Scarica qui l'estratto del romanzo Il Profumo delle foglie di limone

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Alcuni estratti

del romanzo

in ANTEPRIMA


«Un romanzo straordinario...

Parla della paura e del coraggio,

dello sforzo che si compie per accorgersi

di ciò che ci fa paura.»

El Pais

«Scorre come un fiume in piena,

e si va avanti nella lettura spinti dal sospetto,

dalla paura, dalla commozione.»

ABC

«Scuote la coscienza e svela l’orrore

che la normalità cela.»

El Mundo


Julián

IL SOPRAVVISSUTO

Sapevo cosa stava pensando mia figlia mentre mi guardava

preparare la valigia con i suoi occhi scuri penetranti e

un po’ impauriti. Erano come quelli di sua madre, mentre

le labbra sottili le aveva prese da me, anche se con il passare

degli anni, facendosi più rotonda, aveva finito per somigliare

sempre di più a lei. Quando la paragonavo alle foto

di Raquel a cinquant’anni, mi rendevo conto che erano

proprio due gocce d’acqua. Mia figlia pensava che fossi un

vecchio pazzo e senza speranza, ossessionato da un passato

che ormai non importava più a nessuno ma del quale non

riuscivo a dimenticare neppure un giorno, un dettaglio,

una faccia o un nome, anche se si trattava di un nome tedesco

lungo e difficile, mentre spesso dovevo sforzarmi

per ricordare il titolo di un film visto da poco.

A dire il vero, nelle mie condizioni non mi sarebbe mai

saltata in mente una simile follia se non mi fosse arrivata

una lettera del mio amico Salvador Castro, detto Salva, che

non avevo più visto da quando avevamo smesso di lavorare

per il Centro, messo in piedi per dare la caccia agli ufficiali

nazisti sparsi per il mondo.

Quando presi in mano la busta nella mia casa di Buenos

Aires e lessi il nome del mittente, per poco non ci rimasi

secco. Poi la sorpresa lasciò spazio a un’emozione immensa.

Salvador era uno dei miei, l’unica persona rimasta al

mondo a sapere chi fossi veramente, da dove venissi e di

cosa fossi capace per non morire e per il contrario. Ci eravamo

conosciuti da giovanissimi in quel corridoio stretto

1


fra la vita e la morte che i credenti chiamano inferno e i

non credenti come me anche. Aveva un nome, si chiamava

Mauthausen, e non riuscivo a credere che l’inferno potesse

essere diverso o peggio di così.

Nella lettera Salva mi diceva che da qualche anno si era

trasferito in una residenza per anziani ad Alicante in Spagna.

Un posto bello, soleggiato, immerso fra i giardini di

aranci e di limoni a pochi chilometri dal mare. Salva sapeva

cosa avevo visto e sopportato, e io sapevo cosa aveva visto

lui. Quando eravamo al campo Salva aveva ventitré anni

e io diciotto, fisicamente ero più forte di lui. Quando ci

liberarono pesava trentotto chili. Era smilzo, pallido, malinconico

e molto intelligente. A volte dovevo dargli un

boccone di quello che là dentro chiamavano cibo, bucce

di patate bollite o un tozzo di pane ammuffito; e non per

compassione, ma perché avevo bisogno di lui per andare

avanti. Ricordo che un giorno gli dissi di non capire perché

lottassimo per vivere, sapendo che saremmo morti comunque.

Lui mi rispose che saremmo morti tutti prima o

poi, anche quelli che se ne stavano nelle loro case, seduti

in poltrona con un bicchiere di vino e un sigaro in mano.

Per Salva il bicchiere di vino e il sigaro rappresentavano la

bella vita a cui tutti gli esseri umani dovrebbero aspirare. E

la felicità consisteva nell’incontrare una ragazza che lo facesse

volare. Credeva anche che tutti gli esseri umani avessero

il diritto di volare una volta nella vita.

Ci sentivamo maledetti. A sei mesi dalla liberazione, con

un aspetto pietoso che cercavamo di nascondere dietro a

un vestito e a un cappello, Salva aveva già scoperto che esistevano

varie organizzazioni il cui scopo era localizzare i

nazisti e dar loro la caccia. Lo avremmo fatto anche noi.

Quando ci liberarono, ci arruolammo nel Centro Memoria

e Azione. L’idea fu sua. Quando uscimmo da lì, io volevo

solo essere normale, confondermi tra le persone normali.

Lui però mi disse che era impossibile e che eravamo

condannati a sopravvivere. E aveva ragione: non sono mai

più riuscito a farmi la doccia con la porta chiusa o a tollerare

l’odore di urina, neppure della mia.

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Quando i cancelli si aprirono, io corsi fuori stordito e in

lacrime, mentre Salva uscì con una missione, anche se non

si reggeva in piedi. Riuscì a localizzare e a trascinare davanti

ai giudici novantadue alti ufficiali nazisti; in alcuni

casi invece non potemmo fare altro che sequestrarli, sottoporli

a un processo sommario e giustiziarli. Io non fui abile

come Salva, mi capitò tutto il contrario. Non portai mai

a termine una missione: alla fine li catturava sempre qualcun

altro o riuscivano a scappare. Sembrava che il destino

si prendesse gioco di me.

Insieme alla lettera Salva mi mandava il ritaglio di un

giornale pubblicato dalla comunità norvegese della Costa

Blanca, su cui compariva la foto dei coniugi Christensen.

Fredrik doveva avere ottantacinque anni e Karin qualcuno

di meno. Fu facile riconoscerli perché non avevano ritenuto

necessario cambiare nome. A detta di Salva l’articolo

non rivelava niente di loro, parlava semplicemente della

festa di compleanno che quell’anziano dall’aria rispettabile

aveva organizzato a casa sua invitandovi vari connazionali.

Riconobbi quegli occhi da aquila puntati sulla preda.

Era il genere di sguardo che ti resta impresso per tutta

la vita.

UNA RAGAZZA SOSPESA TRA UN AMORE FINITO

E UN NUOVO INIZIO

Sandra

Mia sorella mi aveva lasciato la sua casa al mare perché

potessi riflettere con tranquillità su cosa dovevo fare, se

sposarmi o meno con il padre di mio figlio. Ero incinta di

cinque mesi e ogni giorno ero sempre più confusa sull’opportunità

di formare una famiglia, ma era anche vero che

da completa incosciente avevo lasciato il lavoro, in un periodo

in cui sarebbe stato difficile trovarne un altro, e che

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occuparmi da sola del bambino non sarebbe stata certo

una passeggiata. Per il momento era ancora nella mia pancia,

ma poi... Che avrei fatto? Avrei finito per sposarmi per

convenienza? Amavo Santi, ma non quanto sapevo di poter

amare. Santi era a un passo, solo a un passo dal grande

amore. Ma poteva anche essere che il grande amore esistesse

solo nella mia testa, come il cielo, l’inferno, il paradiso,

la terra promessa, Atlantide e tutte quelle cose che

non vediamo e fin dall’inizio sappiamo che non vedremo

mai.

Non avevo voglia di prendere decisioni definitive. Mi andava

bene soppesare con calma e senza angosce le varie

possibilità, in quel momento irraggiungibili come le nuvole,

mentre nel frigorifero c’era ancora roba da mangiare,

mio figlio non era ancora uscito da là dentro e non mi

chiedeva ancora niente. Era una situazione tutto sommato

accettabile, che purtroppo sarebbe durata poco perché

mia sorella aveva già trovato un inquilino per il mese di

novembre.

Era la fine di settembre e si poteva ancora fare il bagno

e prendere il sole. Per andare in spiaggia dovevo prendere

un motorino, una Vespa 50 che mia sorella, mio cognato e

i miei nipoti mi avevano raccomandato di non parcheggiare

mai senza catena. Dopo aver fatto colazione e innaffiato

le piante (uno dei compiti che mia sorella mi aveva imposto),

infilavo in una borsa di plastica di una vecchia rivista

pescata da una cesta di vimini, una bottiglia d’acqua, il

cappellino e un telo e andavo a sdraiarmi in spiaggia. Sotto

il sole i problemi non esistevano. I turisti erano praticamente

spariti. Incrociavo quasi sempre le stesse persone

sul tragitto che di solito percorrevo a passo leggero quando

ero stufa di stare stesa: una signora con due cagnolini,

alcuni pescatori seduti accanto alle loro canne tese, un uomo

di colore che indossava una djellaba e che evidentemente

non aveva un posto migliore in cui andare, gente

che faceva jogging sulla spiaggia e una coppia di pensionati

stranieri sotto un ombrellone a fiori con i quali già mi

scambiavo qualche sorriso cordiale.

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Fu proprio grazie a loro che quella mattina non persi

conoscenza e non caddi lunga distesa sulla sabbia, ma mi

misi solo in ginocchio e vomitai. Faceva troppo caldo, era

uno di quei giorni in cui il termometro sale di colpo come

se si fosse rotto. Il cappellino con la visiera non faceva molta

ombra e avevo dimenticato di portare l’acqua. Avevano

ragione a dirmi che ero un disastro. Me lo dicevano tutti

quelli che avevano abbastanza confidenza per farlo. Mentre

mi stendevo sul telo mi venne la nausea e tutto iniziò a

girarmi intorno, ma barcollando riuscii ad arrivare al bagnasciuga

per rinfrescarmi. Fu allora che non potei più a

trattenermi e vomitai. Avevo mangiato troppo: da quando

ero rimasta incinta la paura di svenire mi spingeva a ingozzarmi

a più non posso. In quel momento la coppia di pensionati

stranieri si avvicinò correndo, per quanto possano

correre degli anziani sulla sabbia bollente. Ci misero un’eternità

ad arrivare, mentre io cercavo un appiglio affondando

le dita nella sabbia bagnata che si disfaceva sotto le

mie mani.

Stavo pensando: “Dio mio, non farmi morire”, quando

due mani grandi e ossute mi afferrarono. Poi sentii una

frescura d’acqua nella bocca. Una mano mi bagnava la

fronte e mi accarezzava i capelli. Sentivo delle parole, strane

e lontane, ma non capivo niente. Mi fecero sedere sulla

sabbia e vidi che era la coppia straniera. L’uomo portò

un ombrellone, quello con i fiori grandi sotto il quale si

proteggevano sempre dal sole e con cui delimitavano il loro

territorio. Evidentemente era più facile portare lì l’ombrellone

che fare il contrario.

«Ti senti bene?» furono le sue prime parole in spagnolo.

Feci cenno di sì.

«Possiamo portarti in ospedale.»

«No grazie, non ho digerito la colazione.»

La donna aveva gli occhi piccoli e azzurri e li appuntò

sulla mia pancia che, prominente e rotonda com’era,

spuntava dal costume da bagno. Non aspettai che me lo

chiedesse.

«Sono incinta. A volte il cibo mi fa venire la nausea.»

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«Adesso riposati», mi disse lei facendomi aria con un

ventaglietto pubblicitario sul quale lessi, un po’ appannate,

le parole Nordic Club.

«Vuoi bere un altro po’?»

Bevvi un altro po’ d’acqua mentre loro mi osservavano

senza sbattere gli occhi, come se mi stessero sorreggendo

con lo sguardo.

Sandra

NUOVI AMICI

Il giorno dopo non mi arrischiai ad andare in spiaggia.

Ebbi tutta la giornata per prepararmi un pranzo salutare,

leggere e stare tranquilla. L’albero di limone e quello di

arancio davano al piccolo giardino un’aria di paradiso, e

io ero Eva. Il paradiso e io.

Stavo proprio finendo di innaffiare le piante al tramonto,

dopo un pisolino, quando sentii il rumore di una macchina

che parcheggiava accanto al cancello d’ingresso.

Sentii le portiere che si chiudevano e dei passi lenti e poi li

vidi. Erano loro, i due anziani che mi avevano dato una

mano in spiaggia. Sembravano contenti di vedermi, e anch’io

lo ero: avevo passato troppo tempo da sola a rimuginare.

Chiusi l’acqua e mi avvicinai a loro.

«Che sorpresa!» esclamai.

«Siamo contenti di vedere che ti sei ripresa», disse lui.

Parlavano molto bene lo spagnolo, ma avevano un accento

straniero. Non era inglese, né francese. E non era

neppure tedesco.

«Sì, mi sono riposata, non quasi ho messo il naso fuori

di casa.»

Li invitai a entrare e a sedersi sotto il portico.

«Non vogliamo disturbare.»

Servii loro del tè in una bella teiera di rame che mia so-

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ella teneva dentro una credenza in stile antico. Non offrii

anche il caffè perché non avevo trovato una caffettiera.

Lo bevvero a piccoli sorsi, mentre io raccontavo che non

ero sicura di essere innamorata del padre di mio figlio e

non volevo iniziare quella nuova tappa della mia vita facendo

una stupidaggine. Mi ascoltavano con grande comprensione

e a me non importava che sapessero tutto di

me, o perlomeno quello che mi stava più a cuore. Non mi

importava perché erano estranei: era come se stessi parlando

all’aria.

«Dubbi di gioventù», disse lui prendendo la mano di sua

moglie. Si capiva che l’aveva amata moltissimo e che ora

non poteva stare senza di lei. Lei era una sfinge.

Non era un uomo sorridente, però era così educato che

sembrava stesse sorridendo. Era molto magro: gli si vedevano

gli zigomi, il cranio e tutte le altre ossa. Indossava

dei pantaloni estivi grigi e una camicia bianca a mezze maniche:

era proprio un bell’uomo.

«Se vuoi domani possiamo venire a prenderti. Ti porteremo

in spiaggia e poi ti riaccompagneremo», disse lui.

«Per noi sarà un piacere», aggiunse lei sorridendo davvero

con i suoi piccoli occhi azzurri, che forse un tempo

erano stati belli ma adesso non lo erano di certo.

Si guardarono parlandosi con gli occhi, poi si lasciarono

la mano per prendere le tazze.

«Verremo alle nove, né troppo presto né troppo tardi»,

disse lui e si alzarono.

La donna mi mise la mano sul braccio e me lo afferrò

come se tentasse di non farmi scappare.

«Non devi portare niente, penserò a tutto io. Abbiamo

una borsa frigorifero.»

«Fredrik e Karin», disse lui tendendomi la mano.

Io gliela strinsi e poi diedi un bacio a Karin con un’espressione

allegra e amara allo stesso tempo. Fino a quel

momento non avevo saputo i loro nomi e non me ne ero

neppure resa conto, forse perché fino a quel momento

non mi era importato niente di loro ed erano stati dei perfetti

estranei, come dei passanti in strada.

7


«Sandra», feci io.

Non avevo mai conosciuto i miei nonni, erano morti

quando ero piccola. Ora la vita mi ricompensava con quei

due nonni, dei quali non mi sarebbe dispiaciuto essere la

nipote preferita o meglio l’unica, la depositaria di tutto il

loro affetto e... di tutti i loro averi, quei beni favolosi per i

quali non si deve lottare e che non bisogna neppure desiderare,

perché li si ottiene per diritto di nascita. Forse ciò

che non mi avevano dato i legami di sangue me lo stava

dando il destino.

Julián

FALSE APPARENZE

Uscii e camminai fino alla macchina, respirando l’aria

già piuttosto fresca dei giorni di settembre.

Salii fino a Tosalet, incrociando macchine che avevano

più fretta di me, sicuramente dirette verso qualche posto

di lavoro. Dopo neanche un’ora di attesa il muso verde

oliva di un fuoristrada sbucò dal piccolo fortino di Villa

Sol, una specie di carro armato alla cui guida si trovava

Fredrik Christensen. Accanto a lui c’era quella che doveva

essere Karin. Mi immisi sulla strada principale dietro di loro.

Dopo circa cinque chilometri girammo a destra. Dopo

qualche chilometro, una ragazza uscì da una villetta e salì

in macchina. Proseguirono verso la spiaggia, mentre io

continuavo a tallonarli.

Scesero dall’auto. Era lui, ancora altissimo, magro, con

le spalle larghe, le gambe e le braccia lunghe. Aprì il bagagliaio

e tirò fuori un ombrellone, una borsa frigorifero e

due sedie a sdraio. Lei, invece, non l’avrei riconosciuta. Il

suo corpo sembrava completamente alterato: camminava

senza agilità, era ingrassata e deforme. Indossava un ampio

prendisole rosa aperto sui lati, lui dei pantaloni corti,

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una camicia abbondante e dei sandali. La ragazza portava

una maglietta sopra il costume da bagno, un cappellino,

l’asciugamano in spalla. Era giovane, doveva avere al massimo

trent’anni; non era né mora né bionda, piuttosto castana,

nonostante una tinta rossa le coprisse parte dei capelli.

Aveva un tatuaggio nero e rosso sulla caviglia che

sembrava una farfalla e un altro sulla schiena, dei caratteri

cinesi o giapponesi, in nero. Una vittima perfetta per i

Christensen. Potevano averla conosciuta in spiaggia e aver

messo gli occhi su di lei per succhiarle un po’ di sangue

fresco, per succhiarle l’energia, per contagiarsi con la sua

freschezza. La gente in fondo cambia poco, e per Fredrik

ogni suo simile era un essere di cui poteva approfittare

per rubargli qualcosa. Non si cambia in due giorni, e

nemmeno in quarant’anni: io nel profondo non ero cambiato.

Cosa poteva sapere quella ragazzina di tutto questo? Come

avrebbe potuto intravedere il male in due anziani che

si prendevano cura di lei?

Sembravano molto premurosi e gentili con quella ragazza

che non era della loro stessa razza ariana. Vederli fare

del bene metteva paura. Agivano come se non fossero

mai stati davvero coscienti di aver fatto del male. In genere,

nella vita normale, il bene e il male si confondono

spesso, ma a Mauthausen il male era il male. In tutta la

mia vita non sono mai incappato nel bene assoluto, ma

posso dire di aver visto da dentro il male con la M maiuscola

e la sua forza demolitrice, e in quello non c’era

niente di buono. Chiunque avesse visto Fredrik in quel

momento avrebbe pensato: quest’uomo è stato giovane,

ha dovuto lottare, ha lavorato, è andato in pensione e finalmente

si gode il meritato riposo. E non avrebbe mai

immaginato che si sbagliava e che avrebbe continuato a

sbagliarsi ogni volta che avrebbe incontrato un uomo

senz’anima.

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Sandra

IL VELENO DEL DUBBIO

Io e Julián ci mettemmo in cammino senza sospettare

che a partire da quel momento Villa Sol non sarebbe stata

mai più la stessa, come se all’improvviso si fosse alzato il sipario

di un teatro e finalmente ci fosse una storia. Non lo

capii subito, all’inizio non volevo capire, mi spaventai. Julián

era serio. Aveva la fronte aggrottata e lo sguardo triste.

Tirò fuori un ritaglio di giornale dalla tasca, forse l’annuncio

di un’altra casa in vendita.

«E sua moglie? Non la vedo mai», dissi avvertendo una

sgradevole tensione nell’aria.

«Mia moglie è morta, non è mai stata qui

In quel momento pensai che non appena fossimo scesi

dall’auto me lo sarei tolto di torno con un calcio nelle palle.

Una sola spinta, pensai, avrebbero potuto buttarlo a

terra, e ci avrebbe messo così tanto a rialzarsi che nel frattempo

avrei potuto correre per chilometri.

«Mi spiace di averti mentito,» disse, «ma è stato meglio

così.»

«Non ti capisco», dissi sentendo i suoi occhi su di me e

dandogli del tu, come lui faceva con me. Non spostavo lo

sguardo dalla strada.

«Non avrei mai voluto coinvolgerti, te lo giuro, ma

quando ti ho conosciuta eri già coinvolta.»

Coinvolta? E in cosa potevo essere coinvolta io, che passavo

la vita fra le piante del giardino e gli anziani?

«Credo sia mio dovere dirti in che situazione ti trovi.»

Non mi piaceva affatto che qualcuno cercasse di manipolarmi

o giocasse con me, per cui alzai la voce più del dovuto.

«So già qual è la mia situazione!»

«No, non lo sai», disse lui mentre parcheggiavo.

Con il foglio del giornale in mano mi condusse a una

panchina di pietra da cui si vedeva il mare.

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«Come si comportano con te Fredrik e Karin?»

«Fred e Karin?»

«La coppia di anziani norvegesi.»

Non avevo la minima idea di dove volesse andare a parare

quando gli risposi che si comportavano bene, che erano

gentili, che sapevano rispettare i miei spazi, come facevo

io con i loro. La storia dello spazio lo fece vagamente sorridere.

Non mi piacque che ridesse di quel che dicevo, mi

fece innervosire.

«Non avrei mai voluto farti vedere questo», disse mostrandomi

il foglio di giornale.

Sulla pagina c’era una foto, la foto di una coppia. In

quel momento vidi solo quello perché mi ero fissata sul

suo sorriso ironico e non mi importava nient’altro.

«Guardala bene, per favore. Non li riconosci?»

«Non so cosa ci sia di così divertente nel fatto che rispettino

i miei spazi.»

«È una frase fatta, non ti si addice.»

Presi il ritaglio e fissai la foto. Erano... erano Fred e Karin.

Mi concentrai per osservarla meglio.

«Sì, sono loro», disse Julián. «Nazisti, criminali pericolosi.

Fredrik Christensen ha eliminato centinaia di ebrei. Capisci

quello che sto dicendo?»

Rimasi perplessa. Non sapevo cosa pensare.

«Ne sei sicuro?»

«Sono venuto qui per lui. Non voglio che se ne vada all’altro

mondo senza riconoscere le sue colpe, senza pagare

per quello che ha fatto. Forse è l’unico a essere ancora

vivo.»

«Perché lo dici a me? Perché non lo dici alla polizia?»

«Quando sono arrivato qui pensavo proprio questo: volevo

rendere pubblica la sua storia e rovinargli la vita, ma

sarebbe stata solo una piccola vendetta. Adesso penso che

potrebbero condurmi ad altre persone. Tu entri ed esci

dalla loro casa, non sospettano di te. Se tu non fossi incinta,

se non avessi l’età per essere mia nipote e se io non mi

sentissi un verme a domandartelo, ti chiederei di dirmi cosa

vedi lì.»

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«Non ho visto nulla di speciale, e poi... sono miei amici.»

«Tuoi amici? Te l’ho già detto, non voglio che tu corra

alcun pericolo, ma questo pensiero toglitelo dalla testa: loro

non sono amici di nessuno, sono vampiri che si nutrono

del sangue altrui. E il tuo sangue li attira, è la loro linfa.

Stai attenta.»

Julián sapeva molto bene dove parlare senza che nessuno

ci vedesse. Sembravamo la tipica coppia formata da un

vecchio e una giovane che se ne sta mezza nascosta fra gli

alberi. Avevo già il numero dell’hotel Costa Azul, in cui alloggiava,

nel caso avessi voluto mettermi in contatto con

lui, ma mi disse che non sarei dovuta andarci di persona

per nessun motivo, perché era sotto sorveglianza ed era

pericoloso. La cosa più sensata sarebbe stata sparire dalla

vita dei Christensen e dalla sua e tornare alla mia vita di

sempre. Mi pregò di non cadere nella tentazione di raccontare

qualcosa ai miei amici nazisti, di trattenermi dal

farlo, altrimenti sarebbero stati guai.

«Tieni», disse dandomi la pagina di giornale, «guardali

con attenzione.»

La piegai e me la misi in tasca.

Cosa sapevo io di Julián? Niente di niente. Era apparso

un giorno a casa mia e adesso mi diceva quelle cose così

strane. Avrei potuto credergli perché i nazisti erano esistiti

e tutti sapevano dell’esistenza dei neonazisti, gente fissata

con la svastica e cose del genere, ma Fred e Karin? Li conoscevo,

Karin mi metteva un cuscino dietro la schiena

quando mi sedevo sulla mia poltrona preferita, che era alta

e aveva orecchie e poggiapiedi. Mi sistemavano la poltrona

accanto al camino anche se era spento, però quando

lo accendevano era molto piacevole. Fred non parlava

molto, quando c’era si limitava a uscire per comprare pasticcini

e a servirci il tè: era Karin che si faceva carico del

gruppo. Karin mi stava insegnando a lavorare a maglia e a

volte Fred riceveva qualche visita e restava un bel po’ a

parlare con i suoi ospiti. Cosa c’era di strano in tutto questo?

Julián mi aveva instillato il veleno del dubbio. Aveva

appena finito di raccontarmi cose terribili sul conto dei

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miei amici. Mi aveva detto che l’infermiera Karin era una

criminale senza scrupoli, che aveva contribuito a uccidere

centinaia di persone per mettersi in luce accanto a suo marito,

decorato dal Führer in persona. «Hai idea di quanto

devi uccidere per meritarti una croce d’oro?» Mi aveva obbligato

a dubitare di Fred e di Karin e a dubitare di lui.

Non era più il vecchio bonario con il cappello bianco che

parlava sempre di sua moglie: ora non sapevo più chi fosse.

Poteva darsi che sua moglie fosse esistita davvero ma

anche no. Poteva darsi che non volesse affittare la casa.

Non mi piaceva che si fosse preso gioco di me. Almeno i

norvegesi non avevano mentito, forse non mi avevano detto

la verità, di certo non mi avevano raccontato la loro vita

– il che, trattandosi di ultraottantenni, non era affatto normale

–, ma in quel momento le informazioni che avevo

sul loro conto erano esclusivamente frutto di ciò che avevo

visto e sentito e delle mie conclusioni.

Decisi di non discutere con lui. La cosa più sensata sarebbe

stata non chiedere e non sapere altro. Accompagnare

in paese quello strano personaggio e, una volta arrivata

lì, tornare da Karin.

Ma se fosse stata la verità?

© 2010, Garzanti Libri s.p.a., Milano

Gruppo editoriale Mauri Spagnol

© Clara Sánchez, 2010

© Ediciones Destino, S.A., 2010

Titolo originale dell’opera:

Lo que esconde tu nombre

Traduzione dallo spagnolo di

Enrica Budetta

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ALCUNI DEI TANTI COMMENTI ENTUSIASTICI

DELLE LETTRICI E DEI LETTORI

Una storia in cui ci si immerge fin dalle prime pagine.

L’ho letto tutto d’un fiato.

Ana Estevez, su Literalia

Un bel romanzo narrato in prima persona,

maestoso e profondo. Mi ha incantata.

Rocio, su Blog de libros

Un libro bellissimo che riesce a creare

un’atmosfera evocativa, forse non sempre verosimile,

ma senz’altro molto avvolgente.

Carmen, su Lettrice Blog de libros

Il ritmo incalzante della narrazione mantiene

la tensione alta durante tutta la lettura. Avvincente.

Julio Mendez, su Literalia


IN LIBRERIA

IL 13 GENNAIO 2011

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