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ODIO BIANCO

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Daniele Giuliano

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Introduzione.

Quanto volte vi è capitato di non riuscire a leggere un libro che pare voglia

soffocarvi. Ben scritto e dalla storia interessante vi trasporta in un mondo plastificato

nelle architetture e negli abitanti, studiato nei minimi particolari; è pronto ad

accogliervi allo stesso modo ogni qual volta riprovate a sfogliarlo. Tutto è

predisposto ed il lettore è solo un osservatore dall'alto della scena descritta e non di

altro; non viene lasciato nulla di vago, tutto è documentato.

Molti , soprattutto i lettori con grande esperienza, hanno una capacità di

immaginazione più veloce delle parole di un libro; il personaggio viene da loro

rappresentato ancor prima che lo scrittore termini la sua particolareggiata

descrizione. Certo ci si discosta da ciò che l'autore immaginava al momento della

stesura; è di sicuro un male? Penso che in molti casi possa essere un vantaggio per

entrambi.

Il non spiegar troppo lascia la possibilità di varie sfumature interpretative,

costruzioni di luoghi, protagonisti, dialoghi, tempi. Ognuno può far propria la storia,

darne un senso, scegliere il volto del cattivo, catturare sensazioni in base al proprio

background. L'autore si può ritrovare con un'opera che mostra una profondità

estrema, moltiplicata per il numero dei lettori; e che probabilmente mostra quello che

era l'originario soggetto subcosciente.

Con questi presupposti nasce il soggetto di Odio bianco”: una ricetta

complessa per lettori “indisciplinati” preparata da chi ama cucinare. Vi sono delitti

efferati ma non è un horror; c'è un misterioso assassino ma non è un giallo; vi sono

ovviamente delle indagini ma non è un poliziesco. Sono ingredienti importanti ma la

portata principale è l'odio soggiacente. Eppure ciò che rende il sapore persistente è la

profondità del gusto , il condimento: l'intimità dei personaggi. E' tutta lì la verità;

senza quella interiorità il piatto è freddo, può solo sfamare.

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Capitolo uno.

Fiori d’arancio per la principessa triste.

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Venerdì 13 agosto.

Ore 22: 01.

Caro Boh! La vita è davvero di merda, e io sto sempre più

male.

La depressione è penetrata in me, si sta impadronendo del

mio corpo, del mio tempo, del mio mondo. Come un morbo

assassino cresce continuamente dentro di me, sempre alla

ricerca di nuovo cibo, nuovi organi da assaporare. Penso

che proprio adesso abbia finito di inghiottire il cuore,

ma l’ingordo virus non si ferma.

Sembrava essere scomparso, sconfitto, eppure è riaffiorato

così, inaspettato e apparentemente senza motivo,

spontaneo. Vorrei reagire, combattere tutta questa

oscurità come il sole all’alba con la notte; invece mi

ritrovo sempre di fronte al tramonto che sconfigge il

giorno, l’ultimo sospiro di luce.

Sto seriamente pensando al suicidio e non me ne vergogno;

suicidio, una parola che mi appare così dolce; quasi ogni

notte sogno la Luce con la falce e il mattino mi sento

sollevata nel sapere che presto arriverà a prendermi.

L’altra notte è stato diverso: una ragazza l’accompagnava;

non so chi fosse ma i suoi occhi, il suo sorriso erano

terrificanti; lei era bellissima ma quell'espressione mi

incuteva terrore. Si tenevano per mano e sullo sfondo si

notava qualcosa di strano, forse l’Infinito, forse il

Nulla. Un qualcosa di nuovo, di rilassante, di angoscioso;

buio e luce si presentavano come amici per la pelle,

difficile separarli, improbabile un tradimento; ma ciò che

mi attraeva era la ragazza: le ho sorriso e la sua

espressione è cambiata.

Che strano, sembrava felice ed alle sue spalle il buio

aveva ucciso la luce. “Troppo amore” pensavo mentre le

tendevo fiduciosa una mano. Prima che riuscissi a

toccarla, me l’aveva già tagliata di netto. Il sangue

sgorgava ma non sentivo alcun dolore; è stato lì che mi

sono resa conto che si trattava di un sogno, solo un

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sogno. Piangevo e, quando mi sono svegliata, ho continuato

a piangere.

Poi ho capito di aver sbagliato: non dovevo svegliarmi.

Sarei morta lì, nel sogno, e la mia mente non avrebbe più

riconosciuto il dolore.

Boh!, ho deciso di tornarci, voglio rivedere quella

ragazza; dovrà portarmi con sé.

Penso proprio che questo sia un addio, Boh!; ma sicuro non

ti dimenticherò, non dimenticherò il mio unico amore.

Tua Beth.

Sabato 14 agosto.

Ore 5:30.

Caro Boh, ora so tutto: non si trattava di un richiamo

della morte. La ragazza mi ha spiegato tutto, la sua vita,

il suo dolore ed il grande odio che prova per me e per gli

altri. Non ha tutti i torti, neanche io pensavo di essere

tanto crudele.

Lei era

L’ispettore Shock si trovava in quella che fino a poche ore

prima era una comune camera da letto di un anonimo appartamento

in Elisabeth St. Continuava a fissare quel diario; non trovava un

particolare significato in quelle parole dettate dal delirio ma l’idea di

evitare qualche antiemetico gli piaceva. Alla sua destra una testa

mozzata, con due uncini negli occhi e una spada che la trapassava

da un lato all’altro, affondata tra le tempia. Una spada! La bocca era

cucita, con semplice cotone, sembrava. Le orecchie erano invece sul

pavimento, di un rosso che ci stava bene con il blu delle pareti. Le

forbici, che probabilmente le avevano tagliate, erano infilzate nel

naso; strano che non cadessero. Sembravano provar piacere nel

rimanere lì, tra le narici impregnate di sangue.

Shock preferiva restare vicino alla scrivania, con al fianco il corpo

senza volto di quella che prima era Beth Wilson, 25 anni, continue

crisi depressive, mai un fidanzato, pochi amici.

Il sergente Cought lesse le pagine del diario:


Uno schiaffo dell’ispettore Shock lo tramortì. Per due giorni

avrebbe creduto di essere stato colpito col calcio di una pistola da un

complice dell’assassino in fuga!

Non ci volle molto per ottenere il risultato dell’autopsia; non che

si dovessero scoprire le cause del decesso, era la prassi e poi se si

dovessero aspettare morti meno violente e meno spiegabili, molti

necroscopici non lavorerebbero per un pezzo.

-Vede ispettore, attraverso lo studio accurato…

-No, no, no.

Il dottor Phyllis, faccia tipica da necroscopico, fu fermato

all’istante da Shock. L’ispettore sapeva che stava per addentrarsi in

uno di quei discorsi scientifici che ti fanno sentire d’improvviso una

merda, senza capirci comunque un cazzo.

-Fermati e dimmi solo se c’è qualcosa che non quadra. Domani

devo andare a cena fuori con Katinka e quindi non posso stare

per molto con te. Tra l’altro non penso che ci sia qualche dubbio

sulla morte. Anche tu in quelle condizioni non ce l’avresti fatta,

pensa un po’!

-Lei scherza sempre ispettore – disse senza raccogliere la

provocazione. - Ma questo non è un “semplice” omicidio del

“solito” pazzo fanatico. – Si soffermava sugli aggettivi con fare

da letterato. - E’ qualcosa di pauroso, che va oltre l’odio assoluto

per una persona. Già, è davvero qualcosa di tremendo, povera

donna! – Concluse con stonante banalità.

-Insomma Phyllis, cosa sono tutte queste lamentele? Quasi non ti

riconosco. Mi dici cosa c’è che non va?

-Certo ispettore. Ma vede, quando penso all’orrore che esiste in

questo mondo mi sovviene…

-Phyllis! – tuonò Shock spazientito.

-Ok, ok. Era viva.

-Che vuol dire “Era viva”? Certo che era viva, PRIMA.

-No, ispettore, era viva MENTRE.

L’ispettore capì al volo ma, rassicurandosi, d'istinto lanciò

uno sguardo di incredulità.

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-Non scherzare Phyllis o ti faccio sbattere in mezzo ad una strada

– disse Shock goffamente. – Sapeva che il dottore non

scherzava. Piuttosto, possibile che avesse una mente così malata

da immaginare in modo pressoché immediato una tale

nefandezza?

-Vede, - continuò Phyllis - esistono delle sostanze che iniettate

causano la paralisi di una persona, facendola però rimanere

cosciente di ciò che sta accadendo e dalle analisi delle

coagulazioni…

Ma l’ispettore, sentendosi ora pronto ad intuire, lo fermò.

-Vuoi forse dirmi che la signorina Wilson è stata paralizzata con

quella droga?

-Già, ispettore.

-No! –sobbalzò Shock- Ha subito violenze carnali...-Questo non

lo aveva certo immaginato.

-No ispettore – disse Phyllis con voce sommessa – Probabilmente

una volta paralizzata ha subito quel lavoretto alla bocca, le

hanno tagliato le orecchie, infilato quegli uncini negli occhi.

L’ordine può essere stato diverso, è probabile che la causa della

morte della ragazza sia stata la spada nel cervello. Una spada, ci

pensa?

-Cazzo se ci penso! – esclamò inorridito l’ispettore Bryan Shock.

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Capitolo due.

Agenti patogeni sotto una pioggia di lacrime illusorie.

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Erano passati due giorni e l’ispettore Shock non aveva saputo e

scoperto nulla di nuovo. Alla soglia della pensione oramai gestiva i

casi, non lavorava più sul campo. Preferiva mandarci uomini fidati,

giovani e forti. Gli piaceva pensare che fosse una sua scelta, di

avere il ruolo del grande saggio da preservare. Il suo pensiero,

sempre aperto anche all’irrazionale, lo portava in questo caso a

spiegarsi l'assassinio perfino con la vendetta della ragazza di cui la

Wilson scriveva nel diario.

Ad alimentare l’idea di tale soluzione tuttavia non c’era alcun indizio

concreto, questo sembrava proprio un “banale” omicidio,

razionalmente crudele.

Non riusciva però a spiegarsi come qualcuno potesse provare un

odio tale da portare ad una simile pazzia. Sperimentando, aveva a

lungo pensato alle tante persone per le quali provava un forte senso

di repulsione ma per nessuna di esse era riuscito a desiderare una

morte così assurda, rabbiosa.

Eppure ne odiava di gente: dagli infami strozzini al pescivendolo di

fronte casa, dai meschini razzisti intolleranti ai diffusori di ciò che

riteneva una bassa e gretta morale borghese, dai giornalisti alla

spietata ricerca di uno scoop costruito come un castello di sabbia, ai

politici profittatori e disonesti. Spesso poi si chiedeva se non fosse

solo un demagogo e si criticava con altrettanta severità.

C’era tanto putridume al mondo ma nessuno sembrava meritare

quella fine. Anche se, a dire la verità, il pescivendolo se la cercava

proprio.

Aveva tutti gli ingredienti per diventare un “normale” giallo non

risolto ma l’ispettore Shock pareva avere il presentimento che non

sarebbe finita lì.

Assorto in quei pensieri, quasi non s’accorse dello squillo del

telefono; alzò la cornetta appena in tempo prima dell'ultimo squillo:


sa, sono sempre stato così, anche da bambino; appena venivo a

conoscenza di un qualcosa lo andavo a raccontare a dritta e a

manca e quelli che dovevano essere segreti in due ore

diventavano di dominio pubblico. Ricordo che mia madre-“

-Phyllis, ho mangiato da poco e ora sto digerendo. Quindi abbia

la pazienza di dirmi il motivo della chiamata”

-Certo ispettore Shock, mi dispiace, a volte divago ma non c'è

dubbio che viaggiare con i ricordi indietro nel tempo sia spesso

molto rilassante. Comunque è pur vero che uscire dal seminato

non fa bene alla comunicazione. Mi rendo conto di esagerare

quando parlo della mia vita anche perché solitamente

l’interlocutore è disinteressato. Non riesco a controllarmi anche

se mi riprometto spesso di farlo. Mia moglie dice che è per via

del mio lavoro: a furia di lavorare con i morti il silenzio mi è

penetrato dentro, è scomparso, ed io non riesco più a tirarlo

fuori. Io credo che invece-

Phyllis rabbrividì: una mano gli si era poggiata sulla spalla e per

quanto ne sapeva, era da solo in quella stanza col cadavere di

Beth Wilsos: uno zombi… un ceffone sulla guancia sinistra

proveniente dal di dietro lo riportò nella realtà; forse la fantasia

non l’avrebbe più nemmeno sfiorato.

Era l’ispettore Shock: non c’era voluto molto a scendere due

piani mentre il necroscopico oratore raccontava la sua vita da

balordo di periferia.

-Ora dimmi Phyllis, c’è qualcosa di nuovo forse?

-Può darsi – esclamò con voce offesa il becchino parlante; Shock

fece per allungargli un'altra sberla e...inspiegabilmente Phyllis

cambiò il suo atteggiamento volto a ricevere delle scuse in quello

di chi sa di essere vivo e vegeto e desidera ancora esserlo!

-Ok, ok. La ragazza aveva l’AIDS. Lo sapeva. Mi sono permesso

qualche telefonata. Conosco qualcuno che si fida e…rispetta me

ed il mio lavoro. Non è stato comunque semplice ottenere in via

ufficiosa l'informazione ma è confermato che aveva fatto gli

esami due mesi fa.

L’ispettore Shock restò in silenzio. Meditava sull’indubbia

disperazione provata da quella ragazza, capace di nascondere la

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malattia anche al suo diario, definendo poi morbo assassino la

depressione.

Sapeva che la Morte era dentro di lei; era contenta della sua

presenza ma ne odiava le sembianze.

-Ispettore, ha capito quello che ho detto?

-Certo Phyllis, ora puoi andare.

-Ma veramente è lei che deve andarsene. Questo è il mio ufficio.

Shock spalancò gli occhi: caratterialmente non aveva mai

sopportato subire imperativi e per questo più volte aveva pagato in

termini di carriera.

-Tu mi hai detto di andarmene? – tuonò.

-Beh, no, lei mi ha detto di andarmene ma io, realizzando di

essere già nel mio studio, le ho detto che semmai è lei quello che

se ne deve andare per tornare nel suo ufficio.

-Lo hai fatto ancora, mi hai detto di andarmene.

-No, no, no ispettore. Ehm...ho soltanto detto che poiché il

vostro ufficio è di sopra mentre il mio studio è di sotto, i nostri

posti sono rispettivamente sopra e sotto.

-Si, va beh! Non permetterti più di darmi degli ordini. E ringrazia

che non ho voglia di litigare. Lo chiama studio poi! Camposanto

forse, altro che studio.

Shock uscì dal cimitero sbattendo la porta; non sapeva se la nuova

notizia potesse cambiare qualcosa ma ora era sicuro di una cosa:

aveva trovato la persona che cercava. L’idea di cucirgli la bocca,

soprattutto, gli donava un senso di letizia, di assoluta estasi.

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Capitolo tre.

Elfi lagnosi attendono la luna purpurea.

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Bryan Shock era a letto; mentre sua moglie dormiva

tranquillamente, lui continuava a fissare il soffitto: l’immagine della

testa della Wilson gli si ripresentava davanti sconfiggendo il sonno

ogni qualvolta gli occhi proponevano una tregua. Il primordiale

presentimento di qualcosa di “forte”, dell’inizio di un ciclo tremendo

di omicidi, gli era rimasto dentro, sembrava esser stato assorbito dal

corpo.

Ciò gli incuteva un forte stato di disagio: se il suo sentore si fosse

rivelato fondato, era quasi certo di dover attendere l'omicidio di

qualcun altro per approdare a qualcosa di concreto, qualcosa da cui

cominciare. Quel desiderio inconsueto di morte, indispensabile per

superare lo stato di staticità in cui versava, lo faceva sentire come

quei giornalisti che sperano in qualcosa di “forte”, di impegnativo e

risonante. Li aveva sempre odiati, quei corvi, ed ora odiava se

stesso.

Passò l’intera notte sprofondato in tali pensieri ed ora che era

mattina, sentiva gli occhi come fossero portaborse vessati,

dileggiati. Per di più doveva compiere il solito percorso a piedi che

collegava la sua abitazione a Riketts Avenue con l'ufficio a Katherine

St. mentre il rancore verso se stesso e la bramosia di una novità

continuavano a lottare con foga nella sua testa.

Salì al terzo piano, entrò nel suo ufficio, tolse il cappello e lo lanciò

verso l’appendiabiti: volò a lungo prima di giungere a terra.

Aveva sempre pensato di spostare quel dannato aggeggio lontano

dalla finestra. Ogni mattina, d’estate, doveva scegliere se comprare

un nuovo cappello o scendere nuovamente giù alla disperata ricerca

di quello svolazzato chissà dove. D’inverno per fortuna le cose

miglioravano: bastava riprendere il cappello spiaccicato sul vetro

della finestra e lanciarlo da una distanza massima di dieci

centimetri.

Stavolta aveva pensato di andarlo a riprendere, in ufficio non

sembrava proprio resistere. Aprì la porta, si ritrovò davanti Phyllis e

ci rinunciò: qualunque cosa l’allegro beccamorto avesse da dire, nel

“breve” attimo da lui occupato il cappello sarebbe passato sulla testa

dell’intera generazione del primo fortunato che l’aveva trovato.

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-Ah…grazie Phyllis. Immagino tu l’abbia trovato di sotto.

-Già, mi è caduto davanti ai piedi. Mi dispiace di non potermi

fermare ma devo mettere a posto molti documenti stamattina.

-D’accordo. Ciao e …GRAZIE.

Quel “grazie” aveva il sapore amaro del disagio. Il pensare male di

una persona e un momento dopo riceverne un favore, faceva

provare un “sentirsi ingiusto” greve e difficile da rimuovere.

Era davvero cominciata male questa giornata: i sensi di colpa

sembravano dominarla.

-Meglio bere un caffè – pensò nell’assurdo e banale tentativo di

ignorare quei pensieri in qualche modo.

Prima di andare ebbe la grande idea di posare il cappello.

-Ops…chissà se Phyllis è nuovamente di sotto!

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Capitolo quattro.

Parata funebre di rose rosse tinteggianti.

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Caro diario, la storia con Andy va avanti in modo

appassionato; sicuramente c’è qualche problema perché mio

padre non vuole. Dice che una quindicenne non deve pensare

ai ragazzi, soprattutto a quelli più grandi di lei

(figurati, Andy ha diciassette anni!). Chissà se è l’unico

motivo! Per questo siamo costretti a vederci di nascosto

ma a me va bene anche così e tu sai il perché; sarebbe

però stupido negare il desiderio di tranquillità, della

mancanza di questa costrizione che ci limita ad una vita

da amanti. E’ strano però come un qualcosa che hai cercato

per molto tempo, anche se breve e labile, una volta

raggiunto ti spinga a superarne i limiti del finito, a

varcare la porta dell’Oltre, a immergerti nella profondità

dell’Assoluto.

Prima di fronte a un dipinto non vedevo alcuna immagine,

tutto era pulito, tutto così vuoto. Poi...qualcosa

cominciava ad apparire: prima i contorni, qualche

sfumatura, i colori, infine…

Il volto dell’Amore mi si mostrava in tutta la sua

bellezza nell’immenso splendore della luce che

l’accompagnava. Il vento sembrava soffiargli fra i

capelli, il sole gli irradiava il volto.

Fu in quel momento che, tentata di toccarlo, tesi una mano

verso il suo volto; era lì che l’Assoluto si trovava, ne

ero certa ma…fui presa da una tale senso di paura, di

terrore dal poter scoprire che aldilà ci fosse invece il

Nulla che di scatto tirai indietro il braccio; lo bloccai

poi con l’altro per fermare la furia con la quale tentava

di riavvicinarsi a Lui.

Ma oramai la troppa certezza mi aveva portato all’atroce

dubbio; mi allontanai di corsa da quella stravagante tela

e in quel momento non sapevo se avrei avuto il coraggio di

tornare.

Tua Alyson

Shock cominciava a odiare sul serio i diari e non perché

magari rappresentavano un sentimento di sfiducia nei confronti di

coloro che circondavano chi li scriveva. Quel “Solo tu puoi capirmi”


esclusività nel vivere gli eventi e l’incapacità degli altri di

assaporarne la più intima essenza. Il diario era perciò ciò che l’uomo

non poteva essere.

Ora l’odio di Shock fuoriusciva dall’estremo tentativo di difesa del

genere umano e delle sue capacità per giungere a un ardente

desiderio di evasione da quello che sembrava prerogativa di morte.

Il corpo di Alyson Preston straziato da ferite multiple, giaceva sul

pavimento della sua camera da letto. I genitori rientrati dopo circa

un’ora dal tragico evento, avevano fatto la straziante scoperta. Non

si riusciva a capire se in quella stanza ci fosse più sangue di Alyson o

più lacrime della madre; era chiaro però che stavolta il rosso non

stava affatto bene col rosa delle pareti.

Forse anche per questo Shock si ingozzò di antiemetici.

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Capitolo cinque.

Iridi vermigli danzanti nella reggia del nulla.

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Alyson Preston, 15 anni, nera, residente a Nathan Road,

ragazza normale, di famiglia normale, vita normale e normali flirt

adolescenziali, così belli nella loro purezza, nella loro semplicità.

Eppure su questi amori talvolta si deve dubitare; possono travalicare

il labile e sottile confine che li separa dall’odio; l’odio che può anche

portare ad un folle omicidio.

Per questo l’ispettore Shock ora si trovava di fronte all’abitazione di

Andy. Il giorno prima era già stato sentito dai suoi uomini ma lui era

pur sempre il grande saggio! Avrebbe potuto percepire qualcosa

sfuggito a chi aveva meno esperienza.

Ad aprirgli la porta d’ingresso fu proprio il ragazzo che

immediatamente si mostrò intimorito. La paura gli si leggeva negli

occhi, confusa ad un velo di rabbia, dolore e turbamento. Occhi che

dicevano tutto, che davano risposte a domande vigliacche, svuotate

d’essenza.

-Chi è lei? – disse allarmato il ragazzo.

-Oh scusa, ho sbagliato casa! Scusa del disturbo, scusa ancora –

rispose timidamente l’ispettore. Due volte vigliacco!

Del resto Bryan Shock era un romantico e davanti a sé aveva

visto l’innocenza allo stato puro; una purezza, un candore che non

potevano e non dovevano essere nemmeno sfiorati da una macchia

di scetticismo; così come un cielo azzurro e limpido di primavera

non può essere stuprato dal grigiore di una nuvola. O quantomeno

lui non lo avrebbe fatto; sarebbe spettato a qualcuno più scaltro e

cinico.

Così il buon vecchio ispettore si incamminò per la strada di casa

avvolto da un sottile strato di rumoroso silenzio, penetrato soltanto

dal soffiare discreto del vento d’autunno. Ed in quella atmosfera,

come rinchiuso in una palla di vetro, si estraniava dal mondo

circostante per attraversare gli oscuri labirinti della ragione,

cercando in essi una via d’uscita.

L’odiato desiderio di morte era stato esaudito, la fame di

novità saziata ma nulla di nuovo gli si presentava agli occhi e alla

mente.

Due omicidi: nessun punto di contatto, nessun modus operandi

omogeneo se non la ferocia con la quale erano stati messi a punto.

Bisognava cercare dappertutto un minimo indizio per un possibile


seconda vittima, fuori città per motivi di lavoro ma in arrivo quello

stesso giorno in seguito alla sconvolgente notizia della morte della

giovane Alyson.

Pensò bene di andarla a trovare immediatamente accompagnato da

un’odiosa sensazione di impertinenza a braccetto con una cieca

voglia di sapere.

Bussò alla porta dei Preston con fare mistico e si ritrovò dinanzi una

donna molto bella, distinta e gentile; ci volle qualche secondo per

capire che quella era la mamma della piccola vittima; una donna

totalmente diversa da quella incontrata qualche giorno prima in

seguito al fattaccio; l’arrivo di Molly l’aveva “costretta” ad

abbandonare la figura della donna debole e disperata per assumere

quella di una madre rassicurante e consolatrice. Tuttavia lo strazio

celato era espresso in quel pallore lunatico che solo chi ha ricevuto

la morte in casa può esibire.

La donna, senza che l’ispettore avesse avuto modo e coraggio di

annunciarle il motivo della visita, portò Shock nella stanza del

ripugnante delitto: dopo il passaggio della scientifica la scena era

indubbiamente più sopportabile ma il ricordo, l’angoscia, la morte

erano ancora lì. Molly stava riponendo una grossa scatola, tutto ciò

che ad Alyson era appartenuto; l’ispettore brillantemente buttò lì

una frase peculiare per un film.

-Non è così che potrà ricordare sua sorella!

Stolto, imbranato di uno sbirro da rottamare – pensò all’istante.

Lo sguardo di risposta della ragazza fu agghiacciante.

-Ah, il grande ispettore Shock immagino; mia madre mi aveva

avvertito di un vostro sicuro arrivo. Mi ha raccomandato di non

scaricare la mia rabbia su di lei ma certo non avete cominciato

col passo giusto. Fatemi capire, cosa dovrei ricordare della mia

cara sorellina. Eh?

Shock era rimasto turbato da quel comportamento; certamente lui

aveva avuto un approccio a dir poco fuori luogo ma se c’era un’altra

cosa che lo infastidiva, oltre a subire imperativi, era l’essere

rimproverato acidamente anche quando aveva torto marcio. E se

invece avesse percepito la sua incapacità di gestire il caso? Era

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stato forse lui a comunicargliela? Oppure la sua inadeguatezza era

tanto evidente? Perché si sentiva sempre impreparato nonostante i

tanti delitti risolti? Benché tramortito riuscì comunque a rispondere

seppure con una domanda che aveva il sapore di una densa

ingenuità mescolata ad una caduca durezza.

-Non eravate in buoni rapporti? Non ci sono stati momenti da

ricordare?

Non aveva di certo migliorato la sua posizione!

Stavolta lo sguardo della donna fu di rimprovero misto a fiotti di

autorità e saggezza. Il tono fortunatamente era pacato.

-Mio caro ispettore, il ricordo fa sempre soffrire, ci pensi. Io sto

male perché da oggi in poi dovrò pensare che lei non ci sia mai

stata, sto male perché ora non c’è, sto male perché so che non ci

sarà più. Passato, presente e futuro non rappresentano altro che

desolazione. Sono al centro del deserto, con dietro sabbia e

davanti ancora sabbia. Alcuni pensano che la vita sia come il

water: è sempre pieno di merda ma ogni volta basta scaricare.

Beh, non è vero, la merda si accumula fino a soffocarti. E’ per

questo che molti pensano di farla finita prima: non vogliono che

gli arrivi fino in bocca. Il dolore non viene mai rimosso del tutto;

è come un libro abbandonato su uno scaffale; prima o poi te lo

ritroverai tra le mani e allora la sola copertina te ne farà

ricordare l’intero contenuto. A questo punto è meglio che il libro

sia gettato subito dopo la prima lettura.

-Signorina Molly…le prometto che troveremo il colpevole. – Disse

ancora una volta goffamente.

-Lei non capisce. Finora ho parlato della morte di mia sorella e

non del suo omicidio. In questo momento non c’è posto nel mio

cuore e nella mia mente per l’odio e la rabbia. Che assurdità

vero? Un vuoto dove non c’è spazio. Ma in fondo più dei

controsensi cosa offre la vita? Nulla, assolutamente nulla. O

meglio, il Nulla.

-Qualcuno però dovrà pagare per tutto questo; il giorno in cui

acciufferemo quel bastardo voi e la vostra famiglia vi sentirete

meglio, più sollevati.

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-Acciufferemo quel bastardo? Allora voi poliziotti parlate davvero

così. Senta, fino a quel giorno sarò costretta a ricordare tutto. E

invece vorrei che tutto finisse adesso; domattina vorrei

risvegliarmi in una vita dove Alyson non fosse mai esistita.

Acciuffare! – Disse in modo sarcastico - Arrivederci ispettore.

Shock lasciò la casa dei Preston infastidito dalle parole di Molly e da

quelle della madre che alla sua stoica frase: “Davvero non capisco

vostra figlia” aveva risposto con estrema durezza: “Ispettore Shock,

è mai morta una persona a lei molto cara? Evidentemente no,

altrimenti invece di cercare di capire mia figlia farebbe il suo dovere.

Io voglio l’assassino di Alyson; e lo voglio subito”.

Fastidio non dovuto al modo in cui era stato trattato ma a come

quelle parole gli si incuneavano instancabilmente nell’animo alla

ricerca di un qualcosa da fracassare. Lo avevano colpito pur non

biasimandole: è in questi casi che l’esistenza sconfigge la ragione.

Ed era infastidito da se stesso: che gli aveva preso? Forse era

davvero il momento di andarsene in pensione, ora che anche il ruolo

del saggio poliziotto conferitosi svaniva nel peggiore dei modi: come

se non fosse mai esistito.

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Capitolo sei.

Veglia sulfurea di un dio blu.

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Il freddo era arrivato più che mai quell’anno; la città di

mattina si popolava solo in quei pochi attimi in cui la gente si recava

al posto di lavoro, poi nulla più. Le strade divenivano deserte,

abitate soltanto dal gelido vento e dai patimenti di coloro che non

avevano casa, se non nei vicoli lugubri, illuminati qua e là da

qualche esile fuoco.

Un senso di liberazione scortava le persone fortunate per avere un

lavoro da svolgere al caldo. Shock rappresentava l’eccezione:

avrebbe preferito subire il glaciale velo della città piuttosto che

ritrovarsi in un ambiente confortevole ma intorpidito nelle idee, nelle

sensazioni, nelle immagini che offriva. Le foto dei corpi straziati di

Beth Wilson e Alyson Preston erano poggiate ordinatamente, l’una di

fianco all’altra sulla scrivania; non suggerivano nulla se non orrore e

sangue. Più in là una busta da lettera, di quelle con la striscia nera

in segno di lutto; dai contorni decisamente non allineati con quelli

sulla scrivania, aveva come destinatario:

Cortese attenzione Isp. Bryan Shock

c/o Distretto di Polizia.

L’ispettore Shock ripensò subito alle parole della signora

Preston: timore e turbamento diedero luogo ad una miscela

angosciante; prese la busta con fare agitato, aprendola dal lato

superiore col suo tagliacarte africano in legno nero. Sul foglietto

all’interno queste parole:

Un dì una donna si portò da Dio per lamentarsi dei mali del mondo; Lui

la guardò negli occhi e le disse: “Tu non sai nulla e non vuoi sapere, non

hai la testa sulle spalle e non vuoi averla; vivi in questo mondo ma è come

se fossi già morta. Per assorbire l’energia dell’esistenza ti ho donato il

grigio, le finestre, il flauto e le becche. Tu rifiutando il tutto hai

dimostrato di non meritare il respiro vitale che Io ti ho offerto. Tutto ciò

che ti ho dato ti sarà tolto”.

Odio bianco 34


Nemmeno il tempo di rasserenarsi per il mancato lutto

famigliare che un freddo torpore lo colpì per intero. Pochi secondi di

torpore poi di scatto afferrò la cornetta per chiamare Patrick Aldiss

al corpo di guardia.

Aldiss, sono l'ispettore Shock. Qui ho una lettera funebre a me

indirizzata. Chi l'ha consegnata?

Bob, come sempre Ispettore; ed io stesso l'ho portata nel suo

ufficio prima del suo arrivo. C'è qualcosa che non va? E' successo

qualcosa in famiglia?

Ah, ehm... no grazie. Nulla di importante, grazie.

Ora sembrava chiaro che la morte di Beth Wilson fosse stata

premeditata anche nel rito, alquanto materialista, che l’aveva

investita. Shock lo aveva sempre sospettato perché un omicidio

istintivo disorganizzato difficilmente poteva essere accompagnato da

un entourage di cerimoniali così ben organizzato.

La lettera rappresentava una prova di questa idea; così come un

messaggio attinente la morte di Alyson Preston avrebbe dimostrato,

oltre alla mancata ingerenza di fanatici autolesionisti anche un

legame tra i due omicidi, oggi non provati ma sospettati. Nella sua

insipidezza quella lettera suscitava ansia perché collocava l’evento

nel mistico, anche se forzato; e per Shock tutto l’orrore legato

all'adulterante ascetismo nascondeva qualcosa di agghiacciante,

imponderabile e imperscrutabile.

Senza contare di dover accettare l’esistenza di folli individui che

programmano episodi di questo genere con una freddezza

insondabile; individui che sono accorti a non lasciare tracce; su

quella lettera non sarebbero state trovate tracce né impronte. La

cosa su cui ci si poteva soffermare è che quelle parole spiegavano il

delitto nei suoi particolari ma tralasciavano la causa: perché alla

giovane Beth doveva esser tolto tutto? Cosa di tanto grave aveva

fatto per non meritare di esistere?

Sarebbe stato troppo facile avere delle risposte ben preparate su di

un pezzo di carta; però sarebbe stato bello!

C’era un’altra domanda che viaggiava come una clandestina

in una nave su un mare in tempesta: perché quella lettera?

La risposta, almeno quella psicologicamente più valida, arrivò ben

presto, il giorno dopo, da una strizza cervelli contattata di gran

Odio bianco 35


fretta: la signora Clarissa Hodgson, tra le migliori collaboratrici della

polizia. Da quanto diceva la sfonda porte cerebrali, l’assassino con

quel messaggio spingeva a far intendere che Beth Wilson fosse

vittima del suo vivere, dei suoi comportamenti moralmente

riprovevoli.

-Una donna da punire perché la sua esistenza ha infangato

l’operato di Dio e lapidato il Suo volere. E per chi tradisce il

Signore non c’è più spazio su “questa” Terra. L’assassino crede

di essere l’angelo purificatore, colui che è stato mandato tra di

noi per punire i peccatori. Per questo era giusto che avvertisse

della sua presenza per una legittima causa. Non deve essere

fermato perché Dio lo vuole, non può essere fermato perché Dio

lo vuole.

A quel punto l’ispettore Shock era convinto di una sola cosa:

c’erano due pazzi pericolosi in giro per la città: il misterioso

assassino e la “fatta” Clarissa Hodgson, acido compreso.

In effetti la spiegazione della psicologa pareva senza originalità, da

film più che altro. Non c’era bisogno di lei per una simile teoria.

Perché cominciare da una ragazzina di una piccola città. Se un

angelo purificatore scendesse sulla Terra, dell’uomo rimarrebbe

traccia? Perché poi un angelo? Una catastrofe sarebbe stata più

sbrigativa e infallibile. Dio ci aveva creato e Dio ci avrebbe distrutto.

Per Shock la soluzione non poteva essere questa; tutto

troppo cervellotico per lui, fondamentalmente pragmatico e avvezzo

agli squilibri dell’uomo. Quella prefigurata era solo una strada più

semplice da seguire, più ampia, ben asfaltata, proprio quella che

spesso si rileva inutile perché approntata di gran fretta solo per la

disponibilità di fondi da spendere al più presto. Tra l'altro è dove vi

trovi una bolgia di giornalisti! L’esperienza tuttavia gli suggeriva che

spesso era più proficuo seguire uno dei tanti viottoli laterali; angusti

e scoscesi avrebbero messo a dura prova il viandante ma avevano

una loro concretezza.

Al diavolo allora la “simpatica” Clarissa e via alla ricerca di

una strada più equilibrata, ragionevole. Da dove cominciare? Nel

farsi questa domanda si sentì uno straccio perché l’unica risposta gli

procurava nuovamente lo stesso riprovevole sentimento provato

qualche giorno prima. C’era assolutamente bisogno di qualcosa che

collegasse i due omicidi.

Odio bianco 36


Capitolo sette.

Fiumi gravidi d’ansia abbattono la diga del sarcasmo.

Odio bianco 37


Il collegamento arrivò il giorno dopo; al solo vedere quella

nuova busta funerea sulla scrivania dell'ufficio l’ispettore Shock si

sentì paradossalmente sollevato. La sensazione non durò a lungo e

precisamente fino alla lettura di quelle sconvolgenti parole.

Il giorno successivo una donna in fiore si recò da Dio nella speranza che

potesse garantirle un futuro migliore del presente. Dio si accigliò e

duramente le disse: “Chi ti garantisce che avrai un futuro? La vita e la

morte ti restituiscono ciò che hai dato; le ferite che hai causato si

moltiplicheranno su di te”.

Ancora l’agghiacciante racconto di un omicidio già avvenuto

ed evidentemente già previsto nel suo manifestarsi. Le coltellate

multiple non erano dovute quindi alla furia del momento bensì ad un

disegno preciso su come punire la vittima. Già, “punire”; Shock non

poté non ripensare alle parole di Clarissa Hodgson. “La banalità non

è prerogativa degli uomini?” pensò un po’ confuso.

Ora una connessione tra i due omicidi c’era e nella speranza che le

lettere non fossero di uno squallido mitomane, l’ispettore decise di

recarsi da Molly Preston.

Fu proprio la ragazza ad aprirgli la porta di casa salutandolo in modo

piuttosto ironico.

-Ma guarda un po’ chi onora la nostra casa con la sua presenza.

C’è forse qualche novità?

-Forse…

-Ne dubito! – ribatté la ragazza interrompendo Shock.

-Senta signorina, che ci creda o no, mi sforzo di fare qualcosa

per risolvere questo caso; ho pressioni dall'alto affinché non si

diffonda il panico mentre i giornalisti si sono già avventurati nelle

più disparate teorie. Non aspetto comodamente in ufficio che

qualcosa cada dal cielo per far luce sull’episodio. La notte non

dormo, le mattine giro per la città alla ricerca di non so cosa, mi

angoscia l’idea che qualche squilibrato o una banda di fanatici

possa colpire da un momento all’altro nella mia città. Purtroppo

Odio bianco 38


non ho creato io questo mondo, non decido io se una persona

deve morire o merita di vivere; io posso soltanto agire

successivamente ai fatti. Non ho la capacità di scovare i probabili

assassini e arrestarli prima che colpiscano. Capisco che lei abbia

l’istinto di scaricare su qualcun altro il suo dolore e il suo odio ma

non può darmi anche questo peso; non riuscirei a reggerlo…

Con gli occhi sgranati la ragazza aveva ascoltato sorpresa

l’improvviso sfogo di Shock.

-Mi scusi ispettore! – disse chinando la testa - Vede io… avevo

deciso di dimenticare mia sorella e tutta questa storia ma la

realtà è diversa; e il passato non si può cancellare; per questo so

che non scorderò mai i bei momenti con Alyson così come non

dimenticherò il modo in cui è morta. Allora… qual è questa

novità?

-Due lettere arrivate al commissariato potrebbero far pensare a

un collegamento tra gli omicidi di sua sorella e di Beth Wilson.

Lei ne sa qualcosa?

-Io conoscevo Beth Wilson! – rispose Molly.

-Davvero? E come mai non me lo ha fatto presente prima? E

perché lei non era al funerale della Wilson?

-Non pensavo ci fosse un legame tra i due casi e per il resto la

cosa è molto semplice. Io e Beth ci siamo frequentate per molto.

Quasi ogni sera uscivamo con il mio ragazzo e con Tim Reeves.

Tim ci aveva più volte provato con Beth ma lei lo aveva sempre

rifiutato anche se più che altro sembrava essere costretta a

farlo. E in effetti era così...

-Per la malattia?

-Si. Beth aveva saputo di avere l’AIDS, ignorava come lo aveva

contratto ma oramai che importanza aveva? La malattia la

allontanava da quello che sentiva come il suo primo vero amore

e questo la faceva stare ancora più male, se era possibile. Io non

le fui di grande aiuto, anzi. Nella mia ignoranza cominciai ad

aver paura e man mano mi allontanavo da lei. Qualche sera

dicevo che ero troppo stanca per uscire, qualche altra che non

stavo bene e scuse del genere.

-Una storia d’amicizia! – Incalzò cinico ma subito strizzò gli occhi

aspettandosi una sfuriata; Molly invece non reagì.

Odio bianco 39


-Beth capì l’antifona e si emarginò. Non la richiamai più, né andai

a trovarla. Saputo della morte ero violentata dai rimorsi, non ho

avuto il coraggio di darle l’ultimo saluto. Non sarebbe stato

giusto, non potevo infangare anche il suo funerale.

-E’ una storia molto dura…ma mi tolga una curiosità. Lei ha

parlato di primo amore e nello stesso tempo mi ha detto che non

sapeva come si fosse procurata la malattia. A quanto ci risulta

non era una tossicodipendente né aveva un’occupazione a

rischio.

-Già, ma Beth prima di conoscermi frequentava certi squallidi

locali dove l’avventura è una cosa quasi normale. Ho parlato di

amore non di sesso.

Una risposta che lasciò Shock senza parole; lo scenario

probabilmente cambiava condito da morbosità ma ciò che lo turbava

non era solo il torbido che spuntava dal nulla ma anche l’atroce

ricerca in se stesso del perché ultimamente rifletteva poco e

sfornava domande a ripetizione come un computer.

-Ehm…Come dicevo è una storia toccante ma che riguarda lei e

Beth, non sua sorella Alyson. A meno che le due si conoscessero.

-Qualche volta portavo Alyson con me per non farla restare a

casa da sola quando i miei erano fuori. Per questo Alyson e Beth

si conoscevano; ma non c’era niente di più – rispose Molly.

-Speriamo di non essere ancora al punto di partenza. Se saprò

qualcosa di nuovo la informerò e lo stesso dovrà fare lei.

-D’accordo ispettore Shock e… grazie.

Si congedò dalla ragazza consapevole di avere qualche informazione

in più; ora per lui era tempo di reagire al torpore che lo stava

accompagnando da giorni, doveva recuperare il suo ruolo.

Odio bianco 40


Capitolo otto.

Urlo primordiale della collina innocente.

Odio bianco 41


La città era congelata anche quella mattina e il freddo vestito

da morte cercava compagni tra tetri vicoli e case in rovina. Il vento

volava nel cielo ululando di piacere mentre grigie nuvole lo

accompagnavano come amiche fedeli, sostituite di tanto in tanto da

piccoli isolotti bianchi e candidi in un piccolo mare azzurro. A sprazzi

sfoggiavano un sole impacciato che nella sua timidezza mostrava il

rossore per poi spegnersi in una normale freddezza.

Gli alberi cercavano di aggrapparsi alle proprie radici per non

perdere il luogo da loro conquistato e che rappresentava tutto ciò

che avevano nella vita; ma per molti di loro il destino era crudele:

colpiti violentemente si ritrovavano distesi in terra, privi di sensi e,

in attesa che qualcuno li potesse rialzare, agonizzavano e perdevano

quel soffio vitale che inutilmente cercavano di trattenere in sé.

L’ispettore Shock li guardava dalla finestra del suo ufficio;

non poteva far altro che osservare quelle morti; quello stesso senso

di incapacità di intervento che provava quando ripensava ai due

omicidi che pur doveva risolvere.

Come promesso a se stesso, aveva cominciato a mettere in

ordine le idee, fatto riaffiorare i concetti di profiling che, seppur in

modo superficiale, aveva comunque studiato. Così in bella mostra

sulla scrivania ora c'erano dei fogli ben ordinati. Su di essi, scritti in

caratteri grandi, i punti fermi da studiare dal titolo “Omicidio di

matrice seriale”. Con lo sguardo schizzava da un punto annotato ad

un altro, da un foglio all'altro, in modo convulso, alla ricerca di ciò

che si presentava nel caso che stava vivendo e di ciò che invece

mancava. Ogni tanto cercava di riassumere su un altro foglio ciò

che sembrava assodato. Non essendoci stati nel passato casi simili

in città e nelle cittadine più vicine, l'assassino poteva essere ai primi

omicidi e ciò statisticamente gli dava tre indizi: uomo, bianco, tra i

23 ed i 35 anni; a questo andava aggiunta la tipica invisibilità

sociale. Su altri aspetti c'era poco da indagare essendo prettamente

aspetti psicologici; come la profonda svalutazione di se stesso o il

presentarsi delle prime fantasie omicide durante l'infanzia o

l'adolescenza. Già quest'ultimo aspetto però lo spostava su delitti a

sfondo sessuale, cosa ancora tutta da definire e che in realtà al

momento gli pareva poco probabile. Fu a questo punto che fu colto

dal panico: si sentì come quando a scuola, durante i compiti in

classe, era partito con grande entusiasmo con la convinzione di

conoscerne la risoluzione e poi, inaspettatamente, si presentava

Odio bianco 42


l'improvvisa intuizione, a mezz'ora dalla fine del tempo a

disposizione, di aver sbagliato tutto. Come ricominciare con così

poco tempo ancora? In effetti rifiutando l'ipotesi dell'intrinseca

soddisfazione sessuale dell'omicida nel perpetrare i delitti, doveva

depennare non solo i punti relativi all'eventualità dell'assassino di

essere un figlio illegittimo o di una prostituta o di essere stato

vittima di abusi e/o maltrattamenti; venivano meno anche la

maggior parte dei restanti punti. La lista dei sospettati era il

risultato delle connessioni dei tre elementi: autore del delitto,

movente, vittima. Inizialmente si era cullato sul fatto che nel caso

dei serial killer questa era una fase proibitiva; perché proprio lui

doveva cimentarsi in quest'ardua analisi? Ora però realizzava con

maggiore lucidità i motivi di tale difficoltà: in genere non sembrava

esistere una relazione significativa fra assassino e vittima, spesso

occasionale. Cosa ancora più importante era che questi atti di

matrice compulsiva avevano come fine la soddisfazione sessuale,

implicita od esplicita che fosse, di bisogni sviluppati ed alimentati

attraverso la fantasia; andavano quindi esclusi i moventi

“convenzionali” come il lucro, l'ira o la vendetta. Come poteva

conciliare questi concetti con la teoria della Hodgson? L'odio e la

vendetta non erano punti fermi del caso dell'angelo sterminatore?

La delusione era enorme, tanto lavoro, perché? Cosa restava

di non depennato su quegli inutili fogli? Periodo di “raffreddamento”,

modus operandi, nucleo centrale del rito esecutivo, firma. Nulla che

potesse servirgli: il modus operandi si diversificava più che

perfezionarsi mentre rituale esecutivo e firma erano riconducibili

unicamente ai messaggi che inviava. Infine sapeva che i serial killer

si fermavano solo quando venivano uccisi o arrestati: la loro sete

non si placava.

Il consiglio che aveva sempre ricevuto era quello di pensare

come l'assassino, di cercare di immedesimarsi in lui. Riassumendo,

da quest'ultima idea, dalle sue analisi e dalle sue sensazioni, la

situazione gli pareva atipica: non pareva esserci una spinta

sessuale; venivano lasciati dei messaggi per rivendicare e motivare

gli omicidi e probabilmente stendere un velo di giustificazione

sociale; il modus operandi era conseguente alla motivazione; il

disegno delittuoso pareva avere alle spalle un'attenta pianificazione

ed una scadenza. Ma senza un legame evidente tra le due vittime

come si poteva prevedere la possibile terza?

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Eh già, perché Shock sapeva che il piano non era terminato: colui

che credeva di avere una missione, una volta conclusa sarebbe

venuto alla scoperto. E se ancora non lo aveva fatto, significava che

l’opera doveva continuare.

Il trillo del telefono risuonò nella testa dell’ispettore come un

allarme. Era l’agente Dreyfuss.

-Ispettore Shock, è stato trovato il cadavere di un ragazzo,

almeno credo. Cioè…il cadavere è stato trovato ma non sono

sicuro sia di un ragazzo.

-Non sai più riconoscere il sesso di una persona, Dreyfuss?

-No, è che…Beh, forse è meglio che ci raggiungiate. Le posso

solo dire che il dottor Phyllis sarà contento, avrà da lavorare.

-No, ancora quel nome!

Shock rabbrividì: non era sicuro di riuscire a sostenere di nuovo un

dialogo con quella specie di Xipe Totec.

Quel giorno gli antiemetici erano presenti in abbondanza nel

corpo dell’ispettore; in effetti il cadavere era combinato proprio

male, anche perché il corpo era stato scaraventato giù da un

cavalcavia e investito da un autotreno passato dritto con le ruote di

sinistra all’altezza dello stomaco; ma il corpo prima non era

combinato tanto meglio giacché la testa, non investita

dall’autotreno, era comunque svuotata della materia cerebrale. In

quel momento due cose striglianti fra loro vennero in mente a

Shock: la prima era la convinzione che l’assassino non poteva che

essere lo stesso della Wilson e della piccola Preston; la seconda, una

frase sentita chissà quando in TV “…E’ davvero affascinante quello che

può accadere ad un corpo umano in certe circostanze”. - Perché mi vengono

in mente certe atrocità? - pensò Shock.

-Il ragazzo è Steve Stolker, anni 25 – informò Dreyfuss con in

mano una carta d’identità.

L’ispettore non disse nulla, strappò il documento dalle mani

dell’agente e corse verso la cabina telefonica lì di fronte. Il suo sesto

senso lo spinse a chiamare immediatamente Molly Preston. Fu

proprio lei a rispondere.

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-Signorina Molly, conosceva per caso un ragazzo di nome Steve

Stolker?

Nel rivolgere questa domanda l’ispettore Shock era come

sempre internamente combattuto; certo si trattava del dolore di una

persona; ma come non cedere al fascino della soddisfazione per

aver visto giusto?

-Perché, cosa è successo? – chiese Molly intuendo già qualcosa

da quel “conosceva”.

-…E’ stato ammazzato…e in modo brutale; ma allora lo

conosceva!

La ragazza non rispose più; dalla cornetta si udivano solo urla

di disperazione, poi un tonfo. Immediatamente lo stupido Shock si

precipitò verso l'abitazione della ragazza, una corsa folle, vuota,

senza pensieri, senza tempo.

Fu fermato sulla soglia dalla madre.

-Come sta Molly?

-Si è ripresa dallo svenimento ma è ancora molto turbata. Steve

era il suo ragazzo da più di cinque anni. Non si riprenderà più, lo

so. La sua vita è finita. Due tragedie in così poco tempo possono

stroncare chiunque, figuratevi Molly. Così dolce, così sensibile.

Lui doveva venirla a prendere per accompagnarla all’aeroporto:

aveva deciso finalmente di tornare al lavoro ma oramai…

-Mi...Mi dispiace davvero signora Preston ma…beh ora devo

proprio andare e….

Anche Shock ora parlava singhiozzando: è veramente difficile

credere che Dio possa permettere che certe cose accadano. E’

davvero difficile.

Shock tornò verso il commissariato, aveva preferito tornare a piedi.

La strada era fredda…deserta…silenziosa. Era un silenzio orribile; un

silenzio gelido, immenso, morto. Un silenzio di neve.

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Capitolo nove.

Caciotte dorate alla corte del re Mida.

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Stavolta l’assassino era stato molto veloce: la solita lettera

“chiarificatrice” dell’omicidio era già lì, più cupa che mai. Spedita

qualche giorno prima, era l’ennesima prova, se ce ne fosse stato

ancora bisogno, di come tutto fosse organizzato: uccidere, chi

uccidere, come seviziare i corpi.

Dio chiamò a sé un uomo e gli disse: “Per certe azioni ci vuole

responsabilità; dove c’è responsabilità c’è cervello. Se non sei

responsabile non hai cervello. Questo è il tuo destino.

Shock aveva appena finito di leggere la lettera quando gli arrivò

una telefonata.

-Ispettore, sono Molly, Molly Preston – La voce era tremolante,

timida.

-Salve Molly, ehm…come va? – Sicuramente una domanda

intelligente in quella situazione.

-Ho paura ispettore…ho paura. Voglio dire, prima Beth, poi

Alyson, ora Steve. Io credo di essere la prossima. Ho paura…” –

La voce era bassa ma decisa, interrotta da interminabili attimi di

silenzio.

-Si calmi, potrebbe anche non essere così – rispose Shock

cercando banalmente di rassicurarla. In effetti lui aveva già

pensato a quell’ipotesi.

-Ma non capisce? Io sono il collegamento fra le vittime, l’unico

collegamento. Alyson era mia amica, Beth mia sorella e Steve il

mio ragazzo…ho paura. Anche se quel bastardo mi ha tolto tutto,

non voglio morire nelle sue mani. Devo morire solo dopo che voi

lo avrete catturato. E' possibile che non avete scoperto nulla? Ma

che razza di polizia siete!

-Per favore Molly, mi risparmi le solite critiche, non mi mortifichi;

stiamo facendo il possibile. Piuttosto, lei non ricorda qualcuna

delle vostre conoscenze che potrebbe essere in pericolo? O che

magari è il colpevole?

-No ispettore; e se permette questo è lavoro vostro!

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Un click forte e chiaro chiuse la comunicazione gelando un

incazzatissimo Shock, la cui giornata sembrava dover essere

definitivamente rovinata. Clarissa Hodgson, la strapazza-cervelli con

licenza di farsi era li, sull’uscio della porta dello studio-sgabuzzino di

Shock.

-Ehilà, Clarissa Hodgson, che piacere!

-Mi risparmi falsi cerimonie e stia a sentire. L’ultima volta avete

chiesto un mio parere, lo avete ascoltato e deriso.

-Un momento io…

-No – lo interruppe la psichiatra – Mi lasci finire. L’ho letta sul

suo volto quell’aria da . So

che avete pensato alla banalità delle mie parole. E ora vi dico:

volete ancora credere a chissà che di straordinario ci sia dietro

questa catena di delitti? La spiegazione è banale perché l’uomo

in genere è banale. Per quanto in taluni casi possa essere fuori di

sé, pazzo e geniale, è sempre prevedibile. C’è razionalità in ciò

che fa e seppur non socialmente individuabile ha comunque una

razionalità propria. Ora, appurato ciò, è coerente e normale che

l’assassino segua un criterio, un filo logico, una verità; ed è in

questa che dobbiamo penetrare.

-D’accordo, d’accordo, ora si calmi e mi dica cosa ha in mente.

-E’ chiaro che tutto gira attorno ad Alyson Preston: non può

essere un caso; tra l’altro Verlaine diceva: .

-Ehm…Cerchi di venire al dunque e lasci stare le citazioni.

-Beh, noi gli effetti li sappiamo molto bene ma molto

probabilmente potremo saperne la causa solo se lui vorrà; in

qualche modo i suoi messaggi servono a questo. Il motivo

potrebbe essere per noi insignificante, per lui una giusta causa.

Per questo dobbiamo intravedere il prossimo probabile effetto.

La Preston e le persone che le sono accanto devono essere

tenute d’occhio. Ognuna di loro potrebbe essere la prossima

vittima.

-Fin qui niente di nuovo signorina Hodgson. Tutto già

organizzato.

-Signora prego!

-E chi…

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L’ispettore si fermò in tempo. La Hodgson dopo

un’occhiataccia continuò mentre Shock continuava a pensare a quel

poveretto del marito

-Dobbiamo studiare a fondo gli omicidi già connessi, nei minimi

particolari. Qualcosa potrebbe venir fuori. Lei mi dia il permesso

di lavorare come so e magari le farò sapere.

-Come potrei dirle di no? - Disse ironico -

-Ispettore....

-Ok, ok, - La Hodgson si illuminò - spero solo che questa storia

finisca al più presto. Ho paura che...

-Già, - disse la donna con l'entusiasmo di chi finalmente si

riappropria del palcoscenico - e come disse Guy de Maupassant:

.

Lo sguardo di Shock si fece arcigno: possibile una simile

teatralità nella vita reale?

-E’ vero ispettore, in questo caso è più idoneo ciò che scrisse

Herbert George Wells: - disse uscendo dall'ufficio.

-Si, va beh! Mi faccia sapere.

Shock si soffermò sulle parole della Hodgson ponendosi un

interrogativo inquietante: come era possibile prevenire le mosse di

un soggetto che si muove rispetto a motivazioni personali che tutti

gli altri potrebbero ritenere insignificanti?

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Capitolo dieci.

Termiti adolescenti fagocitano un cielo stellato.

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Era lì sul tavolo grigio, racchiudeva un orrore, l’orrore della

vita e l’orrore della morte. Il ciclo ricominciava. Dalla seconda lettera

in poi gli atti erano stati preordinati: ricevuta la lettera al corpo di

guardia, si faceva qualche domanda al postino e all'ufficio postale;

intanto la busta passava alla scientifica, il nulla di fatto portava

all'incazzatura di tutti ed infine la missiva giungeva nelle mani di

Shock. Bryan guardava quella lettera con la tradizionale fascetta

nera come un gatto affamato guarda il cibo offertogli da uno

sconosciuto. Non si fidava, aveva paura e studiava la situazione; poi

il momento di coraggio e la sua mano si allungò sulla busta. Fu in

quel momento che il trillo del telefono spezzò quella tensione che

aleggiava nell’ufficio.

Come salvato da chissà che, l’ispettore con gran fretta si avventò

con la mano sinistra sulla cornetta mentre con la destra teneva

ancora la lettera.

-Salve ispettore, sono Clarissa Hodgson. La volevo informare che

ho letto il rapporto dell’autopsia. E’ una cosa agghiacciante,

sembra che l’assassino abbia utilizzato una sorta di apparecchio

stereotassico per…

-Un che?

-Un apparecchio stereotassico. E’ uno di quei cosi che vengono

utilizzati ogni giorno nella vivisezione. Gli animali, soprattutto

scimmie, vengono totalmente immobilizzati e, pienamente

coscienti, vengono sottoposti al prelevamento del cervello.

-Cosa? Non è possibile!

-Certo che è possibile. E’ uno dei tanti “esperimenti” cruenti. Il

cervello viene isolato e se ne studiano le reazioni rispetto a degli

stimoli, magari al gracchiare di una rana.

-Che schifo! E noi permettiamo tutto questo? E’ inconcepibile.

Basta, non me ne parli più. Piuttosto mi dica se secondo lei

questo può essere un indizio.

-Potrebbe, non ne ho la certezza. In realtà in giro ci sono tanti

libri che descrivono nei particolari gli apparecchi e le tecniche

utilizzate in vivisezione. Sono distribuiti dagli antivivisezionisti

per mostrare gli orrori a cui può portare il binomio scienzadenaro,

affiancato a fini di carriera o di sollazzo personale. Dal

punto di vista della psichiatria, non penso che ciò debba spostare

la nostra attenzione da una vendetta verso alcune persone ad

una verso il mondo intero e le sue ingiustizie. L’assassino ha

Odio bianco 52


mostrato di sapere bene chi colpire e come punire, ricercando il

modo più cruento e giusto dal suo punto di vista. Magari volendo

farcire i suoi omicidi di un senso di giustizia sociale così da farsi

coraggio e convincersi della legittimità dei suoi atti delittuosi.

-Tutto chiaro. Quasi mi sta simpatico!

-E lei ispettore, ha qualche novità?

-Beh, ho una lettera simile nell’aspetto a quelle già arrivate. Mi

raggiunga in ufficio, intanto la leggo.

Era arrivato il momento, era tornata la tensione, la paura. L’unico

modo per superarla era affrontarla. L’ispettore di scatto aprì la

busta. All’interno un foglio denso di parole.

COS’E’ QUEL BLU CHE S’AVVICINA, CHE MI CIRCONDA, CHE M’AVVOLGE E

M’AFFOGA?

HA SUPERATO LA BARRIERA DEL NERO, HA VINTO LA LOTTA CON IL CANDIDO

BIANCO, HA ASSORBITO IL VERDE FINO ALL’ULTIMA PENNELLATA. SOLO IL

ROSSO TENDE A RESISTERGLI MA NON SO PER QUANTO ANCORA.

TENTA INSTANCABILMENTE DI FAR AFFIORARE UN PO’ DELLA SUA TONALITA’

MA SA CHE IL BLU E’ PIU’ FORTE; IL CUORE GLI DARA’ TEMPO MA A SALVARLO

SARA’ L’EVENTO.

I COLORI DELL’ESISTENZA: IL BLU DELLA SOLITUDINE, IL NERO DEL VUOTO, IL

BIANCO DELLA MORTE, IL VERDE DELLA VITA. E INFINE IL ROSSO, QUEL

DESIDERIO DI LEI CONTINUO, CONTINUO, FINO AL CUORE.

I TONI DELL’ESISTENZA. QUALCUNO HA FATTO CADERE LA TAVOLOZZA, I

COLORI SONO TUTTI DISTESI SUL PAVIMENTO; LI’ IN TERRA C’E’ IL SUNTO

DELL’ESISTENZA, SU QUELLA PIASTRELLA C’E’ L’ASSURDO. DIETRO DI ME IL

BUIO, DAVANTI UN PICCOLO SENTIERO VERSO IL PRECIPIZIO; VORREI VOLARE

VERSO QUELLA LUCE, LASCIARMI IL VUOTO ALLE SPALLE, PER SEMPRE. MA HO

LE ALI SPEZZATE E IL FORTE VENTO CHE MI SPINGE ALLE SPALLE NON MI

AIUTEREBBE, COMUNQUE.

NEL BUIO HO PERSO LE ALI ED ORA, IN QUESTO STATO, ASPETTERO’ SUL

SENTIERO LA GUARIGIONE E POI VOLERO’.

LASCERO’ CHI VIVE NELL’OSCURITA’, PIANGERO’ PER QUESTO E FORSE

QUALCUNO PIANGERA’. MA NON CE LA FAREI A TORNARE DENTRO. IL NERO HA

DIVORATO TUTTO, NON C’E’ CIBO LAGGIU’ E CREDO NON CE NE SARA’ PER M

OLTO TEMPO. ED IO SONO STANCO DI ASPETTARE; PERCHE’ POI ATTENDERE LO

SPUNTARE DI QUALCHE FOGLIOLINA GIOVANE SE POI, CONSUMATA QUESTA, IL

VERDE SARA’ ANCORA ASSENTE? CI VORREBBERO DEI PRATI IMMENSI, PIENI DI

PAPAVERI IRRADIATI DALLA STESSA LUCE CHE ORA VORREI RAGGIUNGERE.

UNA LUCE CHE SI MOSTRA SICURA, CAPACE DI SPIEGARE, DI FAR INTENDERE E

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DI FARSI ASSORBIRE. E INVECE NO. LA LUCE E’ SOLO LA’ E LA’ LA

RAGGIUNGERO’; LA’ FUGGIRO’.

TI RAGGIUNGERO’, LUCE DEI MIEI OCCHI, NON APPENA MI LASCERA’ CIO’ CHE MI

TRATTIENE. NON SO CHI SIA, NON SO COSA SIA, NE’ PERCHE’ LO FA; SO SOLO

CHE IL MIO ODIO ORA E’ TUTTO PER LUI (LEI?). QUESTA VITA MI RIFIUTA E MI

ATTRAE ED IO L’AMO E LA ODIO. VOGLIO FRANTUMARE QUESTE CATENE PER POI

GIUNGERE A TE. CATENE SI, PERCHE’ QUESTA VITA E’ UNA PRIGIONE E FUORI,

SOLO FUORI C’E’ LA LIBERTA’. UNA PRIGIONE DALLA QUALE SEMBREREBBE

FACILE EVADERE MENTRE PER ORA E’ PRATICAMENTE IMPOSSIBILE. ED IO SONO

QUI, SEDUTO NELL’ANGOLO A PENSARE AL DOMANI E QUINDI A CIO’ CHE E’

STATO OGGI O MEGLIO A CIO’ CHE E’ STATO IERI.

I GIORNI SEMBRANO DIVERSI E INVECE SONO UGUALI; IDENTICI NELLE

SENSAZIONI, IDENTICI NELLE SOFFERENZE, NELLE ANGOSCIE. MA IO

SCONFIGGERO’ CIO’ CHE MI TRATTIENE, SPEZZERO’ QUESTE SBARRE PER UN

LUNGO VIAGGIO. SI, VOGLIO PROPRIO TE BUIO, LUCE DEI MIEI OCCHI.

Shock lesse più volte la lettera, di continuo, come ipnotizzato. Le

parole... da quelle parole traspariva una sofferenza viva,

sanguinante.

-Salve ispettore. Allora, quella è la lettera? Mi faccia dare uno

sguardo.

Era l’aquila Clarissa e ci mise 40 secondi per leggere quel

foglio, giusto uno sguardo.

-Povero ragazzo! – esclamò Shock istintivamente.

-Povero ragazzo? Questo è uno stronzo che ha trucidato tre

persone e chissà se ha smesso e lei cosa sa dire? Povero

ragazzo! - Ripeté la Hodgson con tono sarcastico.

I ruoli si erano invertiti ma Shock era di un'altra epoca, più

romantica ed ingenua.

-Ha ragione ma spesso mi viene da pensare che questi sono i

drammi dei nostri figli. A volte sono portato a credere che siano

il frutto delle nostre colpe.

-Discorsi vecchi, ispettore. Potrei scendere al livello

melodrammatico dove ora si trova e chiederle se il discorso

sarebbe identico qualora una delle vittime fosse sua figlia ma


dà alcun indizio. Si tratta di una persona sola, colpita da chissà

quale evento. E che ora vuole vendicarsi, chissà ancora con chi,

per poi farla finita e ammazzarsi. Non c’è di che stare allegri,

ispettore. Su questo foglio non c’è nulla.

Shock si sentì incompreso: lui in quella lettera ci aveva visto

tanto, in sofferenza, in amore, in odio.

-Non faccia quella faccia…e scusi il gioco di parole…D'altronde so

che non si può essere sempre d’accordo. Anzi, Oscar Wilde ha

scritto: “Ogni volta che la gente è d’accordo con me provo

sempre la sensazione di avere torto”.

-Non vorrà ricominciare. Ok, in quel foglio non c’è nulla di nuovo,

lei però è una strizzacervelli, non può attenersi a ciò che è di

tutti, deve leggere fra le righe. Che senso ha mandare questo

messaggio? E' scritto con caratteri diversi e gli altri davano

notizia di eventi concreti. E che concretezza!

-Credo che sia soltanto una sottolineatura di un qualcosa che

abbiamo già appurato. Una sorta di giustificazione e di ricerca di

una personale legittimità. Magari spinta dalla consapevolezza di

essere giunto allo scopo prefissato.

-Che cosa vuole dire?

-Ciò che ho detto e cioè: o questo bastardo ha sedato la propria

vendetta o c’è qualcuno in pericolo in questo momento.

-Molly, Molly Preston.

Shock afferrò di gran fretta il telefono cercando di convincersi

che non fosse tardi.

-Salve ispettore, ha qualche novità?

-Eh, come? Signorina Molly?

-Si sono io. Avete qualche novità?

-Ehm…no. No, niente, ancora niente.

-Figuriamoci! Cosa vuole allora?

-Nulla di particolare, solo sapere se va tutto bene.

-Potrebbe andar meglio. Magari se sapessi che avete arrestato

l’assassino.

-Starà meglio Molly, starà meglio.

In quel momento entrò nella stanza l’agente Dreyfuss.

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-Ispettore, c’è un uomo, parla in modo strano, di lettere funeree

e di omicidi, mi pare.

Shock si alzò di scatto e si scaraventò fuori.

Tra due agenti un ragazzo di circa ventisei anni, alto, capelli

corti e neri, carnagione scura, distinto negli abiti.

-Finalmente, ispettore; non siete organizzati molto bene, come

potevate pensare di prendermi?

-Tu…

-Si, io. L’angelo vendicatore. E’ questo quello che avete pensato

di me, non è vero?

-Tu, bastardo!

Shock si scaraventò verso il ragazzo prendendolo poi per il

collo. - Perché? – urlò l’ispettore cancellando del tutto la

compassione avuta in precedenza per quel tipo.

Equità. – rispose il ragazzo con un sorriso. Shock lo colpì con un

pugno al naso.

-Perché? – richiese al ragazzo sanguinante.

-La verità ha un prezzo. Mi chiami Molly Preston.

-Stronzo, non sei nella posizione di chiedere.

-Anche appagare la ragazza ha un prezzo.

....

-Dreyfuss, chiama la ragazza e dille di venire subito qui.

L’ispettore lasciò il ragazzo nelle mani degli agenti, si girò e si

allontanò, rincuorandosi di essere giunti alla fine di un incubo,

quando meno se lo aspettava, senza inseguimenti né operazioni

speciali.

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Capitolo undici.

Acido lattico sulla volta celeste.

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Molly arrivò di corsa, circondata ma a stento controllata nel suo

passo frenetico da Dreyfuss ed altri tre agenti. Uno sputo improvviso

colpì in piena faccia l’uomo che per tanto tempo non aveva avuto un

volto e che ora, identificato come Robert White, era seduto

ammanettato in un ufficio al primo piano del Commissariato.

-Bastardo, era questo che volevi da me?

Il ragazzo sorrise.

-No, solo vederti in faccia! Non ho nulla da dirti. Mi verrai a

trovare, ne sono certo; solo allora ti dirò la verità. Questo è solo

un appuntamento!

In un attimo il ragazzo con la mano destra premette con forza sul

polsino sinistro della camicia, si senti un bip; di scatto all'altezza

della spalla sinistra fuoriuscì un foglietto sospinto da una lama

rivolta verso il collo e, in men che non si dica, con foga abbassò la

testa verso la spalla passandosi da parte a parte la gola.

Intorno, panico totale…e urla d’ogni genere.

L’ispettore scioccato.

-Cosa ha fatto? Perché? Perché ha ucciso? Perché si è

consegnato? Perché si è ammazzato? Perché in quel modo?

Maledizione!

Il foglio di carta che l’uomo aveva in mano…una lettera…la penna…

ancora morte da leggere per Bryan Shock.

Dio si chiese: Cosa può meritare chi ha mandato in mille pezzi tutti i

sogni, tutta la vita di un suo simile?

Nell’aria, esclamazioni.

-Si è autopunito!

-Senza dirci il perché!

-Ci ha fregato!

-No, si è salvato!

-Codardo!

-Figlio di…

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-Vada a casa Molly, presto, che qui si scatena un casino! – disse

Shock.

La ragazza, con gli occhi spalancati su un mondo di odio, orrore,

pensieri, entrò in macchina come un automa.

-Non capisco – rifletteva Shock. Che senso ha? Consegnarsi,

chiedere di Molly, ammazzarsi. Solo un modo spettacolare per

chiudere la storia? Può essere! No, no, ragiona…ragiona….

-Ispettore, il ragazzo ha un chip addosso! - Urlò allarmato Dreyfuss.

-Ragiona…ragiona….-Si ripeteva ancor di più Shock - ...il

messaggio...non è come al solito. Non descrive una morte di quel

tipo…Oh, no! Molly, ferma!

L’auto di Molly scoppiò facendosi in mille pezzi mentre un vorticoso

“no” d’intuito ululava nel vento.

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-Perché? Perché? Perché? Perché?

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Confessione fantasma.

Un anno fa, in una notte di novembre...

Faceva freddo, Dio che freddo...Ero con Polly in auto,

eravamo contenti...Avevamo appena festeggiato la sua

gravidanza, dopo un anno di tentativi. Una notizia del

pomeriggio. Appena il dottore l’aveva informata c’eravamo

abbracciati così forte da farci male.

Un film al Fairy, mano nella mano; poi decidemmo di

tornare a casa, la nostra casa, finalmente la casa di una

famiglia...

Cominciò a piovere. Quella pioggia...ogni secondo sembrava

aumentare, incessante.

Mi chiese di fermarmi, aveva paura. Le diedi ascolto, come

sempre. Facevo sempre ciò che mi chiedeva. Aspettammo che

la pioggia si calmasse, non avevamo fretta...no, non

avevamo mai fretta quando stavamo insieme…anzi, era così

bello stare da soli chiusi in auto a parlare del futuro

mentre il maltempo imperversava. Quella situazione ci

parve una metafora della nostra vita. Noi chiusi nel

nostro mondo e tutto il resto fuori, un mondo a parte i

cui mali c’erano estranei.

Eppure l’esterno ci trafisse. Aveva smesso di piovere,

potevamo ripartire. Fottuta pioggia, ne era caduta tanta

ed ora l’auto non ripartiva.

Dio, non è stata colpa mia! Fui costretto a scendere

dall’auto, ad affrontare l’esterno. Volevo chiedere

soccorso. Dissi a Polly di aspettare in macchina e...non

feci nemmeno dieci metri che sentii un rumore pauroso. Mi

voltai e...Dio, Dio mio! Un camion che sopraggiungeva era

sbandato e si era scontrato col retro della mia auto, sul

lato sinistro, facendole compiere un giro completo su se

stessa; il camion aveva continuato la sua corsa cadendo

nel vuoto, giù in una scarpata.

Un impatto terribile...ero paralizzato, non riuscivo a

muovere un passo. Poi reagii, corsi verso l’auto. Polly

aveva battuto con la testa sia nel parabrezza sia nel

finestrino laterale. C’era sangue, sangue dappertutto

e...Dio mi perdoni, non sapevo che fare.

Fu in quel momento che stava per passare un auto. Mi

buttai in mezzo alla strada chiedendo aiuto, urlando come

un ossesso. Mi pareva un miracolo: quella strada in

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inverno non era molto frequentata. Ma non si fermava, chi

la guidava suonava il clacson per farmi scostare ma non si

fermava! Passò a mezzo metro da me, veloce, ma...per me

andava molto piano...Li ho visti tutti, tre ragazze e due

ragazzi in una Ford rossa. Uno di loro dormiva con la

testa poggiata sul finestrino.

Passò del tempo prima che Polly potesse essere soccorsa…

troppo tempo.

Il dottore lo disse chiaramente. Sarebbe bastato qualche

minuto in più e forse l’avrebbero salvata…e con lei mio

figlio.

Fu allora che Dio decise di inviare un angelo per punire i

colpevoli. Da allora il mio compito è stato quello di

identificarli e condannarli.

Per Polly.

Per il mondo.

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Indice

Introduzione 4

Fiori d’arancio per la principessa triste 6

Agenti patogeni sotto una pioggia di lacrime illusorie 12

Elfi lagnosi attendono la luna purpurea 16

Parata funebre di rose rosse tinteggianti 20

Iridi vermigli danzanti nella reggia del nulla. 24

Veglia sulfurea di un dio blu 30

Fiumi gravidi d’ansia abbattono la diga del sarcasmo 34

Urlo primordiale della collina innocente 38

Caciotte dorate alla corte del re Mida 44

Termiti adolescenti fagocitano un cielo stellato 48

Acido lattico sulla volta celeste 54

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ODIO BIANCO

di Daniele Giuliano

Versione Free Download su Opinione Irpina

www.opinioneirpina.it

Lettura vietata ai minori di 18 anni,

sconsigliata alle persone facilmente impressionabili

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