Agorà - Comune di Carrara

comune.carrara.ms.it

Agorà - Comune di Carrara

Il mensile del Comune di Carrara

Anno V n. 10 - Luglio 2010

www.comune.carrara.ms.it/agora

Agorà

ESTATE 2010

POST MONUMENT & VARIE


Il mensile del Comune di Carrara

Anno V n. 10 - Luglio 2010

www.comune.carrara.ms.it/agora

Agorà

ESTATE 2010

POST MONUMENT & VARIE

AGORÀ

Mensile del Comune di Carrara

Anno V n. 10 - Luglio 2010

Direttore Angelo Zubbani

Direttore Responsabile Vittorio Prayer Galletti

Coordinamento Andrea Zanetti, Marco

Tonelli, Vittorio Prayer

Comunicazione/URP Elettra Casani

In redazione Anna Rossi

Direzione, Amministrazione e Pubblicità

Piazza Due Giugno 1, Carrara

tel. 0585 641276, fax 0585 641275

e-mail: agora@comune.carrara.ms.it

Autorizzazione Tribunale di Massa

n. 373 del 31 gennaio 2005

Realizzazione editoriale SEA Carrara

Stampa Grapho Srl

27-07-2010 10:33:09

Copertina

POST MONUMENT: fotomontaggio della “Maschera

di Mussolini” (1923-1925) di Adolfo Wildt.

Marmo su lavagna 55x50x22 cm. Galleria Nazionale

Arte Moderna in Roma.

Opera presente in Biennale presso l’ex segheria A.

Corsi in via Covetta ad Avenza.

Ph. Valerio E. Brambilla

Numero chiuso lunedì 25 luglio. Agorà è stampato su carta

di pura cellulosa ecologica ECF.

L’ESTATE A CARRARA

QuESTA NOSTRA CITTÀ

SEMPRE PIù ACCOGLIENTE,

SOLIDALE E OSPITALE

Prematuro fare un bilancio dell’estate

che corre. Quello che avverto, nel senso

di nuova atmosfera carrarese, mi rende

abbastanza soddisfatto. La nostra Carrara

diviene giorno dopo giorno sempre più

accogliente e ospitale. I cittadini stanno riscoprendo

i sensi perduti dello “stare assieme”,

del ritrovarsi nei luoghi della memoria

dei loro avi. Essi percorrono strade antiche

e moderne, oggi “illuminate” da concezioni

ed azioni varie. L’obiettivo principale del

Sindaco è quello di rilanciare Carrara verso

i meriti di competenza. Missione difficile,

se la si volesse compiere da soli. Io gradirei

l’ausilio di tutte le componenti sociali: un’armonica corale che intonasse le odi

alla loro città “perduta”; “ritrovata”, “abbellita”, “magnificata”.

Come stanno facendo i commercianti attraverso iniziative variegate, spontanee

ed interessanti, che anche se definite “Nazional popolari” sono utili a richiamare

le visite nella città. Come stanno facendo tanti cittadini che amano la loro terra;

e fanno riamare e rispettare Carrara. Segnali risorgimentali concreti a blandire

la nostra realtà; non certo “segnali di fumo” ad intorpidire le masse. Il cammino,

cari concittadini, è lento per motivi diversi che sono sotto gli occhi di tutti. Ma

Carrara va avanti e recupererà le sue importanti funzionalità.

La ex Villa Fabbricotti nello splendido Parco della Padula non è una vana chimera;

tranquilli. A settembre si riaprirà la piscina di Via Sarteschi. La Biblioteca

Civica verrà dotata di una sede più funzionale. Presto sarà riconsegnato lo splendido

“Palazzo Binelli” di Via Verdi. Nuove aree verdi sorgeranno per i vostri

bambini in Piazza D’Arme e nei pressi del villaggio di San Martino; pensando

che quest’ultima zona potrà risolvere l’annoso problema di spazi verdi attrezzati

in città.

Carrara deve anche e soprattutto riottenere il suo teatro principale: quel “Politeama”

svalutato negli ultimi 30 anni. Corroso. Verso il quale porremo grande

attenzione in fatto di responsabilità accertate, ma che adesso ne urge il recupero

definitivo. Intendo dire che il Teatro “Verdi” dovrà tornare ad essere il fulcro

centrale della cultura di Carrara.

Oggi parlo di Carrara perché i suoi abitanti hanno patito l’inerzia più di altri

luoghi. Li ringrazio della pazienza e li sprono: diamoci la mano per la Resurrezione

della terra nostra.

Angelo Zubbani

Sindaco del Comune di Carrara


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 2

“PORTO LE MIE IDEE”

IL PERCORSO

PER LA RIQuALIFICAZIONE

DEL WATER-FRONT

Èarrivato a conclusione il processo

partecipativo sul waterfront di Marina

di Carrara “Porto le mie idee”

ideato dall’Associazione AmareMarina e finanziato

dall’Autorità Regionale per la Partecipazione

ai sensi della L.r. 69/2007.

Il percorso ha avuto lo scopo di raccogliere

spunti e linee guida comuni per la

riqualificazione del lungo porto di Marina

di Carrara, a seguito del finanziamento di

25.900.000,00 euro che l’Autorità portuale

di Marina di Carrara ha ricevuto dal Ministero

delle Infrastrutture e dei Trasporti

per progettare un intervento finalizzato al

miglioramento funzionale ed ambientale

dell’interfaccia porto-città.

Il percorso è stato seguito dall’Amministrazione

comunale: il sindaco Angelo Zubbani

ha preso parte all’incontro conclusivo,

mentre il vice sindaco Andrea Zanetti con

delega alla partecipazione ha fatto parte

del tavolo di accompagnamento costituito

per monitorare e garantire la trasparenza e

l’indipendenza del percorso partecipativo.

Il tavolo moderato da Silvia Givone di Sociolab

(la società di consulenza incaricata

di gestire e coordinare il percorso di partecipazione)

era composto anche da Dariella

Piolanti e Carla Gianfranchi, Presidente

e Vice Presidente dell’Associazione Amare

Marina e dal Presidente dell’Autorità

Portuale Luigi Guccinelli, oltre ad alcuni

cittadini individuati di comune accordo

dall’Amministrazione e dall’Associazione

Amare Marina.

Agli amministratori il prossimo compito di

valutare le proposte conclusive e stimare

quelle che saranno giudicate ricevibili.

LE FASI DI LAVORO

Per permettere il confronto per giungere a

delineare le linee guida per la progettazione

del nuovo water-front di Marina di Carrara,

i cittadini hanno preso parte a cinque laboratori

di discussione e di progettazione che

si sono svolti nei mesi di maggio e giugno e

che hanno coinvolto circa 80 cittadini, suddivisi

in gruppi di discussione composti da

10-15 persone e moderati dalle facilitatrici

di Sociolab.

I cinque incontri hanno avuto per oggetto:

1) La mappatura dei valori da tutelare e

dei problemi da risolvere rispetto all’area

in cui si dovrà inserire il progetto di waterfront;

2) L’acquisizione di informazioni e

documentazione sul contesto in cui l’intervento

si inserisce, sui progetti presentati ad

oggi dall’Autorità portuale, sugli strumenti

di pianificazione del territorio e sulle posizioni

dell’Associazione AmareMarina. Tali

informazioni sono state acquisite grazie

alla guida informativa, al materiale messo

a disposizione sul sito internet del percorso

e agli incontri con l’Autorità portuale,

l’Amministrazione comunale e l’Associazione

AmareMarina; 3) La definizione di

indicazioni generali per la progettazione;

4) L’identificazione di esigenze puntuali

condivise a cui la riqualificazione dell’area

dovrebbe rispondere; 5) La proposta di alcuni

spunti progettuali che potrebbero rispondere

a queste esigenze. Nelle fasi del

percorso dedicate alle indicazioni progettuali,

è stato coinvolto il Professor Manlio

Marchetta, coordinatore del Master in “Ar-

chitettura sostenibile nelle città Mediterranee”

presso il Dipartimento di urbanistica

dell’università degli Studi di Firenze.

LE RACCOMANDAZIONI

DEI CITTADINI

Nell’ambito delle discussioni sulle qualità,

i problemi e i valori del territorio i partecipanti

hanno fatto emergere una visione

generale estremamente condivisa e coerente

circa le proprie aspettative sulla riqualificazione

dell’interfaccia tra il porto e la

città. Tale visione può essere sintetizzata in

tre raccomandazioni di carattere generale

cui la progettazione del nuovo water-front

dovrebbe rispondere in via prioritaria.

È necessario creare un nuovo equilibrio

tra porto e città.

un intervento di riqualificazione del lungomare

non dovrà incidere sulla possibilità di

fruire degli spazi di mare e di terra attualmente

liberi da infrastrutture. Il water-front

inteso come insieme di relazioni spaziali ma

anche visive (quali la vista e l’affaccio sul

mare) tra la città, il porto ed il mare dovrà


pagina 3 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

prima di tutto creare un migliore equilibrio

tra gli spazi cittadini, gli spazi portuali e gli

spazi a mare. In quest’ottica gli spazi attualmente

occupati dalle funzioni portuali non

dovranno essere aumentati e dovranno essere

invece recuperati spazi ad uso dei cittadini,

quali ad esempio le aree retro portuali

sul Viale da Verrazzano, attualmente

in concessione del Comune.

È necessaria una pianificazione integrata

e di lungo periodo.

L’intervento di riqualificazione del lungo

mare e del lungo porto dovrà rispondere

ad una visione di lungo periodo capace di

adattarsi in modo flessibile alle eventuali

trasformazioni socio-economiche della città

e di non impedire riconversioni future

delle aree in questione. Ciò significa evitare

I cittadini in una serie di laboratori di

discussione e di progettazione hanno

definito alcune linee guida comuni che

sono state presentate all’Amministrazione

interventi che alterino in modo irreversibile

il territorio. In questo senso un intervento

di riqualificazione del lungo mare e

del lungo porto dovrà essere oggetto di una

pianificazione integrata nel territorio e nel

paesaggio e dovrà essere supportato da una

pianificazione urbanistica coerente delle

aree cittadini afferenti, quali le attuali aree

retro-portuali e le aree verdi già presenti

lungo i viali Colombo e da Verrazzano. Si

immagina dunque un water-front da interpretarsi

come sistema di relazioni urbanistiche

più che come infrastruttura.

È necessario conservare e valorizzare

il valore tipologico del Lungomare.

un intervento di riqualificazione del lungo

mare e del lungo porto dovrà essere orientato

ad una riqualificazione che non ne al-

teri le caratteristiche di maggior valore, in

primo luogo la larghezza della carreggiata.

In questo senso è prioritario evitare di consumare

ulteriormente suolo, di realizzare

nuove infrastrutture ad elevato impatto ambientale

e paesaggistico, di ridurre gli spazi

attualmente a disposizione dei cittadini.

A seguito della presentazione del documento

il Sindaco Angelo Zubbani, che ha

giudicato tutte le proposte esaminabili, ma

non tutte probabilmente accoglibili, si riserva

di avviare i necessari passaggi tecnici

e amministrativi con gli organi competenti

(Amministrazione e Autorità Portuale), al

fine di riconvocare un’assemblea nella quale

presentare la sintesi delle verifiche effettuate.


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 4

POST MONuMENT

TRA MONuMENTI E ROVINE

di FABIO CAVALLuCCI

I

blocchi vengono staccati dalla montagna

al ritmo di più di duecento al

giorno. Due uomini, tre, sono sufficienti

per compiere il lavoro che in passato

ne richiedeva trenta. Sono tagliati con

filo di diamante, dopo che i lati del pezzo

da estrarre sono stati perforati con due

pozzi e la base è stata trapassata da una

lunga sega.

una volta si usavano cunei, punciotti e

martelli, talvolta anche polvere da sparo;

poi, dalla fine dell‘Ottocento, il filo elicoidale.

Ora il diamante sintetico rende

il lavoro molto veloce. Praticamente un

blocco di 2x2x3 m. si taglia in mezza

giornata. Ogni giorno 15.000 tonnellate

di montagna vengono segate, abbattute

e portate a valle. In un mese, in media,

330.000 tonnellate di marmo prendono

la via della pianura. I camion salgono,

caricano e discendono, al ritmo di più di

settecento al giorno. Fiumi di bianco calano

continuamente lungo le chine.

Le cave sono un via vai di strade, di sentieri,

di percorsi che si separano e si intrecciano

a zig zag. Dal monte tutte le vie

si ricongiungono in una, la via Carriona,

che ormai fatica a sostenere il traffico, e

una nuova strada sta per essere realizzata.

A valle, i massi vanno in parte al porto

per essere spediti, in parte alle segherie

per essere tagliati. Dal porto di Marina il

marmo salpa ancora per tutto il mondo.

I maggiori acquirenti negli ultimi anni

sono stati gli Stati uniti, i paesi arabi e la

Cina, ma nei secoli il marmo di Carrara

si è diffuso ovunque. Non esiste nessun

altro materiale così pesante, eppure così

mobile, come il marmo. Enormi fette di

montagna sono state staccate per raggiungere

tutti continenti. In America, la

lobby delle Twin Towers era di marmo di

Carrara. Il nuovo World Trade Center,

invece, ne avrà la facciata interamente

coperta. I dittatori dell’America Latina

sono stati ritratti in marmo dagli scultori

carraresi. Prima ancora, lo studio Nicoli

aveva prodotto il fregio di Bistolfi, che

corona Las Casas des Belles Artes a Città

del Messico. In Inghilterra il marmo è

andato a rivestire la scalinata reale di Buckingham

Palace. In Russia ha dato vita a

sculture e rivestimenti di palazzi di zar e

di nobili. Chissà, poiché non è detto che

le rivoluzioni interrompano sempre le filiere

economiche, potremmo immaginare

che qualche pezzo di bianco abbia generato

i monumenti di Lenin e di Stalin. Gli

stessi che poi abbiamo visto cadere nel

1991.

Negli anni Trenta c’erano ancora più di

centoventi laboratori di scultura a Carrara,

alcuni di essi con più di duecento operai.

La maggior parte produceva sculture

religiose, figurine di madonne e di angeli

per ornare la tomba dei cari estinti.

Ma non solo, alcuni dei più grandi artisti,

da Michelangelo a Canova, da Bistolfi

a Moore, hanno soggiornato sotto

le Apuane e vi hanno trovato la materia

su cui scolpire i monumenti che ancora

rappresentano gli emblemi della cultura

occidentale.

Carrara è principalmente un mercato,

un luogo di contrattazioni e di vendita,

una piazza dove il nulla può assumere un

valore enorme e un oggetto prezioso può

essere regalato in una cena o al bar. un

blocco di marmo statuario, oggi, costa

alla produzione 60/70 euro a tonnellata,

per essere rivenduto a valle a circa 2.500:

in nessun altro luogo come a Carrara è


pagina 5 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

evidente il valore convenzionale del denaro.

Qui si sono realizzate rapidamente

grandi fortune, che poi sono altrettanto

rapidamente svanite.

Carrara è stata una città borghese, che ha

conosciuto a fondo i pregi e i difetti del

capitalismo: la ricchezza sempre più grande

di alcune famiglie, ma anche le lotte

e le proteste dei lavoratori. Sotto questo

sistema controverso, di sfruttamento delle

risorse della terra e degli uomini, sono

nati i monumenti, i simboli della nostra

civiltà; insieme nasceva anche l’antimonumentalità:

l’insofferenza anarchica che

di monumenti, proprio in questa città, ne

ha fatti esplodere parecchi.

Il marmo, ancora oggi, arriva a Carrara

anche da altre parti d’Italia e del mondo,

per essere lavorato e ridistribuito. Negli

anni Settanta, addirittura, la città è divenuta

anche il centro mondiale del granito,

pur senza possederne giacimenti. La pietra

giungeva dal Brasile e dalla Scandinavia,

dall’India e dal Sudafrica, per essere

lavorato e tornare poi indietro. Fiumi di

granito e di marmo sono sbarcati al porto

di Marina e di qui sono ripartiti dopo essere

stati squadrati, segati e levigati.

Ora questo processo si è invertito. Le

macchine per lavorare le pietre sono acquistate

o prodotte da altri paesi, dove la

Il curatore della XIV Biennale: “...in questa

atmosfera di fine di un’epoca, di possibile fine di un

sistema economico - di fine forse anche della storia

- Carrara diviene il luogo esemplare per discutere

temi che acquistano un valore globale...”

manodopera costa meno. E per paradosso

è il marmo bianco di Carrara che ora

viene caricato sulle navi in blocchi per

essere lavorato altrove. Talvolta venduto

sottocosto ai cinesi. Altre volte trasformato

in polvere per diventare carta, o

carbonato di dentifrici e medicinali, triste

epilogo di quello che è stato il materiale

prediletto di Michelangelo e Canova.

La polvere è il punto di partenza di questo

racconto: la polvere del marmo che si

sbriciola, e la polvere della storia. Questa

mostra vuole infatti indagare l’attuale fase

di trasformazione della società globale attraverso

il soggetto del “monumento”: il

monumento nasce per lasciare un segno

perenne, per conservare in perpetuo la

memoria di santi, eroi, capi e dittatori, e

lentamente finisce in polvere, così come i

potenti rappresentati.

È un argomento che potrebbe sembrare

superato - chi si accorge oggi dei monumenti?

chi ne costruisce più? chi riconosce

le effigi di quelli esistenti? - ma che

invece può essere ancora molto attuale,

proprio perché stiamo attraversando

un’epoca di grandi cambiamenti e le certezze

del passato si sgretolano. La fiducia

nel progresso e nell’innovazione che

hanno caratterizzato gran parte del secolo

scorso stanno lasciando il passo a un

ripiegamento, a un ripensamento, forse

improduttivo, ma inevitabile. E parlare

oggi di una rappresentazione simbolica

che aspira all’eternità pone un elemento

di ambiguità che dà alla mostra qualche

aspetto di interesse.

Questo tema trova poi una particolare

ragione proprio a Carrara, che ha visto i

suoi fasti nelle epoche d’oro della monumentalità,

quando il marmo era un materiale

primario per architetture e sculture.

Carrara, luogo centrale di questa produzione,

può essere vista come emblema

del sistema su cui l’Occidente ha costruito

la sua potenza: un intreccio tra valore

simbolico ed economico, in cui il primo,

con la sua forza evocativa, ha favorito

l’espansione del secondo. Oggi è invece

una città che del declino porta i segni evidenti,

nelle belle facciate del centro non

ristrutturate, o nelle decine di capannoni

abbandonati: i luoghi in cui la mostra è

collocata, vecchie segherie e laboratori

un tempo attivi con centinaia di lavoratori,

e ormai chiusi da decenni. La polvere

che ne ricopre le macerie più di ogni altra

cosa manifesta il passaggio del tempo,

fotografa la storia e la fissa nel presente.

In questa atmosfera di fine di un’epoca,

di possibile fine di un sistema economico

- di fine forse anche della storia - Carrara

diviene il luogo esemplare per discutere

temi che acquistano un valore globale.

Latore di un’interpretazione univoca della

storia, formidabile strumento di propaganda

e di costruzione dell’identità politica

(locale, nazionale, transnazionale),

segnale collocato a indicare conquiste e

occupazioni, il monumento ha rappresentato

il simbolo dell’autorità, dello stato

sovrano, del regime dittatoriale.

Frutto in ogni caso del potere forte, il

monumento sfida l’eternità. In fondo è

anche una debolezza inconscia del potere:

un modo per allontanare la morte.

E come tale, ogni monumento è sempre

anche un fallimento, porta con sé l’inizio

della sua fine.


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 6

STRADA DEI MARMI

LAVORI IN STATO

DI AVANZAMENTO

Cambio ai vertici della Progetto Carrara

S.p.A.: il Presidente uscente

Italo Vatteroni lascia le redini della

società alla Dott.ssa Silvia Dell’Amico

a decorrere dal mese di maggio 2010. La

neo presidente ha orientato la “Progetto”

verso un’ottica di condivisione e di apertura

nei confronti della città.

Significativo è stato il primo convegno

presso il complesso fieristico di Marina

di Carrara in occasione di “Marmotec”

al quale ha fatto seguito, di concerto al

Comune, l’incontro dell’otto luglio scorso

con le Circoscrizioni “Monti” e “Carrara

Centro” avvenuto nella sede circoscrizionale

in Piazza Accademia, dove è stato presentato

e spiegato lo stato di avanzamento

dei lavori della “Strada dei Marmi”.

Nel’occasione erano presenti i due Presidenti

della Circoscrizione Davide Diamanti

e Gianpaolo Pezzica, che hanno

incontrato Silvia Dell’Amico e l’ingegnere

Gaetano Farro, Responsabile unico del

Procedimento della Strada dei Marmi.

Nuovo assetto anche quello in seno al

CDA, che risulta composto dal vicepresi-

La locandina della prima conferenza

Un momento dell’incontro in Circoscrizione 1 e 2

dente Isio Lazzini e dai consiglieri Alessandro

Lambruschi, Massimo Maggiani,

Pierpaolo Delia e Cesare Tazzini, Amministratore

Delegato riconfermato, in quanto

già in carica dal luglio 2009.

Variazioni notevoli anche per ciò che concerne

la società appaltatrice “Adanti SpA”.

La stessa, in origine proprietà del gruppo

“Maccaferri”, è stata ceduta al colosso

austriaco delle costruzioni “Strabag”. Di

conseguenza si è verificato un avvicendamento

anche ai vertici della citata società,

che ha portato alla nomina di Presidente,

con tutti i poteri delegati, nella figura

dell’ing. Riccardo Bonasso. Bonasso, tra le

altre cose, annovera fra i suoi prestigiosi

incarichi, anche quello di Amministratore

delegato della società “ITALFER S.r.l.”.

I tecnici della Progetto Carrara S.p.A hanno

delucidato come la Strada dei Marmi

imponga la adozione di precise tecniche

di mitigazione di impatto ambientale; sia

per consentire un armonioso inserimento

dell’opera nell’ambiente naturale, sia per

mitigare l’effetto paesaggistico e naturalistico

dei manufatti.

Il particolare tipo di tracciato della Strada

dei Marmi, formato principalmente

da gallerie, riduce notevolmente l’impatto

ambientale; sebbene soltanto questo

aspetto non esaurisca le funzioni proprie

dell’ingegneria naturalistica.

Progetto Carrara

e Comune hanno

organizzato una serie

di incontri in un’ottica

di condivisione nei

confronti della città

È stata posta particolare attenzione alla

posa in opera di erbe e varie, di installazioni

di rigoglioso verde e di “piantumazione”

delle scarpate degli imbocchi

delle gallerie. Questi accorgimenti hanno

condotto alla realizzazione di terre di sostegno

agli accessi delle gallerie ed all’esecuzione

nuove opere di vegetazione nelle

scarpate in località detta “Fìcola”.

L’andamento dei lavori di scavo nella galleria

Monte Greco (2.334 ml), ultimo tunnel

da forare, proseguono su entrambi gli

imbocchi: quello ovest, situato in prossimità

della S.S. n°1 Aurelia, il cui fronte di

scavo è posto a 1.660 ml. dall’entrata.

La imboccatura ad est, quella del “Corvenale”,

presenta il fronte di scavo a 410 ml.

dall’accesso. Rimangono in conclusione

da scavare, complessivamente 264 ml.

Nelle gallerie forate e nel tratto a cielo

aperto è stato sistemato lo strato di fondazione,

mentre risultano in fase di completamento

i “cavidotti” ed il “New Jersey”.

È anche cominciata la produzione dei conci

in C. A. della via di esodo sospesa, che

andrà a sostituire le tradizionali uscite di

emergenza previste in progetto originale.

È questo un sistema innovativo costituito

da un cunicolo sospeso alle calotte delle

gallerie, che risulta accessibile dalle stesse

e percorribile in sicurezza, anche in caso

di incidente con sviluppi di incendio.


pagina 7 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

CONVIVERE, QuINTA EDIZIONE

EuROPA,

QuALE FuTuRO?

L’Europa di oggi si presenta come

un continente che cerca di costituire

un’unità che non sia solo quella

economica, rappresentata concretamente

dall’introduzione della moneta unica, ma

anche politica e culturale. Tale spinta entra

però in confronto dialettico con la pluralità

delle culture e delle esperienze dei diversi

popoli che la abitano. Il Vecchio Continente

europeo è caratterizzato da una storia

che ha radici profonde e complesse, che

non possono essere ignorate se si vuole meglio

comprendere il presente e prospettare

gli scenari futuri.

Le parole-chiave, che saranno approfondite

da questa edizione, riguarderanno, da un

lato, le diverse culture dell’Europa (quali

il mondo ispanico, germanico, slavo), approfondendone

anche le radici storiche

(dal mondo romano alla nascita dell’idea

di Europa); dall’altro, le questioni legate

all’economia e alla politica che costituiscono

le attuali problematiche del dibattito

sullo stato dell’unione Europea e sulle sue

prospettive future. Saranno anche esaminate

le esperienze dei popoli autonomisti,

quali i Baschi o gli Irlandesi del nord, laddove

cioè la difficile convivenza ha toccato

punte di violenza e di aspro scontro, che

minano quell’idea di libertà e tolleranza di

cui la tradizione storica e culturale europea

è così ricca.

I PROTAGONISTI

Remo Bodei, Linee di frattura nella storia

d’Europa

Angelo Bolaffi, Il mondo germanico

Massimo Cacciari, L’idea di Europa

Franco Cardini, L’epoca medievale

Roberta De Monticelli, Le radici cristiane

Andrea Giardina, L’epoca romana

Giulio Giorello, Tolleranza, identità e convivenza:

il caso irlandese

Andrea Graziosi, Impero russo e Urss

Francisco Jarauta, Da Ronda a San Pietroburgo.

Le frontiere dell’Europa

Fernando Savater, Il conflitto basco. Identità

e violenza politica

con il patrocinio di

con il contributo della

Il manifesto della quinta edizione

Le diverse culture, le radici

storiche, il dibattito sullo stato

dell’unione Europea e sulle sue

prospettive future, le esperienze

dei popoli autonomisti sono i

temi affrontati quest’anno

GLI SPETTACOLI MUSICALI

Europa, quale futuro?

VENERDì 10 SETTEMBRE

Ore 21.30 Corso Rosselli

Sarah Jane Morris

Where it hurts

Sarah-Jane Morris - vocals

Tony Remy - guitar, vocals

“Lasciate a casa i preconcetti”. Così inizia la descrizione di un critico londinese della

sensuale cantante-autrice Sarah Jane Morris che spazia dal rock al blues al jazz e al

soul con un’estensione di quattro ottave che fa letteralmente venire i brividi. Sarah-

Jane Morris, una delle più raffinate e meno formali cantanti degli ultimi anni, sempre

in bilico tra ossequio alla tradizione e desiderio di esplorare nuovi territori musicali,

celebra il concetto di libertà usando il linguaggio che le è più congeniale, quello della

musica, accostando ritmi jazz, rock e africani. Le 13 nuove canzoni che presenta fanno

parte del nuovo album Where it hurts, che è stato pubblicato a maggio 2009 dalla Nun

Flowers Records. A pagamento. Per info: 0585 55249

SABATO 11 SETTEMBRE

Ore 23.00 Piazza Alberica

Flamenco libre

danza

DOMENICA 12 SETTEMBRE

Ore 21.30 Corso Rosselli

Goran Bregovic

Wedding & Funeral Band

Con la radici nei Balcani, di cui è originario, e la mente nel XXI secolo, le composizioni

di Goran Bregovic mescolano le sonorità di una fanfara tzigana, le polifonie

tradizionali bulgare, una chitarra elettrica e percussioni tradizionali con delle accentuazioni

rock… dando vita ad una musica che ci sembra istintivamente di riconoscere

e alla quale il nostro corpo difficilmente sa resistere.

A pagamento. Per info: 0585 55249


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 8

DAL 7 AGOSTO A BERGIOLA FOSCALINA

“APOLOGIA”

DI MONuMENTO

PER SIGNORI

Carlo Sergio Signori, se risorgesse,

sarebbe lieto di esporre le sue magnifiche

opere nel verde grembo

delle Apuane in zona amena, nei pressi di

“Quarceta” a Bergiola Foscalina. Villaggio

martire, immediatamente a ridosso e sottostante

la prima cima del monte “Brugiana”.

Borgo dai boschi folti, dai castagni secolari

le cui anime lignee hanno udito non solo i

sibili dei venti apuani, ma anche il crepitio

delle mitragliere delle SS; e le grida di

morituri. Paese dell’uva, che solo lì matura

anche a discreta altezza. Paese dei “rapini”;

ma che pretendono il freddo per diventare

“buoni”.

La sera del 7 agosto alla periferia di Bergiola,

nella sede della “Galleria Ars Apua”,

la Associazione Culturale “Ars Scultoris”

darà vita ad una retrospettiva del grande

artista milanese, che scelse Carrara quale

luogo da abitare. E da produrre arte.

L’eclettico Signori, se rinascesse, non dispenserebbe

lodi alla “ex vedova”: Fumie

Kakinuma che la sua “roba” ha ben conservato

dal logorio del tempo che passa; e

che oggi tra la quiete di Bergiola ne mette

in mostra una parte. Elogi, ad un’altra vedova:

la signora Kazuko Oki, anch’ella come

Fumie figlia del nipponico Sol levante, che

fu consorte del bravissimo e generosissimo

artista Tatsumi Oki, la quale con sommo coraggio

ha investito danaro ad abbellire una

porzione di terra nella vallata bergiolese.

Complimenti ad Oliviero Bertolaso, scultore-contadino

infaticabile, insostituibile e

simpatico “factotum”. All’Intendent of Arts

Fabio Cristelli, organizzatore dell’evento e

funzionario comunale del settore Cultura.

All’ottimo scrittore e poeta Riccardo Forfori,

che ha curato il libro sull’opera e la vita

di Signori.

Trenta sculture, due dipinti e dieci disegni,

tra breve ricorderanno l’immagine del Maestro

Signori che scolpì l’astratto monumento

al martirio dei “Fratelli Rosselli”, plasmò

e dipinse tanti altri autentici capolavori; e

infine il monumento al regicida Gaetano

Bresci, fortemente voluto dall’anarchico

ugo Mazzucchelli. La sua ultima opera,

che si trova incompiuta nel giardino del

camposanto di Turigliano, a pochi passi

dalle estreme dimore dei “Senza Dio-Senza

Patria - Senza Legge-Anarchici e Cavalieri

dell’Ideale”.

un omaggio Carlo Sergio

Signori, alle sue idee, alla

sua arte, ai suoi amori, ai

suoi amici e alla città che lo

ha accolto come un figlio

Carrara, Laboratorio Nicoli, 21 settembre 1988. Il funerale di Signori. Al microfono Ugo Mazzucchelli

Il monumento a Bresci (ph. Enrico Pietro Chelli) Il feretro dell’artista

Simulacro incompiuto, perché Signori ha

chiuso gli occhi per sempre, in Carrara,

nell’anno di grazia 1988. Poco tempo prima

il Maestro aveva espresso il desiderio

che la sua bara venisse esposta nel laboratorio

di Carlo Nicoli a San Francesco, dove

egli era arrivato lustri fa; e dove tanto aveva

lavorato marmi. Poi si era raccomandato

che solo gli anarchici lo accompagnassero

nel suo ultimo viaggio.

Carlo Sergio Signori è stato accontentato.

In tutto.

V. P.


pagina 9 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

POST MONuMENT

“CARRARA COME

LA SILICON VALLEy

DEL RINASCIMENTO”

Parla con chiaro accento romano, ma

le parole sono quelle di un cavatore,

nato e cresciuto ai piedi delle Apuane.

Graziano Cecchini è così, quando sposa

una causa, un territorio, un’idea, ne diventa

il suo più strenuo difensore. E attaccante. E

il guanto di sfida l’ha già lanciato.

Era presente all’inaugurazione della Biennale

del marmo a Carrara il 26 giugno scorso.

una Biennale che non lo ha soddisfatto per

tanti motivi, primo fra tutti la scarsa presenza

di artisti italiani ma soprattutto di Opere

d’Arte (con la “O” e la “A” maiuscole) realizzate

in marmo e che al marmo rendessero

onore.

Questa terra, mi è entrata dentro. Dovrebbe

essere considerata un passaggio obbligato per

qualsiasi artista che si reputa e si sente tale.

Carrara è la Silicon Valley del Rinascimento.

E non solo. Roma è stata ricostruita, a partire

da Adriano, con questa materia immortale

che l’ha resa eterna; la stessa materia che ha

reso grandi Cosimo e Lorenzo De Medici. Che

ha reso grande Firenze, insomma.

Ecco perché mi sento deluso da questa Biennale.

Si è dimenticata della grandezza della

città che la ospita.

Ho ancora tanto da vedere e conoscere e non

mancherà l’opportunità. Ma una cosa già la

so. Carrara è presente da secoli nel mondo e si

merita di tornare al mondo con tutti gli onori.

E se il Sindaco Zubbani me lo consentirà, al

tappeto rosso ci penserò io.

Sono ormai tre mesi che l’artista è qui, tra

Pisa, Massa e Carrara. L’ha portato qui un

grosso lavoro di restyling di una fabbrica

ma, come sempre, Cecchini si è guardato

intorno, ben consigliato e guidato da amici

vecchi e nuovi che gli hanno fatto scoprire il

bello e il brutto del mondo del marmo.

Il bello delle cave, il brutto della crisi del

marmo; il bello della tradizione del magistrale

studio Nicoli, il brutto della memoria

troppo corta di certi curatori; il bello del

lavoro di cavatore, il brutto del lavoro di

cavatore.

In questo momento di crisi nell’industria del

marmo, continua Cecchini, ormai caldo, si

deve rischiare con persone pronte a lanciare il

Graziano Cecchini con il Sindaco Zubbani

cuore oltre l’ostacolo e, se è vero che la crisi

del comparto estrattivo fa soffrire la Provincia

di Massa e Carrara, allora è giunto il momento

di agire con lo stesso sangue freddo,

la stessa tenacia ed esperienza del cavatore al

momento dello stacco della bancata.

La strada è tornare ad affidarsi agli artisti,

ambasciatori nel mondo della tradizione e

dell’eccellenza del marmo delle Apuane, artisti

però che siano pronti a “sporcarsi” le mani

insieme a cavatori e scalpellini. Magari bevendo

insieme a loro, a fine serata, un fresco

Vermentino del Candia!

La scultura è l’arte più crudele di tutte e non

può essere fatta solo di disegni 3D o modellini

in scala”.

Cecchini tocca un altro punto dolente, quello

dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara

che sembra dimenticata o quasi a livello

nazionale.

È necessario far tornare i grandi artisti ad insegnare

all’Accademia, portare nuove idee e

rinnovare, senza dimenticare, tutto il knowhow

che ha reso nei secoli Carrara famosa nel

mondo. Rendersi forte in casa, rendere forti

i nostri giovani e le nostre strutture per non

temere più di esportare il marchio di fabbrica

delle tecniche millenarie della lavorazione

del marmo.

Cinesi, giapponesi, indiani potranno copiarci,

ma non avranno mai il nostro dna culturale.

Graziano Cecchini,

famoso per aver

colorato di rosso

l’acqua della

Fontana di Trevi, ci

parla della Biennale

Questa è la nostra forza!

Io vengo da Roma, e come artista mi hanno

sempre interessato la tradizione e la cultura

del mondo delle cave e, grazie alla full immersion

fatta in queste ultime settimane, è

facile per me sentirmi a casa, nonostante questo

territorio abbia un carattere tutto suo, ben

distinto da qualsiasi altra parte della Toscana.

Ma so che è il mio dna che parla. Il dna

dell’italiano e dell’artista. Ecco perché io non

ho paura.

Si può copiare il Canova, Michelangelo, Guadagnucci,

ma nessuno potrà essere loro.

Cecchini ha già in mente un progetto da

portare all’attenzione del Sindaco per far riconoscere

Carrara e le sue potenzialità nel

mondo.

Nel Sindaco ho trovato un uomo aperto alle

sfide e interessato ad esportare il marchio

“Born in Carrara” nel mondo. In occasione

del nostro incontro gli ho lanciato una sfida:

portare la prossima Biennale nelle più importanti

città del mondo a fronte di una spesa che

rasenterebbe lo zero.

Mi è capitato di accennare all’idea in alcune

occasioni e da subito ho riscontrato un entusiasmo

concreto da parte di molti, italiani e

non solo.

La mia è un’idea semplice, realizzabile solo

con la volontà e con la convinzione delle potenzialità

del territorio.

Chi ama questa città sa che si può e si deve

fare tanto per essa.

Certo, qualche piccolo signore che si dileggia

nel leggere d’arte potrebbe dire che sono un

visionario, un provocatore. Gli rispondo con

una domanda: lo sa lui a quanto ammonta il

PIL prodotto dall’arte di quattro artisti, Dalì,

Picasso, Mirò, Gaudì, in Catalogna?

E se il buon uomo dovesse alzare gli occhi al

cielo e avere il coraggio di dire che Carrara

non è la stessa cosa, voi abbiate la pazienza di

ricordargli chi erano Michelangelo, Canova,

Melotti, Brunelleschi. E poi alzate la testa,

guardate le cave sopra Beatrice e ricordate che

un panorama così non esiste al mondo.

Parola di Graziano Cecchini.

Chiara Mastrolilli De Angelis


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 10

IN MEMORIA

“AMARCORD”...

GOGLIARDO FIASChI

“umanità Nova” n. 26 del 3 settembre 2000

di ALFONSO NICOLAZZI

Il 29 luglio gli anarchici compagni di

Gogliardo Fiaschi, al quale è stato intitolato

il Circolo Culturale di via Ulivi,

hanno commemorato la figura di “Goglià”

nella Piazzetta Delle Erbe, cuore

del Centro Storico di Carrara.

La immagine dell’anarchico si è come

riflessa e proiettata in tutti gli angoli

più remoti della sua città natale. Per ricordarlo

secondo il suo stile pubblichiamo

un articolo del compianto Alfonso

Nicolazzi.

Il 29 luglio è una data simbolica nel

movimento anarchico italiano: quel

giorno, nel 1900, venne portata a

compimento l’uccisione del re umberto

I a Monza, ad opera di Gaetano Bresci,

anarchico di Prato (vicino Firenze) emigrato

negli Stati uniti d’America e tornato

per quella circostanza. Il regno non

cadde, ma le condizioni sociali migliorarono

notevolmente in Italia dopo quel

gesto, il movimento operaio poté organizzarsi

alla luce del sole per almeno 20

anni, prima che un’altra tirannia - quella

capeggiata da Mussolini ma tenuta a

balia dalla monarchia e dalla borghesia

industriale - imponesse ancora un ventennio

di buio.

Nel centenario della giornata di Monza,

a Carrara si è spento Gogliardo Fiaschi,

al seguito di una malattia che lo minava

da anni e che lo aveva costretto negli ultimi

14 mesi in ospedale.

Carrara è conosciuta in tutto il mondo

per la lavorazione della pietra che

si estrae dalle sue montagne: il marmo,

ed anche per essere ritenuta “culla

dell’anarchia” in Italia. Qui infatti negli

anni ‘60 dell’800 si formarono i primi

gruppi di lavoratori internazionalisti, temuti

dallo Stato al punto che giunse, nel

1894, a dichiarare lo stato d’assedio arrestando

migliaia di cittadini e istituendo

un Tribunale di Guerra che distribuì

quasi 2500 anni di carcere a 454 condan-

nati. A Carrara è nata anche una delle

prime Camere del Lavoro, che poterono

agire pubblicamente soltanto dopo il 29

luglio 1900, ed il movimento operaio locale

è riuscito a conquistare la giornata

di lavoro di 6 ore e 50 minuti quasi 90

anni fa per i cavatori. Il periodo fascista

è stato particolarmente aspro e la lotta

partigiana di Liberazione si è organizzata

massicciamente dopo l’8 settembre

1943, giungendo a liberare 2 volte la città

dall’invasione tedesca prima dell’arrivo

delle truppe Alleate che stazionarono

per quasi un anno a pochi chilometri di

distanza, mai decidendo l’avanzata fino

alla città.

Proprio in questo periodo ha inizio

l’impegno anarchico di Gogliardo: ha

tredici anni, e per partecipare alla lotta

partigiana non esita a falsificare il documento

di nascita facendosi risultare più

vecchio di un anno. Il mitra che riesce a

conquistarsi è grosso quasi come lui e il

coraggio e la fiducia in un futuro migliore

sono il suo nutrimento in quei momenti.

La città è vicina al fronte, in una

terra che produce marmo ma ben pochi

L’uccisione di Umberto I. Disegno di

copertina de “La Domenica del Corriere”,

6 agosto 1900, di Achille Beltrame

generi alimentari, del tutto insufficienti

a mantenere la popolazione assediata e i

rifugiati da zone ancor più esposte. Accompagna

più volte come insospettabile

scorta armata i cortei di donne che a

piedi valicano gli Appennini per recarsi

a Parma, Reggio o Modena percorrendo

150 km a piedi pur di tornare con del

grano, della farina, dei legumi e talvolta

anche con qualche pezzo di maiale, e

che sui monti a loro volta rischiano di

vedersi portar via tutto da qualcuno altrettanto

affamato. Nel ‘44 si stabilisce

sui monti retrostanti Modena ed è accettato

come “mascotte” nella Brigata

Costrignano, con la quale farà l’ingresso

nella città capoluogo, liberata nell’aprile

1945, come portabandiera.

Torna poi a Carrara e riprende il lavoro

alle cave, dove era salito fin da quando

aveva 8 anni, come si usava a quel tempo

accompagnando il padre e lo zio cavatori.

Ben presto fa parte del Circolo anarchico

“Pietro Gori” di Canal del Rio,

della gioventù libertaria che negli anni

seguenti la fine della guerra organizzano

feste di sottoscrizione per il movimento

e la diffusione della stampa. Negli

anni ‘50 è fra gli animatori dei campeggi

anarchici e del comitato di solidarietà

coi profughi spagnoli. Questi dall’esilio

in permanenza riorganizzano gruppi di

guerriglieri nel tentativo di rientrare in

Spagna - che insieme al Portogallo sono

rimaste le uniche dittature fasciste in

Europa - ed i militanti vorrebbero vederle

crollare sotto il peso delle proprie

azioni, visto il palese tradimento dei

capi di stato vincitori del nazifascismo,

che ora non esitano a sostenere Franco

e Salazar.

Fiaschi entra perciò a far parte del gruppo

di José Luis Facerias, “Alberto” per i

compagni italiani. Insieme con un terzo

componente, “Mario”, valicano clandestinamente

nell’agosto del 1957 i Pirenei,

con in spalla ciascuno una bicicletta


pagina 11 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

Angelo Zubbani a dieci anni dalla scomparsa ricorda la figura

dell’anarchico Gogliardo Fiaschi. Caro Gogliardo -esordisce il Sindaco- te

ne sei andato proprio cento anni dopo il gesto di Bresci. Nello stesso giorno.

Quasi fosse una fatalità da te agognata. Ti ricordo strenuo difensore del

“Germinal” e dei diritti dei più umili della terra. Un anarchico puro, che

ha saputo pagare con grande dignità il crudele prezzo della vita, ma che ha

saputo conservare ai posteri tutti i sensi culturali dell’anarchia.

Il pittore Nando Crudeli ha dedicato un bel ritratto

al “Cavaliere dell’Ideale” Gogliardo Fiaschi

per passar meglio inosservati una volta

giunti in territorio spagnolo. Riescono

a raggiungere Barcellona ma il 29 agosto

Facerias è ucciso in un’imboscata in

città mentre Gogliardo è arrestato nei

boschi del Tibidabo legato ad un albero

col fil di ferro per una notte in attesa

dell’eventuale rientro di Facerias mentre

Mario, staccatosi qualche giorno prima

dal gruppo, era già detenuto.

Seguono pestaggi, torture ed infine il

processo al termine del quale è condannato

a 20 anni e 1 giorno pur non avendo

commesso alcun reato sul territorio

spagnolo, se non l’infrazione alla fron-

tiera, indossare la fondina di una pistola

e soprattutto rendere omaggio durante

il dibattimento processuale al compagno

caduto. Rimane quasi un decennio nelle

carceri di quel paese, girandone 40: una

media di 3 mesi per carcere!

Negli istituti di pena riesce a sopravvivere

grazie a tre principali fattori:

1) Il clima di comunanza e di solidarietà

che vi è fra detenuti politici, sempre animati

in discussioni sulla società futura,

sulla giustizia, sul progresso, sull’esame

della storia, che costituiscono un’autentica

salvezza per lo spirito: una vera e

propria università dei militanti CNT e

FAI presenti a migliaia negli istituti di

detenzione spagnoli. Nelle riunioni sempre

vi era una parte di tempo dedicata

alla tematica dei preparativi per la prossima

fuga, e da qui si comprende il perché

di tutti quei trasferimenti.

2) una continua ginnastica corporale,

che verte a tenere in movimento persino

i muscoli più reconditi (roteare gli occhi

sotto le palpebre, percorrere con la

lingua tutta la struttura dentale e le gengive,

far tendere e rilassare la pelle della

faccia e della nuca, muovere alternativamente

le palpebre e la mandibola e così

via, 15 o 20 volte ogni esercizio). Anche

negli anni seguenti e fino alla vigilia della

morte Gogliardo ha sempre praticato,

ogni giorno gli oltre 100 movimenti necessari

a conservare agile il fisico, mantenendo

un’agilità straordinaria.

3) un lavoro di precisione e di concentrazione.

Gogliardo ha scelto di disegnare

piccoli cuori su dei cartoncini

formato cartolina, in una disposizione

armonica di forme e colori, giungendo

a farne entrare 15-20 su ogni pezzo. Ne

ha disegnate e dipinte migliaia, spedendole

a conoscenti ed amici, che una volta

riottenuta la libertà ha provveduto a

raccogliere ed ora formano parte di una

collezione del tutto singolare che è stata

esposta al pubblico finora soltanto

due volte: si tratta di quadri mediamente

50x70 cm comprendente ognuno da

dieci a venti cartoline - tutte ed ognuna

con i cuoricini - per un’estensione di 70

metri.

A metà degli anni ‘60 dovrebbe essere

scarcerato ma, pur non esistendo alcun

trattato di estradizione fra Spagna ed

Italia, Fiaschi viene imbarcato sotto falso

nome su una nave e consegnato alla

polizia italiana. Nel frattempo nei suoi

confronti si erano svolti dei processi ai

quali non aveva assistito e non avendone

avuta notizia non aveva neppure

fatto presenziare un proprio difen-


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 12

RICORDANDO...

GOGLIARDO

FIASChI

sore. In questi processi, a suo parere

del tutto illegalmente era stato condannato

per rapina e dunque lo attendevano

nel suo paese altri anni di carcere.

un groviglio burocratico impediva che

gli venisse restituita la libertà.

Nella sua città pochi compagni lo sostenevano:

alcuni avevano disapprovato le

azioni di autofinanziamento di “Alberto”

che avevano finito col mandare in

carcere diversi militanti anarchici e dunque

si tenevano in disparte, altri avevano

fatto circolare la voce che Facerias era

stato arrestato per una sua mancanza,

e dunque esitavano a mostrargli solidarietà.

Lui non era in grado di difendersi

da queste calunnie, nella situazione che

viveva.

Finalmente l’anarchico di Ragusa Franco

MONZA, 29 LuGLIO 1900

I

moti milanesi del 1898 scoppiarono per

protesta contro l’aumento del prezzo del

grano, ma presero subito la forma di ribellione

contro il governo. Le manifestazioni

furono represse dall’esercito che sparò anche

cannonate contro la folla e fece in quattro

giorni - secondo i dati ufficiali- ottantotto

morti e quattrocento feriti.

Re Umberto I volle premiare il generale

Bava Beccaris, che comandava le truppe, con

la croce di grand’ufficiale dell’ordine dei Savoia.

Gaetano Bresci, anarchico, tornò dagli

Stati Uniti dov’era emigrato per vendicare i

morti. A Monza il 29 Luglio, al termine di

una premiazione di atleti compie il suo attentato.

Vicinissimo a lui, tra la folla che acclamava

il Re Umberto I, c’era un giovane. Il

nostro testimone è Attilio Politi, fornaio.

Ero a due passi, due passi proprio da Bresci

quando sparò al re. Ma davvero così vicino

che mi meravigliai non avessero creduto

che fossi stato io a sparare.

Leggio riuscì ad interessare al suo caso

un buon avvocato abile nel districarsi

fra gli imbrogli della giustizia ed ottenne

la scarcerazione il 31 marzo 1974: dopo

quasi 17 anni finalmente poteva riabbracciare

i suoi. Gli restavano l’anziana

madre e la sorella inferma, ed egli si dedi

completamente a cercar di ripagare

gli anni di lontananza con una dedizione

ed un affetto costanti.

Subito si rese attivo per far uscire o sostenere

altri compagni ancora detenuti e

ben presto prese in affitto un locale che

adibì a libreria e Circolo Culturale Anarchico

al quale dedicò tutti i momenti

lasciati liberi dalla cura della famiglia,

promuovendo ogni genere di attività e

di propaganda libertaria. Anche la lotta

per la difesa del “Germinal”, sede stori-

Io avevo notato quel giovane e lo dico ora

senza pretendere alcuna ricompensa, e nemmeno

chissà quale lode. Lo dico solo perché

è vero: fui a due passi da chi ammazzò il re

umberto I. Molti, dopo, hanno detto che

avevano fermato il braccio dell’assassino, e

che gli avevano dato i primi pugni, e che

lo avevano fermato e che se non ci fossero

stati loro chissà quanti ne ammazzava ancora,

l’anarchico, fra contessine e generali

del seguito. Alcuni hanno perfino portato i

testimoni davanti al prefetto, e pretendevano

chi una medaglia, chi la pensione, e chi

la croce da cavaliere del regno.

Io invece ero lì, e se avessi immaginato cosa

stava per fare, avrei potuto fermare Bresci

con queste mani. Ma chi poteva pensare

che avrebbe fatto quello che ha fatto? Era

tranquillo, ben vestito, con i capelli così lucidi

di brillantina che davano ri#essi azzurri.

Aveva i baffi ben tenuti, si capiva subito

che ci teneva ai baffi. Insomma, era un giovane

distinto che si guardava molto attorno,

ca degli anarchici di Carrara conquistata

con la lotta di Liberazione e che gli speculatori

- economici e politici - nel 1990

volevano spartirsi, lo ha visto in primo

piano: sono stati sei mesi di occupazione

permanente, cortei e scontri con la

polizia, affissione di manifesti, concerti

e convegni, presidio dei tribunali ove se

ne discuteva, e soprattutto parlare con la

gente, per far comprendere la giustezza

delle nostre posizioni.

Negli ultimi anni, quando ha cominciato

a vedere che si manifestava una malattia

cui non avrebbe potuto sopravvivere, si

è dedicato a stendere le sue memorie,

che restano in attesa di pubblicazione, e

a battersi affinché il “Germinal” venisse

del tutto restituito e dedicato almeno in

parte a raccogliere gli Archivi del movi-

L’uOMO ChE uCCISE IL RE

Da “Rai Storia, Testimoni” a cura di Marco Cortesi

di PAOLO CORTESI

ma del resto lo facevo anch’io, perché c’era

tanta gente dell’aristocrazia. C’erano molte

signore con cappelli larghi che ad ogni

passo si muovevano lenti e morbidi come

animali vivi. Era il tramonto, un tramonto

di fine luglio e il sole era una grande palla

rossa che non abbagliava più, la si poteva

guardare tra i rami neri degli alberi o dietro

le tende e le bandiere. I bagliori del sole facevano

scintillare gli anelli e le file di perle.

E la pelle delle donne splendeva. Era uno

spettacolo quella gente ben vestita, leggera

e lucente.

Anche il re l’ho visto bene. Era un uomo

robusto, alto, molto rigido. Aveva il petto

largo che i nastri, i cordoni e le medaglie

facevano sembrare convesso e innaturale.

Aveva una gran fronte lucida di sudore, i

sopraccigli candidi e bianchi i baffi gonfi

che gli nascondevano la bocca. Dicevano

che portasse il busto, per sembrare più magro.

A me sembrò un vecchio attore; uno

di quei vecchi capocomici che non si rasse-


pagina 13 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

mento anarchico.

La preparazione della manifestazione

del Primo Maggio lo ha sempre visto

impegnato fin dal momento della riacquistata

libertà. Dopo quello del 1999

Gogliardo ritenne che era venuto il momento

di dare l’addio alla vita: si predispose

al suicidio ma alcuni compagni

ed amici, venutolo a sapere, gli si strinsero

intorno per convincerlo a rinviare

il gesto. Si persuase a farsi ricoverare

in un ospedale, per tentare di porre un

rimedio alla malattia che ormai lo dilaniava,

ma prima di entrarvi disse: “una

volta sarebbe andato bene anche il suicidio,

perché si sarebbe potuto lasciare

il corpo alla scienza per i progressi della

medicina; oggi invece è necessario consegnarsi

vivi, perché possano studiare.

Gaetano Bresci

gnano a farsi da parte e in compagnia danno

più che altro fastidio, con i loro ricordi

e le loro pretese.

Il re si era alzato in piedi, dentro la sua carrozza

aperta, e stava porgendo un diploma

di merito ad un ginnasta cui aveva stretto

la mano. Avevo sentito bene ciò che re

umberto diceva a ciascun atleta premiato:

“bene bravo, continui così”.

Notai anche, e questo vi dice quant’ero accanto

a sua maestà, che il re non guardava

mai negli occhi l’uomo che premiava: sembrava

“ssare il petto, o le spalle dell’atle-

So già che su di me si faranno ogni genere

di sperimentazioni, e poiché sono

comunque condannato e voi me lo chiedete,

cercherò di essere all’altezza anche

di questo compito”. Non poteva essere

più preciso profeta.

Al suo funerale hanno partecipato varie

centinaia di anarchici convenuti da tutto

il paese ed è stato tutto uno sventolare

di bandiere ed un diffondersi di canzoni

anarchiche. È sepolto vicino a Gino

Lucetti e Stefano Vatteroni, che attentarono

a Mussolini, a Giuseppe Pinelli,

scaraventato dalla finestra della Questura

di Milano nel 1969 e a dozzine di altri

compagni. Come avrebbe voluto.

Tanta era la stima che il Cavaliere

dell’Ideale si era riconquistata in questi

25 anni che perfino il Sindaco della città,

ta che aveva davanti ma non i suoi occhi.

Anche gli atleti premiati non lo guardavano

dritto in faccia, e sembravano aver una gran

fretta di allontanarsi da lui, subito dopo

aver preso il diploma arrotolato.

Bresci, che come ho detto era tanto vicino

a me che ne sentivo il profumo dell’acqua

di colonia, si portò la destra sotto la giacca,

ma la estrasse quasi subito. Poi tornò fermo

a guardare il re. Fece un passo verso di lui,

e si spostò così verso la sua sinistra e perciò

venne ancora più accanto a me, tanto

che pensai di scostarlo, e di dirgli che non

era il caso di spingere così. Intanto la gente

batteva le mani, mentre pochi gridavano

ancora “viva il re”, perché la cerimonia era

alla “ne e solo due o tre atleti stavano in

attesa del loro turno per la premiazione, e

si sfregavano le mani nervosamente.

umberto aveva appena consegnato la pergamena,

e così non aveva le braccia davanti

al corpo; Bresci dovette scegliere per

questo il momento di sparare. Prese dalla

tasca dei pantaloni una piccola rivoltella.

L’acciaio colpito dal sole dette un lampo.

Bresci sparò tre colpi col braccio allungato

verso la faccia del re. Per meno di un

istante nessuno si mosse, poi tutte le donne

iniziarono a gridare, assieme, e gli uomini

urlavano ciascuno qualcosa: “fermatelo!”,

“all’assassino!”, “via quella pistola!”, “salvate

il re!”. umberto cadde riverso nella

capo di un organismo solitamente sottoposto

a durissime critiche di parte anarchica,

ha pensato bene di far affiggere

un manifesto di saluto che si conclude

con un “grazie Gogliardo”.

Conoscerlo e frequentarlo è stato un privilegio

ed una lezione di vita che non si

dimenticano facilmente.

Alfonso Nicolazzi

Carrara 1 agosto 2000

P.S. un riconoscimento va ai compagni

interratori i quali, pur di risparmiare a

Gogliardo la sgradita sosta nella chiesina,

hanno accettato di portare a termine

il loro lavoro nella calda domenica di

luglio.

carrozza, come se fosse stato spinto; non si

piegò, cadde indietro e non gli sentii né un

gemito né una parola. Scomparve dentro la

carrozza e io vidi, ma solo per un attimo,

un suo piede che sembrava dare calci ai

soccorritori.

Bresci venne aggredito da quattro o cinque

persone, poi tutt’attorno a lui fu un accalcarsi

di uomini che inutilmente si buttavano

addosso a quelli che lo avevano già afferrato.

Vidi che un atleta, uno che era stato

premiato poco prima, tentava di colpire la

testa di Bresci con una clavetta ginnica.

Io non udii nessuna parola pronunciata

dall’attentatore. ho letto, poi, sui giornali,

che alcuni avrebbero sentito frasi come

“non sono stato io”, oppure “vi sbagliate”.

Io, che pure ero a un passo da lui e presi anche

qualche schiaffo, non ho sentito niente.

Bresci stava zitto e cercava di coprirsi

la faccia dai pugni. Lo vidi bene, anche se

per pochi secondi, perché poi venne trascinato

via dai carabinieri. Vidi che un uomo

lo aveva afferrato per i capelli. Bresci aveva

uno sguardo muto, acceso. Non vidi paura

nei suoi occhi. Il suo sguardo sembrava fissare

qualcosa di gigantesco e lontanissimo.

Non so. Era lo sguardo di un uomo che stava

per essere travolto da un’onda enorme,

talmente troppo più grande di lui da non

poterla temere.


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 14

DOMENICA 8 AGOSTO

LIZZATuRA:

LA TRADIZIONE

SI RINNOVA

Domenica mattina 8 agosto di “bonora”

dai monti di Fantiscritti

scenderà la “lizza”, organizzata

anche quest’anno da Pierluigi Boni della

“Fondazione Crc” e dalla “Compagnia

dei Lizzatori”. L’antico sistema di trasporto,

che risale ai piani inclinati egizi per

costruire le Piramidi, racconta la cronaca

dei gesti, della fatica, dei rischi di uomini

che, a cielo aperto, lavorano in un paesaggio

reinventato dall’uomo stesso.

Le vie del marmo che dalle cave portano

al piano non sono certo autostrade, o piani

di biliardo. A serpentina, esse paiono

disegnate da un ubriaco e possono sempre

riservare insidie. I carichi di marmo della

“lizza” non sono cose uniformi: ciascuno

diverso dall’altro, per forma, composizione,

equilibrio. un lizzatore, in un momento

di sosta, sembra parlare con il fardello

della grande slitta: “Caro marmo, sei il

nostro duro ma sincero “Made in Italy”:

pezzi d’Italia esportati nei 5 continenti. E

noi “àdannàti”sgobbiamo per scenderti a

valle”.

Scende la lizza. Il capo Giuseppe “Péda” Lucchetti, davanti

I LIZZATORI MODERNI

Lucchetti Giuseppe (Beppe)

Capo Lizza

1) Serri Primo (Billy Bis)

Sotto Capo Lizza

2) Sisti Vittorio Sotto Capo

3) Federici Angiolino Capo Molatore

4) Lodovici Annibale (Nibalon)

Fondazione Cassa di Risparmio

di Carrara e Compagnia dei

Lizzatori organizzano anche

quest’anno l’appuntamento

atteso da turisti e curiosi

5) Menconi Giorgio (Jolera)

6) Bernacca Lucio

7) Lucchetti Vittorio (Lollo)

8) Lucchetti Emiliano

9) Lucchetti Matteo

10) Quattrini Gian Carlo (Ciak)

11) Barbieri Giuseppe

12) Bagnone Francesco

GRAGNANA

RISTRuTTuRATO L’AMBuLATORIO

Restituito ai paesani l’antico e ristrutturato

ambulatorio di Gragnana, dal 1800

intitolato al Dr. Teodoro Serri.

Il Sindaco Angelo Zubbani, l’assessore al

Bilancio e Finanze Giuseppina Andreazzoli,

il Presidente Amia Gianenrico Spediacci,

il Direttore Generale Asl Antonio Delvino,

accompagnato dai suoi massimi dirigenti,

Consiglieri comunali e tanti “gragnanini”,

con in testa il parroco e le suore del villaggio,

hanno tagliato il nastro della porta d’accesso

alla struttura sanitaria alla quale dopo anni è

stato rinnovato il “look”.

Festeggiato soprattutto il dr. Carlo Costa,

che per lustri è stato l’ottimo medico condotto

di Gragnana. Eccovi di nuovo il “Pic-

colo padiglione per la Condotta Medica

e Pronto Soccorso”, come era definito dai

vostri antenati -ha detto il Sindaco Angelo

Zubbani ai suoi compaesani- eccovi

il glorioso “Theodore Serri”, fatto costruire

oltre un secolo fa dal Dr. Aroldo Serri,

un “gragnanino” emigrato in America che

ha voluto onorare la memoria di un suo

nipote. Stirpe di medici valenti quella dei

“Serri” da Carrara -ha detto Zubbani- : al

compianto grande dermatologo Dr. Ferdinando

di Marina, è intitolata addirittura

una prestigiosa università Usa. La struttura

sanitaria a breve diverrà operativa

-ha concluso il Sindaco di Carrara- per la

salute pubblica di Gragnana e dintorni.


pagina 15 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

POST MONuMENT

METAMORFOSI

A CASTELPOGGIO

In una casa-laboratorio di Castelpoggio

il Sacro Cuore fotografico di Che

Guevara incorpora l’icona di Emiliano

Zapata, eroe rivoluzionario dei “peones”

messicani. L’adoratore degli insorti si

chiama Bruno Fantoni: 64 anni, idraulico,

meccanico e muratore disoccupato da anni

otto. Comunista Doc da quaranta; e bravo

scultore per hobby…

Lui è “castelpoggino”, vive in zona amena

tra i boschi sul cucuzzolo della montagna,

a 600 metri “quasi” sopra Carrara; laddove

aria buona spira...

Ma appena sotto le immagini dei “suoi” ribelli,

ecco cos’ ha saputo fare questo compagno

dallo scalpello che tira ad estrema si-

nistra: bella metamorfosi satirica, in marmi

policromi.

Il busto di Mussolini è magnifico, plasmato

dallo statuario: mascella volitiva, atteggiamento

da DuX; ma al posto dell’elmetto

Fantoni gli ha scolpito il glande, o cappella:

di forma bulbare, in semiconica dura “ciccia”

di marmo. Il “Duce dècolletè” l’ha rifinito

in marmo “portorino”.

Adolfo hitler, in bardiglio, ha il volto allungato

del topo di fogna: orecchie da sorcio,

muso da ratto. George Bush: una faccia

da bue in marmi colorati, con tanto di

anello al naso e paio di corna vere, di una fu

manzetta. Il Generalissimo Franco sotto la

militare bustina, mostra un becco d’oca in

giallo di Siena, e i piedi palmati dello starnazzante

uccello da cortile. Allegorie, ma

non troppo…

Gli domandiamo come mai non abbia scalpellato

Giuseppe Stalin, che dittatore tremendo

anch’egli fu. “Lo farò, lo farò -replica

Bruno Fantoni- lo farò... con l’effige

di un lupo.

OSPITI ILLuSTRI

DIPOLLINA A PALAZZO

Antonio Dipollina, famoso giornalista di “Repubblica”, scrittore, critico televisivo e blogger

è stato ricevuto a Palazzo comunale dal Sindaco Angelo Zubbani. Nel corso del cordialissimo

colloquio si è parlato di Biennale di Scultura, dei Mondiali di Calcio e della “Italietta del

Pallone”, di mass media e dei futuri rapporti di collaborazione che potranno sorgere tra il

giornalista e la nostra città. Antonio Dipollina da anni ha scelto di abitare a Marina di Carrara

che considera un’ottima località balneare e turistica.

Le sorprendenti

opere allegoriche

di Bruno Fantoni,

“castelpoggino”,

scultore per hobby

Già, Stalin, tra breve diverrà licantropo di

marmo, ad ululare ai venti nella steppa e tra

le fronde di Castelpoggio.

Grazie al compagno Fantoni la leggenda di

uomini straordinari, nel bene e nel male, si

rinnova nella pietra piegata. Il marmo, carbonato

di calcio allo stato quasi puro, per

far digerire ad alcuni la satira si tramuta in

bicarbonato di sodio. La parola d’ordine

che fuoriesce dall’assimilazione tratta di libertà

di espressione artistica.

Parola d’ordine che già scollina dalle Apuane

ai teatri della Biennale di Scultura: categorica,

ma significativa per tutti.

(V.P.)


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 16

NELLA NuOVA SALA GARIBALDI

IL TEATRO ANIMOSI

CAMBIA CASA

Fra classico e contemporaneo, tra commedia

e tragedia, tra le migliori proposte della scena

regionale, che caratterizza da sempre le stagioni

teatrali di Carrara, anche quest’anno a

partire da metà novembre, il teatro è di casa a

Carrara … In una nuova casa.

La Stagione s’ inaugura martedì 16 novembre

con un collage di atti unici di Eduardo:

EDUARDO: PIù UNICO ChE RARO!

Stagione teatrale quest’anno ‘in trasferta’

dagli Animosi, sottoposti ad un improcrastinabile

restauro e all’adeguamento alle ultime

norme di sicurezza, verso la Nuova Sala

Garibaldi, che durante il 2010/2011 sarà la

nuova casa del teatro “carrarino”.

Come sempre, forse più di sempre, una stagione

teatrale è frutto del paziente e appassionato

lavoro portato avanti dal Sindaco e

dall’Assessorato alla cultura del Comune di

Carrara, con la Fondazione Toscana Spettacolo.

Essi hanno saputo creare un

cartellone impeccabile, privo di

qualsiasi ammiccamento televisivo,

combinando il teatro classico (per

tutti due autori: Machiavelli e Goldoni)

con quello contemporaneo

(es: l’autrice cult francese yasmina

Reza e lo statunitense Will Eno);

offrendo la possibilità al pubblico

di Carrara di assistere alle performances

attoriali più interessanti

del momento. Alcuni nomi, in ordine

di apparizione: Rocco Papaleo,

Elio Germano, Roberto herlitzka,

Marco Paolini, Alessandro

haber, Alessio Boni, Gigio Alberti,

Ornella Muti, Pino Quartullo,

Emilio Bonucci e, per chiudere

in bellezza, Paolo Poli. Inoltre

anche quest’anno non manca un

appuntamento con la grande danza;

nientemeno che GISELLE coreografata

da Enzo Celli e da lui

impaginata appositamente per il

palcoscenico del Garibaldi.

un trasferimento teatrale che certo

si rivelerà per niente traumatico,

anzi, piacevolmente informale;

moderno e in linea con una città

d’arte quale Carrara è: una città

che vive il presente.

Ornella Muti

Vivere il presente significa valorizzare la

grande drammaturgia italiana del Novecento

presentando in apertura di stagione - martedì

16 e mercoledì 17 novembre, inizio ore

21 come per tutti gli spettacoli - il montaggio

personale e affettuoso che un grande regista

italiano come Giancarlo Sepe fa di quattro

deliziosi atti unici di Eduardo De Filippo,

veri gioielli della prima produzione dell’autore

napoletano, con EDUARDO: PIù

UNICO ChE RARO! uno spettacolo che

ha per protagonista il simpaticissimo Rocco

Papaleo affiancato da un folto gruppo di

comprimari e caratteristi, così come si addice

a un ‘Eduardo doc’ fra cui si ricordano

Giovanni Esposito, Pino Tufillaro, Antonio

Marfella e Antonella Romano (produzione

Gli Ipocriti).

Giovedì 25 e venerdì 26 novembre RO-

MEO E GIULIETTA di William Shakespeare

nella lettura di Giuseppe Marini, fra i

più talentuosi giovani registi che, giunto con

questo spettacolo al suo terzo Shakespeare,

insieme a un folto gruppo di giovani e giovanissimi

attori - come tradizione shakespeariana

vuole - ne offre un’interpretazione

tutta passione, emozioni, vitalità, incoscienza

e sconvenienza, così come dovrebbe essere

la gioventù; proprio così come la vedeva

il Bardo.

Martedì 7 e mercoledì 8 dicembre il titolo

di danza per eccellenza assai romantico: GI-

SELLEd nel quale si cimenta il coreografo

Enzo Celli - figura di spicco nel panorama

internazionale del balletto per il personalissimo

stile che scaturisce dalla fusione fra hip

hop e danza contemporanea - proponendo

una particolare rivisitazione del grande balletto

che vedrà rispettati tutti i personaggi

dell’originale. Insieme ai danzatori della

compagnia Botega in scena i solisti Mattia

De Virgiliis, Francesco Di Luzio, Federica

Galimberti, Giovanni Leonarduzzi,

Elisabetta Minutoli, Alessandro

Pustizzi e con i danzatori della

Compagnia Botega in un montaggio

pensato appositamente per il palcoscenico

della Nuova Sala Garibaldi.

Inoltre lunedì 6 dicembre Enzo

Celli tiene un laboratorio per venticinque

giovani interessati alla danza

contemporanea.

L’ultimo titolo in cartellone per il

2010 è uno fra i più intelligenti, arguti,

cinici del teatro italiano: martedì

14 e mercoledì 15 dicembre la

compagnia Arca Azzurra Teatro

di Ugo Chiti presenta LA MAN-

DRAGOLA, nel libero adattamento

che lo stesso Chiti ha fatto del

testo di Niccolò Machiavelli. un

incontro, quello fra Chiti, la Compagnia

e il capolavoro del segretario

della Repubblica fiorentina,

non più rimandabile vista la contiguità

territoriale e di carattere che

lega tutti i protagonisti di questa

vicenda drammaturgica e spettacolare

dove si racconta della beffa

che porta Callimaco nel letto della

bella Lucrezia, approfittando della

dabbenaggine dell’anziano marito

di lei messer Nicia, con l’aiuto del


pagina 17 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

Paolo Poli

mezzano Ligurio e del cinismo di fra’ Timoteo.

Protagonisti tutti i membri della toscanissima

compagnia: Giuliana Colzi, Andrea

Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti,

Lucia Socci.

L’anno nuovo ci porta, giovedì 13 e venerdì

14 gennaio, un capolavoro di Carlo Goldoni,

IL BUGIARDO, diretto da Paolo Valerio

e interpretato da Marcello Bartoli, Dario

Cantarelli, Roberto Petruzzelli. un testo che

al di là dell’apparente leggerezza presenta la

possibilità di molte chiavi di lettura, non ultima

quella autobiografica dell’autore che si

riconosce, con sconcertante modernità, nelle

personalità dei due protagonisti, lo scapestrato

Lelio e lo spento Florindo, due facce

della stessa medaglia. (produzione Fondazione

Atlantide Teatro Stabile di Verona/I

Fratellini).

Prova d’attore per Elio Germano con

ThOM PAIN (basato sul niente) in programma

mercoledì 26 e giovedì 27 gennaio.

Questo è un ritorno alle origini teatrali per

l’attore romano, Palma d’Oro per la miglior

interpretazione all’ultimo Festival di Cannes,

che, dopo gli infiniti apprezzamenti e

riconoscimenti raccolti al cinema, ha deciso

di misurarsi con questo lavoro del drammaturgo

americano Will Eno debuttato pochi

anni fa al Fringe Festival di Edimburgo riscuotendo

grandi apprezzamenti dalla critica

anglosassone e statunitense. un’ulteriore

manifestazione del talento di questo artista

che riesce a conquistare ad ogni prova critica

e pubblico. (produzione Bam Teatro/

Infinito).

Sabato 5 e domenica 6 febbraio Roberto

herlitzka e Lello Arena sono i protagonisti

di un nuovo DON ChISCIOTTE riadattamento

di Ruggero Cappuccio dal capolavoro

di Miguel De Cervantes con la regia di

Nadia Baldi. una versione contemporanea

della storia di Don Chisciotte nella quale il

protagonista è un moderno professore universitario

che vive in una profonda solitudine

che gli fa perdere contatto con il mondo

reale, attivando una crescente energia visionaria

che lo porterà a dialogare con i fantasmi

della classicità. Il riadattamento si concentra

nel conflitto tra modernità efferata e

umanità poetica e la messinscena, grazie alle

interpretazioni dei due protagonisti, riconsegna

la vicenda di Don Chisciotte alla contemporaneità

(Produzione Teatro Segreto).

Martedì 15 e mercoledì 16 febbraio sul palcoscenico

del Garibaldi è protagonista Marco

Paolini con ITIS GALILEO, scritto da

Paolini insieme a Francesco Niccolini . Così

ne parla lo stesso protagonista: “ITIS Galileo

è un titolo piuttosto scolastico, serve ad avvertire

gli spettatori che c’è da far fatica per

arrivare a fine serata, ma l’attore non è e non

vuole essere un professore; fa professione di

ignoranza ma è curioso, anche per questo

ogni serata farà storia a sé, e il copione sarà

variabile.” (produzione Jolefilm)

Dopo lo ‘one man show’ di Marco Paolini

mercoledì 2 e giovedì 3 marzo arriva a

Carrara il testo di un’autrice francese contemporanea,

Yasmina Reza, ormai di casa

sui nostri palcoscenici: stiamo parlando di

ART, una commedia che solleva le questioni

dell’arte e dell’amicizia mettendo sotto la

lente di ingrandimento tre amici, uno dei

quali fa un acquisto artistico molto impegnativo

e dà il via al dibattito che percorrerà

poi tutta la commedia. Ovviamente per

portare avanti un testo così impegnativo, in

bilico fra l’impegno, lo scherzo e la ferocia, è

necessario un cast di primordine, e in questo

caso lo abbiamo. Gli interpreti sono infatti

Alessandro haber, Alessio Boni, Gigio Alberti,

tre protagonisti impareggiabili dello

spettacolo italiano, diretti da un geniale personaggio

quale Giampero Solari. (produzione

Nuovo Teatro).

una delle piacevoli sorprese della passata

stagione, per la critica e per il pubblico, è

stato il debutto teatrale di Ornella Muti nella

veste di protagonista femminile della com-

Da Paolo Poli a Ornella Muti,

da Elio Germano a Marco

Paolini: ancora più teatro

nella stagione 2010/2011 in

trasferta dagli “Animosi”

media L’EBREO, novità italiana di Gianni

Clementi diretta da Enrico Maria Lamanna.

E Ornella Muti è al Garibaldi sabato 19 e

domenica 20 marzo con questo titolo insieme

agli altrettanto apprezzati Pino Quartullo

e Emilio Bonucci. La pièce si svolge nella

Roma degli anni Cinquanta e, dopo l’inizio

in cui si racconta di una coppia che fa da

prestanome a un ebreo scappato in seguito

all’emanazione delle leggi sulla discriminazione

razziale dopo aver loro intestato tutte

le proprie consistenti proprietà, il racconto

prende una piega da vero noir con il ritorno

del legittimo proprietario. (produzione Mithos

Group)

Chiude la stagione, prima della Pasqua 2011,

Paolo Poli che martedì 12 e mercoledì 13

aprile ci racconta le sue FATE, spettacolo

in due tempi dello stesso Poli liberamente

tratto da Bandello, Beaumont, Brunhoff e

Perrault. Le fate di cui ci parla Poli sono

le protagoniste di favole che divertono i

bambini e affascinano gli adulti; favole le

cui vicende sono spesso metafora della realtà

che ci circonda, specchio delle paure e

delle speranze, degli odi e degli affetti degli

uomini di ogni epoca. uno spettacolo

per ritrovare la gioia dell’infanzia attraverso

l’incanto della narrazione. In scena con Poli

gli attori Laura Bravi, Fabrizio Casagrande,

Marta Capacioli e Lucrezia Palandri; scene e

costumi sono di Emanuele Luzzati, regia di

Paolo Poli. (produzioni Teatrali Paolo Poli-

Associazione Culturale).

Dal 4 al 9 ottobre rinnovo abbonamenti,

dall’ 11 al 16 ottobre nuovi abbonamenti,

presso la biglietteria della Nuova Sala Garibaldi,

via Verdi, telefono 0585 777160,

Ufficio Cultura 0585/641393-253 fax

0585/641423

PREZZI

PLATEA

Poltronissime Abb. € 145 Bigl. € 16

Ridotto Abb. € 130 Bigl. € 15

Poltrone Abb. € 135 Bigl. € 15

Ridotto Abb. € 125 Bigl. € 14

GALLERIA

Abb. € 70 Bigl. € 9

Ridotto Abb. € 60 Bigl. € 8


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 18

DAL 29 LuGLIO AL 13 AGOSTO

QuELLA TORANO

ChE AMA L’ARTE

E GLI ARTISTI

C’è una stella che si accende ogni

estate alla periferia di Carrara,

e che illumina le notti e i giorni

nel cielo sopra Torano.

Torano, comunità volonterosa. Con i

suoi scultori, col suo riproporsi in maniera

nuova e con l’entusiasmo di sempre,

crea un evento che è ben più di una

luce nella notte.

Grazie al lavoro serio e competente;

grazie all’impegno organizzativo spontaneo,

Torano ospita anche quest’anno

una mostra di 68 scultori di alta capacità;

esponenti di Paesi e culture diversi:

rassegna che si colloca a pieno titolo

fra gli eventi a livello internazionale del

mondo della scultura.

L’occasione culturale si manifesta con

la forza di chi sa che trattare di scultura

e proporla a Carrara è difficile,

data la platea e la tradizione; ma questa

tredicesima edizione toranese passerà

agli annali per l’alto grado delle opere

esposte e per la valenza internazionale

degli artisti. Essi si misurano col marmo,

nei “luoghi del marmo”.

Tornare nelle “location” della memoria

dell’arte: negli affascinanti spazi del borgo

antico, negli atelier che hanno osservato la

genesi di tante opere di una moltitudine di

artisti, in tutte le epoche, è una scelta stupenda

ed intelligente, adottata e mai abbandonata

dagli organizzatori che hanno

D&P ph. Fabio Fantuzzi

XII Edizione 29 luglio - 13 agosto 2010

ore 20 - 24

L’Associazione Comitato Pro-Torano è lieta di invitare la S.V.

alla inaugurazione della mostra

visto lontano; che hanno il merito di una

lungimiranza che ha riportato la vita, e non

solo artistica, in uno dei paesi simbolo della

civiltà di lavoro di grandi uomini, di mestiere

provetti.

È grazie a questa scelta che il “Paese” torna

a vivere, torna ad essere luogo fisico e

“Comunità” in possesso di una tradizione

formidabile, legata all’arte scultorea, che

si riconosce nella pietra piegata; e che la

Gente come noi

Il paese di nuovo centro

internazionale del mondo

della scultura con la

tredicesima edizione di

“Torano Notte&Giorno”

si “vive” in ogni angolo. Torano la respira,

notte e giorno; e ti coinvolge in

ogni spazio laddove sono state piazzate

le opere.

Scultura come valore sublime del lavoro

dei cavatori: scultore come figura

mitica e umana impegnato nell’atto creativo

che si manifesta nell’ incontro, o

scontro, con la materia che fa sua proprio

nei luoghi dove essa ha origine:

plasmandola con la forza e la volontà

del suo sentire; togliendole il superfluo

proprio nei luoghi che hanno visto scivolare

nel marmo gli scalpelli che hanno

fatto la storia dell’arte; che ha in Carrara

una Capitale e in Torano un centro

insostituibile per tante affinità.

Torano accoglie e riaccoglie l’espressioni

artistiche con la naturalezza dalla quale

traspare grande competenza. È segno di

amore di una comunità artistica, quasi

un cenacolo che non rinuncia alla propria

unicità; un Paese che accoglie l’arte

recuperando e mai negando il passato,

ma vivendo il presente della scultura.

Torano in queste notti di mezza estate

guarda i propri antichi avi, che cavarono i

marmi dell’eternità. Guarda ai grandi del

passato che hanno saputo esaltare la fatica

degli uomini di marmo. Attraverso l’arte

dei loro capolavori.

Angelo Zubbani

Il loro lavoro spesso non si vede, ma se ne vedono i risultati. Sono oltre 12.000 i dipendenti Manutencoop Facility

Management che, ogni giorno, tengono curati i parchi, calde le aule, puliti gli uffi ci e igienizzati gli ospedali sul

territorio nazionale.

Grazie a loro il Gruppo Manutencoop Facility Management è oggi uno dei protagonisti del Facility Management in

Italia, offrendo ad enti pubblici, grandi gruppi privati e strutture sanitarie, servizi integrati per migliorare sempre più

la vita degli immobili e di chi ci vive dentro.

Paolo Zaniboni Manutentore impianti


pagina 19 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

L

’On. Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi

e neo curatore del “Padiglione

Italia” della Biennale di Venezia 2011, ha

visitato la Biennale di Carrara.

Grande esperto di arte classica e poco

di contemporanea, Sgarbi ha esaltato le

“location”e l’archeologia industriale della

nostra mostra, mentre ne ha criticato le

opere. Punti di vista, sotto il segno della

libertà di espressione, che al Vittorio nazionale

non fa certo difetto.

Comunque il gradito ospite, accompagnato

dal Sindaco Zubbani, ha trascorso una

bella giornata all’ombra delle Apuane.

PERSONAGGI

SGARBI... ALLA BIENNALE

PROTOCOLLO D’INTESA

PIù VICINE CARRARA E PIETRASANTA

Nuova frontiera culturale tra Carrara e Pietrasanta. Angelo Zubbani e il collega

Domenico Lombardi, neo sindaco della città versiliese, tra breve sottoscriveranno

un protocollo d’intesa fondato sulla collaborazione reciproca e durevole nel

tempo tra le due città vicine, ma fino ad oggi “lontane” in senso di armonia cooperativa.

Oggetto della prossima collaborazione: tutti i grandi eventi che riguarderanno il

tema comune del mondo del marmo, biennali di scultura in primis.

Contenti i due sindaci per l’intesa per la prima volta conquistata, Angelo Zubbani

e Domenico Lombardi non hanno esitato a farsi fotografare seduti sulla scultura

-escremento del grande artista usa Paul Mc Carthy.

GLI ANARChICI NON ARChIVIANO

ROSSELLA BISCOTTI

SI AGGIuDICA

IL “MIChELANGELO”

G rande successo, sabato sera 24 luglio scorso, in Piazza Alberìca in

occasione del XIV° Premio Michelangelo, ideato e organizzato dalla

Presidente dell’ Associazione “Il Cerchio” Giulia Mazzarol Pace, in collaborazione

con “Cave Michelangelo” di Franco Barattini.

L’ambito trofeo è stato attribuito alla trentaduenne artista Rossella Biscotti,

pugliese di nascita, ma adottiva dell’Olanda, che partecipa alla Biennale

di Carrara con un progetto culturale, colto e mirabolante, fondato

su memorie anarco - socialiste. La “location” dove si esibiscono Rossella

Biscotti e il suo bravo gruppo è un patibolo anarchico eretto nella ex

segheria “Corsi” in Via Covetta ad Avenza. A sancire la vittoria di Rossella

è stata la giuria internazionale di critici, formata da: Tullio Leggeri,

collezionista d’arte. hedwig Fijen, direttrice della “Fondazione Internazionale

Manifesta” di Amsterdam. Viktor Misiano, curatore indipendente

e direttore della rivista “Moscov Art”.


AgorÀ n. 10 - luglio 2010 pagina 20


pagina 21 n. 10 - luglio 2010 AgorÀ

Le nostre radici

IL RAFE

INSANGuINATO

di FRANCESCA ALIX NICòLI

Sono inizialmente colta da una specie di

sconforto nello sfogliare questo Rafe

insanguinato, ultima fatica letteraria del

medico chirurgo Valerio Micheli Pellegrini.

Egli è noto a livello internazionale per i contributi

davvero pionieristici alla nascita e allo

sviluppo di una estetica ricostruttiva facciale,

nonché illustre cittadino di Carrara di antico

lignaggio.

Incontro il nome della cara scomparsa prematuramente

professoressa Luccia Gervasio

e mi si stringe il cuore, arrivano Claudio Pisani,

Giorgio Rocca, e ciascuno riconoscerà

i suoi. Non spetta certo a me ricostruire le

fila dei personaggi e dei singoli episodi di una

vicenda in cui mi oriento per capisaldi, per

la gran mole di informazioni, per i moltissimi

personaggi citati, gli eroi, i deuteragonisti,

le semplici controfigure, di un racconto

incentrato su un periodo circoscritto della

storia locale, che va praticamente dall’8 settembre

1943 alla fine della guerra. Del resto

il confronto con una generazione più giovane

è stato uno dei motivi a spingere l’autore a

farmi questo affidamento, di cui lo ringrazio

confessando subito che il mio sguardo è, non

esattamente ingenuo, ma distaccato e quasi

estraneo, poiché mi rapporto a quegli eventi

col solo aiuto di un’attrezzatura di conoscenze

generali e principi appresi dai libri. Come

gli altri della mia età o i giovanissimi, ho quindi

il privilegio di cogliere queste carte come

un’occasione unica per riempire di vita, vera

e vissuta, un’ossatura di nozioni generali e

convinzioni forse anche un po’ di maniera.

Altro motivo di questa fiducia è forse l’amicizia

che stringe le nostre famiglie d’affetto,

e non posso impedirmi di ricordare qui la

presenza davvero decisiva e risoluta di Valerio

in qualità di medico e amico carissimo, al

capezzale della Anna Nicoli, sorella diciassettenne

di mio padre e della zia Patty, quando

appena si affacciava a maturità il suo bel

corpo di adolescente e “beltà splendea negli

occhi suoi ridenti e fuggitivi”. Accorso da

Firenze dove operava già da diverso tempo,

la diagnosi fu immediata. Ma quale febbre

gialla, è meningite, bisogna andare di corsa

all’ospedale Meyer, la macchina fu prestata

in un baleno dal cugino Fabrizio Biso. Subito

dopo il conflitto mondiale, la mia famiglia era

in terra, mentre al cugino il dispaccio di gene-

ri alimentari produsse fortuna anche in quegli

anni di fame e miseria per tutti. La ragazza fra

le braccia della Franca Olivari nello stato di

recente vedovanza, sostenuta e fiancheggiata

da Valerio, fece rientro a Carrara che era già

un rigido cadavere. Troppo a lungo avevan

dato retta a diagnosi mediche sbagliate, non

era bastato il pronto e sicuro intervento del

dottor Micheli Pellegrini. Alla madre affranta

toccò tirare avanti con i restanti due figli,

ancora una volta debitrice verso lo suocero di

Valerio, l’amico Papasogli che prodigò consigli

preziosissimi sulla conduzione aziendale a

una signora genovese non certo educata per

occuparsi d’affari. Cosa che comunque fece

con prudenza lungimirante.

Va inoltre menzionato l’amico comune Nardo

Dunchi, al quale scrissi l’introduzione al volumetto

di “Memorie artistiche” purtroppo infarcito

d’imperdonabili errori di stampa che

vanno senz’altro imputati all’incuria dell’editore.

Per qualche ragione Valerio trovò bella

la mia riflessione a dire il vero incentrata su

questioni di carattere estetico e storico artistico

forse poco interessanti per un medico che

ha dato vita fra i primi a una igiene del lavoro,

si pensi alle sue conferenze degli anni intorno

al 1966, ove prestava un’attenzione del tutto

inedita alla prevenzione e cura degli infortuni

in ambiente di lavoro. Anche questi ambiti,

meno noti rispetto ai successi internazionali

di chirurgia plastica, sia in campo operativo

che soprattutto per una produzione scientifica

che rasenta le 200 pubblicazioni, concorrono

a ricostruire un carattere che vediamo

muoversi con grande disinvoltura nelle pa-

Invito alla lettura

dell’ultima fatica letteraria

dell’illustre medico carrarese

Valerio Micheli Pellegrini

gine di questo libro, per niente impacciato

dalla sua considerevole altezza, ma sempre

lesto, agile, scattante. E delle descrizioni vivissime

di Dunchi ritroviamo qui un eloquio

quasi immediato, ma svolto con precisione da

anatomista, e una rara capacità immaginifica,

la stessa che rendeva subito scene cinematografiche

i ricordi del dinamitardo scultore,

una sveltezza nel dar corpo alle situazioni

evocando immagini limpide, che certo deriva

da una pari franchezza e semplicità di maniere.

Parliamo non già di una falsa modestia,

di quella faciloneria da semplicione, ma

dell’acuta, traboccante, quasi fisica intelligenza

delle cose, delle situazioni, delle persone,

lontana e quasi ostile alla speculazione troppo

sganciata dalla realtà.

Alla luce di questa speciale razza di perspicacia,

nutrita e coltivata con una solida concretezza,

apparve subito ridicolo il mio spontaneo

richiamare il pensiero filosofico leibniziano

allorché appoggiandosi a documenti di

cronaca giornalistica Valerio ricordava come

il nostro attuale Pontefice non aveva voluto

evocare il male assoluto in relazione agli eventi

bellici della seconda guerra mondiale. A

detta di molti giornalisti e commentatori Benedetto

XVI sembrava in qualche modo voler

giustificare la maggior parte dei tedeschi, che

si erano ritrovati sbandati e in fondo erano

stati follemente trascinati da un manipolo di

criminali. Intanto, pensavo sollecitata dalla

lettura, mi si riconfermava l’impossibilità di

fare stare insieme in un quadro coerente l’esistenza

di Dio, la sua bontà e l’esistenza del

male. La teodicea, cioè ogni tentativo razionale

di dar conto della presenza del male in

terra, falliva di fronte all’enormità delle sofferenze

non meritate, gratuite, completamente

prive di un perché. La caduta dal Paradiso

terrestre poteva rientrare nella logica remunerativa

di male restituito a male fatto, la cacciata

dei progenitori in seguito al furto della

mela. Ma come dar conto di un male subìto

che non era preceduto da alcun male inflitto,

nessuna colpa, nessuna responsabilità? Come

mandar giù le sofferenze di tanti popoli colpiti

da guerre decise nella sala dei comandi, o

le disavventure dei più diversi uomini investiti

da calamità naturali, terremoti, maremoti?

Potevano questi dolori essere fatti passare

per minuzie generate nel calcolo del


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Le nostre radici

IL RAFE

INSANGuINATO

massimo dei beni e del minimo del mali

in una prospettiva ottimistica? Nella visione

leibniziana, io ripensavo, se il creatore decide

di dare esistenza al nostro mondo rispetto

ai molti altri mondi logicamente possibili,

egli sceglie in base al criterio del meglio: fra

tutti i mondi pensabili senza contraddizione

esiste solo quello che nel bilancio complessivo

di pro e contro ha un attivo di beni. Come

dire che conta l’armonia del quadro, che assume

più vita se animato da ombreggiature

a fianco dei punti di luce? Forse che il bene

e il male possono essere messi in paragone

col “bello” di una visione estetica di insieme,

dove il singolo dettaglio scompare dietro la

direzione generale, certamente progressiva,

della storia? E più concretamente, le sofferenze

degli uomini possono essere lenite con

argomentazioni di carattere teorico? Come

pretendere di farne minuzie sottoponendole

al giudizio idealizzante e astratto della filosofia

della storia? Che si sia diretti alla società

senza classi o a una qualunque altra forma di

società ideale non giustifica il ricorso, neppur

se temporaneo, a forme di governo di stampo

autoritario. Né si può sottilizzare considerando

come mali minori, o intralci di poco

conto, i periodi di terrore, le epurazioni di

partito, i campi di concentramento, perfino lo

sterminio, tutti soggiogati alla causa del grande

fine del popolo. Qualche ammazzamento

non può essere giustificato come un episodio

insignificante e posto al confronto del grande

bene che ci attenderebbe alla fine della storia,

e chissà poi perché questo fine è sempre posto

un po’ più in là. Ci aveva pensato Voltaire

a stendere una sagace parodia della teodicea

leibniziana, raccontando la serie di peripezie

di un personaggio, Candide, cui la vita sbatte

in faccia, sventura dopo sventura, che lungi

dall’essere il migliore dei mondi possibili,

il nostro mondo è intriso e tutto grondante

di mali. E che l’unica saggezza vera è quella

di chi si disfa delle visioni astratte, che sono,

per forza di cose, troppo avulse dal reale, una

saggezza che guarda alle cose piccole, e lungi

dal banalizzarle, fa attenzione anche alle minuzie.

La risposta è una saggezza non altisonante,

terrena e profondamente umana che si

rassegna alla dura morale che il faut cultiver

son propre jardin. un esito che troppo presto

sarebbe preso come invito a un riflusso nel

Valerio Micheli-Pellegrini e Lionello Ponti vengono segnalati per la chirurgia del naso

nel settimanale Panorama del 12 maggio 1989, nel capitolo “L’altra faccia”

privato se non avessimo qualche altra considerazione

da fare per intenderlo meglio in

seguito.

Nel seguire l’omelia del pontefice semmai

era più appropriato rifarmi alla ricostruzione

giornalistica della filosofa ebra di formazione

esistenzialista hannah Arendt allorché aveva

seguito tutto il processo Eichmann svoltosi a

Gerusalemme nel 1961 come inviata speciale

del “New yorker”. L’imputato doveva rispondere

di crimini contro l’umanità, contro

il popolo ebraico e crimini di guerra sotto il

regime nazista. Durante tutto il processo era

venuto fuori che questo gerarca non aveva la

grandezza di un demone dostoevskijano, né

aveva la volontà perversa e tenebrosa di chi si

è abbandonato al male assoluto, che fa irruzione

nella storia con carica violenta prendendo

possesso degli individui e sconvolgendo l’ordine

regolare degli eventi. Quello era un semplice

funzionario, uno che non ha mai messo

in discussione gli ordini ricevuti. Eichmann

si era limitato ad applicarli diligentemente.

un mediocre, un uomo privo di idee, che non

sapeva cosa stesse facendo, afferrato dal ciclo

di una storia più grande di lui, coinvolto nel

meccanismo di routine delle cartelle da visionare

e dei compiti da portare a termine, in un

crescendo di brutalità calcolata che lo aveva

portato, senza coscienza, dall’organizzazione

delle deportazioni in massa alla reclusione

nei campi, e dalla spoliazione di ogni dignità

umana sino allo sterminio. Ma appunto nel

contesto di una insipiente cattiveria lo sdegno

di Valerio si esprime come il nostro e quello

di chiunque non può arrendersi né soprattutto

accettare come giustificazione, la tremenda

e leggerissima “banalità del male”.

Senza essere anticristiani, non poteva valere

a questo riguardo il sermone ultraterreno di

chi di fatto era senza parole. Qui l’ottica è

profondamente laica, è la visione di un uomo

di scienza aduso ad attenersi alle nostre ben

limitate capacità, e disposto a gettare lo scandaglio

nell’oscurità dei misteri, almeno quanto

basta per migliorar per gradi noi stessi e

le nostre condizioni. In fondo di questo si

occupa la scienza medica, un’applicazione

dell’intelletto umano che ha dato e continua

a dare risultati stupefacenti, che ha innalzato

i livelli di vita, che ne ha implementato la

qualità. Guai a inibire in ulisse virtù e conoscenza.

“Fatti non fummo a viver come bruti.”

Tanto capace da illuminare il futuro con

i barlumi del progresso, l’uomo è poi tanto

malvagio da causare i disastri più tremendi. Il

male esiste eccome, unde malum? A discapito

dell’idea, troppo rassicurante e in questo davvero

astratta, che le folle di tedeschi fossero

state trascinate senza colpa, le responsabilità

c’erano state eccome. Per niente c’eran stati

anche parecchi processi, a Norimberga. Il

difficile era entrare nella zona opaca dei molti

che non si erano opposti attivamente: ignavi,

e quindi comunque punibili, o complici

di fatto e di principio? Non si erano accorti?

Inutile dire del tremendo complesso che

i tedeschi si sono portati dietro per decenni,

forse la sola ragione della tentazione giustificazionista

di Papa Ratzinger.

Lo sdegno, il giudizio implacabile di chi non

la beve su argomenti così brucianti, affiora di

nuovo di fronte alle immagini raccapriccianti

che ci scorrono dinanzi agli occhi in una

gara al rialzo di orrore ingaggiata fra i conduttori

televisivi dei programmi d’attualità e

del video-giornale per l’audience. Il rischio

come contraccolpo è di averne solo un effetto

analgesico e calmante. Lo spettatore se

ne sta al riparo nel suo comodo guscio mentre

segue sullo schermo con disattenzione e

magari facendo dell’altro, le guerre in Iraq o

in Afgahnistan, ormai solo rumori di sfondo

nel nostro tranquillo attendere alle faccende

domestiche, come messe in scena, non più

eclatanti di tanti coup de théatre delle varie


pagina 23 n. 9 - MAggio 2010 AgorÀ

soap opera e fiction all’ordine del giorno. Abbondano

termini desunti dal lessico medico

in questo racconto che è un dialogo interiore

e con altri testimoni, con libri su cui l’autore

si è documentato nel corso di alcuni anni

di studio, con raccolte fotografiche, nel confronto

orale con amici coetanei superstiti in

una rinascita della memoria. Per quelli che

non vogliono morire, per mantenere vivo il

ricordo di chi non c’è più, per non lasciare

che svanisca la sofferenza, perché il sacrificio

non sprofondi nel nulla senza lasciare traccia.

Certo, sbotta quasi stizzito Valerio ad un

certo punto, eccome se hanno senso ancora

oggi le commemorazioni! Possibile che ci si

debba arrendere alla trasvalutazione dei valori,

al deperimento dei significati, rovesciati,

stravolti e seppelliti? Salviamoli, quei ricordi,

da un’oscura fine che li condannerebbe ad un

destino di assoluta vanità. E opponiamo resistenza,

levando alti i vessilli, al qualunquismo

dilagante, all’arroganza di un presente che

ormai sa solo essere attualità già pronta a un

veloce ricambio con la prossima notizia, più

sgargiante e nuova.

L’impulso a scrivere, e lo si sente scorrendo

le pagine con piacere incuriosito, proviene

da un’esigenza profonda di comprensione,

quella cioè di ricostruire un quadro ampio e

coerente in cui la memoria personale è fusa

e si armonizza con le testimonianze altrui.

Lo sguardo retrospettivo del testimone oculare

si fa in questo percorso, che è raffronto

puntuale e ragionato dei vari testi, capiente e

organico “pezzo di storia” sottraendo al loro

necessario isolamento e alla disgregazione i

singoli eventi che affiorano poco a poco nel

ricordo. In questa fatale disseminazione del

vissuto tanti coriandoli o frammenti si trovano

scomposti e sfilacciati dalla trama obbligata

nella successione temporale in cui

si verificarono. Si accendono come bagliori

improvvisi ora sbiaditi ora vivaci e ricchi di

dettagli quasi fosse ieri, e invece il tempo è

passato a decenni. E nello sforzo della rievocazione

come lampadine di una fiaccolata

le prime oscure apparizioni riescono e quasi

forzosamente sono riacciuffate dal magma

indistinto della immaginazione inconscia. Si

tirano dietro tutta una serie di altre immagini

vivissime che scorrono per bene in fila una ad

una come brave scolarette o balzano alla co-

...eccome se hanno senso ancora oggi le commemorazioni!

Possibile che ci si debba arrendere alla trasvalutazione dei

valori, al deperimento dei significati, rovesciati, stravolti e

seppelliti? Salviamoli, quei ricordi, da un’oscura fine che li

condannerebbe ad un destino di assoluta vanità...

scienza tutte insieme a grappolo come il mosso

e vaporoso scintillio di foglie argentee sul

ramo di un grande pioppo a primavera. Nello

spettacolare riattivarsi di tutta un’epoca della

vita, è quasi epidermica la freschezza del racconto,

l’immediatezza e la carnalità del vissuto

personale, il corredo dei profumi, il mare

spumeggiante in quella Marina così silente

senza auto né tranvai, ove altro non c’era se

non “noi e il mare”. Quasi percepiamo, nel

ricordo reso con capacità evocativa davvero

magistrale, l’odore della pastasciutta fumante

quando schizzavano giovanissimi i fratelli

Micheli Pellegrini, svelti fuori dall’acqua

all’agognato segnale dell’asciugamano scosso

alla finestra dalla madre. E non avendola vista

perché nati molto dopo, ci figuriamo con

facilità quale poteva essere quella Marina

non senza un certo rimpianto, o la Carrara

dei primi anni quaranta, un silenzio fragoroso

da cavare il fiato, solo rotto dal cigolio del

tram sulle rotaie lungo il viale XX Settembre,

o per il sibilo della pedalata svelta che conduceva

il nostro protagonista fino all’odierna

Piazza Menconi ammutolita sotto la canicola

d’inizio settembre, solo qualche anima a cercar

rifugio sotto alberi ombrosi, e l’azzurro là

da presso, tanto trasparente che lo si poteva

bere, nell’allucinatoria scena dell’8 settembre

1943, allo sbucare improvviso, dal lungomare,

di un carro-armato tedesco. un panzer

strabiliante sull’orizzonte tremulo dalla calura

ballava come un miraggio.

Solo in serata Badoglio avrebbe dichiarato

alla radio che ogni combattimento armato

contro gli alleati anglo-americani doveva

cessare, ma si sarebbe risposto a ogni ostilità

proveniente da qualunque altra parte. “Roba

da non credere!” pronuncia fra sé e sé l’universitario

già in camice bianco, una decisione

firmata dai rappresentanti del popolo senza

la minima premura di dar conto di motivazioni,

piani, conseguenze previste. La flotta

italiana lasciava La Spezia alla volta di Malta,

e le nostre posizioni militari alla Punta Bianca

cadevano nelle mani dei tedeschi. Immersi

nell’esistenza, davvero i singoli capivano

ben poco di quel che stava accadendo, anche

chi, come Valerio, si trovava in possesso del

lasciapassare per il suo servizio di “medico

praticante” reso all’Ospedale. una decisione

buttata là con una mezza frase sibillina getta-

va l’Italia nel caos di una guerra “che di civile

aveva ben poco”, soprattutto a seguito della

scappata dei Savoia a Brindisi, per errore di

valutazione, e della formazione a Salò di una

Repubblica che riorganizzava nuove squadre

di combattenti a fianco dei tedeschi e contro

gli italiani, anche contro i civili armati ad animare

la Resistenza. Impossessatisi di pezzi

d’artiglieria alla bell’e meglio s’istallarono sul

passo della foce a creare una prima opposizione

alle milizie germaniche, e alcuni valorosi

presto vi si aggiunsero, attruppandosi in

montagna.

Si profila pagina dopo pagina, episodio dopo

episodio, l’affresco singolare di un periodo

storico che ebbe uno sviluppo del tutto

atipico nel carrarese, in un territorio chiuso

nella stretta micidiale della sua conformazione

geografica, su due lati la catena montana

delle Apuane e il mare, distante solo 7

kilometri, sugli altri due cinto da un fiume

al sud e ora al nord si erigeva alla bisogna la

linea gotica. Dal greco ràptein, che significa

cucire, una linea a guisa di cucitura separa e

divide in due parti un corpo organico unico

come quella cucitura che identifica una destra

e una sinistra nella zona anatomica dello

scroto. Per deformazione professionale da

chirurgo all’autore il muraglione non poteva

che apparire come un rafe insanguinato, issato

col sudore del lavoro forzato a dividere

genti sorelle. A delimitare questo territorio in

una morsa. Detto altrimenti, questa zona era

presa nel razzaglio, la rete circolare con cui il

pescatore stringendo la corda, agguanta e tiene

prigioniero tutto quando vi cada dentro,

abitanti come pesci presi all’amo o come topi

in gabbia, secondo il motto drastico e impietoso:

o libertà o morte.

Nel contesto del carrarese dunque con Valerio

ci appare del tutto fuori luogo la definizione

di una “zona grigia” a significare una parte

cospicua della popolazione che si sarebbe

mantenuta equidistante dal tedesco come dal

partigiano, solo curante della sua gretta e indolente

sopravvivenza. La sua peculiarità ambientale

ha scatenato nel carrarese l’urgenza,

il grido d’allarme, lo spontaneo e contagioso

risveglio delle coscienze.

Nel racconto accorato del medico in guerra,

uno ad uno vengono chiamati gli individui,

o interpellati a catena come nel


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Le nostre radici

IL RAFE

INSANGuINATO

gioco del telefono senza fili, o per il subitaneo

attaccamento al proprio destino che

nell’essere orizzonte temporale incombente e

personalissimo, poiché per ciascuno è in gioco

la vita, è già presa di coscienza di un destino

comune, e quindi pronta reazione, unione

delle forze, solidarietà.

Campeggia fra tutte la rivolta delle donne nel

luglio 1944, che rifiutarono l’ordine di sfollare

sopportando in sommossa la minaccia della

fucilazione imminente, e per precauzione

qualcuna si era fatta dare al pronto soccorso

garze e bendature in grande abbondanza.

Come ebbero a comprendere in maniera sin

troppo eclatante Sartre e la de Beauvoir nella

Parigi occupata dai tedeschi, genti ignare

e inermi si ritrovarono catapultate sul palcoscenico

della storia, nessuno più ebbe facoltà

o desiderio di chiamarsene fuori, nessuno

poté starsene in disparte. In questi frangenti,

ciascuno provvede secondo le sue capacità.

Per vocazione, per dovere professionale o

per un misto di entrambi, un medico come

Valerio o un prete come il Don Tonarelli di

Forno scelsero ciascuno il proprio abito, o il

camice, per un’intima propensione alla cura e

alla dedizione, chi delle anime, chi dei corpi.

E per una naturale modestia l’autore qui si

nasconde dietro quanti egli considera i veri

eroi, i combattenti in armi che han messo a

rischio la vita mille volte per salvare la vita

altrui, Vinci Nicodemi, Memo Brucellaria,

Nardo Dunchi per fare solo qualche nome.

Ma a dire il vero neanche l’Ospedale risparmiarono

i bombardamenti, scagliati dagli

aerei, o direttamente dagli avamposti nemici

istallati a Punta Bianca.

Per concludere sulla questione che ponevo

all’inizio, sulla visione astratta e ottimistica

della storia e sul suo critico più tagliente,

Voltaire, non dobbiamo adattarci a “coltivare

ciascuno il suo giardino” come se ci si dovesse

rinchiudere ciascuno nella propria angusta

singolarità, ma comprendere a pieno cosa significa

questa esortazione. Bisogna armarsi di

santa pazienza e lavorare sodo, farla finita con

i massimi sistemi, e concorrere, con impegno

costante e ostinato, e quindi con grande determinazione,

al progresso delle conoscenze

e delle tecnologie per opporre resistenza a

un’indubbia presenza del male in terra.

...Bisogna armarsi di santa pazienza e lavorare

sodo, farla finita con i massimi sistemi, e

concorrere, con impegno costante e ostinato, e

quindi con grande determinazione, al progresso

delle conoscenze e delle tecnologie per opporre

resistenza a un’indubbia presenza del male in terra

Prof. Dr. Valerio C. A. Micheli-Pellegrini M. D.

Graduate University Medical School of Pisa (Italy)

TITOLI E QUALIFIChE PROFESSIONALI

Specialist E.N.T. Florence University Clinic Board of Otolaryngology

Emeritus Director Division ENT-Maxillo-Facial Surgery hospital Carrara

honorary membership of the Italian Soc. Plastic Reconstr. Aesthetic Surgery

honorary membership of the Italian Soc. E.N.T.

honorary membership of the Italian Soc. of Maxillo-Facial Surgery

Established University lecturer in the E.N.T. Clinic of Florence

honorary membership of the Association Française des Chirurgiens Maxillo-Faciaux

Formerly honorary membership of the “Isambert Club” de France

Emeritus membership of the American Academy of Facial Plast. and Reconstr. Surgery

honorary membership of the European Academy of Facial Surgery

Teaching lecturer of Maxillo-Facial-Plastic Surgery in the E.N.T. School Siena

University

Formerly teaching lecturer of Plastic Surgery in the General Surgery school Siena

University

honorary membership of the “Accademia Medicea” of Florence

Membership of the NYAS - New York Academy of Sciences

Formerly E.N.T. Consultant for the American Consulate of Florence

honorary membership of the ISAPS (International Society Aesth. Plast. Surg.)

Migliorare poco a poco le nostre condizioni

di esseri creati nel limite della finitezza e nella

continua e inesorabile esposizione al dolore.

Lavorare anche, con sacra, illuminata e fiera

sopportazione del carico, al progresso di quei

sofisticatissimi saperi pratici e operativi cioè

operatòri, che voglion far dimenticare quanta

scienza, quanta ricerca pura, dà sicurezza

all’operare sapiente e svelto della mano.

L’ottica dello scienziato umanista si radica

nella consapevolezza dei limiti delle capacità

dell’uomo, nella sua finitezza. Proprio entro

questi limiti ha imparato a strappare alla natura

i suoi segreti, tesaurizzando ogni minima

scoperta, minuto per minuto, con lavoro certosino,

per accantonare a titolo di patrimonio

collettivo dell’umanità, ogni singola acquisizione,

anche la meno importante, nei campi

delle scienze e delle arti.

La diffidenza del chirurgo verso le speculazioni

troppo slegate dalla vicenda umana,

per le visioni astratte, si chiarisce dunque alla

luce delle qualità naturali del suo carattere,

la pronta intelligenza, che vediamo in azione

d’un balzo in sella di filata da Monterosso al

crocicchio della centrale di Avenza in due pedalate

dinanzi alla casa dal bel giardino odoroso

di fiori a convincere quel passo di tacchi

chiodati spuntato dalle scuole e incaricato di

demolire ogni ostacolo alla vista mare, dalla

ferrovia in giù, che quella era l’abitazione di

un importante dottore, Mario Vatteroni, da

cui dipendeva l’unico presidio medico attivo

nel raggio di parecchi chilometri. Nella consapevolezza,

tutta umana, che ogni dolore,

anche il più insignificante, deve essere lenito.

Francesca Alix Nicòli

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