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iberEtà

ANNO 61°

NUMERO 12

DICEMBRE

2011

INCHIESTA / OPERAZIONE VERITÀ SU SPREAD E DEBITO PUBBLICO

IL NOSTRO TEMPO

È ADESSO. PER USCIRE

DALLA CRISI SERVE

UN NUOVO PIANO

DEL LAVORO E UN PATTO

TRA LE GENERAZIONI

RIPRENDIAMOCI

IL FUTURO


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MEMORIA

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CON MOLTO DI PIÙ

LiberEtà

La rivista che

informa la famiglia


(Immagine Redesign)

numero 12

dicembre 2011

DICEMBRE

2011

10 Copertina

Per uscire dalla crisi

un nuovo piano del lavoro

e un patto tra le generazioni

14 Primo piano

Missone possibile

Salvare l’Italia

Il programma del

nuovo governo

L’eredità Tremonti

22 Inchiesta

Operazione verità

sul debito pubblico

Chi fa salire lo spread

28 Album LiberEtà

Il 28 ottobre con lo Spi

Piazza dell’unità

tra le generazioni

32 Reportage

Indignati a New York

Natale a Zuccotti Park

36 Reportage

L’altra Tunisia

Profumo di gelsomino

40 Pagine della memoria

La prima camera del lavoro

46 Il nostro tempo

Ferruccio Parri

Il leggendario Maurizio

65 Pagine utili

Guida al lavoro:

il colloquio per l’assunzione

Dizionario della previdenza:

la pensione di anzianità

Guida all’acquisto:

telefono e non solo

73 Salute & benessere

In caso di influenza

La frattura del femore

Alzheimer: le terapie

Anziani attivi

81 Pagine blu

Aureliano Amadei

Mica siamo l’America

87 Il piacere di leggere

Pinocchio, il re delle favole

92 Voglia di scrivere

Poesie: addio al 150esimo

A scuola di autobiografia

SOMMARIO

10 28

32

101

Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale basato sulla fiducia

tra i cittadini e il governo e tra questa generazione e quella futura.

Joseph Stiglitz

LIBERETÀ Dicembre 2011 1


QUESTO NUMERO

ANTEPRIMA > L’AGENDA DEL PAESE

{

di Carla Cantone segretario generale Spi Cgil

Prima di tutto

l’equità

Andiamo in stampa subito

dopo le dimissioni di

Berlusconi. Appena il tempo di

festeggiare con un brindisi un

evento tanto atteso e già ci

troviamo un nuovo governo

presieduto dal professor Mario

Monti, e un’agenda di

provvedimenti da far tremare i

polsi. L’esordio del nuovo

premier ci ha ben

impressionato soprattutto per

la serietà, lo stile pacato, la

competenza e la credibilità che

ha riscosso all’estero. L’Italia

recupera, grazie soprattutto al

presidente Giorgio Napolitano,

tutte le qualità che aveva

sperperato negli ultimi anni e

che sono indispensabili per

reggere la nuova era dei

mercati globalizzati.

Bene Monti, dunque. E bene per

quei tre sostantivi evocati nel

suo programma: rigore, crescita

ed equità. Avremmo certo

preferito che fossero disposti

nel seguente ordine: crescita,

equità e rigore. Ma va bene lo

stesso. Purché siano declinati

insieme e non in due o tre

tempi. Purtroppo l’eredità che ci

lascia il vecchio governo è

drammatica. Ma la missione

affidata a Monti (salvare

l’Italia) non è impossibile.

Bisogna però ripartire i sacrifici

cominciando dall’alto e non,

come prima, solo dal basso.

2 LIBERETÀ Dicembre 2011

Le nostre proposte

Fino a oggi il tema delle

pensioni è stato trattato

solo ed esclusivamente

in termini strumentali

e politici. Tutto questo ha portato

alla costruzione di colossali

bugie che hanno contribuito

alla mistificazione della

realtà e a disegnare in modo

profondamente errato il sistema

previdenziale italiano.

Si è detto, infatti, che non fosse

sostenibile, che si va in pensione

prima che in ogni altro

paese e che i pensionati rubano

il futuro ai giovani, alimentando

un inutile quanto

ingiusto scontro generazionale

che non ha davvero alcuna

ragione di esistere.

Nel suo discorso programmatico

il presidente del Consiglio,

Mario Monti, ha invece

contribuito a ripristinare una

verità storica che per diciassette

anni è stata nascosta e occultata

da chi ci ha governato.

Il sistema previdenziale italiano

funziona e la nostra età

pensionabile non solo è in linea

con l’Unione europea ma

è addirittura superiore a quella

di molti paesi, come la Francia

e la Germania.

A queste dichiarazioni, che ci

hanno positivamente colpito,

il presidente del Consiglio ha

poi accompagnato l’annuncio

di voler intervenire per riformare

le pensioni. Lo ha detto

senza entrare troppo nel merito,

ma delineando un metodo

basato su un confronto con le

parti sociali dal quale non intendiamo

in nessuna misura

sottrarci e al quale vogliamo

portare il nostro contributo di

idee e di proposte.

È nostra opinione che occorra

lavorare a monte del sistema

pensionistico e che il primo

intervento da mettere in

campo debba riguardare il lavoro

e la crescita perché senza

una certezza retributiva non

vi sarà alcuna certezza contributiva.

Pensioni e lavoro vanno, quindi,

di pari passo e non possono

essere temi slegati se non

si vuole costringere una generazione

di giovani ad avere

come unica prospettiva quella

di una pensione da fame.

Occorre, pertanto, farla finita

con il continuo ricorso al lavoro

nero e precario e con l’idea

che i licenziamenti facili

e senza giusta causa risolvano

il problema della crescita

del paese.

Se si vuole quindi mettere mano

ai privilegi presenti nel nostro

sistema previdenziale, si

cominci con l’eliminare quelli

che riguardano la classe po-

(segue a pag.4)


LE STORIE DI BOBO

LIBERETÀ Dicembre 2011 3


HANNO DETTO

ANTEPRIMA > L’AGENDA DEL PAESE

litica, i manager, i dirigenti

e tutti quelli che hanno un’elevata

retribuzione da lavoro

e da pensione. Le risorse

recuperate dovrebbero poi

essere destinate a creare un

fondo nazionale per l’occupazione

dei giovani. Occorre,

inoltre, intervenire sulle

vergognose anomalie che esistono

tra il fondo pensionistico

dei lavoratori dipendenti

(che è in attivo) e quello dei

manager e dei dirigenti clamorosamente

in passivo.

L’esigenza di recuperare risorse

deve essere colmata con

altri interventi, che non tocchino

chi è più debole e più

povero, ma che colpiscano

finalmente chi è ricco e chi

non ha ancora mai pagato. È

per questo che sosteniamo

l’esigenza dell’introduzione

di una patrimoniale e di una

A proposito di pensioni

«È molto agevole trovare la posizione del Pd sulle pensioni. Noi consideriamo

un’area flessibile di uscita dal lavoro tra i 62 e i 70 anni con meccanismi di

incentivazione e disincentivazione. Tutto quello che si ricava da questa flessibilità

deve essere portato a sostegno della previdenza dei giovani. Questa è

la posizione del Pd. Siamo in attesa di capire come potrà essere definito l’intervento

del governo e siamo pronti a discutere secondo questo criterio in Parlamento. Non pretendiamo

che questo governo faccia il 100 per cento di quello che faremmo noi, però le nostre idee saranno

al confronto nella sede parlamentare. Ho apprezzato che il presidente del Consiglio, Mario

Monti, abbia inteso riaprire un confronto con le forze sociali sulla base dell’accordo del 28 giugno

dopo anni durante i quali si è puntato sulla divisione. Io mi aspetto che questioni come queste vengano

affrontate e impostate nel dialogo sociale».

Pier Luigi Bersani, “Baobab”, Radio 1

4 LIBERETÀ Dicembre 2011

lotta senza quartiere all’evasione

fiscale e a ogni forma

di illegalità.

Non è più rinviabile, inoltre,

un intervento che tuteli concretamente

il potere d’acquisto

delle pensioni mediobasse,

che è sceso di oltre il

30 per cento negli ultimi quindici

anni. Anche per queste

ragioni è urgente una riforma

fiscale che abbia il chiaro

segno dell’equità e della

giustizia sociale.

Sul tema dell’età del pensionamento,

invece, se è proprio

necessario introdurre

delle modifiche, la strada da

seguire potrebbe essere quella

di un sistema incentivante

e flessibile. Altra cosa è

quella delle pensioni di anzianità.

È impensabile intervenire

su tutti quei lavoratori

che hanno alle spalle

41 anni di lavoro, su quelli

che sono entrati in fabbrica

a 14 anni e su quelli che

svolgono attività usuranti,

faticose e di delicata responsabilità.

Cancellare queste

anzianità sarebbe una

grave ingiustizia.

Quello che proponiamo può

garantire un paese sempre

più equo, equilibrato e più

giusto, che non sia soltanto

dei ricchi e dei potenti

ma in grado di dare risposte

a tutti quelli che dal governo

Berlusconi di risposte

non ne hanno mai avute.

Dobbiamo lasciarci indietro

una stagione penosa

in cui il privilegio e il beneficio

di pochi hanno sempre

prevalso sull’interesse

e sulle stringenti necessità

della collettività.

Carla Cantone


FOTO DEL MESE

«L’ottimismo come ideologia, la vita esagerata, fra residenze private trasformate in

sedi pubbliche, e ruoli pubblici usati a fini privati. Fra leader del mondo e ragazzine

disponibili. Sotto gli occhi di tutti. Come un fogliettone senza fine. In tempo di crisi

tutto questo è divenuto insopportabile alla gente comune» . Ilvo Diamanti

Allelujah brava gente italiana

di Paolo Serventi Longhi

Èpossibile esprimere tutta la

soddisfazione possibile per la caduta di

Berlusconi senza essere tacciati di

essere estremisti e nemici di una

indispensabile solidarietà nazionale? Beh, per

quanto ci riguarda, abbiamo gioito nel vedere

il nostro salire al colle per rassegnare le

dimissioni. E ci sono piaciute le immagini

delle migliaia di persone che si sono riversate

nelle strade di Roma, al Quirinale e davanti a

Montecitorio, ma anche di tante altre città

italiane. Gente di ogni età, giovani, donne,

anziani, con in mano cartelli improvvisati e

molte bandiere italiane (abbiamo anche visto

due bandiere della Sardegna, bravi!). Volti

felici, ironici, battute sferzanti anche. Dopo

17 anni (con poche insignificanti interruzioni)

di populismo e di demagogia cialtroni, di

insulti alla dignità e alla credibilità

internazionale del nostro paese, di amoralità

conclamata, gli italiani avevano diritto a

Brindisi in

piazza

del Quirinale la

sera del 12

novembre quando

Silvio Berlusconi

si è recato dal

capo dello Stato

per rassegnare le

dimissioni.

(Foto di Pierpaolo

Scavuzzo/Agf)

festeggiare. Così è stato, alla faccia di chi se

ne è adontato per poi lamentarsi della caduta

delle passioni per la politica e della

democrazia. I cittadini non hanno scranni

parlamentari o microfoni radiotelevisivi per

esprimere la loro opinione, la loro protesta

civile. Il premier e i signori del governo

uscente hanno tentato di distruggere l’Italia

per fare i loro affari, che diamine!

Facciamo anche noi gli auguri al professor

Monti, di cui già apprezziamo lo stile e il

garbo. Le sue prime parole ci sono piaciute.

Adesso faccia seguire misure fiscali che

facciano pagare i costi della crisi a chi

possiede maggiori risorse, una politica per

l’occupazione stabile dei giovani e delle

donne, la difesa dei diritti dei lavoratori e dei

pensionati. Ci vuole subito una politica

diversa, che affronti l’emergenza, e poi tutti

alle urne, per eleggere un nuovo Parlamento,

per costruire un futuro migliore.

LIBERETÀ Dicembre 2011 5


MOSAICO

di Tonio

Dell’Olio

www.mosaico

dipace.it

ANTEPRIMA > IL GIORNALE LO FATE VOI

Salviamo il museo di Sant’Anna di Stazzema

La decisione dell’ex ministero dei Beni e delle attività culturali di tagliare

i fondi per il museo di Sant’Anna di Stazzema che porterà alla

chiusura di questa struttura, è di una gravità inaudita e priva il nostro

paese di un patrimonio dal valore inestimabile. Il governo vuole

così cancellare una pagina drammatica della nostra storia e rimuovere dalle coscienze un simbolo

della barbarie nazista e del sacrificio di chi ha combattuto per consegnarci un’Italia democratica,

libera e antifascista. È un atto ignobile che non possiamo accettare perché riteniamo

che luoghi come questo siano fondamentali non solo per dare il giusto tributo a chi ha pagato

con la propria vita la Resistenza e la lotta per la Liberazione ma anche e soprattutto per

spiegare ai giovani cosa è successo durante l’occupazione nazista perché non possa ripetersi

mai più. LiberEtà aderisce all’appello lanciato dall’Anpi nazionale impegnandosi a fornire il proprio

supporto affinché il museo di Sant’Anna di Stazzema possa continuare a vivere e a svolgere

la sua funzione di presidio di democrazia e di libertà.

Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri

dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque

è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o

giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione..

Pietro Calamandrei, Discorso ai giovani, 1955

Italiani a tutti gli effetti

Ormai è normale incontrare sull’autobus

o nella fila della posta

o per strada un giovane di carnagione

scura che parla con inflessioni

dialettali. Oppure uno dagli occhi a

mandorla che tifa per la nazionale o è

impegnato nella politica locale. Un arabo,

un africano, un bengalese che scopri

italiano. Anzi, scopri che non è mai

stato né arabo né africano e né bengalese

e che forse non ha mai visitato

quei luoghi. Sono le seconde generazioni.

Italiani a 360 gradi. “L’Italia sono

anch’io” (www.litaliasonoanchio.it) è la

campagna nazionale promossa da 19

organizzazioni della società civile che

chiede una legge affinché «i bambini

nati in Italia da genitori stranieri regolari

possano essere cittadini italiani e

una nuova norma che permetta il diritto

elettorale amministrativo ai lavoratori

regolarmente presenti in Italia da

cinque anni». Per raggiungere questo

scopo, il comitato promotore si impegna

a raccogliere cinquantamila firme

entro la fine di febbraio 2012 e presentare

una legge di iniziativa popolare.

Sarebbe un segno di civiltà. La presa

d’atto giuridica di una situazione di

fatto. Per aderire, firmare e attivarsi (materiali,

contatti ed eventi) basta visitare

il sito web.

DI PACE «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra


scriviamoci

Il filo

dei sogni

di Lidia Campagnano

Il corpo del povero cadrebbe in pezzi

se non fosse legato ben stretto

dal filo dei sogni: parola di un anonimo

poeta indiano citato da Tonino

Guerra, mi ha detto una pensionata in

piazza del Popolo, a Roma, il mese

scorso. Lo Spi di Bologna in piazza

è arrivato così, con una poesia che tutti

e tutte si portavano addosso. E che

piaceva a molti che bolognesi non erano

ma cercavano quel pezzo di carta

da indossare. Quel pezzo di dignità,

o di coraggio, o di cultura raffinata,

o di proposta, sì, di proposta, per affrontare

il tempo della crisi o meglio,

per fugare la paura dei provvedimenti

anticrisi, quelli italiani ma anche

quelli europei.

Questo mi ha detto la piazza dello Spi

quel giorno, e quello slogan poetico.

E ce n’era bisogno, di un messaggio

così lussuoso com’è lussuosa la poesia,

perché pensare a come vivere nel

mezzo di una crisi così grave non può

significare solo risparmi, rinunce, tristezza,

preoccupazione e collera. Dev’essere

anche un esercizio, una pratica,

una regola di solidarietà, da un

lato, e di arricchimento culturale, dall’altro.

Insomma, io penso che dobbiamo

legarci tutti insieme, ben stretti,

«con il filo dei sogni». E non è come

dirlo, bisogna inventare i modi,

come hanno fatto i bolognesi quel

giorno. Dobbiamo trovare il tempo

ogni giorno per cercare i nostri fili dei

sogni e scambiarceli, e dobbiamo avere

luoghi nei quali incontrarci per metterli

al sicuro e per arricchire il nostro

patrimonio di sogni: sogni di esseri

umani diversi da quelli che stanno

dando spettacolo, sogni poetici di

desideri più importanti di quelli dei

banchieri. I fili dei sogni non sono fatti

solo di parole, dovremmo insegnarci

a vicenda le nostre arti di vivere, di

costruire, di abbellire, di coltivare…

Dobbiamo farci una civiltà rifugio,

dove non soffi il vento mortuario dell’economia

dei ricchi, dove non arrivino

quelli che chiamano gli umori

dei mercati… Perché dei mercati nel

frattempo si parla senza vergogna come

se fossero persone antipatiche e

di cattivo umore.

E per continuare con le metafore poetiche,

con quei fili possiamo fare un

bel tessuto, forte e multicolore, con il

quale, come in un’antica fiaba cinese

(protagonista una donna molto povera

che tesseva e ricamava) ricoprire

il territorio nel quale viviamo, e

cambiarlo.

«Il corpo del povero cadrebbe subito in pezzi se non fosse legato

ben stretto dal filo dei sogni».

Anonimo poeta indiano

LIBERETÀ Dicembre 2011 7


LETTERA FOTO DI GRUPPO

ANTEPRIMA > IL GIORNALE LO FATE VOI

«Se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, ne

sceglierei una che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e

dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia

del pensiero». Primo Levi

8 LIBERETÀ Dicembre 2011

Undicesima edizione dell’Anziano si racconta

Prende il via l’undicesima edizione

dell’Anziano si racconta.

Si tratta di una manifestazione

ricreativa culturale, perché per l’anziano

dopo anni di lavoro, scoprirsi artista

è come tornare a sentirsi parte attiva

nella vita di tutti i giorni. Ognuno

di noi, infatti, porta nel cuore, poesia,

storie, racconti della propria vita, della

propria terra. Questo è esprimere la

vena artistica che abbiamo dentro. Il

significato dell’iniziativa si ispira a un

verso scritto da un grande della letteratura,

Carlo Levi, il quale diceva che

«il futuro ha un cuore antico».

Navacchio

Comune di Cecina.

I volontari dello Spi,

che con una

sottoscrizione di

1.300 euro hanno

finanziato l’acquisto

della panchina

tricolore,

festeggiano in

occasione della

giornata della

solidarietà con una

bella foto di gruppo

scattata durante

l’iniziativa che ha

avuto molto

successo in paese.

L’Anziano si racconta vuole recuperare,

attraverso i racconti dei nonni e dei pensionati,

la memoria storica per avvicinare

le nuove generazioni alla realtà del

passato. Le precedenti edizioni hanno

riscosso un buon successo. Sull’onda

di questo risultato chiediamo a tutti di

«raccontarsi o aiutare un nipote a trasferire

in un racconto, le proprie esperienze,

i ricordi più espressivi». Il concorso

scade il 31 gennaio 2012. Il regolamento

e la scheda di partecipazione

sono reperibili nel sito della Cgil Marche:

www.marche.cgil.it/ascoli/spi.

Marco Morganti, Spi Cgil Ascoli Piceno


A video spento

LA RAI CHE VOGLIAMO

di Antonio Zollo

«La storia e il prestigio della Rai meritano un colpo d’ala» Sergio Zavoli, presidente della

commissione di vigilanza. «Berlusconi ha fatto la sua fortuna in un settore regolato come la

Tv, e regolato a suo vantaggio» Massimo Mucchetti, Corriere della sera

Fino a quando non ha

annusato prontamente il

precipitare improvviso della

situazione (dimissioni di

Berlusconi) e ha avviato, motu

proprio, un inizio di processo di

deberlusconizzazione, la Rai ha

continuato a procurarsi (e a

procurarci) inspiegabili

mutilazioni. Come la sottrazione di

spazi a Rainews24: non c’è al

mondo, oggi, azienda Tv che non

investa, viceversa, sui suoi canali

all news (informazione continua,

24 ore su 24). Mentre resta

inspiegata la soppressione di quel

gioiellino che era Passepartout, il

programma domenicale di Philippe

Daverio. Ma non basta che ora

viale Mazzini, fiutato il vento,

corregga un po’ la rotta e recuperi

qualche fettina di pluralismo,

smussando l’accanimento con il

quale ha preso di mira le parti e i

programmi dell’azienda che tuttora

ne giustificano il ruolo di servizio

pubblico. Se davvero il paese

dovesse voltare pagina, non ci si

potrà limitare o accontentare del

solito spoil system che segue a ogni

cambiamento di governo. Se,

privato della ultratrentennale tutela

politica di cui ha goduto, il sistema

Tv berlusconiano dovesse

incrinarsi per sua intrinseca

debolezza, dovrebbe essere

obiettivo ineludibile di chi si

troverà a reggere le sorti del paese,

ridisegnare finalmente le regole di

un sistema Tv industrialmente

robusto, competitivo e pluralista. E

costruire, in questo nuovo contesto,

un progetto di servizio pubblico

(Rai) in grado di cogliere le

opportunità del cambiamento e di

avere quel colpo d’ala auspicato da

Sergio Zavoli. Una Rai rinnovata

nei vertici e nella governance,

disinquinata dai servilismi e dalle

pavide ipocrisie, che tiri fuori il

meglio di sé (e ne ha tanto,

ancorché sprecato); che recuperi

anch’essa – come la politica, nella

quale si specchia e della quale è

specchio – credibilità,

autorevolezza, sobrietà, eleganza;

ricchezza e pluralità di contenuti,

idee, opinioni; la massima

completezza di informazione:

insomma, la sua missione, per la

quale valga la pena di pagare il

canone.

«Le scelte del vertice aziendale mettono sempre più a rischio la sopravvivenza

della Rai. Non c’è più tempo da perdere. Ci appelliamo

ai cittadini e alle istituzioni: bisogna fermare lo smantellamento del

servizio pubblico radiotelevisivo. ». Carlo Verna, Usigrai

LiberEtà

Mensile del Sindacato

pensionati italiani

della Cgil

Anno 61° n. 12

dicembre 2011

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Registrazione Tribunale

di Roma n. 1913

del 5 gennaio 1951

Numero chiuso in tipografia

24 novembre 2011

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LIBERETÀ Dicembre 2011 9


COPERTINA > USCIRE DALLA CRISI

(Foto Ravagli)

10 LIBERETÀ Dicembre 2011

Ricostruire

IL LAVORO

La creazione di nuovi posti di lavoro

deve essere l’obiettivo

numero uno

La Cgil rilancia la sua ricetta per uscire dalla crisi. Il 3

dicembre la Confederazione riunisce in assemblea quindicimila

delegati provenienti da tutte le regioni ed espressione

di tutte le categorie.

La caduta del governo di centrodestra è un punto di svolta

importante. I tecnici però si devono aprire alla società

e trovare il modo di rimettere in piedi l’economia

di Bruno Ugolini

Lavoro e basta, lavoro senza aggettivi.

È il titolo scarno, essenziale,

scelto dalla Cgil per l’assemblea

straordinaria convocata per il 3 dicembre

a Roma, con la partecipazione di quindicimila

delegati. Un modo per far pesare

la voce di chi ha un ruolo fondamentale

nel far uscire l’Italia dalle secche della

crisi. E che intende giocare tale ruolo da

protagonista consapevole e non da semplice

portatore di sacrifici.

Tutti parlano oggi di capitale finanziario,

ma pochi parlano di capitale umano. Quel

capitale che è stato in questi ultimi anni

frammentato, spesso distrutto non da un

destino cieco e non solo da una globa-

lizzazione lasciata andare allo sbaraglio,

ma soprattutto da un governo permeato

di intenti antilavoro (oltre che anti Cgil).

Oggi si tratta di ricostruire, appunto, quel

“capitale”, partendo dalle prime enunciazioni

avanzate dal governo presieduto

da Mario Monti e che comportano, come

ha sottolineato Susanna Camusso,

«una inversione di tendenza».

Non sarà facile. Le cifre del disastro non

fanno solo riferimento all’altalena dello

spread. I dati parlano di oltre otto milioni

di donne e uomini “sofferenti” e tra essi

primeggiano i giovani: tre milioni e

mezzo di disoccupati, tre milioni di precari,

mezzo milione in cassa integrazio-


(Ilustrazione Red)

ne, un numero incalcolabile nelle strettoie

del lavoro nero.

Troppe macerie in giro

Il panorama che abbiamo sotto gli occhi

è disseminato di macerie. Come se uscissimo

da un’altra guerra. Con uno stretto

rapporto tra i due “capitali” (umano ed

economico). Ora in Italia l’attesa è per

quanto farà il nuovo governo e per le speranze

suscitate da quella parola “equità”

così ripetutamente scandita. I lavoratori

italiani hanno assistito al passaggio di

consegne comprendendo che il momento

è grave e che la coraggiosa scommessa,

guidata in particolare dal presidente

Giorgio Napolitano, è di una delicatezza

estrema. Può infrangersi da un momento

all’altro con gravi danni soprattutto per

i soggetti sociali più deboli. Per questo

non è l’ora di una precipitata campagna

elettorale, come vorrebbero i pasdaran

del centrodestra. È il tempo di un confronto

serio, argomentato.

Occorre saper convincere gli interlocutori

che non basta ricercare i sacrifici pur

necessari, ma che bisogna davvero tradurre

in scelte precise quel vocabolo “equità”.

Per poter così salvaguardare e valorizzare

il “capitale umano” così bistrattato

in questi anni.

Quello che è diventato ormai un pianeta

LIBERETÀ Dicembre 2011 11


COPERTINA > USCIRE DALLA CRISI

12 LIBERETÀ Dicembre 2011

di precari ha bisogno, per essere espugnato,

di tempo e di un progetto complessivo,

non improvvisato. L’ultima indagine

promossa dall’Ires Cgil, con le ricerche

di Giovanna Altieri e Patrizio Di

Nicola, ha dimostrato come la maggioranza

di coloro che sono inquadrati in

contratti a progetto o a tempo, o a somministrazione,

non “transitano” verso situazioni

stabili. Inoltre una grande parte

di loro ha abbandonato la giovinezza, essendo

composta da ultraquarantenni.

I danni che questo comporta per l’economia

sono sotto gli occhi di tutti perché

un lavoro dai contenuti traballanti, insicuri,

“poveri”, finisce con l’essere connesso

a prodotti di scarsa qualità, poco

competitivi, non vendibili sui mercati.

Alcune misure di cui si è discusso, e che

sono evocate nella famosa lettera di intenti

del precedente governo all’Europa,

rischiano solo di umiliare e dividere il

mondo del lavoro, non di aiutare una ri-

Come ai tempi del piano del lavoro

presa qualitativa dei processi produttivi.

È il caso di alcune soluzioni prospettate

per esempio per i precari, con i punti interrogativi

suscitati dalla proposta Ichino

di rendere tutti i posti di lavoro “fissi”

e nello stesso tempo precari. Senza

ancora la chiarezza necessaria circa il possibile

seppellimento di tutte le oltre quaranta

forme contrattuali vigenti. Nonché

di un provvedimento unico comprendente

anche ammortizzatori sociali.

Un eguale discorso potrebbe essere fatto

sul capitolo pensioni dove potrebbe essere

prioritaria la necessità di assicurare

una pensione a chi oggi, come i precari,

non è in grado di assicurarsi una vecchiaia

stabile, dopo una vita instabile, attraverso

i contributi necessari.

Questo come molti altri sono temi che

troveranno spazio nell’assemblea dei delegati

della Cgil del 3 dicembre. Con la

consapevolezza, crediamo, che si possa

operare un salto di qualità e aprire una

fase nuova.

È UTILE RICORDARE come in altre occasioni analoghe a quella che stiamo

vivendo, la Cgil seppe affrontare con indicazioni e proposte una situazione di

grave crisi, con un paese che aveva bisogno di una ricostruzione. Così per

esempio al congresso confederale a Genova nel 1949 Giuseppe Di Vittorio

presentò un PIANO DEL LAVORO. Ebbe modo di osservare, tra l’altro, come «i

lavoratori di fronte a un’azione diretta a promuovere la rinascita economica e

civile dell’Italia, e pur trovandosi nelle condizioni che sappiamo, pur essendo

essi i più sacrificati della società, sono giunti oggi nel nostro paese a un grado

di maturità tale, a un grado di sensibilità così elevata verso gli interessi generali

della società nazionale, che questi lavoratori, pur soffrendo, sono disposti ad

accollarsi un sacrificio supplementare per portare un proprio contributo al successo del piano lanciato

dalla Cgil». Anche se DI VITTORIO precisava poi come tale piano richiedesse «uno sforzo da parte di

tutti i cittadini proporzionale alle loro possibilità e quindi uno sforzo più elevato da coloro che hanno

accumulato maggiori ricchezze». Concetti, parole che possono essere utili anche oggi. Perché anche

oggi avremmo bisogno di «un nuovo risorgimento economico» nonché «dell’entusiasmo e della volontà

attiva delle masse popolari» e «di un governo che sappia mobilitare questo entusiasmo creatore delle

masse popolari».

Bruno Ugolini


L’altra copertina

www.libereta.it

ON LINE L’ASSEMBLEA

DEI DELEGATI DELLA CGIL

DEL 3 DICEMBRE

Da un mese LiberEtà è in rete.

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LiberEtà

La rivista che

informa la famiglia


VISTO DA > RO MARCENARO

14 LIBERETÀ Dicembre 2011


MISSIONE POSSIBILE

SALVARE L’ITALIA

Il nuovo governo tecnico presieduto dal professor Mario Monti risponde a un preciso mandato del

presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: salvare l’Italia dal disastro economico, consolidare

i conti pubblici, avviare la crescita e recuperare la fiducia degli investitori e delle istituzioni europee

Il governo Monti deve salvare l’Italia dal precipizio

finanziario. Ma per adempiere a questa

missione possibile deve prima di tutto

spazzare via le macerie prodotte da chi l’ha preceduto.

Macerie istituzionali, economiche, politiche,

morali, giuridiche, di costume. Va mandato

tutto al macero. Piazza pulita del populismo

becero, dell’ignoranza, dell’ideologia della

divisione, della sopraffazione, del sessismo

fobico e altro ancora. Dopo tanto strepitare, dopo

la volgarità al potere, il disgusto quotidiano

e lo strepito da caravanserraglio nel cuore dello

Stato, la normalità di Monti e dei suoi ministri

sembra un miracolo. La lo-

Foto sopra: il presidente del

Consiglio, MARIO MONTI,

appena ricevuto l’incarico dal

presidente della Repubblica,

Giorgio Napolitano, si

intrattiene con i giornalisti

ro sobrietà e soprattutto la serietà

assomigliano a una rivoluzione.

Se il nuovo governo Monti pulirà

le macerie, che significa an-

di Giorgio Nardinocchi

PRIMO PIANO >

NUOVO GOVERNO ALLA PROVA

che togliere di mezzo qualsiasi conflitto di interesse,

avrà centrato la sua missione. Certo, ci

sono nodi da sciogliere. E le scelte che si fanno

possono ammantarsi di equità o di inequità. I tre

sostantivi scelti dal presidente Monti (rigore,

crescita, equità) sono appropriati per annunciare

una svolta. «Il governo Monti – ha scritto il

direttore dell’Unità, Claudio Sardo – nasce rafforzando

la speranza che il paese possa finalmente

voltare pagina. La sua squadra è di alto

profilo. E la discontinuità con l’esecutivo precedente

è netta: negli uomini, nei messaggi, nello

stile». Insomma si torna ad avere un governo

normale. Tralasciamo per ora le contraddizioni

che porta con sé questa fase, le innaturali convergenze

politiche in Parlamento.

Il governo deve durare il tempo necessario per

evitare all’Italia il triste destino della Grecia, ripulire

l’aria, ridare credibilità internazionale al

(Foto AGF)

LIBERETÀ Dicembre 2011 15


(Foto AGF)

Il presidente della

Repubblica, GIORGIO

NAPOLITANO, mentre

spiega le motivazioni

dell’incarico conferito

a Mario Monti

16 LIBERETÀ Dicembre 2011

nostro paese. Nel frattempo, come

ha detto Pierluigi Bersani nel suo

appassionato discorso alla Camera,

ognuno conserva le proprie idee, e

l’impegno di costruire un paese più equo,

con meno distanze, meno povertà, più sviluppo,

più futuro.

Tutti i ragionamenti che faremo da qui

alle prossime elezioni devono partire da

un punto di assoluta chiarezza. Lo ha spiegato

molto bene Marco Revelli sul Manifesto.

L’ingresso di Monti a Palazzo Chigi

«ha il senso di un’ultima chiamata, oltre

la quale non c’è un’altra soluzione politica

possibile, ma solo il vuoto in cui tutti,

nessuno escluso, finiremmo per schiantarci:

l’insolvenza dello Stato, la sospensione

del pagamento degli stipendi ai dipendenti

pubblici, delle pensioni, il blocco

del credito bancario, la paralisi del sistema

produttivo, da cui una astrattamente

desiderabile campagna elettorale non ci

avrebbe messo al sicuro, anzi. Non so se

la nascita del governo Monti – scrive Revelli

– sarà sufficiente a metterci al riparo,

almeno temporaneamente, dalla tempesta

che ci infuria intorno. Ma so che ne

è – anche sul piano dello stile – la condizione

necessaria».

Un’ultima considerazione. Se siamo

riusciti a evitare i pericoli di cui parla

Revelli, il merito principale spetta al

presidente della Repubblica. Questo governo

nasce sotto l’egida di Napolitano.

Il capo dello Stato ha voluto motivare personalmente

la sua scelta, ricordandone i

presupposti e replicando alle principali riserve

e obiezioni sollevate d’acchito da

varie parti politiche. Di fronte alla gravità

della crisi finanziaria, ha detto, occorre

sforzarsi di formare un governo che abbia

il più largo appoggio in Parlamento

perché c’è «l’urgenza» di consolidare i

conti pubblici ed è «indispensabile recuperare

la fiducia degli investitori e delle

istituzioni europee». «Da oggi al prossimo

aprile – ha spiegato Napolitano – dobbiamo

ricollocare sul mercato buoni del

tesoro per quasi duecento miliardi di euro.

Bisogna evitare un precipitoso ricorso

a elezioni anticipate e quindi un vuoto

di governo.».

L’opera sapiente del capo dello Stato è la

garanzia che tutto quello che verrà fatto

dal nuovo governo sarà ispirato dall’interesse

supremo dell’Italia. Di Napolitano

ci possiamo fidare. Monti è l’occasione.

Va colta per quello che può dare subito.

Il domani invece lo scegliamo noi.


Le linee di

MONTI

di Romualdo Gara

Ritorno dell’Ici, riforma delle pensioni, assistenza e mercato

del lavoro, riforma degli ammortizzatori sociali, attenzione

alle condizioni di giovani, donne e anziani, tagli

ai costi della politica. Il nuovo presidente del Consiglio,

Mario Monti, sintetizza così le linee programmatiche del

governo tecnico che dovrà tirar fuori l’Italia dai guai

dell’euro – ha

detto Mario Monti – di-

futuro

«Il

pende anche da ciò che

farà l’Italia nelle prossime settimane.

Gli investitori internazionali

detengono quasi metà

del nostro debito pubblico.

Dobbiamo convincerli che abbiamo

imboccato la strada di

una riduzione graduale, ma

durevole del rapporto tra debito

pubblico e prodotto interno

lordo. Quel rapporto è

oggi al medesimo livello al

quale era venti anni fa ed è il

terzo più elevato tra i paesi dell’Ocse.

Per raggiungere questo

obiettivo intendiamo far

leva su tre pilastri: rigore di

bilancio, crescita ed equità».

«I sacrifici – ha detto Monti

– saranno distribuiti in modo

equo. Più le riforme saranno

eque, più saranno efficaci.

Se falliremo, se non faremo

le riforme che servono,

saremo tutti sottoposti a condizioni

ben più dure», è l’avvertimento

del premier.

Pensioni. Monti ha riconosciuto

che il sistema previdenziale

italiano è uno tra i più

stabili in Europa e nel mondo.

«Negli scorsi anni la normativa

previdenziale è stata oggetto

di ripetuti interventi, che

hanno reso il sistema pensionistico

italiano tra i più sostenibili

in Europa. Già adesso

l’età di pensionamento, nel caso

di vecchiaia, con le cosiddette

finestre, è superiore a

quella dei lavoratori tedeschi

e francesi. Il nostro sistema

pensionistico rimane però caratterizzato

da ampie disparità

di trattamento tra diverse

generazioni e categorie di lavoratori,

nonché da aree ingiustificate

di privilegio».

Assistenzaagli anziani. «C’è

poi un problema legato all’invecchiamento

della popolazione

– ha detto Monti – che

si traduce in oneri crescenti

per le famiglie; andrà quindi

prestata attenzione ai servizi

di cura agli anziani, oggi una

preoccupazione sempre più

urgente nelle famiglie in un

momento in cui affrontano

difficoltà crescenti».

Mercato del lavoro. «Con

il consenso delle parti sociali

– ha affermato il nuovo premier

– dovranno essere riformate

le istituzioni del mercato

del lavoro per allontanarci

da un mercato duale dove alcuni

sono eccessivamente tutelati

e altri privi di tutele e assicurazioni».

Il nuovo ordinamento,

ha poi assicurato, non

modificherà i rapporti di lavoro

stabili già in essere, quel

che è necessario è invece «colmare

il fossato tra contratti».

In arrivo la riforma degli ammortizzatori

sociali «per garantire

le coperture a tutti». E

ancora, lotta al lavoro sommerso

per «assicurare piena

inclusione delle donne, ormai

questione indifferibile, oltre

che misure per premiare il merito

dei giovani».

«Vogliamo spostare il baricentro

della contrattazione collettiva

verso i luoghi di lavoro,

come chiesto dalle autorità

europee e come già le parti

sociali hanno iniziato a fare»,

con l’obiettivo di «facilitare

la mobilità e il reinseri-

LIBERETÀ Dicembre 2011 17


PRIMO PIANO > SALVARE L’ITALIA

IL 12 NOVEMBRE Berlusconi si

dimette. Il giorno prima il capo dello

Stato aveva nominato senatore a vita

il professor Mario Monti

mento nel mercato del lavoro.

Il lavoro femminile è una

questione indifferibile. «Bisogna

conciliare – ha spiegato

Monti – le esigenze del lavoro

e della famiglia e dare

sostegno alla natalità» e ha

annunciato che studierà «una

tassazione preferenziale per

le donne».

«L’evasione fiscale – afferma

Monti – continua a essere

un fenomeno rilevante,

occorrono interventi incisivi

in questo campo. Serve abbassare

la soglia dell’uso del

contante. Ciò servirà non solo

per aumentare il gettito ma

anche per abbattere le aliquote».

Patrimoniale. «L’esenzione

dall’Ici delle abitazioni principali

è un’anomalia del nostro

ordinamento». E ha aggiunto:

«Intendiamo riesaminare

il peso della tassazione

sul patrimonio immobiliare,

che in Italia è bassa rispetto al

livello europeo».

18 LIBERETÀ Dicembre 2011

IL 13 NOVEMBRE Giorgio

Napolitano dà l’incarico al

senatore Mario Monti di formare

un governo di larghe intese

Giustizia fiscale. «Coerentemente

con il disegno

della delega fiscale e della

clausola di salvaguardia che

la accompagna – ha detto

Monti – una riduzione del

peso delle imposte e dei contributi

che gravano sul lavoro

e sull’attività produttiva,

finanziata da un aumento

del prelievo sui consumi

e sulla proprietà, sosterrebbe

la crescita senza incidere

sul bilancio pubblico.

Costi della politica. «Davanti

ai sacrifici che saranno

richiesti ai cittadini sono

ineludibili interventi sui

costi del funzionamento degli

organi elettivi». «Il riordino

delle Province può essere

disposto con legge ordinaria,

la riforma della Costituzione

potrà completarne

il processo con la definitiva

cancellazione».

Equità. «Nelle prossime

settimane valuteremo la necessità

di ulteriori interven-

IL 18 NOVEMBRE Monti ottiene la

fiducia alla Camera con 556 sì. E il

nuovo premier promette: «Chiederò

di più a chi ha dato meno»

ti correttivi», ha detto Monti.

«Maggiore sarà l’equità,

più accettabili saranno i provvedimenti.

Equità significa

chiedersi quale effetto avranno

le riforme su tutte le componenti

della società, anche

sui giovani e sulle donne».

Appello alla politica. «La

gravità della situazione attuale

– ha detto in conclusione

il premier Mario Monti

– richiede una risposta

pronta e decisa nella creazione

di condizioni favorevoli

alla crescita nel perseguimento

del pareggio di bilancio,

con interventi strutturali

e con un’equa distribuzione

dei sacrifici. Il tentativo

che ci proponiamo di

compiere è difficilissimo.

Se sapremo cogliere insieme

questa opportunità per

avviare un confronto costruttivo

su scelte e obiettivi

di fondo avremo occasione

di riscattare il paese e

potremo ristabilire la fiducia

nelle sue istituzioni».


PRIMO PIANO > NUOVO GOVERNO ALLA PROVA

L’EREDITÀ

TREMONTI

Una cambiale da venti miliardi

la delega fiscale lasciata a Monti

La batosta è annunciata. Senza una decisa

correzione di rotta da parte del nuovo

governo, a pagare saranno ancora una volta

le famiglie con i redditi medio-bassi.

Fino a mille euro di tasse in più in due anni.

Tanto potrebbe costare il taglio di deduzioni,

detrazioni e sconti fiscali previsto dal 2012

nella delega fiscale decisa da Tremonti

di Antonio Fico

La batosta è annunciata, e senza una decisa

correzione di rotta da parte del nuovo

governo, a pagare più delle altre saranno

ancora una volta le famiglie con i redditi

medio-bassi.

Fino a mille euro di tasse in più in due anni.

Tanto potrebbe costare, senza tanti complimenti,

a una famiglia normale il taglio di deduzioni,

detrazioni e sconti fiscali previsto a

partire dal 2012 e per il 2013 dalla manovra

correttiva varata in estate. E a pagare saranno

soprattutto le famiglie meno agiate, cui oggi

per assicurare la progressività della tassazione,

sono garantite le riduzioni maggiori. Dalla

deduzione della rendita catastale della prima

casa alle detrazioni per il lavoro dipendente,

dalle riduzioni per i figli e il coniuge a

carico alle spese mediche: se non si arrivasse

al riordino dell’assistenza e del fisco entro il

30 settembre 2012, – così stabilisce l’articolo

40 della Finanziaria – il taglio delle agevolazioni

fiscali sarebbe automatico, e colpirebbe

pesantemente e senza scrupoli lavoratori dipendenti,

autonomi, pensionati, imprese, risparmiatori.

Il provvedimento. A ottobre, su pressione

del mercato e dell’Unione europea, il governo

di centrodestra ha anticipato di un anno gli

effetti di questo passaggio della manovra, rispetto

alla previsione iniziale. L’assunto è semplice:

o si riesce a recuperare più soldi attraverso

riforme da varare in tempi strettissimi,

o i cittadini contribuenti pagheranno più tasse.

Un gioco a perdere in entrambi i casi. Se,

infatti, si riuscisse effettivamente a mettere ma-

LIBERETÀ Dicembre 2011 19


PRIMO PIANO > NUOVO GOVERNO ALLA PROVA

no a un riordino dell’assistenza, i tagli alle

prestazioni sarebbero rilevantissimi: l’obiettivo

dichiarato del governo è quello di recuperare

i soldi, in questo caso 24 miliardi di euro,

in un settore che ne vale nominalmente 38

miliardi. La razionalizzazione potrebbe partire

con la costruzione di un nuovo indice di

bisogno che sostituirà l’Isee dell’Inps, il che

significa avere parametri reddituali più stretti

per godere delle prestazioni assistenziali. Ci

sarebbe poi la revisione dei criteri per le invalidità,

che costano oggi 16 miliardi di euro,

e che il governo vuole restringere. E infine

sarebbe probabile un attacco alle pensioni

di reversibilità, per cui lo Stato spende ogni

anno circa 34 miliardi di euro. Se all’esecutivo

riuscisse l’operazione, potremmo dare l’addio

a un’assistenza e a una previdenza degne

di questo nome.

Sconti fiscali. L’alternativa è il taglio a detrazioni

e sconti fiscali. Il governo ne ha censiti

ben 483 tipi diversi, e valgono nel complesso

161,2 miliardi di euro. Apagare il conto

più salato, secondo lo schema della manovra,

sarebbero le persone fisiche che beneficiano

attualmente di 103 miliardi di euro di

agevolazioni fiscali a vario titolo, con un taglio

alle detrazioni per l’Irpef.

La deduzione della rendita catastale della pri-

20 LIBERETÀ Dicembre 2011

VISTO DA Gianfranco Tartaglia

ma casa, ad esempio, oggi consente un beneficio

in media di 126,8 euro, che scenderebbero

nel 2013 a poco più di 100.

La detrazione degli interessi del mutuo diminuirebbe

dagli attuali 328 euro annui a 264

euro. Le detrazioni per i figli e il coniuge a

carico, che oggi valgono in media 829 euro

per gli 11,8 milioni di contribuenti che ne usufruiscono,

con il taglio del 20 per cento scenderebbero

a 665 euro.

La detrazione da lavoro dipendente, che vale

in media 1.332 euro, scenderebbe a poco

più di mille euro l’anno. Poi si ridurrebbero

in proporzione anche le detrazioni per le spese

mediche, per i contributi previdenziali e assistenziali,

per l’assicurazione sulla vita. Con

un aumento delle tasse di 190 euro nel 2013

e di 750 nel 2014. Di fatto, la detrazione del

19 per cento delle spese mediche sostenute,

diverrebbe nel 2013 una detrazione del 18 per

cento e nel 2014 scenderebbe a poco più del

15 per cento. Così le agevolazioni fiscali sulle

ristrutturazioni edilizie: oggi sono pari al

36 per cento della spesa (con un limite di 48

mila euro), nel 2013 scenderebbe al 34 e nel

2014 a poco meno del 29.

Chi perde di più. Ovviamente, a pagare

il conto più pesante sarebbero le famiglie

più povere perché beneficiarie delle riduzioni

più corpose. Il centro di analisi delle

politiche pubbliche dell’università di Modena

e Reggio Emilia, facendo una stima degli

effetti dei tagli, parla apertamente di interventi

“regressivi”. «Le più significative

detrazioni (per lavoro e famiglia) diminuiscono

al crescere del reddito del contribuente

– spiega Massimo Boldini, professore di

scienze delle finanze e ricercatore del Capp

– e quindi è inevitabile che a subire maggiori

perdite saranno, laddove si attuasse

questo passaggio della Finanziaria, le famiglie

con reddito medio basso».


LIBERETÀ Giugno 2009 21


INCHIESTA > LA CRISI AI RAGGI X

OPERAZIONE VERITÀ

22 LIBERETÀ Dicembre 2011

Milano, Il dito medio,

opera di Maurizio

Cattelan, troneggia

davanti alla borsa in

piazza Affari


(Foto AGF)

DEBITO

& menzogne

Tra le tante falsità che quasi un ventennio

di berlusconismo ci ha servito attraverso giornali

di famiglia e Tg addomesticati, una delle più

colossali riguarda il nostro debordante debito

pubblico. LiberEtà dimostra, dati alla mano,

chi e perché mette in giro menzogne

di Antonio Fico

Secondo la vulgata che ci hanno propinato

Tg e giornali, il debito che lo Stato italiano

ha accumulato nel corso degli anni

sarebbe eredità esclusiva della prima repubblica.

Insomma dal 1992 a oggi, i governi e in particolare

quelli guidati da Berlusconi (defenestrato

proprio a causa dell’inesorabile incedere dei guai

finanziari del paese) avrebbero inciso poco e

niente sul fardello che ci ha portato a un passo

dal baratro. E invece non è così. Uno studio poco

noto dell’istituto Bruno Leoni rivela che non

solo i tre governi del cavaliere non hanno fatto

Il debito pubblico italiano oggi ha superato i 1.900 miliardi di euro. Ogni bambino

che nasce si porta sulle spalle un debito di 30.000 euro. Questa enorme somma

rappresenta il 120 per cento di quanto riusciamo a produrre in un anno intero. Anche

nel 1994 eravamo arrivati a toccare questo tetto. Ma eravamo riusciti a contenerlo

nulla per contenere il debito, ma sono stati i principali

responsabili della sua crescita. Mentre al

contrario furono i due governi di centrosinistra

a ridurne l’impatto sulle nostre deboli finanze.

LIBERETÀ Dicembre 2011 23


INCHIESTA > LA CRISI AI RAGGI X

(Foto Agf)

Che cos’è il debito pubblico?

Si intende, propriamente,

il debito dello Stato nei confronti

di altri soggetti: individui, imprese, banche

o fondi esteri, che hanno sottoscritto un

prestito allo Stato italiano sotto forma di obbligazioni

o titoli di Stato. L’ammontare del

debito si calcola in genere in rapporto al prodotto

interno lordo. Uno degli effetti della recessione,

cioè di un arretramento del nostro

Pil, è stato proprio quello di far crescere questo

rapporto. È anche per questa ragione che

l’Europa ci ha chiesto di mettere in campo misure

per la crescita, con le quali tentare di ripagare

il disavanzo.

Quando cresce il debito è segno che la solidità

finanziaria dello Stato è a rischio, e allora

salgono i tassi di interesse, che ne determinano

una crescita ulteriore. È una specie di

spirale. Oggi il nostro debito rappresenta il

120 per cento del prodotto interno lordo, cioè

quanto riusciamo a produrre in un anno intero.

Solo in un altro momento furono raggiunti

questi livelli: accadde nel 1994, quando si raggiunse

la soglia del 121 per cento. Al governo

allora c’era Carlo Azeglio Ciampi, un super

tecnico. L’Italia aveva conosciuto già il

sapore delle Finanziarie lacrime e sangue (una

tra tutte quella del 1992 di Giuliano Amato).

Uscimmo da quella stagione con sacrifici enormi,

soprattutto grazie ai governi di centrosi-

24 LIBERETÀ Dicembre 2011

LE PAROLE DELLA CRISI: SPREAD

Btp, bund, spread, rating: l’ultimo venerdì nero dei

mercati finanziari che ha costretto Berlusconi alle

dimissioni, ha portato alla ribalta una serie di parole.

Quella più gettonata è spread. Ha fatto cadere

Berlusconi. Dunque vediamo cosa significa.

Intanto chiariamo che si parla di titoli di Stato, cioè

“cambiali” che lo Stato deve emettere per ottenere

dei soldi in prestito. Ebbene lo spread, quando si

parla di buoni del tesoro, è la differenza tra il tasso di

interesse che lo Stato italiano deve pagare quando

mette sul mercato i suoi titoli e il tasso dei

corrispondenti buoni del tesoro tedeschi (i famosi

bund). Lo spread misura quindi in centesimi di punto

percentuali l’onere maggiore che i vari paesi devono

sostenere per finanziarsi rispetto alla Germania,

considerato il debitore più affidabile. In questi mesi

sono cresciuti tanto gli spread dei titoli greci,

spagnoli e italiani. E ora sta toccando alla Francia.

nistra, che nel giro di cinque anni ridussero il

rapporto al 105 per cento. Dopo un decennio

di regno berlusconiano quasi ininterrotto, siamo

ora di nuovo vicino al baratro.

Un altro punto di vista. Quello che però

mette in evidenza la ricerca dell’istituto Bruno

Leoni è un altro dato, che risponde in modo

inequivocabile a una domanda: chi sono

i principali responsabili del nostro debito pubblico?

Il dato è quello relativo al valore assoluto

del debito, che sfugge alle confusioni

che possono ingenerare la bassa crescita e poi

la recessione di questi anni. E fa impallidire

le responsabilità dei politici della prima repubblica.

Dal 1945 al 1992, calcolano i ricercatori dell’istituto,

lo Stato aveva accumulato 795 miliardi

di euro. Oggi se fosse vero l’assunto

berlusconiano, dovremmo essere abbastanza

vicini a quella cifra. E invece no: oggi lo stock

di crediti che possono vantare i possessori di

titoli del debito italiano, messi tutti insieme,

ammonta a oltre 1.900 miliardi di euro.

Se si escludono i 200 miliardi di euro accumulati

durante i governi tecnici tra il 1992 e

il 1994 in una delle fasi più drammatiche della

nostra storia (svalutazione selvaggia e tassi

altissimi), in soli 17 anni la seconda repubblica

ha uguagliato e superato con oltre

900 miliardi di euro i governi fino al 1992.


(Foto Agf)

Ma il dato più eloquente – fanno notare gli

studiosi dell’Ibl – è quello della crescita giornaliera

del debito.

Mentre durante la prima repubblica, la velocità

quotidiana di accumulo era pari a 47,95 milioni

di euro, saranno i governi Berlusconi a

dilapidare anni di sacrifici per portare l’Italia

nell’euro. Il primo governo Berlusconi, in sei

mesi accumulerà un debito di 330 milioni di

euro al giorno, pari a sei volte quello dei governi

precedenti. Che prima il governo Dini e

poi quelli di Prodi e D’Alema riusciranno a ridurre

fino a 76,3 milioni di euro al giorno. Nel

2001 ritorna Berlusconi e il disavanzo riprende

a galoppare. Sono gli anni della finanza crea-

tiva di Tremonti: ci costa

124,3 milioni di eu-

Francoforte, la sede della Banca

centrale europea di fronte alla quale da

più di un mese sono accampati i

giovani “indignati” che protestano

contro lo strapotere della finanza

internazionale

ro al giorno in più. Il secondo governo Prodi

dà una nuova sterzata per risanare lo Stato, ma

dura poco. L’ultimo esecutivo del cavaliere segna

una vera e propria sciagura per i nostri conti,

con 217 milioni di euro di debito in più al

giorno. L’ultimo rilevamento citato dall’istituto

è di giugno, prima che la corsa verso il rischio

default raggiungesse velocità vertiginose.

Un risultato doppiamente negativo per un

governo che – per bocca del suo ministro dell’Economia

– aveva posto la riduzione della

spesa pubblica e il risanamento dei nostri conti

come obiettivo primario.

COSA VOGLIONO DIRE BTP, BUND E RATING?

Btp (buoni del tesoro poliennali): sono titoli di Stato pluriennali italiani. Con la loro emissione lo Stato italiano si

finanzia sui mercati. Il loro rendimento, che viene fissato con un’asta, è indice della salute finanziaria e della

credibilità del paese. Se il loro valore si abbassa, per l’Italia diventa molto più caro ripagare il debito pubblico.

Bund (buoni del tesoro poliennali tedeschi): sono considerati a prova di rischio e vengono usati come termine di

paragone per i titoli di Stato degli altri paesi.

Rating: è un punteggio che rappresenta la capacità di un ente privato o pubblico di far fronte ai propri impegni. Le

agenzie che elaborano queste valutazioni sono società private e indipendenti che valutano il rischio associato a un

titolo o a chi lo emette.

LIBERETÀ Dicembre 2011 25


INCHIESTA > LA CRISI AI RAGGI X

Chi fa salire

LO SPREAD

di Roberto Bini

ho

«Io

26 LIBERETÀ Dicembre 2011

lasciato palazzo Chigi a maggio

2008 con lo spread a 37», ri-

corda agli smemorati Romano Pro-

di. Nei giorni della tempesta, il venerdì nero

della borsa, poco prima che Berlusconi

preannunciasse le dimissioni al capo dello

Stato, lo spread era arrivato a 600 punti

dal bund tedesco e il rendimento dei nostri

titoli pluriennali aveva raggiunto il 7,10

LO SPREAD è una

sorta di indice della

credibilità di un

paese. Misura la

distanza di

affidabilità tra noi e i

tedeschi. Tra luglio

e ottobre il caro

spread è costato

all’Italia, cioè a tutti

noi, quattro miliardi

per cento, un livello capace di produrre

l’avvitamento del sistema finanziario, proprio

come è successo alla Grecia.

Lo spread cresce perché chi decide di investire

nei nostri titoli di Stato non si fida

che l’Italia possa restituirgli i soldi che ha

prestato e allora alza il prezzo del suo finanziamento.

Durante i giorni della crisi

di governo il tasso d’interesse dei buoni


poliennali era schizzato al 7 per cento. Berlino

riesce a piazzarli senza fatica a un tasso

dell’1,93 per cento.

Chi fa salire lo spread. Dal primo governo

Berlusconi nel 1994 a oggi, lo spread

tricolore è andato su e giù. Oscillando dai

+675 punti del record di marzo 1995 (arrivato

a quei livelli con Berlusconi al governo

fino a due mesi prima) al minimo di

-4 raggiunto nel Natale del 1998 quando

al governo c’era Romano Prodi. Bei tempi!

Eravamo in piena euforia per l’entrata

nell’euro. Poi – dopo una bonaccia lunga

quasi otto anni – le danze sono ripartite a

fine 2007. E ancora una volta con Berlusconi

al governo. Si tratta di un caso, una

maledizione del destino o l’effetto di politiche

sbagliate? Per spiegarlo dobbiamo

tornare un po’ indietro.

Gli anni tra 1995 e 1999 sono quelli in cui

il calo dello spread ha fatto da colonna sonora

al miracoloso aggancio dell’Italia all’euro.

Il governo Berlusconi, a inizio 1995,

lascia in eredità a Lamberto Dini un differenziale

con i bund a quota 500. A marzo

di quell’anno lo spread tocca +675. Il vento

gira quando nel 1996 sale a palazzo Chigi

Romano Prodi. I mercati fiutano la stabilità,

le riforme funzionano e la forbice

inizia a stringersi.

A giugno del 1996 siamo sotto quota 300.

E a settembre buchiamo la soglia psicologica

dei 200. L’8 luglio 1997 l’Ecofin dà

l’ok al piano di convergenza e l’eurottimismo

schiaccia lo spread sotto quota 100.

Nell’ottobre del 1998 i capitali in fuga dai

mercati a rischio comprano (bei tempi!) un

bene rifugio come il Btp. Il 23 dicembre

di quell’anno accade l’impossibile: i bund

rendono per un attimo quattro centesimi in

più dei decennali tricolori. Massimo D’Alema

aveva ereditato palazzo Chigi da Romano

Prodi nell’ottobre1998 con lo spread

in letargo che naviga in un canale stretto

tra quota +20 e +50. Per il

gigantesco debito pubblico

italiano è l’era del bengodi.

I nostri titoli di Stato rendono

pochi centesimi più

dei tedeschi. Nel 2001 si va

alle urne e arriva Berlusconi,

ma il risultato non cambia.

I mercati percepiscono

ormai il rischio Europa più di quello dei

singoli paesi. Sono gli anni d’oro della Ue,

quelli in cui qualche governo non ha approfittato

di questa cuccagna per abbattere

i debiti. La linea dello spread sembra tirata

con la livella. Ma a inizio 2007 i mercati

si spaventano perché si arriva a +42,

una cifra che non si toccava dal 2001.

La debacle arriva con l’ultimo governo

Berlusconi. Nel 2008 Prodi lascia palazzo

Chigi a Berlusconi con lo spread a

37. Ma per la prima volta dopo dieci anni

i tassi italiani tornano ad allontanarsi da

quelli della Germania. La forbice si allarga

dopo il crac Lehman. Afine ottobre siamo

a quota 128, record dal 1997.

A fine 2009 inizia a tremare la Grecia e

persino Dubai fatica a onorare i suoi impegni

con i creditori. Dopo Atene trema

Madrid. Qualcuno teme che prima o poi

tocchi all’Italia. Il 31 novembre il differenziale

sfonda per la prima volta dall’ingresso

nell’euro il muro dei 200 punti. Il

resto è storia dei nostri giorni. A giugno

2011 lo spread segna ancora 223 punti. La

Grecia è sull’orlo del crac, a Bruxelles si

litiga. A metà luglio l’Italia brucia quota

300 e poco dopo, un po’ a sorpresa, scavalca

la Spagna, da tempo in crisi. Il rendimento

dei Btp sale oltre il 6 per cento.

Berlusconi non ha più credibilità internazionale.

Sarkozy e Merkel ridono di lui.

Lo spread si impenna. Tra luglio e ottobre

il caro spread è costato all’Italia quattro

miliardi in più di interessi sul debito.

LIBERETÀ Dicembre 2011 27


ALBUM LIBERETÀ > GENERAZIONI INSIEME

Madri e padri, zie e zii, nonni e nonne assieme

e in nome dei figli e dei nipoti. Sulle

note del Nessun dorma della Turandot

la manifestazione dello Spi Cgil a piazza del Popolo

ha ribaltato il luogo comune che vuole il tema

“pensioni” fare da spartiacque tra padri e figli,

nonni e nipoti. Una giornata particolare, di impegno

e di passione, che ha riacceso le speranze

di un futuro per giovani e anziani con più diritti e

lavoro. Che è stata anche il preludio della caduta

del governo Berlusconi.

I manifestanti sono cominciati ad arrivare a Roma

verso le 6. La prima delegazione che ha mes-

28 LIBERETÀ Dicembre 2011

UNA DI QUELLE GIORNATE che non

si dimenticano. È costata sacrifici, fatica,

rinunce. Ma ne valeva la pena.

Mai sentiti così uniti giovani e anziani

DELL’UNITÀ

PIAZZA

TRA LE GENERAZIONI

di Rosanna Grano

so piede in piazza del Popolo è stata quella di Bari.

Sono partiti col pullman intorno alla mezzanotte.

Hanno fatto tutta una tirata con solo due soste.

Dopo qualche minuto dal lungotevere è sbucato

un gruppo di Argenta in provincia di Ferrara.

Pensavano di essere i primi e hanno conquistato

la posizione più vicina al palco. «Noi siamo

partiti a mezzanotte e mezza» racconta Giulio Ricci

Maccherini. «Siamo partiti da Portomaggiore

e poi siamo passati a raccogliere gli altri a Bocca

Leone, Argenta, San Biagio, Filo e Anita».

Di lì a poco abbiamo incontrato Franco Indice della

Cgil di Massafra. La Puglia è stata la regione

che ha inondato per prima la piazza insieme agli

emiliani. Tantissimi i bolognesi, come sempre.

Mattinieri: sono arrivati verso le 7 e un quarto.

«Siamo partiti all’una da Pieve di Cento, Argile,

Argelato, Castelmaggiore». Filomena e Vincenzo

invece sono arrivati da Potenza. «Con noi c’era

anche un gruppo di studenti» dice Maria Lorusso.

«Saremo forse trecento – rivela Giuseppe De Fazio

della Rete degli studenti medi che è arrivato

con Francesco, Luciano e Mariarosa. «Siamo qui

per le pensioni di oggi e di domani. Basta tagli su

tutto. Senza welfare non abbiamo futuro».


(Foto Ravagli)

(Foto Ravagli)

Il tema intergenerazionalericorre da un punto

all’altro della piazza. È nelle parole di tutti. A

cominciare da Carla Cantone che dal palco ha detto

di voler «dedicare proprio ai giovani la rabbia

e la passione della piazza: pretendiamo che i nostri

figli e i nostri nipoti entrino adesso nel mercato

del lavoro e non in un improbabile domani».

In piazza cominciano a spuntare come fiori i giovani

della Rete e dell’Udu. Pietro, Giorgio, Laura,

Rosa, Antonio sono venuti da Manduria. Tommaso

da Treviso: «Adesso vedo crescere una co-

scienza della nostra condizione di precari senza

futuro». Poco più in là altri ragazzi venuti da Brescia,

Forlì, Pavia: «Siamo qui per dire che non vogliamo

essere messi contro i pensionati. Non bisogna

togliere a loro per dare a noi. Sarebbe un

suicidio». Secondo Giovanni Sisca, capolega dello

Spi di Rossano, è necessario «venirsi incontro,

facendo uno sforzo bidirezionale».

Alle 10 spunta il sole. La piazza comincia a riscaldarsi.

Attacca l’Orchestraccia, poi via via cominciano

a parlare gli oratori. Il primo a interve-


(Foto Ravagli)

28 OTTOBRE 2011

Migliaia di persone in piazza nire sul palco è Rocco Gerace,

del Popolo per rivendicare della seconda lega Spi Cgil del

equità, giustizia e diritti

comprensorio Roma Centro. Arrivano

i saluti degli altri sindacati

europei. Ci sono Françoise Vagner, per i

pensionati della Cgt francese, Julian Gutierrez

del Pozo per le Comisiones obreras

spagnole, Peter Deutschland per i pensionati

della Dgb tedesca. A nome di tutti i

pensionati europei interviene Robert Racké,

presidente della Ferpa.

30 LIBERETÀ Dicembre 2011

Da piazzale Flaminio continuano

ad arrivare nuove ondate di persone.

«Senza diritti non c’è libertà» dice un

cartello del Quartiere 6 di Padova. Sugli

scalini della chiesa è stato srotolato

uno striscione con su scritto: «1944-

2011: 67 anni. Pensioniamo i politici…

a costo zero». E poi una bella prova di

solidarietà sindacale: lo striscione dei

pensionati di Pescara portato dai giovani

con la tuta della Fiom. E sullo sfondo

si sente Luca De Zolt, leader dei

“Giovani non + disposti a tutto”.

Tante voci, tanti uomini e donne che sono

una biblioteca vivente, ha detto Jean

Claude Mugabo, che dal palco racconta

una bella storia ambientata a Milano. La

piazza ormai è stracolma quando comincia

a parlare Carla Cantone. La leader dei

pensionati stabilisce un feeling straordinario

con il popolo della piazza. «È una

di noi, ha la classe operaia nelle vene»

dice un pensionato di Pavia, sua città natale.

Dopo di lei parla Susanna Camusso.

Due donne alla guida dei più grandi

sindacati italiani, un’anomalia in un’Italia

dove la condizione della donna è ancora

tra le più arretrate d’Europa in fatto

di presenza nei ruoli che contano e con

i tassi di occupazione più bassi.

«Questa è la piazza delle donne e degli uomini

che hanno costruito l’Italia e la democrazia

– ha detto il segretario generale

della Cgil –. Siamo qui non per difendere

una condizione di privilegio, perché in questa

piazza non ci sono privilegiati. Serve

che ognuno paghi per ciò che ha e che inizi

a pagare chi non ha mai pagato».


Nessun dorma

di Carla Cantone

Il nostro appello era piuttosto

esplicito: il 28 ottobre “Nessun

dorma!”. L’appello è stato

accolto da decine di migliaia di

persone, che hanno riempito

piazza del Popolo fin dalle prime

ore del mattino per partecipare

alla nostra manifestazione

indetta per protestare contro le

politiche economiche del

governo. Una piazza bella, piena

delle bandiere rosse dello Spi

Cgil e dei volti di tutti quegli

uomini e di quelle donne che più

di chiunque altro stanno

pagando sulla propria pelle il

conto della crisi e le scelte

sbagliate di chi ci governa.

Una piazza non corporativa né

autoreferenziale ma fortemente

unitaria e confederale, con i

pensionati, i giovani e i

lavoratori gli uni accanto agli

altri per rivendicare un’Italia

diversa e migliore.

L’abbraccio ideale che i

pensionati hanno voluto dare

alle nuove generazioni era

palpabile. Abbiamo scelto e

voluto che fosse così.

Non siamo scesi in piazza per

difendere solo noi stessi o per

chiedere che ci siano garantiti

dei privilegi a discapito di

qualcun altro.

Abbiamo manifestato per

l’uguaglianza, per rivendicare

un welfare sociale pubblico, per

una diversa redistribuzione del

reddito e per la difesa delle

pensioni ma anche per chiedere

con forza che i nostri figli e

nipoti possano avere

un’occupazione certa e stabile e

per gridare tutto il nostro

sdegno contro il piano del

governo di rendere ancor più

facili i licenziamenti.

Il messaggio che volevamo

lanciare al paese era che i

pensionati – che pur vivono in

una condizione di estremo

disagio e difficoltà – hanno

soprattutto a cuore il futuro di

questo paese.

Chi ci voleva divisi e

contrapposti si è dovuto

ricredere. Ci ha trovato forti,

energici, vitali e uniti.

La manifestazione del 28

ottobre – resa possibile grazie

allo straordinario lavoro di tutte

le nostre strutture e delle leghe

– non rappresenta altro che una

VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA

Ve la prendete con le vittime della crisi.

Vergogna! Ve la prendete con i non

autosufficienti, con i disabili, con i giovani

precari, con chi vive con ottocento euro di

pensione. Vergogna! Carla Cantone l’ha

ripetuta almeno dieci volte la parola

ALBUM LIBERETÀ > GENERAZIONI INSIEME

tappa di un percorso di

mobilitazione iniziato tre anni fa

e che ci ha visto sempre

protagonisti.

Dopo la straordinaria giornata

che abbiamo vissuto tutti

insieme ci teniamo, quindi, a

dire con estrema chiarezza che

non abbiamo alcuna

intenzione di fermarci.

Lo Spi Cgil sarà in piazza tutte

le volte che sarà necessario, a

fianco dei lavoratori che lottano

per difendere il proprio posto

di lavoro e ai giovani che

chiedono una certezza per

il proprio futuro.

A cominciare dal prossimo 3

dicembre in occasione

dell’assemblea dei delegati

della Cgil. Di fronte a tutto

questo pensiamo, infine, sia

fondamentale una ripresa della

mobilitazione unitaria con Fnp e

Uilp. Proviamoci, perché essere

uniti ci dà più forza.

vergogna. E ogni volta le faceva eco la

piazza. «Provateci voi del governo a vivere

con ottocento euro al mese. Provateci voi a

lavorare con un lavoro a chiamata. Siamo

l’ultimo ammortizzatore sociale dei nostri

ragazzi. E non vi vergognate a tassare

proprio noi? Vergogna!».

LIBERETÀ Dicembre 2011 31


REPORTAGE > INDIGNATI A NEW YORK

«Benvenuti nella patria della democrazia». È scritto in un

cartello posto all’ingresso del parco, sull’asta di una bandiera

americana capovolta con i marchi delle multinazionali al posto

delle stelle. Zuccotti Park è un rettangolo di cemento situato nel

cuore dell’impero finanziario di New York, tra le vie principali di

Broadway e Manhattan, a metà tra Ground Zero e la borsa. Fu

usato l’11 settembre del 2001 dai soccorritori come base dopo gli

attacchi alle torri gemelle. È lì che è cominciata il 17 settembre

scorso – con poche decine di tende e tante persone di ogni

estrazione sociale ed età – la protesta di Occupy Wall Street.

Natale

a Zuccotti Park

WALL STREET sotto assedio. Il 99 per cento dei cittadini che pagano

i costi della crisi si ribella contro l’1 per cento che l’ha prodotta

di Sara Picardo

Wall Street è un movimento di resistenza,

senza leader, formato da persone di molti co-

«Occupy

lori, generi e ideologie politiche – scrivono nel

loro sito i manifestanti –. L’unica cosa che tutti abbiamo in

comune è che siamo il 99 per cento che non tollererà più

l’avidità e la corruzione dell’1 per cento».

La “tattica rivoluzionaria” del movimento è quella della

primavera araba, in particolar modo la Tunisia: uso della

non violenza per garantire la sicurezza di tutti i partecipanti;

internet e social network per diffondere le notizie; pluralità

di voci e lunghi dibattiti pubblici.

«Questo movimento vuole consentire alla gente di creare

un vero cambiamento dal basso verso l’alto. Vogliamo vedere

un’assemblea generale in ogni cortile, in ogni angolo

di strada, perché non abbiamo bisogno di Wall Street e non

32 LIBERETÀ Dicembre 2011

LE IMMAGINI DI OCCUPY WALL STREET.

La polizia ha cercato più volte di

sgomberare i ragazzi che si sono

accampati nel parco Zuccotti. Ma

neanche le decine di arresti hanno

fermato la contestazione che ha

invaso tutta l’America


LIBERETÀ Dicembre 2011 33


REPORTAGE > INDIGNATI A NEW YORK

LE TANTE VOCI di Occupy

Wall Street. Ognuno porta

un cartello, ognuno scrive

il suo slogan. Questo abbiamo bisogno dei po-

sopra per esempio

avverte i banchieri: «Wall litici per costruire una so-

Street sei il prossimo» cietà migliore». Le parole

d’ordine degli indignadosstatunitensi

si sono

subito estese a macchia d’olio in tutto il

continente e circa un centinaio di oltre Occupy

sono sorte dal Colorado a Philadelphia,

da Chicago a Charleston, Dallas, Portland eccetera,

fino a travalicare le frontiere e giungere

in Canada, Australia, Regno Unito, Germania.

Anche in Italia, a Milano, un gruppo

di manifestanti ha “occupato” la sede della

Goldman Sachs.

La scelta di Zuccotti Park all’inizio è stata

un ripiegamento – racconta David Graeber,

antropologo e anarchico, uno dei primi organizzatori

delle assemblee preparatorie di

Occupy – il primo posto scelto era Chase

Manhattan Plaza, ma la polizia aveva saputo

e posto un cordone di protezione». Così è

scattato il tam tam di messaggi e twitter – il

mezzo più usato per organizzare manifestazioni

– e tutti si sono spostati a Zuccotti Park,

che essendo un parco privato non è soggetto

al coprifuoco dei luoghi pubblici.

Tante le voci dall’occupazione, soprattutto di

34 LIBERETÀ Dicembre 2011

gente comune, giovani, vecchi, lavoratori e

disoccupati. Madri che portano i loro bambini

tra le panchine in cemento e gli alberi in

fila. È l’altra faccia dell’America, quella che

ora si ritrova a piangere un figlio morto in

guerra o un nipote senza lavoro o una figlia

senza casa.

I vip come Michael Moore, Noam Chomsky

o Naomi Klein sono arrivati dopo. E sono subito

spariti. Non esiste alcuna piattaforma

unica di rivendicazione se non la denuncia

degli abusi del capitalismo finanziario, soprattutto

dopo la recente crisi economica mondiale

che ha mostrato l’iniquità della distribuzione

della ricchezza nel mondo e l’incapacità

della politica di apportare reali cambiamenti

in favore di una maggiore giustizia

e ridistribuzione sociale. Alcuni di loro chiedono

la Robin Tax – evoluzione della Tobin

Tax – tassa sulle transazioni finanziarie, altri

l’abbattimento del debito e la salvaguardia

di chi ha perso casa e lavoro, altri ancora

una sanità pubblica e accessibile a tutti e

tutela occupazionale per i giovani e per chi

ha perso il lavoro.

I giornali all’inizio avevano ignorato i manifestanti.

Ma, grazie al web Occupy Wall


Street, è diventata la parola più cliccata sui

motori di ricerca, battendo addirittura il Tea

Party dei conservatori repubblicani. Anche

Barack Obama è stato costretto a dare la sua

solidarietà, almeno formale, al movimento. «I

governi hanno salvato le banche e i grandi

gruppi di speculazione finanziaria dalla catastrofe

che loro stessi avevano creato – scrive

Robert, 26 anni, su Facebook – ma non hanno

mosso un dito per impedire che migliaia

di famiglie perdessero la casa a causa dei mutui

subprime. Io vivo per strada da due anni,

questo è il terzo, ma non sono solo».

La polizia, sebbene non possa cacciare i manifestanti

da un luogo privato, li ha più volte

“caricati” e ha arrestato decine di persone. Il

15 novembre scorso, due giorni prima della

grande manifestazione promossa per i due mesi

di occupazione davanti la sede della borsa,

c’è stato il più grande e violento sgombero

della polizia. Molti manifestanti sono finiti in

ospedale, decine gli arrestati. Sul loro sito, però,

è da subito campeggiata la scritta “rioccuperemo”.

E così è stato il giorno dopo.

«Ci impediscono di usare il megafono, e ci

arrestano se fissiamo la tenda con un paletto

o se usiamo un amplificatore. Addirittura se

REPORTAGE > NATALE A ZUCCOTTI PARK

sciogliamo un corteo dieci

minuti dopo il previsto», racconta

Marc, un ragazzo francese

che vive a Oackland.

«I nostri fondi pensione sono

serviti ai gruppi finanziari

per speculare e fare affari e

poi quando li hanno prosciugati

senza nessun controllo

ci hanno mandato tut-

A OCCUPY WALL

STREET partecipano

tutti. Da sinistra: un

operaio sindacalizzato,

un ex lavoratore che si

domanda se la sua è

l’ultima generazione

di pensionati; due

ragazze che protestano

spogliandosi

ti in rovina. E il governo che ha fatto? Li ha

puniti? Ha aiutato noi che abbiamo perso tutto?

No, ha dato i soldi alle banche e a questi

signori per continuare a fare profitti sulle nostre

spalle». A parlare è Rose, una nonnina

tutta pepe. È stata resa celebre su internet per

un certo periodo da una foto che la ritrae in

gonna lunga e sporta della spesa mentre dietro

a un gruppo di ragazzotti tira qualcosa alla

polizia. Anche lei ha perso tutto con la

grande crisi finanziaria e – dice – non può

fare a meno di far parte di questo movimento

anche se non ha l’età per dormire in tenda.

È convinta che non possano toglierle più

niente. Anche lei si sente tra quel 99 per cento

della popolazione mondiale che ha sempre

pagato sulla propria pelle la ricchezza

del restante 1 per cento.

LIBERETÀ Dicembre 2011 35


REPORTAGE > L’ALTRA TUNISIA

Tunisi

Due giovani

mostrano i

proiettili usati

dalla polizia

durante le giornate

della protesta che

ha portato alla

caduta del governo

Ben Alì

PROFUMO

di gelsomino

LA PRIMAVERA ARABA ALLA SFIDA DEFINITIVA TRA FONDAMENTALISMO

E DEMOCRAZIA. Un anno dopo la destituzione di Ben Alì, la Tunisia cerca di

costruire il suo futuro. Le elezioni hanno fatto registrare un’altissima partecipazione

al voto. Le donne che sono state in prima linea per il cambiamento sono deluse

per il risultato elettorale e temono un ritorno dell’integralismo

36 LIBERETÀ Dicembre 2011


Tunisi Anche le donne

protagoniste della

primavera tunisina iniziata

il 14 gennaio

LE ELEZIONI aprono una nuova fase politica.

Ma il paese si trova ad affrontare problemi politici,

economici e sociali non facilmente risolvibili

di Anna Maria Selini

In una Tunisi più rilassata del solito, e non solo perché

è domenica, si sono svolte le prime elezioni libere della

storia del paese. Le due o tre ore di attesa in fila davanti

ai seggi non hanno scoraggiato i tunisini,

che aspettavano questo momento dal 14 gennaio

scorso, il giorno che nei libri di storia verrà ricordato

come quello della rivoluzione tunisina, quando

Zine El-Abidine Ben Alì, il dittatore che dal

1987 teneva in pugno il paese, ha lasciato Tunisi

insieme alla sua famiglia.

In realtà i manuali dovrebbero segnare un’altra

data: il 17 dicembre 2010, quando Mohammed

Bouazizi, un ambulante di 26 anni del governatorato

di Sidi Bouzid, si diede fuoco, per morire

pochi giorni dopo in ospedale, perché una poliziotta

gli aveva sequestrato la bilancia e lui aveva

inutilmente chiesto di essere ricevuto dal governatore.

Da quel giorno la Tunisia non è stata più la stessa: da Sidi

Bouzid, estendendosi a macchia d’olio fino a toccare in poche

settimane Tunisi, la gente è scesa in strada chiedendo

dapprima libertà, dignità, lavoro. E poi la fine del regime

LIBERETÀ Dicembre 2011 37


ASSEMBLEA

a Tunisi durante

i giorni della rivolta

per far cadere il di Ben Alì. Prima i disoccupati, poi i

governo di Ben Alì

sindacati, gli studenti, gli avvocati, gli

insegnanti e infine la gente comune.

La rabbia covata per troppo tempo si è sfogata

un po’ dappertutto: dalle piazze reali

a quelle virtuali, ingigantendosi ed echeggiando

nei blog, via Facebook e Twitter,

finalmente non più censurati.

38 LIBERETÀ Dicembre 2011

La primavera, come amano chiamarla i

media (ma attenzione a definirla “rivoluzione

dei gelsomini”, visto che così Ben

Alì soprannominò la sua presa di potere)

è sbocciata, contagiando poi l’intero mondo

arabo. Eppure, a un anno di distanza,

camminando per le vie di Sidi Bouzid, sembra

che nulla sia cambiato. Quello che colpisce

è il senso d’attesa. Un’intera città attende

e spera in un lavoro, un qualche cambiamento

di vita, un miracolo forse viste

le condizioni in cui questa gente si dibatte.

Perché qui, nella Tunisia profonda, lontana

dalle spiagge e dalle casette bianche

con le finestre azzurre da cartolina, il lavoro

manca e gli chomeurs, i disoccupati,

sono quasi il 40 per cento (34 per cento secondo

i dati ufficiali).

«Qui non c’è niente – racconta Sabeur,

un giovane di Sidi Bouzid –. Niente lavoro,

niente dignità, niente speranza. Anche

se provassi a vendere i miei genitori,

non avrei di che campare. Sono vecchi

e malconci». Sabeur ha 26 anni e parla

perfettamente quattro lingue. Lavora a

giornata come autista, per guadagnare l’equivalente

di una decina di euro e quando

gli va meglio aiuta i giornalisti nelle

interviste. Adesso Sidi Bouzid se la sono

dimenticata tutti e anche lui, come tanti

altri giovani con un diploma o una laurea

in tasca, resta in attesa, trascorrendo

le serate al bar, giocando a carte o fumando

un eterno narghilè.

In questo nulla, dove anche i controlli

di polizia si sono fatti più blandi

nell’interregno politico post-rivoluzionario,

il rischio di infiltrazioni fondamentaliste

aumenta. Sempre Sabeur è

stato picchiato, perché visto bere una

birra davanti a casa, e diversi sono stati

gli episodi violenti legati a movimenti

islamisti radicali, come i salafiti, soprattutto

in aree rurali del paese, dove i

“barbuti” hanno tentato di imporre la loro

“verità” a suon di bastonate.

La polizia, invece, continua a tenere d’occhio

le manifestazioni (con molti meno

partecipanti rispetto a dicembre e gennaio)

e a fare la guardia ai blogger, in

una specie di retaggio del passato, quando

la libertà d’espressione non esisteva

e anche avere un blog poteva essere rischioso.

«Oggi curo una trasmissione televisiva

che parla di Internet e social network

– racconta la blogger Fatma Riahi –.

Poter mandare in onda e commentare liberamente

quelle stesse caricature su Ben

Alì per le quali sono finita in carcere, è la

conquista più grande».

«Prima la gente non parlava mai in pubblico

di politica – spiega Kerim Bouzoui-


ta, giovane giornalista e docente universitario

–. Oggi nei bar e per strada non si sente altro.

I tunisini non hanno più paura, è questa la vera

rivoluzione».

Libertà di comunicare, navigare in Internet,

manifestare, costituirsi in associazioni politiche

e religiose. Grandi passi sono stati fatti

in questi mesi, ma le tracce e i metodi del

passato a volte tornano a galla. Radhia Nasraoui,

avvocata tunisina e leader storica del

movimento per i diritti civili, a settembre ha

denunciato il ricorso a torture contro i detenuti,

pratica diffusa sotto Ben Alì ed evidentemente

non del tutto abbandonata.

Tanto che in occasione delle storiche elezioni

del 23 ottobre, le prime libere degli ultimi ventiquattro

anni, Amnesty International ha pre-

È difficile

immaginare quali

saranno i veri

vincitori della

primavera araba.

Una cosa è certa: la

principale risorsa

sono i giovani

Il cambio della guardia in Tunisia e in

Egitto, la scomparsa di Gheddafi, dopo

quasi un anno di rivolte arabe, segnano

una svolta epocale. Ogni paese della

grande regione che dal Marocco va a

lambire le Repubbliche centro-asiatiche

ha una storia, ed è sempre improprio

semplificare, immaginando denominatori

comuni. La rivolta tunisina è esplosa per

il pane e per l’insopportabile livello di

corruzione; ragioni analoghe hanno

segnato quella egiziana, ma lo stesso

non si può dire della Libia, al confronto

assai più benestante, e dove il

propulsore della ribellione è stato il

desiderio di riconquistare la libertà.

Adesso tutti gli sguardi sono rivolti alla

Siria del presidente Bashar el Assad, che

sta affrontando oppositori e contestatori

del suo regime liberticida con la forza

bruta della violenza: duemila morti

secondo stime minimaliste, tremila

secondo altre. Con un corollario di

atroci brutalità, come il tiro al bersaglio

sui manifestanti, persino sui bambini.

REPORTAGE > L’ALTRA TUNISIA

sentato a tutti i candidati un manifesto in dieci

punti per le riforme nel campo dei diritti

umani, invitando a sottoscriverlo. Porre sotto

controllo le forze di sicurezza, combattere la

tortura e gli altri maltrattamenti, rispettare i diritti

alla libertà di riunione, associazione ed

espressione, riformare il sistema giudiziario,

indagare sulle violazioni del passato e così via.

L’Assemblea costituente, risultato delle elezioni

cui hanno partecipato ben 105 partiti,

avrà il compito di redigere una nuova Costituzione

e inaugurare un nuovo corso per il paese,

che sancisca innanzi tutto il rispetto dei diritti

fondamentali dell’uomo. Come l’Egitto

anche la Tunisia dovrà prima di tutto affrontare

due grandi temi: il ruolo delle forze armate

e dell’islam politico. La primavera tunisina

è solo all’inizio.

LA PRIMAVERA ARABA DAL MAROCCO ALLE REPUBBLICHE ASIATICHE

I regni di Giordania e Marocco, seppur

attraversati da turbolenze, stanno

reagendo per evitare il contagio.

Mohammed VI, a Rabat, ha varato una

nuova Costituzione; Abdallah II,

ad Amman, la sta varando.

Ben più grave, anzi con poche vie

d’uscita la situazione nello Yemen,

uno dei paesi più poveri ed esposti

della regione. La guerra al presidente

Saleh, ora pronto (sembra) a farsi da

parte, rischia di vedere fra i

protagonisti i leader di tribù nomadi

che hanno idee assai discutibili

sul rispetto dei diritti umani.

E poi c’è il ricco gigante saudita.

Il grande alleato degli Usa ha compiuto

qualche timido passo verso la

democrazia. Ma è ancora lontano dalle

riforme che si ostina a rinviare.

Per questo è difficile immaginare oggi

quali saranno i veri vincitori, ma una

cosa è certa: il mondo arabo di domani

sarà migliore di quello di ieri.

LIBERETÀ Dicembre 2011 39


La sede della Camera

del lavoro di Milano


La prima

CAMERA DEL LAVORO

Mario e Serafino,

testimoni della strage

di Portella della Ginestra

LA CAMERA DEL

LAVORO DI MILANO

ha celebrato il 1° ottobre i 120 anni della propria

fondazione. Ma come e quando nacque la Camera

del lavoro di Milano? Fu veramente la prima a essere

fondata in Italia come molti storici sostengono

o fu semplicemente una delle prime?

di Carlo Ghezzi

Il 18 novembre 1888 nel corso

di un comizio promosso da 24

associazioni operaie che si tenne

all’Arena napoleonica di Milano,

il guantaio Giuseppe Croce, un

noto esponente del Partito operaio

italiano, lanciò per la prima

volta l’appello per la costruzione

di una Camera del lavoro. Egli

propose di seguire l’esempio di

quanto realizzato a Parigi con la

costituzione della Borsa del lavoro.

La proposta venne duramente

avversata dagli anarchici e

non decollò.

Il 1° aprile 1889 a Milano la Federazione

del libro, la prima organizzazione

nazionale di categoria

fondata nel 1872, rilanciò

nuovamente sul suo periodico Il

tipografo l’appello per la costituzione

di un organismo di rappresentanza

generale per tutti i lavoratori

operanti nel territorio.

Nel luglio 1889 a Parigi, in occasione

del centenario della rivoluzione

francese, si tenne la riunione

dell’Internazionale socialista,

Nel corso dei suoi lavori venne

indetta la giornata internazio-

nale di lotta per il conseguimento

della giornata lavorativa di otto

ore proposta dal movimento

operaio australiano nel lontano

1855 con lo slogan “otto ore di

lavoro, otto ore di svago, otto ore

di riposo”. Tale giornata, da celebrarsi

in tutto il mondo a partire

dall’anno successivo, venne fissata

per il 1° maggio in ricordo

della tragedia che aveva coinvolto

il movimento operaio americano

con la condanna a morte di

tredici sindacalisti processati e impiccati

a Chicago dopo il grande

sciopero del maggio del 1886 indetto

per la conquista delle otto

ore; uno sciopero sfociato in duri

scontri con la polizia e con gli

agenti della Pinkerton, la polizia

privata che operava al soldo degli

imprenditori.

A Parigi diverse delegazioni di

operai milanesi, oltre ad assumersi

l’onere e l’onore di organizzare a

Milano la giornata del 1°maggio,

concentrarono la loro attenzione

sul funzionamento della Bourse

de travail, la Borsa del lavoro, la

LIBERETÀ Dicembre 2011 41


PAGINE DELLA MEMORIA > CAMERA DEL LAVORO

struttura promossa nel

1887 dalle categorie sindacali

che organizzavano

i diversi settori del mondo

del lavoro allo scopo di regolare

il collocamento per tutti

i lavoratori di quella città. Una

struttura nata con il contributo

decisivo dell’amministrazione

comunale che aveva consegnato

gratuitamente ai sindacalisti

la storica sede di rue de Chateau

d’Eau.

Le delegazioni milanesi tornarono

da Parigi determinate nel

voler realizzare la costruzione di

una Borsa del lavoro trovando

nell’operosità e nella personalità

di Osvaldo Gnocchi Viani un

convinto sostegno. Dopo che il

sindacato dei lavoratori poligrafici

attraverso Il tipografo aveva

lanciato un nuovo appello, il

6 dicembre 1889 si insediò una

commissione di 15 componenti

che venne delegata a realizzare

i passaggi necessari per costrui-

42 LIBERETÀ Dicembre 2011

Dopo che il sindacato dei lavoratori poligrafici attraverso il giornale “Il

tipografo” aveva lanciato un nuovo appello, il 6 dicembre del 1889 si

insediò una commissione di quindici componenti che venne delegata a

L’attuale sede della

Camera del lavoro

negli anni Trenta.

A destra:

il congresso delle

orgnizzazioni di

resistenza tenutosi

alla Camera del

lavoro di Milano

nel 1906

re concretamente

tale struttura.

La Camera del lavoro

avrebbe dovuto,

insieme con gli altri compiti,

svolgere funzioni di rappresentanza

e contrattazione stabilendo

relazioni con le controparti

imprenditoriali, definendo

il limite massimo dell’orario di

lavoro, gestendo il collocamento

in modo da sottrarlo così agli

intermediari e ai collocatori privati,

facendo rispettare la legislazione

vigente.

Grandi dibattiti si svilupparono

nella città e nei comuni della provincia,

sostenuti e animati dall’infaticabile

Gnocchi Viani. Fino

a che una grande assemblea

pubblica fu convocata il 30 marzo

1890. I lavori preparatori permisero

alle leghe sindacali milanesi

di riunirsi i giorni 20 e 27

aprile di quell’anno e di varare

il regolamento e lo statuto della

Camera del lavoro. Dopo defa-

tiganti discussioni venne deciso

che alla Camera del lavoro si

aderiva in quanto operai, indipendentemente

dalle società operaie

d’arte o di mestiere alle quali

si era associati.

Lo statuto diverrà il documento

fondante non solo per la Camera

del lavoro di Milano ma anche

per quelle nascenti di Torino,

di Piacenza e via via per le

numerose Camere del lavoro che

nasceranno nei primi anni del

Novecento in ogni parte d’Italia.

Dirà Luciano Lama nel 1981:

«La Camera del lavoro di Milano,

già al suo nascere, segna il

sindacalismo italiano di un tratto

caratteristico che lo fa diverso

dalle altre esperienze europee.

Le Camere del lavoro, infatti,

superando i confini dell’organizzazione

di mestiere, propongono

il patrocinio e la tutela

degli interessi dei lavoratori

per educarli praticamente alla


ealizzare i passaggi necessari per costruire

concretamente una struttura sul modello della Borsa

del lavoro nata in Francia

A lato: Osvaldo Gnocchi Viani.

In basso: la commissione

esecutiva della Camera del

lavoro di Milano nel 1905.

fratellanza e al mutuo appoggio.

Diventano in tal modo strumenti

di lotta per la conquista di nuove

condizioni di lavoro per apprendisti,

per le donne e i fanciulli,

per una durata di lavoro

più umana, per garantire l’insegnamento

professionale, l’elevazione

culturale, la ricerca del

lavoro e il collocamento».

Subito dopo l’approvazione

dello statuto ripresero però le

tensioni su un altro punto molto

delicato: come finanziare la

nascente struttura sindacale confederale?

Si fronteggiavano più

proposte. Alcune proponevano

di sostenere economicamente la

Camera del lavoro puntando solo

ed esclusivamente sul tesseramento.

Per il lavoratore la scelta

di adesione all’organizzazione

sindacale doveva farsi carico

A destra:

Rinaldo Rigola

del pagamento di una quota corrispondente

all’incirca all’1,5 per

cento del salario percepito dal

lavoratore. Altre proposte ruotavano

attorno al fatto di chiedere

a ogni lavoratore iscritto al

sindacato di contribuire con una

quota molto contenuta del proprio

salario alla quale aggiungere

invece un cospicuo finanziamento

pubblico da richiedersi

all’amministrazione municipale.

Altri ancora proponevano

soluzioni intermedie.

Il costo della tessera sarebbe

stato definito in una percentuale

attorno all’1 per cento

sulla paga media del lavoratore

e all’amministrazione comunale

si sarebbe chiesto un contributo

e la messa a disposizione

di locali. Si conclusero così i lavori

preparatori e il 12 marzo

1891 dalla solenne riunione delle

leghe venne costituita la Camera

del lavoro di Milano. Venne

eletto il primo comitato direttivo

e le altre strutture di di-

rezione. Alla funzione di segretario

generale venne eletto il

guantaio Giuseppe Croce, nato

nel 1853 a Somma Lombarda,

uno straordinario dirigente che

non aveva potuto completare le

scuole elementari, l’autore del

primo appello per fondare una

Borsa del lavoro da lui avanzato

nel comizio del novembre

1888. Croce fu il primo

e, in quel momento, l’unico

stipendiato dalla struttura e

attorno a lui venne composta,

e sottoposta al voto per

legittimarla, una segreteria

della quale venne chiamato a fare

parte, tra gli altri, anche il codognese

Angiolo Cabrini.

La giunta municipale milanese

diretta dal senatore Giulio

Bellinzaghi, definita “di conciliazione”

perché sostenuta dai

moderati e dai radicali, diede il

suo consenso alla costituzione

della Camera del lavoro. Il sindaco

riconobbe la Camera del

lavoro in data 5 giugno 1891 e

le concesse un contributo di

15.000 lire l’anno per la gestione

del collocamento. Concesse

anche l’uso provvisorio di un’ala

minore del Castello sforzesco,

quale prestigiosa sede del

nascente sindacato confederale.

Due anni più tardi la sede della

Camera del lavoro avrebbe avuto

sede definitiva in via Crocefisso

al numero 15. Tutti i lavoratori

che operavano nello stesso

territorio avrebbero potuto

avere una struttura che esprimesse

rappresentanza e capacità

di contrattazione collettiva.

LIBERETÀ Dicembre 2011 43


PAGINE DELLA MEMORIA > RACCONTI

PREMIO LIBERETÀ

La repubblica partigiana

Dalle memorie di Ferrino Ferrini

Ferrino Ferrini, classe 1923, nato a Cervia (Ra), assunto in ferrovia prima come manovale,

poi fuochista, quindi operaio tecnico, è con questa competenza che viene inquadrato nell’esercito

regolare italiano nel 1943. In fuga, dopo l’8 settembre, è tra i partigiani della prima ora, a Cervia, poi nell’Appennino

tosco-emiliano. Inquadrato nella brigata Matteotti di montagna, diventa il comandante di una compagnia. Nella sua

memoria, finalista all’ultima edizione del premio LiberEtà, si raccontano i giorni conclusivi della celebre repubblica

partigiana di Montefiorino, tra Modena e Reggio Emilia. Questa repubblica durò quarantacinque giorni, tra giugno e

agosto del 1944, ed è considerata il primo governo autonomo in lotta contro i tedeschi. (Luca Ricci)

In montagna, oltre al nemico,

un grosso problema era

il mangiare: si soffriva la fame.

Non potevamo accendere

fuochi per non essere scoperti

dagli aerei che controllavano la

zona; lo facevamo solo quando

c’era la nebbia più fitta. Utilizzavamo

la legna più secca per

cuocere la carne e non fare fumo,

ma se la nebbia si sollevava

all’improvviso, bisognava

spegnere il fuoco. Così la carne

si mangiava com’era, cotta

o cruda che fosse!

Il nostro equipaggiamento stava

tutto in un piccolo zainetto;

avevamo una coperta ogni tre o

quattro partigiani e, quando si

dormiva, si stava tutti rannicchiati

sotto questa coperta. Nello

zainetto tenevamo un po’ di

tutto, bombe a mano, munizioni,

coltello, e magari anche qualcosa

da mangiare: un pezzo di

formaggio o un po’ di carne da

cuocere. Eravamo vestiti alla

meglio, qualcuno portava indumenti

militari; io portavo un

44 LIBERETÀ Dicembre 2011

paio di pantaloni che, da lunghi,

erano ormai diventati corti,

una camicia, un giaccone,

uno di quei berretti tedeschi con

la visiera e portavo il fazzoletto

rosso al collo. Inoltre avevo

un binocolo, preso a un gerarca

fascista nei primi tempi, e

delle carte topografiche della

zona.

La nostra formazione era composta

da circa quaranta uomini,

male equipaggiati e male armati,

con alcuni completamente

senza armi: in quelle condizioni

non potevamo sostenere

scontri con un nemico bene organizzato.

Una volta incontrammo una nostra

formazione che aveva ricevuto

un lancio di rifornimenti

da parte degli alleati: loro avevano

mitra Sten, delle mitragliatrici

Bren, e anche indumenti

adatti all’ambiente in cui ci trovavamo.

Ci dettero qualche mitra

e un po’di munizioni: io ebbi

in consegna un mitra Beretta,

calibro 9 lungo.

Verso la fine di luglio del 1944

ricevemmo l’ordine di recarci

a Montefiorino. Ci accampammo

in una stalla, nel territorio

di quella che ci dissero essere

la famosa “repubblica partigiana”.

C’erano varie formazioni,

dalla Garibaldi alla Sali e tabacchi

di Modena, alla Stella

rossa, e poi noi della Matteotti.

Mentre anche noi della Matteotti

eravamo in attesa delle

istruzioni finali per ricevere armi

dagli americani, due divisioni

tedesche si preparavano

ad attaccarci, e così non facemmo

in tempo a ricevere il carico: ci

attestammo nella parte alta della

zona, in attesa dell’attacco

imminente.

Il 29 luglio 1944 si scatenò

l’offensiva sulla via Giardino,

verso Montefiorino. Tenemmo

la posizione per quattro giorni

ma vista l’impossibilità di resistere

più a lungo, ci ordinarono

di ritirarci verso Zocca.

La notte del 1° agosto abbiamo


impegnato tutte le nostre forze

su via Giardino, la posizione

migliore per sganciarci dal nemico

e andare verso la boscaglia,

mentre da altre parti c’erano

carri armati e cannoni puntati.

Noi e altre formazioni riuscimmo

a raggiungere, a piccoli

gruppi, le nostre basi.

Quella di Montefiorino fu un’azione

di guerra condotta dai

partigiani contro reparti tedeschi

e fascisti. Fu la più grossa

battaglia campale combattuta

dagli invasori in Italia. I

tedeschi, oltre a lamentare circa

duemila morti, stentarono a

credere che su circa cinquemila

partigiani, ben 4.750 avessero

potuto sottrarsi alla loro

stretta mortale. Anche gli alleati

rimasero stupefatti.

AMontefiorino sarebbe bastato

l’intervento dei bombardieri

alleati all’inizio dell’offensiva

per mettere in fuga tedeschi

e fascisti fino al Po e, tra

gli alleati che avanzavano dal

sud e noi partigiani al nord, si

sarebbero trovati stretti nella

morsa senza scampo.

Quindicimila uomini, l’intera

divisione Göring e alcune migliaia

di fascisti, contro cinquemila

uomini armati solo di

armi leggere, mitragliatrici,

bombe a mano. Ma gli alleati

non vollero intervenire, rimandando

la liberazione alla

primavera del 1945…

Nella foto in alto a sinistra:

la repubblica partigiana di Montefiorino.

giugno-luglio 1944. Da sinistra a destra

Mario Nardi “Capitano”, Osvaldo Poppi

“Davide” e Torquato Bignami

Le donne raccontano

LA STORIA SIETE VOI

di Marco Togna

Chi ha ancora tanto da dare, chi

ha ancora voglia di ascoltare e

capire. Questo è l’incontro tra un

anziano e un ragazzo, uno scambio da cui si esce entrambi

arricchiti. Cosa puntualmente avvenuta negli

incontri tra un gruppo di pensionate, coordinato dal

“Gruppo donne” dello Spi Cgil, e gli studenti delle

scuole medie di Postioma di Paese, Mogliano Veneto

e Preganziol, tre comuni della provincia di Treviso.

Un’esperienza importante per tutti, da cui è nato

il volume La storia siete voi (219 pagine), edito

dallo Spi Cgil trevi-

giano. Il libro riporta

le storie raccontate dalle

anziane, dagli anni

dell’infanzia e dell’adolescenza

a quelli del

lavoro e dell’impegno

sociale e civile, e i numerosi

commenti dei

ragazzi (ma anche i loro

disegni ispirati ai

racconti), tutti improntati alla curiosità e allo stupore

per vite così lontane dalle loro.

Le donne sono state operaie, contadine, impiegate,

insegnanti. Riportano alla memoria un mondo, a iniziare

dal primissimo dopoguerra, fatto di lavori a maglia

e di pulizia del pollaio, di case senza il bagno e

di chilometri a piedi o in bicicletta per andare a scuola.

Un tempo estraneo ai nostri ragazzi, che non mancano

nei loro commenti di mostrare tutta l’incredulità

(«ma è tutto vero?» chiedono di continuo), ma

anche ammirazione per una “forza” che a loro sembra

inarrivabile. L’altro passaggio importante per le

narratrici è il lavoro, e con esso l’ingresso nel sindacato,

nella Cgil, che ha significato prendere coraggio,

uscire da una condizione di subalternità, affermare

i propri diritti. Quei diritti di cui «ci si dimentica»,

commenta una ragazza: «Ma per fortuna c’è

sempre qualcuno a ricordarceli e far capire, anche a

noi giovani, che tutto quello di cui godiamo adesso

è stato conquistato con fatica nel tempo e non si può

scordare quanto sia costato».

Carla

Tonon

al lavoro

nella

fabbrica

San Remo}

LIBERETÀ Dicembre 2011 45


Ferruccio Parri

quando si insediò

alla Presidenza

del consiglio inviò

agli italiani un

messaggio radio

di alto contenuto

morale. «Abbiamo

bisogno di una

lunga e tenace

opera di

educazione civile

che ci liberi da un

triste passato e

da antiche

eredità, che dia

agli italiani il

senso della

serietà morale. Al

governo spetta di

dare l’esempio:

esempio di

onestà, di

giustizia, di

tolleranza». Per

uscire

definitivamente

dal berlusconismo

avremmo bisogno

di sentire discorsi

di questo tenore

46 LIBERETÀ Dicembre 2011

IL NOSTRO TEMPO

Tra il giugno e il dicembre

1945 il palazzo

del Viminale,

allora sede della Presidenza

del consiglio, ospitò per

172 giorni uno strano signore

di 55 anni. Questo

signore trascorreva lì dentro

intere giornate e non

usciva neanche per il pranzo:

gli bastavano il pane

della tessera annonaria, un

po’di salame e di formaggio,

un frutto e l’acqua di

rubinetto. Lavorava fino a

tarda sera e per le poche

ore di sonno che si concedeva

aveva fatto appron-

C’ERA UNA VOLTA

Ferruccio Parri

Il leggendario

Maurizio

di Giuseppe Sircana

tare una brandina militare.

Quel signore era Ferruccio

Parri, chiamato nel giugno

1945 dal Comitato di

liberazione nazionale a rappresentare

la nuova Italia

uscita dalla Resistenza. Al

Quirinale c’era ancora il

re, il paese viveva una delicata

fase di transizione e

le forze antifasciste, in attesa

di poter misurare con

le prime libere elezioni il

reale grado di consenso di

ciascuna, decisero di affidare

la guida del governo

a una personalità di grande

equilibrio e rigore, che

Milano 6

maggio 1945.

I partigiani

sfilano

all’indomani

della

Liberazione.

Da sinistra: Gian

Battista Stucchi,

Ferruccio Parri,

Raffaele

Cadorna, Luigi

Longo, Enrico

Mattei, Fermo

Solari

di sicuro non avrebbe operato

nell’interesse di una

parte. E chi meglio dell’azionista

Parri, l’irriducibile

oppositore del fascismo,

il leggendario “Maurizio”

della Resistenza?

Uomo schivo, Parri si

sarebbe volentieri sottratto

all’investitura. A spingerlo

ad accettare – confesserà

anni dopo – furono

«un certo istinto di avventura»

e quel “doverismo”,

inteso come impegno

morale nei confronti

di coloro che si erano sa


crificati nella lotta contro il fascismo.

Appena insediato, Parri si rivolse

agli italiani attraverso un radiomessaggio:

«Voi papà e mamme

d’Italia, alle prese con lo spinosissimo

problema giornaliero

del pranzo e della cena, vedete

in prima linea le necessità materiali.

Lasciate che io metta in

prima linea il lato morale. Non

è questo il momento per insistervi,

ma è la premessa di tutto,

la premessa di ogni resurrezione.

Abbiamo bisogno di una

lunga e tenace opera di educazione

civile che ci liberi da un

triste passato e da antiche eredità,

che dia agli italiani il senso

della serietà morale. Al governo

spetta di dare l’esempio: esempio

di onestà, di giustizia, di tolleranza».

E quello offerto da Parri,

nei pochi mesi trascorsi al Viminale,

fu un fulgido esempio.

Lo scrupolo e la diffidenza verso

la burocrazia ministeriale, che

si era mostrata subito astiosa nei

confronti di questo “professorino”

calato dal Nord, lo inducevano

a verificare di persona tutte

le pratiche. Unici momenti di

distrazione e di conforto erano

le visite di qualche delegazione

partigiana, con cui si lasciava andare

ad amari sfoghi.

Col passare del tempo egli vide

crescere intorno a sé una certa

freddezza in quegli stessi ambienti

politici che lo avevano voluto

alla guida del governo. Anche

a sinistra c’era chi lo considerava

un brav’uomo, di grande

rigore morale, ma ingenuo in politica

e indeciso nell’azione di

governo. Al

contrario Parri

dimostrò di

possedere una

profonda conoscenza

dei

fatti economici

e di sapersi muovere nelle complesse

questioni di bilancio e di

politica industriale. Assunse decisioni

coraggiose, come quella

di affidare a Enrico Mattei la rinascita

dell’Agip, quando tutti

ne reclamavano lo smantellamento.

Confermò la scala mobile,

decise il blocco dei licenziamenti

e aveva in animo di varare

provvedimenti rivoluzionari

quali il cambio della moneta,

l’imposta straordinaria sul patrimonio,

l’avocazione dei profitti

di guerra, di regime e di speculazione,

una decisa e rigorosa

epurazione dei personaggi più

compromessi col fascismo. Misure

che allarmarono gli ambienti

economici e le destre e concorsero

a determinare la caduta del

governo il 24 novembre 1945.

In una memorabile pagina

de L’orologio, Carlo Levi ha descritto

il clima che si respirava

nel palazzo un minuto dopo l’annuncio

delle dimissioni di Parri:

«Avevano le facce distese di

chi si è tolto un gran peso dal

cuore: essi sentivano che era l’ultimo

giorno nel quale degli sconosciuti

senza titolo, con facce

e vestiti che parevano di un’altra

razza, penetravano in quella

loro casa; che essa non sarebbe

stata più profanata; che quel palazzo,

che aveva resistito im-

perturbabile a tante bufere, sarebbe

finalmente tornato in loro

possesso. Non avrebbero più dovuto

trepidare al pensiero di folli

riforme, di insensati cambiamenti,

di crudeli epurazioni, di

ridicole pretese di

efficienza... Di questi

invasori non se

ne sarebbe parlato

più».

Con l’uscita di scena

di Parri – immortalato

da Levi

come «un crisantemo

sopra un

letamaio» – si spegnevano

tante speranze

in un’Italia

migliore, ma pochi,

anche a sinistra,

si resero con-

Ferruccio Parri.

con Lorenzo Da

Bove, Filippo Turati,

Carlo Rosselli,

Sandro Pertini a

Calvi (1926).

«Se ci fu un

presidente del

Consiglio italiano

che meritò la

qualifica di

galantuomo, di

politico onesto e

probo – riconobbe

Indro Montanelli –

quello fu Ferruccio

Parri»

to di cosa rappresentasse realmente

quel passaggio: era il no

a uno Stato rinnovato e moderno,

fondato su legalità, competenza,

moralità e austerità ed era

il perpetuarsi degli antichi vizi

nazionali, primo fra tutti il gattopardismo,

con il rifiuto di fare

i conti fino in fondo con le responsabilità

individuali e collettive.

Parri morì povero, in una

stanza dell’ospedale militare di

Roma, l’8 dicembre 1981.

LIBERETÀ Dicembre 2011 47


LITTLE ITALY

Con i suoi cinquecentomila

abitanti

e una superficie di

poco più di 2.500 chilometri

quadrati, il Lussemburgo

è poco più di una provincia

media italiana. Eppure

qui batte uno dei cuori

pulsanti d’Europa, una

delle sue tre capitali con

Bruxelles e Strasburgo. Qui

è la sede della Corte di Giustizia,

della Corte dei conti,

del segretariato del Parlamento

e di altre istituzioni

dell’Unione. Ma il Lussemburgo

è anche terra di

emigrazione italiana; anche

qui, come in Germania,

Francia, Belgio, Svizzera,

sono arrivate ondate

di nostri emigranti per sfuggire

alla povertà e alla miseria

delle nostre valli e delle

nostre campagne. Qui

hanno trovato lavoro e accoglienza,

pur sopportando

le discriminazioni e le

difficoltà di chi arriva straniero

in un altro paese.

Ci dicono che John Caste-

48 LIBERETÀ Dicembre 2011

LITTLE ITALY

gnaro, il primo presidente

dell’Ogb-L, figlio di immigrati

italiani, ama raccontare

che quando sua moglie

comunicò in famiglia che

avrebbe sposato un italiano,

il padre la diseredò. Oggi

loro, gli italiani,

sono parte integrante

di questo paese in

continua crescita e

che ha ancora bisogno

della manodopera

dei paesi vicini

per dare corpo ai

suoi progetti di capitale

europea. Decine di

migliaia di lavoratori transfrontalieri

arrivano ogni

giorno dalla Francia, dalla

Germania e dal Belgio

per costruire, nelle aree

industriali dismesse dove

sorgevano le imponenti

acciaierie di un tempo, la

città del futuro. È in questa

città, così fortemente

europea, che incontriamo

nella moderna sede sindacale

i dirigenti dell’Ogb-L:

il presidente Jean-Claude

ITALIANI NEL MONDO

Lussemburgo

Il piccolo

grande paese

Lo Spi incontra il sindacato lussemburghese

di Livio Melgari

Foto sotto: l’incontro

con il sindacato del

Lussemburgo.

A sinistra: Robert Racke,

che è anche presidente

della Ferpa, a Roma

con lo Spi

Reding, il segretario delle

politiche sociali, Carlos Pereira,

e i dirigenti dei pensionati

guidati dal lussemburghese

presidente della

Ferpa, Robert Racke.

Presente anche l’Inca che,

con il suo direttore Graziano

Pianaro e Lina Pillitteri,

rappresentano una

parte fondamentale della

storia degli italiani in questo

paese.

La sede dell’Inca, che si affaccia

pulita e luminosa su

una delle strade principali

del centro di Lussemburgo,

ne è una testimonianza

concreta, quasi a sottolineare

anche in questo modo

come si possa essere cittadini

italiani ed europei.


(Foto AGF)

>

LiberEtàRegioni

L’AMBIENTE DIMENTICATO

Novembre è il mese delle alluvioni, delle frane, causate dall’incuria e dalla mancata

prevenzione, che si abbattono sulle case e sulle strade e si portano via la vita di vittime

innocenti. Oggi sono la Liguria e il messinese flagellati dal maltempo e dalla furia dei torrenti.

Ieri erano la Calabria, la Sicilia, la Campania, il Veneto, il Piemonte, la Toscana

Non ci può essere assoluzione per nessuno.

Questo è sempre vero quando di mezzo c’è

la vita delle persone. Figuriamoci a Genova

dove ci sono stati sei morti, o nelle Cinque

Terre dove sono stati ancora di più. Ma

anche a Roma un temporale ha messo in

ginocchio la città uccidendo un padre che

voleva salvare i suoi figli dalla piena. E

ancora altre vittime nel messinese già

flagellato. A caldo la rabbia si scarica su chi

è comunque responsabile della mancata

manutenzione, vuoi che si tratti di un

sindaco o di un ministro preso a pallate di

fango. Le responsabilità degli

amministratori, anche nella straordinarietà

delle calamità, ci sono sempre e comunque,

per quello che hanno fatto o che non hanno

fatto. Ma è soprattutto nell’ordinarietà che

vanno giudicate le responsabilità politiche e

amministrative. E la quotidianità ci

racconta le manchevolezze. Ma anche le

infinite difficoltà dei sindaci e dei presidenti

di Regione a far fronte alle spese ordinarie

per mantenere in esercizio servizi essenziali

di assistenza, trasporti pubblici,

manutenzioni stradali e civili. In nome di

un federalismo di facciata oggi si stanno

massacrando i bilanci delle pubbliche

amministrazioni negando i fondi necessari

a mandare avanti l’ordinaria

amministrazione. Purtroppo le tragedie ci

dicono che un’adeguata azione di

riqualificazione ambientale dovrebbe essere

la priorità di un paese che ha nel territorio

una risorsa economicamente importante e

una riserva di inestimabile valore: ma

l’ambiente, in Italia, trova difensori solo

dopo le calamità. Il ministero dell’Ambiente

è stato praticamente cancellato. Fingere di

non vedere tutto questo, ignorare l’entità

del disastro ambientale in corso, tagliare le

risorse o peggio sperperarle, continuare a

fare condoni: questi sono atti di

irresponsabilità.

LIBERETÀ Dicembre 2011 49


LIBERETÀ REGIONI > LIGURIA

Più di mille posti di lavoro a rischio

LIGURIA

IN GINOCCHIO

Oltre ai morti e ai dispersi, a Genova, nelle Cinque Terre e nello

spezzino i danni sono incalcolabili. Il punto di vista della Cgil ligure

di Giovanna Cereseto

Nel momento in cui scrivo

sono 18 le vittime

accertate in Liguria, fra

cui due bambine di otto e un

anno, e un disperso: il tragico

bilancio dell’alluvione che ha

colpito la Liguria tra ottobre

e novembre però potrebbe non

essere definitivo, ancora qualcuno

manca all’appello. I danni

a infrastrutture, immobili

pubblici e privati, attività produttive

e commerciali sono incalcolabili,

non si contano gli

sfollati. Tutto inizia nello spezzino

il 25 ottobre quando una

bomba d’acqua si abbatte sulla

Val di Vara e le Cinque Terre.

L’Italia guarda sgomenta

le immagini di paesi comple-

>50 LIBERETÀ Dicembre 2011

tamente cancellati, le sofferenze

di persone che hanno

perso tutto. Le attività produttive

sono in ginocchio: Cgil,

Cisl e Uil di Spezia parlano di

1.500 posti di lavoro a rischio

con danni gravissimi a più di

trenta aziende e chiedono lo

stato di calamità e la cassa integrazione

straordinaria.

Passa una settimana e la tragedia

si ripete. Questa volta

tocca a Genova. Nonostante

l’allerta due sia diramata con

parecchi giorni di anticipo, la

città e le istituzioni faticano a

rendersene conto, nessuno ha

la percezione di quello che sta

per accadere. E il peggio arriva

la mattina di venerdì 4 no-

Il condono della memoria

(Foto E. Di Cino)

vembre quando una bomba

d’acqua si abbatte sui quartieri

della Val Bisagno e di

Quezzi dove il Fereggiano,

uno delle decine di torrenti che

percorrono la città, esonda e

nel giro di quindici minuti distrugge

un intero quartiere e

la vita di sei famiglie.

La Liguria è in ginocchio,

sopraffatta dalla tragedia alla

quale si aggiunge la conta dei

danni: un miliardo di euro è

la prima stima per il ripristino

e la messa in sicurezza del

territorio. «Le cause di questo

disastro sono diverse – commenta

Renzo Miroglio, segretario

generale Cgil Liguria

Silvio Berlusconi qualche giorno dopo lo tsunami di Genova e molti giorni dopo la frana

nelle Cinque Terre si è ricordato di essere presidente del Consiglio di un paese dove appena

piove si preparano le camere ardenti. E con parole nette, com’è solito fare, ha fatto notare che

in Italia, troppe volte, si è costruito dove non si doveva. Peccato che i suoi due primi governi (e

lo stava per fare anche il terzo) siano stati gli unici negli ultimi quindici anni a varare sanatorie

edilizie. «Si può far scempio del paesaggio, ma non della memoria» gli ha giustamente

ricordato Marco Bracconi sul suo blog. E la memoria – Cavaliere non si illuda – si salva solo

con l’onestà e il rispetto della verità. Anche quando è un tantino sgradevole per se stessi.


–: certamente sono in atto dei

mutamenti climatici, come conseguenza

negativa anche dell’opera

dell’uomo, che producono

fenomeni meteorologici

che non hanno raffronti con il

passato; in secondo luogo, abbiamo

costruito un tessuto cittadino

– soprattutto quello genovese

– che non è in grado di

reggere queste manifestazioni

climatiche: le tombature, ossia

la copertura dei rivi con case,

strade o parcheggi sono un fenomeno

che risale a molti decenni

fa, quando la cultura ambientale

era pressoché inesistente.

È ciò richiama un dato emblematico

sul quale si ragiona poco,

ossia quello dei costi; pochi

considerano il fatto che non ci

sono soldi per la prevenzione,

ma che molti di più se ne devono

trovare quando succedono

tragedie di questo genere. E i tagli

del governo certo non aiutano.

Infine, e questo vale maggiormente

per le zone meno urbanizzate,

assistiamo all’abbandono

delle attività agricole

con la conseguente incuria del

territorio, senza la pulizia dei boschi,

dei rivi».

La solidarietà. Cgil, Cisl e

Uil di Genova e La Spezia hanno

chiesto alla Regione Liguria

di concedere e accelerare le procedure

per l’erogazione della

cassa straordinaria in deroga e

hanno anche aperto conti correnti

finalizzati all’emergenza e

alla ricostruzione. Chi volesse

contribuire può informarsi al sito

www.liguria.cgil.it.

L’altra Italia

GLI ANGELI

DEL FANGO

migliore

che l’Italia riesce a

L’immagine

dare, come sempre,

la dà nelle emergenze. Porta

le mantelline gialle, stringe

pale e carriole tra le mani,

ha il viso sporco di fango.

È l’Italia dei volontari

che hanno spalato i detriti

di Genova, di Monterosso,

di Vernazza, che si sono tuffati nella piena del fiume

che ha invaso le città, hanno scavato fino allo stremo,

ci hanno messo l’anima, la faccia, la pancia per salvare

il salvabile. Questa è l’Italia che vorremmo vedere

rappresentata in politica e nel governo. Internet

anche questa volta ha dato prova di quanto sia utile

a mobilitare le persone. In 48 ore a Genova sono stati

arruolati diecimila “angeli del fango”. L’iniziativa è

partita da Emanuela Risso, una giovane genovese che

ha aperto una pagina Facebook facendola diventare

un prezioso veicolo di informazione. La stessa spinta

emotiva ha messo in moto tantissimi volontari che da

tutta Italia hanno raggiunto Monterosso, Vernazza e i

Comuni delle Cinque Terre per spalare fango e detriti.

Questa è l’altra Italia. È fatta di giovani e anziani

che sanno quando è il momento di rimboccarsi le maniche

e lavorare per gli altri.

LIBERETÀ Dicembre 2011 51


LIBERETÀ REGIONI > LAZIO

Effetto crisi nella capitale: la spesa di disoccupati

e anziani che non arrivano più alla fine del mese

A CACCIA

di cibo e vestiti

nei cassonetti

LE PENSIONI

minime non

bastano più a tirare

avanti. Qualche

spicciolo da dare ai

nipoti disoccupati. E

così si risparmia

sulla spesa

frugando tra le

cassette della

verdura scartata dai

fruttivendoli

Benessere e povertà convivono nel

centro di Roma. C’è chi fa la fila davanti

ai ristoranti, e chi a pochi metri

di distanza rovista nel cassonetto alla ricerca

di un tozzo di pane. Anche questa è

la capitale. La Caritas avverte: la povertà

sta aggredendo il ceto medio. Non sono più

solo i senza tetto o i rom a frugare tra i rifiuti.

Da qualche anno non è difficile sorprendere

italiani, pensionati o anche cinquantenni

disoccupati, a ispezionare la spazzatura.

La mattina si aggirano tra i banchi dei mercati.

All’apparenza normalissimi clienti, e

fino a pochi anni fa lo erano. Guardano i

prodotti esposti sulle bancarelle: frutta, pane,

verdura, pesce e carne. Sembra che valutino

la merce esposta. Poi all’improvviso,

ma con molta discrezione, si avvicina-

52 LIBERETÀ Dicembre 2011

no alle buste gialle degli scarti vegetali.

Un’occhiata svelta per individuare il residuo

“buono”, prima di infilare rapidamente

la mano e via tra la folla. La loro “spesa”,

quando va bene, è un’arancia, una mela

o un pomodoro andato a male, in alternativa

qualche foglia di lattuga o il gambo

di un carciofo.

«Pensano di passare inosservati – spiega

una fruttivendola – ma non è così. Li vediamo

e facciamo finta di niente. Per noi è

doloroso riconoscere i nostri ex clienti che

frugano tra gli scarti».

È un fenomeno, spiegano diversi commercianti

dei mercati di Roma, che c’è sempre

stato ma che negli ultimi tre anni ha conosciuto

un forte incremento: «Ho questa attività

al Testaccio dal 1953 spiega il titolare

di un banco di alimentari – ma quello cui

(Foto Sintesi)


assisto da tre anni è incredibile. Non avevo

mai visto così tanti anziani rovistare nell’immondizia.

Le pensioni minime, evidentemente,

non sono sufficienti e così si

assiste a queste scene».

Negli altri quartieri la situazione non cambia.

«Il sabato mattina – afferma un fruttivendolo

di Monteverde – è il giorno in cui

si vedono più persone rovistare nei cassonetti

attorno al mercato. Prima era un fenomeno

che riguardava solo gli extracomunitari,

ora anche i nostri connazionali,

soprattutto anziani. A volte quando si sentono

osservati si giustificano dicendo che

hanno il coniglio, la gallina o la tartaruga

cui dare da mangiare».

Il direttore dell’istituto di igiene dell’università

cattolica di Roma, Walter Ricciardi,

spiega il pericolo di malattie causato dall’ingerimento

di cibo raccolto dall’immondizia:

«La salmonellosi e la shigellosi

sono le due patologie più facili da contrar-

Aumentano le tariffe

e diminuiscono

i servizi. È

quanto emerge dal rapporto

Ires, curato da Francesco Montemurro

e presentato da Ines Morosini, sui bilanci di

previsione di trentuno Comuni lombardi.

«La ricerca – commenta Claudio Dossi della

segreteria Spi Lombardia – evidenzia con

molta chiarezza l’aumento delle entrate extratributarie

(tariffe dei servizi, multe eccetera)

in una misura che varia dall’8 al 17

per cento».

Ma i dati fanno emergere anche una netta

diminuzione della spesa per servizi, investimenti

infrastrutturali per viabilità, traspor-

re. Più in generale, le tossinfezioni alimentari.

Ossia il rischio sia di intossicazione

sia di infezione dovuto al cibarsi di

alimenti ricchi di germi».

Le azioni di sostegno a chi è in difficoltà non

vengono, però, solo dalla Caritas. La solidarietà

non manca tra i banchi dei mercati:

«Abbiamo imparato a riconoscere chi è nell’indigenza

e con molta delicatezza, per non

offenderli, gli offriamo qualche cosa – racconta

un macellaio di Campo de Fiori – come

delle fettine panate o delle ali di pollo».

Effetto crisi in Lombardia

AUMENTANO LE TASSE

DIMINUISCONO I SERVIZI

ti, ambiente, opere pubbliche. «Tutto questo

– continua Dossi – mina significativamente

la tenuta sociale, in particolar modo per

le persone più fragili, quali gli anziani e i

disabili. Per questa ragione come sindacato

dei pensionati riaffermiamo la necessità

del confronto e della negoziazione sociale con

tutti i Comuni, gli ambiti, i distretti, la Regione,

quale strumento per arginare la riduzione

dei servizi alla persona e per rafforzare

tutti gli elementi di equità e di uguaglianza,

fattori costanti ai quali ci ispiriamo».

LIBERETÀ Dicembre 2011 53

(Foto Sintesi)


LIBERETÀ REGIONI > SICILIA-TOSCANA

Diari da Corleone

Nostalgia

Di ritorno dal campo estivo della legalità di Corleone una volontaria

dello Spi di Arezzo racconta la sua esperienza indimenticabile

di Adriana Sensi

Ho partecipato per il terzo

anno consecutivo

al campo della legalità

di Corleone. Avevo il compito

di cucinare. Ci sono andata

animata da tanta volontà

di fare qualcosa per i soci della

cooperativa, per i ragazzi

che andavano lì per lavorare

nei campi confiscati alla mafia,

per la Sicilia. Come negli

anni precedenti ritorno a casa

dopo aver ricevuto molto di

più di quanto ho dato. Lì mi

sono sentita a casa mia, ho

avuto una nuova lezione di vita,

il rapporto con i soci e i ragazzi

è stato fantastico, buono

anche con i corleonesi.

Mi ero detta: «Quando riparto

non piango». Non ho mantenuto

la promessa. Se chiudo

gli occhi sento ancora la

dolce sensazione di un abbraccio

e una voce che sussurra:

«Non piangere».

Mi mancano tutti, sento tanta

54 LIBERETÀ Dicembre 2011

I volontari

del campo della

legalità di

Corleone al

lavoro sotto

il sole

nostalgia, sono serena e triste

al tempo stesso. Sono comunque

felice di aver ripetuto l’esperienza,

mi ritengo privilegiata

per aver vissuto di nuovo

due settimane con i soci della

cooperativa “Lavoro e non

solo”: sono uomini coraggiosi,

determinati ad andare avanti.

Coltivano rigogliose piante

e allo stesso tempo estirpano

le radici della malapianta

seminata e cresciuta dalla mafia.

Penso ai ragazzi, entusiasti,

pieni di allegria; le loro sonore

risate mi riempivano il

cuore di gioia.

Durante le visite ai luoghi simbolo

della lotta alla mafia, i

ragazzi si emozionano, a stento

riescono a trattenere le lacrime,

mentre nelle iniziative

dove ascoltano testimonianze

dirette e nelle verifiche settimanali

si esprimono con una

maturità incredibile.

Fra i tanti interventi mi ha col-

pito la riflessione di una ragazza

che diceva: prima di

provare l’emozione di lavorare

nei campi espropriati alla

mafia pensavo di andare a

fare nuove esperienze all’estero;

la conoscenza diretta

della realtà mafiosa e della

lotta per la legalità mi fa sentire

in colpa per aver pensato

di andarmene e di rinunciare

così a battermi in prima

persona per migliorare il

mio paese».

Ai genitori dei ragazzi mi sento

di dire: siatene orgogliosi,

sono ragazzi che spazzano

via il solito luogo comune di

un’adolescenza superficiale,

viziata, indifferente a tutto

ciò che accade nel mondo.

Hanno scelto di fare un’esperienza

di vita nuova dal

risultato straordinario che li

aiuterà a crescere, arricchiti

da valori di giustizia e legalità.

È stato bello anche per noi

dello Spi, toscani e siciliani,

scambiare le nostre esperienze,

ci siamo conosciuti in cucina,

e alla fine del campo cucinando

insieme i cibi che i

ragazzi divoravano, siamo diventati

amici. Noi pensionati

dobbiamo integrarci con i

giovani, mettere a loro disposizione

la nostra esperienza,

non dobbiamo mai

stancarci di impegnarci per

la difesa della legalità. L’entusiasmo

che ho percepito nei

ragazzi mi fa pensare che insieme

possiamo sperare in un

mondo migliore.

{


LIBERETÀ REGIONI > STORIE DI OGGI

IL LAVORO DEI MIGRANTI

e le pensioni degli italiani

Gli immigrati versano ogni anno otto miliardi di contributi pensionistici. Ma solo un immigrato su

trenta percepisce la pensione. Con i loro soldi vengono sostenute le pensioni degli italiani

Un connubio solidale, quello tra

anziani e migranti, che va al di là

del semplice lavoro fisico e di

cura. I lavoratori immigrati, infatti,

versano nelle casse dello Stato, sotto

forma di contributi pensionistici, ben otto

miliardi di euro l’anno, senza i quali

sarebbe impossibile mandare avanti il

paese. Un dato reso noto dall’Inps, che

mostra anche come gli stranieri in realtà

non usufruiscano delle pensioni nella

stessa percentuale degli italiani. Un

immigrato ogni trenta, infatti, prende la

pensione, mentre il rapporto dei nativi è

di uno a quattro. Eppure un decimo dei

contribuenti in Italia sono immigrati, su

una popolazione di quasi quattro milioni

e mezzo di stranieri residenti; ben due

milioni, poi, hanno una posizione aperta

all’Inps e solo 250 mila di questi

percepiscono una pensione.

«Questo – spiega Kurosh Danesh,

responsabile delle politiche migratorie

della Cgil – significa che gli immigrati

pagano i contributi agli italiani, mentre

non ne usufruiscono alla stessa maniera».

Senza contare che le proiezioni

dell’istituto di previdenza stimano che

nel 2025 la percentuale di italiani che

prenderà una pensione sarà di uno ogni

tre adulti, mentre quella dei migranti si

manterrà su uno ogni dodici adulti e il

loro numero complessivo si aggirerà sui

di Sara Picardo

sei milioni di individui. «Questo rapporto

si manterrà invariato nel tempo anche per

altri motivi – spiega Danesh – per

esempio, un immigrato che ha lavorato

dieci anni in Italia, se decide di ripartire,

non può comunque usufruire della

pensione fino ai 65 anni di età. Quindi i

suoi contributi restano in Italia».

«Inoltre – continua il sindacalista –

l’aspettativa di vita nei paesi di origine

dei migranti è molto più bassa che da

noi. Parliamo in alcuni paesi africani di

60 anni, massimo 65. Quindi

presumibilmente molti stranieri non

vedranno mai la pensione».

Se l’Inps ha chiuso il bilancio del 2010

con un attivo di due miliardi e novecento

milioni lo deve al lavoro degli immigrati

che pagano una pensione italiana ogni

quindici, ha detto il presidente dell’Inps,

Antonio Mastrapasqua.

«Il numero complessivo degli immigrati

che si occupano di assistenza alla

persona, poi, ha superato di gran lunga il

numero delle persone impiegate nel

servizio sanitario nazionale – conclude

Danesh – se non ci fossero loro

potremmo immaginare che disagio ci

sarebbe per gli anziani, sia dal punto di

vista della cura sia dei soldi. Si tratta di

un rapporto reciproco di sostegno che

non va mai dimenticato, se non si vuole

perdere di vista la realtà».

LIBERETÀ Dicembre 2011 55


LIBERETÀ REGIONI > IL CASO VALLE DI ROMA

TEATRO

VALLE

OCCUPATO

Cultura

BENE COMUNE

Servizio di Andrea Sabbadini

56 LIBERETÀ Dicembre 2011

Da metà giugno uno dei più antichi teatri di Roma è occupato da un

centinaio di attori, tecnici e maestranze che lottano contro la

privatizzazione della cultura, e in particolare del teatro, e per ottenere

l’indennità di disoccupazione al pari di tutti i lavoratori dipendenti.

Da allora ogni sera il cartellone del teatro è ricco di appuntamenti

e spettacoli che richiamano il pubblico delle grandi occasioni.

>>>

IL TEATRO VALLE è stato l’epicentro di una prima scossa tellurica. «È riemersa una vitalità sotterranea – scrivono gli

occupanti –, si è aperta una piazza di discussione, abbiamo provato ad aprire le questioni che ci premono e a individuare le

pratiche da mettere in campo. Ma non solo. Fuori da una logica corporativa proviamo a tirare il filo che unisce le condizioni

comuni dei lavoratori dell’immateriale a partire dalle proprie condizioni materiali e quelle di un’intera generazione».


Il teatro Valle di Roma in pochi mesi

è diventato il simbolo dell’Italia che

cambia nel mondo. Il “caso Valle”,

come è stato battezzato, ha conquistato

le pagine dei quotidiani più importanti,

dal New York Times a Le Monde. Perché?

«C’è una ragione politica, tutta italiana e

un’altra più universale – spiega l’attore

Fabrizio Gifuni –. La prima è stata che

l’occupazione del Valle è apparsa all’estero

il simbolo di un cambio di stagione.

Ha rivelato un’Italia che era stata ridotta

per vent’anni al silenzio dall’egemonia

berlusconiana. La ragione più universale,

invece, è che l’occupazione di

uno dei più antichi teatri del mondo fa riflettere

sul senso dell’arte nella nostra

epoca, non solo in Italia. E cioè a chiederci:

a che cosa servono i teatri, soltanto

a farci divertire nel tempo libero? Oppure

sono una parte profonda del nostro

vivere nella società?».

Agiudicare dalla risposta di pubblico che

la programmazione teatrale del Valle ha

avuto durante l’occupazione, Ferragosto

compreso, viene da propendere per la seconda

risposta. Ma andiamo per ordine.

L’occupazione del teatro doveva durare

tre giorni. Il 14 novembre festeggerà

i cinque mesi. Altro che sogno di una

notte d’estate! L’occupazione è cominciata

il 14 giugno, il giorno dopo che i referendum

hanno riconosciuto l’acqua un

SCENE DI AUTOGESTIONE Qui e

a sinistra: gli occupanti mentre

organizzano e preparano gli

spettacoli della sera.

L’occupazione del teatro Valle di

Roma è cominciata il 14 giugno,

sull’onda del risultato dei

referendum che hanno stabilito

che l’acqua è un bene comune

>>

«Pensavamo di fermarci tre giorni – raccontano i protagonisti di questa vicenda – volevamo riprenderci il futuro di questo teatro,

decidere insieme cosa farne. Avevamo un buon motivo per entrarci, non abbiamo un buon motivo per uscirne. Vogliamo studiare

e formulare bene al nostra proposta sul Valle. Finché saremo qui il teatro sarà un cantiere aperto, un luogo di sperimentazione e di

formazione continua, anche per il pubblico». L’idea per ora è di farlo diventare un centro di drammaturgia italiana.

LIBERETÀ Dicembre 2011 57


LIBERETÀ REGIONI > IL CASO VALLE DI ROMA

58 LIBERETÀ Dicembre 2011

Sopra: l’ingresso del teatro. Sotto: un corso di formazione durante l’occupazione


ene comune. Era un martedì. Alle 11 del

mattino una ragazza suona il campanello

della porta sul retro riservata agli artisti.

Il custode chiede chi sia. La ragazza

risponde che vorrebbe un’informazione.

Il custode apre. Ed entrano in sessanta.

Ci sono attori, danzatori, tecnici di teatro

e dell’audiovisivo, musicisti, operatori,

registi, autori, montatori, scenografi,

direttori della fotografia, costumisti.

Hanno uno striscione che dice: «Come

l’acqua, come l’aria, riprendiamoci la cultura».

«Abbiamo occupato il teatro – dicono

i protagonisti – per opporci al destino

cinico cui sembrava soggiogato il futuro

del teatro». Il Valle una volta era dell’Ente

teatrale italiano che è stato sciolto l’anno

scorso. È rimasto in carico al ministero

per un anno e poi è stato passato al

Comune di Roma che voleva assegnarlo

a un privato. Insomma la solita via della

privatizzazione. Il Valle sarebbe potuto

diventare anche una casa da gioco, come

stava per accadere al cinema Palazzo di

Roma (anche questo è stato occupato). E

invece dopo tutti questi mesi di occupazione

è diventato la casa della cultura italiana.

Gli occupanti si sono moltiplicati,

Dal teatro Valle

di Roma

parte non solo

una battaglia in

ogni sera è un

happening con

spettatori che ormai

si contano

a diverse decine

di migliaia;

un modo per

ribadire

quanto profondamente

la comunità

si senta legata a

un teatro storico di Roma

dove il 9 maggio 1921 Luigi

Pirandello presentò al

mondo Sei personaggi in

cerca di autore.

In questi mesi sono passati da qui molti

artisti di fama: Peter Stein, Franca Valeri,

Silvio Orlando, Fabrizio Gifuni, Paolo

Rossi, Jovanotti, Andrea Camilleri e

Giorgio Agamben. E adesso gli occupanti

stanno mettendo a punto con giuristi del

calibro di Ugo Mattei e Stefano Rodotà

uno statuto della Fondazione Valle che

possa essere modello anche per gli enti

lirici e la Tv pubblica.

Le recensioni che hanno avuto in questi

mesi fanno ben sperare per il futuro.

«Proviamo a riappropriarci dei nostri

Il teatro Valle, costruito dal nobile

romano Camillo Capranica, fu

inaugurato il 7 gennaio 1727

Indennità disoccupati

PERCHÉ NO

AGLI ARTISTI?

difesa della cultura come bene comune, ma anche in difesa dell’indennità di

disoccupazione per i tanti lavoratori dello spettacolo. Una circolare dell’Inps

che segue una sentenza della Cassazione, di recente ha stabilito che hanno diritto

all’indennità di disoccupazione solo le manovalanze, i tecnici e gli amministrativi,

ma non le figure artistiche che sarebbero classificate come lavoratori

autonomi. Da qui la battaglia che i lavoratori dello spettacolo, a partire dal

Valle, stanno cercando oggi di portare avanti in virtù dell’uguaglianza tra tutti

i lavoratori che operano nella cultura, artisti e non.

LIBERETÀ Dicembre 2011 59


LIBERETÀ REGIONI > IL CASO VALLE DI ROMA

60 LIBERETÀ Dicembre 2011

strumenti immaginativi, di uno spazio

del comune e insieme di un linguaggio

che le retoriche del potere hanno svuotato

della potenzialità creativa e sovversiva

colonizzando la narrazione del

presente. La classe dirigente italiana tratta

con disprezzo la cultura: eppure proprio

la comunicazione, il cinema, il teatro,

la televisione, la scrittura, la scuola

SCENE D’AUTOGESTIONE L’occupazione del teatro Valle va

avanti ormai da quattro mesi. Doveva durare tre giorni

e l’università, sono stati strumento per

mantenere i privilegi, assicurare vita durevole

alle clientele, creare monopoli

privati con soldi pubblici. Una fiction da

incubo che dura da vent’anni».

Ma ora sembra che il verso della storia

cambi direzione. Com’è successo in primavera

a Milano. Roma non vuole essere

da meno.


CLUB LIBERETÀ

Cambio al

vertice della

casa editrice

Il 21 ottobre l’assemblea

dei soci della casa editrice

LiberEtà si è riunita per

eleggere il nuovo consiglio di

amministrazione che adesso

è composto da Giuseppe

Spadaro (presidente),

Maurizio Fabbri, Katia Grandi

e Miriam Broglia

(amministratore delegato).

Escono Mario Riccieri e Alfio

Savini.

L’assemblea dei soci ha

rivolto un ringraziamento a

Mario Riccieri al quale si

deve un grande lavoro nella

tenuta economica della casa

editrice, sia pure in un

momento di grave crisi del

settore e di aggravamento

dei costi determinati

dall’aumento delle tariffe

postali e del prezzo di carta e

stampa. Con la sua direzione

è stato rinnovato il

programma di gestione degli

abbonamenti e sono state

introdotte importanti novità

editoriali (carta, stampa

tipografica e inserti

regionali).

Le grandi trasformazioni

in corso nel mondo della

comunicazione e l’esigenza

di rinnovare gli strumenti di

informazione chiamano ora a

nuovi orizzonti di crescita

della rivista e della casa

editrice.

LIBERETÀ REGIONI > CLUB LIBERETÀ

LA FOTO DEL MESE LA FOTO DEL MESE

CHIETI. Ad agosto, nell’ambito della festa del tesseramento a Lama dei Peligni,

è stato organizzato “Lo Spi in alta quota” con escursione in montagna e visita alle

grotte del Cavallone, cui hanno partecipato circa cinquanta iscritti.

Spi in alta quota

CLIK CLIK CLIK CLIK CLIK CLIK

CLIK CLIK CLIK CLIK CLIK CLIK

Lo scorso 1° ottobre si è svolta a Francavilla al mare la

seconda festa provinciale dei pensionati Spi Cgil dedicata

all’unità d’Italia e alla memoria, temi di cui la segretaria

provinciale dello Spi, Gianna Paola Di Virgilio, ha sottolineato

l’importanza per analizzare il presente e guardare al futuro. Nel

corso della manifestazione, cui hanno partecipato il sindaco,

Antonio Luciani, il segretario nazionale dello Spi, Attilio

Arseni, la segretaria dello Spi Abruzzo, Giovanna Zippilli, il

segretario regionale della Cgil, Antonio Iovito, e alcuni ex

combattenti della brigata Maiella, è stato reso omaggio al

tricolore con una sfilata e con l’esposizione della bandiera al

balcone del palazzo comunale. Per l’occasione sono state

distribuite duecento copie della Costituzione.

In questi mesi, lo Spi Cgil teatino è stato protagonista anche di

altre iniziative. Ad agosto, nell’ambito della festa del

tesseramento a Lama dei Peligni, è stato organizzato “Lo Spi in

alta quota” con escursione in montagna e visita alle grotte del

Cavallone, cui hanno partecipato circa cinquanta iscritti.

Il 24 settembre, invece, a Roccamontepiano si è svolto il

convegno “I percorsi della salute”, per promuovere un progetto

da realizzare con personale qualificato e con le scuole primarie

sul tema dell’alimentazione e dell’attività fisica per tutte le età.

LIBERETÀ Dicembre 2011 61


LIBERETÀ REGIONI > CLUB LIBERETÀ

>

Basilicata

Pane e cipolle?

No grazie

Il governo vorrebbe costringere i pensionati della

Basilicata a mangiare pane e cipolle. Ma loro

giustamente non ci stanno. E hanno gridato forte il

loro “no” in occasione della nona festa regionale di

LiberEtà, svoltasi lo scorso 21 ottobre a Maratea, in

provincia di Potenza, e animata appunto dal

significativo e inequivocabile slogan: “Pane e

cipolle? No grazie. Pensionati contro la manovra”.

Oltre settecento persone, provenienti da tutta la

regione, hanno affollato la sala del Pianeta Maratea

per partecipare alla giornata di dibattito e di

riflessione sui temi della crisi. I lavori sono stati

aperti dalla segretaria generale dello Spi Cgil

Basilicata, Maria Lorusso, e da Antonio Pepe,

segretario generale della Cgil regionale.

Maratea. Oltre settecento persone hanno affollato la sala Pianeta

di Maratea per partecipare alla IX festa regionale di LiberEtà

Gemellaggi

L’Aquila-Cavarzere

Un accordo di gemellaggio è stato sottoscritto il 3

settembre a Cavarzere (Venezia) fra Auser e Spi Cgil di

Cavarzere-Cona e dell’Aquila. La manifestazione è stata

l’occasione per consolidare il rapporto di amicizia tra le

organizzazioni e ha dato modo a Auser Insieme

dell’Aquila di ringraziare i “fratelli” di Cavarzere per il

sostegno morale e materiale offerto in occasione del

terremoto del 6 aprile 2009. L’incontro si è concluso con

un grande festeggiamento e con la promessa di un

incontro la prossima primavera all’Aquila.

62 LIBERETÀ Dicembre 2011

LA SPEZIA: PRIMA FESTA

DI LIBERETÀ

In estate si è svolta a La Spezia la prima

festa provinciale di LiberEtà cui hanno

partecipato tanti pensionati e cittadini. Il

primo giorno si è svolta una manifestazione

con la segretaria dello Spi della Liguria,

Anna Giacobbe, il sindaco di Santo Stefano

Magra, Juri Mazzanti, il segretario della

Camera del lavoro di La Spezia, Lorenzo

Cimino. Grande interesse ha suscitato la

mostra fotografica “Donne e antichi

mestieri” con foto risalenti anche ai primi

anni del Novecento.

>

Feste di LiberEtà

INIZIATIVE DA

PROTAGONISTI

Casoli/ Auguri

a nonna Reparata

Il 9 ottobre lo Spi

di Chieti e la lega

di Casoli hanno festeggiato

i cento anni

di Reparata De

Petra, nata il 9 ottobre

1911, alla quale sono stati donati

una pergamena ricordo e un

mazzo di fiori.


Ginnastica a casa

Ginnastica dolce, ginnastica per la terza età, riattivazione

motoria. Lo sport per gli anziani ha tanti nomi ma

un’unica finalità: aiutare la persona a mantenersi attiva.

Ora, grazie al progetto della Uisp “Ginnastica a domicilio”,

è possibile avere un insegnante domiciliare, l’obiettivo

è di portare la ginnastica dolce a casa di quelle persone anziane

che stanno per entrare in un’area di disagio caratterizzata

da problemi di solitudine. L’anticamera dell’invecchiamento

effettivo, e di molte malattie correlate, è la rinuncia

progressiva a continuare a utilizzare il proprio corpo, sia con

il movimento vero e proprio come tramite di comunicazione

con gli altri, e ciò porta come conseguenza il rinchiudersi nella

propria casa; per questo dopo venti lezioni a domicilio l’insegnante

porta l’utente fuori di casa, in una vera palestra, insieme

ad altre persone della stessa età.

Per informazioni: tel. 011.4361324; anziani@uisp.it.

LIBERETÀ REGIONI > FARE RETE

Libera

il Natale

a cura

di Sara

Picardo

FARE RETE

Ogni anno centinaia di giovani e

anziani si danno appuntamento

sui terreni confiscati alle mafie,

per lavorare i prodotti delle

cooperative di Libera Terra.

L’associazione Libera, come ogni

anno, per le festività natalizie

propone pacchi regalo a marchio

“antimafia”. È anche possibile

personalizzare il cesto e farlo

arrivare in ogni parte d’Italia. Il

ricavato delle vendite andrà

tutto ai progetti di lavoro sui

terreni confiscati alle mafie. Per

maggiori informazioni:

www.bottegaliberaterra.it.

Antica sartoria rom/ Abiti della tradizione gitana

Si chiama Antica sartoria rom ed è un piccolo laboratorio che confeziona

e vende abiti tradizionali ispirati alla moda ottocentesca, nato grazie all’aiuto

di fondi pubblici. Le lavoranti sono ragazze rom che provengono dagli

insediamenti di Roma. Le creazioni degli abiti sono una festa per gli occhi

essendo capi veramente unici dove non mancano i tipici variopinti colori della

tradizione cosiddetta gitana. Per informazioni: tel. 339.2357366, anticasartoriarom@libero.it.

LIBERETÀ Dicembre 2011 63

LIBERETÀ REGIONI LIBERETÀ REGIONI LIBERETÀ REGIONI LIBERETÀ


LIBERETÀ REGIONI > STORIE DI IERI

LA MEMORIA

DI VAIFRO ESTE

di Franco Torri

Su Brescia Nuova, settimanale del

Psi bresciano, il 12 ottobre 1947

Bigio Savoldi scrive: «Alla sua

famiglia i socialisti bresciani inviano i

sensi del loro più grande dolore, certi che

Este Vaifro sarà sempre, con l’esempio

della sua vita, davanti a tutti i compagni

e ai lavoratori, monito a lavorare per un

mondo migliore, per un’Italia socialista».

Vaifro Este nasce a Montichiari il 14

marzo 1876 dal matrimonio, in seconde

nozze, di Girolamo Este con Maddalena

Zanardelli. L’inizio del suo impegno

civile e politico si inserisce nel

tumultuoso passaggio storico dal

mutualismo alle casse di resistenza,

attraverso l’esperienza del consolato

operaio prima e della Camera

del lavoro in seguito.

Nel maggio 1898 la situazione politica e

sociale nazionale si aggrava. A Brescia,

come in diverse parti d’Italia, avvengono

scontri tra lavoratori e forze di polizia.

L’8 maggio a Milano gli operai della

Pirelli promuovono uno sciopero di

risposta all’uccisione di due dimostranti

durante un corteo di lavoratori. Quando

gli operai giungono in piazza Duomo

sono salutati dal fuoco dei soldati agli

ordini di Bava Beccaris. Si contano

ottanta morti: una strage.

Per reazione si scatenano manifestazioni

rabbiose, anche violente. Vaifro è tra i

promotori delle proteste. Viene arrestato,

sottoposto a torture e, dopo parecchi

giorni, liberato.

64 LIBERETÀ Dicembre 2011

Due anni dopo la Camera del lavoro

risorge, ricostruita da forze nuove,

giovanili, tra cui Vaifro. Con

1’assemblea generale del 15 giugno

1902, viene eletto nella commissione

esecutiva della Camera del lavoro.

Il suo impegno sindacale si fa

instancabile: percorre, sempre in

bicicletta, le strade della città, dalle 5 del

mattino alle 10 della sera, per essere

davanti ai cancelli delle fabbriche e dei

cantieri edili. L’aumento del salario, la

conquista del diritto di sciopero, la

riduzione dell’orario di lavoro, a

cominciare dal riposo festivo, la

conquista delle otto ore per sei giorni,

l’acquisizione del diritto alla

contrattazione, il sogno di festeggiare il

1° maggio, il soddisfacimento dei

bisogni primari, costituiscono la ricca

piattaforma del suo lavoro.

Ormai ogni passo, ogni discorso di

Vaifro è controllato dalle forze di

pubblica sicurezza o dai carabinieri,

come testimoniano i numerosi rapporti

depositati negli archivi di Stato. La sua

opera continua di anno in anno sino alla

tragica svolta del fascismo.

Durante la resistenza e la lotta di

liberazione Vaifro è tra i primi a

organizzare, nella più rigorosa

clandestinità, il gruppo aziendale

socialista della Mida. Dopo il 25 aprile

1945 è nominato probiviro provinciale

della federazione bresciana del Psi.

Muore il 5 ottobre 1947.


Nulle le dimissioni

della futura sposa

La sentenza n. 10817/11 della Cassazione ha affermato che le

dimissioni imposte alla lavoratrice che si sta per sposare sono illegittime.

Le lavoratrici che contraggono matrimonio sono tutelate

dalla legge n. 7/63, la quale considera illegittimo il licenziamento

intimato nel periodo che va dalla richiesta delle pubblicazioni a un

anno dopo il matrimonio. Secondo la Corte, però, le dimissioni, estorte

alla lavoratrice durante il citato periodo di tempo, per quanto attiene

al correlato aspetto economico, non possono essere equiparate: in

caso di licenziamento l’obbligo del datore di corrispondere alla lavoratrice

la retribuzione globale fino all’effettiva reintegra discende dall’illegittimo

rifiuto di ricevere la prestazione lavorativa e sorge, di conseguenza,

dal licenziamento stesso. Nel caso delle dimissioni della lavoratrice,

dichiarate nulle perché presentate nel periodo di interdizione

previsto dalla legge citata, invece, affinché insorga l’obbligo, in capo

al datore, di corrispondere le retribuzioni, è necessario che la dipendente

offra di nuovo la propria prestazione lavorativa, così facendo

valere la nullità del recesso: l’importo da corrispondere alla dipendente,

quindi, va calcolato a partire dal momento in cui questa ha offerto

la propria prestazione e non dal momento delle dimissioni.

SCADENZARIO DI OTTOBRE • BONUS di 154,94 euro. Per i pensionati che

ne hanno diritto, dicembre è il mese di pagamento di un importo aggiuntivo della

tredicesima, pari a 154,94 euro (corrispondente alle vecchie 300.000 lire).

PAGINE UTILI

LIBERETÀ Dicembre 2011 65


SPORTELLO PENSIONI > SPORTELLO DIRITTI

IL COLLOQUIO

PER L’ASSUNZIONE

COME AFFRONTARE NEL MODO GIUSTO L’IMPATTO CON L’AZIENDA

La guida

realizzata dal

Sistema servizi della

Cgil quest’anno è

dedicata ai giovani

e al lavoro. LiberEtà

la pubblicherà a

puntate

COME PREPARARSI AL COLLOQUIO

Se sei arrivato/a al colloquio di lavoro vuol

dire che il tuo curriculum vitae ha destato

interesse ed è stato valutato in modo positivo

da chi dovrà selezionarti. È la tua occasione

per presentarti all’azienda,

dovrai raccontare in qualche

modo il tuo curriculum e dimostrare

le tue competenze.

Il colloquio è utile all’azienda per

raccogliere altre informazioni sul

candidato, verificare l’attendibilità

di quanto contenuto nel cur-

66 LIBERETÀ Dicembre 2011

riculum e comprendere se sia in

grado di svolgere una determinata

mansione.

Quindi è bene che: prima dell’incontro

tu raccolga informazioni

sull’azienda (obiettivi, caratteristiche,

aree di sviluppo) e

sulla posizione ricercata; ti mo-

stri motivato e interessato alla posizione offerta,

ma senza esagerare. Indica i tuoi punti

di forza, non in generale, ma rispetto al

lavoro per il quale stai facendo il colloquio;

valorizza le tue conoscenze e capacità.

Se non hai un’esperienza lavorativa, va dichiarata,

ma allo stesso tempo dimostrati

pronto ad acquisirla in quella azienda; preparati

una breve autopresentazione; porta

con te il curriculum (potrebbero chiederti

di compilare un formulario, averlo ti faciliterà

il compito).

LE DOMANDE RICORRENTI

Personali: mi racconti di lei; due aggettivi

per definirsi; quali i suoi obiettivi professionali?

I suoi punti di forza o di debolezza;

vuole sposarsi e avere bambini? (rivolta

principalmente alle donne).

Esperienze professionali e formative: perché

ha fatto questi studi? Perché li ha in-


Le domande

ricorrenti sono di

carattere personale,

professionale,

sull’azienda che sta

per assumere e sulle

mansioni offerte. La

selezione può

prevedere più

colloqui

terrotti? Mi parli delle

sue esperienze di lavoro.

Volontariato?

Sull’azienda e il lavoro:

come mai si è rivolto alla

nostra azienda? (cerca

delle buoni ragioni,

informati sull’azienda e

i suoi prodotti/servizi);

cosa si aspetta dal suo futuro lavoro?

La selezione può prevedere più di un colloquio

e con soggetti diversi (selezionatore,

responsabile del personale, titolare dell’azienda).

Ascolta bene quando si presentano

perché dovrai tener conto del tuo interlocutore!

I TEST ATTITUDINALI

La selezione può prevedere la somministrazione

di test. Permettono al selezionatore

di valutare le caratteristiche delle persone,

le sue conoscenze, le capacità, le attitudini

e la personalità.

Nei concorsi della pubblica amministrazione

i test di preselezione sono sempre più

Nei concorsi

pubblici i test sono

sempre più usati

per ridurre il

numero dei

candidati e fare una

preselezione. In

genere la tipologia

dei test viene

dichiarata prima

usati per ridurre il numero

di candidati da ammettere

alle prove successive.

Nel bando di concorso è

sempre specificata la tipologia

del test.

Nelle aziende di grandi

dimensioni vengono somministrati

test. Ne esistono

a seconda di cosa

si vuole esaminare. Tra i più comuni ci sono

i test logico-matematici, quelli attitudinali,

della personalità (valutano il comportamento

in relazione all’ambiente di lavoro)

e di conoscenza (rispetto a specifiche

conoscenze nell’ambito del lavoro da

eseguire).

Il consiglio è di esercitarsi sui test quali quelli

logico-matematici e psico-attitudinali. In

commercio ci sono diversi manuali.

PAGINE UTILI > SPORTELLO DIRITTI

Qualche consiglio

Non firmare lettere in bianco.

Rivolgiti alla categoria di riferimento

e agli uffici della Cgil per conoscere

le caratteristiche del contratto

collettivo nazionale che

ti applicheranno

LE RICHIESTE

E LE COSE

DA NON FARE

Alcuni consigli per presentarsi preparati

al colloquio e non fare brutte figure

Non prendere iniziative

domandando quale sarà

il trattamento economico.

Non arrivare tardi al colloquio.

Non eccedere nel rappresentare

te stesso e le tue capacità.

Attento a come ti descrivi nei

social network: sempre di più

le aziende, prima del colloquio,

consultano i profili dei candidati.

Gli aspetti importanti da conoscere

sono il contratto nazionale di

lavoro che è applicato nell’azienda

(commercio, telecomunicazioni

eccetera), la tipologia contrattuale

e il livello che ti verrà attribuito.

LIBERETÀ Dicembre 2011 67


PAGINE UTILI > DIZIONARIO DELLA PREVIDENZA

LA PENSIONE

D’ANZIANITÀ

di Roberto Bini

PERCHÉ DA ANNI È IN CORSO UN BRACCIO DI FERRO

SULLE PENSIONI D’ANZIANITÀ? QUESTO TIPO DI PENSIONE

È STATO SPESSO OGGETTO DI RIFORME CHE HANNO PIAN

PIANO ALLONTANATO L’ETÀ DEL PENSIONAMENTO

La pensione d’anzianità

nasce negli anni Sessanta.

L’Italia era in

pieno sviluppo industriale.

Nelle grandi fabbriche del

Nord si andava a lavorare a

quindici anni. Ecco perché

queste pensioni si sono formate

soprattutto in questa

area del paese. Sappiamo

tutti quanto duro fosse il lavoro

nell’industria, e quanto

lo sia ancora oggi nonostante

i progressi che ci sono

stati nell’organizzazione

del lavoro.

Nel decennio 1980-90 in

Italia si dà il via a una grande

ristrutturazione industriale,

con l’espulsione di

68 LIBERETÀ Dicembre 2011

centinaia di migliaia di lavoratori

e la chiusura di molte

fabbriche. Per gestire socialmente

queste ristrutturazioni,

sindacati e Confindustria

firmano una miriade

di accordi per il prepensionamento

dei lavoratori

in esubero grazie proprio allo

strumento della pensione

d’anzianità.

LA RIFORMA AMATO

Dobbiamo però ricordare

che le pensioni di anzianità

esistevano da tempo nel pubblico

impiego dove si poteva

andare in pensione con

poco meno di venti anni di

anzianità contributiva.

Giuliano Amato nel 1992,

nel pieno di una crisi economica

gravissima, paragonabile

per certi versi a

quella attuale, ha bloccato

i prepensionamenti (anche

se sono risorti più tardi sotto

forma di mobilità di accompagnamento

alla pensione)

e ha messo fine alle

cosiddette “pensioni baby”

del pubblico impiego, che

consentivano di smettere di

lavorare dopo soli 19 anni e

mezzo di attività.

LA RIFORMA DINI

I 35 anni di anzianità contributiva

per tutti hanno retto fino

alla riforma Dini del 1995

che ha salvato il principio dei

35 anni, introducendo però il

minimo di età anagrafica di 57

anni. Nella riforma Dini però

era contenuto un principio molto

importante della flessibilità

dell’età di pensionamento che

agganciava dopo una certa quota

anagrafica e contributiva l’andata

in pensione con il rendimento

pensionistico.

Dopo la riforma Dini ci fu quella

Maroni che introdusse il cosiddetto

“scalone” e abolì la

flessibilità della legge Dini. Per

andare in pensione con la nuova

legge bastavano ancora i 35

anni di contribuzione, ma ci volevano

60 anni di età. Questo

scalone fu poi eliminato dalla

riforma Damiano durante il governo

Prodi, cui si arrivò dopo

la firma di un protocollo di intesa

con i sindacati.

LA RIFORMA DAMIANO

La legge Damiano, che è ancora

in vigore, introdusse il cosiddetto

“sistema delle quote”

in base al quale il diritto alla

pensione si perfeziona al raggiungimento

di una certa quota

data dalla somma tra l’età

anagrafica minima richiesta e

almeno 35 anni di anzianità

contributiva.


I lavoratori dipendenti e iscritti

ai fondi pensione sostitutivi

e integrativi che richiedono la

pensione devono essere in possesso

di un requisito anagrafico

pari ad almeno:

• 60 anni di età e raggiungimento

di quota 96, nel periodo

dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre

2012;

• 61 anni di età e raggiungere

quota 97, a partire dal 1° gennaio

2013.

I lavoratori autonomi che richiedono

la pensione devono

invece essere in possesso di un

requisito anagrafico pari ad almeno:

• 61 anni di età e raggiungimento

di quota 97, nel periodo

dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre

2012;

• 62 anni di età e raggiungimento

di quota 98 a partire dal

1° gennaio 2013.

Il requisito minimo contributivo

di 35 anni per il raggiungimento

della quota deve essere

perfezionato escludendo la contribuzione

figurativa per disoccupazione

ordinaria e malattia.

RICCHI E POVERI

DI ANZIANITÀ

Attualmente sono circa 170 mila gli italiani che

maturano ogni anno i requisiti per la pensione

d’anzianità. Circa due terzi di questi hanno

raggiunto quota 40 anni di lavoro e risiedono al Nord.

Nonostante le molte leggende, gli assegni di anzianità non

sono particolarmente ricchi. Ancora oggi calcolati in

proporzione agli ultimi dieci anni di stipendio incassato dal

lavoratore, in media gli assegni di anzianità oscillano dai

770 ai 920 euro al mese su tredici mensilità. Ovviamente si

tratta di una media: come è noto in pensione anticipata non

ci vanno solo gli operai. Nel 2005, a 57 anni di età, il

presidente della Bce, Mario Draghi, andò in pensione

anticipata Inpdap, con un assegno di 8.614 euro al mese.

Era suo diritto: rispettò la legge. Ma anche tutti gli altri

pensionati baby meno celebri e potenti (e spesso, più

affaticati) hanno rispettato la legge.

LA FINESTRA DI SACCONI

Nel 2010 il ministro Sacconi

introduce un ulteriore spostamento

dell’età di pensionamento

d’anzianità che va sotto

il nome di “finestra mobile”.

Cosicché, a partire dal 1°

gennaio 2011, fermo restando

il requisito di anzianità contributiva

non inferiore a 35 anni

(cosiddetto sistema delle

“quote”) oppure, indipendentemente

dall’età, dopo aver

maturato almeno 40 anni di

contribuzione, si può accedere

alla pensione di anzianità,

ma con un differimento di:

• dodici mesi dalla data di maturazione

dei requisiti se la

pensione viene liquidata a ca-

rico del fondo lavoratori dipendenti

e dei fondi pensione

sostitutivi e integrativi dell’assicurazione

generale obbligatoria;

• diciotto mesi dalla data di

maturazione dei previsti requisiti

se la prestazione viene

liquidata in una delle gestioni

speciali dei lavoratori autonomi

(coltivatori, artigiani

e commercianti).

La decorrenza della pensione

è fissata dal primo giorno del

mese successivo allo scadere

dei mesi di differimento previsti.

In questo modo è stato

scavalcato anche il limite che

sembrava invalicabile dei 40

anni di contributi.

LIBERETÀ Dicembre 2011 69


PAGINE UTILI > L’ESPERTO RISPONDE

di Ottavio Di Loreto

Pensione privilegiata e anzianità di servizio

L’età della pensione per gli impiegati civili dello Stato

DOMANDA

Sono un appartenente al corpo di polizia penitenziaria. Ho 48 anni di età e 30 anni di servizio.

In caso di riforma per inabilità al servizio di polizia per cause di servizio, ma idoneo

ad altri ruoli civili dell’amministrazione pubblica, so che la pensione di privilegio diretta

si cumulerebbe allo stipendio derivante dal nuovo rapporto di lavoro. Per maturare la

pensione nel nuovo profilo quanti anni di servizio dovrei espletare? Considerando la mia età

anagrafica quali sarebbero gli scenari possibili?

RISPOSTA

Si conferma che, in base all’articolo

139 del Testo unico approvato con

il Dpr n. 1092/1973, la pensione privilegiata

è cumulabile con un nuovo

rapporto di servizio.

Per il diritto alla pensione di vecchiaia,

derivante dal nuovo rapporto

di servizio, in base alla normativa

attualmente vigente occorrono

almeno venti anni di anzianità contributiva

(vedi l’articolo 6 del Dlgs

n. 503/1992).

Attualmente, per avere diritto alla

pensione di vecchiaia, gli impiegati

civili dello Stato devono aver compiuto

il 65° anno di età che lei compirà

tra 17 anni.

Occorre, però, sempre con riferimento

alla normativa vigente, avere presente:

• che, a seguito dell’aggancio dell’età

per la pensione di vecchiaia all’aumento

degli anni di speranza di

vita, stabilito con l’articolo 12, comma

12-bis, del Dl n. 78/2010, il limite

di età, ora stabilito in 65 anni,

crescerà di 3 o 4 mesi ogni triennio

(circa un anno ogni 9 anni); per

cui tra 17 anni sarà richiesta l’età

di 66 anni e 10 o 11 mesi;

70 LIBERETÀ Dicembre 2011

•che, in base all’articolo 16 del Dlgs

n. 503/1992, può chiedere di permanere

in servizio per due anni oltre

l’età prevista per il diritto alla

pensione di vecchiaia (raggiungendo,

così, 68 anni e 10 o 11 mesi),

che potrebbero essere sufficienti per

maturare i venti anni di anzianità

contributiva.

Tuttavia, se all’età prevista per il collocamento

a riposo d’ufficio (di cui

all’articolo 4 del Testo unico approvato

con il Dpr n. 1092/1973), non

avrà raggiunto il numero di anni richiesti

per ottenere la pensione, a seguito

della sentenza 18 giugno 1991,

n. 282, della Corte costituzionale, ha

facoltà di rimanere in servizio, su richiesta,

fino al conseguimento di tale

anzianità minima, e comunque non

oltre il 70° anno di età.

Da evidenziare, infine, che, in base

a quanto disposto con l’articolo 12,

comma 1, lettera a), del Dl n. 78/2010,

la pensione può avere decorrenza

trascorsi 12 mesi dalla data nella

quale maturerà il diritto (età e anzianità

contributiva) alla pensione.

Si informa inoltre che fino a luglio

2010, non maturando il diritto alla

pensione per carenza di anzianità

contributiva, avrebbe potuto costituire,

gratuitamente, la posizione

assicurativa presso l’Inps, ai sensi

di quanto disponeva l’articolo 124

del Testo unico approvato con il Dpr

n. 1092/1973, e ottenere la pensione

supplementare da parte dell’Inps

ai sensi dell’articolo 5 della legge

12 agosto 1962, n. 1338. A seguito

delle disposizioni contenute nell’articolo

12, commi da 12-septies a

12-undecies, del Dl n. 78/2010, la

costituzione della posizione assicurativa

presso l’Inps è diventata onerosa

e, forse, non più conveniente.

Pertanto:

•se cessa dal rapporto di lavoro prima

di aver raggiunto i requisiti per

il diritto alla pensione di vecchiaia

presso l’Inpdap;

• se l’onere necessario per la costituzione

della posizione assicurativa

presso l’Inps risulterà non sostenibile;

• se all’Inpdap non sarà concessa

la facoltà di liquidare pensioni supplementari;

in ognuno di questi casi dalla contribuzione

relativa al nuovo rapporto

di lavoro non avrà alcuna prestazione

pensionistica.


Telefono

e non solo

VIA TASTI E TASTIERE, SI SFIORA LO SCHERMO

CON UN DITO per andare in internet, consultare la propria

mail, vedere filmati e foto, postarli su Facebook.

Dall’Apple all’Android: quel che resta del cellulare

di Roberto Minniti

Scordatevi la tastiera e

i tastini. E dimenticatevi

del telefonino. Oggi

le parole d’ordine quando

si entra in un negozio di telefonini

sono smartphone e

touch. I cari e vecchi telefoni

mobili, infatti, sono diventati

strumenti per navigare

nel web, consultare mail,

vedere filmati e foto, postarli

su Facebook. Insomma piccoli

gioielli che, anche a giudicare

dai prezzi, assomigliano

più a computer che a

strumenti per effettuare e ricevere

chiamate.

CRITERI PER SCEGLIERE

Prima di fare la vostra scelta

è bene controllare alcune caratteristiche

che possono fare

la differenza. La prima, ovviamente,

è uno schermo sufficientemente

ampio da essere

gestito come touch (ossia

con il movimento delle dita

sullo schermo) e che sia “capacitivo”,

ossia molto più sensibile

al tocco rispetto a quelli

meno performanti.

Sempre sul versante dei display

tattili, sono da preferire

i cosiddetti multitouch: questa

tecnologia consente di usare

contemporaneamente più

dita sullo schermo.

Occhio, infine, alla batteria.

Considerate che uno smartphone

– proprio per l’uso che

se ne fa – è decisamente energivoro

e dunque è bene cercare

i modelli che garantiscono

una maggiore autonomia.

IL COSTO DI ESERCIZIO

Un bel gioiello ma, per chi è

poco accorto, anche una spie-

PAGINE UTILI > GUIDA ALL’ACQUISTO

IN COLLABORAZIONE CON

LA RIVISTA MENSILE

DI UNICOOP TIRRENO

tata macchina mangiasoldi. La

prima cosa da fare per evitare

danni al portafoglio è attivare

sulla propria scheda telefonica

un piano di traffico

dati, cioè il meccanismo di tariffazione

per navigare su internet,

controllare la posta elettronica,

sfruttare tutte le applicazioni

web presenti sul telefono.

Non attivarlo può costare

davvero caro.

Tutte le sim card, infatti, sono

preimpostate per connettersi

a internet con una tariffa

a consumo, estremamente meno

vantaggiosa rispetto ai pac-

LIBERETÀ Dicembre 2011 71


GUIDA ALL’ACQUISTO

>>>

> TELEFONO E NON SOLO

Ad aprire la strada ai nuovi telefonini è stato l’iPhone di Apple. Uno dei più temibili

concorrenti del sistema Apple è Android, una piattaforma open source (ossia

liberamente modificabile) che dal 2005 è di proprietà di Google. Il sistema è adottato

da molte case tra cui Htc, Motorola, Samsung, Lg.

chetti dedicati degli operatori

di telefonia. Senza un piano

apposito anche una banale

singola operazione come

scaricare la posta elettronica

può venire a costare fino a uno

o due euro.

IMPOSTARE LA CONNESSIONE

Il secondo passo è impostare

i parametri di connessione a

internet. Ogni smartphone ha

nel suo menu una voce apposita,

solitamente identificata

con “gestione dati”. Lì si possono

trovare diverse opzioni

quali ad esempio “risparmio

dati”. È bene attivare le specifiche

sul telefono, spuntando

la casella; in questo modo

il dispositivo si connette a in-

72 LIBERETÀ Dicembre 2011

ternet limitando automaticamente

il consumo di dati.

SPENDERE MENO

Per fare un esempio si può

decidere di impostare il download

delle applicazioni solo

attraverso il wi-fi, cioè la

connessione a internet senza

fili.

Alcune applicazioni possono

“pesare” diversi Mb, ragion

per cui per non prosciugare

parte del credito dati in poche

battute, lo smartphone mette

in coda il download delle applicazioni,

cioè le mette semplicemente

in attesa di trovare

una rete wi-fi aperta (senza

password) sia essa pubblica

(bar, musei, locali) o pri-

Mettiamo a confronto alcune marche

vata. Navigare in wi-fi in questo

modo non ha alcun costo.

L’opzione che invece è consigliato

non selezionare è quella

del traffico dati in roaming

perché comporta costi maggiori

per l’utente.

Perché il consumo del traffico

dati non diventi un’ossessione,

vengono in soccorso i

widget. Si tratta di piccoli elementi

grafici da scaricare sul

telefono che consentono di

avere sempre sott’occhio la

quantità di dati che si sta consumando.

Questi strumenti

inoltre hanno spesso il vantaggio

di poter bloccare la connessione

se si supera il limite

previsto dalla tariffa, evitando

così spiacevoli sorprese.

Marca Sistema Connettività Fotocamera Display Autonomia Prezzo

e modello operativo megapixel batteria (euro)

APPLE iOs4 Wi-fi - Bluetooth 5 touchscreen 300 ore stand by 686

iPhone 4 16GB connettore Dock capacitivo 3,5’’ 7 ore in conversazione

HTC Android 2.3 Bluetooth - Wi-fi 5 touchscreen 450 ore stand by 499

Desire S USB e jack 3,5 mm capacitivo 3,7” 8 ore in conversazione

LG Android 2.3** Bluetooth 3.0 - Wi-fi 5 touch 100 ore stand by 399

P970 Optimus capacitivo 4” 4 ore in conversazione

MOTOROLA Android 2.2 Wi-fi - Bluetooth 5 touch 350 ore stand by 431

XT-720 Milestone II microUSB - 3.5mm jack capacitivo 3,7” 6 ore in conversazione

NGM Android Bluetooth - Wi-fi 5 touch 200 ore stand by 335

Droid Duo DualSim capacitivo 3” 6 ore in conversazione

SAMSUNG Android 2.3.3 Wi-fi - Bluetooth - USB 5 touch 590 ore stand by 419

GT-i9000 Galaxy S capacitivo 4” 8 ore in conversazione


SALUTE & BENESSERE

(Illustrazione di Giuliana Serano)

SALUTE & BENESSERE

UN CONSIGLIO AL MESE

Influenza in arrivo

Prendiamola

in contropiede

IL VIRUS influenzale è alle porte. Finora abbiamo avuto in circolazione i virus

minori, quelli che danno solo raffreddore, mal di gola, tosse e poche linee di

febbre. Per mettersi al sicuro bisogna vaccinarsi. Meglio sarebbe stato farlo il

mese scorso. Il vaccino è raccomandato alle persone a rischio: over 65 e

malati cronici (patologie cardiovascolari e respiratorie), bambini (difese ancora

immature), chi lavora a contatto con il pubblico.

LIBERETÀ Dicembre 2011 73


SALUTE & BENESSERE > ARRIVA L’INFLUENZA

Che fare se ci si ammala

Per combattere meglio l’influenza si consiglia di bere molto,

fare pasti leggeri, riposare a letto. Mantenere l’ambiente caldo,

ma umidificato. Nel caso di febbre alta, mal di testa, dolori

muscolari usare solo farmaci sintomatici. Niente antibiotici

senza la prescrizione del medico. Nelle terapie non

convenzionali è molto diffuso l’utilizzo, sia preventivo sia

durante l’evolversi della malattia, dell’oscillococcinum e di erbe

cinesi. Nella fitoterapia viene utilizzata l’echinacea.

Il virus dell’influenza cambia

spesso sembianze. Malgrado

ciò i sintomi sono i

soliti. Febbre improvvisa accompagnata

da almeno un

sintomo tra cefalea, sudorazione,

brividi, astenia e malessere

generalizzato, e da almeno

un sintomo respiratorio

tra tosse, mal di gola e

congestione nasale.

ANZIANI E MALATI CRONICI

«L’organismo –spiega Giancarlo

Icardi, direttore della

cattedra di igiene a Genova

– reagisce all’infezione innalzando

la temperatura corporea,

con relativa dilatazione

dei capillari sanguigni, in

modo da favorire l’arrivo di

globuli bianchi e altre molecole

che combattono il virus.

Queste reazioni, compresa la

produzione di anticorpi, bastano

di solito a far guarire

una persona sana in 5-7 giorni.

Ma poiché la febbre alta,

74 LIBERETÀ Dicembre 2011

dilatando le arterie, abbassa

la pressione, il cuore aumenta

lo sforzo per mantenerla a livelli

accettabili e in un soggetto

con un cuore malato

può portare a complicazioni

gravi. Analogamente chi soffre

di patologie croniche respiratorie,

e ha una ridotta

capacità di ossigenazione,

soffre di più un’infiammazione

bronchiale che riduce

ulteriormente la capacità di

incamerare ossigeno con possibile

insufficienza respira-

A integrazione delle terapie farmacologiche

in caso di influenza ci sono i supplementi nutrizionali:

vitamina A e C, zinco, lattoferrina e N-acetilcisteina

toria o complicanze come la

polmonite batterica».

IL VACCINO

Nonostante le campagne, è

diffusa una certa diffidenza

verso il vaccino: in Italia nel

2009-2010 la copertura vaccinale

è stata del 19,6 per cento;

negli over 65 del 65,6 per

cento. L’anno scorso è scesa

al 17,4 e al 61,1 per cento. «I

vaccini antinfluenzali –spie-

ga Icardi – hanno un elevato

profilo di sicurezza e tollerabilità.

Non fanno venire

l’influenza, perché contengono

particelle virali uccise

e inattivate, gli effetti indesiderati

sono reazioni locali

(dolore, rossore e gonfiore

vicino alla puntura) o febbricola

o dolori muscolari che

compaiono di solito entro 6-

12 ore e scompaiono in uno

o due giorni».

MEDICINE

Tra i princìpi attivi utilizzabili

per combattere l’influenza

ci sono il paracetamolo e l’ibuprofene

(ma attenzione ai

bambini) per il trattamento

di febbre e sintomatologia

dolorosa. Il paracetamolo è

indicato anche in gravidanza

e nelle persone ad aumentato

rischio cardiovascolare per

tenere sotto controllo la febbre

e il dolore. In tutti i casi

va lasciata al medico la valutazione

dell’eventuale ricorso

ad antibiotici, farmaci

che non sono indicati nell’influenza

in quanto non servono

a combattere i virus ma

i batteri.


La frattura

del femore

È UN PROBLEMA molto diffuso nelle donne over 65,

anche se negli ultimi anni riguarda anche i più giovani.

Tutto quello che c’è da sapere per prevenire

La frattura del femore è

la conseguenza di un

problema molto diffuso,

l’osteoporosi. «La frattura

del femore è una conseguenza

della fragilità ossea

– precisa la professoressa

Maria Luisa Brandi,

direttore esecutivo Ortomed

–. Non sempre il trauma in

sé è l’unico responsabile.

Più frequentemente il femore

si frattura perché l’osso

è fragile a causa dell’osteoporosi.

In queste situazioni

le ossa non reggono

agli urti anche minimi e si

rompono per traumi banali

che in condizioni di normalità

sarebbero sopportati

senza problema».

L’osteoporosi colpisce una

porzione elevata della po-

di Nicoletta Modenesi

polazione italiana, soprattutto

femminile, con un tasso

di crescita proporzionale

al crescere dell’età. Colpisce

infatti il 33 per cento

delle donne tra i 60 e i 70

anni e il 66 per cento di quelle

al di sopra degli 80. È meno

diffusa negli uomini (20%).

Le fratture da osteoporosi

tipicamente riguardano femore,

polso e vertebre.

LE CAUSE

L’osteoporosi è una malattia

complessa ed è difficile

identificarne le cause. Tra i

principali fattori di rischio

riconosciuti vi sono: fattori

genetici (età, sesso, familiarità),

fattori ambientali

e comportamentali (dieta

povera di calcio, alimenta-

SALUTE & BENESSERE > SOS OSTEOPOROSI

Le buone

abitudini

1. Seguire una dieta equilibrata

e ricca di calcio: l’alimentazione

deve comprendere

alimenti di origine

vegetale (cereali, legumi,

verdura, frutta e olio)

e animale (latte e latticini,

uova, carne e pesce) in

modo da fornire tutti i nutrienti.

2. Evitare diete troppo ricche

di proteine: un eccessivo

consumo comporta una

maggiore perdita di calcio

nelle urine.

3. Non esagerare con i cibi

integrali e ricchi di fibre:

l’eccesso infatti potrebbe

ostacolare l’assorbimento

del calcio, un minerale

fondamentale per le

ossa.

4. Limitare il sale: favorisce

l’ipertensione (pressione

alta) e l’eliminazione

del calcio con l’urina.

5. Non associare cibi contenenti

ossalati (come spinaci,

legumi, pomodori,

uva, fichi, caffè, tè) ai cibi

ricchi di calcio: per esempio,

mangiare il formaggio,

ricco di calcio, con pomodori

o spinaci significa vanificare

parte del prezioso

minerale.

6. Praticare un’attività fisica:

lo sforzo fisico fa aumentare

la robustezza delle

ossa, cioè la sua massa.

Anche l’attività più banale,

come il camminare, aiuta

l’osso a rinforzarsi, a

qualsiasi età. Nell’anziano

poi non solo aiuta l’osso a

rinforzarsi, ma stimola i riflessi

e il senso dell’equilibrio,

riducendo il rischio

di cadute.

LIBERETÀ Dicembre 2011 75


SALUTE & BENESSERE > LA FRATTURA DEL FEMORE

zione troppo ricca di proteine,

vita sedentaria, fumo, alcool,

abuso di caffeina e lassativi),

fattori ormonali (per esempio,

una menopausa precoce prima

dei 45 anni) e l’uso prolungato

di alcuni farmaci (corticosteroidi,

anticoagulanti, anticonvulsivi

e antiacidi).

L’osteoporosi è una malattia

spesso silente e priva di sintomi

anche per lungo tempo. Può

manifestarsi con dolori ossei,

in genere alla schiena, ma che

spesso sono sottovalutati o confusi

con i dolori dell’artrosi,

una malattia molto diffusa negli

anziani.

Oggi l’esame più preciso per

la diagnosi di osteoporosi è la

mineralometria ossea computerizzata

o Moc, che misura

con precisione la massa e la

densità ossea.

LA PREVENZIONE

Trattandosi di una patologia degenerativa,

che peggiora cioè

con il tempo, l’osteoporosi può

essere influenzata da una predisposizione

genetica, fatto que-

sto su cui non si può intervenire.

Tuttavia la maggiore o minore

vulnerabilità può essere

contrastata da un adeguato stile

di vita che aiuti a mantenere

negli anni la maggiore densità

ossea possibile.

La prevenzione è dunque fondamentale

e dovrebbe iniziare

da lontano adottando fin dall’infanzia

stili di vita e alimentari

corretti. Se vogliamo costruire

uno scheletro robusto, è

bene farlo iniziando da giovanissimi,

quando si posano i primi

“mattoni” della nostra struttura

ossea. È proprio a partire

dall’infanzia, infatti, che si forma

e si costruisce lo scheletro.


Alzheimer

Ultimo stadio

e terapie

di Guido Rodriguez

direttore di neurofisiologia clinica all’università

ospedale San Martino di Genova

QUINTA E ULTIMA PUNTATA della serie di lezioni del professor Guido

Rodriguez che ci ha aiutato a scoprire i segreti dell’Alzheimer.

Questa volta affrontiamo la fase terminale della malattia e la terapia

La fase terminale della malattia

di Alzheimer corrisponde

alla perdita completa

delle abilità cognitive. La

persona non riconosce più la

sua casa, i suoi familiari, perde

la capacità di esprimersi perché

perde la facoltà del linguaggio.

Non è più in grado di

alimentarsi da solo né di provvedere

alla propria igiene e ovviamente

a tutte le altre incombenze

della vita quotidiana.

Molto spesso compaiono

disturbi del movimento tipo

rallentamento motorio e rigidità.

Quando il malato arriva

a questa condizione spesso è

quasi sempre a letto, mangia

sempre meno, e non parla più.

La morte spesso interviene per

un’infezione polmonare.

LA TERAPIA

Aoggi non esiste una cura per

l’Alzheimer. La malattia è progressiva

e quindi il malato continuerà

a peggiorare sia che

prenda o no le medicine sin-

tomatiche che oggi vengono

somministrate.

I farmaci utilizzati sono essenzialmente

di due tipi: gli

anticolinesterasici (donezepil,

rivastigmina e galantamina) e

gli antagonisti del recettore

Nmda (memantina).

I primi sono giustificati dal

fatto che durante la malattia

si alterano i neurotrasmettitori

(e tra questi l’Ace è maggiormente

interessata). Que-

sti farmaci inibiscono la degradazione

dell’Ace permettendo

una sua maggiore presenza

a livello delle sinapsi (in

alcuni casi si può verificare

una stabilizzazione della sintomatologia

per un tempo variabile,

in genere alcuni mesi.

Gli altri farmaci cercano di

combattere l’eccessiva stimo-

SALUTE & BENESSERE > MALATTIE DELL’ETÀ SENILE

lazione glutamminergica. In

America sono stati ammessi

per il trattamento delle fasi più

gravi della malattia.

Altri interventi sono la terapia

con antiossidanti (vitamina

E), ma che non sembra

essere efficace, come pure gli

antinfiammatori o alcuni estratti

di erbe. Tra questi un recentissimo

lavoro pubblicato

su una prestigiosa rivista

medica riporta un possibile

Per conto dello Spi Cgil Liguria, Guido Rodriguez ha curato

il manuale “Le malattie che rubano la mente” che può essere

scaricato gratuitamente dal sito www.liguria.cgil.it/spi

effetto del gingko biloba nel

mantenere il livello cognitivo

in soggetti anziani sani (sopra

gli 84 anni) ma gli stessi

autori insistono sulla necessità

che altri studi confermino

il dato. In ogni caso è da

ribadire il concetto che lo studio

non concerneva persone

malate.

LIBERETÀ Dicembre 2011 77


SALUTE & BENESSERE > ASSISTENZA

La genetica è in forte

sviluppo ed è da tempo

impegnata nella ricerca

degli elementi predittividell’invecchiamento.

Per quale motivo si sono

selezionati individui

estremamente longevi, a

dispetto di stili di vita poco

corretti? Perché i membri

di alcune famiglie hanno

traiettorie di invecchiamento

caratterizzate da

maggiore vulnerabilità a

vari fattori ambientali, con

pluripatologie, disabilità e

perdita di autonomia?

Questa condizione caratterizza

una fascia di anziani

in progressivo aumento,

per lo più ultraottantenni,

con bisogni medico-sanitari,

psicologici,

assistenziali del tutto nuovi.

Sono pazienti che hanno

un rischio maggiore di

finire in ospedale, in una

residenza sanitaria e infine

di morire.

Oggi tuttavia sono disponibili

nuovi modi per iden-

78 LIBERETÀ Dicembre 2011

Continua il nostro approfondimento

sul lavoro di chi assiste persone

non autosufficienti

La nuova

geriatria

di Alfredo Zanatta

primario di geriatria all’ospedale

civile di Legnago (Verona)

tificare precocemente i pazienti

a rischio di fragilità,

al fine di prevenire certe

malattie dell’invecchiamento

e poterle curare.

FINE DELLE MALATTIE

Nel febbraio 2004 Mary

Tinetti, geriatra italiana che

insegna in una prestigiosa

facoltà medica degli Usa,

ha pubblicato un articolo

sulla rivista specializzata

Jama, che si intitolava La

fine dell’era della malattia.

Provocatoriamente, ma

a ragion veduta, asseriva

l’esaurimento della medicina

d’organo o specialistica.

Secondo la Tinetti non ci

sono malattie o persone malate,

spesso cronicamente.

La formazione medico-infermieristica

ha privilegiato

la cura dei processi acuti.

I pazienti cronici, disabili,

instabili e fragili vengono

curati in modo improprio.

Il rasoio di Occam (il principio

“semplifica e risol-

vi”, secondo il quale la spiegazione

più semplice di un

problema è con tutta probabilità

quella che corrisponde

più da vicino alla

realtà) finisce per trascurare

la complessità ed è

semplicemente impotente

nell’affrontare i problemi

derivanti dal fine vita.

TROPPI INTERVENTI

Un approccio tecnico tradizionale

produce ridondanza

di interventi, prevalentemente

medici, frustranti

per gli operatori, deludenti

per i pazienti e i familiari

e costosi per gli amministratori.

Non è possibile adattare le

linee guida derivanti dalle

evidenze scientifiche a pazienti

instabili, spesso in

situazioni limite, nella linea

d’ombra della premorienza.

In questa fase della

cura contano l’esperienza,

la competenza e una grande

motivazione umana e

professionale.


Anziani attivi

IN ITALIA LE PERSONE con più di 65 anni sono circa dodici

milioni. Un piccolo esercito di persone che manifestano sempre

più la voglia e la determinazione di restare attive

a cura di Paola Maria Taufer

psicologa dell’invecchiamento paola.taufer@sipaa.it

In Italia gli anziani con più di 65 anni

sono circa dodici milioni e rappresentano

un piccolo esercito di persone che

manifestano – in misura sempre maggiore

– la voglia e la determinazione di restare

attive. In effetti l’invecchiamento, oltre che

una sfida, può

rappresentare una

grande opportunità di

crescita e di

miglioramento personale

e sociale. E sono in

costante crescita gli

anziani che dopo il

pensionamento

esprimono il desiderio

di continuare ad apprendere: il lifelong

learning (invecchiamento attivo) rientra

nell’educazione permanente ed è un modo

per non abbandonare la vita “produttiva”,

quanto piuttosto imparare cose nuove

anche per poter iniziare nuove attività che

garantiscano all’anziano di non sentirsi

“parcheggiato”, ma in grado di imboccare

nuove e appaganti vie di miglioramento.

Sgretolando un vecchio stereotipo, i nuovi

studi sull’invecchiamento confermano che

gli anziani sono in grado di apprendere

QUESTO È L’ANNO GIUSTO

La Commissione europea ha stabilito che il 2012 è l’anno europeo

per l’invecchiamento attivo. L’iniziativa intende aiutare a creare opportunità

occupazionali per il crescente numero di anziani in Europa,

aiutarli ad avere un ruolo attivo nella società e rimanere in buona

salute più a lungo e continuare a contribuire al bene della società

in altri modi, ad esempio attraverso il volontariato.

SALUTE & BENESSERE > PSICOLOGIA

anche abilità complesse. Gli over 65 che

frequentano corsi di ogni tipo (ad esempio

di potenziamento della memoria, del

benessere, di autostima o di arti varie),

sono in numero sempre maggiore e

solitamente sono allievi attenti, partecipi

ed entusiasti. Attraverso il lifelong learning

è possibile mantenere o riattivare le

funzioni cognitive mediante una capacità di

apprendimento legata a una riserva

cognitiva; e una plasticità che viene

evidenziata anche a livello cerebrale.

Inoltre ricordiamo che una persona di 65

anni di oggi ha caratteristiche fisiche,

cognitive e potenzialità produttive

paragonabili a una persona che negli anni

Sessanta ne aveva dieci di meno.

L’apprendimento di nuove conoscenze

porta a un miglioramento del benessere ed

è un aspetto importante dello stile di vita

che ci permette di puntare direttamente e

in salute fino ai cento anni. Non meno

importante è considerare ogni generazione

come portatrice di saperi e di abilità che se

comunicati e condivisi, portano a una

crescita delle competenze individuali, ma

danno anche un valore aggiunto in maniera

più ampia all’intera società.

LIBERETÀ Dicembre 2011 79


In alto:

Pupi Avati

L’amarcord di Avati

Pupi Avati torna all’affresco naturalistico e scanzonato

della provincia bolognese, il personale amarcord di un

piccolo mondo antico che da più di vent’anni sempre ritorna

nella sua filmografia. Il suo ultimo film, Il cuore grande

delle ragazze, è la storia di come eravamo negli anni Trenta,

quando le donne (parole del regista) «avevano un cuore

enorme e un’incredibile capacità di sopportare, capire e perdonare

i comportamenti dei mariti» e il matrimonio era davvero

«per sempre». Attingendo dalla biografia dei nonni materni,

originari dell’Appennino tosco-emiliano, Avati rievoca

l’Italia contadina del primo fascismo, anni storici che tuttavia

restano sullo sfondo per lasciare la scena alle vicende dei personaggi,

vizi e virtù annessi. Carlino (l’ex Lunapop Cesare

Cremonini al suo esordio cinematografico) è un ragazzone di

campagna un po’ tonto e parecchio donnaiolo: il bell’aspetto

e l’alito naturalmente profumato al biancospino fanno girare

la testa a tutte le ragazze del paese, e lui non disdegna. Tra dialoghi

esilaranti, occasioni di tenerezza e le belle musiche di

Lucio Dalla, il film scorre piacevolmente mentre l’impressione

è di trovarsi nel bel mezzo di una favola d’altri tempi, dove

la leggerezza si mescola alla malinconica nostalgia per un

passato lontano e non più possibile.

PAGINE BLU > CARTELLONE

PAGINE BLU

LIBERETÀ Dicembre 2011 81


Aureliano Amadei

il regista del film tratto

dal suo libro “20

sigarette a Nassyria”

82 LIBERETÀ Dicembre 2011

PAGINE BLU DIETRO LE QUINTE

Aureliano Amadei

Mica siamo

l’America

Il regista di “20 sigarette” parla della situazione

del cinema italiano. «Il momento è positivo, la

qualità sta crescendo e gli spettatori arrivano a

vedere parecchi film d’autore. Ma non abbiamo

un’industria all’altezza, capace di includere il

mercato estero». Ecco cosa suggerisce

di Andrea Corrado

Con 20 sigarette si è imposto come uno

dei registi esordienti più interessanti nel

panorama italiano. Dopo il successo nella

sezione Controcampo italiano della mostra del

cinema di Venezia nel 2010, Aureliano Amadei

ha raccolto quattro statuette al David di Donatello

2011, due nastri d’argento, il globo d’oro

della stampa estera per la migliore opera prima

e molti altri riconoscimenti, in Italia e nel mondo.

Fino a chiudere il cerchio tornando un anno

dopo a Venezia, sempre in Controcampo ma questa

volta in giuria.

Un buon punto di osservazione sulle condizioni

di salute del cinema italiano, secondo Amadei

incoraggianti, anche se «nella maggior parte

dei casi, quando un regista vuole fare un film

di una certa qualità, deve combattere e viene

spesso evitato come un rompiscatole».

La debolezza della nostra cinematografia,

dice il regista, è sul piano strutturale: «L’industria

cinematografica deve per forza dialogare

con i mercati esteri per tornare a

essere quello che è stata. Raramente ci

rendiamo conto che siamo un piccolo

paese: sessanta milioni di abitanti e più

o meno dieci milioni di spettatori di

cinema, ottanta film prodotti ogni anno

a confronto di una tradizione che

è arrivata a più di trecento. Una del-

(Foto AGF)


le differenze rispetto al glorioso

passato è che oggi contiamo

solo sulle nostre gambe e sui risultati

delle prime tre settimane

di botteghino nelle sale italiane.

Questo non può dare grandi

risultati. Nel momento in cui

i nostri film torneranno a essere

distribuiti in decine e decine

di paesi, il cinema italiano tornerà

a essere appetibile e a rappresentare

quella garanzia di

qualità che è stato in passato.

Paradossalmente, più un fenomeno

non esportabile ha enorme

successo in Italia, più questo

danneggia il cinema italiano,

anche se procura una boccata

d’ossigeno a esercenti, distributori

e a chi continua a investire

energie e risorse».

Si riferisce al film di cassetta?

«Penso al titolo commerciale

italiano che non riesce a equiparare

i risultati dei film di cassetta

in Francia o negli Stati Uniti,

dove c’è la possibilità di un

grande successo di spettatori anche

solo nel mercato locale. Ma

il nostro bacino di utenza è piccolo,

non siamo mica l’America!

I nostri film di successo devono

tornare a essere Amici miei,

Brancaleone alle crociate, I soliti

ignoti...».

Le immagini di 20 sigarette offrono

il suo punto di vista, quello

dell’unico sopravvissuto,

sulla strage di Nassyria. Anarchico

individualista, dai centri

sociali si trova catapultato

in uno di quegli scenari di

guerra contro i quali ha ma-

Venti

sigarette

a Nassyria

A ureliano Amadei è un giovane che sogna il

cinema. In attesa della vera occasione, si diletta

facendo il filmmaker nei centri sociali, lontano

dalle responsabilità degli adulti, finché il regista

Stefano Rolla chiede a sua madre i fondi per girare

un film ambientato in Iraq e gli propone il ruolo di

assistente. Accetta la proposta contro il volere di

tutti, genitori e amici, tra cui la migliore amica

Claudia, di cui è inconsciamente innamorato.

All’indomani del suo arrivo in Iraq, dopo aver

fumato appena un pacchetto di sigarette, si trova

vittima dell’attentato terroristico del 12 novembre

2003 a Nassyria. Gravemente ferito, riesce,

diversamente dall’amico Rolla e dai militari della

loro scorta, a scampare alla morte, venendo curato

in un ospedale da campo dell’esercito americano.

Una volta rientrato in Italia viene ricoverato

all’ospedale militare del Celio dov’è soggetto

all’assalto dei giornalisti e alle fredde visite

ufficiali, reagendo sdegnato alla ricostruzione

ufficiale dell’attentato, scoprendo anche che quella

che lui considerava una sparatoria non era altro che

l’esplosione della riservetta delle munizioni,

piazzata nelle vicinanze dell’ingresso della base.

Due anni dopo egli troverà il coraggio di

raccontare la sua storia nel romanzo Venti sigarette

a Nassyria, anche grazie al supporto di Claudia,

nel frattempo diventata madre di sua figlia.

Amadei è rimasto invalido alla gamba sinistra,

affetto da sordità all’orecchio sinistro e

perseguitato dagli atroci ricordi della strage, che

si manifestano attraverso attacchi di panico.

LIBERETÀ Dicembre 2011 83


DIETRO LE QUINTE > AURELIANO AMADEI

84 LIBERETÀ Dicembre 2011

20 sigarette racconta la vera,

drammatica vicenda di Aureliano

Amadei, unico civile sopravvissuto

all’attentato di Nassyria del 2003

nifestato fino a un attimo prima.

Un racconto molto forte,

senza pause, in certi momenti

terribile, in altri straziante,

sempre lucido, ricco

di emozioni e capace di ironia,

ma non di sconti sul piano

delle responsabilità politiche

e civili...

«Ho cercato di mostrare lo

spaesamento che ho vissuto

in quelle venti ore o poco più:

ho perso ogni riferimento e,

pur continuando a pensarla

esattamente allo stesso modo,

mi sono reso conto che gli stereotipi

su quella situazione

erano molto lontani dalla realtà.

Tutt’ora frequento centri

sociali, ma parte del fascino

di quell’esperienza sta nel fatto

che non è mai come la immagini

e questo vale anche

per il vissuto successivo. Mi

ha rigorosamente riportato alla

necessità di scoprire le cose

reali, a conoscerle piutto-

Carolina Crescentini con Virginio Marchioni

sto che immaginarle

per sentito

dire o per spirito

di appartenenza, spesso dimenticata

per aderire a una

forma di pensiero più ampia».

Non lo ritiene utile?

«Il punto è un altro: bisogna

iniziare a pensare, ragionare,

sentire con le nostre sensazioni

e il nostro istinto. Oggi,

invece, le nostre paure e

le nostre ambizioni non ci appartengono

veramente. Più

che di una soluzione politica

collettiva, mi accontenterei

di una risposta individuale

per tornare a prendere possesso

ciascuno della propria

esistenza».

Nel film il suo alter ego sostiene

che italiani, iracheni e

lui stesso sono tutti carnefici

nel medesimo teatro di guerra.

Perché?

«Per sentirsi estranei al meccanismo

della guerra, non basta

più dire ho manifestato con-

tro oppure non ho votato le

persone che hanno deciso la

partecipazione italiana alle missioni

militari. L’esercito è un’arma

della società, che volente

o nolente la usa tutta, nel suo

insieme, a suo vantaggio. La

riflessione da fare è sull’ambizione

di crescita della nostra

società e di ciascun individuo:

quando tutti vogliamo sempre

di più è inevitabile pestare i

piedi a qualcun altro».

Vede un modo per evitarlo?

«La mia soluzione è individuale

e non collettiva: ognuno

prenda possesso delle proprie

sensazioni e delle proprie

vere emozioni, per scoprire

che forse non abbiamo

bisogno di vivere venti volte

al di sopra delle nostre possibilità.

Non credo che questa

società possa essere salvata,

ma che ognuno possa

soltanto vivere il più possibile

la propria vita e farlo con

onestà, più che stare a dire

agli altri come agire».


di Gianfranco Quadrini

La sedia come metafora politica, il bidone

come simbolo delle varie sostanze

tossiche smaltite clandestinamente, il cuscino

rosso a simboleggiare gli stoccaggi inquinanti.

Sono solo interpretazioni visionarie

di uno spettatore prigioniero dei pregiudizi

ideologici, o la lettura arbitraria della messinscena

di un attore impegnato nel teatro civile

come Ulderico Pesce?

La sua performance è un pugno allo stomaco,

una narrazione tragicomica che non utilizza

perifrasi per denunciare il malaffare della

società del profitto che non guarda in faccia

nessuno. I suoi protagonisti sono dei malavitosi

che ingrassano se stessi ai danni della

collettività. Asso di monnezza è una kermesse

urticante che affonda il bisturi nelle piaghe

purulente del belpaese, una sorta di rassegna

stampa dove vengono enumerati (con

nomi e cognomi) i responsabili dei misfatti

ambientali che ci stanno uccidendo. Si tratta

di sostanze altamente tossiche occultate nelle

discariche abusive disseminate ovunque.

Questo spettacolo di Ulderico Pesce è un colpo

basso sotto la cintura per quanti ignorano

(o fanno finta di ignorare) le brutture di una

società mercantile cinica e autolesionista che

rischia l’implosione perché ha smarrito il buon

senso. Le aggressioni ambientali per fare profitto

sono un viatico senza ritorno… Un crinale

pericoloso che fa scivolare l’uomo sempre

più in basso fino a precipitarlo sull’ulti-

mo gradino dell’abiezione.

Pesce è un testimone

(scomodo) del nostro

tempo che detesta l’ipocrisia,

un teatrante coraggioso

che guarda la

realtà per quello che è.

Non una cassandra ma

un lucido osservatore

che prevede quanto accadrà

(o sta già accadendo?)

a noi tutti, preda

di un’infernale macchina

tritatutto che non

lascia scampo. Il suo

teatro civile è un monile,

un diamante cui si

perdonano anche le pun-

A TEATRO > LA SERA DELLA PRIMA

Ulderico Pesce

Asso di monnezza

La scena disadorna fa da location a un crimine senza testimoni consumato ai danni dell’ambiente:

una sedia, un fusto metallico, un cuscino rosso. Tre elementi paradigmatici delle tante violenze

perpetrate impunemente contro il nostro pianeta tra l’indifferenza (connivente) dei governanti

Una storia

nata a

Pianura

La pièce racconta la storia

di Marietta e della sua

famiglia. Marietta è nata

nella periferia di Napoli, a

Pianura. Il balcone della

sua casa si affaccia su una

discarica di “monnezza”

dove da quarant’anni sono

sversate tonnellate di rifiuti,

tra i quali mille tonnellate

di liquidi chimici

pericolosissimi provenienti

dall’Acna di Cengio.

te perché è troppo costoso smussarle. Il suo

canovaccio drammatico (a tratti si ride amaramente)

fa le pulci a tutti: politici, industriali

senza scrupoli, pennivendoli.

Il comune denominatore di questa pièce è il

malaffare, un re Mida capace di metamorfosi

criminogene perpetrate scientemente ai danni

dell’intera comunità umana, bambini inclusi.

Ulderico Pesce è un attore che sfida l’omertà,

male oscuro che miete vittime innocenti;

come fosse una malattia neoplastica che

ha devastato nel profondo il tessuto connettivo

di un paese. Il nostro.

LIBERETÀ Dicembre 2011 85


IL MITO NEL FUMETTO > IL LICANTROPO

L’UOMO

maledetto

Letteratura e cinema hanno utilizzato

spesso il personaggio dell’uomo lupo. Il

successo cinematografico più recente è

l’abbastanza datato “Un lupo mannaro

americano a Londra”, non a caso virato in

chiave comica. Ma nei fumetti...

di Gianfranco Murri

Licantropo è l’unione di due parole greche

che significano “lupo” e “uomo”, da

qui il suo significato di uomo lupo. Un’altra

espressione ricorrente è quella di lupo mannaro.

Nelle credenze popolari è vittima di una

maledizione che si manifesta con la luna piena

e che lo trasforma in lupo dall’aspetto umanoide

(o in uomo dall’aspetto

lupoide, se si preferisce).

Letteratura e cinema hanno

utilizzato questo tema,

anche se meno rispetto a

quello del vampiro. Il successo

cinematografico più

recente è l’abbastanza datato

Un lupo mannaro americano

a Londra, non a caso

virato in chiave comica.

Serissime sono, invece,

le incursioni nel fumetto

americano. La prima

e più longeva è quella del marveliano Werewolf

by night che la Corno (licenziataria italiana

della Marvel negli anni Settanta) tradusse

in Licantropus. Alias Jack Russell, cognome

e nome che sono l’americanizzazione del rumeno

Jacob Russoff. Il nostro antieroe, infatti,

è nato in Romania e ha ereditato la maledi-

86 LIBERETÀ Dicembre 2011

zione degli avi, tutti

condannati, allo scoccare

del diciottesimo

anno d’età, a trasformarsi

in lupo mannaro

a ogni plenilunio.

La storia editoriale

di Werewolf by night

è piuttosto breve e si

Werewolf by

nigth nella prima

edizione

pubblicata dalla

Marvel

arresta con il 43° numero. Non una grande

perdita, considerato che il vero punto di forza

della testata era il disegnatore Mike Ploog,

un ottimo emulo del grande Will Eisner, e di

cui presto la Marvel, come usava fare negli

anni Settanta, cominciò a far inchiostrare i

disegni a matita da mediocri mestieranti.

Successivi tentativi di rilancio risultarono infruttuosi

e Licantropus finirà per essere un

saltuario comprimario di altri protagonisti della

“Casa delle idee”.

Un ruolo analogo toccherà a Wolfsbane, il cui

vero nome è Rahne Sinclair, personaggio creato

una decina d’anni più tardi da Chris Claremont

(una delle firme più autorevoli della saga

degli X Men), dopo aver vissuto numerosi

pellegrinaggi attraverso le molteplici testate

dell’universo mutante Marvel. La caratteristica

di Wolfsbane è che, contrariamente al

canone ricorrente per il mito del licantropo,

qui abbiamo a che fare con una donna lupo.

E donna è anche una lupa mannara di casa nostra:

Ulula, protagonista di una di quelle serie

scollacciate molto in voga nell’Italia degli

anni Ottanta e anch’essa disegnata da un

emulo di un grande maestro. Si tratta di Giovanni

Romanini, discepolo e collaboratore del

compianto Roberto Raviola, meglio conosciuto

come Magnus.


(Illustrazione di MItra Divshali)

IL PIACERE DI LEGGERE

di Elisabetta Bonucci

FAVOLE

L’intramontabile Pinocchio

Il re delle favole

LIBERETÀ Dicembre 2011 87


IL PIACERE DI LEGGERE > FAVOLE

L’effetto

Pinocchio,

Suzanne

Stewart

Steinberg,

Elliot edizioni

Il suo autore Collodi, ossia

Carlo Lorenzini, ci vide un

modo per sbarcare il lunario

e pagare i debiti di gioco.

I ragazzini che lo leggevano

a puntate sul Giornale per i

bambini ci videro una favola

insolita e divertente: protestavano

ogni volta che gli episodi

ritardavano o s’interrompevano.

Alla fine se ne

dovette fare un volume, il li-

bro più letto, tradotto in tutto

il mondo in oltre duecento

lingue: Le avventure di Pinocchio.

Storia di un burattino(1883,

edizione Paggi poi

Bemporad). Maestri e genitori

ci videro un formidabile

strumento educativo e didascalico:

non dire bugie, non

scappare di casa, studiare, ubbidire,

diventare insomma ragazzini

per bene.

Nel ventennio fascista ci fu

persino chi lo vestì da balilla

moschettiere. Tutto questo fu

Pinocchio per oltre cinquant’anni

finché in pieno Novecento,

diciamo verso il ’68,

fu accusato di moralismo, conformismo

e pedanteria. Era il

tempo in cui Umberto Eco

scriveva Elogio di Franti, rivalutando

il tipo del “cattivo

ribelle”.

Da allora le interpretazioni di

Pinocchio si moltiplicano. Oggetto

di storiche e filosofiche

dissertazioni, argomento per

manuali di semiologia, di psicologia,

perfino di teologia.

Rivisitato in chiave umoristica,

misteriosofica, noir. La

sua semplice giacchettina di

carta fiorita rivoltata e adattata

in mille fogge, una bibliografia

oramai infinita, al-

L’effetto Pinocchio di Suzanne Stewart Steinberg

tratta delle sorti politiche della nostra nazione dopo

l’unità, la faticosa e tormentata ricerca di un’identità e

di un carattere italiani, in bilico fra burattini e

geni, fra arretratezza e progresso, fra

democrazia e tirannide

88 LIBERETÀ Dicembre 2011

la quale concorrono autori (e

disegnatori) italiani e stranieri.

Gli scaffali nella Fondazione

nazionale Carlo Collodi di Pescia

ne sono stracolmi.

EFFETTO PINOCCHIO

Ultimo arrivato è il corposo

saggio di una studiosa statunitense,

docente nella Brown

University, Suzanne Stewart

Steinberg, L’effetto Pinocchio.

Italia 1861-1922. La costru-

zione di una complessa modernità

(traduzione di Anna

Maria Paci per la collana Antidoti

della Elliot edizioni, oltre

500 pagine, 25 euro). Come

indica il titolo, qui si trattano

le sorti politiche della nostra

nazione dopo l’unità, la

faticosa e tormentata ricerca

di un’identità e di un carattere

italiani, in bilico fra burattini

e geni, fra arretratezza e

progresso, fra democrazia e

tirannide.

Come andò a finire dopo il

1922 lo sappiamo. Ma ancora

oggi molte questioni sono

tutt’altro che definite. Se ne

è discusso il mese scorso nella

biblioteca del Senato alla

presentazione del saggio della

Stewart Steinberg. Le opinioni

prevalenti sono state

due: 1) noi pinocchi italiani

abbiamo sì creato uno

Stato unitario, ma siamo

ancora “divisi, calpesti e

derisi” come dice l’inno

di Mameli; 2) al contrario

siamo un popolo

unito, repubblicano,

realizzato, quel che ci

manca è semmai uno Stato

adeguato. Come Pinocchio,

siamo alla ricerca di diventare

“cittadini governati perbene”.

IL DESTINO DELLE FAVOLE

Pinocchio non è un caso isolato.

Questo è il destino di

quasi tutte le favole, fiabe e

leggende, scritte e raccontate

per i bambini, interpretate

e chiosate dagli adulti. La Si-


enetta di Andersen è specchio

di quei paesi bassi metà

immersi nel mare, metà protetti

da dighe che li ancorano

aggrappati alla terraferma.

Tom Sawyer di Mark Twain è

il prototipo dell’americano intraprendente,

alla ricerca di

sempre nuove ricchezze disposto

magari a dividerle col

suo amico Huckleberry Finn.

La bella Sherazade (o Shaharazad)

delle Mille e una

notte antesignana della donna

araba che non si rassegna

al destino che le riserva il futuro

marito antifemminista

spietato. Il libro della giungla

di Kipling, con Mowgli

e i suoi mille animali feroci

e insidiosi, ma talvolta

generosi, interpreta lo spirito

della Gran Bretagna ai

tempi dell’impero coloniali-

Pinocchio,

Carlo Collodi,

Bemporad

sta. Biancaneve svela senza

pietà la strenua lotta di una

figlia giovane e bella invidiata

a morte da una madrematrigna

vecchia e gelosa –

argomento scottante perfino

per i moderni psicoanalisti.

Eppure, se prese alla lettera,

le fiabe mantengono agli occhi

dei bambini tutto il loro

fascino ingenuo, il campo più

fertile per esercitare quella

“grammatica della fantasia”

di cui parla e scrive l’indimenticato

Gianni Rodari. Pinocchio

e compagnia, sosteneva,

servono a «mettere in

movimento le energie della

mente e della fantasia, per ridestare

lo spirito dopo il riposo

notturno, come la sveglia

o la mamma hanno destato

il corpo».

Oggi corrono il pericolo di

sembrare superate. Nuovi eroi,

da Harry Potter al topo Stilton,

fanno spietata concorrenza

ad Alice e Pollicino per

non parlare degli innumerevoli

robot che si inseguono

e si massacrano sugli schermi

dei videogiochi.

IL LIBRO SOTTO L’ALBERO

Eppure... Eppure... Facciamoci

coraggio. A costo di

sembrare antiquati e dinosauri,

bizzarri e tradizionalisti,

proviamo a mettere sotto

l’albero di Natale qualche

nuova edizione dei fratelli

Grimm, di Perrault, di Andersen,

di Kipling, delle Fiabe

italiane raccolte da Italo

Calvino, delle Fiabe africane

di Mandela, magari ac-

Le avventure di

Tom Sawyer,

Mark Twain,

Mondadori

canto all’ultima biografia del

già dimenticato Steve Jobs o

a qualche recente diavoleria

per navigare nella palude del

web, tanto per far vedere che

A costo di sembrare antiquati e dinosauri, bizzarri

e tradizionalisti, proviamo a mettere sotto l’albero

di Natale qualche nuova edizione delle vecchie

favole, che so, dei fratelli Grimm, di Perrault, di

Andersen, di Kipling, di Italo Calvino...

siamo al passo coi tempi.

Del resto anche se le vecchie

fiabe non piaceranno

potranno servire da test: «Perché

non ti sono piaciute?

Quale personaggio ti ha colpito

di più?» domanderemo

ai nostri nipoti e chissà quante

cose scopriremo dalle loro

risposte. Un esperimento

che consigliamo anche

agli insegnanti sull’esempio

di Gianni Rodari che dalle

vecchie favole ne faceva

creare di nuove, coinvolgendo

tutta la classe. Oppure

potranno rileggerle con

qualche diletto i più grandi,

gli anziani come noi.

Da vecchi si torna bambini e

l’operazione nostalgia funziona

sempre.

LIBERETÀ Dicembre 2011 89


IL PIACERE DI LEGGERE > I CLASSICI

90 LIBERETÀ Dicembre 2011

In edicola coi giornali

Piccoli libri crescono

La tendenza sta prendendo piede. Contro un muro di libroni pesanti, case editrici

piccole e grandi si orientano verso quelle che un tempo si chiamavano “chicche”:

saggi brevi, racconti minori di autori antichi e moderni leggibili in poche ore

di Elisabetta Bonucci

sfida di Giorgio

Dell’Arti, valido

L’ultima

giornalista, esperto di

editoria, è di riuscire a riassumere

grandi libri in sole ottocento

parole pubblicati in

un colonnino sulla Stampa.

La prima prova è stata la sintesi

di una biografia, Vita sessuale

di Kant di Jean Baptiste

Botul (Il nuovo melangolo,

8 euro), un saggio semiserio

e divertente ma neanche

tanto grande almeno stando

alle dimensioni, appena

cento paginette. Tuttavia è

l’esempio di una tendenza che

sta prendendo piede. Contro

un muro di libroni pesanti e

prolissi, case editrici piccole

e grandi si orientano verso

quelle che un tempo si chiamavano

“chicche”: saggi brevi,

racconti minori di autori

antichi e moderni leggibili in

poche ore, comunque di alta

letteratura, premi Nobel. Ben

vengano: aiutano i pigri e contentano

anche i più accaniti

lettori. Da qualche tempo si

trovano abbinati ai maggiori

quotidiani e periodici per pochi

centesimi. Così le brevi

storie di classici di lingua inglese

con testo a fronte, seguiti

ora da “L’amore ai nostri

tempi” di scrittori italiani

contemporanei (Repubblica-l’Espresso),

i racconti domenicali

d’autore (Sole 24

Ore); i “Maestri del pensiero

democratico” (Corriere del-

la sera); i classici e i moderni

della letteratura mondiale

(l’Unità). Passando agli editori

distribuiti in libreria, i

“Robinson” di Laterza, i “Saggi

tascabili” di Einaudi, la

“Minima” di Adelphi, le “Memorie”

di Sellerio. Potremmo

continuare a lungo citando

firme celebri (da Dickens

a Gogol, da Hume a Bobbio)

o meno note (da Schnitzler a

Carver), diversi Nobel. E testi

resuscitati, come l’intervista

sulla questione morale

rilasciata a Scalfari da Enrico

Berlinguer trent’anni fa

(Alberti editore, 6 euro). Ce

n’è per tutti e di tutto per ritemprare

lo spirito fra un tweet

e un blog.

L’ACCOPPIATA GIORNALE PIÙ LIBRO NON È NUOVA

La prima volta fu nel lontano 1966 quando il quotidiano l’Unità, allora organo del Pci

diretto da Mario Alicata, offrì gratis ai suoi trecentomila abbonati una bella edizione

del Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, a cura di Amerigo Terenzi appassionato

collezionista d’arte che la volle illustrata con le riproduzioni di ben quarantacinque stampe

ottocentesche del famoso incisore romano Bartolomeo Pinelli. Traduzione dell’ispanista Fernando

Carlesi, redazione grafica di Giulio Cesare Italiani. Non era certo un piccolo libro, ma

uno splendido volume di oltre cinquecento pagine in folio stampato della Graphocolor di Roma.

Al Don Chisciotte seguì l’anno dopo La leggenda di Thyl Unelnspiegel del belga Charles

De Coster, romanzo ispirato alle lotte del popolo fiammingo per l’indipendenza dall’impero di

Spagna e illustrato con particolari tratti dalle opere di Bruegel. Oggi sono volumi d’antiquariato.

Beato chi li possiede.


Augusto Campari

Il tornio e la penna

Il libro di Augusto Campari

ci accompagna dietro le

quinte dell’apparato di comunicazione

e propaganda

del Pci negli anni Cinquanta,

quando era segretario Palmiro

Togliatti e Giancarlo Pajetta

si occupava del settore

stampa. In realtà la vicenda

parte da più lontano, da Bagnolo

in Piano, nelle campagne

del reggiano, dove i

campi non bastano a sfamare

sette figli e il piccolo Augusto

è mandato a Milano come

garzone di fornaio.

Vita nell’esercito, collaborazione

alla Resistenza e lavoro

operaio alle officine Reggiane

completano il variegato

racconto degli anni Quaranta.

Ed è proprio durante il

periodo alle Reggiane che

Campari mette in piedi un

giornalino interno, con l’intuizione

felice di raccontare

la vita di fabbrica, i comuni

problemi degli operai, nonché

di dare spazio alle rivendicazioni

e alla richiesta

di diritti.

In un’epoca in cui il partito

comunista aveva antenne accese

e contatti vivi nei vari

territori, da Roma, notano la

qualità di quella rudimentale

impresa giornalistica e Campari

è convocato a Botteghe

Oscure. Un laconico comunicato

gli annuncia: «La commissione

ha valutato interessante

Voce operaia delle Reggiane

e ha pensato che giornali

come quello dovrebbero

sorgere in molte grosse fabbriche

del Nord».

I GIORNALI DI FABBRICA

E così, gli anni Cinquanta sono

tutti nella capitale, con Augusto

impegnato ad aprire giornali

in molti stabilimenti, determinato

a coinvolgere nell’impresa

intellettuali e uomini

di cultura, perché si relazionino

con gli operai, ne

conoscano le vicende di vita

e se ne interessino in concreto.

Nel racconto, uno dopo

l’altro, sfilano i protagonisti

di un’epoca politica e giornalistica

della sinistra italiana:

dai già citati Togliatti e

Pajetta, a Luigi Longo, Giorgio

Amendola, Pietro Ingrao,

e poi Aldo Tortorella, fino a

Fortebraccio, alias Mario Melloni,

celebre per i suoi corsi-

IL PIACERE DI LEGGERE > MEMORIE

Il tornio e la penna è un libro che si fa leggere in modo scorrevole. Ci accompagna

dietro le quinte dell’apparato di comunicazione (una volta si chiamava col suo vero

nome: propaganda) nel sindacato e nel Pci degli anni Cinquanta

di Luca Ricci

vi ironici, precursori

della

moderna satira

politica. Milano

e la locale

federazione

del Pci sono lo

sfondo dei racconti

legati agli anni Sessanta;

i Settanta e gli Ottanta

sono sempre nel capoluogo

lombardo, ma stavolta a l’Unità,

con Campari impegnato

a procacciare pubblicità per

il giornale, oltre che nei consigli

d’amministrazione di importanti

aziende ospedaliere

regionali – da dove osserva i

prodromi di quella corruzione

che sfocerà in tangentopoli.

Un libro che si fa leggere

in maniera scorrevole,

con il pregio di incrociare microstoria

individuale e grande

storia collettiva: i livelli

scivolano pianamente l’uno

nell’altro lasciando emergere

la figura di un protagonista

che non ha mai scordato

le proprie origini contadine,

mentre osservava da un punto

di vista privilegiato i grandi

cambiamenti che hanno costruito

il nostro presente.

LIBERETÀ Dicembre 2011 91


di Marcello Teodonio

Un anno questo che

stiamo per salutare

dedicato al

150esimo dell’unità

d’Italia. E ovviamente reso

eterno dalle nostre vicende

personali, unite nella

«alterna onnipotenza delle

umane sorti» (Foscolo). E

allora dedichiamo alcune

poesie proprio a questi tre

temi dell’anno che ci

lascia.

Al 150esimo dell’unità

Eugenio Montale (1896-

1981), La storia. «La storia

non si snoda / come una

catena / di anelli

ininterrotta. / In ogni caso /

molti anelli non tengono. /

[…] La storia non è poi / la

devastante ruspa che si

dice. / Lascia

sottopassaggi, cripte, buche

/ e nascondigli. / C’è chi

sopravvive».

Rocco Scotellaro (1923-

1953), La mia bella patria.

«Io sono un filo d’erba / un

92 LIBERETÀ Dicembre 2011

VOGLIA DI SCRIVERE

filo d’erba che trema. / E la

mia patria è dove l’erba

trema. / Un alito può

trapiantare / il mio seme

lontano».

A chi ci guida

Trilussa (1871-1950), La

madre panza (1915).

«Vedete quell’ometto sur

cantone / che se guarda la

panza e se l’alliscia / con

una spece de venerazzione?

/ Quello è un droghiere

ch’ha mischiato spesso / er

zucchero còr gesso / e s’è

fatta una bella posizzione. /

Se chiama Checco e è un

omo che je piace / d’esse

lasciato in pace. /

Qualunque cosa che

succede ar monno / poco je

preme: in fonno / nun vive

che per quella / panzetta

abbottatella. // E la panza

j’ha preso er sopravento /

sur core e sur cervello,

tant’è vero / che, quanno

cerca d’esternà un pensiero

/ o deve espone quarche

POESIE

Addio

al 150esimo

Poesie per la fine dell’anno. Un anno dedicato al

150esimo dell’unità d’Italia. E ovviamente reso

eterno dalle nostre vicende personali, cariche di

tutto: drammi e gioie, successi e sconfitte...

sentimento, / tiè d’occhio la

trippetta e piano piano /

l’attasta co’ la mano /

perché l’aiuti ner

raggionamento. // Quanno

scoppiò la guerra

l’incontrai. / Dico: – Ce

semo... – Eh, – fece lui –

me pare / che l’affare se

mette male assai. / Mò

stamo a la finestra, ma se

poi / toccasse pure a noi? /

Sarebbe un guajo! In tutte

le maniere, / come italiano

e come cittadino / io credo

d’avè fatto er mi’ dovere. /

Prova ne sia ch’ho

provveduto a tutto: / ho

preso l’ojo, er vino, / la

pasta, li facioli, er pecorino,

/ er baccalà, lo strutto... – //

E con un’aria seria e

pensierosa / aggricciò

l’occhi come pe’ rivede / se

nun s’era scordato quarche

cosa. / Perché Checco, è

così: vo’ la sostanza, / e

unisce sempre ne la stessa

fede / la madre patria co’ la

madre panza».


A chi ci ha lasciato

Laurino Nardin, Granelli

(2011). «Quando sarai lassù

sul limite della roccia /

appeso sull’orrido / bruno del

nulla / davanti agli occhi / un

vuoto fatto di / picchi duri /

lanciati contro il cielo / e

contro di te / per infilzarti nel

cadere / per ammaccarti a

morte! // Ma tu no, / non

guardare le punte della roccia

/ che ti spezzeranno l’anima /

tu appoggia il tuo pensiero in

dietro / per cercare adesso

con gli occhi di una volta /

per cercare grani d’oro / nel

fango / sotto il fogliame

marcio, / in mezzo a pietre

schiette / nel ruscello che un

tempo ha cantato per te. // Tu

cerca dove la nostalgia ha

lasciato / le più forti trecce

bionde / dove più ti fa male

sapere / che più non

torneranno / che il futuro non

ha più parole per te. // Su

quelli posa il tuo pensiero /

solo quelli sono tuoi / tutte le

volte che sei stato capace / di

allungare la mano / di là dai

garbugli dello spazio / di là

dalla tirannia del tempo. //

Bevi quell’acqua fresca, un

lungo sorso / e lascia / il

piede che vada al tuo destino

di buio».

LIBERETÀ Dicembre 2011 93


à trovare

che ò: 15. chi-

«Venitemi

li di carta scritta

che ò incominciato nel.

1972. a scrivere dopo la

morte di mio marito! Più

sono triste più mi viene di

scrivere; anche male».

Comincio da quella straordinaria

opera compiuta da

Clelia Marchi, una contadina

quasi analfabeta di un

paesino del mantovano, che

trovò nella scrittura della

sua storia, compilata faticosamente

con infinito amore

su un lenzuolo matrimoniale,

uno di quelli che

aveva diviso col marito Anteo,

morto in circostanze

tragiche, un modo per alleviare

il dolore della perdita,

per sopportarlo, per

dargli un senso.

All’archivio di Pieve Santo

Stefano sono depositate

moltissime memorie che dichiarano

esplicitamente come

la scrittura costituisca

l’unico mezzo che i loro autori

trovano per curare se

stessi. Luisa T., ad esempio,

nel frontespizio del suo

94 LIBERETÀ Dicembre 2011

VOGLIA DI SCRIVERE

La cura di sé

di Anna Maria Pedretti

A SCUOLA DI AUTOBIOGRAFIA

Le storie che raccontiamo alla fine si prendono cura di noi.

Se ti arrivano delle storie abbine cura. E impara a regalarle dove ce n’è bisogno.

A volte una persona per sopravvivere ha bisogno di una storia più ancora che di cibo.

Ecco perché inseriamo queste storie nella memoria gli uni degli altri.

È il nostro modo di prenderci cura di noi stessi. Barry Lopez

diario sottolinea il valore

curativo della scrittura che

l’aiuta a definirsi, a non rischiare

di perdersi: «Caro

quaderno, […] ora ho deciso

di accettarmi come sono

compresa l’ignoranza quindi

ho messo nella facciata

la mia foto con tutti i miei

dati per sconfiggere ogni

tentazione di bruciarti, perché

mi guarderò e capirò

che tu quaderno sei la vera

Luisa nel bene e nel male e

rinnegarti sarebbe un suicidio».

Margherita Ianelli

scrive invece la storia della

sua vita per affermare la

propria identità nonostante

le incredibili difficoltà che

ha incontrato fin dalla più

tenera età, cosicché, cacciata

da scuola in seconda

elementare come una incapace,

trova la forza e la determinazione

per imparare,

da adulta, a leggere e a scrivere

all’unico scopo di poter

raccontare in prima persona

la sua vita.

Ma la cura di sé nella scrittura

autobiografica non consiste

solo in questo.

Scrivere di sé è innanzitutto

un’attività della mente

che alimenta la memoria retrospettiva,

cioè quella che

agisce riportando a galla i

nostri ricordi più lontani.

Non solo: li inserisce in un

racconto che, per avere senso,

ha bisogno di essere collocato

in un certo spazio,

in un determinato tempo,

che ha bisogno di un prima

e di un dopo; in una parola

ha bisogno di essere posto

in un contesto.

È allora che i ricordi cessano

di essere semplicemente

degli sprazzi di una memoria

che ci può riportare a

un tempo felice oppure doloroso,

ricco di affetti o pieno

di mancanze, un tempo

che può essere intriso di nostalgia

oppure di rimpianti.

Quando si cominciano a inserire

questi lampi nebulosi

e isolati in una narrazione

la nostra mente compie

altre operazioni importantissime

e delle quali neanche

ci accorgiamo, se non

quando comincia a funzionare

meno bene.


Ciascuno di noi è protagonista

della sua storia e

prendere la penna in mano,

provare ad andare indietro

nel tempo per riportare a galla

i ricordi, cominciare a fissarli

sulla carta a mano a mano

che essi ci raggiungono

è un’operazione intellettuale

che ci dà la consapevolezza

dell’importanza della

vita che abbiamo vissuto finora

ed è proprio in questo

che sta la dimensione della

cura della mente.

Acquistiamo cioè, mentre le

pagine si riempiono di fatti

grandi e piccoli, di luoghi nei

quali abbiamo vissuto, di persone

care che ci hanno accompagnato

nei diversi momenti

della nostra vita, una

nuova dimestichezza con noi

stessi, diamo più valore al

nostro essere nel mondo,

comprendiamo che, per quanto

modesta sia stata la nostra

vita, soltanto noi possiamo

raccontarla perché nessun ricercatore,

nessuno storico,

nessun sociologo possono

conoscere i sentimenti, i pensieri,

le idee che ci hanno

abitato e ci abitano.

Se accettiamo l’invito a

regalarci un tempo e uno spazio

per noi, possiamo sperimentare

che la scrittura autobiografica

diventa anche

e soprattutto una compagnia

che ci permette di stare bene,

anche se siamo da soli.

Indispensabile e benefica e

solitaria attività che ci porta

a trovare la bellezza nella

semplicità di quelle parole

che soltanto l’autore sceglie

e decide di usare perché

sono quelle che lo connotano.

E che fanno sì che il suo

racconto diventi un dono agli

altri.

Invitiamo i lettoridi qualunque

età a raccogliere questo

invito alla scrittura di sé

suggerendo per questo mese

uno stimolo iniziale: il ricordo

più antico.

I testi – che saranno oggetto

di attenta lettura – possono

essere inviati all’indirizzo

di posta elettronica della

curatrice:

anmaped@virgilio.it.


MOSTRE

a cura di

Fabrizio

Bonugli

MOSTRE

Roma

96 LIBERETÀ Dicembre 2011

La pittura del realismo socialista

Uno dei maggiori movimenti artistici

del XX secolo è stato senza

dubbio quello del realismo socialista.

Esaltando il ruolo sociale dell’arte

e affermando la superiorità del contenuto

sulla forma, arruolò tra le sue fila

centinaia di artisti,

espressione delle altrettante

culture che

componevano lo sconfinato

impero sovietico.

A questo movimento,

il palazzo delle

esposizioni di Roma

dedica la mostra

Milano

Il Belpaese di Freed

Cento immagini in diverse

località del nostro paese nel

periodo compreso tra la

metà del Novecento e gli

inizi del nuovo secolo. Sono

quelle scattate dal fotografo

americano Leonard Freed

raccolte nella mostra

intitolata “Io amo l’Italia” e

allestita presso la

Fondazione Stelline di

Milano fino all’8 gennaio

prossimo.

Per informazioni:

tel. 02.45462411;

www.stelline.it.

“Realismi socialisti. Grande pittura sovietica

1920-1970”, la più completa rassegna

mai presentata fuori della Russia,

che ripercorre l’espressione della cultura

pittorica sovietica a partire dalle ultime

fasi della guerra civile fino all’era

brezhneviana. La mostra si integra con

un’altra dedicata a uno dei massimi esponenti

dell’avanguardia russa del Novecento:

Aleksandr Rodcenko del quale sono

esposte trecento opere tra fotografie,

fotomontaggi e stampe vintage. Entrambe

le mostre si potranno visitare fino all’8

gennaio 2012. Per informazioni: tel.

06.39967500; www.palazzoesposizioni.it.

Le capitali d’Italia

La bella Italia. Arte e identità delle

città capitali è la mostra, allestita

nelle sale di palazzo Pitti a Firenze, che

racconta le capitali dell’Italia

preunitaria: Torino e Milano, Genova e

Bologna, Firenze e Venezia, Napoli,

Roma, Palermo, simboli di «Italie che la

storia chiamò a diventare Italia». 350

opere, provenienti da musei di tutto il

mondo, attraverso le quali vengono

ricostruiti l’identità e il profilo storico di

ciascuna città. La mostra resterà aperta

fino al 12 febbraio.

Per informazioni: www.uffizi.firenze.it.


Per giocare bisogna riempire

la griglia in modo che ogni

riga, ogni colonna, ogni

riquadro contengano una sola

volta i numeri da 1 a 9

Secondo gli psicologi è un ottimo allenamento per la

mente e anche un’occasione per rilassarsi e divertirsi

2 7 1 9

7 6 4 9 8 1

9 4 1 5 7 8

6 2 9 5 3

9 8 5 6 1

1 4

8 7 3

3 2 5

3 5 8

3 2 9

4 6 1

7 4 2

6

3 4 7

1 6 2 5

1 9 8

5 8

FACILE MEDIO

Proverbi traditori

I proverbi si dice siano pillole di saggezza popolare, anche

se a volte fanno un po’ a pugni tra di loro. Pensate,

ad esempio, al famosissimo “Chi ha tempo non aspetti

tempo”, che invita a non tergiversare, ad agire senza perdere

tempo, prontamente smentito dall’altrettanto celebre

“Chi va piano va sano e va lontano”.

Analogamente, vorremmo sottoporvi il noto detto “L’apparenza

inganna”:

ricordate un altro

famosissimo proverbio

che afferma

proprio il contrario?

ALLENIAMO LA MENTE > A CURA DI LUCIO BIGI

Sudoku

LA RICONOSCETE?

(Soluzioni giochi pag. 100)

Mettete alla prova

la vostra memoria.

Chi è l’attrice

ritratta in questa foto?

LIBERETÀ Dicembre 2011 97


ALLENIAMO LA MENTE > IL CRUCIVERBA

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15

16 17 18 19 20 21

22 23 24 25 26 27 28

29 30 31 32 33 34

35 36 37 38

39 40 41 42

43 44 45

46 47 48

49 50 51 52 53

54 55 56 57 58

59 60 61 62 63 64 65

66 67 68 69 70

ORIZZONTALI

1. La capitale dell’Ucraina - 5. Una voce del pokerista

e... del passerotto - 7. Un no eterno - 9. Lo

sono i vecchi abiti che hanno perso il colore originale

- 16. Strumento per l’accordatore - 18. Inizio

e fine di contrattacco - 19. Piante con fusti perenni

- 21. Sigla di Cuneo - 22. Fiume del Tirolo - 23.

Questi... a Parigi - 24. Aria... trecentesca - 26. Era

“dolce” in un noto film di Billy Wilder - 27. Stato

Maggiore - 29. Rettangolare nel mezzo - 30. Vi nacque

Rodolfo Valentino - 33. Forme di formaggio -

35. Una collega di Renata Tebaldi in due parole! -

38. Si è trasformata in UE - 39. Suonare... con un

campanellino - 40. Il monaco russo che esercitò

misteriose influenze alla corte della zarina Alessandra

- 43. Fornire il necessario per vivere - 44. Quello

“d’urto” ha effetti immediati - 46. Li usano le filatrici

- 47. Esercito Italiano - 48. Relative al neozoico

- 49. Occhiello per bottoni - 51. Esprime dissenso

- 52. Importante centro della Lunigiana - 53.

Le più moderne sono paraboliche - 54. Lo si mantiene...

tenendo i segreti - 56. La taglia piccola nelle

T-shirt - 58. Può contenerla un cinto - 59. Intervallo

di oscillazione - 60. Un collega di... Ario - 63.

La prima parte dell’acconto - 64. Orlo… senza orlo!

- 66. Prime delle seconde... - 67. Le isole chiamate

anche Lipari - 68. Isola delle Cicladi - 69. Leguminosa

dai semi oleosi - 70. Il nome di Greggio.

98 LIBERETÀ Dicembre 2011

VERTICALI

1. Vidor, regista - 2. Il Fleming creatore di James Bond - 3.

Iniziali di Petrolini - 4. Lo è l’incarico non coperto - 5. Il primo

imperatore romano a convertirsi al Cristianesimo - 6. Il

“sit” che si fa per protesta - 7. Una caratteristica che dovrebbero

avere tutti i politici - 8. L’affermazione... della Merkel -

9. Sguaiate nel parlare e disordinate nel vestire - 10. Una ironica

espressione dell’incredulo - 11. Bagna Monaco di Baviera

- 12. Alta Tensione - 13. Il... compact che si mette nel

lettore del computer - 14. Il Cruise attore (iniziali) - 15. Credeva

di averle raggiunte Cristoforo Colombo - 16. Il nome

del poeta Campana - 17. Versi con rime alternate e baciate

- 18. Veloce... come certa Polizia - 20. Può essere strategica

quando si cerca di evitare la sconfitta - 24. Ha il tabernacolo

- 25. L’ente di stato fondato da Enrico Mattei (sigla) -

28. Autovetture vecchie e malandate - 30. Monotone filastrocche

- 31. La provincia di Piazza Armerina - 32. Articolo

romanesco - 34. Hanno raggiunto il secolo di vita - 35. Lo

è la palpebra... al risveglio - 36. Un modello prodotto dall’Opel

- 37. Grande isola dell’arcipelago indonesiano - 39. Un

verbo... del fumatore - 41. Ci si rimane quando l’auto si arresta

inaspettatamente - 42. Il nome dell’attore Stamp - 43.

Affluente della Mosella che nasce dai Vosgi - 44. Il nome del

comico Solenghi - 45. Supporto metallico entro il quale gira

un perno verticale - 48. Circa, pressappoco - 50. Gas nobile

- 52. Chiude l’orazione - 55. L’Ami di Guy de Maupassant

- 56. Sigla di Siracusa - 57. Ripete le parole! - 60. Nelle terze

e nelle decime - 61. In mezzo alla corsia - 62. Pari in pari

- 65. Coda... di pappagallo.


L’AVVOCATONE

DELUDE

Per corna in una

causa incappato

che risolver doveva

in suo favore,

certissimo di fare

il mattatore

s’è, al cospetto del

pubblico, arenato!

Mistigrì

INDOVINELLO

Il maresciallo dei

carabinieri Antonio

Carotenuto è

interpretato da Vittorio

De Sica, Marisa Merlini

è la levatrice che gli fa

girar la testa, i due film

che narrano le loro

vicende sono “Pane,

amore e fantasia”

(1953) e “Pane, amore

e gelosia” (1954).

Cancellate dallo

schema le parole

elencate sotto.

Al termine quelle

rimaste daranno nome e

cognome del

personaggio

interpretato da Marisa

Merlini nei due film di

successo.

CRUCIPUZZLE INDOVINELLO

Logica… mente

Le strette di mano

ALLENIAMO LA MENTE

Alberto e Beatrice sono marito e moglie, così come Carlo

e Daria. Un giorno si incontrano ai giardini pubblici e cordialmente

si salutano, scambiandosi tra loro una stretta

di mano. Quante strette di mano tra le quattro persone ci

sono state in tutto?

A D D E N D O B E S O A A A

T U B E R O I S R C N I I N

T R A R S N A R O A E C Z E

O G L O C A I L S M R C A A

M E Z T H M C M S B A E R I

R N T A E O C C E I L R C A

A Z P N M R A C C O L T O D

M A I E A P I S C R U A M N

S R A S O L I T U D I N E A

A P N L L R T L S Z G D D R

L A O O T I A A L F I E R E

P C P S N O D E F O R M E V

ACCIAIO ADDENDO ALFIERE ATLANTE CAPRA DEFORME

DEMOCRAZIA GIULLARE MARMOTTA OBESO PIANO

PLASMA POLLICE RACCOLTO ROMANO SCAMBIO

SCAPOLO SCHEMA SENATORE SOLITUDINE SOMARO

STRISCIA SUCCESSORE TANDEM TRECCIA TUBERO

URGENZA VERANDA ZAMPILLO

LIBERETÀ Dicembre 2011 99


ALLENIAMO LA MENTE

Soluzioni giochi

La riconoscete?

L’attrice della foto è Paola Cortellesi (Roma, 24 novembre

1973). A tredici anni entra per la prima volta

nel mondo dello spettacolo prestando la voce per

Cacao Meravigliao, jingle di un finto sponsor contenuto

nel programma televisivo ideato e condotto nel

1987 da Renzo Arbore, Indietro tutta! A diciannove

anni comincia a studiare recitazione. Il battesimo radiofonico arriva dopo

un po’ con Enrico Vaime. Approda invece in televisione nel 1998 con

la trasmissione Macao condotta da Alba Parietti. Ma il primo vero successo

arriverà con la Gialappa’s Band, con cui la giovane attrice ha modo di

sperimentare il suo talento di parodista. Da lì in poi consegue una serie

di successi. Il 14 gennaio 2011 debutta al fianco di Claudio Bisio nella

conduzione di Zelig su Canale 5, riscuotendo un ottimo successo. Il 16

marzo 2011 esce la commedia Nessuno mi può giudicare, per la regia di

Massimiliano Bruno, dove interpreta il ruolo di una giovane vedova che si

improvvisa escort per necessità. Per questo ruolo riceve il David di Donatello

come “migliore attrice protagonista” 2011.

Proverbi traditori

La prima impressione è quella che conta

Indovinello

Il torero (per corna = quelle del toro; incappato = il torero indossa una

cappa; risolver doveva in suo favore = uscire vittorioso dalla corrida;

mattatore = colui che abbatte il toro; s’è, al cospetto del pubblico, arenato

= davanti al pubblico nell’arena)

Logica… mente – Le strette di mano

Da un punto di vista matematico le strette di mano tra quattro persone

sono sei (ciascuno stringe tre mani, dodici saluti doppi, quindi sei effettivi).

Ma poiché sarebbe alquanto bizzarro che i coniugi si salutassero

tra di loro, le strette effettive sono solo quattro (AC, AD, BC e BD;

non ci sono, ovviamente, le strette di mano fra A e B e fra C e D)

K I E V C I P M A I S B I A D I T I

D I A P A S O N C O A R B U S T I C N

I N N C E S A E R E I R M A S M D

N G C A S T E L L A N E T A R C A C I

O C A N T A N T E L I R I C A S C E E

T I N T I N N A R E R A S P U T I N

S O S T E N T A R E T R A T T A M E N T O

A S P I E I E Q U A T E R N A R I E

A S O L A N O A U L L A A N T E N N E

R I S E R B O S M A L L E E R N I A

R A N G E E R E S I A R C A A C R L

S E E O L I E N I O S O I A E Z I O

100 LIBERETÀ Dicembre 2011

FACILE

MEDIO

SOLUZIONI SUDOKU

8 2 5 7 1 6 3 4 9

7 3 6 4 9 8 1 2 5

9 4 1 2 3 5 7 8 6

6 7 8 1 2 9 5 3 4

2 9 3 8 5 4 6 1 7

1 5 4 3 6 7 8 9 2

5 1 9 6 8 2 4 7 3

3 6 7 9 4 1 2 5 8

4 8 2 5 7 3 9 6 1

1 7 9 2 3 5 8 6 4

3 8 2 6 7 4 5 9 1

4 5 6 1 9 8 2 7 3

7 9 1 8 5 3 6 4 2

5 6 4 9 2 7 1 3 8

8 2 3 4 6 1 7 5 9

9 1 8 7 4 6 3 2 5

2 3 7 5 1 9 4 8 6

6 4 5 3 8 2 9 1 7

CRUCIVERBA CRUCIPUZZLE

A D D E N D O B E S O A A A

T U B E R O I S R C N I I N

T R A R S N A R O A E C Z E

O G L O C A I L S M R C A A

M E Z T H M C M S B A E R I

R N T A E O C C E I L R C A

A Z P N M R A C C O L T O D

M A I E A P I S C R U A M N

S R A S O L I T U D I N E A

A P N L L R T L S Z G D D R

L A O O T I A A L F I E R E

P C P S N O D E F O R M E V


a cura di

Marilena

De Angelis

LUIGI PIRANDELLO - SOGNO DI NATALE

LUNARIO

Dicembre

LUNARIO

Era festa dovunque: in ogni chiesa,

in ogni casa: intorno al ceppo,

lassù; innanzi a un presepe,

laggiù; noti volti tra ignoti riuniti

in lieta cena;

eran canti sacri, suoni di zampogne,

gridi di fanciulli esultanti,

contese di giocatori...

E le vie delle città grandi e piccole, dei

LUNARIO

LUNARIO

LUNARIO

villaggi, dei borghi alpestri o marini,

eran deserte nella rigida notte.

E mi pareva di andar frettoloso per

quelle vie, da questa casa a quella,

per godere della raccolta festa

degli altri;

mi trattenevo un poco in ognuna,

poi auguravo:

- Buon Natale -.

(Foto Piacentini)

LIBERETÀ Dicembre 2011 101


Lunario

LUNARIO

>>>

dell’ora legale nel periodo dal 28 marzo al 30 ottobre.

Un occhio

AL CIELO

LA

MAPPA

La mappa rappresenta

l’aspetto del cielo alla

mezzanotte a inizio

del mese, alle 23 a

metà mese, alle 22

a fine mese.

Per utilizzarla

correttamente

bisogna alzarla

sopra la testa e

allineare i

punti cardinali

con quelli

dell’orizzonte.

Le costellazioni

102 LIBERETÀ Dicembre 2011

LEGENDA Gli istanti e i dati degli eventi astronomici sono

calcolati per un osservatore posto a Long. 12°E - Lat. 42°N

(coordinate medie per l’Italia) e tengono conto dell’introduzione

Le costellazioni autunnali

del Pegaso (Peg)

e dei Pesci (Psc) si avviano al tramonto

nel cielo di sud-ovest, mentre a sud-est sorgono quelle del Cancro

(Cnc), del Leone (Leo) con Regolo, e del Cane Maggiore (CMa) con la brillante

Sirio. Alte nel cielo di sud-est troviamo i Gemelli (Gem) con Castore e

Polluce, il Cane Minore (CMi) con Procione, Auriga (Aur) con Capella e Toro

(Tau) con Aldebaran. A ovest il cielo è dominato dal Pegaso (Peg), da Andromeda

(And) con l’omonima galassia, e dal Perseo (Per) con l’omonimo doppio

ammasso stellare e la stella Alcor. Concludiamo la panoramica della volta

celeste volgendo lo sguardo a settentrione. Attorno alla Stella Polare (Pn)

nell’Orsa Minore (UMi) individuiamo, partendo dall’alto e muovendoci in senso

antiorario, le seguenti costellazioni: Giraffa (Cam), Cassiopea (Cas), Cefeo

(Cep), Dragone (Dra) e Orsa Maggiore (UMa).


IL SOLE

Il 15 dicembre il Sole sorge alle

7,36 e tramonta alle 16,32. Il

giorno dura 8 ore e 56 min.

Il 22 il Sole lascia il segno del

Sagittario per entrare in quello del

Capricorno. Inizia l’inverno.

I pianeti

DI DICEMBRE

Mercurio è invisibile fino al 10. Dal 12 si

rende ben visibile per tutto il resto del mese,

muovendosi nel cielo del crepuscolo

astronomico.

Venere è visibile senza difficoltà al termine

del tramonto del Sole, tra le stelle del

Sagittario. A fine mese tramonta ben oltre le

due ore dal tramonto del Sole.

Marte è visibile dopo la mezzanotte, tra le

stelle del Leone.

Giove è visibile per buona parte della notte

nei pressi del confine tra i Pesci e l’Ariete.

Saturno nel corso del mese aumenta

sensibilmente il suo periodo di visibilità,

anticipando progressivamente il suo sorgere.

A fine mese sorge poco prima delle 2, nella

costellazione della Vergine.

LA LUNA

Primo quarto: giorno 2, ore 10,52

Luna piena: giorno 10, ore 15,36

Ultimo quarto: giorno 18, ore 1,47

Luna nuova: giorno 24, ore 19,06

La Luna è alla distanza massima dalla

Terra (apogeo) martedì 6 e alla distanza

minima (perigeo) giovedì 22.

La danza

DELLA LUNA

LUNARIO

La danza della Luna attorno al

Sole. Cogliamo l’occasione

dell’eclisse totale di Luna del 10

dicembre per spiegare il

fenomeno delle eclissi lunari.

Un’eclissi lunare è un noto

fenomeno ottico durante il quale

l’ombra della Terra oscura del

tutto o parzialmente la Luna. Ciò

si verifica nel momento in cui la

Luna è in fase di “piena” mentre

Sole, Terra e la stessa Luna si

trovano allineati in quest’ordine.

A causa delle reciproche

distanze fra il Sole, la Luna e la

Terra l’ombra che si introduce

per interposizione di

quest’ultimo corpo, è di forma

conica. Nelle eclissi lunari il

cono d’ombra proiettato dalla

Terra è sempre molto più ampio

della Luna ed è accompagnato

da un cono più ampio, detto

cono di penombra, nel quale

solo una parte dei raggi del Sole

vengono intercettati dalla Terra.

Si possono avere perciò vari tipi

di eclissi di Luna, a seconda che

la Luna entri totalmente (eclissi

totale) o parzialmente (eclissi

parziale) nel cono d’ombra,

totalmente o parzialmente nel

cono di penombra (eclissi

penombrale).

Come abbiamo già detto sopra, il

prossimo 10 dicembre si

verificherà un’eclissi totale del

nostro satellite, fenomeno che

sarà visibile da quasi tutta l’Italia

LIBERETÀ Dicembre 2011 103


Lunario

LUNARIO

ma purtroppo solo come

parziale. Le nazioni più

interessate dalla totalità sono

la Germania e l’Austria nella

zona di Nord-Est, tutta

l’Europa del Nord, la Russia, la

Cina, la Mongolia, l’India,

buona parte del Canada e del

Nord-Ovest degli Usa,

l’Indonesia, l’Australia, la

Nuova Zelanda e buona parte

dell’Antartide, oltre a quasi

tutte le isole che si trovano

nell’Oceano Pacifico. Il

culmine del fenomeno avverrà

alle 15,31, ma dall’Italia si

potrà osservare la fase finale,

con la Luna ormai

parzialmente fuori dal cono

d’ombra terrestre.

a cura di Antonio De Blasi

(Inaf-Osservatorio Astronomico di Bologna)

e-mail: antonio.deblasi@oabo.inaf.it

104 LIBERETÀ Dicembre 2011

Appuntamenti

astronomici

Dalla nostra penisola

potremo assistere a due

picchi di altrettanti

sciami meteorici,

entrambi di intensità

forte: la notte del 14 le

Geminidi e la notte del

22 le Ursidi.

Il 22 inizia l’inverno

astronomico.

NEWS DALLO SPAZIO

I segreti delle vagabonde blu

Un altro mistero dell’astronomia

sembra essere

stato risolto. Questa volta

parliamo delle vagabonde

blue, un nome poetico che

sta a indicare una classe di

stelle tanto rare quanto enigmatiche.

Queste stelle nascondono

la loro età in modo

sorprendente, apparendo

più giovani di quanto non siano in realtà. Le si

osserva in ammassi globulari o aperti e sono caratterizzate

da temperature estremamente più elevate

– da qui la colorazione blu – delle loro sorelle vicine,

quando dovrebbero invece essere loro coetanee.

Un comportamento anomalo che contraddice le teorie

standard dell’evoluzione stellare, secondo cui

giunte alla fine della loro vita le stelle diventano sempre

più fredde e la loro colorazione tende al rossiccio.

Le vagabonde blue, invece, si comportano in tutt’altro

modo: restano delle eterne “stelle bambine”.

Il mistero, nato negli anni Cinquanta del XX secolo

con la loro scoperta, sembra ora avere una spiegazione.

Secondo i due astronomi statunitensi Aaron

Geller e Robert Mathieu, le vagabonde blue ringiovaniscono

perché risucchiano la massa di un’altra

stella cui si accompagnano: una sorta di vampirismo

cosmico che, se da un lato dona loro nuova energia

e vita, dall’altro svuota la loro compagna e ne accelera

la morte.

>>

a cura di Fabio Stefanelli

(Sofos, associazione per la divulgazione delle scienze)

e-mail: fabiostefanelli@libero.it


L’oroscopo

del mese

Ariete (dal 20-3 al 20-4) Se una carezza

vi sfiora non è il caso di

allarmarsi: forse si tratta di

quella cosa misteriosa che si chiama

amore. Mese di cambiamenti.

Toro (dal 21-4 al 20-5) Un mese all’insegna

del rafforzamento

delle cose costruite durante

l’anno. In amore come nel lavoro vi

aspettate risultati concreti.

Gemelli (dal 21-5 al 21-6) Un dicembre

favorevole induce a

concretizzare progetti. Importante

è saper scegliere tra i sogni

da realizzare. Ma siate razionali.

Cancro (dal 22-6 al 22-7) Un anno

non facile per voi il 2011. Ma

delle cose che vi sono accadute

non dovete buttare via niente: è

una buona base di partenza.

Leone (dal 23-7 al 23-8) Se ostacoli

ci sono li supererete con

scatto felino. Il futuro vi sorride

se lo guardate con creatività e

insieme con ragionevolezza.

Vergine (dal 24-8 al 22-9) Se non

sapete ancora chi ringraziare

per la serenità che vi giunge

inattesa, sappiate dare il giusto

merito anche a voi stessi.

Bilancia (dal 23-9 al 22-10) La vita è

complicata, ma per voi lo è un

po’ troppo. Cercate di vivere

SAGITTARIO

(dal 23-11 al 21-12) Il Sagittario, nono segno

dello zodiaco, è un “cercatore”: fa domande

e vuole risposte. Ha larghe vedute ed è molto

interessato alle materie filosofiche, nelle quali

cerca aiuto per i suoi quesiti interiori. Alla

fine della giornata, ciò che il Sagittario vorrebbe

di più è aver capito il senso della vita.

Nella mitologia i centauri raffigurano gli intellettuali

e il Sagittario ne è la moderna rappresentazione.

Curiosi, spirituali e veri sognatori,

i nati sotto questo segno sono sempre alla ricerca

di grandi progetti. Sono ottimisti e generosi,

amano socializzare e condividere con

gli altri le loro esperienze.

Pianeti: Giove e Nettuno; colore: porpora; fiore:

garofano; giorno: giovedì; pietra: turchese.

con leggerezza le situazioni nuove: a

volte le matasse si sbrogliano da sole.

Scorpione (dal 23-10 al 22-11) Marte

al vostro fianco (e per molti

mesi ancora) sostiene situazioni

complesse. Lavorate con calma

ai progetti che avete in mente.

Capricorno (22-12 al 20-1) Dovete

essere riconoscenti a qualcuno

che vi ha aiutato a superare

momenti duri. Sappiate meritarvi

il successo che raggiungerete.

Acquario (dal 21-1 al 19-2) Grandi

risultati vi fanno finire l’anno

in bellezza. Venere vi sorride

e Mercurio vi dà tutto ciò che è

necessario a realizzare un sogno.

Pesci (dal 20-2 al 19-3) Vedrete le

cose sotto una luce nuova e

non farete di un sassolino una

montagna. Appoggiatevi a qualcuno

che vi stima e ha fiducia in voi.

LUNARIO

LIBERETÀ Dicembre 2011 105


Lavori con Luna crescente È tempo di raccogliere agrumi,

spinaci, carote, radicchio, carciofi, cardi e cavoli.

Ricordarsi inoltre che, a prescindere dalla fase, i cavolfiori

vanno protetti dal gelo riunendo le foglie esterne intorno

alla “testa” e legandole non troppo strette con della rafia.

Avendo più tempo a disposizione, si possono controllare

attrezzature e tubi di irrigazione.

Lavori con Luna calante Dopo la raccolta delle olive, se il terreno

non è gelato, concimare l’oliveto con compost o letame maturo.

Proteggere con la pacciamatura le piante aromatiche. Lavorare a

dicembre il terreno, ma solo se non è bagnato. A dimora, in coltura

protetta, seminare lattuga da taglio e

radicchio. Controllare i prodotti

Il calendario

DI DICEMBRE

Luna crescente

Dal 1° al 9 e dal 25 al 31

Luna piena

Il 10 dicembre

Luna calante

Dall’11 al 23 dicembre

Luna nuova

Il 24 dicembre

L’inverno è alle porte.

E ora che la stagione

non chiede

particolari lavori da

fare all’esterno, si

può dedicare più

tempo e più attenzione

alle piante in

casa, dalle quali bisogna eliminare innanzitutto

le parti secche. Poi, per farle respirare

meglio e favorirne lo sviluppo, un’operazione

importante è la pulizia delle fo-

106 LIBERETÀ Dicembre 2011

L’ALMANACCO DI BARBANERA DAL 1762 AL

Dicembre nell’orto

immagazzinati: se le patate hanno dei

getti, bisogna eliminarli e spostare i

tuberi in un luogo più freddo. Stessa

cosa per le cipolle, ma i getti non vanno

tolti, altrimenti marciscono.

BARBANERA INFORMA Poiché il freddo è già intenso, sarà utile

proteggere le piante in maniera eco e sostenibile utilizzando la pacciamatura,

un metodo che consiste nel coprire la base di ortaggi, alberi o arbusti con

foglie, paglia, cortecce. È inoltre il momento di fare le talee di piante officinali

come salvia, lavanda e trapiantarle in vaso. In giardino non dimentichiamo

di mettere a dimora il viburno che fiorisce proprio in inverno.

AMICHE PIANTE

glie. La polvere che vi si deposita ostruisce

infatti i pori ostacolandone la crescita.

Per eliminarla, pulire le foglie, sia la pagina

superiore sia quella inferiore, con un

panno o una spugna umidi.

Inoltre ricordate che le piante stanno bene

se la temperatura in casa non è superiore

ai 20 gradi centigradi e che bisognerà

sempre annaffiarle con acqua riposata.

Quindi, dopo averle irrigate, riempite di

nuovo il contenitore da utilizzare la prossima

volta.


ERVIZIO DEL VIVERE BENE

Piante benefiche

ZENZERO

Spezia antichissima, Confucio parlava di

zenzero già nel V secolo a.C. Molto amato

da greci e romani che ne facevano largo

uso nella preparazione di torte e antipasti, era

inoltre sempre presente, coltivato in vasi, a bordo

delle navi perché si riteneva tenesse lontana la

peste. Anche nel Medioevo fu molto

apprezzato, trovando sempre più

ampio utilizzo in cucina e come

medicamento: nell’Inghilterra dei

Tudor il pane di zenzero era

venduto dai mercanti per tutto il

paese, così come vi si ricorreva nella

cura di varie malattie, contro la peste e

come afrodisiaco. Oggi, assai apprezzato in

tavola, ha molte virtù curative in caso di disturbi

del fegato, anemia, itterizia. L’olio essenziale è

utile nei disturbi nervosi. Masticato prima dei

pasti fresco con sale, o candito, cura

l’inappetenza, mentre un cucchiaino di polvere

nell’acqua calda aiuta chi soffre di mal d’auto.

BUONO A SAPERSI

Tra le diverse varietà di spinaci, di cui

una prima importante distinzione è tra

quelli a foglie bollose, ovvero un po’

bitorzolute, e a foglia liscia, si trovano

anche le cosiddette spinacine o spinaci

da taglio, facilissimi da coltivare in

vaso e adatte al consumo crudo. Si

tratta di una verdura assai gradevole,

ottenuta con le stesse tecniche di

coltivazione delle insalate da taglio.

Volendo farle crescere sul terrazzo si

potrà scegliere la varietà Lorelay a foglia

liscia, ma ottimi risultati si otterranno

anche con la Matador a foglia semibollosa,

Fortune e America con foglia più bollosa.

tempo

DI STELLE

IN COLLABORAZIONE CON

BARBANERA

L’ALMANACCO PIÙ

CELEBRE D’ITALIA DAL 1762

Forse non sarebbe dicembre senza

stella di Natale. Nelle case, nelle

serre, in vendita ovunque, l’euphorbia

pulcherrima rende con le sue foglie

rosso fuoco l’atmosfera delle festività.

Piccolo arbusto perenne dal fusto

delicato, la poinsettia – si chiama

anche così – deve questo suo nome

all’ambasciatore Joel Poinsett

che la introdusse negli Stati Uniti

dopo averne scoperte nel 1825 alcune

piante spontanee in Messico.

Oggi è un classico dell’inverno. Per

averla al meglio, è bene sapere che

necessita di luce media o alta, ma

non sopporta il sole diretto: fiorisce

solo se poco esposta alla luce. Questo

vuol dire che non bisogna andare

oltre le 8-9 ore al massimo di

esposizione, nelle altre deve stare

al buio. Predilige un clima fresco,

pena la perdita delle foglie, e terreno

leggermente acido.

LIBERETÀ Dicembre 2011 107


Lunario

LUNARIO

Che cosa c’è alla

base della preparazione

più celebre

del Natale? Il

lievito. Ma qual è

il lievito migliore?

Anche i dolci, come

il panettone,

sono più buoni se nell’impasto c’è quello

cosiddetto “di pasta madre”. Una volta il

pane e i dolci si facevano così: il lievito madre,

chiamato anche pasta acida o pasta

madre, si otteneva da un impasto di farina

e acqua che acidificava spontaneamente.

Aggiungendo all’impasto degli zuccheri

questo fermentava più rapidamente, sviluppando

quei batteri che favori-

scono la lievitazione naturale. Que-

108 LIBERETÀ Dicembre 2011

E L’UOMO INCONTRÒ IL CANE

Proponiamo, come regalo di Natale, un libro di Konrad Lorenz,

il grande etologo, premio Nobel del 1973 per la medicina,

E l’uomo incontrò il cane. Edito da Adelphi proprio

nel 1973, il libro, sempre attuale, è tutto dedicato all’animale

che più di ogni altro “crediamo” di conoscere. Lorenz

ci guida verso le origini dell’“incontro” fra l’uomo e il cane,

origini che hanno lasciato tracce in tutte le complesse forme

di intesa, obbedienza, odio, fedeltà, nevrosi che si sono

stabilite nel corso della storia fra cane e padrone. Lorenz

riesce a illuminare rapidamente tutto l’arco della “caninità”

con la grazia di un vero narratore, con la precisione e la

sottigliezza di uno scienziato che ha aperto nuove vie proprio

nello studio di questi temi, con la fertile intelligenza di

un pensatore che, attraverso le sue ricerche sugli animali,

è riuscito a porre i problemi umani in una nuova luce.

IL PANETTONE È PIÙ BUONO SE...

sta tecnica era già nota nell’antico Egitto

(a causa di una inondazione del Nilo, si

pensò di recuperare la farina “andata a male”

mescolandola ad altre e il pane così ottenuto

risultò più gustoso, più digeribile e

conservabile del pane azzimo), mentre in

Grecia impastavano la farina con succo

d’uva o con birra (e scoprirono che quanto

più la birra era torbida, tanto più la pasta

si gonfiava). Il lievito di birra entrò nella

panificazione nella seconda metà del

Seicento con Caterina de’ Medici e soppiantò

il lievito naturale. Di recente si sta

riscoprendo il valore del lievito madre grazie

anche all’aumento delle allergie al lievito

di birra.

>>>

ROBIN WILLIAMS IN L’ATTIMO FUGGENTE:

«Solo nei sogni gli uomini sono davvero liberi,

è da sempre così e così sarà per sempre»


Mercatino di Natale

a Rango (Trento)

Dal 4 al 18 negli antichi

vicoli di un borgo tra i più

belli d’Italia, il Natale è

al top. Le atmosfere non

deludono il visitatore e

sulle bancarelle del mercatino

(tavoli colmi di sorprese

da scovare: sotto il

vòlt, nelle cantine, nei cortili,

nelle stalle, negli angoli

più nascosti) troverà

prelibatezze e artigianato

di esclusiva produzione

locale. A Rango le luci sfavillano,

il suono di zampogne,

di fisarmoniche accompagna

fin quasi all’Avvento.

I sapori dei piatti

tipici, dei dolci locali,

del vin brulé vi circonderanno.

Un regalo a chi visiterà

anche il mercatino

del vicino borgo di Canale

di Tenno, gemellato con

quello di Rango.

A Orvieto (Terni)

IL PRESEPE NEL POZZO

A Orvieto, dal 23 dicembre all’8 gennaio 2012 è

possibile visitare il presepio meccanico sotterraneo

con personaggi a grandezza naturale, allestito nelle

grotte del percorso ipogeo del pozzo della Cava, nel

quartiere medievale della cittadina. Ogni anno il

presepe nel pozzo propone un nuovo allestimento

con un nuovo tema conduttore, mescolando testi

sacri e tradizioni, verità storiche e miti senza tempo.

Il tema della XXIII edizione è Il mistero di Giuseppe,

padre terreno di Gesù. Inoltre è un’occasione per

una interessante visita al pozzo della Cava.

Per informazioni: www.pozzodellacava.it

LUNARIO

CUSTONACI (TP)

IL PRESEPE

VIVENTE

Il presepe vivente di Custonaci

è un evento in fatto di

valorizzazione dei mestieri e

delle tradizioni popolari

siciliane. Dentro la grotta

Mangiapane, nella borgata

trapanese di Custonaci, case,

stalle, ovili, pollai

perfettamente ricostruiti

formano un borgo rurale

autentico. Pastori, contadini,

artigiani, artisti riproducono le

attività quotidiane del passato,

oltre centosessanta i figuranti

e le comparse che animano il

presepe visitabile durante tutto

il periodo natalizio, sino

all’Epifania. Da quest’anno,

oltre al presepe, ad allietare

bambini e adulti, ci saranno gli

spettacoli dei pupi di Mimmo

Cuticchio. I turisti fanno la fila

per salire, a piedi oppure in

bus navetta, sino alla grotta da

cui si gode una vista

spettacolare sul golfo.

LIBERETÀ Dicembre 2011 109


Lunario

LUNARIO

E per Capodanno?

Zuppa di lenticchie

>>

110 LIBERETÀ Dicembre 2011

Simbolo di fortuna e prosperità, il che

non è affatto male di questi tempi, la

lenticchia non può mancare sulle

tavole di fine e inizio d’anno. Con il

cotechino o senza – come si dice, in

purezza – un piatto di questo sublime

legume è sempre gradito. Poi, solo la

scelta può mettere in imbarazzo: c’è

la lenticchia di Castelluccio e di

Colfiorito, coltivate in Umbria, la

lenticchia verde di Altamura, la

lenticchia rossa o “lenticchia

egiziana”, molto diffusa in Medio

Oriente, le lenticchie di Villalba, di

dimensioni piuttosto grandi, di

Ustica, piccole, tenere, saporite e dal

colore marrone scuro, dell’Armuña,

famose per il loro gusto e la loro

morbidezza, e quelle di Ventotene e

LE VIRTÙ DELLA LENTICCHIA Proteine, fibre, minerali, vitamine:

è dai tempi più lontani la carne dei poveri. Il legume più antico e

il più coltivato: addirittura se ne hanno notizie dal 7000 a.C. dall’Asia

e soprattutto dalla Siria. In tempo di carestia, nel Medioevo, era

un pasto completo che migliorava anche la resistenza alle malattie.

PER 6 PERSONE

• 250 g di lenticchie secche

• 330 g di salsa pronta di

ciliegino o di polpa di pomodoro

• una cipolla

• due coste di sedano con le foglie

• due carote

• olio extra vergine d’oliva

• sale

di Mormanno. Tutte molto buone

e nutrienti.

•Lasciate a bagno le lenticchie in

acqua fredda per una notte.

Eliminate quelle venute a galla,

sciacquate e scolate.

•In un tegame di coccio scaldate

qualche cucchiaio di olio quindi

aggiungete cipolla e sedano a

pezzetti piccoli e le carote tagliate

a dadini. Fate soffriggere a

fuoco basso per qualche minuto

poi aggiungete un po’ d’acqua

calda, coprite e fate appassire.

•Dopo circa cinque minuti

aggiungete altra acqua calda

(o brodo vegetale). Cuocete

mescolando per altri cinque minuti.

•Aggiungete la salsa pronta

o la polpa di pomodoro.

•Mescolate e fate cuocere per

una decina di minuti, regolando

con il sale.

•Spegnete quando il

pomodoro si è ritirato.


Il mago di Natale

S

S’io fossi il mago di Natale

farei spuntare un albero di Natale

in ogni casa, in ogni appartamento

dalle piastrelle del pavimento,

ma non l’alberello finto, di plastica, dipinto

che vendono adesso all’Upim:

un vero abete, un pino di montagna,

con un po’ di vento vero impigliato tra i rami,

che mandi profumo di resina in tutte le camere,

e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei

a fare magie per tutte le vie.

In via Nazionale farei crescere un albero di Natale

carico di bambole d’ogni qualità,

che chiudono gli occhi e chiamano papà,

camminano da sole, ballano il rock n ’roll e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende: gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato

faccio crescere l’albero del cioccolato;

in via del Tritone l’albero del panettone

in viale Buozzi l’albero dei maritozzi,

e in largo di Santa Susanna quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?

La magia è appena cominciata:

dobbiamo scegliere il posto all’albero dei trenini:

va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani lo faccio in

via dei Campani.

Tutto questo farei se fossi un mago.

Però non lo sono che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:

di auguri ne ho tanti,

scegliete quelli che volete,

prendeteli tutti quanti.

(Gianni Rodari)

LUNARIO

LIBERETÀ Dicembre 2011 111


ARRIVEDERCI > AL PROSSIMO NUMERO

NPDV

di Marcello Teodonio

Non perdiamoci di vista

{

Mi raccomando! Come dico ogni

anno quando si deve affrontare la

spinosa questione dei doni natalizi:

basta con la tristezza dei regali “utili”

ai bambini! Molto, molto meglio un

regalo poco costoso ma clamoroso,

sfacciato, rumoroso, pieno di affetto e

fantasia. Chiedetevi cosa vi sarebbe

piaciuto ricevere come regalo

quando eravate bambini, e regalate

proprio quello… Le cose stanno

più o meno come allora.

Calze fashion Leggo su

Repubblica.it: da anni le calze velate

erano state bandite dagli armadi,

essendo considerate assolutamente out;

poi però sono arrivate sulla scena le

sorelle Middleton, Kate e Pippa, che

invece le hanno riportate in auge, sì

che, come ha dichiarato Anna Dello

Russo (che non ho idea di chi sia, ma

deve essere una che di queste cose se

ne intende), «Kate Middleton ha uno

stile old fashion ma quando indossa le

calze color carne diventa avant garde».

Che avrà voluto dire?

Ca...ate Questa invece l’ho sentita

una mattina al Ruggito del coniglio.

Notizia: l’europarlamentare della Lega

Nord, Mario Borghezio, ha detto che

Roma è la capitale del fancazzismo;

al che Marco Presta, con la sua

consueta formidabile prontezza di

riflessi, ha detto: «Ma Borghezio

si ricordi che Roma è

anche la capitale del fanculismo».

Cioccolato Certo se ne leggono di

scemenze!... Al diciassettesimo salone

del cioccolato di Versailles una bella

fanciulla sfila con un abito fatto in

cacao durante una sfilata di vestiti

realizzati interamente in cioccolato.

Cammina cammina, a un certo punto,

la gonna si è sciolta e l’abito è caduto a

pezzi sotto lo sguardo degli spettatori.

Io adesso dico: ma dimmi te quanti

bambini avresti fatti contenti…

Che poi: perché solo i bambini?

Nipoti Lorenzo adesso ha quindici

mesi. Dice soltanto “mamma, papà,

palla (anche nella versione con articolo,

lapalla), mao, bau”. E basta.

L’altra domenica, a pranzo, un’ora

a dirgli “nonno, nonno, nonno…”.

Macché. L’unico risultato è stato che

a un certo punto si è messo a fare

“no no no no” con il ditino…

Anno nuovo Così, se ne va

anche quest’anno. Addio 2011.

A proposito! Auguri a tutti!

GENNAIO

L’Unione europea ha dedicato il 2012 all’invecchiamento attivo. È un tema che abbiamo già affrontato

sulle pagine di LiberEtà. Torneremo a farlo già a partire dal prossimo numero di gennaio parlando

di come migliorare la condizione di vita presente e futura. Con questo auspicio arrivederci al nuovo anno.

112 LIBERETÀ Dicembre 2011


unità sindacale

casa scuola

diritti sanità

internet

mobilità governo

Dicembre 2011

A cura dello Spi-Cgil dell’Emilia-Romagna

Ravenna, una

storia italiana


Argentovivo | pagine.

Vergogna

h Maurizio Fabbri

SEGRETARIO GENERALE SPI-CGIL DELL’EMILIA-ROMAGNA

Migliaia di pensionate e pensionati

in piazza a Roma gridano la propria

indignazione per un governo che ha

portato l’Italia alle soglie del fallimento.

Una nuova stagione è possibile, anche per

l’unità sindacale

Dicembre 2011

In primo piano

È stato questo grido in qualche modo liberatorio

che ha percorso piazza San Giovanni a Roma il

“Vergogna”.

28 ottobre, durante la manifestazioni dei pensionati

e delle pensionate. In centomila (con una partecipazione forte

dell’Emilia-Romagna, giunta con 7000 persone) hanno risposto al

grido scandito più volte da Carla Cantone durante il suo discorso.

Come fate a non provare vergogna per lo stato in cui avete ridotto

l’Italia? L’Italia è un grande Paese europeo, uno degli stati fondatori

dell’Unione, il cui ruolo è oggi drammaticamente ridotto a

causa del governo di centrodestra. Ci siamo ritrovati tra gli ultimi

come credibilità e come peso. E la piazza gremita di pensionati il

28 ottobre ha ribadito ancora una volta in modo unanime la propria

indignazione per questa situazione.

Vergogna per come è stata impoverita l’Italia, gravata da un debito

altissimo e a crescita zero. Un Paese in cui le disuguaglianze

aumentano e dove la disoccupazione, soprattutto giovanile, sta

raggiungendo livelli insopportabili. Un Paese ingiusto, in cui aumentano

le differenze tra ricchi e poveri.

Vergogna per un premier che si è permesso di dire che i ristoranti

sono pieni (e altre amenità del genere) mentre aumentano visibilmente

le difficoltà delle singole persone e delle intere famiglie.

Vergogna anche perché fino alla fine il governo ha continuato sul-

Questo numero delle Pagine di Argentovivo è illustrato con le fotografie di Matteo Angelini. Si tratta di una selezione delle immagini

di “Switch (OFF)”, gli scatti realizzati nelle periferie urbane di Bologna che sono valsi al giovane fotografo il Premio Labo’ 2010.

Dice Angelini: “Switch (OFF). È tutto spento. Dopo la “rivoluzione” digitale non sembra sia cambiato granché: il vento continua a

soffiare muovendo le fronde degli alberi nervosamente; persone sparse come pezzi di un puzzle troppo difficile da comporre, spedite

verso il caldo sicuro delle loro case. L’inverno è alle porte, fa freddo ed è umido; la buona notizia è che mancano 241 giorni all’estate.

E domani saranno solo 240”.


la strada di far pagare la crisi ai lavoratori, ai giovani, ai

pensionati. Per tutti questi motivi quella grande piazza si

è indignata e con forza ha gridato che un’alternativa è possibile.

Sono possibili proposte diverse, un’altra politica

economica giocata sull’equità, sul rigore, per far pagare

chi non ha mai pagato, gli evasori fiscali, la parte più ricca

della popolazione. È possibile farlo superando i privilegi,

a partire da quelli della “casta”, sui quali è necessario

intervenire. Insomma una piazza che ci sta a risanare il

Paese e rilanciare l’economia ma con una linea diversa da

quella adottata fino a oggi.

Su questi obiettivi noi come Cgil non siamo soli, e questa

è una novità da segnalare. Sono con noi i giovani, le donne,

i movimenti sociali come quelli degli indignati che si

stanno ribellando.

Sul fronte del sindacato pensionati c’è una novità che va

in questa direzione e cioè che anche Fnp e Uilp hanno rotto

gli indugi e si stanno muovendo nella nostra direzione.

Oggi noi in Emilia Romagna salutiamo la rinnovata unità

di analisi e di proposta, che stiamo condividendo con Fnp

e Uilp come la condizione indispensabile per una unità di

iniziativa. È questo il lavoro che le segreterie dei sindacati

pensionati dell’Emilia-Romagna hanno fatto nelle scorse

settimane con la discussione nelle riunioni di segreteria

e negli esecutivi. Il documento unitario che ne è uscito rilancia

un confronto a tutti i livelli: il giudizio su cosa ha

fatto il governo di centrodestra, cosa serve al Paese, cosa

chiediamo per questa Regione, cosa chiediamo per i nostri

Comuni, cercando di definire una fase nuova.

Una fase che oltre al raggiungimento degli obiettivi programmatici

assuma anche una capacità di iniziativa e di

proposta. Lo abbiamo fatto in un momento in cui la gravità

della crisi ha raggiunto un punto drammatico. E per fortu-

In primo piano

na, nel momento in cui scriviamo, a questo nostro grido

sta corrispondendo un cambiamento politico. Il fatto che

il governo di centrodestra abbia alzato bandiera bianca

è frutto anche della nostra azione, della credibilità della

nostra proposta. Oggi dobbiamo elevare (in modo unitario)

il profilo della proposta programmatica. In questo

senso è indispensabile la coerenza nazionale, regionale

e comunale. A tutti i livelli istituzionali noi chiediamo una

coerenza programmatica, che farà certo i conti con le difficoltà

che abbiamo ma che è l’unica strada possibile per

ottenere risultati condivisi.

Dopo la manifestazione dei pensionati, il 3 dicembre la

Cgil si mobiliterà per confermare le priorità del cambiamento,

necessarie per far sì che il Paese imbocchi la strada

dello sviluppo. Saranno quelle proposte che porremo,

ci auguriamo unitariamente, al nuovo Governo.

Dicembre 2011

Argentovivo | pagine.


Argentovivo | pagine.

Le nostre proposte

per il 2012

Mentre scriviamo la situazione politica

nazionale è in piena evoluzione, ma il

sindacato pensionati, in modo sempre

più unitario, si sta preparando alla

contrattazione dei prossimi mesi.

Abbiamo interpellato i tre componenti

della segreteria regionale Spi-Cgil

che si occupano delle varie aree di

contrattazione: Maurizio Piccagli,

Roberto Battaglia e Gabriella Dionigi.

Dicembre 2011

In primo piano

Il welfare tra difesa dei diritti e prospettive future

Qual è la questione che porrete con più forza alla Regione in

questa fase per quanto riguarda il welfare? “Chiederemo la

conferma della quantità delle risorse a disposizione - risponde

Maurizio Piccagli - E cioè rispetto al fondo per la non-autosufficienza

quei 461 milioni, previsti per il 2011, anche per il 2012. Questo è l’unico

modo attraverso il quale è possibile fare un’operazione costruita su tre

elementi. Il primo è che abbiamo bisogno come condizione minima di

difendere il sistema dei servizi territoriali che abbiamo oggi. Secondo,

abbiamo bisogno (dopo aver difeso questo sistema) di cominciare a impostare lo sviluppo. Terzo, abbiamo bisogno di

garantire che i servizi dati quest’anno alla popolazione saranno confermati anche per l’anno prossimo. Queste sono le

condizioni minime. Sappiamo bene che siamo in una fase difficile di tagli però questo è appunto il livello minimo che

poi ci può permettere di ragionare in prospettiva. Affinché prima o poi si concretizzi la condizione che la Cgil e lo stesso

Spi pongono da tre anni a questa parte e cioè che una manovra economica diversa da quella fatta è possibile ed è una

manovra che deve spostare il carico di chi paga da lavoro e pensioni alla rendita e alle ricchezze, sia mobiliari che immobiliari.

Quindi recuperare un tasso di equità superiore rispetto a quello oggi presente, una vera lotta all’evasione e

all’elusione fiscale, una vera lotta alla corruzione. Sugli altri versanti bisogna cominciare a trovare il modo di recuperare

risorse per poter riprendere a investire in sviluppo ma anche in welfare”.

“Oltre la questione del welfare – aggiunge Piccagli – nei sistemi sia relativi al fisco sia quelli che regolamentano la compartecipazione

alla spesa sanitaria e socio-assistenziale abbiamo bisogno di recuperare sia progressività che equità.

Queste sono le operazioni principali su cui dobbiamo impostare la nostra contrattazione articolata”.


Bilanci sociali trasparenti

e ristrutturazione dei servizi

“In questi giorni – dice Roberto Battaglia - stiamo

elaborando insieme a Fnp e Uilp le priorità per

la contrattazione territoriale sociale rispetto ai

bilanci degli enti locali per il prossimo anno. Una situazione

resa complicata e difficile dai tagli del governo di

centrodestra che hanno messo in discussione e azzerato

per alcuni versi i principali fondi nazionali di sostegno

alle persone non abbienti, come quelli per l’affitto,

per la non-autosufficienza, per le politiche sociali. E

soprattutto tagli che hanno ridotto i trasferimenti delle

risorse alle amministrazioni comunali. Per cui le amministrazioni

comunali sono costrette da un lato o a

rivedere in aumento le tariffe e i tributi locali oppure a

ridurre i servizi. Noi in questo contesto chiediamo alle

amministrazioni comunali di non seguire questa impostazione

di tagli recessiva del governo”.

Battaglia elenca cinque punti: “Primo, la difesa e il

miglioramento dell’insieme delle politiche sociali e

socio-sanitarie. Il secondo punto è la tutela dei redditi

da lavoro e da pensione. Questi due primi punti sono le

priorità prevalenti della nostra iniziativa nei confronti

della Regione e degli enti locali in particolare. Poi pensiamo

che un altro terreno di confronto debba essere

quello di definire criteri di maggior trasparenza nella

formazione dei bilanci, soprattutto in una situazione

di grande difficoltà. Una maggior trasparenza significa

bilanci sociali partecipati, dove è possibile verificare e

rendere possibile ciò che si discute con le amministrazioni

comunali. Un’altra priorità riguarda il processo di

riorganizzazione dei livelli istituzionali, avendo come

riferimento i distretti. Per razionalizzare le spese, contrarre

gli sprechi, rendere i servizi più vicini ai cittadini

bisogna andare verso unioni dei comuni, cioè verso la

gestione nei comuni di funzioni e servizi in forma associata.

Anche perché la maggioranza dei comuni nella

nostra regione sono di piccole dimensioni, al di sotto

dei 5000 abitanti”.

“Rispetto alla fiscalità locale (cioè le addizionali comunali)

– conclude Battaglia - poniamo il problema di una

maggior equità e una finalizzazione di queste risorse,

che non devono servire per fare cassa bensì essere destinate

a politiche sociali, quindi a migliorare la qualità

della vita delle persone”.

In primo piano

Mobilità e casa, due diritti inalienabili

Due punti che possono apparire minori ma che sono

invece ugualmente significativi e molto importanti

per gli anziani li spiega Gabriella Dionigi. “La prima

è il trasporto sociale, cioè la mobilità delle persone

che non sono in grado di accedere ai servizi perché senza

patente o perché troppo anziane – un tema che sul territorio

si sente moltissimo. Su questo c’è un tavolo aperto al

PAR e c’è una proposta del Forum del Terzo settore. Per lo

Spi il trasporto sociale deve rientrare assolutamente entro

la rete dei servizi. Stiamo cercando di affermare un vero

e proprio diritto alla mobilità. Il secondo tema, molto pesante

nel quotidiano delle persone anziane, è quello della

casa, quindi delle politiche abitative. Il fondo sociale per

gli affitti è stato tagliato a livello nazionale, lo scorso anno

la Regione ha messo risorse proprie ma quest’anno è evidente

che non ce la si farà. E oltretutto è messo proprio in

discussione come strumento. Quindi si sta lavorando alla

costruzione di un fondo di garanzia che possa sostenere

le persone che hanno problemi a sostenere un affitto diventato

troppo oneroso. Oltretutto questo si incrocia con il

tema delle nuove povertà, delle pensioni che non vengono

indicizzate. Da una parte è necessario agire sul sostegno

all’affitto, dall’altra rivedere e riqualificare tutta la risposta

dell’edilizia residenziale pubblica oppure dell’edilizia sociale.

Noi pensiamo che fino ad oggi le risposte di edilizia

residenziale pubblica siano state assolutamente insufficienti.

Perciò è necessario riqualificare, aggiungere risorse

anche in una situazione di difficoltà come quella attuale

perché siamo di fronte a una vera e propria emergenza”.

“In entrambi i settori, trasporto e casa – chiarisce Gabriela

Dionigi - ci deve essere un ruolo fortissimo del pubblico.

Va bene certo l’intervento del Terzo settore per quanto

riguarda il trasporto pubblico, va bene anche l’intervento

delle Fondazioni, delle cooperative di costruzione, però

con un governo fortissimo da parte del pubblico, cosa che

del resto chiediamo per tutti i servizi della rete sociale,

socio-assistenziale e socio-sanitaria”.

Dicembre 2011

Argentovivo | pagine.


Argentovivo | pagine.

Argentovivo

Diritti

Con l’approdo di Argentovivo su Liberetà,

cambia anche lo storico “Inserto”,

dedicato alle informazioni sulle novità

legislative e burocratiche utili per il

lavoro dello Spi dell’Emilia-Romagna.

Rinnovato nella grafi ca, scaricabile

gratuitamente su internet e incentrato

sul tema dei diritti: vi presentiamo il

nuovo Argentovivo Diritti

Essere sempre informati in maniera tempestiva

e puntuale sulle novità legislative, nazionali e

regionali, sulle modalità di accesso ai servizi e,

in generale, sui diritti esigibili è fondamentale per

il lavoro del sindacato dei pensionati, soprattutto

nelle leghe, dove il sindacato entra in contatto con i

suoi iscritti. È per venire incontro a questa esigenza

che lo Spi-Cgil dell’Emilia-Romagna, a partire dallo

scorso luglio, ha lanciato Argentovivo Diritti, la rivista

di approfondimento sui temi del welfare, analizzati

dal punto di vista dei cittadini.

Questo è uno dei passaggi chiave del processo di

riorganizzazione complessiva della comunicazione

dello Spi regionale. A giugno, la storica rivista Argentovivo

è divenuta inserto per gli abbonamenti emiliano-romagnoli

di Liberetà. Parallelamente, il vecchio

“Inserto” di Argentovivo ne ha ereditato la testata,

con il nuovo nome di Argentovivo Diritti. L’altra grande

novità riguarda il sito web dello Spi regionale,

www.spier.it, che è stato completamente rinnovato.

Argentovivo Diritti, come prima di esso l’Inserto,

è uno strumento di lavoro. Rinnovato nella grafi ca

e pubblicato con cadenza mensile o bimestrale, a

seconda delle esigenze, fornisce in maniera chiara

tutte le informazioni necessarie ai funzionari del

sindacato. Ad esempio, approfondisce le recenti

modifi che legislative, sia nazionali che regionali,

spiegando cosa è cambiato per i pensionati; comunica

gli esiti della contrattazione territoriale, con

Dicembre 2011

la pubblicazione degli accordi

presi dal sindacato con gli Enti

Locali; defi nisce quali sono i

requisiti perché un pensionato

possa accedere a un trattamento

agevolato, come ad esempio

la quattordicesima mensilità. A

volte le edizioni di Argentovivo

Diritti sono dedicate a un tema

specifi co: nel mese di novembre

2011, ad esempio, si tratta in maniera

complessiva delle pensioni

delle donne, in quanto a requisiti

e prestazioni, contribuzione, dati

e importi.

L’attenzione è focalizzata sui

diritti individuali e familiari, che

molto spesso non sono esercitati

a pieno: a volte per disguidi burocratici

o per veri e propri errori

i diritti personali già acquisiti

non sono applicati nella realtà.

Inoltre, gli iscritti al sindacato si

rivolgono alle leghe dello Spi per

tantissime diverse esigenze: Argentovivo

Diritti aiuta i funzionari

e i volontari dello Spi a rispondere

adeguatamente.

“Non possiamo pensare che i nostri

compagni e compagne nelle

leghe, che pure sono bravissimi,

possano ricordarsi tutto. Argentovivo

Diritti è uno strumento di

In primo piano

servizio agile da consultare, che

dà risposte rapide ai problemi

più comuni dei nostri iscritti”,

dice Norma Lugli, membro della

segreteria provinciale di Modena

e co-autrice di Argentovivo Diritti,

insieme a Roberta Lorenzoni,

del Dipartimento previdenza

dello Spi-Cgil Emilia-Romagna, e

ai segretari Spi regionali Mirna

Marchini, Roberto Battaglia e Gabriella

Dionigi.

L’altro grande punto di forza di

Argentovivo Diritti è la sua rapidità

di diffusione: è infatti disponibile

gratuitamente sul sito web

dello Spi regionale. “È bastato

dotare le leghe Spi di un computer

collegato a internet – continua

Lugli – per permettere ai

nostri funzionari di avere subito

a disposizione tutte le ultime edizioni

di Argentovivo Diritti”. Una

tempestività che è fondamentale,

tanto più in un momento in

cui si rincorrono leggi su leggi,

generalmente sfavorevoli ai pensionati.

“Dalle leghe e dai territori

ci sono giunti diversi riscontri

positivi sull’utilità di Argentovivo

Diritti – conclude Lugli – Questo

ci spinge a continuare su questa

strada”.


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Pane e internet

È stato rinnovato il progetto

regionale di formazione all’uso del

computer: un modo per colmare

il divario tra chi sa usare internet

e chi ne resta escluso. Saranno

organizzati corsi in 120 diversi

Comuni, distribuiti in tutte le

province emiliano-romagnole

Uno dei ruoli fondamentale del sindacato è lottare

contro le forme di discriminazione e di esclusione

sociale. Non sono però soltanto il reddito, il ceto sociale,

la nazionalità a creare barriere, a escludere: a volte è

il difetto di conoscenza. È quello che accade con internet,

che mette a disposizione una montagna di informazioni,

che dà la possibilità di comunicare e di accedere a moltissimi

servizi, ma che non è ancora alla portata di tutti.

A cominciare dagli anziani, che per la maggior parte ne

rimangono esclusi, ma il problema riguarda anche tante

donne giovani e tanti stranieri. Improvvisamente, internet

è diventato un diritto, da difendere e da estendere a chi

ancora non ne gode, per superare quel “divario digitale”

che isola chi non è pratico di computer.

Da qui nasce l’esigenza di “Pane e internet”, il progetto di

alfabetizzazione digitale organizzato dalla Regione Emilia-

Romagna, che è appena stato rinnovato fi no al 2013. Su

tutto il territorio regionale verranno organizzati corsi di

formazione di base sull’uso del computer e di internet,

In primo piano

destinati a persone adulte che hanno poca o nessuna familiarità

con l’informatica. Il progetto, fortemente voluto e

sostenuto dai sindacati dei pensionati (unitariamente Spi-

Cgil, Fnp-Cisl, Uilp e Cupla), è promosso e fi nanziato dalla

Regione, in accordo con altre istituzioni e associazioni del

territorio (Anci, Upi, Lega delle autonomie locali, Uncem e

Forum terzo settore).

I corsi sono completamente gratuiti e vi possono partecipare

tutti coloro che hanno compiuto 45 anni. Attenzione particolare

viene data alle donne in cerca di lavoro e agli stranieri,

che possono partecipare anche se sono più giovani.

Il progetto è stato lanciato per la prima volta nel 2009 e

ha avuto un grandissimo successo: fi no all’inizio del 2011

hanno potuto partecipare ai corsi 2.714 persone, che rappresentano

soltanto il 60% delle domande presentate.

Per il prossimo biennio l’obiettivo è ancora più ambizioso:

da qui al 2013 la Regione punta a coinvolgere circa 10.000

persone.

Uno dei punti di forza del progetto è la sua capillarità sul

territorio: i corsi saranno infatti organizzati in 120 diversi

Comuni, distribuiti tra tutte le province emiliano-romagnole,

per un totale stimato di 630 edizioni entro il 2013. Ciascun

corso è composto da 20 ore di lezione, suddivise in 10

lezioni da 2 ore, due volte a settimana. Gli orari delle lezioni,

di pomeriggio o di sera, sono scelti in modo da venire

incontro alle disponibilità di chi lavora o è impegnato altrimenti.

In aula ci sono docenti esperti nell’insegnamento di

tecnologie informatiche agli adulti, coadiuvati da giovani

volontari, che seguono passo passo i corsisti.

Per informazioni sulle sedi e sugli orari dei corsi già programmati

e per prenotare bisogna telefonare al Numero

Verde 800 590 595, attivo lunedì, mercoledì e venerdì dalle

10 alle 12 e dalle 15 alle 17.

Dicembre 2011

Argentovivo | pagine.


Argentovivo | pagine.

Interpretando questa diffusa protesta, Vincenzo Colla

e Raffaella Morsia, segretari generali della Cgil e del

sindacato di categoria Flc (Federazione lavoratori della

conoscenza) dell’Emilia Romagna, nei giorni scorsi hanno

scritto una lettera al presidente della Regione Vasco Errani

e all’assessore competente Patrizio Bianchi, invitandoli

a respingere “l’operazione dimensionamento” avanzata

dalla manovra governativa. Che vuol dire in soldoni

“chiudere sedi scolastiche accorpandole ad altre, togliere

le scuole dal territorio, creare istituti scolastici mostri la

cui gestibilità sarebbe di dubbia efficacia.” Tutto questo

per fare cassa a danno della scuola, con l’esplicita finalità

di impoverire la rete scolastica nei territori e di tagliare i

posti di lavoro.

Dicembre 2011

Cgil Emilia-Romagna

Salviamo la rete scolastica

dell’Emilia-Romagna

h Mayda Guerzoni

La scuola dell’Emilia Romagna ha già

pagato un prezzo molto alto alle politiche

disastrose del ministro e del governo e oggi

contesta radicalmente i criteri burocratici

di riorganizzazione della rete scolastica

adottati dalla Finanziaria di luglio (art. 19

della Legge 111/2011), fuori da qualunque

progetto didattico e formativo.

Bene ha fatto la Regione Emilia Romagna, a giudizio della

Cgil, ad impugnare di fronte alla Corte Costituzionale l’art.

19 della Finanziaria, in quanto la norma invade spazi riservati

alla potestà legislativa delle Regioni. Il fatto è che

in alcune province si stanno già avviando modifiche che

ridimensionano il numero delle autonomie scolastiche,

che invece dovrebbe rimanere invariato secondo i criteri

individuati dagli indirizzi regionali. Serve un passo in

più della Regione, sostiene la Cgil, per evitare interventi

sbagliati e dannosi. Colla e Morsia sollecitano dunque il

presidente Errani e l’assessore Bianchi a “presidiare e

governare l’intera programmazione a livello territoriale”.

Chiedono inoltre l’avvio del confronto con gli enti locali,

la scuola, le famiglie e tutti i soggetti interessati alla

revisione della rete scolastica sulla base di un progetto

condiviso, che non indebolisca ma migliori il sistema. Nel

frattempo si vedrà quale tipo di pronunciamento verrà

espresso dalla Corte Costituzionale, anche se i tempi non

saranno brevi. Ma “resistere” alle disposizioni nazionali

riconfermerebbe la scelta storica dell’Emilia Romagna a

favore di un servizio scolastico diffuso e di qualità, “anche

come condizione imprescindibile – sottolineano i due dirigenti

sindacali - per accompagnare il nostro sistema socio

economico verso la ripresa e lo sviluppo.”


Legalità, giovani

e solidarietà

L’Auser di Ravenna ha festeggiato il

suo ventennale con una serie d’incontri

sul tema della legalità. Davanti a

platee piene di ragazzi e ragazze si è

parlato di Costituzione, di lotta alla

mafia e di associazionismo

Nel 2011 l’Auser dell’Emilia-Romagna ha celebrato

il suo ventesimo compleanno con incontri, eventi

e iniziative in tutta la regione: tante occasioni per

ragionare sulla lunga strada percorsa e sulle prospettive

dell’associazione di volontariato e promozione sociale, in

un momento molto difficile, per gli anziani, per i giovani e

per il Paese.

A Ravenna le celebrazioni per il ventennale hanno ruotato

attorno al tema della legalità. “Una scelta che viene da lontano

– dice Idio Antonelli, Presidente dell’Auser di Ravenna

– Da diversi anni organizziamo iniziative con le scuole sul

tema della legalità, e quindi abbiamo concordato con l’Auser

regionale di caratterizzare il nostro ventennale su questo

tema che ben conosciamo e che ci sta molto a cuore”.

L’Auser di Ravenna ha organizzato tre incontri con i ragazzi

e le ragazze delle scuole superiori, in tre sabati consecutivi,

dedicati ciascuno a un aspetto dell’ampio tema della

legalità. Il primo incontro è stato incentrato sulla Costitu-

Le pagine Auser

zione, con l’intervento del magistrato Domenico Gallo, che

ha parlato dei valori della legalità contenuti nella Carta.

Il secondo incontro, organizzato insieme al sindacato dei

pensionati, a Legambiente e al Coordinamento di Libera,

ha affrontato il tema della lotta alla mafia, specialmente

per quanto riguarda l’utilizzo sociale dei beni confiscati.

Nel terzo incontro, infine, si è parlato della coesione sociale

e del ruolo dell’associazionismo e del volontariato. “Gli

attivisti dei territori dell’Auser di Ravenna – dice Antonelli

– hanno portato la loro esperienza, ciascuna diversa dalle

altre, sui tanti progetti che realizziamo, in tema di volontariato

civico e di aiuto alla persona. Si è parlato dei progetti

“Alfonsine – La Scuola nel cuore e nella mente”, “Fusignano

– Un parco al centro del paese”, “Lugo – Una voce

amica corre sul filo”, “Massa – Lugo Andata e ritorno” e

“Ravenna – Strada facendo”.

Il ciclo di incontri ha entusiasmato la giovane platea: “È

stato bellissimo vedere la partecipazione dei ragazzi, la

loro curiosità al termine degli interventi, quando facevano

domande su domande. Vuol dire che abbiamo centrato

l’obiettivo di coinvolgere i nostri giovani sui temi della legalità”,

dice Antonelli. E rilancia: “Continueremo su questa

strada: già a primavera l’Auser di Ravenna, insieme al

Comitato per la Legalità e la Democrazia, all’Istituto Professionale

Commerciale Olivetti e a Libera, organizzerà un

viaggio d’istruzione in Sicilia, per visitare le cooperative

che lavorano i terreni confiscati alla mafia”.

Dicembre 2011

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Ravenna,

una storia

italiana

Il

luogo è quello in cui Anita Garibaldi, a soli 28 anni

ma già leggendaria nella storia del Risorgimento,

muore il 4 agosto 1849. La stessa stanza dove il Generale

le tiene per l’ultima volta la mano, sciogliendosi in

un pianto disperato. Un’emozione e allo stesso tempo un

momento di grande significato della storia d’Italia che lo

Spi di Ravenna è riuscito a far rivivere, grazie a un incontro

che è andato anche al di là delle aspettative e grazie alla

voce di un grande scrittore come Maurizio Maggiani.

Intendiamoci, non stiamo parlando di un racconto un po’

melodrammatico alla Dumas (il grande narratore francese

che pure fu amico del Generale Garibaldi). Stiamo parlando

della riscoperta e della riaffermazione di valori che dal

Risorgimento attraversano tutta la storia del nostro Paese,

passando attraverso la Resistenza, la Costituzione e persino

gli anni bui del berlusconismo.

Perché la fuga di Garibaldi inseguito dagli austriaci e dalla

polizia del Papa (fuga durante la quale Anita muore) è una

bellissima storia di solidarietà. L’eroe del Risorgimento

viene accolto dalle genti di Romagna, passato quasi di

mano in mano, di casa in casa, nascosto e protetto da

Dicembre 2011

Speciale territori /Ravenna

Spi-Cgil ravennate,

emiliano-romagnolo

e sardo ricordano

insieme un mito della

nascita dell’Italia

unita: Anita Garibaldi

e il “salvamento” del

Generale Garibaldi. Come

i valori di solidarietà,

di unità nazionale e del

lavoro si sono tramandati

in questi 150 anni

gente umile che spontaneamente mette a rischio la propria

vita per quello che considera il bene comune. Tante

donne vi partecipano, di alcune non si saprà mai il nome.

La stessa solidarietà e lo stesso spirito nazionale che consentiranno

poi un secolo dopo alla Resistenza di vivere

e avere successo non in montagna o sulle colline ma in

quella pianura profonda che sembrava essere il terreno

più inospitale per resistere al nazi-fascismo. Uno spirito

di valori condivisi che è lo stesso che ha portato alla stesura

della Costituzione italiana, una delle più avanzate del

dopoguerra e alla riaffermazione puntuale, ancora oggi,

dei valori condivisi che non possono essere messi in discussione.

Questo è il lavoro sulla Memoria che lo Spi-Cgil a tutti i livelli

ha portato avanti in questi anni e che in questa occasione

si è concretizzato in un convegno organizzato dallo

Spi di Ravenna (insieme allo Spi Emilia-Romagna, allo Spi

della Sardegna, alla Fondazione Argentina Altobelli).

Il momento più emozionante è stato sicuramente l’incontro

con Maurizio Maggiani, scrittore pluri-premiato (dal

Campiello allo Strega) e soprattutto molto amato. Pur


avendo appena varcato la soglia dei 60 anni, Maggiani si

definisce un “vecchio”, nel senso più tradizionale del termine.

Un vecchio che, ha detto, ha il compito di trasmettere

ai giovani la memoria, soprattutto quei valori che sono

appunto emersi durante la “trafila garibaldina”, il salvamento

del Generale Garibaldi.

Al convegno (intitolato “Anita, i risorgimenti, le idee che

ancora vivono nelle genti di Romagna”) molti esponenti

sindacali e della cultura hanno portato il loro contributo,

accolti dal saluto del segretario generale Spi-Cgil Ravenna,

Giancarlo Bertozzi. Luca Alessandrini, dell’Istituto Parri,

ha parlato del valore del lavoro, della nascita nel ravennate

delle cooperative dei braccianti e delle società di mutuo

soccorso. Ivano Artioli, presidente provinciale Anpi, ha

spiegato la relazione tra il primo e il secondo Risorgimento,

cioè la Resistenza, in terra di Romagna. La ricercatrice

Furia Missiroli ha messo in rilievo le figure di combattenti

donne. Poi Lorenzo Cotignoli, presidente della Federazione

delle coop di Ravenna, ha spiegato il ruolo del movimento

cooperativo. Tra l’altro Cotignoli era in qualche modo il

padrone di casa in quanto la fattoria Guiccioli, dove è mor-

Maggiani e quel mazzo di rose

per Anita

“Sono andato nello stesso torrido giorno di agosto alla fattoria

dove Anita morì. È ancora una fattoria con la sua terra, i campi

di grano, i frutteti, il bestiame, ma sono cambiati i proprietari.

Da cento anni ormai appartiene a una Federazione di cooperative

di braccianti. Qui, e per quello che ne so io, nel mondo, è la

prima eccezione che una cooperativa di lavoratori ha scelto di

fare in deroga agli ideali socialisti del collettivismo e del rifiuto

della proprietà privata. Dicono che ne hanno discusso per anni

prima di compiere il grande passo, di farsi essi stessi detentori

di un capitale; ma decisivo fu il sentimento di non lasciare ad

altri, nemici del lavoro e della loro stessa vita, quel luogo dove

la morte di una donna era così legata al destino dei suoi figli.

L’immenso stuolo irredendo dei figli del Generale Garibaldi.

Tengono quel luogo di lavoro come un monumento; un monumento

al lavoro, un monumento ad Anita, e il giorno che lei è

morta c’è una ragazza tra loro che porta un mazzo di rose sul

suo letto. È un gesto senza nessuna pretesa monumentale, ma

è un gesto dolce e composto, religioso. Religione dei ricordi,

che è fede nella vita che non si consegna al vuoto della morte.”

l

Maurizio Maggiani

“Quello che ancora vive” Coop editrice Consumatori, 2011

Speciale territori /Ravenna

ta Anita, venne acquistata dalle cooperative nel 1911 per

preservare il luogo storico. Anna Salfi, che dirige proprio

una fondazione (l’Argentina Altobelli) dedicata a un’altra

importante figura femminile, ha ulteriormente sottolineato

il ruolo delle donne nel movimento sindacale. Anche un

giovane della Rete degli studenti ha dato il suo contributo

ad attualizzare il tema della Memoria.

Per lo Spi-Cgil regionale il segretario generale Maurizio

Fabbri ha voluto rimarcare il valore della lotta del sindacato

in questi anni e mesi difficili, di attacchi alla Costituzione

e di rimessa in discussione di grandi valori condivisi

come quello del lavoro. Valori che proprio lo Spi contribuisce

ogni giorno a difendere, con la lotta sindacale e con il

lavoro sulla Memoria. Le conclusioni, tutte positive, sono

state poi tratte dalla segretaria nazionale Spi Celina Cesari.

Al convegno ha partecipato anche una delegazione dello

Spi-Cgil della Sardegna, guidata dal segretario generale

Francesco Coghene. L’idea della celebrazione di Anita a

Ravenna è infatti nata proprio da un incontro organizzato

nel giugno scorso dallo Spi sardo a Caprera e alla Maddalena.

Uno “scambio garibaldino” dalle sponde del Tirreno

a quelle dell’Adratico.

Una frase di Maurizio Maggiani è emblematica di questa

vicenda: se il Generale Garibaldi tornasse oggi sarebbe

accolto con la stessa solidarietà, con lo stesso slancio che

allorà lo salvò. Al termine dell’anno che ha visto tutto il

Paese (grazie allo sforzo del presidente della repubblica

Giorgio Napoletano) festeggiare i 150 anni della sua unità,

non è certo una cosa da poco.

Dicembre 2011

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Dicembre 2011

Le mille facce

di Ravenna

Un territorio policentrico diviso in tre distretti, i Comuni

che si unifi cano, tanti diversi settori produttivi, molti

dei quali in crisi, i servizi alla persona affi dati spesso ai

privati. Tanti motivi di complessità che il sindacato dei

pensionati affronta ogni giorno: ecco come

È

un territorio complesso, quello di Ravenna, che si estende dal

mare di Cervia e dei lidi ravennati, attraversa la via Emilia nel

faentino e arriva fi n sull’appennino, al confi ne con la Toscana.

La sua struttura economica è caratterizzata da tanti settori produttivi

diversi, ciascuno a suo modo fondamentale: dal portuale al chimico,

dal metalmeccanico all’edile, dal turistico all’agroalimentare

alle ceramiche faentine.

La crisi economica ha affondato i suoi artigli: l’Omsa se ne va da

Faenza verso la Serbia, la Vinyls, storica azienda chimica di Ravenna,

dopo una lunga agonia ha trovato in extremis un acquirente,

le grandi cooperative dell’edilizia sono costrette a lavorare più

all’estero che in Italia e tante altre vertenze aziendali sono ancora

aperte. Un territorio che è ancora ricco e produttivo, ma che mostra

preoccupanti segnali di sofferenza sociale, come i dati sull’impoverimento

delle famiglie, che sono purtroppo in crescita, anche se

meno della media nazionale.

Queste sono le condizioni in cui lo Spi di Ravenna si trova ad operare,

forte della rappresentanza concessa dagli oltre 45.000 iscritti. L’organizzazione

provinciale ha puntato in maniera decisa sul decentramento:

le leghe sono 18, una per ogni Comune, ma le sedi distaccate sono

complessivamente 32, in modo da garantire una presenza capillare.

I collaboratori sono oltre 80: grazie al loro impegno le leghe Spi del

territorio ravennate organizzano tantissime attività sindacali, culturali,

sociali nelle zone di riferimento. In particolare quest’anno, in occasione

del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sono stati realizzati molti

progetti sulla Costituzione, che si sono affi ancati alle iniziative sulla

resistenza, sull’uso dei farmaci, sugli stili di vita in particolare per le

persone anziane, sulla situazione delle famiglie con persone non autosuffi

cienti, solo per citarne alcuni.

Consapevole della complessità del territorio, lo Spi ha indicato e

sostenuto la via dell’unifi cazione degli enti territoriali, in grado di

razionalizzare la spesa e di organizzare al meglio i servizi. Il distretto

di Lugo, di cui fanno parte 9 Comuni, si è costituito nel 2008 nell’U-

Speciale territori /Ravenna

nione di Comuni della Bassa

Romagna, e lo stesso stanno

facendo in questi mesi i sei Comuni

del distretto di Faenza.

Lo Spi discute con tutti questi

soggetti: tavoli di contrattazione

sono stati aperti in tutti i Comuni,

ma anche con ciascuno dei

tre distretti (il terzo è quello di

Ravenna, che comprende anche

Cervia e Russi), in modo da vigilare

sul processo di delegazione

delle competenze all’ente sovracomunale.

Per quanto riguarda il 2011 gli

esiti della contrattazione sono

stati molto positivi: lo Spi, insieme

alla Cgil, ha ottenuto che

la spesa sociale sia dei Comuni

che dei distretti rimanesse invariata,

in un momento in cui i

trasferimenti statali agli enti locali

sono sottoposti a continui

e pesantissimi tagli. Per il 2012

la situazione è più complessa:

due distretti su tre (Ravenna e

Lugo) hanno accantonato risorse

suffi cienti a mantenere la

spesa stabile. Per il distretto

di Faenza e per i Comuni invece

non ci sono certezze e bisognerà

fare delle scelte, sul tema

della difesa dei servizi fondamentali

e della possibilità per

gli enti di introdurre addizionali

e tasse di scopo.

Nei tavoli di contrattazione si

è discusso della spesa sociale

nel suo complesso e del suo


peso nei bilanci degli enti.

Sono stati fatti accordi sugli

aiuti alle famiglie, soprattutto

in termini di agevolazioni sulle

addizionali Irpef comunali, sul

trasporto locale, sui controlli

delle tariffe e dei prezzi, sulla

sicurezza, che per gli anziani si

declina soprattutto come tutela

dalle truffe e sicurezza stradale.

Ed è stato poi affrontato il tema

della non autosufficienza e

dell’assistenza domiciliare, che

nel territorio ravennate assume

caratteristiche particolari.

In provincia, e soprattutto nel

distretto faentino, il settore dei

servizi alla persona e la gestione

delle strutture residenziali

è infatti molto spesso affidata

ai privati. Una caratteristica

che viene da lontano, dal forte

radicamento storico della cooperazione,

che ha portato a una

eccessiva esternalizzazione dei

servizi e ha fatto perdere capacità

di governo alle amministrazioni

pubbliche. Lo Spi ha chiesto

e ottenuto di sapere come

venivano calcolate le rette, costringendo

in qualche modo le

amministrazioni a riprendere in

mano la situazione, stringendo

il controllo sui privati. Difatti,

nonostante la gestione spesso

privata le rette delle case residenziali

ravennati hanno subìto

nell’ultimo anno aumenti molto

contenuti e sono ancora tra le

più basse in regione.

Ma non c’è solo la contrattazione

nell’agenda dello Spi provinciale.

Innanzitutto la mobilitazione:

lo Spi ha aderito ai due scioperi

generali proclamati dalla Cgil nel

2011, il 6 maggio e il 6 settembre,

e ha spiegato i motivi della protesta

con una serie di assemblee

sul territorio. Stesso discorso

vale per le manifestazioni dello

Spi: per quella nazionale del 28

ottobre a Roma, ad esempio,

dalla provincia di Ravenna sono

partiti 8 pullman di pensionati.

Poi c’è tutta l’attività di formazione

costante che lo Spi organizza,

in primo luogo per i suoi

funzionari e volontari, su temi

come il tesseramento e il federalismo,

ma anche per gli iscritti.

Ad esempio, da alcuni anni si

realizzano corsi d’informatica,

di base e non solo, in aule attrezzate

sparse per la provincia,

a Ravenna, a Lugo, a Faenza e

dall’anno scorso anche a Cervia.

Corsi che registrano adesioni in

crescita costante: complessivamente

nel 2011 hanno partecipato

circa 80 iscritti.

Molto è stato fatto anche sulle

politiche di genere, grazie al

lavoro dei tre coordinamenti

donne della provincia: quello

“storico” del comune di Alfonsine,

quello intercomunale del

faentino e quello di Ravenna

(altri due dovrebbero nascere

nei prossimi mesi). Il primo

obiettivo che le donne Spi di

Ravenna si sono date è stato

quello di coordinare l’azione

delle associazioni femminili

del territorio, dall’Udi – Unione

Donne in Italia alle Donne in

Nero, associazione femminile

contro la guerra, a Linea Rosa,

che combatte contro la violenza

sulle donne. Il primo banco di

prova è stato il tema dei consultori,

sui quali le donne Spi hanno

guidato una serie d’incontri

Speciale territori /Ravenna

di contrattazione di genere con

i Comuni e le aziende sanitarie

del territorio, per chiedere una

riorganizzazione che andasse

incontro alle esigenze delle

donne, di tutte le età. Adottando

un’impostazione laica

e non confessionale, le donne

Spi sono riuscite a coinvolgere

nella discussione tutte le parti

in causa, comprese le associazioni

di volontariato cattolico,

e hanno ottenuto tra l’altro che

nei consultori si potessero trovare

risposte anche per le donne

che entrano in menopausa.

Di queste iniziative e delle tante

altre che lo Spi di Ravenna

e le sue leghe organizzano e

sostengono è possibile leggere

sul sito web, costantemente aggiornato,

ma non solo: la segreteria

provinciale non ha infatti

rinunciato al giornalino d’informazione,

che nonostante l’aumento

delle spese di spedizione

postale è ancora stampato

in 45.000 copie, una per ogni

iscritto, e che viene prodotto in

4 o 5 edizioni all’anno. Un caso

più unico che raro.

l PER SAPERNE DI PIÙ:

http://www.cgilra.it/

Dicembre 2011

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OMSA, che storia!

Memoria e attualità nello

straordinario racconto

dell’esperienza della storica

azienda faentina OMSA,

delle sue operaie, del lavoro

sindacale: “l’amore per il proprio

lavoro, la cultura dell’onestà e

della dignità, la solidarietà tra

lavoratrici”

h Gianni Fucci

SEGRETARIO DELLA LEGA SPI-CGIL FAENZA

Ci sono avvenimenti e processi storici che

trasformano assetti sociali consolidati,

dei quali tutte le persone coinvolte sono,

consapevolmente o inconsapevolmente, protagoniste.

Tale deve considerarsi il rapido ed

inarrestabile processo di industrializzazione che

ha investito il mondo rurale ed agricolo, in particolare

nel nostro dopoguerra, cambiando radicalmente

l’economia, i modi di vita, la società in

generale.

il lavoro e le speranze

Quella della OMSA è la storia di un’azienda importante per la provincia di Ravenna e per

il territorio di Faenza. È un lavoro di ricerca importante perché racconta l’evoluzione dal

lavoro bracciantile, nei campi, a quello industriale, racconta le speranze delle lavoratrici,

speranze di emancipazione e di crescita. Ragazze di 14-16 che allora partecipavano ai

corsi di formazione prima di entrare in azienda, che poi grazie al lavoro uscivano dalle

famiglie e raggiungevano una libertà allora impensabile. Il segretario generale Spi-Cgil

di Ravenna Giancarlo Bertozzi tiene a fare un paragone, pur contestualizzato in periodi

storici differenti, rispetto alle speranze dei giovani di allora e alle (mancate) speranze

delle giovani generazioni di oggi. Oggi c’è un mercato del lavoro fatto di precarizzazione,

di disoccupazione, che determina grandi incertezze nei giovani che guardano ormai più

all’estero per trovare sbocchi professionali corrispondenti alle loro aspettative.

Parlare della OMSA di allora vuol dire mettere al centro il valore del lavoro. Tanto più oggi

che la OMSA è stata “delocalizzata”, esempio di azienda sana trasferita in Serbia per pure

esigenze di profitto e di speculazione.

l Giovani,

Dicembre 2011

Speciale territori /Ravenna

Le donne, il mondo femminile, ne sono stati profondamente segnati:

l’industrializzazione ha determinato forti cambiamenti nel loro

ruolo famigliare e nella loro condizione sociale, cambiamenti che

hanno dapprima subito, per poi diventarne vivaci protagoniste.

Nel territorio di Faenza il progressivo e prepotente affermarsi della

industrializzazione ha determinato cambiamenti radicali nelle

modalità produttive, nei rapporti sociali, nel modello di vita di

una intera generazione: il mondo prevalentemente agricolo, basato

sulla proprietà terriera, sulla mezzadria e sul bracciantato,

si è trasformato velocemente in una società industriale, molto


più dinamica, fondata sull’azienda e

sul lavoro in fabbrica. Il contadino, il

bracciante, sono diventati operai, e

se inizialmente il lavoro in fabbrica ha

riguardato prevalentemente gli uomini,

ben presto anche le donne si sono

inserite nelle nuove occupazioni, favorite

dall’insediarsi di fabbriche tessili,

come l’OMSA, che abbisognavano di

occupazione soprattutto femminile.

Sono state tante le donne che hanno

trovato occupazione in ambiti di lavoro

estranei a quello tradizionale e famigliare

della campagna: tantissime ragazze

e donne hanno avuto il coraggio

e la possibilità di uscire dal ristretto

ambito della famiglia e di misurarsi

con la loro voglia di autonomia, di indipendenza,

di costruzione di nuove

modalità di rapporti e di vita.

L’OMSA aveva una grossa fabbrica a Faenza, certamente

quella con il più alto livello di occupazione femminile:

lavorare all’OMSA comportava una accresciuta dignità sociale,

un reddito considerevole per l’epoca; tante donne e

ragazze hanno conosciuto un ambiente di lavoro nuovo,

con regole particolari, con tanti colleghi e colleghe con cui

parlare dei problemi del lavoro, con il sindacato; l’OMSA

è diventata un simbolo del lavoro femminile nella nostra

città, la fabbrica che ha profondamente segnato l’emancipazione

femminile nel nostro territorio.

Le donne hanno certamente vissuto questi mutamenti sociali

in maniera più traumatica e significativa rispetto agli

uomini, proprio perché provenivano da una realtà contadina

in cui il loro ruolo era di solito ristretto alla famiglia ed

al lavoro nei campi: se per gli uomini la nuova realtà della

fabbrica ha portato dignità, diritti, diversa coscienza sociale,

per le donne c’è stata anche la presa di coscienza di

un nuovo importante ruolo, oltre che nella società, anche

nella famiglia e nella gestione dei propri diritti.

Conoscere cosa ha significato per le lavoratrice dell’OMSA

questo mutamento, come l’hanno vissuto, con quali conseguenze,

quale maturazione personale, come sono mutati

i rapporti sociali, come hanno affrontato l’impatto con

la nuova realtà lavorativa, quale è stato il cambiamento

personale, sociale, famigliare che ha determinato il lavoro

nell’OMSA è sembrato a noi, segretario della Lega SPI di

Speciale territori /Ravenna

Faenza e donne del Coordinamento Donne del Comprensorio

Faentino, estremamente interessante. Così, dopo una

preziosa formazione – basata sulla metodologia autobiografica

della Libera Università di Anghiari - che ci è stata

fornita da Anna Maria Pedretti (che ha poi seguito tutte le

fasi del nostro lavoro), siamo partiti con la ricerca, che abbiamo

condotto attraverso la raccolta di testimonianze di ex

lavoratrici dell’OMSA, con l’obiettivo di indagare non tanto

il tradizionale svolgersi della nascita e dell’azione del sindacato,

ma piuttosto l’evoluzione dei comportamenti ed il

vissuto delle persone nell’affrontare una realtà nuova.

Emerge, dalle testimonianze raccolte, la fierezza di avere

raggiunto traguardi importanti, di appartenere ad una

generazione di persone che, con le proprie mani ed il proprio

sacrificio, con l’amore per il proprio lavoro, la cultura

dell’onestà e della dignità, la solidarietà tra lavoratrici,

sono diventate protagoniste delle trasformazioni sociali.

Testimonianze che assumono anche una valenza di memoria

storica, particolarmente significativa alla luce degli

ultimi, tragici avvenimenti legati alla chiusura della fabbrica

ed alla perdita del lavoro per tante operaie.

Il libro, che ha suscitato vivo interesse anche oltre il ristretto

ambito faentino, testimoniato anche dalla folta ed

attenta partecipazione alle serate di presentazione e di

dibattito, s’intitola “Omsa, che donne!” ed è disponibile

presso la sede della Lega SPI di Faenza e nelle edicole e

librerie di Faenza.

Dicembre 2011

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LO STRUMENTO PIÙ UTILE

PER CONOSCERE

I TUOI DIRITTI

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Continua la protesta

dello SPI CGIL;

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- requisiti e prestazioni;

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Manovra aggiuntiva

del 14 Settembre 2011;

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Invalidità civile

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notizie in breve.

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Hanno collaborato

a questo numero:

Roberta Lorenzoni

Norma Lugli

Mirna Marchini

Roberto Battaglia

Gabriella Dionigi

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A cura dello Spi-Cgil dell’Emilia-Romagna | n.3 ottobre 2011

A cura dello Spi-Cgil dell’Emilia-Romagna | n.3 ottobre 2011

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A cura dello Spi-Cgil dell’Emilia-Romagna | n.4 novembre 2011

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Lo Spi-Cgil Emilia-Romagna

è in via Marconi 69, 40122 – Bologna. Tel. 051/294799


Una storia

molto normale

Mario Tissone

finalista del premio LiberEtà

Com’è l’infanzia in una città di mare negli

anni Trenta? Giochi di strada, l’onnipresente

pallone, le figurine, qualche “rappata”’, attaccarsi al

trolley, e anche raccogliere il letame dei cavalli delle carrozze

per concimare i vasi della mamma. Il padre di Mario,

ferroviere, rifiuta di prendere la tessera del fascio, il che crea

complicazioni e sospetti. Ma la gente è solidale: il quartiere è a

forte presenza operaia (la fabbrica è l’Ilva). Il

trasferimento in Sicilia di tutta la famiglia è la

punizione da scontare (ma poi di nuovo a Savona).

E fra tutte le immagini che arrivano dal passato,

ecco l’episodio dell’incontro con il prigioniero libico

che gli fa capire di avere sete, e allora Mario,

sfidando le ire dei carcerieri, gli porta una tazza

saltando sul predellino del treno, l’uomo beve d’un fiato,

guarda il ragazzo e gli sorride. E Mario quel sorriso non lo ha

più dimenticato, è un sorriso che prelude alla tragedia della

guerra, con i bombardamenti, con l’esperienza della morte

degli amici. Poi la ripresa: prima lavoretti presso piccole

imprese, poi il licenziamento, il servizio militare, l’impegno

politico, il lavoro all’Ilva, l’assunzione nel corpo dei vigili

urbani, le lotte per i miglioramenti salariali e per la sicurezza

nel lavoro (lo stato sociale!). Infine la lotta contro il terrorismo

(il racconto degli undici attentati nella città è intenso) e la

mobilitazione di Savona per il terremoto dell’Irpinia…

Tutto sommato, una storia proprio “normale”.

Pagg. 157, euro 9,00

PROMOZIONE 6,75 EURO (SCONTO DEL 25%

SPESE DI SPEDIZIONE INCLUSE)

Per ordinare: 06.44481249 – fax 06.4469012 – segreteria@libereta.it

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