Istituto Ancelle di Gesù Bambino - Missione Cattolica di Lingua ...

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Istituto Ancelle di Gesù Bambino - Missione Cattolica di Lingua ...

Istituto Ancelle di Gesù Bambino - Anno LIV - n. 214 - Sped. abb. post. D.L. 353/03 (conv. in L. 27/02/04 n° 46) art. 1, comma 2, DR VE - Taxe perçue - 2° trim. 2010

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MEMORIA DI UNA PRESENZA

Sfumato il sogno di poter usufruire della casa di Parona (Vr) per uscire un po’

da Venezia durante l’estate e così ritemprare il fisico e lo spirito, Elena Silvestri

si diede da fare per trovare un’alternativa. Fu così che giunse all’acquisto

nel 1893 di una casa a Castello di Godego (nella vecchia foto della pagina

accanto), dove le Ancelle abitarono per molti anni. In riferimento alla villa,

recentemente restaurata, la professoressa Giulia Vielmo, ispirandosi alla biografia

“Elena Silvestri educatrice e fondatrice Innamorata della vera Bellezza”,

di Emanuela Marino, ha scritto un articolo su “Voce Godigese”. Pubblichiamo

la parte che riguarda la storia e la presenza delle Ancelle di Gesù Bambino.

Le suore hanno iniziato la loro vita

religiosa a Venezia seguendo il

carisma della fondatrice Elena Silvestri

(1839-1907), appoggiate alla spiritualità

dei Gesuiti ed in coraggiate dal cardinal

Agostini. Amavano Gesù Bambino come

sorgente della vita spirituale, avevano

a cuore la catechesi, l’educazione delle

ragazze, le scuole di lavoro per sarte,

ricama trici e mosaiciste. Fin dalle origini

testimoniano una precisa volontà di

elevare la qualità di vita delle giovani.

Invece di barricarsi in modo difensivo

nei confronti della storia e della realtà

otto centesca, colgono le potenzialità di

intervento loro possibili. La comunità

piccola in partenza, è improntata allo

spirito di famiglia e si ispira alle virtù di

Sant’Igna zio di Loyola. Vestono un abito

nero nella forma delle signore del tempo

tanto che sono chia mate più signore che

suore. Nel 1877 entra in quest’opera la

baronessa Lucia Sardagna appartenente

alla famiglia che aveva palazzo a Venezia

con notevoli proprietà ter riere e villa a

Godego dove oggi si è sviluppato l’Istituto

Salesiano. Nel 1892 si fa suora tra le

Ancelle Elisa Moresco, originaria di qui e

secondo l’usanza, prende il nome nuovo

di Suor Carmela. È la famiglia Moresco

che orienta la fondatrice verso l’acquisto

della casa che diventerà di proprietà delle

suore nel 1893. Elena Sil vestri pensa che

la salute non va messa al primo posto,

ma è un dono da porre al servizio del

Van gelo perciò non va gettata al vento

e va favorita per quanto si può. Il ritmo

quotidiano è molto intenso a Venezia;

il caldo estivo afoso, l’umidità, le frequenti

bronchiti la sollecitano ad offrire

alle sorelle un po’ di riposo fuori città.

La villetta situata al centro di Castel di

Godego era di proprietà delle “Opere

Pie” di Castelfranco e viene registrata

come ex proprietà Lucietti. La palazzina

è disador na, ha bisogno di adattamento

e di essere ben ripulita, ma è vicina alla

chiesa e il terreno attiguo offre la possibilità

di piantare alberi da frutta e perfino

di coltivare un orto e un piccolo giardino.

Ogni anno d’estate, Elena dispone i turni

affinché tutte le sorelle godano di alcune

settimane di vacanza.

Ai primi di settembre arriva no le ospiti.

La permanenza in campagna permette

a tutte di dedicare più tempo al riposo,

alla preghiera, al contatto con la natura.

Non mancano le belle passeggiate, le

visite alla Madon na della Crocetta, alla

chiesa di San Pietro e talvolta al duomo

di Castelfranco.

Il parroco, monsignor Pellizzari impara

ad apprezzare la presen za di Elena e

della Comunità e quando lei gli espone

il desiderio di poter offrire un corso di

cate chesi per le ragazze del paese è


lietissimo di accettare. In varie occasioni

le mamme del paese, mentre ringraziano

per il bene ricevuto, chiedono alle suore

di insegnare alle giovani qualche lavoro

e, a partire dal 1902, le suore seguiranno

con assiduità le giovani del luogo. Il

Parroco è felice per l’iniziativa, desidera

e fa di tutto perché una comunità ri sieda

stabilmente a Godego e ciò avviene

dopo il 1907.

Successivamente viene aperto l’Asilo,

inizia la preparazione dei bambini alla

prima Comunione, la scuola di ricamo,

il doposcuola per ragazzi in difficoltà con

l’apprendi mento scolastico elementare.

Solo Dio conosce il bene compiuto da

que ste Suore, le nuove vocazioni rac colte

in breve tempo grazie alla testimonianza

cristiana donata a una popolazione povera,

biso gnosa di fatti e non solo di parole.

Le sofferenze non sono mancate.

Hanno superato i disagi, le defezioni e

i lutti di due guerre mondiali, con poco

cibo per sé e per i bambini, vi cine alle

famiglie e a un paese che voleva con

tutte le sue forze un do mani migliore per

tutti: la Provvidenza non può abbandonare

i suoi figli e le famiglie ricche solo di

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tante bocche da sfamare. Era per loro

una certezza e una salda realtà.

Questa storia, come tante tessere di

mosaico, può essere ancora rac contata

ed ar ricchita dai nonni, quelli nati tra

il 1907 e il 1950, testimoni della fede,

dell’operosità e dell’amore di queste suore

per tutto il nostro paese. Il racconto

si farebbe lungo e ciascuno ricorderebbe

almeno un episodio in particolare .

Risentiremmo ancora i dolci nomi delle

Sorelle, ve dremmo i loro volti ed insieme

un sorriso rassicurante.

La vostra storia, care suore, è lunga

più di cent’anni. Dove siete ora maestre

di due generazioni di Godi gesi? Vi penso

alcune tornate alla casa del Padre, altre

ancora in prima linea là dove c’è urgente

bisogno di testi moni credibili del Vangelo

in Italia e nei paesi poveri del mondo.

Suor Ce lestina, Annunziata, Anna, Cornelia

ecc. Noi camminiamo ancora sul

vo stro esempio per vivere quei semplici

ed eterni valori ai quali ci avete edu cato.

Vi sentiamo vicine ora e sempre per dirvi

il nostro amore riconoscente

Giulia Vielmo


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vENt’ANNI D’AfRIcA

Da vent’anni l’Istituto Ancelle di Gesù Bambino è in Costa d’Avorio. Questa seconda

espansione missionaria, dopo quella in Brasile, fortemente voluta dalla Congregazione

e attuata con la disponibilità di alcune sorelle italiane e brasiliane, vuole

essere la testimonianza concreta che “andare fino ai confini della terra” significa

andare incontro agli altri, inserendosi nella loro cultura, forti solamente del mandato

evangelico: “Amatevi come io vi ho amati”. Sr. Rosangela, (la seconda nella foto, da

sinistra, tra Sr. M. Celestina, Sr. Jora e Sr. M. de Lourdes), una delle prime missionarie

giunte in Costa d’Avorio, esprime alcune considerazioni sulla sua esperienza.

Vent’anni possono essere molti,

come possono essere pochi, per

fare storia!

È un cammino, un percorso che

con tiene elementi di gioia, di sofferenza,

d’incertezza e di riflessione per aiu tarti a

prendere le distanze e fare un bilancio!

Credo sia buono ripercorrere questo

cammino personale, comunitario e

congregazionale, per lodare il Signore

per le meraviglie effettuate.

La gioia, l’entusiasmo, la speranza, il

coraggio che mi hanno spinto a partire

verso un mondo del tutto sco nosciuto,

anche a livello d’Istituto, trovano oggi un

riscontro positivo.

L’accoglienza fraterna dei Padri della

SMA Italiana è stato il punto di partenza,

il trampolino di lancio per un inserimento

studiato, adeguato alla persona ed alle

necessità. Un cammino fatto “insieme”

che aveva come obiettivo le persone inviate

e quelle alle quali eravamo inviate.

Sostenuta da un clima di fiducia,

di collaborazione franca e onesta, ho

iniziato questa bella avventura.

Un sentimento di serenità, di gioia

interiore mi pervade in questo sguardo

retrospettivo. Un senso di sorpresa, di

stupore, di ammirazione per il bene

realizzato, per le persone incontrate,

per le strutture portate a termine e per

le prospettive future.

La vita missionaria mi ha offerto

un cammino di maturazione umana e

spirituale che oggi continua a dare i

suoi frutti. Gli anni passano, l’energia

psicofisica iniziale che mi caratteriz zava

comincia a dare segni di rallen tamento,

ma il costatare che delle persone giovani,

vive, s’impegnano per il Signore e sono

contente di mettersi a Suo servizio, fa

sprigionare sentimenti di lode, di ringraziamento

e riaffermare la convinzione

che dare il meglio di se stessi a Dio è

tutto di guadagnato. Quanto mi ha ar-


icchito questa esperienza d’Africa? Chi

può quanti ficare il senso della speranza

che fa vivere e sopravvivere milioni di

uo mini, messi in situazioni disumane,

ma che hanno occhi grandi e cuore

pieno rivolto ad un futuro ipotetica mente

diverso?

Come sentirsi piccoli e meschini

davanti al loro senso di accoglienza,

gratuita, aperta, spontanea e generosa?

Come leggere la loro capacità di cogliere

il positivo quando noi siamo tentati di

valutare tutto con il nostro sistematico e

redditizio parametro occidentale, senza

fare lo sforzo di entrare nel cuore della

loro coutume?

Quale senso del rispetto per il diverso

ci abita, noi tutti classificati, penalizzati

dalle mode del momento che non lasciano

spazio al personale sentire e vedere?

Cosa pensiamo della loro spontaneità

(vedi danza) noi così timorosi di cosa

pensano e dicono gli altri?

Cosa sappiamo della genuinità noi

strutturati e complessati dal momento

della nascita? Cos’è il tempo per noi?

Cos’è il tempo per loro? Il tempo è per

loro, e noi siamo per il tempo.

Come leggere questa schiavizzazione

a volte disumanizzante?

Sappiamo noi sorridere dal fondo del

nostro cuore, liberamente senza aver

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bisogno che altri provochino questo atteggiamento

che ha il dono di rilassarci

e di aiutare a vivere?

Il Vangelo ci invita ad essere samaritani

per tutti ma spesso noi occidentali

siamo indotti a prendere in considerazione

la distanza, la diversità (altro popolo,

altra etnia, altra religione, altro paese) più

che la prossimità. Eppure il samaritano

è l’altro, l’inatteso, quello senza il quale

non puoi vivere, quello con cui devi fare i

conti. È quello che ti rivela chi sei, perché

hai bisogno dell’altro, perché non puoi

stare e non puoi esistere senza di lui.

È lo sconosciuto che ti rivela i segreti

del Regno, come capiterà ai discepoli di

Emmaus dopo la Pasqua. (P.A.Rovalli)

Ecco alcuni atteggiamenti appresi, ma

non ancora assunti del tutto, in questi

anni, d’Africa!

Mi è stato chiesto non solo di fare il

bene, ma di farlo bene, con stile, estro,

creatività, capacità di modificare e cambiare

col passare del tempo. Il Signore

mi dia la gioia di ringraziare chi mi sta

accanto e con il suo atteggiamento, la

sua ricchezza interiore, la sua presenza,

la sua saggezza antica e pratica, mi

cambia, mi trasforma secondo il cammino

del Regno che è l’umano divinizzato.

Sr. Rosangela


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AffREScO NEL “cIELO DELLE ScALE”

Le Ancelle di Gesù Bambino che abitano

in Casa Madre a Venezia, ogni

giorno salgono e scendono il maestoso

scalone di palazzo Sceriman, acquistato

nel 1884 da Elena Silvestri, e non fanno

troppo caso alla pittura che sovrasta le

scale stesse. Sono talmente abituate

a vedere l’opera d’arte che l’ammirano

solo quando viene qualche visitatore

interessato.

Penso a quante volte la Fondatrice

avrà guardato quel soffitto con sguardo

da artista qual era. È l’unica pittura

del palazzo arrivata fino a noi, proprio

perché affresco. Altri dipinti della sala

nobile sappiamo che furono venduti per

necessità economiche.

Sfogliando la raccolta di Nazareth ho

trovato che nel 1971 (n° 61) un articolo a

firma di don Antonio Niero (recentemente

scomparso) illustrava quell’affresco attribuendolo

a Giambattista Tiepolo. La

tesi fu contestata in seguito a studi e

ritrovamento di documenti ma le Ancelle

non si sono interessate più di tanto alle

discussioni degli esperti circa la paternità

della pittura. Ad un certo momento siamo

venute a conoscenza che l’autore certo

era Mattia Bortoloni. Più di questo però

non si sapeva.

È stata una mostra, allestita a Rovigo,

per il I° semestre 2010, dedicata alla

pittura del 700 nel Veneto, che ci ha

dato l’occasione di conoscere un po’ di

più l’artista di origine rodigina. Nato nel

1696, il Bortoloni era stato pressoché

dimenticato fino alla metà del Novecento

mentre negli ultimi decenni, grazie

al ritrovamento di nuovi documenti e

all’assegnazione di opere prestigiose al

suo catalogo, l’attenzione della critica si

è notevolmente accresciuta. La stessa

mostra lo attesta. Essa è stata anche

occasione di alcuni contatti relativi alla

foto dell’affresco, che è apparso in video

con gli altri ed è stato inserito nel

bel catalogo. È da lì che ho ricavato

le notizie più interessanti, in particolare

dalla scheda scritta dalla dott.ssa Alessia

Vedova, curatrice della mostra. Riporto

alcuni tratti:

“L’affresco… rappresenta un’allegoria

di non semplice interpretazione.

La scena è dominata da un’imponente

figura alata con il capo cinto d’alloro che

tiene con la mano sinistra una corona

d’oro, mentre con la mano destra indica

il cielo. Al suo fianco si scorge un’altra

figura maschile che regge un grande

drappo color ocra al cui centro appa re

uno stemma nobiliare, con aqui le, simbolo

della nobile famiglia veneziana degli

Sceriman. All’apice di una spirale, costituita

da nembi rosati, appare un uomo

dal volto velato che impugna lo scettro

e il globo, da identificarsi con l’Eternità.

Un putto alato, visto di scorcio, reca un

cartiglio che recita “In manibus tuis sortes

meae” (Salmo 30, 16). Nella parte inferiore

del riquadro, con un’ardita visione

prospettica, un giovane si sporge dalla

balaustra, mentre una figura femminile,

con il volto segnato dalla paura, cerca

di trattenerlo abbracciandolo”.

E ancora: “Spetta a Egidio Martini

(1973), la corretta assegnazione

dell’affresco a Mattia Bortoloni… Una

datazione più precisa si è avuta con il

ritrovamento di un documento d’archivio

della fami glia Sceriman, nel quale è

annota ta e datata - 29 settembre 1727-

la spesa per l’esecuzione della “Pit tura

affresco nel cielo delle scale” del palazzo.

È possibile quindi che il conte Stefano

Sceriman, acqui sito il palazzo da Alberto

Gozzi il 2 gennaio 1727, si adoperasse

subito dopo per il restauro della sua nuova

dimora, commissionando a Bor toloni...

la realizzazione della Glorificazione del

suo nobile casato”.

Sr. Marilena


Affresco nel “cielo delle scale” di palazzo Sceriman, Casa Madre dell’Istituto Ancelle

di Gesù Bambino. Il pittore rodigino Mattia Bortoloni, lo realizza nel 1727. Nel bilancio

degli Sceriman di quell’anno è annotata, oltre la spesa per l’acquisto del palazzo,

quella per l’esecuzione dell’affresco, una Glorificazione della famiglia stessa.

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Oggi tutto corre veloce su fili invisibili

che avvolgono il pianeta. Anche i

sogni corrono veloci e per realizzarli si

impegnano risorse di menti, di studio e…

di denaro. Si vuole arrivare alla prima

cellula vitale: “la particella di Dio”. La

chiamano così anche gli scienziati di

Ginevra.

Fosse solo una cellula o una sua

infinitesima parte, la creazione tutta è là

con la sua sconvolgente fecondità.

“…e Dio vide quanto aveva fatto ed

ecco era cosa molto buona”. Dal libro

della Genesi.

Per ogni giorno una sorpresa, un

pullulare di vita, un’esplosione infinita

di creature.

E tutto per un canto di stupore e di lode!

“Un canto!”

Solo la creatura del sesto giorno ne

ha la capacità perché fatta ad immagine

del suo Creatore.

LA PARtIcELLA DI DIO

Serve un cuore di uomo, magari di

bambino, dove tutto vibra all’unisono con

tutto ciò che lo circonda e lo incuriosisce.

Anche per il bambino è importante

arrivare a scoprire la Particella Vitale che

intuisce presente nell’aria, nel sole, nei

fiori, nel mare, negli amici, negli affetti

più cari così importanti per lui.

È un respiro di vita che lo invade e lo

fa traboccare con i suoi tanti perché.

“Perché esiste il mondo?

Chi l’ha fatto?

Perché Dio ha dato tutto all’uomo?

Dove abita Dio? Chi sono i suoi genitori?

Quando è nato Dio?

Perché per lui noi siamo tanto importanti?

Qual è la voce di Dio?

Come si fa ad ascoltare la sua voce?

Qualcuno l’ha sentita?...”

Nel mio “sacco domandiere” di domande

ne ho tante ma per ora bastano

queste.

È piacevole trovarsi accanto a tanta

curiosità. Imbarazzante rispondere?

Direi di no perché i bambini cercano

risposte semplici e vere. Ciò che

potrebbe trarre in imbarazzo è l’altra

domanda che spesso arriva puntuale:

“Ma, tu credi?”

È il momento del passaggio della

fede, del testimone.


“Sì, io credo!”

E allora le piccole voci si fanno più

riflessive e pacate: “Anch’io credo…

anch’io… io credo… Davvero sarà tutto

come ha detto Gesù!”

C’è dentro di noi un posto segreto. La

chiave di quel prezioso angolo di cielo

l’abbiamo solo noi e se sappiamo ricavarci

piccoli spazi di silenzio riusciremo

ad avvertire una presenza misteriosa. Ai

bambini non piace essere soli e nemme-

mia vita, a tutto ciò che mi è caro, alla

mia esperienza. È proprio come accendere

la radio e mettersi in “onda con il

Signore”.

Il grande santo Agostino ha cercato

per tanti anni la Verità, così intendeva

chiamare Dio, percorrendo strade diverse,

passando attraverso esperienze non

sempre buone. Un giorno però una luce

speciale l’ha portato sulla strada del suo

cuore e lì ha trovato Dio che lo aspettava

per dirgli: “Agostino, sono qua!”

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no agli adulti piace la solitudine.

Allora, lì, in quella piccola parte di

me abito io, è vero, ma abita anche

Colui che mi ha voluto a sua immagine

e aspetta paziente che io gli parli di me,

della mia gioia, della mia fatica, del mio

pianto, dei miei desideri.

Quel breve e prezioso momento si

chiama “preghiera”.

Preghiera fatta di parole solo mie

perché appartengono solo a me, alla

Agostino aveva scoperto la presenza

di Dio dentro di lui, ne aveva intuito la

voce. E la sua vita cambiò.

Per ogni giorno un istante, una piccola

goccia d’amore, una sola nota, un

piccolo gesto di riconoscenza, una parola

semplice e vera al Grande Signore del

Cielo e della terra che ci abita cambieranno

noi e il mondo a partire dai “piccoli

nel cuore”.

Sr. Annamaria


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DIEtRO LE QUINtE...

Forse oggi la vita di noi suore non incuriosisce

più e forse non è nemmeno

comprensibile per la gente del nostro

tempo. Di sicuro però siamo conosciute

più per quello che facciamo che per quello

che siamo. Che senso ha allora oggi

la vita religiosa? Perché siamo diventate

suore? Ha ancora senso scegliere questo

tipo di vita? Cercheremo di rispondere

a queste domande, immaginando una

ragazza intervistare tre Ancelle di Gesù

Bambino - non più giovanissime come

età: Sr. Carla, Sr. Nerina e Sr. M. Raffaella

- per percorrere insieme a loro il

film della loro vita.

- Perché hai fatto questa scelta?

C. “Nell’età dell’adolescenza ero scontenta,

non sapevo cosa volevo da me e

dagli altri, cercavo una risposta ai miei

interrogativi. Mi ricordo di aver incominciato

a pregare con più impegno e che

nella preghiera chiedevo il perché di

questa vita che stava diventando triste,

pesante, senza senso. Oggi si direbbe

che non avevo un progetto. Quando una

delle mie sorelle ha deciso di sposarsi

ho incominciato a fantasticare, a pensare

che tipo di uomo mi sarebbe piaciuto

sposare... Con il passare degli anni però

questi pensieri non mi soddisfacevano

più. Sentivo dentro di me il bisogno di

impegnarmi di più”.

N. “È stata una domanda a provocarmi

«Che cosa aspetti?» insieme a una

parola di Gesù: «Non sapete che devo

occuparmi delle cose del Padre mio?”.

R. “Tutto è iniziato nella mia famiglia.

Ricordo che da bambina mi incantavo a

guardare il papà inginocchiato sul nudo

pavimento, dopo una giornata logorante

di lavoro nella cava, a sgranare il rosario

con tutti noi”.

- Perché non hai mollato?

C. “Il volto sofferente ma sereno di Gesù

mi ha accompagnata per tutta la vita e

mi sono sempre sentita sostenuta dal

Signore, che ho definito come «il motore

della mia vita»”.

N. “Se all’inizio ho detto sì al Signore

perché Lui ne aveva il diritto ed era

Lui che doveva qualcosa a me, ora

non cesso di dirgli grazie per il grande

dono ricevuto perché in realtà sono io

che devo tutto a Lui”.

R. “Credevo di amarlo, invece mi sono

scoperta tanto povera, bisogno-sa di

amore. Credevo di conoscerlo e mi sono

resa conto che Egli rimane un abisso

insondabile. Credevo di possederlo e

invece Lui è rimasto e continua a rimanere

il mio entusiasmo e il mio anelito

quotidiani”.

- La rifaresti?

C. “Rifarei la stessa scelta per il semplice

fatto che non sono stata io a scegliere il

Signore ma è stato Lui a scegliere me e

a chiedermi di seguirlo. Per questo sento

la chiamata come un dono. Quando Lui

ti incontra non puoi più scappare perché

senti dentro di te una tale forza che

anche se provi a mettergli degli ostacoli

Lui stesso li smuove e tu vai dove Lui

ti vuole guidare”.

N. “Rifarei la stessa scelta perché il

mio desiderio più grande è quello di

dire di sì alla volontà di Dio senza

compromessi”.

R. “Non solo rifarei la stessa scelta, ma

vorrei avere cento vite per poterle donare

tutte al Signore perché ciò che desidero

è vivere una vita piena”.

- Che differenza c’è tra le suore come

te e quelle di clausura?

C. “Penso che nella sostanza la realtà

di vita e di dono sia la stessa; ciò che

cambia può essere la modalità di vita e

di servizio in mezzo alla gente”.

N. Le suore di clausura come Mosè, con


le mani alzate, invocano il Signore per

il popolo, noi come Giosuè lottiamo a

favore del suo popolo”.

R. “Siamo accomunate dalla scelta esclusiva

di Dio come il Tutto della nostra vita.

Loro lo dicono scegliendo una condizione

di vita dove molte ore sono dedicate

alla preghiera; noi invece, pur partendo

dalla preghiera e da una profonda vita

spirituale, viviamo in mezzo alla gente

mostrando con il nostro operare cosa

significhi aver fatto una scelta esclusiva

di Dio. Io condivido con la gente

l’esperienza del vivere, del soffrire e

del faticare umano, come espressione

di fraternità e di vicinanza”.

- In una società in cui le relazioni stanno

diventando sempre meno umane voi

suore, vivendo insieme, che cosa avete

da dire alla gente di oggi?

C. “Mi pare di capire che la gente di

oggi non accetta tanti nostri discorsi. Le

persone sperano solo di essere ascoltate

e ricordate nella nostra preghiera

comunitaria”.

N. “Non dobbiamo dire niente. La gente

dovrebbe accorgersi che tra di noi c’è un

di più del legame di sangue e di interessi

personali, un di più in cui è possibile

creare relazioni realizzanti”.

R. “Possiamo dire che la comunione è

possibile, là dove si fa spazio all’altro,

lo si accoglie e lo si accetta per quello

che è sottolineando il positivo che ogni

persona possiede, cercando di portare

i pesi le une delle altre, di stimarci e di

volerci bene perché noi per prime siamo

state amate da Cristo”.

- Che cosa diresti a una ragazza che

non sa che cosa fare della sua vita? E

a chi invece sente il desiderio verso la

vita religiosa ma non ha il coraggio di

mettersi in gioco?

C. “Inviterei la prima ragazza a pregare,

a prendere confidenza con la Parola di

Dio e a iniziare un cammino di direzione

spirituale. Se invece una ragazza sente

che il Signore la sta chiamando, le direi

che si decida prima di invecchiare e

che abbia il coraggio di fidarsi di chi sta

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bussando alla porta del suo cuore. Gesù

non si stanca mai di darci dei segnali

forti, ma c’è un tempo per scegliere e un

tempo per crescere nella scelta fatta”.

N. “A una ragazza che non sa cosa fare

della sua vita, le direi: Datti una mossa

per aiutare le persone che ti girano attorno,

anche chi non ti chiede niente. La

vita si comincia ad apprezzarla quando si

vede che serve. A una ragazza indecisa

direi: Se il pensiero ti perseguita, buttati,

fidati senza più farti domande. Va’ e

arriverai al porto, sapendo che la tua

barca ha un Timoniere sicuro: altrimenti

invecchierai senza aver vissuto”.

R. “Non direi tante cose, ma le garantirei

che la mia vita, come quella di tante altre

donne consacrate, è una vita pienamente

felice e realizzata”.

Sono tre storie diverse, ciascuna con

il suo fascino, che però hanno in sé la

forza di provocarci. Provocano noi religiosi

e religiose a rendere ragione agli

altri della scelta che abbiamo fatto come

risposta a una chiamata che abbiamo

ricevuto al di là dei nostri meriti e delle

nostre capacità, perché solo se siamo

fortemente motivati la nostra scelta può

stare in piedi. Provocano i sacerdoti

nell’imparare a stimare la vita religiosa

più per quello che è che per quello che

fa, più come segno del primato della vita

spirituale che come cantiere di persone

tuttofare. Provocano i non credenti a

interrogarsi sul senso della loro vita e

su ciò che veramente conta. Provocano

infine i giovani che sono ancora in ricerca

a decidersi perché non si diventa adulti

finché non si fa una scelta definitiva, cioè

non si è capaci di fissare la propria vita in

una direzione precisa e proprio lì buttarsi

totalmente e per sempre. Ma forse ogni

credente può sentirsi provocato a rimettere

il Signore al centro della sua vita,

a giocarsi per Lui e con Lui in una vita

che valga la pena di essere veramente

vissuta passando così da un’esistenza

“liquida” a un’esistenza “solida”.

Sr. Gabriella


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DEStINAZIONE AfRIcA...

Francesco, membro dell’Associazione “Il buon Samaritano”, di Bari, che sostiene

opere missionarie in varie parti del mondo, ci offre la sua testimonianza

dopo un viaggio in Costa d’Avorio, ospite delle Ancelle di Gesù Bambino.

Ho deciso di partire per la Costa

d’Avorio, nonostante il viaggio venisse

sconsigliato, per la perdurante criticità

del processo di pace e le incertezze

legate al quadro politico. Avevo bisogno

di vedere una realtà che non conoscevo

e che da lontano con amore aiutavo.

Sostenuto dalla mia famiglia e da tutti

i soci, il 20 gennaio il mio volo aereo

attraversa il cielo. Destinazione: Africa.

Sono partito solo, ma dentro di me

sentivo di non esserlo. Sapevo che tante

persone mi stavano vicino con le loro

preghiere, ma soprattutto avvertivo la

presenza del Signore che conosceva le

mie intenzioni e la mia missione.

Oggi posso dire che questo viaggio

mi ha fatto molto riflettere su quanto

ognuno di noi ha e ciononostante non

sappiamo accontentarci. Spesso non

riusciamo ad apprezzare quanto abbiamo

ricevuto.

In ogni momento intravedevo Lui,

incontrando le Ancelle di Gesù Bambino

che, da vent’anni, sono impegnate a

servire con amore anche questa piccola

porzione dell’Africa; i bambini dalla pelle

color cioccolato che ti sorridono mostrando

i loro denti bianchi e ti dicono “mercì

mon pere” (grazie padre mio); gli uomini

e le donne dei villaggi che ti accolgono

con ospitalità e generosità.

Il viaggio non è stato cosa semplice.

Raggiungere i villaggi è stato particolarmente

difficile, quasi impossibile, però

ogni ostacolo veniva superato perché il

Signore era con noi.

Suor Rosangela, cara amica e referente

in San Pedro delle Ancelle di

Gesù Bambino, mi aveva organizzato

il tutto. Un programma di spostamenti

più che intenso. Ogni giorno, raggiungevo

i villaggi a bordo di un fuoristrada,

accompagnato da una guida e da una

consorella, percorrendo spesso sentieri

di terra battuta di colore rosso, pieni di

buche ed ostacoli, immersi nell’intensa

foresta, circondata da altissimi alberi di

palme, di caucciù, di cacao. Durante il

tragitto, ogni sforzo e dolore fisico veniva

superato perché vedevo bambini che, per

raggiungere il loro villaggio, percorrevano

tanti chilometri a piedi con le loro ciabattine

o scalzi e donne che, in modo

naturale, camminavano caricandosi sulla

testa un recipiente di acqua, un cesto

di banane, un fascio di legna e sulla

schiena sostenevano i loro figli fasciati

con dei teli coloratissimi.


Ho avuto modo di vedere a Djapadji

la scuola materna e il refettorio intitolato

ad “Emanuela” e a Magnery la scuola

di “Giovina”; ho visitato la maison di

“Emanuela”, casa di accoglienza per

giovani studenti costruita in San Pedro;

ho percorso la strada di terra battuta

realizzata tra San Domenique e Dobà,

tutte opere finanziate dalla nostra associazione

con il contributo degli “Amici di

Emanuela” e di altri sostenitori.

A Dobà, ho incontrato Robert, un

uomo che in una piccola stanza adibita

ad ambulatorio cerca, con mille difficoltà,

di aiutare la gente con cure per l’ulcera

del burulì.

Alla periferia di San Pedro ho visitato

anche il Centro di Cura di questa

distruggente malattia, una struttura tanto

13

voluta e realizzata da Suor

Donata che, ogni giorno, accoglie

tante persone che non

hanno la possibilità di potersi

curare.

Verso la fine del mio viaggio

ho visitato il centro di formazione

femminile di Grand-

Lahou, diretto dalle Ancelle,

un centro di accoglienza per

ragazze dove si fornisce un

alloggio ed un’istruzione professionale.

In sostanza ho visto tutto

quello che la nostra associazione

ha realizzato e

sostenuto in Costa d’Avorio,

ma soprattutto ho visto tanti

bambini, donne e uomini che

al mio arrivo nei loro villaggi

mi hanno accolto con canti,

danze e tanta generosità.

Essi vivono la loro povertà,

anzi la miseria, con dignità,

donando all’ospite “tutto quel

poco” di cui dispongono.

Sono felice di essere stato

in quei luoghi e porterò sempre

nel mio cuore ogni momento

di gioia ed emozione che i

bambini e la gente mi hanno donato.

Loro hanno bisogno anche di noi,

non dimentichiamoli. Anche se quello

che facciamo è una piccola goccia in un

grande oceano aiutateci ad aiutarli.

Ringrazio tutte le Ancelle di Gesù

Bambino che con tanto amore mi hanno

accolto nelle loro case e prestano la

loro opera missionaria al servizio del

Signore. Ringrazio tutti coloro che ho

conosciuto durante questo viaggio e le

persone che ci sostengono. Ringrazio

Suor Rosangela che mi ha permesso

ed organizzato questa magnifica testimonianza

di vita. Ringrazio, soprattutto,

il Signore che era accanto a me e non

mi hai mai abbandonato.

Francesco De Cecco


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Era un giorno qualsiasi della settimana

e sono uscita per fare delle compere

nel negozio vicino a casa mia. Al ritorno

ho pensato di fermarmi da una vicina

che da molto tempo non vedevo. Con

mia sorpresa l’ho trovata ammalata e

triste. Aveva un problema osseo che le

impediva di camminare correttamente.

Abbiamo conversato un poco, poi,

augurandole che le cose migliorassero

sono andata via perché dovevo preparare

il pranzo. Dopo pochi passi però sono

tornata indietro per chiederle, dato che

avevo lavorato nell’area della salute, se

aveva l’assistenza sanitaria e se potevo

indicarle un buon medico.

Mi ha raccontato che dalla morte

del marito, avvenuta cinque anni prima,

aveva perso il diritto all’assistenza e così

non poteva curarsi.

Io sapevo che il marito aveva lavorato

per una multinazionale e sono rimasta

disgustata perché ritenevo illegale l’aver

tolto a un’anziana povera il diritto ad

essere assistita.

Ho telefonato all’azienda e ho mandato

un email, pensando però che

sarebbe stato molto difficile riparare a

un’ingiustizia che durava da cinque anni.

Ma ho avuto una grande sorpresa. Nel

giro di una settimana il settore dei diritti

DISPONIbILItà

E AttENZIONE

Celia (a sinistra nella foto), appartiene

al gruppo delle Amiche di Madre Elena

in Brasile. L’esperienza da lei vissuta

ci sollecita ad accorgerci di chi è nel

bisogno e a farci strumenti nelle mani

di Dio per fare bene il bene, secondo

l’invito della Fondatrice delle Ancelle.

umani dell’azienda stessa è entrato in

contatto con me e il risultato finale non

poteva essere migliore. È stata restituita

l’assistenza e da quando la signora va

dal medico ha ottenuto un progressivo

miglioramento. Non solo, ma ha ricevuto

addirittura un piccolo indenizzo

per i cinque anni scoperti. Tutto questo

senza ricorrere a particolari procedure

e avvocati.

Ho imparato molto con questo avvenimento

e sono stata felice di aver

potuto fare del bene a una persona.

Madre Elena mi ha insegnato a “fare

il bene bene”, avendo attenzione per

le persone bisognose, anche se loro

non ce lo chiedono. Ho imparato che il

bene può essere fatto in modo semplice,

quotidiano. Ho imparato anche che tutte

siamo capaci di cambiare la vita di una

persona per migliorarla se abbiamo un

po’ di disponibilità.

So che Dio mi ha usato come strumento

nella vita di questa donna e chiedo

a Lui di poter essere sempre un’operaia

nella sua messe.

Ringrazio Dio e ringrazio anche Madre

Elena che desidero sia conosciuta

e amata.

Celia F. das Mercês


U cOME UMORISMO

La parola umorismo, anticamente, designava una scuola di medicina, che imputava

le malattie ad alterazione di umori. La più felice alterazione avvenne in un’isola

umida, dove, senza causare danni, anzi portando benefici incalcolabili, la parola francese

humour, umore appunto, divenne sinonimo di “brio”. Da qui deriva ciò che oggi

chiamiamo “umorismo”. Si tratta di un dono naturale, che lo stesso dizionario così

definisce: “Modo intelligente, sottile e ingegnoso di vedere, interpretare e presentare

la realtà, ponendo in risalto gli aspetti insoliti, bizzarri e divertenti”.

C’è chi ha e chi non ha il senso dell’umorismo. La sua mancanza, ritengono molti,

ha ucciso più della spada. Non a caso sovrabbonda in Inghilterra, da dove viene la

parola. Chi vive in quel verde paese, tutto circondato dall’acqua, deve averne una

buona dose per vedere come “insolito, bizzarro e divertente” anche ciò che viene dal

cielo in modo piuttosto usuale, monotono e noioso.

Per rimediare ai dispiaceri inevitabili che ogni esistenza comporta, l’uomo riesce,

mediante le parole, a “vedere” l’invisibile, a “interpretare” l’inimmaginabile, a “presentare”

l’inesistente. La dissonanza tra parola e realtà è il terreno su cui fiorisce l’umorismo.

Il sorriso che ne sgorga si comunica a chiunque ascolta. Nessun argomento lo può

contestare. Se irrita qualcuno, aumenta l’ilarità di altri. Qualunque persona ben disposta

può scoprire, con sorpresa, quanto è umoristico ciò che ritiene tremendamente serio.

L’umorista non è forse uno che fa ridere restando serio, al massimo sorridendo con

distacco? Qualcuno può imparare a ridere di sé e dei suoi modi di essere. Un mimo,

infatti, evidenzia quei nostri aspetti buffi che tutti vedono, tranne noi.

Oggi viviamo in un mondo dove le relazioni saltano, dove ci si prende troppo sul

serio, dove non ci si mostra benevoli e comprensivi verso gli altri e i loro difetti (ma

chi non ne ha, di difetti?) … Mi sembra che - nella nostra situazione attuale - l’unico

vaccino efficace possa essere proprio l’umorismo … Peccato che non sia in vendita

… lo si può solo apprendere da persone che lo posseggono in natura. E allora AAA

Cercasi persone dotate di umorismo … per lasciarci contagiare da loro.

15

***


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PICCOLA CRONACA

VENEzIA - All’interno di un ciclo di conferenze su “Gli Ordini religiosi cattolici a Venezia,

Rinascimento ed epoca moderna”, organizzato dalla Scuole Grandi di Venezia,

il 13 aprile scorso Sr. Emanuela Marino ha tenuto una relazione nella quale ha

illustrato le origini dell’Istituto Ancelle di Gesù Bambino a Venezia, attraverso

l’ispirazione carismatica di Elena Silvestri, e che ha concluso con una rapida

visione del suo sviluppo fino ad oggi.

Il 24 aprile si sono incontrate in Casa Madre una ventina di Ancelle di Gesù

Bambino, referenti missionarie in Italia e Svizzera. Sono le sorelle che si

impegnano in vari modi per le nostre missioni in Brasile e in Costa d’Avorio.

L’obiettivo dell’incontro era quello di iniziare una riflessione a diversi livelli per

un’azione coordinata e condivisa, attraverso uno scambio di idee, una messa

in comune di considerazioni, motivazioni, convinzioni e problematiche.

COStA D’AVORIO - Il 15 maggio è arrivata dall’Africa in Italia Sr. Adriana Ravanello

per il consueto periodo di rientro in patria. Si fermerà fino a metà agosto.

tEOLO - Dal 28 al 30 maggio si è svolto a Teolo l’ultimo incontro dell’anno per le

animatrici di comunità. Il tema trattato questa volta è stato quello delle relazioni

fraterne.

SONO tORNAtI ALLA CASA DEL PADRE

Egidia Bresolin, sorella di Sr. Bertilla.

Mario Zamin, fratello di Sr. Annapaola.

Ida Binotto, sorella di Sr. Maria Candida.

Il 6 maggio 2010 ci ha lasciati Mons. Rolando zera, Patrono della Causa per la

Beatificazione e Canonizzazione della Venerabile Elena Silvestri, Fondatrice dell’Istituto

Ancelle di Gesù Bambino.

Dal 1980 al 1991 aveva svolto, in collaborazione con alcune suore, un intenso lavoro

per la preparazione della Positio, fino ad ottenere nel 1999 il decreto sull’eroicità delle

virtù di Madre Elena.

Il rapporto di amicizia e collaborazione con l’Istituto non è mai venuto meno. Noi

Ancelle lo ricordiamo, lo ringraziamo e lo pensiamo in mezzo ai tanti Santi della cui

causa si è occupato in vita, sempre con tanta dedizione.

A TUTTI AUGURIAMO BUONE VACANZE!

L’ECO DI NAZARETH - Periodico trimestrale dell’Istituto Ancelle di Gesù Bambino - Direzione e

Amministrazione: Cannaregio, 4851 - Venezia - Tel. 041 52.23.875 - www.istitutoancelle.it - C.C.P.

17926304 dir. responsabile Luigina Ghezzo - Autorizzazione Tribunale di Venezia n. 196 del 9-12-1955

Tipografia L’Artigiana - Cannaregio, 5104/b - Venezia - Finito di stampare nel mese di giugno 2010

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