femore al terzo medio avrebbe potuto<br />

certamente favorire una emorragia anche importante da lesione di<br />

un vaso, ma sicuramente l’insorgenza sarebbe stata più drammatica<br />

e più acuta;<br />

2) manca all’esame obiettivo la segnalazione di una tumefazione,<br />

spesso accompagnata dal dolore, a livello della coscia sinistra sede<br />

della frattura e dell’ipotetico ematoma (raccolta di sangue) causato<br />

dall’emorragia;<br />

3) non sono menzionati altri traumi importanti (toracico o<br />

addominale), che potrebbero essere stata la causa di altri eventuali<br />

sanguinamenti.<br />

CONCLUSIONI<br />

Da quanto sopraesposto si desume che tutte le tre ipotesi<br />

confluiscono nello shock terminale (insufficienza cardiaca)<br />

associato ad una insufficienza renale acuta (uremia), scarterei <strong>per</strong>ò<br />

la terza ipotesi (shock emorragico) <strong>per</strong> le ragioni suddette.<br />

E’ verosimile <strong>per</strong>tanto, secondo le prime due ipotesi combinate,<br />

che lo shock possa esser stato causato dall’embolia polmonare<br />

secondaria alla frattura del femore sinistro in un soggetto ad alto<br />

rischio in quanto affetto da cardiopatia severa (cuore polmonare<br />

cronico? Miocardiopatia dilatativa? Entrambe potenzialmente<br />

complicate da una aritmia cardica, quale la fibrillazione striale<br />

cronica), che in conseguenza alla frattura si è scompensata, evoluta<br />

<strong>per</strong>tanto rapidamente verso lo shock cardiogeno irreversibile.<br />

Oggi nelle stesse condizioni lo scrittore avrebbe potuto essere<br />

salvato? La risposta è verosimilmente positiva, <strong>per</strong>ché esistono<br />

indagini diagnostiche di laboratorio (emocromo, parametri<br />

renali, emogasanalisi arteriosa, enzimi cardiaci, etc.), di radiologia<br />

(radiografia del torace, TAC spirale multistrato con m.d.c.,<br />

angiografia polmonare) e di medicina nucleare (scintigrafia<br />

67<br />

polmonare) che ci consentono di arrivare tempestivamente ad<br />

una diagnosi di sicurezza e terapie efficaci (eparine, trombolisi,<br />

dopamina, trasfusioni di sangue, etc.) valide in ogni ipotesi<br />

diagnostica che hanno ridotto sensibilmente la mortalità e che<br />

all’epoca della morte di Aron Hector Schmitz (Italo Svevo) non<br />

esistevano.<br />

In conclusione se da una parte l’avanzata tecnologia odierna avesse<br />

consentito una soluzione medica del problema, dall’altra parte<br />

<strong>per</strong>ò l’uomo ormai ”vecchio e malato” avrebbe avuto la forza di<br />

sopravvivere?<br />

Questo non possiamo affermarlo con certezza, <strong>per</strong>tanto chiuderei<br />

con la vecchia, ma sempre attuale massima popolare, che così<br />

recita :”medicus curat, natura sanat” (“il medico cura, la natura gu<br />

arisce”.<br />

Dott. Quirino Messina<br />

Responsabile U.O. di Medicina Generale<br />

<strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione di <strong>Motta</strong> di Livenza (TV)<br />

LA MORTE DI HECTOR SCHMITZ - ASPETTI MEDICO<br />

LEGALI -<br />

I dati documentali:<br />

Sig. Hector Schmitz nato a Trieste nel 1861 ed ivi residente<br />

Professione: industriale<br />

Incidente stradale del 12 settembre 1928 alle ore 15.00<br />

In località Tre Ponti di <strong>Motta</strong> di Livenza (Treviso) lungo la strada<br />

adriatica su<strong>per</strong>iore<br />

Breve descrizione dei fatti.<br />

Mentre viaggiava da trasportato nell’auto in compagnia della<br />

moglie e del nipotino in direzione Treviso Trieste, a causa delle<br />

condizioni del manto stradale reso sdrucciolevole dalla pioggia,<br />

il conducente <strong>per</strong>deva il controllo dell’autovettura che andava a<br />

cozzare contro un albero.<br />

A seguito dell’incidente l’interessato riportava un trauma contusivo<br />

all’arto inferiore sinistro.<br />

Per tale motivo veniva trasportato all’<strong>Ospedale</strong> di <strong>Motta</strong> di<br />

Livenza, dove il medico constatava quanto segue “alla fronte due


escoriazioni ed una escoriazione alla faccia esterna della gamba<br />

destra al terzo su<strong>per</strong>iore, frattura del femore sinistro al terzo<br />

medio” Per tale motivo fu disposto il ricovero e giudicato guaribile<br />

in 40 giorni.<br />

Il giorno successivo, 12 settembre 1928 alle ore 14.30, il paziente<br />

decedeva. In cartella clinica è stato registrato quanto segue.<br />

“Morte <strong>per</strong> uremia ed insufficienza cardiaca. Premesso che<br />

il paziente fu ricoverato in questo ospedale alle ore 15 del 12<br />

settembre e presentava dispnea intensa, sudore profuso, polso<br />

piccolo e frequente con raffreddamento alle estremità, apiretico,<br />

piena conoscenza e lucidità mentale. La sofferenza cranica che<br />

tormentava il paziente era da forte ambascia di respiro, dalla quale<br />

diceva di essere stato colpito subito dopo il trauma. Stette senza<br />

orinare sino alle 22.30, nella quale ora spontaneamente emise 200<br />

cc di orina con intensa albuminuria. Si lagnava anche di pesantezza<br />

allo stomaco e verso le cinque antimeridiane del giorno 13 ebbe<br />

vomito con emissione di resti alimentari. Malgrado le cure le<br />

condizioni generali del paziente andarono aggravandosi. La<br />

dispnea si fece sempre più accentuata, il polso man mano si faceva<br />

meno <strong>per</strong>cettibile e verso le 14.30 del giorno 13 spirò. Faccio<br />

rilevare che orinò una sola volta come sopra detto. Tem<strong>per</strong>atura<br />

del mattino del giorno 13 settembre: 36,2° ”.<br />

PARERE MEDICO LEGALE<br />

Dalla disamina della documentazione risulta che, sebbene all’atto<br />

del ricovero il paziente “era un po’agitato <strong>per</strong> via del colpo, ma<br />

non aveva febbre né destava preoccupazioni” nelle ore successive,<br />

a causa dell’aggravarsi delle condizioni cliniche, (respiro, polso,<br />

vista) i medici riservavano la prognosi.<br />

Inoltre non si evincono dati certi relativi all’anamnesi patologica<br />

prossima o remota del paziente, ma semplicemente che il<br />

paziente era tabagista (60 sigarette al dì) e da parecchi anni era già<br />

sofferente di una malattia cardiaca. Inoltre non risulta dalla cartella<br />

clinica quali esami strumentali siano stai eseguiti <strong>per</strong> addivenire<br />

alla diagnosi, quali provvedimenti terapeutici erano stati adottati<br />

a seguito del trauma fratturativo, né emerge alcun dato clinico in<br />

ordine alla tipologia della frattura di femore (composta, esposta)<br />

né tantomeno sul trattamento ortopedico intrapreso.<br />

Tutto ciò premesso, poiché non esistono agli atti dei dati clinici<br />

68<br />

circostanziati <strong>per</strong> formulare un giudizio medico legale certo, non<br />

è semplice esprimere una valutazione sicura in ordine alla causa<br />

di morte del Sig. Schmitz. Comunque è possibile avanzare alcune<br />

ipotesi che di seguito si andranno ad analizzare.<br />

La prima ipotesi è che la morte sia riconducibile ad arresto cardiaco,<br />

come descritto in cartella clinica.<br />

A sostegno di tale ipotesi vi sono la storia di una malattia cardiaca,<br />

ancorché non ben precisata, la condizione di fumatore quale<br />

fattore predisponente e l’età 67 anni.<br />

Esiste poi la sintomatologia clinica che depone <strong>per</strong> tale ipotesi<br />

(polso piccolo, tachicardico, sudorazione profusa), e la dinamica<br />

con cui si è verificato l’evento (trauma fratturativo del femore<br />

sinistro con escoriazioni multiple) che è presumibile abbia<br />

agito sulla malattia cardiaca di base favorendone un’evoluzione<br />

peggiorativa in shock cardiogeno ed infarto miocardio.<br />

La seconda ipotesi è che la morte sia stata causata da embolia<br />

polmonare <strong>per</strong> distacco di uno o più trombi a partenza dal<br />

distretto venoso profondo del femore destro sede di frattura.<br />

Infatti il paziente presentava i sintomi tipici di questa patologia;<br />

dispnea intensa, agitazione, sudore profuso, polso piccolo e<br />

frequente con raffreddamento alle estremità, in piena conoscenza<br />

e lucidità mentale. A sostegno di tali ipotesi viene inoltre riferito<br />

che la sofferenza cranica che tormentava il paziente era causata da<br />

forte difficoltà di respiro, della quale il paziente diceva di soffrire<br />

da subito dopo il trauma, sintomo indicativo <strong>per</strong> una sofferenza<br />

respiratoria da verosimile embolia polmonare.<br />

Ricordiamo che l’embolia polmonare, cioè la presenza di un<br />

trombo a livello dei vasi sanguigni del polmone è una condizione<br />

potenzialmente letale che, se non trattata precocemente, rappresenta<br />

la più frequente causa di morte nei pazienti ospedalizzati. La<br />

mortalità globale dei pazienti con embolia polmonare è infatti<br />

del 30%. Un appropriato trattamento, iniziato tempestivamente,<br />

riduce la mortalità del 2-8%. L’embolo polmonare è costituito da<br />

un coagulo ematico che in oltre il 95% dei casi si stacca da un<br />

trombo rosso a su<strong>per</strong>ficie liscia di una trombosi venosa profonda<br />

delle vene al di sopra del ginocchio (poplitee, femorali, iliache). Si<br />

elencano qui di seguito alcuni fattori di rischio <strong>per</strong> l’insorgenza della


embolia polmonare ed i principali provvedimenti terapeutici.<br />

FATTORI DI RISCHIO ACQUISITI PER LA TROMBOSI<br />

VENOSA PROFONDA E LA TROMBOEMBOLIA<br />

POLMONARE<br />

Età su<strong>per</strong>iore a 40 anni<br />

Obesità<br />

Fumo<br />

Fratture o traumi degli arti inferiori<br />

Diabete mellito<br />

Immobilizzazioni prolungate<br />

Chirurgia ortopedica e generale dell’addome<br />

Collagenopatie<br />

Pregressa trombosi venosa profonda<br />

Malattie mieloproliferative<br />

PREVALENZA DI FATTORI PREDISPONENTI A TVP<br />

ED EMBOLIA POLMONARE IN PAZIENTI DI ETÀ<br />

SUPERIORE A 65 ANNI.<br />

TVP (n 8.923)<br />

EMBOLIA POLMONARE<br />

Neoplasie 19%<br />

17%<br />

Scompenso cardiaco 14%<br />

26%<br />

Stroke 6%<br />

8%<br />

Fratture 4%<br />

6%<br />

Infarto miocardio 2%<br />

8%<br />

Chirurgia 12%<br />

22%<br />

PARERE MEDICO LEGALE<br />

Dalla disamina della documentazione risulta che, sebbene all’atto<br />

del ricovero il paziente “era un po’agitato <strong>per</strong> via del colpo, ma<br />

non aveva febbre né destava preoccupazioni” nelle ore successive,<br />

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a causa dell’aggravarsi delle condizioni cliniche, (respiro, polso,<br />

vista) i medici riservavano la prognosi.<br />

Inoltre non si evincono dati certi relativi all’anamnesi patologica<br />

prossima o remota del paziente, ma semplicemente che il<br />

paziente era tabagista (60 sigarette al dì) e da parecchi anni era già<br />

sofferente di una malattia cardiaca. Inoltre non risulta dalla cartella<br />

clinica quali esami strumentali siano stai eseguiti <strong>per</strong> addivenire<br />

alla diagnosi, quali provvedimenti terapeutici erano stati adottati<br />

a seguito del trauma fratturativo, né emerge alcun dato clinico in<br />

ordine alla tipologia della frattura di femore (composta, esposta)<br />

né tantomeno sul trattamento ortopedico intrapreso.<br />

Tutto ciò premesso, poiché non esistono agli atti dei dati clinici<br />

circostanziati <strong>per</strong> formulare un giudizio medico legale certo, non<br />

è semplice esprimere una valutazione sicura in ordine alla causa<br />

di morte del Sig. Schmitz. Comunque è possibile avanzare alcune<br />

ipotesi che di seguito si andranno ad analizzare.<br />

La prima ipotesi è che la morte sia riconducibile ad arresto cardiaco,<br />

come descritto in cartella clinica.<br />

A sostegno di tale ipotesi vi sono la storia di una malattia cardiaca,<br />

ancorché non ben precisata, la condizione di fumatore quale<br />

fattore predisponente e l’età 67 anni.<br />

Esiste poi la sintomatologia clinica che depone <strong>per</strong> tale ipotesi<br />

(polso piccolo, tachicardico, sudorazione profusa), e la dinamica<br />

con cui si è verificato l’evento (trauma fratturativo del femore<br />

sinistro con escoriazioni multiple) che è presumibile abbia<br />

agito sulla malattia cardiaca di base favorendone un’evoluzione<br />

peggiorativa in shock cardiogeno ed infarto miocardio.<br />

La seconda ipotesi è che la morte sia stata causata da embolia<br />

polmonare <strong>per</strong> distacco di uno o più trombi a partenza dal<br />

distretto venoso profondo del femore destro sede di frattura.<br />

TRATTAMENTO DELLA TROMBOEMBOLIA POLMONARE<br />

POLMONARE<br />

-Maschera facciale <strong>per</strong> erogare alte frazioni di ossigeno<br />

-Morfina <strong>per</strong> alleviare dispnea, la grave apprensione del paziente<br />

i dolori toracici<br />

-Bicarbonati nell’acidosi metabolica grave (Ph inferiore di 7,10)


-Antibiotici come profilassi di una possibile infezione dell’infarto<br />

polmonare<br />

-Eparina nel sospetto di embolia polmonare somministrata<br />

precocemente 5.000 U.I. (forma sub massiva) o 10.000 U.I.<br />

(forma massiva) in attesa della conferma diagnostica <strong>per</strong><br />

prevenire l’estensione dei trombi e proteggere il paziente seguite<br />

dall’infusione di 1.000-1500 U.I./ora<br />

-A conferma diagnostica trattamento con anticoagulanti orali<br />

dicumarolici (warfarin 10 mg <strong>per</strong> os <strong>per</strong> 2-4 giorni) <strong>per</strong> 3-6 mesi<br />

<strong>per</strong> ridurre il rischio di recidiva tromboembolica.<br />

TROMBOLISI (EMBOLECTOMIA MEDICA)<br />

-A conferma diagnostica certa<br />

-Nei pazienti con embolia polmonare massiva e compromissione<br />

emodinamica (ipotensione arteriosa sistemica <strong>per</strong>sistente, shock<br />

circolatorio)<br />

-Pazienti con TVP estesa dell’asse venoso femoro-iliaco<br />

70<br />

In conclusione da quanto sovraesposto emerge che l’embolia<br />

polmonare è gravata da un’alta mortalità. La gravità del quadro<br />

clinico è inoltre determinante nella scelta dell’approccio<br />

terapeutico. Nel caso specifico dall’anamnesi patologica remota<br />

(cardiopatia sofferta da parecchi anni), dai fattori di rischio<br />

(fumo, sedentarietà, età) dalla sintomatologia obiettiva presentata<br />

dal paziente (dispnea ingravescente, tachicardia, sudorazione,<br />

estremità degli arti fredde) si ritiene verosimile che la morte del<br />

sig. Ettore Schmitz sopravvenuta il 13 settembre 1928 a distanza<br />

di circa 24 ore dall’incidente stradale avvenuto lungo la strada<br />

adriatica su<strong>per</strong>iore, poiché risultano soddisfatti il criterio del nesso<br />

di causalità lesiva, il criterio cronologico, di efficienza lesiva e di<br />

esclusione di altre cause, sia riconducibile ad embolia polmonare<br />

conseguita alla frattura del femore sinistro.<br />

Dott. Marco Cadamuro Morgante<br />

Direttore sanitario <strong>Ospedale</strong> Riabilitativo di Alta Specializzazione di <strong>Motta</strong><br />

di Livenza


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE<br />

G. BONIFACCIO, Istoria di Trivigi, Venezia, MDCCXLIV.<br />

E. DEGANI, Le nostre fraterne dei Battuti, Portogruaro, 1906.<br />

B. GEREMEK, Il pau<strong>per</strong>ismo nell’età preindustriale (secoli XIV-XVIII), in “Storia d’Italia. I documenti. 16. Gente d’Italia:<br />

costumi e vita quotidiana”, Torino, 1973.<br />

G. GHEDINA O.F.M., Francesco Giorgi Architetto, Venezia 1879. Estratto dal Bullettino d’arti Industrie e Curiosità<br />

Veneziane, anno II, n. 3-9.<br />

G. LEONARDI, Profilo storico dell’ospedale di Portogruaro sulla scorta dei documenti esistenti dall’epoca della sua fondazione nell’anno<br />

1203, Portogruaro, 1960.<br />

D. MEDA, La Madonna dei Miracoli in <strong>Motta</strong> di Livenza, <strong>Motta</strong> di Livenza, 1985.<br />

F. METZ, L’ospedale di S. Maria dei Battuti dalle origini fino al XX secolo, Pordenone, 1993.<br />

A. MONTICO, L’antico ospedale di Santa Maria dei Battuti a San Vito al Tagliamento alla luce di nuove testimonianze storchedocumentarie,<br />

in “Ce fastu?”, LXXIX (2003) 1, 51-65.<br />

D. OLIVIERI., Toponomastica veneta, Venezia 1962.<br />

L. ROCCO, <strong>Motta</strong> di Livenza e i suoi dintorni, Treviso, 1897.<br />

G. RORATO, A. BELLEMO, <strong>Motta</strong> di Livenza in epoca veneziana, <strong>Motta</strong> di Livenza, 1988.<br />

G. TONETTO, A. BELLIENI, Treviso in campagna, Treviso, 1995<br />

G. TASCA, Storia dell’ospedale di S. Maria dei Battuti di S. Vito al Tagliamento, in San Vît al Tilimint, Udine, 1973, 45-54.<br />

U. VICENTINI, P. Francesco Zorzi OFM, teologo cabalista, in Le Venezie Francescane, 21 (1954) 174-226.<br />

Relazione amministrativa sull’ospedale civile comunale di <strong>Motta</strong> di Livenza, MCMXXIV, <strong>Motta</strong> di Livenza, 1925.<br />

L’<strong>Ospedale</strong> Comunale di <strong>Motta</strong> di Livenza nel primo decennio della sua fondazione, Oderzo, 1891.<br />

2003-2007, Cinque anni di sanità trevigiana , ULSS9 Treviso, Bilancio di Mandato 2003-2007.<br />

Statuto Comunale di <strong>Motta</strong> di Livenza (1991).<br />

71


RINGRAZIAMENTI<br />

Si ringraziano innanzitutto i medici e il <strong>per</strong>sonale, sanitario ed amministrativo, che hanno o<strong>per</strong>ato ed o<strong>per</strong>ano con grande professionalità<br />

e abnegazione nelle strutture ospedaliere di <strong>Motta</strong> di Livenza, e che non è stato possibile citare <strong>per</strong>sonalmente.<br />

Un particolare ringraziamento a:<br />

Mons. Lino Bruseghin, arciprete di <strong>Motta</strong><br />

Giampiero Rorato, giornalista e storico<br />

Angelo Momesso, storico<br />

Sergio Momesso, storico dell’arte<br />

Dott. Franco Rossi, direttore Archivio di Stato di Treviso<br />

Dott.ssa Francesca Girardi, archivista Curia diocesana di Vittorio Veneto<br />

Padre Alfonso Cracco, rettore Santuario Madonna dei Miracoli<br />

Paolo S<strong>per</strong>anzon, sindaco di <strong>Motta</strong> di Livenza<br />

Sabrina Matteazzi, assessore alla Cultura Comune di <strong>Motta</strong> di Livenza<br />

Ing. Paolo Longhetto, responsabile Uffivio tecnico Comune di <strong>Motta</strong><br />

Dott. Giacinto Cecchetto, direttore Biblioteca Comunale di Castelfranco Veneto<br />

Dott. Lazzaro Marini, presidente Biblioteca civica <strong>Motta</strong> di Livenza<br />

Enrico Flora<br />

Gioiella e Graziana Ovio - Rambaldo<br />

Finito di stampare nel mese di Novembre 2008<br />

presso la Tipografia Grafiche 2 Effe di Portogruaro<br />

72


Rina Ravenna, La Madonna di <strong>Motta</strong>,<br />

olio su tela (coll. privata).<br />

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