di Letizia Chilelli - Campo de'fiori

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di Letizia Chilelli - Campo de'fiori

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Campo de’ fiori

Mille volte grazie a tutti quei personaggi dello spettacolo che hanno

impreziosito, con le loro interviste, le nostre pagine.

Grazie a Fabrizio Bracconeri, Lando Fiorini, Alfiero Alfieri, Gianfranco d’Angelo, Nadia Rinaldi, Maria Bruni, Martufello, Heinz Beck,

Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Arnoldo Foà, Pietro Longhi, Michela Andreozzi, Fabio Avaro, Gabriele Lavia, Antonio Giuliani,Nicola

Piovani, Riccardo Fogli, Ileana Ghigne, Riccardo Garrone, Miranda Martino.


L’incontro su queste

pagine con il

grande maestro

Nicola Piovani, mi

Sandro Anselmi

ha condotto al

recente ricordo

della struggente colonna sonora del film

“La vita è bella”. Immagine e musica si

sono sposate dando, ora tristezza, ora

nostalgia, ora impotenza e rabbia, per quel

determinismo razzista che ha portato a

una delle più grandi stragi dell’umanità.

L’inevitabilità e la predestinazione, sono

alibi stupidi ed infondati che l’uomo invoca

a pretesto delle sue aberrazioni e delle sue

follie. Esso non è schiavo della storia, e l’ineluttabilità

di una guerra non è tale perché

essa è destinata comunque a verificarsi.

L’uomo non è autore irresponsabile e

semplice oggetto di chissà quale destino,

Il crepuscolo dell’estate

Trascorso il mese di Settembre cade il

silenzio sui fragori dell’estate e l’autunno ci

accoglie con i suoi caldi colori. Gli alberi e

prati incominciano a perdere rigore e

cadono, pian piano le prime foglie. Le giornate

si accorciano ed il sole meno caldo

affoga nell’orizzonte, regalando notti più

fredde ed oscure. Il silenzio avvolge il

paese ed il buio appena spezzato dalle luci

delle finestre che si illuminano via via,

nasconde le case e le loro mille storie tutte

diverse.Storie spesso d’amore ma anche di

sofferenza e di malattia. Storie di gente

comune che nutre speranze di giorni

migliori. Storie di chi non ha, o non ha più

un posto di lavoro. Storie al fini di chi invoca

i miracoli in una rinnovata Fede.

S’accenderanno poi i fuochi dell’inverno e

nel caldo delle case si racconterà dell’estate

passata e si parlerà di quella da venire.

Campo de’ fiori 3

I leaders, il potere, l’individualismo

la pace e l’amore

ma è folle di potere e muove in

direzione contraria gli istinti umani

più profondi, abolendo l’idea stessa

della libertà. Ma esso da solo

non può, non è capace, ha bisogno

di un leader per modificare la storia,

nel bene o nel male. Le masse

sono amorfe ed allora bisogna guidarle,

manipolarle, comandarle in

virtù di un progetto terreno o di un

premio spirituale.

I leaders, solo per imporre il loro

successo, hanno piena responsabilità

dei crimini più efferati sull’umanità

e sfruttano gli eventi, quali le

crisi, le frustrazioni e i timori di una

collettività che attende di essere risollevata.

L’uomo deve battersi, invece, per conquistare

la sua libertà individuale, la tolleranza

religiosa e razziale, la giustizia socia-

le ed il rispetto dei diritti umani, e deve

ridare un valore a questi principi che

hanno oggi un suono falso, e far trionfare

sopra ogni male l’AMORE.

Questo numero di

Campo de’ fiori

è arrivato a

60 pagine !!!

Così è stato possibile esaudire il desiderio di altri valenti collaboratori che così vedono

pubblicati i loro articoli. Sono nostri nuovi compagni di viaggio, l’Arch. Cristina Collettini

che ci farà conoscere i nostri più bei monumenti ed il modo in cui essi vanno restaurati e

conservati e la dott.ssa Lorena Rossi naturopata FINR che curerà la pagina di “Dialogo

Naturale”.

Mi vanto ancora di non aver mai trattato di “politica” né di polemica e di non

aver mai ricevuto nessun contributo pubblico, cosicché il mio Campo de’ fiori è

pulito, libero e vero.

Tutto è reso possibile grazie ai miei meravigliosi sponsor che da soli, fanno esistere

e crescere questa meravigliosa realtà che è volta solo all’ interesse del popolo ed in special

modo a quello delle classi più deboli. Ringrazio tutti i locali pubblici e non che permettono

la distribuzione di Campo de’ fiori. Tutti i teatri di Roma ci chiedono sempre più

copie e ci invitano alle prime che presenziamo con orgoglio e piacere.

Riceviamo in redazione innumerevoli attestati di gratitudine e di compiacimento con e-mail, lettere

e telefonate e vogliamo ringraziare tutti, dicendovi che tutto ciò fa tanto bene e ci da forza per

fare sempre meglio.

La redazione

Campo de’ fiori è distribuito a Civita Castellana, Corchiano, Fabrica di Roma, Vignanello, Vallerano, Canepina, Vasanello, Soriano Nel Cimino,

Vitorchiano, Bagnaia, Viterbo, Montefiascone, Carbognano, Caprarola, Ronciglione, Sutri, Capranica, Cura di Vetralla, Blera, Monte Romano,

Tarquinia, Civitavecchia, Orte, Gallese, Magliano Sabina, Collevecchio, Tarano, Torri in Sabina, Calvi nell’Umbria, Stimigliano, Poggio Mirteto,

Otricoli, Narni, Terni, Amelia, Nepi, Castel Sant’Elia, Monterosi, Anguillara, Trevignano, Bracciano, Canale Monterano, Mazzano, Campagnano,

Sacrofano, Olgiata, Faleria, Calcata, S.Oreste, Nazzano, Civitella San Paolo, Torrita Tiberina, Rignano Flaminio, Morlupo, Castelnuovo di Porto,

Riano, Ostia, Nettuno, Anzio, Fregene e nei migliori locali di Roma, in tutte le stazioni MET.RO. Spedito a tutti gli abbonati in Italia e all’estero,

inviato ad Istituzioni Culturali e sedi Universitarie italiane e straniere, a personaggi politici, della cultura, dello sport e dello spettacolo.


fotovideolab

Un incontro nel bel mezzo della sua lunga

pausa estiva a Corchiano. Una pausa da

Roma probabilmente, visto che il lavoro lo

accompagna comunque, con la tornée del

Concerto Fotogramma in giro per l’Italia. E

poi Corchiano è da sempre il suo luogo di

ispirazione; quello in cui comporre nella

tranquillità della sua dependances, senza

essere disturbato da alcunché: solo il

fiume compositivo a tenergli compagnia.

Un incontro informale proprio in quella

tana di lavoro, circondati dalle tante locandine

dei films o degli spettacoli teatrali che

ha realizzato o di cui ha composto la

colonna sonora. Così, appesi al muro,

sembrano ricordare lo spessore artistico di

un musicista, compositore, direttore d’orchestra

la cui fama è diffusa in tutto il

mondo e la cui storia personale coincide

con tanta della storia del cinema e del teatro

italiano.

“Corchiano è il mio paese, lo considero

come tale; ho vissuto la mia infanzia qui;

torno a Corchiano per lavorare e compor-

re o semplicemente per rilassarmi. Le

vacanze di famiglia o le feste di Natale le

abbiamo sempre trascorse qui, i miei figli

sono cresciuti qui. Qui c’è la storia della

mia famiglia, di mio padre, e sullo sfondo

il sentore di una vita e di una Italia che

altrove sembra essere scomparso”.

Un Nicola Piovani inedito, rilassato, che

solo tra le righe lascia trasparire il suo

amore infinito per la musica, la sua vita

dedicata alla musica, quasi a confermare

quella fama di “introverso” che si porta

dietro da quando il Premio Oscar per la

Miglior Colonna Sonora con il film “La vita

è bella” di Roberto Benigni, lo ha portato

alla ribalta della scena artistica italiana e al

grande pubblico. Ma la sua storia di musicista

non è solo lì.

Inizia nel 1969, debuttando con il lungometraggio

N.P. Il segreto di Silvano Agosti.

Si avvia così una carriera che lo porta a

collaborare con i maggiori registi italiani:

Bellocchio, Monicelli, i fratelli Taviani,

Moretti, Tornatore, Benigni e Fellini, che si

di Tamara Gori

foto Tommaso Le Pera

è rivolto al musicista per i suoi ultimi tre

film. Fra gli stranieri Ben Von Verbong, Pál

Gábor, Dusan Makavejev, Bigas Luna, Jos

Stelling, John Irvin, Sergej Bodrov, Philippe

Lioret. Riceve inoltre tre David di

Donatello, per Ginger e Fred di Fellini, Caro

diario e La stanza del figlio di Moretti;

quattro premi “Colonna sonora”, due Nastri

d’argento e due Ciak d’oro. Con L’équipier

di Philippe Lioret ottiene la “nomination” al

César, il premio del pubblico e la menzione

speciale della giuria al festival “Musique et

cinéma” di Auxerre. Sin dall’inizio affianca

al lavoro nel cinema quello per il teatro,

scrivendo musiche di scena per gli allestimenti

di Carlo Cecchi, Luca De Filippo,

Maurizio Scaparro, Vittorio Gassman. Nel

1989, con Luigi Magni e Pietro Garinei,

crea per il Teatro Sistina la commedia

musicale I sette re di Roma . Come autore

di canzoni, negli anni Settanta compone a

quattro mani con Fabrizio De André gli

album Non al denaro, non all’amore né al

cielo e Storia di un impiegato.

Alla fine degli anni Ottanta inizia il sodalizio

artistico con lo scrittore Vincenzo

Cerami. Insieme fondano la Compagnia

della Luna, con l’intento di dare vita a un

genere di teatro dove musica e parola

abbiano pari dignità e siano l’una sostegno

dell’altra. I primi frutti di questa collaborazione

sono La cantata del Fiore e La cantata

del Buffo, unite in un unico spettacolo

e presentate per quasi duecento repliche

nei teatri di tutta Italia.

Seguono Il signor Novecento (1992) e

Canti di scena (1993). Nel 2000 debutta

Concerto fotogramma , uno spettacolo in

cui Piovani compendia e traveste in forma

teatrale trent’ anni di creazioni per il cinema.


Nel 1998 viene eseguita per la prima volta

al Teatro Mancinelli di Orvieto La Pietà ,

stabat mater, dove la voce recitante è

quella di Gigi Proietti e la voce soul è quella

di Amii Stewart, accompagnati da un’orchestra

di ventitré elementi.

Nella Pasqua del 1999, su invito delle

autorità palestinesi, La Pietà viene rappresentata

alla cittadinanza di Betlemme

come messaggio di pace tra i popoli della

Terra Santa; nel 2004 è riproposta in una

doppia rappresentazione nel territorio

palestinese di Betlemme

e in quello israeliano di

Tel Aviv.

A questo seguono due

opere realizzate su commissione:

L’isola della

luce, richiesta nel 2003

dal governo greco per

essere eseguita fra le

rovine dell’isola di Delos,

e Concha Bonita, una

forma di spettacolo che

si colloca a metà strada

tra l’opera e la commedia

musicale; commissionata

dal Théatre National de

Chaillot, è stata applaudita

dal pubblico parigino

e in seguito tradotta da

Cerami e Piovani per l’edizione

italiana andata in

scena all’Ambra Jovinelli

di Roma nell’estate di

quest’anno. Quando lo incontro, Nicola

Piovani è appena reduce dalla sesta edizione

del Fescennino d’Oro, una manifestazione

musicale e teatrale che lo vede

protagonista a Corchiano dal Duemila.

“Una bella edizione anche quest’anno;

ogni volta con un pubblico sempre più

coinvolto e che ormai è preparato ad

aspettarsi qualcosa di speciale, da una

manifestazione che sta acquistando ogni

anno un respiro sempre più ampio per l’intera

provincia. Quest’anno è stato premiato

un artista, Davide Enia, che è sì una

promessa del teatro italiano, ma è comunque

già una rivelazione.

Così come lo scorso anno con Ascanio

Celestini, in parte già conosciuto, ma che

nell’ultimo anno ha moltiplicato le sue

apparizioni teatrali e televisive, non solo in

Italia, ma anche all’estero e usando un linguaggio,

il romanesco, che di certo non

possiamo definire internazionale”.

E quello del linguaggio, verbale e corporale,

è l’elemento fondante del mondo teatrale;

è ciò che caratterizza un personaggio,

il suo modo di essere e di proporsi al

pubblico, di comunicare e di trasmettere

emozioni. Per questo è anche diventato

elemento discriminante e la ragion d’essere

stessa del Fescennino.

“Cinque anni fa l’allora sindaco di

Corchiano, Bengasi Battisti, mi chiese se

ero disponibile a partecipare all’inaugurazione

di una nuova piazza a Corchiano,

intitolata a mia zia Pina Piovani, attrice di

inizio secolo. In quel periodo alcuni studi

da lui avviati sul territorio, avevano porta-

Campo de’ fiori

to alla luce come la casa dove ci troviamo

in questo momento potesse essere l’epicentro

di quella che molti studiosi affermano

essere l’antica Fescennium. Del

resto dei fescennini si parlava a scuola,

come di quei canti ludici che avevano ispirato

la tradizione teatrale satirica dell’antica

Roma, e comunque sempre in riferimento

a grandi artisti popolari.

Allo stesso Petrolini chiesero - Anche lei

discende direttamente dai Fescennini? - E

lui, nella più vera tradizione satirica, rispo-

se : - Io so solo che discendo le scale di

casa mia -.

Comunque, si pensò per questo al nome

Fescennino d’Oro , come di un premio,

non necessariamente annuale, da consegnare

ad artisti che conservassero questa

grande tradizione teatrale satirica e che

solo in parte avessero ricevuto i riconoscimenti

che meritavano. Il primo fu Fiorenzo

Fiorentini e mettemmo in scena il Concerto

Fotogramma.

A lui seguirono Anna Campora, Leopoldo

Trieste, Massimo Wertmuller e poi gli ultimi

due anni, con Ascanio Celestini e

Davide Enia.

Un premio importante, anche per coloro

che compongono la giuria: Vincenzo

Cerami, Curzio Maltese, Germano

Mazzocchetti, Vincenzo Mollica, Mario

Monicelli e Paila Pavese”.

Un premio importante che sembra aver

intrapreso una nuova strada: quella delle

nuove promesse del teatro italiano. Autori

e interpreti nuovi, ma con una personalità

assolutamente ben definita e comprovata

dallo spessore dei testi realizzati e dall’eco

da essi prodotta.

Una scelta inoltre che comprova una vivacità

intellettuale da parte del Maestro

Piovani, che rarissimamente si riscontra in

un ambiente così agguerrito come quello

del teatro; una curiosità innata nell’andare

a verificare come si stia evolvendo la contemporaneità

del linguaggio teatrale e dei

suoi canali comunicativi.

“Un interesse il mio che è innanzitutto

quello dello spettatore che rimane colpito

da tutto ciò che costituisce una novità. Poi

è naturale che come musicista mi interessino

alcuni autori piuttosto che altri, ma

semplicemente perché corrispondono di

più a quello che è il mio senso di ricambio

generazionale nel teatro e al mio senso di

mutamento del linguaggio e dell’espressione”.

Una vita passata nel teatro la sua, fatta di

teatro e capace di descrivere il teatro nelle

mille sfaccettature che lo caratterizzano.

Un po’ come gli attori di un tempo, quelli

che venivano da

una scuola fatta di

gavetta e di grandi

maestri e capaci

di arrivare al

grande pubblico

anche con il solo

gesto di una

mano o con un

sopracciglio alzato,

entrando in

scena senza mai

dare le spalle alla

platea e in grado

di richiamare un

applauso interminabile.

Così è la

sua musica: la

stessa capacità di

raccontare, di mimare

una storia,

foto Tommaso Le Pera

5

come una pergamena

che si sroto-

la man mano e che prescinde la parola.

“Tante sono state le persone che mi hanno

insegnato a parlare con la musica, dalle

monachelle, al mio insegnante di pianoforte,

ai tantissimi di composizione. Ma sicuramente

quello che più di ogni altro ha

segnato il mio essere musicista è stato il

Maestro greco Manos Hadjidakis. Mi ricordo

che si trovava a Roma per registrare la

musica di un film americano e cercava un

orchestratore; così mi chiamò.

Fino a quando non è morto, pochi anni fa,

mi ha sempre dato indicazioni da maestro,

che sono poi diventate scambi sulla musica,

senza i quali non avrei capito cose fondamentali

che mi servono ogni giorno”.

Una carriera, quella di Piovani, che si è

sempre intrecciata con grandi personaggi

della musica, del cinema e del teatro.

Uno di questi è stato senz’altro il grande

Fabrizio de André, con il quale Piovani ha

collaborato per la realizzazione dei primi

due grandi album, Non al denaro, non

all’amore né al cielo e Storia di un impiegato.

“E’ un’esperienza che ha riguardato

gli inizi della mia carriera: io avevo 23 anni

e realizzare gli arrangiamenti per quei due

album era un’impresa titanica.

Ma la cosa più bella è rendersi conto che

quei due album hanno poi camminato da

soli e tutt’ora vengono ascoltati anche da

giovanissimi, come se non avessero età,

come se non appartenessero al tempo.

Con Fabrizio ho sempre conservato un

rapporto affettivamente piacevole”.

continua a pag. 6...


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Da lì in poi è stato solo un crescendo di

esperienze, di opere realizzate, di successi

e traguardi raggiunti, in ogni parte del

mondo e quasi sempre a ridosso di momenti

storici o avvenimenti epocali, quasi a

ribadire che la musica è da sempre la

colonna sonora della nostra vita, ma è

altresì un linguaggio che non ha bisogno di

traduttori simultanei: è in grado da sé di

essere connubio di emotività diverse. “Sono

tanti gli episodi che mi sono rimasti dentro

l’anima, avvenimenti che mi hanno segnato

come musicista. Uno di questi è stato la

doppia rappresentazione de La Pietà nel

territorio palestinese di Betlemme e in quello

israeliano di Tel Aviv nel 2004. La Pietà

è uno stabat mater per voce recitante, due

cantanti, un soprano di coloratura e una

voce soul, e un’orchestra di ventitré elementi.

La rappresentammo il giorno prima in

Israele e quello dopo in Palestina, come

fosse un segno di pace tra i due popoli; ma

allora non c’erano nemmeno quei minimi

segnali di pacificazione che stiamo registrando

in questi giorni, e la tensione la

sentivi nell’aria. Ma quando hai la possibilità

di unire il lavoro che fai a quello che succede

nel mondo, allora dai un senso più

alto a ciò che fai. Un altro importante evento

fu il concerto che diressi con la

Filarmonica di Johannesburg a Pretoria,

capitale del Sudafrica. Il gruppo era composto

quasi completamente da bianchi, ma

con batterista e bassista nero. Fino a sei

mesi prima era ancora in vigore l’ Apartheid

e non solo era impensabile vedere bianchi

e neri suonare insieme, ma lo era ancora di

più vedere delle persone di colore entrare

nell’auditorium come spettatori. E invece in

quell’occasione la cantante era una bravissima

interprete di Soweto, naturalmente

nera, e mentre si lavorava insieme si sentiva

l’emozione e la tensione addirittura tra i

musicisti; per non parlare del pubblico che

mai aveva visto un direttore d’orchestra

bianco abbracciare sul palco una cantante

nera. Queste sono state emozioni vere, dif-

Campo de’ fiori

ficilmente esprimibili, fortune che capitano

raramente e che bisogna saper cogliere al

volo”. Una carriera magistrale, caratterizzata

dal premio Oscar per la Miglior Colonna

Sonora per il film La vita è bella, di e con

Roberto Benigni, nel 1999. Un avvenimento

quello che ha portato il nome di Nicola

Piovani alla ribalta del grande pubblico e

foto T. Le Pera

che, probabilmente, cambia una persona o

un personaggio proprio per questo. “Spero

che il premio oscar abbia influito poco sulla

mia persona, o comunque il meno possibile.

I premi sono gratificazioni e tutti viviamo

di gratificazioni. Ricevere premi è una

gioia, ma i premi non attengono alla

sostanza del lavoro che fai; sono i lustrini e

lo champagne.

Quello che cambia un musicista sono le

esperienze che fa e passare attraverso un

film come La vita è bella, sul quale nessuno

puntava, e vederlo invece amato e

accolto in tutto il mondo; aver creduto in

un’opera e vederla volare alto; quella è

un’esperienza che ti cambia, una scommessa

vinta. Nessuno avrebbe creduto che due

autori comici come Cerami e Benigni avessero

potuto raccontare una storia tragica

come l’Olocausto e soprattutto che avessero

potuto dargli una lettura inedita, come

invece hanno saputo fare”. Ma quello con

Benigni è un sodalizio artistico che continua:

sono infatti di Piovani le musiche dell’

ultimo film del regista toscano, La Tigre e il

Dragone, nelle sale il prossimo 23 Ottobre.

“Per quest’ultimo film ho consegnato le

musiche il giorno prima del Fescennino

d’Oro.

E’ stato un lavoro lungo, che, come tutti i

lavori sulla composizione di colonne sonore,

conosce due aspetti: uno che definisco artigianale

e che attiene all’elemento pratico

del comporre musica; perciò devi leggere la

sceneggiatura, conoscere il film, il montaggio,

lavorare con il regista in moviola e

decidere con lui dove mettere la musica e

dove non inserirla. Poi c’è un’altra fase che

è quella propria dell’ispirazione e che, proprio

perché ispirazione non sono in grado di

spiegare; so solo che arriva e non puoi fare

a meno di seguire il suo fiume, a volte felice,

a volte un po’ zoppo”. Ma i programmi

di Piovani continuano e lo vedono impegnato

in maniera intensa nei prossimi mesi.

“Ora sto partendo per Parigi dove ho in programma

la composizione di una colonna

sonora per un film. Poi riprenderò due lavori

ai quali non partecipo direttamente, ma

di cui sono l’organizzatore: Semo o nun

semo, su canzoni classiche romane, dalla

fine di Settembre a Roma, e Concha Bonita,

tradotta in Italiano da me e da Cerami la

scorsa estate e che riprenderà con un

debutto a Latina il prossimo Ottobre, per

iniziare un tour di centoventi repliche per

tutta Italia. Poi a Novembre in Germania

per la composizione della colonna sonora di

Hotzenplotz il ladro, una favola per bambini

tedesca, un po’ l’alter ego del Pinocchio

italiano. Infine sto scrivendo una Cantata

che vedrà la luce a Maggio”.

Associazione Accademia Internazionale D’Italia

(A.I.D.I.)

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Campo de’ fiori

Riccardo Fogli

40 anni di successi, ma non li dimostra

Riccardo Fogli è nato a Pontedera (Pisa) il

21 Ottobre 1947. Ha vinto un festival di

Sanremo, nel 1982 con “Storie di tutti i

giorni”. Nasce, musicalmente, nel 1965,

come bassista e cantante, con un gruppo

beat di Piombino, gli Slenders. Dopo un

anno, non ancora ventenne, accetta l’impegno

a tempo pieno con un complesso

che debuttava con ottime garanzie: i Pooh.

Sette anni di rigida disciplina professionale,

centinaia di concerti, decine di incisioni

e, in cambio, il successo collettivo, un

nome che rappresentava quattro persone.

Alla soglia del maggior successo Fogli si

trovò ad attraversare un periodo di crisi

personale, che lo porta ad abbandonare il

gruppo e ricominciare da zero. Dopo varie

difficoltà raggiunge il successo come solista.

La seria coscienza professionale e le

doti naturali ne fanno un professionista in

grado di adeguare alla propria personalità

qualunque stile.

Come nasce artisticamente Riccardo

Fogli?

Nasce casualmente. In famiglia nessuno

aveva la predisposizione per la musica,

tranne mia madre. Mia madre, che ora non

c’è più, mi raccontava che quando faceva

le pulizie in chiesa, con un ditino suonava

l’organo della parrocchia e ne cantava le

canzoncine. Credo mi abbia trasmesso lei

questa passione. Vengo da Pontedera

dove non c’era nulla, tranne che una palestra

dove si giocava a ping pong, la

“Piaggio” e la banda. Io ho suonato e stu-

secondo da sx il Sindaco di Nepi Dott. Franco Vita con i rappresentanti della

Pro Loco Nepi, Riccardo Fogli e Loredana Filoni

diato musica in banda, ho giocato a ping

pong e lavorato alla “Piaggio”.

A che punto è della sua carriera?

…bella domanda!!! Stasera ad esempio

come altre sere, sono il primo ad arrivare

e l’ultimo ad andare via. Ogni giorno è

un’avventura. Per cui mi sembra che non

sia cambiato niente negli ultimi trent’anni.

Questo può essere di buon auspicio affinché

per i prossimi trent’anni io ci sia ancora

e continui a fare il mio lavoro con passione.

Stanotte ho fatto le cinque in sala di

incisione, perché qualcosa cresce sempre

dentro di me.

Sta preparando un nuovo disco?

…un’altra bella domanda!!! Purtroppo i

dischi non si vendono, quindi asserire “lo

sto preparando” sembra quasi una presunzione.

Non è così facile! Ho l’energia, la

voglia e la volontà di infilarmi in una sala

di registrazione con grandi collaboratori,

cercando di tirar fuori qualcosa di divertente

e di nuovo. Quelli come me hanno

un passato tale che è difficile farlo “scontrare”

con il futuro. Quando arrivo in un

teatro, o città, o paese, non mi chiedono

quando esce un mio nuovo disco, ma di

cantargli “Piccola Ketty”, io ne sono orgoglioso

e gliela canto,me la canto, e so che

quando andrò ad incidere il prossimo

disco, faranno dei paragoni. Non è facile.

Qual è un traguardo che ancora non

ha raggiunto?

Non lo so. Non sono così ambizioso da

sognare traguardi irraggiungibili. Grazia al

cielo ne ho raggiunti parecchi. Un giorno

mi piacerebbe fare un triathlon. A sessant’anni

forse farò una gara di quelle dove si

corre, si nuota e si va in bici. Io sono un

maratoneta, ma mi limito a correre i quarantadue

chilometri, vado un po’ in bici e

nuoto anche un

po’. L’idea di fare

due o tre chilometri

a nuoto e cento

in bici mi piace.

Quale esperienza

ha tratto

dalla partecipazione

ad un reality?

Che il reality è

spietato! In televisione

non si vede

la verità. Il reality

è un po’ come un

carcere, dove alla

fine ci si abitua e

ci si organizza. C’è

chi “diventa” mat-

to, chi non ce la fà

e si “suicida”! Dai

reality si scappa,

si spaccano le sedie, si dicono parolacce, si

bestemmia e c’è chi ne esce bene e chi

male. A me piaceva l’idea di confrontarmi

in una nuova disciplina, quella del “stiamo

tutti insieme”, ci sfidiamo, cantando e ci

sfidiamo dialetticamente, quotidianamen-

Loredana Filoni e Riccardo Fogli

te.

Lo rifarebbe?

No. Non lo rifarei mai più!

Quali sono i suoi hobby?

Amo la campagna. Mi piace potare gli ulivi,

ma non produco olio, perché le olive maturano

a Dicembre e in quel periodo non me

la sento di raccoglierle, perché fa freddo e

mi ammalerei, però i miei cento ulivi devono

essere in ordine. Inoltro corro e gioco a

pallone. Sono il socio fondatore della

Nazionale Cantanti, che non vuol dire giocare

solo a pallone. E’ un contesto nel

quale mi trovo bene.

Che spettacoli ama vedere?

Lo spettacolo più bello, secondo me, è

quello della natura, il tramonto sul mare,

specialmente ai Caraibi. Sono incantato,

basta guardarsi intorno. Mi piacciono gli

spettacoli popolari. Prediligo Morandi e

Antonacci, e se li vedo mi godo i loro concerti.

Ho l’abitudine di godermi quello che

mangio e quello che vedo.

Quali cantati stranieri predilige?

Io sono un po’ all’antica, mi piacciono i

Beatles e i Rolling Stones. Mi piacciono

anche i Coldplay e gli artisti della nuova

generazione.

Progetti futuri?

Così tanti che occorrerebbe tutto il suo

giornale per scriverli. In realtà sono “giovane”,

non ho ancora 58 anni!!

Un ringraziamento particolare alla Pro-loco

di Nepi.

Loredana Filoni


Poter intervistare la signora Ghione, non

solo è stato, per me, un’ onore, ma un

grande insegnamento di vita! Ho seguito il

suo teatro impegnato fin da giovanissima

e, quindi, conosco alla perfezione i suoi

eccezionali livelli interpretativi. Ma ho

anche “scoperto”, in questo incontro, una

donna dolcissima, meravigliosa, saggia, di

grande volontà e tenacia, molto altruista.

Il pomeriggio con lei, mi ha predisposta ad

una grande serenità e positività! Sono

stata accolta, letteralmente, a “braccia

aperte” dalla signora Ghione e da suo

marito nella loro splendida dimora. La cosa

che, inoltre, mi ha colpita è la gran quantità

di animali che popolano la loro abitazione:

6 gatti, 5 conigli e 2 cani! Oltre a

recitare, Ileana Ghione è anche regista, ed

il rinomato teatro romano, a due passi da

San Pietro, che porta il suo nome, è egregiamente

gestito con il marito Christopher

Axworthy.

Nel 2001 il Presidente Ciampi le ha consegnato

la croce di Grande Ufficiale della

Repubblica, per meriti artistici. Su uno

splendido terrazzo di Roma, la signora

Ghione si è “raccontata”.

Cosa l’ha spinta a prendere un teatro

a Roma?

La molla è scattata da una serie di occasioni

e circostanze che mi hanno spinta ad

entrare in una cerchia di persone che allestivano

un teatro. Mi sono unita a loro per

rinnovare il teatro “Colosseo”. La mia compagnia

è nata quando sono stata scritturata

per la prima volta. Il produttore non se

la sentì di portarci avanti in una tournee

molto lunga, e così mia madre, sapendo

che mi trovavo in un momento della vita

molto grave, mi convinse ad assumermi la

responsabilità di formare una compagnia

in cui potevo essere la capo-comica. Non

trovando seguaci in questa impresa, da

sola, soltanto con l’appoggio di mia

madre, ho iniziato questo iter. Alla fine

della tournee che, fra l’altro, fu trionfale,

coloro che ci avevano affittato le luci (io

non avevo alcun materiale, ho affittato

tutto) mi dissero se volevo prendere il

50% del “Colosseo” per poter recitare

quando volevo. Debuttai con “Casa di

Bambola”. Questa rappresentazione ebbe

molta fortuna, perché era un pezzo di un

certo impegno e con materiale fornitomi

dall’ ambasciata Norvegese. Partecipò una

tale marea di pubblico, che fummo

costretti a sospendere gli sconti festivi.

L’anno successivo avremmo dovuto proseguire

nelle rappresentazioni, ma, per dirla

con un eufemismo, non si andò d’accordo.

La cassiera del teatro, allora, mi suggerì di

andare a vedere questo vecchio teatro,

nato come teatro Rosa, trasformato in

cinema e chiuso da anni. Era stato pensato

come un sogno, mai realizzato, dall’ingegner

Rosa. Suo è stato il progetto del

quartiere Prati. Egli aveva lasciato alle 4

figlie questo teatro, dove sognava di cantare,

dato che aveva una bella voce.

Purtroppo per lui, invece, divenne un cinema,

in seguito un cine-varietà con la compagnia

De Filippo e i fratelli Maggio:

Pupella, Rosalia e Dante.

Qualche tempo dopo fu preso in gestione

da Amati, che aveva un circuito cinematografico

importantissimo, fra cui anche i

cinema “Adriano” e “Gregory”. Per non

fare concorrenza a se stesso, lo ridusse a

quello che in gergo si dice “pidocchietto” ,

e gli eredi lo hanno tenuto chiuso per 6

anni, poi, messo in vendita. Tutto il teatro

italiano si avvicendo a vederlo. Qualche

giorno prima anche Gassman era andato a

visionarlo.

Io era andata con mia madre e mi era scoraggiata,

in quanto Gassman non aveva

voluto prenderlo, perché necessitava di

due anni di restauri! Figurarsi se lo potevo

fare io! Però l’indomani ci siamo guardate

e abbiamo detto: “E’ questo!”. Quando

sono iniziati i lavori io mi sedevo su una

sedia e pensavo: “Qui, vorrei sentire della

musica!” E poi mi è tornato in mente che

io, in quel teatro “pidocchietto” ero venuta,

mentre frequentavo l’ Accademia, con i

miei compagni, mangiando pane e porchetta,

a vedere “La terra trema” di

Visconti, che era diventato un film d’essai.

Sicuramente era stata una sorta di “richiamo”.

Insomma sono state le circostanze a

Incontro

con il teatro

di alta

classe

Ileana Ghione

portarmi in questo teatro.

Come ha scelto lo staff che lavora

intorno a lei?

Man mano ho incontrato della gente e

“vivendo” si sceglie. E’ come nella vita: ho

incontrato questa persona, mio marito,

non so neanche io come! E’ un artista e

una persona rara! Alleggerisce la persona

che ama da tanti pensieri. Io non sarò mai

abbastanza grata a chi mi ha “mandato”

quest’ uomo! Per tornare alla scelta dello

staff,è “il fiume della vita” che mi ha portato

ad incontrare delle persone ed a scartarne

altre. C’è stato un periodo in cui persone,

delle quali avevo fiducia, mi hanno

delusa, e , contrariamente, persone che mi

hanno sorpresa. L’insegnamento che ne

ho tratto è che non bisogna mai chiudersi

, malgrado le esperienze negative, perché

dopo il “temporale” arriva sempre un “raggio

di sole”.

Quali emozioni ricerca nella scelta

dei suoi testi?

Delle cose che possano parlare del destino

dell’uomo, del mistero della nostra vita. Io,

in fondo, quando leggo qualche testo, mi

arricchisco e li scelgo se mi “dicono” qualcosa

altrimenti non li metto in scena.


A volte, anche ridendo e scherzando si può

dire molto! Scelgo, comunque, sempre la

parola che è quella che “guarisce” e “uccide”.

Una parola positiva può farci risalire

dal buio, perché qualcuno ce l’ha detta o

l’hai trovata dentro di te, attraverso chissà

quali meandri. Voglio dire agli altri che la

vita è bella, nel bene e nel male, perché

noi siamo una cosa grande.

Come si fa a diventare un bravo attore

di teatro?

Bisogna amare davvero quello che si fa

ed essere sinceri.

E poi credo anche che bisogna

nascere con un ipersensibilità un

po’ speciale per questa cosa.

L’attore è molto “delicato” e non

si può “appoggiare” a degli schemi

precisi. Si, c’è una tecnica

per l’attore, ma guai a finire

solo nella tecnica. Ti devi sempre

mettere un po’ in discussione

e mettere anche in discussione

il modo in cui ti proponi, perché

se la gente non “capisce” certe

cose, forse non siamo riusciti a

farci comprendere. Ci sono persone

che lo vedono come un

lavoro, dove si ottiene un grosso

guadagno, c’è, poi, chi lo fa

per edonismo, e così la prima

ruga diventa un problema! Io so

fare questo e basta. Se dovessi

fare cose diverse da quelle che

sento penso che potrei anche

ammalarmi.

Quanto è importante per lei

la “sfida” dei testi classici di

teatro?

Noi faremo “Ecuba” al Ghione, dal

5 novembre al 4 dicembre. Ho voluto

leggerla bene ed ho deciso di interpretarla.

Magari vorrei proporre al regista

di modernizzarla un po’, anche negli abiti.

La storia è antica ma sempre attuale: questa

donna affida il figlio (il cui padre è

Priamo) ad un amico, con tutto il suo

denaro, per i tempi duri, e invece questo

le uccide il figlio tenendosi le ricchezze. Lei

torna, incontra quest’uomo, sapendo

quale atrocità ha commesso e si vendica,

facendolo uccidere. Questo è un pezzo

classico che mi piace molto.

Quanto spazio c’è per le donne nel

teatro?

Non c’è molto spazio. Non siamo molto

avvantaggiate. Se non rientri nei canoni

fissi di figlia, parente, moglie o amante

non c’è molto spazio, e quindi donne come

me si rimboccano le maniche e lavorano

sodo. E’ un po’ più dura, ma và bene così.

Bisogna dirlo, la donna qui da noi è ancora

molto, molto indietro.

Tre libri che suggerirebbe di leggere?

Io in genere leggo i testi teatrali.

I miei conterranei Gozzano e Pavese. E poi

suggerirei di leggere i grandi classici dai

“Promessi Sposi” in poi, per riappropriarci

del linguaggio, perché ormai non sappiamo

più parlare, abbiamo perso un patrimonio

di parole che avevamo quando

facevamo il Liceo.

Campo de’ fiori 11

Adesso stiamo inebetiti davanti alla televisione.

La cosa che ha di bello il teatro è

che tu partecipi perché contribuisci alla

riuscita di quella serata. Cominciamo stanchi

e terminiamo pieni di energia.

Cosa ne pensa dei premi letterari?

Ce ne sono tantissimi. Tanti scrivono.

Ben vengano, ma, onestamente non so chi

legge. Qui da noi si legge poco.

I suoi hobby e le sue passioni quali

sono?

Io non ho dei veri e propri hobby. Uno

potrebbe in un certo senso essere anche il

teatro.

Poi mi piace occuparmi dei miei vasi e dei

miei animali, ho tantissimi gatti, cani e

conigli.

Ma il mio hobby insostituibile è il teatro.

Possiede degli strumenti musicali?

Si, abbiamo dei pianoforti, perché mio

marito è musicista, anche io da ragazza ho

studiato, fino a quando sono venuta in

accademia. Ho frequentato il conservatorio,

ma sono stata una allieva mediocre

perché suonavo maggiormente i pezzi che

mi piacevano. Poi ho incontrato Chris, e mi

sono appassionata di nuovo alla musica,

quasi per “vicinanza”, e poi perché lui ha

inserito al Ghione, una intensa attività

musicale.

Com’è il rapporto artistico con suo

marito?

Non ce ne accorgiamo neanche. Ci vogliamo

tanto bene, ci stimiamo. Noi stiamo

tanto bene insieme: ci siamo incontrati e

più stiamo vicini, più ci piace.

Condividiamo tutto. Vado ai suoi concerti.

Mi piace conoscere i suoi amici. Ma lui fà

altrettanto: mi segue, anche se alle volte

non ne ha voglia. Lui si occupa anche di

tutte le questioni pratiche del teatro per

alleggerire le mie giornate!

Cosa ne pensa della mondanità?

Penso che non mi riguarda come mondanità

fine a sè stessa. Se poi la intendiamo

come “mondo”, questo mi piace. Entrare in

contatto, imparare dal mondo, ma certi

formalismi che si leggono sulle riviste, no,

non mi hanno mai riguardato. C’era una

serata dove ero stata invitata, che ho

evitato accuratamente, perché lo

trovo uno spreco di tempo, io in

fondo, sono una persona semplice,

una grande lavoratrice.

Delle attrici di oggi e delle veline

cosa ne pensa?

Può darsi anche che qualche velina

diventi una Eleonora Duse, io non

posso dirlo! Ai miei tempi non esistevano

questo genere di personaggi

e, comunque, non avrei mai desiderato

fare una forma di spettacolo

di questo tipo, mai, mai, mai. A me

interessa il teatro, non il divismo.

In passato, facevo qualcosa in TV,

come gli sceneggiati, ma erano sempre

pezzi di teatro “adattati” alla

televisione, perché non sarei stata

capace di fare altro. Ognuno deve

svolgere quello che è in grado di

fare, io so fare teatro e mi piace. Non

critico alcuna forma di spettacolo

anche se, onestamente trovo sia un

decerebrare le persone attraverso

messaggi che tali non sono. C’è una

povertà di comunicazione con qualche

immagine e degli esempi, come le soap

opera dove si arriva a mille e passa puntate.

Si fanno “resuscitare” i morti, i personaggi

compiono azioni disdicevoli. Ma

fanno da modello per la società che si plasma

su questo e non sa che stà passando

la vita su cose che non esistono, dimenticandosi

di vivere. La gente “non vive”! Io

ho una casa con oggetti, mobili che “viviamo”

da 40 anni. Le cose le “uso”, il mazzo

di fiori, che ricevo, lo faccio essiccare, per

ricordo e lo conservo, e così tante altre

cose.

Per concludere, mi auguro di condividere il

teatro con “qualcuno”, e se la gente, dopo

lo spettacolo serba qualche buon ricordo,

significa che a qualcosa sono servita. Le

dirò un’altra cosa, se non avessi fatto l’attrice,

sarei andata a fare la missionaria nel

terzo mondo, per questa idea che ho di

aiutarci e capire chi siamo e dove andiamo.

E’ bellissimo conoscere la natura

umana e anche sapere cos’ è un suono,

una parola e il suo significato.

Dott.ssa Loredana Filoni


Campo de’ fiori 13

“Tegole e fregole”

una favola dei nostri giorni

Il 4 Ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi, “prima” al Salone Margherita della commedia musicale con

Riccardo Garrone e Miranda Martino. Monica Cirinnà presente alla conferenza stampa.

Riccardo Garrone

E’ stata fissata nel giorno del santo di

Assisi la “prima” della commedia musicale

“Tegole e fregole”- I gatti di Roma di

Silvestro Longo, Sergio Iovane e Marco

Lupi. Grandi gli interpreti: Miranda Martino

(cantante, attrice di teatro, di cinema e di

musical) e Riccardo Garrone ( attore a 360

gradi dal grande cinema alla commedia

all’italiana, al teatro, fiction e pubblicità).

Un folto gruppo di ballo composto da dodici……..”gatti”.

Musiche di Alberto Laurenti.

Si replica fino al 30 Ottobre.

La storia è ambientata nella vecchia Roma.

Protagonista Marcella

(Miranda Martino)

un’anziana

quanto arzilla “gattara”

che abita in

un piccolo attico a

Trastevere.

La donna, vedova è

circondata da dodici

gatti che cura amorevolmente

e che,

con l’andare del

tempo ha imparato

a decifrare. Corteggiata

da un

nobile decadente,

Augusto Colonna

(Garrone), sofferente

d’asma per

tutti questi gatti, le

proporrà di unire le

loro solitudini. E in

questa diatriba tra Augusto e i gatti, alla

fine l’amore trionferà. La commedia

affronta importanti tematiche quale la solitudine

degli anziani, la solidarietà, l’amore

e il rispetto per gli animali.

A presentare l’evento, con una rassegna

stampa, Monica Cirinnà, vice presidente

del Consiglio Comunale e Delegata del

Sindaco di Roma per i diritti degli animali.

L’assessore Cirinnà ha contribuito a questa

realizzazione con un fondo di diecimila

euro, ritenuto più fruttuoso di una campagna

pubblicitaria.

“Il gatto rappresenta per Roma un cittadino

a pieno titolo – spiega la delegata del

Sindaco – e dato che ai giornalisti piacciono

i numeri dirò che Roma è la capitale dei

gatti in Europa. Noi abbiamo trecentomila

gatti, dei quali centoottantamila abitano

nelle case dei romani e gli altri centoventimila

nelle colonie feline protette dall’amministrazione

comunale e mantenute dagli

stessi cittadini”. Anche Miranda Martino ha

confessato di essere una grande estimatrice

di animali, i gatti in particolare. “Lo

sguardo degli animali – ha detto – mi

mette un senso di colpa, perché non si

sanno difendere! Questo ruolo mi esalta e

mi terrorizza, ho dovuto imparare a

memoria settantacinque pagine!”.

Le musiche sono state scritte da Alberto

Laurenti, alternando ballate d’amore a

canzoni ritmiche, pensando al carattere

dei gatti, alla loro aggressività e mobilità.

Laurenti lavora da moltissimi anni alla canzone

romana, ha fondato la “Piccola

Orchestra Romana” ed è stato produttore

di Sergio Centi, Gabriella Ferri e Franco

Monica Cirinnà con la compagnia

Miranda Martino

Califano.

Secondo il maestro, una nota a parte spetta

al brano “Roma de notte”, in quanto

merita al di là della commedia. Il brano è

splendidamente interpretato da Gabriella

Scalise , già doppiatrice ufficiale della

Disney e facente parte della “Piccola

Orchestra Romana”. Un’ultima nota a cui,

uno dei registi, Silvestro Longo, tiene particolarmente

è che “in questo musical non

vi è alcun accostamento a Cats, dove gli

interpreti, bellissimi, cantavano.

I nostri non cantano ma saltano! Hanno

fatto quindici giorni

di mimo con il

coreografo Claudio

Meloni, proprio per

non dare l’impressione

di essere dodici

ballerini. Vedrete

dodici elementi

che si muovono da

gatti. Tutte le movenze

feline in coreografia,

saranno

appunto movenze

feline, non da umani,

e questa è una

caratteristica importante”.

Spettacolo da vedere

e da ”sentire”!

Dott.ssa

Loredana Filoni


Il Mar della tranquillità ......

non è più tale !

Nel 4° giorno di luna crescente....

il

ROCK SUONAPOTENTE

E’ notizia di qualche mese fa che i cinesi si

preparano, a breve, ad organizzare propri

viaggi spaziali e relativi sbarchi sulla Luna,

allestendo cosiddette missioni SHENZHOU,

istruendo allo scopo anche rappresentanti

del gentil sesso già definite “taikonaute”……

Il “made in China” sarà, da quel momento,

un fatto davvero universale… dalla base

Luna partiranno esportatori… si.. si, esportatori

e non esploratori, dagli occhi a mandorla

per le mete più sperdute della galassia…

alla conquista di nuovi territori commerciali…

ma in Europa, Italia, più esattamente

a Roma, il popolo del pianeta

Rock, (vanta numerose “enclave” sparse

sul pianeta Terra!!!), da oltre dieci anni, si

è organizzato per vivere in perfetta armonia

con … “4 Lunatici”, tributando loro ampi

consensi, partecipando in massa, ai loro

frequenti “parties lunari” e acquistando

dischetti…musicali” … quanto basta per…

non farli tornare sulla Luna insoddisfatti!

La “banda dei 4” … in controtendenza

rispetto ai cinesi, è atterrata sul pianeta

Rock nel 1994, sotto mentite spoglie,

prendendo in prestito dalla nomenclatura

zoologica il nome di un … ragno,

“Neriene”, sbarcando e consumando, di li

a poco, le prime “5 razioni musicali” necessarie

per la loro permanenza sul “Rock”. C’è

da dire che la missione, all’epoca, era stata

studiata attentamente dai responsabili del

progetto “GUG –GUG – GUG” (traduzione

letterale dal Lunatico: corde tese e plettri

ardenti) e ai partecipanti, reclutati tra giovani

della “dark side lunare” che avevano

risposto al bando di arruolamento … si

richiedevano diverse doti, tra le quali l’abilità

tecnica nell’uso di alcuni oggetti che i

reclutatori, tipi che, si diceva a voce di

Lunatico, avevano studiato non poco, chiamavano

“strumenti musicali”, con particolare

riguardo ai “cordofoni” e ai “membrano-

IV

foni”… dalla selezione, tremenda, filtrarono

4 tipi… con la luna storta quel giorno e sicuramente

nei giorni a venire… dai documenti

di sbarco esibiti ai “buttadentro” del

“varco planetario” di “Rock”, ai componenti

dell’allegra combriccola risultavano essere

stati attribuiti, dopo il processo di condizionamento

previsto dalla procedura di Mother

Miki Chessa...una voce dallo spazio

Moon, “keep yourself alive, always!”i

seguenti “identifycodes”: Mike & Laki

anche detti Chessa Brothers, in precedenza

abilissimi “creatori di crateri lunari”,

riconvertitisi, per la missione, ad imbracciar

chitarre, Alex “Julius” Giuliani, direttore

di ritmo al cantiere di “Mare Vaporum”,

assegnato alla “macchina dei tempi” uma-

Mr BJ da una foto d’archivio ritrovata

sotto un cumulo di ... polvere lunare

namente parlando… la batteria, ed ultimo

ma non ultimo Mr Andrea “BJ” Caminiti,

un fido collaboratore di “Julius” ai “Mare

Vaporum”, ex “grattatore di profondità della

crosta lunare” successivamente trasferito al

consolidamento delle pareti dei crateri e

all’ingrassaggio delle trivelle perforanti di

“Mar Frigoris”, un tipo assai tosto, assoldato,

dalla missione, al basso, con alto tasso

d’infiammabilità….. aveva voluto espressamente

che Mr. Precedessi su i suoi documenti

di sbarco… diversamente sarebbe

rimasto nei suoi crateri e tra le sue “polveri

lunari”…. In fondo in fondo si trovava

bene a dar giù “pneumatico”! Ai quattro,

ben presto, le mentite spoglie di NERIENNE

iniziarono a stare attillate e giunsero alla

conclusione che si dovesse essere se stessi,

fare “outing”….. insomma dichiarare di

LUNA

di Carlo Cattani

fronte al popolo di “Rock” di essere….

Lunatici…. Orgogliosi Lunatici, positivi, uniti

da profonda amicizia, con intenti amichevoli

ma fermi a far valere i loro ideali di

coscienza e musicali; di seguito ad una ……

celestiale riunione del 1996, con all’ordine

del giorno la questione “diversificazione del

logo e sostituzione dell’appellativo del

moniker: quale impatto sul popolo di Rock

?”, scelsero di chiamarsi all’unanimità “IV

LUNA” … e pare che quel giorno il primo

essere del pianeta Rock che li incrociò con

le nuove identità, di loro abbia detto:

“questo è un piccolo passo per questi

“4”…… ma un balzo gigante per noi

Rockettari……” I “4” nella penombra

della loro sala prove, elaborarono e assemblarono

con molta perizia, nel 1997, uno

“spruzzatore a nastro magnetico” identificato,

nello loro carte di rapporto a “Base

Luna” dal codice “PROMO 97”, caricato a

“tre songs” con capacità sonora di circa 20

minuti, che avrebbe consentito loro di sorvolare

e diffondere, sugli aspri territori di

“Mediaworld”, satellite principale del pianeta

Rock, un fluido, il “NOTARIL”, già musicalmente

consistente e creativo coraggiosamente

ESALTATO dalla scelta di spargerlo

al gusto dell’idioma ITALIANO: “…… e

dunque avanti con il primo passaggio,

andiamoli a prendere!” pare avesse

euforicamente esclamato Mr “BJ” ai comandi

dello “spruzzatore musicale”…. piccolo

ma efficiente “gingillo magnetico”, perché

la propagazione del materiale fu ampiamente

ripagata dai responsi di Radio “rock

oriented”, rock magazines, fanzines, webzine…

occasione di concerti… l’opera di

diserbatura” dalla gramigna musicale dila

IV LUNA live...nello scorso millennio

gante, era finalmente ripresa! Tuttavia, la

vita sul pianeta Rock, è risaputo, non è facile:

anni duri e difficili per i soci fondatori di

IV LUNA intenti a calcare la scena dovunque

ci fosse stato un palco ad ospitarli! I

“Germogli” di questo indefesso lavorio di

semina musicale, fatta di su e giù per palchi

e ore di affiatamento in sala prove,

sbocciano agli albori del 2000 con la realizzazione

del primo documento discografico

ufficiale, “LIBERAMENTE”, un’autoproduzione

che denota una qualità complessiva, di


sostanza musicale e di contorno (vedi l’artwork),

di livello non comune…… le aspettative

riposte già da anni da parte di lungimiranti

recensori del “PROMO 97”, trovano

ampi motivi di soddisfazione in questo cd di

6 tracce che vede la band percorrere, a

bordo del suo nuovo “veicolo” con abilità di

conduzione, la superstrada del pianeta

Rock. “LIBERA MENTE” , titolo/manifesto

programmatico degli intenti della band,

della volontà di “fuggire dai condizionamenti

sociali = prigione degli ideali”, suona

laborioso negli “intrighi” strumentali e incede

con passo pesante… un’ampia scelta di

“farciture” che esaltano la voglia di “far

passare” all’audience gli stati d’animo delle

composizioni, dei testi, particolarmente

curati, tendenzialmente ermetici e “filanti”

dal punto di vista della metrica, latori di

argomenti legati al quotidiano vivere “vicino

e lontano” , talvolta urlanti, talvolta delicatamente

offerti dall’espressiva voce di

“Miki”. Il cd, caratterizzato da brani “fuori

misura” rispetto ai 4 minuti classici, acme

del percorso artistico ’94-2000, si eleva grazie

a pezzi quali l’introduttiva “Balocco”, il

seguente “Germogli” e la title track “Libera

Mente”; l’opera è realizzata in un’atmosfera

musicale “protetta” costituita da una miscela

di generi dell’ampio spettro del rock, filiazioni

quali il “doom”, il “gothic”, il progressive

a sua volta diversamente sfaccettato

(esalazioni di prog italiano dei ’70, riferimenti

di metal progressive), heavy psich

un’affumicatura al “vapor Blach Sabbath”

Miki Chessa ... mentre ara i campi musicali

data dai solenni riffs chitarristici made in

“CHESSA BROTHERS”. Se scorrete in

Internet troverete di tutto e di più per cercare

di “arginare” il sound “Lunatico”… il

giudizio comunemente espresso è di

apprezzamento… e questo per una band è

fondamentale…! I IV LUNA tesaurizzano

tutto il vissuto di questa prima esperienza e

critiche, concerti, aspettative, di proposte, li

accompagnano alla realizzazione e successiva

pubblicazione, agli inizi del 2004, del

cd “D’INCANTO”. La novità principe è la

realizzazione del nuovo progetto con il

significativo sostegno dell’etichetta romana

BLOND RECORDS diretta da Enrico

Capuano, valido e multiforme musicista di

stanza nella capitale, che immette sul mercato

un cd altamente competitivo per confezione

e valenza artistica! Negli oltre 60

min. di “D’INCANTO”, il gruppo intesse un

“tappeto sonoro”, ad elevata tecnica esecutiva,

dove la varietà decorativa dei brani, la

loro forza suggestiva, fanno si che l’opera

“sbrecci” l’ascoltatore, al meglio, dopo ripetuti

ascolti. C’è il piacere di cogliere i “cambi

di colore” in questa “voce della luna” e i “4

maestri decoratori” realizzano un cd che

potrà piacere ad un’ampia fetta del pubblico

del pianeta Rock, soprattutto, da parte

di rochers evoluti, amanti dei “lati arditi” del

genere (hard/metal – prog – dark rochers…

ci sono tutti?), desiderosi di decriptare gli

“ululati”… alla IV LUNA e di seguire la ricchezza

delle linee musicali! Un sound, quello

catturato in questo cd che, a detta degli

autori, sarà “ripetibile” dal vivo, perché il

Laki Chessa... anche lassù qualcuno ci ama!

processo creativo e la realizzazione tecnica

hanno teso a privilegiare questa dimensione!

Un lampioncino e delle fragili falene

sono i testimoni del quotidiano passaggio di

consegne, del “braccio di ferro”, tra il giorno

e la notte… presto con la sua luce il

fanale sarà padrone della situazione notturna…

ma ora si sforza di emanare il suo flebile

bagliore così confuso con l’ancora

assorbente luce del tramonto… ma la IV

LUNA non è confusa e ci inebria con la sua

nuova atmosfera aprendo

la manetta e spandendo, tanto per cominciare,

il brano strumentale, “Allucinazioni”,

dall’introduttivo rabbioso riff chitarristico,

una arpione scagliato e conficcato nella

dura scorza di noi rockettari, caratterizzato

dalle evoluzioni della chitarra rampicante di

“LAKI” Chessa… il brano potrebbe rappresentare

una sigla d’apertura (d’assalto!) per

un programma radiofonico “specializzato…

la “sostanza” successiva è in crescendo!

Impietosi i “CHESSA Bros” annodano le loro

chitarre, come l’ordito e la trama ben serrati

di un tappeto, dove far risaltare la particolare

rappresentazione vocale del versatile

e potente “MIKI”, anche forti della giusta

tensione dei “fili del tessuto di base”

garantita da Julius “on drum” e BJ al basso.

Ho apprezzato molto questo cd (si vede?),

la sua generale compattezza e concretezza

sonora, fortemente caratterizzata da passaggi

aggressivi, ruvidi, epici, veloci, anche

“maculati” da atmosfere sospese ed episodi

attenuati al mite suono di un arpeggio di

chitarra acustica (A piedi nudi)… insomma

una IV LUNA … piena di vitalità!

Fase 2005: c’è qualcosa di nuovo oggi sulla

IV LUNA… BJ è stato richiamato da base

IV LUNA edizione 2004 ...

wanted dead or alive

Luna per organizzare una nuova “brigata

musicale”… il suo posto è stato rilevato da

GIACOMO “Tris” CITRO … you are welcome!

Così ricombatta la band alterna concerti alle

sedute di registrazione del terzo cd la cui

uscita è prevista per il 2006.

Un consiglio: non arrischiatevi ad un incontro

ravvicinato improvviso… cercateli direttamente!

www.quartaluna.com

Julius ... non ho tempo ... non ho tempo

devo andare

La IV LUNA ... nella sua recente “faccia”

RESTA DIVERSO, NON AVRAI PERSO

(da “Dictator Media”/ IV LUNA)

SCHEDA SINTETICA

FORMAZIONE 2005 “Miki” Chessa – chitarra

e voce solista, “Laki” Chessa – chitarra,

Alex “Julius” Giuliani – batteria,

Giacomo “Tris” Citro – basso.

DISCOGRAFIA come “NERIENE”: NERIE-

NE – demotape (1996), come “IV LUNA”:

PROMO ’97 – nastro 3 tracce autoprodotto,

LIBERA MENTE – cd autoprodotto 2000,

D’INCANTO – cd (Blond Records) 2004

Per informazioni sul gruppo ed acquisto

CDs : www.quartaluna.com e mail:

quartalunaciaoweb.it

www.blondrecords.com


01100 Viterbo -

P.zza Verdi, 2/A - Tel./Fax 0761.347651 e-mail: colb-viterbo@lisi-bartolomei.com

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Campo de’ fiori 17

Roma che se n’è andata: luoghi, figure, personaggi

Il Marchese del Grillo

Molte persone conoscono

il detto romanesco

ciai le pigne in

testa ma pochi, probabilmente,

ne conoscono

l’origine, ebbene

si, anche in questo

detto c’entra il famoso

Marchese del

di Riccardo Consoli

Grillo, un nobile

romano che amava

impiegare la maggior parte del suo tempo

escogitando scherzi di ogni genere.

Impegnato, quasi a tempo pieno, in questo

particolare lavoro egli amava prendere di

mira gli ebrei, vittime predestinate, che

detestava cordialmente e che, dall’alto della

Torre del suo Palazzo si divertiva a prendere

a sassate, essendo questi facilmente

riconoscibili per lo sciamanno che erano

costretti ad indossare, un cerchio di tessuto

color giallo cucito sull’abito o un nastro portato

sul cappello o su uno scialle.

Il Rabbino Capo ebbe a lamentarsi più volte

con il Papa per questi feroci scherzi, vere e

proprie aggressioni, che tanto divertivano il

Marchese del Grillo, talchè il Pontefice chiamatolo

a rapporto, lo rimproverò dicendogli:

“se proprio non puoi farne a meno,

getta loro della frutta”; il goliardico

Marchese non se lo fece ripetere due volte

e da quel giorno, in luogo di sassi cominciò

a lanciare grosse pigne sui malcapitati. Da

allora, non a caso, questo detto vuole avere

il senso di rimbecillimento della persona a

cui ci si riferisce e ciò con riferimento alle

conseguenze che può comportare una

pigna lanciata dall’alto di una torre e ricevuta

in testa.

Il Marchese del Grillo, tipico rappresentante

della nobiltà romana dei primi dell’ottocento,

vive nel Palazzo di sua proprietà sito sull’attuale

Salita del Grillo che da quella famiglia

prende il nome e che, sviluppandosi a

monte dei Mercati di Traiano, parte da

Largo Magnanapoli per arrivare in Piazza

del Grillo. Ai piedi della salita è ben visibile

l’Arco dei Conti e, lungo la medesima è

ancora possibile ammirare il poderoso fianco

del Castello Caetani edificato nel corso

del XIII secolo. Il Palazzo del Grillo è una

pittoresca dimora settecentesca costituita

da una facciata con un grandioso portone

barocco e due avancorpi, posteriormente, la

parte centrale è unita alla Torre che originariamente

costituiva un fortilizio mediovale;

come detto, questo Palazzo, che alla fine

del secolo scorso fu anche l’abitazione del

pittore Renato Guttuso, all’epoca era la

signorile dimora del famosissimo Marchese

la cui famiglia si sarebbe estinta successivamente

a Capranica, che delle burla fece la

sua attività principale. Volendo fornire

qualche notizia inerente questo notevole

edificio, ricordiamo il cortile, un giardino

pensile, famoso per le tre fontane che vi

furono costruite e che venivano alimentate

da una straordinaria sorgente dalla quale si

dipartiva una vena d’acqua che, infiltrandosi

dalle pendici del Quirinale, scendeva fino

ai possedimenti dei del Grillo che se ne servivano

per il loro fabbisogni. La Torre, ancora

superbamente conservata, fu edificata su

progetto dell’architetto Marchionne Aretino,

probabilmente nel 1223 e, salvo un brevissimo

periodo, fu sempre Ghibellina e rappresentò

la difesa contro i Caetani, il

Castello dei quali sorgeva nell’area dei Fori

Traianei; la Torre originariamente dei

Carboni passò ai Conti e, quindi, nel XVII

secolo ai del Grillo e fu allora che il

Marchese Cosmo nel 1675, vi fece aggiungere

il coronamento arricchito da grifoni

posti agli angoli, come ricorda un’epigrafe

commerativa. Tutte le notizie relative al

Marchese del Grillo che ci sono state tramandate

sono prive di elementi certi di conferma,

pare esistano dubbi persino sul

nome di battesimo, pertanto, non possiamo

essere certi ne del suo vero nome, ne della

sua data di nascita, ne sotto quale Papa sia

morto; sappiamo soltanto che egli, con le

sue beffe, si divertiva a sconvolgere il quieto

vivere di Roma, beffe portate ai danni,

oltre che delli giudei, anche di gente potente,

superba e privilegiata.

Ma è veramente esistito questo straordinario

personaggio che dall’alto della sua ricchezza

e potenza architettava scherzi con

squisita arte ironica, ribelle ad ogni regola

del quieto vivere?

Non potrebbe trattarsi, invece, di pura leggenda?

Dalle uniche notizie, assunte dall’Archivio

Capitolino, sappiamo con certezza che sono

esistite due distinte Casate del Grillo, vissute

tra il seicento e l’ottocento; sappiamo

che esiste il Palazzo, la tomba di famiglia e

disponiamo di alcune tracce lasciateci dai

cronisti dell’epoca; uno dei quali affermava:

“…quantunque non mi sia riuscito di

apprendere, per quante ricerche abbia

fatte, il suo nome né la data precisa della

sua nascita, ho potuto verificare dalle affermazioni

de’ suoi discendenti che egli è un

personaggio storico realmente esistito e

che molte delle bizzarre avventure, dalla

leggenda popolare unite al suo nome, fan

parte effettivamente delle gesta compiute

da quest’uomo che io sarei disposto a chiamare

l’ultimo e il più stravagante dei feudatari

romani…”.

L’ultimo e il più stravagante dei feudatari

romani, dice il cronista e, una figura del

genere, non poteva di certo sfuggire al

cinema. Il Marchese Onofrio del Grillo Duca

di Bracciano, Guardia Nobile e Cameriere

Segreto di Sua Santità Pio VII, (Gregorio

Luigi Barnaba Chiaramonti, 1800 – 1823),

magistralmente impersonato dall’indimenticabile

Alberto Sordi nella versione cinematografica

del 1981, per la regia di Mario

Monicelli, è una commedia sboccata e

divertente che invade il terreno della satira

papalina fino a quel momento regno incontrastato

di Luigi Magni, altro grande regista

della commedia all’italiana.

Il Marchese Onofrio del Grillo è il tipico rappresentante

della nobiltà romana dei primi

dell’ottocento, egli vive in una casa da

fiaba, circondato da personaggi altrettanto

fiabeschi che vivono ognuno in un mondo a

se stante e che difficilmente riescono ad

inserirsi nella realtà. Accanto al Marchese

Onofrio troviamo una madre, Marchesa del

Grillo (Elena Valenzano Daskowa) affezionata,

ostile e conservatrice; una parente

povera di nome Genuflessa segretamente

innamorata di Onofrio; una sorella Camilla

costantemente afflitta da un alito fedito,

sposata e con un figlio; uno zio prete,

Monsignor Terenzio (Piero Tordi), che ad

ogni costo vuol vedere elevata agli onori

degli Altari la Beata Quartina, una loro lontana

parente; il Sacerdote della Casa Padre

Sabino; un ragazzino, Pompeo costantemente

assillato dall’idea di trovarsi in peccato

mortale; un fedele e complice servitore

tutto fare Ricciotto (Giorgio Gobbi), oltre

che ascoltato consigliere, “…sa come se

dice Sor Marchese chi se gratta la fronte ci

ha le corna pronte…”; un mite ebanista

ebreo Aronne Piperno (Riccardo Billi), vittima

predestinata degli scherzi del Marchese;

un improbabile prete Don Bastiano (Flavio

Bucci) sconsacrato a seguito di un omicidio

e successivamente datosi alla macchia, ma

sempre pronto ad autonominarsi alle più

alte cariche ecclesiastiche “…Sor Marchese

se vedete er Papa ditegli che se me gira la

capoccia me faccio pure Vescovo, me faccio…”;

un carbonaro Gasperino impersonato

dallo stesso Alberto Sordi e, infine, Papa

Pio VII cui da vita uno straordinario Paolo

Stoppa.

continua a pag 19...


Per sfuggire alla noia il Marchese Onofrio

del Grillo, quasi sempre seguito dal fedele

Ricciotto, si mescola spesso al popolo, frequentando

bettole ed osterie e, proprio al

termine di una di queste stravaganti serate,

trova un ubriaco, certo Gasperino, carbonaro

di professione, un suo sosia; tutto

ciò non sembra vero al Marchese Onofrio

che, detto fatto, lo raccoglie, lo trasporta a

casa, lo fa lavare e profumare e, quindi,

mette su una geniale farsa, tanto da far

passare il malcapitato Gasperino per il

Marchese del Grillo anche agli occhi dei

suoi stessi parenti che non si accorgono

della sostituzione, mentre Gasperino si

adatta benissimo al personaggio.

Siamo in piena occupazione francese e

allorquando il Papa viene privato del potere

temporale, il Marchese Onofrio del Grillo

decide di lasciare Roma per raggiungere

Parigi, ma durante il viaggio viene a conoscenza

della caduta di Napoleone quindi

decide di fare ritorno, ma ecco la sorpresa,

il Papa lo ha condannato a morte per

diserzione e tradimento avendo egli

abbandonato il posto di guardia. Al suo

posto viene arrestato il povero Gasperino

che, ancora una volta, felice per essere

stato scambiato per il Marchese del Grillo,

ubriaco fradicio si avvia verso il patibolo;

“… la sera, dopo er lavoro, vado sempre

all’osteria a famme un goccetto, ma finisce

che invece di quarche bicchiere me ne

bevo na botte; è allora comincio a volare e

volo sempre più in arto e, dall’arto, vi vedo

Campo de’ fiori 19

tutti piccoli, piccoli e vi piscio a tutti in

testa…”. Il Marchese Onofrio, intanto,

mescolato tra la folla, si trova ad assistere

ai preliminari dell’esecuzione, non riesce a

darsi pace all’idea che un innocente possa

morire al suo posto, ma proprio quando

decide di intervenire in favore del carbonaio

l’esecuzione viene sospesa poiché si

apprende che il Papa ha concesso la grazia.

Questa la reazione del Pontefice che aveva

voluto rispondere con uno scherzo a colui

che dello scherzo ad ogni costo ne aveva

fatto un’arte.

Al medesimo tempo e nella medesima

piazza, però, il Marchese Onofrio deve

assistere alla esecuzione, questa volta

vera, del caro Don Bastiano catturato dalle

truppe pontificie ed è in questo frangente

che il regista Mario Monicelli, complice la

straordinaria bravura di Flavio Bucci, confeziona

una delle pagine più divertenti ed

allo stesso tempo più patetiche dell’intera

trasposizione cinematografica. Don

Bastiano, prima di essere giustiziato, interrompe

i preparativi del boia, prende la

parola dal patibolo e, rivolgendosi ai romani,

comunica che egli, nel momento in cui

affronta la morte, vuole perdonare tutti:

“…perdono il Papa che si crede il padrone

dei cieli; perdono Napolione che si crede il

padrone della terra; perdono il Boia che si

crede il padrone della morte; ma soprattutto

perdono voi tutti, figli miei, perchè

non siete padroni di un c…”. In questa

Roma Papalina, seriosa e bigotta il

Marchese Onofrio del Grillo, il cui motto è:

“Il grillo del Marchese sempre zompa, chi

zompa allegramente bene campa”, proprio

non si rassegna alla vita lugubre della sua

casta e, così, consuma la sua esistenza in

mezzo agli scherzi ed alle avventure senza

risparmiare nessuno, nemmeno il Papa

rischiando, come si è visto, persino la

testa.

Naturalmente i privilegiati sono sempre li

giudei anche per il loro spiccato senso

degli affari ed è su tale aspetto che il

Marchese Onofrio molto spesso riesce a far

leva, come nell’occasione in cui riesce a

raggirare un ricco mercante ebreo facendogli

credere che in una grotta abbandonata

situata in uno dei suoi possedimenti

sono stati rinvenuti alcuni grossi forzieri

molto antichi pieni, integri e ancora sigillati.

Si rende necessario, però, fissare il prezzo

di acquisto che lo stesso Marchese fissa in

un baiocco per ogni oggetto contenuto

dentro i forzieri; il mercante ebreo accetta

senza indugio alcuno la proposta, non

solo, ma vuole garantirsi con un patto

scritto che rappresenta la sua rovina, infatti,

aperti i forieri, questi sono ricolmi di

spille; il mercante dove pagare una somma

enorme anche se il Marchese la riduce

notevolmente.

Il Marchese Onofrio del Grillo ama si

mischiarsi al popolo ma, allorquando le circostanze

lo impongono, non disdegna di

avvalersi della sua condizione di nobile e

dei privilegi che questa comporta come

quando, allontanandosi dall’Osteria dove

si trova camuffato da popolano, in compagnia

del fido servitore Ricciotto, fattosi

riconoscere dalle guardie e dal Bargello,

costì intervenuti per sedare una lite, rivolto

agli altri avventori che vengono regolarm

e n t e

arrestati,

così li conforta:

“scusatemi

tanto, ma

io so io e

voialtri

non siete

un c…”.


20

Campo de’ fiori

Tesori d’Arte

San Pietro - Via della Conciliazione

“La bellissima facciata della basilica di San

Pietro, splendido esempio barocco del

Maderno, andava sfortunatamente a

coprire, a chi si accingeva ad entrare in

chiesa, la magnifica cupola di

Michelangelo, simbolo del collegamento

tra cielo e terra. Fu per risolvere questo

problema che il Bernini ideò il colonnato

che forma l’attuale piazza San Pietro. I

due bracci, che idealmente avvolgono la

cristianità intera, avevano soprattutto il

compito di “spostare” l’accesso alla chiesa

più avanti, ridando in tal modo alla cupola

quella monumentalità che la distingue su

tutta Roma.”

Ancora oggi ricordo quella lezione di storia

dell’arte, così determinante per le scelte

future di una giovane liceale. Per anni propensa

al giornalismo e alla letteratura,

proprio nei mesi decisivi per le scelte universitarie,

il giro di boa: non più i testi

classici, non le lettere antiche, che comunque

rimarranno col tempo passioni trasversali,

ma la matematica e l’arte del

costruire, lo studio dei monumenti e la

tutela dell’ambiente.

Una scelta difficile, per chi non aveva mai

preso una matita in mano, ma mai rimpianta,

nonostante le lunghe notti passate

al tavolo da disegno, in compagnia di

un’instancabile radio.

Durante gli anni universitari poi la ricerca

di un compromesso tra l’interesse per l’architettura

moderna e la stima per le grandi

opere del passato, le cui tracce indelebili

sono così vive in un museo all’aperto

quale è la città di Roma.

Da qui la scelta del restauro dei monumenti

, due anni di specializzazione durante

i quali finalmente viene trovato quel

compromesso. Sì, perché restauro è

rispetto del passato, è riconoscimento dell’eccezionalità

di un evento creativo ma è

anche architettura esso stesso.

Il concetto di restauro trova le sue radici in

un passato molto lontano, se si pensa che

già il faraone Sethi II nel tempio grande di

Abu Simbel consolida con un supporto

murario il braccio caduto della statua del

suo predecessore, il faraone Ramses II.

Forse Sethi II è legato al rispetto di un’immagine

simbolica che va ben oltre la pietra

ed è lungi da quel rispetto del passato

e della sua storicità che è acquisizione

moderna del restauro, ma ciononostante è

un esempio di come gli uomini di tutti i

tempi si siano sempre e comunque trovati

a stabilire un rapporto, spesso contrastante,

con il passato, con ciò che i nostri padri

prima di noi hanno realizzato e che ne è

poi diventato un’immagine distintiva nel

tempo.

Quante volte, di fronte ai grandi monumenti

del passato, viene spontaneo chiedersi

come in tempi più antichi si siano

potute concepire opere che sono divenute

spesso simboli delle nostre città!!

Quello che spesso ci sfugge è che la nostra

epoca è parte di una catena, è futuro

rispetto al passato e, così facilmente,

diventa passato per il futuro. Al di là del

gioco di parole, quel che vorrei trasmettere

è che quelli che per noi sono “monumenti”

nascono in realtà per soddisfare le

esigenze quotidiane di uomini vissuti in

un’altra epoca e, allo stesso modo, le

nostre strutture, così moderne, così lontane

per noi dallo splendore passato, diventeranno

in futuro testimonianza del nostro

modo di vivere, di un’epoca che, al pari

Il Tempio di Abu Simbel

Arch. Cristina Collettini

delle altre, avrà contribuito al progredire

dell’umanità sulla terra.

Perché restauriamo una chiesa, una villa

romana, così come un dipinto, una scultura

o i corredi funebri delle tombe etrusche?

Vogliamo cercare di strapparle al

tempo, farle rivivere, ma soprattutto

vogliamo trarre da queste opere il loro

significato più grande, quello di “testimonianza

storica”. Sì, perché la chiesa, la

villa, il dipinto, la scultura, il corredo funebre,

e la lista potrebbe continuare ancora,

sono come le pagine di un libro di storia,

in grado di raccontarci dei nostri antenati

e di permetterci di comprendere meglio

quello che oggi siamo e come lo siamo

diventati.

Di tutto ciò si dovrebbe tener conto quando

si affronta il restauro di un’opera d’arte,

coscienti che restaurare non vuol dire

ricostruire ex novo, restaurare vuol dire in

primo luogo comprendere l’opera, collocarla

nel suo contesto storico, rendere

esplicite tutte le notizie sul passato che

esso ci trasmette. Il restauro è anche, o

forse soprattutto, coscienza, perché intervenire

male su un monumento, vuol dire

alterare le fonti storiche o, addirittura,

perdere una testimonianza del passato.

Attraverso questo spazio vorrei sensibilizzare

i lettori su questo tema così diffuso e

attuale ma purtroppo soggetto a tanta

superficialità, come dimostra lo scempio

dei ripristini di cui è oggetto buona parte

del nostro patrimonio storico, affinchè il

passato non sia avulso al nostro vivere

quotidiano, ma elemento di dialogo in cui

il nuovo e l’antico possono convivere senza

entrare in competizione tra loro.


22

di

M. Cristina Caponi

Usa, 2005. Regia:

Michael Bay; interpreti:

Ewan Mc Gregor,

Scarlett Johansson,

Steve Buscemi;

sceneggiatura:

Caspian Tredwell

Owen, Alex Kurtzman,

Roberto Orci; fotografia:

Mauro Fiore; musica:

Steve Jablonski;

produzione: M. Bay,

Ian Bryce, WalterF. Parkes; distribuzione:

Warner Bros; durata: 2h e 16.

Un’iridescente tonalità algida avviluppa, in

maniera castigatissima, l’epidermide di

migliaia di persone, di ambedue i sessi.

Una scansione di poche decine di fotogrammi

sono sufficienti affinché questa

madreperlacea gamma di colore s’imprima

quale stereotipo del recente fantafilm eseguito

da un regista, Michael Bay, abile nello

sciroppare allo spettatore thrillers ad alto

tasso d’adrenalina.

Non a caso, nella filmografia del suddetto

virtuoso delle scene d’azione, ci s’imbatte

in titoli paradigmatici per la sua estrosità

nel confezionare opere “fuoco e fiamme”,

(ad esempio Armageddon e Peal Habour),

non esattamente in grado di scandagliare

in profondità la psiche umana. Nell’odierno

lungometraggio, il filmaker statunitense

punta su un argomento d’inquietante

attualità, paventando il rischio di una futura

clonazione umana; tuttavia, evita oculatamente

che il pubblico si lambicchi il cervello

in filosofeggianti discussioni sull’insostenibile

leggerezza dell’essere umano. I

protagonisti di quest’apologo sul cattivo

uso della scienza si aggirano ignari della

Campo de’ fiori

THE ISLAND

loro condizione, l’esser figli di un dio minore,

all’alba di un ipotetico 2019; compiaciuti

del fatto di appartenere alla schiera dei

pochi sopravvissuti ad un’apocalittica calamità

naturale, che ha deturpato in modo

irrecuperabile l’aspetto della terra.

Appagati della loro monotona esistenza in

un lembo del mondo denuclearizzato, i personaggi

principali Lincoln Six Echo (Ewan

Mc Gregor) e Jordan Two Delta (Scarlett

Johansson), insieme agli altri sopravvissuti,

ignorano la verità che si cela nelle loro supposte

identità. Puntualmente, gli uomini

che affollano la citata area sicura, scalpitano

di fronte al rendez vous settimanale di

un’ipotetica lotteria che promette loro di

indirizzarli nell’ultimo angolo di Paradiso

della terra, per ripopolarla. L’incipit da cui si

snoda il film

è legato in

ultima analisi

alla riffa:

amara scopertaaspetta

il giovane

Lincoln Six

Echo che

apprenderà

sulla sua

pelle della

natura utopica

di questo

macabro

gioco di lancio

di fumo

negli occhi:

egli e i suoi

compagni

non sono altro che cloni d’esseri umani.

L’inesorabile sete di conoscenza, che afflige

l’indole del protagonista è paragonabile a

quella del filosofo del “mito della caverna”,

contenuto nel sesto libro della Repubblica

di Platone. Anche in questo caso, colui che

si prefigge come obiettivo la verità, si stacca

dagli ammennicoli del mondo sensibile,

per raggiungere, dopo un lungo ed irto

cammino, le idee e il Bene.

In un genere di nicchia, quale la fantascienza,

le doti artistiche d’Ewan Mc Gregor

cozzano contro i dettami che un film di tale

risma richiede. Ad una scialba performance

dell’attore scozzese, fa eco una recitazione

sottotono della sua patner femminile

Scarlett Johnansson. Brilla notevolmente di

più la verve di caratterista di Steve

Buscemi, attore feticcio dei fratelli Coen,

seppur limitata nei recinti di un certo

manierismo.

Per uno spettatore che esige provare emozioni

forti, ben al sicuro sulla sua poltrona

in sala, è d’obbligo menzionare la scena

dell’inseguimento sull’autotreno, dalla

durata di ben 15 minuti, che si giova oltre

dei veicoli su strada anche di roboanti elicotteri.

Difficile, a conclusione della pellicola,

ritenere “The island” un film riuscito,

ben lontano dal progetto iniziale del regista

di dirigere “ un film divertente, capace di

trascinare il pubblico in una corsa mozzafiato”.

Casomai, il pubblico desideri approfondire

il tema della clonazione, è preferibile

rispolverare un successo di qualche anno

fa, “Gattaca” di livello artistico decisamente

migliore.

Ai posteri l’ardua sentenza.


24

Visto che nel nostro ultimo incontro ci

siamo occupati di alcuni dei vini della

nostra Regione, affrontiamo ora il discorso

su “quando” stappare una buona bottiglia.

Se si tratta di bottiglie di vino rosso, le

stapperemo con un certo atipico rispetto al

momento in cui andranno consumate, in

media un quarto d’ora, ma anche qualche

ora prima, se il vino che andremo a servire

è molto pregiato ed ha “maturato” molti

anni di invecchiamento. L’apertura anticipata

della bottiglia, serve per ossigenare il

nostro vino.

Se il vino non presenta malattie “serie”

l’ossigenazione consentirà anche la perdita

di piccole imperfezioni (come ad esempio

il sentore di tappo), ma se il vino ha

sostanziali malattie, anche l’ossigenazione

sarà vana per il “recupero” della

nostra bottiglia.

I vini molto giovani, le tipologie”frizzante”

e gli spumanti, vanno stappati

al momento di servirli, altrimenti

viene “spenta” la loro vivacità con la

conseguente perdita delle bollicine.

Per questi vini occorre anche ricordare

di avere l’accortezza di chiudere la

bottiglia con gli appositi tappi dopo

ogni giro di mescita.

Per i rossi “importanti” come il Barolo,

il Barbaresco e il Brunello di

Moltalcino, la teoria più divulgata

esige che le bottiglie vangano stappate

dalle due alle sei ore prima, questo

per consentire al vino di esprimere

per intero tutto il suo bouquet.In questo

caso, però, occorre tener conto di

una cosa a cui nessuno fa più caso,

ma che è importantissima: in campagna

la qualità dell’aria è diversa della

città, tener stappata una bottiglia

molte ore nei nostri appartamenti o

nei nostri locali non è prudente più

che altro per ragioni di smog, infatti il

nostro vino tende ad “assorbire” le

sostanze presenti nell’aria variando

alcune volte colori, profumi e sapori.

E’ altrettanto vero però il principio

che una mezza bottiglia di Barolo,

ben tappata e messa da parte per il

giorno dopo, offre la possibilità di

bere un vino ugualmente valido e

Campo de’ fiori

L’angolo ... cin cin di

Quando stappare

una bottiglia

di vino

forse anche migliore.

Continuando il discorso sui vini importanti

e invecchiati per molti anni, per agevolare

il contatto con l’aria e per dividere la parte

liquida dal deposito solido, prima del servizio,

non di rado, si esegue la decantazione.

Per questa operazione è necessaria una

caraffa incolore, preferibilmente di cristal-

Peccato di uova.

Se a cena non sai che fare,

leggi qui ed inizia ad operare.

Metti a bollire in un pentolino,

acqua, sale e qualche uovo genuino.

Mentre le uova sono a rassodare,

il condimento vai a preparare.

Dentro all’insalatiera metti,

prezzemolo, erba cipollina e menta a pezzetti.

Trita tutto finemente,

aggiungi senape lentamente.

Per fare il tutto amalgamare,

versa panna senza abbondare.

Or le uova son pronte già,

cerca di tagliare l’albume a metà.

E al tuorlo, che hai ben schiacciato,

ora aggiungi il preparato.

Il condimento è oramai fatto,

dentro all’albume versa il tutto.

Nel naso dei tuoi ospiti campeggia un gustoso

odore,

non indugiar e goditi il delizioso sapore.

Erminio Quadraroli

Letizia Chilelli

lo, dalla capacità di circa un litro.

Se, nel frattempo,ci accorgiamo che il

nostro vino rosso sia ancora troppo freddo,

la caraffa o più semplicemente il

decanter, va scaldato immergendolo in

acqua ben tiepida.

Bisogna fare molta attenzione nel travasare

il vino dalla bottiglia al decanter per evitare

che i depositi originati dall’età del vino

o dalla sua particolare struttura ricca di

tannini, non vadano a depositarsi dalla

bottiglia sul fondo della nostra caraffa.

La bottiglia, quindi, va osservata in controluce,

aiutandosi con la fiamma di una candela

per vedere il fondo. Poi, si inizia a

versare il vino tenendo verso il basso il lato

della bottiglia dove il deposito è maggiormente

pronunciato.

Il vino va versato molto lentamente,

ma appena i primi residui del

fondo si avvicinano al collo della

bottiglia bisogna interrompere di

colpo il flusso e eliminare il residuo

di vino: il vino in caraffa esprimerà

allora tutta al sua brillantezza.

Volendo dare un tocco finale, si

potrebbe far roteare la candela

attorno al decanter in modo che

tutti possano apprezzare lo splendido

colore del vino che invoglierà

la degustazione.

Con questo sistema si possono

recuperare vecchie o vecchissime

bottiglie che sono rimaste a dormire

in cantina, mentre meritano

l’onore della tavola.

Mi preme comunque ricordare che

se il vino presenta depositi tartarici,

si tratta di depositi naturali dei

vini invecchiati o con strutture particolari,

ma la maggior parte delle

volte sanissimi e con colori, profumi

e sapori che difficilmente scorderemo.

Appuntamento quindi al prossimo

numero deve vedremo “come”

stappare correttamente una bottiglia

e di vino e di spumante.


26

Campo de’ fiori

La Rubrica dei Perchè

Perchè sulle banconote, la parola EURO appare scritta con due alfabeti diversi?

La prima curiosità

della banconota

Euro che

intendo trattare

riguarda la parola

“EURO” che

appare in basso

di Arnaldo Ricci

a sinistra e a

destra di tutte le

banconote in

questione.

Come si può notare, sotto la scritta

“EURO” vi è un’altra parola che, con

la mia tastiera, non posso digitare, perché è

scritta con l’alfabeto Greco. Ebbene quella

parola è esattamente la traduzione in Greco

della parola EURO, utilizzando ovviamente

l’alfabeto greco.

Prima di andare avanti, però, voglio fare una

premessa che ci permette di capire la differenza

fra l’alfabeto utilizzato da un popolo e

la lingua da esso parlata.

L’alfabeto si può definire: una serie di simboli

che noi chiamiamo caratteri utilizzati per

scrivere e di conseguenza per pronunciare le

parole.

La lingua invece si può definire : la combinazione

in successione di questi caratteri che

Storia e Geografia

Qual’è la capitale del

Venezuela ?

i primi tre che indovinando, ne

daranno comunicazione i redazione,

riceveranno un simpatico

omaggio offerto da SAMU

Informatica

determina il significato delle parole e di conseguenza

del tipo di pronuncia.

Ebbene fatta questa premessa, possiamo

dire che negli stati dell’UE attuale, si parlano

diverse lingue: Italiano, Francese,

Tedesco, Olandese, Inglese, Finlandese,

Portoghese, Fiammingo, Spagnolo. Tutte

queste lingue elencate hanno una importante

caratteristica in comune, cioè tutte utilizzano

l’alfabeto LATINO!

Esiste inoltre in Ue, un’altra lingua, parlata

in Grecia, che non fa uso dell’alfabeto LATI-

NO ma di quello GRECO!

Ecco spiegato il perché della scritta con due

alfabeti della parola EURO che appare su

Tessuti

Via Rio Fratta, 11

Civita Castellana

Tel. 0761.513946

tutte le banconote.

Adesso voglio parlare di un’altra caratteristica

delle banconote in questione;

se osservate una qualsiasi banconota,

potete notare in basso a sinistra ed in

alto a destra il numero di serie della

banconota, preceduto da una lettera.

Mi limiterò a spiegare solo il significato

della lettera, perché sarebbe troppo

complesso parlare del significato

numerico.

Ebbene, la lettera davanti al numero di

serie, serve semplicemente ad indicare

lo stato dell’UE che ha messo in circolazione

la banconota!

Di seguito l’elenco delle lettere corrispondenti

agli stati che hanno emesso la banconota.

S-Italia, P-Olanda, Y-Grecia, X-

Germania, R-Lussemburgo, Z-Belgio, L-

Finlandia,T-Irlanda,J*-Gran Bretagna,

M-Portogallo, U-Francia, N-Austria, V-

Spagna

Da notare che la Gran Bretagna non fa parte

della moneta comune ma comunque è stata

riservata dalla BCE, la lettera J, qualora

decidesse di farne parte!


28

Campo de’ fiori

L’angolo del Bebè

Questo mese,

affronterò un argomento

di grande

interesse per le

mamme: i vaccini.

Tratterò sui tempi

e i modi di somministrazione,

la differenza

tra vaccini

obbligatori e facol-

Dott.ssa Loredana Filoni

tativi ed eventuali

controindicazioni.

I vaccini proteggono il bambino da malattie

che comporterebbero seri rischi per la

sua salute, ma destano sempre un po’ di

preoccupazione nelle mamme!

E’ comprensibile: si teme, infatti, che questi

farmaci possano avere effetti collaterali.

Anche il fatto che la somministrazione

avvenga con una iniezione, causa qualche

timore. Per iniziare, vediamo quali sono, in

Italia, i vaccini obbligatori:

1) difterite

2)epatite B

3) poliomielite

4)tetano

Quelli facoltativi ma raccomandati dal

Ministero della Salute:

1)haemophilus influenzae

B

2) pertosse

3) morbillo

4) rosolia

5) parotite.

Tutti i vaccini vengono somministrati con

un’iniezione che può essere, sottocutanea

(come l’antimorbillo, l’antirosolia e l’antiparotide),

oppure intramuscolare (antidifterica,

antitetanica e antipertosse) .

Anche l’antipolio che fino all’estate del

2002 era per bocca, ora si pratica per via

intramuscolare: il preparato tradizionale,

infatti, che conteneva il virus vivo attenuato,

è stato sostituito dal vaccino salk, a

base di virus uccisi. Questa formulazione,

a differenza di quella per bocca, non espone

i bimbi al rischio, anche se minimo, di

sviluppare la poliomielite in seguito alla

vaccinazione.

Inoltre quella per via orale, prevedeva la

somministrazione di due dosi di preparato,

mentre per la nuova, ne sono previste

quattro. Il farmaco iniettabile è vantaggioso

rispetto all’altro, perché non richiede

due ore di digiuno prima dell’inoculazione

e un’ora dopo e si può somministrare

anche in caso di diarrea.

I vaccini “raccomandati” non sono imposti

ma sono comunque vivamente consigliati,

dato che non sono meno importanti di

quelli obbligatori: rappresentano il migliore

strumento per difendere i piccoli, da

malattie che, per la loro gravità o eventuali

complicazioni, potrebbero comprometterne

la salute. Tra queste il morbillo, che

può causare un’encefalite (infiammazione

del cervello). Per quanto concerne il

discorso della meningite che è, appunto,

l’infiammazione delle tre membrane concentriche

che avvolgono l’asse cerebro spinale,

questa può essere causata da virus o

batteri.

Per le meningiti virali (60%) non esistono

vaccini. I preparati a disposizione servono

a prevenire le tre più frequenti forme batteriche:

da haemophilus influnenzae, da

meningococco e da pneumococco.

Attualmente tra le “raccomandate” c’è solo

l’anti-haemophilus influenzae.

Queste vaccinazioni non assicurano una

protezione completa nei confronti della

malattia, ma solo per il 20% delle meningiti,

quelle causate dall’haemophilus, dallo

pneumococco e dal meningococco. Il

rischio di meningite da haemophilus

influenzae di tipo B è particolarmente alto

nei primi 2 anni di vita, perché il sistema

immunitario non è ancora in grado di bloccare

il batterio prima che produca seri

danni.

Per quanto riguarda il vaccino contro lo

pneumococco, può essere utile sapere che

non protegge solo dalla meningite, ma

anche dalle forme gravi di otite e di polmonite

che il germe può provocare.

Cosa fare se il bimbo non stà bene il

giorno della vaccinazione?

Dipende dal disturbo: un semplice raffreddore,

una lieve diarrea o una leggera

tosse, non sono controindicazioni per il

vaccino.

Si può somministrarlo anche durante una

cura con antibiotici o una convalescenza.

Se invece il bambino ha la febbre, è meglio

rimandare, per evitare che il sistema

immunitario, già alle prese con un’infezione,

risponda in maniera adeguata. Spesso

si pensa che i vaccini siano controindicati

per i bambini che hanno manifestato una

intolleranza alle uova, mentre in realtà la

presenza delle proteine dell’uovo è così

ridotta da non esporre i piccoli ad alcun

pericolo.

Solo i bimbi che hanno già manifestato sintomi

di grave allergia (difficoltà respiratorie,

orticaria diffusa, svenimento, gonfiore

alla gola o alle labbra) non dovrebbero

effettuare la vaccinazione: per loro è

opportuno preferire preparati che non contengono

proteine dell’uovo (la preparazione

avviene su colture di cellule umane).

Per quanto riguarda la rosolia, questa è

una malattia banale, che però diventa

molto pericolosa, se contratta durante la

gravidanza, in quanto in grado di alterare

lo sviluppo del feto. Le vaccinazioni possono

provocare qualche lieve effetto collaterale,

come arrossamenti nella zona di inoculazione,

malessere generale, febbre, irritabilità,

pianto altrimenti non giustificato.

In genere questi disturbi si presentano a

partire da poche ore, fino a due giorni

dopo la vaccinazione e scompaiono nel

giro di qualche giorno.

Non tutti i preparati danno una copertura

assoluta: la protezione dipende dalla risposta

individuale del sistema immunitario e

dal tipo di vaccino.

Ad esempio l’antipertosse e l’antitetanica

non sono efficaci per sempre.

Infine, i prematuri devono essere vaccinati

attenendosi sempre alle date del calendario

ufficiale, perché il loro sistema immunitario

è già in grado di rispondere al vaccino.


Nel varcare la soglia del

delizioso ristorante di

Monterosi (VT), sorto il

1° Agosto 1994, si ha la

sensazione di essere a

casa propria. Candele

su ogni tavolo, un

meraviglioso camino,

un bar, vari “ricordidi

viaggio dei signori

Roberto Lippi e Maria

Gabriella Aita (i proprietari),

la cura di ogni

minimo particolare ce

la rendono davvero

amabile. La cosa che

più aggrada il nostro

palato è il tipo di cucina

che la signora M.Gabriella cura personalmente,

in ogni suo aspetto, sia dal punto

di vista salutistico, sia da quello “visivo”,

che non guasta. Qui si servono piatti sempre

nuovi, di volta in volta ed a seconda

del periodo dell’anno. E’ una cucina di alta

qualità e genuinità. I prodotti sono tutti di

primissima scelta: pomodori, olio extra

vergine di

oliva, sale iodato. Inoltre, i signori Lippi,

hanno eliminato le tradizionali friggitrici,

sostituendole con il forno a raggi infrarossi

(da non confondersi con il forno a

microonde): si bagnano i prodotti con l’olio

e si cucinano in questo forno. Il risultato

è ottimo! Le varie specialità hanno

Campo de’ fiori 29

Una gloriosa tradizione gastronomica chiamata

a cura di

Loredana Filoni e

Francesco Antenore

Il Ferro di Cavallo

spesso, come

base, i funghi porcini

dei vicini Monti

Cimini ed il tartufo

di Norcia. Da provare i “cuori, baci e

abbracci”: ravioli di formaggio con aggiunta

di miele e gorgonzola, il tutto guarnito

con spinaci freschi. E che dire delle

“Spianarelle del Ferro di Cavallo” con funghi

porcini e pancetta affumicata…!?!

Una vera delizia!

Per quanto concerne le carni,

sono tutte nazionali, maremmane

per la precisione, eccezion

fatta per l’entrecote

che è

argentina (ottima

anche questa).

Chi optasse per la

pizza qui trova il

suo regno! Vari tipi,

ma, soprattutto, “taglie

forti”: la pizza “normale”

è già più che abbondante,

se poi si vuole “esagerare”

c’è la maxi-pizza (tre volte il

peso di quella normale). Da sottolineare

che i piatti vengono

preparati tutti al momento!

Ottima carta dei vini, circa settanta,

per tutti i gusti e tutte le

tasche.

L’ambiente è tranquillo,

fresco d’estate e caldo d’inverno.

I signori Lippi molto cordiali e ospitali.

Si cena al lume di candela. I coperti

sono sessanta. Il riposo settimanale si

effettua di Mercoledì e Giovedì.

Il ristorante è provvisto, a pochi metri, di

un ampio parcheggio.

Per una cena romantica, fra amici, di affari,

ricorrenze varie, è un luogo da “gustare”

fino in fondo!

i signori Roberto e Maria Gabriella


32

Campo de’ fiori

CIAK SI GIRA

Le avventure di Pinocchio

di Roberto Moscioni

“C’era una volta un

pezzo di legno”....,

cosi’, CARLO COLLO-

DI, dà inizio a una

delle favole piu’ belle

della storia di tutti i

tempi che ha emozionato,

e che continuera’

a farlo, milioni di

persone di tutto il

mondo. Una storia

che, con il sapore di una favola, ci racconta

i problemi della diversita’, il contrasto

tra il bene e il male, dell’ essere padri e

dell’essere figli; incarnando tutto questo in

una serie di personaggi, ognuno con un

proprio significato morale e con un proprio

spessore fiabesco. Geppetto, un povero

falegname che vive in un piccolo paesino

della TOSCANA, un giorno stanco

del suo vivere in solitudine, decide

di costruirsi un burattino a cui darà il

nome di Pinocchio e la storia che segue

Nino Manfredi (Geppetto) in una scena del film

girata nel paese di Farnese

la conosciamo tutti. La fiaba di Pinocchio e’

stata la fiaba più imitata al mondo,e la più

rappresentata in ogni tipo di salsa. Sapete

a quando risale il primo film sul burattino

toscano?... esattamente al 1911, all’epoca

del cinema muto, per arrivare fino ai nostri

giorni con il colossale film “Pinocchio” di

Roberto Benigni. Il film di cui vi parlerò in

questo articolo, è quello del 1971 ovvero

“Le avventure di Pinocchio” di Luigi

Comencini che, insieme alla sceneggiatrice

Suso Cecchi d’Amico, fece questa bellissima

trasposizione cinematografica televi-

Farnese - set scelto per la caserma dei Carabinieri

Andrea Balestri nei panni di Pinocchio

siva. Il film fu una delle prime fiction RAI

a puntate coprodotta con la San Paolo

film, girata quasi tutta in esterni, senza

l’ausilio di teatri di posa e impiegando un

cast tecnico ed artistico di notevole impor-

Lo stesso luogo della scena

in una immagine attuale

tanza. Uno dei luoghi scelti a fare da cornice

al film fu FARNESE, splendido paesino

in provincia di Viterbo, scelto dallo scenografo

Piero Gherardi, che amava la Tuscia,

e che fu, infatti, anche lo scenografo del

film Brancaleone. Qui vennero girate molte

delle scene del film come quelle della casa

di mastro Geppetto, mastro Ciliegia, la

caserma dei carabinieri, gli esterni della

scuola e molto altro ancora. Ad impersonare

il falegname Geppetto fu chiamato il

grande Nino Manfredi che, invecchiato per

l’occasione, darà un’ indimenticabile inter-

Lo stesso luogo della scena

in una immagine d’oggi

pretazione. Per il ruolo di Pinocchio venne

scelto il piccolo Andrea Balestri; per il

Gatto e la Volpe furono chiamati gli indimenticabili

Franco Franchi e Ciccio

Ingrassia, perfetti nella parte; per il ruolo

della Fata Turchina venne scelta la bellissima

Gina Lollobrigida, per impersonare il

giudice, Vittorio De Sica; per il ruolo di

Mangiafuoco, Lionel Stander e per il direttorie

del circo, Mario Adorf. Per i ruoli

secondari, come ad esempio i due carabinieri

e gli abitanti del paesino immaginario,

vennero ingaggiati molti abitanti del

luogo; ma di questo e di altre interessantissime

curiosità parleremo nel prossimo

numero .....

Una scena del film al centro di Farnese

Farnese - scena del film

il set della foto soprastante in una foto attuale


Campo de’ fiori

Comitato Tecnico Scientifico

dell’Accademia Internazionale d’Italia (A.I.D.I.)

Il comitato sta lavorando per elaborare una scheda sulla cittadina di Civita Castellana che verrà

pubblicata sul prossimo numero. Per far questo chiediamo alle Istituzioni, alla scuole, all’ospedale,

alla gente comune, di darci una mano perché questo importante lavoro porti ad un

risultato obiettivo ed utile a tutti.

Ogni volta verrà elaborata la pagella del comune interessato ed assegnati i relativi “voti” di merito,

in base ad una scala di valori fissi. Questo permetterà di paragonare i risultati dei comuni tra loro e

premiare quelli più meritevoli.

LE GUIDE DI CAMPO DE’ FIORI

Partirà dal prossimo numero la rubrica “LE GUIDE DI CAMPO DE’ FIORI”. Conterrà la storia, le tradizioni, il folklore, la

gastronomia, l’economia, dei paesi che di volta in volta verranno sfogliati e monitorati. Scopriremo le loro bellezze e i

loro monumenti consigliando i migliori itinerari.

foto M. Topini

L’oggetto Misterioso

Vi invitiamo ad indovinare l’oggetto misterioso riprodotto nella foto di lato. I primi cinque che lo indovineranno e ne daranno

comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dal negozio IL QUADRIFOGLIO di Foggi Antonella.

33


34

Campo de’ fiori

Cari amici

la storia di Noel si arricchisce sempre più di nuove avventure.

Conservate gli inserti e... buona lettura

dai vostri Cecilia e Federico

soggetto e testo Sandro Anselmi

continua sul prossimo numero


Centro di Diagnosi e Terapia Neuropsichiatrica,

Psicologica, Logopedica, Psicopedagogica

Via T.Tasso 6/a - Civita Castellana (VT)

Tel. 0761.517522

Dott.ssa Eleonora Tabarrini

Psicologa,

Psicofisiologa Clinica

“In casa devo

sempre fare tutto

io, lui non prende

mai un’iniziativa,

non mi dà mai

una mano; anche

nell’educazione

dei figli, nelle

scelte quotidiane,

lui non c’è

mai «Fai tu», mi

dice. Io sono

stanca, ho mille

cose da fare, uno

stress altissimo,

non ho mai tempo per me…” La donna seduta

davanti a me ha circa trent’anni, forse qualcuno

in più, ha un aspetto molto curato e, con

uno sguardo carico di ansia mi chiede un aiuto

per il marito: “ Lei deve darmi una mano, perché

secondo me ha qualche problema; ha

sempre bisogno che ci sia io a fargli le cose,

anche le più stupide… se non ci fossi io non so

cosa farebbe. Gli deve far capire che così le

cose non possono andare, ad esempio…” e

segue una lista abbastanza lunga di cose da

“aggiustare”.

La soluzione sembrerebbe facile: aiutare questa

persona immatura ed irresponsabile a crescere,

a diventare più autonoma, a giocare un

ruolo attivo nella vita di coppia e nel menage

familiare. Stiamo ovviamente parlando del lui

in questione. Bene, ammesso che fosse giusto

e che si riuscisse ad operare questa metamorfosi,

forse ci si troverebbe di fronte a qualcosa

che ci spiazzerebbe. La signora, probabilmente,

direbbe qualcosa del genere: “Sì,

certo, ora le cose sono molto cambiate, lui è

molto diverso, apprezzo tutto quello che cerca

Campo de’ fiori 35

La sicurezza di sentirsi indispensabili

di fare per me, ma… non lo so… mi manca

qualcosa. È strano, è come se avessi perso

l’entusiasmo, il trasporto di un tempo, lo vedo

con altri occhi”, oppure: “ a volte penso che io

non sia più così importante per lui, è cambiato

troppo, sembra non aver più bisogno di me.

Forse non mi ama più come prima”.

Questa donna, come tante, passa la vita ad

anticipare i bisogni delle persone che le stanno

intorno: marito, figli, genitori, fratelli,

amici. Le viene naturale, a volte le è necessario

riuscire a soddisfare i desideri e le aspettative

degli altri, spesso ancora prima che gli

altri possano fare delle richieste. Ad esempio,

è lei che fa notare al marito quando è giunto

il momento di cambiarsi la camicia, oppure, il

figlio non fa in tempo a lasciare un oggetto

fuori posto, che lei prontamente lo recupera e

lo mette in ordine, o ancora porta la colazione

a letto al figlio anche se è arrabbiata con lui

perché è rientrato troppo tardi e si giustifica

con il marito dicendo che, se non facesse così,

il figlio non mangerebbe.

La signora non riesce a dire “no”, fino al punto

di divenire indispensabile per molta gente. Il

risultato è che si troverà sempre circondata di

persone che “prendono, prendono e non

danno mai”, o che danno tutto per scontato,

non apprezzano nulla e, a volte, le mancano

di rispetto (spesso infatti, le persone da aggiustare

sono i figli).

Invece di prendere in consegna figli o mariti,

inviterei questa donna a riflettere un po’ su di

sé e su alcune considerazioni.

Punto primo. Spesso concentrarsi sui problemi

altrui e vivere in funzione del cambiamento

salvifico che grazie a noi potrà compiersi,

aiuta a non guardare dentro di sé, ad evitare

di mettersi in discussione, a non pensare ad

aspetti di noi stessi che non accettiamo, che ci

fanno star male perché non sono in sintonia

con l’immagine che abbiamo di noi. Cosa succederebbe

a questa signora che “non ha mai

tempo per sé” se si fermasse un attimo e si

guardasse allo specchio, invece di concentrar-

si su chi le sta intorno? Forse non si piacerebbe

poi così tanto, forse si scoprirebbe tutt’altro

che perfetta e, dietro la maschera dell’ineccepibilità,

vedrebbe parti di sé da tempo

rimosse. Allora meglio non guardare; il meccanismo

che scatta è quello della proiezione:

le nostre parti negative e rimosse tendiamo ad

attribuirle all’esterno - non sono io, è lui-, e ci

sentiamo meglio cercando di migliorare gli

altri.

Punto secondo. Fino a quando vivrò in funzione

della persona che amo, anticiperò i suoi

bisogni, mi sostituirò a lui nelle scelte e nelle

azioni, non dirò mai di no, la renderò assolutamente

dipendente da me. Tutto ciò potrebbe

essere molto faticoso, certo, ma mi permetterebbe

di avere un controllo molto forte

su di lei: divenendole indispensabile, infatti,

non correrei nessun rischio di essere lasciata,

abbandonata.

Un forte timore abbandonico, infatti, è spesso

la molla che fa scattare la ben nota “sindrome

della crocerossina” o la parallela “sindrome di

Onde Woman”; ho bisogno che gli altri abbiano

bisogno di me, essendo sempre disponibile,

efficace, perfetta in tutto ciò che faccio,

così nessuno potrà mai fare a meno di me,

nessuno potrà rifiutarmi. Questo atteggiamento

nasconde una scarsa autostima, la

convinzione, spesso inconscia, di non valere

molto. Se sono io la prima a non rispettarmi,

a non concedermi uno spazio personale prioritario

a tutto il resto, il messaggio che arriva

a chi mi sta intorno, figli compresi, è che io

vengo dopo di tutti, che non merito rispetto,

che le cose che faccio, quindi, hanno poco

valore.

La mancanza di stima personale è spesso

accompagnata dall’intima convinzione di non

essere degni dell’amore dell’altro; “visto che

non valgo molto e che in fondo non mi ritengo

degna di amore, l’unico amore che potrò

ottenere (e che merito) sarà quello legato al

bisogno: sarò molto brava, sarò come tu mi

vuoi, siccome non potresti mai amarmi per

quella che sono, mi amerai per quello che faccio

per te; mi renderò indispensabile, tu avrai

bisogno di me e non potrai mai lasciarmi, solo

così sarò al sicuro. Parafrasando una famosa

espressione della Norwood, “amare troppo”

qualcuno significa non amare affatto sé stessi

e, forse non poter amare nessuno, davvero.

E’ possibile porre quesiti relativi agli interventi

terapeutici e diagnostici e ricevere chiarimenti

in proposito, visitando il sito

www.centroceral.com , inviando una e-mail a

info@centroceral.com , o chiamando al num.

0761 517522


36

“Porca miseria !

Ancora …!” commentò

ad alta voce il Signor G

dopo aver aperto il frigorifero.

“Ma che me lo fai

apposta: non posso

di Gianni Bracci neanche vederli e cosa

trovo in frigo ? Broccoli

! BROCCOLI !” , continuò,

sempre ad alta voce, per farsi sentire

dalla moglie. La Signora Carla stirava sommersa

dalla solita montagna di panni, nella

stanza vicina. Rispose con il tono paziente

di chi si aspettava quella sfuriata:

“Albertino, per esempio, li mangia”.

Albertino, l’ultimo nato: aveva poco più di

quattro anni. “Tre cime di broccoli ? Vuoi

farcelo diventare, forse ? ” “Stavano in

offerta speciale. Non hai sentito cosa dicono

le associazioni dei consumatori: acquistare

prodotti in promozione significa

risparmiare fino al 40% sulla spesa quotidiana”.

“Ho capito…. va bene risparmiare

su tutto ciò che consumi, ma quello che

non ti piace, cosa lo compri a fare ?

Mettere da parte qualche soldo per poi

mangiare che è uno schifo: bella filosofia

!” “Beh…” tentò ancora, timidamente, di

giustificarsi la moglie, comunque convinta

delle sue ragioni:“Sono antitumorali, lo

hanno detto al telegiornale. E poi, se pro-

Campo de’ fiori

Le (dis)avventure del signor G.

CONSUMI

prio avanzano, li porto a mia madre”. “Non

vedo perché dovrei far mangiare ai miei

suoceri prodotti antitumorali in offerta

acquistati con i soldi del mio stipendio”. “Il

nostro stipendio”. “ Vabbè, è mischiato.

Come faccio a sapere se usi i miei o i tuoi

soldi”. Silenzio. Questa volta la Signora

Carla gli aveva concesso l’ultima parola.

Miracolo. Si allungò sul divano per rilassar-

CARTOLINA DI ABBONAMENTO ANNUALE

SI desidero abbonarmi a : Campo de’ fiori (12 numeri) a € 25,00

I miei dati

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Telefono______________________e-Mail________________________

si un po’. Chiuse gli occhi affinchè il ricordo

dei maccheroni fatti in casa che gli preparava

sua madre potesse riemergere dall’oblio;

li faceva sottili quanto bastava perché

prendessero bene il sugo senza perdere

consistenza e glieli serviva completamente

ricoperti da una coltre di parmigiano:

erano il piatto che preferiva in assoluto.

D’altronde amava tutto quello che cucinava

sua madre, altro che la zuppa di

cereali congelata o la pastasciutta precotta

arraffazzonate in fretta e furia dalla

moglie. In compenso il Signor G, volente

o nolente, aveva imparato a mangiare le

cose più disparate. Per quanto fosse umanamente

possibile cercava di non far sprecare

nulla per due motivi: primo perché

quel cibo veniva comprato con i soldi del

suo (loro) stipendio; secondo, perché gli

avanzi sarebbero molto probabilmente

finiti sul tavolo di sua suocera, cosa che,

assolutamente, aborriva. Aveva appena

ritirato la posta. Pensò bene di dargli uno

sguardo. Tra una bolletta e l’altra, grandi

fogli patinati reclamizzavano i prodotti di

un ipermercato vicino casa sua. Li guardò

stancamente, soprattutto per controllare

se fossero scesi i prezzi di fotocamere digitali

e telefonini, ma ad un tratto i suoi

occhi strabuzzarono su una parola inquietante:

FAVE, fave surgelate in offerta.

Guardò meglio: f…a…v…e !

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Campo de’ fiori

Vorrei incontrarti fra cent’anni

E’ una grande famiglia di cinque generazioni

quella di Maria Giuseppina Proietti,

nata ad Amelia il 26 Settembre del 1905.

Insieme a sua figlia, ai suoi quattro nipoti,

agli otto pronipoti e ai tre figli dei pronipoti,

Maria Giuseppina ha spento 100 candeline,

contornata dall’affetto dei suoi cari.

Giuseppina arriva a Civita Castellana all’età

di quattro anni, insieme ai genitori e ai

suoi quattro fratelli.

Pur vivendo una vita fatta di stenti e di

faticoso lavoro nelle campagne, con due

conflitti bellici che hanno stretto la morsa

della fame e della paura sulla nostra Italia,

nonna Giuseppina ha vissuto una vita

Maria Giuseppina, il giorno del suo compleanno, insieme alla figlia Anna

semplice ma felice, nonostante i tempi.

Conosce Ottorino Ricci che diventa suo

marito e dalla loro felice unione nascono

Anna e Italo, scomparso da qualche anno.

L’affetto che nonna Giuseppina ha saputo

dare ai suoi figli e ai suoi nipoti, la ripaga

oggi di un’altrettanto affetto che i suoi cari

le rivolgono ogni giorno. Giuseppina infatti,

vivendo con la figlia, con una nipote e

due pronipoti, viene accudita con tanto

amore e con la devozione di cui, le persone

della sua età, hanno bisogno.

Quando si incontrano persone come

nonna Giuseppina viene spontaneo chiedersi

cosa si provi ad avere cento anni, se

ci si può rendere

conto di aver raggiunto

un secolo di

vita, se insieme

alle tante esperienze

vissute, ai fatti

della storia, sia

cambiato qualcosa

nel carattere, nei

sentimenti, nel

rapporto con le

altre persone.

Guardando dietro

di se, ci si rende

conto degli anni

trascorsi?

Come si riesce a

creare un legame

tra i primi anni

della propria vita

con quelli che si

vivono attualmente,

in cui tutto è

cambiato e anche

le persone sono

diverse?

Come immaginiamo

di essere noi a

cento anni, cosa ci

aspetterà raggiunta

l’età di cento

anni, ammesso e

non concesso che

ci sia data la facoltà

di arrivare a

questa età?

Cento anni sono

Maria Giuseppina Proietti a 88 anni

37

davvero tanti e per rendersene conto

basta aprire un libro di storia e leggerne

tutti gli avvenimenti, le scoperte, i disastri,

le conquiste.

Ma chi questi cento anni li vive in prima

persona ha la facoltà di rendersi conto di

cosa ha veramente vissuto? Di quanta storia

è passata sopra di sé e quanta ne ha

creata a sua volta?

Sicuramente nonna Giuseppina questi anni

li ha vissuti con tanta semplicità, con quella

semplicità di cui noi non siamo più capaci.

Avrà sicuramente gustato ogni suo giorno

vissuto, avrà visto spuntare l’alba e calare

il sole con occhi sognanti e avrà gioito dei

suoi figli e dei suoi cari, cosa che non sappiamo

fare più noi.

Da parte nostra non possiamo che fare gli

auguri a nonna Giuseppina per i suoi cento

anni e augurarle tanta buona salute per il

futuro, con la speranza che possa trasmetterci

il segreto della longevità. Ma forse lo

ha già fatto e non ce ne siamo accorti.

Forse il segreto della longevità stà nel vivere

la vita “in semplicità”.

Cristina Evangelisti

Vivaci occhietti, radi baffetti, musino

acuto, capo orecchiuto, denti voraci,

piedi fugaci, coda sottile, forma gentile,

dirlo m’è d’uopo, io sono il.........

I primi cinque che telefonando in redazione

daranno la soluzione dell’indovinello, riceveranno

un simpatico omaggio offerto da

L’ANGOLO DEI DESIDERI


38

Campo de’ fiori

Amarcord - pronto......chi parla?

Egle Alba Nelli sull’ingesso del centralino

in Piazza Matteotti a Civita Castellana

(Foto Archivio Nelli)

Che bella quella pubblicità in cui si immaginano

le nuove tecnologie della telecomunicazione

al servizio del grande Gandhi.

Oggi le distanze sono state annullate dai

molteplici mezzi di comunicazione quali la

telefonia fissa, quella mobile, la rete web…

Certo che la differenza fra noi e i nostri

nonni è ben visibile. Una volta ci si affidava

alle Regie Poste Italiane per scambiarsi

notizie con i nostri cari lontani e quante

belle cartoline inviate magari dal fronte di

guerra alle care mamme e alle fidanzate.

Ma anche l’Italia, soprattutto dopo la prima

guerra mondiale, dovette stare al passo coi

tempi. Iniziarono a comparire i primi centralini

telefonici in cui le mani esperte di

graziose signorine, in camice nero, staccavano

e riattaccavano spinotti su un complesso

apparecchio che collegava una linea

telefonica con l’altra e dal quale, le stesse,

potevano, a loro discrezione, restare o

meno in ascolto della telefonata facendone

scaturire, magari, qualche pettegolezzo.

Qualche illustre cittadino iniziò ad avere,

presso la sua abitazione, la linea telefonica

tanto che, L’Avv. Mario Panetta di Viterbo,

nel 1913, indicava sulla sua carta intestata

“Telefono n. 43”. E ancora, nel 1929, lo studio

legale Avv. Marco Morelli di Civita

Castellana scriveva sulla sua intestazione

“Tel. Interprovinciale n. 31”. Come si può

notare dal numero telefonico, gli apparecchi

in circolazione in quel periodo erano

molto rari. Cominciarono poi a comparire,

nei luoghi pubblici, generalmente nei bar, i

primi apparecchi telefonici neri, appesi alla

parete, con la cornetta appoggiata in verticale

ed i numeri che dovevano essere composti

per mezzo di un disco, forato in corrispondenza

di ogni numero, che si doveva

far girare in senso orario. Bastava inserire

un gettone (di metallo rotondo con una

scanalatura su un lato e due nell’altro), che

generalmente veniva fornito dal barista,

dietro il corrispettivo valore in denaro, per

poter accedere alla linea e, con la faccia

rivolta verso il muro ed una flebile voce, si

cercava di evitare che i presenti, potessero

ascoltare la conversazione. Per chi se lo

poteva permettere, il telefono incominciò

ad apparire anche nelle case ed ecco allora

che, generalmente posto nell’ingresso, il

grosso, nero oggetto di lusso, incominciò a

diventare la disperazione di quei genitori

che, con figlie femmine in età da marito,

dovevano subire il suono di quel classico

trillo a tutte le ore del giorno. Come dimenticare

i fantastici film all’italiana con Ave

Ninchi, Totò, Alberto Sordi… in cui attorno

al telefono appeso nell’ingresso si creava

tutta una scena comica?

Con gli anni il telefono assunse forme diverse,

divenne molto più piccolo, di colore grigio

ed in seguito il disco dei numeri venne

sostituito dalla tastiera, per la gioia di quelle

donne che, fanatiche delle unghie lunghe,

rischiavano di spezzarle ogni volta che

dovevano infilare l’ indice nei buchi per

comporre i numeri.

Nel periodo che và dagli anni ’80 agli anni

’90 tutto è cambiato velocemente, i telefoni

hanno assunto le più stravaganti forme,

il classico trillo è stato sostituito dalle suonerie

più fantasiose e addirittura…… al telefono

“è stato tagliato il filo”.

A Civita Castellana, forse pochi ricorderanno,

il centralino telefonico era stato collocato

sotto il palazzo comunale in Piazza

Matteotti, proprio in quei locali che, all’ingresso

del comune, si trovano sulla destra.

Egle Alba Nelli, per circa venticinque anni,

dagli anni ’40 al ’65, vi ha svolto il ruolo di

centralinista/telefonista in quello che veniva

chiamato l’ufficio della TETI. In alcuni articoli

dei primi decenni del novecento risulta

che vennero fatti collegamenti telefonici fra

i paesi del cosiddetto “mandamento” di

Civita Castellana (Nepi, Castel Sant’Elia,

Fabrica di Roma, Faleri, Calcata, Gallese

ecc) con Viterbo e Roma. Sembra, inoltre

che la manutenzione delle linee telefoniche

fu assegnata in appalto proprio ad un cittadino

di Civita Castellana (tale Paolelli).(notizie

storiche – Prof.ssa Patrizia Fantera).

In aiuto di Egle Alba Nelli venne assunta più

tardi anche Leonia Nelli. Il lavoro della centralinista

consisteva all’epoca, oltre che nel

una bellissima foto di Egle Alba Nelli

(Foto Archivio Nelli)

raccogliere la telefonata, anche di andare a

chiamare la persona alla quale questa era

diretta. La persona veniva fatta accomodare

all’interno della cabina chiusa da una

pesante porta e poi le veniva passata la

linea. Quante telefonate sono partite da

quella centralina telefonica e quante ne

sono arrivate con la gioia di ricevere una

lieta notizia o col timore di riceverne una

brutta. Ma il periodo d’afflusso maggiore la

centralina l’ebbe negli anni in cui “la gente

di Puglia” immigrò a Civita Castellana per

portare mano d’opera ai campi di tabacco.

Il Sabato, la Domenica e nei giorni di festa,

questi si recavano ai telefoni pubblici per

poter chiamare i loro cari che, a loro volta,

venivano chiamati “di corsa” da un’altra

centralinista che, affaticata e col cuore in

gola per la corsa, chiamava l’interessato e

gli diceva:

“corri… c’è tua sorella al telefono”.

Cristina Evangelisti


Lorena Rossi

T. 339.8742336

Free Dance Trainer,

Naturopata FINR

formazione Istituto

Medicina

Psicosomatica RIZA

Consulente presso

L’ERBAVOGLIO

Dialogo Naturale

Erbe Amiche e trattamenti per il Corpo, per il Cuore, per la Mente

Ancora molte foglie sono

verdi sugli alberi, le giornate

diventano sempre

più corte e fresche ed il

nostro intero organismo

si prepara all’inverno.

La natura ci offre

costantemente con la

sua forza e la sua

grazia molti rimedi

per prevenire e spesso

curare i disagi che

possono manifestarsi

a livello fisico, psichico

, emozionale.

Ci insegna la Medicina

Tradizionale Cinese

come l’autunno gradualmente

spegne il vortico-

so caldo movimento dell’estate per preparare

alla quiete del freddo invernale, quando le

energie della natura riposano sotto la neve,

per ricaricarsi e riesplodere di mille colori e

profumi in primavera.

È dunque buona norma prepararsi.

È il momento per depurare l’organismo

dallo stress di tutto un anno di lavoro ed

assicurarsi un buon livello di difese

immunitarie per cominciarne uno nuovo.

Come una macchina funziona al suo meglio

quando i vari filtri sono puliti,cosi il nostro

organismo, dotato di organi emuntori, che

mantengono scorrevole il circuito,così da

poter sfruttare al meglio i nutrienti introdotti

con l’alimentazione e gli eventuali integratori.

Fin dall’antichità l’Uomo ha potuto

sperimentare le proprietà terapeutiche delle

piante medicinali, che oggi vengono valorizzate

dalla più moderna ricerca scientifica di

laboratorio. Stabilito che una corretta alimentazione

ed un regolare movimento fisico sono

alla base di una vita sana, è possibile usufruire

della dispensa della Natura con tisane,

gemmoderivati, olii essenziali, oligoelementi,

nutrienti,vitamine, come con sottili rimedi

vibrazionali: l’omeopatia,la floriterapia,la cromoterapia

e la cristalloterapia, Tecniche antiche

e moderne ad approccio corporeo: movimento,

massaggio,affascinante e completo

quello psicosomatico.

Agopuntura, Kinesiologia applicata.

La scelta è vasta ma non semplicistica, avvalersi

di un consulente preparato predispone ad

un più veloce e buon risultato.

Dunque per prepararci all’inverno pensiamo

Campo de’ fiori 39

ad alleggerire un po’ il fegato, lo stomaco e

la milza; liberare regolarmente l’intestino,

sostenere i reni,(organo-funzione di primaria

importanza nella Medicina Tradizionale

Cinese) ed i polmoni,in vista anche dell’inevitabile

stress e sovralimentazione natalizia e

dello scambio affettuoso di virus influenzali!!

Attraverso il test kinesilogico,come con

l’iridiologia, metodi d’indagine non invasivi

ed economici, è possibile individuare quali

squilibri o blocchi energetici partecipano

del disagio che ci affligge,che cerca di comunicare

con noi,che, come ci spiega la moderna

visione olistica della psicosomatica,può

rappresentare una significativa funzione modificante

nella nostra vita.

E’ possibile intervenire sostenendoci con i

dolci rimedi della fitoterapia, della floriterapia,

con il profondo potere evocativo dell’aro-

materpia, e con la cromoterapia la cristalloterapia

e fondamentale, come dicevano i nostri

avi: “Mens sana in corpore sano”con l’attività

fisica che deve essere regolare.Niente torture

spacca cuore,spacca schiena,ma un appropriato

movimento,indispensabile alla buona

funzionalità di tutto l’apparato circolatorio,

arterioso, venoso e linfatico: parliamo di

cuore,di insonnia ma anche di cellulite o di

costipazione intestinale come di efficienza

mentale e basilare per l’apparato scheletrico

motorio.

È possibile intraprendere una dieta senza soffrire!!

Creandola su misura,calibrando con

l’ausilio di tisane,fiori di Bach,cristalloterapia e

qual si voglia rimedio naturale che il corpo ci

chiede.

Impariamo a dialogare con noi stessi, a percepire

l’Unicità di Corpo, Cuore, Mente, anche

attraverso il metodo FREE DANCE, semplici e

piacevoli esercizi psicofisici, in modo da

riconoscere i segnali che in continuazione il

nostro corpo ci invia, divertendoci a tempo di

musica,in compagnia, tonificando il tono

muscolare,il cuore,mantenendo flessibili articolazioni,

i legamenti, la mente, liberamente

danzando.

In questa rubrica ogni mese faremo amicizia

con una pianta officinale,con un Fiore di

Bach,un olio essenziale,un colore,un cristallo

ed approfondiremo tecniche diagnostiche e

terapeutiche naturali, felici di rispondere alle

vostre eventuali domande o riflessioni.

Nella nostra Erboristeria sarà semplice farsi

preparare una tisana depurativa,diuretica, o

espettorante..farsi consigliare per rafforzare le

difese immunitarie con sciroppo o pastiglie a

base di Propoli Echinacea e Rosa Canina, ad

esempio, affinché il freddo non ci aggredisca.

Vi voglio parlare oggi del Tarassaco e del

Ginepro, due piante comunemente utilizzate

con proprietà terapeutiche importanti.

La prima aiuta il fegato stimolando il flusso

biliare, migliora la digestione, stimola la diuresi,

aiuta la pelle.

Il secondo, sotto forma di macerato glicolico,

oltre a proteggere le cellule del fegato, stimola

le funzioni renali ed interviene nella cura

dell’apparato articolare gastrointestinale, delle

arterie e del metabolismo.

Tra i fiori di Bach prendiamo in considerazione

Walnut,per i cambiamenti,la nuova

scuola,il nuovo lavoro, il nuovo; tra i

Californiani Dill per gli eccessivi stimoli.

Tra gli oli essenziali la menta stimola e

rilassa allo stesso tempo, può essere utile in

questo periodo di nuove partenze,ed il cumino

stimolante e riscaldante utile per i gonfiori

addominali.

Il colore della stagione sarà le sfumature di

giallo e rosso l’arancio la terra bruna,l’energia

del Sole nel suo aspetto autunnale..

Ripeteremo sempre che ogni caso è a se:

siamo tutti diversi,con storie diverse nel

nostro corpo e situazioni emotive variabili che

influenzano significativamente la risposta al

rimedio prescelto. Dunque consultare un

esperto del settore è sempre la miglior scelta.

Il fai da te comporta sempre dei rischi.

Iniziamo ogni giornata cercando di fare delle

profonde e sincere respirazioni,

mobilitando la schiena,il bacino,le braccia,le

spalle,allargando i polmoni,

butta via le sigarette, e cerca di fare qualche

passo con ritmo, così da stimolare la circolazione

ed il buon umore. Non dimenticare di

sorridere alla Vita,ti risponderà come uno

specchio!!


40

Campo de’ fiori

Il KARATE e le donne

Negli ultimi

anni si sta verificandoun’inversione

di tendenza

che, finalmente,

smentisce l’errataconvinzione

che il Karate

sia una disciplina

riservata

esclusivamente

ad un pubblico

maschile. Sempre

più donne

di ogni età si

avvicinano e si

appassionano

alla nostra disciplina,

ma

nonostante

questo sono

Maestra Roberta Mercuri

ancora molte

quelle che ne

restano lontane solo perché influenzate da

pregiudizi e informazioni errate.

Nell’immaginario collettivo persiste ancora la

convinzione che le Arti Marziali siano esibizioni

di forza bruta o, nella migliore delle

ipotesi, se ne evidenzia, in maniera estremamente

riduttiva, il solo aspetto legato alla

difesa personale. Proviamo allora a fare

chiarezza su cosa sia realmente il Karate e

prepariamoci a sfatare i falsi miti... Nel

Karate tradizionale e nello Shotokai in particolare

la forza fisica non conta. Le tecniche

apprese insegnano a non opporre mai forza

alla forza ma a sfruttare l’attacco dell’avversario

per neutralizzarne la pericolosità.

L’allenamento costante favorisce l’acquisizione

di un corpo sano e flessibile e accresce la

fiducia in se stessi, conferendo calma e sere-

nità e rendendo così inutile ogni esibizione di

forza. Non c’è mai brutalità né violenza ma

sincerità, rispetto, autocontrollo e continuo

sforzo di automiglioramento e crescita interiore.

Il Karate non è solo pratica fisica, è

una disciplina attraverso la quale si prende

coscienza dello stretto legame tra corpo e

psiche, si avverte il legame causale tra i

movimenti del corpo e la propria personalità

ed è per tutti, uomini e donne, un’occasione

per iniziare un viaggio alla scoperta di se

stessi. Praticare Karate significa innanzitutto

spogliarsi del vissuto quotidiano - pregiudizi,

maschere, paure, ansie - per migliorarsi e

superare i propri limiti, imparare a credere

nelle proprie capacità, senza ostentazione,

ed avere in mente che il primo avversario è

sempre e solo dentro di noi. Da questa considerazione

è facile comprendere che il

Karate è adatto a tutti, uomini, donne e

bambini e che quello che conta è la disposizione

interiore. Durante l’allenamento non

importa se di fronte si ha un uomo o una

donna e le donne non hanno indulgenze in

considerazione della propria natura. Nella

pratica si annullano

le differenze perché

il fine è comune:

l’allenamento del

corpo e della

mente, il rispetto

ed il progresso

comune. Uno dei

falsi miti vuole le

donne come fisicamente

inadatte alla

pratica delle arti

marziali. Se è vero

che gli uomini sono

per natura fisicamente

più forti, le

donne sono in gene-

re più veloci e più sciolte, due caratteristiche

che nel Karate sono a dir poco fondamentali

e ben più importanti della forza fisica. Per

contestare poi l’errata convinzione che la

pratica del Karate possa compromettere la

femminilità basterebbe semplicemente

osservare le ragazze che praticano da molti

anni insieme a noi per rendersi conto dell’assurdi

di tale affermazione. La preparazione

atletica propedeutica al Karate, ed il Karate

stesso, favoriscono soprattutto l’allungamento

dei grandi gruppi muscolari, e li potenziano

senza gonfiarli. Oltre a questo la pratica

del Karate fortifica significativamente i

muscoli dell’addome e della schiena, migliorando

la postura ed il portamento. Il kata è

un esercizio di grande eleganza particolarmente

indicato per le donne, e per il kumite

non bisogna necessariamente diventare dei

gorilla.

Per questo motivo, per una Karateka essere

donna non deve diventare un alibi per lavorare

di meno o con minore impegno, o per

puntare ad obiettivi meno ambiziosi.

la Maestra Roberta Mercuri durante un’esibizione


Campo de’ fiori 41

Come eravamo

Nocchie, castagne, uva - “profumi e sapori che non si dimenticano”

L’autunno è ormai

alle porte e sui

campi della nostra

zona si celebrano gli

antichissimi riti della

vendemmia e della

raccolta di nocciole

e castagne. Questi

frutti qui nel viterbese

sono particolarmente

pregiati, data

di Alessandro Soli

la particolare esposizione

delle coltivazioni

e il clima quasi sempre “benevolo” che

li ha resi famosi nel mondo. Le nocciole dei

Cimini sono tra le migliori su scala mondiale,

non dimentichiamo che fin dagli anni

’50, la Perugina e le più importanti industrie

dolciarie, prelevavano a “piene mani”

“’e nocchie nostre” che divenivano materia

prima per i dolci prodotti su scala industriale.

Primo fra tutti l’inimitabile “Bacio”

confezionato abilmente con la nocciola intera

a chiusura dell’ impasto di cioccolato

frammisto a nocciole tritate, ed incartato

sull’altrettanto famoso bigliettino che riportava

una frase d’amore, in genere tratta dal

Cyrano di E. Rostand. Se pensiamo al

successo che il Bacio ha avuto in tutto il

mondo, e che negli anni non ha modificato

mai la sua confezione, ebbene dobbiamo

esserne orgogliosi, perché come dicevo l’ingrediente

principe veniva e forse ancora

viene dalla nostra terra. Che dire poi delle

nostre Castagne, rinomati i “marroni”

prodotti qui sui Cimini, anch’essi assorbiti

dalle industrie del settore, che li lavorano e

manipolano in mille modi, nella produzione

di dolci classici dal caratteristico sapore. Ma

permettetemi di soffermarmi sull’uso particolare

che si fa ancora dopo secoli, e nello

stesso modo,

della castagna:

la calda, dolce,

unica e romantica“Caldarrosta”.

Sfido

chiunque a dire

di non aver mai

assaggiato e

gustato, specialmente

all’arrivo

dei primi freddi,

queste tipiche

castagne, cotte

arrosto (da qui il

loro nome) su

quella particolare

padella dal fondo

forato che rende

questo frutto inimitabile nel sapore e nel

calore che fisicamente ti dà. Perché anche

in questa epoca di riscaldamento tecnologico

programmato, senti ancora il bisogno di

provare sui tuoi polpastrelli intirizziti il piacere

di sbucciare la caldarrosta, che hai

prelevato dal “cartoccio del callarostaro”.

Ho lasciato per ultima l’Uva il frutto

più famoso, quello che richiede durante

l’anno cure particolari da parte dei produttori,

ma che dà loro le più grandi soddisfazioni,

se l’annata è buona, perché grazie a

vitigni antichi e selezionati riescono a portare

in tavola vini di buona levatura. Non

posso non andare indietro nel tempo quando

parlo di uva, dalla vendemmia fatta a

mano oggi come allora, alla pigiatura

una volta fatta con i piedi, ormai anacronistica,

ma così particolare, e via via a

tutte le fasi intermedie prima di bere il vino

finito. Voglio però ricordare il caratteristico

sapore che ci dava il mangiare ”pane e

uva”, anche se non è più di moda, provatelo,

vi assicuro che gusterete qualcosa di

particolare (io lo facevo col “pizzutello”

ovvero l’uva detta zi bibbo quella appuntita,

che personalmente coglievo nel giardino

della trattoria di mio nonno Giano). Che

dire del dolce Mosto, uva appena pigiata

anch’essa dal sapore particolare, ottimo

lassativo, il tutto aspettando l’11

Novembre: San Martino quando “ogni

mosto diventa vino”.

Ma quello è il primo vino, adatto per le

castagne e piccole merende di cantina ,

vino giovane ancora dolciastro, non filtrato

un po’ torbido. Poi col freddo diverrà sua

maestà Re Vino, con tutta la sua forza e la

sua gradazione, che lo renderà unico nell’accompagnare

sulla tavola deliziosi antipasti

ed arrosti robusti. Sapete amici mentre

sto terminando questo pezzo a me è venuta

fame e a Voi?


42

Campo de’ fiori

“Due ruote” per passione

Dicono che con la passione per qualcosa ci

si nasca, e allora il nostro Fabio Spitoni è

nato certamente con la passione per la

moto; ma c’è anche cresciuto.

Infatti ha respirato fin da piccolo i gas di

scarico, l’odore dell’olio bruciato, della

gomma surriscaldata, ha avuto nelle orecchie

il rombo dei motori perché aiutava i

suoi fratelli più grandi nella messa a punto

delle loro moto, perché anche

loro avevano questo amore.

Voleva provare l’emozione di correre

in un circuito per emulare i

suoi eroi Capirossi, Biagi e altri.

Tutto questo gli è riuscito quest’anno

correndo sulle maggiori

piste italiane: Maggione, Misano

e Vallelunga e facendo salti mortali

per essere presente

anche sul lavoro.

Anche il discorso

economico è molto

pesante perché le

spese per la manutenzione

dalla moto e per i viaggi sono

molto alte e Fabio paga tutto di

tasca propria, non avendo

ancora uno sponsor.

Tutti i suoi sacrifici sono stati

ripagati con un meritato terzo

posto sul circuito di Vallelunga,

in sella ad una Suzuki GSX-R

classe 600 nel trofeo nazionale

amatori Giacobetti, disputatosi

lo scorso 4 Settembre e

che gli ha fruttato un quarto posto assoluto

nella classifica nazionale.

Il prossimo impegno per il nostro centauro

sarà per il 9 Novembre a Misano, per l’ultima

gara del campionato.

A sostenerlo, naturalmente, ci sarà il

Motor-Club Faleri di Fabrica di Roma e tutti

i suoi amici-fans capeggiati dal suo piccolo

nipotino Riccardo.

Al nostro campione tutti i più cari auguri di

una rosea carriera.

Via della Repubblica, 6

Civita Castellana (VT)

Tel e Fax

0761.51.32.17

e-mail:

camponiricambi@libero.it


Vi abbiamo parlato il mese scorso

dell’apertura della prima scuola di

danza a Civita Castellana diretta

dal Maestro Tuccio Rigano.

In questo mese la Honey ha dato

dimostrazione dell’alta qualità e

professionalità dei Docenti della

scuola impartendo lezioni dimostrative

che hanno riscontrato un enorme

successo.

Alle lezioni dei Docenti si sono

alternate lezioni dimostrative dei

Professionisti Ospiti che seguiranno

il percorso didattico della scuola

durante l’anno accademico.

Artisti come Cristina Gangalanti per

il Modern Jazz, Andrea Iacopini e

Alessandro Pustizzi per hip hop

hanno entusiasmato le fortunate

ragazze che sono riuscite a fare

lezione con loro.

Grande successo ha ricevuto anche

la lezione di Pas De Deux tenuta da

Tuccio Rigano in collaborazione con

ballerini professionisti dell’AID di

Roma finita in un lunghissimo

applauso da parte delle estasiate

partecipanti.

Auguri Honey!

Campo de’ fiori

ANNUNCI ECONOMICI GRATUITI

PER PRIVATI

a pagamento per ditte o società

Tel. Fax 0761.513117

Cedola da ritagliare e spedire

L’annuncio sarà ripetuto per 3 uscite, salvo diversa decisione della redazione

Una giovane promessa della musica

Riccardo Orizio

nasce il 27

Dicembre

1985. Inizia lo

studio del pianoforte

all’età

di nove anni,

presso l’Accademia

Muzio

Clementi di CivitaCastellana,

sotto la

guida del Maestro

Roberto

Finucci e si

distingue subito

per la diligenza

e l’applicazione.

La sua

naturale predisposizione

lo

porta a coronare

con facilità la

carriera scolastica e si diploma a pieni voti presso l’Accademia di Santa Cecilia, lo scorso 18

Settembre. Il suo repertorio naturale è Chopin e la sua ispirazione è quella di diventare un valente

concertista. Auguri da mamma Cinzia, papà Tonino, tutti gli amici e la redazione di Campo de’

fiori.

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per la qualitià e la veridicità delle inserzioni.

A garanzia dei lettori, Campo de’ fiori si riserva il diritto di NON PUBBLICARE annunci non conformi al presente

regolamento o che, a suo insindacabile giudizio, risultino non chiari o che possono prestarsi ad interpretazioni equivoche.

Gli inserzionisti prendono atto che, a richiesta dell’Autorità Giudiziaria, Campo de’ fiori fornirà tutte le notizie

riportate con la presente cedola.

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22 Settembre 1943 – 22 Settembre 2005.

Sessantadue anni, ormai, ci separano dalla

tragedia di Cefalonia, isola greca del mare

Jonio, uno degli episodi più tragici della

Seconda Guerra Mondiale e della storia

militare italiana. Una delle pagine più buie

della nazione e delle forze armate.

Sulla vicenda di Cefalonia e sull’eccidio di

diecimila soldati italiani ad opera dei tedeschi,

sono stati organizzati dibattiti, convegni,

mostre e pubblicati una serie interminabile

di articoli, libri e saggi. Non ultimi,

film e sceneggiati televisivi, di recente produzione.

Agli “storici” la disamina dei fatti connessi.

Ricordare i caduti il nostro obiettivo.

La 33^ Divisione di Fanteria da montagna

“Acqui”, venne allestita a Merano il

15 Dicembre 1938 ed era costituita da un

comando divisione, dal 17° e 18°

Reggimento di Fanteria su tre battaglioni

ciascuno, dal 33° Reggimento Artiglieria,

dal 33° Battaglione Mortai, dalla 33^

Compagnia Anticarro, da due compagnie

del genio e dai servizi di sanità della 44^

sezione.

La divisione, all’atto della sua costituzione,

risultava composta da 450 ufficiali, 600

sottufficiali e 11.000 soldati.

L’11 Giugno 1940, all’indomani della

Campo de’ fiori

Gino Miccini, Alfredo Rossi, Roberto Severini,

Isidoro Mangini, Enzo Gentili

Civitonici nella divisione “ACQUI” a Cefalonia

Porto di Corfù - Settembre 1943

dichiarazione di guerra alla Francia, venne

impiegata sul fronte francese.

Nel Luglio del ’40, ritornò in Italia, dove

rimase a disposizione dello Stato Maggiore

per futuri impieghi tattici e venne in parte

smobilitata con alcuni reparti congedati o

trasferiti ad altre unità.

Il 28 Ottobre 1940, quando Mussolini decise

di attaccare l’Albania e la Grecia, la divisione

venne prontamente ricostituita con

soldati delle classi più giovani, 1919 –

1923, e il 15 Novembre 1940 fu impiegata

nelle operazioni militari nei Balcani.

Il 29 Aprile 1941, la Divisione “Acqui”,

sbarcò nell’isola di Corfù e dopo pochi

giorni prese il totale controllo di tutte le

isole joniche, dove rimase fino a tragici

giorni del Settembre 1943.

Le isole greche del mare Jonio, poste di

fronte alla Grecia e all’estremo sud

dell’Italia, sono composte da Corfù,

Cefalonia, Santa Maura, Zacinto e da una

serie minore di piccole isole con un numero

esiguo di abitanti.

Contesti territoriali di elevato valore strategico

per il controllo dei convogli militari nel

Mediterraneo e dello stretto di Corinto,

poco distante.

La composizione sociale delle varie unità,

vedeva una netta predominanza di soldati

Prof. Arch. Enea Cisbani

del Nord Italia, Piemonte – Veneto –

Lombardia, una discreta presenza del

Centro Italia, Umbria – Toscana – Lazio e

una modesta percentuale di militari provenienti

dal sud della penisola.

Le classi arruolate nel 1940 erano quelle

del 1919, 1920, 1922 e 1923: una divisione

composta, dunque, da giovani ragazzi,

in quanto nel Luglio 1940, di ritorno dalla

campagna di Francia, furono poste in congedo

le classi più anziane del 1915, 1916

e 1917.

Dalle ricerche, tuttora in corso, presso gli

archivi militari e grazie anche al fattivo

contributo della locale Sezione dei Marinai

d’Italia “Alberto Zilli”, si è potuto verificare

che ben cinque furono i giovani di Civita

Castellana arruolati nella Divisione

“Acqui”: soldati semplici GINO MICCINI,

ALFREDO ROSSI, ROBERTO SEVERI-

NI, Tenente Medico ISIDORO MANGINI

e il Tenente ENZO GENTILI.

Altri documenti archiviali, incerti e frammentari,

indicano, forse, la presenza di

altri due concittadini: Girolamo FIORA-

NI e Fernando NOBILI.

Ulteriori ricerche, risolveranno il dilemma.

GINO MICCINI, ALFREDO ROSSI,

ROBERTO SEVERINI, ISIDORO MAN-

GINI al Settembre del 1943 sono, dunque,

presenti sull’Isola di Cefalonia, eccettuato

il Tenente ENZO GENTILI, dislocato

sull’Isola di Corfù in quanto comandante

della 2^ Compagnia del 33° Battaglione

Mortai da 81.

Complicata e difficile la ricostruzione delle

singole biografie, in parte desunte dai

documenti militari.

TENENTE MEDICO ISIDORO MANGI-

NI: nato a Parigi il 27 Maggio 1921, residente

a Civita Castellana in Corso Umberto

I n.104, attuale corso Bruno Buozzi,

Medico impiegato nell’Ospedale Andosilla,

Ufficiale Medico della 44^ sezione

Sanità.

SOLDATO SEMPLICE GINO MICCINI:

nato a Civita Castellana il 23 Novembre

Indovina L’Artista

Di lato è riportato un particolare

di un famoso quadro.

Sai dire chi l’ha dipinto?

I primi tre che indovineranno

e lo comunicheranno in redazione,

riceveranno un

simpatico omaggio offerto

dal Centro Parati di Selli

Vittorio


Campo de’ fiori 45

1923 e residente in via Falisca n.11, ceramista,

1^ Compagnia del 24° Battaglione Genio

aggregato alla Divisione “Acqui”.

SOLDATO SEMPLICE ALFREDO ROSSI: nato

a Civita Castellana il 16 Ottobre 1919 e residente

in via Quintana n.10, ceramista, 1°

Battaglione del 17° Reggimento Fanteria.

SOLDATO SEMPLICE ROBERTO SEVERINI:

nato a Civita Castellana il 17 Agosto 1915 e residente

in via Panico n.45, artigiano, 1°

Battaglione del 17° Reggimento Fanteria.

TENENTE ENZO GENTILI: nato a Civita

Castellana il 25 Febbraio 1913 e residente in via

dello Scasato n. 35 , impiegato, Comandante

2^ Compagnia del 33° Battaglione Mortai

da 81.

L’Otto Settembre 1943 viene firmato l’Armistizio

con gli alleati e la Divisione “Acqui” al comando

del Generale ANTONIO GANDIN, (1891-

1943), si trova sulle Isole di Cefalonia e Corfù

abbandonata al suo destino, senza alcuna direttiva

dello Stato Maggiore, senza appoggio aereo

e navale, con scarso equipaggiamento militare e

sottoposta alle nefaste conseguenze delle considerevoli

truppe tedesche, presenti sulle isole unitamente

a quelle italiane e decise a vendicarsi

degli Italiani.

Quando i tedeschi intimano la consegna delle

armi, la Divisione “Acqui” attacca prontamente

con il 17° e 18° Reggimento di Fanteria le

caserme dove i nazisti erano acquartierati e li

costringe alla resa.

Lo Stato Maggiore Tedesco a Berlino, stupito

dalla pronta reazione italiana, invia a Cefalonia la

Divisione di Fanteria da Montagna “Edelweiss”,

unità d’elitè dell’esercito tedesco, composta da

soldati austriaci, altoatesini, croati e rumeni, che

grazie all’appoggio aereo e navale impegna la

Divisione “Acqui” in aspri combattimenti.

Dal 13 al 22 Settembre durò la resistenza italiana

e dopo i successi dei primi giorni, schiacciati

da forze preponderanti, il Generale GANDIN,

chiese la resa delle sue unità.

I prigionieri italiani, soldati e sottufficiali, furono

fucilati e massacrati dai tedeschi e le salme bruciate

o buttate nei pozzi e nelle grotte carsiche.

Gli Ufficiali vennero tutti fucilati, i loro corpi legati

con il filo spinato e gettati in mare.

Dopo gli eccidi si salvarono soltanto 11 Ufficiali,

dei 450 effettivi, 15 su 600 sottufficiali e 1.250

soldati si 11.500.

Il Tenente Isidoro Mangini viene fucilato il 23

Settembre 1943 alla “Casa Rossa”. Gino Miccini

muore l’otto settembre 1943 nei primi giorni di

combattimento. Alfredo Rossi e Roberto

Severini il 23 Settembre 1943, insieme, furono

condotti, con i superstiti dei loro reparti a

Troianata – località di Cefalonia – qui trucidati

dalle mitragliatrici tedesche e i loro corpi bruciati

con la benzina. Il Tenente Enzo Gentili è

l’unico superstite della compagine civitonica. Fatto prigioniero, viene condotto nei campi di concentramento in Polonia e Germania

dove il 10 Maggio 1945 viene liberato dagli inglesi nel campo di concentramento di Bergen Belsen. Dal Diario del Tenente Gentili:….

“Nel maggio 1943, venni in licenza. Mi trovavo in Grecia, isola di Corfù. Il nostro reparto XXXIII Btg mortai da 81 si stabilì nell’Isola di

Corfù con il comando del settore nord a Scriperion circa 30 Km. a nord di Corfù…dove comandavo la 2^ compagnia del suddetto Btg.

A Brindisi cenai con il Generale GANDIN e dopo le presentazioni di rito mi chiese di quale Città fossi e nel dichiarare Civita Castellana

mi disse che conosceva molto bene il luogo. La mattina molto presto ci recammo all’Idroscalo e partimmo con l’idrovolante, io per Corfù

e il Generale per Cefalonia, ove era la sede del Comando Divisione……… Fatto prigioniero, non ho fatto la fine dei miei colleghi e di circa

10mila soldati massacrati a Cefalonia dai tedeschi ed anche a Corfù nel Settembre 1943 e deportato nei campi di concentramento in

Germania con l’incubo continuo di essere fucilato…….ancora una volta ringrazio il Padre Eterno e mentre saluto tutti i superstiti della

Divisione “Acqui”, rivolgo una preghiera per tutti i caduti della Divisione stessa……”. Enzo Gentili – nominato dopo i fatti Tenente

Colonnello – si è spento in Civita Castellana il 25 Giugno 2003.

Civita Castellana, eccettuata la Città di Acqui Terme dove ha sede la fondazione dedicata alla divisione da cui prende il nome, è l’unica

Cittadina Italiana che dedica una via ai Martiri di Cefalonia: è l’attuale tratto che collega Piazza di Vittorio con via Enrico Minio.


46

Campo de’ fiori

Le “Consorelle” di Civita Castellana

Le “Consorelle dell’Addolorata” è un gruppo

di signore di diversa età, dalle più giovanissime

alle più mature, che si sono

costituite nel 2002 con la redazione di uno

statuto e con l’impegno di essere al servizio

della chiesa.

“Il nome di “Consorelle dell’Addolorata”

nasce dalla comune devozione per la

Madonna nella quale si riscontra la storia

di ciascuna di noi che, come Maria dopo

“l’eccomi” pronunciato nell’Annunciazione,

offriamo noi stesse per i nostri figli.

Lo spirito che ha animato la costituzione di

questo gruppo, oltre che il desiderio di

prendere esempio da Maria, è stata la

volontà di riscoprire le antiche tradizioni,

quando le nostre nonne,mamme, zie si

riunivano per partecipare a gruppi di preghiera

e processioni.”

Già nel 1988 si era formato un gruppo di

signore provenienti sia dall’Azione

Cattolica sia dalle Dame di San Vincenzo,

con il nome di “Consorelle” che partecipavano

alla processione del Venerdì Santo

indossando un grembiule ed un velo nero.

Pian piano questa usanza si era andata

perdendo, fino appunto al 2002 con la

riorganizzazione di questa associazione e

grazie all’approvazione del parroco Don

Giuseppe Bellamaria.

Ad oggi le “Consorelle dell’Addolorata”

sono composte da più di venti elementi

che cercano di portare avanti questa

comunione partecipando a tutte le processioni

e organizzando gruppi di preghiera e

servizi per la Chiesa.

“Questa breve presentazione vuole essere

di invito a quante si riconoscono in certi

valori e abbiano voglia di unirsi al nostro

gruppo e alle quali diamo appuntamento

presso la Cattedrale di Santa Maria

Maggiore.”


Campo de’ fiori

“Incontro di sapori...” al Castellaccio

Grande successo ha ottenuto la manifestazione

“Incontro di sapori in un Triangolo

medievale”, organizzata in collaborazione

con FLAMEDIA, per far conoscere la Tuscia

dal punto di vista gastronomico.

La serata si è svolta nella suggestiva area

del “Castellaccio” (Civita Castellana), ricostruendo

l’atmosfera tipica del periodo

medievale con musiche del tempo e uomini

e donne in abiti dell’epoca.

Il Castellaccio è stato illuminato in ogni

angolo con torce e candele e la storia, che

rende il sito unico nel suo genere, ha contribuito

a far apprezzare a tutti i presenti

questa splendida realtà della nostra cittadina.

Numerosi anche gli ospiti, da personaggi

della TV, come Marco Liorni ed il cuoco di

RAI UNO Andrea Golino, a quelli dell’industria

e dell’azienda ospedaliera.

Visto il grande successo l’Associazione

Culturale Il Castellaccio, organizzerà per la

prossima stagione primavera – estate, altri

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Il PERSONAGGIO MISTERIOSO

Vi invitiamo ad indovinare il personaggio

miserioso riprodotto

nella foto accanto.

I primi cinque che lo

identificheranno e ne

daranno comunicazione

in redazione, riceveranno

un simpatico omaggio

offerto dalla profumeria

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di Sandro Anselmi

Campo de’ fiori 51

Una “Fabrica” di ricordi

storie e immagini di Fabrica di Roma

Il ribollir dei vini

Finita la raccolta

delle nocciole, esse

erano state essiccate

al sole ed imballate

nei sacchi di

iuta che, riempiti

fino all’orlo, erano

stati cuciti con lo

spago e poi stipati

nei magazzini.

L’ultima frutta dell’estate

era stata

consumata, insieme

ai primi grappoli d’uva, in compagnia dei

“tozzetti” e dei “cazzotti” sulle tavole imbandite

delle Feste Patronali dei SS Matteo e

Giustino e, tutta quella che restava, veniva

trasformata in succhi di frutta e marmellate

che le donne, con pazienza e sapienza, preparavano

ogni anno per l’inverno. Le dosi

erano sempre quelle e la conservazione classica

“a bagno Maria”. Era oramai tempo di

vendemmia ed allora quasi tutto il paese si

mobilitava per quella raccolta che era, senza

dubbio, la più laboriosa di tutte. Nelle cantine

si incominciavano a preparare i tini, le

botti, i bigonci, la barella per trasportarli, la

macchina per macinare l’uva ed il torchio.

Tutto veniva perfettamente lavato e, nelle

botti grandi,

vi si entrava

addirittura

dentro per

spazzolarle

con la brusca

e, poi,

v enivano

sciacquate

ruotandole

pian piano.

La persona

più esperta

e di buon

olfatto, si

assicurava

che alla fine

dell’operazione,

non

Antonio Santini

vi fossero

più odori di

muffe, di rasine, di

aceto… ed essa

era chiamata un

po’ da tutto il vicinato

perché esprimesse

il suo giudizio.

Venivano

accesi per ultimo

degli zolfanelli,

dentro le botti,

perché risultassero

così idonee alla

conservazione del

vino. Per le piccole

riparazioni alle

doghe, provvedevano

direttamente

i contadini con

l’applicazione di

cemento che riusciva

a tappare le

piccole falle, ma per i danni più grandi si

doveva ricorrere al “bottaro”. C’era allora nel

paese un personaggio molto noto che svolgeva

con esperienza questa attività ed esso

era Antonio Santini, detto “o bottaro”. Era in

via dell’Asilo dove allora c’erano molti negozi

e molte botteghe artigiane, dal calzolaio, al

venditore di varechina e saponi, al “molinaro”

che vendeva la farina, all’orefice. Antonio

aveva bottega proprio davanti al monastero

delle suore e lavorava quasi sempre per strada,

davanti al suo ingresso, per via della

mole delle botti che doveva riparare. Doveva

cambiare le doghe rovinate, forgiare i cerchi

logorati e calibrarne la scampanatura, conoscendo

bene il mestiere del fabbro e quello di

maestro d’ascia. La fucina era sempre accesa

ed il ferro battuto con forza, sprigionava

luminose scintille, meraviglia dei bambini

che, appena usciti dall’asilo delle suore, si

fermavano, curiosi, a guardare. Era un uomo

corpulento e deciso ma, quando suonava il

clarino nella banda del paese, addolciva il

suo carattere soffiando con grazia nello strumento

e, siccome era anche il rivenditore

ambulante della sua rinomata porchetta, che

fu la prima del paese, veniva spesso invitato

ad eseguire la Polka, con il concertino della

banda, che venne ribattezzata così “la

Antonio e Floro al lavoro

Porchetta di Antonio”. La sua famiglia ha proseguito

con la musica e con il legno e tutti i

suoi componenti hanno militato, ed alcuni

militano ancora, nella banda del paese e tutti

invece, sono occupati presso l’omonimo

mobilificio.

Antonio ed Emilio Santini

al banco della porchetta


52

L’angolo

Misterioso

Nella foto sopra è riprodotta una via di Civita

Castellana. I primi tre che la identificheranno

e ne daranno comunicazione in redazione,

avranno diritto a ricevere un premio offerto

dalla Vinicola Mancini

Via M.Masci,19

Civita Castellana (VT)

T.0761.513182 Ab.T.0761.517601

Campo de’ fiori

MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESS

Tantissimi auguri alla

piccola Alessandra

Caccetta che ha compiuto

5 anni il 5

Ottobre. Auguri dalla

mamma Gina, il papà

Roberto, il nonno

Duilio, le nonne

Pasqualina e Raffaella,

dagli zii e i cuginetti

Il 28 Settembre 2005 hanno festeggiato

25 anni di matrimonio

PAOLA e ANTONIO CAON

A due genitori favolosi auguri dai figli

Stefano e Alessandro

Buon Compleanno

a Stefano Caon

che l’ 11 Ottobre

compie 18 anni

Tanti cari auguri

per tutto ciò che

desideri da

mamma Paola

Papà Antonio e

il fratello

Alessandro

Tantissimi auguri

a

Letizia

che l’8 Ottobre

ha compiuto

quattro mesi

da mamma e papà

Cecilia e Federico

Anselmi

augurano buon

compleanno alla loro

mamma Roberta che ha

compiuto gli anni il 2

Ottobre. Auguri dal

marito, dai parenti e

dalla redazione

Un’infinità di auguri a nonno

Alfonso Fantera

che il 28 Agosto ha spento 95 candeline

da parte dei figli, nipoti, pronipoti e

tutti i parenti.

Un’augurio particolare dalla redazione di

Campo de’ fiori

Tantissimi auguri

a

Marco De Angelis

che il 17

Settembre

ha compiuto

1 anno

dalla mamma, il

papà e i nonni.

La redazione di Campo de’ fiori

si congratula con il collaboratore

Erminio Quadroroli per aver

vinto il premio letterario

RONCIO D’ORO di Ronciglione,

per il secondo anno consecutivo

ed il premio letterario

UNA ROSA PER SANTA ROSA

di Viterbo

La redazione di Campo de fiori

augura Buon

Compleanno

alla collaboratrice

Maria

Cristina

Caponi che ha

compiuto gli

anni il 28

Settembre


Campo de’ fiori 53

AGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI MESSAGGI

Il 29

Settembre

2005

hanno festeggiato

50 anni

di matrimonio

Amalia Nenci

e Antonio

Marconi.

Auguri dai figli,

le nuore ed i nipoti

Non ci sono ultimamente amori così lunghi, eppure

ancora esiste quel rispetto e pazienza di un tempo.

Io me ne accorgo guardando i miei nonni nei miei tredici

anni. Ci sono stati giorni in cui li ho visti litigare,

ma sono così buffi che mi scappa da ridere. Nonna è

più chiacchierona e più pignola, nonno stà zitto e l’ascolta,

poi però borbotta e se ne và. Io intanto credo

che sono proprio due piccoli angeli nonostante l’età,

perché sono molto protettivi nei nostri confronti.

Sì perché noi siamo quattro nipoti e siamo tutti speciali

per loro, ma anche i nonni sono una parte speciale

di noi che non cancelleremo più.

I NONNI NON DOVREBBERO MAI LASCIARCI.

Vi vogliamo tanto bene.

poesia per i nonni

Antonio Marconi di anni 13

Tantissimi auguri a

Don Claudio

di Corchiano che

festeggia

25 anni di sacerdozio.

Con affetto i suoi

parrocchiani e la

redazione di

Campo de’ fiori

Tantissimi Auguri a

Sonia Bonamin che ha

compiuto gli anni il 24

Settembre e a Aldo

Papini che ha compiuto

gli anni l’ 8

Settembre

dalle loro famiglie e

dalla redazione di

Campo de’ fiori

Il 5 Settembre è

arrivata la cicogna a

casa di Perla e

Alessandro

Menichelli,

con lei portava il

piccolo ALESSIO

Tantissimi auguri

dai nonni, gli zii,

i bisnonni e tutti

i parenti

Un’infinità di auguri

a Elena Del

Priore che compie

gli anni il 5

Novembre dalla

mamma, il papà, il

fratello Davide, la

sorella Barbara e

dalla nonna

L’11 Settembre

Italo Quintiliani e Assunta Sanapo

di Fabrica di Roma hanno festeggiato

50 anni di matrimonio

tantissimi auguri dai figli

Stefania, Stefano, Luigina e Fabrizio

di una lunga vita insieme e piena di serenità.

Tanti auguri a

Michele Bonamin

che il 28

Settembre ha compiuto

7 anni, dalla

mamma Floriana, il

papà Carlo,

la sorella Sonia, il

fratello Giancarlo e

Aldo.

Tantissimi auguri di Buon

Compleanno a

Davide Del Priore

che compie gli anni il

18 Ottobre dalla mamma,

il papà, le sorelle Elena e

Barbara e la nonna

Simone Morelli riceverà

il Battesimo l’8 Ottobre.

Per il nipote maschio più

bello, auguri da tutta la

famiglia Pellegrini.

Auguri per il tuo

battesimo da zia

Veronica, zia Barbara,

zio Rodolfo, zia Monica,

zio Paolo, zia Emanuela,

zio Luca, nonna Luisa e

nonno Ettore.

Il 1 Ottobre

Martina

Carlaccini

ha compiuto

1 anno.

Auguri dalla

mamma, il

papà, i nonni,

gli zii e i

cuginetti.


54

Campo de’ fiori

IL NOSTRO ERMINIO QUADRAROLI HA FATTO BIS

per il secondo anno consecutivo ha riportato la vittoria del prestigioso premio letterario

RONCIO D’ORO

L’OSTERIA

a fraschetta e ‘na foijetta

Ronciglione

Ronciò: ‘o paese d’ ‘i pallonari…

Nissuno sa bbè perché cce chiamono cossì:

quarcheduno dice perché ciàvemomo ‘na

fabbrica de pallò, quelli che vanno suppe r’

aria ppè capisse…e quarchedun’ antro perché

simo sparucò.

Si uno de Craparola cià ‘na gorfe, uno de

Ronciò cià ‘o mercedesse…si uno de Sutri va

‘n bicicretta, uno de Ronciò sse butta co’ ‘o

dertaplano da su pp’’o monte…si uno de

Crapanica cià ‘n’ appartamento co’ 30 mila

euri de mutuo, uno de Ronciò cià ‘na villa a

tre ppiani…tutta pignorata!!!

Ma ‘o pobblema ppiù grosso de Ronciò sò ‘e

feste!!!

Cce n’avimo tarmente tante che, certe vorte,

quarcheduna se ‘ccavalla ppure!!!

Defatti nun essennoce nissun giorno libbero

hanno deciso de fa l’innaugurazziò de ‘n’osteria

‘o primo de novembre…cioè ‘o giorno

d’ ‘i Santi.

‘Nsomma!!! Ppiù che ‘n’ osteria, pare ‘na cantina!!!

Ggino, ‘n vecchietto ‘n po’ ‘ngobbito dall’età

edè sempre uno d’ ‘i primi a ‘rrivà quanno se

tratta de beva e magnà a gratisse…

Ma…quanno ropre ‘a porta dell’osteria, cià

‘na sorpresa granne: vede Cencio, ‘n amico

suo che edèrono anni che aveva da metta

piede llì ppè drento…

dice Ggino ‘ntanto che co’ ‘na

mano se pija ‘na sedia e co’ l’antra arzata

edè pronto aggià a chieda ‘na foijetta de vino

rosso… >

E Cencio che aggià quarche bicchieretto se

l’era fatto: >

Ggino ppe’ natura ciàveva sempre ‘a battuta

pronta: >.

‘Ntanto Cencio sse strofina ‘a pepara aggià

bella rossa e lle dice: >. E Ggino ‘ntanto che sse tira su ‘e mani-

che d’’a camicia: , e, rivorgennose a tutti,

.

Gino se sbottona ‘o colletto d’’a camicia e

‘ncomincia: >…ricconta

‘ntanto che move ‘ste

mano come ‘n attore de teatro.. .

‘Ntanto i quartini piano piano diventono

mezzi litri e l’atmosfera se arza de livello…se

da ‘lle parti passasse ‘no ‘stemio se ‘mbriacherebbe

solo a sentì ‘a puzza de l’aliti!!!

> dice

Ggino ‘ntanto che sse strofina l’occhi che lle

s’ erono fatti ciuchi ciuchi…>.

Peppino che ‘o conosce bbè ‘lle dice: >

Mentre che llo poro Ggino parla, se sentono

certi rumoretti strani…de stommico…de

panze che…lle fanno ‘n concerto che levete!!

Ma…quello ricconta come si gniente fusse…:

>, cominciono a venì i

roscioli e ‘a voce diventa grossa... .

A Umberto ‘lle piace stuzzicà ‘e persone e

facennose spazio co’ ‘e gommitate tra ‘a

ggente, se ‘vvecina e ‘ncomincia: .

E Ggino che edèra ggià ‘rrivato a sbottonasse

‘o terzo bottò d’’a camicia: >.

Quarcheduno ‘ncomincia a ‘ccennese ‘na

sigheretta e l’osteria edè ‘na centrale a carbone….quanno…tutto

‘n botto sse sentono ‘n

po’ de femmine da strillà…. e ….tra tutte, ‘na

voce : >.

Dunca, Sarafina edèra ‘a moije de Ggino che

stava sempre a giocà a tomboletta drento a

‘na stanzetta llì vecino all’osteria…

Che occasiò ppè divertisse ‘n po’ co’ Ggino!!!

Defatti Toto, che ‘ntanto s’era portato pupò

‘nnanzi dice: >, ppoi sfoijanno ‘n

giornale, >

>

Ormai Ggino edè carico de vino e nun ije la

fa ppiù mmanco a chiacchierà: >, strilla co’ ‘a

speranza che quarcheduno lle risponnesse,

.

Da dereto a ‘n mucchio de ggente sse sente

‘na voce: >.

Ggino, ‘llunga ‘o collo come ‘no struzzo…>,

singhiozza ‘n pochetto e continua: >.

E Ggino, poro martire, sse arza da ‘lla sedia

senza manco finisse ‘o bicchieretto de chiantino:

.

Allora Cencio pè stuzzicallo pupo’: >

>

E Cencio che se sente de vena bbona: >

>

E Cencio co’ l’occhietto vispo: >.

by Tamara


Siamo giunti all’ultimo capitolo della storia

della banda “G. Verdidi Corchiano. Eravamo

rimasti ad uno dei momenti più tragici della

storia del mondo: lo scoppio della Seconda

Guerra Mondiale. Anche se Corchiano non

venne toccato direttamente dai bombardamenti,

la paura incombente che potesse succedere

qualcosa anche qui fece passare,

almeno temporaneamente, la voglia di suonare.

L’amore per la musica è comunque

molto forte e, non appena terminò la Guerra,

una delle prime cose che si pensò di fare fu

riorganizzare la banda musicale. Attraverso

l’armonia delle note si volevano cancellare i

brutti ricordi e ritrovare la serenità dei tempi

passati. I vecchi musicisti si riunirono, rimisero

in funzione i propri strumenti accantonati,

rispolverarono i vecchi spartiti mai

dimenticati. A prendere in mano le redini di

questo carro fu il giovane maestro Lilio

Narduzzi, discendente da una famiglia di

musicisti di Vallerano, diplomato in fagotto e

composizione. Con lui ebbe inizio l’ascesa

della banda musicale “G. Verdidi Corchiano,

che raggiunse il suo periodo di massimo

splendore eseguendo un vasto repertorio di

musica melodrammatica e sinfonica. La

banda era ormai avviata e apprezzata da

tutti. Così il maestro Narduzzi, visti gli ottimi

risultati che era stato in grado di ottenere,

volle puntare più in alto per la sua professione

e decise di partecipare al concorso di

direttore di banda nella città siciliana di

Randazzo. Le sue grandi qualità di certo non

lo tradirono e ottenne meritatamente quel

posto, abbandonando Corchiano alla volta

della Sicilia. Dopo aver fatto tanto non pote-

Campo de’ fiori 55

Storia di una banda ultracentenaria

continua da Campo de’ fiori n. 20 ...

Corchiano

va lasciare il suo gruppo senza un valido nocchiero

e propose, in qualità di vice direttore,

uno dei migliori elementi della comitiva,

Giuseppe Giustozzi, nell’attesa che si fosse

fatto avanti un maestro qualificato. Eletto

all’unanimità anche dai suoi colleghi,

Giustozzi accettò, ma allo stesso tempo decise

di chiamare un suo conoscente per svolgere,

almeno saltuariamente,

il compito

di direttore: il

maestro Raimontini

Giovanni, Maresciallo

del 3° Reggimento

Granatieri

di Viterbo. Questi

però, dopo un

breve periodo di

prova, a causa dello

scarso compenso

che riceveva, con il

quale riusciva a

malapena a coprire

le spese per il viaggio,

lasciò la banda

in mano a Giustozzi,

che da vicedirettore passò ad essere definitivamente

direttore a tutti gli effetti. Dal 1952

al 1987, per ben trentacinque anni Peppino

tenne alto e arricchì il lavoro dei suoi predecessori.

Oltre che per le sue spiccate doti

artistiche è ammirato e stimato veramente

da tutti per le sue elevate qualità morali e per

il suo forte senso del dovere. Un uomo

straordinario, profondamente preparato dal

punto di vista culturale e musicale, grande

maestro anche di vita, con il quale è sempre

di Ermelinda Benedetti

un piacere per me intrattenersi. Paziente e

forte allo stesso tempo. Fu per molti anni

anche insegnante di musica alle scuole elementari

e medie di Fabrica di Roma e di

Corchiano. Grazie alla sua preparazione, si

cimentò nella composizione di numerosi

motivi. Tra tutti è bene citare il celebre “Inno

a S. Biagio”, eseguito a tutt’oggi non solo

dalla banda di Corchiano ma anche dalle

bande dei paesi limitrofi. Dedicò proprio tutta

la sua vita alla musica. La banda non avrebbe

potuto avere maestro migliore per un così

lungo e proficuo periodo di tempo. All’età di

75 anni, sponte sua, il maestro Giustozzi, un

po’ rammaricato ma tanto orgoglioso del suo

operato, decise di ritirarsi e lasciar spazio a

qualcuno più giovane di lui. Per quell’occasione,

in segno di gratitudine,

l’Amministrazione comunale organizzò una

festa di addio durante la quale lui stesso

designò come suo successore il maestro

Carlo Alberto Campana, uno dei suoi allievi

prediletti, che però non proseguì a lungo

questa strada. A partire da quest’ultimo,

infatti, i direttori che si susseguirono ricopri-

rono mandati molto brevi e, purtroppo, la

banda non riuscì a mantenere la gloria che

aveva raggiunto in tutti questi anni passati,

grazie all’impegno e alla passione dei vecchi

musicanti, attraversando un periodo di forte

crisi e instabilità. Solo da tre anni a questa

parte, con il giovane e appassionato maestro

Alessandro Achilli, diplomato in pianoforte al

Conservatorio dell’Aquila “Alfredo Casella”, la

situazione sembra tornare a risollevarsi. Il

gruppo conta ben quarantatrè elementi. Si è

arricchito di tanti ragazzi, che hanno riscoperto

la bellezza di suonare insieme e danno

man forte ai veterani, così innamorati della

musica da non poter pensare di abbandonarla.

E chissà che la banda di Corchiano non

riesca a raggiungere di nuovo il prestigio di

una volta, quando l’arte del suono era veramente

l’unica via d’uscita dalla monotonia del

lavoro quotidiano, l’unico momento per ritrovarsi

in compagnia e nasceva dal cuore.

E allora lunga vita e grande successo alla

banda “G. Verdidi Corchiano.


56

Campo de’ fiori

Album dei ricordi

4 Settembre 1955 - civitonici in gita a Tuscania - Foto del Geom. Roberto Pieri

Civita Castellana 1966

V elementare - sez. A

foto del Sig. Roberto Ercolini

In piedi da sx: Francesco

Pedatella, Marco Crescenzi,

Franco Palamides, Mario Fiorani,

Maestro Francesco Mattei, Fausto

Sanapo, Mario Prezzavento,

Cesare Cacchioli, Ermanno

Ciccarella, Alessandro Angeletti,

Sergio Colella, Carlo Belloni,

Santoboni

in basso da sx: Carlo Costanzelli,

Roberto Ercolini, Claudio

Bernardini, Mario Micheli,

Roberto Fidaleo, Giovanni

Saviotti, Luigi Morganti, Ivan

Matteo Cavalieri, Carlo Todini,

Gerardo Sanapo, Sergio Carabelli,

Claudio D’abbondanza


Vita Cittadina

16 Settembre - Civita Castellana

Corteo Storico e Processione dei SS Martiri

Marciano e Giovanni

(foto M. Topini)

Viterbo 25 Settembre

Suggestiva esibizione delle frecce tricolore

(foto Sonia Bonamin)

foto Ioncoli

foto M. Topini

Campo de’ fiori

Civita Castellana

Marco Liorni, durante le feste Patronali dei SS Martiri

Marciano e Giovanni, ha partecipato ad una serata di

degustazioni gastronomiche della Tuscia

Carmina non dant panem...

Il mese di agosto per Ronciglione è stato il mese

della cultura. Le devastate mura della Chiesa di S.

Andrea e la suggestiva Piazza degli Angeli, sono

state lo scenario di due avvenimenti che hanno

affrescato con dolci colori il cielo del paese cimino

oppresso da una densa caligine. Il giorno 20 ago-

sto si è svolta la XII a edizione del premio letterario

nazionale “Roncio D’oro” che, pur sotto la minaccia di un imminente acquazzone, ha regalato ad

autori e spettatori forti emozioni e grande divertimento. La XII a edizione ha visto salire sul gradino

più alto del podio, per il secondo anno consecutivo, Quadraroli Erminio che esibendosi in un duetto

con il “naso rosso” Mario Palazzi ha fatto rivivere ironicamente una realtà ronciglionese oramai scomparsa

con l’opera “L’Osteria”. A distanza di una settimana i Borghi Medievali sono stati la cornice ideale

per la presentazione del libro “Ronciglione in…canto” scritto da Silvano Boldrini. In esso, sottoforma

di versi, è raccolta la storia di Ronciglione. Alla maniera dantesca, l’autore del libro ha voluto

incontrare, nell’aldilà, i personaggi che nel bene e nel male hanno lasciato la loro impronta sul cammino

dalla storia del nostro bel paese incastonato come una perla all’interno dei monti cimini. Visto

l’enorme successo delle due manifestazioni culturali, è lecito rimettere la penna su un antico detto

latino: carmina non dant panem….sed gloriam! Dott. Erminio Quadraroli

Vite parallele Il tempo che lentamente smussa e opacizza i ricordi rendendoli quasi invisibili alla nostra

mente, nella città di Ronciglione non è riuscito a cancellare due tradizioni tanto affascinanti quanto diverse

tra loro. Il dipinto già di per se accattivante dell’estate ronciglionese è stato reso ancor più perfetto

da due usanze centenarie: la corsa dei berberi e la Processione di San Bartolomeo. Come ogni anno per

le vie del paese, scrutati dai nervosi occhi degli spettatori assiepati dietro le transenne, hanno galoppato

dei bellissimi cavalli senza fantino. Questi veloci animali hanno regalato uno spettacolo reso ancor più

affascinante dal risulta incerto. L’ascesa di Corso Umberto I, non è stata giudice severo della corsa, ma

dolce consolatrice di chi tutto l’anno si dedica alla cura dei purosangue: Sopran Vic della scuderia La Pace

e Laterite della scuderia di Montecavallo sono state classificate prime ad ex equo. Negli stessi giorni, più

precisamente il 24 agosto, si è svolta suggestiva ed emozionante Processione di San Bartolomeo.

Facchini in divisa, hanno trasportato per le vie del paese, accompagnati dalla Banda Cittadina, dai Parroci

e dalle Confraternite del luogo, la statua del Patrono ben fissata su una “macchina” risalente al diciottesimo

secolo. Da sempre, a Ronciglione, la Processione non è soltanto un momento religioso, ma anche

un’ occasione per scambiare due chiacchiere con amici lontani che ritornano al paese solo per far vibrare

le loro mani al passaggio del nostro Santo Patrono: San Bartolomeo Questi due avvenimenti affondano

le loro radici nella storia che ancora continuano a percorrere…parallelamente. Dott.E. Quadraroli

57

Civita Castellana

concerto di DJ Francesco

che si è fatto fotografare insieme a

Michele Moscioni (a dx) e con un altro

piccolo fans

Castel Sant’Elia 24.09.2005

Si è tenuta una manifestazione di

Karate (organizzata dalla palestra

Okinawa) in ricordo di Alberto Galletti

(allievo della palestra), prematuramente

scomparso il 1° Maggio 2002 insieme

alla sua fidanzata Tiziana, mentre

praticavano il Bangjn Jamping.

Alla manifestazione hanno partecipato

i genitori e la sorella di Alberto.


58

Campo de’ fiori

Sandro Anselmi

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...continua da pag. 36

Eh sì, c’era scritto proprio così, peraltro surgelate.

Il pensierò andò immediatamente

alla cosiddetta “scafata”. A pensarci bene,

nonostante fosse un piatto della sua adorata

mamma, non l’aveva mai sopportata

quella zuppa di legumi - le fave, in dialetto

chiamati “scafi”- dall’aspetto e dall’odore

(per i suoi gusti) nauseabondo. Non poteva

rischiare che sua moglie acquistasse qualche

chilo di quell’ insignificante prodotto

agricolo in offerta, anche perché cosa

avrebbe potuto cucinarci se non ….la scafata

? Distrusse quel giornalino della pubblicità.

Non soddisfatto, scese di sotto con lo

zaino del figlio grande e sequestrò tutti

quelli delle cassette postali del suo condominio;

poi, visto che c’era, fece finta di

gironzolare per avvicinarsi ai portoni delle

palazzine limitrofe e requisire furtivamente

tutte le malefiche riviste pubblicitarie del

circondario. Quindi rovesciò il frutto del

reato (sempre che sia reato difendersi da

chi ti vuole rifilare schifezze con la scusa

dell’offerta) dentro un secchio dell’immondizia:

avrebbe voluto bruciare il tutto, secchio

Campo de’ fiori 59

compreso, ma si trattenne, rendendosi

conto che la cosa gli stava prendendo un po’

troppo la mano. Rientrò a casa con lo

sguardo fiero e soddisfatto di chi ha compiuto

fino in fondo il proprio dovere di marito

padre uomo cittadino e consumatore,

senonchè, non appena aprì la porta, trovò la

suocera con un giornalino della reclame

sotto il braccio. Quel giornalino della reclame.

Quello con le fave surgelate in promozione

che lui aveva minuziosamente fatto

sparire dall’isolato. Ed era venuta proprio

per accompagnare la figlia a fare la spesa.

La salutò con una smorfia, ricambiato. Un

profondo stato di depressione si era impadronito

del suo animo. Non aveva più voglia

di combattere contro tutto e tutti, moglie e

suocera e sconti del discount compresi.

Avrebbe solo voluto fuggire via, il più lontano

possibile da quella casa, da quella suocera

e, soprattutto, da una serie di cene a

base di fave surgelate. Non gli restava che

allungarsi sul divano, prostrato, e chiudere

gli occhi affinchè l’immagine dei maccheroni

fumanti che gli preparava sua madre

potesse riemergere dall’oblio.

Lo Studio Legale dell’ Avv. Aldo Piras -

Patrocinante in Cassazione

ha stipulato una convenzione con

Campo de’fiori

con la quale, tutti i lettori, avranno diritto a n. 3 consulenze gratuite

Per informazioni rivolgersi in redazione

non ho

ancora

fatto la

pubblicita’

su

campo de’ fiori ? !!

Campo de’ fiori

Periodico Sociale di

Arte, Cultura

ed Attualità edito

dall’Associazione

Accademia

Internazionale

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(A.I.D.I.)

senza fini di lucro

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Sandro Anselmi

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e Coord:

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