L'Abruzzo e l'Unità - Voci e Scrittura
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Associazione Culturale<br />
<strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong><br />
QUADERNO PELIGNO N. 13<br />
Rivista fondata da Vittorio Monaco<br />
L’ABRUZZO E L’UNITÀ<br />
a cura di<br />
Marco Del Prete<br />
Concettina Falcone
I componenti dell’Associazione Culturale <strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong>:<br />
De Matteis Maria Luisa - Presidente<br />
Cianchetta Diana<br />
Colangelo Anna<br />
Di Iorio Gemma<br />
D’Orazio Di Tunno Nicolina<br />
Falcone Concettina<br />
Fasoli Mafalda<br />
Gay Evandro<br />
Giammarco Rosa<br />
Leombruno Silvana Maria<br />
Mampieri Licia<br />
Mosca Gabriele<br />
Natale Filomena<br />
Nolfi Nicolina<br />
Palesse Maria Pia<br />
Paolantonio Marcello<br />
Pasquali Rita<br />
Ricci Evandro<br />
Ricottilli Beatrice<br />
Russo Raffaele<br />
Santilli Bianca<br />
Tuteri Rosanna<br />
Zurlo Noemi<br />
VOCI E SCRITTURA<br />
Direttore responsabile: Marcello Paolantonio<br />
Aut. Trib. Sulmona n. 127 del 15/01/2004<br />
In copertina:<br />
BIANCA SANTILLI, La nostra Unità.<br />
www.vociescrittura.it<br />
info@vociescrittura.it
PRESENTAZIONE<br />
L’Associazione Culturale <strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong> partecipa alle celebrazioni<br />
per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia con la pubblicazione<br />
del 13º Quaderno Peligno “L’Abruzzo e l’Unità”.<br />
Gli anni passati consentono una visione più distaccata dell’evento,<br />
senza dubbio positivo per aver riunito un popolo riscattandolo dalla<br />
sottomissione allo straniero, che nel suo compiersi ha dato luogo a<br />
sacrifici, eroismi e vittorie ma anche a ritardi colpevoli, attese deluse<br />
sfociate in vere e proprie tragedie di cui la storia poco si è occupata,<br />
ma che oggi vengono dibattuti anche in questo quaderno nella assoluta<br />
libertà di pensiero e opinione di chi scrive.<br />
Naturalmente l’obiettività dell’analisi storica non intacca in alcun<br />
modo la volontà e l’orgoglio dell’appartenenza, così faticosamente<br />
guadagnata, all’Italia. Le tendenze separatiste non possono che amareggiarci<br />
e ci auguriamo che le celebrazioni dell’Unità costituiscano<br />
non una circostanza retorica, ma l’occasione per un ripensamento<br />
sereno della nostra vicenda nazionale, così da ritrovare in essa una<br />
memoria condivisa; ricorrenza che vede la Chiesa unita al Paese nel<br />
festeggiare l’evento, tanto è lontana ormai la “breccia di Porta Pia”.<br />
La copertina del Quaderno è una produzione artistica della socia<br />
pittrice Bianca Santilli alla quale va il nostro affettuoso ringraziamento.<br />
<strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong> inoltre ha il piacere di ristampare, quale tangibile<br />
ricordo del 150° anniversario dell’Unità, il volume Italia, Italia,<br />
Italia – Il Risorgimento nel canto dei poeti, a cura di R. Micacchi e<br />
F. Rubbiani, pubblicato la prima volta dalla casa editrice L’«Agave»<br />
alla fine della prima guerra mondiale, “nel dì della vittoria, novembre<br />
1918”.<br />
Il libro “che non vuole essere antologia, né florilegio letterario”<br />
contiene “tutte” le poesie del Risorgimento, da quelle dei grandi quali<br />
Leopardi, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio, (sono compresi nel volume<br />
irredentismo, guerra d’Africa e prima guerra mondiale) a quelle dei<br />
minori, per una precisa scelta dei curatori, che raccolsero “per i giovani<br />
d’Italia quei canti, che meglio rispecchiano i fremiti, le speranze, i<br />
dolori delle generazioni da cui uscirono gli assertori e i vindici della<br />
5
unità nazionale, le aspirazioni di coloro che vollero la risorta Italia<br />
grande e rispettata e degna di esercitare nel mondo la missione di civiltà,<br />
che le è segnata da tutta la sua storia”.<br />
Ai ragazzi di oggi risulterà obsoleto il linguaggio ed eccessiva<br />
l’enfasi di molte strofe, che però saranno illuminanti per comprendere<br />
lo spirito che animava i loro coetanei di quasi due secoli fa, quelli che<br />
resero possibili il Risorgimento e l’Unità d’Italia.<br />
L’Associazione <strong>Voci</strong> e <strong>Scrittura</strong> ringrazia sentitamente la Fondazione<br />
Carispaq, le Istituzioni, gli Istituti Bancari Bls e Carispaq e<br />
l’Itaeli, che con il loro contributo rendono possibile la pubblicazione dei<br />
Quaderni; l’Agenzia Regionale Promozione Culturale di Sulmona per<br />
il sostegno alle iniziative e per l’ospitalità concessa settimanalmente; il<br />
prof. Antonio Di Fonso per la cortese disponibilità.<br />
6<br />
Maria Luisa De Matteis
SAGGI<br />
7
LA LETTERATURA ABRUZZESE<br />
E L’UNITÀ D’ITALIA<br />
di Marco Del Prete<br />
Dopo i fermenti culturali che avevano caratterizzato l’Abruzzo tra<br />
gli anni Trenta e gli anni Quaranta dell’Ottocento 1, la repressione borbonica<br />
mette un deciso freno al lavoro dell’intellettualità, e anche la letteratura<br />
vive una sorta di sospensione.<br />
La letteratura “risorgimentale” abruzzese trova infatti voce fuori<br />
dall’Abruzzo, ed è comunque priva di ogni caratterizzazione regionale:<br />
i Carmi di Clemente De Caesaris, l’opera di Gabriele Rossetti e la<br />
produzione paraletteraria di Giannina Milli sono evidentemente scollegati<br />
dal luogo di origine degli autori.<br />
CLEMENTE DE CAESARIS (Penne 1810-1877), di famiglia liberale,<br />
fu a capo della rivoluzione mazziniana di Penne, e nel 1848 combattè<br />
a Napoli. Arrestato, fu rinchiuso nel Bagno Borbonico di Pescara.<br />
Dopo l’Unità, venne nominato Pro-dittatore dei Tre Abruzzi e<br />
Governatore di Teramo, Chieti e L’Aquila. Nel 1840 pubblicò a Napoli<br />
la raccolta Pochi versi, e nel 1856 compose I Carmi, scritti sui fogli dei<br />
registri carcerari. «De Caesaris ricusa i toni retorici e tribunizi ed esprime<br />
il proprio dolore con animo sdegnato ma sereno. Naturalmente la<br />
prigione è per lui il punto di vista da cui guardare il mondo, gli affetti<br />
familiari, il luogo da cui meditare sulla morte e sulle sventure umane:<br />
il dato contingente così si allarga ad una visione universale.» 2.<br />
GABRIELE ROSSETTI (Vasto 1783 - Londra 1854), di umili origini,<br />
assiduo frequentatore dell’erudito vastese Benedetto Maria Betti e arca-<br />
1 Si ricordino le due riviste ‘Gran Sasso d’Italia. Periodico di scienze mediche ed economiche’<br />
(1838-1848), nata a L’Aquila per iniziativa dell’agronomo Ignazio Rossi e di Luigi<br />
Dragonetti, e ‘Filologia abruzzese’, diventata poi ‘Giornale Abruzzese di Scienze, Lettere<br />
ed Arti’ (1836-1844), fondata e diretta a Chieti da Pasquale De Virgiliis. A fronte degli interessi<br />
quasi esclusivamente tecnici della prima, la rivista del De Virgiliis si occupò largamente<br />
di letteratura: cfr. C. De Matteis, Civiltà letteraria abruzzese, Textus, L’Aquila, 2001, p.<br />
260.<br />
2 G. Oliva, Profilo storico-critico, in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni<br />
d’Italia. Storia e testi. Abruzzo, Editrice La Scuola, Brescia, 1986, p. 47.<br />
9
de con il nome di Filidauro Labidiense, fu personaggio dai diversi interessi<br />
culturali. Trasferitosi a Napoli per occuparsi di pittura, fu autore di<br />
versi di vario genere (tra i quali spicca quello lirico-patriottico) e critico<br />
letterario (molto noti i suoi commenti alla Divina Commedia 3). Dopo i<br />
moti del 1820-21 fu in esilio a Malta e poi, definitivamente, a Londra.<br />
Un discorso a parte va fatto per GIANNINA MILLI (Teramo 1825 -<br />
Firenze 1888), improvvisatrice di versi fin da bambina, che ad un certo<br />
punto abbracciò quella causa risorgimentale che ebbe larga parte nelle<br />
sue performances in cui declamava versi estemporanei su argomenti<br />
dettati dal pubblico. Parlare di “letteratura” per la Milli -e più in generale<br />
per la categoria degli improvvisatori 4- risulterebbe piuttosto audace.<br />
La natura sarebbe stata con lei eccessivamente benevola se oltre a<br />
dotarla di un’eccezionale memoria e della fluidità nel verseggiare le<br />
avesse fatto dono anche di un particolare afflato poetico. La Milli si<br />
ricorda dunque non tanto per i suoi versi, sicuramente non memorabili,<br />
ma per l’aver messo il suo talento di improvvisatrice, da un certo punto<br />
in poi, al servizio della causa unitaria: e lo stato unitario non mancò di<br />
dimostrarle riconoscenza, con l’affidamento di incarichi ministeriali.<br />
Di questa produzione “risorgimentale” -rigorosamente in lingua,<br />
per motivi facilmente intuibili- si legga qualche strofa da Unità e libertà<br />
di Rossetti, in cui si noterà il ritmo anapestico del decasillabo che<br />
richiama immediatamente alla memoria -per fare gli esempi più famosi-<br />
il coro del Conte di Carmagnola e Marzo 1821 di Manzoni:<br />
10<br />
(…)<br />
Questo fuoco che all’alme s’apprende<br />
3 Si ricordino soprattutto: G. Rossetti, La Divina Commedia con comento analitico di<br />
Gabriele Rossetti, John Murray, Londra, 1826-1827, II voll.; G. Rossetti, La Beatrice di<br />
Dante, Londra, 1842; G. Rossetti, Comento analitico al «Purgatorio» di Dante Alighieri,<br />
op. inedita a cura di P. Giannantonio, Olschki, Firenze, 1967.<br />
4 «[La Milli] ebbe, com’è noto, tra i detrattori Benedetto Croce che, pur non discutendo le<br />
buone intenzioni, ne rimproverava l’appartenenza alla genìa degli improvvisatori. E a dare<br />
addosso alla categoria si era già prestato Pietro Giordani quando, coinvolto nel pieno della<br />
temperie dialettica con la De Staël, venne guadagnato da Giuseppe Acerbi, direttore della<br />
“Biblioteca Italiana”, alla causa di arginare il crescente entusiasmo per le esibizioni degli<br />
estemporanei», considerate «raptus poetici forieri di pessimi versi.» (L. Pasquini, Lionardo<br />
Vigo e Giannina Milli. Due identità culturali a confronto., in L. Giancristofaro, a cura di,<br />
L’identità abruzzese tra tradizione e mutamento, Regione Abruzzo, 2004, p. 88).
E le invade le scuote le accende,<br />
Questo fuoco, fratelli, vi sveli<br />
Che terrestre di tempra non è:<br />
Ah, discese dall’ara de’ cieli<br />
La scintilla che incendio si fé!<br />
Da quell’altar discese<br />
Che infiamma a sante imprese,<br />
E i cuori infervorando<br />
Tutti sclamar ci fa<br />
- Giuriam giuriam sul brando<br />
O morte o libertà! –<br />
(…)<br />
Ci divise perfidia e sciagura,<br />
Ma congiunti ci volle natura.<br />
Alma diva, cui l’Alpe corona<br />
Fra gli amplessi di duplice mar,<br />
Se una lingua sul labbro ti suona,<br />
Un sol culto ti sacri l’altar!<br />
Chi in sette ti partio<br />
Tradì l’idea di Dio<br />
E il mostro abbominado<br />
Il fio ne pagherà:<br />
Giuriam giuriam sul brando<br />
O morte o libertà! –<br />
(…) 5 .<br />
È abbondantemente dopo l’Unità che la letteratura abruzzese recupera<br />
la memoria e procede ad una riflessione su quegli anni e -soprattutto-<br />
sugli anni che tennero dietro all’unificazione.<br />
Per quel che riguarda lo specifico della poesia dialettale, come<br />
ricorda Haller -sulla scorta di Spagnoletti e Vivaldi 6- «nonostante le<br />
05 G. Rossetti, Poesie ordinate da Giosuè Carducci, a cura di Mario Cimini, Carabba,<br />
Lanciano, 2004 (1ª edizione Barbera, Palermo, 1861), p. 227-228.<br />
06 «Anche per l’Abruzzo si dovrebbe dire quel che vale per un’altra regione, la Puglia: i poeti<br />
dialettali di entrambe le regioni, infatti, non manifestarono affatto quegli spiriti di protesta<br />
postunitaria, che, assieme alla denunzia di penose condizioni sociali, caratterizzarono la<br />
poesia calabrese.» (G. Spagnoletti - C. Vivaldi, Poesia dialettale dal Rinascimento ad oggi,<br />
II voll., Garzanti, Milano, 1991, pp. 783-784).<br />
11
dure condizioni della classe popolare non si alzano voci di protesta<br />
sociale paragonabili per forza d’impegno, per non fare che un esempio,<br />
a quelle calabresi» 7. Certo, c’è in alcuni poeti abruzzesi «la consapevolezza<br />
della scelta dialettale come mezzo alternativo al processo di<br />
dissoluzione messo in atto contro i dialetti dalla politica post-unitaria»<br />
8, ma è in forme piuttosto mediate che emergono posizioni di qualche<br />
interesse per il nostro discorso.<br />
In Fujj’ammësche 9 di LUIGI ANELLI (Vasto 1860-1944) c’è una<br />
coppia di sonetti, datati 1891, in cui sono chiamati ad esprimersi e a<br />
rendere conto delle proprie idee un ‘borbonico’ e un ‘liberale’. Il<br />
primo, nella classica laudatio temporis acti, lamenta il passaggio dall’antica<br />
abbondanza ad un presente di povertà:<br />
12<br />
Nin zi pó cambà’ cchiî, è ‘n’arruvëine!<br />
mar’a nnî, chi cci seme capitate!<br />
e ppinzà’ ca ci štäive li quatrëine,<br />
e che ‘m mezz’ala grassce seme nate! 10<br />
Segue nella seconda quartina una sorta di tabella del potere d’acquisto<br />
preunitario, con precisi riferimenti alle vecchie monete, il cui<br />
valore viene spiegato in nota dallo stesso Anelli:<br />
A ddu’ turnëisce si vinnè lu vëine:<br />
cinghe rane di pane ‘na palate:<br />
mê’ nghi nu coppe vi’ chi cci cumbëine,<br />
si t’avašte pi’ ffarte ‘na magnate!... 11<br />
07 H.W. Haller, La festa delle lingue. La letteratura dialettale in Italia., Carocci, Roma, 2002,<br />
p. 230.<br />
08 G. Oliva, Profilo storico-critico, in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni<br />
d’Italia. Storia e testi. Abruzzo., op. cit., p. 51.<br />
09 L. Anelli, Fujj’ammësche, C.Ed. Arte della Stampa, Vasto, (1892) 1940 2 .<br />
10 Tr.: ‘-Non si può campare più, è una rovina! / poveri noi, che ci siamo capitati!... / e pensare<br />
che ci stavano i quattrini, / e che in mezzo all’abbondanza siamo nati.’ (traduz. dell’autore,<br />
come tutte le traduzioni a seguire).<br />
11 Tr.: ‘A due tornesi si vendeva il vino; / cinque grana di pane una palata: / ora con un coppe<br />
vedi che ci combini, / se ti basta per farti una mangiata!’.
Il ‘tornese’-scrive Anelli- era «una moneta di rame in corso prima del<br />
1860, del valore di circa centesimi due», il ‘coppo’ un «rotolo di monete<br />
di rame del valore di L.5.00», un grano equivaleva a due tornesi»: dove si<br />
noterà la resa poetica dell’accostamento della moneta, il ‘grano’, al<br />
‘pane’. Il ‘borbonico’ lamenta poi la scarsità di beni sul mercato:<br />
Prëime, ala piazze, quälle chi vvulëive;<br />
mê’ si l’ome strascëine vita ‘terne<br />
a ccapammânde… chi cci vu’ truvà’? 12<br />
Infine, nella terzina conclusiva, l’attacco diretto al ‘governo’:<br />
Li pisîure ti sîuche vive vëive,<br />
cullî ch’arraffe tîtte è lu huverne:<br />
chi bbella chéuse ch’è ‘ssa libbirtà! 13<br />
C’è in explicit l’antifrasi sulla ‘libertà’, e viene individuata la<br />
causa prima dell’impoverimento diffuso, che per il ‘borbonico’ è l’oppressione<br />
fiscale dello stato unitario, con le ‘gabelle’ (li pisîure, ‘i<br />
pesi’) che ‘ti succhiano vivo’ ed il governo rapace che ‘arraffa tutto’.<br />
Che quello della tassazione fosse un problema effettivo, che gravò su<br />
una popolazione meridionale abituata ad oneri molto minori sotto il<br />
dominio borbonico, è fuor di dubbio. Basti pensare, a titolo di esempio,<br />
alle reazioni della popolazione che seguirono all’introduzione<br />
della tassa sul macinato 14.<br />
Immediatamente dopo questo sonetto ce n’è un altro che sembra a<br />
tutta prima fargli da contrappeso. Chi parla, in questo caso, è un<br />
Libbirale (‘liberale’):<br />
Ti dëiche jë, prëime chiù mmäjje jeve!<br />
chi bbilli timbe chi mmi štè a vvandà’:<br />
12 Tr.: ‘Prima, alla piazza, quello che volevi; / ora si trascinano vita eterna / fuori… che ci<br />
vuoi trovare?’.<br />
13 Tr.: ‘I pesi ti succhiano vivo vivo, / colui che arraffa tutto è il governo: / che bella cosa che<br />
è cotesta libertà!’.<br />
14 Il notaio Pietro De Stephanis, che non era propriamente un rivoluzionario, in un articolo<br />
inviato a ‘La Riforma’ di Firenze in cui parlava dei tumulti avvenuti a Pettorano<br />
13
sole si ppoche pêuch’ arifiateve<br />
jeve ‘n galere senza mal’ a ffa’! 15<br />
E continua con la denuncia del prepotere clericale (‘dentro alla casa tua ci<br />
comandava / il prete […]’), con il clima di sospetto e con la repressione:<br />
(...)<br />
e si ddu’ pëile ‘m bacce ti lasseve,<br />
Lemme ti li purtav’ a fa’ tajjà’! 16<br />
‘Lemme’ era il gendarme borbonico, come specifica lo stesso<br />
Anelli in nota, aggiungendo che «nel 1854 un’ordinanza della sospettosa<br />
polizia borbonica proibiva di portare la barba, ritenuta come<br />
un segno settario» 17.<br />
Al ‘liberale’ non preme cioè confutare la teoria del ‘borbonico’<br />
secondo la quale nel vecchio Regno si stava economicamente meglio,<br />
ma mettere sull’altro piatto della bilancia la mancanza di libertà.<br />
14<br />
Si’ dëtte ca nijende jave care;<br />
ma ‘n d’aricurde ca štavame nî<br />
trumundate ‘gne ll’acche dilu mare? 18<br />
sul Gizio, paese della Valle Peligna, nel luglio del 1871, così scriveva: «(...) non si vuol tacere<br />
l’opportuna considerazione, che l’odiosa tassa sul macinato, con l’appendice dei sciagurati<br />
contatori, e delle vessazioni dei mugnai, onde è tolto di bocca il bisognevole ai poverelli, sia<br />
un potente ausiliario alle mene dei tristi (...). Speriamo perciò (...) che sia al più presto abolita<br />
la mal consigliata tassa, e convertita in altra imposta meno ingiusta e vessatoria; o altrimenti<br />
e con più equo temperamento ordinata.» (P. De Stephanis, in ‘La Riforma’, Firenze, 6 agosto<br />
1871, n. 216). La lettera è riportata integralmente nel sito dell’Associazione Culturale<br />
Pietro De Stephanis (www.pettorano.com).<br />
15 Tr.: ‘- Ti dico io che prima meglio era! / che bei tempi mi stai a vantare: / solo se poco poco<br />
rifiatavi / andavi in galera senza mal fare!’.<br />
16 Tr.: ‘(...) / e se due peli in faccia ti lasciavi, / Lemme ti portava a farli tagliare!’.<br />
17 Si legga a questo proposito un passo di Colledara di Fedele Romani: «Singolare era l’odio<br />
che i briganti avevano per i baffi: i baffi erano segno evidente di liberalismo. (…) Guai a<br />
coloro che, all’arrivo dei briganti, non avevano avuto tempo di levarsi i baffi: c’erano di<br />
quelli che portavano a questo scopo sempre un bel paio di forbici in tasca: solo così si sottraevano<br />
allo strazio di sentirseli svellere, tra feroci sghignazzate, pelo per pelo.» (F.<br />
Romani, Colledara, Bemporad, Firenze, 1907; edizione da cui si cita: F. Romani,<br />
Colledara, a cura di C. De Matteis, Textus, L’Aquila, 1996, p. 25).<br />
18 Tr.: ‘Hai detto che nulla andava caro: / ma non ti ricordi come stavamo noi / tormentati<br />
come l’acqua del mare?’.
Ma l’ultima terzina chiarisce la posizione di Anelli e lo colloca in<br />
qualche misura, insieme ad altri autori dialettali meridionali, nel filone<br />
della protesta antiunitaria:<br />
Mê’, alumene, a la länghe ‘n gi fa’ tarle:<br />
parlesse spare pure di Ggisî,<br />
chi ti dëice cacchéuse?!... Pache… e parle! 19<br />
Con l’aprosdoketon finale (paga quello che devi pagare, e poi parla<br />
pure quanto vuoi…) Anelli, per bocca del ‘liberale’, avalla in qualche<br />
modo le lamentazioni del nostalgico del vecchio regime. Non solo. È<br />
evidente che la libertà di espressione è agli occhi del poeta vastese un<br />
lusso di nessuna fruibilità per le classi subalterne: che subalterne erano<br />
sotto i Borboni e subalterne restano nella nuova Italia.<br />
È una posizione, quella di Anelli, che trova esplicita conferma in<br />
un altro sonetto, Alu ddazie, che riporta di nuovo il discorso sul terreno<br />
delle condizioni economiche disastrose in cui versano larghi strati<br />
della popolazione. Un contadino che trasporta un sacco di farina su<br />
un mulo viene fermato da un gabelliere che gli intima senza troppe<br />
cerimonie il pagamento del dazio: ‘quarantacinque soldi devi sborsare’.<br />
La reazione verbale del contadino è una violenta invettiva contro i<br />
gabellieri:<br />
- Ma quässe mê’ ‘n è ‘na vrivugnarë?!...<br />
m’avete date forze pi’ ssumende<br />
ca ‘ssi quatrëine v’ájja dà’ ccuscë?!...<br />
‘M mezz’ alu passe ma ppiccä ‘n gi jate?!...<br />
ch’almen’ aèlle, pi’ spujjé’ li ggende,<br />
vi po’ l’ome chiavà’ ‘na šcupputtate! 20<br />
19 Tr.: ‘Ora, almeno, alla lingua non ci fanno tarli: / parlassi male pure di Gesù, / chi ti dice<br />
qualcosa?!... Paga... e parla!’.<br />
20 Tr.: ‘- Ma cotesto ora non è una vergogna?!... / m’avete dato forse per sementa / perché<br />
cotesti quattrini vi debba dare così?!... // In mezzo al passo perché non ci andate?! / chè<br />
almeno colà, per spogliare la gente, / vi possono tirare una schioppettata!’.<br />
15
I gabellieri e lo stato commettono vigliaccamente un ladrocinio<br />
legalizzato. Se proprio volete derubare la gente -dice il contadino di<br />
Anelli-, abbiate il coraggio di andare al ‘passo’, cioè di appostarvi<br />
dove di solito vengono svaligiati i viandanti, mettendo almeno in conto<br />
-come tutti i malviventi- il rischio di beccarvi una schioppettata.<br />
Va notato, peraltro, come la geremiade del nostalgico di Anelli sull’esosità<br />
dello stato unitario sia dello stesso tenore di quella messa in<br />
versi alcuni decenni prima nel suo Dies illa 21 dal poeta popolare<br />
Antonio Rossetti 22, che era diretta però contro il governo borbonico:<br />
21 La ripresa più o meno parodica dei testi sacri a fini politici non era una novità: si ricordi,<br />
a cavallo tra Sette e Ottocento, Il «Te Deum» de’ Calabresi del 1787, composto in due<br />
riprese e attribuito a Gianlorenzo Cardone, che è uno dei rari casi in cui il dialetto viene<br />
utilizzato in funzione antiborbonica (Cfr. D. Scafoglio, Il Te Deum de’ Calabresi, attribuito<br />
a Cardone. Studio e testo, Athena, Napoli, 1985).<br />
22 Antonio Rossetti (1769-1853), di mestiere barbiere, privo di istruzione, era uno dei fratelli<br />
del più famoso Gabriele. Un altro, Domenico, che ebbe una formazione giuridica, fu<br />
anche verseggiatore estemporaneo.<br />
23 Il testo è riportato in G. Oliva - C. De Matteis, Letteratura delle regioni d’Italia. Storia e<br />
testi. Abruzzo., op. cit., pp. 48-49.<br />
24 A. Luciani, Stelle lucende. Canzoniere abruzzese, con lettera di Gabriele D’Annunzio.,<br />
Bonanni, Ortona, 1913; poi in A. Luciani, L’opera in dialetto, a cura di Ottaviano<br />
Giannangeli, Edizioni Textus, L’Aquila, 1996 (edizione da cui si cita).<br />
16<br />
Noi paghiam gabelle tre,<br />
Né saper possiam perché.<br />
Il Registro, la Fondiaria,<br />
L’Ipoteca ...ed anche l’aria.<br />
Se vogliamo respirare,<br />
Noi dobbiamo pur pagare.<br />
E pagar si deve e zitto:<br />
Se si grida è un gran delitto:<br />
Dies illa, dies irae,<br />
Quando, o Dio, vorrà finire? 23 .<br />
Ad inizio Novecento, è ALFREDO LUCIANI (Pescosansonesco 1887<br />
- Pescara 1969) a rievocare nei suoi versi gli anni post-unitari. Lu<br />
ragiunamende de ‘nu cafone, in Stelle lucende 24, vede squadernate le<br />
stesse lagnanze del nostalgico anelliano:
Sott’a Ffrangische, se puteu’ scialá’:<br />
lu tabbacche le déune a ttummulate!<br />
Mo, nghe ddu’ solde, che tte ‘n’ome dá?<br />
Vattel’a vvite’: mezza pezzecate! 25<br />
Per buona misura, viene messa in discussione anche la contropartita<br />
della “libertà”:<br />
E cche tte crite ca tu pu’ parlá ?<br />
Pover’a ttì : ci-abbusche ‘na zambate ;<br />
pecché mo che cce sta la lebbertà,<br />
se po’ fá’ tutte, pure a ddá’ mazzate. 26<br />
Una libertà, quella recentemente acquisita, che non serve a migliorare<br />
le condizioni di vita del ‘cafone’: ai ‘signori’ l’imposta indiretta<br />
sul macinato -scrive Luciani- ne’ jé fa niende! (‘non gli fa nulla’), perché<br />
gire ca tte ggire, / magnene sembre (‘gira che ti gira, mangiano<br />
sempre’), mentre il cafone si riduce a mmagnarse l’ardiche! (‘a mangiare<br />
l’ortica’). Perciò<br />
(…)<br />
ched’è ‘sta lebbertà, famme capì’?!<br />
‘Nu zappavame prime, e mmo… zappéme;<br />
pizze prime, e mmo… pizze: pu’ cambà’?<br />
Ma nu’ ‘sta lebbertà ne’ lla vulème! 27<br />
Sia pure con tutte le prudenze del caso, e con la registrazione di<br />
una sorta di distanziamento praticato dagli autori attraverso l’impiego<br />
25 Tr.: ‘Sotto a (re) Francesco, si poteva scialare: / il tabacco lo davano a tomoli (a iosa)! /<br />
Ora, con due soldi, che ti si dà? / Vattelo a vedere: mezza pizzicata!’ (traduz. di O.<br />
Giannangeli, come oltre).<br />
26 Tr.: ‘E cosa credi, che tu puoi parlare? / Povero te: ci buschi un calcio; / perché ora che c’è<br />
la libertà, / si può far di tutto, anche dar mazzate.’<br />
27 Tr.: ‘cosa è questa libertà, fammi capire?! // Noi zappavamo prima, e ora… zappiamo; /<br />
focaccia gialla prima, ed ora… focaccia gialla: puoi vivere? / Ma noi questa libertà non la<br />
vogliamo!’.<br />
17
mimetico del dialetto, siamo dunque, anche in Abruzzo, in linea con lo<br />
schema generale delineato da Franco Brevini: «(…) la più tipica letteratura<br />
romantico-risorgimentale è di solito in lingua. (…) Dei grandi<br />
sommovimenti che investirono il nostro paese tra la fine del Settecento<br />
e la prima metà dell’Ottocento i testi dialettali offrono di solito una<br />
testimonianza diversa. I risultati più interessanti si registrano fra le<br />
pagine ispirate a posizioni reazionarie. In esse, non solo si affermano<br />
le ragioni della parte sconfitta, ma, sia pure mediata, si fa sentire la<br />
voce delle masse popolari, che, escluse da ogni partecipazione politica,<br />
furono nella maggioranza dei casi antigiacobine e conservatrici.» 28.<br />
Tranne qualche eccezione 29, dunque, letteratura risorgimentale in lingua,<br />
testimonianze più o meno anti-unitarie in dialetto: emblematico in<br />
questo senso -e ci spostiamo per un momento nella capitale del regnoil<br />
poemetto in ottava rima ‘O luciano d’ ‘o Rre 30 di Ferdinando Russo,<br />
pubblicato tra l’altro dal noto editore abruzzese Carabba.<br />
18<br />
‘A libbertà! Chesta Mmalora nera<br />
ca nce ha arredutte senza pelle ‘ncuolle!...<br />
‘A libbertà!... Sta fàuza puntunera<br />
ca te fa tanta cìcere e nnammuolle!...<br />
Po’ quanno t’ha spugliato, bonasera!<br />
(…)<br />
‘A libbertà. Mannaggia chi v’è nato!<br />
‘A chiammàsteve tanto, ca venette!<br />
(…)<br />
Ah! Ah! Me vene a ridere, me vene!<br />
Ogneruno sperava ‘avé na Zecca,<br />
tanta renare quanto so’ ll’arene,<br />
‘a gallenella janca, ‘a Lecca e ‘a Mecca!<br />
28 F. Brevini (a cura di), La poesia in dialetto. Storia e testi dalle origini al Novecento., III<br />
voll., Mondadori, Milano, 1999, p. 2617.<br />
29 Lo stesso Brevini cita ed antologizza, tra i dialettali «giacobini», Edoardo Calvo,<br />
Gianlorenzo Cardone e Francesco Ignazio Mannu.<br />
30 F. Russo, ‘O luciano d’ ‘o Rre, Carabba, Lanciano, 1910. Si legga anche, dello stesso F.<br />
Russo, ‘O surdato ‘e Gaeta, Giannini, Napoli, 1919.
Faciteme ‘e beré, sti ppanze chiene!<br />
Seh, seh! Quanno se ngrassa ‘a ficusecca!<br />
Comme scialammo bello, dint’a st’oro!<br />
Sciù pe’ la faccia vosta! A vuie e a lloro!<br />
Ccà stammo tuttuquante int’ ‘o spitale!<br />
Tenimmo tutte ‘a stessa malatia!<br />
Simmo rummase tutte mmiezo ‘e scale,<br />
fora ‘a lucanna d’ ‘a Pezzentaria!<br />
Che me vuò di’? Ca simmo libberale?<br />
E addò l’appuoie, sta sbafantaria?<br />
Quanne figlieto chiagne e vo’ magnà,<br />
cerca int’ ‘a sacca… e dalle ‘a libbertà! 31<br />
Non sfuggirà la sostanziale sovrapponibilità di questi versi con<br />
quelli abruzzesi riportati in precedenza.<br />
Ma torniamo ad Alfredo Luciani, che non manca di rievocare in<br />
una coppia di sonetti la figura del brigante, che tanta parte ebbe nell’immaginario<br />
collettivo abruzzese negli anni a cavallo dell’Unità. Qui<br />
Luciani pare limitarsi alla descrizione dei fatti, senza addentrarsi in<br />
problematiche politico-sociali. Nel primo sonetto vengono infatti richiamati<br />
semplicemente la determinazione e la spietatezza dei briganti,<br />
che entravano in casa di notte forzando serrature e non davano il<br />
tempo di difendersi:<br />
E cche vvulive fá’, nghe llu fucile?<br />
Lu piomme ti’ lu rabbattéune ‘m mane;<br />
ma tu vedive luccecà’ li stile,<br />
31 Tr.: ‘La libertà! Questa Malora nera / che ci ha ridotti senza pelle addosso!... / La libertà!...<br />
Questa falsa prostituta / che ci fa tanti ceci in ammollo!... / Poi quando ti ha spogliato, buonasera!<br />
/ (…) / La libertà. Mannaggia chi vi è nato! / La invocaste così tanto, che venne! /<br />
(…) / Ah ah, mi vien da ridere, mi viene! / Ognuno sperava di avere una Zecca, / tanti denari<br />
quanti i granelli di sabbia, / la gallinella bianca, Lecca e Mecca! / Fatemele vedere, queste<br />
pance piene! / Sì sì! Quando si ingrassa il fico secco! / Come scialiamo bene, in questo<br />
oro! / Sciù, alla faccia vostra! A voi e a loro! / Qua stiamo tutti dentro un ospedale! /<br />
19
che tte facéune raggrezzà’ la pelle.<br />
E, cacce piastre! sennò, la dumane,<br />
‘n derre le retruvéune le cervelle! 32<br />
Nel secondo sonetto si parla della cattura di una banda di briganti,<br />
rappresentazione icastica dell’epilogo del brigantaggio: ‘era gente che<br />
sta muori e non muori, / e non vuole rassegnarsi ai funerali’. Ma alla<br />
fine, non prima di uno scontro cruento,<br />
Alli brejande casche l’arme ‘m mane,<br />
e sse mìttene tutte ‘ngenucchiune! 33<br />
Una descrizione quasi asettica, dunque, quella di Luciani, che non<br />
gli impedisce però di tirare un sospiro di sollievo per la ritrovata pace:<br />
(…)<br />
La pacia me’, tu ne’ lla tié’ l’uhuale:<br />
e ppropie ‘n ze vedeve menì’ l’ore<br />
de repusá’ e ‘n ze sendì’ cchiù mmale. 34<br />
Siamo alla prosa. Oltre ad un paio di novelle di DOMENICO CIAM-<br />
POLI (Atessa 1852 - Roma 1929) che hanno ad oggetto il brigantaggio<br />
(Primi versi e La casa bruciata 35), pagine di qualche interesse sulla<br />
situazione politica negli anni che seguirono l’unità si rinvengono in un<br />
romanzo di GIUSEPPE MEZZANOTTE (Chieti, 1855-1935), La tragedia di<br />
Senarica, che ha come scenario la città natale, Chieti, e da cui emerge<br />
Abbiamo tutti la stessa malattia! / Siamo rimasti tutti in mezzo alle scale, / fuori alla locanda<br />
della Pezzenteria! / Che vuoi dirmi? Che siamo liberali? / Dove l’appoggi, questa spacconeria?<br />
/ quando tuo figlio piange e vuol mangiare, / cerca in tasca… e dagli la libertà!’<br />
(traduz. nostra).<br />
32 Tr.: ‘E che volevi fare, col fucile? / Il piombo “lo raccoglievano (illesi) nelle mani”<br />
[Luciani]; / ma tu vedevi lampeggiare gli stiletti, // che ti facevano raggrinzare la pelle. /<br />
E, cava piastre! altrimenti, l’indomani, / per terra le ritrovavano le cervella!’.<br />
33 Tr.: ‘Ai briganti cade l’arma in mano, / e si pongono tutti ginocchioni!’.<br />
34 Tr.: ‘O pace mia, tu non hai l’uguale: / e proprio non si vedeva venir l’ora / di riposare e<br />
non sentirsi più male’.<br />
35 D. Ciampoli, Fiori di monte, Carluccio, Napoli, 1878.<br />
20
il quadro tutt’altro che limpido degli assetti politici che in periferia<br />
seguirono all’unificazione. Esempio emblematico, i membri della<br />
potente famiglia Pinti, che erano sempre stati di fede borbonica, e che<br />
dopo il 1861 «scavalcano a “sinistra” i vecchi liberali di destra» 36.<br />
I tre fratelli Pinti erano liberali di sinistra (...). I fratelli Pinti<br />
avevano ereditato da don Clementino Pinti l’influenza pubblica<br />
insieme alla clientela politica, che essi facevano ogni arte per<br />
mantenere ed accrescere. Don Clementino Pinti era in sua vita<br />
borbonico e clericale; e gran merito suo era stato non far mistero<br />
ad alcuno dei suoi principii, quando ognuno si celava sotto<br />
una veste liberale. Dopo le novità del sessanta, allorché, svaniti<br />
gli entusiasmi e le turbolenze, gli fu dato riprendere il sopravvento<br />
su ogni classe della cittadinanza senza pericolo e senza<br />
timore di offendere lo spirito pubblico, egli fu sollecito a mettersi<br />
tra gli eccessivi nel gruppo di sinistra, perché i liberali e i<br />
novatori erano nella più gran parte schierati sotto la bandiera di<br />
destra. Tale condotta era ispirata da uno spirito di opposizione<br />
(...): epperò, fu visto il nuovo fenomeno di un’opposizione di<br />
sinistra più conservatrice di una maggioranza moderata, avendo<br />
don Clementino Pinti raccolto intorno a sé un buon nucleo di<br />
possidenti, stretti a lui per sentimenti e per timore di novità, e da<br />
lui ispirati; i quali vedevano nel nuovo regime un attentato<br />
perenne alla loro proprietà (...). Questo, dunque, era un coro che<br />
pigliava intonazione da don Clementino Pinti, il quale si opponeva<br />
fieramente a qualunque novità gli altri pensassero e proponessero,<br />
nell’intento di fare che Senarica rimanesse quale era<br />
prima del 1860: e allorché spiegava la sua opposizione, egli era<br />
tale testa ed era talmente temuto, che riusciva a far cadere le proposte,<br />
o, approvate, a non renderle esecutive. 37<br />
Insomma, uno spaccato socio-politico di trasformismo, di opportunismo<br />
e di corruzione che non può non richiamare alla memoria il<br />
più celebre e più recente Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.<br />
36 C. De Matteis, Civiltà letteraria abruzzese, Textus, L’Aquila, 2001, p. 281.<br />
37 G. Mezzanotte, La tragedia di Senarica, Pierro, Napoli, 1887.<br />
21
Sempre a proposito di prosa, ma di altro genere, va ricordato FEDELE<br />
ROMANI (Colledara 1855 - Firenze 1910) per il suo libro di memorie,<br />
Colledara. Romani dedica molte pagine al brigantaggio 38, e come<br />
Luciani non indulge in rappresentazioni oleografiche e mitizzanti, e non<br />
manca di mettere in rilievo la ferocia dei briganti.<br />
38 Si ricordino, sul tema del brigantaggio, anche le pagine di A. MacDonell, In the Abruzzi.<br />
With twelve illustrations after water-colour drawingsby Amy Atkinson., Chatto & Windus,<br />
Londra, 1908, tradotto da Gilda Taurisani e pubblicato nel 1991 a Sulmona dal Centro<br />
Studi “Panfilo Serafini”, con il titolo Negli Abruzzi e con nota introduttiva di Franco<br />
Cercone.<br />
39 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 23-24.<br />
22<br />
(…) Essi per lo più agivano per mezzo di ricatti. Sorprendevano<br />
e portavano con sé il capo di casa: poi mandavano a chiedere<br />
alla famiglia una data somma, proporzionata alla riputazione<br />
di ricchezza che essa godeva. (…) Non sempre però i briganti<br />
si servivano di questi mezzi, atroci sì, ma incruenti. A volte,<br />
fatti più arditi dalla paura altrui e dalla buona fortuna, assalivano<br />
le case, le saccheggiavano, le incendiavano. E oltraggiavano,<br />
ferivano, torturavano, uccidevano le persone che cercavano di<br />
opporsi ai loro atti nefandi, che non volevano dar denaro, o non<br />
volevano rivelare dov’esso fosse nascosto, o che, semplicemente,<br />
si rifiutavano di gridare: - Viva Francesco II!- perché quei<br />
manigoldi, nonostante che non fossero se non veri e proprii<br />
ladroni e assassini, volevano innalzare e in certo modo nobilitare<br />
il loro carattere, facendo le viste di combattere per un principio<br />
politico.». 39<br />
E qui Romani opera una distinzione tra briganti, distinguendo tra i<br />
«brigantucoli» che «infestavano» le sue «contrade» ed i «briganti di<br />
alta reputazione», che avevano contatti con il Re di Napoli ed erano<br />
foraggiati dai Borboni.<br />
Per descrivere chi si piccava di combattere i briganti, Romani utilizza<br />
non di rado il registro ironico, ad attestarne la scarsa propensione<br />
al coraggio.
La notte, fiere pattuglie composte di borghesi sul labbro dei<br />
quali nereggiavano i nuovi baffi rivoluzionari, uscivano in<br />
ronda, armate fino ai denti, per dar la caccia ai briganti che s’aggirassero<br />
nei dintorni. L’impresa pareva piena di pericoli; e le<br />
mogli, come Creusa, la notte dell’incendio di Troia, piangendo<br />
e mostrando i figli pargoletti scongiuravano, ma inutilmente, gli<br />
ostinati mariti a non uscire. Essi avevano cura di prendere sempre<br />
la direzione opposta a quella dove si diceva che fossero i briganti,<br />
perché questi la sanno lunga e accennano a voler ferire a<br />
destra per poi ferire improvvisamente a sinistra. Ma, con tutto<br />
ciò, i fieri drappelli non riuscivano mai ad abbattersi coi briganti;<br />
e, benché spesso la campagna risonasse di schioppettate che<br />
potevano far credere ad uno scontro, esse erano sempre tirate<br />
contro alberi e cespugli (…) 40 .<br />
Erano più “fortunati” -racconta Romani- i bambini, che per emulare<br />
le grandi gesta paterne si riunivano in «piccoli eserciti», e non di rado si<br />
imbattevano -loro sì- in «schiere di briganti, piccoli come loro», dando<br />
luogo a «scaramucce e battaglie, non sempre, a dir vero, incruente» 41.<br />
Non molto più tenero è Romani con le truppe dei regolari della<br />
Guardia Nazionale, di cui sottolinea la mancanza di esperienza e -si<br />
direbbe oggi- di professionalità, non solo nei semplici soldati, ma<br />
sovente anche in chi era chiamato ad impartire ordini.<br />
Né manca di sottolineare, il nostro autore, come molti “garibaldini”<br />
delle sue parti non fossero propriamente degli stinchi di santo e<br />
degli idealisti:<br />
Ma chi erano quelli che partivano? Se non conoscessi, per<br />
aver letto il loro nome nella storia, o per aver studiato i loro<br />
scritti, quali anime grandi, piene dei più nobili sentimenti e dei<br />
più alti ideali, si raccoglievano intorno all’Eroe, dovrei credere,<br />
giudicando da alcuni che partivano dal mio paese, che le schiere<br />
garibaldine fossero composte di gente non meno forse brigan-<br />
40 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 18-19.<br />
41 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 19.<br />
23
tesca dei veri e proprii briganti. Essi partivano, non già per<br />
impulso disinteressato d’amor di patria, ma per la speranza di<br />
trovare il modo, nella confusione degli avvenimenti, di potersi<br />
impadronire di ricco bottino o di essere in altra maniera lanciati<br />
in alto dalla fortuna. 42<br />
Romani rievoca dunque gli eventi che portarono all’Unità d’Italia in<br />
modo lucido, mettendo ordinatamente sul tavolo -al di là di ogni enfasi<br />
patriottica, e al di là di ogni atteggiamento nostalgico- una serie di problemi<br />
connessi al processo di unificazione e agli anni immediatamente postunitari.<br />
E parla, esplicitamente, di una “rivoluzione elitaria”,<br />
(...) eminentemente letteraria, ispirata dai libri, fatta con la<br />
spada in una mano e con Dante e Virgilio nell’altra. Essa usciva<br />
dalla scuola, e il popolo, e specialmente quello di certe provincie,<br />
non la capiva, né la desiderava (...). Questa è la verità, e non<br />
bisogna aver paura di dirla. 43<br />
Riguardo agli anni che seguirono all’unificazione, Romani -come<br />
i poeti precedentemente citati- riporta il punto di vista di un “popolo”<br />
per nulla entusiasta dei nuovi assetti economico-sociali:<br />
24<br />
Il popolo (....) aborriva quelle novità, che riteneva fossero<br />
tutte a vantaggio della classe odiata nel fondo del suo cuore, i<br />
signori (...). Le tasse cresciute improvvisamente, in modo insopportabile<br />
e non proporzionato ai guadagni ed alle rendite, gli<br />
facevano ritenere che il nuovo governo fosse composto tutto di<br />
ladri. Il capo dei ladri, secondo lui, era lo stesso Vittorio<br />
Emanuele, e per sfogare in qualche modo il suo rancore, lo chiamava<br />
lu cecäte (il cieco). 44<br />
42 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 22.<br />
43 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 20.<br />
44 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 21. Romani scrive di non sapere da che cosa derivasse<br />
il nomignolo dato al re. Nei dialetti abruzzesi, è un dispregiativo piuttosto diffuso e generico.<br />
Nel caso specifico, fa pensare ad una mancata visione/considerazione dei problemi<br />
del popolo.
Insomma, Romani dà la netta impressione di considerare l’Italia<br />
dei suoi tempi un’Italia di transizione. Tanti e tali sono gli elementi di<br />
provvisorietà, i malcontenti, i sommovimenti sociali, da far preconizzare<br />
allo scrittore colledarese una futura «nuova Italia» che abbia come<br />
protagonista «quella massa grigia, che non significava nulla, ed era<br />
come un fondo nebuloso ed uniforme del gran quadro», e che invece<br />
ora «comincia ad avere una coscienza» 45:<br />
[Quella massa grigia] comincia qua e là ad agitarsi, come le<br />
onde che si addestrano agl’impeti ed alle furie della vicina tempesta:<br />
essa alza il capo e si guarda intorno e non sa perché sia<br />
accaduto quello che è accaduto, come chi si risveglia da un<br />
lungo sonno. Essa guarda verso di noi, che leggiamo Dante e<br />
Machiavelli, e pensa: - Voi vi siete fatta la vostra Italia: ora tocca<br />
a me farmi la mia. – E un giorno, anch’essa se la farà; non c’è<br />
da dubitarne. E noi, piuttosto che pensare con dolore e spavento<br />
a questa nuova Italia, piuttosto che combatterla ed avversarla<br />
prima che essa nasca, salutiamola fin da ora nella sua nuova<br />
grandezza e nella sua nuova gloria. 46<br />
Quale sia la reale posizione di Romani riguardo a questa nuova<br />
Italia da venire, in realtà, è difficile dire. Osta ad un’interpretazione<br />
pacifica di questo passo la pluralità dei registri che percorrono la pagina<br />
del colledarese. La frase che chiude il passo sopra riportato, ad<br />
esempio, non sembra del tutto esente da un’ironia piuttosto amara sulle<br />
resistenze al cambiamento da una parte, e sugli entusiasmi facili e le<br />
propensioni trasformistiche dall’altra.<br />
45 F. Romani, Colledara, op. cit., pp. 20-21.<br />
46 F. Romani, Colledara, op. cit., p. 21.<br />
25
DA OTTAVIANO GIANNANGELI<br />
Ho pensato di inviare per questo 13° Quaderno “L’Abruzzo e<br />
l’Unità” che esce in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia<br />
una stornellata parodistica della cantata che soleva eseguirsi in quasi<br />
tutti i paesi del nostro Abruzzo il giorno di Sant’Antonio Abate, 17<br />
gennaio. L’aveva raccolta il dott. Franco Farias della sede Rai di<br />
Pescara da un vecchio di Farindola (TE) e l’aveva offerta ai Vecchi<br />
Cantori di Raiano che la eseguirono, diretti da me, nella Quinta Serata<br />
Canora il 18 Agosto 1979. Il canto sembra nato proprio nel Sessanta-<br />
Sessantuno (naturalmente Ottocento), nella presenza degli eventi. Può<br />
darsi che qualche strofa fosse aggiunta dopo, essendo ad esempio<br />
attribuito un difetto fisico (sembra) del padre Vittorio Emanuele II al<br />
figlio Umberto I.<br />
Il canto è stato da me passato alla “Rivista Abruzzese” che l’ha<br />
pubblicato sul n. 2, 2011 senza la musica trascritta dal M° Vincenzo<br />
Polce, che qui compare per la prima volta.<br />
27
HA MINUTE LU SESSANDE<br />
28<br />
Ha minute lu Sessande,<br />
aveme armaste a tande a tande.<br />
Ha minute lu Sessandune,<br />
aveme armaste senza patrune.<br />
Come li pecure spatriate,<br />
viva Sant’Antonie Abbate!<br />
Ca s’ha ndese la voce pe l’arie<br />
ca ha arsate la fundiarie,<br />
e Umberte nghe l’uocchie cecate<br />
ha fatte arsaje la carte bullate.<br />
E tutte li tasse ha umentate:<br />
Viva Sant’Antonie Abbate!<br />
Mo che ngi sta chiù li rane<br />
Nin si magne chiù lu pane,<br />
mo che nin gi sta li carrine<br />
nin si veve chiù lu vine.<br />
E ci amanghe li ducate:<br />
Viva Sant’Antonie Abbate!<br />
Lu cuverne di Borbone<br />
ca ha scritte a Pio None<br />
ca l’avesse aiutate<br />
na sta guerra dichiarate.<br />
Ma lu pape nzi n’ha frecate:<br />
Viva Sant’Antonie Abbate.<br />
Che je pijje n’accidente<br />
a Garibalde e Don Clemente;<br />
dapù che Napule l’ha pijjate<br />
a Vittorie l’ha cunzignate.<br />
Alli puvere ngi ha pinzate:<br />
Viva Sant’Antonie Abbate.
Mo che nin sone lu trabbande<br />
s’ha furmate li brihande,<br />
mo chi sone lu trumbittire<br />
ha finite li cannunire.<br />
E Francische ha scappate:<br />
Viva Sant’Antonie Abbate<br />
Li brihande nin cerche la grazie,<br />
Valendine, Saccocce e Ttanazie,<br />
………………………………..<br />
………………………………..<br />
Li quatrine li tè arcazate:<br />
Viva Sant’Antonie Abbate!<br />
Oh…ché scite accise<br />
li guardie mobbile e li Piemundise,<br />
dapù che tutte s’ha finite<br />
allu Piemonde si n’ha rijite.<br />
Mmezz’alli uaie ci ha lassate:<br />
Viva Sant’Antonie Abbate!<br />
È VENUTO IL SESSANTA. È venuto il Sessanta, / siamo rimasti come stavamo. / È<br />
venuto il Sessantuno, / siamo rimasti senza padroni / Come le pecore spatriate / Viva<br />
Sant’Antonio Abate! // S’è sentita una voce per l’aria / ch’è risalita la fondiaria, / e<br />
Umberto con l’occhio cieco / ha fatto risalir la carta bollata. / E tutte le tasse sono<br />
aumentate; / Viva Sant’ Antonio Abate! // Or che non vi sono più le grana / non si<br />
mangia più il pane, / or che non vi sono i carlini / non si beve più il vino. / E ci mancano<br />
i ducati: / Viva Sant’Antonio Abate! // Il governo di Borbone / (dicon) che ha<br />
scritto a Pio Nono / che l’avesse aiutato / in questa guerra dichiarata. / Ma il papa non<br />
se n’è importato: / Viva Sant’Antonio Abate! // Che gli pigli un accidente / a Garibaldi<br />
e Don Clemente, / dopo che Napoli l’ha pigliata / a Vittorio l’ha consegnata. / Ai<br />
poveri non ha pensato: / Viva sant’Antonio Abate ! // Or che non suona il soldato di<br />
guardia / si son formati i briganti, / or che suona il trombettiere / son finiti i cannonieri.<br />
/ E Francesco è scappato: Viva Sant’Antonio Abate ! // I briganti non chiedono<br />
la grazia, / Valentino, Saccoccia e Attanasio, /……… / I quattrini li tengono sotterrati:<br />
/ Viva Sant’Antonio Abate! // Oh che siate uccisi / le guardie mobili e i Piemontesi,<br />
/ dopo che tutto si è finito / al Piemonte se ne son tornati. / In mezzo ai guai ci hanno<br />
lasciati: / Viva Sant’ Antonio Abate!<br />
29
… MA L’IDEAL NON MUORE<br />
di Concettina Falcone<br />
Nel film Allonsanfan (1974) dei Fratelli Taviani un nobile lombardo,<br />
Fulvio Imbriani, incarcerato dopo la restaurazione del 1816 per la<br />
sua appartenenza alla setta dei Fratelli Sublimi, dopo il rilascio torna a<br />
casa e si abbandona alle piccole gioie della vita domestica. Quando è<br />
costretto a rientrare nella carboneria, si impossessa del danaro affidatogli<br />
per la causa e tradisce i compagni. Sbarcati tutti in una spiaggia<br />
del sud sperando nella sollevazione degli abitanti, vengono massacrati<br />
da soldati e contadini – evidenti i riferimenti ai fratelli Bandiera e a<br />
Pisacane –. Il traditore, che ha barattato la propria incolumità con la<br />
delazione, incontra l’unico sopravvissuto, “Allonsanfan”, ferito alla<br />
testa, che nel delirio gli racconta come i rivoluzionari siano stati accolti<br />
trionfalmente dalla gente del luogo. Fulvio reindossa la camicia<br />
rossa su quella bianca, che deve distinguerlo dai patrioti e salvarlo, e<br />
viene ucciso a sua volta.<br />
In Senso (1954), film di Luchino Visconti da una novella di<br />
Arrigo Boito, siamo a Venezia nel 1866 alla vigilia della battaglia di<br />
Custoza. Livia Serpieri, avvenente nobildonna non più giovanissima<br />
vicina agli irredentisti, si innamora perdutamente di un giovane<br />
tenente austriaco, Franz Malher, al quale consegna i soldi destinati<br />
ai patrioti. Livia dimentica ideali, onore, dignità pur di raggiungere<br />
l’ufficiale, scoprendo che i denari non gli sono serviti per corrompere<br />
i medici e ottenere l’esonero dal servizio militare, ma per vivere<br />
nel lusso e tradirla con più giovani donne. Lo denuncia al comando<br />
austriaco condannandolo alla fucilazione per diserzione e perde la<br />
ragione.<br />
Nell’uno e nell’altro film l’utopia si dissolve, nel primo per il desiderio<br />
di una serena normalità e nel secondo per un inopinato innamoramento<br />
che travolge ogni ideale. Nonostante la riprovazione per il comportamento<br />
dei due protagonisti, a noi cittadini edonisti di opulente repubbliche<br />
occidentali, privi delle spinte ideali che hanno contraddistinto periodi<br />
storici precedenti, sembra più “umano” il cedimento a fatti e sentimenti<br />
31
contingenti che una vita trascorsa in esilio o in galera per un’idea che difficilmente<br />
si realizzerà compiutamente.<br />
Ma “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non<br />
è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al<br />
quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta<br />
scorge un Paese migliore e l’Umanità fa di nuovo vela” 1 dice Oscar<br />
Wilde. Paul Claudel è meno ottimista: “Chi cerca di realizzare il paradiso<br />
in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno”.<br />
Ce lo confermano i postumi delle grandi rivoluzioni, dalla “terreur”<br />
e dalle guerre napoleoniche al comunismo reale. Ma è anche vero che<br />
dopo le rivoluzioni il mondo avanza, a piccoli travagliati passi.<br />
Scrive Eduardo Galeano: “Lei è all’orizzonte. [...] Mi avvicino di due<br />
passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte<br />
si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò<br />
mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare” 2.<br />
La dedizione all’utopia è assoluta quando il sogno dell’avvento<br />
di nuove età di maggiore giustizia sociale assume i contorni certi di<br />
una religione, giacché l’utopia “rende concreto e plastico l’anelito<br />
antichissimo e diffuso a una vita migliore” (A. Savinio). Non ci spiegheremmo<br />
altrimenti il fervore patriottico che infiammò i ragazzi del<br />
Risorgimento con il relativo stravolgimento di abitudini e aspirazioni,<br />
perdita della libertà, esilio e a volte la morte. L’intellettuale sulmonese<br />
Panfilo Serafini (1817-1864) per un volantino e un sonetto<br />
contro il regime – secondo Croce scritto in effetti da Leopoldo<br />
Dorrucci – fu condannato dalla borbonica Gran Corte Speciale di<br />
Aquila a venti anni di carcere. Ne scontò cinque, fino all’arrivo di<br />
Garibaldi, in condizioni disumane – prigione scavata nella roccia e<br />
catena alla caviglia a Montefusco e nelle altrettanto brutali carceri di<br />
Montesarchio e Procida – che minarono irrimediabilmente la sua<br />
salute. Ebbe come compagni di pena Carlo Poerio e Sigismondo<br />
Castromediano.<br />
41 O. Wilde, L’anima dell’uomo sotto il socialismo, Feltrinelli, 2005<br />
42 E. Galeano, Finestra sull’utopia, da Parole in cammino, Sperling & Kupfer, Milano 2006,<br />
pag. 255.<br />
32
Alcuni decenni dopo l’unità Il Martello, periodico newyorkese dell’anarchico<br />
di origini sulmonesi Carlo Tresca, pubblica in prima pagina<br />
l’articolo Commemorando il nostro poeta Pietro Gori nell’anniversario<br />
della morte 3 della poetessa Virgilia D’Andrea, anch’essa sulmonese e<br />
anarchica, esule negli Stati Uniti dopo esserlo già stata in Francia, la quale<br />
descrive con cognizione di causa la vita difficile dell’idealista militante:<br />
[…] O voi tutti, discacciati dalla terra dove forte e rigogliosa<br />
fiorì la giovinezza vostra;<br />
O voi tutti, che ve ne andate per le strade del mondo perché<br />
non avete un rifugio sicuro nel paese che rendeste grande e nobile<br />
con il vostro lavoro, che rendeste glorioso e ammirevole con<br />
le vostre lotte;<br />
O voi, che sentite il martirio dell’incerto ed oscuro domani ed<br />
il singhiozzo e la ruina del passato travolto;<br />
O voi, che vi lasciate colpire per difendere la vostra bandiera;<br />
[...] O voi che conoscete i deprimenti opifici delle immense<br />
città straniere e superbe e che sapete l’agonia delle giornate<br />
senza lavoro e senza pane e la freddezza della stanza vuota dove<br />
né bimbo vi sorride e né donna vostra vi bacia;<br />
O voi, che siete odiati perché avete molto amato, che siete stati<br />
feriti perché avete fasciato le ferite dei fratelli, che siete stati insultati<br />
e sputacchiati perché vi siete genuflessi davanti allo strazio del<br />
calvario, che siete stati ripudiati perché avete raccolto sulle braccia<br />
il carico delle umane miserie, che siete stati crocifissi perché<br />
avete ostinatamente creduto, che siete stati discacciati oltre i confini<br />
perché avete sognato una più vasta e più libera patria, bussate,<br />
oggi, alla tomba del vostro cantore e riposate accanto al biancore<br />
del marmo la fronte che brucia e le mani che tremano.<br />
Perché la primavera rifiorisca attorno al germoglio della vita<br />
travolta.<br />
Perché l’azzurro ritorni nel fosco grigiore dei pensieri accorati.<br />
Perché rinascano le rose là dove magnifici sogni furono recisi.<br />
E sieno rosse, rosse e vive come il sangue che cola dal ramo<br />
martoriato.<br />
43 V. D’Andrea, Ricordando il nostro poeta Pietro Gori…, Il Martello, New York, 26 gennaio<br />
1924, vol. X, n. 4, pag. 1.<br />
33
E conclude con i versi di Gori:<br />
Passan le glorie, muoion gli Dei, l’odio, l’amore,<br />
Su per l’orbe vetusto: ma l’ideal non muore.<br />
Lo stesso Tresca nell’ultimo primo maggio della sua vita, anno<br />
1942, scrive:<br />
Verrà.<br />
Verrà il Primo Maggio di fiamme, di sole, di canti e di battaglie<br />
feconde.<br />
Bisogna avere fede.<br />
Bisogna mantenere dritta la schiena, tesa la mente, ferma la<br />
coscienza.<br />
Nel Risorgimento l’esempio più illustre di anima inquieta è Giuseppe<br />
Mazzini, che Edmondo De Amicis in Cuore (1886) così descrive:<br />
“ … Tutti pigliammo la penna. Il maestro dettò:<br />
«Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1805, morto a Pisa<br />
nel 1872, grande anima di patriotta, grande ingegno di scrittore,<br />
ispiratore ed apostolo primo della rivoluzione italiana; il<br />
quale per amore della patria visse quarant’anni povero, esule,<br />
perseguitato, ramingo, eroicamente immobile nei suoi principii<br />
e nei suoi propositi”.<br />
Unica consolazione nella vita dell’“apostolo” il telegramma del<br />
9 febbraio 1849 con l’invocazione di Goffredo Mameli: Roma<br />
repubblicana, venite! Consolazione che dura qualche mese, dopodiché<br />
Mazzini si dimette con gli altri triunviri dichiarando di essere<br />
stato eletto “a difendere non a sotterrare la repubblica”.<br />
Esule antico, al ciel mite e severo<br />
Leva ora il volto che giammai non rise,<br />
«Tu sol – pensando – o idëal, sei vero». 4<br />
44 G. Carducci, Giuseppe Mazzini, Giambi ed Epodi.<br />
34
Muore sotto falso nome ospite della famiglia Nathan-Rosselli,<br />
che a sua volta ci evoca vite sacrificate, stavolta nell’Italia unitaria<br />
ma sotto la dittatura fascista. Carlo e Nello Rosselli, colti rampolli<br />
dell’agiata famiglia pisana, discepoli prediletti di Gaetano<br />
Salvemini, anziché godersi ricchezza e posizione sociale si battono<br />
contro la dittatura subendo persecuzione ed esilio, fino ad essere trucidati<br />
in Francia dagli estremisti di destra della “Cagoule” su mandato<br />
di Galeazzo Ciano nel 1937. Nessuno dei due aveva ancora<br />
quarant’anni.<br />
Chi sono i campioni dell’utopia risorgimentale? Mazzini lamenta<br />
“la presenza perlopiù di aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi o<br />
ufficiali dell’esercito decisi a costruire, anche dopo la vittoria, una<br />
classe privilegiata cui avrebbe dovuto essere affidata la direzione dello<br />
Stato”, mentre “tutti gli uomini di una nazione sono chiamati, per la<br />
legge di Dio e dell’umanità, ad essere uguali e fratelli” e “l’istituzione<br />
repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire”.<br />
Dunque aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi o ufficiali dell’esercito.<br />
Anche per immaginare l’“isola che non c’è” occorre istruzione,<br />
benessere e fantasia. Il popolo delle città partecipa ad alcuni moti<br />
– emblematiche le 5 giornate di Milano –; quello contadino invece non<br />
è partecipe dell’utopia: è analfabeta, miserabile, risente di un’arretratezza<br />
secolare, ha ben altri problemi che sognare l’unità d’Italia e si<br />
limita a sporadiche ribellioni spinto dall’istinto di sopravvivenza. Solo<br />
quando Garibaldi, uno dei pochi “uomini del popolo” del<br />
Risorgimento, sbarca a Marsala e risale dalla Sicilia verso Napoli con<br />
le sue truppe, la gente del sud si illude, si concede la rivolta e l’occupazione<br />
delle terre e in qualche caso la vendetta, come a Bronte, dai cui<br />
tragici fatti Verga trae la novella Libertà.<br />
– A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi<br />
campieri! –. Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli<br />
irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo!<br />
che ci hai succhiato l’anima! – A te, ricco epulone, che non<br />
puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!<br />
– A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva<br />
niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la<br />
carne del prossimo per due tarì al giorno!<br />
35
E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i<br />
cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli!<br />
Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!<br />
Proprio un generale in camicia rossa viene a fare giustizia. Alcuni<br />
sono fucilati subito, altri sono processati e condannati.<br />
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava:<br />
– Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi<br />
è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era<br />
la libertà!...<br />
Il problema dunque è che esistono due Libertà: quella dei<br />
patrioti che si battono per un’Italia unita, sottratta agli stranieri e a<br />
sovrani ormai anacronistici, e quella dei poveri per i quali libertà è<br />
possedere un pezzo di terra per riscattarsi da fame e servitù.<br />
L’errore di molti fu illudersi che l’una avrebbe incluso necessariamente<br />
l’altra.<br />
Giuseppe Tomasi di Lampedusa cinicamente ipotizza che a muovere<br />
alcuni nobili, ricchi borghesi, ufficiali dell’esercito sia l’opportunismo<br />
mascherato da utopia. Quando ne Il Gattopardo Tancredi<br />
annuncia allo zio che va a combattere contro “Franceschiello Dio<br />
Guardi”, il Principe oppone un «Sei pazzo, figlio mio! Andare a metterti<br />
con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri<br />
dev’essere con noi, per il Re». «Per il Re, certo, ma per quale Re?…<br />
Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se<br />
vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».<br />
Nel romanzo l’inviato piemontese Chevalley, brav’uomo che in perfetta<br />
buona fede crede che «questo stato di cose non durerà; la nostra<br />
amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto», è sceso da<br />
Torino a Donnafugata per invitare un aristocratico di antico casato come<br />
il Principe di Salina a entrare in politica, ottenendo peraltro un rifiuto.<br />
36<br />
«Principe, ma è proprio sul serio che lei si rifiuta di fare il<br />
possibile per alleviare, per tentare di rimediare allo stato di<br />
povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo<br />
che è il suo stesso popolo?»
[…] Il Principe era depresso: «Tutto questo» pensava «non<br />
dovrebbe poter durare; pure durerà, sempre; il sempre umano,<br />
beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore.<br />
Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno<br />
saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli<br />
e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».<br />
Se un Tancredi in camicia rossa fa sorridere amaro, stupiscono le<br />
vicende dei Panfilo Serafini di tutta Italia, da Silvio Pellico in poi, fino<br />
ad arrivare a chi andava a morire sul campo di battaglia come i volontari<br />
che combatterono con Garibaldi contro i borbonici nella battaglia<br />
del Volturno 5. Battaglia in cui “erano state decisive la sorte amica (sic)<br />
e le capacità tattiche e strategiche di Garibaldi, sempre presente nei<br />
momenti cruciali dei combattimenti, trascinatore ed animatore dei suoi<br />
uomini anche nei momenti più critici” – a detta di un’insospettabile<br />
Associazione Culturale Neoborbonica on line – e, io aggiungerei, la<br />
superiore motivazione dei garibaldini, l’ideale che li teneva insieme,<br />
loro, che venivano da tutte le regioni.<br />
La nostra storia unitaria è nota. La discrepanza tra utopia e realtà<br />
è subito evidente.<br />
“Aristocratici, intellettuali, ricchi borghesi e ufficiali dell’esercito”<br />
costituiscono il nuovo governo, che inizia i lavori nella maniera<br />
più efferata: soldati dell’esercito nazionale annientano, in un crescendo<br />
di violenza fratricida, la guerriglia di borbonici irriducibili, ex<br />
militari sbandati, contadini delusi e affamati, briganti, che ha il suo<br />
culmine nell’applicazione della famigerata legge che porta il nome<br />
dell’aquilano Giuseppe Pica votata da tutta la destra storica nel 1863.<br />
“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a<br />
ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando,<br />
seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono<br />
d’infamare col marchio di briganti” 6 .<br />
45 Tra gli altri il sulmonese Giuseppe De Blasiis, comandante della legione del Matese con<br />
cui riuscì a entrare a Benevento.<br />
46 Antonio Gramsci, Ordine Nuovo, 1920.<br />
37
Gaetano Salvemini nel saggio Le origini della reazione, pubblicato<br />
nel 1898 dopo la strage ordinata da Bava Beccaris stavolta al<br />
nord, a danno del popolo milanese in rivolta per il caropane, “mette<br />
in evidenza come le forze reazionarie, legate alla monarchia piemontese,<br />
abbiano prevalso sulle forze democratiche e popolari –<br />
rappresentate da personalità quali Mazzini, Garibaldi, Ferrari e<br />
Cattaneo – che lottavano per costruire un assetto politico realmente<br />
nuovo. Secondo Salvemini «reazione e rivoluzione, incontratesi nel<br />
lavoro dell’unità» hanno lottato fra loro per cinquant’anni allo scopo<br />
di «assicurarsi il dominio dello Stato». L’esito ultimo di questa lotta<br />
– iniziata quando Carlo Alberto «sentì il bisogno (…) di spargere un<br />
po’ d’olio… liberale sulle onde rivoluzionarie» – è stata la sanguinosa<br />
reazione del 1898, che Salvemini ha sotto i propri occhi mentre<br />
scrive” 7.<br />
In un dibattito sul Risorgimento apertosi nel 1935 in seno alla rivista<br />
Giustizia e Libertà proprio partendo dal tema del saggio di<br />
Salvemini, Nicola Chiaromonte afferma:<br />
38<br />
«Gridando “Italia, Italia” si dimentica di abolire il latifondo,<br />
di occuparsi della questione sociale, di badare alle garanzie legali<br />
di una vera libertà (tribunali indipendenti, poteri di polizia,<br />
autonomie provinciali, ecc.) e si finisce col costringere le masse<br />
depauperate del popolo italiano a fuggire come “emigrati”<br />
dall’“Italia libera”» 8 .<br />
Del resto aveva già scritto Mazzini alla vigilia delle prime elezioni:<br />
«Il paese è malcontento, perché ha coscienza d’essere chiamato<br />
a vivere d’una nuova vita, chiamato a compire una grande<br />
rivoluzione, rivoluzione nazionale e politica, d’unità e di libertà,<br />
e si trova diretto da un ministero e da una setta politica che tramano<br />
della rivoluzione, che non hanno coscienza né iniziativa<br />
47 Caffi, Calosso, Chiaromonte, Gobetti, Gramsci, Rosselli, Salvemini, Venturi, L’Unità<br />
d’Italia – Pro e contro il Risorgimento -, ed. e/o, Alberto Castelli, introduzione, pag. 13.<br />
48 Ibidem, Nicola Chiaromonte, pag. 40.
d’unità, che circondano d’ostacoli e di diffidenze la libertà, che<br />
intendono a reggere la nuova, ampia, splendida vita della nazione<br />
colla formola e colle istituzioni della meschina, angusta, timida<br />
vita d’una frazione di quella».<br />
E di Cavour:<br />
«Cavour, nel fatto, nega l’Italia; egli non conosce che un<br />
Piemonte ingrandito, ciò che costituisce nazione, l’anima, la vita<br />
vera d’Italia, l’insieme delle tendenze, delle sue aspirazioni, la<br />
somma e la verità de’ suoi bisogni, l’istinto della sua missione in<br />
Europa, il pensiero collettivo che rende sacro ogni pollice del terreno<br />
posto fra l’Alpi e il mare, è arcano a Cavour. Materialista<br />
nell’intelletto come nell’intento, ei non varca la questione del territorio.<br />
La patria italiana si riduce per lui a un certo numero di<br />
leghe quadrate aggiunte alla terra che lo fece ministro.» 9<br />
Dunque gli antichi privilegi restano e le terre espropriate tornano a<br />
latifondisti e ricchi borghesi con un espediente truffaldino; tra l’altro la<br />
necessità di rafforzare l’esercito, diminuire l’analfabetismo (al 75%<br />
con punte del 90), costruire strade, omologare lo “scartamento” ferroviario<br />
tra i territori dei precedenti stati, ecc., induce il governo a introdurre<br />
tasse pesanti e impopolari come quella sul macinato, la cosiddetta<br />
tassa progressiva sulla miseria; coi nuovi mezzi di trasporto arrivano<br />
granaglie a poco prezzo dalle Americhe, Australia, Russia generando<br />
la crisi economica europea degli anni ’70, colpendo in particolare<br />
l’Italia che trae sostentamento quasi esclusivamente dalle campagne; i<br />
poveri sono più poveri e comincia il grande esodo verso i paesi al di là<br />
dell’oceano; la Chiesa avversa l’unità dai pulpiti – ancora nel 1927,<br />
due anni prima del Concordato, l’articolista di un giornale clericale si<br />
indigna perché<br />
… il governo [fascista] della nazione, ormai più che sicuro<br />
nelle sue solidissime basi cementate anche dalla divina provvi-<br />
49 G. Mazzini, I doveri degli elettori, Il popolo d’Italia, 29 dicembre 1860.<br />
39
denza, non ha ancora deciso di distruggere tutto ciò che possa<br />
ricordare alla mente del popolo buono e calmo per natura il passato<br />
caotico e ribelle. Per esempio: che ci fanno in Italia i monumenti<br />
di Bruno, Pisacane, Garibaldi, Mazzini, e di tanti altri rivoluzionari<br />
scomunicati e ribelli? Perché nelle scuole dello Stato si<br />
insegna l’eroismo indiavolato con l’esempio e la venerazione di<br />
questi indemoniati?… Le effigi dei cospiratori e dei lottatori rivoluzionari<br />
sono stati fin troppo tempo rispettati ingiustamente; è<br />
l’ora di distruggerle, e con esse il ricordo funesto che porta alla<br />
perdizione dell’anima e del corpo del popolo italiano. 10<br />
L’Italia comunque è fatta. L’amor patrio col tempo e l’aiuto di una<br />
insistente agiografia si diffonde anche tra i ceti bassi e giunge alla sua<br />
massima espressione nella prima guerra mondiale con la mobilitazione<br />
effettiva e ideale della nazione contro il nemico. Poi, l’utopia socialista<br />
e anarchica della classe operaia nel “biennio rosso” (1919-20),<br />
scongiurata da “aristocratici, prelati, ricchi borghesi e ufficiali dell’esercito”<br />
con vent’anni di dittatura che termina grazie a un sussulto di<br />
dignità da parte degli Italiani: la resistenza. Nella scuola pubblica il<br />
popolo dai mille dialetti impara il linguaggio comune. Poi, negli anni<br />
sessanta, il decollo, e l’Italia una, democratica e repubblicana siede tra<br />
i paesi più ricchi e industrializzati del mondo.<br />
Ciononostante oggi, a centocinquanta anni di distanza, abbiamo<br />
dimenticato a prezzo di quanti sacrifici sia stata fatta l’unità prima e<br />
la democrazia dopo: la questione meridionale non è risolta; il nord<br />
considera il sud un freno al suo sviluppo e se ne risente come se all’epoca<br />
i meridionali avessero marciato su Torino; i meridionali si riscoprono<br />
un mai sopito rancore verso i “conquistatori” settentrionali e<br />
sono assai indulgenti verso il “fatiscente” (A. Omodeo) regno borbonico;<br />
la malavita cambia pelle e dilaga grazie a connivenze nelle istituzioni<br />
e ci chiediamo in nome di quale utopia si siano immolati<br />
Falcone e Borsellino; la politica ha un che di mendace e gretto, da<br />
pubblicità televisiva; l’inno di Mameli è messo in discussione; i<br />
festeggiamenti dell’anniversario, boicottati, sono stati in forse “per<br />
10 Il Martello, La bestia nera si desta, 1927.<br />
40
non perdere una giornata di lavoro” e salvati in extremis dal<br />
Presidente della Repubblica.<br />
Ci viene il sospetto che una società fondata sul capitale abbia esigenze<br />
ristrette, elementari e immediate. Duemila anni di cristianesimo, che<br />
comunque la pensiamo ci hanno plasmato alla convinzione del primato<br />
della carità, della solidarietà, dell’attenzione all’altro – persona, comunità,<br />
popolo – sembrano avere esaurito il loro effetto contro il muro di<br />
gomma dell’individualismo più spietato, come del resto aveva preconizzato<br />
Pasolini. Processo involutivo a cui non sfugge la Chiesa stessa,<br />
afflitta da un’avidità che scarsamente si confà al ruolo. I nuovi “vincenti”<br />
per dirla con Fromm non sono, hanno. E chi “non è” non necessita di<br />
etica, cultura, utopia. È tempo del vitello d’oro e degli ideali meschini.<br />
Il patriota e poeta Alessandro Poerio (1802-1848), napoletano<br />
morto a Venezia per le ferite riportate in combattimento nella difesa<br />
della città, così scriveva:<br />
A che le leggi provvide<br />
e ’l frequente senato,<br />
e di suffragi gravide<br />
l’urne, e ’l pensiero armato,<br />
e la parola libera,<br />
e la comun Città,<br />
se desiderio ed ultimo<br />
fine agl’ingegni è l’oro,<br />
se qui l’un l’altro compera,<br />
se non è più tesoro<br />
Coscienza, se mancano<br />
Virtudi a Libertà? 11<br />
11 A. Poerio, da All’amico Gabriele Stefani.<br />
41
42<br />
E. Matania, Giuseppe Mazzini sulla via dell’esilio.
G. Induno, Giuseppe Garibaldi a Capua (1861), Milano, Museo<br />
del Risorgimento.<br />
43
Senso di Luchino Visconti (1954).<br />
Dal loggione del teatro “La Fenice” di Venezia piovono volantini tricolori sugli<br />
austriaci in platea durante la rappresentazione del Trovatore.<br />
44
“ARPA D’ OR DEI FATIDICI VATI”:<br />
SULLE NOTE DEL RISORGIMENTO.<br />
di Sabrina Cardone<br />
Il grande movimento ideale dell’Ottocento italiano, che va sotto il<br />
nome di Risorgimento, fu seguito, accolto e, qualche volta, preceduto<br />
dalla “vetrina sociale” più rappresentativa e popolare dell’epoca: il<br />
melodramma.<br />
Italianità e melodramma si identificarono in un connubio noto in<br />
tutto il mondo; il fenomeno operistico che esaltava la innata musicalità<br />
della lingua italiana e con essa era identificato, assunse un ruolo<br />
maggiore che in passato grazie al legame allacciato con elementi di<br />
cultura nazional – popolare. Già Mazzini, in un saggio del 1836 aveva<br />
auspicato il sorgere di una nuova musica, non più salottiera ed aristocratica,<br />
ma popolare e che esprimesse con linguaggio immediato e fresco<br />
i più nobili sentimenti della nazione e dell’amor patrio; individuando<br />
nel coro lo strumento più efficace per attingere ad una fusione ideale<br />
degli animi di migliaia di persone e spronarle ad un agire comune.<br />
Più di ogni altra forma letteraria o drammatica (poesia, romanzo,<br />
teatro) il melodramma, durante il Risorgimento, acquisiva efficacia<br />
politica per la sua immediatezza sentimentale, in cui si mescolavano<br />
amore e patria, famiglia ed esilio, ribellione e guerra: il motto Viva<br />
V.E.R.D.I. (cioè Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia) è sintomatico dell’enorme<br />
influenza e funzione propagandistica del genere nei momenti<br />
cruciali del Risorgimento italiano.<br />
Accantonati argomenti mitologici, arcadici e classici, i libretti d’opera<br />
proponevano trame intessute di elementi storici e politici, in cui le<br />
immagini di popoli oppressi e riscosse nazionali velavano (ma non<br />
troppo) il riferimento alla condizione italiana, coinvolgendo con acceso<br />
pathos il pubblico.<br />
Il magico potere della musica, capace di commuovere ed incitare<br />
all’azione le masse popolari, era però ben noto anche ai regimi conservatori<br />
che per questo la temevano.<br />
45
Se i teatri lirici erano lo specchio della società ottocentesca, dalla<br />
nobiltà alla borghesia grande e media, al basso ceto (che riempiva i teatri<br />
di provincia o quelli ove si rappresentavano opere buffe e farse), si<br />
può ben capire quale enorme valore riponessero nella censura coloro<br />
che erano preposti alla sorveglianza nel tentativo di tenere a freno le<br />
manifestazioni che, in ogni momento del processo risorgimentale, spontaneamente<br />
si verificavano durante le rappresentazioni operistiche.<br />
Manifestazioni che non furono soltanto appannaggio delle opere di<br />
Verdi (apostolo musicale del Risorgimento), ma che interessarono<br />
anche opere degli autori maggiori e minori dell’Ottocento italiano.<br />
I primi impigli politici in cui incorre il melodramma forse sono<br />
contenuti nell’innocua Italiana in Algeri di Rossini (1813), laddove<br />
l’aria di Isabella («Pensa alla patria, e intrepido | il tuo dover adempi:<br />
| vedi per tutta Italia | rinascere gli esempi | d’ardir e di valor») era fin<br />
troppo esplicita per la censura napoletana che sovrintendeva alle rappresentazioni<br />
del Teatro de’ Fiorentini dove fu portata in scena nel<br />
1815. Cinque anni dopo fu il giovane Bellini ad essere coinvolto in un<br />
episodio “patriottico”, avendo aderito, nel 1820, alla Carboneria.<br />
L’entusiasmo durò pochi mesi: quando il 15 maggio 1821 re<br />
Ferdinando rioccupò il trono, il furore patriottico svanì nel nulla.<br />
L’episodio è raccontato da Francesco Florimo, amico di Bellini e<br />
custode della sua memoria: «Ed in quel tempo [1820], spinti un po’<br />
dagli amici e un po’ per seguire la corrente, ci siamo iscritti alla setta<br />
così detta dei Carbonari. Ma l’entusiasmo del momento doveva terminare<br />
coll’entrata delle truppe tedesche nel marzo del 1821. Si ritornò<br />
all’antico ordine di cose, ed addio libertà, addio costituzione: la reazione<br />
si mostrò da per tutto e per tutto».<br />
La platea del teatro alla Scala di Milano fu divisa in due parti: nelle<br />
prime file prendeva posto la milizia austriaca, ai normali spettatori era<br />
riservato il fondo sala; nonostante ciò non mancavano tafferugli.<br />
Quando nel 1859 fu cantato il coro “Guerra guerra” dalla “Norma” di<br />
Bellini il pubblico italiano si alzò in piedi applaudendo freneticamente<br />
mentre i soldati austriaci urlavano contro gli italiani, tanto che nelle<br />
successive rappresentazioni il coro venne proibito. Uguale entusiasmo<br />
suscitava il coro che conclude il secondo atto dei Puritani, altra opera<br />
del Bellini, “Suoni la tromba e intrepido io pugnerò da forte”, risve-<br />
46
gliando fino al parossismo il generale furore patriottico nazionale.<br />
Cristina di Belgioioso, coi suoi deliri rivoluzionari d’élite, pensò di<br />
invitare i musicisti che frequentavano il suo salotto a comporre alcune<br />
variazioni sul tema: aderirono di buon grado Liszt, Thalberg, Herz,<br />
Czerny, Chopin, che misero insieme una composizione dal titolo<br />
Hexaméron.<br />
In alcuni casi i musicisti avevano vita difficile, come Piero<br />
Maroncelli, musicista di talento e di sicuro avvenire, se non fosse stato<br />
per quel suo “vezzo” d’essere un carbonaro, la cui carriera fu stroncata<br />
dal carcere duro, dal conseguente esilio in America e da un’esistenza<br />
di stenti come maestro di canto e d’italiano.<br />
Il Maroncelli ci riferisce di sue conversazioni, in casa degli Antonii,<br />
con il più celebre musicista ed operista Gaetano Donizetti (insieme con<br />
Rossini, Bellini e Verdi, emblemi del melodramma risorgimentale).<br />
Non è chiaro se le conversazioni riguardassero tematiche musicali<br />
o politiche, di certo Donizetti rimase fondamentalmente indifferente<br />
alle istanze risorgimentali, nonostante che in Italia esista una<br />
tradizione orale secondo cui il compositore bergamasco avrebbe partecipato<br />
ad attività politiche. Da Roma, quando Gregorio XVI fece<br />
reprimere a fucilate i moti degli affiliati alla Giovine Italia di<br />
Giuseppe Mazzini, scriveva al padre: «Io sono uomo che di poche<br />
cose s’inquieta, anzi di una sola, cioè se l’opera mia va male. Del<br />
resto non mi curo». Ma al di là degli interessi diretti o della intenzionalità<br />
dei messaggi politici o di incitazione alla ribellione contro lo<br />
straniero, era il pubblico ad assumere frasi ed immagini del melodramma<br />
come una espressione di indipendenza dalla cultura degli<br />
Stati dominatori, appropriandosene come di un simbolico patrimonio<br />
comune del popolo italiano.<br />
Un esempio: nel 1831, a Modena, la congiura scoperta in casa di<br />
Ciro Menotti, la sera del 3 febbraio, fa sospendere le rappresentazioni<br />
degli Esiliati in Siberia di Donizetti: una marcia dell’opera è diventata<br />
l’inno dei rivoltosi. Nonostante l’apparente carenza di sensibilità politica<br />
del musicista bergamasco, una personalità impegnata come quella<br />
di Mazzini avrebbe di lì a qualche anno tentato di piegare a fini politici<br />
la musica donizettiana. In uno scritto del 1836 (Filosofia della musi-<br />
47
ca) Mazzini scrive: «Forse v’è più che presentimento e speranza lontana,<br />
forse, – se a ricostituire la musica non si richiedesse che genio, e<br />
non costanza sovrumana ed energia per combattere disperatamente<br />
contro i pregiudizi, e la tirannide de’ direttori venali, e la turba de’ maestri,<br />
e il gelo de’ tempi – anche tra’ viventi avremmo chi potrebbe,<br />
volendo, levarsi all’officio di fondatore della scuola musicale Italoeuropea,<br />
e porsi a rigeneratore, dov’oggi non è che primo tra quanti<br />
militano sotto le bandiere della scuola Rossiniana Italiana. Parlo di<br />
Donizetti, l’unico il cui ingegno altamente progressivo riveli tendenze<br />
rigeneratrici, l’unico ch’io mi sappia, sul quale possa in oggi riposare<br />
con un po’ di fiducia l’animo stanco e nauseato del volgo d’imitatori<br />
servili che brulicano in questa nostra Italia».<br />
Nella febbrile atmosfera dei giorni che precedettero le insurrezioni<br />
del 1848, durante una rappresentazione della Gemma di Vergy<br />
a Palermo, mentre il tenore che impersonava Tamas cantava «Mi<br />
togliesti e core e mente, | Patria, Numi e libertà», questa fatidica<br />
parola scatenò i sentimenti risorgimentali del pubblico, che eruppe<br />
in grida patriottiche, costringendo la primadonna della serata, Teresa<br />
Parodi, ad apparire in scena col tricolore. Nonostante l’indifferenza<br />
di Donizetti verso le istanze risorgimentali, c’è da sottolineare il<br />
fatto che a Parigi il compositore ebbe contatti con Giovanni Ruffini,<br />
mazziniano, esule genovese, il quale scrisse il libretto per il Don<br />
Pasquale (1843) e alcuni rimaneggiamenti e la traduzione in italiano<br />
del libretto per il Dom Sébastien (1843). A Parigi Donizetti aveva<br />
quale agente e amico Michele Accursi, spia dello Stato Pontificio<br />
sotto le mentite spoglie dell’esule mazziniano. Mazzini, a sua volta,<br />
seppe utilizzare la popolarità e la fama di “conformista” acquisita<br />
dal bergamasco (soprattutto dopo che il compositore divenne “maestro<br />
di cappella dell’imperatore d’Austria”) quando adottò il suo<br />
recapito postale parigino come indirizzo delle missive segrete della<br />
Giovine Italia. Approfittando della familiarità tra Donizetti, i fratelli<br />
Ruffini e Michele Accursi, i cospiratori mazziniani potevano inoltrare<br />
i loro messaggi a Parigi, inviandoli all’indirizzo del celeberrimo<br />
compositore.<br />
Diversa la storia dell’inno nazionale italiano e del compositore<br />
della musica.<br />
48
Michele Novaro (1822-1885), genovese, ebbe breve carriera di<br />
cantante, ma fu didatta e compositore di melodrammi. In gioventù<br />
cantò in due opere di Donizetti: nella Linda di Chamounix (1842) e<br />
nella Maria di Rohan (1843); in seguito condusse una apprezzabile<br />
carriera di secondo tenore al regio di Torino. Ai giorni nostri è famoso<br />
per aver composto la musica dell’inno patriottico Canto degli italiani<br />
(1847), con i versi di Goffredo Mameli, meglio conosciuto<br />
come Fratelli d’Italia. Inno nazionale “provvisorio” (dal 1946 al<br />
2006) della Repubblica italiana (spesso fu proposto di sostituirlo<br />
con il Va pensiero verdiano), ora riconosciuto per decreto definitivamente<br />
come nostro inno. Secondo la leggenda, una sera di settembre<br />
del 1847, durante una riunione tra patrioti e appassionati di musica<br />
a Torino, il pittore genovese Ulisse Borzino portò a Novaro la bozza<br />
del Canto degli Italiani che gli mandava Mameli. Il musicista<br />
improvvisò subito una marcia; durante la notte perfezionò l’unica<br />
sua opera che lo renderà famoso ai posteri. In quello stesso periodo<br />
Mameli fu il destinatario d’un breve carteggio con Mazzini, il quale<br />
chiedeva al poeta, in una lettera del 6 giugno 1848 (allegando una<br />
nota di Verdi), un inno patriottico che poi il maestro avrebbe musicato.<br />
Il testo fu scritto e l’inno musicato: ebbe il nome di Suona la<br />
tromba. Verdi lo mandò al grande patriota italiano accompagnandolo<br />
con queste parole:<br />
«Ho cercato d’essere più popolare e facile che mi sia stato<br />
possibile. Fatene quell’uso che credete: abbruciatelo anche se lo<br />
credete degno […] Possa quest’inno, fra la musica del cannone,<br />
essere presto cantato nelle pianure lombarde. Ricevete un cordiale<br />
saluto di chi ha per voi tutta la venerazione».<br />
In quello stesso periodo Verdi, da Parigi, prendeva i primi contatti<br />
con il librettista Salvatore Cammarano, da sempre sostenitore di<br />
aspirazioni patriottiche, a Napoli, per un’opera che rispecchiasse<br />
l’«epoca più gloriosa della storia italiana, quella della Lega<br />
Lombarda».<br />
Dopo vari tentativi con la censura napoletana, i due convennero<br />
per un lavoro passato alla storia come La battaglia di Legnano, opera,<br />
49
dal contenuto sovversivo, rappresentata durante la Repubblica romana,<br />
la sera del 27 gennaio 1849, qualche giorno avanti la proclamazione<br />
dell’effimera repubblica.<br />
Verdi, che curò personalmente l’allestimento della prima, ebbe un<br />
successo travolgente, tanto che il compositore fu investito di una onorificenza<br />
repubblicana. Questo fatto, però, nocque alla fama dell’opera<br />
che fu sottoposta al cambiamento del titolo, dell’ambientazione e dei<br />
personaggi.<br />
Ma Verdi era uomo di musica e non d’armi; stando a Parigi si era<br />
illuso di poter comporre e portare avanti opere sovversive.<br />
La sua opera continuava, dal Nabucco (con il celebre coro Va pensiero)<br />
all’ Ernani, alla Battaglia di Legnano, ai Lombardi alla prima<br />
crociata (coro Viva l’Italia! Un sacro patto e O Signor che dal tetto<br />
natio) ai Vespri siciliani, al Macbeth (con il coro, forse non da tutti<br />
conosciuto, Patria oppressa) a raccogliere consensi e a coinvolgere i<br />
patrioti che trovavano nella sua cifra melodica e nella sua robusta<br />
orchestrazione ispirazione e monito per le loro lotte.<br />
Durante le cinque giornate di Milano, un osservatore straniero, J.<br />
Alexander von Hübner, così scriveva: «In mezzo a questo caos di barricate<br />
si pigiava una folla variopinta. Preti molti col cappello a larghe<br />
tese, fregiato di coccarda tricolore, signori in giustacuore di velluto…<br />
borghesi portanti il cappello alla Calabrese o in onore di Verdi il cappello<br />
all’Ernani».<br />
Nel frattempo Verdi scriveva al librettista Piave, arruolato a<br />
Venezia nella Guardia Nazionale, una lettera dalle eccitate ed esplicite<br />
affermazioni:<br />
«… Sì, sì, ancora pochi anni forse pochi mesi e l’Italia sarà<br />
libera, una, repubblicana. Cosa dovrebbe essere? Tu mi parli di<br />
musica!! Cosa ti passa in corpo?... Tu credi che io voglia ora<br />
occuparmi di note, di suoni?... Non c’è né ci deve essere che una<br />
musica grata alle orecchie delli Italiani nel 1848. La musica del<br />
cannone!...».<br />
Il film Senso, per la regia di Luchino Visconti (1954), nel quale si<br />
narra una storia d’amore ambientata nell’Ottocento risorgimentale, si<br />
50
apre in un teatro d’opera ove è rappresentato Il trovatore di Verdi<br />
(1853) con una coinvolgente dimostrazione patriottica proprio durante<br />
la famosa cabaletta Di quella pira. Ma già da tempo le tematiche storiche<br />
erano state abbandonate dallo stesso Verdi e con l’unità d’Italia<br />
ben altri saranno i risultati dei proponimenti dei tanti che credettero nel<br />
Risorgimento. Sconfitti i sostenitori della causa rivoluzionaria, Verdi fu<br />
tra i sostenitori della causa monarchica:<br />
«L’onore che i miei concittadini vollero conferirmi nominandomi<br />
loro rappresentante all’Assemblea delle Provincie parmensi<br />
mi lusinga, e mi rende gratissimo. Se i miei scarsi talenti, i<br />
miei studi, l’arte che professo mi rendono poco atto a questa<br />
sorta d’uffizi, valga almeno il grande amore che ho portato e<br />
porto a questa nobile ed infelice Italia. Inutile il dire che io proclamerò<br />
in nome dei miei concittadini e mio: la caduta della<br />
Dinastia Borbonica; l’annessione al Piemonte; la Dittatura dell’illustre<br />
italiano Luigi Carlo Farini. Nell’annessione al<br />
Piemonte sta la futura grandezza e rigenerazione della patria<br />
comune. Chi sente scorrere nelle proprie vene sangue italiano<br />
deve volerla fortemente, costantemente; così sorgerà anche per<br />
noi il giorno in cui potrem dire di appartenere ad una grande e<br />
nobile nazione» (lettera dell’8 settembre 1859 indirizzata dal<br />
musicista al podestà di Busseto).<br />
Una curiosità: Verdi celebrò i tre colori della bandiera italiana con<br />
uno stornello, Il Brigidino, su parole di Francesco Dall’Ongaro.<br />
51
LE PAROLE IN MUSICA DEL RISORGIMENTO MUSICALE<br />
52<br />
Di seguito un breve assaggio dei testi patriottici di alcuni cori<br />
tratti dai melodrammi citati.<br />
Va pensiero (Giuseppe Verdi, Nabucco)<br />
Va pensiero sull’ali dorate,<br />
va, ti posa sui clivi, sui colli,<br />
ove olezzano tiepide e molli,<br />
l’aure dolci del suolo natal.<br />
Del Giordano le rive saluta,<br />
di Sionne le torri atterrate.<br />
Oh, mia patria, sì bella e perduta,<br />
oh membranza sì cara e fatal!<br />
Arpa d’or dei fatidici vati,<br />
perchè muta dal salice pendi?<br />
Le memorie nel petto riaccendi<br />
ci favella del tempo che fu!<br />
O simile di Solima ai fati,<br />
traggi un suono di crudo lamento:<br />
oh t’ispiri il Signore un concento<br />
che ne infonda al patire virtù.
Patria oppressa (Giuseppe Verdi, Macbeth)<br />
Patria oppressa!<br />
Patria oppressa!<br />
Il dolce nome<br />
no, di madre aver non puoi,<br />
or che tutta à figli tuoi<br />
sei conversa in un avel!<br />
D’orfanelli e di piangenti<br />
chi lo sposo e chi la prole<br />
al venir del nuovo sole<br />
s’alza un grido e fere il ciel.<br />
A quel grido il ciel risponde<br />
quasi voglia impietosito<br />
propagar per l’infinito,<br />
Patria oppressa, il tuo dolor!<br />
Suona a morto ognor la squilla,<br />
ma nessuno audace è tanto<br />
che pur doni un vano pianto<br />
a chi soffre ed a chi muor!<br />
Nessun dona un vano pianto<br />
a chi soffre ed a chi muor!<br />
Partia oppressa!<br />
Patria mia!<br />
Oh Patria!<br />
53
54<br />
Dal tuo stellato soglio<br />
(Gioacchino Rossini, Mosè in Egitto)<br />
Dal tuo stellato soglio,<br />
Signor, ti volgi a noi;<br />
pietà de’ figli tuoi,<br />
del popol tuo pietà.<br />
Pietà de’ figli tuoi,<br />
del popol tuo pietà,<br />
Se pronti al tuo potere<br />
son elementi e sfere,<br />
tu amico scampo addita<br />
al dubbio errante piè.<br />
Pietoso Dio, ne aita:<br />
noi non viviam che in te<br />
In questo cor dolente<br />
deh! scendi, oh Dio clemente:<br />
e farmaco soave<br />
gli sia di pace almen.<br />
Il nostro cor che pena,<br />
Deh! tu conforta almen.<br />
Ma se pigra l’Italia dormisse,<br />
se ponesse nell’opra ritardo…<br />
Qui la voce dell’esule bardo<br />
nel sospiro gemendo spirò
CANZONI DEL RISORGIMENTO.<br />
L’ISPIRAZIONE POPOLARE.<br />
Addio mia bella addio (Carlo Bosi, 1848)<br />
Musica di autore ignoto, versi di C. A. Bosi, la canzone si diffuse<br />
durante il Risorgimento e divenne molto popolare nel 1848. La patria<br />
viene a identificarsi con la moglie/fidanzata ed è l’amor di patria a fornire<br />
la motivazione principale. In seguito divenne uno dei canti più diffusi<br />
in tutte le guerre. La canzone è anche conosciuta come “Addio del volontario<br />
toscano“ o “La partenza del soldato”. Probabilmente fu la canzone<br />
più cantata nel corso delle guerre risorgimentali tra il 1848 e il 1870.<br />
Addio, mia bella, addio:<br />
l’armata se ne va;<br />
se non partissi anch’io<br />
sarebbe una viltà!<br />
Non pianger, mio tesoro:<br />
forse ritornerò;<br />
ma se in battaglia io moro<br />
in ciel ti rivedrò.<br />
La spada, le pistole,<br />
lo schioppo li ho con me:<br />
all’apparir del sole<br />
mi partirò da te!<br />
Il sacco preparato<br />
sull’òmero mi sta;<br />
son uomo e son soldato:<br />
viva la libertà!<br />
Non è fraterna guerra<br />
la guerra ch’io farò;<br />
dall’italiana terra<br />
lo straniero caccerò.<br />
55
56<br />
L’antica tirannia<br />
grava l’Italia ancor:<br />
io vado in Lombardia<br />
incontro all’oppressor.<br />
Saran tremende l’ire,<br />
grande il morir sarà!<br />
Si muora: è un bel morire<br />
morir per la libertà.<br />
Tra quanti moriranno<br />
forse ancor io morrò:<br />
non ti pigliare affanno,<br />
da vile non cadrò.<br />
Se più del tuo diletto<br />
tu non udrai parlar,<br />
perito di moschetto<br />
per lui non sospirar.<br />
Io non ti lascio sola,<br />
ti resta un figlio ancor:<br />
nel figlio ti consola,<br />
nel figlio dell’amor!’<br />
Squilla la tromba...Addio...<br />
L’armata se ne va...<br />
Un bacio al figlio mio!<br />
Viva la libertà!
LA BELLA GIGOGIN (1858)<br />
Fu suonata per la prima volta il 31 dicembre del 1858, al teatro<br />
Carcano di Milano, alla vigilia della seconda guerra di indipendenza<br />
del 1859 che segnerà la riunificazione dell’Italia. Non vi sono dati certi<br />
riguardo a questo canto che risulta composto dalla mescolanza di strofe<br />
derivanti da vari canti popolari e tradotta in musica, una polka, dal<br />
maestro Paolo Giorza nel 1858. La tradizione orale tramanda che la<br />
canzone venne suonata per la prima volta la sera di San Silvestro, il 31<br />
dicembre del 1858, al teatro Carcano di Milano alla vigilia della II<br />
guerra di indipendenza. Quando la Banda Civica, diretta dal maestro<br />
Gustavo Rossari, cominciò a suonare la bella Gigogin, il pubblico<br />
reagì con entusiasmo al punto che la banda dovette riperterla per 8<br />
volte. Vi sarebbe infatti un significato allegorico che non sarebbe sfuggito<br />
ai milanesi. La bella è malata (l’Italia? La Lombardia?), bisogna<br />
aspettare ancora e lasciare che si mariti, cioè che avvenga l’alleanza tra<br />
Vittorio Emanuele II e Napoleone III, per poter marciare contro gli<br />
austriaci (daghela avanti un passo).<br />
Si narra che la notte di quel capodanno venne cantata, suonata e<br />
applaudita continuamente, anche davanti al palazzo del vicerè austriaco,<br />
come una sfida. La Ricordi pubblicò la canzone ma il governo<br />
austriaco ne sequestrò le copie. Secondo altre testimonianze la stessa<br />
canzone venne cantata alla battaglia di Magenta (04/06/1859) in cui le<br />
truppe francesi sconfissero quelle austriache guidate da Giulaj.<br />
La Gigogin divenne in breve il canto patriottico più popolare e cantato<br />
in ogni occasione, dalle spedizioni di Garibaldi ai moti del 1859 in<br />
centro Italia.<br />
La leggenda intessuta attorno a questo canto ne racconta l’origine<br />
a partire dal 1848, durante le 5 giornate di Milano, e narra di una mitica<br />
figura di ragazzina.<br />
Era il 22 marzo del ‘48 e a Milano, da sotto le barricate a Porta Tosa,<br />
esce una bellissima ragazzina tremante per il freddo. E’ vestita con giubbotto,<br />
stivaloni e una larga gonna. A chi le chiede il nome risponde<br />
Gigogin (diminutivo piemontese di Teresina, Gigogin fra i cospiratori<br />
voleva dire anche ITALIA). Fuggita dal collegio e salita sulle barricate,<br />
59
iesce ad arruolarsi fra i volontari lombardi. Un giorno Manara le affida<br />
un messaggio urgente per La Marmora, il colonnello dei Bersaglieri. La<br />
sua felicità poi aumenta quando riesce ad ottenere un incarico ufficiale,<br />
vivandiera o cantiniera (addetta allo spaccio). Conosce Mameli e fra i<br />
due scoppia un amore intenso, epico. Va in prima linea, a Goito soccorre<br />
e rifocilla le truppe. La sua fama esce dal battaglione dei lombardi di<br />
Manara e raggiunge i paesini più piccoli della pianura. Il suo coraggio la<br />
spinge dopo la prima sconfitta a percorrere le terre rioccupate, a cantare<br />
un ritornello “Daghela avanti un passo” (fate un passo a est verso l’oppressore).<br />
Il suo amore per Mameli non è solo sentimento: lo salva dalla<br />
polizia austriaca che lo pedina, inscenando in strada un happening di<br />
improperi rivolti all’imperatore Ferdinando II (Francesco Giuseppe era<br />
solo erede, la sua corona arriverà a fine anno). Il ritorno in collegio è inevitabile.<br />
Fugge di nuovo, ma tutti gli uomini del ‘48 sono a Roma con<br />
Garibaldi e stanno morendo sugli spalti della Repubblica. Il suo triste<br />
domani di fanciulla non le appartiene più.<br />
60<br />
E la bella Gigogin<br />
col tremille-lerillellera<br />
La va a spass col so spingin<br />
Col tremille-relillellà.<br />
Di quindici anni facevo all’amore<br />
Daghela avanti un passo<br />
Delizia del mio cuore.<br />
A sedici anni ho preso marito<br />
Daghela avanti un passo<br />
Delizia del mio cuore.<br />
A diciassette mi sono spartita<br />
Daghela avanti un passo<br />
Delizia del mio cuor.
La ven, la ven, la ven a la finestra<br />
L’è tutta, l’è tutta, l’è tutta insipriada<br />
La dis, la dis, la dis che l’è malada<br />
Per non, per non, per non mangiar polenta<br />
Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza<br />
Lassala, lassala, lassala maridà.<br />
Le baciai, le baciai il bel visetto<br />
Cium, cium, cium<br />
La mi disse, la mi disse oh che diletto !<br />
Cium, cium, cium<br />
La più in basso, la più in basso c’è un boschetto<br />
Cium, cium, cium<br />
La ci andremo, la ci andremo a riposar.<br />
Ta-ra-ta-ta-ta-tam.<br />
Sabrina Cardone<br />
61
T. Patini, Autoritratto in divisa di sergente della Guardia<br />
Nazionale Mobile, Castel di Sangro, collezione privata.
“L’ITALIA CHIAMÒ”.<br />
PITTORI GARIBALDINI.<br />
di Cosimo Savastano<br />
“A vent’anni tutto si amava e soprattutto la patria, l’Italia. Inconsapevoli,<br />
si era cospiratori”, scrisse, nel suo diario, Giovanni Fattori<br />
(Livorno, 1825-1908), che dedicò parecchie fra le sue più significative<br />
pagine pittoriche alla partecipazione di soldati e volontari alle<br />
guerre d’Indipendenza, forse più che all’epopea garibaldina, rievocando<br />
ove qualche fase dei combattimenti e ove le attività dei cavalleggeri<br />
in marcia, in avanscoperta, in perlustrazione o in sosta, nella<br />
distensione del breve riposo o nella tensione delle attese, e ove richiamando<br />
la quotidiana realtà degli accampamenti, che aveva avuto<br />
modo di osservare nei suoi luoghi o nei territori da lui frequentati.<br />
“Un solo pensiero, un solo desiderio ci univa” nel dipanarsi di quegli<br />
anni fervidi di idealità, contrassegnati dalle convinte adesioni e dalla<br />
partecipazione attiva, generosa soprattutto da parte dei giovani, fra i<br />
quali non furono pochi i pittori o aspiranti pittori in qualche caso<br />
dotati di un patrimonio intellettuale tanto poco frequente fra gli artisti<br />
quanto idoneo a caratterizzarne e differenziarne la personalità<br />
rispetto ai loro colleghi. Erano quasi sempre del tutto ignari dell’arte<br />
della guerra, ma non per questo inclini a esitazioni e timori. A renderli<br />
impavidi, fino a distinguersi e a eccellere fra i più decisi e i più<br />
animosi, era quella forza interiore, che scaturiva dall’ardore delle<br />
convinzioni fondate sulle ineludibili certezze e sulla urgente necessità,<br />
avvertita come precipuo e prioritario dovere, di contribuire alla<br />
unificazione dell’Italia e al riscatto dalle umiliazioni che le erano<br />
state inferte dalle prepotenze straniere. Alcuni fra loro rappresentarono<br />
in schizzi, disegni e dipinti fasi dei combattimenti, il rude affanno<br />
delle marce, la sofferenza dei feriti, la faticosa durezza dei giorni<br />
antecedenti o successivi agli scontri con il nemico, reporters ante litteram<br />
nei campi di battaglia o negli attendamenti, dei quali, mostrandone<br />
gli aspetti umani e militari insieme, non raramente seppero<br />
cogliere il senso più autentico.<br />
63
“L’arte è sempre […] amica di libertà”. Con l’arte “anzi si prepara<br />
la libertà, come si conquista con la rivoluzione” 1, dichiarava Teofilo<br />
Patini (Castel di Sangro, 1840 - Napoli, 1906) ancora negli anni più<br />
tardi; e l’espressione si rivela particolarmente idonea non solo a favorire<br />
la comprensione delle finalità che si propose come pittore, attraverso la<br />
progressiva maturazione e formulazione della sua peculiare poetica sempre<br />
decisamente impegnata e propensa a misurarsi con la realtà più viva<br />
e palpitante del suo tempo, quanto pure, e forse soprattutto idonea a dar<br />
conto dei suoi convincimenti di pensatore colto, approfonditi e modellati<br />
nel tempo partendo dall’esempio vivo del padre, antiborbonico e intrepido<br />
propugnatore delle idealità risorgimentali, e dietro l’influenza degli<br />
insegnamenti ricevuti da Leopoldo Dorrucci, sacerdote e raffinato latinista,<br />
e da Panfilo Serafini, studioso e saggista perseguitato ed infine incarcerato<br />
a vita per le idee antiteocratiche e libertarie professate apertamente<br />
negli “scritti sediziosi”. Sicché, la guida e le indicazioni amorevoli dei<br />
maestri sulmonesi, ai quali il genitore tenne ad affidarlo, equivalsero alle<br />
tenaci radici da cui partì per indirizzare il suo pensiero verso l’approdo<br />
delle speculazioni artistico – filosofiche che scandagliò e in cui si addentrò<br />
pure attraverso gli illustri confronti con Bertrando Spaventa e<br />
Salvatore Tommasi. Siffatte ascendenze valsero a indirizzarne le propensioni<br />
patriottiche, umanitarie e sociali fin dalle iniziali scelte d’arte e di<br />
vita, tant’è che a vent’anni, subito dopo avere affrontato le prime opere<br />
nel precipuo intento «di mettere in rilievo e brutalmente la giustizia sommaria,<br />
il macello che un popolo oppresso fa del suo oppressore», Patini<br />
fu fra quei giovani che ritennero indispensabile abbandonare colori e<br />
pennelli per imbracciare il fucile e indossare la camicia rossa di<br />
Garibaldi. Per la sua militanza scelse di arruolarsi fra i Cacciatori del<br />
Gran Sasso, il corpo di volontari voluto e affidato dal mitico Generale al<br />
comando del suo amico teramano Antonio Tripoti con la precisa consegna<br />
di espugnare la fortezza di Civitella del Tronto, posta a baluardo dei<br />
01 È una delle espressioni raccolte dalla viva voce del Maestro che vennero riportate nel profilo<br />
dedicato a Teofilo Patini, in «L’esposizione di Aquila», N° 14-15, Aquila, 20 settembre<br />
1888. Elaborato nell’ambito del gruppo di intellettuali aquilani in cui Patini era ben<br />
noto e familiare, l’articolo, che non porta indicazione dell’autore, è quasi certamente<br />
costruito su notizie fornite direttamente dal pittore.<br />
64
confini settentrionali del Reame, e quindi lo strategico Forte di Pescara<br />
per poi avanzare, fiaccando progressivamente le strategiche posizioni<br />
nemiche e soffocando le numerose sacche di resistenza filoborbonica<br />
particolarmente agguerrite soprattutto in Abruzzo e di qui muovere, continuando<br />
a battersi, verso il Meridione della Penisola mentre egli la risaliva<br />
alla testa dei Cacciatori delle Alpi, noti come i Mille, in modo da<br />
attuare una gigantesca manovra a tenaglia. E fu nel corso di tale avanzata<br />
che il giovane Patini, inviato in avanscoperta verso Castel di Sangro<br />
nel cuor della notte del 2 ottobre 1860, toccò con mano la violenza e la<br />
furia sanguinaria della folla esaltata, giacché, inseguito dagli “imbaldanziti<br />
villani” incitati e eccitati dagli emissari borbonici, sarebbe stato sicuramente<br />
trucidato se Margiosso, il marito della sua nutrice, benché di<br />
fede borbonica, non lo avesse fatto sdraiare sul basto del mulo e sulle<br />
bigonce, che era andato a riempire di letame nella stalla in cui lo sapeva<br />
nascosto, e di qui, ricopertolo di sacchi e stracci, non lo avesse portato<br />
fino all’aperta campagna. Fu un debito di riconoscenza che Patini saldò<br />
tre anni dopo, quando, nuovamente volontario con il grado di sergente<br />
fra le fila della Guardia Nazionale Mobile, appena costituita da Giovanni<br />
Pica per la repressione del brigantaggio, riuscì a sottrarre quell’uomo e<br />
altri contadini di fede borbonica dalla ingiusta accusa di brigantaggio, in<br />
quegli anni duramente punita con la pena capitale, avvalendosi anche<br />
della considerazione guadagnata per l’intrepido impegno dimostrato,<br />
fino a essere gravemente ferito ad una mano, nel corso delle insidiose e<br />
spesso sanguinose operazioni di quella campagna. Era stato grazie a<br />
Margiosso, del resto, se al sorgere dell’alba di quel 3 ottobre aveva potuto<br />
ricongiungersi ai Cacciatori del Gran Sasso, i quali, sulla base del suo<br />
rapporto, riuscirono a sedare entro le successive 24 ore i tumulti di quelle<br />
torme scalmanate in Castel di Sangro, donde il mattino seguente furono<br />
pronti a dirigersi verso la Marsica per spegnervi gli agguerriti focolai<br />
di reazione. A dar loro man forte, sopraggiungeva intanto, ma ormai tardivamente,<br />
il nutrito drappello dei volontari molisani guidato dal campobassano<br />
don Nicola De Luca, che, perciò, ritornò sui suoi passi onde<br />
ricongiungersi al più presto con gli altri conterranei impegnati ad affrontare<br />
la difficile situazione creata dalle masse filoborboniche nel circondario<br />
di Isernia, in scontri che si protrassero anche dopo l’arrivo dei garibaldini<br />
entrati a Napoli il 7 settembre 1860. I realisti, alla cui testa si<br />
65
G. Toma, Luisa Sanfelice in carcere, 1874, Napoli, Museo e Gallerie Nazionali di<br />
Capodimonte.<br />
66
erano posti il contadino Domenico Di Ciurcio e il calzolaio Senape, tennero<br />
lungamente in scacco le forze liberali ricorrendo spesso alle insidie<br />
di imprevedibili e feroci agguati che, il 17 di quello stesso mese, determinarono<br />
una delle stragi più crudeli a Pettoranello d’Isernia 2.<br />
Fra i pochi che riuscirono miracolosamente a sfuggire alla furia<br />
omicida di quella giornata fu Gioacchino Toma (Galatina, Lecce, 1836<br />
– Napoli 1891), l’altro giovane pittore di formazione napoletana di<br />
quattro anni maggiore dell’amico Teofilo Patini, divenuto ufficiale nell’esercito<br />
garibaldino. Inseguito e braccato, però, la sua breve e affannosa<br />
fuga si concluse a Isernia, dove, fino a quando i liberali riuscirono<br />
ad aver ragione delle schiere nemiche, rimase a languire, dimenticato<br />
dai suoi carcerieri nei bui recessi del vetusto sotterraneo, adibito<br />
a prigione, in cui lo avevano rinchiuso e incatenato accanto all’agonizzante<br />
bersagliere dal cranio spaccato, più tardi rammentato in un suo<br />
quadro. Era uno dei tanti vani che si aprivano nel labirinto formato<br />
dalle spesse muraglie profondamente interrate, che costituivano le solide<br />
fondamenta di un seicentesco palazzo nobiliare, i cui ruderi restano<br />
ancora ad affiorare appena discosti da Santa Maria delle Monache,<br />
l’antico convento di clausura femminile oggi trasformato nell’importante<br />
museo archeologico di cui la Città va giustamente orgogliosa.<br />
Anche perché di umili natali, orfano e solo fin dai sei anni, cresciuto<br />
nel Convento dei Cappuccini del suo paese e quindi nell’Ospizio dei<br />
Poveri della vicina Giovinazzo, le inclinazioni patriottiche del Toma<br />
non affondavano le radici in esempi di qualche pregio che non poté<br />
ricevere né in famiglia né da particolari maestri. Gli accadde, invece,<br />
che nel 1857, due anni dopo essere giunto a Napoli dove visse collaborando<br />
con il pittore ornamentalista Antonio Fergola, venne “erroneamente<br />
coinvolto in una retata” e, ritenuto cospiratore, fu arrestato e<br />
condannato ad oltre un anno di confino a Piedimonte d’Alife. Qui,<br />
alcuni esponenti dell’aristocrazia, divenuti suoi amici e committenti, lo<br />
influenzarono a tal punto con le loro idee liberali che il giovane pittore<br />
anche dopo essere ritornato nella Capitale del Reame, dove cominciò<br />
a frequentare l’Accademia di Belle Arti grazie al generoso soste-<br />
02 Cfr. per tutti C. Savastano, Patini, momenti d’arte e di vita, Teramo 1991, pp. 13 – 14.<br />
67
gno del duca Laurenzana, finì con il sentire sempre più vive le inclinazioni<br />
patriottiche e con il maturare le precipue convinzioni da cui fu<br />
indotto a prendere parte attiva al movimento ed alle operazioni garibaldine<br />
del 1860 3.<br />
La schiera abbastanza nutrita dei pittori di formazione napoletana<br />
che aderirono entusiasticamente ai moti ed alle lotte per l’unità d’Italia<br />
comprende nomi di indiscutibile rilievo, a principiare da Filippo Palizzi<br />
(Vasto, 1818 – Napoli, 1899), il cui apporto fu di natura esclusivamente<br />
pittorica. Sotto la spinta delle sue “profonde convinzioni morali e<br />
civili”, evocò i principali eventi napoletani del ‘48 in “due quadri di piccole<br />
dimensioni, […] che costituiscono una testimonianza poetica e<br />
morale tra le più alte e commosse di tutta la pittura «impegnata» dell’ottocento”.<br />
Nel primo, denominato, con annotazione di suo pugno, La<br />
sera del dì 11 febbraio 1848 – Napoli, rappresentò “l’imbocco dell’antica<br />
strada di Toledo col popolo che festeggia la Costituzione concessa<br />
da Ferdinando II” in tutta “la gioia incontenibile che dà la libertà conquistata”<br />
da lui “espressa con diretta emozione” attraverso “una pittura<br />
indimenticabile per la bellezza della colorazione” e “che davvero ricorda<br />
certi impressionisti (Renoir, ad esempio) e anche il celebre «14<br />
luglio» che sessantanni dopo avrebbe dipinto Marquet.<br />
L’altro quadro, intitolato «15 maggio a Napoli» rappresenta invece<br />
un momento della lotta del popolo in difesa della Costituzione, tradita<br />
dal Borbone e dal Parlamento. La scena è ambientata nello stesso<br />
luogo, quasi a sottolineare il netto contrasto fra gli opposti momenti<br />
dello stesso evento storico” 4.<br />
03 Cfr.. G.Toma, Ricordi di un orfano, a cura di Aldo Vallone, M. Congedo Ed., Galatina<br />
1973, pp. 76-88.<br />
04 Oltre a questi due soggetti, che furono “dipinti con un amore e una commozione che traboccano<br />
da ogni pennellata, da ogni particolare del racconto fedele e modesto di quelle<br />
memorabili giornate”, oltre ad almeno uno studio sulla condanna a morte di un brigante e<br />
a qualche rara pagina dedicata ai garibaldini entrati a Napoli, il Palizzi affrontò solamente<br />
altri tre quadri di soggetto storico evocanti episodi delle guerre d’Indipendenza, Il<br />
Principe Amedeo alla carica della Cavalchina, Il Principe Amedeo ferito e La carica dei<br />
cavalleggeri Alessandria, che rappresentarono per lui “un modo di smontare sia la retorica<br />
che la genericità celebrativa, contribuendo così alla conoscenza del complesso dei fatti<br />
umani, culturali e di costume che gli eventi storici contengono”. Vd. P. Ricci, I fratelli<br />
Palizzi, Bramante Ed., Milano 1960, pp. 41 – 42 e 58.<br />
68
Attiva fu, invece, la partecipazione di Domenico Morelli (Napoli,<br />
1826 – 1901), che, per motivi di studio, nel 1848 si trovava a Roma,<br />
ove prese parte ai moti rivoluzionari, nel corso dei quali venne catturato<br />
e imprigionato per un breve periodo. Benché non visse altre esperienze<br />
di questo genere, di rilievo fu il suo impegno politico specie a<br />
seguito della nomina a Senatore del Regno d’Italia conferitagli nel<br />
1886, durante la XVI Legislatura, da re Umberto I.<br />
Pure Gonsalvo Carelli (Napoli, 1830 – Londra, 1900) era lontano<br />
dall’amata città natale durante gli eventi descritti dal Palizzi.<br />
Esponente di spicco della famiglia di apprezzati pittori a cui apparteneva,<br />
aveva appena compiuto i 18 anni, quando, nel 1848, scoppiarono<br />
gli animosi combattimenti contro le truppe austriache delle gloriose<br />
cinque giornate di Milano, alle quali non esitò a prendere parte distinguendosi<br />
fra le barricate. Fu durante quel soggiorno lombardo che<br />
conobbe Massimo D’Azeglio. Con la progressiva maturazione ed evoluzione<br />
della esperienza pittorica crebbero e si rafforzarono anche i<br />
suoi entusiasmi patriottici. Per cui fu quasi naturale per lui indossare di<br />
nuovo la camicia rossa con la quale, nel 1860, partecipò alla battaglia<br />
del Volturno.<br />
Trovandosi, invece, a Napoli durante quel 1848, Francesco Saverio<br />
Altamura (Foggia, 1822 – Napoli, 1897) prese parte ai moti antiborbonici<br />
con tale entusiasmo e tanto attivamente da venire imprigionato<br />
nelle carceri di S. Maria Apparente, dove ebbe occasione di conoscere<br />
uomini illustri come il Poerio, il D’Ayala, il Settembrini e l’Imbriani.<br />
“Le sue disavventure politiche, iniziate con il quadro La morte di un<br />
crociato (Foggia, Museo civico) lo costrinsero alla fuga, prima<br />
all’Aquila, poi – tramite un salvacondotto del conte D’Ayala – a<br />
Firenze, dove giunse nel 1850”. Il suo ardore per le idealità libertarie e<br />
l’adesione alle attività finalizzate al processo unitario trovarono una<br />
ulteriore conferma nella decisione di rientrare nuovamente a Napoli<br />
nel 1861 allo scopo di “assumervi la carica di Consigliere Comunale<br />
durante il Governo di Garibaldi”. Fu solo sei anni dopo però, nel 1867,<br />
che tornò a stabilirsi definitivamente nella sua città natale.<br />
Frattanto, era stato proprio nel suo studio fiorentino che nel 1861,<br />
mentre era in corso la prima grande Mostra di carattere nazionale con<br />
cui in quella Città si celebrava l’appena conseguita unità dell’Italia alla<br />
69
70<br />
F. Palizzi, La sera del 18 febbraio 1848 a Napoli, Napoli, Museo e Gallerie<br />
Nazionali di Capodimonte.
F. Palizzi, Le barricate del 15 maggio 1848 a Napoli, Napoli, Museo e<br />
Gallerie Nazionali di Capodimonte.<br />
71
72<br />
F. Palizzi, Gruppo di garibaldini, Roma, Galleria Nazione d’Arte Moderna.<br />
F. Palizzi, Il Principe Amedeo ferito con Ufficiali e attendenti dopo la battaglia<br />
della Cavalchina, Roma, Galleria Nazione d’Arte Moderna.
quale aveva deliberatamente scelto di non partecipare, Filippo Palizzi<br />
acconsentì ad esporre i 16 suoi dipinti dai quali i giovani artisti toscani<br />
vennero fortemente colpiti e attratti per la innovativa interpretazione<br />
del “vero” e della luce, al punto da prenderne a modello le magistrali<br />
soluzioni e da derivarne i preziosi suggerimenti che si rivelarono di<br />
fondamentale importanza per approfondire e sviluppare la visione e le<br />
idealità pittoriche confluite infine nella pittura della macchia.<br />
Fervido sostenitore dell’unità d’Italia e animato da profonde convinzioni<br />
democratiche, Giuseppe Abati (Napoli, 1836 – Firenze, 1868),<br />
volle partecipare a Capua, nel 1860, alla spedizione dei Mille rimanendo<br />
gravemente ferito a un occhio dal quale, secondo alcuni storici,<br />
avrebbe completamente perso la vista. Sotto molti aspetti decisivo, per<br />
la sua esperienza pittorica, si rivelò l’incontro con Telemaco Signorini<br />
che ebbe luogo a Venezia nel 1856. Dopo di che si trasferì pressoché<br />
definitivamente a Firenze, dove la sua pittura conobbe una fase evolutiva<br />
che lo avvicinò molto ai macchiaioli nel cui ambito finì con il<br />
distinguersi.<br />
Nel 1866 si arruolò fra i bersaglieri che si batterono nella Terza<br />
Guerra d’Indipendenza e prese parte, con il grado di sergente, alla<br />
campagna del Veneto, nel corso della quale venne fatto prigioniero e<br />
rinchiuso per vari mesi nel forte di Osijek, posto ai confini della<br />
Croazia. Quando, nel 1868, prematuramente si spense a Firenze, l’amata<br />
città in cui da poco era definitivamente rientrato, venne tumulato<br />
nel Cimitero di San Miniato avvolto nella tunica rossa dei garibaldini<br />
con le decorazioni al valore che aveva guadagnato. Nel 1860 anche<br />
Michele Cammarano (Napoli, 1835 – 1920) seguì Garibaldi, arruolandosi<br />
nella Guardia Nazionale non senza che l’esperienza influenzasse<br />
le scelte tematiche dei dipinti poco dopo prodotti fra cui i Due martiri<br />
della Patria, che presentò all’Esposizione nazionale di Firenze del<br />
1861. Quasi dieci anni dopo, a seguito di un proficuo soggiorno parigino,<br />
rientrò a Roma, dove si era trasferito, in tempo per assistere al<br />
trionfale ingresso nella Città di Re Vittorio Emanuele II, accolto e<br />
festeggiato dal popolo lungo il percorso arricchito da grandi dipinti a<br />
tempera evocanti episodi e gesta dell’ormai avvenuta unificazione<br />
dell’Italia, appositamente elaborati da vari pittori, fra cui il giovane<br />
Patini con il quale Cammarano visse una importante stagione di lavo-<br />
73
74<br />
G. Fattori, Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta (1859), Firenze,<br />
Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti.<br />
G. Fattori, Garibaldi a Palermo (1860), collezione privata.
o e di studio. Quindi immortalò la famosa breccia di Porta Pia nella<br />
celebre Carica dei bersaglieri alle mura di Roma (Napoli, Museo di<br />
Capodimonte), licenziato nel 1871 ed esposto con successo nel 1872 a<br />
Milano, nel 1873 a Vienna e nel 1888 a Londra.<br />
Destinato ad affermarsi fino ad essere tuttora considerato il maggiore<br />
e più richiesto pittore palermitano, anche Francesco Lojacono<br />
(Palermo, 1838 – 1915) volle seguire i garibaldini, fra le cui fila militò<br />
e combatté nel 1860. Quando, nel 1862, l’amato Generale decise di<br />
procedere alla conquista di Roma, tornò a unirsi a quei suoi fedelissimi<br />
che ne condivisero le avversità e le amarezze determinate dalle<br />
ormai mutate condizioni politiche che indussero a schierare l’esercito<br />
della nuova Italia in assetto di guerra con il precipuo ordine di fermarne<br />
ad ogni costo l’avanzata sull’Aspromonte. Nel corso della famosa<br />
battaglia che ne seguì, Garibaldi fu colpito ad un piede e i suoi volontari,<br />
fra i quali si contarono alcune perdite e non pochi feriti, furono in<br />
gran parte imprigionati. E fu insieme a Menotti che in quella circostanza<br />
anche Lojacono venne arrestato.<br />
Ma non certo per riconoscenza ai pittori che lo avevano seguito,<br />
bensì per quei convincimenti democratici da cui si sentiva spinto a<br />
migliorare le condizioni delle classi subalterne offrendo ai loro figli<br />
una possibilità di riscatto attraverso l’istruzione e l’apprendimento di<br />
un mestiere, che Garibaldi fondò la Società Centrale Operaia<br />
Napoletana, con sede all’Egiziaca a Pizzofalcone. Si trattava di una<br />
scuola serale di artigianato per i figli del popolo, specializzata nell’insegnamento<br />
dell’intaglio e dell’intarsio in cui, appassionandosi inizialmente<br />
agli impegnativi e creativi virtuosismi indispensabili alla<br />
elaborazione del cammeo, si avviò allo studio dell’arte anche<br />
Vincenzo Migliaro (Napoli, 1858 – 1939), il quale, per essere il terzogenito<br />
della numerosissima famiglia di un povero vinaio, non avrebbe<br />
potuto mai intraprendere gli studi d’arte e affermarsi nell’espressione<br />
pittorica fino a imporsi, nel ricco panorama napoletano, fra i<br />
maestri di primo piano.<br />
Garibaldini furono pure altri giovani originari delle province più<br />
meridionali della Penisola, donde si erano trasferiti a Napoli per frequentarvi<br />
il Reale Istituto d’Arte e per intraprendervi, benché nella<br />
maggior parte dei casi solo in una fase iniziale, l’attività pittorica, nella<br />
75
76<br />
G. Della Monica, Garibaldini in battaglia contro la cavalleria borbonica,<br />
Teramo, collezione privata.<br />
G. Della Monica, L'incontro di Teano, 1861, Teramo, collezione privata.
quale, pur senza conseguire i risultati attinti dai maggiori esponenti di<br />
quella Scuola, seppero comunque distinguersi. Un posto di rilievo, in<br />
questo novero, spetta senz’altro ad Andrea Cefaly (Cortale, Catanzaro,<br />
1827 – 1907), che, dopo aver militato fra i volontari in camicia rossa,<br />
predilesse e affrontò spesso, nelle sue opere, temi desunti da quelle eroiche<br />
imprese delle quali fu fra i protagonisti più appassionati e fra i testimoni<br />
più attendibili e autorevoli. Se va senz’altro ricordata La battaglia<br />
del Volturno, commissionatagli da Vittorio Emanuele II, è sicuramente<br />
Bivacco di garibaldini il più celebre dei suoi numerosi quadri ispirati<br />
alle vicende di quanti si batterono al seguito del Generale, al quale, per<br />
altro, tenne a conferire la carica di Presidente onorario della Scuola<br />
d’arte che, nel 1862, tentò di far sorgere in Calabria, l’amata regione<br />
natia, di cui mise in luce i disagi e rappresentò le esigenze in numerose<br />
opere, stroncate, però, dalla critica ufficiale. Per la soluzione dei gravissimi<br />
problemi da cui erano afflitte la sua terra e la sua gente offrì il suo<br />
contributo anche in veste di deputato al Parlamento nazionale, carica in<br />
cui venne confermato fino al 1880. Si mantenne, in tal modo consequenziale<br />
e fedele alle ragioni che lo avevano spinto sui campi di battaglia<br />
e alle idee dibattute in giovinezza a Napoli, quando nel suo studio,<br />
ubicato al vicolo San Mattia, si riunivano abitualmente pittori suoi<br />
coetanei che ne “condividevano atteggiamenti liberali e patriottici, scelte<br />
ed orientamenti pittorici, ed erano profondamente legati fra di loro<br />
non solamente dalle comuni idealità, quanto pure, e forse soprattutto,<br />
dall’attenzione rivolta al repertorio dei motivi garibaldini, dai più intimi<br />
significati che caratterizzarono numerose prove licenziate e proposte<br />
nelle varie esposizioni all’indomani dell’unità d’Italia dai diversi pittori<br />
ex combattenti”, a principiare dalla prima grande mostra a carattere<br />
nazionale che venne predisposta a Firenze nel 1861.<br />
A far parte di tale sodalizio fu Antonio Migliaccio (Girifalco,<br />
Catanzaro, 1830 – Catanzaro, 1902), presente all’esposizione fiorentina<br />
con due quadri: Garibaldini all’osteria e Un garibaldino ferito, che<br />
equivale quasi certamente ad una pagina autobiografica, come aiuta a<br />
ritenere la presenza, esplicitamente allusiva nella scena evocata, di un<br />
cavalletto e di una tela. Allo stesso gruppo era legato anche il corregionale<br />
Achille Martelli (Catanzaro, 1829 – Avellino 1903), che con<br />
dipinti di affine soggetto, come L’alloggio garibaldino e Il racconto<br />
77
dell’ospite garibaldino del 1861, fu fra quanti incrementarono il cosiddetto<br />
“filone filo garibaldino, che prediligeva un tono più dimesso<br />
rispetto a quello celebrativo dei dipinti di rappresentanza”.<br />
Si trattò di propensioni che si diffusero sia fra maestri di prima<br />
grandezza sia fra pittori al loro tempo affermati e ingiustamente oggi<br />
quasi dimenticati, come i due amici corregionali del Patini, Gennaro<br />
Della Monica (Teramo, 1837 – 1917) e Oreste Recchione (Sant’Angelo<br />
dei Lombardi, 1841 – Napoli, 1904), sia fra artisti meno noti che<br />
avevano dimostrato e continuarono a mostrare inclinazioni più legate<br />
alle tematiche tradizionali, come si evince, per esempio, da alcune<br />
prove di Giovanni Ponticelli, documentato a Napoli dal 1855 al 1882<br />
quale autore di soggetti di storia e di genere. Anche per lui, difatti,<br />
“l’aggiornamento sui temi patriottici” si configura “sentito con l’urgenza<br />
di un nascente sentimento nazionale”, come “significativamente<br />
si riscontra alla prima Esposizione di Firenze del 1861, dove presenta<br />
Un garibaldino ferito racconta le sue gesta a due giovinette”.<br />
Appartenente al gruppo di pittori ex combattenti che si incontravano<br />
nello studio napoletano di Andrea Cefaly e amico soprattutto di<br />
Achille Martelli, Michele Tedesco (Moltierno, Potenza, 1834 –<br />
Napoli, 1918), fin “dal 1860 si trasferì in Toscana al seguito di<br />
Giuseppe Garibaldi, come membro volontario della Guardia<br />
Nazionale, ma nei primi anni mantenne stretti rapporti con Napoli: nel<br />
’61 è tra i fondatori della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli,<br />
assieme a Palizzi, Smargiassi” e altri già autorevoli Maestri o ancora<br />
giovani pittori esordienti come Patini. Occorre tuttavia rilevare che la<br />
sua “forte passione ideologica e l’attaccamento ai valori risorgimentali”,<br />
non diventano solamente “forme pittoriche in Prigionieri borbonici<br />
sulla linea del Volturno (Roma, Museo Centrale del<br />
Risorgimento)”, ma, avendolo indotto al trasferimento in Toscana,<br />
finirono con il determinare la sua stretta frequentazione con i<br />
Macchiaioli e la sua determinante svolta pittorica che si rivelò tutt’altro<br />
che priva di influenze, dimostrandosi anzi rilevante al punto da<br />
venire ritenuta addirittura “fondamentale”, nell’evoluzione della pittura<br />
partenopea. “Nonostante il poco interesse che la critica” gli ha<br />
riservato, questo autore “fu, infatti, uno dei tramiti della cultura pittorica<br />
napoletana con lo sperimentalismo pittorico fiorentino”.<br />
78
Ulteriore dimostrazione di come, a causa o a seguito dell’avventura<br />
garibaldina, alcuni pittori abbiano avuto modo di stabilire nuovi<br />
contatti e di vivere nuove esperienze rilevanti non solo per la formazione<br />
e maturazione del loro linguaggio e della loro personalità artistica<br />
quanto pure, a volte, per le influenze esercitate su altri loro colleghi,<br />
lo ribadisce anche il caso di Eugenio Tano (Marzi – Cosenza<br />
1840 – Firenze 1914), il quale, oltretutto, “compì gli studi in maniera<br />
discontinua” proprio per l’intensa attività in cui si impegnò per<br />
seguire la sua vocazione di patriota e di combattente. “Seguì<br />
Garibaldi a Soveria, dove ebbe un ruolo preminente nel disarmo dell’esercito<br />
borbonico comandato dal generale Ghio”. Dopo il trasferimento<br />
a Firenze abbandonò la tematica storica “per la pittura di paesaggio,<br />
nella quale sperimentò le teorie dei macchiaioli” con i quali<br />
era entrato in contatto, non senza distinguersi anche come “attento e<br />
sensibile ritrattista”, apprezzato al punto che “fu richiesto più volte<br />
soprattutto dalla Casa Reale” 5 e pronto a manifestare anche per questa<br />
via la sua ammirazione per le figure risorgimentali più emblematiche,<br />
quali, ad esempio, Attilio Bandiera, raffigurato nel 1864, e<br />
Giuseppe Garibaldi, a cui dedicò due apprezzate tele, l’una nel 1865<br />
e l’altra nel 1886.<br />
Ad incrementare contatti fra le idee macchiaiole e le propensioni<br />
naturalistiche della Scuola napoletana, contribuirono gli apporti di<br />
Adriano Cecioni (Fontebuona, 1836 – Firenze, 1886), il quale, fra il<br />
1863 e il 1867, soggiornò e operò a Portici a contatto con De Gregorio,<br />
Rossano e De Nittis che diedero vita alla “Scuola di Resina”. Di formazione<br />
fiorentina, Cecioni era convinto propugnatore degli orientamenti<br />
dibattuti al Caffè Michelangelo dai pittori della macchia, che<br />
cominciò a frequentare non appena fu rientrato a Firenze dal fronte<br />
della Seconda Guerra d’Indipendenza del 1859, alla quale aveva preso<br />
parte come volontario nell’Artiglieria Toscana e nel corso della quale<br />
aveva conosciuto il coetaneo Telemaco Signorini (Firenze, 1835 -<br />
1901), pure lui volontario nelle fila garibaldine.<br />
05 F. C. Greco, M. Picone Petrusa, I. Valente, La pittura napoletana dell’800, op. cit., cfr. ad<br />
vocem; e per le citazioni vd. pp. 96, 145, 142, 152, 164.<br />
79
80<br />
G. Induno, La partenza del garibaldino, (1860), collezione privata.
G. Induno, La discesa d’Aspromonte, part., (1863), collezione privata.<br />
81
Fervente ammiratore di Garibaldi e di Mazzini, animato da quello<br />
stesso spirito e sentimento patriottico vivamente avvertito da quei<br />
suoi colleghi ed amici fiorentini fra i quali finì con l’emergere e l’imporsi<br />
anche come teorico pronto a diffonderne, attraverso i suoi scritti,<br />
le aspirazioni e finalità artistiche, Signorini produsse, subito dopo<br />
le imprese a cui aveva preso parte, diversi dipinti di soggetto militare,<br />
ai quali, non appena vennero poi esposti presso l’Accademia fiorentina<br />
di Belle Arti, arrise largo consenso di pubblico oltreché di esperti.<br />
Ad essi si preparò tornando, nel 1860, sui luoghi dei combattimenti<br />
dopo un breve soggiorno di studio affrontato in Liguria con Cristiano<br />
Banti e Vincenzo Cabianca ( Verona, 1827 – Roma, 1902) che era di<br />
quasi dieci anni più anziano e aveva anche lui preso parte alla Seconda<br />
Guerra d’Indipendenza, in tal modo confermando e suggellando quell’attivo<br />
impegno politico e patriottico dimostrato fin dal 1848, quando,<br />
per sfuggire alla coscrizione austriaca, da Venezia, dove aveva<br />
intrapreso gli studi d’arte, si era trasferito a Bologna, dove si schierò<br />
in difesa della Città finendo con l’essere arrestato e incarcerato durante<br />
le manifestazioni di protesta di Castelfranco dell’Emilia. Per cui,<br />
solo nell’agosto dell’anno successivo poté tornare nella natia Verona,<br />
donde nel 1853 si trasferì a Firenze e qui si unì strettamente al gruppo<br />
dei macchiaioli.<br />
Fra gli altri pittori legati alla stessa cerchia ed agli stessi ideali<br />
artistici che parteciparono alla Seconda Guerra d’Indipendenza va<br />
ricordato ancora l’illustre nome di Odoardo Borrani (Pisa 1833 –<br />
1908), il quale militò fra i volontari dell’Artiglieria Toscana, lo stesso<br />
corpo del Cecioni, dopo essere partito in compagnia di Telemaco<br />
Signorini, da lui conosciuto e frequentato al Caffè fiorentino<br />
dell’Onore. Pure Ferdinando Buonamici (Firenze, 1820 – 1892) partì<br />
insieme a Cecioni, Martelli e Signorini, il quale lo apprezzò e tenne a<br />
rimarcarne l’insofferenza per la dominazione straniera in Italia. Non<br />
altrettanto famoso, benché tutt’altro che trascurabile pittore, anche<br />
Vincenzo Lami (Empoli, 1807 – Fitenze, 1892) al quale nel 1886<br />
venne conferito il titolo di Cavaliere della Corona per meriti militari,<br />
aveva preso parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza per il Governo<br />
Provvisorio Toscano, nonostante che l’età relativamente avanzata lo<br />
avvicinasse agli artisti che erano partiti per la Prima Guerra<br />
82
d’Indipendenza contro l’Austria, al termine della quale entrarono a far<br />
parte del gruppo di quanti si riunivano al Caffè Michelangelo. Fra di<br />
essi un posto di primo piano spetta senz’altro a Vito D’Ancona<br />
(Pesaro, 1825 – Firenze, 1884), che più tardi abbandonò Firenze per<br />
trasferirsi a Parigi, dove, oltre al gruppo degli artisti italiani, ebbe<br />
modo di conoscere e frequentare Courbet e Corot con non poco vantaggio<br />
per l’evoluzione e la maturazione della sua espressione pittorica.<br />
Anche Serafino De Tivoli (Livorno, 1826 – Firenze, 1892) si batté,<br />
nel 1848, fra i volontari toscani nella battaglia di Curtatone e<br />
Montanara per prendere parte, l’anno successivo, alla difesa della<br />
Repubblica Romana. Dopo una non lunga prigionia, De Tivoli, rientrato<br />
a Firenze dove espose alle Promotrici, si avvicinò al gruppo del<br />
Caffè Michelangelo dimostrando una partecipazione straordinariamente<br />
attiva al movimento, al punto che viene tuttora additato quale il<br />
“papà della macchia”. Dopo aver partecipato anche lui alla battaglia<br />
di Curtatone e Montanara, Stefano Ussi (Firenze 1822 -1901) scontò,<br />
invece, una più prolungata e sofferta detenzione nel tetro carcere di<br />
Theresienstadt in cui ritrasse i suoi compagni di sventura.<br />
Per difendere la Repubblica Romana, Gerolamo Induno (Milano,<br />
1825 – 1890) si unì ai volontari che nel 1849 partirono da Firenze,<br />
dove aveva scelto di sistemarsi al suo rientro in Italia dalla Svizzera, in<br />
cui si era trasferito dopo aver combattuto nella Prima Guerra<br />
d’Indipendenza. La passione con cui guardò alle imprese politiche e<br />
militari di quegli anni lo indusse a partecipare alla Guerra di Crimea,<br />
ancora una volta nelle vesti di pittore soldato, fra il 1864 e il 1865.<br />
Figura di primo piano nel panorama della pittura italiana<br />
dell’Ottocento, fu molto influenzato, nella scelta dei temi e nello stile<br />
con cui ne affrontò le frequenti rievocazioni, dalle esperienze vissute e<br />
dalle vicende del Risorgimento.<br />
Di oltre sedici anni più giovane, pure Francesco Zandomenighi<br />
(Venezia, 1841 – Parigi, 1917), dopo aver seguito Garibaldi in Sicilia<br />
nel 1860, durante la spedizione dei Mille, si arruolò nuovamente al suo<br />
fianco nel 1866 per battersi contro gli austriaci nella Terza Guerra<br />
d’Indipendenza. A rinunziare al linguaggio e ai modi squisitamente<br />
macchiaioli che ne avevano contrassegnato l’apprezzata produzione<br />
fino agli avanzati anni Sessanta fu un viaggio a Parigi, nel corso del<br />
83
84<br />
O. Borrani, Le cucitrici di camicie rosse (1863), Torino, Palazzo<br />
Bricherasio.
O. Recchione, La preparazione del tricolore, acquerello, Milano, collezione<br />
privata.<br />
85
quale scoprì le potenti suggestioni della nascente espressione pittorica<br />
degli Impressionisti e pienamente ne intese il senso delle nuove prospettive<br />
e intuì le possibilità verso cui apriva rimanendone affascinato<br />
al punto da mutare completamente il suo stile per avvicinarsi sempre<br />
più a quei Maestri, insieme ai quali espose per la prima volta nel 1879<br />
quei suoi dipinti nei quali aveva rapidamente conseguito risultati di<br />
indiscutibile efficacia e radicalmente diversi rispetto ai suoi pur fortunati<br />
esordi fiorentini.<br />
Parimenti impegnato nelle lotte per il conseguimento dell’unità<br />
nazionale fu Luigi Bechi (Firenze, 1830 – 1919), che, dopo aver partecipato<br />
in camicia rossa, nel 1859, alla Seconda Guerra d’Indipendenza,<br />
volle prendere parte, nel 1866, anche alla Terza, tornando a seguire<br />
Garibaldi fino in Alto Adige, dove, durante la battaglia della Bezzecca<br />
venne fatto prigioniero. Gli impegni di combattente, però, non gli<br />
impedirono di attendere al suo lavoro di pittore, tanto è vero che la<br />
svolta più importante e per certi versi decisiva per la sua espressione<br />
artistica ebbe luogo proprio a cavallo fra le due guerre, a seguito del<br />
viaggio che nel 1861 lo portò a Parigi insieme al Cabianca, al Banti, al<br />
Signorini e a diversi frequentatori del Caffè Michelangelo.<br />
Fra le altre personalità di spicco operanti a Firenze che nel 1848<br />
presero parte alla Prima Guerra d’Indipendenza va segnalato con particolare<br />
risalto Luigi Mussini (Berlino, 1813 – Siena, 1888) non fosse<br />
altro perché la sua decisione valse da stimolo a seguirne l’esempio<br />
per parecchi dei numerosi giovani che andavano approfondendo la<br />
formazione nella scuola da lui fondata nel 1844 in quella città insieme<br />
all’allievo di Ingres Franz Adolph Von Sturtler. Unitamente al<br />
Mussini, a suo fratello Carlo e al collega e compagno di studi<br />
Gordigiani, partì anche Silvestro Lega (Modigliana, 1826 – Firenze,<br />
1895), destinato ad imporsi fra quanti aderirono al gruppo del Caffè<br />
Michelangelo e si espressero secondo i nuovi criteri della “macchia”,<br />
dando luogo a pagine di indiscussa quanto soggettiva valenza pittorica.<br />
Benché non assunsero mai un ruolo centrale nella sua produzione,<br />
in cui prevalgono temi di ambientazione borghese proposti con<br />
sensibile delicatezza di osservazione e magistrale quanto innovativo<br />
piglio di esecuzione, le esperienze vissute in qualità di combattente<br />
volontario, valsero ad ispirargli le scene e i soggetti di ambiente mili-<br />
86
tare di alcuni dipinti da lui realizzati dopo il 1865, anno in cui divenne<br />
socio dell’Accademia degli Incamminati di Modigliana.<br />
Assume significato indubbiamente emblematico e acquista valore<br />
di esempio il criterio con cui affrontò, e non fu il solo, il complesso e<br />
talora sofferto percorso attraverso il quale pervenne alla conquista e<br />
alla maturazione del precipuo linguaggio dalle forme e dai modi apparentemente<br />
piani e quasi naturalmente attinti da cui prende corpo e<br />
sostegno la sua evocazione di momenti della quotidianità resi con la<br />
scorrevolezza di una narrazione. Fu, difatti, un cammino che non si<br />
compì, per lui e per qualche altro, attraverso una ricerca appartata,<br />
affrontata in solitudine o nell’isolamento dello studio, bensì attraverso<br />
il severo impegno di un assiduo lavoro condotto spesso a stretto contatto<br />
con alcuni colleghi ed amici, secondo quella sorta di costume progressivamente<br />
diffuso per cui di frequente i macchiaioli operavano<br />
quasi in comunità di lavoro e di intenti. Contribuiscono a ribadirlo i criteri<br />
e i modi da cui prese vita e consistenza quella sorta di “Scuola”,<br />
detta della Piagentina dalla località prossima a Firenze in cui si incontrarono<br />
e spesso dipinsero gomito a gomito, che Silvestro Lega costituì<br />
nel 1862 insieme a Giuseppe Abbati, Odoardo Borrani, Telemaco<br />
Signorini e il più giovane Raffaello Sernesi (Firenze, 1838 - Bolzano<br />
1866), che, al pari degli altri amici del gruppo, fu ardente patriota e,<br />
come loro, intrepido combattente volontario per l’unità d’Italia. Lo<br />
slancio generoso che lo indusse a entrare nelle file garibaldine per battersi<br />
contro gli austriaci nella terza Guerra d’Indipendenza del 1866<br />
doveva, però, richiedergli un prezzo altissimo e disperato. La ferita che<br />
riportò in battaglia, difatti, produsse la gravissima infezione che rapidamente,<br />
e senza risparmiargli la piena consapevolezza di come la sua<br />
sorte fosse ormai definitivamente segnata, ne stroncò troppo precocemente<br />
l’esistenza a meno di trent’anni. Pure, nonostante la brevità<br />
della vita, aveva saputo superare assai presto tutti i limiti e le pastoie<br />
della formazione accademica inizialmente ricevuta fino a conseguire,<br />
specialmente negli scorci paesaggistici dei luoghi a lui cari dipinti en<br />
plein air assai spesso insieme a Lega, Cabianca e Borrani, tutto lo<br />
slancio, tutta la disinvolta franchezza e la sorprendente carica innovativa<br />
da cui fu elevato al rango di pittore fra i più fini e significativi di<br />
quegli anni.<br />
87
M. Cammarano, La breccia di Porta Pia, noto anche sotto la denominazione Carica<br />
dei bersaglieri alle mura di Roma, 1871, Napoli, Museo e Gallerie Nazionali di<br />
Capodimonte.<br />
88
Gli sforzi, l’impegno, la dedizione assoluta di tutti quei giovani e<br />
di quanti altri avevano creduto e operato per il Risorgimento nazionale<br />
non furono, però, ripagati con pari generosità al conseguimento dell’unità<br />
d’Italia, né le speranze che li avevano sorretti e meno che mai<br />
le loro attese di una maggiore giustizia sociale trovarono una soddisfacente<br />
o sia pur parziale attuazione. Apparvero subito evidenti e gravi le<br />
inadeguatezze del Parlamento postunitario, in seno al quale albergò,<br />
esercitando una eccessiva quanto perniciosa ingerenza, quel “parlamentarismo”<br />
definito spregevole e interessato da scrittori come<br />
Matilde Serao e dagli autori di certa acuta satira nostrana ospitata nelle<br />
coeve riviste francesi. Il diffondersi della corruzione, le sempre più<br />
marcate dimostrazioni di incapacità e supina inefficienza, donde la<br />
inconsueta rapidità con cui furono varate leggi in netto contrasto con le<br />
reali esigenze del Paese in generale e delle classi subalterne in particolare,<br />
quale fu per esempio l’improvvida decisione di sottrarre il<br />
Tavoliere di Puglia alla transumanza stagionale dei greggi con cui<br />
venne segnato l’irreversibile tracollo della industria armentizia tuttora<br />
vitale e determinante risorsa per l’economia delle popolazioni appenniniche<br />
centro – meridionali, parevano rinnegare le linee programmatiche<br />
e le aspirazioni alle garanzie democratiche, che erano state alla<br />
base dell’impegno profuso per il conseguimento dell’unità. Per cui,<br />
soprattutto fra gli intellettuali, si diffusero presto la delusione e l’amarezza<br />
che indussero a parlare di Risorgimento tradito.<br />
Le carenze e le inettitudini, del resto, assunsero subito dimensioni<br />
decisamente più ampie e complessive di quanto non emerga dalla assoluta<br />
irriconoscenza riservata a quanti si erano duramente sacrificati per<br />
l’attuazione degli ideali risorgimentali, come Patini pose in evidenza<br />
nel Nudo patriottismo, la tela riferibile alla fine degli anni Settanta, in<br />
cui, alludendo anche alla sorte toccata al suo antico maestro Panfilo<br />
Serafini, mise in evidenza come al patriota, ormai completamente<br />
abbandonato al suo destino, non venisse risparmiato neppure il<br />
Sequestro, donde il titolo alternativo, degli ultimi beni, talora eseguito<br />
persino mentre si congedava dalla vita. Vero è che erano stati varati<br />
provvedimenti volti a risarcire soprattutto i feriti e gli invalidi, ma<br />
quanti ne avanzarono richiesta vennero confusi con i profittatori e definiti<br />
dal Cavour gli “accorsi al bottino”.<br />
89
T. Patini, La catena, ubicazione sconosciuta.<br />
90
T. Patini, Il sequestro o Nudo patriottismo, Bari, Pinacoteca Provinciale.<br />
91
ciali e dei soldati dell’antico esercito rimasti fedeli al sovrano detronizzato,<br />
umiliati, privati di ogni bene e di ogni avere, di ogni prospettiva<br />
e perciò decisi ad opporre una impari quanto legittima resistenza<br />
ad oltranza, la quale venne soffocata nel sangue dai ben<br />
211.500 soldati piemontesi guidati dai migliori ufficiali sabaudi<br />
appositamente dislocati nel Meridione. Rese esponenzialmente più<br />
tragiche dalle incomprensioni gravissime che ebbero la loro radice<br />
primaria nelle profonde diversità dei costumi, ma soprattutto nella<br />
radicale difformità dei linguaggi usati, che erano i dialetti tanto da<br />
parte dei militari considerati “invasori” quanto da parte delle popolazioni<br />
che non conoscevano forme espressive diverse da quelle praticate<br />
nelle piccole e spesso isolate comunità a cui appartenevano,<br />
tali operazioni provocarono un milione di morti e la distruzione di<br />
54 paesi, alcuni dei quali vennero cancellati per sempre, come si<br />
verificò, ad esempio, per Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano,<br />
che, dopo essere stati sottoposti a saccheggi e violenze di ogni<br />
genere seguiti dalla più brutale delle stragi perpetrata per le intere<br />
popolazioni, vennero dati alle fiamme e rasi al suolo dal 18° battaglione<br />
dei bersaglieri. Non a torto perciò, nella nuova pagina della<br />
storia d’Italia che si va riscrivendo sulla base dei documenti progressivamente<br />
scovati negli archivi, i risultati di siffatti interventi vengono<br />
oggi paragonati ai genocidi compiuti contro gli indiani<br />
d’America. Se gli ex militari borbonici non ebbero scampo, perché<br />
rinchiusi in campi di concentramento fra cui resta famoso quello di<br />
Finestrelle, posto a 2000 mt. sulle montagne piemontesi e dal quale<br />
non si usciva mai più, visto che i cadaveri venivano immersi e consunti<br />
nella calce viva, molti civili fuggirono all’estero, dando origine<br />
alla straordinaria emorragia dell’emigrazione di cui si può commisurare<br />
l’entità tenendo conto che i 220 mila italiani residenti all’estero<br />
nel 1861 divennero 6 milioni nel 1914.<br />
In questo variegato e complesso alveo di crudeltà perpetrate senza<br />
alcun rimorso, di incapacità di dialogo, di aridità delle coscienze, di<br />
divergenze insanabili, affonda le radici e prende corpo il dibattito sulla<br />
“Questione meridionale”, la quale, introdotta e alimentata da intellettuali<br />
e artisti, si venne proponendo in tutta la sua complessità e con<br />
incidenza sempre maggiore, come evidenziò Giustino Fortunato, spe-<br />
92
Commentando alcuni scritti pubblicati dallo zio materno Francesco<br />
Sipari, Benedetto Croce poneva in evidenza il “severo giudizio” che questi,<br />
divenuto per altro Senatore del Regno, “recava sugli avvenimenti del<br />
1860, che si rifiutava di chiamare «rivoluzione», perché furono meschino<br />
e superficiale rivolgimento”, dal momento che “nulla s’intese di<br />
quanto potesse veramente prender carattere di rivoluzione sociale, e il<br />
vecchio sistema dell’impiegatume, delle sinecure, dei monopoli, delle<br />
restrizioni economiche fu trasmesso intero da una ad altra fazione. Chi<br />
si domandò allora, fra tanti fumi di patriottismo, quale fosse lo stato reale<br />
del contadino, del proletario, nelle province meridionali d’Italia?” 6.<br />
Per tutti gli abitanti dell’antico Reame borbonico, ma soprattutto<br />
per le classi subalterne, gravissime furono, in effetti, le conseguenze<br />
delle limitatezze, delle ottusità e delle ingerenze del “piemontesismo”,<br />
la sfrontata prepotenza con cui vennero utilizzate le<br />
ingenti riserve auree del Reame, pari a 500 milioni contro i 100 del<br />
Piemonte, il cieco egoismo con cui furono smantellati e trasferiti al<br />
Nord i più aggiornati macchinari dei più ricchi e promettenti opifici<br />
meridionali, a principiare dai telai, voluti dai Borboni per la produzione<br />
di sete e tessuti di celebre raffinatezza, che, dalla San Leucio<br />
prossima alla Reggia di Caserta vennero trasportati a Valdagno, per<br />
costituirvi la prima fabbrica tessile del Veneto. La stessa sorte toccò<br />
ai macchinari delle ferriere di Mongiana, spostati e utilizzati in<br />
Lombardia. Ma forse ancora più laceranti, perlomeno nella immediatezza,<br />
furono la tracotante inflessibilità con cui si applicarono le<br />
nuove leggi sulla tassazione personale, che nel 1866 venne fissata a<br />
28 franchi pro capite, pari al doppio di quella comminata in età borbonica;<br />
l’imposizione della coscrizione obbligatoria, odiata e<br />
incomprensibile perché sottraeva le giovani braccia al lavoro dei<br />
campi; ma soprattutto l’impietoso accanimento della feroce e sanguinaria<br />
lotta contro il “brigantaggio”, sotto la cui denominazione,<br />
tuttora intesa come marchio d’infamia, venivano compresi non solo<br />
gli ignoranti e affamati malfattori quanto pure e soprattutto le larghe<br />
masse dei contadini, dei borghesi, dei proprietari terrieri, degli uffi-<br />
06 B. Croce, Pescasseroli, in Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari 1953, p. 401.<br />
93
cie a partire da quando le Lettere meridionali dello storico Pasquale<br />
Villari, cognato di Domenico Morelli e suo consigliere prediletto nella<br />
scelta dei soggetti storici da lui rievocati e interpretati in memorabili<br />
tele, furono pubblicate dapprima a puntate, su “L’Opinione” di Roma<br />
nel 1875, e quindi raccolte in volume nel 1878; e dunque nello stesso<br />
volgere di anni a cui occorre riferire l’elaborazione dei dipinti che prepararono<br />
o accompagnarono la nascita dell’Erede, il celebre quadro<br />
con cui Teofilo Patini segnò l’origine dell’arte sociale in Italia e attraverso<br />
il quale proclamò la necessità di aprire una nuova pagina di storia<br />
all’insegna della giustizia sociale, ribadendo in tal modo che con<br />
l’arte “si prepara la libertà, come si conquista con la rivoluzione”.<br />
94
C. Patrignani, Emigranti abruzzesi alla stazione, L’Aquila, collezione privata.<br />
95
I classici<br />
SCHERMI TRICOLORI.<br />
IL RISORGIMENTO E IL CINEMA ITALIANO:<br />
PERCORSI E TENDENZE.<br />
di Antonio Di Fonso<br />
Negli anni eroici della sua avventurosa storia il cinema si nutre<br />
di grandi personaggi, racconta i protagonisti, celebri o sconosciuti,<br />
che sarebbero diventati nell’immaginario popolare gli eroi dell’Italia<br />
risorgimentale. Già in piena epoca fascista e poi nel dopoguerra il<br />
cinema si avvia a diventare un prodotto industriale, senza perdere<br />
comunque nobiltà e sostanza culturale, in un impasto lievitante che<br />
approda a una sintesi felice di praticità imprenditoriale (i grandi produttori<br />
che finanziavano le opere) e creatività artistica (i registi, gli<br />
sceneggiatori e gli attori che le realizzavano). Del resto, la sua straordinaria<br />
capacità di coinvolgere gli spettatori di ogni età e condizione<br />
sociale ne fa subito uno strumento di comunicazione dirompente e<br />
alfabetizzazione ante – litteram dei gusti, delle emozioni e dei sentimenti<br />
popolari. Il cinema funziona come macchina dei sogni e del<br />
divertimento, ma riesce anche a far pensare, diffonde idee, contribuisce<br />
a costruire opinioni e consensi. È una mirabolante macchina nata<br />
per affabulare, raccontare storie, proporre personaggi veri e di fantasia:<br />
trasfigura, fruga dentro la (ancora) giovane identità degli italiani,<br />
illuminando sul grande schermo gli snodi cruciali del passato, selezionando<br />
le imprese celebri destinate a divenire epica e miracolo<br />
popolare.<br />
Nella temperie di quel periodo compreso fra gli anni Trenta e<br />
Cinquanta, dunque, il cinema italiano sceglie di raccontare il<br />
Risorgimento, ovvero la pagina della storia d’Italia che più delle altre<br />
si offriva alla celebrazione condivisa, intuendone la carica identificativa<br />
sprigionata dai suoi protagonisti e artefici, destinati tutti (da Cavour<br />
a Mazzini e Garibaldi) a diventare presto eroi ideali, santi laici e padri<br />
- “calpesti e derisi” ma poi risorti - di una Patria in cerca di spettatori.<br />
97
Nel 1934 Alessandro Blasetti gira 1860, Goffredo Alessandrini nel<br />
1954 Camicie rosse. Sono due film significativi, il primo diretto da uno<br />
dei maestri della nostra cinematografia che aveva attraversato il ventennio<br />
fascista, sperimentando generi diversi, dai telefoni bianchi alla<br />
commedia sofisticata fino al romanzone in costume; il secondo, divenuto<br />
un piccolo classico del genere storico – popolare, opera di un regista<br />
appartenente a quella cinematografia solida, fatta di artigiani e<br />
mestieranti di valore cresciuti negli studi di Cinecittà. In entrambe le<br />
pellicole il Risorgimento è raccontato sfiorando l’agiografia, i Mille<br />
sono giovani patrioti pronti al sacrificio e Garibaldi, Cavour e Vittorio<br />
Emanuele II sono più vicini al mito che alla storia, identici a se stessi,<br />
o meglio a come l’immaginario collettivo li aveva fissati per sempre.<br />
Le battaglie, le diplomazie, gli intrighi e le vicende diventano avvenimenti<br />
segnati dalla necessità del fine che giustifica gesti e sacrifici,<br />
assecondano il destino che deve compiersi, mentre il sentimento<br />
patriottico e lo sventolio del tricolore vive già nei cuori dei protagonisti<br />
ancora prima del succedersi dei fatti storici.<br />
Qualche anno dopo, all’inizio degli anni Sessanta, Roberto Rossellini<br />
realizza Viva l’Italia, titolo quanto mai esemplificativo, un’opera<br />
che idealmente completa l’affresco dell’Italia che nella cinematografia<br />
del maestro del Neorealismo era iniziato nel dopoguerra e che<br />
adesso si concludeva, in pieno boom economico, ritornando alle radici<br />
della “nascita di una nazione”. In tale ricostruzione storica il processo<br />
risorgimentale rappresenta il momento iniziale, costituisce la linfa che<br />
alimenta e nutre le radici dello Stato unitario: ripercorrendo tutte le<br />
tappe della storia, dalla nascita fino al Ventennio fascista, dalla<br />
Liberazione alla Repubblica, il Risorgimento assume il ruolo di avvenimento<br />
chiave, spiegazione e comprensione di ogni successivo cambiamento<br />
sociale, politico e culturale dell’Italia unificata. Cavour,<br />
Mazzini, Garibaldi nella lettura rosselliniana anticipano i Costituenti,<br />
presagiscono la visione futura e la missione del loro agire storico.<br />
Il cinema di Rossellini, più di ogni altro autore, indubbiamente,<br />
rispecchia il clima culturale degli anni Sessanta, e si colloca dentro un<br />
orizzonte valoriale – come si dice in questi casi – che esigeva opere<br />
riassuntive se non proprio pedagogiche. Il Risorgimento, l’Unità<br />
d’Italia, la Resistenza e la Repubblica si manifestano e si spiegano<br />
98
come momenti cruciali della storia italiana, e vengono incardinati di<br />
conseguenza tutti dentro un progressivo e lineare cammino, in cui il<br />
presente appare sempre come il risultato del passato.<br />
Altri due film sono di fondamentale importanza in questa direzione.<br />
Girati nel decennio 50 – 60, costituiscono due capolavori nella filmografia<br />
di Luchino Visconti: ci riferiamo a Senso, uscito nelle sale nel<br />
1954, e a Il gattopardo realizzato nel 1963.<br />
Il rapporto tra il cinema e la storia risorgimentale diventa nelle opere<br />
di Visconti più complesso, alla lettura e all’urgenza della ricostruzione<br />
storiografica – che pure permane – si sovrappone – si pensi alle scene<br />
corali del Gattopardo, o alla ricercatezza dei costumi e delle scenografie<br />
viscontiane – l’interpretazione soggettiva del regista, la cui sensibilità<br />
orienta la rilettura della storia che viene filtrata attraverso il gusto culturale,<br />
la letteratura, l’arte, la musica. Le vicende e gli avvenimenti storici<br />
restano in primo piano, ma è evidente l’importanza che acquistano i personaggi,<br />
la loro interiorità. I sentimenti e le emozioni individuali, spesso<br />
inarrestabili e fatali che governano l’intrecciarsi della trama, sovrastano<br />
i fatti e gli episodi collettivi. Rimangono nella memoria di tutti alcuni<br />
momenti esemplari: la nobildonna, interpretata dalla bellissima Alida<br />
Valli che tradisce i patrioti e la causa dell’Italia, innamorandosi del tenebroso<br />
ufficiale austriaco in Senso; il cinismo del tormentato principe di<br />
Salina de Il gattopardo, che osserva con disincanto il mondo piccolo e<br />
meschino dei nuovi ricchi e delle nascenti classi dirigenti emancipate<br />
dopo l’Unità d’Italia, ben sapendo che ogni sforzo di cambiamento sarà<br />
vano, o meglio congeniale soltanto a rafforzare l’immobilismo economico<br />
e sociale. Nei due film il Risorgimento smarrisce la sua centralità di<br />
avvenimento epocale che assolveva anche alla funzione educativa dello<br />
spettatore, e rimane soltanto come materiale narrativo, ambientazione<br />
sontuosa, contesto e quadro di riferimento epocale. E così in primo piano<br />
affiorano e s’impongono i singoli personaggi, i loro sentimenti, l’interiorità,<br />
i destini individuali, le riflessioni sulla vita e sulla morte, il destino<br />
e l’etica delle scelte compiute dai singoli.<br />
I due film di Visconti ancora oggi vengono considerati classici<br />
insostituibili, capostipiti indispensabili di qualunque filmografia ragionata<br />
dedicata al cinema risorgimentale, e mantengono un’aurea di<br />
sacralità inviolabile, proponendosi quali modelli tematici e stilistici.<br />
99
L’ altro Risorgimento<br />
Negli anni Settanta muta il contesto ambientale e sociale, il vento<br />
di ribellione e iconoclasta produce i suoi effetti anche nel cinema, e il<br />
Risorgimento diventa così oggetto di revisione storica o anche – molto<br />
più frequentemente – occasione e spunto di dibattito rivolto più all’attualità<br />
politica che alla ricostruzione documentaria.<br />
Film come Allonsanfan e Bronte, cronaca di un massacro sono al<br />
riguardo emblematici. Allonsanfan di Paolo e Vittorio Taviani è un film<br />
segnato dal clima dell’epoca e dai riferimenti espliciti alle divisioni<br />
interne della sinistra, combattuta e dilaniata in quel periodo tra le scelte<br />
rivoluzionarie e quelle riformiste. La vicenda del protagonista, interpretato<br />
da Marcello Mastroianni, un nobile patriota ex giacobino che<br />
alla fine sceglie di tradire i compagni in procinto di organizzare una<br />
spedizione rivoluzionaria al sud (chiari i riferimenti ai fratelli Bandiera<br />
e a Pisacane), ne è un esempio esplicito; come pure il fallimento dell’azione<br />
rivoluzionaria, rigettata dagli stessi contadini che dovevano<br />
essere liberati dai giovani patrioti, allude e rimanda ai velleitarismi<br />
ideologici della sinistra extraparlamentare degli anni della contestazione<br />
e del sogno “della scalata al cielo”. Dal punto di vista stilistico, la<br />
sapiente regia dei Taviani, spesso tendente al grottesco e al parodico,<br />
viene valorizzata al massimo dagli attori, esponenti di generazioni<br />
cinematograficamente diverse: le icone del film politico degli anni<br />
Settanta, Bruno Cirino, Claudio Cassinelli e la stessa Laura Betti, s’incrociano<br />
con il mestiere e la sapienza di un divo come Mastroianni e<br />
con il fascino di attrici come Lea Massari.<br />
Bronte, cronaca di un massacro di Florestano Vancini, che racconta<br />
il massacro compiuto dal generale Nino Bixio su ordine di Garibaldi<br />
a Bronte paese della Calabria, nasce come film per la televisione, e malgrado<br />
le semiclandestine programmazioni viene visto nel 1974 da quasi<br />
dieci milioni di spettatori. Il cinema in questo caso svolge una funzione<br />
di controinformazione, di smascheramento storico degli aspetti più<br />
sgradevoli e spietati della realpolitick risorgimentale, mostrando anche<br />
in modo antiretorico quello che una certa storiografia celebrativa aveva<br />
preferito occultare se non censurare del Risorgimento eroico. Il film,<br />
per molti aspetti duro e sgradevole, rimanda alla tradizione del<br />
100
Neorealismo italiano di seconda generazione, quella per intenderci dei<br />
Rosi e dei Petri a cui lo stesso Vancini apparteneva.<br />
Altri film, di minore successo ma dallo stesso rigore documentario,<br />
possono rientrare nel filone cosiddetto “antiretorico” della cinematografia<br />
risorgimentale: ne ricordiamo uno, Quanto è bello lu morire<br />
accise di Ennio Lorenzini, dedicato alla tragica spedizione di Carlo<br />
Pisacane, i cui “trecento giovani e forti” compagni – molti dei quali<br />
arruolati direttamente nel carcere di Procida - vengono accolti e giustiziati<br />
dai forconi di quegli stessi contadini per i quali era stata organizzata<br />
l’impresa destinata a liberarli dalla schiavitù e dallo sfruttamento.<br />
Una lettura disincantata del Risorgimento la ritroviamo anche nel<br />
cinema del regista romano Luigi Magni, autore di una trilogia che ha<br />
saputo unire allo scrupolo dell’indagine storica la frequentazione disinvolta<br />
di situazioni e volti della commedia italiana, arruolando gli attori<br />
simbolo di una generazione e di un genere - da Sordi a Manfredi, da<br />
Tognazzi alla Cardinale - alla causa anticlericale. Il suo stile sarcastico, la<br />
disillusione e l’apparente cinismo dei suoi antieroi - ci viene in mente per<br />
esempio il personaggio del Monsignore interpretato da Nino Manfredi<br />
nel film In nome del papa re - rivelano in realtà una umanità di sostanza<br />
che respinge le ipocrisie e i falsi valori di una religiosità ridotta ormai a<br />
stanca liturgia di forme. La scena del processo farsa in cui un tribunale di<br />
cardinali e monsignori incartapecoriti e vegliardi, ormai fuori dal tempo<br />
e dalla realtà storica, emana il verdetto di condanna contro i due giovani<br />
accusati di un attentato alla caserma pontificia sancisce con amara ironia<br />
la fine di un’epoca e del potere temporale della Chiesa. Per quanto Magni<br />
abbia approfondito in modo quasi monografico la Roma del papa re, tratteggiando<br />
ambienti e personaggi, ricostruendo vizi e ritardi culturali di<br />
uno Stato pontifico repressivo e reazionario, soprattutto nei suoi film di<br />
maggiore successo si coglie comunque una volontà, uno sguardo complessivo<br />
che tende a ricostruire e a restituire in senso più ampio l’atmosfera<br />
e il clima che anticiparono i moti liberali e carbonari, o le speranze<br />
di quanti ebbero fede nella Repubblica romana, e prepararono il terreno<br />
politico alla breccia di Porta Pia. Tra i film più riusciti nella sua longeva<br />
attività spiccano, in ordine rigorosamente cronologico, Nell’anno del<br />
Signore, girato nel 1969, il già citato In nome del papa re, realizzato nel<br />
1977, e infine In nome del popolo sovrano, uscito nel 1990.<br />
101
La Storia alla fine della storia<br />
Negli ultimi anni il cinema italiano ha tralasciato le tematiche storiche,<br />
l’interesse per il Risorgimento è scemato, le energie e le tendenze<br />
degli autori e dei registi si sono dirette in altre direzioni. Il rinato interesse<br />
verso una cinematografia di denuncia sociale, da una parte, e le esigenze<br />
più commerciali che hanno privilegiato la sempiterna commedia, dall’altra,<br />
hanno sigillato questa sorta di damnatio memoriae di un genere.<br />
Invece, come talvolta accade, le tendenze culturali mutano, si rigenerano<br />
e riaprono spiragli fecondi, anche in una società liquida come la<br />
nostra l’imprevisto è dietro l’angolo, la sorpresa prepara i suoi agguati.<br />
Così, inaspettatamente è arrivato lo scorso anno il film di Mario<br />
Martone, Noi credevamo, a riaprire una pagina, a riscorrere i titoli e i<br />
capitoli del nostro Risorgimento, catturando interesse e pubblico, soprattutto<br />
quello dei giovani, riscuotendo premi e attestati prestigiosi. Il film,<br />
di durata assolutamente inconsueta – quasi 3 ore – per lo standard medio<br />
di oggi, pensato per la televisione e adattato su grande schermo, liberamente<br />
ispirato al libro omonimo di Anna Banti, racconta la storia di tre<br />
amici, Salvatore, Domenico e Angelo negli anni cruciali che vanno dalle<br />
repressioni borboniche fino alla spedizione di Garibaldi e alla nascita<br />
dello stato italiano, passando per attentati e ribellioni, divisioni feroci,<br />
odi incancellabili, furbizie e trasformismi. Gli attori sono tutti di livello<br />
e guidati dalla sapiente direzione di scuola teatrale di Martone conferiscono<br />
ai personaggi forza e personalità: da Luigi Locascio a Valerio<br />
Binasco – straordinaria la sua caratterizzazione di Angelo, imbevuto di<br />
un fanatismo quasi religioso che lo vedrà, perfino davanti al confessore<br />
prima di salire sul patibolo a cui era stato condannato per aver partecipato<br />
all’attentato a Napoleone III, ribadire la sua intemerata e assoluta fede<br />
politica –, da Toni Servillo a Renato Carpentieri e Luca Zingaretti che<br />
interpretano, rispettivamente, Mazzini, Poerio e Crispi. La vicenda divisa<br />
in capitoli, scandita in azioni sceniche ribadisce gli ideali di quella<br />
generazione di patrioti, restituisce la febbrile atmosfera di quegli anni,<br />
non ritraendosi di fronte alle sgradevolezze e agli opportunismi, non<br />
omettendo le amarezze – pensiamo alle scene finali, all’arresto da parte<br />
dell’esercito regolare degli ultimi irriducibili ex garibaldini, o al discorso<br />
di un cinico Crispi in un Senato desolatamente vuoto -, non tacendo<br />
102
le sconfitte degli ideali mazziniani e democratici. Un film di altri tempi,<br />
verrebbe da dire, un’opera che si propone anche una funzione pedagogica<br />
e riepilogativa della vicenda storica, in cui risulta evidente la lezione<br />
del cinema di Rossellini e di Visconti; ma anche una aggiornata rilettura<br />
del Risorgimento, affrontato senza orpelli celebrativi e trionfalismi in<br />
uno stile dove sono ben presenti le esperienze dei Taviani e di tutta quella<br />
filmografia “antiretorica” di cui abbiamo parlato in precedenza.<br />
Omaggi, richiami, citazioni che la critica non ha mancato di evidenziare,<br />
riconoscendovi quella giusta eredità di sangue simbolo di garanzia e<br />
marchio di qualità della migliore scuola italiana.<br />
Dunque, in conclusione, proprio quella cinematografia, che un tempo<br />
veniva definita d’autore, capace di produrre opere originali e mature in<br />
grado di coinvolgere il grande pubblico senza arrendersi alle logiche più<br />
condizionanti del mercato e del “politicamente corretto”, riafferma la sua<br />
vitalità riaprendo una pagina della storia che sembrava dimenticata.<br />
Sono i film come Noi credevamo – proprio in quanto risultato e<br />
rielaborazione di una cultura cinematografica solida che ha attinto alle<br />
esperienze precedenti – a ritrovare per incanto la funzione di testimoni<br />
permanenti di un’epoca: essi sembrano destinati a uscire dalla cronaca<br />
e a consegnarsi al tempo lungo della Storia. Proprio in quelle<br />
vicende e in quelle passioni raccontate nell’avventura risorgimentale,<br />
si cela l’identità a lungo sognata da quella “giovane Italia” e si rinnova<br />
il senso di una contemporaneità finalmente riscattata.<br />
Filmografia<br />
1860 di Alessandro Blasetti (1934)<br />
Camicie rosse di Goffredo Alessandrini (1954)<br />
Senso di Luchino Visconti (1954)<br />
Il gattopardo di Luchino Visconti (1963)<br />
Viva l’Italia di Roberto Rossellini ( 1960)<br />
Allonsanfan di Paolo e Vittorio Taviani (1974)<br />
Bronte, cronaca di un massacro di Florestano Vancini (1972)<br />
Quanto è bello lu morire accise di Ennio Lorenzini ( 1976)<br />
Nell’anno del Signore di Luigi Magni (1969)<br />
In nome del papa re di Luigi Magni (1977)<br />
In nome del popolo sovrano di Luigi Magni (1990)<br />
Noi credevamo di Mario Martone (2010)<br />
103
L’ITALIANITÀ DI ENRICO FERMI<br />
“A sinistra il professore Enrico Fermi all’epoca in cui venne nominato<br />
Accademico d’Italia. A destra un saggio poetico del professor<br />
Fermi quando era bambino. Si tratta di una poesia che egli compose<br />
quando aveva soltanto nove anni, e che prova i sentimenti di profonda<br />
italianità dell’uomo che avrebbe in seguito dato un decisivo contributo<br />
alla scoperta dell’energia nucleare”. *<br />
* Dalla rivista “Candido”, Memorie di Oscar D’Agostino, n. 24-27 giu.-lug. 1958<br />
e Atomi in famiglia di Laura Capon Fermi, Ed. Mondadori, 1955.<br />
104
VOCI E SCRITTURA<br />
SAGGI, RIFLESSIONI, TESTIMONIANZE.<br />
105
106
L’ABRUZZO DALLA CARBONERIA ALL’UNITÀ<br />
di Evandro Ricci<br />
L’Unità d’Italia, di cui si festeggia il centocinquantesimo anniversario,<br />
è il coronamento di un complesso di avvenimenti storici che si<br />
sono susseguiti nel tempo. È come trovarsi di fronte ad un quadro pittorico<br />
del quale guardiamo l’insieme, dimenticando le singole e numerose<br />
pennellate. Così l’Unità d’Italia trova la sua base sui movimenti<br />
politici iniziati dal 1815 ed anche prima. Numerosi sono gli episodi<br />
che hanno contribuito alla realizzazione del quadro storico finale.<br />
La Storia, infatti, compresa quella del Risorgimento Italiano, è<br />
fatta anche di piccoli avvenimenti, perduti nella visione panoramica<br />
nazionale.<br />
Le Società Segrete<br />
Con la sconfitta di Napoleone Bonaparte, il Congresso di Vienna<br />
(novembre 1814-giugno 1815) segnò l’inizio della Restaurazione che<br />
comprese il periodo che va dal 1815 al 1830. Negli stati europei si<br />
restaurò il potere assoluto dei sovrani. L’Italia fu divisa in tanti Stati,<br />
che l’Austria dominava direttamente ed indirettamente.<br />
I Re e gli altri capi di Stato nominavano i deputati scegliendoli<br />
nella classe della nobiltà e del clero. Ma i popoli si erano imbevuti dell’abolizione<br />
dei privilegi della nobiltà, dell’uguaglianza dei cittadini di<br />
fronte alla legge, della proclamazione – sia pure teorica – della sovranità<br />
popolare.<br />
La media borghesia, i piccoli industriali, i commercianti, i professionisti,<br />
i giovani, soprattutto gli studenti, erano desiderosi delle novità<br />
ed abbracciavano e manifestavano idee liberali. Questa classe intermedia,<br />
fra i grandi proprietari terrieri e l’aristocrazia da una parte ed il<br />
popolo minuto delle città e delle campagne dall’altra, valorizzata dalla<br />
Rivoluzione Francese e messa in disparte dalla Restaurazione, vedeva<br />
minacciati i princìpi dell’uguaglianza che era stata la più preziosa con-<br />
107
quista. Era la parte più evoluta della popolazione, ma numericamente<br />
minore e mancava di una visione unitaria dei metodi e dei fini da conseguire.<br />
Fu questa classe che si oppose inizialmente agli Stati della<br />
Santa Alleanza.<br />
Fra il 1815 ed il 1830 in quasi tutti gli Stati d’Europa, dalla Spagna<br />
alla Russia, la Storia registra congiure, sommosse, insurrezioni, colpi<br />
di mano finalizzati a sovvertire la Restaurazione del Potere Assoluto<br />
stabilita dal Congresso di Vienna.<br />
Erano, infatti, sorte le società segrete – che possono essere considerate<br />
come ramificazioni della Massoneria nata in Inghilterra nel<br />
XVIII secolo e giunta presto in Francia, Germania e Italia – le quali<br />
rivendicarono con la Costituzione l’elezione da parte del popolo dei<br />
deputati al Parlamento, che avrebbe ridimensionato il potere assoluto<br />
dei Re. Il termine “popolo”, tuttavia, aveva un significato molto ristretto.<br />
Anche la parola “liberale” aveva un significato molto ristretto; ebbe<br />
origine in Spagna nel 1820 quando i rivoluzionari insorti definirono<br />
“liberali” coloro che anelavano alla libertà, in opposizione ai “servili”<br />
che appoggiavano il governo autoritario con potere assoluto.<br />
La società segreta più importante del Risorgimento Italiano fu la<br />
Carboneria.<br />
I Carbonari, dunque, erano per lo più intellettuali, militari, borghesi,<br />
rappresentanti del basso clero. La loro bandiera era composta dei<br />
colori rosso, nero e azzurro; il rosso simboleggiava il fuoco come amor<br />
di patria; il nero simboleggiava la fede perché, come il carbone, si<br />
accende ed arde; l’azzurro simboleggiava la speranza che si leva in alto<br />
come il fumo azzurro. Essi iniziarono ad operare fra le popolazioni<br />
rurali ed il popolo minuto delle città. L’ignoranza e l’analfabetismo<br />
chiudevano il popolo come in un guscio di fronte ad ogni progresso e<br />
ad ogni novità. Le popolazioni rurali dedite prevalentemente alle attività<br />
agricole lavoravano dall’alba al tramonto conducendo la lotta per<br />
la sopravvivenza.<br />
Furono le Società Segrete a preparare ed attuare i moti. Oltre alla<br />
Carboneria operante in Italia, altre società segrete furono la Lega della<br />
Virtù e la Lega Studentesca in Germania, la Società Patriottica<br />
Nazionale in Polonia, l’Eteria in Grecia. La Carboneria fu attiva<br />
nell’Italia Meridionale, in Calabria, segnatamente in Abruzzo, prima<br />
108
che altrove, durante il Regno di Gioacchino Murat. I membri della<br />
Carboneria si chiamavano buoni cugini, i luoghi di riunioni baracche,<br />
le loro riunioni vendite. Le vendite facevano capo alle Vendite Madri,<br />
alle Vendite Alte e ad una Vendita Suprema. Nel linguaggio i lupi indicavano<br />
i tiranni, la foresta era l’Italia, il carbone simboleggiava la<br />
libertà.<br />
Inizialmente la Carboneria fu favorevole ai Borboni contro<br />
Gioacchino Murat nominato Re di Napoli da Napoleone Bonaparte nel<br />
1808. Il Murat governò fino al 1815.<br />
Interessante è la Circolare Segreta che il Ministro della Giustizia<br />
e del Culto, a nome di Gioacchino Murat, emanò preoccupato del<br />
proliferare della Carboneria e dei suoi ideali antinapoleonici e antigovernativi:<br />
Gabinetto del Ministro – Circolare Riservata – Napoli il 6<br />
Ottobre 1813.<br />
Il Gran Giudice Ministro della Giustizia e del Culto agli<br />
Arcivescovi, a’Vescovi, ed agli ordinarj, alcune adunanze, composte<br />
per la più parte, di uomini popolari, dette perciò de’<br />
Carbonari, cominciarono, non da molto, a riunirsi in varj luoghi<br />
del Regno. Sua Maestà non credette vietarle, sì perché è proprio<br />
di un Governo liberale il non vietare a’ cittadini alcun’azione<br />
indifferente, sì perché l’oggetto di tali adunanze appariva<br />
non solo innocente, ma anche virtuoso.<br />
Ma qualche fatto criminoso avvenuto ultimamente ha fatto<br />
conoscere che taluni malintenzionati , ammessi a tali adunanze,<br />
ove il maggior numero è di gente ignorante e facile ad essere<br />
illusa, hanno abusato di questo mezzo per macchinare de’<br />
complotti, tendenti a ladronecci, ad assassinj, a saccheggi di<br />
pubbliche casse. S.M. ha creduto perciò necessario proibire siffatte<br />
unioni, divenute, per la esposta circostanza, oltremodo<br />
perniciose.<br />
Io v’inculco di secondare efficacemente co’ mezzi della<br />
Religione le giuste mire del Governo, ispirando avversione alle<br />
suddette adunanze, ove le persone ignoranti, sedotte da qualche<br />
socio perverso, possono trovarsi impegnate in azioni vietate<br />
dalla Società, egualmente che dalla Religione.<br />
109
Avvertite però di portare in questo affare la più grande riserva.<br />
Guardatevi di mai predicare contro le dette adunanze, o di fare in<br />
pubblico qualunque avvertimento. I mezzi da adoperare non debbono<br />
essere che esortazioni individuali, fatte in segreto, opportunamente,<br />
e con prudenza. Ingiungete lo stesso segreto, e la stessa<br />
condotta a’ Parrochi, ed a’ Confessori, che crederete abbastanza<br />
prudenti per esser chiamati a parte di questo incarico.<br />
Riscontratemi del recapito di questa mia, e di tutto ciò che di<br />
mano in mano potrà occorrere. Ogni rapporto su questa materia<br />
mi sarà diretto in plico risevato a me solo.<br />
Il Governo in questa occasione vi onora di una gran fiducia.<br />
Son certo che vi corrisponderete pienamente. Vi ripeto la mia<br />
perfetta stima. Segue firma illeggibile.<br />
La Carboneria propiziò la caduta del Re Gioacchino Murat con<br />
la speranza che i Borboni, riottenuto il Regno, concedessero anche a<br />
Napoli la Costituzione già data alla Sicilia nel 1812. Caduto Gioacchino<br />
Murat, la Carboneria si adoperò per ottenere la Costituzione, pur<br />
rimanendo fedele alla dinastia borbonica.<br />
Nel Lombardo-Veneto i Carbonari volevano riconquistare l’indipendenza<br />
ed abbattere il dominio dell’Austria. In Romagna volevano uno<br />
Stato Repubblicano. Inizialmente ottenevano i risultati prefissati, ma i<br />
risultati venivano cancellati con facilità e rapidità dall’arrivo dell’esercito<br />
austriaco che imponeva di nuovo la Restaurazione del Potere Assoluto.<br />
I principali esponenti della Carboneria insorti subirono condanne<br />
a morte, carcere duro a vita o l’esilio.<br />
Moti rivoluzionari in Abruzzo<br />
L’Abruzzo si era già distinto per ragioni strettamente sociali<br />
accanto alla fioritura culturale del Molise nella seconda metà del<br />
Settecento, allorché il Cuoco, il Galanti, lo Zurlo costituirono la linfa<br />
vitale della cultura nel riformismo borbonico e resero nota la situazione<br />
drammatica delle condizioni economiche e sociali del Regno di<br />
Napoli, del Molise e dell’Abruzzo in particolare. Senso di abbandono<br />
e miseria regnavano fra le nostre popolazioni.<br />
110
Tale situazione aveva determinato l’esplosione della rivolta antifeudale<br />
di Penne nel 1779. I contadini di Antrodoco ed i montanari<br />
aquilani si erano opposti all’invasione francese nel 1798 e nel 1806.<br />
Con le stesse motivazioni sociali si verificò la rivolta a Vasto nel 1799.<br />
Un significato sociale e politico ebbero gli scontri armati condotti da<br />
Giovanni Salomone di Barisciano e dal capo massa, successivamente<br />
promosso generale, Giuseppe Pronio di Introdacqua contro i Francesi.<br />
Forse furono queste le ragioni per cui Gioacchino Murat non apportò<br />
tangibili benefici all’Abruzzo, se si eccettua la costruzione della strada<br />
Napoleonica da Pettorano Sul Gizio al Piano delle Cinque Miglia.<br />
I Francesi, per punire il Pronio, programmarono la distruzione di<br />
Introdacqua con un bombardamento. Raggiunsero la Conca Peligna; a<br />
Roccacasale ci fu uno scontro cruento con la popolazione e con le truppe<br />
del Pronio; rimase ucciso anche il parroco di Roccacasale. Il<br />
Generale francese Championnet giustificò il mancato bombardamento<br />
di Introdacqua con le difficoltà incontrate nel piazzare i cannoni. Ma il<br />
Pronio, di notte, aveva ordinato di accendere numerosi fuochi nel suo<br />
paese per far credere che disponeva di molte truppe realiste.<br />
La Carboneria si era fatta interprete della sofferenza politica e<br />
sociale durante il governo francesizzante e nel 1814 organizzò la rivolta<br />
che coinvolse i centri di Città Sant’Angelo, di Penne e di Castiglione<br />
Messer Raimondo. Nella rivolta si impegnarono i fratelli Domenico,<br />
Achille e Clemente De Caesaris. Ritroveremo Domenico De Caesaris,<br />
dell’Abruzzo Ultra, deputato al Parlamento del Regno delle Due Sicilie<br />
nel 1848 insieme con altri illustri personaggi.<br />
I Borboni, dopo la Restaurazione, mantennero la regione Molise;<br />
divisero l’Abruzzo in Citeriore con capoluogo Chieti ed Ulteriore con<br />
le Intendenze di Aquila e di Teramo.<br />
Nel 1807 la Badia Celestiniana di Sulmona fu destinata a Collegio<br />
degli Abruzzi che, nel 1816, fu trasferito ad Aquila.<br />
Nel 1812 si formò ancora a Sulmona una biblioteca pubblica presso<br />
il Palazzo Comunale che successivamente fu unita alla Biblioteca<br />
della Badia Celestiniana. Anche la Biblioteca fu trasferita a L’Aquila<br />
nel 1816. Ciò risulta in una monografia scritta dal sulmonese Panfilo<br />
Serafini, monografia da inserire nell’opera Il Regno delle Due Sicilie.<br />
Il Dorrrucci ed il Serafini, da Sulmona, operarono per il risveglio<br />
111
delle coscienze e per la diffusione delle nuove idee liberali. Il Serafini<br />
fu condannato il 21 marzo 1854 a venti anni di carcere duro, prima nel<br />
bagno penale di Montefusco, poi nella fortezza di Montesarchio in provincia<br />
di Benevento che aveva “ospitato” Luigi Settembrini e Carlo<br />
Poerio, ed infine nel carcere duro di Procida. Fu graziato il 29 agosto<br />
del 1859, ammalato di tisi e distrutto nel fisico. Morì a Sulmona nel<br />
1864 all’età di quarantasette anni.<br />
Il 14 gennaio 1817 fu istituito ad Aquila il Real Liceo Regionale<br />
affidato ai Gesuiti.<br />
Le scarsissime provvidenze ed il mancato sviluppo di attività industriali<br />
e delle opere pubbliche acuirono lo spirito liberale della nostra<br />
Regione.<br />
“Quelli che hanno creato – scrive Alfredo Sabella (Rivista<br />
Abruzzese Anno LXIV – 2011 – n. 1, p.11) – la passione civile per la<br />
Patria Italiana, ed hanno tessuto i fili sottili ma resistenti perché<br />
nascesse una nazione italiana, sono stati le maestre e i maestri delle<br />
scuole elementari. Con azione continua e costante hanno insegnato agli<br />
italiani a parlare in italiano, abbandonando i dialetti…. Hanno insegnato<br />
le buone regole del comportamento civile, le prescrizioni igieniche,<br />
la compostezza nel parlare, nel rispettare e nell’essere rispettati. Hanno<br />
contribuito a vivificare la pazienza della storia perché da un popolo<br />
disperso in tanti stati nascesse una nazione…”.<br />
Il Libro Nero<br />
Subito dopo il Congresso di Vienna che sancì la Restaurazione,<br />
anche il popolo dei piccoli paesi in Abruzzo sentì il richiamo della<br />
libertà. Lo attesta la presenza delle Vendite Carbonare in moltissimi<br />
paesi documentata dal Libro Nero degli ecclesiastici carbonari della<br />
Città e della Diocesi di Valva e Solmona.<br />
A Popoli si tenne un incontro al vertice regionale fra i capi<br />
Carbonari delle tre province di Chieti, Teramo e Aquila. Alla riunione,<br />
con il titolo di Grande Oratore, partecipò don Francescantonio<br />
Bucciantonj canonico della Collegiata di Capestrano e maestro della<br />
scuola elementare.<br />
112
Le vendite carbonare non erano poi tanto segrete. Il Bucciantonj,<br />
infatti, come risulta testualmente dalla sentenza emanata dalla Curia di<br />
Sulmona nel Libro Nero, è stato uno dei primi membri della<br />
Carboneria di Capistrano. Egli ci ha avuto il grado di Oratore e, quindi,<br />
dichiarato Grande Oratore nell’Unione Carbonica tenuta in Popoli<br />
da Capi Carbonari delle tre province di Chieti, Teramo ed Aquila. Ha<br />
tirati poi moltissimi all’ascrizione della vendita di Capistrano, cosa<br />
riuscitagli facile per l’influenza che aveva colle diverse Famiglie, esercitando<br />
l’impiego di Maestro di Scuola (che gli è stato direttamente inibito<br />
dal Sig. Intendente). Ha indotti diversi Luoghi dentro, e fuori di<br />
quella Baronia ad aprire diverse vendite, e nell’apertura ha fatto gioco<br />
colla sua facondia per disporre, e determinare l’occorrente…<br />
Nella VALLE PELIGNA, questi furono i sacerdoti che organizzarono<br />
le Vendite Carbonare nei seguenti paesi:<br />
–INTRODACQUA: Vincenzo Crognale, Gianloreto Susi, Francesco Susii,<br />
Serafino Ferri, il novizio Nicola Centofanti;<br />
–PACENTRO: Eligio De Chellis, Marco Di Lorenzo, Biagio Di<br />
Lorenzo;<br />
–PENTIMA (CORFINIO): Pietro Fabrizii canonico della Cattedrale di<br />
Valva;<br />
–PETTORANO SUL GIZIO: Ignazio Cipriani e Gaetano Porreca;<br />
–POPOLI: Ernesto Zecca, Giuseppe Spallone, Albino Villa, Loreto<br />
Scala, Domenico Carusi, Giancamillo Paolini, Concezio Zugaro,<br />
Giovanni Gaetani, il novizio Francesco Mancini;<br />
–PRATOLA PELIGNA: Ignazio Colella che aveva fondato la vendita a Castel<br />
Del Monte, Giuseppe Santangelo, Nunzio Presutti, Salvatore Fabrizi,<br />
l’accolito Vincenzo Galli, il suddiacono Vincenzo Margiotti;<br />
–PREZZA: Alessandro Franceschelli;<br />
–RAIANO: Luigi De Crescentis;<br />
–ROCCACASALE: Luigi Scarpone;<br />
–ROCCAVALLEOSCURA (Roccapia): Michele Arcangelo De Meis;<br />
–SAN BENEDETTO IN PERILLIS: Lodovico De Berardinis;<br />
–VITTORITO: Filippo Leanalli, Carlo Filippo Di Cesare;<br />
–SOLMONA: Damaso Amata, Filippo Pallozzi, Camillo Colamaggiore,<br />
Francesco Aloè, Pelino Strozzi.<br />
113
VALLE DEL SAGITTARIO:<br />
–ANVERSA: Onorato Agnitti, Francesco Agnitti, Domenico Incorvati;<br />
–BUGNARA: Francesco Agnitti, Gabriele Sarra;<br />
–CASTRO (CASTROVALVA): Nunzio Lodovigo Di Vito forse solo sospettato;<br />
–FRATTURA: Giacomo Falcone iscritto a Scanno e Gabriele Sarra<br />
iscritto a Bugnara;<br />
–SCANNO: Alessandro Abrami, Vincenzo Ciancarelli, Felice Ciarletta,<br />
Giacomo Falcone;<br />
–VILLALAGO: Valerio Pollidoro, Giuseppe Mancini.<br />
VALLE SUBEQUANA:<br />
–CASTEL DI IERI: Donato Pasquale oratore nella vendita di Castelvecchio<br />
Carapelle e Pelino Strozzi cappuccino della SS.ma<br />
Annunziata di Sulmona;<br />
–GAGLIANO ATERNO: Berardino Croce, Francesco Vacca;<br />
–GORIANO SICOLI: Alessandro Paulucci, Benedetto Paulucci;<br />
–SECINARO: Domenico Barbati, Nicola D’Abruzzo.<br />
VALLE DEL TIRINO e oltre:<br />
–BUSSI: Alessandro Franceschelli, Arcangelo Francescantonio;<br />
–CALASCIO: Alessio De Spinosa, Vincenzo Saverio Vespa, Giovanni<br />
Alesio Torsini, Giandomenico Frasca;<br />
–CAPESTRANO: Francesco Bucciantonj che partecipò al summit regionale<br />
di Popoli;<br />
–CARAPELLE: Gianandrea Trojani, il chierico Filiberto Costa;<br />
–CASTELVECCHIO CARAPELLE: Donato Pasquale originario di Castel Di<br />
Ieri, Giammatteo Milani;<br />
–CASTEL DEL MONTE: Ignazio Colella originario di Pratola, Francesco<br />
Corrado, Donato Corrado, Vincenzo Coletta;<br />
–OFENA: Vincenzo Chiola, l’ex frate Arcangelo Francescantonio originario<br />
di Bussi;<br />
–ROCCACALASCIO: Pietro Giustizia;<br />
–SANTO STEFANO: Domenico Rosciolelli iscritto alla vendita di Calascio,<br />
Giuseppe Tatoni iscritto alla vendita di Barisciano.<br />
–BARISCIANO: Giuseppe Tatoni.<br />
114
ZONA DEL SANGRO:<br />
–GAMBERALE: Emidio Terreri;<br />
–PIETRANSIERI: il novizio Giuseppe Amoroso, Maurizio D’Amico;<br />
–PIZZOFERRATO: Michelangelo Malocchi col fratello e il nipote, Marcantonio<br />
Coccia;<br />
–QUADRI: Ismaele Vizioli;<br />
–ROCCARASO: Epifanio Ferretti, Nicola Onofrii;<br />
–SCONTRONE: Feliciano De Felicis originario di Bugnara, Domenico<br />
Tiritilli.<br />
Le vendite carbonare erano ben note fra le popolazioni dei singoli<br />
paesi. Erano capeggiate dai sacerdoti che ne ricoprivano le varie cariche<br />
a partire dal semplice Ascritto (iscritto) al Convisitatore,<br />
all’Apprendente, al Partecipante, al Partecipante oratore, all’Oratore,<br />
al Segretario, al Conservatore del Bollo e del Registro, al Tesoriere, al<br />
Cassiere, al Supplente del Grande Oratore, al Grande Oratore, al<br />
Maestro Provvisorio, al Maestro di Cerimonie, al Maestro Oratore, al<br />
Supplente Maestro, al Vice Responsabile, al Vice Presidente, al<br />
Maestro, al Primo Assistente, al Mansionario Onorario, al Capo, al<br />
Gran Maestro, al Presidente e al Gran Maestro.<br />
Nel 1821 la Curia del Vescovado di Valva e Solmona fu molto attiva<br />
nel processare e condannare i sacerdoti carbonari. Le condanne<br />
erano varie. Il sacerdote veniva “sospeso dalla confessione”, “sospeso”,<br />
“sospeso a divinis”, “sospeso a divinis officiis”, “mandato agli<br />
esercizi”, “mandato ad un Convento”.<br />
La condanna di “sospeso dalla confessione” ovvero “sospeso dalla<br />
confessione in perpetuo” significava che la sospensione si limitava al<br />
sacramento della confessione ed a tempo indeterminato, salvo altra<br />
dicitura specificata.<br />
La condanna di “sospeso” ovvero di “sospeso a Divinis” o anche<br />
“sospeso a divinis Officiis” significava che il sacerdote veniva sospeso<br />
da tutte le funzioni sacre sacerdotali a tempo indeterminato, salvo<br />
diversa indicazione specificata.<br />
La condanna di “mandato agli esercizi”, da intendere “mandato<br />
agli esercizi spirituali”, significava che il sacerdote condannato avrebbe<br />
dovuto meditare sulla sua vita e in particolare sulla sua attività di<br />
115
carbonaro per “ravvedersi” e pentirsi al fine di essere reinserito nelle<br />
sue attività missionarie sacerdotali.<br />
La condanna di “mandato al Convento di…” significava che il<br />
sacerdote veniva “condannato alla clausura nel Convento di…”<br />
Molti Conventi, infatti, svolgevano la funzione di carcere clericale<br />
dove venivano relegati i sacerdoti a tempo indeterminato, cioè all’ergastolo:<br />
il Convento dei Cappuccini, il Convento dei Filippini, ed il<br />
Convento dei Padri Riformati di Sulmona; il Convento dei<br />
Cappuccini ed il Convento dei Padri Riformati di Raiano; il<br />
Convento dei Cappuccini di Pacentro; il Convento degli<br />
Osservanti di Calascio; il Convento di San Giorgio di Goriano<br />
Valli; il Convento dei Padri Riformati di Capestrano; il Convento<br />
dei Padri Osservanti di Palena; il Convento della Maddalena di<br />
Castel di Sangro; il Convento dei Cappuccini di Ofena.<br />
Moti carbonari abruzzesi<br />
Organizzati dai Carbonari abruzzesi vi furono i moti del 1831 ad<br />
Amatrice e del 1833 ad Aquila capeggiati dai mazziniani Pietro Marelli<br />
ed Angelo Pellegrini.<br />
Nel 1837 ancora Penne, pur colpita dal colera, si sollevò e subì una<br />
dura repressione.<br />
Nel 1841 anche Aquila si sollevò agli ordini del mazziniano Luigi<br />
Falconio; questo moto implicò anche il Marchese Luigi Dragonetti che<br />
nel 1848 divenne Ministro degli Esteri nel Governo presieduto da<br />
Carlo Troya.<br />
Il 7 ed 8 maggio 1848, a Pratola Peligna, i contadini si ribellarono<br />
con violenza, con conseguenti riflessi sanguinosi.<br />
Doverosamente ricordiamo i rivoluzionari di Introdacqua: Croce<br />
Susi, Emanuele D’Eramo, Concezio D’Eramo, don Serafino Ferri,<br />
Giambattista Rubimarga, Emilio Mampieri e i fratelli Gaetano e<br />
Raffaele Tiberi. Croce Susi, nella sede comunale, con un bastone ruppe<br />
la testa della scultura rappresentante il Re di Napoli; per tale gesto fu<br />
subito imprigionato, dopo qualche mese seguirono la stessa sorte don<br />
116
Serafino Ferri ed Emanuele D’Eramo. Croce Susi fu processato a<br />
L’Aquila il giorno 11 dicembre 1849 dalla Gran Corte Speciale e l’11<br />
dicembre fu condannato a otto anni di relegazione nell’isola di<br />
Ventotene ed a pagare le onerose spese di giudizio.<br />
I deputati abruzzesi eletti il 1° maggio 1848 furono:<br />
– per l’Abruzzo Citra con capoluogo Chieti: De Thomasis Vincenzo,<br />
Luigi Cadorna, Goffredo Sigismondi, Silvio Spaventa, Domenico<br />
Pugliesi, Giustino Consalvi, Marino Turchi, Angelo Camillo De<br />
Meis;<br />
– per l’Abruzzo Ultra Primo con capoluogo Teramo: Clemente<br />
Belisario, Domenico De Cesaris, Giuseppe De Vincentiis,<br />
Michelangelo Castagna, Francesco De Blasis;<br />
– per l’Abruzzo Ultra Secondo con capoluogo Aquila: Pier Silvestro<br />
Leopardi, Luigi Dragonetti, Giuseppe Pica, Salvatore Tommasi,<br />
Enrico Berardi, Gaetano Giardini, Antonio Ferrante, Leonardo<br />
Dorotea, Leopoldo Dorrucci di Sulmona e Goffredo Sigismondo<br />
sulmonese ma nativo di Bomba, come lo Spaventa;<br />
– per la Regione Molise furono eletti: Gabriele Pepe, Martinangelo<br />
De Martino, Nazaro Colaneri, Domenico Trotta, Jacampa Lorenzo,<br />
Ferdinando Connavino, Michele Cremonese, Nicola De Luca,<br />
Stefano Jadopi.<br />
Annullate le elezioni del 1° maggio, il 14 giugno si ripetettero e<br />
furono confermati gli stessi eletti del 1° maggio.<br />
I moti rivoluzionari abruzzesi avvennero parallelamente ai grandi<br />
moti carbonari nei vari Stati in cui era divisa l’Italia.<br />
Il 1 luglio 1820, a Nola, i sottotenenti Morelli e Silvati, con il loro<br />
squadrone della cavalleria, marciarono su Avellino per poi proseguire<br />
verso Napoli appoggiati dal maggiore De Conciliis. Ai rivoltosi si<br />
aggiunsero le truppe comandate dal generale Guglielmo Pepe. Il Re<br />
Ferdinando I concesse la Costituzione. L’Austria spedì subito un esercito<br />
di centomila soldati che, ad Antrodoco, annientò la labile difesa<br />
offerta da Guglielmo Pepe. L’esercito austriaco attraversò le terre<br />
aquilane e peligne, risalì la Strada Napoleonica e piombò sulla Campania<br />
disperdendo le truppe del generale Carascosa schierate sul fiume<br />
Garigliano.<br />
117
Ferdinando I rientrò a Napoli il 23 marzo 1821, abolì la Costituzione<br />
e compì le sue vendette.<br />
Il Risorgimento, nei suoi motivi profondi e nel suo universale<br />
senso umano, fu assai più una conquista di spiriti che una conquista di<br />
armi. La forza delle armi vi ebbe una parte secondaria perché le schiere<br />
che affrontavano le battaglie in campo aperto erano (come i Mille ed<br />
i giovani studenti toscani) volontari seguaci di un’idea e spesso erano<br />
quasi inermi. Fu più una storia di idee e di anime che una storia di battaglie,<br />
più martirologio e proselitismo che politica e strategia. Queste<br />
ultime sopravvennero con Cavour e con Vittorio Emanuele II, dopo<br />
l’impresa dei Mille di Garibaldi.<br />
Ora si sta cercando di rompere l’Unità nazionale, tanto faticosamente<br />
raggiunta, con una legge tanto discutibile quanto infausta. C’è<br />
chi vilipendia la bandiera nazionale, chi si allontana durante l’Inno<br />
Nazionale, chi disdegna di essere italiano. Saranno stati vani i sacrifici,<br />
i morti, le stragi, il tanto sangue versato per una causa così alta, per<br />
l’ideale di uno Stato uno, libero, indipendente?<br />
Bibliografia<br />
E. Ricci, La Carboneria in Abruzzo e le Vendite Carbonare nei paesi della Diocesi<br />
di Valva e Sulmona, Tipolitografia “La Moderna”, Sulmona 1991;<br />
Tiberio Menin, Atlante storico volume III, Minerva Italica, Bergamo 1968;<br />
Tuttitalia Enciclopedia dell’Italia Antica e Moderna, Abruzzo e Molise, Edizione<br />
Sadea Sansoni, Firenze 1965;<br />
Nuova Enciclopedia, Editrice Italiana di Cultura, Roma 1963;<br />
Franco Cercone, Abruzzo Terra di briganti, Edizione Quale Vita, Torre dei Nolfi<br />
2006;<br />
Berardino Ferri, Un processo alla Gran Corte Speciale del 2° Abruzzo Ulteriore,<br />
Tipolitografia “La Moderna”, Sulmona 2001.<br />
118
SALVATORE TOMMASI<br />
SCIENZIATO E PATRIOTA ABRUZZESE 1<br />
di Evandro Gay<br />
Salvatore Tommasi nacque il 26 luglio 1813 a Roccaraso, dove il<br />
padre, originario di Accumoli (Teramo), era stato trasferito come<br />
segretario comunale. Prima frequentò in Ascoli Piceno il Seminario, da<br />
dove fu espulso per aver partecipato a manifestazioni patriottiche, poi<br />
fu allievo del Liceo dell’Aquila e studente universitario a Napoli, dove<br />
conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia nel 1838, a venticinque<br />
anni. Dopo solo sei mesi gli fu affidata la seconda cattedra di clinica<br />
medica nella medesima università Federiciana, nella quale fu apprezzato<br />
docente fino al 1848, quando fu esiliato per motivi politici. Nello<br />
stesso anno sedette al Parlamento, quale rappresentante dell’Aquila.<br />
Il 10 febbraio 1848 Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie,<br />
aveva concesso e giurato la Costituzione, ma il 15 maggio di tale anno<br />
le truppe regie aprirono il fuoco contro il popolo che manifestava per<br />
le strade: e fu una strage. Invano i ministri Conforti e Dragonetti scongiurarono<br />
il Re di far cessare il fuoco, anzi gli stessi deputati, riunitisi<br />
a Monteoliveto, furono aggrediti. Fu allora che Salvatore Tommasi sottoscrisse<br />
la “Protesta contro un atto di cieco dispotismo”, redatta da<br />
Pasquale Stanislao Mancini.<br />
Questo gli costò l’arresto insieme ad altri ventimila napoletani e la<br />
sua traduzione notturna al carcere di San Francesco, nella stessa cella di<br />
Silvio Spaventa. Poi prese la via dell’esilio, prima a Genova e poi a<br />
Parigi, Londra e Torino. Nel 1859 fu nominato professore all’Università<br />
di Pavia e come medico prestò la sua opera professionale anche nella<br />
battaglia del Ticino. Nel 1860 il “Grande Tessitore”, Camillo Benso,<br />
Conte di Cavour, prevedendo l’arrivo di Garibaldi e ancor più temendo<br />
l’arrivo di Giuseppe Mazzini a Napoli, inviò i suoi migliori uomini per<br />
preparare l’annessione al Regno. A metà luglio partì Silvio Spaventa,<br />
01 Fonte: provinciaoggi, luglio-dicembre 1988.<br />
119
che era professore all’Università di Modena, e il 13 agosto era a Napoli<br />
anche Salvatore Tommasi, che lì si unì con l’altro emigrato politico<br />
abruzzese Pier Silvestro Leopardi, deputato di Sulmona. Entrambi<br />
erano stati naturalizzati, diventando in tal modo cittadini piemontesi, e<br />
godevano di guarentigie in caso di arresto. Cavour aveva detto:<br />
“Annessione per acclamazione di popolo prima di Garibaldi, perché se<br />
egli arriva a Napoli con a fianco il Bertani l’annessione sfugge”.<br />
Tommasi scriverà a Cavour che a Napoli si attendeva Garibaldi con<br />
ansia ed entusiasmo e che da lui dipendeva tutto. Si formarono allora a<br />
Napoli due comitati, uno monarchico e l’altro repubblicano, ed<br />
entrambi decisero di inviare legazioni a Garibaldi per l’adesione al loro<br />
programma. Il generale, perciò, viene conteso al suo arrivo a Napoli. Il<br />
7 settembre Pier Silvestro Leopardi ricevette il seguente telegramma:<br />
“Alle 10 saremo a Napoli, fate trovare alla stazione dieci cavalli da<br />
sella e una carrozza. Firmato Gizio”. Sotto lo pseudonimo di Gizio si<br />
nascondeva Salvatore Tommasi, che usò la denominazione del fiume<br />
omonimo, che bagna Pettorano, patria di sua moglie. E questo<br />
Leopardi lo sapeva. Però Garibaldi sceso dal treno fu prelevato dai<br />
repubblicani, che lo portarono alla foresteria, ove era la loro sede.<br />
L’aggancio col generale, pertanto, non riesce, con disappunto di<br />
Cavour. Intanto a Napoli giunge un battello proveniente da Marsiglia,<br />
pieno di repubblicani, comandati da Mazzini e da Aurelio Saliceti,<br />
abruzzese di Ripattoni, in provincia di Teramo, con a bordo tra gli altri<br />
Crispi, Saffi e Dumas. A Napoli si attende anche l’eroe ungherese<br />
Cossuth. Nel frattempo l’esercito piemontese, dopo la caduta di<br />
Ancona il 29 settembre 1860, è fermo sul fiume Tronto. Il Grande<br />
Tessitore allora ordisce un’altra trama. Bisogna raccogliere adesioni<br />
dei Comuni dell’Abruzzo alla nuova monarchia. Il Re Vittorio<br />
Emanuele deve entrare in Abruzzo perché chiamato dai municipi, dal<br />
popolo. Salvatore Tommasi viene incaricato di questa importante missione<br />
dal Comitato dell’ordine. In una lettera a Luigi Farini del 25 settembre<br />
1860 dichiarava: “Io sto viaggiando gli Abruzzi dì e notte a<br />
palmo a palmo e vago nei singoli municipi e bisogna esser pronti a<br />
maneggiare il revolver per non essere sopraffatti”.<br />
A Napoli intanto si costituisce un Comitato di Salute Pubblica e<br />
Cavour è disperato perché teme una spedizione dei mille alla rovescia.<br />
120
Ordina allora al Comandante di Genova di vigilare su tutti i porti, perché<br />
è possibile uno sbarco di Garibaldi. Urge che l’esercito si muova<br />
dal fiume Tronto. Il 2 ottobre telegrafa a Farini, il ministro che accompagna<br />
il Re: “Urge andare a Napoli!” Il 3 e il 4 ottobre altri due telegrammi<br />
di sollecito, il 5 ottobre un dispaccio, scritto in francese: “Per<br />
l’amor di Dio! Affrettate la vostra entrata negli Abruzzi”. Il motivo<br />
della prolungata sosta in riva al Tronto era chiaro: Vittorio Emanuele<br />
attendeva Salvatore Tommasi con gli indirizzi al re da parte delle municipalità<br />
abruzzesi, per giustificare dinanzi all’Europa tutta il suo<br />
ingresso nel Regno. Finalmente il 7 ottobre Salvatore Tommasi giunge<br />
in Ancona e alle ore 12, all’uscita dalla Messa di Vittorio Emanuele,<br />
consegna 280 delibere di annessione. “Bravo Tommasi!”, gli dice il<br />
Re, “questo giustifica il nostro passaggio”. Poi lo fece nominare<br />
Colonnello di Stato Maggiore e in divisa da colonnello lo volle accanto<br />
a sé nella carrozza reale e, visto da tutti, l’abruzzese Tommasi, naturalizzato<br />
piemontese, attraversò i paesi abruzzesi al fianco di Sua<br />
Maestà. Compiuta la missione affidatagli, Tommasi ritornò alla sua<br />
tranquilla Pavia, dove riprese le lezioni e gli studi.<br />
Nell’elezione del Primo Parlamento nazionale del 27 gennaio 1861<br />
fu eletto deputato nel collegio di Cittàducale, allora in provincia<br />
dell’Aquila, però non sedette alla Camera. Vigeva allora la legge<br />
secondo la quale gli stipendiati dello Stato non potevano superare un<br />
decimo del numero dei deputati e Salvatore Tommasi non fu favorito<br />
dal sorteggio.<br />
Però il Re, memore della sua assoluta dedizione alla patria, lo<br />
nominò nel 1864 Senatore a vita. Morì a Napoli nel 1888 e al Senato<br />
del Regno fu ricordato con queste parole dal senatore Moleschott:<br />
“Dotto senza toga, professore senza boria, medico senza imposture,<br />
filosofo senza credersi infallibile, senatore di poca parola, eppure<br />
potente nell’affermare, sapiente senza scoramenti, Salvatore Tommasi<br />
era savio, forte e buono”. A lui nel 1883, quando era ancora in vita, i<br />
quaranta reggitori della Provincia dell’Aquila vollero intitolare la<br />
Biblioteca Provinciale, anche nota come “Tommasiana”. In seguito la<br />
città di Sulmona gli intitolò la piazza antistante la Biblioteca<br />
Comunale.<br />
121
122<br />
E. Gamba (Torino 1831-1883), Il voto di annessione dell’Abruzzo, Genova, Galleria d’Arte Moderna, tratto da “Dal Tronto al Sangro”,<br />
a cura di Ezio Mattiocco.
A PROPOSITO DELLE CELEBRAZIONI<br />
DEI 150 ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA<br />
di Rosa Giammarco<br />
Molto si è detto e scritto sugli eventi nazionali che hanno caratterizzato<br />
l’Unità d’Italia, poco è stato riportato sugli accadimenti “locali”<br />
e sull’apporto di territori, malamente considerati “minori”, che pure<br />
hanno contribuito a fare la storia d’Italia. In questo senso l’Abruzzo ha<br />
ancora bisogno di conoscersi per farsi conoscere ed entrare meglio nel<br />
contesto della coscienza civile attraverso la rivalutazione delle attività<br />
e delle gesta compiute.<br />
L’Abruzzo vuole che si riscopra il suo ruolo, un ruolo né incidentale<br />
né minore che si inserisce con momenti fondamentali nella realizzazione<br />
dell’Unità d’Italia.<br />
Per questo motivo la Regione, partecipando al XXIV Salone<br />
Internazionale del Libro svoltosi a Torino dal 12 al 16 maggio 2011,<br />
con lo slogan “Abruzzo, crocevia dell’Unità d’Italia. Storia, cultura,<br />
valori e personaggi”, ha voluto far conoscere il notevole contributo<br />
dato. Sono stati presentati ed illustrati importanti documenti, fatti e<br />
personaggi, a testimonianza del significativo ruolo svolto.<br />
In particolare il Prof. Francesco Sabatini, Presidente Emerito<br />
dell’Accademia della Crusca, ha richiamato l’attenzione su tre documenti<br />
storici che provano il contributo dato dal Centro Abruzzo al<br />
Risorgimento:<br />
a) la lettera a stampa che Antonio De Nino di Pratola Peligna indirizzò<br />
il 1° ottobre 1860 “alla gente della campagna” per avvertirla<br />
della possibilità di “liberazione dalla sua secolare ignoranza”;<br />
b) i disegni patriottici che il Parroco di Pescocostanzo intercalò “agli<br />
atti di nascita registrati nel Libro parrocchiale della sua comunità<br />
dal 1862 al 1872”;<br />
c) una tela recentemente scoperta dal Prof. Sabatini ed esaminata dallo<br />
storico d’arte Vittorio Casale, che “il pittore piemontese Enrico<br />
Gamba istoriò, già nel gennaio 1861, per ricordare, lì in Piemonte,<br />
proprio il “Plebiscito d’Abruzzo”.<br />
123
Su quest’ultima scoperta c’è stata molta attenzione.<br />
Il dipinto “Il voto di annessione dell’Abruzzo” (Torino 1831-1883)<br />
- Genova, Galleria d’Arte Moderna (tratto da “Dal Tronto al Sangro”,<br />
a cura di Ezio Mattiocco e promosso dalla Deputazione di Storia Patria<br />
e dall’Università Sulmonese della Libera Età - Casa Editrice Colacchi)<br />
è opera di un pittore torinese, Enrico Gamba, stretto collaboratore della<br />
corte sabauda. Rappresenta, su uno sfondo dove spicca maestosamente<br />
il Gran Sasso (riconoscibile il Grande Corno) il momento in cui gli<br />
abruzzesi, scheda in mano, si recano a votare. È raffigurato un variopinto<br />
corteo composto da una schiera di popolani, borghesi, aristocratici<br />
e clero che vanno a votare per il plebiscito consentendo a Cavour<br />
di compiere quell’operazione diplomatica e militare affinché Vittorio<br />
Emanuele II potesse varcare il Tronto (il nuovo Rubicone d’Italia).<br />
Sono riprodotti: due suonatori di cornamuse, un contadino a cavallo<br />
nell’atto di togliersi il cappello in ossequio alla bandiera con lo stemma<br />
dei Savoia, un gruppo di paesani, tra i quali si evidenziano tre rappresentanti<br />
dell’aristocrazia con il cilindro in testa, della borghesia con<br />
la bombetta, e del clero, un bambino ed un cane, che seguono il portabandiera,<br />
quattro giovani esultanti nell’atto di cantare, un pastore riconoscibile<br />
dal suo abbigliamento, un baroccio trainato da due buoi sul<br />
quale appaiono distesi altri contadini, e da un uomo che innalza un<br />
ritratto abbellito con ramoscelli d’olivo probabilmente inneggiante a<br />
Vittorio Emanuele II. Sulla strada in percorrenza, di fianco, una viandante,<br />
una figura femminile, che “addita” il corteo ad una bambina.<br />
Tutti gli elementi riportati nel quadro testimoniano l’ambito regionale<br />
nel quale l’azione si svolge, dall’ambientazione, ai caratteristici cappelli,<br />
alle “cioce” calzate e ai mantelli sdruciti. Spicca, con maggiore<br />
luce, la figura femminile. Quale significato attribuire a questa presenza?<br />
Al plebiscito potevano votare solo gli uomini, le donne erano fuori<br />
da questo diritto riconosciuto successivamente, ma questa donna è presente<br />
ed ha un ruolo illuminante. E a questo proposito il Prof. Sabatini<br />
ha ricondotto tale figura sí al costume abruzzese ma più precisamente<br />
al costume di donna di Pettorano sul Gizio. Tale accostamento, condiviso<br />
da Walter Capezzali, Presidente della Deputazione di Storia Patria<br />
negli Abruzzi, è rafforzato, oltre che dalla foggia del vestire così simile<br />
a quella del costume pettoranese, dall’omaggio che probabilmente il<br />
124
pittore piemontese, visto che entrambi erano legati alla monarchia<br />
sabauda, ha voluto fare a Salvatore Tommasi, figura di spicco della cultura<br />
medico-scientifica del secondo Ottocento e protagonista cruciale<br />
nel processo di unificazione dell’Italia, sposato con la patriota Emilia<br />
Organtini, pettoranese, figlia di Francesco Saverio Organtini e di<br />
Margherita Bonitatibus, già morta in quella data. Altra ipotesi è che sia<br />
stato lo stesso Salvatore Tommasi a commissionare il quadro.<br />
Comunque sia è una stupenda rappresentazione di una pagina dell’epopea<br />
del popolo abruzzese e noi non possiamo che ringraziare sentitamente<br />
chi ci ha permesso di conoscerla, Ezio Mattiocco, Francesco<br />
Sabatini e Walter Capezzali.<br />
125
126
L’ABRUZZO E L’UNITÀ D’ITALIA<br />
di Licia Mampieri<br />
La storiografia nazionale spesso ha trascurato aspetti ritenuti secondari<br />
nel complessivo contesto della unificazione del nostro paese, finendo<br />
in tal modo per fare un pessimo servizio ad una serena valutazione di<br />
quell’evento storico che ha riunito un territorio diviso fin dalla caduta dell’impero<br />
di Occidente. Il compiersi dell’evento unitario è da ricomporre<br />
in un succedersi di accadimenti politici e bellici che, a livello nazionale e<br />
regionale, hanno segnato il cammino della storia di 150 anni fa.<br />
Era il 1860 e nei pochi mesi dalla spedizione di Garibaldi da Quarto-<br />
Genova alla discesa del Re Vittorio Emanuele a Caianello per incontrare<br />
il condottiero vincitore dal Regno delle due Sicilie, vi fu un susseguirsi<br />
di eventi che coinvolsero tutti i protagonisti del Risorgimento.<br />
La realtà preunitaria del Regno di Napoli comprendeva sei regioni,<br />
in cui una eletta schiera di liberali si muoveva nel senso di favorirne l’annessione<br />
al Regno di Sardegna. Ma il popolo ne era convinto? I Borboni<br />
sapevano farsi amare dal popolo, ma la borghesia colta era consapevole<br />
che il loro regno stava per crollare sotto la spinta di quei patrioti, soprattutto<br />
mazziniani, che volevano sì l’unità di Italia, ma sotto la bandiera<br />
repubblicana. La vita del Regno delle due Sicilie sino alla sua caduta<br />
ruotava intorno alla sua capitale, Napoli, ove l’Università Federico II, in<br />
tutte le sue discipline – soprattutto giurisprudenza e medicina – costituiva<br />
un punto di riferimento importante per tutto il paese.<br />
L’Abruzzo, dopo i moti del 1799, quando il Generale Giuseppe Pronio<br />
aveva sconfitto i francesi invasori ed i loro simpatizzanti, contribuendo in<br />
modo decisivo a riportare sul trono di Napoli Re Ferdinando, era tornata<br />
una terra relativamente tranquilla, anche se cellule carbonare cospiravano<br />
a L’Aquila ed altrove contro lo Stato borbonico. È così che dopo l’arrivo<br />
di Garibaldi, il 3 ottobre 1860, Napoli era ribollente di sentimenti contrastanti<br />
con tentazioni disgreganti e cospicue derive. Ed a Napoli era presente<br />
già il Comitato di azione di Giuseppe Mazzini per preparare la<br />
Repubblica. È in questo contesto che, mentre il Re e lo Stato Maggiore<br />
erano fermi ad Ancona, si attivò Salvatore Tommasi, medico e patriota.<br />
127
Salvatore Tommasi era nato a Roccaraso il 26 luglio 1813 e morì<br />
a Napoli il 18 luglio 1888. Gli studi classici e la passione per la medicina<br />
lo portarono a divenire Docente all’Università di Pavia, ma il<br />
richiamo patriottico lo vide Deputato al Collegio di L’Aquila nel 1848<br />
e deputato alla prima Camera italiana nelle elezioni del 27 gennaio<br />
1861 per il Collegio di Cittàducale.<br />
Noi lo ricordiamo per la sua opera di mediazione con il primo<br />
Ministro Cavour ed il Ministro Farini, in quell’ottobre 1860, per convincere<br />
il Re ad attraversare il Tronto e recarsi a Napoli. È in questo periodo che<br />
il Conte di Cavour mise in atto tutta la sua diplomazia per creare le condizioni<br />
ottimali perché il Re si recasse a Napoli ed incontrasse Garibaldi.<br />
Sin dalla fine di settembre Cavour cominciò a telegrafare al<br />
Ministro Farini, che accompagnava il Re. I dispacci erano tutti in francese.<br />
Scriveva Cavour “Il faut sans perdre de temps diriger des troupes<br />
vers la frontière” ma tra il politico che voleva raggiungere subito il<br />
risultato e lo Stato Maggiore del Re, che era incerto e temeva il rischio<br />
di reazioni e rischio di conflitto, vi fu l’opera di Salvatore Tommasi<br />
che, come si legge dai telegrammi del Gover-natore Papa dell’Aquila,<br />
iniziò quella “santa missione” negli Abruzzi ed in Terra di Lavoro per<br />
raccogliere adesioni per l’annessione al Piemonte. È così che<br />
l’Abruzzo svolse un ruolo non secondario nei giorni cruciali per l’unità<br />
di Italia. I generali dello Stato maggiore aspettavano il sì delle popolazioni,<br />
ed il Re non voleva urtare le diplomazie europee che sino ad<br />
ora erano state acquiescenti verso l’azione del Piemonte.<br />
Tommasi, come lui stesso dirà, “andò viaggiando l’Abruzzo dì e<br />
notte” mentre il Re era fermo e titubante in Ancona. Finalmente il 7<br />
ottobre 1860 il Re ricevette ad Ancona Salvatore Tommasi, lo ringraziò<br />
per l’opera svolta e lo invitò ad accompagnarlo oltre il passaggio<br />
del Tronto, inserendolo quale addetto allo Stato Maggiore. Vi è tutto<br />
uno sprone in quei giorni, ed un modo di dire: il Tronto come il<br />
Rubicone! E Cavour che il 5 ottobre manda un dispaccio al Ministro<br />
Farini, in cui scriveva: “… Fate entrare il Re in una città qualunque, e<br />
chiami Garibaldi a sé, lo magnetizzi e lo rimandi alla Caprera su di un<br />
vapore datogli in dono”.<br />
Vittorio Emanuele il 15 ottobre 1860 passò il fiume Tronto che<br />
segna il confine tra le Marche e l’Abruzzo e lo stesso giorno era a<br />
128
Giulianova. Finalmente gli indugi erano stati sconfitti, anche su pressioni<br />
di Cavour che in un suo dispaccio in quei giorni telegrafava:<br />
“Maestà! Il passaggio del Tronto è più importante del Ticino del 1848”.<br />
Il 16 ottobre il Re giunse a Castellammare ed il 17 a Pescara dove<br />
visitò la Fortezza borbonica. Il giorno 19 ottobre fu a Chieti ed il 20 a<br />
Tocco da Causaria ed a Popoli. Nello stesso giorno il Re proseguì per<br />
Sulmona. Qui è bene riportare quanto riferito nell’opera di Raffaele De<br />
Cesare La fine di un regno:<br />
Dopo Popoli proseguì per Sulmona, si partì da questa città<br />
all’indomani. Il re passò sotto un grande arco di trionfo e andò<br />
alla chiesa di S. Panfilo dove fu ricevuto dal vescovo Mons.<br />
Sabatini, che intonò il Te Deum. Rimontato a cavallo attraversò<br />
la città. Tra nembi di fiori, cartelloni tricolori e grida esultanti.<br />
Arrivò alla sott’intendenza e ricevé le autorità. Nella sala maggiore<br />
vi era stato eretto un trono e posta su di esso una corona<br />
del valore di 12.000 ducati, fatta venire da Pescocostanzo e di<br />
proprietà di quella Chiesa parrocchiale.<br />
A Sulmona il Re fu ospite nella villa degli Orsini, sontuosamente<br />
addobbata. Il seguito alloggiò nella storica Badia del Morrone di<br />
Celestino V, allora ospedale militare. Villa Del Basso-Orsini è ancora<br />
oggi proprietà dei discendenti della famiglia gentilizia ed ancora oggi<br />
una targa in camera da letto ricorda il soggiorno del Re.<br />
Il 21 ottobre 1860 il Re arrivò a Castel di Sangro, dove ebbe notizia<br />
ufficiale degli esiti favorevoli del Plebiscito che vi era stato in tutte<br />
le Regioni dell’ex Regno di Napoli.<br />
Il 26 ottobre 1860 a Caianello avvenne lo storico incontro con<br />
Giuseppe Garibaldi. Poi il Re proseguì per Napoli. Nei giorni precedenti<br />
furono scambiati vari dispacci telegrafici tra Garibaldi, il Generale<br />
Cialdini ed il Governatore di Teramo. In uno di questi dispacci<br />
Garibaldi telegrafava di voler accogliere “i piemontesi come fratelli”.<br />
Ma sin da allora lo stesso Cavour già era prevenuto nei confronti del<br />
popolo dell’ex Regno di Napoli. Lo definì in un dispaccio “accozzaglia<br />
di gente” ed impose di distruggere l’azione mazziniana. Temeva soprattutto<br />
le gole di Popoli che erano tenute dalle truppe garibaldine del mazziniano<br />
Pateras. L’idea-guida di Cavour era che Vittorio Emanuele<br />
129
dovesse divenire Re d’Italia in Abruzzo, prima che dieci anni dopo fosse<br />
proclamato Re d’Italia dal Parlamento in Campidoglio.<br />
L’Unità d’Italia, per noi abruzzesi, cominciò con la piemontesizzazione<br />
determinata e feroce. Determinata nell’imporre una legislazione<br />
complessivamente diversa dall’amministrazione dei Borboni, che se<br />
pur paternalistica, era accettata dalla gente; feroce, in quanto la repressione<br />
contro i realisti, considerati semplicemente briganti, diede corso<br />
ad una vera e propria guerra civile con massacri di uomini, donne e<br />
bambini, incendi di paesi e fattorie, incarceramenti e persecuzioni.<br />
Da quella vera e propria guerra mossa dai piemontesi cominciò la<br />
grande migrazione verso le Americhe delle popolazioni abruzzesi e<br />
meridionali, anche per sfuggire ad un’indegna miseria. Le Regioni<br />
meridionali e l’Abruzzo, sottomesse ma non piegate, aspettano ancora<br />
dallo Stato unitario giustizia e verità.<br />
Pier Silvestro Leopardi<br />
Oltre a Salvatore Tommasi ebbe rilievo, per l’Abruzzo e per<br />
Sulmona in particolare, Pier Silvestro Leopardi. Nato ad Amatrice il 31<br />
dicembre del 1797 (oggi Rieti), nella provincia aquilana, Leopardi a<br />
sedici anni combatté contro Gioacchino Murat, nel 1821 fu Ufficiale<br />
nello Stato Maggiore del Generale Pepe. Imprigionato nel 1933, fu<br />
mandato in esilio. Si recò a Parigi ove collaborò con vari giornali e tradusse<br />
in francese le opere di Balbo, Gioberti e Massimo D’Azeglio.<br />
Nel 1848 ritornò in Patria e fu nominato dal Governo del Re di<br />
Napoli plenipotenziario presso il Regno di Sardegna e successivamente<br />
presso la Confederazione Svizzera. Venne anche eletto deputato al<br />
Parlamento del Regno delle due Sicilie. Alla restaurazione fu imprigionato<br />
per quattro anni e poi ancora esiliato.<br />
Noi lo ricordiamo in quanto nel 1861 venne eletto Deputato di<br />
Sulmona al primo Parlamento italiano, che corrispondeva alla VIII<br />
Legislatura del Regno di Sardegna. Alla Camera dei Deputati militò<br />
nelle file dei Conservatori. Nel 1865 fu nominato Senatore del Regno.<br />
Quando la capitale da Torino si trasferì a Firenze, la morte lo colse<br />
nella città toscana il 14 luglio 1870.<br />
130
La sua attività parlamentare fu molto assidua e tante sono le petizioni<br />
e le prese di posizione in ordine ai diversi e svariati problemi<br />
inerenti il giovane regno d’Italia. Nel volume di Alberto Malatesta del<br />
1946, che riporta l’indice di Ministri, deputati e senatori dal 1848 al<br />
1922, il Leopardi è citato in tutta la sua ricca attività di deputato. Egli<br />
propone un ordine del giorno in seguito alle numerose interpellanze<br />
intorno all’amministrazione delle province dell’ex Regno di Napoli e<br />
della Sicilia, interviene nella discussione di un progetto di legge per<br />
l’abolizione dei vincoli feudali, si occupa di contribuire alla istituzione<br />
del Gran Libro del Debito Pubblico, dopo l’unificazione dei debiti<br />
dello Stato unitario. Quello che più ci riguarda da vicino come regione<br />
Abruzzo, fu la sua determinazione nel caldeggiare la costruzione<br />
della strada ferrata da Napoli all’Adriatico, seguendo anche con<br />
emendamenti appropriati il progetto. La ferrovia Napoli-Sulmona-<br />
Pescara c’è ancora, anche se l’orientamento della gestione delle ferrovie,<br />
con molta miopia, è sempre quello di ridurne le corse o addirittura<br />
sopprimerle.<br />
La Rivista “L’illustrazione italiana” del 1911, in occasione del cinquantenario<br />
dell’Unità d’Italia, cita il deputato Pier Silvestro Leopardi,<br />
unitamente a tutti gli altri deputati del primo Parlamento nazionale del<br />
Regno d’Italia, ricordandone meriti e virtù.<br />
Il Leopardi fu un patriota e contribuì alla nascita del Regno d’Italia,<br />
anche se lungo il corso della sua vita pubblica fu spesso combattuto tra<br />
il lealismo verso i Borboni e l’aspirazione ad unificare l’Italia.<br />
Giuseppe Tamburrino – l’ultimo dei briganti<br />
Grande impatto emotivo ebbe nell’immaginario collettivo abruzzese<br />
Giuseppe Tamburrino, figlio di Venanzio e di Agnese Ferri, che<br />
avviò, suo malgrado, la “carriera” di brigante quando, come narra mio<br />
padre, nel 1848, mentre acquistava del tabacco in una rivendita di sale<br />
e tabacchi in paese, si imbatté col sergente della Gendarmeria borbonica<br />
Remigio Ferri, il quale gli pestò a bella posta un piede. Ne nacque<br />
un tafferuglio e Ferri fu steso a terra dal Tamburrino che era alto quasi<br />
due metri ed aveva una forza erculea. Tamburrino fu tratto in arresto e<br />
131
tradotto nel carcere di Introdacqua. Nella stessa notte egli forzò la<br />
porta del carcere ed evase.<br />
I miei ricordi sulla figura e le gesta di Giuseppe Tamburrino, ultimo<br />
brigante di Introdacqua, risalgono al tempo della mia infanzia,<br />
quando mio padre, prima di emigrare in Venezuela, mi raccontava di<br />
questo brigante altissimo, con una folta barba, che aveva conosciuto da<br />
ragazzo nel primo decennio del Novecento, quando egli, ormai libero<br />
e molto anziano, si sedeva dinanzi alla cantina di Consolata, ad<br />
Introdacqua, a raccontare la sua storia.<br />
Allora, in vecchiaia, era solo Zi Peppuccio, e si era talmente affezionato<br />
a papà che gli regalò il suo bastone di ulivo, dritto e nodoso, con la<br />
punta in ferro. Il bastone rimase sempre nella casa paterna anche quando<br />
mio padre era all’estero, ma dopo la sua morte mia sorella Maria se<br />
ne impossessò, e da allora io non l’ho più visto. Giuseppe Tamburrino<br />
nacque a Introdacqua il 27 maggio del 1829 e morì nel 1922.<br />
Allora il paese era molto popoloso, ricco di acque e di boschi, ed<br />
il Monte Plaia, con le sue “sbronze” mura megalitiche, offriva rifugio<br />
nei suoi antri e nella sua fitta boscaglia. È in quegli anfratti che, dopo<br />
la Restaurazione, si rifugiavano i briganti introdacquesi ricercati dalla<br />
Polizia Borbonica con il compito di ristabilire l’ordine dopo l’invasione<br />
dei francesi. Introdacqua è famoso in quanto ha dato i natali al<br />
Capomassa Giuseppe Pronio (1760-1804), poi divenuto comandante<br />
dei Tre Abruzzi per aver sconfitto i francesi, nonché al figlio Paolo,<br />
Generale comandante dei regi eserciti borbonici (1784-1853).<br />
Ma Introdacqua ebbe anche numerosi briganti, tanto da dare vita<br />
alla “banda degli introdacquesi” che, dopo il 1860, si diedero alla macchia<br />
per non essere arrestati dalla Guardia Mobile Nazionale del<br />
Mandamento di Introdacqua e Scanno. Giuseppe Tamburrino infatti,<br />
per la conoscenza del territorio montano e per la sua prestanza fisica,<br />
chiese ed ottenne in cambio della vita di arruolarsi nella Guardia<br />
Mobile Nazionale per contribuire alla repressione del brigantaggio e<br />
dei reazionari borbonici che erano ancora sbandati. Si macchiò di un<br />
delitto, per aver ucciso il 15 aprile 1861 il suo più acerrimo nemico, il<br />
brigante Ignazio Franciosa, compaesano, ma residente a Pettorano sul<br />
Gizio, tristemente noto per gli assalti alle diligenze che percorrevano<br />
la Via Napoleonica da Sulmona a Napoli e viceversa.<br />
132
Più volte arrestato ed evaso, sotto il Regno dei Borboni Tamburrino<br />
si rifugiò per un periodo nella Tenuta Frasca dello Stato Pontificio, a<br />
disposizione proprio per accogliere i delinquenti che volessero ravvedersi.<br />
Chiusa la tenuta rifugio, rientrò ad Introdacqua ed essendo ancora<br />
ricercato si fece aiutare da alcuni paesani, tra i quali il custode dell’antico<br />
camposanto di Sant’Antonio, all’imbocco dell’omonima valle:<br />
ed era qui, come raccontava mio padre, che egli si rifugiava di giorno<br />
nascondendosi nelle tombe vuote e poi usciva di notte per scendere in<br />
paese e incontrare la sua donna. Non solo! Audace com’era, per sfuggire<br />
alla caccia del Tenente Camarda, si fece confezionare degli scarponi<br />
con il tacco sulla punta e la pianta sul tallone, in modo che le impronte<br />
sulla neve ne segnalassero il cammino all’inverso.<br />
Il suo soprannome era Colaizzo. Raccontava mio padre che<br />
Tamburrino amava feste e baldorie, tanto che nel Carnevale del 1859<br />
era in paese a divertirsi, nonostante la presenza dei soldati che lo braccavano.<br />
Era talmente spavaldo che in un brindisi, auto celebrandosi,<br />
recitò così: “Io bevo questo vino a schizzo a schizzo alla salute di<br />
Giuseppe Colaizzo!”<br />
In un’altra occasione non sfuggì alla cattura e venne incarcerato,<br />
ma dopo pochi mesi evase di nuovo segando le sbarre della cella.<br />
Rimase alla macchia sino al cadere del Governo dei Borboni,<br />
quando, come già narrato, si arruolò nella Guardia Nazionale e poté<br />
godersi la lunga vecchiaia in pace.<br />
Gli Abruzzi intanto si avviavano, tra rottura e continuità, verso<br />
nuovi orizzonti, che, tuttavia, dopo l’arrivo dei piemontesi, furono<br />
miseria ed emigrazione.<br />
Bibliografia<br />
L’Abruzzo e l’Unità d’Italia<br />
– Estratto dall’opera La fine di un regno di Raffaele Di Cesare (parte II, pag.<br />
460).<br />
– Indro Montanelli, Storia d’Italia –, vol.4.<br />
– Roberto Simari, Salvatore Tommasi: Il patriota del 1860, Editrice D’Amato,<br />
Sulmona, 1962.<br />
133
– I dispacci telegrafici di Cavour, Farini, Garibaldi e altri sono conservati<br />
all’Archivio di Stato de L’Aquila ed all’Archivio Centrale dello Stato.<br />
– T. Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale, Terni 1890.<br />
Pier Silvestro Leopardi<br />
– Malatesta Alberto, Ministri e deputati d’Italia dal 1848 al 1922 (volume<br />
secondo). Tosi. Roma 1946.<br />
– Leone- Deputati e Senatori. Serie XLIII- Vol.II.<br />
– Rivista L’illustrazione italiana, anno 38, n.13, marzo 1911. Per il cinquantenario<br />
del Regno d’Italia.<br />
Giuseppe Tamburrino – L’ultimo dei briganti<br />
– Rocco Mampieri, Storia del Brigantaggio politico 1799-1861, Sulmona<br />
1973.<br />
– Gaetano Susi, Il Monte Plaia nella storia e nella leggenda, Sulmona 1963.<br />
– Gaetano Susi, Introdacqua nella storia e nella tradizione, Sulmona 1970.<br />
– Francesco Ventresca, Personal Reminiscences of a Naturalized American,<br />
New York-Usa 1937.<br />
– Panfilo Monaco, Pettorano sul Gizio nella corona radiosa dei Cantelmo,<br />
Sulmona 1983.<br />
– Luigi Torres, Il brigantaggio nell’Abruzzo peligno e nell’Alto Sangro,<br />
2001.<br />
134
PANFILO SERAFINI, MARTIRE DELLA LIBERTÀ.<br />
di Gioacchino Casciato<br />
Alunno della classe III° B<br />
Scuola Media “Panfilo Serafini”<br />
“Fuori i barbari, fuori i barbari! Finchè<br />
l’Austria tiene un soldato fra di noi, l’Italia<br />
è nulla… Si conquisti prima la potenza e<br />
poi la libertà. Sia pure il dispotismo tra noi,<br />
ma fugga lo straniero”.<br />
Così scriveva il patriota risorgimentale<br />
Panfilo Serafini, attento osservatore e conoscitore<br />
della storia locale e “nazionale” del<br />
suo tempo, consigliando ai patrioti quella<br />
prudenza necessaria per non spaventare i<br />
Principi d’Italia con la parola Repubblica,<br />
visto che “il volgo tende all’unità monar- T. Patini, Panfilo Serafini.<br />
chica… il Piemonte è forte ed ama Casa Savoia… Napoli ha un popolo<br />
per nulla maturo e semi repubblicano.”<br />
Panfilo Serafini era un carbonaro che non nascondeva le sue idee,<br />
un mazziniano che credeva nell’importanza di diffonderle, consapevole<br />
che i suoi Sulmonesi andavano sollecitati non a prendere baionette e<br />
cannoni, ma ad armare il pensiero. Dovevano dunque, i Sulmonesi,<br />
avere coscienza della propria dignità di esseri umani, delle proprie<br />
capacità, del ruolo che ad essi spettava nella società futura, liberi finalmente<br />
da superstizione, ignoranza e vassallaggio feudale. I mali possono<br />
essere curati solo se conosciuti, ed ecco che Panfilo Serafini, illuminista<br />
ed uomo di cultura, esamina la realtà sulmonese del suo tempo<br />
e ne coglie i limiti. “Non conoscendo il meglio ci crediamo sovrani<br />
dell’Universo nella nostra mediocrità,” e precisa “abbiamo ignoranza<br />
quasi universale, dovendo far poche eccezioni per coloro ch’ebbero da<br />
natura ingegno naturale o volontà ferma di progredire da sé nella via<br />
delle oneste discipline, o la fortuna di studiar fuori del Distretto”.<br />
Sottolinea inoltre con lucida amarezza, trattandosi di un insegnante-<br />
135
patriota, che “la gioventù sulmonese e del nostro distretto, quantunque<br />
assetata di saper, non può soddisfare ad un desiderio: che le impedisca<br />
di abbandonarsi all’ozio e di crescere ignorante…”.<br />
Bisognava liberarsi dell’ignoranza, si diceva nella Francia del<br />
Settecento, e questo andava dicendo nell’Ottocento Panfilo Serafini,<br />
quando parlava della necessità di creare in Sulmona scuole capaci di<br />
dare un insegnamento più fruttuoso ai “fanciulli”, una specifica istruzione<br />
agraria per i nostri concittadini e pe’ proprietari delle terre vicine,<br />
visto che Sulmona è chiave e centro degli Abruzzi”, ma “il difetto<br />
d’associabilità, l’essere stimolati da non grandi bisogni, l’ignoranza<br />
del meglio, ed una certa inerzia che fa moltiplicar fra noi merciajuoli<br />
senza farci aver commercianti” .<br />
Si preoccupava dell’economia di Sulmona Panfilo Serafini, e ne<br />
voleva migliorare la realtà, guardando però alla distribuzione dei mezzi<br />
di vita piuttosto che alla quantità, perché “altrimenti potremmo avere<br />
alcuni ricchissimi in una città povera”. Giustizia, dunque, in tutti i settori<br />
della vita civile e politica, giustizia possibile solo con la libertà dall’ignoranza,<br />
dalla sopraffazione e dall’egoismo. Ma la libertà desiderata,<br />
quella di cui hanno tanto parlato e parleranno scrittori, filosofi, politici<br />
e cittadini comuni, è raggiungibile solo quando si ha la consapevolezza<br />
del suo significato e si è disposti a sacrificare tutto, anche la vita,<br />
per raggiungerla per sé e per farla godere agli altri, come ha fatto<br />
Panfilo Serafini.<br />
Una bella chiesa ne conserva le ossa, un busto ne mostra il volto<br />
all’entrata della Scuola Media a lui intitolata, ma dopo tanti anni dalla<br />
sua morte vi sono in Sulmona giustizia, qualità nell’insegnamento,<br />
valorizzazione delle persone oneste e capaci che vi operano e ricordo<br />
orgoglioso di chi ha bene operato nel passato per migliorare il presente?<br />
Solo con risposte affermative potremo dire che il martirio di Panfilo<br />
Serafini non è stato inutile e che la libertà nel rispetto degli altri, che<br />
lui ha sempre voluto, è un bene di cui godono i suoi concittadini di<br />
oggi, nipoti di coloro che non sono stati in grado di capirlo ed apprezzarlo.<br />
Solo in tal caso il tempo gli avrebbe reso giustizia e solo in tal<br />
caso la libertà sarebbe un bene acquisito.<br />
136
GLI ANTITALIANI E LA QUESTIONE MERIDIONALE<br />
di Nicolina Nolfi<br />
Negli ultimi 25 anni, parallelamente al terremoto di tangentopoli e<br />
all’afflusso di extracomunitari, paragonabile in alcuni momenti ad una<br />
vera e propria invasione, i malumori e i risentimenti contro “Roma<br />
ladrona” da una parte e soprattutto la paura nei confronti del diverso<br />
che – ieri meridionale oggi straniero – veniva a togliere pane e lavoro<br />
all’industriosa e produttiva gente settentrionale, sono sfociati nella<br />
nascita della Lega Nord, passata in pochi anni da disorganizzata forza<br />
di lotta a partito di governo.<br />
Rozzi e beceri nel loro razzismo, grossolani e violenti nel linguaggio,<br />
ignoranti veri o falsi della storia d’Italia, i leghisti della prima ora,<br />
per il loro progetto di secessione, non solo si sono impadroniti dei simboli<br />
ampiamente utilizzati dai patrioti del Risorgimento, ma hanno<br />
dato luogo, per forza di reazione uguale e contraria, ad un’ampia fioritura<br />
di articoli, saggi e studi localistici di stampo prettamente “sudista”,<br />
vagamente infarciti di razzismo alla rovescia.<br />
L’inno di Mameli, riportato in auge da C. A. Ciampi, è ancora oggi<br />
pressoché sconosciuto ai più e, se le partite della nazionale di calcio ne<br />
hanno insegnato a tutti il ritornello, solo pochissimi ne conoscono il testo<br />
integrale: è stato Roberto Benigni a ricordare, dal palco di Sanremo, che<br />
Alberto Da Giussano era uno degli eroi simbolo dei nostri patrioti, impartendo,<br />
e non solo ai leghisti, una bella lezione di storia e di italianità.<br />
Molti giovani di oggi Alberto Da Giussano lo hanno conosciuto<br />
forse soltanto attraverso le bandiere della Lega, ma noi un po’ più<br />
avanti negli anni avevamo imparato a considerarlo un campione del<br />
sentimento nazionale già dai banchi della Scuola Media, commuovendoci<br />
alle rievocazioni delle antiche battaglie contro lo straniero<br />
con il Berchet del “Giuramento di Pontida” o con il Carducci della<br />
“Canzone di Legnano”. Peccato che questi cantori del Risorgimento<br />
siano stati, negli ultimi decenni, quasi banditi dalle antologie della<br />
scuola primaria: forse oggi non ci troveremmo a dover tollerare le<br />
volgari esternazioni del peggior leghismo di fronte alla bandiera o i<br />
137
mugugni di altre componenti della società italiana in merito alla<br />
festa nazionale per i 150 anni dell’Unità.<br />
Quanto alla fioritura di storie e cronache del Sud, accanto a studi<br />
approfonditi ed obiettivi che – da qualunque parte d’Italia – si inseriscono<br />
nella tradizione dei Fortunato, dei Salvemini, dei Villari, se ne<br />
producono altri che, pur altrettanto ricchi di documentazione, mancano,<br />
a mio avviso, di quell’essenziale completezza di racconto e di quell’onesta<br />
obiettività di giudizio senza le quali crollano due fondamentali<br />
presupposti del fare storia: Terroni del pugliese Pino Aprile, dato alle<br />
stampe l’anno scorso, alla vigilia delle celebrazioni per la ricorrenza<br />
dell’unificazione, mi pare ne costituisca la sintesi perfetta.<br />
Frutto della passione e dell’amore per il Sud da parte di un giornalista<br />
profondamente legato alla sua gente, Terroni è un libro a tesi che,<br />
proprio perché scaturito da spinte emotive di per sé irrazionali, distorce<br />
la realtà storica deformando e adattando la verità a ciò che più preme<br />
dimostrare: secondo Aprile, infatti, il Sud – terra felice e ben governata,<br />
economicamente alla pari e, in certi settori, più prospera del resto<br />
d’Italia al tempo dei Borboni – è stato ridotto a condizioni di sudditanza<br />
e di progressiva inferiorità da una politica di espoliazione e di rapina<br />
delle sue risorse materiali ed umane, attuata, ieri come oggi, con fredda<br />
consapevolezza dai settentrionali o almeno per i settentrionali.<br />
Il libro si apre, da parte del nostro autore, con una professione di<br />
ignoranza di notevole impatto emotivo:<br />
“Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti<br />
fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono<br />
per sempre molti paesi in operazioni “antiterrorismo”, come i<br />
marines in Iraq. Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concedesse<br />
libertà di stupro sulle donne meridionali (…). Ignoravo che, in<br />
nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di<br />
saccheggio (…) e praticarono la tortura e (…) si incarcerarono i<br />
meridionali senza accusa, senza processo, senza condanna (…)<br />
briganti per definizione perché meridionali”.<br />
Noi invece sapevamo, da almeno 40 anni. La storia del<br />
Risorgimento, concepita come libera aggregazione di purissimi ideali<br />
di italianità intorno alla figura di Mazzini o alla spada di Garibaldi,<br />
138
o come popolo che si desta dal suo sonno secolare per cacciare lo<br />
straniero, era stata sfrondata degli aspetti eccessivamente retorici e<br />
patriottardi in tempi molto più lontani, se vogliamo fin dal primo<br />
decennio dell’Unità.<br />
La riprovazione per i metodi adottati e la delusione per i risultati<br />
conseguiti erano infatti sfociate da una parte nella protesta dei patrioti<br />
e degli intellettuali, dall’altra in una serie di indagini e di inchieste tese<br />
se non altro a capire cosa non avesse funzionato.<br />
Gli errori commessi, gli aspetti più tristi, la tragedia sociale che la<br />
conquista del Sud aveva provocato erano emersi già dalle prime relazioni<br />
presentate in Parlamento non solo da deputati provenienti dal<br />
Meridione, ma anche da probi ed onesti funzionari piemontesi.<br />
Nei capitoli che ripercorrono l’impresa di Garibaldi, Aprile sembra<br />
scoprire solo adesso che il ricongiungimento dell’indipendente Regno<br />
delle due Sicilie al resto d’Italia non era avvenuto solo attraverso un’impresa<br />
animata da ideali unitari ma che, al contrario, era stata una guerra<br />
di conquista talora brutale. Per condurla al successo, ci si era serviti<br />
di ogni mezzo, ivi compreso l’appoggio dell’ “onorata società” che,<br />
forse proprio grazie alle vicende di quegli anni, si consolida in cosche<br />
sempre più potenti nel tempo e sempre più ramificate nello spazio.<br />
Nelle accorate pagine che rievocano, con dovizia di particolari, le<br />
tragiche gesta della guerra al banditismo, il nostro autore evidenzia gli<br />
orrori delle stragi, la ferocia e la crudeltà delle rappresaglie messe in<br />
atto dai piemontesi, soprattutto dopo la terribile legge Pica (ahinoi<br />
aquilano!) che consentiva di incarcerare e di uccidere chiunque: bastavano<br />
il sospetto o il possesso di un’arma, fosse pure una falce, una roncola,<br />
un’accetta.<br />
Noi sapevamo perfettamente invece. Fin dai tempi del liceo e, più<br />
tardi, nelle facoltà umanistiche, noi studenti eravamo obbligati a conoscere<br />
la realtà storica del periodo attraverso lo studio dei meridionalisti<br />
più accreditati, mentre quel fondamentale testo che è la Storia<br />
d’Italia 1861-1969 di Denis Mack Smith ci accompagnava per tutto il<br />
percorso universitario.<br />
Il puntiglioso, compassato, finissimo storico inglese, distaccato<br />
dalle passioni degli Italiani del Nord, del Centro e del Sud, fin da allora<br />
ci aveva fatto capire che orride stragi, feroci crudeltà e bagni di sangue<br />
139
erano stati perpetrati su tutti i fronti, specialmente nei momenti in cui<br />
il “revanchismo” borbonico e quello contadino si erano intrecciati al<br />
brigantaggio e la lotta si era trasformata in una guerra di tutti contro<br />
tutti. La ferocia dei contadini in cerca della “Libertà” di verghiana<br />
memoria e la spietata repressione che ne era derivata avevano già dato<br />
ampie prove di sé a Bronte. I truci scenari delle esecuzioni e delle vendette<br />
dei briganti, secoli addietro, avevano terrorizzato persino gli eserciti<br />
dei viceré spagnoli e forse avrebbero ancora oggi qualche suggerimento<br />
da offrire ai cineasti dell’horror.<br />
Ma il nostro giornalista, così sollecito nell’enfatizzare gli eccidi<br />
“piemontesi”, su questi “dettagli” preferisce tacere. Eppure tutti<br />
sappiamo che la guerra, anche se provocata da giuste cause, diventa<br />
quasi sempre sul campo una “sporca faccenda”, ieri come oggi, dai<br />
campi di sterminio nazisti ai massacri di Saddam Hussein, dalle<br />
pulizie etniche dell’ex Jugoslavia alle torture dei presunti terroristi<br />
irakeni: emblematiche in questo senso sono diventate le foto della<br />
giovanissima soldatessa americana che schiaccia mozziconi accesi<br />
sui corpi nudi dei prigionieri ammassati gli uni sugli altri nella prigione<br />
di Abu Ghraib.<br />
La guerra… Dalle nostre parti una vecchia, saggia massima pratolana<br />
ne esprime, con rara efficacia linguistica, le devastazioni: “la ‘uerre’,<br />
a papà, scinciose tutte, tutte”, “la guerra, figlio mio, lacerò, ridusse<br />
a brandelli tutto” e, in quel “tutto” ripetuto due volte, sono inclusi non<br />
solo gli uomini e i paesi, ma anche i sentimenti ed i valori più elevati.<br />
Tornando, dopo questa breve digressione, alle tesi sostenute da<br />
Pino Aprile, quella di un’Italia meridionale prospera e ben governata<br />
dai Borboni, se non è una vera e propria leggenda metropolitana, è per<br />
lo meno un’affermazione assai azzardata e discutibile.<br />
Se è vero che Napoli, splendida per i suoi edifici, vivace per la<br />
sua cultura, all’avanguardia in Italia per le sue flotte, mercantile e<br />
bellica, era la terza città più ricca e popolosa d’Europa, è altrettanto<br />
vero però che accanto alla corte borbonica e a quello che oggi chiameremmo<br />
il suo “indotto”, brulicava da secoli e cresceva paurosamente<br />
negli anni l’enorme plebaglia affamata e miserabile dei lazzari<br />
conosciuti e temuti dai residenti e dai visitatori per gli atti di ordinaria,<br />
quotidiana criminalità.<br />
140
Palermo ed alcune altre città del Sud, soprattutto in prossimità dei<br />
porti, avevano avviato qualche attività di tipo industriale, aziende di<br />
piccole e medie dimensioni specie nei settori tessile ed alimentare. Ma<br />
la stragrande maggioranza del territorio utile era campagna in pieno<br />
Medioevo, abitata da diversi milioni di persone: erano per lo più contadini<br />
senza terra e pastori senza gregge, sottoposti ai gattopardi della<br />
grande feudalità laica ed ecclesiastica o al rapace padronato dei nuovi<br />
ricchi che, all’arrivo dei Francesi prima e al formarsi dell’Unità poi, si<br />
erano impossessati di vasti latifondi accaparrando o usurpando le terre<br />
del demanio e della manomorta.<br />
Strade e ferrovie nel regno erano pressoché assenti, gli antichi<br />
boschi erano stati saccheggiati, acquitrini e paludi malarici ricoprivano<br />
vaste estensioni di terre in prossimità delle coste, dei fiumi e dei torrenti,<br />
il territorio, nel suo insieme, era in preda al più profondo dei<br />
degradi.<br />
Francesco Saverio Sipari, antenato di Benedetto Croce e sindaco di<br />
Pescasseroli nel primo decennio dell’Unità, sensibile ed attento ai problemi<br />
economici della sua regione e del Sud in genere, così descrive la<br />
condizione del contadino in una lettera ai censuari del Tavoliere delle<br />
Puglie, nel 1863.<br />
“Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non<br />
ha prato, non ha bosco, non ha armento: non possiede che un<br />
metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha<br />
vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato<br />
rapito o dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale<br />
o dall’usura del proprietario o dalla imposta del comune e<br />
dello stato. Il contadino non conosce pan di grano, né vivanda<br />
di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o<br />
melgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le<br />
radici che gli dà la terra, matrigna a chi l’ama. Il contadino,<br />
robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell’aria, con<br />
sedici ore di fatica, riarso dal solleone, rivolta a punta di vanga<br />
due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna<br />
ottantacinque centesimi, beninteso nelle sole giornate di<br />
lavoro, e quando non piove e non nevica e non annebbia. Con<br />
questi ottantacinque centesimi vegeta esso, il vecchio padre,<br />
141
invalido della fatica e senza ospizio, la madre, un paio di sorelle,<br />
la moglie e una nidiata di figli. Se gli mancano più giorni gli<br />
ottantacinque centesimi, il contadino, non possedendo nulla,<br />
nemmeno il credito, non avendo che portare all’usuraio o al<br />
monte dei pegni, allora (oh io non mentisco!) vende la merce<br />
umana; esausto l’infame mercato, piglia il fucile e strugge, rapina,<br />
incendia, scanna, stupra e – mangia” (B. Croce – Storia del<br />
Regno di Napoli – Laterza ).<br />
In rivolta anarcoide contro le loro terribili condizioni di miseria, i<br />
braccianti del Sud – sui quali venivano a gravare anche gli obblighi<br />
della lunga leva – nel primo decennio dell’Unità avevano imbracciato<br />
il fucile; qualche decennio più tardi, prenderanno una valigia di cartone<br />
ed emigreranno oltre oceano.<br />
L’emigrazione costò loro ancora una volta lacrime amare per gli<br />
affetti che lasciavano a casa, per i disagi e le umiliazioni che li aspettavano<br />
a destinazione.<br />
Eppure, proprio attraverso il sacrificio di milioni di migranti, la<br />
tensione sociale si stemperò e, grazie alle loro rimesse, si ricreò una<br />
classe di piccoli proprietari terrieri in grado di tirare a campare in<br />
modo dignitoso. È doveroso però osservare che a partire non erano<br />
solo i meridionali; con loro si muovevano anche i braccianti delle zone<br />
più povere del resto d’Italia, dalle Langhe al delta del Po, dalla<br />
Sardegna ai paesi alpini.<br />
Lo spopolamento delle campagne indusse anche i “baroni” a più<br />
miti consigli al punto che si diffusero un po’ ovunque i contratti di<br />
mezzadria e colonìa. Nella Valle Peligna, il colono si chiamava “aquilone”<br />
e il tipo di contratto che stipulava con il proprietario terriero<br />
veniva definito, ai tempi di mio nonno, nel primo Novecento, “alla<br />
parte”; il padrone delle terre contribuiva con il denaro “alle spese” –<br />
sementi, acquisto di attrezzi, eventuali migliorie – poi divideva i prodotti<br />
della terra con il mezzadro in percentuali che variavano in base al<br />
valore delle colture.<br />
Riguardo alle scelte del governo italiano in materia industriale, nei<br />
primi decenni dell’unificazione, fu il libero scambio – esteso a tutto il<br />
territorio nazionale – a rovinare, per la spietata legge della concorren-<br />
142
za, le imprese più piccole e più deboli, proprio come è capitato oggi ai<br />
piccoli negozi con la diffusione dei centri commerciali. Quanto ai trasferimenti<br />
da Sud a Nord operati dallo Stato o dai privati (la famiglia<br />
Orlando, per esempio, portò la sua azienda da Palermo a Genova),<br />
sono convinta che la logica ad essi sottesa sia stata la stessa che ha portato<br />
ieri la Siemens ad abbandonare la Valle Peligna, che induce oggi<br />
Marchionne a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, e cioè quella<br />
cruda e brutale del profitto.<br />
Persino la “piemontesizzazione” amministrativa alla lunga si è<br />
rivelata una scelta vincente, visto che, a 150 anni di distanza, sono<br />
ancora così vive le spinte centrifughe, sia pure di minoranze di Italiani<br />
del Nord o del Sud che siano.<br />
Per concludere: si può essere d’accordo con Pino Aprile sul fatto<br />
che le condizioni generali del Sud peggiorarono con l’unificazione –<br />
almeno nei primi decenni – e con il Sud peggiorarono anche le zone di<br />
campagna più povere del resto d’Italia.<br />
Si può concordare anche – in sintonia con la maggioranza degli<br />
storici – sul fatto che le scelte dei governi italiani in materia economica,<br />
in questo secolo e mezzo di storia, spesso si sono rivelate deleterie<br />
per il Sud, allargando la forbice esistente all’origine. Su tutte hanno<br />
influito non solo le ideologie dominanti delle maggioranze, ma anche<br />
gli intrecci complessi delle vicende internazionali.<br />
Centinaia di migliaia, forse milioni, di pagine sono state scritte<br />
sulle vicende storiche di questi 150 anni e sulla questione meridionale<br />
in particolare: sarebbe pertanto riduttivo e presuntuoso pretendere di<br />
darne una spiegazione esaustiva in queste brevi note.<br />
Mi limiterò perciò ad osservare che, se il divario economico tra le<br />
due Italie è tuttora rilevante, attribuirne la responsabilità ad un disegno<br />
consapevole di deliberato affossamento del Sud a favore dello sviluppo<br />
del Nord da parte delle classi dirigenti che in questi 150 anni si sono<br />
succedute al governo e all’amministrazione del Paese mi sembra, in<br />
tutta sincerità, fantapolitica.<br />
Il Sud non ha forse avuto sempre i suoi rappresentanti in<br />
Parlamento? Se questi nostri deputati e ministri – pochi all’inizio,<br />
proporzionati al numero degli abitanti dopo il suffragio universale –<br />
sono stati e sono così indegni e perversi, le responsabilità non sono<br />
143
attribuibili al popolo meridionale che, ieri come oggi, li ha mandati<br />
al potere? E le connessioni mafia-politica?<br />
Sollevare polveroni, suscitare sterili polemiche, evidenziare le<br />
eventuali colpe altrui, minimizzando o, peggio, oscurando le proprie<br />
non serve a risolvere la “questione meridionale” né tanto meno a<br />
cementare lo spirito unitario che ancora oggi, dopo ben 150 anni,<br />
mostra qualche smagliatura.<br />
Al contrario certe posizioni faziose possono rafforzare le spinte<br />
separatiste che ogni tanto riemergono in Sicilia, possono alimentare gli<br />
spiriti “revanchisti” di eventuali altre formazioni “legasudiste”, possono<br />
magari portare acqua al nostalgico mulino del risorto partito neoborbonico:<br />
formazioni tutte, a Nord o a Sud, ridicole e piccine in tempi<br />
in cui la riduzione delle distanze, Internet, le migrazioni massicce, il<br />
degrado ambientale, la scarsità delle risorse energetiche ed alimentari<br />
– problematiche globali, comuni all’intera umanità – dovrebbero farci<br />
sentire, tutti, cittadini del mondo.<br />
Centocinquant’anni sono passati dal giorno in cui l’Italia ha cessato<br />
di “essere un’espressione geografica” per diventare una nazione, un<br />
risultato grandioso, inimmaginabile solo qualche anno prima, anche se<br />
è costato così tante lacrime, così tanto sangue.<br />
Sono convinta che se Massimo D’Azeglio potesse aggirarsi oggi<br />
per le strade delle nostre città o dei nostri paesi, dalle Alpi alla Sicilia,<br />
sarebbe molto soddisfatto ed esclamerebbe: “Finalmente anche gli<br />
Italiani sono fatti!”<br />
In questi 150 anni i nostri connazionali si sono spostati in lungo e<br />
in largo per la penisola e non solo da Sud a Nord ma anche in senso<br />
contrario ed incrociato. Le guerre, le grandi opere pubbliche, lo studio,<br />
il lavoro, la politica e persino le vacanze li hanno fatto incontrare e,<br />
nonostante le reciproche diffidenze o i millenari campanilismi, si sono<br />
scambiati idee, opinioni, saperi, usanze, tradizioni, ricette e soprattutto<br />
valori. La scuola, i giornali, la radio, la TV hanno insegnato la nostra<br />
lingua agli abitanti del più isolato paesello di montagna, della più piccola<br />
isola, del più sperduto casolare.<br />
Tutti noi Italiani ci riempiamo d’orgoglio ai riconoscimenti tributati<br />
dal mondo ai nostri artisti, alle affermazioni dei nostri atleti, ai<br />
successi del nostro cinema, all’eleganza della nostra moda, tutti noi ci<br />
144
sentiamo partecipi alle sofferenze della nostra gente ad ogni catastrofe<br />
naturale o ad ogni grande tragedia privata, tutti noi ci vergognamo un<br />
po’ di fronte ai nostri scandali, alle gesta ingloriose delle nostre mafie,<br />
alle nostre città ricolme di “monnezza”.<br />
Siamo così simili nelle tante differenze che, se andiamo all’estero,<br />
agli stranieri di qualunque paese del mondo bastano pochi minuti perché<br />
ci rivolgano la domanda: Italiani?<br />
È giunto il momento per tutti noi di impegnarci in prima persona<br />
per cercare di risolvere i problemi più dolorosi che ancora ci affliggono<br />
affinché, alla domanda, come Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”,<br />
possiamo finalmente rispondere con orgoglio: “Italiani, sì!”.<br />
Anzi… fratelli d’Italia.<br />
145
146
LINGUA E DIALETTI NELL’ITALIA POST-UNITARIA<br />
di Evandro Gay<br />
L’anno 1861 è stato davvero un anno memorabile nella storia dell’Italia<br />
moderna; è quello infatti l’anno nel quale fu proclamata l’Unità<br />
d’Italia, anche se tale unità venne completata e portata a termine solo<br />
nel 1970 con la presa di Roma.<br />
Sin dal 1861, dunque, ebbero avvio importanti processi di trasformazione<br />
della vita nazionale in ogni suo settore, con conseguenti<br />
riflessi anche sulla lingua italiana, che prese a diffondersi presso strati<br />
sempre più vasti di popolazione, che erano rimasti per lunghi secoli<br />
dominio esclusivo delle parlate dialettali.<br />
L’italiano che parliamo e scriviamo al giorno d’oggi è nato sul<br />
modello del fiorentino letterario del Trecento, è stato sapientemente<br />
codificato nel Cinquecento dall’umanista veneziano Pietro Bembo e<br />
successivamente è assurto a lingua nazionale ad opera di Alessandro<br />
Manzoni.<br />
In un’Italia divisa politicamente questa lingua ha rappresentato per<br />
secoli il simbolo di una fratellanza ideale, ma è rimasta privilegio di<br />
una ristretta élite. Va ricordato comunque che, quando fu proclamata<br />
L’Unità, la lingua italiana parlata era quasi inesistente al di fuori della<br />
Toscana e della città di Roma, mentre i dialetti godevano di un vastissimo<br />
consenso sociale, in special modo nelle città più importanti del<br />
paese, quali Napoli, Milano, Venezia e Palermo, nelle quali il dialetto<br />
veniva usato non solo dagli appartenenti ai ceti più umili della popolazione,<br />
ma era di frequente utilizzato anche in circostanze ufficiali da<br />
personaggi importanti della vita nazionale. Non va dimenticato in proposito<br />
che lo stesso Vittorio Emanuele II, primo re dell’Italia unita,<br />
faceva uso del dialetto piemontese in ogni occasione.<br />
Un dato statistico ci dà l’esatta percezione della diffusione della<br />
lingua italiana in quel periodo: essa veniva usata quasi esclusivamente<br />
come lingua scritta, ma meno di un terzo della popolazione adulta<br />
sapeva scrivere, mentre tutti gli altri si esprimevano solo e soltanto in<br />
dialetto, tanto da far dire a Pasquale Villari nel 1866: “V’è nel seno<br />
147
della nazione stessa un nemico più potente dell’Austria ed è la nostra<br />
colossale ignoranza, il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e 5<br />
milioni di arcadi”.<br />
Sempre a proposito di dati statistici, il censimento del 1861 aveva<br />
accertato che gli italiani capaci di leggere e scrivere erano meno di un<br />
quarto della popolazione, tenendo anche conto di coloro che sapevano<br />
a malapena apporre solo la loro firma.<br />
Secondo una stima del prof. Tullio De Mauro solo il 2,5% della<br />
popolazione era in grado di affrancarsi dall’uso della parlata dialettale,<br />
comprendendosi in tale percentuale anche coloro che avessero frequentato<br />
scuole post-elementari, 400.000 toscani e 70.000 romani alfabetizzati,<br />
in considerazione della contiguità dei loro dialetti con la lingua<br />
comune. Secondo altri studiosi, gli italofoni sarebbero stati circa il<br />
9,5% della intera popolazione. Si deve anche precisare che nell’Italia<br />
pre-unitaria il grado di sviluppo delle istituzioni scolastiche era diverso<br />
tra Stato e Stato: tale grado era minimo nel Regno delle Due Sicilie<br />
e massimo nel Piemonte, dove sin dal 1840 era stata attuata una politica<br />
di istruzione popolare.<br />
Non a caso le punte di massima conservazione del dialetto si avevano<br />
nelle zone di scarsa urbanizzazione, unitamente all’insufficienza<br />
del sistema viario, che rendeva di difficilissima attuazione il processo<br />
di osmosi tra gruppi di popolazione. Con la costituzione della Stato<br />
Unitario la lotta all’analfabetismo e la diffusione della lingua italiana<br />
costituirono problemi politici, con i quali dovette misurarsi la nuova<br />
classe dirigente. Nel 1868 il Ministro dell’Istruzione, Emilio Broglio,<br />
chiamò Alessandro Manzoni ad occuparsi in concreto della questione<br />
e Don Lisander propose di inviare maestri fiorentini in tutte le scuole<br />
e di far trascorrere periodi di soggiorno a Firenze agli altri maestri, al<br />
fine di “risciacquare i panni in Arno”. Tuttavia, queste proposte non<br />
raggiunsero lo scopo prefissato di italianizzare il sistema scolastico,<br />
anche perché vi furono tenaci resistenze opposte dalle classi agiate di<br />
ispirazione cattolica e moderata.<br />
Ebbe invece una certa fortuna l’idea del De Sanctis, che nel 1880<br />
diventò Ministro dell’Istruzione, di incoraggiare i docenti a porre in<br />
relazione i due sistemi espressivi, per far tesoro di quel fondo prezioso<br />
che ha il dialetto in comune con la buona lingua.<br />
148
L’insufficiente preparazione degli insegnanti emerge dalle correzioni<br />
linguistiche di un precettore abruzzese, che da un lato sostituisce<br />
un vocabolo accettabilissimo come affitto col toscano pigione, mentre<br />
non corregge l’espressione faggioli, inciampando anche lui in un localismo<br />
fonetico, quando scrive cabbie in luogo di gabbie (da Italiano in<br />
Abruzzo dopo l’Unità, di P. Trifone, Chieti, 1990).<br />
Liberati, però, dall’isolamento ed entrati in contatto diretto con le<br />
parlate cittadine più italianizzate, i dialetti cominciarono ad avvicinarsi<br />
alla lingua comune. Tra le abitudini lessicali abruzzesi, citate da<br />
Fedele Romani (Abruzzesismi, Firenze, 1907) vanno ricordati i seguenti<br />
vocaboli e modi di dire: cocozza al posto di zucca, faticare per lavorare,<br />
stare per essere, trappeto per frantoio, gradinata al posto di scala,<br />
coppola per berretto, cercare al posto di chiedere, fidarsi invece di sentirsela,<br />
incaricarsi per prendersi cura, mettere e levare la tavola anziché<br />
apparecchiare e sparecchiare, ritirarsi al posto di rincasare, tiretto<br />
invece che cassetto, salvietta al posto di tovagliolo, ecc., ecc.<br />
Oggi, trascorsi ormai centocinquant’anni, l’ignoranza non è stata<br />
forse debellata, ma l’analfabetismo sì (dati ISTAT 2001: analfabeti<br />
782.342) e l’italiano è diventato la lingua comune a tutti gli Italiani<br />
(dati ISTAT 2006: uso esclusivo del dialetto inferiore al 6%).<br />
Tutto questo è stato possibile grazie al miglioramento delle condizioni<br />
economiche ed al tasso sempre più elevato di scolarizzazione, ma<br />
anche grazie a fenomeni sociali come l’emigrazione interna verso altre<br />
regioni o città e il servizio militare, nonché alla progressiva diffusione<br />
dei mezzi di comunicazione di massa: la stampa, la radio, il cinema e,<br />
soprattutto, la televisione.<br />
Dall’Unità ad oggi l’Italiano ha attinto dai dialetti qualche migliaio<br />
di vocaboli, arricchendosi notevolmente, ma i dialetti, nel frattempo,<br />
non sono scomparsi, anzi, hanno riguadagnato terreno, affiancandosi<br />
alla lingua italiana. Questa lingua, venata di elementi locali (l’italiano<br />
regionale) è diventata la lingua parlata nelle situazioni informali anche<br />
delle persone colte. Italiano regionale sì, ma, appunto, Italiano.<br />
149
150
L’UNITÀ DELL’ITALIA… DISUNITA<br />
di Raffaele Russo (Irmazio Glicone)<br />
La legge 17 marzo numero 4671, articolo unico, proclamò: “Il Re<br />
Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di<br />
Re d’Italia”.<br />
Una legge ad personam, mancante del classico riferimento “per<br />
grazia di Dio e volontà della Nazione”, correttiva in parte di anacronistica<br />
situazione della Penisola fino a quel giorno divisa in ben sette<br />
entità statuali. La completa unità geografica dell’Italia era ancora lontana<br />
da venire. Il Veneto entrerà a farvi parte nel 1866; Roma nel 1870;<br />
il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia nel 1918.<br />
Sarà Massimo D’Azeglio (1798-1866), uomo politico fra i più noti<br />
del Risorgimento, a pubblicare solennemente ne I miei ricordi il<br />
bando: “Il primo bisogno d’Italia è che gli Italiani si formino”. Ciò<br />
ovviamente in un contesto europeo di grandi Stati ben costituiti da<br />
secoli. Egli aveva contezza delle arretrate condizioni in cui gli Italiani<br />
versavano, afflitti da indigenza e analfabetismo. Ne è la prova la rilevante<br />
migrazione di fine ottocento dal Veneto e soprattutto dal<br />
Meridione. D’Azeglio aveva soggiornato a Torino, Firenze, Roma,<br />
Milano e nelle regioni centrali. Era stato presidente del Consiglio dei<br />
Ministri fino al 1857, quando gli successe Cavour. Letterato autore di<br />
opere fra le quali Ettore Fieramosca e La disfida di Barletta.<br />
Il suo appello si prefiggeva di dare agli Italiani una comune identità<br />
nazionale certamente di difficile realizzazione dopo circa due millenni di<br />
divisione e sudditanze a poteri locali e stranieri, pur se i più grandi poeti<br />
della nostra lingua continuavano a tener viva la memoria di Roma.<br />
Né l’esito favorevole della Prima Guerra Mondiale, né il ventennio<br />
fascista, con le sue ottiche espansionistiche imperiali, riuscirono<br />
a potenziare quella identità nazionale sempre carente ed aggravata<br />
dalla perpetua divergenza economico-sociale tra Nord e Sud della<br />
Penisola, riacutizzata dopo la Seconda Guerra Mondiale, tanto da<br />
rendere sempre validi gli epiteti “Polentoni” per i settentrionali e<br />
“Terroni” per i meridionali.<br />
151
Ma la vera disunione territoriale, civile, amministrativa, culturale e<br />
socio-economia è stata decretata dalla Costituzione Italiana del 1948,<br />
articolo 116, che ripartendo la Repubblica in regioni, provincie e<br />
comuni attribuisce “alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige,<br />
al Friuli Venezia Giulia ed alla Valle d’Aosta, forme particolari di autonomia,<br />
secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali”.<br />
Quindi crea le cosiddette Regioni a Statuto Speciale e Provincie<br />
Autonome a fronte delle restanti regioni a statuto ordinario, con conseguente<br />
discordanza civile ed economico-sociale ovviamente a favore<br />
dei cittadini residenti nelle regioni a statuto speciale. Ne derivano cittadini<br />
di Serie A e cittadini di Serie B. Bastano alcuni esempi: per l’acquisto<br />
della prima casa in Lombardia, una giovane coppia paga il<br />
100% del mutuo più gli interessi; nel Trentino paga solo il 55% del<br />
mutuo a tasso zero, perché il 45% del mutuo e gli interessi li paga la<br />
Provincia. Per realizzare un capannone un’azienda lombarda paga il<br />
100% del mutuo, un’azienda trentina solo il 40%, perché il 60% è a<br />
carico della Provincia. Scuola Materna: nei comuni lombardi la retta<br />
mensile è di 75 euro, in quelli trentini è pari a zero. Così il fondo di<br />
Solidarietà per le aree disagiate e depresse per i comuni piemontesi e<br />
lombardi e veneti, confinanti con le Regioni a Statuto Speciale del<br />
Nord, con dotazione triennale di 91. 000.000 di euro, si è operato un<br />
taglio del 70% riducendolo a 22.000.000 di euro. Per i comuni delle<br />
Regioni a Statuto Speciale nessun taglio. Gli esempi sono ancora<br />
numerosi. Di fronte a tale situazione i sindaci infuriati dei comuni del<br />
Nord, per ora circa 600, riuniti a Milano, minacciano di cambiare le<br />
carte geografiche dell’Italia Settentrionale usando quei referendum<br />
popolari che consentono di distaccarsi da una provincia per unirsi ad<br />
un’altra cambiando, in questo caso, regione, approdando in quelle a<br />
statuto speciale. Già molti cittadini piemontesi, lombardi e veneti,<br />
hanno cambiato residenza con il risultato di vedere spopolate le zone<br />
settentrionali del Paese. Questa è vera e propria secessione.<br />
È questa l’unità d’Italia. A che servono le Regioni a Statuto<br />
Speciale e le Provincie Autonome quando oggi è stata realizzata<br />
l’Europa Unita? La vera unità d’Italia è questa perché è … disunita.<br />
E non vale produrre dispersione di risorse per celebrare una unità<br />
che non esiste perché viaggiando gli Italiani nella stessa barca non si<br />
152
comprende come alcuni siano sistemati in prima classe e gli altri<br />
ingabbiati nella seconda classe.<br />
Alla domanda se esiste una vera e propria unità si può rispondere<br />
di fronte ad una evidenza reale sicuramente sì, solo dal punto di vista<br />
della unità territoriale, come ebbe a definirla nel 1870 Metternich quale<br />
“espressione geografica”.<br />
Alcuni vedono nel federalismo un valido rimedio per realizzare<br />
l’auspicata unità ostacolata dal persistente divario Nord-Sud. È un<br />
disegno che purtroppo tende allo smembramento regionalistico dello<br />
Stato nazionale e alla sostituzione con organismi locali autonomi in un<br />
tricolorito Bel Paese purtroppo gattopardiano dove tutto cambi perché<br />
tutto resti come prima.<br />
Se federalismo vorrà realizzarsi deve essere solidale tra le varie<br />
aree nazionali.<br />
153
154
GOFFREDO MAMELI<br />
di Beatrice Ricottilli<br />
Con l’elezione del parlamento nazionale il 17 marzo 1861 fu proclamato<br />
il Regno d’Italia con capitale Torino.<br />
Restavano irrisolte alcune questioni anche se la soluzione sabauda<br />
riuscì a mantenere saldi e uniti i principi liberali e di nazionalità.<br />
Nel complesso, dai documenti si evince che il Risorgimento non fu<br />
un fenomeno di massa ma opera di una minoranza di uomini e donne,<br />
patrioti e patriote che ad uno ad uno, tasselli umani di un mosaico chiamato<br />
Italia, hanno colorato per noi, figli di oggi, di sangue e libertà le<br />
pagine ancora tutte da scrivere della grande Storia.<br />
Con tutti i mezzi si è cercata la strada dell’unificazione, ma forse<br />
la strada più appropriata a spandere nell’aria il seme della nazionalità<br />
è stata la musica.<br />
Durante tutto il Risorgimento la musica ha rappresentato la vera<br />
anima del popolo insorto e liberato.<br />
Tra tanti inni patriottici Il Canto degl’ Italiani di Mameli, conosciuto<br />
più semplicemente come inno, il 12 ottobre 1946 divenne il canto<br />
con il quale ci saremmo riconosciuti tutti fratelli e figli.<br />
Finalmente “l’Italia s’è desta”.<br />
Gotifredo Mameli dei Mannelli, più noto come Goffredo, nacque<br />
a Genova il 5 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una<br />
squadra della flotta del regno di Sardegna, e di Adelaide Zoagli di<br />
famiglia aristocratica genovese.<br />
Il giovane Goffredo dimostra presto il suo talento letterario con la<br />
composizione di versi di ispirazione romantica come “Il giovane crociato”,<br />
“L’ultimo canto”, “La vergine e l’amante”; ad appena vent’anni<br />
aderisce all’ideale liberale mazziniano. Nell’autunno del 1847 compone<br />
il Canto degli Italiani, musicato poco dopo a Torino da un altro<br />
patriota, Michele Novaro. Di 9 anni più giovane, anche lui genovese,<br />
Michele Novaro si trova nel 47 a Torino, terminati gli studi di composizione<br />
e canto, con un contratto di secondo tenore e maestro di cori<br />
dei teatri Regio e Carignano. Di indole mansueta e modesta, convinto<br />
liberale, Novaro dedica alla causa dell’indipendenza il suo talento<br />
155
compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli<br />
e intrattenimenti per la raccolta di fondi destinati alle imprese di<br />
Garibaldi. Tornato a Genova dopo l’unità, si dedica con tutto se stesso<br />
alla scuola corale popolare che aveva fondato. Muore povero il 21 ottobre<br />
1885, ma i suoi allievi gli erigono un monumento funebre nel cimitero<br />
di Staglieno vicino alla tomba di Mazzini.<br />
Anche il giovanissimo Mameli venne conquistato dallo spirito<br />
patriottico e, con un gesto divenuto memorabile, mettendo a repentaglio<br />
la propria vita, per festeggiare la cacciata degli austriaci nel 1846 espose<br />
il tricolore. Due anni dopo organizzò una spedizione con 300 uomini per<br />
raggiungere Nino Bixio durante l’insurrezione di Milano e combattere<br />
poi col grado di capitano dei bersaglieri sul Mincio; in virtù del successo<br />
riportato in quest’impresa venne arruolato nell’esercito di Garibaldi;<br />
compose un canto patriottico, il secondo, intitolato “Inno militare” musicato<br />
da Giuseppe Verdi. Tornato a Genova si dedicò ancora alla composizione<br />
musicale mentre diventava direttore del giornale il “Diario del<br />
Popolo”, volàno delle idee irredentiste nei confronti dell’Austria.<br />
Come vero patriota lo troviamo a Roma in aiuto a Pellegrino Rossi<br />
e a fianco di Mazzini, Armellini e Saffi il 9 febbraio 1849 per la proclamazione<br />
della Repubblica Romana, poi a Firenze per la fondazione<br />
di uno stato unitario tra Lazio e Toscana e ancora a Genova sempre al<br />
fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale<br />
La Marmora; quindi nuovamente a Roma nella lotta contro le truppe<br />
francesi venute in soccorso del pontefice Pio IX che nel frattempo<br />
aveva già lasciato la città, e mentre il pontefice fuggiva Mameli accorso<br />
nella difesa della Villa del Vascello venne ferito, il 3 giugno, alla<br />
gamba sinistra dalla palla di un moschetto. Nonostante l’amputazione<br />
dell’arto effettuata il 19 dello stesso mese, come riporta una struggente<br />
lettera scritta da G. Mazzini, la cancrena ebbe il sopravvento e, dopo<br />
un mese d’agonia, il 6 luglio 1849, a 22 anni, il poeta patriota morì.<br />
Non sappiamo se all’ospizio della Trinità dei Pellegrini una mano pietosa<br />
gli posasse sui grandi occhi l’ultimo gesto caritatevole. Noi vogliamo<br />
pensarlo. Fu sepolto al Verano dove ancora oggi è visibile la tomba; poi nel<br />
1941 le spoglie vennero traslate al Gianicolo. Nel 1975 l’Esercito Italiano<br />
gli dedicò la neo costituita “Brigata Corazzata Mameli”.<br />
Carlo Alberto Barrili, patriota, poeta, amico e biografo di Mameli,<br />
seppur molti anni più tardi lasciò questa testimonianza:<br />
156
Torino: “Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di<br />
Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si<br />
faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d’accordo,<br />
si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in<br />
quell’anno per ogni terra d’Italia, da quello di Meucci, di Roma,<br />
musicato dal Magazzari “Del nuovo anno già l’alba primiera” al<br />
recentissimo piemontese Bertoldi “Coll’azzurra coccarda sul<br />
petto” musicato dal Rossi.<br />
In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse<br />
Borzino, l’egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano.<br />
Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un<br />
foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: Tò, gli disse, te<br />
lo manda Goffredo. Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove.<br />
Gli chiedono tutti cos’è; gli fan ressa d’attorno. Una<br />
cosa stupenda! esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva<br />
ad entusiasmo tutto il suo uditorio. Io sentii -mi diceva il<br />
Maestro nell’aprile del ’75, avendogli io chiesto notizie<br />
dell’Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del<br />
Mameli- io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che<br />
non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So<br />
che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo.<br />
Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo,<br />
assassinavo colle dita convulse quel povero strumento,<br />
sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’una<br />
sull’altra, ma lungi le mille miglia che potessero adattarsi a quelle<br />
parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in<br />
casa di Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi<br />
della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a<br />
casa.<br />
Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte.<br />
Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa di<br />
Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne<br />
alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo<br />
e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale<br />
dell’inno Fratelli d’Italia”.<br />
Tutte le volte che, in piedi e con la mano sul cuore, si canta o si<br />
ascolta l’Inno di Mameli, quella lucerna agitata dalla passione e dalla<br />
poesia, nutrita del sangue buono del patriota, agita ed interroga le<br />
nostre coscienze e illumina il volto di chi ancora oggi, a quelle parole<br />
e a quella musica con orgoglio può rispondere: Sì, sono Italiano.<br />
157
158<br />
F. Hayez, Cavour (1864), Milano, Pinacoteca dell’Accademia<br />
di Brera.
LA MORTE DI CAVOUR<br />
di Gemma Di Iorio<br />
Il 6 giugno 1861, alle ore 7, spirava il conte Camillo Benso conte<br />
di Cavour, Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Il fratello<br />
Gustavo dichiarò che era caduto vittima di “un attacco delle nostre terribili<br />
febbri periodiche”.<br />
Fiorirono immediatamente supposizioni ambigue su veleni e sortilegi,<br />
oppure su una divina nemesi: in realtà non vi furono congiure né<br />
arcani, semplicemente il primo ministro morì vittima di un ennesimo<br />
tremendo attacco di febbre malarica, all’epoca malattia misconosciuta.<br />
Era nato nel 1810 a Torino, da famiglia facoltosa, proprietaria terriera<br />
di risaie, luoghi nei quali l’ambiente umido e l’acqua ferma<br />
favoriscono il moltiplicarsi dell’agente patogeno della febbre malarica,<br />
il Plasmodio, un microrganismo parassita che riconosce come serbatoio<br />
per vivere l’organismo umano e come vettore un particolare tipo<br />
di zanzara femmina, l’Anopheles.<br />
Il quadro clinico della malattia acuta si manifesta con segni di gravità<br />
diversa, il decorso della malattia è ciclico, prevede oscillazioni termiche,<br />
brividi improvvisi con innalzamento della temperatura corporea,<br />
alternati a periodi di profusa sudorazione con caduta della febbre<br />
per lisi. Questa alternanza, che può verificarsi ogni tre o quattro giorni,<br />
donde il nome di febbre terzana o quartana, è dovuta alla diffusione<br />
della tossina nel sangue; il procedere della malattia tra remissioni e<br />
recrudescenze coinvolge anche altri organi, come milza e fegato, con<br />
danni permanenti. Questa patologia era frequente in Italia; pare che<br />
verso la fine dell’ottocento si contassero ben 15.000 morti l’anno per<br />
malaria, con febbri estivo-autunnali. Solo nel primo novecento si procedette<br />
ad una bonifica sistematica delle aree malsane con prosciugamenti;<br />
nelle coltivazioni paludose come le risaie fu invece la profilassi<br />
e la terapia sistematica ad avere ragione della malattia.<br />
Venti anni dopo la morte di Cavour fu il medico francese Alphonse<br />
Laveran, allievo di Pasteur, a isolare il protozoo responsabile nel sangue<br />
159
umano; le sue osservazioni vennero accolte con scetticismo e accettate<br />
in maniera definitiva in Italia solo a partire dal 1885, dopo che Ettore<br />
Marchiafava e Angelo Celli, due tra i principali malariologi italiani,<br />
riuscirono a trasmettere sperimentalmente la malaria attraverso iniezioni<br />
intravenose di sangue infettato e ad identificare il parassita. Fu<br />
infine lo studio di Camillo Golgi a permettere di scoprire l’esistenza di<br />
diversi tipi di plasmodio responsabili degli attacchi febbrili nell’uomo;<br />
per questa scoperta fu insignito del premio Nobel nel 1906.<br />
Si può supporre che Cavour avesse contratto l’infezione malarica<br />
molti anni prima nelle risaie di Leri, nel vercellese, dove viveva e<br />
amministrava il cospicuo patrimonio terriero, tentando anche innovazioni<br />
nelle colture e commerci speculativi.<br />
Negli ultimi quindici anni della sua vita era stato colpito da brevi<br />
indisposizioni, episodi che si rinnovavano varie volte nell’anno, duravano<br />
alcuni giorni e, trattati con salassi, venivano superati senza particolari<br />
difficoltà. Una lieve febbre fu registrata nel novembre 1860; un<br />
episodio più grave si ebbe nei giorni del Natale successivo. I sintomi<br />
manifestatisi la sera del 29 maggio 1861 parvero riconducibili ad una<br />
delle solite indisposizioni; il primo ministro rincasò dopo una lunga<br />
seduta in parlamento, dopo discussioni accese sul bilancio eccedente<br />
dell’anno 1860.<br />
Cenò con i familiari, poi cominciò ad avvertire brividi, un malessere<br />
indefinito seguito da vomito violento e da acuti dolori intestinali.<br />
Fu subito chiamato il dottor Rossi, allievo del dottor Tarella che per più<br />
di vent’anni aveva curato la famiglia. Rossi cercò prima di tutto di fermare<br />
il vomito, ma non ebbe successo. Ordinò quindi un primo salasso<br />
che parve ottenere la remissione della febbre. Il mattino seguente ne<br />
fu applicato un secondo e il pomeriggio un terzo.<br />
La pratica del salasso era comune a tutta la medicina del tempo,<br />
ogni qual volta si sospettava che un eccesso di sangue opprimesse il<br />
malato oppure fosse in corso un attacco di apoplessia, cioè una emorragia<br />
a carico di organi interni. La scuola medica torinese non faceva<br />
eccezione, anzi aveva fatto del salasso il suo credo.<br />
La febbre, alta per tutto il giorno, scomparve nel corso della notte.<br />
Venerdì 31 maggio Cavour si svegliò lucido e in forze, convocò addirittura<br />
i ministri per definire le questioni più urgenti. Nella notte torna-<br />
160
ono prima i brividi, poi la febbre alta e il delirio. All’alba il dottor<br />
Rossi tentò di contrastare la febbre somministrando il chinino, ma il<br />
conte ebbe una crisi di vomito.<br />
Era già di uso comune in Europa la polvere di chinina o chinino,<br />
ricavata dalla corteccia dell’albero della China, detta anche polvere dei<br />
Gesuiti, che per primi l’avevano introdotta dal Perù (era nota infatti<br />
anche come polvere peruviana). Tuttavia veniva usata solo per curare<br />
in modo estemporaneo le febbri perniciose ed aveva un prezzo elevato.<br />
L’uso era malvisto dai medici perché contrastava con la teoria “umorale”<br />
galenica che l’accesso febbrile era causato da una materia, o fermento,<br />
che andava eliminata dall’organismo con proficue evacuazioni, fino<br />
alla guarigione, quindi tramite salassi ripetuti o clisteri.<br />
Chi non ricorda il Dottor Purgone di Molière?<br />
Vanificato ogni effetto del chinino, il giorno successivo il dottor<br />
Rossi praticò due nuovi salassi, che contribuirono a debilitare ulteriormente<br />
il fisico già provato del conte.<br />
Il lunedì mattina il delirio perdurava, il respiro del conte era sempre<br />
più breve, la sua sete implacabile, nonostante il ghiaccio tritato che<br />
gli veniva somministrato.<br />
Venne convocato il dottor Baffoni, un chirurgo, che praticò una<br />
nuova incisione «ma il sangue non sgorgò: a forza di comprimere la<br />
vena, giunsero ad estrarre due o tre once di sangue nero e coagulato».<br />
Seguirono fasi alterne, di lucidità e benessere alternati a delirio<br />
febbrile.<br />
Verso l’alba di giovedì 6 giugno 1861 le condizioni peggiorarono<br />
rapidamente: il conte era sudato e debolissimo; gli somministrarono<br />
una tazza di brodo e un bicchiere di vino, gli applicarono impiastri e<br />
pezze scottanti. Nessun rimedio sortì effetto, il polso rimase debolissimo<br />
e la sua parola divenne più difficoltosa.<br />
Alle sette del mattino morì.<br />
Il decorso della breve malattia del Conte Cavour ha tutte le caratteristiche<br />
di un attacco maligno di febbre malarica, che, essendo stato<br />
curato con i rimedi dell’epoca, lo condusse a morte.<br />
I medici convocati al suo capezzale furono corretta espressione del<br />
tempo: con estrema difficoltà, tra pregiudizi e dubbi, la medicina ini-<br />
161
ziava a percorrere la via della ricerca e della scoperta nella fisiologia<br />
e della patologia, ma cozzava contro basi teoriche e pseudofilosofiche<br />
datate che si basavano su flussi umorali e influssi astrali. Ancora<br />
più lento fu il cammino della farmacologia, impaludata in rimedi primordiali<br />
come salassi, impiastri, brodi, enteroclismi. Basta ricordare<br />
che il brevetto della Bayer dell’aspirina, uno dei farmaci che ha rivoluzionato<br />
il mondo e che tuttora trova larga applicazione terapeutica,<br />
risale al 1899.<br />
Larga eco ebbe la morte prematura di Cavour: nel luglio 1861<br />
alcuni giornali scientifici inglesi importanti, come il New England<br />
Journal of Medecine e il Lancet si scagliarono contro il comportamento<br />
ignorante e retrivo dei medici chiamati al capezzale di Cavour, rimproverando<br />
la loro rigidità e ottusità.<br />
In ogni caso nessuno avrebbe potuto evitare, con i rimedi del<br />
tempo, che la malaria stroncasse la vita dell’artefice dell’Unità d’Italia.<br />
162
VOCI E SCRITTURA<br />
VERSI<br />
163
Nicolina D’Orazio<br />
164<br />
LA BREHANTÉSSE<br />
Durméve che na facce de quatrane<br />
mò che nu schiuóppe gli aveva ferute,<br />
scappènne pe’ la sélve andà nisciune,<br />
essa sóle, gli avéve retruate.<br />
Addurmite a gliu jacce, all’addijune,<br />
s’éve ammantate nche na vecchia scialle<br />
e s’eve abburretate la cammiscie<br />
attorre attorre andà stéve le sanghe.<br />
Àlema zòzze, óme zenza córe<br />
che magne pane e casce che na méne<br />
e che quel’àutre règge la pestole:<br />
tampe de sive e pórvele da spare.<br />
Quanta gènte èva accise Salvatóre!<br />
E proprie a ésse éva ite pe’ sórte<br />
de pèrde onóre e facce pe’ n’amóre<br />
cunsemate arrubbate pe’ le fratte…<br />
La criature nascètte na matine<br />
dentre a gliu stazze de nu pecurale,<br />
ca fo meserecòrdie de nu frate<br />
recòglie e purtàresele abballe.<br />
Pazze assassine ladre delenquènte<br />
che la vesacce sèmpre chiéna d’òre<br />
facéva piagne la pòvera gènte.<br />
Ma fòva gli ome sì, gliu prime amóre.
LA BRIGANTESSA<br />
Dormendo aveva il volto di un bambino<br />
ora che un colpo di fucile lo aveva ferito<br />
riparato nella selva dove nessuno,<br />
lei sola, l’aveva ritrovato.<br />
Addormentato all’addiaccio, a digiuno,<br />
s’era ammantato con un vecchio scialle<br />
e aveva arrotolato la camicia<br />
intorno intorno dove usciva il sangue.<br />
Anima sporca, uomo senza cuore<br />
che mangia pane e cacio con una mano<br />
e con quell’altra afferra la pistola:<br />
tanfo di sego e polvere da sparo.<br />
Quanta gente aveva ucciso Salvatore!<br />
E proprio a lei era toccata la sorte<br />
di perdere onore e faccia per un amore<br />
consumato rubato per le fratte…<br />
La creatura nacque una mattina<br />
dentro lo stazzo di un pastore<br />
che per misericordia un frate<br />
raccolse e portò con sé a valle.<br />
Pazzo assassino ladro delinquente<br />
Con la bisaccia sempre piena d’oro<br />
Faceva piangere la povera gente.<br />
Ma era l’uomo suo, il primo amore.<br />
165
166<br />
Sótte na cèrque, isse fridde n-tèrre,<br />
vita fenite come n’anemale.<br />
Nisciuna spranza cchiù, mala venture!<br />
Méssa n-galére o mòrta fucelate…<br />
Dialetto di Cansano
Sotto una quercia, lui gelato a terra,<br />
vita finita come un animale.<br />
Nessuna speranza più, mala ventura!<br />
Messa in galera o morta fucilata…<br />
167
168<br />
F. Hayez, Il bacio (1859), Milano, Pinacoteca dell’Accademia<br />
di Brera
Nicolina D’Orazio<br />
IL BACIO DI HAYEZ<br />
Nu frusce quéla vèste…<br />
… pedate de scarpóne.<br />
Spàseme la fémmene<br />
abbracciate a quigli óme.<br />
Nu vasce accuscì fòrte<br />
arrubbate annascusce<br />
sótte la scalenate<br />
nda la vèste strusce<br />
Stritte fòrte abbracciate<br />
contre la malasórte<br />
ómbre de portarréte…<br />
… stritte cóntre la mòrte.<br />
Nu vasce che se ficche<br />
pure déntre a le véne<br />
non è pentate, è vive,<br />
e jèsce da la téle.<br />
Dialetto di Cansano<br />
Il Bacio di Hayez. Un fruscio quella veste … / orme di scarpone. / Spasima la donna<br />
/ abbracciata a quell’uomo. / Un bacio così forte / rubato di nascosto / sotto la scalinata<br />
/ dove struscia il vestito. / Stretti forte abbracciati / contro la malasorte / dietro<br />
delle ombre / … stretti contro la morte. / Un bacio che ti penetra / pure dentro alle<br />
vene / non è dipinto, è vivo / ed esce dalla tela.<br />
169
Nicolina D’Orazio<br />
170<br />
W LA LEBERTÀ …<br />
Córe de mamma sé’, core de mamme,<br />
gliu figlie mì fatiche che’ la sarchije<br />
pussente gne le cèrque te’ le vracce…<br />
come na capenére so’ chiglije uócchije.<br />
Córe de mamma sé’, core de mamme,<br />
va a repiglià le pècure a gliu jacce<br />
le tòcche una peduna, e dapù mógne<br />
e repòrte alla case casce e latte.<br />
Córe de mamma sé’, córe de mamme,<br />
è l’óre de lassà bèstie e muntagne,<br />
pure gli prèute prèdeche la lòtte<br />
nen ze ne po’ chiù, le truóppe è truóppe.<br />
Córe de mamma sé’, córe de mamme,<br />
è scite all’annascusce a mezzanótte…<br />
e s’abbije addemane che’ gliu schiuóppe<br />
nen po’ repusà chiù, le sanghe je vólle.<br />
Córe de mamma sé’, córe de mamme,<br />
j ave ditte ca vave a mille a mille<br />
pare nu fremmecare che se móve…<br />
e se sente abbruscià gliu córe m-piette…<br />
… E pure alla muntagne vé’ la nóve:<br />
W la lebertà, l’Etalije è fatte!<br />
Córe de mamma sé’, córe de mamme,<br />
a quéla préte ave scritte gliu nóme.<br />
Dialetto di Cansano
W LA LIBERTÀ ...<br />
Cuore di mamma sua, cuore di mamma<br />
il figlio mio lavora con lo zappone<br />
possenti come una quercia tiene la braccia<br />
come una capinera sono quegli occhi.<br />
Cuore di mamma sua, cuore di mamma,<br />
va a riprendere le pecore allo stazzo,<br />
le conta una per una e poi munge<br />
e riporta a casa cacio e latte.<br />
Cuore di mamma sua, cuore di mamma,<br />
è l’ora di lasciare bestie e montagne<br />
pure il prete predica la lotta,<br />
non se ne può più, il troppo è troppo.<br />
Cuore di mamma sua, cuore di mamma,<br />
è uscito di nascosto a mezzanotte…<br />
e si avvia domani con il fucile<br />
non riesce a dormire, il sangue gli pulsa.<br />
Cuore di mamma sua, cuore di mamma<br />
gli hanno detto che vanno a mille a mille<br />
sembra un formicaio che si muove…<br />
e si sente bruciare il cuore in petto…<br />
… E pure alla montagna arriva la notizia:<br />
W la libertà, l’Italia è fatta!<br />
Cuore di mamma sua, cuore di mamma,<br />
su quella pietra hanno scritto il nome.<br />
171
Maria Pia Palesse<br />
172<br />
L’ITALIA AUNITE<br />
All’óre de la calla, ammónt’all’are<br />
m’ève calàte quasci na cecagne<br />
quanne s’appresentì all’assecrune<br />
na fémmene dappéte a la muntagne.<br />
‘N cape la còcene e lu spianature<br />
nghe na póste de pane e la lasagne,<br />
na vrócche apù de vine pe’ l’arsure<br />
che rescève da sótte la tuvaje.<br />
Éve vestute cummà cchiù n’ s’aùse<br />
la vésta lónghe affin’ai calecagne<br />
nu scialle scure p’accappà le spalle<br />
chióchie de pézze nghe nu spache archiuse.<br />
Ma i pentantiffe d’óre e de curalle,<br />
capille nire nghe nu tuppe arréte,<br />
j’uócchie mmà du merícule de fratte<br />
vócch’a cerace e uance cummà sète.<br />
J’addumanniétte andò che se ne jève,<br />
a n’óra calle, vérse la muntagne,<br />
cuscì cunciate, e alloche chi ce stève<br />
da putésse gude’ chéla cuccagne.<br />
M’arrespunnì ch’allóche ce tenève<br />
lu nnamurate sì, ch’ève scappate<br />
dapù che nu giandarme lu cerchève<br />
pe’ fallu presenta’ ffa’ lu suldate.
L’ITALIA UNITA<br />
Al sol della canicola, sull’aia,<br />
ero pervasa da un dolce sopore<br />
quand’ecco che di contro alla montagna<br />
una donna m’apparve nel chiarore.<br />
Portava sulla testa un grosso cesto<br />
con vivande fumanti a profusione<br />
la brocca traboccante di vin fresco<br />
a completare quella libagione.<br />
I suoi vestiti eran fuori moda<br />
gonna che la caviglia s’intravede<br />
scialletto nero che la vita annoda<br />
di pezza lisa le babusce al piede.<br />
Ma gli orecchini d’oro e di corallo<br />
capelli neri accolti sulla nuca<br />
occhioni più lucenti d’un cristallo<br />
bocca a ciliegia e gote di velluto.<br />
Le domandai dov’è che se ne andava<br />
con quel gran caldo verso la montagna<br />
così vestita, e poi lì chi ci stava<br />
che gli portava quella gran cuccagna.<br />
Mi rispose che lì si nascondeva<br />
l’innamorato suo ch’era fuggito,<br />
dal gendarme inseguito, che il voleva<br />
arruolar con l’acerrimo nemico.<br />
173
174<br />
“Tiénghe a la macchie pure nu fratiélle<br />
e pàteme nen sacce andò se tróve.<br />
Pe’ lu pajése è tutte nu maciélle<br />
chi scappe e s’annascónne o è tradetóre.<br />
Ce lìvene le vracce a la campagne<br />
pe’ ji’ a servi’ stu Re de lu Piemónte<br />
nghe j’uómene alla férme, che se magne?<br />
Ciérte, nghe Franceschiélle n’ c’è cumbrónte!<br />
Se macìne le rane nóttetiémpe<br />
pe’ putéll’affrancà da lu canòne,<br />
e annascónne la róbbe è nu cemiénte<br />
pe’ purtà da magna’ ai desertóre.<br />
Ma se dapù ve’ côte a la spruvviste<br />
na fémmena, fernisce fucilate,<br />
lendanne o ardevénne bregantésse<br />
o, pe’ salvà la pélle, svrehugnàte.”<br />
Senténne le paróle che decìse<br />
faciétte pe’ mustramme resentite,<br />
ma jèsse, ch’ève ‘ntése, arrespunnìse<br />
“No! Nen se fa cuscì l’Italia aunite”.<br />
Dialetto di Sulmona
“Pure mio padre non so dove sia<br />
ed un fratello s’è dato alla macchia<br />
per il paese è tutta un’anarchia<br />
chi scappa e si nasconde e chi vivacchia.<br />
Ci tolgon chi lavora la campagna<br />
per servir un, che viene dal Piemonte.<br />
Con gli uomini arruolati, che si mangia?<br />
Non c’è con Re Francesco alcun confronto!<br />
Si macina al mulino nottetempo<br />
per non pagar la decima sul grano,<br />
nasconder le provviste è un gran tormento<br />
per rifornir di cibo chi è lontano.<br />
Ma se una vivandiera vien scoperta,<br />
senza più scampo lì-lì è fucilata<br />
e se sfugge diventa brigantessa<br />
o si salva, però disonorata.”<br />
Sentendo proferir queste parole<br />
tentai di reagire, risentita,<br />
ma quella, prevenendomi, rispose:<br />
“ No! Non si fa così l’Italia unita.”<br />
175
Maria Pia Palesse<br />
176<br />
NA LÈTTERE DE LENDANNE<br />
L’atra matine, pe n’ sapé’ che fa’<br />
sajétte su le lamie a rvuceca’.<br />
Jève cerchénne na vécchia lantérne<br />
n-miézze a quile rehuòteche de mbiérne<br />
quanne che pe scansa’ nu pórtambrélle<br />
caschì na scatele de stagnarélle.<br />
S’ève arrapèrte e n-térre avé spaliàte<br />
tutte fujìtte gnallite e fruàte.<br />
N’arraccujétte vune, ncuriusite,<br />
nghe le scritte cecate e sculurite.<br />
Eve na léttra scritta a lu tatóne<br />
de lu tatóne mì, da na priggióne,<br />
ai tiémpe de i Burbune e Carebalde,<br />
Mazzine nghe i Savóje e i bregante.<br />
“Care cumbare - cuscì ncumenzévestiénghe<br />
n-galére pe scampà la léve.<br />
Te pórte chésta léttere alle scure<br />
cumpà Cicce, pe fótte la censure.<br />
Pirò nen è mó chéste la passióne,<br />
sóffre, cchiuttoste, pe la delusióne.<br />
Ci-avàvame credute, t’arrecurde,<br />
a Carebalde nuóstre e ai descurse<br />
de lu Mazzine che, se n’ se capève,<br />
pure nu fuóche n-piétte t’appiccéve.<br />
Ce pensavame ca l’Italia aunite<br />
fusce libbere e forte, no asservite<br />
a la curóne d’une de Savóje<br />
che, pe pute’ cunta’, tutte ce tóje.<br />
Fenanche ésse p’ammónte s’ha purtate<br />
l’óre de Banche nóstre accatastate
UNA LETTERA D’ALTRI TEMPI<br />
L’altra mattina per non aver da fare<br />
me n’andai in soffitta a sfaccendare.<br />
Non mi ricordo che andavo cercando<br />
fra quelle cianfrusaglie rovistando,<br />
quand’ecco, per scansar un portaombrelli,<br />
feci cadere una scatola di ferro.<br />
Si aprì e in terra cadder sparpagliati<br />
tanti foglietti gialli e logorati.<br />
Ne raccolsi uno per curiosità<br />
che a stento si poteva decifrar.<br />
Era una lettera scritta ad un mio avo<br />
da un suo amico che in galera stava,<br />
ai tempi dei Borboni e Garibaldi,<br />
Mazzini coi Savoia ed i briganti.<br />
Caro compare - così cominciava –<br />
m’hanno arrestato perché disertavo.<br />
Ti porta questa lettera, all’oscuro,<br />
compare Ciccio, per schivar censura.<br />
Ma non è questo che mi fa impressione,<br />
soffro, piuttosto, per la delusione.<br />
Ci avevamo creduto, ti ricordi,<br />
a Garibaldi nostro e ai discorsi<br />
di Mazzini che, se non lo capivi,<br />
pure un fuoco nel petto ti sentivi.<br />
Noi credevamo che l’Italia unita<br />
esser dovea libera, no asservita<br />
alla corona del re di Savoia<br />
che, per espander sé, a noi ci spoglia.<br />
S’è portato, perfino, su in Piemonte,<br />
l’oro di nostre Banche, per affronto,<br />
177
178<br />
pe fasse frabbeche e strade ferrate<br />
e a nu la tasse de lu macenate.<br />
Framménte a Carebalde, spruvvedute,<br />
la fine j’ha fatte fa’ de lu curnute”.<br />
Dialetto di Sulmona
così, lì fabbriche e strade ferrate<br />
e qui da noi la tassa al macinato.<br />
Mentre che Garibaldi, lusingato,<br />
ha fatto la figura del gabbato.<br />
179
Maria Pia Palesse<br />
LA LUME AJARDE ANCORE<br />
La lume ajarde. Ancóre n’ s’ha rammórte.<br />
Se sénte l’uóje frije lu stuppine.<br />
Piagne la vécchie pe la mala sórte<br />
e préha e la spéranze n’ ha cumbine.<br />
Lu fije ch’alla macchie se n’ ha jite<br />
pare ca pe nu schiuóppe de trumbóne<br />
mo’ va scappénne ammónte pe ‘sse ripe<br />
appriésse a chii suldate de i Burbóne.<br />
Piagne la vécchie. N’ s’addune ca Mórte,<br />
méntre che préha, l’ha gnónte alla fine.<br />
L’utema hùttele allu córe ha scórte.<br />
Liénte lu cape je s’appóje ’n sine.<br />
La lume ajarde ancóre. N’ s’ha rammórte.<br />
Dialetto di Sulmona<br />
Il lume arde ancora - Il lume arde, ancor non s’è smorzato / e l’olio crepitar fa lo<br />
stoppino. / Piange la vecchia il suo cattivo fato / e prega con speranza senza fine. / Il<br />
figlio che alla macchia s’era dato / sembra per uno sparo di trombone / sui monti<br />
impervi or s’è rifugiato / insieme a quei soldati del Borbone. / Piange la vecchia e non<br />
scorge la morte / che, mentre prega, l’ha condotta al fine / Di sangue il cuore non ha<br />
più risorse. / Sul seno lei reclina il bianco crine. / Il lume arde ancora, oltre la morte.<br />
180
Evandro Gay<br />
PE’ GRAZIE DE DDIE<br />
Lu vinte Uttobre ’Ottecientesessante<br />
Vettorie ’Mmanuele de Savoie,<br />
accumpagnate da cavalle e fante,<br />
se fermise na notte a la Badie,<br />
a nu casale ditte Ville Ursine,<br />
’m-bacce a la grotte de Pietre Celestine.<br />
Se sunnì Frate Pietre da Murrone,<br />
che je mettise ’n-cocce na curone<br />
e je decì: «Recùrdete, Vettorie,<br />
che tu mo’ sci lu Rre de la nazione<br />
pe’ grazie de Ddie e ’n sta a fa storie,<br />
nen cementà lu Pape che sta a Rome!».<br />
Stu suonne je facì tanta ’mpressione<br />
e repartì penzenne a Carebbalde,<br />
che a Rome la ’uleve pijà d’assalde.<br />
E quande lu ’ncuntrise po’ a Teane<br />
e Peppe je mettì l’Italie ’n-mane,<br />
dicì: «Grazie, Peppì, ma mo’ te firme».<br />
Garebbalde capì e chela sere<br />
facise le balisce pe’ Caprere!<br />
Dialetto di Sulmona<br />
181
Diana Cianchetta<br />
GIANNINA MILLI 1<br />
Poitésse teramane<br />
de lu Resurgemiénte,<br />
sémpre e andodunque<br />
a ’mpruisà poisìe,<br />
de Cavur e Garebalde<br />
spalìe i sentemiénte,<br />
l’ardóre, le speranze,<br />
l’aidé e la fantasie.<br />
Declame i viérze<br />
’nche l’ànema taliane,<br />
lu spirde naziunale<br />
tetille a ognedune:<br />
pè’ chèll’Etàlie<br />
che nn’è chiù luntane<br />
métte lu póce<br />
alla récchie de i Burbune.<br />
Vedè i culure<br />
de ’na bandiéra sóle,<br />
tenè appecciate<br />
la luce che già brille…<br />
Pé’ la Pàtrie<br />
Giannine s’accalóre,<br />
e rassume, pé’ fòrze,<br />
tutte i Mille.<br />
Dialetto di Sulmona<br />
01 Milli Giannina, poetessa (Teramo 1825 – Firenze 1888). Improvvisatrice famosa, percorse<br />
tutta l’Italia dando “accademie” di poesia improvvisa, spesso animata da caldi spiriti nazionali.<br />
[Dizionario Enciclopedico Italiano – Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da<br />
Giovanni Treccani – Roma 1970, vol. VII (LIEC-MOL)].<br />
182
GIANNINA MILLI<br />
Poetessa teramana<br />
del Risorgimento,<br />
sempre e dovunque<br />
a improvvisar poesie,<br />
di Cavour e Garibaldi<br />
diffonde i sentimenti,<br />
l’ardore, le speranze,<br />
le idee e la fantasia.<br />
Declama i versi<br />
con animo italiano,<br />
lo spirito nazionale<br />
titilla in ognuno:<br />
per quell’Italia<br />
che non è più lontana<br />
mette la pulce<br />
all’orecchio dei Borboni.<br />
Vedere i colori<br />
di una bandiera sola,<br />
tenere accesa<br />
la luce che già brilla…<br />
Per la Patria<br />
Giannina si accalora,<br />
e riassume, per forza,<br />
tutti i Mille.<br />
183
Diana Cianchetta<br />
184<br />
LU MUNUMÉNTE AI CADÙTE<br />
M’miézze a la Piazza Trésche de Sulmóne<br />
la nònna mé arrepé lu trainille<br />
e sénza manche farme nu sermóne<br />
caléve e rastraméve j’asenille.<br />
Lu spiéghe de raziune e de fermate<br />
éve la huérre quìnnece-deciótte<br />
quanne tató murise pe’ granate<br />
’n trencére resbauzate sópre e sòtte.<br />
Nònna alla huérre l’óre avé dunate<br />
e nen tenéve chiù féde a lu dite;<br />
l’amóre pe’ la Patrie avé cuntate<br />
ma i s’éve repijate lu marite.<br />
E mó’ m’ bacce all’elénche marmurate<br />
nònne m’appeccéve fèrme e dritte,<br />
e scurrénne apù i nóme de i suldate<br />
de Giachemucce s’appunté a la scritte.<br />
Fra chii cadute recurdéve a ménte<br />
ndò stéve lu marite tant’amate<br />
che pe’ raunì a nù Triéste e Trénte<br />
le sangue pe’ la Patrie ave’ jittate.<br />
Manchéve lu sustégne a la famìjje,<br />
lu sole che spuntéve ògne matine;<br />
da sóle mantenéve tutte i fìjie<br />
e iéve pure jésse n’eruine…
IL MONUMENTO AI CADUTI<br />
In mezzo a Piazza Tresca di Sulmona<br />
mia nonna accostava il carrettino<br />
e senza farmi raccomandazioni<br />
scendeva per stramare l’asinello.<br />
La spiegazione di preghiere e sosta<br />
era la guerra quindici-diciotto,<br />
quando mio nonno morì per le granate<br />
in trincea sopra e sotto rimbalzate.<br />
Nonna alla guerra l’oro aveva donato,<br />
e non aveva più la fede al dito;<br />
l’amore per la Patria aveva contato<br />
ma le aveva portato via il marito.<br />
Di fronte a quell’elenco sopra il marmo<br />
mia nonna mi teneva ferma e dritta,<br />
e scorrendo poi i nomi dei soldati<br />
si fissava dove Giacomo era scritto.<br />
Fra quei caduti ricordava a mente<br />
dove stava il marito tanto amato<br />
che, per riunire a noi Trento e Trieste<br />
il sangue per la Patria aveva versato.<br />
Mancava il sostegno alla famiglia,<br />
il sole che spuntava ogni mattina;<br />
nonna da sola provvedeva ai figli<br />
ed era anche lei un’eroina…<br />
185
186<br />
La génte se reutéve a la Majélle,<br />
cencechénne raziune ’nghe la ménte,<br />
còcch’óme se caccéve lu cappiélle<br />
e nònneme piagnéve sulaménte.<br />
I’ ch’éve ’na pezzuta peccerélle<br />
vedé’ le sangue scòrre a la culònne,<br />
repeté’ réquie cum’a nu martiélle<br />
tremé’ ’mpaurite e me stregnéve a nònne.<br />
Dialetto di Sulmona
La gente guardava la Maiella,<br />
e biascicava le preghiere a mente,<br />
qualche uomo si toglieva il cappello<br />
e mia nonna piangeva solamente.<br />
Io che ero una piccola pizzuta<br />
vedevo il sangue giù per la colonna,<br />
ripetevo dei Requiem a martello<br />
e tremavo impaurita stretta a nonna.<br />
187
188
VOCI E SCRITTURA<br />
PROSA<br />
189
190
MARIANNINA<br />
La civetta riempiva col suo cucumeo il silenzio della notte.<br />
– Brutte signe... – disse tra sé e sé Terresina – la ciuetta o cante o<br />
piagne... – E intanto, prima di coricarsi nel giaciglio da poco rinnovato<br />
con le spoglie delle ‘mazzocche’, ammucchiava la cenere nel camino,<br />
sopra ci faceva un segno di croce e bisbigliava la giaculatoria: – Ie<br />
me coleche che’ Criste i che’ San Giuvanne Battiste, a cape aglie cape<br />
S. Mecchele, apped’aglie pede S. Battelummeo i S. Margarita... alle<br />
lenzola S. Necola... i le male lengue tra la vurasce...<br />
Ogni giorno somigliava a quello precedente, con la sacralità delle<br />
fatiche d’ognuno. D’intorno gli odori degli animali mansueti.<br />
Prima di rientrare, durante il bel tempo, Mariannina, poco più che<br />
bambina, figlia maggiore di Terresina e di Matteo, nel fontanile affogava<br />
per gioco i piedi sempre nudi, si divertiva a inventare per qualche<br />
momento lo zampillìo con giochi d’acqua, poi si tuffava in una corsa<br />
sfrenata sulla via polverosa e raggiungeva i fratelli nello stazzo.<br />
Mariannina era una bambina bella, delicata, e sembrava che poco avesse<br />
a che fare con la vita di quel poverissimo mondo.<br />
Era finita l’estate, ed era finito anche il bel tempo, ma il da fare non<br />
mancava mai.<br />
– Cuménzate a ‘mbarà cumma se fa a ‘mbrudelà le lendicchie,<br />
cuscì nen se cellane... – le disse la mamma. Le lenticchie raccolte,<br />
ormai essiccate, dovevano essere scottate per pochi minuti per essere<br />
conservate come scorta annuale senza che fossero ‘cellate’, bucate<br />
dalle larve in crescita in primavera.<br />
Le cimiciare si erano rintanate, gli uccelli di passo sparivano presagendo<br />
nell’aria l’inverno a venire. Il tempo rarefatto sembrava più<br />
immobile che mai. Le lenticchie stese sopra il pannone dovevano<br />
asciugarsi per essere poi infilate dentro i sacchetti nel ripostiglio scavato<br />
nel muro di pietra.<br />
Ed erano anche i giorni dei briganti. Sopra i monti, tra le fitte<br />
boscaglie di Forca la banda terrorizzava la popolazione con le sue<br />
incursioni. Erano giorni normali che si mescolavano a fatti straordinari<br />
ed irregolari. Mariannina pascolava nel prato le due pecorelle nel-<br />
191
l’ultima erba calda. – Vide sempre se ce sta la ielata, sennò le pecore<br />
s’abbottene e crepene! – le diceva sua madre. Così a poco a poco i tramandi<br />
le insegnavano la vita. Qualche volta Mariannina guardava<br />
oltre la radura e immaginava i briganti. Lei non era come gli altri, non<br />
aveva paura perché non li aveva mai visti. E comunque, ogni tanto.<br />
quando si avventurava con i fratelli e con la madre per le contrade,<br />
avvertiva come un alito, ma non era il vento. Al tempo dei viaggi dei<br />
transumanti le donne, per far sì che gli orsi non assaltassero pastori e<br />
greggi, distribuivano lungo i tratturi latte e mele per saziare gli animali.<br />
Mariannina allora ogni tanto prendeva di nascosto del latte e delle<br />
mele dal fondaco per calmare anche la fame dei briganti. Oppure<br />
rubava un pezzetto di lardo o di strutto e lo deponeva al bordo della<br />
radura. Il padre intanto, aiutato dai figli maschi, preparava le sementi,<br />
si accordava con i vicini per le giornate ‘alla parte’, preparava la palizzata,<br />
la legna secca per il fuoco e stendeva le ‘vurancate’, alte fascine<br />
di rami frondosi di querce ‘scamollate’ legate con le ‘chiorte’ che odoravano<br />
all’aria.<br />
Il tempo che passava non cambiava lo stato della miseria, anzi,<br />
ogni giorno rendeva le condizioni senza misericordia. Don Carlo, il<br />
prete che aveva provveduto alla vendita carbonara, era stato allontanato.<br />
La famiglia di Don Lorenzo invece si era arricchita con l’aiuto di<br />
qualche scagnozzo. In sella ai cavalli, di buon mattino, arrivavano e<br />
scacciavano dai fazzoletti di terra i poveracci che, a colpi di frusta,<br />
rinunciavano al poco avere e finivano garzoni al suo servizio. Nella sua<br />
casa, sull’altura, scriveva il segretario di casa. Annotava minuziosamente<br />
le spese, i prestiti e i fatti importanti delle giornate. Fu proprio<br />
in quel tempo che ricevette la lettera di suo cugino don Fernando,<br />
notaio benestante che viveva a Roma che, appena ammogliato, gli<br />
chiedeva il favore di mandargli una giovane campagnola sana e di bell’aspetto,<br />
da tenere in casa al suo servizio. Don Lorenzo ci pensò un<br />
po’ ma non ci volle molto per farglielo questo favore a don Fernando.<br />
Dopo qualche giorno, infatti, fece chiamare Terresina e Matteo raccomandando<br />
di portare anche la figlia. Li accolse in casa, scrutò prima<br />
Mariannina, poi la mandò in cucina, dove si diffondeva un profumo<br />
mai sentito d’arrosto speziato, e subito, senza fatica, spiegò la cosa con<br />
poche parole. L’opulenza mai vista prima parlava per lui. Li congedò<br />
192
con un sacchettino di soldi. – Là avrà di che sfamarsi... ogni giorno...<br />
– si convinsero, camminando per la via che li riportava a casa e che si<br />
restringeva sempre più tra i vicoli a raggiera.<br />
La madre le mise al collo una collanina di corallo, e con il padre<br />
che l’accompagnava Mariannina partì. Era terrorizzata ma non lo<br />
dimostrò per tutto il tempo che la portava a Roma. Ne cambiò un paio<br />
di traini, con il primo, in compagnia di due donne che andavano a<br />
barattare le verdure da rivedere con del vino, arrivò fino a Celano, poi<br />
con l’altro proseguì, lungo mulattiere, il viaggio fino a Roma, con altri<br />
mercanti.<br />
Per un breve tratto avvertì l’alito che non era vento, ma poi svanì...<br />
tutto sparì... la casa, il paese, la fonte e la gente, alle sue spalle.<br />
Si aprì un portonaccio e apparve uno scalone d’onore. Il padre la<br />
consegnò. Poi, con la schiena curva, riprese il viaggio di ritorno.<br />
– È finito il tempo di “Viva o re!” – furono le prime parole che udì<br />
Mariannina mentre saliva con la donna grassa che aveva aperto. La<br />
prima cosa che vide invece fu un gruppetto di quattro uomini ben vestiti,<br />
che fumavano il sigaro e che uscivano di casa. Un quinto giovane<br />
uomo, rimasto su, lo vide chinarsi per accomiatarsi dai suoi ospiti per<br />
poi andarle incontro.<br />
Don Fernando l’accompagnò per un attimo nel salottino; la<br />
moglie, donna Margherita, seduta tra chicchere e piattini conversava<br />
con un’ospite. Non la fece avvicinare, la guardò a distanza, senza<br />
parlare, quindi la donna grassa accompagnò Mariannina in una stanza<br />
al piano superiore, per un bagno caldo completo. La donna le<br />
diede un vestito largo, una cuffietta arricciata e un grembiulone, e<br />
poi, pane e frittata.<br />
Nella grande casa c’erano grandi quadri, grandi tavoli e tante stanze.<br />
Tutto sembrò gigantesco ai suoi occhi, e nuovi odori la attorniavano.<br />
La donna grassa le insegnò gli inchini e a togliere il piscio notturno<br />
dagli urinali dei padroni, a servire e via via tutte le altre faccende.<br />
I giorni a venire odoravano di lavanda nella biancheria, si riempivano<br />
di schiamazzi nei piccoli banchi di vendita rionale lungo le strade,<br />
di storie in lontananza.<br />
Don Fernando cercava di essere al riparo dai grandi eventi ma era<br />
sempre curioso di appurare, di sapere di quei giorni difficili... – Ci pen-<br />
193
seranno quelli della Guardia Nazionale a quei briganti con l’unificazione...<br />
Come se non bastasse l’euforia della rigenerazione incombente. –<br />
Con la legge Pica, continuava, faranno piazza pulita di questi fuorusciti<br />
(delinquenti?). Oramai, non hanno scampo.<br />
Dopo le sue carte notarili, nel salotto, con i soliti amici, gli avvenimenti,<br />
le notizie che si rincorrevano e non davano spazio ad altri<br />
pensieri.<br />
– I briganti sono senza legge... non hanno un ideale... sono stati<br />
mercenari... sono solo banditi e razziatori... – si commentava. – Sono<br />
morti di fame che non hanno né posto né futuro... ma intanto ti fanno<br />
malcampare...<br />
E don Fernando: – Ci vuole prudenza... di questi tempi a Forca, per<br />
esempio, non ci devi passare senza protezione, e quella neanche<br />
basta... – Ma intanto pensava alle sue terre a fondo valle, ora terre di<br />
nessuno. – La fame caccia il lupo dalla tana... e poi... sicuramente<br />
hanno i loro protettori...<br />
L’ ospite di turno allora si accalorava: – Dal basso non viene mai<br />
la rivoluzione, la storia ci insegna... il papa, ‘o re’, i Francesi e<br />
Garibaldi, i Savoia... Che fine ha fatto il Re a Napoli, per dirne una?<br />
Sono questi che cambiano senza soccombere, non la plebe... dobbiamo<br />
esserne coscienti; quelli che non sono stati imprigionati tirano la carretta,<br />
zappano col bidente e i padroni se ne guardano bene dal denunciarli...<br />
è manovalanza a basso costo... Ora che non hanno più speranza<br />
di riportare i Borboni sul trono poi... al sud...<br />
– Questi analfabeti o ubbidiscono o si difendono così... per vendetta,<br />
per fame: la macchia o la morte o malpagati in clandestinità... I briganti<br />
ci sono sempre stati... in tutti i tempi... Il popolo non si sa unire<br />
e se lo fa, insorge con le ‘sarrecchie’ e con le picche... ma non ha<br />
legge... se non quella della pancia vuota... e quella non fa mai ragionare,<br />
non fa mai riflettere...<br />
– Ma ora che sono solo banditi ... quale alternativa? – Niente... ci<br />
stanno pensando i Piemontesi a questi meridionali, le guardie a stanarli...<br />
vedrete... e tra un po’ nulla sarà come prima.<br />
– E già, concluse uno dei quattro, questi meridionali sono analfabeti,<br />
sono ‘cafune’... si reggono le brache con le funi... non sono né<br />
padroni né servi.<br />
194
A don Fernando non gli importava di parteggiare per nessuno e<br />
stava a guardare. Si limitava a restare a galla in quel tempo infernale e<br />
difendeva solo se stesso. Se ne erano viste delle belle in quegli anni,<br />
non apprezzava i tumulti passati né la nuova corona sabauda. In cuor<br />
suo, per quel che poteva, aveva simpatia per la corona napoletana.<br />
Mariannina poco capiva di quei discorsi, non conosceva quella lingua<br />
né comprendeva il succedersi dei fatti.<br />
Viveva quel tempo tra l’indifferenza della padrona e le occhiate del<br />
padrone. Si sentiva contenta solamente quando accompagnava la<br />
donna grassa al mercato. Lì, ogni volta, tra le merci e la gente, avvertiva<br />
una sensazione di leggerezza. Un giovane si teneva a distanza. Lei<br />
si sentiva addosso la sua presenza forte e discreta. Era alto e magro,<br />
dall’inconfondibile aspetto da zingaro. Portava un orecchino che faceva<br />
risaltare i suoi occhi scuri. Lei aveva nelle orecchie quel fiato che<br />
non era vento.<br />
Ogni sera, dopo aver sfaccendato per bene, si rincantucciava nella<br />
sua stanzetta. Rannicchiata s’addormentava stringendo tra le dita la sua<br />
collanina.<br />
Così il tempo passava con i suoi perché e i problemi della gente.<br />
E arrivò una notte qualunque, uguale a tutte le altre, buia e calda di<br />
sonno... Mariannina si sentì addosso lenti respiri profondi, un corpo<br />
pesante e caldo e una mano le strinse la bocca. Un urlo soffocato.<br />
Come un tuono, come un fulmine, come una pietra, come un fuoco,<br />
come un pugnale: Mamma, dove sei!!... E non fu più bambina.<br />
I giorni passavano, tra i padroni indifferenti e il silenzio. Anche<br />
altre notti passarano. Brevi scricchiolii della porta cambiarono le notti<br />
di Mariannina.<br />
La donna grassa che la teneva sempre d’occhio la vide impallidire<br />
sempre più. Misurò con un dito la distanza tra la collana ed il collo e le<br />
disse: – Tu sei incinta... – Poi fece in modo di procurarle un vestito<br />
ancora più ampio e quando arrivò il momento la condusse su un carretto<br />
in periferia. Mariannina si aggrappò a delle funi che pendevano nella<br />
stalla e partorì. La donna le tolse il bambino senza parlare, la sistemò<br />
nel casolare per qualche giorno, e poi la vita riprese di nuovo come<br />
prima, con Donna Margherita che rimaneva in silenzio tra i suoi merletti,<br />
don Fernando che non parlava più dei briganti e i servizi da sbrigare.<br />
195
Arrivò il bel tempo. Per Mariannina nulla fu più uguale a prima.<br />
Dormiva con un coltellino sotto al guanciale così Don Fernando sfogò<br />
le sue voglie altrove, e piano piano lei maturò la fuga... – Meglio morire<br />
– pensò – che restare qui... – Preparò di nascosto un sacchetto con<br />
delle candele consumate e dei prosperi, si vestì con più panni che poteva,<br />
da sembrare quasi una zingara, scese lo scalone e scomparve tra le<br />
strade. Si avventurò sperduta e un po’ guardinga tra sentieri e valli con<br />
il sacchetto, un bastone e un coltello. Camminò a lungo. Campi e poi<br />
valli, in compagnia di donne che andavano a portare i canestri del desinare<br />
agli uomini nei campi. Vide uomini poco più che bestie trainare<br />
carretti e pietre, bifolchi smunti mimetizzati nei campi. Chiese<br />
l‘elemosina e cercò ripari notturni. Vagò tra i monti per giorni prima<br />
che riannusasse l’aria delle sue terre. Di notte accese dei focherelli per<br />
allontanare gli animali selvatici. Mangiò ‘mbriachelle’ secche, i frutti<br />
del biancospino e le erbe crude.<br />
– Meglio morire, meglio morire... – si ripeteva – che rimanere lì<br />
–. Salì le impervie alture in cui nessuno si avventurava facilmente e<br />
vide alcune povere croci da sepoltura. – ‘Ecche ce stanne i breghente!!!<br />
... Ce sta la banda Cannone che deceva papà... – pensò e capì.<br />
Scrutò l’orizzonte e vide degli uomini a cavallo. – Forse sarranne quiglie<br />
della Guardia Nazionale... quiglie che deceva don Fernando... o<br />
so’ breghente?<br />
In un attimo si sentì sperduta. Guadagnò un sentiero verso un tramonto<br />
che odorava di tumarelle. Lo sterrato discendeva a tornanti giù,<br />
verso il basso. In lontananza sentì l’abbaiare di cani. Apparvero quattro<br />
casupole, e il vento portava l’odore del fumo dei comignoli. Fu<br />
allora che all’orizzonte udì degli spari. Rimase per un bel po’ immobile<br />
tra i cespugli e l’erba alta. Quando nell’aria tornò la calma e il silenzio<br />
della montagna, ebbe la forza di avvicinarsi. Il cielo scuriva, e nella<br />
penombra vide il corpo moribondo dello zingaro dall’orecchino. Col<br />
cuore in gola gli fasciò la spalla con lo scialle, poi lo accomodò alla<br />
meno peggio su una portantina di frasche e scese a valle. Lo sistemò<br />
sotto il primo muro di pietra che trovò a fianco di un fienile semiabbandonato.<br />
Dormì su un mucchio di paglia. All’alba un cane le ringhiava<br />
addosso mentre un uomo dalla lunga barba lo teneva a bada. – Stai<br />
lontano o dò fuoco alla paglia! – lei urlò senza neanche rendersene<br />
196
conto mentre cercava di prendere un fiammifero dalla tasca. L’uomo,<br />
che si chiamava Giovanni ed era il padre di Francesco, il giovane dall’orecchino,<br />
la guardò con tranquillità e le porse una mano per aiutarla<br />
ad alzarsi. Alcune donne poco distanti si avvicinarono e scesero<br />
insieme fino alle casette. Con degli infusi lavarono e curarono la ferita<br />
del ragazzo. Mariannina lo vegliò, e intanto intuì la sua salvezza. Quel<br />
fiato che non era vento dall’ombra divenne aria calda e avvolgente.<br />
Le famiglie laboriose delle casette lavoravano sodo da stella a stella<br />
i loro campi aridi ed avevano cibo. ‘Caciotto’, era il soprannome di<br />
Francesco, si tolse l’orecchino, gli abiti da zingaro e accompagnò i<br />
giorni buoni di Mariannina nei prati in discesa, negli stazzi. Piano<br />
piano scordarono i brutti ricordi. Non parlarono più neanche di quello<br />
della guardia nazionale che aveva sparato a Francesco per una ‘rozzeca’<br />
di formaggio e poi lo aveva schernito: – W Francesco o W Vittorio?<br />
– che era il vecchio espediente per togliersi lo scrupolo, sentirsi eroe e<br />
ammazzare qualcuno.<br />
Arrivò il mese di maggio: Giovanni e Francesco avevano tosato le<br />
pecore. Mariannina lavò e filò quella lana con le vicine. Antonetta, la<br />
matriarca, la chiamò vicino a sé e le disse piano: – Vai a raschiare un<br />
po’ di fuliggine dal camino... – Intanto l’acqua bolliva nel caldaio.<br />
Mariannina ubbidì.<br />
Antonetta prese quella polvere nera, la sciolse nell’acqua poi le<br />
disse: – ‘Mbàrete cumma se tegne la lana... – Mariannina affogò la lana<br />
nell’acqua nera poi la stese al sole: era color cannella. – La prossima<br />
la culure che’ le clocchie de nuce! – le disse poi ridendo. Ogni tanto<br />
mentre sfaccendava faceva finta di non sentire arrivare alle spalle<br />
Francesco, che di soppiatto l’abbracciava per rotolarla nel prato. A<br />
Forca i briganti continuavano ad assaltare e a derubare i viandanti. Le<br />
stagioni portavano a turno il proprio da fare. Ogni tanto un pellegrinaggio<br />
dalla Marsica si portava a S. Donato, a S. Gemma, alla Madonna<br />
della Libera, a Cocullo per S. Domenico. Dalle casette si sentiva in<br />
lontananza il canto della devozione. Qualcuno si avvicinava agli usci<br />
delle casette per un povero ristoro. Un giorno si fermò anche un tinaro.<br />
– Tecco tinaroooo!!! – si annunciava con voce sincopata. Riparò<br />
tine e bigonce. Finito il lavoro, ripartendo, in cambio di un bicchiere di<br />
vino lasciò un brandello bianco, rosso e verde a Mariannina: – Cu ce<br />
197
aglie da fa’ che’ quiste? – gli chiese. Il tinaro le strillò: – Tienilo vicino<br />
al letto e mettilo tra i tuoi santucci: il rosso è il sangue dei martiri,<br />
il verde è la speranza e il bianco è la fede!<br />
Caracollò a valle cantando: – È la bandiera, dai tre colori... è sempre<br />
stata la più bella!...<br />
Mariannina senza chiedersi il perché lo pose tra un santuccio e un<br />
Gesù Bambino che ogni sera sfiorava con le dita della mano e che poi<br />
baciava, ogni volta, prima di dormire.<br />
Rita Pasquali<br />
198
NINNA NANNA<br />
Ninna nanna figlio mio, chissà mai se lo vedrai tuo padre, è grande,<br />
bello, bello assai! Ninna nanna figlio mio.<br />
È partito giorni fa, ha portato poche cose con sé nella bisaccia, un po’<br />
di pane, di formaggio, sale, acqua, niente di più. Ha lavorato sodo tutto il<br />
giorno su allo stazzo, sistemato le pecore, le forme grandi di vimini con<br />
il formaggio messo a seccare sulle travi di legno, poi è sceso al piano, a<br />
casa. Mi ha stretto forte, mi ha asciugato il viso con la mano, ha detto a<br />
bassa voce: «Tranquilla, io torno! Vado a Napoli! Arriva Garibaldi!».<br />
«Sei matto?» l’ho guardato dritto negli occhi, profondi e azzurri<br />
come un lago di montagna. «Quello è un miscredente!».<br />
Ha riso forte, scoprendo i denti bianchi. «Te l’ha detto il prete<br />
vero?» ha chiesto, continuando a sorridere; poi mi ha abbracciato stretta,<br />
si è aggiustato il cappello sulla testa e via, l’ho visto scomparire tra<br />
i campi, il bastone tra le mani, il fucile sulla spalla, con la bisaccia.<br />
Si era schiarito il cielo, dopo l’acquazzone, qui agosto finisce sempre<br />
così, spegne l’arsura della terra e bagna i semi nuovi, le poche cose<br />
che nascono prima della cattiva stagione.<br />
Hai pianto anche tu, figlio mio, dentro la culla di legno: che bella!<br />
tuo padre ha passato l’inverno a intagliarla, piccoli cerchi che si intrecciano,<br />
poi stelle a punta che si rincorrono. È di faggio chiaro, di un<br />
albero grande spezzato da un fulmine. Ha segato, piallato, incastrato a<br />
coda di rondine agli angoli le assi precise, limato, inciso, poi lucidato<br />
con cura ogni lato con cera calda.<br />
Profuma ancora di bosco. Ti ho ricamato lenzuola e cuscino tagliati<br />
da un lenzuolo di mamma, filato una coperta di morbida lana.<br />
Dormi adesso, figlio mio, tuo padre torna, deve tornare!<br />
Sono partiti insieme, un gruppo di forti, tutti giovani, accesi dal<br />
sole e dal lavoro, spinti a combattere da questa fame che ci scava dentro,<br />
dall’obbedienza che ci ha fatto schiavi, dal sogno di una vita diversa,<br />
dove la terra è finalmente nostra e il domani non fa più paura.<br />
« Viva l’Italia» hanno gridato con la mano alzata.<br />
Ninna nanna figlio mio, dormi sereno, cercherò farina per impastare,<br />
uova per mangiare, per me e per i miei vecchi.<br />
199
Sarò forse a cogliere erba selvatica, oppure alla fonte per l’acqua,<br />
o sull’aia a stendere i panni, quando lui tornerà, sporco e affamato, con<br />
la fronte fasciata, lo riconoscerò subito.<br />
Si avvicinerà a casa, o ti vedrà che dormi nella cesta, ti prenderà<br />
tra le braccia e ti solleverà al cielo.<br />
Perché per te avrà lottato, per te.<br />
Avrà combattuto, lontano da qui, dove le terre sono più fertili e<br />
calde, dove le stagioni si alternano ricche di frutti; avrà incontrato<br />
uomini nuovi, che parlano un altro dialetto, avrà trovato una nuova<br />
bandiera, un nuovo re.<br />
Ninna nanna figlio mio, avrai nome Libero.<br />
Gemma Di Iorio<br />
200
LO STRACCIO<br />
Le barelle entravano l’una appresso all’altra. I soldati portavano<br />
ancora le camicie rosse intrise di sangue raggrumato, alcuni ridotti da<br />
non potersi guardare; passi pesanti, sempre affrettati, dei barellieri,<br />
come se arrivare un attimo prima o dopo fosse questione di vita o di<br />
morte e non fossero costretti ad aspettare, i moribondi e i feriti gravi<br />
addossati l’uno all’altro nell’ospedale da campo, fuori all’aperto chi<br />
non era in pericolo di vita; i soccorritori stravolti quanto i feriti con<br />
l’impotenza stampata nelle facce sudate.<br />
Ordini sussurrati o gridati, perentori. E lamenti lunghi, urla d’animale<br />
come ruggiti o guaiti, alti tra invocazioni a madri, a Dio, alla<br />
Madonna; lo stridere di una sega sull’osso; rantoli: atroce sottofondo a<br />
un incubo, cui contribuiva l’odore di sangue ed escrementi che quello<br />
acre dei disinfettanti non riusciva a coprire. E infine il peggiore, quello<br />
della cancrena, dolciastro, nauseabondo, l’odore di morte prima che<br />
la morte impedisse di sentirlo.<br />
Di tanto in tanto qualcuno veniva portato via, il volto coperto, e<br />
lasciava il posto al caso più urgente tra quelli in attesa.<br />
Antonio ebbe la sensazione che tutti insieme formassero un unico<br />
corpo martoriato nella carne, frantumato nelle ossa, dilaniato nelle<br />
viscere, sanguinolento, maleodorante, osceno. Non distingueva il proprio<br />
odore da quello degli altri. Avrebbe potuto essere lui stesso a emanare<br />
quel tanfo di cancrena, a ululare, a pregare.<br />
Cercò di estraniarsi. Si concentrò su Libertà, Unità, Garibaldi, ma<br />
tutto quanto lo aveva appassionato fino alla battaglia sembrò sbiadire e<br />
dissolversi nell’aria fetida.<br />
«No, non mi lasciate proprio adesso! Che senso avrebbe questo<br />
inferno senza di voi…».<br />
Doveva aver parlato a voce alta perché un’infermiera si accostò a<br />
toccargli la fronte e dopo una appena percettibile esitazione tentò un<br />
sorriso rassicurante: il sorriso ai moribondi, pensò Antonio.<br />
Poi gli parve che il dolore scemasse, gli parve di non sentire più il<br />
suo corpo ferito.<br />
Allora si acquietò e pensò a Felicetta.<br />
201
Se lo guardava incantata ogni volta che lui le parlava di Italia unita,<br />
di libertà dallo straniero, della dignità di cittadino che la nazione avrebbe<br />
dato anche ai più miseri. Felicetta non capiva una parola di quei discorsi,<br />
ma né lui né lei se ne preoccupava. Era analfabeta, Felicetta, ma<br />
soprattutto era convinta che non valesse la pena capire i ragionamenti<br />
dei maschi perché sapeva perfettamente quale sarebbe stata la sua vita:<br />
una frotta di figli e lavoro massacrante a casa e in campagna. Ma il<br />
fatto che avrebbe avuto accanto Antonio la riempiva di una impaziente<br />
beatitudine.<br />
Antonio invece sapeva leggere e scrivere. Quando era molto piccolo,<br />
il prete, don Saverio, aveva deciso che il bambino era troppo sveglio<br />
per restare ignorante, gli insegnò a leggere e a scrivere e poi gli<br />
prestò i libri che Antonio divorava, magari su un albero, per evitare che<br />
il padre gli strappasse dalle mani “quella perdita di tempo”. In cambio<br />
il ragazzo si rendeva utile come poteva in parrocchia e perché si era<br />
affezionato al prete e per ripagarlo dell’istruzione ricevuta.<br />
Proprio bazzicando intorno alla sacrestia aveva ascoltato i discorsi<br />
di don Saverio col figlio del farmacista, il nuovo notaio che veniva<br />
dalla città e altri sette o otto personaggi a cui si aggiunse il figlio del<br />
barone. E di nascosto aveva letto libri e fogli ben custoditi nell’armadio<br />
tra gli arredi sacri.<br />
Era lì che aveva imparato che il territorio chiamato Italia in parte<br />
era sotto l’Austria e in parte diviso in Stati di irrimediabile arretratezza<br />
che si reggevano grazie all’Austria, e che tutti gli italiani avrebbero<br />
dovuto trovare le alleanze giuste, un capo di stato e un generale carismatici,<br />
ma soprattutto la determinazione e il coraggio di combattere e<br />
liberarsi. Le aveva apprese così bene quelle cose che ora viveva in uno<br />
stato di esaltazione perenne.<br />
Tentò di fare adepti in famiglia ma suo padre si arrabbiò:<br />
«Chi credi di essere? Tu davvero pensi che perché leggi i libri sei<br />
diventato uno di “loro”? Ma non lo capisci che il tuo destino è questo?»<br />
e indicava con la mano i campi magri intorno alla casetta. «Sempre a<br />
pregare Dio che non venga la secca, che non piova troppo, che non<br />
grandini, sennó non puoi pagare il tuo baroncino padrone e per di più<br />
crepi di fame. Ti ci rompi la schiena su questa terra, pure se si chiama<br />
Italia. Miserabili siamo e miserabili resteremo, chiunque sia il re».<br />
202
Naturalmente Antonio aveva un sacco di obiezioni da fare – che<br />
una volta finito lo sfruttamento degli stranieri, per esempio, gli italiani<br />
avrebbero provveduto fraternamente agli italiani poveri – ma le teneva<br />
per sé. Dopo lo sfogo del padre però divenne più attento alle necessità<br />
della famiglia, per una maggiore consapevolezza e per non alimentare<br />
altre polemiche. Giovane e forte com’era si alzava all’alba per pulire la<br />
stalla, zappare la terra, partecipare ai raccolti secondo il tempo e la stagione,<br />
sempre allegro e loquace, sempre presente all’occorrenza. E il<br />
padre pensò che l’ossessione del figlio era la benvenuta se le conseguenze<br />
erano quelle.<br />
Con Felicetta invece lui continuava i suoi lunghi monologhi e lei il<br />
suo rapimento estatico.<br />
Un giorno Antonio prese dalla tasca uno straccio messo insieme<br />
con tre stoffe diverse rimediate chissà dove: il bianco era ingrigito, il<br />
rosso stinto e il verde virava al giallo e per di più era liso. Era stato evidentemente<br />
cucito da mani inesperte e Felicetta non perse l’occasione<br />
per mostrare la sua competenza, una volta tanto: «E che, si cuce così?».<br />
«La vedi questa?» spiegò lui. «Un giorno sarà la bandiera di tutti<br />
gli italiani. Starà sulla facciata degli edifici importanti, nelle parate, sui<br />
tetti, dovunque». La ripiegò e: «Tienila tu» le disse.<br />
Felicetta conosceva già la bandiera, bianca con uno stemma colorato<br />
al centro, ma prese quella che Antonio le porgeva e pensò a una<br />
delle sue solite meravigliose farneticazioni.<br />
Antonio sparì. Non andò sui campi all’alba e non tornò a mangiare<br />
e a dormire. C’erano state nei giorni precedenti voci di battaglioni<br />
in movimento. Il Generale in persona, si diceva, avanzava con le sue<br />
truppe di volontari. Il padre capì e Felicetta pure.<br />
Quando giunse la notizia, Felicetta si vestì di nero. La madre disapprovò:<br />
«Non sei una vedova. La gente potrebbe pensare… O sì?»<br />
«Io sono una vedova. Non per quello che pensi tu. Non l’avrebbe<br />
mai fatto, mi ha sempre rispettato. Che stupida! Nemmeno quella gioia<br />
gli ho dato, e ora avrei un figlio suo» disse.<br />
La madre non fiatò, sollevata e insieme accorata per quella figlia<br />
adolescente improvvisamente adulta.<br />
203
Anche al pellegrinaggio della Madonna delle Grazie Felicetta ci<br />
andò vestita di nero. La gente si accalcò dentro e fuori il piccolo santuario,<br />
ascoltò la messa, sfilò per inginocchiarsi davanti alla statua<br />
della Madonna e baciare la veste miracolosa, poi uscì e si sparse tutt’attorno<br />
per la colazione sul prato.<br />
Felicetta aspettò che la chiesetta si svuotasse e si trascinò in ginocchio<br />
lungo la navata fino alla Madonna. Tirò fuori dalla tasca il pezzo<br />
di stoffa, lo aprì ai piedi della statua, tentò con le mani aperte di allisciare<br />
le grinze della cucitura malfatta. Disse:<br />
«Madonna delle Grazie, lo vedi questo straccio? Non ti so spiegare<br />
che è, io non lo so, ma lui c’è morto per questo straccio e tu adesso<br />
mi devi fare la grazia: lo devi far diventare la nuova bandiera, deve<br />
sventolare sulla facciata degli edifici importanti, nelle parate, sui tetti,<br />
dovunque, proprio come diceva lui. Lo sai tu quello che significa e<br />
quello che devi fare».<br />
Non era una supplica. Era un ordine.<br />
Concettina Falcone<br />
204
ALLA MIA BANDIERA CHE, COME UN FOGLIO DI CARTA,<br />
MI RENDE PRIGIONIERA E LIBERA.<br />
Leggera, sottile, silenziosa, alta su ogni umano sguardo.<br />
Il vento ti palpita e ti garrisce, il sole ti abbacina e ti risplende, la<br />
pioggia ti lava e t’inverdisce. Solo l’uomo ti ama o ti tradisce.<br />
È donna, la bandiera, perché è madre. È donna e madre come la<br />
Patria che però significa terra dei padri. Un uomo un giorno l’ha colorata<br />
con gli stessi colori dell’ardore e del desiderio di un altro uomo<br />
innamorato che, in una paradisiaca visione, poggiò lo sguardo sul mantello<br />
rosso che poco celava la veste bianca immacolata cinta di verdi<br />
erbe odorose della sua amata.<br />
Da uno sguardo d’amore di Dante poggiato sulla veste di Beatrice<br />
descritto nel II canto del Purgatorio si dice che nascano i colori e il senso<br />
della madre di tutti: la bandiera italiana. Il suo nome (“bandwa”, cioè<br />
segno, insegna) viene da lontano, da un popolo, i Goti, la cui lingua è l’unica<br />
tra quelle germaniche del gruppo orientale giunta fino a noi insieme<br />
con il verticalismo e l’arco a sesto acuto delle cattedrali che ancora oggi<br />
ammiriamo, nei paesaggi unici ed irripetibili delle nostre terre, stagliarsi<br />
a toccare il cielo e lo spirito di chi le osserva con il cuore.<br />
Sui pinnacoli più alti la bandiera viene issata e, fremendo sugli<br />
orizzonti aperti, riesce a coprire le nostre terre, i nostri mari, le immense<br />
città e anche ogni piccolo borgo abbandonato dall’uomo dove lei<br />
nella natura madre sta; nel rosso del papavero, nel verde delle forre, nel<br />
bianco della neve che scioglie piano senza perdere il candore. E dai<br />
pinnacoli più alti sfida le tempeste del cielo che pur sembra mare; forse<br />
anche per questo, nel mondo disegnato fuori dal nostro, ci chiamano<br />
“azzurri”. È azzurro l’ingegno dello scienziato e il genio del poeta,<br />
l’orgoglio dell’artista e di ogni uomo comune che sa di essere nazione.<br />
Dentro i tre colori della bandiera, dentro quel pezzo di stoffa è<br />
racchiusa la storia dei nostri padri, allora ci siamo noi, tutti noi, il<br />
popolo italiano.<br />
C’è il sangue della battaglia, il verde del campo che l’assorbe, il<br />
bianco del latte e dell’amore di ogni madre che ha nutrito il proprio<br />
figlio per consegnarlo come agnello sacrificale alla mensa della liber-<br />
205
tà; allora la libertà nasce dal sangue e dal dolore, come dal sangue e dal<br />
dolore nasce ognuno di noi. Dopo viene la gioia, per la libertà acquisita,<br />
per la vita ricevuta.<br />
Era appena nata, la nostra bandiera, e già l’hanno trovata infangata<br />
e lacera, dilaniata dal piombo nemico, intrisa di lotta e di sangue eppure<br />
nascosta all’odio e all’ostilità sotto la giubba di un tenente a cui una palla<br />
di cannone ha asportato la testa lasciando alla morte beffarda gli occhi<br />
azzurri sbarrati dallo stupore dei suoi vent’anni sepolti in una tomba<br />
senza nome. Era solo un uomo, un giovane uomo. Solferino, Antrodoco,<br />
Calatafimi, non ha importanza il campo di battaglia, ma la terra, quella<br />
sì, la terra nostra nutrita di sangue e di ideale entrambi sopravvissuti alle<br />
carneficine. Continuava ad esalare, l’ideale, con gli ultimi sussurri del<br />
soldato, lo sguardo perso al cielo e al ricordo del viso della mamma confuso<br />
tra le nuvole. Morivano così, i più fortunati, con il tempo dell’ultimo<br />
pensiero e un lembo di bandiera ad assorbirne l’anima. Gli altri, tutti<br />
gli altri ricoprono di urla disumane i propri petti ansimanti oppure tremano;<br />
le labbra già secche di febbre e le ossa scomposte e devastate di cancrena<br />
e di sangue buttato, il sangue buono della gioventù e della fedeltà;<br />
lo stesso sangue che scorre ancora identico in ognuno di noi. È allora che<br />
la bandiera diventa sacra e soprattutto diventa patria. Alta sui pennoni ci<br />
costringe ad elevare lo sguardo proprio come si fa quando si nasce e si<br />
muore e silenziosa ci racconta di quanto sangue è colorata, di quanti fili<br />
d’erba è tessuta, di quanto respiro la sorregge di quanta vita offerta per<br />
la nostra libertà. Basterebbe ricordare.<br />
Quando si dimentica, allora si tradisce la bandiera e la patria.<br />
Ma la bandiera italiana aspetta benevola il ritorno del figliol prodigo<br />
e del traditore, se un giorno si accorgeranno di quanto senza lei<br />
siano davvero poveri e soprattutto soli.<br />
Ma lei, la bandiera italiana oggi sa perché l’amo.<br />
L’amo perché in qualsiasi parte del mondo io so di essere figlia sua<br />
e lei madre nostra.<br />
L’amo perché mi fa piangere di gioia e di dolore quando veste di<br />
luce la gloria degli atleti e ricopre di speranza la morte degli eroi.<br />
L’amo perché tra le soste e le ripartenze della vita è sempre lì ad<br />
aspettare che alzi su di lei lo sguardo come si fa con il sogno e la<br />
preghiera.<br />
206
L’amo perché ha conosciuto tutti i pensieri degli uomini retti.<br />
L’amo perché ha colorato di libertà la vita dei nostri figli e li ha<br />
battezzati alla fonte eterna delle radici perciò della patria.<br />
L’amo perché come un foglio di carta imprigiona il mio pensare e<br />
lo libera poi in un filo d’inchiostro alto sui tetti e sulle strade, proprio<br />
come lei.<br />
Beatrice Ricottilli<br />
207
208
F. S. Altamura, La prima bandiera italiana portata a Firenze<br />
nel 1859, Torino, Museo Nazionale del Risorgimento.<br />
209
210
INDICE<br />
Presentazione<br />
di Maria Luisa De Matteis . . . . . . p. 5<br />
SAGGI<br />
La letteratura abruzzese e l’unità d’italia<br />
di Marco Del Prete . . . . . . . . 9<br />
da Ottaviano Giannangeli . . . . . . . 27<br />
Ha minute lu sessande . . . . . . . . 28<br />
... ma l’ideal non muore<br />
di Concettina Falcone . . . . . . . . 31<br />
“Arpa d’or dei fatidici vati”: sulle note del Risorgimento.<br />
di Sabrina Cardone . . . . . . . . 45<br />
Le parole in musica del Risorgimento musicale<br />
Va pensiero (Giuseppe Verdi, Nabucco) . . . . 52<br />
Patria oppressa (Giuseppe Verdi, Macbeth) . . . . 53<br />
Dal tuo stellato soglio (Gioacchino Rossini, Mosè in Egitto) . 54<br />
Canzoni del Risorgimento. L’ispirazione popolare.<br />
Addio mia bella addio (Carlo Bosi, 1848) . . . . 55<br />
La bella Gigogin (1858) . . . . . . . 59<br />
“L’Italia chiamò”. Pittori Garibaldini.<br />
di Cosimo Savastano . . . . . . . . 63<br />
Schermi tricolori.<br />
Il Risorgimento e il cinema italiano: percorsi e tendenze<br />
di Antonio Di Fonso . . . . . . . . 97<br />
L’italianità di Enrico Fermi . . . . . . 104<br />
211
VOCI E SCRITTURA:<br />
SAGGI, RIFLESSIONI, TESTIMONIANZE.<br />
L’Abruzzo dalla Carboneria all’Unità<br />
di Evandro Ricci . . . . . . . . 107<br />
Salvatore Tommasi scienziato e patriota abruzzese<br />
di Evandro Gay . . . . . . . . 119<br />
A proposito delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia<br />
di Rosa Giammarco . . . . . . . . 123<br />
L’Abruzzo e l’unità d’Italia<br />
di Licia Mampieri . . . . . . . . 127<br />
Panfilo Serafini, martire della libertà.<br />
di Gioacchino Casciato . . . . . . . 135<br />
Gli antitaliani e la questione meridionale<br />
di Nicolina Nolfi . . . . . . . . 137<br />
Lingua e dialetti nell’Italia post-unitaria<br />
di Evandro Gay . . . . . . . . 147<br />
Unità dell’Italia... disunita<br />
di Raffaele Russo (Irmazio Glicone) . . . . . 151<br />
Goffredo Mameli<br />
di Beatrice Ricottilli . . . . . . . . 155<br />
La morte di Cavour<br />
di Gemma Di Iorio . . . . . . . . 159<br />
212
VOCI E SCRITTURA:<br />
VERSI.<br />
Nicolina D’Orazio<br />
La brehantésse . . . . . . . . 164<br />
Nicolina D’Orazio<br />
Il bacio di Hayez . . . . . . . . 169<br />
Nicolina D’Orazio<br />
W la lebertà . . . . . . . . 170<br />
Maria Pia Palesse<br />
L’Italia aunite . . . . . . . . 172<br />
Maria Pia Palesse<br />
Na lèttere de lendanne . . . . . . . 176<br />
Maria Pia Palesse<br />
La lume ajarde ancore . . . . . . . 180<br />
Evandro Gay<br />
Pe’ grazie de Ddie . . . . . . . 181<br />
Diana Cianchetta<br />
Giannina Milli . . . . . . . 182<br />
Diana Cianchetta<br />
Lu munuménte ai Cadùte . . . . . . . 184<br />
213
VOCI E SCRITTURA:<br />
PROSA.<br />
Mariannina<br />
Rita Pasquali . . . . . . . . 191<br />
Ninna nanna<br />
Gemma Di Iorio . . . . . . . . 199<br />
Lo straccio<br />
Concettina Falcone . . . . . . . . 201<br />
Alla mia bandiera<br />
Beatrice Ricottilli . . . . . . . . 205<br />
214
215
216<br />
Finito di stampare<br />
nel mese di ottobre 2011<br />
presso lo stabilimento tipolitografico<br />
Stampatutto di A.Vivarelli<br />
Pratola Peligna (AQ)