Cenni storici

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Cenni storici

Cenni storici

Le origini del Collegio dei Cinesi sono legate a padre Matteo Ripa, un

sacerdote di origini campane che agli inizi del XVIII secolo, dopo essere

stato missionario in Cina per diversi anni, fece ritorno a Napoli con

l’obiettivo di creare un istituto per l’educazione religiosa e spirituale

per giovani cinesi.

Il disegno di padre Matteo Ripa non era fine a se stesso, ma mirava a

formare dei giovani sacerdoti in grado di diffondere l’opera missionaria

nelle terre di origine. Come sede del Collegio venne scelto un complesso

religioso, allora di proprietà dei padri Olivetani, ubicato sulla collina dei

Pirozzoli, il punto più alto e panoramico del borgo dei Vergini. Esso era

costituito da un ampio corpo di fabbrica a corte aperta, con annessa

chiesa, allora dedicata a Santa Francesca Romana.

Il complesso edilizio in realtà nasce agli inizi del XVII secolo come villa

extraurbana della principessa Gallicane; nel corso degli anni si sono poi

succeduti una serie di proprietari, tra cui anche membri della famiglia

Carafa, fino a Benedetto Valdarno, che, a sua volta, cedette la fabbrica

ai padri Olivetani nei primi anni del XVIII secolo.

L’adattamento a fabbrica religiosa comportò la realizzazione di un

porticato loggiato sul lato meridionale del complesso, ancora oggi

esistente ma soffocato dai corpi di fabbrica realizzati nella seconda

metà del secolo scorso, e della chiesa.

L’accesso principale era dalla salita dei Cinesi, tuttora esistente, mentre

un secondo ingresso, oggi murato, che dava direttamente nel

retrostante giardino, era dal vico dei Cinesi.

La chiesa venne realizzata intorno al 1710 proprio in luogo dell’atrio

scoperto di forma rettangolare posto sulla destra dell’ingresso da salita

dei Cinesi.

Nel 1729 i padri Olivetani, viste probabilmente le difficoltà nei

collegamenti viari con la città, decisero di vendere il complesso a


Matteo Ripa, che ivi collocò il Collegio dei Cinesi, degli Indiani e di altre

nazioni infedeli.

L’istituzione del collegio venne decretata nel 1725 da papa Benedetto

XIII e poi approvata nel 1732, dopo lunghe trattative, da papa

Clemente XII. L’operazione fu coadiuvata dalla Congregazione della Sacra

Famiglia dei Cinesi, composta da sacerdoti secolari, preposti

all’educazione dei giovani seminaristi cinesi, e da laici che si occupavano

di mansioni di ufficio.

Dopo l’unità di Italia, nonostante la indiscriminata soppressione degli

ordini religiosi, il collegio, per il particolare valore educativo che

rivestiva, fu salvato. Tuttavia successivamente venne coinvolto nel

processo di laicizzazione degli istituti religiosi e quindi trasformato dal

Ministero della Pubblica Istruzione in “Real Collegio Asiatico” per

l’insegnamento di lingue orientali ed europee e trasferito in largo S.

Giovanni Maggiore.

Nonostante la congregazione dei Cinesi avesse promosso e vinto un

procedimento giudiziario contro il Ministero, affinché l’istituto non

venisse completamente privato della originaria vocazione religiosa, nel

1888 venne stabilita la trasformazione del Collegio dei Cinesi in “Real

Istituto Orientale di Napoli”, per l’insegnamento di lingue vive dell’Asia

e dell’Africa e la congregazione della Sacra Famiglia fu liquidata.

Nel 1897 l’edificio fu venduto alle suore Oblate di Santa Rosa, che vi

istituirono un collegio per giovani povere e orfane.

Nel 1910 il Pio Monte della Misericordia ottenne l’edificio in enfiteusi e

destinò esso ad ospedale per infermi cronici, intitolandolo alla duchessa

Elena d’Aosta; la chiesa da allora ha assolto le funzioni di cappella

ospedaliera, ma ad oggi è chiusa la pubblico da decenni.


Descrizione della chiesa

La chiesa, pur non presentando decorazioni particolarmente ricche,reca

nelle forme, nelle proporzioni, nel susseguirsi di archi e volte a tutto

sesto, echi dell’architettura barocca napoletana.

L’impianto a navata unica, piuttosto tozzo nelle proporzioni, è il

risultato di un compromesso volto a salvaguardare l’ingresso da vico dei

Cinesi e a lasciare uno spazio scoperto all’ingresso da salita dei Cinesi.

Nonostante il tumultuoso susseguirsi degli eventi che hanno interessato

il complesso, la chiesa, se pur depauperata di molte opere d’arte, non

ha subito particolari stravolgimenti, come è confermato dal confronto

con la descrizione della stessa fornita dal Celano: la chiesa […] non

molto bella per la cupola fatta nel mezzo della croce quasi a semivolta

grandemente ammattita che la rende di poca luce. E nondimeno essa

chiesa bastevolmente grande, ed assai pulitamente tenuta. Ha dinanzi

un atrio che fa ridente, siccome è il resto della Casa, per l’eminente

sito dove trovasi collocata. Il suo fondatore è sepolto ai piedi dell’altare

maggiore.

La facciata si presenta costretta tra due corpi di fabbrica ed costituita

da due ordini architettonici conclusi da un timpano triangolare;

un’ampia scalinata in pietra vesuviana conduce alla porta di ingresso

della chiesa.

L’impianto si sviluppa in un’unica navata, al centro della quale vi è una

cupola con lanternino.

Al di sopra del vestibolo di ingresso si sviluppa il coro, cui si accede

tramite due scale poste ai lati del vestibolo e separate dallo stesso da

due porte in legno con portale in marmo. Il coro è caratterizzato da

una robusta balaustra in legno intagliato con andamento curvilineo.

Lo spazio compreso tra la zona centrale con copertura a cupola e

l’abside semicircolare con volta a catino, è scandito da una successione

di archi a tutto sesto con interposte volte a botte, di cui l’ultima

lunetta.


Lungo le pareti laterali si susseguono sei confessionali in legno, incassati

nella muratura, e due altari minori in marmo.

Le pareti sono dipinte ad imitazione di marmi policromi e adornate con

pilastri polistili su cui si impostano, separate da un cornicione dentellato

fortemente aggettante, le volte, inframmezzate da ampi finestroni, di

cui quelli sul lato orientale sono ciechi perché confinanti con ambienti

dell’ospedale.

Il pavimento della navata è a quadrelli di marmo bianco e bardiglio, che

nella zona presbiteriale sono intervallati da tozzetti di marmo giallo di

Siena. Il pavimento presenta diverse lapidi tombali, tra cui quella di

Matteo Ripa, le cui spoglie sono custodite nella cripta cui si accede dal

lato destro dell’altare. La presenza nel coro e in un ambiente posto a

sinistra della chiesa, con accesso direttamente dall’atrio esterno, di uno

splendido pavimento in cotto maiolicato, fa presumere che il pavimento

originario della chiesa doveva essere della stessa specie, sostituito poi da

quello attuale in marmo probabilmente nel XIX secolo.

Sull’altare si conserva ancora il dipinto di Antonio Sarnelli, datato

1769, raffiguarante la Sacra Famiglia e contente in basso a sinistra il

ritratto dei due primi alunni cinesi del collegio, Giovanni In e Lucio Vu.

Questa pare sia l’unica opera del Sarnelli che non è andata dispersa; le

guide storiche infatti riportano la presenza di opere del Sarnelli a

destra e a sinistra dell’altare, laddove attualmente si trovano due tele

raffiguranti l’ Annunciazione e la Visitazione, che evidentemente hanno

preso il posto di quelle del Sarnelli.

Nei pilastri della cupola si trovano quattro sculture rappresentanti i

santi Giuseppe, Gioacchino, Anna ed Elisabetta, di derivazione

solimenesca.

Nel coro si trovano depositati due organi, di cui uno firmato Mancini e

datato 1792-93, alcune tele e arredi d’epoca, mentre nella sagrestia,

attualmente adibita a biblioteca e aula di studio, si trova ancora un

ovale in marmo raffigurante la Madonna con Bambino della scuola di

Giuseppe Sanmartino.


Filosofia e ragione del progetto di restauro della chiesa

Dai brevi cenni sopra riportati sulla storia del complesso e sulla chiesa,

si possono già intuire i motivi che possono spingere un appassionato del

patrimonio storico, artistico ed architettonico della città di Napoli, ed

in particolare del quartiere della Sanità, a sperare, pensare e progettare

il riuso e la valorizzazione di un sito come quello dell’ex Collegio dei

Cinesi.

Lo start è dato da una serie di motivazioni.

Prima tra tutte quella che potremmo dire universalmente valida per il

patrimonio tutto della città di Napoli, nella accezione più ampia del

termine. Ciò che rende affascinante questa tormentata città è proprio

l’intrecciarsi di importanti e svariati aspetti della sua storia, fattore

determinante la complessità che rende unica questa terra.

In ordine di scala “urbana”, un’altra motivazione sta nel rilancio di un

quartiere, la Sanità, da secoli relegato fuori le mura, ovvero tagliato

fuori dai circuiti della vita cittadina. Questa condizione affonda le radici

nell’origine suburbana del quartiere e agli inizi dell’ottocento è stata

amplificata con la costruzione nel noto ponte della Sanità, per il

prolungamento del corso Amedeo di Savoia fino a Capodimonte, con la

conseguente esclusione della Sanità non solo dalla viabilità principale

della città ma anche paradossalmente dalla stessa vita della città.

Pur trattandosi di un quartiere estremamente ricco dal punto di vista

delle tradizioni e del patrimonio storico, artistico, architettonico,

religioso e culturale, la Sanità oggi si presenta come una realtà a parte,

in cui vigono regole e codici di vita propri, in cui la presenza

capillarmente diffusa della miseria e il sostanziale abbandono da parte

delle istituzioni, hanno fornito un ottimo terreno di coltura per lo

sviluppo della delinquenza, micro e non. Ci sono stati nel corso degli

ultimi anni validi episodi di recupero e valorizzazione del patrimonio

presente, con iniziative che hanno coinvolto anche i giovani del


quartiere, sottraendo così possibili leve all’esercito della malavita, ma la

Sanità ha bisogno di un piano di recupero strutturale e coordinato, che

elevi il borgo alla dignità che merita.

Il recupero dell’ex Collegio dei cinesi si inserisce sicuramente nell’ambito

della valorizzazione dell’intero quartiere, ma abbraccia anche altri

importanti aspetti di respiro ancora più ampio.

Il collegio in quanto istituzione infatti rappresenta un frammento

importante della storia sociale e religiosa della Cina, ed è un frammento

custodito qui, a Napoli.

Il primo elemento da prendere in considerazione, per valutare

l’opportunità del progetto di recupero, è di tipo storico-religioso. Con il

pontificato di papa Giovanni Paolo II sono stati fatti dei grandi passi

avanti nell’avvicinamento della Chiesa Cattolica ai paesi che Matteo Ripa

definirebbe infedeli; basti ricordare, solo per citare degli esempi, i viaggi

di Giovanni Paolo II a Cuba o in Russia e gli incontri con i relativi

leaders politici. Papa Benedetto XVI ha intenzione di continuare questa

opera, che potremmo definire una moderna e moderata

evangelizzazione, e tra i prossimi obiettivi c’è proprio quello di

ammorbidire i rapporti con la Cina. In questa ottica la presenza di una

testimonianza com’è quella del Collegio dei Cinesi rappresenta un ottima

occasione di congiunzione tra le due cose.

Un ulteriore elemento è sicuramente quello legato ad un fenomeno di

tipo sociale, ovvero la migrazione di parti consistenti della popolazione

cinese verso paesi europei, tra cui l’Italia. La consistenza del fenomeno

migratorio ha raggiunto ormai livelli considerevoli. Le grandi città sono

state quelle maggiormente interessate da questo fenomeno; Napoli non

è stata esclusa e comunità cinesi hanno colonizzato diversi quartieri

della stessa. Nell’ambito del suddetto fenomeno è evidente che la

presenza di una testimonianza della propria storia culturale e sociale in

un luogo sostanzialmente alieno, può essere particolarmente significativo

per quegli individui che sono costretti lontani dalla propria terra.

L’obiettivo del progetto di valorizzazione non è però di tipo nostalgico,


ensì è mirato a consolidare un aspetto fondamentale nella vita di ogni

individuo, ovvero la coscienza delle proprie radici.

In ultima analisi c’è da prendere in considerazione un aspetto più

profano, ma comunque da non sottovalutare per i risvolti economici,

ovvero quello legato al turismo, in particolare a quello proveniente dalle

regioni asiatiche. Il complesso restaurato e portato a nuova luce è

sicuramente un’ottima attrattiva turistica e i benefici di questa

operazione ricadrebbero certamente anche sul quartiere della Sanità,

potendosi costituire degli itinerari turistici collegandosi più siti religiosi.

Alcuni di essi sono stati già interessati da interventi di valorizzazione,

come ad esempio il complesso di Santa Maria della Sanità, dove il

parroco sta sperimentando, con risultanti incoraggianti, come utilizzare i

beni culturali a scopo di recupero sociale.

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