foto M.Topini - Campo de'fiori

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foto M.Topini


Sandro Anselmi

Campo de’ fiori 3

La vita

è un dono

La vita è un bene prezioso che ci viene donato e l’esistenza, nel suo scorrere misterioso, ne è l’essenza stessa. La vita non è quello che

vogliamo e realizziamo, la vita è comunque, è, anche quando si cade, quando ci si arrende.

Essa è esaltazione o abbandono, vittoria o sconfitta e, seppur quando, con un carico di tristezza e sofferenza, la si vorrebbe lasciare, è

solo per una profonda nostalgia, perché la si ama troppo e ci ha delusi. Come tutti i grandi amori, non se ne comprende il tradimento,

e, nonostante i progetti disattesi, i sogni soffocati, essa deve essere, sempre, anche ad onta del dolore, della fatica, della sconfitta. Non

deve essere mai qualcosa da consumare e basta. Ogni vita vissuta, sia in ricchezza che in povertà, sia in salute che in malattia, ha sempre

un valore infinito.

Amare la vita non deve essere un semplice modo di dire, ma un concreto modo di vivere.

La vita è l’amore che non esaurisce, anche se il desiderio di amare spesso ci delude, perché sentiamo di non essere riamati completamente.

Così i dubbi, gli interrogativi, le domande sono dentro la nostalgia che si ha delle cose incompiute, ed allora ci possiamo domandare,

ci possiamo ribellare, ma la vita scorre sempre. E’ come se fossimo vissuti dalla vita stessa, cosicché restiamo attoniti, in silenzio, a

vederla scorrere in noi.

Nel suo mistero inspiegabile, nel suo destino spesso ingiusto, va accettata, amata, rispettata, e nessuno può esserne giudice o padrone.

Anche se le avverse vicissitudini, le amarezze, spesso inaridiscono il cuore e ci si sente soli, bisogna sempre avere qualcosa in cui credere,

un valore per cui combattere: la vita.


Giovanna D’arco

secondo Monica

La Guerritore ha

interpretato e diretto

il famoso dramma della

“pulzella” d’Orleans

di Loredana Filoni

Loredana Filoni e Monica Guerritore

(foto F. Antenore)


Sul palcoscenico del teatro c’è solo lei, vestita di nero e con un caschetto di capelli

biondi. Per un’ora ti incolla alla sedia con la sua rivoluzionaria e personalissima

Giovanna D’Arco. Mirabile connubio tra santità morale e forza temporale, trascendenza

femminile e determinazione maschile. Ancora una volta, la Guerritore interpreta

un universo femminile di donne assolute, dolorose, passionarie. Nelle vesti di

regista, Monica concilia la parola alla musica, in una partitura che accosta i “Carmina

Burana” di Orff, all’ “Adagio” per archi di Barber, a “Cross Roads” di Tom Waits e, a

nostro avviso, il momento più struggente e toccante, quello di “The show must go

on” di Freddy Mercury.

D: Ci parla di questa intensa Giovanna D’Arco, di cui è anche regista?

R: Rivivo quel mistero, luminoso e tragico, accostandomi al cuore della vocazione di

Giovanna, alla sua chiamata dell’anima, che si fa azione, attraverso lo spirito, dimenticando,

completamente, l’immagine, solo iconografica, tramandata dal cinema alla

pittura. Giovanna, qui, risulta viva attraverso gli “Atti del Processo”, visionaria e poetica,

nei versi di Maria Luisa Spaziani, per diventare “la visibile intelligenza del divino”

nel “De Immenso” di Giordano Bruno. Il “De Immenso” sembra restituirci, non

le voci da lei udite, ma la propria voce. E’ così che Giovanna rivive nella nostra epoca.

Compagna di ribellione e speranza di Che Guevara, accompagnata dalle immagini di

uomini e donne, in attesa della forza che viene dall’istinto di libertà. La cronaca del

giovane cinese che, a Piazza Tien An Men, ferma col suo corpo un carrarmato. Le

immagini di Dreyer, così lontane, diventano presenti, giudicanti. Il sogno di Marthin

Luther King testimonia come, da allora, da Giovanna, si levino alte, in ogni tempo,

“le voci contro il Potere”. Il teatro diventa, quindi, come necessità politica e sociale.

Con me, a fare da sfondo, le voci di Pietro Biondi, Enrico Zaccheo, Stefano

Artissunch, Raffaele La Tagliata.

D: Che ruolo ha la politica per lei?

R: Molto importante. Desidererei che, tutti quelli che io considero diritti elementari

di un individuo, in un paese civile, quali scuola, università, casa e sanità, fossero

garantiti a tutti i ceti sociali.

D: Lei, che in teatro interpreta sempre testi classici e storie di donne forti,

è la stessa che, negli anni ’80, faceva film ad altissimo tasso erotico…!

R: Il sesso è stato un grosso problema che io ho affrontato nei film “Scandalosa

Gilda”, “Sensi”, “La Lupa”. Sono stati film molto forti, che toccavano corde importanti

e drammatiche, che io volevo trattare! Questo è stato considerato anomalo, perché

le attrici di teatro, in genere, vengono considerate brutte e bravissime. Io, invece,

non ero bruttissima, facevo anche cinema, in ruoli seducenti, drammatici, per cui

“scappavo” un po’ dall’iconografia tradizionale. Ancora oggi, quando parlano di attrici

di teatro, io non ci sono; attrici di cinema, non ci sono; attrici televisive; non ci

sono! Il che, per me, è meglio, perché così sono sempre un po’ sfuggente, un po’

anarchica.

D: L’impressione che si ha di lei è di una donna “onnivora”: studia fisica,

filosofia, ascolta musica. Qual è la vita di Monica Guerritore?

R: Sono curiosa. Curiosa da morire. Mi piace leggere tutto! Sto leggendo i

“Novecento giorni di Leningrado”, mi sto appassionando a quell’assedio incredibile, a

come sono sopravvissuti. Leggo anche libri gialli. Mi piace andare al cinema. E poi

ho le figlie. Mi piace cucinare.

D: E’ stata sempre così?

R: Probabilmente è successo qualcosa nella mia vita, ad un certo punto. Per cui mi

sono lasciata andare alla curiosità ed all’accoglienza delle cose, alla sperimentazione.

Quando vedi quella foto di Einstein che fa la linguaccia, ti viene voglia di dire

“cosa hai fatto tu?”, “come sei riuscito?”, “cosa mi volevi raccontare?”

D: C’è un momento di “frattura” che l’ha spinta a cambiare vita?

R: Picasso diceva “Io non evolvo, io sono!”. Io ho sempre cercato di fare personaggi

che raccontassero qualcosa. Però, c’è stato un punto di rottura, nella mia vita,

quando mi sono separata, a 38 anni. Lì, ho cominciato da capo. Io avevo frequentato

solo scuole inglesi, non avevo letto, ero un po’ succube di questa presenza di

Gabriele (Lavia) che era molto, molto colta, che sapeva tutto, per cui, io, in qualche

modo, mi ritiravo un po’ in un cantuccio. Nel momento in cui sono rimasta sola, ho

cominciato a “gattonare”, come i bambini, ad andare a studiare, a seguire corsi di

filosofia, cominciare a capire il mondo intorno a me, cosa hanno scritto, cosa hanno

detto.

D: Cosa sta preparando, al momento?

R: Niente! Questa è una piccola cosa, però è importante per me, per il pubblico, perché

si esce con grande forza dallo spettacolo! Credo che quando esci da “Giovanna

D’Arco”, se c’è qualche cosa di utile, di importante, che nel tuo piccolo riesci a fare,

è soprattutto di riscoprirti grande. Ci dicono sempre che siamo niente, che non capiamo

niente, che il pubblico è ignorante, invece noi non siamo così. Siamo uomini e

donne pieni di cose importanti. E’ il momento di tirare su la testa!

D: Quando la rivedremo in TV?

R: Mi hanno proposto un bel ruolo. Una donna che ha salvato centinaia di ebrei. Un

ruolo che mi piace molto, ma che, al termine di questa tournèe, che mi vedrà parecchio

stanca, non so se sarò in grado di fare. Però mi piacerebbe!

D: E il suo “ruolo” più importante, quello di mamma?

R: Purtroppo, con il mio tipo di lavoro, non riesco ad occuparmi appieno delle mie

figlie, anche se so che avrebbero bisogno di una mia presenza costante. Ma non so

proprio fare altrimenti.


di Loredana Filoni

Elena Bonelli è attrice e cantante internazionale.

Sta facendo un grosso tour mondiale

con lo spettacolo “Gran galà della canzone

romana”. L’accompagna un’orchestra sinfonica

di 60 elementi, diretta dal Maestro Pippo

Caruso. Si tratta di un rilancio della canzone

romana nel mondo. Partito lo scorso anno,

con la realizzazione di un film dal titolo “Tanto

pe’ canta’”. Il film è stato prodotto con il contributo

della Regione Lazio. La prima mondiale

è stata a favore dell’Associazione Antea per

raccogliere fondi, necessari a proseguire la

propria missione: assistere, gratuitamente, a

domicilio, pazienti oncologici in fase avanzata.

Il film-concerto è nato da un’idea di Elena

Bonelli. Una prima visione esclusiva che l’artista,

sensibile alla solidarietà, ha voluto dedicare

alla Antea, per raccogliere 15.000 €,

atte all’acquisto di un ecografo portatile.

Questo strumento diagnostico è di vitale

necessità, per offrire ai pazienti, seguiti a

domicilio, un’assistenza sanitaria sempre più

idonea ai loro bisogni. All’estero, Elena

Bonelli, è conosciuta come “la voce degli italiani

nel mondo” per la sua potente voce.

Interpreta, sulla scena, donne di forte temperamento.

Voce di grande spessore (sono

da ricordare i suoi spettacoli dedicati a

Juliette Grecò e Liza Minelli, nonché il CD

dell’inno di Mameli). Attualmente è una delle

protagoniste della serie TV “Orgoglio – capitolo

terzo”, in onda su RAI 1.

D: Ci parla di questo spettacolo sulla

canzone romana?

R: E’ uno spettacolo che stiamo portando in

giro per il mondo. Abbiamo già toccato città

come Budapest, Panama e Guatemala City.

Accompagnati da orchestre sinfoniche del

posto, dirette sempre da Pippo Caruso. La

prossima stagione prevede l’America, Cipro

ed altri paesi. E’ stato in scena a Roma, al

Teatro dell’Opera, con grande consenso del

pubblico e critica. A grandissima richiesta, il

21 Febbraio, saremo all’Auditorium di Roma.

E’ uno spettacolo che io vorrei proporre

soprattutto ai giovani. Il mio impegno sta nel

fare un’operazione di avvicinamento alla canzone

romana, perché chi la sente si arricchisce

di un patrimonio di tradizioni che oggi un

po’ manca. L’originalità sta nel fatto che reinterpreto

la canzone romana in chiave sinfonica.

D: Come mai proprio la canzone romana?

R: Perché io “so’ romana de Roma”. Sono

nata in Prati. Mi piace Roma! Giro tutto il

mondo, ma non lascerei mai Roma. Ritengo

sia la più bella città del mondo.

D: Come inizia la Sua carriera?

R: Nella “notte dei tempi”! Ho cominciato con

la televisione. Poi tanto teatro. Teatro musicale

con Roberto De Simone. Sono passata

dalla televisione al teatro, in un periodo in

cui, fare teatro, era un grosso pregio. Ora è

una gran fatica e basta! Però ho avuto tante

soddisfazioni! Ho creato una mia compagnia

teatrale della quale sono capocomico da tredici

anni. Produco gli eventi musicali nel

mondo.

continua a pag. 43 ......


campodefiori


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MATCH POINT

Match Point, USA- Gran

Bretagna, 2005. Genere:

drammatico; regia:

Woody Allen; interpreti:

Scarlett Johansson,

Jonathan Rhys-

Meyers, Emily

Mortimer, Matthew

Goode, Brian Cox,

Penelope Wilton; produzione:

BBC, Thema

Production; distribuzione:

Medusa; durata: 124

minuti.

“…Succede in un match di

tennis, che la palla sfiori la

sommità della rete e, per

un quarto di secondo,

possa andare da una parte

o dall’altra. Con un po’ di

fortuna, raggiunge il bersaglio

e vinci. Ma può

anche ricadere dalla tua

parte e allora perdi…”.

La frase sopra esposta

compendia in poche righe

il prologo della 35° opera

di un veterano del cinema

hollywoodiano Woody

Allen: Match Point.

Profondo conoscitore della

natura dell’uomo, Lev

Tolstoj in Il regno di Dio è

in voi rimugina sull’assioma

che l’ambizione non

s’accorda affatto con la

bontà; s’accorda con l’orgoglio,

con l’astuzia, con

la crudeltà. L’aforisma

dello scrittore di Guerra e

Pace potrebbe, beninteso,

essere riferito al protagonista

di quei fervidi 124

minuti di pellicola che, il

pubblico delle grandi occasioni

e la giuria di Cannes,

hanno salutato con una

festosa accoglienza. Il

merito di questo successo

risiede nella capacità del

regista di strabiliare la

gente in sala con un lavoro

che deraglia dai binari

della sua comicità nevrotica,

per sconfinare nel

campo del giallo. Il cinefilo

più agguerrito ha un

motivo in più per recarsi al

cinema: la curiosità…la

curiosità di vedere come

se la cava il settantenne

Allen nel dire addio, sep-

Campo de’ fiori

pur temporaneamente, alla sua beneamata

Manhattan e catapultarsi nelle squillanti

campagne del Regno Unito e negli ovattati

interni di un’agiata intellighenzia

anglosassone. Match Point è un ossequio

al cinema europeo dei tempi passati, a cui

l’autore è particolarmente devoto; chissà,

inoltre, se durante la stesura della sceneggiatura

sia albergata fra i suoi pensieri, la

tentazione di raggiungere l’indiscusso

maestro del cinema giallo: Hitchcock; di

sicuro deve essere un suo ammiratore.

Il postmoderno Bel Amì, Chris Wilton

(Jonathan Rhys-Meyers), abbandonato il

settore del tennis agonistico, si ricicla

come maestro di tale sport nel più esclusivo

club dell’enclave londinese. Tom

(Matthew Goode), un ricco allievo, lo introduce

nei salotti che contano; il giovane

desideroso di accrescere la sua situazione

sociale circuisce Chloe (Emily Mortimer),

sorella di Tom e la prende in moglie. Ma

l’irrequietezza è dietro l’angolo e non tarda

a manifestarsi: infatti, da quando lo sguardo

di Chris si posa sull’algido corpo di

Nola(Scarlett Johansson), il pensiero di lei

diviene così forte da toglierli il fiato. Il

triangolo amoroso che questi individui

intrecciano ha una complicazione in più: la

femme fatale di cui l’atleta si è invaghito è

la fidanzata del suo neo cognato. Lo snodarsi

degli avvenimenti farà sì che l’attra-

di

M.Cristina Caponi

zione fatale fra i due, ponga seri ostacoli al

camino che l’immaturo arrampicatore

sociale si è prefissato, ma per risolvere i

problemi, forse, si può anche ricorrere a

metodi spiccioli…

Sobrio nelle immagini, sfarzoso nella

colonna sonora che fa appello alle più

celebri arie del melodramma nostrano: Il

trovatore, La Traviata, il Rigoletto; queste

ultime fungono da fattore coadiuvante per

l’inevitabile funzione catartica del finale. Il

pregio d’Allen è di aver scritturato due artisti

emergenti in grado di calamitare l’attenzione

dello spettatore: una Scarlett

Johansson, formidabile nella parte di un’aspirante

attrice americana bionda, sensuale

e volgaruccia (questa caratteristica si

nota anche grazie ad un deplorevole doppiaggio

italiano) e un attore, Jonathan

Rhys-Meyers ancora semi sconosciuto per

il target italiano, ma noto oltreoceano per

essere l’interprete principale di una miniserie

televisiva su Elvis Presley.

Chissà se chi da sempre segue i passi del

regista di Tutti dicono I love you, avesse

sospettato, in quest’uomo minuto, una

propensione ad una filosofia orientata

verso un pessimismo di fondo, tanto da

annuire all’affermazione del tragediografo

Sofocle per cui la sorte migliore degli

uomini sarebbe non essere mai nati?

Mistero della natura umana.


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Un’ antica

residenza della

provincia di Padova…

avvolta dalla nebbia : così si

manifesta il temporaneo sigillo della

natura sopra questa porzione di terra, resa

isola nei confronti del resto del mondo …….

Un chiarore d’interni, proveniente dalle parti

basse di un ‘ala dell’antica magione, tenta di

irradiarsi ma si neutralizza all’incontro con

la lattiginosa luminescenza della spessa

foschia, sentinella infreddolita al di là delle

ampie finestre, occhi secolari di questa prestigiosa

dimora sulla circostante selva……..

articolati “pizzichi di suoni” prendono “via

degli spifferi” e sperano che il loro fugace

momento all’addiaccio sia intercettato da

qualcuno ……..se non gli occhi, le orecchie

posson udire e testimoniare che la “chiusura”

al Mondo……… non è perfetta ! E’ una

stanza grande, nella “pancia” di una villa

secolare nei dintorni di Padova, la “terra

natale” di quei segnali sonori che, allorquando

ci avviciniamo, distinguiamo essere

“MUSICA” ….e che musica ! Varchiamo la

soglia ? Impossibilitati a tenerci per le orecchie……porto

io i “padiglioni” per tutti voi …

vado! Pochi attimi di percorso e imbocco………

la “The way out” (trad. “l’uscita”)

per il coinvolgente “mondo musicale” creato

da un preparatissimo trio di musicisti

Italici, da riporre nel vostro scaffale di “conserve

discografiche” alla lettera “H” come

HYPNOISE ! “The Way out” è il brano d’apertura

e, aggiungo, d’assalto, dell’opera

prima “dei musici Hypnoisici ”, “OPIUM”,

posto in circolazione nei primi mesi del nuovo

millennio dopo una lavorazione avviata sin

dal 1996: a tale periodo risalgono, infatti, i

“sintomi Hypnoisici” avvertiti da alcuni studenti

liceali della “turrita e merlata”

Cittadella, antico abitato in provincia di

Campo de’ fiori

Padova, intervenuti ad una performance

di debutto del “TRIO” che,

nell’occasione, espose primitive versioni

di alcuni brani, successivamente

maturati e, oggigiorno,

“ribollenti” per intuizione compositiva

dai solchi del “12 cm ”

OPIUM ! La “pancia” di quella

villa nei dintorni di Padova,

“campo base” delle attività

della band, ha incubato germogli

musicali, oggi fiori di

valenza Internazionale, concepiti e

curati alla “luce naturale” di una felice corrispondenza

tra talento, formazione culturale,

perseveranza di un obiettivo artistico! La

potenza del trio è assicurata dalle energie di

“MIKE P. III”, chitarre, voce solista, fulcro

creativo ed organizzativo della band, “FREZ”

alla batteria e percussioni……… dal drumming

eclettico, “ SANZE” al basso ……altamente

performante, già tra loro in contatto ai

tempi della partecipazione ai corsi di una

prestigiosa scuola di studi musicali, la

“Thelonius Monk jazz school” di Vicenza. Il

debutto discografico degli HYPNOISE è stato

un fatto transnazionale avendo beneficiato

delle preziose cure dell’esperto ed apprezzato

produttore Americano Ronan. Chris

Murphy, lui stesso musicista in attività e collaboratore

di affermati artisti Internazionali

anche della “corte di King….. Crimson”,

volato da Seattle a Padova, ben disposto a

sviluppare le trame sonore della Band.

“OPIUM”, accattivante realizzazione dal

forte impatto Internazionale, si spiega in

nove episodi, dagli eterogenei fondali, per un

complessivo di oltre 40 minuti scanditi da

brani cantati in lingua Inglese e un paio di

pregevoli strumentali. L’apertura è affidata al

rock energico ed elaborato, nel substrato ritmico,

nel cesello chitarristico stratiforme,

nella performance vocale, del brano “The

way out”, appropriata “tessera di partenza”

dell’ ampio mosaico musicale “posato” dal

trio Padovano: una performance slanciata …

un andamento da “power trio”, un solismo

chitarristico coinvolgente, “effusivo” quanto

basta per non velare la prestazione dei

musici “sottofondisti”, la voce di Mike P. III

tarata su un’appropriata gradazione di ruvidità

e potenza espressiva …… e poi c’è la

“warr guitar” di Mr. TREY GUNN …… oltre un

lustro di “passeggiate musicali” nei giardini

del “RE CRIMSON” …… un divampante finale

chitarristico! Il programma musicale che

segue attesta che il cd OPIUM non rap-

di Carlo Cattani

presenta uno scontato supporto musicale

da “sdoganare” con un’etichetta di genere

per “gli usi consentiti “ dalle leggi di mercato

ma assorbe riflessi provenienti da sfaccettature

di una sensibilità musicale dagli ampi

confini che conferiscono, a quest’ opera,

caratteristiche che ben lo possono/potranno

accreditare all’attenzione di un pubblico di

“fini timpani”, ricercatore di pagine musicali

a “lunga conservazione di interesse”!

Scorre musica di gusto e fascino, ispessita

dai coinvolgenti arrangiamenti che “ambientano”

ogni singolo brano e conta sull’estro e

misura della “6 corde” di MIKE P. III, ora

“arrampicatore” indefesso impegnato in

oculati virtuosismi solistici, ora attento free

climber “sospeso” a…… “spuntoni di psichedelia

simil PinKFloyd” che crea, insieme

ai suoi fidi FREZ e SANZE, momenti di dilatazione

musicale intriganti! C’è calda ispirazione

che evapora dal “rosario” dei brani di

OPIUM … c’è più che mai l’uomo e la sua

voglia di trovare “artifici” davvero a portata

di mano e, talvolta occasionali : con le tecniche

di registrazione

usate nel progetto

OPIUM e seguenti

(qualche riga più

in là saprete…), gli

HYPNOISE bandiscono

dalle loro incisioni

il suono consumistico

digitale e

le facilitazioni

dei multipista,

recuperando creatività,

calore e incisività da

tecniche e suoni a

cui impianti,

attrezzature,

supporti di

registrazioni,

componentistica

e procedimenti

di

registrazione da “artigiano

in via di estinzione”, conferiscono il

feeling di un periodo, quello dell’era analogica

che, dai commenti dei “ puristi audiofili

”, presenta delle “sfumature sonore” esclusive

… pregi e … difetti del “mondo analogico”,

potremmo ben dire, essi stessi strumenti

per gli HYPNOISE! Più che mai convinti

della “bontà dell’esperienza analogica” e

forti dell’entusiasmo suscitato presso pubblico

e critica, la band Padovana ci delizia,

proprio in questi giorni, con una nuova ……


GRAN-

DE…… prova

discografica, pubblicando

il cd (probabilmente,

sarà edita anche una versione in formato

vinile a tiratura limitata), “ST.VALEN-

TINE’S PORNO BAR” per l’etichetta

Americana (L.A.) “VENETO WEST

(www.venetowest.com)”. A differenza di

“OPIUM”, dove i singoli brani “vivevano l’occasione”

negli stretti minuti a loro disposizione,

quali “istantanee” di momenti e di emozioni

occorsi nella vita dell’autore MIKE P. III,

qui siamo al cospetto di un’opera rock (“A

novella by HYPNOISE”, è riportato sul fronte

dell’originale copertina ambientata in “esterno

Veneziano”, appena realizzata e visibile in

anteprima assoluta per il “pianeta Rock” su

queste pagine), dove è messa in scena una

storia immaginaria e la sua esposizione si

dipana nell’arco di oltre 70 minuti, con dinamiche

ed espedienti musicali che sapranno

conferire maggiori attenzioni intorno alla

musica di questo gruppo! Un notevole passo

avanti rispetto al citato, pregevole e più istintivo

“OPIUM” … estesi ascolti di “ST. VALEN-

TINE’S PORNO BAR” mi convincono che gli

HYPNOISE volano alto con questa prova,

confermando la loro vocazione

Internazionale e dimostrando di essere

capaci di affrontare con concretezza

un progetto di

ampia esigenza

creativa,

inquadrabile,

per esigenze

di catalogazione nell’ambiente

del “progressive dalle

tinte psichedeliche”…… più che mai ……

le ambizioni del “TRIO” sono grandi! Le

capacità di invenzione musicale del band leader

MIKE P III sono ampiamente dimostrate

da questa “mini-mega produzione”, sgorgata,

come idea di base, dalla sua “rovente mente”

in pochi minuti di un pomeriggio … del giorno

di San Valentino del 1999…. Immaginatevi

quelle folgoranti illuminazioni, combinazione

di elementi positivi di una “giornata particolare”,

che ti danno sprono e chiariscono un

percorso … una sensazione quasi orgasmica

Campo de’ fiori

… così è stato per MIKE che ha iniziato

pazientemente a scrivere lo “storyboard” di

questa” ispirazione”, appuntando bozze di

testi (in lingua Inglese ) e linee musicali

funzionali a descrivere spazi entro i quali

far muovere un personaggio in “evasione”

dal suo stressante vivere giornaliero,

dal “carnevale quotidiano”, teso alla

ricerca di una dimensione più spirituale

che terrena ….. in transito a

ST. VALENTINE e per nulla attratto

dalle “libertà materiali” offerte nei

suoi meandri ... con momento culmine

rappresentato dal dissolvimento nell’oceano

del protagonista, finalmente sereno di fronte

alla complessa semplicità della natura

(gran finale, il brano “THE OCEAN, ispirato,

per diretta confessione fattami dall’autore,

durante una calda e placida notte Cubana

affacciato sull’immensità dell’Oceano

Atlantico dalla famosa Playa Santa Lucìa ).

Più che mai … analogici gli HYPNOI-

SE, che realizzano questo cd avvalendosi

di accorgimenti, in esecuzione

e in modalità di registrazione,

“vetusti” nell’era di WI-FI, mp3, i

Pod e via scorrendo tra i vari

acronimi quotidiani della era

informatica, capaci tuttavia,

come dicevo prima, di “far

suonare” tutto questo modernariato,

a mò di balsamo per le loro note già provviste

di interessante creatività! Luoghi, cose

e persone, hanno contribuito alla riuscita di

questo cd …… la città di Venezia con la

“presa diretta” delle “OSI” (“chiacchiericcio”)

al mercato del pesce di Rialto e lungo le sue

umide e nebbiose calli, le “risposte ambientali”

di una piccola chiesa medievale e di una

villa centenaria, le “circuitazioni e le captazioni”

di gloriose radio d’epoca a valvole…

su tutte una mitica Magnadyne S53 del ‘35,

originali ed emozionanti innesti gospel

immortalati dall’ugola di Miss Cheryl Potter,

vocalist AfroAmericana, ambita ospite del

progetto insieme a una “porzione” degli

International Gospel Messengers, formazione

Italiana di spirituals & gospel di rilevanza

Internazionale; e poi, ancora, la regia “colta”

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del produttore Ronan C.Murphy che ha sintonizzato

le sue abilità tecniche ed artistiche

alle esigenze espressive di MIKE e soci ……

anche una vecchia damigiana ha prestato la

sua “pancia” contribuendo alla creazione di

particolari suoni per il basso di SANZE…..

“damigiana vecchia fa … buon suono” è proprio

il caso di dire! Su tutto sempre e comunque

le fondamenta musicali del trio

Padovano, le doti del suo leader, profondamente

ispirato dalle grandi pagine musicali

dei Pink Floyd delle quali, a macchia di leopardo

nel cd, si apprezzano benevoli influssi.

Da citare, per tutti gli appassionati … in

lettura, che Mike ha preso parte a diverse

“maratone musicali” svoltesi negli ultimi anni

a Padova: una prossima di 78 ore ci sarà ad

aprile … “sfiancandosi” … a fianco di mitici

musicisti quali Pat Mastellotto e Tony Levin

(King Crimson “World”) … ho detto tutto(!),

di un grande polistrumentista ma fondamentalmente

chitarrista, session man per gente

come Bob Seger-Neil Young-Dobbie Brothers

etc etc…… Mr. Willie Oteri

(www.willieoteri.com). Inoltre, in queste settimane

diverse radio hanno ospitato/ospiteranno

la Band, trasmettendo interviste e mini

set acustici dal vivo mentre scriviamo; Radio

Popolare Network (nel programma “From

Genesis To Revelation”–riferimento per tutti

gli appassionati di rock progressivowww.fromgenesis.net)

e Radio Cantù

(programma “Prog Generator-www.radiocantu.com/tarkus),

ci hanno già offerto la musica

del “Trio”; E’ stato presentato, il 14

Febbraio, presso Blacks a Londra, il CD, speriamo

anche di ascoltarli, dalle nostri parti,

in radio e di vederli dal vivo… presto!

Padova, latitudine 45°24’57”96 N - longitudine

11°52’58”08 E … gli appassionati del

rock di qualità dovranno orientare le “recie”

verso questa zolla del Pianeta!

www.HYPNOISE.NET esaurientissimo ed

aggiornatissimo sito delle attività della

band…. non sostenerli sarebbe uno

sgarbo a San Antonio da Padova !

“Tuto dovarià issare musica. Ti, che Te me

parli, i bocia che ride de scioco, el mondo che

va vanti. Musica on viajo, on amigo, on fradelo.

Musica la

vita. Tuto,

podarìa. Ma

cossa ghe

xe che

stona?”


Campo de’ fiori


di

Riccardo

Consoli

ugantino, maschera della Commedia dell’Arte, prima di

apparire in borghese, è la caricatura di un goffo sbirro

Rattaccabrighe, armato con due coltellacci che indossa una

giubba di panno rosso con falde a coda di rondine, corpetto

e calzoni dello stesso colore, scarpe con grossa fibbia e

un cappello a forma di incudine; a volte viene rappresentato

come capo degli sgherri, altre volte come brigante travestito

da sgherro:“…cor cappello a du’ pizzi, cor grugno

lungo du parmi, co’ ‘na scucchia rivortata ‘nsu a uso de

cucchiaro, co’ no’ spadone che nun ce la po’ quello der sor

Radeschio, e co’ le cianche come l’Arco de Pantano, se presenta,

Signori mia, Rugantino er duro, nato ‘nsto piccolo

castelluccio e cresciuto a forza de sventole, perché ha

avuto ‘gni

sempre er

vizio de rugà e

d’arilevacce…”

Con il passare

del tempo

queste caratteristiche

si

perdono fino

ad acquisire

quelle di un

giovane perdigiornofanfarone

di quartiere,

un po’

delinquente,

un po’ sbruffone,

sempre

pronto con la

lingua, “…mejo

perde ‘n

amico che ‘na

bona risposta…”, ma perennemente soccombente nel

momento in cui occorre menar le mani; “…me n’ha date

tante, ma sapessi quante jè n’ho dette…”

Rugantino è il prototipo del bullo romano per eccellenza,

sempre pronto allo sfottò ed alla rissa, cerca rogna, je

puzza de campà, je rode, minaccia, promette di darle, ma

le prende sempre, il tutto con connotazioni di lealtà e generosità

verso i più deboli, caratteristiche queste del romano

buono e credulone, un po cialtrone, a volte vigliacco, ma

che per nessun motivo al mondo è disposto a farsi pestare

i piedi; la sua caratteristica è l’arroganza, il nome gli deriva

proprio dal termine ruganza, ossia arroganza; una

maschera tipica vestita da povero popolano con un paio di

braghe consunte al ginocchio, una fascia stretta alla vita,

camicia e casacca, fazzoletto intorno al collo.

Scrive il poeta:“…c’è un personaggio caro a Roma nostra,

/ er popolo lo chiama Rugantino, / c’ha carattere vero e lo

dimostra: / è un rompiballe davvero fumantino…

“…se diverte a rugà, lo dice er nome, / che se traduce

all’esse prepotente, /de rompe a destra e a manca li cojoni

/ pe avecce er sangue rosso e assai bollente…

Rugantino è una maschera del settecento e, anche se il

Campo de’ fiori 13

Roma che se n’è andata: luoghi, figure, personaggi

Rugantino

Una maschera del settecento

teatro dialettale romanesco risale alla fine dell’ottocento,

alcune singole parti in vernacolo erano state portate in

scena ben prima di questo periodo; fra le battute più celebri

ricordiamo quella in cui, nei panni di un servitore alla

ricerca di una balia per la sua padrona, a Pulcinella che gli

domandava:“…perché i signori fanno allevare i figli alle

balie…”, rispondeva:“…che nu’ lo sai, perché imparino da

piccini a succhià er sangue de la povera ggnente…”

Queste battute ci riportano a tale Gaetano Santangelo

detto Ghetanaccio, attore che rese popolare la maschera di

Rugantino al Teatro dei Burattini; questi un giorno venne

invitato dall’Ambasciatore di Francia per tenere uno spettacolo

a Palazzo Farnese, con una sola condizione: non doveva

proferire ne

parolacce ne sconcezze;

Ghetanaccio

assicurò che, nel

corso dello spettacolo,

non sarebbe

stata detta alcuna

scurrilità ma, disse,

per esigenza di

copione, una pernacchia

debbo farla

per forza.

Ottenuto il permesso,

allorquando

durante lo spettacolo

un servitore

annuncia l’arrivo

dell’Ambasciatore,

parte una pernacchia

che fa vibrare

la sala e inorridire

l’intero Corpo

Diplomatico; l’ira dell’Ambasciatore è grande, ma

Ghetanaccio serenamente:“…una me n’avete concessa,

una ve n’ho fatta!”

Giggi Zanazzo nel 1887 fonda e dirige una Rivista satirico -

umoristica; quale nome più appropriato se non quello di

Rugantino?

La pubblicazione riscuote immediatamente grande successo;

ancora oggi è pubblicata come Settimanale Satirico

Politico, nell’ambito del quale, ampi spazi vengono dedicati

alle tradizioni e curiosità romane. Ma veniamo a tempi

molto più recenti.

Garinei e Giovannini, con la collaborazione di Pasquale

Festa Campanile, Massimo Franciosa e il Maestro Armando

Trovajoli, decidono di creare un nuovo spettacolo musicale

incentrato sulla maschera di Rugantino; nasce così una

delle più celebri commedie del nostro teatro leggero, quella

che la critica definisce la Commedia Musicale Italiana più

popolare e amata.

Va in scena per la prima volta il 15 dicembre 1961 al Teatro

Sistina, i principali interpreti sono: Nino Manfredi, Lea

Massari, Aldo Fabrizzi, Bice Valori e un giovanissimo Lando

Fiorini.

continua a pag. 14...


14

Valerio

Mastandrea e

Sabrina Ferilli,

rispettivamente

Rugantino e

Rosetta

nell’ultima

rappresentazione

teatrale di

“Rugantino”

...continua da pag. 13

A beneficio di quei pochissimi lettori che non conoscono la commedia

musicale ecco la trama: attorno a Rugantino si muovono

alcuni personaggi che riproducono perfettamente i diversi caratteri

della commedia popolare, Mastro Titta oste- boia, bonario e

umano malgrado la sua professione, il prepotente Gnecco, l’audace

e prosperosa Rosetta, il Principe don Nicolò Paritelli, rappresentante

dell’aristocrazia nera e la semplice ma furba

Eusebia.

Siamo nella Roma del 1830 all’epoca del Papa - Re; Rugantino,

un giovane sbruffone, indolente e un po vigliacco, vive divertendosi

tra mille scherzi consumati ai danni altrui:“…a Sori

Principi Paritelli, magnateve er gatto…” e qualche truffa che gli

consente di tirare avanti.

All’inizio della storia lo troviamo alla gogna e, mentre sconta

questa ennesima punizione, deriso e sbeffeggiato dagli amici,

viene confortato da Rosetta, procace e bellissima popolana,

infelicemente sposata con tale gelosissimo Gnecco, assassino

del primo marito, particolare questo che Rugantino non conosce;

egli non perde tempo e, spavaldamente, scommette con gli

amici che, entro la festa di primavera, la Festa dei Lanternoni,

riuscirà a conquistare ed a possedere Rosetta, pena tre chilometri

da percorrere con i piedi in un sacco.

Contemporaneamente deve però provvedere alla sistemazione

di Eusebia, una sua vecchia amante, rimasta improvvisamente

priva del suo anziano protettore; trovare un nuovo uomo per

Eusebia è un gioco da ragazzi, Rugantino individua la persona

adatta nell’Oste - Boia Mastro Titta, personaggio realmente esistito,

Giovanni Battista Bugatti il suo vero nome, precedentemente

abbandonato dalla moglie e rimasto solo con il figlio

Bojetto, un ragazzo brutto e petulante innamorato del lavoro del

padre.

Per raggiungere lo scopo, Rugantino presenta Eusebia a Mastro

Titta come se fosse sua sorella e nasconde ad Eusebia la vera

professione di Mastro Titta; con tale doppio raggiro riesce a far

si che Mastro Titta accetti Eusebia come sua nuova compagna,

in attesa che il Papa gli conceda la dispensa dal primo matrimonio,

cosa questa che accadrà in coincidenza con la trecentesima

decapitazione da lui eseguita.

Tra Mastro Titta e Rugantino esiste un rapporto particolare, questi

lo sottopone giornalmente ai più disparati scherzi e segue

con regolarità le decapitazioni eseguite dall’anziano boia che, a

sua volta, malgrado tutto, considera Rugantino una sorta di

Campo de’ fiori

Rugantino. Una maschera del settecento

figlio.

Approfittando della fuga di Gnecco da Roma, che è ricercato per

omicidio, Rugantino sottopone Rosetta ad una corte insistente

fino a strappargli un appuntamento a Campo Vaccino dove, il

giorno della Festa dei Lanternoni, i due trascorrono una romantica

serata finendo per innamorarsi.

Rugantino, ormai innamorato, nasconde agli amici l’incontro con

Rosetta e preferisce pagare la scommessa, ma non basta, l’ultima

sera di carnevale, Gnecco rientra improvvisamente a Roma

e viene ucciso; L’assassinio è scoperto proprio da Rugantino

che, pur di apparire un vero uomo agli occhi della sua donna, si

auto accusa.

All’arrivo delle guardie, con l’aiuto di Eusebia, Rugantino fugge

e si nasconde nella cantina dell’ignaro Mastro Titta, ma un contrattempo

e l’arrivo del Cardinale Vicario lo fanno scoprire.

Siamo all’epilogo. In carcere Rugantino confessa a Mastro Titta

di non essere lui l’assassino di Gnecco, ma ancora una volta

all’arrivo di Rosetta che gli giura amore eterno, preferisce riscattare

la sua vigliaccheria e affrontare il patibolo; beffa del destino

la sua è la trecentesima testa a cadere per mano di Mastro

Titta che gli sfrutterà la tanto sospirata dispensa Pontificia.

Questa, in estrema sintesi, la trama della commedia musicale,

ma come non ricordare le straordinarie musiche del Maestro

Armando Trovajoli come “Roma nun fa’ la stupida stasera”, una

delle canzoni più romantiche della storia del teatro moderno,

che Rugantino intona sotto le stelle di Roma al primo appuntamento

con la sua amante, pregando la sua città di aiutarlo, o

come “Ciumachella” e “Tirollallero”, motivi magistralmente interpetrati,

nella prima edizione, da uno straordinario Lando Fiorini.

Chi scrive, ricorda uno spettacolo musicale presentato da

Corrado Mantoni, chi non ricorda Corrado, il quale, riferendosi

alle numerose repliche di Rugantino, presentava i protagonisti

Manfredi, Massari, Fiorini definendoli “quel formidabile trio” e,

molti anni dopo, al termine di una serata a il Puff, andava in

scena “La Repubblica del gratta e … perdi”, con interpreti,

Tommaso Zevola, Giusy Valeri, Monica Cetti e, naturalmente,

Lando Fiorini, quest’ultimo, al termine dello spettacolo, intrattenendo

il pubblico, diceva: “…voglio dedicarvi una canzone a me

particolarmente cara, poiché se non fossi stato chiamato ad

interpretarla al Teatro Sistina, probabilmente mi troverei ancora

ai mercati generali…”, si riferiva, naturalmente, a: “Roma nun fa’

la stupida stasera”.


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Campo de’ fiori 23

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Indovina L’Artista

Di lato è riportato il

particolare di un quadro.

Sai dire chi l’ha dipinto?

I primi tre che indovineranno

e lo comunicheranno in redazione,

riceveranno un simpatico

omaggio offerto dal Centro

Parati di Selli Vittorio


Campo de’ fiori


foto Stefano Ioncoli - Ronciglione

“Din…don…” un suono che per mesi ha

taciuto, ora ritorna imponente a ravvivare

i nostri ricordi. “Din…don…” è quella nota

che ogni anno, puntuale, nelle fredde giornate

di metà inverno, solletica le orecchie

dei ronciglionesi. “ Din…don…” tutto è iniziato:

graziose ed improvvisate mascherine,

percorrono le vie di Ronciglione affollate

di gente festante, mentre da lontano,

le note della banda cittadina, preannunciano

l’arrivo dei gruppi mascherati. Costumi

variopinti danzano allegramente, percuotendo

il grigio asfalto decorato di stelle

filanti fatte fluttuare nell’aria dai bambini

vivaci, tenuti per mano, a fatica, dalle proprie

mamme. Un turbinio di coriandoli,

nasconde, a tratti, la visione di maestosi

carri allegorici raffiguranti personaggi

fantastici. Alcuni di essi, esibiscono caricature

del personaggio del momento, ridicolizzandolo

agli occhi degli spettatori

divertiti. Ma oggi tutto è permesso. Il

suono gioioso “de’ o campanò”, ha aperto

una settimana fatta solo di spensieratezza

e divertimento: è Carnevale e la tristezza,

per qualche giorno, viene inghiottita

dalla spensieratezza.

Mentre il vento che soffia pungente da

Sant’Anna, maltratta le guance del pubblico,

che da ore è all’angolo del “Gricio”, un

timido sole invernale sfiora chi ha trovato

posto sulla salita di “Montecavallo” … fervono

i preparativi. Tutto è ormai pronto

per accogliere i protagonisti del momento…

bandiere e stendardi, mescolati ai

cavalli, percorrono la strada principale di

Ronciglione fino al “monumento”, dove il

mossiere è già pronto per la fatidica

“mossa”. Mani, che per lungo tempo hanno

trovato riparo nelle calde tasche dei cappotti

e pellicce, vibrano ora nell’aria per

incitare i sedici purosangue lanciati al

galoppo lungo le vie del paese cimino. D’un

tratto l’aria è percorsa dal forte boato di

chi, con emozione, segue questi fantastici

“berberi” che, ogni anno, sembrano gridare

ai presenti la loro voglia di libertà.

Erminio Quadraroli


28

Domenica 26 Gennaio a Viterbo si sono

svolti i “Campionati Provinciali” di karate

FIAM (Federazione Italiana Arti Marziali),

specialità kata, tappa importantissima per

tutti gli atleti dell’Okinawa S.C. che hanno

iniziato così il percorso per arrivare a

disputare il Campionato Italiano che si

terrà a Maggio.

Imperativo della gara era arrivare in zona

medaglia ed accedere alla fase regionale,

obbiettivo centrato da tutti gli atleti, con

piena soddisfazione del Maestro Carlo

Mercuri e degli istruttori Roberta e Fabio

Mercuri.

Si sono classificati al primo posto: Bernardi

Gianluca, Vastarella Nicola, Rossetti

Nelson, Cavalieri Mauro, Rizzo Martina,

Imperio GianMaria, Sestili Andrea, Filippelli

Fabio, De Federicis Alessia, Strada

Armando, D’Addario Pietro.

Medaglia d’argento per: Mercuri Fabio,

Spettich Federico, Di Valentino Luca,

Racovita Cosmin, Deriù Francesco.

Medaglia di bronzo per: Sciarrini Federico

Campo de’ fiori

e Vitali Stefano.

Altro importante appuntamento è stato il

“Campionato Provinciale” di kumite (combattimento),

che si è svolto Domenica 5

Febbraio a Viterbo. Anche in questa occa-

Campionati Provinciali

sione i ragazzi dell’ Okinawa hanno centrato

l’obbiettivo, raggiungendo tutti il podio.

Per la propria categoria si sono piazzati al

primo posto Mercuri Fabio, Vastarella

Nicola e Di Valentino Luca, al secondo

posto Spettich Federeico e Bernardi

GianLuca, al terzo posto Rossetti Nelson.

Tutti gli atleti si stanno allenando per proseguire

questo cammino. Prossima tappa i

Campionati Regionali in cui i ragazzi

dovranno dare il massimo.

Un grosso “in bocca al lupo” a tutti i karatekas.

Domenica 2 Aprile si svolgerà la 14° edizione

della “ Coppa Okinawa“ competizione

di karate, diventata ormai una tradizione

per Civita Castellana. Questo evento

sportivo, che si ripete ormai da più di quindici

anni, è organizzato dalla palestra

Okinawa Sporting Club e coinvolge società

sportive provenienti da tutto il Lazio e non

solo. Infatti la gara rappresenta un richiamo

per centinaia di atleti, che ogni anno

rinnovano la fiducia, la stima e l’amicizia

per il Maestro Mercuri promotore ed organizzatore

della manifestazione.

6 APRILE 2006

14° COPPA OKINAWA

Presso la Palestra Comunale Pino Smargiassi di Civita Castellana


Campo de’ fiori


Centro di Diagnosi e Terapia

Neuropsichiatrica, Psicologica, Logopedica,

Psicopedagogica

Via Tasso 6/A - Civita Castellana (VT)

T. 0761.517522

a cura della Dott.ssa

Cristiana Stefani,

Logopedista

“Mentre mangio

spesso ho tosse..”,

“spesso gli alimenti

mi vanno di traverso..”,

“non riesco a

deglutire..” Sono

molte le persone

anziane, ma non

solo, che hanno difficoltà

nel mangiare

o nel bere. Quando

un sorso d’acqua, o

un boccone di cibo, ci fa tossire, non è giusto

pensare che sia soltanto una distrazione

o un caso. quando mangiare diventa

una grande fatica. la maggior parte delle

volte ci troviamo di fronte ad un problema

di deglutizione.

Il cibo che quotidianamente ingeriamo

segue un percorso ben definito, che va

dalla bocca allo stomaco (deglutizione).

A volte gli alimenti deviano dal loro percorso

normale, prendendo una “strada”

sbagliata: la via respiratoria (disfagia).

Questo fenomeno è spesso un sintomo di

una malattia (malattie neurologiche,

tumori, esiti di traumi cranici, o di operazioni

chirurgiche, ecc), ma è anche un

disturbo che può comparire nelle persone

anziane senza alcuna patologia conclamata.

L’individuo che presenta disfagia (troppo

spesso in modo inconsapevole), a pre-

I Catamellesi DOC

Campo de’ fiori 31

scindere dal grado di questa,

corre dei grossi rischi per il suo

stato di salute: soffocamento,

polmoniti ab ingestis, malnutrizione

e disidratazione.

Oltre a queste problematiche di

tipo “fisico”, consideriamo anche

quelle a carattere psicologico:

non riuscire

Civita Castellana - 12 Febbraio 2006 - sagra del “frittellone”

6 Febbraio 2006

Conferenza dei Servizi

della ASL distretto VT5

a mangiare normalmente produce frustrazione

durante il pasto, che non è più un

momento da condividere con gli altri, ma

da vivere in solitudine per vergogna; fino

ad arrivare ad annullare l’alimentazione e

non mangiare più.

Consideriamo anche il lato economico:

trattandosi in larga percentuale di persone

ospedalizzate, i disturbi della deglutizione

aumentano il numero delle complicanze, il

tempo di degenza ed i costi sanitari.

Purtroppo in molti ancora sottovalutano le

pericolosa conseguenze dei disturbi di

deglutizione, sia a livello individuale

che collettivo.

E’ bene quindi, nel


Problemi

durante i

pasti ......

non sono sempre

casualità


caso si verifichino

frequenti episodi di

tosse durante i

pasti, effettuare

una valutazione

delle abilità

deglutitorie.

Le figure professionali

indicate a tal

fine sono il medico

foniatra ed il logopedista,

che in un

lavoro di equipe

sono in grado di valutare se esiste il problema,

in che misura, ed in che modo

affrontarlo.

Riabilitare la disfagia non è semplice,

richiede esperienza, conoscenza teorica e

strumenti adeguati. Le tipologie di intervento

sono principalmente due: agire sulla

causa e lavorare sull’impostazione di strategie

di compenso.

Infatti, ad esempio, per diminuire il rischio

di soffocamento o aspirazione, occorre

istruire il paziente (e chi si occupa di lui) ad

adottare determinate posizioni corporee

durante l’assunzione del cibo e delle

bevande; oppure apportare delle variazioni

alla dieta, in generale comunque fornire

delle norme di scelta e di assunzione degli

alimenti.

Si dice che senza acqua o cibo si può

morire in pochi giorni è anche vero che in

alcuni casi sono acqua e cibo causa di

morte la riabilitazione della disfagia è un

passo importante al fine di migliorare la

qualità della vita!

Vita Cittadina

L’atleta di Civita Castellana,

Maila Pistola, insieme al proprio

partner Valerio Fidenzi,

Domenica 12 Febbraio, ha

disputato, presso il palazzetto

dello sport di Terni, il

Campio-nato Regionale FIDS

di Danza Sportiva. In seguito

ad un intenso allenamento

per la preparazione di 5 balli

standard, ha gareggiato nella

categoria 16/18 anni, arrivando

in finale e conquistando

un inaspettato 3° posto,

dato che la coppia si è formata

da appena 6 mesi. La coppia

si stà ora allenando per le

future “gare a punteggio”

che daranno loro la possibilità

di partecipare al

Campionato Italiano FISD di

danza sportiva.

In bocca al lupo ragazzi


Le nuo nuove

e voci voci

di

Radio adio Punto Zero Zer

di Cristina Evangelisti

!!! Sorpresa !!! per la piccola

Giorgia Mancini che il

21 Marzo compirà il suo

primo compleanno.

Tantissimi auguroni

dalla cuginetta Eleonora,

nonna Maria, e gli zii

Andrea e Tamara.

... Smak ...

Auguri a Alessandro Facchin

che ha compiuto 18 anni il 19

Febbraio da

Antonietta, Cristina, Gabriele,

Serena, Marco e Giuliano


Theo

e

Stefan

Key

Abbiamo ricevuto, qualche giorno fa, una lettera da

parte di alcuni giovanissimi lettori di Campo de’ fiori, che

ci scrivevano da Fabrica di Roma, Nepi, Magliano

Sabina, Borghetto e Civita Castellana. Ci chiedevano un

piccolo spazio sul nostro giornale da dedicare a Stefano

Caon, in arte Stefan Key e Theo Francocci, in arte Theo,

giovanissimi speaker di Radio Punto Zero (emittente

radiofonica civitonica da quasi trent’anni).

“Signor Anselmi… - scrivono – perché non và in radio a

fare un’intervista o delle foto? Per noi giovani è molto

importante e un’occasione per ringraziare il direttore

della radio, Omero Giulivi, per aver dato a Stefan Key e

Theo, uno spazio alla radio e della musica diversa dal

solito, per noi giovani. Speriamo che lei, signor Sandro,

ci possa aiutare, a vedere in foto, quei due ragazzi strepitosi.

Grazie, i fans”.

Eccovi accontentati cari amici, questi sono Stefan e

Theo, due giovanissimi ragazzi che, con la loro simpatia

ed il loro umorismo, ogni mercoledì e venerdì pomeriggio,

animano la vostra radio con musica giovane, giochi

sempre nuovi che inventano per il vostro divertimento

ed interagiscono con voi, comunicando con SMS e email.

Chiediamo a Stefan e Theo se vogliono dire qualcosa ai

loro fans e loro, felici e commossi per la vostra partecipazione,

ci rispondono: “Solo una cosa … ragazzi SIETE

FANTASTICI”.

La redazione di Campo de’ fiori si associa agli auguri

Tantissimi auguri a

Barbara

Del Priore

che compie gli anni

il 16 Marzo, dalla

mamma, il papà, il fratello,

la sorella e

la nonna

Tantissimi auguri a Marcello Cristiani e a

Giorgia Gelanga che compiono 4 anni.

Con tanto amore dai nonni

Lucia e Massimo

Tantissimi auguri alla piccola

Elisa di Corchiano

che compie 3 anni l’11 Marzo

da nonna Angela, nonno

Terenzino e lo zio Andrea

Tantissimi auguri

di Buon Compleanno a

Maurizio Martini che compie gli anni il 4

Marzo, dalla famiglia e dagli amici

Tantissimi auguri a

Elena Marinozzi che il

22 Marzo compirà 94

anni. Con tanto amore dai

figli Arnaldo e nnunziata,

dai nipoti Alessandro,

Alessandra e Stefania

Tantissimi auguri a

Francesco Soli che compie

gli anni il 31 Marzo, dal

papà e dalla redazione

Tantissimi auguri a Alessandro

Broccolucci di Corchiano che compie

gli anni il 1°Marzo, dai ragazzi

dell’ oratorio


Campo de’ fiori


34

Campo de’ fiori

Cari amici

la storia di Noel si arricchisce sempre più di nuove avventure.

Conservate gli inserti e... buona lettura

dai vostri Cecilia e Federico

soggetto e testo Sandro Anselmi

continua sul prossimo numero......


Campo de’ fiori 35

Civita Castellana

La chiesa scomparsa: la Madonna del Vinciolino

Scarse e frammentarie le notizie storiche e documentarie sulla

Chiesa della Madonna del Vinciolino, edificata nel XIII secolo e successivamente

demolita nel 1914, per la costruzione della Scuola

Elementare “XXV aprile” in via Antonio Gramsci.

Recenti acquisizioni documentarie permettono, comunque, di stabilire

la data di edificazione e di ricostruire la forma e la tipologia architettonica

originaria, prima della demolizione degli inizi del ‘900.

In una planimetria del XIX sec., relativa all’area urbana in cui era

inserita la Chiesa, possiamo notare, a nord, la presenza di orti, terreni

coltivati e delle Chiese di San Giovanni e San Benedetto.

Ad est, vari fabbricati di via dello Scasato e le Chiese di Santa Maria

del Carmine e di San Giorgio.

A sud, le zone densamente edificate di Via della Corsica e di Via di

San Giorgio che conduceva all’omonima Chiesa, trasformata nel

1915, e alla stessa Madonna del Vinciolino.

Ad ovest, l’attuale centro storico di Civita Castellana, con tutti i suoi

edifici ed emergenze architettoniche significative.

La Madonna del Vinciolino era, dunque, una Chiesa di “periferia”

secondo la moderna terminologia urbanistica, se vista in rapporto

all’estensione del centro urbano di Civita Castellana nel XIX secolo e

posta in una zona ricca di insediamenti religiosi: San Giorgio,

Sant’Antonio, Santa Chiara all’Ospedale, Santa Chiara in Via Ferretti,

Santa Maria del Carmine, San Giovanni, San Benedetto e le Chiese

Rupestri di San Selmo e San Cesareo, tutte edificate nel versante est

del pianoro si cui sorge l’attuale centro cittadino.

La Chiesa della Madonna del Vinciolino, sulla base del rilievo rinvenuto,

aveva un’unica navata non absidata con l’ingresso, unico e

principale, sul fronte ovest e l’altare delle celebrazioni liturgiche collocato

sul lato est. Sulla parete di fondo, dietro l’altare, l’affresco raffigurante

la Madonna del Vinciolino.

Il tetto era del tipo ligneo a capanna, con le capriate triangolari poggianti

sulle murature in tufo perimetrali a faccia vista, sia sul lato

esterno che interno.

L’aula interna, semplice e spoglia, era pavimentata con mattoni in

cotto posti a spina di pesce, riquadrati da cornici realizzate con conci

di fiume levigati.

Il campanile, del tipo a vela, era posto sul prospetto est, in corrispondenza

dell’angolo nord-est del fabbricato stesso.

Una architettura, dunque, improntata al rigore e alla massima semplicità

costruttiva e tipologica, di chiara matrice ed impronta francescana,

che numerose chiese e conventi ha realizzato a Civita

Castellana e nei dintorni.

Dal rilievo si desume, in particolare, il sistema metrico utilizzato nell’edificazione

della Chiesa: l’intero edificio religioso misurava, sul lato

esterno, metri lineari 6 di larghezza per 12 metri di lunghezza.

Due quadrati, con il lato di 6 metri, posti lungo l’asse longitudinale.

In alzato, l’altezza della chiesa, in corrispondenza della linea di gronda,

era ricavata dal ribaltamento della diagonale del quadrato di

base, secondo uno schema proporzionale tipico dell’architettura religiosa

del XVI secolo.

Nelle linee e forme architettoniche, così semplici e rigorose, rimanda

alla Chiesa della Madonna del Rosario in Via del Rivellino.

Le fonti documentarie, inoltre, non rivelano se l’edificio sacro era utilizzato

quotidianamente, oppure in ricorrenza di particolari celebrazioni

religiose o feste cittadine, come avveniva per la vicina Chiesa

di San Giorgio. L’edificazione della chiesa, sulla base del sistema proporzionale

e metrico, va posta tra il 1210 e il 1240, coeva all’edificazione

di altri edifici religiosi e della stessa Cattedrale dei Cosmati.

Nel 1910, compare nell’elenco dei beni fondiari appartenenti al

Professor Giuseppe COLASANTI, insigne cittadino e scienziato, e

dopo la morte di questi, divenuta con i terreni circostanti, di proprietà

dell’Università di Roma, erede testamentaria del Lascito

Colasanti.

Nel 1912 l’Università di Roma concede in enfiteusi al Comune di

Civita Castellana la chiesa con i terreni per l’edificazione della Scuola

Elementare. Nel 1914, la Chiesa della Madonna del Vinciolino viene

totalmente distrutta.

Prof. Arch. Enea Cisbani


36

Campo de’ fiori

Come eravamo

di Alessandro Soli

Avolte scrivendo

questi articoli,

penso veramente

a come eravamo,

noi giovani, nati

dopo il secondo conflitto

mondiale. Noi

che abbiamo vissuto

gli anni della ricostruzione,

gli anni del boom

economico, gli anni dei

radicali cambiamenti di

quella società che usciva

con le ossa rotte da una

guerra, appoggiata per

essere vincitori, e dimostratasi

poi una sonora sconfitta.

Forse l’ho già ripetuto altre

volte, e tengo a ribadirlo, io sono

contento di essere nato in quel

periodo, perché ho potuto confrontarmi

con realtà di tre diverse generazioni:

quella di mio padre, la mia,

e quella dei miei figli.

Finora ho trattato un po’ tutti gli

argomenti della mia infanzia, e della

mia gioventù, riscuotendo ampi consensi,

soprattutto dai miei coetanei,

perché

ho risuscitato

dal dimenticatoio

ricordi e sensazioni che sembravano

ormai perse. Ma lo scopo principale di

tali scritti era e rimane un altro, far capire,

se possibile, ai giovani di oggi, il perché si

è arrivati al BMW, magari partendo dalla

FIAT/500, il perché si è arrivati a convivere

con la donna che ami, magari partendo

dal bacio dato in fretta e di nascosto dai

genitori, il perché tutti oggi studiano e

magari non trovano lavoro, partendo dalle

dolorose bacchettate date ai cosiddetti

“somari” di allora.

Genova

Maggio 1978

Una famiglia

felice

La mia

analisi

Allora è facile e bello confrontarsi;

personalmente, non provo rimpianti

verso questa generazione, etichettata

come generazione del benessere,

anzi provo dispiacere, perché

oggi, specialmente i giovani

sono gravati da mille problemi:

esistenziali, affettivi, sentimen-

tali ecc.

Purtroppo non hanno quella

spensieratezza, tipica delle

generazioni che li hanno preceduti.

Di chi la colpa, se tale si può

chiamare? Della società? Di noi genitori

e nonni? Del progresso? Di chi amministra

la cosa pubblica? La colpa è di tutti e di

nessuno, bisogna avere fiducia nel domani,

in un domani migliore, in un domani

che ci porti a guardare avanti, senza però

dimenticare il nostro passato, per non

ripetere gli errori fatti e ritrovare perché

no, quelle emozioni che tanto ci fanno

bene al corpo e allo spirito. Da parte mia,

fin che scriverò su “Campo de Fiori”, continuerò

a trasmetterVi quello che ho provato

e provo, ogni volta che i miei sensi mi

daranno l’input, per regalarmi e regalarVi

la gioia del “come eravamo”.

Ciao, alla prossima!


Campo de’ fiori


Via Donatello - Loc. Fontana Matuccia

Civita Castellana (VT) - T. 0761.514016

L’attività motoria, nell’arco della vita dell’essere

umano, inizia con il gioco durante l’età

infantile, prosegue mantenendo le abilità

raggiunte durante tutta l’età adulta e si

caratterizza, come prevenzione, nell’inevitabile

processo degenerativo della terza età.

Il rallentamento dei processi degenerativi,

può essere stupefacente se si coltivano

determinate attività motorie e, soprattutto,

qualche interesse che occupi la mente.

Proviamo a formulare qualche proposta adeguata

per un fitness che garantisca il mantenimento

dell’integrità strutturale e psichica.

Spesso, il sentirsi poco utili nella società e

nella famiglia, è motivo di depressione nel

soggetto anziano. Costituire un gruppo di

allenamento è, quindi, di grande importanza

in quanto rappresenta un momento di

socializzazione.

Ma il gruppo non deve essere “anagraficamente”

omogeneo, in quanto la lamentela di

un soggetto per il proprio ginocchio dolente,

scatenerà, sicuramente, negli altri soggetti

la necessità di parlare dei propri problemi di

cervicalgia, lombalgia etc.

Con un gruppo “anagraficamente” omogeneo,

si rischia di ghettizzare quell’ individuo

anziano, le cui capacità fisiche, nel fitness,

se allenato, sono molto simili, a volte anche

superiori, a quelle di un adulto non allenato.

Viceversa, classi “anagraficamente” miste

ed eterogenee, offrono l’opportunità di uno

scambio di opinioni e di interessi difficilmen-

Campo de’ fiori 39

Coltivare l’attività motoria:

coordinazione ed equilibrio

te attuabili in altri ambienti, come ad esempio

all’interno della propria famiglia.

Partendo da questa premessa, si può procedere

alla programmazione delle attività specifiche,

che dovranno comprendere quattro

elementi:

1) Coordinazione Dinamica ed

Equilibrio, 2) Forza, 3) Equilibrio

Miotensivo e Posturale, 4) Resistenza

Cardio-Polmonare.

Per quanto riguarda il primo punto, sappiamo

che la maggior parte dei traumi, ad una

certa età, sono dovuti alla mancanza di

reattività nel recupero dell’equilibrio e all’inefficienza

coordinativa.

Personalmente, oggi valuto diversamente i

due incidenti sciistici in cui sono incorsa nell’ultimo

decennio. Infatti, sentendomi fisicamente

preparata dal punto di vista della

resistenza e della forza muscolare, non

avevo dubbi di poter sciare confrontandomi

con ventenni, sperimentando, al termine

della giornata, una totale freschezza al confronto

della stanchezza degli sciatori più giovani.

Ma, nel mio allenamento, c’erano,

però, pochi elementi di coordinazione e nessuno

di equilibrio. L’unica preparazione in tal

senso, la effettuavo con una pericolosa “full

immertion” durante la settimana bianca!

E’ risaputo che le cadute, in età avanzata,

sono spesso rovinose e, talvolta, i traumi

hanno una risoluzione incompleta. Lasciano

sempre, inoltre, un senso di inadeguatezza,

con conseguente disinteresse per ogni tipo

di attività motoria.

E’ possibile allenare la coordinazione motoria

e l’equilibrio?

“Per quanto riguarda l’equilibrio, sono particolarmente

indicate le attività che giocano

su spostamenti lenti del baricentro, in posizioni

diverse da quelle usuali e che fissano

l’atteggiamento del corpo in posizioni in cui,

il difficile mantenimento dell’equilibrio, comporta

contrazioni isometriche” (Luca Perini).

Questi esercizi, accompagnati da ampi movimenti

degli arti e dal controllo della respirazione,

appartengono a discipline come il TAI

CHI CHUAN e la ginnastica con tecniche

posturali e respiratorie come il PILATES.

Raggiunta una buona preparazione di base

in queste discipline, bisogna affrontare un

nuovo gradino, poiché nessuno, nella vita, si

muove con la lentezza del TAI CHI QUAN, né

vive disteso a terra come nel PILATES. Il

secondo gradino, infatti, consiste nell’affiancare

all’attività iniziale scelta, elementi di

velocità in posizione eretta, come ad esempio

un corso di aerobica o Step Low Impact,

ma solo per chi gode di ottima salute e non

ha alcun problema articolare all’anca, al

ginocchio e alla caviglia. Per chi, invece, soffre

di questi problemi, è indicata la ginnastica

in acqua ed il ballo (ma non slow!). In

questo modo, si darà inizio anche all’allenamento

cardio-polmonare, che sarà l’argomento

del prossimo numero.

Carla Bonafede Di Donato

Coordinatrice Programmi Fitness

Centro Blu Life


40

Campo de’ fiori

Amarcord

Quella del barbiere non era una professione, ma una vera e

propria arte.

Rigorosamente in camice bianco, il barbiere faceva accomodare,

sull’antica poltrona, il cliente, che era pronto a farsi

“scolpire” la chioma secondo la moda del momento: allo

schiaffo, alla Marlon Brando, per passare negli anni ’60 al

taglio alla Little Tony (o alla Helvis) e poi alla Beatles. Finito

di acconciare i capelli, il barbiere stendeva, per qualche

minuto, un panno caldo sul viso del cliente, per fargli

ammorbidire la pelle, affilava il rasoio sulla cinta di cuoio,

preparava la crema da barba, rigorosamente al profumo di

mandorla, che miscelava col pennello di peli di cinghiale e

dal manico in osso, ed iniziava la sua opera d’arte.

Con mano sapiente, eseguiva il pelo e il contropelo senza

far sgranare la barba e, per le piccole ferite, era pronto a

tirar fuori dal taschino, una matita emostatica per fermare

il sangue. Naturalmente, la stessa matita veniva utilizzata

per tutti i clienti, “alla barba” delle malattie infettive.

Dopo essere stato sbarbato, il viso del cliente veniva nuovamente

ricoperto con un panno, questa volta fresco, per

tonificare la pelle. Finito il trattamento, e dietro il richiamo

di: “Ragazzo …… spazzola”, compariva il ragazzo di bottega,

sui 10 – 15 anni, mandato dai genitori ad imparare il

mestiere che, con la spazzola in mano, ripuliva il cliente dai

peli e dai capelli. Il tocco finale spettava nuovamente al barbiere

che, con la boccetta di profumo e la pompetta, profumava

il cliente sul viso e sui capelli.

Prima degli anni ’60, quando nelle case ancora non si avevano

tutte le comodità che si hanno oggi, il negozio del bar-

Ragazzo ... spazzola

Civita

Castellana

1928

da sx

Ediberto

Manoni,

Umberto

Talia,

Nino

Marino

(detto

Nino il

siciliano)

foto del

Sig. Marco

Manoni

Barbieri di Civita Castellana insieme ai loro praticanti.

In alto da sx: Chitarrini (detto Spaghetto), Franco Mazzotti, Carlo Bergamaschi (detto Carlino),

Vincenzo Talia, Etterino Tuia, Tulio Tuia, Giovanni Basili (detto Giuannetto), Attilio Sacchetti (detto o’

Boccio). In basso da sx: Benedetto Scarponi (detto Scaccino), Belardino Casadidio, Settimio Santini,

Vincenzo Frausilli, Serafino Scarponi, Gildo Cecchini.

biere era fornito anche dei “bagni” e, sottoscrivendo

anche un abbonamento mensile,

ci si poteva recare per farsi la doccia.

In un angolo di tutte le botteghe del barbiere,

c’era un alto sgabello a forma di

cavalluccio che, cavalcato dai bambini più

piccoli per gioco, rendeva il lavoro più facile

al barbiere che gli doveva tagliare i

capelli. Tutti gli anni, per Natale, il barbiere

regalava ai loro clienti un piccolissimo

calendario profumato, a forma di libricino.

All’interno, ogni pagina, oltre a riportare il

mese, era illustrata con splendidi acquerelli

che ritraevano la storia delle “opere”

italiane, come “Il barbiere di Siviglia”, “La

Tosca” o la “Traviata”. Per i più adulti, o

per i clienti affezionati, il barbiere riservava

dei calendarietti, come dire, un po’ osè,

che ritraevano donnine velate (mai nude)

che lasciavano spazio all’immaginazione di

chi le guardava.

Cristina Evangelisti


Campo de’ fiori


42

Campo de’ fiori

L’angolo ... cin cin di

Visto che dallo scorso numero abbiamo iniziato

ad affrontare l’argomento sull’ abbinamento

eno-gastronomico, vediamo ora, in

modo più dettagliato, i motivi che ci spingono

verso la scelta della perfetta unione tra

cibo e vino più adatto.

Dall’antichità, abbiamo testimonianze su

come la ricerca del vino idoneo al cibo fosse

un desiderio sentito dagli uomini di quel

tempo.

Evidentemente riuscire ad ottenere la perfetta

unione tra cibo e vino, donava al palato

una piacevole sensazione e soddisfazione,

al contrario dell’abbinamento di un cibo

ad un vino qualsiasi.

Col progredire della gastronomia e dell’enologia,

sono aumentate le possibilità di realizzare

accostamenti gastronomici sempre più

apprezzati.

Quando si sceglie un vino da abbinare ad un

certo piatto lo scopo che ci proponiamo di

raggiungere, deve essere quello di poter

valorizzare, al meglio, le caratteristiche

organolettiche, ovvero colori, profumi e

sapori, di tutto ciò che stiamo assaporando.

Ricordiamo, però, che la scelta di questo

abbinamento può seguire diversi principi

che possono essere più o meno tecnicoscientifici,

e che a volte, al contrario, sono

legati alla tradizione, al gusto personale, a

ricordi felici, alla poesia di un momento o al

semplice, ma mai sbagliato, buon senso.

L’abbinamento cibo-vino può dunque essere

realizzato sui principi della contrapposizione

e della concordanza , in modo che ad ogni

caratteristica organolettica del cibo corri-

Letizia Chilelli

La scelta dell’abbinamento

sponde, anche

sotto il profilo

quantitativo,

una determinatacaratteristicacontrapposta

o concordante

del vino,

in modo, quindi,

che venga

raggiunto un

perfetto connubio.

Importante,

però, è anche

l’abbinamento

basato sul

gusto personale,

che spesso si lega alla tradizione locale,

che ci regala una perfetta unione, dove non

si manifestano mai alcune stonature o nette

prevalenze delle sensazioni di uno dei componenti

sull’altro, tenendo, però, sempre

presente alcuni concetti logici fondamentali,

legati alla stagione in cui si ritrova e alla

temperatura della preparazione.

Per l’abbinamento, ci si può basare anche su

aspetti psicologici o poetici, che potranno

variare di volta in volta a seconda della

situazione, ma che sicuramente lasceranno

piacevoli ricordi nella nostra mente Si pensi,

per esempio, ad un pranzo preparato per

festeggiare il nostro compleanno, oppure

alla festa legata ad una ricorrenza particolare,

o alla fatidica serata del primo appuntamento...

A tal proposito, ne approfitto per “suggerire”

alcune regole abbastanza precise nella composizione

e nella successione delle portate :

-Predisporre in successione i piatti dal sapore

più delicato al più forte.

-Non è consigliabile servire due volte carni

bianche, rosse o pollame della medesima

qualità, anche se vengono cucinate in modo

diverso.

In base allo stesso principio, non è consigliabile

servire, una dopo l’altra, due salse

chiare o due salse scure, così come non è

consigliabile servire due pastasciutte o due

brodi uno dopo l’altro, ma, semmai, un

brodo, poi una pastasciutta.

-Le decorazioni e i legumi di contorno

dovranno essere sempre diversi. Unica eccezione

per i tartufi, forse per la loro preziosi-

tà!

-La tecnica di cottura deve essere sempre

diversa: no al pollo bollito, seguito da un

pesce anche esso bollito.

-I piatti densi e sostanziosi con salse importanti,

andrebbero serviti di norma solo in

inverno.

-E’ opportuno rispettare la stagionalità nella

composizione del pranzo, evitando il più

possibile di servire legumi, verdure e frutta

in scatola.

-Evitare di servire per cena formaggi pesanti

e preparazioni a base di sughi e salse

complessi, tutto in omaggio al principio della

digeribilità.

Teniamo, però, sempre presente che, l’importante

è comunque la valorizzazione del

piatto, del vino o di entrambi, scegliendo in

ogni caso sempre una bottiglia di qualità,

che aiuterà ad esaltare tutte le caratteristiche

della nostra preparazione.

Carne alla deliziosa

Or ti dico una ricetta,

per una cena assai perfetta.

Prendi un pollo già tagliato,

e poi rendilo disossato.

Fallo a pezzettini insieme ad una cipolla,

e poi con dell’olio mettilo in padella.

Aggiungi carote tagliate finemente,

e un pizzico di sale allegramente.

Or di ginepro metti un pochetto,

e il tuo piatto è quasi perfetto.

A cottura quasi finita ,

aggiungi di panna solo pochina.

La rima cade quando l’odore percuote,

le narici di tante pance vuote.

Dopo un’ultima saltata,

ora la carne è preparata.

La puoi gustare con ardore,

buon appetito a te di cuore.

Quadraroli Erminio


...continua da pag. 6

D: Quali sono state le sue esperienze

televisive passate?

R: Con Falqui, Trapani, Pingitore e Proietti.

Al momento, sono una delle protagoniste

della terza, quarta, quinta, sesta e settima

puntata di “Orgoglio capitolo terzo”. Sono

appena tornata dalla conferenza stampa di

“Orgoglio”. I dirigenti RAI hanno detto che

il mio personaggio è strepitoso, rimarrà

impresso. Sono felicissima di tutto questo.

D: Com’è stata l’esperienza di

“Orgoglio”?

R: Bellissima! Straordinaria! E’ un regalo

lasciatomi da Goffredo Lombardo. E’ lui

che mi ha voluta in questa serie. Prima di

morire mi ha riservato questa “piccola”

Campo de’ fiori

parte di “eredità” della sua grandezza.

Lombardo è stato un grande uomo di cinema

e un essere umano grandioso. Spero di

proseguire la mia attività, il più a lungo

possibile, con il figlio Guido, che ha preso

le sue redini e produce fiction straordinarie.

Tengo anche a dire che la “Titanus” è

una grande produzione.

D: Quale musica Le piace?

R: Mi piace la musica etnica. Sono una

patita del Fado portoghese, la musica

araba e tutte le sonorità del Mediterraneo.

Ho cantato con un musicista turco, famosissimo,

che mi ha voluta come voce per le

sue canzoni. Sono appassionatissima delle

musiche popolari dei vari paesi.

D: Che tipo di donna è?

R: Sono una donna sempre in movimento.

Già nella pancia di mia madre scalciavo

Contadino che sta nel campo

sotto il tuono e sotto il lampo

pensa, ride e si trastulla

tutto il giorno non fa nulla

I primi cinque che telefonando in

redazione daranno la soluzione dell’indovinello,

riceveranno un simpatico omaggio offerto da

L’ANGOLO DEI DESIDERI

ANNUNCI ECONOMICI GRATUITI

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a pagamento per ditte o società

Tel. Fax 0761.513117

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Tel....................................................................Firma................................................................

43

sempre! Ho fatto molto sport: equitazione

a livello agonistico con Piero D’Inzeo. Ho

praticato pallacanestro nella serie C. Vado

molto in bicicletta. Amo attraversare tutta

Roma in bici. Percorro tutte le piste ciclabili.

E’ il mio mezzo di trasporto. Sono una

donna che non si ferma mai! Mi piace

molto cucinare, tenere bene la casa. Sono

appassionata di arredi, tendaggi, mi piace

una casa bella e ben tenuta. Cucino cose

molto veloci, ma buone. Non sono una che

sta giornate intere ai fornelli.

D: E’ sposata?

R: No. Non sono sposata e non ho figli.

Loredana Filoni


fotoservizio M.Topini

44

STORIA Di natura

quasi completamente

pianeggiante, il

territorio della cittadina

di Nepi si allarga

per circa 8.500

ettari, ai piedi dei Monti Cimini e

Sabatini, su di un promontorio

tufaceo naturalmente

difeso da due

profondi canaloni solcati,

con il passare del

tempo, dal Rio Puzzolo

e dal Rio Falisco,

affluenti del Treia.

Questa zona delimitata

dai rispettivi corsi d’acqua,

che rende perfettamente

l’idea del

di

Ermelinda Benedetti

cosiddetto paesaggio etrusco, è conosciuta

con il nome di “Le Forre”. Una folta vegetazione,

infatti, ricopre il fondo di questa vallata

confinata tra gole alte centinaia di metri.

Le Forre hanno avuto un’importanza fondamentale

per tutta l’Etruria meridionale, tanto

da arrivare a condizionare la sua cultura.

Diramazioni e interconnessioni formano una

sorta di rete viaria urbana; piccoli corsi d’acqua

danno origine

a vivaci

cascate creando

un mondo sotterraneonettamente

differente

dalla superficie

esposta. È possibile

ammirare

un luogo incontaminato,

al suo

stato originale,

dove la mano

dell’uomo non è

mai arrivata. Le

Forre, oltre ad

essere apprezzate

per il loro

fascino naturale,

hanno avuto

anche una valenza

storica molto

importante:

quella di formazione

di villaggi ben protetti.

Questo spazio, infatti, è inespugnabile ai due

lati più lunghi per la biforcazione dei fiumi e

facilmente chiudibile su quello più corto per

mezzo di mura. Questa strategia era così largamente

usata dalle popolazioni etrusche

che viene ricordata proprio con il nome di

“posizione etrusca”.

Numerosi ritrovamenti archeologici fanno

pensare che il territorio di Nepi sia stato insidiato

dall’uomo già in età preistorica. La cittadina

però fu effettivamente fondata 548

anni prima che Roma nascesse, per mano di

Termo Laerte. Tra le diverse civiltà che si

susseguirono ricordiamo in particolare i

Campo de’ fiori

Le guide di Campo de’ fiori

Neepi

Falisci e gli Etruschi. Sotto la guida di questi

ultimi fu piuttosto popolosa e potente,

essendo essa entrata a far parte della

Pentapoli Etrusca. Anche il nome, secondo

alcuni cronisti, sarebbe da ricollegarsi agli

Etruschi. Deriverebbe, infatti, da Nepa, che

in etrusco vuol dire “acqua”, famosa per la

sua acqua minerale carbonica, già in quel

periodo. Altri ritengono, invece, che derivi

dal serpente Nepa, che veniva adorato come

divinità protettrice della fertilità, tanto più

che nello stemma di Nepi e in altre decorazioni

della città compare proprio un serpente.

Lo storico latino Tito Livio ci dà testimonianza

del fatto che nel 371 dalla nascita di

Roma, Nepi fu conquistata da Furio Camillo,

il quale la ridusse a condizione di colonia. I

romani ne fecero un luogo ammirevole,

costruendo ville e templi, l’anfiteatro detto di

Augusto e le note terme dei Gracchi.

Insieme alla vicina cittadina di Sutri ebbe

anche il ruolo di avamposto difensivo dei territori.

La prima metà del VI secolo la vide

aspramente contesa tra i Goti e i Bizantini,

inviati a difesa dall’Imperatore Giustiniano

nel 551, sotto la guida del generale Narsete.

Nel 568 fu messa a ferro e fuoco dai

Longobardi di Alboino. Stremata e minacciata

dal re dei Longobardi, Agilulfo,

che si era convertito al cattolicesimo

e stava conducendo

tutte le popolazioni sottostanti

al suo dominio verso

questa direzione, fu costretta

a giurare fedeltà alla

Chiesa. Conquistata poi da

Liutprando, fu da questi

lasciata per obbedienza a

Papa Zaccaria. Persino i

Saraceni, sconfitti, però, in

uno scontro decisivo nella

Valle del Baccano nel 915,

mirarono ad invadere la cittadina.

Nell’XI secolo cadde

nelle mani di baroni di stirpe

tedesca, per passare poi

nelle mani di Goffredo di

Toscana, nuovamente insieme

a Sutri. Nel 1094

Ildebrando, futuro Papa

Gregorio VII, guidò i Romani

alla conquista di Nepi.

Nel 1131 divenne libero comune, ma in realtà

continuò ad essere la protagonista di continue

lotte tra le famiglie aristocratiche che

ne pretendevano il possesso: gli Anguillara,

gli Orsini, che nel 1277 concessero i primi

statuti, i Colonna e i Vico, ai quali era stata

ceduta per metà dai Colonna stessi. Gli anni

più significativi furono però quelli trascorsi

sotto i Farnese ed i Borgia. Nel 1428, infatti,

passò ad essere dello Stato Pontificio, dopo

che Dolce Anguillara, a cui era stata affidata

grazie ad un suo prestito alla Camera

Apostolica, l’aveva perduta perché militante

sotto Francesco Sforza. A questo punto

Callisto III nominò il nipote, Cardinale

Rodrigo Borgia, governatore,

fino a che non

divenne egli stesso

Papa e passò la carica

ad Ascanio Sforza, poi

alla figlia Lucrezia

Borgia ed infine, dopo

le nozze di lei con il

Duca di Ferrara, a

Cesare Borgia. Nel

1501, Alessandro VI

nominò duca di Nepi il

piccolo Giovanni

Borgia, filgio avuto da

Giulia Farnese. Con la nomina a Papa di

Leone X finì anche il ducato dei Borgia. Il

titolo di duca di Nepi fu venduto al poeta

aretino Bernardo Accolti, che Leone X investì

nel 1521 col titolo di Governatore Perpetuo.

Ma, a causa delle sue stranezze e delle

sopraffazioni esercitate, fu preso a malvolere

e, dopo aver sconfitto l’invasore Carlo V,

venne cacciato dalla popolazione nepesina.

Clemente VIII tentò di riportarlo al suo

posto, ma Accolti stesso scappò non appena

seppe dell’arrivo delle truppe imperiali. Con

l’elezione di Paolo III Farnese, Nepi diviene

feudo di Pierluigi Farnese, che apportò notevoli

migliorie all’assetto urbanistico e architettonico

della città. Nel 1545, i Farnesi

ottennero il Ducato di Parma e Piacenza e

concessero in permuta alla Camera

Apostolica il ducato di Nepi, che tornò ad

essere della Chiesa fino la 1870. Nel 1798 fu

teatro dello scontro tra le truppe Francesi e

le milizie borboniche.

ITINERARIO TURISTICO Nelle campagne

che circondano Nepi sono state rinvenute

diverse Necropoli, nelle quali si possono

ammirare tombe scavate nel tufo e resti di

monumenti sepolcrali. La tomba di


“Gilastro”, formata da un’ampia camera

quadrata, accessibile tramite un corridoio,

conteneva, in una parete, un loculo e, nelle

altre due, dei sarcofagi, due banchine di

deposizione e uno spazio sottostante uno

dei sarcofagi, adibito, molto probabilmente,

alla deposizione di ossa, con l’intento di

lasciar spazio ad altre sepolture.

Interessanti anche le tre tombe della

necropoli di Piani del Pavone. Una di

esse presenta un lungo corridoio

che immette in una stanza di

media grandezza nella quale si

trovano due loculi; un’altra, di

poco più piccola, mostra una nicchia

scavata nella parete e la

terza, più ampia delle altre due, é

quasi interamente distrutta. Nepi

è attraversata dalla importante

Via Amerina, lunga complessivamente

52 km, di cui la cittadina

era diventata roccaforte a presidio

dei limitrofi centri abitati. La Catacomba di

Santa Savinilla, per le sue dimensioni e la

grandiosità, è uno dei complessi funerari

sotterranei più importanti dell’Italia centrale.

Si sviluppa in tre gallerie principali di circa 35

m, tranne una che è leggermente più corta,

che corrono quasi parallelamente tra loro e

in tre secondarie, che da esse si diramano.

Tutte le pareti delle gallerie sono occupate

da sepolture, segno tangente di un uso massiccio

della struttura. Su alcune tombe, quasi

tutte cellette chiuse da tegole e mattoni

intonacati con malta bianca, è possibile

vedere iscrizioni funerarie dipinte o graffiate

e, addirittura, resti di pitture. È databile tra

gli inizi del IV e la fine del V secolo ma la tradizione

popolare vuole che abbia origini più

antiche, in quanto si ritiene che in essa siano

stati sepolti i due santi protettori di Nepi,

Tolomeo e Romano. Il Castello fu costruito

su fondamenta che risalgono all’età romana.

Venne ampliato da Rodrigo Borgia, il quale vi

fece erigere, da Antonio da Sangallo il

Vecchio, una Rocca, il monumento più

caratteristico di Nepi. Per volontà di Pierluigi

Farnese, fu costruito il Palazzo comunale,

con il compito di ospitare i Priori. I lavori di

edificazione presero il via nel 1542 sotto la

supervisione del suo progettista, Antonio da

Sangallo il Giovane. Nel 1545, quando giusto

appena il primo piano era completato, i lavori

si interruppero in seguito alla partenza, da

Nepi, del Farnese. Vennero ripresi solo nel

XVIII secolo, grazie al progetto presentato

da Michele Locatelli. Nello stesso periodo

venne inserita una fontana al centro del portico,

per mano dell’architetto Filippo

Barigioni, a celebrazione della realizzazione

dell’Acquedotto di Nepi, una delle opere

che ha decisamente cambiato il modo di

vivere dei cittadini, poiché fece giungere

acqua potabile nelle case. Dopo lunghi e

appurati studi, che non ebbero nessun esito,

anche da parte di architetti del calibro di

Vignola,, solo nel 1702 l’architetto Filippo

Barigioni presentò un progetto concretamente

realizzabile. L’acquedotto, consistente

in una struttura muraria lunga 285 metri e

articolata in 36 arcate divise su due piani. Fu

terminato definitivamente nel 1727. Per

quanto riguarda il Duomo, la sua fattezza lo

riconduce ad una origine romanica. La tradizione,

infatti, vuole che esso sia stato eret-

Campo de’ fiori 45

to, molto probabilmente, in corrispondenza

di un antico tempio romano dedicato a

Giove, già esistente nel V secolo. Nel IX

secolo però venne completamente riedificato

per ordine del cardinale nepesino

Innocenzo Pegatesco. La struttura, tuttavia,

ha subito continue variazioni e aggiunte nel

corso dei secoli successivi, come dimostrano

i vari elementi artistici e architettonici presenti,

relativi alle diverse epoche storiche. Le

prime notizie riguardanti la Chiesa di San

Biagio risalgono alla metà del X secolo. La

costruzione si sviluppa in una unica navata,

a destra della quale si trova una cappella

con volta a crociera e a sinistra un piccolo

tempio dedicato a San Biagio, in stile gotico,

con affreschi del XV secolo. Anche in essa è

possibile ammirare elementi artistici ed

architettonici di svariate epoche. La Chiesa

di San Tolomeo, conosciuta anche come

Chiesa del Rosario, fu fatta costruire nel1542

per volere del duca Pierluigi Farnese, come

rimpiazzo di un’altra chiesa, dedicata al

medesimo Santo, sita fuori le mura, che proprio

lui aveva dato ordine di demolire per

ragioni di sicurezza. Dell’originario progetto

di Antonio da Sangallo il Giovane sembra

essere rimasta solo cripta, in quanto l’edificio

è stato sottoposto più volte a rifacimenti.

È a navata unica con ben otto altari più

l’altare maggiore, realizzati in legno dorato e

risalenti al XVII secolo. Caratteristico è il suo

transetto circondato da una grande abside

finale. Degne di essere nominate e visitate

sono anche la Chiesa di San Pietro, anteriore

al XIII secolo; la Chiesa di San

Silvestro, più comunemente conosciuta col

nome di Chiesa del Carmine, perché curata

dalle Suore Carmelitane, del 1400, ma che

ha assunto l’attuale aspetto solo agli inizi

del1600; la Chiesa di San Rocco, costruita

nel 1460 in seguito ad una epidemia di

peste e la Chiesa di San Bernardo, che

insieme al Monastero furono costruiti negli

ultimi anni del XV secolo e anch’essi rimaneggiati

successivamente. Nello stesso

luogo si ergeva, precedentemente, una cappella

dedicata a San Pancrazio.

TRADIZIONI E FESTE

Festa di Sant’Antonio Abate

Festeggiamenti in onore del Santo protettore

degli armenti, con benedizione degli animali

e sfilata dei Carri allegorici per le vie

principali del paese, in occasione dell’apertu-

ra del Carnevale.

Madonna dei Matti Antica festa tradizionale

organizzata dal Rione Ripa. Cade la

seconda domenica del mese di maggio.

Durante la mattina, celebrazione della Santa

Messa nella Chiesa di San Giovanni, nel

pomeriggio musica, cabaret e stand gastronomici.

A conclusione spettacolo pirotecnico.

Sagra del pecorino romano e dei prodotti

dellaTuscia Degustazione di prodotti

tipici della zona con stand gastronomici e

serate musicali, durante il mese di maggio.

Palio del Saracino Rievocazione storica

dell’arrivo di Lucrezia Borgia a Nepi, in qualità

di nuova duchessa. Il confronto per la

vittoria del palio è tra le quattro contrade del

paese: la Rocca, che rappresenta la famiglia

dei Borgia, Santa Maria che rappresenta i

Farnese, San Biagio per la famiglia degli

Orsini e Santa Croce per gli Anguillara.

Numerosi spettacoli di sbandieratori, saltimbanco,

danzatori, giostre di cavalli, cortei

storici in costumi d’epoca, arcieri, giochi

medievali per bambini, mostre e taverne,

accompagnano il palio. I festeggiamenti si

svolgono nel mese di giugno.

Fiorita Un lungo tappeto di fiori colorati e

profumati si snoda per le vie del centro di

Nepi in attesa di essere calpestato dalla processione

del Corpus Domini.

Festa dei SS. Romano e Tolomeo

Festeggiamenti in onore dei Santi Patroni di

Nepi, animati da spettacoli pomeridiani e

serali di piazza con ospiti vari, che contornano

la parte religiosa, nell’ultima settimana

del mese di agosto.

Presepe vivente Rappresentazione della

natività con personaggi veri, durante il

periodo natalizio.

SAPORI TIPICI Tozzetti e cazzotti sono

dolci secchi con nocciole tostate, caratteristici

di tutta la zona del viterbese, famosa per

la produzione di nocciole. Frittelle di San

Giuseppe sono frittelle dolci, ripiene di riso

bollito mescolato con uvetta e zucchero.

Bugie di Carnevale o Frappe sono realizzate

con pasta sfoglia dolce, fritta in olio

bollente e guarnite con zucchero a velo, tipiche

del periodo di carnevale.

LE CURIOSITA’.

Ma lo sapevate che a Nepi…

La persona più anziana del paese è la

signora Clementina Marucci, nata il

15.09.1906

La coppia sposata da più anni è quella di

Triestino Paoletti e Andreina Minuetti con

matrimonio celebrato a Roma il 28.8.1939

Il sindaco con più anzianità di carica è

Ezio Polidori, dalle elezioni del 15.6.1975

fino al 05.5.1990


Il volontariato, l’assistenza all’altro, la solidarietà

non hanno confini: sono tali e tanti i

compiti da svolgere, le necessità da affrontare,

gli aiuti da offrire che risulta impossibile

definirli del tutto. Eppure ci sono associazioni,

gruppi di persone che non si spaventano

davanti a tale compito e che, anno dopo

anno, crescono nella voglia, nella forza e

nella disponibilità verso gli altri. Un esempio

di dedizione, entusiasmo e fratellanza giunge

dal cuore della Tuscia, dalla patria della

storia etrusca: a Tarquinia (VT) opera da più

di 25 anni l’associazione umanitaria “Semi di

Pace”, ormai vero e proprio punto di riferimento

per tutti quelli che si trovano a vivere,

per varie cause, in uno stato di marginalità

sociale a livello non solo locale, ma anche

nazionale ed internazionale.

Attiva sul territorio dal 1980, iscritta al registro

regionale delle organizzazioni di volontariato

Onlus, Sezione Servizi Sociali della

Regione Lazio, ed al registro degli enti e

delle associazioni che svolgono attività a

favore degli immigrati, “Semi di Pace” ha

ampliato, nel corso degli anni, la sua attività

in numerosi campi, dai servizi sociali al

volontariato internazionale, dall’aiuto alla

vita all’assistenza per stranieri. E così,

entrando nella sede dell’associazione, è possibile

assistere alla distribuzione del vestiario

o di generi alimentari ai più bisognosi, o allo

smistamento dei medicinali da inviare in

varie parti del mondo. Oppure ricorrere

Semi di pace

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all’assistenza del consultorio familiare, che

offre gratuitamente e nel rispetto della libertà

personale, il sostegno e l’assistenza professionale

in campo psicologico, religioso,

medico e legale.

Ma un aspetto fondamentale di “Semi di

Pace è l’attività a livello internazionale,

campo in cui l’Associazione ha attivato

numerosi progetti di sostegno a varie popolazioni

del mondo. Un rapporto speciale è

quello con Cuba (in particolare con la cittadina

di Jaruco, con cui Tarquinia è stata per

qualche anno gemellata), dove sono attivi il

progetto “Sinsonte”, per il sostegno a distanza

di bambini, anziani e ragazze madri, ed il

progetto “Amistad”, che raccoglie materiale

sanitario e scolastico, vestiario e tutto quanto

può essere inviato a Jaruco dove viene

distribuito a scuole, ospedali e case di riposo

per anziani. A queste iniziative si affianca,

ormai da qualche anno, il progetto “Tainos”

per aiutare i bambini ed i ragazzi appartenenti

a famiglie povere e disagiate nella

Repubblica Domenicana.

L’anno scorso, peraltro, “Semi di Pace” ha

attivato un ulteriore canale, che ora la lega

all’India ed alla Thailandia: si tratta del progetto

“Speranza: un cuore per l’Asia”, tramite

il quale si sta lavorando per raccogliere

fondi e costruire,nella zona indiana del Tamil,

il Villaggio della Speranza, dove i bambini

rimasti orfani saranno seguiti dalle suore

missionarie passioniste. In Thailandia, inve-

ce, si mira a realizzare un Centro

Polifunzionale per bambini abbandonati o in

condizione di grande disagio, seguiti dalle

suore missionarie salesiane. Il tutto con l’aiuto

di un testimonial d’eccezione: la nota cantante

Antonella Ruggiero.

Ma il vero e proprio sogno di “Semi di Pace”

è a Tarquinia e si sta, pian piano, realizzando.

Il suo nome è “Cittadella dei Giovani”

luogo, destinato ai ragazzi, alternativo alla

strada ed al “muretto”, dove aggregarsi, trascorrere

il tempo libero, fare sport, ma anche

acquisire nuove conoscenze sul mercato del

lavoro e nuove competenze in ambito scolastico

ed educativo. All’interno della

“Cittadella” sono presenti diverse attività

ricreative, artistiche e formative rivolte ai

bambini e ai giovani, laboratori di giardinaggio,

musica ed altro. È lì, inoltre, che si

incontrano i ragazzi diversamente abili del

“Gruppo Sorriso” per il corso di autonomia,

di artigianato e di socializzazione promosso

appositamente per loro. Per ospitare loro,

peraltro, l’Associazione sta lavorando per

realizzare, in uno stabile ora in disuso all’interno

della “Cittadella”, la casa famiglia

“Sorriso”: un luogo che garantirebbe loro un

futuro sereno e che donerebbe tranquillità

anche ai loro genitori, sicuri di vedere i propri

figli vivere in un ambiente sicuro quasi

come in famiglia.

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Inizia con questo numero

di Campo de’ fiori, la

storia dei casali di campagna

e delle famiglie

contadine che li abitavano,

che hanno caratterizzato

tutta un’epoca

ormai lontana. Il casale

di Sandro Anselmi

non era soltanto una

dimora, ma un vero centro

di vita agreste. Intorno ad esso ruotavano

anche tutti i contadini che avevano i

terreni vicini, per diversi motivi di necessità,

ed era, perciò, come un’oasi. Accanto

al casale c’erano sempre altri fabbricati

come la stalla per gli animali, il magazzino

per gli attrezzi ed i prodotti agricoli, e il fienile.

C’era poi il pozzo dell’acqua, che era di

vitale importanza. I primi erano di tipo

romano, e cioè scavati interamente a

mano e l’acqua veniva, all’inizio, estratta

con un secchio appeso ad una carrucola.

Vennero poi i pozzi con la ruota ed in

seguito quelli con le ventole. La famiglia

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Campo de’ fiori

Una “Fabrica” di ricordi

Vecchi casali e casalanti

contadina che abitava il casale, era del

tutto autosufficiente perché usava tutte le

risorse della terra.

Nella stagione buona venivano usati tutti i

prodotti freschi della terra e, durante l’inverno,

si usavano quelli essiccati e conservati.

Allora si faceva un grande uso di

fagioli, di ceci, di fave, di cicerchie che

accompagnavano la pasta, rigorosamente

fatta in casa. Il pane veniva cotto nel forno

a legna, che di solito era costruito accanto

all’abitazione, e doveva durare non meno

di una settimana. Con quello raffermo, si

faceva in estate la panzanella, ed il pancotto

in inverno.

I pomodoretti, piccoli e tondi, venivano

composti in mazzetti da appendere ai chiodi

infissi alle travi di legno del soffitto,

accompagnati da mazzi di cipolle, agli e da

grappoli di uva da fare essiccare. Era così

caratteristico vedere tutti quei “lampadari”

appesi. I mobili erano poveri ed essenziali

e c’era, di norma, in cucina, un tavolo, le

sedie, la madia (mattera) dove veniva preparato

e poi conservato il pane, un lavan-

47

dino con il secchio dell’acqua potabile ed

un mestolo per bere, i piatti e le pentole di

coccio e di alluminio in bella vista, attaccati,

con i chiodi, alle pareti.

La stanza da letto prevedeva un letto ed

un armadietto, non necessariamente grande,

in quanto i vestiti da riporre potevano

essere, al massimo, di due per persona. Lo

spazio che avrebbe dovuto occupare un

grande armadio, veniva invece riservato

per altri letti dove i figli, che per soprannumero

non entravano nel letto matrimoniale,

potevano dormire.

Ciò che facilmente, invece, si poteva trovare

in una camera da letto dell’epoca, era

uno specchio un po’ sbiadito, un recipiente

(lavamano) dove ci si lavava il viso la

mattina e la brocca dell’acqua.

Infine servizi igienici essenziali, erano

spesso all’esterno e non avevano certo la

doccia o la vasca da bagno.

Con questa descrizione sommaria ho voluto

presentare questo nuovo “filone”, che

verrà approfondito nei prossimi numeri di

Campo de’ fiori.


48

Elezioni

Il Signor G non era solito uscire dopocena.

Un po’ per pigrizia, un po’ perché rinchiudersi

in un bar, per lui che odiava giocare

a carte, non era il massimo delle aspirazioni.

Immaginava amici e conoscenti (sempre

gli stessi, perché sono sempre gli stessi

quelli che escono dopocena) discorrere di

calcio davanti a una birra, tanto per

ammazzare il tempo, consapevoli che alla

fin fine gli argomenti, le reciproche prese

di posizione e le battute spiritose erano

fondamentalmente quelle di sempre.

L’unico vero motivo di interesse poteva

essere rappresentato dal pettegolezzo, a

scapito dello sfortunato di turno, sulle cui

spalle si consumava il racconto che destava

stupore o, ancora meglio, “scandalo”:

certamente un ottimo

argomento di conversazione.

Ma quella era una delle

tipiche serate che

preannunciano l’imminente

arrivo della primavera:

il buio faticava

a sopraffare il chiarore

del giorno, l’aria mite

cominciava a farsi sentire

confondendosi a

leggere folate di vento.

G amava particolarmente

questo periodo

dell’anno, decise quindi

di recarsi al bar, d’altronde

era molto tempo

che non si ritrovava con

i suoi amici e intimamente

sperava di raccogliere

qualche indiscrezione

sulla vita cittadina.

“Buonasera Signor G” salutò riverente il

cavalier Bestini. Il cavaliere, un dirigente

statale in pensione, già parente della

signora Carla, sua moglie, era molto considerato

in città per l’efficacia delle sue

raccomandazioni: aveva conoscenze

influenti, figurava addirittura come candidato

alle elezioni del Consiglio Provinciale.

“Buonasera” rispose G aprendo la porta

del locale, piacevolmente stupito dal calore

di quell’accoglienza, anche perché il

cavaliere non era solito dare tanta confidenza.

“E’ un pò che non ci vediamo: ti trovo

bene. Prendi un caffè ?”

“Si grazie”.

“Carla, i figli, come vanno?”

“Bene, tutto bene, grazie” ribattè G

evidentemente imbarazzato e lusingato

per la familiarità con cui pubblicamente lo

trattava un personaggio tanto autorevole:

aveva addirittura chiamato sua moglie per

Campo de’ fiori

Le (dis)avventure del Sig. G

nome.

Il cavalier Bertini, sempre con la massima

cortesia, si congedò per concedersi ad altri

avventori e continuare a distribuire bigliettini,

mentre G uscì per incontrare la sua

combriccola.

L’aria era fresca e tersa, il cielo sereno. Si

aveva la gradevole sensazione che fosse

una serata straordinariamente movimentata,

come se una coltre di mondanità

fosse calata sulla città: gente che passeggiava

e si salutava, automobili che sfrecciavano.

Tutti sembravano più educati e

perché nò, più buoni .

Una semplice vigilia elettorale poteva,

veramente, giustificare tutto ciò ?

Arrivò l’avvocato Minciotti, già primo cittadino,

accompagnato da alcuni collaborato-

ri che subito si confusero simpaticamente

tra i clienti per proporre anche a loro, con

incomparabile affabilità, i bigliettini di rito.

L’avvocato offrì dello spumante ai presenti

mentre qualcuno cominciò a raccontare

esilaranti barzellette da caserma: fecero

tardi, G non si divertiva così tanto da anni.

La signora Carla guardava la televisione,

per aspettarlo aveva fatto le ore piccole:

“Ma non eri uscito a prendere un

caffe ?” chiese stizzita.

“Sì, ma poi, sai com’è… prima ho trovato

il cavaliere, tuo cugino, poi è

arrivato l’avvocato Minciotti…. tra

una chiacchiera e l’altra il tempo è

volato….” cercò di giustificarsi.

“Il cavaliere e l’avvocato si sono fermati

a parlare con te !?” chiese la

signora Carla, incredula.

“Con me.. che c’entra… con noi,

certo… stavamo tutti lì, al bar, una

bellissima serata, abbiamo discorso

di Gianni Bracci

del più e del meno. Perché io chi sono

? Non ho mica la lebbra !”

“Nò, nò… ma è strano” chiuse il discorso

la moglie, lasciando sottintendere come

la cosa la convincesse poco.

Il giorno dopo si svolgevano le elezioni per

il rinnovo dell’Amministrazione Provinciale.

G si recò alle urne senza sapere bene

come indirizzare il proprio voto e notò tra

i manifesti elettorali le facce del cavaliere

e dell’avvocato, candidati nel suo collegio:

era bello scoprirsi amici di persone così

importanti.

La primavera incedeva ineluttabilmente.

Quella sera i ragazzi si erano addormentati

presto e la signora Carla, come al solito,

stirava. G non era particolarmente stanco

e, memore di quella mondana possibilità

di svago, decise di uscire

raccomandando alla

moglie di non aspettarlo

fino a tardi.

Mentre camminava

verso il solito bar incrociò

una comitiva in cui

gli sembrò di riconoscere

il cavalier Bertini e

altri suoi “uomini”.

Erano intenti a parlarsi

intensamente e sommessamente,

come se

avessero cose molto

importanti da dirsi:

G fece un sorriso a

trentadue denti e, cerimonioso,

esclamò:

“Buonasera cavaliere,

tutto bene ?”

Questi lo guardò come

per dire:, facendogli

fare la figura dell’idiota,

quindi continuò a confabulare senza

considerarlo per niente.

G ci rimase malissimo e disse a se stesso:> ma non bastò a tirargli su il

morale.

Non c’era più traccia dell’atmosfera elettrizzante

di qualche sera prima: il barista

gli servì stancamente l’ennesimo caffè, i

suoi amici sembravano deprimersi nella

noia delle solite discussioni vuote e inconcludenti.

Non c’era molto traffico, nonostante tutto.

Il pensiero degli astanti, si poteva leggerlo

negli sguardi languidi, era già rivolto alla

mattina successiva, perchè tutti avevano

comunque qualcosa da fare.

Andarono a dormire.

Andò a dormire.

Decise che non sarebbe più uscito dopocena

.........

almeno fino alle prossime elezioni.


Campo de’ fiori

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50

Campo de’ fiori

La chiesa di San Michele Arcangelo

a Magliano Sabina

dell’Arch.

Cristina Collettini

Quella di San Michele

Arcangelo è indubbiamente

una delle chiese

più interessanti di

Magliano Sabina. Benchè

i Maglianesi siano più

legati alla cattedrale di

San Liberatore e all’antichissima

chiesa di San

Pietro, nondimeno San

Michele è uno straordinario esempio di

come le fabbriche del passato venissero,

col tempo, adattate al gusto e alle necessità

proprie di ogni epoca. Forse perché è

sempre vissuta all’ombra di chiese più

famose, o forse ancora per la sua posizione

decentrata, nei pressi di una delle porte

della cittadina di Magliano, il fatto è che di

studi approfonditi su questa chiesa ce ne

sono veramente pochi e le notizie che la

riguardano sono relative a studi di carattere

più generale, inerenti la storia di

Magliano e le chiese della Diocesi Sabina.

Un legame affettivo particolare per questa

città, e al tempo stesso la predilezione dei

professori universitari per opere poco note

e non studiate, hanno fatto sì che San

Michele Arcangelo divenisse il tema di studio

ideale per il mio esame di restauro alla

Facoltà di Architettura. Nonostante sia

passato qualche anno, vorrei esporre i

risultati di quello studio, ricordando però

che ogni ricerca, ogni tentativo di datazione

e di ricostruzione della storia di un’opera,

non sarà mai esaustivo e determinato

una volta per tutte: nuove indagini archeologiche,

così come il ritrovamento di documenti

inediti, potranno sempre approfondire,

mutare, completare i risultati di studi

precedenti.

Proviamo quindi a ricostruire la storia di

San Michele basandoci sull’analisi storicodocumentaria

ed integrandola con l’analisi

diretta del monumento.

Il documento più antico relativo alla chiesa

di San Michele Arcangelo è una visita

pastorale del 1343 che attesta l’esistenza

della chiesa, unitamente ad altre chiese

della Diocesi Sabina. Si tratta del documento

Castrum Malleani inserito nel

Registrum Iurisdictionis Episcopatus

Sabinensis, un manoscritto presente

nell’Archivio storico del Comune di Roma.

Di contro, nei Regesti Farfensi si possono

individuare due documenti, uno del 1116,

relativo ad un elenco dei propri possedimenti

che i monaci farfensi presentano al

pontefice Pasquale II, l’altro del 1118, inerente

la conferma al monastero dei propri

beni da parte dell’imperatore Enrico V. In

entrambe i documenti la chiesa di San

Michele non viene nominata, viene citata

la chiesa di San Michele in Tancia, che

però non corrisponde alla nostra. Grazie a

questi documenti si può stabilire un inter-

vallo temporale entro il quale far risalire il

periodo di costruzione della chiesa: San

Michele Arcangelo è una chiesa del XIII-

XIV secolo, costruita dopo il 1118 ma

prima del 1343. Forse questo può sembrare

un lasso temporale molto vasto ma, di

fronte ad opere così antiche e poco conosciute,

non è facile arrivare a definizioni

temporali più precise. Ad ulteriore conferma

l’analisi della muratura della parete di

facciata e della parete sud della chiesa, in

blocchi i tufo, denunciano una tecnica

muraria risalente proprio al XIII-XIV secolo.

Ma qui lo studio diretto del monumento

ci dice di più: la parete nord è realizzata

sì in blocchi di tufo, ma di dimensioni

diverse rispetto alle altre superfici e risale

al XII secolo. Indagini a più vasto raggio

confermano che nel XII secolo le mura di

Magliano furono restaurate. Quella che

oggi è la parete nord della chiesa, in realtà

era un tratto delle mura cittadine sul

quale la chiesa si innesta qualche secolo

dopo; non è un caso infatti che tale parete

non è parallela alla contrapposta parete

sud, ma presenta un andamento inclinato,

in quanto la chiesa si è “adattata” alla

preesistenza.

L’immagine che si ha oggi di San Michele

non è certo quella di una chiesa del XIII-

XIV secolo

ma ciò è

dovuto alle

modifiche e

agli adattamenti

che la

chiesa ha

subito col

tempo.

Il primo

documento

significativo

per la storia

di questa

chiesa è la

visita del

Card. Ludovisi

avvenuta

nel 1677, dove

viene parzialmente

descritta la

chiesa con i

suoi arredi e

viene denunciato

il pessimo

stato di

conservazione.

In particolare

si

chiede di

restaurare

nuovamente

una finestra,

che sia

imbiancata la cappella a lato dell’epistola

poiché le immagini sacre sono danneggiate,

che l’occhio centrale in facciata sia

coperto e che la comunità sia allontanata

dalla chiesa per via delle sue precarie condizioni

statiche. Si fa poi riferimento ad un

cimitero che probabilmente era nei pressi

della chiesa. Analizzando ancora la parete

nord, si vede come al di sotto di uno dei

contrafforti è possibile individuare un arco

in muratura, successivamente tamponato:

è verosimile che quest’arco sottendesse

un accesso alla chiesa che poteva portare

proprio a questo cimitero, non a caso ubicato

all’esterno delle mura cittadine.

Un avvenimento molto importante per il

territorio sabino risale al 1776 quando il

Card. Andrea Corsini, assunta la direzione

della Diocesi Sabina, decide di effettuare

un’accorta visita di tutte le località della

Diocesi. Il risultato è una raccolta di 75

volumi, 10 dei quali sono relativi alla città

di Magliano. La visita pastorale del Card.

Corsini a San Michele nel 1782 fa una

descrizione abbastanza dettagliata della

chiesa prima del successivo restauro che

la trasformò radicalmente.

continua a pag.52...


Campo de’ fiori 51

Scopri l’Arte

di Cristina Evangelisti

Roberto Carbone

nasce a Pisa nel

1970. Si diploma,

nel 1995, all’Accademia

di Belle Arti

nella sezione pittura

e, a soli venti anni,

inizia la sua carriera

artistica esponendo

in collettive e personali.

Figlio del famoso

fotografo Mario Carbone, del quale si

può ammirare lo splendido archivio fotografico

esposto a Calcata, Roberto acquisisce

la passione per le immagini, tanto da

renderle l’elemento principale delle sue

opere d’arte.

Infatti, ritagli di rotocalchi, illustrazioni di

immagini storiche, immagini di Leonardo,

Piero della Francesca, simboli di civiltà

antiche, vengono assemblate su superfici

e legate da esplosioni di colori, quasi a

voler cercare un filo comune, un’intesa,

un unico pensiero, tra soggetti estremamente

diversi tra loro, e per significato, e

per epoca.

Nel rivedere le già conosciute immagini

che Roberto rielabora e assembla, lo spettatore

percepisce sensazioni nuove da

quelle che gli vengono comunicate dagli

originali. Tutto è rivisto, rielaborato, anche

i pensieri e le emozioni.

Nel voler trovare, a tutti i costi, un elemento

comune, fra soggetti completamente

diversi, sembra quasi volerci insegnare

il senso della vita, dove diverse culture,

tradizioni, generazioni, lingue e

credi, possono tranquillamente coesistere

nell’esplosione di colori che la natura

offre, incondizionata, agli occhi di chi la

guarda.

Roberto Carbone


52

...continua da pag. 50

Si parla di una chiesa a navata unica,

coperta a tetto, con un “unico cappellone

a volta a cui si ascende per tre gradini”,

con un campanile sopra la sacrestia dalla

parte sinistra. E’ verosimile che l’impianto

navata-abside-campanile e copertura a

capriate, descritto nella visita Corsini, sia

quello originario della chiesa, che avrebbe

in tal modo rappresentato un classico

esempio di architettura povera cristiana.

Certo è che lo stato di conservazione della

chiesa non doveva essere dei migliori,

come conferma anche un successivo documento

del 1834, in base al quale la chiesa

era “ridotta in pessimo stato”.

Una lettera datata 1 agosto 1905 del parroco

di San Michele, in risposta ai quesiti

del Card. Cassetta, a seguito di una sua

visita, riporta, oltre una sommaria descrizione

della chiesa, che il campanile fu

costruito dalle fondamenta nel 1847 ma

lasciato incompleto per mancanza di denaro,

il parroco auspica che, in occasione dei

restauri da compiersi, detto campanile

possa essere ultimato.

C’è un’importante osservazione da fare. Se

la visita Corsini, del 1782, riporta l’esistenza

di un campanile a sinistra della chiesa,

e nella visita del Card. Cassetta, del 1905,

si dichiara invece che il campanile è stato

costruito dalle fondamenta nel 1847, ma

sulla parte destra, dal confronto fra i due

documenti si deduce che il campanile originario,

che soprastava l’antica sacrestia a

sinistra della chiesa, sia crollato, probabilmente

a causa di un sisma, fra il 1782 e il

1847. Infatti dal “Catalogo dei forti terremoti

in Italia dal 461 a.C. al 1990” si rilevano

due terremoti di notevole entità, uno

nel 1785 e l’altro nel 1789, aventi rispettivamente

come zona epicentrale l’Umbria

meridionale e la Val Tiberina.

La visita del Card. Cassetta fa inoltre una

descrizione dettagliata del pessimo stato

Campo de’ fiori

di conservazione della chiesa, lesionata

gravemente dal terremoto del 1899, con il

tetto incurvato dall’eccessivo peso e le cui

travi sono infradicite a causa delle infiltrazioni

d’acqua, motivi per i quali la chiesa

era stata chiusa al culto già dal 1904.

Delle £ 5.000 che sembravano essere

necessarie per il restauro della chiesa, £

La chiesa di San Michele Arcangelo

dopo il restauro

2.000 furono stanziate dal Card. Cassetta,

la cui memoria è nell’epigrafe di ringraziamento

apposta sulla facciata della chiesa,

mentre per i rimanenti fondi venne eletto

un “Comitato di varie persone Maglianesi”.

Pur non avendo una descrizione dei lavori

eseguiti, dall’analisi del monumento si

deduce che la chiesa è stata sopraelevata,

sostituendo la copertura a capriate con

una volta a botte, per sostenere la quale

sono stati addossati alla parete nord quattro

contrafforti ai quali all’interno corrispondono

delle paraste addossate alle

pareti e coronate da una trabeazione; in

questa occasione alla facciata intonacata,

con timpano e lesene, è stata data la configurazione

attuale.

Del 1932 è la visita del Card. Sbarretti in

base alla quale, nonostante la chiesa mantenesse

l’assetto conferitogli dai radicali

restauri eseguiti ad opera del Card.

Cassetta, le sue condizioni erano nuovamente

deplorevoli.

I danni maggiori riguardavano il campanile,

il pavimento in mattonelle di cemento e

nuovamente il tetto. La causa principale di

degrado era l’acqua, sotto forma sia di

umidità di risalita che di infiltrazioni. La

visita riporta, inoltre, la presenza di “finestre

tutte alte”.

Oggi la chiesa non ha finestre laterali ma

sulla parete nord è possibile leggere facilmente

la definizione di queste finestre in

alto, tamponate successivamente al 1932,

con una tecnica muraria diversa.

Fino a qualche anno fa la chiesa presentava

nuovamente problemi di umidità di risalita

e per infiltrazione, il campanile verteva

in condizioni statiche precarie e le coperture

mancavano di manutenzione.

Numerose erano le lacune presenti sulla

facciata, mancavano parti del timpano e

degli sfondi intonacati.

Le lacune hanno però permesso di rimettere

in luce la muratura originaria, permettendo

di datare la superficie di facciata

della chiesa. A seguito della caduta di

parti dell’intonaco, è stato necessario

intervenire con un restauro che ha riproposto

l’ultima immagine della chiesa ma,

aldilà dei risultati ottenuti, è comunque

importante garantire una costante manutenzione

dell’immobile senza la quale

restaurare non avrebbe significato.

E’ vero che il fine ultimo del restauro è trasmettere

al futuro una testimonianza del

passato ma è pur vero che compito del

restauro è anche garantire tutta una serie

di attenzioni e precauzioni al fine di evitare

di intervenire nuovamente sull’opera e

quindi per garantire questo passaggio nel

tempo il più autentico possibile.


Campo de’ fiori 53

Foto da leggere

CARTELLONISTICA

Civita Castellana

Con l’avvio dei lavori di ristrutturazione

presso l’ospedale Andosilla, gli automezzi

privati, ad eccezione di quelli degli invalidi,

non possono più entrare nel perimetro

ospedaliero. I pedoni, che numerosi, giornalmente,

si apprestano ad entrare nel

nosocomio civitonico per le proprie necessità,

all’ingresso sono chiamati a risolvere

un grosso dilemma, in quanto si trovano di

fronte due cartelli indicatori (nella foto).

Uno indica l’obbligatorietà di utilizzare il

passaggio pedonale posto sulla destra dell’ospedale,

altri cartelli, sistemati lungo la

recinzione, indicano la pericolosità di

caduta per coloro che utilizzano il passaggio

pedonale. Allora, cosa fare?

Rischiare di cadere utilizzando il passaggio

pedonale, oppure trasgredire alle indicazioni

di obbligatorietà imposte dal cartello?

Non sarebbe il caso di rendere il camminamento

pedonale sicuro, anzichè mettere i

pedoni davanti a questo dilemma?

Mario Sardi

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Civita Castellana (VT)

Tel e Fax

0761.513217

e mail:

camponiricambi@libero.it


54

Civita Castellana - Sala Cicuti, Carnevale degli anni ‘60

foto della Sig.ra Vittoria Madeddu

Campo de’ fiori

Album d

Civita Castellana - Asilo degli anni ‘50

foto della Sig.ra Daniela Gabrielli

Civita Castellana - Anno scolastico 1950.

Foto della Sig.ra Bonina Ercolini

Civita Castellana -

Prima Media Sez.C - anno scolastico 1957/58

foto del Sig. Alessandro Soli

Civita Castellana - metà degli anni ‘50

festa di Carnevale alla Sala Cicuti.

Foto della Sig.ra Lucia Midossi


Campo de’ fiori

ei ricordi

Civita Castellana - Anno scolastico 1964-65 Maestra Maria Gregori. Foto del Sig. Mauro Angeletti

Fabrica di Roma - anni ‘60 - giovani mascherine. Foto della Sig.ra Lucia Gisella Bianchini

Se vi riconoscete in queste foto, venite in redazione e riceverete un simpatico omaggio.

Se desiderate vedere pubblicate le vostre foto, portatele presso la redazione di Campo de’ fiori,

esse vi verranno immediatamente restituite

55


56

Campo de’ fiori

La Gloriosa S.S. Corchiano

S.S. Corchiano anni ‘70

La scorsa volta vi avevo lasciato alla metà degli anni ’50, annunciandovi grandi cambiamenti.

Innanzitutto, i giocatori della prima squadra erano diventati, ormai, un po’ troppo cresciuti per

poter continuare a giocare. Così alcuni di loro decidono di rimanere in campo, ma di cambiare

ruolo, passando a ricoprire cariche importanti a livello amministrativo. Tra di essi Luigi

Benedetti viene nominato nuovo presidente in carica, spalleggiato da altri validi collaboratori,

per fare solo alcuni nomi: Gilberto Barzellotti, Silio Bernabei, Giuseppe Nardi. Anche il terreno

di gioco cambia e quello ufficiale passa ad essere l’attuale campo sportivo, grazie al prezioso

aiuto di Don Domenico Anselmi, grande sostenitore, che propone e ottiene dal Conte Carosi,

proprietario di quell’appezzamento di terra, uno scambio. Si scelgono finalmente anche i colori

che avrebbero contraddistinto la S.S. Corchiano sul campo di gioco: bianco e celeste. La

squadra, in continua evoluzione, diventa sempre più affiatata e grintosa. Raggiunge un buon

livello tecnico, che le permette di entrare in Terza categoria, guadagnando il primo posto nel

giro di un solo anno, con 67 goal fatti e 15 subiti, come ricorda lucidamente il primo vero allenatore,

nonché anche lui ex giocatore, Bruno Petrucci, e di accedere pertanto l’anno successivo

in Seconda categoria. Qui lotta qualche anno, senza riuscire mai a vincere il campionato.

Solo una volta ci si avvicina di molto, conquistando il secondo posto, dietro Tarquinia. Questa

faticata e meritata posizione, tuttavia, le dà l’opportunità di approdare, finalmente, alla tanto

attesa Prima categoria. Parte del merito di questi anni di gloria è da attribuire all’esperienza,

alla pazienza e alla tenacia del Ct Bruno Petrucci, che ricoprì questo ruolo ben 20 anni. Mentre

parliamo é orgoglioso di raccontarmi la vittoria della sua squadra contro la Viterbese, che già

giocava in C, per 1 a 0. Fu una vera e propria soddisfazione! Molte delle nuove leve di quest’ultimo

periodo provenivano da Orvieto ed erano per lo più giovani militari, che giocavano

anche con squadre di serie C e D, ma che, non potendo praticare a causa del servizio di leva,

accettavano di giocare con queste piccole società per divertirsi e mantenersi in forma. Per

regolarizzare il tutto, i dirigenti della squadra dovevano falsificare i documenti. Preparavano

quindi delle tessere nelle quali venivano iscritti dati anagrafici di abitanti di Corchiano, corredate

da foto di questi giovani militari. Ma niente di così illecito e scandaloso! Tra i tanti vale la

pena fare il nome di un centravanti che ha scritto alcune delle più belle pagine della storia di

questa società sportiva: Valacchi, l’unico che voleva essere assunto con regolare contratto,

tanto che i dirigenti dovettero firmare delle cambiali,

all’insaputa delle loro povere consorti, per

acquistarlo. Era inoltre l’unico a ricevere una

parcella di 3, 4, 5 mila lire, a seconda degli

incassi della partita, perché giocatore di professione.

Per raccogliere soldi destinati a sopperire

le spese che la società si trovava ad affrontare,

durante il periodo di Carnevale si organizzavano,

addirittura, serate danzanti, che avevano oltretutto

il merito di coinvolgere non solo gli appassionati

di calcio. Nel frattempo, all’ambita carica

di presidente della S.S. Corchiano si alternano

diversi personaggi del paese: Valdo Sempliciani,

Piccolo di Civita Castellana, Aldo Profili, uno dei

migliori centravanti che la squadra abbia avuto

negli anni ’60, Luigi Benedetti per la seconda

volta, Francesco Ceccarelli ed Eugenio Petrelli.

Intorno alla metà degli anni ’70, il Mr Petrucci

S.S. Corchiano anni ‘90

II parte

lascia il suo posto, sostituito da un allenatore

proveniente da Roma, scherzosamente detto

“er paia”. Dopo aver militato diversi anni in

prima categoria, agli inizi degli anni ’80 riesce

ad entrare in Promozione. Trascorso il primo

anno, però, non tutto sembra andare per il

verso giusto. Il problema sta, fondamentalmente,

nella mancanza di fondi per iscrivere

la squadra all’anno successivo. Per fronteggiare

l’inconveniente, i dirigenti sono costretti

a prendere una dura decisione: firmare un

accordo con la squadra di Fabrica di Roma, il

quale prevedeva di giocare una metà del

campionato nel territorio di Corchiano e l’altra

metà in quello di Fabrica di Roma. In

seguito a questo patto la squadra prende il

nome di Corfabrica, fino a quando Corchiano

non decide di ritirarsi, almeno per un po’,

dalle scene calcistiche e Fabrica di Roma, a

sua volta, di vendere il titolo a Civita

Castellana. Questa pausa, durante la quale

rimane in attività solo il settore giovanile, guidato

dal Dottor Crescenzi Benito, affiancato

da Sergio Grassi, dura ben poco. Nel 1989,

infatti, un gruppo di giovani ex giocatori inizia

a sentire troppo la mancanza di rincorrere

un pallone, non riesce più a trattenere la

voglia di sostenere accaldate sfide. I ragazzi

fondano una nuova squadra, alla quale

danno lo stesso nome della precedente, in

ricordo e in onore dei tempi di gloria. Si riparte

dalla terza categoria, ma non è certo questo

a spaventarli. In questi 17 anni la neo

S.S.Corchiano ha avuto tre presidenti: Sergio

Grassi, Giuseppe Fiaschetti e Giovanni Berto,

che ricopre questo ruolo da qualche anno a

questa parte. Nella stagione 2003-2004 la

S.S. Corchiano è la prima squadra del viterbese

a vincere la Coppa Lazio, che le consente

di accedere alla Promozione, dove lotta

tuttora. ”Lo scopo di questa società”, precisa

Giuseppe Santini, che da molto tempo segue

le vicende della squadra, ” è quello realizzare

un ottimo settore giovanile”. Scusandomi di

nuovo per le eventuali imprecisioni soprattutto

di carattere cronologico, dovute alla mancanza

di documentazioni scritte, voglio ringraziare

tutti coloro che si sono resi disponibili

per ricostruire la storia della gloriosa

S.S.Corchiano.

Ermelinda Benedetti


Per spiegare questo perché,

bisogna accennare

di quel valoroso aviatore,

che fu Francesco Baracca.

di Arnaldo Ricci

Il giovane Francesco

entra in accademia

nell’Ottobre 1907, distinguendosi immediatamente

per applicazione in tutte le materie.

Alla fine del corso viene, con il grado di sottotenente,

assegnato al reggimento di cavalleria

Piemonte Reale ed inviato a Roma, dove

vinse numerose gare equestri. Come tutti

sanno, nel 1912 scoppiò la guerra contro la

Turchia (combattuta in Libia) e per la prima

volta al mondo, furono impiegati aerei per

scopi bellici. Il giovane Baracca, manifestò

subito un grande interesse per la nuova arma

aerea e fece del tutto per essere inviato in

Francia ad un corso per piloti da caccia.

Qualcuno si domanderà: ma perché veniva

inviato un ufficiale dell’Esercito e non

dell’Aeronautica a seguire un corso di pilotaggio

aereo? La risposta è semplice: La

Regia Aeronautica ancora non esisteva, essa

fu fondata successivamente dal governo

fascista di Mussolini. Arriva poi la prima guerra

mondiale ed il giovane Ufficiale di cavalle-

Campo de’ fiori

Campo de’ fiori 57

La rubrica dei perchè

Perchè la FERRARI ha come stemma un cavallino rampante?

ria, con il suo meritato brevetto di pilota da

caccia, consegue numerosi successi, ma nonostante

questo, non dimentica mai la sua

appartenenza alla Cavalleria, tanto che fece

dipingere sul suo aereo lo stemma del reggimento

di Cavalleria Piemonte Reale, che

consisteva in un cavallino rampante.

Quel cavallino dipinto lo accompagnò verso

innumerevoli vittorie, finchè non venne

abbattuto il 19 Giugno 1918.

Ai suoi genitori non rimase altro che andare

alla cerimonia di consegna della medaglia

d’oro del loro valoroso figliolo. Ebbene dopo

questa lunga premessa vengo al nocciolo del

nostro perché. Nel 1923 un altrettanto giovane

pilota di automobili partecipò ad una gara

automobilistica molto pericolosa che si svolgeva

sul circuito chiamato circuito del Savio

a Ravenna; tra gli ospiti di onore come spettatori,

vennero invitati i genitori di Francesco

Baracca.

Alla fine della gara venne premiato il pilota

vincitore , il cui nome era Enzo Ferrari, al

quale vennero presentati i coniugi Baracca,

che rimasero stupiti della maestria del giovane

pilota. Qualche mese dopo la contessa

Paolina Biancoli Baracca, mamma di

Francesco, durante un colloquio con Enzo

Ferrari disse: “…Ferrari, metta sulle sue macchine

il cavallino rampante del mio figliolo, le

porterà fortuna.”

Mi fermo qui perché il resto è storia, da tutti

conosciuta!


Album dei ricordi Album dei ricordi Album dei ricordi

Civita Castellana - Pool Industrie Campionato Giovanissimi 1990-1991 foto del Sig. Alessandro Soli

Civita Castellana - Pallavolo femminile anni ‘70

Civita Castellana - anno scolastico 1976/77

Vignanello - anni ‘60 - Comitato di San Biagio


Album dei ricordi Album dei ricordi Album dei ricordi

Civita Castellana - gli alunni dell’anno scolastico 1966/67 festeggiano insieme i 40 anni, insieme alla Sig.ra Rina Rossi.

Foto del Sig. Mauro Angeletti

Civita Castellana anni ‘60/’70

Umberto, Vincenzo e Eraldo Talia (noti parrucchieri)

con due loro modelle

Prima Comunione a Fabrica di Roma - foto della Sig.ra Alessandra Generali

Fabrica di Roma - calcio femminile anni ‘80


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