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L'Abruzzo e l'Unità - Voci e Scrittura

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Associazione Culturale<br />

<strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong><br />

QUADERNO PELIGNO N. 13<br />

Rivista fondata da Vittorio Monaco<br />

L’ABRUZZO E L’UNITÀ<br />

a cura di<br />

Marco Del Prete<br />

Concettina Falcone


I componenti dell’Associazione Culturale <strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong>:<br />

De Matteis Maria Luisa - Presidente<br />

Cianchetta Diana<br />

Colangelo Anna<br />

Di Iorio Gemma<br />

D’Orazio Di Tunno Nicolina<br />

Falcone Concettina<br />

Fasoli Mafalda<br />

Gay Evandro<br />

Giammarco Rosa<br />

Leombruno Silvana Maria<br />

Mampieri Licia<br />

Mosca Gabriele<br />

Natale Filomena<br />

Nolfi Nicolina<br />

Palesse Maria Pia<br />

Paolantonio Marcello<br />

Pasquali Rita<br />

Ricci Evandro<br />

Ricottilli Beatrice<br />

Russo Raffaele<br />

Santilli Bianca<br />

Tuteri Rosanna<br />

Zurlo Noemi<br />

VOCI E SCRITTURA<br />

Direttore responsabile: Marcello Paolantonio<br />

Aut. Trib. Sulmona n. 127 del 15/01/2004<br />

In copertina:<br />

BIANCA SANTILLI, La nostra Unità.<br />

www.vociescrittura.it<br />

info@vociescrittura.it


PRESENTAZIONE<br />

L’Associazione Culturale <strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong> partecipa alle celebrazioni<br />

per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia con la pubblicazione<br />

del 13º Quaderno Peligno “L’Abruzzo e l’Unità”.<br />

Gli anni passati consentono una visione più distaccata dell’evento,<br />

senza dubbio positivo per aver riunito un popolo riscattandolo dalla<br />

sottomissione allo straniero, che nel suo compiersi ha dato luogo a<br />

sacrifici, eroismi e vittorie ma anche a ritardi colpevoli, attese deluse<br />

sfociate in vere e proprie tragedie di cui la storia poco si è occupata,<br />

ma che oggi vengono dibattuti anche in questo quaderno nella assoluta<br />

libertà di pensiero e opinione di chi scrive.<br />

Naturalmente l’obiettività dell’analisi storica non intacca in alcun<br />

modo la volontà e l’orgoglio dell’appartenenza, così faticosamente<br />

guadagnata, all’Italia. Le tendenze separatiste non possono che amareggiarci<br />

e ci auguriamo che le celebrazioni dell’Unità costituiscano<br />

non una circostanza retorica, ma l’occasione per un ripensamento<br />

sereno della nostra vicenda nazionale, così da ritrovare in essa una<br />

memoria condivisa; ricorrenza che vede la Chiesa unita al Paese nel<br />

festeggiare l’evento, tanto è lontana ormai la “breccia di Porta Pia”.<br />

La copertina del Quaderno è una produzione artistica della socia<br />

pittrice Bianca Santilli alla quale va il nostro affettuoso ringraziamento.<br />

<strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong> inoltre ha il piacere di ristampare, quale tangibile<br />

ricordo del 150° anniversario dell’Unità, il volume Italia, Italia,<br />

Italia – Il Risorgimento nel canto dei poeti, a cura di R. Micacchi e<br />

F. Rubbiani, pubblicato la prima volta dalla casa editrice L’«Agave»<br />

alla fine della prima guerra mondiale, “nel dì della vittoria, novembre<br />

1918”.<br />

Il libro “che non vuole essere antologia, né florilegio letterario”<br />

contiene “tutte” le poesie del Risorgimento, da quelle dei grandi quali<br />

Leopardi, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio, (sono compresi nel volume<br />

irredentismo, guerra d’Africa e prima guerra mondiale) a quelle dei<br />

minori, per una precisa scelta dei curatori, che raccolsero “per i giovani<br />

d’Italia quei canti, che meglio rispecchiano i fremiti, le speranze, i<br />

dolori delle generazioni da cui uscirono gli assertori e i vindici della<br />

5


unità nazionale, le aspirazioni di coloro che vollero la risorta Italia<br />

grande e rispettata e degna di esercitare nel mondo la missione di civiltà,<br />

che le è segnata da tutta la sua storia”.<br />

Ai ragazzi di oggi risulterà obsoleto il linguaggio ed eccessiva<br />

l’enfasi di molte strofe, che però saranno illuminanti per comprendere<br />

lo spirito che animava i loro coetanei di quasi due secoli fa, quelli che<br />

resero possibili il Risorgimento e l’Unità d’Italia.<br />

L’Associazione <strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong> ringrazia sentitamente la Fondazione<br />

Carispaq, le Istituzioni, gli Istituti Bancari Bls e Carispaq e<br />

l’Itaeli, che con il loro contributo rendono possibile la pubblicazione dei<br />

Quaderni; l’Agenzia Regionale Promozione Culturale di Sulmona per<br />

il sostegno alle iniziative e per l’ospitalità concessa settimanalmente; il<br />

prof. Antonio Di Fonso per la cortese disponibilità.<br />

6<br />

Maria Luisa De Matteis


SAGGI<br />

7


LA LETTERATURA ABRUZZESE<br />

E L’UNITÀ D’ITALIA<br />

di Marco Del Prete<br />

Dopo i fermenti culturali che avevano caratterizzato l’Abruzzo tra<br />

gli anni Trenta e gli anni Quaranta dell’Ottocento 1, la repressione borbonica<br />

mette un deciso freno al lavoro dell’intellettualità, e anche la letteratura<br />

vive una sorta di sospensione.<br />

La letteratura “risorgimentale” abruzzese trova infatti voce fuori<br />

dall’Abruzzo, ed è comunque priva di ogni caratterizzazione regionale:<br />

i Carmi di Clemente De Caesaris, l’opera di Gabriele Rossetti e la<br />

produzione paraletteraria di Giannina Milli sono evidentemente scollegati<br />

dal luogo di origine degli autori.<br />

CLEMENTE DE CAESARIS (Penne 1810-1877), di famiglia liberale,<br />

fu a capo della rivoluzione mazziniana di Penne, e nel 1848 combattè<br />

a Napoli. Arrestato, fu rinchiuso nel Bagno Borbonico di Pescara.<br />

Dopo l’Unità, venne nominato Pro-dittatore dei Tre Abruzzi e<br />

Governatore di Teramo, Chieti e L’Aquila. Nel 1840 pubblicò a Napoli<br />

la raccolta Pochi versi, e nel 1856 compose I Carmi, scritti sui fogli dei<br />

registri carcerari. «De Caesaris ricusa i toni retorici e tribunizi ed esprime<br />

il proprio dolore con animo sdegnato ma sereno. Naturalmente la<br />

prigione è per lui il punto di vista da cui guardare il mondo, gli affetti<br />

familiari, il luogo da cui meditare sulla morte e sulle sventure umane:<br />

il dato contingente così si allarga ad una visione universale.» 2.<br />

GABRIELE ROSSETTI (Vasto 1783 - Londra 1854), di umili origini,<br />

assiduo frequentatore dell’erudito vastese Benedetto Maria Betti e arca-<br />

1 Si ricordino le due riviste ‘Gran Sasso d’Italia. Periodico di scienze mediche ed economiche’<br />

(1838-1848), nata a L’Aquila per iniziativa dell’agronomo Ignazio Rossi e di Luigi<br />

Dragonetti, e ‘Filologia abruzzese’, diventata poi ‘Giornale Abruzzese di Scienze, Lettere<br />

ed Arti’ (1836-1844), fondata e diretta a Chieti da Pasquale De Virgiliis. A fronte degli interessi<br />

quasi esclusivamente tecnici della prima, la rivista del De Virgiliis si occupò largamente<br />

di letteratura: cfr. C. De Matteis, Civiltà letteraria abruzzese, Textus, L’Aquila, 2001, p.<br />

260.<br />

2 G. Oliva, Profilo storico-critico, in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni<br />

d’Italia. Storia e testi. Abruzzo, Editrice La Scuola, Brescia, 1986, p. 47.<br />

9


de con il nome di Filidauro Labidiense, fu personaggio dai diversi interessi<br />

culturali. Trasferitosi a Napoli per occuparsi di pittura, fu autore di<br />

versi di vario genere (tra i quali spicca quello lirico-patriottico) e critico<br />

letterario (molto noti i suoi commenti alla Divina Commedia 3). Dopo i<br />

moti del 1820-21 fu in esilio a Malta e poi, definitivamente, a Londra.<br />

Un discorso a parte va fatto per GIANNINA MILLI (Teramo 1825 -<br />

Firenze 1888), improvvisatrice di versi fin da bambina, che ad un certo<br />

punto abbracciò quella causa risorgimentale che ebbe larga parte nelle<br />

sue performances in cui declamava versi estemporanei su argomenti<br />

dettati dal pubblico. Parlare di “letteratura” per la Milli -e più in generale<br />

per la categoria degli improvvisatori 4- risulterebbe piuttosto audace.<br />

La natura sarebbe stata con lei eccessivamente benevola se oltre a<br />

dotarla di un’eccezionale memoria e della fluidità nel verseggiare le<br />

avesse fatto dono anche di un particolare afflato poetico. La Milli si<br />

ricorda dunque non tanto per i suoi versi, sicuramente non memorabili,<br />

ma per l’aver messo il suo talento di improvvisatrice, da un certo punto<br />

in poi, al servizio della causa unitaria: e lo stato unitario non mancò di<br />

dimostrarle riconoscenza, con l’affidamento di incarichi ministeriali.<br />

Di questa produzione “risorgimentale” -rigorosamente in lingua,<br />

per motivi facilmente intuibili- si legga qualche strofa da Unità e libertà<br />

di Rossetti, in cui si noterà il ritmo anapestico del decasillabo che<br />

richiama immediatamente alla memoria -per fare gli esempi più famosi-<br />

il coro del Conte di Carmagnola e Marzo 1821 di Manzoni:<br />

10<br />

(…)<br />

Questo fuoco che all’alme s’apprende<br />

3 Si ricordino soprattutto: G. Rossetti, La Divina Commedia con comento analitico di<br />

Gabriele Rossetti, John Murray, Londra, 1826-1827, II voll.; G. Rossetti, La Beatrice di<br />

Dante, Londra, 1842; G. Rossetti, Comento analitico al «Purgatorio» di Dante Alighieri,<br />

op. inedita a cura di P. Giannantonio, Olschki, Firenze, 1967.<br />

4 «[La Milli] ebbe, com’è noto, tra i detrattori Benedetto Croce che, pur non discutendo le<br />

buone intenzioni, ne rimproverava l’appartenenza alla genìa degli improvvisatori. E a dare<br />

addosso alla categoria si era già prestato Pietro Giordani quando, coinvolto nel pieno della<br />

temperie dialettica con la De Staël, venne guadagnato da Giuseppe Acerbi, direttore della<br />

“Biblioteca Italiana”, alla causa di arginare il crescente entusiasmo per le esibizioni degli<br />

estemporanei», considerate «raptus poetici forieri di pessimi versi.» (L. Pasquini, Lionardo<br />

Vigo e Giannina Milli. Due identità culturali a confronto., in L. Giancristofaro, a cura di,<br />

L’identità abruzzese tra tradizione e mutamento, Regione Abruzzo, 2004, p. 88).


E le invade le scuote le accende,<br />

Questo fuoco, fratelli, vi sveli<br />

Che terrestre di tempra non è:<br />

Ah, discese dall’ara de’ cieli<br />

La scintilla che incendio si fé!<br />

Da quell’altar discese<br />

Che infiamma a sante imprese,<br />

E i cuori infervorando<br />

Tutti sclamar ci fa<br />

- Giuriam giuriam sul brando<br />

O morte o libertà! –<br />

(…)<br />

Ci divise perfidia e sciagura,<br />

Ma congiunti ci volle natura.<br />

Alma diva, cui l’Alpe corona<br />

Fra gli amplessi di duplice mar,<br />

Se una lingua sul labbro ti suona,<br />

Un sol culto ti sacri l’altar!<br />

Chi in sette ti partio<br />

Tradì l’idea di Dio<br />

E il mostro abbominado<br />

Il fio ne pagherà:<br />

Giuriam giuriam sul brando<br />

O morte o libertà! –<br />

(…) 5 .<br />

È abbondantemente dopo l’Unità che la letteratura abruzzese recupera<br />

la memoria e procede ad una riflessione su quegli anni e -soprattutto-<br />

sugli anni che tennero dietro all’unificazione.<br />

Per quel che riguarda lo specifico della poesia dialettale, come<br />

ricorda Haller -sulla scorta di Spagnoletti e Vivaldi 6- «nonostante le<br />

05 G. Rossetti, Poesie ordinate da Giosuè Carducci, a cura di Mario Cimini, Carabba,<br />

Lanciano, 2004 (1ª edizione Barbera, Palermo, 1861), p. 227-228.<br />

06 «Anche per l’Abruzzo si dovrebbe dire quel che vale per un’altra regione, la Puglia: i poeti<br />

dialettali di entrambe le regioni, infatti, non manifestarono affatto quegli spiriti di protesta<br />

postunitaria, che, assieme alla denunzia di penose condizioni sociali, caratterizzarono la<br />

poesia calabrese.» (G. Spagnoletti - C. Vivaldi, Poesia dialettale dal Rinascimento ad oggi,<br />

II voll., Garzanti, Milano, 1991, pp. 783-784).<br />

11


dure condizioni della classe popolare non si alzano voci di protesta<br />

sociale paragonabili per forza d’impegno, per non fare che un esempio,<br />

a quelle calabresi» 7. Certo, c’è in alcuni poeti abruzzesi «la consapevolezza<br />

della scelta dialettale come mezzo alternativo al processo di<br />

dissoluzione messo in atto contro i dialetti dalla politica post-unitaria»<br />

8, ma è in forme piuttosto mediate che emergono posizioni di qualche<br />

interesse per il nostro discorso.<br />

In Fujj’ammësche 9 di LUIGI ANELLI (Vasto 1860-1944) c’è una<br />

coppia di sonetti, datati 1891, in cui sono chiamati ad esprimersi e a<br />

rendere conto delle proprie idee un ‘borbonico’ e un ‘liberale’. Il<br />

primo, nella classica laudatio temporis acti, lamenta il passaggio dall’antica<br />

abbondanza ad un presente di povertà:<br />

12<br />

Nin zi pó cambà’ cchiî, è ‘n’arruvëine!<br />

mar’a nnî, chi cci seme capitate!<br />

e ppinzà’ ca ci štäive li quatrëine,<br />

e che ‘m mezz’ala grassce seme nate! 10<br />

Segue nella seconda quartina una sorta di tabella del potere d’acquisto<br />

preunitario, con precisi riferimenti alle vecchie monete, il cui<br />

valore viene spiegato in nota dallo stesso Anelli:<br />

A ddu’ turnëisce si vinnè lu vëine:<br />

cinghe rane di pane ‘na palate:<br />

mê’ nghi nu coppe vi’ chi cci cumbëine,<br />

si t’avašte pi’ ffarte ‘na magnate!... 11<br />

07 H.W. Haller, La festa delle lingue. La letteratura dialettale in Italia., Carocci, Roma, 2002,<br />

p. 230.<br />

08 G. Oliva, Profilo storico-critico, in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni<br />

d’Italia. Storia e testi. Abruzzo., op. cit., p. 51.<br />

09 L. Anelli, Fujj’ammësche, C.Ed. Arte della Stampa, Vasto, (1892) 1940 2 .<br />

10 Tr.: ‘-Non si può campare più, è una rovina! / poveri noi, che ci siamo capitati!... / e pensare<br />

che ci stavano i quattrini, / e che in mezzo all’abbondanza siamo nati.’ (traduz. dell’autore,<br />

come tutte le traduzioni a seguire).<br />

11 Tr.: ‘A due tornesi si vendeva il vino; / cinque grana di pane una palata: / ora con un coppe<br />

vedi che ci combini, / se ti basta per farti una mangiata!’.


Il ‘tornese’-scrive Anelli- era «una moneta di rame in corso prima del<br />

1860, del valore di circa centesimi due», il ‘coppo’ un «rotolo di monete<br />

di rame del valore di L.5.00», un grano equivaleva a due tornesi»: dove si<br />

noterà la resa poetica dell’accostamento della moneta, il ‘grano’, al<br />

‘pane’. Il ‘borbonico’ lamenta poi la scarsità di beni sul mercato:<br />

Prëime, ala piazze, quälle chi vvulëive;<br />

mê’ si l’ome strascëine vita ‘terne<br />

a ccapammânde… chi cci vu’ truvà’? 12<br />

Infine, nella terzina conclusiva, l’attacco diretto al ‘governo’:<br />

Li pisîure ti sîuche vive vëive,<br />

cullî ch’arraffe tîtte è lu huverne:<br />

chi bbella chéuse ch’è ‘ssa libbirtà! 13<br />

C’è in explicit l’antifrasi sulla ‘libertà’, e viene individuata la<br />

causa prima dell’impoverimento diffuso, che per il ‘borbonico’ è l’oppressione<br />

fiscale dello stato unitario, con le ‘gabelle’ (li pisîure, ‘i<br />

pesi’) che ‘ti succhiano vivo’ ed il governo rapace che ‘arraffa tutto’.<br />

Che quello della tassazione fosse un problema effettivo, che gravò su<br />

una popolazione meridionale abituata ad oneri molto minori sotto il<br />

dominio borbonico, è fuor di dubbio. Basti pensare, a titolo di esempio,<br />

alle reazioni della popolazione che seguirono all’introduzione<br />

della tassa sul macinato 14.<br />

Immediatamente dopo questo sonetto ce n’è un altro che sembra a<br />

tutta prima fargli da contrappeso. Chi parla, in questo caso, è un<br />

Libbirale (‘liberale’):<br />

Ti dëiche jë, prëime chiù mmäjje jeve!<br />

chi bbilli timbe chi mmi štè a vvandà’:<br />

12 Tr.: ‘Prima, alla piazza, quello che volevi; / ora si trascinano vita eterna / fuori… che ci<br />

vuoi trovare?’.<br />

13 Tr.: ‘I pesi ti succhiano vivo vivo, / colui che arraffa tutto è il governo: / che bella cosa che<br />

è cotesta libertà!’.<br />

14 Il notaio Pietro De Stephanis, che non era propriamente un rivoluzionario, in un articolo<br />

inviato a ‘La Riforma’ di Firenze in cui parlava dei tumulti avvenuti a Pettorano<br />

13


sole si ppoche pêuch’ arifiateve<br />

jeve ‘n galere senza mal’ a ffa’! 15<br />

E continua con la denuncia del prepotere clericale (‘dentro alla casa tua ci<br />

comandava / il prete […]’), con il clima di sospetto e con la repressione:<br />

(...)<br />

e si ddu’ pëile ‘m bacce ti lasseve,<br />

Lemme ti li purtav’ a fa’ tajjà’! 16<br />

‘Lemme’ era il gendarme borbonico, come specifica lo stesso<br />

Anelli in nota, aggiungendo che «nel 1854 un’ordinanza della sospettosa<br />

polizia borbonica proibiva di portare la barba, ritenuta come<br />

un segno settario» 17.<br />

Al ‘liberale’ non preme cioè confutare la teoria del ‘borbonico’<br />

secondo la quale nel vecchio Regno si stava economicamente meglio,<br />

ma mettere sull’altro piatto della bilancia la mancanza di libertà.<br />

14<br />

Si’ dëtte ca nijende jave care;<br />

ma ‘n d’aricurde ca štavame nî<br />

trumundate ‘gne ll’acche dilu mare? 18<br />

sul Gizio, paese della Valle Peligna, nel luglio del 1871, così scriveva: «(...) non si vuol tacere<br />

l’opportuna considerazione, che l’odiosa tassa sul macinato, con l’appendice dei sciagurati<br />

contatori, e delle vessazioni dei mugnai, onde è tolto di bocca il bisognevole ai poverelli, sia<br />

un potente ausiliario alle mene dei tristi (...). Speriamo perciò (...) che sia al più presto abolita<br />

la mal consigliata tassa, e convertita in altra imposta meno ingiusta e vessatoria; o altrimenti<br />

e con più equo temperamento ordinata.» (P. De Stephanis, in ‘La Riforma’, Firenze, 6 agosto<br />

1871, n. 216). La lettera è riportata integralmente nel sito dell’Associazione Culturale<br />

Pietro De Stephanis (www.pettorano.com).<br />

15 Tr.: ‘- Ti dico io che prima meglio era! / che bei tempi mi stai a vantare: / solo se poco poco<br />

rifiatavi / andavi in galera senza mal fare!’.<br />

16 Tr.: ‘(...) / e se due peli in faccia ti lasciavi, / Lemme ti portava a farli tagliare!’.<br />

17 Si legga a questo proposito un passo di Colledara di Fedele Romani: «Singolare era l’odio<br />

che i briganti avevano per i baffi: i baffi erano segno evidente di liberalismo. (…) Guai a<br />

coloro che, all’arrivo dei briganti, non avevano avuto tempo di levarsi i baffi: c’erano di<br />

quelli che portavano a questo scopo sempre un bel paio di forbici in tasca: solo così si sottraevano<br />

allo strazio di sentirseli svellere, tra feroci sghignazzate, pelo per pelo.» (F.<br />

Romani, Colledara, Bemporad, Firenze, 1907; edizione da cui si cita: F. Romani,<br />

Colledara, a cura di C. De Matteis, Textus, L’Aquila, 1996, p. 25).<br />

18 Tr.: ‘Hai detto che nulla andava caro: / ma non ti ricordi come stavamo noi / tormentati<br />

come l’acqua del mare?’.


Ma l’ultima terzina chiarisce la posizione di Anelli e lo colloca in<br />

qualche misura, insieme ad altri autori dialettali meridionali, nel filone<br />

della protesta antiunitaria:<br />

Mê’, alumene, a la länghe ‘n gi fa’ tarle:<br />

parlesse spare pure di Ggisî,<br />

chi ti dëice cacchéuse?!... Pache… e parle! 19<br />

Con l’aprosdoketon finale (paga quello che devi pagare, e poi parla<br />

pure quanto vuoi…) Anelli, per bocca del ‘liberale’, avalla in qualche<br />

modo le lamentazioni del nostalgico del vecchio regime. Non solo. È<br />

evidente che la libertà di espressione è agli occhi del poeta vastese un<br />

lusso di nessuna fruibilità per le classi subalterne: che subalterne erano<br />

sotto i Borboni e subalterne restano nella nuova Italia.<br />

È una posizione, quella di Anelli, che trova esplicita conferma in<br />

un altro sonetto, Alu ddazie, che riporta di nuovo il discorso sul terreno<br />

delle condizioni economiche disastrose in cui versano larghi strati<br />

della popolazione. Un contadino che trasporta un sacco di farina su<br />

un mulo viene fermato da un gabelliere che gli intima senza troppe<br />

cerimonie il pagamento del dazio: ‘quarantacinque soldi devi sborsare’.<br />

La reazione verbale del contadino è una violenta invettiva contro i<br />

gabellieri:<br />

- Ma quässe mê’ ‘n è ‘na vrivugnarë?!...<br />

m’avete date forze pi’ ssumende<br />

ca ‘ssi quatrëine v’ájja dà’ ccuscë?!...<br />

‘M mezz’ alu passe ma ppiccä ‘n gi jate?!...<br />

ch’almen’ aèlle, pi’ spujjé’ li ggende,<br />

vi po’ l’ome chiavà’ ‘na šcupputtate! 20<br />

19 Tr.: ‘Ora, almeno, alla lingua non ci fanno tarli: / parlassi male pure di Gesù, / chi ti dice<br />

qualcosa?!... Paga... e parla!’.<br />

20 Tr.: ‘- Ma cotesto ora non è una vergogna?!... / m’avete dato forse per sementa / perché<br />

cotesti quattrini vi debba dare così?!... // In mezzo al passo perché non ci andate?! / chè<br />

almeno colà, per spogliare la gente, / vi possono tirare una schioppettata!’.<br />

15


I gabellieri e lo stato commettono vigliaccamente un ladrocinio<br />

legalizzato. Se proprio volete derubare la gente -dice il contadino di<br />

Anelli-, abbiate il coraggio di andare al ‘passo’, cioè di appostarvi<br />

dove di solito vengono svaligiati i viandanti, mettendo almeno in conto<br />

-come tutti i malviventi- il rischio di beccarvi una schioppettata.<br />

Va notato, peraltro, come la geremiade del nostalgico di Anelli sull’esosità<br />

dello stato unitario sia dello stesso tenore di quella messa in<br />

versi alcuni decenni prima nel suo Dies illa 21 dal poeta popolare<br />

Antonio Rossetti 22, che era diretta però contro il governo borbonico:<br />

21 La ripresa più o meno parodica dei testi sacri a fini politici non era una novità: si ricordi,<br />

a cavallo tra Sette e Ottocento, Il «Te Deum» de’ Calabresi del 1787, composto in due<br />

riprese e attribuito a Gianlorenzo Cardone, che è uno dei rari casi in cui il dialetto viene<br />

utilizzato in funzione antiborbonica (Cfr. D. Scafoglio, Il Te Deum de’ Calabresi, attribuito<br />

a Cardone. Studio e testo, Athena, Napoli, 1985).<br />

22 Antonio Rossetti (1769-1853), di mestiere barbiere, privo di istruzione, era uno dei fratelli<br />

del più famoso Gabriele. Un altro, Domenico, che ebbe una formazione giuridica, fu<br />

anche verseggiatore estemporaneo.<br />

23 Il testo è riportato in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni d’Italia. Storia e<br />

testi. Abruzzo., op. cit., pp. 48-49.<br />

24 A. Luciani, Stelle lucende. Canzoniere abruzzese, con lettera di Gabriele D’Annunzio.,<br />

Bonanni, Ortona, 1913; poi in A. Luciani, L’opera in dialetto, a cura di Ottaviano<br />

Giannangeli, Edizioni Textus, L’Aquila, 1996 (edizione da cui si cita).<br />

16<br />

Noi paghiam gabelle tre,<br />

Né saper possiam perché.<br />

Il Registro, la Fondiaria,<br />

L’Ipoteca ...ed anche l’aria.<br />

Se vogliamo respirare,<br />

Noi dobbiamo pur pagare.<br />

E pagar si deve e zitto:<br />

Se si grida è un gran delitto:<br />

Dies illa, dies irae,<br />

Quando, o Dio, vorrà finire? 23 .<br />

Ad inizio Novecento, è ALFREDO LUCIANI (Pescosansonesco 1887<br />

- Pescara 1969) a rievocare nei suoi versi gli anni post-unitari. Lu<br />

ragiunamende de ‘nu cafone, in Stelle lucende 24, vede squadernate le<br />

stesse lagnanze del nostalgico anelliano:


Sott’a Ffrangische, se puteu’ scialá’:<br />

lu tabbacche le déune a ttummulate!<br />

Mo, nghe ddu’ solde, che tte ‘n’ome dá?<br />

Vattel’a vvite’: mezza pezzecate! 25<br />

Per buona misura, viene messa in discussione anche la contropartita<br />

della “libertà”:<br />

E cche tte crite ca tu pu’ parlá ?<br />

Pover’a ttì : ci-abbusche ‘na zambate ;<br />

pecché mo che cce sta la lebbertà,<br />

se po’ fá’ tutte, pure a ddá’ mazzate. 26<br />

Una libertà, quella recentemente acquisita, che non serve a migliorare<br />

le condizioni di vita del ‘cafone’: ai ‘signori’ l’imposta indiretta<br />

sul macinato -scrive Luciani- ne’ jé fa niende! (‘non gli fa nulla’), perché<br />

gire ca tte ggire, / magnene sembre (‘gira che ti gira, mangiano<br />

sempre’), mentre il cafone si riduce a mmagnarse l’ardiche! (‘a mangiare<br />

l’ortica’). Perciò<br />

(…)<br />

ched’è ‘sta lebbertà, famme capì’?!<br />

‘Nu zappavame prime, e mmo… zappéme;<br />

pizze prime, e mmo… pizze: pu’ cambà’?<br />

Ma nu’ ‘sta lebbertà ne’ lla vulème! 27<br />

Sia pure con tutte le prudenze del caso, e con la registrazione di<br />

una sorta di distanziamento praticato dagli autori attraverso l’impiego<br />

25 Tr.: ‘Sotto a (re) Francesco, si poteva scialare: / il tabacco lo davano a tomoli (a iosa)! /<br />

Ora, con due soldi, che ti si dà? / Vattelo a vedere: mezza pizzicata!’ (traduz. di O.<br />

Giannangeli, come oltre).<br />

26 Tr.: ‘E cosa credi, che tu puoi parlare? / Povero te: ci buschi un calcio; / perché ora che c’è<br />

la libertà, / si può far di tutto, anche dar mazzate.’<br />

27 Tr.: ‘cosa è questa libertà, fammi capire?! // Noi zappavamo prima, e ora… zappiamo; /<br />

focaccia gialla prima, ed ora… focaccia gialla: puoi vivere? / Ma noi questa libertà non la<br />

vogliamo!’.<br />

17


mimetico del dialetto, siamo dunque, anche in Abruzzo, in linea con lo<br />

schema generale delineato da Franco Brevini: «(…) la più tipica letteratura<br />

romantico-risorgimentale è di solito in lingua. (…) Dei grandi<br />

sommovimenti che investirono il nostro paese tra la fine del Settecento<br />

e la prima metà dell’Ottocento i testi dialettali offrono di solito una<br />

testimonianza diversa. I risultati più interessanti si registrano fra le<br />

pagine ispirate a posizioni reazionarie. In esse, non solo si affermano<br />

le ragioni della parte sconfitta, ma, sia pure mediata, si fa sentire la<br />

voce delle masse popolari, che, escluse da ogni partecipazione politica,<br />

furono nella maggioranza dei casi antigiacobine e conservatrici.» 28.<br />

Tranne qualche eccezione 29, dunque, letteratura risorgimentale in lingua,<br />

testimonianze più o meno anti-unitarie in dialetto: emblematico in<br />

questo senso -e ci spostiamo per un momento nella capitale del regnoil<br />

poemetto in ottava rima ‘O luciano d’ ‘o Rre 30 di Ferdinando Russo,<br />

pubblicato tra l’altro dal noto editore abruzzese Carabba.<br />

18<br />

‘A libbertà! Chesta Mmalora nera<br />

ca nce ha arredutte senza pelle ‘ncuolle!...<br />

‘A libbertà!... Sta fàuza puntunera<br />

ca te fa tanta cìcere e nnammuolle!...<br />

Po’ quanno t’ha spugliato, bonasera!<br />

(…)<br />

‘A libbertà. Mannaggia chi v’è nato!<br />

‘A chiammàsteve tanto, ca venette!<br />

(…)<br />

Ah! Ah! Me vene a ridere, me vene!<br />

Ogneruno sperava ‘avé na Zecca,<br />

tanta renare quanto so’ ll’arene,<br />

‘a gallenella janca, ‘a Lecca e ‘a Mecca!<br />

28 F. Brevini (a cura di), La poesia in dialetto. Storia e testi dalle origini al Novecento., III<br />

voll., Mondadori, Milano, 1999, p. 2617.<br />

29 Lo stesso Brevini cita ed antologizza, tra i dialettali «giacobini», Edoardo Calvo,<br />

Gianlorenzo Cardone e Francesco Ignazio Mannu.<br />

30 F. Russo, ‘O luciano d’ ‘o Rre, Carabba, Lanciano, 1910. Si legga anche, dello stesso F.<br />

Russo, ‘O surdato ‘e Gaeta, Giannini, Napoli, 1919.


Faciteme ‘e beré, sti ppanze chiene!<br />

Seh, seh! Quanno se ngrassa ‘a ficusecca!<br />

Comme scialammo bello, dint’a st’oro!<br />

Sciù pe’ la faccia vosta! A vuie e a lloro!<br />

Ccà stammo tuttuquante int’ ‘o spitale!<br />

Tenimmo tutte ‘a stessa malatia!<br />

Simmo rummase tutte mmiezo ‘e scale,<br />

fora ‘a lucanna d’ ‘a Pezzentaria!<br />

Che me vuò di’? Ca simmo libberale?<br />

E addò l’appuoie, sta sbafantaria?<br />

Quanne figlieto chiagne e vo’ magnà,<br />

cerca int’ ‘a sacca… e dalle ‘a libbertà! 31<br />

Non sfuggirà la sostanziale sovrapponibilità di questi versi con<br />

quelli abruzzesi riportati in precedenza.<br />

Ma torniamo ad Alfredo Luciani, che non manca di rievocare in<br />

una coppia di sonetti la figura del brigante, che tanta parte ebbe nell’immaginario<br />

collettivo abruzzese negli anni a cavallo dell’Unità. Qui<br />

Luciani pare limitarsi alla descrizione dei fatti, senza addentrarsi in<br />

problematiche politico-sociali. Nel primo sonetto vengono infatti richiamati<br />

semplicemente la determinazione e la spietatezza dei briganti,<br />

che entravano in casa di notte forzando serrature e non davano il<br />

tempo di difendersi:<br />

E cche vvulive fá’, nghe llu fucile?<br />

Lu piomme ti’ lu rabbattéune ‘m mane;<br />

ma tu vedive luccecà’ li stile,<br />

31 Tr.: ‘La libertà! Questa Malora nera / che ci ha ridotti senza pelle addosso!... / La libertà!...<br />

Questa falsa prostituta / che ci fa tanti ceci in ammollo!... / Poi quando ti ha spogliato, buonasera!<br />

/ (…) / La libertà. Mannaggia chi vi è nato! / La invocaste così tanto, che venne! /<br />

(…) / Ah ah, mi vien da ridere, mi viene! / Ognuno sperava di avere una Zecca, / tanti denari<br />

quanti i granelli di sabbia, / la gallinella bianca, Lecca e Mecca! / Fatemele vedere, queste<br />

pance piene! / Sì sì! Quando si ingrassa il fico secco! / Come scialiamo bene, in questo<br />

oro! / Sciù, alla faccia vostra! A voi e a loro! / Qua stiamo tutti dentro un ospedale! /<br />

19


che tte facéune raggrezzà’ la pelle.<br />

E, cacce piastre! sennò, la dumane,<br />

‘n derre le retruvéune le cervelle! 32<br />

Nel secondo sonetto si parla della cattura di una banda di briganti,<br />

rappresentazione icastica dell’epilogo del brigantaggio: ‘era gente che<br />

sta muori e non muori, / e non vuole rassegnarsi ai funerali’. Ma alla<br />

fine, non prima di uno scontro cruento,<br />

Alli brejande casche l’arme ‘m mane,<br />

e sse mìttene tutte ‘ngenucchiune! 33<br />

Una descrizione quasi asettica, dunque, quella di Luciani, che non<br />

gli impedisce però di tirare un sospiro di sollievo per la ritrovata pace:<br />

(…)<br />

La pacia me’, tu ne’ lla tié’ l’uhuale:<br />

e ppropie ‘n ze vedeve menì’ l’ore<br />

de repusá’ e ‘n ze sendì’ cchiù mmale. 34<br />

Siamo alla prosa. Oltre ad un paio di novelle di DOMENICO CIAM-<br />

POLI (Atessa 1852 - Roma 1929) che hanno ad oggetto il brigantaggio<br />

(Primi versi e La casa bruciata 35), pagine di qualche interesse sulla<br />

situazione politica negli anni che seguirono l’unità si rinvengono in un<br />

romanzo di GIUSEPPE MEZZANOTTE (Chieti, 1855-1935), La tragedia di<br />

Senarica, che ha come scenario la città natale, Chieti, e da cui emerge<br />

Abbiamo tutti la stessa malattia! / Siamo rimasti tutti in mezzo alle scale, / fuori alla locanda<br />

della Pezzenteria! / Che vuoi dirmi? Che siamo liberali? / Dove l’appoggi, questa spacconeria?<br />

/ quando tuo figlio piange e vuol mangiare, / cerca in tasca… e dagli la libertà!’<br />

(traduz. nostra).<br />

32 Tr.: ‘E che volevi fare, col fucile? / Il piombo “lo raccoglievano (illesi) nelle mani”<br />

[Luciani]; / ma tu vedevi lampeggiare gli stiletti, // che ti facevano raggrinzare la pelle. /<br />

E, cava piastre! altrimenti, l’indomani, / per terra le ritrovavano le cervella!’.<br />

33 Tr.: ‘Ai briganti cade l’arma in mano, / e si pongono tutti ginocchioni!’.<br />

34 Tr.: ‘O pace mia, tu non hai l’uguale: / e proprio non si vedeva venir l’ora / di riposare e<br />

non sentirsi più male’.<br />

35 D. Ciampoli, Fiori di monte, Carluccio, Napoli, 1878.<br />

20


il quadro tutt’altro che limpido degli assetti politici che in periferia<br />

seguirono all’unificazione. Esempio emblematico, i membri della<br />

potente famiglia Pinti, che erano sempre stati di fede borbonica, e che<br />

dopo il 1861 «scavalcano a “sinistra” i vecchi liberali di destra» 36.<br />

I tre fratelli Pinti erano liberali di sinistra (...). I fratelli Pinti<br />

avevano ereditato da don Clementino Pinti l’influenza pubblica<br />

insieme alla clientela politica, che essi facevano ogni arte per<br />

mantenere ed accrescere. Don Clementino Pinti era in sua vita<br />

borbonico e clericale; e gran merito suo era stato non far mistero<br />

ad alcuno dei suoi principii, quando ognuno si celava sotto<br />

una veste liberale. Dopo le novità del sessanta, allorché, svaniti<br />

gli entusiasmi e le turbolenze, gli fu dato riprendere il sopravvento<br />

su ogni classe della cittadinanza senza pericolo e senza<br />

timore di offendere lo spirito pubblico, egli fu sollecito a mettersi<br />

tra gli eccessivi nel gruppo di sinistra, perché i liberali e i<br />

novatori erano nella più gran parte schierati sotto la bandiera di<br />

destra. Tale condotta era ispirata da uno spirito di opposizione<br />

(...): epperò, fu visto il nuovo fenomeno di un’opposizione di<br />

sinistra più conservatrice di una maggioranza moderata, avendo<br />

don Clementino Pinti raccolto intorno a sé un buon nucleo di<br />

possidenti, stretti a lui per sentimenti e per timore di novità, e da<br />

lui ispirati; i quali vedevano nel nuovo regime un attentato<br />

perenne alla loro proprietà (...). Questo, dunque, era un coro che<br />

pigliava intonazione da don Clementino Pinti, il quale si opponeva<br />

fieramente a qualunque novità gli altri pensassero e proponessero,<br />

nell’intento di fare che Senarica rimanesse quale era<br />

prima del 1860: e allorché spiegava la sua opposizione, egli era<br />

tale testa ed era talmente temuto, che riusciva a far cadere le proposte,<br />

o, approvate, a non renderle esecutive. 37<br />

Insomma, uno spaccato socio-politico di trasformismo, di opportunismo<br />

e di corruzione che non può non richiamare alla memoria il<br />

più celebre e più recente Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.<br />

36 C. De Matteis, Civiltà letteraria abruzzese, Textus, L’Aquila, 2001, p. 281.<br />

37 G. Mezzanotte, La tragedia di Senarica, Pierro, Napoli, 1887.<br />

21


Sempre a proposito di prosa, ma di altro genere, va ricordato FEDELE<br />

ROMANI (Colledara 1855 - Firenze 1910) per il suo libro di memorie,<br />

Colledara. Romani dedica molte pagine al brigantaggio 38, e come<br />

Luciani non indulge in rappresentazioni oleografiche e mitizzanti, e non<br />

manca di mettere in rilievo la ferocia dei briganti.<br />

38 Si ricordino, sul tema del brigantaggio, anche le pagine di A. MacDonell, In the Abruzzi.<br />

With twelve illustrations after water-colour drawingsby Amy Atkinson., Chatto & Windus,<br />

Londra, 1908, tradotto da Gilda Taurisani e pubblicato nel 1991 a Sulmona dal Centro<br />

Studi “Panfilo Serafini”, con il titolo Negli Abruzzi e con nota introduttiva di Franco<br />

Cercone.<br />

39 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 23-24.<br />

22<br />

(…) Essi per lo più agivano per mezzo di ricatti. Sorprendevano<br />

e portavano con sé il capo di casa: poi mandavano a chiedere<br />

alla famiglia una data somma, proporzionata alla riputazione<br />

di ricchezza che essa godeva. (…) Non sempre però i briganti<br />

si servivano di questi mezzi, atroci sì, ma incruenti. A volte,<br />

fatti più arditi dalla paura altrui e dalla buona fortuna, assalivano<br />

le case, le saccheggiavano, le incendiavano. E oltraggiavano,<br />

ferivano, torturavano, uccidevano le persone che cercavano di<br />

opporsi ai loro atti nefandi, che non volevano dar denaro, o non<br />

volevano rivelare dov’esso fosse nascosto, o che, semplicemente,<br />

si rifiutavano di gridare: - Viva Francesco II!- perché quei<br />

manigoldi, nonostante che non fossero se non veri e proprii<br />

ladroni e assassini, volevano innalzare e in certo modo nobilitare<br />

il loro carattere, facendo le viste di combattere per un principio<br />

politico.». 39<br />

E qui Romani opera una distinzione tra briganti, distinguendo tra i<br />

«brigantucoli» che «infestavano» le sue «contrade» ed i «briganti di<br />

alta reputazione», che avevano contatti con il Re di Napoli ed erano<br />

foraggiati dai Borboni.<br />

Per descrivere chi si piccava di combattere i briganti, Romani utilizza<br />

non di rado il registro ironico, ad attestarne la scarsa propensione<br />

al coraggio.


La notte, fiere pattuglie composte di borghesi sul labbro dei<br />

quali nereggiavano i nuovi baffi rivoluzionari, uscivano in<br />

ronda, armate fino ai denti, per dar la caccia ai briganti che s’aggirassero<br />

nei dintorni. L’impresa pareva piena di pericoli; e le<br />

mogli, come Creusa, la notte dell’incendio di Troia, piangendo<br />

e mostrando i figli pargoletti scongiuravano, ma inutilmente, gli<br />

ostinati mariti a non uscire. Essi avevano cura di prendere sempre<br />

la direzione opposta a quella dove si diceva che fossero i briganti,<br />

perché questi la sanno lunga e accennano a voler ferire a<br />

destra per poi ferire improvvisamente a sinistra. Ma, con tutto<br />

ciò, i fieri drappelli non riuscivano mai ad abbattersi coi briganti;<br />

e, benché spesso la campagna risonasse di schioppettate che<br />

potevano far credere ad uno scontro, esse erano sempre tirate<br />

contro alberi e cespugli (…) 40 .<br />

Erano più “fortunati” -racconta Romani- i bambini, che per emulare<br />

le grandi gesta paterne si riunivano in «piccoli eserciti», e non di rado si<br />

imbattevano -loro sì- in «schiere di briganti, piccoli come loro», dando<br />

luogo a «scaramucce e battaglie, non sempre, a dir vero, incruente» 41.<br />

Non molto più tenero è Romani con le truppe dei regolari della<br />

Guardia Nazionale, di cui sottolinea la mancanza di esperienza e -si<br />

direbbe oggi- di professionalità, non solo nei semplici soldati, ma<br />

sovente anche in chi era chiamato ad impartire ordini.<br />

Né manca di sottolineare, il nostro autore, come molti “garibaldini”<br />

delle sue parti non fossero propriamente degli stinchi di santo e<br />

degli idealisti:<br />

Ma chi erano quelli che partivano? Se non conoscessi, per<br />

aver letto il loro nome nella storia, o per aver studiato i loro<br />

scritti, quali anime grandi, piene dei più nobili sentimenti e dei<br />

più alti ideali, si raccoglievano intorno all’Eroe, dovrei credere,<br />

giudicando da alcuni che partivano dal mio paese, che le schiere<br />

garibaldine fossero composte di gente non meno forse brigan-<br />

40 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 18-19.<br />

41 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 19.<br />

23


tesca dei veri e proprii briganti. Essi partivano, non già per<br />

impulso disinteressato d’amor di patria, ma per la speranza di<br />

trovare il modo, nella confusione degli avvenimenti, di potersi<br />

impadronire di ricco bottino o di essere in altra maniera lanciati<br />

in alto dalla fortuna. 42<br />

Romani rievoca dunque gli eventi che portarono all’Unità d’Italia in<br />

modo lucido, mettendo ordinatamente sul tavolo -al di là di ogni enfasi<br />

patriottica, e al di là di ogni atteggiamento nostalgico- una serie di problemi<br />

connessi al processo di unificazione e agli anni immediatamente postunitari.<br />

E parla, esplicitamente, di una “rivoluzione elitaria”,<br />

(...) eminentemente letteraria, ispirata dai libri, fatta con la<br />

spada in una mano e con Dante e Virgilio nell’altra. Essa usciva<br />

dalla scuola, e il popolo, e specialmente quello di certe provincie,<br />

non la capiva, né la desiderava (...). Questa è la verità, e non<br />

bisogna aver paura di dirla. 43<br />

Riguardo agli anni che seguirono all’unificazione, Romani -come<br />

i poeti precedentemente citati- riporta il punto di vista di un “popolo”<br />

per nulla entusiasta dei nuovi assetti economico-sociali:<br />

24<br />

Il popolo (....) aborriva quelle novità, che riteneva fossero<br />

tutte a vantaggio della classe odiata nel fondo del suo cuore, i<br />

signori (...). Le tasse cresciute improvvisamente, in modo insopportabile<br />

e non proporzionato ai guadagni ed alle rendite, gli<br />

facevano ritenere che il nuovo governo fosse composto tutto di<br />

ladri. Il capo dei ladri, secondo lui, era lo stesso Vittorio<br />

Emanuele, e per sfogare in qualche modo il suo rancore, lo chiamava<br />

lu cecäte (il cieco). 44<br />

42 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 22.<br />

43 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 20.<br />

44 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 21. Romani scrive di non sapere da che cosa derivasse<br />

il nomignolo dato al re. Nei dialetti abruzzesi, è un dispregiativo piuttosto diffuso e generico.<br />

Nel caso specifico, fa pensare ad una mancata visione/considerazione dei problemi<br />

del popolo.


Insomma, Romani dà la netta impressione di considerare l’Italia<br />

dei suoi tempi un’Italia di transizione. Tanti e tali sono gli elementi di<br />

provvisorietà, i malcontenti, i sommovimenti sociali, da far preconizzare<br />

allo scrittore colledarese una futura «nuova Italia» che abbia come<br />

protagonista «quella massa grigia, che non significava nulla, ed era<br />

come un fondo nebuloso ed uniforme del gran quadro», e che invece<br />

ora «comincia ad avere una coscienza» 45:<br />

[Quella massa grigia] comincia qua e là ad agitarsi, come le<br />

onde che si addestrano agl’impeti ed alle furie della vicina tempesta:<br />

essa alza il capo e si guarda intorno e non sa perché sia<br />

accaduto quello che è accaduto, come chi si risveglia da un<br />

lungo sonno. Essa guarda verso di noi, che leggiamo Dante e<br />

Machiavelli, e pensa: - Voi vi siete fatta la vostra Italia: ora tocca<br />

a me farmi la mia. – E un giorno, anch’essa se la farà; non c’è<br />

da dubitarne. E noi, piuttosto che pensare con dolore e spavento<br />

a questa nuova Italia, piuttosto che combatterla ed avversarla<br />

prima che essa nasca, salutiamola fin da ora nella sua nuova<br />

grandezza e nella sua nuova gloria. 46<br />

Quale sia la reale posizione di Romani riguardo a questa nuova<br />

Italia da venire, in realtà, è difficile dire. Osta ad un’interpretazione<br />

pacifica di questo passo la pluralità dei registri che percorrono la pagina<br />

del colledarese. La frase che chiude il passo sopra riportato, ad<br />

esempio, non sembra del tutto esente da un’ironia piuttosto amara sulle<br />

resistenze al cambiamento da una parte, e sugli entusiasmi facili e le<br />

propensioni trasformistiche dall’altra.<br />

45 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 20-21.<br />

46 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 21.<br />

25


DA OTTAVIANO GIANNANGELI<br />

Ho pensato di inviare per questo 13° Quaderno “L’Abruzzo e<br />

l’Unità” che esce in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia<br />

una stornellata parodistica della cantata che soleva eseguirsi in quasi<br />

tutti i paesi del nostro Abruzzo il giorno di Sant’Antonio Abate, 17<br />

gennaio. L’aveva raccolta il dott. Franco Farias della sede Rai di<br />

Pescara da un vecchio di Farindola (TE) e l’aveva offerta ai Vecchi<br />

Cantori di Raiano che la eseguirono, diretti da me, nella Quinta Serata<br />

Canora il 18 Agosto 1979. Il canto sembra nato proprio nel Sessanta-<br />

Sessantuno (naturalmente Ottocento), nella presenza degli eventi. Può<br />

darsi che qualche strofa fosse aggiunta dopo, essendo ad esempio<br />

attribuito un difetto fisico (sembra) del padre Vittorio Emanuele II al<br />

figlio Umberto I.<br />

Il canto è stato da me passato alla “Rivista Abruzzese” che l’ha<br />

pubblicato sul n. 2, 2011 senza la musica trascritta dal M° Vincenzo<br />

Polce, che qui compare per la prima volta.<br />

27


HA MINUTE LU SESSANDE<br />

28<br />

Ha minute lu Sessande,<br />

aveme armaste a tande a tande.<br />

Ha minute lu Sessandune,<br />

aveme armaste senza patrune.<br />

Come li pecure spatriate,<br />

viva Sant’Antonie Abbate!<br />

Ca s’ha ndese la voce pe l’arie<br />

ca ha arsate la fundiarie,<br />

e Umberte nghe l’uocchie cecate<br />

ha fatte arsaje la carte bullate.<br />

E tutte li tasse ha umentate:<br />

Viva Sant’Antonie Abbate!<br />

Mo che ngi sta chiù li rane<br />

Nin si magne chiù lu pane,<br />

mo che nin gi sta li carrine<br />

nin si veve chiù lu vine.<br />

E ci amanghe li ducate:<br />

Viva Sant’Antonie Abbate!<br />

Lu cuverne di Borbone<br />

ca ha scritte a Pio None<br />

ca l’avesse aiutate<br />

na sta guerra dichiarate.<br />

Ma lu pape nzi n’ha frecate:<br />

Viva Sant’Antonie Abbate.<br />

Che je pijje n’accidente<br />

a Garibalde e Don Clemente;<br />

dapù che Napule l’ha pijjate<br />

a Vittorie l’ha cunzignate.<br />

Alli puvere ngi ha pinzate:<br />

Viva Sant’Antonie Abbate.


Mo che nin sone lu trabbande<br />

s’ha furmate li brihande,<br />

mo chi sone lu trumbittire<br />

ha finite li cannunire.<br />

E Francische ha scappate:<br />

Viva Sant’Antonie Abbate<br />

Li brihande nin cerche la grazie,<br />

Valendine, Saccocce e Ttanazie,<br />

………………………………..<br />

………………………………..<br />

Li quatrine li tè arcazate:<br />

Viva Sant’Antonie Abbate!<br />

Oh…ché scite accise<br />

li guardie mobbile e li Piemundise,<br />

dapù che tutte s’ha finite<br />

allu Piemonde si n’ha rijite.<br />

Mmezz’alli uaie ci ha lassate:<br />

Viva Sant’Antonie Abbate!<br />

È VENUTO IL SESSANTA. È venuto il Sessanta, / siamo rimasti come stavamo. / È<br />

venuto il Sessantuno, / siamo rimasti senza padroni / Come le pecore spatriate / Viva<br />

Sant’Antonio Abate! // S’è sentita una voce per l’aria / ch’è risalita la fondiaria, / e<br />

Umberto con l’occhio cieco / ha fatto risalir la carta bollata. / E tutte le tasse sono<br />

aumentate; / Viva Sant’ Antonio Abate! // Or che non vi sono più le grana / non si<br />

mangia più il pane, / or che non vi sono i carlini / non si beve più il vino. / E ci mancano<br />

i ducati: / Viva Sant’Antonio Abate! // Il governo di Borbone / (dicon) che ha<br />

scritto a Pio Nono / che l’avesse aiutato / in questa guerra dichiarata. / Ma il papa non<br />

se n’è importato: / Viva Sant’Antonio Abate! // Che gli pigli un accidente / a Garibaldi<br />

e Don Clemente, / dopo che Napoli l’ha pigliata / a Vittorio l’ha consegnata. / Ai<br />

poveri non ha pensato: / Viva sant’Antonio Abate ! // Or che non suona il soldato di<br />

guardia / si son formati i briganti, / or che suona il trombettiere / son finiti i cannonieri.<br />

/ E Francesco è scappato: Viva Sant’Antonio Abate ! // I briganti non chiedono<br />

la grazia, / Valentino, Saccoccia e Attanasio, /……… / I quattrini li tengono sotterrati:<br />

/ Viva Sant’Antonio Abate! // Oh che siate uccisi / le guardie mobili e i Piemontesi,<br />

/ dopo che tutto si è finito / al Piemonte se ne son tornati. / In mezzo ai guai ci hanno<br />

lasciati: / Viva Sant’ Antonio Abate!<br />

29


… MA L’IDEAL NON MUORE<br />

di Concettina Falcone<br />

Nel film Allonsanfan (1974) dei Fratelli Taviani un nobile lombardo,<br />

Fulvio Imbriani, incarcerato dopo la restaurazione del 1816 per la<br />

sua appartenenza alla setta dei Fratelli Sublimi, dopo il rilascio torna a<br />

casa e si abbandona alle piccole gioie della vita domestica. Quando è<br />

costretto a rientrare nella carboneria, si impossessa del danaro affidatogli<br />

per la causa e tradisce i compagni. Sbarcati tutti in una spiaggia<br />

del sud sperando nella sollevazione degli abitanti, vengono massacrati<br />

da soldati e contadini – evidenti i riferimenti ai fratelli Bandiera e a<br />

Pisacane –. Il traditore, che ha barattato la propria incolumità con la<br />

delazione, incontra l’unico sopravvissuto, “Allonsanfan”, ferito alla<br />

testa, che nel delirio gli racconta come i rivoluzionari siano stati accolti<br />

trionfalmente dalla gente del luogo. Fulvio reindossa la camicia<br />

rossa su quella bianca, che deve distinguerlo dai patrioti e salvarlo, e<br />

viene ucciso a sua volta.<br />

In Senso (1954), film di Luchino Visconti da una novella di<br />

Arrigo Boito, siamo a Venezia nel 1866 alla vigilia della battaglia di<br />

Custoza. Livia Serpieri, avvenente nobildonna non più giovanissima<br />

vicina agli irredentisti, si innamora perdutamente di un giovane<br />

tenente austriaco, Franz Malher, al quale consegna i soldi destinati<br />

ai patrioti. Livia dimentica ideali, onore, dignità pur di raggiungere<br />

l’ufficiale, scoprendo che i denari non gli sono serviti per corrompere<br />

i medici e ottenere l’esonero dal servizio militare, ma per vivere<br />

nel lusso e tradirla con più giovani donne. Lo denuncia al comando<br />

austriaco condannandolo alla fucilazione per diserzione e perde la<br />

ragione.<br />

Nell’uno e nell’altro film l’utopia si dissolve, nel primo per il desiderio<br />

di una serena normalità e nel secondo per un inopinato innamoramento<br />

che travolge ogni ideale. Nonostante la riprovazione per il comportamento<br />

dei due protagonisti, a noi cittadini edonisti di opulente repubbliche<br />

occidentali, privi delle spinte ideali che hanno contraddistinto periodi<br />

storici precedenti, sembra più “umano” il cedimento a fatti e sentimenti<br />

31


contingenti che una vita trascorsa in esilio o in galera per un’idea che difficilmente<br />

si realizzerà compiutamente.<br />

Ma “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non<br />

è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al<br />

quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta<br />

scorge un Paese migliore e l’Umanità fa di nuovo vela” 1 dice Oscar<br />

Wilde. Paul Claudel è meno ottimista: “Chi cerca di realizzare il paradiso<br />

in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno”.<br />

Ce lo confermano i postumi delle grandi rivoluzioni, dalla “terreur”<br />

e dalle guerre napoleoniche al comunismo reale. Ma è anche vero che<br />

dopo le rivoluzioni il mondo avanza, a piccoli travagliati passi.<br />

Scrive Eduardo Galeano: “Lei è all’orizzonte. [...] Mi avvicino di due<br />

passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte<br />

si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò<br />

mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare” 2.<br />

La dedizione all’utopia è assoluta quando il sogno dell’avvento<br />

di nuove età di maggiore giustizia sociale assume i contorni certi di<br />

una religione, giacché l’utopia “rende concreto e plastico l’anelito<br />

antichissimo e diffuso a una vita migliore” (A. Savinio). Non ci spiegheremmo<br />

altrimenti il fervore patriottico che infiammò i ragazzi del<br />

Risorgimento con il relativo stravolgimento di abitudini e aspirazioni,<br />

perdita della libertà, esilio e a volte la morte. L’intellettuale sulmonese<br />

Panfilo Serafini (1817-1864) per un volantino e un sonetto<br />

contro il regime – secondo Croce scritto in effetti da Leopoldo<br />

Dorrucci – fu condannato dalla borbonica Gran Corte Speciale di<br />

Aquila a venti anni di carcere. Ne scontò cinque, fino all’arrivo di<br />

Garibaldi, in condizioni disumane – prigione scavata nella roccia e<br />

catena alla caviglia a Montefusco e nelle altrettanto brutali carceri di<br />

Montesarchio e Procida – che minarono irrimediabilmente la sua<br />

salute. Ebbe come compagni di pena Carlo Poerio e Sigismondo<br />

Castromediano.<br />

41 O. Wilde, L’anima dell’uomo sotto il socialismo, Feltrinelli, 2005<br />

42 E. Galeano, Finestra sull’utopia, da Parole in cammino, Sperling & Kupfer, Milano 2006,<br />

pag. 255.<br />

32


Alcuni decenni dopo l’unità Il Martello, periodico newyorkese dell’anarchico<br />

di origini sulmonesi Carlo Tresca, pubblica in prima pagina<br />

l’articolo Commemorando il nostro poeta Pietro Gori nell’anniversario<br />

della morte 3 della poetessa Virgilia D’Andrea, anch’essa sulmonese e<br />

anarchica, esule negli Stati Uniti dopo esserlo già stata in Francia, la quale<br />

descrive con cognizione di causa la vita difficile dell’idealista militante:<br />

[…] O voi tutti, discacciati dalla terra dove forte e rigogliosa<br />

fiorì la giovinezza vostra;<br />

O voi tutti, che ve ne andate per le strade del mondo perché<br />

non avete un rifugio sicuro nel paese che rendeste grande e nobile<br />

con il vostro lavoro, che rendeste glorioso e ammirevole con<br />

le vostre lotte;<br />

O voi, che sentite il martirio dell’incerto ed oscuro domani ed<br />

il singhiozzo e la ruina del passato travolto;<br />

O voi, che vi lasciate colpire per difendere la vostra bandiera;<br />

[...] O voi che conoscete i deprimenti opifici delle immense<br />

città straniere e superbe e che sapete l’agonia delle giornate<br />

senza lavoro e senza pane e la freddezza della stanza vuota dove<br />

né bimbo vi sorride e né donna vostra vi bacia;<br />

O voi, che siete odiati perché avete molto amato, che siete stati<br />

feriti perché avete fasciato le ferite dei fratelli, che siete stati insultati<br />

e sputacchiati perché vi siete genuflessi davanti allo strazio del<br />

calvario, che siete stati ripudiati perché avete raccolto sulle braccia<br />

il carico delle umane miserie, che siete stati crocifissi perché<br />

avete ostinatamente creduto, che siete stati discacciati oltre i confini<br />

perché avete sognato una più vasta e più libera patria, bussate,<br />

oggi, alla tomba del vostro cantore e riposate accanto al biancore<br />

del marmo la fronte che brucia e le mani che tremano.<br />

Perché la primavera rifiorisca attorno al germoglio della vita<br />

travolta.<br />

Perché l’azzurro ritorni nel fosco grigiore dei pensieri accorati.<br />

Perché rinascano le rose là dove magnifici sogni furono recisi.<br />

E sieno rosse, rosse e vive come il sangue che cola dal ramo<br />

martoriato.<br />

43 V. D’Andrea, Ricordando il nostro poeta Pietro Gori…, Il Martello, New York, 26 gennaio<br />

1924, vol. X, n. 4, pag. 1.<br />

33


E conclude con i versi di Gori:<br />

Passan le glorie, muoion gli Dei, l’odio, l’amore,<br />

Su per l’orbe vetusto: ma l’ideal non muore.<br />

Lo stesso Tresca nell’ultimo primo maggio della sua vita, anno<br />

1942, scrive:<br />

Verrà.<br />

Verrà il Primo Maggio di fiamme, di sole, di canti e di battaglie<br />

feconde.<br />

Bisogna avere fede.<br />

Bisogna mantenere dritta la schiena, tesa la mente, ferma la<br />

coscienza.<br />

Nel Risorgimento l’esempio più illustre di anima inquieta è Giuseppe<br />

Mazzini, che Edmondo De Amicis in Cuore (1886) così descrive:<br />

“ … Tutti pigliammo la penna. Il maestro dettò:<br />

«Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1805, morto a Pisa<br />

nel 1872, grande anima di patriotta, grande ingegno di scrittore,<br />

ispiratore ed apostolo primo della rivoluzione italiana; il<br />

quale per amore della patria visse quarant’anni povero, esule,<br />

perseguitato, ramingo, eroicamente immobile nei suoi principii<br />

e nei suoi propositi”.<br />

Unica consolazione nella vita dell’“apostolo” il telegramma del<br />

9 febbraio 1849 con l’invocazione di Goffredo Mameli: Roma<br />

repubblicana, venite! Consolazione che dura qualche mese, dopodiché<br />

Mazzini si dimette con gli altri triunviri dichiarando di essere<br />

stato eletto “a difendere non a sotterrare la repubblica”.<br />

Esule antico, al ciel mite e severo<br />

Leva ora il volto che giammai non rise,<br />

«Tu sol – pensando – o idëal, sei vero». 4<br />

44 G. Carducci, Giuseppe Mazzini, Giambi ed Epodi.<br />

34


Muore sotto falso nome ospite della famiglia Nathan-Rosselli,<br />

che a sua volta ci evoca vite sacrificate, stavolta nell’Italia unitaria<br />

ma sotto la dittatura fascista. Carlo e Nello Rosselli, colti rampolli<br />

dell’agiata famiglia pisana, discepoli prediletti di Gaetano<br />

Salvemini, anziché godersi ricchezza e posizione sociale si battono<br />

contro la dittatura subendo persecuzione ed esilio, fino ad essere trucidati<br />

in Francia dagli estremisti di destra della “Cagoule” su mandato<br />

di Galeazzo Ciano nel 1937. Nessuno dei due aveva ancora<br />

quarant’anni.<br />

Chi sono i campioni dell’utopia risorgimentale? Mazzini lamenta<br />

“la presenza perlopiù di aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi o<br />

ufficiali dell’esercito decisi a costruire, anche dopo la vittoria, una<br />

classe privilegiata cui avrebbe dovuto essere affidata la direzione dello<br />

Stato”, mentre “tutti gli uomini di una nazione sono chiamati, per la<br />

legge di Dio e dell’umanità, ad essere uguali e fratelli” e “l’istituzione<br />

repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire”.<br />

Dunque aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi o ufficiali dell’esercito.<br />

Anche per immaginare l’“isola che non c’è” occorre istruzione,<br />

benessere e fantasia. Il popolo delle città partecipa ad alcuni moti<br />

– emblematiche le 5 giornate di Milano –; quello contadino invece non<br />

è partecipe dell’utopia: è analfabeta, miserabile, risente di un’arretratezza<br />

secolare, ha ben altri problemi che sognare l’unità d’Italia e si<br />

limita a sporadiche ribellioni spinto dall’istinto di sopravvivenza. Solo<br />

quando Garibaldi, uno dei pochi “uomini del popolo” del<br />

Risorgimento, sbarca a Marsala e risale dalla Sicilia verso Napoli con<br />

le sue truppe, la gente del sud si illude, si concede la rivolta e l’occupazione<br />

delle terre e in qualche caso la vendetta, come a Bronte, dai cui<br />

tragici fatti Verga trae la novella Libertà.<br />

– A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi<br />

campieri! –. Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli<br />

irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo!<br />

che ci hai succhiato l’anima! – A te, ricco epulone, che non<br />

puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!<br />

– A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva<br />

niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la<br />

carne del prossimo per due tarì al giorno!<br />

35


E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i<br />

cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli!<br />

Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!<br />

Proprio un generale in camicia rossa viene a fare giustizia. Alcuni<br />

sono fucilati subito, altri sono processati e condannati.<br />

Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava:<br />

– Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi<br />

è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era<br />

la libertà!...<br />

Il problema dunque è che esistono due Libertà: quella dei<br />

patrioti che si battono per un’Italia unita, sottratta agli stranieri e a<br />

sovrani ormai anacronistici, e quella dei poveri per i quali libertà è<br />

possedere un pezzo di terra per riscattarsi da fame e servitù.<br />

L’errore di molti fu illudersi che l’una avrebbe incluso necessariamente<br />

l’altra.<br />

Giuseppe Tomasi di Lampedusa cinicamente ipotizza che a muovere<br />

alcuni nobili, ricchi borghesi, ufficiali dell’esercito sia l’opportunismo<br />

mascherato da utopia. Quando ne Il Gattopardo Tancredi<br />

annuncia allo zio che va a combattere contro “Franceschiello Dio<br />

Guardi”, il Principe oppone un «Sei pazzo, figlio mio! Andare a metterti<br />

con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri<br />

dev’essere con noi, per il Re». «Per il Re, certo, ma per quale Re?…<br />

Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se<br />

vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».<br />

Nel romanzo l’inviato piemontese Chevalley, brav’uomo che in perfetta<br />

buona fede crede che «questo stato di cose non durerà; la nostra<br />

amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto», è sceso da<br />

Torino a Donnafugata per invitare un aristocratico di antico casato come<br />

il Principe di Salina a entrare in politica, ottenendo peraltro un rifiuto.<br />

36<br />

«Principe, ma è proprio sul serio che lei si rifiuta di fare il<br />

possibile per alleviare, per tentare di rimediare allo stato di<br />

povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo<br />

che è il suo stesso popolo?»


[…] Il Principe era depresso: «Tutto questo» pensava «non<br />

dovrebbe poter durare; pure durerà, sempre; il sempre umano,<br />

beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore.<br />

Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno<br />

saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli<br />

e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».<br />

Se un Tancredi in camicia rossa fa sorridere amaro, stupiscono le<br />

vicende dei Panfilo Serafini di tutta Italia, da Silvio Pellico in poi, fino<br />

ad arrivare a chi andava a morire sul campo di battaglia come i volontari<br />

che combatterono con Garibaldi contro i borbonici nella battaglia<br />

del Volturno 5. Battaglia in cui “erano state decisive la sorte amica (sic)<br />

e le capacità tattiche e strategiche di Garibaldi, sempre presente nei<br />

momenti cruciali dei combattimenti, trascinatore ed animatore dei suoi<br />

uomini anche nei momenti più critici” – a detta di un’insospettabile<br />

Associazione Culturale Neoborbonica on line – e, io aggiungerei, la<br />

superiore motivazione dei garibaldini, l’ideale che li teneva insieme,<br />

loro, che venivano da tutte le regioni.<br />

La nostra storia unitaria è nota. La discrepanza tra utopia e realtà<br />

è subito evidente.<br />

“Aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi e ufficiali dell’esercito”<br />

costituiscono il nuovo governo, che inizia i lavori nella maniera<br />

più efferata: soldati dell’esercito nazionale annientano, in un crescendo<br />

di violenza fratricida, la guerriglia di borbonici irriducibili, ex<br />

militari sbandati, contadini delusi e affamati, briganti, che ha il suo<br />

culmine nell’applicazione della famigerata legge che porta il nome<br />

dell’aquilano Giuseppe Pica votata da tutta la destra storica nel 1863.<br />

“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a<br />

ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando,<br />

seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono<br />

d’infamare col marchio di briganti” 6 .<br />

45 Tra gli altri il sulmonese Giuseppe De Blasiis, comandante della legione del Matese con<br />

cui riuscì a entrare a Benevento.<br />

46 Antonio Gramsci, Ordine Nuovo, 1920.<br />

37


Gaetano Salvemini nel saggio Le origini della reazione, pubblicato<br />

nel 1898 dopo la strage ordinata da Bava Beccaris stavolta al<br />

nord, a danno del popolo milanese in rivolta per il caropane, “mette<br />

in evidenza come le forze reazionarie, legate alla monarchia piemontese,<br />

abbiano prevalso sulle forze democratiche e popolari –<br />

rappresentate da personalità quali Mazzini, Garibaldi, Ferrari e<br />

Cattaneo – che lottavano per costruire un assetto politico realmente<br />

nuovo. Secondo Salvemini «reazione e rivoluzione, incontratesi nel<br />

lavoro dell’unità» hanno lottato fra loro per cinquant’anni allo scopo<br />

di «assicurarsi il dominio dello Stato». L’esito ultimo di questa lotta<br />

– iniziata quando Carlo Alberto «sentì il bisogno (…) di spargere un<br />

po’ d’olio… liberale sulle onde rivoluzionarie» – è stata la sanguinosa<br />

reazione del 1898, che Salvemini ha sotto i propri occhi mentre<br />

scrive” 7.<br />

In un dibattito sul Risorgimento apertosi nel 1935 in seno alla rivista<br />

Giustizia e Libertà proprio partendo dal tema del saggio di<br />

Salvemini, Nicola Chiaromonte afferma:<br />

38<br />

«Gridando “Italia, Italia” si dimentica di abolire il latifondo,<br />

di occuparsi della questione sociale, di badare alle garanzie legali<br />

di una vera libertà (tribunali indipendenti, poteri di polizia,<br />

autonomie provinciali, ecc.) e si finisce col costringere le masse<br />

depauperate del popolo italiano a fuggire come “emigrati”<br />

dall’“Italia libera”» 8 .<br />

Del resto aveva già scritto Mazzini alla vigilia delle prime elezioni:<br />

«Il paese è malcontento, perché ha coscienza d’essere chiamato<br />

a vivere d’una nuova vita, chiamato a compire una grande<br />

rivoluzione, rivoluzione nazionale e politica, d’unità e di libertà,<br />

e si trova diretto da un ministero e da una setta politica che tramano<br />

della rivoluzione, che non hanno coscienza né iniziativa<br />

47 Caffi, Calosso, Chiaromonte, Gobetti, Gramsci, Rosselli, Salvemini, Venturi, L’Unità<br />

d’Italia – Pro e contro il Risorgimento -, ed. e/o, Alberto Castelli, introduzione, pag. 13.<br />

48 Ibidem, Nicola Chiaromonte, pag. 40.


d’unità, che circondano d’ostacoli e di diffidenze la libertà, che<br />

intendono a reggere la nuova, ampia, splendida vita della nazione<br />

colla formola e colle istituzioni della meschina, angusta, timida<br />

vita d’una frazione di quella».<br />

E di Cavour:<br />

«Cavour, nel fatto, nega l’Italia; egli non conosce che un<br />

Piemonte ingrandito, ciò che costituisce nazione, l’anima, la vita<br />

vera d’Italia, l’insieme delle tendenze, delle sue aspirazioni, la<br />

somma e la verità de’ suoi bisogni, l’istinto della sua missione in<br />

Europa, il pensiero collettivo che rende sacro ogni pollice del terreno<br />

posto fra l’Alpi e il mare, è arcano a Cavour. Materialista<br />

nell’intelletto come nell’intento, ei non varca la questione del territorio.<br />

La patria italiana si riduce per lui a un certo numero di<br />

leghe quadrate aggiunte alla terra che lo fece ministro.» 9<br />

Dunque gli antichi privilegi restano e le terre espropriate tornano a<br />

latifondisti e ricchi borghesi con un espediente truffaldino; tra l’altro la<br />

necessità di rafforzare l’esercito, diminuire l’analfabetismo (al 75%<br />

con punte del 90), costruire strade, omologare lo “scartamento” ferroviario<br />

tra i territori dei precedenti stati, ecc., induce il governo a introdurre<br />

tasse pesanti e impopolari come quella sul macinato, la cosiddetta<br />

tassa progressiva sulla miseria; coi nuovi mezzi di trasporto arrivano<br />

granaglie a poco prezzo dalle Americhe, Australia, Russia generando<br />

la crisi economica europea degli anni ’70, colpendo in particolare<br />

l’Italia che trae sostentamento quasi esclusivamente dalle campagne; i<br />

poveri sono più poveri e comincia il grande esodo verso i paesi al di là<br />

dell’oceano; la Chiesa avversa l’unità dai pulpiti – ancora nel 1927,<br />

due anni prima del Concordato, l’articolista di un giornale clericale si<br />

indigna perché<br />

… il governo [fascista] della nazione, ormai più che sicuro<br />

nelle sue solidissime basi cementate anche dalla divina provvi-<br />

49 G. Mazzini, I doveri degli elettori, Il popolo d’Italia, 29 dicembre 1860.<br />

39


denza, non ha ancora deciso di distruggere tutto ciò che possa<br />

ricordare alla mente del popolo buono e calmo per natura il passato<br />

caotico e ribelle. Per esempio: che ci fanno in Italia i monumenti<br />

di Bruno, Pisacane, Garibaldi, Mazzini, e di tanti altri rivoluzionari<br />

scomunicati e ribelli? Perché nelle scuole dello Stato si<br />

insegna l’eroismo indiavolato con l’esempio e la venerazione di<br />

questi indemoniati?… Le effigi dei cospiratori e dei lottatori rivoluzionari<br />

sono stati fin troppo tempo rispettati ingiustamente; è<br />

l’ora di distruggerle, e con esse il ricordo funesto che porta alla<br />

perdizione dell’anima e del corpo del popolo italiano. 10<br />

L’Italia comunque è fatta. L’amor patrio col tempo e l’aiuto di una<br />

insistente agiografia si diffonde anche tra i ceti bassi e giunge alla sua<br />

massima espressione nella prima guerra mondiale con la mobilitazione<br />

effettiva e ideale della nazione contro il nemico. Poi, l’utopia socialista<br />

e anarchica della classe operaia nel “biennio rosso” (1919-20),<br />

scongiurata da “aristocratici, prelati, ricchi borghesi e ufficiali dell’esercito”<br />

con vent’anni di dittatura che termina grazie a un sussulto di<br />

dignità da parte degli Italiani: la resistenza. Nella scuola pubblica il<br />

popolo dai mille dialetti impara il linguaggio comune. Poi, negli anni<br />

sessanta, il decollo, e l’Italia una, democratica e repubblicana siede tra<br />

i paesi più ricchi e industrializzati del mondo.<br />

Ciononostante oggi, a centocinquanta anni di distanza, abbiamo<br />

dimenticato a prezzo di quanti sacrifici sia stata fatta l’unità prima e<br />

la democrazia dopo: la questione meridionale non è risolta; il nord<br />

considera il sud un freno al suo sviluppo e se ne risente come se all’epoca<br />

i meridionali avessero marciato su Torino; i meridionali si riscoprono<br />

un mai sopito rancore verso i “conquistatori” settentrionali e<br />

sono assai indulgenti verso il “fatiscente” (A. Omodeo) regno borbonico;<br />

la malavita cambia pelle e dilaga grazie a connivenze nelle istituzioni<br />

e ci chiediamo in nome di quale utopia si siano immolati<br />

Falcone e Borsellino; la politica ha un che di mendace e gretto, da<br />

pubblicità televisiva; l’inno di Mameli è messo in discussione; i<br />

festeggiamenti dell’anniversario, boicottati, sono stati in forse “per<br />

10 Il Martello, La bestia nera si desta, 1927.<br />

40


non perdere una giornata di lavoro” e salvati in extremis dal<br />

Presidente della Repubblica.<br />

Ci viene il sospetto che una società fondata sul capitale abbia esigenze<br />

ristrette, elementari e immediate. Duemila anni di cristianesimo, che<br />

comunque la pensiamo ci hanno plasmato alla convinzione del primato<br />

della carità, della solidarietà, dell’attenzione all’altro – persona, comunità,<br />

popolo – sembrano avere esaurito il loro effetto contro il muro di<br />

gomma dell’individualismo più spietato, come del resto aveva preconizzato<br />

Pasolini. Processo involutivo a cui non sfugge la Chiesa stessa,<br />

afflitta da un’avidità che scarsamente si confà al ruolo. I nuovi “vincenti”<br />

per dirla con Fromm non sono, hanno. E chi “non è” non necessita di<br />

etica, cultura, utopia. È tempo del vitello d’oro e degli ideali meschini.<br />

Il patriota e poeta Alessandro Poerio (1802-1848), napoletano<br />

morto a Venezia per le ferite riportate in combattimento nella difesa<br />

della città, così scriveva:<br />

A che le leggi provvide<br />

e ’l frequente senato,<br />

e di suffragi gravide<br />

l’urne, e ’l pensiero armato,<br />

e la parola libera,<br />

e la comun Città,<br />

se desiderio ed ultimo<br />

fine agl’ingegni è l’oro,<br />

se qui l’un l’altro compera,<br />

se non è più tesoro<br />

Coscienza, se mancano<br />

Virtudi a Libertà? 11<br />

11 A. Poerio, da All’amico Gabriele Stefani.<br />

41


42<br />

E. Matania, Giuseppe Mazzini sulla via dell’esilio.


G. Induno, Giuseppe Garibaldi a Capua (1861), Milano, Museo<br />

del Risorgimento.<br />

43


Senso di Luchino Visconti (1954).<br />

Dal loggione del teatro “La Fenice” di Venezia piovono volantini tricolori sugli<br />

austriaci in platea durante la rappresentazione del Trovatore.<br />

44


“ARPA D’ OR DEI FATIDICI VATI”:<br />

SULLE NOTE DEL RISORGIMENTO.<br />

di Sabrina Cardone<br />

Il grande movimento ideale dell’Ottocento italiano, che va sotto il<br />

nome di Risorgimento, fu seguito, accolto e, qualche volta, preceduto<br />

dalla “vetrina sociale” più rappresentativa e popolare dell’epoca: il<br />

melodramma.<br />

Italianità e melodramma si identificarono in un connubio noto in<br />

tutto il mondo; il fenomeno operistico che esaltava la innata musicalità<br />

della lingua italiana e con essa era identificato, assunse un ruolo<br />

maggiore che in passato grazie al legame allacciato con elementi di<br />

cultura nazional – popolare. Già Mazzini, in un saggio del 1836 aveva<br />

auspicato il sorgere di una nuova musica, non più salottiera ed aristocratica,<br />

ma popolare e che esprimesse con linguaggio immediato e fresco<br />

i più nobili sentimenti della nazione e dell’amor patrio; individuando<br />

nel coro lo strumento più efficace per attingere ad una fusione ideale<br />

degli animi di migliaia di persone e spronarle ad un agire comune.<br />

Più di ogni altra forma letteraria o drammatica (poesia, romanzo,<br />

teatro) il melodramma, durante il Risorgimento, acquisiva efficacia<br />

politica per la sua immediatezza sentimentale, in cui si mescolavano<br />

amore e patria, famiglia ed esilio, ribellione e guerra: il motto Viva<br />

V.E.R.D.I. (cioè Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia) è sintomatico dell’enorme<br />

influenza e funzione propagandistica del genere nei momenti<br />

cruciali del Risorgimento italiano.<br />

Accantonati argomenti mitologici, arcadici e classici, i libretti d’opera<br />

proponevano trame intessute di elementi storici e politici, in cui le<br />

immagini di popoli oppressi e riscosse nazionali velavano (ma non<br />

troppo) il riferimento alla condizione italiana, coinvolgendo con acceso<br />

pathos il pubblico.<br />

Il magico potere della musica, capace di commuovere ed incitare<br />

all’azione le masse popolari, era però ben noto anche ai regimi conservatori<br />

che per questo la temevano.<br />

45


Se i teatri lirici erano lo specchio della società ottocentesca, dalla<br />

nobiltà alla borghesia grande e media, al basso ceto (che riempiva i teatri<br />

di provincia o quelli ove si rappresentavano opere buffe e farse), si<br />

può ben capire quale enorme valore riponessero nella censura coloro<br />

che erano preposti alla sorveglianza nel tentativo di tenere a freno le<br />

manifestazioni che, in ogni momento del processo risorgimentale, spontaneamente<br />

si verificavano durante le rappresentazioni operistiche.<br />

Manifestazioni che non furono soltanto appannaggio delle opere di<br />

Verdi (apostolo musicale del Risorgimento), ma che interessarono<br />

anche opere degli autori maggiori e minori dell’Ottocento italiano.<br />

I primi impigli politici in cui incorre il melodramma forse sono<br />

contenuti nell’innocua Italiana in Algeri di Rossini (1813), laddove<br />

l’aria di Isabella («Pensa alla patria, e intrepido | il tuo dover adempi:<br />

| vedi per tutta Italia | rinascere gli esempi | d’ardir e di valor») era fin<br />

troppo esplicita per la censura napoletana che sovrintendeva alle rappresentazioni<br />

del Teatro de’ Fiorentini dove fu portata in scena nel<br />

1815. Cinque anni dopo fu il giovane Bellini ad essere coinvolto in un<br />

episodio “patriottico”, avendo aderito, nel 1820, alla Carboneria.<br />

L’entusiasmo durò pochi mesi: quando il 15 maggio 1821 re<br />

Ferdinando rioccupò il trono, il furore patriottico svanì nel nulla.<br />

L’episodio è raccontato da Francesco Florimo, amico di Bellini e<br />

custode della sua memoria: «Ed in quel tempo [1820], spinti un po’<br />

dagli amici e un po’ per seguire la corrente, ci siamo iscritti alla setta<br />

così detta dei Carbonari. Ma l’entusiasmo del momento doveva terminare<br />

coll’entrata delle truppe tedesche nel marzo del 1821. Si ritornò<br />

all’antico ordine di cose, ed addio libertà, addio costituzione: la reazione<br />

si mostrò da per tutto e per tutto».<br />

La platea del teatro alla Scala di Milano fu divisa in due parti: nelle<br />

prime file prendeva posto la milizia austriaca, ai normali spettatori era<br />

riservato il fondo sala; nonostante ciò non mancavano tafferugli.<br />

Quando nel 1859 fu cantato il coro “Guerra guerra” dalla “Norma” di<br />

Bellini il pubblico italiano si alzò in piedi applaudendo freneticamente<br />

mentre i soldati austriaci urlavano contro gli italiani, tanto che nelle<br />

successive rappresentazioni il coro venne proibito. Uguale entusiasmo<br />

suscitava il coro che conclude il secondo atto dei Puritani, altra opera<br />

del Bellini, “Suoni la tromba e intrepido io pugnerò da forte”, risve-<br />

46


gliando fino al parossismo il generale furore patriottico nazionale.<br />

Cristina di Belgioioso, coi suoi deliri rivoluzionari d’élite, pensò di<br />

invitare i musicisti che frequentavano il suo salotto a comporre alcune<br />

variazioni sul tema: aderirono di buon grado Liszt, Thalberg, Herz,<br />

Czerny, Chopin, che misero insieme una composizione dal titolo<br />

Hexaméron.<br />

In alcuni casi i musicisti avevano vita difficile, come Piero<br />

Maroncelli, musicista di talento e di sicuro avvenire, se non fosse stato<br />

per quel suo “vezzo” d’essere un carbonaro, la cui carriera fu stroncata<br />

dal carcere duro, dal conseguente esilio in America e da un’esistenza<br />

di stenti come maestro di canto e d’italiano.<br />

Il Maroncelli ci riferisce di sue conversazioni, in casa degli Antonii,<br />

con il più celebre musicista ed operista Gaetano Donizetti (insieme con<br />

Rossini, Bellini e Verdi, emblemi del melodramma risorgimentale).<br />

Non è chiaro se le conversazioni riguardassero tematiche musicali<br />

o politiche, di certo Donizetti rimase fondamentalmente indifferente<br />

alle istanze risorgimentali, nonostante che in Italia esista una<br />

tradizione orale secondo cui il compositore bergamasco avrebbe partecipato<br />

ad attività politiche. Da Roma, quando Gregorio XVI fece<br />

reprimere a fucilate i moti degli affiliati alla Giovine Italia di<br />

Giuseppe Mazzini, scriveva al padre: «Io sono uomo che di poche<br />

cose s’inquieta, anzi di una sola, cioè se l’opera mia va male. Del<br />

resto non mi curo». Ma al di là degli interessi diretti o della intenzionalità<br />

dei messaggi politici o di incitazione alla ribellione contro lo<br />

straniero, era il pubblico ad assumere frasi ed immagini del melodramma<br />

come una espressione di indipendenza dalla cultura degli<br />

Stati dominatori, appropriandosene come di un simbolico patrimonio<br />

comune del popolo italiano.<br />

Un esempio: nel 1831, a Modena, la congiura scoperta in casa di<br />

Ciro Menotti, la sera del 3 febbraio, fa sospendere le rappresentazioni<br />

degli Esiliati in Siberia di Donizetti: una marcia dell’opera è diventata<br />

l’inno dei rivoltosi. Nonostante l’apparente carenza di sensibilità politica<br />

del musicista bergamasco, una personalità impegnata come quella<br />

di Mazzini avrebbe di lì a qualche anno tentato di piegare a fini politici<br />

la musica donizettiana. In uno scritto del 1836 (Filosofia della musi-<br />

47


ca) Mazzini scrive: «Forse v’è più che presentimento e speranza lontana,<br />

forse, – se a ricostituire la musica non si richiedesse che genio, e<br />

non costanza sovrumana ed energia per combattere disperatamente<br />

contro i pregiudizi, e la tirannide de’ direttori venali, e la turba de’ maestri,<br />

e il gelo de’ tempi – anche tra’ viventi avremmo chi potrebbe,<br />

volendo, levarsi all’officio di fondatore della scuola musicale Italoeuropea,<br />

e porsi a rigeneratore, dov’oggi non è che primo tra quanti<br />

militano sotto le bandiere della scuola Rossiniana Italiana. Parlo di<br />

Donizetti, l’unico il cui ingegno altamente progressivo riveli tendenze<br />

rigeneratrici, l’unico ch’io mi sappia, sul quale possa in oggi riposare<br />

con un po’ di fiducia l’animo stanco e nauseato del volgo d’imitatori<br />

servili che brulicano in questa nostra Italia».<br />

Nella febbrile atmosfera dei giorni che precedettero le insurrezioni<br />

del 1848, durante una rappresentazione della Gemma di Vergy<br />

a Palermo, mentre il tenore che impersonava Tamas cantava «Mi<br />

togliesti e core e mente, | Patria, Numi e libertà», questa fatidica<br />

parola scatenò i sentimenti risorgimentali del pubblico, che eruppe<br />

in grida patriottiche, costringendo la primadonna della serata, Teresa<br />

Parodi, ad apparire in scena col tricolore. Nonostante l’indifferenza<br />

di Donizetti verso le istanze risorgimentali, c’è da sottolineare il<br />

fatto che a Parigi il compositore ebbe contatti con Giovanni Ruffini,<br />

mazziniano, esule genovese, il quale scrisse il libretto per il Don<br />

Pasquale (1843) e alcuni rimaneggiamenti e la traduzione in italiano<br />

del libretto per il Dom Sébastien (1843). A Parigi Donizetti aveva<br />

quale agente e amico Michele Accursi, spia dello Stato Pontificio<br />

sotto le mentite spoglie dell’esule mazziniano. Mazzini, a sua volta,<br />

seppe utilizzare la popolarità e la fama di “conformista” acquisita<br />

dal bergamasco (soprattutto dopo che il compositore divenne “maestro<br />

di cappella dell’imperatore d’Austria”) quando adottò il suo<br />

recapito postale parigino come indirizzo delle missive segrete della<br />

Giovine Italia. Approfittando della familiarità tra Donizetti, i fratelli<br />

Ruffini e Michele Accursi, i cospiratori mazziniani potevano inoltrare<br />

i loro messaggi a Parigi, inviandoli all’indirizzo del celeberrimo<br />

compositore.<br />

Diversa la storia dell’inno nazionale italiano e del compositore<br />

della musica.<br />

48


Michele Novaro (1822-1885), genovese, ebbe breve carriera di<br />

cantante, ma fu didatta e compositore di melodrammi. In gioventù<br />

cantò in due opere di Donizetti: nella Linda di Chamounix (1842) e<br />

nella Maria di Rohan (1843); in seguito condusse una apprezzabile<br />

carriera di secondo tenore al regio di Torino. Ai giorni nostri è famoso<br />

per aver composto la musica dell’inno patriottico Canto degli italiani<br />

(1847), con i versi di Goffredo Mameli, meglio conosciuto<br />

come Fratelli d’Italia. Inno nazionale “provvisorio” (dal 1946 al<br />

2006) della Repubblica italiana (spesso fu proposto di sostituirlo<br />

con il Va pensiero verdiano), ora riconosciuto per decreto definitivamente<br />

come nostro inno. Secondo la leggenda, una sera di settembre<br />

del 1847, durante una riunione tra patrioti e appassionati di musica<br />

a Torino, il pittore genovese Ulisse Borzino portò a Novaro la bozza<br />

del Canto degli Italiani che gli mandava Mameli. Il musicista<br />

improvvisò subito una marcia; durante la notte perfezionò l’unica<br />

sua opera che lo renderà famoso ai posteri. In quello stesso periodo<br />

Mameli fu il destinatario d’un breve carteggio con Mazzini, il quale<br />

chiedeva al poeta, in una lettera del 6 giugno 1848 (allegando una<br />

nota di Verdi), un inno patriottico che poi il maestro avrebbe musicato.<br />

Il testo fu scritto e l’inno musicato: ebbe il nome di Suona la<br />

tromba. Verdi lo mandò al grande patriota italiano accompagnandolo<br />

con queste parole:<br />

«Ho cercato d’essere più popolare e facile che mi sia stato<br />

possibile. Fatene quell’uso che credete: abbruciatelo anche se lo<br />

credete degno […] Possa quest’inno, fra la musica del cannone,<br />

essere presto cantato nelle pianure lombarde. Ricevete un cordiale<br />

saluto di chi ha per voi tutta la venerazione».<br />

In quello stesso periodo Verdi, da Parigi, prendeva i primi contatti<br />

con il librettista Salvatore Cammarano, da sempre sostenitore di<br />

aspirazioni patriottiche, a Napoli, per un’opera che rispecchiasse<br />

l’«epoca più gloriosa della storia italiana, quella della Lega<br />

Lombarda».<br />

Dopo vari tentativi con la censura napoletana, i due convennero<br />

per un lavoro passato alla storia come La battaglia di Legnano, opera,<br />

49


dal contenuto sovversivo, rappresentata durante la Repubblica romana,<br />

la sera del 27 gennaio 1849, qualche giorno avanti la proclamazione<br />

dell’effimera repubblica.<br />

Verdi, che curò personalmente l’allestimento della prima, ebbe un<br />

successo travolgente, tanto che il compositore fu investito di una onorificenza<br />

repubblicana. Questo fatto, però, nocque alla fama dell’opera<br />

che fu sottoposta al cambiamento del titolo, dell’ambientazione e dei<br />

personaggi.<br />

Ma Verdi era uomo di musica e non d’armi; stando a Parigi si era<br />

illuso di poter comporre e portare avanti opere sovversive.<br />

La sua opera continuava, dal Nabucco (con il celebre coro Va pensiero)<br />

all’ Ernani, alla Battaglia di Legnano, ai Lombardi alla prima<br />

crociata (coro Viva l’Italia! Un sacro patto e O Signor che dal tetto<br />

natio) ai Vespri siciliani, al Macbeth (con il coro, forse non da tutti<br />

conosciuto, Patria oppressa) a raccogliere consensi e a coinvolgere i<br />

patrioti che trovavano nella sua cifra melodica e nella sua robusta<br />

orchestrazione ispirazione e monito per le loro lotte.<br />

Durante le cinque giornate di Milano, un osservatore straniero, J.<br />

Alexander von Hübner, così scriveva: «In mezzo a questo caos di barricate<br />

si pigiava una folla variopinta. Preti molti col cappello a larghe<br />

tese, fregiato di coccarda tricolore, signori in giustacuore di velluto…<br />

borghesi portanti il cappello alla Calabrese o in onore di Verdi il cappello<br />

all’Ernani».<br />

Nel frattempo Verdi scriveva al librettista Piave, arruolato a<br />

Venezia nella Guardia Nazionale, una lettera dalle eccitate ed esplicite<br />

affermazioni:<br />

«… Sì, sì, ancora pochi anni forse pochi mesi e l’Italia sarà<br />

libera, una, repubblicana. Cosa dovrebbe essere? Tu mi parli di<br />

musica!! Cosa ti passa in corpo?... Tu credi che io voglia ora<br />

occuparmi di note, di suoni?... Non c’è né ci deve essere che una<br />

musica grata alle orecchie delli Italiani nel 1848. La musica del<br />

cannone!...».<br />

Il film Senso, per la regia di Luchino Visconti (1954), nel quale si<br />

narra una storia d’amore ambientata nell’Ottocento risorgimentale, si<br />

50


apre in un teatro d’opera ove è rappresentato Il trovatore di Verdi<br />

(1853) con una coinvolgente dimostrazione patriottica proprio durante<br />

la famosa cabaletta Di quella pira. Ma già da tempo le tematiche storiche<br />

erano state abbandonate dallo stesso Verdi e con l’unità d’Italia<br />

ben altri saranno i risultati dei proponimenti dei tanti che credettero nel<br />

Risorgimento. Sconfitti i sostenitori della causa rivoluzionaria, Verdi fu<br />

tra i sostenitori della causa monarchica:<br />

«L’onore che i miei concittadini vollero conferirmi nominandomi<br />

loro rappresentante all’Assemblea delle Provincie parmensi<br />

mi lusinga, e mi rende gratissimo. Se i miei scarsi talenti, i<br />

miei studi, l’arte che professo mi rendono poco atto a questa<br />

sorta d’uffizi, valga almeno il grande amore che ho portato e<br />

porto a questa nobile ed infelice Italia. Inutile il dire che io proclamerò<br />

in nome dei miei concittadini e mio: la caduta della<br />

Dinastia Borbonica; l’annessione al Piemonte; la Dittatura dell’illustre<br />

italiano Luigi Carlo Farini. Nell’annessione al<br />

Piemonte sta la futura grandezza e rigenerazione della patria<br />

comune. Chi sente scorrere nelle proprie vene sangue italiano<br />

deve volerla fortemente, costantemente; così sorgerà anche per<br />

noi il giorno in cui potrem dire di appartenere ad una grande e<br />

nobile nazione» (lettera dell’8 settembre 1859 indirizzata dal<br />

musicista al podestà di Busseto).<br />

Una curiosità: Verdi celebrò i tre colori della bandiera italiana con<br />

uno stornello, Il Brigidino, su parole di Francesco Dall’Ongaro.<br />

51


LE PAROLE IN MUSICA DEL RISORGIMENTO MUSICALE<br />

52<br />

Di seguito un breve assaggio dei testi patriottici di alcuni cori<br />

tratti dai melodrammi citati.<br />

Va pensiero (Giuseppe Verdi, Nabucco)<br />

Va pensiero sull’ali dorate,<br />

va, ti posa sui clivi, sui colli,<br />

ove olezzano tiepide e molli,<br />

l’aure dolci del suolo natal.<br />

Del Giordano le rive saluta,<br />

di Sionne le torri atterrate.<br />

Oh, mia patria, sì bella e perduta,<br />

oh membranza sì cara e fatal!<br />

Arpa d’or dei fatidici vati,<br />

perchè muta dal salice pendi?<br />

Le memorie nel petto riaccendi<br />

ci favella del tempo che fu!<br />

O simile di Solima ai fati,<br />

traggi un suono di crudo lamento:<br />

oh t’ispiri il Signore un concento<br />

che ne infonda al patire virtù.


Patria oppressa (Giuseppe Verdi, Macbeth)<br />

Patria oppressa!<br />

Patria oppressa!<br />

Il dolce nome<br />

no, di madre aver non puoi,<br />

or che tutta à figli tuoi<br />

sei conversa in un avel!<br />

D’orfanelli e di piangenti<br />

chi lo sposo e chi la prole<br />

al venir del nuovo sole<br />

s’alza un grido e fere il ciel.<br />

A quel grido il ciel risponde<br />

quasi voglia impietosito<br />

propagar per l’infinito,<br />

Patria oppressa, il tuo dolor!<br />

Suona a morto ognor la squilla,<br />

ma nessuno audace è tanto<br />

che pur doni un vano pianto<br />

a chi soffre ed a chi muor!<br />

Nessun dona un vano pianto<br />

a chi soffre ed a chi muor!<br />

Partia oppressa!<br />

Patria mia!<br />

Oh Patria!<br />

53


54<br />

Dal tuo stellato soglio<br />

(Gioacchino Rossini, Mosè in Egitto)<br />

Dal tuo stellato soglio,<br />

Signor, ti volgi a noi;<br />

pietà de’ figli tuoi,<br />

del popol tuo pietà.<br />

Pietà de’ figli tuoi,<br />

del popol tuo pietà,<br />

Se pronti al tuo potere<br />

son elementi e sfere,<br />

tu amico scampo addita<br />

al dubbio errante piè.<br />

Pietoso Dio, ne aita:<br />

noi non viviam che in te<br />

In questo cor dolente<br />

deh! scendi, oh Dio clemente:<br />

e farmaco soave<br />

gli sia di pace almen.<br />

Il nostro cor che pena,<br />

Deh! tu conforta almen.<br />

Ma se pigra l’Italia dormisse,<br />

se ponesse nell’opra ritardo…<br />

Qui la voce dell’esule bardo<br />

nel sospiro gemendo spirò


CANZONI DEL RISORGIMENTO.<br />

L’ISPIRAZIONE POPOLARE.<br />

Addio mia bella addio (Carlo Bosi, 1848)<br />

Musica di autore ignoto, versi di C. A. Bosi, la canzone si diffuse<br />

durante il Risorgimento e divenne molto popolare nel 1848. La patria<br />

viene a identificarsi con la moglie/fidanzata ed è l’amor di patria a fornire<br />

la motivazione principale. In seguito divenne uno dei canti più diffusi<br />

in tutte le guerre. La canzone è anche conosciuta come “Addio del volontario<br />

toscano“ o “La partenza del soldato”. Probabilmente fu la canzone<br />

più cantata nel corso delle guerre risorgimentali tra il 1848 e il 1870.<br />

Addio, mia bella, addio:<br />

l’armata se ne va;<br />

se non partissi anch’io<br />

sarebbe una viltà!<br />

Non pianger, mio tesoro:<br />

forse ritornerò;<br />

ma se in battaglia io moro<br />

in ciel ti rivedrò.<br />

La spada, le pistole,<br />

lo schioppo li ho con me:<br />

all’apparir del sole<br />

mi partirò da te!<br />

Il sacco preparato<br />

sull’òmero mi sta;<br />

son uomo e son soldato:<br />

viva la libertà!<br />

Non è fraterna guerra<br />

la guerra ch’io farò;<br />

dall’italiana terra<br />

lo straniero caccerò.<br />

55


56<br />

L’antica tirannia<br />

grava l’Italia ancor:<br />

io vado in Lombardia<br />

incontro all’oppressor.<br />

Saran tremende l’ire,<br />

grande il morir sarà!<br />

Si muora: è un bel morire<br />

morir per la libertà.<br />

Tra quanti moriranno<br />

forse ancor io morrò:<br />

non ti pigliare affanno,<br />

da vile non cadrò.<br />

Se più del tuo diletto<br />

tu non udrai parlar,<br />

perito di moschetto<br />

per lui non sospirar.<br />

Io non ti lascio sola,<br />

ti resta un figlio ancor:<br />

nel figlio ti consola,<br />

nel figlio dell’amor!’<br />

Squilla la tromba...Addio...<br />

L’armata se ne va...<br />

Un bacio al figlio mio!<br />

Viva la libertà!


LA BELLA GIGOGIN (1858)<br />

Fu suonata per la prima volta il 31 dicembre del 1858, al teatro<br />

Carcano di Milano, alla vigilia della seconda guerra di indipendenza<br />

del 1859 che segnerà la riunificazione dell’Italia. Non vi sono dati certi<br />

riguardo a questo canto che risulta composto dalla mescolanza di strofe<br />

derivanti da vari canti popolari e tradotta in musica, una polka, dal<br />

maestro Paolo Giorza nel 1858. La tradizione orale tramanda che la<br />

canzone venne suonata per la prima volta la sera di San Silvestro, il 31<br />

dicembre del 1858, al teatro Carcano di Milano alla vigilia della II<br />

guerra di indipendenza. Quando la Banda Civica, diretta dal maestro<br />

Gustavo Rossari, cominciò a suonare la bella Gigogin, il pubblico<br />

reagì con entusiasmo al punto che la banda dovette riperterla per 8<br />

volte. Vi sarebbe infatti un significato allegorico che non sarebbe sfuggito<br />

ai milanesi. La bella è malata (l’Italia? La Lombardia?), bisogna<br />

aspettare ancora e lasciare che si mariti, cioè che avvenga l’alleanza tra<br />

Vittorio Emanuele II e Napoleone III, per poter marciare contro gli<br />

austriaci (daghela avanti un passo).<br />

Si narra che la notte di quel capodanno venne cantata, suonata e<br />

applaudita continuamente, anche davanti al palazzo del vicerè austriaco,<br />

come una sfida. La Ricordi pubblicò la canzone ma il governo<br />

austriaco ne sequestrò le copie. Secondo altre testimonianze la stessa<br />

canzone venne cantata alla battaglia di Magenta (04/06/1859) in cui le<br />

truppe francesi sconfissero quelle austriache guidate da Giulaj.<br />

La Gigogin divenne in breve il canto patriottico più popolare e cantato<br />

in ogni occasione, dalle spedizioni di Garibaldi ai moti del 1859 in<br />

centro Italia.<br />

La leggenda intessuta attorno a questo canto ne racconta l’origine<br />

a partire dal 1848, durante le 5 giornate di Milano, e narra di una mitica<br />

figura di ragazzina.<br />

Era il 22 marzo del ‘48 e a Milano, da sotto le barricate a Porta Tosa,<br />

esce una bellissima ragazzina tremante per il freddo. E’ vestita con giubbotto,<br />

stivaloni e una larga gonna. A chi le chiede il nome risponde<br />

Gigogin (diminutivo piemontese di Teresina, Gigogin fra i cospiratori<br />

voleva dire anche ITALIA). Fuggita dal collegio e salita sulle barricate,<br />

59


iesce ad arruolarsi fra i volontari lombardi. Un giorno Manara le affida<br />

un messaggio urgente per La Marmora, il colonnello dei Bersaglieri. La<br />

sua felicità poi aumenta quando riesce ad ottenere un incarico ufficiale,<br />

vivandiera o cantiniera (addetta allo spaccio). Conosce Mameli e fra i<br />

due scoppia un amore intenso, epico. Va in prima linea, a Goito soccorre<br />

e rifocilla le truppe. La sua fama esce dal battaglione dei lombardi di<br />

Manara e raggiunge i paesini più piccoli della pianura. Il suo coraggio la<br />

spinge dopo la prima sconfitta a percorrere le terre rioccupate, a cantare<br />

un ritornello “Daghela avanti un passo” (fate un passo a est verso l’oppressore).<br />

Il suo amore per Mameli non è solo sentimento: lo salva dalla<br />

polizia austriaca che lo pedina, inscenando in strada un happening di<br />

improperi rivolti all’imperatore Ferdinando II (Francesco Giuseppe era<br />

solo erede, la sua corona arriverà a fine anno). Il ritorno in collegio è inevitabile.<br />

Fugge di nuovo, ma tutti gli uomini del ‘48 sono a Roma con<br />

Garibaldi e stanno morendo sugli spalti della Repubblica. Il suo triste<br />

domani di fanciulla non le appartiene più.<br />

60<br />

E la bella Gigogin<br />

col tremille-lerillellera<br />

La va a spass col so spingin<br />

Col tremille-relillellà.<br />

Di quindici anni facevo all’amore<br />

Daghela avanti un passo<br />

Delizia del mio cuore.<br />

A sedici anni ho preso marito<br />

Daghela avanti un passo<br />

Delizia del mio cuore.<br />

A diciassette mi sono spartita<br />

Daghela avanti un passo<br />

Delizia del mio cuor.


La ven, la ven, la ven a la finestra<br />

L’è tutta, l’è tutta, l’è tutta insipriada<br />

La dis, la dis, la dis che l’è malada<br />

Per non, per non, per non mangiar polenta<br />

Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza<br />

Lassala, lassala, lassala maridà.<br />

Le baciai, le baciai il bel visetto<br />

Cium, cium, cium<br />

La mi disse, la mi disse oh che diletto !<br />

Cium, cium, cium<br />

La più in basso, la più in basso c’è un boschetto<br />

Cium, cium, cium<br />

La ci andremo, la ci andremo a riposar.<br />

Ta-ra-ta-ta-ta-tam.<br />

Sabrina Cardone<br />

61


T. Patini, Autoritratto in divisa di sergente della Guardia<br />

Nazionale Mobile, Castel di Sangro, collezione privata.


“L’ITALIA CHIAMÒ”.<br />

PITTORI GARIBALDINI.<br />

di Cosimo Savastano<br />

“A vent’anni tutto si amava e soprattutto la patria, l’Italia. Inconsapevoli,<br />

si era cospiratori”, scrisse, nel suo diario, Giovanni Fattori<br />

(Livorno, 1825-1908), che dedicò parecchie fra le sue più significative<br />

pagine pittoriche alla partecipazione di soldati e volontari alle<br />

guerre d’Indipendenza, forse più che all’epopea garibaldina, rievocando<br />

ove qualche fase dei combattimenti e ove le attività dei cavalleggeri<br />

in marcia, in avanscoperta, in perlustrazione o in sosta, nella<br />

distensione del breve riposo o nella tensione delle attese, e ove richiamando<br />

la quotidiana realtà degli accampamenti, che aveva avuto<br />

modo di osservare nei suoi luoghi o nei territori da lui frequentati.<br />

“Un solo pensiero, un solo desiderio ci univa” nel dipanarsi di quegli<br />

anni fervidi di idealità, contrassegnati dalle convinte adesioni e dalla<br />

partecipazione attiva, generosa soprattutto da parte dei giovani, fra i<br />

quali non furono pochi i pittori o aspiranti pittori in qualche caso<br />

dotati di un patrimonio intellettuale tanto poco frequente fra gli artisti<br />

quanto idoneo a caratterizzarne e differenziarne la personalità<br />

rispetto ai loro colleghi. Erano quasi sempre del tutto ignari dell’arte<br />

della guerra, ma non per questo inclini a esitazioni e timori. A renderli<br />

impavidi, fino a distinguersi e a eccellere fra i più decisi e i più<br />

animosi, era quella forza interiore, che scaturiva dall’ardore delle<br />

convinzioni fondate sulle ineludibili certezze e sulla urgente necessità,<br />

avvertita come precipuo e prioritario dovere, di contribuire alla<br />

unificazione dell’Italia e al riscatto dalle umiliazioni che le erano<br />

state inferte dalle prepotenze straniere. Alcuni fra loro rappresentarono<br />

in schizzi, disegni e dipinti fasi dei combattimenti, il rude affanno<br />

delle marce, la sofferenza dei feriti, la faticosa durezza dei giorni<br />

antecedenti o successivi agli scontri con il nemico, reporters ante litteram<br />

nei campi di battaglia o negli attendamenti, dei quali, mostrandone<br />

gli aspetti umani e militari insieme, non raramente seppero<br />

cogliere il senso più autentico.<br />

63


“L’arte è sempre […] amica di libertà”. Con l’arte “anzi si prepara<br />

la libertà, come si conquista con la rivoluzione” 1, dichiarava Teofilo<br />

Patini (Castel di Sangro, 1840 - Napoli, 1906) ancora negli anni più<br />

tardi; e l’espressione si rivela particolarmente idonea non solo a favorire<br />

la comprensione delle finalità che si propose come pittore, attraverso la<br />

progressiva maturazione e formulazione della sua peculiare poetica sempre<br />

decisamente impegnata e propensa a misurarsi con la realtà più viva<br />

e palpitante del suo tempo, quanto pure, e forse soprattutto idonea a dar<br />

conto dei suoi convincimenti di pensatore colto, approfonditi e modellati<br />

nel tempo partendo dall’esempio vivo del padre, antiborbonico e intrepido<br />

propugnatore delle idealità risorgimentali, e dietro l’influenza degli<br />

insegnamenti ricevuti da Leopoldo Dorrucci, sacerdote e raffinato latinista,<br />

e da Panfilo Serafini, studioso e saggista perseguitato ed infine incarcerato<br />

a vita per le idee antiteocratiche e libertarie professate apertamente<br />

negli “scritti sediziosi”. Sicché, la guida e le indicazioni amorevoli dei<br />

maestri sulmonesi, ai quali il genitore tenne ad affidarlo, equivalsero alle<br />

tenaci radici da cui partì per indirizzare il suo pensiero verso l’approdo<br />

delle speculazioni artistico – filosofiche che scandagliò e in cui si addentrò<br />

pure attraverso gli illustri confronti con Bertrando Spaventa e<br />

Salvatore Tommasi. Siffatte ascendenze valsero a indirizzarne le propensioni<br />

patriottiche, umanitarie e sociali fin dalle iniziali scelte d’arte e di<br />

vita, tant’è che a vent’anni, subito dopo avere affrontato le prime opere<br />

nel precipuo intento «di mettere in rilievo e brutalmente la giustizia sommaria,<br />

il macello che un popolo oppresso fa del suo oppressore», Patini<br />

fu fra quei giovani che ritennero indispensabile abbandonare colori e<br />

pennelli per imbracciare il fucile e indossare la camicia rossa di<br />

Garibaldi. Per la sua militanza scelse di arruolarsi fra i Cacciatori del<br />

Gran Sasso, il corpo di volontari voluto e affidato dal mitico Generale al<br />

comando del suo amico teramano Antonio Tripoti con la precisa consegna<br />

di espugnare la fortezza di Civitella del Tronto, posta a baluardo dei<br />

01 È una delle espressioni raccolte dalla viva voce del Maestro che vennero riportate nel profilo<br />

dedicato a Teofilo Patini, in «L’esposizione di Aquila», N° 14-15, Aquila, 20 settembre<br />

1888. Elaborato nell’ambito del gruppo di intellettuali aquilani in cui Patini era ben<br />

noto e familiare, l’articolo, che non porta indicazione dell’autore, è quasi certamente<br />

costruito su notizie fornite direttamente dal pittore.<br />

64


confini settentrionali del Reame, e quindi lo strategico Forte di Pescara<br />

per poi avanzare, fiaccando progressivamente le strategiche posizioni<br />

nemiche e soffocando le numerose sacche di resistenza filoborbonica<br />

particolarmente agguerrite soprattutto in Abruzzo e di qui muovere, continuando<br />

a battersi, verso il Meridione della Penisola mentre egli la risaliva<br />

alla testa dei Cacciatori delle Alpi, noti come i Mille, in modo da<br />

attuare una gigantesca manovra a tenaglia. E fu nel corso di tale avanzata<br />

che il giovane Patini, inviato in avanscoperta verso Castel di Sangro<br />

nel cuor della notte del 2 ottobre 1860, toccò con mano la violenza e la<br />

furia sanguinaria della folla esaltata, giacché, inseguito dagli “imbaldanziti<br />

villani” incitati e eccitati dagli emissari borbonici, sarebbe stato sicuramente<br />

trucidato se Margiosso, il marito della sua nutrice, benché di<br />

fede borbonica, non lo avesse fatto sdraiare sul basto del mulo e sulle<br />

bigonce, che era andato a riempire di letame nella stalla in cui lo sapeva<br />

nascosto, e di qui, ricopertolo di sacchi e stracci, non lo avesse portato<br />

fino all’aperta campagna. Fu un debito di riconoscenza che Patini saldò<br />

tre anni dopo, quando, nuovamente volontario con il grado di sergente<br />

fra le fila della Guardia Nazionale Mobile, appena costituita da Giovanni<br />

Pica per la repressione del brigantaggio, riuscì a sottrarre quell’uomo e<br />

altri contadini di fede borbonica dalla ingiusta accusa di brigantaggio, in<br />

quegli anni duramente punita con la pena capitale, avvalendosi anche<br />

della considerazione guadagnata per l’intrepido impegno dimostrato,<br />

fino a essere gravemente ferito ad una mano, nel corso delle insidiose e<br />

spesso sanguinose operazioni di quella campagna. Era stato grazie a<br />

Margiosso, del resto, se al sorgere dell’alba di quel 3 ottobre aveva potuto<br />

ricongiungersi ai Cacciatori del Gran Sasso, i quali, sulla base del suo<br />

rapporto, riuscirono a sedare entro le successive 24 ore i tumulti di quelle<br />

torme scalmanate in Castel di Sangro, donde il mattino seguente furono<br />

pronti a dirigersi verso la Marsica per spegnervi gli agguerriti focolai<br />

di reazione. A dar loro man forte, sopraggiungeva intanto, ma ormai tardivamente,<br />

il nutrito drappello dei volontari molisani guidato dal campobassano<br />

don Nicola De Luca, che, perciò, ritornò sui suoi passi onde<br />

ricongiungersi al più presto con gli altri conterranei impegnati ad affrontare<br />

la difficile situazione creata dalle masse filoborboniche nel circondario<br />

di Isernia, in scontri che si protrassero anche dopo l’arrivo dei garibaldini<br />

entrati a Napoli il 7 settembre 1860. I realisti, alla cui testa si<br />

65


G. Toma, Luisa Sanfelice in carcere, 1874, Napoli, Museo e Gallerie Nazionali di<br />

Capodimonte.<br />

66


erano posti il contadino Domenico Di Ciurcio e il calzolaio Senape, tennero<br />

lungamente in scacco le forze liberali ricorrendo spesso alle insidie<br />

di imprevedibili e feroci agguati che, il 17 di quello stesso mese, determinarono<br />

una delle stragi più crudeli a Pettoranello d’Isernia 2.<br />

Fra i pochi che riuscirono miracolosamente a sfuggire alla furia<br />

omicida di quella giornata fu Gioacchino Toma (Galatina, Lecce, 1836<br />

– Napoli 1891), l’altro giovane pittore di formazione napoletana di<br />

quattro anni maggiore dell’amico Teofilo Patini, divenuto ufficiale nell’esercito<br />

garibaldino. Inseguito e braccato, però, la sua breve e affannosa<br />

fuga si concluse a Isernia, dove, fino a quando i liberali riuscirono<br />

ad aver ragione delle schiere nemiche, rimase a languire, dimenticato<br />

dai suoi carcerieri nei bui recessi del vetusto sotterraneo, adibito<br />

a prigione, in cui lo avevano rinchiuso e incatenato accanto all’agonizzante<br />

bersagliere dal cranio spaccato, più tardi rammentato in un suo<br />

quadro. Era uno dei tanti vani che si aprivano nel labirinto formato<br />

dalle spesse muraglie profondamente interrate, che costituivano le solide<br />

fondamenta di un seicentesco palazzo nobiliare, i cui ruderi restano<br />

ancora ad affiorare appena discosti da Santa Maria delle Monache,<br />

l’antico convento di clausura femminile oggi trasformato nell’importante<br />

museo archeologico di cui la Città va giustamente orgogliosa.<br />

Anche perché di umili natali, orfano e solo fin dai sei anni, cresciuto<br />

nel Convento dei Cappuccini del suo paese e quindi nell’Ospizio dei<br />

Poveri della vicina Giovinazzo, le inclinazioni patriottiche del Toma<br />

non affondavano le radici in esempi di qualche pregio che non poté<br />

ricevere né in famiglia né da particolari maestri. Gli accadde, invece,<br />

che nel 1857, due anni dopo essere giunto a Napoli dove visse collaborando<br />

con il pittore ornamentalista Antonio Fergola, venne “erroneamente<br />

coinvolto in una retata” e, ritenuto cospiratore, fu arrestato e<br />

condannato ad oltre un anno di confino a Piedimonte d’Alife. Qui,<br />

alcuni esponenti dell’aristocrazia, divenuti suoi amici e committenti, lo<br />

influenzarono a tal punto con le loro idee liberali che il giovane pittore<br />

anche dopo essere ritornato nella Capitale del Reame, dove cominciò<br />

a frequentare l’Accademia di Belle Arti grazie al generoso soste-<br />

02 Cfr. per tutti C. Savastano, Patini, momenti d’arte e di vita, Teramo 1991, pp. 13 – 14.<br />

67


gno del duca Laurenzana, finì con il sentire sempre più vive le inclinazioni<br />

patriottiche e con il maturare le precipue convinzioni da cui fu<br />

indotto a prendere parte attiva al movimento ed alle operazioni garibaldine<br />

del 1860 3.<br />

La schiera abbastanza nutrita dei pittori di formazione napoletana<br />

che aderirono entusiasticamente ai moti ed alle lotte per l’unità d’Italia<br />

comprende nomi di indiscutibile rilievo, a principiare da Filippo Palizzi<br />

(Vasto, 1818 – Napoli, 1899), il cui apporto fu di natura esclusivamente<br />

pittorica. Sotto la spinta delle sue “profonde convinzioni morali e<br />

civili”, evocò i principali eventi napoletani del ‘48 in “due quadri di piccole<br />

dimensioni, […] che costituiscono una testimonianza poetica e<br />

morale tra le più alte e commosse di tutta la pittura «impegnata» dell’ottocento”.<br />

Nel primo, denominato, con annotazione di suo pugno, La<br />

sera del dì 11 febbraio 1848 – Napoli, rappresentò “l’imbocco dell’antica<br />

strada di Toledo col popolo che festeggia la Costituzione concessa<br />

da Ferdinando II” in tutta “la gioia incontenibile che dà la libertà conquistata”<br />

da lui “espressa con diretta emozione” attraverso “una pittura<br />

indimenticabile per la bellezza della colorazione” e “che davvero ricorda<br />

certi impressionisti (Renoir, ad esempio) e anche il celebre «14<br />

luglio» che sessantanni dopo avrebbe dipinto Marquet.<br />

L’altro quadro, intitolato «15 maggio a Napoli» rappresenta invece<br />

un momento della lotta del popolo in difesa della Costituzione, tradita<br />

dal Borbone e dal Parlamento. La scena è ambientata nello stesso<br />

luogo, quasi a sottolineare il netto contrasto fra gli opposti momenti<br />

dello stesso evento storico” 4.<br />

03 Cfr.. G.Toma, Ricordi di un orfano, a cura di Aldo Vallone, M. Congedo Ed., Galatina<br />

1973, pp. 76-88.<br />

04 Oltre a questi due soggetti, che furono “dipinti con un amore e una commozione che traboccano<br />

da ogni pennellata, da ogni particolare del racconto fedele e modesto di quelle<br />

memorabili giornate”, oltre ad almeno uno studio sulla condanna a morte di un brigante e<br />

a qualche rara pagina dedicata ai garibaldini entrati a Napoli, il Palizzi affrontò solamente<br />

altri tre quadri di soggetto storico evocanti episodi delle guerre d’Indipendenza, Il<br />

Principe Amedeo alla carica della Cavalchina, Il Principe Amedeo ferito e La carica dei<br />

cavalleggeri Alessandria, che rappresentarono per lui “un modo di smontare sia la retorica<br />

che la genericità celebrativa, contribuendo così alla conoscenza del complesso dei fatti<br />

umani, culturali e di costume che gli eventi storici contengono”. Vd. P. Ricci, I fratelli<br />

Palizzi, Bramante Ed., Milano 1960, pp. 41 – 42 e 58.<br />

68


Attiva fu, invece, la partecipazione di Domenico Morelli (Napoli,<br />

1826 – 1901), che, per motivi di studio, nel 1848 si trovava a Roma,<br />

ove prese parte ai moti rivoluzionari, nel corso dei quali venne catturato<br />

e imprigionato per un breve periodo. Benché non visse altre esperienze<br />

di questo genere, di rilievo fu il suo impegno politico specie a<br />

seguito della nomina a Senatore del Regno d’Italia conferitagli nel<br />

1886, durante la XVI Legislatura, da re Umberto I.<br />

Pure Gonsalvo Carelli (Napoli, 1830 – Londra, 1900) era lontano<br />

dall’amata città natale durante gli eventi descritti dal Palizzi.<br />

Esponente di spicco della famiglia di apprezzati pittori a cui apparteneva,<br />

aveva appena compiuto i 18 anni, quando, nel 1848, scoppiarono<br />

gli animosi combattimenti contro le truppe austriache delle gloriose<br />

cinque giornate di Milano, alle quali non esitò a prendere parte distinguendosi<br />

fra le barricate. Fu durante quel soggiorno lombardo che<br />

conobbe Massimo D’Azeglio. Con la progressiva maturazione ed evoluzione<br />

della esperienza pittorica crebbero e si rafforzarono anche i<br />

suoi entusiasmi patriottici. Per cui fu quasi naturale per lui indossare di<br />

nuovo la camicia rossa con la quale, nel 1860, partecipò alla battaglia<br />

del Volturno.<br />

Trovandosi, invece, a Napoli durante quel 1848, Francesco Saverio<br />

Altamura (Foggia, 1822 – Napoli, 1897) prese parte ai moti antiborbonici<br />

con tale entusiasmo e tanto attivamente da venire imprigionato<br />

nelle carceri di S. Maria Apparente, dove ebbe occasione di conoscere<br />

uomini illustri come il Poerio, il D’Ayala, il Settembrini e l’Imbriani.<br />

“Le sue disavventure politiche, iniziate con il quadro La morte di un<br />

crociato (Foggia, Museo civico) lo costrinsero alla fuga, prima<br />

all’Aquila, poi – tramite un salvacondotto del conte D’Ayala – a<br />

Firenze, dove giunse nel 1850”. Il suo ardore per le idealità libertarie e<br />

l’adesione alle attività finalizzate al processo unitario trovarono una<br />

ulteriore conferma nella decisione di rientrare nuovamente a Napoli<br />

nel 1861 allo scopo di “assumervi la carica di Consigliere Comunale<br />

durante il Governo di Garibaldi”. Fu solo sei anni dopo però, nel 1867,<br />

che tornò a stabilirsi definitivamente nella sua città natale.<br />

Frattanto, era stato proprio nel suo studio fiorentino che nel 1861,<br />

mentre era in corso la prima grande Mostra di carattere nazionale con<br />

cui in quella Città si celebrava l’appena conseguita unità dell’Italia alla<br />

69


70<br />

F. Palizzi, La sera del 18 febbraio 1848 a Napoli, Napoli, Museo e Gallerie<br />

Nazionali di Capodimonte.


F. Palizzi, Le barricate del 15 maggio 1848 a Napoli, Napoli, Museo e<br />

Gallerie Nazionali di Capodimonte.<br />

71


72<br />

F. Palizzi, Gruppo di garibaldini, Roma, Galleria Nazione d’Arte Moderna.<br />

F. Palizzi, Il Principe Amedeo ferito con Ufficiali e attendenti dopo la battaglia<br />

della Cavalchina, Roma, Galleria Nazione d’Arte Moderna.


quale aveva deliberatamente scelto di non partecipare, Filippo Palizzi<br />

acconsentì ad esporre i 16 suoi dipinti dai quali i giovani artisti toscani<br />

vennero fortemente colpiti e attratti per la innovativa interpretazione<br />

del “vero” e della luce, al punto da prenderne a modello le magistrali<br />

soluzioni e da derivarne i preziosi suggerimenti che si rivelarono di<br />

fondamentale importanza per approfondire e sviluppare la visione e le<br />

idealità pittoriche confluite infine nella pittura della macchia.<br />

Fervido sostenitore dell’unità d’Italia e animato da profonde convinzioni<br />

democratiche, Giuseppe Abati (Napoli, 1836 – Firenze, 1868),<br />

volle partecipare a Capua, nel 1860, alla spedizione dei Mille rimanendo<br />

gravemente ferito a un occhio dal quale, secondo alcuni storici,<br />

avrebbe completamente perso la vista. Sotto molti aspetti decisivo, per<br />

la sua esperienza pittorica, si rivelò l’incontro con Telemaco Signorini<br />

che ebbe luogo a Venezia nel 1856. Dopo di che si trasferì pressoché<br />

definitivamente a Firenze, dove la sua pittura conobbe una fase evolutiva<br />

che lo avvicinò molto ai macchiaioli nel cui ambito finì con il<br />

distinguersi.<br />

Nel 1866 si arruolò fra i bersaglieri che si batterono nella Terza<br />

Guerra d’Indipendenza e prese parte, con il grado di sergente, alla<br />

campagna del Veneto, nel corso della quale venne fatto prigioniero e<br />

rinchiuso per vari mesi nel forte di Osijek, posto ai confini della<br />

Croazia. Quando, nel 1868, prematuramente si spense a Firenze, l’amata<br />

città in cui da poco era definitivamente rientrato, venne tumulato<br />

nel Cimitero di San Miniato avvolto nella tunica rossa dei garibaldini<br />

con le decorazioni al valore che aveva guadagnato. Nel 1860 anche<br />

Michele Cammarano (Napoli, 1835 – 1920) seguì Garibaldi, arruolandosi<br />

nella Guardia Nazionale non senza che l’esperienza influenzasse<br />

le scelte tematiche dei dipinti poco dopo prodotti fra cui i Due martiri<br />

della Patria, che presentò all’Esposizione nazionale di Firenze del<br />

1861. Quasi dieci anni dopo, a seguito di un proficuo soggiorno parigino,<br />

rientrò a Roma, dove si era trasferito, in tempo per assistere al<br />

trionfale ingresso nella Città di Re Vittorio Emanuele II, accolto e<br />

festeggiato dal popolo lungo il percorso arricchito da grandi dipinti a<br />

tempera evocanti episodi e gesta dell’ormai avvenuta unificazione<br />

dell’Italia, appositamente elaborati da vari pittori, fra cui il giovane<br />

Patini con il quale Cammarano visse una importante stagione di lavo-<br />

73


74<br />

G. Fattori, Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta (1859), Firenze,<br />

Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti.<br />

G. Fattori, Garibaldi a Palermo (1860), collezione privata.


o e di studio. Quindi immortalò la famosa breccia di Porta Pia nella<br />

celebre Carica dei bersaglieri alle mura di Roma (Napoli, Museo di<br />

Capodimonte), licenziato nel 1871 ed esposto con successo nel 1872 a<br />

Milano, nel 1873 a Vienna e nel 1888 a Londra.<br />

Destinato ad affermarsi fino ad essere tuttora considerato il maggiore<br />

e più richiesto pittore palermitano, anche Francesco Lojacono<br />

(Palermo, 1838 – 1915) volle seguire i garibaldini, fra le cui fila militò<br />

e combatté nel 1860. Quando, nel 1862, l’amato Generale decise di<br />

procedere alla conquista di Roma, tornò a unirsi a quei suoi fedelissimi<br />

che ne condivisero le avversità e le amarezze determinate dalle<br />

ormai mutate condizioni politiche che indussero a schierare l’esercito<br />

della nuova Italia in assetto di guerra con il precipuo ordine di fermarne<br />

ad ogni costo l’avanzata sull’Aspromonte. Nel corso della famosa<br />

battaglia che ne seguì, Garibaldi fu colpito ad un piede e i suoi volontari,<br />

fra i quali si contarono alcune perdite e non pochi feriti, furono in<br />

gran parte imprigionati. E fu insieme a Menotti che in quella circostanza<br />

anche Lojacono venne arrestato.<br />

Ma non certo per riconoscenza ai pittori che lo avevano seguito,<br />

bensì per quei convincimenti democratici da cui si sentiva spinto a<br />

migliorare le condizioni delle classi subalterne offrendo ai loro figli<br />

una possibilità di riscatto attraverso l’istruzione e l’apprendimento di<br />

un mestiere, che Garibaldi fondò la Società Centrale Operaia<br />

Napoletana, con sede all’Egiziaca a Pizzofalcone. Si trattava di una<br />

scuola serale di artigianato per i figli del popolo, specializzata nell’insegnamento<br />

dell’intaglio e dell’intarsio in cui, appassionandosi inizialmente<br />

agli impegnativi e creativi virtuosismi indispensabili alla<br />

elaborazione del cammeo, si avviò allo studio dell’arte anche<br />

Vincenzo Migliaro (Napoli, 1858 – 1939), il quale, per essere il terzogenito<br />

della numerosissima famiglia di un povero vinaio, non avrebbe<br />

potuto mai intraprendere gli studi d’arte e affermarsi nell’espressione<br />

pittorica fino a imporsi, nel ricco panorama napoletano, fra i<br />

maestri di primo piano.<br />

Garibaldini furono pure altri giovani originari delle province più<br />

meridionali della Penisola, donde si erano trasferiti a Napoli per frequentarvi<br />

il Reale Istituto d’Arte e per intraprendervi, benché nella<br />

maggior parte dei casi solo in una fase iniziale, l’attività pittorica, nella<br />

75


76<br />

G. Della Monica, Garibaldini in battaglia contro la cavalleria borbonica,<br />

Teramo, collezione privata.<br />

G. Della Monica, L'incontro di Teano, 1861, Teramo, collezione privata.


quale, pur senza conseguire i risultati attinti dai maggiori esponenti di<br />

quella Scuola, seppero comunque distinguersi. Un posto di rilievo, in<br />

questo novero, spetta senz’altro ad Andrea Cefaly (Cortale, Catanzaro,<br />

1827 – 1907), che, dopo aver militato fra i volontari in camicia rossa,<br />

predilesse e affrontò spesso, nelle sue opere, temi desunti da quelle eroiche<br />

imprese delle quali fu fra i protagonisti più appassionati e fra i testimoni<br />

più attendibili e autorevoli. Se va senz’altro ricordata La battaglia<br />

del Volturno, commissionatagli da Vittorio Emanuele II, è sicuramente<br />

Bivacco di garibaldini il più celebre dei suoi numerosi quadri ispirati<br />

alle vicende di quanti si batterono al seguito del Generale, al quale, per<br />

altro, tenne a conferire la carica di Presidente onorario della Scuola<br />

d’arte che, nel 1862, tentò di far sorgere in Calabria, l’amata regione<br />

natia, di cui mise in luce i disagi e rappresentò le esigenze in numerose<br />

opere, stroncate, però, dalla critica ufficiale. Per la soluzione dei gravissimi<br />

problemi da cui erano afflitte la sua terra e la sua gente offrì il suo<br />

contributo anche in veste di deputato al Parlamento nazionale, carica in<br />

cui venne confermato fino al 1880. Si mantenne, in tal modo consequenziale<br />

e fedele alle ragioni che lo avevano spinto sui campi di battaglia<br />

e alle idee dibattute in giovinezza a Napoli, quando nel suo studio,<br />

ubicato al vicolo San Mattia, si riunivano abitualmente pittori suoi<br />

coetanei che ne “condividevano atteggiamenti liberali e patriottici, scelte<br />

ed orientamenti pittorici, ed erano profondamente legati fra di loro<br />

non solamente dalle comuni idealità, quanto pure, e forse soprattutto,<br />

dall’attenzione rivolta al repertorio dei motivi garibaldini, dai più intimi<br />

significati che caratterizzarono numerose prove licenziate e proposte<br />

nelle varie esposizioni all’indomani dell’unità d’Italia dai diversi pittori<br />

ex combattenti”, a principiare dalla prima grande mostra a carattere<br />

nazionale che venne predisposta a Firenze nel 1861.<br />

A far parte di tale sodalizio fu Antonio Migliaccio (Girifalco,<br />

Catanzaro, 1830 – Catanzaro, 1902), presente all’esposizione fiorentina<br />

con due quadri: Garibaldini all’osteria e Un garibaldino ferito, che<br />

equivale quasi certamente ad una pagina autobiografica, come aiuta a<br />

ritenere la presenza, esplicitamente allusiva nella scena evocata, di un<br />

cavalletto e di una tela. Allo stesso gruppo era legato anche il corregionale<br />

Achille Martelli (Catanzaro, 1829 – Avellino 1903), che con<br />

dipinti di affine soggetto, come L’alloggio garibaldino e Il racconto<br />

77


dell’ospite garibaldino del 1861, fu fra quanti incrementarono il cosiddetto<br />

“filone filo garibaldino, che prediligeva un tono più dimesso<br />

rispetto a quello celebrativo dei dipinti di rappresentanza”.<br />

Si trattò di propensioni che si diffusero sia fra maestri di prima<br />

grandezza sia fra pittori al loro tempo affermati e ingiustamente oggi<br />

quasi dimenticati, come i due amici corregionali del Patini, Gennaro<br />

Della Monica (Teramo, 1837 – 1917) e Oreste Recchione (Sant’Angelo<br />

dei Lombardi, 1841 – Napoli, 1904), sia fra artisti meno noti che<br />

avevano dimostrato e continuarono a mostrare inclinazioni più legate<br />

alle tematiche tradizionali, come si evince, per esempio, da alcune<br />

prove di Giovanni Ponticelli, documentato a Napoli dal 1855 al 1882<br />

quale autore di soggetti di storia e di genere. Anche per lui, difatti,<br />

“l’aggiornamento sui temi patriottici” si configura “sentito con l’urgenza<br />

di un nascente sentimento nazionale”, come “significativamente<br />

si riscontra alla prima Esposizione di Firenze del 1861, dove presenta<br />

Un garibaldino ferito racconta le sue gesta a due giovinette”.<br />

Appartenente al gruppo di pittori ex combattenti che si incontravano<br />

nello studio napoletano di Andrea Cefaly e amico soprattutto di<br />

Achille Martelli, Michele Tedesco (Moltierno, Potenza, 1834 –<br />

Napoli, 1918), fin “dal 1860 si trasferì in Toscana al seguito di<br />

Giuseppe Garibaldi, come membro volontario della Guardia<br />

Nazionale, ma nei primi anni mantenne stretti rapporti con Napoli: nel<br />

’61 è tra i fondatori della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli,<br />

assieme a Palizzi, Smargiassi” e altri già autorevoli Maestri o ancora<br />

giovani pittori esordienti come Patini. Occorre tuttavia rilevare che la<br />

sua “forte passione ideologica e l’attaccamento ai valori risorgimentali”,<br />

non diventano solamente “forme pittoriche in Prigionieri borbonici<br />

sulla linea del Volturno (Roma, Museo Centrale del<br />

Risorgimento)”, ma, avendolo indotto al trasferimento in Toscana,<br />

finirono con il determinare la sua stretta frequentazione con i<br />

Macchiaioli e la sua determinante svolta pittorica che si rivelò tutt’altro<br />

che priva di influenze, dimostrandosi anzi rilevante al punto da<br />

venire ritenuta addirittura “fondamentale”, nell’evoluzione della pittura<br />

partenopea. “Nonostante il poco interesse che la critica” gli ha<br />

riservato, questo autore “fu, infatti, uno dei tramiti della cultura pittorica<br />

napoletana con lo sperimentalismo pittorico fiorentino”.<br />

78


Ulteriore dimostrazione di come, a causa o a seguito dell’avventura<br />

garibaldina, alcuni pittori abbiano avuto modo di stabilire nuovi<br />

contatti e di vivere nuove esperienze rilevanti non solo per la formazione<br />

e maturazione del loro linguaggio e della loro personalità artistica<br />

quanto pure, a volte, per le influenze esercitate su altri loro colleghi,<br />

lo ribadisce anche il caso di Eugenio Tano (Marzi – Cosenza<br />

1840 – Firenze 1914), il quale, oltretutto, “compì gli studi in maniera<br />

discontinua” proprio per l’intensa attività in cui si impegnò per<br />

seguire la sua vocazione di patriota e di combattente. “Seguì<br />

Garibaldi a Soveria, dove ebbe un ruolo preminente nel disarmo dell’esercito<br />

borbonico comandato dal generale Ghio”. Dopo il trasferimento<br />

a Firenze abbandonò la tematica storica “per la pittura di paesaggio,<br />

nella quale sperimentò le teorie dei macchiaioli” con i quali<br />

era entrato in contatto, non senza distinguersi anche come “attento e<br />

sensibile ritrattista”, apprezzato al punto che “fu richiesto più volte<br />

soprattutto dalla Casa Reale” 5 e pronto a manifestare anche per questa<br />

via la sua ammirazione per le figure risorgimentali più emblematiche,<br />

quali, ad esempio, Attilio Bandiera, raffigurato nel 1864, e<br />

Giuseppe Garibaldi, a cui dedicò due apprezzate tele, l’una nel 1865<br />

e l’altra nel 1886.<br />

Ad incrementare contatti fra le idee macchiaiole e le propensioni<br />

naturalistiche della Scuola napoletana, contribuirono gli apporti di<br />

Adriano Cecioni (Fontebuona, 1836 – Firenze, 1886), il quale, fra il<br />

1863 e il 1867, soggiornò e operò a Portici a contatto con De Gregorio,<br />

Rossano e De Nittis che diedero vita alla “Scuola di Resina”. Di formazione<br />

fiorentina, Cecioni era convinto propugnatore degli orientamenti<br />

dibattuti al Caffè Michelangelo dai pittori della macchia, che<br />

cominciò a frequentare non appena fu rientrato a Firenze dal fronte<br />

della Seconda Guerra d’Indipendenza del 1859, alla quale aveva preso<br />

parte come volontario nell’Artiglieria Toscana e nel corso della quale<br />

aveva conosciuto il coetaneo Telemaco Signorini (Firenze, 1835 -<br />

1901), pure lui volontario nelle fila garibaldine.<br />

05 F. C. Greco, M. Picone Petrusa, I. Valente, La pittura napoletana dell’800, op. cit., cfr. ad<br />

vocem; e per le citazioni vd. pp. 96, 145, 142, 152, 164.<br />

79


80<br />

G. Induno, La partenza del garibaldino, (1860), collezione privata.


G. Induno, La discesa d’Aspromonte, part., (1863), collezione privata.<br />

81


Fervente ammiratore di Garibaldi e di Mazzini, animato da quello<br />

stesso spirito e sentimento patriottico vivamente avvertito da quei<br />

suoi colleghi ed amici fiorentini fra i quali finì con l’emergere e l’imporsi<br />

anche come teorico pronto a diffonderne, attraverso i suoi scritti,<br />

le aspirazioni e finalità artistiche, Signorini produsse, subito dopo<br />

le imprese a cui aveva preso parte, diversi dipinti di soggetto militare,<br />

ai quali, non appena vennero poi esposti presso l’Accademia fiorentina<br />

di Belle Arti, arrise largo consenso di pubblico oltreché di esperti.<br />

Ad essi si preparò tornando, nel 1860, sui luoghi dei combattimenti<br />

dopo un breve soggiorno di studio affrontato in Liguria con Cristiano<br />

Banti e Vincenzo Cabianca ( Verona, 1827 – Roma, 1902) che era di<br />

quasi dieci anni più anziano e aveva anche lui preso parte alla Seconda<br />

Guerra d’Indipendenza, in tal modo confermando e suggellando quell’attivo<br />

impegno politico e patriottico dimostrato fin dal 1848, quando,<br />

per sfuggire alla coscrizione austriaca, da Venezia, dove aveva<br />

intrapreso gli studi d’arte, si era trasferito a Bologna, dove si schierò<br />

in difesa della Città finendo con l’essere arrestato e incarcerato durante<br />

le manifestazioni di protesta di Castelfranco dell’Emilia. Per cui,<br />

solo nell’agosto dell’anno successivo poté tornare nella natia Verona,<br />

donde nel 1853 si trasferì a Firenze e qui si unì strettamente al gruppo<br />

dei macchiaioli.<br />

Fra gli altri pittori legati alla stessa cerchia ed agli stessi ideali<br />

artistici che parteciparono alla Seconda Guerra d’Indipendenza va<br />

ricordato ancora l’illustre nome di Odoardo Borrani (Pisa 1833 –<br />

1908), il quale militò fra i volontari dell’Artiglieria Toscana, lo stesso<br />

corpo del Cecioni, dopo essere partito in compagnia di Telemaco<br />

Signorini, da lui conosciuto e frequentato al Caffè fiorentino<br />

dell’Onore. Pure Ferdinando Buonamici (Firenze, 1820 – 1892) partì<br />

insieme a Cecioni, Martelli e Signorini, il quale lo apprezzò e tenne a<br />

rimarcarne l’insofferenza per la dominazione straniera in Italia. Non<br />

altrettanto famoso, benché tutt’altro che trascurabile pittore, anche<br />

Vincenzo Lami (Empoli, 1807 – Fitenze, 1892) al quale nel 1886<br />

venne conferito il titolo di Cavaliere della Corona per meriti militari,<br />

aveva preso parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza per il Governo<br />

Provvisorio Toscano, nonostante che l’età relativamente avanzata lo<br />

avvicinasse agli artisti che erano partiti per la Prima Guerra<br />

82


d’Indipendenza contro l’Austria, al termine della quale entrarono a far<br />

parte del gruppo di quanti si riunivano al Caffè Michelangelo. Fra di<br />

essi un posto di primo piano spetta senz’altro a Vito D’Ancona<br />

(Pesaro, 1825 – Firenze, 1884), che più tardi abbandonò Firenze per<br />

trasferirsi a Parigi, dove, oltre al gruppo degli artisti italiani, ebbe<br />

modo di conoscere e frequentare Courbet e Corot con non poco vantaggio<br />

per l’evoluzione e la maturazione della sua espressione pittorica.<br />

Anche Serafino De Tivoli (Livorno, 1826 – Firenze, 1892) si batté,<br />

nel 1848, fra i volontari toscani nella battaglia di Curtatone e<br />

Montanara per prendere parte, l’anno successivo, alla difesa della<br />

Repubblica Romana. Dopo una non lunga prigionia, De Tivoli, rientrato<br />

a Firenze dove espose alle Promotrici, si avvicinò al gruppo del<br />

Caffè Michelangelo dimostrando una partecipazione straordinariamente<br />

attiva al movimento, al punto che viene tuttora additato quale il<br />

“papà della macchia”. Dopo aver partecipato anche lui alla battaglia<br />

di Curtatone e Montanara, Stefano Ussi (Firenze 1822 -1901) scontò,<br />

invece, una più prolungata e sofferta detenzione nel tetro carcere di<br />

Theresienstadt in cui ritrasse i suoi compagni di sventura.<br />

Per difendere la Repubblica Romana, Gerolamo Induno (Milano,<br />

1825 – 1890) si unì ai volontari che nel 1849 partirono da Firenze,<br />

dove aveva scelto di sistemarsi al suo rientro in Italia dalla Svizzera, in<br />

cui si era trasferito dopo aver combattuto nella Prima Guerra<br />

d’Indipendenza. La passione con cui guardò alle imprese politiche e<br />

militari di quegli anni lo indusse a partecipare alla Guerra di Crimea,<br />

ancora una volta nelle vesti di pittore soldato, fra il 1864 e il 1865.<br />

Figura di primo piano nel panorama della pittura italiana<br />

dell’Ottocento, fu molto influenzato, nella scelta dei temi e nello stile<br />

con cui ne affrontò le frequenti rievocazioni, dalle esperienze vissute e<br />

dalle vicende del Risorgimento.<br />

Di oltre sedici anni più giovane, pure Francesco Zandomenighi<br />

(Venezia, 1841 – Parigi, 1917), dopo aver seguito Garibaldi in Sicilia<br />

nel 1860, durante la spedizione dei Mille, si arruolò nuovamente al suo<br />

fianco nel 1866 per battersi contro gli austriaci nella Terza Guerra<br />

d’Indipendenza. A rinunziare al linguaggio e ai modi squisitamente<br />

macchiaioli che ne avevano contrassegnato l’apprezzata produzione<br />

fino agli avanzati anni Sessanta fu un viaggio a Parigi, nel corso del<br />

83


84<br />

O. Borrani, Le cucitrici di camicie rosse (1863), Torino, Palazzo<br />

Bricherasio.


O. Recchione, La preparazione del tricolore, acquerello, Milano, collezione<br />

privata.<br />

85


quale scoprì le potenti suggestioni della nascente espressione pittorica<br />

degli Impressionisti e pienamente ne intese il senso delle nuove prospettive<br />

e intuì le possibilità verso cui apriva rimanendone affascinato<br />

al punto da mutare completamente il suo stile per avvicinarsi sempre<br />

più a quei Maestri, insieme ai quali espose per la prima volta nel 1879<br />

quei suoi dipinti nei quali aveva rapidamente conseguito risultati di<br />

indiscutibile efficacia e radicalmente diversi rispetto ai suoi pur fortunati<br />

esordi fiorentini.<br />

Parimenti impegnato nelle lotte per il conseguimento dell’unità<br />

nazionale fu Luigi Bechi (Firenze, 1830 – 1919), che, dopo aver partecipato<br />

in camicia rossa, nel 1859, alla Seconda Guerra d’Indipendenza,<br />

volle prendere parte, nel 1866, anche alla Terza, tornando a seguire<br />

Garibaldi fino in Alto Adige, dove, durante la battaglia della Bezzecca<br />

venne fatto prigioniero. Gli impegni di combattente, però, non gli<br />

impedirono di attendere al suo lavoro di pittore, tanto è vero che la<br />

svolta più importante e per certi versi decisiva per la sua espressione<br />

artistica ebbe luogo proprio a cavallo fra le due guerre, a seguito del<br />

viaggio che nel 1861 lo portò a Parigi insieme al Cabianca, al Banti, al<br />

Signorini e a diversi frequentatori del Caffè Michelangelo.<br />

Fra le altre personalità di spicco operanti a Firenze che nel 1848<br />

presero parte alla Prima Guerra d’Indipendenza va segnalato con particolare<br />

risalto Luigi Mussini (Berlino, 1813 – Siena, 1888) non fosse<br />

altro perché la sua decisione valse da stimolo a seguirne l’esempio<br />

per parecchi dei numerosi giovani che andavano approfondendo la<br />

formazione nella scuola da lui fondata nel 1844 in quella città insieme<br />

all’allievo di Ingres Franz Adolph Von Sturtler. Unitamente al<br />

Mussini, a suo fratello Carlo e al collega e compagno di studi<br />

Gordigiani, partì anche Silvestro Lega (Modigliana, 1826 – Firenze,<br />

1895), destinato ad imporsi fra quanti aderirono al gruppo del Caffè<br />

Michelangelo e si espressero secondo i nuovi criteri della “macchia”,<br />

dando luogo a pagine di indiscussa quanto soggettiva valenza pittorica.<br />

Benché non assunsero mai un ruolo centrale nella sua produzione,<br />

in cui prevalgono temi di ambientazione borghese proposti con<br />

sensibile delicatezza di osservazione e magistrale quanto innovativo<br />

piglio di esecuzione, le esperienze vissute in qualità di combattente<br />

volontario, valsero ad ispirargli le scene e i soggetti di ambiente mili-<br />

86


tare di alcuni dipinti da lui realizzati dopo il 1865, anno in cui divenne<br />

socio dell’Accademia degli Incamminati di Modigliana.<br />

Assume significato indubbiamente emblematico e acquista valore<br />

di esempio il criterio con cui affrontò, e non fu il solo, il complesso e<br />

talora sofferto percorso attraverso il quale pervenne alla conquista e<br />

alla maturazione del precipuo linguaggio dalle forme e dai modi apparentemente<br />

piani e quasi naturalmente attinti da cui prende corpo e<br />

sostegno la sua evocazione di momenti della quotidianità resi con la<br />

scorrevolezza di una narrazione. Fu, difatti, un cammino che non si<br />

compì, per lui e per qualche altro, attraverso una ricerca appartata,<br />

affrontata in solitudine o nell’isolamento dello studio, bensì attraverso<br />

il severo impegno di un assiduo lavoro condotto spesso a stretto contatto<br />

con alcuni colleghi ed amici, secondo quella sorta di costume progressivamente<br />

diffuso per cui di frequente i macchiaioli operavano<br />

quasi in comunità di lavoro e di intenti. Contribuiscono a ribadirlo i criteri<br />

e i modi da cui prese vita e consistenza quella sorta di “Scuola”,<br />

detta della Piagentina dalla località prossima a Firenze in cui si incontrarono<br />

e spesso dipinsero gomito a gomito, che Silvestro Lega costituì<br />

nel 1862 insieme a Giuseppe Abbati, Odoardo Borrani, Telemaco<br />

Signorini e il più giovane Raffaello Sernesi (Firenze, 1838 - Bolzano<br />

1866), che, al pari degli altri amici del gruppo, fu ardente patriota e,<br />

come loro, intrepido combattente volontario per l’unità d’Italia. Lo<br />

slancio generoso che lo indusse a entrare nelle file garibaldine per battersi<br />

contro gli austriaci nella terza Guerra d’Indipendenza del 1866<br />

doveva, però, richiedergli un prezzo altissimo e disperato. La ferita che<br />

riportò in battaglia, difatti, produsse la gravissima infezione che rapidamente,<br />

e senza risparmiargli la piena consapevolezza di come la sua<br />

sorte fosse ormai definitivamente segnata, ne stroncò troppo precocemente<br />

l’esistenza a meno di trent’anni. Pure, nonostante la brevità<br />

della vita, aveva saputo superare assai presto tutti i limiti e le pastoie<br />

della formazione accademica inizialmente ricevuta fino a conseguire,<br />

specialmente negli scorci paesaggistici dei luoghi a lui cari dipinti en<br />

plein air assai spesso insieme a Lega, Cabianca e Borrani, tutto lo<br />

slancio, tutta la disinvolta franchezza e la sorprendente carica innovativa<br />

da cui fu elevato al rango di pittore fra i più fini e significativi di<br />

quegli anni.<br />

87


M. Cammarano, La breccia di Porta Pia, noto anche sotto la denominazione Carica<br />

dei bersaglieri alle mura di Roma, 1871, Napoli, Museo e Gallerie Nazionali di<br />

Capodimonte.<br />

88


Gli sforzi, l’impegno, la dedizione assoluta di tutti quei giovani e<br />

di quanti altri avevano creduto e operato per il Risorgimento nazionale<br />

non furono, però, ripagati con pari generosità al conseguimento dell’unità<br />

d’Italia, né le speranze che li avevano sorretti e meno che mai<br />

le loro attese di una maggiore giustizia sociale trovarono una soddisfacente<br />

o sia pur parziale attuazione. Apparvero subito evidenti e gravi le<br />

inadeguatezze del Parlamento postunitario, in seno al quale albergò,<br />

esercitando una eccessiva quanto perniciosa ingerenza, quel “parlamentarismo”<br />

definito spregevole e interessato da scrittori come<br />

Matilde Serao e dagli autori di certa acuta satira nostrana ospitata nelle<br />

coeve riviste francesi. Il diffondersi della corruzione, le sempre più<br />

marcate dimostrazioni di incapacità e supina inefficienza, donde la<br />

inconsueta rapidità con cui furono varate leggi in netto contrasto con le<br />

reali esigenze del Paese in generale e delle classi subalterne in particolare,<br />

quale fu per esempio l’improvvida decisione di sottrarre il<br />

Tavoliere di Puglia alla transumanza stagionale dei greggi con cui<br />

venne segnato l’irreversibile tracollo della industria armentizia tuttora<br />

vitale e determinante risorsa per l’economia delle popolazioni appenniniche<br />

centro – meridionali, parevano rinnegare le linee programmatiche<br />

e le aspirazioni alle garanzie democratiche, che erano state alla<br />

base dell’impegno profuso per il conseguimento dell’unità. Per cui,<br />

soprattutto fra gli intellettuali, si diffusero presto la delusione e l’amarezza<br />

che indussero a parlare di Risorgimento tradito.<br />

Le carenze e le inettitudini, del resto, assunsero subito dimensioni<br />

decisamente più ampie e complessive di quanto non emerga dalla assoluta<br />

irriconoscenza riservata a quanti si erano duramente sacrificati per<br />

l’attuazione degli ideali risorgimentali, come Patini pose in evidenza<br />

nel Nudo patriottismo, la tela riferibile alla fine degli anni Settanta, in<br />

cui, alludendo anche alla sorte toccata al suo antico maestro Panfilo<br />

Serafini, mise in evidenza come al patriota, ormai completamente<br />

abbandonato al suo destino, non venisse risparmiato neppure il<br />

Sequestro, donde il titolo alternativo, degli ultimi beni, talora eseguito<br />

persino mentre si congedava dalla vita. Vero è che erano stati varati<br />

provvedimenti volti a risarcire soprattutto i feriti e gli invalidi, ma<br />

quanti ne avanzarono richiesta vennero confusi con i profittatori e definiti<br />

dal Cavour gli “accorsi al bottino”.<br />

89


T. Patini, La catena, ubicazione sconosciuta.<br />

90


T. Patini, Il sequestro o Nudo patriottismo, Bari, Pinacoteca Provinciale.<br />

91


ciali e dei soldati dell’antico esercito rimasti fedeli al sovrano detronizzato,<br />

umiliati, privati di ogni bene e di ogni avere, di ogni prospettiva<br />

e perciò decisi ad opporre una impari quanto legittima resistenza<br />

ad oltranza, la quale venne soffocata nel sangue dai ben<br />

211.500 soldati piemontesi guidati dai migliori ufficiali sabaudi<br />

appositamente dislocati nel Meridione. Rese esponenzialmente più<br />

tragiche dalle incomprensioni gravissime che ebbero la loro radice<br />

primaria nelle profonde diversità dei costumi, ma soprattutto nella<br />

radicale difformità dei linguaggi usati, che erano i dialetti tanto da<br />

parte dei militari considerati “invasori” quanto da parte delle popolazioni<br />

che non conoscevano forme espressive diverse da quelle praticate<br />

nelle piccole e spesso isolate comunità a cui appartenevano,<br />

tali operazioni provocarono un milione di morti e la distruzione di<br />

54 paesi, alcuni dei quali vennero cancellati per sempre, come si<br />

verificò, ad esempio, per Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano,<br />

che, dopo essere stati sottoposti a saccheggi e violenze di ogni<br />

genere seguiti dalla più brutale delle stragi perpetrata per le intere<br />

popolazioni, vennero dati alle fiamme e rasi al suolo dal 18° battaglione<br />

dei bersaglieri. Non a torto perciò, nella nuova pagina della<br />

storia d’Italia che si va riscrivendo sulla base dei documenti progressivamente<br />

scovati negli archivi, i risultati di siffatti interventi vengono<br />

oggi paragonati ai genocidi compiuti contro gli indiani<br />

d’America. Se gli ex militari borbonici non ebbero scampo, perché<br />

rinchiusi in campi di concentramento fra cui resta famoso quello di<br />

Finestrelle, posto a 2000 mt. sulle montagne piemontesi e dal quale<br />

non si usciva mai più, visto che i cadaveri venivano immersi e consunti<br />

nella calce viva, molti civili fuggirono all’estero, dando origine<br />

alla straordinaria emorragia dell’emigrazione di cui si può commisurare<br />

l’entità tenendo conto che i 220 mila italiani residenti all’estero<br />

nel 1861 divennero 6 milioni nel 1914.<br />

In questo variegato e complesso alveo di crudeltà perpetrate senza<br />

alcun rimorso, di incapacità di dialogo, di aridità delle coscienze, di<br />

divergenze insanabili, affonda le radici e prende corpo il dibattito sulla<br />

“Questione meridionale”, la quale, introdotta e alimentata da intellettuali<br />

e artisti, si venne proponendo in tutta la sua complessità e con<br />

incidenza sempre maggiore, come evidenziò Giustino Fortunato, spe-<br />

92


Commentando alcuni scritti pubblicati dallo zio materno Francesco<br />

Sipari, Benedetto Croce poneva in evidenza il “severo giudizio” che questi,<br />

divenuto per altro Senatore del Regno, “recava sugli avvenimenti del<br />

1860, che si rifiutava di chiamare «rivoluzione», perché furono meschino<br />

e superficiale rivolgimento”, dal momento che “nulla s’intese di<br />

quanto potesse veramente prender carattere di rivoluzione sociale, e il<br />

vecchio sistema dell’impiegatume, delle sinecure, dei monopoli, delle<br />

restrizioni economiche fu trasmesso intero da una ad altra fazione. Chi<br />

si domandò allora, fra tanti fumi di patriottismo, quale fosse lo stato reale<br />

del contadino, del proletario, nelle province meridionali d’Italia?” 6.<br />

Per tutti gli abitanti dell’antico Reame borbonico, ma soprattutto<br />

per le classi subalterne, gravissime furono, in effetti, le conseguenze<br />

delle limitatezze, delle ottusità e delle ingerenze del “piemontesismo”,<br />

la sfrontata prepotenza con cui vennero utilizzate le<br />

ingenti riserve auree del Reame, pari a 500 milioni contro i 100 del<br />

Piemonte, il cieco egoismo con cui furono smantellati e trasferiti al<br />

Nord i più aggiornati macchinari dei più ricchi e promettenti opifici<br />

meridionali, a principiare dai telai, voluti dai Borboni per la produzione<br />

di sete e tessuti di celebre raffinatezza, che, dalla San Leucio<br />

prossima alla Reggia di Caserta vennero trasportati a Valdagno, per<br />

costituirvi la prima fabbrica tessile del Veneto. La stessa sorte toccò<br />

ai macchinari delle ferriere di Mongiana, spostati e utilizzati in<br />

Lombardia. Ma forse ancora più laceranti, perlomeno nella immediatezza,<br />

furono la tracotante inflessibilità con cui si applicarono le<br />

nuove leggi sulla tassazione personale, che nel 1866 venne fissata a<br />

28 franchi pro capite, pari al doppio di quella comminata in età borbonica;<br />

l’imposizione della coscrizione obbligatoria, odiata e<br />

incomprensibile perché sottraeva le giovani braccia al lavoro dei<br />

campi; ma soprattutto l’impietoso accanimento della feroce e sanguinaria<br />

lotta contro il “brigantaggio”, sotto la cui denominazione,<br />

tuttora intesa come marchio d’infamia, venivano compresi non solo<br />

gli ignoranti e affamati malfattori quanto pure e soprattutto le larghe<br />

masse dei contadini, dei borghesi, dei proprietari terrieri, degli uffi-<br />

06 B. Croce, Pescasseroli, in Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari 1953, p. 401.<br />

93


cie a partire da quando le Lettere meridionali dello storico Pasquale<br />

Villari, cognato di Domenico Morelli e suo consigliere prediletto nella<br />

scelta dei soggetti storici da lui rievocati e interpretati in memorabili<br />

tele, furono pubblicate dapprima a puntate, su “L’Opinione” di Roma<br />

nel 1875, e quindi raccolte in volume nel 1878; e dunque nello stesso<br />

volgere di anni a cui occorre riferire l’elaborazione dei dipinti che prepararono<br />

o accompagnarono la nascita dell’Erede, il celebre quadro<br />

con cui Teofilo Patini segnò l’origine dell’arte sociale in Italia e attraverso<br />

il quale proclamò la necessità di aprire una nuova pagina di storia<br />

all’insegna della giustizia sociale, ribadendo in tal modo che con<br />

l’arte “si prepara la libertà, come si conquista con la rivoluzione”.<br />

94


C. Patrignani, Emigranti abruzzesi alla stazione, L’Aquila, collezione privata.<br />

95


I classici<br />

SCHERMI TRICOLORI.<br />

IL RISORGIMENTO E IL CINEMA ITALIANO:<br />

PERCORSI E TENDENZE.<br />

di Antonio Di Fonso<br />

Negli anni eroici della sua avventurosa storia il cinema si nutre<br />

di grandi personaggi, racconta i protagonisti, celebri o sconosciuti,<br />

che sarebbero diventati nell’immaginario popolare gli eroi dell’Italia<br />

risorgimentale. Già in piena epoca fascista e poi nel dopoguerra il<br />

cinema si avvia a diventare un prodotto industriale, senza perdere<br />

comunque nobiltà e sostanza culturale, in un impasto lievitante che<br />

approda a una sintesi felice di praticità imprenditoriale (i grandi produttori<br />

che finanziavano le opere) e creatività artistica (i registi, gli<br />

sceneggiatori e gli attori che le realizzavano). Del resto, la sua straordinaria<br />

capacità di coinvolgere gli spettatori di ogni età e condizione<br />

sociale ne fa subito uno strumento di comunicazione dirompente e<br />

alfabetizzazione ante – litteram dei gusti, delle emozioni e dei sentimenti<br />

popolari. Il cinema funziona come macchina dei sogni e del<br />

divertimento, ma riesce anche a far pensare, diffonde idee, contribuisce<br />

a costruire opinioni e consensi. È una mirabolante macchina nata<br />

per affabulare, raccontare storie, proporre personaggi veri e di fantasia:<br />

trasfigura, fruga dentro la (ancora) giovane identità degli italiani,<br />

illuminando sul grande schermo gli snodi cruciali del passato, selezionando<br />

le imprese celebri destinate a divenire epica e miracolo<br />

popolare.<br />

Nella temperie di quel periodo compreso fra gli anni Trenta e<br />

Cinquanta, dunque, il cinema italiano sceglie di raccontare il<br />

Risorgimento, ovvero la pagina della storia d’Italia che più delle altre<br />

si offriva alla celebrazione condivisa, intuendone la carica identificativa<br />

sprigionata dai suoi protagonisti e artefici, destinati tutti (da Cavour<br />

a Mazzini e Garibaldi) a diventare presto eroi ideali, santi laici e padri<br />

- “calpesti e derisi” ma poi risorti - di una Patria in cerca di spettatori.<br />

97


Nel 1934 Alessandro Blasetti gira 1860, Goffredo Alessandrini nel<br />

1954 Camicie rosse. Sono due film significativi, il primo diretto da uno<br />

dei maestri della nostra cinematografia che aveva attraversato il ventennio<br />

fascista, sperimentando generi diversi, dai telefoni bianchi alla<br />

commedia sofisticata fino al romanzone in costume; il secondo, divenuto<br />

un piccolo classico del genere storico – popolare, opera di un regista<br />

appartenente a quella cinematografia solida, fatta di artigiani e<br />

mestieranti di valore cresciuti negli studi di Cinecittà. In entrambe le<br />

pellicole il Risorgimento è raccontato sfiorando l’agiografia, i Mille<br />

sono giovani patrioti pronti al sacrificio e Garibaldi, Cavour e Vittorio<br />

Emanuele II sono più vicini al mito che alla storia, identici a se stessi,<br />

o meglio a come l’immaginario collettivo li aveva fissati per sempre.<br />

Le battaglie, le diplomazie, gli intrighi e le vicende diventano avvenimenti<br />

segnati dalla necessità del fine che giustifica gesti e sacrifici,<br />

assecondano il destino che deve compiersi, mentre il sentimento<br />

patriottico e lo sventolio del tricolore vive già nei cuori dei protagonisti<br />

ancora prima del succedersi dei fatti storici.<br />

Qualche anno dopo, all’inizio degli anni Sessanta, Roberto Rossellini<br />

realizza Viva l’Italia, titolo quanto mai esemplificativo, un’opera<br />

che idealmente completa l’affresco dell’Italia che nella cinematografia<br />

del maestro del Neorealismo era iniziato nel dopoguerra e che<br />

adesso si concludeva, in pieno boom economico, ritornando alle radici<br />

della “nascita di una nazione”. In tale ricostruzione storica il processo<br />

risorgimentale rappresenta il momento iniziale, costituisce la linfa che<br />

alimenta e nutre le radici dello Stato unitario: ripercorrendo tutte le<br />

tappe della storia, dalla nascita fino al Ventennio fascista, dalla<br />

Liberazione alla Repubblica, il Risorgimento assume il ruolo di avvenimento<br />

chiave, spiegazione e comprensione di ogni successivo cambiamento<br />

sociale, politico e culturale dell’Italia unificata. Cavour,<br />

Mazzini, Garibaldi nella lettura rosselliniana anticipano i Costituenti,<br />

presagiscono la visione futura e la missione del loro agire storico.<br />

Il cinema di Rossellini, più di ogni altro autore, indubbiamente,<br />

rispecchia il clima culturale degli anni Sessanta, e si colloca dentro un<br />

orizzonte valoriale – come si dice in questi casi – che esigeva opere<br />

riassuntive se non proprio pedagogiche. Il Risorgimento, l’Unità<br />

d’Italia, la Resistenza e la Repubblica si manifestano e si spiegano<br />

98


come momenti cruciali della storia italiana, e vengono incardinati di<br />

conseguenza tutti dentro un progressivo e lineare cammino, in cui il<br />

presente appare sempre come il risultato del passato.<br />

Altri due film sono di fondamentale importanza in questa direzione.<br />

Girati nel decennio 50 – 60, costituiscono due capolavori nella filmografia<br />

di Luchino Visconti: ci riferiamo a Senso, uscito nelle sale nel<br />

1954, e a Il gattopardo realizzato nel 1963.<br />

Il rapporto tra il cinema e la storia risorgimentale diventa nelle opere<br />

di Visconti più complesso, alla lettura e all’urgenza della ricostruzione<br />

storiografica – che pure permane – si sovrappone – si pensi alle scene<br />

corali del Gattopardo, o alla ricercatezza dei costumi e delle scenografie<br />

viscontiane – l’interpretazione soggettiva del regista, la cui sensibilità<br />

orienta la rilettura della storia che viene filtrata attraverso il gusto culturale,<br />

la letteratura, l’arte, la musica. Le vicende e gli avvenimenti storici<br />

restano in primo piano, ma è evidente l’importanza che acquistano i personaggi,<br />

la loro interiorità. I sentimenti e le emozioni individuali, spesso<br />

inarrestabili e fatali che governano l’intrecciarsi della trama, sovrastano<br />

i fatti e gli episodi collettivi. Rimangono nella memoria di tutti alcuni<br />

momenti esemplari: la nobildonna, interpretata dalla bellissima Alida<br />

Valli che tradisce i patrioti e la causa dell’Italia, innamorandosi del tenebroso<br />

ufficiale austriaco in Senso; il cinismo del tormentato principe di<br />

Salina de Il gattopardo, che osserva con disincanto il mondo piccolo e<br />

meschino dei nuovi ricchi e delle nascenti classi dirigenti emancipate<br />

dopo l’Unità d’Italia, ben sapendo che ogni sforzo di cambiamento sarà<br />

vano, o meglio congeniale soltanto a rafforzare l’immobilismo economico<br />

e sociale. Nei due film il Risorgimento smarrisce la sua centralità di<br />

avvenimento epocale che assolveva anche alla funzione educativa dello<br />

spettatore, e rimane soltanto come materiale narrativo, ambientazione<br />

sontuosa, contesto e quadro di riferimento epocale. E così in primo piano<br />

affiorano e s’impongono i singoli personaggi, i loro sentimenti, l’interiorità,<br />

i destini individuali, le riflessioni sulla vita e sulla morte, il destino<br />

e l’etica delle scelte compiute dai singoli.<br />

I due film di Visconti ancora oggi vengono considerati classici<br />

insostituibili, capostipiti indispensabili di qualunque filmografia ragionata<br />

dedicata al cinema risorgimentale, e mantengono un’aurea di<br />

sacralità inviolabile, proponendosi quali modelli tematici e stilistici.<br />

99


L’ altro Risorgimento<br />

Negli anni Settanta muta il contesto ambientale e sociale, il vento<br />

di ribellione e iconoclasta produce i suoi effetti anche nel cinema, e il<br />

Risorgimento diventa così oggetto di revisione storica o anche – molto<br />

più frequentemente – occasione e spunto di dibattito rivolto più all’attualità<br />

politica che alla ricostruzione documentaria.<br />

Film come Allonsanfan e Bronte, cronaca di un massacro sono al<br />

riguardo emblematici. Allonsanfan di Paolo e Vittorio Taviani è un film<br />

segnato dal clima dell’epoca e dai riferimenti espliciti alle divisioni<br />

interne della sinistra, combattuta e dilaniata in quel periodo tra le scelte<br />

rivoluzionarie e quelle riformiste. La vicenda del protagonista, interpretato<br />

da Marcello Mastroianni, un nobile patriota ex giacobino che<br />

alla fine sceglie di tradire i compagni in procinto di organizzare una<br />

spedizione rivoluzionaria al sud (chiari i riferimenti ai fratelli Bandiera<br />

e a Pisacane), ne è un esempio esplicito; come pure il fallimento dell’azione<br />

rivoluzionaria, rigettata dagli stessi contadini che dovevano<br />

essere liberati dai giovani patrioti, allude e rimanda ai velleitarismi<br />

ideologici della sinistra extraparlamentare degli anni della contestazione<br />

e del sogno “della scalata al cielo”. Dal punto di vista stilistico, la<br />

sapiente regia dei Taviani, spesso tendente al grottesco e al parodico,<br />

viene valorizzata al massimo dagli attori, esponenti di generazioni<br />

cinematograficamente diverse: le icone del film politico degli anni<br />

Settanta, Bruno Cirino, Claudio Cassinelli e la stessa Laura Betti, s’incrociano<br />

con il mestiere e la sapienza di un divo come Mastroianni e<br />

con il fascino di attrici come Lea Massari.<br />

Bronte, cronaca di un massacro di Florestano Vancini, che racconta<br />

il massacro compiuto dal generale Nino Bixio su ordine di Garibaldi<br />

a Bronte paese della Calabria, nasce come film per la televisione, e malgrado<br />

le semiclandestine programmazioni viene visto nel 1974 da quasi<br />

dieci milioni di spettatori. Il cinema in questo caso svolge una funzione<br />

di controinformazione, di smascheramento storico degli aspetti più<br />

sgradevoli e spietati della realpolitick risorgimentale, mostrando anche<br />

in modo antiretorico quello che una certa storiografia celebrativa aveva<br />

preferito occultare se non censurare del Risorgimento eroico. Il film,<br />

per molti aspetti duro e sgradevole, rimanda alla tradizione del<br />

100


Neorealismo italiano di seconda generazione, quella per intenderci dei<br />

Rosi e dei Petri a cui lo stesso Vancini apparteneva.<br />

Altri film, di minore successo ma dallo stesso rigore documentario,<br />

possono rientrare nel filone cosiddetto “antiretorico” della cinematografia<br />

risorgimentale: ne ricordiamo uno, Quanto è bello lu morire<br />

accise di Ennio Lorenzini, dedicato alla tragica spedizione di Carlo<br />

Pisacane, i cui “trecento giovani e forti” compagni – molti dei quali<br />

arruolati direttamente nel carcere di Procida - vengono accolti e giustiziati<br />

dai forconi di quegli stessi contadini per i quali era stata organizzata<br />

l’impresa destinata a liberarli dalla schiavitù e dallo sfruttamento.<br />

Una lettura disincantata del Risorgimento la ritroviamo anche nel<br />

cinema del regista romano Luigi Magni, autore di una trilogia che ha<br />

saputo unire allo scrupolo dell’indagine storica la frequentazione disinvolta<br />

di situazioni e volti della commedia italiana, arruolando gli attori<br />

simbolo di una generazione e di un genere - da Sordi a Manfredi, da<br />

Tognazzi alla Cardinale - alla causa anticlericale. Il suo stile sarcastico, la<br />

disillusione e l’apparente cinismo dei suoi antieroi - ci viene in mente per<br />

esempio il personaggio del Monsignore interpretato da Nino Manfredi<br />

nel film In nome del papa re - rivelano in realtà una umanità di sostanza<br />

che respinge le ipocrisie e i falsi valori di una religiosità ridotta ormai a<br />

stanca liturgia di forme. La scena del processo farsa in cui un tribunale di<br />

cardinali e monsignori incartapecoriti e vegliardi, ormai fuori dal tempo<br />

e dalla realtà storica, emana il verdetto di condanna contro i due giovani<br />

accusati di un attentato alla caserma pontificia sancisce con amara ironia<br />

la fine di un’epoca e del potere temporale della Chiesa. Per quanto Magni<br />

abbia approfondito in modo quasi monografico la Roma del papa re, tratteggiando<br />

ambienti e personaggi, ricostruendo vizi e ritardi culturali di<br />

uno Stato pontifico repressivo e reazionario, soprattutto nei suoi film di<br />

maggiore successo si coglie comunque una volontà, uno sguardo complessivo<br />

che tende a ricostruire e a restituire in senso più ampio l’atmosfera<br />

e il clima che anticiparono i moti liberali e carbonari, o le speranze<br />

di quanti ebbero fede nella Repubblica romana, e prepararono il terreno<br />

politico alla breccia di Porta Pia. Tra i film più riusciti nella sua longeva<br />

attività spiccano, in ordine rigorosamente cronologico, Nell’anno del<br />

Signore, girato nel 1969, il già citato In nome del papa re, realizzato nel<br />

1977, e infine In nome del popolo sovrano, uscito nel 1990.<br />

101


La Storia alla fine della storia<br />

Negli ultimi anni il cinema italiano ha tralasciato le tematiche storiche,<br />

l’interesse per il Risorgimento è scemato, le energie e le tendenze<br />

degli autori e dei registi si sono dirette in altre direzioni. Il rinato interesse<br />

verso una cinematografia di denuncia sociale, da una parte, e le esigenze<br />

più commerciali che hanno privilegiato la sempiterna commedia, dall’altra,<br />

hanno sigillato questa sorta di damnatio memoriae di un genere.<br />

Invece, come talvolta accade, le tendenze culturali mutano, si rigenerano<br />

e riaprono spiragli fecondi, anche in una società liquida come la<br />

nostra l’imprevisto è dietro l’angolo, la sorpresa prepara i suoi agguati.<br />

Così, inaspettatamente è arrivato lo scorso anno il film di Mario<br />

Martone, Noi credevamo, a riaprire una pagina, a riscorrere i titoli e i<br />

capitoli del nostro Risorgimento, catturando interesse e pubblico, soprattutto<br />

quello dei giovani, riscuotendo premi e attestati prestigiosi. Il film,<br />

di durata assolutamente inconsueta – quasi 3 ore – per lo standard medio<br />

di oggi, pensato per la televisione e adattato su grande schermo, liberamente<br />

ispirato al libro omonimo di Anna Banti, racconta la storia di tre<br />

amici, Salvatore, Domenico e Angelo negli anni cruciali che vanno dalle<br />

repressioni borboniche fino alla spedizione di Garibaldi e alla nascita<br />

dello stato italiano, passando per attentati e ribellioni, divisioni feroci,<br />

odi incancellabili, furbizie e trasformismi. Gli attori sono tutti di livello<br />

e guidati dalla sapiente direzione di scuola teatrale di Martone conferiscono<br />

ai personaggi forza e personalità: da Luigi Locascio a Valerio<br />

Binasco – straordinaria la sua caratterizzazione di Angelo, imbevuto di<br />

un fanatismo quasi religioso che lo vedrà, perfino davanti al confessore<br />

prima di salire sul patibolo a cui era stato condannato per aver partecipato<br />

all’attentato a Napoleone III, ribadire la sua intemerata e assoluta fede<br />

politica –, da Toni Servillo a Renato Carpentieri e Luca Zingaretti che<br />

interpretano, rispettivamente, Mazzini, Poerio e Crispi. La vicenda divisa<br />

in capitoli, scandita in azioni sceniche ribadisce gli ideali di quella<br />

generazione di patrioti, restituisce la febbrile atmosfera di quegli anni,<br />

non ritraendosi di fronte alle sgradevolezze e agli opportunismi, non<br />

omettendo le amarezze – pensiamo alle scene finali, all’arresto da parte<br />

dell’esercito regolare degli ultimi irriducibili ex garibaldini, o al discorso<br />

di un cinico Crispi in un Senato desolatamente vuoto -, non tacendo<br />

102


le sconfitte degli ideali mazziniani e democratici. Un film di altri tempi,<br />

verrebbe da dire, un’opera che si propone anche una funzione pedagogica<br />

e riepilogativa della vicenda storica, in cui risulta evidente la lezione<br />

del cinema di Rossellini e di Visconti; ma anche una aggiornata rilettura<br />

del Risorgimento, affrontato senza orpelli celebrativi e trionfalismi in<br />

uno stile dove sono ben presenti le esperienze dei Taviani e di tutta quella<br />

filmografia “antiretorica” di cui abbiamo parlato in precedenza.<br />

Omaggi, richiami, citazioni che la critica non ha mancato di evidenziare,<br />

riconoscendovi quella giusta eredità di sangue simbolo di garanzia e<br />

marchio di qualità della migliore scuola italiana.<br />

Dunque, in conclusione, proprio quella cinematografia, che un tempo<br />

veniva definita d’autore, capace di produrre opere originali e mature in<br />

grado di coinvolgere il grande pubblico senza arrendersi alle logiche più<br />

condizionanti del mercato e del “politicamente corretto”, riafferma la sua<br />

vitalità riaprendo una pagina della storia che sembrava dimenticata.<br />

Sono i film come Noi credevamo – proprio in quanto risultato e<br />

rielaborazione di una cultura cinematografica solida che ha attinto alle<br />

esperienze precedenti – a ritrovare per incanto la funzione di testimoni<br />

permanenti di un’epoca: essi sembrano destinati a uscire dalla cronaca<br />

e a consegnarsi al tempo lungo della Storia. Proprio in quelle<br />

vicende e in quelle passioni raccontate nell’avventura risorgimentale,<br />

si cela l’identità a lungo sognata da quella “giovane Italia” e si rinnova<br />

il senso di una contemporaneità finalmente riscattata.<br />

Filmografia<br />

1860 di Alessandro Blasetti (1934)<br />

Camicie rosse di Goffredo Alessandrini (1954)<br />

Senso di Luchino Visconti (1954)<br />

Il gattopardo di Luchino Visconti (1963)<br />

Viva l’Italia di Roberto Rossellini ( 1960)<br />

Allonsanfan di Paolo e Vittorio Taviani (1974)<br />

Bronte, cronaca di un massacro di Florestano Vancini (1972)<br />

Quanto è bello lu morire accise di Ennio Lorenzini ( 1976)<br />

Nell’anno del Signore di Luigi Magni (1969)<br />

In nome del papa re di Luigi Magni (1977)<br />

In nome del popolo sovrano di Luigi Magni (1990)<br />

Noi credevamo di Mario Martone (2010)<br />

103


L’ITALIANITÀ DI ENRICO FERMI<br />

“A sinistra il professore Enrico Fermi all’epoca in cui venne nominato<br />

Accademico d’Italia. A destra un saggio poetico del professor<br />

Fermi quando era bambino. Si tratta di una poesia che egli compose<br />

quando aveva soltanto nove anni, e che prova i sentimenti di profonda<br />

italianità dell’uomo che avrebbe in seguito dato un decisivo contributo<br />

alla scoperta dell’energia nucleare”. *<br />

* Dalla rivista “Candido”, Memorie di Oscar D’Agostino, n. 24-27 giu.-lug. 1958<br />

e Atomi in famiglia di Laura Capon Fermi, Ed. Mondadori, 1955.<br />

104


VOCI E SCRITTURA<br />

SAGGI, RIFLESSIONI, TESTIMONIANZE.<br />

105


106


L’ABRUZZO DALLA CARBONERIA ALL’UNITÀ<br />

di Evandro Ricci<br />

L’Unità d’Italia, di cui si festeggia il centocinquantesimo anniversario,<br />

è il coronamento di un complesso di avvenimenti storici che si<br />

sono susseguiti nel tempo. È come trovarsi di fronte ad un quadro pittorico<br />

del quale guardiamo l’insieme, dimenticando le singole e numerose<br />

pennellate. Così l’Unità d’Italia trova la sua base sui movimenti<br />

politici iniziati dal 1815 ed anche prima. Numerosi sono gli episodi<br />

che hanno contribuito alla realizzazione del quadro storico finale.<br />

La Storia, infatti, compresa quella del Risorgimento Italiano, è<br />

fatta anche di piccoli avvenimenti, perduti nella visione panoramica<br />

nazionale.<br />

Le Società Segrete<br />

Con la sconfitta di Napoleone Bonaparte, il Congresso di Vienna<br />

(novembre 1814-giugno 1815) segnò l’inizio della Restaurazione che<br />

comprese il periodo che va dal 1815 al 1830. Negli stati europei si<br />

restaurò il potere assoluto dei sovrani. L’Italia fu divisa in tanti Stati,<br />

che l’Austria dominava direttamente ed indirettamente.<br />

I Re e gli altri capi di Stato nominavano i deputati scegliendoli<br />

nella classe della nobiltà e del clero. Ma i popoli si erano imbevuti dell’abolizione<br />

dei privilegi della nobiltà, dell’uguaglianza dei cittadini di<br />

fronte alla legge, della proclamazione – sia pure teorica – della sovranità<br />

popolare.<br />

La media borghesia, i piccoli industriali, i commercianti, i professionisti,<br />

i giovani, soprattutto gli studenti, erano desiderosi delle novità<br />

ed abbracciavano e manifestavano idee liberali. Questa classe intermedia,<br />

fra i grandi proprietari terrieri e l’aristocrazia da una parte ed il<br />

popolo minuto delle città e delle campagne dall’altra, valorizzata dalla<br />

Rivoluzione Francese e messa in disparte dalla Restaurazione, vedeva<br />

minacciati i princìpi dell’uguaglianza che era stata la più preziosa con-<br />

107


quista. Era la parte più evoluta della popolazione, ma numericamente<br />

minore e mancava di una visione unitaria dei metodi e dei fini da conseguire.<br />

Fu questa classe che si oppose inizialmente agli Stati della<br />

Santa Alleanza.<br />

Fra il 1815 ed il 1830 in quasi tutti gli Stati d’Europa, dalla Spagna<br />

alla Russia, la Storia registra congiure, sommosse, insurrezioni, colpi<br />

di mano finalizzati a sovvertire la Restaurazione del Potere Assoluto<br />

stabilita dal Congresso di Vienna.<br />

Erano, infatti, sorte le società segrete – che possono essere considerate<br />

come ramificazioni della Massoneria nata in Inghilterra nel<br />

XVIII secolo e giunta presto in Francia, Germania e Italia – le quali<br />

rivendicarono con la Costituzione l’elezione da parte del popolo dei<br />

deputati al Parlamento, che avrebbe ridimensionato il potere assoluto<br />

dei Re. Il termine “popolo”, tuttavia, aveva un significato molto ristretto.<br />

Anche la parola “liberale” aveva un significato molto ristretto; ebbe<br />

origine in Spagna nel 1820 quando i rivoluzionari insorti definirono<br />

“liberali” coloro che anelavano alla libertà, in opposizione ai “servili”<br />

che appoggiavano il governo autoritario con potere assoluto.<br />

La società segreta più importante del Risorgimento Italiano fu la<br />

Carboneria.<br />

I Carbonari, dunque, erano per lo più intellettuali, militari, borghesi,<br />

rappresentanti del basso clero. La loro bandiera era composta dei<br />

colori rosso, nero e azzurro; il rosso simboleggiava il fuoco come amor<br />

di patria; il nero simboleggiava la fede perché, come il carbone, si<br />

accende ed arde; l’azzurro simboleggiava la speranza che si leva in alto<br />

come il fumo azzurro. Essi iniziarono ad operare fra le popolazioni<br />

rurali ed il popolo minuto delle città. L’ignoranza e l’analfabetismo<br />

chiudevano il popolo come in un guscio di fronte ad ogni progresso e<br />

ad ogni novità. Le popolazioni rurali dedite prevalentemente alle attività<br />

agricole lavoravano dall’alba al tramonto conducendo la lotta per<br />

la sopravvivenza.<br />

Furono le Società Segrete a preparare ed attuare i moti. Oltre alla<br />

Carboneria operante in Italia, altre società segrete furono la Lega della<br />

Virtù e la Lega Studentesca in Germania, la Società Patriottica<br />

Nazionale in Polonia, l’Eteria in Grecia. La Carboneria fu attiva<br />

nell’Italia Meridionale, in Calabria, segnatamente in Abruzzo, prima<br />

108


che altrove, durante il Regno di Gioacchino Murat. I membri della<br />

Carboneria si chiamavano buoni cugini, i luoghi di riunioni baracche,<br />

le loro riunioni vendite. Le vendite facevano capo alle Vendite Madri,<br />

alle Vendite Alte e ad una Vendita Suprema. Nel linguaggio i lupi indicavano<br />

i tiranni, la foresta era l’Italia, il carbone simboleggiava la<br />

libertà.<br />

Inizialmente la Carboneria fu favorevole ai Borboni contro<br />

Gioacchino Murat nominato Re di Napoli da Napoleone Bonaparte nel<br />

1808. Il Murat governò fino al 1815.<br />

Interessante è la Circolare Segreta che il Ministro della Giustizia<br />

e del Culto, a nome di Gioacchino Murat, emanò preoccupato del<br />

proliferare della Carboneria e dei suoi ideali antinapoleonici e antigovernativi:<br />

Gabinetto del Ministro – Circolare Riservata – Napoli il 6<br />

Ottobre 1813.<br />

Il Gran Giudice Ministro della Giustizia e del Culto agli<br />

Arcivescovi, a’Vescovi, ed agli ordinarj, alcune adunanze, composte<br />

per la più parte, di uomini popolari, dette perciò de’<br />

Carbonari, cominciarono, non da molto, a riunirsi in varj luoghi<br />

del Regno. Sua Maestà non credette vietarle, sì perché è proprio<br />

di un Governo liberale il non vietare a’ cittadini alcun’azione<br />

indifferente, sì perché l’oggetto di tali adunanze appariva<br />

non solo innocente, ma anche virtuoso.<br />

Ma qualche fatto criminoso avvenuto ultimamente ha fatto<br />

conoscere che taluni malintenzionati , ammessi a tali adunanze,<br />

ove il maggior numero è di gente ignorante e facile ad essere<br />

illusa, hanno abusato di questo mezzo per macchinare de’<br />

complotti, tendenti a ladronecci, ad assassinj, a saccheggi di<br />

pubbliche casse. S.M. ha creduto perciò necessario proibire siffatte<br />

unioni, divenute, per la esposta circostanza, oltremodo<br />

perniciose.<br />

Io v’inculco di secondare efficacemente co’ mezzi della<br />

Religione le giuste mire del Governo, ispirando avversione alle<br />

suddette adunanze, ove le persone ignoranti, sedotte da qualche<br />

socio perverso, possono trovarsi impegnate in azioni vietate<br />

dalla Società, egualmente che dalla Religione.<br />

109


Avvertite però di portare in questo affare la più grande riserva.<br />

Guardatevi di mai predicare contro le dette adunanze, o di fare in<br />

pubblico qualunque avvertimento. I mezzi da adoperare non debbono<br />

essere che esortazioni individuali, fatte in segreto, opportunamente,<br />

e con prudenza. Ingiungete lo stesso segreto, e la stessa<br />

condotta a’ Parrochi, ed a’ Confessori, che crederete abbastanza<br />

prudenti per esser chiamati a parte di questo incarico.<br />

Riscontratemi del recapito di questa mia, e di tutto ciò che di<br />

mano in mano potrà occorrere. Ogni rapporto su questa materia<br />

mi sarà diretto in plico risevato a me solo.<br />

Il Governo in questa occasione vi onora di una gran fiducia.<br />

Son certo che vi corrisponderete pienamente. Vi ripeto la mia<br />

perfetta stima. Segue firma illeggibile.<br />

La Carboneria propiziò la caduta del Re Gioacchino Murat con<br />

la speranza che i Borboni, riottenuto il Regno, concedessero anche a<br />

Napoli la Costituzione già data alla Sicilia nel 1812. Caduto Gioacchino<br />

Murat, la Carboneria si adoperò per ottenere la Costituzione, pur<br />

rimanendo fedele alla dinastia borbonica.<br />

Nel Lombardo-Veneto i Carbonari volevano riconquistare l’indipendenza<br />

ed abbattere il dominio dell’Austria. In Romagna volevano uno<br />

Stato Repubblicano. Inizialmente ottenevano i risultati prefissati, ma i<br />

risultati venivano cancellati con facilità e rapidità dall’arrivo dell’esercito<br />

austriaco che imponeva di nuovo la Restaurazione del Potere Assoluto.<br />

I principali esponenti della Carboneria insorti subirono condanne<br />

a morte, carcere duro a vita o l’esilio.<br />

Moti rivoluzionari in Abruzzo<br />

L’Abruzzo si era già distinto per ragioni strettamente sociali<br />

accanto alla fioritura culturale del Molise nella seconda metà del<br />

Settecento, allorché il Cuoco, il Galanti, lo Zurlo costituirono la linfa<br />

vitale della cultura nel riformismo borbonico e resero nota la situazione<br />

drammatica delle condizioni economiche e sociali del Regno di<br />

Napoli, del Molise e dell’Abruzzo in particolare. Senso di abbandono<br />

e miseria regnavano fra le nostre popolazioni.<br />

110


Tale situazione aveva determinato l’esplosione della rivolta antifeudale<br />

di Penne nel 1779. I contadini di Antrodoco ed i montanari<br />

aquilani si erano opposti all’invasione francese nel 1798 e nel 1806.<br />

Con le stesse motivazioni sociali si verificò la rivolta a Vasto nel 1799.<br />

Un significato sociale e politico ebbero gli scontri armati condotti da<br />

Giovanni Salomone di Barisciano e dal capo massa, successivamente<br />

promosso generale, Giuseppe Pronio di Introdacqua contro i Francesi.<br />

Forse furono queste le ragioni per cui Gioacchino Murat non apportò<br />

tangibili benefici all’Abruzzo, se si eccettua la costruzione della strada<br />

Napoleonica da Pettorano Sul Gizio al Piano delle Cinque Miglia.<br />

I Francesi, per punire il Pronio, programmarono la distruzione di<br />

Introdacqua con un bombardamento. Raggiunsero la Conca Peligna; a<br />

Roccacasale ci fu uno scontro cruento con la popolazione e con le truppe<br />

del Pronio; rimase ucciso anche il parroco di Roccacasale. Il<br />

Generale francese Championnet giustificò il mancato bombardamento<br />

di Introdacqua con le difficoltà incontrate nel piazzare i cannoni. Ma il<br />

Pronio, di notte, aveva ordinato di accendere numerosi fuochi nel suo<br />

paese per far credere che disponeva di molte truppe realiste.<br />

La Carboneria si era fatta interprete della sofferenza politica e<br />

sociale durante il governo francesizzante e nel 1814 organizzò la rivolta<br />

che coinvolse i centri di Città Sant’Angelo, di Penne e di Castiglione<br />

Messer Raimondo. Nella rivolta si impegnarono i fratelli Domenico,<br />

Achille e Clemente De Caesaris. Ritroveremo Domenico De Caesaris,<br />

dell’Abruzzo Ultra, deputato al Parlamento del Regno delle Due Sicilie<br />

nel 1848 insieme con altri illustri personaggi.<br />

I Borboni, dopo la Restaurazione, mantennero la regione Molise;<br />

divisero l’Abruzzo in Citeriore con capoluogo Chieti ed Ulteriore con<br />

le Intendenze di Aquila e di Teramo.<br />

Nel 1807 la Badia Celestiniana di Sulmona fu destinata a Collegio<br />

degli Abruzzi che, nel 1816, fu trasferito ad Aquila.<br />

Nel 1812 si formò ancora a Sulmona una biblioteca pubblica presso<br />

il Palazzo Comunale che successivamente fu unita alla Biblioteca<br />

della Badia Celestiniana. Anche la Biblioteca fu trasferita a L’Aquila<br />

nel 1816. Ciò risulta in una monografia scritta dal sulmonese Panfilo<br />

Serafini, monografia da inserire nell’opera Il Regno delle Due Sicilie.<br />

Il Dorrrucci ed il Serafini, da Sulmona, operarono per il risveglio<br />

111


delle coscienze e per la diffusione delle nuove idee liberali. Il Serafini<br />

fu condannato il 21 marzo 1854 a venti anni di carcere duro, prima nel<br />

bagno penale di Montefusco, poi nella fortezza di Montesarchio in provincia<br />

di Benevento che aveva “ospitato” Luigi Settembrini e Carlo<br />

Poerio, ed infine nel carcere duro di Procida. Fu graziato il 29 agosto<br />

del 1859, ammalato di tisi e distrutto nel fisico. Morì a Sulmona nel<br />

1864 all’età di quarantasette anni.<br />

Il 14 gennaio 1817 fu istituito ad Aquila il Real Liceo Regionale<br />

affidato ai Gesuiti.<br />

Le scarsissime provvidenze ed il mancato sviluppo di attività industriali<br />

e delle opere pubbliche acuirono lo spirito liberale della nostra<br />

Regione.<br />

“Quelli che hanno creato – scrive Alfredo Sabella (Rivista<br />

Abruzzese Anno LXIV – 2011 – n. 1, p.11) – la passione civile per la<br />

Patria Italiana, ed hanno tessuto i fili sottili ma resistenti perché<br />

nascesse una nazione italiana, sono stati le maestre e i maestri delle<br />

scuole elementari. Con azione continua e costante hanno insegnato agli<br />

italiani a parlare in italiano, abbandonando i dialetti…. Hanno insegnato<br />

le buone regole del comportamento civile, le prescrizioni igieniche,<br />

la compostezza nel parlare, nel rispettare e nell’essere rispettati. Hanno<br />

contribuito a vivificare la pazienza della storia perché da un popolo<br />

disperso in tanti stati nascesse una nazione…”.<br />

Il Libro Nero<br />

Subito dopo il Congresso di Vienna che sancì la Restaurazione,<br />

anche il popolo dei piccoli paesi in Abruzzo sentì il richiamo della<br />

libertà. Lo attesta la presenza delle Vendite Carbonare in moltissimi<br />

paesi documentata dal Libro Nero degli ecclesiastici carbonari della<br />

Città e della Diocesi di Valva e Solmona.<br />

A Popoli si tenne un incontro al vertice regionale fra i capi<br />

Carbonari delle tre province di Chieti, Teramo e Aquila. Alla riunione,<br />

con il titolo di Grande Oratore, partecipò don Francescantonio<br />

Bucciantonj canonico della Collegiata di Capestrano e maestro della<br />

scuola elementare.<br />

112


Le vendite carbonare non erano poi tanto segrete. Il Bucciantonj,<br />

infatti, come risulta testualmente dalla sentenza emanata dalla Curia di<br />

Sulmona nel Libro Nero, è stato uno dei primi membri della<br />

Carboneria di Capistrano. Egli ci ha avuto il grado di Oratore e, quindi,<br />

dichiarato Grande Oratore nell’Unione Carbonica tenuta in Popoli<br />

da Capi Carbonari delle tre province di Chieti, Teramo ed Aquila. Ha<br />

tirati poi moltissimi all’ascrizione della vendita di Capistrano, cosa<br />

riuscitagli facile per l’influenza che aveva colle diverse Famiglie, esercitando<br />

l’impiego di Maestro di Scuola (che gli è stato direttamente inibito<br />

dal Sig. Intendente). Ha indotti diversi Luoghi dentro, e fuori di<br />

quella Baronia ad aprire diverse vendite, e nell’apertura ha fatto gioco<br />

colla sua facondia per disporre, e determinare l’occorrente…<br />

Nella VALLE PELIGNA, questi furono i sacerdoti che organizzarono<br />

le Vendite Carbonare nei seguenti paesi:<br />

–INTRODACQUA: Vincenzo Crognale, Gianloreto Susi, Francesco Susii,<br />

Serafino Ferri, il novizio Nicola Centofanti;<br />

–PACENTRO: Eligio De Chellis, Marco Di Lorenzo, Biagio Di<br />

Lorenzo;<br />

–PENTIMA (CORFINIO): Pietro Fabrizii canonico della Cattedrale di<br />

Valva;<br />

–PETTORANO SUL GIZIO: Ignazio Cipriani e Gaetano Porreca;<br />

–POPOLI: Ernesto Zecca, Giuseppe Spallone, Albino Villa, Loreto<br />

Scala, Domenico Carusi, Giancamillo Paolini, Concezio Zugaro,<br />

Giovanni Gaetani, il novizio Francesco Mancini;<br />

–PRATOLA PELIGNA: Ignazio Colella che aveva fondato la vendita a Castel<br />

Del Monte, Giuseppe Santangelo, Nunzio Presutti, Salvatore Fabrizi,<br />

l’accolito Vincenzo Galli, il suddiacono Vincenzo Margiotti;<br />

–PREZZA: Alessandro Franceschelli;<br />

–RAIANO: Luigi De Crescentis;<br />

–ROCCACASALE: Luigi Scarpone;<br />

–ROCCAVALLEOSCURA (Roccapia): Michele Arcangelo De Meis;<br />

–SAN BENEDETTO IN PERILLIS: Lodovico De Berardinis;<br />

–VITTORITO: Filippo Leanalli, Carlo Filippo Di Cesare;<br />

–SOLMONA: Damaso Amata, Filippo Pallozzi, Camillo Colamaggiore,<br />

Francesco Aloè, Pelino Strozzi.<br />

113


VALLE DEL SAGITTARIO:<br />

–ANVERSA: Onorato Agnitti, Francesco Agnitti, Domenico Incorvati;<br />

–BUGNARA: Francesco Agnitti, Gabriele Sarra;<br />

–CASTRO (CASTROVALVA): Nunzio Lodovigo Di Vito forse solo sospettato;<br />

–FRATTURA: Giacomo Falcone iscritto a Scanno e Gabriele Sarra<br />

iscritto a Bugnara;<br />

–SCANNO: Alessandro Abrami, Vincenzo Ciancarelli, Felice Ciarletta,<br />

Giacomo Falcone;<br />

–VILLALAGO: Valerio Pollidoro, Giuseppe Mancini.<br />

VALLE SUBEQUANA:<br />

–CASTEL DI IERI: Donato Pasquale oratore nella vendita di Castelvecchio<br />

Carapelle e Pelino Strozzi cappuccino della SS.ma<br />

Annunziata di Sulmona;<br />

–GAGLIANO ATERNO: Berardino Croce, Francesco Vacca;<br />

–GORIANO SICOLI: Alessandro Paulucci, Benedetto Paulucci;<br />

–SECINARO: Domenico Barbati, Nicola D’Abruzzo.<br />

VALLE DEL TIRINO e oltre:<br />

–BUSSI: Alessandro Franceschelli, Arcangelo Francescantonio;<br />

–CALASCIO: Alessio De Spinosa, Vincenzo Saverio Vespa, Giovanni<br />

Alesio Torsini, Giandomenico Frasca;<br />

–CAPESTRANO: Francesco Bucciantonj che partecipò al summit regionale<br />

di Popoli;<br />

–CARAPELLE: Gianandrea Trojani, il chierico Filiberto Costa;<br />

–CASTELVECCHIO CARAPELLE: Donato Pasquale originario di Castel Di<br />

Ieri, Giammatteo Milani;<br />

–CASTEL DEL MONTE: Ignazio Colella originario di Pratola, Francesco<br />

Corrado, Donato Corrado, Vincenzo Coletta;<br />

–OFENA: Vincenzo Chiola, l’ex frate Arcangelo Francescantonio originario<br />

di Bussi;<br />

–ROCCACALASCIO: Pietro Giustizia;<br />

–SANTO STEFANO: Domenico Rosciolelli iscritto alla vendita di Calascio,<br />

Giuseppe Tatoni iscritto alla vendita di Barisciano.<br />

–BARISCIANO: Giuseppe Tatoni.<br />

114


ZONA DEL SANGRO:<br />

–GAMBERALE: Emidio Terreri;<br />

–PIETRANSIERI: il novizio Giuseppe Amoroso, Maurizio D’Amico;<br />

–PIZZOFERRATO: Michelangelo Malocchi col fratello e il nipote, Marcantonio<br />

Coccia;<br />

–QUADRI: Ismaele Vizioli;<br />

–ROCCARASO: Epifanio Ferretti, Nicola Onofrii;<br />

–SCONTRONE: Feliciano De Felicis originario di Bugnara, Domenico<br />

Tiritilli.<br />

Le vendite carbonare erano ben note fra le popolazioni dei singoli<br />

paesi. Erano capeggiate dai sacerdoti che ne ricoprivano le varie cariche<br />

a partire dal semplice Ascritto (iscritto) al Convisitatore,<br />

all’Apprendente, al Partecipante, al Partecipante oratore, all’Oratore,<br />

al Segretario, al Conservatore del Bollo e del Registro, al Tesoriere, al<br />

Cassiere, al Supplente del Grande Oratore, al Grande Oratore, al<br />

Maestro Provvisorio, al Maestro di Cerimonie, al Maestro Oratore, al<br />

Supplente Maestro, al Vice Responsabile, al Vice Presidente, al<br />

Maestro, al Primo Assistente, al Mansionario Onorario, al Capo, al<br />

Gran Maestro, al Presidente e al Gran Maestro.<br />

Nel 1821 la Curia del Vescovado di Valva e Solmona fu molto attiva<br />

nel processare e condannare i sacerdoti carbonari. Le condanne<br />

erano varie. Il sacerdote veniva “sospeso dalla confessione”, “sospeso”,<br />

“sospeso a divinis”, “sospeso a divinis officiis”, “mandato agli<br />

esercizi”, “mandato ad un Convento”.<br />

La condanna di “sospeso dalla confessione” ovvero “sospeso dalla<br />

confessione in perpetuo” significava che la sospensione si limitava al<br />

sacramento della confessione ed a tempo indeterminato, salvo altra<br />

dicitura specificata.<br />

La condanna di “sospeso” ovvero di “sospeso a Divinis” o anche<br />

“sospeso a divinis Officiis” significava che il sacerdote veniva sospeso<br />

da tutte le funzioni sacre sacerdotali a tempo indeterminato, salvo<br />

diversa indicazione specificata.<br />

La condanna di “mandato agli esercizi”, da intendere “mandato<br />

agli esercizi spirituali”, significava che il sacerdote condannato avrebbe<br />

dovuto meditare sulla sua vita e in particolare sulla sua attività di<br />

115


carbonaro per “ravvedersi” e pentirsi al fine di essere reinserito nelle<br />

sue attività missionarie sacerdotali.<br />

La condanna di “mandato al Convento di…” significava che il<br />

sacerdote veniva “condannato alla clausura nel Convento di…”<br />

Molti Conventi, infatti, svolgevano la funzione di carcere clericale<br />

dove venivano relegati i sacerdoti a tempo indeterminato, cioè all’ergastolo:<br />

il Convento dei Cappuccini, il Convento dei Filippini, ed il<br />

Convento dei Padri Riformati di Sulmona; il Convento dei<br />

Cappuccini ed il Convento dei Padri Riformati di Raiano; il<br />

Convento dei Cappuccini di Pacentro; il Convento degli<br />

Osservanti di Calascio; il Convento di San Giorgio di Goriano<br />

Valli; il Convento dei Padri Riformati di Capestrano; il Convento<br />

dei Padri Osservanti di Palena; il Convento della Maddalena di<br />

Castel di Sangro; il Convento dei Cappuccini di Ofena.<br />

Moti carbonari abruzzesi<br />

Organizzati dai Carbonari abruzzesi vi furono i moti del 1831 ad<br />

Amatrice e del 1833 ad Aquila capeggiati dai mazziniani Pietro Marelli<br />

ed Angelo Pellegrini.<br />

Nel 1837 ancora Penne, pur colpita dal colera, si sollevò e subì una<br />

dura repressione.<br />

Nel 1841 anche Aquila si sollevò agli ordini del mazziniano Luigi<br />

Falconio; questo moto implicò anche il Marchese Luigi Dragonetti che<br />

nel 1848 divenne Ministro degli Esteri nel Governo presieduto da<br />

Carlo Troya.<br />

Il 7 ed 8 maggio 1848, a Pratola Peligna, i contadini si ribellarono<br />

con violenza, con conseguenti riflessi sanguinosi.<br />

Doverosamente ricordiamo i rivoluzionari di Introdacqua: Croce<br />

Susi, Emanuele D’Eramo, Concezio D’Eramo, don Serafino Ferri,<br />

Giambattista Rubimarga, Emilio Mampieri e i fratelli Gaetano e<br />

Raffaele Tiberi. Croce Susi, nella sede comunale, con un bastone ruppe<br />

la testa della scultura rappresentante il Re di Napoli; per tale gesto fu<br />

subito imprigionato, dopo qualche mese seguirono la stessa sorte don<br />

116


Serafino Ferri ed Emanuele D’Eramo. Croce Susi fu processato a<br />

L’Aquila il giorno 11 dicembre 1849 dalla Gran Corte Speciale e l’11<br />

dicembre fu condannato a otto anni di relegazione nell’isola di<br />

Ventotene ed a pagare le onerose spese di giudizio.<br />

I deputati abruzzesi eletti il 1° maggio 1848 furono:<br />

– per l’Abruzzo Citra con capoluogo Chieti: De Thomasis Vincenzo,<br />

Luigi Cadorna, Goffredo Sigismondi, Silvio Spaventa, Domenico<br />

Pugliesi, Giustino Consalvi, Marino Turchi, Angelo Camillo De<br />

Meis;<br />

– per l’Abruzzo Ultra Primo con capoluogo Teramo: Clemente<br />

Belisario, Domenico De Cesaris, Giuseppe De Vincentiis,<br />

Michelangelo Castagna, Francesco De Blasis;<br />

– per l’Abruzzo Ultra Secondo con capoluogo Aquila: Pier Silvestro<br />

Leopardi, Luigi Dragonetti, Giuseppe Pica, Salvatore Tommasi,<br />

Enrico Berardi, Gaetano Giardini, Antonio Ferrante, Leonardo<br />

Dorotea, Leopoldo Dorrucci di Sulmona e Goffredo Sigismondo<br />

sulmonese ma nativo di Bomba, come lo Spaventa;<br />

– per la Regione Molise furono eletti: Gabriele Pepe, Martinangelo<br />

De Martino, Nazaro Colaneri, Domenico Trotta, Jacampa Lorenzo,<br />

Ferdinando Connavino, Michele Cremonese, Nicola De Luca,<br />

Stefano Jadopi.<br />

Annullate le elezioni del 1° maggio, il 14 giugno si ripetettero e<br />

furono confermati gli stessi eletti del 1° maggio.<br />

I moti rivoluzionari abruzzesi avvennero parallelamente ai grandi<br />

moti carbonari nei vari Stati in cui era divisa l’Italia.<br />

Il 1 luglio 1820, a Nola, i sottotenenti Morelli e Silvati, con il loro<br />

squadrone della cavalleria, marciarono su Avellino per poi proseguire<br />

verso Napoli appoggiati dal maggiore De Conciliis. Ai rivoltosi si<br />

aggiunsero le truppe comandate dal generale Guglielmo Pepe. Il Re<br />

Ferdinando I concesse la Costituzione. L’Austria spedì subito un esercito<br />

di centomila soldati che, ad Antrodoco, annientò la labile difesa<br />

offerta da Guglielmo Pepe. L’esercito austriaco attraversò le terre<br />

aquilane e peligne, risalì la Strada Napoleonica e piombò sulla Campania<br />

disperdendo le truppe del generale Carascosa schierate sul fiume<br />

Garigliano.<br />

117


Ferdinando I rientrò a Napoli il 23 marzo 1821, abolì la Costituzione<br />

e compì le sue vendette.<br />

Il Risorgimento, nei suoi motivi profondi e nel suo universale<br />

senso umano, fu assai più una conquista di spiriti che una conquista di<br />

armi. La forza delle armi vi ebbe una parte secondaria perché le schiere<br />

che affrontavano le battaglie in campo aperto erano (come i Mille ed<br />

i giovani studenti toscani) volontari seguaci di un’idea e spesso erano<br />

quasi inermi. Fu più una storia di idee e di anime che una storia di battaglie,<br />

più martirologio e proselitismo che politica e strategia. Queste<br />

ultime sopravvennero con Cavour e con Vittorio Emanuele II, dopo<br />

l’impresa dei Mille di Garibaldi.<br />

Ora si sta cercando di rompere l’Unità nazionale, tanto faticosamente<br />

raggiunta, con una legge tanto discutibile quanto infausta. C’è<br />

chi vilipendia la bandiera nazionale, chi si allontana durante l’Inno<br />

Nazionale, chi disdegna di essere italiano. Saranno stati vani i sacrifici,<br />

i morti, le stragi, il tanto sangue versato per una causa così alta, per<br />

l’ideale di uno Stato uno, libero, indipendente?<br />

Bibliografia<br />

E. Ricci, La Carboneria in Abruzzo e le Vendite Carbonare nei paesi della Diocesi<br />

di Valva e Sulmona, Tipolitografia “La Moderna”, Sulmona 1991;<br />

Tiberio Menin, Atlante storico volume III, Minerva Italica, Bergamo 1968;<br />

Tuttitalia Enciclopedia dell’Italia Antica e Moderna, Abruzzo e Molise, Edizione<br />

Sadea Sansoni, Firenze 1965;<br />

Nuova Enciclopedia, Editrice Italiana di Cultura, Roma 1963;<br />

Franco Cercone, Abruzzo Terra di briganti, Edizione Quale Vita, Torre dei Nolfi<br />

2006;<br />

Berardino Ferri, Un processo alla Gran Corte Speciale del 2° Abruzzo Ulteriore,<br />

Tipolitografia “La Moderna”, Sulmona 2001.<br />

118


SALVATORE TOMMASI<br />

SCIENZIATO E PATRIOTA ABRUZZESE 1<br />

di Evandro Gay<br />

Salvatore Tommasi nacque il 26 luglio 1813 a Roccaraso, dove il<br />

padre, originario di Accumoli (Teramo), era stato trasferito come<br />

segretario comunale. Prima frequentò in Ascoli Piceno il Seminario, da<br />

dove fu espulso per aver partecipato a manifestazioni patriottiche, poi<br />

fu allievo del Liceo dell’Aquila e studente universitario a Napoli, dove<br />

conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia nel 1838, a venticinque<br />

anni. Dopo solo sei mesi gli fu affidata la seconda cattedra di clinica<br />

medica nella medesima università Federiciana, nella quale fu apprezzato<br />

docente fino al 1848, quando fu esiliato per motivi politici. Nello<br />

stesso anno sedette al Parlamento, quale rappresentante dell’Aquila.<br />

Il 10 febbraio 1848 Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie,<br />

aveva concesso e giurato la Costituzione, ma il 15 maggio di tale anno<br />

le truppe regie aprirono il fuoco contro il popolo che manifestava per<br />

le strade: e fu una strage. Invano i ministri Conforti e Dragonetti scongiurarono<br />

il Re di far cessare il fuoco, anzi gli stessi deputati, riunitisi<br />

a Monteoliveto, furono aggrediti. Fu allora che Salvatore Tommasi sottoscrisse<br />

la “Protesta contro un atto di cieco dispotismo”, redatta da<br />

Pasquale Stanislao Mancini.<br />

Questo gli costò l’arresto insieme ad altri ventimila napoletani e la<br />

sua traduzione notturna al carcere di San Francesco, nella stessa cella di<br />

Silvio Spaventa. Poi prese la via dell’esilio, prima a Genova e poi a<br />

Parigi, Londra e Torino. Nel 1859 fu nominato professore all’Università<br />

di Pavia e come medico prestò la sua opera professionale anche nella<br />

battaglia del Ticino. Nel 1860 il “Grande Tessitore”, Camillo Benso,<br />

Conte di Cavour, prevedendo l’arrivo di Garibaldi e ancor più temendo<br />

l’arrivo di Giuseppe Mazzini a Napoli, inviò i suoi migliori uomini per<br />

preparare l’annessione al Regno. A metà luglio partì Silvio Spaventa,<br />

01 Fonte: provinciaoggi, luglio-dicembre 1988.<br />

119


che era professore all’Università di Modena, e il 13 agosto era a Napoli<br />

anche Salvatore Tommasi, che lì si unì con l’altro emigrato politico<br />

abruzzese Pier Silvestro Leopardi, deputato di Sulmona. Entrambi<br />

erano stati naturalizzati, diventando in tal modo cittadini piemontesi, e<br />

godevano di guarentigie in caso di arresto. Cavour aveva detto:<br />

“Annessione per acclamazione di popolo prima di Garibaldi, perché se<br />

egli arriva a Napoli con a fianco il Bertani l’annessione sfugge”.<br />

Tommasi scriverà a Cavour che a Napoli si attendeva Garibaldi con<br />

ansia ed entusiasmo e che da lui dipendeva tutto. Si formarono allora a<br />

Napoli due comitati, uno monarchico e l’altro repubblicano, ed<br />

entrambi decisero di inviare legazioni a Garibaldi per l’adesione al loro<br />

programma. Il generale, perciò, viene conteso al suo arrivo a Napoli. Il<br />

7 settembre Pier Silvestro Leopardi ricevette il seguente telegramma:<br />

“Alle 10 saremo a Napoli, fate trovare alla stazione dieci cavalli da<br />

sella e una carrozza. Firmato Gizio”. Sotto lo pseudonimo di Gizio si<br />

nascondeva Salvatore Tommasi, che usò la denominazione del fiume<br />

omonimo, che bagna Pettorano, patria di sua moglie. E questo<br />

Leopardi lo sapeva. Però Garibaldi sceso dal treno fu prelevato dai<br />

repubblicani, che lo portarono alla foresteria, ove era la loro sede.<br />

L’aggancio col generale, pertanto, non riesce, con disappunto di<br />

Cavour. Intanto a Napoli giunge un battello proveniente da Marsiglia,<br />

pieno di repubblicani, comandati da Mazzini e da Aurelio Saliceti,<br />

abruzzese di Ripattoni, in provincia di Teramo, con a bordo tra gli altri<br />

Crispi, Saffi e Dumas. A Napoli si attende anche l’eroe ungherese<br />

Cossuth. Nel frattempo l’esercito piemontese, dopo la caduta di<br />

Ancona il 29 settembre 1860, è fermo sul fiume Tronto. Il Grande<br />

Tessitore allora ordisce un’altra trama. Bisogna raccogliere adesioni<br />

dei Comuni dell’Abruzzo alla nuova monarchia. Il Re Vittorio<br />

Emanuele deve entrare in Abruzzo perché chiamato dai municipi, dal<br />

popolo. Salvatore Tommasi viene incaricato di questa importante missione<br />

dal Comitato dell’ordine. In una lettera a Luigi Farini del 25 settembre<br />

1860 dichiarava: “Io sto viaggiando gli Abruzzi dì e notte a<br />

palmo a palmo e vago nei singoli municipi e bisogna esser pronti a<br />

maneggiare il revolver per non essere sopraffatti”.<br />

A Napoli intanto si costituisce un Comitato di Salute Pubblica e<br />

Cavour è disperato perché teme una spedizione dei mille alla rovescia.<br />

120


Ordina allora al Comandante di Genova di vigilare su tutti i porti, perché<br />

è possibile uno sbarco di Garibaldi. Urge che l’esercito si muova<br />

dal fiume Tronto. Il 2 ottobre telegrafa a Farini, il ministro che accompagna<br />

il Re: “Urge andare a Napoli!” Il 3 e il 4 ottobre altri due telegrammi<br />

di sollecito, il 5 ottobre un dispaccio, scritto in francese: “Per<br />

l’amor di Dio! Affrettate la vostra entrata negli Abruzzi”. Il motivo<br />

della prolungata sosta in riva al Tronto era chiaro: Vittorio Emanuele<br />

attendeva Salvatore Tommasi con gli indirizzi al re da parte delle municipalità<br />

abruzzesi, per giustificare dinanzi all’Europa tutta il suo<br />

ingresso nel Regno. Finalmente il 7 ottobre Salvatore Tommasi giunge<br />

in Ancona e alle ore 12, all’uscita dalla Messa di Vittorio Emanuele,<br />

consegna 280 delibere di annessione. “Bravo Tommasi!”, gli dice il<br />

Re, “questo giustifica il nostro passaggio”. Poi lo fece nominare<br />

Colonnello di Stato Maggiore e in divisa da colonnello lo volle accanto<br />

a sé nella carrozza reale e, visto da tutti, l’abruzzese Tommasi, naturalizzato<br />

piemontese, attraversò i paesi abruzzesi al fianco di Sua<br />

Maestà. Compiuta la missione affidatagli, Tommasi ritornò alla sua<br />

tranquilla Pavia, dove riprese le lezioni e gli studi.<br />

Nell’elezione del Primo Parlamento nazionale del 27 gennaio 1861<br />

fu eletto deputato nel collegio di Cittàducale, allora in provincia<br />

dell’Aquila, però non sedette alla Camera. Vigeva allora la legge<br />

secondo la quale gli stipendiati dello Stato non potevano superare un<br />

decimo del numero dei deputati e Salvatore Tommasi non fu favorito<br />

dal sorteggio.<br />

Però il Re, memore della sua assoluta dedizione alla patria, lo<br />

nominò nel 1864 Senatore a vita. Morì a Napoli nel 1888 e al Senato<br />

del Regno fu ricordato con queste parole dal senatore Moleschott:<br />

“Dotto senza toga, professore senza boria, medico senza imposture,<br />

filosofo senza credersi infallibile, senatore di poca parola, eppure<br />

potente nell’affermare, sapiente senza scoramenti, Salvatore Tommasi<br />

era savio, forte e buono”. A lui nel 1883, quando era ancora in vita, i<br />

quaranta reggitori della Provincia dell’Aquila vollero intitolare la<br />

Biblioteca Provinciale, anche nota come “Tommasiana”. In seguito la<br />

città di Sulmona gli intitolò la piazza antistante la Biblioteca<br />

Comunale.<br />

121


122<br />

E. Gamba (Torino 1831-1883), Il voto di annessione dell’Abruzzo, Genova, Galleria d’Arte Moderna, tratto da “Dal Tronto al Sangro”,<br />

a cura di Ezio Mattiocco.


A PROPOSITO DELLE CELEBRAZIONI<br />

DEI 150 ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA<br />

di Rosa Giammarco<br />

Molto si è detto e scritto sugli eventi nazionali che hanno caratterizzato<br />

l’Unità d’Italia, poco è stato riportato sugli accadimenti “locali”<br />

e sull’apporto di territori, malamente considerati “minori”, che pure<br />

hanno contribuito a fare la storia d’Italia. In questo senso l’Abruzzo ha<br />

ancora bisogno di conoscersi per farsi conoscere ed entrare meglio nel<br />

contesto della coscienza civile attraverso la rivalutazione delle attività<br />

e delle gesta compiute.<br />

L’Abruzzo vuole che si riscopra il suo ruolo, un ruolo né incidentale<br />

né minore che si inserisce con momenti fondamentali nella realizzazione<br />

dell’Unità d’Italia.<br />

Per questo motivo la Regione, partecipando al XXIV Salone<br />

Internazionale del Libro svoltosi a Torino dal 12 al 16 maggio 2011,<br />

con lo slogan “Abruzzo, crocevia dell’Unità d’Italia. Storia, cultura,<br />

valori e personaggi”, ha voluto far conoscere il notevole contributo<br />

dato. Sono stati presentati ed illustrati importanti documenti, fatti e<br />

personaggi, a testimonianza del significativo ruolo svolto.<br />

In particolare il Prof. Francesco Sabatini, Presidente Emerito<br />

dell’Accademia della Crusca, ha richiamato l’attenzione su tre documenti<br />

storici che provano il contributo dato dal Centro Abruzzo al<br />

Risorgimento:<br />

a) la lettera a stampa che Antonio De Nino di Pratola Peligna indirizzò<br />

il 1° ottobre 1860 “alla gente della campagna” per avvertirla<br />

della possibilità di “liberazione dalla sua secolare ignoranza”;<br />

b) i disegni patriottici che il Parroco di Pescocostanzo intercalò “agli<br />

atti di nascita registrati nel Libro parrocchiale della sua comunità<br />

dal 1862 al 1872”;<br />

c) una tela recentemente scoperta dal Prof. Sabatini ed esaminata dallo<br />

storico d’arte Vittorio Casale, che “il pittore piemontese Enrico<br />

Gamba istoriò, già nel gennaio 1861, per ricordare, lì in Piemonte,<br />

proprio il “Plebiscito d’Abruzzo”.<br />

123


Su quest’ultima scoperta c’è stata molta attenzione.<br />

Il dipinto “Il voto di annessione dell’Abruzzo” (Torino 1831-1883)<br />

- Genova, Galleria d’Arte Moderna (tratto da “Dal Tronto al Sangro”,<br />

a cura di Ezio Mattiocco e promosso dalla Deputazione di Storia Patria<br />

e dall’Università Sulmonese della Libera Età - Casa Editrice Colacchi)<br />

è opera di un pittore torinese, Enrico Gamba, stretto collaboratore della<br />

corte sabauda. Rappresenta, su uno sfondo dove spicca maestosamente<br />

il Gran Sasso (riconoscibile il Grande Corno) il momento in cui gli<br />

abruzzesi, scheda in mano, si recano a votare. È raffigurato un variopinto<br />

corteo composto da una schiera di popolani, borghesi, aristocratici<br />

e clero che vanno a votare per il plebiscito consentendo a Cavour<br />

di compiere quell’operazione diplomatica e militare affinché Vittorio<br />

Emanuele II potesse varcare il Tronto (il nuovo Rubicone d’Italia).<br />

Sono riprodotti: due suonatori di cornamuse, un contadino a cavallo<br />

nell’atto di togliersi il cappello in ossequio alla bandiera con lo stemma<br />

dei Savoia, un gruppo di paesani, tra i quali si evidenziano tre rappresentanti<br />

dell’aristocrazia con il cilindro in testa, della borghesia con<br />

la bombetta, e del clero, un bambino ed un cane, che seguono il portabandiera,<br />

quattro giovani esultanti nell’atto di cantare, un pastore riconoscibile<br />

dal suo abbigliamento, un baroccio trainato da due buoi sul<br />

quale appaiono distesi altri contadini, e da un uomo che innalza un<br />

ritratto abbellito con ramoscelli d’olivo probabilmente inneggiante a<br />

Vittorio Emanuele II. Sulla strada in percorrenza, di fianco, una viandante,<br />

una figura femminile, che “addita” il corteo ad una bambina.<br />

Tutti gli elementi riportati nel quadro testimoniano l’ambito regionale<br />

nel quale l’azione si svolge, dall’ambientazione, ai caratteristici cappelli,<br />

alle “cioce” calzate e ai mantelli sdruciti. Spicca, con maggiore<br />

luce, la figura femminile. Quale significato attribuire a questa presenza?<br />

Al plebiscito potevano votare solo gli uomini, le donne erano fuori<br />

da questo diritto riconosciuto successivamente, ma questa donna è presente<br />

ed ha un ruolo illuminante. E a questo proposito il Prof. Sabatini<br />

ha ricondotto tale figura sí al costume abruzzese ma più precisamente<br />

al costume di donna di Pettorano sul Gizio. Tale accostamento, condiviso<br />

da Walter Capezzali, Presidente della Deputazione di Storia Patria<br />

negli Abruzzi, è rafforzato, oltre che dalla foggia del vestire così simile<br />

a quella del costume pettoranese, dall’omaggio che probabilmente il<br />

124


pittore piemontese, visto che entrambi erano legati alla monarchia<br />

sabauda, ha voluto fare a Salvatore Tommasi, figura di spicco della cultura<br />

medico-scientifica del secondo Ottocento e protagonista cruciale<br />

nel processo di unificazione dell’Italia, sposato con la patriota Emilia<br />

Organtini, pettoranese, figlia di Francesco Saverio Organtini e di<br />

Margherita Bonitatibus, già morta in quella data. Altra ipotesi è che sia<br />

stato lo stesso Salvatore Tommasi a commissionare il quadro.<br />

Comunque sia è una stupenda rappresentazione di una pagina dell’epopea<br />

del popolo abruzzese e noi non possiamo che ringraziare sentitamente<br />

chi ci ha permesso di conoscerla, Ezio Mattiocco, Francesco<br />

Sabatini e Walter Capezzali.<br />

125


126


L’ABRUZZO E L’UNITÀ D’ITALIA<br />

di Licia Mampieri<br />

La storiografia nazionale spesso ha trascurato aspetti ritenuti secondari<br />

nel complessivo contesto della unificazione del nostro paese, finendo<br />

in tal modo per fare un pessimo servizio ad una serena valutazione di<br />

quell’evento storico che ha riunito un territorio diviso fin dalla caduta dell’impero<br />

di Occidente. Il compiersi dell’evento unitario è da ricomporre<br />

in un succedersi di accadimenti politici e bellici che, a livello nazionale e<br />

regionale, hanno segnato il cammino della storia di 150 anni fa.<br />

Era il 1860 e nei pochi mesi dalla spedizione di Garibaldi da Quarto-<br />

Genova alla discesa del Re Vittorio Emanuele a Caianello per incontrare<br />

il condottiero vincitore dal Regno delle due Sicilie, vi fu un susseguirsi<br />

di eventi che coinvolsero tutti i protagonisti del Risorgimento.<br />

La realtà preunitaria del Regno di Napoli comprendeva sei regioni,<br />

in cui una eletta schiera di liberali si muoveva nel senso di favorirne l’annessione<br />

al Regno di Sardegna. Ma il popolo ne era convinto? I Borboni<br />

sapevano farsi amare dal popolo, ma la borghesia colta era consapevole<br />

che il loro regno stava per crollare sotto la spinta di quei patrioti, soprattutto<br />

mazziniani, che volevano sì l’unità di Italia, ma sotto la bandiera<br />

repubblicana. La vita del Regno delle due Sicilie sino alla sua caduta<br />

ruotava intorno alla sua capitale, Napoli, ove l’Università Federico II, in<br />

tutte le sue discipline – soprattutto giurisprudenza e medicina – costituiva<br />

un punto di riferimento importante per tutto il paese.<br />

L’Abruzzo, dopo i moti del 1799, quando il Generale Giuseppe Pronio<br />

aveva sconfitto i francesi invasori ed i loro simpatizzanti, contribuendo in<br />

modo decisivo a riportare sul trono di Napoli Re Ferdinando, era tornata<br />

una terra relativamente tranquilla, anche se cellule carbonare cospiravano<br />

a L’Aquila ed altrove contro lo Stato borbonico. È così che dopo l’arrivo<br />

di Garibaldi, il 3 ottobre 1860, Napoli era ribollente di sentimenti contrastanti<br />

con tentazioni disgreganti e cospicue derive. Ed a Napoli era presente<br />

già il Comitato di azione di Giuseppe Mazzini per preparare la<br />

Repubblica. È in questo contesto che, mentre il Re e lo Stato Maggiore<br />

erano fermi ad Ancona, si attivò Salvatore Tommasi, medico e patriota.<br />

127


Salvatore Tommasi era nato a Roccaraso il 26 luglio 1813 e morì<br />

a Napoli il 18 luglio 1888. Gli studi classici e la passione per la medicina<br />

lo portarono a divenire Docente all’Università di Pavia, ma il<br />

richiamo patriottico lo vide Deputato al Collegio di L’Aquila nel 1848<br />

e deputato alla prima Camera italiana nelle elezioni del 27 gennaio<br />

1861 per il Collegio di Cittàducale.<br />

Noi lo ricordiamo per la sua opera di mediazione con il primo<br />

Ministro Cavour ed il Ministro Farini, in quell’ottobre 1860, per convincere<br />

il Re ad attraversare il Tronto e recarsi a Napoli. È in questo periodo che<br />

il Conte di Cavour mise in atto tutta la sua diplomazia per creare le condizioni<br />

ottimali perché il Re si recasse a Napoli ed incontrasse Garibaldi.<br />

Sin dalla fine di settembre Cavour cominciò a telegrafare al<br />

Ministro Farini, che accompagnava il Re. I dispacci erano tutti in francese.<br />

Scriveva Cavour “Il faut sans perdre de temps diriger des troupes<br />

vers la frontière” ma tra il politico che voleva raggiungere subito il<br />

risultato e lo Stato Maggiore del Re, che era incerto e temeva il rischio<br />

di reazioni e rischio di conflitto, vi fu l’opera di Salvatore Tommasi<br />

che, come si legge dai telegrammi del Gover-natore Papa dell’Aquila,<br />

iniziò quella “santa missione” negli Abruzzi ed in Terra di Lavoro per<br />

raccogliere adesioni per l’annessione al Piemonte. È così che<br />

l’Abruzzo svolse un ruolo non secondario nei giorni cruciali per l’unità<br />

di Italia. I generali dello Stato maggiore aspettavano il sì delle popolazioni,<br />

ed il Re non voleva urtare le diplomazie europee che sino ad<br />

ora erano state acquiescenti verso l’azione del Piemonte.<br />

Tommasi, come lui stesso dirà, “andò viaggiando l’Abruzzo dì e<br />

notte” mentre il Re era fermo e titubante in Ancona. Finalmente il 7<br />

ottobre 1860 il Re ricevette ad Ancona Salvatore Tommasi, lo ringraziò<br />

per l’opera svolta e lo invitò ad accompagnarlo oltre il passaggio<br />

del Tronto, inserendolo quale addetto allo Stato Maggiore. Vi è tutto<br />

uno sprone in quei giorni, ed un modo di dire: il Tronto come il<br />

Rubicone! E Cavour che il 5 ottobre manda un dispaccio al Ministro<br />

Farini, in cui scriveva: “… Fate entrare il Re in una città qualunque, e<br />

chiami Garibaldi a sé, lo magnetizzi e lo rimandi alla Caprera su di un<br />

vapore datogli in dono”.<br />

Vittorio Emanuele il 15 ottobre 1860 passò il fiume Tronto che<br />

segna il confine tra le Marche e l’Abruzzo e lo stesso giorno era a<br />

128


Giulianova. Finalmente gli indugi erano stati sconfitti, anche su pressioni<br />

di Cavour che in un suo dispaccio in quei giorni telegrafava:<br />

“Maestà! Il passaggio del Tronto è più importante del Ticino del 1848”.<br />

Il 16 ottobre il Re giunse a Castellammare ed il 17 a Pescara dove<br />

visitò la Fortezza borbonica. Il giorno 19 ottobre fu a Chieti ed il 20 a<br />

Tocco da Causaria ed a Popoli. Nello stesso giorno il Re proseguì per<br />

Sulmona. Qui è bene riportare quanto riferito nell’opera di Raffaele De<br />

Cesare La fine di un regno:<br />

Dopo Popoli proseguì per Sulmona, si partì da questa città<br />

all’indomani. Il re passò sotto un grande arco di trionfo e andò<br />

alla chiesa di S. Panfilo dove fu ricevuto dal vescovo Mons.<br />

Sabatini, che intonò il Te Deum. Rimontato a cavallo attraversò<br />

la città. Tra nembi di fiori, cartelloni tricolori e grida esultanti.<br />

Arrivò alla sott’intendenza e ricevé le autorità. Nella sala maggiore<br />

vi era stato eretto un trono e posta su di esso una corona<br />

del valore di 12.000 ducati, fatta venire da Pescocostanzo e di<br />

proprietà di quella Chiesa parrocchiale.<br />

A Sulmona il Re fu ospite nella villa degli Orsini, sontuosamente<br />

addobbata. Il seguito alloggiò nella storica Badia del Morrone di<br />

Celestino V, allora ospedale militare. Villa Del Basso-Orsini è ancora<br />

oggi proprietà dei discendenti della famiglia gentilizia ed ancora oggi<br />

una targa in camera da letto ricorda il soggiorno del Re.<br />

Il 21 ottobre 1860 il Re arrivò a Castel di Sangro, dove ebbe notizia<br />

ufficiale degli esiti favorevoli del Plebiscito che vi era stato in tutte<br />

le Regioni dell’ex Regno di Napoli.<br />

Il 26 ottobre 1860 a Caianello avvenne lo storico incontro con<br />

Giuseppe Garibaldi. Poi il Re proseguì per Napoli. Nei giorni precedenti<br />

furono scambiati vari dispacci telegrafici tra Garibaldi, il Generale<br />

Cialdini ed il Governatore di Teramo. In uno di questi dispacci<br />

Garibaldi telegrafava di voler accogliere “i piemontesi come fratelli”.<br />

Ma sin da allora lo stesso Cavour già era prevenuto nei confronti del<br />

popolo dell’ex Regno di Napoli. Lo definì in un dispaccio “accozzaglia<br />

di gente” ed impose di distruggere l’azione mazziniana. Temeva soprattutto<br />

le gole di Popoli che erano tenute dalle truppe garibaldine del mazziniano<br />

Pateras. L’idea-guida di Cavour era che Vittorio Emanuele<br />

129


dovesse divenire Re d’Italia in Abruzzo, prima che dieci anni dopo fosse<br />

proclamato Re d’Italia dal Parlamento in Campidoglio.<br />

L’Unità d’Italia, per noi abruzzesi, cominciò con la piemontesizzazione<br />

determinata e feroce. Determinata nell’imporre una legislazione<br />

complessivamente diversa dall’amministrazione dei Borboni, che se<br />

pur paternalistica, era accettata dalla gente; feroce, in quanto la repressione<br />

contro i realisti, considerati semplicemente briganti, diede corso<br />

ad una vera e propria guerra civile con massacri di uomini, donne e<br />

bambini, incendi di paesi e fattorie, incarceramenti e persecuzioni.<br />

Da quella vera e propria guerra mossa dai piemontesi cominciò la<br />

grande migrazione verso le Americhe delle popolazioni abruzzesi e<br />

meridionali, anche per sfuggire ad un’indegna miseria. Le Regioni<br />

meridionali e l’Abruzzo, sottomesse ma non piegate, aspettano ancora<br />

dallo Stato unitario giustizia e verità.<br />

Pier Silvestro Leopardi<br />

Oltre a Salvatore Tommasi ebbe rilievo, per l’Abruzzo e per<br />

Sulmona in particolare, Pier Silvestro Leopardi. Nato ad Amatrice il 31<br />

dicembre del 1797 (oggi Rieti), nella provincia aquilana, Leopardi a<br />

sedici anni combatté contro Gioacchino Murat, nel 1821 fu Ufficiale<br />

nello Stato Maggiore del Generale Pepe. Imprigionato nel 1933, fu<br />

mandato in esilio. Si recò a Parigi ove collaborò con vari giornali e tradusse<br />

in francese le opere di Balbo, Gioberti e Massimo D’Azeglio.<br />

Nel 1848 ritornò in Patria e fu nominato dal Governo del Re di<br />

Napoli plenipotenziario presso il Regno di Sardegna e successivamente<br />

presso la Confederazione Svizzera. Venne anche eletto deputato al<br />

Parlamento del Regno delle due Sicilie. Alla restaurazione fu imprigionato<br />

per quattro anni e poi ancora esiliato.<br />

Noi lo ricordiamo in quanto nel 1861 venne eletto Deputato di<br />

Sulmona al primo Parlamento italiano, che corrispondeva alla VIII<br />

Legislatura del Regno di Sardegna. Alla Camera dei Deputati militò<br />

nelle file dei Conservatori. Nel 1865 fu nominato Senatore del Regno.<br />

Quando la capitale da Torino si trasferì a Firenze, la morte lo colse<br />

nella città toscana il 14 luglio 1870.<br />

130


La sua attività parlamentare fu molto assidua e tante sono le petizioni<br />

e le prese di posizione in ordine ai diversi e svariati problemi<br />

inerenti il giovane regno d’Italia. Nel volume di Alberto Malatesta del<br />

1946, che riporta l’indice di Ministri, deputati e senatori dal 1848 al<br />

1922, il Leopardi è citato in tutta la sua ricca attività di deputato. Egli<br />

propone un ordine del giorno in seguito alle numerose interpellanze<br />

intorno all’amministrazione delle province dell’ex Regno di Napoli e<br />

della Sicilia, interviene nella discussione di un progetto di legge per<br />

l’abolizione dei vincoli feudali, si occupa di contribuire alla istituzione<br />

del Gran Libro del Debito Pubblico, dopo l’unificazione dei debiti<br />

dello Stato unitario. Quello che più ci riguarda da vicino come regione<br />

Abruzzo, fu la sua determinazione nel caldeggiare la costruzione<br />

della strada ferrata da Napoli all’Adriatico, seguendo anche con<br />

emendamenti appropriati il progetto. La ferrovia Napoli-Sulmona-<br />

Pescara c’è ancora, anche se l’orientamento della gestione delle ferrovie,<br />

con molta miopia, è sempre quello di ridurne le corse o addirittura<br />

sopprimerle.<br />

La Rivista “L’illustrazione italiana” del 1911, in occasione del cinquantenario<br />

dell’Unità d’Italia, cita il deputato Pier Silvestro Leopardi,<br />

unitamente a tutti gli altri deputati del primo Parlamento nazionale del<br />

Regno d’Italia, ricordandone meriti e virtù.<br />

Il Leopardi fu un patriota e contribuì alla nascita del Regno d’Italia,<br />

anche se lungo il corso della sua vita pubblica fu spesso combattuto tra<br />

il lealismo verso i Borboni e l’aspirazione ad unificare l’Italia.<br />

Giuseppe Tamburrino – l’ultimo dei briganti<br />

Grande impatto emotivo ebbe nell’immaginario collettivo abruzzese<br />

Giuseppe Tamburrino, figlio di Venanzio e di Agnese Ferri, che<br />

avviò, suo malgrado, la “carriera” di brigante quando, come narra mio<br />

padre, nel 1848, mentre acquistava del tabacco in una rivendita di sale<br />

e tabacchi in paese, si imbatté col sergente della Gendarmeria borbonica<br />

Remigio Ferri, il quale gli pestò a bella posta un piede. Ne nacque<br />

un tafferuglio e Ferri fu steso a terra dal Tamburrino che era alto quasi<br />

due metri ed aveva una forza erculea. Tamburrino fu tratto in arresto e<br />

131


tradotto nel carcere di Introdacqua. Nella stessa notte egli forzò la<br />

porta del carcere ed evase.<br />

I miei ricordi sulla figura e le gesta di Giuseppe Tamburrino, ultimo<br />

brigante di Introdacqua, risalgono al tempo della mia infanzia,<br />

quando mio padre, prima di emigrare in Venezuela, mi raccontava di<br />

questo brigante altissimo, con una folta barba, che aveva conosciuto da<br />

ragazzo nel primo decennio del Novecento, quando egli, ormai libero<br />

e molto anziano, si sedeva dinanzi alla cantina di Consolata, ad<br />

Introdacqua, a raccontare la sua storia.<br />

Allora, in vecchiaia, era solo Zi Peppuccio, e si era talmente affezionato<br />

a papà che gli regalò il suo bastone di ulivo, dritto e nodoso, con la<br />

punta in ferro. Il bastone rimase sempre nella casa paterna anche quando<br />

mio padre era all’estero, ma dopo la sua morte mia sorella Maria se<br />

ne impossessò, e da allora io non l’ho più visto. Giuseppe Tamburrino<br />

nacque a Introdacqua il 27 maggio del 1829 e morì nel 1922.<br />

Allora il paese era molto popoloso, ricco di acque e di boschi, ed<br />

il Monte Plaia, con le sue “sbronze” mura megalitiche, offriva rifugio<br />

nei suoi antri e nella sua fitta boscaglia. È in quegli anfratti che, dopo<br />

la Restaurazione, si rifugiavano i briganti introdacquesi ricercati dalla<br />

Polizia Borbonica con il compito di ristabilire l’ordine dopo l’invasione<br />

dei francesi. Introdacqua è famoso in quanto ha dato i natali al<br />

Capomassa Giuseppe Pronio (1760-1804), poi divenuto comandante<br />

dei Tre Abruzzi per aver sconfitto i francesi, nonché al figlio Paolo,<br />

Generale comandante dei regi eserciti borbonici (1784-1853).<br />

Ma Introdacqua ebbe anche numerosi briganti, tanto da dare vita<br />

alla “banda degli introdacquesi” che, dopo il 1860, si diedero alla macchia<br />

per non essere arrestati dalla Guardia Mobile Nazionale del<br />

Mandamento di Introdacqua e Scanno. Giuseppe Tamburrino infatti,<br />

per la conoscenza del territorio montano e per la sua prestanza fisica,<br />

chiese ed ottenne in cambio della vita di arruolarsi nella Guardia<br />

Mobile Nazionale per contribuire alla repressione del brigantaggio e<br />

dei reazionari borbonici che erano ancora sbandati. Si macchiò di un<br />

delitto, per aver ucciso il 15 aprile 1861 il suo più acerrimo nemico, il<br />

brigante Ignazio Franciosa, compaesano, ma residente a Pettorano sul<br />

Gizio, tristemente noto per gli assalti alle diligenze che percorrevano<br />

la Via Napoleonica da Sulmona a Napoli e viceversa.<br />

132


Più volte arrestato ed evaso, sotto il Regno dei Borboni Tamburrino<br />

si rifugiò per un periodo nella Tenuta Frasca dello Stato Pontificio, a<br />

disposizione proprio per accogliere i delinquenti che volessero ravvedersi.<br />

Chiusa la tenuta rifugio, rientrò ad Introdacqua ed essendo ancora<br />

ricercato si fece aiutare da alcuni paesani, tra i quali il custode dell’antico<br />

camposanto di Sant’Antonio, all’imbocco dell’omonima valle:<br />

ed era qui, come raccontava mio padre, che egli si rifugiava di giorno<br />

nascondendosi nelle tombe vuote e poi usciva di notte per scendere in<br />

paese e incontrare la sua donna. Non solo! Audace com’era, per sfuggire<br />

alla caccia del Tenente Camarda, si fece confezionare degli scarponi<br />

con il tacco sulla punta e la pianta sul tallone, in modo che le impronte<br />

sulla neve ne segnalassero il cammino all’inverso.<br />

Il suo soprannome era Colaizzo. Raccontava mio padre che<br />

Tamburrino amava feste e baldorie, tanto che nel Carnevale del 1859<br />

era in paese a divertirsi, nonostante la presenza dei soldati che lo braccavano.<br />

Era talmente spavaldo che in un brindisi, auto celebrandosi,<br />

recitò così: “Io bevo questo vino a schizzo a schizzo alla salute di<br />

Giuseppe Colaizzo!”<br />

In un’altra occasione non sfuggì alla cattura e venne incarcerato,<br />

ma dopo pochi mesi evase di nuovo segando le sbarre della cella.<br />

Rimase alla macchia sino al cadere del Governo dei Borboni,<br />

quando, come già narrato, si arruolò nella Guardia Nazionale e poté<br />

godersi la lunga vecchiaia in pace.<br />

Gli Abruzzi intanto si avviavano, tra rottura e continuità, verso<br />

nuovi orizzonti, che, tuttavia, dopo l’arrivo dei piemontesi, furono<br />

miseria ed emigrazione.<br />

Bibliografia<br />

L’Abruzzo e l’Unità d’Italia<br />

– Estratto dall’opera La fine di un regno di Raffaele Di Cesare (parte II, pag.<br />

460).<br />

– Indro Montanelli, Storia d’Italia –, vol.4.<br />

– Roberto Simari, Salvatore Tommasi: Il patriota del 1860, Editrice D’Amato,<br />

Sulmona, 1962.<br />

133


– I dispacci telegrafici di Cavour, Farini, Garibaldi e altri sono conservati<br />

all’Archivio di Stato de L’Aquila ed all’Archivio Centrale dello Stato.<br />

– T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale, Terni 1890.<br />

Pier Silvestro Leopardi<br />

– Malatesta Alberto, Ministri e deputati d’Italia dal 1848 al 1922 (volume<br />

secondo). Tosi. Roma 1946.<br />

– Leone- Deputati e Senatori. Serie XLIII- Vol.II.<br />

– Rivista L’illustrazione italiana, anno 38, n.13, marzo 1911. Per il cinquantenario<br />

del Regno d’Italia.<br />

Giuseppe Tamburrino – L’ultimo dei briganti<br />

– Rocco Mampieri, Storia del Brigantaggio politico 1799-1861, Sulmona<br />

1973.<br />

– Gaetano Susi, Il Monte Plaia nella storia e nella leggenda, Sulmona 1963.<br />

– Gaetano Susi, Introdacqua nella storia e nella tradizione, Sulmona 1970.<br />

– Francesco Ventresca, Personal Reminiscences of a Naturalized American,<br />

New York-Usa 1937.<br />

– Panfilo Monaco, Pettorano sul Gizio nella corona radiosa dei Cantelmo,<br />

Sulmona 1983.<br />

– Luigi Torres, Il brigantaggio nell’Abruzzo peligno e nell’Alto Sangro,<br />

2001.<br />

134


PANFILO SERAFINI, MARTIRE DELLA LIBERTÀ.<br />

di Gioacchino Casciato<br />

Alunno della classe III° B<br />

Scuola Media “Panfilo Serafini”<br />

“Fuori i barbari, fuori i barbari! Finchè<br />

l’Austria tiene un soldato fra di noi, l’Italia<br />

è nulla… Si conquisti prima la potenza e<br />

poi la libertà. Sia pure il dispotismo tra noi,<br />

ma fugga lo straniero”.<br />

Così scriveva il patriota risorgimentale<br />

Panfilo Serafini, attento osservatore e conoscitore<br />

della storia locale e “nazionale” del<br />

suo tempo, consigliando ai patrioti quella<br />

prudenza necessaria per non spaventare i<br />

Principi d’Italia con la parola Repubblica,<br />

visto che “il volgo tende all’unità monar- T. Patini, Panfilo Serafini.<br />

chica… il Piemonte è forte ed ama Casa Savoia… Napoli ha un popolo<br />

per nulla maturo e semi repubblicano.”<br />

Panfilo Serafini era un carbonaro che non nascondeva le sue idee,<br />

un mazziniano che credeva nell’importanza di diffonderle, consapevole<br />

che i suoi Sulmonesi andavano sollecitati non a prendere baionette e<br />

cannoni, ma ad armare il pensiero. Dovevano dunque, i Sulmonesi,<br />

avere coscienza della propria dignità di esseri umani, delle proprie<br />

capacità, del ruolo che ad essi spettava nella società futura, liberi finalmente<br />

da superstizione, ignoranza e vassallaggio feudale. I mali possono<br />

essere curati solo se conosciuti, ed ecco che Panfilo Serafini, illuminista<br />

ed uomo di cultura, esamina la realtà sulmonese del suo tempo<br />

e ne coglie i limiti. “Non conoscendo il meglio ci crediamo sovrani<br />

dell’Universo nella nostra mediocrità,” e precisa “abbiamo ignoranza<br />

quasi universale, dovendo far poche eccezioni per coloro ch’ebbero da<br />

natura ingegno naturale o volontà ferma di progredire da sé nella via<br />

delle oneste discipline, o la fortuna di studiar fuori del Distretto”.<br />

Sottolinea inoltre con lucida amarezza, trattandosi di un insegnante-<br />

135


patriota, che “la gioventù sulmonese e del nostro distretto, quantunque<br />

assetata di saper, non può soddisfare ad un desiderio: che le impedisca<br />

di abbandonarsi all’ozio e di crescere ignorante…”.<br />

Bisognava liberarsi dell’ignoranza, si diceva nella Francia del<br />

Settecento, e questo andava dicendo nell’Ottocento Panfilo Serafini,<br />

quando parlava della necessità di creare in Sulmona scuole capaci di<br />

dare un insegnamento più fruttuoso ai “fanciulli”, una specifica istruzione<br />

agraria per i nostri concittadini e pe’ proprietari delle terre vicine,<br />

visto che Sulmona è chiave e centro degli Abruzzi”, ma “il difetto<br />

d’associabilità, l’essere stimolati da non grandi bisogni, l’ignoranza<br />

del meglio, ed una certa inerzia che fa moltiplicar fra noi merciajuoli<br />

senza farci aver commercianti” .<br />

Si preoccupava dell’economia di Sulmona Panfilo Serafini, e ne<br />

voleva migliorare la realtà, guardando però alla distribuzione dei mezzi<br />

di vita piuttosto che alla quantità, perché “altrimenti potremmo avere<br />

alcuni ricchissimi in una città povera”. Giustizia, dunque, in tutti i settori<br />

della vita civile e politica, giustizia possibile solo con la libertà dall’ignoranza,<br />

dalla sopraffazione e dall’egoismo. Ma la libertà desiderata,<br />

quella di cui hanno tanto parlato e parleranno scrittori, filosofi, politici<br />

e cittadini comuni, è raggiungibile solo quando si ha la consapevolezza<br />

del suo significato e si è disposti a sacrificare tutto, anche la vita,<br />

per raggiungerla per sé e per farla godere agli altri, come ha fatto<br />

Panfilo Serafini.<br />

Una bella chiesa ne conserva le ossa, un busto ne mostra il volto<br />

all’entrata della Scuola Media a lui intitolata, ma dopo tanti anni dalla<br />

sua morte vi sono in Sulmona giustizia, qualità nell’insegnamento,<br />

valorizzazione delle persone oneste e capaci che vi operano e ricordo<br />

orgoglioso di chi ha bene operato nel passato per migliorare il presente?<br />

Solo con risposte affermative potremo dire che il martirio di Panfilo<br />

Serafini non è stato inutile e che la libertà nel rispetto degli altri, che<br />

lui ha sempre voluto, è un bene di cui godono i suoi concittadini di<br />

oggi, nipoti di coloro che non sono stati in grado di capirlo ed apprezzarlo.<br />

Solo in tal caso il tempo gli avrebbe reso giustizia e solo in tal<br />

caso la libertà sarebbe un bene acquisito.<br />

136


GLI ANTITALIANI E LA QUESTIONE MERIDIONALE<br />

di Nicolina Nolfi<br />

Negli ultimi 25 anni, parallelamente al terremoto di tangentopoli e<br />

all’afflusso di extracomunitari, paragonabile in alcuni momenti ad una<br />

vera e propria invasione, i malumori e i risentimenti contro “Roma<br />

ladrona” da una parte e soprattutto la paura nei confronti del diverso<br />

che – ieri meridionale oggi straniero – veniva a togliere pane e lavoro<br />

all’industriosa e produttiva gente settentrionale, sono sfociati nella<br />

nascita della Lega Nord, passata in pochi anni da disorganizzata forza<br />

di lotta a partito di governo.<br />

Rozzi e beceri nel loro razzismo, grossolani e violenti nel linguaggio,<br />

ignoranti veri o falsi della storia d’Italia, i leghisti della prima ora,<br />

per il loro progetto di secessione, non solo si sono impadroniti dei simboli<br />

ampiamente utilizzati dai patrioti del Risorgimento, ma hanno<br />

dato luogo, per forza di reazione uguale e contraria, ad un’ampia fioritura<br />

di articoli, saggi e studi localistici di stampo prettamente “sudista”,<br />

vagamente infarciti di razzismo alla rovescia.<br />

L’inno di Mameli, riportato in auge da C. A. Ciampi, è ancora oggi<br />

pressoché sconosciuto ai più e, se le partite della nazionale di calcio ne<br />

hanno insegnato a tutti il ritornello, solo pochissimi ne conoscono il testo<br />

integrale: è stato Roberto Benigni a ricordare, dal palco di Sanremo, che<br />

Alberto Da Giussano era uno degli eroi simbolo dei nostri patrioti, impartendo,<br />

e non solo ai leghisti, una bella lezione di storia e di italianità.<br />

Molti giovani di oggi Alberto Da Giussano lo hanno conosciuto<br />

forse soltanto attraverso le bandiere della Lega, ma noi un po’ più<br />

avanti negli anni avevamo imparato a considerarlo un campione del<br />

sentimento nazionale già dai banchi della Scuola Media, commuovendoci<br />

alle rievocazioni delle antiche battaglie contro lo straniero<br />

con il Berchet del “Giuramento di Pontida” o con il Carducci della<br />

“Canzone di Legnano”. Peccato che questi cantori del Risorgimento<br />

siano stati, negli ultimi decenni, quasi banditi dalle antologie della<br />

scuola primaria: forse oggi non ci troveremmo a dover tollerare le<br />

volgari esternazioni del peggior leghismo di fronte alla bandiera o i<br />

137


mugugni di altre componenti della società italiana in merito alla<br />

festa nazionale per i 150 anni dell’Unità.<br />

Quanto alla fioritura di storie e cronache del Sud, accanto a studi<br />

approfonditi ed obiettivi che – da qualunque parte d’Italia – si inseriscono<br />

nella tradizione dei Fortunato, dei Salvemini, dei Villari, se ne<br />

producono altri che, pur altrettanto ricchi di documentazione, mancano,<br />

a mio avviso, di quell’essenziale completezza di racconto e di quell’onesta<br />

obiettività di giudizio senza le quali crollano due fondamentali<br />

presupposti del fare storia: Terroni del pugliese Pino Aprile, dato alle<br />

stampe l’anno scorso, alla vigilia delle celebrazioni per la ricorrenza<br />

dell’unificazione, mi pare ne costituisca la sintesi perfetta.<br />

Frutto della passione e dell’amore per il Sud da parte di un giornalista<br />

profondamente legato alla sua gente, Terroni è un libro a tesi che,<br />

proprio perché scaturito da spinte emotive di per sé irrazionali, distorce<br />

la realtà storica deformando e adattando la verità a ciò che più preme<br />

dimostrare: secondo Aprile, infatti, il Sud – terra felice e ben governata,<br />

economicamente alla pari e, in certi settori, più prospera del resto<br />

d’Italia al tempo dei Borboni – è stato ridotto a condizioni di sudditanza<br />

e di progressiva inferiorità da una politica di espoliazione e di rapina<br />

delle sue risorse materiali ed umane, attuata, ieri come oggi, con fredda<br />

consapevolezza dai settentrionali o almeno per i settentrionali.<br />

Il libro si apre, da parte del nostro autore, con una professione di<br />

ignoranza di notevole impatto emotivo:<br />

“Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti<br />

fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono<br />

per sempre molti paesi in operazioni “antiterrorismo”, come i<br />

marines in Iraq. Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concedesse<br />

libertà di stupro sulle donne meridionali (…). Ignoravo che, in<br />

nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di<br />

saccheggio (…) e praticarono la tortura e (…) si incarcerarono i<br />

meridionali senza accusa, senza processo, senza condanna (…)<br />

briganti per definizione perché meridionali”.<br />

Noi invece sapevamo, da almeno 40 anni. La storia del<br />

Risorgimento, concepita come libera aggregazione di purissimi ideali<br />

di italianità intorno alla figura di Mazzini o alla spada di Garibaldi,<br />

138


o come popolo che si desta dal suo sonno secolare per cacciare lo<br />

straniero, era stata sfrondata degli aspetti eccessivamente retorici e<br />

patriottardi in tempi molto più lontani, se vogliamo fin dal primo<br />

decennio dell’Unità.<br />

La riprovazione per i metodi adottati e la delusione per i risultati<br />

conseguiti erano infatti sfociate da una parte nella protesta dei patrioti<br />

e degli intellettuali, dall’altra in una serie di indagini e di inchieste tese<br />

se non altro a capire cosa non avesse funzionato.<br />

Gli errori commessi, gli aspetti più tristi, la tragedia sociale che la<br />

conquista del Sud aveva provocato erano emersi già dalle prime relazioni<br />

presentate in Parlamento non solo da deputati provenienti dal<br />

Meridione, ma anche da probi ed onesti funzionari piemontesi.<br />

Nei capitoli che ripercorrono l’impresa di Garibaldi, Aprile sembra<br />

scoprire solo adesso che il ricongiungimento dell’indipendente Regno<br />

delle due Sicilie al resto d’Italia non era avvenuto solo attraverso un’impresa<br />

animata da ideali unitari ma che, al contrario, era stata una guerra<br />

di conquista talora brutale. Per condurla al successo, ci si era serviti<br />

di ogni mezzo, ivi compreso l’appoggio dell’ “onorata società” che,<br />

forse proprio grazie alle vicende di quegli anni, si consolida in cosche<br />

sempre più potenti nel tempo e sempre più ramificate nello spazio.<br />

Nelle accorate pagine che rievocano, con dovizia di particolari, le<br />

tragiche gesta della guerra al banditismo, il nostro autore evidenzia gli<br />

orrori delle stragi, la ferocia e la crudeltà delle rappresaglie messe in<br />

atto dai piemontesi, soprattutto dopo la terribile legge Pica (ahinoi<br />

aquilano!) che consentiva di incarcerare e di uccidere chiunque: bastavano<br />

il sospetto o il possesso di un’arma, fosse pure una falce, una roncola,<br />

un’accetta.<br />

Noi sapevamo perfettamente invece. Fin dai tempi del liceo e, più<br />

tardi, nelle facoltà umanistiche, noi studenti eravamo obbligati a conoscere<br />

la realtà storica del periodo attraverso lo studio dei meridionalisti<br />

più accreditati, mentre quel fondamentale testo che è la Storia<br />

d’Italia 1861-1969 di Denis Mack Smith ci accompagnava per tutto il<br />

percorso universitario.<br />

Il puntiglioso, compassato, finissimo storico inglese, distaccato<br />

dalle passioni degli Italiani del Nord, del Centro e del Sud, fin da allora<br />

ci aveva fatto capire che orride stragi, feroci crudeltà e bagni di sangue<br />

139


erano stati perpetrati su tutti i fronti, specialmente nei momenti in cui<br />

il “revanchismo” borbonico e quello contadino si erano intrecciati al<br />

brigantaggio e la lotta si era trasformata in una guerra di tutti contro<br />

tutti. La ferocia dei contadini in cerca della “Libertà” di verghiana<br />

memoria e la spietata repressione che ne era derivata avevano già dato<br />

ampie prove di sé a Bronte. I truci scenari delle esecuzioni e delle vendette<br />

dei briganti, secoli addietro, avevano terrorizzato persino gli eserciti<br />

dei viceré spagnoli e forse avrebbero ancora oggi qualche suggerimento<br />

da offrire ai cineasti dell’horror.<br />

Ma il nostro giornalista, così sollecito nell’enfatizzare gli eccidi<br />

“piemontesi”, su questi “dettagli” preferisce tacere. Eppure tutti<br />

sappiamo che la guerra, anche se provocata da giuste cause, diventa<br />

quasi sempre sul campo una “sporca faccenda”, ieri come oggi, dai<br />

campi di sterminio nazisti ai massacri di Saddam Hussein, dalle<br />

pulizie etniche dell’ex Jugoslavia alle torture dei presunti terroristi<br />

irakeni: emblematiche in questo senso sono diventate le foto della<br />

giovanissima soldatessa americana che schiaccia mozziconi accesi<br />

sui corpi nudi dei prigionieri ammassati gli uni sugli altri nella prigione<br />

di Abu Ghraib.<br />

La guerra… Dalle nostre parti una vecchia, saggia massima pratolana<br />

ne esprime, con rara efficacia linguistica, le devastazioni: “la ‘uerre’,<br />

a papà, scinciose tutte, tutte”, “la guerra, figlio mio, lacerò, ridusse<br />

a brandelli tutto” e, in quel “tutto” ripetuto due volte, sono inclusi non<br />

solo gli uomini e i paesi, ma anche i sentimenti ed i valori più elevati.<br />

Tornando, dopo questa breve digressione, alle tesi sostenute da<br />

Pino Aprile, quella di un’Italia meridionale prospera e ben governata<br />

dai Borboni, se non è una vera e propria leggenda metropolitana, è per<br />

lo meno un’affermazione assai azzardata e discutibile.<br />

Se è vero che Napoli, splendida per i suoi edifici, vivace per la<br />

sua cultura, all’avanguardia in Italia per le sue flotte, mercantile e<br />

bellica, era la terza città più ricca e popolosa d’Europa, è altrettanto<br />

vero però che accanto alla corte borbonica e a quello che oggi chiameremmo<br />

il suo “indotto”, brulicava da secoli e cresceva paurosamente<br />

negli anni l’enorme plebaglia affamata e miserabile dei lazzari<br />

conosciuti e temuti dai residenti e dai visitatori per gli atti di ordinaria,<br />

quotidiana criminalità.<br />

140


Palermo ed alcune altre città del Sud, soprattutto in prossimità dei<br />

porti, avevano avviato qualche attività di tipo industriale, aziende di<br />

piccole e medie dimensioni specie nei settori tessile ed alimentare. Ma<br />

la stragrande maggioranza del territorio utile era campagna in pieno<br />

Medioevo, abitata da diversi milioni di persone: erano per lo più contadini<br />

senza terra e pastori senza gregge, sottoposti ai gattopardi della<br />

grande feudalità laica ed ecclesiastica o al rapace padronato dei nuovi<br />

ricchi che, all’arrivo dei Francesi prima e al formarsi dell’Unità poi, si<br />

erano impossessati di vasti latifondi accaparrando o usurpando le terre<br />

del demanio e della manomorta.<br />

Strade e ferrovie nel regno erano pressoché assenti, gli antichi<br />

boschi erano stati saccheggiati, acquitrini e paludi malarici ricoprivano<br />

vaste estensioni di terre in prossimità delle coste, dei fiumi e dei torrenti,<br />

il territorio, nel suo insieme, era in preda al più profondo dei<br />

degradi.<br />

Francesco Saverio Sipari, antenato di Benedetto Croce e sindaco di<br />

Pescasseroli nel primo decennio dell’Unità, sensibile ed attento ai problemi<br />

economici della sua regione e del Sud in genere, così descrive la<br />

condizione del contadino in una lettera ai censuari del Tavoliere delle<br />

Puglie, nel 1863.<br />

“Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non<br />

ha prato, non ha bosco, non ha armento: non possiede che un<br />

metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha<br />

vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato<br />

rapito o dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale<br />

o dall’usura del proprietario o dalla imposta del comune e<br />

dello stato. Il contadino non conosce pan di grano, né vivanda<br />

di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o<br />

melgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le<br />

radici che gli dà la terra, matrigna a chi l’ama. Il contadino,<br />

robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell’aria, con<br />

sedici ore di fatica, riarso dal solleone, rivolta a punta di vanga<br />

due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna<br />

ottantacinque centesimi, beninteso nelle sole giornate di<br />

lavoro, e quando non piove e non nevica e non annebbia. Con<br />

questi ottantacinque centesimi vegeta esso, il vecchio padre,<br />

141


invalido della fatica e senza ospizio, la madre, un paio di sorelle,<br />

la moglie e una nidiata di figli. Se gli mancano più giorni gli<br />

ottantacinque centesimi, il contadino, non possedendo nulla,<br />

nemmeno il credito, non avendo che portare all’usuraio o al<br />

monte dei pegni, allora (oh io non mentisco!) vende la merce<br />

umana; esausto l’infame mercato, piglia il fucile e strugge, rapina,<br />

incendia, scanna, stupra e – mangia” (B. Croce – Storia del<br />

Regno di Napoli – Laterza ).<br />

In rivolta anarcoide contro le loro terribili condizioni di miseria, i<br />

braccianti del Sud – sui quali venivano a gravare anche gli obblighi<br />

della lunga leva – nel primo decennio dell’Unità avevano imbracciato<br />

il fucile; qualche decennio più tardi, prenderanno una valigia di cartone<br />

ed emigreranno oltre oceano.<br />

L’emigrazione costò loro ancora una volta lacrime amare per gli<br />

affetti che lasciavano a casa, per i disagi e le umiliazioni che li aspettavano<br />

a destinazione.<br />

Eppure, proprio attraverso il sacrificio di milioni di migranti, la<br />

tensione sociale si stemperò e, grazie alle loro rimesse, si ricreò una<br />

classe di piccoli proprietari terrieri in grado di tirare a campare in<br />

modo dignitoso. È doveroso però osservare che a partire non erano<br />

solo i meridionali; con loro si muovevano anche i braccianti delle zone<br />

più povere del resto d’Italia, dalle Langhe al delta del Po, dalla<br />

Sardegna ai paesi alpini.<br />

Lo spopolamento delle campagne indusse anche i “baroni” a più<br />

miti consigli al punto che si diffusero un po’ ovunque i contratti di<br />

mezzadria e colonìa. Nella Valle Peligna, il colono si chiamava “aquilone”<br />

e il tipo di contratto che stipulava con il proprietario terriero<br />

veniva definito, ai tempi di mio nonno, nel primo Novecento, “alla<br />

parte”; il padrone delle terre contribuiva con il denaro “alle spese” –<br />

sementi, acquisto di attrezzi, eventuali migliorie – poi divideva i prodotti<br />

della terra con il mezzadro in percentuali che variavano in base al<br />

valore delle colture.<br />

Riguardo alle scelte del governo italiano in materia industriale, nei<br />

primi decenni dell’unificazione, fu il libero scambio – esteso a tutto il<br />

territorio nazionale – a rovinare, per la spietata legge della concorren-<br />

142


za, le imprese più piccole e più deboli, proprio come è capitato oggi ai<br />

piccoli negozi con la diffusione dei centri commerciali. Quanto ai trasferimenti<br />

da Sud a Nord operati dallo Stato o dai privati (la famiglia<br />

Orlando, per esempio, portò la sua azienda da Palermo a Genova),<br />

sono convinta che la logica ad essi sottesa sia stata la stessa che ha portato<br />

ieri la Siemens ad abbandonare la Valle Peligna, che induce oggi<br />

Marchionne a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, e cioè quella<br />

cruda e brutale del profitto.<br />

Persino la “piemontesizzazione” amministrativa alla lunga si è<br />

rivelata una scelta vincente, visto che, a 150 anni di distanza, sono<br />

ancora così vive le spinte centrifughe, sia pure di minoranze di Italiani<br />

del Nord o del Sud che siano.<br />

Per concludere: si può essere d’accordo con Pino Aprile sul fatto<br />

che le condizioni generali del Sud peggiorarono con l’unificazione –<br />

almeno nei primi decenni – e con il Sud peggiorarono anche le zone di<br />

campagna più povere del resto d’Italia.<br />

Si può concordare anche – in sintonia con la maggioranza degli<br />

storici – sul fatto che le scelte dei governi italiani in materia economica,<br />

in questo secolo e mezzo di storia, spesso si sono rivelate deleterie<br />

per il Sud, allargando la forbice esistente all’origine. Su tutte hanno<br />

influito non solo le ideologie dominanti delle maggioranze, ma anche<br />

gli intrecci complessi delle vicende internazionali.<br />

Centinaia di migliaia, forse milioni, di pagine sono state scritte<br />

sulle vicende storiche di questi 150 anni e sulla questione meridionale<br />

in particolare: sarebbe pertanto riduttivo e presuntuoso pretendere di<br />

darne una spiegazione esaustiva in queste brevi note.<br />

Mi limiterò perciò ad osservare che, se il divario economico tra le<br />

due Italie è tuttora rilevante, attribuirne la responsabilità ad un disegno<br />

consapevole di deliberato affossamento del Sud a favore dello sviluppo<br />

del Nord da parte delle classi dirigenti che in questi 150 anni si sono<br />

succedute al governo e all’amministrazione del Paese mi sembra, in<br />

tutta sincerità, fantapolitica.<br />

Il Sud non ha forse avuto sempre i suoi rappresentanti in<br />

Parlamento? Se questi nostri deputati e ministri – pochi all’inizio,<br />

proporzionati al numero degli abitanti dopo il suffragio universale –<br />

sono stati e sono così indegni e perversi, le responsabilità non sono<br />

143


attribuibili al popolo meridionale che, ieri come oggi, li ha mandati<br />

al potere? E le connessioni mafia-politica?<br />

Sollevare polveroni, suscitare sterili polemiche, evidenziare le<br />

eventuali colpe altrui, minimizzando o, peggio, oscurando le proprie<br />

non serve a risolvere la “questione meridionale” né tanto meno a<br />

cementare lo spirito unitario che ancora oggi, dopo ben 150 anni,<br />

mostra qualche smagliatura.<br />

Al contrario certe posizioni faziose possono rafforzare le spinte<br />

separatiste che ogni tanto riemergono in Sicilia, possono alimentare gli<br />

spiriti “revanchisti” di eventuali altre formazioni “legasudiste”, possono<br />

magari portare acqua al nostalgico mulino del risorto partito neoborbonico:<br />

formazioni tutte, a Nord o a Sud, ridicole e piccine in tempi<br />

in cui la riduzione delle distanze, Internet, le migrazioni massicce, il<br />

degrado ambientale, la scarsità delle risorse energetiche ed alimentari<br />

– problematiche globali, comuni all’intera umanità – dovrebbero farci<br />

sentire, tutti, cittadini del mondo.<br />

Centocinquant’anni sono passati dal giorno in cui l’Italia ha cessato<br />

di “essere un’espressione geografica” per diventare una nazione, un<br />

risultato grandioso, inimmaginabile solo qualche anno prima, anche se<br />

è costato così tante lacrime, così tanto sangue.<br />

Sono convinta che se Massimo D’Azeglio potesse aggirarsi oggi<br />

per le strade delle nostre città o dei nostri paesi, dalle Alpi alla Sicilia,<br />

sarebbe molto soddisfatto ed esclamerebbe: “Finalmente anche gli<br />

Italiani sono fatti!”<br />

In questi 150 anni i nostri connazionali si sono spostati in lungo e<br />

in largo per la penisola e non solo da Sud a Nord ma anche in senso<br />

contrario ed incrociato. Le guerre, le grandi opere pubbliche, lo studio,<br />

il lavoro, la politica e persino le vacanze li hanno fatto incontrare e,<br />

nonostante le reciproche diffidenze o i millenari campanilismi, si sono<br />

scambiati idee, opinioni, saperi, usanze, tradizioni, ricette e soprattutto<br />

valori. La scuola, i giornali, la radio, la TV hanno insegnato la nostra<br />

lingua agli abitanti del più isolato paesello di montagna, della più piccola<br />

isola, del più sperduto casolare.<br />

Tutti noi Italiani ci riempiamo d’orgoglio ai riconoscimenti tributati<br />

dal mondo ai nostri artisti, alle affermazioni dei nostri atleti, ai<br />

successi del nostro cinema, all’eleganza della nostra moda, tutti noi ci<br />

144


sentiamo partecipi alle sofferenze della nostra gente ad ogni catastrofe<br />

naturale o ad ogni grande tragedia privata, tutti noi ci vergognamo un<br />

po’ di fronte ai nostri scandali, alle gesta ingloriose delle nostre mafie,<br />

alle nostre città ricolme di “monnezza”.<br />

Siamo così simili nelle tante differenze che, se andiamo all’estero,<br />

agli stranieri di qualunque paese del mondo bastano pochi minuti perché<br />

ci rivolgano la domanda: Italiani?<br />

È giunto il momento per tutti noi di impegnarci in prima persona<br />

per cercare di risolvere i problemi più dolorosi che ancora ci affliggono<br />

affinché, alla domanda, come Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”,<br />

possiamo finalmente rispondere con orgoglio: “Italiani, sì!”.<br />

Anzi… fratelli d’Italia.<br />

145


146


LINGUA E DIALETTI NELL’ITALIA POST-UNITARIA<br />

di Evandro Gay<br />

L’anno 1861 è stato davvero un anno memorabile nella storia dell’Italia<br />

moderna; è quello infatti l’anno nel quale fu proclamata l’Unità<br />

d’Italia, anche se tale unità venne completata e portata a termine solo<br />

nel 1970 con la presa di Roma.<br />

Sin dal 1861, dunque, ebbero avvio importanti processi di trasformazione<br />

della vita nazionale in ogni suo settore, con conseguenti<br />

riflessi anche sulla lingua italiana, che prese a diffondersi presso strati<br />

sempre più vasti di popolazione, che erano rimasti per lunghi secoli<br />

dominio esclusivo delle parlate dialettali.<br />

L’italiano che parliamo e scriviamo al giorno d’oggi è nato sul<br />

modello del fiorentino letterario del Trecento, è stato sapientemente<br />

codificato nel Cinquecento dall’umanista veneziano Pietro Bembo e<br />

successivamente è assurto a lingua nazionale ad opera di Alessandro<br />

Manzoni.<br />

In un’Italia divisa politicamente questa lingua ha rappresentato per<br />

secoli il simbolo di una fratellanza ideale, ma è rimasta privilegio di<br />

una ristretta élite. Va ricordato comunque che, quando fu proclamata<br />

L’Unità, la lingua italiana parlata era quasi inesistente al di fuori della<br />

Toscana e della città di Roma, mentre i dialetti godevano di un vastissimo<br />

consenso sociale, in special modo nelle città più importanti del<br />

paese, quali Napoli, Milano, Venezia e Palermo, nelle quali il dialetto<br />

veniva usato non solo dagli appartenenti ai ceti più umili della popolazione,<br />

ma era di frequente utilizzato anche in circostanze ufficiali da<br />

personaggi importanti della vita nazionale. Non va dimenticato in proposito<br />

che lo stesso Vittorio Emanuele II, primo re dell’Italia unita,<br />

faceva uso del dialetto piemontese in ogni occasione.<br />

Un dato statistico ci dà l’esatta percezione della diffusione della<br />

lingua italiana in quel periodo: essa veniva usata quasi esclusivamente<br />

come lingua scritta, ma meno di un terzo della popolazione adulta<br />

sapeva scrivere, mentre tutti gli altri si esprimevano solo e soltanto in<br />

dialetto, tanto da far dire a Pasquale Villari nel 1866: “V’è nel seno<br />

147


della nazione stessa un nemico più potente dell’Austria ed è la nostra<br />

colossale ignoranza, il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e 5<br />

milioni di arcadi”.<br />

Sempre a proposito di dati statistici, il censimento del 1861 aveva<br />

accertato che gli italiani capaci di leggere e scrivere erano meno di un<br />

quarto della popolazione, tenendo anche conto di coloro che sapevano<br />

a malapena apporre solo la loro firma.<br />

Secondo una stima del prof. Tullio De Mauro solo il 2,5% della<br />

popolazione era in grado di affrancarsi dall’uso della parlata dialettale,<br />

comprendendosi in tale percentuale anche coloro che avessero frequentato<br />

scuole post-elementari, 400.000 toscani e 70.000 romani alfabetizzati,<br />

in considerazione della contiguità dei loro dialetti con la lingua<br />

comune. Secondo altri studiosi, gli italofoni sarebbero stati circa il<br />

9,5% della intera popolazione. Si deve anche precisare che nell’Italia<br />

pre-unitaria il grado di sviluppo delle istituzioni scolastiche era diverso<br />

tra Stato e Stato: tale grado era minimo nel Regno delle Due Sicilie<br />

e massimo nel Piemonte, dove sin dal 1840 era stata attuata una politica<br />

di istruzione popolare.<br />

Non a caso le punte di massima conservazione del dialetto si avevano<br />

nelle zone di scarsa urbanizzazione, unitamente all’insufficienza<br />

del sistema viario, che rendeva di difficilissima attuazione il processo<br />

di osmosi tra gruppi di popolazione. Con la costituzione della Stato<br />

Unitario la lotta all’analfabetismo e la diffusione della lingua italiana<br />

costituirono problemi politici, con i quali dovette misurarsi la nuova<br />

classe dirigente. Nel 1868 il Ministro dell’Istruzione, Emilio Broglio,<br />

chiamò Alessandro Manzoni ad occuparsi in concreto della questione<br />

e Don Lisander propose di inviare maestri fiorentini in tutte le scuole<br />

e di far trascorrere periodi di soggiorno a Firenze agli altri maestri, al<br />

fine di “risciacquare i panni in Arno”. Tuttavia, queste proposte non<br />

raggiunsero lo scopo prefissato di italianizzare il sistema scolastico,<br />

anche perché vi furono tenaci resistenze opposte dalle classi agiate di<br />

ispirazione cattolica e moderata.<br />

Ebbe invece una certa fortuna l’idea del De Sanctis, che nel 1880<br />

diventò Ministro dell’Istruzione, di incoraggiare i docenti a porre in<br />

relazione i due sistemi espressivi, per far tesoro di quel fondo prezioso<br />

che ha il dialetto in comune con la buona lingua.<br />

148


L’insufficiente preparazione degli insegnanti emerge dalle correzioni<br />

linguistiche di un precettore abruzzese, che da un lato sostituisce<br />

un vocabolo accettabilissimo come affitto col toscano pigione, mentre<br />

non corregge l’espressione faggioli, inciampando anche lui in un localismo<br />

fonetico, quando scrive cabbie in luogo di gabbie (da Italiano in<br />

Abruzzo dopo l’Unità, di P. Trifone, Chieti, 1990).<br />

Liberati, però, dall’isolamento ed entrati in contatto diretto con le<br />

parlate cittadine più italianizzate, i dialetti cominciarono ad avvicinarsi<br />

alla lingua comune. Tra le abitudini lessicali abruzzesi, citate da<br />

Fedele Romani (Abruzzesismi, Firenze, 1907) vanno ricordati i seguenti<br />

vocaboli e modi di dire: cocozza al posto di zucca, faticare per lavorare,<br />

stare per essere, trappeto per frantoio, gradinata al posto di scala,<br />

coppola per berretto, cercare al posto di chiedere, fidarsi invece di sentirsela,<br />

incaricarsi per prendersi cura, mettere e levare la tavola anziché<br />

apparecchiare e sparecchiare, ritirarsi al posto di rincasare, tiretto<br />

invece che cassetto, salvietta al posto di tovagliolo, ecc., ecc.<br />

Oggi, trascorsi ormai centocinquant’anni, l’ignoranza non è stata<br />

forse debellata, ma l’analfabetismo sì (dati ISTAT 2001: analfabeti<br />

782.342) e l’italiano è diventato la lingua comune a tutti gli Italiani<br />

(dati ISTAT 2006: uso esclusivo del dialetto inferiore al 6%).<br />

Tutto questo è stato possibile grazie al miglioramento delle condizioni<br />

economiche ed al tasso sempre più elevato di scolarizzazione, ma<br />

anche grazie a fenomeni sociali come l’emigrazione interna verso altre<br />

regioni o città e il servizio militare, nonché alla progressiva diffusione<br />

dei mezzi di comunicazione di massa: la stampa, la radio, il cinema e,<br />

soprattutto, la televisione.<br />

Dall’Unità ad oggi l’Italiano ha attinto dai dialetti qualche migliaio<br />

di vocaboli, arricchendosi notevolmente, ma i dialetti, nel frattempo,<br />

non sono scomparsi, anzi, hanno riguadagnato terreno, affiancandosi<br />

alla lingua italiana. Questa lingua, venata di elementi locali (l’italiano<br />

regionale) è diventata la lingua parlata nelle situazioni informali anche<br />

delle persone colte. Italiano regionale sì, ma, appunto, Italiano.<br />

149


150


L’UNITÀ DELL’ITALIA… DISUNITA<br />

di Raffaele Russo (Irmazio Glicone)<br />

La legge 17 marzo numero 4671, articolo unico, proclamò: “Il Re<br />

Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di<br />

Re d’Italia”.<br />

Una legge ad personam, mancante del classico riferimento “per<br />

grazia di Dio e volontà della Nazione”, correttiva in parte di anacronistica<br />

situazione della Penisola fino a quel giorno divisa in ben sette<br />

entità statuali. La completa unità geografica dell’Italia era ancora lontana<br />

da venire. Il Veneto entrerà a farvi parte nel 1866; Roma nel 1870;<br />

il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia nel 1918.<br />

Sarà Massimo D’Azeglio (1798-1866), uomo politico fra i più noti<br />

del Risorgimento, a pubblicare solennemente ne I miei ricordi il<br />

bando: “Il primo bisogno d’Italia è che gli Italiani si formino”. Ciò<br />

ovviamente in un contesto europeo di grandi Stati ben costituiti da<br />

secoli. Egli aveva contezza delle arretrate condizioni in cui gli Italiani<br />

versavano, afflitti da indigenza e analfabetismo. Ne è la prova la rilevante<br />

migrazione di fine ottocento dal Veneto e soprattutto dal<br />

Meridione. D’Azeglio aveva soggiornato a Torino, Firenze, Roma,<br />

Milano e nelle regioni centrali. Era stato presidente del Consiglio dei<br />

Ministri fino al 1857, quando gli successe Cavour. Letterato autore di<br />

opere fra le quali Ettore Fieramosca e La disfida di Barletta.<br />

Il suo appello si prefiggeva di dare agli Italiani una comune identità<br />

nazionale certamente di difficile realizzazione dopo circa due millenni di<br />

divisione e sudditanze a poteri locali e stranieri, pur se i più grandi poeti<br />

della nostra lingua continuavano a tener viva la memoria di Roma.<br />

Né l’esito favorevole della Prima Guerra Mondiale, né il ventennio<br />

fascista, con le sue ottiche espansionistiche imperiali, riuscirono<br />

a potenziare quella identità nazionale sempre carente ed aggravata<br />

dalla perpetua divergenza economico-sociale tra Nord e Sud della<br />

Penisola, riacutizzata dopo la Seconda Guerra Mondiale, tanto da<br />

rendere sempre validi gli epiteti “Polentoni” per i settentrionali e<br />

“Terroni” per i meridionali.<br />

151


Ma la vera disunione territoriale, civile, amministrativa, culturale e<br />

socio-economia è stata decretata dalla Costituzione Italiana del 1948,<br />

articolo 116, che ripartendo la Repubblica in regioni, provincie e<br />

comuni attribuisce “alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige,<br />

al Friuli Venezia Giulia ed alla Valle d’Aosta, forme particolari di autonomia,<br />

secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali”.<br />

Quindi crea le cosiddette Regioni a Statuto Speciale e Provincie<br />

Autonome a fronte delle restanti regioni a statuto ordinario, con conseguente<br />

discordanza civile ed economico-sociale ovviamente a favore<br />

dei cittadini residenti nelle regioni a statuto speciale. Ne derivano cittadini<br />

di Serie A e cittadini di Serie B. Bastano alcuni esempi: per l’acquisto<br />

della prima casa in Lombardia, una giovane coppia paga il<br />

100% del mutuo più gli interessi; nel Trentino paga solo il 55% del<br />

mutuo a tasso zero, perché il 45% del mutuo e gli interessi li paga la<br />

Provincia. Per realizzare un capannone un’azienda lombarda paga il<br />

100% del mutuo, un’azienda trentina solo il 40%, perché il 60% è a<br />

carico della Provincia. Scuola Materna: nei comuni lombardi la retta<br />

mensile è di 75 euro, in quelli trentini è pari a zero. Così il fondo di<br />

Solidarietà per le aree disagiate e depresse per i comuni piemontesi e<br />

lombardi e veneti, confinanti con le Regioni a Statuto Speciale del<br />

Nord, con dotazione triennale di 91. 000.000 di euro, si è operato un<br />

taglio del 70% riducendolo a 22.000.000 di euro. Per i comuni delle<br />

Regioni a Statuto Speciale nessun taglio. Gli esempi sono ancora<br />

numerosi. Di fronte a tale situazione i sindaci infuriati dei comuni del<br />

Nord, per ora circa 600, riuniti a Milano, minacciano di cambiare le<br />

carte geografiche dell’Italia Settentrionale usando quei referendum<br />

popolari che consentono di distaccarsi da una provincia per unirsi ad<br />

un’altra cambiando, in questo caso, regione, approdando in quelle a<br />

statuto speciale. Già molti cittadini piemontesi, lombardi e veneti,<br />

hanno cambiato residenza con il risultato di vedere spopolate le zone<br />

settentrionali del Paese. Questa è vera e propria secessione.<br />

È questa l’unità d’Italia. A che servono le Regioni a Statuto<br />

Speciale e le Provincie Autonome quando oggi è stata realizzata<br />

l’Europa Unita? La vera unità d’Italia è questa perché è … disunita.<br />

E non vale produrre dispersione di risorse per celebrare una unità<br />

che non esiste perché viaggiando gli Italiani nella stessa barca non si<br />

152


comprende come alcuni siano sistemati in prima classe e gli altri<br />

ingabbiati nella seconda classe.<br />

Alla domanda se esiste una vera e propria unità si può rispondere<br />

di fronte ad una evidenza reale sicuramente sì, solo dal punto di vista<br />

della unità territoriale, come ebbe a definirla nel 1870 Metternich quale<br />

“espressione geografica”.<br />

Alcuni vedono nel federalismo un valido rimedio per realizzare<br />

l’auspicata unità ostacolata dal persistente divario Nord-Sud. È un<br />

disegno che purtroppo tende allo smembramento regionalistico dello<br />

Stato nazionale e alla sostituzione con organismi locali autonomi in un<br />

tricolorito Bel Paese purtroppo gattopardiano dove tutto cambi perché<br />

tutto resti come prima.<br />

Se federalismo vorrà realizzarsi deve essere solidale tra le varie<br />

aree nazionali.<br />

153


154


GOFFREDO MAMELI<br />

di Beatrice Ricottilli<br />

Con l’elezione del parlamento nazionale il 17 marzo 1861 fu proclamato<br />

il Regno d’Italia con capitale Torino.<br />

Restavano irrisolte alcune questioni anche se la soluzione sabauda<br />

riuscì a mantenere saldi e uniti i principi liberali e di nazionalità.<br />

Nel complesso, dai documenti si evince che il Risorgimento non fu<br />

un fenomeno di massa ma opera di una minoranza di uomini e donne,<br />

patrioti e patriote che ad uno ad uno, tasselli umani di un mosaico chiamato<br />

Italia, hanno colorato per noi, figli di oggi, di sangue e libertà le<br />

pagine ancora tutte da scrivere della grande Storia.<br />

Con tutti i mezzi si è cercata la strada dell’unificazione, ma forse<br />

la strada più appropriata a spandere nell’aria il seme della nazionalità<br />

è stata la musica.<br />

Durante tutto il Risorgimento la musica ha rappresentato la vera<br />

anima del popolo insorto e liberato.<br />

Tra tanti inni patriottici Il Canto degl’ Italiani di Mameli, conosciuto<br />

più semplicemente come inno, il 12 ottobre 1946 divenne il canto<br />

con il quale ci saremmo riconosciuti tutti fratelli e figli.<br />

Finalmente “l’Italia s’è desta”.<br />

Gotifredo Mameli dei Mannelli, più noto come Goffredo, nacque<br />

a Genova il 5 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una<br />

squadra della flotta del regno di Sardegna, e di Adelaide Zoagli di<br />

famiglia aristocratica genovese.<br />

Il giovane Goffredo dimostra presto il suo talento letterario con la<br />

composizione di versi di ispirazione romantica come “Il giovane crociato”,<br />

“L’ultimo canto”, “La vergine e l’amante”; ad appena vent’anni<br />

aderisce all’ideale liberale mazziniano. Nell’autunno del 1847 compone<br />

il Canto degli Italiani, musicato poco dopo a Torino da un altro<br />

patriota, Michele Novaro. Di 9 anni più giovane, anche lui genovese,<br />

Michele Novaro si trova nel 47 a Torino, terminati gli studi di composizione<br />

e canto, con un contratto di secondo tenore e maestro di cori<br />

dei teatri Regio e Carignano. Di indole mansueta e modesta, convinto<br />

liberale, Novaro dedica alla causa dell’indipendenza il suo talento<br />

155


compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli<br />

e intrattenimenti per la raccolta di fondi destinati alle imprese di<br />

Garibaldi. Tornato a Genova dopo l’unità, si dedica con tutto se stesso<br />

alla scuola corale popolare che aveva fondato. Muore povero il 21 ottobre<br />

1885, ma i suoi allievi gli erigono un monumento funebre nel cimitero<br />

di Staglieno vicino alla tomba di Mazzini.<br />

Anche il giovanissimo Mameli venne conquistato dallo spirito<br />

patriottico e, con un gesto divenuto memorabile, mettendo a repentaglio<br />

la propria vita, per festeggiare la cacciata degli austriaci nel 1846 espose<br />

il tricolore. Due anni dopo organizzò una spedizione con 300 uomini per<br />

raggiungere Nino Bixio durante l’insurrezione di Milano e combattere<br />

poi col grado di capitano dei bersaglieri sul Mincio; in virtù del successo<br />

riportato in quest’impresa venne arruolato nell’esercito di Garibaldi;<br />

compose un canto patriottico, il secondo, intitolato “Inno militare” musicato<br />

da Giuseppe Verdi. Tornato a Genova si dedicò ancora alla composizione<br />

musicale mentre diventava direttore del giornale il “Diario del<br />

Popolo”, volàno delle idee irredentiste nei confronti dell’Austria.<br />

Come vero patriota lo troviamo a Roma in aiuto a Pellegrino Rossi<br />

e a fianco di Mazzini, Armellini e Saffi il 9 febbraio 1849 per la proclamazione<br />

della Repubblica Romana, poi a Firenze per la fondazione<br />

di uno stato unitario tra Lazio e Toscana e ancora a Genova sempre al<br />

fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale<br />

La Marmora; quindi nuovamente a Roma nella lotta contro le truppe<br />

francesi venute in soccorso del pontefice Pio IX che nel frattempo<br />

aveva già lasciato la città, e mentre il pontefice fuggiva Mameli accorso<br />

nella difesa della Villa del Vascello venne ferito, il 3 giugno, alla<br />

gamba sinistra dalla palla di un moschetto. Nonostante l’amputazione<br />

dell’arto effettuata il 19 dello stesso mese, come riporta una struggente<br />

lettera scritta da G. Mazzini, la cancrena ebbe il sopravvento e, dopo<br />

un mese d’agonia, il 6 luglio 1849, a 22 anni, il poeta patriota morì.<br />

Non sappiamo se all’ospizio della Trinità dei Pellegrini una mano pietosa<br />

gli posasse sui grandi occhi l’ultimo gesto caritatevole. Noi vogliamo<br />

pensarlo. Fu sepolto al Verano dove ancora oggi è visibile la tomba; poi nel<br />

1941 le spoglie vennero traslate al Gianicolo. Nel 1975 l’Esercito Italiano<br />

gli dedicò la neo costituita “Brigata Corazzata Mameli”.<br />

Carlo Alberto Barrili, patriota, poeta, amico e biografo di Mameli,<br />

seppur molti anni più tardi lasciò questa testimonianza:<br />

156


Torino: “Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di<br />

Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si<br />

faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d’accordo,<br />

si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in<br />

quell’anno per ogni terra d’Italia, da quello di Meucci, di Roma,<br />

musicato dal Magazzari “Del nuovo anno già l’alba primiera” al<br />

recentissimo piemontese Bertoldi “Coll’azzurra coccarda sul<br />

petto” musicato dal Rossi.<br />

In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse<br />

Borzino, l’egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano.<br />

Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un<br />

foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: Tò, gli disse, te<br />

lo manda Goffredo. Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove.<br />

Gli chiedono tutti cos’è; gli fan ressa d’attorno. Una<br />

cosa stupenda! esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva<br />

ad entusiasmo tutto il suo uditorio. Io sentii -mi diceva il<br />

Maestro nell’aprile del ’75, avendogli io chiesto notizie<br />

dell’Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del<br />

Mameli- io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che<br />

non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So<br />

che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo.<br />

Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo,<br />

assassinavo colle dita convulse quel povero strumento,<br />

sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’una<br />

sull’altra, ma lungi le mille miglia che potessero adattarsi a quelle<br />

parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in<br />

casa di Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi<br />

della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a<br />

casa.<br />

Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte.<br />

Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa di<br />

Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne<br />

alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo<br />

e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale<br />

dell’inno Fratelli d’Italia”.<br />

Tutte le volte che, in piedi e con la mano sul cuore, si canta o si<br />

ascolta l’Inno di Mameli, quella lucerna agitata dalla passione e dalla<br />

poesia, nutrita del sangue buono del patriota, agita ed interroga le<br />

nostre coscienze e illumina il volto di chi ancora oggi, a quelle parole<br />

e a quella musica con orgoglio può rispondere: Sì, sono Italiano.<br />

157


158<br />

F. Hayez, Cavour (1864), Milano, Pinacoteca dell’Accademia<br />

di Brera.


LA MORTE DI CAVOUR<br />

di Gemma Di Iorio<br />

Il 6 giugno 1861, alle ore 7, spirava il conte Camillo Benso conte<br />

di Cavour, Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Il fratello<br />

Gustavo dichiarò che era caduto vittima di “un attacco delle nostre terribili<br />

febbri periodiche”.<br />

Fiorirono immediatamente supposizioni ambigue su veleni e sortilegi,<br />

oppure su una divina nemesi: in realtà non vi furono congiure né<br />

arcani, semplicemente il primo ministro morì vittima di un ennesimo<br />

tremendo attacco di febbre malarica, all’epoca malattia misconosciuta.<br />

Era nato nel 1810 a Torino, da famiglia facoltosa, proprietaria terriera<br />

di risaie, luoghi nei quali l’ambiente umido e l’acqua ferma<br />

favoriscono il moltiplicarsi dell’agente patogeno della febbre malarica,<br />

il Plasmodio, un microrganismo parassita che riconosce come serbatoio<br />

per vivere l’organismo umano e come vettore un particolare tipo<br />

di zanzara femmina, l’Anopheles.<br />

Il quadro clinico della malattia acuta si manifesta con segni di gravità<br />

diversa, il decorso della malattia è ciclico, prevede oscillazioni termiche,<br />

brividi improvvisi con innalzamento della temperatura corporea,<br />

alternati a periodi di profusa sudorazione con caduta della febbre<br />

per lisi. Questa alternanza, che può verificarsi ogni tre o quattro giorni,<br />

donde il nome di febbre terzana o quartana, è dovuta alla diffusione<br />

della tossina nel sangue; il procedere della malattia tra remissioni e<br />

recrudescenze coinvolge anche altri organi, come milza e fegato, con<br />

danni permanenti. Questa patologia era frequente in Italia; pare che<br />

verso la fine dell’ottocento si contassero ben 15.000 morti l’anno per<br />

malaria, con febbri estivo-autunnali. Solo nel primo novecento si procedette<br />

ad una bonifica sistematica delle aree malsane con prosciugamenti;<br />

nelle coltivazioni paludose come le risaie fu invece la profilassi<br />

e la terapia sistematica ad avere ragione della malattia.<br />

Venti anni dopo la morte di Cavour fu il medico francese Alphonse<br />

Laveran, allievo di Pasteur, a isolare il protozoo responsabile nel sangue<br />

159


umano; le sue osservazioni vennero accolte con scetticismo e accettate<br />

in maniera definitiva in Italia solo a partire dal 1885, dopo che Ettore<br />

Marchiafava e Angelo Celli, due tra i principali malariologi italiani,<br />

riuscirono a trasmettere sperimentalmente la malaria attraverso iniezioni<br />

intravenose di sangue infettato e ad identificare il parassita. Fu<br />

infine lo studio di Camillo Golgi a permettere di scoprire l’esistenza di<br />

diversi tipi di plasmodio responsabili degli attacchi febbrili nell’uomo;<br />

per questa scoperta fu insignito del premio Nobel nel 1906.<br />

Si può supporre che Cavour avesse contratto l’infezione malarica<br />

molti anni prima nelle risaie di Leri, nel vercellese, dove viveva e<br />

amministrava il cospicuo patrimonio terriero, tentando anche innovazioni<br />

nelle colture e commerci speculativi.<br />

Negli ultimi quindici anni della sua vita era stato colpito da brevi<br />

indisposizioni, episodi che si rinnovavano varie volte nell’anno, duravano<br />

alcuni giorni e, trattati con salassi, venivano superati senza particolari<br />

difficoltà. Una lieve febbre fu registrata nel novembre 1860; un<br />

episodio più grave si ebbe nei giorni del Natale successivo. I sintomi<br />

manifestatisi la sera del 29 maggio 1861 parvero riconducibili ad una<br />

delle solite indisposizioni; il primo ministro rincasò dopo una lunga<br />

seduta in parlamento, dopo discussioni accese sul bilancio eccedente<br />

dell’anno 1860.<br />

Cenò con i familiari, poi cominciò ad avvertire brividi, un malessere<br />

indefinito seguito da vomito violento e da acuti dolori intestinali.<br />

Fu subito chiamato il dottor Rossi, allievo del dottor Tarella che per più<br />

di vent’anni aveva curato la famiglia. Rossi cercò prima di tutto di fermare<br />

il vomito, ma non ebbe successo. Ordinò quindi un primo salasso<br />

che parve ottenere la remissione della febbre. Il mattino seguente ne<br />

fu applicato un secondo e il pomeriggio un terzo.<br />

La pratica del salasso era comune a tutta la medicina del tempo,<br />

ogni qual volta si sospettava che un eccesso di sangue opprimesse il<br />

malato oppure fosse in corso un attacco di apoplessia, cioè una emorragia<br />

a carico di organi interni. La scuola medica torinese non faceva<br />

eccezione, anzi aveva fatto del salasso il suo credo.<br />

La febbre, alta per tutto il giorno, scomparve nel corso della notte.<br />

Venerdì 31 maggio Cavour si svegliò lucido e in forze, convocò addirittura<br />

i ministri per definire le questioni più urgenti. Nella notte torna-<br />

160


ono prima i brividi, poi la febbre alta e il delirio. All’alba il dottor<br />

Rossi tentò di contrastare la febbre somministrando il chinino, ma il<br />

conte ebbe una crisi di vomito.<br />

Era già di uso comune in Europa la polvere di chinina o chinino,<br />

ricavata dalla corteccia dell’albero della China, detta anche polvere dei<br />

Gesuiti, che per primi l’avevano introdotta dal Perù (era nota infatti<br />

anche come polvere peruviana). Tuttavia veniva usata solo per curare<br />

in modo estemporaneo le febbri perniciose ed aveva un prezzo elevato.<br />

L’uso era malvisto dai medici perché contrastava con la teoria “umorale”<br />

galenica che l’accesso febbrile era causato da una materia, o fermento,<br />

che andava eliminata dall’organismo con proficue evacuazioni, fino<br />

alla guarigione, quindi tramite salassi ripetuti o clisteri.<br />

Chi non ricorda il Dottor Purgone di Molière?<br />

Vanificato ogni effetto del chinino, il giorno successivo il dottor<br />

Rossi praticò due nuovi salassi, che contribuirono a debilitare ulteriormente<br />

il fisico già provato del conte.<br />

Il lunedì mattina il delirio perdurava, il respiro del conte era sempre<br />

più breve, la sua sete implacabile, nonostante il ghiaccio tritato che<br />

gli veniva somministrato.<br />

Venne convocato il dottor Baffoni, un chirurgo, che praticò una<br />

nuova incisione «ma il sangue non sgorgò: a forza di comprimere la<br />

vena, giunsero ad estrarre due o tre once di sangue nero e coagulato».<br />

Seguirono fasi alterne, di lucidità e benessere alternati a delirio<br />

febbrile.<br />

Verso l’alba di giovedì 6 giugno 1861 le condizioni peggiorarono<br />

rapidamente: il conte era sudato e debolissimo; gli somministrarono<br />

una tazza di brodo e un bicchiere di vino, gli applicarono impiastri e<br />

pezze scottanti. Nessun rimedio sortì effetto, il polso rimase debolissimo<br />

e la sua parola divenne più difficoltosa.<br />

Alle sette del mattino morì.<br />

Il decorso della breve malattia del Conte Cavour ha tutte le caratteristiche<br />

di un attacco maligno di febbre malarica, che, essendo stato<br />

curato con i rimedi dell’epoca, lo condusse a morte.<br />

I medici convocati al suo capezzale furono corretta espressione del<br />

tempo: con estrema difficoltà, tra pregiudizi e dubbi, la medicina ini-<br />

161


ziava a percorrere la via della ricerca e della scoperta nella fisiologia<br />

e della patologia, ma cozzava contro basi teoriche e pseudofilosofiche<br />

datate che si basavano su flussi umorali e influssi astrali. Ancora<br />

più lento fu il cammino della farmacologia, impaludata in rimedi primordiali<br />

come salassi, impiastri, brodi, enteroclismi. Basta ricordare<br />

che il brevetto della Bayer dell’aspirina, uno dei farmaci che ha rivoluzionato<br />

il mondo e che tuttora trova larga applicazione terapeutica,<br />

risale al 1899.<br />

Larga eco ebbe la morte prematura di Cavour: nel luglio 1861<br />

alcuni giornali scientifici inglesi importanti, come il New England<br />

Journal of Medecine e il Lancet si scagliarono contro il comportamento<br />

ignorante e retrivo dei medici chiamati al capezzale di Cavour, rimproverando<br />

la loro rigidità e ottusità.<br />

In ogni caso nessuno avrebbe potuto evitare, con i rimedi del<br />

tempo, che la malaria stroncasse la vita dell’artefice dell’Unità d’Italia.<br />

162


VOCI E SCRITTURA<br />

VERSI<br />

163


Nicolina D’Orazio<br />

164<br />

LA BREHANTÉSSE<br />

Durméve che na facce de quatrane<br />

mò che nu schiuóppe gli aveva ferute,<br />

scappènne pe’ la sélve andà nisciune,<br />

essa sóle, gli avéve retruate.<br />

Addurmite a gliu jacce, all’addijune,<br />

s’éve ammantate nche na vecchia scialle<br />

e s’eve abburretate la cammiscie<br />

attorre attorre andà stéve le sanghe.<br />

Àlema zòzze, óme zenza córe<br />

che magne pane e casce che na méne<br />

e che quel’àutre règge la pestole:<br />

tampe de sive e pórvele da spare.<br />

Quanta gènte èva accise Salvatóre!<br />

E proprie a ésse éva ite pe’ sórte<br />

de pèrde onóre e facce pe’ n’amóre<br />

cunsemate arrubbate pe’ le fratte…<br />

La criature nascètte na matine<br />

dentre a gliu stazze de nu pecurale,<br />

ca fo meserecòrdie de nu frate<br />

recòglie e purtàresele abballe.<br />

Pazze assassine ladre delenquènte<br />

che la vesacce sèmpre chiéna d’òre<br />

facéva piagne la pòvera gènte.<br />

Ma fòva gli ome sì, gliu prime amóre.


LA BRIGANTESSA<br />

Dormendo aveva il volto di un bambino<br />

ora che un colpo di fucile lo aveva ferito<br />

riparato nella selva dove nessuno,<br />

lei sola, l’aveva ritrovato.<br />

Addormentato all’addiaccio, a digiuno,<br />

s’era ammantato con un vecchio scialle<br />

e aveva arrotolato la camicia<br />

intorno intorno dove usciva il sangue.<br />

Anima sporca, uomo senza cuore<br />

che mangia pane e cacio con una mano<br />

e con quell’altra afferra la pistola:<br />

tanfo di sego e polvere da sparo.<br />

Quanta gente aveva ucciso Salvatore!<br />

E proprio a lei era toccata la sorte<br />

di perdere onore e faccia per un amore<br />

consumato rubato per le fratte…<br />

La creatura nacque una mattina<br />

dentro lo stazzo di un pastore<br />

che per misericordia un frate<br />

raccolse e portò con sé a valle.<br />

Pazzo assassino ladro delinquente<br />

Con la bisaccia sempre piena d’oro<br />

Faceva piangere la povera gente.<br />

Ma era l’uomo suo, il primo amore.<br />

165


166<br />

Sótte na cèrque, isse fridde n-tèrre,<br />

vita fenite come n’anemale.<br />

Nisciuna spranza cchiù, mala venture!<br />

Méssa n-galére o mòrta fucelate…<br />

Dialetto di Cansano


Sotto una quercia, lui gelato a terra,<br />

vita finita come un animale.<br />

Nessuna speranza più, mala ventura!<br />

Messa in galera o morta fucilata…<br />

167


168<br />

F. Hayez, Il bacio (1859), Milano, Pinacoteca dell’Accademia<br />

di Brera


Nicolina D’Orazio<br />

IL BACIO DI HAYEZ<br />

Nu frusce quéla vèste…<br />

… pedate de scarpóne.<br />

Spàseme la fémmene<br />

abbracciate a quigli óme.<br />

Nu vasce accuscì fòrte<br />

arrubbate annascusce<br />

sótte la scalenate<br />

nda la vèste strusce<br />

Stritte fòrte abbracciate<br />

contre la malasórte<br />

ómbre de portarréte…<br />

… stritte cóntre la mòrte.<br />

Nu vasce che se ficche<br />

pure déntre a le véne<br />

non è pentate, è vive,<br />

e jèsce da la téle.<br />

Dialetto di Cansano<br />

Il Bacio di Hayez. Un fruscio quella veste … / orme di scarpone. / Spasima la donna<br />

/ abbracciata a quell’uomo. / Un bacio così forte / rubato di nascosto / sotto la scalinata<br />

/ dove struscia il vestito. / Stretti forte abbracciati / contro la malasorte / dietro<br />

delle ombre / … stretti contro la morte. / Un bacio che ti penetra / pure dentro alle<br />

vene / non è dipinto, è vivo / ed esce dalla tela.<br />

169


Nicolina D’Orazio<br />

170<br />

W LA LEBERTÀ …<br />

Córe de mamma sé’, core de mamme,<br />

gliu figlie mì fatiche che’ la sarchije<br />

pussente gne le cèrque te’ le vracce…<br />

come na capenére so’ chiglije uócchije.<br />

Córe de mamma sé’, core de mamme,<br />

va a repiglià le pècure a gliu jacce<br />

le tòcche una peduna, e dapù mógne<br />

e repòrte alla case casce e latte.<br />

Córe de mamma sé’, córe de mamme,<br />

è l’óre de lassà bèstie e muntagne,<br />

pure gli prèute prèdeche la lòtte<br />

nen ze ne po’ chiù, le truóppe è truóppe.<br />

Córe de mamma sé’, córe de mamme,<br />

è scite all’annascusce a mezzanótte…<br />

e s’abbije addemane che’ gliu schiuóppe<br />

nen po’ repusà chiù, le sanghe je vólle.<br />

Córe de mamma sé’, córe de mamme,<br />

j ave ditte ca vave a mille a mille<br />

pare nu fremmecare che se móve…<br />

e se sente abbruscià gliu córe m-piette…<br />

… E pure alla muntagne vé’ la nóve:<br />

W la lebertà, l’Etalije è fatte!<br />

Córe de mamma sé’, córe de mamme,<br />

a quéla préte ave scritte gliu nóme.<br />

Dialetto di Cansano


W LA LIBERTÀ ...<br />

Cuore di mamma sua, cuore di mamma<br />

il figlio mio lavora con lo zappone<br />

possenti come una quercia tiene la braccia<br />

come una capinera sono quegli occhi.<br />

Cuore di mamma sua, cuore di mamma,<br />

va a riprendere le pecore allo stazzo,<br />

le conta una per una e poi munge<br />

e riporta a casa cacio e latte.<br />

Cuore di mamma sua, cuore di mamma,<br />

è l’ora di lasciare bestie e montagne<br />

pure il prete predica la lotta,<br />

non se ne può più, il troppo è troppo.<br />

Cuore di mamma sua, cuore di mamma,<br />

è uscito di nascosto a mezzanotte…<br />

e si avvia domani con il fucile<br />

non riesce a dormire, il sangue gli pulsa.<br />

Cuore di mamma sua, cuore di mamma<br />

gli hanno detto che vanno a mille a mille<br />

sembra un formicaio che si muove…<br />

e si sente bruciare il cuore in petto…<br />

… E pure alla montagna arriva la notizia:<br />

W la libertà, l’Italia è fatta!<br />

Cuore di mamma sua, cuore di mamma,<br />

su quella pietra hanno scritto il nome.<br />

171


Maria Pia Palesse<br />

172<br />

L’ITALIA AUNITE<br />

All’óre de la calla, ammónt’all’are<br />

m’ève calàte quasci na cecagne<br />

quanne s’appresentì all’assecrune<br />

na fémmene dappéte a la muntagne.<br />

‘N cape la còcene e lu spianature<br />

nghe na póste de pane e la lasagne,<br />

na vrócche apù de vine pe’ l’arsure<br />

che rescève da sótte la tuvaje.<br />

Éve vestute cummà cchiù n’ s’aùse<br />

la vésta lónghe affin’ai calecagne<br />

nu scialle scure p’accappà le spalle<br />

chióchie de pézze nghe nu spache archiuse.<br />

Ma i pentantiffe d’óre e de curalle,<br />

capille nire nghe nu tuppe arréte,<br />

j’uócchie mmà du merícule de fratte<br />

vócch’a cerace e uance cummà sète.<br />

J’addumanniétte andò che se ne jève,<br />

a n’óra calle, vérse la muntagne,<br />

cuscì cunciate, e alloche chi ce stève<br />

da putésse gude’ chéla cuccagne.<br />

M’arrespunnì ch’allóche ce tenève<br />

lu nnamurate sì, ch’ève scappate<br />

dapù che nu giandarme lu cerchève<br />

pe’ fallu presenta’ ffa’ lu suldate.


L’ITALIA UNITA<br />

Al sol della canicola, sull’aia,<br />

ero pervasa da un dolce sopore<br />

quand’ecco che di contro alla montagna<br />

una donna m’apparve nel chiarore.<br />

Portava sulla testa un grosso cesto<br />

con vivande fumanti a profusione<br />

la brocca traboccante di vin fresco<br />

a completare quella libagione.<br />

I suoi vestiti eran fuori moda<br />

gonna che la caviglia s’intravede<br />

scialletto nero che la vita annoda<br />

di pezza lisa le babusce al piede.<br />

Ma gli orecchini d’oro e di corallo<br />

capelli neri accolti sulla nuca<br />

occhioni più lucenti d’un cristallo<br />

bocca a ciliegia e gote di velluto.<br />

Le domandai dov’è che se ne andava<br />

con quel gran caldo verso la montagna<br />

così vestita, e poi lì chi ci stava<br />

che gli portava quella gran cuccagna.<br />

Mi rispose che lì si nascondeva<br />

l’innamorato suo ch’era fuggito,<br />

dal gendarme inseguito, che il voleva<br />

arruolar con l’acerrimo nemico.<br />

173


174<br />

“Tiénghe a la macchie pure nu fratiélle<br />

e pàteme nen sacce andò se tróve.<br />

Pe’ lu pajése è tutte nu maciélle<br />

chi scappe e s’annascónne o è tradetóre.<br />

Ce lìvene le vracce a la campagne<br />

pe’ ji’ a servi’ stu Re de lu Piemónte<br />

nghe j’uómene alla férme, che se magne?<br />

Ciérte, nghe Franceschiélle n’ c’è cumbrónte!<br />

Se macìne le rane nóttetiémpe<br />

pe’ putéll’affrancà da lu canòne,<br />

e annascónne la róbbe è nu cemiénte<br />

pe’ purtà da magna’ ai desertóre.<br />

Ma se dapù ve’ côte a la spruvviste<br />

na fémmena, fernisce fucilate,<br />

lendanne o ardevénne bregantésse<br />

o, pe’ salvà la pélle, svrehugnàte.”<br />

Senténne le paróle che decìse<br />

faciétte pe’ mustramme resentite,<br />

ma jèsse, ch’ève ‘ntése, arrespunnìse<br />

“No! Nen se fa cuscì l’Italia aunite”.<br />

Dialetto di Sulmona


“Pure mio padre non so dove sia<br />

ed un fratello s’è dato alla macchia<br />

per il paese è tutta un’anarchia<br />

chi scappa e si nasconde e chi vivacchia.<br />

Ci tolgon chi lavora la campagna<br />

per servir un, che viene dal Piemonte.<br />

Con gli uomini arruolati, che si mangia?<br />

Non c’è con Re Francesco alcun confronto!<br />

Si macina al mulino nottetempo<br />

per non pagar la decima sul grano,<br />

nasconder le provviste è un gran tormento<br />

per rifornir di cibo chi è lontano.<br />

Ma se una vivandiera vien scoperta,<br />

senza più scampo lì-lì è fucilata<br />

e se sfugge diventa brigantessa<br />

o si salva, però disonorata.”<br />

Sentendo proferir queste parole<br />

tentai di reagire, risentita,<br />

ma quella, prevenendomi, rispose:<br />

“ No! Non si fa così l’Italia unita.”<br />

175


Maria Pia Palesse<br />

176<br />

NA LÈTTERE DE LENDANNE<br />

L’atra matine, pe n’ sapé’ che fa’<br />

sajétte su le lamie a rvuceca’.<br />

Jève cerchénne na vécchia lantérne<br />

n-miézze a quile rehuòteche de mbiérne<br />

quanne che pe scansa’ nu pórtambrélle<br />

caschì na scatele de stagnarélle.<br />

S’ève arrapèrte e n-térre avé spaliàte<br />

tutte fujìtte gnallite e fruàte.<br />

N’arraccujétte vune, ncuriusite,<br />

nghe le scritte cecate e sculurite.<br />

Eve na léttra scritta a lu tatóne<br />

de lu tatóne mì, da na priggióne,<br />

ai tiémpe de i Burbune e Carebalde,<br />

Mazzine nghe i Savóje e i bregante.<br />

“Care cumbare - cuscì ncumenzévestiénghe<br />

n-galére pe scampà la léve.<br />

Te pórte chésta léttere alle scure<br />

cumpà Cicce, pe fótte la censure.<br />

Pirò nen è mó chéste la passióne,<br />

sóffre, cchiuttoste, pe la delusióne.<br />

Ci-avàvame credute, t’arrecurde,<br />

a Carebalde nuóstre e ai descurse<br />

de lu Mazzine che, se n’ se capève,<br />

pure nu fuóche n-piétte t’appiccéve.<br />

Ce pensavame ca l’Italia aunite<br />

fusce libbere e forte, no asservite<br />

a la curóne d’une de Savóje<br />

che, pe pute’ cunta’, tutte ce tóje.<br />

Fenanche ésse p’ammónte s’ha purtate<br />

l’óre de Banche nóstre accatastate


UNA LETTERA D’ALTRI TEMPI<br />

L’altra mattina per non aver da fare<br />

me n’andai in soffitta a sfaccendare.<br />

Non mi ricordo che andavo cercando<br />

fra quelle cianfrusaglie rovistando,<br />

quand’ecco, per scansar un portaombrelli,<br />

feci cadere una scatola di ferro.<br />

Si aprì e in terra cadder sparpagliati<br />

tanti foglietti gialli e logorati.<br />

Ne raccolsi uno per curiosità<br />

che a stento si poteva decifrar.<br />

Era una lettera scritta ad un mio avo<br />

da un suo amico che in galera stava,<br />

ai tempi dei Borboni e Garibaldi,<br />

Mazzini coi Savoia ed i briganti.<br />

Caro compare - così cominciava –<br />

m’hanno arrestato perché disertavo.<br />

Ti porta questa lettera, all’oscuro,<br />

compare Ciccio, per schivar censura.<br />

Ma non è questo che mi fa impressione,<br />

soffro, piuttosto, per la delusione.<br />

Ci avevamo creduto, ti ricordi,<br />

a Garibaldi nostro e ai discorsi<br />

di Mazzini che, se non lo capivi,<br />

pure un fuoco nel petto ti sentivi.<br />

Noi credevamo che l’Italia unita<br />

esser dovea libera, no asservita<br />

alla corona del re di Savoia<br />

che, per espander sé, a noi ci spoglia.<br />

S’è portato, perfino, su in Piemonte,<br />

l’oro di nostre Banche, per affronto,<br />

177


178<br />

pe fasse frabbeche e strade ferrate<br />

e a nu la tasse de lu macenate.<br />

Framménte a Carebalde, spruvvedute,<br />

la fine j’ha fatte fa’ de lu curnute”.<br />

Dialetto di Sulmona


così, lì fabbriche e strade ferrate<br />

e qui da noi la tassa al macinato.<br />

Mentre che Garibaldi, lusingato,<br />

ha fatto la figura del gabbato.<br />

179


Maria Pia Palesse<br />

LA LUME AJARDE ANCORE<br />

La lume ajarde. Ancóre n’ s’ha rammórte.<br />

Se sénte l’uóje frije lu stuppine.<br />

Piagne la vécchie pe la mala sórte<br />

e préha e la spéranze n’ ha cumbine.<br />

Lu fije ch’alla macchie se n’ ha jite<br />

pare ca pe nu schiuóppe de trumbóne<br />

mo’ va scappénne ammónte pe ‘sse ripe<br />

appriésse a chii suldate de i Burbóne.<br />

Piagne la vécchie. N’ s’addune ca Mórte,<br />

méntre che préha, l’ha gnónte alla fine.<br />

L’utema hùttele allu córe ha scórte.<br />

Liénte lu cape je s’appóje ’n sine.<br />

La lume ajarde ancóre. N’ s’ha rammórte.<br />

Dialetto di Sulmona<br />

Il lume arde ancora - Il lume arde, ancor non s’è smorzato / e l’olio crepitar fa lo<br />

stoppino. / Piange la vecchia il suo cattivo fato / e prega con speranza senza fine. / Il<br />

figlio che alla macchia s’era dato / sembra per uno sparo di trombone / sui monti<br />

impervi or s’è rifugiato / insieme a quei soldati del Borbone. / Piange la vecchia e non<br />

scorge la morte / che, mentre prega, l’ha condotta al fine / Di sangue il cuore non ha<br />

più risorse. / Sul seno lei reclina il bianco crine. / Il lume arde ancora, oltre la morte.<br />

180


Evandro Gay<br />

PE’ GRAZIE DE DDIE<br />

Lu vinte Uttobre ’Ottecientesessante<br />

Vettorie ’Mmanuele de Savoie,<br />

accumpagnate da cavalle e fante,<br />

se fermise na notte a la Badie,<br />

a nu casale ditte Ville Ursine,<br />

’m-bacce a la grotte de Pietre Celestine.<br />

Se sunnì Frate Pietre da Murrone,<br />

che je mettise ’n-cocce na curone<br />

e je decì: «Recùrdete, Vettorie,<br />

che tu mo’ sci lu Rre de la nazione<br />

pe’ grazie de Ddie e ’n sta a fa storie,<br />

nen cementà lu Pape che sta a Rome!».<br />

Stu suonne je facì tanta ’mpressione<br />

e repartì penzenne a Carebbalde,<br />

che a Rome la ’uleve pijà d’assalde.<br />

E quande lu ’ncuntrise po’ a Teane<br />

e Peppe je mettì l’Italie ’n-mane,<br />

dicì: «Grazie, Peppì, ma mo’ te firme».<br />

Garebbalde capì e chela sere<br />

facise le balisce pe’ Caprere!<br />

Dialetto di Sulmona<br />

181


Diana Cianchetta<br />

GIANNINA MILLI 1<br />

Poitésse teramane<br />

de lu Resurgemiénte,<br />

sémpre e andodunque<br />

a ’mpruisà poisìe,<br />

de Cavur e Garebalde<br />

spalìe i sentemiénte,<br />

l’ardóre, le speranze,<br />

l’aidé e la fantasie.<br />

Declame i viérze<br />

’nche l’ànema taliane,<br />

lu spirde naziunale<br />

tetille a ognedune:<br />

pè’ chèll’Etàlie<br />

che nn’è chiù luntane<br />

métte lu póce<br />

alla récchie de i Burbune.<br />

Vedè i culure<br />

de ’na bandiéra sóle,<br />

tenè appecciate<br />

la luce che già brille…<br />

Pé’ la Pàtrie<br />

Giannine s’accalóre,<br />

e rassume, pé’ fòrze,<br />

tutte i Mille.<br />

Dialetto di Sulmona<br />

01 Milli Giannina, poetessa (Teramo 1825 – Firenze 1888). Improvvisatrice famosa, percorse<br />

tutta l’Italia dando “accademie” di poesia improvvisa, spesso animata da caldi spiriti nazionali.<br />

[Dizionario Enciclopedico Italiano – Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da<br />

Giovanni Treccani – Roma 1970, vol. VII (LIEC-MOL)].<br />

182


GIANNINA MILLI<br />

Poetessa teramana<br />

del Risorgimento,<br />

sempre e dovunque<br />

a improvvisar poesie,<br />

di Cavour e Garibaldi<br />

diffonde i sentimenti,<br />

l’ardore, le speranze,<br />

le idee e la fantasia.<br />

Declama i versi<br />

con animo italiano,<br />

lo spirito nazionale<br />

titilla in ognuno:<br />

per quell’Italia<br />

che non è più lontana<br />

mette la pulce<br />

all’orecchio dei Borboni.<br />

Vedere i colori<br />

di una bandiera sola,<br />

tenere accesa<br />

la luce che già brilla…<br />

Per la Patria<br />

Giannina si accalora,<br />

e riassume, per forza,<br />

tutti i Mille.<br />

183


Diana Cianchetta<br />

184<br />

LU MUNUMÉNTE AI CADÙTE<br />

M’miézze a la Piazza Trésche de Sulmóne<br />

la nònna mé arrepé lu trainille<br />

e sénza manche farme nu sermóne<br />

caléve e rastraméve j’asenille.<br />

Lu spiéghe de raziune e de fermate<br />

éve la huérre quìnnece-deciótte<br />

quanne tató murise pe’ granate<br />

’n trencére resbauzate sópre e sòtte.<br />

Nònna alla huérre l’óre avé dunate<br />

e nen tenéve chiù féde a lu dite;<br />

l’amóre pe’ la Patrie avé cuntate<br />

ma i s’éve repijate lu marite.<br />

E mó’ m’ bacce all’elénche marmurate<br />

nònne m’appeccéve fèrme e dritte,<br />

e scurrénne apù i nóme de i suldate<br />

de Giachemucce s’appunté a la scritte.<br />

Fra chii cadute recurdéve a ménte<br />

ndò stéve lu marite tant’amate<br />

che pe’ raunì a nù Triéste e Trénte<br />

le sangue pe’ la Patrie ave’ jittate.<br />

Manchéve lu sustégne a la famìjje,<br />

lu sole che spuntéve ògne matine;<br />

da sóle mantenéve tutte i fìjie<br />

e iéve pure jésse n’eruine…


IL MONUMENTO AI CADUTI<br />

In mezzo a Piazza Tresca di Sulmona<br />

mia nonna accostava il carrettino<br />

e senza farmi raccomandazioni<br />

scendeva per stramare l’asinello.<br />

La spiegazione di preghiere e sosta<br />

era la guerra quindici-diciotto,<br />

quando mio nonno morì per le granate<br />

in trincea sopra e sotto rimbalzate.<br />

Nonna alla guerra l’oro aveva donato,<br />

e non aveva più la fede al dito;<br />

l’amore per la Patria aveva contato<br />

ma le aveva portato via il marito.<br />

Di fronte a quell’elenco sopra il marmo<br />

mia nonna mi teneva ferma e dritta,<br />

e scorrendo poi i nomi dei soldati<br />

si fissava dove Giacomo era scritto.<br />

Fra quei caduti ricordava a mente<br />

dove stava il marito tanto amato<br />

che, per riunire a noi Trento e Trieste<br />

il sangue per la Patria aveva versato.<br />

Mancava il sostegno alla famiglia,<br />

il sole che spuntava ogni mattina;<br />

nonna da sola provvedeva ai figli<br />

ed era anche lei un’eroina…<br />

185


186<br />

La génte se reutéve a la Majélle,<br />

cencechénne raziune ’nghe la ménte,<br />

còcch’óme se caccéve lu cappiélle<br />

e nònneme piagnéve sulaménte.<br />

I’ ch’éve ’na pezzuta peccerélle<br />

vedé’ le sangue scòrre a la culònne,<br />

repeté’ réquie cum’a nu martiélle<br />

tremé’ ’mpaurite e me stregnéve a nònne.<br />

Dialetto di Sulmona


La gente guardava la Maiella,<br />

e biascicava le preghiere a mente,<br />

qualche uomo si toglieva il cappello<br />

e mia nonna piangeva solamente.<br />

Io che ero una piccola pizzuta<br />

vedevo il sangue giù per la colonna,<br />

ripetevo dei Requiem a martello<br />

e tremavo impaurita stretta a nonna.<br />

187


188


VOCI E SCRITTURA<br />

PROSA<br />

189


190


MARIANNINA<br />

La civetta riempiva col suo cucumeo il silenzio della notte.<br />

– Brutte signe... – disse tra sé e sé Terresina – la ciuetta o cante o<br />

piagne... – E intanto, prima di coricarsi nel giaciglio da poco rinnovato<br />

con le spoglie delle ‘mazzocche’, ammucchiava la cenere nel camino,<br />

sopra ci faceva un segno di croce e bisbigliava la giaculatoria: – Ie<br />

me coleche che’ Criste i che’ San Giuvanne Battiste, a cape aglie cape<br />

S. Mecchele, apped’aglie pede S. Battelummeo i S. Margarita... alle<br />

lenzola S. Necola... i le male lengue tra la vurasce...<br />

Ogni giorno somigliava a quello precedente, con la sacralità delle<br />

fatiche d’ognuno. D’intorno gli odori degli animali mansueti.<br />

Prima di rientrare, durante il bel tempo, Mariannina, poco più che<br />

bambina, figlia maggiore di Terresina e di Matteo, nel fontanile affogava<br />

per gioco i piedi sempre nudi, si divertiva a inventare per qualche<br />

momento lo zampillìo con giochi d’acqua, poi si tuffava in una corsa<br />

sfrenata sulla via polverosa e raggiungeva i fratelli nello stazzo.<br />

Mariannina era una bambina bella, delicata, e sembrava che poco avesse<br />

a che fare con la vita di quel poverissimo mondo.<br />

Era finita l’estate, ed era finito anche il bel tempo, ma il da fare non<br />

mancava mai.<br />

– Cuménzate a ‘mbarà cumma se fa a ‘mbrudelà le lendicchie,<br />

cuscì nen se cellane... – le disse la mamma. Le lenticchie raccolte,<br />

ormai essiccate, dovevano essere scottate per pochi minuti per essere<br />

conservate come scorta annuale senza che fossero ‘cellate’, bucate<br />

dalle larve in crescita in primavera.<br />

Le cimiciare si erano rintanate, gli uccelli di passo sparivano presagendo<br />

nell’aria l’inverno a venire. Il tempo rarefatto sembrava più<br />

immobile che mai. Le lenticchie stese sopra il pannone dovevano<br />

asciugarsi per essere poi infilate dentro i sacchetti nel ripostiglio scavato<br />

nel muro di pietra.<br />

Ed erano anche i giorni dei briganti. Sopra i monti, tra le fitte<br />

boscaglie di Forca la banda terrorizzava la popolazione con le sue<br />

incursioni. Erano giorni normali che si mescolavano a fatti straordinari<br />

ed irregolari. Mariannina pascolava nel prato le due pecorelle nel-<br />

191


l’ultima erba calda. – Vide sempre se ce sta la ielata, sennò le pecore<br />

s’abbottene e crepene! – le diceva sua madre. Così a poco a poco i tramandi<br />

le insegnavano la vita. Qualche volta Mariannina guardava<br />

oltre la radura e immaginava i briganti. Lei non era come gli altri, non<br />

aveva paura perché non li aveva mai visti. E comunque, ogni tanto.<br />

quando si avventurava con i fratelli e con la madre per le contrade,<br />

avvertiva come un alito, ma non era il vento. Al tempo dei viaggi dei<br />

transumanti le donne, per far sì che gli orsi non assaltassero pastori e<br />

greggi, distribuivano lungo i tratturi latte e mele per saziare gli animali.<br />

Mariannina allora ogni tanto prendeva di nascosto del latte e delle<br />

mele dal fondaco per calmare anche la fame dei briganti. Oppure<br />

rubava un pezzetto di lardo o di strutto e lo deponeva al bordo della<br />

radura. Il padre intanto, aiutato dai figli maschi, preparava le sementi,<br />

si accordava con i vicini per le giornate ‘alla parte’, preparava la palizzata,<br />

la legna secca per il fuoco e stendeva le ‘vurancate’, alte fascine<br />

di rami frondosi di querce ‘scamollate’ legate con le ‘chiorte’ che odoravano<br />

all’aria.<br />

Il tempo che passava non cambiava lo stato della miseria, anzi,<br />

ogni giorno rendeva le condizioni senza misericordia. Don Carlo, il<br />

prete che aveva provveduto alla vendita carbonara, era stato allontanato.<br />

La famiglia di Don Lorenzo invece si era arricchita con l’aiuto di<br />

qualche scagnozzo. In sella ai cavalli, di buon mattino, arrivavano e<br />

scacciavano dai fazzoletti di terra i poveracci che, a colpi di frusta,<br />

rinunciavano al poco avere e finivano garzoni al suo servizio. Nella sua<br />

casa, sull’altura, scriveva il segretario di casa. Annotava minuziosamente<br />

le spese, i prestiti e i fatti importanti delle giornate. Fu proprio<br />

in quel tempo che ricevette la lettera di suo cugino don Fernando,<br />

notaio benestante che viveva a Roma che, appena ammogliato, gli<br />

chiedeva il favore di mandargli una giovane campagnola sana e di bell’aspetto,<br />

da tenere in casa al suo servizio. Don Lorenzo ci pensò un<br />

po’ ma non ci volle molto per farglielo questo favore a don Fernando.<br />

Dopo qualche giorno, infatti, fece chiamare Terresina e Matteo raccomandando<br />

di portare anche la figlia. Li accolse in casa, scrutò prima<br />

Mariannina, poi la mandò in cucina, dove si diffondeva un profumo<br />

mai sentito d’arrosto speziato, e subito, senza fatica, spiegò la cosa con<br />

poche parole. L’opulenza mai vista prima parlava per lui. Li congedò<br />

192


con un sacchettino di soldi. – Là avrà di che sfamarsi... ogni giorno...<br />

– si convinsero, camminando per la via che li riportava a casa e che si<br />

restringeva sempre più tra i vicoli a raggiera.<br />

La madre le mise al collo una collanina di corallo, e con il padre<br />

che l’accompagnava Mariannina partì. Era terrorizzata ma non lo<br />

dimostrò per tutto il tempo che la portava a Roma. Ne cambiò un paio<br />

di traini, con il primo, in compagnia di due donne che andavano a<br />

barattare le verdure da rivedere con del vino, arrivò fino a Celano, poi<br />

con l’altro proseguì, lungo mulattiere, il viaggio fino a Roma, con altri<br />

mercanti.<br />

Per un breve tratto avvertì l’alito che non era vento, ma poi svanì...<br />

tutto sparì... la casa, il paese, la fonte e la gente, alle sue spalle.<br />

Si aprì un portonaccio e apparve uno scalone d’onore. Il padre la<br />

consegnò. Poi, con la schiena curva, riprese il viaggio di ritorno.<br />

– È finito il tempo di “Viva o re!” – furono le prime parole che udì<br />

Mariannina mentre saliva con la donna grassa che aveva aperto. La<br />

prima cosa che vide invece fu un gruppetto di quattro uomini ben vestiti,<br />

che fumavano il sigaro e che uscivano di casa. Un quinto giovane<br />

uomo, rimasto su, lo vide chinarsi per accomiatarsi dai suoi ospiti per<br />

poi andarle incontro.<br />

Don Fernando l’accompagnò per un attimo nel salottino; la<br />

moglie, donna Margherita, seduta tra chicchere e piattini conversava<br />

con un’ospite. Non la fece avvicinare, la guardò a distanza, senza<br />

parlare, quindi la donna grassa accompagnò Mariannina in una stanza<br />

al piano superiore, per un bagno caldo completo. La donna le<br />

diede un vestito largo, una cuffietta arricciata e un grembiulone, e<br />

poi, pane e frittata.<br />

Nella grande casa c’erano grandi quadri, grandi tavoli e tante stanze.<br />

Tutto sembrò gigantesco ai suoi occhi, e nuovi odori la attorniavano.<br />

La donna grassa le insegnò gli inchini e a togliere il piscio notturno<br />

dagli urinali dei padroni, a servire e via via tutte le altre faccende.<br />

I giorni a venire odoravano di lavanda nella biancheria, si riempivano<br />

di schiamazzi nei piccoli banchi di vendita rionale lungo le strade,<br />

di storie in lontananza.<br />

Don Fernando cercava di essere al riparo dai grandi eventi ma era<br />

sempre curioso di appurare, di sapere di quei giorni difficili... – Ci pen-<br />

193


seranno quelli della Guardia Nazionale a quei briganti con l’unificazione...<br />

Come se non bastasse l’euforia della rigenerazione incombente. –<br />

Con la legge Pica, continuava, faranno piazza pulita di questi fuorusciti<br />

(delinquenti?). Oramai, non hanno scampo.<br />

Dopo le sue carte notarili, nel salotto, con i soliti amici, gli avvenimenti,<br />

le notizie che si rincorrevano e non davano spazio ad altri<br />

pensieri.<br />

– I briganti sono senza legge... non hanno un ideale... sono stati<br />

mercenari... sono solo banditi e razziatori... – si commentava. – Sono<br />

morti di fame che non hanno né posto né futuro... ma intanto ti fanno<br />

malcampare...<br />

E don Fernando: – Ci vuole prudenza... di questi tempi a Forca, per<br />

esempio, non ci devi passare senza protezione, e quella neanche<br />

basta... – Ma intanto pensava alle sue terre a fondo valle, ora terre di<br />

nessuno. – La fame caccia il lupo dalla tana... e poi... sicuramente<br />

hanno i loro protettori...<br />

L’ ospite di turno allora si accalorava: – Dal basso non viene mai<br />

la rivoluzione, la storia ci insegna... il papa, ‘o re’, i Francesi e<br />

Garibaldi, i Savoia... Che fine ha fatto il Re a Napoli, per dirne una?<br />

Sono questi che cambiano senza soccombere, non la plebe... dobbiamo<br />

esserne coscienti; quelli che non sono stati imprigionati tirano la carretta,<br />

zappano col bidente e i padroni se ne guardano bene dal denunciarli...<br />

è manovalanza a basso costo... Ora che non hanno più speranza<br />

di riportare i Borboni sul trono poi... al sud...<br />

– Questi analfabeti o ubbidiscono o si difendono così... per vendetta,<br />

per fame: la macchia o la morte o malpagati in clandestinità... I briganti<br />

ci sono sempre stati... in tutti i tempi... Il popolo non si sa unire<br />

e se lo fa, insorge con le ‘sarrecchie’ e con le picche... ma non ha<br />

legge... se non quella della pancia vuota... e quella non fa mai ragionare,<br />

non fa mai riflettere...<br />

– Ma ora che sono solo banditi ... quale alternativa? – Niente... ci<br />

stanno pensando i Piemontesi a questi meridionali, le guardie a stanarli...<br />

vedrete... e tra un po’ nulla sarà come prima.<br />

– E già, concluse uno dei quattro, questi meridionali sono analfabeti,<br />

sono ‘cafune’... si reggono le brache con le funi... non sono né<br />

padroni né servi.<br />

194


A don Fernando non gli importava di parteggiare per nessuno e<br />

stava a guardare. Si limitava a restare a galla in quel tempo infernale e<br />

difendeva solo se stesso. Se ne erano viste delle belle in quegli anni,<br />

non apprezzava i tumulti passati né la nuova corona sabauda. In cuor<br />

suo, per quel che poteva, aveva simpatia per la corona napoletana.<br />

Mariannina poco capiva di quei discorsi, non conosceva quella lingua<br />

né comprendeva il succedersi dei fatti.<br />

Viveva quel tempo tra l’indifferenza della padrona e le occhiate del<br />

padrone. Si sentiva contenta solamente quando accompagnava la<br />

donna grassa al mercato. Lì, ogni volta, tra le merci e la gente, avvertiva<br />

una sensazione di leggerezza. Un giovane si teneva a distanza. Lei<br />

si sentiva addosso la sua presenza forte e discreta. Era alto e magro,<br />

dall’inconfondibile aspetto da zingaro. Portava un orecchino che faceva<br />

risaltare i suoi occhi scuri. Lei aveva nelle orecchie quel fiato che<br />

non era vento.<br />

Ogni sera, dopo aver sfaccendato per bene, si rincantucciava nella<br />

sua stanzetta. Rannicchiata s’addormentava stringendo tra le dita la sua<br />

collanina.<br />

Così il tempo passava con i suoi perché e i problemi della gente.<br />

E arrivò una notte qualunque, uguale a tutte le altre, buia e calda di<br />

sonno... Mariannina si sentì addosso lenti respiri profondi, un corpo<br />

pesante e caldo e una mano le strinse la bocca. Un urlo soffocato.<br />

Come un tuono, come un fulmine, come una pietra, come un fuoco,<br />

come un pugnale: Mamma, dove sei!!... E non fu più bambina.<br />

I giorni passavano, tra i padroni indifferenti e il silenzio. Anche<br />

altre notti passarano. Brevi scricchiolii della porta cambiarono le notti<br />

di Mariannina.<br />

La donna grassa che la teneva sempre d’occhio la vide impallidire<br />

sempre più. Misurò con un dito la distanza tra la collana ed il collo e le<br />

disse: – Tu sei incinta... – Poi fece in modo di procurarle un vestito<br />

ancora più ampio e quando arrivò il momento la condusse su un carretto<br />

in periferia. Mariannina si aggrappò a delle funi che pendevano nella<br />

stalla e partorì. La donna le tolse il bambino senza parlare, la sistemò<br />

nel casolare per qualche giorno, e poi la vita riprese di nuovo come<br />

prima, con Donna Margherita che rimaneva in silenzio tra i suoi merletti,<br />

don Fernando che non parlava più dei briganti e i servizi da sbrigare.<br />

195


Arrivò il bel tempo. Per Mariannina nulla fu più uguale a prima.<br />

Dormiva con un coltellino sotto al guanciale così Don Fernando sfogò<br />

le sue voglie altrove, e piano piano lei maturò la fuga... – Meglio morire<br />

– pensò – che restare qui... – Preparò di nascosto un sacchetto con<br />

delle candele consumate e dei prosperi, si vestì con più panni che poteva,<br />

da sembrare quasi una zingara, scese lo scalone e scomparve tra le<br />

strade. Si avventurò sperduta e un po’ guardinga tra sentieri e valli con<br />

il sacchetto, un bastone e un coltello. Camminò a lungo. Campi e poi<br />

valli, in compagnia di donne che andavano a portare i canestri del desinare<br />

agli uomini nei campi. Vide uomini poco più che bestie trainare<br />

carretti e pietre, bifolchi smunti mimetizzati nei campi. Chiese<br />

l‘elemosina e cercò ripari notturni. Vagò tra i monti per giorni prima<br />

che riannusasse l’aria delle sue terre. Di notte accese dei focherelli per<br />

allontanare gli animali selvatici. Mangiò ‘mbriachelle’ secche, i frutti<br />

del biancospino e le erbe crude.<br />

– Meglio morire, meglio morire... – si ripeteva – che rimanere lì<br />

–. Salì le impervie alture in cui nessuno si avventurava facilmente e<br />

vide alcune povere croci da sepoltura. – ‘Ecche ce stanne i breghente!!!<br />

... Ce sta la banda Cannone che deceva papà... – pensò e capì.<br />

Scrutò l’orizzonte e vide degli uomini a cavallo. – Forse sarranne quiglie<br />

della Guardia Nazionale... quiglie che deceva don Fernando... o<br />

so’ breghente?<br />

In un attimo si sentì sperduta. Guadagnò un sentiero verso un tramonto<br />

che odorava di tumarelle. Lo sterrato discendeva a tornanti giù,<br />

verso il basso. In lontananza sentì l’abbaiare di cani. Apparvero quattro<br />

casupole, e il vento portava l’odore del fumo dei comignoli. Fu<br />

allora che all’orizzonte udì degli spari. Rimase per un bel po’ immobile<br />

tra i cespugli e l’erba alta. Quando nell’aria tornò la calma e il silenzio<br />

della montagna, ebbe la forza di avvicinarsi. Il cielo scuriva, e nella<br />

penombra vide il corpo moribondo dello zingaro dall’orecchino. Col<br />

cuore in gola gli fasciò la spalla con lo scialle, poi lo accomodò alla<br />

meno peggio su una portantina di frasche e scese a valle. Lo sistemò<br />

sotto il primo muro di pietra che trovò a fianco di un fienile semiabbandonato.<br />

Dormì su un mucchio di paglia. All’alba un cane le ringhiava<br />

addosso mentre un uomo dalla lunga barba lo teneva a bada. – Stai<br />

lontano o dò fuoco alla paglia! – lei urlò senza neanche rendersene<br />

196


conto mentre cercava di prendere un fiammifero dalla tasca. L’uomo,<br />

che si chiamava Giovanni ed era il padre di Francesco, il giovane dall’orecchino,<br />

la guardò con tranquillità e le porse una mano per aiutarla<br />

ad alzarsi. Alcune donne poco distanti si avvicinarono e scesero<br />

insieme fino alle casette. Con degli infusi lavarono e curarono la ferita<br />

del ragazzo. Mariannina lo vegliò, e intanto intuì la sua salvezza. Quel<br />

fiato che non era vento dall’ombra divenne aria calda e avvolgente.<br />

Le famiglie laboriose delle casette lavoravano sodo da stella a stella<br />

i loro campi aridi ed avevano cibo. ‘Caciotto’, era il soprannome di<br />

Francesco, si tolse l’orecchino, gli abiti da zingaro e accompagnò i<br />

giorni buoni di Mariannina nei prati in discesa, negli stazzi. Piano<br />

piano scordarono i brutti ricordi. Non parlarono più neanche di quello<br />

della guardia nazionale che aveva sparato a Francesco per una ‘rozzeca’<br />

di formaggio e poi lo aveva schernito: – W Francesco o W Vittorio?<br />

– che era il vecchio espediente per togliersi lo scrupolo, sentirsi eroe e<br />

ammazzare qualcuno.<br />

Arrivò il mese di maggio: Giovanni e Francesco avevano tosato le<br />

pecore. Mariannina lavò e filò quella lana con le vicine. Antonetta, la<br />

matriarca, la chiamò vicino a sé e le disse piano: – Vai a raschiare un<br />

po’ di fuliggine dal camino... – Intanto l’acqua bolliva nel caldaio.<br />

Mariannina ubbidì.<br />

Antonetta prese quella polvere nera, la sciolse nell’acqua poi le<br />

disse: – ‘Mbàrete cumma se tegne la lana... – Mariannina affogò la lana<br />

nell’acqua nera poi la stese al sole: era color cannella. – La prossima<br />

la culure che’ le clocchie de nuce! – le disse poi ridendo. Ogni tanto<br />

mentre sfaccendava faceva finta di non sentire arrivare alle spalle<br />

Francesco, che di soppiatto l’abbracciava per rotolarla nel prato. A<br />

Forca i briganti continuavano ad assaltare e a derubare i viandanti. Le<br />

stagioni portavano a turno il proprio da fare. Ogni tanto un pellegrinaggio<br />

dalla Marsica si portava a S. Donato, a S. Gemma, alla Madonna<br />

della Libera, a Cocullo per S. Domenico. Dalle casette si sentiva in<br />

lontananza il canto della devozione. Qualcuno si avvicinava agli usci<br />

delle casette per un povero ristoro. Un giorno si fermò anche un tinaro.<br />

– Tecco tinaroooo!!! – si annunciava con voce sincopata. Riparò<br />

tine e bigonce. Finito il lavoro, ripartendo, in cambio di un bicchiere di<br />

vino lasciò un brandello bianco, rosso e verde a Mariannina: – Cu ce<br />

197


aglie da fa’ che’ quiste? – gli chiese. Il tinaro le strillò: – Tienilo vicino<br />

al letto e mettilo tra i tuoi santucci: il rosso è il sangue dei martiri,<br />

il verde è la speranza e il bianco è la fede!<br />

Caracollò a valle cantando: – È la bandiera, dai tre colori... è sempre<br />

stata la più bella!...<br />

Mariannina senza chiedersi il perché lo pose tra un santuccio e un<br />

Gesù Bambino che ogni sera sfiorava con le dita della mano e che poi<br />

baciava, ogni volta, prima di dormire.<br />

Rita Pasquali<br />

198


NINNA NANNA<br />

Ninna nanna figlio mio, chissà mai se lo vedrai tuo padre, è grande,<br />

bello, bello assai! Ninna nanna figlio mio.<br />

È partito giorni fa, ha portato poche cose con sé nella bisaccia, un po’<br />

di pane, di formaggio, sale, acqua, niente di più. Ha lavorato sodo tutto il<br />

giorno su allo stazzo, sistemato le pecore, le forme grandi di vimini con<br />

il formaggio messo a seccare sulle travi di legno, poi è sceso al piano, a<br />

casa. Mi ha stretto forte, mi ha asciugato il viso con la mano, ha detto a<br />

bassa voce: «Tranquilla, io torno! Vado a Napoli! Arriva Garibaldi!».<br />

«Sei matto?» l’ho guardato dritto negli occhi, profondi e azzurri<br />

come un lago di montagna. «Quello è un miscredente!».<br />

Ha riso forte, scoprendo i denti bianchi. «Te l’ha detto il prete<br />

vero?» ha chiesto, continuando a sorridere; poi mi ha abbracciato stretta,<br />

si è aggiustato il cappello sulla testa e via, l’ho visto scomparire tra<br />

i campi, il bastone tra le mani, il fucile sulla spalla, con la bisaccia.<br />

Si era schiarito il cielo, dopo l’acquazzone, qui agosto finisce sempre<br />

così, spegne l’arsura della terra e bagna i semi nuovi, le poche cose<br />

che nascono prima della cattiva stagione.<br />

Hai pianto anche tu, figlio mio, dentro la culla di legno: che bella!<br />

tuo padre ha passato l’inverno a intagliarla, piccoli cerchi che si intrecciano,<br />

poi stelle a punta che si rincorrono. È di faggio chiaro, di un<br />

albero grande spezzato da un fulmine. Ha segato, piallato, incastrato a<br />

coda di rondine agli angoli le assi precise, limato, inciso, poi lucidato<br />

con cura ogni lato con cera calda.<br />

Profuma ancora di bosco. Ti ho ricamato lenzuola e cuscino tagliati<br />

da un lenzuolo di mamma, filato una coperta di morbida lana.<br />

Dormi adesso, figlio mio, tuo padre torna, deve tornare!<br />

Sono partiti insieme, un gruppo di forti, tutti giovani, accesi dal<br />

sole e dal lavoro, spinti a combattere da questa fame che ci scava dentro,<br />

dall’obbedienza che ci ha fatto schiavi, dal sogno di una vita diversa,<br />

dove la terra è finalmente nostra e il domani non fa più paura.<br />

« Viva l’Italia» hanno gridato con la mano alzata.<br />

Ninna nanna figlio mio, dormi sereno, cercherò farina per impastare,<br />

uova per mangiare, per me e per i miei vecchi.<br />

199


Sarò forse a cogliere erba selvatica, oppure alla fonte per l’acqua,<br />

o sull’aia a stendere i panni, quando lui tornerà, sporco e affamato, con<br />

la fronte fasciata, lo riconoscerò subito.<br />

Si avvicinerà a casa, o ti vedrà che dormi nella cesta, ti prenderà<br />

tra le braccia e ti solleverà al cielo.<br />

Perché per te avrà lottato, per te.<br />

Avrà combattuto, lontano da qui, dove le terre sono più fertili e<br />

calde, dove le stagioni si alternano ricche di frutti; avrà incontrato<br />

uomini nuovi, che parlano un altro dialetto, avrà trovato una nuova<br />

bandiera, un nuovo re.<br />

Ninna nanna figlio mio, avrai nome Libero.<br />

Gemma Di Iorio<br />

200


LO STRACCIO<br />

Le barelle entravano l’una appresso all’altra. I soldati portavano<br />

ancora le camicie rosse intrise di sangue raggrumato, alcuni ridotti da<br />

non potersi guardare; passi pesanti, sempre affrettati, dei barellieri,<br />

come se arrivare un attimo prima o dopo fosse questione di vita o di<br />

morte e non fossero costretti ad aspettare, i moribondi e i feriti gravi<br />

addossati l’uno all’altro nell’ospedale da campo, fuori all’aperto chi<br />

non era in pericolo di vita; i soccorritori stravolti quanto i feriti con<br />

l’impotenza stampata nelle facce sudate.<br />

Ordini sussurrati o gridati, perentori. E lamenti lunghi, urla d’animale<br />

come ruggiti o guaiti, alti tra invocazioni a madri, a Dio, alla<br />

Madonna; lo stridere di una sega sull’osso; rantoli: atroce sottofondo a<br />

un incubo, cui contribuiva l’odore di sangue ed escrementi che quello<br />

acre dei disinfettanti non riusciva a coprire. E infine il peggiore, quello<br />

della cancrena, dolciastro, nauseabondo, l’odore di morte prima che<br />

la morte impedisse di sentirlo.<br />

Di tanto in tanto qualcuno veniva portato via, il volto coperto, e<br />

lasciava il posto al caso più urgente tra quelli in attesa.<br />

Antonio ebbe la sensazione che tutti insieme formassero un unico<br />

corpo martoriato nella carne, frantumato nelle ossa, dilaniato nelle<br />

viscere, sanguinolento, maleodorante, osceno. Non distingueva il proprio<br />

odore da quello degli altri. Avrebbe potuto essere lui stesso a emanare<br />

quel tanfo di cancrena, a ululare, a pregare.<br />

Cercò di estraniarsi. Si concentrò su Libertà, Unità, Garibaldi, ma<br />

tutto quanto lo aveva appassionato fino alla battaglia sembrò sbiadire e<br />

dissolversi nell’aria fetida.<br />

«No, non mi lasciate proprio adesso! Che senso avrebbe questo<br />

inferno senza di voi…».<br />

Doveva aver parlato a voce alta perché un’infermiera si accostò a<br />

toccargli la fronte e dopo una appena percettibile esitazione tentò un<br />

sorriso rassicurante: il sorriso ai moribondi, pensò Antonio.<br />

Poi gli parve che il dolore scemasse, gli parve di non sentire più il<br />

suo corpo ferito.<br />

Allora si acquietò e pensò a Felicetta.<br />

201


Se lo guardava incantata ogni volta che lui le parlava di Italia unita,<br />

di libertà dallo straniero, della dignità di cittadino che la nazione avrebbe<br />

dato anche ai più miseri. Felicetta non capiva una parola di quei discorsi,<br />

ma né lui né lei se ne preoccupava. Era analfabeta, Felicetta, ma<br />

soprattutto era convinta che non valesse la pena capire i ragionamenti<br />

dei maschi perché sapeva perfettamente quale sarebbe stata la sua vita:<br />

una frotta di figli e lavoro massacrante a casa e in campagna. Ma il<br />

fatto che avrebbe avuto accanto Antonio la riempiva di una impaziente<br />

beatitudine.<br />

Antonio invece sapeva leggere e scrivere. Quando era molto piccolo,<br />

il prete, don Saverio, aveva deciso che il bambino era troppo sveglio<br />

per restare ignorante, gli insegnò a leggere e a scrivere e poi gli<br />

prestò i libri che Antonio divorava, magari su un albero, per evitare che<br />

il padre gli strappasse dalle mani “quella perdita di tempo”. In cambio<br />

il ragazzo si rendeva utile come poteva in parrocchia e perché si era<br />

affezionato al prete e per ripagarlo dell’istruzione ricevuta.<br />

Proprio bazzicando intorno alla sacrestia aveva ascoltato i discorsi<br />

di don Saverio col figlio del farmacista, il nuovo notaio che veniva<br />

dalla città e altri sette o otto personaggi a cui si aggiunse il figlio del<br />

barone. E di nascosto aveva letto libri e fogli ben custoditi nell’armadio<br />

tra gli arredi sacri.<br />

Era lì che aveva imparato che il territorio chiamato Italia in parte<br />

era sotto l’Austria e in parte diviso in Stati di irrimediabile arretratezza<br />

che si reggevano grazie all’Austria, e che tutti gli italiani avrebbero<br />

dovuto trovare le alleanze giuste, un capo di stato e un generale carismatici,<br />

ma soprattutto la determinazione e il coraggio di combattere e<br />

liberarsi. Le aveva apprese così bene quelle cose che ora viveva in uno<br />

stato di esaltazione perenne.<br />

Tentò di fare adepti in famiglia ma suo padre si arrabbiò:<br />

«Chi credi di essere? Tu davvero pensi che perché leggi i libri sei<br />

diventato uno di “loro”? Ma non lo capisci che il tuo destino è questo?»<br />

e indicava con la mano i campi magri intorno alla casetta. «Sempre a<br />

pregare Dio che non venga la secca, che non piova troppo, che non<br />

grandini, sennó non puoi pagare il tuo baroncino padrone e per di più<br />

crepi di fame. Ti ci rompi la schiena su questa terra, pure se si chiama<br />

Italia. Miserabili siamo e miserabili resteremo, chiunque sia il re».<br />

202


Naturalmente Antonio aveva un sacco di obiezioni da fare – che<br />

una volta finito lo sfruttamento degli stranieri, per esempio, gli italiani<br />

avrebbero provveduto fraternamente agli italiani poveri – ma le teneva<br />

per sé. Dopo lo sfogo del padre però divenne più attento alle necessità<br />

della famiglia, per una maggiore consapevolezza e per non alimentare<br />

altre polemiche. Giovane e forte com’era si alzava all’alba per pulire la<br />

stalla, zappare la terra, partecipare ai raccolti secondo il tempo e la stagione,<br />

sempre allegro e loquace, sempre presente all’occorrenza. E il<br />

padre pensò che l’ossessione del figlio era la benvenuta se le conseguenze<br />

erano quelle.<br />

Con Felicetta invece lui continuava i suoi lunghi monologhi e lei il<br />

suo rapimento estatico.<br />

Un giorno Antonio prese dalla tasca uno straccio messo insieme<br />

con tre stoffe diverse rimediate chissà dove: il bianco era ingrigito, il<br />

rosso stinto e il verde virava al giallo e per di più era liso. Era stato evidentemente<br />

cucito da mani inesperte e Felicetta non perse l’occasione<br />

per mostrare la sua competenza, una volta tanto: «E che, si cuce così?».<br />

«La vedi questa?» spiegò lui. «Un giorno sarà la bandiera di tutti<br />

gli italiani. Starà sulla facciata degli edifici importanti, nelle parate, sui<br />

tetti, dovunque». La ripiegò e: «Tienila tu» le disse.<br />

Felicetta conosceva già la bandiera, bianca con uno stemma colorato<br />

al centro, ma prese quella che Antonio le porgeva e pensò a una<br />

delle sue solite meravigliose farneticazioni.<br />

Antonio sparì. Non andò sui campi all’alba e non tornò a mangiare<br />

e a dormire. C’erano state nei giorni precedenti voci di battaglioni<br />

in movimento. Il Generale in persona, si diceva, avanzava con le sue<br />

truppe di volontari. Il padre capì e Felicetta pure.<br />

Quando giunse la notizia, Felicetta si vestì di nero. La madre disapprovò:<br />

«Non sei una vedova. La gente potrebbe pensare… O sì?»<br />

«Io sono una vedova. Non per quello che pensi tu. Non l’avrebbe<br />

mai fatto, mi ha sempre rispettato. Che stupida! Nemmeno quella gioia<br />

gli ho dato, e ora avrei un figlio suo» disse.<br />

La madre non fiatò, sollevata e insieme accorata per quella figlia<br />

adolescente improvvisamente adulta.<br />

203


Anche al pellegrinaggio della Madonna delle Grazie Felicetta ci<br />

andò vestita di nero. La gente si accalcò dentro e fuori il piccolo santuario,<br />

ascoltò la messa, sfilò per inginocchiarsi davanti alla statua<br />

della Madonna e baciare la veste miracolosa, poi uscì e si sparse tutt’attorno<br />

per la colazione sul prato.<br />

Felicetta aspettò che la chiesetta si svuotasse e si trascinò in ginocchio<br />

lungo la navata fino alla Madonna. Tirò fuori dalla tasca il pezzo<br />

di stoffa, lo aprì ai piedi della statua, tentò con le mani aperte di allisciare<br />

le grinze della cucitura malfatta. Disse:<br />

«Madonna delle Grazie, lo vedi questo straccio? Non ti so spiegare<br />

che è, io non lo so, ma lui c’è morto per questo straccio e tu adesso<br />

mi devi fare la grazia: lo devi far diventare la nuova bandiera, deve<br />

sventolare sulla facciata degli edifici importanti, nelle parate, sui tetti,<br />

dovunque, proprio come diceva lui. Lo sai tu quello che significa e<br />

quello che devi fare».<br />

Non era una supplica. Era un ordine.<br />

Concettina Falcone<br />

204


ALLA MIA BANDIERA CHE, COME UN FOGLIO DI CARTA,<br />

MI RENDE PRIGIONIERA E LIBERA.<br />

Leggera, sottile, silenziosa, alta su ogni umano sguardo.<br />

Il vento ti palpita e ti garrisce, il sole ti abbacina e ti risplende, la<br />

pioggia ti lava e t’inverdisce. Solo l’uomo ti ama o ti tradisce.<br />

È donna, la bandiera, perché è madre. È donna e madre come la<br />

Patria che però significa terra dei padri. Un uomo un giorno l’ha colorata<br />

con gli stessi colori dell’ardore e del desiderio di un altro uomo<br />

innamorato che, in una paradisiaca visione, poggiò lo sguardo sul mantello<br />

rosso che poco celava la veste bianca immacolata cinta di verdi<br />

erbe odorose della sua amata.<br />

Da uno sguardo d’amore di Dante poggiato sulla veste di Beatrice<br />

descritto nel II canto del Purgatorio si dice che nascano i colori e il senso<br />

della madre di tutti: la bandiera italiana. Il suo nome (“bandwa”, cioè<br />

segno, insegna) viene da lontano, da un popolo, i Goti, la cui lingua è l’unica<br />

tra quelle germaniche del gruppo orientale giunta fino a noi insieme<br />

con il verticalismo e l’arco a sesto acuto delle cattedrali che ancora oggi<br />

ammiriamo, nei paesaggi unici ed irripetibili delle nostre terre, stagliarsi<br />

a toccare il cielo e lo spirito di chi le osserva con il cuore.<br />

Sui pinnacoli più alti la bandiera viene issata e, fremendo sugli<br />

orizzonti aperti, riesce a coprire le nostre terre, i nostri mari, le immense<br />

città e anche ogni piccolo borgo abbandonato dall’uomo dove lei<br />

nella natura madre sta; nel rosso del papavero, nel verde delle forre, nel<br />

bianco della neve che scioglie piano senza perdere il candore. E dai<br />

pinnacoli più alti sfida le tempeste del cielo che pur sembra mare; forse<br />

anche per questo, nel mondo disegnato fuori dal nostro, ci chiamano<br />

“azzurri”. È azzurro l’ingegno dello scienziato e il genio del poeta,<br />

l’orgoglio dell’artista e di ogni uomo comune che sa di essere nazione.<br />

Dentro i tre colori della bandiera, dentro quel pezzo di stoffa è<br />

racchiusa la storia dei nostri padri, allora ci siamo noi, tutti noi, il<br />

popolo italiano.<br />

C’è il sangue della battaglia, il verde del campo che l’assorbe, il<br />

bianco del latte e dell’amore di ogni madre che ha nutrito il proprio<br />

figlio per consegnarlo come agnello sacrificale alla mensa della liber-<br />

205


tà; allora la libertà nasce dal sangue e dal dolore, come dal sangue e dal<br />

dolore nasce ognuno di noi. Dopo viene la gioia, per la libertà acquisita,<br />

per la vita ricevuta.<br />

Era appena nata, la nostra bandiera, e già l’hanno trovata infangata<br />

e lacera, dilaniata dal piombo nemico, intrisa di lotta e di sangue eppure<br />

nascosta all’odio e all’ostilità sotto la giubba di un tenente a cui una palla<br />

di cannone ha asportato la testa lasciando alla morte beffarda gli occhi<br />

azzurri sbarrati dallo stupore dei suoi vent’anni sepolti in una tomba<br />

senza nome. Era solo un uomo, un giovane uomo. Solferino, Antrodoco,<br />

Calatafimi, non ha importanza il campo di battaglia, ma la terra, quella<br />

sì, la terra nostra nutrita di sangue e di ideale entrambi sopravvissuti alle<br />

carneficine. Continuava ad esalare, l’ideale, con gli ultimi sussurri del<br />

soldato, lo sguardo perso al cielo e al ricordo del viso della mamma confuso<br />

tra le nuvole. Morivano così, i più fortunati, con il tempo dell’ultimo<br />

pensiero e un lembo di bandiera ad assorbirne l’anima. Gli altri, tutti<br />

gli altri ricoprono di urla disumane i propri petti ansimanti oppure tremano;<br />

le labbra già secche di febbre e le ossa scomposte e devastate di cancrena<br />

e di sangue buttato, il sangue buono della gioventù e della fedeltà;<br />

lo stesso sangue che scorre ancora identico in ognuno di noi. È allora che<br />

la bandiera diventa sacra e soprattutto diventa patria. Alta sui pennoni ci<br />

costringe ad elevare lo sguardo proprio come si fa quando si nasce e si<br />

muore e silenziosa ci racconta di quanto sangue è colorata, di quanti fili<br />

d’erba è tessuta, di quanto respiro la sorregge di quanta vita offerta per<br />

la nostra libertà. Basterebbe ricordare.<br />

Quando si dimentica, allora si tradisce la bandiera e la patria.<br />

Ma la bandiera italiana aspetta benevola il ritorno del figliol prodigo<br />

e del traditore, se un giorno si accorgeranno di quanto senza lei<br />

siano davvero poveri e soprattutto soli.<br />

Ma lei, la bandiera italiana oggi sa perché l’amo.<br />

L’amo perché in qualsiasi parte del mondo io so di essere figlia sua<br />

e lei madre nostra.<br />

L’amo perché mi fa piangere di gioia e di dolore quando veste di<br />

luce la gloria degli atleti e ricopre di speranza la morte degli eroi.<br />

L’amo perché tra le soste e le ripartenze della vita è sempre lì ad<br />

aspettare che alzi su di lei lo sguardo come si fa con il sogno e la<br />

preghiera.<br />

206


L’amo perché ha conosciuto tutti i pensieri degli uomini retti.<br />

L’amo perché ha colorato di libertà la vita dei nostri figli e li ha<br />

battezzati alla fonte eterna delle radici perciò della patria.<br />

L’amo perché come un foglio di carta imprigiona il mio pensare e<br />

lo libera poi in un filo d’inchiostro alto sui tetti e sulle strade, proprio<br />

come lei.<br />

Beatrice Ricottilli<br />

207


208


F. S. Altamura, La prima bandiera italiana portata a Firenze<br />

nel 1859, Torino, Museo Nazionale del Risorgimento.<br />

209


210


INDICE<br />

Presentazione<br />

di Maria Luisa De Matteis . . . . . . p. 5<br />

SAGGI<br />

La letteratura abruzzese e l’unità d’italia<br />

di Marco Del Prete . . . . . . . . 9<br />

da Ottaviano Giannangeli . . . . . . . 27<br />

Ha minute lu sessande . . . . . . . . 28<br />

... ma l’ideal non muore<br />

di Concettina Falcone . . . . . . . . 31<br />

“Arpa d’or dei fatidici vati”: sulle note del Risorgimento.<br />

di Sabrina Cardone . . . . . . . . 45<br />

Le parole in musica del Risorgimento musicale<br />

Va pensiero (Giuseppe Verdi, Nabucco) . . . . 52<br />

Patria oppressa (Giuseppe Verdi, Macbeth) . . . . 53<br />

Dal tuo stellato soglio (Gioacchino Rossini, Mosè in Egitto) . 54<br />

Canzoni del Risorgimento. L’ispirazione popolare.<br />

Addio mia bella addio (Carlo Bosi, 1848) . . . . 55<br />

La bella Gigogin (1858) . . . . . . . 59<br />

“L’Italia chiamò”. Pittori Garibaldini.<br />

di Cosimo Savastano . . . . . . . . 63<br />

Schermi tricolori.<br />

Il Risorgimento e il cinema italiano: percorsi e tendenze<br />

di Antonio Di Fonso . . . . . . . . 97<br />

L’italianità di Enrico Fermi . . . . . . 104<br />

211


VOCI E SCRITTURA:<br />

SAGGI, RIFLESSIONI, TESTIMONIANZE.<br />

L’Abruzzo dalla Carboneria all’Unità<br />

di Evandro Ricci . . . . . . . . 107<br />

Salvatore Tommasi scienziato e patriota abruzzese<br />

di Evandro Gay . . . . . . . . 119<br />

A proposito delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia<br />

di Rosa Giammarco . . . . . . . . 123<br />

L’Abruzzo e l’unità d’Italia<br />

di Licia Mampieri . . . . . . . . 127<br />

Panfilo Serafini, martire della libertà.<br />

di Gioacchino Casciato . . . . . . . 135<br />

Gli antitaliani e la questione meridionale<br />

di Nicolina Nolfi . . . . . . . . 137<br />

Lingua e dialetti nell’Italia post-unitaria<br />

di Evandro Gay . . . . . . . . 147<br />

Unità dell’Italia... disunita<br />

di Raffaele Russo (Irmazio Glicone) . . . . . 151<br />

Goffredo Mameli<br />

di Beatrice Ricottilli . . . . . . . . 155<br />

La morte di Cavour<br />

di Gemma Di Iorio . . . . . . . . 159<br />

212


VOCI E SCRITTURA:<br />

VERSI.<br />

Nicolina D’Orazio<br />

La brehantésse . . . . . . . . 164<br />

Nicolina D’Orazio<br />

Il bacio di Hayez . . . . . . . . 169<br />

Nicolina D’Orazio<br />

W la lebertà . . . . . . . . 170<br />

Maria Pia Palesse<br />

L’Italia aunite . . . . . . . . 172<br />

Maria Pia Palesse<br />

Na lèttere de lendanne . . . . . . . 176<br />

Maria Pia Palesse<br />

La lume ajarde ancore . . . . . . . 180<br />

Evandro Gay<br />

Pe’ grazie de Ddie . . . . . . . 181<br />

Diana Cianchetta<br />

Giannina Milli . . . . . . . 182<br />

Diana Cianchetta<br />

Lu munuménte ai Cadùte . . . . . . . 184<br />

213


VOCI E SCRITTURA:<br />

PROSA.<br />

Mariannina<br />

Rita Pasquali . . . . . . . . 191<br />

Ninna nanna<br />

Gemma Di Iorio . . . . . . . . 199<br />

Lo straccio<br />

Concettina Falcone . . . . . . . . 201<br />

Alla mia bandiera<br />

Beatrice Ricottilli . . . . . . . . 205<br />

214


215


216<br />

Finito di stampare<br />

nel mese di ottobre 2011<br />

presso lo stabilimento tipolitografico<br />

Stampatutto di A.Vivarelli<br />

Pratola Peligna (AQ)

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