N° 2 - Febbraio 2008 - Giovane Holden Edizioni

giovaneholden.it

N° 2 - Febbraio 2008 - Giovane Holden Edizioni

2 - Febbraio 2008


GIOVANE HOLDEN

EDIZIONI sas

Casa editrice

e agenzia di servizi culturali

Rivista multimediale

di distribuzione gratuita

scaricabile dal sito:

www.giovaneholden.it

Febbraio 2008 - Anno 1 - 2

Direttore responsabile

Emiliana Erriquez

Direttore editoriale

Miranda Biondi

Coordinamento di redazione

Marco Palagi

Segretaria di redazione

Maria Lenci

Contributi di:

Nicola Sartini, Monica Campolo,

Katia Giuliani, Giusy Scerri,

Emiliana Erriquez, Simone Guidi,

Carlo Lazzari, Luca Bresciani,

Monica Santucci, Lisa Maria Nicoletti

Mail rivista: isolitignoti@giovaneholden.it

Editore

Giovane Holden Edizioni © sas

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Direzione e redazione

Via Rosmini, 22

55049 - Viareggio (Lu)

Tel e Fax: 0584-963517

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www.giovaneholden.it

holden@giovaneholden.it

Copertina

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Wanted

La Giovane Holden Edizioni nasce

dall’idea di due versiliesi, Miranda

Biondi e Marco Palagi.

Entrambi editor, lei appassionata

di poesia, lui di cinema e

scrittura. Marco navigatore provetto

in internet, grafico di spiccata

bravura, Miranda sensibile al suono

segreto delle parole, sempre intensamente

coinvolta in mille progetti diversi.

Il nostro desiderio è quello di creare una

agenzia culturale che abbinata ad una casa

editrice dal profilo umano instauri un

filo diretto tra chi opera per lavoro in

campo editoriale e chi di questo mondo si sente qualcosa

in più di un satellite senza diritto ad un’opinione.

Insomma se avete un’idea da realizzare, un

libro da pubblicare che vo- lete anche promuovere

attivamente e in prima per- sona, se volete un editore

che non stramazza al suolo e si rintana nel suo ufficio

se passate all’improvviso, la Giovane Holden Edizioni

fa al caso vostro.

Amo percorrere la quiete dell’ombra, respirare frammenti di

azzurro che rimandano a nostalgie ed emozioni disperse. Scrivo

la vita per sentirne

l’anima e talvolta confondo

l’inquietudine

con l’illusione di essere

io stessa un sogno che vive di ali di luce nerissima dimenticata

in questa dimensione irreale dalla penna distratta di uno

scrittore...

Le parole sono fatte per gli altri, per raccontare gli altri e

per sé stessi e non per descrivere un fiacco procacciatore e

affabulatore di storie come me. In ogni poesia, racconto

o romanzo che sia c’è

tutto quello che un let-

Marco

Miranda

tore può desiderare di

sapere su di me, quindi

non chiedetemi altro perché le mie parole

sono l’unica cosa che possiedo...

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

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Editoriale

Se mi ami regalami il tuo DNA…

Pareva una mitica scena da CSI, lui e lei in un laboratorio

di analisi chimiche, una dottoressa in camice

bianco e l’attrezzatura ad hoc per effettuare il test del

DNA.

Un regalo di San Valentino inusuale, ma interessante

secondo la giornalista che ne parlava in un servizio su

Canale 5.

Mi sono incuriosita e ho provato a girovagare su

internet. Ho scoperto così che San Valentino o no,

chiunque può farsi un regalo davvero particolare semplicemente

cliccando sul sito The Genographic Project,

della National Geographic.

Con 126,50 $ ci spediscono a casa un kit per farsi il

test del DNA (praticamente il batuffolino di cotone da

sfregare all’interno della bocca, come su CSI appunto

ma niente Grissom…). Poi basta inviare il batuffolino

e quelli del National Geographic ci faranno il test,

spedendo successivamente via internet i risultati: video

personalizzato, spiegazioni sul nostro codice genetico e

soprattutto una mappa che ricostruisce gli spostamenti

degli antenati. Certo, non si parla di genitori, nonni o

bisnonni ma di antenati vecchi di generazioni. Grazie

al DNA, infatti, ricostruiranno il nostro ramo di discendenza

fino ad arrivare a dove la scienza attualmente

permette. Ovviamente di volta in volta che si faranno

nuove scoperte, soprattutto raccogliendo i codici di

molte persone, i risultati verranno aggiornati.

Nonostante il tema del codice genetico e della sua

archiviazione sia per forza di cose legato a questioni delicatissime

(etica, privacy, controllo della popolazione,

solo per citarne alcuni), il Genographic Project dà la

possibilità di scegliere se donare alla scienza il DNA

oppure tenerlo strettamente riservato.

Personalmente, prendendo a prestito e parafrasando

un famoso spot televisivo no Grissom no DNA…

Miranda Biondi

II ed. Premio Letterario

Giovane Holden

è partita la seconda edizione del Premio Letterario

Giovane Holden, dopo lo straordinario

successo dell’edizione 2006 torna con una novità,

l’aggiunta di una nuova sezione dedicata

ai romanzieri.

Ecco nel dettaglio le sezioni:

A. romanzo (fino a 400.000 caratteri, spazi

inclusi).

B. racconto (massimo 18.000 caratteri,

spazi inclusi);

C. poesia (da 1 a 3 liriche per un massimo

di 50 versi);

Le quote di partecipazione: per sezione A 13,00

€, per le sezioni B e C 8,00 €;

è possibile partecipare a tutte e tre le sezioni.

Sono ammesse esclusivamente opere inedite

(cioè mai pubblicate) scritte in lingua italiana

e che non siano mai risultate tra le prime tre

posizioni di altri premi letterari.

SCADENZA 22 MARZO 2008

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

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Sommario

Quarto potere

6/7 UN LIBRO DELLA GIOVANE HOLDEN

Non chiedermi perché di Monica Santucci

Appesa alla mia mano che scrive di Francesca Pasquinucci

8 UN LIBRO DI NARRATIVA CONTEMPORANEA

Neve di Maxence Fermine

9 UN LIBRO DI POESIA CONTEMPORANEA

Mario Luzi

10 RECENSIONE DI MUSICA 17

Viaggio in ocremix.org

Speciale

11 DENTRO LA MASCHERA

Rubriche

17 PAROLE DI STREGA

Riflessioni di strega - Allora sarà così semplice dirlo

18 IL PICCOLO POPOLO

Giocando si impara

20 JAZZ

Chicago - 1° parte

22 LADY THRILLER

Niente baci alla francese di Paolo Roversi

23 POESIA

Spalanco le porte, eppur non cerco quel che trovo

24 L’ANGOLO DEL TRADUTTORE

La donna che tradusse Holden

Inedito

26 RACCONTO

Maschere in festa all’Antica Quercia... non mancare

Arsenio Lupin Gallery

28 LA DAMA CHE AVREBBE POTUTO CAMBIARE

LE SORTI DI CAMELOT

La dama di Shallot

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8

4


A lezione di...

30 PRESENTAZIONE DI LIBRI

Leggende e tradizioni

34 LA LEGGENDA DI SAN VALENTINO

Criminologia

36 I VERI CSI

22

36

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34

11

5

28


Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e

232 pp - € 10,00

Collana: Battitore libero

ISBN: 978-88-95214-43-6

Giovane Holden Edizioni

Acquistabile sul sito

www.giovaneholden-shop.it

Un libro della Giovane Holden

Non chiedermi perché

La sirena di un’ambulanza mi riporta alla realtà, a

quelle esagonali mattonelle bianche di fronte a me. Le

mie mani rimaste ferme a mollo, riprendono vita, sciacquano

l’ultimo piatto, meccanicamente.

Ho finito. Piatti, posate, bicchieri, tutto a formare

una pila luccicante.

Tolgo il tappo. L’acqua unta inizia a vorticare. Lo

scarico la inghiotte.

Dove andrà.

Se andasse verso il mare, libera e felice, potrei seguirla.

Farmi piccola piccola… scivolare dentro al tubo…

Cosa sarebbe stato di noi se avessimo fatto anche

solo una scelta diversa?

Per Sara, la protagonista del romanzo, il tempo

pare fermarsi, darle una seconda occasione. E lei si

abbandona come in un sogno a un amore mai dimenticato,

si lascia travolgere dal desiderio, si ritrova

viva come lava incandescente. Finché la realtà la costringe

a fare i conti con la parte più intima e vulnerabile

della sua anima.

Potente ritratto di una ironica, solare donna-bambina

al centro di una toccante vicenda sentimentale.

Un romanzo sull’amore, un romanzo sulla verità,

un romanzo sull’indipendenza, Non chiedermi perché

è tutto questo ma anche molto di più. Un libro in cui

ogni donna ritrova un frammento di se stessa, uno

straordinario coro di voci, di volta in volta tenere o

dolenti, disperate o allegre.

Una storia appassionante, che riscopre nell’amore

la forza originaria dell’esistenza, narrata con determinazione

e sensibilità.

alla quarta di copertina

MONICA SANTUCCI

L’autrice è nata a Viareggio, dove vive con la sua famiglia.

Non chiedermi perché è il suo primo romanzo.

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Un libro della Giovane Holden

Appesa alla mia mano

che scrive

Fin dalla scelta del titolo, che suggerisce l’immagine di

un esperimento di “scrittura automatica”, l’idea base

della immediatezza del componimento poetico emerge

con prepotenza.

La giovane Autrice sembrerebbe escludere se stessa,

dichiarandosi estranea al concepimento lirico per considerarsi

una sorta di “medium” che presta la propria

mano alla Poesia proveniente da “altrove”; che poi questo

“altrove” risieda nella sensibilità di Francesca è fuor

di dubbio: ne danno prova le quasi cinquanta poesie

che compongono questa sua prima silloge.

Sono versi sciolti, fluidi, nei quali ricorrono frequenti

i riferimenti alla musica, al mondo del cinema, al lavoro

del teatro. I versi sono sempre pervasi da un senso

giocoso e gioioso della vita, sia quando giocando,

appunto, con le parole - parole in libertà, oseremmo

dire - diventano spericolati “funambolismi”, sia quando,

più intimisti, non rinunciano comunque mai al

sorriso (sai quant’è potere / far ridere / una persona?)

attingendo alla sempre colma tasca sfondata di pensieri,

per tendere con passione ed entusiasmo alla non

sempre facile ispirazione creativa, la sacra poetica tranquillità,

/ fatta di sofferenza atroce / e sofferenza felice. Se

talvolta, infine, vi incontriamo una lacrima, non è mai

un pianto dovuto alla disperazione ma a un crogiolarsi

improvviso di felicità.

(dalla prefazione di Marcella Malfatti)

dalla quarta di copertina

96 pp - € 8,00

Collana: Versi di segale

ISBN: 978-88-95214-53-5

Giovane Holden Edizioni

Acquistabile sul sito

www.giovaneholden-shop.it FRANCESCA PASQUINUCCI

Francesca Pasquinucci nasce a Viareggio nel 1983, città in cui

vive tuttora. Laureata in Storia del Teatro presso l’Università di

Pisa, coltiva dalla nascita una grandissima passione per la musica

che la porta poi a trovare un collegamento con tutta l’arte

in generale, dal teatro al cinema, dalla pittura alla video arte.

Dal suo grande amore per gli anni ’60 prendono vita il suo terzo spettacolo

teatrale e la sua “quasi” big band, entrambi sotto il nome di Revolution.

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“Yuko Akita aveva due passioni. L’haiku. E la neve”.

E sono proprio questi due elementi i protagonisti indiscussi

del romanzo di Maxence Fermine. Un romanzo

breve quanto delicato e chiaro, proprio come la neve.

Yuko Akita è un giovane poeta figlio di un monaco scintoista,

che avrebbe desiderato vederlo monaco e guerriero

e che non riesce inizialmente ad accettare la volontà del

figlio di fare della poesia la sua vita. L’haiku diventa il

centro d’interesse unico di Akita che celebra il candore e la

bellezza della neve, che dà inoltre il titolo all’opera. Sarà

l’incontro con un vecchio poeta a sconvolgere la vita di

Yuko e la sua concezione di poesia, qualcosa che lo porterà

lontano dalla sua famiglia ma che gli permetterà di scoprire

il mistero che si cela dietro un haiku. Un misterioso

poeta pittore di nome Soseki, rimasto cieco per l’amore di

una donna bellissima, scomparsa in circostanze misteriose.

Il vecchio poeta rimarrà legato alla donna, in modo indissolubile,

anche dopo la sua morte,

attraverso l’arte della poesia.

Celebrando la bellezza ideale

dell’anima scoprì la quintessenza

dell’arte. E sarà proprio questa

candida figura femminile,

delineata con delicatezza come

una statua antica, a legare i

destini di Yuko e Soseki. Un intrecciarsi

di incontri impenetrabili

tra i ghiacciai delle montagne

giapponesi e di poesia, una

poesia chiara come la neve.

Questo breve romanzo si

legge tutto d’un fiato, assaporando

parola per parola la

raffinatezza con cui Maxence

Fermine costruisce il periodo

sintattico, mai complesso e

mai forzato. La poeticità dello

stile è evidente, poiché si basa

oltre che su rapporti di contiguità

logica, su procedimenti

metaforici, di sostituzione e somiglianza. Per non parlare

poi della fluidità del ritmo di lettura e delle molteplici

affinità foniche, che rendono il complesso come un

armonioso poemetto all’interno del romanzo stesso.

Maxence Fermine non poteva trovare un modo migliore

per introdurre il lettore

nell’onirica e visionaria

dimensione della poesia

Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r eNeve

Un libro di narrativa contemporanea

haiku. Il genere

poetico è ancora

poco conosciutonell’universo

letterario

italiano, forse

per le specifiche

difficoltà che

si incontra nel

comprendere

questo tipo di

poesia concentrata

in un solo

attimo, più vicina quindi all’universo del Sol Levante.

Ma Fermine ce lo dipinge in modo sublime, permettendo

l’avvicinamento di un pubblico più vasto:

Un mattino, il rumore della brocca dell’acqua che si

spacca fa germogliare nella testa una goccia di poesia, risveglia

l’animo e gli conferisce la sua bellezza. É il momento

di dire l’indicibile. É il momento di viaggiare senza

muoversi. É il momento di

diventare poeti. Non abbellire

niente. Non parlare. Guardare e

scrivere. Con poche parole. Diciassette

sillabe. Un haiku.

neve.”

Un libro che ancora svela

l’incanto di perdersi tra le

parole, segni scritti indelebili

sulla carta, seguendo i volteggiamenti

stilistici dell’autore

come osservando una rondine

che scrive nel cielo con la sua

coda imbevuta nell’inchiostro:

limpido, raffinato ma sincero e

deciso. Un libro da amare fino

all’ultima pagina dove tredici

parole soltanto, esprimono

quella che si chiama l’arte poetica

della parola.

“E si amarono, l’un l’altro,

come sospesi su un filo di

Francesca Mazzoni

Maxence Fermine

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Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e

Nell’inedito di Mario Luzi,

uno sguardo all’ultravita

Scomparso a Firenze tre anni fa, il grande poeta toscano

Mario Luzi ha lasciato nella sua agenda appunti

ed una poesia inedita dal titolo Lasciami, non trattenermi

(pubblicata - grazie ad uno dei più grandi studiosi

di Mario Luzi, Luigi Paglia - in anteprima mondiale lo

scorso 11 gennaio sul settimanale Foggia&Foggia, edito

da Smeraldo Editore, Foggia).

Sessanta le poesie, disperse o inedite, che Mario Luzi

ha composto, dal 2003 al 2005. Queste non sono inserite

nell’Opera poetica (curata da Stefano Verdino

nei Meridiani di Mondadori) e alcune sono apparse

come primizia su giornali e riviste negli ultimi tempi

di vita dell’autore e parzialmente riprese in conclusione

dell’antologia personale di Au-

toritratto, recentemente edita

da Garzanti. Altre invece sono

scritte, come Lasciami, non trattenermi in forma autografa

in diverse pagine di agende, come era solito fare

da circa un ventennio. La poesia, essendo stata ritrovata

nell’agenda del 2005 è probabilmente l’ultima scritta

dal poeta, morto il 28 febbraio del 2005, ed è incentrata

sui temi della memoria, dell’ultravita, della luce.

Lasciami, non trattenermi nella tua memoria

era scritto nel testamento

ed era un golfo di beatitudine nel nulla

o un paradiso di luce e vita aperta senza croce di esistenza

che sorgeva dalle carte ammuffite nello scrigno.

E lei non ne fu offesa, le nascevano, nè sentí prima

rimorso e poi letizia,

impensate latitudini nella profondità del desiderio,

ecco, la trascinava una celestiale oltremisura fuori di

quella ministoria, oh grazia.

Si scioglievano l´uno dall´altro i due e ogni altro

compresente,

si perdevano sí, peró si ritrovavano perduti nell´infinito

della perdita

era quello il sogno umano della pura assolutezza.

Il tema che domina nella poesia di Luzi di tutta una

vita è la celebrazione drammatica della autobiografia,

un’instancabile bisogno di guardarsi dentro consapevole

del fatto che è impossibile non inciampare in se stessi

Mario Luzi

Un libro di poesia contemporanea

quando si scrive. Il poeta mette in risalto il drammatico

conflitto tra un io portato per le cose sublimi e le scene

terrestri che gli vengono proposte. Nelle sua poesia,

soprattutto nella seconda fase della sua formazione poetica,

si legge un’inquietudine costante, una ricerca assillante

di un collegamento tra essere e divenire, mutamento

e identità, nella speranza incerta che possa essere

lenita la penosa insensatezza del vivere.

Una poesia, insomma, che sorge dal profondo

dell’anima. Ad un giornalista che gli chiedeva: “Quando

sente che una poesia sta per scaturire?” Mario Luzi rispose:

“Il punto di partenza di una poesia è quel qualcosa che

viene dal fondo, come il baricentro di un piccolo terremoto,

come un’onda che sale su… Io la sento così… proprio come

un’onda che porta in superficie

delle cose - molto sedimentate,

molto assimilate dalla sensibilità

e dalla coscienza - che non

si notavano più. Improvvisamente vengono in superficie e

prendono senso, significato, diventano importanti e riorganizzano

un po’ tutto il pensiero e tutto il sentimento del

mondo intorno a loro.”

Tratto dal settimanale Foggia & Foggia n° 283

Emiliana Erriquez

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Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e Qu a r t o p o t e r e

Recensione di musica

Unofficial game music arrangement community

Viaggio in ocremix.org

C’era un tempo in cui le sale giochi erano molto più

di un luogo prettamente ludico, erano centri di aggregazione

sociale in cui generazioni di bambini si davano

appuntamento.

Negli anni Ottanta non c’era la PlayStation, c’erano

invece gli home-computer, che per quanto “potenti” per

quell’epoca, riuscivano a malapena ad emulare il 40% del

gioco originale.

Motivo per cui, in sala giochi, c’era sempre pieno di

gente dalla mattina alla sera ed ogni arrivo di un nuovo

gioco veniva salutato da orde festanti che facevano lunghe

file per provarlo.

Ora, se voi foste stati bambini negli anni Ottanta come

lo sono stato io, avreste passato giornate intere chiusi in

quell’angusto ambiente pieno di fumo, puzzi d’ascella e

musichette allucinanti.

Proprio su queste ultime si basa il contenuto di questo

articolo: a distanza di 20 anni e più, un gruppo di malati

mentali (probabilmente traumatizzati da quelle esperienze)

ha messo on-line un progetto molto interessante, costruendo

un sito dedicato alla celebrazione di quei suoni e

musiche che di solito accompagnavano

lo svolgimento di una partita al videogioco

del momento.

è proprio il caso di dirlo: “A volte

ritornano”. Ma in questo caso il ritorno

è estremamente gradito e creativo, fino

a diventare molto, molto COOL.

Fatevi un giro su ocremix.org!

Ocremix sta per OverClocked Re-

Mix ed è un sito dedicato a rivivere la musica dei computer

e degli arcade di ieri re-interpretandola oggi, con le

nuove tecnologie a disposizione, e rendendola scaricabile

in formato MP3 completamente gratis.

Lo scopo del sito è quindi quello di provare che quelle

musichette e quei suoni che erano stati originariamente

delegati ad un mero ruolo di “background” possono diventare

dei pezzi musicali complessi, indipendenti e innovativi.

Oltre a questo c’è anche la sfida personale che si prefiggono

i frequentatori nel tentativo di migliorarsi e migliorare.

I vari “Dj” mettono a dura prova la loro preparazione e

le loro conoscenze, nel tentativo di produrre un pezzo che

si possa definire valido. La maggior parte dei pezzi presenti

on-line non sono però dei veri e propri remix (al con-

trario di quanto si possa pensare) ma degli arrangiamenti.

Tecnicamente, per chi è dell’ambiente, sono quindi due

cose distinte, ma non per questo non degne di essere scaricate

e ascoltate da chiunque.

Un arrangiamento di una canzone è, infatti, la re-interpretazione

della stessa, spesso effettuata utilizzando stili

musicali completamente differenti dall’originale.

Il remix, invece, tende a conservare la linea stilistica

dell’originale ma utilizzando suoni più raffinati e accorgimenti

tecnici.

In questo modo, ocremix.org fornisce della buona musica

gratis a tutti e di questo si fa vanto.

Nel gioco degli arrangiamenti restano coinvolti pezzi

musicali provenienti da arcade, PC, home-computer e

giochi vari a partire dagli inizi degli anni Ottanta fino ai

giorni nostri. Quindi è possibile trovare pezzi elaborati

sulle musiche di Space Invaders accanto ad un altro che

utilizza quelle di Tekken.

Come il suffisso .org indica, il sito è senza scopo di

lucro ed ha come obiettivo finale la sua stessa sopravvivenza,

ovvero il pagamento della banda e del

provider che offre il servizio di hosting.

A tal proposito vi faccio presente che

è consigliato lo scarico di due soli pezzi al

giorno per non sovraccaricare il server e ingolfare

il tutto.

La musica originale utilizzata per re-mixare

i pezzi è, ovviamente, coperta dai copyright

delle rispettive case di video-giochi ma,

essendo il sito non a scopo di lucro, nessuno viene a reclamare

gabelle o dazi ai creatori.

In ogni caso il “capoccia” del progetto, DjPretzel, fa

presente in numerose pagine dello stesso, che non esiterebbe

a far sparire i pezzi coperti da diritto d’autore non

appena gli fosse stato fatto presente.

Dopo tutto questo, vi invito a fare un giro su questo

fantastico sito che a me è piaciuto parecchio, leggetevi attentamente

la sezione FAQ! Vi sono indicate diverse modalità

di scarico dei pezzi da poter utilizzare senza correre

il rischio di intasare tutto.

Detto questo vi saluto, felice ritorno al passato a tutti.

Simone Guidi

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

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Dentro

la maschera

• La filosofia e la maschera

• Una maschera tra le maschere


Svelami Jolly la maschera che indosso

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Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e

Dentro la maschera

Ogni uomo mente ma dategli una maschera e sarà sincero

scriveva Oscar Wilde.

In realtà la maschera non nasconde, ma rivela le istanze

nascoste nel subconscio, col suo aspetto “fittizio” e il

suo tentativo di copertura diviene simbolo di tutto ciò

che può essere riportato alla luce.

Il simbolismo della maschera è presente in ogni parte

del mondo e ha origini e funzioni antichissime.

Maschere funerarie utilizzate nella civiltà egizia avevano

lo scopo di restituire ruolo pubblico, onore e qualità

al defunto per il passaggio e per il mondo dell’aldilà, o di

fissare e trattenere l’anima, maschere teatrali fungevano

da amplificazione del carattere del personaggio, fissità e

ieraticità sottolineavano i tratti del personaggio. Indossarla

equivaleva a identificarsi con questo.

Il greco “prosopon” e il latino “persona-ae” che designano

la maschera dell’attore hanno dato origine al termine

persona.

E “persona” è il termine che Jung adotterà per indicare

la “maschera” che l’individuo assume nelle relazioni e

nel rapporto con ciò che lo circonda. Secondo Jung ciò

non è da intendersi come falsità o manipolazione, ma

come identificazione con alcuni aspetti che prendono il

sopravvento, e come scarsa consapevolezza di ciò che fa

parte della propria interiorità e che va al di là del ruolo

sociale.

Maschera è il diaframma che copre il volto della persona,

ma che ne rivela altre qualità in una operazione

di affioramento e svelamento di aspetti sepolti della psiche.

Soprattutto nel caso delle maschere carnevalesche

questa possibilità di catarsi e liberazione si manifesta con

maggior forza. L’aspetto dionisiaco o demoniaco rinnegato

ha la possibilità di emergere e di trovare uno spazio

e un’accettazione corale.

Ma la maschera può avere anche una valenza magica,

di protezione e di difesa nei confronti degli spiriti del

male. In Oriente è facile trovare vicino alle porte delle

abitazioni mostruose maschere che hanno lo scopo di

allontanare tutto ciò che viene considerato negativo,

mentre elaborati riti e danze mascherate aiutano la persona

a prendere possesso dell’energia che la maschera

rappresenta.

La maschera che compare nei sogni sarà simbolo di

ciò che il sognatore ha necessità di “scoprire” o modificare

di se stesso. La maschera potrà simbolizzare l’atteggiamento

con cui principalmente si identifica o, al

contrario, l’aspetto più lontano dalla coscienza che ha

necessità di esplorare o di integrare.

La maschera può apparire nei sogni indossata da altri

per evidenziarne gli aspetti o le qualità che non sono immediatamente

percepibili, ma può emergere anche un si-

gnificato di copertura, di finzione e manipolazione, di

ciò che è recondito e si cela, e in questo caso suggerisce

prudenza, attenzione e la necessità di scoprire le reali

intenzioni altrui. Anche l’espressione e l’aspetto della

maschera forniranno un indizio di tutto rispetto: l’emozione

suggerita, la stravaganza o la semplicità, l’allegria o

la tristezza, saranno segnali di ciò che il sognatore deve

vedere e riconoscere di se stesso e degli altri.

Un paio di anni fa ho partecipato a un corso che

tentava di stabilire il complesso legame tra “maschera”

e “scrittura”. Sostanzialmente le linee di pensiero erano

due e mi riportarono alla mente il fatidico Giano bifronte…

La prima secondo cui chi scrive per definizione

abbandona la maschera e si svela e rivela attraverso le

parole. La seconda, meno fortunata e applaudita della

prima, sostiene che chi scrive indossa una maschera.

L’ennesima. Perché chi siamo noi se non l’espressione

di una fantomatica realtà, multiforme caleidoscopio in

movimento? Forse la differenza è che con una penna in

mano o una tastiera sotto i polpastrelli – qui gioca l’affinità

o meno con la tecnologia – la nostra maschera ha

un che di wildiano e ci permette solo di essere ciò che

sentiamo nel più profondo della nostra anima.

Ricordo ancora il mio vicino di poltroncina alzarsi di

scatto e protestare:

“Ma scusi, e un poeta allora? Quando scrive non ha

filtri, non può nascondersi, non può far finta di parlare

di qualcun altro. Come fa a nascondersi? Non ha senso.”

Il prof. Hauser rimase in silenzio per trenta secondi

netti, dopo di che prese un libro dal tavolino alla sua

sinistra e cominciò a leggere

Eternità silenzio

mescolato a ruvida pioggia

cammina

sbalordita dai sogni

abbevera pietre e asfalto

chiede di coloro che sono partiti

e che non torneranno

inonda la pelle e confonde l’anima.

SPECIALE

“Secondo lei ciò che è scritto e ciò che prova l’autore è

davvero così evidente? O l’interpretazione che lei ne dà,

la da alla luce della sua personale esperienza? E se è così

come fa a stabilire che l’autore non è riuscito a celarsi

dietro un’altra maschera?”

Suggestivo, ma non convinse praticamente nessuno.

Forse, pensai, perché la poesia è l’estremo tentativo di

guardare alle nostre inquietudini, la maschera l’elemento

guida per riuscirvi. Difficile prenderne atto e proseguire

il cammino…

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Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e

La filosofia e la maschera

“Tutto ciò che è profondo ama la

maschera; le cose più profonde hanno

per l’immagine e l’allegoria perfino

dell’odio. (...) Ogni spirito profondo ha

bisogno di una maschera: e più ancora,

intorno a ogni spirito profondo cresce

continuamente una maschera, grazie

alla costantemente falsa, cioè superficiale

interpretazione di ogni parola, di

ogni passo, di ogni segno di vita che egli

dà” scriveva Nietzsche?

La maschera è un mezzo ambiguo,

dietro cui, da un lato la verità ama nascondersi

per salvaguardare la propria

profondità, dall’altro noi utilizziamo

la maschera per non vedere la realtà,

per sfuggire da essa.

Secondo Schopenhauer ciascuno di

noi è abitato da una doppia soggettività:

la soggettività della specie che

usa gli individui per il proprio interesse

- conservazione e riproduzione - e

la soggettività dell’individuo che si illude

di disegnare un mondo in base ai

propri progetti. Questi altro non sono

se non illusioni per vivere e non vedere

che il ritmo della vita è cadenzato

dall’immodificabile esigenza della specie.

Questa doppia soggettività viene

codificata in psicoanalisi dalle parole

“Io” e “Inconscio”. Nell’Inconscio

è custodita la verità dell’esistenza,

nell’Io l’illusione concessa all’individuo

per vivere.

L’assunto di Schopenhauer è che

la “vita” e la “verità” non possono coesistere,

perché se la verità della vita

dell’individuo è nel suo essere strumento

della conservazione della specie,

l’individuo per vivere deve illudersi,

indossando quella maschera che

chiama “Io”, e quindi fuoriuscire dalla

verità della sua vita.

Gettando la maschera dell’illusione,

che sola consente la vita, Nietzsche,

parimenti a Schopenhauer, getta

anche la verità:

“Abbiamo tolto di mezzo il mondo

vero: quale mondo ci è rimasto? Forse

quello apparente? Ma no! Col mondo

vero abbiamo eliminato anche quello

apparente!”.

SPECIALE

Non c’è più storia e non c’è più sapere se non come liberazione di tutte le

maschere, perché il tragico deve essere visto nella sua essenza ineliminabile.

Con Schopenhauer il disincanto ormai è accaduto e con le maschere si può

solo giocare.

Infatti una volta assunta l’ipotesi schopenhaueriana restano due vie praticabili:

la “rinuncia” ad assecondare il gioco della natura, come vuole l’ascesi

di Schopenhauer che, scoperto l’inganno, non vuole restare irretito nella sua

trama;


l’“accettazione” del gioco della natura con conseguente liberazione di

tutte le illusioni, di tutti gli inganni, in termini nietzscheani, come liberazione

del dionisiaco, perché “tutto ciò che è profondo ama la maschera”, e quindi:

“dammi ti prego una maschera ancora, una seconda maschera”.

Nietzsche accetta le regole della natura e la sua massima è: “Diventa ciò che

sei”. La libertà del Superuomo è una ricchezza di possibilità diverse, da qui

appunto la rinuncia a ogni certezza assoluta e da qui anche la profondità tipica

del Superuomo, l’impossibilità di definire e giudicare la vita interiore, da cui

non si attinge altro che la maschera.

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Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e

Il concetto di maschera è dunque uno dei fili conduttori

del pensiero di Nietzsche, in quanto da questo

concetto si sviluppano i temi essenziali della sua filosofia.

Il problema della maschera è il problema del rapporto

tra essere e apparenza, tematica che il filosofo trova

già elaborata nel pensiero di Schopenhauer: l’idea

antihegeliana dell’impossibilità di una coincidenza tra

essere e apparire è tema dominante nella Concezione

del mondo come volontà e rappresentazione. Frutto

dell’inevitabile divergenza tra essere e apparire è la maschera.

Confrontando diversi modelli di vita presente e passata

Nietzsche vede la vita presente caratterizzata dalla

decadenza, intesa non come mancanza di bellezza,

ma come assenza di unità stilistica, assenza di coerenza

tra forma e contenuto. Per questo a un osservatore

la forma non può apparire che come travestimento.

Il travestimento è qualcosa che non appartiene all’uomo

naturalmente, ma che si assume deliberatamente

in vista di qualche scopo: nell’uomo moderno questo

travestimento viene assunto per combattere uno stato

di paura e di debolezza. Tale paura ha radici specifiche

nell’eccesso di cultura storica e nell’affermarsi del sapere

scientifico: la finzione, nella sua accezione più generale,

copre il dissimularsi e l’escogitare finzioni utili quali i

concetti scientifici, ed è in ogni caso legata alla paura,

alla insicurezza, alla lotta per l’esistenza.

Ma la questione

più interessante è

cercare di capire

come la decadenza

si sia potuta

produrre. Questo

equivale a chiedersi

come la libera

plasticità della

maschera dionisiaca

si sia potuta

irrigidire in forme

contrapposte apollinee,

nella bugia e

nel travestimento.

La storia della

fine della tragedia

greca, che Nietzsche

ricostruisce

facendo centro

sulla figura di Socrate,

rende conto

dell’origine del significatodell’evento

(la minuziosa riproduzione della realtà sulla scena del

teatro greco, ha presupposto l’idea che essa sia un tutto

ordinato razionalmente). Socrate è colui che rivendica

SPECIALE

per primo la possibilità di distinguere tra verità ed errore

e in questo si incarna in qualche modo il processo della

fissazione di vero e falso.

Storicamente il socratismo appare a Nietzsche legato al

costruirsi di un sistema politico: Socrate infatti è strettamente

legato allo sviluppo della supremazia ateniese, in assenza

di questa sarebbe rimasto un anonimo sofista. L’ottimismo

di Socrate si fondava sull’idea che il singolo fosse

inserito entro un sistema razionale. Predicando che c’è un

ordine razionale dell’essere e che il giusto non ha nulla da

temere, Socrate fa coincidere la razionalità con la felicità.

Ecco che quindi il razionalismo socratico si sviluppa sia

come teoria sia come forza pratica di integrazione sociale.

La storia del razionalismo, cioè della nostra civiltà, appare

a Nietzsche ricostruibile in termini di violenza: violenza

dell’integrazione sociale, della fissazione dei ruoli,

di regole logiche per stabilire cosa è vero e cosa è falso

su basi assolutamente arbitrarie. L’uomo socratico paga

il raggiungimento di una certa sicurezza esistenziale con

l’inserimento all’interno di un ordine rigido che sfugge al

suo controllo.

A questo punto le apparenze, nel loro contrapporsi alle

pretese di un’unica verità, diventano il modo in cui esprimere

liberamente la creatività dionisiaca.

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Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e

Una maschera tra le maschere

La maschera (dall’arabo “mascharà”, scherno, satira)

è sempre stata, fin dalla notte dei tempi, uno degli

elementi caratteristici e indispensabili nel costume degli

attori. Originariamente era costituita da una faccia

cava dalle sembianze mostruose o grottesche, indossata

per nascondere le umane fattezze e, nel corso di

cerimonie religiose, per allontanare gli spiriti maligni.

In seguito, dapprima nel teatro greco, successivamente

in quello romano, la maschera venne usata regolarmente

dagli attori per sottolineare la personalità e

il carattere del personaggio messo in scena.

In Italia nel corso del XVI secolo fiorì un fenomeno

teatrale, affermatosi prepotentemente nel secolo

successivo, comunemente noto come “Commedia

dell’Arte.”

Uno dei primi “temi”, estremamente elementare e

naturale, oggetto di rappresentazione nelle primitive

forme della commedia “a soggetto”, è la “beffa del servo”,

una sorta di ingenua e innocua rivincita concessa

dalla fantasia popolare all’umile nei confronti del potente.

Innumerevoli sono le rappresentazioni, specie sui

palcoscenici della decadente Repubblica veneziana, che

hanno come tema il contrasto tra il servo zotico (lo “Zanni”)

e il padrone vecchio e rincitrullito (il “Magnifico”).

La fortuna del contrasto, le varie forme in cui si manifesta,

fanno sì che il personaggio dello Zanni subisca

continue, interessanti e sostanziali modifiche, e che si

caratterizzi variamente, rendendosi sempre più simpatico

e variegato: questo spiega la presenza, nella tradi-

SPECIALE

zione giunta fino a noi, di tante maschere rappresentanti

parti di servitori, dal celeberrimo Arlecchino all’intelligente

Scapino.

A proposito di Arlecchino, mi sembra doveroso ricordare

quell’autentico genio della Commedia dell’Arte che nobilitò

le scene nella seconda metà del XVI secolo e, partito con

l’interpretazione dello stereotipo personaggio del servo Zan

Ganassa, nel 1572, in terra di Francia, per la prima volta

attribuì alla maschera il nome di Zanni Arlecchino.

Le continue e salutari mutazioni a cui fu soggetto il personaggio

dello Zanni portarono inevitabilmente alla distinzione

fra servo furbo e servo sciocco, chiamati “primo”

e “secondo” Zanni.

Arlecchino, Burattino, Flautino e il famosissimo Pulcinella

facevano parte del secondo gruppo; Brighella, Beltrame,

Coviello, Zaccagnino, Truffaldino, Pezzettino, Stoppino

del primo.

Un posto di primo piano è riservato alle maschere dei

“vecchi”, il cui capostipite sarebbe il “senex” della commedia

latina. I “vecchi” generalmente erano due, ma non portavano

sempre e dovunque lo stesso nome; perlopiù furono

conosciuti l’uno sotto il nome di Pantalone e l’altro di Dottore,

Dottor Graziano o Dottor Balanzone. Altra maschera

fondamentale era quella del Capitano, soldataccio spaccone,

vanaglorioso, violento e pavido, altrimenti noto come

Capitan Spaventa, Capitan Rodomonte, Capitan Matamoros,

Capitan Spezzaferro, Capitan Terremoto, Capitan

Spaccamonte, e via di questo passo. In questa maschera si

è voluto vedere una caricatura feroce del soldato spagnolo

che, nel periodo di tempo in cui fiorì la Commedia dell’Arte,

spadroneggiò in quasi tutta la penisola.

Accanto alle maschere che rappresentavano i personaggi

principali e indispensabili in ogni commedia, si aggiravano

altre maschere, spesso doppioni, derivazioni delle prime

con mutazioni o correzioni non molto indovinate: a volte

non era mutato che il nome, altre il dialetto che la maschera

parlava. I Pandolfi, gli Ubaldi, i Cola, i Burattini e i

Pezzettini ebbero giorni di relativa gloria nel XVII secolo,

dopo di che scomparvero.

E, dal momento che mi sono lasciata andare in una carrellata,

fugace ma abbastanza organica, dei personaggi della

Commedia dell’Arte, mi sembra giusto concludere ricordando

quelle astute servette, altrimenti chiamate “fantesche”,

preposte alla salvaguardia dell’onore di spesso scialbe

padroncine.

Tutti questi straordinari personaggi sono riusciti a sopravvivere

alla morte del teatro al quale pur debbono la

vita, perché riconosciuti degni di rappresentare ciò che di

più caro le città italiane avevano nel cuore, le tradizioni

domestiche, la parlata popolaresca, lo spirito delle antiche

cose.

E ancora oggi continuano a rallegrare i nostri Carnevali.

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Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e Sp e c i a l e

Svelami Jolly la maschera che indosso…

Sono trascorsi ormai

quasi otto anni da quando

incontrai il Jolly.

Accadde nell’unico luogo

dove sempre mi sono

sentita a mio agio. In una

libreria.

Il libro: L’enigma del solitario

di Jostein Gaarder.

Un libro dentro un

libro, una storia che ne

comprende un’altra, un

intreccio di avvenimenti

che porteranno a risolvere

l’enigma, ma la domanda

resterà sempre la

stessa: “Chi siamo? Dove

andiamo?”

In fondo è questa la Domanda e Gaarder ce la ripropone,

da buon filosofo, in ognuno dei suoi libri.

Nessuna risposta è mai sufficiente, altrimenti la vita

stessa, che è ricerca, non avrebbe più significato. Ma

nella ricerca e nella vita, le risposte si accavallano alle

domande diventando domande a loro volta. Cosa ci

guida? Destino o Frode? Caso? Siamo condizionati a

seguire un percorso tracciato dagli eventi che ci accadono,

oppure siamo noi a far accadere gli eventi con il

solo nostro pensarli?

Mi perdo e al tempo stesso mi ritrovo nelle domande

di Gaarder. Talvolta mi coglie un senso di impotenza

che si tramuta in sgomento. Mi ritrovo, una volta

ancora, bambina terrorizzata dal buio e dalla vastità

dell’universo, paura che ormai, da adulta quale sono,

dovrei aver accantonato nei recessi dei recessi della mia

coscienza. Ma perché avrei dovuto?

I nani del romanzo sono condizionati dalla bevanda

magica, la gazzosa purpurea che riempie di sensazioni

meravigliose ma spegne l’intelletto. La beviamo anche

noi adulti sotto un’altra forma? O dovremmo berla?

Vivere è diventata un’abitudine? L’incognito, le domande

più grandi di noi fanno paura, spiazzano, tolgono

le poche certezze che ci rimangono, ci sradicano

dal suolo sicuro del noto e ci mandano in orbita nello

spazio sconosciuto.

La storia raccontata da Gaarder in sé è inverosimile

come spesso lo è la vita degli uomini.

Padre e figlio dodicenne, decidono di andare in cerca

della moglie-madre che, per ritrovare se stessa, ha

abbandonato la famiglia. Più semplice di così…

Hans Tomas si rivolge al padre chiamandolo pater ed

è come mettere l’accento sul fatto che, tenendo conto

dell’etimo sanscrito della radice pa, egli ha il compito

di nutrire la prole e in questo caso il nutrimento è nutrimento

dell’anima.

SPECIALE

Il protagonista, come di solito accade nei libri di Gaarder,

è un ragazzo. Il motivo è semplice e va ricercato nel fatto che

i ragazzi non hanno schemi né preconcetti. La loro mente

è libera, può spaziare anche nell’assurdo e in tutti i luoghi

preclusi alle menti adulte condizionate dalla vita e dalle abitudini.

La madre invece è una specie di idea che aleggia nel libro

e si materializza solo alla fine. Anita abbandona la famiglia

per cercare se stessa ma è affascinante scoprire dove e come

compie la sua ricerca.

Il dove è Atene, culla della filosofia occidentale, ma non è

l’unica spiegazione. Atene è anche lo specchio della donna,

il suo nome all’incontrario nella scrittura greca Atina.

Il come è un’altra piccola tessera del mosaico: la donna fa

la fotomodella, emblema dell’esteriorità e della superficie in

contrapposizione con le motivazioni estremamente interiori

che la muovono.

Pagina dopo pagina ci si accorge che ogni evento nasconde

dei simboli e che simboli ed eventi possono avere più di

una chiave di lettura. Il libricino che guiderà Hans Tomas

nella sua avventura verrà trovato in un pezzo di pane e il

pane nutrimento del corpo assume la veste di nutrimento

dello spirito che porta alla conoscenza.

Per leggerlo il protagonista dovrà usare una lente di ingrandimento,

esattamente come per leggere la vita, dovremmo

usare spesso una lente adatta a farci vedere i risvolti più

profondi. E la storia stessa raccontata nel libricino si aggroviglierà

sempre di più alla vita reale dei personaggi, sino a

farci scoprire che lei, la storia, è progenitrice e origine dei

personaggi stessi, ma che, diventando reale nel momento

stesso in cui viene letta, è da loro che prende vita.

Il gioco del solitario è la vita. I semi riflettono le divisioni

della società umana. Ognuno di noi svolge il proprio ruolo

involontariamente: come le carte di un mazzo, ognuno ha

la propria maschera e il proprio valore non conquistato ma

assegnato dal gioco stesso e ognuno perso nel gioco e nelle

abitudini dimentica di pensare e continua a lasciarsi vivere.

Unico outsider il Jolly, il pensante, colui che pone quesiti,

l’inaspettato: lui non ha maschere, non ha un valore disegnato

addosso, non ha un ruolo. I ruoli li stravolge e stravolge

le regole: è il filosofo che conosce il significato della vita e

le risposte alle domande sull’esistenza che la gente non si

pone.

Pater e figlio sono i filosofi nella vita reale, i jolly, gli inaspettati.

Alla fine la frode del gioco (gioco che non a caso si chiama

Frode) verrà svelata e gioco e realtà si dipaneranno assieme

perché assieme hanno sempre vissuto.

In qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, potrebbe spuntare

un minuscolo giullare coperto di campanelli. e allora, guardandoci

dritto negli occhi ci ripeterà le domande: “Chi siamo noi?

Da dove veniamo?”

Miranda Biondi

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u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e

Allora sarà

così semplice dirlo

è una sera strana questa, i confini dei

mondi sembrano così sottili.

è un momento di riflessione, è l’attimo

giusto per capire cosa siamo e perché lo

siamo.

Streghe.

Ma cosa sono in fondo le streghe?

Una strega è qualcuno come me.

Qualcuno che sa cosa devo scrivere. E

perché.

Essere una strega vuol dire essere in armonia

con se stessi e con il mondo che si

ha attorno.

Ma è difficile prendere coscienza del sé,

dei propri limiti, dei propri obiettivi.

Essere una strega non è sapere quale incantesimo

ci proteggerà. Essere una strega

significa mettersi in discussione sapendo

che anche le parole più dure che troverò

per me stessa mi aiuteranno a crescere.

Essere una strega significa sapere dove

arrivare ed essere ancora in tempo per tornare

indietro.

Ho giocato con le mie emozioni, flirtato

con le mie inquietudini. Mi sono spinta

laddove non credevo si potesse arrivare.

Ho riconosciuto i miei errori e fatto

ammenda alla mia irrazionalità, alla mia

immaturità.

Ogni nostro gesto, ogni passo, ogni

goccia di sudore che imperla la nostra

fronte, ogni parola tracciano quel cammino

che da sempre cerchiamo. Per le nostre

emozioni creiamo e per loro distruggiamo.

Siamo capaci di essere noi stessi, di riconoscere

ogni paura. Le riconosciamo

perché le abbiamo già incontrate. E le

possiamo combattere. Superare.

Ognuno ha un percorso costellato di

scelte sbagliate, ciò che siamo stati modellerà

ciò che saremo. Non temete di

esplorare tutti gli universi segreti che nascondete.

Non abbiate paura di dire: “Ho sbagliato”.

Io l’ho fatto e forse continuerò a farlo,

Parole di strega

ma so dov’è stata la mia pecca, posso evitarla, posso correggerla. Posso

crescere, essere donna, essere strega.

Posso tutto, perché sono parte del tutto.

Dio vive nel mio cuore, condivido con Lui le mie aspirazioni, la mia

anima, le mie paure.

Non abbiate paura di dire: “Sono confusa”.

Tingo la mia vita con i colori dei boschi e del mare, riempio i miei occhi

di orizzonti, le mie mani di parole e di sorrisi.

Abbraccio la vita e allora, solo allora, diventa così semplice dirlo.

“Sono una strega”.

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Astherath

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u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e

In questi mesi invernali genitori, nonni e tate avranno

notato come sia difficile trovare posti alternatavi ai soliti

gonfiabili o paninoteche attrezzate, dove passare qualche

ora significativa con i propri pargoli.

Se cercate un luogo per stupire i vostri bimbi, giocarci

insieme, fare conoscenza con altri genitori, allora è giusto

che cominciate ad informarvi se dalle vostre parti esista una

ludoteca.

La ludoteca è un luogo dove i bambini possono giocare

insieme utilizzando i giochi e i libri a disposizione,

un posto dove poter giocare con i propri genitori o con i

nonni in maniera serena e in un ambiente adeguatamente

predisposto.

è uno spazio dove bambini e adulti possono ritrovarsi

insieme e condividere esperienze.

La ludoteca può offrire inoltre attività di laboratorio

per piccini e grandi.

Luoghi come questo garantiscono ad ogni bimbo, indipendentemente

dalla sua condizione sociale ed economica,

il diritto al gioco e di fruire degli aspetti educativi

e socializzanti legati al giocare insieme.

Nella Casina di Cioccolata vi racconterò di una ludoteca

un po’ speciale nel nord Italia, ma per spirito campanilistico

voglio segnalarvi due realtà davvero interessanti

e vicine a noi che si trovano nel Comune di S. Giuliano

Terme (PI).

La prima è rivolta a chi ha bambini da 0 a 4 anni: è un

“Centro bimbi e genitori”, si chiama Latte e miele ed è

ubicato in via Erbosa a S. Andrea in Pescaiola nel Comune

di S. Giuliano Terme, Pisa.

Latte e miele è ubicato in una casina nel verde e offre,

oltre ad un luogo adeguatamente attrezzato per questa

fascia di età, una serie di laboratori per i più piccini.

L’ingresso è completamente gratuito, vi consiglio vivamente

di andarci con i vostri bimbi!

Per saperne di più potete chiamare il numero telefonico

050 864011 o scrivere una mail a: orsiemiele@coopilprogetto.it.

Inoltre, potete visitare il sito: www.coopilprogetto.it/

servizi%20infanzia/lattemiele.htm

Se invece avete bimbi più grandi, sempre

nel Comune di S. Giuliano Terme e

precisamente all’interno del Parco della

Pace di Pontasserchio è presente la Ludoteca

La limonaia magica, dove troverete

oltre a giochi e libri tante iniziative vera-

Il piccolo popolo

Giocando si impara

mente entusiasmanti da condividere con i vostri figli.

Per informazioni potete rivolgervi ai recapiti sopraddetti

o visitare la pagina web:

www.coopilprogetto.it/servizi%20gioco/limonaia.

htm.

La casina di cioccolata

Luoghi per grandi e piccini:

Parco della fantasia GIANNI RODARI

Nella città natale di Gianni Rodari è sorto un parco

letterario a lui dedicato, qui lo slogan è: giocando si

impara.

Il parco, in parte all’aperto, in parte al chiuso, propone

le sue attività durante tutto l’anno: ludoteca, atelier

creativo, biblioteca, corsi di teatro, letture animate.

Non dimentichiamo che il parco è ubicato ad

Omegna, cittadina incantevole a pochi minuti dal

distretto turistico dei laghi (Stresa, Lago Maggiore,

Verbania).

Se avete quindi in cantiere di effettuare una gita che

coniughi natura e gioco questo è l’indirizzo: Parco della

fantasia Gianni Rodari, via XI Settembre, 9 – 28887

OMEGNA (VB)

Recapito telefonico: 0323 887233

Fax: 0323 645484 Indirizzo web:

www.rodariparcofantasia.it

E-mail: parcorodari@comune.

omegna.vb.it

Lo gnomo libraio

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u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e

Segnalazioni di libri per bambini e per genitori

GIULIO CONIGLIO nel

paese dei sogni

di Nicoletta Costa

Edizioni Franco Panini

ragazzi

Giulio Coniglio e i sui

amici vi condurranno in

due avventure da sogno:

potrete solcare i cieli con

Zoe Zebra volante, o percorrere

boschi e paesi in

giro con Giulio e l’istrice

Ignazio.

Mio figlio si è innamorato

di queste fantastiche avventure che si rivelano perfette

come storie della buonanotte, perché sono rasserenanti,

colorate e imprevedibili.

Adatte anche per i più piccoli, Giulio Coniglio e le sue

avventure si trovano in diverse versioni e diversi prezzi.

Andate in libreria con i vostri bimbi e scegliete quella

che più vi piace!

La ricetta della Fatina Obesa

In tempo di carnevale propongo: RISOTTO ARLECCHI-

NO

Ingredienti: gr 50 di riso

gr 50 di zucchine e carota lessati

gr 5 di parmigiano

gr 5 di olio

gr 10 di cipolla

Lavare e mondare gli ortaggi e lessarli, appassire la cipolla

tagliata a fettine nell’olio, poi aggiungervi gli ortaggi

dopo averli finemente tagliati.

Insaporire gli ortaggi e aggiungere il riso continuando a

girare, aggiungere del brodo vegetale e continuare a cuocere

a fuoco basso.

Quando la cottura è finita aggiungere un cucchiaino di

parmigiano e qualche fogliolina di prezzemolo finemente

triturata.

Giusy Scerri

Il piccolo popolo

Ultime uscite

della Giovane Holden Edizioni

Fino alla fine del mondo

Jonathan Arpetti

Collana: Battitore libero

Prezzo: € 10,00

Pag. 152

ISBN: 978-88-95214-32-0

L’amore è un campo di battaglia

Marco Palagi

Collana: Battitore libero

Prezzo: € 10,00

Pag. 208

ISBN: 978-88-95214-41-2

Con te o senza di te

Maria Lucia Bertola

Collana: Battitore libero

Prezzo: € 10,00

Pag. 80

ISBN: 978-88-95214-54-2

Neraprimavera

Chiara Natalini

Collana: Battitore libero

Prezzo: € 10,00

Pag. 96

ISBN: 978-88-95214-28-3

Le ombre lunghe

Francesca Monica Campolo

Collana: Mysterious park

Prezzo: € 12,00

Pag. 264

ISBN: 978-88-95214-29-0

Candida strega d’autunno

Miranda Biondi

Collana: Versi di segale

Prezzo: € 8,00

Pag. 88

ISBN: 978-88-95214-45-0

www.giovaneholden-shop.it

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u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e

Chicago 1° parte

Immigrazione, rivolte, la Original Dixieland Jazz

Band, il primo disco di Jazz.

Dalla metà del secondo decennio del ventesimo secolo

le grandi città industriali del Nord America soffrivano

per la penuria di forza lavoro a causa dell’impiego

massiccio dei bianchi nella Grande Guerra.

Molti neri del Sud decisero così di abbandonare i

luoghi di origine per “tentar fortuna” a Chicago, New

York, Philadelphia, Washington e la Detroit di Henry

Ford.

Portavano con sé, oltre alle loro povere cose, la speranza

che là non avrebbero incontrato Jim Crow (nello

slang dei ghetti neri, nome di un personaggio dei Minstrel

Show; indicava la discriminazione razziale). Questa

si rivelò ovviamente vana.

I ghetti neri di queste città si saturarono ben presto,

ed i nuovi arrivati entrarono in contrasto con la popolazione

bianca che reagì con manifestazioni violente.

In particolare a Chicago ci furono, nel luglio del

1919, cinque giorni di scontri che produssero ben trentotto

morti e centinaia di feriti. Per dare un’idea dello

stato di tensione che regnava, basti pensare che i tumulti

furono scatenati dalla morte di un ragazzo nero

che nuotando aveva superato l’immaginaria linea di demarcazione

che separava la spiaggia dei neri da quella

dei bianchi. Fu preso a sassate da questi ultimi e morì

annegato.

Al termine degli scontri, l’allora governatore dello

stato istituì una commissione per studiare il problema la

quale un anno dopo terminò i lavori con una relazione

nella quale faceva appello alla coscienza civica dei cittadini

perché non si adottassero “metodi rivolti alla segregazione

forzata e all’esclusione dei negri”. Nonostante

la commissione raccomandasse altri accorgimenti atti

ad appianare i contrasti razziali, favorire l’integrazione

e un certo miglioramento delle condizioni sociali degli

immigrati, la situazione si mantenne tesa, con continui

attentati incendiari e dinamitardi ai danni delle

case dei neri.

Oltre a ciò, i reduci dei 100.000 soldati neri che

furono mandati a combattere in Europa furono accolti

al loro rientro con ogni sorta di maltrattamenti, inclusi

linciaggi ancora in uniforme.

Alla luce di tutto ciò, è facile comprendere lo stato

d’animo che aleggiava all’interno dei ghetti. La reazio-

ne psicologica che ne scaturì fu la nascita di un forte

spirito comunitario. Il nero,emarginato dalla società

“ufficiale” poteva trovare, insieme ai “compagni di

sventura“ un modo di manifestare il suo pensiero, la

sua personalità ed i suoi bisogni per migliorare le sue

condizioni di vita.

Il Jazz fu la migliore e più significativa di queste manifestazioni.

I musicisti di colore si spostarono da New Orleans a

Chicago negli anni della Grande Guerra e come i loro

compagni finirono ammassati nel ghetto, nel South

Side, suonando nei teatrini e nei locali di South State

Street. Contrariamente al resto della città, seppur

sempre presente, il razzismo nei luoghi di spettacolo si

avvertiva meno. Tra questi pionieri Tony Jackson, Jelly

Roll Morton, Freddy Keppard oltre ad altri come il multistrumentista

Manuel Manetta, il trombettista Manuel

Perez, il trombonista George Filhe. Tra i bianchi invece,

il complesso diretto dal trombonista Tom Brown.

Il primo approccio della popolazione del luogo che

andava ad ascoltare le “Band from Dixieland” (ricordiamo

che per Dixieland si intendevano gli stati al di

sotto della Linea Mason-Dixon, ovvero quelli del sud)

fu di iniziale stordimento: troppo diversi quei suoni da

quanto avevano ascoltato fino ad allora.

Maggior fortuna raccolse la compagine, sempre bianca,

composta dal batterista Johnny Stein, dal cornettista

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

Jazz

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u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e

Nick La Rocca, figlio di un calzolaio italiano, dal clarinettista

Alcide “Yellow” Nunez, dal trombonista Eddy

Edwards e dal pianista Henry Ragas. Il gruppo si esibiva

allo Schiller Cafè, nella 31° Strada. Cronache giornalistiche

dell’ epoca narrano di file interminabili per entrare,

di risse e di palesi violazioni della legge sulla vendita

degli alcolici. La gente cominciava così ad apprezzare il

nuovo suono: il Jass, come al tempo veniva chiamato.

Nonostante i buoni risultati, Stein fu però presto abbandonato

dai compagni che si misero agli ordini di La

Rocca. Fatto venire da New Orleans il batterista Tony

Sbarbaro, La Rocca fondò la Original Dixieland Jass

Band (ODJB). Il successo di questa surclassò la precedente

formazione. Finirono ben presto a suonare in un

elegante locale gestito da malavitosi ma frequentato da

attori famosi dell’epoca e in seguito in un prestigioso ristorante

di New York. La casa discografica Columbia si

fece avanti, interessata dalla novità, ma dopo l’incisione

di prova giudicò il materiale impubblicabile

e congedò la band. A quel punto la

Victor, diretta concorrente, prese la palla

al balzo e produsse il primo disco jazz della

storia: conteneva su una facciata Livery stable

blues e sull’altra Original Dixieland One

Step. Curiosa la pubblicità con cui fu lanciato,

una sorta di “metter le mani avanti”

per aver tentato un tale esperimento. Essa

recitava testualmente: “…un’orchestra di jass è un’orchestra

di jass, non un reparto della Victor impazzito…” Risultato:

un milione di copie vendute.

In seguito la ODJB si esibì in Europa ed in particolare

in Gran Bretagna, dove suscitò pareri discordi nel pubblico

che ovviamente non aveva l’orecchio preparato a

quel genere di sonorità.

Nelle fotografie utilizzate per i manifesti pubblicitari

della ODJB era riportata la dicitura “Creators of Jazz”

e così pure sui biglietti da visita di Nick La Rocca che

in questo precedette il già citato Jelly Roll Morton. Ovviamente

tale vanteria era del tutto infondata così come

lo era quella di aver utilizzato per primo le parole “jass”

e “jazz” per denominare una band musicale. Pur non

potendo attribuire precisamente il merito di ciò, anche

perché le fonti sono varie e discordanti, sicuramente La

Rocca fu preceduto da Tom Brown che denominò la sua

orchestra, nel 1914, Brown Dixieland Jass Band.

Su quest’ultimo argomento maggiori

dettagli nel prossimo numero.

Carlo Lazzari

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

Jazz

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u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e

Niente baci alla francese

E così, ad un anno esatto dall’uscita de La mano sinistra

del diavolo, romanzo giallo che ha fatto conoscere il

giovane scrittore Paolo Roversi al grande pubblico, ecco

di nuovo il protagonista, il giornalista free-lance Enrico

Radeschi, alle prese con un mistero.

Stavolta, nientemeno che con l’omicidio del sindaco

di Milano, il sette dicembre, alla prima della Scala.

Il sindaco, notoriamente

allergico ad un antibiotico,

il Rocefin, viene ucciso con

un’iniezione di quel farmaco.

Perché? Forse perché stava

pensando di attuare per la città

di Milano dei progetti che

davano fastidio a troppi?

O forse aveva un altro nemico

che tramava nel buio?

Poche ore dopo, anche il

primo cittadino di Parigi, a

Milano per assistere all’opera,

viene trovato assassinato.

Due indagini parallele, fra

il capoluogo lombardo e la

capitale francese, che vedono

rinsaldarsi la collaborazione

tra il vicequestore Loris Sebastiani

e Enrico Radeschi.

Il ritmo della narrazione

è incalzante, ogni capitolo è

suddiviso da paragrafi brevi,

scanditi dai titoli di diversi

pezzi musicali, in modo che

il lettore sia sempre spinto ad

andare a quello successivo.

Il classico libro che si legge tutto d’un fiato, lo stile di

Paolo Roversi, che avevamo già apprezzato nei due gialli

precedenti, Blue Tango e La mano sinistra del diavolo,

entrambi con Enrico Radeschi come protagonista.

Radeschi, il giornalista free-lance e l’hacker. Probabilmente

l’alter-ego dell’autore, dato che tutti i libri

sono, almeno in parte, autobiografici.

E infatti Paolo Roversi è giornalista, dirige il portale

MilanoNera, rivista dedicata interamente alla letteratura

gialla, ed è esperto di Information Technology.

è originario della bassa mantovana, ma vive e lavora

a Milano, che tanto bene descrive nei suoi

romanzi.

Una Milano piena di smog, di traffico,

che il protagonista Enrico Radeschi evita viaggiando perennemente

a bordo del suo Giallone, una vecchia vespa

gialla, classe 1974.

Una Milano della vita notturna, dei locali alternativi,

delle multi-etnie.

E in questa sua ultima fatica

la società multietnica si ritrova

anche a Parigi, sotto forma di

squatter, studenti e belle donne,

una Parigi visitata e raccontata

nei minimi particolari, ma non

amata come Milano, seppur con

tutti i suoi difetti.

Rischiando rocambolescamente

la vita più di una volta, il mitico

giornalista riuscirà di nuovo

a risolvere, insieme all’amiconemico

Sebastiani, due intricati

misteri.

E ora, dopo aver assaporato

questo piacevole romanzo, non

ci resta che attendere il prossimo,

che l’autore ci promette

ambientato nuovamente nella

bassa mantovana.

Paolo Roversi

Lady Thriller

Monica Campolo

Niente baci alla francese

Paolo Roversi

Edizioni Mursia

Pagine 208

14,00 €

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u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e r u b r i c h e

Quante ore ho squagliato sul fuoco interrogando la

mia dispensa, alla ricerca degli ingredienti giusti con cui

cucinare questo mio primo piatto, un cibo succulento

con cui ipnotizzare la vostra lingua affinché torniate a

sedere alla mia mensa.

Sono un poeta-cuoco dal gesto imperfetto ma pochi vi

confido si sono lamentati del mio piatto, perchè scelgo

sempre le essenze più prelibate, sgomitando con il mio

carrello nelle librerie del mondo.

Potrei cucinarvi una pietanza casalinga, una specialità

della casa, qualcosa fritta nell’olio dei miei versi ma per

ingraziarmi i vostri palati vorrei andare sul sicuro, preparando

per voi qualcosa di classico, qualcosa di tremendamente

delizioso...

Ecco, ci sono! Vi cucinerò un gustosissimo piatto

italiano,un risotto alla milanese con quello zafferano dorato

con cui Alda da sempre accende l’acquolina della

nostro sentire.

Alda Merini è nata a Milano nel 1931 ed è sicuramente

la poetessa italiana più conosciuta, per questo motivo

non vorrei graffiarvi la gola con la solita scotta biografia,

preferisco solleticarvi il gusto con un antipasto di croccanti

curiosità:

- Non ha frequentato il liceo perché respinta in italiano

compiendo gli studi superiori all’Istituto Professionale.

- Nei primi anni cinquanta ha instaurato un rapporto

d’amicizia con Salvatore Quasimodo, al quale dedica le

Due poesie per Q., edite ne Il volume del canto.

- Nel 1955 è nata la sua prima figlia ed a Pietro, il pediatra

della bambina, ha dedicato la raccolta Tu sei Pietro

edita nel 1961 per poi innalzare una caligine di silenzio

che durerà venti anni.

- Nel 1995 ha dato alle stampe la raccolta Ballate non

pagate e nell’anno successivo

ha vinto il Premio Viareggio.

-Nei primi anni del duemila

ha iniziato una collaborazione

con la cantante Milva

che tuttora interpreta i sui

scritti musicandone i versi.

-Nella estate 2006 gli è stato

staccato il gas per evitare

il compimento del continuo

e dichiarato desiderio di suicidio.

Tutto è ormai pronto, den-

tro la mia cucina si stagliano torri di profumo, è arrivato

il momento di servirvi la pietanza di questo mese, tratta

dalla raccolta Ballate non pagate, sopra citata.

Buon appetito…

Ho una nave segreta dentro al corpo,

una nave dai mille usi,

ora zattera ora campana

e ora solo filigrana.

è la mano di Fatima verde di colli,

la rosa del deserto già dura

e una perla nel cuore:

la mia paura.

Apro la sigaretta

come fosse una foglia di tabacco

e aspiro avidamente

l’assenza della tua vita.

è così bello sentirti fuori,

desideroso di vedermi

e non mai ascoltato.

Sono crudele, lo so,

ma il gergo dei poeti è questo:

un lungo silenzio acceso

dopo un lunghissimo bacio.

Poesia

Spalanco le porte,

eppur non cerco quel che trovo

Se come me avete gustato ogni chicco di questa Arte,

così lentamente perché vinti dal terrore che presto finisse,

tornate da me a scaldare la mia mensa, senza soldi

né mance ma con solo un cappello da appendere per un

momento.

Contribuisci anche tu ad ampliare la mia dispensa,con

un aroma o un’essenza...

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

Luca Bresciani

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L’a n g o L o d e L t r a d u t t o r e L’a n g o L o d e L t r a d u t t o r e L’a n g o L o d e L t r a d u t t o r e

Un libro ha cambiato la mia vita.

Almeno questa

è l’impressione che

ho se mi guardo

indietro e rievoco

il momento in cui

incontrai Holden.

Non so se è vero che

i libri cambiano sul

serio le vite, figurarsi

uno, ma è bello

fingere di crederci, convincersi del potere taumaturgico

che essi possiedono.

Talvolta mi capita di chiedere a qualcuno se c’è un libro

che gli ha cambiato la vita. Ascolto risposte originali,

titoli sconosciuti, racconti commossi. E libri noti, quelli

che se non cambiano la vita, ci passano almeno attraverso:

Siddharta, I pilastri della terra, Il gabbiano Jonathan

Livingston. E Il Giovane Holden, per forza.

Holden ha cambiato almeno la vita di un’altra donna,

Adriana Motti. Se non fosse stato per Salinger, forse nessuno

l’avrebbe tolta dall’ufficio stampa della Società Autostrade,

e chissà che altra carriera, che altra vita, avrebbe

vissuto.

è la donna che ha tradotto Il giovane Holden.

Adriana Motti ha settantacinque anni, cinque meno di

Salinger, oggi è una delle più note traduttrici italiane. Sì,

ma note a chi?

Perché noi, miserere pubblico di lettori, riversiamo la

nostra completa attenzione all’autore originale ma raramente

prestiamo attenzione al traduttore. Diamo il suo

ruolo per scontato e passiamo la sua presenza sotto silenzio.

“…è un lavoro aberrante e io mi sono tremendamente

pentita di averlo fatto. Nessuna soddisfazione, si guadagna

pochissimo e si perde completamente la propria

identità. E si sta sempre soli, noi e il libro e nient’altro” ha

detto la stessa signora Motti in una recente intervista.

Lei che ha tradotto Karen Blixen, Lawrence Durrell, E.M.

Forster, Wodehouse, Shikibu Murasaki, Catherine Porter e

Colette dal francese. E Ivy Compton Burnett e altri ancora.

A ventitre anni, nel 1947, le capitò la prima traduzione

letteraria, Wodehouse. In un certo senso si può dire che se

lo sia inventato questo mestiere. Figlia di un avvocato romano,

a quel tempo faceva la giornalista per il quotidiano

Avanti, dove era entrata rispondendo con un suo articolo

a uno scritto di Benedetto Croce. Le traduzioni le fecero

perdere l’attitudine a scrivere.

In America negli stessi anni usciva Questo mio folle cuore,

un film con Dana Andrews e Susan Hayward liberamente

tratto dal racconto di Salinger Lo zio Wiggily nel

Connecticut. Deluso dal risultato, lo scrittore si lamentò

La donna che

tradusse Holden

affermando che se

a Hollywood avessero

tratto un film

da Un giorno ideale

per i pescibanana

avrebbero dato a

Edward G. Robinson

la parte della

bambina Sybil… E

così Holden vanterà

per tutto il romanzo

il suo odio per il cinema e i film e i dubbi

sul fratello scrittore che è andato a Hollywood.

Alcuni anni dopo la signora Motti fu contattata da Einaudi

e si narra che fece un’impressione eccellente. Benedetto

Croce sosteneva che le traduzioni sono opere affini

agli originali, le belle infedeli. La libertà che è lasciata al

traduttore e che il traduttore deve prendersi è grandissima,

ma la signora Adriana Motti ritiene che il ruolo più

adatto al traduttore è quello di restare fedele alla cadenza

del testo originario. Nel 1961 Einaudi le affida la tradu-

e cambiò la mia vita

L’angolo del traduttore

zione di The catcher in the rye.

Il resto è leggenda.

In America il libro aveva già venduto un milione e duecentomila

copie.

“…sembrerà un’eresia: sono diventata celebre con Il

giovane Holden che io non ho preso sul serio per niente.

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L’a n g o L o d e L t r a d u t t o r e L’a n g o L o d e L t r a d u t t o r e L’a n g o L o d e L t r a d u t t o r e

Mi è piaciuto, molto acuto, molto profondo, ma non gli

ho dato questa importanza: divenne un dogma, un catechismo

che non capisco tuttora…”

In Italia di Salinger allora si sapeva meno di oggi, malgrado

il successo del libro in patria.

“…la gente crede che quando uno fa il traduttore si

mette in comunicazione con l’autore: forse la Pivano lo

fa, perché aveva la possibilità di conoscere Hemingway, di

andare in America. Ma io che lo facevo per mestiere, dalla

mattina alla sera, se avessi dovuto prepararmi, conoscere

l’autore, non

traducevo più. Campavo d’aria?”

Vangelo…

Oggi forse è più facile un contatto con l’autore originario

grazie a internet.

Una signora che conosco e ammiro si sobbarca tre viaggi

l’anno per incontrare gli autori che traduce

e ha fatto della traduzione letteraria

una passione. Lei mi ha spiegato che difficilmente

un traduttore vive di traduzioni

letterarie, soprattutto se non è famoso e

non ha un contratto con Feltrinelli… insomma

un traduttore non campa d’aria,

ma facendo altri lavori.

Spesso si sente dire però che una buona

traduzione nasce da una profonda conoscenza

dell’autore e del suo testo: leggerlo

e rileggerlo, prima di mettersi all’opera.

La signora Holden invece sostiene che se

legge prima, non traduce: le viene la nausea…

Tradusse Holden sdraiata nel suo

letto, accatastando parole in un quadernetto a quadretti,

come ha sempre fatto, il testo sulle pagine di

destra e le correzioni su quelle di sinistra, impiegandoci

alcuni mesi, perché anche lei – come me, passatemi

il parallelo - è sempre in ritardo, alla fine.

Adriana Motti non ha letto gli altri libri di Salinger e apprende

divertita che tre anni fa Baricco e Veronesi proposero

a Einaudi di rifare la sua traduzione. La proposta si

perse lì, com’era giusto.

Lei è la traduttrice di Holden.

Chi altri potrebbe? Chi altri avrebbe lo spirito giusto?

Il giovane Holden italiano è scritto in maniera formidabile

proprio perché lo ha scritto lei, ed è una traduzione

che spesso brilla di luce propria, costretta a emanciparsi

continuamente dall’originale. A momenti si potrebbe

pensare addirittura che Adriana si sia presa troppe libertà.

Ma Holden come lo conosciamo noi oggi non potrebbe

scrollarsi di dosso i suoi “e tutto quanto”, “e compagnia

bella”, “eccetera eccetera”, “e quel che segue”, “e via discorrendo”,

che traducono sempre e soltanto l’espressione

“and all” dell’originale, che come tutte le opere in inglese

non ha il nostro fastidio per le ripetizioni. Né chi ha letto

L’angolo del traduttore

Holden in italiano potrebbe pensarlo denudato di tutto il

suo slang fatto di “una cosa da lasciarti secco”, “marpione

sfessato”, “infanzia schifa”, e compagnia bella.

“…allora i ragazzi parlavano così. Mi son dovuta

adeguare, e chiedere ai miei nipoti: in americano poteva

essere più sobrio, aveva lo stile di Salinger che

lo sosteneva, in italiano io dovevo reinventarmelo”.

Calvino le scrisse: “…non si faccia venire un esaurimento

nervoso, se non ci darà il libro in maggio, ce lo darà in

giugno, se non in giugno in luglio, se in luglio non ce l’ha

ancora dato mandiamo un sicario a

ucciderla, ma lei deve lavorare tranquilla, come in un

letto di rose”.

“…Salinger usava espressioni che non potevo tradurre e

cercavo di compensare, per rendere il suo

stile… una cosa sola me la sono inventata

io, perché nessuno mi sapeva dire niente:

che lui se l’era stantuffata sui sedili dietro

della macchina. Chiedevo a tutti come si

diceva e tutti mi dicevano le stesse cose

che sapevo anch’io!”

La traduzione de Il giovane Holden fu

abbastanza problematica a cominciare dal

titolo. Una celebre nota scritta da Calvino

in apertura dell’edizione italiana del

romanzo spiega l’intraducibilità del titolo

originale.

“…mi meraviglia moltissimo di accorgermi

ora di avere una fama perché la

gente non legge mai il nome di un traduttore.

Poi mi dicono, ma lei è quella che ha tradotto Il

giovane Holden? tutti, sempre, e mi fa ridere, io ho tradotto

quaranta libri e si ricordano solo quello. E la Blixen?”

“Chiamerei volentieri Isak Dinesen”, dice Holden, innamorato

de La mia Africa.

Questione di feeling…

Adriana Motti ha messo parole italiane sulle bocche di

Jeeves e Holden Caulfield, di Adela Quest e del principe

Genji, e decine di migliaia di persone le hanno lette e se

ne sono innamorate (l’anno scorso Il giovane Holden ha

venduto in Italia altre ventimila copie).

Ha smesso di tradurre da qualche anno, l’ultimo è stato

un libro di David Garnett.

L’intervista da cui ho tratto spunto per questo “articolo”

si conclude così: “Si alza dalla poltrona e… lamentandosi

della poca memoria e della sua schiena, dice, vecchiaia

schifa…”

Miranda Biondi

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In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o

Maschere in festa

Inedito

all’Antica Quercia... non mancare

Non si sa perché, né come, né dove. Forse fu opera

della Fata Turchina, su suggerimento di Mago Merlino.

Fatto sta che, il giorno di Carnevale, i personaggi delle

favole ricevettero un invito a sorpresa che diceva così:

Ti aspetto alla Festa in Maschera

che si terrà nel grande prato dell’Antica Quercia

nel giorno di Carnevale.

Porta con te i tuoi sogni!

Tutti si domandarono chi avesse organizzato una festa

così speciale, ma l’emozione intensa dei preparativi prese

il sopravvento sui pensieri.

Fu così che Cappuccetto Rosso vestì i panni del Gatto

con gli Stivali, felice di non essere rincorsa dal lupo,

almeno per un giorno, per tutto il bosco.

Biancaneve, poi, stanca di ripetere sempre la scena

della mela avvelenata offerta dalla strega cattiva, volle

diventare Peter Pan e non vedeva l’ora di conoscere

Campanellino.

Per non parlare poi di Cenerentola la quale, aiutata

dai suoi amici topolini curiosi, per un giorno avrebbe

potuto dimenticarsi di strofinare, lucidare pentole e cucinare

per le sorellastre. E niente zucca da trasformare

in un lucente cocchio, e nessuna scarpetta di cristallo

da perdere sui gradini del Palazzo Reale: il suo sogno di

sempre era trasformarsi nel Pifferaio Magico.

Immaginava a occhi aperti tutti quei topini che, anziché

buttarsi in mare al suono di quella dolce melodia,

avrebbero danzato felici attorno a lei in un girotondo

senza fine.

Anche Alice era stanca del solito Paese delle Meraviglie:

avrebbe volentieri fatto cambio con Bella, essendo

lei una personcina temeraria e coraggiosa, desiderosa di

vedere da vicino la Bestia, per sfidarla in una partita a

carte sorseggiando il the delle quattro e ridere divertita

alla vista di tazzine, teiere, piatti e forchette in movimento.

Tra tutti, e vi dico il vero, il più felice era Pinocchio:

ma ci pensate? Niente piedi bruciacchiati davanti al camino,

nessun Grillo Parlante sapientone a fargli la morale,

nessun Gatto e nessuna Volpe bugiardi e ladri, nessun

Mangiafuoco grande e grosso a metterlo in gabbia.

Il burattino aveva deciso di vestire i panni di Robin

Hood: il suo babbo condivise questa saggia decisione,

pensando che avrebbe giovato al suo figliolo, anche se

per poche ore, vivere da persona altruista e occupata ad

aiutare i meno fortunati.

Alla faccia della balena, che una volta tanto avrebbe

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

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In e d I t o In e - d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o In e d I t o

dovuto arrangiarsi per il pasto di mezzogiorno.

Finalmente il giorno di Carnevale arrivò e, all’ora stabilita,

tutti si trovarono ad abbracciarsi all’ombra dell’

Antica Quercia. Ad attenderli, una tavola imbandita

con tante leccornie e una musica festosa in sottofondo.

Tanti palloncini colorati volavano leggeri in cielo e il

prato era coperto da una miriade di coriandoli.

“Amici... ehi... amici, sono qui!”

“Chi parla?” si domandarono tutti volgendo gli

sguardi a destra e a sinistra.

“Qui... sull’albero... sono qui!”

A cavalcioni del ramo più alto, fischiettando allegramente,

stava a osservarli una bimba dai capelli rossi

raccolti in due buffi codini che tanto si era divertita a

leggere le loro storie, prima di addormentarsi, la sera.

“Mi hanno detto che oggi vi avrei trovati tutti qui e

non ho resistito all’idea di vedere i miei eroi tutti insieme!

Vi riconosco uno a uno, anche se nascosti dalle

maschere: vedo i vostri occhi e poi... vi ho tanto amato

nei vostri racconti, sapete?”

La piccola fece un gesto con la mano e, all’improvviso,

ecco apparire una bellissima Colombina, furba e

chiacchierona, a braccetto di un variopinto e saltellante

Arlecchino. Li seguivano, poco più in là un burbero e

brontolone Pantalone che, imperterrito, rimproverava

a più non posso il Dottor Balanzone, per le sue solite

frasi sgrammaticate e zeppe di errori.

Gianduia e Stenterello, parlottando tra loro, osservavano

il pigro Pulcinella che riposava all’ombra,

mentre Brighella si aggirava indisturbato

attorno alla tavola

nel tentativo di placare il

suo appetito.

“Che ne pensi, amica

mia?” domandò la bimba

alla Quercia, tenendosi

ben salda al ramo. “E

i sogni che dovevano

portare? Spero li custodiscano

nel loro cuore,

come faccio io.”

“Bambina mia, i sogni

non muoiono mai,

sfidano il tempo, vivono

per sempre” rispose il

saggio albero, sonnecchiando.

Inedito

E le maschere danzarono allegre, festeggiando quel

favoloso Carnevale, per tutta la notte.

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

Katia Giuliani

“Se gentilmente potesse accludere al suo racconto una

breve presentazione di sé le sarei grata.”

Più facile a dirsi che a farsi. Così prendo il telefono

e supero l’impersonalità delle e-mail.

“Senta, ma posso scriverci quello che mi pare nella

presentazione?”

“Certo, solo una cortesia, eviti l’esposizione tecnica di

un curriculum vitae. Ci parli di cosa fa, dei suoi hobby,

immagini di essere in un salotto e di conversare.”

Tiro un sospiro di sollievo e scrivo.

Detesto l’ipocrisia, apprezzo l’onestà di chi sa ammettere

i propri limiti, sono una appassionata dei

film horror anni ’60, leggo di tutto, romanzi, poesie,

saggi, bugiardini dei farmaci. Preferisco la pioggia al

sole, faccio lunghe passeggiate e trascorro ore tra le

bancarelle dei mercatini dell’antiquariato.

Ho scritto questa fiaba per i miei bambini e con

l’aiuto di un’amica mi sono divertita a farla diventare

una recita scolastica.

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Ar s e n i o Lu p i n GA L L e r y Ar s e n i o Lu p i n GA L L e r y Ar s e n i o Lu p i n GA L L e r y

Arsenio Lupin Gallery

La dama che avrebbe

potuto cambiare le sorti di Camelot

John William Waterhouse è stato un pittore britannico

di epoca vittoriana noto soprattutto per i suoi

soggetti mitologici e per le protagoniste femminili dei

suoi dipinti, incarnazioni di grazia o donne fatali.

Nacque a Roma da William e Isabela Waterhouse,

entrambi pittori, e si trasferì con la famiglia a South

Kensington all’età di cinque anni. Cresciuto così accanto

al nuovissimo Victoria and Albert Museum,

studiò pittura con suo padre e si iscrisse alla Goal Academy

nel 1870. Nel 1874, all’età di venticinque anni,

Waterhouse presentò alla Royal Academy il primo dei

suoi lavori maturi, l’allegoria Il Sonno e la sua sorellastra

la Morte che lo rese celebre e rimase per decenni una

delle opere più amate dal pubblico. Si ammalò di cancro

nel 1915 e morì due anni dopo, lasciando a metà

uno dei suoi numerosi quadri raffiguranti la morte di

Ofelia.

La produzione di Waterhouse può essere raggruppata

per temi entro due filoni principali: le opere di ispirazione

classica e le opere di ispirazione medievale, tra

cui spiccano i numerosi Ofelia e La dama di Shalott,

oltre ad altri dipinti a tema shakespeariano.

La dama di Shalott è uno dei personaggi che maggiormente

ispirarono Waterhouse, portandolo a realizzare

almeno tre

differenti dipinti

nel 1888,

nel 1896 e nel

1916. Il tema

della donna che

si strugge per

amore, in questo

caso Elaine

of Astolat, ricorre

nei dipinti

di Waterhouse: non a caso un altro dei suoi soggetti

ricorrenti è Ofelia nell’atto di raccogliere fiori, poco

prima della morte. Il dipinto unisce il tema femminile

a quello dell’acqua, un’associazione che - insieme a

quella con il fiore - è tipica della pittura simbolista in

generale e dei preraffaelliti in particolare.

La storia di Elaine è la storia della donna che avrebbe

potuto cambiare le sorti di Camelot, di Ginevra e

dello stesso Artù. Ser Lancelott infatti, avrebbe dovuto

innamorarsi della bella Elaine, la dama di Shalott, ma

Morgana, sorella di Artù impedì che ciò accadesse con

un maleficio.

Così narra la leggenda…

…poco lontano dalla citta fortificata di Camelot,

sorgeva la rocca di Shalott, posta su un isolotto nel

mezzo del fiume Avon che attraversava la città. Nella

rocca di Shalott viveva una giovane maga, la Dama di

Shalott, il cui nome, Elaine di Astolat, non era conosciuto

da alcuno, e che si diceva essere bellissima.

La Dama aveva passato i tutti i suoi 22 anni di età

sempre nella torre più alta del castello, quella che

guardava verso la ricca e festosa Camelot. Non era mai

uscita e passava il suo tempo a tessere. Sua madre era

morta poco dopo il parto e suo padre era stato ucciso

in guerra. Era triste la Dama, molto triste. Su di

lei gravava una pesante maledizione: il giorno in cui

avrebbe osato guardare fuori dalla finestra in direzione

di Camelot o uscire dalla Rocca sarebbe morta.

Per questo Elaine passava il tempo nella sua stanza

in cima alla torre a tessere una magica trama in cui

erano intessute le vicende del mondo che lei osservava

attraverso un specchio d’argento incantato che rifletteva

le luci e le immagini di Camelot e dei campi di

grano intorno a Shalott.

Per questo sua madre prima di morire aveva rivelato

il suo nome e il suo destino solo alla fedele balia Isotta,

credendo così, di impedire alla maledizione di fare il

suo corso.

L’origine della maledizione che gravava sulla Lady

di Shalott risaliva a 22 anni prima, quando Morgana,

sorella di Re Artù, al momento del concepimento

incestuoso di suo figlio Mordred, ebbe una visione:

vide Lancillotto arrivare a Camelot e lo vide invaghirsi

di Ginevra, moglie di re Artù. Poi, a distanza di un

paio di anni Lancillotto avrebbe incontrato la Dama

di Shalott, se ne sarebbe perdutamente innamorato,

l’avrebbe sposata e il matrimonio tra Ginevra e Artù

sarebbe stato salvo. Questo per Morgana significava

che lei non avrebbe mai potuto regnare su Camelot

assieme al suo amato fratello Artù e suo figlio Mordred

non sarebbe mai salito al trono. Di conseguenza si recò

dalla madre della futura Dama di Shalott, ormai al suo

nono mese di gravidanza, e le lanciò una terribile maledizione:

“Tua figlia sia maledetta, Lady Maere, che

ella non possa mai guardare il mondo dalla sua finestra

e che non possa mai uscire dalla rocca o il prezzo

sarà una morte atroce. Io Morgana Pendragon, figlia

di Ygrajne, la maledico ora nel tuo grembo affinché la

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Ar s e n i o Lu p i n GA L L e r y Ar s e n i o Lu p i n GA L L e r y Ar s e n i o Lu p i n GA L L e r y

vita che porto nel mio, ne sia pegno. Nulla potrà spezzare

questa maledizione e per il nome di tua figlia io ti

proibisco di parlare con chiunque di quanto

hai sentito oggi che gli dei mi siano testimoni.”

Lancillotto giunse alla corte di Artù quando il Re e

Ginevra erano sposati da cinque anni. Egli divenne subito

il campione di Ginevra e il migliore tra i cavalieri,

trascorreva gran parte del tempo in giro per il

regno e distante da Camelot a causa del suo amore

segreto per la Regina.

Egli tornò a Camelot in un pomeriggio d’estate, cavalcando

al passo, per la prima volta davanti alla Rocca

di Shalott. La sua immagine di cavaliere bellissimo e

valente venne riflessa dallo specchio della Dama che

se ne invaghì immediatamente e, presa da un amore

ardente, decise di guardare fuori dalla finestra per osservarlo

con i suoi occhi.

Nello stesso istante in cui la Dama guardò Lancillotto,

anch’ egli la vide ed ella seppe che il cuore di

Lancillotto sarebbe per sempre appartenuto a Ginevra

e che il suo amore non aveva alcuna speranza. Proprio

in quell’istante la maledizione si avverò, lo specchio si

spaccò e cadde a terra, la Dama capì che avrebbe dovuto

Arsenio Lupin Gallery

morire. Immediatamente cor- The lady of Shalott

se dalla balia, le rivelò di ave-

1888

re sfidato la maledizione per Tate Gallery Londra

amore e, con il cuore spezzato,

decise di fuggire per andare a morire il più lontano

possibile dall’uomo che non avrebbe mai potuto essere

suo. La sera stessa, di nascosto, la Dama fuggi dalla

Rocca e, su di una barca, scese lungo il fiume Avon

scomparendo per sempre dalla vista di tutti.

La storia di Elaine mi fu raccontata molto tempo fa.

Da allora il dipinto di Waterhouse mi fa compagnia

sulle pareti del mio ufficio, umile tributo all’amore impossibile.

Miranda Biondi

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Avrei un libro da presentare... A lezione di...

si può fare senza far venire agli amici

un improrogabile desiderio di latitanza?

Chiunque abbia pubblicato un libro, sa per esperienza

personale che la distribuzione del volume è fondamentale

perché il libro si venda. In genere, però, gli

autori sono portati a pensare che l’unico parametro

davvero importante sia la capacità distributiva del proprio

editore… Famigerata creatura… In realtà tale elemento

è senz’altro importante per un buon successo di

vendite, ma non è l’unico da tenere in considerazione.

Una buona distribuzione può far sì che un libro abbia

la possibilità di raggiungere in breve tempo numerose

librerie in un territorio più o meno ampio, ma perché

questa possibilità si trasformi in una disponibilità

concreta del volume presso molti punti vendita, è necessario

che i librai ai quali il libro viene proposto (dal

distributore, dall’editore o dall’autore) siano interessati

ad accettare quel libro nel proprio negozio. Indipendentemente

dalle capacità distributive del proprio editore,

insomma, perché le librerie e i lettori si sentano

invogliati a ordinare un libro, non basta che abbiano la

possibilità di farlo, e questo spetta alla distribuzione,

ma è necessario che di quel libro sentano parlare, che lo

percepiscano come una pubblicazione “ufficialmente”

riconosciuta, e questo è l’obiettivo della promozione.

Se, dunque, per quanto riguarda la distribuzione un

autore può sperare, ma ricordate che di solito non basta,

nei canali che gli sono offerti dal suo editore, per

la promozione è fondamentale che sia proprio l’autore

stesso del libro a darsi da fare! Un piccolo editore non

ha le risorse economiche per fronteggiare da solo una

campagna seria – residenziale e on line – per ogni libro

che pubblica. Il suo ruolo in questa realtà editoriale è di

pubblicare al meglio, distribuire, promuovere attraverso

i proprio canali e concertare con l’autore un piano promozionale

personalizzato. Tutto il resto è fantascienza

o dimensioni alternative. Per far conoscere il libro, almeno

nella sua città, - punto di partenza per chiunque

- sono senz’altro utili tutti gli strumenti promozionali

che l’autore riesce a predisporre: recensioni su giornali

locali, locandine da affiggere presso le librerie e in altri

luoghi strategici, pieghevoli, volantini, interviste rilasciate

a radio e TV locali e quant’ altro gli possa venire

in mente. Ma, mentre per tutti questi veicoli è necessario

avere le conoscenze giuste o spendere dei soldi,

all’autore resta sempre a disposizione l’arma della serata

di presentazione che, con un po’ di buona volontà e

di impegno si può realizzare spendendo pochissimo, se

non nulla, e può dare, specie nei centri medio piccoli,

grandi risultati.

In questo articolo cercherò perciò di dare dei consigli

su come organizzare questo evento, così importante

nella storia di un libro, spendendo il minimo possibile,

ma realizzando lo stesso un evento simpatico e piacevole.

Punto fondamentale è la location. Dove organizzare

la serata? Esistono, ovviamente, diverse possibilità e

non è detto che l’evento debba svolgersi in un singolo

posto. La via migliore sarebbe quella di accordarsi con

il gestore di un locale, caffé o ristorante, è vero solitamente

il gestore, tranne rari casi, richiede il pagamento

di un affitto per l’uso della sala. Contrattate e tenete

presente il vostro budget. Altra via è quella di contattare

l’Assessorato alla Cultura (a volte è tutt’uno con

quello della Pubblica Istruzione) del vostro Comune.

Nella maggior parte dei casi gli amministratori pubblici,

specie nei centri medio piccoli, si mostrano infatti

interessati a supportare un loro concittadino nella presentazione

del suo libro. Lo so, può sembrare “strano”

ma a volte succede… Dall’Assessorato alla Cultura dipendono

spesso Biblioteca Comunale, Musei, Centri

Sociali presso i cui locali il Comune può ospitare la

manifestazione.

Per esperienza vi invito però a diffidare di quelle

strutture che richiedono un esborso di denaro sotto varie

forme, ad esempio cinquecento o mille inviti cartacei

da inviare alla propria mailing list. Ammesso infatti

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che non abbiate un tipografo amico o che utilizziate di

straforo la stampante laser a colori del vostro capo, vi

verrebbe a costare qualche centinaio di euro.

Una terza via sono le librerie. Ammesso che il vostro

librario di fiducia abbia una sala apposita per le presentazioni,

siete a posto. Quale location migliore potreste

desiderare?

Bien, la location l’avete individuata. Ora non vi resta

che evitare la fuga in massa degli amici. Avete presente?

“Ma dai! Sabato presenti il tuo libro? Miseriaccia, sarei

venuto volentieri ma ho già un impegno, non lo posso

rimandare, l’ho preso mesi fa, una cosa combinata. Mi

dispiace proprio.” Alzi la penna a chi non è mai successo…

Il problema è che la serata di presentazione di un libro

coincide spesso con lo stereotipo più classico di una

manifestazione noiosa e pedante. Il nostro sforzo dovrà

essere concentrato per evitare nel modo più assoluto che

ciò avvenga. Tale scopo si raggiunge innanzitutto coinvolgendo

sul palco della manifestazione le persone

giuste. Prima di tutto il coordinatore. Costui, o costei,

dovrà essere brillante, accattivante e abituato a parlare a

una platea. A questo dovete aggiungere colui che “parlerà”

del vostro libro, che insomma lo presenterà. Non

confondete i due ruoli, a volte possono coincidere ma

non è detto. State molto attenti! Giornalisti, anche alle

prime armi, animatori, speaker di radio o Tv private,

attori di teatro o in ultima analisi insegnanti, vanno tutti

bene allo scopo, a patto che siano sufficientemente motivati

e si sappiano organizzare una scaletta con gli interventi

nonché qualche domanda da rivolgere all’autore

e agli altri presenti (se l’avete invitato ed è pure intervenuto

non dimenticate l’Assessore, che probabilmente

sta sonnecchiando su un lato del palco…). Dopo di che

serve qualcuno in grado di leggere con l’intonazione giusta

qualche brano dal vostro libro: è il momento di fare

una telefonata a quell’amico o a quell’amica che studia

recitazione o che fa teatro per hobby. Se proprio non trovate

nessuno e abitate nel raggio di trenta chilometri da

Massarosa chiamate me, verrò volentieri. Tuttavia non

vi fate scrupolo di spulciare a fondo la vostra agendina

per questa serata o di chiamare persone che non sentite

da tempo: le persone da contattare per questi tre ruoli

fanno parte di solito di quelle categorie per le quali una

presenza di più in pubblico è maggiormente gratificante

di una serata al cinema o della solita pizza. Probabilmente

si sentiranno lusingati dal fatto che abbiate pensato

proprio a loro per questa occasione. E se sono davvero

vostri amici, saranno più che contenti di essere al vostro

fianco sul palco di questa manifestazione! Perciò, non

esitate, l’occasione non lo richiede!

Location, coordinatore, presentatore, lettore… Siamo

a buon punto! Ora ci manca di organizzare il tutto

A lezione di...

in modo che la sala non risulti deserta…

Oltre che alle persone che le daranno vita, il successo

di una serata di presentazione dipende infatti anche da

ciò che accadrà durante la manifestazione, e quindi dal

programma che saprete organizzare. Se volete ridurvi al

minimo indispensabile, limitatevi pure alla sola lettura di

qualche brano dal libro e alle domande all’autore da parte

del coordinatore, del presentatore e del pubblico. Ma se

volete rendere la serata più interessante, aggiungete qualcosa

di originale al menu! Gli ingredienti più semplici

ed efficaci sono un filmato girato e/o montato da un voi

stessi o da un vostro amico operatore (state attenti alla

SIAE!) o la musica (ristate attenti alla SIAE!). Se vi orientate

verso il primo e lo proiettate all’inizio del dibattito,

tenete conto che la maggior parte dei presenti non ha

ancora letto il vostro testo e quindi può conoscere solo

parzialmente i temi trattati. Per questo motivo, potrebbe

avere qualche difficoltà a seguire il filo conduttore delle

domande che il presentatore, che invece lo ha già letto, vi

farà. Vi consiglio di proiettarlo alla fine della serata. Per

quanto riguarda gli aspetti tecnici, accordatevi col gestore

del locale e/o con l’Amministrazione Comunale.

Se vi orientate alla musica, la scelta si allarga. Ovviamente

molto dipende dai gruppi musicali locali con i

quali avete contatti, e che di solito non si lasciano sfuggire

l’occasione di suonare in pubblico e farsi conoscere.

Ma cercate comunque di trovare qualcosa che leghi

col libro! Non invitate un quartetto d’archi per un libro

pulp, oppure una band heavy-metal per un libro di poesie

romantiche! Col gruppo musicale a vostra disposizione,

inframmezzate la lettura di liriche con l’esecuzione di

qualche brano e spezzate il dibattito con un po’ di sound

se vi sembra che stia diventando troppo noioso. Non dimenticate

mai però di gettare un occhio alla scaletta...

Una nota di arredamento… se vi è possibile cercate

di usare poltroncine e/o sedie su cui lo stare seduti non

provochi scoliosi né il colpo della strega…

Se vi siete orientati per una libreria, ricordate che di

solito c’è meno spazio e la gente passa, si trattiene un po’

e poi va via. Per questo motivo, in libreria prevedete un

contesto meno ufficiale, un vero e proprio momento di

incontro tra l’autore e i suoi lettori, con tanto di dediche

e autografi sui libri. Un piccolo buffet, sarebbe l’ideale per

creare l’atmosfera giusta. Si formeranno i classici capannelli

in cui si discuterà della vostra creatura, e i presenti,

pasticcino alla mano, avranno la possibilità di scambiare

a turno quattro chiacchiere con l’autore... Alle domande

a cui non vi va di rispondere, tergiversate!

Abbiamo fatto il possibile, la nostra serata sarà interessante.

Divulghiamone la notizia…

Per promuovere adeguatamente una serata del genere

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ci vuole tempo. Non vi affrettate inutilmente a fissare la

data della manifestazione troppo presto. Possibilmente la

serata dovrà aver luogo quando il libro è già disponibile

nelle librerie della vostra città o lo sarà a brevissimo: non

sarebbe carino che, dopo averne sentito parlare, qualcuno

dei presenti si recasse poi in una libreria della zona e

scoprisse che il libraio indicato dall’editore non ha mai

sentito parlare di quel libro…

Un tempo ragionevole per la promozione della vostra

manifestazione è di circa due settimane: un tempo più

lungo rischia di farne dimenticare l’esistenza a chi ha

letto la notizia su una locandina, un tempo più breve

non consente alla notizia di diffondersi adeguatamente

sul territorio. Ma il tempo non basta, è necessario anche

predisporre adeguati strumenti pubblicitari per l’iniziativa.

Indipendentemente dalle iniziative pubblicitarie

intraprese dall’editore, cercate di portare avanti le vostre:

fatevi il giro dei punti d’incontro della vostra città - Bar,

Cinema, Librerie, Associazioni, Scuole, Palestre, Parrocchie,

Pub, Centri Sportivi e tutti gli altri che possano

venirvi in mente – e distribuite il materiale pubblicitario

concertato con l’editore. Un invito colorato e simpatico

cattura l’attenzione. Telefonate o contattate le redazioni

di giornali, radio e TV locali: magari passeranno la velina

in un notiziario! Se poi vi rispondono che l’ufficio stampa

dell’editore ha già chiamato… dedicate un pensiero

gentile al suddetto ufficio e fate voto di ricordarvene…

Non dimenticate poi di invitare i Librai della vostra

città, magari recapitandogli a mano un invito personale.

E non trascurate neppure il vecchio, caro tam-tam:

parlatene con gli amici, i parenti, i conoscenti, i vostri

vecchi professori del liceo, che magari a loro volta ne

parleranno alle classi. Non fate mai l’errore di dare per

scontata la presenza di nessuno! Appoggiatevi alla newsletter

di qualche associazione culturale locale, e infine,

non dimenticate che esistono siti appositi dove richiedere

l’inserimento della notizia nella pagina delle news, in

questo modo della vostra serata saranno informati tutti

i visitatori del sito.

La serata di presentazione, se è ben congegnata, non

esaurirà il suo ruolo nell’unica sera in cui avrà luogo. Solitamente

l’ufficio stampa dell’editore ha infatti inviato i

famigerati comunicati stampa perciò acquistate i giornali

locali e incrociate le dita, che sia trafiletto o recensione

purché sia!

Tutto sommato dunque non è impossibile organizzare

una bella serata di presentazione. Ora, quindi, non avete

più scuse: datevi da fare e cercate di trasformare il vostro

libro in un best-seller!

Miranda Biondi

A lezione di...

Cronaca di una presentazione annunciata

Non chiedermi perché di Monica Santucci

La presentazione del mio libro, due mesi dopo… Ho

ancora nelle orecchie l’eco dell’ultimo applauso.

Vedo, tuttora, le luci abbaglianti dei faretti puntati su

di me.

E mi chiedo: ho sognato?

Corro alla mia scrivania, in un angolo del salotto di

casa, prendo a cercare.

Apro quei piccoli cassetti che tanto mi piacciono, frugo

tra appunti, foglietti, quaderni e agende. Finché lo

trovo. Mi siedo, mi rigiro con delicatezza quel piccolo

rettangolo di carta tra le mani, ne accarezzo la levigatezza

con le dita, ne assaporo ogni parola, ogni sfumatura di

colore.

Me lo bevo con gli occhi. Lo rileggo, per la milionesima

volta.

No, non ho sognato. Ho davvero vissuto tutto quello

che nell’invito c‘è scritto: la presentazione del mio libro,

il mio primo romanzo pubblicato dalla Giovane Holden.

E all’improvviso mi ritrovo in quel freddo e ventoso

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pomeriggio del 15 dicembre 2007. L’emozione mi mozza

il respiro, il cuore batte impazzito contro il costato, la

gola si secca mentre gli invitati entrano studiandosi intorno

nella grande sala del Caffè Liberty. Parenti, amici,

amiche e tutti che mi cercano, chiamano, salutano; tutti

che vogliono stringermi le mani, baciarmi le guance,

esprimermi la loro ammirazione… Accolgo uno ad uno

tutti i presenti e sono una trottola impazzita; una parola

per ognuno, un abbraccio, un semplice gesto d’affetto e

ringraziamento per l’essere presenti.

Un vortice di emozioni mi sommerge. Sento che la

realtà del momento, così a lungo sognata, immaginata,

fantasticata mi sta sfuggendo di mano tanto è diversa,

inattesa, imprevedibilmente inimmaginabile. Un salto

nel vuoto terrificante, esaltante; gioia e dolore, paura e

felicità mi si mescolano nel sangue fino a diventare un

marasma inscindibile e indescrivibile.

In sottofondo il brusio sale d’intensità, a sorpresa mi

depongono dei fiori tra le braccia e la sala, ora gremita,

palpita d’aspettativa come un solo cuore.

E’ il momento. Si inizia. Stordita, mi dirigo al mio

posto e intanto mi chiedo chi sono io.

Chi sono io che vivo tutto questo? Chi sono io diventata

improvvisamente diversa, unica e sola al centro

di questo esaltante girotondo? Chi sono catapultata su

questo sconosciuto pianeta a respirare l’aria di un’altra

dimensione dove non avrei mai creduto possibile allungare

passi?

Devo ricordarmi di respirare, devo cercare di sciogliere

il sorriso teso che mi sento stampato sul volto

esangue, devo ripetermi per la decima volta di stare calma

mentre mi ritrovo il microfono tra le mani.

E’ il mio turno, sta a me e prendo fiato e mi butto

subito, senza fermarmi a riflettere.

Parlo, spiego, racconto un rigurgito di parole che

sgorgano dal profondo di me. Parlo e ogni sillaba è il

frutto di lunghe ore silenziose e solitarie passate davanti

A lezione di...

al computer, rubate alla casa, ai figli, al lavoro; ogni sillaba

è pregna di sofferte frustrazioni, è intinta di profonda

soddisfazione, è partorita, è voluta, è cercata, è sudata, e

l’applauso che accoglie le mie parole è sentito, partecipe,

emozionato...

Mi scuoto al suono stridulo del campanello. Stavo sognando?

Apro la porta. E’ una cara vecchia amica, in segno di

saluto solleva in alto il mio libro, un sorriso compiaciuto

le illumina il volto. Mi chiede allegra se le autografo la

copia.

Desidera una dedica. Da me.

Penso elettrizzata: sto per scrivere l’ennesima, stupenda,

impegnativa, ebbra, esaltante dedica. Entriamo in

casa, ci sediamo, le preparo un caffè. Insieme all’aroma ci

avvolgono subito amichevoli e complici chiacchiere. Tra

di noi, sul tavolo, concreto e visibile, fermo e immobile

pilastro, il mio libro: Non chiedermi perché.

Il cuore, colmo, mi salta un battito. Allungo una mano,

lo prendo, impugno la penna e di getto le scrivo una dedica

speciale, irripetibile.

No, non ho sognato.

Monica Santucci

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Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e

La leggenda di

San Valentino

L’origine della festa degli innamorati

è il tentativo della Chiesa cattolica di porre fine a un

popolare rito pagano per la fertilità.

Gli antichi Romani consideravano il mese di Febbraio

come il periodo in cui ci si preparava all’arrivo della

primavera, identificata come la stagione della rinascita.

Iniziavano i riti della purificazione: le case venivano pulite,

vi si spargeva il sale e una particolare farina.

Verso la metà del mese iniziavano le celebrazioni dei

Lupercali (dei che tenevano i lupi lontano dai campi

coltivati). Fin dal quarto secolo a.C. i romani pagani,

infatti, rendevano omaggio, con un singolare rito annuale,

al dio Lupercus. I Luperici, l’ordine di sacerdoti

addetti a questo culto, si recavano alla grotta in cui,

secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e

Remo e qui compivano i sacrifici propiziatori. Lungo le

strade della città veniva sparso il sangue di alcuni animali,

come segno di fertilità, ma il vero e proprio rituale

consisteva in una specie di lotteria dell’amore. I nomi

delle donne e degli uomini che adoravano questo dio

venivano messi in un’urna e opportunamente mescolati.

Quindi un bambino sceglieva a caso alcune coppie

che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità,

affinché il rito della fertilità fosse concluso. L’anno successivo

sarebbe poi ricominciato nuovamente con altre

coppie.

I padri precursori della Chiesa, determinati a mettere

fine a questa pratica licenziosa, hanno cercato un santo

“degli innamorati” per sostituire l’immorale Lupercus.

Nel 496 d.C. Papa Gelasio annullò questa festa pagana

e dette il via al culto di San Valentino, un vescovo che

era stato martirizzato circa duecento anni prima.

San Valentino nato a Terni nell’anno 175 d.C. divenne

così il patrono dell’amore e il protettore degli

innamorati di tutto il mondo. Valentino dedicò la sua

vita alla comunità cristiana e alla città di Terni dove infuriavano

le persecuzioni contro i seguaci di Gesù. Fu

consacrato vescovo della città nel 197 d.C. da Papa San

Feliciano. E’ considerato il patrono degli innamorati

poiché la leggenda narra che egli fu il primo religioso

che celebrò l’unione fra un legionario pagano e una giovane

cristiana.

La storia di San Valentino ha due finali differenti.

Secondo una versione, quando l’imperatore Aureliano

ordinò le persecuzioni contro i cristiani, San Va-

Leggende e tradizioni

lentino fu imprigionato e flagellato lungo la

via Flaminia, lontano dalla città per evitare

tumulti e rappresaglie dei fedeli.

La seconda versione racconta, invece, che

nel 270 d.C. il vescovo Valentino, famoso per

aver unito in matrimonio un pagano e una

cristiana, fu invitato dall’imperatore Claudio

II a convertirsi nuovamente al paganesimo.

San Valentino, con dignità, rifiutò di rinunciare alla sua

Fede e, imprudentemente, tentò di convertire a sua volta

Claudio II al Cristianesimo. Il 24 febbraio 270 d.C.

San Valentino fu lapidato e poi decapitato. La storia

sostiene, inoltre, che mentre Valentino era in prigione

in attesa dell’esecuzione si fosse innamorato della figlia

cieca del guardiano, Asterius, e che con la sua fede avesse

ridato miracolosamente la vista alla fanciulla. Si racconta

che prima di morire Valentino le avesse mandato

un messaggio di addio che terminava con “…dal vostro

Valentino”. Una frase che nel tempo è diventata sinonimo

di Vero Amore.

Le vicende riguardanti San Valentino sono confuse,

ma intorno alla sua figura ruotano innumerevoli leggende,

che riguardano, ovviamente, tutte episodi d’amore.

La leggenda di Serapia e Sabino

Questa leggenda narra di un giovane centurione romano

di nome Sabino che, passeggiando per una piazza

di Terni, vide una bella ragazza di nome Serapia e se ne

innamorò follemente. Sabino chiese ai genitori di Serapia

di poterla sposare, ma ricevette un secco rifiuto poiché

Sabino era pagano mentre la famiglia di Serapia era

di religione cristiana. Per superare questo ostacolo, la

bella Serapia suggerì al suo amato di andare dal Vescovo

Valentino per avvicinarsi alla religione della sua famiglia

e ricevere il battesimo, cosa che lui fece in nome

del suo amore. Purtroppo, proprio mentre si preparavano

i festeggiamenti per il battesimo di Sabino e per le

prossime nozze, Serapia si ammalò di tisi. Valentino fu

chiamato al capezzale della ragazza oramai moribonda.

Il giovane centurione supplicò Valentino affinché non

fosse separato dalla sua amata: la vita senza di lei sarebbe

stata solo una lunga sofferenza. Valentino battezzò

Sabino, e unì i due in matrimonio. Mentre levò le mani

in alto per la benedizione, un sonno beatificante avvolse

i loro cuori per l’eternità.

Leggenda della rosa della riconciliazione

Un giorno San Valentino sentì passare, al di là del suo

giardino, due giovani fidanzati che stavano litigando.

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Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e Le g g e n d e

Decise di andare loro incontro con in mano una magnifica

rosa. Regalò loro la rosa e li pregò di riconciliarsi

stringendo insieme il gambo della rosa, facendo attenzione

a non pungersi e pregando affinché il Signore

mantenesse vivo in eterno il loro amore.

Qualche tempo dopo la giovane coppia tornò per

invocare la benedizione del loro matrimonio. La storia

si diffuse e gli abitanti iniziarono ad andare in pellegrinaggio

dal vescovo di Terni il 14 di ogni mese.

Il 14 diventò così il giorno dedicato alle benedizioni,

ma la data è stata ristretta al solo mese di febbraio perché

in quel giorno del 273 San Valentino morì.

La leggenda dei bambini

San Valentino possedeva un grande giardino pieno

di magnifici fiori dove permetteva a tutti i bambini

di giocare. Si affacciava sovente dalla sua finestra per

sorvegliarli e si rallegrava nel vederli giocare. La sera,

scendeva in giardino e tutti i bambini lo circondavano

con affetto e allegria. Dopo aver dato loro la benedizione

regalava a ciascuno un fiore raccomandando di

portarlo alle loro mamme: in questo modo otteneva la

certezza che sarebbero tornati a casa presto e che avrebbero

alimentato il rispetto e l’amore nei confronti dei

genitori.

Da questa leggenda deriva l’usanza di donare dei

piccoli regali alle persone a cui vogliamo bene.

La leggenda dei Colombi

Il Vescovo Valentino possedeva un grande giardino

che nelle ore libere dall’apostolato coltivava con le

proprie mani. Tutti i giorni permetteva ai bambini di

giocare nel suo giardino, raccomandando che non facessero

danni, perché poi la sera avrebbe egli regalato

Leggende e tradizioni

a ciascuno un fiore da portare a casa. Un giorno,

però, vennero dei soldati e imprigionarono

Valentino perché il re lo aveva condannato al

carcere a vita. I bambini piansero tanto. Valentino,

stando in carcere si dispiaceva per loro e per

il fatto che non avrebbero più avuto un luogo

sicuro dove giocare. Ci pensò il Signore. Fece

fuggire dalla gabbia del distratto custode due

dei piccioni viaggiatori che Valentino teneva in

giardino. Questi guidati da un misterioso istinto,

trovarono il carcere dove era rinchiuso il loro

Santo padrone. Si posarono sulle sbarre della sua

finestra e presero a tubare fortemente. Valentino

li riconobbe, li prese e li accarezzò. Poi legò al

collo di uno un sacchetto fatto a cuoricino con dentro un

biglietto, e al collo dell’altro una chiavetta. Quando i due

piccioni fecero ritorno furono accolti con grande gioia. Le

persone si accorsero di ciò che portavano al collo e riconobbero

subito la chiavetta: era quella del giardino di Valentino.

I bambini e i loro familiari si trovavano fuori del giardino

quando il custode lesse il contenuto del bigliettino. C’era

scritto: “A tutti i bambini che amo… dal vostro Valentino”.

Lisa Maria Nicoletti

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criminologia criminologia criminologia criminologia criminologia criminologia

Da qualche anno, la televisione e i mass media

ci stanno sommergendo con serie tv e notizie

ai telegiornali sugli specialisti della scena

del crimine.

C.S.I. è stato il primo ad essere entrato nelle

nostre case, poi sulla scia del successo sono

arrivate altre serie parallele con ambientazioni

diverse, C.S.I. MIAMI e C.S.I. NEW YORK,

ed infine i nostri R.I.S. In queste serie, siano

esse americane o italiane, gli sceneggiatori

hanno instillato in noi l’idea che i tecnici

della scientifica siano indispensabili a risolvere

un caso, trovando sempre il colpevole e

non lasciando mai che il colpevole sfugga alla

giustizia. Ci siamo affezionati a personaggi

come Grissom (C.S.I.) o il capitano Venturi

(R.I.S.). Come eroi infallibili li abbiamo trasportati

dalla finzione televisiva a alla realtà

di tutti i giorni, in quella realtà dura dove i

cadaveri sono veri e purtroppo non sempre

la tecnologia inchioda i criminali alle loro responsabilità.

La cronaca ci riporta alla mente

diverse inchieste che negli ultimi anni ci hanno

tenuti con il fiato sospeso. Cogne, Novi

Ligure, Garlasco, Unabomber: questi sono

alcuni tra i casi più importanti trattati dai re-

parti di investigazioni scientifiche delle nostre forze

dell’ordine. Alcuni di questi casi sono stati brillantemente

risolti grazie all’intuito degli investigatori e

con la certezza scientifica che i R.I.S. hanno dato per

inchiodare l’assassino, come nel caso del serial killer

dei treni che per un periodo terrorizzò la riviera:

Donato Bilancia fu inchiodato grazie ad un’ottima

analisi investigativa che portò alla sua identificazione,

ma la certezza arrivò grazie ad un confronto del

suo DNA rilevato da una tazzina da caffè, che il sospettato

aveva appena consumato dentro ad un bar

e che uno degli agenti preposti al suo pedinamento

è riuscito a prelevare, e le tracce biologiche lasciate

dall’assassino sui corpi delle vittime. Ad oggi Donato

Bilancia si trova in carcere a scontare le sue colpe. In

altri casi la situazione si è rovesciata, ad esempio per

quanto riguarda il caso Cogne, in cui i sopralluoghi

furono effettuati dai tecnici del R.I.S. dopo che la

scena era stata contaminata da diverse persone che

erano sopraggiunte nel momento della tragedia per

prestare opera di soccorso. Al processo per la morte

del piccolo Samuele, che vedeva alla sbarra la madre

Criminologia

Sulla scena del crimine

Annamaria Franzoni, si è avuta la sensazione che i veri

imputati fossero proprio i tecnici del R.I.S., la tanto decantata

tecnologia dei quali, secondo l’opinione pubblica,

non era stata in grado di dare una risposta definitiva a ciò

che era accaduto nella villetta di Cogne.

Dopo questa premessa vediamo in modo più approfondito

chi sono gli uomini che si occupano della “scena del

crimine” nel nostro paese.

In Italia esistono due diversi raggruppamenti di tecnici

preposti all’attività di investigazioni scientifiche. Per l’Arma

dei Carabinieri abbiamo il Raggruppamento Carabinieri

Investigazioni Scientifiche, meglio noto con la

sigla R.I.S.

Questo reparto spesso interviene su richiesta di altri nuclei

dell’Arma, o in casi di gravità particolare interviene

direttamente sulla scena del crimine per repertare prove

ed effettuare rilevamenti. Il reparto si suddivide in quatto

centri dislocati geograficamente nel paese con un’area di

competenza: Parma, Roma, Messina e Cagliari. Ognuno

di questi centri è suddiviso in diverse sezioni con precisi

compiti investigativi:

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

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criminologia criminologia criminologia criminologia criminologia criminologia

- sezione Balistica, che si occupa

di tutto ciò che riguarda le

armi e si avvale di un database

con storia e precedenti inerenti

armi da fuoco, proiettili

e comparazioni con prove storiche

(es. bossoli rinvenuti su

altri crimini e utilizzo di armi

per più reati);

- sezione di Biologia, che si occupa

dell’analisi di tracce biologiche rinvenute

sulla scena di un crimine e comparazioni di DNA , sangue ed

ogni altro reperto di natura biologica;

- sezione Chimica, Esplosivi ed Infiammabili, che analizza sostanze

stupefacenti ed esplosive, veleni e studia ordigni incendiari;

- sezione Impronte e Fotografia: si occupa dell’analisi di impronte

digitali, dello studio di calchi, tracce di pneumatici e di

analisi fotografica;

- sezione di Fonica e Grafica, che si occupa di intercettazioni

telefoniche, analisi e campionamento di tracce audio e vocali

con filtraggio di suoni e, nella sezione di grafica, analizza manoscritti,

macchine tipografiche, stampanti;

- sezione di Telematica: si occupa di reati di natura informatica,

recupero dati da cellulari, computer rilevamento microspie.

Per quanto riguarda la Polizia di Stato, esiste una struttura

denominata Servizio Polizia Scientifica,

che ha un ufficio centrale con

sede a Roma presso la Direzione

Centrale Anticrimine della Polizia di

Stato, con una serie di uffici dislocati

presso i principali capoluoghi di regione.

Il tutto è organizzato in Divisioni:

- nella Prima Divisione, la sezione

più famosa è l’Unità Analisi Crimine

Violento (UACV) che si occupa di

indagini su delitti particolarmente

efferati, con matrice seriale e a sfondo

sessuale, una struttura simile a

quella originaria dell’FBI americana,

che si dedica all’individuazione e alla

cattura di assassini di tipo seriale;

- la Seconda Divisione comprende

la struttura delle indagini grafiche;

- la Terza Divisione, al suo interno,

raggruppa le sezioni di cui abbiamo

parlato in precedenza per il caso

dell’Arma dei Carabinieri, ovvero il

laboratorio di Biologia, di Balistica e

di Analisi delle impronte;

- la Quarta Divisione: al suo in-

Criminologia

terno si ritrovano gli altri settori investigativi

riguardanti l’analisi di droghe, esplosivi ed infiammabili;

- infine, il Centro Elaborazione Dati, che racchiude

la sezione AFIS. L’AFIS è una sorta di database

consultabile da tutti i comandi di polizia

per rilevare un riscontro con impronte digitali

rinvenute su una scena del crimine e confrontarle

in modo automatico con tutte quelle presenti

negli archivi delle forze dell’ordine italiane e

non, al fine di velocizzare e rendere più efficiente

un’indagine in corso.

Con tutto questo ci dobbiamo ricordare che

il lavoro svolto da questi reparti è di estrema

importanza per l’attività investigativa, ma non

è sufficiente, a differenza di quanto ci mostra la

televisione, a concludere un caso: l’istinto e la

logica della mente umana (in questo caso degli

investigatori) non può essere oggi (e forse mai)

soppiantata da esami scientifici.

Febbraio 2008 - 2 I soliti ignoti Magazine ©

Nicola Sartini

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