Colpire al cuore

parolario

Colpire al cuore

Colpire al cuore

Quindici racconti gialli

Il corso di scrittura creativa di Parolario – Como (9 febbraio-4 maggio)

ELABORAZIONE GRAFICA DI CORENGIA ANTONELLA

COLPIRE AL CUORE

15 racconti gialli

di

Miriam Bonanno, Vincenzo Brighenti, Antonio Cavadini,

Luciano Cerea, Emilio D’Agostino, Alessandro Dragoni,

Cristiana Gazzaniga, Laura Kaempf, Stefano Landoni,

Teresa Laporta, Matteo Mascheroni, Chiara Milani,

Giancarlo Montalbini, Enzo Noseda, Andrea Di Gregorio


INTRODUZIONE

di Andrea Di Gregorio

Dal 9 febbraio al 4 maggio 2013 a Como, presso l’Associazione Parolario di via Rovelli 8, ho tenuto un corso

sulla scrittura gialla. Vi hanno partecipato quattordici persone molto speciali che hanno saputo creare un bellissimo

gruppo affiatato, agguerrito e determinato a scoprire le tecniche e i segreti della scrittura gialla.

Come sempre faccio nei miei corsi, anche in questo ho proposto ai partecipanti un’impostazione pratica e

un obiettivo da raggiungere: che ciascuno riuscisse a comporre, entro la fine delle lezioni, almeno un buon

racconto giallo per realizzare una raccolta. L’invito, come speravo, è stato accolto e il risultato l’avete tra le

mani.

Il corso è stato ricco di stimoli per tutti, e anche per il docente. Abbiamo incontrato tre giallisti – Petros

Markaris, lo scrtittore greco padre del commissario Charitos, oggi sicuramente uno degli autori più celebri

in Europa, Andrea Fazioli e Rosa Teruzzi, autori giovani ma già affermati – e tutti e tre si sono prestati, in

esclusiva, a rispondere alle nostre domande. Abbiamo letto e scritto, abbiamo parlato, ci siamo interrogati,

confrontati, abbiamo corretto, riletto, ricorretto e riscritto, ricorretto ancora una volta e qualche volta buttato

via tutto prima di riscrivere tutto da capo. Abbiamo, insomma, fatto quello che ogni scrittore deve fare: interrogarsi

incessantemente, portare avanti il lavoro, confrontarsi onestamente con se stesso e con i suoi lettori e

poi, naturalmente, divertirsi.

Al di là dei risultati letterari – che ogni lettore potrà giudicare da sé – posso senz’altro dire che il corso ha

provocato effetti positivi, che cercherò qui, brevemente, di riassumere.

Confrontandosi con una scrittura che doveva essere rigorosa e poneva “paletti” ben precisi, gli autori hanno

ricevuto uno stimolo nuovo e sicuramente, per qualcuno, decisamente inaspettato. Alcuni sono riusciti a superare

un “blocco” che li aveva tenuti fermi per molto tempo; altri hanno accresciuto straordinariamente la loro

produttività, arrivando a realizzare non uno, ma più racconti. Altri ancora hanno potuto constatare nei loro

stessi scritti un miglioramento qualitativo.

Un altro dato importante che è emerso dal corso è l’aumento della consapevolezza di ciascuno nei confronti

innanzi tutto della lingua, quindi del meccanismo creativo della letteratura e, da ultimo ma non per ultimo, nei

confronti di sé stessi. L’uso che facciamo della lingua è spesso troppo istintivo. Il corso ha incitato tutti a riflettere

più a fondo su tutta una serie di questioni anche minime (dall’ortografia, al significato proprio dei termini,

dalle regole di impaginazione all’uso delle virgolette, dall’etimologia alla sintassi), cosa che ha sicuramente

migliorato la padronanza del linguaggio, anche in persone che già scrivevano con proprietà, innalzandola da

un livello amatoriale a uno molto più vicino al professionismo.

Anche la riflessione che abbiamo intrapreso sulla letteratura, vista dal punto di vista produttivo è stata, credo,

illuminante. Una riflessione che ha stimolato, in molti, una nuova modalità di lettura – anche in questo caso,

meno immediata, ma più riflessiva, più attenta a comprendere i meccanismi, gli artifici, gli obiettivi espressivi

dell’autore. Una lettura, in altre parole, da scrittori.

Infine, l’elemento per me più interessante è che proprio attraverso uno studio sul giallo, un tipo di letteratura

di genere – teoricamente molto formalizzata e, di fatto, affrontata in questo corso attraverso uno studio sulle

strutture, sugli schemi – sono emersi tratti straordinariamente personali che hanno dato a ognuno di questi

racconti un carattere di autoanalisi, quasi di riflessione intima. Non troverete, ovviamente, nulla di autobiografico

o di “cronachistico” in questi racconti che sono, in massima parte, frutto di fantasia. Eppure, allo stesso

tempo, ognuno degli scrittori, e spero anche molti tra i lettori, vi troverà una parte non secondaria di sé. Era

anche questo, per me, un aspetto che avevo in qualche modo previsto, ma vederlo puntualmente realizzarsi

mi ha confermato nella mia idea di fondo: il giallo e la letteratura di genere impongono degli schemi che non

sono affatto limitativi ma, anzi, esercitano una funzione liberatoria e massimamente creativa.

Bene. Se questo fosse stato l’unico risultato del corso, sarebbe già un ottimo risultato. Ma non basta, perché

abbiamo anche mangiato ottime torte (grazie Laura!), cioccolatini squisiti (grazie Chiara!), bevuto qualche

caffè di sfroso (grazie Comocuore!), e siamo anche andati a mangiare un giorno in un ottimo ristorante della

città murata grazie ai buoni uffici di Enzo, che ci ha fatto avere un prezzo di favore. Insomma, ci siamo voluti

bene, ci hanno voluto bene e siamo stati proprio bene!

A questo punto voglio ringraziare sentitamente – ma lo faccio ovviamente anche a nome dei miei quattordici

amici – l’Associazione Culturale Parolario, in particolare Paola Carlotti e Glauco Peverelli per averci offerto

quest’opportunità; il quotidiano “La Provincia” per l’aiuto che ci hanno dato nel promuovere l’evento (grazie,

Vera Fisogni!) e, ora, per essersi reso disponibile a pubblicare i lavori che ne sono scaturiti; l’associazione

Comocuore, che ha messo a disposizione gli spazi e ci ha “sopportati” per nove sabati mattina (grazie, Silvana

Drago!).

COCA D’AUTORE

di Miriam Bonanno

Musica di sottofondo, aperitivo da favola. Il commissario De Giorgi non aveva esitato un secondo quando era

venuta a sapere del vernissage di quel giovane artista che aveva già conquistato molti amanti della fotografia.

Si era però imposta di resistere stoicamente alle tentazioni dell’arte che, da tre anni a quella parte,

giocavano contro le sue esigue finanze: questa volta non avrebbe acquistato nulla.

“Giulia non andare se sai già che non riesci a resistere”. Queste le parole della saggia madre. Mentre la sorella

aveva rincarato la dose, scocciata: “Non aspettarti più prestiti da me. Lo so che sei un pagatore puntuale, ma

lo dico per il tuo bene, l’arte per te sta diventando una droga”.

Ora si trovava in mezzo a tanti potenziali acquirenti, alcuni critici barbosi e a qualche estimatore di aperitivi

gratuiti. Non vedeva nessuno però: in quel momento esistevano solo lei e le fotografie. Erano geniali e non

erano i suoi occhi a penetrare loro ma loro a penetrare lei.

Il modo in cui fu svegliata dalla sua trance non fu certo piacevole: un ragazzo si era avventato sull’artista e

dopo averlo intontito con cazzotto in pieno volto gli stringeva una mano intorno al collo. Tutti i presenti, con

i loro calici in mano, guardavano imbambolati. Prima che qualcun altro si decidesse a intervenire, lei era già

sul ragazzo e l’aveva immobilizzato. L’aggressore lanciò un “Figlio di puttana!” all’indirizzo dell’artista, e poi

finalmente si calmò.

Giulia pensò che il lavoro non avesse pietà per lei: l’aveva inseguita fin dentro una mostra; tanto più che

si era innamorata di due fotografie di quell’artista che ora aveva un’espressione tra l’attonito e l’insolente.

Dopo essersi identificata come commissario di polizia e fatto venire a prendere il ragazzo da una volante,

volle parlare con l’artista; l’aggressione non aveva avuto grosse conseguenze e non c’era bisogno di chiamare

l’ambulanza.

“Dalla sua espressione, deduco che lei conosca il suo aggressore.”

“È… era un mio buon amico. Pensavo che mi avesse perdonato, per questo l’avevo lasciato entrare senza

problemi.”

“Che cosa doveva perdonargli?”

“La modella… quella della foto più grande. Erano fidanzati. Le ho chiesto di posare la prima volta per gioco.

Anche il mio amico, Luca, era d’accordo.”

Giulia scorse nel suo viso un sorrisetto insolente. Avevano scambiato poche parole ma provava già una certa

antipatia per lui. Come aveva potuto creare quelle meraviglie? A dispetto di teorie illustri, era sempre più

convinta che artista e uomo fossero entità separate. Quello che l’artista le disse in seguito e l’evolversi della

conversazione la confermaronop nel suo disagio.

“Sara, questo è il nome della modella, penso si sia innamorata in breve tempo di me. Io avevo bisogno di lei

per la mia arte. Capisce?”

“No” rispose asciutta il commissario

No, non capiva. Non capiva chi usava lo scudo dell’arte per servirsi degli altri considerandoli alla strenua di

piccoli oggetti da plasmare e reinventare. Quell’espressione di superiorità e quello sguardo che si pretendeva

ammaliatore promossero l’avversione di Giulia al grado superiore di prepotente antipatia soprattutto quando

si accorse che l’artista stava tentando di sedurla. Si alzò dalla sedia vicino al tavolino attorno al quale si

erano accomodati per quella specie d’interrogatorio.

“Peccato”, disse Giulia.

“Peccato per cosa?” ribatté l’artista.

Peccato che delle opere d’arte così incredibili abbiano deciso di uscire da uno stronzo come lei, avrebbe

voluto dire Giulia. Non poteva però: era pur sempre un commissario di polizia.

Il giorno dopo l’artista fu trovato morto. Nel monolocale in cui soggiornava, accasciato su una poltrona. Sulla

scrivania una striscia di coca. In un primo momento si pensò a un’overdose ma, dopo che la polvere bianca

fu analizzata, la verità fu un’altra: qualcuno l’aveva avvelenata.

Il commissario De Giorgi interrogò per primo il proprietario del monolocale, nonché amico di infanzia dell’artista

e curatore della mostra, Luigi Vitti. Quando si presentò in commissariato, quasi Giulia De Giorgi non lo

riconobbe: se lo ricordava dalla sera prima, elegante, composto e sorridente mentre ora aveva i capelli in

disordine, la camicia sgualcita e le occhiaie che sembravano essere state stampate con l’inchiostro blu. Nonostante

tutto era un bellissimo ragazzo, pensò Giulia. Fu lui a prendere la parola per primo: “Come è morto

Edoardo?”

“Non è stato forse lei a trovare il cadavere?” ribatté Giulia

“Sì ma…” Il ragazzo era evidentemente a disagio. D’altronde il fatto che l’artista fosse stato trovato con della

cocaina sul tavolo non indicava automaticamente la causa del decesso.

“È stata la cocaina a ucciderlo ma stiamo indagando, probabilmente un’overdose” rispose evasiva Giulia. Poi

riprese: “Lei è l’unico ad avere le chiavi della stanza?”

“Sì, a parte Edoardo, che ovviamente ne aveva una copia”, rispose Luigi con espressione afflitta. Giulia gli

aveva fatto capire non si trovava in una buona posizione. Ma, d’altra parte, per quale ragione l’amico d’infanzia

e curatore della mostra avrebbe potuto volere la morte dell’artista? Con gli occhi sgranati di Luigi e

l’interrogativo cerebrale del commissario nell’aria, i due si salutarono.

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Il secondo a essere convocato fu Luca Porri, l’“amico” che la sera prima aveva tentato di strangolare l’artista.

In realtà non dovette percorrere molta strada perché si trovava in commissariato, ancora in stato di fermo

per l’aggressione.

“Edoardo è stato trovato morto” gli disse il commissario de Giorgi.

Luca sbiancò e rimase in silenzio.

“Qualcuno è entrato nella sua stanza e ha avvelenato la sua cocaina.”

“Impossibile. Edoardo la portava sempre con sé durante le mostre. Non so dirle il perché: aveva le sue paranoie.”

“Lei ha studiato recitazione?” chiese il commissario.

A quella domanda Luca Porri stranì e si mise ritto sulla sedia con un’espressione piuttosto perplessa.

“Sì, solo per due anni però… ma non capisco cosa possa entrarci…”

“Avrebbe dovuto continuare, le basi erano buone” lo interruppe il commissario. Luca accusò la stoccata e

ammutolì.

“Perché quella messa in scena?” domandò Giulia con estrema naturalezza.

“Sara stava con Edoardo ma era tornata da me.”

“Non capisco, si spieghi meglio.”

“Aveva capito dopo un mese com’era fatto. Come tutti i grandi artisti: paranoico e vizioso. Lei mi disse che

più che amore quello di Edoardo per lei era un’ossessione. Voleva lasciarlo e andarsene da casa sua. Allora

lui le ha offerto dei soldi che lei in un primo momento ha accettato: diceva che così saremmo potuti scappare

insieme e rifarci una vita.”

“La prego, continui.”

“Lui aveva capito che Sara aveva intenzione di scappare all’estero; allora le aveva preso passaporto e carta

di identità due giorni prima della mostra. Quella messa in scena dell’aggressione è servita a distrarre i

presenti. Nel frattempo lei si sarebbe ripresa i documenti che sapeva essere nella valigetta di Edoardo, nella

stanzetta adiacente alla sala principale”

“Forse la sua ragazza invece ha voluto liberarsi definitivamente dell’artista. Non voleva denunciarlo: aveva

accettato i suoi soldi.”

“No! No! È impossibile! Lo odiava sì ma non sarebbe mai arrivata a tanto…”

Il commissario vide il terrore negli occhi di Luca. Di cosa aveva più paura: che la ragazza che amava rischiasse

di essere accusata dell’omicidio dell’artista o che forse quella ragazza l’omicidio l’avesse commesso e

l’avesse così reso complice involontario, manipolandolo abilmente?

Quando il commissario incontrò Sara pensò che la dea delle fotografie e quella ragazza scialba si assomigliavano

poco e provò per lei uno strano senso di compassione.

“Mi può mostrare i suoi documenti gentilmente?”

“Non li ho. Me li aveva presi Edoardo: io avevo deciso di lasciarlo e lui non voleva che me ne andassi.”

“La sera della mostra non se li è ripresi? Durante la scazzottata, intendo.” Giulia notò che la ragazza stava

sudando freddo, continuava a stropicciarsi le mani e non riusciva a stare ferma sulla sedia.

“Sono andata nella stanzetta con l’intenzione di riprendermeli ma non li ho trovati…”

“O forse i documenti erano solo la scusa che ha usato con Luca Porri. Lui l’ha aiutata con la messa in scena

dell’aggressione senza sapere che lei invece stava avvelenando la coca.”

“No, non è andata così. Io ero andata per riprendermi i documenti e non so perché non erano più lì. Ero sicura

che fossero lì. Anzi, erano in quella valigetta.”

Qualche ora dopo, il referto mostrò che sulla busta di coca c’erano le impronte della ragazza. Il commissario

decise allora di tornare per un sopralluogo all’ex stabilimento dove si era tenuta la mostra: sperava di trovare

la chiave di quel delitto. Era difficile mettere in dubbio la colpevolezza della ragazza ma c’era un qualcosa

di eccessivo in quella faccenda. Giulia non riusciva a liberarsi dell’idea che ci fosse qualcosa di ipercostruito.

Forse la chiave era nei documenti di Sara che non erano stati ancora trovati. Non si era accorta che dalla

stanzetta adiacente alla sala della mostra, dove si trovava la valigetta la sera della mostra, si poteva accedere

direttamente al bagno. Era probabile che qualcuno fosse entrato nella stanzetta prima di Sara. Rimase per

un po’ nel bagno e lo perlustrò a fondo. Era già uscita quando tornò dentro correndo: trovò i documenti di

Sara nel porta carta igienica. Il giorno dopo, il referto della scientifica rivelò che i documenti di Sara recavano

le sue impronte, quelle dell’artista e quelle di Luca.

Giulia si era sdraiata sulla sua scrivania rovesciando la testa all’indietro: avrebbe potuto così vedere tutto

sottosopra. La aiutava a pensare in certi momenti e le ricordava quando, da piccola, faceva la stessa cosa alla

finestra trasformando il cielo nel mare. Alcune volte l’evidenza andava rovesciata. In quel momento entrò

Luigi Nitti. Forse aveva bussato e non lo aveva sentito ma… perché cazzo il centralinista, non l’aveva avvisata?

Luigi ora la guardava divertito più che perplesso e questo consolò Giulia. Si ricompose sulla sedia cercando

di non pensare a quale gradazione purpurea avesse raggiunto il suo viso.

“Anch’io ho praticato yoga in passato, mi ha aiutato molto” disse Luigi con un’aria sempre più divertita ma

vagamente complice.

“Che cosa voleva dirmi?” tagliò corto Giulia.

“Ho parlato con un cameriere che serviva al buffet il giorno della mostra.”

“L’ha interrogato, insomma.”

“Assolutamente no, è stato un incontro del tutto casuale” mentì Luigi con poca convinzione.

“E…”

“Avrebbe qualcosa da dirle”

“Perché non è venuto direttamente lui?”

“Oggi deve lavorare tutto il giorno, sarebbe venuto domani ma io ho pensato che potesse essere importante

farlo prima…” Ora era Luigi a essere imbarazzato: forse non voleva dare l’idea di uno che gioca a fare il detective.

Il suo sorriso sincero fece però dileguare ogni imbarazzo e Giulia fissò insistentemente il fermacarte

per non cadere nella trappola di quegli occhi fin troppo profondi.

Un’ora e mezza dopo si trovava davanti a un lussuosissimo ristorante sul Lago.

“Vorrei parlare con Cristian”, domandò Giulia a quello che le sembrava il proprietario, un uomo troppo alto

per essere umano. “

“È in pausa. Lo trova nel retro”, e le indicò la porta.

“Buongiorno.”

“Buongiorno commissario.”

“Mi aspettava?”

“Più o meno.”

Si vede che Luigi gli aveva anticipato la sua visita, oppure il cameriere aveva doti medianiche. “Allora, mi

dica tutto”

“Non so se può avere una qualche importanza, ma mi sono ricordato di un particolare un po’ strano la sera

della mostra”

“Di cosa si tratta?”

“Un guanto. Uno di quelli che usiamo quando serviamo. Era il secondo che cambiavo e quando l’ho tolto ho

notato una piccola macchia. Sembrava sangue; ma io non avevo nessun taglio sulle mani. Niente di niente! È

strano visto che era nuovo : i guanti sono usa e getta”

“Dove si trovavano i guanti di riserva?”

“Nella busta all’interno della scatola nella stanzetta adiacente alla sala della mostra.”

“Perché non l’ha detto prima?”

“Vede… ho pensato male dei miei due colleghi di quella sera. Uno dei due doveva aver riposto il guanto usato

tra quelli puliti.”

I due camerieri, invece, conoscevano bene le regole igieniche del mestiere.

Il sangue era di Luca Porri. Colpa di quella brutta dermatite che gli screpolava le mani e che lo obbligava a

grattarsi di continuo… fino a scorticarsi la pelle. Luca aveva costruito una macchina a orologeria perfetta o

forse in questo caso era meglio dire un dramma ben scritto in cui ogni personaggio svolgeva alla perfezione

il suo ruolo. C’era solo un problema: i personaggi erano ignari di esserlo, ridotti a pedine di un gioco in cui

solo il regista poteva vincere. Ma Luca non era un regista, era un attore. E una piccola svista aveva rovinato

il suo lavoro: alla fine dello spettacolo non si sarebbe beato dello scroscio degli applausi del pubblico.

Luca Porri recitò il suo ultimo monologo davanti al commissario. Il pubblico lo avrebbe di sicuro amato e

Giulia cercò di nascondere a se stessa l’ammirazione per quell’attore che non si era più accontentato della

scena.

“Questa è stata la mia parte: il cornuto ingenuo, il cornuto beffato. Perché recitare sul palco? La mia vita è

teatro. Ma dove riporre l’odio quando la mente si assopisce nella vendetta?”

Luca Porri si era vendicato della ragazza e dell’amico che lo avevano tradito. Anzi, l’aveva scritto nella trama

del suo dramma.

Qualche minuto dopo, il telefono squillò: era il bel Luigi Nitti che invitava Giulia a teatro. Quella sera davano

“Sei personaggi in cerca di autore”.

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LOSER GAME

di Vincenzo Brighenti

Vincenzo Brighenti è nato nel 1975 a Como. Dopo gli studi di ragioneria scopre il desiderio di scrivere. Apre

un blog su Virgilio e poi su Splinder. Stimolato dai commenti positivi dei lettori decide di provare a pubblicare.

Nel 2010, per Giraldi Editore, esce il romanzo Unhappy Years. Si è classificato terzo al “Premio Letterario

Giovane Holden 2010” con il racconto che dà il titolo al suo secondo libro, Le tragicomiche email di Hansi

Müller.

Il corpo della Rodriguez giaceva inanimato accanto al lettino. Indossava un maglioncino Benetton e una

gonna a mezza gamba. La pelle del viso, assai liscia, lasciava immaginare un uso abbondante di creme. “Per

avere 63 anni li porta bene. Anzi, li portava” scosse la capoccia con un moto ondoso in aumento il commissario

Raul Petrini. Che poi chiese, al medico legale:

“A che ora risale il decesso?”

“Alle 19-20 di ieri” fu la risposta.

“Causa?”

“Ancora da accertare. Non ci sono segni di colluttazione. Ci vorranno esami approfonditi.”

“Per il momento grazie, prosegui pure il lavoro” chiosò Raul con taglio notarile. Passò ad analizzare lo studio

della Rodriguez. Sulle pareti campeggiavano alcuni quadri; riconobbe La Solitudine di Chagall. Nel cestino

c’era un bicchiere di caffè vuoto; lo prese per farlo analizzare. Aprì poi l’agenda della Rodriguez; “Che lavoraccio!”

esclamò. Si sarebbero dovuti passare in rassegna tutti i pazienti della dottoressa: solo il giorno del

decesso erano stati sei. Poi c’erano tutti quelli in cura da lei, e nemmeno la clientela storica andava tralasciata.

Quantificò un centinaio di nominativi, o forse più, da vagliare. Gli saltò la scimmia; complessati, bambinoni,

frustrati, fanatici, ninfomani, eccetera. Era il 21 marzo. Aveva sperato in un inizio di primavera migliore. I

suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di Luca Mannoni, il suo fedele aiutante.

“Buongiorno commissario, comandi” disse con devozione.

“Comando… di arrivare in orario! Hai usato una carrozza a cavallo invece dell’auto di servizio?”

“Traffico bloccato in Borgovico, un caos tremendo”.

“Passiamo oltre… non c’è tempo per le chiacchiere. Abbiamo tra le mani una patata bollente, prima riusciamo

a raffreddarla e meglio è per tutti. Te, me e il comando”.

“Cosa facciamo commissario?”

Passarono alcuni minuti, durante i quali il cadavere della Rodriguez fu portato via.

“Mannoni, passa in rassegna ogni centimetro quadrato dello studio; pensa che sia il corpo di tua moglie.”

“Meglio di no…” sibilò Mannoni pensando ai rotoli di ciccia della gentile consorte.

“Inoltre controlla la borsa della Rodriguez. Ogni minimo dettaglio può esserci utile. Ci aggiorniamo più tardi.

Io devo interrogare la prima persona che ha ritrovato il cadavere.”

“Ok. Quando termino il lavoro le mando un SMS.”

“Aahhh!!!”

“Calma… non volevo spaventarla.”

Il portiere Gino Ortelli piangeva con il capo chino su un malconcio tavolo in legno antico. La guardiola aveva

un arredamento spartano. Pavimento in linoleum in stile americano anni Cinquanta. Una serie di ganci appesi

al muro per le chiavi dei vari appartamenti; a occhio circa una ventina. Vi era poi uno scaffale con libri, tra

i quali si notava Contratto collettivo nazionale dei portieri. Quasi nascosta alla vista, nell’angolo destro del

locale, una bustina bianca vuota.

“Mi scusi, è come se avessi ingoiato un chilo di palta.”

“La capisco. Sono il commissario Petrini, devo farle delle domande che potrebbero essere fondamentali per

le indagini.”

“Sigh… proverò ad aiutarla.”

“Grazie. Quand’è che ha visto la Rodriguez per l’ultima volta?”

“Ieri mattina alle nove. Come al solito le ho portato ‘La Repubblica’.”

“A mezzogiorno non usciva a mangiare?”

“Alcuni giorni sì, altri no. Ieri non l’ho vista uscire, o comunque non me ne sono accorto.”

“Certo, certo. Ha notato niente di strano ieri nel viavai dal suo studio?”

“No. Anzi… a pensarci bene qualcosa sì. Verso sera ho visto un paziente uscire di fretta sbattendo la porta

dello studio urlando: ‘Lei è un comunista di merda, che rabbia!’.”

“Questo è interessante. Si ricorda con precisione che ora erano?”

“Suppergiù tra le 18.30 e le 19.”

“Lei in quell’orario è sempre stato in portineria?”

“Sì. Commissario… non per scortesia ma avrei alcune faccende da sbrigare…”

“Le rubo ancora alcuni istanti… La Rodriguez andava d’accordo con gli abitanti del palazzo?”

“In generale sì. A parte alcuni battibecchi per la sosta. La vede quella Twingo nera vicino alla siepe? Non è

proprio il parcheggio che insegnano a scuola guida.”

“In effetti…” aguzzò la vista Petrini guardando quell’auto messa di traverso che avanzava fuori almeno di 30

cm dalle strisce gialle. “Sig Ortelli…da quanti anni lavora in questo stabile?”

“Dieci. Dal 2002. Mi manca poco per la pensione.”

“Quindi conosce la Rodriguez da allora?”

“Era qui da pochi mesi quando sono stato assunto.”

“Ha mai litigato con lei?”

“No. Persona discreta ma gentile, e ora… non c’è più! Che tragedia!” riprese a singhiozzare.

Raul capì che era il momento di girare i tacchi: “Coraggio sig Ortelli… intanto la ringrazio per le informazioni.

Se avrò bisogno ritornerò”. Mise i sigilli alla scena del crimine e si lasciò alle spalle il condominio di via

Zamenhof 4.

“La porta dello studio non è stata forzata. Nella borsa della Rodriguez c’era il portafoglio con alcune centinaia

di euro in contanti. È l’incasso delle sedute di ieri, ho trovato le relative ricevute”, disse Mannoni.

“Da questi elementi si può dedurre che la vittima conosceva bene il suo assassino e che non è stata uccisa

per motivi economici. Altro?”

“Ho trovato degli appunti della dottoressa sul paziente Tiziano Ricciardi, ingegnere informatico. Era l’ultimo

di ieri.”

Un ritratto inquietante: “Affetto da manie di persecuzione, egocentrico, fanatico politico. Padre deceduto;

vive con la madre Sonia della quale è succube. Ha tendenze potenzialmente distruttive che reprime a fatica”.

In data primo febbraio, la dottoressa aggiungeva: ”Sta iniziando a recidere il cordone ombelicale”.

Quelle news fecero sentire a Raul le pile nuovamente cariche: “Mannoni, abbiamo poltrito abbastanza. Adesso

dividiamoci i compiti e risolviamo il caso. Prendi la Twingo della Rodriguez e falla analizzare. Poi recati a

casa sua e vedi se trovi qualcosa che può esserci utile.”

“Commissario, mi piace quando ha queste vampate di ottimismo! Lei come intende procedere?”

“Vado a informarmi dall’informatico. Ho qualche equazione da proporgli, vediamo se me la risolve”.

Salì sull’Alfa 159 e partì in direzione Piazzale Gerbetto.

La sede della Smanettoni S.p.A. era spaziosa e occupava l’intero terzo piano del palazzo. Petrini superò velocemente

la bionda signorina della reception per recarsi a parlare con il titolare dell’azienda. Il quale sostenne

che Ricciardi era assai abile nell’ingegneria informatica, ma nelle public relations non eccelleva. Il commissario

se lo fece indicare e accelerò il passo.

Ricciardi era concentrato sul monitor in maniera feroce. Alcune gocce di sudore imperlavano quel volto pallido.

La zazzera era folta e ben tenuta; qua e là spuntava qualche capello bianco. Petrini, prima di interpellarlo,

lo fissò ancora per alcuni istanti; quel viso non gli era nuovo.

“Buongiorno, sono il…”.

“Ah, lei dev’essere il committente del sito per l’Hotel Athena. Non ho ancora finito; colpa del mio collega Benetti

che ha ben pensato di mettersi in malattia oggi. E quindi devo farmi il culo per due.”

“No. Sono il commissario Petrini.”

“Cosa vuole da me?” sparò bruscamente Ricciardi.

“È stata uccisa la dottoressa Rodriguez, la sua analista. Vorrei alcune delucidazioni da lei.”

“E io cosa cavolo c’entro? Ecco che cosa fa la Polizia, perseguita le persone oneste che lavorano e pagano le

tasse. Con tutta la criminalità extracomunitaria che c’è in giro… è assurdo!”

“Senta! Anch’io pago le tasse e lavoro. Mi faccia la cortesia di accompagnarmi in Centrale, perché ostacolandomi

non ricaverà nulla di positivo”.

Ricciardi, inizialmente, lo incenerì con lo sguardo. Poi si convinse a seguirlo. Per alcune ore la Smanettoni

S.p.A. poteva andarsene al diavolo.

“Da quando tempo andava dalla Rodriguez?” domandò il commissario.

“Circa un anno.”

“Di sua iniziativa o spinto da qualcuno?”

“Che domanda è?”

“Risponda! Corpo di mille bombe!”

“Mia madre Sonia. Io non ero dell’idea… ma alla fine le ho dato retta. Una scemenza sesquipedale.”

“Lei odiava la Rodriguez?”

“Non mi stava molto simpatica. Poi sempre con quella cavolo di ‘Repubblica’ sottobraccio. Commissario, ma

lei non sa i crimini che hanno commesso questi comun…”

“Mi risparmi la tribuna politica. Veniamo all’osso: se non le stava simpatica perché continuava ad andarci?

Lei si diverte a buttare i soldi dalla finestra?” disse Petrini scarabocchiando nervosamente sul notes.

“Era l’unica, seppur a pagamento, che mi ascoltava. Al lavoro sono tutti in burnout. I miei amici, ultimamente,

pensano solo a se stessi. E io sono solo. Come da piccolo, quando mia madre mi costringeva a stare piegato

sui libri perché dovevo essere il migliore. Ma la schiavitù finirà presto.”

Petrini tergiversò alcuni istanti; poi fece prendere le impronte digitali di Ricciardi. Proseguì a torchiarlo per

un bel po’ ma senza esito. Il commissario decise allora di sfoderare il suo famoso sguardo magnetico (che un

tempo mandava in delirio le pulzelle). Fissò dritto negli occhi l’accusato, aggrottò le sopracciglia e:

“Ha ucciso lei la Rodriguez?”

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“No!”

“È stato l’ultimo a lasciare quello studio… non mi prenda in giro!”

“Le ho detto no!” singhiozzò Ricciardi e crollò sconsolato.

Raul decise che, visto che la partita non si schiodava dallo 0-0, era il momento di cambiare tattica. Con modo

accomodante disse: “Va bene, le credo. Ci prendiamo un caffè?”

“Scopa!”

“Sei sempre stata fortunata!”

“Tu invece eri il più stupido della classe. Ma stavolta hai fatto proprio un buon lavoro.”

I due ex compagni di scuola ridevano ricordando i vecchi tempi. La signora si aggiustò il caschetto biondo;

aprì poi la sua borsa Prada rosso fuoco per estrarne una busta gialla contente il denaro e porgerla all’amico.

Che, aprendola, gongolò:

“Con questi posso fare il Cincinnato più tranquillo. Ma perché hai voluto affidarmi questo incarico?”

“Lei ha alzato troppo il tiro con il mio tesoruccio. Ha avuto quello che si meritava” disse mostrando una dentatura

perfetta.

“Sei spietata. Come a scuola, quando non passavi i compiti a nessuno.”

“Ahahah! Dai, facciamoci un caffè.”

“Commissario, commissario! Ho i risultati delle impronte trovate sul bicchiere che era nello studio della Rodriguez!”

Mannoni entrò con un scatto alla Usain Bolt. Le impronte non corrispondevano a quelle di Ricciardi. E non

erano presenti nel database della Polizia. La psicologa era stata avvelenata. I pazienti dell’ultimo giorno

della dottoressa, tranne Ricciardi, avevano tutti un alibi verificabile. La Rodriguez era stato sposata con suo

collega, il dottor Lenzi. Il medico risultava in vacanza in Marocco; al cellulare non era raggiungibile. Durante

l’ispezione nell’appartamento della Rodriguez era stato trovato un biglietto di un parcheggio a Lugano risalente

alla sera del 19 marzo, e la stampata del suo account in un sito di scommesse.

Nel frattempo i nervi di Ricciardi si erano distesi. Dopo aver mandato a quel paese la madre via cellulare e

spedito alcune email in ufficio si sentiva meglio. Sembrava aver passato la patata bollente a Petrini, che stritolò

la pallina di gomma che teneva sulla scrivania. Il commissario si sentiva come quel giocatore che aveva

in mano solo brutte carte e non riusciva a scegliere il male minore.

“Signor Ricciardi, non abbiamo elementi sufficienti per trattenerla. Però resta l’indiziato principale, quindi

non si allontani da Como” disse a malincuore.

“Va bene. Salve” rispose secco.

Raul aveva perso una battaglia ma non la guerra. Mentre Ricciardi stava già per uscire dal suo ufficio, lo

richiamò: “Signor Ricciardi, la lascio andare. Ma mi dica…parlava mai con qualcuno del condominio di via

Zamenhof?”

“Boh, qualche volta con il portiere” rispose Ricciardi.

“Che tipo è?”

“Simpatico, anche se le spara grosse. Dice che vince grosse somme al Casinò e su Internet. E che lavora per

hobby, ma appena va in pensione molla tutto e va in Thailandia. Vive sulle nuvole, e non disdegna qualche

bicchierino…”

“Grazie.”

“Cazzo… ho perso! Che rabbia!” l’Ortelli chiuse rabbiosamente il notebook.

“Se non ci fosse la fortuna vincerebbe sempre…no?” commentò Petrini accarezzandosi la chioma.

“Commissario…è già tornato? Ha trovato qualcosa di interessante nello studio?”.

“No. Ho solo un dubbio da togliermi…come mai la porta di servizio era aperta?”

“Ehm…non saprei commissario. La chiave l’ho consegnata a lei… ricorda? Forse si è dimenticato di chiudere.”

“Può essere… la vecchiaia è una malattia irreversibile. Buongiorno sig Ortelli”.

“Sempre a disposizione”.

Dopo essersi girato per andarsene, Petrini udì un tonfo metallico sulle piastrelle. O forse era solo la sua immaginazione

che galoppava.

“Uff!” Petrini crollò esausto nel suo ufficio al commissariato. La seconda giornata di indagine era stata pesante

come scalare il Tourmalet. La mattinata passata in Svizzera, a parlare con un suo collega della Cantonale.

Poi al casinò di Lugano; infine, dopo un toast al volo, viaggio a Milano per parlare con il direttore di una banca.

Aveva una maledetta voglia di catapultarsi a casa e sprofondare nel Permaflex. Invece doveva attendere

il suo sottoposto per un vertice; e tentare di far combaciare tutte le tessere del puzzle.

“Buonasera commissario? Come va?”

“Mannoni, saltiamo i salamelecchi…sono disintegrato.”

“Come preferisce.”

“Cerchiamo di trovare la quadra definitiva. Allora…nella nuova ispezione sulla scena del crimine ho trovato

questo biglietto. Guarda.”

Mannoni lo scrutò pensieroso; poi “Lo stesso parcheggio, e la stessa sera, della Rodriguez. E anche l’orario di

ingresso e d’uscita coincidono”.

“Non è una coincidenza…ci sono anche le registrazioni delle telecamere. Inoltre il direttore della banca mi ha

confermato a carico della Rodriguez uno scoperto di diverse migliaia di euro. Ha chiesto altro denaro, ma la

richiesta è stata rigettata. Adesso tocca a te parlare…hai eseguito il compito che ti ho assegnato?”

“Sì. È stato difficile, ma grazie alla complicità di una condomina sono riuscito a distrarlo.”

“Lui non ti ha visto?”.

“No.”

“Perfetto. E cos’hai trovato?”

“Questo” e posò l’oggetto sulla scrivania.

Il commissario gongolò talmente tanto che avrebbe stravinto il relativo premio della trasmissione “Striscia

la Notizia”. Ma il gioco non era ancora finito:

“È è lui il nostro uomo. Mannoni… sei libero domani sera?”

“Ehm…veramente no. Sono di riposo, e ho promesso a mia moglie di portarla al cinema a vedere Titanic in

3D. Che pizza!”

“Visto che è in tre dì lo vedrete lunedì, martedì e mercoledì della prossima settimana. Fatti trovare qui alle

20, che abbiamo una serata di gala. Buonanotte”.

“Buonasera signore…vuole giocare?” il giocatore tergiversò. Quel croupier doveva essere nuovo. Ma visto che

gli altri tavoli erano affollati si appropinquò.

“E la prima volta che gioca?”

“No, vengo spesso qui a Lugano.”

“Va bene. Carta?”

“Carta”

“Ventidue”.

“Noo!”

“Un’altra partita?”

“Non è possibile, continuo a perdere! Le carte sono truccate!”

“Se non ci fosse la fortuna vincerebbe sempre… no?”

Si aggiustò il farfallino; dentro di sé si sentiva orgoglioso: aveva imparato il copione alla perfezione. Altro

che nella Polizia, avrebbe dovuto fare l’attore.

“E come faccio a giocare ancora? So che devo farlo, ma non ho più nulla! Sono disperato”.

“Signore posso farle vedere una cosa?” .

“Ma…”

Mannoni mise la mano sotto al tavolo:

“La vede questa? Ogni gioco ha la sua chiave, basta trovarla…”

“Non capisco…”

“Oh, guardi: c’è un biglietto in terra. Deve averlo perso lei mentre giocava”.

“Ma no, non ne avevo.”

“Controlli, non si sa mai.”

Sospettoso lo lesse.

“Che cosa c’è scritto?”.

“Lugano, 19 marzo 2012 ore 23. Sembra del parcheggio.”

“Deve averlo perso qualcuno che è venuto giorni fa.”

“Questo è quello dell’altra sera” impallidì in una frazione di secondo; sragionava anche a causa del whisky

che aveva bevuto a volontà per dimenticare le ripetute sconfitte.

“Ma non è suo.”

“E invece sì, quando quella troia non mi ha voluto prestare i sold…” gli avevano teso una trappola e ci era cascato

come un pollo. “Prenda questo! La mia partita non è finita!” con un diretto colpì Mannoni. Scese a razzo

dallo sgabello, ma percorse pochi metri prima di essere immobilizzato dai poliziotti.

“Caro Ortelli, il destino mischia le carte ma siamo noi a giocare la partita. E lei ha sballato” disse Petrini

mentre chiudeva la porta dell’Alfa 159.

7 8


LA PIPA DEL NONNO

di Antonio Cavadini

Docente e giornalista, Antonio Cavadini è appassionato di tutte le attività creative, e della prosa in particolare.

Ammira le persone che hanno carattere, che sanno esprimere sentimenti forti, che hanno un’anima. La

lettura e la scrittura, in quanto attività espressive, occupano molto del suo tempo libero.

“Contraccambio infine, Egregio Signor Commissario, i più cordiali saluti anche se, certamente per una banale

dimenticanza, non ho trovato i suoi”.

La chiusura dell’avvocato Massimiliano Armati suscitò subito, nell’animo del commissario Valenti, una scarica

di rabbia, vero e proprio rancore.

Una settimana prima l’avvocato si era rivolto al commissario in forma privata lamentandosi delle scarse

prove fornite dalla polizia alla magistratura. Il suo cliente, il pupillo di casa De Angelis, era stato arrestato e

trattenuto in prigione in attesa che il giudice esaminasse il dossier e prendesse le decisioni di sua competenza.

Il commissario non avrebbe mai accettato lezioni di professionalità da chicchessia. Men che meno dall’avvocato

Armati. E glielo aveva scritto, nero su bianco, senza nessuna forma di cortesia, affinché Armati non si

permettesse mai più. La risposta, con la caustica chiusura, non si era fatta attendere.

L’avvocato e il commissario, medesima età, si erano conosciuti già ai tempi delle scuole primarie ed erano

cresciuti insieme, ognuno nelle diverse scelte professionali che il destino aveva molto sovente incrociato. Da

sempre erano impegnati su fronti opposti. L’avvocato era il penalista di maggior grido della città, un vero

principe del foro. Il commissario era poliziotto di rara capacità e di inimitabili intuizioni al quale venivano

affidate le inchieste più importanti e delicate.

Armati disponeva di un eloquio brillante. La retorica era la carta in più che lo faceva emergere nella pur folta

schiera dei colleghi penalisti. La sua abilità era poi sostenuta da una perfetta conoscenza dei codici, profonda

fino alle pieghe più remote. Non c’era episodio di cronaca nera che non finisse sulla sua scrivania. Ma lo

scaltro giurista accettava solamente mandati accompagnati da alte remunerazioni e soprattutto quelli che gli

garantivano sempre maggiore visibilità. Come, appunto, il caso della morte della figlia dell’industriale Martinenghi,

persona di riferimento di una ricca e distinta famiglia.

La giovane, ventenne, era stata trovata senza vita nel monolocale che aveva affittato perché fungesse da

alcova per sé e per Tobia De Angelis, il suo ragazzo. Lapidaria la conclusione dell’Istituto patologico: overdose!

Il sospetto era comunque subito nato, il mattino seguente e dopo i primi riscontri, tra le persone preposte

alle indagini. Nessun elemento, nessun attrezzo (nessun cucchiaino, nessun accendino, nessuna siringa)

nell’appartamento di Serena. Tutti indizi che facevano ipotizzare che la ragazza non fosse stata sola la sera

della morte. Anzi, qualcuno poteva addirittura averla assistita o persino aiutata.

Tobia da qualche giorno sciava con tre amici sulle pendici del Tonale. Subito rintracciato e interrogato, aveva

invocato uno di quegli alibi che resistono alle offensive più spietate degli inquirenti. La sera della morte di

Serena il suo cellulare era collegato con la cella di Zanna, tra il passo e Ponte di Legno. La ragazza era morta

intorno alle ventitré. Alle ventidue e trentotto aveva telefonato un paio di volte a Tobia che tuttavia non

aveva risposto.

Il commissario Valenti, convocato dal giudice dell’arresto, era perfettamente consapevole che gli indizi di

colpevolezza di Tobia De Angelis non avrebbero potuto inchiodare il rampollo e che, senza ulteriori elementi,

al giovane sarebbe stata concessa la libertà. Per la gioia sfacciata dell’avvocato Armati al quale la famiglia

De Angelis aveva scucito un primo cospicuo acconto. Senza ulteriori elementi il commissario sapeva di dover

subire i rimbrotti del giudice e, insieme, gli ancor più insopportabili sarcasmi del difensore. La provocazione

dei saluti omessi ma contraccambiati non era altro che un assaggio di ciò che avrebbe poi ricevuto e incassato.

Valenti lesse e rilesse più volte i verbali del gruppo di indagine. Ripassò nella sua mente la situazione ambientale

del monolocale. Sfogliò le liste degli oggetti sequestrati e repertati. Fissò la sua attenzione su quelli

che potevano avere qualcosa a che fare con il ragazzo di Serena: un pigiama (calzoncini corti) marca “Navigare”,

tre magliette, 2 paia di boxer colorati e aderenti (taglia M), infradito da camera, dentifricio, spazzolino

da denti, sapone da barba Palmolive, lamette Gillette (Sensitive Blue 3), un flaconcino di gel, una pipa, una

scatola di condom, una scheda Viacard, un pacchetto di Marlboro, due CD di Vasco Rossi e la “Gazzetta dello

Sport” di quattro giorni prima.

La sua attenzione si fermò sulla pipa solo dopo la quinta rilettura.

Convocò immediatamente l’ispettore Maurizio Cattaneo, il più affidabile dei suoi collaboratori. Non lo fece

nemmeno sedere.

“Ispettore, accanto alla pipa immagino abbiate trovato del tabacco, dei fiammiferi, il pigino o altro ancora …”

“No, commissario. Nessun accessorio. La pipa era nel beauty …” affermò Cattaneo osservando con discreta

curiosità la reazione del superiore.

Era sembrato subito strano al commissario Valenti che la pipa fosse nel beauty. Poi, a ben pensarci, il commissario

non ricordava di avere mai visto un ragazzo ventenne fumare la pipa. Nemmeno le dita della mano

destra di Tobia, che ricordava candide, portavano segni di tabacco, di cenere, di fumo. Insomma, nessun

piccolo segno di callosità del fumatore. Lo scaltro poliziotto ha l’abitudine di guardare attentamente le mani

degli indagati. Sa che spesso le mani sono più eloquenti delle parole.

“Ispettore, mi porti immediatamente la pipa!” ordinò il commissario.

Valenti aveva una naturale predilezione per le pipe. Ne possedeva una quindicina. E se ne era fatta una

piccola cultura. Ma non aveva mai fumato. Provava semplicemente piacere a tenersele tra le mani, cariche

di tabacco ma spente. Nell’immaginario collettivo – lo aveva imparato a scuola e la pratica quotidiana glielo

aveva confermato – la pipa è sinonimo di pazienza, riflessione, saggezza. È un prolungamento del braccio o

della mano. Se la punti verso un interlocutore ti aiuta a rafforzare l’espressione, il ragionamento. Le parole

sembrano più suadenti. E può persino indicare con precisione un oggetto lontano o il dettaglio di una scena.

Insomma, la pipa può anche essere un originale strumento di comunicazione. D’altronde nella scelta della

professione, il commissario Valenti era stato suggestionato dal leggendario Maigret del quale, attraverso le

letture, conosceva tutte le gesta. E non riusciva proprio a immaginarselo un Maigret senza la pipa…

“Ecco la pipa, signor commissario. Posso essere ancora utile?” chiese l’ispettore.

“No, grazie Cattaneo, la chiamerò più tardi” lo congedò il commissario.

Valenti tolse con molta cura la pipa dal sacchetto di plastica già etichettato, l’appoggiò sul palmo della mano

sinistra prima di stringerla tra il pollice e l’indice della destra e avvicinarla a sé.

Ebbe subito l’impressione di avere tra le mani un oggetto importante. Già a prima vista si trattava di una

pipa di valore (la marca “Castello” è il must delle pipe). Il vaso e il cannello erano stati sicuramente ottenuti

da un artigiano sapiente che aveva lavorato con evidente maestria un piccolo cubo di radica. La fiamma,

visibile da entrambi i lati, dava all’oggetto una stupenda e rara eleganza e gli conferiva evidentemente un

non comune valore pecuniario. Anche il bocchino ne supportava la qualità. La camicia del fornello era spessa

e uniforme e garantiva il lento, regolare consumo del tabacco. Al suo odore corrispondeva immediatamente

una sensazione di piacere. Non era difficile convincersi che la pipa era appartenuta a una persona competente

ed esperta. Non certo a uno sbarbino ventenne.

Osservando più volte e attentamente la camera di combustione, il commissario notò uno strano e quasi

impercettibile rimasuglio di una polverina bianca, quasi fosse talco. Prese la lampada tascabile dal secondo

cassetto della scrivania e illuminò il fondo del fornello.

Valenti telefonò a Costantino, l’autista del commissariato.

“Ti aspetto fra cinque minuti davanti al portone. Mi devi portare immediatamente al Garozzo. Devo interrogare

Tobia de Angelis!” tuonò.

“Signorsì, signor commissario!” tagliò corto Costantino che conosceva bene gli umori variabili del superiore.

Il Garozzo era il nome del quartiere un po’ discosto della città nel quale era stato costruito il carcere distrettuale.

Ed era appunto Garozzo il nome con il quale la struttura era generalmente conosciuta.

Tobia De Angelis si presentò nel parlatorio molto provato. Il carcere è duro e pesante. Il commissario gli si

rivolse dandogli del tu come fosse suo figlio.

“Tobia, da quanto tempo fumi la pipa?” chiese.

Il giovane, che non si attendeva la domanda, capì subito.

“Commissario, la fumo da… da qualche anno, ma… non sempre… me l’ha regalata il nonno…” balbettò mentre

le lacrime rigavano già le guance rosa. Poi, improvvisamente, gridò, pescando il tono di voce nelle poche

riserve rimaste, “Commissario, sono innocente! Lo giuro, sono innocente!”

In effetti, la sera della morte di Serena, Tobia si trovava con i suoi tre amici al dancing “Fuego” di Zoanno,

frazione di Ponte di Legno. Lo avevano confermato i tre amici, interrogati separatamente. Lo aveva confermato

anche Marino Trevisan, il gestore del dancing che ricordava i giovani in preda ai fumi dell’alcol e con la

lingua per terra ai piedi di una ballerina di “lap dance”.

Il giorno dopo il giudice ordinò la scarcerazione di Tobia. Il commissario Valenti, in attesa della prossima e

sicura provocazione dell’avvocato Armati, si trovò così senza un colpevole presunto e possibile. Ma l’inchiesta

sulla morte di Serena non poteva certo essere sospesa. Chiese ancora all’ispettore Cattaneo molti dettagli

relativi alla vita della ragazza: le sue amicizie, i rapporti con i parenti, gli spostamenti, le abitudini e tutte le

altre informazioni che potevano servire all’indagine e volle spulciare personalmente la rubrica del suo cellulare.

Nel diario della ragazza, ritrovato nascosto in fondo al cassetto di una scrivania dismessa, c’erano le date dei

cicli, dei compleanni da non scordare, di ricorrenze, e molti momenti intimi. Numerosi i simboli disegnati o

incollati. Tantissimi anche i fumetti abbinati alle persone care. Poi una serie di aforismi sull’amore e, in una

busta sigillata e incollata alla copertina, altri piuttosto strani.

“È molto difficile far felice il proprio marito; è più facile far felice il marito di un’altra” (Zsa Zsa Gabor).

“Tradire. Parola grossa. Che significa tradimento? Di un uomo si dice che ha tradito il paese, gli amici, l’innamorata.

In realtà l’unica cosa che l’uomo può tradire è la sua coscienza” (Joseph Conrad).

“Se una donna non tradisce è perché non le conviene” (Cesare Pavese).

“Non esiste i tradito, il traditore, il giusto e l’empio. Esiste l’amore finché dura e la città finché non crolla”

(Erri de Luca).

Una frase, per finire: “A, sei il mio grande Amore segreto! TVTB!”

Poi una cinquantina i numeri in memoria. Mamma, babbo, il fratello, la nonna, altri parenti minori. Una tren-

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tina di amiche e di compagne di scuola. Tobia, ovviamente, e Damiano, Matteo, Christian (gli amici di Tobia) e

ancora Lorenzo, Davide e Alain. Per finire tre acronimi: Fibo, Flaro e AA.

Le verifiche dirette prontamente attuate stabilirono che il numero 347 445 66 81 apparteneva a Fiorenzo

Boiani, il 333 555 23 95 a Flavio Romani e il 393 012 01 71 a Carola Portenghi, la moglie dell’avvocato

Massimiliano Armati.

Carola Portenghi? La moglie dell’avvocato Armati? Perché AA? Valenti ordinò un supplemento di indagini.

L’ispettore Cattaneo compose direttamente il numero.

“Pronto?” rispose un voce giovane e gentile.

“Sono l’ispettore Maurizio Cattaneo, Polizia scientifica. Con chi parlo?” chiese con tono deciso.

“Sono Andrea Armati. Posso esserle utile?”

“Oh, scusi, temo di aver sbagliato numero. Scusi il disturbo!” tagliò l’ispettore.

Il cellulare della signora Carola Portenghi doveva essere passato di mano.

Il giovane fu immediatamente raggiunto all’università. Ancor prima che potesse avvertire il padre avvocato,

la polizia accertò che nel suo mazzo di chiavi c’era anche quella del monolocale di Serena Martinenghi in via

Edmondo De Amicis.

Andrea Armati ammise subito di essere stato con lei la sera in cui Serena era mancata, confessò il consumo

di cocaina che Serena nascondeva nella pipa di Tobia e fu arrestato.

Qualche giorno dopo, il commissario Valenti, seduto davanti alla sua scrivania, armeggiò con inusuale scarsa

decisione sulla tastiera del computer. E concluse.

“La prego di gradire, questa volta, Egregio Signor Avvocato, i miei più cordiali e ovviamente distinti saluti”.

commissario Italo Valenti

Non appena ebbe firmato la lettera, tuttavia, il commissario si alzò di scatto come fosse in preda a un raptus

e strappò più volte il foglio buttando poi i pezzettini nel cestino con un gesto violento. Un forte sentimento

aveva pervaso d’un colpo la sua coscienza: una ragazza morta e due giovani finiti nei guai!

Ci sono partite nella vita che non hanno né vincitori né vinti.

Anche i poliziotti, in fondo, hanno un’anima.

LA SCOMPARSA DI GUIDO ANSELMI

di Luciano Cerea

Luciano Leonardo Cerea è nato a Como nel 1954. Maturità tecnica, ha partecipato con regolarità a concorsi

letterari per racconti brevi. Dipinge, pratica diversi sport, ed è maestro di kick boxing. È sposato, ha due

figlie meravigliose, vive e lavora a Como.

Oggi la giornata è stupenda, il sole caldo è un toccasana per la mia povera schiena incriccata. Vedo in lontananza

la bellezza di una vela bianca immersa nel blu del mare di Reggio e, come mi accade quasi sempre

quando sono disteso e rilassato, succede qualcosa che rompe l’incanto, e non solo quello…

Suona il cellullare sulla linea riservata:

“Buongiorno colonnello mi dica.”

“Buongiorno capitano. Ha letto dell’ultima scoperta sulla la pelle artificiale Immagino che non segua puntualmente

le riviste scientifiche.”

Quando fa così mi fa incavolare: che ne sa lui di quello che mi interessa oppure no? “No, non so niente di

pelle artificiale”, gli rispondo con noncuranza.

“Bene le leggo l’articolo che ho in mano: negli Stati Uniti stanno per immettere sul mercato un tessuto sintetico

sotto forma di vernice o crema, dipende dalla densità, capace di rigenerarsi da solo. Può sostituire la

pelle normale. Traspirante, fotosensibile, questa sostanza può…”

“Interessante, ma noi cosa c’entriamo?”

“Ho ricevuto una chiamata dal Ministero degli Esteri, dice che si è presentato un parente di Guido Anselmi; lo

scienziato scomparso qualche anno fa, che crede che sia ancora vivo e vuole riaprire le indagini. Capitano si

ricorda vero della scomparsa di Guido Anselmi?”

Cazzo: sempre con queste domande!

“Ricordo che non si riuscì mai a sapere se fosse stato rapito, se fosse semplicemente voluto sparire. Morto o

no, non riesco a cogliere il collegamento con la pelle artificiale.”

“Il cugino sostiene che la formula chimica segreta con cui è stata concepita la sostanza sia la stessa ideata da

Guido Anselmi e che quindi lo scienziato possa essere ancora vivo, tuttavia…”

“Colonnello non vorrà mandarmi a fare indagini negli Stati Uniti…”

“Caro Ernesto si tranquillizzi, deve andare solo a Napoli, incontrare questo parente, capire se ci sono delle

basi reali per aprire un’indagine e farmi un rapporto il prima possibile in modo che possa riferire al ministro.

Partenza immediata. In Questura, via Medina 75, troverà tutto il necessario.”

Arrivo a casa e senza una parola mi infilo nella doccia. Ho bisogno di riflettere. Poi vado in terrazzo, mia moglie

mi aspetta con una menta fresca in mano e mi chiede:

“Dove ti mandano questa volta?”

“Devo andare a Napoli a verificare se un tizio è veramente morto oppure no. A proposito ti dice niente il

nome Guido Anselmi?”

Mi guarda con supponenza, poi apre il suo archivio mentale: “Gli hanno dedicato una puntata di ‘Chi l’ha visto’.

Sembra che nel tragitto, in treno, tra Napoli e Palermo Guido Anselmi sia scomparso. Il caso aveva fatto

scalpore perché i giornali di gossip raccontavano che aveva trovato una crema che faceva ringiovanire la

pelle. Qualcuno diceva che l’avesse usata anche lui sul treno, e che quindi fosse salito vecchio e sceso giovane

e irriconoscibile, per poi scappare lontano con un’amante. Altri invece pensano che sia stato rapinato e

poi buttato giù dal treno in corsa e che il corpo non sia mai stato riconosciuto per via della crema che si era

messo. La supposizione più fantasiosa ipotizzava che fosse stato rapito dalla CIA”.

“Caspita, sei un’enciclopedia vivente, ma come mai ti ha interessato così tanto questa vicenda?”

“Mi aveva colpito soprattutto la storia di suo cugino. Mi sembra che fosse il suo unico parente: era arrabbiatissimo

con tutti, non voleva rilasciare interviste. Dava l’impressione che del povero Guido non gliene importasse

niente, ma che comunque bisognasse intensificare le indagini per ritrovare non tanto lui, ma soprattutto

la formula…”

Mentre rifletto sulle parole di mia moglie, capisco che questa inchiesta sarà un’altra bella gatta da pelare.

In questura a Napoli mi accolgono bene. Mi aspettavano. Mi accompagnano in quello che sarà il mio ufficio

dove trovo il dossier di Guido Anselmi, l’indirizzo del mio albergo e le chiavi di uno scooter come avevo

chiesto. Ringrazio.

“Di nulla commissario, a vostra disposizione.” Battito di tacchi e uscita marziale dell’appuntato Salvatore.

Tipo particolare questo assistente: bene educato, preciso, diligente, ma dallo sguardo assente, preoccupato.

Avrei preferito avere accanto a me qualcuno meno cupo.” Mentre penso, sento bussare:

“Avanti.”

“Buongiorno, sono Aristide Giordano commissario capo.”

“Buongiorno,” rispondo io. Dovrebbe essere il mio diretto superiore qui a Napoli, ma io ho un incarico speciale

e temporaneo, quindi non dovrebbe interferire nelle mie indagini. Sembra che mi abbia letto nel pensiero:

“Sono semplicemente venuto a conoscerla e salutarla, non si si preoccupi non interferirò nelle sue indagini.

Ho ricevuto ordini precisi da Roma, ma se ha bisogno di noi, mi raccomando, per qualsiasi cosa non esiti a

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chiedere, siamo a sua completa disposizione.”

“La ringrazio dottor Giordano, stavo iniziando a leggere il dossier, vedremo in seguito come si svilupperanno

le indagini. La ringrazio ancora per l’accoglienza.”

“Si figuri commissario, è un dovere, a presto.”

E anche questa è fatta, penso tra me e me: “Il territorio è stato occupato. Adesso si comincia a lavorare”.

Apro la documentazione e inizio a leggere:

Guido Anselmi, scomparso misteriosamente nel dicembre del 1999 all’età di quarantacinque anni. Laureato

in biologia cellulare all’Università di Pisa, master in Genetica molecolare all’Università di Stanford. Segue

l’elenco di una serie di sue pubblicazioni. Ha subito una serie d’interventi al cuore e uno per un aneurisma

dell’aorta. Quest’ultima operazione lo ha costretto a letto per oltre due mesi cambiandogli radicalmente il

carattere: è diventato taciturno, scontroso, poco collaborativo con i colleghi di ricerca.

Vita privata: viveva in un modesto appartamento nei pressi dell’università, guidava una Micra anni ’80. Amava

la musica pop in particolare Madonna. Vedeva e rivedeva in maniera ossessiva film di Greta Garbo e di

Marlene Dietrich.

Preferenze sessuali: presumibilmente omosessuale.

Chiudo il dossier, sono stanco e la schiena mi fa male, non vedo l’ora di sdraiarmi. L’albergo che mi hanno

trovato è a circa un chilometro dalla questura e posso tranquillamente arrivarci a piedi. Prima di andare a

riposare però chiamo il mio assistente per un ultimo incarico:

“Salvatore prendi appuntamento con il signor Giancarlo Anselmi, il suo indirizzo e numero di telefono lo trovi

sulla mia scrivania. Se riesci per domani mattina grazie”.

“Ai suoi ordini commissario, lo chiamerò immediatamente.”

L’albergo è modesto, ma pulito, come piace a me. Vorrei rileggere il dossier, ma sono troppo stanco, non credo

nemmeno che uscirò a fare un giro.

Che dormita! Ora mi sento meglio, mi è ritornato il buon umore e credo di avere anche le idee più chiare.

La città è movimentata e rumorosa. Sono solo, non so quanto resterò qui, non conosco nessuno e tutto mi

è estraneo, ma il vociferare allegro della gente è confortante. Mi fermo in un bar e ordino un caffè. Sulla

tazzina c’è impressa una frase: “Nu surse e piacere”. Sorrido tra me e me. Comunque continuo a guardarmi in

giro. Ed è proprio scrutando la folla che intravedo Salvatore, in borghese, mentre parla in maniera concitata

con un tipo con un aspetto davvero poco raccomandabile. Gli faccio una foto con il cellulare. Mando una mail

con allegata la foto a Valeria, una mia collaboratrice della questura di Reggio, e scrivo: “Dimostrami che sei la

migliore e identificami quello con la faccia cattiva. Un abbraccio Ernesto”.

In questura c’è già Giancarlo Anselmi che mi aspetta. Lo saluto e gli chiedo di avere ancora qualche attimo di

pazienza. Sono ancora molto colpito per l’efficienza di Salvatore. In ufficio riordino le idee, scrivo una scaletta

di domande da fare, poi faccio entrare questo tizio:

“Prego si accomodi, e mi racconti tutto”.

“Caro commissario, la scomparsa di mio cugino è avvolta nel mistero. Temo che a suo tempo le indagini per il

suo ritrovamento siano state sospese prematuramente.”

“Capisco, ma mi scusi la franchezza: su quali basi oggettive lei vorrebbe che si riaprisse l’indagine, dopo tutti

questi anni, e proprio ora?”

“Sono convinto che la formula chimica della nuova sostanza scoperta in America sia la stessa scoperta da

mio cugino. Io ho in cassaforte la formula originale, mi basterebbe confrontarla per capire con certezza. Se

fosse la stessa è molto probabile che mio cugino sia vivo!”

“Come saperlo… non credo proprio che ci facciano confrontare la formula.”

“Se interviene la diplomazia, secondo me sì!”

“Lei è molto deciso vero? Ma non è così facile mi creda. E poi come mai è in possesso della formula? Ma

soprattutto come mai non l’ha mai resa pubblica, oppure venduta, oppure…”

“Guido mi diede la formula da conservare, era preoccupato. Era convinto che qualcuno per impossessarsene

avrebbe attentato alla sua vita. Mi aveva fatto promettere di mantenere la formula segreta. A tutti i costi. Io

così ho rispettato la sua volontà.”

“Capisco.” Scruto attentamente il mio interlocutore. Dicono che gli occhi siano lo specchio della verità. Io ci

credo poco, ma sono piuttosto bravo a capire se qualcuno mente oppure no. In questo caso Giancarlo mentre

parla mi guarda sempre dritto negli occhi e non gesticola. Solo ogni tanto, ma con insistenza, si massaggia il

collo. Alla fine può anche essere un comportamento del tutto normale.

“La ringrazio dottor Anselmi, se riapriamo le indagini le facciamo sapere.”

“Non sono laureato”, puntualizza. “lo era mio cugino, io sono solo agente di commercio.”

“Vedrò cosa posso fare”, cerco di tranquillizzarlo.

Appena uscito, riascolto l’intera conversazione che ho registrato sul cellulare, prendo appunti e rifletto. Sento

un bip, è arrivata la mail di Valeria:

“Si chiama Antonio Lo Russo, è un pregiudicato: camorrista, spacciatore, strozzino. Un Salutone Valeria.”

Rispondo semplicemente “Grazie”, e chiamo in ufficio Salvatore. Lui vorrebbe rimanere in piedi, ma io lo

faccio sedere di fronte a me d gli chiedo a bruciapelo:

“Lei, fuori sevizio, frequenta abitualmente noti camorristi come Antonio Lo Russo?” Salvatore diventa rosso

come un papavero. Il fatto che sia passato a dargli del “lei”, deve averlo inquietato ulteriormente.

“Volevo aiutarla nell’indagine commissario.”

“Si spieghi meglio”, gli intimo mentre lo fisso severamente.

“Qui da noi bisogna convivere con la Camorra, e così molte volte noi chiudiamo gli occhi su certe cose, così in

cambio loro ci tengono informati su tante altre…”

“Quindi?”

“Quindi gli ho chiesto di informarsi su questo Giancarlo Anselmi.”

Rimango sorpreso. Immaginavo chissà cosa e invece Salvatore ha voluto solo aiutarmi. Ci devo credere?

“Non è buona cosa chiedere favori a certa gente. Prima o poi si è costretti a ricambiare, e quasi sempre lo

scambio è svantaggioso. Comunque: scoperto qualcosa?”

“Giancarlo Anselmi è un tipo strano, si assenta frequentemente da Napoli, forse per lavoro. Il suo appartamento

è come un laboratorio chimico, pieno di boccette e alambicchi. Non frequenta nessuno. Esce raramente

e solo di sera, mentre quando è a casa vede vecchi film in bianco e nero. I vicini si ricordano nell’estate

scorsa di una situazione buffa: faceva caldo e l’Anselmi aveva preso il sole in terrazzo, in calzoncini e

canottiera. Beh aveva fatto ridere tutti perché era diventato rosso come il fuoco, ma solo sulle gambe, sulle

braccia e sul collo; la faccia era rimasta completamente bianca come un cadavere…”

“Andiamo a trovare Giancarlo Anselmi, mi è venuta un’idea” dico io. “Ci faccia seguire da una volante. A sirene

spente mi raccomando.”

Salvatore mi guarda stupito, ma si è già alzato pronto ad ubbidire.

La palazzina dove abita Giancarlo Anselmi si trova nel quartiere Vomero, ci è voluto un po’ per arrivarci. Ci

fermiamo un centinaio di metri prima per non allarmare nessuno, poi proseguo solo con Salvatore. L’ordine

è quello di attendere il mio segnale. Nel cortile vedo posteggiata una vecchia Micro, ma questo fatto non mi

sorprende più di tanto. Suoniamo il campanello e Giancarlo Anselmi si presenta sulla porta in ciabatte, pantaloni

corti e camicia. Sta per dire qualcosa, ma io l’anticipo con durezza:

“Buongiorno Guido!”

L’uomo mi guarda e cerca di fare un passo indietro, smarrito. Io lo trattengo per un braccio, e con un movimento

repentino dell’altra mano gli strappo la camicia. Molto evidente sullo sterno appare una lunga cicatrice

chirurgica.

“Lei è in arresto per il reato di false dichiarazioni sull’identità. Articolo 496 del codice penale. In questura ci

dirà anche cosa è successo a suo cugino.” Poi mi rivolgo a Salvatore:

“Chiama gli altri.”

In questura, messo ai ferri corti, Giancarlo alla fine confessa tutto. Seduto in ufficio con la finestra aperta,

sento il brusio della città che si muove. L’aroma delle sfogliatelle appena sfornate mi fa rimpiangere la dieta

che mi sforzo di rispettare, ma tutto sommato, adesso, in questo preciso momento, mi sento in pace con me

stesso e con il mondo. Leggiamo questa deposizione:

“… che fine ha fatto suo cugino Giancarlo?”

“È morto.”

“Di cosa è morto?”

“L’ho ucciso io. Ero esasperato. Mi ricattava, minacciava che avrebbe reso nota la mia omosessualità a tutta

la comunità scientifica se non gli avessi consegnato la formula. A quei tempi nessuno lo avrebbe accettato,

mi avrebbero tagliato fuori da tutti i comitati. Voleva vendere la formula al miglior offerente, a tutti i costi,

ma io non volevo, la formula non era ancora perfetta, non lasciava filtrare i raggi infrarossi, doveva essere

trattata periodicamente, poteva ancora essere aggredita da batteri esterni. Giancarlo però non sentiva ragioni,

voleva guadagnare tanto e subito…”

“Come l’ha ucciso?”

“Stavamo litigando furiosamente, io ho perso il controllo e l’ho accoltellato.”

“E del corpo cosa ne ha fatto?”

“Buttato in mare.”

“Poi ci dirà dove esattamente, ma perché ha confessato? Ormai il corpo non sarebbe stato più ritrovato,

avrebbe potuto dire che era sparito e basta…”

“Non ce la faccio più, sono uno scienziato, non sono un assassino. Lo sogno tutte le notti, mi perseguita anche

da morto.”

“Poi cosa è successo?”

“Ero stanco, distrutto, avevo deciso di sparire. Sono andato a Rio ho fatto una plastica al viso assumendo le

sembianze di Giancarlo, la mia crema mi ha aiutato molto in questo, poi sono tornato in Italia.”

“Era al sicuro, insomma, E allora, perché si è esposto così? Perché voleva riaprire le indagini per la scomparsa

di Guido Anselmi?”

“Quando ho letto che la sostanza per cui avevo lavorato per tutta una vita era stata scoperta da altri, avevo

assolutamente bisogno di confrontare la composizione, di capire se erano riusciti a risolvere i miei problemi.

Era troppo forte questa mia curiosità, non sono riuscito a resistere, e poi come le ho detto sono devastato

dal rimorso e dagli incubi, dovevo per forza fare qualcosa.”

“Allora, dottor Anselmi, la dichiaro in arresto per l’omicidio di suo cugino e per la soppressione del suo cadavere.

Lei ha diritto a un avvocato… bla bla bla.”

13 14


Telefono al mio capo:

“Buona sera colonnello, il caso è risolto. Vi ho mandato via fax il dossier con tutti i dettagli, l’avete letto?”

“Sì, sono a conoscenza di tutto. Devo riconoscere che è stato bravo, mettere insieme indizi in apparenza così

poco significativi come la non fotosensibilità della crema, l’operazione al cuore, l’auto, i suoi gusti cinematografici:

non era semplice. La invito a rimanere a Napoli ancora un mesetto in modo da chiudere tutte le pratiche

burocratiche, poi può tornare tranquillamente a Reggio. Mi raccomando acqua in bocca con i giornalisti,

di questa vicenda non devono sapere assolutamente niente. Al ministro riferirò io personalmente. Grazie

ancora e complimenti.”

“Colonnello le chiedo una cortesia. Qui in questura c’è un certo Salvatore Vitale. È bravo ed efficiente, ha

collaborato attivamente alla risoluzione del caso, merita qualcosa, ci pensa lei?”

“Vedremo cosa si può fare. Arrivederci capitano.”

“Sempre ai suoi ordini. Arrivederci colonnello.”

“Salvatore prenotami un biglietto per dopodomani per Reggio. Se c’è qualche problema mi chiami. Con il

Frecciabianca in quattro ore sono di nuovo qui.”

Anche se sono le ventitré in camera fa caldo. La pala sul soffitto muove l’aria, ma non serve a niente, non

riesco a dormire e sono agitato. Sento bussare:

“Chi è?”

“Sono la cameriera.”

Che cazzo vuole. Mi alzo con fatica e vado ad aprire.

“Dottore, ha bisogno di compagnia?”

La guardo, mora, rotondetta, ci penso su un attimo poi le dico: “Ma sì, entra”.

Le verso in un bicchiere un po’ d’acqua e menta, poi le chiedo:

“Come ti chiami?”

“Annunziata.”

“Quanti anni hai?”

“Venti, ma quante domande mi fa dottore.”

“Mi fai vedere la carta d’identità…”

AGENZIA INVESTIGATIVA SORMANI: QUELLO CHE NON DICIAMO OGGI

VE LO DIREMO DOMANI

di Emilio D’Agostino

Emilio D’Agostino è nato a Como nel maggio 1963. Scrive per la necessità di rifugiarsi in una visione del

mondo migliore, rispetto a quello che ci circonda, auspicando che qualche frammento del suo personale,

fantastico, virtuale mondo parallelo, possa contaminare quello reale.

Camminando, con la notte sulle spalle, decise di non andare a casa a dormire, ma di ritornare in ufficio. Sentiva

il bisogno di vedere, ancora una volta, la sua Vigevano dall’alto. Da quella finestra che dava su Piazza

Ducale. Il giovedì precedente, la società immobiliare proprietaria del palazzo lo aveva convocato ricordandogli

che mancava poco al termine ultimo per consegnare l’appartamento. Nel momento in cui ci si rende conto

di perdere qualcosa, o qualcuno, allora si cerca di viverne, disperatamente, gli ultimi momenti. Capì insomma,

che quella stanza piena di carte in disordine, faldoni appoggiati per terra e mobili rimediati, rappresentava

tutto il suo mondo.

Fece le scale di corsa e l’affanno lo colse puntuale al suo pianerottolo del terzo piano, tanto da doversi piegare

per lo sforzo. Non riuscì a salutare neppure la signora Iole, che lo aveva squadrato dalla testa ai piedi,

come faceva sempre – giusto un gesto con la mano, per poi usare il portone d’ingresso come appoggio per

entrare nel suo studio, ancora ansando. Buttò sull’attaccapanni il cappotto di loden blu e si avvicinò alla

finestra. Si mise a rimirare la Piazza, come un innamorato al primo incontro con la propria donna. Poi, si

appoggiò alla sedia della scrivania. Gli occhi erano pesanti. Ebbe il tempo di girarsi e sedersi, per poi poggiare

il capo sulla sua cartella di pelle. Se qualcuno l’avesse visto in quel momento, avrebbe notato un sorriso

infantile stampato in volto, come un bimbo che dorme felice. Raro per lui, Guido Guidi, professione: investigatore

privato, ormai uomo adulto cinquantenne, nato a Vigevano, ma residente a Pavia, in Via Calchi numero

quattordici, in possesso di regolare licenza del Prefetto di Pavia. Laureato presso la Facoltà di Psicologia,

in possesso di attestato triennale di tirocinante e di successivi corsi di specializzazione. Celibe e senza prole,

abitante con il padre Casimiro, pensionato, ex portalettere per Poste Italiane e da quattro anni collaboratore

dell’agenzia d’investigazione il cui nome è: “Agenzia investigativa Sormani quello che non vi diciamo oggi ve

lo diremo domani”.

“Guido… Guidino… Sveglia. Sono quasi le nove! Potevi avvisarmi che non rientravi a casa! Preferisci una sedia

e un tavolo in ufficio, a un comodo letto da una piazza e mezza?”

Papà Casimiro era appena entrato in ufficio, dopo aver appoggiato le borse della spesa, proprio vicino alla

faccia del figlio. L’odore forte del gorgonzola, il formaggio preferito dal “vecchio”, svegliaò Guido, che fece

una faccia schifata.

“Papà, il lavoro…”

“Il lavoro, ma quale lavoro? C’è solo la tua signora formosa. Di clienti, ne abbiamo solo uno… anzi, visti i tuoi

ultimi ritardi… dovrei dire una…”

“Non fare illazioni. Io sono un professionista!”

“Sì, un professionista dei paraculi! Beh, vedo che ci sono novità… Intravedo in piazza due tizi che hanno alzato

lo sguardo dalla nostra parte. Saranno due clienti.”

Guido si alzò di scatto, rischiando di cadere, per vedere la scena. Pochi secondi dopo, si risedette, scuro in

volto:

“ Papà, continui con le tue minchiate! Quelli non sono due clienti… uno è l’ispettore capo Facocero e l’altro è il

suo attendente, il sovrintendente Mugolino.”

“E che vengono a fare da noi?”

“Adesso tiro fuori la palla di vetro e te lo dico, eh? Che cacchio ne so? Tra poco vedrai che…”

Proprio in quella, suonò il campanello della porta. E continuò a suonare per parecchi secondi.

“È aperto!” urlò Guido.

Entrarono, prima con passo militare l’ispettore Facocero e poi, con titubanza, il Mugolino.

“Carissimo ispettore, qual buon vento?” si fece avanti papà Casimiro, tendendo educatamente la mano. L’ispettore,

sprezzante, lo fissò con disgusto, per poi continuare, rivolgendosi al figlio seduto:

“È lei, il signor Guido Guidi? Titolare dell’agenzia Sormani?”

“Sì. Desidera?”

“Conosce il geometra Franco Pestalozzi, con studio immobiliare in via Cesare Battisti a Vigevano?”

“Sì. È un mio cliente. Da circa due settimane.”

“Da diciotto giorni”, lo corresse il sovrintendente.

“Se lo dite voi, vuol dire che lo sapete. E allora, che cosa me lo avete chiesto a fare? Le ragioni di queste

domande, di grazia fiorita?” aggiunse Guidi.

L’ispettore rispose, con una punta di nervosismo:

“La ragione è che il geometra Franco Pestalozzi è stato trovato cadavere nella propria abitazione di Pavia

ieri, ventiquattro marzo, alle ore ventidue, dalla governante appena rientrata dalla giornata di riposo. È stato

ucciso con una stilettata al cuore.”

Guido impallidì. “Ho capito bene? Il geometra Franco Pestalozzi è stato ucciso ieri, lunedì ventiquattro mar-

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zo, alle ore ventidue!”

“Devo farle lo spelling, Guidi? Sì, il geometra Pestalozzi è stato ucciso ieri sera. Ha capito, o glielo devo mettere

per iscritto!”

“Porca mignotta! Abbiamo perso il cliente!” esclamò papà Casimiro.

“Papà… contegno”, lo zittì Guido, rimanendo però serio in volto e cercando intanto di assimilare la traumatica

notizia.

“Ora, signor Guidi, mi deve riferire tutto quanto è a sua conoscenza riguardo la vittima. Senza nessuna

reticenza. Per ora la sento come persona informata sui fatti e nel suo studio. Non mi faccia tornare con un

mandato di comparizione…”

“E chi vuole comparire! Le dico tutto presto e bene. Dunque…”

“Posso andare a pagare le bollette, Guido?” intervenne il padre alzando una mano, come uno scolaretto.

“Sì papà, paga le bollette”.

“Ti preparo gli spaghetti con il pomodoro, o ti faccio la solita bistecchina con un’insalata di…”

“Ma fai quello che vuoi, basta che esci.”

“Che modi inurbani… Arrivederci ispettore!” concluse il pensionato, accostando con delicatezza la porta.

“Stavo dicendo, ispettore… Franco Pestalozzi mi telefonò il mese scorso, anzi aspetti che guardo in agenda.

Mi segno sempre le telefonate fatte e ricevute” riprese Guido e si mise subito a scavare nella montagna di

carte sullo scrittoio, in cerca dell’agenda. “Ah ecco! Dunque… ho ricevuto la telefonata per l’appuntamento dal

geometra Pestalozzi, mercoledì sei marzo e mi sono recato nel suo ufficio il giorno dopo, alle ore dieci. Per

farla breve, mi ha dato mandato per svolgere indagini sulla moglie, la signora Samantha Gussoni, perché si

diceva certo che lei lo tradisse con un altro uomo.”

“Nel colloquio che è intercorso, ha notato il Pestalozzi preoccupato?”

“No, assolutamente no. Anzi, mi ha dato l’impressione di essere una persona molto sicura di sé. Devo aggiungere

che non aveva sospetti particolari sul cornificatore…”

“Lei quando ha iniziato le sue indagini?”

“Guardo le schede delle uscite che compilo per ogni cliente… Dunque, ho iniziato a seguire la Gussoni sabato

nove, dalle quindici e trenta per tutto il giorno, e poi ogni due giorni, diversificando le fasce orarie di controllo”.

“Risultato?”

“Posso affermare con certezza che la Gussoni spendeva per shopping, o per spese di casa, una media di cinquecento

euro al giorno.”

“Ah, però! E del maschione cornificatore?”

“Beh, per ora ho solo un sospetto, signor ispettore. Era nelle mie intenzioni…”

“Quale sospetto? Non mi faccia perdere tempo, Guidi!”

Con una pausa, data dalla riluttanza di dover dividere quell’informazione, scaturita dal lavoro a chi l’avrebbe

forse sfruttata in malo modo, Guido continuò:

“Credo che la signora abbia un debole per un commesso del negozio d’abbigliamento Helen, di Via Popolo…

Da qui le spese ripetute, soprattutto in quella sede. Qualche cosa me la può dire lei adesso, ispettore. Pensate

a una rapina finita male? Era inserito il sistema d’allarme? Il colpo di stiletto che ha ucciso il geometra,

poteva essere stato inferto da una donna, o da un uomo?”

“Minchia, ma quante domande mi fa, dottor Guidi?” rispose l’ispettore dopo aver sbuffato smodatamente.

“Crediamo che non possa essere scartata l’ipotesi della rapina, in quanto lo studio è stato trovato completamente

a soqquadro anche se, pare, non sia stato rubato nulla di prezioso. Forse l’omicida cercava qualcosa.

Il sistema d’allarme era disinserito, ma ha dichiarato la governante che il geometra non sempre lo attivava.

Lo stiletto è un’arma bianca che non ha bisogno d’eccessiva forza per raggiungere lo scopo mortale, ma in

questo caso la lama è entrata completamente nella carne, all’altezza dello sterno, perciò compatibile con un

soggetto maschile.”

“Ma anche con uno femminile”, chiosò Guidi.

“Sì, ma non credo”, riprese l’ispettore. “Bene Guidi, grazie per l’informazione, che ricambio con una sul suo

cliente. Sapeva che in poco tempo era diventato lo strozzino più potente di Vigevano? Poteva avere perciò

molti nemici. Tornando alle corna, so che in questo campo, lei è il migliore di Vigevano, quindi scaveremo noi

nella vita di ’sto commesso. Ha qualche altra sensazione su questo delitto, dottor Guidi?”

“Ispettore, è la prima volta che mi trovo coinvolto, indirettamente, in un delitto. Delitto d’interesse; delitto

passionale; punizione per uno sgarro, chi lo sa? Di solito, il mio lavoro è appunto semplicemente quello di

osservare, a debita distanza, mammiferi a due zampe… molto spesso cornuti.”

All’ispettore Facocero quella battuta piacque molto. Si mise a ridere in maniera sguaiata e uscendo dall’ufficio,

non salutò. Il sovrintendente Mugolino non aveva capito la battuta, ma iniziò a ridere lo stesso, per

assecondare il capo. Mentre scendevano le scale, l’ispettore sentenziò a voce alta al suo sovrintendente:

“Quello, non me la racconta giusta…”

Usciti i due, Guido si mise la mano nei capelli, pensando che per la sera stessa, aveva un appuntamento a

cena al ristorante Rococò, con la signora Samantha Gussoni, fresca vedova Pestalozzi.

“Cacchio, Samantha!” ragionava l’investigatore, “ora la polizia la pedinerà, sospettandola del delitto. Metterà

sotto controllo la casa, con le ambientali e le linee telefoniche e… cacchio! Tra due giorni, con i tabulati delle

conversazioni, vedranno le sue chiamate fatte all’agenzia. Non posso richiamarla. Devo passare da casa, con

qualche scusa. Magari lascio alla governante un avviso che…”

In quella, squillò il telefono.

“Pronto, agenzia investigativa Sormani, quello che non vi diciamo…”

“Sono Samantha, Guido,” Passarono pochi, ma interminabili secondi: “Hanno ucciso Franco, nel suo ufficio.”

“Ho saputo signora Gussoni”

“Ma che fai, mi dai del lei?”

“Si, come sempre faccio con i miei clienti. Stavo per telefonarle per informare che avevo ritenuto opportuno

disdire l’appuntamento concordato, data la situazione…”

Dopo altri secondi, la Gussoni riprende:

“Ho capito… d’accordo. Faccia come crede, signor Guidi.”

Appoggiata la cornetta, Guido si rimise le mani nei capelli e sconsolato sbottò:

“Che figura di merda! Oggi pomeriggio devo congegnare un piano di battaglia con il mio vecchio.”

Dopo la bistecchina con insalata verde, nel tinello di casa Guidi, si svolse la riunione operativa. Guido consultava

una cartella e parlava al padre, fermo in piedi davanti a lui:

“Papà, la situazione è seria. Dobbiamo fare insieme mente locale sulle informazioni raccolte negli ultimi giorni,

non dimenticando che l’ispettore Facocero ci controllerà, pensando a chissà quali segreti non gli sono stati

riferiti…”

“Ma a noi cosa ce ne cala, Guido? Avevi un cliente che ti aveva detto di seguire la consorte ed adesso è defunto?

Bene! Ci teniamo l’anticipo e si chiude il caso. Lascia fare alla Questura!”

“No! Io potrei già restituire la somma anticipata alla vedova, ma le mie indagini non posso esaurirle così, a

metà. Noi non abbiamo nulla da temere.”

“I tuoi rapporti con la Gussoni, per esempio…”

“Papà, ci ho parlato due volte e sempre alla presenza della governante. È la signora Pestalozzi, che mi ha

telefonato due volte, ed alla seconda, mi ha invitato a cena al Rococò.”

“E dici niente!”

“Io sono un professionista, quante volte te lo devo dire? Non nego che Samantha… volevo dire la vedova

Pestalozzi, ha un notevole fascino, ma è la moglie del cliente. E basta. Ho già riferito agli inquirenti della

relazione con quel Johnny, il commesso cubano.”

“Potrebbero essersi messi d’accordo per farlo fuori!”

“È un’ipotesi… a pensarci Johnny, il cubano, è un bel maschione di un metro e novanta. Frequenta tre volte

alla settimana una palestra di Pavia. In ogni caso, ricapitoliamo le nostre conclusioni. Allora, vediamo gli

appunti… colloquio con il geometra Pestalozzi, che ora ho saputo essere uno strozzino. Casa e studio lussuoso.

Oggetti e suppellettili sono autenticamente del tardo medioevo. Ha in alcune vetrinette una collezione

di balestre finemente lavorate di varie dimensioni. Il geometra mi ha impressionato per essere una persona

molto sicura di sé. È un agente immobiliare da poco attivo a Vigevano e opera nel campo della compravendita

di ville di pregio. Afferma che da un anno la moglie lo tradisce. Non ha sospetti. Ho pedinato anche il

geometra. È un metodico. Rientra sempre a mangiare alle dodici ed alle sette di sera. Pranzi e cene preparate

dalla governante brasiliana. La moglie, Samantha Gussoni, è laureata in Architettura e ha venti anni meno del

marito. L’ho pedinata la prima volta sabato otto marzo. È una splendida creatura…”

“Hai visto dove finisce la tua professionalità?” intervenne, sarcastico babbo Guidi.

“Fammi continuare a leggere, che poi voglio risentire i tuoi, di appunti. Dunque, la signora Pestalozzi spende

molto nel negozio Helen. S’intrattiene parecchio con il commesso. Martedì diciotto marzo: è entrata quasi

all’orario di chiusura ed è rimasta nel negozio, a saracinesche abbassate. Le ha abbassate il commesso.

Giovedì venti marzo: pedino la signora. Lei aspetta in auto che il cubano esca dalla palestra e i due vanno al

Motel ‘Tre stelle’ all’imbocco dell’autostrada A7. Usciti alle ventidue e trenta. Ho la prova del nove. Adesso

fammi risentire i tuoi appunti su cosa pensava la gente dei signori Pestalozzi…”

Dopo aver inforcato gli occhiali, papà Guidi iniziò la sua relazione, con molta serietà:

“Ore otto…”

“Di quando?”

“Ah! Scusa… di sabato otto marzo. Festa della donna.”

“Questo, lo sanno anche i bambini. Cosa c’entra?”

“C’entra, perché con la scusa della festa, ho ammollato una mimosa a Nina Zagalo, la governante dei Pestalozzi,

mentre usciva da casa.”

“Ah! E fai la morale a me!”

“Fammi rileggere Guido, che perdo il filo. Portata a bere caffè. Mi ha riferito che il signor Pestalozzi è un

vero signore, che l’ha voluta come badante della madre, cinque anni fa e poi, morta la madre, l’ha tenuta

come governante. ‘Lui, sì che è un signore, lei invece è una puttana’. Lei la moglie…”

“Avevo capito…”

“La governante precisa che i vicini gli vogliono bene. Questo è vero. Tutti i vicini di casa da me sentiti, parlavano

bene di lui, del geometra. Sempre educato, anche se molto riservato. Per la moglie non ci sono apprezzamenti

pesanti come quelli fatti da Nina.”

“Aspetta un attimo papà. Perché il caffè a quell’ora con la governante?

“Perché era il suo giorno di riposo, mi ha detto.”

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Passano pochi secondi, poi Guido improvvisamente strappa di mano gli appunti al padre, che reagisce esclamando:

“Ma che ti prende?”

“Fammi rileggere. Cacchio, c’è qualcosa che non torna. Anzi, molte cose non tornano. Mi tocca chiamare Facocero

e dargli la buona novella.”

“Io non ci ho capito niente e poi quale buona novella? Non siamo ancora a Pasqua!”

Guido, dopo circa mezz’ora, era nell’ufficio di Facocero, letteralmente a bocca aperta dalle novità snocciolate

dall’investigatore. Dopo una serie d’accertamenti, svolti anche con la collaborazione dell’Interpol, i due decisero

di convocare per la sera stessa alle venti, presso studio dello scomparso geometra Pestalozzi, la vedova

Samantha Gussoni, il suo boy friend Johnny Juantorena, la governante Nina Zagalo e due vicini di casa dello

scomparso, abitanti sullo stesso pianerottolo, tali Gilberto Gola e Giannetta Bianchetti.

L’ispettore, il suo sovrintendente e Guido arrivarono ben prima delle diciannove. Ad aspettarli la governante.

Guido e l’ispettore entrarono da soli nello studio, in compagnia di alcuni uomini della scientifica e si richiusero

la porta alle spalle.

Alle venti, entrarono anche gli altri convocati.

Dopo pochi minuti, nel grande studio Pestalozzi, entrarono anche l’ispettore e Guido, che cercò di non incrociare

lo sguardo di Samantha Gussoni.

“Signori, per chi non mi conosce sono l’ispettore capo Aristide Facocero, della Questura di Vigevano. Vi ho convocato

perché siamo nella convinzione che tra voi si nasconde l’assassino, o l’assassina, del geometra Pestalozzi,

ottimo professionista, ma anche ottimo finanziatore a strozzo, vero signor Gola?”

“Non capisco a cosa intende riferirsi ispettore, con queste affermazioni false e tendenziose che io…”

“Cosa fa, Gola, si è preparato a memoria la frasetta di rito? Lei segnalava, caro Gola, da buon conoscitore

dell’ambiente finanziario di Vigevano, i clienti più interessanti ed organizzavate con Pestalozzi le tabelle di

rientro: trentacinque, quarantacinque, sessanta per cento, su somme da dieci, venti, quaranta mila euro. Solo

che Pestalozzi si era stancato di questo traffico, o forse voleva mettersi in proprio, sta di fatto che lei signor

Gola, iniziava ad innervosirsi…”

“Come sapete queste cose?” insorse il signor Gola.

“La minchiata che avete combinato è stata quella di aver dato soldi a strozzo a Peppe mano lesta, uno dei

nostri informatori più anziani. Ci sono bastate poche ore per avere queste notiziole…”

“Commissario, non l’ho ucciso io Pestalozzi!”

“Non esalti troppo il nostro Facocero, che è ancora un semplice ispettore, caro Gola”, intervenne ridendo Guido.

“Sappiamo che non è stato lei a uccidere il geometra.”

“Aveva qualche movente in più la signora Gussoni. Il geometra si era stancato di essere cornificato in maniera

tanto plateale ed aveva dato incarico al nostro investigatore Guidi di indagare sulla questione”, riprese l’ispettore,

mentre lo sguardo corrucciato della signora Pestalozzi, metteva Guido in difficoltà. L’ispettore continuò:

“Abbiamo scoperto che c’era di mezzo un’eredità: abbiamo sentito il notaio di famiglia poco fa. Ci ha anticipato

che una notevole parte dei beni saranno di proprietà della vedova, ma Pestalozzi ha dimostrato di voler

bene alla propria città disponendo la donazione di circa dodici appartamenti di Vigevano, con destinazione

diversa: ricovero per anziani, coppie in difficoltà, ostello per la gioventù. Una sorta di rimorso postumo, per le

attività poco pulite perpetrate nel tempo.”

“Quel pirla!” commentò la Gussoni scuotendo la testa, per sottolineare il suo disgusto.

“Chiaramente, non potevate immaginare questa novità del testamento, ma siamo convinti che non siete stati

voi due, vedova e boyfriend, a organizzare l’assassinio.”

A questo punto l’ispettore fece entrare due agenti nello studio per sorvegliare le uscite. Dopodiché, iniziò a

girovagare nella stanza, osservando gli astanti.

“Con la consulenza del signor Guidi però, ci siamo convinti che chi ha commesso il delitto, aveva scientificamente

pensato di far ricadere i sospetti proprio sulla signora Gussoni, che poteva vantare qualche ottimo

movente: il menage a trois, le spese pazze nello shopping, l’eredità. E, in effetti, chi ha ucciso, come la signora

Gussoni, conosceva il geometra, le sue abitudini, la casa e, soprattutto il fatto che non inserisse abitualmente

il sistema d’allarme durante la giornata. L’assassino, o l’assassina, è una persona che poteva entrare e uscire,

senza suscitare sospetti. Poi è venuta pure l’idea di simulare una rapina, per far perdere tempo agli inquirenti.

Un guazzabuglio, ma portato avanti con un disegno preciso. Anche se il disegno, qualche volta può perdere i

contorni… ed allora, tuo padre Guidi…”

“Sì, qualcuno ha fatto un errore nel riferire il suo giorno di riposo, vero signora Nina Zagalo? O devo chiamarla

Helena Soarez De Souza?” disse Guido.

Il silenzio perfetto scese nella sala, con tutti gli astanti, che puntarono ora con lo sguardo sulla governante

brasiliana.

“Mi posso sbagliare io, nella pronuncia, ma non l’Interpol, nella sostanza” riprese l’investigatore privato. “Gli

abbiamo mandato una delle foto fatte da me alla signora De Souza, con il teleobiettivo. Dopo quella dichiarazione

sul giorno del riposo fatta alla polizia, si pensava che avesse dovuto essere il lunedì, invece parlando

con mio padre la signora brasiliana afferma che era il sabato. Lei signora Bianchetti, cosa mi dice? Da dirimpettaia

e amica della vittima, qual è il giorno giusto del riposo?”

“È il sabato. Di certo non il lunedì” rispose con sicurezza la Bianchetti, guardando con ripugnanza la De Souza.

“Lo sapevo… Da questo elemento, ho poi ragionato sul fatto che solo lei sapeva, dall’inizio, del mio incari-

co d’investigazione privata nei confronti della signora Pestalozzi. A sapere dei nostri due incontri; l’unica a

poter contare su un allarme non attivato; l’unica a farsi intestare, in qualità di seconda beneficiaria, le due

polizze sulla vita del geometra, ammontanti a ben due milioni di euro; l’unica, soprattutto, a sapere come uccidere

un uomo in maniera pulita e veloce, colpendo lo sterno.” A questo punto Guido fece uscire improvvisamente,

con un tocco teatrale da una manica della giacca uno stiletto imitando il gesto dell’omicida. “Un’arma

facile da nascondere… del resto non ha ucciso così anche suo marito a Caracas, signora De Sousa?”

“Filho de puta!” sibilò la governante.

“Innanzitutto lasci stare la mia povera mamma, in secundis, mi faccia continuare. l’Interpol ha fatto un

riscontro dei documenti da noi spediti per via informatica, alla banca dati internazionali. Risultato? Tutti

documenti falsi. Non esiste una signora Nina Zagalo. Con i suoi bei connotati, esisteva semmai una Helena

Soarez De Souza, che ad appena diciannove anni aveva ucciso il marito, con una stilettata al cuore, dopo

avergli sottratto denaro e valori dalla cassaforte. Certo che a questo punto, occorreva qualcosa di diverso

per l’omicidio Pestalozzi; un colpo di classe, credo, per poter far pensare che l’assassino fosse un uomo, e un

uomo di notevole forza. Un commesso cubano, per esempio…”

“Filha de puta” esclamò Juantorena, cercando di colpire la governante. Ma fu fermato in tempo dai due agenti.

“Calma, calma”, proseguì Guido, “e, soprattutto, non copiatevi i complimenti! Dicevo… cosa dicevo ispettore?”

“Cosa diceva?”

“Andiamo bene! Ah! Dicevo, che mi aveva incuriosito molto la preziosa cura dei particolari nell’arredamento

voluto dal geometra per questo studio. In particolare i tappeti “ e iniziò a girare nella stanza, indicando gli

oggetti ai presenti. “I vasi, i decori, gli splendidi mobili di legno massello, tutti del tardo medioevo, compresa

la splendida collezione di balestre, custodite in capienti vetrinette. E sapete, signori, perché sono importanti

queste balestre? Perché con una di queste balestre è stato ucciso il nostro povero Pestalozzi, vero De Sousa?

Non fiati eh? Gli errori che hai fatto sono due: il giorno riposo sbagliato e aver usato non la balestra a crocco,

da leva, a girella, ma il balestrino. Cosa è il balestrino? Ho preso appunti da Wikipedia. Dicesi balestrino

balestra molto piccola che si tendeva mediante una vite disposta lungo il teniere e messa in moto dal di dentro

del calcio. Si poteva portare nascosta, per cui era considerata arma proibita ovunque dai bandi sulle armi.

Lanciava un cortissimo dardo”. Dove è stato l’errore della signora De Sousa? Che il geometra amava pulire

personalmente tutte le balestre, in maniera quasi maniacale, ma aveva la necessità di sentirle nelle mani,

questo lo sapeva solo sua moglie, vero signora Pestalozzi?”

“Certo, Franco usava i pennellini e le accarezzava come fossero sue creature.”

“Grazie signora Pestalozzi. Capito, signori? Tutte le balestre venivano pulite, ma sapete dove non abbiamo

trovato impronte? Sul balestrino! Questa minuscola balestra che vedete, è stata caricata con lo stiletto e nascosti

entrambi, probabilmente in una manica del vestito. Cara donna del Brasile, non dovevi usare i guanti.

Il tuo padrone non lo ha mai fatto…”

A queste parole, la De Sousa cercò di fuggire, ma gli agenti la immobilizzarono, ammanettandola.

Dopo i reciproci ringraziamenti tra forze di Polizia e agenzia investigativa in toto, arrivò, dulcis in fundo,

un’email del notaio, che informava di una clausola testamentaria che vedeva beneficiaria l’agenzia investigativa

Sormani, dell’appartamento sede di lavoro, quale saldo dei servigi per l’incarico.

“Gli avevo parlato dell’ultimatum dato dalla proprietà. Non potevo immaginare che dietro la società immobiliare

ci fosse lui, Pestalozzi,…”

Guido tornò dalla sua amata la sera stessa. Dalla finestra, posta dietro alla sua scrivania, il suo sguardo s’indirizzò

alla sua destra, rapito dall’ardimento architettonico della cattedrale e dalla sua caratteristica forma

concava. L’illuminazione artificiale, riusciva ad esaltarne le forme morbide, come se la chiesa fosse stata

creata in marzapane, e non in marmo pregiato. Dopo una rapida occhiata alla torre del Bramante, cercò di

indovinare il lavorio di pietre della pavimentazione, con i lampioni impreziositi da raggi, realizzata da altre

pietre chiare. Gli affreschi rinascimentali con fiori, piante e fiere. Poi, per seguire il volo di un piccione, spostò

lo sguardo sui vecchi coppi, su comignoli e gli alti camini antichi. Si rese conto che quella piazza costruita

nel tempo con stili e soluzioni diverse, era uno scrigno anche un poco suo. Si sentì soddisfatto di questo pensiero

e si riaddormentò, ancora una volta sulla scrivania, con ancora un sorriso infantile stampato in volto,

come un bimbo che dorma felice.

19 20


IL PREZZO DI UN AMORE

di Alessandro Dragoni

Alessandro Dragoni dice di sé: “Una biografia? Brutta e poco interessante. 31 anni, celibe, occupato saltuariamente”.

Puntuale come tutte le mattine, alle 7.00 precise Teruca (così la chiamavano gli amici ma il suo nome era

Teresa) entrò nello stabile di via Volta, prese la rampa a destra e, giunta al primo piano, entrò nello studio

del dottor Lucini, uno dei più noti commercialisti della città, per compiervi le pulizie quotidiane: aveva un’ora

scarsa di tempo prima che cominciassero ad arrivare le impiegate. Dopo aver reso lindi i due grandi saloni

pieni di scrivanie e aver lavato a fondo il bagno delle maestranze, varcò la soglia del lussuoso ufficio privato

del professionista: sussultò d’istinto, e dopo aver messo a fuoco la scena che le si presentava davanti, corse

via urlando colta da palpitazioni.

Il commercialista Lucini era stato trovato a terra nel suo studio, prono, nudo, incaprettato: una corda bianca

legava insieme le mani, dietro la schiena, con le gambe rivolte all’indietro e tenute in tensione dalla stessa

corda che gli passava intorno al collo: il poveretto si era autostrangolato.

Il tenente Mossi, una volta finiti i rilievi del Reparto di Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri, cui aveva

silenziosamente assistito soffermandosi ad osservare a lungo il cadavere rilevandone la bruttezza goffa e

quasi ridicola, poté finalmente chiudersi nell’ufficio con i suoi tre più fidati sottoposti e dedicarsi a spulciare

ogni carta, documento e bigliettino: era questo, sosteneva, che lo avrebbe condotto a risolvere il caso, non

le costose e inutili (e per lui sconosciute) apparecchiature di quelli del RIS. Era la prima volta che gli capitava

un cadavere ucciso in quella maniera, e si augurò che fosse l’ultima.

Dopo 5 ore di intenso lavoro l’unica cosa interessante che trovò fu uno scontrino da 90 centesimi emesso

da un bar di Palermo un mese prima e che la vittima aveva nel suo portafoglio, rinvenuto al suo posto nella

tasca posteriore sinistra dei pantaloni.

Seduti con il loro capo per fare il punto della situazione, i tre carabinieri l’osservavano perplessi mentre giocherellava

con lo scontrino, lo scrutava da vicino, lo annusava, lo arrotolava con lentezza per poi dispiegarlo

e lisciarlo con cura.

“Palermo, Palermo…” disse Mossi. “Cosa ci faceva un commercialista di Como a Palermo?” Il suo sguardo era

perso nel vuoto, non guardava i suoi collaboratori, pareva che parlasse con se stesso. Balzò in piedi, e finalmente

li fissò negli occhi, esaminando ciascuno per qualche secondo. I tre uomini, come al solito, attesero

in apparente trepidazione: il tenente era maestro nel creare attese, caricare l’atmosfera senza alcun motivo,

fare di un granello una montagna, creare aspettative per un nonnulla.

“A casa del dottor Lucini!” concluse. Non gli domandarono niente, perché tanto sarebbe stato inutile. Il loro

capo era così: con la testa fra le nuvole, perso nel suo mondo, probabilmente un po’ folle. Ma era il capo, e

così si limitavano ad andargli dietro, senza farsi domande, incapaci di comprendere la sua logica.

Però non era così semplice. Ci volevano i mandati necessari per la perquisizione in casa del defunto e quindi,

nel frattempo, Mossi volle interrogare la segretaria del dottor Lucini.

Convocata in caserma, Fernanda Alessi in Purito appariva visibilmente sconvolta, e tratteneva a stento le

lacrime. Il tenente fu colpito dalla bellezza disarmante della donna, in particolare dai profondi occhi verdi in

cui ci si sarebbe, anche se arrossati dalla tensione emotiva, persi per sempre.

“Signora, mi permetta di esprimerle le mie condoglianze.”

“Grazie”, disse la Alessi abbassando lo sguardo.

“Vorrei chiederle se lo studio ha clienti in Sicilia, in particolare a Palermo”. Lo sguardo della segretaria si fece

lucido, serio e profondo, alzò gli occhi in quelli del carabiniere. Fu un attimo, li riabbassò subito e scoppiò in

un pianto scrosciante.

“Sicilia?…” riprese dopo pochi secondi tra i singhiozzi “Ma no, i nostri clienti sono tutti nelle province di

Como, Lecco, Varese… Qualcuno a Milano… La prego, non ce la faccio, non ce la faccio…”

“Mi scusi, signora”, disse Mossi prendendo le mani della donna nelle sue. “Mi scusi davvero. Torni pure a casa

e si riposi. Ci rivedremo quando starà meglio.”

La donna stava già per uscire quando il tenente la richiamò: “Mi perdoni, ma devo chiederglielo, non posso

evitarlo: cosa ha fatto ieri sera dopo il lavoro?”

“È una persona crudele, lei: sono andata a casa, da mio marito, e non ci siamo più mossi,” rispose quasi offesa

la Alessi e se ne andò, a passo svelto, risoluta nel non rispondere più a nessuna domanda, che tra l’altro il

servitore dello stato non aveva intenzione di farle. Singhiozzava, lacrime lente le scendevano sul viso, il suo

sguardo esprimeva un disappunto quasi rabbioso.

Ottenuti i mandati necessari, i quattro carabinieri si trovavano a Villa Roccabianca, a Torno: quattro piani,

2500 metri quadrati di giardino e attracco privato sul lago. Dopo ore e ore infruttuose passate ad analizzare

l’ufficio del dottore, i quattro si dedicarono al resto della casa: passata mezz’ora il brigadiere Arnaboldi, cui

era stata assegnata la camera da letto del defunto, chiamò eccitato il suo capo, che si era perso nella soffitta

tra qualche centinaio di vecchi libri polverosi: spulciando mutande, calzini e camicie, il brigadiere aveva trovato,

in fondo al comodino, un cellulare Nokia, vecchio di una decina d’anni e del valore di pochi euro. Mossi,

la cui capigliatura era integrata da una grossa ragnatela, prese l’oggetto e lo guardò come fosse un qualcosa

di sconosciuto e incomprensibile, poi volse gli occhi al suo brigadiere e disse: “Proviamo”. Aprì il telefono e si

accertò che contenesse la SIM.

Eseguiti gli accertamenti con l’operatore telefonico, la SIM risultò essere intestata a Gioacchino Franciamore,

residente a Gela, nato nel 1938. Da quando era stata assegnata, cinque anni prima, la SIM aveva avuto un

traffico in entrata e in uscita con un solo numero telefonico, intestato a Ciro Tornatore, avvocato in Palermo.

Tramite i colleghi del capoluogo siciliano, Mossi venne a sapere che il Tornatore era in odore di mafia ma

che, nonostante alcuni processi subiti, non era mai stato condannato. Convinto ormai che i siciliani avessero

voluto punire con la morte il loro basista comasco, pur non avendo le idee chiare sui traffici di cui si occupavano

insieme, Mossi fece mettere sotto controllo il telefono dell’avvocato.

Il lavoro di intercettazione fu affidato alla caserma di Palermo, che quotidianamente riferiva ai colleghi

comaschi. Dopo 15 giorni qualcosa si mosse, ma non nel senso che il tenente si sarebbe aspettato: parlando

col vicedirettore della filiale di Corleone del Banco di Sicilia, Tornatore, udibilmente nervoso, si fece scappare

questa frase: “Qualcuno ci ha fottuto, i nostri affari con la croce bianca vanno a puttane. Scopriamo chi è

stato e sistemiamolo”.

Passarono altri quindici giorni. La routine della caserma assorbì del tutto il tenente, che dalle intercettazioni

non ebbe nessuna nuova. Una domenica, Mossi si alall’alba, dopo una rapida colazione uscì col suo cucciolo

di pastore australiano, Barabba, quattro mesi di vitalità canina, e dalla sua casa di via Crispi si diresse

verso Brunate, attraverso il sentiero che passa per San Donato. Camminava in fretta, stando dietro a fatica

al suo cane, ma ciò nonostante riusciva a riflettere, deciso a mettere in ordine le idee a proposito dell’omicidio

di Lucini, che lo rodeva dentro come un tarlo affamato. La croce bianca… la croce bianca… “La Svizzera!”

esclamò il tenente. Barabba si fermò, scodinzolando, e si voltò verso il padrone; alcuni animali del bosco,

probabilmente mufloni (sì, mufloni a Como… Lucini ancora non riusciva a capacitarsene, dato che alle medie

aveva imparato che i mufloni stanno solo in Sardegna!), corsero via velocemente. Mossi cadde in una sorta di

catalessi mistica, rimase in piedi, immobile, lo sguardo fisso, i pensieri persi in un vortice disordinato, il cane

gli girava intorno mugugnando, incapace di richiamare l’attenzione del padrone. Dopo dieci minuti un sorriso

sornione si dischiuse sulle labbra del tenente, che dall’uragano cerebrale aveva estratto e messo in fila via

via delle tessere sempre più numerose in grado di produrre una logica armonia. Prese il telefono, verificò

che ci fosse campo e chiamò la sua caserma.

“Arnaboldi, sei tu?” disse quando dall’altro capo risposero.

“Salve capo, cosa fa già in piedi alle 7.30 nel suo giorno libero? Comunque non sono Arnaboldi, sono Crippa…”

Senza neanche avere ascoltato, Mossi riprese con decisione: “Entro 12 ore voglio sapere tutto, ma proprio

tutto a proposito della signora Fernanda Alessi in Purito e del suo consorte”.

“Va bene capo. Volevo dirle anche…”

“Cosa fai ancora lì, Arnaboldi? Via, via, al lavoro!” e chiuse la comunicazione. Camminò per trenta chilometri,

compiendone almeno due e mezzo di dislivello verticale, su e giù per le sue montagne, perdendosi nella fatica

che gli produceva una rigenerante e ambitissima libertà mentale. Si fermò solo mezz’ora per un piatto di

pizzoccheri e mezzo litro di rosso (oltre a qualche litrata d’acqua) in una baita nei pressi del monte Boletto.

La sera, verso le 18.30, rispose a una telefonata del brigadiere Arnaboldi. Parlarono per venti minuti.

“Domani alle 8.00 precise voglio te, Crippa e Smorgon a casa mia”, disse in conclusione.

“Ma veramente Smorgon è di riposo domani…”

“Ciao, a domani, puntuali mi raccomando…”

Alle 9.30 di lunedì mattina il tenente, coi fidati Arnaboldi, Crippa e Smorgon si presentò allo studio del fu

commercialista Lucini. Accolti nell’ufficio che era stato del dottore, Mossi esordì con fare cerimoniosamente

amichevole.

“Buongiorno signora Alessi”, disse con un ampio sorriso.

“Che sorpresa, tenente. A cosa devo la sua visita?” rispose lei sorridendo, ma i suoi occhi tradivano cupezza

e un vago timore.

“Vedo che è lei adesso che comanda”, Mossi camminava per l’ufficio guardandosi in giro. La Alessi aprì un

cassetto della scrivania, ne estrasse un foglio che porse al tenente. Si trattava di un atto notarile, attraverso

il quale il dottor Lucini donava, in caso di morte, la propria attività e il proprio studio alla sua segretaria,

ringraziandola per gli anni passati al proprio servizio.

“Dottoressa, entrando ho notato che ha assunto un nuovo impiegato. Si tratta per caso di suo marito?”

“Beh, mio marito ha lavorato vent’anni come ragioniere presso una tintoria. Da tre mesi era rimasto senza

lavoro. Ho profonda stima professionale nei suoi confronti, oltre ad amarlo profondamente.”

“Ragioniere in una tintoria… Interessante. Si vede che il settore gli piace dato che, suo marito una tintoria o

lavanderia l’ha fatta saltare in aria quando aveva quindici anni, giù ad Africo, in Calabria”. La Alessi arrossì

violentemente.

“Tre anni dopo si è trasferito a Como” continuò il tenente, “ma non ha mai perso i contatti con la propria

terra.”

L’atteggiamento della donna cambiò di colpo: “E con questo?” disse urlando. “Ha fatto uno sbaglio da ragazzi-

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no, poi si è trasferito, ha lavorato sodo rifacendosi una vita.” Ansimava.

“ Non è stato uno sbaglio da ragazzino. Suo marito, nonostante adolescente, era al soldo di una ’ndrina.”

“Come si permette?”

“Adesso lei mi fa parlare e la smette di interrompermi” disse il tenente alzando la voce. Il suo tono era perentorio.

“Il signor Purito fu beccato”, continuò, cominciando a camminare lentamente con le mani dietro la schiena.

“Per questo i suoi padrini lo mandarono quassù a Como: ormai in Calabria aveva perso la propria verginità

penale. Qua da noi avrebbe potuto rifarsi una vita normale, senza bombe e senza armi, e diventare un tranquillo

ragioniere dalla vita monotona e abitudinaria. Io credo che lei sia davvero molto innamorata di suo

marito, e questo è il dramma della sua vita. Vi siete sposati giovani, a vent’anni lui già lavorava e lei studiava

economia. Lei ha concluso brillantemente i suoi studi, suo marito continuava il suo tranquillo lavoro. Lei

ha cominciato la sua carriera presso un piccolo studio notarile di periferia. Sette anni fa in Calabria hanno

deciso che il tempo era giunto: suo marito, e con lui la sua bella moglie (anzi proprio in virtù della sua magnifica

consorte), sono diventati necessari. Suo marito le ha spiegato chi era, cosa aveva fatto e di quale associazione

criminale aveva sempre, pur dormiente, fatto parte. Lei si è trovata di fronte a un bivio: rimanere

col suo uomo che tanto amava (ed ama) pur sapendolo un criminale oppure lasciarlo per non immischiarsi

nei suoi traffici. La risposta la conosce molto bene. Le hanno fatto lasciare il suo lavoro: aveva le credenziali

e il curriculum per farsi assumere da un commercialista, un commercialista che trafficava con la Svizzera per

conto della mafia siciliana, probabilmente per esportare valuta e riciclare denaro. Ci ha messo poco a fare

carriera e diventare il braccio destro del professionista. Contemporaneamente le hanno fatto sfruttare le doti

fisiche che la natura le ha donato e il suo fascino a cui nessun maschio sano rimane indifferente. È diventata

la sua amante, l’amante di un ricco commercialista bruttino e scapolo che non aveva mai avuto la capacità e

forse neanche l’ambizione di metter su famiglia. In breve il dottor Lucini l’ha messa al corrente dei suoi traffici,

lei lo ha assecondato ed è addirittura riuscita a diventarne l’erede. Pover’uomo: convinto di avere l’amore

spassionato e sincero di una donna affascinante e straordinaria come lei, che nel frattempo ha continuato

ad amare suo marito e di conseguenza a servire i suoi padrini ’ndranghetisti. Lei ha carpito fino in fondo i

segreti e i meccanismi profondi dei suoi traffici, è venuta a conoscenza di ogni movimento, cliente e ingranaggio

degli affari curati da Lucini per conto dei siciliani, ovviamente all’insaputa di questi ultimi. I tempi

erano maturi: le hanno fatto uccidere il suo capo, in stile mafioso, in modo che, qualora fossero stati trovati

dei collegamenti tra Lucini e l’isola, l’omicidio sembrasse opera di cosa nostra. Probabilmente ha intrigato

il suo amante, spingendolo a provare una nuova inebriante esperienza erotica, l’ha legato, con maestria, e

invece di farci l’amore l’ha lasciato morire lentamente. Suo marito le ha fornito l’alibi. Ha fatto sparire ogni

carta, traccia e file riguardante le operazioni illecite. Gli affari milionari sono passati nella mani dei calabresi,

lei è diventata il ponte comasco tra la ’ndrangheta e le casseforti svizzere, coadiuvata, imbroccata e guidata

da suo marito”. Mossi si fermò. Fernanda, gli occhi rossi, il respiro affannoso ma granitica nella sua dignità,

parlò, con una calma che contrastava con il suo atteggiamento fisico.

“Lei è pazzo. Straparla. Non ha una prova.”

“Sì, è vero, non ho una prova, le mie sono solo deduzioni, ma le troverò in breve. Signora Purito, lei ha gettato

via la sua onestà, la sua dignità e anche la sua intelligenza, per amare un criminale, diventandolo a sua

volta. Io le offro la possibilità di redimersi, almeno con se stessa, confessando ogni cosa, adesso.”

“Se ne vada”, disse con un filo di voce, “lei non ha il diritto di stare qui.”

“Sentito ragazzi?” disse rivolto ai collaboratori. Poi le prese le mani nelle sue,: Fernanda teneva gli occhi bassi

ed era calma, docile. “La saluto, signora, lei ha perso la testa per un uomo tanto tempo fa…” fece una pausa

di qualche secondo, lei rimase impassibile e immobile. “Ci rivedremo presto”.

Venti giorni dopo Antonino Purito e la sua consorte furono trovati morti nello studio della donna, presso il

quale lavorava anche lui, uccisi da un colpo di pistola alla nuca.

La domenica successiva, nonostante fosse l’ultima di aprile, il tempo era pungentemente fresco e un venticello

nordico tendeva a penetrare nelle ossa. Sebastiano Mossi, legato il cane a un palo della luce nel parcheggio

del cimitero, appoggiò delicatamente una rosa rossa sulla tomba di Fernanda Alessi in Purito, una donna

che aveva, nella propria vita, decisamente ecceduto in amore.

QUEL GRAN BASTARDO DEL COMAVARO

di Cristiana Gazzaniga

Cristiana Gazzaniga è la pimpante nonna di Roby 20, Massi 17, Ari 11, Lolly 7 e l’attempata mamma di Winny,

3 anni, chihuahua.

Era stato ucciso con un grande coltello da cucina, conficcato dal dietro.

La lama era entrata diritta al cuore, e probabilmente lui era stramazzato al suolo e subito morto, forse con

un rantolo. A terra il sangue si era allargato formando un disegno che sembrava un lago con le rive frastagliate.

La sua camicia scozzese era inzuppata dal rosso cupo e anche i pantaloni di velluto verde chiaro

erano tutti macchiati. Dove non c’era sangue c’erano macchie di unto, soprattutto sui bordi delle tasche e in

fondo vicino all’orlo. Il coltello, grande, con la lama sporca di sangue ormai secco, aveva il manico avvolto

in una pellicola trasparente, tipo il domopack che si usa in cucina per avvolgere i cibi. Era vicino al corpo. In

quella casa tutto sembrava sporco e unto, e in più si avvertiva l’odore aspro e nauseante del sangue e del

morto.

Il carabiniere Ortalli guardò attentamente la scena, girò attorno al cadavere e sentì qualcosa sotto la scarpa,

si appoggiò al muro e cercò di guardare cosa fosse. Sotto la suola di gomma, tipo carrarmato, si era incastrato

qualcosa. Si appoggiò meglio e lo tolse. Era un mezzo sigarillo marrone, la punta piatta, come se dopo

essere stato fumato fosse stato accuratamente schiacciato su di un posacenere, fino a dargli quella forma.

Prese un fazzoletto dalla tasca e lo ripose con molta cura. Poi fece sedere quella donna tremante su una seggiola

di ferro bianco da giardino appoggiata al muro.

“E lei non ha visto niente? È la donna di servizio vero?”

“Sì… non ho visto niente, quando sono arrivata questa mattina l’ho visto a terra, e tutto quel sangue… ho

aperto il portone e lui era steso vicino alla porta del suo studio”, cominciò a singhiozzare e si soffiò rumorosamente

il naso.

“Sta arrivando la polizia per fare i rilievi del caso, la interrogheranno e dovranno prendere le impronte… e lei

dovrà tenersi a disposizione”, disse il carabiniere. “Non vive nessuno con lui?”

“No, la moglie è morta da pochi mesi e loro vivevano soli…il fratello abita in paese ma non si parlano da

anni, da quella volta che si erano picchiati urlando e lui l’aveva spinto fuori dal portone con un calcio…ah, la

moglie aveva due figli dal primo marito, la figlia ogni tanto veniva a trovarla, ma non si fermava che poche

ore, con lui quasi non parlava.”

Il carabiniere si era seduto facendosi spazio su una cassapanca ricoperta da pile di giornali, “Il Sole 24ore” e

il “Corriere della Sera”, e scriveva su di un blocco prestampato.

COMAVARO LANDRO

Il giorno dopo i giornali locali avevano un grande titolo in neretto, e la sua foto.

“COMAVARO LANDRO – Ricco possidente ucciso nella sua casa.”

L’anziano ottantenne, vedovo da un paio di mesi, viveva assistito da una persona di servizio, una cinquantenne

del posto e secondo molte voci sua amante da sempre, nonostante avesse un marito, un certo Casimiro.

Tutti dicevano: “Ecco il Comavaro e la serva”, e per tutti lei era “la serva”, tanto che non ne ricordavano

più nemmeno il nome. Giravano assieme per il paese, al mattino si sedevano al bar del centro, il Gipsy, e

mentre lui beveva il solito caffè, lei si mangiava una brioche alla crema e la intingeva nel cappuccino.

Comavaro indossava quasi sempre un giaccone di pelle marrone, unto attorno al collo, sui polsi e anche

sull’allacciatura. Un giaccone che aveva visto tempi migliori, ma che lui non disdegnava di portare tutti i

giorni dell’autunno e dell’inverno, un anno dopo l’altro. Fra tutti i suoi difetti, infatti, il peggiore era l’avarizia:

non era facile trovare un avaro più avaro di lui!

Ma era anche un uomo violento, con improvvisi scatti di collera… Un giorno, tanti anni prima, aveva picchiato

sua moglie davanti alla figlia di lei, Lisa, e al nipotino piccolissimo, solo perché aveva comperato delle

patate dal fruttivendolo e non al consorzio, pagandole qualche lira di più! Era la prima volta che Lisa assisteva

a una scena simile.

“Basta!” aveva gridato. Si era trattenuta ma gli avrebbe volentieri spaccato la testa. “Se avessi un coltello tra

le mani”, aveva pensato.

“Vattene fuori dai coglioni, vattene da casa mia!” aveva gridato il Comavaro e così non si erano più visti per

anni.

Sicuramente anche con la serva il Comavaro alzava le mani, perché l’avevano visto una volta, che gridava e

le tirava una sberla. Erano una coppia colorita, lei con i capelli lunghi di un nero corvino, sicuramente fatto in

casa con una tintura comperata al supermercato, stopposi e sparsi disordinati sulle spalle, un abbigliamento

messo assieme per caso, con i colori che stridevano. Aveva anche una faccia da paesana, di quelle che vedi

nei piccoli paesi di montagna dell’alto lago, con la pelle olivastra sciupata dal sole e piena di sottili rughe.

Abbastanza robusta, alta, due grandi seni in mezzo ai quali il Comavaro chissà quante volte aveva affondato

la faccia, e non solo. Li vedevano assieme anche nelle varie proprietà del vecchio, a volte tagliavano l’erba

e poi si imboscavano nella casa del momento e spesso quando ne uscivano lei era tutta rossa e sudata, la

camicetta sbottonata, con gli occhi strizzati per il sole e l’improvvisa luce, la mano che cercava di sistemare i

capelli neri in disordine.

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La casa del Comavaro era in un perenne caos : già all’ingresso, anche sulle larghe scale in pietra, stivali, scarpe

per lavorare il giardino, attrezzi di tutti i tipi. Una grande casa su tre piani, dove la serva non riusciva a

fare ordine in nessuna stanza, tantomeno in quella al pianterreno con un grande camino e mobili alla rinfusa,

ma con un grande letto sempre sfatto e sempre pronto. Il Comavaro la possedeva con la velocità di un coniglio

e poi andava al primo piano dove la moglie, che non si poteva muovere per un problema alle gambe,

guardava la tv e non diceva nulla, anche se sapeva…

LYDIA

A vent’anni Lydia era una ragazza molto bella, un vitino da vespa, due bei fianchi morbidi, e un seno alto e

prosperoso. Aveva occhi verde bosco con pagliuzze dorate che sorridevano felici al suo meraviglioso Nene,

che aveva sposato da pochi mesi perché già incinta.

Quando lo aveva conosciuto, l’aveva amato da subito ed era facile amarlo: biondo, bello, alto e tenero, i suoi

dolci baci e le sue calde mani gentili avevano trovato una donna assetata d’amore, pronta all’amore. Lui era

rimasto affascinato da lei, oltre che per le sue curve, per i suoi modi gentili, signorili, infatti suo padre era un

nobile. E poi arrivava da Milano, e questo faceva la differenza tra le ragazze del posto e quelle di città: un

modo più disinvolto di fare, di parlare e soprattutto di pensare…

Lydia disegnava benissimo, tutti dicevano che avrebbe dovuto fare la pittrice, l’artista, ma il padre era troppo

severo perché potesse frequentare Brera, che secondo lui era un luogo dove la vicinanza con i maschi era

peccaminosa. Era un despota e lei si era lasciata dominare. Così Lydia era rimasta un’artista mancata, una

moglie fanciulla, una madre distratta con due bellissimi bambini, un maschio e una femmina. Nene era morto

dopo grande sofferenza a soli trentatré anni, lasciando Lydia non ancora trentenne, smarrita, immatura,

fragile.

Il Comavaro era entrato nella sua vita dopo poco tempo…

“Troppo poco tempo” diceva la suocera di Lydia, con acredine, “Nene non ancora freddo e lei già fra le braccia

del Comavaro!” Quante volte i bambini sentivano la nonna pronunciare questa frase, assieme all’altra:

“questi poveri orfani!”

Il Comavaro, aveva trovato una bella donna, smarrita, una preda perfetta: così la vittima e il carnefice si

erano incontrati. La vittima, come già con suo padre, si era di nuovo lasciata dominare. L’attrazione fisica era

molto forte, Lydia dopo i lunghi mesi della malattia di Nene, sentiva tutto il suo corpo risvegliarsi sotto le

mani prepotenti di lui, il cuore battere forte, la passione esplodere…

Si erano sposati, ma poi con gli anni le cose erano andate sempre peggio. Lydia si era annullata e non si era

mai curata di sé stessa: era invecchiata male, la pelle del viso tutta una ruga, le mani nodose per l’artrite,

ormai camminava con difficoltà. Solo quando di rado capitava di vederla sorridere, gli occhi ricordavano la

Lydia ventenne, giovane sposa innamorata di Nene.

Il Comavaro se la faceva con la serva, Lydia si era accorta da subito della loro tresca ma non c’era modo di

ribellarsi. Subiva come sempre, anche se più invecchiava, più l’umiliazione aumentava. Si lamentava con

Lisa, che anche odiandolo e disprezzandolo non poteva farci niente.

Lydia non si era mai di fatto ribellata, e neanche le era mai passato per la testa, finché qualcosa era accaduto.

Un fatto che poteva essere insignificante, ma che come la goccia che fa traboccare il vaso, aveva fatto

scattare la scintilla.

Il Comavaro a metà mattina era uscito da solo e la serva trafficava per la casa, ciabattando e trascinando

l’aspirapolvere. Passò sul piede di Lydia e invece di chiederle scusa continuò come se niente fosse. Lydia

umiliata, provò una grande rabbia, stanchezza e delusione, di una vita così avara di sentimenti, e soprattutto

si sentì trattata come una cosa, anzi, l’ultima delle cose. Ecco… da quel momento covò la sua vendetta.

Attese qualche giorno, prese il telefono e fece il numero della casa della serva, e quando sentì la voce di un

uomo – sembrava proprio la voce di Casimiro – mise un panno sopra il microfono e cercando di fare una

voce da bambina disse:

“Grandissimo cornuto, lo sai vero che il Comavaro si scopa tua moglie?… E non da ora, ma da sempre…”

Lydia aveva appeso la cornetta molto soddisfatta. Ed era stata, probabilmente, una delle sue ultime soddisfazioni,

anche se non sembrava aver sortito alcun effetto. Loro avevano continuato a lasciarla sola, anche per

diversi giorni, con la scusa di controllare le case in montagna, e in una di queste assenze Lydia era caduta.

Doveva aver picchiato la testa sul bordo del grande camino in pietra: forse era morta subito.

LISA

Era nella sua casa, lontana da tutto, dalle notizie della radio e della TV, dai giornali e dalle dicerie della gente,

non aveva voluto vedere nessuno. Sentì il rumore di un’automobile fermarsi vicino al cancello, e poi suonare

il campanello. Dalla tenda del salotto vide l’auto blu della polizia.

Li fece accomodare, erano due poliziotti sulla quarantina.

“Sappiamo che tra lei e il Comavaro non correva buon sangue, in paese si dice che non vi parlavate nemmeno.”

“È esatto, i nostri rapporti erano molto freddi, lo detestavo…”

“Dove era il giorno della sua morte?”

“Ero in casa con il mio cane e il gatto. Quel giorno non sono uscita neanche a prendere il pane e i giornali…”

“Quindi non c’è nessuno che può testimoniare di averla vista a casa?”

“Purtroppo no. E poi, forse non dovrei dirvelo, ma ho sognato che l’avevo ammazzato, proprio con un coltello!

Ma è stato solo un sogno… purtroppo. È stato dopo la morte di mia madre.”

“Passi domani in Caserma, abbiamo bisogno delle impronte e dovranno mettere a verbale la sua deposizione.

Inutile dirle che non può allontanarsi!”

“Ma sono sospettata. Io non ho fatto nulla!”

“Signora, non possiamo dirle nulla. Venga domani in caserma”, replicarono i Carabinieri, le tesero la mano e

se ne andarono.

Il carabiniere Ortalli, proprio quello che per primo si era recato nella casa del Comavaro, aveva male allo

stomaco, aveva litigato con la moglie e non aveva proprio appetito; invece di rincasare per il pranzo pensò

di prendere una boccata d’aria e andò a piedi sul lungolago. Respirò a pieni polmoni e allargò le braccia

stirandole.

In fondo vicino a un grande cespuglio c’era un pescatore con la sua canna da pesca. Mano a mano che si

avvicinava, a Ortalli parve di riconoscere quell’uomo, un cappello gli copriva la testa e metà faccia, ma l’altra

metà era scoperta. Vicino al secchio del pescatore, che conteneva qualche cavedano, luccicava un coltello, il

manico avvolto in una pellicola trasparente. Quando gli finalmente vicino ebbe la certezza che fosse proprio

lui: Casimiro, marito della serva del Comavaro… in bocca un mezzo sigarillo con la punta piatta.

25 26


UN PIEDE NELLA FOSSA

di Laura Kaempf

Laura Kaempf è una donna inconcludente che mette l’anima in tutto ciò che inizia.

“Mamma mia!” Stella si avvicina alla finestra, scosta appena la tenda e, senza sporgersi, guarda fuori. Un

fremito di piacere le impedisce di stare ferma nelle piccole ciabattine ortopediche.

“Mamma mia, mamma mia!” ripete sempre più eccitata aggrappandosi alla tenda con entrambe le mani come

fosse la corda di una campana da suonare a festa.

“Stella! Smettila di spiare i vicini e esci dal bagno”, le dice il marito restando seduto sul divano di velluto

marrone con il telecomando in mano e le pattine sotto le vecchie pantofole di flanella a quadri.

“Non ci penso nemmeno! Stanno litigando come matti, chissà cosa ha combinato questa volta quella sciagurata?

Tutto il giorno in giro, senza nemmeno rifare il letto, donna sporcelenta! So bene io cosa ci fa in quel

letto…”

“Ma che cosa diavolo stai farneticando?” la interrompe il marito.

Ma Stella niente: “A buon intenditor… ma cosa diavolo vuol capire lui? Continua a guardare la tele va’!”

“Ma con chi stai parlando?”

“Zitto! Stai zitto che mi fai venire la forfora! Guarda, guarda come grida! Carlo! Abbassa la tele che non sento

niente! Ma perché piove? Non riesco… ecco sono entrati. Bravo! Sei proprio un deficiente!”

“Ah, io?” Carlo fa scorrere ancora un momento i canali della televisione poi si ferma a guardare una pubblicità

che promette vacanze da sogno in crociera. La moglie resta di guardia alla finestra del bagno; allunga

la vista oltre la pioggia che cade a secchiate, oltre il giardino trasformato recentemente in un cantiere edile,

oltre i muri dei vicini dove, di tanto in tanto, si intravede una sagoma muoversi controluce attraverso i vetri.

Il suo senso civico le impedisce di distrarsi, anche quando il marito si trascina in cucina: tamburella con gli

sportelli degli armadietti, recupera un salame, lo affetta bello grosso… e il colesterolo? Prende una bottiglia

di vino, e insomma: chi è causa del suo mal

Carlo torna sul divano con la sua cena di fortuna, una vera fortuna perché con Stella occupata mangia quattro

belle fette di quello buono, un bel tazzino di nostrano, e poi dormirà come un bebè!

“Carlo! Carlo corri! La sta picchiando, maledetto mascalzone! Non gli basta non fare niente in casa, nemmeno

buttare la spazzatura, ora deve far vedere chi comanda! Bestia!”

Carlo flemmatico allunga lo sguardo fino alla porta del bagno, mastica lentamente, gustando, si bagna le labbra

col vino e poi chiede: “Stella, cosa stai facendo?” cerca con il palmo della mano il telecomando, giusto in

tempo per guardare “Il rompiscatole”, versione locale del celeberrimo programma di pacchi.

“Oh mio dio l’ha uccisa! Oh mio dio! Questa volta l’ha accoppata! Lo sapevo io! Portami il telefono, portami

il telefono ti ho detto! Razza di cretino!” Stella ormai urla senza ritegno, così suo marito, dopo aver scoperto

un paio di calzini neri in un grosso pacco rosso, si muove con l’intento di raggiungerla, lentamente.

“A chi vuoi telefonare?” le chiede porgendole il telefono.

“Cito, fai cito!” intima la moglie armeggiando con la tastiera alfanumerica. “Ecco, ecco non risponde nessuno…

vedi!” borbotta la donna.

“Stella, chi non risponde? Chi stai chiamando?” chiede Carlo buttando la coda dell’occhio sullo schermo televisivo

dove Matteo Pelli sghignazza a denti scoperti.

“È morta! Non risponde al telefono, quindi è morta!”

Stella guarda con insistenza la pioggia che impietosa cade distorcendo ogni cosa. Qualche pneumatico taglia

l’acqua sulla strada, ma lo scroscio è presto lontano, mentre la notte si avvicina veloce.

“Stella, probabilmente non ti risponde perché vede il tuo numero, se poi sta litigando con il marito…”

“Razza di imbecille!” lo interrompe Stella, “non vedi che non si muove più niente? L’ha ammazzata quel bastardo…

Ora chiamo la polizia!” Stella digita le tre cifre mentre il marito abbandona le pattine e la raggiunge

per chiudere la comunicazione.

“Tu sei matta! Non puoi mica chiamare la polizia tutti i giorni…” Stella strappa il telefono dalle mani tremolanti

del marito:

“Sei tu sciagurato; è il mio dovere chiamare e segnalare l’omicidio!” Stella si divincola perché Carlo le tiene il

polso con entrambe le mani.

“Segnalare? Saranno stufi delle tue segnalazioni!” disse il marito.

“Ma che cosa dici?” chiede la moglie.

“Ti ricordi le piantine di marijuana? Che poi si rivelarono magicamente fragole!”

“Era mar… Canapa ti dico! Le hanno sostituite appena in tempo!” Il marito fa un sorriso sghembo; quella volta

l’avevano fregata per un pelo, li aveva avvisati appena in tempo…

“Non puoi chiamare tutti i giorni la polizia, a furia di gridare al lupo al lupo, non ti darà retta più nessuno.”

Questa volta Stella si calma di colpo. Era vero, quando aveva denunciato i vicini che avevano bruciato qualcosa

di puzzolente all’aperto, i poliziotti hanno trovato solo un grill acceso e non erano stati molto gentili, o

forse un po’ troppo gentili: l’avevano ringraziata con lunghi sorrisi ambigui, poi avevano spiegato a quei due

balordi come si accende il fuoco e se ne erano andati. Tutto lì.

Stella consegna il telefono al marito e esce dal bagno. Sa bene cosa ha visto: il luccichio è quello di una lama

brandita dal vicino di casa. Carlo torna al divano guidando le pattine a piccoli scatti, mentre in TV si apre il

pacco viola.

La donna scende in lavanderia, spalanca l’armadio a muro e estrae un vecchio paio di stivali di gomma verde

bottiglia che il marito usava, fino a qualche anno prima, per andare nell’orto. Poi vede un grosso impermeabile

scuro con un largo cappuccio, non ha la più pallida idea da dove arrivi, ma ci si avvolge come un

involtino primavera. Non ha un pensiero preciso nella testa, la sua è più una voglia, un bisogno, un impeto

indomabile. Piano piano alzando bene i piedi da terra, tenendo larghe le dita per non perdere gli stivaloni si

avvicina alla porta ed esce. Copre la messa in piega – se si rovina deve aspettare fino a martedì che Gianna

gliela rifaccia – per un momento esita, ma poi si spinge sotto la pioggia battente. Il marito, nasconde col dorso

della mano un sorriso strano. Nel pacco blu la foto di una motocicletta.

Stella si dirige dritta verso la porta dei vicini, suona il campanello e aspetta a lungo.

“Buonasera signora Stella,” l’uomo tiene la porta semichiusa con la mano sinistra mentre, un po’ nascosta

dietro alla schiena ha la destra, avvolta in un canovaccio macchiato di sangue.

“Si, buonasera, dov’è tua moglie?” chiede veloce Stella infiltrando lo sguardo dietro al giovane.

“È uscita un momento fa con un’amica…” balle, balle sacrosante! “Vuole entrare?” E sì, bravo figliolo, così

finisco anch’io nel carnaio. No: Stella resta calma e cerca di non fare passi falsi, proprio non si muove dallo

zerbino.

“Posso fare qualcosa per lei?” chiede ancora il ragazzo richiudendo di qualche centimetro la porta.

“Ti sei fatto male alla mano?” chiede la donna indicando lo straccio. L’uomo muove il braccio in segno di resa

e dice:

“Sì, mi sono tagliato con un bicchiere rotto ma non è niente di grave, è che non smette di sanguinare…” Stella

si avvicina alla mano ferita e spia oltre la porta.

“Oh, guarda, la borsetta di tua moglie: è uscita senza?” Il ragazzo spinge la porta fino a lasciare solo un piccolo

spiraglio, si gira, guarda la borsa abbandonata a terra e velocemente risponde:

“Ne ha presa un’altra... forse. Comunque le dirò che è passata, grazie signora Stella”. E chiude.

Stella annuisce, deve tornare a casa immediatamente e chiamare la polizia. Ma lo stridio di una porta a vetri

scorrente sul telaio d’acciaio la fa desistere. Si sistema il cappuccio fino a mezza fronte e percorre il perimetro

esterno della casa guardandosi la punta degli stivaloni. Arrivata alla transenna arancione, solleva la testa

per non andare a sbattere, vede appeso davanti ai suoi occhi un grosso cartello giallo con scritta nera: “Vietata

l’entrata ai non addetti al lavoro. L’impresa declina ogni responsabilità”. Ma subito si accorge che a lato,

giusto un metro più avanti, il passaggio è aperto, entra nel cantiere. Sente qualcosa nella veranda, vede la

sagoma del vicino di casa trascinare forse un grosso tappeto arrotolato. Stella si gira di scatto per tornarsene

di corsa a casa ma si imbatte in qualcuno che, con entrambe, le mani la spinge fino a farla cadere, all’indietro

nella profonda fossa delle fondamenta.

L’impatto con il cemento armato le blocca l’aria nei polmoni. Sente una fitta salire dal coccige fino al cervello,

mentre la pioggia le bagna i piedi rimasti nudi e i capelli si convince che l’indomani mattina avrebbe chiamato

Gianna per rifarle la messa in piega: con tutti i soldi che le lascia lì, può pretendere una visita a domicilio

anche di domenica, eccome! Improvvisamente smette di piovere, Stella tira un respiro di sollievo, poi vede il

grosso ombrello grigio aperto sopra di lei, ruota la testa e riconosce le pantofole di flanella scozzese:

“Carlo! Deficiente, guarda come ti sei conciato…”

“Non trovavo gli stivali…” la moglie si zittisce, ma solo per un istante:

“Dammi una mano: tirami su che quella bestia del vicino mi ha spinta di sotto!”

“Non è stato lui”, dice l’uomo inginocchiandosi vicino alla moglie continuando a proteggerla dall’acqua.

“Non mi contraddire sempre: ti dico che mi ha spinta lui!”

“Sono stato io Stella.” confessa il marito poi le scosta un ciuffo di capelli dal viso.

“Non mi toccare! Marcirai all’inferno per questo!” Ma l’uomo le accarezza una guancia poi le sussurra:

“Stella, stai morendo! Non credi che sia ora di pensare alla tua di anima?” La donna si agita senza riuscire a

muoversi e gli risponde:

“Non dire fesserie e dammi una mano, deficiente!” Ma Carlo continua a spiegare:

“Probabilmente ti sei rotta un femore, ma ancora meglio ti sei rotta l’osso sacro, non c’è nulla da fare, si muore

sai? A volte è sufficiente un cinque franchi nel taschino dei pantaloni…”

“Ma cosa diavolo stai dicendo?” lo interrompe la donna paonazza:

“Hai guardato di nuovo Dottor Raus? Tirami fuori o urlo come una forsennata, e quando il vicino sentirà,

avrai finito di vivere!” l’uomo scuote la testa in senso di disapprovazione.

“Stella, sei tu in fin di vita, e per quanto riguarda il vicino, ah non ci conterei troppo!”

“È vero! È vero, quello psicopatico ha ammazzato la moglie, e ora tu gli accolli anche… ma troveranno le tue

orme…”

“Ma, no, Stella. Quali orme? Non vedi come piove? tutto sarà cancellato dall’acqua.”

La pioggia tamburella monotona sul telo teso dell’ombrello grigio, in lontananza, un tombino saturo sul bordo

della strada, boccheggia. L’uomo non smette di ciondolare la testa:

“No, no, Stella, non hai capito, lui non ti sentirà perché guardiamo insieme il derby AmbriPiotta-Lugano. Non

sentiremo proprio nulla! E il motivo che ti ha portata ad accoltellare a morte la vicina resterà un angosciante

mistero. Ma, vedi, ti troveremo domani mattina con il nostro coltellaccio in mano mano.”

La donna comincia a infuriarsi sul serio, non percepisce nemmeno più il dolore, ma non riesce ancora a muoversi,

ora ha anche difficoltà a parlare e sussurra: “Non sono ancora morta, deficiente!”

27 28


Carlo le risponde: “Vero! in effetti sta andando un po’ per le lunghe e tra pochi minuti inizia la partita. È una

vita che mi dici che ho un piede nella fossa. Che ironia!” l’uomo le mostra un grosso martello da carpentiere.

“La polizia si chiederà cosa ci volevi fare con questo martello, che hai preso insieme al mantello che indossi,

nella baracca degli operai. Peccato che cadendo ti abbia sfondato il cranio. Pronta? Addio!”

IL PROFESSOR GIANNI DE SANTIS

di Stefano Landoni

Stefano Landoni è nato a Como nel 1959 e vive ad Olgiate Comasco. Ha lavorato per trent’anni presso una

multinazionale dei trasporti. È sposato con due figli. Ha autopubblicato un’autobiografia dal titolo First Life

Reloaded (2009) e un giallo dal titolo L’oro del Lago.

Il professor Gianni De Santis stava guidando verso casa dopo una lunga giornata di lavoro all’Università,

dove si erano svolte le sessioni d’esame invernlai e le cose erano andate per le lunghe; pensava ancora a

quel ragazzo del secondo anno che non sapeva nulla di estimi catastali e non si capacitava: i tempi erano

cambiati, così come gli studenti. Calabrese di origine, aveva insegnato per alcuni anni alla Statale di

Milano, per poi trasferirsi alla prestigiosa Università di Lugano, in Ticino. Aveva preso casa sulla fascia di

confine, in Italia. Guadagnava molto di più e gli studenti svizzeri erano molto meno rompiscatole dei loro

coetanei italiani. La sua materia di insegnamento era Scienza delle Costruzioni.

Attraversando il ponte sull’autostrada a Melide notò con un misto di stupore e piacere un meraviglioso

tramonto rosso fuoco che si rifletteva come uno specchio sul lago di Lugano. Passato il controllo della

dogana, scollinò lungo la vecchia strada detta “dei mulini:” in una manciata di minuti sarebbe arrivato a

destinazione. E proprio per quel fatto il suo umore iniziò a cambiare. Uno strano e incalzante nervosismo

si stava manifestando man mano che la meta si avvicinava; una sensazione che Gianni conosceva bene,

così come ne conosceva la causa che lo determinava, come un brutto film, visto già troppe volte – e che

non dipendeva assolutamente da lui che, tutto sommato, conduceva un’esistenza relativamente tranquilla,

incanalata nella normalità assoluta. Aveva superato da poco i cinquanta, ancora giovanile, con un

bell’aspetto, un lavoro sicuro e soddisfacente, era sposato e senza figli.

A poche centinaia di metri dalla sua abitazione, rallentò di proposito prima di imboccare il vialetto alberato

che portava a casa; appena superata la curva a gomito, il suo sguardo puntò dritto verso il posto

macchina davanti al suo cancelletto d’entrata; era di nuovo occupato: come sempre, dallo stesso mezzo,

quello di Vittorio, il suo vicino. In quella situazione che aveva già vissuto un’infinità di volte, il nervosismo

si trasformò in rabbia pura e il cuore iniziò a battergli in gola.

“Ancora!” gridò letteralmente all’interno dell’abitacolo. “Ancora una volta!” Innestò la retromarcia per

tornare indietro e parcheggiare nel posto pubblico, in fondo alla strada, a tutta velocità; ancora una volta

avrebbe dovuto portarsi a mano le borse della spesa lungo il marciapiede.

Per Gianni questa situazione era diventata insostenibile, e ogni volta la sua sensazione di impotenza aumentava,

come la rabbia che covava dentro si sé. Aveva cercato di spiegarglielo in mille modi, prima con

un approccio gentile come si addice a persone educate, poi con alcune lettere infilate nella buca della posta,

altre volte con ironia: “Vedi Vittorio, quel posto è di mia esclusiva proprietà, come è scritto nell’atto

di vendita, pertanto tu lì proprio non devi parcheggiare, né tu né altri, d’altra parte io certo non vengo a

piazzare la mia sdraio nel tuo giardino!”

Ogni volta il Brambilla Vittorio, sembrava cadere dalle nuvole e accampava le scuse più strane, dandogli

pure ragione, ma il suo comportamento non cambiava di una virgola, il suo furgone era sempre lì, piazzato

in bella mostra sul posto riservato del professore. Leggermente più giovane di Gianni, non molto

alto e sovrappeso, aveva pochi capelli e il viso color rubino, gli occhi vispi tipici di coloro che la fanno

sempre franca; di professione artigiano tubista, praticamente riparava qualsiasi tipo di guasto degli

elettrodomestici di casa e arrotondava con qualche piccolo lavoro di manutenzione, naturalmente senza

ombra di ricevuta fiscale. Esperto cacciatore e non solo di selvaggina, era nato in un piccolo paesino

della Valtellina e si era trasferito quand’era ancora un ragazzo nella laboriosa Insubria lombarda; per

Vittorio, tutti coloro che arrivavano dal sud delle sponde del fiume Po erano in qualche modo diversi,

quasi stranieri.

“Questi arrivano qui e vogliono fare i padroni a casa nostra!” era il solito ritornello che Vittorio ripeteva

spesso agli amici al bar, davanti a un bicchiere di vino rosso sfuso, ostentando una consapevolezza politica

in lui totalmente assente.

Per il professore ormai, dopo anni di discussioni, quel suo diritto negato era divenuto una vera e propria

ossessione; sua moglie, una donna ancora piacente e dal carattere deciso, lo invitava a lasciar perdere,

dicendogli che non valeva la pena di rovinarsi il fegato per una questione così di poco conto. Ma anche

per quelle voci che giravano nel vicinato su una presunta relazione della stessa con il focoso artigiano,

il professore non voleva dargliela vinta: esistevano delle regole e queste dovevano essere rispettate,

anche a costo di dover passare per cornuto. Cornuto forse, mazziato mai. Entrò in casa e posò i sacchetti

della spesa sul tavolo della cucina, non salutò nemmeno la moglie.

“Quello un giorno o l’altro farà una brutta fine, lo fa apposta! Apposta per farmi incazzare!”

La moglie si girò verso di lui con il solito sguardo a metà fra il compassionevole e lo scocciato di chi sente

per l’ennesima volta la solita vecchia storia. “Ancora per quel dannato parcheggio! Basta! Quante volte

te lo devo ripetere che non ne vale la pena? Ti stai”, fece una piccola pausa, “ci stai rovinando la vita!”

“Ah!” esplose il professore. “Sono io che ti rovino l’esistenza, non quello stronzo del nostro vicino a cui

non smetti mai di fare gli occhi dolci!”

“Senti caro…”

29 30


“Non dire una parola di più!” E Gianni uscì dalla cucina sbattendo la porta a vetri che per poco non si

ruppe in mille pezzi.

Il corpo senza vita di Brambilla Vittorio venne trovato la domenica mattina successiva da un pensionato

che portava a spasso il suo yorkshire, nel bosco sottostante al gruppo di case a schiera, adagiato sul letto

del torrente che attraversava la piccola vallata. Indossava ancora la tuta da lavoro; il leggero nevischio della

sera prima non era riuscito a ricoprirlo completamente.

Quando il Maresciallo Bonadei della locale stazione dei Carabinieri giunse sul posto non era certo di buon

umore; era il suo giorno di riposo, il giovane appuntato in servizio, Crisafulli Carmine, l’aveva svegliato in

fretta e furia, il ritrovamento di un cadavere nel sonnacchioso paesone di frontiera era un avvenimento eccezionale,

che richiedeva la sua presenza. Per raggiungere il luogo del ritrovamento dovette scendere lungo

un dirupo, cosa che fece non senza difficoltà, aiutato dai volontari della protezione civile, sporcandosi la

divisa fresca di lavanderia che aveva indossato per l’occasione.

“Abbiamo già allertato il magistrato di turno”, disse l’infreddolito Crisafulli, “Sarà qui a momenti.” Fece una

pausa per scaldarsi le mani. “Certo il Brambilla ha fatto una fine orribile!”

“Tieni lontani i curiosi,” disse il maresciallo avvicinandosi al cadavere, le gambe sembravano muoversi

trascinate dalla leggera corrente delle acque cristalline del fiume, mentre la parte restante del corpo giaceva

imbiancata sulla spiaggetta di ciottoli; il viso si vedeva appena. Stranamente il primo pensiero che ebbe

Bonadei fu che avrebbe dovuto chiamare qualcun altro per riparare la lavatrice – sua moglie glielo ripeteva

da settimane.

“Sembra sia caduto”, disse l’appuntato mentre saltellava per riscaldare i piedi ghiacciati.

“Che cazzo dici Crisafulli? Ora sei diventato investigatore? Da qui si potrà anche cadere, ma non ti sfracelli

la testa in questo modo,” disse mentre osservava attentamente una grossa ferita appena sopra la nuca del

morto. “Questo si è preso una bella botta!” Il maresciallo sembrava sicuro di sé. “Facciamolo portare all’obitorio,

il medico legale lo potrà confermare dopo l’autopsia. Domani andrò a trovare quel professore, ricordi?

Non aveva ricevuto diverse denunce dal Brambilla? Stavano sempre a litigare e si dice in giro che anche la

moglie…” fece una pausa, uno stivale gli entrò quasi completamente nell’acqua. “Merda!… qui non c’è più niente

da vedere, ci vediamo in caserma.”

Il giorno successivo il maresciallo si recò presso l’abitazione del professor De Santis. Non trovò parcheggio:

un furgone blu occupava lo spazio delimitato davanti all’entrata, e quindi lasciò la sua Alfa 156 d’ordinanza

in doppia fila. Mentre stava uscendo dalla macchina, squillò il cellulare:

“Sono Crisafulli, agli ordini signor maresciallo!” Quel giovane appuntato lo faceva impazzire.

“Quali ordini! Sei tu che mi stai chiamando! Che c’è?”

L’appuntato non gradiva quel tono severo e spazientito del suo superiore. “Abbiamo il referto del medico

legale, la morte del Brambilla è avvenuta presumibilmente almeno dodici ore prima del ritrovamento e la ferita

lacero-contusa non è compatibile con una caduta: gli è stato inferto un colpo con un corpo contundente,

mortale. Ah, un’altra cosa maresciallo, vicino al luogo del delitto, in una pozza profonda nell’ansa del fiume,

è stata trovata una grossa leva di metallo, tipo quelle che si usano nei cantieri per sistemare le betoniere,

forse può esserci utile !”

“Certo che può esserci utile, minchia! Portala in caserma e stai attento a non cancellare le impronte!” Bonadei

sorrise: ci aveva preso, era sempre stato un ottimo investigatore, sprecato in quel paese dove non succedeva

mai niente. “Grazie Carmine, ora resta in attesa di istruzioni.”

La comunicazione non si era interrotta; “Devo restare al telefono?” Il maresciallo scosse la testa, spense il

cellulare senza dire altro.

Suonò il campanello, venne ad aprirgli il professore in persona. “Maresciallo…entri, entri pure e non badi al

disordine.”

Mentre si puliva le scarpe sullo zerbino Bonadei notò su una piccola panca nel giardino un paio di scarponcini

da montagna messi come ad asciugare al pallido sole del mezzogiorno. “Non sembra sorpreso della mia

visita, mi aspettava?”

Il professore fece accomodare il graduato in soggiorno. “In un certo senso sì, è risaputo di quanto mal ci sopportavamo

io e il Brambilla, ma da lì ad ammazzarlo…!”

“Però,” prosegui Bonadei, “Brambilla aveva denunciato più volte degli atti vandalici che lei aveva messo in

atto in diverse occasioni; vernice sul furgone, taglio delle gomme, e non sto a farle l’elenco completo…”

De Santis lo interruppe: “Non ho mai fatto nulla di tutto questo, era opera sua, lo faceva per incastrarmi…”

Il maresciallo si scurì in volto. “Quando io parlo, caro professore, Lei mi deve stare ad ascoltare! Un uomo è

stato ucciso e sicuramente lei, per più di una ragione, è l’unico indiziato! Dov’era sabato dalle diciannove alle

ventidue? Risponda!”

Il professore sbiancò di colpo, il militare dell’arma lo incalzava per farlo confessare. “Io, io…io ero molto

arrabbiato, ho litigato anche con mia moglie, non riuscivo a starmene in casa, ho preso l’auto e ho girovagato

qua intorno, senza una meta precisa, mi creda!”

“Nessun alibi, quindi, nessuno che può testimoniare a suo favore, si mette male professor De Santis, molto

male. Le intimo di non lasciare la sua abitazione per nessun motivo, presto avrò il mandato d’arresto da parte

del magistrato, si cerchi fin d’ora un ottimo avvocato!” Bonadei si alzò e si diresse verso l’uscita. Ma poi si

girò di scatto: “A proposito, sua moglie non è in casa?”

“È uscita per delle commissioni,” rispose il De Santis, ormai spaventato a morte.

“Le dica che ho bisogno di parlare anche con lei. Non faccia sciocchezze, nel frattempo!” Uscì sbattendo la

porta del cancelletto e quasi andò a sbattere contro quello stramaledetto furgone. Chiamò la caserma: “Crisafulli,

manda un carro attrezzi qui in via dei platani, dobbiamo sequestrare il camioncino del morto.” Scese

a piedi pochi gradini fino a raggiungere la fila di case sottostanti, suonò il citofono Brambilla-Guzzoni, una

signora dall’aspetto insignificante gli venne ad aprire con una scopa in mano.

“Entri, ma si pulisca bene gli stivali, ho appena lucidato il pavimento del soggiorno!” Bonadei restò vicino

alla porta d’entrata. Un odore forte e acre di fumo proveniva dal camino posto sulla parete opposta, dove

una leggera fiamma bruciava debolmente. Il maresciallo dedusse che vi era stata bruciata della carta insieme

a qualcos’altro, la puzza di plastica colata era inconfondibile e strideva con la impeccabile pulizia dell’intero

locale.

“Come sta signora?” disse Bonadei togliendosi il cappello, “le faccio le mie condoglianze.” La donna rimase in

piedi e non lo fece nemmeno accomodare.

“Come vuole che stia? Mio marito è morto, prima lo vedevo poco, ora non lo rivedrò del tutto.” Più che addolorata,

sembrava infastidita.

“Stiamo facendo di tutto per…”

Non lo fece finire. “Fate quello che dovete fare, ora mi scusi ma devo andare alla funzione in chiesa.”

La moglie del Brambilla andò verso il guardaroba per prendere il cappotto, Bonadei vide sul piano del camino

un piccolo frammento bruciacchiato, lo raccolse senza essere visto. Mentre usciva, il maresciallo diede

un’occhiata a una foto appesa alla parete del corridoio, marito e moglie sorridevano felici, più giovani di

alcuni anni. “L’ho fatta io,” disse la donna, “ eravamo appena sposati, un tempo la fotografia era la mia passione”.

Abbassò gli occhi: “Ora devo proprio andare.”

Mentre ritornava alla stazione dei carabinieri, il maresciallo rifletteva sui fatti avvenuti; l’omicidio era certo,

ma quell’uomo, il professore, unico indiziato e per lo più senza alibi, non gli aveva dato l’idea di poter arrivare

a commettere un crimine così efferato. Qualcosa gli diceva che c’era dell’altro, e il maresciallo Bonadei

aveva imparato negli anni che doveva sempre dar retta ai suoi dubbi e alle sue intuizioni, molto spesso

portavano verso la strada giusta.

Seduta di fronte alla scrivania in finto mogano del maresciallo Bonadei, la moglie del professore non nascondeva

un certo nervosismo: non era mai entrata in una caserma dei carabinieri, sembrava non riuscisse a

stare ferma sulla sedia.

“Cara signora, le devo dare una brutta notizia!” Lei impallidì. “Temo che suo marito sia il colpevole dell’efferato

omicidio del signor Brambilla, abbiamo ritrovato l’arma del delitto.” Le mostrò una busta di plastica

trasparente contenente una grossa chiave a elle. “Riconosce questo attrezzo?”

La signora aspettò qualche frazione di secondo prima di rispondere. “Credo faccia parte di alcuni arnesi che

mio marito utilizza in Università per delle dimostrazioni pratiche agli studenti del primo anno, ma non ho

idea a cosa possa servire.”

Il maresciallo la guardò fissa negli occhi, era davvero ancora una bella signora, quasi provocante nel suo

aspetto, capì perché quel marpione del Brambilla non se l’era fatta scappare.

“Per ora sappiamo che è servita a uccidere un uomo, alcune tracce di impronte non lasciano dubbi, sono di

suo marito; ho consegnato l’ordine di carcerazione preventiva ai colleghi di Como. A quest’ora,” diede un’occhiata

all’orologio, “avranno già effettuato l’arresto.”

La donna smise di agitarsi e non proferì parola, quasi fosse imbalsamata.

“Capisco il suo stato d’animo, ma devo farle alcune domande, Crisafulli, porta un bicchiere d’acqua alla signora!”

Dopo qualche minuto la signora minuti riprese colore: “Dica pure, comandante.”

“Sono maresciallo, ma non importa, che rapporti aveva con il defunto? Vi frequentavate, eravate amici?”

Fece una breve pausa. “Avevate forse una relazione? È possibile che suo marito abbia eseguito il delitto per

gelosia?”

“Ma come si permette! Conoscevo Vittorio come tutti, eravamo amici, amici e basta! Gianni ce l’aveva con lui

per quella storia del parcheggio. Era divenuta una vera e propria ossessione, specie negli ultimi tempi.”

“Quindi lei non esclude…”

“Io so soltanto che per quella dannata storia la nostra vita era divenuta un inferno, questo è tutto!” La signora,

molto irritata, si era alzata di sua iniziativa, quasi a dimostrare che per lei quell’interrogatorio irrispettoso

fosse unilateralmente finito.

“Un’ultima cosa, signora,” Bonadei fece per accompagnarla alla porta. “A lei piace fare passeggiate nei boschi

vicino casa? Ci sono un sacco di ottimi sentieri li attorno, con una vista magnifica sulle prealpi.”

La donna aveva già oltrepassato l’uscio, voltò leggermente la testa per rispondere: “Non ho molto tempo

libero da dedicare allo svago, la mia attività di commercialista assorbe gran parte della mia giornata; ci sarò

stata in qualche occasione, tempo fa, ora la saluto!” Uscì in fretta ignorando l’appuntato Crisafulli che le aveva

gentilmente aperto la porta.

Al funerale di Vittorio Brambilla c’era tutto il paese. Dopo la messa di suffragio, la triste processione si

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dirigeva verso il cimitero. Alle spalle del feretro la moglie, una donna minuta, piccola, quasi insignificante,

ed alcuni parenti stretti; dietro tutti gli altri, man mano che ci si avvicinava alla fine del corteo, il silenzio

commosso lasciava posto a leggeri brusii, che a loro volta diventavano commenti espliciti detti quasi ad alta

voce nelle ultime file. Il maresciallo Bonadei osservava la mesta sfilata. E se il colpevole non fosse stato il

professore? Il De Santis non aveva confessato, anzi, ribadiva con sempre più forza la sua assoluta estraneità

al delitto, e anche lui non ne era del tutto convinto: in effetti, il vero colpevole poteva essere tra quelle

persone.

Tornato in caserma, l’appuntato Crisafulli lo stava aspettando, più agitato del solito. “Guardi qui!” disse con

tono eccitato, “guardi cosa ho trovato nella cassetta della posta!” Gli mostrò una busta sgualcita con all’interno

una lettera con una frase soltanto:

“Che ci faceva la moglie del professore nel bosco verso l’imbrunire, proprio la sera che hanno ammazzato

quel poveretto?”

“Quando è arrivata?” chiese il maresciallo.

“L’ho trovata stamattina, insieme all’altra corrispondenza.”

“Facciamola analizzare subito in laboratorio, forse ci sono impronte, ma non ce ne saranno, e controlliamo

le telecamere di servizio, magari ci potranno aiutare.” Tirò fuori dalla tasca il pezzetto di plastica che aveva

raccolto a casa Brambilla. “Aggiungi anche questo.” Bonadei si sedette pensieroso alla scrivania, tambureggiando

nervosamente con le dita, cercando di dare una logica alla sequenza dei fatti.

Gli scarponcini bagnati! Improvvisamente si ricordò di quel dettaglio che lo aveva spinto a chiedere alla

signora se amasse passeggiare nei dintorni, ricevendo una risposta negativa. Se la lettera anonima aveva anche

solo un briciolo di verità, la moglie del professore aveva mentito: era stata in quel maledetto bosco, magari

con l’intenzione di uccidere il suo amante. Decise di riflettere ancora, in attesa delle analisi sulla lettera

e dei filmati a circuito chiuso. A tarda sera giunsero i risultati: come previsto nessun impronta sulla missiva e

nulla dalle telecamere, il frammento era stato identificato: era parte di una fotografia bruciata, ecco da dove

proveniva quello strano odore nel soggiorno dei Brambilla; per il giorno dopo avrebbe convocato di nuovo la

signora De Santis. E l’avrebbe fatta confessare.

“Signora, lei non ha detto la verità!” Il tono del militare in comando non lasciava dubbi, era estremamente

minaccioso. La signora De Santis scoppiò in lacrime ancor prima che il maresciallo finisse la frase; con la

testa china tra le mani e i gomiti appoggiati sulla scrivania disse fra le lacrime e singhiozzi:

“È vero, sono stata nel bosco quella sera, e quando ho visto uscire dal capanno una giovane donna non ci ho

visto più, sono tornata di corsa a casa, ho trovato quella grossa chiave inglese e sono ritornata con l’intenzione

di ammazzarlo, quel porco; aveva detto che amava solo me, ma non era vero”, si soffiò più volte il

naso. “E poi quella ragazza, poteva essere sua figlia!” Si mise in una posizione più comoda, e guardò Bonadei:

“Si merita la fine che ha fatto, ma mi creda, non l’ho ucciso io!”

Il maresciallo restò di stucco. “Ma, signora, mi ha appena confessato che…”

La donna riprese vigore: “Ho detto che avevo l’intenzione di ammazzarlo, non che lo ho fatto! Non ci sono

riuscita! Quando l’ho visto uscire dal capanno, stava fumando sopra le rocce sull’ansa del fiume, era di spalle,

mi sono avvicinata, ma poi sono crollata, ho gettato la chiave sul sentiero e me ne sono andata.”

L’indagine, apparentemente semplice, si stava trasformando in un vero groviglio. Il maresciallo prese una

decisione: “Crisafulli, accompagna a casa la signora, ma lei non si muova dalla sua abitazione fino a mio ordine!”

“A casa maresciallo?”

“Sì, hai capito bene, già c’è un presunto colpevole in cella che presto dovremo rilasciare. Fa’ come ti dico!”

Rimase solo a riflettere. Per poco. Prese il cappotto e si diresse verso il luogo del delitto, forse qualcosa gli

era sfuggito.

Mentre percorreva il tragitto ripensò al capanno di caccia del Brambilla possedeva. Lo conosceva perché era

capitato da quelle parti qualche volta, andando a camminare. Era situato proprio sopra l’ansa del torrente

non era solo il luogo dove nascondersi per sparare alle specie protette, era il suo regno, il buen ritiro nei momenti

liberi, dove poteva coniugare le sue due grandi passioni: le donne e il bracconaggio. Lo aveva sistemato

in modo semplice e dignitoso, lontano da sguardi indiscreti, circondato da una fitta faggeta, protetto da un

reticolato e da due mastini napoletani che non invitavano eventuali curiosi a farsi avanti. Vittorio vedeva la

moglie poco o niente: quando non lavorava passava il suo tempo al capanno nel bosco, in qualsiasi stagione,

e per lei quel luogo era off limits. Lui si presentava a casa solo all’ora di cena, trangugiando quello che c’era

per poi uscire di nuovo, per andare con gli amici al bar. Spesso lei non sapeva nemmeno quando terminava

il lavoro, per quella sua assurda abitudine di parcheggiare sull’altro lato della strada, nel posto riservato

del professore. Con il marito parlava poco, si occupava della casa e del giardino, una donna devota che ogni

mattina frequentava la prima messa, una vita semplice e laboriosa, quasi invisibile. Almeno, questo è quello

che Crisafulli aveva raccolto dalle testimonianze della gente del paese, e che, in fondo, era risaputo.

Fece la discesa sterrata a passo veloce, costeggiando il canneto, poi il sentiero acciottolato in salita lo rallentò,

un forte odore di bruciato gli pervase le narici, dopo pochi metri, raggiunta la piccola colma, vide il casale

di caccia che stava andando completamente a fuoco. I cani erano scomparsi. Chiamò immediatamente in caserma

e il 115 dei Vigili del Fuoco. Poi, vide un varco ancora agibile e decise di entrare, cercando di evitare

le fiamme. Sul pavimento in cotto vide una scatola di metallo, la prese con sé, ma anche con i guanti d’ordi-

nanza scottava come lava, tutto il resto era andato a fuoco. Uscì di gran fretta e gettò la scatola nel fiume,

mentre una trave ridotta a brace crollava. Salvo per un pelo, pensò Bonadei.

Recuperò la scatola non senza fatica, si sedette sull’argine e l’aprì. Il contenuto era rimasto quasi intatto, decine

di foto di donne riprese presumibilmente con un teleobiettivo, non molto lontano dal casale; il Brambilla

veniva spiato nel corso dei suoi incontri clandestini. Di colpo tutto gli si fece chiaro, fece per alzarsi, ma sentì

una presenza vicino a lui, si voltò: era la signora Guzzoni, fresca vedova del morto.

“Perché lo ha fatto?” chiese il maresciallo, la donna non si voltò nemmeno.

“Ho trovato quella grossa chiave sul sentiero quella sera, stavo solo andandolo a chiamare, era tardi. L’ho

visto lì impalato, sul ciglio del fiume a bere una birra e a fumare, era seduto su un sasso con le gambe a

penzoloni. Non è stato difficile, un solo colpo secco ed è caduto giù, oggi sono tornata per bruciare tutto, non

doveva rimanere nulla.” Si girò sorridendo.”Era una situazione molto scabrosa, non si poteva continuare così,

non è d’accordo anche lei? E poi finalmente quel bravo professore potrà parcheggiare senza più discussioni,

ho sistemato tutto, ma perché non ci ho pensato prima?”

Il maresciallo la prese delicatamente per mano: “Venga signora Guzzoni, l’ac-compagno.”

Del casale rimase solo fumo, i crocus nascosti sotto un velo di brina stavano per fare capolino lungo il sentiero,

risvegliati da un tiepido sole. Presto la primavera sarebbe arrivata.

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IL NOME

di Teresa Laporta

Teresa Laporta ha trentadue anni: 19 trascorsi in Calabria, 7 in Toscana, 6 in Lombardia. Non sa dove la condurrà

il destino tra dieci anni?... In qualsiasi posto in cui possa vivere con dignità, circondata dall’affetto di

una famiglia alla quale dedicare il suo tempo (il lavoro me ne lascia poco!), la sua dedizione e, non ultima, la

sua più grande passione: la scrittura.

Rinchiuso da alcune ore in un’elegante stanza d’albergo Antonio continuava a fissare la tappezzeria, i quadri,

il copriletto trapuntato color avorio e a sfiorare con le dita le tende di seta, sbirciando fuori dalla finestra.

Le acque del lago, pur non essendo limpidissime, all’ora del tramonto risultavano molto suggestive. Le fissò

per alcuni istanti, seguendo con lo sguardo due coppie di anatre che nuotavano verso l’orizzonte, mentre

uno stormo di gabbiani volava dritto in direzione del pontile, dove un battello aveva appena preso il largo.

Per quanto romantico risultasse, quel paesaggio non riuscì a distrarlo per un solo minuto. Aveva ancora un

obiettivo da raggiungere, l’ultimo, il più importante in assoluto.

La sua attenzione si concentrò su una lettera, che non aveva ancora osato aprire. Stava lì, sul letto, esattamente

dove l’aveva lasciata la sera prima. Il suo valore era inestimabile. Tutte le domande che si era posto

da bambino adesso avrebbero avuto una risposta. Il solo pensiero gli dava un senso di eccitazione tale da

non riuscire più a farlo respirare. Probabilmente, neanche una notte d’amore avrebbe mai potuto competere

con quella semplicissima lettera.

Spalancando la finestra, udì le campane di una chiesa che rimbombavano per l’intero quartiere. Si sporse in

avanti, per prendere una boccata d’aria, e vide, proprio sotto il suo davanzale, una banda musicale che stava

eseguendo una marcia gioiosa.

“Che bella coincidenza” disse, sorridendo. “Anche Lugano si è preparata per l’occasione.”

Raggiunse a quel punto l’armadio; lo aprì e cercò una camicia pulita da indossare; quella che portava era

macchiata di sudore. Andò poi in bagno a sciacquarsi la faccia. L’acqua scendeva ancora giù dal rubinetto

mentre fissava la sua immagine riflessa nello specchio. Aveva i capelli scuri e un piccolo naso appuntito.

Un’espressione pensosa appariva sul suo volto olivastro. Chiuse il rubinetto ma, di tanto in tanto, qualche

goccia continuava ancora a scendere nel lavandino. Non ci fece caso. Tornò in camera e si poggiò sopra il letto.

Afferrò quella lettera e la pose davanti ai suoi occhi. Era una busta di carta pergamena con i bordi ruvidi

e dalla forma rettangolare. Si rialzò di scatto, tenendo ancora quella lettera in mano, e si avvicinò alla scrivania.

Afferrò il tagliacarte e, finalmente, l’aprì. Conteneva un foglio color pastello, accuratamente piegato a

metà. Le parole, incise con inchiostro nero, erano state scritte in corsivo ed erano evidenziate da una grafia

larga ed ordinata. Posò la busta sul mobile in noce massello e lesse la lettera con trepidazione.

Alla penultima riga il suo cuore aveva già smesso di battere. Tutto avrebbe potuto immaginare tranne una

cosa del genere. Pallido, scosso, quasi sul punto di svenire, si coprì il volto con entrambe le mani, scuotendo

il capo. Non riusciva a crederci. Da vent’anni non aspettava altro se non di conoscere quel nome; il nome di

colui che lo aveva privato della sua infanzia, della sua gioventù e anche del suo futuro.

“Nessun uomo, legato a quel nome, deve rimanere in vita” gli aveva fatto promettere suo padre prima di

morire, e lui le promesse le aveva sempre mantenute. In pochi anni aveva eliminato tutti i Dalìa; tutti, ad

eccezione di uno. Di certo, quel ragazzo, all’epoca suo coetaneo, non aveva colpe. La sua unica macchia era,

semmai, di essere stato generato da un infame, da un mostro che, dopo aver torturato ogni membro della

sua famiglia alla fine li aveva fatti bruciare insieme alla loro casa, alle loro vite e ai loro sogni.

La ricordava ancora bene quella mattina. Le due assistenti sociali che bussarono all’improvviso alla porta

della sua classe – la 1°C – interrompendo la lezione di matematica. E poi i carabinieri, la sirena dell’ambulanza,

quella terribile voce che gli annunciava la morte dei suoi genitori. No, tutto questo non si può dimenticare,

neanche dopo vent’anni, non dopo tutto quel dolore e quella disperazione. Quando a farti crescere non è

più il cibo ma l’odio e la sete di vendetta la parola perdono non esiste; quel vocabolo non entrerà più a far

parte del tuo dizionario.

Aveva desiderato e immaginato quel momento da troppi anni e adesso che lo stava vivendo si sentiva, però,

strano. Non era così, infatti, che si sarebbe dovuto sentire. Non erano quelli i sentimenti che avrebbe dovuto

provare. Del resto, il destino lo aveva ingannato sin dall’inizio: il figlio del suo peggior nemico non era

un uomo, bensì una donna. D’un tratto, sentì la vista oscurarsi, la terra mancare sotto ai suoi piedi. Lo colse

un capogiro. Si sorresse tenendo le mani ferme sulla scrivania. Fissò ancora una volta quella pagina e poi la

strappò violentemente, facendo scendere una pioggia di carta colorata sopra la moquette. I suoi occhi cerulei

si riempirono di lacrime. Avrebbe voluto abbandonarsi ad esse come un bambino tra le braccia di sua madre

ma non poteva: lui una madre non ce l’aveva più. Si rialzò di corsa, dirigendosi verso l’armadio. Questa volta

la sua attenzione si concentrò sul terzo cassetto; lo aprì e fissò a lungo una pistola con aria sofferente.

Dopo aver ripulito l’arma, la caricò con sei colpi e poi la nascose tra i vestiti. All’improvviso, però, un dubbio

iniziò ad assillarlo:

“E se si fosse sbagliato? E se quel nome – Andrea Dalìa – non fosse quello giusto?”

No, non era possibile. I suoi amici non avrebbero mai potuto commettere un errore così grave. D’altro canto,

in quella lettera c’era anche un altro foglio, un altro documento, la prova schiacciante di quella terribile accusa.

Andrea Dalìa… Andrea Consonni: un certificato di adozione aveva svelato ogni mistero.

“Perché proprio quel nome? Perché il destino si accanisce ancora una volta contro di me?”

Non riusciva a darsi una spiegazione. Eppure doveva esserci. Non poteva uccidere quell’individuo prima di

averla trovata. Forse si trattava di un semplice caso di omonimia! A un tratto gli sembrò d’impazzire, anzi: fu

certo che sarebbe diventato pazzo prima di sera.

Riprese a girare su se stesso per poi ritornare sui propri passi. Aprì a metà la finestra e, con una mano sulla

ringhiera, rifletté ancora sul da farsi. Strinse poi i pugni, aggrottò le sopracciglia, digrignò i denti dalla rabbia.

La notizia lo aveva talmente sconvolto da seccargli la gola. Bevve tre bicchieri d’acqua, uno dietro l’altro.

Ciononostante continuò a tremare, preda di una grande ansia.

Il dubbio lo stava portando all’esasperazione. Non c’è nulla di più distruttivo nella vita di un uomo se non

vivere nel dubbio; vivere sapendo di aver ucciso un innocente, un padre di famiglia o, peggio ancora, di aver

strappato una madre ai suoi bambini. Ma questo non era il suo caso. Quel nome era molto più di tutto questo.

Quel nome era la sua vita, la cosa più bella che gli fosse capitata da quella maledetta giornata. Cancellare

quel nome dalla faccia della terra equivaleva a un suicidio e, chissà, forse l’avrebbe anche preferito.

Qualcuno bussò all’improvviso alla sua porta; non avrebbe mai voluto aprirla; sapeva che non si trattava del

cameriere. Afferrò di colpo quell’arma e lentamente abbassò la maniglia.

“Tesoro, questa città è bellissima. Ci ritorneremo ancora, non è vero?” domandò, con entusiasmo, una voce

femminile.

“No, non ci ritorneremo più” rispose. E le sparò, svuotando su di lei l’intero caricatore.

Allontanandosi di corsa dall’hotel si rese conto che la vendetta, l’onore e l’odio non avevano più lo stesso

sapore di un tempo, e nemmeno il ricordo della sua terra lontana. Aveva fatto solo ciò che qualcuno si aspettava

facesse.

Aveva raggiunto l’obiettivo. Ma non era più il suo.

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UN COLPO AL MAESTRO

di Matteo Mascheroni

Matteo Mascheroni è nato nel 1983 a Cantù. Qui ha sempre vissuto, ma con la mente è arrivato fino ai

confini del cosmo, laureandosi in astrofisica nel 2009. Lavora da tre anni come consulente informatico. Ama

viaggiare anche con il corpo, adora leggere da che ho coscienza. Un suo racconto è apparso sull’antologia

“Alchimie di Viaggio”, Montag edizioni; un altro su “365 Racconti Horror per un anno”, edito da Delos Book.

Non riusciva a togliersi dalla testa quel dannato jingle di Radio Onda. Fermò la macchina nel vialetto ed entrò

nella villetta. Lo accolse l’agente Cingolani.

“Buongiorno ispettore Arrighi. Venga, il dottore è già al lavoro.” Lo condusse dove era stato rinvenuto il cadavere.

“Simone Bove” annunciò. “Trentasei anni, musicista professionista.

Il corpo era riverso su un tavolo, un paio di grosse cuffie sulle orecchie e un foro di proiettile nella tempia

destra. Era chiaro che a fare fuoco era stata la Browning 6,35 stretta nella mano del morto.

“Circa tre ore fa, decesso immediato” spiegò il dottor Merlo togliendosi i guanti di lattice.

“Suicidio?” chiese l’ispettore Arrighi.

“Tutti i miei rilevamenti sono compatibili con questa ipotesi. Niente mi induce a credere diversamente.”

La stanza era allestita a sala prove, rivestita di materiale fonoassorbente di ottima qualità a giudicare dal rumore

nullo all’esterno. In un angolo, tra un microfono e uno sgabello, una chitarra era appoggiata nell’apposito

sostegno. Sulla spalla destra, più alta della sinistra, era serigrafata una fiamma di colore blu, che sfumava

in una testa d’aquila verso il ponte. Lo strumento era collegato in presa diretta al computer portatile. Sullo

schermo era attivo lo screen saver, con una scritta: “Se a qualcuno importa, mi dispiace”.

“La pistola?” chiese Arrighi all’agente Cingolani.

“Regolarmente denunciata a nome della vittima.”

“Chi ha trovato il corpo?”

“Battista Pastore.”

“Quello di Radio Onda?”

“Proprio lui. È in soggiorno, se vuole parlarci.”

Cingolani fece strada in una stanza dall’arredamento povero. Un divano, un tavolino con numerose riviste di

musica ammucchiate, una cassettiera con alcuni soprammobili, tra cui uno Swarovski raffigurante un riccio

che mandava riflessi multicolori. Su una poltrona era seduto Pastore. Si salutarono con una stretta di mano.

“Sono sconvolto ispettore, una tale tragedia. Aveva talento, nell’ambiente lo chiamavano il maestro. Chissà

perché si è…”

“Già. Mi racconti come è andata.”

“Avevo un appuntamento con Simone qui alle 14.00. Sono arrivato un po’ in ritardo, ho suonato ma non mi

ha aperto. Ho provato a chiamarlo diverse volte al cellulare, ma ancora nessuna risposta. Mi sono insospettito

e ho sbirciato dalle finestre senza però vedere niente. Poi mi sono ricordato che non era solito chiudere la

porta a chiave. Quando sono entrato l’ho trovato in quello stato. Ho subito chiamato la polizia senza toccare

nulla.

“In che rapporti era con la vittima, signor Pastore?”

“Rapporti di lavoro. Aveva scritto lui il jingle della mia radio. Ha presente ispettore?”

“Scherza? Non riesco a farmelo uscire dalle orecchie.”

Arrighi si guardò in giro, amava lasciare un momento a decantare le dichiarazioni rese prima di proseguire

con ulteriori domande. Pessimo gusto per l’arte, il signor Bove. Due autentiche porcherie moderne erano

appese alle pareti. Tutt’altro discorso per la musica. In una vetrinetta facevano bella mostra alcuni vecchi vinili.

C’erano Beatles, Led Zeppelin, una copia originale di God save the queen dei Sex Pistols e una rarissima

edizione di Sticky Fingers dei Rolling Stones, un capolavoro.

“Quale era il motivo del vostro appuntamento?”

“Questioni, ecco… private.”

“Signor Pastore, un uomo è morto. Non esistono questioni private.”

“Be’, insomma… dovevamo discutere i dettagli di un contratto.”

“Per caso ha visto qualcuno uscire dalla casa o allontanarsi quando è arrivato?”

“No, nessuno, me ne ricorderei altrimenti. In ogni caso… si tratta di suicidio, vero?”

“La gente non si uccide per noia. Vorrei avere dei riscontri prima di dire l’ultima parola.”

“Be’, non so se le può esserle utile: la ragazza di Simone, Concetta Valenti, lo aveva piantato in asso non più

di un paio di mesi fa. Si era trasferita a casa di un amico comune, Marcello D’Antonio, con il quale si dice

avesse una relazione.”

“Cingolani, mi trovi l’indirizzo di questo signor D’Antonio, mi piacerebbe fare quattro chiacchiere con quei

due. Può andare, signor Pastore. Per ora grazie, si tenga a disposizione.”

L’agente tornò con l’informazione richiesta.

“Grazie, Cingolani. Dia disposizioni affinché il corpo sia portato via. Lei, invece, resti qui a presidiare la scena.

Tra non molto sarò di ritorno.”

Concetta Valenti si accese una sigaretta.

“Così Simone è morto. Un colpo di pistola…”

Una lacrima, poi un’altra.

“Immagino dovesse finire così…

“Cosa intende, signorina?” chiese Arrighi.

“Negli ultimi mesi ce l’aveva spesso tra le mani, in maniera un po’ troppo disinvolta. La lasciava sempre in

bella vista sul tavolino del soggiorno.

“Pensa che qualcuno possa avergli sparato?”

“Come scusi? Non ha detto che si è suicidato?”

“Tutto ci porta in quella direzione, ma preferisco non trascurare nulla.”

“Capisco.”

Una pausa di silenzio, una boccata di fumo. Ora stava proprio piangendo. “In fondo, forse, mi sono liberata

di un peso”, disse infine. “Non l’ho mai detto a Marcello, ma in quest’ultimo mese stava diventando davvero

pesante.”

“Era ancora innamorato?

Fumo.

“Sì. Mi creda, mi fa male parlarne così. Io l’ho lasciato perché avevo bisogno di qualcuno di più… normale,

qualcuno che mi garantisse più stabilità. Simone non aveva un lavoro fisso, ed era sempre a corto di soldi.

Lui non l’ha accettato e ha continuato a farsi sentire, a insistere perché tornassi con lui.”

Lasciò che la brace divorasse la sigaretta senza neanche un tiro. Continuava a piangere. Arrighi si alzò avvicinandosi

alla libreria, su cui erano in mostra alcuni vinili rari. In quel momento entrò Marcello. Concetta si

asciugò le lacrime e presentò i due uomini, mettendo il compagno al corrente dell’accaduto.

“Non riesco a crederci… Ma forse, pensandoci bene, non era difficile da intuire.”

“Allude a qualcosa di particolare?”

“Non hai detto nulla all’ispettore, amore?”

Arrighi colse negli occhi di Concetta un fulmine, ma anche una grande stanchezza per opporsi.

“Simone era in una situazione economica disastrosa. Ci si era messa anche la sfortuna: aveva venduto a

Radio Onda un jingle, che ha fatto molto successo. Ma pare non avessero di che pagarlo. Era disperato, lo

scriveva anche nelle lettere deliranti che mandava a Concetta.”

La ragazza aveva ricominciato a piangere, sempre più disperata.

“C’è dell’altro, signor D’Antonio?

“Be’, in alcune di queste lettere… aveva dichiarato che l’avrebbe fatta finita. Simone era distrutto per l’abbandono

di Concetta, non aveva soldi ed era arrivato a dire di volersi uccidere…”

Ed era stato trovato cadavere. Arrighi osservò i vinili meditando. C’era una copia di Shine on You Crazy Diamond

dei Pink Floyd, autografata da tutti i membri della band. Canzone quanto mai azzeccata, date le circostanze.

Allungò una mano per prendere il disco, ma fu preceduto da Marcello.

“Amo questa collezione più di me stesso. Ho tutti gli album dei Sex Pistols in versione originale, ma questo è

il mio pezzo più prezioso. Poi aggiunse, come per scusarsi: “Non permetto a nessuno di toccarli.”

Arrighi sospirò, ma un altro particolare catturò la sua attenzione. In un angolo della stanza c’era una chitarra

appoggiata nel supporto. La osservò. Come aveva fatto a non notarla subito?

“Signori, vi ringrazio per il vostro aiuto. Di nuovo condoglianze. Ora devo proprio andare.”

Si precipitò fuori.

Cingolani scostò il nastro che bloccava l’ingresso alla stanza dove era stato rinvenuto il cadavere. “Lei suona,

vero Cingolani?” gli chiese Arrighi

“Diplomato in conservatorio, chitarra classica.

“Perché non mi suona qualcosa con quella” lo invitò indicando la chitarra di Simone.

“Veramente ispettore, non mi sembra opportuno.”

“Suvvia, Cingolani, non si faccia pregare. Sono ancora il suo capo.”

“Ma è sotto sequestro, rischierei di inquinare le prove.”

“Stiamo parlando del caso di un uomo, in una situazione economica disastrosa, che si è tolto la vita. Non c’è

molto da inquinare.”

Cingolani esitò, ma alla fine acconsentì. Fece per imbracciare lo strumento, ma si bloccò.

“Credo di avere capito dove vuole arrivare, ispettore. Non posso suonare questa chitarra: Simone era mancino.”

“Già. Difficile si sia sparato alla tempia destra.”

“Non l’ho ucciso io.

“Può darsi, signor Pastore. Intanto cominci a spiegarmi cosa ci faceva a casa della vittima” incalzò Arrighi.

“Come le ho già detto, dovevamo discutere i dettagli di un contratto.”

“In questo modo non mi convincerà della sua innocenza.” Lo fissò dritto negli occhi. L’altro distolse lo sguardo

e si sfregò il viso con le mani.

“D’accordo: gli dovevo dei soldi. Il compenso del jingle che aveva creato per la mia Radio.”

“Così va meglio. Continui.”

“In questo momento non navighiamo in ottime acque. Non ce li avevo quei soldi. Così Simone aveva assunto

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un avvocatucolo da quattro soldi, tal Giulio Abellò. Mi aveva fatto notificare un’ingiunzione di pagamento. Ci

dovevamo vedere per discuterne.”

Arrighi chiese a Cingolani di rintracciare l’avvocato, poi si sedette. “Signor Pastore, come comprenderà il suo

è un movente più che valido.”

“Mi creda, non sarei capace di un simile gesto.

Se Arrighi avesse dovuto prestare attenzione a tutti quelli che si dichiaravano incapaci di compiere un omicidio,

con ogni probabilità avrebbe concluso i suoi giorni dirigendo il traffico. Sfogliò il taccuino. “Lei ha detto

di essere arrivato a casa della vittima alle 14.00, circa un’ora dopo la morte del Bove secondo quanto rilevato

dal dottor Merlo. Mi dica, dove si trovava intorno alle 13.00?” Colse un sorriso sul viso di Pastore. Forzato,

ma carico di sollievo.

“Ero in radio. Vado in onda tutti i giorni a quell’ora. Un migliaio di fedeli ascoltatori potranno confermarglielo.”

Arrighi costruiva barchette di carta mentre ripensava al caso. Chi aveva ucciso il povero Simone Bove? L’unica

persona che aveva un movente aveva anche un alibi di ferro. Bisognava essere creativi, ci voleva un po’

di musica. Si sintonizzò su Radio Onda. In quel momento entrò Cingolani.

“Ispettore, sono riuscito a rintracciare l’avvocato Abellò.”

“Ottimo. Che cose ne ha ricavato?”

“Dice che non si presenta, a meno che non venga formulata un’accusa contro di lui. Mi sono permesso di

ricordargli che si tratta di un caso di omicidio.”

“Be’, omicidio … ancora non si sa. Comunque, ha fatto bene. È servito a qualcosa?”

“Ha rilasciato una dichiarazione ufficiale. Dice di essere stato a casa della vittima il giorno precedente al delitto.

In tre mesi di consulenze non aveva ancora visto l’ombra di un euro. Ha preso i vinili di Simone minacciando

di tenerli come risarcimento. A quel punto la vittima gli ha puntato la pistola contro e lui ha ritenuto

più opportuno andarsene.”

“Tutto qui?”

“Già. Che facciamo, ispettore?”

“Penso proprio dovremo accontentarci, almeno per ora.”

La voce del deejay stava annunciando che nel fine settimana ci sarebbe stato un mercatino imperdibile di

dischi rari. Arrighi guardò l’orologio: erano le 13.26.

“A quest’ora non dovrebbe esserci la trasmissione di Pastore?” chiese a Cingolani.”

“Mi pare di sì.”

“Ma questa non è la sua voce.”

“Si sarà fatto sostituire. Oppure è un programma registrato; lo fanno a volte.”

Arrighi balzò in piedi. Ancora una volta si era lasciato sfuggire un dettaglio. “Ma certo! Lei è un genio, Cingolani!”

Meglio tardi che mai.

Il giorno dopo, verso le quattro del pomeriggio. l’ispettore Arrighi si presentò.

“È sicuro di non conoscere l’avvocato Abellò, signor D’Antonio?”

“Certamente. Mai sentito neppure nominare.”

“Bene, allora sarebbe così gentile da spiegarmi come mai le impronte dell’avvocato erano su un oggetto a

casa sua?”

“Non capisco…”

“Cercherò di essere più chiaro allora. Questa mattina siamo stati a casa sua, a prelevare il vinile dei Sex

Pistols God Save the Queen. Sulla copertina sono state rilevate le impronte appartenenti a Giulio Abellò. Strano,

dato che non lo conosce.”

“Si tratta di questo? Probabilmente conosceva il proprietario precedente: ho acquistato da poco quel vinile.”

“Deve averlo pagato parecchio, ha un alto valore di mercato. Diciamo diecimila?”

“Be’… A dire il vero, un po’ di più… Sa, quando si ha una passione…”

“Peccato che non risultino movimenti di tale entità sul suo conto. Senza contare che le impronte di Abellò

non erano le sole. C’erano anche quelle di Simone Bove.”

“Glielo avrò mostrato una volta che era passato da casa. Come sa ci conoscevamo prima…”

“Ne ho abbastanza, signor D’Antonio. In casa della vittima abbiamo trovato un falso dello stesso vinile. Sopra

c’erano le sue impronte, ma non quelle di Simone. Le dico come è andata: lei ha sostituito l’originale con la

copia, falsa. Sapeva che Simone ci avrebbe messo poco a scoprire il furto e avrebbe subito pensato a lei. Perciò

ha preferito toglierlo di torno, simulando un suicidio. Data la situazione economica e sentimentale della

vittima, non avrebbe destato sospetti. Ho sbagliato qualcosa?”

Silenzio.

“Prima la donna, poi la vita. Mi dica, ne è valsa la pena?

Non c’era bisogno di risposta. Gli occhi di Marcello D’Antonio parlavano per lui.

Arrighi salì in auto e accese la radio. Quando partì il jingle di Radio Onda alzò il volume al massimo e abbassò

i finestrini. Pensava fosse il modo migliore per salutare Simone.

TERRA PRESENTE

di Chiara Milani

Chiara Milani, è laureata in filosofia e si occupa di percorsi e sistemi di conoscenza e organizzazione culturale.

Attualmente è direttore scientifico della Biblioteca comunale di Como. Ha fondato il Centro Insubrico

di Ricerche Etnostoriche (CIRE) che attualmente presiede. Tra i suoi recenti progetti editoriali il taccuino per

bambini: Libri antichi, misteri garantiti (Carthusia, 2. ed. 2013) e Le collezioni della Biblioteca comunale di

Como, 2011.

Come un coro greco che aspetta muto il compiersi dell’ineludibile destino, i commensali di Matteo Rebecchi

non osavano muoversi.

Mara Arduini e Giovanni Ponti, seduti ai lati opposti del tavolo di cristallo, si fronteggiavano. La donna aveva

il viso in fiamme, il commissario era pallidissimo. Tutti e due tenevano una penna in mano perché avevano

appena finito di scrivere: lui su un foglietto stropicciato trovato nel fondo della tasca destra della giacca

insieme alle sigarette sbriciolate che comprava ostinatamente e non fumava mai, lei sopra il suo tovagliolo

di fiandra. Anzi, la professoressa Arduini, per essere precisi, aveva disegnato su entrambi i lati del tovagliolo

perché il disegno richiede il suo spazio.

“Perché sei prolissa e complicata anche quando disegni”, pensava il commissario. “Mentre tu”, lucubrava nei

medesimi istanti la Arduini, “devi mettere le cose in fila ordinata, perché funzioni in modo lineare, prevedibile.”

Ma ciò che era accaduto in casa di Matteo Rebecchi, qualche momento prima della conclusione del pasto,

non era prevedibile. Anzi, era inimmaginabile. La cena era stata ottima: leggera, equilibrata. La conversazione,

come di consueto, brillante ma non impegnativa, frutto dell’abile mescolanza di una compagnia eterogenea

e vivace, legata dalla comune passione per gli oggetti “d’uso comune” in ceramica della Magna Grecia.

Tutti gli ospiti erano collezionisti, ma Matteo possedeva la collezione più importante, esposta in spazi ben

studiati anche in sala da pranzo: soprattutto in sala da pranzo perché guardando i crateri, le coppe, i piatti

e le altre suppellettili i suoi amici avessero l’impressione di pranzare con i colti coloni greci. Ma ora, tra le

vetrine luminose, regnava un silenzio nero.

Il cadavere di Mario Scipioni, con la testa appena reclinata, sembrava invece emanare un’aurea azzurra: l’amabile

uomo che era stato fino a poco tempo prima, guardava la coppa vuota del dessert, le mani appoggiate

sulla tovaglia, le dita distese, rilassate. La padrona di casa, seduta accanto a Mario, ne percepiva l’odore,

il calore. “Ancora quello di una persona viva” pensava e non aveva nessuna paura, ma guardava l’amico con

tenerezza.

Eppure Giovanna Busnelli, medico di pronto soccorso e amica più intima della padrona di casa, aveva proclamato

la morte di Mario azzardando anche la causa ma non la ragione. A Mario si era fermato improvvisamente

il cuore, capita! La morte non era stata dolorosa – ma chi può dirlo? – né traumatica, secondo la dottoressa

Busnelli. I motivi potevano essere molti ma senz’altro il medico legale “che bisogna chiamare subito,

accidenti!” pensava Giovanna mentre diceva cose che volevano sembrare rassicuranti, avrebbe individuato

quello più probabile, se non quello esatto.

Però il cuore di Mario non si è fermato per cause naturali: questa la sensazione immediata e ostinata di Mara

Arduini. Lo disse agli altri, subito. Disse che ne era sicura. Così il padrone di casa l’aveva guardata inferocito

e i due si erano detti delle cose a mezza bocca che nessuno aveva sentito, ma sicuramente non erano cose

carine, e poi avevano alzato progressivamente i toni finché Matteo aveva sibilato: “Tu mi offendi ! E offendi

anche i miei ospiti!”

“E perché?” aveva ribattuto lei serafica: “Ti dico anche di più: tra noi c’è un assassino”.

Matteo si era alzato di scatto senza parole, ma la moglie lo aveva preso per la manica della giacca costringendolo

a rimettersi seduto. Anzi, aveva proprio detto: “Seduto!”

“Come si ordina a un cane” avevano pensato un po’ tutti. Ma il coro greco, si sa, sta per la maggior parte del

proprio tempo muto. E tutti recitavano bene questa parte.

“Un ruolo comodo, sotto un certo aspetto” rifletteva Sabina, l’ospite più giovane, oppressa da una sensazione

indicibile. Le sembrava di esser dentro un dipinto di Magritte, di fluttuare in uno stato metafisico. Senz’altro

una reazione alla paura.

Sabina aveva allora deciso di osservare questo evento e i suoi sviluppi come una rappresentazione. Anzi,

come l’unica spettatrice di una tragedia. E si era finalmente rilassata grazie a questo filtro, e si era anche

congratulata con sé stessa per aver trovato un’ancora di salvezza per non urlare, per non scappare: “Sono a

teatro. Sulla mia poltroncina. Sto a vedere che succede. Aspetto tranquilla il finale”, si ripeteva.

“Come lo sai?” Con questa domanda il commissario aveva parlato per la prima volta.

“Perché lui ha detto una cosa che ho sentito molto bene”

“La puoi dire a tutti noi? Ci puoi rendere partecipi o preferisci …”

“Nessun problema” aveva troncato Mara e, come la protagonista assoluta della tragedia in corso, aveva declamato:

“Ha detto: terra presente”.

E tutti erano ammutoliti. E gli occhi di tutti si erano rivolti verso Ponti. Occhi curiosi? Occhi spaventati? Occhi

in attesa di una rivelazione? Della premessa di un enigma? No. Il coro greco aspettava la domanda che il

commissario avrebbe dovuto fare ma che avrebbe potuto scatenare il vero dramma: “Sei sicura?”

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Nessuno la udì, rimase lì, nello spazio mentale di tutti. E per fortuna.

Il commissario invece, impallidendo di rabbia mentre pensava, “Quanto la odio!”, a Mara disse: “Senz’altro è

così. Ma ora bisogna capire a che cosa si riferiva Mario”. E poi bevve un sorso d’acqua, perché parlare civilmente

con quella donna gli era costato uno sforzo tremendo.

E Mara: “Bene. Allora mettiamoci al lavoro.”

Così il commissario aveva incominciato a scrivere e Mara a disegnare.

La dottoressa Busnelli si sentì presa in giro. Si alzò di scatto, protestando: si doveva avvisare la polizia e il

medico legale, subito! Gli altri stavano per unirsi a lei ma il commissario disse che la polizia era lui e perciò

andava tutto bene, e che stessero tutti seduti, tanto era questione di pochi minuti ancora.

Ironica la voce del padrone di casa intervenne sulle ultime parole di Giovanni: “Perché tu credi di poter risolvere

un omicidio in pochi minuti? Non è che ti stai sopravvalutando?”

“Silenzio!” rispose Mara e il commissario non si intromise. Giovanna era tornata a sedere, Matteo pure, e

nessuno parlò più.

E poi accadde. Mara trillò: “Fatto!” mentre quasi contemporaneamente il commissario mormorò: “Capito!” I

due si guardarono. Era un momento magico perché solo per pochi istanti Mara e Giovanni avrebbero agito

con un’intesa perfetta.

Mara fu rapida e inaspettata: con scatto raggiunse la vetrina delle preziose ceramiche e, tra l’orrore di tutti,

rapidissima le afferrava e le scagliava a terra una per una mentre il commissario si era già spostato dietro la

sedia dell’assassino e lo aveva bloccato.

Il coro greco si immobilizzò: per la sorpresa, la rapida azione, le conseguenze inevitabili. Sabina era scossa

da un tremito forte e si abbracciò, come per proteggersi.

L’assassino iniziò a protestare. “Stai zitto, per favore” mormorò Giovanni: “Come hai potuto? Come hai potuto?”

nelle sue parole c’era amarezza e delusione. Mara aveva iniziato a piangere: due lacrime, il massimo

che si concedeva nelle situazioni difficili. Due lacrime sono tante, per chi non piange mai, due sono più che

abbastanza per una delusione cocente, per l’insensatezza della situazione.

“Come hai potuto avvelenare un amico?”

“Non ho niente da dire”, rispose l’assassino.

“Allora parla tu, Mara” disse il commissario. Concedere la parola a Mara era l’unico modo per placare, anche

solo per poco, il dolore della professoressa.

“Giovanni non ci metterà molto a scoprire come hai avvelenato Mario, e tu avevi il movente e hai creato

l’opportunità. Il traffico di oggetti falsi, estremamente ben fatti, così bene che neppure io l’avevo capito ma

purtroppo Mario sì, e credo anche da molto. E sono sicura che lui te ne aveva parlato, cercando di convincerti

a smettere, giurandoti che, per l’affetto che vi legava, non avrebbe detto nulla.”

“Ma tu”, intervenne Giovanni, “avido verme, non hai voluto correre il rischio e ti sei sentito anche così bravo

da commettere questo delitto in mia presenza… in nostra presenza, per crearti un alibi perfetto. Sono disgustato…

ti mancava forse il denaro?”

“Temo di sì, Giovanni” riprese Mara “il denaro è un concetto fluido, personale. L’avidità non ha limiti: la puoi

nascondere, ma prima a poi emerge nei modi più strani e inconsueti, e se incontra l’arroganza il risultato è

micidiale.”

“Come ci siete arrivati?” chiese un ospite che era sempre rimasto zitto, facendo sentire per la prima volta

un’esile voce dal fondo del tavolo.

“Ho disegnato gli sguardi” rispose Mara, improvvisamente intimidita “e Giovanni, sono sicura, ha messo

insieme file di parole. Ma la prova decisiva, penso per entrambi, sono state le due parole di Mario, che non

aveva tolto gli occhi dalla vetrina davanti a lui, come calamitato. Si capiva che avrebbe voluto parlare. Era lo

sguardo di chi ha un presentimento, e un po’ non ci vuol credere, un po’ corre comunque incontro al suo destino.

Poteva sembrare che fosse immerso nella contemplazione di quegli oggetti antichi e affascinanti, esposti

in modo così perfetto, così tanti, forse troppi… è stato proprio mentre contemplava, e un attimo prima di

morire, che ha sussurrato: terra presente.”

“Ma che c’entra?” chiesero un po’ tutti insieme i commensali.

“Mario ha voluto indicarci la via: le ceramiche sono dette anche terracotte e, in modo particolare, la collezione

di Matteo era di “terre sigillate”. Con l’aggettivo “presente” Mario ci detto che le ceramiche appartenevano

al presente, erano contemporanee e dunque potevano solo essere copie. Per questo era mesto e sconfortato.

Per questo ti guardava, Matteo, e ti implorava! Ti implorava senza parole, ti chiedeva disperatamente di parlare

a Giovanni. Ti stava dicendo che era l’occasione giusta per provare a sistemare tutto, perché lui ti aveva

già perdonato”.

A quel punto il tremito di Sabina divenne pianto, provvidenziale per sé e per gli ospiti che insieme si riscossero,

sciogliendo le loro emozioni.

LA MADDALENA

di Giancarlo Montalbini

Giancarlo Montalbini è nato nelle Marche e vive da molti anni a Como, anche se non ha ancora imparato a

pronunciare la ü lombarda. Dal padre veterinario ha ereditato l’amore per gli animali, da sua madre insegnante

la passione per i libri e per la scrittura.

Era successo tutto una settimana prima nella biblioteca del liceo classico “Garibaldi”, durante il collegio dei

docenti. Un omicidio in una delle scuole più prestigiose di Napoli era un evento sconvolgente e da giorni il

prefetto era in fibrillazione: se non si trovava l’assassino in tempi brevi molte teste rischiavano di saltare.

Dopo i primi interrogatori e i sopralluoghi del commissariato di zona, il caso era stato affidato al commissario

De Pascale, forse confidando nella sua esperienza o forse perché se fosse stata la sua la prima testa a

saltare nessuno si sarebbe strappato i capelli. Meticoloso e puntiglioso fino alla paranoia, e per di più cocciuto

come un mulo, nell’ambiente Antonio De Pascale non aveva molti amici.

Dalle prime testimonianze era emerso che, mentre nella biblioteca dell’istituto si consumava il delitto, quasi

tutti gli insegnanti erano presenti nell’aula magna, e questo facilitava le cose, consentiva di restringere le

indagini a cinque o sei persone, perché, tra tanti dubbi, di una cosa era certo il nostro commissario: l’assassinio

non poteva che essere maturato all’interno della scuola, anche se questo lo rendeva ancora più odioso e

ripugnante.

La vittima si chiamava Alfio Modica, un giovane di 28 anni originario di Agrigento, assunto dalla amministrazione

sei mesi prima in qualità di tecnico di laboratorio multimediale. Finalmente il Ministero aveva varato

un Progetto Nazionale di Informatica e le scuole che volevano stare al passo coi tempi si erano dovute munire

di attrezzature tecnologiche avanzate; in realtà pochi erano i docenti in grado di utilizzare al meglio un

computer, soprattutto in un indirizzo, come quello classico, restio ai cambiamenti.

“Signor De Gennaro, da quanti anni lei è bidello al Garibaldi?”

“Operatore scolastico, sono operatore scolastico qui da sedici anni. Ne ho viste tante ma una cosa così chi se

la poteva aspettare …”

“E martedì scorso, dalle 14 in poi, lei è sempre stato qui al suo posto?”

“Certamente commissario, sempre qui, almeno fino a quando non ho sentito quel casino di sopra, in biblioteca.

Sono corso su, due piani di scale, e ho trovato il Modica.”

“La porta della biblioteca era aperta?”

“Era chiusa ma era aperta.”

“Come sarebbe a dire? Si spieghi meglio.”

“Era chiusa commissario, ma non era chiusa a chiave come dovrebbe. Sono entrato, ho acceso la luce e ho

visto la libreria rovesciata, i vetri e i libri a terra, mi sono avvicinato e ho visto il corpo. Allora sono corso in

aula magna per avvertire il Preside.”

“E non ha visto nessuno?”

“Nessuno signor commissario, né prima né dopo.”

“Mi dicono che anche sua moglie lavora qui come… operatrice scolastica?”

“Sì, è qui da due anni. Martedì non c’era, aveva fatto il turno del mattino. Sa commissario, abbiamo un bambino

piccolo, qualcuno deve stare sempre a casa, e allora ci scambiamo. Ma cosa le hanno detto?”

“Nulla, solo che vi siete sposati da pochi anni e che sua moglie è parecchio più giovane di lei.”

“Fessarie ’e cafè. La gente è cattiva, cattiva e invidiosa. E quello non era migliore degli altri.”

Il commissario l’aveva buttata là con noncuranza ma ben attento alla reazione dell’interlocutore, era uno

dei trucchi del mestiere. E la reazione c’era stata quasi a conferma di quelle chiacchiere che parlavano di un

uomo ossessivamente geloso e di una moglie troppo giovane e bella, alle spalle una vita un po’ movimentata.

Le stesse chiacchiere descrivevano Alfio Modica come un bel ragazzo, il sorriso accattivante e un fisico

da palestra, qualche giro non proprio trasparente, un figlio ’e ’ntrocchia. Quello lì, aveva precisato qualcuno,

gliela fa, gliela faceva int’a ll’uocchie.

Il commissario non era particolarmente sensibile al fascino femminile ma quando aveva interrogato la signora

Maria, la bidella, era rimasto colpito da quella giovane dai capelli corvini e la carnagione olivastra, gli

occhi grandi e neri, lo sguardo sfrontato di chi è sicuro del proprio potere. Bella era bella, aveva ragione il

marito ad essere geloso. Forse lo sarebbe stato anche lui.

“Lei, signora De Gennaro, conosceva bene la vittima?”

“Era qui a scuola con noi da sei mesi.”

“E non ha qualche idea sul possibile movente?”

“Io non so niente.”

“Ma che idea si era fatta di Alfio Modica?”

“Era uno allegro, simpatico. Si fermava spesso a parlare con noi bidelle e aveva sempre la battuta pronta.”

“Gli insegnanti come lo consideravano?”

“L’urdemo lampione ’e Forerotta.”

“Vuol dire che dobbiamo cercare l’assassino tra i docenti?”

“Per carità non mi metta in mezzo. Io non so niente.”

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“E lei è sicura di non averlo conosciuto già prima il Modica, quando…?”

La bidella non lascia nemmeno che il commissario finisca la frase, pronta a ribattere subito con un atteggiamento

di sfida: “Quando facevo la puttana? Vedo che qualcuno gliel’ha già detto; qualche anima buona pronta

a gettare fango c’è sempre. Non lo conoscevo, o magari sì, ne ho conosciuti tanti, ma non l’ho ammazzato

io”.

Con il professor Picchi, titolare della cattedra di Latino e Greco al triennio, era stato tutto più difficile: asciutto,

di poche parole, un po’ ostile, un autocontrollo esercitato per anni su testi e pagine appartenenti a un

mondo lontano, scomparso, che solo lui era capace di far rivivere. Assomigliava a un dio greco imperturbabile

alle quisquilie degli uomini, se non fosse stato per quella ripugnante lettera anonima, ma si sa, un

funzionario di polizia, quasi come un prete, deve spesso confrontarsi con gli aspetti più meschini dell’animo

umano.

“Lei professore mi diceva che conosceva appena il Modica, per averlo incrociato qualche volta lungo i corridoi

e per qualche insignificante scambio di battute.”

“Cosa vuole, appartenevamo a due mondi diversi. Io insegno latino e greco da una vita e non mi sono ancora

convertito al computer, per lui invece esistevano solo quelle macchine.”

“Quelle macchine però avevano consentito al Modica di elaborare un sistema scientifico per vincere al lotto.

Mi dicono vincite sicure. Anzi, non più di dieci giorni fa era stato registrato sul suo conto corrente l’accredito

di una cifra consistente. Lei ne sa nulla?”

“Commissario, lei è una persona intelligente e possiamo intenderci. Mi dica dove vuole arrivare, cosa sa e

cosa vuole sapere.”

“È vero che lei ha la passione per il gioco?”

“Colpito.”

“È vero che ha litigato con il Modica per quella vincita?”

“Affondato. Ma non sono stato io a ucciderlo; non avrei usato la pistola, troppo volgare, piuttosto qualche

veleno esotico, magari di quelli che non lasciano traccia. Nell’età augustea erano oltremodo diffusi e nei testi

del tardo impero se ne parla abbastanza diffusamente.”

La coincidenza non era sfuggita agli inquirenti e il commissario De Pascale, fiutando una possibile traccia,

aveva cominciato a scavare in quella direzione, abituato nella sua esperienza professionale a non lasciare

nulla di intentato e a diffidare del caso. Quando si scava qualcosa viene sempre alla luce ed effettivamente

qualcosa era emerso ma non sembrava particolarmente significativo: Alfio Modica e Salvatore Buscemi,

docente di matematica e fisica, non solo erano entrambi originari di Agrigento, ma avevano frequentato, sia

pure in tempi diversi, lo stesso liceo scientifico. Certo, poteva trattarsi di un fatto del tutto casuale, probabilmente

lo era, ma era comunque strano.

“Professor Buscemi, lei conosceva la vittima quando sei mesi fa è stata assegnata a questa scuola?”

“Commissario, io vivo qui da trent’anni e non ho più nulla che mi leghi ad Agrigento. Mi sono trasferito a

Napoli subito dopo la laurea e qui oggi è tutta la mia vita.”

“I suoi rapporti con il Modica com’erano?”

“Esclusivamente professionali. Mi capitava ogni tanto di chiedere il suo aiuto per preparare l’aula multimediale,

c’era sempre poi qualche computer che aveva bisogno di una ripassatina. Al di fuori della scuola però

non avevamo rapporti.”

“Alfio Modica conosceva il suo lavoro?”

“Lui si riteneva un mago del computer e sicuramente ci sapeva fare, ma…”

“Lei lo stimava? Le era simpatico?”

“Non mi faccia parlare. Dei morti bisognerebbe avere rispetto ma le assicuro che Alfio Modica era un giovane

presuntuoso e arrogante, pieno di sé. Non so che cosa ci trovassero le donne.”

“Le risulta che avesse delle relazioni?”

“Lo vuol proprio sapere? Era il classico sciupafemmine. Anche qui a scuola, commissario, anche qui a scuola.

Non mi meraviglierei se venisse fuori che l’hanno ammazzato proprio per quello.”

“A questo punto mi deve dire tutto quello che sa. Pensa a qualcuno in particolare? Magari la signora Maria, la

bidella?”

“Na bona pella p’’o lietto quella. Ma non è l’unica donna giovane e piacente nella scuola. Caro il mio commissario,

si guardi intorno.”

Filomena Accettura era la professoressa di scienze, una giovane supplente al suo primo incarico in una scuola

superiore e, forse per questo, fin dal primo interrogatorio era apparsa spaventata, smarrita, colpita più dei

colleghi dalle drammatiche vicende delle ultime settimane. Ma non c’era davvero nient’altro? Si trattava di

una bella ragazza, attraente, e la personalità della vittima poteva far pensare a qualche risvolto sentimentale.

Anche quella era una direzione in cui indagare.

“Lei signorina sa usare il computer?”

“No.”

“Il signor Modica non stava organizzando qui a scuola dei corsi di alfabetizzazione informatica?”

“Lui era gentile, provava a insegnarmi qualcosa ma io sono una frana.”

“Vi siete mai incontrati fuori della scuola?”

Anche una domanda così improvvisa e diretta faceva parte dei trucchi professionali. Con un pianto liberatorio

crollarono tutte le difese: “Alfio era simpatico, cordiale. Qualche volta siamo usciti, al cinema, in pizzeria.

L’altra domenica eravamo andati a Mergellina ed era stato un pomeriggio stupendo. La mattina dopo era lì

che faceva il cascamorto con quella mappina posta ’mperteca.”

“La bidella? La moglie del De Gennaro?”

“Proprio lei. Lo avrei preso a schiaffi e invece sono scappata via piangendo. Mi spiace anche per quello che è

successo poi con Romano.”

“Chi è Romano?”

“Il prof. Romano Prione, il collega di Educazione Fisica, uno dei pochi qui dentro che mi è stato vicino. So che

con Alfio hanno litigato, sono quasi venuti alle mani.”

Il professor Prione aveva confermato tutto, compreso l’alterco piuttosto violento con la vittima.

“Filomena è una ragazza ingenua, fragile, e lui approfittava della situazione. Non potevo permettere che le

facesse del male.”

“Qualcuno potrebbe parlare di gelosia?”

“Io sono affezionato a Filomena, le voglio bene come a una sorella. Quanto ad Alfio Modica era un poco di

buono, provi ad indagare un po’ tra le sue amicizie e mi saprà dire. Non sono stato io a farlo fuori ma non si

aspetti che pianga per la sua fine. Mi creda, sono pochi a piangerlo.”

La telefonata del prefetto non si era fatta attendere:

“Allora Commissario, a che punto siamo con le indagini? Guardi che siamo tutti sulla graticola, con i giornalisti

e con le famiglie dei ragazzi.”

“Stiamo facendo tutta una serie di riscontri, ma al momento non ci sono novità.”

“Guardi che, se non l’ha già scoperto da solo, quella Maria, la moglie del bidello, prima faceva la vita. Secondo

me è una pista da seguire. Mi dia retta”

Quando un’indagine stentava a decollare, quando non c’era un movente o quando ce n’erano troppi, come in

questo caso, il commissario De Pascale si prendeva un pomeriggio di pausa, qualche ora da solo a riflettere

passeggiando nei vicoli, più spesso seduto su una panchina dell’Orto botanico. Le possibili ipotesi erano state

vagliate tutte ma senza risultati apprezzabili, facendo solo emergere un Alfio Modica dalla doppia vita, un

personaggio ambiguo legato a ambienti pericolosi. Sul suo conto corrente erano registrati, con discreta regolarità,

ingenti accrediti di dubbia provenienza. Che si trattasse sempre di vincite al gioco? Improbabile. C’era

forse dell’altro?

L’idea di un possibile ricatto si fece strada lentamente. Un ricatto ai danni di chi? Forse era quella la strada

da percorrere.

Giusto una settimana per le autorizzazioni agli ulteriori accertamenti bancari e per registrare le prime curiose

coincidenze, troppo curiose per essere solo coincidenze. Contemporaneamente gli esperti del settore

informatico del commissariato avevano trovato il codice di accesso al computer portatile della vittima: una

miniera di informazioni che consentivano di mettere meglio a fuoco i suoi traffici e la sua personalità. E poi

c’erano quelle ricerche, apparentemente innocue, negli archivi storici del Liceo di Agrigento: le tessere piano

piano cominciavano a comporsi.

“Professore, vogliamo tornare sui suoi rapporti con il Modica?”

“Mi state accusando di qualcosa?”

“Per carità, solo che qualcuno è pronto a testimoniare di frequenti discussioni fra voi.”

“La gente è cattiva. Un passo falso e ti sono subito addosso tutti, la minima debolezza e per te è finita. E

comunque non è un segreto, ci detestavamo.”

“La ragione di quelle discussioni?”

“Il mestiere di insegnante è difficile di suo. Mancava solo che ci si mettesse anche lui a ridicolizzare la scuola,

il nostro ruolo. Qui c’è bisogno di rigore, disciplina, ma lui si sentiva al di sopra di qualsiasi regola. E il

brutto è che i ragazzi gli andavano dietro.”

“Professor Buscemi, è certo che non ci sia dell’altro? Abbiamo fatto controlli incrociati sui conti correnti e

abbiamo acquisito prove inoppugnabili. Perché Alfio Modica la ricattava?”

Un uomo di cinquant’anni che improvvisamente scoppia a piangere è uno spettacolo un po’ patetico, e tra i

singhiozzi la confessione.

“Ho una reputazione da difendere io. I colleghi quando li incontro nei corridoi mi sorridono, ma sono subito

pronti a mormorare alle spalle, quanto agli alunni mi temono, probabilmente mi odiano, ma è giusto così.

Lui aveva scoperto tutto e si prendeva gioco di me, minacciava di rendere la cosa di dominio pubblico. Non

potevo lasciare che mi rovinasse.”

“Che cosa aveva scoperto di lei Alfio Modica? Qual è il suo segreto?”

“In terza liceo, bocciato in matematica. Che cosa sarebbe successo se i colleghi, i ragazzi lo avessero saputo?”

OPUS VESTIBULI AEDIUM SACRARUM

DIVAE MARIAE MAGDALENAE POENITENTIS

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Il commissario De Pascale si attarda davanti a quella lapide che campeggia nell’atrio della scuola; nel ’300

era un convento intitolato a Maria Maddalena. Pensa al prefetto, uno solo dei tanti pronti a scagliare la prima

pietra, ed è contento che la sua teoria sia andata in fumo.

“Buona giornata commissario”, lo saluta cordialmente l’insegnante di educazione fisica avviandosi verso

l’uscita.

Il professor Prione è proprio un bel ragazzo e il commissario De Pascale lo segue con lo sguardo compiaciuto

finché non esce dal portone.

Chissà cosa penserebbe il prefetto di un funzionario di polizia omosessuale.

LA LEGGE DEL TRE

di Enzo Noseda

Enzo Noseda è nato e vive a Como. Scrive racconti, poesie, canzoni e commedie teatrali. Appassionato d’arte,

dipinge, suona, canta e recita in compagnie teatrali amatoriali. Nel 2001 ha scritto la commedia dialettale Ma

che Furtüna! e la commedia L’alluvione rappresentate numerose volte nei teatri lombardi.

Nel 2009 si è classificato 2° al concorso “Scripta Manent”, organizzato dal Comune di Como con il racconto

breve “Il sognatore”.

La mia paziente attesa è coronata dal successo: giro la chiave d’accensione, forse riesco finalmente a parcheggiare.

Il motore stenta ad avviarsi, ultimo contrattempo di una giornata in cui tutto è andato storto. In

una grigia serata di novembre scarico i pacchi della spesa.

Quando piove a Como, non smette mai.

Ogni giovedì al supermercato: scatolame, frutta, olio, uova, cibo per il gatto. Uno dei molti condizionamenti

di mia madre. “Mia madre”, mi sorprende che siano trascorsi dieci giorni dall’ultima sua visita. Le sue persecuzioni

devono finire. “Una strega, posseduta dal demonio. Liberarla per liberarmi è la soluzione.”

Mi avvio verso casa con passo claudicante, i pacchi mi colpiscono le gambe. Cerco nella borsa le chiavi, apro

il portoncino malandato che separa la strada dal lungo corridoio. Strizzo gli occhi per abituarmi al buio, metto

in tasca le chiavi, accendo le luci. Abito al terzo piano, niente ascensore. All’ultima rampa sento lo squillo

di un telefono. Mi affretto: so che è il mio. L’ansia mi prende: forse mia madre non sta bene. Odia il telefono;

chiama solo se ne è costretta: “Quando parli con qualcuno devi vederlo in faccia!” Subisco da sempre le sue

ingerenze, le ho assimilate. Uso il telefono solo se necessario, non possiedo un cellulare. Il telefono squilla,

mi affretto, percorro di corsa gli ultimi gradini mentre cerco le chiavi di casa frugando nella borsa. Non le

trovo: “Maledizione! Quando hai fretta va tutto storto!” Ricordo di averle infilate nella tasca del cappotto.

Contrattempo su contrattempo, il raziocinio viene meno, infilo la mano sinistra nella tasca destra attorcigliandomi

su me stessa finché le trovo. Si conferma la legge di Murphy: se qualcosa può andar male lo farà,

inciampo, il sacchetto della spesa si rompe, l’olio scorre sui gradini, le uova si infrangono con un “crack”, la

frutta rotola per le scale. Un vuoto allo stomaco, le tempie che pulsano, la vista si oscura, cado nel buio. Mi

arrendo: abbandono tutto sulle scale, apro la porta e mi precipito sul telefono:

“Pronto?” Dall’altra parte un respiro profondo, ansimante. Dovrei sapere di chi si tratta ma la testa non ragiona.

Sto pensando a mia madre, a quella maledetta di mia madre. “Mamma… rispondi… non stai bene? Mamma

rispondi!” Il respiro diventa rantolo. La immagino distesa sul pavimento, per una caduta o una crisi cardiaca:

ne sarei felice.

Una voce sottile e ansimante ripete: “… mi piaci… sei bella… sei una bambina cattiva… devi pentirti, espiare…”.

È ancora lui. Gli urlo “Imbecille!” e appendo con violenza la cornetta. Cado in ginocchio, la tensione accumulata

si scioglie in un pianto a dirotto. Un pianto di solitudine, per un nulla.

Torna il raziocinio: “Non ero pronta a rispondere ma ho risposto ‘pronto’”, questa situazione mi sta distruggendo.

“Mia madre deve morire”. Da un anno sto progettando la cosa. Ho predisposto tutto con meticolosa

e maniacale precisione: il coltello e i guanti, acquistati in un mercatino, da un anonimo cinese, a Forte dei

Marmi attendono da tempo di essere usati. Domani, nell’intervallo a scuola nessuno mi vedrà uscire; andrò

a casa di mia madre e aspetterò che torni dalla banca con i soldi. Nessuno se ne accorgerà. Sembrerà una

rapina di qualche balordo. Lui ha promesso di aiutarmi: Satana deve essere sconfitto.

“Venga avanti Scalzi, si accomodi; finisco di controllare questi documenti e sono subito da lei”. La voce di

Mario Martelli, preside del liceo Scientifico Galilei, rivelava la sua indignazione anche se cercava di controllarla.

Diego Scalzi, ventitreenne ultra-ripetente assunse un falso atteggiamento di ossequio e si sbracò sul divano

in attesa della solita predica. Aveva un turbolento e tragico passato, nonostante la giovane età. Abbandonato

dai genitori appena nato, cresciuto in orfanotrofio e poi adottato. All’età di tredici anni era rimasto coinvolto

marginalmente nelle vicende di una setta di satanisti che aveva compiuto delitti nella vicina provincia. Ne

era uscito indenne ma aveva perso molti anni di scuola. La sua vita ne era stata sconvolta e la sua fragile

personalità ne riportava ancora i segni. Taciturno, scontroso, spesso violento con tendenza al sadismo.

Il preside era un uomo di quarantacinque anni, dalla corporatura robusta, occhi azzurro ghiaccio che riuscivano

a penetrare mettendo in soggezione chiunque. Diego sapeva che sarebbe stato meglio assumere un

atteggiamento defilato per evitare che il predicozzo durasse più del dovuto.

Tutta colpa di Diana, quella stronza professoressa di matematica, maniacalmente soggiogata dalla legge del

tre: ciò che fai nella vita ti sarà restituito in misura tre volte maggiore. Era una persona ostinata, la professoressa,

e voleva a tutti i costi redimerlo e portarlo sulla retta via. Vedeva il diavolo dappertutto. A volte

delirava. Lui l’aveva assecondata e finalmente, quella volta che era andato a casa sua per una ripetizione

gratuita, avevano consumato un amplesso intenso e appassionato. Lei non lo faceva da parecchi anni e le era

piaciuto. Quella sera era emersa la predisposizione al sadismo di lui e il masochismo di lei. Le piaceva soffrire.

La storia era terminata dopo un paio di mesi. Lei non l’aveva più invitato a casa. Glielo aveva detto chiaro

e tondo: “È tutto finito. Devo riordinare la mia vita, espiare questo peccato e mettere le cose a posto”.

A lui rimase solo la masturbazione che praticava telefonandole frasi appassionate, sospiri e gemiti che lei

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imaneva ad ascoltare. Un nuovo gioco, eccitante per entrambi e lei c’era cascata ancora. Si abbandonava

al piacere solitario. L’ultima volta però gli aveva sbattuto la cornetta dandogli dell’imbecille. Qualcosa stava

cambiando nel loro nuovo rapporto: Diego doveva trovare un’altra soluzione per sfruttare l’attitudine di Diana

alla sofferenza, la sua resistenza al dolore, la sua maniacale ossessione per il demonio. Ne sapeva qualcosa

lui. Doveva tornare a casa sua, farle assaporare altre violenze ideate per lei. Aveva trovato molti spunti

navigando in internet.

Il preside era assorto nelle sue incombenze e Diego si guardò intorno. L’ufficio era ampio, con una grande

vetrata che si affacciava sul cortile. Sulla parete dietro alla scrivania erano appesi un crocifisso in ferro e

le foto del Presidente e del Papa. Dalla libreria in stile razionalista occhieggiavano molti volumi. Diego si

alzò per leggerne i titoli. C’era un po’ di tutto: manuali, trattati legislativi e scientifici, arte del management,

grammatica, calligrafia, esoterismo, saggi sulla stregoneria. Nel vedere quest’ultimi ebbe un brivido: i ricordi

del passato riaffioravano. Tornò a sedersi sul piccolo divano e allungò le gambe sul tavolino che gli stava di

fronte.

“Tolga quelle scarpe da tennis dal tavolo Scalzi, si avvicini e si sieda qui che dobbiamo parlare”, gli intimò il

preside, indicando una sedia. Il preside aveva ripreso il controllo. Stava riponendo i documenti in una grande

cartella di cuoio intarsiato con due emme incise su una placca dorata.

“Sono All Star Converse, non semplici scarpe da ginnastica, sono un mito, vecchio rinco!” pensò Diego. Le sue

scarpe erano speciali: le aveva decorate col disegno di un teschio e le aveva firmate.

“La sua situazione scolastica sta precipitando e questo richiede urgenti provvedimenti. La scuola non può

permettersi un altro scandalo dopo il suicidio di quella studentessa l’anno scorso. Lei con le sue continue

trasgressioni, rischia di comprometterne il buon nome. Questa volta ha superato il limite: ha aggredito un

suo compagno e un’insegnante. …”

“Signor preside, quello aveva cercato di fregarmi le All Star durante l’ora di ginnastica, e la prof Monti si è

messa in mezzo. Ce l’ha con me e sobilla gli altri professori, dice che sono il demonio in persona e… ” insorse

Diego.

“Non dica sciocchezze!” lo interruppe il preside. “Ha passato da tempo la maggiore età! Dovrebbe vergognarsi!

Qui abbiamo avuto compassione della sua situazione passata. Abbiamo cercato e continuamente cerchiamo

di aiutarla ma lei non collabora. Non vuole collaborare. La professoressa Monti è stata molto provata

l’anno scorso, è caduta in una grave depressione ma si è ripresa. Questo è l’ultimo avvertimento. Ne tenga

conto, deve rigare dritto, studiare e non creare altri problemi!” E con voce stridula concluse: “Soprattutto con

la professoressa Monti! Ora può andare!”. Il tono non ammetteva repliche.

Diego si alzò e apprestandosi ad uscire farfugliò delle scuse e una promessa:

“Sì, sì, va bene signor preside, le prometto che sistemerò questa faccenda con la prof nel modo migliore”.

“Quella stronza professoressa me la deve pagare” pensò pregustando le sevizie immaginate. Si richiuse la

porta alle spalle e tornò in classe.

“Chi ha trovato il cadavere?” Il commissario Baldi era arrivato sulla scena del delitto. La donna, legata a una

sedia, era stata accoltellata.

“Il gatto”, rispose l’agente Pandolfi, il suo fedele assistente.

“Il gatto? Non dire idiozie. È stato il gatto a telefonare alla polizia?”

“No, il gatto ha dato l’allarme. Stava sul pianerottolo e miagolava insistentemente. L’inquilina di sotto ha

sentito i miagolii ed è salita. La porta era spalancata. Ha visto il corpo, è tornata nel suo appartamento e ha

chiamato. Dice di non essere entrata, di non aver toccato nulla. Si è spaventata per il sangue.”

“Che ore erano?”

“La chiamata è arrivata in centrale alle 11.02. La vicina dice che solitamente a quell’ora la vittima non era in

casa.”

“Di chi si tratta?”

“Diana Monti, anni trentasette, professoressa di matematica. Insegnava al liceo Galilei. Nessun parente. La

madre, con cui litigava spesso, è morta l’anno scorso. La vicina dice che quando veniva a trovarla, si sentivano

certe urla! Era costretta ad alzare il volume del televisore per non farsi disturbare e… commissario, lei

l’anno scorso non c’era, ma lo sa che la madre è stata assassinata nello stesso modo? Uno dei casi irrisolti

del commissario Ferri. Potrebbe trattarsi di un serial killer…”

Il rapporto di Pandolfi fu interrotto dal medico legale che usciva dall’appartamento:

“Ciao Stefano. Brutta faccenda. La donna è stata stordita con un colpo alla testa e legata alla sedia. L’assassino

le ha tagliato la gola con un coltello da cucina. Deve essere soffocata nel suo stesso sangue. Una morte

lenta. Poi l’ha accoltellata più volte, con furia indemoniata. Il coltello è stato ritrovato sul pavimento assieme

a un paio di guanti da lavoro. Sarò più preciso dopo l’autopsia.”

Il commissario Baldi estrasse dalla tasca il tablet e cominciò a prendere appunti. L’agente Pandolfi ammirava

la sua passione per le nuove tecnologie. Dopo essersi collegato al server della centrale di polizia e una rapida

ricerca su internet il commissario aveva trovato molte informazioni.

“Commissario, là dentro c’è una videocamera collegata a un computer. Non abbiamo toccato nulla perché

aspettavamo lei ma sembra che l’assassino abbia filmato qualcosa” lo informò Pandolfi.

Nella stanza si percepiva l’odore dell’incenso che si consumava in un portacenere dissipando una nube

azzurrognola. Sulle pareti e sullo specchio erano stati tracciati simboli esoterici. Dopo un attento esame

della scena del delitto, Baldi rivolse la sua attenzione al computer. La webcam era ancora in funzione ma la

registrazione si era interrotta forse per la durata eccessiva. Con una certa abilità maneggiò la tastiera visionando

il filmato più volte. Pandolfi lo osservava estasiato dalla sua padronanza e disgustato dalle scene che

apparivano sul monitor.

“L’assassino compare di sfuggita, in un paio di scene è inquadrato dalla vita in giù. Si sente una voce contraffatta

urlare che il demonio vince su tutto. Ha fermato la registrazione quando si è avvicinato alla vittima

ma ha commesso qualche errore: c’è qualche dettaglio interessante su cui dovremo indagare meglio. Faccio

una copia e lasciamo lavorare quelli della scientifica. Noi ce ne andiamo, Panda.” Lo chiamava Panda perché

aveva le sembianze e l’espressione bonacciona del simpatico animale. A Pandolfi piaceva quel soprannome.

“Dove andiamo?” chiese Pandolfi.

“Al Liceo Galilei.”

“Ci sono stato l’anno scorso col commissario Ferri per quel suicidio”, ricordò Pandolfi.

“Sì, me ne ha parlato prima di andare in pensione, e guarda questa”, disse Baldi mostrando una fotografia,

“era nell’appartamento della vittima”. Una foto ricordo in cui c’erano la professoressa, i suoi studenti e il preside

con la sua bella borsa. Tra i tanti volti si notava Diego con le All Star ai piedi.

“Ma questo… sembra quel ragazzo coinvolto nella setta satanica. Una brutta vecchia faccenda. Sono passati

gli anni, è cresciuto ma mi sembra proprio lui, Diego Scalzi.” Panda era un osservatore attento, con la memoria

di un elefante. A Baldi piaceva anche per questo.

“Ne sono al corrente ma c’è dell’altro. L’assassino ha lasciato un segno inconfondibile, guarda le scarpe. Mi sa

che questo caso lo risolviamo in fretta, e non solo questo”, confermò il commissario.

Il preside era nel suo studio.

“Buongiorno commissario la segretaria mi ha informato che stavate arrivando per qualcosa d’urgente. In

cosa posso esserle utile?”

“Grazie per averci ricevuti signor preside. Vorrei qualche informazione sulla professoressa Monti. La conosceva?”

“Certo che la conosco. Perché dice conosceva?” replicò prontamente il preside.

Il commissario ignorò la domanda.

“Quando l’ha vista l’ultima volta?”

“Questa mattina, all’inizio delle lezioni alle 8.00 circa. Le è successo qualcosa?”

“Se non le spiace faccio io le domande”, rispose asciutto Baldi e poi aggiunse: “Signor preside, non le ho

ancora presentato l’agente Pandolfi, il mio collaboratore. Abbiamo urgente bisogno di parlare con uno degli

allievi: Diego Scalzi, è in classe?”

“Credo di sì, è un ragazzo molto difficile che si mette sempre nei guai. Dalla vostra richiesta devo dedurre

che anche questa volta… Spero che non ci vada di mezzo la scuola… Glielo mando a chiamare.” Il preside uscì

dalla stanza per avvertire la segretaria.

Nell’attesa Baldi si guardò intorno. Dopo una rapida ispezione della stanza la sua attenzione si rivolse alla

borsa in cuoio del preside che nel frattempo era tornato.

“Bella borsa! La possiede da molto tempo? Ci sono incise le sue iniziali.”

“Sì, ce l’ho da un paio d’anni. Un regalo degli studenti” rispose Martelli evasivo.

La segretaria annunciò: “Signor preside, c’è l’allievo Scalzi”.

“Venga avanti Scalzi, sembra proprio che lei non riesca a stare lontano dai guai, il commissario vuole farle

qualche domanda: che cosa ha combinato?” lo rimproverò il preside.

“Non so che cosa voglia da me, io non ho fatto nulla…”

Baldi prese in mano la situazione: “Lei è Diego Scalzi? La informo che dobbiamo registrare questo colloquio

per documentare la nostra indagine”.

“Registrare? Documentare l’indagine? Di che indagine si tratta?”

“La professoressa Monti è deceduta. Scusi, glielo dico nuovamente: questo colloquio sarà registrato.”

“Deceduta? Ma… come… sì certo dovete registrare… mi dica come è morta?”

“Bene! Cominciamo la registrazione”

Pandolfi avviò un piccolo registratore digitale appoggiandolo sulla scrivania, felice di dimostrare che anche

lui era al passo coi tempi.

Cominciò a registrare alcune formalità, la data, l’ora, l’identificazione delle persone presenti, poi il commissario

disse a Scalzi:

“Dovrebbe dire chi è lei e confermare di accettare la registrazione, prego”.

“Va bene, va bene ma non capisco. Sono Diego Scalzi, e confermo di accettare questa registrazione. Ma commissario

mi vuole spiegare?”

“Signor preside dovrebbe cortesemente registrare anche lei.”

Il preside eseguì sollecito registrando le sue generalità.

Il commissario prese il suo tablet e fece partire il filmato dell’omicidio fermandolo dopo un po’ su una scena

precisa spiegando quello che faceva a beneficio della registrazione.

“Osservate tutti con attenzione: notate niente di particolare?” Scalzi, Martelli e Pandolfi si avvicinarono al

piccolo schermo. Nell’inquadratura si vedeva chiaramente l’assassino che indossava le All Star di Diego con

disegnato il teschio.

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“Quelle sono le sue scarpe, signor Scalzi, le ho viste nella fotografia che ho trovato nell’appartamento della

vittima. Sono le stesse che indossa ora. Diego Scalzi, lei è in arresto per l’omicidio della professoressa Diana

Monti. Pandolfi leggigli i suoi diritti e portalo in centrale.”

Pandolfi eseguì ammanettando Diego che dava in escandescenze: “Siete pazzi! Io non ho fatto niente! Le

scarpe me le hanno rubate stamattina dallo spogliatoio in palestra!”

“Rubate? Ma se le ha ai piedi! Non dica sciocchezze! ” incalzò il preside.

Scalzi era confuso e disperato: “Le ho… le ho ritrovate nel bagno in fondo al corridoio, io non c’entro! Io non

c’entro!”

“Ne riparleremo in centrale Scalzi. Portalo via.” Pandolfi obbedì allontanandosi con Scalzi ammanettato e

urlante.

“Un caso risolto facilmente, quel ragazzo era destinato a fare una brutta fine” commentò il preside.

Baldi non rispose. Apprestandosi a riporre il computer si soffermò ancora a studiare il filmato. C’era qualcosa

di insolito. Tutto troppo semplice: un delitto, un assassino, una prova inoppugnabile. Guardò e riguardò la

scena con attenzione, poi si rivolse al preside:

“Lei è mai stato a casa della professoressa Monti?” chiese con noncuranza.

Il preside sobbalzò e rispose: “No, non so neppure dove abiti”.

“È proprio sicuro di non essere mai entrato nella casa della professoressa Monti?” insistette il commissario.

“Certamente! Le ho già risposto. Non frequento i professori al di fuori della scuola. Ma perché queste domande?”

Il preside dava segni di insofferenza.

“Perché se lei non è mai entrato nella casa della professoressa e addirittura dichiara di non sapere dove abiti,

come mai la sua bella borsa di cuoio è presente sulla scena del delitto?”

“Co… come, ma cosa… cosa sta dicendo? Lei è pazzo!” esclamò il preside, fuori di sé.

“Avrebbe dovuto stare più attento nel filmare professore. Non si è accorto che lo specchio nella stanza rifletteva

una sedia su cui c’era la sua borsa. Lei è il colpevole e non il povero Scalzi. Le conviene confessare.”

Il preside rimase sbigottito. “Come? La mia… la mia borsa ? Ma… ce ne sono migliaia simili!” balbettò per

difendersi.

“Non con una targhetta e le sue iniziali. Si legge benissimo, guardi qui”, lo incalzò Baldi indicando il filmato.

“Ma… ma… come … non capisco… la borsa … lo specchio…” sempre più confuso il preside agitava la testa e alla

fine crollò.

“… voleva denunciarmi, distruggermi. Aveva scoperto che avevo avuto una relazione con la sua studentessa

minorenne e aveva le prove che non si era trattato di un suicidio. Aveva perso la testa. Era in perenne

conflitto con sua madre. Diana mi teneva in pugno e un anno fa mi ha costretto ad ammazzare sua madre.

Aveva predisposto tutto. Poi è caduta in una grave depressione. Si sentiva colpevole per la morte della madre

e anche per la morte della sua studentessa…”, fece una pausa, con lo sguardo perso nel vuoto. “… era stata

in clinica a curarsi ma ne era uscita con l’ossessione per il demonio e una vocazione paranoica. Delirava sulla

legge del tre, parlava di espiazione, pentimento; voleva guarire il mondo dai peccati e voleva confessare

tutto per espiare le sue colpe.”

Baldi ascoltava, il registratore continuava memorizzare.

“L’ho ammazzata nello stesso modo della madre e ho cercato di manovrare per coinvolgere Diego Scalzi,

visto i suoi precedenti. Ho preso le sue scarpe dallo spogliatoio e le ho indossate per incastrarlo, poi le ho

abbandonate nel bagno dove le ha ritrovate”. Fece una pausa e proseguì:

“Lei non mi dava pace, ho cercato di convincerla ma non c’è stato modo… ”

“Un modo l’ha trovato, purtroppo”, concluse il commissario.

Fuori pioveva. Quando piove a Como, non smette mai.

LO SCONOSCIUTO E LA BRAVA RAGAZZA

di Andrea Di Gregorio

Andrea Di Gregorio insegna scrittura creativa, business writing e traduzione. Traduce per la Bompiani i romanzi

del giallista greco Petros Màrkaris.

Era ormai buio e non mancava che un quarto d’ora alla chiusura dell’edicola-souvenir, quando la porta si aprì

e il suono del cicalino distolse il vecchio signor Franco, il padrone, dal riordino delle riviste e dei ricordini.

Era entrato un ragazzo sui venticinque anni, carnagione chiara, jeans, giubbotto, capelli molto corti. In un

paese come Bellagio c’è molto passaggio e si è abituati a gente nuova. Ma quel ragazzo aveva qualcosa che

colpì Franco. Non era un turista. E non era neanche un ragazzo. Era un uomo di venticinque anni. Franco,

mentalmente, lo etichettò come uno sconosciuto. E quando uno sconosciuto entra nel tuo negozio, a un quarto

d’ora dalla chiusura, una buona cosa da fare è avvicinarsi al cassetto del bancone, dove ogni negoziante

coscienzioso e prudente nasconde la pistola. E così fece, Franco, mettendosi dietro al bancone.

Lo sconosciuto percorse i quattro metri che separavano la porta dal bancone, con calma. Zoppicava.

“Buonasera. Mi chiamo Achille Grandi. Sono un ricercatore dell’Università Cattolica e sono a Bellagio per uno

studio sulle comunità sociali del Triangolo Lariano. Posso chiederle un favore?”

Franco non aveva un’idea precisa di cosa fosse una comunità sociale, ma la parola “Cattolica” gli piacque. Anche

Achille Grandi era un nome che gli sembrava famigliare. E poi il ragazzo zoppicava e la cosa, come dire?,

lo rassicurava.

“Penso di rimanere in paese dalle due alle quattro settimane per la mia ricerca. Ho preso alloggio vicino

all’imbarcadero…”

“Dal Frangi?”

“Sì, proprio lui.”

“Ah, bene.”

“E, appunto… in questo periodo, per la mia ricerca, avrei bisogno di inserirmi nel contesto sociale del paese,

sa, per capire un po’ le cose, dal didentro…”

Franco ebbe un istintivo moto di ripulsa. Vedere le cose dal didentro non era mai rientrato nelle sue priorità.

“… e quindi le chiederei se può assumermi, nel suo negozio, come aiutante, per queste settimane. Mi aiuterebbe

molto nella mia ricerca.”

Fuori era ormai buio. E anche dentro, perché Franco risparmiava sulla luce. E poi stava per chiudere.

“No, nient de fa. Non posso permettermi un aiutante. E poi, tra due mesi vado in pensione.” Appunto: capita

sempre così: due mesi prima della pensione il proprietario del negozio viene sgozzato dall’aiutante per qualche

centinaio di euro di incasso.

“Ma non dovrebbe pagarmi”, insistette l’uomo che si era presentato come Achille Grandi. “Anzi, sarebbe

l’Università a passarle una certa somma per il disturbo. Avere questo posto sarebbe molto utile per le mie

ricerche.”

“Una somma? Sarebbe lei a pagarmi per lavorare?”

“Be’, non io direttamente. L’università.”

Che mondo: tutto alla rovescia, pensò Franco.

“E… quanto darebbero?”

Dopo due giorni, le bellagine di una certa età andavano nell’edicola-souvenir di Franco già più volentieri. “L’è

propri un bel fioeu”, dicevano tutte contente. Educato non c’è che dire, anche se era sempre in giro a parlare

con le donne, con i vecchi, con i ragazzetti, a intrufolarsi nelle case. Pare che le Zanetti, la Iole e la Ester, non

l’avessero fatto entrare, perché insospettite della sua insistenza. Voci incontrollate e incontrollabili. Ma anche

loro, povere donne: non era passato neanche un mese dal fatto brutto…

“Che fatto brutto?” chiese quella mattina livida Achille al Tunìn del bar dell’imbarcadero, mentre si faceva

tagliare un bianchino col Campari. Saranno state le 10 e il sole non si era ancora visto. Un po’ presto, forse,

per il Camparino. Ma si sa, a Bellagio, d’inverno, il sole c’è poco e sembra sempre pomeriggio.

“Eh… la Lauretta. Nessuno se l’aspettava. Che brava tosa che l’era. Ammazzarsi così. È affogata nella vasca.”

“Nella vasca? Ma è affogata o si è affogata?”

“Dicono che si è ammazzata.”

“E perché?”

“Chi dice che aveva un brutto male. Chi dice che si drogava…”

“E non ha lasciato niente, un biglietto, una lettera?”

“Mah… no. Neanche i carabinieri non hanno trovato niente. Era notte, era buio. Le Zanetti l’hanno vista morta,

nella vasca, quando hanno acceso la luce in bagno. Poverette, manca poco che ci restavano secche anche

loro. Hanno detto che ha lasciato un quaderno. Io non l’ho visto. Di sicuro ha lasciato parecchi milioni…”

“Milioni? In euro?”

“E sì, in che cosa, sennò, in borlotti? La villa col parco qui a Bellagio e una ventina di appartamenti a Milano.

Ma ascolti un po’: lei si chiama proprio Achille Grandi? Come il nostro sindacalista?”

“Sindacalista?” replicò lo sconosciuto. “No, non ne so niente.”

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“Ma pensa! Non l’ha mai sentito?”

“No. Se vuol saperlo, mi hanno chiamato Achille perché quando sono nato avevo già la gamba sifula. Mia

mamma dice che era di buon auspicio, visto che Achille era il piè veloce. Ma credo sia stato uno scherzo di

cattivo gusto di qualche zio. Sa come si dice, no?”

“Come si dice?”

“Parenti, serpenti.”

In fondo, quell’aiutante faceva comodo anche al vecchio Franco. Anche se era un po’ lento perché zoppicava,

gli sbrigava le commissioni e quella sera, che voleva uscire prima perché doveva andar fuori, gli avrebbe

chiuso l’edicola-souvenir.

“E non lasciare accese le luci, mi raccomando.”

“Certo, signor Franco.”

“Hai capito? Spegnile, che l’altra sera le hai lasciate accese.”

“Sì, signor Franco.”

“Fai come me. Io spengo sempre quando esco.”

“Ho capito.”

“Guarda che poi ti faccio pagare la bolletta.”

Uffa!

Achille spense le luci con molta cura (riaprì anche la porta per assicurarsi di non aver lasciato qualcosa acceso)

e uscì. Era a cena dalle Zanetti che all’inizio non gli avevano aperto, ma poi si erano lasciate affascinare.

Mentre saliva lentamente zoppicando la stradicciola che portava alla villa, ridacchiò tra sé. Girando per il

paese aveva saputo che il signor Franco usciva per andare a giocare a carte. E pare anche che vincesse. Per

cui avrebbe dovuto essere contento, anche se era sempre immusonito.

Le signore Zanetti, invece, non erano più tanto immusonite. Erano due belle sessantenni. Tipo donnoni, e ad

Achille sembrava che portassero quei reggiseni a cono che andavano di moda negli anni Cinquanta. Chissà

perché non si erano sposate?

“Che vuole, Achille. Non guardi i turisti e la gente: il paese è quello che è. Noi eravamo tre sorelle, mica tanto

ricche, sa?, e il papà e la mamma han cercato di far fare un bel matrimonio alla Renata…”

“La mamma della Lauretta?” chiese Achille tirando su un cucchiaio di brodo con un tortellino.

“Sì. Sa, lui era un Borghini…” disse la Ester sollevando un sopracciglio.

“… dei Borghini…” aggiunse la Iole sollevando l’altro sopracciglio.

“… quelli della Borgh…” fece finta di aver capito Achille.

“Proprio loro!” conclusero trionfanti le sorelle senza lasciarlo finire, perché insomma, non c’è mica bisogno di

dirsi proprio tutto. Tra gente di mondo ci si intende. “Avevano la villa qui. È così che si sono conosciuti con la

Renata.”

“Questa villa?”

“Sì, questa. Dopo che si sono sposati, nostro cognato l’ha data ai nostri genitori e a noi per starci, così davamo

anche un occhio. Tanto loro venivano solo per le vacanze e qualche uichènd.”

“Ho capito. E poi?”

“E poi la Renata è andata a Milano e noi siamo rimaste a curare i genitori, finché, dopo l’incidente dove sono

morti lei e il marito, ci siamo prese cura della Lauretta.”

“Ma insomma, signore, voi vi siete sacrificate!” esclamò Achille. “Avete dato la vostra vita prima per i genitori,

e poi per la nipote! Siete delle sante!”

Le signore arrossirono di compiacimento. “Ma no, cosa dice!”

Al dessert, la Iole si assentò per scendere in cantina a prendere il moscato che si erano dimenticate di portar

su e la Ester, avvicinandosi con il viso ad Achille, gli sussurrò: “Povere noi, altro che sante! La Iole, per esempio.

Lei non può immaginare, ma questi anni di solitudine sono stati duri. Ha preso un brutto vizio.”

Achille, sorpreso, chiese: “Che vizio?”

“Gioca. A carte. Lasci stare, va’. So io quel che ho passato. Soldi, eh. Tanti. Debiti.”

“Ma come, gioca con chi? Gente di qui, di Bellagio?” chiese Achille e, distrattamente, le prese la mano.

Ester arrossì e gliela strinse. “Guardi, non mi faccia parlare. C’è n’è di gente cattiva, in giro, che si approfitta

della debolezza di una donna. Lei è giovane, non può immaginare, e dire che ce l’ha anche vicino…”

“Vicino?”

“Vicino, vicino, Ma lasci stare, le ho detto. Non mi faccia parlare.”

Achille capì che non era il caso di insistere. “Ma adesso? Come siete messe? Magari, la Lauretta… mi avete

detto che eravate le uniche parenti…”

“Eh, povera Lauretta, che Dio la ricompensi… Adesso, ancora due mesi per le pratiche e poi forse le cose si

sistemano…” e poi, stringendogli anche l’altra mano aggiunse, chissà perché: “Non si preoccupi…”

“Non mi preoccupo” le sorrise Achille.

Sulla strada del ritorno, dalle fessure della clèr Franco si accorse che la luce dentro l’edicola-souvenir era

rimasta accesa.

“Che bigolo l’Achille, gliel’ho detto cento volte di spegnere le luci. Io spengo sempre quando esco. Perché non

lo può fare anche lui? Mi manderà in rovina!”

Tirò su, aprì la porta. Achille era dentro e stava leggendo Dylan Dog, seduto come al solito sulla sua sedia

pieghevole, a metà strada tra l’ingresso e il bancone.

“E tu che ci fai qui?”

“Scusi, signor Franco, ma avevo dimenticato una cosa.”

“E l’hai presa?”

“Sì, sì.”

“Cos’era?” chiese Franco mentre andava verso il bancone con l’aria di chi dà una controllata.

“Mah, niente. Lo sa che stasera sono andato a cena dalle Zanetti?”

“Ah. Avrai mangiato poco,” disse Franco mentre apriva la cassa e il cassetto.

“Ha ragione. C’erano tre tortellini e navigavano nel brodo come tre lucie nel lago. Abbiamo parlato un po’

della Lauretta. Povera ragazza.”

Il signor Franco aveva voglia di andarsene a casa e quelle chiacchiere lo infastidivano. “Povera, sì. Beh, mi

fai chiudere?”

“Sì, sì. Lo sa che la Ester mi ha confidato che anche la Iole gioca a carte? mi ha detto anzi che era in grossi

guai perché doveva quasi duecentomila euro a un tale.”

Il signor Franco si arrestò con la mano sul cassetto. “Come, la Ester? E perché ‘anche lei’?”

“Perché pare che qui a Bellagio giochino tutti. Lei non ne sa niente?”

Il signor Franco si sedette dietro il bancone. “Ne hai per molto?” chiese seccato.

“Ma no! Giusto un po’ di spetegüless. Però dice che ora, con l’eredità, si sono messe a posto… E a me la cosa

mi fa pensare.”

“Che cosa ti fa pensare?” chiese il signor Franco.

“Che è un po’ troppo comodo, no? La Lauretta si suicida, loro ereditano e ripagano i debiti. Che ragazza d’oro!”

esclamò Achille con una risata complice.

Il signor Franco sorrise.

“Non ci aveva pensato, eh?” chiese Achille. “E poi, la sa un’altra cosa?”

“Dimmela, e poi andiamo a letto.”

“Senza volerlo mi hanno confessato di aver detto una balla ai carabinieri.”

“Ma va’?”

“Sì! Sa come hanno ricostruito la scena, no? La ragazza si imbottisce di barbiturici, spegne la luce e si mette

nella vasca da bagno aspettando la morte. Invece loro, quando mi hanno raccontato tutto, mi han detto che

la porta del bagno era chiusa, ma hanno visto trapelare la luce da sotto lo stipite, e poi dopo tanto chiamare

hanno forzato la porta e hanno subito visto Lauretta morta nella vasca! Capisce? Hanno mentito ai carabinieri!

A loro hanno detto che la luce nel bagno era spenta, per sostenere la scena, ma a me hanno detto che

era accesa!”

“Ma non era accesa la luce in bagno. Era spenta,” disse il signor Franco.

“Sì è quello che hanno detto ai carabinieri, per non far capire che l’avevano ammazzata loro!” concordò

Achille.

“Era spenta,” ripeté il signor Franco.

“Ma no! Capisce? È lì il bello!”

“Era spenta,” ripeté il signor Franco. “Io spengo sempre quando esc…”

Il signor Franco impallidì e in una frazione di secondo pensò a parecchie cose. Era stato stupido. Quel tipo gli

aveva teso una trappola e lui ci era cascato. Ma non era una confessione. O forse sì, lo era. Comunque, quel

ragazzo era entrato nel suo negozio a tarda notte con l’intento di derubarlo – della sua vita, della sua pensione,

dei duecentomila euro che gli doveva la Iole Zanetti e che gli avrebbe dato, finalmente, ora che avrebbe

riscosso l’eredità. Aveva cercato di convincerla in tutti i modi a farla fuori lei, la nipote. Tanto era una tipa

che stava sempre sola, i soldi non le sarebbero serviti mai a niente. Ma la Iole non ne voleva sapere. Per

questo era stato costretto a farlo lui…

Estrasse dal cassetto la pistola. “Ti sei messo in brutto pasticcio, Achille. Un ladro, nella notte… È legittima

difesa.” E premette il grilletto.

Achille aprì il pugno e gli mostrò i sei proiettili che aveva tirato fuori dal caricatore.

La mattina dopo il tenente dei carabinieri Ettore Sandri, alias Achille Grandi, lasciò, senza zoppicare, la stanza

del Frangi e si avviò verso l’imbarcadero. Aveva per la testa il genere di banalità che ti vengono in mente

quando pensi a una ragazza bella e ricca che viene uccisa per una cosa stupida come i soldi – tipo che la vita

è davvero troppo corta per non godersela e che bisognerebbe rallentare ogni tanto, per guardarsi intorno.

Forse per questo, per andare a Como scelse il battello e non l’aliscafo.

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Indice

Introduzione, di Andrea Di Gregorio

Miriam Bonanno, Coca d’autore

Vincenzo Brighenti, Loser Game

Antonio Cavadini, La pipa del nonno

Luciano Cerea, La scomparsa di Guido Anselmi

Emilio D’Agostino, Agenzia Investigativa Sormani; quello che non diciamo oggi vel lo diremo domani

Alessandro Dragoni, Il prezzo di un amore

Cristiana Gazzaniga, Quel gran bastando del Comavaro

Laura Kaempf, Un piede nella fossa

Stefano Landoni, Il professor Gianni De Santis

Teresa Laporta, Il nome

Matteo Mascheroni, Un colpo al maestro

Chiara Milani, Terra presente

Giancarlo Montalbini, La Maddalena

Enzo Noseda, La legge del tre

Andrea Di Gregorio, Lo sconosciuto e la brava ragazza

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