n. 1 - 2012 - Servizio di hosting - Università degli Studi Roma Tre

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n. 1 - 2012 - Servizio di hosting - Università degli Studi Roma Tre

P Periodico eriodico di Ateneo

Anno XIV, n. 1 - 2012

“CREATIVE ACTS”

LA CREATIVITÀ NEL QUOTIDIANO

Il giardino giard g

dino in un motore motoore

L’orto in una bomba bbomba


Sommario

Editoriale 3

Primo piano

Riformulare il mondo

La creatività come misura del vivere umano

di Paolo Apolito

5

Intelligenze creative

Il comportamento intrinsecamente innovativo

dell’animale umano

di Paolo D’Angelo

7

Creatività: teorie e ricerche

di Anna Lisa Tota

10

Si può educare alla creatività? 14

L’importanza del fattore creativo nei processi formativi

di Gilberto Scaramuzzo

Genio e creatività

Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna

di Roberto Mignani

17

Creativi culturali per un mondo migliore

I sorprendenti risultati di ricerche sociologiche

internazionali sulla cultura olistica emergente

di Enrico Cheli

20

Cinema e diversità culturale

Il XVII convegno internazionale di studi

cinematografici promosso dal Di.Co.Spe.

di Marco Maria Gazzano

23

La doppia stella di Leonardo Sinisgalli

L’uomo che voleva «spiegare le macchine agli

ingegneri e ai poeti»

di Michela Monferrini

26

Libertà scalza

La forza creativa della corsa a piedi nudi

di Corrado Giambalvo

28

Ritagli

Se il futuro del libro è l’opera d’arte

di Michela Monferrini

31

Una bottega a regola d’arte

La differenza fra prodotto industriale e creazione

artigianale

di Arianna Scarozza

33

Irena Sendler: l’angelo del ghetto di Varsavia

di Gaia Bottino

35

Recitare: professione o scelta di vita? 38

Il punto di vista di un giovane attore tra aspirazioni e

difficoltà

di Francesca Gisotti

Avvolta nel mio respiro

di Adriana Mattorre

40

Incontri

Wu Ming. «Trasparenti verso i lettori, opachi verso i media» 42

di Alessandra Ciarletti

Roberto Vecchioni. I colori del buio

di Alessandra Ciarletti

45

Silvia Makita. «Wabi sabi: il bello che invecchia»

di Valentina Cavalletti

47

Gualtiero Marchesi. L’alchimia dell’intuizione

di Alessandra Ciarletti

49

Reportage

«Creare è resistere e resistere è creare» 51

Creatività come movimento e adattamento

di Cinzia Delorenzi

Arte con todos 54

Lezioni di creatività dalla periferia

della Gran Buenos Aires

di Gianni Tarquini

Rubriche

Popscene 58

Ultim’ora da Laziodisu 60

Non tutti sanno che… 61

Recensioni

Il futuro ha un cuore antico?

Il vintage high tech dei libri volanti di Mr Lessmore

di Paolo Di Paolo

64

Information is beautiful

La creatività dei dati, ovvero la percezione

è comprensione

di Francesco Martellini

65

Roma Fringe Festival

Arriva in Italia la più grande rassegna di teatro off

di Francesca Gisotti

67

Dio c’è… e va in macchina

L’Accademia Arte nel cuore in scena

al Teatro Olimpico

di Arianna Scarozza

68

Il silenzio fa rumore

The artist e il ritorno del film muto

di Michela Scoccia

69

Periodico dell’Università degli Studi Roma Tre

Anno XIV, numero 1/2012

Direttore responsabile

Anna Lisa Tota

(Professore straordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi)

Caporedattore

Alessandra Ciarletti

Vicecaporedattore e segreteria di redazione

Federica Martellini

r3news@uniroma3.it

Redazione

Ugo Attisani, Gaia Bottino, Valentina Cavalletti, Gessica Cuscunà, Paolo Di

Paolo, Irene D’Intino, Indra Galbo, Francesca Gisotti, Elisabetta Garuccio Norrito,

Michela Monferrini, Monica Pepe

Hanno collaborato a questo numero

Paolo Apolito (professore ordinario di Antropologia culturale), Enrico Cheli

(docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, Università degli

Studi di Siena), Paolo D’Angelo (professore ordinario di Estetica), Cinzia Delorenzi

(danzatrice e coreografa), don Pino Fanelli (assistente spirituale Facoltà

di Economia e Facoltà di Scienza Politiche), Gianpiero Gamaleri (presidente

Adisu Roma Tre) Marco Maria Gazzano (professore associato di Storie e teorie

del cinema, delle arti elettroniche e dell’intermedialità), Corrado Gianbalvo

(istruttore della Federazione italiana di atletica leggera, coordinatore del Fivefingers

tester team e special project manager della Vibram), Francesco Martellini,

Adriana Mattorre (studentessa Facoltà di Lettere e Filosofia), Roberto

Mignani (professore associato di Fisica teorica), Gilberto Scaramuzzo (coordinatore

del MimesisLab - Laboratorio di pedagogia dell’espressione, Dipartimento

di Progettazione educativa e didattica), Arianna Scarozza (studentessa

del CdL in Scienze politiche e relazioni internazionali), Michela Scoccia (studentessa

del CdL in Scienze politiche e relazioni internazionali), Gianni Tarquini

(specializzato in Storia e in cooperazione internazionale)

Immagini e foto

Nadia Angelucci, Semira Belkhir, M. Borchi, Cristina Chichi, Veronica D’Auria,

Andrew Hosner, Federico Perez Losada, Azzurra Primavera, Daniella Rosário,

Gianni Tarquini, Siamack Tofighbakhsh, Eleonora Vasco, www.enricocheli.com,

www.misterrob.co.uk, www.informationisbeautiful.net, host.uniroma3.it/laboratori/mimesislab,

www.vecchioni.org

Progetto grafico

Magda Paolillo

Conmedia s.r.l. - Via Ippolito Nievo, 62 - Roma

www.conmedia.it

Il progetto grafico della copertina è di Tommaso D’Errico

Impaginazione e stampa

Tipografia Gimax di Medei Massimiliano

Via Valdambrini, 22 - 00058 Santa Marinella (RM) - tel. 0766 511644

In copertina

Un piccolo giardino ricavato nel vano motore di un’automobile, Vancouver e

coltivazione di ortaggi nel container di una cluster bomb, Phonsavanh, Laos

(foto di Elizabeth Briel)

Finito di stampare

maggio 2012

ISSN: 2279-9192

Registrazione Tribunale di Roma

n. 51/98 del 17/02/1998


“Creative acts”: la creatività nel quotidiano

di Anna Lisa Tota

Anna Lisa Tota

«Chiamatelo come

volete, esso è il

sentimento che noi

abbiamo di essere

creatori delle nostre

intenzioni, delle

nostre decisioni,

dei nostri atti, e

con ciò delle nostre

abitudini, del nostro

carattere, di

noi stessi. Artigiani

della nostra vita,

artisti [...].»

(Bergson 1934,

sul concetto di

élan vital)

Abbiamo scelto in questo numero un’immagine di

copertina e un titolo un po’ particolari per parlarvi di

creatività. Le due foto, scattate rispettivamente in

Canada e in Laos, propongono due adattamenti secondari:

un giardino in auto e un orto in una bomba.

Sia la vecchia automobile in disuso, sia l’involucro

della bomba sono infatti reintegrate nell’ordine del

quotidiano attraverso un atto di immaginazione

creativa. Un cittadino di Vancouver decide di rimuovere

il motore alla sua vecchia auto e di trasformarla

così in un mini-giardino che contribuisce al verde

cittadino. La bomba, invece, diventa un piccolo orto,

un vaso in cui far crescere e germogliare i semi

di varie piante ornamentali e commestibili. Un oggetto

pensato e costruito per seminare morte e distruzione,

diventa così nella rivisitazione di una famiglia

del Laos uno splendido e originale vaso per

le piante. Un segno che la vita dopo la guerra può riprendere

il suo incessante fluire, un segno che alla

fine il messaggio della distruzione non può prevalere

sull’istinto della vita.

Creative acts è un modo per parlare di

creatività nel quotidiano, di coniugare il

pensiero creativo ad una possibilità

estesa a tutti noi e non ad una

prerogativa esclusiva di pochi individui,

eccellenti e geniali

Creative acts è quindi un modo per parlare di creatività

nel quotidiano, di coniugare il pensiero creativo

ad una possibilità estesa a tutti noi e non ad una prerogativa

esclusiva di pochi individui, eccellenti e geniali.

Noi viviamo in una cultura chirografica, come

direbbe Ong, (che conosce cioè i sistemi di scrittura).

In questo tipo di culture l’innovazione è di per sé un

valore, sostanzialmente perché innovare costa poco e

quindi la comunità può permetterselo. Nelle società

contemporanee occidentali il valore della tradizione

è costantemente rimesso in gioco dai processi di innovazione

culturale, tecnologica e sociale. In tali

contesti la creatività è di per sé un valore, perché permette

il proliferare di idee e di soluzioni nuove, perché

permette di perseguire il mito dell’evoluzione

continua e del progresso incessante. Il termine creatività

è fortemente polisemico e rimanda ad accezioni

molto diverse fra loro. Le prospettive teoriche e le ricerche

empiriche che si sono occupate di creatività

sono molteplici: molti contributi pubblicati in questo

numero sono rivolti proprio a fornire una rassegna

ampia e dettagliata di tutti i possibili sguardi sul fenomeno

“creatività”. Un fenomeno peraltro che è al

centro di un’attenzione sempre crescente: dai festival

della creatività - di cui si parla in uno degli articoli

che vi proponiamo - alle TED Conferences (Techno-

Bombe trasformate in fioriere, Laos. Si calcola che in Laos siano

state sganciate almeno 1,4 milioni di tonnellate di ordigni tra il

1964 e il 1973. Questa e l’immagine di pagina seguente documentano

come i laotiani abbiano saputo reinventare una quotidianità

profondamente segnata dalla guerra


4

Container di cluster bomb usati come supporti di palafitte destinate allo stoccaggio del riso

logy, Entertainment and Design) nate negli anni Novanta

in California, dove in ben diciotto minuti le

menti più brillanti e creative del mondo espongono le

loro idee, messe poi a disposizioni di tutti on line. La

prospettiva implicata dalle TED è che le idee geniali

e creative debbano essere diffuse sull’intero pianeta e

che, al contempo, in quanto mediate attraverso il

contenitore TED, istituiscano a loro volta nuove basi

di distinzione e diseguaglianza sociale (partecipare

ad una TED, infatti, per esporre le proprie idee nei

fatidici 18 minuti costa soltanto 7500 dollari… ).

In qualche modo il piccolo gesto creativo nel quotidiano

e le TED sembrano essere fenomeni agli antipodi,

quasi a rappresentare i due estremi attraverso

cui guardare le manifestazioni del fenomeno creatività

nelle società contemporanee. Tuttavia, fra tutte le

accezioni possibili, quella che più ci è cara allude alla

creatività come fenomeno diffuso, si riferisce proprio

alla creatività di tutte quelle azioni, quei pensieri

e quelle parole che paiono dotati di un’intensità un

po’ speciale. Sono pensieri, parole e corsi di azione

che condividono la caratteristica di essere “pacificamente

rivoluzionari”. Attivano con la loro presenza

una serie di mutamenti rispetto allo status quo che altrimenti

non avrebbero potuto avere luogo. In questo

senso la creatività è una qualità processuale, propria

di quelle inter-azioni che sono al contempo “condizioni

sufficienti e necessarie” perché qualcosa di

nuovo e di diverso accada nel mondo.

Talora sono piccoli segni come una bomba trasformata

in fioriera o uno pneumatico di camion trasformato

in un’altalena per bambini oppure un mazzo di

fiori dipinto su un muro di un tunnel per commemorare

la morte di un amico. Talora sono invece grandi

azioni che hanno mutato il destino di molte persone,

come il bellissimo caso di Irena Sendler. Come emblema

di “creative acts” vorremmo proporvi proprio

la sua biografia: una giovane donna che con un atto

di invenzione creativa salva dal ghetto di Varsavia

2500 neonati e bambini, destinati altrimenti a morire

Fra tutte le accezioni possibili, quella che

più ci è cara si riferisce alla creatività di

tutte quelle azioni, quei pensieri e quelle

parole che paiono dotati di un’intensità un

po’ speciale, che condividono la

caratteristica di essere “pacificamente

rivoluzionari”. In questo senso la

creatività è una qualità processuale,

propria di quelle inter-azioni che sono al

contempo “condizioni sufficienti e

necessarie” perché qualcosa di nuovo e di

diverso accada nel mondo

nella follia dei campi di concentramento. Le azioni

creative sono dunque quelle, piccole o grandi, che rivoluzionano

pacificamente il mondo, sono quelle che

lasciano il segno nella vita di chi le compie e in quella

di tutti coloro che ne sono testimoni. Alla memoria

di Irena dunque è dedicato questo numero e il mio

editoriale, e a tutti voi naturalmente che con piacere

continuate a dedicarci la vostra attenzione e il vostro

interesse.


Riformulare il mondo

La creatività come misura del vivere umano

di Paolo Apolito

Quando nel secondo

dopoguerra la ristrutturazione

capitalista

penetrò saldamente in

Picacicaba, regione

agraria brasiliana nota

per la canna da zucchero,

un esercito di

manodopera a buon

Paolo Apolito

mercato, i bóia-frias,

espulso dai processi produttivi precedenti, si trovò

a fare l’esperienza del lavoro delle piantagioni, a

“cadere nella canna” come si diceva: lavoro faticosissimo,

ritmi forsennati, senso di precarietà

estrema, scomparsa dei vecchi riferimenti del lavoro

contadino precedente e di ogni nuova prospettiva

di miglioramento. Spaventapasseri in lunghi

abiti protettivi di lavoro, venivano raccolti

all’alba dai caporali nelle cittadine che punteggiavano

l’immenso panorama delle piantagioni di

canna da zucchero e là ricondotti al tramonto dopo

una insensata giornata passata a tagliare canna, accatastare

steli, bruciare fogliame secco. Ma “insensata”

non è parola adeguata. L’antropologo

John Dawsey si fece ingaggiare come “bóia-fria”

nel 1980 per studiare dall’interno la condizione di

questi ex contadini non del tutto proletari, scoprendo

la loro quotidiana costruzione di un mondo

di senso. Paradossale senso, quasi carnevalesco,

fuso e confuso in un incessante clima di “stanchezza

fisica e nervosa”. I bóia-frias “caduti nella

canna”, facevano tutti i giorni teatro della e con la

loro vita, un contro-teatro riflessivo. Tra trasognata

e feroce autoironia e stuporoso e aggressivo sarca-

Gli antropologi hanno studiato molti

esempi, negli angoli più vari della Terra, di

questo “potere degli ultimi” di non subire

il senso da un pensiero unico imposto dalla

logica del capitale finanziario, di

riscriverlo secondo una possibilità

comunitaria di dirsi altre “verità”,

raccontarsi altre storie

smo verso tutti gli altri, i bóia-frias mostravano a

Dawsey una speciale forza creativa di stravolgimento

agito nei loro comportamenti quotidiani del

mondo umanamente insensato nel quale si trovavano

a vivere. Gli antropologi hanno studiato altri

esempi negli angoli più vari della Terra di questo

“potere degli ultimi”, là dove il capitalismo nelle

sue forme più violente e recenti ha fatto e sta facendo

la sua marcia apparentemente trionfale. Potere di

non subire il senso da un pensiero unico imposto

dalla logica del capitale finanziario, di riscriverlo

secondo una possibilità comunitaria di dirsi altre

“verità”, raccontarsi altre storie. Potere di resistere

ai processi di alienazione che sembrerebbero inevitabili

sulla falsariga di ciò che avvenne nelle città

europee alla nascita del capitalismo industriale.

Certo è ben magro il bottino dell’invenzione di un

senso del mondo che ne confermi le ingiustizie

reali. Forse perché non può fare altro, in attesa o

scomparso del tutto il “sole dell’avvenire”, o forse

perché non fa altro proprio in quanto si attarda a

inventare mondi carnevaleschi. Di fatto esperienze

come quelle che nelle situazioni estreme ri-umanizzano

in modi paradossali un mondo dis-umano,

dicono della creatività come misura del vivere

umano in generale.

Certo è ben magro il bottino della

invenzione di un senso del mondo che ne

confermi le ingiustizie reali. Forse perché

non può fare altro, in attesa o scomparso

del tutto il “sole dell’avvenire”, o forse

perché non fa altro proprio in quanto si

attarda a inventare mondi carnevaleschi

Agli esseri umani non basta il mondo così com’è.

Soprattutto nelle situazioni estreme di sopravvivenza,

ma anche nelle più normali condizioni, gli

esseri umani vanno oltre i limiti del mondo in cui

vivono, non lo accettano per com’è e lo riformulano.

Essi costruiscono il mondo in cui vivono,

non lo deducono semplicemente dalle condizioni

ecologiche esistenti, e gli danno un senso. Fossero

api, fossero rondini, se ne starebbero là dove si

trovano a vivere la loro vita, adattati all’ambiente

o spazzati via da esso. Ma sono esseri umani e

possono vivere solo se danno al mondo un senso

condiviso e così lo abitano, vi agiscono dentro, se

lo spiegano e raccontano. Per questo essi, partiti

millenni fa dall’Africa, hanno popolato la superficie

intera della Terra, angolo per angolo o quasi,

subendo solo in parte le condizioni ambientali, in

ampia parte invece modificandole a proprio vantaggio

(almeno provvisoriamente tale). O meglio,

a vantaggio del senso che essi attribuivano a quel-

primo piano

5


6

le condizioni. È per questo che nello stesso ambiente

ecologico diverse popolazioni si sono trovate

a costruire culture diverse, con forme di

adattamento diverse, di impiego alternativo di risorse

ecologiche e materiali e di organizzazione

sociale. Non solo. Hanno anche immaginato diverse

idee di se stessi e degli altri – cioè una propria

antropologia – che non era specchio fedele

della natura, al contrario mirava a modificarla,

poiché le definizioni di umano che si davano, li

spingevano ad esempio a non accettare passivamente

che ci si trovasse per nascita peli sul viso, e

allora a tagliarli via perché il volto di un uomo

doveva esserne privo, o a non contentarsi della

grana uniforme e indifferenziata della pelle, su

cui bisognava tatuare linee grafiche che risaltassero

in disegni significativi, o della foggia del cranio

che ci si trovava alla nascita – o dei piedi o

delle labbra o delle orecchie – che andava mutata,

a costo di pazienza e dolore, in quanto la forma

umana non era, non doveva essere, quella avuta

per “natura”, bensì quella pensata e forgiata tra

umani. E la stessa nascita biologica da sola non

bastava, non basta, ad essa andava aggiunta una

nascita sociale, un qualche battesimo culturale,

oppure l’ingresso nell’età adulta doveva essere

netto, non biologicamente lento, per cui quando

era tempo di assumersi responsabilità sociali, avviare

una propria famiglia, assumere il rango opportuno,

occorreva passare per un “lavoro” rituale

di trasformazione della materia biologica che era

il non-ancora-uomo e farne un già-uomo.E persino

la morte biologica non era, non è la morte vera,

se ad essa va aggiunta la morte che il rito fa

compiere al cadavere biologico. Proprio in questi

spazi liminali del ritual work la creatività umana

collettiva ha impiegato l’intero suo gioco di ricreazione

del mondo, poiché diversamente dall’idea

corrente di rituale come ripetizione immobile

su se stessa, come stampo fermo per un processo

seriale che punti a bloccare il dinamismo delle cose,

esso è l’attività di continuo riadattamento al

mutamento e - si potrebbe parafrasare Emilio Garroni,

recentemente riproposto da Paolo Virno – di

applicazione creativa della regola generale alle

singole contingenze.

Lavoro quotidiano dei bóias-frias nei campi

C’è stata una stagione recente di Urgent Anthropology,

antropologia come intervento urgente di conservazione

di forme culturali minacciate di scomparsa.

Importante tentativo di porre argini a una ristrutturazione

del globo terrestre indifferente alla

distruzione di ricchezze e varietà culturali, perché

è innegabile e inquietante la scomparsa in pochi

decenni di migliaia di lingue e di forme di vita. Ma

la prospettiva che dietro l’Urgent Anthropology faceva

sospettare una crescente e definitiva omologazione

culturale si è rivelata parziale. Centinaia di

milioni di persone si muovono nella nostra epoca, e

ancor di più si muovono idee e manufatti, che però

non desertificano terreni culturali invasi, ma favoriscono

uno straordinario meticciamento creativo

del mondo: incorporazione di aspetti ed eventi globali

in innumerevoli storie di localizzazione diverse

e mutevoli, e adattamento trasformativo del proprio

mondo locale anche attraverso un prodigioso

mantenimento di un tessuto connettivo di relazioni

sociali vive pur dentro i processi di trasformazione.

Il mondo è sempre stato meticcio e che ciò

che impedisce uno sguardo retrospettivo

che colga il continuo adattamento creativo

della storia umana all’incontro e alla

compresenza di diversità, è inforcare gli

occhiali dell’identità per leggere le vicende

umane

Riflettendo a partire dal presente, si scopre che il

mondo è sempre stato meticcio e che ciò che impedisce

uno sguardo retrospettivo che colga il continuo

adattamento creativo della storia umana all’incontro

e alla compresenza di diversità, è inforcare

gli occhiali dell’identità e dell’autenticità per

leggere le vicende umane. Lo stesso termine “meticcio”,

che richiama una condizione spuria, non

originaria, è dentro questi occhiali. Inforcando gli

occhiali della relazione invece, si scopre che la vicenda

umana non è mai stata chiusa dentro confini,

poiché è perenne creazione adattiva più o meno

lenta sulle zone di contatto.


Intelligenze creative

Il comportamento intrinsecamente innovativo dell’animale umano

di Paolo D’Angelo

Dal 2006 si tiene a Firenze,

ogni autunno, il

festival della creatività.

Non c’è da stupirsene,

anche se di primo acchito

fa un po’ impressione

l’accostamento tra

la creatività (che siamo

abituati a immaginare

connessa con l’imprevedibilità,

l’estro e anche

la stravaganza) e

qualcosa di ritualizzato

Paolo D’Angelo

come un festival, con le

sue scadenze annuali, la corse ad accaparrarsi gli

ospiti più noti, le anticamere degli organizzatori in

Comune e Regione. Al confronto, i festival di letteratura,

filosofia, economia, archeologia, diritto – ormai

ci sono festival per ogni ramo del sapere – ci appaiono

più scontati. Però, se andiamo a vedere i programmi,

anche il festival della creatività è abbastanza

prevedibile. Ci sono gli psicologi e i filosofi che

parlano di creatività, poi ci sono gli artisti, per lo più

provenienti dal mondo dello spettacolo, ma anche da

quello della letteratura e delle arti visive; ci sono gli

scienziati, sempre gli stessi per non rischiare di annoiare

il pubblico, e naturalmente ci sono gli stilisti e

i pubblicitari.

Fino al Settecento la conoscenza è stata

pensata come rispecchiamento dell’ordine

delle cose e come adeguamento ad esso;

parallelamente il linguaggio è stato

considerato essenzialmente come una

nomenclatura: le parole seguono le cose,

come se queste fossero già lì e attendessero

solo di essere nominate. In modo simile,

per due millenni l’arte è stata considerata

in primo luogo come imitazione, bella

perché era bello ciò che rappresentava

Insomma, non si deve necessariamente essere creativi

per fare un festival sulla creatività. Però il festival

ci dice subito molto, magari involontariamente, su

come intendiamo oggi la creatività. Intanto ne presenta

una immagine polverizzata, dove ognuno è

creativo a modo suo; poi non fa nulla per evitare il

mix tra “alto” e “basso”. Gli scienziati famosi sfilano

accanto ai pubblicitari e ai presentatori televisivi, ma

ci sono sempre gli artisti per chi vuole un po’ di enfasi

sull’essere creativi. In effetti il discorso sulla

creatività è oggi ubiquo. Sappiamo per certo che

debbono essere creativi gli scienziati e gli artisti, ma

anche gli imprenditori; gli stilisti e i pubblicitari (non

sono loro i “creativi” per antonomasia?). Non ci ripetono

ogni giorno che salvezza deve venire dall’innovazione?

C’è voluto un grandissimo sforzo di

pensiero per arrivare ad una

concezione costruttiva della

conoscenza: nella quale il nostro

intervento non si limita a prendere atto

del modo in cui le cose sono, ma

concorre a strutturare il mondo

In effetti, non è strano che creatività e attualità vadano

a braccetto. In fondo la “creatività” è un concetto

recente, molto più recente di altri concetti fondamentali.

Pare che il termine non abbia più di un secolo di

vita, e sembra – e ammetterete che anche questo è un

segno significativo – che la sua prima occorrenza sia

stata in lingua inglese. Di quante altre idee o concetti

possiamo dire lo stesso? Per molto tempo, del concetto

di creatività si è fatto a meno, e i termini “creazione”

e “creare” sono stati riservati alla divinità.

Certo, a partire dal Rinascimento è accaduto che si

dicesse che un poeta “crea” e si sono usati termini

che con creatività hanno certamente una parentela

(ingegno, wit, esprit de finesse); ma la nozione precisa

di creatività è nata solo all’inizio del Novecento.

Infatti per lunghissimo tempo è stato difficile riconoscere

proprio quel carattere innovativo e costruttivo

dell’agire e del conoscere umano che oggi ci appare

tanto familiare da poterlo celebrare nei festival. La

conoscenza è stata pensata, a partire dal mondo antico

e fino al Settecento come rispecchiamento dell’ordine

delle cose e come adeguamento ad esso; parallelamente

il linguaggio è stato considerato essenzialmente

come una nomenclatura: nella concezione referenzialista

le parole seguono le cose, come se queste

fossero già lì e attendessero solo di essere nominate.

In modo simile, per due millenni l’arte è stata

considerata in primo luogo come imitazione, bella

perché era bello ciò che rappresentava.

C’è voluto un grandissimo sforzo di pensiero per arrivare

ad una concezione costruttiva della conoscenza,

una concezione nella quale il nostro intervento

non si limita a prendere atto del modo in cui le cose

7


8

sono, ma concorre a strutturare il mondo. E ancora

più tardi si è arrivati a comprendere che il linguaggio

non si limita a rispecchiare un mondo dato ma contribuisce

a organizzarlo. Questo lungo processo è

sembrato sfociare, all’inizio del secolo scorso, in una

vera e propria apoteosi della creatività. Anche se il

termine non era ancora apparso, le filosofie della vita,

e in modo eminente la filosofia di Bergson, hanno

cercato di dare fondamento ad una concezione che

vedeva il mondo come innovazione continua, continua

produzione di forme nuove. È l’idea di una evoluzione

creatrice, come suona il titolo di quella che è

probabilmente l’opera più famosa del filosofo francese.

Ma anche in Italia, negli stessi anni, Benedetto

Croce aveva in fondo la stessa preoccupazione: salvaguardare

la continua diversità delle cose, opporsi

ad una visione statica e meccanica, sottolineando la

continua innovazione che ha luogo nel conoscere, ma

anche nel parlare e nell’agire dell’uomo. L’idea abbastanza

famigerata del carattere poetico del linguaggio,

sostenuta da Croce, voleva proprio accentuare

l’aspetto per il quale il linguaggio è continua produzione

di forme nuove (nessuna parola è veramente

eguale all’altra), a detrimento di tutto ciò che nel linguaggio

è struttura, regola, codice. Il limite evidente

Tre ghepardi ed una gazzella in un insolito momento di gioco:

anche gli animali superiori sono capaci di innovazioni nel proprio

comportamento, ma si tratta sempre di episodi saltuari e

spesso eccezionali

di queste concezioni era proprio il fatto di intendere

la creatività come opposta all’intelletto, alla regola,

ai vincoli. Si è creativi – questo il presupposto di tali

filosofie – liberandosi dalle regole, superando i vincoli

e annullandoli.

Il comportamento umano è

intrinsecamente, ineliminabilmente

creativo: non per nulla la storia

dell’animale umano è una storia

continua di innovazioni, cioè di

comportamenti creativi

Questo mito della creatività può diventare pericoloso.

La psicologia e la filosofia del Novecento, nelle

loro ricerche più avvertite, hanno fatto giustizia di

quanto di semplicistico si nascondeva nella esaltazione

incontrollata della creatività. Per esempio si è fatta

strada una concezione graduale della creatività,

non più vista come uno spartiacque assoluto tra comportamento

umano e comportamento degli animali

non umani. Oggi sappiamo che anche gli animali superiori

sono capaci di innovazioni nei loro comportamenti,

e possono mettere in campo atteggiamenti innovativi

quando si tratta, per esempio, di escogitare

nuove strade per giungere al cibo.

E tuttavia sembra che un discrimine rimanga, ed è un

discrimine che proprio la parola creatività può aiutarci

a nominare. Infatti quello che nell’animale non

umano è un comportamento saltuario e in taluni casi

eccezionale, diventa nell’uomo la regola, la cifra più

caratteristica del suo comportamento. Il comportamento

umano è intrinsecamente, ineliminabilmente

creativo. L’uomo articola e mette in discussione il

proprio patrimonio di regole e principi, applicandolo

in modo costruttivo e non meccanico. Non per nulla

la storia dell’animale umano è una storia continua di

innovazioni, cioè di comportamenti creativi.

Il linguaggio è creativo in ogni singolo

stadio del suo sviluppo, ma non contro

e nonostante le regole, ma proprio

grazie ad esse

In qualche misura, si tratta di una concezione addirittura

opposta a quella che sta dietro l’idea di un festival

della creatività: non più una dote isolata ed eccezionale,

padroneggiata solo da individui fuori dell’ordinario

(che è ancora, sorprendentemente, l’idea di creatività

che ritrovate per esempio nel libro di Howard Gardner

Intelligenze creative, dove creativi sembrano solo individui

fuori dall’ordinario come Einstein, Freud, Picasso,

Eliot o Gandhi), ma al contrario un tratto comune,

anzi, il tratto più specifico dell’essere umano.

Questa concezione della creatività, che si trova

esemplarmente teorizzata in uno scritto del filosofo


Chi non ha mai giocato a interpretare la forma delle nuvole, immaginandovi le figure più disparate? Creativi lo siamo tutti, fin dal momento

in cui iniziamo a parlare. E forse anche da prima

italiano Emilio Garroni, ripubblicato l’anno passato

(era stato scritto una trentina di anni fa, ma è proprio

il caso di dire che non dimostra i suoi anni)

impone però di superare alcuni luoghi comuni particolarmente

radicati, primo fra tutti quello che abbiamo

segnalato, e cioè l’antitesi tra creatività e intelligenza,

e tra creatività e regole. Ancora una volta,

è proprio pensando

a quel che

accade nel linguaggio

che ci

possiamo rendere

conto di quanto

sia errata questa

opposizione. Il

linguaggio umano

è certamente una

delle sedi privilegiate

della creatività

umana, cioè

della sua capacità

di innovazione.

Che lo sia sul piano

diacronico è

evidente, perché

In Intelligenze creative di Howard

Gardner creativi sembrano solo individui

fuori dall’ordinario come Einstein,

Freud, Picasso, Eliot o Gandhi,

ma al contrario la creatività è un tratto

comune, anzi, il tratto più specifico

dell’essere umano

le lingue non stanno

mai ferme, si

evolvono, si trasformano

fino a

diventare altre lingue;

ma è altrettanto

chiaro che il

linguaggio è creativo anche in ogni singolo stadio

del suo sviluppo, perché ogni parlante a partire da

un numero finito di lemmi e di regole può produrre

una infinità di enunciati diversi. Ma può farlo non

contro e nonostante le regole, ma proprio grazie ad

esse. Una lingua completamente agrammaticale, o

una nella quale le parole mutino significato a piacimento,

come voleva Humpty Dumpty di Alice nel

paese delle meraviglie, è impensabile come un ferro

di legno. Croce

aveva torto

nel credere che

il linguaggio

fosse solo creazione,

ma non

meno torto aveva

Barthes

quando scriveva

che il linguaggio

è autoritario perché

obbliga a

dire. Gli organizzatori

del festival

di Firenze

hanno dunque

un’ampia scelta,

perché creativi

lo siamo tutti,

fin dal momento

in cui iniziamo a

parlare. E forse

anche da prima.

Il saggio di Emilio Garroni sulla creatività,

scritto trenta anni fa e ripubblicato

di recente da Quodlibet, supera il luogo

comune dell’antitesi fra creatività e

regole 9


10

Creatività: teorie e ricerche

di Anna Lisa Tota

In un numero

dedicato alla

creatività ci

pareva importante

dare

conto anche

degli studi

teorici e delle

ricerche empiriche

che le

scienze sociali

negli ultimi

decenni hanno

elaborato su

Anna Lisa Tota

questo tema.

In questo contributo

vi proponiamo quindi una rassegna –

speriamo utile – degli studi disponibili.

Gli studi sulla creatività sono

interdisciplinari: negli ultimi decenni

si sono confrontati su questo tema

psicologi e psicoanalisti, sociologi della

cultura e sociologi della scienza,

antropologi, filosofi sociali e studiosi di

economia

All’interno delle scienze sociali la creatività è

diventata un ambito di ricerca specifico in tempi

relativamente recenti, grazie soprattutto al contributo

di psicologia e psicoanalisi che, pur nella

differenza delle prospettive, tendono a focalizzare

l’attenzione sul rapporto tra caratteristiche

della personalità soggettiva e propensione

all’atto creativo. In sociologia l’interesse per

questo tema si è articolato principalmente lungo

due dimensioni: la riflessione sulla creatività all’interno

delle teorie dell’azione sociale, lo studio

della creatività simbolica in riferimento all’immaginario

e all’arte. Il comune humus filosofico

da cui derivano i vari approcci che si succedono

nell’analisi di questo concetto, può essere

fatto risalire a molteplici correnti filosofiche:

la riflessione di Stirner e di Ortega y Gasset sul

vitalismo, quella storicistico-attualistica di derivazione

crociana, l’etica dei valori e del genio

di Bergson e di Scheler, l’analisi di Sartre sul

rapporto tra immaginazione e percezione.

Gli studi sulla creatività sono interdisciplinari:

negli ultimi decenni si sono confrontati su questo

tema psicologi e psicoanalisti, sociologi della

cultura e sociologi della scienza, antropologi,

filosofi sociali e studiosi di economia (come ad

esempio Richard Florida (2002) con il suo noto

concetto di “creative class”).

I primi studi sistematici sulla

creatività risalgono nel Novecento

all’approccio psicoanalitico di

derivazione freudiana, che indaga il

fenomeno, analizzando le motivazioni

inconsce e profonde a cui la creazione

artistica soggiace

I primi studi sistematici sulla creatività risalgono

nel Novecento all’approccio psicoanalitico

di derivazione freudiana, che indaga il fenomeno,

analizzando le motivazioni inconsce e profonde

a cui la creazione artistica soggiace. L’interpretazione

psicoanalitica istituisce una relazione

tra impulso artistico alla creazione e istinto

della libido: l’artista, a causa dei suoi bisogni

istintivi, è incapace di accontentarsi della realtà

e si rivolge al mondo della fantasia. Attraverso

la capacità di sublimazione, che è essenzialmente

un meccanismo di difesa, egli trasforma le

sue pretese irrealistiche in scopi raggiungibili.

Secondo Freud quindi, la creazione è un’attività

derivata dalla deviazione della libido rispetto

agli oggetti originari; il processo di sublimazione

serve all’artista per spostare l’energia libidica

su mete socialmente desiderabili.

Lo studio delle dinamiche del profondo continua

a caratterizzare anche gli studi successivi

che si collocano nel filone freudiano (ad esempio,

Klein, 1929; Chasseguet-Smirgel, 1971). In

particolare Chassaguet-Smirgel introduce nel

modello kleiniano la distinzione tra due tipi di

atti creativi: quelli volti a riparare l’oggetto e

solo indirettamente il soggetto e quelli che riparano

direttamente il soggetto. L’opera che deriva

dal processo creativo sarebbe in questo senso

un prodigioso doppio dell’artista, rifletterebbe

cioè lo stile psichico del creatore.

Le teorie della Ego-Psychology (Kris, 1952;

Kubie, 1958) invece rappresentano una svolta


decisiva rispetto all’impostazione psicoanalitica,

in quanto introducono il concetto di ego-regressione

che sottolinea la funzione di controllo

dell’io sul processo primario. Anche Arieti

(1979) definisce la creatività come un processo

terziario derivante dalla compresenza di processi

di tipo primario (come quelli tipici del sogno

e delle psicopatologie) e secondario (come la

logica comune).

Guilford in due ricerche successive nel

1954 e nel 1961 individua

fattorialmente la distinzione tra

pensiero divergente e convergente che

è sintetizzata dai cinque fattori di

divergenza: fluidità o fluenza,

flessibilità spontanea, flessibilità

adattiva, originalità ed elaborazione

Oltre all’approccio psicoanalitico, il tema della

creatività è ampiamente studiato anche dalla psicologia.

Gli aspetti più indagati sono: da una parte,

la personalità creativa definita come sindrome

positiva, rispetto alla quale si elencano serie di

sintomi in grado di individuare lo stato (Barron,

Welsh, 1951); dall’altra, il processo di creazione

ideativa, rispetto al quale si elencano le fasi cruciali

corrispondenti a particolari stati emotivi o

cognitivi attraversati dal soggetto. Si collocano in

questo filone il contributo della Gestalttheorie

(Duncker, 1935; Wertheimer, 1945), quello degli

associazionisti (Mednick, 1962) e quello dei fattorialisti

che si rifanno alla teoria del pensiero divergente

(Guilford, 1967).

I contributi della psicologia umanistica rientrano

nel primo tipo di teorie, quelle che indagano la

personalità creativa. Secondo gli psicologi umanisti,

la creatività è una caratteristica costitutiva del-

l’essere umano in genere, piuttosto che una qualità

riservata a pochi. Fromm (1959) definisce il

processo vitale come un processo di nascita continua,

di creazione appunto. Gli psicologi umanisti

propongono definizioni di creatività che richiamano

questo aspetto di qualità dell’esperienza ordinaria:

essa è equilibrio realizzato tra crescita e

difesa (Maslow, 1962), apertura all’esperienza

(Rogers, 1969), forza che spezza le strutture ordinarie

dell’esperienza (Barron, 1968).

Mentre l’approccio psicoanalitico ha studiato le

componenti affettive dei processi creativi, i cognitivisti

considerano determinanti le componenti

cognitive. Come nel caso degli psicologi

umanistici, anche i cognitivisti studiano il processo

creativo in generale e non soltanto quello

di creazione artistica. All’interno di tale approccio

possiamo distinguere diverse teorie per la

spiegazione delle componenti cognitive: mentre

gli psicologi della Gestalt (Duncker, 1935) parlano

di improvvisa ristrutturazione del campo

ed elaborano la nozione di «pensiero produttivo»

(Wertheimer, 1945), gli psicologi associazionisti

parlano di capacità di formare nuovi

elementi ideativi (Mednick, 1962). I fattorialisti

infine, che si rifanno al modello di Guilford

(1967), individuano le funzioni mentali particolari

che intervengono nel processo creativo che

è definito «pensiero divergente».

La nozione di pensiero produttivo nasce nell’ambito

della psicologia della Gestalt e si deve

a Wertheimer (1945): il pensiero produttivo è

quella modalità di pensiero che non si configura

come mera ripetizione di un’abitudine appresa.

Si verifica un’improvvisa riorganizzazione intelligente

dei dati del reale che è descritta come

«Einsicht». Agli psicologi della forma si devono

numerosi esperimenti – come quelli della finestra

sull’altare e del parallelogramma di Wertheimer

– volti ad analizzare che cosa accade

quando il pensiero lavora produttivamente.

11


12

La nozione di pensiero divergente invece si deve

a Guilford (1967) che ha elaborato un modello

dell’intelletto, rappresentato graficamente da un

solido costituito da 120 elementi (4 contenuti x 5

operazioni x 6 prodotti). L’autore utilizza per la

scomposizione del pensiero creativo un approccio

fattoriale: attraverso il calcolo dei coefficienti

di correlazione fra i vari items individua i fattori

rilevanti. In due ricerche successive, nel 1954 e

nel 1961, egli individua fattorialmente la distinzione

tra pensiero divergente e convergente che è

sintetizzata dai cinque fattori di divergenza: fluidi

o fluenza, flessibilità spontanea, flessibilità

adattiva, originalità ed elaborazione. Un contributo

rilevante alla riflessione psicologica e non

su questi temi si deve nei primi anni Ottanta a

Gardner (1983) che ridefinisce il concetto di produzione

creativa introducendo la nozione di «intelligenze

multiple».

Alcuni studi hanno avvalorato

l'ipotesi che i primogeniti siano più

creativi dei loro fratelli. Ciò

dipenderebbe dal tipo di relazione

affettiva che si instaura con i genitori.

Anche l'ordine di nascita sembra

avere quindi una certa influenza

Anche i sociologi e gli psicologi sociali si occupano

di creatività. Fra gli anni Sessanta e Settanta

sono state realizzate una serie di ricerche per

valutare l’impatto dell’ambiente. Questi approcci

hanno studiato l’influenza sui processi di formazione

di individui creativi sia di una serie di fattori

sociobiologici (come il genere, l’età, l’ordine

di nascita, la classe sociale, la scolarizzazione),

sia delle cosiddette centrali educative (la scuola,

la famiglia). Scopo di queste ricerche è individuare

quali siano i contesti più favorevoli all’emergere

e al diffondersi del talento creativo.

Lo studio di Torrance (1962) individua una relazione

significativa tra il genere dei soggetti e la

loro creatività (misurata mediante punteggi su test

specifici). Tale significatività è confermata dagli

studi degli anni Settanta di Calvin (1977) e Lott

(1978), che documentano come le componenti affettive

e cognitive legate alla creatività, siano

maggiormente inibite nei modelli educativi delle

bambine. Gli stereotipi sessuali sembrano avere

un notevole impatto. Alcuni studi (Altus, 1965;

Liechtenwalner-Maxwell, 1969) hanno avvalorato

l’ipotesi che i primogeniti siano più creativi dei

loro fratelli. Ciò dipenderebbe dal tipo di relazione

affettiva che si instaura con i genitori. Anche

l’ordine di nascita sembra avere quindi una certa

influenza. Rispetto allo status socioeconomico sia

lo studio di Andreani e Orio (1972) sia quello

successivo di Andreani (1974) documentano l’impatto

dello status della famiglia di origine. Infine

l’impatto della scuola sulla creatività degli alunni

è stato oggetto di un ampio dibattito culturale che,

tra gli anni Sessanta e Settanta, ha visto contrapporsi

da una parte i sostenitori di un’organizzazione

scolastica conformista, dall’altra quelli più favorevoli

all’anticonformismo. Lo studio di Wilson

(1972), ad esempio, ha documentato l’impatto

fondamentale di un sistema scolastico aperto

sullo sviluppo del pensiero divergente, mentre

quello di Ramney e

Pipe (1974) ha portato

a risultati opposti.

Da tutto questo dibattito

sono scaturiti una

serie di programmi

applicativi: migliorando

il clima scolastico,

si pensava di

poter sviluppare la

creatività. L’influenza

di un buon clima

sull’apprendimento è

stata sostenuta anche

da Rogers (1969): la

non direttività del

rapporto didattico

sembrava avere

un’effettiva incidenza

sull’evoluzione del

potenziale creativo.

Infine molte ricerche

hanno documentato

come la mancanza di

autoritarismo e l’instaurazione

di un clima

educativo permissivo

favorissero le

manifestazioni creative

del bambino. In

particolare la ricerca

di Getzels e Jackson

(1962) esaminò due

famiglie: una rappresentava

il tipo convergente,

l’altra quello

divergente. Gli autori

hanno così potuto

individuare stili educativi

che sembrano

più efficaci di altri nel

favorire la creatività

dei bambini.


Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta le ricerche

sociologiche sulla creatività si muovono

lungo due filoni principali: da una parte si studiano

i contesti sociali della creatività (De Masi,

1989), il modo in cui gli attori sociali si rapportano

con questo termine nelle pratiche della loro

quotidianità (ad esempio, il concetto di “creativi

culturali” elaborato da Paul Ray) e della loro vita

professionale (Melucci, 1994); dall’altra si

tende a declinare questa nozione all’interno di

una teoria dell’azione (Joas, 1990), analizzando

il rapporto tra esistenza e mondo simbolico

(Crespi, 1978), tra immaginario e mitologia

(Eliade, 1985).

Rispetto alle impostazioni precedenti

l’approccio sociologico comporta

alcuni mutamenti radicali: la

creatività cessa di essere analizzata

come sindrome più o meno positiva,

per essere declinata all’interno dei

contesti sociali che la rendono

possibile

Lo studio di De Masi (1989) sui gruppi creativi in

Europa dal 1850 al 1950 analizza tredici esperienze

di creatività collettiva, offrendo una ricostruzione

storica delle condizioni sociali e culturali

che le hanno caratterizzate. La ricerca di Melucci

(1994) considera la creatività prendendo in considerazione

tre differenti dimensioni: «La creatività

viene analizzata, oltre che nelle teorie e nei modelli

circolanti [...], attraverso i soggetti a cui viene

attribuita [...], nei discorsi che la caratterizzano

[...] e nei contesti che la rendono possibile». Una

delle questioni centrali affrontate concerne la

creatività come prodotto e discorso culturale. Ci

si interroga sui meccanismi sociali che presiedono

alla costruzione sociale della creatività stessa.

L’analisi verte su differenti campi di ricerca:

dall’arte alla scienza, dalla pubblicità al teatro,

dalle grandi organizzazioni ai movimenti sociali o

all’adolescenza, definita come fase della vita in

cui si crea e ricrea il senso del mondo. A seconda

dell’ambito considerato i modi della creatività si

rivelano molto diversi: ad esempio, mentre fra gli

artisti il termine creatività è usato con un certo

disagio, invece fra i pubblicitari si ricorre ampliamente

alle metafore della creatività per descrivere

la propria condizione professionale.

Rispetto alle impostazioni precedenti l’approccio

sociologico comporta alcuni mutamenti radicali:

la creatività cessa di essere analizzata come sindrome

più o meno positiva, per essere declinata

all’interno dei contesti sociali che la rendono possibile.

Il focus dell’analisi prende in considerazione

nuovi livelli analitici: come quello delle pratiche

discorsive con cui l’etichetta di creativo si attribuisce

in un dato contesto sociale.

Contributi interessanti all’analisi di questa nozione

provengono anche da quelle riflessioni che coniugano

il tema della creatività a quello della teoria

dell’azione. Hans Joas (1990) utilizza il concetto di

creatività per fondare una teoria dell’azione sociale,

partendo dalla duplice rielaborazione della nozione

weberiana di carisma e della nozione marxiana

di azione rivoluzionaria. Nel caso del carisma,

Joas sottolinea come la creatività sia definita

un attributo permanente di determinate personalità,

più che di determinate azioni. Il carisma infatti è

concepito come prerogativa esclusiva, segno distintivo

del soggetto. In tal senso il leader carismatico

costituisce l’equivalente in ambito politico di

ciò che il genio rappresenta in ambito scientifico e

artistico. Rivisitando il

concetto marxiano di

azione, Joas sottolinea

come Marx applichi l’idea

di azione selfespressiva

al concetto di

lavoro. L’alienazione è

il processo attraverso

cui ciò che materialmente

produciamo, una

volta estraniato, si contrappone

a noi come potenza

esterna, ostile e

non più controllabile.

L’attore sociale percepisce

il prodotto del proprio

lavoro come dotato

di una capacità di coercizione

rispetto a sè. In

Marx quindi la creatività

non sarebbe un attributo

dell’azione umana

in generale, ma soltanto

dell’azione rivoluzionaria,

in cui la sintesi

creativa produce una

nuova società (Joas,

1990). Il contributo di

Joas è di particolare

interesse, in quanto

apre la strada alla rivisitazione

del pensiero

dei classici della sociologia

attraverso una

nozione così relativamente

recente come

quella di creatività.

13


14

Si può educare alla creatività?

L’importanza del fattore creativo nei processi formativi

di Gilberto Scaramuzzo

Cos’è educare e cos’è

creatività? A volte le

domande più semplici

se affrontate con serietà

consentono di intravedere

scenari insospettati.

Se riportiamo educare

al suo significato più

pieno e essenziale, possiamo

dirlo come: alle-

Gilberto Scaramuzzo vare, nutrire, far crescere

(quello che per i

Greci antichi era paideuo).

Questa prima precisazione comporta già, se relata al

titolo, il riconoscimento della creatività come qualcosa

che preesiste all’azione educativa. Pensare la creatività,

infatti, come qualcosa che possa (o non possa)

essere allevato, nutrito e fatto crescere implica il riconoscere

la creatività stessa non come un qualcosa che

vada immesso in un soggetto che ne è privo e forse bisognoso;

ma, bensì, come qualcosa che ha una sua

propria vita prima dell’intervento educativo e che dobbiamo

valutare se (e eventualmente come) debba essere

alimentato per consentirne uno sviluppo pieno.

L’atto creativo sembra dunque richiedere

un movimento radicale: essere quello che

si deve esprimere; e il compimento

intenzionale di questo atto

Si può dire in modo semplice, essenziale, cos’è questo

qualcosa che forse necessita (ma forse no) di un

nutrimento e a cui diamo il nome di creatività? Io

credo si possa dirlo in modo estremamente semplice,

e per cimentarmi prenderei a esaminare brevemente

un atto che è facile riconoscere come creativo.

Si tratta di un atto eccellente dell’agire umano e, seppure

sotto il termine creatività possono essere ricondotti

atti assai meno eccellenti di questo, ritengo che

indagare in questo luogo ci possa consentire di disvelare

al meglio il senso da dare a “creatività”: l’atto

dell’artista che fa la sua opera (non importa se una

poesia, una danza, una scultura…).

Per farlo chiederò immediatamente aiuto a chi ha

avuto la ventura di abitare questo luogo.

Dante nel Convivio (tr. IV, par. X) ci svela in maniera

essenziale come l’artista procede per produrre la sua

opera:

Poi chi pinge figura, se non può esser lei non

la può porre.

Onde nullo dipintore potrebbe porre alcuna figura,

se intenzionalmente non si facesse prima tale

quale la figura esser dee.

L’artista dunque, secondando Dante, produce la sua

opera facendo, primamente e intenzionalmente, se

stesso come dovrà poi essere l’opera che egli crea.

Chi crea offre, in qualche modo, sé per un farsi come;

e il risultato dell’atto creativo è qualcosa (non

importa se quadro, scultura, poesia…) a immagine e

somiglianza di questo farsi.

L’atto creativo sembra dunque richiedere un movimento

radicale: essere quello che si deve esprimere;

e il compimento intenzionale di questo atto.

Sulla volontarietà dell’atto creativo e sul carattere

di questo farsi, che deve prodursi intimamente nel

soggetto, scrive una nota densa e ispirata Luigi Pirandello:

«Poi chi pinge figura, se non può esser lei non la può porre. /

Onde nullo dipintore potrebbe porre alcuna figura, / se intenzionalmente

non si facesse prima tale quale la figura esser dee»

Dante Alighieri, Convivio (tr. IV, par. X)


Io non posso negare il cane come oggetto, anche

ammettendo che esso esiste in me solamente

in quanto io ne ho conoscenza; oggetto

rimarrà sempre, se non più fisico, spirituale,

oggetto ch’io contemplo in me, ma che non

creo: non posso crearlo perché io non lo ho

voluto ed esso medesimo ancora non si vuole

in me [...]. Quando diventerà creazione? quand’io

cesserò di contemplarlo quale un oggetto

in me, quando esso comincerà a volersi in me,

qual’io per se stesso lo voglio.

Credo che se anche basassimo la nostra riflessione

soltanto su questi due brevi passaggi noi pedagogisti

avremmo ricevuto delle indicazioni essenziali per

prospettare una strada non scontata per l’educazione

alla creatività; e forse, a ben guardare, per qualcosa

di ancor più vasto.

Da queste indicazioni esperte potremmo, infatti, immediatamente

ricavare che educare alla creatività

potrebbe semplicemente consistere nell’alimentare la

capacità di essere quel che si vuole (deve?) esprimere,

e di esprimere quel che si è; di farsi così vasti da

consentire all’altro di volersi in noi quale noi per se

stesso lo vogliamo.

Una convivenza di adulti che abbiano guadagnato, in

forza di una azione educativa qualificata, un’eccellenza

in queste capacità ci lascia immaginare un

mondo in cui ciascuno fa sé a immagine e somiglianza

di quello che dice, e in cui ciascuno si fa capace di

dire quello che egli è; e, inoltre, un mondo in cui ciascuno

vuole in sé l’altro come l’altro per se stesso si

vuole: una convivenza che offre sicure prospettive

alla felicità umana, una convivenza affatto diversa da

quella in cui viviamo ora.

Educare seriamente alla creatività, potrebbe davvero

produrre simili risultati per la convivenza umana?

Una convivenza di adulti che abbiano

guadagnato, in forza di una azione

educativa qualificata, un’eccellenza nelle

proprie capacità creative ci lascia

immaginare un mondo in cui ciascuno fa

sé a immagine e somiglianza di quello che

dice, e in cui ciascuno si fa capace di dire

quello che egli è, un mondo in cui ciascuno

vuole in sé l’altro come l’altro per se stesso

si vuole: una convivenza del tutto diversa

da quella in cui viviamo ora e che offre

sicure prospettive alla felicità umana

Possiamo ora tener fede alle righe con cui abbiamo

principiato e dedicarci al verificare se nel soggetto

umano preesista all’azione educativa: una

capacità di essere quel che si esprime e di esprimere

quel che si è; una capacità di consentire all’altro

di volersi in noi quale noi per se stesso lo

vogliamo.

« […] Quando diventerà creazione? quand’io cesserò di contemplarlo

quale un oggetto in me, quando esso comincerà a volersi

in me, qual’io per se stesso lo voglio» Luigi Pirandello, Per le ragioni

estetiche della parola

Queste capacità potrebbero infatti appartenere soltanto

all’artista, e quindi rendere radicalmente vana ogni

azione educativa rivolta a soggetti ontologicamente

non in possesso di queste capacità. Soltanto appurata

un’evidenza relativamente a queste capacità ci si potrà

infatti interrogare se questa necessiti di essere alimentata,

e, finalmente, accennare al come farlo.

Troppo spesso l’azione educativa è

costruita per ostacolare la creatività

umana e con essa una convivenza fondata

sull’empatia e sull’ascolto profondo dei

bisogni dell’altro

Questi movimenti, che ci sono stati mostrati da Dante

e Pirandello quali verità del creare, li possiamo facilmente

riconoscere in qualunque cucciolo dell’uomo

ovunque nel mondo questi si trovi a nascere e a

crescere. Essi sono chiaramente apprezzabili in quel

gioco che tutti abbiamo fatto da bambini, e che possiamo

ritrovare osservando la ludicità spontanea del

bambino.

Li ritroviamo, infatti, ben evidenti in quel giocare,

che assume le forme più diverse, in cui il bambino,

chiamando in causa tutte le fibre del proprio essere,

fa come se fosse la mamma, l’insegnante, un animale,

oppure un elemento della natura (per esempio il

vento, o anche le onde del mare), o anche un personaggio

fantastico o, addirittura, fantasticato.

15


16

La mimo Vittoria Albini mentre interpreta le parole di una poesia, Libreria Arion, Roma

Non è difficile verificare, ma anche soltanto ricordare,

quanto in quel gioco ci sia una stretta corrispondenza

fra quel che il bambino esprime e quel che

questi in quel momento è, fin nelle fibre più intime

del proprio essere; e come in quel giocare a essere

l’altro da noi, questo altro si voglia in noi e quasi ci

costringa a volerlo in noi con quelle caratteristiche

che appartengono ad esso e che noi ci ritroviamo a

volere per noi.

Per rendere evidente quanto affermato è sufficiente

porsi seriamente la domanda: quanto un bambino che

giochi a fare come se fosse (per esempio) un uccello

è padrone di decidere i suoi movimenti; e quanto invece

i suoi movimenti sono decisi dalle caratteristiche

proprie dell’uccello, che quasi impone al bambino

una certa qualità di movimento?

Non è questa la sede per entrare in profondità in questo

dinamismo, ma non è difficile riscontrare come

l’altro che si sta esprimendo voglia, in qualche modo,

il movimento voluto dal soggetto.

I dinamismi che Dante e Pirandello ci hanno mostrato

come propri dell’atto creativo sono dunque natu-

ralmente presenti nel soggetto umano, e in vivace attività

prima dell’entrata del bambino nel percorso

educativo che lo porterà a essere adulto nell’Occidente

del mondo (percorso che inizia intorno ai cinque-sei

anni).

Non è difficile notare, però, come tanta azione educativa

sia costruita proprio per avversare questi dinamismi.

E lo sia al punto che non mi sembra esagerato

affermare che essa sia proprio costruita per ostacolare

la creatività umana e con essa una convivenza fondata

sull’empatia e sull’ascolto profondo dei bisogni

dell’altro.

Azzardo dunque, finalmente, la risposta alla domanda

che è posta nel titolo. Questa suona come un

sì, forte e chiaro. Sì può educare alla creatività. Anzi

si deve. Per raggiungere la padronanza dell’intenzionalità

dell’atto che fa adulto il movimento

spontaneo del bambino. Ma quest’azione educativa

richiede serietà e impegno, e il coraggio di volere

alimentare la natura umana per donare pienezza a

quell’esprimere che genera, in tutti e in ciascuno, la

più intima felicità.


Genio e creatività

Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna

di Roberto Mignani

Il poeta e il fisico

Come il poeta è stato

l’eroe romantico per eccellenza

del XIX secolo,

così il fisico lo è stato

per il XX appena terminato.

Alla base di

questa analogia, sta la

constatazione di Schopenhauer

e Nietschze

che il poeta è separato,

se non distinto, dall’umanità,

sebbene immer-

Roberto Mignani

so in essa. Similmente, i

fisici, la cui attenzione

è rivolta alle cose di natura (e alla natura delle cose),

e non alle persone, sono ab origine intellettualmente

separati dall’umano consorzio, pur facendone parte.

Ciò si riflette nella rappresentazione del fisico nell’immaginario

popolare del XX secolo (non a caso

per molti aspetti personificata da Einstein): una persona

distratta, avulsa dagli affari contingenti di questo

mondo, persa nei suoi ragionamenti matematici,

mirante ad attingere la verità eterna, la comprensione

del mondo e delle sue trame. O nelle forme dell’apprendista

stregone, dell’evocatore di «dèmoni e meraviglie,

vento e maree...», del «distruttore di mondi»,

perché, novello Prospero, ha «per primo suscitato

la tempesta» e «oscurato / il sole del meriggio».

Come il poeta è stato l’eroe romantico per

eccellenza del XIX secolo, così il fisico lo è

stato per il XX

Di fatto, come spesso accade, l’apparenza non è la

sostanza, e le caratteristiche superficiali non esauriscono

l’essenza di una cosa. Così, l’immaginario popolare

ha colto solo alcune caratteristiche – le più vistose,

ma, proprio per questo, le più ingannevoli – sia

dei poeti che dei fisici. Il poeta non è una persona di

nobili sentimenti, che sospira alla pallida luna, ma è

anzitutto e soprattutto un creatore e manipolatore di

linguaggio, che si sforza di andare oltre il senso comune

delle parole, esprimendo l’inesprimibile. Potrà

poi anche rivolgersi alla luna, come Leopardi; ma

l’importante è come le si rivolge. La vera e profonda

somiglianza tra il fisico e il poeta non sta quindi nella

loro (più o meno reale) separatezza dal mondo,

quanto nel fatto che entrambi sperimentano alla ricerca

di un senso superiore che risiede oltre il velario

mutevole e ingannevole delle apparenze e dei segni,

del comune sentire e significare.

Il fisico costituisce un’insolita miscela di

audacia e prudenza, rivoluzione e

conservazione, fiducia e diffidenza, in

bilico tra ortodossia ed eresia

Ma chi sono allora i fisici, al di là della loro immagine?

Per rispondere, bisogna capire che cos’è la fisica.

Essa ricopre, tra le scienze, un ruolo di primissimo

piano, e addirittura unico per certi versi. Ciò è dovuto

essenzialmente alla profonda interconnessione esistente

in fisica tra esperimento e teoria, fra i quali

esiste, in un certo senso, una circolarità di relazione:

gli esperimenti sono necessari per costruire la teoria;

d’altro canto un modello teorico, una volta formulato,

è in grado di predire l’esistenza di nuovi fenomeni,

suscettibili a loro volta di verifica sperimentale.

Questo modo di procedere è tipico della scienza moderna,

ed è stato per la prima volta codificato da Galilei.

Egli fu infatti il primo a porre su basi quantitative,

fondate sul processo di misura tramite opportuni

strumenti, quella che prima era un’osservazione essenzialmente

qualitativa (e in larga parte passiva)

della natura (la quale appunto, secondo Galilei, non

va «ascoltata», ma «interrogata»), e ad affermare la

necessità di una spiegazione dei fenomeni in termini

matematici (« ... le sensate esperienze debbono precedere

l’umano discorso... »; « ... l’universo... è scritto

in lingua matematica, e i caratteri son triangoli,

cerchi e altre figure geometriche, senza i quali mezzi

è impossibile a intenderne umanamente parola... »).

La fisica rappresenta quindi un paradigma scientifico

ideale, cui ogni altra scienza deve cercare di avvicinarsi,

adeguandosi alle regole dettate dal metodo galileiano.

Non si ha scienza, laddove non si ha possibilità

di verifica sperimentale e di ripetibilità di un

esperimento. Non si ha fisica, se alla fine il risultato

di un esperimento non può essere espresso in linguaggio

matematico, nel contesto di una formulazione

teorica più o meno vasta e comprensiva.

Non si deve tuttavia pensare che la conoscenza fisica

proceda per sentieri rigidamente codificati, al contrario,

spesso il fisico procede per «aperçus», le sue

scoperte sono «scherzi», così che egli rischia di apparire,

agli occhi di un ferreo epistemologo – ossequiente

ai rigidi dettami di un sistema scientifico regolato

a priori – «come una specie di opportunista

senza scrupoli», in quanto « ... le condizioni ester-

17


18

Enrico Fermi in laboratorio, Università di Chicago, 1942

ne..., date dai fatti dell’esperienza, non gli permettono

di accettare condizioni troppo restrittive, nella costruzione

del suo mondo concettuale».

Alla luce delle considerazioni precedenti, quali sono

le doti umane di cui un fisico ideale dovrebbe essere

provvisto? Egli costituisce un’insolita miscela di audacia

e prudenza, rivoluzione e conservazione, fiducia

e diffidenza, in bilico tra ortodossia ed eresia. Da

un lato, deve possedere curiosità intellettuale, desiderio

di nuove scoperte, spirito di innovazione, capacità

di vedere oltre l’apparenza delle cose. Dall’altro, non

deve lasciarsi trasportare da eccessiva passione per

ciò che lui stesso o altri hanno scoperto, mantenendo

un certo distacco e esercitando un profondo spirito

critico nei confronti di ogni nuovo risultato. Alla fine,

sussiste tra i fisici un principio di reciproca sfiducia,

che si può sintetizzare così: «Non credo che tu abbia

davvero fatto una cosa fino a quando non l’ho fatta

anch’io».

Ecco da cosa deriva il difficile equilibrio che il fisico

deve sforzarsi di mantenere: mancare di audacia nelle

ipotesi può renderlo cieco dinanzi a un fatto nuovo,

a una scoperta ma averne troppa può significare

giocarsi la reputazione, e veder quindi sminuita la

propria credibilità di fronte alla comunità scientifica.

Enrico Fermi: la creatività in essere

Enrico Fermi è stato un buon esempio di questo atteggiamento

intrinsecamente conflittuale del fisico:

intento a tenere ben imbrigliata l’intuizione scientifica

per paura che essa lo portasse a conclusioni avventate,

anche se vere, tuttavia, di fronte a fatti sperimentali

nuovi e inoppugnabili, era un fulmine di matematica

nel percorrere la nuova via aperta dall’esperimento

per giungere fino alle estreme conseguenze.

Di fatto, egli rimane un esempio unico (e probabilmente

inimitabile) di fisico moderno che sia riuscito

a dare contributi di altissimo livello sia nel campo

della fisica sperimentale che in quello della fisica

teorica. La sua attività ha spaziato nei più disparati

campi della fisica. Dalla relatività generale (trasporto

di Fermi-Walker) alla meccanica statistica (statistica

di Fermi-Dirac, da cui il nome di fermioni dato alle

particelle a spin semintero); dalla fisica nucleare (per

cui ottenne il Nobel nel 1938) alla fisica delle particelle

(con la teoria del decadimento beta). E fu il primo

a realizzare a Chicago, nel 1942, la prima reazione

nucleare controllata (la pila atomica). Così Arthur

Compton, dell’Università di Chicago, comunicò tele-

fonicamente la notizia a J. B. Conant a Harvard: «Il

navigatore italiano è sbarcato nel Nuovo Mondo»

«Come si sono comportati gli indigeni?» «Molto

amichevolmente». Sette anni dopo, il 16 marzo 1946,

sempre a Chicago, venne conferita allo scienziato

italiano la medaglia al merito del Congresso degli

Stati Uniti, con la seguente motivazione: «Al dott.

Enrico Fermi per la condotta eccezionalmente meritoria

nell’assolvimento di importanti servigi al Dipartimento

della Guerra, in attività che richiedevano

grande responsabilità e valore scientifico in relazione

allo sviluppo della maggior arma militare di ogni

tempo, la bomba atomica. (…) Grande fisico sperimentale,

il suo sicuro discernimento scientifico, la

sua iniziativa, le sue risorse, e il fermo attaccamento

al dovere hanno apportato un contributo vitale al successo

del progetto della bomba atomica».

Lewis L. Strass, Presidente della Commissione

dell’Energia Atomica americana, nel celebrare la memoria

di Fermi nel 1955 un anno dopo la sua morte,

ebbe a dire: «Quest’uomo, vissuto per 15 anni tra noi

con profonda modestia, è stato il vero architetto

dell’era atomica. Il Navigatore italiano Fermi, come

Colombo, ha scoperto un nuovo continente, più ancora

un Nuovo Mondo. A noi non resta che porre le

mani su questa terra da lui scoperta a beneficio dell’umanità».

Negli anni Trenta presso il Regio istituto

fisico dell’Università di Roma, ospitato in

un palazzo ottocentesco in via Panisperna,

si costituì sotto la direzione di Orso Mario

Corbino, un gruppo di ricerca di assoluta

levatura: i “ragazzi di via Panisperna”:

Enrico Fermi, Franco Rasetti, Emilio

Segré, Edoardo Amaldi e, ultimi, Ettore

Majorana, Bruno Pontecorvo e il chimico

Oscar D’Agostino

Gli esperimenti di via Panisperna

Negli anni Trenta il Regio istituto fisico dell’Università

di Roma era ospitato in un palazzo ottocentesco in via

Panisperna (ora sede del Centro di ricerche e museo

Enrico Fermi). Direttore dell’Istituto era Orso Mario

Corbino, cui va riconosciuto l’indiscusso merito di

aver compreso il valore del giovane Fermi (per il quale

fece istituire la prima cattedra di fisica teorica in Italia),

e di consentire la creazione di un gruppo di ricerca di

assoluta levatura, i “ragazzi di via Panisperna”: oltre

Fermi, il maestro, Franco Rasetti, Emilio Segré, Edoardo

Amaldi e, ultimi, Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo.

Del gruppo faceva inoltre parte il chimico Oscar

D’Agostino.

Gli studi del gruppo si indirizzarono sul problema della

radioattività indotta dai neutroni. Il materiale radioattivo

era fornito da Giulio Cesare Trabacchi, direttore del

Laboratorio di fisica dell’Istituto superiore di sanità.


Gli esperimenti venivano condotti in modo sistematico,

a partire dagli elementi più leggeri. Le cose all’inizio

filarono abbastanza lisce. Ma quando si arrivò all’argento,

si verificarono fatti inspiegabili. Venne scelta

la radioattività dell’argento come punto di riferimento,

e fu affidato ad Amaldi e a Pontecorvo il compito di

eseguire le misure sperimentali per determinare una

scala di radioattività. Ma essi si trovarono presto di

fronte a difficoltà incomprensibili. Non riuscivano a ottenere

risultati riproducibili a parità di condizioni: ogni

volta era una sorpresa e un risultato diverso, come se

l’argento si comportasse a suo piacimento. La radioattività

variava da giorno a giorno, e dipendeva persino

dal tavolo su cui si effettuava l’esperimento.

I secchi della sora Cesarina

Fermi grazie al suo sorprendente intuito fisico avanzò

l’ipotesi che l’effetto fosse dovuto al rallentamento

dei neutroni da parte di oggetti presenti nel laboratorio

di Rasetti, dove gli esperimenti venivano effettuati.

Fece quindi sgomberare il laboratorio da tutti gli

oggetti superflui, ma il comportamento anomalo continuava.

Ugherio Marani era il portiere del Regio Istituto

Fisico e sua moglie, la signora («sora», in dialetto

romanesco) Cesarina, aveva il compito di pulire i

locali dell’Istituto. Un giorno di quell’ottobre del

1934 il Marani raccontò ai tecnici che sua moglie era

stata aspramente rimproverata dal Cavalier Zanchi

(economo e custode dell’Istituto) per aver violato un

suo preciso ordine e aver bagnato un corridoio. Era

stato fatto tassativo divieto alla Cesarina di riempire

alle fontane dei piani i secchi d’acqua per pulire i pavimenti.

Ella doveva a tale scopo servirsi esclusivamente

del lavandino del pianterreno, e portare poi i

secchi pieni d’acqua su per le scale, senza usufruire

(per evitare di bagnarlo) dell’ascensore, che veniva

usato dal senatore Corbino per recarsi all’ultimo piano,

dove abitava. La sora Cesarina, avanti negli anni

e non più in forze, escogitò lo stratagemma di riempire

i secchi in uno dei laboratori, quello di Rasetti, e di

n a s c o n d e r l i

sotto un tavolo

dotato di tendine

azzurre

che ne coprivano

le gambe

e quindi occultavano

i secchi.

Il tavolo

era quello usato

da Pontecorvo

per le sue

misure. Qualcuno

si accorse

un giorno

dei secchi con

l’acqua, forse

lo stesso Fermi.

Amaldi e

Rasetti chiesero

quindi alla

sora Cesarina a che ora fosse solita lasciar lì quei secchi.

A questo punto, per decisione di Fermi, vi fu l’esperimento

nella vasca dei pesci rossi. In una tiepida

giornata di sole, i tecnici portarono i rivelatori di radiazione

giù dal primo piano e assistettero alle varie

fasi dell’esperimento. Erano stati quindi i secchi della

sora Cesarina a suggerire l’esperimento della vasca, e

il conseguente rallentamento dei neutroni da parte

dell’acqua!

Esiste un ulteriore, importante elemento: la sora Cesarina

aveva lasciato nel laboratorio, oltre ai secchi

con l’acqua, anche la paraffina, con la quale all’epoca

si lustravano i pavimenti. Negli anni Trenta, la paraffina

usata a tale scopo era confezionata in blocchetti,

che venivano strusciati sui pavimenti per lucidarli

dopo averli lavati. A questo punto, sotto il tavolo

del laboratorio si trovavano due possibili indiziati:

l’acqua e la paraffina. Fu naturale prendere in considerazione

l’acqua, giacché vi si trovava in maggiore

quantità. Ma restava aperto un interrogativo: poiché

l’acqua è composta d’idrogeno e ossigeno, dagli urti

con quale di questi due elementi venivano rallentati i

neutroni? È certo che questo problema non sfuggì alla

mente inquisitrice di Fermi. La paraffina è composta

d’idrogeno e carbonio; l’unico elemento chimico

in comune con l’acqua è l’idrogeno; quindi, se la paraffina

avesse dato il medesimo risultato dell’acqua,

la risposta non poteva che essere una sola: erano gli

urti con l’idrogeno a rallentare i neutroni. Ecco spiegato

il perché della ripetizione dell’esperimento con

la paraffina.

I ragazzi di via Panisperna non si resero conto di avere

ottenuto, per la prima volta nella storia, la fissione

nucleare, cioè di avere spezzato il nucleo dell’atomo

(come disse Segrè «Dio per i suoi imperscrutabili disegni

ci rese tutti ciechi di fronte al fenomeno della

fissione nucleare»). Fermi più tardi rimediò a questa

sua momentanea cecità, con la realizzazione della pila

atomica, e con il suo fondamentale contributo alla

costruzione della bomba atomica. Majorana scomparve,

Pontecorvo

si trasferì in

Russia. Rasetti,

passato in Canada,

quando si

rese conto di

quello che avevano

fatto, rinnegò

la fisica, e

si dedicò a due

sue vecchie

passioni, la paleontologia

e la

botanica, e divenne

uno specialistaindiscusso

in entrambe

le discipline.

Ma que-

“I ragazzi di via Panisperna”. Da sinistra: Oscar D’Agostino, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi,

Franco Rasetti ed Enrico Fermi, in uno scatto del 1934

sta è un’altra

storia. 19


20

Creativi culturali per un mondo migliore

I sorprendenti risultati di ricerche sociologiche internazionali

sulla cultura olistica emergente

di Enrico Cheli

Sempre più persone si

preoccupano oggi per

le sorti dell’umanità e

dell’ecosistema e auspicano

una società più

giusta e pacifica, un’economia

più etica, uno

sviluppo ecosostenibile,

una democrazia più

partecipata. Molte di

esse si impegnano in

prima persona, o seguendo

la via dell’attivismo

politico, o assu-

Enrico Cheli

mendo stili di vita coerenti

con i valori della pace, dei diritti umani, del rispetto

dell’ambiente, della qualità della vita, delle

relazioni costruttive, della consapevolezza e crescita

personale. Sono i creativi culturali, cioè i “creatori

attivi di una nuova cultura”.

Coniata negli anni Novanta dal sociologo americano

Paul Ray, questa etichetta descrive tutti coloro

che manifestano un deciso atteggiamento critico nei

confronti della cultura dominante – contrassegnata

da materialismo, tecnocrazia, sviluppo economico

illimitato, sfruttamento indiscriminato della natura,

logica del profitto ad ogni costo etc. – e che ricercano

e promuovono nuovi valori e nuove visioni del

mondo volti a orientare in direzioni più sane, pacifiche

ed ecosostenibili i rapporti con se stessi, con gli

altri e con il pianeta.

Ma quanti sono, in Italia e nel mondo, i creativi culturali?

Si tratta di esigue minoranze o di parti rilevanti

della popolazione?

Creativi culturali: un’etichetta coniata

negli anni Novanta dal sociologo

americano Paul Ray per descrivere tutti

coloro che manifestano un deciso

atteggiamento critico nei confronti della

cultura dominante

Le prime due ricerche nazionali svolte da Ray nella

seconda metà degli anni Novanta indicavano che i

creativi culturali erano tra il 23% e il 26% degli

americani adulti, contraddicendo l’opinione diffusa

tra i politici e gli studiosi che si trattasse solo di

gruppuscoli minoritari. Tali dati riguardavano però

solo gli USA, e così, su iniziativa del Club of Budapest

e con il coordinamento scientifico di chi scrive,

sono state condotte, tra il 2005 e il 2008, analoghe

ricerche anche in Italia, Francia, Germania, Ungheria

e Giappone ed è stata altresì effettuata una terza

ricerca negli USA. Grazie a ciò è emerso che questo

fenomeno non è confinato alla realtà statunitense,

ma si estende anche ad altri paesi, almeno quelli del

cosiddetto “primo mondo”, rivelando uno scenario

incoraggiante per tutti coloro che hanno a cuore l’evoluzione

del genere umano e le sorti del pianeta.

Illustrate in anteprima mondiale nel libro di Enrico

Cheli e Nitamo Montecucco I Creativi Culturali.

Persone nuove e nuove idee per un mondo migliore

(Xenia edizioni, 2009), tali ricerche rivelano che gli

individui sensibili ai suddetti valori oscillano tra il

60% e l’85% dell’intera popolazione adulta. Inoltre

una parte consistente di essi mostra particolare coerenza

e impegno, cercando di applicare tali valori

nella propria vita quotidiana. Sono questi ultimi appunto

che vengono definiti creativi culturali, la cui

incidenza sulla intera popolazione adulta oscilla da

un minimo del 30% (Giappone) fino a un massimo

del 38% (Francia), con Italia e USA inaspettatamente

allo stesso livello (35%).

Questa avanguardia culturale presenta

alcuni aspetti comuni quali: sensibilità

ecologica, attenzione alla pace e alla

qualità delle relazioni interpersonali,

interesse verso la crescita personale e/o

spirituale, disinteresse per l’esibizione

della posizione sociale, parità di diritti

tra maschi e femmine, fiducia nella

possibilità di una evoluzione positiva

dell’individuo e della collettività

Pur essendo costituita da individui e gruppi sociali

diversificati, questa avanguardia culturale presenta

alcuni aspetti comuni quali: sensibilità ecologica;

attenzione alla pace e alla qualità delle relazioni interpersonali;

interesse verso la crescita personale

e/o spirituale; disinteresse per l’esibizione della posizione

sociale; parità di diritti tra maschi e femmine;

fiducia nella possibilità di una evoluzione positiva

dell’individuo e della collettività. Inoltre, i

creativi culturali hanno la tendenza a prendere le distanze

dall’edonismo, dal materialismo, dal cinismo

mentre danno molto peso ai valori della autenticità

e della integrità. Per questa ragione, molti disdegnano

la cultura del business, i media, il consumismo.


Essi sono inoltre disincantati dall’idea di “avere

più cose”, mentre mettono una grande enfasi nell’avere

“nuove ed uniche esperienze” e rappresentano

il mercato centrale per le terapie e medicine

alternative, i cibi naturali, la psicoterapia, i corsi e

seminari di crescita personale, le nuove forme di

spiritualità. Prediligono il consumo critico e si

orientano all’acquisto e fruizione di prodotti culturali

più che materiali, producendo in molti casi loro

stessi cultura.

Il merito forse più originale e importante delle indagini

sui creativi culturali è di aver preso in esame

in un unico progetto di ricerca valori e stili di

vita finora studiati separatamente, considerandoli

invece come aspetti diversi di un unico paradigma

culturale emergente. Negli ultimi decenni vari ricercatori

di diverse nazionalità hanno effettuato indagini

su singoli settori e aspetti del mutamento

culturale in atto – dal post-modernismo alla cultura

della pace, dall’ambientalismo al consumo critico,

dalle medicine e terapie alternative ai percorsi di

crescita personale – ma nessuno di loro, che si sappia,

ha mai studiato tutti questi settori contemporaneamente,

come aspetti interconnessi di un unico

macrofenomeno. I creativi culturali si definiscono

tali proprio in quanto mostrano atteggiamenti comuni

nei confronti di molti dei valori suddetti. Le

loro visioni del mondo inoltre si caratterizzano per

una comune matrice olistica (dal greco olos: «il

tutto», «l’intero»). È ad esempio olistica la visione

degli ecologisti e dei pacifisti secondo cui ciò che

Da sinistra: Ervin Laszlo, Paul Ray, Enrico Cheli, Nitamo Montecucco

avviene nelle diverse zone del pianeta – dalla deforestazione

dell’Amazzonia allo scioglimento dei

ghiacci polari, dalle guerre in Medio Oriente ai

conflitti in Afghanistan – non è separato e isolato

dal resto del pianeta ma può avere gravi ripercussioni

anche in luoghi fisicamente lontani e su livelli

anche molto diversi da quello di partenza. Analogamente,

è olistico il concetto di «qualità della vita»

in quanto considera la felicità non come mero

prodotto dell’avere economico ma come risultante

dell’equilibrio globale tra i diversi bisogni dell’essere

umano. È altresì olistica la visione delle medicine

alternative, che considerano l’essere umano

come sistema interdipendente, in cui la salute corporea

non è separata – né separabile – da quella

mentale, emozionale, esistenziale e coscienziale (o,

secondo alcuni, spirituale). Per i motivi suddetti i

creativi culturali sono considerabili una forza potenzialmente

unificante a livello politico e sociale;

una forza che non solo rappresenta una quota importante

della popolazione occidentale, ma che è

anche in rapida crescita. Confrontando infatti i dati

delle 3 ricerche condotte da Ray negli USA si nota

che i creativi culturali sono passati dal 23.6% di

americani adulti nel 1995, al 35% del 2008, con

una percentuale annua media di crescita di circa il

3%. Nelle elezioni del 2008, il loro numero è stato

sufficiente a fare la differenza per la vittoria del

presidente Obama, che ha basato il suo programma

elettorale su valori e questioni particolarmente vicine

ai creativi culturali.

21


22

Se l’obbiettivo comune

dei creativi culturali

è “cambiare la cultura

per cambiare il

mondo”, va detto che

non tutti lo perseguono

nello stesso modo:

alcuni sono più orientati

verso l’attivismo

politico e i movimenti

organizzati, come gli

ecologisti e i pacifisti,

mentre altri preferiscono

un cammino di

trasformazione interiore

e/o spirituale, ritenendo

che il cambiamento

debba avvenire

in primo luogo a livello

individuale. Le ricerche

svolte suggeriscono

che le suddette

posizioni non vanno considerate antagonistiche ma

semmai complementari: per cambiare il mondo occorre

sia un lavoro su piani collettivi, socioculturali

e politici, sia un lavoro su piani più individuali, interiori

e interpersonali.

I creativi culturali si sottostimano

ampiamente, credendo di essere una

esigua minoranza. Ciò dipende dal fatto

che i media parlano di rado di temi,

valori e proposte in cui essi si

riconoscono

Un altro punto che emerge dalle ricerche è che i

creativi culturali si sottostimano ampiamente, credendo

di essere una esigua minoranza. Ciò dipende

soprattutto dal fatto che i media parlano assai di ra-

do dei temi, valori e

proposte innovative in

cui essi si riconoscono,

preferendo trattare

notizie in accordo con

la cultura dominante e

la politica tradizionale.

In tal modo gli innovatori

si convincono

di essere pochi e marginali

mentre invece

non è affatto così. Fortunatamente,

grazie alle

ricerche qui presentate,

è possibile oggi

disporre di un quadro

più veritiero della situazione,

ribaltando

molti luoghi comuni e

dando una forte carica

di speranza a tutti coloro

che auspicano un

mondo migliore. Leggere il libro più sopra citato

ha aiutato molti creativi culturali che non sapevano

Negli Stati Uniti i creativi culturali sono

passati dal 23.6% di americani adulti

nel 1995, al 35% del 2008, con una

percentuale annua media di crescita di

circa il 3%. Nelle elezioni del 2008, il

loro numero è stato sufficiente a fare la

differenza per la vittoria del presidente

Obama

di esserlo, o che credevano di essere soli, a prendere

coscienza della propria identità e numerosità

comprendendo meglio il ruolo che possono svolgere

per contribuire positivamente al mutamento epocale

in corso.

Pace, ambiente, qualità della vita, crescita personale e spirituale interessano sempre più persone,

ma quante esattamente? Quante sono preoccupate per il mutamento climatico, l’inquinamento,

i conflitti, l’ingiustizia sociale e auspicano un'economia più etica, un modello di

sviluppo ecosostenibile, uno stile di vita più sano e naturale, un cambiamento evolutivo

dell’individuo e del pianeta?

L’opinione finora prevalente era che si trattasse di gruppuscoli minoritari, ma recenti ricerche

sociologiche svolte in Italia, America, Francia, Giappone, che questo libro presenta in anteprima

mondiale con un linguaggio comprensibile a tutti, rivelano sorprendentemente che tra il

60% e l’85% della popolazione è sensibile ai suddetti valori e oltre il 35% lo è in modo particolarmente

coerente: sono i Creativi Culturali, cioè i “creatori attivi di una nuova cultura”.

Essi prendono le distanze da materialismo, consumismo, ostentazione della posizione sociale,

cultura del business e dei media e danno invece molto peso ad etica, autenticità, rispetto

per gli altri e per la natura. Prediligono il consumo critico e sono interessati a medicine alternative

e terapie olistiche, alimenti biologici, cosmetici e farmaci naturali, psicoterapia e counseling,

corsi e seminari di crescita personale, nuove forme di spiritualità. I creativi culturali

sono dunque l’avanguardia di un possibile cambiamento epocale e questo libro ne illustra

dimensioni, protagonisti, caratteristiche e prospettive. (da www.enricocheli.com)

Enrico Cheli, Nitamo Montecucco, I creativi culturali. Persone nuove e nuove idee per un

mondo nuovo, Milano, Xenia Edizioni, 2009


Cinema e diversità culturale

Il XVII convegno internazionale di studi cinematografici promosso dal Di.Co.Spe.

di Marco Maria Gazzano

Dal 28 al 30 novembre

2011, al Teatro Palladium

dell’Università

Roma Tre si è tenuto il

XVII convegno internazionale

di studi cinematografici

dedicato al tema

“Cinema & Diversità

Culturale”. Diretto

scientificamente da

Giorgio De Vincenti e

Marco Maria Gazzano,

Marco Maria Gazzano

è stato organizzato dal

Dipartimento Comunicazione e spettacolo di Roma

Tre. Come quello del 2008 (“Cinema & Politica: media,

democrazia e territorio nell’era della globalizzazione”)

e del 2009 (“Cinema italiano & Culture europee”)

ha avuto l’adesione del Capo dello Stato e l’onorificenza

di una medaglia attribuita all’iniziativa

dal Presidente della Repubblica. L’iniziativa del

2011 ha idealmente concluso una “trilogia” che ha

inteso dare il suo contributo a un dibattito il quale –

insieme con quello sulle fonti d’energia, sul cambio

climatico e sullo sviluppo sostenibile – sarà nel prossimo

futuro sempre più al centro delle dinamiche politiche

e sociali del pianeta.

La storia stessa del concetto didiversità culturale”

mostra la sua pregnanza umana e sociale. Nata come

“eccezione” relativa alle produzioni artistiche nazio-

nali nel mercato internazionale, la “diversità” culturale

ha vissuto un iter di trasformazioni significative,

che ha portato dapprima ad ampliare il concetto di

cultura facendone un sinonimo del concetto di identità

(a salvaguardia delle culture particolari dei nuovi

stati indipendenti che si venivano a costituire negli

Negli ultimi dieci anni l'Unesco si è

proposta di sollecitare politiche culturali

volte a rafforzare la coesione sociale

all'interno di società che sono per

tradizione o sono diventate

multiculturali e multietniche, e a

proteggere le eredità culturali e la

diversità di proprietà intellettuali e

artistiche

anni della guerra fredda e come resistenza all’effetto

uniformatore delle tecnologie), quindi a coniugare il

concetto di cultura con quello di sviluppo (che poneva

la questione delle economie più deboli), e infine a

stabilire un forte legame tra i concetti di cultura, democrazia

e tolleranza (anche all’interno di ciascun

singolo Paese), con uno sguardo attento ai problemi

della coesistenza, resi oggi più vivi e complessi dalla

23


24

cultura della globalizzazione(legame

volto a focalizzare

e risolvere le

p r o b l e m a t i c h e

connesse con i temidell’accoglienza

e della coesistenza).

Negli ultimi dieci

anni l’Unesco si è

proposta di sollecitare

politiche culturali

volte a rafforzare

la coesione

sociale all’interno

di società che sono

per tradizione, o sono diventate, multiculturali e multietniche,

e a proteggere le eredità culturali e la diversità

di proprietà intellettuali e artistiche (copyright).

Nel 2001 (l’anno delle Twin Towers) gli stati membri

hanno adottato la Dichiarazione universale della diversità

culturale, in cui per la prima volta la diversità

culturale è considerata “patrimonio comune dell’umanità”.

L’art. 1 della Dichiarazione recita infatti tra

l’altro: «Come fonte di scambio, innovazione e creatività,

la diversità culturale è necessaria per l’umanità

quanto la biodiversità per la natura. In questo senso,

è il patrimonio comune dell’umanità e dovrebbe essere

riconosciuta e affermata per il bene delle generazioni

presenti e future».

È iniziato così un percorso, la cui prima fase si è

conclusa nel 2005, con la realizzazione delle singole

Costituzioni nazionali della diversità culturale, e che

prosegue oggi con la messa a punto di programmi

adeguati al tema, in cui sono impegnati circa centocinquanta

Paesi, tra i quali il nostro.

«Come fonte di scambio, innovazione e

creatività, la diversità culturale è

necessaria per l'umanità quanto la

biodiversità per la natura. In questo

senso, è il patrimonio comune

dell'umanità e dovrebbe essere

riconosciuta e affermata per il bene delle

generazioni presenti e future». Così recita

l’articolo 1 della Dichiarazione universale

della diversità culturale

Il convegno, attraverso relazioni, tavole rotonde, performance

artistiche, proiezioni di film, video e altri

materiali audiovisivi, ha messo a fuoco la dimensione

nazionale e quella planetaria del tema della diversità

culturale, senza tralasciare l’apporto che il nostro Paese,

attraverso l’opera capillare degli enti locali e quella

del governo e degli organismi nazionali sta dando

alla crescita di una consapevolezza forte rispetto al tema

e alle sue diverse, problematiche, declinazioni.

Anche in considerazione

del fatto

che proprio l’Italia,

attraverso la sua

Coalizione per la

diversità culturale,

che riunisce diverse

importanti istituzioni,

ha proposto

all’ONU di aggiungere

un 9°

Millennium Goal,

relativo proprio alla

vitalità della cultura,

agli altri otto

già decisi dall’organismo

mondiale

e relativi ai temi della fame, della liberazione da certe

malattie endemiche, delle pari opportunità. Nella

consapevolezza che diversi degli altri otto obiettivi

ONU del millennio trovano il terreno della propria

realizzazione proprio nel quadro del riconoscimento

del ruolo che in ciascuno Stato svolgono le tradizioni

culturali, le identità e il dialogo tra queste tradizioni

e identità a livello planetario.

Cofinanziato dalla Regione Lazio e dal Ministero dei

Beni e delle attività culturali il convegno “Cinema &

Diversità Culturale”, oltre che di alto profilo scientifico,

è stato un evento internazionale – e anche spettacolare

di incontro tra studiosi e artisti provenienti

da quattro continenti (America, Europa, Africa e

Asia).

Un film presentato all’ultima Mostra internazionale

del cinema di Venezia non distribuito in Italia (Hollywood

Talkies, alla presenza degli autori Oskar Perez

e Mia de Ribot), due spettacoli teatrali (Numa. Ovvero

Roma non fu fatta in un giorno, sulle origini multiculturali

di Roma fin dall’antichità, di e con Sista

Bramini/O Thiasos Teatro Natura; Sueňa Quijano

Universitalitas. Work in progress con vista su Roma

Tre, di e con Carlo Quartucci e Carla Tatò, sulla necessità

di una ininterrotta ricerca espressiva), due letture

di poesia, un incontro con altrettanti poeti nordamericani

(John Giorno e Lance Henson, esponenti

del mosaico culturale che è alle origini degli Stati

Uniti), una rassegna internazionale di videoarte alla

quale hanno partecipato i maggiori artisti che nel

passaggio etico e tecnologico contemporaneo si sono

efficacemente confrontati con i nuovi linguaggi del

cinema e della narrazione.

Più che un convegno accademico, un autentico “palinsesto”

nel quale “navigare”: un incontro interdisciplinare

tra le arti e la comunicazione (cinema, teatro,

videoarte, musica, nuovi media) che ha tracciato –

dal cinema di Hong Kong a quello dell’Africa, da

quello dell’America Latina a quello europeo alla cultura

dei nativi americani – molti possibili “ponti” tra

le culture e le genti.

In nome di un concetto didiversità” – culturale e non

solo – e didifferenza”, capace di farsi consapevolezza

della democrazia e della conoscenza reciproca:


contro tutte le tentazioni di pensiero, ed economia,

unici. Un valore aggiunto per una cultura contemporanea.

Tra le personalità che hanno partecipato: il giurista

Stefano Rodotà, il compositore Luigi Cinque, il filosofo

Giacomo Marramao, il presidente di Eutelsat

Italia Giuliano Berretta, il dirigente di Slow Food

Piero Sardo, il segretario generale di Eurovisioni

Giacomo Mazzone, il direttore di Rai News 24 Corradino

Mineo, il regista Ugo Gregoretti, l’architetto

Renato Nicolini, l’economista Lucio Argano del Fe-

Più che un convegno accademico, un

autentico “palinsesto” nel quale

“navigare”: un incontro interdisciplinare

tra le arti e la comunicazione (cinema,

teatro, videoarte, musica, nuovi media)

che ha tracciato molti possibili “ponti”

tra le culture e le genti

stival Internazionale del Cinema di Roma, gli specialisti

in cinema e nuovi media latinoamericani Felipe

Cesar Londono, Carlos Adolfo Escobar (Universidad

de Caldas, Manizales, Colombia) e José Blanco

(Universidad Santo Tomas, Santiago del Cile), i critici

Alberto Pezzotta (Corriere della Sera), Antonella

Gaeta (La Repubblica), Raffaele Barberio (direttore

di Key4Biz), il giurista Carlo Alberto Graziani, l’avvocato

Andrea Piqué, l’urbanista Massimo Sargolini,

il segretario generale della Coalizione italiana per la

diversità culturale Silvana Buzzo, il compositore

Nicola Sani, il fotografo Roberto Villa, il regista Antonello

Faretta, le ricercatrici Alessandra Campoli,

Elisa Giomi oltre, naturalmente, ai Colleghi e ai ricercatori,

assegnisti e dottorandi del Di.Co.Spe.; gli

artisti Mario Sasso, Theo Eshetu, Adriana Amodei,

Robert Cahen, Olga Lucia Hurtado, Steven Partridge,

Martino Nicoletti, Silvia Stucky, Francisco Cabanzo,

Rosario Galli, Lino Strangis, Giacomo Verde,

tra gli altri.

Seguito da più di seicento persone dalle nove del

mattino a mezzanotte e trasmesso in diretta videostreaming

sul web, il convegno è stato un indubbio

successo anche di critica nonché di riconoscimenti

istituzionali, proponendo – ovviamente in una “narrazione

aperta” – evocazioni e assonanze, contiguità

sceniche e critiche tra cinema, televisione, rete, teatro,

videoarte e musica precipitate di volta in volta

dalle sessioni del convegno alle performance e agli

spettacoli o alle videoinstallazioni e ritorno. Su un

tema complesso quanto poco conosciuto in Italia

quale quello della “diversità culturale” e delle sue

molteplici linee di tensione.

Una formula “convegnistica” sperimentata dal

Di.Co.Spe. diretto da Giorgio De Vincenti fin dal

2002: un modello che conferma la sua efficacia a

un tempo di laboratorio di ricerca scientifica e di

spettacolarità visionaria, capace di porsi in una relazione

forte anche con il territorio, la città, la regione,

e non solo.

Un percorso di ricerca e di confronto interdisciplinare,

esaltato dall’apporto delle nuove tecnologie della

comunicazione che troverà, alla fine del 2012, una

ulteriore tappa nel XVIII convegno internazionale di

studi cinematografici “Cinema & Rete”.

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La doppia stella di Leonardo Sinisgalli

L’uomo che voleva «spiegare le macchine agli ingegneri e ai poeti»

di Michela Monferrini

Nel gennaio 2011 ricorreva

un inosservato anniversario,

quello della

morte di Leonardo Sinisgalli:

il poeta, l’ingegnere,

l’art director, il

pubblicitario, il direttore

di Civiltà delle macchine.

Al trentennale

della sua morte non sono

stati dedicati spazi

giornalistici né iniziative

di alcun genere, seb-

Michela Monferrini

bene la presenza di Sinisgalli

nel Novecento italiano fosse stata quella di

una figura davvero unica. Partito da Montemurro in

provincia di Potenza e giunto a Roma nel 1925 per

studi di matematica e fisica, avrebbe potuto far parte

del gruppo dei ragazzi di via Panisperna se non avesse

conosciuto la poesia: eppure non si può dire che il

giovane Leonardo avesse abbandonato del tutto una

strada per seguirne un’altra. Questa doppia anima,

questa stella scientifico-letteraria (la «stella forcuta»

che appare nei cieli di tante sue liriche) continuò a

brillare nel corso dell’intera sua carriera, tanto che

qualcuno in anni più recenti ha ipotizzato persino che

dietro al dimenticatoio (per usare il titolo di una sua

raccolta poetica del 1978) in cui a un tratto cadde il

suo nome, vi fosse proprio quel non essersi mai deciso

a favore dell’uno o dell’altro settore, quella sua

versatilità al servizio

dell’arte come della

scienza, quella difficoltà

nel tentativo di

catalogare le sue opere,

di attaccargli – come

sempre e con

chiunque si cerca di

fare – una comoda etichetta.

Una serie di circostanze

portarono un Sinisgalli

già poeta (e poeta

affermato che poteva

vantare come suo

primo critico addirittura

Giuseppe Ungaretti)

a lavorare per importanti

aziende italiane

(Olivetti, Alitalia, Pirelli,

Bassetti, Eni, tra

le altre); nella sua

creatività venivano al- Leonardo Sinisgalli

lora a incontrarsi competenze da ingegnere laureato e

passioni artistiche di vario genere (letterarie intanto,

ma anche cinematografiche, pittoriche, architettoniche

e grafiche in senso lato), e nascevano campagne

pubblicitarie, nomi di prodotti, slogan e loghi, che

avrebbero fatto la storia di quelle stesse aziende e

che rendevano Sinisgalli una sorta di genio del marketing

ante litteram.

Parlando con sua moglie, Giorgia de Cousandier,

Sinisgalli trovò il nome adatto per un’autovettura

prodotta dall’Alfa Romeo (come poteva non essere

Giulietta?); disegnò il celebre cane a sei zampe

Una doppia anima, una stella scientificoletteraria

(la «stella forcuta» che appare

nei cieli di tante sue liriche) continuò a

brillare nel corso dell'intera sua carriera

dell’Eni (a indicare che le gambe dell’uomo, sommate

alle gomme della macchina, creavano un nuovo

“mostro” della modernità); per pubblicizzare

una macchina da scrivere della Olivetti, la Studio

44, pensò all’immagine di una rosa inserita in un

calamaio (come a dire che ormai penna e inchiostro

sarebbero servite a ben poco, e semmai a far

da vaso a una rosa...). E ancora: sui cartelloni di

tutta Italia, da nord a sud, alla fine degli anni Quaranta

si poteva trovare un manifesto raffigurante

una semplice suola di

scarpa accompagnata

dall’altrettanto semplice,

ma funzionale

slogan sinisgalliano:

Camminate Pirelli.

Come dimostra Civiltà

delle macchine, una

rivista rimasta – poiché

inimitabile – davvero

unica nella storia

del giornalismo italiano

e con la quale si

voleva «spiegare le

macchine agli ingegneri

e ai poeti», Sinisgalli

cercò sempre di

quantificare, misurare,

calcolare il non

quantificabile, il non

catalogabile (come

quando nel 1972, a

Recanati, a un conve-


gno su Giacomo Leopardi presentò una serie di

mappe numeriche leopardiane – mappe di settenari,

di endecasillabi, di rime – lasciando, più che perplesso,

sbigottito l’uditorio dei critici accademici),

e viceversa di estrarre la poesia da numeri veri, dai

fenomeni fisici, persino dalle formule chimiche.

Vanno in questa doppia direzione una serie di iniziative

che oggi appaiono forse anacronistiche e

che pure mantengono inalterato il loro fascino.

Proprio da direttore di Civiltà delle macchine Sinisgalli

“spedì”, come inviati speciali, poeti e intellettuali

a visitare le fabbriche: nacquero così i reportage

di Salvatore Quasimodo dalle Officine

Sant’Eustachio di Brescia, di Giorgio Caproni dai

Cantieri navali dell’Ansaldo di Genova, di Michele

Prisco dalla Fabbrica Metalmeccanica Italiana di

Napoli, di Mario Mafai dagli stabilimenti siderurgici

di Pozzuoli, di Carlo Emilio Gadda e Ungaretti

dalla Centrale termoelettrica di Comigliano. I testi

Da direttore di Civiltà delle macchine,

Sinisgalli “spedì”, come inviati speciali,

poeti e intellettuali a visitare le

fabbriche: nacquero così i reportage di

Salvatore Quasimodo dalle Officine

Sant'Eustachio di Brescia, di Giorgio

Caproni dai Cantieri navali dell'Ansaldo

di Genova, di Mario Mafai dagli

stabilimenti siderurgici di Pozzuoli, di

Carlo Emilio Gadda e Ungaretti dalla

Centrale termoelettrica di Comigliano

che ne vennero fuori sono oggi pubblicati nel volume

L’anima meccanica. Le visite in fabbrica in

“Civiltà delle macchine”, pubblicato da Avagliano.

Allo stesso modo, da consulente di Alitalia, che gli

fece visitare il mondo intero, nel 1962 Sinisgalli

ideò la campagna «Bambini e Jet»: accompagnò

gruppi di bambini in età scolare a visitare gli aeroporti

intercontinentali e alcuni disegni di questi piccoli

viaggiatori, riprodotti fotograficamente da un

grafico e corredati da testi dello stesso Sinisgalli,

Copertina del periodico Civiltà delle Macchine, X (1962), 6, disegnata

da Pablo Picasso. La rivista culturale, edita per conto

delle aziende del Gruppo IRI, nacque a Roma nel 1953 e fu diretta

da Leonardo Sinisgalli. Si avvalse dei contributi di autorevoli

e insigni studiosi nel campo della cultura artistica, umanistica,

scientifica e tecnica

vennero scelti per manifesti, poster e cartelloni

pubblicitari dell’Alitalia in varie zone del mondo.

L’originale iniziativa ottenne un successo straordinario,

tanto che alcune immagini furono inserite

nell’Annuario internazionale della grafica 1962-63.

Il “creativo” delle grandi aziende di oggi – viene

dunque da domandarsi – è forse maggiormente vincolato

a numeri di vendita, tabelle, precise strategie

di marketing, o è semplicemente un “creativo meno

creativo”? Nell’uno e nell’altro caso andrebbero forse

riscoperte le figure di quanti hanno fatto, in una

data disciplina, la storia del nostro paese: a trent’anni

dalla morte possono ancora parlare con noi.

Il rapporto tra scienza e letteratura in Leonardo Sinisgalli è indagato nel saggio I

circoli di Archimede, pubblicato nel volume Poetiche della creatività. Letteratura

e scienze della mente di Alberto Casadei (Mondadori, 2011). Nel volume, si

tratta lo stesso tema anche in relazione all’opera di Amelia Rosselli, Antonella

Anedda, Emilio Tadini, e si traccia un percorso inedito nella poesia del Novecento,

volto a far emergere la stessa letteratura come forma di conoscenza della

realtà.

Alberto Casadei insegna Letteratura italiana all’Università di Pisa. Ha pubblicato,

tra l’altro, Romanzi di Finisterre. Narrazioni della guerra e problemi del

realismo (Carocci, 2000), Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo

(Il Mulino, 2007), Poesia e ispirazione (L. Sossella, 2009)

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28

Libertà scalza

La forza creativa della corsa a piedi nudi

di Corrado Giambalvo

«Imparare è un’affascinante

attività creativa:

bisogna metterci del

proprio, e finché non si

prova ad insegnare non

ci si rende conto di

quello che è stato realmente

appreso. I dati

che si ottengono da test

e collaudi – funzioni

base dell’apprendimento

– non possono essere

né giusti né sbagliati, e

Corrado Giambalvo

ci offrono l’opportunità

di evolverci in modo ottimale, per agire, comportarci

e conseguire prestazioni in modi nuovi o semplicemente

dimenticati. Capire come usiamo i nostri piedi

nelle attività quotidiane – tra queste camminare e

correre (ma non solo) – è autenticamente fondamentale

e di primaria importanza nella realizzazione di

calzature e suole di eccellente qualità».

Da quando ho iniziato a sperimentare la corsa a piedi

nudi, il concetto di creatività si è approfondito, divenendo,

se così si può dire, più intenso. Qualsiasi atleta

sa che durante un’intensa attività sportiva si liberano le

endorfine, ma quelle che si generano correndo a piedi

nudi forse sono particolari: oltre all’euforia che deriva

dalla gioia di muoversi, si attivano moltissime idee.

Dopo trenta anni di passione podistica mi sono liberato

di tutte quelle variabili numeriche che abbiamo

ereditato: tempo, velocità, distanza, classifica, podio...

È stato un gesto semplice, è bastato recuperare

uno schema motorio di base: come muoversi per la

prima volta, velocemente, agilmente, improvvisando

e immediatamente mi sono reso conto di quanta creatività

possiamo godere, praticando questa disciplina.

I nostri piedi sono un po’ come degli strumenti musicali:

in fondo anche una gara dei 100 metri piani vista

dall’alto può sembrare un pentagramma musicale

con delle note mobili ed estremamente veloci. E allora

mi sono chiesto, che suono fa l’orchestra dei velocisti,

quando corre i 100 metri piani? Per me è il suono

della libertà. Ma nel concreto cosa si prova a correre

a piedi scalzi?

Le prime impressioni incidono non poco. A meno che

la temperatura non sia intollerabile per eccesso o difetto,

la sensazione più bella è sentire il piede che respira

a partire dal momento in cui togliamo i calzini.

Si divaricano le dita che iniziano a muoversi per liberarsi

dalle pellicine morte e il tessuto connettivo

dell’aponeuresi plantare rinasce. Si divaricano i metatarsi

e ben presto il peso corporeo viene percepito sul

piede medialmente e lateralmente, in punta come sul

tallone. La pianta torna ad essere tonica, sensibile, viva,

e smette di fare da tendiscarpa nelle forme più

svariate. I muscoli dei piedi, deboli e atrofizzati, rinascono

e progressivamente si possono recuperare una

parte delle originarie qualità. Anche questo fa parte

del godimento, ovvero, intuire le proprie potenzialità.

Qualsiasi atleta sa che durante

un’intensa attività sportiva si liberano le

endorfine, ma quelle che si generano

correndo a piedi nudi forse sono

particolari: oltre all’euforia che deriva

dalla gioia di muoversi, si attivano

moltissime idee

E a questo punto, proprio come quando intorno al

dodicesimo mese, facciamo i nostri primi passi verso

l’abbraccio amorevole di un padre o una madre, possiamo

tentare qualche passo sensibile a tutto quello

che ci sta sotto mentre il corpo intero cerca il suo

equilibrio.

Paura? Chi ha i piedi allenati, Barefooters vintage o

rinati che siano, può beneficiare da subito di questo

ritrovato godimento sensoriale degli arti inferiori.

Danzatori, ginnasti, artisti marziali o i tanti indigeni

di tutto il pianeta sono abituati a stare a piedi scalzi,

a muoversi, a camminare, a correre senza scarpe.

Sentono i piedi funzionali, li apprezzano, si fidano.

Sanno che la loro mobilità dipende da loro. Cioè

hanno completamente interiorizzato il valore della

familiarizzazione e educazione dei loro piedi. Si potrebbe

dire dell’intelligenza dei piedi.

Ma non siamo tutti in queste condizioni. Con l’uso

eccessivo che si fa di calzature protettive o alla moda,

per ragioni culturali o per necessità (basti pensare

agli scarpini rigidi di un calciatore o ai tacchi a spillo),

i nostri piedi si sono indeboliti e sono diventati

poco funzionali. Ciò non toglie che nelle città moderne

così come in situazioni particolari è facile

abradersi la pelle, scivolare, sbattere contro oggetti o

sporgenze contundenti, nonché sporcarsi i piedi in

modi non opportuni. Una buona parte della popolazione

mondiale non sa più usare i piedi in modo funzionale.

Li ha viziati e diseducati. Con questo però

non voglio dire che tutti devono camminare scalzi:

come ogni forma di liberà, bisogna innanzitutto avere

il coraggio di prendersela.

Mi rendo conto che non è semplice perché dopo centinaia

di anni di condizionamenti, abbiamo sviluppato


un complesso rapporto con i nostri piedi. Ma anche

in caso di fuga, il bello è sapere che eventualmente

saranno i nostri stessi piedi a dirci “basta” tra adattamento

e recupero. Tra godimento e creative saturazioni

sensoriali.

Anche per coloro che non volessero fare a meno delle

scarpe, oggi è disponibile una gamma di calzature

che tengono in considerazione i nostri piedi, la loro

forma, le loro esigenze. Personalmente da qualche

anno mi dedico alla progettazione e al collaudo delle

Vibram Fivefingers: suole nate dalla grande tradizione

della azienda fondata da Vitale Bramani – guida

alpina e uomo d’avventura – e che dal “carrarmato”

del 1935 è arrivata alle “cinquedita” odierne, dal premiato

design tecnologico e innovativo che consente

di stare a piedi nudi ma un po’più protetti e “vestiti”.

Nella corsa amatoriale e in tanti altri sport, l’uso specifico

dei piedi è stato praticamente ignorato a favore

della più attraente perdita di peso, dei muscoli scolpiti,

delle tabelle di allenamento, dell’agonismo fine

a se stesso. Tuttavia la domanda più frequente è: «ma

non ci si fa del male a camminare o a correre scalzi o

quasi scalzi, senza nessuna ammortizzazione?»

La verità è che ci sono atleti di ogni genere che si sono

procurati qualsiasi tipo di infortunio, a prescindere

dalle calzature e/o attrezzature che usano o disciplina

che praticano: da microfratture da stress fino

all’anoressia. È sufficiente un semplice esercizio di

piegamento sulle gambe per farsi male, se non si è in

grado di farlo bene, ovvero nel rispetto del corpo.

D’altronde anche gli stili di vita che siamo spesso tenuti

a mantenere non facilitano l’ascolto del corpo: siamo

pigri e spesso pensiamo che questa pigrizia sia frutto

del successo professionale e sociale raggiunto. E questo

non è di per se sbagliato. Ma se a farne le spese è la

nostra capacità creativa, che al contrario genera enormi

spese di energia, forse è un segnale che stiamo andando

oltre, un po’ come nella visionaria animazione Wall-

E in cui si ipotizzava Ipad e divano-mobile come protesi

irrinunciabili e permanenti della razza umana.

In ogni caso gli esseri umani nascono a piedi scalzi,

imparano a muovere i primi passi a piedi nudi, a caricare

i piedi per stare in equilibrio, correre, saltare,

arrampicare... In tre parole: schemi motori di base, il

codice necessario per riprodurre qualsiasi movimento

nella vita adulta.

Chi ha i piedi allenati, Barefooters vintage

o rinati che siano, può beneficiare da

subito di questo ritrovato godimento

sensoriale degli arti inferiori. Danzatori,

ginnasti, artisti marziali o i tanti indigeni

di tutto il pianeta sono abituati a stare a

piedi scalzi, a muoversi, a camminare, a

correre senza scarpe

Voglio infine ricordare che quando ci alleniamo facendo

un qualsiasi esercizio sportivo, concorrono almeno

quattro caratteristiche principali dello stimolo

allenante: l’intensità, la frequenza, la durata e la specificità.

Misurare scientificamente i vantaggi o gli

svantaggi condizionali di utilizzo di un prodotto durante

l’allenamento è molto difficile perché potrebbe

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30

dipendere dalla minima alterazione di una di queste

caratteristiche. Dunque, sarebbe fuorviante (nonché

in contraddizione con la voglia di istinto creativo)

raccontare che deambulare a piedi scalzi da subito

rassoda i glutei o tonifica le cosce.

Gli esseri umani nascono a piedi scalzi,

imparano a muovere i primi passi a piedi

nudi, a caricare i piedi per stare in

equilibrio, correre, saltare, arrampicare...

In tre parole: schemi motori di base, il

codice necessario per riprodurre qualsiasi

movimento nella vita adulta

Tuttavia oggi siamo consapevoli di quanta ginnastica

propriocettiva e posturale viene fatta a piedi

scalzi. Cosi come avviene per la danza moderna e

le arti marziali, lo Yoga e il Pilates; questa particolare

attenzione al rispetto funzionale del corpo trova

riscontro anche in numerosi strumenti che sono

entrati a far parte del mondo del Fitness: dal fit ball

al bosu, dal sistema della Tecnogym Kinesis ai tapis

roulant a trazione umana con pendenze variabili

e superfici irregolari. Questa attenzione, frutto sicuramente

di una maggiore consapevolezza del

dialogo che c’è tra mente e corpo ci aiuta a stimolare

a partire dai piedi le funzioni di equilibrio, agilità,

mobilità articolare, forza, non solo da un punto

di vista meccanico ma soprattutto da un punto di

vista biodinamico, cioè che concerne il rapporto dinamico

esistente tra l’ambiente naturale e gli organismi

che vi vivono. Tra questi, l’uomo.

E per concludere, mi sembra giusto citare i versi di

Erri De Luca, filosofo e alpinista, che questo rapporto

l’ha colto in tutta la sua completezza e vastità

nel suo Elogio Dei Piedi.

Perché reggono l’intero peso.

Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.

Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo

sanno fare.

Perché portano via.

Perché sono la parte più prigioniera di un corpo

incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare

di nuovo a camminare in linea retta.

Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto

nello scheletro non ci sono ali.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli

e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.

Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.

Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.

Perché quelli di donna facevano friggere i versi di

Pushkin.

Perché gli antichi li amavano e per prima cura di

ospitalità li lavavano al viandante.

Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o

ripiegati indietro da un inginocchiatoio.

Perché mai capirò come fanno a correre contando su un

appoggio solo.

Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango,

il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.

Perché non sanno accusare e non impugnano armi.

Perché sono stati crocefissi.

Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di

qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti

l’appoggio.

Perché, come le capre, amano il sale.

Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando

arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo

contro la morte.

Erri De Luca, Elogio dei piedi


Ritagli

Se il futuro del libro è l'opera d'arte

di Michela Monferrini

«Un danno per la società»:

con queste parole,

lo scrittore americano

Jonathan Franzen

ha recentemente definito

l’e-book, accendendo

immediatamente un

dibattito su scala mondiale.

Negli Stati Uniti

negli ultimi tempi si

sarebbe moltiplicata in

maniera esponenziale

la vendita di supporti

Michela Monferrini

di lettura digitali, facendo

presagire a qualcuno addirittura la scomparsa

dell’oggetto-libro. È vero che in Europa, e soprattutto

in Italia, nei vagoni della metropolitana, nelle

sale d’aspetto, nei bar, è ancora raro incontrare dei

“lettori digitali”, e però gli italiani, popolo di poeti,

popolo di scrittori, si stanno forse accorgendo delle

possibilità che il self-publishing – solo grazie alle

piattaforme digitali – può offrire loro. Intanto, c’è

chi comincia a riciclare il caro vecchio libro, non

soltanto facendo di e-bay un’immensa biblioteca

online, ma ideando addirittura nuovi, artistici livelli

di fruizione.

Mike Stilkey nel suo studio

Del libro non si scarta nulla, sembrano

dirci forme artistiche come la poesia

dorsale, il painting on books, il

papercutting: ognuna di queste forme,

predilige una parte del libro e la

utilizza come supporto materiale del

proprio lavoro

Del libro non si scarta nulla, sembrano dirci forme artistiche

come la poesia dorsale, il painting on books, il

papercutting: ognuna di queste forme, predilige una

parte del libro e la utilizza come supporto materiale del

proprio lavoro. Chi crea opere di poesia dorsale, utilizza

la costa dei volumi per fare nuova letteratura: impilando

in orizzontale, un libro sopra l’altro, si cerca con

i titoli di dar vita a testi poetici di senso compiuto, dove

ogni verso è rappresentato da uno stesso, o più, titoli

di libri. Un esempio: «Come io vedo il mondo: / il

freddo, grottesco, tradimento / del sentimento tragico /

della vita», dove gli “autori” delle parole che compongono

i versi sono Albert Einstein, Thomas Bernhard,

Patrick McGrath, Adam Zagajewski, Miguel de Unamuno,

ma gli autori della poesia dorsale sono invece il

31


32

Rob Ryan, This is for you, 2007

graphic designer e fotografo Silvano Belloni e la giornalista

Antonella Ottolina, gli ideatori della poesia dorsale

in Italia.

L'artista californiano Mike Stilkey,

assembla diverse copertine di libri per

farne la propria tela da pittore: ne

nascono immagini compiute, ma

realizzate a tessere esattamente come

in un mosaico, dove ogni tessera è però

costituita da un volume

L’artista californiano Mike Stilkey, assembla diverse

copertine di libri per farne la propria tela da pittore:

ne nascono immagini compiute, ma realizzate a tessere

esattamente come in un mosaico, dove ogni tessera

è però costituita da un volume. Dietro ogni opera

c’è un mondo sommerso eppure presente: le copertine

non vengono separate, strappate dal resto del

libro; il volume c’è, con ogni sua pagina, sta dietro o

sotto, talvolta fa sì che l’opera “stia in piedi”. Ciò di

cui abbiamo immediata percezione, tuttavia, è soltanto

l’immagine, e sono donne, uomini, animali, interpretati

con uno stile espressionista moderno, con

un tratto che ricorda Egon Schiele, tratti funerei alla

Tim Burton, e quella solitudine malinconica, forse

persino tragica, di certe situazioni raffigurate da

Chagall: sono drammi esistenziali, fiabe nere nutrite

di letteratura perché la letteratura è il loro supporto

materiale. Sembra quasi esattamente il contrario di

ciò che succede con il papercutting: dove Mike Stilkey

aggiunge alla carta e sulla carta (utilizzando di-

versi strumenti, dalla matita alla vernice, dagli inchiostri

alle lacche), l’antichissima arte del ritaglio è

un gioco di sottrazione ed equilibrio estetico. La novità

di questa forma artistica è rappresentata dal fatto

che negli ultimi anni si è passati dal ritaglio del

foglio singolo a quello del volume intero, che viene

davvero scavato, scolpito, ricavando figure in modo

imprevedibile, come fa lo “scultore di libri” Claudio

Perri con i suoi Liberintro. Se Michelangelo affermava

di estrarre qualcosa che era già imprigionato

nel blocco di marmo, Perri suggerisce l’esistenza di

un universo tridimensionale, invisibile nell’oggettolibro,

e di quell’universo va a caccia, sottraendo di

pagina in pagina.

Fatto di sottrazione è anche il lavoro di Rob Ryan, illustratore

e scrittore inglese specializzato appunto nel

papercutting, e proprietario di Ryantown, una sorta di

“bottega delle meraviglie” della sua produzione artistica

(126 Columbia Road, Londra). “Intagliando” i fogli,

Ryan compone libri – mai tradotti in italiano – che

anche in questo caso sono vere e proprie opere d’arte,

e che però mantengono la loro funzione originaria: si

sfogliano, si leggono, raccontano storie. This is for

you, il suo primo libro, narra la solitudine dell’uomo e

la ricerca dell’anima gemella, il disperare delle proprie

possibilità e infine la speranza, l’avverarsi di ciò in cui

si è creduto; A sky full of kindness è la storia di due uccellini

che attendono con trepidazione e timore lo

schiudersi dell’uovo che li renderà genitori per la prima

volta; The gift (tradotto in francese e tedesco), firmato

assieme alla Poetessa Laureata di Scozia, Carol

Ann Duffy, cerca di narrare, con grazia e delicatezza,

lo scorrere del tempo e la “preparazione” della propria

morte attraverso la storia di una giovane donna che

crescendo, e poi invecchiando, continua a curare il

giardino nel quale un giorno sarà seppellita. Sono piccole

storie incantevoli, il cui testo si integra perfettamente

con la tecnica di realizzazione: storie di pieni e

di vuoti che solo la carta, nell’incontro con la luce,

nell’incontro con le mani, può ancora rendere.

Rob Ryan, Other planets nest, 2009


Una bottega a regola d’arte

La differenza fra prodotto industriale e creazione artigianale

di Arianna Scarozza

Arianna Scarozza

Regola è il nome del

settimo rione di Roma

e ospita le sue più importanti

vie storiche

come via dei Giubbonari,

così chiamata perché

nell’era repubblicana

era piena di botteghe

di fabbricanti di

corpetti e giubbe, o anche

come via dei Cappellari,

che nel Medioevo

era piena di artigiani

che produceva-

no cappelli. Già perché una volta si diceva “andare

a bottega”, che stava a significare che si andava ad

imparare un mestiere. Purtroppo oggi questo termine

è in disuso e ha perso di significato indicando,

magari, la semplice azione dell’andare alla bottega.

Ma anche questo ormai spesso non ha più senso

perché oggi molte di queste botteghe non ci sono

più ed è sempre più difficile trovarne nel centro di

Roma. Molte sono state costrette a chiudere o a

spostarsi in periferia, per un affitto da pagare troppo

alto o perché il prodotto artigianale ha perso

sempre più importanza facendosi sostituire da una

cultura che punta sull’omologazione e la produzione

in serie, quindi sul prodotto industriale.

In un momento culturale come questo è sempre più

difficile puntare sulla creatività. Ed è proprio per

questo che camminando per via Torre Argentina mi

fermo al civico 72, dove sono colpita dalla scritta

sulla porta di un negozio. Si chiama Le

Artigiane.it. Possiamo considerarlo un sostantivo

anticonformista, ossia non conforme al sistema socio-economico

contemporaneo,

non solo perché

ci richiama alla

mente il lavoro

manuale ma soprattutto

perché è

al femminile, cosa

ancora più

inusuale se vogliamo.

Entro e

vedo tutto ciò

che un amante

della creatività e

dell’ingegnosità

desidererebbe ve-

dere. Tutto fatto

m a n u a l m e n t e :

Le fondatrici di LeArtigiane.it

abiti, cappelli, borse, sciarpe, gioielli, oggetti in

vetro soffiato.

«Questa avventura è nata nel 1999 come

attività e-commerce, volevamo dare uno

spazio per la creatività e l’originalità a

tutte coloro che avevano bisogno di un

luogo dove esprimere il proprio talento»

Così chiedo a Bruna Pietropaoli che di Le Artigiane.it

è cofondatrice, insieme a Livia Carchella,

cosa l’ha spinta ad avere questa idea. «Questa

avventura è nata nel 1999 come attività e-commerce,

volevamo dare uno spazio per la creatività

e l’originalità a tutte coloro che avevano bisogno

di un luogo dove esprimere il proprio talento e,

per così dire, “riciclarsi” e dare spazio alle proprie

creazioni. Nel giro di qualche mese il nostro spazio

espositivo virtuale è arrivato a comprendere

7000 artigiane. In seguito, dopo riconoscimenti

importanti come il Premio E-Business Award IBM

nel 2000 e il Premio Arte e Lavoro, promosso

dall’Assessorato della Regione Lazio nel 2004, dal

1° Ottobre 2010 abbiamo deciso di aprire uno spazio

espositivo permanente, non più solamente virtuale,

nel centro di Roma dove molte artigiane, e

anche qualche artigiano provenienti da tutta Italia,

possono mettere in mostra le proprie creazioni artistiche».

Se poi le chiediamo qual è la differenza tra un

prodotto artigianale e uno industriale ci risponderà

prendendo

a modello uno

dei lavori artigianali

più antichi.

«Prendi ad

esempio il mestiere

dell’orefice,

riesce a fare delle

creazioni artistiche

attraverso la

lavorazione dei

metalli che una

macchina non sarebbe

mai in grado

di effettuare,

essendo ogni pezzo

differente dall’altro».

33


34

Ma nella società post-industriale in cui viviamo,

qual è quindi la prospettiva dell’artigianato?

«Bisognerebbe cominciare a dare vita ad un luogo

per esprimere la creatività, a partire dalle scuole. Si

potrebbero realizzare laboratori che permettano e

aiutino ad esprimere le capacità e le abilità dei

bambini. Perché è indubbio che bisogna essere portati

a diventare dei futuri artisti ma bisogna essere

aiutati a capirlo. Noi qui abbiamo anche laboratori

dove chiunque voglia può partecipare. L’unico requisito

richiesto è avere la passione. I corsi vanno

da quelli più tradizionali, come il corso di acquarello

o di ceramica, ad alcuni più particolari, come

il corso di intrecci di carta tenuto da Ana Romana

Giorgini che consiste nell’opportunità di imparare

a costruire borse o cappelli intrecciando della carta

riciclata, un modo anche per rispettare l’ambiente

sempre più danneggiato.

Bisognerebbe partire dalle scuole. Si

potrebbero realizzare laboratori che

permettano e aiutino ad esprimere le

capacità e le abilità dei bambini. Perché

è indubbio che bisogna essere portati a

diventare dei futuri artisti ma bisogna

essere aiutati a capirlo

A riguardo abbiamo ospitato fra l’altro (dal 23 febbraio

al 4 marzo) la settima edizione di Scarti d’Autore

- l’Arte del Riciclo, dove artigiane provenienti

da tutta Italia attraverso ciò che noi chiameremmo

scarti hanno dato vita a creazioni artistiche di varia

natura». Da questo punto di vista, la teoria “più lavoro

artigianale, meno inquinamento” è inconfutabile.

Il prodotto artigianale è costretto per un certo verso a

rimanere indietro, a pagare costi che per quelli industriali

sono addirittura dei benefici. Il famoso costo

opportunità del tempo. Ciò che l’artigiano fa in

un’ora la macchina lo fa in trenta secondi. Proprio

per questo si pensa che oramai il prodotto artigianale

sia solo per una elité, perché troppo costoso

ma in questo caso è Livia Carchella a intervenire:

«Questa è un’opinione diffusa ma sbagliata.

Le Artigiane.it è frequentato da persone di qualsiasi

ceto. Ciò che bisogna avere è la cultura dell’originalità.

Certo è il sistema socioeconomico che spesso

non lo permette, che rende sempre più difficile capire

il valore di una produzione artigianale. Infatti più

un prodotto è standardizzato, più è accettato. L’unicità

del pezzo ha perso valore, mentre bisognerebbe

puntare più alla qualità del prodotto che alla quantità:

un qualsiasi oggetto lavorato manualmente non sarà

mai uguale ad un altro, perché in quell’oggetto vi sarà

il frutto di una laboriosità sia mentale che manuale,

mentre nel prodotto industriale la creatività si ferma

al progetto».

Oggetti fatti con la carta di giornale, realizzati artigianalmente da Ana Romana Giorgini con intrecci tradizionali e tecniche innovative.

L'artista promuove la cultura del riciclo anche attraverso l'attività didattica. Infatti tiene corsi sulla carta fatta a mano e l'intreccio nello

spazio espositivo LeArtigiane.it


Irena Sendler, l’angelo del Ghetto di Varsavia

di Gaia Bottino

Esistono persone

che riescono a fare

della propria vita un

capolavoro. Colgono

l’essenza più

profonda del proprio

cammino su

questa terra e decidono

di intraprenderlo

senza porsi

troppe domande,

consapevoli che sia

Gaia Bottino

l’unica strada percorribile.

Sono capaci

di cambiare non solo il corso della propria esistenza,

ma anche quella di coloro che incontrano

durante il loro viaggio.

Irena Sendler, nella sua lunga, travagliata e meravigliosa

vita, è stata protagonista di questo “miracolo”:

infermiera e assistente sociale polacca nata a

Varsavia nel 1910, iniziò a collaborare nel 1942 con

il movimento clandestino non comunista la Żegota.

Il suo incarico fu quello di riuscire a mettere in salvo

i bambini ebrei del Ghetto di Varsavia dalla deportazione

nazista.

La donna riuscì ad entrare nel Ghetto grazie ad un

permesso speciale come operatrice ufficiale del Dipartimento

contro le malattie contagiose. «Dopo

aver detto alle famiglie del ghetto che avevo la possibilità

di salvare i loro bambini, dovevo purtroppo

assistere alle scene strazianti del distacco dei figli

dai genitori», ricordò in seguito l’ex infermiera.

Irena riuscì ad organizzare la fuga di migliaia di

bambini, che nascose all’interno di ambulanze. In

altre occasioni, si spacciò per un tecnico di condutture

idrauliche, i neonati nascosti nel fondo della

sua cassa per attrezzi, altri bambini più grandi chiusi

in un sacco di juta.

Una volta fuori dal Ghetto, la donna fornì ai piccoli

dei documenti falsi con nomi cristiani e li affidò a

famiglie cristiane o a preti cattolici. Nel frattempo,

conservò delle liste dei nomi veri e di quelli nuovi

dei bambini salvati con la speranza di poterli riunire

un giorno alle loro famiglie. Per proteggere queste

liste, le nascose all’interno di vasetti vuoti di marmellata

e le sotterrò sotto un albero di mele in un

giardino di conoscenti a Varsavia.

Il 20 ottobre 1943 Irena Sendler fu arrestata e torturata

dai nazisti ma ebbe la forza di non rivelare i nomi

dei suoi collaboratori né il nascondiglio delle liste

dei nomi dei bambini. Venne condannata a morte

ma l’organizzazione Żegota riuscì a corrompere

l’ufficiale incaricato di ucciderla. Irena riuscì così a

fuggire, continuando a vivere fino alla fine della

guerra in clandestinità.

Al termine del conflitto, la donna utilizzò le liste

nascoste nei vasetti di marmellata, per riunire i

bambini ai genitori sopravvissuti all’Olocausto.

La sua lista è oggi custodita allo Yad Vashem, il

memoriale dell’Olocausto in Israele. Nel 1965 le

venne conferito il titolo onorifico di Giusto tra le

nazioni, ma le autorità comuniste polacche l’autorizzarono

a recarsi in Israele per ritirare la medaglia

solo nel 1983.

«Ho fatto quello che bisognava fare e non ho avuto

paura» disse Irena riguardo alla sua impresa «I veri

eroi furono i genitori che dovettero separarsi dai figli

in modo così crudele».

Per lungo tempo la vita di Irena, l’angelo custode

di 2500 bambini

ebrei, è stata dimenticata

dall’opinione

pubblica e solo nel

1999 riscoperta da un

gruppo di studenti di

un college del Kansas

che hanno lanciato

un progetto per far

conoscere la sua vita

e il suo operato a li-

vello internazionale.

Gli studenti hanno

Irena Sendler, nel 1942

creato così uno spettacolo dal titolo Life in a Jar

(La vita in un barattolo) in cui hanno rappresentato

la storia di Irena. Ad ogni rappresentazione, gli

studenti portano con sé un barattolo in cui raccogliere

denaro per sostenere coloro che hanno messo

a repentaglio la propria stessa vita nel tentativo

di salvare gli ebrei dal dramma della Shoah.

Irena Sendler si è spenta all’età di 98 anni nel

2008. Nominata dal suo Paese eroe nazionale nel

2007 ma ormai cagionevole di salute, mandò una

sua dichiarazione per mezzo di Elżbieta Ficowska,

allontanata dal ghetto e dalla sua famiglia a

soli 5 mesi nel luglio del 1942. «Ogni bambino

salvato con il mio aiuto è la giustificazione della

mia esistenza su questa terra, e non un titolo di

gloria», scrisse la Sendler nella lettera indirizzata

al Parlamento polacco.

Nel buio più oscuro della seconda guerra mondiale,

un’umile infermiera ha avuto l’intuizione di abbracciare

la luce e di creare una speranza nelle vite di

2500 bambini. Quando la creatività di un individuo

abbatte le barriere del destino.

35


38

Recitare: professione o scelta di vita?

Il punto di vista dell’attore Maximilina Dirr, tra aspirazioni e difficoltà

di Francesca Gisotti

Quando si parla del mestiere

dell’attore, c’è

sempre un interrogativo

da cui non si può prescindere:

«attori si nasce

o si diventa?». La

domanda, che di per sé

appare abbastanza banale,

risulta essere

quanto mai attuale se si

pensa al proliferare di

scuole ed accademie

che si attribuiscono la

Francesca Gisotti

capacità di “insegnare”

a recitare. Eppure, dei molti aspiranti attori che affollano

questi istituti, sono ben pochi quelli che poi riescono

ad emergere dal “calderone” delle giovani promesse

e, ancor meno, coloro che vedono trasformata

la propria “passione” in una reale professione. Studio

e disciplina sono sicuramente fondamentali per acquisire

la capacità di far “indossare” al proprio corpo

“vestiti” altrui, ma forse poco si insiste sul fatto che

al di là delle lezioni, degli esercizi, della volontà e

della dedizione, l’attore è soprattutto un creativo, un

“inventore”, una persona (inteso anche nell’accezione

latina di “maschera”) alle prese con la costante

reinvenzione di sé e nello stesso momento del proprio

personaggio. Ecco allora che tutto appare sotto

un’altra ottica, e l’attore non è più semplicemente

uno strumento ben accordato per far risuonare parole

scritte da altri, non è più soltanto un corpo nelle mani

di qualcuno che lo dirige, bensì egli diventa il mezzo

attraverso cui possa compiersi un rituale che molto

ha a che fare con la “magia”, la magia di essere allo

stesso tempo io e l’altro. Antonin Artaud, uno dei

grandi maestri del Teatro del Novecento, parlava

dell’attore come di un «atleta del cuore», il cui corpo

“plasmato” dallo sforzo e dalla fatica muscolare “traducesse”

all’esterno una viscerale tensione interiore.

Nei suoi scritti, si leggono affermazioni dure, taglienti,

in cui la questione della “verità” dell’attore

emerge come un nodo fondamentale da sciogliere,

non solo sul palcoscenico, ma nella vita. Artaud parlava

infatti di un «Teatro della crudeltà» che «tagliando

nel vivo», esercitasse sullo spettatore le proprie

«devastazioni», la distruzione finale di tutte

quelle convinzioni rassicuranti che impediscono il

contatto con la nostra parte più intima. Recitare assumeva

qui la fisionomia di una dolorosa discesa dentro

se stessi, per cercare di colmare quella separazione

fra spirito e materia che rende gesti, frasi, ed

espressioni falsi tentativi di mascherarci dietro immagini

artificiali.

Viene quindi da chiedersi: quanto di questo insegnamento

risuona ancora nelle attuali scuole di recitazione?

Forse il reale compito di chi insegna dovrebbe

consistere proprio nel fornire la “mappa” di questo

percorso. Lo sforzo nell’intraprendere un cammino

tanto duro apparirebbe allora funzionale ad un obiettivo

ben preciso, il raggiungimento dello spettatore e

il suo coinvolgimento in un processo di abbandono

volontario. Rispetto agli anni in cui Artaud scuoteva

il panorama culturale parigino con il proprio pensiero

rivoluzionario, cercare di diventare “attori” appare

oggi sempre più spesso legato ad un desiderio di visibilità

piuttosto che alla scelta di un preciso percorso

esistenziale.

Abbiamo deciso di parlarne con il giovane attore

Maximilian Dirr, impegnato sul set di Un matrimonio,

la fiction girata da Pupi Avati per la Rai.

Maximilian, di lontane origini italiane, ma nato e vissuto

a Monaco di Baviera fino all’età di diciannove

anni, ha svolto il suo apprendistato da attore qui a

Roma, nonostante le tante difficoltà legate all’apprendimento

di una lingua semisconosciuta e alla necessità

di dover provvedere al proprio sostentamento

economico.

Studio e disciplina sono sicuramente

fondamentali per acquisire la capacità di

far “indossare” al proprio corpo

“vestiti” altrui, ma al di là delle lezioni,

degli esercizi, della volontà e della

dedizione, l’attore è soprattutto un

creativo, un “inventore”, una persona

(inteso anche nell’accezione latina di

“maschera”) alle prese con la costante

reinvenzione di sé e nello stesso

momento del proprio personaggio

Quando hai capito di voler diventare un attore, e

quali sono state le prime difficoltà nel seguire

questa strada?

Ho iniziato quasi per gioco, attraverso la frequentazione

di seminari e corsi di recitazione amatoriali.

Dopo due anni di vita universitaria, durante i quali

ho cercato di bilanciare le due cose, ho capito che in

realtà la mia vera passione era la recitazione. Recitare

significa per me essere parte di un “evento magico”

e irripetibile, e la mia determinazione nel voler

perseguire questa strada è stata tale da lasciare gli

studi per inseguire il mio vero sogno. La prima diffi-


coltà è stata convincere mio padre della mia scelta.

Per me lui aveva sempre desiderato una professione

“più sicura” e almeno il conseguimento della laurea

triennale. Tuttavia, una volta compreso che la mia

non era soltanto un’aspirazione passeggera, mi ha

appoggiato completamente, aiutandomi anche a sostenere

le spese necessarie per il mio sostentamento.

Dopo varie esperienze di formazione, la svolta nella

mia vita è arrivata quando sono stato ammesso alla

scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova.

Antonin Artaud, uno dei grandi maestri

del Teatro del Novecento, parlava

dell’attore come di un «atleta del cuore»,

il cui corpo “plasmato” dallo sforzo e

dalla fatica muscolare “traducesse”

all’esterno una viscerale tensione

interiore

Perché hai visto l’Italia come luogo più idoneo per

la tua realizzazione professionale?

In realtà è stata una coincidenza. Sono venuto in Italia

con tutt’altre prospettive, soprattutto per intraprendere

un’avventura alla ricerca di me stesso. Per

me era comunque un paese molto familiare, dato che

ho lontane origini italiane e tutte le estati fin da piccolo

venivo in vacanza qui. Attualmente mi muovo

su due fronti, fra Roma e Berlino, e dato che sono bilingue

mi considero molto fortunato nel poter lavorare

in entrambi i contesti.

Ti è capitato di seguire corsi di recitazione che poi

sono risultati essere completamente inutili al fine

della tua crescita artistica? Quali pensi siano le caratteristiche

che un’accademia/scuola dovrebbe

avere per garantire un’adeguata

formazione?

L’unica scuola che realmente

mi ha fornito una adeguata

preparazione è stata il

Teatro Stabile di Genova, a

cui sono stato ammesso tramite

varie fasi di selezione.

Secondo me una buona

scuola dovrebbe riuscire ad

evidenziare le reali potenzialità

individuali, fornendo

a ciascun allievo gli strumenti

per far emergere la

propria personalità. Ovviamente

si tratta della “base”

su cui poi il singolo dovrà

continuare a lavorare per

tutta la sua carriera. Insomma

per me si tratta di un

“percorso infinito”. Non

considero utili seminari di

breve durata e che poi spes-

so hanno anche costi molto

elevati.

Quanto incide, secondo te, il talento naturale e

quanto la formazione accademica nel definire la

qualità artistica di un attore?

Secondo me non si può generalizzare. Per alcuni “talenti

naturali” penso che l’impostazione accademica

possa essere addirittura “distruttiva”. Per altri, come

nel mio caso, è fondamentale per far emergere qualità

di cui non si ha neanche consapevolezza. A prescindere

dalle doti innate comunque, questo mestiere

richiede disciplina e un forte carattere. Capitano infatti

lunghi periodi in cui non si lavora e per sostenerli,

non solo economicamente ma anche a livello

emotivo, è necessaria una grande forza. È molto importante

“muoversi” su più fronti, “sperimentandosi”

artisticamente e possibilmente prendendo iniziative

autonome nella realizzazione di spettacoli personali.

«Del cinema e della tv apprezzo la

precisione nei dettagli e la cura dei

particolari. Del teatro invece, amo il

lavoro continuativo alla ricerca del

personaggio e il contatto diretto con il

pubblico»

Tu hai avuto modo di lavorare sia in teatro che al

cinema e in televisione, quali sono le differenze sostanziali

dei diversi metodi di lavorazione?

Si tratta di linguaggi molto diversi. Per me, venendo

dal teatro, è stato molto difficile “trasformare” il mio

stile di recitazione. Al cinema e in tv tutto deve essere

molto “più piccolo”, minimale. Del cinema e della

tv apprezzo la precisione nei dettagli e la cura dei

particolari. Del teatro invece, amo il lavoro continuativo

alla ricerca del personaggio e il contatto diretto

con il pubblico. Nella mia

vita sono entrambi importantissimi.

Secondo te si diventa attori

oggi più per un’urgenza

di raccontarsi attraverso

i propri personaggi

o per una ricerca di

notorietà?

Non mi sento di generalizzare,

alcuni sono attratti dalla

vita da “divo” senza rendersi

conto del percorso che c’è

dietro. Credo che, al di

delle aspirazioni individuali,

solo per chi è spinto da reale

passione valga la pena intraprendere

questa professione.

Viviamo in un momento

molto difficile per il mondo

della cultura e dell’arte e se

manca anche la spinta interiore

c’è il rischio di rincor-

rere un’illusione che non si

Maximilian Dirr, foto di Azzurra Primavera © concretizzerà mai. 39


Avvolta nel mio respiro

di Adriana Mattorre

Domani

Canto il silenzio

delle mie buie giornate

di niente riempite

Accudisco i sogni salati

del mio ardente spirito

Ascolto la verità

del mio futuro

davanti allo specchio

***

Dolce sarà sentire

Dolce sarà sentire

la voce della mia anima

quando le gioie

di una vita normale

diletteranno il mio

paranoico malato cuore

***

Amore silenzioso

Le due vette innevate

dolci istantanee di un

amore silenzioso

per il bollente mondo di oggi

folle di odio e di violenza

***

Serenità

Tu illumini le tue felici acque

della luce pura del mattino

fonte di delizia per tutti i sensi

Si imprimono nella memoria

questi suoni e queste immagini

che mi sospingono a

una serenità ritrovata

Romantico fiume

essere a bordo della tua riva

è rinviare il triste ritorno

alla realtà solitaria e silenziosa

Adriana Mattorre frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Roma

Tre. La situazione di disabilità in cui vive sin dalla nascita l’ha costretta, per anni,

nel silenzio e in un mondo di solitudine che, grazie all’uso del computer e ad una

nuova tecnica riabilitativa, è riuscita ad infrangere per conquistare la comunicazione

con il mondo in tutta la sua freschezza e il suo dolore. Non ha l’uso della lingua

né del linguaggio gestuale, ma le sue parole, i suoi versi sono la testimonianza della

meravigliosa avventura esistenziale di una giovane che, dotata di particolare sensibilità,

ha operato il “miracolo” di capovolgere l’impietosa diagnosi dei medici che

le avevano negato la possibilità di un futuro nella società civile. Nel 2006 ha pubblicato

la sua prima raccolta di poesie (Adriana Mattorre, Sassi disagiati, Vibo Valentia,

Qualecultura, 2006). Collabora inoltre con la nostra rivista.

Vi proponiamo qui una scelta di sue poesie ancora inedite.

Cosa sarò?

Cosa sarò?

Sarò faro di notte

per uomini e donne

persi nella follia della

solitudine

***

Dolci mie bianche montagne

Dolci mie bianche montagne

che siete nel mio cuore

fendendo con lo sguardo le vette

ho dominato la mia esondante

umile paura

di soprassedere al futuro

***

Dopo la notte

Sillabavo le mie promesse

di mille avventure

Sincere silenti sillabe

avevano un fastidioso

interminabile

duro tono

di paura

finché si leva

sopra di me

al mio grido di vita

una parola

speranza

***

Oggi

Oggi io non mi muovo

non muovo un passo

Vinco il buio domani


Ero triste

Gioco con i rimpianti

tolgo scuri ricordi

avrei

oltre le dure

immediate risposte

un desiderio

avere nel mio cuore

la speranza

***

Fiori del popolo

Trema la terra per timidi sorrisi

per rombi disumani

per i cuori spezzati

trema la terra per umiltà negate

per poche anime perse

per la Giustizia violata

di niente trema il vostro coraggio

pochi nomi rimarranno

dolorosamente universali

Trema lontano un mondo

suddito della violenza

trema il Potere rimasto solo

trema il mio cuore libero

dalle immagini di cinici rimorsi

gioisco a vedere i giovani che

vincono il regime mafioso

nomi giganti della Giustizia

nomi di luce meritata

(anniversario della morte

dei giudici Falcone e Borsellino)

***

Fuga

Gioie festose vivono in me

canto la mia fuga surreale

Fresche illusioni permettono

al nuovo di avanzare

Aspetto la risposta ai miei sogni

dimentico la fatica di vivere

sono fedele al mio cuore

***

Voglia di vivere

Foglie vane

che si disperano

per me

che colorano i voli

di sinceri desideri

dolci dolci sussuri

Covando i liberi sogni

rubo la vita

Gioie vere

Umili gioie io vorrei

non effimeri

mistificanti diritti

Fare nuovi incontri

fuori dalle abituali

buie situazioni

fendere le dolci

rinnegate

didascalie d’amore

diventare una donna

assetata di giustizia

Ho gioie vere da esprimere

sono dubbiosa

se accetteranno

di cimentarsi

per me

***

Leggero il segno

Leggero il segno

simbolo di tanto pensare

si fissa sulla carta

per fermare il mondo interno

di una donna

***

Polvere di stelle

Io cavalco le mie

lontane speranze

mi gracidano le molte

gioie

Più notti nere governano

la mia vita

più le piccole gioie

illuminano

l’immancabile notte

della mia anima

***

Sulle onde del mare

Io godevo del sole ammaliante

portando con me i labili sogni

ancora storditi dal vento

ma baciati dall’acqua del mare

Ha un dono l’amore per gli altri

andare veleggiando con dolci pensieri

uniti per il puro piacere

di stare insieme


42

incontri

«Trasparenti verso i lettori,

opachi verso i medi

Intervista al collettivo Wu Ming

di Alessandra Ciarletti

Wu Ming è un collettivo di scrittori provenienti

dalla sezione bolognese del Luther Blissett Project

(1994-1999). In cinese mandarino “wuming”

significa “senza nome” oppure “cinque

nomi”, a seconda di come viene pronunciata la

prima sillaba. A differenza dello pseudonimo

aperto “Luther Blissett”, “Wu Ming” indica un

preciso nucleo di persone: dal 2000 alla primavera

del 2008, la formazione ha compreso: Roberto

Bui (Wu Ming 1), Giovanni Cattabriga

(Wu Ming 2), Luca Di Meo (Wu Ming 3, che è

uscito dal collettivo nel 2008), Federico Guglielmi

(Wu Ming 4), Riccardo Pedrini (Wu Ming 5). Ciascuno di loro ha un nome d’arte individuale e una

produzione “solista”. I Wu Ming appaiono spesso in pubblico in occasione di presentazioni e incontri con i

lettori (oltre seicento iniziative nel periodo 2000-2010), ma si rifiutano di mettersi in posa per servizi fotografici.

La loro politica è quella di apparire soltanto di persona, in carne e ossa. Il gruppo ha riassunto questa

impostazione in un motto: “Trasparenti verso i lettori, opachi verso i media”. A questa scelta si lega anche

la particolare posizione degli autori in ordine al diritto d’autore: tutte le opere dei Wu Ming sono infatti

pubblicate sotto licenza Creative Commons e dal sito ufficiale del gruppo è possibile scaricare i testi integrali.

Fra le opere del collettivo Wu Ming ricordiamo: Q (1999, con il nome Luther Blissett); 54 (2002);

Manituana (2007); Previsioni del tempo (2008); Altai (2009); Anatra all’arancia meccanica. Racconti

2000-2010 (2011).

Noi lettori siamo abituati a pensare al libro generalmente

come all’espressione del pensiero del

singolo – a parte alcune note eccezioni – al contrario,

il vostro lavoro nasce fin dal principio come

collettivo. Ci raccontate come è nata questa idea e

come vi siete incontrati?

Alcuni di noi si sono incontrati al liceo, altri all’Università

di Bologna. Per cinque anni, dal 1995 al

Per cinque anni, dal 1995 al 1999,

abbiamo partecipato al progetto Luther

Blissett, un nome collettivo, una firma

che centinaia di persone hanno utilizzato

nel mondo per rivendicare testi, opere

d'arte, performance teatrali,

programmi radiofonici, bufale rifilate ai

giornali

1999, abbiamo partecipato al progetto Luther Blissett,

un nome collettivo, una firma che centinaia di

persone hanno utilizzato nel mondo per rivendicare

testi, opere d’arte, performance teatrali, programmi

radiofonici, bufale rifilate ai giornali. Da quella collaborazione

è nata l’idea di scrivere un romanzo a otto

mani, per sperimentare il lavoro di gruppo in un

campo terribilmente individualista come quello della

letteratura. L’esperimento è riuscito e ne è nato un laboratorio

di scrittura collettiva stabile, ovvero Wu

Ming, che ormai ci accompagna da una dozzina

d’anni.

Da quella collaborazione è nata l'idea di

scrivere un romanzo a otto mani.

L'esperimento è riuscito e ne è nato un

laboratorio di scrittura collettiva stabile,

ovvero Wu Ming, che ormai ci

accompagna da una dozzina d'anni

Da un punto di vista pratico come sviluppate il

progetto? Ci sono ruoli o compiti specifici all’interno

del collettivo?

Non ci dividiamo il lavoro, tutti fanno tutto, dalle ricerche

storiche alla stesura dei singoli capitoli. I nostri

progetti nascono da una prima fase di improvvisazione,

dove cerchiamo di sintonizzarci su un tema, una

storia e un primo nucleo di personaggi. Fatto questo,

cerchiamo di scalettare la trama e di individuare i singoli

capitoli che la sviluppano. Quindi entriamo nel

dettaglio di quel che succederà nei capitoli 1, 2, 3 e 4,

così possiamo distribuirceli come “compito per casa”.


Ognuno di noi proverà a scrivere un

capitolo, interagendo con gli altri in

chat o per e-mail tutte le volte che si

trova davanti a problemi imprevisti.

Quando i capitoli sono pronti, ce li

spediamo a vicenda e poi ci incontriamo

faccia a faccia per leggerli ad

alta voce ed esprimere dubbi, proposte

di modifica, aggiustamenti, riscritture.

A volte il capitolo esce da

questa fase rattoppato ma sufficientemente

definito per poterlo mettere

da parte, in vista di una successiva

rilettura. Altre volte invece bisogna

buttare tutto e riprovare. Ripetendo

il processo per i capitoli successivi,

con riletture parziali di tutto quanto

scritto, arriviamo a definire una prima

stesura del romanzo, sulla quale

poi lavoriamo con lima, pialla, sgorbio

e bulino, per ottenere – dopo almeno quattro o

cinque riletture – la versione definitiva pronta per la

stampa.

Siamo convinti che le opere sono

prodotti collettivi, nascono da una

comunità e a quella comunità devono

tornare, senza costi aggiuntivi. Pertanto,

il contenuto dei nostri libri è gratuito,

mentre l'oggetto-libro ha un prezzo di

copertina e bisogna comprarlo o rubarlo

o prenderlo in prestito

Che cos’è per voi la creatività e come si declina all’interno

di un gruppo?

Crediamo che la creatività sia sempre figlia di un processo

collettivo, anche quando l’idea “nuova” sembra

uscire dalla testa di un singolo individuo. Essere creativi

significa

tradire le as

p e t t a t i v e ,

produrre uno

scarto rispetto

a una direzione

attesa, e

dunque lavorare

con strutture

e meccanismi

che definiscono

ciò

che è prevedibile

e ciò che

non lo è, ovverodispositivi

sociali,

elaborati da

un’intera comunità.

Per

noi è soprattutto una “mediazione al

rialzo” tra molte suggestioni diverse.

Intendo dire che spesso ci capita di

avere idee contrapposte su come sviluppare

un personaggio o una trama.

Se per trovare un accordo ci limitassimo

a cercare il minimo comune denominatore

tra le diverse proposte, il risultato

sarebbe ben poco creativo, ci

ritroveremmo con una soluzione appiattita,

smussata, che non entusiasma

nessuno. Da qui il luogo comune secondo

il quale un lavoro di gruppo

schiaccerebbe le singole deviazioni, e

di conseguenza il genio individuale e

la libertà espressiva. Creatività, invece,

significa mettere da parte le diverse

proposte e cercarne una ancora diversa,

che però contenga gli spunti

proposti e li rielabori in una direzione

più radicale, più innovativa, più divertente da scrivere.

Un massimo comune multiplo che metta davvero tutti

d’accordo.

Crediamo che la creatività sia sempre

figlia di un processo collettivo, anche

quando l'idea “nuova” sembra uscire

dalla testa di un singolo individuo

In internet non si trova alcuna foto vostra, eccetto

gli scatti “rubati” durante gli incontri letterari; a

questa non esposizione mediatica, avete contrapposto

l’autorizzazione alla riproduzione parziale

o totale delle vostre opere. Ci parlate della vostra

poetica?

Urca, questa è una domanda complicata... La nonesposizione

mediatica deriva dall’idea che l’opera è

più importante dell’autore, o quantomeno della sua

faccia e della sua biografia. Ci piace incontrare i lettori

in situazioni

conviviali,

non attraverso

la schermo di

una tivù. Se

qualcuno ci riconosce,

per

strada, è perché

ci ha incontrato

davvero, in una

libreria o in una

biblioteca, e

non perché ci

ha visto di sfuggita

in una foto

dove posiamo

“da scrittori”.

Poi siamo convinti

che le opere

sono prodotti 43


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collettivi, nascono da una comunità e a quella comunità

devono tornare, senza costi aggiuntivi. Pertanto, il

contenuto dei nostri libri è gratuito, mentre l’oggettolibro

ha un prezzo di copertina e bisogna comprarlo o

rubarlo o prenderlo in prestito.

Creatività significa mettere da parte le

diverse proposte e cercarne una ancora

diversa, che però contenga gli spunti

proposti e li rielabori in una direzione

più radicale, più innovativa, più

divertente da scrivere. Un massimo

comune multiplo che metta davvero

tutti d'accordo

In molti vostri lavori mescolate documenti di archivio

e avvincenti tessuti narrativi. Con voi sono

rivissute le speranze disattese delle Sei nazioni

irochesi, il fermento ideologico/religioso che incendiò

l’Europa del ‘500, gli intrighi pseudo-internazionali

oltrecortina. Da cosa nasce questa

necessità storica?

Nasce dalla nostra ignoranza, perché nessuno di noi è

uno storico professionista. Ci interessiamo a un periodo

storico proprio quando sentiamo di non conoscerlo

abbastanza, di averne un’immagine stereotipata o monumentale.

Allora ci mettiamo alla ricerca di crepe e

punti di rottura, per far crollare il monumento e provare

a rimontarlo da una prospettiva diversa. Questo perché

siamo convinti che il passato non è fatto di carta o di

marmo, ma di vita, e in quanto vita ci accompagna

sempre, determina quel che ci succede oggi, il nostro

modo di percepire il mondo e di raccontarlo.

Due scelte mediatiche forti: Giap e Nasser. Due

uomini dell’esercito che con la loro lotta hanno

fatto guadagnare l’indipendenza ai loro rispettivi

paesi. Perché proprio loro? Per quale indipendenza

vi battete?

Giap è il simbolo della guerriglia anti-coloniale, Nasser

è tra i fondatori del Movimento dei paesi non-allineati,

cioè di quegli stati che cercavano di star fuori

dalla Guerra Fredda e dalla divisione del mondo in

blocchi contrapposti. Concepiamo il nostro lavoro in

modo non dissimile, come un guerriglia per non allinearsi,

per far emergere storie indipendenti, per moltiplicare

le alternative al pensiero unico, per ricordare

e raccontare altrimenti.

Un’anticipazione sul vostro prossimo lavoro?

Ci occuperemo della Rivoluzione francese, e in

particolare dei periodi noti come Terrore, Termidoro

e Direttorio. Racconteremo una storia a tratti comica,

a tratti grottesca, mettendo in scena gang di

strada, supereroi mascherati, eresie scientifiche,

donne in armi e cospirazioni. Concepiamo questo

romanzo come il secondo volume del trittico iniziato

con Manituana e dedicato all’età delle rivoluzioni,

quella americana e quella francese, da una

parte all’altra dell’Atlantico.


I colori del buio

Intervista a Roberto Vecchioni

di Alessandra Ciarletti

Roberto Vecchioni, cantautore, scrittore, insegnante. È stato per trent’anni professore

di greco, latino, italiano e storia in vari licei classici di Milano e di Brescia.

La sua attività nel mondo musicale inizia negli anni Sessanta, quando comincia

a scrivere canzoni per artisti affermati. Nel 1971 incide il suo primo album,

Parabola, che contiene la celeberrima Luci a San Siro. Nel 1977 con l’album

Samarcanda raggiunge il primo grande successo di pubblico, cui faranno

seguito più di venti album e altrettante raccolte per una vendita totale che supera

gli otto milioni di copie. Nel 2011 ha vinto il Festival di Sanremo con la canzone

Chiamami ancora amore, tratta dall’omonimo album. Nel novembre scorso è

uscito il doppio albumI colori del buio, sua prima antologia ufficiale, capace di

rappresentare le sue diverse anime, quella popolare, quella più classica fino ad

arrivare al jazz. È inoltre autore di libri e saggi. Fra le sue opere letterarie ricordiamo

la raccolta di racconti Viaggi del tempo immobile (1996); i romanzi Le parole non le portano le cicogne

(2000), Il libraio di Selinunte (2004) e Scacco a Dio (2009) e la raccolta di fiabe Diario di un gatto con

gli stivali (2006). Continua la sua attività d’insegnante presso svariate università italiane e straniere. Ha tenuto

il corso di Forme di poesia in musica, presso le università di Torino (dal 2001 al 2003), di Teramo

(2004-2005) e di Pavia dal 2006 ad oggi.

Il 29 novembre scorso è uscito il suo ultimo album,

una doppia raccolta con 33 brani scelti dalla

sua quarantennale carriera ma anche due pezzi

inediti, I colori del buio, che poi dà il titolo al

lavoro, e Un lungo addio. Qual è il filo conduttore

che va da Luci a San Siro a Samarcanda?

Il filo conduttore è dato dal titolo, I colori del buio:

sono 33 episodi che hanno determinato la mia vita.

Sono spunti di colore che sono stati essenziali per me

e che, nel bene e nel male, nel dolore o nella gioia,

hanno segnato quegli scatti fondamentali che poi non

ti dimentichi.

Il segreto è quello: aumentare la

capacità, la possibilità interna di dare un

senso alla vita. Una vita senza incontri o

una vita che rimanda agli incontri di

sempre e che non ne provochi di nuovi è

inutile. Ci vogliono sempre nuovi

incontri, nuove parole, anche nuovi litigi

La sua creatività si muove infatti intorno a temi

quali il sogno, la notte, l’amore, temi che a mio

avviso hanno molto a che fare con le capacità

dell’anima. Sono questi forse i “colori del buio”…

Sì. E poi le stelle, la speranza, il passato, il ricordo…

Questi sono temi fondamentali per me. Soprattutto la

speranza, che è un tema fortemente consolatorio. Per

me la forza della speranza è l’ottanta per cento della

sopravvivenza. E mi pare bello qui citare il mito di

Pandora: quando tutti i mali escono dal vaso, la spe-

ranza resta. Anche i greci sapevano questa cosa: che

la speranza è fondamentale contro tutti i mali.

E poi le persone. Più dei concetti, più delle idee di

libertà, di speranza, di gioia, d’amore, quello che

conta sono le persone che conosci, le persone che

ami, che hai amato, gli amici, le persone con cui hai

condiviso qualcosa, una lotta, o anche gente che hai

incrociato un giorno e che ti ha dato però molto.

Perché il segreto è quello: aumentare la capacità, la

possibilità interna di dare un senso alla vita. Una vita

senza incontri o una vita che rimanda agli incontri

di sempre e che non ne provochi di nuovi è inutile.

Ci vogliono sempre nuovi incontri, nuove parole,

anche nuovi litigi. Anche a sessant’anni o a settanta

si scoprono sempre persone che ti fanno tornare

giovane.

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Venendo alla creatività, che è poi il tema di questo

numero, ci può raccontare cosa è per lei?

Credo che molti direbbero che è qualcosa di inspiegabile.

Ma non credo che sia così in realtà. Credo

che sia spiegabile, anche chimicamente, anche se io a

questo non ci arrivo. Io credo che esistano diverse

forme di porsi di fronte alle cose, a quello che succede.

C’è chi la butta più sul razionale, sulla logica,

sull’intelligenza; chi riceve input dall’esterno con

grande flessibilità e li fa propri ma non riesce poi a

trasmetterli e poi c’è chi riceve dall’esterno sensazioni

fortissime, o che sente fortissime, e ha la capacità

di poterle ritrasmettere: questa è la creatività. La

creatività non nasce mai dal nulla (se no parliamo di

Dio che crea!), noi abbiamo sempre bisogno di stimoli.

E io mi sono accorto nella mia vita che a volte

da uno stimolo impensabile, a volte da una sciocchezza,

può venir fuori un romanzo o un disco intero.

È come una reazione a catena: basta partire da

una cosa che ti dà una gran voglia di comunicare.

Lei è un grande cantautore ma non per questo ha

smesso di insegnare. Il binomio artista/insegnante

è forse quanto di meglio uno studente possa ricevere.

Nel suo approccio formativo che spazio ha la

creatività?

Io penso che la creatività

a scuola, come

all’università, serva

tantissimo perché le

informazioni, le nozioni,

anche se date

bene ai ragazzi, non li

esaltano, non li coinvolgono,

non gli danno

passione. Invece

quando hanno a che

fare con una persona che le cose di cui parla le ha vissute

o le ha amate – come succedeva a me per la letteratura

greca o latina o come oggi mi succede all’università

per la letteratura in canzone – quando sentono

che una persona si emoziona a raccontare le cose

che ha letto, quando sentono che dentro quelle cose

c’è l’umanità, ecco allora tutto arriva molto prima.

«E ti ho sparato sulla bocca invece di baciarti perché

non fosse troppo lungo il tempo di lasciarti».

Questa frase mi ha sempre molto colpita: e anche

oggi rende bene il clima di un tempo eroso dalla

violenza e bisognoso di poesia. Stranamore parla

di vita, violenza ideologica, ma parla soprattutto

di amore. Cosa significa per un padre, se si può

spiegare, sollevare il proprio figlio?

Questa immagine del padre che solleva la figlia fa parte

di un’immagine più grande, che poi a ben vedere, è

un’immagine che ritorna anche nella canzone I colori

del buio, quando io dico a Dio che non sono tagliato

per fare il pescatore di anime. In Stranamore è la stessa

cosa, solo che lì parlo con gli uomini: io non sono tagliato

per partire su una nave per combattere contro il

male perché non sono un coraggioso, non ho quelle

corde, né quella ispirazione però sono tagliato per amare

tutto quello che ho intorno e soprattutto i figli e per

far vedere ai miei figli quelli che per il mondo vanno a

salvare il mondo stesso. Non ci vado io ma gli mostro

col dito le persone che devono imitare.

Io credo che esistano diverse forme di

porsi di fronte alle cose, a quello che

succede. C’è chi la butta più sul razionale,

sulla logica, sull’intelligenza; chi riceve

input dall’esterno con grande flessibilità e

li fa propri ma non riesce poi a

trasmetterli e poi c’è chi riceve

dall’esterno sensazioni fortissime, o che

sente fortissime, e ha la capacità di poterle

ritrasmettere: questa è la creatività

L’anno scorsa ha vinto Sanremo con una canzone

carica di denuncia. Cosa è per lei scrivere?

La scrittura ha due cose meravigliose. La bellezza intrinseca

quando la rileggi: ci sono cose che formalmente

sono belle già per i fatti loro. E poi la denuncia,

quando la denuncia che fai non è qualunquista ma è

così originale che arriva, è così precisa per i tempi che

arriva perfettamente alle persone e fa bene.

Nel suo ultimo romanzo, Scacco a Dio, un Dio che

non riconosce più le sue creature si fa raccontare

gli uomini dal suo primo consigliere. In altre sue

opere (Il diario del gatto con gli stivali) ci mette di

fronte a realtà mutate, disvelate, tradite. Come

racconta l’uomo ai suoi giovani studenti?

Lo racconto nelle sue incongruenze, nelle sue scelte

sbagliate, nei suoi dubbi, nelle sue insicurezze…

Tutto il Novecento è maestro di questo, fondamentalmente

Borges e Kafka, che sono due maestri insuperabili,

e poi Calvino e tanti altri.

Io non sono uno scienziato: le cose esatte non mi interessano,

anche perché secondo me non esistono le

cose esatte. E allora mi piace, mi diverte anche, ribaltare

completamente le situazioni, vederle dall’altro

lato, dall’altra parte. In ogni caso la misura di tutto

ciò è l’uomo che, tanto in una situazione canonica,

quanto in una completamente rivoltata, sa muoversi e

sa come rispondere.

Ci ha lasciato in questi giorni Lucio Dalla. Qual è

il messaggio che ci lascia con la sua vita e con la

sua opera?

È un messaggio universale. Molti cantautori cantano

per sé, qualcuno per far soldi anche, tanti per far vedere

quanto sono bravi. Lucio invece ha cantato sempre

per gli altri. Con un piglio e un’altezza letteraria notevoli,

ma, nonostante questo, riuscendo ad arrivare a

tutti. E d’altronde la sua opera è stata molto simile alla

vita, perché anche nella vita era con tutti: per strada,

nei locali, in vacanza, a lavoro. Era l’amico di tutti.

Era proprio un uomo fra gli uomini. E per questo tutti

lo considerano anche un proprio patrimonio. Io non ricordo

di aver mai visto un funerale così affollato: perché

quando si vuol bene bisogna manifestarlo.


«Wabi sabi: il bello che invecchia»

La strada della creatività, secondo Silvia Makita

di Valentina Cavalletti

Silvia Makita, architetto e artista. Di famiglia giapponese-romena, la sua formazione,

oltre la laurea in architettura spazia a 360°: musica, danza, scultura in

pietra, arte dei giardini, calligrafia, insomma arte e integrazione tra le arti. Ultima,

ma non meno importante, la ricerca sulla pedagogia, sviluppata dalla lunga

frequentazione della scuola Montessori nell’infanzia e Steineriana nella maturità.

Da quindici anni ha fatto la scelta di rimanere al centro di una sana vita domestica

e si impegna affinché da essa e non da studi professionali si reimpostino

questioni artistico-architettoniche, nonché urbanistico-sociali. Studia il modo di

sublimare il lavoro della famiglia e delle madri, dal punto di vista dell’arte e

della pedagogia. Nel 1997 partecipa a diversi simposi tra rinomati artisti del

paesaggio in Norvegia, a Larvik, in favore di un’arte libera dal mercato, realizzando

“Ein Tag: Dialog zwischen Licht und Stein”, da allora si convince del valore

intrinseco delle opere, rifuggendo la sempre più intensa commercializzazione di esse. Lavora come architetto

e artista per la famiglia e solo come “iniziatore di concezioni spaziali” per i clienti esterni. Nel 2003

partecipa alla biennale di Venezia con il lavoro “1000 gru”, opera artistico-famigliare, da allora si impegna

in azioni di urbanistica sociale con i progetti Darsena Pioniera, Le Madri, Un Albero Un cortile, Narimaki,

Yurtha Urbana. Crea il fondo Y.U. per le madri che vivificano il loro stare a casa con manufatti in maglia

realizzati “Fianco Al Figlio”.

Cos’è per te la creatività?

Sto imparando sempre meglio a capire cos’è la creatività

lavorando a stretto contatto con i bambini. Prima

di tutto come madre mi sono resa conto dell’importanza

del gioco libero: i bimbi sono tutti degli artisti!

Qualsiasi uomo nasce con la propria unicità:

stando al loro fianco questa unicità può spaventare,

perché è una libertà che porta a delle forme di

espressione non riconoscibili in un primo momento.

Ma il punto cruciale, nella crescita di un bambino, è

proprio questo: non aver paura di bloccare il gioco libero,

lasciando che ciascuno si esprima con le proprie

modalità. Anche un ricercatore al proprio microscopio

ha bisogno di una formazione libera e di coltivare

questa capacità non scontata di saper apprendere

dal passato senza perdere il proprio punto di vista.

Che tipo di lavoro fai con i bambini?

Ho aperto una parte della mia casa, che ho progettato

adattandola e ripensandola per i bambini, con cui lavoro

in piccoli gruppi. Ho preparato i muri con la calce e

un pigmento ocra che ricorda la sabbia del mare; ho

sgombrato lo spazio, levando gli oggetti che si erano

accumulati. Ho posizionato al centro un tavolo antico,

riportandolo completamente a legno; ho messo molti

materiali dentro una sorta di scatola del tesoro, scegliendo

le stoffe migliori che avevo, di lino e di varie

tinte, inserendo anche tante mollette con cui si possono

costruire le case o avvolgere le bambole. Ho messo

a loro disposizione gli attrezzi della cucina, come pentoline

o utensili di vario tipo, invitanti e molto belli,

perché la bellezza attira i bambini. Loro sanno che

quando mi avvicino alla scatola e tiro fuori il filo d’oro,

è il momento in cui comincia a volare la fantasia:

prendiamo un pezzetto di legno, che potrebbe essere

un uccellino e, con l’uncinetto, gli prepariamo un nido:così

nasce una storia. Quando i bambini non hanno

un gioco preconfezionato e si dà loro qualche ingrediente,

si arriva al centro della creatività. È un soffio:

quando si prende la direzione giusta, si dà il via all’immaginazione

e alla fine si arriva a giocare anche con

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l’aria. Quando li osservo, penso che un giocattolo

comprato non sarebbe stato altrettanto divertente. Il

mercato ci ruba tutto, anche i desideri. Crea nuovi bisogni

e nuove esigenze, che spesso non ci appartengono.

A volte si protegge il bambino dalle cadute o

dalle malattie, invece esistono a mio avviso pericoli

più subdoli da cui è necessario proteggerlo. La tendenza

generale è quella di riempire di impegni la loro

giornata e di delegare i momenti di relax alla televisione

o al computer. A me sembra più salutare lasciare

a loro disposizione il tempo della creazione,

un tempo vuoto, in cui ci si può anche annoiare, di

cui non bisogna avere paura.

La casa è il luogo più intimo e privato,

che meglio ci deve rappresentare. Deve

essere un luogo protetto, in cui noi

scegliamo cosa può filtrare

dall’esterno, facendo entrare solo ciò

che abbia un’autentica corrispondenza

con noi stessi

Nei tuoi lavori c’è una certa attenzione alla casa,

come luogo che possa permettere di conciliare

tempi di lavoro e tempi di vita. Come può l’architettura

aiutare a vivere meglio?

L’architettura svolge un compito diverso a seconda

che si occupi di progettare gli spazi pubblici della

collettività (teatri, scuole, ospedali) o che si occupi di

progettare la casa, che è l’involucro più intimo di

ciascuno di noi. Nella vita attuale c’è un abbandono

di questo involucro, a causa del lavoro e dei ritmi di

vita che conduciamo. Tuttavia la casa non è un negozio,

né un ospedale. Alcuni architetti la progettano

senza pensare al fine dell’abitare e pertanto molte case

sono invivibili e in qualche modo ti respingono.

La casa è il luogo più intimo e privato, che meglio ci

deve rappresentare. Deve essere un luogo protetto, in

cui noi scegliamo cosa può filtrare dall’esterno, facendo

entrare solo ciò che abbia un’autentica corrispondenza

con noi stessi.

Parlando della tua storia personale si può dire che

hai molte patrie. Tuo padre era giapponese e tua

madre rumena. Ti sei ritrovata a nascere in Italia,

vivi tra Milano e Lucca, hai studiato in Germania e

in Norvegia. Questa mescolanza di storie di paesi

lontani e diversi come influenzano il tuo modo di

lavorare? Qual è la cultura che domina di più dentro

di te e che di conseguenza ti ha più formato?

La cultura giapponese mi ha influenzato molto, in

particolar modo riguardo alla mia idea di casa. In

Giappone assistiamo alla sublimazione dell’arte domestica.

Qui l’arte migliore puoi avvicinarla quando

varchi la porta di una casa, che si apre sempre verso

l’esterno, con un giardino: la vita domestica è presa

molto seriamente e ogni oggetto della casa, ogni pianta

può diventare un’opera d’arte. Non si deve andare

in un museo per conoscere l’arte di questo popolo,

l’arte è vicina all’uomo, è interna alla vita stessa.

In Occidente, nelle gallerie d’arte, mettiamo in mostra

sempre ciò che è invivibile o malato, e molto raramente

mostriamo un’arte addomesticata. Quello

che può affiancare l’uomo va preso invece con grande

serietà. Se in una famiglia di 5 persone ognuno ha

la propria tazza, il gesto quotidiano di sorseggiare un

tè o di fare colazione viene sublimato con un oggetto

speciale. Questo permette di non rimandare la bellezza

altrove, al di fuori di noi stessi e della nostra quotidianità.

Cos’è la bellezza? La bellezza ha a che fare con la

felicità?

La bellezza ha completamente a che fare con la felicità.

Per me la bellezza è un processo, è tutta la vita

dedicata a cercarla. Quando osservi un tornitore al

lavoro, quando si cucina un piatto molto buono, ci si

rende conto che chiunque è nel fare ha una sua bellezza

intrinseca, proprio per il fatto che è pienamente

dedicato e coinvolto in quell’azione: è una questione

di spirito. A volte noto una paralisi nelle persone, che

hanno in mente una bellezza statica, rigida, glaciale:

«Non muovere questo, non muovere quello!» si sente

gridare ai bambini. Ma la vita non si può fermare,

così si va di nuovo verso un negozio, verso la galleria.

In Giappone c’è un termine bellissimo che è wabi

sabi: il bello che invecchia. Nella nostra parte di

mondo non siamo d’accordo con questo concetto,

sembra che debba essere tutto sempre nuovo e prestante

per essere bello. Ma in realtà una stoffa invecchiata

e logora in un punto, o i muri vecchi, come

quelli che possiamo vedere passeggiando a Venezia,

con i pigmenti che si staccano per la pioggia e l’umidità,

sono meravigliosi. La bellezza è il processo della

vita, è la dinamica che porta ad avere una tensione

verso l’armonia.


L’alchimia dell’intuizione

Intervista a Gualtiero Marchesi

di Alessandra Ciarletti

Gualtiero Marchesi è nato a Milano da una famiglia di ristoratori pavesi, grazie

alla quale ha mosso i primi passi in ambito gastronomico. La svolta arriva nel

dopoguerra, a partire dagli anni di apprendistato al Kulm di Saint Moritz e alla

Scuola alberghiera di Lucerna (1948-1950). Rientrato in Italia, rimane per alcuni

anni nel ristorante-albergo familiare, per proseguire poi il suo perfezionamento

a Parigi. Nel 1977 fonda il suo primo ristorante, a Milano, conquistando la

prima stella Michelin, seguita, l’anno successivo, da una seconda. Nel 1985 riceve,

primo ristorante in Italia, il riconoscimento delle tre stelle della guida francese.

Nel 2008, sarà anche il primo, ma questa volta al mondo, a riconsegnarle

tutte, convinto che, ormai, si tratti di un gioco al rialzo, dove si sale e si scende

per tenere alto il buon umore e le fortune dei critici.

Nel 2008 apre il Ristorante Teatro Alla Scala “Il marchesino”.

È rettore dell'ALMA, Scuola Internazionale di Cucina Italiana con sede a Colorno in Provincia di Parma e

nel giugno 2006 ha fondato la Italian Culinary Academy a New York.

In occasione dei suoi ottant'anni nasce il 19 marzo 2010 la Fondazione Gualtiero Marchesi che ha come

missione quella di custodire e valorizzare il suo “sapere” e che sarà attiva nella diffusione “del bello e del

buono” approfondendo le ispirazioni artistiche fondamentali per la cucina creativa.

Senza retorica possiamo dire che lei è il padre della

cucina italiana contemporanea: ci racconta cosa

è per lei questa arte deliziosa?

La cucina sono anche e soprattutto i cuochi, In

questo senso condivido quanto mi diceva Ernesto

Illy che li definiva dei “chimici dell’intuizione”.

Fare una cucina corretta, conoscere a fondo il cosa,

il come e il quando o restare dei brusapadei, dei

brucia padelle.

Cucinare è anche un mistero: le ricette si tramandano

mantenendo sempre qualche legittima omissione

che lascia spazio alla personalità che di volta

in volta le realizza. Eppure negli ultimi tempi assistiamo

a una crescente spettacolarizzazione di questa

arte, che al tempo stesso è cultura ed elaborazione

culturale, riducendola spesso alla capacità di

tenere il tempo e di dosare meccanicamente gli ingredienti.

Cosa pensa di questi talent show?

Raviolo aperto Dripping di pesce, foto di M. Borchi ©

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Già la bruttezza del neologismo: spettacolarizzare,

dice tutto. Difficile che si possa fare qualcosa

di veramente intelligente, armonico, giusto. Solo

a forza di cucinare, di studiare e ripetere, può capitare

che si diventi cuoco. Arrivare, poi, a comporre,

come nel caso della musica, è tutta un’altra

storia.

Per quello che mi riguarda, l’ho ripetuto altre volte,

io sono moderno per quanto mi concede la mia

storia o se preferisce sono un conservatore che

cammina verso il futuro.

La cucina sembra facile, perché

abbiamo fame ogni giorno; è di tutti,

ma non per tutti

Lei è anche un grande appassionato dell’arte nel

senso più ampio. D’altronde l’arte culinaria è lei

stessa indagata in tanti campi artistici, dalla pittura

alla letteratura. Perché secondo lei intorno

alla cucina si sviluppa così tanta poesia? Cosa rivela

di noi e cosa saggiamente nasconde?

La cucina sembra facile, perché abbiamo fame

ogni giorno; è di tutti, ma non per tutti. Infatti, mi

dica, secondo lei, quante persone si commuovono

veramente di fronte alla Pietà Rondanini, ad un

tramonto o alla luna? La buona cucina ci rivela la

bellezza del creato, la voglia di stare al mondo, la

saggezza di rendere le cose semplici e fatte bene.

La cucina sono anche e soprattutto i

cuochi. In questo senso condivido quanto

mi diceva Ernesto Illy che li definiva dei

“chimici dell’intuizione”

Perché l’eccellenza italiana deve essere sottoposta

a parametri valutativi francesi?

Questo è un grande Paese, ha grandi prodotti e

buoni interpreti. Dovrebbe crederci di più.

Se non erro il suo piatto preferito è Riso oro e

zafferano. Perché? E, se c’è, qual è il piatto che

non cucinerebbe mai?

Gualtiero Marchesi all’inaugurazione del Ristorante Teatro alla

Scala “Il Marchesino”

Mica solo quello! Non mi metto a cucinare se non

ho gli ingredienti giusti.

Negli ultimi anni ha preso piede la cucina molecolare.

Cosa ne pensa?

Preferisco non pensarci. Vede, la cucina è di per

sé scienza.

Recentemente ha firmato i nuovi panini di

McDonald’s. Apparentemente sembrerebbe

una contraddizione…

Ho studiato e messo a punto delle ricette per due

panini e un dolce. Se non lo fa un grande cuoco,

chi deve farlo?


«Creare è resistere e resistere è creare»

Creatività come movimento e adattamento

di Cinzia Delorenzi

«L’emozione dell’incontro è questo: lo sconvolgimento,

lo stupore, la sorpresa derivanti dall’apparizione

dell’altro» L. Boella

Milano, 6 aprile Aquamama performance urbana

della compagnia cinzia delorenzi.

Avevo deciso che, per parlare del tema dell’acqua e

della città, avrei amplificato il suono dell’acqua di

una fontanella urbana con un idromicrofono e che

poi ci sarei entrata dentro sedendomi sul fondo;

l’acqua sarebbe scivolata sulla mia testa e mi

avrebbe lentamente bagnato il viso ed i vestiti.

Quindi avrei tappato il foro di uscita dell’acqua

provocando lo zampillo dal foro superiore, quello

da dove molti bevono per non bagnarsi troppo, e

poi avrei cantato.

“Successe qualcosa di imprevisto che

mi sorprese emozionandomi ed

emozionando gli spettatori. La calotta

che mi copriva completamente il viso

mi piaceva molto e guardandomi nel

vetro di un autobus fermo al capolinea

decisi di infilarla subito. Appena

l’acqua scese sul mio viso sentii il

tessuto incollarsi alla mia pelle, l’acqua

entrare nelle narici. Il desiderio di

respirare mi fece emettere uno sbuffo

d’aria che allontanò il tessuto dalla

mia pelle provocando un effetto

mantice, come se davvero fosse la pelle

di un pesce a sollevarsi ritmicamente al

ritmo delle sue branchie”

Era la prima rappresentazione e avevo appena ricevuto

da Lucia, la costumista, la calotta color blu

elettrico di tessuto luccicante ed elastico che pensavo

avrei utilizzato per la scena successiva, quella

davanti alla saracinesca di piazza Fontana, dove il

poeta Ivan aveva scritto la sua poesia sulla strage.

Sempre in quei giorni di prova mi immaginavo questo

pesce blu, davanti a quelle parole azzurre scritte

sul fondo bianco, muoversi e dimenarsi, imprendibile

e scivoloso con sottofondo la canzone di Lucio

Dalla, Com’è profondo il mare. Mi ero accanita

molto nel cercare i movimenti in relazione ai caratteri

della scritta e nel sentire lo spazio che mi avvi-

cinava e mi allontanava dalla saracinesca. Sarei entrata

in quello spazio lasciando una scia d’acqua

versata dagli altri performer sull’asfalto. Sembrava

non mancasse nulla per dare vita a quell’immagine

che volevo sperimentare insieme al pubblico.

Invece successe qualcosa di imprevisto che mi sorprese

emozionandomi ed emozionando gli spettatori.

Sì, perché la calotta che mi copriva completamente

il viso, come la maschera dell’Uomo Ragno,

mi piaceva molto e guardandomi nel vetro di un

autobus fermo al capolinea decisi di infilarla subito

e indossarla già sotto la fontanella pubblica. Appena

l’acqua scese sul mio viso sentii il tessuto incollarsi

alla mia pelle, l’acqua entrare nelle narici, ed

avvertendo un senso di soffocamento non sapevo

come recuperare l’aria. Il desiderio di respirare mi

fece emettere uno sbuffo d’aria dai miei polmoni

che allontanarono di un poco il tessuto dalla mia

pelle provocando un effetto mantice, come se davvero

fosse la pelle di un pesce che si sollevasse ritmicamente

al ritmo delle sue branchie. Il mio viso

appariva e scompariva sotto il respiro di questa

pelle blu e bagnata ed io respiravo per la prima

volta il senso della mia performance.

Cito questo episodio perché mi risulta difficile offrire

un punto di vista sulla creatività senza parlare

di esperienza viva. Posso parlare di creatività attraverso

l’esperienza della creazione artistica che, apparentemente

più ricca di competenze, necessita invece

di una grande dose di creatività. La creatività

intesa come accoglienza, relazione e adattamento a

condizioni esterne che possono sembrare limitanti.

Il fatto di essere costretti ad adattarsi a limiti esterni

fa scattare dentro di sé la necessità di creare una

nuova forma. Questa nuova forma, frutto della relazione,

ha in sé qualcosa di misterioso, non viene

solo da dentro ma da qualcosa fuori di me, dall’essermi

sbilanciata per incontrare l’altro, l’essere

umano o il mondo in quanto natura ed oggetti materiali.

Posso quindi affermare che la creatività sorge

da dentro, ma altrettanto arriva verso di me,

quando dentro di me appare un’immagine nuova

destata dall’incontro con l’altro. Uno stato irrazionale

e cosciente nello stesso tempo.

È grazie alla Danza Sensibile® che ho esplorato la

creatività dal punto di vista del movimento. Gli

elementi di osteopatia che la Danza Sensibile®

porta in sé introducono al concetto di vita del movimento

e di movimento della vita. In questo caso

il movimento ha un senso e risponde ad una intenzione

profonda. L’obiettivo è di costruire la coerenza

tra il corpo fisico, l’azione e chi lo abita. Che

senso, che direzione c’è all’interno? Nella misura

reportage

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52

in cui uno accetta che il movimento sia specchio

della vita, in quanto la vita è movimento, in tutte le

sue forme.

Posso quindi affermare che la

creatività sorge da dentro, ma

altrettanto arriva verso di me, quando

dentro di me appare un'immagine

nuova destata dall’incontro con l’altro.

Uno stato irrazionale e cosciente nello

stesso tempo

Spesso desideriamo o abbiamo bisogno di qualcosa,

ma il corpo ‘parla’ e va in altra direzione. Questa

condizione per me, invisibile per anni, ora mi è

molto più chiara. Se mi fermo un’istante semplicemente

ascoltando il mio corpo capisco se è realmente

orientato verso il gesto che vorrei compiere

oppure è ‘girato’ verso un’altra direzione. Se voglio

concedermi la creatività non solo il pensiero,

ma tutto il corpo, deve essere organizzato verso

quel progetto.

La Danza Sensibile® mi ha permesso negli anni di

affinare il mio ascolto ogni qualvolta mi approccio

alla creazione artistica e cioè mi sento in grado di

ascoltare attraverso il corpo, di riconoscere i messaggi

del corpo, messo in risonanza con un tema

specifico. Il corpo allenato in questa direzione diventa

uno strumento particolarmente sensibile in

grado di darmi dei feedback molto diretti e di nutrire

l’immaginario e l’inconscio nella direzione del

tema scelto per una specifica creazione. Il corpo,

che ha attraversato la pratica della Danza Sensibile®,

si trasforma in uno strumento così fine da essere

pronto ad entrare anche in un’esperienza di

ascolto dell’istanza del vuoto ed accogliere gli stimoli,

le ispirazioni e i messaggi che arrivano dall’esterno

a nutrire la creazione. Il compito che si

impara in questo percorso è proprio quello di saper

frequentare quel vuoto da cui ascoltare la manifestazione

dell’intenzione creativa depositando la

propria presenza sulla terra e, al contempo, di sapere

riconoscere i messaggi che il corpo manda quando

si concede di fare un’esperienza nel senso profondo

del termine, nella verità di ciò che nasce.

Ma come scrive Stéphan Hessel, «Creare è resistere

e resistere è creare». Questa frase tratta dal suo

Compagnia Cinzia Delorenzi, Aquamama – azione coreografica fantastico-ancestrale in 3 parti e 9 quadri, rappresentata il 6 aprile scorso

in piazza Cesare Beccaria a Milano, nell’ambito della XIV edizione del Danae Festival


famoso libro Indignatevi!, mi riporta all’esperienza

del percepire le proprie radici, questa pratica della

Danza Sensibile®, che conduce davvero a sentire

di essere collegato più profondamente alla terra di

quanto si possa pensare. Ed è un’esperienza di resistenza.

Come l’albero con radici profonde non

si sposta nonostante le sollecitazioni

che provengono dall'esterno, allo stesso

modo noi esseri umani possiamo

pescare la forza dalle nostre radici per

dare una risposta al mondo che ci

sprona, senza però farci spostare dal

nostro progetto di vita

Sì, perché come l’albero con radici profonde non

si sposta nonostante le sollecitazioni che provengono

dall’esterno, allo stesso modo noi esseri

umani possiamo pescare la forza dalle nostre radici

per dare una risposta al mondo che ci sprona,

senza però farci spostare dal nostro progetto di vita.

Tutto questo è ancora più vero quando si entra

in uno stato di creatività, il cui significato profondo

ha a che fare con la capacità di mantenere la

propria direzione, ossia mantenere il patto preso

con se stessi e con il mondo nel momento in cui

scelgo di seguire il mio desiderio di creare per dare

forma al nuovo necessario. E anche se nel percorso

creativo ogni avvenimento contribuisce a

spostarci dall’obiettivo che ci siamo dati, la capacità

di ascolto delle proprie radici, affinata grazie

alla Danza Sensibile®, permette innanzitutto di

accogliere e in seconda battuta di dare una risposta

a tali stimoli, nella coerenza però del proprio

progetto creativo. La risposta, in questo caso è infatti

di “resistenza nell’accoglienza”: quando infatti

si è fortemente radicati nelle proprie radici,

ci si può permettere di accogliere quegli elementi

esterni – quelle forze e materie messe in campo,

visibili ed invisibili, che continuamente ci stimolano

all’interno del percorso creativo – per metterli

in risonanza con il nostro progetto finale, che

liberamente ci si è dati, perché divengano nutrimento

per la nostra creatività, e non più soltanto

elemento destabilizzatore.

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54

Arte con todos

Lezioni di creatività dalla periferia della Gran Buenos Aires

di Gianni Tarquini

Nebbia del Riachuelo,

canta un vecchio tango

porteño. Il Riachuelo, il

torrente, il fiumiciattolo,

è un corso d’acqua

maleodorante, sinuoso e

poco profondo che attraversa

i popolari e

densi agglomerati urbani

che circondano Buenos

Aires e vi si confondono

– tra questi:

Avellaneda, Lanús, La

Gianni Tarquini

Matanza, Lomas de Zamora

– e, arrivando a Caminito, sfocia nel Río de La

Plata. Non offre panorami naturali degni di nota e la

flora e la fauna, una volta rigogliose, hanno lasciato

il posto a costruzioni umane niente affatto memorabili

sul piano artistico. Le sue acque sono le più inquinate

dell’Argentina e tra le più contaminate dal

pianeta, frutto dell’operosità dell’homo oeconomicus,

sedotto dalle aspirazioni del progresso.

Questo fiumiciattolo nella storia del suo rapporto con

l’uomo è stato ribelle e mai domo, nell’estremo tentativo

di non passare inosservato, annientato dall’impressionante

quantità di residui contaminanti, metalli

pesanti e acque reflue, normalizzato nella magmatica

metropoli sudamericana.

Il Riachuelo è stato il rifugio accogliente

prima delle popolazioni indigene

Querandies e poi di tanti immigrati in

fuga da fame e persecuzioni, provenienti

da tutti gli angoli del pianeta. Sgraziato e

minuscolo ma redento e redentore grazie

alla sua personalità, alle sue creazioni. Su

tutte il Tango, che non esisterebbe senza

il porto di La Boca

E dobbiamo riconoscere che, con i suoi soli 65 chilometri

di lunghezza, nulla per un corso d’acqua che


pretende un riconoscimento

dai boriosi umani,

c’è riuscito. Tante volte ha

affermato che era lì e contava,

con i suoi straripamenti

eccezionali, supportato

dalla trascinante forza

del vento che viene dell’oceano.

Il Riachuelo è stato il rifugio

accogliente, prima delle

popolazioni indigene

Querandies e poi di tanti

immigrati in fuga da fame

e persecuzioni, provenienti

da tutti gli angoli del pianeta, dall’Europa in particolare.

Sgraziato e minuscolo ma redento e redentore

grazie alla sua personalità, alla magnanimità, alle sue

creazioni. Su tutte il Tango, la musica della passione

e della ribellione, che non esisterebbe senza il porto

di La Boca – creato da marinai genovesi nel punto

d’incontro tra il fiumiciattolo e il vigoroso Río de La

Plata – e senza i suoi miserabili artisti. Una terra fertile

e ospitale, le illusioni di progresso e le particolari

forme d’arte che ha fatto nascere, la ricerca della bellezza

e dell’insondabilità dell’animo umano insieme

alla volontà di riscatto e di dignità: senza tutto questo

forse nemmeno Buenos Aires esisterebbe. La tenacia

e la grazia di Carlos Gardel si nutrono in quei paraggi,

così come l’estro, l’arte involontaria e lo spirito

ribelle di Diego Armando

Maradona e del suo stadio

giallo e azzurro, “La Bombonera”,

del club sportivo

La Boca, fondato da cinque

giovani sognatori emigrati

dall’Italia. I suoi figli

ripartiti alla conquista del

mondo.

E poi i tanti altri giovani,

meno fortunati, coraggiosi

e idealisti che volevano un

mondo più giusto e che

sono “spariti nel nulla”,

desaparecidos: alcuni di

loro, gettati in un volo mostruoso e mortale proprio

in quelle acque, un po’ più in là, hanno lasciato un

esempio incancellabile di senso di giustizia, dignità e

vitalità contro gli abusi della forza cieca e brutale

della dittatura.

Il Riachuelo rivoltoso è lì, al suo lato, tra i milioni di

quella Gran Buenos Aires sterminata, tanti uomini e

donne che si ribellano all’anonimato e non vogliono

essere solo un numero o un piccolo pezzo di un enorme

ingranaggio.

Ed è forse lo stesso spirito utopico, baldanzoso e

spericolato che muove alcuni giovani di Lanús a

buttarsi a capofitto nell’arte e a volerla diffondere

e renderla partecipe nella periferia popolare, tra i

resti e l’attualità di grandi fabbriche di macella-

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zione bovina, i gas di

scarico di autoveicoli

sbuffanti, caracollanti e

instancabili, i sogni di

progresso nazionale e

collettivo del secolo passato.

Residui industriali,

scorie inquinate e ciò

che ne è scaturito: un

consumismo globale dilagante

e omologante.

Sono i giovani di Arte

con Todos, arte con tutto

e con tutti: con i bambini,

perché sognino, e sognerebbero

comunque;

con le mamme stanche

per le loro giornate a servizio

degli altri e con gli

anziani che rischierebbero di spegnersi davanti a

un programma televisivo; con i giovani perché

tengano acceso il loro “fuoco”.

A Lanús i giovani di Arte con Todos si

sono buttati a capofitto nell’arte, per

diffonderla e renderla partecipe nella

periferia popolare della Gran Buenos

Aires, tra i resti e l’attualità di grandi

fabbriche di macellazione bovina, i gas di

scarico di autoveicoli sbuffanti,

caracollanti e instancabili, i sogni di

progresso nazionale e collettivo del secolo

passato

Arte nelle strade, sfidando

il traffico e la noia, e nella

casa aperta, l’Espacio Disparate

che, per passare

inosservata, offre alcuni

dei suoi spettacoli nella via

adiacente e che è stata ridipinta

con fantasia dopo un

incendio.

Senza esclusioni da ‘impegnati

intellettuali’ ma alla

ricerca della creatività che

è in ognuno, spaziando dal

tango al repertorio classico,

dal rock energico o

dark, passando per il folklore

nazionale, la chacarera,

il teatro infantile, gli

autori “mostri sacri”, fino

alla metafora storica o alla satira socio-politica.

Ed ecco allora dar vita a concerti di murga argentina,

con le sue musiche, i tamburi e i salti d’origine africana

che si intrecciano con la cultura carnevalesca e i testi

da picari impudenti ed altre esibizioni di tanghi con

bandoneòn ispirati o milongas strappalacrime. Arrivano

poi, con l’opera teatrale El Gigante Amapola, i generali

di Juan Bautista Alberdi che, impersonando il

potere, chiusi nel loro triste e gretto egoismo, ne smascherano

la meschinità; saranno le donne del popolo a

ribellarsi all’oppressione e all’abuso di autorità. I sogni

e la malinconia degli immigrati italiani, che tanto hanno

dato a Buenos Aires e all’Argentina, con la loro – la

nostra – lingua in omaggio ai 150 anni dell’Italia, in

Gringo Golondro. E il progetto Arbolemos, pensato insieme

all’associazione Terre Madri, per cercare di trasformare

anche il paesaggio, spesso desolato e violentato

in questa periferia così densa. Di trasformarlo par-


tendo dai bambini e dai loro luoghi

di aggregazione, le scuole, e dallo

spettacolo che vede protagonisti due

buffoni e un albero, che cresce, interloquisce

e diventa protagonista del

rapporto vita/finzione teatrale. Tanto

protagonista che alla fine un albero

vero rimane nella scuola (ne è stato

piantato uno in ognuno dei cento e

più istituti educativi in cui è stato

rappresentato lo spettacolo), lasciato

alla cura dei bambini che ne potranno

fare il loro “amico immaginario”,

fragile ma poderoso allo stesso tempo,

il loro confidente e ispiratore per

dare all’ambiente una chance di riscatto

e all’educazione un volto da

pagliaccio e un albero come libro.

I giovani di Arte con Todos sono instancabili

organizzatori di feste popolari di quartiere

e di festival di teatro indipendente, dove il me-

Senza esclusioni da ‘impegnati

intellettuali’ ma alla ricerca della creatività

che è in ognuno, spaziando dal tango al

repertorio classico, dal rock energico o

dark, passando per il folklore nazionale, la

chacarera, il teatro infantile, gli autori

“mostri sacri”, fino alla metafora storica o

alla satira socio-politica

glio delle nuove forme espressive,

del linguaggio e del corpo, viene

messo alla prova con rappresentazioni

di qualità e con un pubblico

all’altezza. E poi il passo successivo,

il coinvolgimento diretto, con i

tanti corsi che realizzano, per portare

la gratificazione dell’espressione

artistica a tutti. Per ogni età

e per ogni sogno, chiuso in chissà

quale cassetto.

E allora: grazie Mariana, grazie

Lola, grazie Pedro, grazie Gringo

Golondro, gigante Amapola, amico

Albero, grazie a tutti. Non lasciate

che vengano dimenticati i vostri

padri senza corpi che volevano

cambiare il mondo, non lasciate

che i bambini, i giovani e i ribelli

della vostra grande periferia si trasformino in passeggiatori

di centri commerciali, in guidatori quotidiani

e assuefatti al traffico metropolitano, stanchi e

spenti davanti a uno schermo, illusi come spettatori/consumatori

di concerti e balli da discoteca, oppure

tristi e insignificanti mentre umiliano la propria

creatività con l’alcool e le droghe. Trasformateli,

almeno per una volta nella loro vita, senza

piaggerie e scopiazzature, facendo loro trovare l’estro

espresso nei momenti migliori da Gardel e Maradona

e che tutti loro hanno dentro.

Grazie maleodorante e ribelle Riachuelo, per tenere

in vita questo spirito, per sostenere le passioni di

questi giovani artisti e per continuare a tenere accesi

tanti sogni.

Arte con Todos è un’associazione senza fini di lucro nata a

Lanús nel 2005 per iniziativa di alcuni giovani artisti con

l’obiettivo di promuovere e migliorare la qualità della vita

nella provincia di Buenos Aires attraverso lo sviluppo di

progetti e attività artistiche, educative e di protezione dell’ambiente.

Realizza corsi di musica, danza e teatro per

bambine, bambini e adulti. Produce spettacoli teatrali, organizza

festival di cinema, teatro, musica e mostre fotografiche.

Lavora nei quartieri popolari e in stretto contatto con le

scuole del territorio, convinta che l’arte possa stimolare la

naturale creatività, di bambini e giovani in particolare, per

migliorare le relazioni tra le persone e tra queste e l’ambiente

che abitano.

Tra le attività realizzate ricordiamo: El sueño de Raquelita,

ispirato alla novella Peter Pan, che ha vinto i premi come

miglior spettacolo, regia e attore rivelazione al festival di

teatro per bambini di Necochea 2005/06; le tre edizioni del

festival di Teatro Indipendente del Sud del Conurbano Boanerense,

portando in scena decine di opere prime; il progetto

Arbolemos per l’educazione ambientale con i bambini di

oltre cento scuole del distretto di Lanús (http://arbolemos.blogspot.it/), realizzato con la ONG italiana Terre

Madri (www.terremadri.it).

L’associazione ha sede in Montevideo 1265 Lanús – Argentina, presso la casa delle arti Espacio Disparate

(http://espaciodisparate.blogspot.it/, espacio@eldisparatevioleta.com.ar).

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rubriche

Popscene

«(Don’t) Look Back In Anger»: l’ossessione per il passato e la nostalgia

del futuro nell’ultimo saggio di Simon Reynolds

di Ugo Attisani

Nel suo ultimo libro Retromania.

Musica, cultura

pop e la nostra ossessione

per il passato,

Simon Reynolds, probabilmente

il più famoso

ed influente critico

musicale di questo decennio,

affronta uno dei

temi più delicati nel

mondo della cultura attuale.

In uno scenario

ormai dominato da in-

Ugo Attisani

ternet, social network e

da sempre più nuovi e numerosi strumenti di riproduzione

musicale digitale, pare sempre più evidente il

declino dell’originalità e della creatività artistica a

favore del predominio della nostalgia, che sfocia in

un continuo riciclo di temi, suoni e immagini da un

passato neanche troppo lontano, ma già assurto a

ruolo di nuovo canone estetico.

Del resto basta dare un ascolto neanche troppo attento

alla miriade di trend, generi e sottogeneri che negli

ultimi anni si sono succeduti all’attenzione degli

ascoltatori, per scorgere un infinito gioco di richiami

e rimandi ai suoni, alle costruzioni e anche all’immagine

di artisti dei decenni precedenti, fino a coinvolgere

anche quelli più oscuri e sconosciuti. Questo per

non parlare di altri campi del mondo dello spettacolo,

come il cinema e la stessa televisione, dove l’ultimo

decennio è stato dominato da ogni possibile e immaginabile

remake di film o serie tv degli anni Settanta

e Ottanta.

È questa, secondo Reynolds, l’epoca in cui la nostalgia

diventa la principale protagonista dello scenario

culturale, laddove la moltiplicazione incontrollabile

dei supporti di riproduzione e degli strumenti e dei

luoghi della loro condivisione permette di compiere

quell’ideale viaggio a ritroso nel tempo che era stato

fino a poco tempo fa l’ostacolo principale (e viene

quasi da dire, opportuno) al ricongiungimento con un

passato idealizzato, elaborato e manipolato fino a

farlo diventare un’età dell’oro. Non sorprende che il

campo di realizzazione di questa rivoluzione al contrario

sia il mondo della cultura popolare, dato che,

come ci ricorda lo stesso Reynolds, la musica popolare

nasce con l’invenzione delle registrazioni fonografiche,

che permettevano per la prima volta alla

musica di circolare direttamente attraverso una sua

singola ed individuale esecuzione, cristallizzata nel

tempo, per essere fruita da una massa nello stesso

medesimo arco di tempo, e non più attraverso uno

spartito. Una rivoluzione, quindi, legata strettamente

ad un’evoluzione tecnologica prima, e commerciale

dopo, che ha fatto sì che la musica, ma anche il cinema

e la televisione diventassero il punto di riferimento

di un mondo che andava sviluppandosi in modo

sempre più veloce, aumentando ancor di più quel

senso di spaesamento che accompagna ogni passaggio

da un’epoca a un’altra.

Nel suo saggio Reynolds mette da parte ogni possibile

timidezza e prende decisamente posizione contro

questa tendenza del passato a dominare la scena della

cultura popolare. E in una serie di capitoli identifica

quelli che sono stati secondo lui i principali attori di

questo fenomeno. Come già detto, l’autore individua

una radice tecnologica del fenomeno, dovuta alla

possibilità, per la prima volta nella storia, grazie alla

rete e agli strumenti di condivisione online, di accedere

in un lasso di tempo brevissimo e a costo praticamente

zero a qualsiasi prodotto culturale del passato.

Questa libertà pressoché infinita di conoscenza e

documentazione però porta con se il rischio di un sovraccarico

di informazioni per l’ascoltatore, senza

che ciò sia accompagnato da un incremento corrispettivo

della capacità della nostra memoria di gestire

questa immensa mole di dati. Il simbolo di questo

passaggio culturale è, per Reynolds, Youtube, dove,

nel giro di pochi anni, è stato riversato praticamente

quasi tutto lo scibile culturale, senza però nessuna

forma di criterio di catalogazione, in ossequio alla

logica della spinta dal basso dei media moderni, e

con una tendenza pronunciata ed evidente alla frammentazione

di forme di narrazione lunghecome il cinema

e la musica, frammentazione che finisce per riprodursi

anche nelle capacità di attenzione e concentrazione

dell’utente. Quello che ne risulta è quindi un

appiattimento dei gusti dovuto alla scarsa disponibilità

a subire una proposta culturale, piuttosto che ritagliarseladirettamente

dalle fonti a disposizione

sulla rete.

L’appiattimento dei

gusti, a sua volta, si

ripercuote sulla proposta

creativa, come

è facile testimoniare

e come abbiamo già

detto in precedenza,

visto che difficilmente

è esistito un

periodo così dominato

dal riutilizzo

del passato. In sostanza

Reynolds aggiunge

un corollario


interessante alla cosiddetta “teoria della coda lunga”

ipotizzata dallo scrittore e giornalista Chris Anderson

nell’omonimo saggio, e cioè che il sorprendente risultato

di un mercato diviso in nicchie sempre più

piccole e sempre più specifiche è il trionfo del passato

sul presente e sul futuro. Parallelamente pare

scomparso il concetto di possesso del prodotto culturale

dato che la sua digitalizzazione ha eliminato i

supporti materiali che eravamo stati abituati a conoscere

fino ad ora; al suo posto si fa strada il concetto

di accesso diretto ai dati attraverso la rete. Reynolds

individua poi due fenomeni che sono secondo lui i

più indicativi di questo mutamento culturale: la sharity

e la franticity.

Con il primo termine, un neologismo coniato dallo

stesso Reynolds in cui si mischiano i termini inglesi

per condivisione, carità e rarità, si vuole cogliere la

caratteristica principale del modo di circolare della

musica ai nostri giorni: gli appassionati di tutto il

mondo si rincorrono in una sfida continua nel mettere

in circolazione opere sconosciute di un passato più

o meno remoto attraverso blog musicali o i canali del

peer to peer nel tentativo di riaffermare la propria autorità

di esperti. Questa proliferazione di fonti e di

materiale musicale porta però direttamente al secondo

fenomeno, la cosiddetta franticity, ovvero una vera

e propria frenesia compulsiva all’accumulo di

musica per la quale non si disporrà mai del tempo

necessario ad ascoltarla; una situazione, per l’autore,

del tutto affine a una tossicodipendenza, con ulteriore

macabro corollario, dal momento che se è vero

che ogni forma di collezionismo è, alla radice, un

modo di governare la cronica mancanza di tempo dovuta

alla mortalità, allora nessuna forma di collezionismo

come quella digitale mette in risalto l’assoluta

inadeguatezza della durata della vita umana. Questo

fenomeno trova la sua manifestazionepiù evidente

nell’Ipod, il più famoso tra i lettori mp3. Per Rey-

nolds l’Ipod rappresenta il vero protagonista della

musica degli ultimi dieci anni, ben più di qualsiasi

artista che abbia dominato le scene musicali recenti,

e questo nella misura in cui Apple ha saputo creare

non tanto un prodotto nuovo, originale o di qualità

superiore alla concorrenza, ma quello più adatto a

venire incontro alla cosiddetta Me Generation, la Generazione

Io, formata da consumatori che reclamano

il loro diritto ad intervenire in prima persona nella

creazione artistica, modificandola a proprio piacimento

con le infinite possibilità di fast forward, ripetizione

e riproduzione casuale fornitegli dalla tecnologia.

Il quadro finale che ne emerge è, agli occhi

dell’autore, ovviamente poco confortante, laddove la

musica perde qualsiasi forma di valore rivelatore per

sottomettersi alla dittatura del flusso del tempo e in

cui si è ormai prodotta una mutazione globale che ci

ha reso tutti curatori e archivisti. La visione del presente

e le previsioni sul futuro della cultura popolare

di Reynolds sono quindi chiaramente pessimistiche,

ma pur non potendo negare l’accuratezza e la precisione

dell’analisi contenuta in questo saggio, nonché

l’originale e convincente chiave interpretativa proposta

dall’autore, non si può, almeno a mio parere, condividere

in pieno le sue conclusioni. Difficile pensare

infatti che la creatività possa scomparire dallo scenario

culturale solo ed esclusivamente a causa dell’evoluzione

dei mezzi di riproduzione e dei supporti ad

essi collegati, materiali o meno che siano. Più facile

e credibile pensare invece che si sia al centro di uno

dei tanti passaggi epocali nell’evoluzione della cultura

e dell’arte, in cui la creatività e l’originalità non

sono di certo scomparse o venute meno, ma piuttosto

stiano cercando in modo sotterraneo nuove vie di

espressione adeguate a questi nuovi tempi e che, come

sempre è stato nella storia, necessiteranno di nuovi

interpreti e nuovi critici in grado di poterle comprendere

appieno. 59


60 Ultim’ora da Laziodisu

Carta dei servizi Laziodisu

di Gianpiero Gamaleri

Di prossima pubblicazione,

la Carta dei Servizi

si configura come una

sorta di “patto scritto”

con lo studente. La Carta

dei Servizi nasce,

quindi, a garanzia delle

aspettative e delle esigenze

degli studenti, illustra

le caratteristiche e

le modalità di accesso

alle prestazioni, ai servizi

e agli interventi ero-

Gianpiero Gamaleri

gati da Laziodisu e dalle

Adisu territoriali, tra cui quella di Roma Tre, definendone

gli standard di qualità e le relative procedure di

reclamo e indennizzo rispetto a eventuali inadempienze

attuative.

Laziodisu, anche attraverso le Adisu, assicura, nel rispetto

degli articoli 3, 34 e 117 della Costituzione, della

normativa statale e regionale vigente, un sistema integrato

di interventi, servizi e prestazioni per il diritto

agli studi universitari, fornendo borse di studio in denaro,

posti alloggio in residenze universitarie, contributi

per la locazione di immobili per studenti fuori sede,

contributi per esperienze formative all’estero, sussidi

per studenti diversamente abili.

Laziodisu si impegna ad assicurare trasparenza in termini

di informativa e reclami; tempestività nell’erogazione

delle prestazioni; accessibilità alle informazioni;

adeguatezza alle

esigenze degli studenti

e alle norme e

regolamenti; affidabilità

nel rispetto

dei principi e degli

impegni assunti.

La Carta, inoltre,

mette in atto un’azione

di costante

monitoraggio dei livelli

di erogazione

della prestazione e

del processo di produzione

del servizio

attraverso indagini

periodiche, per

valutare il livello di soddisfazione dell’utenza, e la gestione

dei reclami. A questo proposito, la Carta prevede

anche un modulo da compilare da parte dello studente

in casi che meritano una traccia scritta. Normalmente,

infatti, ogni problema viene risolto con contatti

diretti con il personale degli uffici di via della Vasca

Navale 79. In questa ottica, gli standard di qualità sono

aggiornati con cadenza almeno biennale, previa

consultazione dei rappresentanti degli studenti. Grazie

alla Carta dei Servizi lo studente potrà più facilmente

orientarsi e utilizzare correttamente i diversi servizi,

esercitando il potere di controllo sulla qualità degli

stessi attraverso la garanzia del rispetto dei suoi diritti.

Bookcrossing - Meet Up Internazionale 2012

Il Sistema Bibliotecario di Ateneo, in occasione della

giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, ha

ospitato il 20 e 21 aprile scorsi il Meet Up Nazionale

2012 (MUNZ 2012) organizzato dalla comunità italiana

dei bookcrosser, presentando Mi libero nel libro.

Racconti di persone per cui il libro è espressione, necessità,

evasione, possibilità, impegno, libertà...

Già nei giorni precedenti e poi nel corso del MUNZ

2012 è stato possibile rilasciare un libro e trovarne un

altro per avere e dare l’opportunità di nuove scoperte.

Sono intervenuti scrittori, saggisti, studiosi e docenti

di Roma Tre per “liberare” un libro e raccontarci la

propria esperienza.

L’evento si è svolto presso la Biblioteca delle Arti,

sezione “Lino Miccichè”, via Ostiense 139, 00154

Roma.


Non tutti sanno che...

La cappellania universitaria di Roma Tre

di don Pino Fanelli

Circa vent’anni fà

Giovanni Paolo II, da

sensibile animatore

dei giovani qual era,

affidò alla diocesi di

Roma un compito importante

con la nascita

dell’Ufficio di pastorale

universitaria. Nelle

sue esperienze giovanili

egli aveva sperimentato

di persona la

necessità della chiesa

don Pino Fanelli

di essere presente in

questo delicatissimo campo, strategico per la formazione

delle nuove generazioni.

Oggi la presenza degli animatori di pastorale universitaria

si è ramificata in quasi tutte le Facoltà

delle università romane e conta sul lavoro di circa

quaranta cappellani universitari.

Anche l’Università di Roma Tre, attualmente in

espansione, ha in ogni Facoltà la presenza di un

sacerdote che fa da animatore spirituale e culturale

della comunità accademica.

Compito del cappellano universitario è innanzitutto

favorire l’incontro e il dialogo tra le varie realtà

presenti all’interno di ogni singola università

(docenti, studenti e personale amministrativo)

creando sinergie al fine di far sentire e vivere l’università

come una vera comunità che cammina,

cerca e progetta insieme.

L’università infatti non può limitarsi a essere un

luogo anonimo, un insieme di funzioni e di matricole

ma deve aspirare a diventare una famiglia allargata

dove ognuno si senta accolto per quello

che è e viva la dimensione umana di questo periodo

di tempo della vita caratterizzato da un forte

desiderio di conoscenza e di impegno nello studio

e nella ricerca.

Biglietteria teatrale AGIS di Roma Tre

È anche importante che il cappellano universitario

favorisca il dialogo tra fede e cultura. Solo una

cultura animata dalla fede può arrivare alla conoscenza

integrale della verità, così come solo una

fede che accoglie e valorizza l’impegno culturale

e della ricerca scientifica sa dare risposte vere e

incarnate nell’oggi. Tra fede e cultura si deve stabilire

un rapporto di osmosi, di continuo dialogo e

interscambio facendo sì che l’una sia di stimolo

all’altra.

L’università oggi è chiamata a non limitarsi a formare

esclusivamente dei professionisti competenti

ed efficaci che possano soddisfare la domanda

del mercato in ogni momento preciso (visione

utilitaristica), ma anche a trovare un riferimento

superiore che vada oltre il semplice calcolo di

utilità. Si tratta di orientare il cammino educativo

dei giovani verso una crescita integrale della persona.

Dallo scorso settembre ho potuto sperimentare

tutto questo muovendo i primi passi come assistente

spirituale nella Facoltà di Economia di Roma

Tre. Importanti sono stati gli incontri con alcuni

docenti e parte del personale amministrativo.

Sono arrivato con la consapevolezza di non

dover fare alcun programma se non quello di conoscere

e ascoltare tutti. Coltivare le relazioni, i

rapporti personali è stato per me il primo passo

fatto prima di programmare iniziative di animazione

spirituale o culturale. Un momento molto

forte è stata la celebrazione della messa in un’aula

della Facoltà di Economia in ricordo di Matteo,

un ragazzo di 20 anni deceduto in un incidente

con la moto. In un clima di commozione e

con la presenza del preside, di alcuni docenti e

parte del personale amministrativo abbiamo vissuto

un momento di forte intensità umana e spirituale,

in cui abbiamo sperimentato davvero di essere

una “comunità”. In cantiere ora ci sono altre

iniziative che abbiamo programmato insieme come

Cappellania universitaria e come Facoltà di

Economia.

Da martedì 3 aprile la

biglietteria universitaria

AGIS di Roma Tre,

presso l’edificio di via

Ostiense 169, ha cambiato

il proprio orario.

Sarà aperta al pubblico

nei seguenti orari:

martedì e giovedì

12.00 - 14.30. 61


62

Facoltiadi 2012

Sono in corso dall’11 aprile e fino al 16 maggio

prossimo, presso lo Stadio Alfredo Berra le Facoltiadi

dell’Università Roma Tre, quest’anno alla seconda

edizione.

Nell’ambito della manifestazione sportiva si confronteranno

le otto Facoltà dell’Ateneo.

Le squadre che prendono parte a questo evento, unico

nel panorama universitario capitolino e organizzato

dall’Ufficio iniziative sportive, sono anche quest’anno

dieci (una per ciascuna Facoltà dell’Ateneo,

una in rappresentanza del personale e una degli studenti

Erasmus).

Visto il successo della passata edizione, che ha visto

confrontarsi oltre 200 studenti, ma anche i presidi

stessi, impegnati a portare punti preziosi alla propria

Facoltà, le discipline sportive da quindici sono diventate

venti.

La manifestazione coinvolge anche strutture sportive

dei Municipi XI e XII.

Trionfa anche quest’anno lo sport a Roma Tre, per

una festa che esce dai confini universitari, abbracciando

concretamente il territorio e ponendo la competizione

agonistica al centro di un progetto comune

a tutta la cittadinanza.

Roma Fringe Festival®

Un’area verde dedicata al teatro. Un grande “parco

a tema” con nove

spettacoli al giorno

per ventitré giorni

(dal 23 giugno al 15

luglio) di teatro, con

musica, incontri,

workshop, presentazioni.

Un grande villaggio

in cui addetti ai

lavori e un pubblico

incuriosito passano da

uno spettacolo all’altro, per scoprire nuove drammaturgie,

nuovi registi, nuove iniziative nel cuore

verde della capitale. Questo è il Roma Fringe Festival®:

un vero e proprio Parco del Teatro, la

grande vetrina del Teatro Off.

Villa Mercede è la sede scelta per la prima edizione

del Roma Fringe Festival, per quello che si

preannuncia il più grande evento dedicato allo

spettacolo dal vivo in uno spazio verde e unico.

Un grande evento con tre aree palco, il Roma Fringe

Festival porta nella capitale in un’area verde

circoscritta, il festival nato nel 1947 a Edimburgo

e che dagli anni Settanta ha conquistato le più

grandi capitali europee. Ospiti del Roma Fringe

Festival saranno cinquantaquattro compagnie di

Teatro Off e tre big.

Il Roma Fringe Festival è un’iniziativa di FRINGE

ITALIA e Ass. Nero Artifex, in collaborazione con

Comune di Roma - Municipio Roma III. Il Roma

Fringe Festival è gemellato con il New York Fringe

Festival, St. Louis Fringe Festival, Ventnor

Fringe Festival.

Ice… Love… Lies! Una screwball comedy in scena

al teatro Euclide

Dal 8 al 13 maggio 2012 al teatro Euclide di Roma

la compagnia teatrale Punto&Virgola porta in

scena la screwball comedy Ice… Love… Lies! Si

tratta di un genere di commedia quasi del tutto

sconosciuto alle nuove generazioni. Letteralmente

traducibile come “commedia svitata”, la screwball

comedy debutta sugli schermi cinematografici

americani negli anni Trenta e Quaranta; equilibrata

via di mezzo tra la commedia sofisticata e la

farsa, è caratterizzata da ambientazioni aristocratiche,

ritmi incalzanti ed umorismo raffinato e sottile,

incentrando le sue imprevedibili trame sull’incontro/scontro

di personaggi eccentrici e lievemente

folli, incuranti dei costumi sociali.

(www.puntoevirgola.eu)


64

recensioni

Il futuro ha un cuore antico?

Il vintage high tech dei libri volanti di Mr Lessmore

di Paolo Di Paolo

È una vera gioia per gli

occhi. Un’applicazione

pensata per iPad arriva

a conquistare un premio

Oscar: The fantastic

flying books of Mr Morris

Lessmore di William

Joyce e Brandon Oldenburg.

Quanto di più tecnologicamente

avanzato

possiamo immaginare si

lega tuttavia a un sog-

Paolo Di Paolo

getto che a molti sembrerà

nostalgico. Il

buon vecchio libro di carta, di cui da tempo si predice

la scomparsa, diventa in questi quindici minuti di

magia narrativa l’assoluto protagonista. Combinando

tecniche di animazione bidimensionale e tridimensionale,

i due registi hanno immaginato un uragano

violentissimo, simile a quello che ha distrutto New

Orleans. Mr Lessmore sta lavorando a un suo libro

sulla terrazza di casa, la furia del vento spazza via

tutto, compreso il suo esile corpo, e lo catapulta altrove.

Il mondo ha perso i colori, i sopravvissuti si

aggirano malconci e malinconici. Che fine hanno fatto

i libri? Mr Lessmore si aggira sconsolato nella

polvere, tossisce parole e si mette in attesa di un piccolo

miracolo. È ritrovando i libri che ritrova sé stesso;

è regalandoli che ritrova allegria – e le persone a

cui li affida riacquistano il colore. I libri, nello spazio

magico di un’ampia biblioteca domestica, manifestano

i propri stati d’animo, chiedono attenzione, ballano.

I libri si ammalano – e Mr Lessmore si impegna

a curarli, ma non basta un po’ di nastro adesivo per le

pagine scollate e un po’ d’ossigeno. Per guarire un libro

bisogna leggerlo, riga per riga, parola per parola,

scopre il buffo Mr Lessmore così simile a Buster

Keaton.

The fantastic flying books è un film muto a colori,

carico di tenerezza e di mistero. E di una passione

smodata per i libri, i libri di carta, con la loro materialità

così attraente e fragile. Non hanno pregiudizi;

restano alla mano anche quando sono complicati. Li

abbiamo letti sotto le coperte, li abbiamo spiegazzati

e unti di crema solare, macchiati di caffè. Li abbiamo

coperti di sbadigli e starnuti, dimenticati sugli autobus,

fatti scivolare nelle pozzanghere. Ce ne siamo

serviti per bloccare le porte nei giorni di vento e assestare

tavoli zoppi, per segnare al volo numeri di

gente che non abbiamo richiamato più. Non hanno

protestato, i libri, quando li abbiamo letti in mutande

e perfino senza. Un infinito numero di volte si sono

accontentati di essere lasciati a metà, o molto prima.

Nell’era del tascabile, non conoscono rancori e pudori,

ammettono qualunque distrazione, affronto. Restano

sempre disinvolti e disponibili: alle nostre giornatacce,

alle curiosità sbagliate. Alla polvere.

Il momento più triste è quando Mr Lessmore, invecchiando,

sente che un giorno dovrà abbandonare la

propria biblioteca. Uno accumula libri per una vita, li

sente come compagni di viaggio, come amici, prova

riconoscenza per come hanno arricchito testa e cuore,

per come hanno riempito pomeriggi e notti di solitudine

– e poi, un giorno, è costretto a lasciarli. Mr

Lessmore guarda con tristezza la folla di volumi a

cui deve dire addio. E anche i volumi lo salutano con

grande malinconia. Ma The fantastic flying book of

Mr Lessmore non si chiude su note cupe: c’è il segno

di un riscatto imminente, la possibilità di una sopravvivenza

che è condivisione.

È curioso e affascinante questo cortocircuito fra la

creatività ipertecnologica e una materia così vintage

come l’amore per i libri di carta. Ma non è un caso

isolato, se si considera che un vento nostalgico soffia

in alcune delle opere cinematografiche più acclamate

degli ultimi mesi: dall’esperimento di Michel

Hazanavicius con il cinema muto, The Artist,

allo scintillante Hugo Cabret di Martin Scorsese, a

Midnight in Paris di Woody Allen, dove lo scrittore

in crisi protagonista si ritrova per miracolo nella

Parigi anni Trenta. C’è qualcosa, nel cuore del passato,

che ci attrae irrimediabilmente, con la forza di

un magnete. Non è un caso che James Cameron sia

tornato al suo colossale Titanic del 1997 e abbia deciso

di dargli una nuova veste 3D. Il futuro ha un

cuore antico? Forse. Senz’altro si può sostenere che

la nostalgia può essere creativa: non è detto che ci

renda languidi e con la testa voltata indietro. Come

mostrano i libri volanti di Mr Lessmore, le scoperte

del piccolo Hugo Cabret nell’universo del pioniere

del cinema Méliès, o i lavori di carta di Rob Ryan

(di cui si parla in questo numero a p. XX), il passato

può funzionare come un terreno fertile su cui

piantare e far fiorire la nostra immaginazione per

darle, e dare a noi stessi, un futuro.


Information is beautiful

La creatività dei dati, ovvero la percezione è comprensione

di Francesco Martellini

«David McCandless,

possiede oltre l’85%

delle informazioni

mondiali ed è indirettamente

responsabile

di un settimo delle visualizzazioni

mondiali

sul web. Vive in un attico

a Chelsea dal

quale, attraverso un

enorme monitor di

quattro metri, dirige

un esercito in conti-

Francesco Martellini

nua crescita di suoi

accoliti». Digitando in Google il nome di David

McCandless ci si può imbattere in simili affermazioni

che, aldilà della visione pittoresca, bastano

per capire l’aura che si è creata intorno a questo

giornalista e grafico, che si definisce un information

designer, e al suo lavoro.

Infographics, data visualizing, sono diversi i nomi

associati al modello di informazione sviluppato

e messo a punto da McCandless, che minimizza

il testo scritto per valorizzare la percezione

immediata dei fenomeni attraverso le immagini.

Quello che un normale giornalista ci racconterebbe

in un articolo, lui ce lo spiega con un diagramma

di flusso, un grafico ad albero, un ideogramma.

E ci riesce benissimo, tanto che nel 2009 ha

pubblicato la prima edizione di Information is

beautiful, tradotto in italiano nel 2011. Il sottotitolo

dell’edizione italiana recita proprio Capire il

mondo al primo sguardo.

Per chi non è mai venuto in contatto con un approccio

del genere all’informazione, che potremmo

in un certo senso definire radicale, sfogliare il

libro può essere un’esperienza. A prima vista si

ha quasi la sensazione di avere tra le mani un libro

per bambini, un gioco, dove una figura segue

l’altra e dall’inizio alla fine le pagine sono dei sistemi

di forme e colori senza l’ombra di un’impaginazione

testuale, potrebbe sembrare una bella

trovata ma priva di una veridicità e autorevolezza

di fondo. Gli argomenti sono i più disparati, dalla

mappa delle specie animali in via di estinzione, a

quella delle pagine e dei domini internet oscurate

del governo cinese e si susseguono senza soluzione

di continuità. Solo cominciando a osservare

65


66 con più attenzione, facendo caso

alle fonti dei dati e riflettendo sul

modo in cui sono organizzati, si

capisce di avere effettivamente a

che fare con un grande lavoro di

ricerca e di comunicazione. E soprattutto

emerge la sostanziale

inconfutabilità dei dati in alcun

modo accompagnati da opinioni,

come nel grafico che ci mostra le

più diffuse cause di morte nel

XX secolo, e in parallelo il fatto

che rispetto ad argomenti sui

quali non esistono dati, gli uomini

ancora oggi elaborano teorie

giustificative proprio come facevano

i primitivi di fronte ai fenomeni

sconosciuti, è il caso della

pagina dedicata a «Che cos’è la

coscienza».

McCandless ci consegna una sorta

di piccola enciclopedia di fatti

e informazioni, sui massimi sistemi

come sulla nostra quotidianità,

e ci mette in condizione come

di osservare direttamente i

fenomeni anziché leggerne in

maniera decisamente più distaccata. Una cosa è

scorrere tra le righe di una colonna che la guerra

in Iraq è costata finora circa sei volte i guadagni

del mercato farmaceutico globale, o sei volte

quanto costerebbe convertire l’intero pianeta alle

risorse energetiche rinnovabili, altra cosa è vedere

un enorme rettangolo viola che riempie più di

mezza pagina vicino ad altri ventisette rettangoli

minuscoli che occupano l’altra pagina e mezza e

sui quali trovi scritte voci di questa importanza.

Tra le righe poi, o meglio fra le immagini, possiamo

trovare anche degli spunti secondari, semplicemente,

come detto, dalla semplice lettura

delle fonti. Osservando ad esempio il grafico

delle buone occasioni per chiudere una relazione

sentimentale, che ci mostra i periodi dell’anno

Timelines. I viaggi nel tempo nei film e

nelle serie TV

con più separazioni, vediamo che

la fonte è Facebook Lexicon, ossia

un sistema, ora chiuso da Facebook

e sostituito con altro, che

analizzava i post in bacheca e gli

aggiornamenti della voce “situazione

sentimentale” degli utenti

per ricavare ad esempio questo

tipo di statistiche, con tutte le

conseguenze e gli usi che se ne

possono ricavare. Informazione

indiretta.

E si capisce anche perché l’autore

si auto definisce information designer,

un creativo, quindi. Alcuni

definiscono questo metodo un

modello di giornalismo, altri meno,

di sicuro è un modello di informazione

a tutti gli effetti. Seppur

poco utilizzata, la traduzione

italiana della parola designer esiste,

ed è progettista. Quello che

troviamo dentro Information is

beautiful è, in effetti, progettazione

dell’informazione, ossia non

pura e semplice creatività grafica

a cui vengono appiccicati i risultati

di questo o quel sondaggio, ma, come in tutte

le forme del design, creatività modellata dalla disciplina

e dalla tecnica, dove si può scorgere dietro

a ogni scelta grafica, a ogni forma utilizzata e

preferita rispetto alle altre, una consapevolezza e

uno studio rivolto tutto a massimizzare il valore

intrinseco che i dati portano con se, sfruttando al

massimo la nostra percezione visiva. Il concetto

di base è che la percezione è comprensione.

Information is beautiful è anche un blog, informationisbeautiful.net,

costantemente aggiornato,

dove si trovano alcuni dei contenuti del libro e altri

ovviamente inediti, che proseguono la ricerca

in infographics di McCandless e dei suoi collaboratori,

materiale decisamente interessante, su cui

ogni tanto vale la pena passare a riflettere.

Quante tonnellate di anidride carbonica produciamo ogni anno? Qual è

la frase più gettonata per lasciarsi? Come si prepara un Margarita? Quali

sono stati gli allarmismi più infondati della storia? Le attività dell’uomo

stanno realmente incidendo sull’innalzamento del riscaldamento globale?

Navighiamo a vista in un mondo in cui ogni giorno siamo bombardati

da un flusso ininterrotto di notizie, e molte volte gli organi di stampa

non ci aiutano a mettere chiarezza, creando confusione e contraddizioni.

David McCandless, sfruttando appieno gli strumenti di visualizzazione

delle informazioni, ci propone un modo migliore per osservare

e per comprendere il mondo al primo sguardo, una mappa moderna che

illustra le relazioni tra i fatti, il loro contesto e la rielaborazione mediatica

a cui vengono sottoposti, dimostrando come l’informazione analogica

possa comprendere, ordinare e rendere più efficace quella digitale.

David McCandless, Information is beautiful, Milano, Rizzoli, 2011


Roma Fringe Festival

Arriva in Italia la più grande rassegna di teatro off

di Francesca Gisotti

Dopo il grande successo

ottenuto sui principali

palcoscenici del

mondo, il Fringe Festival

approderà finalmente

anche a Roma.

Per chi non lo conoscesse

ancora, si tratta

di un’importante rassegna

teatrale nata nel

lontano 1947 per iniziativa

di otto compagnie

scartate dal FEI, il

Francesca Gisotti

Festival Internazionale

di Edimburgo. Piuttosto che darsi per vinte, le

“escluse” decisero infatti di dare avvio a una nuova

tradizione, destinata a consolidarsi e a distinguersi

per la propria originalità: un festival teatrale totalmente

indipendente e conseguentemente non soggetto

a vincoli pubblicitari, culturali, politici o religiosi.

Nel 1958, il fenomeno era già talmente diffuso

da determinare la nascita della Festival Fringe

Society, un’organizzazione

internazionale nata per occuparsi

delle attività logistiche

ed organizzative dei

vari festival. Sono gli anni

Settanta però, sotto la spinta

di un profondo rinnovamento

culturale e desiderio

di sperimentazione artistica,

a determinare il suo

consolidamento nelle più

importanti città del mondo.

Da allora i vari Fringe Festival

internazionali non hanno mai smesso di imporsi

all’attenzione per la qualità degli spettacoli

proposti dalle compagnie partecipanti. Proprio la

loro natura “indipendente” ha nel tempo fatto sì

che performance di ogni tipo e categoria abbiano

potuto trovare spazi di rappresentazione impensabili

in altri contesti. Nessun artista viene invitato

direttamente, nessuno spettacolo viene “prodotto”

dal festival, non ci sono veti a nessuna partecipazione:

tutto viene realizzato autonomamente dalle

singole compagnie e nel rispetto della indipendenza

artistica di ciascuna di esse. A Roma il Fringe

Festival partirà a giugno e si svolgerà all’interno di

Villa Mercede, dove saranno allestiti tre palchi.

Promotrice del festival, nonché sua organizzatrice

e produttrice, è l’associazione NeroArtifex che, per

questo evento, opera con la collaborazione e sotto

il patrocinio del Comune di Roma, III Municipio.

A giocarsela a suon di battute (e non solo) saranno

ben cinquantaquattro compagnie off e tre big, scelte

tra tutte quelle che avranno presentato il materiale

necessario per la selezione entro i termini

previsti dal regolamento. I criteri di valutazione

saranno, in ordine di importanza: il testo originale,

il progetto di messa in scena e l’interesse culturale

delle opere sotto esame. Ogni settimana il pubblico

potrà assistere a diciotto spettacoli diversi, con tre

repliche a disposizione per ciascuno. Gli spettatori

decreteranno con il proprio voto, ogni settimana, le

compagnie semifinaliste che potranno nuovamente

esibirsi il sabato sera. Tra queste emergeranno poi

le tre finaliste che saranno giudicate, questa volta

da una giuria di qualità, nella grande serata conclusiva.

In linea con lo spirito dei Fringe di tutto il

mondo, ad ogni compagnia verrà inoltre richiesto

di avere parte attiva nella comunicazione dei propri

eventi, sia attraverso la propria pagina all’interno

del sito ufficiale, sia attraverso iniziative personali

di coinvolgimento del pubblico. Nessuna meraviglia

quindi se, in concomitanza con le giornate

del Fringe Festival, qualche

attore/attrice ci fermerà

per le strade della città

per convincerci ad assistere

al proprio spettacolo.

Oltre al desiderio di far arrivare

la propria arte a

quante più persone possibili,

c’è anche il bell’incentivo

di vedersi corrisposto

per intero l’incasso dello

spettacolo. E il premio per

la prima classificata? La

partecipazione al New York City Fringe Festival

del 2013 e un budget di 2500 euro elargito da NeroArtifex

per finanziare la produzione. Previste

inoltre targhe di riconoscimento per la miglior regia,

miglior drammaturgia, miglior musica, miglior

attore e miglior attrice, giudicati tra i sei spettacoli

in semifinale.

In un panorama culturale che rende la visibilità

degli attori sempre più legata a fattori esterni all’arte,

il Fringe Festival romano sembra portare

finalmente una ventata di novità. La speranza è

che iniziative di questo genere non rimangano casi

isolati bensì siano il motore in grado di innescare

un processo di profonda riorganizzazione

degli spazi messi a disposizione degli artisti. Solo

così, forse, sarà per loro possibile uscire dai soliti

circuiti ufficiali per recitare, finalmente, il ruolo

di protagonisti.

67


68

Dio c’è… e va in macchina

L’Accademia Arte nel cuore in scena al Teatro Olimpico

di Arianna Scarozza

«Grazie di avermi invitato,

sono molto felice

di essere con voi, mi

dispiace di non essere

presente ma in questo

periodo sono un pochino

depresso perché i

miei attori quando hanno

saputo che c’era

questo spettacolo, hanno

voluto ammutinare il

set del mio nuovo film,

per venire in Italia, poi

Arianna Scarozza

so che si sono persi nel

volo, ma auguro a tutti

tanta fortuna e felicità» Woody Allen. Questo è il video

messaggio con cui inizia lo spettacolo Dio c’è…

e va in macchina.

Ovviamente è tutto frutto della fantasia del regista. Ma

questo incipit già lascia capire qual è la natura dello

spettacolo a cui si sta per assistere. Già perché, il 7

giugno 2011, al teatro olimpico di Roma è andata in

scena, in un atto unico, una esilarante

commedia, realizzata interamente

da allievi attori, cantanti,

danzatori, musicisti, truccatori e

scenografi dell’accademia “Arte

nel cuore Onlus”, sotto la regia di

Jacopo Bezzi, liberamente ispirata

al componimento teatrale, proprio

di Woody Allen, Dio.

La commedia è ambientata ad

Atene, culla del teatro greco, intorno

al 500 a.c. L’attore Katino e

lo scrittore Agatone da Rodi sono

impegnati alla ricerca di un finale

ad effetto che riesca a far vincere

loro il primo premio al festival del

dramma di Atene, dove è consuetudine

che a trionfare sia ogni anno

l’esordiente Euripide. Entrambi

saranno aiutati da Thana, impacciata

e geniale direttrice di

scena. Ma proprio nel momento

in cui il pubblico è certo di aver

intuito il finale, ecco che viene rapito

da imprevisti e colpi di scena

che lo sorprenderanno.

L’evento, che ha registrato il tutto

esaurito, è stato presentato da

Massimo Caputi, con Camilla Filippi

come madrina e ha visto la

partecipazione di personaggi co-

me Massimo Dapporto, Kledi Kladiu, Carlo Romeo

e la senatrice rumena Sorina Placinta, presente anche

per annunciare l’apertura in Romania di una succursale

di “Arte nel Cuore Onlus”. Era presente anche

Ornella Muti che ha consegnato una targa del Presidente

della Repubblica all’Accademia.

I protagonisti della rappresentazione teatrale Dio c’è

… e va in macchina sono attori, cantanti, ballerini,

normodotati e diversamente abili, di diverse età, che,

con una serie di sketch, balli e canzoni cantate dal vivo,

con esibizioni di alto livello, danno vita a uno

spettacolo divertente ed emozionante.

L’accademia “Arte nel Cuore Onlus”, nata a Roma nel

2007 dall’idea della presidente e fondatrice, Daniela

Alleruzzo, è il primo progetto mondiale di formazione

artistica rivolto ai diversamente abili e normodotati e

ha come scopo il superamento di barriere culturali e

mentali che sono presenti nella società in cui viviamo

dove si tende ad escludere il diverso perché ritenuto

non adeguato al modello di perfezione che l’ambiente

che ci sta intorno ci ha imposto. È una possibilità per

ragazzi disabili e normodotati di poter esprimere insieme

le proprie qualità artistiche in

un percorso formativo che li aiuti

concretamente nello sviluppo delle

proprie potenzialità, per poi un

giorno essere aiutati anche a trovare

un lavoro nel campo della

musica, della recitazione o della

danza. Forse, un giorno, anche loro

potranno realizzare il proprio

sogno. Si perché di sogni si parla.

Se si pensa infatti quanto sia spesso

difficile realizzarsi per i giovani

normodotati, si può immaginare

quanto possa esserlo per un ragazzo

con un handicap soprattutto

in un paese come il nostro, spesso

carente anche delle più basilari

strutture per disabili.

Sicuramente Daniela Alleruzzo

è riuscita nell’impresa non banale

di formare un’accademia

dove a rubare la scena sono proprio

i disabili, ed è riuscita a

svegliare i cuori di molte persone

proprio grazie all’arte, che è

in ognuno di noi. Roma Tre collabora

con “Arte nel Cuore Onlus”,

per lo svolgimento del tirocinio

da parte degli studenti

del Corso di Laurea in Scienze

dell’Educazione.


Il silenzio fa rumore

The Artist e il ritorno del film muto

di Michela Scoccia

Il sipario si apre con al

centro della scena un

attore del cinema muto

all’apice del suo successo.

La gran fama

conseguita gli concede

di sentirsi un uomo infallibile

e desiderato

da molte giovani aspiranti

attrici, fra queste

solo una, grazie alla

sua grinta, determinazione

e talento innato

Michela Scoccia

nel ballo, riuscirà, proprio

al suo fianco, a farsi strada nel mondo del cinema.

I tempi cambiano: si assiste all’ascesa del

cinema sonoro e così cambiano anche le sorti e la

fama di questi due artisti che però resteranno inestricabilmente

intrecciate in nome dell’amore che li

unisce, nella vita e nella professione: l’arte e la

creatività.

La proposta di un film muto e in bianco e nero come

The Artist risulta essere indubbiamente un coraggioso

e provocatorio stimolo per tempi, come i

nostri, in cui la tecnologia ad alta definizione ci ha

abituati a vedere, anche sul grande schermo, un

mondo a colori e sempre più dettagliato e in cui

siamo costantemente esposti a stimoli sonori ai

quali è pressoché impossibile sottrarsi. Dunque un

“ritorno al passato” nell’era della modernità e della

tecnologia che ha indubbiamente la forza e il potere

di sovvertire la nostra realtà e il nostro modo di

rapportarci ad essa. Il passato torna al presente come

una novità che sorprende.

Non si può, a mio avviso, evitare di prestare orecchio

a questo silenzio che parla. Questa è la sfida

che lancia il film e che rappresenta allo stesso tempo,

il dramma del protagonista, che si mostra ostile

e refrattario all’idea di accettare i cambiamenti e le

novità che si impongono di volta in volta sulla scena

temporale e quindi del cinema. Egli è profondamente

convinto che questo cambiamento arrivi a

privarlo definitivamente dell’opportunità di esprimere

la sua arte ma arriverà, attraverso un lungo e

sofferto processo di lotta interiore, a prendere coscienza

della necessità di dare a sé stesso, come

uomo e come artista, nuove opportunità.

The Artist è dunque una sfida nella sfida, il giusto

compromesso tra arte e modernità che si raggiunge

solo per mezzo della creatività e la dimostrazione

di come sia possibile realizzare, seppur in assenza

di dialoghi e di effetti speciali, una singolare e profonda

sintonia, a livello psicologico ed emozionale,

tra il protagonista di un film muto e il pubblico. Il

vero effetto speciale di questo film è l’intenso significato

simbolico di cui si riveste ogni gesto, oggetto

o situazione presente nelle varie scene e che

rimanda alla sfera emotiva ed emozionale dei personaggi

del film. Ecco quindi che nessun particolare

viene lasciato al caso ma tutto rappresenta una

voce nel silenzio e, per ben intenderla, lo spettatore

non dovrà far uso del proprio udito, ma piuttosto

entrare in profonda empatia con il personaggio, ritrovandosi

spontaneamente assorto nei suoi pensieri

ed emozioni. Interessante è poi l’espediente di

brevi dialoghi scritti che è di tanto in tanto presente

nel film, con la funzione di mettere in evidenza i

momenti salienti e i concetti chiave della trama.

L’intera azione del film si svolge in modo perfettamente

cronologico, con un solo episodio di flashback

che in quanto unico, assume profonda enfasi e

centralità nella trama.

Il film è stato girato in Francia e presentato al Festival

del cinema di Cannes e si è aggiudicato, di

recente, cinque fra le principali statuette ai premi

Oscar. The Artist ha dunque superato il test dei

tempi che cambiano.

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Jorge Luis Borges - Opportunity (Mars Exploration Rover-B, MER-B, MER-1) che, insieme alla sua sonda gemella

Spirit, ha raggiunto Marte nel gennaio del 2004 alle 05:05 UTC (13:15 circa ora di Marte). Sta ancora

esplorando il suolo del pianeta rosso - Charlie Chaplin negli ingranaggi di una macchina in Modern Times (1936)

- Albert Einstein - particolare di una scultura raffigurante un drago nel Parco dei mostri di Bomarzo. Il parco fu

ideato nel 1552 dal principe Pier Francesco Orsini in omaggio alla moglie e realizzato dall’architetto Pirro Logorio

- Alan Mathison Turing, matematico britannico, è considerato uno dei padri dell’informatica. È stato anche

uno dei più brillanti decrittatori di messaggi in codice che operavano in Inghilterra durante la seconda guerra

mondiale. Morì suicida mangiando una mela avvelenata con il cianuro in seguito alla persecuzione omofobica

condotta nei suoi confronti da parte del governo britannico. Il logo della Apple sarebbe ispirato a questo episodio;

la compagnia non ha mai confermato - poster dell’esposizione del 1923 della Bauhaus a Weimer, disegnato

da Joost Schmidt - Walt Disney (con Micky Mouse) - Charles Darwin - the Beatles - Frida Kahlo - Mohandas

Karamchand Gandhi - Guglielmo Marconi con l’ufficiale marconista della nave Elettra Adelmo Landini - James

Watson, Francis Crick e il modello a doppia elica del DNA - E.T. nell’omonimo film di Steven Spielberg (1982)

- Galileo Galilei - Pina Bausch - Leonardo da Vinci, studio di macchina volante ad ala battente - Irena Sendler,

che salvò 2500 bambini dal ghetto di Varsavia nascondendo i loro nomi nei barattoli della marmellata. Alla sua

memoria è dedicata la scheda di p.35 e questo numero della rivista - il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry

- i Monty Python - dettaglio del belvedere del Parque Güell di Antoni Gaudí, Barcellona - Bruno Munari -

pitture rupestri nella Cueva de Las Manos, Argentina - il fazzoletto bianco delle Madres de Plaza de Mayo ovvero

la carica rivoluzionaria della maternità - un graffito di Banksy, Los Angeles - la stampa a caratteri mobili -

Pablo Picasso, Guernica (1937) - la rotta di Cristoforo Colombo - fotogramma da Voyage dans la Lune di George

Méliès (1902), liberamente tratto dal romanzo di Jules Verne, Dalla terra alla luna, è il primo film di fantascienza

- un esempio di low cost design - due modelli delle sorelle Fontana - Gianni Rodari

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