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M A R C O E P A T R I Z I O P A V O N E

SANDOKAN:

DA PRINCIPE

A PIRATA

ILLUSTRAZIONI DI PAOLO BORRI


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PREFAZIONE

DI PATRIZIO PAVONE

Quando ero un giovane ed appassionato lettore dei libri di Salgari prediligevo quelli del ciclo dei

Pirati della Malesia. Li lessi tutti svariate volte; sia quelli scritti da Emilio Salgari, sia quelli dei suoi

figli Omar e Nadir, sia quelli di Luigi Motta, Fancelli, Bertinetti e Quattrini che raccontavano le

gesta di Sandokan e compagni. All’opera principale di Emilio Salgari segue, in maniera quasi naturale

quella di Motta. Gli altri scrittori arricchiscono con avventure varie la “saga” di Sandokan.

Ci sono delle differenze, nei libri di tanti diversi scrittori, a volte sostanziali, che potrebbero rendere

inconciliabili le possibilità di collocare i vari testi in maniera cronologica, nell’ipotesi di unirli, gli

uni dopo gli altri, come se fossero una serie di capitoli di un unico grande romanzo.

Ho pensato che sarebbe stato interessante riuscire a creare una sorta di indice tra tutti i libri scritti su

questo personaggio fantasioso, che assommano a trentadue, anche se a volte date o fatti narrati,

anche con riferimenti storici, rendono l’impresa ben ardua. Ho provato quindi a cimentarmi in questa

impresa, alla quale sicuramente hanno pensato molti altri appassionati e collezionisti di tale

opera.cercando di limitare al massimo incongruenze temporali o di avvenimenti. Questa la mia

ipotesi:

1. Le Tigri di Mompracem

2. Il vulcano di Sandokan

3. I misteri della jungla nera

4. La rivincita di Tremal-Naik

5. la vendetta dei thugs

6. I Pirati della Malesia

7. La tigre del Bengala

8. Le due tigri

9. Sandokan rajah della jungla nera

10. Il Re del mare

11. Sandokan nel cerchio di fuoco

12. Le pantere di Timor

13. Yanez la Tigre Bianca

14. Mompracem contro i Da coiti

15. Alla conquista di un impero

16. il rajah dell’Assam

17. Sandokan alla riscossa

18. La riconquista di Mompracem

19. Il Bramino dell’Assam

20. La caduta di un impero

21. La rivincita di Yanez

22. La tigre della Malesia

23. Lo scettro di Sandokan

24. La gloria di Yanez

25. Addio Mompracem

26. Sandokan contro il leopardo di Sarawack

27. Sandokan nella jungla nera

28. Il figlio di Yanez

29. Le ultime avventure di Sandokan

30. Sandokan nel labirinto infernale

31. Il Fantasma di Sandokan

32. I thugs alla riscossa

33. Il ritorno delle Tigri di Mompracem

34. Il segreto del fakiro

35. Le mie memorie


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A mio figlio Marco, allora undicenne, volli leggere il primo libro di questo ciclo. Subito

si appassionò all'opera e li lesse tutti, da solo, in pochi anni.

Successivamente mi ricordò una cosa che avevo notato e su cui avevo riflettuto varie volte: Salgari,

fa raccontare a Yanez (nel libro “Le Tigri di Mompracem”) e poi a Sandokan (nel libro “Sandokan

alla riscossa”), la storia della famiglia Muluder, cioè dei genitori di Sandokan, e di come essi

vennero spodestati dal trono del Kina-Balu, in Borneo, e di come vennero massacrati. Raccontò,

poi, anche dei tentativi dello stesso Sandokan di riconquistare il regno, naufragati miseramente, e

della sua decisione di darsi alla pirateria.

Mio figlio ed io convenimmo che su tali episodi Salgari avrebbe benissimo potuto scrivere un altro

libro, avendone fornito la traccia, ma purtroppo non lo fece mai. Neppure i suoi figli e neanche

Luigi Motta, Fancelli e gli altri emuli minori lo tentarono.

Da qui nacque in noi il desiderio di provare a scrivere questo romanzo, che tentasse di colmare una

lacuna, prendendo spunto proprio dai racconti, frammentari che ne fecero appunto Sandokan ed il

suo "fratellino" Yanez.

Marco si è accinto all'opera, coadiuvato e consigliato da me stesso.

Ne è venuto fuori questo libro che presentiamo a chi ben conosce le gesta dei nostri eroi, sperando

di non averne oltraggiato la memoria del grande Emilio e confidando nel perdono dei veri autori ed

editori dei romanzi originali.

Questo libro, il numero zero, racconta di come Sandokan, spodestato dal suo regno, si tramutò nella

terribile Tigre della Malesia.

Nel corso di questo racconto Marco ha voluto tentare anche un altro esperimento: creare un predente

cronologico a fatti o personaggi, che altri autori hanno sviluppato poi nei vari libri menzionati, che si

verificano o compaiono all’improvviso, senza alcuna spiegazione che li introduca. Ad esempio Ragj, il

figlio di Sandokan appare in una sola storia (nel libro di L. Motta “Sandokan, rajah della jungla nera”) già

quattordicenne. Come era possibile che nei 14 anni precedenti nessuno ne avesse raccontato qualcosa? Era

figlio di Marianna? Dove era stato durante questi anni? Marco ha pensato quindi di raccontare una storia

nella storia che facesse da prologo, poi, alle altre raccontate dai vari autori. Oltre a questo personaggio ha

dato altre spiegazioni come quella che si riferiva alla ricerca che Sandokan intraprese per ritrovare il suo

prezioso scettro, rubato da un malese (nel libro, sempre di Motta, “Lo scettro di Sandokan”).

A voi, esigui lettori, un giudizio, non benevolo, ma oggettivo.

RINGRAZIAMENTI

Vorremmo ringraziare tutti gli amici che hanno contribuito alla stesura di questo romanzo e più

precisamente le professoresse d’italiano Paola Barboncini e Regina Bevilacqua che hanno rivisto

sintassi e grammatica, il collezionista ed esperto Salgariano Italo Pileri per consigli e correzioni in

merito a fatti, cronologia e descrizioni ambientali e gli esperti di computer Andrea Marini e

Pierluigi Palmieri che hanno composto la grafica e la stampa.


Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

Capitolo VII

Capitolo Vffl

Capitolo IX

Capitolo X

Capitolo XI

Capitolo XII

Capitolo XIII

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

Conclusione

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SOMMARIO

Parte Prima

IL RAJAH DEL KINA - BALU

II nuovo Rajah

La cospirazione

Nelle foreste

Imboscate e tradimenti

In viaggio verso Sindumin

L'agguato nella jungla

La liberazione di Sindumin

L'insurrezione

Diserzioni ed avvelenamenti

L'assedio della capitale

Strenua difesa

L'atroce inganno

Una strage orrenda

Parte seconda

ALLA RICONQUISTA DI UN TRONO

Una caccia spietata

Due tentativi falliti

Disfatta totale

L'inizio della pirateria

Parte terza

SECONDA PATRIA

La nascita della Tigre

Mompracem

Vittorie navali e terrestri

Parte quarta

MALESIA IN FIAMME

Yanez De Gomena

Una sagace beffa

Assedio navale

Intelligenza e coraggio

Intrighi cinesi

Ancora un successo

Pag. 9

Pag. 19

pag. 27

pag. 37

pag. 51

pag. 59

Pag. 67

pag. 75

pag. 87

pag. 103

pag. 113

pag. 125

Pag. 135

pag. 147

pag. 157

pag. 173

pag. 189

pag. 203

pag 213

pag. 227

pag. 243

pag. 251

pag. 261

pag. 269

pag. 279

pag. 289

pag. 299


7

PARTE PRIMA

IL RAJAH DEL KINA - BALU


9

CAPITOLO PRIMO

IL NUOVO RAJAH

I festeggiamenti per l'incoronazione del nuovo sultano del Kini-Balu e dei Monti

Cristallo erano terminati da poco tempo: nel cielo notturno si stavano spegnendo, tra

mille guizzi di luce, gli ultimi fuochi d'artificio magistralmente realizzati dal

maggiordomo di corte, un anziano cinese che, come lo sono molti sudditi del

"Celeste Impero", era molto esperto nei giochi pirotecnici, e che era stato chiamato

alla reggia per dirigere appunto una squadra di servi che s'occupava, ad ogni festa o

ricorrenza, dello sparo di petardi e razzi colorati. Nella capitale, chiamata anche

"Città del Lago" poiché una grande estensione d ’ acqua lambiva uno dei suoi

sobborghi, i cittadini e i vari sudditi, convenuti ed invitati con proclami e bandi da

tutto il territorio del sultanato a partecipare alle feste per la salita al trono del giovane

principe ereditario, stavano lentamente scemando dai giardini del palazzo reale che

erano stati aperti proprio per permettere a tutti di godere di cibi, bevande, musiche

e spettacoli in gran quantità. Quindi tutti tornavano chi nelle proprie case in città,

chi nelle varie locande che traboccavano di pellegrini, chi negli accampamenti

allestiti appena fuori le mura che proteggevano la capitale: tende in abbondanza

erette per far fronte a quel numero straordinario di visitatori. Le persone che

defluivano fuori dei giardini reali, erano una vera fiumana di cittadini vestiti con

costumi ed abiti molto differenti tra loro ma prevalentemente molto belli, lasciati in

serbo per le grandi occasioni. V'erano nobili, dignitari, capi tribù, governatori di

lontani villaggi, vestiti con pittoreschi, stupendi e grossi turbanti multicolori, con

scialli e tuniche ricoperte di pietre preziose, attorno ai quali v'erano servitori e

schiavi d'ogni età. Ma tra quella gente vi si trovavano anche, ed erano la

maggioranza, uomini coperti di soli stracci, a volta seminudi, privi di calzari, o donne

modestamente vestite, ma comunque agghindate con fiori e collane; alcune

portavano in dosso un languti colorato o un lungo sari che arrivava sino ai piedi.

Nella moltitudine trovavano posto anche tantissimi bambini e ragazzi, vocianti,

chiassosi, felici, che correvano per quelle strade illuminate per l'occasione con

lampade ad olio o a talco. Ad ogni crocicchio di strada si vedevano venditori

ambulanti, con carretti carichi delle merci le più disparate,


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come frutta, abiti, collane e pendagli, calzari e borse, utensili da lavoro e da cucina, che

reclamizzavano la propria mercé con grida ormai rauche.A volte si vedeva un

mendicante, di solito un vecchio ischeletrito che si trascinava dietro il suo bastone,

con sulle spalle una bisaccia o un sacco quasi vuoto, che stendeva la mano in cerca di

un'elemosina che ogni tanto qualcuno, tra i facoltosi ospiti cittadini, elargiva con

generosità.

Erano insomma migliaia di persone, quanti nessuno aveva mai visto in città, che

andavano via dalla reggia, ormai sazie di cibi, di musiche, di giochi, di colori, di suoni,

gustati ed apprezzati in abbondanza.

I festeggiamenti erano infatti durati ben tre giorni e tre notti. Il nuovo sultano era stato

molto prodigo, soprattutto con i più poveri, regalando loro rupie in abbondanza,

prelevate dal tesoriere di corte dai giganteschi beni e fortune accumulate nel tesoro reale

da molte generazioni di re e sovrani, sin da quando era sorto tale regno. Molte ricchezze

derivavano dall'economia del sultanato che era molto florida, in quanto l'agricoltura ed

il commercio erano molto sviluppati, mentre già funzionava da anni lo sfruttamento

delle miniere di diamanti e di rame nel sud del paese.

II vecchio sultano Muluder che aveva abdicato in quei giorni, era stato molto saggio,

facendo procedere il regno sulla via dello sviluppo, affrancando molti sudditi dalla

povertà più totale, tanto presente a quei tempi nei paesi orientali e soprattutto nel

Borneo, ove appunto si trovava il sultanato dei Muluder: il regno di Sabah, nelle regioni

del nord-est di quella gigantesca isola dei mari della Sonda.

Il vecchio Muluder era benvoluto da tutto il popolo, o almeno da quello che

maggiormente aveva beneficiato di questo relativo stato di benessere, che aveva

affrancato dalla povertà una bella fetta delle popolazioni, almeno quelle che abitavano

nelle città o nei grossi villaggi del regno.

Muluder, oltre alla moglie Coruma aveva due figlie femmine e tre maschi. Il

primogenito, suo diretto discendente e principe ereditario si chiamava Sandokan ed

aveva, nell'anno in cui iniziava questa storia, e cioè nel 1843, solo venti anni.

Nonostante la giovane età s'era fatto subito notare, sin da fanciullo, per la sua forza, il

suo coraggio, la sua lealtà e la sua intelligenza. Ma non amava vantarsi per queste sue

doti naturali, anzi si dimostrava mite con gli umili e generoso con gli indigenti. Al

contrario palesava tempra con i potenti confinanti del regno di Sabah e valore indomito

contro ogni tipo di nemico.

Sandokan era un giovane d'alta statura, di corporatura robusta ed aitante, molto bello in

viso, con fronte spaziosa, occhi grandi e fieri, che esprimevano virilità ed audacia, con

ciglia molto folte, naso dritto, barba curata, capelli lunghi, nero corvino, sciolti sulle

spalle. Dal suo aspetto trapelava lealtà, tenacia e fortezza di spirito. Voleva molto bene

ai fratelli, alle sorelle e ai genitori. Per questo motivo rimase molto addolorato quando

gli fu riferito della decisione presa dal padre d'abdicare, anzitempo, in suo favore. Cercò

quindi di convincere il padre suo a rinviare questo proposito, appellandosi al fatto che il

sultano era ancora in perfetta salute e non troppo anziano, cose queste che gli avrebbero

consentito di governare ancora per diversi anni. Tuttavia il padre era molto fiducioso

nelle capacità e nella maturità del primogenito, ormai pronto alla successione e quindi

fissò il giorno dell'incoronazione senza porre altri indugi.


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Tale irrevocabile decisione fu quindi palesata ai dignitari di corte e poi a tutta la

popolazione, fin nei più lontani villaggi e nelle provincie più remote del vasto regno.

Arrivò così il giorno dell'incoronazione, i festeggiamenti della quale, come abbiamo

narrato, erano appunto terminati.

Pur tuttavia nel sultanato del Sabah v'erano seri problemi: le tribù dell'interno e quelle

costiere erano in agitazione. Quei popoli ancora non civilizzati mal sopportavano alcun

legame con l'autorità centrale e tendevano a staccarsene, con il rischio di gettare il paese

in una guerra civile. A tale stato di cose s'aggiungevano le malcelate bramosie degli

inglesi i quali, direttamente o indirettamente, perseguendo la politica coloniale di quei

tempi, tramite spie e sobillatori, cercavano d'allargare i propri protettorati e domini sulla

regione.

Oltre a tali pericoli nei vicini stati di Varauni e Sarawak, a sud del regno dei Muluder,

erano ascesi al trono due nuovi sultani che s'erano dimostrati subito uomini ambiziosi e

violenti, che non facevano mistero del loro desiderio d'estendere la propria sovranità a

scapito dei territori del sultanato del Kini-Balu.

Già da tempo v'erano stati, da parte delle truppe di Varauni, vari sconfinamenti con

incidenti ripetuti, che avevano causato morte e distruzione nei villaggi al confine del

regno di Sabah. Lo stesso era accaduto nelle zone confinanti con Sarawak. Il vecchio

Muluder, con pazienza e diplomazia, aveva cercato di evitare una guerra con i vicini,

guerra che poteva essere devastante per i vari popoli, ed aveva tentato di allentare la

tensione inviando al confine solo truppe di contenimento per far desistere gli

aggressori, che difatti, dopo pochi giorni di assalti e ruberie, si ritirarono nei propri

confini.

La clemenza e la remissività dimostrata dal vecchio Muluder verso i vicini, trovava

poco d'accordo il giovane Sandokan, il cui carattere audace e risoluto non tollerava

assolutamente i soprusi e le violenze ai danni di villaggi indifesi, le cui vittime spesso

erano donne, vecchi e bambini, meno lesti a scappare di fronte al nemico. A tutto ciò il

principe ereditario avrebbe ben voluto rispondere con una guerra di difesa generale su

tutto il confine.

Ma Sandokan non voleva contrariare il proprio padre: l'amava troppo per criticarlo e lo

stimava moltissimo per permettersi di dargli dei consigli. Inoltre il giovane figlio di

Muluder ben sapeva che l'atteggiamento assunto dal padre di fronte al nemico, che

poteva sembrare dettato da prudenza, non era certo da addebitarsi a viltà personale del

sultano. Infatti Muluder era un prode e valente guerriero, che aveva combattuto per anni

sempre in prima linea, esponendosi di persona nelle lunghe guerre contro le indomite

popolazioni dei daiacchi dell'interno, da sempre turbolente contro il potere regio.

Questa gran considerazione per le decisioni prese dal genitore nei confronti degli

incidenti di frontiera coi sultani limitrofi, non aveva impedito però al cuore di Sandokan

di sanguinare, poiché troppo soffriva per la mancata reazione a tali invasioni. Adesso

che era stato incoronato nuovo rajah del Sabah, poteva sembrare opportuno e

necessario condurre una nuova politica sia con Varauni, sia con Sarawak, sia con le

tribù all'interno del suo regno: occorreva dunque fare chiarezza con tutti. Nell'animo di

Sandokan non v'era desiderio di vendetta, ma solo fermo proposito di ristabilire la

sovranità su tutti i territori del suo sultanato


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Appena terminate tutte le cerimonie, una volta congedati invitati ed ospiti di riguardo, il

nuovo rajah pensò bene di riunire i suoi due fratelli al fine di avere con loro un lungo

abboccamento: era infatti intendimento di Sandokan ricevere dai fratelli le massime

garanzie per una completa armonia e solidarietà comune, fattori indispensabili per

governare un regno con tanti problemi.

Dei due congiunti Selim, il più giovane, aveva solo sedici anni; pur tuttavia era

coraggioso, svelto d'ingegno ed intraprendente come un adulto. L'altro fratello, Agun,

di due anni più anziano, era invece il più riflessivo e misurato dei tre, molto intelligente

e dotato di una profonda cultura. Aveva studiato per anni, aiutato da alcuni maestri,

provenienti dall'India e dalla Cina, che avevano a lui insegnato molte discipline

scientifiche ed umanistiche.

Quando Sandokan ebbe riunito i fratelli e li ebbe davanti a se, seduti su comodi cuscini

disse:

- Caro Selim e caro Agun, vi ho qui convocati in quanto ho bisogno dei vostri consigli e

di tutta la collaborazione che vorrete darmi in questo particolare momento, così

importante per la mia vita di futuro sultano. Come ben sapete, da alcuni anni, in varie

provincie del nostro regno, si respira aria di sommossa, soprattutto da parte dei daiacchi

di mare e di alcune popolazioni dell'interno. Come se non bastasse, i nostri vicini

vogliono allargare i propri tenitori a nostro danno. Ho quindi pensato di chiedervi

questo: dividiamo la nostra presenza nello stato in modo da essere un solo governo e

quindi una sola testa pensante ma con tre braccia armate. Per attuare subito questo

disegno, io andrò sul confine del sud e ristabilirò la tranquillità violata dalle truppe di

Varauni e del Sarawak; tu Agun rimarrai qui in città in quanto occorre avere sempre

un capo che diriga la politica interna ed amministri la giustizia; al contempo vigilerai

anche sui nostri genitori e sulle amate sorelle; tu, invece, mio diletto Selim, che sei

sempre in cerca di avventure, ti recherai a far visita al capo delle tribù daiacche

dell'interno, di nome Beluran, per rinsaldare con lui la nostra amicizia. Se eseguirete

questi miei desideri, e soprattutto se ne sarete d'accordo, mostreremo al popolo, ma in

particolare ai nostri nemici, che tra noi fratelli regna non solo la perfetta unione e

collaborazione, ma che non vi sono invidie o discordie connesse alla successione. Il mio

volere e la mia massima felicità sarà quella di governare con il vostro aiuto ed

appoggio, dividendo onore e gloria e, purtroppo, qualche preoccupazione. Vi prego di

dirmi ora cosa pensate dei miei progetti, ma vi prego d'essere molto franchi.

Selim, il fratello minore, un giovanotto molto alto, anche se magro, con una buona

muscolatura, dall'aspetto fiero e deciso, prese per primo la parola e disse:

- Grazie Sandokan per avermi preso in considerazione come se già fossi un adulto. Farò

di tutto per essere all'altezza della missione che m'affidi. Ti dimostrerò che la tua

fiducia è ben riposta: quindi approvo i tuoi progetti e mi dichiaro pronto non solo a

partire anche domani, ma ad aiutarti sempre, stando in ogni caso al tuo fianco in ogni

frangente.

Prese poi la parola Agun, un poco più basso di Sandokan, dal fisico più grassoccio,

forse con un corpo meno atletico ma con uno sguardo estremamente sveglio ed

intelligente. Il tono del suo discorso fu più tranquillo e meno infervorato di Selim, ma

quello che disse sembrava frutto di un assennato ragionamento:


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- Anche io ti sono grato per la fiducia che ci accordi e ritengo molta accorta la tua

strategia di far vedere in tre posti diversi i membri della nostra famiglia. Così facendo

incuteremo nei nostri amici rispetto e considerazione, mentre i nemici capiranno che

abbiamo subito preso in mano la situazione per il verso giusto. Solo un dubbio

m'affligge: che tu possa farti coinvolgere dai nostri confinanti in una guerra contro un

nemico più agguerrito e preparato di noi.

A questa giusta preoccupazione del fratello Agun gli occhi di Sandokan s'infiammarono

e la voce si vece vibrante ed appassionata. Questa fu la sua risposta:

- E' ormai giunto il momento d'alzare la testa e di difendere il nostro popolo, più volte

assalito e decimato da nemici interni ed esterni. Se, durante la mia visita nei luoghi più

volte messi a ferro e fuoco, troverò ancora delle truppe d'occupazione nemiche, le

attaccherò a fondo e le rigetterò oltre confine. Vedremo chi saprà resistere ai nostri

guerrieri, quando sarò io alla loro testa con la spada sguainata ad ordinare una carica! In

ogni modo terrò nel dovuto conto le tue preoccupazioni, caro Agun, e non mi farò

prendere dall'ira senza aver prima ben ponderato il da farsi.

I fratelli annuirono in segno d'assenso.

La riunione era terminata: Sandokan percosse con un martelletto di legno un gong,

finemente cesellato che si trovava a lui vicino, e subito un maggiordomo portò sulla

tavola centrale, con un vassoio d'argento, tre bicchieri di puro cristallo, che mandavano

dei lucenti bagliori, contenenti un liquore di color rosso vivo. I calici, dopo essersi

toccati, in un augurale brindisi, furono vuotati e i tre fratelli s'abbracciarono a lungo,

auspicandosi reciprocamente buona fortuna per il prossimo viaggio che li avrebbe divisi

per alcune settimane.

Una volta che Selim ed Agun furono usciti, Sandokan mandò a chiamare il comandante

supremo del suo esercito.

Nell'attesa che arrivasse il suo generalissimo, il nuovo rajah s'avvicinò ad un prezioso

armadietto nel quale si trovava la sua corona regale. Il suo genitore l'aveva fatta forgiare

ed impreziosire da alcuni valenti orafi siamesi. Si trattava di un massiccio cerchio d'oro

alto un mezzo piede, ornato all'intorno di diamanti, con delle piccole guglie sulle quali

v'erano pietre preziose d'ogni tipo e colore, grosse come ciliegie mature o come noci.

Sandokan guardò a lungo quel bellissimo diadema: l'aveva portato in testa durante i tre

giorni dei festeggiamenti, ma terminati che furono, se l'era subito tolto dal capo in

quanto non amava pavoneggiarsi con quel simbolo del potere regale. Quindi disse tra se:

- La consuetudine vuole che quando un rajah conferisce con i propri sudditi si pcnga la

corona in capo, impugni lo scettro e salga sul trono; cercherò di modificare da subito

questo scomodo cerimoniale, in quanto ritengo superfluo dare sfoggio di regalità con

questi orpelli, bensì e semmai con provvedimenti saggi ed azioni coraggiose.

Detto questo si vestì con una giubba di tessuto leggero, con delle bordure di lamine

d'oro, adorna di fili di perle e di pietre preziose di valore inestimabile, inforcando delle

babbucce tempestate di rubini e smeraldi.

Appena terminato d'abbigliarsi si recò nello studio da lavoro, ove il padre suo era solito

incontrarsi con i vari dignitari di corte. Vi s'accedeva salendo dei gradini realizzati con

legno di tek, ricoperti da tappeti di vari colori e fatture; ai bordi della scala v'erano dei

mancorrenti d'oro massiccio, fissati al muro con dei supporti di pregevole fattura. Aprì


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la porta d'ebano, foderata di lamine d'argento ed entrò in un grazioso salotto che faceva

da anticamera allo studio vero e proprio. Le due stanze erano tappezzate con seta cinese

ricamata in azzurro, ed avevano ampie finestre che prospettavano nel parco, protette da

leggere stuoie di cocco strettamente intrecciate, che s'agitavano mosse dai soffi della

fresca brezza serale che penetrava dai vetri lasciati aperti.

Si sedette davanti uno scrittoio, molto bello a vedersi in quanto v'erano attorno tutta una

serie di piccole sculture realizzate nello stesso legno con cui era costruito, intercalate da

microscopiche miniature in ceramica cinese, e si portò alla bocca la cannuccia di un

bellissimo narghilè di rame e vetro, dentro al quale v'era un miscuglio di acqua di rose,

tabacco, betel ed oppio. Cominciò quindi a fumare e dalla sua bocca uscirono delle

nuvolette di fumo oleoso e discretamente profumato.

Poco dopo udì bussare; Sandokan ordinò d'entrare ed al suo cospetto si presentò il

generale Batik, comandante dell'esercito dello stato del Sabah.

Era un uomo di circa quarant'anni, di corporatura segaligna ma robusta, con la fronte

bassa, gli zigomi sporgenti, gli occhi obliqui come quelli dei cinesi, la carnagione molto

scura: si comprendeva che quell’essere umano rappresentava l'incrocio tra alcune razze

locali. Tutta la sua persona trasudava un non so che di falso o di ambiguo, che denotava

un carattere scaltro ma subdolo, cosa questa che non attirava certo simpatia in chi

entrava in contatto con lui. Le sue vesti erano molto ricche, tenute con cura ed

eleganza; nella fascia che gli incorniciava i fianchi era infilato un corto tarwar,

un'arma indiana da taglio, di acciaio finissimo, assai affilata. Un leggerissimo sorriso

beffardo era scolpito sul suo volto ed anche questo particolare rendeva più antipatica

la sua figura. Era stato scelto a comandare le truppe dal vecchio sultano sia per la sua

preparazione bellica sia perché era parente di un capo tribù dell'interno, con il quale

Muluder voleva seguitare a vivere in armonia, continuando una proficua alleanza.

Appena entrato s'inchinò dinanzi al suo nuovo sultano dicendo:

- Lunga vita e prosperità al mio signore e padrone!

- Ascolta, Batik - iniziò subito Sandokan, che amava andare per le spicce - per domani

mattina farai approntare una compagnia di cento uomini. Mio fratello Selim li passerà in

rassegna, e sceglierà tra essi chi dovrà accompagnarlo in un viaggio che compirà nelle

regioni ad est del nostro stato. Gli uomini dovranno essere equipaggiati ed armati di

tutto punto. Partiranno domani stesso.

Batik chinò il capo in segno d'assenso.

- Tra pochi giorni partirò anche io - continuò il rajah - per recarmi sulle frontiere

meridionali del Sabah. Avrò bisogno di molti uomini. Forse, se sarà necessario,

dovremo intraprendere una vera guerra. Quindi, pur considerando che occorre lasciare

una guarnigione cospicua nella capitale, vorrei con me tutti gli uomini disponibili.

Quanti guerrieri prevedi che possano esser pronti tra sei o sette giorni?

Batik rispose:

- Mio signore, nella capitale abbiamo ora solo cinquecento uomini circa; molti guerrieri

sono sparsi nelle campagne per sorvegliare il flusso dei sudditi che tornano ai loro

villaggi dopo le feste per l'incoronazione, mentre molti altri soldati sono nelle più

importanti cittadine del regno e nelle varie provincie. Per radunarli tutti, anche

mandando rapidi corrieri per ogni dove, ci vorrà almeno un mese. Inoltre . . . - e qui la


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voce si fece misteriosa ed incerta - molti d'essi sono scontenti: ci sono delle rivalità

tra i guerrieri delle tribù del sud con quelle del nord . . . . Insomma mi sarà difficile

allestire una truppa che abbia buona voglia d'affrontare una lunga campagna di guerra.

A queste parole Sandokan ebbe un sussulto, gettò lontano la cannuccia del narghilè,

scattò in piedi e disse.

- Ma cosa sento Batik! Tu che sei conosciuto da tutti come un valoroso guerriero,

sempre pronto ad affrontare guerre e pericoli, tu che sei stato nominato generalissimo da

mio padre per i meriti guadagnati sui campi di battaglia, tu mi fai queste obiezioni?

Prometti a tutti i soldati doppia paga e dì loro che andiamo a difendere il sacro suolo

della patria nostra!

- Farò quello che potrò - rispose il generale - e cercherò di radunare almeno mille

uomini: deciderai poi tu, o mio signore, quanti ne dovranno restare in città.

Sandokan accomiatò con un gesto nervoso il suo comandante, che uscì inchinandosi.

Indi cominciò a passeggiare nervosamente per la sala mentre le sue mani accarezzavano

l'impugnatura della spada che gli pendeva al.fianco, protetta da un prezioso fodero

allacciato alla vita.

- La situazione è sempre più incerta - disse tra se - e forse farei bene a sostituire questo

generale con un altro più fidato e più deciso. A pensarci bene, non mi è mai piaciuto

quel suo fare mellifluo ed ora mi desta inquietudine questa serie di dubbi e perplessità

che mi ha sollevato. Che sia paura?

Un lieve rumore, che sembrava provocato dal chiudersi di una porta, scosse Sandokan

dai propri pensieri e fece volgere il suo sguardo al punto della sala ove s'era sentito una

specie di cigolio: ebbe l'impressione che qualcuno stesse in ascolto dietro uno dei tanti

arazzi che ricoprivano porte e pareti.

Con uno scatto felino il rajah si precipitò verso una tenda, la scostò ed aprì la porta che

vi si celava dietro, mentre con l'altra mano impugnò un kriss che teneva nella fascia.

Nel corridoio appena rischiarato da una lampada scorse un servo che s'allontanava in

fretta. Con un balzo da tigre lo raggiunse ed afferratolo per la tunica lo fermò. Gli piantò

addosso due occhi severi dicendogli:

- Che stavi facendo lì dietro la porta, Lambak?

L'uomo che rispondeva a quel nome era uno dei tanti servi che lavoravano nella reggia

dei Muluder. Alla domanda di Sandokan sembrò atterrito, e dopo aver deglutito rispose,

con voce rotta dall'emozione:

- Ero venuto a sentire se t'occorreva qualcosa prima della notte, o mio sultano.

- E perché scappavi via, invece di bussare e chiedermi ciò che hai detto? - lo incalzò

Sandokan.

- Mi era sembrato che stessi a parlare con qualcuno ed allora non ti ho voluto disturbare

con le mie domande, o signore.

Sandokan lasciò la tunica del servo ma lo spinse verso il muro dicendogli, con un tono

che incuteva timore.

- Non mi piace questa scusa, perché m'era sembrato invece che tu stessi ascoltando ciò

che stavo ordinando al mio generale. Ora va', ma non farti più trovare dietro una porta o

saranno guai seri!


Detto questo il rajah si volse e si diresse verso gli appartamenti riservati alle donne, che

nell'uso orientale erano divisi da quelli degli uomini, anche se appartenenti alla stessa

famiglia: voleva far visita alla madre e alle due sorelle.

Dopo aver percorso lunghi corridoi ed aver aperto numerose porte, raggiunse una saletta

che fungeva da anticamera dell'appartamento della sultana. Due serve erano accoccolate

in terra su dei cuscini, alla moda indiana. All'entrare del rajah scattarono in piedi per poi

inchinarsi immediatamente.

- Annunciatemi a mia madre - ordinò loro Sandokan.

Le serve sgusciarono in una stanza attigua per tornare immediatamente:

- Coruma t'attende, o sultano - dissero ad una voce.

Sandokan varcò quindi l'uscio e si trovò in una stanza meravigliosa. Era addobbata con

stupendi tappeti persiani, a pelo molto alto, dai colori tenui che davano su un verde e

marrone molto riposante per gli occhi, mentre vari arazzi coprivano pressoché ogni

parete; bellissimi mobili d'ogni genere, forma e misura completavano l'arredamento

assieme a quadri e sculture di marmo raffiguranti divinità sacre al culto bornese. La

stanza era illuminata da una lampada dorata, fusa in modo da raffigurare una sorta

d'uccello, con all'interno un globo azzurro di porcellana finissima che proiettava sulle

pareti una luce soffusa e dolce, come quella dell'astro notturno. V'erano pochi e sobri

mobili, ma tutti di fattura eccellente come una tavola d'ebano con al centro un vassoio

d'argento abilmente cesellato contornata da sei sedie di bambù con le spalliere molto

basse ma di una leggerezza straordinaria. Sui muri v'erano delle mensole in pietra grigia

che sorreggevano dei vasi provenienti dal lontano Giappone, colmi di fiori tutti rossi e

profumati. Completavano l'arredamento dei bassi tavolini laccati di madreperla, sui

quali trovavano posto numerosi oggetti come vasetti e bottigliette contenenti unguenti e

profumi, indispensabili per la toletta delle signore, o piccole statue d'avorio raffiguranti

Buddha, Garuda ed altre divinità minori dell'Olimpo bornese.

Sandokan si trovò allora in presenza di tre donne, comodamente adagiate su alcuni sofà

molto bassi, alla moda orientale, contornati da cuscini color cremisi. Delle tre figure

femminili la più grande d'età era la madre di Sandokan, Coruma, una bella donna

ancora giovane che non dimostrava più di quaranta anni: sulla capigliatura nera ed

abbondante, che le cadeva in pittoresco disordine sulle spalle, v'era una leggera corona

d'oro tempestata di brillanti. Aveva una veste di seta celeste con ricami d'oro. Sulle

braccia scoperte v'erano numerosi bracciali di corallo e giada. Le altre due donne

erano le sorelle del rajah, Tua-Kong e Terusan, tanto amate da Sandokan. Erano

due gemelle di circa quattordici anni, d'inaudita bellezza. Nerissimi e lunghi i capelli,

un visino delizioso, occhi grandi a mandorla con delle lunghe ciglia, un nasino piccolo,

labbra sottili di color vermiglio, erano il ritratto l'una dell'altra. Possedevano lineamenti

molto regolari, mentre il colore della pelle aveva dei riflessi biancastri, non essendo

molto abbronzate, come tutte le altre donne bornesi. Vestivano come la madre con

ricche collane di perle lungo il collo, mentre i loro piedini, tanto piccoli da fare

invidia ad una cinese, erano racchiusi in babbucce di seta gialla, impreziosite da

ricami con piccoli diamantini. Ricchi gioielli pendevano dalle loro orecchie, che

scintillavano alla pur tenue luce della stanza. Vedendo entrare il giovane sultano tutte

s'alzarono ed andarono ad abbracciarlo.

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.

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- Una festa superba - disse la regina madre - che i sudditi non dimenticheranno

facilmente.

- Ci siamo molto divertite - seguitò Terusan - ed abbiamo mangiato davvero bene!

- La musica era divina e bellissimi i fuochi pirotecnici - terminò Tua-Kong - Siamo ben

liete che sono intervenuti alla festa tutti i dignitari delle città dello stato e i più potenti

capi tribù.

Sandokan che ogni qual volta vedeva le amate sorelle, si rasserenava subito, anche

quando aveva l'animo preoccupato, rispose con affetto:

- Purtroppo ho notato invece che mancavano proprio i tributari degli stati più turbolenti,

quelli che in passato ebbero tanto ad impensierire nostro padre. Speriamo che questo

non sia il sintomo di una ripresa della volontà separatista di quelle tribù: se la nostra

polizia fosse più efficiente, si potrebbe capire cosa cova in quegli animi e magari

prevenire eventuali ribellioni. In ogni caso sono contento che vi siate trovate bene. Ero

venuto ad annunziarvi alcune mie decisioni.

E qui Sandokan raccontò loro quanto aveva convenuto con i propri fratelli.

La madre allora rispose:

- Tutto quello che fai è ben fatto. Rassomigli molto a tuo padre. Anche lui amava

viaggiare per il sultanato al fine di verificare la salute e la prosperità del regno. Quando

conoscerà le tue decisioni, le loderà sicuramente.

Nel frattempo era scesa la notte. \

Sandokan s'accomiatò dalle donne e si recò alfine nella sua stanza da letto: era stanco:

la giornata era stata troppo faticosa. Il ricevimento s'era dimostrato lungo, troppo lungo

per un uomo che, come lui, amava molto l'azione e poco la diplomazia. Si tolse le armi

che aveva indosso, si svestì in fretta, spense le bellissime lampade che illuminavano la

sua stanza e si gettò sul gran letto che era ricoperto da una meravigliosa trapunta

ricamata con frange d'oro e da due grossi guanciali con delle fodere color verde bottiglia.

S'addormentò subito, vinto dalla stanchezza e cullato dal dolce mormorio provocato

dallo zampillo d'acqua di una fontana che si trovava nel giardino sottostante.

Era appena trascorsa una mezzora, ed il sonno del sultano stava diventando profondo,

quando si svegliò di soprassalto, in quanto il suo petto nudo era stato colpito, ma non

ferito, da una freccia entrata dalla finestra che aveva i vetri aperti. Sandokan s'alzò

immediatamente, raccolse lo strano oggetto, riaccese un piccolo lume e guardò con

attenzione ciò che aveva raccolto: era un minuscolo involto, a forma di freccia, formato

da una foglia arrotolata stretta con al suo apice una spina che fungeva da punta.

Probabilmente era stata scagliata da una cerbottana.

Il primo pensiero di Sandokan fu quello di verificare la presenza o meno sulla punta del

terribile succo d'upas, il micidiale veleno che era usato nel Borneo per rendere mortale

anche la più lieve scalfittura di una freccia.

Fortunatamente la punta era asciutta. Sandokan trasse un sospiro di sollievo e subito si

precipitò alla finestra per vedere se v'era ancora il misterioso lanciatore. Ma il giardino

era troppo buio. La luna non era ancora sorta nel cielo e quindi era impossibile vedere

alcunché.

Tornò allora ad esaminare meglio la freccia e s'accorse che nell'involto v'era una piccola

foglia di mango arrotolata in modo che si potesse aprire.


Vinto dalla curiosità la svolse. Quale fu la sua sorpresa nell'accorgersi che vi era uno

scritto! Era tracciato con il succo di qualche pianta, di un color rossonero. Il testo

vergato in lingua malese, che era ben nota al nostro amico, diceva: "Non passeranno tre

lune che sarai spodestato. Ti conviene fuggire con tutta la famiglia onde salvarvi la vita.

Firmato: il futuro rajah del lago".

Sandokan lesse diverse volte lo scritto prima di comprendere bene il significato di

quelle oscure minacce. Alfine ebbe uno scatto accompagnato da una specie di ruggito e

disse:

- Chi osa minacciarmi?

Si vestì quindi in fretta, mettendosi ai fianchi il solito kriss e il fido tarwar aggiungendo

nella fascia due pistole con il calcio arabescato. Verificò che fossero cariche, poi si

slanciò fuori dalla sua stanza. Uno scalone sontuoso, con numerose colonne scolpite,

raffiguranti divinità sacre e teste d'elefanti, fiancheggiato da balaustre di legno lucido,

conduceva nei giardini reali. Erano cinti da mura altissime, che si prolungavano per

quattro chilometri, realizzate in pietra e marmo bianco.

Si imbattè subito in un maggiordomo, che indossava un bel vestito di tela azzurrina con

dei bizzarri disegni che raffiguravano dei draghi fiammeggianti, che subito si inchinò.

- Presto dai l'allarme! Cercate se nel giardino vi sia qualche estraneo!

Il servitore corse subito via chiamando a gran voce le guardie, mentre alcuni soldati di

ronda s'erano già avvicinati, attirati da quel trambusto.

Subito si udirono squillare i trilli d'alcuni fischietti e poi di diverse trombe provenienti

da luoghi anche lontani dei giardini reali, segno evidente che le guardie stavano già

effettuando le ricerche; anche Sandokan era andato a munirsi di una lanterna e con tutti

gli altri iniziò ad compiere una meticolosa perlustrazione.

Il rajah attraversò innumerevoli viali costeggiati da bellissimi banani, penetrando in fitte

macchie d'arbusti spinosi, senza badare se la sua preziosa casacca che aveva indosso si

lacerasse contro le punte di quella vegetazione. Giunse poi in un vasto spiazzo,

lastricato con blocchetti di pietra colorata; nella piazzetta s'ergeva un chiosco di legno,

sormontato da un'infinità di piccoli campanili, con tetti arcuati ed irti di punte dorate:

era un piccolo tempietto votivo, oltre il quale s'alzava il muro di cinta, segno evidente

che il parco da quella parte era terminato.

Nel frattempo giunsero altre guardie con il capitano responsabile della sicurezza nella

reggia, annunciando con dispiacere che nessuno era stato rintracciato nel perimetro

verde e che quindi era lecito supporre che fosse fuggito prima che scattasse l'allarme.

Tutti tornarono quindi al palazzo, ma i soldati a guardia della cinta muraria furono

raddoppiati. Sandokan prima di risalire nel suo appartamento si soffermò sotto alla

finestra da dove la freccia era stata scagliata. Delle piante rampicanti, fittamente

intrecciate, coprivano quasi interamente la facciata di quell'ala del palazzo,

incorniciando le finestre ed arrivando sino al tetto. La robustezza dei rampicanti avrebbe

potuto permettere a chiunque di dare la scalata alla facciata senza il timore di cadere.

Probabilmente l'ignoto messaggero aveva seguito quella strada per spingersi alla

finestra del sultano e tirare su di lui la freccia, senza tema di sbagliare mira. Dopo

questa considerazione Sandokan decise di rimettersi al letto. Così fece, ma impiegò

molto tempo prima di riprendere sonno, poiché era un poco preoccupato di quello che

era accaduto nella sua prima giornata come nuovo rajah del Kini-Balu.

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CAPITOLO SECONDO

LA COSPIRAZIONE

Era notte. La capitale del regno di Muluder aveva le strade semibuie Non esisteva

ancora l'illuminazione pubblica e comunque solo le strade principali erano illuminate,

per giunta malamente, da lanterne di diverso tipo o da fiaccole, che però si spengevano

nel corso della notte, in quanto nessuno provvedeva ad alimentarle o a sostituirle. A

quell'ora le strade erano deserte, anche perché dopo la mezzanotte solamente le ronde

delle guardie del rajah solevano girare per la città. Solo qualche raro uomo s'aggirava

ancora per le vie, cercando di raggiungere in fretta la propria abitazione, forse di ritorno

dalle bettole e dalle osterie o forse diretto al piccolo porticciolo, in riva al lago, ove tra

poche ore, alcuni, pescherecci sarebbero partiti, come abitualmente accadeva ogni

mattina, verso l’estuario dello specchio d’acqua, un fiume molto pescoso.

Il silenzio nella città era quasi totale. Ogni tanto si sentiva l'abbaiare di un cane o il

grido di qualche uccello notturno. La notte era molto fresca ed un venticello delizioso,

che proveniva dalle vicine foreste, faceva muovere le foglie d'alberi e cespugli che

rigogliosi crescevano ai lati dei viali principali della capitale.

Strade e vicoli erano quasi tutti sporchi in quanto era raro vedere uno spazzino che

pulisse le vie, che poi, nella quasi totalità, non erano nemmeno lastricate, ma fatte di

terra battuta, che diventava fanghiglia, dopo ogni pioggia.

Su una di quelle vie, un largo viale che conduceva alla periferia, e più precisamente ad

una pagoda eretta al dio Visnù, due uomini camminavano vicini, piuttosto guardinghi,

voltandosi sovente indietro, come per paura di essere seguiti. Discorrevano sottovoce,

animatamente, gesticolando.

Uno di questi, da come era vestito, sembrava essere un guerriero o comunque un alto

ufficiale della guardia regia: portava, legata alla cintura, un pesante kampilang,

la terribile sciabola malese che veniva fabbricata con l'eccellente acciaio del Borneo e

due pistole dalle lunghe canne, probabilmente indiane, armi di grande precisione. Aveva

in capo un turbante bianco, mentre un lussuoso completo di tela gialla ed un paio di

babbuccie color giallo oro completavano il suo abbigliamento.

L'altro uomo vestiva molto più poveramente e sembrava essere uno dei servi del

sultano, in quanto, come tutta la servitù di sesso maschile che lavorava alla reggia,

portava un sottanino di un color arancione ed un gilet senza bottoni. I piedi erano scalzi

ed in testa aveva un fazzoletto piegato a triangolo, annodato dietro la testa, con i due

angoli sopra la fronte rivolti verso l'alto.


Quello che sembrava un alto grado della guarnigione del sultano disse, quindi,

all'altro:

- Sei proprio sicuro di non essere stato seguito?

Il presunto servo rispose:

- Stai tranquillo, orange. Nessuno mi ha veduto.

- Credo che hai corso un rischio del tutto inutile a tirare quella freccia.

- No, mio generale. Avevo calcolato tutto e bene: l'ora, il giardino completamente buio,

il luogo isolato e senza guardie.

- Ma perché l'hai voluto mettere sull'avviso? Ora sarà più guardingo e magari riuscirà a

conoscere il nostro segreto, a forza d'interrogare i vari servi o i soldati di guardia.

- Stai tranquillo. Nessuno parlerà E poi solo a pochi è dato di conoscere la verità.

- Infatti anche io non ne so molto. Credo che adesso sia la volta buona che tu mi spieghi

tutto. Mentre percorriamo questo viale in direzione della pagoda di Garuda, ove siamo

attesi, potresti cominciare a parlare. Il posto qui è completamente isolato e quindi

saremo sicuri da occhi ed orecchi indiscreti. Parla dunque!

- Ebbene, orange, ti dirò tutto, incominciando dal principio, anche se alcune cose le

conosci già benissimo. Aggiungerò alcuni elementi nuovi che giocano ulteriormente a

favore della nostra causa. Il Sultano di Varauni e quello di Sarawak stanno da tempo

preparando la sollevazione delle tribù nelle regioni orientali del regno di Sabah, quelle,

che come ben sai, non si sono mai piegate completamente alla dominazione del vecchio

rajah.

- Ne so qualcosa! - interruppe il generale - Dovetti sacrificare i miei migliori soldati, per

sedare quella rivolta.Mi rincresce che tali atti d'eroismo a nulla servirono, con

l'aggravante che dovetti uccidere centinaia di valorosi guerrieri avversi, che ora

sarebbero potuti essere di prezioso aiuto alla nostra cospirazione!

- Non ti devi crucciare per questo, o valoroso guerriero! Tu hai recitato ottimamente la

parte del generale, comandante di tutte le truppe del rajah, in modo esemplare:

Sandokan si fida ciecamente di te e mai potrà pensare che sei affiliato alla cospirazione.

- Non so se il nuovo rajah, tanto diverso dal padre suo, ha nei miei confronti grande

stima. Proprio questa notte ho avuto con lui una lunga discussione.

- Lo so, orange, ho sentito tutto da dietro una porta. Anzi poco ci mancò che Sandokan

capisse che stavo spiandolo. Comunque sappi che tutto procede a meraviglia e secondo i

piani del nostro capo, il quale sta largheggiando in regali principeschi sia nei confronti

dei due sultani confinanti sia con i capi tribù dell'interno che si stanno per sollevare

contro Sandokan.

- Tutto ciò che mi stai dicendo, Lambak, io già lo conosco - interruppe di nuovo

il generale, con tono irritato - Ora dimmi invece le novità!

- Le buone nuove sono queste: l'esercito di Varauni sta per varcare le frontiere a sud -

riprese il servo con tono trionfante - e presto invaderà il regno. Se l'esercito di Sandokan

sarà occupato a sedare le rivolte delle tribù dell'est, Varauni potrà arrivare alla capitale

del Sabah, prima che Muluder possa tornare indietro per difenderla. Fatti prigionieri i

familiari del rajah, sarà facile chiederne la resa totale ed incondizionata. Inoltre

facciamo gran conto sul fatto che i soldati che tu comandi possano tradire il sultano

del Kini-Balu e passare dalla parte di Varauni, scompaginando definitivamente ogni

desiderio di resistenza di Sandokan.

- Ma questo è una vera infamia - esclamò il generale, in un ultimo anelito di lealtà nei

confronti del suo rajah che stava ormai tradendo - Cosa guadagnerò in tutto ciò visto

che il rischio è altissimo? Per questo tipo di diserzione vi è la morte, quella più orribile

per un soldato: la testa schiacciata da un elefante.

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- Ed è proprio per questo motivo che il tuo aiuto sarà determinante. Se tutto andrà bene

e se ogni reparto dell'esercito passerà dalla parte della sollevazione tu sarai nominato

primo ministro del regno di Sabah e cioè di quella parte del regno che rimarrà dopo che

le tribù dell'est se ne saranno distaccate e dopo gli allargamenti territoriali del sultano di

Varauni e di Sarawak. Questo è ciò che ti manda a dire il capo supremo della

rivoluzione. Rimarrà lo stesso un grande stato e tu sarai l'uomo più importante del Kini-

Balu.

A questa rivelazione determinante gli occhi del generale si dilatarono dalla cupidigia ed

una fiamma sinistra s'accese dentro di essi. Un ghigno feroce s'incorniciò sul suo viso,

mentre i pugni si strinsero in segno di gran gioia e soddisfazione per la promessa fatta a

lui dal comandante della rivoluzione, per bocca di quel servo. La risposta che avrebbe

dato a quella proposta, non poteva essere che d'assenso. Perciò disse:

- In effetti quello che mi si propone è molto. Credo che accetterò. E' sempre stato il

mio sogno avere onori e gloria. Mi hai convinto. Ma ora dimmi: tu cosa avrai in cambio

per tutto quello che stai tramando ed organizzando?

Questa volta furono gli occhi del servo che s'accesero di un odio profondo e forse per

troppo tempo sopito e nascosto.

- Quello che ci guadagno io? . . . La vendetta!,

Ci fu un lungo silenzio, poi il servo riprese, aggiungendo con un sibilo, come se gli

provocasse dolore seguitare il racconto:

- Devi sapere, o signore, che quando ero più giovane, ancora ragazzo, mi sembra di

rivedere ora ciò che m'accadde un tempo, mio padre fu scoperto dal vecchio rajah

mentre rubava alcuni smeraldi, staccandoli da certi abiti dismessi del sultano. Faceva

ciò perché ne aveva bisogno: la nostra era una famiglia povera e numerosa. Il rajah che

vide tutto, lo insulto, lo schiaffeggiò e lo cacciò dalla reggia. Il mio povero padre, preso

dalla vergogna ed affranto per l'accaduto s'uccise, andandosi a gettare dalla rupe di

Alfagar. Mia madre, appresa la triste notizia s'ammalò ed in breve morì. Io, che ero il

più grande dei miei fratelli, dovetti badare a tutti loro, sino ad oggi. Faticai e lavorai

come un paria, evitato e scansato da tutti poiché per necessità avevo tentato di

commettere anche qualche rapina. Finalmente il vecchio sultano, forse perché dimentico

di chi io fossi o perché preso dal rimorso per ciò che aveva provocato nella mia

famiglia, mi fece assumere al suo servizio. Ma io non ho scordato e giurai in cuor mio

di vendicare i miei genitori. E così ora voglio rifarmi contro l'intera famiglia del

sultano. Ecco perché ho tradito e tradirò!

S'interruppe poiché la sua voce aveva cominciato a tremare, mentre l'intero corpo era

scosso da un fremito.

Il compagno ne fu molto colpito e non lo volle interrogare oltre su questo argomento.

Seguì un lungo silenzio, rotto solo dallo scalpiccio dei loro passi, mentre seguitavano a

percorrere il viale che menava all'estrema periferia della città.

I due uomini, che ormai i nostri lettori avranno riconosciuto per il generale Batik,

comandante delle truppe reali, e per Lambak, il servo che Sandokan aveva sorpreso ad

origliare fuori della sua porta, si stavano inoltrando sempre di più in una strada che

attraversava la campagna, nella quasi totale oscurità. La pagoda era ormai vicina e se ne

intravedeva l'alta cupola che svettava oltre un boschetto di bambù.

Intanto il discorso tra i due traditori riprese.

- Occorre innanzi tutto - disse il generale Batik - che io prenda contatto con i

vari comandanti a capo delle altre guarnigioni. Non tutti saranno dalla nostra

parte e bisognerà che io tenga loro un discorso ben ponderato, cercando di non


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presentarmi come un sovversivo, perché qualcuno potrebbe anche andare a riferire la

cosa al sultano ed in tal caso saremmo spacciati. Agirò invece con prudenza ed

oculatezza.

- Ricordati, o mio signore, - aggiunse Lambak con un perfido sorriso - che dove non

arriveranno a convincere le tue parole, giungerà questo .. .

E mostrò un affilatissimo kriss dicendo:

-E' intinto con il succo dell’upas ed il veleno non perdona; basta un graffio e chi tra i

tuoi sottocapi avrà qualche dubbio sulla nostra congiura, non avrà più tempo per

decidere se stare da una parte o dall'altra. Andrà subito in braccio a Tuppa che se lo

porterà nel regno dei morti.

- Speriamo bene - concluse Batik - poiché togliere il potere a Sandokan non sarà una

cosa facile; è un valoroso e non ha certo paura dei nemici né del loro numero. Inoltre

anche i suoi fratelli sono decisi e determinati.

- In ogni modo - seguitò Lambak - oggi o domani partirò per le regioni dell'est. Ho già

detto al maggiordomo di corte, responsabile della servitù, che mi assenterò per un mese

dalla reggia. Farò un giro di ricognizione, anticipando il viaggio del giovane fratello di

Sandokan, verso il Kina-Balu. M'adopererò inoltre affinchè, durante la strada, incontri

qualche sorpresa o che trovi una pessima accoglienza proprio da parte di quei daiacchi

che lui spera di ricondurre sotto l'egida di Sandokan . . . .

E qui fece udire una stridula risata, che la diceva lunga sui suoi tenebrosi progetti.

Ora - aggiunse Lambak - affrettiamo il passo. Siamo attesi dal gran capo della rivolta. Ti

premetto che è un bianco, un uomo potente e spietato, che ha fatto una immediata

fortuna alla corte di Varauni, in quanto è in contatto con gli inglesi e gli olandesi. Devi

sapere che queste potenze straniere vedono di malocchio l'accresciuto dominio dei

Muluder. Sembra che questo bianco, di nome Hold, abbia avuto dagli stranieri oro a

profusione, e carta bianca su tutto ciò che concerne questa nostra insurrezione. Pare

anche che sia destinato, una volta portata a compimento questa missione, a sostituire lo

stesso Sandokan alla guida di questo regno.

Mentre così parlavano i due loschi figuri erano arrivati ad una radura al cui centro si

trovava un enorme tamarindo, che in quei paesi raggiunge delle altezze e delle

dimensioni colossali e i cui rami si distendono all'intorno del tronco in maniera

prodigiosa. Sono alberi bellissimi a vedersi, con una spessa corteccia raggrinzita, ccn

delle foglie molto grandi che finiscono a punta. Le loro frutta sono usate dai malesi e

dagli indiani non solo come rinfrescante ma come alimento: infatti da esse si ricava uno

dei tanti condimenti per preparare il carry, piatto molto apprezzato da tutte le

popolazioni asiatiche in quanto è un insieme di carni e spezie che si servono a tavola

come accompagnamento o contorno di altre pietanze.

Ad un lato di questa spianata si ergeva una costruzione a pianta circolare, parecchio alta

e maestosa, una specie di tempio votivo eretto dai credenti della città, nel quale

venivano esercitati i culti delle divinità induistiche. Uno di questi dei era appunto

Garuda, un dio molto caro ai Bornesi, ma poco venerato nella vicina India, che nella

loro mitologia veniva raffigurato come un mezzo uomo e un mezzo animale. Un'infinità

d'alte colonne cingeva le mura di questo tempio: erano tutte scolpite a mano e

raffiguravano tantissime scene della religione bornese ed in particolare le gesta del dio

Garuda che salvava gli uomini dalle potenze della natura o da orribili mostri alati o

marini.

Mentre i due uomini s'avvicinavano all'ingresso del tempio, un enorme portone di

bronzo sul quale era scolpito il solito Garuda che strozzava un terribile serpente che

aveva avviluppato tra le sue spire un adepto di tale religione, cominciò a sorgere l'alba.


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Pag. 24 – I due cospiratori si avvicinarono ad una porticina secondaria del tempio: un

uomo li attendeva.


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II cielo, come accade nelle regioni tropicali, passava dal blu intenso ad un celeste

pallido, con estrema velocità, mentre la luce del mattino scacciava le tenebre in modo

così repentino che in pochissimi minuti alla notte seguì immediatamente il giorno. Il

silenzio notturno cedette così il posto ad un brulicare di suoni e grida di vari animali, tra

cui quelle prodotte da miriadi d'uccelli che s'alzarono in volo con un intenso rumore

d'ali sbattute.V'erano in quel luogo dei bellissimi cespugli di mussenda, dalle foglie

sanguigne e dai fiori profumatissimi, sui quali alcuni balbul, una sorta d'usigroli, si

provocavano a vicenda, emettendo suoni piacevolissimi. Poco più in là v'erano delle

macchie di mhowah, di mangifere, di saal, di tek che bordavano tutta la radura. Su di

essi cominciavano a giocare delle scimmie chiamate manga, che s'erano destate da poco.

Alte circa cinquanta centimetri, con il corpo magrissimo e la coda smisuratamente

lunga, con il mantello di vari colori, in quanto è scuro sulle spalle, bianco sulla schiena,

mentre è verdastro sopra la testa, nero sulle mani e sulla fronte, dove sembra che formi

un cappello, saltavano da un ramo all'altro facendo un baccano assordante. Sono bestie

cattive e dispettose che saccheggiano e devastano le coltivazioni dei contadini,

provocandone ingenti danni.

I due cospiratori si avvicinarono ad una porticina secondaria del tempio: un uomo li

attendeva. Si trattava di un essere deforme, basso con una doppia gobba. Era

seminudo: una corda di pelle di serpente gli cingeva i fianchi e sorreggeva uno straccio

che un tempo poteva essere stato un sottanino. Aveva i capelli molto lunghi, raccolti

intorno alla testa, impiastricciati con del fango giallognolo essiccato. Il suo corpo era

unto con olio di cocco. Vedendo i due uomini s'inchinò devotamente.

- Fammi parlare con Hold - disse Lambak.

L'altro piegò la testa in segno di assenso e li fece accomodare in una stanza appena

rischiarata da una lampada ad olio attaccata all'alto soffitto.

Dopo pochi minuti entrò un uomo bianco. Poteva avere una quarantina di anni. Aveva

un cappellaccio calzato in testa che in parte mascherava il viso, forse per nascondere una

profonda cicatrice che aveva sulla fronte. Il volto era parecchio abbronzato con i

lineamenti molto duri. Era di corporatura robusta e di altezza superiore alla media.

Vestiva con un completo di tela grigia, con alti stivali di pelle nera. Portava due

cartucciere a bandoliera ed un cinturone nel quale erano infilate due pistole, un tarwar

ed un corto coltello. L'aspetto era quello di un avventuriero. E difatti era di tale risma

quell'uomo, un inglese che da molti anni viveva nei possedimenti britannici dell'oriente

e che veniva reclutato spesso dal Governatore di Singapore per svolgere le missioni più

varie: a volte spia, a volte sicario, a volte contrabbandiere d'alcolici, e a volte, come in

questo caso, sobillatore di rivolte o insurrezioni in stati, come quello di Sabah che

potevano suscitare gli sfrenati interessi coloniali inglesi.

Infatti da alcuni anni il regno di Muluder aveva svegliato le attenzioni di politici e

militari inglesi ed olandesi, cioè di nazioni che in quel periodo stavano accrescendo a

dismisura la loro presenza nella Malesia e nell’arcipelago circostante. Tali

attenzioni s'erano generate anche perché il vecchio rajah Muluder, aveva, durante tutto

il periodo del suo regno, ingrandito notevolmente i suoi stati, divenendo così il sultano

più possente del Borneo, ciò che destava le preoccupazioni dei governi coloniali di

Olanda ed Inghilterra che avevano invece interesse a far diminuire la potenza di tutti i

regni locali, onde estendere al contrario la propria influenza.

Quindi il Governatore inglese di Singapore, città che era divenuta nell'ultimo decennio

una fortissima base navale britannica e centro di vastissimi interessi commerciali,

d'accordo con i responsabili della politica olandese in oriente, aveva concertato uno

astuto piano per ridurre l'espansione del rajah di Sabah o per sostituirlo al trono con


qualche proprio emissario. Al fine di meglio completare il complotto e per ordire una

trama che non vedesse coinvolte le potenze europee in maniera diretta, il Governatore di

Singapore aveva convinto il sultano di Varauni e quello di Sarawak a compiere con i

propri eserciti delle continue scorribande e provocazioni nei territori di confine dei

Muluder, onde provocare la loro reazione. Se poi il sultano del Sabah fosse caduto nel

trabocchetto ed avesse attaccato Varauni e Sarawak, l'Inghilterra avrebbe avuto un

ottimo pretesto per intervenire, con la scusa di dover proteggere quei sultanati, ormai

vassalli dell'impero coloniale britannico.

Ma tale diabolica macchinazione era solo in parte riuscita, in quanto il vecchio rajah

Muluder, pur respingendo di volta in volta gli sconfinamenti degli eserciti dei sultanati

confinanti, non aveva mai contrattaccato e quindi non s'era spinto nei territori nemici,

come invece l'Inghilterra prevedeva che facesse. Allora il "leopardo" inglese, che non

amava perder tempo in inutili, attese, aveva ingaggiato mister Hold al fine di sobillare

un'insurrezione nel regno del Kina-Balu, largheggiando a profusione sia in promesse sia

in regalie a chi avesse abbracciato la causa degli insorti. Così Hold aveva dapprima

convinto il sultano di Varauni ad intensificare i propri sconfinamenti nel territorio

di Sabah, aumentando ogni tipo d'atrocità con trucidazioni d'ogni abitante

inerme, sperando che il rajah Muluder decidesse finalmente di scatenare una guerra,

poi aveva corrotto molti funzionari e dignitari della corte reale, ricorrendo anche a

prezzolare servitori intriganti e vendicativi, come nel caso di Lambak. Proprio

quest'ultimo era stato nominato da Hold suo luogotenente, ed era stato incaricato

di corrompere il comandante dell'esercito Batik.

Abbiamo appena visto come questo diabolico piano fosse sinora ben riuscito.

Inoltre Hold aveva, largheggiando in grossi regali, grazie all'oro messogli a

disposizione dagli inglesi, convinto alcuni capi delle tribù dell'interno del Kina-Balu a

passare nelle file degli insorti, riuscendo a condurre così bene tale strategia che ora tutto

era pronto per una sommossa generale che presto si sarebbe dovuta estendere a buona

parte del regno di Sabah.

Per completare il suo piano infernale Hold aveva ora bisogno di raggiungere anche le

tribù che risiedevano nell'est del paese. Ma non poteva recarcisi lui stesso: infatti i

bianchi erano molto odiati ed avrebbe corso il rischio di essere catturato e decapitato. A

questo punto Hold aveva avuto l'idea di mandare sul posto Lambak, rifornendolo di

doni per quei villaggi, regali preziosi come armi da fuoco, polvere e proiettili, ed era per

questo che aveva convocato nella pagoda, che fungeva ora da base principale della

sommossa, il servo traditore, suo degno accolito ed il nuovo adepto Batik.

Appena il generale e il servo furono alla presenza dell' inglese, questo disse:

- Apprezzo gli uomini puntuali. Sei arrivato all'ora stabilita. Molto bene. T'informo

che devi partire domani stesso, poiché occorre stringere il più possibile i tempi

perl'insurrezione. Hai qualche nuova da raccontarmi circa il nuovo sultano Sandokan?

Lambak gli riferì dettagliatamente degli ultimi eventi accaduti a corte, non tralasciando

di raccontare del colloquio avuto tra Sandokan e i suoi fratelli, che aveva potuto

comprendere pienamente avendo tutto spiato a dovere. Spiegò poi quale nuova strategia

volesse adottare Sandokan nei confronti di tutti i nuovi eventi che stavano accadendo.

- Molto bene, - disse Hold, quando Lambak ebbe terminato il suo racconto - Senza

saperlo il nuovo rajah sta facendo il nostro gioco. Dividendo le sue forze sarà più facile

attaccarle e distruggerle. Tutto va per il meglio. Parti mio fido e ricordati delle promesse

che ti ho fatto: avrai denaro ed onori a profusione e a te riserverò il piacere di farti

uccidere con la tua stessa mano il vecchio sultano.

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Lambak s'inchinò raggiante.

- Ed ora a noi generale! Mi hanno riferito che hai deciso di aderire alla nostra causa. Ne

sono felice e me ne compiaccio. Ti premetto che confermo in pieno tutto ciò che

Lambak ti ha detto, in cambio della tua devozione. Non avrai a lagnarti di me. Conto

molto sulle truppe che dovrai far passare dalla nostra parte, e ti posso assicurare che,

con un poco di fortuna, potresti arrestare lo stesso Sandokan, magari in un momento in

cui lui sta presso di te e si trova distratto e senza difesa. Se così fosse potremmo

risparmiarci una lunga guerra civile, migliaia di morti, devastazioni e saccheggi. . . .

- Non credo che ciò sia tanto facile - l'interruppe Batik - poiché Sandokan non è certo un

uomo che si può prendere tanto facilmente. E poi, se debbo essere sincero, mi

ripugnerebbe agire in questa maniera. Un conto è tradire il proprio sultano ed

andarmene con tutte le truppe che comando e che mi obbediscono e magari poi

combattere a viso aperto contro lui stesso in una battaglia; un altro conto è farlo

immobilizzare o disarmare ed arrestarlo come un volgare bandito. Sono consapevole

d'essere un traditore ma non reputo giusto ricorrere ad un'infamia del genere: per lo

meno io non me la sento; per queste cose dovrai rivolgerti a qualche tuo sicario.

Di fronte a tale discorso, che certo non s'attendeva, Hold sembrò riflettere. Non si

aspettava che tra quelle persone di colore, poco meno che selvagge, disposte a vendersi

per l'oro e per il potere, esistessero nobili sentimenti d'onore o di riguardo nei confronti

del nemico o di chi stessero per tradire. Avrebbe voluto cacciare il generale, non

volendo avere al suo servizio uomini che avessero scrupoli o remore di questo tipo; ma

poi pensò che non poteva certo permettersi di perdere un alleato del genere e quindi

decise di fare buon viso a cattivo gioco e rispose con un mellifluo sorriso, cercando di

blandire il suo interlocutore:

- Hai ragione caro generale, anzi ti dirò che apprezzo questi tuoi sentimenti

:denotano quanto tu sia una persona degnissima . Anzi ti voglio confessare che ho

voluto mettere alla prova la tua lealtà nei confronti di chi hai deciso di combattere ma

non di odiare. Ti nomino seduta stante generalissimo di tutte le mie truppe con ampi

poteri di vita e di morte durante la campagna di guerra che andiamo ad affrontare. Se mi

sarai fedele e se dimostrerai che il tuo coraggio è pari alla tua fama non avrai a

pentirti della mia generosità. Ora io devo partire urgentemente ma ho preparato su

questo foglio tutti gli appuntamenti e tutte le iniziative che seguiranno. Se ti atterrai

scrupolosamente a questi ordini, tutto andrà bene. Leggi il foglio e poi distruggilo.

Comincia intanto a prendere il forziere che si trova nella stanza accanto. Alcuni miei

servi lo porteranno ove tu vorrai. Vi sono dentro centomila rupie. Con queste potrai

affrontare le tue prime spese e pagare i vari comandanti delle città o delle guarnigioni

che si uniranno alla nostra causa.

Questa notizia fece sfavillare gli occhi del generale di cupidigia; si accomiatò quindi da

Hold passando nella stanza attigua a prelevare il premio promesso. Anche Lambak si

allontanò dall'avventuriero inglese, salutandolo con devozione.

Poco meno di un'ora dopo la piccola porta della pagoda si aprì e ne uscì un uomo con

un ricco turbante in testa, vestito con un abito da viaggio elegante, da alto digntario: era

il servo Lambak che aveva cambiato abbigliamento. Non si poteva certo presentare ai

capi delle tribù ribelli vestito da servitore!

Lo accompagnavano dodici uomini coperti solo da un turbantino e da un ricco sottanino.

Erano tutti armati di kampilang e di corte cerbottane, quelle terribili armi che lanciano

delle frecce avvelenate.

Si diressero verso un punto della radura dove iniziava un sentiero: era la strada che

conduceva verso le montagne del Kina-Balu, cioè verso le terre abitate dai daiacchi di

quelle tribù che dovevano passare dalla parte dei rivoltosi.


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Dall'alto di una finestra della pagoda Hold li vide allontanarsi, compiacendosi di come

tutti lo obbedissero con prontezza. Come erano lontani, pensava in cuor suo, i tempi in

cui lui stesso, ex deportato all'isola di Norfolk, penitenziario inglese d'oltre mare, era

sfuggito alla prigionia, approdando sulle coste vicine a Singapore! Il caso volle che

dopo pochi giorni riuscì a salvare la vita proprio al segretario del Governatore di quella

città. Una sera, infatti, Hold si trovava, privo di denaro e con gli abiti stracciati, sul

molo del porto di quella piazza-forte inglese. Mentre stava pensando a come sfamarsi

s'accorse che un uomo bianco era stato in quel momento derubato di una grossa borsa

di pelle da due malesi. Quell'uomo, tentando di resistere ai due malviventi si trovava

ora a mal partito in quanto era minacciato dai coltelli che gli avevano puntato alla

gola.

Concepire un ardito disegno, lanciarsi contro i due ladri, acciuffare quello che aveva in

mano la borsa e dargli un potente pugno stendendolo a terra, fu l'affare di un momento.

Dopodiché, mentre l'altro malese fuggiva dalla paura, consegnò il mal tolto al suo

legittimo proprietario, aiutandolo a riprendersi dalla brutta avventura. La gratitudine del

segretario del Governatore fu immediata. L'introdusse nei suoi uffici, gli affidò delle

importanti missioni che Hold riuscì ad assolvere con astuzia e coraggio. Così si

guadagnò la stima e la benevolenza dello stesso Governatore, che l'incaricò infine di

provocare una ribellione generale nel regno dei Muluder in cambio di divenirne lui

stesso reggente, purché tributario e soggetto al potere del Governatorato inglese. Cosa

che ovviamente accettò subito, vedendo in essa il modo di cambiate totalmente vita,

ascendendo ad onori e ricchezze.

Abbiamo visto come poi si fosse immediatamente dato da fare per raggiungere tale

scopo.


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CAPITOLO TERZO

NELLE FORESTE

I tredici uomini, tutti montati a cavallo, s'erano lanciati a galoppo sul sentiero che

menava verso le lontane montagne del Kina-Balu, la meta che s'erano prefissati di

raggiungere. Per prima cosa attraversarono la porta orientale della città: i grossi battenti

erano aperti, ma si trovavano a guardia d'essi una decina di soldati del rajah, che però

non si dettero nemmeno la pena di fermare quella truppa per domandare loro chi fossero

o dove si recassero. I cavalli proseguirono al trotto, onde non affaticare troppo le bestie:

si trattava infatti di percorrere alcune centinaia di chilometri, prima d'arrivare alle

vallate che si trovavano sotto la catena montuosa del Kina-Balu.

II paesaggio era molto bello e selvaggio. I cavalli cercavano, sotto la guida esperta dei

cavalieri, che ben conoscevano la strada, d'evitare le parti della campagna più

densamente coltivate. Avevano infatti cominciato ad attraversare la zona limitrofa alla

capitale, ove molti contadini coltivavano le terre assai fertili di quelle pianure, con

piantaggioni d'orzo, avena, segale, mais e riso. Questo cereale occupava parecchi di quei

terreni, disposti a terrazzamenti, essendo la vallata in lieve declivio, coperti da un pelo

d'acqua che veniva portata da un livello a quello superiore da ingegnosi ma semplici

sistemi a ruote. La forza motrice era ovviamente umana: i contadini facevano girare,

servendosi delle braccia o delle gambe, una sorta d'ingranaggi dentati, di bambù,

collegati alle ruote che immergevano le pale, alle cui estremità v'erano delle bacinelle,

che così issavano l'acqua al terrazzamento soprastante. In questo modo le terrazze erano

copiosamente innaffiate di continuo, ciò che garantiva una buona cultura del riso.

Terminato d'attraversare le zone agricole che cingevano la città per diversi chilometri

quel drappello di cavalieri, si inoltrò per un sentiero appena tracciato, che costeggiava

dei folti ed impenetrabili boschi. Per questo motivo il percorso seguito non si svolgeva

in linea retta, poiché si era costretti a compiere numerosi giri viziosi onde aggirare ogni

sorta d'ostacoli.

Faceva molto caldo ma per fortuna buona parte del percorso era all'ombra: enormi

alberi d'ogni tipo e dimensione riparavano dal sole i cavalieri: a volte v'erano

raggruppamenti di colossali piante di tamarindo, poi boschetti di manghi, carichi


di frutti squisiti; più avanti foreste di palmizi tara e d'altre decine di tipi di piante, che

costituivano la lussureggiante vegetazione di quella immensa isola.

Verso mezzogiorno Lambak comandò la fermata. I cavalli erano stremati in quanto

avevano camminato a passo accelerato per oltre cinque ore senza mai fare sosta.

Il posto era ottimale poiché si trovavano ora sotto l'ombra d'alcune palme molto

frondose, che diffondevano una dolce frescura, mitigando il caldo che a quell'ora era

davvero torrido. Da alcuni sacchi i cavalieri trassero le provviste e le bevande, che si

erano portate appresso e si sedettero accanto ad alcuni vecchi tronchi secchi che erano

distesi a terra, e si divisero fraternamente il pasto mettendosi a chiacchierare tra loro.

Il servo del rajah era desideroso di raggiungere in fretta la meta: voleva infatti anticipare

l'arrivo del fratello di Sandokan, onde avere il tempo di convincere definitivamente i

capi tribù all'insurrezione e congegnare con loro un piano d'azione. In un cofanetto,

legato sulla schiena del suo cavallo, vi erano i doni per quei potenti alleati: si trattava di

monili e collane, con pietre preziose e ori, di notevole valore, che erano stati a lui

affidati da mister Hold nella pagoda quella stessa mattina prima della partenza. Inoltre

su altri cavalli v'erano alcune casse di legno nelle quali v'erano decine di fucili ad

avancarica con polvere da sparo e proiettili in abbondanza. Ancor più dell'oro questi

doni avrebbero acceso la cupidigia di quei selvaggi. Possedere un'arma da fuoco,

quando nessun altro abitante di quelle contrade ne aveva, significava veramente

solleticare al massimo l'ambizione ed il desiderio di potenza di quelle tribù. Erano armi

che avrebbero imposto il rispetto e la supremazia sulle popolazioni vicine, incutendo nei

nemici un sacrosanto terrore. Cosa si poteva dare di più in cambio di un loro appoggio?

Nel frattempo il pranzo era terminato. Molti di quegli uomini s'erano distesi, a terra,

cercando di dormire, anche per far trascorrere in un modo o nell'altro quelle due o tre

ore necessarie per far riposare le cavalcature.

Era già trascorsa una buon'ora dalla fine del pasto quando il relativo silenzio, rotto

solo dallo stormire delle foglie o dal grido gracchiante di qualche pappagallo, fu

lacerato da un urlo di terrore più che di dolore:

- Padrone aiuto! Sono stato morso da un cobra!

Tutti s'alzarono di scatto impugnando chi una rivoltella, chi un kampilang. Un uomo,

quello che aveva gridato, si contorceva già a terra, preso dai primi dolori cagionati dal

morso del serpente.

Ed infatti sotto al tronco accanto al quale lo sventurato s'era coricato, faceva mostra

di se un serpentello, lungo non più di venti centimetri, molto sottile, di color nero a

macchie gialle, il più terribile di tutti i rettili che vivono nelle foreste equatoriali e

tropicali: il serpente del minuto. E' così chiamato perché sessanta secondi dopo il suo

morso anche l'uomo più robusto muore tra atroci dolori. Non esistevano rimedi o

antidoti ed era del tutto inutile provocare tagli nella parte del corpo morso dal serpente

per farne uscire il sangue. Ed infatti il povero uomo già rantolava, contorcendosi a

terra, in preda a foltissimi spasimi. Mentre alcuni compagni di quello sventurato

uccidevano il terribile rettile con i loro grossi spadoni, Lambak si chinò in terra e

prese la testa dello sfortunato cavaliere. L'adagiò delicatamente sul proprio braccio,

dicendogli:

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- Coraggio. Tuppa e Garuda t'avranno fra breve tra loro e avrai solo per te le delizie del

Kailasson. Muori pure tranquillo poiché appena saremo di ritorno verseremo il tuo

premio in denaro nelle mani di tua moglie.

Non aveva nemmeno terminato di pronunciare queste parole che l'uomo stralunò gli

occhi mentre una bava sanguigna gli apparve ai lati della bocca. Poi lanciò un ultimo

rantolo ed infine s'irrigidì in tutte le membra: era morto. Il serpente l'aveva fulminato.

- Scavate una fossa con i kampilang e deponetevelo dentro. Poi allontaniamoci da questi

maledetti tronchi marci: sono sicuramente la tana d'altri serpenti! - ordiil servo del

sultano.

Tutti obbedirono ed in breve la buca fu ultimata e l'uomo vi fu deposto dentro; poi fu

ricoperto con delle pietre onde non divenisse preda delle belve feroci durante la notte

L'accampamento provvisoro fu spostato poco distante e tra la tristezza generale si

fecero passare altre due ore di riposo, quindi il gruppo d'uomini si rimise in marcia.

Ora la pianura si faceva più scabra. Ogni tanto s'incontravano dei crepacci o delle

piccole gole che bisognava aggirare, mentre altre volte si vedevano delle erte salite:

altro non erano che i primi contrafforti del massiccio del Kina-Balu, le cui vette toccano

i tremila metri d'altezza.

Bisognava quindi prendere una direzione diversa poiché era inutile salire faticosamente

quelle colline per poi discenderle subito dopo e quindi ricominciare ancora, in quanto i

cavalli si sarebbero logorati inutilmente. Si decise quindi di attraversare le foreste che

s'estendevano superbe in direzione nord-est, per poi dirigersi a sud, una volta superato lo

sbarramento delle montagne: la strada sarebbe stata indubbiamente più lunga ma più

veloce.

La vegetazione si faceva però sempre più fitta e l'andatura dei cavalli dovette essere

ridotta a causa della necessità di procedere a zig-zag, dovendo aggirare ogni tipo di

ostacoli.

Quella sera i congiurati si fermarono a ridosso di un intricatissimo boschetto di bambù,

che precludeva il passaggio di gente montata a cavallo. Tutti scesero a terra e diedero

mano alle scimitarre. Due tra i più robusti elementi del gruppo si misero in testa alla

colonna cominciando a menare fendenti possenti contro quell'intricato muro di canne e

di cespugli spinosi.

Dopo circa un'ora di duro e lento cammino, il capo dette il segnale della fermata.

Avevano trovato una radura: i bambù erano tutti divelti e giacevano al suolo come se

un'enorme falce l'avesse tagliati.

- Saranno stati i bufali selvaggi - ipotizzò Lambak rivolto ai compagni di viaggio.

- No, padrone! Questa è opera di un "solitario"- gli rispose un compagno.

Per "solitario" s'intende, in quelle regioni, un elefante, spesso vecchio o malato, che

viene scacciato dal branco o che se ne allontana volontariamente e vive da solo. Spesso,

a causa del suo carattere, irascibile e violento, provocato dalla solitudine o dal sentire

prossima la sua fine, attacca tutto ciò che incontra sul suo cammino, non risparmiando

né uomini, né bestie, né case, né alberi: preso da un cieco furore distruttivo non si calma

finché ha un briciolo di forza o solo dopo aver distrutto il suo ipotetico nemico.

- Beh, speriamo che non torni indietro e ci lasci riposare in pace per questa notte - disse


il capo della spedizione.

- Di solito è così, - sentenzio Antarù, il giovane che aveva affermato che quelle canne

abbattute erano opera di un elefante - ma a volte tornano anche indietro

- Accendiamo un fuoco, mangiamo la cena e due di voi si mettano subito di guardia, ai

lati della radura; ogni tre ore vi darete il cambio - ordino Lambak.

Tutti si misero a raccogliere rami e canne, anche per liberare un poco di terreno onde

poter agevolmente coricarsi a terra; inoltre occorreva evitare che, accendendo un falò, il

fuoco si potesse propagare per ogni dove.

Poco dopo, appena terminato di cenare, tutti s'addormentarono, tranne due uomini che

seduti ai bordi della radura facevano buona guardia, tenuti svegli e rallegrati da un

grosso fuoco, che era alimentato ogni tanto con copiose bracciate di legna secca.

La notte trascorreva lenta, mentre uno spicchio di luna faceva capolino tra il fogliame

degli alberi. Lo stormire delle foglie era a volte coperto dall'urlo lugubre degli sciacalli

e dalle grida sgraziate dei rapaci notturni, oltre che dal sonoro russare degli uomini della

compagnia.

Già due turni di guardia si erano succeduti ed era ormai vicina l'alba, quando alle

orecchie dei guardiani, mezzo assonnati, pervenne un rumore, prima lontano poi più

vicino: era l'approssimarsi di passi pesanti. I due uomini accostarono le orecchie al

suolo: il rumore s'appropinquava in gran fretta.

- Allarme! Presto in piedi! Un pericolo s'avvicina! - gridarono.

- Cosa succede? - chiese Lambak svegliatosi all'improvviso.

- Qualche grossa bestia si avanza, forse è il "solitario" che torna.

- Presto cercatevi tutti un luogo sicuro, magari sopra qualche grosso albero! Chi vuole

monti pure a cavallo e fugga! Ci rivedremo qui tra breve! - ordiil servo del rajah.

Stavano già radunando i cavalli, quando si udì un crepitare vivissimo di bambù spezzati,

e, all'improvviso, al chiarore del fuoco ancora acceso, apparve un colossale elefante.

Era comparso come una furia sul limitare dello spiazzo ed iniziò a barrire

spaventosamente: sembrava infuriato. Evidentemente era tornato sui suoi passi, come

qualcuno del gruppo aveva ben ipotizzato. Gli occhi erano iniettati di sangue ed aveva la

proboscide sollevata in alto in atto di sfida: era quello il segnale che indicava come

prossima una carica. Uomini e cavalli erano terrorizzati poiché ognuno conosceva

molto bene il pericolo gravissimo che li minacciava.

Alcuni quadrupedi si diedero alla fuga, chi inoltrandosi al galoppo nel bosco di bambù,

chi ripercorrendo il sentiero aperto la sera prima. Quattro uomini erano riusciti a salire

sopra altrettanti cavalli. Altri erano fuggiti a perdifiato in ogni direzione. L'elefante

infastidito dalla presenza di tanti uomini e bestie, e per nulla intimorito dal fuoco, che

per altro già languiva, caricò a testa bassa, barrendo furiosamente. Fatti alcuni passi,

riuscì ad acciuffare con la proboscide un uomo della scorta. Sollevarlo, lanciarlo in

aria, a parecchi metri d'altezza, e calpestare il suo corpo, non appena atterrato, fu

l'affare di un momento. Si sentì un urlo disumano di dolore, poi uno scrosciare di ossa,

come di rami secchi che si spezzano: l'elefante l'aveva ripetutamente schiacciato con le

sue pesanti zampacce, riducendolo presto in una poltiglia irriconoscibile e

sanguinolenta. Interruppe quel macabro rituale solo per rincorrere un cavallo che non

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aveva ancora trovato scampo nel bosco. Il quadrupede, preso da cieco terrore che non

gli consentiva di procedere in linea retta, si fece subito raggiungere dall'elefante che lo

infilzò con uno dei suoi lunghi denti. Un nitrito di dolore risuonò tra quello scompiglio.

Il "solitario" scosse quindi il suo enorme capoccione liberando della zanna lo sventurato

animale. Il corpo del cavallo cadde a terra, mentre da un largo squarcio del ventre

uscivano intestini e sangue. Non pago di questo scempio l'elefante agguantò con la

tromba un altro uomo che era poco distante e che aveva cercato rifugio su un piccolo

palmizio tara. Il dolore provocato da quella stretta colossale strappò un rantolo dalla

bocca del malcapitato. Non contento di ciò l'elefante, usando quel corpo come un

bastone, percosse violentemente lo stesso palmizio finché la testa dell'uomo non

scoppiò come un cocomero maturo. Nel frattempo gli altri membri della spedizione

erano riusciti ad allontanarsi convenientemente, di modo che l'elefante non vedendo

più nessuno nei paraggi, forse soddisfatto da quella prova di forza, barrì ancora, come in

segno di vittoria, fermò la sua furia, si girò e, trotterellando, come se nulla fosse

successo, scomparve nel bosco di bambù, tutto travolgendo, ed aprendo una nuova

strada, diversa da quella da cui era venuto all'accampamento. Durante questa furia,

scatenata dalla bestia impazzita, i sopravvissuti s'erano dispersi nel raggio di alcune

centinaia di metri: la paura aveva messo le ali a uomini e bestie Tuttavia trascorsero

alcune ore prima che gli uomini del drappello si potessero ricongiungere. Oltre ai due

morti mancavano all'appello ancora due persone; gli altri si affannarono a chiamarli,

anche se ciò poteva essere pericoloso perché era meglio non ridestare invece l'attenzione

dell'elefante, che forse si aggirava ancora nei dintorni. Poco dopo i due dispersi

ricomparvero e così i nove uomini furono di nuovo insieme. Avevano ora solo cinque

cavalli. Gli altri si erano dispersi nel buio. Lambak era furioso per la brutta piega che

avevano preso gli avvenimenti. Prima un compagno ucciso dal serpente, ora la carica

dell'elefante che aveva stritolato altri due uomini; molti cavalli fuggiti, quasi tutte le

vettovaglie disperse nel raggio di molte decine di metri: era davvero un brutto inizio!

- Per la morte di Garuda! - cominciò a strillare - Che siano maledetti tutti gli dei della

nostra religione! Il viaggio non poteva cominciare peggio! E siamo solo al primo

giorno.

Poi, rivolto ai superstiti, aggiunse:

- Attendiamo l'alba frugando in questo scompiglio. Cerchiamo di rintracciare quello che

resta di viveri, casse ed armi. Accendete dei fuochi e delle torce!.

Dopo lunghe ricerche fu recuperato il salvabile: tra questo le casse con i doni per le

tribù, che erano scivolate in un fossatello, salvandosi così dalla furia devastatrice

dell'elefante.

Nel rimettere tutto in ordine si fece già l'alba.

Lambak dette quindi ordine di partire; su alcuni cavalli trovavano ora posto due uomini,

in quanto le bestie fuggite non erano più tornate. Nell'animo di tutti v'era molta mestizia

per quello che era accaduto, ma la spedizione doveva in ogni modo proseguire.

La giornata procedette senza altri incidenti. Verso sera, dopo un'estenuante marcia,

rallentata per l'inestricabile foresta, si dette il segnale di fermata. Ci si accampò vicino

ad un piccolo fiume ed i cavalli furono legati ad alcune radici aeree sul piccolo greto in

modo che potessero bere a sazietà.


Dopo un breve pasto tutti si addormentarono, rotti dalla stanchezza del viaggio, salvo

una sola sentinella che prese a fare buona guardia nonostante il desiderio di dormire. Al

sorgere del nuovo sole Lambak si svegliò di pessimo umore poiché s'era reso conto che

la marcia procedeva troppo lenta e si rischiava di giungere a destinazione solo dopo

l'arrivo di Selim. Inoltre era molto seccato in quanto non voleva arrivare ai villaggi

amici facendosi vedere con una scorta di nove uomini montati su cinque cavalli. Anche

le vesti che avevano indosso erano in brutte condizioni, lacere, sporche e piene di

polvere. Anche il suo ricco doote era in parte strappato, così come la casacca che gli

copriva le spalle, anch'essa macchiata del sangue di un suo compagno che aveva

soccorso perché feritosi nella fuga della notte precedente.

Ad un tratto gli venne un'idea. Ai potenti capi tribù avrebbe raccontato che era staio

attaccato da una compagnia di soldati del rajah, che, senza motivo, avevano caricato la

sua scorta decimandola. Così avrebbe spiegato il cattivo stato dei vestiti e la pessima

montatura dei suoi accompagnatori.

Il giorno dopo il viaggio proseguì senza nuove sorprese e così fu anche per tutti i giorni

che seguirono. La marcia fu molto disagiata perché ci si dovette aprire il cammino, per

lunghi tratti, a colpi di scimitarra, in quanto la foresta era piena di rovi, di liane,

d'intricatissimi cespugli; in taluni tratti si dovettero attraversare a guado ruscelli e

piccoli corsi d'acqua.

La mattina del decimo giorno si giunse finalmente in un'ampia radura dove al centro

d'essa v'era un grosso kampong, un villaggio fortificato abitato dai feroci daiacchi, la

popolazione che vive all'interno dell'isola del Borneo.

Si trattava di un agglomerato di una quarantina di capanne in legno, con tetti ricoperti di

foglie di palma mischiata a terra. Attorno ad esse vi era una palizzata, formata da una

serie di tronchi di tek, un legno robustissimo che può resistere anche ai colpi di quei

piccoli cannoni che si chiamano lilà e che lanciano delle palle di bronzo di alcune

libbre. I tronchi, alti circa quattro metri fuori terra, erano piantati molto in profondità ed

erano stretti gli uni agli altri con liane intrecciate molto fortemente. Su un lato di quella

fortificazione v'era un portone, molto grande, aperto. Alcuni selvaggi vi entravano e

vi uscivano, trainando dei pesanti carretti, sui quali vi erano i frutti della terra appena

raccolti.

A piccolo trotto il drappello cominciò ad avvicinarsi. Subito, da sopra la cinta, alcuni

guerrieri che erano di vedetta dettero l'allarme. Delle alte grida risuonarono tra quelle

genti e quei selvaggi che erano all'esterno del kampong corsero verso il portone

d'accesso, rifugiandosi tosto tutti all'interno in cerca di protezione, mentre si

provvedeva a sbarrare l’ingresso. Sugli spalti comparvero molti guerrieri, armati di

lance e cerbottane; erano adorni di piume, dei colori più belli e variopinti vi potessero

essere in quella regione, che portavano sulla testa come gli indiani d'America. La loro

pelle era molto scura; erano quasi del tutto nudi: un piccolo perizoma copriva il

basso ventre degli uomini, mentre le donne avevano un sottanino fatto con foglie o

con paglia. Uomini e donne erano letteralmente ricoperti di anelli e bracciali, fatti di

rame o d'argento.

Lambak, onde evitare che lui e i suoi uomini fossero scambiati per eventuali nemici,

cominciò a lanciare segnali di saluto, poi con circospezione ci si avvicinò al villaggio.

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Ad un tratto, quando furono sotto la palizzata, il portale d'ingresso si aprì e vi si

affacciarono numerosi indigeni; tra questi spiccava un uomo, molto grasso e basso

vestito con degli abiti che denotavano fosse un capo o quantomeno un ricco notabile del

villaggio. Lambak, avvicinandosi di più al quel gruppo di indigeni, vide che questo

uomo aveva in mano una sorta di scettro e portava sul capo una specie di corona, per cui

ne arguì che fosse il capo tribù. E a lui si rivolse con queste parole:

- Salve, grande capo! Io sono l'inviato del sultano di Varauni. La tua fama di possente

monarca, saggio e coraggioso è giunta sino al mare di Sarawak e a te vengo in pace.

Anzi ho dei doni che ti manda il sultano e che i miei uomini trasporteranno subito nella

tua dimora.

Il capo tribù, tranquillizzato dalle parole dello sconosciuto e soprattutto messo d'ottimo

umore dall'offerta di regali, rispose:

- Entra e che tu sia il benvenuto.

Detto questo fece fare largo alla scorta di Lambak , allontanando i selvaggi che aveva

intorno e invitò gli ospiti ad avvicinarsi ad una vasta capanna che pomposamente

chiamava reggia. Era un fabbricato ad un solo piano, fatto di legno nelle ossature

principali e rivestito di bambù e di terra sulle pareti e con il tetto ricoperto di grosse

foglie di palma. Quello che la distingueva dalle altre capanne era una specie di veranda

posta tutto intorno, all'ingresso della quale vi erano piantate una serie di piume di

uccelli molto grosse e bellissime a vedersi.

All'interno i mobili erano pressoché sconosciuti; vi si trovavano invece parecchi vasi e

recipienti di terracotta, anfore ed otri, lance e cerbottane attaccate alle pareti, mentre da

alcuni ganci, infissi nelle travi del tetto, v'erano attaccati dei sacchi contenenti cibarie o

vestiti. A terra vi erano delle stuoie anche colorate. Alcune donne e molti fanciulli

andarono incontro ai nuovi arrivati, non abituati evidentemente a ricevere visite da

persone che venivano da tanto lontano. Il capo, che si chiamava Monah, fece

accomodare l'inviato di Varauni su un vecchissimo e sudicio tappeto, che una volta era

stato probabilmente molto bello. Dei giovani servitori portarono su diversi vassoi

alcuni frutti molto assortiti ed alcune bevande colorate.

Fu il servo traditore a rompere per primo il silenzio, in quanto gli premeva assai

concludere al più presto l'accordo. Quindi, dopo aver assaporato una tazza di un liquido

molto dissetante, disse.

-Ascolta gran capo! Tu sai che 1' abdicazione del vecchio Rajah di Sabah ha prodotto la

fine di quell'equilibrio che regnava tra le varie parti di questo stato. Molti rancori .sopiti

sono tornati allo scoperto, alti capi influenti come te, reclamano maggiore autonomia

altri tributari vogliono contare di più nel Consiglio del Regno. Invece il nuovo Rajah,

Sandokan, ha pensato di aumentare le decime da versare nelle casse della corona, ha

deciso inoltre che ogni tribù fornisca il cinquanta per cento di uomini validi per

l'esercito e che le donne più belle si trasferiscano nella capitale per offrirsi come

ballerine e cantanti nella reggia del Sultano.

A mano a mano che il servo comunicava queste notizie, inventate di sana pianta per

gettare risentimento e odio verso il nuovo Rajah, il volto del monarca locale assumeva

un aspetto quasi feroce, al punto che, non potendo più trattenersi, alzatosi in piedi

gridò:


- Ah! E' così! Ed io che credevo che il nuovo sultano anelasse la pace per una migliore

convivenza! Dovrò per forza di cose ribellarmi; ma, d'altra parte, questa sudditanza mi

stava stretta. Se quello che mi dici è vero, e non vedo perché non lo dovrebbe essere,

parlerò con gli altri capi locali e solleverò contro Sandokan una marea di tribù. Non

potrà più mettere piede sulle nostre terre.

- Ascolta ancora, o grande capo - continuò il perfido servo - a maggior riprova di quello

che ti dico, aggiungo che il fratello minore di Sandokan è già in marcia verso questo

paese per informarti delle nuove decisioni reali e per portarsi via gli uomini validi, le

donne più belle e le somme di denaro per i nuovi tributi. Proprio dai suoi uomini sono

stato attaccato senza che avessi fatto loro del male e la mia scorta è stata crudelmente

decimata. Io e i miei compagni ci siamo sottratti solo per fortuna ad una morte sicura.

Questa nuova notizia fece andare su tutte le furie il selvaggio che diede un

calcio ad un vaso che si trovava lì vicino mandandolo in frantumi. Poi prese un

martelletto d'argento e si mise a percuotere con rabbia un piccolo gong che si trovava

appeso ad una parete.

Accorse subito il suo aiutante o primo ministro che fosse; si inginocchiò e disse:

- Comanda o padrone .

- Ascolta bene - prese a dire quasi urlando il monarca - raduna alcuni esploratori e

lanciali in tutte le direzioni. Mi diranno se è vero che una truppa di uomini si sta

avvicinando alle nostre terre. Poi raduna il consiglio di guerra, dicendo ai vari membri

che ci riuniremo subito. Fai poi il giro del Kampong ed ordina ad ogni guerriero di

preparare le armi. Fai mettere molte guardie sopra la cinta del villaggio e manda nella

foresta parecchi esploratori. Fammi portare le mie armi da combattimento. Infine invia

dei messi alle tribù vicine onde ogni capo venga nel nostro villaggio al più presto per

parlare con me di un probabile attacco portato dal nuovo sultano contro le nostre genti.

Detto questo accomiatò Lambak, ma solo dopo averne ricevuto i regali che

provocarono in lui grande gioia, specialmente quando vide le armi da fuoco; cosa questa

che nessun'altra tribù possedeva.

Lambak e la sua scorta trovarono alloggio in una capanna attigua a quella del capo.

L'indomani alcuni uomini al seguito del servo cospiratore, cominciarono ad

insegnare ai più prodi guerrieri del villaggio l'uso dei fucili portati in omaggio.

Il perfido traditore, ben contento di come le cose si stavano mettendo, attese tranquillo

che si svolgessero tutti i preparativi di guerra annunciati dal capo. Intanto alcuni

ambasciatori furono spediti presso le tribù vicine che inviarono poi i propri capi al

Kampong per partecipare al consiglio di guerra.

Alcune sere dopo questi avvenimenti, quando tutti i capi delle tribù della zona furono

giunte al villaggio, Monah li radunò nella sua capanna.

Dopo una breve discussione si decise di attaccare la colonna che s'avanzava nelle

foreste, condotta dal fratello di Sandokan, non appena questa si fosse trovata nei pressi

del villaggio.

Il giorno dopo nella piazza principale tutti i guerrieri, i volti dipinti con i colori di

guerra, ballavano sfrenatamente al suono dei vari strumenti locali la danza tipica per

quelle occasioni che erano vissute come un momento importante ove ogni selvaggio

poteva dar prova del proprio coraggio e del grande valore.

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Nel pomeriggio cominciarono ad affluire alcuni gruppi di selvaggi provenienti dai

villaggi limitrofi equipaggiati per la prossima battaglia. Il capo tribù spiegò a tutti i

suoi sudditi e ai capi delle tribù alleate che occorreva dare al sultano un'accoglienza

memorabile onde stroncare sul nascere ogni presunta speranza di Sandokan di rafforzare

la sudditanza di quei popoli. Tutto fu stabilito fin nei minimi particolari. La gioia di

Lambak nel constatare che il suo progetto stava andando a gonfie vele, fu incontenibile.

Erano già trascorsi alcuni giorni da questi avvenimenti, quando una mattina alcune

staffette dislocate nelle vallate ciscostanti arrivarono di corsa alla capanna reale dando la

notizia che ad un giorno di marcia s'avanzava un'imponente colonna di soldati. Era il

fratello di Sandokan alla testa di cento uomini.

Il re diede subito l'avvio al piano concordato e i suoi uomini uscirono in gran fretta dal

Kampong andando a dislocarsi ove stabilito, onde far cadere in una imboscata i nuovi

venuti.


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CAPITOLO QUARTO

IMBOSCATE E TRADIMENTI

Facciamo ora un passo indietro per raccontare il viaggio d'avvicinamento di Selim verso

le tribù dell'est.

Come il lettore ben si ricorderà, Selim aveva accettato con orgoglio la proposta di

Sandokan di mandarlo nelle regioni dell'est per rinsaldare i rapporti con quei popoli

tributari del regno di Sabah.

Per questo motivo la mattina dopo Selim era sceso nel cortile antistante la reggia per

passare in rassegna una grossa compagnia di soldati, già perfettamente attrezzata per un

lungo viaggio, che era stata schierata in perfetto ordine; la comandava un sottoposto del

generale Batik, il luogotenenete Zerg.

Selim scelse tra i vari guerrieri presenti nella piazza d'armi, un centinaio d'uomini che

sembravano a suo avviso i più robusti e i meglio montati.

Dopo essersi compiaciuto delle ottime cavalcature che li accompagnavano, salì sopra un

piccolo palchetto e così arringò la truppa:

- Ascoltate o guerrieri del nostro sultano! Sandokan mi ha affidato un'importante

missione che m'accingo a portare a compimento anche grazie alla vostra resistenza e al

vostro ardimento. Si tratta di fare un lungo viaggio. Il nostro obiettivo è quello di

rinsaldare i buoni rapporti con le popolazioni del regno, dando loro notizia che,

con l'avvento al trono di Sandokan, il rajah vuole rinnovare con tutti promesse di

pace, collaborazione e prosperità. Saremo quindi ambasciatori che portano buone

novelle. Ci muoveremo immediatamente. Siamo in buon numero propro perché

ci sono pervenute notizie di fermenti e sconfinamenti dei nostri vicini sui vari

confini. Ci muoviamo in pace ma sapremo reagire con fermezza e coraggio contro

chiunque voglia minare la tranquillità del nostro regno.

Detto questo Selim discese dal palco, diede ordine al suo luogotenente di cominciare a

dirigersi al trotto verso la porta orientale, mentre lui sarebbe andato a rendere saluto al

sultano.

Appena la truppa cominciò a muoversi, il principe salì di corsa una scalinata ed incontrò

Sandokan che veniva verso di lui per accomiatarlo.

- Parto in questo momento, caro Sandokan. Eseguirò a puntino quanto mi hai detto. Tu

invece quando partirai?

Sandokan, un po' commosso per la partenza del fratello minore, rispose:

- Non prima di una settimana. Ho alcuni incarichi da svolgere qui a palazzo. Ne farei

volentieri a meno ma non posso sottrarmi al dovere. Mi affiancherà in queste

incombenze nostro fratello Agun, in modo che anche lui si impratichisca di questi affari.


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I vari notabili e ministri comprenderanno così che in mia mancanza lui avrà lo stesso

potere del sultano. D'altronde mi assenterò per diverse settimane o forse per qualche

mese e quindi Agun dovrà badare a tutto, prendendo ogni tipo di iniziativa. Ed ora, caro

Selim, ti auguro buon viaggio. Abbi cura di te e dei nostri uomini. Ricordati che da

questo momento tu rappresenterai il sultano nelle regioni che visiterai!

Detto questo s'abbracciarono lungamente. Poi Selim si diresse verso il suo cavallo che

l'attendeva scalpitando nel cortile, vi salì, fece un cenno di saluto alla madre e alle due

sorelle che stavano affacciate ad una finestra, visibilmente commosse, e si slanciò

quindi al galoppo per raggiungere la testa della colonna che lo precedeva d'alcuni

minuti.

La carovana era composta anche da molti cavalli da soma, in quanto Sandokan aveva

disposto che fossero recapitati dei doni ai vari capi dei villaggi proprio per dimostrare

intenzioni amichevoli; oltre ai regali le bestie portavano anche le cibarie e le bevande

necessarie ad un così gran numero di persone per un viaggio abbastanza lungo.

Anche questa colonna, come il drappello di Lambak che lo precedeva d'alcune ore,

prese la strada che attraversava le immense risaie che contornavano la città come un

enorme anello lacustre. Successivamente proseguì per le folte foreste che separavano la

regione pianeggiante dalle colline che precedevano il massiccio del Kina-Balu sempre

in direzione est.

I primi due giorni di viaggio furono perfettamente tranquilli. Nessun incidente turbò

l'avanzata di quella compagnia di cavalieri che dovevano comunque procedere ad

andatura relativamente modesta in quanto il carico gravante sulle bestie da soma era

notevole e rallentava la marcia. Anche la natura selvaggia contribuiva ad ostacolare

considerevolmente ogni buon proposito di celerità.

L'alba del terzo giorno fu però funestata da una sorpresa davvero spiacevole.

Gli uomini stavano destandosi per riprendere la marcia quando il luogotenente di Selim,

Zerg, un aitante e giovane bornese corse trafelato dal principe, che stava in quel

momento assaporando una tazza di thè appena preparato da colui che fungeva da cuoco

per quella truppa.

- Mio signore, - gridò con tono disperato - tradimento! Qualche nemico ha tagliato tutti

gli otri e ha sfondato le piccole botti che stavano in groppa ai cavalli da soma!

- Cosa? - chiese Selim che non aveva ben compreso l'accaduto.

- Ti spiego meglio, signore: ogni mattina faccio il giro del campo ed ascolto dalle

sentinelle se vi sono state durante la notte delle novità. Oggi sembrava che tutto fosse

tranquillo, quando avvicinandomi ai cavalli da carico ho notato che qualcosa non

andava. Ho controllato meglio e mi sono accorto che tutte le provviste d'acqua erano

state sabotate: gli otri di pelle d'animale tagliati e le botticelle di legno sfondate. Ho

domandato alle sentinelle se avessero visto o sentito qualcosa, ma mi hanno confermato

che la notte è trascorsa tranquilla. Sono quindi corso da te per informarti di quanto è

accaduto.

- Quello che è successo è davvero gravissimo. A parte la mancanza d'acqua, mi

preoccupa il fatto che tra la nostra gente s'annida qualche traditore - disse Selim.


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- Perché parli di tradimento? Non potrebbe essersi introdotto nell'accampamento

qualche guastatore nemico ed aver prodotto tali danni? - chiese il luogotenente.

- No, caro Zerg. Sfondare tante botti produce rumore. Inoltre l'acqua che cade a terra,

nel silenzio della notte non può non sentirsi. Temo che abbiamo a che fare con un vero

tradimento.

- Che fare o mio signore? Vuoi che faccia fucilare tutte le sentinelle che vigilavano

questa notte?

Selim si mise a riflettere. Non voleva apparire troppo severo né sembrare poco adatto a

prendere decisioni importanti, in quella che era la sua prima missione. Quindi disse:

- Raduna tutti gli uomini, comprese ovviamente le sentinelle.

- Subito orange.

Poco dopo tutta la compagnia si dispose in cerchio attorno al fratello del sultano, che

per meglio farsi udire salì in groppa al suo destriero. Dopo aver a lungo ponderato

quello che avrebbe detto, Selim gridò:

- Come già sapete un fatto inaudito è accaduto questa notte. Ritengo che tra noi si

annidino delle serpi immonde al soldo dello straniero, che hanno deciso di tradire il

sultano e di far fallire la mia missione. Se fosse qui mio fratello Sandokan, sono sicuro

che ordinerebbe l'esecuzione immediata degli uomini di ronda questa notte. Io invece

non ci tengo a versare il sangue di chi potrebbe essere anche innocente; desidero invece

conoscere dai traditori il motivo di questo sabotaggio e chi v'è dietro di loro ad ordire

questa ignobile trama. Voglio quindi vedere in faccia chi era di guardia questa notte.

Venite innanzi a me.

Nove uomini, con la testa bassa per la vergogna, avanzarono e si misero ad un metro di

distanza da Selim.

- Consegnate tutte le vostre armi - ordinò Selim.

Subito i nove bornesi, anche se a malincuore, lasciarono cadere a terra fucili, pistole,

kampilang e pugnali, tosto raccolti dagli altri uomini della colonna che si strinsero

attorno ad essi con aria feroce.

- Ora ognuno di voi subirà il supplizio del fumo. Come ben sapete nessuno può resistere

a questa tortura. Tra di voi v'è sicuramente qualcuno che nulla ha fatto questa notte e mi

dispiace far soffrire chi è innocente. Quindi io vi dico: chi sa parli adesso, prima che

inizi tale tortura.

Nessuno rispose a quest'appello, cosa questa che convinse Selim ad usare le maniere

forti pur ripudiandole.

- Che ognuno di questi uomini sia legato e sospeso ad un albero. Vi si accenda sotto il

fuoco con i pimenti.

Subito i nove uomini furono acciuffati dal resto della truppa, legati come salami ed

issati ognuno sotto ad alcuni alberi, ad un'altezza di due o tre metri. Sotto di loro

vennero fatte delle buche nel terreno ed in esse furono messi rami secchi e foglie verdi

in modo da provocare poca fiamma e modesto calore, ma invece una gran


quantità di fumo. Tra le foglie vennero mischiati certi fiori speciali di una pianta locale

simile al pepe, che provocano, se bruciati, un terribile odore penetrante e fastidioso:

questa era una delle torture alla quale venivano sottoposti i sospettati per qualche

crimine, onde estorcere loro confessioni e confidenze, non ottenibili altrimenti.

I fuochi vennero accesi e tosto si generò un fumo denso ed acre, che salì verso i

torturati, che cominciarono a starnutire sonoramente ed in continuazione. Ma il

fastidio maggiore non era certo questo. Infatti il pimento ardendo, iniziava a produrre i

suoi effetti: un intenso bruciore agli occhi, che cominciavano ad arrossarsi e a lacrimare,

ed un terribile fastidio a bronchi e polmoni nei quali penetrava non solo il fumo ma

quella specie di droga. I nove uomini furono allora scossi da profondi colpi di tosse,

mentre sentivano che il respirare diventava loro impossibile.

Tutto intorno facevano cerchio gli uomini della colonna; ciascuno di loro era ben

contento per quel diversivo alla noia del viaggio: ciò rappresentava un vero spettacolo

e non una tortura, essendo ben abituati a brutalità e violenze d'ogni genere in una società

e in un paese come quello, avvezzi a vendette e ferocie proprie di popoli ancora

selvaggi.

Per questi motivi le urla disumane e i rantoli strozzati degli uomini sottoposti alla

tortura non provocavano alcun sentimento di compassione negli spettatori ma anzi un

senso di godimento perché quella tortura rappresentava una giusta punizione ad un

attentato che poteva diventare gravissimo se la compagnia non avesse trovato una fonte

d'acqua o un fiume.

Dopo qualche minuto di quel supplizio alcuni dei torturati cominciarono a gridare,

implorando pietà, mentre altri dissero che avrebbero parlato e detto la verità.

A quel sentire Selim, cui ripugnava assistere ulteriormente a quello spettacolo

miserevole, diede ordine che tutti fossero calati a terra, lontani da quei

fuochi. Appena poterono di nuovo respirare liberamente l’aria pura, furono

interrogati dal fratello di Sandokan che si rivolse ai due uomini che si erano offerti di

dire la verità.

- Dunque, volete finalmente spiegare quel che è successo questa notte? - chiese Selim.

Un prigioniero tra i due, con una voce roca, che non sembrava uscire dalla bocca di un

essere umano, rispose:

- Padrone, perdono! Sì, l'ammetto, sono stato io assieme a lui - ed indiil compagno di

sventura.

- Perché avete compiuto un'azione così abominevole? - chiese Selim.

- Non volevamo far del male a nessuno dei nostri compagni. Volevamo solo ritardare

l'avanzata della colonna e niente più.

-Per quale motivo? - l'incalzò ancora Selim.

A questo punto rispose l'altro traditore:

- Orange, ti diremo tutto, ma prometti di non farci del male e di proteggerci dalla

vendetta della persona per la quale lavoriamo. Se saprà che t'abbiamo parlato,

sicuramente ci farà uccidere.

- Non posso promettervi salva la vita perché su questi atti di tradimento deciderà il

sultano. Vi giuro invece che nessuno alzerà una mano su di voi finchè non saremo

tornati alla capitale. Comunque non siete nella situazione di porre condizioni. O parlate

o vi faccio fucilare all'istante.

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I due si guardarono in volto tra loro, poi, cercando di deglutire e seguitando ad

ansimare, risposero:

- Padrone, ti scongiuriamo di darci da bere.

- Come posso io dissetarvi se avete versato in terra ogni bevanda? - chiese loro Selim.

- Non abbiamo distrutto tutta la provvista d'acqua. Una piccola botte si trova sotto

l'ultima palma dopo il cespuglio di mussenda - rispose uno di loro.

- Andatela a prendere - ordinò Selim ad alcuni guerrieri. - E voi parlate subito. Se mi

direte tutta la verità, vi farò bere!

Dopo un'ultima indecisione finalmente incominciarono ad ammettere le loro colpe:

- Alcune ore prima di partire fummo avvicinati da Bakun il sottocapo del comandate

supremo. Ci disse che se avessimo rallentato in qualunque modo 1' avanzata nella

foresta della colonna, al nostro arrivo nel villaggio delle tribù dell'est avremmo avuto

come ricompensa mille rupie.

- Ma questo Bakun vi spiegò perché voleva che si rallentasse la marcia? - chiese Selim.

- Si, o mio signore; - rispose l'altro prigioniero - ci disse che arrivando tardi avremmo

permesso ad alcuni amici del sultano di giungere prima di noi a destinazione, onde

permettere a loro di prepararci una sorpresa.

- Una sorpresa? Già m'immagino che sorpresa! - riflettè a voce alta Selim.

- Che altro volete aggiungere? - chiese ancora il principe.

- Siamo pentiti di quello che abbiamo fatto e ci rimettiamo alla tua clemenza - dissero in

coro i due prigionieri.

- Che siano tenuti d'occhio per tutto il viaggio. Deciderà il sultano la loro sorte.- disse

Selim al suo luogotenente - Che intanto ognuno beva un sorso d'acqua. Poi partiremo

subito, deviando verso nord. Ad una giornata di cammino dovrebbero esserci le sorgenti

di quel torrente che incontrammo ieri sera. Affrettiamoci.

Tutti ubbidirono prontamente salendo a cavallo e spronando gli animali.

La sete, considerando il gran caldo di quelle regioni, tormentò ogni uomo per tutta la

giornata; si preferì saltare il pasto di mezzogiorno onde non far aumentare il desiderio

per l'acqua. Anche i cavalli dimostravano tutto il loro nervosismo per quella privazione,

impennandosi o non rispondendo agli ordini dei loro padroni.

Fortunatamente quella stessa sera, in anticipo su quanto previsto, apparve ai loro occhi

una scrosciante cascatella, che da una ripida parete di basalto dava inizio ad un delizioso

torrente dalle acque trasparenti e freschissime. Uomini e bestie si slanciarono verso

quella fonte e bevvero a lungo tra strilli di gioia e nitriti di soddisfazione. Si fecero poi

delle nuove provviste con recipienti di fortuna onde affrontare di nuovo il viaggio senza

più tema di soffrire la sete. La brutta avventura era superata, ma in tutti serpeggiava la

preoccupazione che il tradimento fosse nell'aria e che bisognava ora stare più accorti e

più vigili di prima. Selim era particolarmente inquieto e pensieroso. Le domande che

mulinavano nel suo cervello erano molte e tutte senza risposta. Cosa volevano dire le

parole dei due traditori? Quale mai poteva essere la sorpresa al loro arrivo alla meta? E

perché? Chi c'era dietro il luogotenente che aveva prezzolato i due uomini? Comunque

sia Selim aveva dato ordini severissimi: di notte doppie guardie all'accampamento

con ronde che girassero in continuazione; di giorno, invece, durante il cammino

alcuni uomini avrebbero dovuto procedere la compagnia a mo' di avanguardia, mentre


altri l'avrebbero fiancheggiata in modo da ridurre le possibilità di sorprese ai loro

danni.

Senza ulteriori incidenti trascorsero molti altri giorni, tutti impiegati nel faticoso

cammino di avvicinamento alla destinazione fissata. Il grosso drappello era

ormai prossimo al grande kampong della tribù che dovevano visitare per prima: quella

del gran capo Monah.

Per raggiungere il villaggio si trattava d'attraversare una breve gola che tagliava a metà

una grossa collina di basalto ricoperta di una discreta vegetazione. Oltre quell'altura

v'era la grande spianata, al centro della quale si trovava il villaggio.

I cavalieri quindi spronarono le bestie, desiderosi di accamparsi al più presto e già

pregustavano il prossimo riposo e le felici accoglienze della tribù, quando un urlo

gigantesco, lanciato da centinaia di uomini, s'alzò dai bordi della gola.

Contemporaneamente un nugolo di frecce, lanciate dalle cerbottane degli attaccanti,

cadde in mezzo alla colonna di Selim.

Molti uomini della colonna furono colpiti e caddero di cavallo in preda al terrore

per una morte certa, provocata dal terribile veleno che sicuramente ricopriva le

punte di quei dardi.

Contemporaneamente Selim, scampato a quella prima bordata di frecce, fece impennare

il proprio destriero onde farsene scudo, gridando ai suoi compagni:

- Ritiriamoci! Indietro tutti! Ripieghiamo ed usciamo da questa maledetta gola.

E mentre tutti i superstiti facevano un rapido dietro fronte, spronando gli stanchi cavalli,

una marea di selvaggi, abbandonate le proprie postazioni sui bordi della collina, si

slanciava verso il basso a perdifiato, lanciando il proprio urlo di guerra, cercando di

raggiungere subito la colonna di Selim per accerchiarla.

Fortunatamente i cavalli, impauriti anche da quei clamori e dagli spari dei fucili,

avevano prontamente eseguito la ritirata e tutti, meno i caduti, che già rantolavano in

preda ai sintomi dell'avvelenamento, riuscirono a sottrarsi all'accerchiamento ordito dal

nemico.

Selim chiudeva la ritirata mostrando così di non aver paura di quei selvaggi.

In breve gli inviati del sultano, seguitando a correre e sfruttando l'ultima energia dei

cavalli, pur voltandosi di quando in quando per sparare contro il nemico fucilate e

pistolettate, riuscirono ad allontanarsi da quel luogo funesto.

Selim si mise di nuovo alla testa della compagnia ed incitò tutti a non diminuire

l'andatura della corsa.

Cavalcarono così al galoppo per circa un'ora, ripercorrendo a ritroso la strada appena

percorsa.

I cavalli però davano vistosi segni di cedimento: un tremito agitava le loro membra e

molti avevano una bava sanguigna alla bocca, sintomo evidente che erano ormai al

colmo della loro resistenza.

Difatti proprio il cavallo di Selim, ad un tratto, ebbe uno scarto, s'impennò nitrendo di

dolore e stramazzò a terra. Il suo padrone, abile cavallerizzo, riuscì a saltare dalla sella,

prima d'essere travolto nella caduta, evitando così di finire sotto la bestia morente.

Gli altri cavalieri si fermarono radunandosi attorno al caduto.

- Principe - disse il luogotenente, smontando dal suo cavallo - sali sul mio

destriero, io cavalcherò assieme a Baniurò!

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- No, caro Zerg, - rispose Selim, alzandosi in piedi e massaggiandosi un fianco

dolorante per la caduta - poiché i cavalli sono sfiniti. Dobbiamo fare assolutamente una

sosta di un paio d'ore. Smontate tutti - disse poi alzando la voce - e disponetevi in

cerchio. Tre volontari raggiungano la cima di qualche albero per meglio avvistare il

nemico.

Tutti obbedirono prontamente, disponendosi in un gran cerchio, con i cavalli coricati a

terra onde fungere da riparo per i loro padroni. Intanto Selim parlava con i suoi

luogotenenti.

- Quanti uomini sono caduti? - domandò il principe.

- Quindici - rispose Baniurò - Credo che nessuno si possa esser salvato, mio signore. Il

veleno delle frecce non perdona.

- Inoltre - osservò l'altro sottocapo - i daiacchi sono cacciatori di teste. Avranno

sicuramente tagliato quelle dei nostri amici, anche se qualcuno di loro era ancora in vita.

- E i due prigionieri? - chiese Selim - Non li vedo più tra noi.

- Uno d'essi è caduto sotto il nugolo di frecce che ci hanno scagliato - rispose Baniurò.

- E l'altro - aggiunse Zerg - ha spronato il cavallo dirigendosi verso il nemico, come per

trovare rifugio, ma il mio fucile l'ha freddato dopo pochi metri.

- Hai fatto bene. Dirigendosi verso il nemico ha firmato la sua ammissione di colpa e la

sua condanna a morte - sentenziò il principe.

- Cosa facciamo ora, mio signore? - chiese Baniurò.

- Sentiamo il vostro parere - disse Selim.

- Mio principe - azzardò il luogotenente più giovane - ora dobbiamo aspettare che i

cavalli si riposino. Non credo che due ore basteranno per ridare energia a loro e ai nostri

uomini. Potremmo nel frattempo preparare una specie di trincea con rami spinosi e

tronchi d'albero, tali da ripararci in caso d'attacco.

- Voi pensate che i nemici stiano ancora inseguendoci? - chiese Selim.

- Temo di si, orange - rispose l'altro luogotenente - I selvaggi di questi luoghi sono

molto ostinati. E poi, come ben sai, ambiscono alle nostre teste per decorare le loro

capanne. Inoltre sembravano proprio inferociti contro di noi. Non avete visto con quanto

accanimento si sono scagliati all'attacco?

- Bene - concluse il fratello di Sandokan - faremo come voi consigliate. Date ordine agli

uomini di costruire un piccolo fortilizio provvisorio. E che qualcuno dia da bere agli

animali.

Tutti si misero al lavoro, nonostante la stanchezza. Ci si dette a costruire, al centro

dell'accampamento, delle attap, una sorta di piccoli ripari, fatti con foglie, per

proteggersi dai raggi del sole, sempre cocenti a quelle latitudini.

Nel frattempo i cavalli, ben lieti di quel riposo, mangiavano le abbondanti erbe che si

trovavano in quel luogo e che i propri padroni avevano raccolto, e bevevano avidamente

l'acqua che alcuni soldati avevano attinto da un vicino ruscello.

Non era trascorsa un'ora che il lavoro di protezione era terminato. Ora un'infinità di

rami spinosi, di liane, di tronchi, di rovi e di pali piantati a terra, difendevano la

postazione. Tutti si disposero ai margini del recinto, stendendosi a terra onde offrire

minore bersaglio ai nemici.


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Alcune sentinelle erano state inviate nei boschi, vicino ai margini della radura, ad una

certa distanza dal campo, onde prevenire un attacco di sorpresa del nemico, attacco che

ognuno sentiva prossimo.

Il caldo era notevole e la luce accecante; la terra stessa scottava e solo chi stava sotto le

tettoie appena costruite poteva beneficiare di un poco d'ombra.

Si approfittò di questa sosta forzosa per mettere nello stomaco le ultime provviste:

infatti, purtroppo, alcuni cavalli da soma che, trasportavano la maggior parte dei viveri.

si erano dispersi nell'attacco subito.

Trascorsero così circa quattro ore. Le bestie s'erano abbastanza riposate e quindi si

sarebbe anche potuto riprendere il cammino interrotto. L'attenzione dei fuggitivi fu

attratta in quel momemnto da un fatto strano: tutti i rumori della foresta parvero sopirsi

e poi cessare. Non più il gracchiare dei pappagalli, non più gli urli delle scimmie, non

più il gracidare delle rane del vicino corso d'acqua; al loro posto si cominciò ad udire

uno stormire di foglie e uno scricchiolare di rami spezzati.

- All'armi - gridarono le sentinelle, dislocate ai margini del bosco, correndo verso il

campo - il nemico è nei pressi.

Nel contempo s'udirono alcuni colpi di fucile ed uno degli uomini di Selim che

ripiegava verso l'accampamento venne colpito alla schiena e rotolò a terra esamine.

La compagnia imbracciò carabine e pistole ed ognuno si mise al suo posto, dietro i

ripari allestiti.

Ad un tratto il nemico apparve agli occhi di tutti, procedendo ad un attacco davvero

inconsueto: decine e decine di daiacchi, forse più di cento selvaggi, si avvicinavano

all'accampamento aggrappati alle liane degli alberi della foresta, come tante scimmie,

riuscendo a passare da un albero all'altro grazie a queste corde naturali che pendevano

dalle piante in numero infinito.

I daiacchi che si tenevano avvinti con mani e piedi ai calamus vegetali, volteggiavano

magistralmente, e si avvicinavano al campo in un battibaleno, portando a tracolla le

terribili sumpitan e le frecce relative.

Nel frattempo dall'altra parte dell'accampamento una ventina di daiacchi cominciò a

sparare con i fucili avuti in regalo dal servo traditore, ma con scarsissimi risultati in

quanto ancora non pratici di quelle armi, le quali facevano così più rumore che danni.

- Fuoco, fuoco! - gridò Selim.

Tutti i suoi soldati presero a sparare e tosto la radura e gli alberi furono avvolti dal fumo

e dalla polvere, dalle grida dei combattenti e dalle urla di chi era colpito. Erano

soprattutto i selvaggi a cadere morti e feriti in gran numero, in quanto, non essendoci

più alberi vicini all'accampamento, erano stati costretti a scendere dalle loro cavalcature

aeree e dovevano ora avanzare allo scoperto, diventando un facile bersaglio per chi

difendeva la postazione. Per due volte tentarono un attacco generale ma per altrettante

volte ripiegarono ai confini della radura.

Infatti gli attaccanti non avevano tenuto nel giusto conto la precisione dei tiri dei

guerrieri del sultano: dopo ogni scarica erano tantissimi i daiacchi che cadevano a terra,

morti o feriti. I rinforzi che arrivavano duravano fatica a riempire quegli enormi vuoti

che si venivano a creare tra le file dei daiacchi.


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Dopo un po', mentre tra gli assalitori si diffondeva l'indecisione se attaccare allo

scoperto, attraversando la radura, o nascondersi tra gli alberi, i loro capi ordinarono una

ritirata generale, mettendosi a debita distanza, coperti dagli alberi e dalle fitte macchie

di cespugli.

A terra restavano ora un centinaio di daiacchi, e tra questi molti feriti si rotolavano

nella polvere gridando dal dolore o dal timore di essere finiti.

Selim sembrava un vero uomo, un comandante abituato da chissà quanto tempo a simili

imprese: si trovava alla testa dei suoi uomini con una pistola nella destra ed una

fiaschetta di polvere nella sinistra. Ad ogni colpo un nemico cadeva. Incitava poi gli

uomini con la voce e lo sguardo; non pareva un ragazzo appena sedicenne, ma anzi

incuteva sicurezza ai propri compagni e paura ai nemici.

Dopo una decina di minuti il fuoco preciso della truppa reale aveva disorientato i

daiacchi che venivano snidati dai nascondigli di fortuna nel vicino bosco, almeno sino a

dove arriva la portata dei fucili.

Selim, comprendendo che questa pausa nell'attacco andava sfruttata adeguatamente,

prese una decisione rischiosa ma che poteva essere la salvezza per tutti e gridò con

quanto fiato aveva in corpo:

- Tutti a cavallo. Allontaniamoci al più presto!

La brigata d'uomini s'alzò precipitosamente, facendo fare lo stesso ai propri cavalli. In

men che non si dica tutti salirono in groppa alle bestie iniziando a fuggire al galoppo

nella direzione ove non si vedevano nemici appostati tra gli alberi.

La loro fuga fu accompagnata da una scarica di fucili e da un' ondata di frecce che

gettarono a terra alcuni fuggiaschi.

I daiacchi, che non avevano ancora compiuto l'accerchiamento del campo, vedendosi

scappare i nemici si diedero ad urlare selvaggiamente, slanciandosi di corsa appresso ai

fuggitivi.

La truppa di Selim riuscì invece ad allontanarsi a veloce andatura, imboccando un

vecchio sentiero appena tracciato nella foresta, distanziando in breve gli assalitori.

Selim incitava tutti ad aumentare il galoppo, poiché era sua intenzione cavalcare sino a

sera, frapponendo più terreno possibile tra loro e i nemici. Mancavano circa tre ore al

tramonto e i cavalli s'erano riposati a sufficienza per poter affrontare con successo

questa, corsa.

Mentre il suo destriero aumentava la velocità divorando la strada, Selim pensava

agli ultimi avvenimenti e a quello che ora avrebbe dovuto fare: andare verso altre tribù

della zona per trasmettere a loro le ambasciate convenute con Sandokan o ripiegare

verso la capitale per mettere al corrente i fratelli di quello che era accaduto? Si

chiedeva anche come mai quei selvaggi possedessero delle armi da fuoco. Chi aveva

potuto armare quella tribù? Ma poi era veramente solo una tribù quella che gli s'era

scagliata contro?

Nei due attacchi aveva potuto accorgersi che i nemici erano alcune centinaia e quindi le

tribù in rivolta erano più di una o due. Forse la situazione era più grave di quanto si

potesse immaginare.

Così rimuginando nella mente questi pensieri il tempo passava e s'era ormai prossimi al

tramonto. In aria cominciavano a volteggiare numerosi di quei brutti pipistrelli tanto


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comuni in tutto l'arcipelago della Sonda e dei mari malesi, col corpo lungo ben quaranta

centimetri e le ali membranose, larghe addirittura un metro.

La colonna raggiunse alfine un luogo completamente sgombro da alberi che poteva

prestarsi bene per la sosta notturna; sembrava che un incendio avesse devastato quella

parte della foresta poiché a terra giacevano dei residui di tronchi e rami carbonizzati,

mentre alcune pietre erano calcinate, segno evidente di un gran calore.

Selim dette l'ordine di arrestarsi. Era tempo: cavalieri e quadrupedi erano visibilmente

stanchi di questa furiosa corsa nelle foreste e quindi tutti furono ben lieti della sosta.

Si preparò così l'accampamento: vennero raccolti molti rami secchi per i falò

notturni, mentre si presero i soliti accorgimenti per proteggere il campo da un

eventuale attacco.

Mentre si allestiva il pasto serale il principe chiese a Zerg:

- Abbiamo avuto perdite durante la fuga dall'altro campo?

- Cinque uomini, mio principe - rispose l'interpellato.

- Che sommati ai quindici persi questa mattina fanno venti. Un duro colpo alla mia

scorta.

- Purtroppo, questa mattina, siamo stati attaccati di sorpresa e quindi possiamo

considerarci fortunati d'aver avuto solo venti morti. Credo, orange, che se ci fossimo

avventurati nella gola per qualche altra decina di metri ci avrebbero massacrati tutti.

Meno male che tu hai dato così saggiamente e in tempo il segnale della ritirata.

- Si, in effetti poteva andarci notevolmente peggio. Ora accampiamoci cercando di non

farci sorprendere. Dai disposizioni affinchè ci siano di guardia molte sentinelle questa

notte.

- Sarai obbedito, o mio signore.

Zerg posizionò infatti diversi uomini attorno al campo, dando ordine di tenere i fuochi

sempre ben alti. Chi non era di guardia doveva tenere a portata di mano fucili e pistole

ben carichi.

Quindi tutti cenarono. Terminato il pasto ognuno si distese a terra sopra un giaciglio di

foglie. La notte era fresca ed il silenzio rotto solo da alcune urla lanciate da sciacalli o

pantere, che s'aggiravano nella vicina foresta in cerca di prede.

Erano stati accesi quattro fuochi, ognuno ad un angolo dell'accampamento, mentre una

decina di sentinelle passeggiavano tra un falò e l'altro, ben vigili ed attente, cercando di

non farsi abbagliare dalla luce delle fiamme, cosa questa che avrebbe impedito di

scorgere eventuali nemici a due o quattro gambe in prossimità del campo. Gli uomini di

guardia, come erano soliti fare ogni qualvolta dovevano stare ben svegli e vigili,

avevano estratto dalle loro bisacce un pizzico di siri, un composto formato da noci

d'arenghe saccarifere, di succo di gambir e di un piccolissimo quantitativo di calce viva,

lo avevano involtato poi in una foglia di betel, formando con questi ingredienti una

pallottola grossa come una mandorla, e se lo erano posto quindi in bocca; sicché ognuno

masticava, con grande soddisfazione, quel gustoso intruglio che provocava una copiosa

salivazione, di color rosso sangue, che ogni tanto veniva sputata a terra. Questa

operazione aiutava le sentinelle a tenere gli occhi aperti e a non addormentarsi,

specialmente quando si sedevano accanto ai fuochi per prender un poco di riposo.


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Erano trascorse circa quattro ore quando alcuni uomini di guardia percepirono strani

rumori sul limitare del bosco: sembrava che qualcuno s'avvicinasse provocando il minor

rumore possibile. Uomini o animali che fossero, le sentinelle ritennero loro dovere dare

l'allarme. Mentre tutti si svegliavano impugnando le armi, si sentì gridare.dal margine

della foresta:

- Non sparate, siamo amici!

Alla luce dei fuochi si videro allora sbucare dalla foresta due figure, che tosto

s'avvicinarono all'accampamento. Erano due selvaggi, con il corpo coperto da un

sottanino di un colore ormai indefinibile, ed armati solo di due vecchi ed arrugginiti

kampilang. I due daiacchi, che potevano avere quarantanni in due, si diressero verso il

gruppo d'uomini che li osservava, facendo segnali di pace con le mani. Selim disse loro

d'avvicinarsi. Ma siccome sembravano aver paura di quella schiera di uomini che

puntava loro addosso tante armi da fuoco, aggiunse:

- Se venite a noi come amici non avete nulla da temere. Noi siamo gli inviati del sultano

del Kina-Balu. Potete quindi entrare nel nostro campo liberamente, a patto di dirci chi

siete, da dove venite e cosa volete.

- Orange, - prese a dire uno dei due - siamo poveri daiacchi e veniamo da un vicino

villaggio che, proprio ieri, è stato attaccato da un grosso numero di nemici. Erano della

tribù di Monah. Dopo una breve resistenza da parte nostra, siamo stati battuti ed il

nemico è dilagato nel villaggio devastando le nostre capanne, derubando ed uccidendo.

Noi ci siamo salvati a stento rifugiandoci nei boschi. Girovagando senza meta abbiamo

notato da lontano il vostro accampamento e ci siamo avvicinati cercando di capire se

eravate i guerrieri di Monah. Ora vorremmo metterci sotto la vostra protezione.

Potremmo esser utili a voi tutti in quanto conosciamo bene questi territori e se ci

prenderete al vostro servizio ci accontenteremo solo di un poco di cibo.

Selim squadrò bene i nuovi arrivati e siccome nulla poteva temere da parte di soli due

uomini, privi tra l'altro di armi da fuoco, diede ordine che venissero rifocillati e fatti

dormire. Si raccomandò, però, che fossero tenuti d'occhio e che si vigilasse su ogni loro

azione.

Poco dopo tutti dormivano di nuovo, compresi i nuovi compagni.

La notte trascorse senza altri fatti di rilievo ed il giorno seguente vide la truppa di Selim

continuare la marcia di avvicinamento verso la capitale. Così aveva deciso il principe,

dopo essersi consultato con i suoi luogotenenti. Si convenne però di fare una strada

diversa da quella dell'andata, in quanto Selim riteneva che era meglio fare un giro più

lungo piuttosto che correre il rischio d'incappare in un agguato da parte dei nemici, che

forse li aspettavano a ridosso della strada più breve per tendere loro qualche altra

imboscata.

Selim aveva notato un certo nervosismo tra i suoi guerrieri, nervosismo che aveva

attribuito a stanchezza o al disagio dovuto alla tensione per qualche possibile attacco;

non se ne preoccupò più di tanto, in quanto anche lui si sentiva oppresso da quella

situazione davvero precaria. Anche un'altra cosa lo aveva colpito: durante la cavalcata

diurna aveva visto che i due nuovi venuti, i daiacchi appunto, parlavano di continuo ora

con un guerriero ora con un altro, come se avessero da raccontare loro chissà quale cosa;


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ma non aveva dato soverchio peso alla faccenda ipotizzando che forse volessero fare

amicizia con la truppa e familiarizzare il più possibile.

Giunse infine la sera e si decise di accamparsi sulla sommità di una piccola collina che

aveva il pregio di dominare per qualche chilometro il terreno attorno. Anche per quella

notte si presero tutti gli accorgimenti del caso atti a cingere l'accampamento di una fitta

rete di cespugli spinosi per rallentare un eventuale attacco nemico.

Selim si coricò come al solito sulla sua coperta, mettendosi accanto le fide pistole e la

sua brava scimitarra.

Trascorse buona parte della notte senza nessun allarme e già l'alba si avvicinava,

quando il principe venne svegliato dal rumore prodotto dagli zoccoli dei cavalli in

movimento. S'alzò allora di scatto per capire chi avesse dato ordine di far muove le

bestie, che solitamente venivano legate durante la notte. Quale fu il suo profondo

stupore nel vedere l'accampamento vuoto, i fuochi semispenti, ed i cavalli montati dai

suoi uomini che si stavano allontanando alla spicciolata.

- Ma cosa fate? - gridò con tutta la voce che aveva in corpo - Chi vi ha dato ordine di

muovervi? Fermatevi! Zerg, dove sei?

Solo allora s'accorse d'avere un terribile mal di testa e di sentire la sua mente offuscata,

con una specie di velo dinanzi agli occhi. Ciò nonostante si gettò con un balzo sulle sue

armi, le raccolse e si slanciò di corsa dietro ai fuggiaschi; ma quelli erano già lontani e

fuori dalla portata della sua voce ed eventualmente delle sue pistole. In breve anzi

sparirono alla sua vista, come inghiottiti dal buio della foresta.

A quel punto Selim decise di tornare sui suoi passi, in quanto non poteva certo

rincorrere a piedi i cavalli in quella totale oscurità.

Non sapeva cosa pensare di quello che stava succedendo, quando ad certo momento, nel

silenzio della notte, il suo orecchio percepì come un leggero lamento. Si fermò per

ascoltare meglio, credendo d'aver inteso male. Poco distante v'era sicuramente qualcuno

che lanciava dei deboli gridi. Si diresse tosto verso quel luogo, raccogliendo un ramo

ancora acceso in un falò. Ne scosse la fiamma per ravvivarla e s'accorse che v'era un

uomo a terra, poco lontano. Lo raggiunse immediatamente e s'avvide che si trattava di

Zerg. Ma il suo povero luogotenente si trovava in una miseranda condizione: aveva un

coltello infilato nello stomaco e dalla sua giacca usciva del sangue, segno questo che

era stato pugnalato in altre parti del corpo.

Subito lo soccorse, adagiandogli la testa sul suo braccio, e gli diede da bere un goccio

d'acqua. Al contatto di quel fresco liquido il corpo del povero uomo si scosse e subito

aperse gli occhi.

- Pa . . . . padrone . . . . ci hanno traditi. . . . tutti . . . . i due daiacchi erano . . . . nemici

che hanno sobillato i nostri uomini, promettendo loro denaro e gloria. Hanno tentato di.

. . . . convincere anche me, ma ho rifiutato .........

- Continua, mio buon Zerg - l'incoraggiò Selim profondamente scosso da quelle notizie.

Il luogotenente, che era molto provato e che seguitava a perdere sangue dalle ferite,

parve avere ancora un attimo d'indecisione, ma tosto riprese a parlare, con una voce

sempre più flebile:

- Mentre dormivo mi hanno colpito ripetutamente e poi pugnalato. Ma non è stata . . .

.. una vera sorpresa per me. Avevo capito .........sin da ieri sera che qualcosa era


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nell'aria . . . . ma non ho voluto dirti nulla per non preoccuparti.............e fui sciocco.

Quando ero addormentato è scattato il tradimento . . . . e dopo avermi pugnalato . . . .

credendomi morto parlavano liberamente accanto a me . . . . dicevano che la sommossa

contro il rajah tuo fratello sta per scoppiare in tutto lo stato ad opera di un uomo

bianco. . . . che sta sobillando le popolazioni dell'interno e della costa poi risero

perché si vantavano di averti somministrato un sonnifero prima di dormire in quanto

non volevano ucciderti o catturarti . . . . perché sembrava loro una viltà terribile . . . .

se non ti affretti ...

Non potè più continuare a parlare: ebbe un fremito convulso nelle membra, rivolse per

un'ultima volta gli occhi a Selim, come se ne implorasse l'aiuto, poi emise un rantolo.

Un rivo di sangue gli scivolò fuori della bocca mentre s'irrigidiva tutto. Era morto.

Selim, profondamente scioccato da quella morte ed altrettanto turbato da quelle

sconvolgenti rivelazioni, s'era bloccato come se fosse in catalessi. Quindi posò la mano

destra sugli occhi sbarrati di quel suo sottocapo e glieli chiuse; l'adagiò a terra con molta

delicatezza, poi raccolse una gran quantità di pietre e le depose delicatamente sul suo

corpo, facendo una specie di tumulo, onde proteggere quella salma dagli attacchi delle

belve.

Terminato questo pietoso lavoro disse:

- Riposa in pace, mio caro e valoroso eroe, ma non temere perché sarai vendicato. Si

deterse, quasi con rabbia, le lacrime che gli scendevano sul volto e si mise a pensare al

da farsi. Si trovava solo, senza scorta e, quel che più era grave, senza cavalcatura e

con pochi viveri. Era però armato sino ai denti, ma non poteva certo sperare d'andare a

piedi sino alla capitale Kin.

E poi era molto preoccupato per la sua sicurezza. Non che temesse di essere ucciso:

nonostante la sua giovane età era già un coraggioso; ma paventava di non poter rivelare

ai suoi fratelli che v'era in atto una sommossa nei loro stati. Ad un tratto si chiese perché

l'avessero risparmiato o quanto meno non l'avessero fatto prigioniero: se era vero quanto

aveva saputo dal suo luogotenente, e nulla faceva supporre che non lo fosse, il fatto di

aver reso impotente il principe con un sonnifero era una ghiotta occasione per

approfittarne. Se fosse stato fatto prigioniero la propria vita poteva essere

vantaggiosamente barattata da quei banditi. L'unica risposta a quella sua domanda

poteva essere che nei suoi soldati era rimasto un briciolo di lealtà che impediva loro

d'assassinarlo nel sonno o di catturarlo.

Comunque sia, si risolse alfine di incamminarsi nella direzione che riteneva potesse

essere esatta verso la città del lago.

S'era appena inoltrato nella selva pensando a quante settimane di viaggio avrebbe

impiegato per raggiungere a piedi la capitale quando udì un forte nitrito; temendo che

questo fosse stato emesso da qualche cavallo dei nemici, s'appiattì al terreno,

nascondendosi dentro un cespuglio di felci, rimanendo immobile come una statua. Dopo

pochi secondi vide sbucare da dietro una macchia di rovi un solo cavallo, senza

nessuno in groppa né nelle vicinanze. Selim rimase senza fare rumore per qualche

tempo sinché non si convinse che quel cavallo era del tutto solo e poi uscì fuori dal

nascondiglio:


Si avvicinò piano piano alla bestia per non spaventarla, le accarezzò la

testa per tranquillizzarla e prese alfine le briglie che pendevano sul suo

collo; era infatti un cavallo bardato e sellato. Facendo più attenzione lo riconobbe

per uno del suo drappello.

Evidentemente apparteneva ad uno degli uomini della scorta che era stato

colpito e smontato durante i due combattimenti dei giorni precedenti, e che

aveva seguito da lontano il gruppo degli altri cavalieri sino a giungere in quel

luogo.

- Una vera fortuna, dopo tante disgrazie - pensò Selim mentre vi saliva sopra.

Caricò sulla sella provviste ed armi e quindi lo lanciò al galoppo in direzione

della capitale.

Iniziò così il viaggio di ritorno per una strada che Selim scelse diversa da

quella convenuta nei giorni precedenti per evitare eventuali imboscate da

parte dei suoi misteriosi nemici e dei suoi ex soldati.

Non fu facile per il principe, inesperto di quelle zone, così distanti dalle regioni

centrali del regno che meglio conosceva, orizzontarsi e procedere

speditamente. Selim fu costretto a rallentare la marcia poiché ritenne più

opportuno viaggiare di notte e riposare di giorno. Questa scelta fu da lui ritenuta

più sicura in quanto di notte era più facile accorgersi di eventuali nemici,

grazie agli indispensabili fuochi che venivano abitualmente accesi accanto

agli accampamenti, mentre fermarsi e dormire di giorno lo metteva al sicuro dalle

fiere che con la luce diurna notoriamente non attaccano.

Così il viaggio per la città del lago durò due settimane, durante le quali si dovette

nutrire di frutta e di radici, d'erbe e di fiori, come un selvaggio, in quanto non

volle mai sparare alla selvaggina di passaggio per non rivelare la propria

posizione ad eventuali nemici che fossero stati nelle vicinanze. Comunque

nessun altro incidente turbò quella corsa verso la sua città ove non vedeva l'ora

di riabbracciare i familiari e raccontare le sue disavventure.

Finalmente giunse in vista di Kin, nella quale vi entrò dalla porta orientale da

dove ne era uscito oltre un mese prima. Era ridotto in uno stato così miserando

che le guardie non lo riconobbero: gli abiti macchiati e pieni di polvere, il

cavallo zoppicante con le bardature strappate, senza più bisacce o borse, con la

barba e i capelli lunghi sembrava uno straniero reduce da un'enorme traversata,

venuto in città in cerca di fortuna.

Ma la cosa più importante era di essere riuscito a salvare la vita onde poter ora

mettere al corrente il sultano delle orribili cose accadute.

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CAPITOLO QUINTO

IN VIAGGIO VERSO SINDUMIN

Sandokan nel frattempo, avendo terminato ogni incombenza urgente nella capitale, si

decise finalmente ad iniziare il suo viaggio, pochi giorni dopo la partenza del fratello

minore Selim, che sapeva in viaggio verso le tribù dell'interno.

Il sultano, in una calda mattina decise di adunare sulla piazza principale del cortile reale

le truppe che avrebbero fatto parte del suo corpo di spedizione.

Passò quindi in rivista i duecento uomini che erano ormai pronti per la partenza.

Armata quindi la compagnia di tutto punto, presi alcuni elefanti dalle stalle reali ed

installate le relative hauda riccamente bardate sulla loro groppa, cominciò la lunga

marcia verso il confine con lo stato di Sarawack, Brunei e Varauni.

Erano circa le dieci e tutta la colonna, con a capo Sandokan, si mise in marcia dopo aver

completato con tutta calma i preparativi per la partenza.

La piccola armata era così organizzata: davanti era posta l'avanguardia, formata da una

trentina di uomini armati, che procedeva un centinaio di metri avanti al resto della

compagnia; al centro trovavano posto i capi, Sandokan e qualche suo luogotenente, tutti

i portatori delle casse contenenti viveri, armi o munizioni, e il grosso della colonna,

organizzato in due file parallele.

Questa spedizione terminava quindi con la retroguardia costituita come la parte

anteriore della compagnia.

Ad un certo punto si cominciò a camminare nel folto della foresta dove a volte, in

particolar modo per il gruppo di apertura, si doveva procedere lentamente dovendosi

aprire la strada a colpi di parang-ilang, nome di una specie di sciabola malese che è un

perfetto incrocio tra un parang e un kampilang, essendo fatta con la punta a doccia ma

di struttura più snella e leggera, simile a quella di un kampilang; in altri momenti

invece si poteva procedere agevolmente permettendo così a chi montava i cavalli ed

elefanti di accelerare il passo delle bestie.

Passò quindi il giorno e, giunta la sera, tutti si accamparono in una piccola radura

all'interno della foresta. Questa prima notte trascorse senza incidenti.

Il giorno dopo, di buon mattino, tutta la compagnia era di nuovo in viaggio. Sandokan

seduto su una hauda, discorreva oziosamente con un suo fido luogotenente:

- Secondo me - diceva il giovane sultano - bisognerà pure incominciare ad escogitare

un piano di battaglia. So che ancora abbiamo molto tempo prima di arrivare alla meta,

ma io odio far le cose all'ultimo momento ed in fretta. Tu che ne pensi Rankut?


Sandokan stava parlando con un malese abbastanza alto di statura, sulla cinquantina,

con una folta barba brizzolata; era vestito di una lunga camicia di seta beige e di un paio

di pantaloni molto larghi che andavano restringendosi verso il basso, formando ampie

pieghe verso l'esterno delle gambe. Pochi invece conoscevano il colore e la fattura dei

suoi capelli: egli era infatti famoso, presso le truppe reali, per il suo eterno turbante che

non toglieva mai dal capo . Questo malese, che nonostante l'età non più florida era

ancora molto robusto, era stato scelto da Sandokan, per il suo noto valore, come

braccio destro in questa missione.

- Io, mio signore, penso che potremmo cominciare col decidere quale sia la nostra meta

- rispose l'interlocutore del figlio di Muluder.

- Giusto. Infatti siamo partiti con l'obiettivo di ristabilire la pace e la tranquillità al

confine, scacciando l'invasore, ma non sappiamo con precisione quale luogo

raggiungere per primo; - ogni volta che Sandokan parlava degli invasori si soffermava

con un tono diverso di voce su questa parola, facendo trapelare l'odio che nutriva per

quelle persone che lo attaccavano senza motivo - le notizie che ci giungon da quelle

zone ci mettono molto tempo per arrivare fino a noi, proprio quanto ce ne metteremo

ora noi per andare fino a loro. E considerando che gli eventi sono sempre in rapida

evoluzione, quando giungeremo laggiù, le ultime notizie che abbiamo appreso prima di

partire saranno ben vecchie e sorpassate.

- Io infatti avrei un mio piccolo consiglio, signore.

- E sarebbe?

- Proporrei di giungere prima in un qualunque villaggio nei pressi del confine ed

informarci lì degli ultimi eventi.

- Si, penso anch'io che questa sia la cosa migliore da fare, la più semplice e la più

proficua.

Probabilmente la conversazione sarebbe comunque finita qui ma di sicuro non potè

andare avanti per causa di forza maggiore. Gli uomini della spedizione, infatti, non

erano purtroppo i soli abitanti della foresta ma rappresentavano invece solo degli

ospiti: e gli intrusi spesso vanno male d'accordo con i padroni. Uno dei padroni della

foresta è il rinoceronte. Questo animale, per l'appunto, è uno dei più pericolosi di tali

regioni: non possiede certo l'agilità e la prontezza delle tigri e delle pantere, molto

frequenti in quelle zone, ma è anche meno facilmente vulnerabile. A causa della pelle,

dura e spessa, infatti, l'animale poco si cura delle eventuali pallottole che lo colpiscono.

L'unico modo per ucciderlo è quello di sparargli sul muso in prossimità degli occhi; e

questo richiede non solo una perfetta mira ma anche un gran sangue freddo per fermarsi

e mirare in tale punto anche se lui ci sta caricando addosso.

A nulla, però, servirebbero tali abilità se a caricare invece di essere un solitario, fosse

un branco. Infatti questo animale, già molto pericoloso quando si aggira per la foresta da

solo, spesso usa riunirsi in branchi ed allora diventa veramente uno dei nemici più

terribili della jungla, davanti al quale non si può far nulla se non scappare. Proprio nei

pressi di un nemico di questo genere si trovò ad un tratto la compagnia di Sandokan. Se

ne accorse per primo Sekil, un fedele servo del rajah, famoso per avere

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un udito favoloso, che si trovava nel gruppo d'avanguardia. Fu proprio grazie al

suo senso così sviluppato che la colonna si salvò. Quando Sekil ebbe

avvertito il tipico fragore dell'avvicinarsi di una mandria di bestie, molto attutito

naturalmente dalla lontananza e dagli alberi, tanto che solo le sue orecchie erano riuscite

a percepirlo così presto, corse subito ad avvisare il padrone.

Sandokan, ben sapendo quanto fossero pericolose le cariche dei branchi, siano essi

elefanti o rinoceronti, comprese subito che non c'era tempo da perdere e che bisognava

immediatamente mettersi in salvo. Diede perciò ordine a tutti di tornare sui propri

passi, cercando di radunare cavalli ed elefanti in una piccola forra che era stata da

poco oltrepassata. A tutti i compagni che erano a piedi consigliò di arrampicarsi

sulle piante d’alto fusto. A quel comando si scatenò una vera e propria corsa

all'albero, dove ognuno correva per trovarne uno robusto che potesse resistere ad un

urto spaventoso. Non tutte le piante presenti infatti sarebbero state in grado di reggere

al terrificante impatto che avrebbero dovuto subire di lì a poco, ma solo le più

robuste, come grossi tamarindi, possenti palme, giganteschi banian e così via.

Sandokan si era rifugiato, appunto, su un grande banian e, come tutti gli altri, attese

l'arrivo del branco.

- Eccoli che arrivano! - disse tra se e se il sultano, guardando il terreno dall'alto

dell'albero ed ascoltando un gran fragore che veniva trasportato dal vento alle sue

orecchie.

Poco dopo, infatti, un numeroso gruppo di rinoceronti passò a qualche metro dal banian

di Sandokan. Tutta la mandria di bestie sparì in poco più di un minuto. Quando anche

l'ultimo rinoceronte fu scomparso il drappello reale non si trovava più dove era prima,

il paesaggio era stato sconvolto: un varco di circa venti metri era stato aperto

distruggendo ogni tipo di vegetale che faceva da ostacolo all'avanzare della

mandria. Cespugli, liane e piccoli alberi erano stati devastati come se fosse passato un

fiume in piena; solo i grossi fusti e i giganti della foresta si erano salvati. Proprio su

queste piante avevano trovato riparo i nostri eroi, che ne discesero appena il pericolo si

allontanò. Per fortuna, tutti si erano salvati da quella terribile carica, che avrebbe potuto

provocare una strage terribile ed ora si trovavano di nuovo in marcia. Vennero di nuovo

radunati tutti i cavalli e gli elefanti e la marcia fu ripresa. Sfortunatamente il gruppo di

animali non correva verso la direzione che doveva seguire la spedizione di Sandokan.

L'enorme sentiero che si era così formato, fu quindi percorso solo per qualche

centinaio di metri per abbreviare i tempi di marcia. Dopodiché, per non scostarsi

troppo dalla giusta traiettoria da seguire, i battitori ripresero ad aprirsi il varco tra la fitta

vegetazione, menando furiosi colpi di tarwar e macete.

Il resto della giornata passò senza altri incidenti e così pure i sei giorni successivi,

coronati sempre da qualche falso allarme notturno, da qualche problema con i serpenti e

così via: ma tutto ciò era soltanto di routine. Stranamente invece, durante il loro viaggio,

non incontrarono nessuna tigre o pantera, cosa molto strana perché in questi luoghi si è

spesso costretti ad impegnare battaglia con queste fiere che minacciano sempre la

sicurezza delle spedizioni.

Fu così, quindi, che dopo aver sorpassato i vari villaggi di Tambunan, Bingkor,

Keningau e Melalap il settimo giorno, sull'imbrunire, la carovana giunse finalmente al

villaggio di Sipitang. Siccome questo villaggio era abbastanza vicino al confine si

decise che proprio lì avrebbero dovuto chiedere notizie dell'invasione nemica.


Ora, però Sandokan doveva decidere se cedere o no ad una tremenda tentazione. Infatti

lui come tutta la spedizione, era molto stanco ed avrebbe assai preferito invadere due o

tre locande di quella cittadina, facendo arricchire i vari padroni, e dormire su un comodo

lettuccio invece che come al solito per terra sotto una tenda. Altresì però non si fidava

assolutamente di passare una notte in locanda, per la completa sfiducia che ormai

riponeva in quelle genti vicino al confine e voleva evitare qualsiasi possibilità di

tradimento o di essere scoperto e denunciato ai capi della rivolta. Discusse di ciò con

Rankut e alla fine, a malincuore, decisero di accamparsi lontano dalla città, ancora

immersi nella foresta un poco prima di dove questa iniziava a diradarsi. Prima di andare

a coricarsi alcuni rajaputi, su consiglio di Rankut, allestirono attorno al campo una sorta

di difesa onde far fronte ad eventuali attacchi notturni: alcuni rovi con le spine bagnate

dal terribile succo dell'upas, che avevano preparato durante la lunga marcia diurna,

furono disposti in modo da creare una specie di recinto. Questo accorgimento

serviva per difendersi sia da attacchi umani sia di animali. Dopo questa operazione, che

durò più del previsto, tutti tornarono ai propri posti di sonno. Cominciò la notte e

Sandokan badò bene a mettere, come al solito, dieci uomini di guardia attorno

all'accampamento e a cercare di tenersi pronto a tutto, anche dormendo. Non sapeva

bene il perché ma dormire abbastanza vicino ad una cittadina nei pressi del confine non

gli piaceva per niente: gli sembrava di stare già in territorio nemico dove si può essere

scoperti ed attaccati da un momento all'altro. Comunque le prime ore della notte

passarono senza incidenti.

* * * * * * * * * * *

- Fai piano Sou-Long! Finirai per farci scoprire, se seguiti a spezzare rametti in questo

modo.

- Signor Fei-leng - disse l’altro voltandosi e parlando ad un altro che lo

seguiva da dietro in fila indiana - Se tu camminassi avanti invece di state lì dietro a

calpestare rametti già spezzati da me faresti il mio stesso rumore.

Il dialogo si svolgeva tra due cinesi che erano arrivati in prossimità del campo di

Sandokan per spiare le sua carovana, l’organizzazione, le intenzioni relative e la sua

precisa posizione, per poi riferire tutto ai capi della rivolta.

Così, cercando di sconvolgere il meno possibile la vegetazione sotto i loro piedi, questi

arrivarono là dove si cominciavano a scorgere tra le foglie degli alberi i primi fuochi

dell ' accampamento.

Si fermarono quindi a pensare sul da farsi, parlando per un po' sommessamente; poi

seguitarono ad avvicinarsi ulteriormente. La loro contentezza per l'essere riusciti a

trovare il campo che cercavano, la cui posizione era stata loro indicata soltanto

molto approssimativamente dai capi della rivolta, in base ad alcune relazioni fatte

da altri esploratori, fece perdere ogni prudenza ai due loschi figuri che seguitarono

ad avanzare.

Chissà fino a quando avrebbero seguitato il loro cammino, forse fino dentro la tenda di

Sandokan, se uno di loro, quello che formava la retroguardia, non fosse inciampato

lasciandosi sfuggire un gemito per l'essersi conficcato nelle carni alcune spine di rovi

presenti al suolo.

Il gemito per quanto sommesso era stato abbastanza forte da destare l'attenzione delle

sentinelle che immediatamente si slanciarono verso di loro.

Sou-Long, allora, capendo che la situazione versava al peggio con un rapido dietro front

scavalcò il corpo del compagno, che si era stranamente accasciato al suolo, e tornò

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indietro di corsa per sfuggire al drappello di guardia. Tra loro infatti era questa

l'usanza:in casi estremi si salvi chi può.

In poco tempo, infatti, le sentinelle del nuovo sultano furono addosso a Fei-Leng che

gemendo si fece trasportare, senza opporre le minima resistenza, al centro

dell'accampamento. Lì già lo aspettavano ritti in piedi Sandokan e Rankut, ognuno con

un tizzone acceso in mano.

Non appena il cinese li vide rimase dapprima leggermente stupito poi cominciò a sudare

per il terrore. Aveva capito infatti quello che gli si stava preparando: una terribile tortura

per farlo confessare circa i suoi mandanti.

Tortura che però era destinato a non dover mai subire: già infatti avvertiva i primi

crampi dovuti all'azione del veleno cosparso dai soldati di Sandokan sui rami con i

quali si era ferito. Questo stupì e preoccupò allo stesso tempo Fei-Leng che non ebbe

però il tempo di capire cosa gli stesse accadendo: infatti cominciò dapprima a sentire

forti contrazioni ai muscoli facciali e a quelli dell'arto ferito, poi iniziò a notare un

principio di occlusione delle vie respiratorie insieme ad un velocissimo ed aritmico

battere del cuore. Tutto questo non durò che pochi secondi dopo i quali, si irrigidì,

stralunò gli occhi, non vide più nulla e spirò.

Ciò accadde mentre Sandokan e Rankut si apprestavano a spremere da lui tutte le

notizie possibili. I due uomini, mentre il malcapitato si avvicinava, trascinato verso di

loro dalle guardie, notarono in lui questa serie di cambiamenti e lentamente capirono di

che si trattava. Il disgraziato moriva avvelenato dall’upas. Sandokan quasi si rammaricò

di aver deciso di attuare quella tattica difensiva; infatti avrebbe preferito sapere da

quell'uomo qualche notizia interessante sullo stato delle cose e sull'intenzioni dei suoi

nemici. Sfortunatamente però non era stato così; almeno, pensava Sandokan.

Comunque la posizione del suo accampamento non sarebbe stata resa nota a

nessuno, essendo la spia infatti morta.

Dopo questo incidente, quando gli animi si furono calmati dall'emozione degli ultimi

eventi e dopo aver ricoperto il corpo del disgraziato da un apposita amaca, nell'attesa

che la mattina dopo sarebbe stata sepolto in quel luogo, tutti tornarono lentamente a

dormire. Tutti eccetto ovviamente le sentinelle di turno che aprirono ben bene gli occhi

e le orecchie.

Il resto della notte trascorse tranquillamente.

Il giorno dopo, appena sorto il sole, consumarono velocemente una buona colazione,

cibandosi di alcune vivande che si erano portati dal palazzo; seppellirono quindi il

morto della sera precedente e si approntarono a muovere. Nel frattempo Sandokan

stava tenendo consiglio con il buon Rankut, che così di mattino presto aveva già

provveduto a riposizionarsi in capo il suo turbante, e con gli altri fidi luogotenenti. Tutti

si sedettero e cominciarono a discorrere. Il primo a parlare fu il loro capo che apri cosi

la riunione:

- Rankut, ma ci dormi anche col turbante?

Questa frase provocò una risata generale tra i presenti che si prolungò diversi secondi,

essendo ognuno avvezzo a scherzare su tutte le amenità possibili; il che diede

l'opportunità a Rankut di evitare la risposta.

Dopo tale preambolo i maggiori esponenti della spedizione cominciarono a discorrere sul

da farsi.

I presenti erano divisi in due diversi gruppi: uno era costituito da persone che volevano

andare a cercare informazioni sugli ultimi movimenti del nemico verso il vicino

villaggio di Sipitang e poi agire di conseguenza; l'altra fazione era formata da quelli

che erano contrari a ciò. I primi osservavano che non ci si poteva dirigere verso alcun

posto se non si era certi su dove fosse il nemico. E non ci si poteva permettere di


perdere altro tempo in viaggi a vuoto, il che avrebbe solo favorito i ribelli. Gli altri

erano contrari a questa soluzione, perché andare nel vicino villaggio a cercare

informazioni avrebbe destato sicuramente l'attenzione di molta gente nelle locande e

nei punti di ritrovo.

E siccome le spie e i traditori non mancavano, la loro presenza in quel luogo sarebbe

stata sicuramente riferita ai capi della rivolta. Questa fazione, per di più, insisteva nel

dire che la venuta di quella spia la sera precedente significava che il nemico era

relativamente vicino. E siccome in quei dintorni c'era solo villaggio il villaggio di

Sipitang, poco distante da Sindumin, proponevano di andare direttamente lì, anche

perché sarebbe stato l'unico luogo che il nemico avrebbe potuto attaccare in quella

zona.

Sandokan ascoltò pazientemente entrambi gli schieramenti anche se era più incline a

dare ragione ai secondi.

Alla fine, comunque, decise di attuare un piano intermedio: sarebbero andati ad

informarsi nel vicino villaggio solo due persone, in modo da non destare il minimo

sospetto. Dopodiché ci si sarebbe comportati di conseguenza: magari andando appunto

a Sindumin. Sandokan decise di recarsi lui stesso in avanscoperta portando con se il suo

fido luogotenente Rankut.

Dovettero però, prima di partire, cambiarsi d'abito. Sandokan doveva infatti

abbandonare i suoi vestiti regali, molto ricchi di stoffe ed oggetti di valore.Tale

abbigliamento, che avrebbe dato subito all'occhio, consisteva in stupendi pantaloni

rossi, relativamente stretti ed infilati in un paio di lucidissimi stivali neri, il tutto

impreziosito da numerosissimi oggetti di valore, come alcune mostrine d'oro, una

cinta nera con attacco in oro massiccio, due pistole con il manico in argento, mentre

una camicia di seta orlata di frange coperta da una giubba nera con alamari d'oro

completava il suo vestiario. Infine portava il turbante con il classico diamante al

centro sotto una piuma variopinta. Tutto questo non poteva andare bene. Doveva quindi

immediatamente cambiarsi per vestirsi in una maniera adeguata all'occasione. Così

era pure per Rankut, che in quel momento portava la sua classica divisa da "ufficiale

di fiducia", anch'essa denotante l'appartenenza ad una corte reale. Dopo una lunga

vestizione, aiutati e consigliati dagli altri, il sultano ed il suo aiutante di campo si erano

trasformati in due classici ed indistinguibili paesani del luogo. Erano vestiti quasi

uguali tra loro con dei calzoni propri dei contadini, di colore tra il grigio e il verde

scuro, tendente al marrone, non troppo lunghi, con due camicie sul bianco sporco,

scollate sul davanti, il tutto colorato da qualche macchia qua e là che dava un tono di

assoluta semplicità e di discreta povertà.

Dopo aver mascherato tra gli abiti due buone pistole e dopo essersi assicurati delle loro

cariche portandosi dietro anche un pacchetto di munizioni, il rajah diede alcune

disposizioni ai rimanenti, cedendo momentaneamente il comando ad un fido

luogotenente di nome Tuirek: l'ordine era di aspettare il loro ritorno per cena, non

prima. Quindi si allontanarono dal campo dirigendosi verso Sipitang. La meta non era

distante più di un ora.

Durante il tragitto i due uomini si intrattennero dialogando spensieratamente sui più

disparati argomenti. Ad un tratto Rankut disse:

- Ah, non abbiamo pensato a portare con noi qualche rupia! Spesso il denaro serve

benissimo per sciogliere la lingua a chi è parco di parole.

- Invece, - rispose Sandokan sorridente - ho pensato io a sottrarli dal "cofanetto di

viaggio" mentre Mambur mi guardava con occhio tra il triste ed il torvo.

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A questo punto i due scoppiarono in una fragorosa risata. Per cercare di far sorridere

anche il lettore bisogna precisare che Mambur era il tesoriere di viaggio, cioè colui che

aveva il compito di amministrare e custodire le ricchezze che in tutte le spedizioni

venivano portate per ogni evenienza. Occorre anche aggiungere che l'usanza

prevedeva che lo stipendio di questo personaggio consistesse nell'appropriazione

legittima da parte sua di quella parte di denaro che avanzava alla fine del viaggio. Egli

era infatti sempre presente in tutte le spedizioni, dividendo con gli altri anche i

pericoli ad esse connessi, dalle partite di caccia, alle spedizioni in altri paesi, o

ambasciate varie, dove si portano e si spendono sempre un gran numero di rupie.

Quest'uomo era di una onestà perfetta, dovendo anche rendere conto al rajah, al ritorno

di ogni viaggio, di tutte le somme spese, da chi e perché. Era quindi comprensibile la

tendenza di quell'uomo ad essere molto largo di manica quando si trattava di decidere

quanto portare, e molto restio quando occorreva prelevare dall'adibito cofanetto il

denaro da spendere. Sandokan, comunque non mancava di far avere al tesoriere uno

stipendio quando si attraversavano periodi, con pochi viaggi, o quando i rimasugli del

denaro portato erano manifestamente scarsi.

Intanto la camminata fra le chiacchiere continuava. I due ribadirono che una volta

arrivati a Sipitang si sarebbero subito diretti verso la più vicina locanda. Dopo un poco

di silenzio, il loro pensiero corse alla prossima serata, quando una volta tornati

all'accampamento, avrebbero mangiato una prelibata specie di uccello che era stato

cacciato quella mattina.

- Sempre che non se lo mangino tutto loro, senza aspettarci! - disse Sandokan volendo

scherzare.

- No - gli rispose Rankut - Tuirek non è così cattivo e certo non mancherà di attendere

il suo sultano e padrone per mangiare.

- Speriamo! - gli rispose Sandokan con tono scherzoso.

Il viaggio continuò mentre i due parlavano anche della spia sorpresa la sera

precedente, riguardo alla quale Sandokan aveva un pessimo presentimento.

Ad un certo momento, finalmente, la foresta, a seguito di un diradamento progressivo

degli alberi, iniziato già da una ventina di minuti, finì con qualche singola pianta sparsa

e venne lasciata alle spalle dai due uomini.

Appena usciti di sotto il bosco ebbero, per la prima volta dopo parecchio tempo,

davanti a loro di nuovo le casupole di un luogo abitato. Era il villaggio di Sipitang.

Senza la protezione degli alberi già si avvertiva un caldo soffocante, dovuto ad un cielo

estremamente terso, ed alla latitudine di quei luoghi.

Nonostante infatti lì si fosse vicini al mare questo clima risultava a volte fastidioso ed

addirittura insopportabile anche per gli abitanti di quelle regioni ormai avvezzi a

sopportare tali elevate temperature.

Poco dopo i due giunsero nel mezzo della città e notarono con piacere che

nessuno si girava verso di loro, incuriositi dalla presenza di quei due nuovi stranieri, i

quali si muovevano con la maggiore disinvoltura di questo mondo. Dopo qualche

minuto i due giunsero finalmente nei pressi di una taverna e, senza por tempo in mezzo,

vi entrarono, mantenendo sempre una grande naturalezza come se fossero frequentatori

abitudinari di quei luoghi.

Il locale nel quale erano entrati, come spesso lo sono tutte le bettole, era molto affollalo

di gente intenta a bere, fumare, chiacchierare, giocare; nessuno quindi si avvide di quei

due nuovi figuri appena entrati: sicuramente gli abiti portati dai due visitatori, in tutto

simili a quelli comunemente indossati dagli abitanti di quel luogo, li rendevano simili

ai contadini delle vicine campagne.


I nostri eroi si appropinquarono al bancone del taverniere e Sandokan, prendendo la

parola, disse che voleva sapere dove si potesse assoldare un cornac con un buon elefante

per andare a Sindumin.

Disse questo perché era quasi sicuro che in quel posto si trovassero le truppe

nemiche e contava sul fatto che, se questo fosse stato vero, l'oste udendo il nome di

quella cittadina gli avrebbe dato qualche indizio. Ed infatti così fu.

Il taverniere ben avvezzo a riconoscere ormai ad una prima occhiata tutti gli assidui

frequentatori della taverna si avvide subito che si trovava di fronte a due stranieri, non

avendoli mai visti prima d'ora.

Perciò fatto non restò molto stupito nell'udire che essi volessero andare a Sindumin.

Si sentì quindi in dovere di avvertirli che in quella provincia era in atto una sommossa

con saccheggi della città e devastazione delle case, organizzata da alcuni ribelli

venuti dal sud.

Questo era quanto i due volevano appunto sapere.

Nonostante avessero appena raggiunto il loro scopo Sandokan e Rankut fecero finta di

interessarsi ugualmente all'elefante per conoscere magari qualche altro luogo lì

vicino od avere contatti con altri abitanti.

- Se volete - rispose loro l'oste - potete noleggiare tutto quello che vi serve nelle

scuderie dall'altra parte della città. Dovete seguire la strada principale dalla quale siete

entrati e poi chiedere a qualunque passante: ognuno vi saprà indicare la strada più breve

da seguire.

- Grazie mille, ci siete stato di grande aiuto - rispose con aria soddisfatta Sandokan.

Dopo questo breve colloquio Rankut non tralasciò di ordinare all'oste due buoni

bicchieri di un liquore locale, sia per rispetto della gola .duramente colpita dall'arsura

della giornata, sia per ricompensare il taverniere che probabilmente non amava dare

informazioni per niente.

Ciò fatto i due, con il palato più rinfrescato di prima, pagarono la somma che fu loro

richiesta lasciando una piccola mancia ed uscirono dalla taverna incamminandosi con

passo sicuro e veloce, dalla parte opposta a quella che era stata loro indicata dall'oste,

per tornare in fretta e senza indugio al loro accampamento. Il loro programma era di

procedere celermente verso Sindumin per entrare al più presto nella città. Sicuramente,

pensavano, sulla strada da percorrere per raggiungere tale luogo avrebbero incontrato le

truppe dei ribelli, che forse stavano già attaccando la città. In questo caso le truppe reali

avrebbero attaccato e massacrato chiunque avessero trovato di fronte.

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CAPITOLO SESTO

L'AGGUATO NELLA JUNGLA

Si camminava già da due giorni e, secondo le parole dei più esperti del luogo, ci si

sarebbe dovuti trovare già molto vicini alla meta. Intanto durante il viaggio non vi erano

più stati incidenti e questo contribuì disgraziatamente ad un allentamento della

sorveglianza e dell'attenzione proprio nei luoghi ove essa avrebbe dovuto essere

potenziata.

Quel giorno, verso metà mattinata, la colonna si trovava a percorrere uno stretto e

tortuoso sentiero nella foresta.

Era una via aperta probabilmente da chi abitualmente percorreva, per ragioni

di commercio o di trasporto la strada che separa le due cittadine. Il sentiero era

stato però tracciato dovendo fare i conti con le proprietà naturali della foresta: alberi con

tronchi di dodici metri di diametro , grandi ammassi rocciosi, immensi roveti, piccole

paludi, e via di questo passo, tanto che il sentiero era un continuo aggirare di ostacoli

con infinite curve e giravolte.

Ormai la colonna guidata dal principe di Sabah era arrivata molto vicina alla fine della

foresta e quindi alla città, più di quanto credessero.

Si poteva perciò incontrare qualche esploratore o banda di ribelli che si aggirasse per

quei luoghi. Malauguratamente, però, Sandokan, Tuirek, Rankut e tutti gli altri non si

rendevano conto dell'imminente pericolo poiché erano distratti sia dal gran

chiacchierare sia da una foresta sempre uguale che aveva reso il susseguirsi di

passi e lo scansare buche, sassi o liane pendenti, un movimento meccanico ed

automatico. Ciò li aveva resi sin troppo sicuri del fatto che per arriv are bastava seguire

il sentiero sino in fondo senza preoccuparsi troppo.

A causa appunto di quella serie di curve e controcurve, l'avanguardia e la retroguardia,

loro malgrado, si erano allontanate molto più del dovuto dal centro della colonna,

portando la distanza sino a 600 o 700 metri.

Nessuno, d'altra parte, se ne accorse dato che, a causa della vegetazione, gli estremi

della colonna non avrebbero mai potuto vedere il centro e viceversa, neanche se fossero

stati a 50 metri di distanza dall'uomo più vicino.

Questa situazione era destinata, però, a cambiare e ciò accadde quando Sandokan e tutti

gli uomini della colonna centrale sentirono alcuni spari provenire dalla parte anteriore e

poco dopo anche da quella posteriore della spedizione.

Ecco che cosa stava succedendo.


Come il lettore si ricorderà, quando la spia Fei-leng era stata catturata dai soldati del

rajah nell'accampamento presso Sipitang, essa non era sola ma era accompagnata dal

suo amico Sou-long che riuscì a sfuggire alle grinfie dell'odiato rajah. Noi l'abbiamo

abbandonato a quel punto ma purtroppo il suo operato non era finito lì. Una volta fuori

pericolo, infatti, si diresse subito ed in fretta verso il luogo ove aveva lasciato i suoi

compagni di ribellione e cioè appunto verso la città di Sindumin, sulla quale ora

Sandokan si stava dirigendo. Vi arrivò molto prima dei soldati di Muluder ed ebbe

quindi tutto il tempo di riferire quanto aveva scoperto. La spia, infatti, raccontò tutto ai

suoi capi che, interpretate le intenzioni e la posizione dei rajaputi, capirono subito che

essi si sarebbero diretti in quella stessa città dove loro erano accampati e che per

arrivarci non potevano che passare per quel sentiero dove ora si trovavano, unica via

facilmente percorribile in quelle vicinanze.

Fu così organizzato, lungo quella strada un terribile agguato, congegnato per attaccare la

colonna in due punti diversi: i due estremi.

Tutti i ribelli si erano sistemati ai propri posti sugli alberi ai lati del sentiero e, quando

fu il momento opportuno, da lì rovesciarono una valanga di frecce su coloro che

passavano sotto di loro. I rajaputi colti di sorpresa, nell'attesa che i capi facessero

pervenire ordini precisi, imbracciarono i fucili e cominciarono a sparare sugli alberi,

anche se non sapevano dove fossero con precisione i nemici, non dando le frecce, armi

silenziose, alcun indizio di provenienza. Questi spari, come abbiamo già detto, furono

subito uditi dal centro della colonna e tutti si resero conto di quanto si trovassero

distanziati dall'avanguardia e dalla retroguardia e come tali gruppi fossero stati

attaccati. Non c'era quindi tempo da perdere.

Il rajah e i suoi luogotenenti capirono immediatamente che gli spari provenivano

soltanto dalle carabine d'ordinanza dei soldati del regno e che quindi quegli uomini non

potevano che essere stati attaccati da gente munita di frecce o lance. Bisognava

intervenire al più presto: quanto avrebbero potuto resistere quegli uomini, anche se

valorosi, in un combattimento contro un nemico invisibile?

* * * * * * * * * * * *

Intanto entrambi i comandanti delle due frazioni attaccate ebbero la stessa idea:

anzitutto bisognava togliersi di lì al più presto poiché già troppi erano i morti. Il primo

pensiero che ebbero fu quello di fare inoltrare tutti nella coltre di verzura alla destra e

alla sinistra del sentiero, in maniera tale da mettersi nella stessa situazione degli

assalitori. Questa mossa avrebbe favorito certamente i rajaputi: infatti l'intrico di rami,

liane e foglie era un buon ostacolo alle frecce, mentre per i soldati, armati di carabine e

pistole, non sarebbe stato molto difficoltoso abbattere gli imboscati sugli alberi sopra di

loro, spazzando via con le palle delle loro armi quei piccoli ostacoli che si potevano

frapporre tra loro e il nemico.

Si trattava ora di sottrarsi da quella incomoda posizione e dall'implacabile tiro degli

assalitori che poteva comunque, alla lunga, essere micidiale. Decisero, poi, anche

questa volta contemporaneamente, di sganciarsi dal nemico, il quale trovandosi

arrampicato sugli alberi, non poteva certo muoversi con la stessa velocità dei soldati.

Praticamente nello stesso momento i due comandanti diedero ordine di spiccare una

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folle corsa verso il centro della colonna; e così fu subito fatto. La distanza che però

li separava dalla loro meta non era quella che si aspettavano.

* * * * * * * * * * *

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La strategia adottata dagli assalitori era la seguente: essi erano divisi in quattro gruppi

che si tenevano in contatto per mezzo di una catena di uomini, uno a poca distanza

dall'altro, che, urlandosi ordini ed aggiornamenti sull'andamento della battaglia,

riuscivano bene o male a tenere informati tutti di tutto. I quattro gruppi erano composti

ognuno da una cinquantina di uomini circa ed erano così disposti sul territorio: due

avevano il compito di attaccare con le frecce i due estremi della colonna, tirando dagli

alberi, dai lati del sentiero; gli altri due in quel momento si trovavano ognuno

rispettivamente a metà della strada che separava i due estremi dal centro della

compagnia reale ed avevano perciò il compito o di prendere tra due fuochi quest'ultimo

o di fermare eventuali soccorsi provenienti dagli estremi verso il centro. Visto però che

l'avanguardia e la retroguardia stavano fuggendo verso il centro della carovana i

rivoltosi, che attaccavano questi estremi, si decisero a scendere dagli alberi ed a correre

dietro ai rajaputi fuggiaschi. Così pure fecero gli altri due gruppi di rivoltosi, che

uscirono dai loro nascondigli e si prepararono a fermare i fuggitivi onde arrestarne la

corsa e prenderli tra due fuochi. Così accadde.

Questo fu però l'errore delle truppe nemiche: esse non disponevano infatti di altri

uomini sufficienti per attaccare contemporaneamente il centro della colonna. Avevano,

infatti, impostato tutta la loro strategia pensando di sgominare in breve tempo

l’avanguardia e la retroguardia, prima del sopraggiungere dei soccorsi da parte del

centro della compagnia.

La battaglia era destinata comunque ad imprimere un duro colpo ai soldati reali, anche

perché la lotta era stata impegnata proprio quando i rajaputi del Kina-Balu soffrivano di

quel distanziamento involontario.

* * * * * * * * * * * *

Intanto i due estremi seguitavano a correre verso il grosso ma non si capacitavano del

motivo di una tale distanza. Cominciando a preoccuparsi seriamente accelerarono la

corsa a perdifiato finché non si trovarono, ambedue in una situazione analoga, addosso

ai nemici, anch'essi in corsa verso di loro. Il fatto sarebbe stato comico non fosse

invece tanto grave. I soldati iniziarono a temere seriamente per la loro sorte abbastanza

delicata. Ormai, però, erano addosso ai nemici e così impegnarono subito un terribile

combattimento, ma solo all'arma bianca poiché si trovavano troppo vicini per poter fare

uso delle pistole.


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Non si potevano comunque confrontare il valore e la destrezza dei soldati reali, che

maneggiavano con vera maestria tarvar, sciabole, kampilang e pugnali, con quello

degli assalitori, benché i rajaputi fossero in grave inferiorità numerica.

* * * * * * * * * * * *

Nel frattempo i capi della spedizione che si trovavano al centro della colonna non

avevano perso tempo. Sandokan aveva deciso di dividere il gruppo centrale in due parti

per poter giungere in soccorso all'avanguardia e alla retroguardia. Prese quindi egli

stesso il comando della compagnia che doveva muoversi in avanti, rispetto al senso di

marcia e diede a Rankut il comando dell'altra. Una volta formati i due gruppi di

soldati, entrambi cominciarono ad avanzare il più velocemente possibile verso i due

punti prestabiliti. La loro marcia era però molto rallentata dai portatori che li seguivano

e che non potevano correre. D'altra parte non si poteva lasciarli da soli essendo questi

ultimi quasi interamente disarmati: sarebbero rimasti prede di ulteriori disastrosi agguati.

I due gruppi erano perciò costretti a coprire la distanza che li separava dagli altri molto

lentamente.

Intanto i due estremi della colonna dei rajaputi furono raggiunti anche dagli assalitori

imboscati sugli alberi che si erano slanciati dietro di loro dopo essere usciti allo

scoperto dalla vegetazione. Ora, così, le due colonne estreme della spedizione del rajah

erano prese tra due fuochi. Tra le due parti attaccanti vi era però una differenza: mentre

quelli che si trovavano più al centro erano bene armati, proprio perché era previsto che

attaccassero direttamente il nemico, quelli più esterni erano stati armati solo con archi e

frecce che avrebbero dovuto utilizzare solo per tirare da dietro la coltre di verzura per

non far rumore.

I due estremi della compagnia reale, non ebbero tanta difficoltà, visto che il sentiero non

era molto largo e che la prima linea di combattimento quindi non era composta da tante

persone, a mandare qualcuno degli uomini più arretrati addosso agli assalitori dotati di

arco.

Questi ultimi così armati, nulla potevano in un combattimento ravvicinato e, per quanto

tentassero di indietreggiare un poco per riacquistare distanza, erano destinati a cadere

tutti. Cosa che accadde nel volgere di pochi minuti, con poche perdite da parte della

legione reale. Ora non rimaneva che combattere contro i due gruppi di assalitori più

interni contro i quali ad certo punto si aggiunsero nel combattimento anche i soldati

capitanati da Sandokan e da Rankut che nel frattempo erano finalmente arrivati sul

doppio luogo della battaglia. Agli assalitori era ora preclusa ogni via di fuga; non

restava loro che combattere ormai una partita impari per numero e per valore contro

un nemico che li aveva già accerchiati. Anche gli elefanti furono determinanti nella

lotta, poiché consentivano ai rajaputi che li montavano di colpire il nemico dall’alto.

Nel volgere di poco tempo, infatti, i rivoltosi furono tutti massacrati. I rajaputi si erano

comportati al meglio ed erano riusciti a distruggere un nemico che con lo stesso numero

di uomini li aveva colti di sorpresa nel peggiore dei modi. Ma con quali perdite! Erano

stati contati cinquantotto cadaveri, senza considerare qualche vittima tra i portatori.

Questi vuoti, per una spedizione che doveva ancora cominciare a combattere contro il

grosso del nemico, erano preoccupanti.


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Che tristezza vedere quel fiume di sangue e quella moltitudine di cadaveri. La

spedizione era cominciata male anche se non si poteva dire di non essere stati fortunati.

Fra i cadaveri dei nemici, se qualcuno lo avesse riconosciuto, si sarebbe facilmente

notato il corpo di Sou-Long, la spia cinese sfuggita a Sandokan presso il suo

accampamento.

Le ore a venire furono impiegate a seppellire i cadaveri e a riorganizzare la colonna.

Così Sandokan dette il segnale della partenza, disponendo i suoi uomini similmente

alla formazione precedente; soltanto un ammonimento fece a tutti: quello di tenersi

in contatto ogni tanto con dei messaggeri che andassero dal centro agli estremi

della colonna e viceversa, onde verificare che le distanze venissero mantenute e che

tutto procedesse bene.

Intanto Rankut si preoccupava dei portatori e dello stato di salute degli elefanti che per

fortuna si erano salvati, mentre Mambur con faccia torva controllava minutamente le

casse di denaro per vedere se vi mancasse qualcosa. La marcia proseguì sino a sera

quando il giovane sultano dette il segnale della fermata. Si accamparono in un luogo

ove il sentiero si allargava in una specie di radura. Erano sicuri che almeno per quella

notte non sarebbero stati riattaccati. Ciò nonostante Tuirek non tralasciò di predisporre

alla veglia le sentinelle, secondo gli ordini ricevuti da Sandokan.

La notte trascorse tranquilla e la mattina successiva la compagnia di buon ora si

rimise in marcia, senza la solita allegria che li aveva accompagnati sin'ora: tutti stavano

cercando infatti di dimenticare la perdita di tanti compagni.

Intanto, su un'hauda i due veri registi di questa spedizione, Sandokan e Rankut,

stavano discutendo sull'accaduto:

- Sicuramente qualcuno - disse Sandokan - non vuole farci giungere sino alla nostra

meta, e sicuramente questo qualcuno conosce bene dove ci stiamo dirigendo.

Rankut, mentre si stava grattando furiosamente la testa attraverso il turbante, atto che

faceva sempre quando era molto preoccupatao, rispose:

- A momenti ci riuscivano! Comunque questo significa anche che la nostra meta è

quella giusta! Quindi, secondo me, non resta che proseguire e alla svelta.

- Sono anch'io di questa idea. Non vorrei però incontrare forze preponderanti e rischiare

di essere distrutti. Abbiamo avuto prova .del fatto che il nemico non fa economia di

uomini e bisogna essere prudenti.

La loro conversazione seguitò in questi termini per parecchio tempo ancora mentre

tutto procedeva tranquillamente. La colonna passò per sentieri facilmente percorribili

e per zone di foreste fittissime, dove si incontravano sovente delle paludi e delle

piccole radure.

La marcia proseguì in perfetta tranquillità finché in tarda mattinata notarono che la

foresta cominciava leggermente a diradarsi per terminare bruscamente più avanti in

uno sterminato panorama collinare. L'avanguardia diede la notizia al resto della

spedizione che si schiacciò in avanti sul limitare della foresta in attesa che i capi

decidessero il da farsi. La compagnia si trovava sulla sommità di un piccolo altopiano e

s'intravedeva la città di Sindumin in lontananza, costruita nella valle sottostante orlata

di tante altre piccole colline.

Il rajah ed i suoi luogotenenti stavano pensando che ormai, considerando il tempo che

era passato dall'inizio della loro spedizione e da quanto avevano appreso a Sipitang, che

la città doveva già essere caduta in mano al nemico e che questo si stava probabilmente

rimettendo in viaggio per avanzare verso l'interno. Se le bande dei rivoluzionari fossero

già uscite da quella valle, infatti, la compagnia reale, avrebbe incontrato sul proprio

cammino il grosso dei rivoltosi, dato che la loro prossima meta sarebbe stata

probabilmente proprio la citta di Sipitang che Sandokan aveva appena visitato.


65

Era quindi da presumere che le truppe dei rivoltosi stessero or ora lasciando la città per

procedere oltre.

Uscirono quindi subito dalla foresta ed i primi uomini si affacciarono dalla sommità

della collina per vedere bene la reale situazione nella valle. Tutti furono stupiti

nell'accorgersi di quanto le loro previsioni avessero colto nel vero. La città, vista ora

nella sua interezza, portava evidenti segni di assedio e di saccheggi. La cinta muraria,

infatti, era stata fatta saltare in più punti, da molti dei quali si alzava ancora un distinto

pennacchio di fumo. Di lì erano sicuramente entrati i soldati ribelli. Sulla cinta di mura

della città non si vedevano milizie del regno ma solo qualche cadavere sparso qua e

là sia sopra che sotto le mura. Il panorama che si scorgeva, all'interno della città non

era certo migliore: molte capanne, botteghe, casupole ed osterie erano state

incendiate e risultavano completamente distrutte ed ancora davano gli ultimi segni

delle fiamme appena spente. Si intravedevano pochi abitanti per le strade: forse

erano solo coloro che avevano perso la casa o tutti i loro beni in seguito al saccheggio o

forse erano quelli che chiedevano aiuto a qualche loro conoscente dei dintorni. Quanta

tristezza provavano ora tutti i membri della spedizione! Erano arrivati troppo tardi.

Nel cuore di Sandokan si era già formato un nuovo e più distinto sentimento di odio

perfetto nei confronti di chi aveva ordinato e di chi aveva eseguito questa

devastazione nella sua città. Intanto volle cominciare col punire subito gli artefici

materiali di quel disastro.

- Eccoli laggiù! - esclamò il sultano.

Le truppe dei soldati nemici stavano infatti uscendo fuori della città proprio in quel

momento. Dai loro movimenti si intuiva che essi non avevano alcuna intenzione di

partire subito. Probabilmente volevano attendere almeno l'indomani. Stavano infatti

allestendo alcune tende e dei rudimentali ripari per la notte o per accogliere e

curare i feriti della battaglia.

Nella mente di Sandokan cominciava quindi a delinearsi un feroce progetto del quale

discusse con i suoi fidati sottocapi. Decisero così di non aspettare che il nemico

cominciasse a scalare la collina, ma di attaccarlo subito, quando forse gli uomini delle

bande ribelli, provati dalla recente battaglia, erano sicuramente più vulnerabili. Tutti

uscirono quindi dalla foresta e si prepararono tosto alla battaglia. Si decise che i

portatori al riparo sarebbero rimasti celati tra gli alberi. Sandokan diede ordine ai suoi

uomini di impiegare il resto della giornata per costruire delle rudimentali catapulte così

da poter attuare immediatamente il suo piano quella notte stessa. Molti uomini, quindi,

si misero subito e di gran lena a cercare rami adatti, piccoli tronchi, liane ed altri oggetti

a loro utili nella foresta. Quando tutto l'occorrente fu raccolto, sotto diretto controllo e

comando di Sandokan, furono costruiti tre piani di legno simili a zattere, sopra i

quali furono abilmente montati tre bracci di catapulta. I bracci in legno, costruiti

utilizzando adeguate parti di alcuni giovani alberi, erano tenuti flessi da alcune liane che

li trattenevano piegati pronti al tiro. Con lo stesso principio dell'arco, appena essi

fossero stati sganciati sarebbero scattati in avanti lanciando sui nemici i materiali di cui

erano caricati. Quando tutto questo fu ultimato, infatti, vennero costruite molte palle

usando un intreccio di rametti, foglie secche, una specie di cotone raccolto da alcuni

alberi che si trovavano nei dintorni; il tutto era imbevuto con una copiosa quantità di

resina: un volta incendiate esse avrebbero costituito degli ottimi proiettili infuocati per i

nemici. Così tra un preparativo ed un altro si fece presto sera, ma non fu trascurata la

cena. Conclusa che fu anche questa, non senza la dovuta calma, ben badando di

non accendere alcun fuoco e di non produrre alcun segno della propria presenza in

quel luogo, ed una volta che le tenebre si furono infittite, Sandokan diede ordine di

iniziare l'attacco. Come era stato stabilito Sekil sarebbe rimasto sulla collina con una

decina di


66

uomini per difendere i portatori e per manovrare le catapulte, mentre gli altri si

sarebbero slanciati, al momento opportuno, sul nemico, utilizzando anche gli elefanti,

che sarebbero diventati vere macchine da guerra..


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CAPITOLO SETTIMO

LA LIBERAZIONE DI

SINDUMIN

- Accendete le prime tre palle! - comandò ad un tratto Sandokan.

Subito gli uomini incaricati infiammarono con gli acciarini tre proiettili che lanciarono

in aria con una poderosa fiammata.

- Caricate di nuovo- riprese Sandokan.

Immediatamente, sollevate con dei lunghi rami di legno, altre tre balle di materiali

resinosi furono poste nel loro vano di lancio.

- Fuoco! - ordinò allora con voce tonante e senza ombra di esitazione Sandokan.

I tre uomini addetti al servizio delle catapulte sganciarono subito le funi che tenevano

tesi i bracci di quelle bizzarre macchine da guerra. Quasi perfettamente all'unisono tre

strisce di fuoco solcarono il cielo per andare a cadere con una precisione millimetrica al

centro dell'accampamento nemico incendiando una tenda ed ustionando parecchi

selvaggi nemici, mentre tre altri piccoli roghi si accendevano nel medesimo posto ove si

trovavano i precedenti. Subito nella compagnia nemica, che contava pressappoco un

paio di centinaia di uomini, si creò un movimento simile a quello di un gruppo di

formiche, che essendo prima tutte attaccate a vari pezzetti di pane fuggono poi in

ogni direzione quando si tira loro addosso un oggetto. Tre volte le catapulte

lanciarono con perfetta sintonia sul campo nemico mentre i rivoltosi stavano cercando

di organizzare una difesa. Quattro tendoni erano stati incendiati e così anche molti

cespugli e cumuli di erbacce secche che si trovavano lì vicino.

II nemico era in difficoltà. Sandokan allora pensò che era questo il momento opportuno

per caricare. Diede quindi ordine ad una parte dei suoi fidi di salire in groppa agli elefanti.

- Cessate il fuoco! – urlò, poi, appena fu tirata la quarta bordata di palle.-All'attacco!

Subito un urlo terribile si alzò dall'alto della collina e quasi tutta la compagnia, senza né

ordine né schemi, si slanciò , come un gruppo di demoni scatenati, all'attacco del

nemico, lasciando Sekil con dieci uomini a guardia delle catapulte, nel caso fosse stato

necessario riprendere quello strano bombardamento.La carica era aperta dagli elefanti.

Come un branco di cavallette in arrivo su un campo di grano, Sandokan ed i suoi uomini

cominciarono una furiosa discesa dalla sommità della collina verso la valle; percorso

che non era difficile fare in quanto il terreno era quasi tutto erboso con soltanto qualche

pietra qua e là. I pachidermi barrivano spaventosamente, agitando le proboscidi.


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Tutti gli uomini del rajah, anche a costo di rompersi l'osso del collo, avrebbero fatto

qualunque cosa per sfruttare questa pendenza a loro favore per andare più veloci.

Mentre Sekil ed i suoi compagni guardavano con apprensione quella scena, il nemico

cominciava ad organizzarsi per la difesa.

Si aveva infatti l'impressione che la banda dei rivoltosi volesse spezzarsi in due gruppi:

spostandosi una metà sulla destra e l'altra sulla sinistra per accogliere i soldati reali nel

mezzo. Questo movimento che era comunque soltanto accennato non fuggì a Sandokan

e ai suoi che aumentarono ancor di più la corsa per anticipare ogni possibile mossa

nemica.

In poco tempo le truppe reali erano quasi arrivate alla base della collina, ma altrettanto

era diventata evidente la divisione delle bande dei selvaggi nemici che stavano

formando un semicerchio nella pianura nel quale era ormai quasi impossibile per gli

attaccanti non finire dentro.

- Poggia! Poggia da una parte . . . Dannazione ! Attenti a non cadérci dentro! -

sussurrava tra sé e sé Sekil, dall'alto del suo punto di osservazione, rivolto al rajah ed ai

suoi.

Purtroppo, però, forse presi dalla foga dell'attacco, i rajaputi non si resero conto per

tempo che stavano cadendo dritti nel tranello; cosicché arrivati ai piedi della collina si

ritrovarono affatto circondati. Una scarica di fucili diretta agli elefanti ne atterrò sei.

In quel momento le due ali dei nemici stavano precludendo agli attaccanti anche la via

di dritta. I rivoltosi concentrarono il fuoco solo sui pachidermi, che vennero così tutti

uccisi. Nella caduta molti uomini che li montavano rimasero gravemente feriti. Solo

Sandokan, con un’abile capriola, riuscì ad evitare di rimanere travolto dal corpo del suo

animale.

Sulla collina gli uomini di Sekil, impotenti mentre osservavano la scena, si mordevano

le labbra a sangue.

Sandokan si rese conto solo in quel momento che aveva portato le sue truppe dritte

nella trappola del nemico. Ma era troppo tardi. Subito successe l'unica cosa che poteva

accadere: l'impegnarsi di una feroce lotta all'arma bianca tra gli uomini del rajah e il

semicerchio dei ribelli che si era chiuso subito su di loro. I colpi dell'acciaio contro altro

acciaio si susseguirono con ritmi serrati tanto da dar luogo ad un rumore prolungato e

costante. Certo non si poteva confrontare il valore dei soldati del rajah con quello degli

avversari, mentre come fattore numerico i nemici erano di gran lunga superiori ai

rajaputi.

Ad un certo punto Sandokan ed i suoi uomini si accorsero che i nemici erano

drasticamente diminuiti. Erano forse morti? Sembrava strano. Ognuno si stava ponendo

simili domande quando tutti videro ogni uomo nemico fare un improvviso dietro-fronte

e fuggire all'unisono allontanandosi dal luogo del combattimento. Gli uomini del

sultano dovevano ancora riprendersi dallo stupore cagionato da questo comportamento

quando videro tre lingue di fuoco solcare il cielo e dirigersi proprio su di loro.

* * * * * * * * * * * *


70

Ma cosa era accaduto?

Erano stati vittime di uno sporco tranello. I rivoltosi infatti avevano ordito un piano per

decimare i soldati reali. La prima mossa doveva essere quella di stringere gli assalitori

in un cerchio di ferro e fuoco a ridosso della collina.

I rajaputi così oppressi all'interno di questo cerchio non avrebbero potuto accorgersi,

come difatti accadde, che dal gruppo dei rivoluzionari che formava la seconda linea del

semicerchio, si andavano via via staccando sempre più uomini. I combattenti che si

allontanavano dallo scontro si apprestavano a formare un gruppo di una sessantina di

persone che aveva un compito ben preciso.

Sekil ed i suoi, dall'alto della collina, pur notando quello spostamento di uomini non vi

fecero troppa attenzione in quanto erano concentrati sul campo di battaglia dove il

combattimento era più cruento.

Comunque sia quel gruppo di nemici si spostò, inosservato verso la base dalla

collina, finché cominciò a risalire il pendio in un punto dove, grazie alla curva che

faceva la stessa altura, non poteva essere visto dalla postazione di Sekil.

Il lettore avrà già intuito i progetti degli assalitori i quali in poco tempo raggiunsero la

sommità del colle, aggirando il piccolo distaccamento di rajaputi onde prenderli alle

spalle.

La truppa di Sekil, così, non si avvide della manovra dei nemici se non quando, con la

coda dell'occhio, li videro sbucare dai cespugli che delimitavano l'altopiano alla loro

sinistra e cominciare a correre disperatamente verso di loro.

I soldati del sultano capirono subito tutto: quegli uomini si volevano impadronire delle

catapulte.

Sekil si assestò un formidabile pugno sulla testa. Cosa potevano ormai fare dieci uomini

contro un così nutrito numero di nemici? Ciò nondimeno gli intrepidi difensori decisero

di resistere sino all'ultimo: non rimaneva loro che usare le carabine e le scimitarre, non

avendo certo il tempo di caricare e sparare con le catapulte, considerata la vicinanza

dei nemici. I dieci uomini, allora, facendosi scudo proprio con le tre catapulte,

cominciarono a sparare sugli assalitori. Una terribile bordata di dieci carabine caricate a

mitraglia investì gli assalitori mietendo numerose vittime.

- Ricaricate! - urlò allora Sekil.

Non ebbero però il tempo di fare ancora fuoco in quanto la distanza che li separava

dagli assalitori era stata ormai colmata dal procedere della loro folle corsa. Si impegnò

quindi un duro quanto insostenibile duello all'arma bianca. Ogni difensore si trovava

oppresso ed accerchiato da almeno cinque nemici.

I soldati reali, per quanto valorosi e per quanto riuscissero ad uccidere un gran numero

di nemici, cominciarono a cadere uno ad uno, spesso colpiti alle spalle. Sekil riuscì a

divincolasi dai suoi assalitori e a raggiungere a fatica le palle di rami e resina che si

trovavano per terra pronte per l'uso. Ce ne erano ancora sei. Egli allora cominciò subito

a prenderle a calci e a saltarci sopra, nel disperato tentativo di distruggerle onde il

nemico non le potesse utilizzare contro le stesse truppe reali. Mentre stava facendo

questo lavoro, però, una palla di rivoltella, lanciatagli da un vile assalitore lo raggiunse

alla schiena, dietro il cuore. Egli cadde allora in ginocchio e si accasciò sulla palla che

stava calpestando. Guardava melanconicamente i fili d'erba sotto di lui; un ragnetto che

camminava in cerca di cibo, i suoi compagni che cadevano sotto i colpi nemici; ma era

distaccato da tutto ciò, lui non era più lì; era lontano mille miglia; non faceva più caso al

dolore della ferita e delle spine dei rovi intrecciati che gli pungevano la pancia. Stava


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bene. Ora lì non si combatteva più; poco gli importava se un selvaggio lo stava

prendendo a calci, perché il suo corpo impediva di raccattare i resti della palla. Tutti

armeggiavano, avevano un gran da fare, ma a Sekil tutto ciò non riguardava; era lontano

da quei luoghi. Poi lentamente gli si oscurò la vista . . . . quindi il buio. Il nulla.

Tutto si era risolto in un massacro di quel pugno di eroi. Le catapulte erano state prese

e, siccome erano avanzati solo tre colpi, il capo di quella spedizione diede subito ordine

di costruirne al più presto degli altri. Così passò del tempo mentre giù alla base della

collina il combattimento procedeva come già sappiamo; comunque, grazie al loro gran

valore gli uomini di Sandokan erano riusciti a portare alla pari il proprio numero con

quello del nemico.

Ricostruite le palle necessarie, subito ne furono accese tre: questo era il segnale

convenuto per comunicare ai combattenti della vallata di disimpegnarsi. Notando quelle

fiamme i rivoltosi che si trovavano intenti al combattimento contro le truppe di

Sandokan si sganciarono prontamente dalla pugna per non venire investiti da quella

imminente pioggia di fuoco.

* * * * * * * * * * *

Ci volle qualche secondo prima che Sandokan ed i suoi riuscissero a realizzare quello

che era accaduto. Quando si resero conto del motivo della fuga dei nemici erano già

stati colpiti in pieno dalle prime tre palle infuocate, mentre altre erano già in aria avendo

i rivoltosi caricato le catapulte con grande celerità.

Questo primo attacco aveva già gravemente ustionato sei uomini; per non essere

ulteriormente colpito l'esercito di Sandokan cominciò a sbandarsi. Ci volle la grande

autorità del principe e la perfetta fiducia che tutti avevano nei suoi confronti per riuscire

a riorganizzare la formazione allo scopo di sottrarsi ai pericoli. Così alla voce tuonante

di Sandokan che li richiamava all'ordine, i rajaputi gli si riavvicinarono, come se

fossero state tante api che si dirigevano verso l'alveare.

Intanto gli avversari del rajah nella valle avevano formato un semicerchio molto più

ampio di prima ma pur sempre opprimente per le armate del sultano a ridosso della base

della collina. Questo teneva gli accerchianti fuori dal pericolo delle palle infuocate ed

avrebbe reso difficile a Sandokan allontanarsi senza problemi.

Si trattava di prendere una decisione alla svelta. Tentare di riconquistare la sommità

della collina, scalandola da quel punto, sarebbe stata pura follia: poteva essere un

massacro. L'unica cosa che da fare era quella di avvicinarsi il più possibile ai soldati

nemici, così da non permettere a quelli sulla collina di sparare senza pericolo di colpire i

loro compagni. Ciò deciso il rajah urlò subito il suo ordine e tutti si slanciarono in una

folle corsa verso il lato sinistro della collina, per raggiungere i soldati nemici e per

attaccare di nuovo battaglia. Così facendo si sarebbero sottratti al fuoco dei rivoltosi ed

avrebbero cercato anche di vendicare i loro amici rimasti a guardia delle catapulte, i

quali certamente dovevano aver fatto una gran brutta fine.


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Proprio quando i soldati del rajah ebbero cominciato a correre si abbattè su di loro la

seconda bordata di palle infuocate che, anche se questa volta mal diretta a causa della

loro imprevista corsa , mietè almeno altre due vittime che con gli abiti in fiamme

caddero a terra urlanti, rotolando tra i dolori. Bastò questo ultimo fatto, questa ultima

goccia perché dal petto dei soldati reali uscisse unanime un spaventoso coro di grida. La

corsa aumentò e la sete di sangue e di vendetta invase subito gli animi di tutti i

superstiti. In breve tempo, nonostante un timido e male organizzato tentativo di

allontanamento da parte dei rivoltosi dalle truppe di Sandokan gli accerchianti furono

raggiunti e dalle catapulte non si ebbe più il tempo di tirare una terza bordata di palle.

Ai venti uomini, circa rimasti alle catapulte, ora non rimaneva che assistere al

massacro dei compagni nella valle, poiché nulla poteva ora fermare gli uomini di

Sandokan, anche se ormai ridotti ad un centinaio scarso.

Tutti i rivoltosi formanti il semicerchio, nelle parti più lontane dal punto del

combattimento, abbandonarono in breve la loro posizione e cominciarono a correre

disperatamente in aiuto dei compagni. Quando i più lontani arrivarono su luogo dello

scontro, però le sorti dello stesso erano già segnate. Molto dell'esito di una battaglia

dipende infatti più dal morale dei combattenti che dal loro numero ed in quel momento

il morale dei rajaputi era altissimo. Tutti loro menavano ormai i colpi quasi

automaticamente, senza rendersi più conto delle mosse che facevano e del perché le

facevano: rompevano teste, mutilavano gambe e braccia, infilzavano uomini,

schivavano colpi pericolosi anche se qualcuno purtroppo cadeva colpito a morte. Ma ciò

non arrestava punto la tremenda macchina di distruzione che era diventata ormai

quel gruppo di uomini affiatatissimi. Ad un certo punto Sandokan si rese conto che

stavano si vincendo ma pagando cara la loro vittoria. Il numero delle sue truppe

diminuiva infatti inesorabilmente. Questo decrescere non doveva però durare ancora a

lungo; infatti con il suo grande impeto l'esercito reale era riuscito quasi a sconfiggere

definitivamente il suo avversario. Gli uomini attaccati avevano a questo punto

completamente perso il controllo della situazione e cadevano uno dopo l'altro senza

opporre più resistenza. Nel frattempo i rivoltosi sulla collina pensando di non poter

mutare l’esito della battaglia, nemmeno se si fossero precipitati verso la vallata,

impauriti e presi da una gran terrore per la disfatta totale, assistevano impotenti alla

battaglia. Ormai le truppe di Hold ai piedi della collina si erano ridotte a solo una

ventina di uomini.

Quando il numero di questi fu ancor più diminuito, i combattenti persero

completamente le ultime speranze e, sbandandosi, si diedero a fuggire disordinatamente

in tutte le direzioni.

A questo punto la prontezza di spirito di Sandokan fu risolutiva; egli infatti aveva già

previsto quale sarebbe stata la prossima mossa dei nemici. Frenò quindi a stento i suoi

soldati, che già stavano per slanciarsi all'inseguimento dei fuggitivi, e subito ordinò loro

un'ultima corsa verso la collina. Sandokan, infatti, molto accortamente, non si era

dimenticato dei nemici rimasti presso le catapulte i quali non avrebbero certamente

esitato a lanciare altre palle infuocate sui suoi uomini, ora che non correvano più il

rischio di colpire i loro amici. Il sultano aveva intuito bene. Le catapulte infatti poco

dopo lo sbando dei rivoltosi, non tardarono a vomitare nuovamente fuoco e ad investire

i rajaputi.


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Questi, nonostante si fossero mossi prontamente furono comunque colpiti da almeno

altre sei palle, prima di giungere ai piedi della collina dove sarebbero stati fuori dal

tiro nemico. Appena arrivati al riparo, si accinsero alla scalata per raggiungere e

combattere gli ultimi nemici. Questi però non avrebbero certo dato la loro pelle per

poco e non appena i soldati reali raggiunsero presso a poco un altezza di mezza costa,

subito cominciarono ad alimentare un nutrito fuoco di carabine e pistole contro di loro. I

soldati del rajah erano stanchi ma non potevano percorrere altre strade per raggiungere

la sommità della collina in quanto un aggiramento a valle li avrebbe comunque esposti

al fuoco delle catapulte. Così, trovandosi in una posizione tanto svantaggiata, non

avevamo altro da fare che salire il più velocemente possibile e rispondere, per quel che

potevano, al fuoco nemico. Mentre però i soldati reali riuscivano a stento a strappare

qualche vita all'esercito rivoltoso, i loro nemici stavano letteralmente decimando la

compagnia dei rajaputi, già ridotti ad un numero tanto esiguo. Lentamente,

comunque, conquistavano terreno. Cercavano di schivare il più possibile i colpi sia

buttandosi a terra e rotolando, sia fingendosi morti onde poter così uccidere senza essere

visti.

Riuscirono finalmente ad arrivare alla sommità del pianoro. I primi che raggiunsero

quella meta si scagliarono violentemente e senza esitazione addosso ai nemici,

innescando così l'ennesima furibonda battaglia all'arma bianca subito imitati dal resto

dei superstiti. I soldati reali erano ormai ridotti solo ad una ventina di uomini. Numero

che però avrebbe dovuto trasformarsi nel triplo non appena i soldati si avvidero di ciò

che i selvaggi avevano fatto ai propri compagni. Ognuno riconobbe tra i cadaveri che

giacevano a terra un fratello, un amico, un fedele compagno di viaggio. Sandokan

riconobbe tra tutti Sekil, caduto morto sulle palle da catapulta che stava distruggendo.

In quel momento dalla gola di tutti uscì un grido come di belve ferite. A vedere

quell'ultimo massacro erano decisi a punire gli ultimi superstiti del nemico ad ogni

costo. Da quel momento in poi gli avversari del rajah si trovarono di fronte non a venti

ma a quaranta uomini risoluti a tutto. I soldati reali affrontarono i rivoltosi in maniera

così violenta e furiosa che riuscirono a portare il loro numero prima alla pari poi al di

sopra di quello dei rivoltosi. Questi ultimi, da parte loro, si vedevano inesorabilmente

sopraffare e sconfiggere cosicché ad un certo punto si persero completamente

d'animo e cedettero senza più poter reagire all'imminente vittoria dei soldati reali.

Sandokan e i suoi erano riusciti ad accerchiare gli ultimi sopravvissuti così da non

permettere loro neanche di fuggire; era troppo infatti il loro furore causato da tutti quei

morti. I rivoltosi, frattanto, non si rendevano neanche conto di quanto fossero rimasti in

pochi e seguitarono a combattere, finché anche l'ultimo cadde infilzato dalla scimitarra

del fido Rankut, miracolosamente scampato a quella falcidia.

I rajaputi erano ormai ridotti a sole sei persone.

Rimase ora in quel luogo un silenzio di desolazione che commentava da se la

situazione; tutti restarono zitti per quasi un ora durante la quale ognuno, seduto par

terra, su una roccia o su un tronco d'albero, si mise a pensare a quante vite, a quanti

giovani o veterani della guerra avevano quel giorno visto scomparire.


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Che panorama si presentava loro guardando la valle! Quanti morti! Che prezzo per la

vittoria! Alcune lacrime furono versate da ogni soldato, finché lentamente, nella mente

di ognuno il pensiero più prepotente divenne quello di tornare a casa a riabbracciare i

familiari. Quando il momento fu più opportuno tutti si guardarono con un sospiro e

Sandokan ruppe il silenzio dicendo con voce cupa:

- Ci fermeremo qui per il resto della giornata di oggi e per quella di domani;

raccoglieremo tutti i cadaveri e gli faremo dare debita sepoltura da chi è rimasto in

quella cittadina laggiù. Sarà il compenso che chiederemo a coloro i quali sono stati da

me liberati da sicura tirannia da parte dei capi rivoltosi. Due di voi vadano in città a

sincerarsi delle condizioni degli abitanti e a chiedere loro quanto ho detto, altri due si

inoltrino un poco nella foresta per vedere cosa è stato di tutti i portatori, mentre tu

Rankut vieni con me a vedere se c'è ancora qualcuno in vita tra tutta questa gente.

Gli ordini di Sandokan furono messi tosto in pratica. Non appena i due volontari

arrivarono nella cittadina, subito trovarono un crocchio di persone le quali aveva assistito

trepidanti alla battaglia e che erano pronte a tutto per mostrare la loro gratitudine ai

propri salvatori e per raccontare loro quella che era stata la storia degli ultimi eventi.

I due inoltratisi nel bosco, invece, trovarono, di tutta la compagnia di portatori, soltanto

Mambur che era lì ad attenderli, tutto preoccupato, con il suo cofanetto in mane ed un

cornac con alcune casse di viveri e munizioni al quale Sandokan non avrebbe tardato

a consegnare una lauta ricompensa per la sua fedeltà.

I due rimasti avrebbero raccontato poi al sultano che gli altri, vedendo che la situazione

non volgeva al meglio, non avevano tardato a scappare in gran fretta da li,

abbandonando a terra tutti i loro carichi. Molte casse erano state distrutte dai selvaggi.

Giunta la mattina del terzo giorno, quando tutti si furono confortati a vicenda ed i due o

tre feriti trovati dal gruppetto dei sopravvissuti furono curati, quel tanto che avrebbe

permesso loro di affrontare la marcia del ritorno, ricevettero provviste d'acqua dai

cittadini di Sindumin. Dopo che, come previsto, tutti i morti ebbero trovato la loro

sepoltura, i membri della piccola colonna di Sandokan, dopo aver dato il loro estremo

saluto ai morti ormai sepolti, si accomiatarono, con i più vivi auguri, dai paesani della

cittadina ed iniziarono, ancora mesti, il triste viaggio di ritorno che, senza incidenti,

qualche giorno dopo li avrebbe ricondotti a casa.


76

CAPITOLO OTTAVO

L'INSURREZIONE

Sandokan appena rientrato nella capitale, dopo un lungo ed affettuoso abbraccio ai suoi

familiari, decise di riposarsi per riprendersi dalle inaudite fatiche sopportate durante la

campagna di guerra appena conclusasi. S'immerse quindi in un buon bagno caldo e si

affidò poi ad abili massaggiatori, essendo gli orientali maestri nell'arte di rigenerare e

tonificare i muscoli del corpo, dando al contempo rilassatezza alla mente. Un sonno

d'alcune ore lo rese di nuovo pronto ad affrontare gli urgenti problemi del giorno. Come

prima cosa si recò nelle stanze dei genitori ove erano riuniti anche fratelli e sorelle.

Quale fu la gioia reciproca di ritrovarsi finalmente e di nuovo assieme, ve la potete

immaginare. Dopo le effusioni ed i saluti affettuosi, cominciarono i racconti di tante

disavventure. Per primo parlò Selim, spiegando con ricchezza di particolari come s'era

svolto il suo viaggio verso i popoli ad est del regno, storia che i lettori ben

conoscono.

Fu poi la volta di Sandokan che intrattenne i presenti sulle avventure appena vissute.

Immaginate lo stupore, la rabbia e la delusione che tutti provarono a mano a mano che i

due viaggiatori spiegavano i tradimenti, gli inganni, le infamie accaduti in quelle

settimane di viaggi. Ognuno cadeva di sorpresa in sorpresa, di stupore in stupore per il

succedersi degli infausti quanto imprevedibili eventi che gettavano tutti nella più

profonda tristezza ed inquietudine.

Ai resoconti narrati seguì un lungo silenzio, che fu rotto alfine dal giovane Agun, il

quale, pur restando nella capitale non era certo rimasto inoperoso. Con l'aiuto del padre,

il vecchio Muluder, che era da ogni suddito amato e rispettato, Agun aveva

sguinzagliato spie e poliziotti per ogni dove, sia in città sia nelle vicine campagne, onde

acquisire più notizie possibili, anche quelle più insignificanti. Le informazioni raccolte

furono le seguenti: un bianco, facendosi passare per inviato del sultano di Varauni, stava

disseminando per i villaggi costieri, ai capi tribù, ai vari dignitari, ai comandanti

dell'esercito ed alle stesse truppe, oro, rupie, ed armi a profusione. Tali regalie venivano

date a chi, civile o militare, laico o religioso, giovane o vecchio, ricco o povero,

abbracciasse l'anelito di rivolta che andava a propugnare contro Sandokan e contro il

vecchio sultano.

Le promesse, che potessero allettare chi tradiva, e che comunque avevano buona presa

su quelle popolazioni, erano le seguenti: indipendenza piena per ogni città, villaggio o


tribù; protezione completa da parte del potente sultano di Varauni e promessa da parte di

questi di non esigere tasse o tributi. Le motivazioni, che gli emissari di questo

bianco sobillatore diffondevano tra le popolazioni al fine di giustificare ed invogliare

all'insurrezione, erano invece queste: il sultano Muluder si apprestava a muovere

guerra a tutti i popoli vicini al regno di Sabah e, per far questo, avrebbe preteso da ogni

capo di villaggio o governatore tutti gli uomini abili alla guerra, enormi tributi in

denaro e tutte le donne belle e giovani che sarebbero state vendute a mercanti di

schiavi onde procurarsi in cambio cannoni, munizioni, e prahos da guerra.

Queste bugie avevano purtroppo trovato ascolto in molti popoli ed alcune tribù avevano

già inalberato il vessillo della rivolta.

In taluni villaggi le truppe di Muluder avevano già impegnato battaglia con alcune

colonne d'insorti che erano stati dispersi dopo aspri combattimenti. Ma nella ritirata

queste bande, guidate dallo stesso capo bianco, avevano sparso rovina e distruzione;

attraversavano i villaggi rivieraschi, compiendo delle stragi orrende. Chi non

abbracciava la causa dell'insurrezione veniva decapitato seduta stante. Saccheggi ed

esecuzioni sommarie per ogni dove: queste erano le notizie che gli informatori del

vecchio sultano avevano raccolto nelle ultime settimane. Si poteva dire che l'intero

ovest era in fiamme e che in quella zona nessun paese era stato risparmiato: o i capi

tribù erano passati dalla parte del nemico o i villaggi erano stati rasi al suolo. A mano a

mano che si scambiavano queste notizie e si leggevano i resoconti della polizia, i

convenuti s'addoloravano sempre di più, anche perché nessuno s'aspettava che in così

poco tempo potesse scoppiare e dilagare un'insurrezione del genere, quando, sino a

tre mesi prima, nessuna relazione era pervenuta alla capitale circa la più piccola rivolta,

salvo alcuni lievi malcontenti in talune zone del paese. Il dispiacere per queste notizie

era straziante per tutti.

Sandokan aveva gli occhi che lanciavano fiamme e passeggiava nervosamente per la

sala. La madre e le sorelle piangevano in silenzio un poco discoste. Il padre era più

stupito che preoccupato.

Sandokan, bramoso di conoscere ogni particolare in loro possesso su quest'angosciosa

situazione, rivolto al fratello che già aveva fornito tante informazioni, disse:

- Agun, non tralasciare nulla nel tuo racconto. Dicci anche le cose che

ritieni insignificanti. Parla, ti prego.

Il giovane fratello arricchì quindi il suo racconto:

- Durante la vostra assenza ho provveduto a sguinzagliare i migliori uomini, tra

quelli più fidati. Sulle prime mi riferirono solo di sporadici incidenti tra piccoli

gruppi di rivoltosi e le nostre guardie in alcuni villaggi lontani dalla capitale; la

situazione appariva comunque sotto controllo. Ero quindi tranquillo. Un giorno

arrivarono alla reggia quattro nostri luogotenenti che comandavano alcuni

distaccamenti locali, molto distanti dalla capitale, che mi riferirono che le

condizioni di sicurezza stavano improvvisamente peggiorando. Infatti in più

villaggi si segnalavano scontri a fuoco ed eccidi di massa, portati a termine da gruppi

sempre più numerosi di ribelli.

- Ma il capo della polizia, che nostro padre pagava profumatamente, nulla ti potè

preavvisare circa la costituzione di questi gruppi di ribelli? - domandò Sandokan al

fratello.

- No. Quando lo mandai a chiamare affinchè mi spiegasse come mai mi aveva taciuto

notizie così gravi, fui avvisato che era scomparso. Lo feci ovviamente ricercare e venni

a sapere che era partito proprio in direzione di quei luoghi ove stavano avvenendo tali

incidenti. Sulle prime fui contento per questo viaggio, che credevo fosse il frutto del

suo attaccamento al dovere, ma poi appresi una notizia sconvolgente: s'era invece

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arruolato tra gli insorti ed ora comanda un gruppo, armato di moschetti e pistole, che

semina il terrore tra i contadini e i pastori delle provincie del sud.

- Quindi ci ha tradito quel maledetto! - ruggì Sandokan, preso dal disgusto per queste

continue diserzioni - Tutti ci abbandonano, proprio nel momento del bisogno!

La mano destra di Sandokan corse all'impugnatura del suo kriss, contenuto nell'ampia

fascia rossa che gli stringeva la ricca casacca di leggera tela azzurrina trapunta d'oro, e

strinse nervosamente quell'arma come se dovesse lanciarsi su un nemico che avesse di

fronte. Camminava sempre più nervosamente su e giù per il salone, mentre il resto

della sua famiglia stava a guardarlo con apprensione. Il primo che ruppe il silenzio fu il

vecchio rajah che disse:

- Ascolta, o diletto figlio. La situazione è grave, molto grave. Bisogna prendere delle

iniziative prima che il nostro regno subisca altre devastazioni. Forse la colpa di questa

ribellione è anche mia.

- Tua? - gli chiese Sandokan.

- Si, figlio mio. - seguitò Muluder - Forse negli ultimi mesi, poco prima di cederti il

trono, abbiamo allargato troppo i nostri territori a scapito delle popolazioni del Borneo

che erano ancora indipendenti. Forse abbiamo pensato male, quando credevamo che

così facendo garantivamo una maggiore tranquillità ai nostri confini. Non dovevamo

ampliare troppo i nostri domini. Siamo arrivati sino al fiume Koti a ridosso del sultanato

di Varauni. Nel far ciò evidentemente abbiamo destato il risentimento, la

preoccupazione e l'invidia di quel sovrano, accendendo al contempo l'astio delle

potenze straniere che mal sopportano che esistano regni troppo vasti e troppo potenti.

- Padre, perdonami ma non sono d'accordo in ciò che affermi. - l'interruppe il giovane

sultano - Noi abbiamo tentato di portare la pace in alcuni territori i cui popoli erano

perennemente in guerra tra loro. Ogni anno centinaia, o forse migliaia, di padri e madri

piangevano i propri figli, uccisi in un'inutile guerra fratricida fra tribù della nostra stessa

razza. Abbiamo invece tentato di civilizzare queste terre, introducendo nuovi sistemi

d'agricoltura, insegnando nuove formedi pastorizia, costruendo villaggi e kotte

fortificate per difendere donne e bambini. Abbiamo dato una giustizia a chi

chiedeva al sultano di dirimere controversie e liti, abbiamo fatto cessare riti tribali

violenti e sconfitto il cannibalismo, che ancora si praticava all'interno delle nostre fitte

foreste tra i daiacchi, abbiamo ridotto le tasse promuovendo invece il commercio con

gli stati a noi vicini ed attraverso il mare con quelli lontani. Abbiamo cercato di regnare

non come despoti, cosa alla quale tutti erano abituati da millenni, ma come re

illuminati e democratici. Nulla abbiamo da rimproverarci, anche dal punto di vista del

benessere interno: infatti con le nostre frequenti battute di caccia abbiamo quasi

sterminato tigri, pantere e rinoceronti, che mietevano vittime in gran numero, rendendo

più sicuro il lavoro dei contadini e di chi percorre le savane. In cambio di tutto

questo, ecco che il primo agitatore, per giunta bianco, che si presenta al popolo,

regalando un po' di denaro e qualche fucile, riesce a scatenare una rivoluzione

contro di noi, come se si dovessero scacciare governanti crudeli o inetti!

Sandokan aveva parlato così di getto, spinto da una furiosa collera che lo rendeva simile

ad una tigre ferita. Era tutto teso ed i suoi occhi mandavano cupi bagliori. Il padre tentò

di calmarlo, ma comprendeva che Sandokan aveva completamente ragione. Che

dolore e che delusione provava il cuore del vecchio sultano di fronte a quelle notizie

così spiacevoli! Il loro regno minacciava d'andare in frantumi ed il loro amato popolo li

tradiva, mal ricompensandoli di tanta saggezza. Poi si scosse da questi pensieri e disse,

con voce grave:

- Caro Sandokan . . . . . non ti nascondo che la situazione è grave, ma è in questi

momenti che bisogna mantenere la calma e non lasciarsi prendere da inutili quanto


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dannose sfuriate. Ho ancora del vigore nelle mie vecchie membra e sono ancora lucido

di mente onde poterti aiutare validamente. Se tu accetterai il mio consiglio, che mi

permetto di darti, nonostante sia ormai tu il sultano, forse potremo rimediare a quanto

sta accadendo.

- Certamente che accetterò il tuo consiglio, o padre. Anzi lo considererò come un volere.

Parla pure.

- La nostra strategia potrebbe essere la seguente: ascoltate tutti. - E nel dir questa,

Muluder si avvicinò ad uno stipetto di legno d'ebano intarsiato d'argento, lo aprì e ne

tirò fuori una carta geografica, sulla quale erano tracciati, seppur in maniera grossolana

ed imprecisa, non essendo certo la cartografia sviluppata al tempo del nostro racconto,

monti, fiumi, laghi, foreste, pianure e villaggi dell'immenso regno di Sabah.

I presenti s'avvicinarono ad un tavolo collocato al centro del salone, ove quella carta era

stata dispiegata, e guardarono con attenzione quei disegni.

Muluder, con voce molto decisa, disse:

- Questo è quello che farei, anche se solo tu, caro Sandokan devi decidere, poiché è ora

un tuo dovere e diritto dirigere ogni operazione e prendere tutte le decisioni. Sandokan

si dovrebbe dirigere in questa zona - ed indicò la parte delle coste ad ovest, dove più

accesa s'era scatenata la ribellione - mentre io mi recherò ai confini del regno a sud,

proprio da dove è tornata l'ultima spedizione. Agun invece si muoverà verso est, in

direzione delle tribù che hanno attaccato la colonna di Selim, che invece rimarrà nella

capitale per proteggere la famiglia e la reggia.

Selim volle subito protestare, per essere stato adibito, battagliero e coraggioso come era,

ad un ruolo difensivo e statico, mentre gli altri componenti la famiglia avrebbero

rischiato la vita in una serie di battaglie e scontri campali; ma poi credette opportuno

non dire nulla in quanto si rese conto che il momento era estremamente delicato e serio

e che non era il caso di interrompere quel piano di guerra.

II vecchio sultano aggiunse:

- Ognuno di noi dovrebbe partire con un minimo di truppe, onde non sguarnire la

capitale di guerrieri, ed aggiungere ad ogni colonna i soldati che s'incontreranno nei vari

villaggi o quelli che eventualmente si fossero sbandati nelle campagne. So bene che così

facendo disperderemo il nostro esercito in tre corpi di spedizione, ma si otterrebbero

però tre risultati: per prima cosa potremo controllare nella stessa unità di tempo tre zone

opposte del nostro regno; per seconda cosa potremo colpire il nemico e le bande di

insorti in punti diversi senza correre il pericolo che fugga da una regione per fortificarsi

in un'altra; per terza cosa avremo al nostro ritorno notizie dirette e fresche su tre teatri di

guerra diversi, acquisendo così un quadro della situazione il più possibile completo.

Sandokan prese allora la parola dicendo:

- Quello che hai detto è molto saggio e da perfetto stratega. Approvo in pieno il tuo piano

senza nessuna variazione. Tutti noi plaudiamo a tale idea e la metteremo in pratica

domani stesso. Divideremo le truppe presenti nella capitale in questo modo: una metà

rimarranno in Kin, al comando di Selim, mentre l'altra metà verrà suddivisa in tre corpi

di spedizione, al cui comando ci metteremo noi tre, come tu, o padre, hai suggerito.

Tutti furono d'accordo su questo piano; il consiglio di guerra era quindi ormai

terminato. Ognuno si ritirò nel proprio appartamento e vi trascorse quella che forse

sarebbe stata l'ultima notte di quiete, prima di un periodo che si preannunziava torbido

ed incerto. Infatti l'avvenire doveva riserbare sicuramente una fase di guerre fratricide

ed ognuno di quegli uomini era consapevole del ruolo che avrebbe rivestito e

dell'importanza che la propria azione sarebbe stata determinante per le sorti del regno. Il

giorno dopo Sandokan ordinò al comandante supremo dell'esercito, appunto quel

Batik che il lettore purtroppo ben conosce a fondo, di radunare tutte le truppe nella


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piazza d'arme prospiciente la reggia, che assieme alle caserme per i soldati, i magazzini

generali per i viveri e le varie polveriere, rappresentava una cittadella all'interno della

città.

Batik, su precise disposizioni di Sandokan, aveva lasciato a guardia sulle palizzate che

cingevano la città e nei punti più importanti e strategici delle vicine campagne, tutti i

soldati più anziani e i pochi reduci della colonna di Sandokan, appena tornati il giorno

prima, troppo stanchi per affrontare una nuova campagna di guerra.

Gli uomini radunati nella piazza erano circa mille e duecento. Il loro numero s'era infatti

molto accresciuto in quanto, negli ultimi giorni, molti combattenti erano giunti nella

capitale, provenienti dalle città costiere o da quei villaggi che erano stati occupati dagli

insorti. Questi rinforzi avevano così sopperito alle tremende perdite d'uomini subite

durante la campagna di Sandokan e alla defezione dell'intera compagnia al seguito di

Selim. Erano truppe fedeli, almeno così credevano capi e luogotenenti, tutti natii nel

sultanato e quindi non certo mercenari, facilmente corruttibili.

A tutta questa gente Sandokan aveva detto più volte, e lo ripetè quella mattina, cne essi

avrebbero combattuto per la propria patria a difesa delle loro terre e delle loro famiglie,

contro un nemico guidato da uno straniero, da un inglese, che aveva in odio la loro

razza. Questi furono i concetti che Sandokan ripetè a voce alta, gridando a tutti che il

loro dovere consisteva nel difendere il sultanato da un'insurrezione voluta dall'arroganza

del vicino sultano di Varauni e dagli appetiti di nazioni come l'Olanda e Inghilterra, che

già avevano conquistato tanti territori in India e nell'arcipelago Malese. Sandokan

sapeva bene che molti dei suoi sudditi non avevano comunque mai sentito parlare di

questi paesi stranieri, in quanto gli individui che aveva lì presente erano poco meno che

selvaggi, solo parzialmente civilizzati, ma sperava che il renderli edotti di un pericolo

che proveniva dai bianchi potesse aumentare al massimo l'amor proprio ed il desiderio di

buttare in mare l'invasore.

Dopo aver passato in rassegna tutti i convenuti, concertò con Batik che duecento uomini

l'avrebbero seguito nella sua discesa verso le coste, duecento avrebbero accompagnato il

vecchio sultano ed altri duecento sarebbero stati impegnati con Agun nel tentativo di

ridurre alla ragione i rivoltosi dell'est. Il rimanente, alla cui testa lasciava Selim, doveva

vegliare e fortificare la capitale.

Le tre armate partirono subito, ognuna incolonnandosi ed uscendo da una porta della

città che dava verso la direzione che era meta della relativa spedizione. Sandokan s'era

fatto accompagnare dallo stesso Batik. Il contegno del suo generale l'induceva a

sospettare che non fosse più fedele come un tempo. Infatti nei discorsi avuti con lui prima

della partenza aveva notato un atteggiamento non più risoluto e battagliero come una

volta, ma pieno invece di dubbi ed incertezze. Lo sapeva un uomo sprezzante d'ogni

pericolo e pensava che tali tentennamenti non erano dovuti alla paura ma forse si

dovevano ricondurre ad un'infedeltà crescente o al desiderio d'abbandonare la sua carica

di comandante supremo. Forse non era più convinto di servire una buona causa o che

poteva essere diventato sensibile, anche lui, ai proclami di libertà che declamavano i

rivoltosi e che s'erano diffusi per molte parti del regno. Quindi l'aveva voluto presso di

se per verificare direttamente lealtà ed abnegazione; se avesse invece dimostrato,

durante quella campagna di guerra, incertezza o irresolutezza l'avrebbe immediatamente

destituito dalla carica di luogotenente generale dinanzi a tutte le truppe del suo seguito.

La numerosa schiera, montata tutta su focosi destrieri, aveva preso i sentieri che

menavano in direzione dei paesi posti verso l'ovest della regione.

Lasciatisi presto alle spalle le terre situate nei dintorni della capitale, coltivate ed abitate

da contadini le cui capanne, fatte di paglia e terra ma comunque resistenti alla pioggia,


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si intravedevano ai bordi della strada, il piccolo esercito si inoltrò nelle foreste che

l'avrebbero accompagnato sino al mare.

Spesso l'avanguardia della colonna, munita di pesanti parang affilatissimi, scendeva da

cavallo ed apriva un passaggio tra quei muri di verzura che facevano rallentare di

parecchio l'andatura di tutti.

Non era trascorso un giorno dalla partenza quando giunse al campo del sultano, sul far

della sera, una staffetta inviata da Selim, che portava un dispaccio urgente per il rajah.

Appena smontato da cavallo il nuovo venuto venne portato da Sabdokan.

- Notizie ugenti dalla capitale, mio signore! – disse il messaggero.

Sandokan, preoccupato per quella inaspettata visita che certo non doveva portare buone

notizie, aprì il dispaccio e lesse queste notizie: “Rankut è stato avvelenato da ignoti

assassini. E’ morto tra le mie braccia invocando il tuo nome. Sono davvero affranto.

Selim.”

Un urlo lacerante scosse il petto di Sandokan.

- Maledetti! Vigliacchi! Povero Rankut! D’ora in poi sarà guerra senza quartiere! – Poi

le parole del giovane Muluder vennero soffocate dal pianto.

Dopo questo sfogo Sandokan si riprese, congedando la staffetta che tornò poi alla

capitale Dopo una notte in cui tutti pensarono al povero Rankut il viaggio riprese.

Trascorsero così molti giorni, durante i quali Sandokan e la sua gente penetrarono nel

territorio nel quale si supponeva si aggirassero le bande dei rivoltosi.

Vennero superati alcuni villaggi ove il sultano trovò una buona accoglienza da parte dei

capi e della popolazione, ma si accorse che quella non era più l'ospitalità di una volta: vi

era in tutti una sorta di distacco, di freddezza e di indifferenza ben diversi dalla gioia e

dal trasporto che invece sempre avevano tenuto nei suoi confronti, quando

accompagnava il vecchio padre, allora sultano. Forse qualcosa stava cambiando.

Superato l'ultimo di questi villaggi Sandokan procedette alla volta di quelle provincie

che avevano come confine naturale ad occidente proprio il mare.

II rajah decise allora di procedere con maggior cautela inviando in avanscoperta

numerosi esploratori con l'incarico di individuare eventuali campi di insorti. La marcia

della colonna proseguì quindi in direzione del mare. Per alcuni giorni non si incontrò

però nessun rivoltoso.

A mano a mano che la colonna avanzava su quelle regioni costiere si cominciavano a

vedere le prime tracce della feroce e spietata lotta impegnata dai rivoltosi contro le

truppe di rajaputi a guardia di quelle zone. Si notavano intere piantagioni di caffè

devastate, distese appena seminate calpestate da torme di impronte di cavalli, terreni con

coltivazioni di canne da zucchero incendiate, capanne in rovina, carogne di animali già

spolpate dalle fiere, mentre numerose bande di argìllah, volteggiavano su quei campi

disseminati di bestie morte.

Sicuramente in quella provincia erano passate le bande degli insorti che non avevano

certo risparmiato niente e nessuno. Il bestiale furore con il quale erano state distrutte

quelle proprietà era sintomatico dell'odio che i rivoluzionari provavano per i sudditi dei

Muluder.

Più la colonna procedeva, più si scorgevano quelle brutalità e più il principe di Sabah si

infuriava nel vedere tante rovine. Quelle regioni, pochi mesi prima abitate da migliaia di

contadini, con una campagna fiorente di ricchi raccolti, erano state tramutate in un vero

deserto. Gli abitanti avevano preso la via della fuga o forse erano stati uccisi, le fattorie

saccheggiate e poi date alle fiamme, i campi si trovavano in uno stato pietoso di

abbandono e forse per diversi mesi nulla sarebbe più cresciuto su quei terreni. Delle


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fortune erano state distrutte in pochi giorni di guerra da quelle truppe di selvaggi

scatenati, feroci ed insaziabili banditi che non si arrestavano dinanzi a nulla. Non

tardarono ad apparire le prime vittime di quelle scorrerie: quanta ferocia, che

accanimento, quali brutalità! Accanto ad una fattoria costruita in pietra e argilla

Sandokan e i suoi rajaputi videro un vecchio pastore che era stato inchiodato ad un

recinto in legno: un giavellotto gli era stato infisso nelle carni all'altezza della spalla e

penetrandogli nel corpo da parte a parte lo aveva imprigionato in quella posizione finché

la morte non era sopraggiunta. Poco più innanzi scorsero un contadino che aveva una

lancia nella pancia in una pozza di sangue: probabilmente era morto dopo una straziante

agonia. Certamente quei due disgraziati erano stati così trattati solo perché avevano

opposto resistenza alla distruzione delle loro case. Più oltre il disgustoso spettacolo di

atrocità continuava: tre uomini erano stati legati ai piedi con una corda ed appesi con

una fune a due alberi. Sotto di loro erano stati accesi dei fuochi che li avevano arsi vivi.

In un laghetto, dalle limpide acque, si vedevano dei poveri dayacchi legati a delle

pietre e lasciati affogare con efferatezza.

Ma un chilometro più innanzi le truppe reali dovevano essersi presa una rivincita su

quelle bande di feroci predoni, giacché si vedevano, in mezzo ad una valletta, una

dozzina di insorti che giacevano allineati uno accanto all'altro: dalla postura si

indovinava che erano stati fucilati da un plotone di rajaputi.

Lungo la strada che la truppa percorreva s'incontrò un piccolo villaggio, solo poche

misere capanne, alcune delle quali erano state saccheggiate ed altre erano state distrutte

dal fuoco. Ovunque animali uccisi, carri rovesciati, botteghe diroccate. In quel luogo

Sandokan fece un piacevole incontro. Mentre passava in mezzo a quelle povere

abitazioni si sentì chiamare. Si volse e i suoi sguardi incontrarono un vecchio bornese.

Subito lo riconobbe. Scese da cavallo e si avvicinò a quell’uomo che gli disse.

- Mio adorato padrone quale stupenda sorpresa!

- Caro e federe Aipun! Che piacere vederti! Non sapevo che ti fossi ritirato in questa

provincia così lontana dalla capitale! - esclamò sorpreso il rajah.

- Quando lasciai il sultano, tuo padre, io ero ormai logoro per gli anni, ma non stanco

di servire il buon Muluder, e quindi mi riparai in questa ridente vallata dove avevo alcuni

terreni e dove viveva la mia famiglia. Ero contento di stare in questo posto, ma da

alcuni giorni la mia felicità è tramontata. Infatti la morte e la distruzione sono

piombate su questo villaggio come un uragano. Ora sono tutti morti ed io sono restato

da solo a seppellire i miei cari. Ti prego vendicali!

- Dimmi che strada hanno preso i rivoltosi, onde noi si possa inseguirli e combatterli!

- Ad una mezz'ora di cammino si sono accampate le bande di questi predoni che stanno

mettendo a ferro e a fuoco la regione e . . . .

- Le bande degli insorti sono qui vicino? - Lo interruppe stupito Sandokan.

- Si, o mio signore. Sono dietro quel bosco. - E la mano del vecchio servo indicò una

piccola foresta i cui margini cominciavano dopo alcuni campi coltivati a segale.

- Questa è una preziosa informazione. Se non ti avessi incontrato avremmo corso il

rischio di passare accanto a quel campo nemico senza accorgerci di niente o magari

venendo attaccati alle spalle. - E mentre diceva questo Sandokan si frugò nella vasta

cintura di seta traendone una piccola borsa di pelle che porse al vecchio, aggiungendo:

- Ti voglio donare queste rupie in ricordo dei tuoi passati servigi a corte, per

ringraziarti di ciò che mi hai detto e per rifonderti di quanto hai perduto.

Aipun commosso da questo gesto di generosità cadde in ginocchio, baciando il risvolto

dei calzoni del rajah e dicendo:

- Che Allah ti benedica e ti dia la vittoria sui nostri nemici.


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Sandokan si chinò a rialzare quel povero vecchio, il gesto del quale lo aveva intenerito,

lo salutò con affetto e risalì sul cavallo.

A questo punto il rajah stesso volle recarsi nei pressi del campo nemico per accertarsi

direttamente su quanti avversari aveva di fronte ed eventualmente sulle loro attrezzature

di offesa o difesa. Quindi si addentrò, con pochissimi uomini di scorta, nel folto

del bosco, indicato dal servo fedele, che separava le schiere dei contendenti. Il piccolo

drappello avanzò in silenzio, tenendosi il più possibile coperto da grosse macchie e

cespugli, onde non essere scorto da eventuali uomini messi a guardia attorno al campo

avverso. Superata quella piccola foresta, in una vasta radura, l'accampamento degli

insorti apparve finalmente agli occhi di tutti.

Nulla di più singolare e bizzarro di quel campo di ribelli, dove si trovavano mischiati

alla rinfusa uomini appartenenti a tante razze diverse, dai costumi ed abiti i più svariati e

molteplici, disposti ed accampati nel più totale disordine. Era un vero ginepraio di

tende, di capanne di tettoie, di tuguri e catapecchie, assolutamente provvisori, di fatture

e dimensioni diverse, ma più che bastevoli per le genti che si erano fermate in quel

posto. Pareva che vi fossero rappresentate tutte le razze orientali: vi erano daiacchi,

coperti quasi esclusivamente di piume, multicolori e variopinte; cinesi con larghi

cappellacci di paglia dai quali spuntavano lunghissimi codini che scendevano lungo la

schiena; malesi dalla tinta olivastra, di statura bassa, dalla faccia ossuta e squadrata;

gruppi di burghisi dagli occhi piccoli e torvi; di macassaresi, quasi tutti nudi poiché

coperti solo di gonnellini ridottissimi; di turagiassi con capelli neri e lisci; di igoroti,

provenienti dall'arcipelago filippino, con larghi pugnali infilati in alte cinture che

attorniavano i loro fianchi; di tagali con la pelle rossastra e con camicie colorate e

ricamate infilate in pantaloni bianchi; d'indiani particolarmente magri, con il corpo

ricoperto di olio di cocco in modo da sembrare lucente o bagnato. Tra una capanna e

l'altra vi erano radunati gruppi di cavalli legati ad un albero, ad un cespuglio, ad una

radice. Ovunque fasci giganteschi di armi: fucili moderni a retrocarica, o più

antichi ad avancarica con pietra focaia o miccia; fastelli di lance di varie grandezze e

dimensioni; tantissime cerbottane con faretre piene di terribili frecce intinte nel succo

di upas; mucchi di parang scimitarre malesi fatte di purissimo acciaio, di parang-ilang

sciaboloni bornesi dalla punta a forma di doccia, di kampilang dayacchi, di tarwar

indiani, di krìss serpeggianti di katane giapponesi somiglianti a mostruosi rasoi, di

golok sciabole giavanesi lunghe e pesanti a forma di coltello, e di lambing ossia di corti

giavellotti dalla punta micidiale, di navaje spagnole. Insomma un vero arsenale che

rappresentava ogni arma da taglio usata da quel miscuglio di popoli Alcuni di quegli

uomini mangiavano seduti in cerchio, altri bevevano copiosamente, altri ancora

riposavano o dormivano nei tuguri improvvisati o sotto qualche albero. Un vivo

disordine regnava nel campo. Poche e distratte le sentinelle che vegliavano

sull'incolumità di tutti.

Sandokan capì a colpo d'occhio che quelle bande erano state raccolte negli angoli p:ù

disparati dell'oriente; a parte i daiacchi che erano allogeni, tutti gli altri uomini erano

stati probabilmente arruolati e fatti confluire sul posto da zone molto distanti dal regno

di Sabah, grazie al denaro e ai regali profusi a piene mani dai nemici del sultano. Agli

occhi e alla mente di Sandokan parve pure che i nemici, forse di ritorno da qualche

scorribanda nella regione o reduci da alcune battaglie con le truppe reali, fossero molto

stanchi o comunque in uno stato di completo abbandono, sicuramente privi di disciplina

e probabilmente incapaci di resistere ad un attacco da parte di truppe ben inquadrate e

ben dirette come quelle che il rajah comandava.


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- Secondo te, Batik, quanti uomini sono presenti in quella specie d'accampamento? -

chiese il rajah rivolto al suo luogotenente generale, che lo aveva accompagnato in

quell ' esplorazione.

- E' difficile dirlo con sicurezza, o mio signore, - rispose il generalissimo - ma a me

sembrano non meno di mille. Brulicano come formiche e non è facile contarli.

- Mille o duemila, noi li attaccheremo. A parte i daiacchi ed i malesi, che mi sembrano

tra quelle genti in netta minoranza, gli altri si sbanderanno alla prima nostra carica.

- Permettimi di dirti, o mio sultano - proferì timidamente Batik - che assalirli

direttamente potrebbe essere per noi fatale in quanto saremmo uno contro cinque.

Inoltre hanno quasi tutti il cavallo ed una parte dei rivoltosi, quella magari più lontana

dal fronte del nostro attacco, si potrebbe radunare prontamente per assalirci alle

spalle. E poi....

- Ascoltami Batik! - lo interruppe Sandokan, visibilmente indignato da quel discorso

troppo prudente - Una volta in guerra non contavi mai il numero dei tuoi nemici ed eri il

primo che si slanciava all'attacco, trascinando con un fervore quasi mistico tutti i tuoi

soldati dopo averli arringati a dovere. Da un po' di tempo ho notato che sei diventato

troppo pauroso e sembri non voler prendere di petto gli ostacoli che ci si presentano.

Escludendo che l'età ti possa aver trasformato in un codardo, l'unica cosa che mi resta

da pensare è che il tuo contegno comincia ad essermi molto sospetto. Infatti questo

atteggiamento così pavido potrebbe essere un segno di collusione col nemico. Per cui

alzati, torna dai nostri soldati e da loro ordine che si dividano in due gruppi. Io sarò a

capo della prima colonna, ed attaccherò frontalmente. Tu alla testa del secondo gruppo

convergerai verso il lato sinistro dell'accampamento nemico nel minor tempo possibile,

in modo da poterlo schiacciare, prendendolo nel mezzo. Sono certo che sbaraglieremo

quell'accozzaglia di banditi in poco tempo e comunque prima di sera.

Batik, sentendosi così verbalmente sferzato, e pensando che Sandokan avesse un

sospetto del suo tradimento, pensò bene di non replicare. Si alzò, con il volto rosso dalla

vergogna e dalla collera, ed insieme al sultano e ai pochi uomini di scorta tornò presso

le truppe reali. Dopo aver dato precise disposizioni ai vari luogotenenti si allontanò in

perfetto silenzio con un'ottantina d'uomini. I rimanenti, al comando di Sandokan e

d'alcuni sottocapi si disposero su due colonne e s'inoltrarono nel boschetto cercando di

non produrre il più piccolo rumore. Le teste dei cavalli erano state avvolte nelle coperte

da viaggio, in modo che nessuna bestia nitrisse.

Appena tutti furono usciti dal bosco si dispiegarono su un vasto fronte. Quindi si

fermarono, puntarono i fucili verso il nemico e fecero una scarica generale contro gli

insorti, che nulla avevano visto e sentito di quelle manovre.

Moltissimi nemici, quelli più prossimi alle schiere del rajah, caddero a terra morti o

feriti. A quel punto Sandokan ordinò la carica ed i suoi uomini, splendidamente montati,

cominciarono a correre verso il campo avverso, lanciando gli usuali gridi di guerra. Gli

insorti, decimati da quella fucileria micidiale, ma soprattutto impressionati dalla

comparsa improvvisa delle truppe regie, furono presi dal terrore e si dettero a correre

verso le armi, anche se molti, ancora assonnati o sotto i fumi dell'alcol, non realizzarono

subito quanto il pericolo fosse immediato.

Le prime file delle truppe dei rivoltosi si sbandarono immediatamente, fuggendo in tutte

le direzioni, abbandonando armi e cavalli, nella vana speranza di raggiungere la foresta

per sottrarsi alla morte. Tutti gli altri nemici, ed erano purtroppo la maggioranza,

protetti da quella moltitudine di corpi umani che cadevano a terra o che fuggivano,

poterono invece impadronirsi delle proprie armi, anche se la confusione era terribile. I

cavalli, per giunta, impauriti dalle scariche di moschetterie e da quell'improvviso

movimento di centinaia d'uomini vociferanti, avevano cominciato a nitrire e a tirare


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calci, imbizzarrendosi e strappando in più casi i legami che li tenevano avvinti. Tutto

questo rendeva ancora più arduo salirvi sopra o prendere la mira per abbattere gli

attaccanti.

Questo caos generale e l'indecisione dei rivoltosi consentì alle truppe di Sandokan di

fare un'altra scarica generale, che abbattè anche questa volta una buona cinquantina di

ribelli. Ciò gettò ancora più nel panico i nemici che cominciarono a perdere la testa, non

potendo ben capire il numero degli assalitori, causa l'enorme nuvola di polvere che si

era sollevata per lo scalpiccio d'uomini e bestie.

Invano i capi urlavano ordini: questi non venivano capiti per l'enorme tumulto;

inutilmente i comandanti si sbracciavano per far comprendere il loro volere: nessuno li

poteva vedere in quanto erano coperti da decine di persone che passavano loro innanzi

correndo e gesticolando.

Sandokan ed i suoi rajaputi erano arrivati ormai a contatto col nemico. Si lanciarono

quindi in mezzo all'accampamento con le sciabole sguainate. I centoventi cavalieri, con

mirabile maestria, si scagliarono dietro il loro sultano, penetrando come un cuneo

all’interno di un legno marcio: ed iniziarono così a sciabolare senza pietà chi veniva

loro a tiro, inframmezzando ogni tanto tali mulinelli di colpi con delle pistolettate. E

mentre le prime file dei nemici, massacrate da tale valanga di ferro e fuoco si

sbandavano senza opporre la minima resistenza, ciò non accadde a quei rivoltosi che

si erano attendati più indietro rispetto al bordo dell'accampamento investito dalle

truppe reali. Ed infatti alcune centinaia di banditi riuscirono a salire sui propri cavalli ed

iniziarono a contrastare la carica di Sandokan. I soldati del rajah, dopo la prima

travolgente avanzata, furono costretti a fermare il loro procedere veloce e si trovarono

davanti una vera muraglia umana che in breve li avviluppò .

La stupenda vallata si tramutò così in un luogo terribile ove era in atto un epico e feroce

combattimento, crudele come non mai, ove il caduto e il ferito non avevano scampo: da

ambedue le parti non vi era grazia per nessuno perché veniva finito a colpi di lancia o di

sciabola.

Sandokan, in groppa ad un magnifico cavallo bianco, avvolto dal mantello tutto rosso e

con il capo coperto da un turbantino tempestato di gemme, aveva gettato via le pistole,

dopo averle scaricate addosso a due malesi, e teneva nella mano destra un pesante

kampilang, mentre nell'altra mano stringeva un corto tarwar, ambedue già intrisi di

sangue sino all'impugnatura. Si slanciava a destra e a sinistra tenendo le redini del

cavallo con i denti, e menava paurosi fendenti che nessuno riusciva ad evitare.

Sembrava il dio della guerra ed incuteva a tutti un vero e proprio terrore. Dietro alle sue

spalle stava lasciando una scia di sangue e di cadaveri nemici che avevano avuto la

malasorte di pararsi dinanzi a lui. Il coraggioso giovane non aveva pietà per quegli

esseri spregevoli, spinti a combattere contro il suo regno solo per cupidigia di denaro.

Non aveva certo nessun rimorso a spegnere tante vite umane dopo che quegli aborriti

nemici avevano sparso morte e distruzione tra i suoi pacifici sudditi che non avevano

colpa alcuna.

Anche i suoi soldati combattevano egregiamente con gran vigore e molto coraggio, non

certo intimoriti dal numero dei nemici che era soverchiante.

Infatti la pressione degli insorti si cominciava a far sentire, in quanto i loro capi erano

riusciti a riorganizzare le file scompaginate dei primi attacchi, anche se un centinaio o

forse più dei propri uomini erano ormai fuggiti a gambe levate per i boschi limitrofi.

Quindi nel breve tempo di circa un'ora cinquecento uomini, quanti erano rimasti in

grado di combattere tra le file dei banditi, stavano cingendo in un cerchio la cavalleria di

Sandokan, che restava così stretta da tutte le parti.


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Sandokan, tra un fendente della sua scimitarra ed uno scarto del suo cavallo per evitare

un colpo di lancia, stava chiedendosi come mai Batik e la sua compagnia non fossero

ancora giunti al fianco dell'accampamento nemico: quel ritardo era incomprensibile.

Se avessero incontrato altri rivoltosi si sarebbero intesi i clamori del combattimento.

Il rajah era doppiamente inquieto in quanto a questa preoccupazione si aggiungeva il

fatto che le file del nemico, che in un primo momento si erano frantumate sotto l'impeto

del suo assalto, ora avevano avviluppato la sua schiera in un feroce ed impossibile

combattimento. Se gli ottanta uomini di Batik non fossero giunti subito per prendere il

nemico alle spalle la situazione per le truppe regie rischiava di trasformarsi in una

distruzione totale. Già numerosi rajaputi, le truppe più scelte dell'esercito del sultano,

erano caduti per non rialzarsi più e le file di quei prodi soldati si erano notevolmente

assottigliate e scompattate.

Dopo un'altra mezz'ora di feroce corpo a corpo Sandokan pensò che, in mancanza di

soccorsi da parte di Batik, occorreva prendere una decisione drastica: sganciarsi dal

nemico, sfondando l'accerchiamento, e ripiegare nel vicino bosco.

Prese quindi la briglia del cavallo e lo spronò contro i ribelli, mentre con la sua voce

tuonante gridò ai suoi compagni di seguirlo in quella mossa. Le sue truppe sempre più

oppresse dalle soverchianti forze nemiche, compresero immediatamente il piano del loro

sultano e lo seguirono tosto, incuneandosi dietro a Sandokan che manovrava la

scimitarra come un mulinello.

In poco tempo la manovra ebbe successo e gli uomini del rajah riuscirono a

disimpegnarsi dal combattimento inoltrandosi nel vicino bosco, non senza lasciare come

tributo di sangue numerose vittime, colpite alle spalle dal nemico che li inseguiva.

Fatti pochi centinaia di metri si offerse alla vista dei fuggiaschi una piccola collina,

ricoperta da una fitta vegetazione.

- Tutti in cima a quell'altura!- gridò Sandokan - Appena raggiunta la sommità,

smontate e fucilate quei cani idrofobi, tenendovi dietro gli alberi.

Tutti obbedirono. Salirono in un batter d'occhio lungo i fianchi di quel piccolo monte,

lasciarono le loro cavalcature e da dietro gli alberi cominciarono una fitta sparatoria sul

nemico che sopraggiungeva alla rinfusa.


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CAPITOLO NONO

DISERZIONI ED

AVVELENAMENTI

Fu così che un fuoco infernale accolse le prime schiere nemiche che, baldanzose per aver

messo in fuga la colonna del sultano, credevano ora di aver con facilità partita vinta.

Invece i capi insorti si resero subito conto che i soldati reali, sfuggiti all'accerchiamento,

oltre a non essere per niente demoralizzati per aver voltato la schiena al nemico, erano degli

eccellenti tiratori. Infatti, ottanta carabine, imbracciate da altrettanti uomini, essendone stati

uccisi in combattimento gli altri, cominciarono a martellare gli assalitori, fermandone

immediatamente lo slancio.

II primo tentativo di raggiungere i soldati del rajah provocò di conseguenza una

cinquantina di caduti tra le schiere degli insorti. Gli uomini di Sandokan non facevano certo

economia di polvere ed un fuoco accelerato cominciò a colpire quell’esercito così

raccogliticcio. I capi, vedendo quello scempio, capirono che per ora la cosa più intelligente

da farsi era quella di comandare la ritirata.

Sandokan, approfittando di questa pausa, domandò a molti combattenti se avessero visto le

truppe di Batik o se durante il recente combattimento avessero sentito spari o clamori da

qualche altra parte del campo avversario. Ma i suoi uomini nulla avevano percepito

e tantomeno visto. In Sandokan si formò allora il sospetto che Batik fosse stato attirato

in qualche imboscata lontano dalla radura ove aveva avuto luogo il recente combattimento.

Ad ogni buon conto ritenne opportuno nominare un altro comandante in seconda che

occupasse il posto di Batik. Scelse quindi un vecchio daiacco che da oltre dieci anni si

trovava al servizio di suo padre. Lo fece chiamare davanti a se e gli disse:

- Pilerong, da oggi, fintanto che non tornerà Batik, comanderai le mie genti. Disponi le

sentinelle attorno al campo e fai preparare la cena per tutti. Fai in modo che ognuno si

riposi per alcune ore, poiché ho intenzione di sloggiare da questa posizione prima dell'alba.

Ora va!

Invece di obbedire ed andarsene, Pilerong cadde in ginocchio dinanzi ai piedi di

Sandokan dicendo:

- Mio sultano, imploro la tua misericordia. Tu sei stato tanto generoso a nominarmi

comandante, ma io non merito quest'onore. Ho da dirti una cosa. Quando capirai, sarai


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talmente adirato con me che mi farai fucilare.

Sandokan, molto colpito da questo discorso, lo fece rialzare in piedi e gli disse:

- Spiegati in fretta e sii chiaro!

L'altro cominciò:

- E' molto breve quello che debbo dirti. Devi sapere che Batik, prima che partissimo dalla

capitale, prese contatto personalmente con molti comandanti e sottocapi del tuo esercito,

dicendo loro che i rivoluzionari erano ormai alle porte della capitale e che ogni resistenza

ulteriore sarebbe stata vana. Solo chi avesse abbandonato le armi poteva pensare di salvare

la vita. Alcuni tra i presenti abbandonarono quel colloquio, in quanto disgustati da tale

discorso, ma la maggior parte dei tuoi luogotenenti rimase ad ascoltare quello che Batik

aveva ancora da dire. Ed, infatti, Batik insinuò il dubbio che se qualcuno avesse accettato di

arrendersi, oltre la pelle, poteva guadagnare anche qualcosa in denaro. Poi, reso più sicuro

dall'attenzione ed interesse che stavano suscitando le sue parole, aggiunse che chi avesse

fatto in quel momento giuramento di passare tra le schiere nemiche poteva avere sin da

subito la certezza di poter tradire il sultano senza incorrere in nessun rischio, in quanto

Batik stesso avrebbe protetto i luogotenenti da qualunque cosa. Tutti i presenti accettarono

di tradire, mentre chi si era allontanato, abbandonando quel colloquio, fu raggiunto e

minacciato di morte se avesse riferito qualcosa, di quanto si erano detti, ad anima viva. La

diserzione di tutti i capi sarebbe così avvenuta non appena le tre armate, condotte da te, da

Agun e da tuo padre, fossero venute in contatto col nemico. E così è avvenuto. Appena gli

si è presentata l'occasione Batik è scappato, portandosi appresso tutti gli uomini della sua

compagnia. Io sono tra quelli che rimasero ad ascoltare Batik decidendo di tradirti!

A tale rivelazione un vero ruggito di furore era scaturito dal petto di Sandokan. Il viso era

diventato paonazzo ed un'ira furibonda si era impossessata di lui; tutto il corpo era scosso

da un tremito nervoso. Trasse dalla cintola una pistola e la puntò contro Pilerong. Questi

con molto coraggio disse:

- Uccidimi pure, mio signore. Ho sbagliato perché dovevo dirti tutto ciò molto tempo

addietro, ma avevo ricevuto l'ordine di non parlare, impostomi dal generale ribelle. Fa di

me quello che vuoi.

Sandokan parve riflettere; poi, senza abbassare l'arma che teneva sempre puntata alla fronte

del suo luogotenente, chiese:

- Perché tu sei rimasto con me? Quando avresti dovuto tradirmi?

Pilerong rispose:

- Avevo avuto l'ordine di rimanere al tuo fianco: Batik mi disse che durante un eventuale

combattimento, avrei dovuto spararti alla schiena. Ma non potevo fare una simile

nefandezza. Conosco da troppi anni la famiglia reale e ho sempre combattuto con fedeltà

per tuo padre. Ho preferito correre il rischio di essere poi ucciso da Batik piuttosto che

macchiarmi di un tale crimine.

Sandokan, colpito da queste parole, abbassò l'arma che teneva puntata alla testa del suo

uomo e disse.

- Va, la tua lealtà ti ha salvato!

Pilerong, altamente stupito di tale magnanimo atto, si buttò ai piedi di Sandokan,

coprendo di baci gli stivali che portava. Poi tosto si rialzò e corse ad impartire gli ordini

ricevuti. La notte passò con relativa tranquillità. Ogni tanto risuonava un colpo di carabina,

sparato da ambedue le schiere nemiche, più per evidenziare che si vegliava che per tentare

di nuocere.

Quando mancavano ancora un paio d'ore all'alba, Sandokan, che non aveva certo bisogno

d'orologi per svegliarsi, fece levare in silenzio uomini e cavalli ed ordinò loro la marcia,


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discendendo la collinetta nella direzione opposta a quella che avevano preso nel salirla. Il

cammino fu intrapreso con mille attenzioni onde evitare che ci si accorgesse della loro

fuga. La notte senza luna favoriva questa manovra.

La fortuna volle che i rivoltosi non avessero ancora provveduto a completare

l'accerchiamento del monte: per questo motivo nella discesa non s'incontrò nessun uomo

che vigilasse.

Intelligentemente Sandokan aveva ordinato di lasciare dei grossi fuochi accesi sulla vetta

del piccolo monte onde far credere alle sentinelle nemiche che si volesse rimanere in quel

posto per altro tempo ancora.

Scesi che furono, procedettero per un buon tratto di strada a piedi, continuando ad aver

massima cura nel non produrre rumore alcuno. Quando apparvero le prime luci dell'alba

Sandokan fece salire tutti a cavallo, poi chiamò Pilerong e gli disse:

- Ti do l'occasione per dimostrare il tuo coraggio e la rinnovata fedeltà. Rimarrai qui con

una quindicina d'uomini ed attenderai che i nemici si pongano sulle nostre tracce. Quando

vedrai che scenderanno la montagna fatti notare con grida e spari, di modo che ti scorgano

e t'inseguano. Dovrai tirarteli appresso onde condurli nelle gole di Murak-Serù, quella

località che si trova nei pressi del fiume omonimo. Noi ci apposteremo ai lati della forra,

dietro alberi e rocce. Quando sarai passato con gli uomini che ti affido, ti fermerai e farai

un brusco dietro-fronte, cominciando a fucilarli. Quello sarà per noi il segnale dell'attacco.

Li prenderemo nel mezzo e li schiacceremo come dei topi in una trappola. Mi ripugna agire

in questo modo, poiché avrei preferito un combattimento su campo aperto, senza attacchi

ed imboscate, ma è il continuo tradimento e la rinnovata corruzione che il nemico usa

contro di noi a farmi decidere per questo tipo d'azione, così poco nobile e cavalleresca. Ti

ricordo che se anche tu mi tradirai, t'inseguirò per ogni dove e ti ucciderò anche se dovessi

nasconderti in braccio al dio Garuda.

- Cercherò di dimostrarti che il tuo servo ha una sola parola per il suo sultano - rispose con

umiltà Pilerong.

Detto ciò si allontanò.

Raccolse subito una quindicina di volontari, scegliendoli tra quelli che avevano i cavalli più

veloci e più riposati, onde poter meglio sfuggire al nemico.

Fatto questo si accinsero a fare da esca rimanendo in quel luogo, mentre il grosso

della truppa si allontanava seguitando la strada intrapresa.

Dopo circa un'ora Sandokan raggiunse con i sessantacinque uomini la gola prescelta per

l'imboscata. Fece appostare i suoi guerrieri dietro alberi e cespugli che crescevano sui

bordi delle due pareti di roccia che formavano quella forra.

Si erano tutti appena celati dietro i ripari quando s'intese un lontano galoppo che si

avvicinava sempre più.

Sandokan gridò allora alle sue truppe:

- Appena i nostri amici saranno transitati sotto di noi attenderemo che arrivino anche i

nemici. Quando l'ultimo di questi sarà passato iniziate pure a sparare, una scarica dietro

l'altra. Nel momento in cui i rivoltosi saranno decimati solo allora scenderemo dai

nostri ripari ed attaccheremo all'arma bianca.

Trascorsero quindi alcuni minuti e tosto apparvero all'ingresso della gola i quindici uomini

di Pilerong, che passarono al gran galoppo sotto le postazioni del rajah. A poche decine di

metri sopraggiungevano i ribelli. Sembravano ancora numerosissimi: circa seicento uomini.

II sultano nel vedere quella torma di ribelli aggrottò le sopracciglia. Erano davvero tanti, e

bisognava quindi smontarne moltissimi da cavallo prima di caricare, altrimenti nel corpo

a corpo i suoi uomini, superiori in valore, ma così inferiori di numero, avrebbero avuto

facilmente la peggio.


Intanto che Sandokan pensava a queste cose, i rivoltosi passarono sotto il luogo ove

i soldati reali si erano appostati. Quando l'ultimo dei ribelli entrò in quella specie di

vicolo cieco, Sandokan gridò:

- Fuoco a volontà!

Subito le bocche dei sessantacinque fucili s'incendiarono, vomitando una valanga

di piombo che si abbattè sui sottostanti guerrieri. Una cinquantina di essi caddero a

terra o perché erano stati colpiti o perché lo erano stati i loro cavalli. Nello scompiglio

generale gli altri cavalieri tentarono di arrestare il loro slancio, mentre bestie ed uomini

si urtavano reciprocamente. I capi degli insorti urlarono di tornare indietro. E già i

superstiti stavano per volgere le loro cavalcature per tornare sui propri passi, quando una

nuova valanga di piombo colpì quella grossa compagnia d'insorti: gli uomini di

Sandokan avevano ricaricato i loro fucili ed avevano fatto ancora fuoco. Questa

nuova scarica fu ancora più micidiale della prima in quanto scavalcò tutti i capi degli

insorti oltre ad una quarantina d'uomini. Nel frattempo erano tornati indietro i quindici

soldati di Pilerong che iniziarono anch'essi un fuoco di sbarramento. I rayaputi ben

protetti da alberi e rocce continuarono a sparare a ripetizione. Molti nemici riuscirono a

ritirarsi tornando indietro, ma la maggioranza degli insorti rimase sotto quel tiro micidiale,

non potendo tentare la scalata delle postazioni dei rayaputi in quanto la china era molto in

pendenza. Chi lo tentava veniva arrestato dal tiro infallibile dei soldati.

Sandokan capì che quello era il momento decisivo per affrontare il nemico, anche se

era ancora in numero più grande della sua compagnia. Comandò quindi l'attacco

dando lui stesso il buon esempio, slanciandosi giù per la china come un bolide.

Contemporaneamente anche i suoi uomini si slanciarono in basso, scaricando le

proprie pistole e rivoltelle. La lotta s'iniziò cruenta da ambo le parti. La polvere

degli spari e quella sollevata dallo scalpiccio dei cavalli a terra avevano reso il

campo di battaglia simile ad un enorme nuvolone scuro, al cui 'interno le due schiere

avverse tentavano di scannarsi a vicenda.

La scena sembrava una visione infernale dove quegli esseri, simili a tanti

demoni, lottavano, colpivano, cadevano, urlavano, imprecavano, gemevano e morivano.

Nonostante che i soldati del sultano fossero in numero inferiore a quei banditi,

sembravano essere i più favoriti, poiché avevano buon giuoco in quel combattimento

all'arma bianca nel quale erano valenti guerrieri.

Sandokan si batteva come un leone, reso ancora più furioso dalle perdite che aveva

subito e dai continui tradimenti; menava colpi su colpi e chi si trovava dinanzi a lui cadeva

quasi subito. La maestria nel maneggiare il kampilang, nonostante fosse un arma molto

pesante, unita alla forza ed agilità gli impedivano di essere colpito. Anche i suoi uomini

non erano da meno e dimostravano un'abilità non comune. Tuttavia i nemici erano

ancora tanti, nonostante il loro numero si fosse ormai dimezzato. Il combattimento si

protrasse per circa un'ora. Il campo di battaglia si era coperto di cadaveri: i corpi

giacevano uno sull'altro, con busti orrendamente mutilati, mischiati a cadaveri di cavalli

anch'essi resi immobili dalla morte. Si udivano molti gemiti di chi era ferito ed implorava

aiuto, che sarebbe arrivato, forse, solo a lotta terminata. Ma la fortuna e l'esperienza

stavano premiando le truppe di Muluder. Ma a quale prezzo! Quando l'ultimo nemico

cadde riverso a terra i soldati reali ancora vivi erano soltanto sette, tra i quali Sandokan, e

per giunta tutti feriti, anche se non gravemente. I nemici erano stati annientati, se si

escludono un’ottantina di selvaggi che erano riusciti a dileguarsi, per la strada da dove

erano arrivati, prima che iniziasse il corpo a corpo. I superstiti erano davvero esausti per

quel furioso combattimento ed estremamente mesti per la morte dei propri commilitoni,

alcuni dei quali oltre ad essere amici erano anche parenti. Anche Sandokan era disgustato

e furibondo: infatti era se la schiera di Batik fosse venuta in suo soccorso avrebbe avuto

più facilmente la vittoria in pugno, evitando di pagare un così alto tributo di vite umane.

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La tristezza si era impadronita di tutti loro; disgusto ed afflizione che si accrebbero nel

cercare in quella marea di corpi uccisi qualche camerata che per caso fosse sopravvissuto.

Dopo una pietosa quanto toccante ricerca, trovarono ben venti soldati reali ancora vivi ai

quali apprestarono subito le prime cure, cominciando a disseppellirli da sotto i corpi di

nemici e cavalli, e conducendoli al bordo della piana dove un piccolo ruscelletto bagnava

quei luoghi. Con quelle chiare e fresche acque lavarono alla meglio le proprie e le altrui

ferite, fasciando e medicando con i pochi mezzi in loro possesso le parti del corpo offese o

gli arti tagliati.

Rimasero accampati nei pressi della vallata, ma alquanto distanti dal luogo della battaglia,

onde evitare che quell'enorme carnaio, che presto sarebbe andato in putrefazione, potesse

nuocere alla loro salute. Inoltre tigri, pantere e leopardi sarebbero presto venuti a

banchettare in quei luoghi.

Trascorsero così una decina di giorni, durante i quali quasi tutti riuscirono a rimettersi in

forze per affrontare il viaggio di ritorno; purtroppo tre uomini, gravemente feriti morirono

per mancanza di cure adeguate.

Infine, quando Sandokan lo ritenne opportuno, si diede inizio al viaggio in direzione della

capitale che si svolse senza alcun altro incidente.

* * * * * * * * * * *

Mentre Sandokan affrontava le avventure or ora descritte, anche gli altri corpi di spedizione

erano partiti, come convenuto. Occupiamoci ora di quello condotto dal padre di Sandokan.

Il vecchio rajah accompagnato da duecento guerrieri si era diretto a sud, verso Tenom,

una cittadella che occupava un posto di rilievo nella regione, in quanto era quasi nei pressi

della frontiera con il sultanato di Varauni.

Dopo diversi giorni di cammino, il vecchio sultano incontrò alcuni selvaggi della tribù dei

Murut. Vivevano in alcune strane capanne, costruite in legno e fronde d'albero e collocate

su alte palafitte onde proteggersi sia dalle fiere sia dai miasmi e dall'umidità che proveniva

da quei terreni.

Muluder fu bene accolto ma ricevette tristi notizie: il territorio a sud era stato devastato da

un furioso incendio, forse appiccato proprio dai nemici, ed il suolo era diventato

impraticabile anche a causa della inondazione d'alcuni fiumi che avevano rotto gli argini

naturali. Il vecchio condottiero decise quindi di ripiegare con la sua gente verso Papera.

Incontrò quindi un piccolo villaggio, chiamato Bongwan, e poi ancora un altro centro

abitato, di nome Kimanis; infine i duecento uomini arrivarono in vista di Tenom.

- La città brucia! - riferirono a Muluder le avanguardie della sua truppa, che erano andate

in avanscoperta verso quella direzione.

Infatti, come poterono tosto vedere tutti, la cittadina era un immenso braciere, dalla quale

scappavano lunghe colonne d'uomini, che spingevano o trainavano carri pieni di

masserizie, accompagnati dagli animali che ognuno possedeva.

Fuggivano in tutte le direzioni, con il terrore dipinto sugli occhi, mentre gruppetti di soldati

reali cercavano di instradarli in direzione dei paesi appena attraversati dalla truppa di

Muluder.

Il vecchio rajah fece allora chiamare il luogotenente che comandava quelle sparute pattuglie

di guerrieri, ed una volta interrogatolo, venne a sapere che la città, dopo una strenua difesa,

era caduta nelle mani degli insorti, che l'avevano saccheggiata e quindi incendiata. Parte


della popolazione era stata trucidata dai rivoltosi, che non avevano avuto pietà né

per vecchi inermi, né per donne indifese.

Alcuni dei soldati reali, caduti nelle mani delle truppe ribelli, erano stati posti di fronte

ad una scelta: o passare ad ingrossare le file dei rivoluzionari od essere subito

giustiziati.

Quasi tutti avevano preferito tradire il proprio sultano e quindi solo poche pattuglie

di soldati reali continuavano a servire lealmente il rajah.

Muluder, nell'apprendere tali sconvolgenti notizie, rimase ancora più rattristato. Il

suo regno stava progressivamente andando in rovina e sembrava che le forze nemiche

fossero ormai dilaganti ed inarrestabili come un fiume in piena.

Diede comunque disposizione ai suoi luogotenenti che le truppe della

colonna proteggessero la ritirata dei civili in fuga, scortandoli verso i villaggi più

vicini, ed aiutandoli nel trasporto di quei pochi averi che erano riusciti a

sottrarre alla furia devastatrice degli insorti.

I giorni seguenti furono quindi impiegati in queste opere umanitarie, mentre

pervenivano notizie d'altre disfatte militari dai capisaldi nelle provincie

vicine.

Trascorsero così un paio di settimane. Dopo di che il vecchio sultano decise di partire

dalla cittadina di Kimanis, ove aveva accompagnato gran parte dei profughi

radunati nel territorio circostante. Venne deciso il giorno della partenza e già le

truppe stavano montando a cavallo per partire, quando si presentarono al vecchio rajah

alcuni soldati, di un distaccamento che era stato mandato nei villaggi vicini per avere

notizie circa eventuali presenze di rivoltosi. Tali uomini gli riferirono che le armate

avversarie, forti d'alcune migliaia d'uomini, forse tremila a detta di chi aveva seguito

tali spostamenti, si stavano dirigendo verso la capitale. Attorno a loro stavano facendo

terra bruciata, lasciandosi alle spalle orrende stragi, distruzioni di campagne

coltivate e di villaggi, saccheggi ed esecuzioni capitali di chiunque non abbracciasse

la loro causa.

Al vecchio Muluder non rimase che un partito da prendere: tentare di sorpassare il

nemico, che si muoveva molto lentamente, ed accorrere in difesa della capitale Kin onde

proteggerla con la proprie milizie, le cui forze erano rimaste intatte. Infatti Muluder

sapeva che nella capitale del regno erano rimasti pochi centinaia d'uomini incapaci a

difendere una città così vasta. Per di più era inquieto sulla sorte della spedizione di

Sandokan e di Agun.

Decise quindi di procedere a marce forzate verso la capitale, cercando di percorrere

piste non battute dal nemico e che lui, esperto conoscitore del suo regno, ben ricordava.

Questa decisione molto saggia, unita alla fortuna di non essersi imbattuto in

nessun distaccamento nemico, consentì a questo corpo di spedizione di raggiungere

la capitale molto prima che questa fosse investita dai rivoltosi.

* * * * * * * * * * *

Ed ora facciamo un passo indietro ed occupiamoci di Agun e dei suoi duecento uomini

che si erano mossi dalla capitale subito dopo la partenza di Sandokan e del vecchio

Muluder, in direzione est. Erano tutti montati su splendidi cavalli.

Le regioni che abbracciavano i territori da Tawau a Lahad - Datù erano la

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meta che tale armata doveva raggiungere. Si trattava di attraversare il centro del Borneo

ove le foreste erano più fitte e più impenetrabili.

Agun, da buon comandante militare, aveva organizzato molto bene la sua colonna: trenta

uomini erano destinati all'avanguardia e tra di essi vi erano i battitori, che aprivano la

strada quando i sentieri si addentravano in mezzo a jungle inaccessibili; al centro di quella

lunga schiera d'uomini vi era il grosso con i vettovagliamenti e le munizioni, composto da

centocinquanta guerrieri; ed infine la retroguardia che contava una ventina di soldati ed

aveva il compito di preservare tutti da un eventuale attacco alle spalle. La missione affidata

ad Agun era molto delicata, in quanto si trattava di ripristinare la pace in una regione che,

data la sua lontananza dalla capitale del regno, era stata spesso trascurata dai notabili,

dagli ambasciatori e dal sultano stesso. Questa provincia si trovava molto più a sud dei

territori visitati da Selim durante il suo sfortunato viaggio compiuto alcune settimane

prima.

Agun, come si era accennato all'inizio di questo racconto, aveva un carattere molto diverso

dai suoi fratelli: dotato di minor forza fisica e di un corpo non troppo agile, aveva

sviluppato invece molto interesse per la cultura e quindi per le scienze, per la geografia, per

la storia del suo popolo e per le tradizioni di quelle isole.

Amava anche la buona cucina e per questo si era portato al seguito il cuoco di corte, un

cinese magro e molto alto, con un lunghissimo codino, di nome Cian-Tu. Ad ogni pranzo e

cena Cian-Tu preparava dei piatti prelibatissimi, tipici della cucina bornese e cinese. Le

foreste che l'armata reale percorreva erano molto ricche d'alberi, di diversa natura: vi

erano il mango, che produce dei frutti molto gustosi e profumati; il durian, dai cui rami si

raccolgono delle palle coloratissime ma maleodoranti come una cipolla marcia, coperte di

spine tutto intorno, ma che, una volta aperte, sono di un sapore delizioso; oppure il

cepedak, albero alto sino a venti metri, sui cui rami si trovano degli involucri, grossi

come un melone, al cui interno vi sono decine di semi ricoperti da una polpa fragrante e

dolcissima; dei rari banani, piante superbe, carichi di grossi grappoli che venivano staccati

dagli alberi da agili daiacchi che lestamente si arrampicavano lungo i tronchi come scimmie

e ne recidevano i rami più carichi.

Non era facile camminare in fretta in quel paradiso d'alberi, di fiori colorati, di profumi

intensi: spesso la truppa era costretta a fare dei giri tortuosi quando ci s'imbatteva in folti

canneti o in macchie intricatissime di rovi e di spine, oppure quando si era costretti a

scalare impervi sentieri che si arrampicavano su colline ricoperte da folti boschi, i cui alberi

crescevano in maniera così fitta da costituire una vera barriera.

Si procedette così senza nuovi imprevisti per alcuni giorni. La carovana faceva sosta nelle

ore più calde, per evitare inutili ed estenuanti fatiche, mentre si addentrava nelle foreste

fino a tarda sera. La selvaggina, cacciata durante il percorso serviva a variare il menu,

evitando di dar fondo alle scorte di viveri, che era opportuno conservare in caso di

necessità.

Il cuoco cinese faceva miracoli, preparando gustosi quanto svariati manicaretti: a pranzo

approntava il nasi-lemak, riso cotto in latte di cocco e servito assieme a pesciolini secchi,

noccioline e uova di coccodrillo, fette di cetriolo con pezzi di carne brasata, molto piccante;

la sera cucinava il mee-jawa, un piatto di fettuccine in salsa densa con gamberetti fritti,

patate e paufoo (soia a pezzetti); altre volte portava in tavola il saty, consistente in cubetti

di pollo e manzo marinati e cotti alla brace, ricoperti di salsa di arachide piccante; come

contorni erano serviti invece i ketupat, una sorta di tortine di riso con cipolle e fette di

cetriolo; il tutto veniva abbondantemente annaffiato con della birra, unico alimento non

bornese, con del sidro o con dell'arak.


95

Dopo circa una settimana di viaggio, la carovana s'imbatte in un villaggio abbandonato:

molte capanne sembravano essere state distrutte dal fuoco, mentre a terra vi erano vistose

tracce di un combattimento recente: oggetti da cucina o armi abbandonate, macchie di

sangue, indumenti o stracci strappati. Vi erano anche parecchie impronte di piedi che si

dirigevano verso una vicina valletta.

Agun, incuriosito dal fatto che tutte queste tracce muovevano in quell'unica direzione, ma

insospettito da tale stranezza, decise di seguire quelle orme e di raggiungere la vicina

vallata, non dimenticando di prendere tutte le precauzioni del caso per non cadere in

un'imboscata. Lanciò quindi in avanti degli esploratori, mentre altri uomini venivano da lui

mandati parallelamente ai primi ma allargandosi a raggiera; infine spedì la retroguardia

attorno al villaggio, ma ad una certa distanza da esso, onde prevenire eventuali assalti di

sorpresa. Ma tutte queste precauzioni furono inutili, poiché non era stata tesa loro nessuna

imboscata: infatti gli esploratori tornarono subito indietro riferendo ad Agun di aver fatto

invece una macabra scoperta. Un sentiero, sul quale sembravano essersi incamminate

tutte quelle persone, a giudicare dalle innumerevoli tracce lasciate a terra, conduceva in una

piccola gola, in fondo alla quale erano ora ammucchiati numerosissimi corpi senza vita che

giacevano uni sugli altri in un solo orrido carnaio, ove il sangue era dappertutto. Ma la cosa

più raccapricciante era che quei corpi avevano la testa staccata dal busto. Questo segno,

assieme alla totale assenza dei crani recisi, non faceva dubitare un momento su chi

potessero essere stati gli esecutori di tale efferato crimine: i daiacchi, che notoriamente

tagliavano le teste alle persone che uccidevano. lnfatti era usanza presso quei popoli feroci e

selvaggi che, in caso di vittoria in combattimento, i vincitori solevano decapitare i nemici,

una volta uccisi. Le teste erano poi trasportate nei villaggi della tribù e lì venivano

adeguatamente scarnificate.

Per far questo i daiacchi usavano depositare i crani appena recisi, e quindi sanguinanti,

accanto ai nidi delle terribili termiti, molto numerosi in quelle regioni. Questi insetti, attirati

dall'odore del sangue e della carne ancora pulsante, in poco tempo uscivano dai propri nidi,

si radunavano in frotte ed attaccavano le teste con una voracità inverosimile e le riducevano

in pochissimi minuti, grazie alle loro formidabili mandibole, in puliti e levigati teschi. A

questo punto i selvaggi andavano a raccogliere i crani ed ornavano con essi le loro capanne

o le palizzate dei villaggi, come se fossero dei trofei. Questa macabra usanza serviva anche

ad incutere terrore negli avversari.

Compiuto questo ritrovamento, che disgustò tutti ma soprattutto Agun, si decise di dare

onorata sepoltura a quei poveri esseri; ma non potendoli estrarre da quella angusta gola,

anche perché i corpi emanavano già un fetore insopportabile, a causa del torrido caldo che

decomponeva un cadavere anche dopo un solo giorno dalla morte, si decise di riempire

quell'enorme cimitero con terra in quantità e numerose pietre, onde impedire alle fiere di

banchettarvi copiosamente, cosa che forse era già iniziata ad avvenire nella notte

precedente.

Agun, molto rattristato da quell'immenso eccidio, capì che la guerra iniziata era

sicuramente la più feroce sinora combattuta dal suo popolo, contro nemici crudeli e barbari.

Non appena fu compiuta quella pietosa ed inusitata sepoltura collettiva, la colonna riprese

la marcia, sempre più inoltrandosi verso oriente. I battitori ricominciarono la loro faticosa

ginnastica che consisteva nel taglio delle liane e delle radici, che avviluppandosi come

un'enorme ragnatela, più volte, impedivano un rapido cammino in quelle foreste.

Il terreno, dopo qualche chilometro, iniziò a cambiare aspetto: da solido e compatto, stava

cominciando a trasformarsi sempre più in umido e molliccio, segno evidente che nei pressi

si nascondeva qualche savana o qualcuno di quei bacini d'acqua traditori, col fondo


96

costituito da sabbie mobili che inghiottono chiunque, uomo o animale, osi affrontarle. Con

quell'umidità, così copiosa, che trasudava da ogni dove, il cammino si era fatto più lento

ed insalubre a causa di forti miasmi dovuti al corrompersi delle foglie macerate in

quell'acqua putrida. Pareva che camminassero su una gigantesca spugna: con la sola

pressione dei piedi, fuoriuscivano dal suolo, come prodotti da piccolissimi ed invisibili fori,

rivoli di acqua. Tutti i rajaputi scesero da cavallo ed avanzarono quindi a piedi.

Alcuni uomini, molto pratici del luogo, tastavano di frequente il terreno con dei rami, sia

per verificare la solidità del suolo, sia per spaventare eventuali rettili che si potevano celare

sotto quel pelo d'acqua, essendo i terreni umidi preferiti da certi serpenti alcuni dei quali

velenosissimi.

Ad un tratto la marcia fu rallentata ulteriormente dalla ridotta andatura dell'avanguardia,

presso la quale Agun si avanzò per conoscerne il motivo.

- Più avanti vi è la morte, o mio principe - rispose colui che comandava il drappello

d'esploratori - Non oso inoltrarmi ulteriormente per timore di essere tutti inghiottiti dalle

sabbie mobili.

Agun parve riflettere e poi disse:

- Ci toccherà ripiegare sui nostri passi e prendere una direzione diversa. La cosa mi secca

terribilmente poiché perderemo qualche giorno di cammino, ma purtroppo non posso certo

correre il rischio di perdere scioccamente delle vite umane.

Tornarono quindi sui loro passi e si spinsero più a sud.

Percorsi alcuni chilometri gli uomini della carovana si resero conto che la situazione non

migliorava: il terreno diventava sempre meno consistente, l'acqua trapelava dappertutto,

formando sotto i piedi della truppa delle pozze d'acqua che si allargavano rapidamente.

Delle bande di uccelli acquatici che si alzarono in volo in quel momento, denotavano la

vicinanza di una gran palude o di un grosso corso d'acqua. Già l'avanguardia cominciava a

rallentare ulteriormente il passo, per tema che il terreno mancasse sotto i piedi, quando un

urlo rauco si fece udire un poco innanzi, seguito da un tonfo e da un gorgoglio.

Agun, fattosi di nuovo innanzi presso il drappello degli esploratori, chiese al loro

comandante:

Hai sentito, Ka-Pogna? Cosa è stato?

L'uomo che rispondeva a quel nome rispose:

- Pare che qualche animale si sia gettato in acqua.

Tutti si erano fermati, appoggiando i piedi sulle ramaglie ivi presenti, onde non affondare

nella fanghiglia, sfoderando le pistole o alzando i fucili.

Al di là della macchia di felci che ostruiva la vista ai visitatori vi era qualcuno o qualcosa

che si dibatteva nell'acqua. Si udivano ora distintamente dei muggiti prolungati e dei soffi

possenti.

- Avanziamo e cerchiamo di capire chi ostruisce il nostro percorso - comandò Agun.

Tenendosi celati il più possibile nella vegetazione così rigogliosa gli uomini

dell'avanguardia si misero a camminare in silenzio, pronti a difendersi da ogni attacco.

Percorsi altri dieci passi arrivarono ai margini di una piccola palude, la quale sembrava si

allargasse progressivamente, in quanto il liquido tracimava fuori dell'incavo abituale. Era

piena di piante acquatiche: migliaia di vegetali che si corrompevano in una superficie

melmosa, con acqua nera emanante un fetore di decomposizione i cui miasmi pestilenziali

erano certamente deleteri per la salute di uomini non avvezzi a quei luoghi: la malaria o la

terribile febbre gialla, che mietono tante vittime in quei paesi, erano in agguato su quelle

sponde.

In mezzo alle fronde che lambivano i margini della palude vi erano superbi fiori, che


97

Parevano fatti col velluto, bianchi con striature violacee e con gradazioni di tinte diverse

d'una bellezza eccezionale. Gli uomini avanzarono ancora un poco in quella flora selvatica,

per abbracciare meglio con l o sguardo ciò che avveniva sullo specchio d'acqua.

Verso la riva destra apparvero due animali strettamente avvinti tra loro che si agitavano

forsennatamente. Un caimano, lungo circa cinque metri, col dorso ricoperto quasi

interamente di piante acquatiche che erano cresciute nel fango depositato tra le varie scaglie

ossee, con due mascelle enormi, armate di lunghi denti aguzzi, era stato avvinto tra le spire

di un mostruoso serpente, un grosso pitone, uno dei più grandi della sua specie, che lo

stringeva in un abbraccio mortale dal quale era ben difficile difendersi. Capita spesso che

nella foresta due rettili si scontrino per disputarsi una preda o per nuocersi

scambievolmente. Evidentemente il serpente aveva avvistato qualche animale verso il

quale si stava avvicinando anche il caimano. Allora il pitone si era gettato, forse da qualche

basso ramo, addosso al sauriano, avvolgendolo immediatamente tra le sue possenti spire.

Solo la coda del caimano era rimasta libera da quella stretta, e si agitava pazzamente,

tentando di colpire il corpo del serpente, che però aumentava inesorabilmente la propria

morsa. Progressivamente anche le mascelle del caimano vennero avviluppate nelle spire del

rettile, cosa questa che lo rese ancora più furioso, facendolo muggire terribilmente nel

tentativo di divincolarsi da quella pericolosa situazione.

Nulla può resistere all'abbraccio di un pitone: uomini, tigri, bufali e perfino oranghi

periscono, schiacciati dalla forza mostruosa di quelle bestie.

11 caimano, arcuando la schiena e compiendo balzi prodigiosi, tentava di avvicinarsi alla

riva onde immergersi nelle acque profonde dello stagno, nella speranza così di affogare il

suo avversario, il quale ben sapendo il pericolo che correva, voleva accelerare il più

possibile la fine di quella lotta, aumentando la stretta delle sue spire.

- Questo è un combattimento davvero speciale, che non ho mai visto! — esclamò il principe

rivolto ai suoi soldati.

- Accade spesso che tali bestie si affrontino ed il più delle volte la vittoria va al caimano -

rispose Ka - Pogna - La forza prodigiosa della loro coda atterra qualunque bestia. Inoltre le

loro mascelle tagliano in due qualsiasi animale della foresta. Una volta ho visto. . .- la

risposta di Ka-Pogna al fratello del sultano s'interruppe perché il sauriano era riuscito, con

uno sforzo prodigioso, a liberare dalla stretta le proprie mascelle, che si apersero di scatto

e si avventarono sulla testa del pitone. L'enorme bocca si richiuse con fracasso, troncando

di netto il corpo del serpente, che però, nell'attimo in cui moriva, dette al sauriano una

nuova e decisiva stretta. Si udì allora uno scroscio sordo, come di cocci che si rompono:

erano le ossa del caimano che si erano frantumate, stritolate dall'ultima compressione

del serpente morente.

I due animali, mortalmente abbracciati, si adagiarono tra le acque, rese ancora più scure dal

fango che era stato rimosso dal fondo, per poi scomparire lentamente alla vista stupita degli

uomini, mentre affondavano nella mota vischiosa.

Dopo la conclusione di quello spettacolo tutti gli uomini tornarono sui loro passi, ma,

mentre si ricongiungevano con la colonna, si accorsero che ora sul terreno vi era un vero e

proprio spessore d'acqua che evidentemente si era alzato rispetto a prima. In taluni punti il

pelo dell'acqua raggiungeva l'altezza di dieci centimetri, arrivando così al collo del piede di

quasi tutti i soldati, che seguitavano a camminare a piedi non osando servirsi dei cavalli.

- Sembra che sia tracimato qualche fiume nelle vicinanze! - esclamò Agun.

Dopo essersi consultato con alcuni daiacchi esperti di quei luoghi, Agun decise di tornare

indietro. Si mise poi lui stesso in testa alla colonna, tra le file dell'avanguardia onde poter

prendere subitanee decisioni se si fossero verificati altri imprevisti.


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II luogo che stavano percorrendo era un'immensa vallata molto piatta ai cui margini

scorrevano due piccoli fiumi, che provenivano dalle montagne del Kina-Balu. Forse su

quelle alte pendici era piovuto in abbandondanza in quel periodo ed ora i fiumi erano in

piena. Si trattava di riguadagnare i luoghi ove sorgeva il villaggio che era stato distrutto dai

nemici, lasciato indietro da alcune ore, poiché sorgeva su di una piccola altura di circa un

centinaio di metri rispetto alla piana sconfinata, onde poter trovare su quella collina un

terreno asciutto.

Agun cominciò anche ad ipotizzare che vi poteva essere qualcosa di innaturale in quella

piena: esperto conoscitore della natura dei suoli, aveva la certezza che quei terreni non

erano alluvionali, né erano soliti essere ricoperti di acqua; prova ne era il tipo di piante e di

alberi che vi crescevano; inoltre non era quella la stagione delle piogge e se pur aveva

piovuto in alta montagna quel terreno era in leggera pendenza, cosa questa che avrebbe

dovuto permettere un rapido deflusso delle acque in caso di inondazione. Più passavano le

ore e più l'acqua saliva: ora arrivava oltre le caviglie a tutti e rischiava di raggiungere le

ginocchia agli uomini di statura più bassa. A quel punto Agun fu più convito della sua

ipotesi: quell'inondazione non era dovuta ad uno straripamento naturale, ma a causa di

qualcuno che ad arte aveva inondato il territorio, provocando uno sbarramento nel corso dei

fiumi e nel terreno più a valle. L'intento poteva essere quello di far annegare il convoglio

reale o di rallentarne quantomeno la marcia.

Agun dette quindi l'ordine di affrettare la marcia e di correre verso il piccolo innalzamento

del terreno. Tutti obbedirono anche se non era facile trasportare in fretta i carichi di armi o

di vettovaglie che si portavano appresso. Anche le bestie da soma ed i cavalli al seguito

trovavano grande difficoltà a muovere le zampe in quella specie di terreno paludoso, ove si

affondava sino ai garretti.

La corsa era ritardata anche dalle avverse asperità del suolo, che erano rese irriconoscibili,

poiché coperte dall'acqua che non era certo limpida. Nonostante ciò in un paio di ore la

compagnia raggiunse la piccola altura e tutti si misero in salvo su un terreno asciutto. Agun

chiamò a raccolta i vari comandanti e disse loro:

- Fidati e coraggiosi luogotenenti, come vedete la situazione è seria ma non drammatica.

Siamo praticamente assediati dalle acque, ma non credo che corriamo alcun pericolo. La

cima dell'altura dove ci troviamo è alta cento metri rispetto al fondo valle ed è quindi

impossibile che la piena ci possa sommergere. Il problema è invece un altro: il perdurare di

questa situazione. Quanto durerà questa inondazione, che è stata sicuramente provocata dai

nostri nemici che hanno probabilmente deviato od ostruito il corso dei fiumi? Presumo che

possano trascorrere delle settimane prima che le acque defluiscano o che possane essere

assorbite dal terreno. Quindi avremo problemi di vettovagliamento e di viveri. Quanto

pensate possano durare le scorte di cibo?

- Abbiamo molta carne salata ed affumicata - rispose un sottocapo.

- Ma siamo duecento uomini! - obiettò un altro.

- E i cavalli? Quando essi avranno consumato le erbe della collina di cosa si nutriranno? -

si domandò un terzo.

- Ascoltate, - intervenne il principe, che non voleva far serpeggiare troppe preoccupazioni-

quando i viveri saranno terminati o quando i cavalli non avranno più di che cibarsi, ci

nutriremo di tali animali. Vorrà dire che poi torneremo alla capitale, non potendo certo

proseguire il viaggio a piedi, vista la lontananza della meta. Forse quello che più mi

preoccupa è la sete! Ognuno di noi ha razioni per circa due giorni. I cavalli si possono anche

bere l'acqua che ci circonda, mentre preferirei che gli uomini evitassero di dissetarsi con essa.

- Ho notato un pozzo nei pressi del villaggio distrutto! — interloquì un comandante -


99

Proveremo a vedere se è secco oppure no.

- Bene - terminò il fratello del sultano - assicuratevi che vi sia acqua nel pozzo. Se non ci

fosse disponete un razionamento delle scorte. Frugate per ogni dove per vedere se si trova

qualche sorgente o qualche capo di selvaggina su questa piccola collina. Disponete anche

delle sentinelle lungo tutto il perimetro della terra emersa: non voglio brutte sorprese! Che

qualcuno controlli anche se l'acqua sale ancora o se si è fermata.

Detto questo la riunione si sciolse ed ognuno andò a trasmettere gli ordini ricevuti ai propri

guerrieri.

La collina venne battuta palmo a palmo e furono uccisi tutti gli animali, ed erano davvero

tanti, che vi si erano rifugiati per scampare all'inondazione. Uccelli, cinghiali, cervi, zebù,

vennero abbattuti ed una parte di questi immediatamente cucinati, visto che erano ormai

venti ore che nessuno toccava più cibo; un'altra parte di questa cacciagione venne

affumicata onde poter essere conservata per i giorni successivi.

Furono poste le sentinelle come stabilito, mentre non venne trovata alcuna sorgente di

acqua. Il pozzo invece era funzionante, ma si decise di farvi ricorso quando le riserve nelle

fiasche fossero terminate.

Durante la notte, che peraltro trascorse senza incidenti, il livellodelle acque si alzò sino a

raggiungere i due metri e mezzo rispetto alla piana; ma poi, alle prime luci dell'alba, si

arrestò. Se la colonna non avesse avuto tempo di raggiungere celermente quel piccolo

altopiano nessuno avrebbe potuto trovare rifugio all'inondazione, cosa questa che era

evidentemente nei progetti delle bande rivoluzionarie.

Passarono così altri due giorni. Le truppe si erano accampate attorno al villaggio distrulto

dalle fiamme, montando delle tende per il principe o per riparare dal sole le provviste, o

risistemando alcune capanne che erano state meno danneggiate dalla furia del fuoco. Le

acque si erano definitivamente arrestate e nessuno più temeva per la propria vita. Le

provviste erano abbondanti e comunque sufficienti a sfamare tante persone. Le riserve

d'acqua invece cominciarono a scarseggiare: le fiasche e le botti che erano al seguito del

convoglio si stavano esaurendo. Qualcuno ebbe quindi l'idea di attingere il prezioso

elemento dal pozzo che si trovava nella piazza principale del villaggio. L'acqua sembrava

fresca e buona. Venne quindi attinta e distribuita a chi aveva terminato la propria razione e

venne bevuta durante il pasto serale.

Non erano trascorsi che pochi minuti dalla fine della cena quando alcuni uomini

cominciarono a lamentarsi, accusando forti dolori allo stomaco. In breve i dolori divennero

molto forti provocando acute grida di sofferenza.

Subito ci si interrogò sul perché tanta gente accusava contemporaneamente gli stessi

disturbi e la risposta arrivò immediata nella mente di ognuno: chi era stato colto dai dolori

aveva bevuto l'acqua del pozzo che evidentemente non era potabile.

Agun, prontamente accorso a confortare chi soffriva, si rese conto, anche grazie ad alcune

nozioni di medicina generale che aveva appreso leggendo i libri della propria biblioteca,

che quegli uomini erano stati avvelenati da qualche potente prodotto tossico mischiato

nell'acqua. Il sospetto divenne certezza quando alcuni dei sofferenti iniziarono a rantolare e

poi ad esser presi da forti e ripetute contrazioni per tutte le membra del corpo.

Successivamente a molti di quei poveretti comparve una bava sanguigna nella bocca,

mentre urla strazianti uscivano dalle loro labbra. L'accampamento si trasformò in breve in

una specie di lazzaretto ove una buona parte dei suoi occupanti era distesa a terra in preda a

convulsioni spasmodiche, che presto si trasformarono in sinonimi di morte: poco dopo

infatti una cinquantina di soldati si irrigidirono definitivamente. Erano mòrti. Nulla si potè

fare per loro. Non si conoscevano antidoti ad un veleno sconosciuto a tutti.


Pur tuttavia Agun si adoperò per limitare danni irreversibili a chi, non avendo bevuto

che poca acqua, poteva forse essere salvato: fece vomitare quegli uomini che ancora

non presentavano i sintomi irreversibili dell'avvelenamento, onde togliere loro dallo

stomaco quanto avessero ingerito. Forse questo salvò la vita a molti guerrieri, che in

capo a poche ore sembrarono star meglio, con i dolori addominali in rapida diminuzione.

Quando l'emergenza sembrò cessare Agun contò cinquantadue morti. Era una

vera carneficina. Molti altri guerrieri erano terrorizzati, pensando che mancando l'acqua in

pochi giorni sarebbero comunque morti di sete.

Il principe, nella più profonda costernazione, diede ordine di seppellire

molto profondamente i poveri compagni, uccisi così sadicamente. Diede poi disposizioni

perun rigido razionamento della poca acqua rimasta nei barili.

La notte trascorse lavorando alacremente per seppellire i morti, mentre il cuore di tutti

era rattristato ed atterrito.

L'indomani mattina Agun, dopo una profonda riflessione, radunò tutti gli uomini e

parlò

loro:

- Miei prodi, onde evitare di farci prendere dalla sete prima che le razioni finiscano,

dobbiamo abbandonare questo posto. Abbatteremo degli alberi e con essi costruiremo delle

zattere. Vi raduneremo sopra armi, munizioni, viveri e tende. Alcuni di noi vi

saliranno sopra mentre gli altri monteranno in groppa ai propri cavalli; tenteremo così di

attraversare questo enorme lago. Che gli dei ci siano propizi.

Terminato di parlare tutti iniziarono velocemente l'opera ordinata. In mezza giornata molti

alberi vennero tagliati e poi privati dei rami. I tronchi furono legati assieme tra loro

da robuste liane: vennero così realizzate cinque grosse zattere, sotto le quali trovarono

posto i barili d'acqua ormai vuoti, in modo che questi aiutassero i natanti a restare meglio

a galla.

Vi imbarcarono quanto stabilito poi ognuno prese posto a bordo o sui propri destrieri.

I quadrupedi senza cavalieri, cioè quelli dei soldati deceduti vennero tenuti per le briglie

dai cavalieri più abili.

Le zattere vennero spinte quindi al largo con delle robuste canne di bambù che

servirono poi a direzionare i galleggianti.

Dopo alcune ore la collina venne persa di vista.

Il paesaggio sembrava fantastico ed irreale. Si vedevano infatti sporgere dall'acqua

molti alti alberi, coperti solo in parte dal liquido elemento, mentre su quella specie di

palude galleggiavano detriti di ogni genere e carcasse di animali affogati, che esalavano

un fetore insopportabile. Questi cadaveri galleggianti rendevano ovviamente l'acqua non

potabile, scoraggiando chiunque avesse voglia di soddisfare la propria sete, che si faceva

sempre più sentire, con quel caldo e sotto un torrido sole, mitigato da ben poche ombre.

Trascorsero altre ore; i cavalli, specialmente quelli con in groppa gli uomini, iniziavano a

dare segni di stanchezza. Quando sembrava che stessero per affogare i cavalieri che li

montavano si trasferivano su quei cavalli privi di padrone o direttamente sulle zattere.

Ma col passare del tempo la situazione si fece precaria. Poco a poco tutti i cavalli furono

privati del loro fardello umano per impedire che affogassero. Le cinque zattere ora

rischiavano di inabissarsi perché troppo cariche. La giornata trascorse tra mille angosce; il

sole cominciava a calare all'orizzonte; molti cavalli erano affogati o risultavano dispersi in

quell'oceano d'acqua mentre nell'animo dei soldati reali iniziava a serpeggiare il timore di

non riuscire ad approdare in breve tempo su qualche terra emersa. Le zattere

avanzavano con molta lentezza a causa del peso eccessivo e della loro poca

manovrabilità. Già si discuteva sul come orizzontarsi di notte in quella buia distesa

d'acqua quando finalmente fu intravista una terra, celata sino a quel momento agli

occhi di tutti, poiché un gruppo

100


101

d'alberi la nascondeva con le loro chiome, ormai molto prossima distante solo alcune

centinaia di metri. Con un ultimo sforzo i natanti raggiunsero la riva e vi si arenarono. Era

una lingua di terra che si allargava verso l'interno: si trattava. probabilmente dell'estremità di

qualche collina che sembrava molto vasta. Tutti sbarcarono, scaricando i fardelli che si

trovavano nelle zattere. Vennero raccolti i cavalli superstiti e ci s'incamminò verso

l'interno alla ricerca disperata di un corso d'acqua ove poter finalmente estinguere la

sete, che era diventata insopportabile. Alcuni uomini non bevevano dalla sera prima,

nonostante che sforzi e fatiche avessero aumentato a dismisura l'arsura di ognuno,

complice l'insopportabile caldo di quella giornata.

La notte calò improvvisa, ma tutti continuarono a camminare sui quei terreni non troppo

ingombri d'alberi o vegetazione, spronati dalla necessità di trovare un torrente. Alla pallida

luce di un cielo che risplendeva di fulgide stelle, gli uomini si divisero su un vasto fronte

onde accrescere le probabilità di trovare qualche corso d'acqua. Nel far ciò Agun si

rendeva conto che esponeva la sua gente ad un pericolo maggiore in caso d'incontro

con il nemico, ma la sete era troppo prepotente ed eventuali suoi ordini di marciare più

riuniti potevano esasperare gli animi dei soldati, già messi a dura prova in quei giorni ricchi

di terribili e nefaste sorprese.

Finalmente venne scoperta una piccola fonte d'acqua che zampillava tra alcune rocce. Il

silenzio della notte, rotto solo dal grido d'alcuni uccelli rapaci, aiutò a sentire quel dolce

mormorio, che rappresentava il rumore più invitante che orecchio di un uomo assetato

potesse ascoltare. Tutti si precipitarono verso quella pozza d'acqua e ne bevvero

avidamente. Anche i cavalli ebbero il loro giusto godimento. Furono poi ricostituite le

riserve in fiasche e botti e quindi finalmente tutti si dedicarono al sospirato riposo, tranne

alcune sentinelle che furono disposte a guardia dell'improvvisato accampamento.

L'indomani Agun radunò i sottocapi per decidere sul da farsi. Venne convenuto che

occorreva ora aggirare i vasti territori colpiti dall'inondazione per poi riprendere la marcia

verso la meta. Si trattava di effettuare un lungo e vizioso semicerchio, ma d'altra parte non

si poteva fare altrimenti e lo scopo del viaggio doveva essere raggiunto a tutti i costi. Agun

lasciò riposare la carovana per due giorni. Tutti avevano bisogno di ritemprare le forze,

anche in vista del lungo percorso che ancora restava da compiere. Venne compiuta la conta

delle cavalcature superstiti e ci si accorse che nella traversata erano affogati o si erano

dispersi circa cinquanta cavalli, cioè un numero pari ai soldati morti avvelenati. Quindi

ogni guerriero poteva contare ancora sul proprio destriero oltre ad alle bestie già adibite al

trasporto degli equipaggiamenti.

La colonna si mise quindi di nuovo in marcia e per alcuni giorni s'inoltrò in territori

impervi e difficilmente praticabili, anche a gente come loro, avvezza a muoversi tra mille

difficoltà nelle foreste bornesi.

Già la compagnia era in procinto di attraversare quella che si riteneva essere l'ultima

macchia di vegetazione che la divideva dai territori abitati dalle tribù che Agun doveva

visitare, quando la retroguardia gettò l'allarme: avevano inteso un rumore di cavalli in

avvicinamento. La colonna si dispose quindi sulla difensiva, nascondendosi nella

vegetazione, pronta a respingere un attacco nemico ormai prossimo.

Tra gli alberi apparvero però solo pochi uomini che avanzavano a briglie sciolte. Si trattava

di una decina di cavalieri che avevano le divise e le insegne dei soldati del sultano

Sandokan.

Quale fu la sorpresa di tutti è facile immaginarselo. Furono fatti dei segnali di

riconoscimento onde evitare che ci si sparasse scambievolmente addosso. I nuovi arrivati

smontarono da cavallo e furono condotti alla presenza del principe, che era molto


102

preoccupato per quell'incontro inaspettato che poteva essere foriero solo di brutte nuove.

Il capo del piccolo gruppo di sopravvenuti consegnò ad Agun un messaggio di

Sandokan. Spiegò che li stavano cercando da diversi giorni e che anche loro erano stati

costretti ad aggirare l'ostacolo prodotto dall'inondazione.

Agun prese la lettera a lui diretta, ruppe il sigillo di ceralacca con sopra impresso il simbolo

di una testa di tigre, emblema del regno del Sabah e lesse il messaggio, che così diceva:

“Caro Agun, abbandona la meta del tuo viaggio e raggiungici subito alla capitale. Gravi fatti

e nuove minacce impongono la presenza di tutti i tuoi uomini qui a Kin. Un abbraccio.

Sandokan"

Agun, visibilmente turbato da quanto aveva letto radunò i suoi luogotenenti e li informò

degli ordini ricevuti. La colonna invertì quindi la marcia e riprese il cammino in direzione

della città del lago.

Dopo dieci giorni, senza incontrare altre sorprese o incidenti Agun e le sue schiere

raggiungevano la capitale


104

CAPITOLO DECIMO

L'ASSEDIO DELLA CAPITALE

I nostri eroi si trovavano ora tutti finalmente riuniti nella reggia di Kin. Dopo un

affettuoso scambio di saluti, d'abbracci e di notizie, ed una visita alla regina madre e

alle due sorelle, Sandokan radunò un consiglio di guerra. Questa volta vi parteciparono

anche i vari comandanti dei distaccamenti militari ed il comandante che aveva occupato

il posto di Batik, oltre ovviamente al vecchio Muluder, ad Agun e a Selim.

Sandokan, dopo aver informato tutti i presenti di ciò che era capitato ai tre corpi di

spedizione, or ora tornati nella capitale, e dopo essersi soffermato sui tradimenti e sulle

diserzioni avvenuti negli ultimi mesi, chiese a sua volta notizie circa gli avvenimenti

accaduti in città o nelle altre parti del regno durante la sua prolungata assenza.

Le notizie che alcuni comandanti o governatori portavano, anch'essi ritiratisi dalle

provincie di cui erano responsabili, erano desolanti. L'insurrezione non solo era

scoppiata ovunque ma le truppe ancora fedeli al sultano erano state costrette a ripiegare

sulla capitale, lasciando il regno di Sabah completamente in balia dei rivoltosi.

Infatti, nonostante l'eroismo di molti generali ed il sacrificio di tanti uomini, che si

erano battuti con coraggio ed audacia, disprezzando le profferte di tradimento di Batik,

la ritirata era stata completa e la disfatta totale in ogni regione del sultanato. Le armate

reali avevano comunque infetto durissime perdite ai nemici, ma purtroppo gli avversari

erano stati in grado di colmare rapidamente questi vuoti, mercé l'afflusso costante e

continuo di nuovi rivoltosi, prezzolati dall'oro straniero. Erano stati catturati alcuni

nemici; dalle loro confessioni si seppe che le schiere nemiche si stavano ormai

concentrando attorno alla capitale per sferrarvi un attacco generale; inoltre si era saputo

che l'uomo bianco comandante di tutti i rivoltosi si chiamava Mike Hold; era un

emissario degli inglesi, che aveva guadagnato la fiducia di tutte le tribù della costa e

dell'interno del regno, pagando a peso d'oro il tradimento di governatori e capi

villaggio, soldati reali e contadini. A tutti venivano regalati fucili e munizioni. Dalle

confessioni di chi era stato catturato e costretto a parlare si era anche saputo che soldati

e luogotenenti del sultano di Varauni e di Sarawack facevano da istruttori agli insorti,

insegnando loro l'uso delle armi da fuoco, sino a poco tempo addietro sconosciute alla

maggioranza di quei selvaggi. Promettendo grandi onori futuri e grosse ricompense,

questo Hold aveva corrotto molti comandanti reali, tra i quali Batik, ed aveva favorito

diserzioni di massa dei soldati sino ad allora fedeli a Muluder. Le truppe che non

cedevano alle lusinghe o alle promesse dei capi degli insorti erano state massacrate,

attirate in imboscate o battute in combattimenti nei quali le forze nemiche, anche se


105

male addestrate o poco avvezze alla guerra, avevano avuto la meglio, grazie alla loro

superiorità numerica quasi schiacciante.

Tutti i luogotenenti del re, convenuti al consiglio di guerra, confermarono quanto si era

appreso dalle confessioni dei prigionieri, aggiungendo la triste notizia che ora non vi

erano più città o villaggi ancora sotto controllo regio. Le popolazioni che non avevano

aderito alla rivoluzione erano state trucidate, come Agun stesso potè confermare, nel

raccontare la sorte del villaggio incontrato durante la sua avanzata, mentre saccheggi

d'ogni genere erano stati effettuati sia nelle campagne sia nei centri abitati.

Sandokan, che aveva ascoltato in silenzio queste agghiaccianti notizie, prese la parola,

non appena i vari resoconti furono terminati e disse:

- Voglio innanzi tutto ringraziare quanto avete fatto per il nostro paese sino ad oggi.

Esprimo il mio sincero affetto per quei comandanti, qui presenti o per quelli che sono

stati uccisi, che hanno preferito essermi leali e non tradire il nostro amato sultanato, a

cominciare da quelli che hanno accompagnato la colonna di mio padre e di Agun. Forse

debbo a voi la vita dei miei familiari. Ora però dobbiamo pensare al prossimo futuro! Il

nostro regno si sta disfacendo pezzo per pezzo. Siamo ora costretti a difenderci. Per cui

vi ordino di eseguire alla lettera quanto vi dirò, facendo il tutto con la massima

sollecitudine. Al momento attuale non ci resta da fare altro che chiuderci nella capitale

attendendo magari che il nemico, non potendo batterci, si stanchi ed abbandoni

l'accerchiamento. Non scordiamoci che le truppe dei rivoltosi sono mercenarie e senza

alcuna coesione che aggreghi i gruppi eterogenei che le compongono. Rendiamo allora

la città imprendibile. Si scavino dunque delle profonde trincee attorno alle palizzate, si

rafforzino queste stesse, si realizzino attorno ai vari fortilizi e agli angoli della città dei

piccoli depositi di polvere e munizioni, guardati giorno e notte da sentinelle armate,

onde prevenire eventuali attentati che potrebbero essere distruttivi; si creino sugli spalti

e sui camminamenti dei ripari che mettano al sicuro i difensori dal fuoco nemico o

dall'eventuale pioggia; si realizzi un'adeguata difesa del lato della città che confina con

le sponde del lago, mettendo in acqua quante più barche possibili, ancorate al largo, che

possano fungere da vedetta e da difesa; si mettano a bordo di queste imbarcazioni grossi

recipienti con quel liquido oleoso e puzzolente onde possa essere gettato in acqua e dato

alle fiamme in caso si avvicinino a riva natanti nemici. Per quanto riguarda invece la

popolazione, si avvisino tutti i cittadini che tra breve saremo cinti d'assedio; si diano

disposizioni onde permettere la fuga di chi volesse lasciare la città prima dell'inizio

delle ostilità; si accantonino grandi quantità di cibo; ci si procuri scorte di legna, sia per

il fuoco sia per riparare possibili danni alle palizzate; si dislochino dei gruppi di vedette

sulle strade che portano alla capitale onde poter avere con largo anticipo la notizia

dell'arrivo del nemico. Ora, se non avete domande da pormi, andate ed eseguite con

zelo quanto vi ho raccomandato.

Tutti i comandanti si alzarono e presero congedo dal rajah. Rimasto solo con i suoi

familiari, Sandokan fece chiamare la madre e le due sorelle. Quando esse giunsero nella

sala della riunione, sembravano parecchio agitate, poiché avevano saputo che la

situazione era precipitata e che tosto la città sarebbe stata investita da un violento

assalto. Sandokan ebbe anche per loro parole di incoraggiamento:

- Cara madre, amatissime sorelle, - disse con tono molto dolce - nel vostro

appartamento all'interno della reggia potreste non essere completamente al sicuro. Una

palla di cannone, un incendio o una nostra eventuale capitolazione potrebbero avere

conseguenze nefaste. Vi prego quindi di abbandonare la città; sotto buona scorta vi

recherete in qualche isola al largo del Borneo ove potrete avere presto nostre notizie.

- No, Sandokan, - rispose per tutte la buona Coruma - non abbandonerò mai i miei

diletti figli e il mio signore, tuo padre. Piuttosto darei la vita per difendervi e per

contribuire ad aiutare i nostri guerrieri alla difesa della città.


106

Anche le figlie di Coruma, Tua Kong e Terusan, aggiunsero parole di supporto a quanto

affermato dalla madre, mostrandosi desiderose di condividere la sorte dell'intera

famiglia e del popolo tutto.

Sandokan allora disse:

- Sia fatta la volontà degli dei; correremo tutti insieme il medesimo rischio. Venite qua,

tra le mie braccia o madre adorata e dolcissime sorelle. Stringiamoci in un tenero

abbraccio!

E tutti si strinsero con grande commozione.

* * * * * * * * * * *

Passarono diversi giorni senza che il nemico desse notizie del suo avvicinarsi alla

capitale. Probabilmente le armate rivoluzionarie stavano organizzandosi per radunare

più guerrieri possibili, ben sapendo che avrebbero trovato un osso molto duro da rodere.

Frattanto le disposizioni impartite da Sandokan erano state messe in pratica con grande

fervore. La città era stata circondata per tre lati da profondi terrapieni, scavati da soldati

e comuni cittadini con molta destrezza. Le fosse erano larghe quattro metri e profonde

altrettanto, mentre tra queste e le palizzate che difendevano la città erano stati posti dei

rovi che celavano pali molto appuntiti ed aculei spinosi, che formavano una specie di

recinzione difficile a superarsi, specialmente per i piedi ed i corpi nudi dei selvaggi; sia

le punte acuminate, sia le frecce piantate a terra erano state bagnate col terribile succo

dell’ upas. Se questi ostacoli non avessero fatto desistere gli assalitori li avrebbero

sicuramente arrestati per un po' di tempo, esponendoli al fuoco dei difensori, con

probabili perdite ingenti. Tutte le palizzate che cingevano la città erano state rafforzate

con tronchi d'albero, messi a contrasto, onde queste potessero meglio resistere ad

eventuali colpi di cannone. Sui camminamenti, che guarnivano la cinta, erano stati

innalzati dei casotti protetti, ove alloggiavano una decina di mirìm e lillà, piccoli

cannoncini di bronzo che potevano sparare palle di ferro di due o tre chili, oppure

cartocci di mitraglia; i casotti erano dei ripari atti a proteggere i cannonieri dai tiri

nemici o per mettere al riparo le munizioni in caso di pioggia. Le porte della città erano

state rinforzate per sopportare più a lungo il cozzo di eventuali arieti. Sul lato del fiume

che, come già spiegato, in prossimità della capitale formava il lago di Kin, una decina di

grosse barche si erano disposte a semicerchio, legate le une alle altre con robuste funi,

onde non perdere l'allineamento, ancorandosi sui bassi fondali. Su ognuna di queste si

erano imbarcati una decina di uomini armati; inoltre avevano trovato posto grossi

otri, all'interno dei quali erano racchiusi molti ettolitri di un liquido oleoso ancora non

conosciuto col nome di petrolio, facilmente infiammabile. Era stato raccolto da alcune

polle affioranti in certi terreni non molto distanti dalla città. I soldati avevano ricevuto

l'ordine d'interdire qualunque avvicinamento di barche sospette e, in caso di sconfitta,

di rovesciare in acqua il contenuto di quei recipienti e di incendiarlo. Durante quei giorni

di febbrili preparativi la popolazione della capitale, resa edotta dell'imminenza

dell'attacco era quasi tutta fuggita, portandosi seco masserizie ed animali. Quale

tristezza, nella famiglia reale, il vedersi abbandonati dai propri sudditi, che scappavano

lasciandoli da soli a combattere per la propria indipendenza! Quanta amarezza nel

costatare che i loro concittadini preferivano abbandonare case ed averi in una fuga che li

avrebbe fatti cadere probabilmente nelle mani dei rivoltosi! Questa fuga sicuramente

infondeva negli attaccanti la sensazione che la sicurezza della capitale era davvero

effimera e che ormai solo i militari e i guerrieri difendevano il regno, accrescendo

negli insorti la baldanza e la tracotanza nell'imminente assedio.


107

Le truppe rimaste fedeli a Sandokan erano davvero poche: vi si contavano i duecento

uomini del contingente del vecchio Muluder, tornati incolumi nella capitale, i

centocinquanta guerrieri superstiti delle schiere di Agun, la manciata di daiacchi portati

indietro dallo stesso Sandokan dopo quella terribile battaglia, i circa seicento uomini

rimasti a guardia di Kin agli ordini di Selim e alcuni distaccamenti, sparsi per le

provincie, che erano riusciti a sfuggire all'avanzata nemica e che erano confluiti in città:

in tutto circa mille e cento coraggiosi rajaputi, che avevano rifiutato l'oro e gli onori del

nemico, fedeli al sultano e desiderosi di morire piuttosto che di arrendersi. Erano ben

addestrati, ben armati, ben difesi in una città fortificata, con tantissime vettovaglie a

loro disposizione, ben comandati da Sandokan, dai due fratelli, dal vecchio padre ai

quali non mancava certo l'ardore ed il coraggio, ma come potevano tener testa ad un

esercito che veniva stimato attorno ai cinquemila uomini? Quanto avrebbero potuto

resistere gli assediati? Era bensì vero che la fuga in massa della popolazione accresceva

l'autonomia in viveri della guarnigione, che avrebbe così potuto contare su tutte le

scorte accumulate per sopperire ai fabbisogni degli stessi abitanti, ma poi? Quale aiuto

si potevano aspettare i regnanti? Non certo dai sultanati limitrofi o dalle popolazioni

costiere. Sandokan e i suoi familiari si trovavano in uno stato psicologico davvero

frustrato: erano consapevoli che tutto il loro regno, tutte le vaste regioni, abitate da

centinaia di migliaia di bornesi, tutto il loro poderoso esercito che contava all'inizio

delle ostilità ottomila uomini, tutte le numerose città ed i centinaia di villaggi, tutto ciò

si era ridotto ormai a un pugno di difensori racchiusi in un recinto! Che delusione, che

tristezza, che senso di solitudine, di abbandono, di isolamento!

Pur tuttavia ogni membro della famiglia Muluder cercava di tenere alto il proprio

morale e quello delle truppe, sino all'ultimo servo. Si auspicavano che se avessero

tenuto duro, se avessero saputo contrastare gli attacchi imminenti, forse l'indisciplina

dei rivoltosi e la difficoltà di tenere assieme tanti uomini di razze diverse avrebbero

indotto i capi nemici a desistere da un lungo assedio.

Ad ogni buon conto i lavori di fortificazione erano ormai terminati. Trascorsero alcuni

ulteriori giorni in una snervante attesa di notizie, senza che giungessero alla capitale le

vedette inviate da qualche tempo incontro al nemico. ,

Una mattina, mentre Sandokan si trovava sul fortilizio a sud della città, si sentì suonare lo

squillo lontano di una tromba. Era il segnale di allarme. All'orizzonte si vedeva un

gruppo di cavalieri che si dirigevano a gran galoppo verso la porta d'ingresso: era una

pattuglia di osservatori che tornava. Evidentemente vi erano gravi notizie da riferire.

Entrati che furono nella città, il loro comandante corse da Sandokan e disse una sola

affannata parola:

- Vengono!

Sandokan chiese:

- Quanti pensi che siano?

- Non lo so mio sultano. Vi è una schiera immensa, della quale si vede l'inizio ma non

la fine. La polvere smossa dalla loro avanzata si alza in cielo come un uragano. La terra

trema come se corressero delle torme di elefanti. Uccelli ed animali da pelo fuggono

come se fossero spaventati da un incendio.

Sandokan dette allora l'ordine di suonare le trombe dell'allarme generale onde far

rientrare in città anche gli altri esploratori che erano dislocati attorno alla capitale in

altre direzioni.

Dopo alcune ore, che parvero per tutti un'eternità, le schiere nemiche apparvero alla

vista dei difensori. Poco a poco dilagarono nelle campagne attorno alla città sino ad

estendere la loro presenza sui tre lati terrestri della capitale, rimanendo però ben lontani

e comunque molto fuori dalla portata di ogni arma da fuoco.


108

Si trattava, come tutti i difensori ormai sapevano, di gente di ogni razza dell'arcipelago

malese, raccolta per ogni dove in oriente. Tra quelle migliaia di attaccami, che

brulicavano nelle campagne come api attorno al miele, vi era un buon nerbo di daiacchi

bornesi, di quelle tribù che per prime si erano ribellate al potere di Sandokan, ma

questi erano certamente una minoranza, anche se tali combattenti rappresentavano

sicuramente i più solidi e coraggiosi uomini della raccogliticcia armata nemica. Ed

erano questi i guerrieri che Sandokan temeva di più. Pure dalla parte del lago si

videro apparire i nemici a bordo di alcune barcacce, che affondarono le loro ancore al

largo, anch'esse fuori dalla portata di eventuali tiri di offesa. Sul far della sera i nostri

amici poterono agevolmente notare che nel campo avversario si montavano tende e si

costruivano capanne. Una cerchia di falò venne accesa ed arse per tutta la notte, che

trascorse comunque senza alcun atto di ostilità da ambedue le parti.

La mattina seguente alcuni uomini a cavallo mossero verso la porta principale della

città. Portavano una bandiera bianca issata su di una lancia, che veniva agitata

forsennatamente forse per paura che i difensori non vedendola cominciassero a far

fuoco. Venne dato l'allarme e tutti si radunarono sugli spalti. Sandokan diede il

permesso ai parlamentari di avvicinarsi. Giunti che furono nei pressi della porta, questa

fu aperta e colui il quale sembrava essere il rappresentante di quel gruppo entrò in città,

dando però segni di gran timore. Sandokan, attorniato dai suoi familiari e dai vari

luogotenenti mosse incontro al nuovo venuto e gli ordidi parlare. L'inviato del

campo nemico, senza scendere da cavallo, con voce che voleva essere ferma disse:

- Vengo da parte del rappresentante della grande Inghilterra. Si chiama mister Hold e ha

ricevuto il mandato, per conto di quella potenza straniera, del sultano di Varauni e di

quello di Sarawack, a presentarti un piano di pace, ma alle seguenti condizioni: dovrai

deporre le armi e consegnarci tutti i tesori della corona . . . .

- Come osi presentarti a parlar di pace - lo interruppe irato Sandokan - dopo che avete

distrutto le mie terre e trucidato migliaia di abitanti? Con quale coraggio prospetti a me

delle condizioni? Ti dimentichi che sono il sultano del Sabah, il rajah del Kina-Balu, il

re Muluder? Come ardisci parlare di grande Inghilterra a me che non ho dato mai

fastidio a quella nazione? Ti vanti di essere inviato di Varauni? Ma sai che quello

spregevole individuo ha più volte invaso il mio regno, saccheggiando i villaggi di

frontiera ed uccidendo la mia gente?

Con gli occhi infiammati dall'ira per le parole oltraggiose pronunziate verso di lui,

Sandokan scattò verso il cavallo del parlamentare, lo prese per le narici, stringendole

così forte da far cadere in ginocchio la povera bestia. Immediatamente afferrò l'uomo e

l o sollevò di peso, come se fosse un leggero fardello, e lo scagliò nella

polvere, facendolo ruzzolare più volte. L'uomo spaventato da tanta forza,

dolorante per il capitombolo subito e terrorizzato dall'aspetto inferocito del rajah,

implorò:

- Non vorrai far del male ad un ambasciatore? Non sai che la mia persona è sacra?

- Ascolta bene, lurido impostore! - gli gridò invece Sandokan con fare minaccioso Vai

da quell'assassino del tuo padrone e riferiscigli che se si arrende prima di sera,

sciogliendo il suo esercito di straccioni eviterò di farlo decapitare dal boia di corte e gli

garantirò un lasciapassare sino alla frontiera senza che nessuno gli torcia un capello. Ed

ora vattene in fretta prima che mi venga voglia di farti fustigare!

11 parlamentare, ben lieto di cavarsela così a buon mercato, risalì a cavallo e si allontanò

tutto tremante di paura, raggiungendo i suoi accompagnatori con i quali ripartì alla volta

del campo nemico. I soldati reali richiusero con fragore la porta della città e la serrarono

ben bene.


Sandokan intanto, seguito dai suoi familiari, era tornato alla reggia. Si mise quindi a

pensare circa la sfrontatezza delle richieste di Hold. Quello che maggiormente adirava il

prode eroe era la prosopopea e l'arroganza del nemico, il quale credeva potesse bastare

lo spiegamento del proprio esercito per incutere terrore nel sultano ed indurlo ad

arrendersi subito. Come poteva pensare di strappare la corona di testa al rajah senza uno

scontro diretto dei due eserciti? Questa eccessiva sicurezza nella vittoria mandava su

tutte le furie Sandokan, che continuò a pensare a quel colloquio per tutta la giornata.

Anche la notte che seguì trascorse senza nessun altro allarme.

Ma alle prime luci dell'alba le sentinelle avvertirono uno strano movimento nel campo

avverso. Si udivano squilli di ramsinga, prodotti con una specie di tromba di rame

rulli di tamburi, un insolito vociare ed un gran fermento di uomini. Era chiaro che si

stava preparando un attacco generale. Fu dato l'allarme e tutti i soldati si precipitarono

sugli spalti.

Anche Sandokan, subito accorso, notò che le bande dei nemici si stavano radunando

verso il lato sud della città. Agun, che si trovava dietro a lui, disse:

- Il capo degli insorti non è uno sciocco, poiché tra i tre lati a disposizione preferisce

attaccare da quello, in modo che noi avremo il sole agli occhi.

Vennero allora fatti confluire da quella parte circa mille armigeri in pieno assetto

di battaglia, mentre le rimanenti truppe erano state lasciate a guardia degli altri lati

della città. Ogni uomo era risoluto a vendere cara la propria pelle, sapendo bene che

quella che si accingevano a combattere sarebbe stata una lotta senza tregua,

poiché, se il nemico si fosse impadronito della capitale, nessuno sarebbe stato

risparmiato.

I rivoltosi, frattanto, incoraggiandosi con urla selvagge e con un frastuono tremendo,

prodotto da strumenti a fiato e a percussione, si stavano avvicinando a Kin. Era un vero

formicolio di persone, migliaia e migliaia di uomini che avanzavano in maniera

compatta. Erano armati chi di fucili, chi di cerbottane, chi di sole armi da taglio o di

lance. Sembravano persone veramente eterogenee tra loro; parlavano lingue e

dialetti differenti, e forse nemmeno capivano perfettamente gli ordini impartiti dai

comandanti supremi. Anche i loro scopi e i fini che li sospingevano a quella guerra

dovevano essere dissimili tra loro: i daiacchi, per esempio, venivano sospinti

dal desiderio di indipendenza, mentre altri intravedevano solo il miraggio di

guadagnare oro e denaro; taluni erano invece accecati dall'odio contro i Muluder,

come lo sarebbero stati contro ogni altro sultano o rajah, giacché ritenevano la

famiglia regnante fonte di oppressione, mentre tal'altri si muovevano innanzi per il solo

gusto di uccidere, di decapitare, di fare violenza contro il prossimo, spadroneggiando

poi per la città, tutto bruciando e tutto devastando.

I difensori della capitale, nonostante l'enorme inferiorità numerica, non

dimostravano paura, in quanto si sentivano ben protetti dietro i loro ripari e

ritenevano la palizzata e le opere a difesa, realizzate le settimane precedenti,

molto robuste ed insormontabili.

Ben presto i rivoltosi, continuando ad avvicinarsi molto lentamente, pur non essendo

ancora a tiro d'arma da fuoco, avevano iniziato a far tuonare i loro fucili, facendo

però solo un gran baccano senza alcun danno.

Sandokan non aveva ancora dato il segnale di sparare: non voleva sprecare inutilmente

le munizioni, che potevano un giorno scarseggiare. Aveva provveduto invece a far

collocare su quella parte di palizzata tutti i cannoncini in suo possesso; tali

bocche da fuoco, essendo abbastanza leggere, erano facilmente e velocemente

trasportabili; ogni bocca da fuoco venne caricata a mitraglia, cioè con pezzetti di

piombo e con frammenti di vetro.

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Pag. 111 - …..iniziò così un furioso combattimento…..


111

Quando il sultano ritenne che le orde nemiche fossero alla portata dei piccoli pezzi

ordiil fuoco. Iniziò così un furioso bombardamento: dalle gole dei piccoli cannoncini

di bronzo uscirono fuoco e fiamme miste a denso fumo, mentre le loro voci rombanti

accompagnarono le scariche di mitraglia che cominciarono a cadere sulle prime file

nemiche, storpiando e ferendo numerosi nemici. Ma nonostante un iniziale scompiglio

tra i selvaggi, alcuni dei quali non avevano mai visto o sentito il rombo dei cannoni,

l'attacco continuò impetuoso.

Allora Sandokan , rivolto ai suoi uomini, con una voce che copriva il tuonare

dell'artiglieria, gridò:

- Non vi trattengo più, miei prodi; spazzatemi questi immondi banditi che hanno già

ucciso uomini e donne della nostra razza! Fuoco a volontà!

I rajaputi, che non vedevano l'ora di scatenarsi, fecero fuoco tutti contemporaneamente.

I fucili fecero udire il loro secco crepitio; tutta la cinta avvampò: le mille carabine

iniziarono una musica infernale, di morte sicura per le orde avverse. Questo fuoco di

sbarramento provocò una vera decimazione tra gli attaccanti: decine e decine di uomini

iniziarono a cadere a grappoli, come se un'enorme falce tagliasse delle spighe mature. I

rivoluzionari presi d'infilata dai tiri sempre più precisi da parte di quei mille fucili e

dalle scariche di mitraglia, che gli artiglieri continuavano a sparare, non riuscivano ad

avvicinarsi vivi al primo sbarramento costituito dai terrapieni. Veri mucchi di

cadaveri si accumularono in breve sulla piana, mentre chi sopravveniva doveva

rallentare il passo per oltrepassare l'ostacolo costituito dai corpi dei propri

commilitoni. I soldati reali, continuavano a bruciare cartucce senza economia,

provocando una vera cortina di fumo e fiamme che avvolgeva la città come una bocca

eruttiva di un vulcano: prendevano la mira con freddezza e precisione, come se stessero

a sparare durante una esercitazione. Ricaricavano e premevano di nuovo il grilletto con

fredda determinazione, esultando ad ogni nemico colpito.

Le schiere nemiche parvero ad un certo punto vacillare, prese d'infilata da quel fuoco

infallibile, mentre un certo panico cominciava a serpeggiare, per tale micidiale

carneficina. Ma i vuoti venivano rapidamente colmati dalle centinaia di assalitori che

sopraggiungevano senza posa, mentre le grida e gli incitamenti dei loro capi

sospingevano tutti ad andare innanzi. Iniziarono ad un certo punto a suonare le

trombe: immediatamente le migliaia di assalitori cominciarono a correre in avanti,

con uno scatto velocissimo, verso le prime trincee fatte erigere da Agun nei giorni

precedenti. I selvaggi, accortisi dell'ostacolo cercarono di scavalcarlo, facendo dei balzi

in avanti. Nessuno riusciva però a saltare quei quattro metri di vuoto e cadeva quindi

dentro le trincee, trafiggendosi sui pali aguzzi piantati sul fondo. Chi tra i più agili

riusciva a scavalcare il fossato si ritrovava a dover superare la piccola collina, ricavata

dallo sterro della fossa, piena di spine e rovi, che dilaniavano le loro carni nude.

Mentre erano tutti presi a superare questo secondo ostacolo venivano maggiormente

presi di mira dai fucilieri reali, i quali li abbattevano più agevolmente in quanto i

rivoltosi si erano praticamente arrestati su quel baluardo.

In breve il fossato si riempì di morti o feriti, in modo tale che quasi non rappresentava

più un ostacolo: i pali erano completamente pieni di corpi trafitti e chi sopraggiungeva

poteva oltrepassare quasi agevolmente lo scavo calpestando quei cadaveri straziati che

fungevano quasi da tappeto.

Fu così che alcuni selvaggi, superato l'ostacolo primario, poterono cominciare a menare

tremendi colpi di parang sulla seconda barriera, sciabolando con rabbia furibonda rovi,

spine, e paletti acuminati, onde aprire dei passaggi sufficienti per spingersi innanzi.

Sandokan e i suoi luogotenenti, vedendo che il nemico, anche a prezzo di perdite

enormi, stava comunque avanzando, gridarono ai rajaputi:

- Dirigete il tiro solo sulle trincee! Spezziamo loro le prime file!


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Tutto il fuoco di difesa fu quindi diretto in quella direzione. La strage era paurosa:

centinaia e centinaia di selvaggi stavano cadendo a terra feriti dai rovi, mitragliati dai

cannoncini, uccisi dalle pallottole dei fucilieri.

Nonostante ciò, come se gli assalitori fossero sotto l'effetto di potenti droghe che li

facessero sentire invulnerabili, riuscirono ad arrivare, anche se con perdite ormai non

più colmabili, al terzo sbarramento escogitato dal principe Agun: la barriera delle frecce

piantate a terra ed intinte col succo di upas. Infatti, quando i selvaggi cominciarono a

calpestare tali aculei, le loro carni provarono immediatamente l'effetto micidiale di quel

potente veleno. I primi che avevano iniziato a percorrere quella fascia di terreno, furono

presi subitaneamente dagli spasmi del dolore ed iniziarono a cadere a terra,

contorcendosi ed ululando come fiere colpite a morte. Agitavano pazzamente gambe e

braccia, invocando dai compagni un aiuto che mai sarebbe arrivato, mentre le pallottole

dei rajaputi continuavano implacabili ad accarezzare i loro corpi.

Le orde degli assalitori che sopraggiungevano, capirono subito che quella caduta

generale dei loro compagni era da attribuirsi agli effetti di qualche veleno e

cominciarono ad indugiare non sapendo più se andare ancora innanzi o no, mentre le

scariche di fucileria dei difensori continuavano implacabili. Anche lo sprono dei loro

capi era venuto a mancare poiché molti di essi erano caduti a terra morti o feriti. Il

panico si produsse allora tra tutti, ben comprendendo che non potevano oltrepassare

quel campo avvelenato, non avendo ai piedi nessuna protezione. Siccome indugiare,

anche pochi secondi, sotto l'incessante fucileria del sultano, significava la morte sicura,

in men che non si dica i selvaggi iniziarono ad indietreggiare. L'esempio di alcuni si

diffuse a macchia d'olio verso chi seguiva, e tra clamori ed urla, che nulla avevano

d'umano, gli attaccanti cominciarono a ripiegare.

In breve la ritirata si trasformò in una fuga precipitosa: chi non era lesto a scappare

veniva travolto da chi era dietro, rimanendo così schiacciato da cento e cento piedi. Il

fuoco dei difensori, lungi dallo smettere, perseguitò le bande avverse, sinché l'ultimo

uomo in fuga uscì dal raggio di azione delle armi da fuoco reali.

La battaglia era per il momento terminata ed un immenso grido di gioia e di trionfo si

alzò, come liberatorio, tra i soldati di Sandokan.

Le truppe del rajah avevano resistito meravigliosamente bene al primo attacco

avversario, con poche perdite, dovute più che altro alla temerarietà dei combattenti che

non sempre si celavano prudentemente dietro agli appositi ripari. Furono contati venti

morti ed una trentina di feriti.

Le perdite degli attaccanti, in quell'intera mattinata di ininterrotto combattimento, erano

invece ingentissime poiché sul terreno si potevano contare un migliaio di caduti, tra

morti e feriti. Questi ultimi cercavano ora di trascinarsi verso il proprio accampamento

ben sapendo cosa ora sarebbe accaduto. Infatti i rajaputi, disobbedendo agli ordini,

peraltro non troppo convinti dei loro comandanti, aprirono la porta della città e si misero

ad irrompere per la piana, volendo completare la strage nemica. Tra le loro vene scorreva

ancora il sangue selvaggio dei feroci abitatori del Borneo, e, spinti quindi da un impeto

inarrestabile, presero a finire tutti i feriti che si trovavano al di qua del fossato,

decapitandoli con micidiali fendenti di kampillang o infilzandoli nelle lunghe lance.

Finito questo scempio si dettero a sparare contro i sopravvissuti che si trovavano al di

del fossato e che cercavano di fuggire a quella furia e a quell'accanimento. Sandokan,

che deprecava quello sterminio, non volle dar fondo alla sua autorità nell'impedire

tale carneficina, giacchè sapeva quanto gli animi dei suoi soldati fossero troppo esasperati.

Molti di essi avevano perso l'intera famiglia ed ogni bene, distrutto da quegli implacabili

selvaggi.

In meno di un'ora nessun nemico che si trovava nella valle era più in vita: quell'orgia di

vendetta era conclusa.


113

Sandokan ritenne opportuno convocare subito una riunione tra i vari luogotenenti.

- Dite a tutti i miei soldati, - iniziò il giovane rajah - che sono molto contento del loro

valore, della disciplina e del tiro preciso delle loro armi da fuoco. Credo che per qualche

giorno il nemico starà rintanato a leccarsi le proprie ferite. Ma non crediate che siano

così stupidi a farsi continuare a massacrare come oggi. Sicuramente cambieranno

metodo di attacco. Per cui non facciamoci prendere da facili entusiasmi per questa

vittoria. La guerra è solo all'inizio. E non seguitiamo ad esporci, per sprezzo del

pericolo, ai tiri nemici: non voglio che ci siano inutili sacrifici. Provvediamo a dare

sepoltura ai nostri morti, mentre dovremo decidere di ripristinare le opere di difesa

distrutte nell'attacco. In particolare dovremmo ricostruire il fossato, gli sbarramenti e la

zona con le frecce avvelenate.

Dopo aver discusso di altre cose secondarie, i sottocapi dettero la loro piena

disponibilità: quindi la riunione si sciolse e finalmente tutti godettero del meritato

riposo notturno.

Il giorno successivo, come molti altri che seguirono, ci si dette da fare per ripristinare le

linee difensive distrutte. Sotto la diretta responsabilità di Agun, che si dimostrava

veramente all'altezza di un generale del genio, si provvide innanzi tutto a dare sepoltura

ai propri morti, in un piccolo campo fuori le mura della città. In quello stesso luogo, ma

in fosse davvero grandi vennero interrate le centinaia di nemici uccisi in combattimento.

Fu questo un lavoro davvero massacrante, che dovette eseguirsi per forza, poiché nelle

ventiquattro ore che seguirono quei corpi già emanavano un puzzo insopportabile, a

causa del gran caldo e dell'umididi tali regioni. Fu davvero faticoso trasportare su dei

graticci, essendo quel terreno impraticabile ai carri, quell'enorme numero di cadaveri.

Anche lo scavo e il rinterro delle fosse richiese uno sforzo eccezionale, al quale

dovettero partecipare tutti i soldati disponibili.

Compiuto questo necessario lavoro, onde evitare lo scoppio di qualche pestilenza, si

dette mano alle opere di ripristino delle linee difensive: vennero sistemate di nuovo le

trincee, i terrapieni, i pali aguzzi; furono allestiti nuovi sbarramenti, con altri rovi, spine,

aculei avvelenati.

Non contento di ciò, Agun, da persona saggia e previdente convinse Sandokan a

permettergli di preparare una seconda linee difensiva, questa volta all'interno della città,

in modo che, se i nemici avessero varcato la palizzata principale, i superstiti si potevano

rifugiare in un più piccolo fortilizio interno, che corrispondeva, all'incirca, allo spazio

ora occupato dalla reggia e dal suo parco. Infatti il palazzo del sultano era costeggiato

da vasti terreni, accuratamente coltivati, protetti da un palancato di cinta in legno, alto

quattro metri, dotato di torrette ed in alcuni tratti di camminamenti e casematte, sui quali

potevano trovar riparo gli estremi difensori in caso di ritirata.

Agun quindi dispose di far trasferire una buona quantità di armamenti, soprattutto

munizioni e scorte di viveri, all'interno del palazzo reale, dove vi erano enormi

magazzini, che in parte risultavano già colmi di ogni grazia di Dio.

Agun, non pago di ciò, domandò il permesso al sultano suo fratello di far costruire un

cunicolo sotterraneo che potesse mettere in comunicazione la reggia con le rive del lago.

Questa specie di passaggio segreto avrebbe permesso ai difensori, se assediati all'interno

del palazzo reale, e solo se ridotti allo stremo, di scappare arrivando ad un boschetto in

riva al lago, dove tale cunicolo sarebbe dovuto terminare. In quel luogo si sarebbero

nascoste delle scialuppe, che avrebbero permesso ai fuggitivi di allontanarsi sulla via

d'acqua.

Sandokan, pur non condividendo questo progetto di Agun, che paventava la fuga con il

conseguente abbandono della reggia, spinto solo dal desiderio di proteggere la madre e

le sorelle, decise di approvare l'idea del fratello, che venne subito posta in esecuzione


dai soldati, che ben si adattavano a lavorare, anche per distrarsi dall'inattività cui

erano condannati, vista la misteriosa inerzia del nemico.

Infatti la tregua si protraeva da una settimana, senza che nessun incidente intervenisse a

modificare quella calma apparente. Ma anche nel campo nemico non si riposava: vi era

invece un andirivieni di uomini, si sentivano rumori sordi, si vedevano tagliare alberi e

cespugli nelle immediate vicinanze dell'accampamento. Se i nostri amici avessero

potuto osservare più da vicino cosa succedeva avrebbero visto che tutti quei lavori erano

volti alla costruzione di decine e centinaia di ripari, alcuni atti a proteggere un sol uomo,

altri più grandi che potevano garantire sicurezza ad un gruppo di attaccanti. Si stavano

realizzando, con l'aiuto di primitive seghe, con asce ed accette, una serie di lunghi

tavolacci, con i quali si contava di superare indenni sia le fosse, sia i cespugli spinosi sia

anche i terreni avvelenati.

Tali lavori, per i difensori e per gli attaccanti, si protrassero per molti giorni ancora. Il

nemico non aveva fretta alcuna, anzi il tempo giocava in suo favore.

Questa forzosa inattività bellica permise così alle truppe di Sandokan di procedere

nei lavori per il completamento della recinzione del piccolo fortilizio che avrebbe

difeso la reggia e del passaggio sotterraneo. Tutti, meno le sentinelle, si

trasformarono in carpentieri, picconatori e scavatori.

Per quanto riguarda il cunicolo esso venne iniziato partendo dalle segrete che si

trovavano nel sottosuolo della reggia. Contemporaneamente, per abbreviare della metà

il tempo di scavo, si principiò anche dal punto dove il sotterraneo sarebbe dovuto

finire, e cioè in prossimità di un boschetto sulle rive del lago. Il terreno non presentava

grandi difficoltà ad essere intaccato dagli arnesi a disposizione dei lavoratori, in quanto,

sotto il parco che divideva la reggia dalla riva, era molto friabile, almeno sino ad una

profondidi quattro metri. Al di sotto di questa quota vi era della dura roccia, ma il

progetto di Agun prevedeva di scavare sino a raggiungere lo strato di pietra e poi

continuare su di essa in linea orizzontale.

Nel giro di sette giorni i duecento metri che dividevano il palazzo reale dal boschetto

erano stati scavati. Si stavano approntando le ultime rifiniture a questo lavoro, come ad

altri, quando le sentinelle lanciarono l'allarme: il nemico aveva rotto la tregua e stava

attaccando.

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CAPITOLO UNDICESIMO

STRENUA DIFESA

Tutti si precipitarono quindi sulle palizzate impugnando le armi. In quel momento il

nemico si avanzava all'attacco. Questa volta si muoveva lentamente giacché i ribelli

erano gravati dal peso dei ripari terminati di costruire la sera innanzi. Il lato della città

verso la quale si dirigeva quella moltitudine di persone era sempre la parte a sud: forse i

ribelli credevano che le difese parzialmente distrutte nel precedente attacco non fossero

state rinnovate.

Quando gli attaccanti arrivarono a portata d'arma da fuoco si fermarono, distendendosi

a terra, e si ripararono dietro o sotto le loro protezioni: scudi di cuoio, utili per

difendersi dalle frecce ma non dalle fucilate, fastelli di legna, palancati e tavole. Chi non

trasportava nulla cominciò a sparare, magari appostato dietro qualche roccia o qualche

altro riparo di fortuna.

Sandokan ordinò subito il fuoco ed i due eserciti si scambiarono a lungo colpi su colpi.

Solo i piccoli cannoncini avevano però la meglio, poiché sia gli assediati sia gli

attaccanti erano abbastanza protetti.

Al sultano fu subito chiaro che i ribelli questa volta avevano fatto avanzare solo chi

era dotato di bocche da fuoco, evitando di esporre sia chi non aveva di che sparare, sia

chi non era dotato di protezione. Era evidente che i rivoltosi avevano cambiato strategia:

preferivano ora un fuoco di logoramento, forse anche per far consumare inutilmente le

munizioni del sultano. Poteva anche darsi che i selvaggi volessero fiaccare ed uccidere

un gran numero di difensori prima di lanciare un attacco generale più massiccio, con

tutti gli uomini ancora a loro disposizione.

Tale disegno, ordito sicuramente dallo stesso Hold, fu subito compreso dal rajah, che

dette ordine di sospendere il fuoco delle carabine e di mantenere invece quello dei

cannoncini, gli unici che potevano avere la meglio su quegli strani ripari: Sandokan

ordinò addirittura di far scendere dai camminamenti tutti i soldati, esclusi quelli che

servivano i pezzi di bronzo: era inutile esporre i propri uomini ad un rischio evitabile.

Agun, che si trovava accanto al sultano, celato dietro un riparo di legno, disse:

- Come ben vedi, Sandokan, questi dannati selvaggi tirano come i coscritti nel primo

giorno d'arruolamento, ma hai fatto bene a dare quest'ordine, in quanto, magari per

sbaglio, qualche palla può anche arrivare a segno. D'altra parte se il nemico non avanza

bastano i cannoncini a tenere a bada i ribelli.

Sandokan rispose:


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- Quando capiranno che il loro fuoco è perfettamente inutile, si decideranno a sferrare

un altro attacco, e se . . . .

La sua frase venne interrotta da alcuni spari che provenivano dal lago.

Contemporaneamente, alcuni cavalieri reali, lanciati al galoppo, giunsero sotto la ridotta

occupata dal rajah, gridando.

- Ci attaccano dal lato del fiume! Urgono rinforzi!

Sandokan diede severi ordini ad alcuni luogotenenti e, pochi minuti dopo, partì lui

stesso con Agun e con una cinquantina di uomini alla volta del porticciolo che

distava solo poche centinaia di metri dal luogo ove si trovavano.

Nel giro di poco tempo arrivarono a destinazione e si appostarono dietro ai tronchi del

piccolo boschetto, in modo da poter osservare senza esser visti. Da lontano, sulle acque

tranquille ed un poco palustri, si vedevano una cinquantina di natanti nemici, tra barche,

canoe e zattere, cariche di selvaggi, che si dirigevano, arrancando furiosamente, verso il

lato della città non protetto dalle palizzate, costituito appunto dalla riva e dal boschetto,

davanti al quale vi erano però le barche dei Muluder.

I soldati del sultano, che si trovavano a bordo di quella decina di imbarcazioni a guardia

del porto, si erano già messi in allarme, disponendosi sdraiati dietro ai fianchi dei propri

natanti, pronti a far fuoco, dopo aver tolto gli ormeggi onde esser più preparati ad

eventuali manovre. Sandokan, essendo le barche a portata di voce, segnalò al loro

comandante di tenersi pronto a respingere qualunque attacco e di operare come già

previsto.

Non appena i nemici, che si erano ulteriormente avvicinati, furono alla portata giusta, il

luogotenente di Sandokan, imbarcato sul galleggiante che fungeva da ammiraglia,

comandò il fuoco.

II combattimento cominciò subito da ambo le parti con molto accanimento. Frattanto

Sandokan aveva fatto disporre distesi a terra i rajaputi che aveva seco, protetti dagli

scogli e dagli alberi, ma per ora non aveva dato loro nessun altro ordine poiché l'attacco

si svolgeva ben lontano e in ogni caso fuori della portata delle loro armi.

Frattanto gli altri cento rajaputi, imbarcati in ragione di dieci su ogni natante, sparavano

all'impazzata contro i sopravvenuti, che venivano spesso colpiti da quei tiri infallibili.

Ciò nonostante la situazione dei difensori si stava facendo di momento in momento più

critica. Infatti le circa cinquanta barche dei ribelli si stavano avvicinando rapidamente,

accerchiando completamente la postazione reale e tra breve sarebbero arrivati

all'abbordaggio, cosa questa da evitare, poiché in un corpo a corpo i nostri eroi

avrebbero avuto sicuramente la peggio, in quanto inferiori nettamente di numero. Allora,

seguendo gli ordini ricevuti precedentemente dal sultano, il comandante di quei marinai

diede disposizione di iniziare a rovesciare in acqua i barili che avevano a bordo. Ogni

botte aveva una capacità di circa cinquanta litri ed il liquido oleoso, scuro e

maleodorante che contenevano cominciò a disperdersi in acqua. Il petrolio, all'epoca

ancora non utilizzato, era stato scoperto da lunghi anni in alcune pianure ad est della

capitale. Fuoriusciva da alcune zolle di terra e formava un piccolo laghetto, evitato

accuratamente da uomini ed animali. Un giorno qualcuno scoprì che imbevendo uno

straccio con quell'elemento ed avvicinandolo ad una fiamma si accendeva. Non

emanava molta luce, ed al contempo produceva invece uno sgradevole fumo, motivo per

il quale non era stato mai utilizzato come forma di illuminazione. Era stata di Agun l'idea

di racchiudere una grossa scorta di quel prodotto in otri e botti, onde, all'occorrenza,

poter essere usato come liquido incendiario. Era ora giunto il momento di servirsene, e

gli uomini del sultano eseguirono a puntino quanto era stato loro detto da Agun.

Rovesciarono quindi tutto il contenuto dei recipienti in acqua. Molto lentamente il

petrolio si diffuse nel lago, allargando sempre di più la propria superficie sul pelo

dell'acqua lacustre. La corrente era quasi impercettibile e quindi quel prodotto, più


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leggero dell'acqua, non correva il rischio di essere trascinato a valle nel fiume, estuario

del lago Kin.

Quando i soldati ebbero terminato di vuotare i fusti in acqua, i fucilieri abbandonarono

le armi ed impugnarono i remi, dirigendosi a tutta forza verso la riva, allontanandosi da

quella pericolosa macchia opaca.

Non appena i natanti furono fuori della zona in cui il petrolio si era allargato sul lago, in

quella vi entrarono le barche avversarie, ignare del grave pericolo rappresentato da quel

materiale infiammabile.

Ad un cenno del comandante da ognuna delle dieci imbarcazioni di Sandokan si

levarono due arcieri: avevano teso degli archi incoccando delle frecce, la cui punta

cosparsa di resina, era stata accesa. Tosto i dardi saettarono in aria, descrivendo,

velocissimi, una lieve parabola. Ricaddero quindi sul lago nel mezzo della macchia

oleosa, che d'improvviso s'infiammò in punti diversi. Le fiamme istantaneamente si

propagarono su tutta la superficie del liquido gettato in acqua ed altissime avvolsero le

canoe avversarie.

Intensi clamori si levarono tra i selvaggi, che immediatamente cominciarono ad urlare,

prima di spavento e subito dopo di dolore perché avvolti nella morsa delle vampe di

fuoco. Tutto bruciava nel raggio di oltre cento metri, a semicerchio attorno al

piccolo porto. Quasi tutte le imbarcazioni nemiche erano state avvolte dalle fiamme.

Quelle che per loro fortuna ne erano fuori fecero una rapida inversione di marcia,

sottraendosi a quell'inferno di acqua mista a fuoco.

Ora tutto sembrava una bolgia infernale. Fiamme, gemiti, urla disumane, uomini che

credendo di salvarsi si gettavano in acqua, piroghe che bruciavano come zolfanelli,

mentre attorno si diffondeva una terribile puzza di carne bruciata ed un fumo nero,

appiccicoso, denso, rendeva la respirazione sempre più difficile.

Nel breve volgere di pochi minuti la tragedia era consumata. Poco dopo le fiamme si

affievolirono e si spensero, lasciando sulla superficie del lago centinaia di corpi bruciati

ed anneriti.

Dei galleggianti avversari solo sei o sette si erano potuti sottrarre a quella funesta

combustione. Considerando che in ognuno dei circa quaranta natanti distrutti vi erano in

media dieci uomini, le forze avversarie avevano perso in pochi minuti oltre quattrocento

uomini.

I superstiti, dopo essersi accertati che nessun loro compagno era scampato a

quell'immenso braciere, arrancarono con forza sui remi e scomparvero quasi subito alla

vista dei difensori.

- Una vera strage - commentò Sandokan, che sempre si rattristava a vedere enormi

masse di uomini, anche se sudditi o traditori, perire così miseramente.

Tutti i suoi rajaputi erano lì fermi, quasi impietriti di fronte ai risultati di quella loro

azione bellica. Erano stupefatti di quanto potesse essere devastante la forza di quel

liquido che sperimentavano per la prima volta ed al contempo provavano un vero senso

di ammirazione per Agun, che aveva partorito quella brillante idea. A dire il vero i

soldati di Sandokan imbarcati sulle canoe volevano inseguire i fuggitivi per farne una

strage, ma Sandokan li trattenne con autorità: questa volta la prudenza consigliava di

avere sottomano tutti gli uomini disponibili in caso che l'attacco sul fronte terrestre

prendesse dimensioni più allarmanti. Il rajah dette nuove disposizione al comandante

della sua piccola flottiglia, che tosto riprese il largo sul lago, raggiungendo la posizione

avuta prima del combattimento. Quando Sandokan vide che tutto era tornato tranquillo

si decise ad allontanarsi con i suoi cinquanta cavalieri, tornando sugli spalti, dove era

ancora in corso il conflitto a fuoco.

Arrivati che furono, si accorsero che gli attaccanti, vista l'inutilità dei loro

sforzi, avevano deciso di ripiegare. Forse i capi degli insorti avevano

architettato quel


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diversivo per poter attaccare dal lago, ed apprendendo della relativa strage, avevano

deciso di far desistere l'attacco terrestre.

A ripiegamento avvenuto i difensori contarono sul campo una cinquantina di selvaggi

falciati dalle palle e dalle schegge a mitraglia sparate dai cannoncini, che avevano

compiuto veri miracoli di precisione.

Quella sera Sandokan decise di festeggiare quella duplice vittoria con tutti i membri

della famiglia reale, radunati a cena nella grande sala da pranzo della reggia.

Il salone, adibito ai ricevimenti e ai rinfreschi, era molto grande e lussuosameme

arredato, anche se il vecchio rajah, che l'aveva fatto costruire da valenti architetti e

bravissimi artigiani, era stato dell'idea di evitare ogni sfarzo eccessivo, caratteristico

invece di ogni corte orientale.

Dai vetri delle finestre, fatti di onice, filtrava una luce rosa pallida, in quanto il sole, che

stava per tramontare, inondava la reggia dei suoi raggi rossastri.

Sandokan aprì una di queste finestre e si affacciò in una vasta veranda che cingeva il

salone come in un abbraccio. La veduta era stupenda in quanto si ammirava la

lussureggiante vegetazione che abbelliva i giardini reali, ricchi di palme e fiori, di

cespugli profumati, di felci, di alberi da frutto.

Dal soffitto dell'enorme sala invece pendevano alcune ghirlande di fiori profumatissimi,

mentre delle multicolori lanterne mescolavano il loro chiarore alla luce del giorno che

scemava sempre di più. Su delle mensole vi erano alcune piccole bacinelle realizzate

con gusci di noce di cocco tagliate a metà, dentro alle quali bruciavano dei candelotti

che emettevano un piacevole odore. Le pareti erano arricchite da preziosi fregi di legno

scuro, inframmezzati da diverse sculture rappresentanti scene di caccia o lotte tra dei e

demoni della religione locale. Al centro della sala vi erano dei bassi divani di velluto a

grossi fiori, mentre in un lato troneggiava un gran tavolo di marmo rosa con bellissime

striature più scure, circondato da una decina di monumentali sedie con lo schienale

altissimo fatto anch'esso di marmo, sicuramente preferibile, a quelle latitudini, a

qualunque spalliera tradizionale. Alcuni servi stavano apparecchiando la tavola con una

tovaglia di seta ricamata in oro, sulla quale facevano poi splendida mostra numerosi

pezzi di argenteria e porcellana, assieme a dei segnaposto di pietre preziose, sotto i quali

erano stati messi i rispettivi tovaglioli.

Su altri piccoli tavoli addossati alle pareti alcuni cristalli, racchiusi in cornici lignee,

diverse tappezzerie di seta colorata, con disegni di animali o di vegetali e due

ventilatori, agitati da un meccanismo inventato da Agun, che rendevano più

sopportabile la temperatura ancora molto alta all'interno della sala, completavano

l'arredo. Quando Sandokan finì di passeggiare sul terrazzo, abbracciato alle due sorelle,

rientrò nel salone, e dette un piccolo colpo con un martelletto di legno ad una lastra di

bronzo appesa ad un telaio d'oro massiccio: quello era il segnale che dava il via alla

cena.

Mentre tutti si sedevano alcune ragazze, dai neri capelli intrecciati con fiori, con

braccialetti e collanine che diffondevano un delizioso tintinnio al loro muoversi,

entrarono portando grossi vassoi contenenti le varie portate del pasto serale. I cuochi

cinesi, al servizio del rajah, avevano, come il solito, lavorato molto sapientemente,

secondo i gusti dei loro sovrani.

Come antipasto furono serviti dei pasticcini di zucchero, cavallette fritte, frutta secca ed

ostriche. Quando tutti i commensali ne ebbero gradito fu la volta di alcuni piatti

contenenti uova di pavoncella, di piccioni, e di anatre, ricoperte da caviale e zenzero.

Contorni e pietanze erano bellissimi a vedersi, ancor prima di essere gustati, in quanto si

presentavano all'occhio in maniera accattivante poiché guarniti di erbe verdi e rosse,

con sughetti e salse arancioni, marroni e gialle.


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Poi i cuochi fecero servire fricassea di rane di lago, occhi di bufalo in salsa zuccherata,

code di gambero di fiume al sugo, nidi di rondini salagane con uova sode, germogli di

bambù, tuberi cotti sotto la cenere, ravioli di carne e mandorle con contorno di alghe

fritte.

Tutti mangiarono con grande appetito, messi di buon umore sia dagli esiti favorevoli dei

due combattimenti, sia da quella grazia di Dio che si era reperibile solo in un banchetto

reale.

Quando ognuno fu sazio di quelle portate, le giovani e belle ancelle avvicinarono alla

tavola dei cesti con frutta fresca: ananas, manghi saporosi, papaye, noci di cocco ed

arance cinesi.

Tutta la cena era stata innaffiata con vino novello, birra e bevande colorate molto

dissetanti con l'aggiunta di sidro di mele.

La conversazione fu molto animata in quanto ognuno raccontava agli altri le novità

della giornata: anche le donne erano state utili alla causa comune, poiché avevano

curato i feriti del combattimento iniziale ed avevano immagazzinato nelle cantine una

partita di pesci pescati ed affumicati da alcuni pescatori sul lago.

Finalmente venne il momento di alzarsi da tavola, non perché le vivande fossero

terminate, ma perché i conviviali erano talmente sazi da rifiutare qualunque altro cibo.

Quindi tutti si levarono in piedi felicitandosi con i cuochi ivi sopraggiunti per il

raffinato e fin troppo abbondante pasto.

Sandokan, dopo averli elogiati, gli fece un bonario rimprovero:

- Se non ci uccideranno le palle nemiche, moriremo a tavola per il troppo cibo

ingurgitato.

Un cuoco, con un lunghissimo codino nero, e il viso giallo limone, sprofondandosi in un

inchino per i complimenti ricevuti, rispose con una massima cinese:

- Il cibo serve non solo a riempire lo stomaco ma soprattutto a rallegrare l'animo,

cacciando le preoccupazioni, mio signore e padrone.

La famiglia reale entrò allora in un saloncino, attiguo alla stanza da pranzo, che aveva

tutte le pareti ricoperte di ogni tipo di armi da taglio: ve n'erano appese di bornesi,

indiane, malesi e cinesi, tutte diverse tra loro per foggia, lunghezza, valore e peso. Una

vera esposizione che avrebbe fatto la gioia di qualunque collezionista ed estimatore di

armi: sciabole arabe, tarwar indiani, parang malesi, kampillang bornesi, parang-ilang

della cocincina. Avevano tutte il manico arricchito da ogni tipo di gemme preziose, con

lame d'acciaio e affilatissimo, con intagli e cesellature per ogni dove. Ognuno si sedette

su dei comodi divanetti, molto bassi ma forniti di morbidi cuscini colorati.

Sandokan si informò da un servo se anche i soldati di guardia avessero cenato: aveva

dato disposizioni ai maggiordomi di distribuire a tutte le truppe abbondanti libagioni,

onde contribuire con un buon pasto a sollevare maggiormente il morale delle truppe,

come aveva ben detto il cuoco cinese.

La conversazione fu ovviamente incentrata sulla odierna vittoria. Agun, sempre molto

contento quando si disquisiva su argomenti bellici, disse:

- Se continua di questo passo distruggeremo le armate avversarie in poco tempo.

Calcolo che nei tre combattimenti il nemico abbia perso non meno di millecinquecento

uomini, mentre nelle nostre armate abbiamo avuto delle perdite davvero trascurabili.

- Purtroppo anche un solo uomo perso, tra le nostre truppe, non è mai trascurabile

sentenziò l'anziano genitore, sempre più addolorato per questa abominevole guerra.

- Potremmo approfittare della loro disfatta - entrò a dire Selim , sempre pronto ad

intervenire quando si trattava di idee coraggiose, - per uscire dalla città con tutte le

nostre truppe e caricarli all'impazzata. Credo che non resisterebbero ad un violento

attacco, tanto più perché inaspettato.


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- Non diciamo pazzie - continuò a rispondere il vecchio Muluder, reso più prudente

dalla sua età avanzata e dall'esperienza di cose di guerra, - se tutte le bande nemiche

accorressero nel punto che noi dovessimo attaccare, ci ritroveremmo davanti non meno

di tremila e cinquecento uomini, mentre noi non siamo che mille e cento.

- Senza pensare - intervenne Sandokan - che sul terreno aperto saremmo oggetto di un

fuoco micidiale. Penso invece una cosa.

- Quale? - domandarono tutti.

- Penso che quel maledetto cane di Hold non sarà così stupido da continuare a

mandare allo sbaraglio le sue truppe. Anche se non avrà avuto il coraggio di essere in

prima linea durante i combattimenti, per rendersi meglio conto di cosa sono le nostre

difese, pur tuttavia comprenderà che è meglio per lui cambiar tattica. Innanzi tutto sono

certo che non attaccherà più sul lago, dopo aver visto la potenza devastatrice del

petrolio di Agun: la memorabile strage di oggi gli sarà sicuramente di monito per

ulteriori avventure lacustri.

- Credo - interloquì di nuovo Agun - che l'odiato Hold non tenga in nessun conto la

vita umana, anche quella dei suoi guerrieri: la considererà solo come un basso prezzo da

pagare per tentare di ottenere qualche cosa.

- Ad ogni buon conto il morale delle nostre truppe è alle stelle. Oggi - spiegò

Sandokan - dopo che hanno visto la carneficina prodotta dall'incendio, tutti i rajaputi

avrebbero portato in trionfo Agun, tanto erano entusiasti della sua genialità.

- Ho già pensato a qualcos'altro di simile, - aggiunse Agun, soddisfatto dall'encomio

del fratello - infatti ho dato disposizione di allestire dei grossi paioli vicino alla cinta

della città. Li riempiremo di olio da cucina che metteremo sul fuoco a scaldarsi se i

nemici attaccheranno di nuovo: se riusciranno a superare i fossati ed il terreno

avvelenato e giungeranno sotto le palizzate, verseremo loro addosso il contenuto dai

pentoloni. Vedrete che danza cominceranno a fare quando le loro carni saranno condite

da quel liquido bollente!

Tutti i presenti risero di tale idea e si congratularono con il giovane Agun per

questa ulteriore difesa che arricchiva la fortificazione della città.

* * * * * * * * * * *

Un lungo periodo di inattività seguì a quella serata.

I giorni passarono in grande pace, senza alcun attacco nemico. Gli osservatori, dall'alt o

delle loro torrette non vedevano alcuna attività bellica nel campo avversario. I nemici

sembravano riposarsi: forse la batosta subita sul lago aveva smorzato la speranza di

avere ragione con facilità delle difese della capitale, o forse Hold credeva che si

potessero prender per fame gli irriducibili difensori di quella piazza fortificata.

Fatto sta che il tempo passò lentamente, fiaccando un poco la pazienza di Sandokan e

dei suoi soldati, che forse avrebbero preferito una battaglia a quella lunga inerzia. Le

giornate trascorrevano con grande noia generale. Non si poteva fare un gran che in

quanto tutte le difese erano state già ripristinate: Si potè solo fortificare

ulteriormente la piccola cinta secondaria che abbracciava la reggia, mentre

il sotterraneo di fuga, anch’esso completato, venne nascosto e protetto nella parte

finale con cespugli verdi ed una porta di ferro.

Quello che invece cominciava a destare preoccupazione erano i viveri che diminuivano

sensibilmente: le capienti cantine del palazzo reale subivano giornalmente un vero

assalto da parte dei cuochi, che dovevano apprestare circa milleduecento pasti

giornalieri.


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Ancora non era il caso di iniziare a fare dei razionamenti, ma certo la situazione non

poteva restare rosea per lungo tempo. Nessun approvvigionamento era possibile in

quanto le armate nemiche cingevano strettamente d'assedio la capitale per tre lati. Sul

quarto lato si vedevano, in lontananza sulle acque del lago, alcuni piccoli natanti che

fungevano da blocco navale. L'unica risorsa che arrivava in città era costituita dalla

pesca. Infatti le dieci barche che pattugliavano al largo del porto, anche per non far

morire d'inedia i soldati che le montavano, gettavano di continuo le reti e i pesci per

fortuna non mancavano. Quindi quella era l'unica possibilità di avere cibarie fresche

per tutti gli abitanti della città, considerando anche i pochi civili che non erano fuggiti..

Tutto dava l'idea che il nemico avesse rinunciato ad un attacco diretto e già il sultano

stava cominciando a fare dei progetti su come uscire da quella situazione di attesa

snervante, quando una notte le vedette dettero l'allarme.

Le sentinelle avevano inteso dei colpi secchi e dei fruscii, come se qualcuno tentasse di

aprirsi un varco in mezzo agli ostacoli che si trovavano tra i fossati ed il campo

avvelenato. L'oscurità della notte, però, non permetteva di vedere nulla. Molto

furbescamente i nemici avevano lasciato tutti i fuochi degli accampamenti accesi, come

accadeva ogni notte, lasciando passeggiare dinanzi alle fiamme molti selvaggi, dando

così l'illusione ottica alle vedette di Muluder che nel campo si cenasse attorno ai falò.

Invece, senza che nessuno se ne fosse accorto, migliaia di nemici erano avanzati verso

la città ed avevano ormai raggiunto, non visti, i fossati. Per superarli avevano gettato

su di essi delle lunghe tavole di legno, usandole come passarelle, ed in men che non si

dica erano arrivati a ridosso del secondo ostacolo, costituito dai rovi, dalle spine e dai

paletti appuntiti posti orizzontalmente. Per tentare di superare questo sbarramento gli

uomini di Hold avevano preso a sciabolare tali siepi e nel far questo avevano fatto quel

rumore che era stato udito dalle sentinelle sparse sui fortilizi. Era stato quindi dato

l'allarme ed i difensori, prontamente accorsi sui camminamenti, avevano tentato invano

di riuscire a vedere il nemico che era invece protetto dalle tenebre di una notte senza

luna; conseguentemente non si poteva arrestarne la marcia perché non si poteva mirare

contro nessuno, complice l'oscurità.

Fortunatamente la solita intelligenza di Agun aveva supplito a quella totale impossibilità

visiva. Infatti il geniale principe aveva fatto disporre lungo la cinta esterna, ad una certa

distanza dalle palizzate, una serie di cumuli di legna ben secca, imbevuti di resine e di

cera. Agun aveva pensato a questo espediente proprio in previsione di un attacco

notturno: per non far rimanere ciechi i difensori, erano state disposte molte cataste di

legna pronte ad essere accese. Si trattava ora di indicare agli arcieri, pronti a tirare delle

frecce incendiarie, dove si trovassero con precisione quei cumuli di legna. Agun aveva

pensato anche a questo. Vennero infatti sparati in alto alcuni fuochi d'artificio: una serie

di piccoli razzi multicolori che si alzarono in alto nel cielo facendo ricadere a terra una

vivida luce che durò il tempo necessario affinchè le cataste venissero individuate e

colpite dagli arcieri. I fastelli di legna presero a bruciare immediatamente e, quindi, il

terreno attorno alla città fu illuminato a giorno, permettendo di vedere gli assalitori alle

prese con i rovi avvelenati. Sandokan comandò allora un fuoco accelerato con tutte le

armi a disposizione.

Ma questa volta i ribelli avevano fatto tesoro della precedente esperienza disastrosa.

Si erano portati appresso delle lunghe tavole con le quali avevano dapprima oltrepassato

i fossati. Dopo aver sciabolato i rovi e le spine, permettendo così di fare molte brecce in

quel secondo ostacolo, erano arrivati in prossimità del terreno con le frecce avvelenate

piantate a terra. Avevano quindi rimosso le tavole deposte sui fossati e le avevano

cominciate a gettare sui dardi con il terribile succo di upas .Il fuoco dei difensori si

abbattè quindi sugli attaccanti quando questi stavano cominciando a


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passare attraverso l'ultimo ostacolo: essendo molto vicini alla palizzata i fucili e i

cannoncini provocarono subito degli immensi vuoti. Ad ogni scarica dei piccoli pezzi di

bronzo decine di selvaggi cadevano a terra, se non uccisi sicuramente storpiati da un

uragano di schegge di vetro e pezzi di ferro: ciò seminava il panico tra le schiere

nemiche ed impediva, a causa dei mucchi di caduti che si formavano, il passaggio a chi

veniva dietro, sugli stretti camminamenti delle passarelle. Anche le palle delle carabine

provocarono una decimazione terribile: i bersagli erano visibilissimi in quanto i falò

illuminavano in pieno gli assalitori che venivano colpiti con estrema facilità. Quel

luogo si stava trasformando in una scena davvero infernale. Sembravano tanti diavoli,

vomitati dal centro della terra, che, correndo e cadendo, urlando e gemendo,

dimenandosi e contorcendosi dal dolore delle ferite ricevute, spingendosi gli uni con gli

altri, intenti a raggiungere i difensori per trascinarli poi negli inferi. Il buio della notte

era rotto, oltre che dai falò, che continuavano a bruciare, anche dalle centinaia di

fiammate dei fucili e dei cannoni. Un odore acre di polvere da sparo rendeva l'aria

irrespirabile. Il fumo prodotto dalla combustione della legna ed il polverone alzato dallo

scalpiccio di chi correva su quell'arido terreno contribuivano a rendere quella scena

diabolica degna di un girone dantesco.

Comunque, nonostante la precisione del fuoco difensivo, malgrado le prodezze dei

rajaputi, Sandokan ed i suoi si resero conto che questa volta il nemico, sebbene stesse

avendo perdite ingentissime, stava oltrepassando l'ultima difesa a terra. Inoltre per ogni

nemico che cadeva, altri ne sopraggiungevano dalle retrovie: i nuovi venuti, pur di

avanzare, non si curavano minimamente di calpestare chi stava a terra ferito. Quella

fiumana di persone sembrava non aver termine e già i primi assalitori stavano

raggiungendo la base della palizzata, tentando di drizzare delle rudimentali scale a pioli

che si erano portati appresso, quando Sandokan, resosi conto del pericolo che stavano

correndo i difensori, per un probabile sfondamento della porta d'accesso della città,

diede ordine di portare sugli spalti l'olio, che nel frattempo era stato messo a bollire sin

dall'inizio dell'attacco.

Agun coordinava i passaggi: alcune donne, con delle capienti cucchiaie, versavano il

liquido in recipienti con dei manici che venivano presi dagli uomini disponibili e dai

servi del palazzo reale e portati sugli spalti.

Era tempo. Le orde nemiche, nonostante la tempesta di fuoco che le scompaginava

brutalmente, erano ormai giunte in gran numero sotto le palizzate e già numerose scale

erano state drizzate e su di esse vi si stavano arrampicando decine di daiacchi, che Hold

aveva scelto per questo compito più decisivo.

Sandokan, con il volto infiammato dall'ardore della lotta, con i lunghi capelli corvini

sciolti sulle spalle, essendogli caduto a terra il ricco turbantino che aveva sul capo

perché colpito da una palla di fucile avversario, con il kampillang nella destra ed una

pistola nella sinistra, impartiva gli ordini, urlava incoraggiamenti ai propri soldati,

inveiva contro gli assalitori. Aveva gli occhi fiammeggianti e la fronte imperlata di

sudore, ma era calmo e rassicurante, non volendo dare segno di preoccupazione per la

grave situazione del momento.

E mentre i primi assalitori stavano per scavalcare le balaustre a difesa degli spalti, il

sultano dette ordine di rovesciare i secchi che a decine avevano trovato posto sopra al

punto ove le scale erano state innalzate. Centinaia di litri di olio bollente vennero quindi

rovesciati addosso al nemico che saliva e a chi stava sotto a regger le scale. Urli

laceranti e disumani coprirono ogni altro clamore: chi era stato inondato di olio

bruciante abbandonava il proprio appiglio e si faceva cadere nel vuoto, rotolando

addosso a chi sopraggiungeva e piombando sulle spalle di chi stava a terra a reggere le

scale. Nel frattempo altri paioli giungevano sulle palizzate pronti ad essere gettati di

sotto.


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L'effetto devastante di quel micidiale liquido si fece vedere immediatamente: tutte le

scale venivano abbandonate da chi vi saliva e si rovesciavano a terra; decine e decine di

selvaggi si dibattevano per le orribili scottature, mentre brani della loro pelle si

distaccavano e pendevano lungo i loro corpi. Da quelle enormi ustioni affiorava la carne

viva, rossa, pulsante. Altri daiacchi si provarono a drizzare di nuovo le scale, ma

raffiche di piombo e mitraglia infilavano tutte quelle centinaia di persone ammassate e

ferme sotto le palizzate, che offrivano un bersaglio davvero sicuro per i rajaputi. Anche

l'olio seguitava copioso a precipitare senza misericordia su chi si accalcava accanto alle

scale, creando immensi vuoti tra gli attaccanti i quali dopo un po' che si trovavano presi

tra il fuoco e il liquido bollente, si risolvettero a fare marcia indietro. Le sorti della

battaglia mutarono così a favore dei difensori, poiché il morale degli attaccanti era stato

di nuovo compromesso: malgrado gli incitamenti dei loro capi, che ordinavano loro un

ultimo sforzo, lo slancio si arrestò dinanzi a quel nuovo formidabile potere devastante.

Il panico ebbe quindi il sopravvento ed il nemico mostrò presto le terga, correndo a

perdifiato verso il proprio accampamento, abbandonando armi, scale, passarelle, feriti e

moribondi.

Anche questa volta i difensori, scordando le raccomandazioni dei luogotenenti del

sultano, si calarono con ogni mezzo giù dalle palizzate, servendosi anche di quelle

stesse scale lasciate appoggiate dal nemico, per raggiungere il campo di battaglia a

sciabolare senza misericordia i selvaggi feriti. Invano, dall'alto dei camminamenti si

urlava loro di risalire. Un centinaio di rajaputi, resi furiosi dall'accanimento dimostrato

dal nemico che per poco non era riuscito a scavalcare la cinta, intendevano

contrattaccare con ferocia pari a quella dimostrata dai selvaggi stessi. Occorse tutta

l'autorità di Sandokan e dei due fratelli per indurre quegli indisciplinati a riguadagnare

la zona più vicina al recinto, abbandonando il loro proposito di gettarsi sulle orme dei

fuggitivi. Ma quando desistettero dall'inseguire il nemico, nel tornare indietro,

pensarono bene di passare per le armi tutti i feriti che giacevano attorno alla città. Il

rajah, pur disapprovando tale ferocia, e pur biasimando la loro disobbedienza, non

volle punire quelle insubordinazioni, ben conoscendo lo spirito indocile e vendicativo

dei propri uomini, non ancora del tutto civilizzati, i quali ritenevano che il nemico vinto

doveva essere annientato, al fine di evitare che poi riprendesse vigore o che rimettesse

in campo i feriti stessi. Secondo quegli uomini un ferito ucciso era un avversario di

meno che non avrebbero dovuto incontrare nel combattimento successivo. Quando la

calma e l'ordine tornarono tra i difensori si procedette a curare i feriti e a seppellire i

propri morti. Questa volta, purtroppo le perdite nelle schiere dei nostri eroi erano state

notevoli. Le frecce avvelenate, scagliate con maestria dai daiacchi assalitori avevano

colpito molti rajaputi, uccidendoli. Erano trenta i morti ed una decina i feriti, colpiti da

proiettili di ogni genere.

La mattina successiva fu impiegata, come lo fu la volta precedente, a seppellire anche i

morti nemici. Infatti i capi degli assalitori si guardavano bene dal venire a reclamare i

propri soldati uccisi: ciò era dovuto sia al fatto che in quelle regioni non c'era un vero e

proprio culto dei morti, come avviene ad esempio in India ove vengono bruciati o gettati

nei fiumi sacri, sia alla speranza che tali cumuli di gente uccisa potesse far scoppiare

qualche terribile epidemia tra le truppe reali.

Quindi si scavarono, anche questa volta, enormi buche che accolsero le spoglie di circa

trecento selvaggi. Tutti poi si dettero da fare per ripristinare le opere di difesa. Furono di

nuovo accumulati fastelli di legna, che erano stati di un'utilità determinante per

individuare gli assalitori nel buio della notte, e poi riempiti i contenitori di olio,

elemento questo che aveva deciso le sorti della battaglia, nel momento in cui

sembravano gravemente compromesse.


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Nei giorni seguenti il sultano si recò a visitare tutti i punti della città che riteneva più

deboli o dove era necessaria una maggiore difesa, non trascurando di visitare né gli

uomini imbarcati sulle scialuppe nel lago, né i feriti ricoverati in una sala della reggia

trasformata in ospedale.

In una di queste ispezioni incontrò Agun, che si dava da fare come non mai per

sopperire ad ogni necessità di difesa.

Il fratello minore si rivolse al rajah dicendogli.

- Caro fratello, ritengo doveroso da parte mia invitarti a pensare ad un problema che

maggiormente mi preoccupa.

- Parla Agun - rispose Sandokan.

- Mi riferisco alle munizioni: non potranno certo durare all'infinito; si stanno

consumando in fretta e, nonostante le ingenti scorte, non potranno bastare che a

respingere un paio di attacchi ancora.

Il sultano lo guardò fisso, impensierito per questa prevedibile osservazione. Poi rispose:

- Sapevo che prima o poi avremmo fatto i conti con le scorte in nostro possesso, solo

non pensavo che ci saremmo dovuti preoccupare così presto. E' molto grave la

situazione, fratello mio?

- No, Sandokan. Ma ti voglio consigliare che è bene ordinare ai soldati di sparare solo a

colpo sicuro. Solamente nell'ultimo attacco, il deposito della casamatta centrale si è

quasi esaurito! E' vero che abbiamo altre polveriere in città, ma nessuno di noi sa

quanto durerà questo assedio.

- Cosa mi consigli di fare, Agun?

- Forse si potrebbero mandare degli inviati a far incetta di polvere e pallottole. Ma dove

mandarli? In che direzione? Chi ci può aiutare? Forse il rajah di Labuk?

- L'idea non è malvagia, caro Agun. Vado a dare subito disposizioni in merito. Ordinerò

a due barche della nostra flottiglia di discendere il fiume sino alla foce e di recarsi da

quel piccolo sultanello onde acquistare da lui, anche a peso d'oro, quante più munizioni

possibile. Li farò partire oggi stesso.

Dopo poche ore, le barche al largo del piccolo porto erano stare allertate circa la delicata

missione. Sul far della notte due di queste, comandate dall'intrepido ed ormai fidato

Pilerong si sarebbero mosse alla volta di Labuk. Si contava che in dieci giorni

potessero essere di ritorno con gli importanti acquisti. Dopo aver fornito Pilerong di

una piccola borsa ricolma di stupendi diamanti, del valore di milioni di rupie, Sandokan

ordinò la loro partenza, che avvenne in perfetto silenzio, approfittando del buio più

totale, in quanto il cielo era ricoperto di densi nuvoloni, che presagivano un imminente

temporale.

L'atmosfera si stava caricando di elettricità e lo stesso sultano ne risentiva, diventando

ancora più preoccupato. Era questa, infatti, la prima notte di pioggia da quando era

cominciato l'assedio e nulla poteva essere più favorevole per un attacco nemico di un

eccezionale temporale con un buio pressoché totale. Infatti a quelle latitudini i fortunali

erano di breve durata ma di fortissima intensità.

Un vento furioso cominciava a sollevarsi, alzando nell'aria un enorme polverone che

accecava gli occhi e rendeva difficile il respiro.

Il sultano invece di recarsi a dormire si diresse di nuovo verso gli spalti, onde

raccomandare alle sentinelle la massima sorveglianza, poiché quella notte poteva

rappresentare una ghiotta occasione per il nemico, il quale non aveva più dato segni di

attività ormai da tanti giorni. In effetti avrebbe potuto eludere la sorveglianza delle

guardie che non erano in grado di percepire eventuali rumori prodotti dagli attaccanti, in

quanto il rombo dei tuoni e la caduta della pioggia avrebbe coperto ogni altro

rumore dei dintorni. Pioggia che in effetti non si fece attendere. In pochi minuti da


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una pioggerella di lieve intensità si passò ad un autentico diluvio. Sembrava che si

fossero aperte delle cateratte dal cielo e che una fiumana d'acqua precipitasse su quel

lembo di territorio, dove non pioveva da diverse settimane. La visibilità era diventata

nulla e non si vedeva ad un palmo dal naso. Sandokan, vedendo cadere quella

enorme massa d'acqua, accompagnata da continui colpi di tuono, che sembravano lo

sparo di centinaia di cannoni, decise di dare l'allarme generale ai soldati, poiché

presagiva che quella notte avrebbe portato grossi pericoli.

Montato a cavallo, con una grande preoccupazione nell'animo, avvoltosi in un mantello

che lo stringeva in tutta la sua persona, nell'intento di ripararsi un poco da quel turbinio

d'acqua e da quell'uragano di vento, cominciò a fare il giro della cinta attorno alla città.

Ogni volta che raggiungeva una casamatta dove alloggiavano i soldati, dava ordini

precisi: tutti i rajaputi dovevano uscire dai ricoveri e salire sulle palizzate, come se vi

fosse un attacco in atto. Più passava il tempo, più rinforzava di uomini i camminamenti,

e più aumentava nell'animo del sultano una specie di presentimento: quella poteva

essere una notte fatale, durante la quale il nemico era in grado di arrivare sin sopra la

cinta di difesa della città senza esser visto. Più pensava a questa cosa più si convinceva

che Hold doveva per forza approfittare di simile favorevole occasione, che forse non si

sarebbe più ripetuta per diversi giorni, non essendo quel periodo la stagione delle

piogge.

Alcuni lampi che balenavano in cielo, illuminavano a giorno la regione circostante,

facilitando la vigilanza dei soldati, che cercavano di aguzzare la vista nel tentativo di

scorgere qualche nemico. L'impresa non era facile in quanto il diluvio di pioggia

rendeva assolutamente impossibile alla vista di spaziare in giro. Fortunatamente Agun

aveva fatto montare, sin dall'inizio delle ostilità, delle tettoie per riparare i cannoncini e

le munizioni, onde avere almeno quelle armi in grado di funzionare anche sotto una

pioggia battente. In verità il fortunale non accennava a diminuire, cosa un poco strana,

in considerazione che in quella regione e a quelle latitudini le piogge sono molto intense

ma di breve durata. Invece quel terribile diluvio durava ormai da oltre un'ora. Sandokan

aveva appena terminato il suo giro di perlustrazione quando alcune fucilate scoppiarono

in lontananza. Il sultano aveva un udito finissimo e non poteva ingannarsi, nonostante il

turbinio del vento e il boato dei tuoni. Gli era sembrato di udire dei colpi di fucile

sparati in direzione ovest. Si slanciò quindi al galoppo per raggiungere la palizzata

occidentale. Le strade della cittadina erano completamente deserte in quanto la

popolazione aveva da tempo abbandonato la capitale; quindi il cavallo corse senza

temere ostacoli e raggiunse, in meno di un minuto, un punto della cinta dove regnava

una strana agitazione tra i soldati sugli spalti.

Con uno strattone delle briglie fece fare al cavallo una brusca frenata, che solo un

cavallerizzo provetto poteva compiere senza cadere a terra, e rivolto ai soldati radunati

sui camminamenti, che sembravano intenti a fissare qualcosa fuori dalla città, gridò:

- Cosa sta succedendo?

- Abbiamo visto fuggire qualcuno che si era avvicinato furtivamente. Si allontanava di

corsa. Qualcuno di noi ha sparato ma con questa oscurità non sappiamo se lo abbiamo

colpito oppure no - risposero alcuni guerrieri.

- C'è qualcosa che brucia ai piedi della palizzata - gridò un soldato.

Sandokan capì che qualcosa di grave stava succedendo. Smontò quindi da cavallo e si

slanciò su di una scaletta in legno che menava in cima ad una torretta, dalla quale si

accedeva ai camminamenti lungo la cinta.

Non aveva nemmeno potuto salire tre gradini che una vibrazione del suolo, seguita da

una tremenda esplosione, lo rovesciò a terra, facendolo ruzzolare a gambe levale. Nel

contempo un'improvvisa fiammata, come se fosse stata prodotta da un'eruzione

vulcanica, avvolse la palizzata.


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Era scoppiata una potente mina, collocata evidentemente da chi si era poi allontanato di

corsa, appena scorto dalle sentinelle. La palizzata era stata divelta per un largo tratto e

molti tronchi e pali che ne formavano la nervatura, erano volati in frantumi per parecchi

metri.

Un enorme polverone, con schegge di legno, pezzi di pietra misti a terra, si era

sollevato in ogni dove, mentre il legname cominciava ad essere avvolto dalle fiamme

solo in parte represse dalla pioggia battente che continuava imperterrita a cadere.

Appena l'ultimo frammento di quel grosso tratto di palizzata ebbe finito di cadere a

terra un vociare gigantesco scoppiò fuori dalla città, talmente intenso da coprire i tuoni

del temporale e le urla dei soldati feriti che rantolavano sotto le macerie: era il nemico

che attaccava, approfittando del temporale e del varco che l'esplosione aveva creato nella

cinta cittadina.


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CAPITOLO DODICESIMO

L'ATROCE INGANNO

Sandokan, ripresosi immediatamente dalla tremenda esplosione, che lo aveva quasi

tramortito, si rese subito conto che la situazione era precipitata e che l'invasione della

città era ormai prossima. Con quanto fiato avesse in gola, cominciò a gridare:

- Allarmi! Tutti gli uomini a fermare l'invasore! Portate qua sotto i cannoncini e

piazzateli davanti alla breccia! Non vi spaventate, poiché ricacceremo indietro il nemico

anche questa volta!

Ma la drammaticità del momento si fece subito evidente. I soldati del sultano non

avevano ancora fatto in tempo a riprendersi dalla sorpresa e dal crollo causato dallo

scoppio, che già i primi assalitori si stavano presentando dinanzi al varco prodottosi

nella palizzata. Lo squarcio nella recinzione aveva una larghezza di circa otto metri.

Sotto le macerie erano rimasti dilaniati dall'esplosione o schiacciati dal crollo una

cinquantina di rajaputi: tra questi vi erano ancora dei feriti che però nessuno poteva

soccorrere. Sugli spalti regnava una gran confusione, in quanto nessuno si aspettava

che il nemico avesse già superato tutti gli ostacoli. I luogotenenti del rajah

rimbalzavano gli ordini di Sandokan, mentre decine di uomini correvano sui

camminamenti in direzioni opposte: chi andava a prendere le armi, chi si recava a

smontare i cannoncini, chi portava la polvere, chi discendeva a precipizio le scalette

per far fronte al nemico incombente che si stava affacciando all'interno della città.

Il solo che conservasse una calma perfetta era Sandokan che si era posto sopra i detriti

causati dalla mina ed, impugnate le armi, scaricava pistolettate addosso ai primi nemici

che apparivano alla sua vista, facendoli cadere a terra morti o feriti.

Attorno a lui si radunarono finalmente i primi soccorsi, che fecero muro contro gli

invasori; dall'alto delle fortificazioni i fucili avevano buon gioco contro il nemico che

ora appariva più visibile in quanto la pioggia era finalmente cessata, quasi

d'improvviso.

Un'orribile mischia si creò fra le rovine. Il varco a disposizione degli assedianti era

comunque ostruito dai detriti, cosa questa che restringeva ad imbuto l’accesso dentro la

città delle migliaia di attaccanti che confluivano a ridosso della cinta. Per cui i soldati

reali avevano buon gioco a fermarli, anche se a prezzo di grossi perdite, in quanto

ogni tanto un difensore cadeva a terra, ferito da qualche pallottola vagante o da

qualche freccia avvelenata. Il corpo a corpo diventò sempre più furibondo mentre

dall'alto delle palizzate i rajaputi avevano sempre più difficoltà a colpire il nemico

poichè il combattimento era diventato talmente confuso che si poteva correre il pericolo

di colpire i propri compagni.


Purtroppo anche la difesa con l'olio bollente era rimasta impraticabile in quanto non

c'era stato il tempo di mettere tale liquido sul fuoco, perché con la legna

completamente fradicia era impossibile accenderlo.

Sandokan e la sua gente, ben esperta nell'uso delle armi bianche, avevano buon gioco

contro quelle bande raccogliticce. Era un turbinio di colpi che avvolgeva il nemico:

cadevano teste spiccate dal busto, braccia e mani, troncate dalle affilatissime

scimitarre, abilmente manovrate da mani sicure e provette, si aprivano petti o stomaci,

squarciati dai pugnali o dalle lance dei difensori. Ma nonostante le prodezze e

malgrado il valore dei rajaputi, lo sforzo era davvero disperato e la lotta impari. Per

ogni uomo caduto tra i selvaggi altri dieci ne sopravvenivano. A terra vi era ormai una

montagna di cadaveri, tra i quali, purtroppo diversi difensori, ormai oppressi da un

nemico sempre più galvanizzato da un successo che poteva essere ormai a portata di

mano. Gli uomini di Hold spingevano le truppe di Sandokan sempre più indietro onde

poterle allontanare dall’angusto squarcio nella staccionata e poter, di conseguenza,

allargare il fronte del combattimento. Nel frattempo il nemico aveva impegnato i

difensori anche sugli altri lati della città, al fine di impedire agli stessi di convergere

tutti nel luogo della breccia.

Il combattimento era diventato totale. Ogni uomo era oppresso da un nemico sempre più

accanito che aveva, a poco a poco, scavalcato tutte le difese poste attorno alla città e

stava scalando le palizzate, non più ostacolato da quell'accanita difesa alla quale si

erano abituati poiché ormai molti soldati reali si trovavano fuori combattimento, morti o

feriti.

I cannonieri e i fucilieri, dall'alto della cinta non potevano più fare uso delle loro bocche

da fuoco in quanto il nemico aveva raggiunto infine le palizzate stesse e su di esse si

stava sviluppando un corpo a corpo micidiale. Ogni rajaputo faceva dei veri prodigi,

riuscendo ad abbattere dieci nemici prima di cadere trafitto, stretto da ogni parte, ma

sembrava che questo sforzo fosse inutile visto l'interminabile afflusso di nuovi selvaggi.

Piano piano i difensori iniziarono a retrocedere, consentendo così agli assalitori di avere

più spazio nell'accedere dal passaggio nella palizzata, il quale sembrava una bocca che

vomitava una massa veramente inesauribile di rivoltosi. Ad un certo punto l'occhio

attento di Sandokan capì che il nemico, aumentato a dismisura e penetrato per ogni dove

grazie all'arrivo di continui rinforzi, stava per aggirare i difensori e prenderli alle

spalle. Il sultano pronunciò quindi, con un dolore immenso, quelle parole che mai aveva

pensato di proferire:

- In ritirata! Rifuggiamoci nella kotta che protegge la reggia!

Lentamente i suoi uomini, ormai ridotti alla metà e stremati dal corpo a corpo contro un

nemico sempre più copioso e sempre più fresco, ripiegarono lentamente verso il palazzo

reale, che da quel punto distava solo alcune decine di metri. Alcuni soldati del rajah

diffusero l'ordine della ritirata con dei tarè, una specie di trombe di rame che erano

anche usate per trasmettere dei messaggi, affinchè anche i rajaputi che si trovavano

all'altro capo della città potessero comprendere tale decisione.

Purtroppo era ben difficile che tutti i difensori, contemporaneamente, potessero

confluire nel palazzo reale e chiudere le porte d'accesso onde tener fuori i nemici, anche

perché questi stavano dilagando come fossero le acque di un fiume che, rotti i propri

argini, invadevano ogni luogo ed ogni recesso della città.

Infatti mentre le truppe più prossime allo squarcio nella palizzata avevano meno strada

da percorrere per raggiungere l'accesso della kotta, vi erano altre centinaia di rajaputi,

dislocati ancora sui camminamenti o in diverse zone della città che si trovavano invece

molto distanti. Si correva quindi il pericolo di chiudersi dentro la reggia lasciandovi

fuori una alto numero di commilitoni. La situazione era davvero drammatica,

specialmente per il sultano che aveva ben capito il rischio che correvano.

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In quel momento una nutrita scarica di moschetteria accolse i nemici che tallonavano i

difensori: erano i soldati che stavano sulle barche che, prontamente avvisati da una

staffetta, avevano nascosto a riva le imbarcazioni e si erano precipitati a difendere la

famiglia reale che già si trovava nella kotta sin da prima che scoppiasse la mina Questo

aiuto fu tanto inatteso quanto indispensabile per frenare lo slancio dei selvaggi: decine e

decine di essi caddero a terra, dando modo alle truppe di Sandokan di impugnare a

loro volta le pistole e di fare una scarica generale.

Questa seconda raffica di piombo arrestò lo slancio degli assalitori disorientandoli per

alcuni minuti, quel tanto che bastò ai vari soldati di Sandokan, sparsi in città di

accorrere all'ingresso della kotta e di rifugiarcisi dentro. Il portone, cotruito con robusti

tronchi di tek sovrapposti ed incrociati, venne chiuso con fragore, mentre tutti i difensori

salirono di corsa sui piccoli ridotti, sulle terrazze della reggia o sui camminamenti di

quella piccola cinta fortificata. Purtroppo non tutti i rajaputi erano riusciti a salvarsi.

Una compagnia dislocata nella parte opposta della città, accerchiata da oltre

quattrocento selvaggi era stata annientata dopo un eroico combattimento, che aveva

visto comunque soccombere un numero doppio di rivoltosi.

Il nemico, quando si rese conto che i fuggiaschi si erano barricati dentro quell'estremo

rifugio, decise sul momento di non attaccare la reggia, anzi se ne allontanò onde non

subire inutilmente il fuoco avverso, e pensò invece a disperdersi per il resto della città.

Iniziarono quindi devastazioni ed saccheggi sistematici in ogni abitazione, in tutti i

magazzini, nelle polveriere, nei negozi e nelle botteghe in tutta la città. Ogni porta

veniva gettata a terra ed una turba di scatenati metteva a soqquadro ovunque, cercando

e trovando ciò che i cittadini fuggitivi non avevano potuto portare seco. Grida di giubilo,

ululati di contentezza, risate sguaiate, colpi di arma da fuoco, piccoli incendi ed

esplosioni accompagnarono quel momento di festa da loro tanto attesa e bramata. E

mentre i difensori si sistemavano in quel nuovo piccolo recinto fortificato, i vincitori si

abbandonarono ad un'orgia pantagruelica, devastando tutti i magazzini di viveri che

trovavano in città, ubriacandosi e mangiando a crepapelle, uccidendo sia i cavalli che i

rajaputi non avevano fatto in tempo a portarsi appresso nella precipitosa ritirata, sia i

vari cani che abitavano nella capitale. Canti e frastuoni , fracassi e strepiti,

trasformarono in breve quella ridente città in un luogo orripilante, in una nuova

Sodoma e Gomorra, nella quale spesso si accendevano risse e liti furibonde tra i

vincitori, che si disputavano anche con le armi questo o quell'alimento, questa o quella

botte di vino. I soldati del rajah, che non avevano potuto rinchiudersi nella kotta perché

tagliati fuori dalla ritirata e tutti i feriti che avevano avuto la sfortuna di cadere vivi in

mano a quei diabolici selvaggi, furono immediatamente uccisi e i loro corpi decapitati

vennero inchiodati sulle palizzate o sui muri della città come trofei di vittoria. Il

rimanente della notte e la giornata successiva bastarono appena ai rivoltosi per

visitare ogni casa, ogni capanna, ogni baracca. Ma nessuna abitazione venne incendiata,

salvo sporadici casi. Evidentemente Hold aveva dato ordini severissimi di non

distruggere quella che si apprestava forse a divenire la sua città, che voleva consegnare

il più possibile integra al sultano di Varauni o all'eventuale governatore inglese che ne

sarebbero poi venuti a prender possesso .

Intanto Sandokan ed i suoi familiari avevano passato la notte con la morte nel cuore.

Nessuno poteva descrivere i sentimenti di rabbia, di delusione, di tristezza che

albergavano nel cuore di tutti. Unico sollievo era il ritrovarsi tutti uniti, con la famiglia

reale che si era potuta salvare al completo da quell'improvvisa disfatta. Il sultano passò

in rivista le forze che gli restavano. Tra superstiti e feriti erano circa duecentoventi gli

uomini scampati all'attacco e alla strage che ne era seguita. Quasi tutti gli assenti erano

morti nella battaglia appena terminata.


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Alcune decine di rajaputi, nell'impossibilità di unirsi al resto delle truppe e per non esser

inutilmente trucidati dal nemico erano riusciti a raggiungere il lago e si erano

abbandonati alle sue acque sperando di arrivare a nuoto o in barca verso luoghi più

tranquilli e sicuri. Sandokan dispose immediatamente le sentinelle sulla palizzata che

cingeva la reggia. Il perimetro non era molto vasto ed una ventina di guerrieri erano in

grado di sorvegliare con facilità ogni direzione. Il sultano riunì i suoi familiari e i pochi

luogotenenti rimasti ancora in vita e così disse loro:

- Valorosi compagni, cari congiunti, il nemico, non potendo batterci in un

combattimento leale, è ricorso ad una mina di spaventosa potenza per penetrare in

città dove altrimenti non sarebbe mai riuscito ad entrare. Ora la nostra forza si è

ulteriormente assottigliata e di tutto il nostro regno non ci rimane altro che il palazzo

reale ed il suo parco. Ben poca cosa, ma nulla abbiamo da rimproverarci, sia sul come ci

siamo difesi sia sulla abnegazione di chi ora non è più con noi. Quello che adesso vi

chiedo è un parere sulle decisioni da prendere per l'immediato futuro. Dobbiamo,

secondo voi, fuggire, passando per il tunnel segreto che saggiamente fece costruire

Agun, ed imbarcarci, abbandonando per sempre la nostra terra natale, oppure dobbiamo

resistere sino all'ultimo colpo, sino all'ultimo uomo per difendere l'estremo lembo del

nostro avito regno? Parlate vi prego.

Il tono usato dal rajah era molto triste, ma non rassegnato. Tutti i presenti si rendevano

ben conto che la situazione era disperata e che solo un miracolo poteva ormai sottrarli

ad una morte sicura, poiché le soverchianti forze nemiche potevano assaltare e

conquistare la reggia in poco tempo. Per primo prese la parola il vecchio Muluder che

disse con tono grave:

- Il sultano ha parlato bene; dobbiamo purtroppo rassegnarci alla caduta di questo nostro

baluardo, del trono e della nostra dinastia. E' stato davvero doloroso per me vedere la

strage che si è compiuta oggi, che è l'ultima di una lunga serie di eccidi per i quali sono

davvero disgustato. Il susseguirsi di questi tragici avvenimenti con il progressivo

abbandono da parte nostra di tutte le città è stato per me un colpo al cuore; era meglio

che oggi una palla mi avesse trapassato la testa. Non resisto a questa situazione. Il mio

sogno di morire felice lasciando un regno al mio primogenito e la serenità al resto della

famiglia si è infranto definitivamente con quella dannata esplosione. Per quanto

riguarda l'immediato futuro penso che dovremmo mettere in salvo tutti i feriti, mia

moglie e le due figlie. Io rimarrò invece sulla cinta della kotta e morirò avvolto nella

nostra bandiera con la spada in pugno. Non abbandonerò questo posto ove sono vissuto

e dove sono nati tutti i miei antenati .........

La commozione gli fece interrompere il discorso. Approfittò allora Agun per intervenire

dicendo:

- Credo che oltre alle persone ricordate da nostro padre dobbiamo allontanare dalla

reggia il tesoro reale, per non far cadere nelle mani del nemico anche quello. Servirà per

far vivere dignitosamente chi riuscirà a sfuggire al prossimo massacro.

Selim aggiunse:

- Morirò accanto a mio padre e gli farò scudo con il mio corpo. Meglio morire da prodi

che fuggire.

Sandokan a questo punto chiese:

- Quanti nemici pensate che abbiamo ucciso oggi?

Il parere di tutti fu concorde: non più di trecento potevano essere stati i caduti, in quanto

si era fatto poco uso dei fucili e dei cannoni, che fortunatamente erano stati tutti

trasportati all'interno del recinto ed ora si stavano già posizionando sulle palizzate.

Comunque il numero dei nemici, che si stimava fossero presenti ora in città, era sempre

imponente, poiché poco meno di tremila uomini contro lo sparuto gruppo dei


131

soldati reali rappresentava uno squilibrio davvero enorme. Sandokan, resosi ben conto

di tale disparità si risolvette di accettare i consigli ricevuti dai familiari. - Oggi stesso -

ordinò ai luogotenenti - il tesoro della corona, racchiuso in dieci pesanti cofani, sarà da

noi trasportato, attraverso il sotterraneo sino al porto, ove col favore delle tenebre

verrà imbarcato assieme alle donne e ai feriti. Le barche si dirigeranno verso la costa;

se qualcuno di noi resterà in vita dopo l'attacco finale dovrà raggiungere questo luogo

dove ci aspetteranno i fuggitivi.

A questo punto Coruma e le due sorelle di Sandokan fecero sentire la propria voce,

reclamando il permesso di poter esprimere il loro parere.

I presenti ascoltarono allora la regina madre che espresse, anche a nome delle figlie,

un gentile ma secco rifiuto all'idea di abbandonare la capitale e fuggire lontano dai

familiari. L'infinito amore non permetteva loro di abbandonarli, ben sapendo che non

si sarebbero più rivisti. Disse che era meglio la morte, abbracciati assieme, piuttosto che

un addio senza speranza. Sandokan e gli altri uomini non si sarebbero mai aspettato un

coraggio ed una audacia così ferma e decisa, cosa questa che li portò a decidere di

tenerle presso di sé, magari nella speranza di farle fuggire nel momento decisivo. Fu

così che quella notte stessa il tesoro e i feriti partirono dalla reggia. Alla fine del

sotterraneo le barche, nascoste in un vasto canneto, furono equipaggiate, riempite delle

casse del tesoro, dei feriti e di alcuni rematori validi, che si misero ai remi e subito

partirono. Fu fissato un punto d'incontro alla foce dell'estuario del fiume, sul mare che

lambiva le coste del Borneo: se qualcuno fosse riuscito a sfuggire alla morte si

sarebbe ricongiunto con quei fidi rajaputi disponendo poi delle casse del tesoro.Il

comando venne affidato ad un luogotenente di nome Pullè (1), al quale Sandokan disse:

- Nel tesoro reale che ti affido vi è un oggetto al quale tengo moltissimo: il mio scettro.

Sappi che se dovessi sapere che te ne approprierai ti cercherò, ovunque tu ti fossi

nascosto, e ti ucciderò.

- Fidati di me, o sultano! – fu la risposta rassicurante del soldato.

Il giorno seguente e gli altri che seguirono dopo videro i rivoltosi saccheggiare

completamente la città, riuscendo a depredare tutto ciò che poteva essere asportato e

trasportato. Anche le pagode ed i templi della città non furono risparmiati: dai tetti

spioventi vennero sottratte lamine d'oro e grondaie di rame; dall'interno statue e monili

di pietre preziose, paramenti sacri con ricchi tessuti, piatti, brocche, calici e teiere di

ogni tipo, quadri, arazzi, tappeti, drappi; furono addirittura divelti intarsi e sculture,

bassorilievi e colonne, insomma ogni cosa che poteva essere poi rivenduta nei porti o

nei centri di scambio di quell'enorme isola.

La soddisfazione e la gioia più sfrenata per tali ingenti prede avevano completamente

fatto dimenticare alle bande degli assalitori che il nemico non era ancora completamente

sconfitto e che bisognava intraprendere una decisiva battaglia finale. Molte bande, però,

erano state duramente decimate e la conquista della città era costata ben cara agli

attaccanti, o per lo meno a quella parte di essi che non era mossa da fini politici o da

bramosia di potere ma solo dal desiderio del saccheggio.

Inoltre le ingenti perdite, già subite in questi mesi di duri scontri e quelle che ancora

avrebbero sofferto durante il futuro combattimento, avevano alquanto fiaccato il

desiderio di liquidare definitivamente il rajah e i suoi seguaci. A tali reittosità si

(1) Vedi, in seguito, come si concluderà la vicenda con Pullè nel ciclo di Luigi Motta ed Emilio

Salgari dal titolo La Tigre della Malesia, Lo scettro di Sandokan, La gloria di Yanez e Addio

Momracem, per i quali Marco Pavone ha creato con questa vicenda uno spunto iniziale e un

collegamento.


132

aggiunga che ora tutti gli assalitori possedevano un pingue bottino ed un discreto tesoro

e quindi ognuno voleva godere il frutto di tante battaglie senza esporre ulteriormente la

propria vita per conquistare cose che non potevano più trasportare via e che comunque

non ambivano più.

Già dal terzo giorno dopo la disfatta del sultano alcune centinaia di selvaggi si erano

allontanati dalla città sia perché paghi della vittoria, sia perché desiderosi di portarsi via

l'ingente bottino, sia perché ormai in possesso delle armi da fuoco che Hold aveva

donato loro e di tante altre conquistate ai soldati del rajah caduti in combattimento. Lo

stesso Hold dovette fare molta fatica per impedire che altri gruppi di rivoltosi si

sbandassero abbandonando l'assedio. Per infervorare di nuovo gli animi e per saggiare

la reale volontà di continuare il combattimento, Hold convocò tutti i capi delle tribù

daiacche, sia quelle dell'interno, sia quelle della costa, e tutti i comandanti delle bande

che aveva reclutato nei mesi precedenti per ogni dove. Quando Hold ebbe tutti davanti a

se, così parlò loro:

- Valorosi guerrieri, voi che avete così coraggiosamente attaccato più volte il rajah di

Sabah e che ora lo avete battuto, voi che avete espugnato la città, voi che avete già colto

il frutto di tali successi, non pensate che sia giunto il momento di entrare in trionfo nella

reggia dei Muluder, infliggendo al sultano l'estrema sconfitta ed uccidendo i suoi ultimi

soldati e tutta la sua famiglia? Non volete voi abbattere definitivamente la potenza dei

Muluder che tanto male vi fece negli anni?

Dopo alcuni istanti di silenzio, Monah, il capo della tribù daiacca che per prima si era

sollevata contro il principe Selim, fece alcuni passi innanzi e rispose:

- Prode inviato di Varauni, ti rispondo a nome di tutti i capi daiacchi che sono qui al tuo

cospetto e con i quali ieri ho a lungo parlato. I nostri uomini sono stanchi, molti sono

stati uccisi e da troppe lune siamo in guerra lontani dai nostri villaggi e dalle nostre

donne, che abbiamo lasciati esposti ad attacchi di altri nemici, ora più pericolosi di

Sandokan e cioè di quei popoli oltre i confini orientali che spesso invadono le nostre

terre. Crediamo inoltre che il sultano abbia ricevuto una memorabile lezione che non

scorderà mai più. Avrà certo ben compreso che non si sfidano impunemente le tribù del

Kini-Balu e quelle della costa. Il suo esercito è praticamente annientato e da oggi in poi

non potrà più crearci fastidio alcuno. Per di più abbiamo raccolto una ingentissima

preda di guerra che porteremo nelle nostre terre con grande fatica. Infine sono oltre

mille le teste che abbiamo spiccato dal busto dei nostri nemici e che rappresentano per

noi il trofeo più ambito. Tutto ciò ci basta. Da domani ci ritireremo nei nostri territori.

Così abbiamo deciso.

- Ma come! - e qui Hold scattò in avanti come morso da un serpente, tanto la sua ira era

scoppiata violenta all'udire quel discorso - Un grande capo come te, parla in questo

modo? Ma dimentichi che nella kotta il sultano ha un immenso tesoro, frutto di secoli di

angherie a danno della vostra gente? Non sapete che potremo tra breve far prigioniere

tutte le serve del sultano e tutte le donne della città che si sono racchiuse là dentro?

Potremmo farne tante schiave e tu sarai il monarca più invidiato tra tutti i daiacchi!

Perché vuoi interrompere la guerra ad un passo dalla vittoria finale? Con la perdita di

poche altre decine di uomini avremo in mano tutto!

- Ascolta bene! - gli rispose seccato Monah, indispettito per il tono usato dall’inglese -

Dei favolosi tesori non sappiamo che farcene, ammesso che si trovino ancora nella

reggia. Conosco Muluder e se non è uno stupido avrà già pensato a farli trasportare

altrove. Armi e polvere ne abbiamo a sufficienza; riguardo alle schiave ti dico che

donne all’interno della reggia non ce ne sono più, poiché fuggite da tempo e poi

noi non usiamo servi e serve. Per ultimo aggiungo che chi come noi vive ai confini

del regno di Sabah poco importa se questo sultano viene cacciato o viene ucciso. Ad esso

se ne sostituirà sempre un altro che tornerà poi a chiederci più pesanti tributi. Saremo


133

quindi costretti ad intraprendere ulteriori sommosse finché non imparerà a

temerci anche il futuro rajah. Ora Sandokan ha compreso la lezione e forse, se seguiterà

a regnare, non ci darà più fastidio, avendo paura della nostra forza. Con un altro sultano

dovremo ricominciare da capo. Quindi preferiamo non annientare questa dinastia. Spero

di essere stato molto chiaro, uomo bianco.

Mister Hold si era letteralmente infuriato, non avendo ben compreso il ragionamento

logico ed utilitaristico del gran capo, il quale non aveva poi, dal suo punto di vista, tutti

i torti. L'inglese avrebbe volentieri schiacciato quel selvaggio, ma, mentre stava per

rispondergli, tutti i capi daiacchi, senza aggiungere altre parole, si allontanarono da quel

luogo, abbandonando così la riunione. Subito dopo radunarono i sottocapi impartendo

loro gli ordini per una pronta partenza da quella città.

L'avventuriero inglese era fuori di se dalla rabbia: avrebbe volentieri comandato agli

uomini che gli erano rimasti fedeli di lanciarsi sui daiacchi, ma ben sapeva che una lotta

del genere avrebbe scompaginato il suo esercito anche nel morale, senza alcun beneficio

per la sua causa, anzi correndo il rischio di una crudele decimazione reciproca, in

quanto i daiacchi che stavano per abbandonare la città erano davvero tanti e non era

quindi il caso di attaccarli.

Hold allora rivolgendosi agli altri capi che erano rimasti di fronte a lui nella riunione,

domandò:

- Quanti uomini ci restano ora per l'attacco finale?

- Orange - rispose un malese grosso e basso dalla muscolatura possente - credo che con

la partenza delle bande di Monah non avremmo più di ottocento uomini- .

- Ma come! Così pochi?

- Orange, molti si sono sbandati, altri, paghi del pingue bottino, sono tornati al loro

luogo di origine, non avendo la possibilità di trasportare altro con se. Moltissimi sono i

feriti non ancora in grado di combattere. Infine altri ancora, vedendo i daiacchi

abbandonare la partita, si scoraggeranno e fuggiranno. Non è certo il coraggio che

abbonda tra le tue truppe.

Hold non poteva certo dare torto al suo fido aiutante. Ben sapeva che la forza di quel

poderoso esercito era solo nel numero. Venuto a mancare quello scompariva anche il

coraggio.

- Se mi permetti di darti un consiglio - prese a dire un luogotenente cinese - ti

suggerirei di attaccare subito il nostro nemico. Probabilmente molti si rifiuteranno di

spingersi in avanti, ancora presi dal saccheggio, ma se aspettiamo qualche altro giorno

degli ottocento uomini che abbiamo non ci rimarranno nemmeno quelli sufficienti a

respingere un contrattacco del sultano.

Hold a sentire queste giuste considerazioni preferì cominciare a pensare piuttosto che a

parlare ancora. Per abbattere le ultime difese del suo mortale nemico poteva benissimo

ordinare l'attacco generale con le forze che gli rimanevano. Ma il rischio era questo: se

non avessero sfondato al primo slancio, e se fossero poi costretti a ripiegare, non

avrebbero mai più tentato una seconda volta. Tutti si sarebbero fatti prendere dallo

scoraggiamento e allora per Hold, per le sue idee, per le sue speranze, ormai quasi

tradotte in certezze, sarebbe stata la fine. Occorreva quindi farsi venire un'idea nuova:

forse non era una migliore strategia militare quella che ora occorreva, ma una sorta

di astuzia od uno stratagemma che potesse essere più determinante della forza.

Congedò tutti i sottocapi, poiché voleva restare da solo a pensare. Trascorse così una

notte intera nella quale l'inglese non chiuse occhio, tutto intento a partorire un'idea

geniale e risolutiva. Anche se si doveva ricorrere ad un nuovo crimine, ad una strage o

ad una vigliaccheria non avrebbe certo avuto rimorsi di coscienza, lui un avventuriero

che era giunto a quel punto solo grazie ad astuzie diaboliche e a tradimenti di ogni


134

genere. Qualunque mezzo sarebbe stato buono per raggiungere il suo folle scopo e i suoi

pazzeschi sogni di gloria.

A poco a poco un nefasto progetto cominciò a delinearsi nella sua mente malata. Prima

per sommi capi, poi nei dettagli più minuti, cercando di prevedere ogni contromossa del

nemico. Infine lo riesaminò nei minimi particolari nell'intento di renderlo perfetto.

Solo nel momento in cui ciò che aveva pensato gli piacque e solamente quando fu ben

sicuro di avere buone possibilità di riuscita, si risolvette di metterlo in esecuzione. Il

suo umore adesso era diventato allegro ed ottimista: Hold era felice perché aveva

partorito un' idea mostruosa, che se riusciva poteva dargli la vittoria definitiva senza più

perdere un sol uomo e senza alcuna ulteriore battaglia. Era lusingato che la sua furbizia

avesse potuto generare un progetto veramente diabolico, che aveva però bisogno anche

di un pizzico di fortuna: ma la dea bendata gli era stata sempre accanto negli ultimi anni

e quindi confidava ancora in questa protezione.

Quando fu ben sicuro che non dovesse aggiungere altro alla sua macchinazione chiamò

un suo aiutante di campo e parlò a lungo con lui. Dopo un'ora abbondante di colloquio,

il suo gregario, che altri non era se non il parlamentare che all'inizio dell'assedio aveva

incontrato Sandokan per intimargli la resa, si mosse alla volta della reggia , sventolando

una straccio bianco legato all'asta di una lancia. Le sentinelle sugli spalti, che ben

vegliavano, lanciarono subito l'allarme e tosto Sandokan accorse, salendo su una

torretta che sovrastava l'ingresso del recinto fortificato.

Vedendo avanzarsi quel parlamentario di cui ben si ricordava, il rajah ebbe un

sentimento di fastidio e di disprezzo, ma si guardò dal cacciarlo. Dette quindi ordine di

socchiudere le porte del recinto, anche se con molta cautela, nel timore che quello

fosse uno stratagemma del nemico per penetrare nei giardini della reggia.

Questa volta l'inviato di Hold usò un tono e un linguaggio meno provocatorio rispetto

all'incontro precedente, forse per paura di essere di nuovo malmenato dal suo regale ma

irascibile interlocutore, e con voce pacata, quasi affabile, così parlò: -

- Prode sultano, il mio comandante ti manda a dire quanto segue. La guerra è costata già

migliaia di morti, con fortissime perdite da ambo le parti. I nostri uomini sono pronti

all'attacco finale anche se in tutti noi vi è una grande ammirazione e rispetto per il

coraggio e la forza dimostrate da te, o signore, e dai tuoi guerrieri. La prossima battaglia

costerà sicuramente altre centinaia di vittime e questo provoca dispiacere e tristezza da

parte di mister Hold. Inoltre lui stesso mi ha confidato di essere rimasto molto turbato

da un sogno che ha avuto questa notte. Si trattava di una visione nella quale si trovava a

pranzo con te e con la tua famiglia. Durante il colloquio tu lo degnavi della tua

attenzione e lo insignivi del grado di governatore delle provincie dell'est. Interpretando

questo sogno come una premonizione Hold ti prega di dimenticare, se puoi, gli orrori di

questa guerra, magari solo per un attimo, e di vedere in lui non un tuo nemico, ma un

sagace condottiero che ha capitanato e organizzato una rivolta solo per poterti

dimostrare la sua intelligenza e il suo genio guerriero. D'altra parte la rivolta non è nata

solo da lui; anzi a fare questo passo molta della colpa è da attribuire a Monah, il quale lo

ha convinto a prendere il comando dell'insurrezione, e ai daiacchi, insofferenti alla

sudditanza dei Muluder. Hold infine ti chiede di essere introdotto al tuo cospetto come

aspirante generale, ora pentito di tanti lutti e di tali rovine, dovuti anche ai sultani tuoi

vicini, come il perfido sultano di Varauni e l'intrigante rajah di Sarawack, ai quali Hold

non vuole più ubbidire, e che sono stati i finanziatori della spedizione. Da oggi Hold

desidera cessare ogni combattimento perché ha imparato a stimarti e a rispettarti.

Inoltre vorrebbe stringere con te un patto di sottomissione onde addivenire subito ad

una tregua. Se tu l'accetterai leveremo subito l'assedio. Anzi per dimostrarti quanto

voglia la pace e come ti parla con il cuore in mano, ancor prima di conoscere se tu vuoi

benignamente accettare questo accordo, ha disposto di far allontanare tutte le bande


135

daiacche dalla città, quelle che osteggiano maggiormente la tua dinastia, ordinando loro

di tornare nei villaggi dell'est. In un incontro che ha avuto con quei capi proprio ieri, e

nel quale li avvisava che ti avrebbe fatto oggi questa proposta, Monah e i suoi sottocapi

dissero di esser contrari ad ogni accordo. Ha quindi deciso di cacciarli non volendo più

avere nel nostro esercito gente così sanguinaria ed ostile ad una eventuale

riappacificazione. Se non credi a ciò il mio padrone invita alcuni tuoi osservatori a

recarsi nel nostro campo; essi si potranno accertare della veridicità di quanto sto

dicendoti e vedere le tribù daiacche che già da questa mattina hanno iniziato ad

allontanarsi. Se tu, o sultano, volessi accettare benevolmente questa proposta Hold darà

ordine ai suoi uomini di sciogliersi, di deporre le armi in segno di sottomissione e di

restituire ciò che hanno razziato nella città. Se vorai addivenire quindi ad un accordo

una grande festa ed un luculliano banchetto potranno sancire questa soluzione

negoziale. Il convivio si potrebbe fare non appena i tuoi osservatori avranno riferito che

i daiacchi hanno lasciato la città e quindi domani l'altro si potrebbe preparare la

memorabile festa di riconciliazione.

Finalmente il parlamentario tacque.

Sandokan aveva ascoltato in silenzio e con grande attenzione questo fiume di parole.

Assieme a lui avevano sentito anche gli altri membri della famiglia reale, che si

trovavano vicino al sultano sul parapetto della casamatta.

Sandokan era trasecolato e sconcertato. Il più vivo stupore era segnato sul suo volto e

per parecchi secondi nulla rispose all'inviato di Hold.

Ma come, pensava Sandokan, ad un passo dalla probabile vittoria finale, il suo aborrito

avversario, dopo aver portato innanzi una guerra di totale sterminio, con una serie di

stragi, di trucidazioni, di genocidi, gli tendeva la mano? Dopo essere ricorso per mesi a

subdoli inganni, a corruzioni, a tradimenti, a diserzioni di massa ora gli proponeva un

patto di sottomissione e di sudditanza?

Il sentimento che il sultano provava nei confronti di quel bianco non poteva che essere

di avversione, di disprezzo e di ripugnanza. Tuttavia non poteva liquidare questa offerta

in modo troppo veloce con un secco rifiuto, decisione che poi avrebbe potuto

rimpiangere, non tanto per la propria vita, ma per quella di tutti i suoi amati familiari e

per i rajaputi che lo servivano fedelmente e che molto stimava per coraggio e lealtà

dimostrata in quegli ultimi mesi.

Quindi se il cuore del giovane rajah era per uno sdegnoso rifiuto il suo cervello

propendeva per una ragionata e serena discussione con i suoi parenti e luogotenenti:

occorreva quindi prendere tempo.

Rivolto allora all'indiano che era rimasto in paziente attesa, appoggiato al bastone della

sua bandiera, disse:

- Va dal tuo padrone e riferiscigli che ho bisogno di pensare per soppesare quanto tu mi

hai detto. Domani alle prime luci dell'alba ti manderò a chiamare per darti una risposta.

Intanto invierò una decina di osservatori tra le tue schiere per controllare se quello che

asserisci è vero. Conto sulla vostra lealtà. Se ad uno di essi sarà torto un solo

capello la mia risposta sarà fuoco e fiamme. Ora vattene!


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CAPITOLO TREDICESIMO

UNA STRAGE ORRENDA

Dopo che l'inviato di Hold si fu ritirato, il sultano dispose che una decina dei suoi fidi

uscisse in perlustrazione onde visitare le file degli insorti.

La piccola compagnia, montata a cavallo, con le ultime bestie che stavano nelle scuderie

della reggia, con lance ed uniformi, con bandiere e vessilli onde farsi ben notare dai

ribelli, uscì dal recinto della reggia e si diresse verso il nemico senza che nessun atto di

ostilità fu loro mosso contro. Il drappello girò in lungo ed in largo la città, spingendosi

anche fuori della cinta, fino alle campagne più vicine. Quegli esploratori poterono così

accertare ciò che in sostanza era l'unica cosa veritiera del racconto del parlamentare e

cioè che i daiacchi dell'est si stavano velocemente ritirando. Le ultime bande lasciavano

in quel momento la capitale.

I rajaputi seguirono, da lontano, queste centinaia di uomini, carichi di ogni ben di dio

frutto del saccheggio della capitale, sin oltre l'accampamento nemico. Quando furono

ben sicuri sulle loro reali intenzioni, tornarono nella kotta, verso il pomeriggio avanzato,

riferendo al sultano quanto avevano visto e sentito.

Solo dopo aver appreso che almeno una parte dell'offerta di Hold corrispondeva al vero,

Sandokan si risolvette di radunare un consiglio di guerra nella sala principale della sua

reggia, invitando anche la madre e le due sorelle.

II Rajah riassunse ai presenti quanto era stato offerto da Hold e poi chiese a tutti di

intervenire sul problema, esponendo liberamente il proprio pensiero in merito; alla fine

lui avrebbe deciso.

Per primo prese la parola il comandante delle guardie reali:

- Mio sultano - disse - gli uomini possono resistere ancora a lungo, ma se il

coraggio non manca a nessuno, quello che già scarseggia sono le munizioni. I nostri

inviati, spediti a comprare polvere e piombo, non sono ancora tornati. Non so se

potremmo sopportare un attacco in grande stile senza un adeguato rifornimento.

Prese a parlare poi un altro comandante che riferì sulle provviste da bocca:

- Abbiamo ancora cibi e bevande in abbondanza, ma le scorte non possono bastare

all'infinito. Al massimo tra una settimana saremo costretti a razionarle.

Agun, a sua volta, intervenne:

- Siamo rimasti in circa duecento uomini. Anche se i daiacchi si sono ritirati siamo

sempre molto inferiori di numero. La kotta è un fortino molto resistente ma se ci

attaccassero da ogni lato potremmo capitolare in breve tempo. I nostri uomini sono

molto coraggiosi, questo è vero, ma quello che i luogotenenti non hanno detto,

forse per orgoglio di comandanti, è che essi sono demoralizzati. Cosa si aspettano

ancora? Anche se i nostri fidi che abbiamo mandato a Labuk tornassero non credo che


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muterebbe l'esito del combattimento finale. Anche questi rifornimenti finirebbero

prima o poi e quindi non ci resterebbe altro che morire in combattimento o fuggire dal

sotterraneo.

A questo punto parlò Selim:

- Io penso che potremmo passare dal sotterraneo, ma non per scappare, bensì per

prendere il nemico alle spalle. Sono certo che nessuno resisterebbe ad una carica furiosa

dei nostri soldati se alla loro testa vi è Sandokan!

Muluder intervenne:

- Credo che dobbiamo pensare anche al vostro avvenire; ormai sono vecchio e l'unica

mia felicità è di vedere i miei cinque figli viveri felici e tranquilli. Il nemico ci sta

offrendo l'unica possibilità di uscire dignitosamente da questa pessima situazione. Forse

potremmo accettare per poi, una volta ripreso il potere sull'intero sultanato, ridiscutere

gli accordi con questo maledetto uomo bianco.

Selim, trasportato dal suo carattere focoso volle intervenire di nuovo:

- Già! Potremmo fingerci d'accordo per riprendere le forze, ricostituire l'esercito e

ripristinare il controllo su tutte le regioni. Poi si potrebbe far arrestare l'odiato inglese,

processarlo e condannarlo a morte!

Muluder prese di nuovo la parola:

- Saggio è l'uomo che resiste, ma ancor più saggio è chi si adegua ad una situazione

difficile!

Sandokan era rimasto sino a quel momento in silenzio ad ascoltare i pensieri di tutti.

Ritenne quindi, visto che nessun altro parlava, di intervenire:

- Chi esplicitamente, chi indirettamente, escluso l'impetuoso Selim, siete d'accordo con

le proposte del nemico. Personalmente non sono d'accordo. Ritengo detestabile

abbassarsi a trattare con chi ha commesso ogni tipo di atrocità contro il nostro popolo.

Per quanto riguarda una eventuale fuga, davvero poco dignitosa, non mi sentirei più un

uomo d'onore e tantomeno un sultano rispettabile se decidessi di abbandonare la reggia,

fuggendo di nascosto come un ladro. Non volgerò mai le spalle al nemico. Se non

avessimo con noi madre e sorelle sarei dell'avviso di resistere eroicamente sino alla

morte, oppure attaccare come suggerisce il generoso Selim. Purtroppo non posso

disporre della vita di chi ho più caro al mondo. Costringerei volentieri madre e sorelle a

sfuggire all'assalto finale imbarcandosi subito, ma so che sono contrarie e non voglio

usare loro una violenza né farle soffrire comunque. Infatti se tutti morissimo e loro

fossero fuggite, quante lacrime verserebbero sapendo che l'intera famiglia è stata

distrutta? Quindi non ritengo giusto imbarcarle a forza, anche in considerazione che il

nemico potrebbe intercettare la loro barca, farle prigioniere od ucciderle. Sono d'altra

parte convinto che se rimaniamo asserragliati qua dentro la nostra fine è segnata in

quanto nessun atto di eroismo né l'idea di Selim di prendere il nemico alle spalle

potrebbe mai farci uscire vincitori. Forse avete ragione quando dite che si potrebbe

approfittare di questa occasione che ci si offre per riprendere il regno nelle mani e poi

far giustiziare il perfido bianco. Ma mi ripugnerebbe dare una parola e poi non

rispettarla. Quello che invece mi domando è se possiamo fidarci delle profferte di pace

di quello spregevole individuo. Potrebbe infatti essere solo un tranello per farci

abbassare la guardia e prenderci poi di sorpresa. Non vi nascondo di essere tormentato

da questo dubbio.

- Ascolta Sandokan - lo interruppe il vecchio padre - Prendiamo tempo: comunichiamo

che tra un paio di settimane decideremo. Se non altro in questi quindici giorni i soldati

godranno di un meritato riposo mentre i nostri inviati saranno quasi sicuramente di

ritorno. Potremmo anche chiedere di visitare di nuovo il campo avverso per vedere se i

daiacchi per caso non siano ritornati e sapere se e quanti guerrieri avrebbe ancora a

disposizione il nostro nemico.


139

- Forse – disse il giovane rajah - questo è il partito migliore da prendere e credo che . . . .

Sandokan interruppe la sua frase in quanto dal vestibolo proveniva uno strano vociare.

Tosto fu bussato ed un servo annunciò che un uomo, uno dei rajaputi inviati i giorni

innanzi in cerca di nuove munizioni, era tornato ed attendeva di essere ricevuto.

Sandokan lo fece subito entrare.

Una volta al loro cospetto l'uomo, tutto coperto di polvere e sporco di fango, con le

vesti a brandelli ed una ferita lacero contusa sul capo, con voce concitata, disse:

- Mio signore, non siamo riusciti a compiete in pieno la missione che ci affidasti ma

solo a metà.

- Siediti e raccontaci tutto con calma - gli disse il sultano.

L'uomo tracannò in fretta un bicchiere d'acqua che Selim gli aveva porto e riprese il

racconto:

- Con i miei compagni eravamo discesi lungo il fiume senza incidenti. Avevamo

raggiunto poi Labuk dove il sultano aveva subito aderito alla nostra richiesta di fornirci

una adeguata scorta di polvere e proiettili. Tutto fu imbarcato sulle scialuppe e con esse

tornammo indietro risalendo la corrente del fiume. A due ore di voga dal lago fummo

colpiti da una scarica di fucileria che proveniva da una sponda del fiume. Uno dei nostri

cadde ucciso ma riuscimmo a spostarci verso la riva opposta. Purtroppo,

contemporaneamente, un albero, tagliato alla base, precipitò addosso alle barche. Una di

esse venne centrata in pieno dal tronco e colò a picco in mille pezzi, con tutto il carico e

con ogni uomo che la montava. Con la mia barca aumentai la voga ma fummo presi di

mira da altri selvaggi che ci scagliarono addosso un nugolo di frecce avvelenate. Alcuni

dei miei uomini vennero uccisi, ma nonostante ciò riuscii a condurre avanti la barca e

con questa mi sono ormeggiato al piccolo porto. Siamo sbarcati e, non visti dal nemico

siamo riusciti a far entrare nel sotterraneo e a portare sino alla reggia il nostro carico di

munizioni.

Sandokan abbracciò l'eroico luogotenente. Il soccorso auspicato era arrivato, ma solo

a metà. Infatti Sandokan aveva sperato che il sultano di Labuk, reso edotto dal rajaputo

circa la gravissima situazione nel regno di Sabah, potesse inviargli aiuti non solo in

munizioni, per altro acquistate a peso d'oro, ma anche in soldati del proprio esercito.

Invece aveva appreso, interrogando ulteriormente il suo emissario, che il sultano di

Labuk aveva fatto finta di non comprendere l'angosciante situazione e i progressi

dell'insurrezione. Quindi Sandokan non poteva più attendersi alcun aiuto

dall'esterno. Ormai ebbe la totale consapevolezza che i Muluder erano davvero soli di

fronte al nemico. Decise quindi di continuare la riunione che si era interrotta con

l'arrivo del suo soldato. Occorreva quindi decidere circa l'offerta che Hold gli faceva.

- Rinviare la decisione - riprese a parlare il rajah - può sembrare sintomo di debolezza o

di irrisolutezza. Inoltre Hold potrebbe riprendere le ostilità così stranamente interrotte.

Non vi nascondo che la notizia di aver ricevuto un considerevole rifornimento di

munizioni non mi colma completamente di gioia, poiché avevo dato ai nostri uomini un

altro incarico, che però avevo mantenuto segreto a tutti. Non dovevano andare a Labuk

solo per comprare munizioni ma anche per indurre quel piccolo sultano a venire in

nostro soccorso. In cambio gli promettevo di versargli la metà del nostro tesoro reale.

- Che cosa ti ha risposto quel sultanello? - chiesero a Sandokan tutti i presenti.

- Ha fatto finta di non capire il nostro disperato bisogno di aiuto, dimostrandosi codardo

e vigliacco oltre che miope. A questo punto, non potendoci aspettare aiuti dall'esterno

credo che aderirò - e qui la voce di Sandokan sembrò tremare - all'offerta di quel lurido

verme inglese. Domattina, con le dovute cautele mi accerterò circa l'autenticità delle

sue promesse. Ora vi prego di andare tutti a coricarvi. Lasciatemi solo!


140

Tutti si ritirarono in silenzio consci del difficile passo compiuto dal valoroso Sandokan

che, con la morte nel cuore, si disponeva ad accettare un compromesso forse

estremamente pericoloso con il suo mortale nemico.

Durante la notte il rajah non chiuse occhio: era tormentato da un dubbio atroce. Faceva

bene a fidarsi di Hold aderendo a quanto gli veniva proposto? C'era da credere in

un nemico implacabile ed infido, dietro al quale si celavano gli espliciti interessi

inglesi? Forse se avesse recepito più risolutezza da parte dei familiari e dei suoi

luogotenenti avrebbe soprasseduto ad ogni risposta positiva ad Hold. Ma non poteva

non considerare i consigli avveduti del padre, di Agun e dei due sottocapi. In tutti

trasudava il desiderio di un accordo, di una tregua, di una pausa, dopo mesi di

combattimenti e di assedio, anche a prezzo di accordi dolorosi ai quali avrebbero

seguito cessioni di territorio o quanto meno una diminuzione del proprio prestigio

personale e dei Muluder in generale.

D'altra parte la situazione era davvero disastrosa. Di un intero regno, vasto quanto un

terzo del Borneo, non gli restava che una reggia, cinque costruzioni ed una polveriera.

Come pensare di prendere di nuovo il sopravvento contro un nemico che in pochi mesi

lo aveva in pratica relegato in un piccolo angolo di un vasto impero? Come non sentirsi

già detronizzato? Era giusto seguitare a combattere disponendo della vita dei suoi

familiari? Era giusto perseverare a difendersi strenuamente, con cibo limitato, con

munizioni scarse e con pochissime risorse umane? Forse no!

La notte passò lentamente, ma alfine arrivò il mattino e con esso la decisione definitiva.

Diede ordine ai propri cannonieri di scaricare per tre volte un cannoncino, onde attirare

l'attenzione del nemico. Poi fece scendere e risalire per tre volte la bandiera dei

Muluder sulla palizzata, segno che aveva qualcosa da comunicare agli assalitori e poi

aspettò.

Questo segnale era atteso. Subito un gruppo di persone si avvicinò alla reggia e tra

questi l'indiano del giorno prima. Il portone venne aperto e quello entrò. Sandokan gli si

fece incontro e gli disse;

- Dirai al tuo padrone che accetto la sua proposta. Quando vorrà potremo incontrarci e

decidere in merito a tutti i problemi da risolvere.

- Il mio padrone ti ringrazia e ti prega di partecipare ad un sontuoso banchetto che terrà

in tuo onore. Non volendo offenderti con la sua presenza all'interno della tua reggia, ti

chiede di poterlo far allestire qui dinanzi all'ingresso della kotta, innalzando un tendone

nel quale mangerete. I tuoi guerrieri sono invitati a controllare sia dentro che fuori la

tenda onde nessuno possa pensare ad un tranello o ad una scusa per far avvicinare alla

recinzione qualcosa o qualcuno che ti possa poi attaccare. Alcuni tuoi rajaputi

potranno vigilare sui cuochi onde non si pensi che ti si possa avvelenare. Al banchetto

ovviamente saranno invitati tutti i membri della tua famiglia e tutti i generali del tuo

esercito. Il mio padrone vorrebbe fare il banchetto questa sera stessa, onde accelerare il

processo di pace.

- Va bene - rispose Sandokan, in parte soddisfatto in quanto ogni sua possibile

obiezione era stata prevenuta con offerta di grande trasparenza e sicurezza - ma ricorda

al tuo padrone che se mi si volesse ingannare lo ucciderei dinanzi a tutti i suoi selvaggi.

L'inviato si inchinò e quindi uscì dal recinto.

Sandokan comunicò ai suoi familiari l'accordo e disse loro di preparasi al banchetto,

chiedendo se volessero mettere in atto qualche altro controllo per rendere più sicura la

partecipazione alla festa che si sarebbe tenuta fuori dalla kotta stessa.

Agun stesso volle disporre una attenta sorveglianza, impartendo severe istruzioni a tutti

i rajaputi perché vigilassero sia durante i preparativi del banchetto sia durante la festa

stessa.


141

Alcuni soldati di Sandokan scortarono fuori della cinta il cuoco cinese ed alcuni suoi

aiutanti onde controllassero la manipolazione dei cibi, sin da subito, mentre un cordone

di guardie reali circondò il posto dove doveva sorgere il tendone per il pranzo, luogo

che si decise fosse a venti metri dall'ingresso della kotta.

Durante la mattinata alcuni uomini di Hold innalzarono un grosso padiglione al centro

della piazza cittadina antistante il portone del recinto reale. Come era nei desideri di

Sandokan si controllò che nella tenda non si introducessero né guerrieri né armi. Tutto

dava ad intendere che nessun tradimento si nascondesse dietro a quella cerimonia che

altro non doveva essere che un pranzo di lavoro dove si sarebbero sanciti i termini degli

accordi di pace.

All'interno di quella specie di padiglione vennero distesi dei tappeti, portati dei mobili,

degli arazzi, molte lampade, e venne trasferito un gruppo di grossi tavoli che avrebbero

formato l'assito per il desco sul quale fu distesa una bellissima tovaglia di seta ricamata.

Accanto vennero disposti dei comodi sedili con dei soffici cuscini. Un'enorme quantità

di fiori trovò posto sulla tavola, attorno ad essa e nel tendone stesso. Furono poi portate

botti di vino, un braciere, una cucina da campo ed una quantità enorme di frutta di ogni

tipo. La tavola fu guarnita di preziosi bicchieri di cristallo, di argenteria, di vasi, brocche

ed anfore e d'altri recipienti di ogni forma, genere e dimensione sui quali i cuochi

avrebbero poi servito delicati manicaretti e tipici piatti bornesi. Insomma era un vero

addobbo reale quello apprestato per tale cerimonia.

Nel pomeriggio si allestirono dei grossi bracieri ove cominciarono a cuocere vivande di

ogni tipo: interi babirussa, zampe di rinoceronti, quarti di bufali, selvaggina di penne la

più svariata. La quantità delle vivande in preparazione era tale da soddisfare l'appetito

di oltre cento persone, in modo da offrire almeno un piatto caldo anche agli uomini di

Sandokan che avrebbero potuto così partecipare alla festa pur seguitando a rimanere di

guardia ognuno al proprio posto.

Già dal pomeriggio un invitante odore si era diffuso tutto attorno, facendo accrescere

l'appetito in chi da tempo si cibava solo di carne affumicata o conservata. Una schiera di

servi faceva la spola per portare al desco ogni cosa che potesse rendere più gradita e

più invitante la breve permanenza degli augusti ospiti. Si provvide anche ad illuminare

la tenda: delle lampade ad olio e a talco vennero poste per ogni dove, appese a ganci o

attaccate a lunghe aste, sia dentro che fuori il tendone. Una piccola banda musicale,

composta da sei elementi si dispose in un angolo, seduta in terra, preparando strumenti

a fiato, a percussione o a corda.

Evidentemente l'inglese voleva colpire i suoi regali invitati con una perfetta ospitalità,

degna di una reggia orientale in grado di offrire grande opulenza e non afflitta da una

guerra civile in corso come invece era. Oppure voleva fugare ogni ragionevole dubbio,

esibendo un confortevole ed accogliente luogo, ove tutto fosse molto curato, onde il

rajah pensasse che Hold teneva in gran considerazione i suoi convitati. Sandokan aveva

in quelle ore tentato di convincere la madre, le sorelle ed il vecchio padre a non

partecipare alla cena, in quanto riteneva inutile esporli ad un possibile pericolo. Ma il

vecchio sultano intendeva invece dare con la presenza di tutta la famiglia reale più

autorevolezza e prestigio all'incontro, anche per conservare quel poco di carisma che era

rimasto tra i rajaputi dopo la cocente disfatta della città. Inoltre voleva colpire

l'aborrito nemico con una imponente e sontuosa regalità al fine di cercare di irretirlo e

ricondurlo a più miti consigli. Quindi il vecchio Muluder convinse Sandokan che era

meglio che partecipasse tutta la famiglia ed anche i pochi generali che erano rimasti

ancora in vita. Il corteo reale sarebbe stato composto quindi di undici persone. Sandokan

a malincuore accondiscese proprio per non privare il padre di quella piccola

soddisfazione dopo tanti rovesci, umiliazioni e dolori.


142

Arrivò finalmente la sera.

Sandokan dette severe disposizioni ai suoi seguaci affinchè la vigilanza fosse ferrea e

l'attenzione massima. Ognuno doveva vegliare sulla sicurezza comune, poiché era

meglio non fidarsi delle buone intenzioni del nemico.

Intanto gli invitati impiegarono le ultime ore per fare toletta e vestirsi degli abiti

migliori del proprio guardaroba. Sandokan calzò alti stivali di pelle nera, larghi

pantaloni rossi e una variopinta camicia coperta da un gilet senza bottoni. Un turbante

bianco con un ricco brillante appuntato sotto la piuma gli cingeva la testa. Ai fianchi

aveva una scimitarra tempestata di pietre preziose , due pistole dalla lunga canna e un

krìss: non voleva certo recarsi all'incontro disarmato. Anche gli altri componenti della

famiglia avevano scelto sfarzosi vestiti. Le due sorelle in particolare sfoggiavano

eleganti dooty arancioni ed avevano i capelli imperlati di piccoli fiori bianchi che ben

spiccavano sulle loro capigliature scure.

I quattro luogotenenti, che accompagnavano la famiglia reale, si erano anch'essi

coperti di ricche giacche rosse, proprie della divisa dell'esercito dei rajaputi.

Quando arrivò l'ora convenuta, preceduti da un drappello di soldati armati di tutto

punto, il corteo si mosse verso la tenda. Le guardie di vedetta sugli spalti avevano

tranquillizzato Sandokan, avvertendolo che nessun movimento sospetto era stato notato

durante tutti i preparativi. Inoltre alcuni soldati avevano visitato or ora la tenda per

accertarsi che sotto di essa non si celassero insidie o tradimenti.

II drappello che accompagnava il seguito reale si dispose come un cordone attorno alla

tenda, mentre gli ospiti si diressero al suo ingresso davanti il quale li attendeva l'uomo

bianco. Vestiva per l'occasione un completo di flanellina con un cappello a

larghe tese. All'avvicinarsi del corteo si scoprì il capo abbozzando un goffo inchino.

Sandokan ed il suo seguito non si degnarono nemmeno di rispondere a quel saluto ed

entrarono nella tenda sedendosi al desco. Il rajah ad una capo della tavola e Hold

all'altro. Parenti e luogotenenti si disposero dove meglio credettero.

Anche l'avventuriero sedette e battè le mani: tosto entrarono una dozzina di servi

portanti caraffe di ottimo vinello di palma da offrire come aperitivo. All'esterno altri

servitori offrirono copiose bevande agli uomini di guardia, sia a quelli attorno alla tenda

sia alla guarnigione sulle palizzate. Avevano infatti portato delle botti di vino davanti

all'ingresso della kotta. Ma i soldati, molto diffidenti pretesero giustamente che i

servitori assaggiassero quel prodotto prima di berlo loro stessi. I servi non si fecero

pregare e ne bevvero tutti un buon bicchiere. Rassicurati da quel gesto e vedendo che

nessun effetto negativo produceva sui servitori, dopo una buona mezzora anche i

rajaputi presero parte a quella bevuta generale, attingendo copiosamente da quelle

botti il generoso vino di palma.

Nella tenda, dove la cena era frattanto iniziata, nessuno parlava. Il silenzio era rotto da

una dolce e suadente musica che proveniva dagli strumenti abilmente manovrati dalla

banda che riusciva a dare prova della propria eccellente bravura. Comunque l'atmosfera

attorno al tavolo era molto tesa. Hold cercò a più riprese di iniziare un discorso, almeno

con i quattro luogotenenti di Sandokan che gli sedevano vicino, interrogandoli sul cibo

o sulla musica offerti in sala.

La cena si prolungò per una buona ora: ognuno cercava di mangiare con appetito, anche

se questo mancava in quasi tutti i commensali, preoccupati e tesi per quella delicata ed

imbarazzante situazione che mal si conciliava con quei piatti prelibati ed eccellenti.

Comunque il pasto volse alla fine. Ora era stata servita la frutta, offerta da dodici

servitori, i quali si erano portati ognuno dietro un invitato, per porgere un piatto con

grossi ananas da aprire.

Proprio in quel momento Sandokan, approfittando di uno spiraglio dell'uscio della

tenda lasciato aperto per un attimo, vide che un rajaputo di guardia barcollava come se


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fosse stato ubriaco. Non sapendo come spiegare questo strano comportamento del suo

soldato, fece un cenno con la mano ad un luogotenente che era seduto a tavola poco

discosto, come per dirgli di andare a controllare.

Ma nel medesimo tempo accadde una cosa davvero improvvisa: i servi che si trovavano

dietro ai commensali intenti a sporzionare alcune noci di cocco, tagliandole con dei

grossi coltelli, ad un colpo di tosse di Hold, segnale evidentemente convenuto, fecero

cadere a terra i piatti ed i coltelli ed impugnarono dei corti tarwar che avevano nascosto

nelle loro larghe tuniche. Sandokan, avvedutosi per primo di questo inatteso

atteggiamento offensivo e pericoloso, si alzò di scatto in piedi, rovesciando la sua

seggiola, tosto seguito da tutti gli altri commensali. Nello stesso istante i traditori

alzarono le piccole scimitarre roteandole sulla testa degli invitati. Purtroppo, nonostante

che ognuno si fosse alzato in piedi, l'azione dei seguaci di Hold fu troppo fulminea per

porvi rimedio e non tutti riuscirono a schivare i primi fendenti che si abbatterono

addosso ai Muluder. La madre e le sorelle di Sandokan, impacciate dai lunghi vestiti,

non riuscirono ad allontanarsi in tempo dai loro assassini che fecero cadere su di esse

dei fendenti che le raggiunsero sul collo, sulle spalle e sulla testa: caddero a terra

urlando di dolore, colpite purtroppo a morte. Sandokan emise un urlo che nulla aveva di

umano, mentre gli altri familiari gridavano per far accorrere i rajaputi che credevano

ancora di guardia fuori la tenda. Ognuno cercò di impugnare un arma per difendersi

dagli assalitori, mentre un parapiglia generale animava quella scena che trasudava vil

e tradimento. Sandokan, grazie alla sua agilità, riuscì a schivare due fendenti a lui

diretti, fece un passo indietro ed impugnò le due rivoltelle che aveva alla cintura e che

erano per fortuna già cariche. Ognuna di esse aveva due colpi. Puntarle su altrettanti

nemici e far fuoco fu l'affare di un solo istante. Nonostante non avesse mirato, tre

uomini caddero a terra col cranio fracassato. Contemporaneamente gridò, con una voce

che sembrava un colpo di tuono:

- Cani traditori! A me rajaputi! Scappiamo da questa trappola!

I suoi soldati purtroppo non potevano sentirlo poiché un potente narcotico, mischiato

alle bevande che avevano tracannato con ingordigia poc'anzi, aveva prodotto in loro un

subitaneo torpore e poi uno svenimento. E proprio un rajaputo che cadeva a terra era

quello che in Sandokan aveva acceso il dubbio del tradimento.

Mentre Sandokan uccideva i tre traditori, gli altri Muluder tentavano di giocare le loro

ultime difese. Il vecchio sultano si era slanciato con il suo kampillang contro il

diabolico Hold. Il bianco, alzatosi in piedi, con una pistola in pugno la scaricò in pieno

petto al padre di Sandokan fulminandolo. Il povero vecchio si portò le mani al cuore,

lanciò uno sguardo di profondo odio al suo assassino e cadde prima in ginocchio e poi in

terra a faccia in giù senza emettere nemmeno un rantolo.

Contemporaneamente un selvaggio combattimento, un corpo a corpo, spasmodico, era

stato ingaggiato dagli altri commensali contro i servi, il cui numero si era accresciuto

per l'arrivo dei cuochi e degli inservienti della cucina, armati di spiedi, di coltellacci e

di grossi randelli. Presi alle spalle caddero ad uno ad uno i quattro luogotenenti del

rajah, ma solo dopo aver ucciso altrettanti uomini. Rimanevano allora in vita soltanto i

tre fratelli che, con il volto trasfigurato dall'orrore e dal tremendo dolore per il massacro

dei propri congiunti, mulinavano le loro scimitarre con grande maestria, resi più temibili

dal pericolo di essere tutti trucidati. Saltavano come scoiattoli sopra il tavolo,

impugnavano bottiglie e piatti lanciandoli addosso ai nemici, rovesciavano sedie, si

slanciavano a destra e a sinistra evitando di essere colpiti dai numerosi proiettili che

Hold, circondato dai musicisti che gli facevano barriera, scaricava dalle sue pistole.

Dopo alcuni minuti di questa furibonda lotta, i tre Muluder si ritrovarono addossati ad

un lato della tenda stretti da un muro di coltelli e sciabole che tentavano di colpire quei

tre eroi. Si erano appoggiati al tendone per poter avere nemici solo di fronte e non


anche dietro le spalle e tenevano testa a tutti con grande coraggio. Ma il numero dei

nemici era enorme. Inoltre Hold, che aveva potuto evidentemente ricaricare le sue

pistole continuava a far fuoco contro di loro senza curarsi se nel parapiglia generale per

sbaglio feriva o uccideva anche i suoi uomini. Agun, con un fendente tentò di

stracciare la tenda alle sue spalle. In parte vi riuscì, ma la resistenza che oppose

quel pesante tessuto gli fece perdere qualche secondo prezioso che venne messo a

frutto dai suoi nemici che con un colpo di tarwar gli mozzarono un braccio. Pur

così orrendamente mutilato, sapendo ormai di essere spacciato si slanciò a corpo

morto contro il suo assalitore, spaccandogli la testa con una vigorosa sciabolata. Ma

un colpo di lancia lo raggiunse in pieno petto, abbreviando così la sua sofferenza.

Anche Selim, sopraffatto dal numero venne ferito da una piattonata alla testa. Si

accasciò al suolo urlando:

- Salvati Sandokan e vendicaci tutti!

Tre nemici gli si slanciarono sopra colpendolo a morte senza misericordia. Il cerchio

di lance, di scimitarre e di coltelli si volse allora tutto contro l'unico superstite,

il quale vedendo la fine miseranda degli ultimi due familiari, cominciò a gridare

come un ossesso, raddoppiando e triplicando la sua energia. I nemici che stava

uccidendo non si contavano più. I selvaggi cominciavano a pensare che fosse un genio,

una deità o un demone, tanto era forte ed invincibile. Ora spaccava la testa ad un

assalitore, ora spezzava un braccio ad un altro, ora colpiva al cuore un terzo, ora si

abbassava e velocissimamente feriva un quarto nel ventre.

Ma in quel mentre uno spettacolo ancora più terribile colpì il suo occhio, una visione

forse più tremenda dell'assassinio dei suoi familiari: alcuni nemici, che erano entrati di

rinforzo avevano decapitato i morti ed stavano infilzando le loro teste sulle punte delle

lance, che presero ad agitare di fronte a Sandokan, in una macabra danza. Sandokan

vide la testa del padre, della madre, delle sorelle, con l'espressione del terrore più vivo

ancora scolpita su quei lineamenti contratti.

Allora il rajah, comprendendo che nulla più poteva fare per difendere i suoi congiunti,

orribilmente massacrati, decise di sganciarsi dal nemico. Ululando come un lupo e

ruggendo come un leone, con gli occhi fuori dalle orbite, coperto di sangue dei nemici

in varie parti del corpo, con i capelli scarmigliati e gocciolanti sudore, con una bava

sanguigna alla bocca e con i lineamenti del viso sconvolti dalla rabbia, si slanciò a corpo

morto sul nemico, che nonostante fosse in numero schiacciante fu costretto ad

indietreggiare. L'impeto del sultano, accompagnato da una forza centuplicata dal cieco

furore, gli fece compiere una prodezza impossibile ad altri: si aprì così il passo

attraverso la schiera dei nemici, come un cuneo, lasciando dietro di se una scia di

sangue e di morte. Nessuno poteva resistergli. Dopo aver spezzato la lancia ad un

nemico che gliela puntava al petto e dopo aver abbattuto con un colpo di kriss, un

selvaggio che gli si era parato innanzi si slanciò fuori della tenda verso la reggia.

Arrivare al portone, chiuderlo e sprangarlo fu l'affare di un momento.

Riprese un attimo fiato e si osservò attorno, chiedendosi come mai nessuno dei suoi

uomini fosse intervenuto in loro difesa.

Vide allora ciò che era accaduto e capì. Giacevano tutti a terra o sui camminamenti,

addormentati e narcotizzati dall'oppio che evidentemente era stato sciolto nel vino.

Come era potuto accadere ciò, considerando che le bevande erano state assaggiate

dai servi di Hold prima che fossero distribuite ai soldati di Sandokan? La

spiegazione era sconcertante ma semplice: all’insaputa dei suoi stessi servi, che in

buona fede avevano bevuto vini e liquori Hold aveva fatto mischiare alle bevande

un forte sonnifero a base di oppio, che agiva sull’organismo dopo una decina di

minuti. I primi a cadere addormentati furono proprio i servi dell’uomo bianco, ma

ormai le bevande erano state tracannate da tutti i soldati ed il danno era purtroppo

compiuto!

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Accanto ai soldati di Sandokan vi erano moltissimi nemici che li stavano

vigliaccamente uccidendo: Il rajah capì, solo allora, che era stato ordito un

inganno perfetto, degno di una mente diabolica allenata ad ogni sorta di terribile

e abominevole azione.

Gli stessi nemici sugli spalti, vedendo Sandokan interruppero il loro lavoro e si

slanciarono giù dalle scale per catturare il sultano.

Il rajah, veloce come una gazzella si slanciò all'interno della reggia, raggiungendo le

cantine. Di lì imboccò il tunnel segreto che portava al piccolo molo. Corse al buio come

un gatto, ben sapendo che lo scavo procedeva dritto e senza ostacoli. In breve raggiunse

l'uscita, vide una barca seminascosta tra le alte erbe di un canneto, la spinse in acqua e

si issò a bordo, Prese un remo e la diresse verso il largo. Poi trovò un altro remo, lo

mise in acqua e cominciò a vogare con rinnovato vigore, imprimendo subito una

considerevole velocità al natante.

Quando era già lontano dalla riva si cominciò ad alzare una leggera nebbiolina che

ammantò la visione della reggia illuminata di una sorta di velo biancastro ed irreale. Si

vedevano i fuochi e le lanterne ancora accese in quello che era il suo mondo, la sua

casa, il suo tutto. Una lacrima e poi un'altra cominciarono a scendere sulle guancie del

fuggitivo, rigando quel volto bruciato dal dolore che forse da quando era bambino non

conosceva il pianto.

E mentre piano piano i contorni di quel panorama triste e ormai spaventevole perdevano

nitidezza e si confondevano col buio, Sandokan il prode guerriero ormai solo, colpito

nel più profondo dell'animo, con la morte nel cuore, si alzò in piedi sulla barca e,

tendendo i pugni verso i suoi nemici, incurante della possibilità di essere sentito,

individuato ed inseguito, gridò:

. Tornerò dannato uomo bianco, distruttore della mia famiglia, e ti mangerò il cuore!

Poi si chinò nuovamente sui remi e continuò a vogare.

Dove andava? Presso chi si dirigeva? Nemmeno lui lo sapeva.

Un futuro davvero incerto e pericoloso lo attendeva.


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PARTE SECONDA

ALLA RICONQUISTA DI UN

TRONO


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CAPITOLO PRIMO

UNA CACCIA SPIETATA

Sandokan era come impazzito dal dolore. Il suo cervello non ragionava più; non riusciva

a pensare a nulla: aveva stampato negli occhi le tremende immagini della strage appena

compiuta.

L'ignobile tradimento ordito dall'inglese era riuscito alla perfezione. L'intera famiglia

dei Muluder era stata sterminata al completo, senza possibilità d'alcuna speranza che

qualcuno fosse rimasto anche solo ferito da quelle mani assassine: Sandokan, infatti,

mentre si creava un varco tra le schiere nemiche, aveva assistito impotente all'efferata

decapitazione dei suoi genitori, delle sorelle e dei fratelli. La ripugnante scena delle loro

teste appena staccate dal busto, con il sangue ancora pulsante e con i tratti del volto

atrocemente sconvolti, infilate nelle lance e portate come trofeo dagli ignobili assassini,

era ormai scolpita indelebilmente nella mente del rajah e mai più si sarebbe cancellata,

per quanto tempo potesse poi passare da quello spaventoso momento. Con questi

terribili pensieri nella testa il sultano vogava sul battello senza alcuna direzione.

Una, cinque, dieci volte Sandokan si era fermato con l'intenzione di tornare indietro per

raggiungere l'odiato bianco e trafiggerlo col suo kriss. Ma poi il fuggitivo riprendeva a

remare, per fermarsi di nuovo dopo alcuni minuti. Sapeva bene che tornare alla reggia

significava una morte certa per lui. Comprendeva che il suo gesto, seppure coraggioso,

era perfettamente inutile. Ma cosa gli importava oramai? Più nulla lo legava a questo

mondo. Orbo degli affetti più cari, privato del sultanato, con gli amici più fedeli

uccisi o catturati, cosa più lo teneva in vita? Forse solo l'odio profondo ed

inestinguibile verso l'esecrabile individuo fonte di tante disgrazie, forse solamente il

desiderio di rivincita o la speranza di riconquistare il regno. Ma su chi contare? A chi

chiedere aiuto ora che si trovava completamente solo, senza un uomo di scorta, privo

della più piccola sussistenza in un paese che gli sembrava immenso e per giunta

attraversato dalle bande dei rivoltosi?

Come poter sperare di riconquistare il sultanato ora che non disponeva nemmeno di una

piccola parte degli immensi tesori della corona? Come poter ipotizzare di riorganizzare

un esercito o anche un gruppo d'armati con i quali tornare verso la sua città natale?

Questi erano i pensieri che si rincorrevano nella mente sconvolta del rajah, come un

vortice pazzesco, annebbiato dal dolore per la morte dei suoi cari.

Un velo gli era sceso davanti aglio occhi, una specie di nebbia che gli offuscava la vista

impedendogli di vedere quello che il buio della notte già gli nascondeva. Erano lacrime?

Era collera? Era furore? O forse era il dispetto per essersi messo lui stesso, con le

proprie mani in balia del nemico partecipando a quell'assurda cena alla quale non

avrebbe mai dovuto aderire?


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Passarono parecchie ore della notte in questo turbinio impetuoso di pensieri e di

sentimenti.

Sandokan aveva smesso di remare, lasciandosi trasportare dalla debolissima corrente del

lago in direzione del suo estuario, che, trasformatosi poi in largo fiume, dopo centinaia

di chilometri conduceva al mare.

Finalmente il sultano si scosse da quel torpore, anche perché aveva sentito un forte

vociare; si guardò attorno e si avvide che la profonda oscurità era rotta, in lontananza da

moltissimi puntini luminosi, come delle fiammelle. Si accorse anche che alcune di

queste si trovavano dietro di lui e si muovevano, segno evidente che qualcuno, a bordo

d'imbarcazioni, lo inseguiva. Probabilmente anche sui bordi del lago si facevano delle

ricerche per rintracciarlo e catturarlo.

A questo punto nell'animo del nostro eroe prevalse la voglia di sottrarsi alla cattura:

questo desiderio vinse così su quello di tornare indietro ed attaccare a corpo morto il

nemico, anche a costo della vita. Ciò che lo spinse a questo passo non fu certo il

pericolo imminente di essere catturato o ucciso, ma solo la smania, la selvaggia

bramosia di recuperare in qualche modo una situazione ormai persa. Aveva finalmente

deciso: sarebbe andato nelle foreste, sino al mare, per radunare i pochi fidi che lo

aspettavano con i tesori della corona nel luogo stabilito e fissato prima che le barche

contenenti anche i feriti partissero dalla reggia alcuni giorni avanti dell'attacco finale.

Con quei denari avrebbe radunato dei soldati, ed avrebbe organizzato una resistenza

armata al nuovo rajah, sia questo fosse stato Hold, sia che al suo posto gli inglesi

avessero messo un altro uomo.

E mentre Sandokan riprese a remare con rinnovato vigore, i suoi pensieri seguitavano a

muoversi nella mente: cercava di decidere quale soluzione prendere per sfuggire ai suoi

inseguitori. Così facendo non si accorse nemmeno che la notte era quasi trascorsa e che

tra breve il buio avrebbe lasciato il posto all'alba.

Era stato sveglio tutta la notte ma non era pervaso da alcuna stanchezza. Nonostante

l’oscurità due imbarcazioni continuavano ad inseguirlo ad una distanza di circa duecento

metri. Ad un certo punto le tenebre furono rotte dall’aurora e Sandokan comprese che

gli inseguitori non solo potevano ora vederlo bene ma erano in grado anche di

raggiungerlo poiché non era in grado di competere con una decina di remiganti. Per

questo motivo Sandokan decise di accostare alla riva sinistra di quello che ormai si

era trasformato in fiume. Infatti il lago Kin si era rimpicciolito nella sua punta

occidentale e si era ristretto talmente da trasformarsi in un largo corso d'acqua che altro

non era se non l'estuario del lago stesso. Sandokan quindi si avvicinò a quella sponda

sia per sfuggire alla caccia degli inseguitori, sia per prendere un poco di riposo: erano

oltre quaranta ore che non prendeva sonno. Impresse quindi una direzione diversa alla sua

imbarcazione che tosto si avvicinò alla riva. Scese da questa e la nascose sotto un

cumulo di canne e palettuvieri, che abbondavano su quel punto del fiume; poi fece

pochi passi verso l'interno finché trovò un buon nascondiglio sotto un ammasso di

calami e di foglie secche, probabilmente ammonticchiate da una piena del fiume o dal

vento dell'ultimo temporale. Da quel luogo poteva osservare bene chi fosse che lo

inseguiva e di quanti uomini era costituito tale gruppo. Dopo un quarto d'ora i due

natanti raggiunsero il luogo ove Sandokan era celato. I vogatori rallentarono

l'andatura per individuare il punto ove il fuggitivo era scomparso. Ma quale fu la

sorpresa del rajah nel vedere che quelle persone che pensava fossero una banda di

rivoltosi, altri non erano che alcuni rajaputi, che aveva lasciato la sera prima a guardia

della reggia! Temendo però un nuovo tradimento e rammentando che tanti altri suoi

fedeli soldati erano passati ad ingrossare le file del nemico, tradendo senza tanti

problemi la propria bandiera, si fece guardingo evitando per il momento di richiamare su

di se l'attenzione dei sopravvenuti. Aguzzando l'udito riuscì a percepire il seguente

discorso:


151

- Mi era sembrato di vederlo - diceva un uomo.

- Forse ti sei sbagliato - rispondeva un altro.

- Anch'io ho visto il nostro amato sultano dirigersi da questa parte - interloquì un terzo.

- Dividiamoci - riprese la prima voce - chi lo rintraccia cercherà di avvisare gli altri.

Ma mi raccomando, non sparate se non in caso di necessità. I nostri maledetti

persecutori ci stanno inseguendo e non è il caso di indicare loro la nostra presenza in

questo luogo.

Tali parole rassicurarono Sandokan, facendogli comprendere che quegli uomini erano

sopravvissuti alla strage come lui e che erano anch'essi dei fuggitivi. Decise quindi

di mostrarsi loro. Uscito allo scoperto ed avvicinatosi al gruppo che stava per

allontanarsi gridò:

- Amici, sono qui!

Tutti lo riconobbero ed accostati i canotti alla riva sbarcarono in fretta circondandolo

con grida di giubilo:

- Evviva il Sultano! Lunga vita al nostro signore!

Sandokan li ringraziò con gioia, poi li pregò di non fare troppo rumore e decise quindi

di imbarcarsi assieme a loro, facendo prendere a rimorchio il suo natante. Tutti

risalirono a bordo e le tre scialuppe ripresero il largo, continuando a scendere la

corrente. Nel frattempo Sandokan aveva riconosciuto in quegli uomini un gruppo di

soldati fidatissimi che aveva posto a guardia dell'appartamento della madre e delle

sorelle. Si trattava di dodici uomini molto robusti e ben armati. Li comandava un

malese, un certo Raput, un uomo basso come tutti quelli della sua razza, ma con delle

braccia talmente muscolose che sembravano tronchi d'albero. Completamente calvo,

aveva il capo tinto con olio di noce di cocco, come il resto del corpo, coperto solo da un

sottanino e da una casacca senza maniche. Aveva circa venti anni ed era stato proprio il

sultano ad arruolarlo quando alcuni anni prima si era recato sulla costa bornese dove

aveva conosciuto Raput.

Una volta allontanatisi dalla riva diressero i natanti al centro del fiume, onde essere più

distanti dalle due sponde in modo da rimanere fuori della portata almeno delle

cerbottane se non dei fucili, essendo in quel punto il fiume largo non più di cinquanta

metri. Mentre gli uomini remavano nel più completo silenzio, rotto solo dallo sciabordio

dei piccoli legni, che fendevano le acque limpide e piene di pesci, e dal rumore dei remi

che s'immergevano nel liquido elemento, Sandokan si era posto seduto sulla prua di uno

dei canotti con le gambe incrociate e le braccia conserte: sembrava un Buddha in

meditazione. Gli occhi fissi sul fiume, il volto segnato da un dolore immenso, i capelli

lunghi mossi da una leggera brezza che li scompigliava, il sultano spodestato sembrava

completamente assente. Nessuno degli uomini osava interrompere quel mistico

raccoglimento.

Ad un tratto un avvenimento ruppe il silenzio ed i pensieri di tutti: sul lato sinistro del

fiume apparvero dei selvaggi che sembravano correre a gran velocità con la stessa

andatura delle barche lungo il fiume. Erano diverse decine d'uomini che ora

scomparivano, coperti dalla lussureggiante vegetazione, ora ricomparivano alla vista dei

fuggitivi. Evidentemente il perfido Hold, non contento di aver distrutto la potenza del

rajah e l'intera famiglia reale, stava disperatamente cercando anche l'ultimo

sopravvissuto, sulle cui tracce aveva scagliato le centinaia di selvaggi che ancora gli

rimanevano.

Sandokan ordinò ai remiganti di gettarsi verso la riva opposta sia per sottrarsi alla vista

di chi li stava cercando, sia per mettersi al sicuro da eventuali scariche di fucileria. Ma

purtroppo dei clamori assordanti si levarono dalla riva ove si erano visti quegli

uomini correre, segno evidente che i fuggitivi erano stati scorti.

- Allungate le battute e spingetevi al largo! - ordinò Sandokan ai rajaputi.


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Subito il ritmo delle vogate aumentò mentre le tre barche si portavano velocemente

dalla parte opposta del fiume, inoltrandosi sotto un dedalo di piante fluviali. Questa

manovra fece sì che i nostri eroi si sottrassero alla vista dei rivoltosi, giacché gli enormi

alberi che fiancheggiavano quella via d'acqua, con i loro rami ricurvi realizzavano un

immenso sipario, poiché le foglie e le liane arrivavano quasi sull'acqua. Quella piccola

volta di verde fu imboccata dalle tre barche che vi si misero sotto come una sorta di

barriera protettiva. Era ora necessario accumulare più distanza possibile tra i fuggiaschi

e gli inseguitori, stando però bene attenti a non incagliarsi nei frequenti banchi di sabbia

che si trovavano lungo il percorso vicino alla riva.

Ma in quel momento un rullio di tamburi lontani trasmise qualche messaggio sotto la

foresta. Dopo neanche un minuto un identico tambureggiare si udì dalla sponda opposta,

cioè da quella più vicina agli uomini in fuga, segno evidente che i nemici erano riusciti

a corrispondere con altri guerrieri sparsi nelle foreste vicine. Un'imprecazione sfuggì

dalla bocca del rajah, il quale poi disse:

- Siamo stati scoperti. Tra poco saremo oggetto di un attacco da ambedue i lati del

fiume. La nostra salvezza sta ora nelle vostre braccia. Cercate di volare sull'acqua. Gli

uomini non si fecero ripetere l'ordine, imprimendo maggiore velocità ai piccoli

legni, che cominciarono a filare come rondini marine. I muscoli dei vogatori erano tesi al

massimo e parevano volessero scoppiare fuori da quelle braccia, per quanto erano gonfi,

mentre i remi venivano tuffati e poi estratti dal fiume con una velocità impressionante.

Anche se la stanchezza cominciava a pesare su quei corpi, che da troppo tempo ormai

non mangiavano e non dormivano, pure ognuno dava gran prova di forza e di resistenza.

Dopo un'ora circa, durante la quale erano stati percorsi diversi chilometri, quando già i

fuggitivi credevano di aver ben distanziato il nemico e stavano sensibilmente

rallentando le battute, mentre tutti i loro corpi erano bagnati fradici dal sudore emesso

per quella grossa fatica, si udì sulla riva del fiume più vicina alle barche un rumore

come di un corpo legnoso che si spezzi, e prima ancora che a qualcuno dei fuggiaschi

fosse venuto in mente la necessità di scostarsi da quella sponda, un enorme albero, alto

più di venti metri, s'inclinò e precipitò nel fiume.

Gli uomini di Sandokan si avvidero del pericolo immediato e cercarono di porvi riparo

deviando il percorso delle imbarcazioni; ma, sia a causa della mancato coordinamento,

sia a causa di uno spostamento nella caduta dell'albero, una scialuppa fu centrata in pieno

da quell'enorme massa. Con un tonfo sordo l'albero la distrusse completamente. Gli

occupanti vennero chi schiacciati dall'albero, chi trascinati sott'acqua dai rami della

pianta e chi tramortiti dal colpo. Fatto sta che non uno degli occupanti si salvò. Gli altri e

lo stesso Sandokan cercarono i corpi degli amici ma dovettero subito desistere da tale

pietoso compito poiché altri alberi, recis