di ricordi - Campo de'fiori

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di ricordi - Campo de'fiori

di Sandro Anselmi

Pasqua:

un’occasione

Sta per arrivare la Pasqua, viene presto quest’anno, è bassa.

La mimosa è corsa a vestirsi di profumi e di colori e anche tutti gli

altri fiori stanno rinascendo alla nuova stagione.

Non vorrei diventasse, però, un’occasione perduta, ma tutto, purtroppo,

gira all’incontrario.

C’è profonda stanchezza ed amara delusione… attento a chi non

sa leggere negli occhi della gente perché in essi c’è il disagio e

la disperazione.

Guai a quelli che non avranno saputo comprendere l’estrema

gravità delle cose, perché la difesa della dignità, in fine, arma

anche gli animi più deboli e i caratteri più docili!

Ma adesso basta parlare di queste cose!

In questi giorni santi mi piace ricordare le parole di speranza di una

vecchia canzone che dicevano:

“se cercate in ogni sguardo dietro un muro di cartone troverete

tanta luce e tanto amore. E’ la pioggia che va e ritorna il sereno”.

Vorrei tanto che questo accadesse veramente.

La Pasqua porta la resurrezione, la pace, ed è di questo che

abbiamo estremo bisogno!

Promettiamoci di non gettare questa occasione!

Incominciamo, o rincominciamo a cercare in noi e negli altri quella

“luce e quell’amore”.

Buona Pasqua a tutti!

Campo de’ fiori 3


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di Sandro Alessi

Campo de’ fiori

Gianfranco

Un Gianfranco D’Angelo in grande

forma è quello che incontriamo al Teatro

Manzoni di Roma, in occasione della duecentesima

replica di “Indovina chi viene

a cena?”.

Auguri!

“E si, ringrazio Voi e soprattutto il pubblico

italiano, che non mi ha mai dimenticato.

Abbiamo debuttato a novembre 2006

al Manzoni di Milano e, guarda caso, per

festeggiare questa ennesima replica,

siamo al Manzoni di Roma! Finiamo a

Maggio prossimo e quindi speriamo di

farne tante altre”.

Ha iniziato negli anni ‘70, dopo aver cambiato

mille mestieri e dopo aver affinato il

suo talento naturale al Derby di Milano ed

al Bagaglino di Roma.

La prima grande occasione gliela propongono

Garinei e Giovannini con Alleluia,

brava gente, recitando al fianco di

Renato Rascel e Gigi Proietti e, nello stesso

anno, esordisce in televisione col varietà

Foto di Gruppo, al fianco di Raffele

Pisu. Da quel momento è un crescendo di

successi: Dove sta Zazà (1973),

Milleluci (1974) con Mina e Raffaella

Carrà, Mazzabubù (1976), La Sberla

(1978/79), Signori si parte (1980), Tilt

(1981).

Ma parliamo di “Indovina chi viene a

cena”.

“Devo dire che è una commedia che ha

avuto molto successo, tanto che lo scorso

anno abbiamo vinto il biglietto d’oro, per la

compagnia di prosa che ha fatto i maggiori

incassi al botteghino. Commedia che si

rifà all’omonimo film del 1968 con Spencer

Tracy e Katharine Hepburn e che tocca il

tema del razzismo, che, purtroppo, è

ancora attuale. Tutti noi vorremmo che si

risolvesse con l’intelligenza umana, ma il

problema delle differenze è ancora insito

nella nostra società. Il tema affrontato

potrebbe essere drammatico, ma la commedia

è molto divertente perché prende

spunto dal fatto di questo padre contrario

al matrimonio della figlia che vuole sposare

un uomo di colore. La conclusione, che

tutti conoscono, è che prevale il buonsenso

e l’amore e soprattutto la famiglia. La

regia è del grande Patrick Rossi Gastaldi,

che regala un grande ritmo a tutto lo spettacolo

e ricordiamo che accanto a me

recita una grandissima Ivana Monti”

Avendo accanto un personaggio di così

grande spessore comico, non si può non

ricordare il grande successo di Drive In.

“Ho iniziato nel 1981 con Giancarlo

Nicotra, a cui è seguito poi Beppe Recchia,

e sono andato avanti fino all’87/’88, inventando

un nuovo genere di trasmissione

televisiva, con numerosi tentativi di imitazione,

poi ho fatto Striscia la Notizia e

successivamente Odiens, dove abbiamo

tenuto a battesimo Lorella Cuccarini, che a

quei tempi ballava soltanto: noi l’abbiamo

spinta a fare anche l’attrice…”.

Gianfranco, sei sempre stato chiamato il

“signore” della risata per la tua maniera di

far ridere…

“Si, ho sempre cercato un modo molto

elegante per far ridere e sono sempre

stato assolutamente contrario alla volgarità,

al cattivo gusto. Ho sempre cercato di

rispettare questa regola sia in televisione

che nelle serate dal vivo e soprattutto

negli spettacoli teatrali.”

Tredici a tavola (1993), I cavalieri

della tavola rotonda con la Ferilli

(1995), I peggiori anni della nostra vita

(1996), Il gufo e la gattina con Brigitta

Boccoli (1997/1998), L’ultimo Tarzan

con la regia di Japino (1999), Il padre

della sposa accanto alla figlia Simona

(2001/2002), E’ ricca, la sposo e l’ammazzo

(2003), La Signora in rosso con

Alena Seredova (2004/2005): queste sono

alcune delle commedie interpretate in carriera

ma di quest’ultima il nostro

Gianfranco D’Angelo è orgogliosissimo ed

insieme a lui invitiamo tutti i lettori a non

perderla assolutamente…


Campo de’ fiori

D’Angelo

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Il 1976 è tristemente

ricordato

dalla storia del

nostro Paese

come l’anno del

terremoto del

Friuli, della tragedia

di Severo

e della strage di

Brescia; il collezionismo

lo

ricorda anche

di Alfonso Tozzi

come la nascita

di un nuovo

tipo di raccolta : i miniassegni, cioè quei

rettangolini di carta multicolori emessi

soprattutto dalle banche, per conto di

esercenti, di vario taglio (Lire 50, 100,

150, 200, 250, 300), con l’intento di risolvere

il problema degli spiccioli che si era in

quegli anni fatto sempre più pressante.

Fino al 1961 infatti la quantità di pezzi

metallici coniati dalla zecca di Stato poteva

considerarsi sufficiente, ma, col passare

degli anni, il rapporto banconote-monete

cadde a causa soprattutto dell’inflazione

galoppante che si ebbe nel 1974 e fino al

1977, la quale determinò la immissione di

una enorme quantità di banconote, mentre

la coniazione di monete divisionali

rimase stazionaria.

Questa situazione che rendeva sempre più

difficile l’ordinaria vita commerciale quotidiana

(i negozianti erano costretti a dare il

resto in caramelle, cerotti, gettoni telefonici

e altro), venne rivoluzionata dalla comparsa

di un assegno circolare di piccole

dimensioni (110 x 60 mm. – 210 x 58

mm.) in tutto simile a quelli ordinari,

emesso, primo in Italia, il 10.12.1975,

dall’Istituto Bancario San Paolo di Torino,

intestato all’associazione commercianti di

quella città; da questa data inizia la travolgente

“avventura” dei “miniassegni” che,

con alterne vicende, coinvolgerà, volente o

nolente, tutti gli italiani ed alcuni “investitori”

francesi, inglesi, tedeschi ed americani

i quali si “rifornivano” nelle nostre banche

e, nei nostri mercatini per soddisfare

le richieste, sempre più crescenti, dei collezionisti

dei loro paesi : all’epoca, venne

scritto, a questo proposito; che “l’Italia

esporta il prodotto dell’inefficienza statale”.

Molte furono le banche, oltre la citata San

Paolo, che emisero miniassegni nei vari

Campo de’ fiori

“BANCONOTE”

tagli possibili : Credito Italiano, Banco di

Napoli, Banca Agricola Commerciale di

Reggio Emilia, Banca di Credito Agrario di

Ferrara, Banca di Trento e Bolzano, Istituto

Bancario Italiano, Banca Cattolica del

Veneto, Banca Provinciale Lombarda,

Cassa di Risparmio di Biella, Banco di

Sicilia, Banca di Credito Agricolo e

Bresciana, Cassa di Risparmio di Venezia,

Cassa di Risparmio della Repubblica di San

Marino ed altre. A queste vanno aggiunti i

“buoni” emessi da associazioni di commercianti

di varie città compreso Upim e La

Rinascente.

Complessivamente furono interessate alla

emissione 32 banche per un totale di 835

tipi diversi per l’ammontare di 200 miliardi

di lire di facciale.

Il collezionismo si impadronì del fenomeno

che coinvolse cittadini di tutte le età, protesi

ad accaparrarsi i “pezzi” più validi per

poterli scambiare o rivenderli lucrando.

Furono editi cataloghi e bollettini con valutazione

quasi giornaliera, il più famoso

studioso e collezionista dell’epoca fu Guido

Crapanzano un vero intenditore e grande

collezionista (si disse che la sua collezione

comprendeva oltre 70.000 pezzi considerando

le sfumature, gli errori e i falsi).

I miniassegni infatti furono anche falsificati

: la stampa diede notizia dell’arresto di

uno studente romano di architettura il

quale aveva “emesso” un miniassegno di

L. 150 del Credito Astigiano, istituto inesistente

ed uno della Banca Sella di Vercelli

di colore verde con impressa, sotto le

scritte l’immagine di una chiesa poi risultata

essere la basilica di Massenzio.

Le quotazioni dei miniassegni raggiunsero

vette impreviste: il L. 100 del Banco di

Napoli del 12.3.1976 intestato al

“Consorzio Fata Morgana” superò le

500.000 lire e quello dello stesso banco

per lo stesso importo, all’ordine del Centro

Diffusionale Commerciale di Locri, venne

quotato due milioni di lire!

E’ appena il caso di ricordare che il fenomeno

non rappresentò per il nostro Paese

una novità : la crisi economica creatasi con

la costituzione del nuovo regno d’Italia

provocò dal 1866 al 1875 una rarefazione

nella circolazione di monete metalliche

tanto che il governo dell’epoca emanò un

decreto che considerava come moneta le

marche da bollo per le cambiali e successivamente,

risultato inefficiente questo

alba e tramonto di un

provvedimento, acconsentì che numerose

banche locali, province, comuni, opere pie

e privati, emettessero buoni di piccolo

taglio chiamati “fiduciari” con copertura

garantita; fra questi i più richiesti il 50 centesimi

della società, degli operai di Arona,

il 25 centesimi della banca del popolo di

Asti o il 50 centesimi della società del

mutuo soccorso di Bettola e paesi limitrofi;

di notevole valore collezionistico sono

anche il 20 centesimi emesso dai fratelli

Bartolomeo e Giovanni Battista Ronzoni di

Pallanza, commercianti di legnami, il 50

centesimi emesso dalla tipografia Antonia

Porta di Domodossola e il buono di L. 1

emesso dal municipio di Voghera.

In epoca più recente, durante l’ultimo conflitto

mondiale, nel territorio della

Repubblica Sociale Italiana, tutte le banche

colà operanti emisero assegni circolari

stampati nei vari tagli da L. 1000 a L. 5

che circolarono come vera e propria moneta

fino alla liberazione.

Verso la fine del 1977, inizi 1978, la Zecca

italiana, ristrutturate alla men peggio le

proprie attrezzature, coniò e mise in circolazione

un centinaio di milioni di pezzi di

una nuova moneta da L. 200 (da alcuni

chiamata bronzino) cui affiancò pezzi da L.

100 e L. 50 : non era molto rispetto al fabbisogno,

ma costituiva pur sempre un

segno concreto con cui lo Stato intendeva

porre fine ad un fenomeno durato più del

necessario.

Era l’inizio della fine per i miniassegni che

gradatamente uscivano di scena creando,

alle volte, situazioni paradossali come

quella verificatasi a Milano in un’agenzia

del Credito Italiano di piazza Cordusio,

dove un gruppo di radicali paralizzò uno

sportello chiedendo la conversione in

moneta di 600 miniassegni, i quali, ovviamente,

avrebbero dovuto essere firmati

uno per uno ed elencati nella apposita

distinta.

Usciti di scena i miniassegni continuano

tuttavia a vivere negli scambi dei numerosi

collezionisti “superstiti”, i quali tutti

hanno la segreta speranza del risveglio di

una collezione che, per oltre mille giorni,

tenne desta l’Italia.


Campo de’ fiori 7

di emergenza:

sogno collezionistico


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Correva il 2 giugno

del 1909, quando

l’Associazione Democratica

G. Tavani

Arquati: a Piazza

del Popolo, sulla

parete dell’attuale

Caserma dei Cara-

di Riccardo Consoli binieri, già Caserma

della Gendarmeria

Pontificia, poneva “ … per volontà

ammonitrice del popolo … “ questa lapide

a ricordo di Angelo Targhini patriota giustiziato

insieme al suo compagno di “vendita”

carbonara Leonida Montanari:

ALLA MEMORIA DEI CARBONARI ANGELO

TARGHINI E LEONIDA MONTANARI CHE

LA CONDANNA DI MORTE ORDINATA DAL

PAPA SENZA PROVE E SENZA DIFESA IN

QUESTA PIAZZA SERENAMENTE AFFRON-

TARONO IL 23 NOVEMBRE 1825.

Una sentenza di morte come tante altre in

quel periodo che, come tante altre, venne

eseguita da Mastro Titta - Giovanni

Battista Bugatti, boia dello Stato Pontificio

dal 1796 al 1864.

Ma quale la storia che precedette questa

condanna, quali gli avvenimenti storici,

quale il contesto, quali i personaggi?

Vediamo di capirne di più a partire dal

luogo dove la condanna venne eseguita.

Piazza del Popolo con la sua omonima

Porta, il cui nome originario era Porta

Flaminia poiché da qui inizia la consolare

Flaminia, anche se anticamente detta strada

aveva inizio molto più a sud ossia dalla

c.d. Porta Fontanilis ubicata all’altezza dell’attuale

Altare della Patria; il suo nome si

supponeva potesse derivare dai numerosi

pioppi che ricoprivano l’area, ma molto più

probabilmente è collegato alla chiesa di

Santa Maria del Popolo qui eretta nel 1099

per volere di Papa Pasquale II, Raniero di

Bieda, 1099 – 1118 allo scopo, sembrerebbe,

di cancellare la presenza del fantasma

di Nerone che si diceva sepolto sotto

un noce alle falde del Pincio, noce sul

quale, secondo la leggenda, ballavano

streghe e demoni.

L’attuale aspetto di Porta del Popolo è il

risultato di una ricostruzione cinquecentesca

resasi necessaria per l’importanza che

in quel periodo aveva assunto il traffico

urbano proveniente dal nord, la facciata

esterna fu commissionata da Papa Pio IV,

Giovan Angelo de’ Medici, 1560 - 1565, a

Michelangelo il quale, a causa dei non

pochi impegni già assunti, trasferì l’incarico

a Nanni di Baccio Bigio che realizzò l’opera

tra il 1562 e il 1565 ispirandosi, sem-

Campo de’ fiori

Roma che se n’è andata: luoghi, figure, personaggi

CÊera una volta il Papa Re

brerebbe, all’Arco di Tito.

Nel 1825, anno che segna la condanna a

morte di Angelo Targhini e Leonida

Montanari, regna il Papa Re Leone XII,

Annibale della Genga, 1823 - 1829, probabilmente

il più reazionario del secolo, un

pontefice che crea continuo malcontento

nel popolo italiano e in quello romano in

particolare; i gruppi rivoluzionari e liberali,

che danno origine a numerosi tumulti e

proteste, vengono contrastati dall’esercito

pontificio e dalla stessa Chiesa, in tale

contesto il più agguerrito è quello dei c.d.

“carbonari”, molto temuti dalle autorità

pontificie, un gruppo che si batte per il

raggiungimento della libertà e per tentare

di porre fine al soffocante regno di Leone

XII.

All’interno del gruppo di “carbonari” sono

presenti, ne poteva essere diversamente,

molti nobili tra cui il liberale Filippo Spada

soprannominato “Spontini” che, dopo un

periodo di intensa e attiva partecipazione,

comincia a rendersi sempre meno favorevole

alla causa rivoluzionaria condannando

apertamente gli atteggiamenti ribelli dei

suoi compagni, infatti egli è visto più volte

complottare con alcuni sostenitori della

sua famiglia e con autorevoli esponenti

della Chiesa.

Un chiaro atteggiamento che non sfugge

ai suoi compagni e che lascia ben intendere

il progetto di denuncia di Spontini, da

ciò la conseguente decisione di bloccare il

traditore con la sua eliminazione, incarico

che viene affidato a tale Angelo Targhini,

un giovanissimo modenese, non ha superato

i vent’anni, piuttosto spregiudicato e

fanatico delle idee “carbonare”, in passato

questi era stato usato per operazioni del

genere ed era perciò ritenuto un soggetto

affidabile per quelle che erano dette le

azioni di “vendita” carbonara.

Angelo per sua natura non da molta

importanza a ciò che succede o che

potrebbe succedere a lui stesso, è un giovane

quanto mai attivo e sempre sorridente

e, ciò che più conta, crede nella nobile

causa della libertà, quindi egli non ha

alcun indugio ad accettare ed eseguire

quel particolare incarico.

Il luogo prescelto è il Vicolo di

Sant’Andrea, Spontini si trova nei pressi di

una farmacia, Targhini gli va incontro e gli

fa cenno di seguirlo perché ha da riferirgli

comunicazioni importanti, Spontini lo

segue ignaro, ma giunti nel vicolo,

Targhini estrae un pugnale e colpisce il

traditore al cuore dileguandosi con l’aiuto

di un complice.

Filippo Spada però non muore e urla invocando

aiuto, accorrono due guardie pontificie

di pattuglia, si rendono conto delle

condizioni dell’uomo e, constatato che è

ancora in vita, chiedono soccorso presso la

medesima farmacia dove aveva sostato

Spontini quì si trova un altro carbonaro,

tale Leonida Montanari, un medico che è

al corrente del progetto e che, per l’incredulità

del fallito attentato, segue le guardie

accorrendo verso Spontini.

Qui giunto, stupitosi per l’insuccesso del

Targhini, estrae dalla borsa un strumento

chirurgico usato per l’esplorazione delle

ferite, ma anziché curare il moribondo

tenta di completare l’opera, le guardie

pontificie si rendono conto di quanto sta

accadendo, bloccano il Montanari e lo

arrestano, più tardi Spontini riesce a rivelare

il nome dell’attentatore che viene

tratto in arresto.

Angelo Targhini è accusato di tentato omicidio

e Leonida Montanari di aver cercato

di completare l’opera, la conseguente condanna

è condizionata non poco dalla loro

appartenenza ai “carbonari” e la Sacra

Consulta si esprime per l’esecuzione della

pena mediante decapitazione; a nulla valgono

le numerose azioni di protesta, non

solo da parte dei rivoluzionari, ma anche

di molti uomini di chiesa, oltre che di molti

nobili che quelle idee hanno sposato, la

condanna non è fermata e la sentenza

viene eseguita il 23 novembre 1825.

Fin qui i fatti storici, ma rileggiamo cosa

scriveva Mastro Titta nell’occasione poiché,

come ricordato in altra sede, il “boia

di Roma” era solito tenere un taccuino

manoscritto dove riportava dettagliatamente

le notizie riguardanti le esecuzioni

capitali a lui affidate:

“ … decapitai al Popolo Leonida Montanari

e Angelo Targhini, due cospiratori contro il

governo di Sua Santità, appartenenti alla

setta dei carbonari, i quali avevano gravemente

ferito un loro compagno, tale

Spontini, sospettando che li avesse traditi

e denunciati all’autorità.

Di questa esecuzione si fecero molti

discorsi perché la tenebrosa associazione

alla quale appartenevano incuteva spavento

alla popolazione di Roma, onesta,

timorata e fedele al Papa, ma benché si

sussurrasse di tumulti e insurrezioni preparate

dai loro confratelli per sottrarli al

patibolo, la tranquillità, grazie alle saggie

ed energiche disposizioni adottate dal

governo, non fu menomamente turbata,

ecco come si svolsero i fatti.


Una sera Targhini passa dalla farmacia

Peretti e vedendo Spontini sulla porta l’invita

a seguirlo dicendo dovergli parlare di

cosa grave; Spontini accondiscendente lo

segue; svoltando per il Vicolo di

Sant’Andrea buio e deserto, Targhini si

guarda attorno per un momento e, vedendo

nessuno, trae un pugnale dalla tasca in

petto dell’abito e lo infligge allo Spontini

dalla parte del cuore ... “

“ … uno dei carabinieri che osservava

attentamente il Montanari, si accorge che

collo specillo tentava di approfondire la

ferita, non gliene lascia il tempo, gli toglie

lo specillo e gli lega i polsi con un paio di

manette, poi chiamata man forte condussero

il Leonida Montanari alle carceri;

Spontini alla Consolazione ove lo guarirono

della sua ferita.

Fu eretto il processo contro il Targhini del

quale il ferito declinò il nome accusandolo

del fatto e che venne tosto arrestato e

contro Montanari, che aveva tentato di

compir l’opera e quantunque opponessero

i più sfrontati dinieghi, furono condannati

dalla Sacra Consulta alla decapitazione … “

“ … si temeva che per l’esecuzione gli altri

settari volessero tentare qualche colpo

audace e furono prese tutte le disposizioni

opportune, quanto a me, sebbene avessi

ricevuto una quantità di lettere anonime

che mi minacciavano di morte se avessi

fatto l’esecuzione, ho compito il mio dovere

senza esitanza; era uno spettacolo

imponente, Piazza del Popolo era gremita

di gente come non la vidi mai.

Quando vi arrivammo colla carretta i soldati

stentarono ad aprirci il varco, giunti

sul palco, che avevo eretto durante la

notte col concorso del mio aiutante,

Targhini prima e Montanari poi, scesero

colla maggior franchezza di questo mondo

e ne salirono i gradini circondati dai confortatori,

saltellando quasi.

Tutti i tentativi per indurli al pentimento

ed alla confessione riuscirono vani - non

abbiamo conto da rendere a nessuno: il

nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza

- rispondevano invariabilmente … “

“ … Avevo avuto ordine da Monsignor

Fiscale di far presto e i confortatori, a

quanto credo, lo stesso, quindi, non si perdette

altro tempo, li legai solidamente ai

polsi perché avevano rifiutato di farsi bendare,

poi spinsi innanzi Angelo Targhini

che porse il capo sorridente alla ghigliottina

e in un secondo fu spedito; Leonida

Montanari mi salutò beffardamente dicendomi:

addio collega e fece poi come il

Targhini e come il Targhini lo spedii al

Creatore … “

Leonida Montanari era nato a Cesena e

all’età di soli ventiquattro anni aveva

acquisito un nome nell’arte chirurgica,

Edoardo Fabbri così lo descrive: “ … aveva

il cuore pieno di gentilezza, d’onore, d’amore

della patria ed era bello come uno

de’ più belli italiani … “, si era dedicato allo

studio della chirurgia prima a Bologna,

quindi a Roma potendo qui godere della

protezione del Principe Chiaramonti, una

Campo de’ fiori 9

volta laureatosi, si trasferisce a Rocca di

Papa per esercitare la professione medica,

ispirato da nobili ideali viene in contatto

con la “carboneria” alla quale aderisce con

il proposito di portare il proprio contributo

al risveglio del sentimento nazionale.

La Roma papalina, un periodo storico

assolutamente importante, non poteva di

certo sfuggire al cinema, a tanto provvede

Luigi Magni considerato il più importante

regista del cinema romano che Civita

Castellana ha recentemente ospitato in

occasione dell’inaugurazione di “Civita

Festival” , egli fa parte di quel ristretto

numero di registi che hanno contribuito a

rendere grande il nostro cinema popolare

e ci racconta il periodo risorgimentale

mescolando verità storiche e farsa adoperando

toni satirici sempre ben mirati, ma

in realtà egli si avvale dell’anticlericarismo

per parlarci del potere in generale intendendo

questo come una forma di dominio

dell’uomo sull’uomo.

Le opere che affrontato questa specifica

tematica sono “Nell’anno del Signore”, il

primo di una trilogia sulla Roma papalina

che proseguirà con “In nome del Papa Re”

e con “In nome del popolo sovrano”, il

regista così descrive il motivo della loro

realizzazione “ … mi venne naturale fare

questi film, racconto queste storie perché

sono romano, perché sono nato in Via

Giulia, perché al piano di sopra abitava un

monsignore, perché appena uscivo di casa

sulla destra c’era la chiesa della Buona

Morte con i teschi che funestavano i sogni

della mia infanzia e perché queste sono le

mie radici… “.

Ma soffermiamoci sul film “Nell’anno del

Signore” che più da vicino interessa

Targhini e Montanari e che tratta degli

avvenimenti del 1825 l’anno del giubileo

bandito da Papa Leone XII, tra le guardie

svizzere si parla tedesco ma i capi della

repressione si esprimono in italiano, così il

Cardinale Rivarola - Ugo Tognazzi, il

Colonnello Nardoni - Enrico Maria Salerno;

un “satirico misterioso” interpreta il senti-

Porta del Popolo in un disegno del ‘700

mento popolare reimpiendo di epigrammi

antipapalini la statua di Pasquino nei cui

pressi si aggira tale Cornacchia uno“scarparo”

- Nino Manfredi che convive con una

“giudia” di nome Giuditta - Claudia

Cardinale la quale s’innamora a turno dei

due carbonari, il medico Leonida

Montanari - Robert Hossein e il giovane

fuoruscito dal granducato di Modena

Angelo Targhini - Renauld Verley .

Il protagonista Nino Manfredi assicura il

filo conduttore del film, lo “scarparo”

Cornacchia non è un infame come crede la

sua donna, è proprio lui infatti l’autore

delle “pasquinate”, egli ha fatto credere di

essere un analfabeta per poter scrivere le

sue invettive senza essere sospettato ed è

proprio lui che avverte Targhini e

Montanari che il patrizio Filippo Spada -

Spontini li ha traditi.

I due carbonari decapitati sono sepolti ai

piedi del “Muro torto” in un cimitero sconsacrato

dove venivano seppelliti ladri,

vagabondi e donne di malaffare; si narra

che la notte i fantasmi dei due personaggi

vagano sotto quelle mura con la propria

testa in mano e i loro spiriti sono alla

costante ricerca di vendetta contro chi li

condannò alla pena eterna, per cui non ci

si deve meravigliare se ancora oggi le

automobili, percorrendo quel tratto di strada,

accusino spesso strani guasti, inoltre

un gran numero di aspiranti suicidi sceglievano

proprio le mura che da Villa

Borghese si affacciano sulla strada per

porre fine

alla loro esistenza,

ma

dice Cornacchia:

“ …

voi fate a

rivoluzione,

io fo il calzolaro

… ognuno

si fa gli

affari sua

…“.


10

Campo de’ fiori

Ragazza d’oggi, Strumento di ieri!

...continua dal numero 47

Questa indipendenza delle dita rispetto

agli occhi, impossibile con il pizzicato, è

estremamente preziosa: dà la possibilità di

guardare l’altra mano, la partitura, … gli

esercizi che si fanno all’inizio per un buon

approccio alla cetra sono:1)iniziare a studiare

separatamente i movimenti del pollice

(con l’appoggio del pollice e dell’indice),

poi dell’indice(con l’appoggio del polso e

del pollice) -2) Imparare a suddividere le

note tra pollice e indice: pollice per le note

gravi, indice per le note acute, mantenendo

una certa distanza tra le due dita. -

3)dopo un certo periodo di tempo, si

riesce ad usare il pollice e indice al di sotto

delle quarte senza contrazione della mano

… ma non si useranno mai queste due dita

per un semitono-esempio: si con il pollice

e do con l’indice: basta provare per rendersi

conto che è impossibile in appoggiato

-4)dopo aver acquisito dei buoni riflessi

con il pollice e l’indice e una sorta di equilibrio

tra le due dita, si introduce il dito

medio per assecondare l’indice, a un intervallo

di seconda o di terza da questo.

Il pollice suona ancora le note gravi, l’indi-

Francesca Desiato “salta

ce le medie, il medio le acute -5) infine,

introdurre l’anulare e/o il mignolo per i

passaggi rapidi e molto distanti … ad essi

sono affidate le note più alte e sono aiutati

dall’appoggio del polso e delle altre

dita. A forza di esercizi si arriverà a vincere

la loro mancanza di forza e agilità.

Per far vibrare le corde utilizziamo il polpastrello,

come ti ho già detto e la zona

del polpastrello da usare è quella appena

sotto l’unghia, affinché quest’ultima non

rischi di urtare le corde per suonare la

corda, si procede in due tempi: -in un

“tempo di preparazione”, il pollice si mette

sopra la corda. La zona del polpastrello

che deve suonare si trova a sinistra della

corda per il pollice destro, e a destra per il

pollice sinistro. Il pollice è dunque piatto,

leggermente sul lato destro della corda,

ma non va spinto a fondo tra le corde,

altrimenti l’unghia urta la corda al momento

di suonare; -al “momento dell’esecuzione”,

il pollice si appoggia sulla corda, scivola

con un colpo secco e va ad appoggiarsi

sulla corda seguente. Deve trovarsi

di nuovo nella posizione di preparazione

descritta qui sopra, pronto a suonare questa

corda. Dimenticavo: sulla cetra, la let-

tura della partitura presenterà sempre

problemi maggiori che in altri strumenti a

causa della difficoltà di suonare senza

guardare, almeno sulla parte cromatica …

perché l’esecuzione dei brani non sia rallentata

dal “va e vieni“ dello sguardo tra

corde e partitura, il citarista/salterista

deve evitare di decifrare e suonare le note

una a una: al contrario si abituerà fin dall’inizio

a una lettura di note per frammenti

di frase: cominciare due note per volta

e/o accordi, pi 3, poi 4, ecc….

Carlo: un lavoro non da poco … datemi

un fisioterapistaaaa!

Francesca: Con onestà, ho trovato non

poche difficoltà a suonare questo strumento

… quando ho iniziato, più di dieci

anni fa, già mi dedicavo alla chitarra ma le

difficoltà che ho trovato con il “salterio”

sono state tante … non riuscivo a dividermi

nei tre ruoli del “citarista / salterista”,

ovvero: non riuscivo a conciliare la mano

destra con la mano sinistra e lo spartito …

non riuscivo a mettermi in testa che dovevo

dividere” il cervello in tre parti!!!

Risultato: ogni suono che usciva gracchiava,

non era pulito; l’accompagnamento e

la melodia non erano quasi mai amalgamati

perfettamente, c’era sempre uno dei

due che sovrastava l’altro.

Carlo: lo strumento che suoni attualmente

è ancora quello dei tuoi “primi pizzichi”?

Francesca: No Carlo … lo strumento

attuale è diverso da quello delle “origini”

… inizialmente quando mi accostai al salterio

e decisi di approfondirne lo studio,

non sapevo quanti modelli e tipologie ci

fossero disponibili, così mi indirizzai per

una “cetra 12/4”; ora, invece, ho una

“12/7”, motivo di orgoglio per me perché è

il primo strumento in legno di abete … e,

rispetto a prima, ha una sonorità ancora

più … celestiale! (nda: strumenti di alta

qualità sono costruiti con il cosiddetto

“legno di risonanza“, un particolare tipo di

legno proveniente da alcune specie arboree,

soprattutto abete rosso, che possiede,

per “dono di natura”, particolarissime

caratteristiche acustiche e che, fin dall’antichità,

viene ricercato ed utilizzato dai liutai

per ricavarne la tavola di risonanza di


Campo de’ fiori 11

” sulle corde del Salterio

diversi strumenti a corda come ad esempio

violini, viole, violoncelli, chitarre … salteri

e dei pianoforti: io ho visitato una delle

poche foreste che in Italia, con pochissime

altre nel Mondo, contribuisce a render

possibile la creazione di strumenti dai

suoni ritenuti “perfetti”: nella Val di

Fiemme in Trentino c’è la “foresta di

Paneveggio” … nota anche come la

“Foresta dei Violini” ).

Carlo: quanto costa un “salterio ad accordi

nella versione per un “principiante” e

per un “avanzato”?

Francesca: si può andare dai 378,00

Euro agli oltre 2.000,00 Euro ma per qualsiasi

curiosità, chi ha interesse, può visitare

il seguente sito: www.ilmondodellacetra.it/pagine/panetti.htm

) ... per iniziare a

suonare va bene qualsiasi tipo di cetra

l’importante è l’approccio con lo strumento

e soprattutto la voglia di imparare…

senza quella non si fa nulla.

Io, da molti anni, seguo un corso di una

settimana all’anno nel monastero di Santa

Scolastica di cui si diceva agli inizi di questa

chiacchierata … è un corso tenuto da

Madame Maguy Gèrentet alla quale, per

la sua valenza di musicista e per l’ impegno

profuso nello studio di questo strumento,

è stata conferita la laurea ad

honorem in “professore di Salterio”!! Lei è

una donna eccezionale: pensa che è praticamente

“nonvedente”, eppure è la musicista

più brava al mondo, a mio parere …

ha composto brani originali e di alcuni

brani celebri ne ha proposto dei riadattamenti

per il salterio … non tutto si può

suonare con questo strumento … anche

qui per saperne di più potete visitare il sito

www.cithare.net/fr_rub1.html

Carlo: tra pollice e indice, quali progetti a

breve?

Francesca: come progetti per quanto

riguarda il salterio ho in mente di fare un

cd non solo salterio ma salterio e chitarra

elettrica e/o fiati … ho già avviato la realizzazione

di un brano .. poi sto cercando

di studiare e riadattare dei brani classici

del rock al salterio come ad esempio

“Starway to heaven” dei grandi Led

Zeppelin e, magari, una volta messo su il

cd mandarlo ad Elisa … mi piacerebbe tantissimo

una collaborazione con lei ... ma è

giusto un sogno ... la sua voce penso che

si sposi bene con il suono dolce e celestiale

del salterio!!

Carlo: so che ti stai “pericolosamente”

avvicinando ad un altro strumento “atipico”,

la KORA ….

Francesca: si, è uno strumento musicale

del gruppo dei cordofoni, della famiglia

delle arpe a ponte; la cassa di risonanza

della kora è costituita da una mezza zucca

svuotata e ricoperta di pelle di animale

(mucca o antilope) … sulla cassa è infisso

un manico da cui partono 21 corde che si

inseriscono, in due file parallele rispettivamente

di 10 ed 11 corde, su di un ponticello

perpendicolare al piano armonico … il

suono mi ha subito affascinata!

Si, ho interesse per la kora che è tipico

della cultura africana ha una sonorità

molto calda e profonda!

Carlo: dopo i “quattro salti” che, idealmente,

abbiamo fatto in tua compagnia

sulle corde del “salterio”, ti lascio carta

bianca per una chiusura … “eterea” come

i suoni dello strumento da te amato.

Francesca: penso che … la musica è il linguaggio

universale per eccellenza, perché

di Carlo Cattani

fin da quando siamo solo dei feti, l’unico

modo per conoscere è ascoltare, e le

nostre giornate sono “musicate” dal battito

del cuore di nostra madre, dal suo

respiro, dalla sua digestione ... è attraverso

l’udito che il bambino, l’essere umano,

impara a conoscere e a riconoscere.

Ho suonato in tanti posti, tra sacro e profano,

dal Vaticano a … Stazione Birra la

“Mecca” del rock della Capitale, eppure l’unica

volta che, realmente, mi sono emozionata

suonando, è stata quando ho portato

il “salterio” in un centro di accoglienza

ed assistenza in favore di portatori di

disabilità: è stata un’esperienza bellissima

percepire le diverse, anche contrastanti,

reazioni degli ospiti del centro di fronte al

suono del mio strumento.

C’era chi ne era rimasto incantato e voleva

che non smettessi di suonare o chi, al

contrario, trovava il suono triste e voleva

che smettessi; c’era chi non riusciva a star

fermo, chi, incuriosito, voleva provare a

suonarlo: bello … bello.. bello vedere

quando hai suonato e ti sei esibita, le

emozioni che hai suscitato negli altri…..

Carlo: sogni nel cassetto?

Francesca: TANTI !!! Studio psicologia

clinica e sto facendo un corso per diventare…

musicoterapista! Vorrei, se ci riuscissi,

fare della musica anche il mio lavoro!

Per me la musica è stata una terapia, un

modo per sfogarmi e mettere a nudo le

mie emozioni … e poi mi auguro di realizzare

collaborazioni con musicisti dalle

diverse estrazioni visto che la mia “formazione”

spazia dal “classic rock” all’hard

progressive dei Dream Theatre passando

per il pop sopraffino di Kate Bush ... e poi

e poi … proporre la mia musica!


12

Campo de’ fiori

SINDONE, IL SEGNO DEL NOSTRO TEMPO

a cura della Prof.ssa

Maria Cristina Bigarelli

Conferenza tenuta il 22 Febbraio presso la chiesa di Santa Maria della Presentazione a Vignanello,

con la presenza straordinaria del Professor Alberto Di Giglio, esperto internazionale del Telo che avvolse Gesù.

Miracolo o fenomeno naturale?

La Scienza come ausilio per risolvere con

indagine misteriosa uno degli enigmi più

profondi di tutte le epoche.

La copia della Sindone, a grandezza naturale

del telo di lino esposta al di sopra dell’altare

della Collegiata, è la riproduzione

del lenzuolo lungo 4 metri e trentasette

con la doppia impronta dorsale e frontale

di un uomo flagellato sulle spalle, sui glutei,

che ha subito l’incoronazione di spine

sul capo e l’infissione dei chiodi sui polsi e

sui piedi, che, prima di essere deposto, ha

ricevuto un colpo di lancia romana che

viene infilzata nel costato da dove esce

sangue, in particolare cadaverico.

E’ preciso il riferimento evangelico al

momento nel quale Giovanni vide uscire

sangue ed acqua.

Infatti questo particolare ha un’ importanza

notevole nella descrizione e nella comprensione

della Sindone. Si tratta di un

crocifisso secondo l’usanza romana.

Il lenzuolo ci rimanda alla sepoltura secondo

l’usanza ebraica.

Pertanto abbiamo davanti un uomo che ha

subito tutta la Passione in perfetta sintonia

con le fonti narrate dagli evangelisti. Tutti

Mani nella Sacra Sindone

Sacra Sindone

questi elementi di origine storica ci mettono

davanti ad una provocazione: che

tipo di Morte è questa? Sono presenti tutti

i segni della morte del corpo, ad eccezione

della decomposizione, della quale non c’è

traccia.

Il corpo deve essere rimasto nel lenzuolo

un tempo molto limitato, non superiore a

30, 36 ore, oltre le quali avrebbe favorito

l’emissione di gas nel lenzuolo, annerendolo,

ed impedendo la formazione dell’immagine

sul telo che oggi possiamo vedere.

Le macchie di sangue sono la prova indi-

scutibile del

contatto del

corpo senza

vita con il

lenzuolo e

l’immagine

risulta

c o m e

qualcosa

di misterioso

dal

punto di

vista scientifico.

La forma che

appare della posizione del corpo, risulta un

po’ particolare ed irregolare. Il piede

destro tutto disteso ed il sinistro spostato

in avanti, piegato, fedele alla posizione del

rigor mortis, di rigidità cadaverica esattamente

come è stato deposto dalla croce.

Le braccia raccolte nell’area pubica per

consentire l’avvolgimento, non definitivo,

ma provvisorio in un lenzuolo. Il dipinto,

sopra riprodotto ( del XVI sec. attribuito a

Giovanni Battista della Rovere), ci aiuta a

comprendere il perché della doppia immagine

sul lenzuolo: secondo il racconto dei

Vangeli, soprattutto dei sinottici, si parla di

Giuseppe d’Arimatea che, avuto il permesso

di dare degna sepoltura al corpo di

Gesù, lo avvolge in un lenzuolo, che compra

lui stesso, e lo depone in un sepolcro

nuovo, scavato nella roccia: la metà del

telo serve per adagiare il corpo e l’altra

per ricoprirlo, passandoglielo sopra.

Interessanti informazioni vengono fornite

riguardo alla struttura corporea.

Quanto è alto l’uomo della Sindone?

Se andiamo a misurare la parte posteriore

sono 205 centimetri e la parte anteriore

195 cm.

Come mai questa differenza?

Evidentemente il lenzuolo tirato con i punti

ha allungato l’immagine.

Si è arrivati a dire che è alto 1m e 85.

Con una certa ragionevolezza si può affermare

che è questa la struttura corporea.

La nostra osservazione va alla lunghezza

delle braccia e all’apparente assenza dei

pollici sulle mani che è attribuibile alla

penetrazione del chiodo attraverso i polsi.

Tale straziante penetrazione potè sollecitare

il nervo mediano e causare una contrazione

involontaria dei pollici.

Osservando la lunghezza delle braccia e

delle gambe si può essere certi che non si

tratta di un soggetto inferiore a 1m e 78.

Gli esperti tessili, tra cui la maggior esperta

nel mondo, Melting Fluri Lambert,

hanno dimostrato che la Sindone è di tessuto

di lino dei primi secoli dell’era cristiana.

Lo si deduce dalla torcitura a spina di

pesce.

Le fibrille sono tutte presenti, intatte e

questo prova che nessuno ha potuto

estrarre il corpo dal lenzuolo: non ci sono

tracce o segni di tirature di fili dal tessuto,

dovuti agli eventuali strappi o lacerazioni

delle stratificazioni di sangue secco sulla

pelle e sul telo. L’aura di sangue sui polsi

e su un piede si può affermare sia il segno

del siero. L’acqua sierosa è scaturita dalla

coagulazione del sangue. Unitamente

all’analisi anatomica della Sindone e peculiare

del telo, i dati riportati, i rivoli di sangue

che contornano il capo e il denso flusso

laterale ci riconducono senza titubanze

ai racconti evangelici dell’incoronazione di

spine e al colpo di lancia del centurione

durante la crocifissione di Cristo.

Già da queste prime analisi qui riportate

comprendiamo di non poter considerare la

Sindone un’icona perché non è un dipinto:

il sangue umano di gruppo AB è una testimonianza

evidente e inattaccabile.

Reliquia insolita e misteriosa, da osservare,

da studiare, da meditare, da contemplare

e se accettiamo la versione di molti

Segno del chiodo nel polso e apparente

assenza del pollice

scienziati, possiamo assurgerla a

Testimone muta ed estremamente eloquente

della passione, della morte e della

resurrezione di Cristo.

Molti aspetti e numerosi altri particolari

emergono dall’analisi di questo telo di origine

siro-palestinese e della Sua

Immagine. Provocazione dell’intelligenza,

specchio del Vangelo: tutti i momenti, che

ci ha donato questa reliquia, plasmano un

patrimonio dottrinale, spirituale, teologico

veramente da leggere, da commentare e

da meditare come Segno del nostro

tempo: ci chiede di cogliere con umiltà il

suo significato per interpretare il profondo

messaggio della vita. Questo il vero

Mistero che, attraverso la capacità comunicativa

della voce che si è fatta strumento

estremamente efficace del prof. Alberto

Di Giglio, continueremo ad esplorare!

Telo con torcitura a spina di pesce

continua sul prossimo numero...


14

Campo de’ fiori

il diario dei

Giras li

Giras li

questa pagina è dei ragazzi speciali

L’associazione Umanitaria

“SEMI DI PACE” di Tarquinia, sta

costruendo il “Villaggio della Speranza”,

in India, nel Tamil Nadu, dove bambini

poveri e orfani, saranno accolti e seguiti

dalle suore missionarie passioniste.

Con un semplice gesto tutti possiamo

contribuire a regalare un futuro sicuro a

tanti bambini poveri ed orfani.

Dal 1° al 13 Aprile

puoi donare 1 euro inviando un SMS al

numero 48586 da tutti i cellulari, oppure 2

euro chiamando lo stesso numero da telefono

fisso Telecom.

Ricorda

48586

hai tempo fino al 13 Aprile per dare

un segno di umanità!

VIENE DALL’ANIMA

Viene il sole specchiante tra i tuoi bellissimi

occhi,

vedo il tuo viso bello rosato: bagnato di

rugiada brillantina.

La tua mano che accarezza la tua bella

figlia...

viene dall’anima, dal tuo bel cuore scaldante

di passione,

che scaldi il mio cuore danzabile.

Poesie di Luana Bongarzone

Giovedì 27 Marzo

alle ore 10:00, presso

l’ ISIS di Tarquinia, Ramona Badescu

parteciperà alla conferenza:

“Progetto Cuore di Romania”.

Domenica 6 Aprile

dalle ore 10:00 alle ore 12:00, presso

l’Auditorium San Pancrazio di Tarquinia, verrà

ufficializzato il “Progetto Cuore di Romania”.

Il progetto sosterrà a distanza circa 120

bambini e ragazzi dai 3 ai 18 anni, che vivono

presso la “Casa del Fanciullo” in Romania,

seguiti dall’amore delle suore del Cuore

Immacolato.

LA PRESENZA

Sento la tua presenza che sta vicino a me...

vedo il tuo sguardo attraverso di me...

il tuo cuore pompa tra le tue vene...

quando io vedo te, riempi il mio amore per

te..

il ghiaccio si rompe lentamente, quando ricevi

un brutto dolore ricevi anche il pianto...

di sofferenza...

però c’è la mancanza di un dolce...

amore della mia vita.


16

Le storie

di

Max

Little Tony,popolare

e

attivo

tutt’oggi,

vista la

sua ultimapartecipazione

al

Sanremo

del 2008,

è rimasto un’icona dei mitici anni ’50, che

portavano una ventata di aria nuova, proveniente

dall’America, carica di rock’n’roll.

Fu uno dei primi ad imitare lo stile di Elvis

Presley, padre di questo nuovo genere, e a

creare un rock’n’roll tutto italiano.

Antonio Ciacci, questo il suo vero nome, in

realtà non iniziò da solo, ma insieme ai

suoi due fratelli Alberto ed Enrico.

Cominciano suonando per i locali della

capitale, con il nome di Trio Rock Boys.

Durante l’esibizione su una nave a

Fregene, presentati da Mario Riva, come

gruppo spalla dei Platters, gruppo vocale

americano, popolare in tutto il mondo,

spostano, inaspettatamente, su di loro

l’attenzione del pubblico. Il trio intraprende

una lunga tournee teatrale, con la compagnia

di avanspettacolo di Derio Pino e

Grazia Cori. Queste prime esperienze servono

ad acquistare sicurezza e a perfezionarsi.

Ma sentono che è arrivato il momento

di un vero contratto discografico, così

decidono di proporsi alla Durium di Milano,

inviando alcuni brani incisi su un registratore

Geloso. I discografici rimangono colpiti

non tanto dalle canzoni, quanto più dai

virtuosismi di chitarra di Enrico che, già a

soli tredici anni, riusciva a copiare, in

modo quasi perfetto, gli “assolo” dei grandi

chitarristi rock e insegnò al fratello più

piccolo Tony i primi accordi, e fanno firmare

al gruppo un primo contratto di tre anni,

da prolungare, eventualmente, di altri

due. E pensare che il portiere non voleva

neanche farli entrare, fino a che, dopo le

loro giuste proteste, non arrivò il presidente

della casa discografica in persona,

Campo de’ fiori

Little Tony

Mintagian. “In quel preciso

istante inizia la storia

di Little Tony”, ricorda

il cantante stesso.

Little Tony and His

Brothers puntano, ora,

a qualche passaggio

televisivo per farsi

conoscere e una grande

opportunità arriva

quando il regista televisivo

inglese Jack Good,

autore di un fortunato

programma dal titolo

Oh boy, ha modo di

ascoltare il nastro di

questi ragazzi romani.

Chiede di visionare le

foto per sottoporli ad

una audizione, in seguito

alla quale li scrittura

per un nuovo programma

televisivo. Il pubblico

inglese dimostra grande interesse per il

trio, in particolar modo per il piccolo Tony,

che rimane in Inghilterra per altri due

anni, nonostante l’Unione musicisti inglese

non dava il permesso di lavorare agli stranieri,

mentre i fratelli tornano in Italia.

Little Tony diventa cantante fisso nella trasmissione

televisiva Boys Meet Girls, condotta

da Martin Wilde. L’anno dopo passa

al programma Wham. In terra inglese incide

alcuni dischi solisti, che, poi, vengono

prodotti anche in Italia. Uno di essi, Too

Good, riuscì a raggiungere, addirittura, le

prime posizioni della “Top Twenty”, la classifica

dei 45 giri inglesi più venduti. Nel

1960, Tony torna in Italia, ma nel frattempo

la Durium aveva pubblicato ben tredici

45 giri e cinque extended-play di Little

Tony and His Brothers, con brani cantati

completamente in inglese e tratti dal

repertorio di altri cantanti, tra i quali Pity

Pity di Paul Anka, Lucille di Little Richard,

Shake, Rattle and Roll di Chuck Berry,

Splish Splash di Bobby Darian ed altri. La

casa discografica però chiede al gruppo di

incidere canzoni in italiano, previo l’annullamento

del contratto. Tuttavia Tony vole-

di Sandro Anselmi

va continuare a cantare in inglese, la lingua

originale del rock’n’roll, verso cui si

sentiva più portato, benchè, nello stesso

periodo, Adriano Celentano stava spopolando

con Il tuo bacio è come è un rock e

Mina, abbandonato il nome originario di

Baby Gate, stava ottenendo successo con

il rock demenziale Tintarella di luna, insieme

ad altri “urlatori” del tempo.

continua sul prossimo numero...


Campo de’ fiori 17

Roma - Viterbo - Civita Castellana

Vallerano - Porto D’Ascoli - Teramo

www.lisi-bartolomei.com


18

di

M. Cristina Caponi

...continua dal numero 47

Oltre a ciò, tale lungometraggio si collega

implicitamente ad una precedente opera

blasettiana, quale Vecchia guardia: infatti,

seppur in forma più mediata rispetto al

film del 1934, Ettore Fieramosca si mostra

come una pellicola politicamente impegnata

e tesa a decantare l’orgoglio nazionale.

Inoltre, il film risente evidentemente

anche della situazione politica estera, contrassegnata,

da un lato, da problematiche

relazioni diplomatiche con la Francia, dall’altro,

da

un buon rapporto con la Spagna di Franco.

Ciò lo si nota sin dall’inizio dell’opera: di

fatto a Pau, luogo in cui i francesi e gli spagnoli

vagliano la futura spartizione

dell’Italia, questi ultimi non vengono presentati

come malevoli invasori, ma in

modo assolutamente benevolo. Lo stesso

regista ammise che il film era polemico nei

riguardi della Francia. Nelle successive

opere, Blasetti utilizzerà il dato storico

come un mero pretesto per qualsiasi tipo

d’intreccio; ma, già in Ettore Fieramosca la

storia è rivista in una versione edulcorata

e presenta vari elementi fiabeschi. Nel

primo lungometraggio in costume del regista

romano, è interessante notare il modo

in cui egli tratteggia e caratterizza i personaggi

femminili: Giovanna (interpretata da

Elisa Cegani) e Fulvia (una sensuale Clara

Calamai). La prima è una donna eroica e

intesse sullo schermo una love story

romantica con Ettore Fieramosca/Gino

Cervi. Il suo atteggiamento fiero e il suo

candore verginale la rendono simile ad

una ieratica sacerdotessa apparentemente

distaccata dal mondo esterno, eppure in

grado di fronteggiare gli uomini, guardandoli

negli occhi. Che sia Elisa Cegani la

Campo de’ fiori

Blasetti e il suo

Ettore Fieramosca

diva del film, è testimoniato

anche dall’effetto flou (ottenuto

presumibilmente con un filtro

particolare), impiegato dal regista

per ammorbidire i contorni

del suo volto. Il modo con cui

la mdp. si sofferma sulla prima

attrice palesa, quindi, l’aspirazione

blasettiana di renderla

una star internazionale, al pari

di Marlene Dietrich. Fulvia,

diversamente, riveste il ruolo di

una prostituta d’altoborgo, una

concupiscente maliarda che si

riscatta nel momento in cui

rivendica la propria fierezza italica.

È senza dubbio una figura

di gran modernità, in quanto

cosciente della propria sessualità.

A completare la terna degli attori principali,

il regista convocò sul set l’eclettico

Gino Cervi, con cui aveva già collaborato ai

tempi di Aldebaran.

Dal punto di vista registico, la maggior

parte dei critici riconobbe le qualità di metteur

en scene di Blasetti. In ogni modo, ad

interrompere e sabotare la grammatica del

cinema classico, Blasetti intervenne trasgredendo-

forse involontariamente- la

regola dei 180 gradi. Infatti, nella pellicola

appaiono nitidamente, alla vista di uno

spettatore attento, due scavalcamenti di

campo; entrambi avvengono nel momento

in cui sono ripresi Fieramosca e Giovanna

in campo/ controcampo. Tuttavia, il regista

“con gli stivali” mostrò perennemente una

grande abilità nel padroneggiare il mezzo

tecnico; fu un’esigenza che, come egli

stesso ammise, afferrò esaminando gli

abbozzati movimenti di macchina presenti

in Cabiria di Pastrone o in Intolerance di

Griffith. Per quanto riguarda il cinema

Gino Cervi

nei panni di

Ettore Fieramosca

sovietico, Blasetti sicuramente trasse ispirazione

da film come Verso Sera di Ekk e

La corazzata Potëmkin di Ejzenstejn: ciò lo

si discerne sia nel realismo d’alcuni lungometraggi

quali 1860, Terra madre e Sole

sia nell’evidenza dei primi piani degli interpreti.

A tal senso, dunque, occorre citare

come esempio il close up di Gino Cervi in

Ettore Fieramosca, con la macchina da

presa che inquadra il personaggio dal

basso verso l’alto, al fine di enfatizzare la

sua statuaria figura.

Infine, un’ultima considerazione riguarda

l’utilizzo di diversi livelli linguistici che si

riscontrano nel parlato dei vari personaggi.

Infatti, nel film gli interpreti tendono ad

optare per un lessico più vicino allo stile

letterario che alla lingua parlata; tuttavia,

in certi istanti si giunge ad una maniera di

parlare caratterizzata da lampanti idiomi

popolari. Ciò, purtroppo, cozza con l’enfasi

declamatoria e il tono drammatico, presenti

nell’opera.


di Riccardo Consoli

...continua dal numero 47

La città del Delta era anche quella più vicina

all’Africa, gli schiavi destinati al nord del

nuovo continente sbarcavano, dopo un

periodo di acclimatazione a Cuba e, in particolare

nel suo porto, molti restavano in

città mantenendo in vita le tradizioni originarie,

sopravvissero così molte danze africane

e le annesse musiche per strumenti a

percussione. Per quanto attiene al livello

economico c’è da rilevare come gli abitanti

della città vivessero un pò meglio dei

lavoratori delle piantagioni poiché l’enorme

porto offriva sufficienti possibilità di

lavoro, anche se con paghe non certo principesche;

c’era poi la possibilità di ritrovarsi

all’aperto, sia per cerimonie religiose

che per altre occasioni quali nascite, morti,

feste locali o nazionali, come il Labor Day

- il giorno del ringraziamento. Succedeva

ancora che alla fine dell’ottocento i creoli,

che per cultura e collocazione non si erano

mai considerati molto diversi dai francesi

da cui discendevano, vennero rifiutati dalla

popolazione bianca e brutalmente sospinti

nel quartiere nero perchè da considerare

colored people. Tutto ciò avrebbe fornito

un contributo non indifferente alla nascita

del Jazz, infatti, nel volgere di pochi anni

un nuovo modo si suonare, sia per i nuovi

arrivati, che per chi già abitava nei quartieri,

si diffuse in tutta la città dove la tradizione

bandistica era ben viva, ai funerali,

per esempio, non mancava mai la Band

per dare lustro alla dipartita del defunto

oltre che per far sapere alla città che egli

non se ne andava da solo; la cerimonia

traeva ispirazione dai riti e dagli usi africani

che, non solo non erano stati dimenticati,

ma avevano potuto essere mantenuti

nella nuova patria senza che si perdessero

le originarie caratteristiche o, quanto

meno, le essenze peculiari di tali riti e di

tali usanze. Va ancora considerato che per

quanto attiene i nuovi arrivati, questi,

secondo il metro di giudizio europeo -

americano, non erano individui provenienti

da civiltà primitive o peggio da paesi

incivili, bensì esperti nella lavorazione dei

metalli come i Mandingo, o popoli guerrieri

famosi in tutta l’Africa come i Soso, gli

Agwa, i Fida e i piccoli orgogliosi Mine.

Il celeberrimo funerale di New

Orleans per fare un esempio musicale,

mutuò non poche caratteristiche

delle cerimonie in uso nel

Dahomey e fu estremamente

esemplificativo di come la vita era

considerata dai neri, rispettosi del

principio secondo il quale bisogna

piangere alla nascita ed esultare al

momento della morte, il notissimo

pezzo dal titolo Din’t He Ramale,

suonato dalla Band a pieni polmoni

mentre tutti i presenti danzano

per la strada, serve a comunicare

la gioia comune per la dipartita di

un amico da un mondo del quale

ben poco aveva da invidiare. Ma non solo

in occasione dei funerali risuonò la musica

di New Orleans, ovunque i suoni delle

Bands squillarono alla guida dei leaders

naturali, i cornettisti, che altro non furono

se non i progenitori dei solisti di tromba

per decenni i veri condottieri del Jazz e

che venivano proclamati King per la forza,

l’abilità e l’inventiva dimostrate nell’essere

i più virtuosi e i più bravi di tutti con la cornetta

e con la tromba; questi straordinari

musicisti suonarono soprattutto Blues, le

Bands suonavano Blues, nei funerali o

nelle occasioni festose si suonavano Blues,

per le strade si suonavano Blues. A New

Orleans il numero delle Brass Bands, negli

anni in cui il Jazz cominciò a balbettare era

notevolissimo, fra queste ricordiamo la

Excelsior Brass Band in cui suonarono tre

maestri del clarinetto, Alphonse Picou e i

due fratelli messicani Lorenzo e Luis Tio, le

Reliance Brass Bands di Papa Jack Laine,

la Tuxedo Brass Band guidata da Papa

Oscar Celestin, la Allen Brass Band che era

diretta da Henry Allen Senior, padre del più

famoso Henry Red Allen Jr. e, ancora, la

Camelia Brass Band. Intorno al 1900,

negli anni che videro nascere il Jazz, New

Orleans non era famosa soltanto per le

sue fanfare, per i pittoreschi funerali, per

le festose parate durante le celebrazioni

del carnevale che durava otto giorni, era

anche famosa per i raduni a suon di musica

e per i balli che si tenevano all’aperto

soprattutto al Lincoln Park che aveva

assunto un ruolo di preminenza nella vita

sociale della città. Come ricordato, ovunque

si suonava Blues e tutto ciò perché il

Blues a New Orleans fu sostanzialmente

musica di popolo tanto che, persino i venditori

ambulanti, allettavano i passanti

all’acquisto suonando, sia pure in modo

elementare, questa musica struggente;

ecco come li ricordava il pianista Jelly Roll

Morton: “ … imboccavano trombette da

quattro soldi, ne sfilavano il bocchino e

riuscivano a modulare il suono senza

avere a disposizione alcun pistone usando

soltanto le labbra, con questo arnese suonavano

più Blues di quanto io ne abbia

sentito suonare da tanti professionisti e si

facevano sentire anche a tre isolati di

distanza … ”, una musica semplice, come

semplici erano quegli uomini che suonavano

spinti dalla necessità di inventare, ad

ogni sorgere del sole, un modo per procurarsi

i mezzi per sopravvivere, quali i loro

nomi? Se facciamo eccezione per Jasky

Adams, Buddy Canter, Sam Henry, Garne

Kid, Frank Richards e pochi altri, poche

storie ci sono state tramandate e della loro

musica nessuna registrazione purtroppo

venne mai realizzata; soltanto la fama di

alcuni di essi, facenti parte della Band di

Charlie Stalebread (Charlie Paneduro !!!),

è arrivata fino a noi; Stalebread in realtà si

chiamava Emile Auguste Lacoume ed era

un creolo, suonava la chitarra e con lui

Willie Bussey detto Cajun con l’armonica a

bocca, Emil Benrod detto Whisky con il

contrabbasso, Cleve Graven detto Warm

Gravy con il banjo e Albert Montzulin detto

Slew-Foot Pete con la chitarra, strumenti

tutti costruiti artigianalmente dagli stessi

musicisti utilizzando cassette di legno e

corde realizzate con fil di ferro piuttosto

che scatole di formaggio o contenitori di

sapone.

continua sul prossimo numero...


22

San Martino al Cimino

di Ermelinda

Benedetti

foto M. Topini

Rimanendo nelle

strette vicinanze di

Viterbo, precisamente

a 6,5 km

circa, troviamo il

piccolo centro di

San Martino al

Cimino, perla incastonata

nel versantesettentrionale

dei Monti Cimini,

nel verde degli

alberi secolari della

riserva naturale

del Lago di Vico. A 561 m sul livello del

mare, con poco più di 3.600 abitanti, è

raggiungibile da Viterbo tramite la strada

statale Sammartinese, da Porta Romana in

direzione dell’Ospedale Belcolle. Per chi

viene da Roma è consigliabile la SS 2 bis

Cassia Veientana fino a Monterosi, da qui

la Cassia Cimina per Ronciglione, superato

il quale, a sinistra, costeggia il bellissimo

Lago di Vico, in direzione di San Martino.

STORIA Il primo nucleo del borgo nacque,

probabilmente, quando una prima

comunità monastica si stanziò a San

Martino. Infatti, antichi manoscritti riportano

la notizia che il primo

edificio sacro della zona

fu donato all’Abbazia

di Farfa da Benedetto,

figlio di

Aperto, nell’838.

Presto questo

ospitò il

Abbazia

Campo de’ fiori

primo nucleo di una

comunità di benedettini,

che vi risiedette

fino all’inizio

dell’XI secolo, momento

in cui venne

abbandonato. Nel

1150, secondo il

volere di Eugenio III

(1145-1153), di origine

cistercense, vi

si insediò un gruppo

di monaci cistercensi

del convento di S.

Sulpizio (località

della Savoia), che

avevano come scopo

il rispetto assoluto

della regola di San

Benedetto: povertà,

umiltà e austerità e che dovevano il proprio

nome alla località Citeaux (l’antica

Cistercium), dove l’ordine era stato fondato

nel 1097.

Nel 1207 Innocenzo III (1198-1216) fece

giungere altri monaci cistercensi e l’anno

successivo inviò al monastero una considerevole

somma di denaro in argento, per

risollevare le esanimi casse abbaziali.

Presto iniziarono i lavori per la costruzione

dell’abbazia, anche per interessamento

diretto del Cardinale Raniero Capocci, già

Vescovo di Viterbo (1212-1244), che consacrò

la chiesa nel 1225. Altre bolle papali

riferiscono della realizzazione di ulteriori

parti del complesso abbaziale, che

sembra essere stato definitivamente

completato nel 1305, sotto il pontificato

di Clemente V. Proprio da quel

momento, a seguito del furto

dei beni e della cacciata dei

monaci, iniziò un periodo di

crisi, e alcuni abitanti si insediarono

nelle strutture del

monastero. Per due secoli

numerosi pontefici tentarono

di risollevare le

sorti dell’insediamento

monastico fino al 1462,

quando Papa Pio II

(1458-1464) lo affidò al

nipote Francesco

Todeschini Piccolomini

(futuro Papa Pio III),

che iniziò grandi lavori di

ristrutturazione. Pio II

aveva, infatti, annotato

nel suo diario di viaggio

(1458), di averlo trovato

abbandonato. Rimasto a

lungo nelle mani dei

Le guide di

Palazzo Doria Pamphilji

Piccolomini, nel 1564, sotto il pontificato di

Pio IV (1559-1565), Ranuccio Farnese lo

restituì al controllo diretto dell’Amministrazione

Pontificia e la popolazione residente

aumentò.

Momento importante per la storia di San

Martino è il pontificato di Innocenzo X

(1644-1655), il quale, dopo averlo rivalutato

a principato, ne nominò la cognata

Olimpia Pamphili, principessa. La chiesa

diventava così indipendente dal Vescovo di

Viterbo. Nel 1645 iniziò una fervida attività

edilizia, che trasformò, in breve tempo,

ciò che restava del monastero in un borgo

fortificato. Iniziarono gli studi per la progettazione

urbanistica del Palazzo della

principessa e, dal 1653, della cittadina

attorno ad esso. Il Palazzo, sopraelevato

rispetto all’originaria struttura monastica,

divenne il centro del paese. Il grande progetto

di costruzione di un paese a misura

d’uomo si interruppe con la morte di

Innocenzo X (1655), presto seguita da

quella della stessa Donna Olimpia, per

peste (1657). Nel 1760, dopo l’estinzione

della famiglia Pamphili, la proprietà passò

alla famiglia Doria Landi.

ITINERARIO TURISTICO Il borgo seicentesco,

preziosa testimonianza di urbanistica

barocca, si estende lungo il declivio

montano. L’impianto è reso caratteristico

da case a schiera, tutte uguali, che si

modellano sul pendio, con il tetto a scalare

l’una rispetto all’altra. Le case, disposte

ai limiti del paese, addossate alla cinta

muraria, costituiscono, inoltre, con la loro

compatta sequenza, un baluardo di difesa.

La progettazione urbanistica, chiaramente

visibile agli occhi del visitatore dall’ordine

e dalla regolarità con cui si succedono le

case perimetrali, fu affidata all’architetto


Campo de’ fiori

Interno dell’Abbazia

Campo de’ fiori 23

militare Marcantonio de’

Rossi, ma alcuni studiosi sono

certi che contribuirono anche

il Borromini e il Bernini. La

struttura del borgo, per alcuni

esperti di urbanistica,

ricorderebbero la forma di

Piazza Navona di Roma. È

certo che le case furono

costruite da coloro che poi vi

si stabilivano “riscattandole”.

È un esempio antico di case

popolari. Nel borgo c’era

tutto il necessario: dalle osterie

agli spacci, dal Teatro al

lavatoio. Attorno correva la

fortificazione, composta da

diversi baluardi di difesa dagli

eventuali attacchi dei briganti,

interrotta da due porte, la

Montana e la Viterbese, quest’ultima

ideata dal Borromini

e con lo stemma della famiglia

Pamphili. Il borgo è

accessibile da queste due

porte e si sviluppa attorno

all’abbazia cistercense, l’unica

dell’alto Lazio, risalente al

XIII secolo e al Palazzo

Pamphili. La facciata dell’abbazia

è tipicizzata dalle grande

polifora gotica centrale,

inquadrata da due torri campanarie

seicentesche, di

gusto normanno, progettate

anch’esse dal Borromini, sormontate da

cuspidi piramidali. L’interno ampio e solenne,

a croce latina, con volte a crociera, è

diviso in tre navate, scandite da archi ad

ogiva, poggiati su pilastri cruciformi e

cilindrici, che sopportano il peso delle

volte. Lo stemma sul capitello della prima

colonna di destra della navata centrale,

verso l’altare, è del cardinale Francesco

Piccolomini Tedeschini. Nel transetto di

destra vi si conserva una pregevole tela di

Mattia Prete (1613-1699), raffigurante la

carità di San Martino. In quello di sinistra

è posto un organo dei primi del

Novecento, a trasmissione meccanica,

proveniente da una chiesa anglicana. E’

conservato anche un affresco trecentesco,

con la Madonna col Bambino. La cancellata

barocca, con insegne pamphiliane,

accoglie un fonte battesimale del

Seicento. Sul pavimento della navata centrale,

all’ingresso, una grande lapide di

marmo, dettata nel XVII secolo da Olimpia

Pamphili, ricorda il cardinale Raniero

Capocci, benefattore della costruzione e il

cardinale Francesco Piccolomini, committente

di concreti rifacimenti dell’abbazia

del XV secolo. Un’altra lapide marmorea

nel presbiterio è posta sulla tomba della

principessa Olimpia, cui si deve nella metà

del XVII secolo la costruzione del palazzo

sopra alcune strutture abbaziali e il restauro

della sala capitolare. L’interno del palazzo

presenta un ricco piano nobile con saloni

affrescati, soffitti lignei finemente lavorati,

fregi in affresco, una notevole scala in

peperino e un camino monumentale.

Oggi, completamente restaurato, è adibito

a centro congressuale.

Girando il borgo si colgono altri piccoli

gioielli d’arte: la fontana a fuso, tipica

della zona, severa nel grigio della pietra

locale, il peperino viterbese, adorna la

piazza presso Palazzo Pamphili.

Caratteristico borgo


24

Sorprendente e ammaliante.

Non trovo altri

aggettivi per definire

questo fumetto che non

ha nessun tipo di sbilanciamento

tra narrazione

e disegni. Questi due

aspetti, infatti, sono

magnifici in ugual misura

ed è raro nei fumetti,

dove spesso la parte gra-

fica è superiore in bellezza alla trama o viceversa.

Bianchini e Santucci firmavano i disegni

di Tex ed eravamo abituati ad ammirarli

così; è stata una piacevole sorpresa

vederli nelle vesti di sceneggiatori, anche

perché imbastiscono una storia di fantascienza

dove due popolazioni, diverse sotto

ogni aspetto, si combattono da tempo

immemore: i Nautili e i Geosiani. I primi,

abitano i mari; i secondi, la terra. A creare

maggiore interesse, una malattia genetica

sta decimando i Nautili e probabilmente colpirà

anche i Geosiani, visto che le due razze

sembrano provenire dallo stesso ceppo. In

mezzo a questi due poli, c’è Bianca, le cui

origini sono avvolte nel mistero. La donna

sembra possedere il segreto per salvare

Campo de’ fiori

“Il Fumetto”

LETTERATURA PER IMMAGINI CHE EMOZIONA

TERMITE BIANCA

di

Daniele Vessella

di Marco Bianchini, Marco Santucci e

Patrizio Evangelisti - edito da Pavesio

entrambe le popolazioni, ma finché queste

non si decidano a collaborare periranno nel

loro orgoglio e nella loro ignoranza. La serie

è caratterizzata da una fantascienza apocalittica

che pesca dalla letteratura americana

e dai manga giapponesi. Termite Bianca è

un progetto atipico: prima gli autori hanno

creato una serie animata e successivamente

il fumetto; di solito, avviene il contrario.

Ma questa realizzazione ha fatto sì che la

versione cartacea avesse un ritmo serratissimo

(tipico dei film), la velocità con cui i

personaggi entrano in azione, risolvono i

problemi e tornano alla base, è insolita.

Tuttavia, una volta abituati alla rapidità narrativa,

il fumetto scorre con piacere e con la

giusta tensione, nel mondo generato dai

due autori che ricostruiscono il dualismo

terra-acqua evidenziandone le diverse peculiarità.

Infatti, nei due protagonisti, Uther e

Rudbekius, si sottolinea con continuità il

contrasto tra Geosiani e Nautili nell’approccio

alla vita (selvaggio-razionale), nel portamento

(brutale-elegante), nel lessico, nel

vestiario, in qualsiasi oggetto o pensiero.

Anche nella parte grafica, le differenze sono

evidenziate dai disegni e dai colori di

Patrizio, che identificano immediatamente le

caratteristiche del mondo di Termite Bianca:

ocra, marrone, giallo e rosso per la metà

geosiana; azzurro, blu, verde per il lato nautile,

ma anche linee snelle ed eleganti per la

città marina, a contraltare della pesantezza

e dell’intreccio barbaro dei vespai terrestri.

Bianca, suo malgrado, dovrà imparare a

conoscere l’imprevedibilità della vita, il tradimento

di un’amicizia, l’indispensabilità di

un amore. Bianca, un personaggio caratterizzato

e analizzato tra i vari stacchi narrativi

che mettono in mostra le due razze,

senza l’apporto di dialoghi soffocanti.

Sicuramente, gli amanti del genere avranno

la sensazione di un qualcosa di già letto, ma

le citazioni riprese dagli originali hanno il

solo scopo di arricchire questa fantastica

serie, senza rubare nulla a chi è stato precursore

di certe idee.


28

Campo de’ fiori

Associazione Artistica Ivna

Artisti di Vignanello, Vallerano, Corchiano, Civita Castellana

condividono l’arte

Moreno Lanzi artista dei ritratti, dei borghi,

delle atmosfere, delle emozioni del suo mondo natio

Moreno LANZI, nato a Civita Castellana il

14 ottobre 1955. Pittore, ceramista che

ritrae figure, nature morte, fiori e paesaggi,

utilizzando la tecnica dell’olio con colori

dai toni caldi e realistici.

Autodidatta, sperimenta e ama da sempre

esclusivamente la tecnica olio su tela o su

legno.

Si impegna nella operatività pittorica del

ritratto.

Moreno inizia così il suo personale cammino

di ricerca artistica.

Le immagini, le scene, le espressioni che

trasferisce sui suoi dipinti emanano percezioni

e nostalgie che si intersecano emotivamente

con l’osservatore.

Personalità calma e silenziosa, tende a

tracciare e a dipingere la realtà, curando

molto i particolari.

Toni cromatici di taglio elegante, di finezza

stilistica, coadiuvati da suggerimenti

iperreali nei quali emerge la luce, la quiete,

l’equilibrio formale della creatività.

I colori usati sono pochi: la sua tavolozza

vede protagonisti il giallo, il blu, il rosso e

i vari tipi di terre. Tutti i colori vengono

accuratamente trattati e mescolati.

Moreno ci confida che il disegno è il primo

passo delle sue opere finalizzato ad evidenziare

i dettagli, e soltanto successivamente

plasma ombre e luci, arricchendolo

di quelle tinte che donano al quadro profondità.

Sempre delicate, sfumate e fluide sono le

pennellate di Moreno, qualsiasi sia il supporto

utilizzato.

Le ambientazioni dei borghi civitonici

caratterizzano profondamente la sua produttività

pittorica, plasmando nature

morte, volti, figure, paesaggi come visioni

scaturite dal mondo circostante.

Riesce a fare dei suoi dipinti una sorta di

“esseri luminosi e vivi” che trasmettono la

bellezza dello scorrere della vita nei vicoli;

il nerbo del colore fa immaginare gli odori,

il vociare, i silenzi e il fascino del borgo

civitonico, utilizzando il linguaggio persuasivo

della evocazione e della nostalgia di

quella realtà ricca di sentimento e di valori

umani autentici.

I suoi ritratti, monocromatici, su carta, a

tre matite, delicatamente sfumati con le

mani, ci parlano della ricchezza interiore

che nasce da visioni echeggianti la fanciullezza:

l’esteriorità si coniuga con il mondo

dell’inconscio dando la possibilità di assaporare

la parte più pura dell’animo, come

virtù che i più piccoli possiedono, facendo

gustare sapori e sensazioni che sembrano

appartenere soltanto ad un passato lontano,

e, che, invece, vivono ancora in quei

volti, in quegli sguardi, in quella semplicità

di apparire, riprodotti abilmente dalla

sensibilità artistica di Moreno Lanzi.

a cura della Prof.ssa

M.Cristina Bigarelli


30

Campo de’ fiori

I ragazzi degli anni quaranta

In piedi da sinistra: Giulio Ricci, Eugenio Pacelli, Umberto Alessi, Renato Di Giovenale, Fernando Cianchi, Nando Bedini, Bruno Massaccesi,

Giuseppe Proietti, Claudio Celeste, Giuseppe Ghirighini, Giovanni Gagliardi.

Seduti da sinistra: Marcello Mastrantoni, Ernesto Malatesta, il maestro Aldo Cencelli, Silvano Fochetti, Angelo Alessi.

di Arnaldo Ricci

Premessa: le informazioni

per la pubblicazione

di questo articolo,

sono state gentilmente

fornite dal Sig.

Angelo Alessi, che

ha messo a disposizione

anche la foto allegata.

Il giorno 04 Agosto

2000 si è svolto a Fabrica di Roma un simpatico

incontro fra gli alunni appartenenti

ad una quinta elementare (anno scolastico

1950/1951), che si sono riuniti esattamente

dopo mezzo secolo!

All’incontro è stato invitato, ovviamente,

anche il loro amato insegnante, Maestro

Aldo Cancelli (classe 1921), al quale è

stata riservata una gradevole sorpresa:

l’appello degli scolari da una fotocopia

dello stesso registro di cinquant’anni

prima!

Il Maestro ha letto anche le note, che

hanno ricordato a tutti i particolari dell’andamento

scolastico relativo.

Ovviamente all’appello, eseguito personalmente

dal Maestro, qualcuno mancava; la

commozione è stata intensa.

Il mattino del 4 agosto ( era un sabato )

arriva il maestro sotto la scuola elementare,

chiamata in tutti i paesi italiani con la

stessa identificazione: L’edificio.

Nei paesi (non nelle città), la sede della

scuola elementare è un po’ un luogo che

rappresenta l’identità nazionale; lo dimostra

il fatto che la maggior parte dei monumenti

ai caduti sono stati ubicati di fronte,

appunto, l’edificio.

Con il passare degli anni, l’aumento del

benessere economico ha portato una

forte espansione edilizia dei centri abitati,

con conseguente costruzione di nuove

sedi per le scuole elementari, per cui ora,

in realtà, la parola edificio non identifica

più la sede delle scuole elementari, ma

quella principale fra le altre.

Ebbene, i ragazzi che appaiono in foto, al

momento dello scatto, si trovavano all’interno

dell’edificio e nella stessa aula

dove, cinquant’anni prima, avevano frequentato

la quinta elementare. Nel giorno

della festa erano più o meno tutti intorno

ai sessanta; dico intorno perché bisogna

ricordare che, alle elementari, si veniva

bocciati non di rado, con conseguente

ripetizione degli anni. Tutto questo aveva

come risultato l’ avere compagni di classe

non tutti esattamente della stessa età; vi

potevano essere differenze anche di tre o

quattro anni.

Queste differenze vennero poi accentuate

durante il periodo della seconda guerra

mondiale.

Voglio inoltre mettere in risalto la borsa di

cartone che si vede posizionata sul tavolo,

accanto al sig. Angelo Alessi; quella borsa

è originale!

A quei tempi tutti i ragazzi avevano la stessa

borsa di cartone, contenente immancabilmente

il famoso cassettino (astuccio di

legno con matite).

Non rimane altro che augurare, a nome

mio e della redazione di Campo de’ fiori, a

tutti i personaggi della foto, di incontrarsi

di nuovo, per festeggiare, sempre con il

loro instancabile Maestro, i futuri sessant’anni

trascorsi dalla licenza elementare.


34

Campo de’ fiori

Inchiesta di Campo de’ fiori e del C.I.S.P.R.A. Centro Italiano Pranoterapeuti

UOMINI E SPIRITUALITA’

Una ricerca tra verità e leggenda - sacralità millenaria di Gaetano Grasso

...continua dal numero 47

Magia è lo studio, la ricerca, la sperimentazione,

la conoscenza, non solo del

mondo esterno, ma soprattutto di quello

interiore, oltre che dei piani soprasensibili

perché si traducono conoscenza, sapienza,

saggezza, per far si che l’uomo-mago, illuminato,

viva in armonia con l’universo

intero “mentre lo comprende” (fai quel che

sai mentre sai quel che fai). Per iniziare

questo cammino (la via del risveglio), nel-

pranoterapeuta - parapsicologo

l’uomo sono necessarie doti di qualità

come: l’umiltà, spirito di sacrificio, intelligenza

lucida ed attiva, amore, altruismo,

bontà … Partendo da ciò si può capire

come certi personaggi venuti alla ribalta,

non hanno nulla a che fare con la conoscenza.

Io sostengo che l’uomo può essere

tutto ciò che vuole, ma prima di tutto

deve essere uomo, cioè essere umano,

deve fare suoi quei principi interiori, morali

ed i valori veri dell’essere, che devono

caratterizzare la sua vita.

Così facendo il mago può dare veramente

un aiuto a chi soffre, ed essere guida e

modello in una società confusa, ispirando

e trasmettendo quei valori di cui è portatore,

nel rispetto dell’unica, vera legge universale:

l’armonia. Ogni serio operatore

mette al centro del suo universo il bisognoso,

colui che soffre, nell’intento di

ristabilire l’armonia dove è stata turbata.

In questo cammino, ci occuperemo di

Astrologia, pranoterapia, veggenza etc,

ma anche di contatti diretti con i lettori…

Chi ha domande da fare, chiedere chiarimenti o consigli, può scrivere in redazione… risponderemo a tutti.

Chi vuole può anche raccontare il suo problema o l’esperienza vissuta.

Previsioni astrologiche generali per il mese di Aprile 2008

ARIETE: Siamo in primavera, gioia e serenità sono di turno; colpi di fortuna, lavorativi ed amorosi. Si è molto accesa la passionalità, evitate

accuratamente la gelosia, siate saggi perché molti nodi vengono al pettine; il dolore e gli errori devo pure avervi insegnato qualcosa.

TORO: Sono favoriti i cambiamenti di lavoro, l’energia c’è. Siete molto efficienti sotto ogni aspetto, nella seconda metà del mese inizia una

stagione speciale, soprattutto per i sentimenti.Crescono le entrate economiche. Occhio all’apparato digerente.

GEMELLI: Periodo confuso dove vedete voii stessi dappertutto ma nessuna via d’uscita. Centellinate le energie. Molta pazienza con figli e

parenti, alla fine vedrete delinearsi le soluzioni. Usate il vostro fascino per farvi dire si ; i giudizi su di voi sono positivi, sappiate farne tesoro.

CANCRO: Ci sarà chiarezza su certe questioni legali, e molte incertezze saranno superate, cercate di stabilire cosa volete e dopo lunga riflessione

siate diretti. Occhio agli stress, in questo periodo siete piuttosto vulnerabili, non mollate.

LEONE: L’amore riceve nuova linfa, potete prendere decisioni lungimiranti. Il lavoro è piuttosto favorito, allontanate le presenze negative e

fate ordine, nella seconda metà del mese può avere inizio la vostra ascesa.

VERGINE: Prendete saldamente in mano le redini del vostro successo, la fiducia in voi stessi non manca. Ciò che iniziate adesso è destinato

al successo. Soldi in arrivo. Per chi vuole figli questo è il momento giusto. Seguite una dieta equilibrata.

BILANCIA: Momento un po’ pesante, i giudizi su voi non sono positivi ed il senso di negatività vi porta a sbagliare, con soci e colleghi; cercate

di non litigare; nonostante tutto lavorativamente và bene. Il nervosismo influenza la salute, siate calmi, labirintite, iperacidità gastrica

ed influenze varie.

SCORPIONE: I problemi funzionano da stimolanti tirerete fuori le energie nel modo e nel momento giusto. La fortuna arriva; sia lavoro che

amore, porterete a compimento cose già iniziate, ma sarete pronti a nuove fatiche, anche perché la salute è in netta ripresa.

SAGITTARIO: Aprile porta un po’ di serenità, attenti agli abbagli però, le persone e le situazioni non sempre sono come sembrano, guardate

dietro le apparenze. Siete quasi carismatici, approfittatene nel lavoro, ma anche l’amore è importante. Ritagliatevi spazi per voi e siate

pratici.

CAPRICORNO: Molti problemi vengono alla luce, ma il nervosismo offusca la visione delle cose; prudenza, ogni soluzione giusta fa crescere

la vostra autostima. La fine di un rapporto non sarà un dramma, presto nuovi incontri e ed opportunità varie. Mangiate leggero, aiuterete

così stomaco e mal di testa.

ACQUARIO: Impegni lavorativi gravosi, ma siete ben lieti di affrontarli; qualche dissidio coniugale. Periodo piuttosto nervoso e movimentato.

Complicazioni con i figli, ma anche con gli ex. I problemi economici si fanno meno gravosi ma ci sono ancora. Lasciate che chi bussa

entri nella vostra vita.

PESCI: Esplode l’amore ma anche la rabbia contro chi vi ha tradito, datevi una calmata non ne vale la pena. Il lavoro presenta ottime prospettive

e chiarezza; siete determinati e capaci, approfittatene. Per chi ha esami da sostenere gli auspici sono ottimi. Per gli accordi lavorativi

e contrattuali fatevi consigliare.


di Giovanni Francola

Campo de’ fiori 35

Ecologia e Ambiente

Che cosa sono le chemtrails?

Le “chemtrails” non sono altro che le scie

chimiche che lasciano gli aerei in volo.

In questi ultimi anni, queste lunghissime

scie chimiche sono sempre più consistenti

e di gran numero.

A prima vista sembrano del tutto normali,

se si associa il fenomeno a delle scie di

condensazione. Ma per chi osserva questo

tipo di fenomeni, ciò che accade nei cieli di

mezzo mondo non è affatto normale, per il

semplice fatto che le “chemtrails” si formano

anche quando la temperatura è di

40° e con l’umidità inferiore al 70%; infatti

con queste condizioni climatiche le scie

chimiche difficilmente si dovrebbero formare.

In più non durano soltanto pochi minuti,

ma persistono per ore ed ore, creando

delle vere nubi artificiali.

Ma cosa contengono queste strane scie?

Spesso, formano dei reticolati, delle vere

schermature sulle nostre teste. Nelle aree

interessate da questi fenomeni, da diverse

analisi delle condizioni di terreno e delle

acque, risulterebbero presenti quantitativi

elevati di alluminio e bario.

Le ipotesi,

sostanzialmente,

sono

due: la prima

è che queste

scie occorrano

a formare una

schermatura

solare per contrastarel’aumentoirrefrenabile

del surriscaldamento

terrestre. Ciò

comporta un

utilizzo di

sostanze riflettenti,

come

appunto l’ossido

di alluminio, che rilasciato nella ionosfera

schermerebbe i raggi UV. Questo, a

parer mio, potrebbe tamponare, o meglio

assolvere, l’utilizzo, ancora per molti anni,

di tutti i combustibili fossili.

Info Pubb. 0761.513117

La seconda ipotesi è quella di creare delle

vere antenne atmosferiche, proprio con

sostanze chimiche come il bario, che è un

ottimo elettrolite, ma queste enormi

antenne, “per scopi non del tutto chiari”,

potrebbero (mi auguro di no) comportarsi

come tralicci dell’alta tensione, che di

certo non sono un toccasana per la salute

di tante persone.

Ignari di tutto quello che accade sopra alle

nostre teste, c’è da augurarsi una terza

ipotesi: che non sono altro che leggende

metropolitane, visto che gli aeroplani per

volare bruciano kerosene.


36

Il mese di Marzo, precisamente

il 23, ci regalerà

la Pasqua.

Quali sono le origini di

questo giorno di festa e

da dove derivano le tra-

di Letizia Chilelli dizioni dell’Agnello

Pasquale, dell’Uovo,

della Colomba e del Coniglietto di Pasqua?

Il nome “Pasqua”deriva dal Latino Pascha

e dall’Ebraico Pesah.

Per la Liturgia Cristiana è la massima festività,

poiché celebra la Passione, la Morte e

la Resurrezione di Cristo; fu proprio, come

attestano i Vangeli,in una Celebrazione

Pasquale Ebraica che Gesù istituì con

l’Ultima Cena, il Sacramento dell’Eucarestia.

Per i Cristiani, la Pasqua è la vittoria

della Vita sulla Morte attraverso la quale

Gesù ci insegna la solidarietà, la fraternità

e l’amore verso gli altri, valori per i quali

ha dato la Sua vita; un passaggio a Vita

Nuova , quindi, per Cristo e per i Cristiani,

in particolare per coloro che vengono

Battezzati proprio durante la Veglia

Pasquale.

La Pasqua Cristiana, è preceduta da una

“fase”di Penitenza, la Quaresima: periodo

di tempo di 40 giorni che va dal mercoledì

delle Ceneri, subito dopo la fine del

Carnevale, al Sabato Santo, ovvero il

Sabato prima della Pasqua.

Durante la Settimana Santa, nei Paesi

Cattolici si svolgono diversi riti che rievocano

la Passione di Gesù: si benedicono le

case, si consuma l’Agnello, si distribuiscono

uova e dolci a forma di Colomba.

L’AGNELLO PASQUALE

Per questa tradizione, il riferimento va alla

Pasqua Ebraica.

Con molta probabilità questa festa, in origine,

era una festa agricola: attraverso la

cottura del pane azzimo, infatti,venivano

offerte le primizie della mietitura dell’orzo.

Fu Mosè a dare nuovo significato a questa

festa : la fece coincidere con la fuga del

popolo ebraico dall’Egitto.

Nel capitolo 12 dell’Esodo, ad ogni famiglia,

prima di abbandonare l’Egitto, Mosè

dettò la scelta degli alimenti e la loro preparazione:

l’Agnello maschio, inferiore ad

un anno, arrostito intero con testa e viscere,

il pane azzimo e le erbe amare.

Mosè, ordinò inoltre, di “segnare” col sangue

dell’agnello gli stipiti e il frontone delle

porte delle loro case.

I membri delle famiglie mangiarono in

piedi, col bastone in mano, pronti alla par-

Campo de’ fiori

Pasqua: origine e tradizioni

tenza, che avvenne quella stessa notte,

dopo che l’Angelo del Signore passò per

uccidere tutti i primogeniti Egiziani, risparmiando

i primogeniti Ebrei le cui porte

erano state “segnate” con il sangue.

L’UOVO DI PASQUA

L’uovo, in tutto il mondo, è il simbolo della

Pasqua, infatti per la sua forma e sostanza

particolare ha sempre rivestito il ruolo

della vita in se, del mistero e della sacralità.

In alcune credenze pagane, il Cielo e la

Terra, rappresentano le due metà dello

stesso uovo.

Inoltre, per la cultura contadina, l’uovo è il

simbolo del ritorno alla vita: gli uccelli si

preparano il nido e lo utilizzano per le

uova, a quel punto, il contadino sa che l’inverno

ed il freddo sono passati.

Gli antichi Greci, i Persiani e i Cinesi se le

scambiavano come dono per le feste primaverili,

mentre in Egitto erano il simbolo

del “nuovo anno”, venivano scambiate,

infatti, nell’equinozio di Primavera (l’anno

si basava sulle stagioni),in questa civiltà le

uova erano considerate inoltre “oggetti

speciali”: venivano interrate sotto le fondamenta

degli edifici per tenere lontane le

energie negative e le spose vi passavano

sopra prima di entrare nella loro nuova

casa.

Con l’avvento del Cristianesimo, le uova

divennero il simbolo di rinascita dell’uomo,

della Resurrezione di Cristo: come il pulcino

esce dall’uovo, Cristo “abbandonò” la

Sua tomba.

Nella simbologia le uova colorate rappresentano

i colori della primavera e la luce

del sole, quelle colorate col rosso scuro, il

sangue di Cristo.

L’usanza di donare le uova decorate con

pietre preziose va molto indietro nel

tempo: se ne trovano testimonianze sul

libro contabile di Edoardo I d’Inghilterra

che affrontò questa spesa per farsi preparare

450 uova da regalare come dono di

Pasqua.

Le Uova più famose, però, restano quelle

del maestro orafo Peter Carl Fabergè, che

nel 1883 ricevette dallo Zar di Russia

Alessandro, la commissione per la creazione

di un dono speciale per la Zarina Maria.

Il primo Fabergè fu un uovo di platino

smaltato bianco che si apriva per rivelare

al suo interno un uovo d’oro che a sua

volta conteneva un piccolo pulcino d’oro

ed una miniatura della Corona Imperiale

(nacquero così le prime sorprese!).

Gli Zar ne furono così entusiasti che ne

commissionarono al maestro orafo una

serie all’anno per poter essere donata a

Pasqua.

Nell’ultimo secolo, grazie anche alle industrie

dolciarie si diffuse il classico uovo di

cioccolato che è arrivato fino ai giorni

nostri.

LA COLOMBA

La Colomba, come dolce, risale al

Medioevo, quando Re Alboino invase

l’Italia.

Dopo circa tre giorni di assedio, riuscì ad

entrare nella città di Pavia, proprio alla


vigilia della Pasqua del 572.

Prima di mettere a ferro e fuoco la città,

Alboino ricevette tra i tanti regali di sottomissione

anche dodici fanciulle che avrebbero

dovuto allietare le sue notti.

Mentre era sul sagrato della Basilica di

Pavia, all’epoca l’ubicazione del suo

trono,e meditando sulle sorti della città,

venne avvicinato da un vecchio artigiano

che aveva portato con se dei pani dolci

con la forma di colomba: erano il suo regalo

per il tributo di pace nel giorno di

Pasqua.

Alboino, assaggiando le colombe, le trovò

squisite e face la promessa che, “In onore

delle Colombe”, 0avrebbe rispettato la

città e i cittadini.

I pani, però nascondevano un inganno :

quando il Re domandò alle fanciulle che gli

erano state date in dono,il loro nome,

tutte risposero al nome di “Colomba”.

Il Re capì subito il raggiro ma prestò fede

alla sua promessa : rispettò sia le

“Colombe” sia la città di Pavia.

Altra leggenda che riguarda questo dolce,

Campo de’ fiori 37

risale al tempo della Battaglia di Legnano

del 1176 vinta dalla Lega dei Comuni contro

Federico Barbarossa.

L’idea del classico dolce Pasquale, sarebbe

nata ad un condottiero del Carroccio, il

quale avrebbe fatto confezionare il pane a

forma di colomba per omaggiare tre volatili

bianchi che durante la battaglia si erano

posati sulle insegne lombarde, proteggendoli.

La Colomba divenne il simbolo della

Pasqua Italiana nel 1930 grazie ad una

famosa azienda milanese.

Da allora sulle tavole degli Italiani sono

“volate” molte varianti di questo dolce

arricchite di creme o farciture varie o semplicemente

con l’aggiunta di mandorle e

canditi, ricordando la semplicità dei primi

“pani”.

IL CONIGLIETTO PASQUALE

Questo simpatico animaletto divenne il

simbolo della Pasqua in Germania nel XV

secolo ma sembra che dolci e biscotti con

la forma di coniglio si diffusero, sempre in

IL PERSONAGGIO

MISTERIOSO

Di lato è riportata la foto di

un personaggio famoso.

Sapresti dire di chi si tratta?

I primi cinque che,

telefonando in redazione,

daranno la risposta esatta riceveranno

un simpatico omaggio

offerto dalla profumeria Paolo

e Concetta

Germania nell’800.

La sua origine è associata ai riti pre-cristiani

sulla fertilità;

poiché per tradizione il coniglio e la lepre

sono gli animali più fertili in assoluto, essi

divennero fin dall’antichità il simbolo della

nuova vita, della primavera.

Tradizione vuole che in America, Olanda e

Germania, il coniglietto Pasquale porta un

cesto di uova colorate come regalo a tutti

i bimbi, ma visto che è un po’ dispettoso,

le nasconde nei posti più impensati!

Che siate golosi di Uova o di Colomba più

o meno farcita….

Vi giunga

l’augurio di

una Buona

Pasqua,

all’insegna

di Pace e

Serenità, da

Campo de’ fiori

Protegge i tuoi valori

Silvia Malatesta - Via S. Felicissima, 25

01033 Civita Castellana (VT)

Tel.0761.599444 Fax 0761.599369

silviamalatesta@libero.it


38

Campo de’ fiori

RUBRICA MEDICA

Come funziona l’occhio umano

a cura del

Dott. Renzo Ceccarelli

Responsabile Unità

Operativa

Dipartimentale di

Oculistica

Ospedale di Civita

Castellana e

Acquapendente

Immaginiamo

l’occhio umano

come una macchinafotografica.

La cornea e il

cristallino sono

len-ti naturali tra

le quali si trova

l’iride, colorata

di-versamente a

seconda del soggetto.

Al centro

dell’iride la pupilla,

il nostro diaframma,

si stringe

e si dilata a seconda

dell’intensità

luminosa ambientale.

La funzione del cristallino è quella di

far convergere i raggi luminosi sulla

retina, una sottile membrana posta

nella parte posteriore dell’occhio: si

generano così gli stimoli visivi che,

trasformati in impulsi elettrici, raggiungono

il cervello attraverso il

nervo ottico.

Che cos’è il glaucoma?

Il glaucoma è quella malattia in cui si verifica

un aumento della pressione dell’umore

acqueo, cioè del liquido che circola

all’interno dell’occhio.Questo aumento si

riflette in un danno al nervo ottico, che

determina a sua volta una progressiva perdita

del campo visivo; è quindi una malattia

lenta, progressiva e purtroppo porta

alla cecità.

Come si cura il glaucoma?

La terapia del glaucoma può essere di tre

tipi: medica, laser e chirurgica. La terapia

medica, con opportuni colliri, rappresenta

la base del trattamento e consente di

gestire comodamente la maggior parte dei

tipi di glaucoma. La terapia laser può essere

applicata in alcuni casi e risulta particolarmente

utile nel trattamento del glaucoma

acuto: con lo YAG laser si può praticare

un’incisione nell’iride che sblocca l’o-

struzione al passaggio dell’umore

acqueo. La trabeculoplastica

con argon laser può

essere utile in alcune forme

di glaucoma cronico.

La terapia chirurgica, infine,

viene riservata ai casi avanzati

ovvero a quelli che non

rispondono adeguatamente

alle altre terapie.

Che cos’è la cataratta?

La cataratta consiste nella

perdita della trasparenza del

cristallino. L’opacizzazione

del cristallino determina una

graduale diminuzione della

funzione visiva. Il termine

“cataratta” è molto antico e

deriva dall’idea fantastica che

il biancore presente davanti

alla pupilla fosse stato una

specie di cascata di acqua

che scendeva dal cervello.

Come si opera la cataratta?

Fino a qualche anno fa, la cataratta veniva

estratta attraverso una larga apertura al

bordo corneale superiore di circa 12 millimetri.

La tecnica attuale di estrazione della

cataratta è nota come facoemulsificazione

ed utilizza sofisticate sonde ad ultrasuoni,

in grado di frammentare ed aspirare la

cataratta stessa attraverso un’incisione

limitata (circa 3 millimetri). Per evitare di

allargare il taglio si impiegano lentine pieghevoli

(IOL), che sono introdotte attraverso

l’incisione da 3 millimetri e riprendono

la forma all’interno dell’occhio. In questo

modo, il traumatismo chirurgico è

ridotto al minimo e la sutura non è necessaria

nella maggior parte dei casi. Dopo

poche ore l’occhio è già in grado di funzionare.

Che cosa è la retina?

La retina è il foglietto neurosensoriale che

riveste la parete interna dell’occhio, registra

le immagini provenienti dall’esterno e

le invia alla corteccia cerebrale attraverso

il nervo ottico.

Quali sono le malattie più frequenti

della retina?

Sono le rotture da cui poi derivano i distacchi

di retina, che devono essere tempestivamente

affrontati con trattamenti laser

oppure, in casi già avanzati, con l’intervento

chirurgico. Altra patologia frequente è la

retinopatia diabetica, origine spesso di

gravi perdite di vista se non curata adeguatamente.

Infine le degenerazioni

maculari senili sono la causa della riduzione

visiva legata all’età; per tali patologie è

molto importante la precocità di diagnosi e

la costante cura, oggi anche con le iniezioni

intravitreali di alcuni farmaci.

Quali sono i principali difetti visivi?

Sono la miopia, per cui i pazienti vedono

bene da vicino e male da lontano; l’ipermetropia,

per cui i pazienti vedono bene

da lontano e spesso con grende fatica per

vicino; l’astigmatismo che può essere miopico,

ipermetropico o misto; ed infine la

presbiopia, per cui i pazienti, andando

avanti con gli anni, hanno bisogno degli

occhiali per le loro attività per vicino.

Riportiamo i dati dell’attività dell’U.O.D. di Oculistica dell’anno 2007

Sono stati effettuati 950 interventi di cataratta dall’equipe del Dott. Ceccarelli, di cui 300 a Civita Castellana e 650 ad Acquapendente.

A Civita Castellana viene effetuata una sola seduta alla settimana, ad Acquapendente, due. L’Ospedale di Civita Castellana comprende

l’ambulatorio oculistico di Vignanello. Le liste di attesa per entrambe le strutture ospedaliere sono di sei mesi e sarebbe necessaria una

frequenza maggiore degli interventi, per ridurne i tempi di chi aspetta.

n.d.r.

INDIRIZZATE LE VOSTRE DOMANDE AI MEDICI SPECIALISTI CHE COLLABORANO A QUESTA RUBRICA DIRETTAMEN-

TE PRESSO LA NOSTRA REDAZIONE, Piazza della Liberazione n. 2 - 01033 Civita Castellana (VT) - Tel/Fax:

0761.513117 o per e-mail: info@campodefiori.biz


Campo de’ fiori 39

CENTRO DI CONSULENZA

Neuropsichiatrica, Psicologica, Logopedica,

Psicopedagogica

Via T. Tasso 6/A - Civita Castellana (VT)

Tel. 0761.517522 Cell. 335.6984281-284

www.centroceral.com

info@centroceral.com

RACCONTAMI UNA STORIA

a cura della

Dott.ssa Sambuci

Anna Maria

Logopedista

“Raccontami una storia”

Quante volte ti è stato

chiesto di farlo, se sei

genitore, nonno o

insegnante?

Ma qual’é il motivo

profondo di questa

richiesta?

Fare un viaggio nella

fantasia? Divertirsi?

Creare una intimità

speciale tra chi racconta

e chi ascolta?

Voglia di identificazione in un personaggio

o regole di vita da seguire, imitare?

Voglia di affermare la vittoria del bene e la

sconfitta del male?

I bambini amano le storie per molte ragioni

diverse e questo amore cresce e si mantiene

vivo per la vita, basti pensare alla

quantità di libri, film, video giochi, dvd che

sono in commercio .

All’inizio però è per il desiderio di apprendere,

informarsi, conoscere, sviluppare

attraverso le storie le capacità e le conoscenze

necessarie per affrontare e risolvere

più efficacemente le difficoltà della vita.

Per noi che siamo specialisti del linguaggio

“ la storia” diventa uno strumento molto

importante da diversi punti di vista.

A scuola la funzione narrativa stimola l’ascolto

collettivo, l’attenzione condivisa e

prolungata al linguaggio verbale, la condivisione

di un compito, l’apprendimento del

linguaggio, che nello stile narrativo assume

forme diverse da quello del linguaggio

colloquiale ( verbi al passato, sequenze

temporali, discorsi diretti...).

A casa, in situazioni più intime, la comuni-

cazione linguistica acquista

funzioni di interazione e di

immaginazione forse più profonda;

il bambino è più motivato

a fare domande perché

la relazione con il narratore è

di tipo esclusivo e allora più

funzioni si intrecciano in un

unico atto di comunicazione:

- funzione euristica, per

acquisire notizie sul mondo, “

perchè?...”

- funzione immaginativa, per

creare col pensiero “ facciamo

finta....”

- funzione informativa, che

comprende tutti i messaggi

che il bambino riesce a formulare

spontaneamente “ sai

che io...”

Questo piccolo esempio vuole

essere solo uno spunto di

riflessione e un invito a tutti

gli adulti che hanno relazioni

con bambini, a non sottovalutare

questo straordinario

strumento di comunicazione

che è la storia, che può essere

letta, narrata, drammatizzata,

in forma del tutto “gratuita”,

anche dopo che i bambini

abbiano imparato a leggere,

perchè il segreto della

sua efficacia è nella relazione,

nello scambio, nell’imitazione, nell’interazione

condivisa, che ogni altro strumento

di comunicazione ( tv, play station, dvd,

cd, .... ) non può darci.

Per riflettere insieme a noi su altri argomenti

che riguardano lo sviluppo, l’ap-

L’angolo Misterioso

Nella foto accanto è riportata una via di Civita Castellana. Sapresti dirci il nome della Via?

I primi tre che, telefonando in redazione, daranno la risposta esatta, riceveranno un simpatico

omaggio offerto da: Civita Bevande.

prendimento e tante altre tematiche come

attacchi di panico, depressione, ecc...,

ogni mercoledì dalle ore 10.30 alle ore

11.30 sintonizzatevi su Radio Punto Zero,

sulle frequenze 93.400 – 96.700 – 101.500

Un esperto potrà rispondere anche alle

vostre domande in diretta.


40

Campo de’ fiori

L’angolo dell’avvocato

a cura della Dott.ssa

Ilaria Becchetti

La Comunità Economica Europea (CEE)

nasce il 25 marzo del 1957 con fini prettamente

economici e pacifisti. Il vecchio

continente viveva in quel tempo i postumi

della grande guerra, che l’aveva lasciata in

ginocchio e con il terrore dello scoppio di

nuovi conflitti. Così sei paesi, tra cui

l’Italia, decisero di unirsi stipulando un

trattato attraverso il quale ciascuno di essi

avrebbe rinunciato ad una parte della propria

sovranità in favore di questa entità

sovranazionale. Ciò al fine di perseguire la

pace, il rifiorire dell’economia e per fare in

modo che le decisioni su questioni specifiche

di interesse comune potessero essere

prese democraticamente a livello europeo.

Da allora l’Europa è cresciuta, è diventata

Unione, vanta 27 stati membri e 490 milioni

di cittadini. La democrazia, lo stato di

diritto e la tutela dei diritti fondamentali

sono elementi intoccabili e costituiscono il

cuore della Comunità. Il fine non è più solo

quello economico.

Con il Trattato di Maastricht del 1993,

infatti, l’aggettivo “economica” è stato eliminato

e da allora si parla di Comunità

Europea e di Unione Europea. L’Unione si

occupa di tutto, non c’è settore in cui essa

non intervenga con gli atti legislativi delle

sue Istituzioni e con le sentenze della

Corte di Giustizia. Queste disposizioni non

restano lettera morta ma ad esse gli stati

membri devono conformarsi, pena l’attivazione

di procedure d’infrazione da parte

della Commissione, organo che è deputato,

tra l’altro, proprio al controllo della corretta

esecuzione del diritto comunitario da

parte degli Stati membri. L’Unione

Europea, dunque, entra nelle nostre vite di

Studio Legale Prof. Avv. Enrico De Santis

00195 Roma - Viale Mazzini 140

Tel. 06/372.06.39 - 64561.829 Fax. 06/370.11.05

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sito web: www.studiodesantis.com

L’importanza di sentirsi europei

tutti i giorni più di quanto noi non possiamo

immaginare. Nonostante questo, però,

l’Unione è vista dai cittadini come un’entità

lontana ed inaccessibile, non desta interesse

soprattutto a causa della scarsa

informazione che i media danno delle

vicende europee. Ci sono, invece, un

milione di diritti e benefici di cui possiamo

godere in quanto cittadini della Comunità.

L’intento allora è quello di mostrare tutte

le iniziative e le idee che provengono

dall’Unione per riscoprici insieme cittadini

dell’Europa.

Al proposito si vuole segnalare come questo

interesse di sensibilizzazione sia una

prerogativa anche del Dipartimento delle

Politiche Comunitarie che ha lanciato un

nuovo portale di informazioni sull’Europa –

www.vivieuropa.it – e una campagna di

comunicazione dal titolo “Vivi italiano, cresci

europeo”.

A questo programma è abbinata una sim-

patica iniziativa proposta dal Dipartimento

stesso. Si tratta di un concorso fotografico

dal titolo “Vivi italiano, fotografa europeo”.

Il concorso è aperto a tutti, professionisti

o amatori, cittadini europei od operanti

nell’Unione.

Sono previste 4 categorie di soggetti, cor-

rispondenti alle quattro sezioni del sito

www.vivieuropa.it : essere cittadini europei

- studiare - lavorare e fare impresa -

viaggiare. Per ogni categoria verrà decretata

una fotografia vincitrice che diventerà

la fotografia ufficiale della relativa sezione

del sito Vivieuropa. Per i vincitori è previsto

anche un premio di 1000 euro. C’è

tempo fino al 30 aprile prossimo per

armarsi di una macchinetta e trovare l’ispirazione

per una delle quattro categorie

indicate dal concorso. È un occasione per

dare sfogo alla propria creatività e per

sentirsi un po’ più vicini e parte di questa

nostra Europa. Buon divertimento!


Dopo Oscar Wilde, portato in scena con

grande eleganza, con una interpretazione

gagliarda, e con uno stile molto “inglese”,

domenica 16 Marzo ha calcato il palco di

via XXV Aprile una compagnia di Verona, il

“Teatro Impiria” che ha presentato “Chiuso

per western”, una commedia musicale

briosa e coinvolgente. Una vera primizia,

l’opera di Paolo Panizza, tra bulli e pupe a

ritmo di un accattivante ragtime. Con una

trama da gustare assieme alla musica ed

in un ambiente di fuorilegge, banche

assaltate e condita dai più classici personaggi

del mitico west. Un passo avanti

nella programmazione del teatro di

Fabrica, che ancora prova a lanciare messaggi

alle compagnie amatoriali che hanno

qualcosa di interessante da dire. Fabrica è

ormai una meta ricercata e le ottanta

compagnie, che da tutta Italia si sono proposte

per la selezione del 2008, lo dicono

chiaramente. La stagione è ancora lunga e

prosegue fin dopo Pasqua, per concludersi

il 13 Aprile. Poi Sabato 19 Aprile la

grande serata delle premiazioni, con gli

“Oscar” fabrichesi ai vincitori e la serata

di Gala all’Aldero Hotel.

Campo de’ fiori 41

Fabrica di Roma

Seconda rassegna teatrale „ Anchise Marcelli‰


42

Campo de’ fiori

Una “Fabrica” di ricordi

Personaggi, storie e immagini di Fabrica di Roma

... continua dal numero 47

di

Sandro Anselmi

Nel complessoconventuale,

al lato

opposto dell’asilo,

c’era

l’ambulatorio

medico.

Da tempo

immemorabile,

infatti, le

suore-infer-

miere assistevano il medico condotto

del paese, durante le visite

ambulatoriali, lo aiutavano negli

interventi di pronto soccorso e

durante la somministrazione di

vaccini.

Ricordo la paura che avevamo

quando, passati alle elementari,

venivamo condotti rigorosamente

in fila per due all’ambulatorio

per essere vaccinati contro il

vaiolo che era ancora, a quei

tempi, una malattia viva e pericolosa.

“Sor” Rosa ci tirava su la manica

del “sinaletto” e ci incoraggiava,

mentre il dottor Rosario Zappia ci

graffiava sul braccio con una

sorta di pennino…… ne avremmo portato il

segno per tutta la vita.

Altre suore indimenticate sono state

Madre Flavia, anche lei infermiera che ha

servito lungamente il dottor Zappia, poi il

dottor Alfredo Canonici ed infine il dottor

Claudio Pozzo, Suor Bernarda, Suor

Virginia, Suor Vincenza e tante altre di cui

dimentico il nome, fino ad arrivare alle

madri superiore Suor Luigina ed all’attuale

Suor Cleofe.

Origini storiche del monastero (ricavate

da un prezioso manoscritto conservato

nella casa madre dell’Istituto).

Molto prima delle nostre Suore, esistevano

in Fabrica delle Religiose di Gesù

Appassionate e di Maria Addolorata.

L’anno 1735 una pia donna, Maria Agnese

Fratoni, di Caprarola, si recò a Fabrica di

Roma.

A proprie spese comperò una casa e si unì

ad altre donne; decisero di vivere insieme,

“L’asilo de’ moniche”

lontane dal mondo, proponendosi soltanto

di raggiungere la perfezione cristiana

secondo la Regola di Sant’Agostino.

Da sole stabilirono di indossare un abito di

penitenza e si misero sotto l’immediata

dipendenza del Vescovo di Civita

Castellana, Mons. Sante Sanucci. Dopo

alcuni anni, si unirono alle prime, altre pie

donne e riuscirono anche a costituire un

ristretto patrimonio.

In quell’epoca le fanciulle di Fabrica mancavano

di ogni cristiana educazione, le

religiose decisero, perciò, aderendo al precetto

evangelico dell’amore al prossimo, di

unire alla vita contemplativa, quella attiva.

Impiegavano nell’educazione delle fanciulle

quelle ore che rimanevano disponibili

dopo gli atti di pietà e le necessità della

Casa, privandosi anche di ogni più necessario

riposo e modesta ricreazione.

Col consenso del loro Superiore, il

Vescovo, cominciarono a radunare le giovani

giornalmente e ad insegnare loro,

oltre la dottrina cristiana, le pratiche di

pietà e i lavori femminili a seconda della

loro condizione.

Molti anni trascorsero in questo tenore di

vita, stimate da tutto il paese per la loro

vita esemplare. Crebbero di numero e

fecero ingrandire l’abitazione.

Col permesso delle autorità del paese,

fecero fabbricare un asilo per i bambini ed

impiantarono un piccolo ospedale di pronto

soccorso che fu aperto nel Gennaio

1911. Questo monastero, chiamato poi

delle Agostiniane, fioriva di sante virtù.

Alcune religiose vi sono morte in odore di

santità e sono sepolte, insieme alle altre

defunte prima del 1870, nella chiesa del

monastero dedicata a San Lorenzo.

Nel Marzo del 1907 una suora del Divino

Amore, di Roma, con una giovane maestra,

andò a Fabrica per parlare con il

Conte Alberto Cencelli di affari riguardanti

la scuola. Ebbe l’occasione di conoscere le

religiose del paese e colse il loro desiderio

di unirsi ad un Istituto regolare, visto che

anche loro professavano la Regola di

Sant’Agostino.

In seguito, le religiose di Fabrica, ricevute


dalla Superiora di Roma

la Regola e le

Costituzioni, dopo averle

ben meditate, parlarono

al loro Vescovo

diocesano perché rendesse

possibile l’unione

con l’Istituto del Divino

Amore di Roma. Non

mancarono diverse difficoltà,

da parte del

Vescovo e di alcuni

sacerdoti, ma alla fine

ottennero quanto desideravano.

Il 1° Agosto 1913,

dopo i Santi Spirituali

Esercizi, predicati da un

Padre Passionista, le

religiose (nove) di

Fabrica desiderose dell’unione,

fecero solenne

Professione alla presenza

del Parroco

Celebrante, del Predicatore,

della Madre

Vicaria generale delegata

e dell’intera

Comunità. Fu poi eletta

Superiora locale la Rev.

Madre Agostina della

SSma Trinità con

L’Assistente Madre Alessandra dei Sacri

Cuori.

Il giorno dopo la Madre Vicaria condusse

le Religiose più giovani al Noviziato di

Bracciano e la Madre Assistente accompagnò

le due anziane al Monastero di Roma.

Altre tre suore anziane rimasero nel

Monastero di Fabrica.

Il paese fu molto contento di questo rinnovamento

e, appena le nuove religiose

ripresero il Catechismo, fanciulle, giovani e

anche donne adulte accorsero alla loro

Chiesa.

Dio benedì l’Opera provvedendo l’Istituto

del necessario, soprattutto di buoni sog-

Campo de’ fiori 43

getti al fine di progredire nel bene ed operare

per la sua maggiore gloria e a vantaggio

del prossimo.

Ancora oggi le suore si prodigano nel loro

generoso servizio a beneficio di tutta la

comunità.

Info

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44

Campo de’ fiori

9ª Edizione PREMIO DI POESIA “S. BERNARDINO”

Viene indetta la nona edizione del Premio di poesia “S: Bernardino” a tema libero: in lingua italiana, in vernacolo, poesia religiosa.

La partecipazione è libera e aperta a tutti ed è estesa a tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Si partecipa con una o più poesie (massimo tre e complessivamente non più di 40 versi ognuna) da inviare in cinque copie dattiloscritte,

una delle quali firmata dall’autore insieme al contributo di 10 € per i diritti di segreteria a:

MARIO GRIZI, Via S. Michele, 12 - 02040 STIMIGLIANO SCALO (RIETI) - Tel. 338.5037815.

IL TERMINE ULTIMO PER PARTECIPARE E’ IL 6 APRILE 2008

Sono istituiti i seguenti premi:Primo premio: Medaglia d’oro - Secondo premio: Medaglia d’argento - Terzo premio:

Medaglia d’argento - Menzioni speciali con coppe, targhe, pergamene

La giuria del Premio “S.Bernardino” selezionerà i testi che saranno premiati in una cerimonia di lettura pubblica con la partecipazione

di personalità del mondo della Cultura.Le premiazioni verranno effettuate in Piazza Leone Orsini a Stimigliano il 25 Maggio 2008

alle ore 16,30.

Il Presidente Prof. Felice Paniconi


Campo de’ fiori 45

Artisti emergenti: Valentina Mozzicarelli e Silvia Palamides

di Enea Cisbani Nei giorni 22, 23 e

24 Dicembre 2007

presso la sala “Pablo Neruda” di Civita

Castellana in Corso Bruno Buozzi, due giovani

allieve dell’Istituto d’Arte, Valentina

Mozzicarelli e Silvia Palamides, per la

prima volta, hanno portato all’attenzione

di un vasto e folto pubblico le loro opere

grafiche con un gesto artistico “autoritario”,

data la giovane età, ma dai risultati

figurativi e formali dirompenti, considerata

l’elevata qualità estetica delle opere esposte.

Silvia Palamides

nasce a Roma il 21 Giugno

1990, risiede nel comune

di Faleria e attualmente

frequenta il 4° anno

dell’Istituto d’Arte per la

Ceramica, sezione “Michelangelo”,

indirizzo beni culturali.

Nel 2004 vince il 1°

premio del concorso “Un

Poster per la Pace”, indetto

dal Lions Club di Civita Castellana. Nel

Gennaio del 2006 vince il 1° premio dell’

estemporanea di pittura indetto dal comune

di Rignano Flaminio. Nel Maggio 2006

con l’opera grafica “La Bella Gallese”, vince

il primo premio dell’estemporanea di pittura

del comune di Gallese, utilizzando una

tecnica mista attraverso l’uso combinato di

matite tradizionali, carboncino

e acquerelli. Nel

Giugno 2006 partecipa

all’estemporanea di pittura

indetta dal comune di

Vignanello, ottenendo una

borsa di studio.

Nel corso del 2007 partecipa

a numerosi e vari concorsi

che contribuiscono

all’aggiornamento e all’approfondimento

della sua

formazione tecnica ed artistica.

Nel Dicembre 2007

organizza nel comune di

Faleria, nella sala della

Misericordia, una mostra

delle sue opere pittoriche.

Essenzialmente ricerca

temi decisamente figurativi,

come lo studio della

figura umana, attraverso

una osservazione attenta

dell’anatomia, resa plastica

attraverso la tecnica del

chiaroscuro. Valentina

Mozzicarelli nasce a Roma il 19

Agosto 1990, risiede a Civita

Castellana e insieme a Silvia

Palamides, frequenta il 4° anno

dell’Istituto d’Arte, sezione “Michelangelo”,

indirizzo beni culturali. Nel

Giugno 2006 vince il terzo premio

dell’estemporanea di pittura indetta

dal comune di Vignanello.

Sempre nel comune dei Monti

Silvia Palamides

Cimini, partecipa all’esposizione di pittura

“Il Vino Novello”, indetta da un ente cittadino.

Nel Maggio 2006 con l’opera grafica “scorcio

del centro storico”, partecipa all’estemporanea

di pittura del comune di Gallese.

Nel Maggio 2007 a Perugia, entrambe partecipano

al concorso “L’Angelo nell’era

della Comunicazione”. Un curriculum

scolastico significativo: nel Settembre

2004 si iscrivono al primo anno del biennio

dell’indirizzo “Michelangelo” dell’Istituto

d’Arte di Civita Castellana.

Successivamente si iscrivono ai corsi dell’indirizzo

beni culturali, dove consolidano

e ampliano le loro conoscenze nel settore

artistico.

Nei primi anni di scuola frequentano il

corso di discipline pittoriche del

Professore Virgilio Mollicone dal

2002 al 2005,

docente illustre

dell’Istituto d’Arte,

dove potenziano e

consolidano il loro

innato talento artistico

attraverso una

perfetta padronanza

delle tecniche

grafiche “classiche”,

come la matita tradizionale

e a carboncino,

e delle tecniche

a sanguigna e

acquerello. Attualmente

frequentano

il corso di rilievo

plastico e pittorico

della Professoressa

Nadia

Chiatti, potenziando

ulteriormente la

Valentina Mozzicarelli

conoscenza della tecnica del-la pittura ad

olio, attraverso le copie di opere pittoriche

dei grandi maestri del passato. Nell’esposizione

del Dicembre 2007 le due giovani

studentesse hanno esposto essenzialmente

opere grafiche a matita e a carboncino,

attraverso studi anatomici e di dettaglio e

copie di opere pittoriche dei grandi maestri.

Un’esposizione che ha esaltato la bellezza

del disegno “classico”, una decisa

padronanza delle tecniche figurative e

dimostrato a tanti consumati professionisti

che prima di “sperimentare” è necessario

“saper” disegnare.


46

di Ermelinda

Benedetti

Campo de’ fiori

Chantal, gioia e vitalità

Andrea Chantal

Giampietro è la scrittrice

di poesie più giovane

che mi sono trovata

a trattare in questi

tre anni di collaborazione

con Campo

de’ fiori. Ha quindici

anni ed ha scelto di

frequentare il primo

anno dell’Istituto d’arte Ulderico Midossi di

Civita Castellana, vista la sua inclinazione

naturale per il disegno, dove posso confermare

che è veramente brava. È nata a

Saint Vincet, dove i suoi genitori avevano

un negozio di antiquariato e da sette anni

si è trasferita a Civita Castellana, paese

d’origine della madre, con la quale vive.

Certo, il trasferimento, all’inizio, non è

stato facile: la scuola completamente

diversa e senza conoscere nessuno ma,

sicuramente, la madre è stata fondamentale

per lei e queste prove hanno rafforzato

il loro rapporto, ed ora non lascerebbe

assolutamente questo paese. La passione

e la facilità con cui riesce a scrivere,

soprattutto in versi, si mettono in luce, in

particolar modo, quando Andrea frequenta

la seconda media dell’istituto “Dante

Alighieri” di Civita Castellana, in occasione

del progetto “A scuola con il cuore. Piccoli

versi per grandi sentimenti”: una raccolta

di poesie sull’amore e sull’amicizia. Da qui

sono tratte due delle sue poesie più belle:

Amicizia finita e Mamma sei grande!, che

parlano delle sue prime semplici, ma

importanti esperienze di bambina. Andrea,

da alcuni chiamata anche Chantal, secondo

nome che la madre dovette metterle

“altrimenti avrebbe rischiato di ricevere la

cartolina per il servizio militare”, come ama

dire scherzosamente, è una ragazza piena

di voglia di vivere, con la fame negli occhi

di scoprire, di vedere, di sperimentare,

tipica dei giovani della sua età. Non vuole

perdere neanche un minuto della sua vita,

benché ne abbia certo ancora tanti davanti!

La lascio correre intrepida la sua giovinezza

e le auguro buona fortuna per il

futuro.

Amicizia finita

La mia ex migliore amica

adesso è mia giurata nemica;

lei senza far fatica

mi ha voltato le spalle

e mi ha tradita.

Fai pure,

non mi offendo mica!

Mamma,

sei grande!

E’ lei, la mia mamma,

la più importante sopra ogni

cosa.

Lei, piccola e minuta,

fino ad ora sola mi ha cresciuta.

Lei, delicata come una rosa,

di far del male non osa.

Abbiamo affrontato insieme

tanti problemi

alcuni si sono risolti

altri sono risorti.

E’ con lei che mi sento forte

a lottare con qualsiasi sorte.

Se lei mi resterà vicina

dal cuore toglierò ogni spina.

Mamma, sei grande!

Andrea Chantal Giampietro

Batuffolo

Passa il tempo

il mio cuore per il tuo respiro,

la tua vita, la mia gioia,

il mio spazio dedicato a te.

Passa il giorno

guardarsi intorno

l’amore di un tenero bacio,

il contatto di una carezza,

e poi perdersi in un tenero sguardo.

Passerà il volo

anche per te,

come in un sogno.

E penso di stringerti in un palmo

della mia mano,

come un piccolo batuffolo di ovatta.

Ti voglio bene, mamma.

Questa poesia è stata scritta dalla mamma di

Andrea Chantal, quando lei era ancora piccola.


L’esperto consiglia

Marzo 2008: questo mese parliamo di rose.

Gli studiosi fanno risalire la presenza della rosa a 940 milioni di anni fa, mentre l’uomo avrebbe

fatto la sua apparizione soltanto 70.000 anni fa.

La rosa, che appartiene alla famiglia delle rosacee, si suddivide in molte specie, tra cui ibridi di

Tea, floribunda, inglese e molte altre ancora, e si può coltivare sia in piena terra che in vaso, prediligendo

luoghi soleggiati ed arieggiati. La fragranza di alcune varietà si intensifica sia prima dei

temporali estivi, preceduti da scariche elettriche, che con temperature tra i 22° e i 28°, in assenza

di vento e con un’atmosfera limpida e luminosa se quei tali fattori si accentuano, possono

produrre l’effetto contrario. Questo è il mese migliore per la potatura delle specie

arboree quale la rosa. L’operazione della potatura è utile per la fioritura oltre che per

dare alle piante stesse una forma più elegante; si consiglia di effettuarla nei mesi di febbraio-marzo

praticando un taglio all’altezza della terza gemma dal punto di intersezione

dei rami. Per questa operazione porre attenzione che le cesoie siano sempre pulite e

ben affilate.

Si consigliano, dalla primavera in poi, concimazioni con prodotti specifici tipo CIFO

Concime Granulare per Rose , e trattamenti fogliari preventivi contro oidio (mal bianco),

ticchiolature e muggini con CIFO Insetticida Anti Coccidico.

Curiosità: esiste la rosa nera? Anche se romanzi e commedie hanno dato consistenza

a tale supposizione, non c’è mai stata una rosa nera. Alcune varietà, con petali di un

rosso cupo, in particolari condizioni di luce, possono apparire, a prima vista, con fiori neri.

Campo de’ fiori 47


48

di Ermelinda

Benedetti

Campo de’ fiori

I Simò di Roncioncò

Le famiglie hanno

costruito, pian piano,

la storia del paese in

cui si sono radicate. I

Federici sono una

delle casate storiche di

Ronciglione, famosa e

apprezzata per l’abilità

dimostrata in campo

edilizio.

Accurate ricerche, da

parte di uno dei suoi membri, hanno rivelato

che la famiglia discende da Simon di

Federico, un nipote di Federico

Barbarossa, al quale era stato donato un

feudo, corrispondente, grosso modo,

all’attuale parte sud della Toscana e alla

zona nord del Lazio. Simon era un uomo

alto e robusto, tanto da essere chiamato

dai suoi vassalli Simò e sia il sopranome

che la stazza sono stati ereditati dai suoi

discendenti. Nel corso dei secoli il cognome

è diventato Federici e gli eredi di Simò

si sono sparsi in tutta Italia. Di essi si sa

che un Vincenzo Federici fu tra i primi

viaggiatori, dopo Marco Polo, a spingersi

fino al lontano Katai, in Cina. Ma una

buona fetta di questa famiglia, si distinse

nell’arte del costruire, tanto che diversi

Papi, nei secoli scorsi, chiamarono i

Federici per restaurare diverse chiese di

Roma e per montare l’obelisco centrale di

Piazza San Pietro. A loro fu affidata, inoltre,

la ristrutturazione del Duomo di

Orvieto e di Vetralla e la realizzazione del

ponte di Cenciano, a Vignanello, che, si

dice, a quel tempo sarebbe dovuto diventare

il ponte più alto del mondo, ma, per

errori di calcolo dell’architetto, nonostante

Alvaro Federici in Arabia Saudita

il Federici che seguiva i lavori, se ne fosse

accorto, non meritando, però, le attenzioni

di chi era sopra di lui, divenne il ponte

più alto d’Europa. Ai primi del ‘900 alcuni

di loro emigrarono, chi in America e chi in

Australia, portando avanti la loro arte. Uno

di essi fondò lo stabilimento di Amelia,

facendo conoscere la pasta Federici in

tutta Italia e non solo.

A continuare il mestiere di muratori sono,

principalmente, i quattro fratelli che si

erano stabiliti a Ronciglione: Mastro Nino

(Giuseppe), Mastro Chico (Federico), Zi’

Lello (Elio) e Zi’ Nicola. Alle loro dipenden-

I Simò al lavoro con i loro operai a Ronciglione

ze hanno fatto lavorare intere generazioni

di ronciglionesi, poiché ogni padre lasciava

il proprio posto ad almeno uno dei suoi

figli. Era quasi un rito che a fine giornata,

offrissero a tutti i loro operai la “merenda”,

nelle osterie del paese, in segno di riconoscenza,

cosa che nessun altra ditta si poteva

permettere. Tra tutti non si può dimenticare

Angelino, detto Sistò, che lavorò con

loro da tenera età fino al momento della

pensione, con tutti contributi versati, cosa

difficile in quel tempo in quanto costosa e

perchè il lavoro non era regolato dalle

attuali leggi che cercano di controllare il

nero. Anche il figlio di Angelino Ventura,

dopo 60 anni di lavoro del padre, andò alle

dipendenze della ditta Federici.

Diventati, però, anziani, non sono più in

grado di portare avanti l’impresa, che

spetterebbe ai figli, i quali decidono di

cambiare strada. Solo uno segue le orme

della famiglia, facendosi carico di tutta la

ditta: Alvaro. Alvaro è orgoglioso di questo

lavoro, anzi arte, tanto da trasferirsi, per

un certo periodo di tempo, con la moglie e

i due figli, in Arabia Saudita.

La morte, purtroppo, lo ha colto ancora

giovane, a soli 52 anni, e con lui finisce la

storia della prestigiosa arte muratoria dei

Federici. Questa famiglia può vantarsi

anche di aver avuto un grande medico, il

dottor Mario Federici, stimato da tutti.

Chi mi ha raccontato questa storia ha voluto

ricordare l’onestà e la bontà, rivolte

soprattutto ai propri operai, dei Simò di

Roncionco’.


Campo de’ fiori

50

L’altare maggiore del Duomo di Civita Castellana

L’esercitazione didattica affrontata da Elisa Basso e Marzia Mariani, due alunne del 4°B dell’Istituto Statale D’Arte “U.Midossi” di Civita

Castellana - indirizzo Beni Culturali -, sotto la guida del Prof. Massimo Cirioni, riguarda una scheda di catalogazione sull’altare maggiore del

Duomo di Civita Castellana, datato IV secolo d.C., di autore sconosciuto.

Questo è il

primo di alcuni

lavori realizzati

da studenti che

frequentano

l’Istituto d’Arte

di Civita Cas-

Elisa Basso e Marzia Mariani

tellana“U.Midossi” che verranno

proposti

alla rivista per documentare l’impegno che

questi ragazzi e ragazze prodigano al fine

di contribuire allo studio del territorio della

Tuscia e dell’Ager Falisco, con ricerche su

specifiche tematiche locali.

Sono alcuni anni che l’Istituto Statale

d’Arte, una delle prime scuole ad indirizzo

professionale ed artistico sorte in Italia,

sotto la guida del preside Prof. Franco

Chericoni, si è imposto all’attenzione degli

studenti e delle famiglie come una scelta

scolastica altamente qualificata dal punto

di vista formativo e didattico, raggiungendo

realtà territoriali non solo provinciali,

ma anche accogliendo studenti che provengono

dalle province di Rieti e di Roma.

Trattasi di un sarcofago in marmo in cui la

parte anteriore è decorata con un bassorilievo

formato da sette nicchie, divise da

colonnine a scanalature ondulate, e ogni

nicchia è munita, alternativamente,

di un

arco e timpano.

Sopra il primo e settimo

timpano si vedono,anche

se un po’

rovinati, un cesto di

frutta, e sopra gli altri,

resti di corone.

I temi rappresentati

nelle nicchie sono, a

cominciare da sinistra:

Il sacrificio di

Abramo

1^ nicchia: il sacrificio di Abramo con

due figure: :Abramo nell’atto di abbassare

la mano sulla testa del figlio Isacco per

ucciderlo, mentre dall’alto spunta la mano

di Dio per arrestarne il colpo.

2^ nicchia: il Divino Maestro predice a

Pietro la triplice negazione, come indica il

gallo, che è ai

piedi di San

Pietro.

3^ nicchia: la

guarigione del

paralitico, che sta

per prendere sulle

spalle il suo

letto.Gesù è

accompagnato da

un apostolo.

4^ nicchia: la consegna

delle chiavi a

Pietro, che le riceve nel suo mantello ben

aggiustato. Ai piedi si vede un fascio di

libri.

5^ nicchia: una donna afflitta da continue

emorragie di sangue tocca le vesti di

Gesù ed è guarita. Il Redentore è come

sempre accompagnato da un apostolo.

6^ nicchia: il cambiamento dell’acqua in

vino nelle nozze di Cana. Ci sono tre figure:Gesù,

un apostolo e

un servitore che,

tenendo sulle spalle un

vaso,versa l’acqua in

un’idria (grande vaso

di ceramica o bronzo),che

sta a terra.

7^ nicchia: Daniele

che uccide il serpente,

il “drago magnus” adorato

dai babilonesi, con

un boccone di pece,

Gesù predice a

Pietro la triplice

negazione

La guarigione del

paralitico

grasso e peli. Daniele è assistito da Dio

rappresentato da una figura con la barba.

L’altezza dei personaggi raffigurati nelle

nicchie rispecchia una gerarchia che vede

riprodotti in scala più

piccola gli umani che

non sono strumenti

scelti da Dio per i suoi

disegni divini, come il

servitore che versa

l’acqua o che sono

oggetto di miracoli,

come il paralitico e la

donna emorroissa.

Nel fondo del sarcofago,

in mezzo,vi è un

largo foro circolare che

serviva per lo scolo della putredine.

La consegna delle

chiavi a Pietro

Il messaggio religioso che la rappresentazione

scultorea trasmette è quello del

culto cristiano subentrato agli altri culti.

Le due nicchie estreme, quelle del sacrificio

di Abramo e di Daniele che uccide il

serpente alludono al superamento sia del

culto ebraico, sia di quello pagano.

La sesta nicchia, quella della trasformazione

dell’acqua in vino simboleggia il sacrificio

della Messa, la scena principale però, è

quella al centro dove si ribadisce con la

consegna delle chiavi a

Pietro, la potestà spirituale

della Chiesa, di

cui Pietro è il capo,

insieme alla dottrina

divina, rappresentata

dai volumi sistemati a

terra nella medesima

nicchia.

Altri messaggi simbolici

presenti nel sarcofago

sono quelli rappresen-

tati dai cesti di frutta associati all’abbondanza

e alle corone, riconducibili al premio

di cui godrà il cristiano nella vita eterna.

Tale sarcofago probabilmente fu rinvenuto

nell’attuale giardino dell’episcopio, che

essendo attiguo alla chiesa, poteva in origine

essere adibito a cimitero.

Lo trovò lo studioso R. Garrucci, utilizzato

come vasca di una fontana. Quindi accertato

il suo valore storico

artistico, fu rimosso

e collocato su due

tronchi di colonna di

granito nel pianerottolo

del primo rampante

della scala del Palazzo

Vescovile.

Attualmente è stato

sistemato nel presbiterio

del Duomo di Civita

Castellana ed adibito

ad altare principale

della Cattedrale.

La guarigione di

una donna

Il cambiamento

dell’acqua in vino

Non vi è base storica circa l’attribuzione,

nè alcuna iscrizione, però l’arte, il costume

e la simbologia, lo riferiscono al IV secolo.

Probabilmente è stato

prodotto in una bottega

romana e si inserisce

nel gruppo dei sarcofagi

di “Passione”,

cosiddetti per i temi

relativi alla Passione di

Gesù e alla vita e al

martirio di Pietro.

Gli episodi narrati non

sono mesti, tendono al Daniele che uccide

contrario ad esaltare il il serpente

trionfo e l’affermazione

del cristianesimo e della sovranità divina.

La tematica svolta attraverso la rappresentazione

della vita di Pietro, in cui spesso si

ravvisa un parallelismo con quella di Gesù,

sottolinea la perennità del magistero di

Cristo dopo la sua resurrezione e la missione

affidata alla Chiesa, rappresentata in

particolare dal Principe degli apostoli.


52

Campo de’ fiori

CIVITONICI ILLUSTRI

Il professor Giacomo Pulcini, in un suo

scritto degli anni ’70, così ricorda la figura

e l’opera dell’illustre concittadino:

“Quando Mons. Goffredo Mariani viene in

visita a Civita Castellana, è ben difficile che

percorra un centinaio di passi senza essere

fermato almeno quattro o cinque volte

dagli amici e parrocchiani di un tempo. La

sua opera di parroco, di educatore e di

studioso non è stata mai dimenticata; e

moltissimi civitonici debbono a lui la loro

formazione intellettuale e spirituale. Mons.

Mariani nella sua azione spirituale mirava

sempre alla sostanza, cioè alla costruzione

cristiana della persona e dell’ambiente e lo

faceva sempre con passione, dignità e

coraggio. Il suo gesto, rimasto giustamente

indimenticato, e cioè quello di rimanere

in sede durante i furiosi bombardamenti

del 1944/’45, non fu un gesto improvvisato,

ma era derivato da una visione integrale

della missione e dovere del sacerdote,

che egli sentiva in sommo grado e lo

portò a raccogliere i parrocchiani morenti,

a consolare i colpiti negli affetti e nelle

cose, a curare gli interessi civici di tutta la

popolazione….. La laurea in diritto canonico

e la laurea di dottore in legge, conseguite

in quegli anni di intenso lavoro, stanno

a dimostrare come Mons. Mariani sentisse

altamente il problema dell’arte sacra

in Italia e della necessità di una tutela e

legislazione in proposito. Il frutto fu la

pubblicazione di un’opera unica nel suo

genere: “La Legislazione Ecclesiastica in

materia d’arte in Italia”. Anche quando fu

chiamato ad alti incarichi continuò sempre

ad amare la sua città e la sua diocesi…”.

Mons. Goffredo Mariani viene ordinato

sacerdote il 17 Dicembre 1927 nel

Pontificio Collegio Leoniano di Anagni,

dopo aver frequentato il seminario diocesano

di Civita Castellana in Piazza

Matteotti e quello regionale di

Montefiascone, dove si distinse sempre

per la sua preparazione culturale e religiosa.

di Enea Cisbani

Mons. Goffredo Mariani

Nel 1928 ritorna a Civita Castellana, dove

viene nominato canonico della Cattedrale

e nel contempo coadiutore della

Parrocchia di San Gregorio Magno.

Nel 1929 viene designato dalla Curia

Romana come sacerdote missionario nei

paesi extra europei, ma per fortuite coincidenze

la sua partenza viene annullata.

A Civita Castellana, per ben 18 anni (1928-

1944), svolse la sua multiforme attività

pastorale: nel seminario diocesano dal

1928 al 1943 insegnò matematica, latino e

francese e nelle scuole statali religione.

Divenne in seguito segretario della giunta

diocesana di arte sacra, carica che lo porterà

a pubblicare un libro, tuttora fondamentale,

“La Legislazione Ecclesiastica in

materia di arte sacra”.

Nel 1945 viene chiamato per importanti

incarichi della curia vaticana: difensore di

vincolo per la S. Congregazione dei

Sacramenti; commissario per le cause

matrimoniali; giudice sinodale del

Tribunale di Vicariato; giudice sinodale

della sezione di appello; protonotario apostolico

partecipante nel 1975.

La sua opera non poteva certamente mancare

nel Concilio Ecumenico Vaticano II,

come membro della commissione “Pro-

Episcopis” e segretario della Terza

Commissione per le Conferenze Episcopali.

Nel 1950 fu penitenziere per l’Anno Santo

nella Chiesa di Sant’Agnese in Agone.

Divenne canonico della Chiesa di San

Marco in Piazza Venezia.

A Roma insegnò materie religiose nel Liceo

Internazionale e per sette anni fu docente

nell’Istituto Pastorale dell’Università

Lateranense.

Accanto all’attività pastorale e religiosa,

svolse quella, altrettanto importante, di

studioso della storia dell’arte.

Nel 1956, a Civita Castellana, promosse il

restauro del campanile della Cattedrale,

che fu riportato alla forma originaria tipicamente

medioevale, dopo che i restauri

dell’architetto Gaetano Fabrizi nel 1740 lo

avevano profondamente alterato e manomesso.

Nello stesso anno divenne il promotore del

restauro della Chiesa di San Gregorio

Magno: tutte le superfetazioni settecentesche

vennero eliminate e l’antico sacello

venne riportato alla primitiva forma originaria.

Grazie all’opera di Mons. Mariani, tutti i

restauri citati di importanti monumenti cittadini

vennero progettati e diretti dall’illustre

professore CARLO CESCHI, ordinario

della cattedra di restauro dei monumenti

presso la facoltà di architettura di

Roma “La Sapienza”, eccelsa autorità in

materia.

Nel 1950 promosse il restauro della

Immagine Sacra della Madonna delle

Piagge, posta nella via omonima, che versava

in gravi condizioni materiche e strutturali.

Nel 1978 fece realizzare dallo scultore di

Anagni Tommaso Gismondi il portale bronzeo

della Chiesa di San Francesco.

Intensa l’attività letteraria con opere tuttora

fondamentali nella conoscenza dell’arte

sacra.

Mons. Goffredo Mariani: un civitonico illustre.


di

Alessandro Soli

Come eravamo

“ Il gioco più bello del mondo”

“Scusa Ameri !!,

Scusa Ameri !!” era

la voce concitata e

roca di Sandro Ciotti,

che interveniva sul

collega, per segnalare

un gol dal suo

campo, durante la

trasmissione radiofonica

“Tutto il calcio

minuto per minuto”.

Quante domeniche,

passate incollati all’unico mezzo che poteva

farti rivivere le emozioni di un calcio

d’altri tempi: la radio.

Cara vecchia radio, che ti illudeva con frasi

entrate ormai nella storia, dal “quasi gol”,

al “clamoroso al Cibali”, la radio dei Nicolò

Carosio, dell’ Enrico Ameri, di Sandro

Ciotti, che la domenica pomeriggio ripetevano

il rito propiziatorio in onore del

“gioco più bello del mondo”.

La televisione era agli albori della su avveniristica

storia, non c’erano le immagini,

non c’era replay, non c’era la moviola,

c’era solo la voce dei radiocronisti, e tu

dovevi affidarti a loro, soffrire e sperare

per la tua squadra.

Poi, avanti con gli anni, la tua sete di

immagini si placava col canonico

“Novantesimo minuto”, quando Paolo

Valenti (tifoso anche lui della “mia”

Fiorentina) riusciva a mostrarti tutti i gol,

frettolosamente e artigianalmente montati

dai tecnici di allora.

Allora sognavi, volevi emulare le gesta di

quei calciatori che consideravi veri e propri

“eroi”.

Campo de’ fiori 53

Pensavi già al pomeriggio di lunedì,

quando saresti andato con i

tuoi amici a giocare a pallone su,

nel brecciato cortile del vescovado,

dove ogni caduta era una

sbucciatura al ginocchio, o quando

ti accostavi ai prati vicini al

Turiddo Madami, vero tempio del

calcio civitonico.

Prendevi due sassi, meglio se due

mezze cortine di tufo di cui è ricca

la nostra zona, e formavi le due

porte, poi ammonticchiati gli indumenti,

iniziavi interminabili partite,

che ti portavano, stremato ma felice,

all’ora di cena.

Se devo essere sincero, io non

sono mai stato un buon giocatore

di calcio (giocavo terzino), ero sì

un buon velocista, praticavo l’atletica,

eccellendo nei cento e duecento

metri, ma per il calcio di

allora, fatto di tecnica e dribbling,

ero emarginato.

Ora invece siamo all’opposto, il

calcio è tutta velocità e chissà, un

Sandro Soli avrebbe fatto comodo

a qualsiasi squadra, magari facendo

ripetute “sgroppate” sulla

fascia.

Una cosa è certa: il mio amore per

il calcio è tale che, unito all’altra

mia grande passione, la poesia, mi

ha permesso di regalare emozioni

quali questi versi, che io ho dedicato

a tutti i ragazzini che giocano,

corrono e sognano dietro a “un

pallone”.

ER GIOCO PIU’ BELLO DER MONNO

Chi nun ci ha mai giocato

difficirmente pò capì

quell’emozzione che te mozza er fiato

e de corza te manna a fà ... pipì.

Quanno te vesti e contento t’allacci li scarpini,

tu nun ce penzi a quell’artri regazzini,

che te ‘nvidieno e vorrebbero stà lì,

cor mister, che a la lavagna segna li schemini,

te che nun hai capito, ma co’ la testa dichi sì!

Ariva l’arbitro, t’arzi in piedi pè l’appello:

cognome, nome, uno sguardo ar cartellino,

ecco già pari meno regazzino.

poi se ‘ncomincia, entri in campo, già te senti un Dio,

guardi in tribbuna: mamma, papà ... aò, c’è pure zio!

Te tremino ‘e gambe, nun capisci gnente,

perchè penzi che tutta quella gente,

tra canti, strilli, gran baccano e confusione,

sta lì pe’ vedette giocà a pallone.

Allora vai, scenni veloce su la destra,

poi cambi direzzione,

scambi la palla, fai triangolazzione.

Ne scarti uno, due, pari un giocoliere,

ecco te trovi solo davanti ar portiere ...

“E mò che fo, ‘ndo’ je la metto?

Tiro de collo o tento er pallonetto?”

Ce penzi troppo, fatte furbo, regazzino!

poi su li stinchi senti la botta der terzino.

Mentre caschi per tera, urlanno dar dolore,

l’arbitro fischia: t’ha dato er rigore.

Te riarzi contento, baci la palla, la metti sur dischetto:

“Mo’ te tiro ‘na bomba, artro che pallonetto!”

‘A rete sgrulla, baci, abbracci,

tu’ madre che piagne, che strana senzazzione!

Poi, mentre cori a centrocampo cor pallone,

penzi che ‘n fonno ‘n fonno

stai a fà er gioco più bello che c’è ar monno.

Alessandro Soli

Civita Castellana - 1961 - Squadra giovanile

In piedi da sx: Mutti Sergio, Basilotta Saro,

Paolelli Ulderico, Sacchetti Enzo, Alessandrini Ivano,

Ranfi Giovanni Dir. Acc, Sansonetti Carlo,

Romani Stradonico All., Ranfi Roberto.

In basso da sx: Romani Luigi, Raponi Massimo,

Rossini Angelo, Baldoffei Angelo, Percossi Rodolfo,

Lemme Giorgio.


54

Cristian Filippi di Canepina,

campione provinciale 2007

(categoria G3)

di mountain-bike.

Un in bocca al lupo per il

2008 dalla sorella Noemi.

La

cuginetta

Giulia fa

tanti

auguri a

Lorenzo

per il suo

1° anno e

con lei il

cuginetto

Marco, la

mamma

Emanuela

e il papà

Roberto, i nonni e gli zii.

Campo de’ fiori

Buon

Compleanno

a Giorgia

che il 9

Marzo ha

compiuto

7 anni, da

mamma,

papà e i

nonni.

Tanti auguri alla piccola

Sofia Capalti che compie 2

anni il 23 Maggio, da Nonno

Eraldo, nonna Lucia e zio

Stefano.

A Michele De Carolis di

Fabrica di Roma, tanti auguri

di Buona Pasqua dai nonni

Paolo e Lorella.

Tanti auguri a Giulia Salini che

il 12 Aprile compie 9 anni.

Auguri da tutta la famiglia.

La figlia Federica, la

moglie Alessandra, la

mamma Elena, augurano

un mondo di auguri a

Francesco che il 29

Febbraio ha festeggiato

i suoi primi 40 anni.

Congratulazioni a Marta

Roscioli che il 25

Febbraio si è laureata in

scienze delle comunicazioni.

Con l’augurio di una

lunga e prospera carriera,

gli zii, i nonni e il cugino

Federico.

Al bimbo più bello, tenero

come un fiore che con i suoi

petali si schiude, tanti auguri

dal papà Enrico De Carolis.

Un mondo di auguri per la festa delle donne a tutta la

classe 5° F e a Annamaria e Michela dell’alberghiero di

Caprarola. Un bacio, vi voglio un mondo di bene, Irene.


Tanti Auguri di

Buon

Compleanno a

Olga Ortenzi di

Corchiano che

compie gli anni

il 25 Marzo, da

mamma, papà,

Roberto,

Isabella, il

fidanzato

Alessandro e i

suoceri.

Tantissimi auguri a

Francesco Latini che

ha compiuto il suo

primo anno il 6

Marzo, da mamma,

papà, i fratellini, i

nonni, gli zii e i

cuginetti.

Un grandissimo AUGURI alla mia sorellina Sonia

che il 22 marzo compie gli anni

da parte di lella, dany

e tutto lo staff della pasticceria.

Tesoro mio tvttttb! Auguroni piccola!

Campo de’ fiori 55

Auguri a

Chiara Pantani

che il 2 Marzo

ha compiuto 2

anni, dai genitori,

il

fratellino, i

nonni e gli zii.

Tantissimi auguri

di Buon

Compleanno a

Luisa Spadoni

che il 13 Marzo

ha compiuto 25

anni.

Ti vogliamo

bene!

Marta, Marta e

Ferdi.

Tanti auguri a

Gloria Paola che

ha

compiuto gli anni

il 5 Marzo, da

Eliseo, Azzurra,

Irene e

Francesca.

Per la gioia di mamma

Immacolata, papà Carmine e i

fratelli Ida Vincenzina,

Domenico e Jessica è venuto

al mondo il 4 Febbraio

Tommy Ruggiero.

Un mondo di auguri per una

vita felice e

fortunata.


56

Campo de’ fiori

Tanti auguri a

Veronica Riggio

che il 10 Aprile

festeggia i suoi

brillanti e

spumeggianti 18

anni, da mamma,

papà e Mario.

Congratulazioni

ad Angelo

Berardinelli e

Michela

Giandomenico

per il loro primo

posto ottenuto

ai Campionati

Regionali 2008

classe B.

Un ringraziamento

speciale

ai maestri

Valter ed Elena Sugoni dai genitori e dai

nonni.

Carina questa foto… siete

proprio una bella coppia.

…da chi vi vuole bene.

Congratulazioni alla neo dottoressa

Simona

Municchi di

Nepi che, il 3

Marzo, si è laureata

in beni

culturali con

110 e lode.

Tantissimi

auguri da

Samuel e

famiglia, Luca e

Barbara.

Congratulazioni

a David

Balducci che si

è laureato in

Ingegneria il

26 Febbraio da

tutta la

famiglia.

Al nostro

magnifico Lorenzo Corteselli

che il 15 Aprile compie 2 anni, auguri dai genitori,

i nonni e gli zii.

Auguri anche ai suoi genitori per il loro primo

anniversario di matrimonio.

Tantissimi auguri

alla

piccola Asia di

Corchiano che il 5

aprile compie 2 anni,

un abbraccio pieno

d’amore da mamma

Valentina papa’

Massimiliano, dai

nonni, dai bisnonni e

da tutti gli zii.


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13 Aprile - Farmacia Sangiorgi di Corchiano

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58

Campo de’ fiori

Album d

Campo de’ fiori

Corchiano 1 Giugno 1971 - classe V/A - foto del signor Carlo Bonamin

1- Franco Bellizzi, 2- Gisella Natili, 3- Carla Valeriani, 4- Vittoria Forti, 5- Carlo Bonamin, 6- Sandro Menicacci, 7- Adelia Sangiorgi, 8- Rosella

Placidi, 9- Maestro Vincenzo Orlandi, 10- Giovanna Profili, 11- Loriana Montanini, 12- Libia Agostini, 13- Marina Fioretti, 14- Renata Profili,

15- Virgilio Arringoli

Campo de’ fiori

1967 Fabrica di Roma - asilo di Materano- foto di Angela Pedica. Sono stati riconosciuti Nicola Narduzzi, Luciano Surano, Giantommaso Tabacchini, Fabrizio

Mecarelli, Giuseppe Pacelli, Antonio Patera, Angela Pedica, Loredana Pacelli, Sabrina Pacelli, Maria Grazia Aramini, Massimiliano Francola, Antonella Sciosci,

Lolita Sciosci, Maria Teresa Pacelli, Maria Iole Marcelli.

Se vi riconoscete in queste foto, venite in redazione e riceverete un simpatico omaggio. Se desiderate vedere


ei ricordi

Campo de’ fiori 59

1947 civitonici durante la scampagnata di Pasquetta - foto della signora Doriana Gai

pubblicate le vostre foto, portatele presso la redazione di Campo de’ fiori, esse vi verranno subito restituite.

Campo de’ fiori

Campo de’ fiori

Civita Castellana anni ‘60 - squadra parrocchia San Lorenzo - in alto da sx: Don Giuseppe Bodini, Ermanno Chitarrini, Ottorino Menichelli,

Sandro Anzellini, Bruno Cavallari. In basso da sx: Bruno Corazza, Antonio Scarponi, Gino Chiani, Carlo Sansonetti, Enzo Sacchetti


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Nel cuore

Il 10 Marzo è venuto a mancare, all’affetto dei suoi cari, Marino Gasperini.

La redazione di Campo de’ fiori si unisce al dolore della famiglia.

ERRATA CORRIGE

Nel numero 47 di Campo de’ fiori è stato erroneamente

riportato che l’artista Pietro

Sarandrea, avrebbe partecipato all’ asta Fin

Arte di Via Margutta n. 52 a Roma il 24 Marzo.

L’asta, invece, verrà battuta il 24 Aprile prossimo.

Info Tel. 335.6162835

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Campo de’fiori con la quale, tutti i lettori, avranno diritto

a n. 3 consulenze gratuite.

Per informazioni rivolgersi in redazione

Campo de’ fiori è distribuito a Civita Castellana, Corchiano, Fabrica di Roma, Vignanello, Vallerano, Canepina,

Vasanello, Soriano Nel Cimino, Vitorchiano, Bagnaia, Viterbo, Montefiascone, Carbognano, Caprarola, Ronciglione,

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Campo de’ fiori 63

Campo de’ fiori

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Arte, Cultura,

Spettacolo ed

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ed Attualità edito

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