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Dispensa Casa Bianca.qxd - Cineforum del Circolo

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mazioni riservatissime

mazioni riservatissime nel comitato per la rielezione del Presidente” di fatto pilota, stando nell’ombra, la guerra del “Washington Post” a Nixon. Là, nel buio del garage di Arlington, convoca Bob a rapporto e, fantasma “minaccioso”, calcolatore, sicuro della sua potenza, tira le fila delle sue operazioni… Il “Washington Post” e il duo “Woodstein” (così venne chiamata la coppia terribile Woodward-Bernstein) non potrebbero essere stati in realtà soltanto gli strumenti consapevoli di una sorda lotta intestina tra potenti per il potere? Non sappiamo se effettivamente la verità del Watergate sia questa. Diciamo solo che Pakula ha tutta l’aria di pensarlo. (Luigi Bini: Attualità Cinematografiche, 1977) (…) Teniamo a mente le date: giugno 1972, arresto dei cinque scassinatori; novembre 1972, rielezione trionfale di Richard Nixon; gennaio 1974, messaggio di Nixon: “Voglio che sappiate che non ho nessuna intenzione di abbandonare la missione che gli americani, eleggendomi, mi hanno affidato nell’interesse degli Stati Uniti”. Eppoi, fissiamo la data fatale: il 9 agosto 1974, Richard Nixon si dimette. A questo proposito Alberto Ronchey ha notato: “La demolizione dell’ immagine di Nixon è quotidiana, pubblica e corale, celebrata al cospetto dell’accusato al potere, non postuma come quella di Stalin per opera dei successori”. Dunque, attorno a quelle date si svolge il processo a Nixon, anche se il libro, e di conseguenza il film, s’arresta al gennaio 1974. Ed ecco la prima delusione: alla fine, Bernstein e Woodward si mettono alla macchina per scrivere e con secchi flash ci avvisano di quello che accadrà dopo: la valanga si ingrossa a tal punto che sloggia Nixon dalla Casa Bianca e lo sospinge verso l’esilio californiano di San Clemente (le dimissioni per evitare la ghigliottina dell’impeachment). Ma da questo finale usciamo frustrati: è come se a un pranzo ci interrompiamo all’antipasto. Per esempio, ci sono sottratte le ghiottonerie delle intercettazioni e tutti sappiamo che Nixon rimase impigliato nei nastri magnetici. (…) (Angelo Falvo: Il Corriere d’Informazione, 22 ottobre 1976) (…) Il pubblico romano che alla prima affollava il Metropolitan, alla fine della proiezione non ha potuto nascondere delusione e imbarazzo. Tutto qui? Quel “Tutto qui?” ci sembra che nasconda un grande significato: ci può dire tutto sul successo condizionato dalla pubblicità, e sul successo reale che un film può riscuotere nella coscienza del pubblico (ed è quello che più conta e che a noi interessa). Ed è comprensibile che gli operatori dell’industria culturale, per giustificare la loro opera di condizionamento e diseducazione del “loro” pubblico che avrebbe un “suo” gusto, non fanno altro che ostentare i dati e le statistiche del successo apparente. E’ davvero incredibile come Tutti gli uomini del Presidente possano tacere su un “affare” che certamente non è iniziato e finito sul volto equino e sorridente di Nixon, (…) (Roberto Alemanno: Quotidiano dei Lavoratori, 5 novembre 1976) (…) Un esempio del tipo di reazione di cui è capace il sistema americano si è avuto con il caso del giornalista televisivo Daniel Schorr, uno dei più anziani e più rispettati reporters della Cbs, fino a quando commise l’errore di far pubblicare il rapporto segreto Pike che il presidente Ford non voleva che fosse reso pubblico. La reazione fu allora immediata: il Senato aprì immediatamente 37

un’inchiesta nei suoi confronti e la Cbs lo sospese definitivamente dalla sua carica. E furono ben pochi allora che ebbero il coraggio di esprimere la loro solidarietà, e quei pochi soltanto dopo alcuni giorni, quasi che avessero avuto il bisogno di calcolare il rischio che un simile gesto avrebbe comportato. Perché tanta differenza di trattamento per Daniel Schorr rispetto ai Woodward e Bernstein? Appunto perché il rapporto sulla Cia affrontava il discorso delle responsabilità politiche non solo di Nixon ma di tutta Washington nella politica estera degli Stati Uniti negli ultimi anni, nel Vietnam, in Portogallo, in Cile, in Italia, solo per nominare alcuni paesi a cui questa politica viene indirizzata. Non è quindi per mancanza di intuito politico che il film All the President’s Men non affronta un discorso più generale. Anzi quasi per assurdo si può dire che il film, più che un tentativo di scoprire tutto quello che c’era dietro la politica degli anni del Watergate, è parte integrante di quello che si può chiamare la seconda fase del “cover-up”, cioè del tentativo di fare accettare al pubblico americano la versione più superficiale, se non falsa, della sua storia più recente. (…) (Oliviero Spinelli: La Repubblica, New York 16 aprile 1976) 38

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