sulla seconda guerra mondiale

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sulla seconda guerra mondiale

Vincere!

Tornando alla mia storia breve, dovete sapere che negli anni Trenta

anche a Livigno c’era la dittatura, come nel resto d’Italia. Ovviamente.

Che si trattasse di una dittatura l’ho scoperto solo da adulto, comunque

i fascisti erano arrivati fin quassù.

C’è da dire, come documentano i libri di storia e anche secondo il

mio modesto parere, che il fascismo portò in paese qualche piccolo

beneficio: non si può negare che contribuì a far sentire i livignaschi

parte della Nazione, un po’ più italiani e un po’ meno svizzeri. L’iniziale

ottimismo dovuto al cambiamento della politica e ai tanti interventi

sull’agricoltura, convinse i montanari più testardi che anche nelle

valli isolate come la nostra c’era speranza. E alla fine degli anni ‘20

un sostegno all’economia arrivò dalla realizzazione di nuove malghe,

strade di accesso e bonifiche dei pascoli finanziate dal regime, mentre

all’inizio degli anni ‘40 la costruzione degli impianti idroelettrici di

Cancano portò lavoro soprattutto ai trepallini. È vero, i benefici della

politica fascista si dimostrarono temporanei, ma nell’immediato -

credetemi - ebbero un effetto salutare sulla popolazione.

La sezione del Fascio di Combattimento di Livigno era in via Plan

e fu fondata nell’aprile del ’32, in occasione del festeggiamento dei

natali di Roma. La casa era bianca. Durante il giorno il segretario,

gli ufficiali e gli impiegati della milizia riempivano gli uffici, invece

per dormire si spostavano in un’altra casa sempre in centro, lontana

una cinquantina di metri. Il primo segretario del Fascio fu un

livignasco, sostituito però per scarso zelo fascista da veri sostenitori

del regime venuti da fuori, che si susseguirono nella carica fino ai

giorni dell’arresto di Mussolini.

Anche la caserma dei carabinieri era in via Plan. Se, oggi, questa

strada è la via principale dello shopping, negli anni Quaranta

assomigliava più a una base militare. In alcune occasioni la casa del

Fascio era il luogo di raduno per i fascisti accaniti e per i piccoli

balilla. Mi piaceva fare il balilla, per me era un passatempo. Potevo

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giocare al soldato variando la monotonia delle mattine a scuola e dei

pomeriggi a fare le solite cose. Soprattutto mi divertivo durante il

sabato fascista, vestito di tutto punto con la divisa ufficiale da balilla:

camicia nera, foulard azzurro, mantellina, calzoncini, calzettoni ruvidi

e fez. So per certo che il fez costava 6 Lire, e non so quante famiglie

se lo potessero permettere. Per questo, spesso, ci veniva dato in

prestito a scuola.

Non ricordo cosa facessimo in particolare durante il sabato, era una

giornata dedicata all’addestramento militare e politico, all’obbedienza

e alla disciplina, cioè a come diventare un buon fascista. A scuola

recitavo qualche filastrocca e leggevo le storielle sul fascismo, nel

pomeriggio facevo esercizio fisico e giochi di gruppo che altro non

erano che esercitazioni militari per bambini. Ciò bastava perché

aspettassi il sabato come fosse una giornata speciale anche se altre

volte, quando mi toccava stare seduto e in silenzio ad ascoltare i

racconti sulle virtù di Mussolini, mi annoiavo.

Livigno era isolata, e vista la qualità della vita e soprattutto il poco

interesse che i cittadini nutrivano per i fatti dell’Italia e del mondo,

il fascismo e in generale la politica non erano molto presenti nella

vita di tutti i giorni, in particolare agli occhi di un ragazzino. Certo,

c’erano famiglie, ragazzi, uomini, soldati e ufficiali che erano veri

fascisti, fieri di servire il Duce e attenti a non deludere il regime,

ma c’erano persone a cui importava poco o nulla. Per tutti, però,

c’erano obblighi da rispettare, incontri a cui non si poteva mancare e

anniversari da festeggiare con trasporto, sennò erano guai. E la cosa

che per tutti era irrinunciabile, era la tessera annonaria introdotta

dal gennaio del ‘40. Dava diritto a partecipare alla distribuzione dei

beni di prima necessità e al razionamento del cibo, e solo le buone

famiglie fasciste potevano averne una, con la consegna dei viveri che

avveniva al magazzino comunale vicino alla piazza.

Le feste a cui era obbligatorio partecipare, le più importanti per

il regime, erano l’anniversario della marcia su Roma il 28 ottobre,

il compleanno del Duce il 29 luglio e tutta una serie di cerimonie

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dove trionfava l’orgoglio di far parte del popolo italiano e di avere

Mussolini come guida. Era in questi casi che i livignaschi apparivano

fascisti convinti, mentre in realtà la maggior parte di loro pensava a

come trovare da mangiare per i giorni a venire. Io sono nato sotto il

fascismo, ma tempo dodici anni e l’ho visto morire. E a parte il sabato

fascista, il vestito da balilla e qualche cerimonia, non ricordo molto.

Tutto ciò che conosco sul regime l’ho imparato dopo, da adulto.

Quando Mussolini annunciò l’entrata in guerra dell’Italia avevo nove

anni, quando fu proclamato l’armistizio ne avevo dodici, quando poi il

Duce fu giustiziato ne avevo quasi quattordici. Difficile pensare che

un montanaro come me, bambino e ragazzino, potesse interessarsi a

questioni politiche e distinguere se il fascismo fosse il bene, il male o

entrambe le cose. Quanto a mio padre e mia madre, beh, credo che loro

si preoccupassero più che altro di trovare il modo per sfamare le sette

bocche che avevano in casa, nient’altro. Mio padre pensava sempre al

lavoro e mai alla politica, era già stato fortunato a fare il soldato in zone

tranquille durante la prima guerra mondiale, senza mai essere spedito

al fronte. Perché avrebbe dovuto preoccuparsi del regime, della scelta

di Mussolini di allearsi con Hitler e dell’entrata in guerra? Livigno

non credo fosse un covo di camicie nere e non ricordo un paese sotto

controllo costante dei miliziani. Ma, ripeto, ero bambino. Di sicuro la

situazione nei confronti del regime non era la stessa delle grandi città o

delle cittadine di provincia. Come per tanti altri fatti della storia recente,

anche il fascismo arrivò in paese ma ci restò e visse a modo suo, un po’

ai margini. Ecco, forse è questa la parola giusta: “margini”. In fondo, la

stessa Livigno era ai margini della Valtellina, dell’Italia e della storia, e

ciò che arrivava difficilmente penetrava il tessuto del paese.

“La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori

di Gran Bretagna e di Francia. La parola d’ordine è una sola, categorica

e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi

all’Oceano Indiano. Vincere! E vinceremo, per dare finalmente un

lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.

Popolo italiano, corri alle armi! E dimostra la tua tenacia, il tuo

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coraggio, il tuo valore!”

Queste furono alcune delle parole che sentii rimbombare dalla

radio dell’albergo Alpina. Attorno al davanzale del piano terra su cui

era appoggiata la radio, si era radunata una piccola folla di livignaschi.

Era presente chi viveva nelle vicinanze, da Riŋ a li Ráśia. Negli otto

minuti scarsi del discorso tutti restarono in un silenzio dimesso,

sull’attenti per non perdere nemmeno un sospiro del Duce o un urlo

della folla. Tutti fissavano la radio senza sbattere le palpebre, come

se dall’altoparlante potesse uscire da un momento all’altro Mussolini

in persona e intanto ognuno ragionava sulle parole appena ascoltate

e su ciò che sarebbe accaduto nelle settimane a seguire. Io ero al

fianco di mio padre, la mano a tenaglia sul suo braccio. Avevo sentito

le parole del Duce uscire da quella scatola di metallo e legno, ma

non ne avevo capito il significato. Solo quel “Vincere!” urlato con una

furia animale mi restò impresso nella memoria e mi procurò brividi

sotto pelle - e chissà se erano brividi di emozione o di paura. In quei

minuti capii che l’Italia entrava in guerra e che non era una cosa

buona. Non lo compresi tanto dalle parole del Duce - nonostante

le avesse pronunciate chiaramente - quanto dagli occhi spaventati

di papà. La guerra, un’altra. Questo pensava asciugandosi le lacrime

scivolate sulle guance.

“Come mai non parla nessuno?” chiesi ingenuamente quando

mi accorsi che molti dei presenti avevano lo sguardo che vagava

nel vuoto, l’espressione triste e le spalle curve che sembravano già

sopportare il dolore che sarebbe arrivato.

“Eh” rispose lui sfiorandomi i capelli, “la guerra è la cosa peggiore

al mondo.”

Un senso di impotenza e rassegnazione, questo leggevo negli

sguardi di alcune delle persone in strada. Era ciò che potevo

udire distintamente dal borbottio degli uomini che a bassa voce

pronunciavano - come per non dirla davvero e scacciare le disgrazie

a venire - la parola “guerra”.

Anche più tardi, tornati a casa, il tono di voce e gli sguardi di papà

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non mutarono.

“Che cosa ha detto Mussolini?” chiese mamma.

“Che siamo in guerra.”

Ero smarrito, quasi infastidito dalla tristezza dilagante. Sentivo che

era successo qualcosa di irreparabile e, nonostante non comprendessi

bene cosa fosse, ero totalmente svuotato. Ogni volta che i livignaschi

si riunivano in un luogo era per festeggiare, a parte a casa di un

defunto per il funerale. E sbagliando pensavo fosse così anche quel

giorno, il 10 giugno del 1940. In paese si era sparsa la voce che alle

sei di sera Mussolini avrebbe dato un importante annuncio alla radio

e fu così che mio padre mi portò con lui all’albergo Alpina. Fino a

quel momento era stata una bella giornata, con un caldo appena

accennato che lasciava intuire che anche in montagna si avvicinava

l’estate. Subito dopo l’annuncio la maggior parte delle persone si era

zittita, altri invece avevano esultato sovrastati dalla urla che si udivano

provenire dalla radio. Non riuscivo a immaginare quanta gente potesse

esserci nella piazza di Roma da dove Mussolini parlava. Le grida della

folla mi sembrarono selvagge, inumane, come se provenissero da una

grotta e originassero da un orso di proporzioni gigantesche.

Quando la radio sparì dal davanzale e il proprietario la riportò

all’interno dell’albergo, alcuni uomini iniziarono a confabulare. I più

esagitati si strattonavano esaltandosi a vicenda, con ancora in circolo

l’eccitazione procurata dalle parole del Duce. Poi, passato qualche altro

minuto, le campane di Santa Maria e Sant’Antonio rimbombarono in

tutto il paese e suonarono a lutto prima di riposarsi.

Le emozioni furono intense e contrastanti, ma credo che una

cosa accomunasse tutti: ognuno, in cuor suo, sperava di non dover

mai più sentire una dichiarazione di guerra. Dal canto mio, solo

qualche anno dopo riuscii a capire meglio ciò che era accaduto. Il

regime aveva deciso di entrare in una guerra che molti credevano

finita visto l’avanzare dei tedeschi in Francia. Quattro giorni dopo

l’annuncio di Mussolini, Hitler entrò con le sue truppe a Parigi, si

fece fotografare sotto la torre Eiffel e riprendere dalle telecamere

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mentre comodamente seduto in una jeep attraversava i Campi Elisi.

Per gli italiani, la guerra sembrava essere una sgradevole necessità,

soprattutto per non soccombere a Hitler. Sembrava una sgradevole

necessità anche se in molti speravano fosse davvero agli sgoccioli.

Purtroppo le cose andarono diversamente e per l’Italia fu l’inizio

della disfatta.

Degli anni della guerra ricordo alcuni avvenimenti che

corrispondono alle date che tutti voi conoscete: le battaglie,

l’armistizio, il controllo del territorio del nord da parte dei tedeschi,

la lotta dei partigiani, l’arrivo degli americani. Ancora, ricordo la solita

miseria di Livigno che la guerra aveva reso ancora più pesante. La

maggior parte delle famiglie era in grossa difficoltà, altre riuscivano a

cavarsela dignitosamente. Battista, ad esempio, mi racconta sempre

che nei primi tre anni di guerra - cioè fino all’armistizio - per lui,

i suoi fratelli e le sue sorelle è stato il periodo più duro, tanto che

non si trattava solo di privazioni: pativa la fame, nel vero senso della

parola. Battista aveva perso sia il padre che la madre e i lutti avevano

reso la vita ancora più complicata.

Solo la tessera annonaria dava un aiuto alle famiglie, seppur per

poco, perché il cibo non bastava mai. Con il razionamento ci si doveva

presentare nel posto stabilito per la distribuzione - al magazzino

comunale, dal panettiere, nel negozietto di alimentari - e ricevere

lo stretto necessario, non un grammo in più. Per il resto si cercava

di sfruttare al massimo gli animali denutriti e la natura allo stremo.

Spesso poi, in cambio di legna o di qualche vestito, qualcuno poteva

decidere di sacrificare una o più bestie, così anche in stalla restavano

sempre meno animali.

Passai dall’infanzia all’adolescenza con il crescere del conflitto e

l’aumentare dei morti, e trascorsi una delle fasi più delicate della vita

con la guerra al di là delle montagne. A dire la verità, quasi non me

ne accorsi. Notai soltanto che di mese in mese, dalla fine del ’43, si

avvicendarono a Livigno soldati con divise diverse. Dopo i fascisti fu

un gruppo di militari tedeschi della Wermacht a occupare il territorio

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e poi dalle valli giunsero i partigiani, mentre gli americani arrivarono

dal cielo a guerra quasi finita. Tra tutte queste divise, iniziai a respirare

un ritorno alla calma quando con un referendum la Repubblica

sconfisse la Monarchia per una manciata di voti - anche se a Livigno e

a Trepalle a trionfare alla votazione fu il re, che ottenne un plebiscito.

Fu da questo momento e con l’avvio dei lavori della Costituente che

iniziò la nuova vita della Nazione. A Livigno, intanto, il nuovo prefetto

repubblicano aveva indetto elezioni comunali provvisorie e nel giro

di un paio d’anni le nuove istituzioni dello Stato si stabilizzarono.

Senza accorgermi del profondo significato e dell’influenza sulla

mia esistenza di italiano, vidi tutte queste cose. E vidi parecchi

giovani soldati partire per la guerra e non tornare più, ne vidi altri

tornare in pessime condizioni fisiche e mentali, altri ancora tornare in

condizioni discrete e riprendere la vita esattamente da dove l’avevano

sospesa. Alcuni giovani sparirono il giorno stesso in cui fu recapitata

loro la cartolina precetto: si dissolsero nell’aria come la polvere del

fieno quando lo si gira con la forca. Per mesi di questi ragazzi non

si seppe nulla, se non che erano nascosti da qualche parte in quota.

Ricomparvero solo anni dopo, alcuni insieme ai partigiani e altri senza

nessun amico al fianco. Vidi tutto questo con gli occhi di un ragazzino

curioso. Per me le giornate scorrevano come al solito: la stalla, la

scuola, qualche dispetto, la neve in inverno e la pastura in estate.

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