Remopoli ovvero i fiori della città - d. aicardi
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L’ISTITUTO PROFESSIONALE DI STATO<br />
PER L’AGRICOLTURA E L’AMBIENTE<br />
“D. AICARDI” di SANREMO<br />
presenta<br />
“<strong>Remopoli</strong>”<br />
i <strong>fiori</strong> <strong>della</strong> <strong>città</strong><br />
“… immagini, versi, ricordi di una “Sanremo agreste”…
Negli ultimi anni la progettualità dell’Istituto si è progressivamente orientata verso un più ampio impiego di<br />
tecnologie informatiche e multimediali; tali prodotti, ormai ampiamente diffusi e accreditati, costituiscono<br />
veicoli di apprendimento estremamente efficaci, sia in forma fruitiva (acquisizione di conoscenze e di<br />
contenuti) che applicativa, nella rielaborazione concettuale delle diverse discipline.<br />
Numerosi docenti ritengono che la pratica dell’ipermedialità da parte degli studenti sia uno strumento<br />
valido per affrontare in modo critico e responsabile i vari progetti curricolari, anche in vista di possibili<br />
convergenze pluridisciplinari; il progetto coniuga pertanto specifici settori di ricerca (di carattere storicoculturale,<br />
artistico e professionale) in un quadro informativo generale di chiara visualizzazione.<br />
Il materiale documentario individuato, eterogeneo e vasto per il numero delle fonti, è necessariamente<br />
selezionato e ridotto nella rielaborazione dei testi e nella presentazione visiva delle “diapositive”;<br />
la finalità didattica è tuttavia quella di stimolare autonome attività di ricerca e di approfondimento<br />
nell’ambito <strong>della</strong> storia locale e “per la salvaguardia del patrimonio culturale, tradizionale e ambientale<br />
del territorio”, come specificamente indicato dai Programmi Ministeriali.<br />
Crediamo inoltre che “<strong>Remopoli</strong>” possa costituire una prova non deperibile delle attività dell’Istituto,<br />
memoria fruibile in tempi successivi (per classi diverse), o da divulgare con la diffusione in rete.<br />
Prof.ssa Fulvia Natta Prof.ssa Alessia Polloli
“La scuola italiana di floricoltura e giardinaggio dovrebbe sorgere nella “Riviera dei Fiori” che fu la culla<br />
dell’agricoltura industriale italiana ed è la maggiore produttrice ed esportatrice di <strong>fiori</strong> recisi, nonché sede dell’unica<br />
Stazione sperimentale di floricoltura d’Italia”<br />
Prof.ssa Eva Mameli Calvino 1959<br />
Dalla Gazzetta Ufficiale <strong>della</strong> Repubblica del 18-3-1966<br />
Decreto del Presidente <strong>della</strong> Repubblica del 24-4-1965, n° 1681<br />
“ Ritenuto che occorre regolarizzare formalmente il funzionamento dell’ Istituto professionale per l’agricoltura di San Remo,<br />
già in atto per ragioni di servizio con il relativo organico dal 1 ottobre 1964; sulla proposta del Ministro Segretario per la<br />
Pubblica Istruzione di concerto con quelli per l’Interno, per il Tesoro e per l’Agricoltura:<br />
DECRETA<br />
A decorrere dal 1 ottobre è istituita in Sanremo una scuola avente finalità e ordinamento speciali che assume la<br />
denominazione di Istituto professionale di Stato per l’agricoltura.
SANREMU DI LIMUI<br />
I porta ai masaghin e portariixe<br />
Limui a corbe è e done a sèrnia i<br />
fan:<br />
Cheli sensa ruseta au scartu i<br />
van,<br />
E ai boi i gh'amesùra a<br />
gaiardiixe.<br />
Se u "grossu" anelu a tüti u nu<br />
ghe diixe,<br />
Fin aa pansa incerciau cun lèsta<br />
man,<br />
Ghe diixe chelu de "mentun",<br />
mezan,<br />
O u "spezin", o u "vergun“<br />
da menüiixe.<br />
Fàiti i mùji apartai, ina "man“ aa<br />
vota,<br />
I fan i "conti", e a contariixe a i<br />
nota<br />
Cun di taieti surve in bastunetu.<br />
Dopu i limui s'imbala, epoei stu<br />
s-cetu<br />
Prodüütu san e prefümau<br />
nustrà,<br />
Du nostru su espresciun, pe'u<br />
mundu u va.<br />
Vincenzo Iacono<br />
SANREMO DEI LIMONI<br />
Portano ai magazzini le portatrici<br />
limoni a ceste e le donne<br />
procedono alla cernita:<br />
Quelli senza rosetta allo scarto<br />
vanno,<br />
Ed ai validi misurano la gagliardia<br />
Se l'anello grosso a tutti non<br />
s'addice,<br />
Sino alla pancia accerchiato con<br />
lesta mano,<br />
Gli si addice quello di "mentono",<br />
mezzano,<br />
O quello "spezzino", o quello<br />
"vergun",<br />
da minutaglia.<br />
Fatti i mucchi separati, una mano<br />
(due limoni) alla volta,<br />
Fanno i conti, e la contatrice li<br />
annota<br />
Con dei taglietti sopra un<br />
bastoncino.<br />
Dopo i limoni s'imballano,<br />
e poi questo schietto<br />
Prodotto sano e profumato<br />
nostrano,<br />
Del nostro sole espressione,<br />
per il mondo va.
La coltivazione degli agrumi, per lungo tempo di primaria importanza nell’economia sanremasca,<br />
iniziò alcuni secoli addietro (XII secolo, secondo antichi documenti) e si protrasse fino alla fine<br />
dell’’800. Probabilmente la prima coltura introdotta nella <strong>città</strong> furono i cedrati (citrinis o circis), già<br />
noti in età romana, mentre limoni (limonis) aranci amari (citronis) e dolci (arangis), giunsero forse con<br />
il ritorno dei crociati nel XII secolo (M. Quaini, “per la storia del paesaggio agrario in Liguria”. Atti <strong>della</strong><br />
Società Ligure di Storia Patria, GE, 1972).<br />
Nel XV secolo non solo il territorio sanremese si presentava “tutto coperto di citroni limoni, cedri e<br />
aranci” (manoscritto Borea”), ma di questi prodotti faceva ampiamente commercio, nell’Europa<br />
continentale e in Africa, principalmente per il loro impiego terapeutico.<br />
A tale proposito numerosi decreti testimoniano la volontà del Consiglio sanremese di controllare e regolamentare<br />
l’esportazione dei prodotti, per evitare le speculazioni sui prezzi o il contrabbando. Nel XVII secolo Sanremo era ormai<br />
un paese prospero di tredicimila abitanti che ricavavano mediamente, dalla coltivazione e dalla vendita degli agrumi,<br />
un cospicuo reddito annuo. Nel 1709 un’ondata di forte gelo distrusse piante e raccolti mandando in crisi l’intera<br />
economia cittadina; la ripresa si ebbe solo grazie all’eccezionale qualità del Limon Santi Remi, estremamente<br />
produttivo, dai frutti grandi e succosi.
L’anno agricolo per gli agrumi iniziava ad ottobre e terminava a settembre; il territorio coltivato (tra la Foce e S. Martino, via<br />
Corradi, via Palazzo e il mare) era diviso in “poste” che si attivavano dietro precisa indicazione dei sensali e in base alle<br />
esigenze dei mercanti che li trasportavano via mare.<br />
Al primo raccolto (“primu giru”) ne seguivano altri, sempre a prezzo regolamentato; i “collettori” erano coloro che, a<br />
coppie e dietro giuramento, organizzavano la raccolta e la divisione dei frutti secondo opportuni criteri: quelli acerbi,<br />
ancora verdi, venivano destinati ai lunghi viaggi, confezionati in una carta speciale e spediti rinchiusi in casse, senza il<br />
picciolo; quelli quasi maturi, completi di picciolo e talvolta di una o due foglie, venivano spediti in località più vicine.<br />
I collettori, raccogliendo i limoni, provvedevano a misurarne il diametro mediante appositi anelli in ferro, digradanti di 3 mm<br />
per misura:<br />
•anélu grossu, di 54 mm corrispondente a frutti di ca. 100 g<br />
•Anélu de Mentùn, di 51 mm, quindi frutti di 80 g ca.<br />
•Anélu spezìn, di 48 mm e 55 g ca.<br />
•Anélu vergùn, di 45 mm e 45 g.<br />
I limoni di diametro superiore e senza difetti venivano avviati alla conta a mano. Quelli minori o difettosi erano destinati alla<br />
spremitura negli appositi sciacatòri, da cui si ricavava l’agro, il succo.<br />
Quando i collettori avevano terminato il loro lavoro, i frutti venivano radunati dai garzoni in mucchi e quindi le donne<br />
contatrici (cuntarìixe) li contavano rapidamente. A conclusione del lavoro nella posta, il sensale riscuoteva dal mercante il<br />
prezzo concordato e le donne provvedevano a trasportare gli agrumi nei magazzini in <strong>città</strong>, ponendoli nei cavagni.<br />
Subito dopo le casse di limoni o arance venivano caricate sulle navi. I prezzi dei limoni variavano moltissimo; durante i<br />
periodi di gelo raggiungevano cifre incredibili; i frutti per le loro dimensioni eccezionali (8-10 hg), venivano valutati<br />
singolarmente e venduti a dozzine.<br />
Per anni questi prodotti furono la forza trainante dell’economia sanremasca. La prima crisi si verificò nell’’800, per la forte<br />
concorrenza di Sicilia, Spagna e Africa settentrionale e per l’applicazione del trasporto a vapore che finì per facilitare altri<br />
paesi. L’abbandono delle coltivazioni di agrumi fu inevitabile e la manodopera fu assorbita dalle nascenti strutture<br />
turistiche; il paesaggio così mutò, con la conversione delle colture prima in oliveti, poi in piantagioni di rose e garofani.
Gli uliveti<br />
completano oggi il<br />
paesaggio agricolo<br />
e il panorama di San<br />
Remo.<br />
Quest’albero<br />
condivideva un<br />
tempo le colline con<br />
altre colture e<br />
contribuiva<br />
all’economia<br />
fornendo una ricca<br />
produzione di olio; in<br />
origine l’agricoltura<br />
nella nostra zona<br />
era tuttavia<br />
incentrata sugli<br />
agrumi e, in misura<br />
ridotta, sulle palme,<br />
mentre gli ulivi<br />
rappresentavano<br />
una coltura minore<br />
rispetto invece alle<br />
colline di<br />
Ventimiglia,<br />
Bordighera, Taggia<br />
o alla vallata di<br />
Imperia.<br />
“Albero grande”<br />
A San Remo il maggior<br />
pregio degli uliveti era la<br />
presenza di grandi e<br />
secolari esemplari<br />
risparmiati dal terribile gelo<br />
del 1709:<br />
“…Chiunque abbia<br />
un’idea dell’agricoltura<br />
ligure, sa che il territorio di<br />
Sanremo possiede le piante<br />
più voluminose e più belle<br />
del Basso Ponente.” (G. M.<br />
Piccone. “Saggi<br />
sull’economia olearia”,<br />
Genova 1808-1810).<br />
Ne è testimonianza<br />
l’“Albero grande” di Strada<br />
Banchette (Poggio), che<br />
con i suoi otto metri di<br />
diametro e la sua enorme<br />
mole rappresentava un<br />
punto di riferimento per chi<br />
giungeva dal mare …
SANREMU DE URIVE<br />
Ogni matüssiu u l'è in particulà,<br />
Ogni fascia uriveu. Se sbate e rame<br />
Cu u bastun da fa caze, e in bulegame<br />
De brasse u s'inveixenda a recampà.<br />
E urive i ciœve a müji e u "mutürè"<br />
A fa e "carte" besœgna ch'u s'asciame,<br />
E u "curbin" a "sumà" ch'a pia l'andame<br />
Du defissiu in sci a müra za imbastà.<br />
Erta intu gumbu a mœra adaixu adaixu<br />
A gira e a franze cu in mugugnu pàixu,<br />
E au bon particulà u cœ u ghe rie;<br />
E ai defìssiei, faghendughe bufie<br />
E pele d'œriu, ghe rie a speransa<br />
D'ina stucafìssà, cume d’usansa.<br />
Vincenzo Iacono<br />
SANREMO DEGLI OLIVI<br />
Ogni matuziano è un possidente terriero,<br />
Ogni fascia uliveto. Si sbacchiano i rami<br />
Con il bastone da far cadere, ed un<br />
brulicame<br />
Di braccia si affaccenda a raccogliere,<br />
Le olive piovono a mucchi ed il “mutulaio”<br />
A fare le "quarte" occorre che si affanni,<br />
E il "corbello" la "somata" che prende la via<br />
Del defizio sulla mula già imbastata.<br />
Spessa nel gombo la mola adagio adagio<br />
Gira e frange con un mugolio sommesso,<br />
Ed al buon possidente il cuore ride;<br />
Ed ai frantoiani, facendogli rigonfie<br />
Le pelli d'olio, arride la speranza<br />
D'una scorpacciata di stoccafisso, come<br />
d'usanza.
La storia dell’ulivo nell’estrema Riviera di Ponente è<br />
cominciata molti secoli addietro, forse insieme all’arrivo<br />
dei primi colonizzatori greci: la presenza di questo<br />
albero nella zona di San Romolo è documentata da<br />
una citazione di Teodolfo, tratta da un documento del<br />
979.<br />
I monaci benedettini, verso il XII secolo, trapiantarono<br />
nella zona di Taggia pianticelle di ulivo portate da<br />
Montecassino e iniziarono, sul suolo impervio, la faticosa<br />
costruzione dei muretti a secco, per sostenere le<br />
“fasce”. In questo particolare ambiente i frati<br />
selezionarono una varietà con specifiche<br />
caratteristiche, denominata “Taggiasca”.<br />
Gli ulivi cosi selezionati, furono diffusi nelle aree<br />
circostanti e rappresentano tuttora il 99% <strong>della</strong><br />
produzione olearia <strong>della</strong> provincia di Imperia.<br />
Nel Medioevo questa coltura rimase secondaria<br />
rispetto a quella <strong>della</strong> vite; dopo il Cinquecento, con<br />
una maggiore specializzazione delle colture, si ampliò<br />
l’estensione dei boschi d’ulivo finoa 600-800 mt. di<br />
altitudine.<br />
Nel Seicento la produzione di olio d’oliva nelle nostre zone raggiungeva i due terzi dell’intera Repubblica di Genova e<br />
nei decenni successivi il prodotto era trasportato in vari paesi, dai valichi montani e dal porto di Oneglia.<br />
A metà Ottocento si verificò la prima crisi provocata dall’aumento del costo delle giornate lavorative; molti ulivi furono<br />
così abbattuti e molte campagne di San Remo si ritrovarono aride e nude, senza il loro colore grigio-argento.<br />
Abbandonati gli uliveti, molti frantoi furono chiusi, a volte per far posto a palazzi o strade… Ma nessuno si era accorto<br />
che le ragioni del successo del turismo dipendevano dall’aspetto agreste e romantico di una terra aspra solo<br />
apparentemente.<br />
Ora si possono notare macchie di alberi di ulivo solo nella zona di Verezzo e sulle alture di Taggia; i vecchi frantoi…<br />
…possiamo solo rivederli in vecchie foto sbiadite.
SANREMO DA PÀRMURE<br />
E pàrmure che aa terra matüssiana<br />
L'esotica i ghe dan s-ceta fassun<br />
D'ina stüpenda òasi africana,<br />
Raixun de vita ai sanremaschi i sun.<br />
Za de frevà, cun u taiu "aa rumana",<br />
E rame i otre pe'a celebrassiun<br />
Da ciü triste dumenega cristiana<br />
Ch'a diixe du Segnù a crüa pasciun.<br />
E da lüiu a setembre, generuuse,<br />
Cun a taiu "a l'ebrea", ciü abunduuse<br />
I e dan pe' a Pasca de l'ebraiche gente.<br />
De Jèhova a glorïa, eternu Ente,<br />
Ai séte giurni du festuusu ritu,<br />
De l'esudu, a regordu, da l'Egitu.<br />
Vincenzo Iacono<br />
SANREMO DELLE PALME<br />
Le palme che alla terra matuziana<br />
L'esotica danno schietta impronta<br />
D'una stupenda oasi africana,<br />
Ragion di vita per i sanremaschi sono.<br />
Già a febbraio, con il taglio "alla romana",<br />
I rami offrono per la celebrazione<br />
Della più triste domenica cristiana<br />
Che dice del Signore la cruda passione.<br />
E da luglio a settembre, generose,<br />
Con il taglio "all'ebrea", più prodighe<br />
Le danno per la Pasqua delle ebraiche<br />
genti.<br />
Di Jèhova a gloria, eterno Ente,<br />
Ai sette giorni del festoso rito,<br />
Dell'esodo, a ricordo, dall'Egitto.
Secondo la tradizione i primi semi di palma furono importati in riviera nel V<br />
secolo a. C. da Sant’Ampelio, fabbro e pescatore vissuto in una grotta<br />
dell’omonimo capo nei pressi di Bordighera; altre origini leggendarie ne<br />
individuano invece l’importazione al tempo delle Crociate (XI secolo) anche<br />
se la diffusione delle “flessuose palme” <strong>della</strong> Riviera è effettivamente<br />
documentata solo a partire dal XV secolo quando, con olivi e cedrati, queste<br />
piante iniziarono ad improntare di esotico il paesaggio.<br />
Il commercio delle foglie di palma si mantenne<br />
fiorente fino al secolo scorso al punto che, in<br />
alcuni periodi dell’anno, era addirittura<br />
necessario impiegare ragazzi e fanciulli nella<br />
raccolta e nel trasporto “alla marina” dei<br />
prodotti commercializzati.<br />
L’episodio di storia sanremese più strettamente legato a questa<br />
tradizione è del resto quello del famoso grido del capitano<br />
Benedetto Bresca (aigua ae corde), che impedì la rottura<br />
dell’obelisco di Piazza San Pietro (1586) ottenendo dal papa Sisto V<br />
il privilegio di fornire al Palazzo apostolico e alle basiliche romane<br />
le palme da benedire nella domenica precedente la Pasqua.<br />
Nel 1435 una norma protezionista degli Statuti comunali (“tot circos quot palmas”),<br />
imponeva che all’acquisto delle palme corrispondesse una analoga quantità di cedrati e<br />
che le attività legate alla loro lavorazione (taglio, carico, commercio) fossero controllate<br />
da un sensale, figura confermata ancora nel XVII secolo, quando i “tagliatori di palme”<br />
dovevano essere compresi in un elenco ed esplicitamente autorizzati all’attività.<br />
Resta viva tuttora nella nostra tradizione la sagra popolare dei<br />
“parmureli” legata alla particolare lavorazione delle flessuose foglie in<br />
forme artistiche e non comuni. Le palme, tenute lontano dalla luce e<br />
tagliate vicino “all’occhio” per renderle più chiare e morbide, venivano<br />
poi selezionate ed inviate a Roma nella specifica ricorrenza<br />
primaverile. In questo giorno i nostri vecchi erano soliti scrutare il<br />
cielo per individuarne i presagi… se era sereno si poteva sperare in<br />
una buona annata per gli olivi, se invece era coperto, il raccolto<br />
sarebbe stato scarso:”…nella domenica delle Palme si mangiava latte<br />
quagliato, frittelle di baccalà e crostoli, ritagli di pasta dolce spolverati<br />
con zucchero, talvolta ripieni di conserva di frutta o miele, che si<br />
usano tuttora…” (G. Ferrari “Sanremo, 500 anni vol. II)
“Il dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, 1855<br />
«Nascono naturalmente le palme in questa parte di paese?» domandò Lucy, indicando le piante onde<br />
era coperta la riva, «o sono coltivate per bellezza?»<br />
«Credo che la loro bellezza sia il<br />
pregio minore agli occhi de'<br />
proprietari,» rispose Antonio.<br />
«Forse non sapete essere le palme<br />
un genere di proprietà molto utile,<br />
e però giova coltivarle; che ogni<br />
anno se ne spediscono carichi in<br />
Francia e in Olanda.<br />
Se in tutti i paesi cattolici il<br />
consumo delle palme è grandissimo<br />
durante la settimana di Passione, in<br />
Italia, e specialmente a Roma, è<br />
enorme.<br />
E in San Remo c'è una famiglia che<br />
da varii secoli ha tenuto e tiene<br />
ancora la privativa di fornir palme al<br />
così detto «Palazzo Apostolico,»<br />
cioè ai famigliari del Papa.»<br />
«Contro la regola,» rispose il Dottore, «questo privilegio fu invece accordato in ricompensa di un buon<br />
servigio (…)<br />
La storia, tal qual è, vi divertirà forse; in ogni caso servirà a farci parer men lungo il tragitto…
Certamente voi in Roma dovete aver veduto e ammirato l'obelisco eretto sulla<br />
piazza di San Pietro in Vaticano, che chiamasi obelisco del Vaticano, e il quale<br />
nel 1584, cioè durante i primi anni del pontificato di Sisto V, giaceva tuttavia<br />
mezzo sotterrato poco lontano dall'antica sagristia di San Pietro.<br />
Prima di Sisto molti papi avevano progettato di farlo scavare per trasportarlo<br />
poi in piazza San Pietro; ma sempre erano stati spaventati dalle gravi difficoltà<br />
e dal costo dell'impresa. Papa Sisto V, ambizioso e d'animo intraprendente,<br />
come ognun sa, risolse effettuare ciò che i suoi predecessori avevano soltanto<br />
pensato<br />
Finalmente fu dato il segnale, e cominciarono a muoversi gli argani, a girar le<br />
puleggie, a tendersi e stridere e crepitar le funi. Su, su, lentamente si leva il<br />
mostro di granito.<br />
Fontana sventola le sue bandiere: il Papa si affaccia attento; le migliaja di<br />
persone al disotto rattengono fino il respiro..<br />
Un minuto ancora e lo smisurato monolito sarà in piedi. Tutto ad un tratto si<br />
sente un fatal crepitare, e l'obelisco resta immobile per un secondo; poi ricade<br />
di alcune oncie; le funi più non hanno piglio su di esso. Il Papa aggrotta le<br />
ciglia - tutta Roma impallidisce. Fontana perde la sua prontezza di spirito.<br />
«Acqua! acqua!» grida all'improvviso una voce; «bagnate le funi.» Fontana<br />
obbedisce al benedetto avviso. Si getta acqua sulle funi, e le filamenta<br />
allentatesi si contraggono, e gli operai continuano l'opera volenterosi. La guglia<br />
maestosa è innalzata, e sta innanzi al mondo una delle prove gloriose<br />
dell'ardire e dell'ingegno dell'uomo.<br />
Quegli il cui grido opportuno avea fatto giungere a fine l'impresa, era il<br />
Capitano di un bastimento mercantile, di nome Bresca, nativo di San Remo…
Sul finire del 1800 erano già attivi a Sanremo alcuni<br />
“stabilimenti floricoli”, gestiti da giardinieri esperti ma non<br />
ancora attrezzati per l’esportazione; si coltivavano prodotti<br />
destinati all’industria dolciaria e alla profumeria: <strong>fiori</strong><br />
d’arancio, rose e violette (nella varietà usata da G. B.<br />
Aicardi per la sua “preziosa essenza”), ma il profitto<br />
maggiore si ricavava da cedrati e palme, olivi e viti.<br />
Le terre coltivate, meno <strong>della</strong> metà dell’area circondariale<br />
complessiva, erano caratterizzate da una produzione diversificata in<br />
fasce territoriali (litoranea, collinare e montana) anche se la resa<br />
agraria, per le difficili caratteristiche del suolo e le periodiche crisi del<br />
raccolto, spesso non bastava a coprire il fabbisogno interno.<br />
Alcune ricerche vogliono individuare la nascita <strong>della</strong> floricoltura nei<br />
casuali contatti tra i venditori <strong>della</strong> Riviera e i più esperti acquirenti<br />
francesi (nella zona tra Antibes e Grasse); fu invece determinante<br />
l’apertura del tratto ferroviario Genova-Ventimiglia, che collegava il<br />
Ponente con aree (come il Nizzardo o il capoluogo ligure) dove la<br />
conversione delle coltivazioni tradizionali in colture floricole aveva<br />
già avuto luogo..La nuova stazione diventò il centro di smistamento<br />
per quel grande traffico di piante vive, <strong>fiori</strong>, palme e prodotti esotici<br />
che da allora si rese incessante.<br />
Nel 1866 nacquero i “Comizi Agrari”, per fornire previsioni e indicazioni sulle pratiche commerciali più convenienti e<br />
vantaggiose; nel 1873 il Consorzio sanremese inaugurò la prima Esposizione Agricola Industriale e artistica, mentre solo nel<br />
1922 fu autorizzato l’uso <strong>della</strong> piazza d’armi <strong>della</strong> caserma Umberto I quale sede (all’aperto) del primo mercato dei <strong>fiori</strong>.
Nei primi anni del ‘900, grazie alle condizioni climatiche favorevoli che permettevano una produzione anche invernale ed alle<br />
iniziative di intraprendenti floricoltori, Sanremo riuscì a stabilire fitte relazioni commerciali con l’estero, prevalentemente con paesi<br />
del nord Europa. L’immagine di una Sanremo legata alla floricoltura divenne, durante la “belle époque”, talmente convincente<br />
da determinare dei cambiamenti nella toponomastica locale (“Città dei Fiori” e, analogamente, “Riviera dei Fiori”).<br />
Iniziò in questo periodo la produzione industriale di garofani “in<br />
pien’aria”, resa possibile dalle temperature miti <strong>della</strong> costa. Le<br />
condizioni geomorfologiche del territorio, prevalentemente<br />
collinare, certamente non si dimostravano ottimali per una<br />
produzione su larga scala, ma questo limite venne superato grazie<br />
alla costruzione di terrazze (le fasce) che ancora oggi<br />
caratterizzano il paesaggio dell’Imperiese.<br />
Dopo l’iniziale fase di crescita si rese<br />
necessaria intorno agli anni ’70, la<br />
prima “riconversione colturale”, da<br />
una produzione di soli garofani e<br />
<strong>fiori</strong> vari all’intensiva coltivazione di<br />
rose e <strong>fiori</strong> recisi, in una gamma<br />
varia e dal rendimento costante<br />
durante i mesi invernali.<br />
La seconda “riconversione” ebbe come protagonisti i “verdi” ornamentali che crescevano anche spontaneamente sulle<br />
colline <strong>della</strong> <strong>città</strong>. Le imprese continuarono ad essere piccole, per le peculiari caratteristiche <strong>della</strong> zona, ma anche per una<br />
specifica scelta delle aziende, legate a quelle tipologie di “stampo artigianale” apprese dalla tradizione e in grado di<br />
garantire prodotti curati e di alta qualità.
Rösa nasciùa da tera de Sanremu<br />
chi t'a dau stu curù<br />
e stu profümu<br />
u l'è stau u Segnù<br />
o a Madona che a sta aa gardia de<br />
Sanremu<br />
dau pecin campanin<br />
du cavu verde?<br />
A Rösa a se fa russa<br />
cume a "gloria de Ruma"<br />
e a ghe rispunde:<br />
u l'e stau Meneghin.<br />
Gianni Guidi<br />
Gianni Guidi
Chiamato “mago” e “re delle rose” o più semplicemente, dagli amici “Meneghin” …..<br />
Domenico Aicardi (1878-1964) iniziò la sua attività di coltivatore e ibridatore nei primi anni del ‘900 quando la floricoltura, praticata<br />
dai primi “pionieri” fuggiti dalla vicina costa francese (per le persecuzioni anti-italiane), era appena agli inizi.<br />
Appassionato ricercatore , presentò nel 1906 nuove varietà di garofani (“Marte” e “Mignon”) per dedicarsi successivamente alle<br />
rose, selezionate ed ottenute con incroci che ne miglioravano qualità, aspetto e resistenza (“Eterna giovinezza” e “Gloria di<br />
Roma”).<br />
Promosse l’istituzione <strong>della</strong> cattedra di Agricoltura, poi affidata all’illustre guida del prof. Mario Calvino e diffuse le proprie tecniche<br />
di scienza dell’ibridazione su libri, riviste e pubblicazioni di tutto il mondo, mantenendo uno stile di vita signorile ma modesto.<br />
Nel 1963 fu premiato dalla Famija Sanremasca con una medaglia d’oro di benemerenza, ottenuta per operosità e alte doti<br />
morali.<br />
Il Cavaliere del Lavoro, con la consueta semplicità, festeggiò l’avvenimento nella sua bella villetta di Poggio, divenuta un punto<br />
di ritrovo per gli amici più cari e per quanti cercavano, nel maestro ormai ottantenne, riferimenti sicuri per la loro professione:<br />
“I creatori di nuove varietà sono dei pazienti e laboriosi poeti e Meneghin di questi poeti è il maestro venerato, il consigliere<br />
disinteressato e paterno, preoccupato di favorirne gli interessi allo stesso modo che fossero i suoi …..”<br />
(G. Ferrari – Sanremo 5 secoli - vol. II, pag. 192)<br />
L’Istituto Professionale per l’Agricoltura e l’Ambiente di Sanremo ora porta il suo nome.
Mario Calvino<br />
Mario Calvino era nato a Sanremo nel 1875. Suo padre, di professione medico, era stato uno dei<br />
primi coltivatori di rose <strong>della</strong> nostra zona ed aveva certamente instillato nel figlio quella<br />
profonda passione per la nostra natura che lo avrebbe portato a laurearsi in Scienze Agrarie a<br />
Pisa, giovanissimo, per diventare nel corso <strong>della</strong> sua vita uno degli studiosi più fecondi ed<br />
originali del suo tempo.<br />
Nel 1901 era già direttore <strong>della</strong> Cattedra ambulante di Imperia fondando nello stesso anno la rivista<br />
“L’Agricoltura Ligure” che diresse fino al 1908, anno in cui lasciò l’Italia per recarsi in Sud<br />
America, dove divenne Capo Divisione per l’Orticoltura <strong>della</strong> Stazione Centrale di Agraria del<br />
Messico (…) e, in breve, uno dei massimi conoscitori di quella flora tropicale e subtropicale che<br />
avrebbe poi contribuito ad ambientare nella nostra Sanremo.<br />
Tornato in Italia nel 1925 (…) si diede anima e corpo a realizzare le Stazione Sperimentale di<br />
Floricoltura che trovò la sua prima sede nella villa “La Meridiana” messa a disposizione da<br />
Calvino stesso, poiché le difficoltà finanziarie dovute al fallimento <strong>della</strong> banca Garibaldi<br />
avevano impedito l’acquisto di un complesso di maggiori proporzioni.<br />
Nonostante ciò, per ben vent’anni, anche se in ambito limitato, Calvino vi svolse un’imponente mole<br />
di lavoro scientifico di studio, di ricerca, di classificazione, di sperimentazione di nuove specie<br />
vegetali da utilizzare nei più diversi, da quello orticolo a quello commerciale, da quello<br />
alimentare a quello medicinale.<br />
di Libereso Guglielmi
nei ricordi dell’”uomo-pianta”<br />
E’ il Barone rampante, Libereso, nelle pagine di Italo Calvino: oggi è un botanico quasi ottantenne. I<br />
capelli un cespuglio d’argento, dorme tre ore per notte, dipinge acquerelli all’inglese, passa le giornate a parlare<br />
con i bambini delle scuole, pazzi di lui… (“La Repubblica”, 10 /06 /05 )<br />
Da poco era scoppiata la guerra, lo zucchero scarseggiava e quella mattina Calvino mi chiamò,<br />
dicendomi che saremmo andati insieme a “castrare un’agave” che aveva visto nel giardino <strong>della</strong><br />
signora Duval, abbandonata tra le rocce e i <strong>fiori</strong> selvatici, in regione San Lorenzo a Sanremo.<br />
La signora Duval, amica <strong>della</strong> prof. Mameli Calvino, aveva una bellissima collezione di piante rare (oggi<br />
sepolte sotto uno strato di cemento). Rimasi comunque sorpreso dalla frase “castrare un’agave”.<br />
L’agave in questione era un meraviglioso esemplare con foglie enormi simili a tentacoli di una<br />
gigantesca piovra,abbandonata tra le rocce e i <strong>fiori</strong> selvaggi del giardino.Calvino mi fece notare che le<br />
foglie centrali, invece di aprirsi, rimanevano chiuse vicino alle giovani come per proteggerle e che il<br />
primo terzo inferiore delle stesse era privo di spine…<br />
“Ecco - mi disse - la pianta è pronta per la castrazione” In una grande borsa avevamo una specie di<br />
“sgurbia” (un grosso scalpello concavo) che aveva portato dal Messico.<br />
Cercò meticolosamente il punto giusto, si aggiustò gli occhiali e cominciò a scavare il centro <strong>della</strong><br />
pianta sino a raggiungere l’apice fogliare, dove si stava formando il fiore; quel fiore che sarebbe in<br />
seguito diventato l’enorme candelabro così suggestivo che siamo abituati a vedere in estate sulle rocce<br />
e vicino al mare <strong>della</strong> nostra Riviera ……<br />
Libereso Guglielmi
GANÖFARI DU CIAN DE PUMA<br />
I ve ciantaiva ancu pecin<br />
inte fasce lavurae cuu magaiu:<br />
rastelae chi paixeiva in giardin;<br />
i ve curtivaiva cuu magaietu<br />
aiga du pussu e in po' de cuchetu<br />
e i ve daixeiva u tabacu<br />
cua machina du surfatu.<br />
Cande pöi i sciuriivi e u eira u mumentu<br />
ligai in masci da sèntu<br />
sciù mercau di Spiareti i ve purtaiva<br />
e de li i ve mandaiva<br />
pé u mundu a purtà<br />
u Su, u curù, l'udù da nostra valà.<br />
Russu, sciù capelu i ve meteiva<br />
i orni chi andaixeiva a vutà;<br />
Rösa, in ti caveij e garsune chi andaixeiva a<br />
balà;<br />
Gianchi i eiri pé chi se mariaiva.<br />
Se pöi u nasceiva in petitu<br />
i ghe ne purtaiva in massu de tantu curui<br />
pé dighe a elu, cu eira arivau,<br />
che u mundu u eira bèlu perché variau.<br />
Tüte couse chi nu üsa ciü.<br />
I se sun pèrse paa strada<br />
cume i agni da me zuventü.<br />
Faraldi Eugenia Bregliano
La coltivazione del garofano tipicamente italico, iniziò<br />
nella nostra zona (e nel circondario di Ventimiglia),<br />
verso la fine dell’’800, con una produzione<br />
progressivamente incrementata dalle crescenti<br />
attività commerciali.<br />
Nello stesso periodo aumentò la<br />
richiesta di nuove e più ampie<br />
aree mercatali e furono istituite<br />
le “Esposizioni liguri biennali”<br />
(1924-1932) nel corso delle quali<br />
furono presentate più di cento<br />
nuove varietà, tutte prodotte<br />
dai coltivatori locali: a scopo<br />
documentario ;ricordiamo, tra<br />
gli altri, i garofani “Mussolini”<br />
(inviati dal Duce per i funerali<br />
<strong>della</strong> Regina Margherita) e la<br />
qualità “Anita” detta anche<br />
“Mulo vegetale”, presentata nel<br />
1931 e considerata una delle<br />
più importanti varietà mai<br />
immesse sul mercato.<br />
Le prospettive, per la nascente<br />
industria floricola, parevano<br />
rosee e la produzione bastava<br />
appena a coprire le sempre<br />
maggiori richieste degli<br />
acquirenti; i garofani si<br />
vendevano, in certi periodi da<br />
85 a 90 lire “il cento”, a chiaro<br />
vantaggio del reddito medio<br />
pro-capite.<br />
Il progresso nella coltivazione e<br />
nel commercio dei garofani si<br />
legò certamente alla selezione<br />
di nuove Cultivar più<br />
accattivanti per consistenza ed<br />
aspetto cromatico, ma al<br />
tempo stesso più produttive e<br />
resistenti.<br />
Prima <strong>della</strong> II Guerra Mondiale,<br />
le varietà genetiche venivano<br />
impiegate solo da chi le aveva<br />
ottenute e messe in commercio,<br />
dopo alcuni anni, ad un<br />
prezzonotevolmente più alto;<br />
terminato il conflitto i costitutori<br />
iniziarono a cedere i prodotti<br />
sperimentati “in affitto”,<br />
mantenendone però il diritto di<br />
proprietà. Fu istituito in questi<br />
anni presso la Stazione<br />
Sperimentale di Floricoltura il<br />
“Registro delle novità floricole”,<br />
con l’esplicita volontà di<br />
salvaguardare le varietà<br />
prodotte dagli ibridatori e<br />
selezionatori sanremesi.<br />
L’”industria del garofano” era<br />
ormai fiorente e le<br />
caratteristiche coltivazioni<br />
iniziarono a modificare, anche<br />
se non sempre in modo<br />
piacevole, il paesaggio <strong>della</strong><br />
<strong>città</strong>.
BAIXARICÒ<br />
Stancu du mundu, delüüsu, de spessu<br />
a me refügiu drénte a mi stessu.<br />
Int'u mèi co l'amù u me s'asgàira<br />
e u me dispiàixe lansàru int'a giàira.<br />
In bèlu giurnu, angusciau seriamente,<br />
l'ho diitu: basta, a nu vöjü citi niente,<br />
da avura l'ünicu amigu ch'a l'ho<br />
l'è... stu vausétu de baixaricò!<br />
Dìime "misantropo", dìime cujasse<br />
sensa avé pùira che mi a care e nasse:<br />
ün da so vita u ne fa cous'u pò,<br />
gh'è chi l'ha e róse e chi... u baixaricò.<br />
Mi a nu l'ho sèrtu u giardin de delissie<br />
pé aresciuràme tra lìrii e strelissie,<br />
sce a terasséta, int'a tola, però,<br />
l'ho a me ciantina de baixaricò.<br />
Gh'è chi u se droga, chi u va a l'ustaria,<br />
gh'è chi d'infartu u möire aa partia,<br />
mi bruti visci, a v'uu giüru, a nu n'ho,<br />
ma a l'ho a pasciun du baixaricò.<br />
Daghe de l'alga candu u l'ha sé,<br />
daghe recàtu, puàru a duvé,<br />
faghe atensiun ch'u nu pie a marutìa,<br />
che u forte ventu u nu s'uu porte via,<br />
che a tropa ciöva a nu me l'aruvine<br />
e u su u nu tasse seca e fujetine,<br />
che a pouca terra a séce ingrascià<br />
d'in candu in candu, pé faru muntaa<br />
arampinasse sciü sciü p aa müràja<br />
pé triunfà in sc'i-aa misera urtàja<br />
ch'u g'ha dabassu int'u so giardin<br />
chélu bergiàn de Giàixu Zemin(….).<br />
Estratto dal poemetto<br />
“Baixaricò”<br />
di Franco D’Imporzano, 1999<br />
BASILICO<br />
Stanco del mondo, deluso, sovente<br />
trovo rifugio in me stesso.<br />
Nel mio cuore l'amore si sciupa e<br />
mi rincresce gettarlo nel greto [del torrente].<br />
Un bei giorno, seriamente infastidito,<br />
mi son detto: basta, non<br />
voglio più nulla,<br />
d'ora in poi l'unico amico che ho è questo vasetto di<br />
basilico!<br />
Chiamatemi pure misantropo, chiamatemi sciocco senza<br />
temere che io metta il broncio:<br />
ognuno fa ciò che può <strong>della</strong> propria vita,<br />
c'è chi ha le rose e chi... il basilico.<br />
Io non posseggo sicuramente il giardino delle delizie per<br />
ricrearmi tra gigli e streliztie,<br />
sul terrazzino, nel recipiente di latta, però,<br />
tengo la mia piantina di basilico.<br />
C'è chi ha l'abitudine di drogarsi,<br />
chi quella di frequentare l'osteria,<br />
c'è chi colpito da infarto muore alla partita di calcio, io, ve<br />
lo giuro, non ho brutti vizi,<br />
ma ho la passione del basilico.<br />
Dargli dell'acqua non appena abbia sete, averne cura,<br />
potarlo a dovere,<br />
prestargli attenzione affinché non si<br />
ammali,<br />
il forte vento non se lo porti via,<br />
la troppa pioggia non me lo guasti<br />
ed il sole non secchi le foglioline,<br />
affinché la poca terra venga ingrassata<br />
ogni tanto, per farlo salire<br />
ad arrampicarsi su su per il muro<br />
onde trionfare sulla<br />
meschina ortaglia<br />
che ha dabbasso nel suo giardino<br />
quello stupido di Biagio Zimino ( …).
"Ancora il giorno dopo, venivo invitato dai floricultori al mercato di San Remo. Quel mattino, invece del solito fischietto <strong>della</strong><br />
guardia municipale, diede inizio al mercato la mia mano benedicente. A un ampio segno di croce caddero i teli che<br />
coprivano le ceste dei <strong>fiori</strong>: apparve un prodigio di milioni di petali, sorrise il più armonioso volto dell'universo composto di<br />
una infinità di calici e di corolle dalle tinte maliose. Due miracoli, in un solo mattino, aveva compiuto il sacerdote novello:<br />
aveva fatto discendere Gesù sul suo altare per distribuirlo ai conterranei e aveva trasformato il grigio inverno in una<br />
trionfante primavera.<br />
A Oslo, a<br />
Stoccolma, a<br />
Berlino, a Londra si<br />
schiuderanno<br />
questi boccioli,<br />
parlando di una<br />
terra benedetta da<br />
Dio. Nelle feste di<br />
famiglia, a<br />
battesimi, a<br />
comunioni, a nozze<br />
si schiuderanno coi<br />
colori e i profumi<br />
più soavi, come un<br />
augurio di felicità<br />
fatto dallo stesso<br />
Creatore presente<br />
nella corolla.<br />
La vita vi sorrida come questo fiore - dirà una voce di essere invisibile, una voce serenatrice che toglie le spine anche<br />
più fonde, senza far male. Trecento fanciulle, coi cesti ricolmi sul capo, mentre passano, mi baciano la mano. Tra i<br />
capelli ondulati non hanno un fiore, ma dozzine di narcisi e di giacinti, di viole e di amorini. Quale regina di Francia<br />
ebbe una pettinatura più sontuosa? Quale l'avvenire di queste fanciulle più inghirlandate <strong>della</strong> Primavera<br />
Botticelliana? Prego per loro….
O Signore,<br />
benedici la mia gente e la mia<br />
terra.<br />
Fa che questi straordinari<br />
lavoratori,<br />
che sono tuoi strumenti nel<br />
coltivare tanta meravigliosa<br />
bellezza,<br />
sappiano vedere nelle loro<br />
creazioni floreali<br />
la Tua mano e il Tuo volto.<br />
Fa che gli artefici, come i <strong>fiori</strong>,<br />
rendano testimonianza a Te,<br />
o Signore."<br />
… Prego per tutti i trentamila floricoltori <strong>della</strong> mia Riviera :<br />
Fra Ginepro<br />
Antonio Conio il “frate soldato” (1903 – 1962)
… ed in questo nominare le piante metteva la<br />
passione di dar fondo a un universo senza<br />
fine, di spingersi ogni volta alle frontiere<br />
estreme di una genealogia vegetale ….<br />
I. Calvino “La strada di San Giovanni” 1995
Poema latino di G. B. Romolo Moreno pubblicato postumo nel 1872 con traduzione di Stefano Martini<br />
Il poeta esordisce, nel primo dei quattro libri, descrivendo la felice ubicazione di Villa Matuzia, piccola <strong>città</strong><br />
cresciuta tra l’anfiteatro dei colli e lo splendido specchio del mare. Il tono, come si addice ad una<br />
“rappresentazione epica” è alto e solenne e l’intento è celebrativo, come risulta evidente dai riferimenti agli<br />
originari abitanti del borgo “valorosi in guerra” ed esperti nella navigazione:<br />
“Siede lungo la spiaggia occidentale del mare ligustico un’antica <strong>città</strong>, da basse mura circondata; quivi<br />
anticamente, come ne suona la fama, abitarono i Matuti, da cui s’ebbe il nome di Villa Matuzia infine i<br />
discendenti di quelli la chiamarono Sanremo.<br />
E’ terra ferace, valente in guerra, produce uomini esperti sul mare…”
E’ interesse dell’autore, nello specifico contesto storico (“a mezzo del secolo decimonono”), ricercare e<br />
valorizzare le origini <strong>della</strong> propria terra, colta nel suo aspetto salubre e agreste, nella ricchezza <strong>della</strong> sua<br />
vegetazione e nella natura privilegiata delle condizioni climatiche, che la rendono varia nel paesaggio,<br />
ambita dai viaggiatori e sotto molti aspetti “unica”:<br />
“Guarda come ride ai lucidi raggi del sole bellissima la campagna! Io non andrò preso, o isola dei Feaci,<br />
dalle tue incantevoli delizie, né da quelle che si decantano nell’orto delle Esperidi.<br />
Qui consegua tranquillo riposo la mia vecchiaia, qui possa stabilmente riposare a’ miei tardi anni!”
Romolo Moreno, certamente uomo di<br />
cultura, dimostra una buona<br />
conoscenza <strong>della</strong> botanica, lega nel<br />
testo elementi antropici e fisici e passa in<br />
rassegna in modo esauriente i principali<br />
prodotti agricoli locali.<br />
Di particolare interesse è la<br />
presentazione <strong>della</strong> ricca flora<br />
matuziana, in un’epoca in cui la<br />
floricoltura non era ancora pienamente<br />
praticata:<br />
“Come potrò dire di tua bellezza, o Rosa,<br />
gloria prima dei <strong>fiori</strong>, onore <strong>della</strong> villa,<br />
cara alle fanciulle, delizia <strong>della</strong><br />
primavera, hanno ornamento <strong>della</strong><br />
natura? (……) A te d’intorno rendono<br />
omaggio, come a signora, le Viole e gli<br />
azzurri Giacinti, l’Anemone e il Croco, la<br />
Camamilla e l’Amaranto, il Gelsomino e<br />
il Tulipano, il Ranuncolo e l’Iride e l’Aneto<br />
e l’Amarillide e l’Agate, la Solandra e il<br />
Dianto e l’Agave proteggono la tua<br />
bellezza ……”
E’ la natura dunque a fornire generosa i suoi frutti grazie al lavoro costante dell’uomo che la<br />
tiene in vita per rallegrare gli animi, con i suoi colori e profumi.<br />
In certi punti del testo il verseggiatore nostalgico, rievoca l’esistenza semplice e onesta<br />
dell’uomo di una volta che, rispettoso, interagiva con l’ambiente naturale, a volte per ragioni<br />
economiche ma sempre in uno spontaneo connubio e rapporto di scambio. Seguendo una<br />
tradizione classica che va da Virgilio all’Arcadia, fino a certi aspetti <strong>della</strong> poetica di Parini (ode<br />
“ Della salubrità dell’aria”) Moreno talora idealizza la vita campestre descrivendo i contadini<br />
come persone sorridenti e serene, ma quasi totalmente esenti dalle fatiche lavorative:<br />
“Qui gli ulivi adornano i colli (…) sia che infierisca il triste inverno o l’ardente estate,mai non<br />
lasciano di gettar l’ombra prodotta dai verdeggianti rami, da cui docili agricoltori, ad opera<br />
dello strettoio, cavano l’olio con cui riparano ad ogni diffalta domestica: i cittadini non hanno a<br />
temer la fame, il pianto non turba il petto delle sollecite madri…”.
La “novità” rispetto alla consueta idealizzazione letteraria del mondo agreste si individua del fatto che<br />
<strong>città</strong> e campagna, nel nostro autore, non paiono in contrasto ma gli ambienti si compenetrano<br />
fondendosi in un’unica entità.<br />
L’aspetto più originale di “<strong>Remopoli</strong>” è da ricercarsi comunque nell’accurata classificazione dei prodotti<br />
agricoli, nei particolari relativi alla coltivazione o alla varietà spontanea <strong>della</strong> flora, nel valore<br />
documentario delle informazioni fornite.<br />
Dopo aver presentato le due<br />
principali colture sanremesi<br />
(agrumi ed olivi) l’autore,<br />
descrive i frutteti: mele cotogne,<br />
pesche, ciliegie, nespole,<br />
prugne, noci e sorbi<br />
“imbandiscono le seconde<br />
mense”, così come i fichi,<br />
indispensabile alimento nei<br />
periodi di minore prosperità:<br />
“essi sono vari di forma e di<br />
colore:<br />
questi per maturare aspettano<br />
che il sole sia nello scorpione,<br />
questi sia nella vergine… questo<br />
è lungo, quello rotondo,<br />
quest’altro fesso con la goccia in<br />
cima invita a prenderlo… frutto<br />
giova ad aggiustare lo stomaco<br />
e dilettare il palato.”
Vengono poi i prodotti del bosco, more, fragole, corbezzoli e castagne, cresciuti tra i “densi rami delle<br />
selve”.<br />
“non mancano sui nostri monti smisurati orni, le alte e forti querce, non i larghi faggi a cui sorge compagna<br />
l’elce, di che il falegname fa le porte alle case e le salde finestre e l’armatura dei tetti (…)<br />
Qui l’abete s’innalza, qui l’alno che fenderà le onde marine e sfiderà i nembi e le terribili procelle (…), i pini<br />
che servono a far navi spandono spessi all’aura la verdeggiante chioma e le ramose braccia …”<br />
Ricordiamo infine gli ortaggi che si<br />
“immillano coi <strong>fiori</strong>” nelle campagne<br />
sanremesi:<br />
erbe aromatiche, fagioli, cavoli, bietole,<br />
ceci, cocomeri, zucche oltre che alle<br />
cipolle e all’aglio, utilizzati dai cuochi per<br />
preparare la cena al loro signore.<br />
L’autore non trascura di certo,<br />
per la bontà del prodotto, i filari<br />
di viti, delle migliori qualità ed<br />
adattati ai diversi terreni:<br />
“ecco la pergolese produce i<br />
primi grappoli, quella che<br />
chiamano Rodiana ristora le<br />
fauci col grato sapore (…), qui si<br />
coltivano nei campi le uve<br />
primaticcie ed uve rosse ed altre<br />
qualità che non han nome.”
Eterogenea, come si è visto, la<br />
rassegna di prodotti stilata nel<br />
testo; il significato più autentico<br />
di “<strong>Remopoli</strong>” è da individuarsi<br />
tuttavia nel ricordo storico di una<br />
<strong>città</strong> agreste, la cui persistenza,<br />
nonostante la non sempre felice<br />
modificazione antropica del<br />
territorio, si individua ancora nel<br />
terrazzamento dei colli, nella<br />
rudimentale funzionalità dei muri<br />
a secco, nei confini asimmetrici<br />
degli orti.<br />
Se poi, citando Voltaire<br />
(“Candido, <strong>ovvero</strong> l’ottimismo”)<br />
scopriremo un valore nella<br />
“coltivazione del nostro<br />
giardino”…<br />
… dovremo constatare che è<br />
quanto da sempre la nostra<br />
gente ha cercato di fare, con<br />
orgoglio e fatica.<br />
prof.ssa Fulvia Natta
U castélu du Conte de Rèn<br />
A l’ho in castélu mézu agaràu<br />
Cun l’autru mézu, cun l’autru mézu:<br />
a l’ho in castélu mézu agaràu,<br />
cun l’autru mézu nu ancù fabricàu.<br />
Oh! Cantu lüssu, canta alegria<br />
Int’u castélu de ròca de prìa,<br />
Int’u castélu du Conte de Rén<br />
Ch’u pìa a vita cuscì cum’a vén!<br />
A l’ho in castélu suvre i Valùi,<br />
cén de bagiàire, cèn de bagàire:<br />
a l’ho in castélu suvre i Valùi<br />
cén de bagiàire vestìe da ciui!<br />
A l’ho incastélu de ròca zèrba<br />
E tesuiréte i me g’han segàu l’erba.<br />
A l’ho in castélu dunde de lüju<br />
Se sente i grili fa in gran ciaravüju.<br />
A l’ho in castélu tütu argentàu<br />
Perché e lümàsse cù-u cü i l’han fretàu.<br />
A l’ho in castélu sensa müraje<br />
Ch’u l’è u ciü bélu castélu ch’a l’àje:<br />
l’è fàu de gévi, messu a l’übàgu,<br />
pé nu asgairàru descàussu a ghe stagu.<br />
A l’ho in castélu, l’è cén de zine,<br />
E taragnàe, e taragnàe:<br />
a l’ho in castélu, l’è cn de zine<br />
e taragnàe i ghe fan da tendine.<br />
Oh! Cantu lüssu, canta alegria<br />
Int’u castélu de ròca de prìa,<br />
Int’u castélu du Conte de Rèn<br />
Ch’u pìa a vita cuscì cum’a vén<br />
Un castello di zolle<br />
Antonio Rubino<br />
Ho un castello mezzo crollato e con<br />
l’altra metà non ancora costruita.<br />
Oh! quanto lusso quanta allegria,<br />
nel castello di rocca di pietra, nel<br />
castello del conte di Rèn, che<br />
prende la vita così come viene.<br />
Ho un castello sopra i Valloni pieno<br />
di lumache vestite da chiocciole!<br />
Ho un castello di gerbida roccia, con<br />
l’erba segata dalle forbicine, dove, a<br />
luglio, si sentono i grilli far lieto<br />
trambusto.<br />
Ho un castello tutto argentato<br />
perché le lumache vi hanno sfregato<br />
il ventre.<br />
Ho un castello senza muri, il più<br />
bello dei castelli che possa avere.<br />
E’ fatto di zolle, in luogo ombroso;<br />
per non sciuparlo ci abito scalzo.<br />
Ho un castello pieno di fessure e di<br />
ragnatele che fan da tendine.<br />
Oh!quanto lusso, quanta allegria,<br />
nel castello di rocca di pietra, nel<br />
castello del Conte di Rèn, che<br />
prende la vita così come viene.
… Basta un grido di<br />
Pin,<br />
un grido per<br />
incominciare una<br />
canzone,<br />
a naso all’aria<br />
sulla soglia <strong>della</strong><br />
bottega …<br />
Italo Calvino<br />
“Il sentiero dei nidi<br />
di ragno” 1946<br />
… Ma già Pin è<br />
in mezzo a quel<br />
carruggio,<br />
con le mani<br />
nella tasca <strong>della</strong><br />
giacca troppo<br />
da uomo per lui,<br />
che li guarda in<br />
faccia uno per<br />
uno<br />
senza ridere …
Il beudo di Italo Calvino<br />
…. qualche cosa era cambiato all’improvviso, e il primo segno era questo: che fino a<br />
Baragallo la gente che s’incontrava era come sempre la gente per la strada che<br />
nemmeno ci si guarda; dopo Baragallo incontrandosi tutti si salutavano, anche tra<br />
sconosciuti, con un “bona” ad alta voce o con un’espressione generica di riconoscimento<br />
dell’esistenza altrui come:<br />
“Andamu andamu” o “Semu careghi, ancœi”, o un commento al tempo che fa… “Mi<br />
digu ch’a va a ciœve”, messaggi di riguardo e amicizia pieni di discrezione, pronunciati<br />
com’erano senza fermarsi, quasi tra sé, alzando appena gli occhi.<br />
Anche mio padre dopo Baragallo cambiava, smetteva quell’impazienza nervosa nel<br />
passo che aveva mostrato fin lì, quella scontentezza nello sgridare il cane, nel dargli<br />
strattoni se lo teneva alla catena.<br />
Ora il suo sguardo correva attorno più sereno, il cane di solito veniva slegato ed<br />
ammonito con parole e fischi e schiocchi più bonari e quasi affettuosi.<br />
Questo senso di ritrovarmi in luoghi più raccolti e familiari prendeva me pure, ma sentivo<br />
insieme anche il disagio di non potermi più credere il passante anonimo <strong>della</strong><br />
carrozzabile……
Calvino, sulla<br />
collina l’ultimo<br />
rifugio<br />
…… Pensava che Parigi<br />
potesse bastargli.<br />
Ma il rimosso tornò non<br />
esente da un senso di<br />
colpa, e lo scrittore si<br />
sentì esule su tutte le<br />
rive del mondo, come<br />
ebbe a dirmi in una<br />
lunga passeggiata<br />
pomeridiana. E la terra<br />
lavorata dal padre -<br />
cedri, limoni, aranci, in<br />
faccia al mare - divenne<br />
l’eden perduto, la gloria<br />
assente di un mondo<br />
scomparso con la sua<br />
ricchezza botanica, con<br />
le sue luci romanze.<br />
Luce del mare, rotta<br />
dalle fronde. Forse<br />
immaginava lì la venuta<br />
dell’angelo dalle mani di<br />
cenere. Ma che volete:<br />
la forma di una <strong>città</strong><br />
cambia più velocemente<br />
del cuore di un<br />
mortale…….<br />
(Francesco Biamonti)<br />
… di qui in poi ero “u fiu du prufessù” sottoposto al<br />
giudizio di tutti gli occhi altrui. …<br />
Italo Calvino, “la strada di San Giovanni”<br />
La grammatica del<br />
suo fantasticare<br />
Zucchino, pomodoro,<br />
peperone melanzana, ogni<br />
“personaggio”naturale ha il<br />
suo posto e il suo colore,<br />
non ha possibilità di<br />
confondersi.<br />
Cosi come ogni terreno non<br />
può confondersi con un<br />
altro e se c’è un destino<br />
che fa incrociare vita e<br />
cose, c’è sempre un<br />
sentiero a portarcele e a<br />
dividerle.<br />
Un ragionamento, un<br />
artificio ancora.<br />
Accanto a questa<br />
geometria, a questa<br />
costrizione che dava<br />
comunque la possibilità di<br />
immaginare di rendere il<br />
ragionamento fantasia,<br />
Calvino si era guadagnato o<br />
in metafora aveva visto<br />
l’immagine dell’aquilone: la<br />
strada che porta all’orto.<br />
Una striscia bianca, sottile,<br />
che si attacca a un<br />
quadratino colorato. E tutto<br />
si fa leggerezza…….<br />
(Nico Orengo)
FUNIVIA<br />
(canzone popolare, 1949)<br />
Andamu: sciù,via!<br />
Bignun l’è bèlu e grossa a cumpagnia.<br />
Eviva l’aria bona e l’alegria!<br />
Porta u nustrà:<br />
mì pènsu ae merèzane e sciure cène.<br />
Ho diitu andamu e u l’è pecàu nu andà!<br />
A gh’amu fiascu:<br />
drente in ta sporta u gh’è fina a<br />
sardenàira<br />
e un cundiùn de stampu sanremascu.<br />
Muntamu, alè!<br />
A funivia a sona u campanin.<br />
Nun se scurdamu chitara e mandurìn!<br />
U pà de vurà:<br />
A paiemu tante fighe int’in sestin!<br />
Garda San Giacumu!Garda lagiù Bevin!<br />
Ecu Bignun!<br />
Ti tu-u credeivi cu fusse cuscì bèlu?<br />
A mi u me pà d’esse du mundu u<br />
padrùn!<br />
FUNIVIA<br />
Andiamo: ursù. via!<br />
Bignone è bello e grande la<br />
compagnia.<br />
Evvia l’aria buona e l’allegria!<br />
Porta il vino nostrale<br />
che io penso alle melanzane e ai<br />
<strong>fiori</strong> ripieni.<br />
Andiamo ti dico, è un peccato non<br />
andare!<br />
Abbiamo il fiasco del vino<br />
e nella borsa c’è anche la<br />
sardenaira e un’insalata<br />
sanremasca.<br />
Saliamo, alè! Suona la campana<br />
<strong>della</strong> funivia,<br />
badiamo a non dimenticare<br />
chitarra e mandolino!<br />
Si ha la sensazione di volare,<br />
sembriamo tanti fichi in un cestino!<br />
Guarda San Giacomo! Guarda<br />
laggiù Bevino!<br />
Ecco Bignone!<br />
Lo immaginavi così bello?<br />
Mi sembra di essere padrone del<br />
mondo!
LUCCIOLE E RAGANELLE<br />
DEL BERIGO<br />
Sono le raganelle brune che<br />
sgretolan perle di pioggia, al<br />
Berigo,<br />
o è la brezza marina che<br />
suona le rondini sui fili come<br />
note nel rigo?<br />
I monti fumano quieti ed<br />
oscuri; le case per spegnersi<br />
diventano rosa<br />
e il mare si fa piccino, si<br />
chiude come una foglia di<br />
mimosa.<br />
Io non so più, questa sera,<br />
se siano proprio le raganelle<br />
che mangiano perle o le<br />
lucciole che fanno scoppiare<br />
le stelle.<br />
O se sia il mare che brilla<br />
che odora e che fruscia<br />
contro i giardini sporgenti,<br />
o nel buio le vesti delle<br />
giovani donne e i lor occhi<br />
fosforescenti.<br />
CORRADO GOVONI<br />
(“Liguria”, dicembre 1939 poi<br />
in “Pellegrini d’amore”<br />
Mondadori)<br />
IL MARE DI SANREMO E I<br />
ROSOLACCI<br />
Un riverbero pazzo di<br />
cento fornaci<br />
nel velluto dell’erba, una<br />
messe diabolica di rubini e<br />
di braci.<br />
Sotto, il mare che sogna:<br />
un’allucinante distesa di<br />
stelle cadute,<br />
di liquide perle malate, di<br />
pallide rose svenute.<br />
Nello smeraldo dell’erba,<br />
come un’oscena reliquia,<br />
tutti quei rosolacci<br />
urlano e sanguinano come<br />
risate e schiaffi<br />
d’imbellettati pagliacci.<br />
Mare e rosolacci: una<br />
lama di cielo col manico di<br />
madreperla <strong>della</strong> marina<br />
che qui ha compiuto di<br />
vergini e d’angeli una<br />
mostruosa carneficina.<br />
CORRADO GOVONI<br />
(“Liguria”, dicembre 1939)
Dolci sono le more<br />
i rovi sono spinosi<br />
per bere alla sorgente<br />
si deve prima raggiungerla<br />
ma anche la sorgente<br />
ha faticato<br />
e anche il rovo<br />
Luciano De Giovanni<br />
1986<br />
Pini contorti<br />
sembrano note musicali<br />
pini abbracciati<br />
pini malati<br />
cadenti morti<br />
pini appena nati<br />
e rovi minacciosi<br />
e more succose<br />
e il sentiero che scende nella<br />
gola<br />
il torrente che si specchia nel<br />
cielo,<br />
vola
Un piccolo zaino verde in spalla,<br />
scarponi ai piedi, con Carmela Arnaldi<br />
nella luce blanda <strong>della</strong> notte mi avvio<br />
ad Arma, sulla costa. Fa freddo alle<br />
quattro di mattino. Devo scambiare 10<br />
kg .di farina di grano con qualche<br />
pugno di poltiglia salata: dal mare<br />
fanno evaporare l’acqua per fornirci<br />
questo prezioso elemento<br />
Il coprifuoco continua dalle 20 alle 6<br />
del mattino. Di giorno, molta gente<br />
lungo le mulattiere, andirivieni nelle<br />
campagne. I castagneti quest’anno<br />
sono una vera provvidenza. Nativi e<br />
sfollati trovano abbondante<br />
supplemento al vitto, che ora è<br />
ancora più scarso e tesserato.<br />
Arrivano scarsi rifornimenti a causa<br />
dei ponti rotti, <strong>della</strong> guerriglia, <strong>della</strong><br />
penuria che affligge le <strong>città</strong>.<br />
E così gli sfollati signori si curvano a<br />
raccogliere i piccoli frutti.<br />
Ci fu una resistenza nata dal basso,<br />
dall’esperienza pratica <strong>della</strong> popolazione dei paesi torchiati<br />
Suor Amabile Farraironi “Diario clandestino”,1991<br />
Ma il mercato nero è altra cosa.<br />
Dovuto alle necessità insopprimibili<br />
dell’esistenza, è una piaga comune in<br />
tutta Europa. E provvidenziale per il<br />
sostentamento. Sui nostri monti dura<br />
fino all’autunno 1945. Carmela e altre<br />
coraggiose comprano olio a Badalucco<br />
o a Montalto, si spingono a prenderne<br />
fino a Pigna, Buggio, Castelvittorio.<br />
Prezioso olio: oro di scambio. E per<br />
altri sentieri puntano a nord,<br />
oltrepassano il colle del Garezzo o di<br />
Collardente, ore e ore di cammino con<br />
una quindicina di chili sulle spalle.<br />
C’è chi giunge dalla riviera a far<br />
provvista di patate con carrettini: le<br />
fasce coltivate ne producono così in<br />
abbondanza che superano di molto il<br />
fabbisogno locale.<br />
Anche i versanti grigio-argento degli<br />
oliveti offrono una straordinaria<br />
raccolta: val Nervia, Badalucco,<br />
Montalto, Carpasio e Taggia fanno<br />
ottimi affari. Ma nelle <strong>città</strong> <strong>della</strong> costa<br />
non è lontano lo spettro <strong>della</strong><br />
fame….
Vent’anni fa, a Sanremo, si viveva ancora la vita arcadica o patriarcale.<br />
I vecchi moralizzavano, le donne, filando, lavorando chi di calza, chi d’ago, favoleggiavano. Dei giovani, i più spatriavano.<br />
Roma e America, chierica e scudo erano di solito i due poli <strong>della</strong> calamita. I bimbi, come sempre, bamboleggiavano: pei bimbi<br />
è sempre Arcadia.<br />
Gli usci di casa, di giorno come di notte, erano aperti, le borse strette.<br />
L’ulivo e l’arancio vi <strong>fiori</strong>vano pure simbolicamente come in nessun paese <strong>fiori</strong>vano.<br />
Erano gli ultimi suoni dell’agreste zampogna.<br />
Erano gli ultimi sprazzi di un raggio, non dirò di sole, ma di tranquilla e falcata luna che stava per tramontare.<br />
Un’Arcadia senza luna sarebbe, come in rettorica, una libertà senza sole. – Tramontò la luna: cessò l’Arcadia.<br />
Ludovico Carli, 1872<br />
La zampogna e la cornamusa possono cessare lor suono, ma l’aria commossa ne ripete ancora, par ne sospiri le ultime vibrazioni,<br />
misteriose e care come tutto ciò che muore.<br />
La luna può tramontare dietro al mare, dietro al monte, ma l’onda del mare e la cresta del monte ancor s’inargentano, ancor si<br />
lumeggiano dei riflessi di un caro e dolce chiarore diffuso per quel lembo di cielo:<br />
L’Arcadia tramontò come la luna: come la luna i dolci e cari riflessi del suo raggio d’argento, lasciò diffusa una dolce e cara<br />
memoria: la memoria dei nostri buoni vecchi.
BASSA-BASSÉTA PECINA<br />
Bassa-basséta,<br />
bassa-basséta pecina,<br />
aa me seirana veixina<br />
vegni a fa lüüxe!...<br />
A v'ho incuntrau<br />
ina nüte d'estae,<br />
sciamu de svurassanti<br />
lanternine vaganti,<br />
lümin invexendai<br />
che int'u scüru de l'ésciu<br />
i sèi scapai...<br />
L'udù<br />
da campagna adurmìa<br />
u se fundeva<br />
cun u rujà de l'alga drénte au<br />
pussu<br />
e u versu da ragnùgna int'u<br />
fussau.<br />
A v'ho ciamau<br />
servendume da véja firastroca<br />
ch'a s-ciuìva dau cö sensa fatiga,<br />
cansun mai scurdà,<br />
cansun sempre amiga:<br />
"Bassa-basséta,<br />
bassa-basséta pecina,<br />
se ti me végni veixina<br />
a tè dagu u pan du ré<br />
e asci chélu da regina! "<br />
Forsci<br />
a v'averévu dumandau perdun<br />
pé tüte e vostre sö<br />
ch'a l'ho messu int'u gotu<br />
Cande l’éiru fiö.<br />
F.D’Imporzano<br />
Notturno<br />
Filastrocca popolare<br />
LUCCIOLA PICCOLINA<br />
Lucciola,<br />
lucciola piccolina,<br />
alla mia sera che sta per arrivare<br />
vieni a far luce!...<br />
Vi ho incontrato<br />
una notte d'estate,<br />
sciame di svolazzanti<br />
lanternine vaganti,<br />
lumini indaffarati<br />
che nel buio del viottolo<br />
siete fuggiti...<br />
L'odore<br />
<strong>della</strong> campagna addormentata<br />
era tutt'uno<br />
con il gorgoglìo dell'acqua nel pozzo<br />
e il verso <strong>della</strong> raganella nel torrente.<br />
Vi ho chiamato<br />
usando la vecchia filastrocca<br />
che nasceva dal cuore facilmente,<br />
canzone mai dimenticata,<br />
canzone sempre amica;<br />
"Lucciola,<br />
lucciola piccolina,<br />
se mi vieni vicina<br />
ti dono il pan del rè<br />
e anche quello <strong>della</strong> regina!"<br />
Forse<br />
vi avrei chiesto perdono<br />
per tutte le vostre sorelle<br />
che ho imprigionate nel bicchiere<br />
quando ero bambino.
• AA. VV. “Dai Giardini Hanbury a Cervo”, pagine di scrittori. Regione Liguria<br />
• AA. VV. “Note Color Pastello” – Azienda di Promozione Turistica – Sanremo, 1996<br />
• AA. VV. “Riviere in versi” 4 e 5, Philobiblon edizioni 2002<br />
• Enzo Bernardini “Sanremo, storia e anima di una <strong>città</strong>” Istituto De Agostini, 1987<br />
• Michela Bompani “L’uomo –pianta, Libereso Guglielmi, botanico anarchico in casa Calvino”, “La Repubblica” 10/06/2005<br />
• I. Calvino “Il sentiero dei nidi di ragno” Monadori - Verona 1993<br />
• I. Calvino “La strada di San Giovanni” Mondadori – Verona 1995<br />
• Stefano Canepa “Proverbi, modi di dire, indovinelli, filastrocche e canzonette sanremesi”<br />
Tipografia Moderna – Sanremo – 1975<br />
• M. M. Cappellini F. Roncoroni “Le immagini letterarie del mondo contadino” – Mondadori – Milano 2001<br />
• Ludovico Carli “La vecchia San Remo” (1872) in “I Libri d’epoca” – Edizioni “Il nuovo Atelier” a cura del “Carrugio del<br />
Filo” di Cassini e Serafini – 2005<br />
• Città di Ventimiglia, Assessorato al Turismo, “Festa di primavera”, dal commercio dei limoni alla floricoltura. – Ventimiglia<br />
1999<br />
• Luciano De Giovanni “Il bosco” (1986), Philobiblon edizioni 2001
• Franco D’Imporzano “A veja magìgura” – Manapò Editore – Ventimiglia – 1999<br />
• Amabile Ferraironi “Diario clandestino”, in “…Lassù in montagna…in Valle Argentina”- Dominici Editore, 1991, Imperia<br />
• G. Ferrari Sanremo – Cinquecento secoli – Tacconis editore, vol I e II – copia limitata a 874 esemplari, Torino MCMLXIII, 1963<br />
• Bruno Filippi “Le radici dei <strong>fiori</strong>”, Diakronia – Vigevano 1998<br />
• P. Forneris L. Marchi “Il giardino segreto di Calvino” De Ferrari, Genova 2004<br />
• A. Gandolfo “Storia di Sanremo” Circolo Culturale Numismatico Sanremese – Quaderno n. 10 – 2000<br />
• Laura Guglielmi “Dal fondo dell’opaco io scrivo”, Istituto internazionale di studi liguri, De Ferrari, Genova, 1999<br />
• Libereso Guglielmi “Mario Calvino nei miei ricordi”<br />
• Corrado Govoni in “La Liguria <strong>della</strong> nostra poesia” da “Liguria”, dicembre 1939 – VIII – 13<br />
• Vincenzo Iacono “Sanremu du mei tempu” Sanremo, Famija sanremasca, 1966<br />
• Eva Mameli Calvino “...sulla necessità di una scuola di floricoltura e di giardinaggio …” estratto dalla “Rivista italiana di<br />
Economia, Demografia e Statistica”, vol. XIII, 3-4, 1959<br />
• C. Monet “Parole a colori”, Philobiblon edizioni 2002<br />
• Provincia di Imperia “La Riviera dei Fiori e il suo entroterra” – Sanremo, luglio 1989 – guida turistica<br />
• Antonio Rubino “U castelu du Conte de Ren”, in AA. VV. Note color pastello, cit.<br />
• Giovanni Ruffini “ Il dottor Antonio”, Atene edizioni<br />
• Renato Tavanti “Sanremo, nido di vipere”, volume primo, Atene edizioni, 2005