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L'Architettura della salute - Parte prima

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L’Architettura<br />

<strong>della</strong> <strong>salute</strong><br />

Luoghi e storia<br />

<strong>della</strong> Sanità<br />

lombarda<br />

L’Architettura <strong>della</strong> <strong>salute</strong><br />

L’Architettura<br />

<strong>della</strong> <strong>salute</strong><br />

Luoghi e storia <strong>della</strong> Sanità lombarda


A.O. Ospedale di Circolo Fond.<br />

Macchi di Varese<br />

A.O. S. Antonio Abate<br />

di Gallarate<br />

A.O. Spedale<br />

di Circolo<br />

di Busto Arsizio<br />

A.O. S. Anna<br />

di Como<br />

A.O. Ospedale Civile<br />

di Legnano<br />

A.O. Ospedale L. sacco<br />

A.O. Ospedale Niguarda Ca’ Granda<br />

A.O. Ospedale S. Carlo Borromeo<br />

A.O. Ospedale S. Paolo<br />

A.O. Istituto Ortopedico G. Pini<br />

A.O. Ospedale<br />

di Lecco<br />

A.O. G. Salvini<br />

di Garbagnate Mi.se<br />

A.O. Ospedale S. Gerardo dei Tintori<br />

di Monza<br />

A.O. Fatebenefratelli Oftalmico<br />

A.O. Istituti Clinici di Perfezionamento<br />

A.O. <strong>della</strong> Provincia<br />

di Pavia<br />

A.O. Ospedale civile<br />

di Vimercate<br />

Vizzolo Predabissi - A.O.<br />

di Melegnano<br />

A.O. di Treviglio<br />

A.O. Ospedali Riuniti<br />

di Bergamo<br />

A.O. Bolognini<br />

di Seriate<br />

A.O. <strong>della</strong> Valtellina e<br />

<strong>della</strong> valchiavenna<br />

di Sondrio<br />

A.O. Mellino Mellini<br />

di Chiari<br />

A.O. <strong>della</strong> Provincia<br />

di Lodi<br />

A.O. Ospedale Maggiore<br />

di Crema<br />

A.O. di Cremona<br />

A.O. Spedali Civili<br />

di Brescia<br />

A.O. di Desenzano<br />

sul Garda<br />

A.O. “C. Poma”<br />

di Mantova


Testi di<br />

Rita Balestriero<br />

Giorgio Cosmacini<br />

Maria Antonietta Crippa<br />

(Politecnico di Milano)<br />

Stefano Della Torre<br />

(Politecnico di Milano)<br />

Schede a cura di<br />

Daniele Garnerone<br />

Irene Giustina<br />

(Università degli Studi di Brescia)<br />

Elisa Sala<br />

(Università degli Studi di Brescia)<br />

Adele Simioli<br />

Emanuele Vicini<br />

Ferdinando Zanzottera<br />

(Politecnico di Milano)<br />

Fotografie di<br />

Chiara Cadeddu<br />

Germano Borrelli<br />

Archivio Ospedale Maggiore di Milano<br />

Archivio Infrastrutture Lombarde<br />

Progetto, coordinamento editoriale e design:<br />

Servizi per la Comunicazione<br />

Si ringraziano<br />

Pietro Petraroia - Valorizzazione del Patrimonio artistico e culturale - Regione Lombardia<br />

Paolo M. Galimberti - Servizio Beni Culturali Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli Regina Elena<br />

Le Aziende Ospedaliere lombarde<br />

Infrastrutture Lombarde Spa<br />

II II<br />

In copertina:<br />

Facciata dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano<br />

A pag. III:<br />

Dettaglio scultoreo <strong>della</strong> facciata - Ave gratia plena di Franco Lombardi


Regione Lombardia<br />

L’Architettura<br />

<strong>della</strong> <strong>salute</strong><br />

Luoghi e storia <strong>della</strong> Sanità lombarda


Regione Lombardia considera il miglioramento e lo sviluppo dell’edilizia sanitaria<br />

come uno degli obiettivi prioritari per adeguare il servizio sanitario<br />

alle sempre più complesse esigenze che si presentano nella nostra società.<br />

In questo ambito, crediamo che il nostro compito sia innanzitutto quello di incentivare<br />

e valorizzare il protagonismo delle aziende ospedaliere lombarde che, proprio<br />

in forza del loro profondo radicamento nel territorio, possono, e anzi devono offrire<br />

un apporto fondamentale per rispondere alle nuove sfide che le riguardano.<br />

In questa direzione vanno i consistenti investimenti degli ultimi anni per la realizzazione<br />

di nuovi ospedali e la razionalizzazione delle strutture esistenti nella<br />

nostra regione. Gli interventi mirano a dare concretezza, anche nelle soluzioni<br />

architettoniche, al principio che ha guidato la riforma dell’intero sistema sociosanitario<br />

lombardo: restituire centralità alla persona.<br />

Le nuove strutture si impongono così all’attenzione perché incarnano, negli aspetti<br />

funzionali e tecnologici, una concezione moderna di ospedale, capace di accogliere<br />

integralmente i malati nelle loro esigenze e offrire condizioni di lavoro in cui gli<br />

operatori possano esprimersi secondo tutta la loro professionalità. Strutture non<br />

più chiuse in se stesse, ma aperte al territorio e ai bisogni in esso presenti, in<br />

un’armonica interazione con il contesto sia urbano che naturale.<br />

Saluto quindi con piacere la pubblicazione di questo libro che, nel ripercorrere<br />

la storia dell’architettura ospedaliera lombarda dal Quattrocento fino ai giorni<br />

nostri, contribuisce a far riflettere sul cambiamento profondo che ha investito,<br />

<strong>prima</strong> che la forma, la funzione stessa dei luoghi <strong>della</strong> <strong>salute</strong>.<br />

V<br />

Roberto Formigoni<br />

Presidente <strong>della</strong> Regione Lombardia


L’ospedale inteso come luogo di ospitalità e di cura per i malati e i bisognosi è<br />

il più fulgido esempio <strong>della</strong> capacità organizzativa e identitaria che la nostra<br />

terra lombarda, fin dal Medioevo, riuscì ad esprimere. Un luogo di attenzione<br />

per il popolo, inizialmente espressione dei sentimenti di carità di istituzioni e<br />

congregazioni religiose e poi obiettivo sociale dei governi.<br />

Con piacere dunque esprimo il mio più vivo apprezzamento per questa opera, che<br />

intende ripercorrere la storia <strong>della</strong> sanità lombarda attraverso il racconto dei vari<br />

progetti architettonici ospedalieri dispiegatisi nei secoli in Lombardia.<br />

Un percorso d’umanità e di professionalità che continua nel tempo e che sta conoscendo<br />

proprio in questi anni un nuovo protagonismo, grazie agli imponenti<br />

investimenti finanziari messi a disposizione da Regione Lombardia e finalizzati<br />

a realizzare un nuovo modello di sanità, dove l’attenzione alla persona e ai suoi<br />

bisogni sono centrali anche nella programmazione architettonica e urbanistica<br />

delle nuove strutture ospedaliere.<br />

L’aumento dell’età media <strong>della</strong> popolazione congiuntamente alla necessità di<br />

mantenere costante il livello d’efficienza e d’efficacia degli interventi sanitari, la<br />

volontà di proseguire la strada dell’innovazione con la forte attenzione al mantenimento<br />

<strong>della</strong> parità di bilancio. Queste sono le sfide che attendono oggi chi si<br />

occupa di sanità, di fronte a un’Istituzione che necessariamente evolve nel tempo<br />

perché continuamente partecipe <strong>della</strong> scienza e <strong>della</strong> tecnologia, di passioni e<br />

sentimenti.<br />

Questo volume rappresenta così un’occasione utile per approfondire la storia e<br />

proseguire l’attenzione all’umano che questa terra è stata e sarà sempre capace<br />

d’esprimere.<br />

VII<br />

Luciano Bresciani<br />

Assessore alla Sanità


Le Aziende Ospedaliere lombarde<br />

Le Aziende Ospedaliere sono ospedali di rilievo regionale o interregionale costituiti<br />

in Aziende in considerazione delle loro particolari caratteristiche. Si tratta<br />

spesso di strutture ad alta o particolare specializzazione oppure di ospedali che<br />

affiancano alle normali attività di ricovero e cura anche quelle di ricerca/insegnamento<br />

a livello universitario.<br />

BERGAMO - A.O. OSPEDALI RIUNITI<br />

BRESCIA - A.O. SPEDALI CIVILI<br />

BUSTO ARSIZIO - A.O. OSPEDALE DI CIRCOLO<br />

CHIARI - A.O. MELLINO MELLINI<br />

COMO - A.O. SANT’ANNA<br />

CREMA - A.O. OSPEDALE MAGGIORE<br />

CREMONA - A.O. DI CREMONA<br />

DESENZANO - A.O. DI DESENZANO DEL GARDA<br />

GALLARATE - A.O. SANT’ANTONIO ABATE<br />

GARBAGNATE MILANESE - A.O. G. SALVINI<br />

LECCO - A.O. OSPEDALE di LECCO<br />

LEGNANO - A.O. OSPEDALE CIVILE di LEGNANO<br />

LODI - A.O. DELLA PROVINCIA di LODI<br />

MANTOVA - A.O. C. POMA<br />

MILANO - A.O. FATEBENEFRATELLI OFTALMICO<br />

VIII<br />

MILANO - A.O. ISTITUTI CLINICI DI PERFEZIONAMENTO<br />

MILANO - A.O. ISTITUTO ORTOPEDICO G. PINI<br />

MILANO - A.O. OSPEDALE L. SACCO<br />

MILANO - A.O. OSPEDALE NIGUARDA CA’ GRANDA<br />

MILANO - A.O. OSPEDALE S. CARLO BORROMEO<br />

MILANO - A.O. SAN PAOLO<br />

MONZA - A.O. SAN GERARDO DEI TINTORI<br />

PAVIA - A.O. DELLA PROVINCIA DI PAVIA<br />

SERIATE - A.O. BOLOGNINI SERIATE<br />

SONDRIO - A.O. DELLA VALTELLINA E DELLA VALCHIAVENNA<br />

TREVIGLIO - A.O. TREVIGLIO<br />

VARESE - A.O. OSPEDALE DI CIRCOLO FONDAZIONE MACCHI<br />

VIMERCATE - A.O. OSPEDALE CIVILE DI VIMERCATE<br />

VIZZOLO PREDABISSI - A.O. DI MELEGNANO


1 Dal frigidarium alla bio-robotica, l’evoluzione <strong>della</strong> cura<br />

Giorgio Cosmacini<br />

9 Introduzione<br />

L’Ospedale tra passato e futuro: mutamenti morfologici, rapporto con il territorio,<br />

centralità <strong>della</strong> persona<br />

Maria Antonietta Crippa<br />

19 Arte e storia nei luoghi <strong>della</strong> cura: un patrimonio da valorizzare<br />

Pietro Petraroia<br />

24 Capitolo 1<br />

Gli ospedali a crociera del Quattrocento e successivi sviluppi fino all’Ottocento<br />

Stefano Della Torre<br />

36 Capitolo 2<br />

L’ospedale a padiglioni dall’Ottocento al primo Novecento<br />

Stefano Della Torre<br />

46 Capitolo 3<br />

Evoluzione dall’ospedale a padiglioni all’ospedale monoblocco o misto nel XX secolo<br />

Maria Antonietta Crippa<br />

58 Capitolo 4<br />

I nuovi ospedali lombardi tra presente e futuro<br />

Rita Balestriero<br />

IX<br />

IndICe


71 Il patrimonio edilizio degli ospedali di<br />

Lombardia dal secolo XV ad oggi<br />

Maria Antonietta Crippa<br />

80 Scheda 1<br />

Gli Ospedali Riuniti di Bergamo<br />

Ferdinando Zanzottera<br />

86 Scheda 2<br />

Gli Spedali Civili di Brescia<br />

Irene Giustina<br />

92 Scheda 3<br />

L’Ospedale Sant’Anna di Como<br />

Daniele Garnerone<br />

98 Scheda 4<br />

Gli Istituti Ospitalieri di Cremona<br />

Daniele Garnerone<br />

104 Scheda 5<br />

L’Ospedale Manzoni di Lecco<br />

Daniele Garnerone<br />

110 Scheda 6<br />

L’Ospedale Maggiore di Lodi<br />

Adele Simioli<br />

116 Scheda 7<br />

L’Ospedale Carlo Poma di Mantova<br />

Daniele Garnerone<br />

122 Scheda 8<br />

L’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano<br />

Ferdinando Zanzottera<br />

128 Scheda 9<br />

L’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano<br />

Adele Simioli<br />

134 Scheda 10<br />

L’Ospedale San Gerardo dei Tintori di Monza<br />

Ferdinando Zanzottera<br />

140 Scheda 11<br />

L’Ospedale San Matteo di Pavia<br />

Emanuele Vicini<br />

146 Scheda 12<br />

Il Villaggio Sanatoriale di Sondalo<br />

Ferdinando Zanzottera<br />

152 Scheda 13<br />

L’Azienda Ospedaliera di Circolo Fondazione<br />

Macchi di Varese<br />

Ferdinando Zanzottera<br />

159 Bibliografia<br />

XI


XII


Dal FriGiDarium alla bio-robotiCa,<br />

l’evoluzione Della Cura<br />

L’antica Grecia non ebbe ospedali. Luoghi collettivi di <strong>salute</strong> pubblica erano i<br />

templi dedicati ad Asclepio, semidio <strong>della</strong> medicina, e gestiti dagli asclepiadi,<br />

sacerdoti esercenti una medicina ieratica, sacra. Anche l’antica Roma non<br />

ebbe ospedali. Luoghi collettivi di <strong>salute</strong> erano le terme, dove appositi locali –<br />

calidarium, frigidarium, tepidarium – permettevano rispettivamente la dilatazione<br />

dei pori corporei ristretti, il restringimento dei pori corporei dilatati e l’equilibrio<br />

degli uni e degli altri nella giusta misura corrispondente alla buona <strong>salute</strong>.<br />

Però la Roma imperiale ebbe i valetudinaria, “ospedali delle legioni” dove si<br />

curavano i legionari dalle ferite belliche e dove, in tempo di pace, si curavano gli<br />

schiavi dalle lesioni traumatiche dovute ai loro duri lavori.<br />

Fu però il Medioevo cristiano a dare fondamento etico alla hospitalitas.<br />

L’“ospitalità”, conosciuta e praticata dagli antichi, ma solo come attività<br />

individuale od obbligo nei confronti dell’ospite, si affermò nella bassa latinità<br />

come condimento condiviso, come servizio all’uomo bisognoso e sofferente<br />

nell’ambito di un cristianesimo che si proclamava e professava come “religione<br />

dei poveri”.<br />

Al nome e al concetto di “povero” – pauper – erano strettamente legati il nome e il<br />

concetto di “malato” – infirmus –. Il povero malato o il malato povero esprimeva<br />

una categoria composita, senza troppa distinzione tra indigenza economica ed<br />

emergenza sanitaria. La categoria comprendeva tutti coloro che non erano in<br />

grado di far fronte alle crisi di esistenza: malati e invalidi, con inclusi gli storpi<br />

e i vagabondi, i ciechi e i mendicanti, i folli e i pezzenti, e con ai primi posti i<br />

vecchi in solitudine e i bambini senza famiglia, orfani o fanciulli abbandonati e<br />

i “trovati” (trovatelli). Per tutti costoro, spesso costituenti una umanità derelitta<br />

1<br />

di Giorgio Cosmacini


e questuante, esisteva l’hospitale. Questo nome comparve in età carolingia a<br />

sostituire quello preesistente di xenodochium, usato per indicare “l’albergo dove<br />

ospitare i forestieri”, pellegrini e viandanti. L’ospedale, in questa fase, era piuttosto<br />

l’ospizio, “l’albergo dei poveri” dove accogliere l’umanità indigente e “paziente”.<br />

Nelle antiche abbazie benedettine vigeva la regola dettata da San Benedetto a<br />

complemento dell’ora et labora: “Prima di tutto e soprattutto bisogna prendersi<br />

cura dei malati” (cap. XXXVI). Tra i luoghi abbaziali esisteva un hospitale<br />

pauperum adibito ai poveri, bambini, vecchi, poveri di mente, ai quali veniva<br />

riservato l’affectus, l’“affabilità”, prestata con gioia (libente animo), con allegria<br />

(cum hilaritate), con liberalità (cum largitate).<br />

Intorno al X secolo, cioè alle soglie dell’anno Mille, l’organizzazione sanitaria di ogni<br />

grande monastero comprendeva almeno un infirmarium, o “infermeria”, con un<br />

cubiculum valde infirmorum, o “cameretta di degenza per malati gravi”, con un locale<br />

appartato per clisteri e salassi e con un orto di “semplici”, o piante medicinali.<br />

A moltiplicare tali strutture ospitaliere contribuivano i pellegrinaggi, in Italia<br />

quelli diretti alle tombe romane dei Santi Pietro e Paolo, mete di una umanità<br />

itinerante alla ricerca di una salus che non era solo “salvezza” spirituale, ma<br />

spesso anche “<strong>salute</strong>” corporale o speranza di guarigione.<br />

Dopo l’anno Mille iniziava, dal grembo terriero <strong>della</strong> società altomedievale, la<br />

rinascita delle città, raccolte intorno alle cattedrali e popolate di poveri “senza<br />

terra”. Cambiava la vita, anche quella assistita. Ogni città importante possedeva<br />

almeno un ospedale, dap<strong>prima</strong> in diretta connessione con il luogo di culto, con<br />

commistione tra pratiche sacre a pratiche profane. Successivamente questi<br />

ospedali, anche se legati a fondazioni ecclesiastiche, tendevano a distaccarsi dal<br />

2


modello religioso. Il risultato di questa tendenza era, alla fine, l’ospedale civile. In<br />

Italia l’organizzazione ospedaliera, in anticipo sul resto d’Europa, era importante<br />

in ogni città, ma soprattutto in quelle più popolose, affollate da una popolazione<br />

spesso a rischio tra ricorrenti carestie e condizioni d’igiene precaria.<br />

Nel suo scritto “Sulle meraviglie <strong>della</strong> città di Milano” – De magnalibus urbis<br />

Mediolani –, opera amanuense del 1288, il grammatico milanese Bonvesin de<br />

la Riva, terziario degli umiliati, afferma che “vi sono in città dieci ospedali per i<br />

malati poveri e quasi tutti adeguatamente dotati di beni temporali. […] Nessuno<br />

che sia in condizioni di indigenza o di miseria viene rifiutato o respinto. Nel<br />

contado vi sono quindici ospedali o pressappoco”.<br />

Un patriziato caritatevole e un clero provvido non si esimevano dal fondare<br />

e sostenere ospedali. Coloro che gestivano in <strong>prima</strong> persona il rapporto<br />

assistenziale con gli infirmi erano gli infirmarii, gli “infermieri”, religiosi o laici,<br />

fratres vel sorores, “fratelli o sorelle”, uomini o donne. Essi dovevano farsi carico<br />

delle pratiche di assistenza a vantaggio del prossimo bisognoso: preparare un<br />

buon letto, somministrare un buon pane o un buon brodo, praticare una buona<br />

pulizia, dire e ridire una buona parola.<br />

Le cure prestate erano cure generiche, non specifiche. Oltreché “ristorare di vitto<br />

e di letto”, esse contemplavano solo qualche medicamento, linimento o tisana, e<br />

qualche manipolazione, unzione cutanea o serviziale (clistere). Il servizio al degente<br />

doveva essere sempre erogato con la dovuta misericordia, o cordialità per i miseri,<br />

per i “poveri di Cristo” detti “poveri cristi”. L’ingresso in ospedale dei medici fu un<br />

evento ulteriore, non medievale, ma rinascimentale. Nella “Relazione ai deputati<br />

dell’Ospedale Grande di Milano”, scritta dal priore (presidente) Gian Giacomo Gilino<br />

3


e data alle stampe nel 1508, è detto che la dotazione di sanitari di un grande ospedale<br />

quattro-cinquecentesco come quello milanese è di “quatro phisici [medici], uno per<br />

bracio de la crociera, et altri tanti chirurghi similmente distribuiti”.<br />

Dal sistema <strong>della</strong> carità indifferenziata, che aveva caratterizzato i medievali<br />

“alberghi dei poveri”, si passava al sistema degli ospedali maggiori, dove questi<br />

erano concepiti, strutturati, organizzati come “fabbriche <strong>della</strong> <strong>salute</strong>”: si parlò,<br />

a tale riguardo, di gran reformatione. La “gran riforma” viene enunciata dallo<br />

stesso priore Gilino, il quale dice che la “reformatione è stata in questo modo”:<br />

essendo le malattie “o croniche o de qualità che presto son terminate vel, con<br />

<strong>salute</strong>, vel con morte, queste de presta terminatione son designate al hospitale<br />

grande”, mentre i “mali de altra qualità, quali vogliono tempo” perché inveterati<br />

“hano la receptione sua separata”.<br />

è detto esplicitamente che tra i malati, a prescindere dal fatto che tutti quanti<br />

devono essere premurosamente assistiti, quelli acuti, suscettibili di guarigione,<br />

devono essere ricoverati e curati all’“ospedale maggiore”, principale e centrale,<br />

mentre quelli cronici, inguaribili e invalidi, la cui <strong>salute</strong> piena non può essere<br />

ricuperata e la cui <strong>salute</strong> residua necessita di lungodegenza (o sempredegenza),<br />

devono essere ricoverati e curati negli “ospedali minori”, satelliti e decentrati.<br />

La riforma ospedaliera da poco realizzata non doveva essere vanificata<br />

ritrasformando i nuovi grandi ospedali rinascimentali in vecchi ospizi di<br />

medievale memoria. Il Rinascimento, se voleva essere tale anche in campo<br />

ospedaliero, non doveva ripiombare nell’ambito di una ospitalità indifferenziata.<br />

Perché questo regresso non avvenisse era indispensabile che medici e chirurgi<br />

fossero direttamente coinvolti. La loro competenza diversificata doveva<br />

4


differenziare e specificare le cure ospedaliere. La folla dei degenti non era più un<br />

indistinto genere umano, piagato come la carne del suo Divino Redentore, ma era<br />

un accorpamento di gruppi di individui patologicamente diversi, ciascuno con la<br />

sua specie di male.<br />

Le cure non erano più pratiche generiche di assistenza e di aiuto; erano pratiche<br />

specifiche realizzanti questa o quella terapia. I curanti degli infermi non erano<br />

più infermieri generici, ma medici e chirurghi specialisti di questo o quel male.<br />

Dalle cure ai “mali interni” (medicina interna) ed “esterni” (chirurgia operativa)<br />

medici e chirurghi si avviavano a intraprendere un’aurorale specializzazione.<br />

Tutto ciò non comportava una svalutazione dell’assistenza infermieristica.<br />

In questo insostituibile servizio venivano a porsi come figure di spicco quei<br />

gruppi autonomi di chierici regolari e di laici devoti che nel maturo e tardo<br />

Cinquecento, sull’esempio di Giovanni di Dio (1493-1550), fondatore dell’ordine<br />

dei Fatebenefratelli, e di Camillo de Lellis (1550-1614), fondatore dell’ordine<br />

dei Ministri degli infermi (Camilliani), si facevano interpreti <strong>della</strong> volontà di<br />

“riforma cattolica” nel campo ospedaliero, assumendosi il carico dell’assistenza<br />

spirituale e corporale ai malati degli ospedali.<br />

Questo sistema ospedaliero visse o sopravvisse in età barocca, tra crisi e riforme,<br />

tra luci e ombre, con alterne fortune di efficienza ed efficacia.<br />

Nella tardo-settecentesca “età dei Lumi” (i cosiddetti “lumi <strong>della</strong> ragione”) il<br />

problema degli ospedali, dato lo stato miserando di molti fra essi, fu oggetto<br />

di un intenso dibattito. Nelle sue Observations sur les hopitaux, pubblicate nel<br />

1789, il medico-filosofo Georges Cabanis sottolinea l’inderogabile necessità di<br />

ridimensionare i grandi ospedali, taluni dei quali trasformati in “caravanserragli<br />

5


<strong>della</strong> disgrazia”, in ospedali con capienza massima di 100-120 letti, onde potervi<br />

“esercitare in modo adeguato la medicina”, personalizzata attraverso i journeaux o<br />

“cartelle cliniche”. Pur senza recepire tutte le istanze illuministiche, fu l’Ottocento,<br />

a pieno titolo, il secolo dell’affermazione dell’ospedale moderno. L’instaurazione<br />

partì dalla clinica, secondo una dinamica interna, scientifico-tecnica, sinergica agli<br />

sviluppi ottocenteschi <strong>della</strong> medicina e <strong>della</strong> chirurgia. Ma l’istituzione conobbe<br />

anche una trasformazione prodotta dai mutamenti socio-culturali: la beneficenza<br />

mossa dalla carità si mutò nel dovere civile di una assistenza ai malati evolvente in<br />

diritto di costoro alla tutela <strong>della</strong> propria <strong>salute</strong>.<br />

Lungo la <strong>prima</strong> delle due direttrici fu la scienza medica il motore <strong>della</strong> “macchina<br />

per guarire” in cui venne a configurarsi via via l’ospedale ottocentesco e poi<br />

novecentesco. Lungo la seconda direttrice, connessa ai mutamenti <strong>della</strong> cultura<br />

e <strong>della</strong> società, troviamo, a Novecento inoltrato, un ospedale definitivamente<br />

trasformato da luogo di assistenza agli aventi bisogno, con spese di degenza a<br />

carico <strong>della</strong> pubblica beneficenza e dei Comuni (nei quali i ricoverati avevano il<br />

“domicilio di soccorso”), in luogo di diagnosi perfezionata e di terapia efficace,<br />

come tale ambito anche dal ceto abbiente, “solvente in proprio” delle spese<br />

necessarie per fruire di prestazioni medico-chirurgiche vantaggiose, non più<br />

sostituibili dalle pratiche esercitate in ambulatorio o a domicilio.<br />

L’ospedale s’è aperto anche ai “semi-abbienti”, cioè alla moltitudine crescente<br />

assistita dalle mutue, e, dal 1978 in poi, all’intera popolazione assistita dal<br />

Servizio Sanitario Nazionale. Nello stesso periodo la cosiddetta “rivoluzione<br />

tecnologica” ha cambiato l’ospedale. Le varie discipline si sono fatte superspecializzate,<br />

pluri-specialistiche, sofisticate e incorporanti elettronica e<br />

6


informatica. L’endoscopia ha esteso il campo del “guardar dentro”. La radiologia<br />

utilizza macchine complesse e si è fatta anche interventistica. La chirurgia ha<br />

allargato le sue tecniche dall’elezione all’emergenza; inoltre è diventata miniinvasiva<br />

e ambulatoriale (day surgery). Si prospetta, in un prossimo avvenire, la<br />

chirurgia bio-robotica.<br />

Sono solo alcune delle prospettive future. Parallelamente è sempre più<br />

sentita l’esigenza che l’ospedale odierno, divenuto una macchina sempre più<br />

produttiva e regolativa <strong>della</strong> <strong>salute</strong>, adegui al proprio sviluppo scientificotecnico<br />

quello amministrativo, organizzativo, gestionale, unendo efficienza ed<br />

efficacia e contemperando i benefici con i costi, questi ultimi intesi peraltro più<br />

come investimenti che come spese. Sotto questi aspetti l’ospedale d’oggi è una<br />

“azienda”, il cui funzionamento è da valutarsi non tanto in termini di spese e<br />

quantità di prestazioni prodotte, quanto in termini di investimenti e qualità di<br />

produzione <strong>della</strong> <strong>salute</strong>. Nell’odierna realtà dei fatti, l’ospedale è atteso a una<br />

duplice prova: trasferitasi l’importanza <strong>della</strong> quantità dei posti letto alla qualità<br />

<strong>della</strong> risposta ai bisogni, esso deve intendere tale effettiva qualità tanto come<br />

prova di efficienza e competenza quanto come prova di efficacia ed equità.<br />

Aldilà delle etichette definitorie, il giudizio sull’efficienza compete ai tecnici <strong>della</strong><br />

<strong>salute</strong>, il giudizio sull’efficacia spetta ai malati.<br />

7


NELLA PAGINA ACCANTO:<br />

Azienda Ospedaliera di Circolo<br />

Fondazione Macchi di Varese<br />

- Particolare del ponte aereo<br />

di collegamento tra la nuova<br />

struttura architettonica ospedaliera<br />

e il nucleo centrale dei<br />

padiglioni originari<br />

l’ospeDale tra passato e Futuro:<br />

mutamenti morFoloGiCi, rapporto Con<br />

il territorio, Centralità Della persona<br />

morfologica, funzionale e tecnologica dell’ospedale<br />

configurazione<br />

non è mai riuscita a tenere il passo delle modificazioni di ruolo e<br />

“La<br />

funzioni che per esso via via si andavano definendo. L’ospedale non<br />

può continuare ad essere considerato, in termini edilizi e tecnologici, come un<br />

corpo separato, prodotto di un sapere tecnico e pertanto del tutto autonomo;<br />

identificato come sottosistema del sistema città e di continuo soggetto alle sfide<br />

che vengono dal suo ambiente e dal sistema societario complessivo, dovrebbe<br />

registrarne costantemente e puntualmente le linee di tendenza evolutive.<br />

Questa tesi è confermata dal fatto che la morfologia dell’ospedale è andata nel<br />

tempo continuamente modificandosi, anche se i cambiamenti non sono mai stati<br />

contestuali e delle stessa portata del fenomeno che li ha prodotti” 1 .<br />

La tesi affermata nel Rapporto Sanità 2000, relativa alla situazione ospedaliera<br />

contemporanea lombarda in particolare, propone un nesso tra società e ospedale<br />

solo all’apparenza in controtendenza rispetto alle articolazioni, spaziali e sociali,<br />

richieste dai continui aggiornamenti scientifici e tecnologici e <strong>della</strong> diffusa<br />

volontà di introdurre nuove, grandi strutture edilizie aggiornate. La sottende,<br />

non a caso, la volontà di riproporre la centralità <strong>della</strong> persona, del malato, come<br />

cuore del problema edilizio ospedaliero.<br />

Il far emergere una progressiva “perdita di rapporto tra complessità e dimensione,<br />

fra specializzazione e governo autonomo dei processi di cura, fra territorialità e<br />

distribuzione delle specialità” 2 ha lo scopo di evidenziare l’urgenza del recupero<br />

di una funzione sociale dell’ospedale, con efficace termine moderno individuata<br />

come “negoziazione”, intesa come “opzione antidogmatica rispetto al sapere<br />

1 AA. VV., Rapporto Sanità 2000, Documento introduttivo, Mulino, Bologna 2000, p. 30.<br />

2 Ivi, p. 38.<br />

9<br />

introDuzione<br />

di maria antonietta Crippa


medico basato sulle prove, nella necessità di scelta tra varie opzioni continuamente<br />

presenti in questo sapere, nella capacità di riconoscimento e di accoglienza dei<br />

bisogni di <strong>salute</strong> <strong>della</strong> comunità” 3 .<br />

Nei vari saggi allegati al Rapporto viene comunque riaffermata l’importanza<br />

degli aggiornamenti scientifici e tecnologici, di una programmazione capace di<br />

continua riorganizzazione funzionale che esige anche una stretta collaborazione<br />

tra committenza, progettista e impresa, di un coinvolgimento nel progetto futuro<br />

del patrimonio edilizio ospedaliero già esistente in quanto risorsa storico-culturale<br />

capace di trattenere dal ricorrere alla “scorciatoia” <strong>della</strong> edificazione ex-novo.<br />

Benché il Rapporto sia steso da medici ed esperti del settore non da architetti, offre<br />

tuttavia uno stimolo importante a questi ultimi. Solo all’apparenza la tesi dei primi<br />

cancella il valore dell’architettura volatilizzandone, in una mutevolezza continua,<br />

la morfologia specifica per l’ospedale, sottoposta a continue trasformazioni dalla<br />

fine del XVIII secolo in poi. In realtà tale tesi incide sul compito proprio, peculiare,<br />

di ogni architettura, costruzione attorno a un “arché”, principio originario che pare<br />

coralmente inafferrabile, per qualcuno persino indicibile a parole ma fisicamente<br />

percepibile “in situazione”, in quanto, tramite essa, si è abitanti di un pianeta e di<br />

una terra, di una città, di una casa, di una scuola, di un ospedale. Il Rapporto evoca<br />

la necessità inderogabile di fare dell’ospedale un luogo abitabile, ricco del vissuto<br />

di una società plurale e dinamica, non semplicemente uno spazio razionalmente<br />

funzionante.<br />

Da sempre l’uomo costruisce l’architettura utilizzando materiali che trova in<br />

natura o che ha elaborato a partire da componenti naturali. Da sempre chiude su<br />

se stesso una porzione di spazio, la isola, la collega allo spazio esterno illimitato<br />

3 Ivi, p. 37.<br />

10


attraverso soglie, per il passaggio del corpo e per quello del solo sguardo.<br />

Costruisce la propria casa, da sempre, incardinandola nella terra sotto il cielo.<br />

La collega ad altre case, con funzioni collettive analoghe alla sua o di tipo e di<br />

scala d’uso comune maggiore, fino a configurare una città, dotata di gerarchie e<br />

interne specializzazioni spaziali, dove più uomini vivono secondo regole condivise.<br />

La città, a sua volta, è un luogo che viene colto come fattore costitutivo <strong>della</strong><br />

realtà, è scena e condizione d’ordine imprescindibile del vivere comune, ma<br />

anche articolazione di spazi chiusi e aperti che consentono le espressioni di vita<br />

individuale e associata, decise dai diversi nuclei sociali in rapporto alle loro<br />

concezioni del vivere. Ogni luogo inoltre, così come lo si sperimenta vivendoci, è<br />

una realtà fisica complessa, ogni volta percepita come fenomeno unitario, sintesi<br />

di natura e artificio, di realtà precedenti gli interventi umani e di operazioni<br />

costruttive e d’ordine di molti uomini, operazioni non istantanee ma stratificate<br />

nel tempo, benché d’uso istantaneo ogni volta nelle componenti fondamentali. è<br />

uno degli aspetti fondamentali <strong>della</strong> realtà, ma è anche oggetto di costruzione<br />

da parte dell’uomo; è “arché”, o principio originario, fisicamente percepibile da<br />

ognuno “in situazione” in quanto abitante, che accomuna i progettisti, siano essi<br />

architetti o ingegneri con qualunque specializzazione, imprenditori del campo,<br />

politici, abitanti, senza distinzione.<br />

Pratiche e saperi intrecciano da sempre attorno all’abitare e al costruire i fili<br />

d’oro di una saggezza, sintetica e ordinata. Accade talora che tali fili divengano<br />

grovigli complicati da dipanare. In questi ha pescato il Rapporto Sanità 2000,<br />

da questi ha estratto una tesi guida come presupposto di scelte da determinare<br />

concretamente, caso per caso. Il nesso, non meccanico, dell’ospedale con la città;<br />

11


Il Nuovo Ospedale Giovanni XXIII<br />

di Bergamo<br />

il rapporto di continuità tra architetture preesistenti, spesso di grande qualità<br />

o artistiche, e nuovi complessi ospedalieri; l’attenzione alla persona, riferimento<br />

centrale del sistema ospedaliero a ogni scala, sono i fattori principali <strong>della</strong> tesi<br />

del Rapporto, che non trascura tuttavia il fatto che il progettista e le direzioni<br />

ospedaliere dovranno misurarsi anche con altri problemi, di non lieve portata,<br />

come la valutazione dei modi di gestione delle risorse finanziarie a disposizione,<br />

pubbliche o private, la razionalità complessiva di un sistema ospedaliero flessibile,<br />

gli orientamenti politici e amministrativi.<br />

I due fattori principali che hanno dato luogo nel corso dei secoli alla costruzione<br />

degli ospedali sono stati la necessità di isolare le persone affette da malattie<br />

contagiose e la volontà di assistere caritatevolmente quelle ridotte da povertà<br />

e malattia in condizioni di non autonomia. Malattia e morte, in realtà, sono da<br />

sempre momenti importanti nella vita di famiglie e comunità; anche il medico<br />

è stato a lungo strettamente legato al tessuto sociale <strong>prima</strong>rio; per questo da<br />

sempre il più normale luogo di cura delle prime, come di assistenza alla seconda,<br />

oltre che fino a tempi recenti anche del parto, è la casa.<br />

Sono rare le notizie sugli ospedali nel periodo che precede l’avvento del<br />

cristianesimo. Le informazioni diventano più precise lungo l’intero arco del<br />

Medioevo, quando, in tutta l’Europa oltre che nella penisola italiana, si diffusero,<br />

nelle città, nei borghi e nelle campagne, ospedali collegati ai monasteri e ai<br />

conventi o retti da confraternite di laici, che ricalcavano l’attività caritatevole<br />

monastica, per assistere indistintamente poveri, pellegrini e malati. La carità<br />

fiorì a partire da iniziative ecclesiastiche e dall’attività monastica; fondamentale<br />

e di lunga durata fu il rapporto tra ospedali e vescovi; attivo in più modi fu anche<br />

12


il papato. Ogni città aveva più hospitalia di piccole e medie dimensioni, dedicati<br />

alla carità nei confronti degli strati di popolazione che vivevano in estrema<br />

povertà, totalmente indifesi nell’affrontare carestie ed epidemie. Normalmente in<br />

essi, sempre governati da comunità religiose, si soccorrevano i bisogni più urgenti<br />

dei poveri, dei malati, dei pellegrini, dei bambini, anche di frati e monache se<br />

l’hospitale era connesso o interno a un monastero. Vi erano comunque prevalenti<br />

i servizi di ricovero e di distribuzione delle elemosine rispetto alla cura medica.<br />

Sorsero tuttavia anche ospedali specializzati, come i lazzaretti, per malati di<br />

peste e di lebbra.<br />

Nell’area padana la maggior fioritura di ospedali nel Medioevo si ebbe tra XII<br />

e XIII secolo, nell’epoca dei liberi Comuni e con l’affermarsi <strong>della</strong> disponibilità<br />

dei laici per l’attività caritativa. Si trattò <strong>della</strong> convergenza, in molti, di una<br />

vissuta religiosità quotidiana con un senso di civile impegno per la comunità<br />

di appartenenza. Il fenomeno assunse rapidamente dimensioni notevoli, fu<br />

contrassegnato anche da conflitti tra laici e istituzioni ecclesiastiche e diede<br />

spazio crescente all’affermarsi di attenzioni sanitarie e terapeutiche4 .<br />

In questo stesso arco temporale il complesso edilizio ospedaliero di area<br />

mediterranea ebbe normalmente forma di un insieme di spazi di sevizio, tra i<br />

quali predominava la grande sala di degenza, gravitanti su un chiostro o cortile.<br />

Il piano terreno era porticato; se era presente un primo piano, esso era dotato di<br />

loggia per la sosta dei convalescenti. Non mancava mai la chiesa o la cappella. Il<br />

primo, completo piano di questo tipo è quello del celebre monastero benedettino<br />

di San Gallo del IX secolo, dove sono ben leggibili la chiesa dell’ospedale e<br />

l’infirmarium, organizzato attorno ad un piccolo chiostro composto da sale, alcune<br />

4 Sull’argomento si veda in particolare: G. Albini, Città e ospedali nella Lombardia medievale, Clueb,<br />

Bologna 1993.<br />

13


delle quali di degenza, su tre lati e chiuso, sul quarto, dal fianco <strong>della</strong> chiesa. Lo<br />

completava un “giardino dei semplici” per la produzione delle spezie curative.<br />

Nel nord dell’Europa si sviluppò anche una tipologia ospedaliera isolata, composta<br />

da una sola grande sala di degenza, costruita a più navate e conclusa con uno<br />

spazio dedicato all’altare, come negli hôtels-Dieu francesi.<br />

Gli hospitalia, annessi ai conventi o collocati presso le porte delle città, divennero<br />

luoghi di convergenza di una vasta rete di fraternità cui partecipavano nobili, ceto<br />

mercantile e membri del governo urbano. A Milano in particolare, sottolineano gli<br />

storici, si sviluppò una diffusa vocazione solidaristica che spinse al superamento<br />

<strong>della</strong> natura prevalentemente elemosiniera degli hospitalia, per affermare<br />

un insieme di istituzioni che differenziava gli ospedali dai ricoveri dagli enti<br />

elemosinieri. Si strutturò dunque un sistema di carità differenziata e largamente<br />

condivisa, nel quale crebbe presto di importanza l’ospedale. All’inizio del Trecento<br />

erano molto attivi in Milano, tra gli altri, l’ospedale del Brolo nei pressi del<br />

Verziere, regolato dal 1168 dagli statuti emanati dal vescovo Galdino; quelli di<br />

Donna Bona, di Sant’Ambrogio, di San Simpliciano, di San Dionigi, voluto dal<br />

celebre vescovo Ariberto d’Intimiano.<br />

Con l’accrescersi delle dimensioni degli hospitalia, le sale di degenza divennero<br />

parallelepipedi molto allungati formanti lunghe corsie; di questo tipo erano<br />

ancora nel Quattrocento le costruzioni ospedaliere romane. In area lombarda,<br />

invece, all’insorgere di problemi di igiene, di razionalizzazione delle strutture, di<br />

amministrazione, di gestione finanziaria dei beni accumulati, di attenzione laica<br />

seppur con fondamento religioso, si attivò una riforma ospedaliera coincidente con<br />

un importante rinnovamento architettonico. Tale rinnovamento, esploso nell’Italia<br />

14


Ospedale Maggiore di Milano<br />

Facciata dell’edificio<br />

rinascimentale verso via Festa del<br />

Perdono, 1866 circa<br />

centro settentrionale con epicentro in Milano, si manifestò nella costruzione di<br />

nuovi “ospedali grandi” o “maggiori”.<br />

La storia dell’architettura, italiana e lombarda ma con echi rilevanti in tutto<br />

l’Occidente, è profondamente segnata dall’eccezionale e celebre esperienza<br />

ospedaliera capostipite di tale innovazione, l’esperienza <strong>della</strong> Ca’ Granda,<br />

l’Ospedale Maggiore di Milano di matrice filaretiana, oggi sede centrale<br />

dell’Università degli Studi di Milano. Nei primi due secoli <strong>della</strong> sua costruzione,<br />

grazie alla genialità del suo ideatore Antonio Averulino detto il Filarete, videro<br />

la luce anche soluzioni innovative risolutrici di fondamentali esigenze di igiene.<br />

Contemporaneamente, le disposizioni amministrative e gestionali dell’arcivescovo<br />

milanese Enrico Rampini diedero luogo al passaggio dell’ospedale da luogo pio<br />

soprattutto per poveri pellegrini, a sede di cura per i malati.<br />

Un cambiamento radicale dell’assetto maturato nel Quattrocento, sia sotto il<br />

profilo architettonico che relativamente all’attività medica in tutti i suoi aspetti,<br />

fortemente evoluta nel corso dei secoli successivi, ebbe avvio, come ricorda Catananti,<br />

dalla forza di “fatto storico” del dibattito avvenuto all’interno dell’Accademia delle<br />

scienze di Parigi, dopo l’incendio dell’Hôtel-Dieu <strong>della</strong> città nel 1772, dibattito<br />

dal quale “emerse un metodo di studio che può essere considerato l’antesignano<br />

degli odierni ‘studi di fattibilità’”. In quell’ambito “Lasson, Daubenton, Tenon,<br />

15


Bailly, Lavoisier, La Place, Coulomb, D’Arcet e Condorcet, eminenti scienziati<br />

(chimici, fisici, medici, matematici) cui toccò quell’esaltante compito” seppero<br />

configurare una nuova mentalità, al punto che: “Scorrere gli atti elaborati da<br />

quel gruppo ‘multidisciplinare’ di teste pensanti è ancora oggi una lezione di<br />

metodo di affascinante attualità”. Dopo di allora, infatti, la medicina ospedaliera<br />

prese una nuova strada, che divenne del tutto evidente dalla fine dell’Ottocento<br />

in poi; in essa: “L’attenzione fu quindi rivolta non solo all’organismo edilizio ma<br />

anche alla disciplina giuridica e organizzativa che doveva disciplinare la vita<br />

interna dell’Ospedale” 5 . Catananti innesta, su tale moderno scatto di razionale<br />

prefigurazione dei processi costruttivi, la necessità esplicita, da quel momento in<br />

poi, di una “fattibilità” programmata nell’innovazione ospedaliera.<br />

Tra XVIII e XIX secolo, con lo sviluppo <strong>della</strong> medicina scientifica e l’attivazione del<br />

metodo sperimentale per diagnosi e terapia, l’ospedale divenne sede per la cura<br />

delle malattie infettive e chirurgiche; il medico mirò sempre più a collegarsi a esso<br />

in modo costante per avere a disposizione la più ampia casistica possibile delle<br />

malattie e l’indispensabile concentrazione di competenze con cui confrontarsi.<br />

Tale nuova situazione diede luogo ad un rapporto di contiguità tra Ospedale e<br />

Università, anche perché l’autorevolezza scientifica di quest’ultima si fissò in<br />

stretta relazione con le indagini rese possibili dalle nuove tecnologie a supporto<br />

delle diagnosi e delle cure mediche.<br />

Sono state le innovazioni tecnologiche costruttive, all’inizio del XX secolo e<br />

a partire dagli Stati Uniti d’America, a consentire il passaggio dall’ospedale a<br />

padiglioni distinti, affermatosi nel secolo precedente a quello a monoblocco,<br />

a grande sviluppo verticale, adattato in Europa, ma soprattutto in Italia, ad<br />

5 C. Catananti, Esiste un modello ideale?, “Salute e territorio”, n. 131, 2002.<br />

16


Ospedale Niguarda<br />

Progetto Blocco Nord<br />

articolazioni in più blocchi non eccessivamente alti. La diffusione in Europa, tra<br />

le malattie infettive, <strong>della</strong> tubercolosi, diede anche luogo al grande sviluppo dei<br />

complessi sanatoriali.<br />

Nella seconda metà del secolo XX, il quadro delle esigenze ospedaliere cambiò<br />

radicalmente, ancora una volta, a causa dell’enorme sviluppo <strong>della</strong> tecnologia<br />

diagnostica in campo chimico-analitico e radiologico e <strong>della</strong> produzione di farmaci<br />

risolutivi, come quelli antibiotici o cortisonici. A partire dagli anni Ottanta si<br />

accelerò lo sviluppo scientifico e organizzativo di discipline mediche specialistiche,<br />

che comportarono articolazioni organizzative e curricolari autonome. Nel decennio<br />

successivo si diffusero tecnologie diagnostiche di alta sofisticazione nei settori<br />

radiologico, elettrofisiologico, chimico-analitico.<br />

Rapidamente gli ospedali esistenti si differenziarono per tipi di cure, tramite<br />

combinazioni in dipendenza dalle opzioni di cultura e di gestione dei gruppi<br />

dirigenti. Il mondo <strong>della</strong> medicina si trovò pertanto ad affrontare un conflitto<br />

tra l’esigenza di continuità di cura dell’ammalato e necessità di operare in<br />

contesti ad alto contenuto tecnologico e altamente specializzati. Diventava<br />

fondamentale inoltre il nesso tra funzionamento dell’ospedale e sua integrazione<br />

con il territorio.<br />

Nella legislazione italiana come anche in quella di altri paesi europei, infine,<br />

l’innovazione più rilevante di questa fase è stata il processo di trasformazione<br />

dell’ospedale in Azienda, secondo un senso non del tutto coincidente con quello di<br />

impresa. L’intreccio dei molti fattori di novità qui riferiti in estrema sintesi evocò<br />

la necessità di nuova attenzione all’edilizia ospedaliera.<br />

“L’edilizia sanitaria è un campo da esperti, ma esiste anche l’‘architettura’;<br />

17


questa variabile, soffocata per anni dalle esigenze economiche e, come si usa<br />

dire, tecnologiche, è tornata in primo piano, si è parlato di modello distributivo,<br />

organizzativo, ma anche di immagine, di ambiente, di qualità degli spazi,<br />

sottolineando scelte di carattere progettuale e spaziale. La Commissione<br />

ministeriale ha lavorato per 5 mesi, un tempo troppo breve per poter porre in essere<br />

un programma di ricerca e di approfondimento tematico sull’edilizia ospedaliera,<br />

ma abbastanza per muovere le acque stagnanti del settore e alimentare un<br />

dibattito” 6 : queste riflessioni, elaborate nel 2002 sullo stato di fatto dell’edilizia<br />

ospedaliera italiana, aprivano vive speranze di risveglio nella direzione di progetti<br />

di qualità, collegandola alle proposte elaborate da una Commissione ministeriale,<br />

dell’anno precedente e di breve durata, qualificata dalla presidenza del medico e<br />

ex-ministro Umberto Veronesi e dal coordinamento dell’arch. Renzo Piano.<br />

Si riconosceva anche una “innegabile” mancanza sostanziale di “attenzione alla<br />

qualità progettuale, distributiva e compositiva” dell’attività edilizia italiana in<br />

questo settore precisando che “si sono utilizzate come riferimento le realizzazioni<br />

di altri paesi europei”. Si concludeva che, finalmente, in quella sede, erano stati<br />

affrontati problemi del tutto trascurati da anni, quali: il rapporto territoriale e<br />

sociale tra città e ospedale, l’identificazione delle dimensioni indispensabili per<br />

aree di nuovo intervento di cui vanno preventivamente ipotizzati i parametri<br />

dimensionali; l’indispensabile identificazione orientativa <strong>della</strong> tipologia edilizia e<br />

le sue connessioni con le indispensabili dotazioni di aree tecnologiche complesse.<br />

Prendeva così corpo il nuovo slancio costruttivo, in cui Regione Lombardia si<br />

trova attualmente impegnata.<br />

6 R. Bucci, Un nuovo modello di ospedale, “Salute e territorio”, n. 131, 2002.<br />

18


arte e storia nei luoGHi Della Cura:<br />

un patrimonio Da valorizzare<br />

Se considerato globalmente, il Sistema regionale costituito in Lombardia con<br />

la legge 30/2006 all. A 1 , possiede nel territorio il più grande complesso di<br />

beni culturali mobili, dopo quello <strong>della</strong> Chiesa cattolica, che sia caratteriz-<br />

zato da continuità di storia e di identità, talvolta a partire dal tardo Medioevo; gli<br />

stessi importantissimi musei comunali lombardi sono nati infatti in larga misura<br />

a partire dal XIX secolo, mentre la componente di più antica origine del sistema<br />

regionale - cioè l’insieme degli enti ospedalieri pubblici - ha in proprietà un patrimonio<br />

architettonico, artistico, storico e scientifico, che testimonia concretamente<br />

il permanere nei secoli dei valori di solidarietà, impegno e generosità <strong>della</strong> società<br />

lombarda nel perseguire scopi assistenziali e di cura di interesse generale.<br />

Il patrimonio degli enti assistenziali e sanitari, acquisito nei secoli grazie a donazioni<br />

di contenuto anche artistico e storico, costituisce dunque testimonianza preziosa<br />

di un valore assai attuale: l’esigenza che la cura non sia destinata soltanto<br />

al corpo degli ammalati, ma alle persone sofferenti come tali, con il loro inesausto<br />

desiderio di bene e di bello, al cui soddisfacimento, sia pure parziale, l’arte non<br />

può restare estranea, come non lo fu nel passato.<br />

Non a caso da molti secoli costruire le sedi, più o meno complesse, dei luoghi di cura<br />

è stata - particolarmente in Lombardia - una sfida di innovazione e ricerca di una<br />

bellezza accogliente, non separata da un concetto di funzionalità adeguato ai tempi;<br />

e questo è un impegno che le più raffinate esigenze tecnologiche e scientifiche di oggi<br />

non possono farci dismettere, proprio mentre in questa regione si tenta di dare risposte<br />

innovative all’originario e umanissimo bisogno di <strong>salute</strong> e serenità.<br />

Mentre questo volume tratteggia, per la <strong>prima</strong> volta, un sintetico ma avvincente<br />

profilo storico dell’architettura degli ospedali lombardi nei secoli, si deve purtrop-<br />

1 Cfr. allegato “A” alla legge regionale 30/2006 riprodotto in: C. Ruggiu, Enti regionale: ragioni e esiti<br />

di una riforma, in: “Confronti”, 2008, fasc. n. 1, pp. 127-134.<br />

19<br />

di pietro petraroia


po riconoscere che non si dispone ad oggi di un inventario unificato - neppure<br />

meramente patrimoniale - dei numerosissimi beni artistici del Sistema regionale,<br />

se non altro perché esso è di recentissima costituzione. E poi, come avviene<br />

ancor oggi per molti enti pubblici, neppure i singoli enti del Sistema dispongono<br />

sempre di una catalogazione scientifica di tale patrimonio, sicché sembrerebbe<br />

quasi impossibile attivare fin da ora quelle forme di sinergia e di qualificazione<br />

dei processi gestionali e anzitutto di salvaguardia che, pure, sono non soltanto<br />

opportuni, ma anzi obbligatori, in attuazione del Codice dei Beni culturali e del<br />

Paesaggio e in vigenza di un regime sanzionatorio severo: basti considerare che<br />

il Codice Penale prevede persino la reclusione per chi danneggi i beni culturali<br />

pubblici (art. 733); e ben sappiamo quanti danni possano derivare proprio dalla<br />

mancata manutenzione e – <strong>prima</strong> ancora – dal mancato riconoscimento dei beni<br />

stessi nel loro effettivo valore.<br />

è apparso dunque urgente alla Giunta regionale avviare, nella logica <strong>della</strong> sussidiarietà,<br />

un processo partecipato di riconoscimento e valorizzazione del patrimonio<br />

artistico regionale, che - senza accentrare responsabilità e decisioni in termini<br />

che avrebbero potuto produrre addirittura deresponsabilizzazione nei singoli enti<br />

- punti a sviluppare un’azione di accompagnamento e controllo, che orienti ciascun<br />

ente secondo principi di “sistema”, partendo dalla consapevolezza che presso<br />

la grande maggioranza degli enti stessi non vi è oggi - e difficilmente potrà esservi<br />

in futuro - personale professionalmente competente per lo studio scientifico e la<br />

valorizzazione del patrimonio artistico e storico ereditato dal passato2 . Si tratta<br />

in pratica di lanciare e sostenere nel tempo un programma di inventariazione, catalogazione<br />

e definizione di più appropriate modalità di conservazione e fruizione<br />

2 Sulla problematica cfr.: A. Tocci, Beni artistici e culturali degli enti del Sistema regionale: un patrimonio<br />

da ri-conoscere, in: “Confronti”, 2007, fasc. n. 3, pp. 52-60.<br />

20


pubblica del patrimonio artistico e storico degli enti regionali, a partire da quelli<br />

sanitari pubblici; insomma, abilitare progressivamente tutti gli enti del Sistema<br />

regionale a gestire adeguati servizi e iniziative di valorizzazione del patrimonio<br />

culturale posseduto.<br />

Naturalmente non va dimenticato che alcuni enti già da tempo stanno ponendo<br />

in essere iniziative di grande pregio per la valorizzazione del proprio patrimonio<br />

culturale, in particolare il Policlinico di Milano3 . Né va trascurato che il rinvenimento<br />

e un’appropriata valutazione storico-critica ed economica dei beni culturali<br />

degli enti regionali potrà compiersi davvero soltanto quando lo studio dei beni<br />

(inclusi quelli di interesse storico scientifico) sarà affiancato sistematicamente<br />

dalla ricerca archivistica e storica e sostenuto da un’autentica passione.<br />

Si tratta di un percorso non facile, che richiede la presa di coscienza del fatto che<br />

la salvaguardia (verrebbe da dire: la cura) <strong>della</strong> memoria sociale e culturale del<br />

territorio, testimoniata da innumerevoli beni culturali presenti negli enti sanitari,<br />

costituisce un servizio <strong>prima</strong>rio per il benessere - nel senso letterale, ma anche<br />

comune - di tutti i cittadini, fruitori o meno di servizi sanitari. In questo particolare<br />

contesto (dove, comunque, gli organi di amministrazione dei singoli enti<br />

mantengono intatti i loro poteri e le loro responsabilità in ordine alla corretta gestione<br />

dei beni culturali anche sotto il profilo patrimoniale) è sembrato opportuno<br />

e urgente attivare in primo luogo figure di “referenti” dei singoli vertici aziendali<br />

del Sistema regionale, che sono stati individuati nel personale dipendente, secondo<br />

valutazioni proprie dei direttori dei singoli enti4 ; in secondo luogo, si è voluto<br />

3 Emblematico è il caso dell’Ospedale Maggiore - Policlinico di Milano, il cui patrimonio artistico e storico<br />

è stato oggetto di numerose attività di studio ed esposizione, oltre che di pubblicazioni tra le quali:<br />

Ospedale Maggiore - Ca’ granda. Ritratti antichi - Ritratti moderni - Collezioni diverse, (3 voll.), Milano,<br />

Electa Editrice, 1987 (Musei e Gallerie di Milano).. Da ultimo, si veda: P. M. Galimberti, Il patrimonio<br />

di opere d’arte degli ospedali lombardi: il caso <strong>della</strong> Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico, cliniche<br />

Mangiagalli e Regina Elena di Milano, in “Confronti”, 2008, fasc. n. 2, pp. 179-189.<br />

4 Cfr. al riguardo la nota di Regione Lombardia, prot. A1.2008.0063869 del 03/06/2008<br />

21


porre l’insieme dei referenti (e dei loro sostituti) nella condizione di sviluppare<br />

in gruppo le proprie conoscenze sul tema e, se possibile, la condivisione di buone<br />

prassi, man mano che se ne abbia notizia, anche grazie all’iniziativa dei singoli.<br />

In altre parole, si è deciso di puntare alla costituzione di una community interaziendale<br />

di referenti, capace di proporre e gestire processi progressivi di interazione<br />

e di far crescere in ciascun ente consapevolezza e motivazione nel lavoro<br />

di riconoscimento e gestione virtuosa dei beni culturali, evitando che un compito<br />

percepito come nuovo dai singoli incaricati possa generare sensazione di solitudine<br />

nell’affrontarlo o, peggio, faccia sentire di essere sottoposti a responsabilità<br />

per la cui gestione non si dispone di conoscenze e risorse adeguate.<br />

Per accompagnare il Sistema regionale e, in specie, gli enti sanitari nel percorso<br />

indicato, Regione Lombardia ha attuato tre iniziative:<br />

1. percorsi di formazione e di aggiornamento delle persone incaricate in<br />

ciascun ente di fungere da “referente” sul patrimonio culturale di appartenenza;<br />

2. pubblicizzazione di apposite “Linee guida” predisposte da un gruppo di<br />

esperti in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività culturali, per<br />

supportare i “referenti” sul patrimonio di interesse artistico e storico nella<br />

gestione delle diverse tipologie di beni, in conformità alle vigenti norme di<br />

tutela;<br />

3. implementazione di un forum telematico riservato ai referenti nominati<br />

dai Direttori generali dei singoli enti; tale forum consente di accedere facilmente<br />

alle norme, alle informazioni e agli strumenti software individuati per<br />

realizzare l’inventariazione e la catalogazione del proprio patrimonio artistico,<br />

22


nonché per supportare le azioni di conservazione, fruizione pubblica, stima<br />

patrimoniale, spostamenti, cessioni o vendite, affidamenti in deposito, prestiti<br />

per mostre, ecc.<br />

L’obiettivo è quello di supportare ciascun Direttore generale dei singoli enti (secondo<br />

le specifiche situazioni, ma in una cornice metodologica comune) nel gestire<br />

adeguatamente la propria responsabilità in ordine al patrimonio artistico e storico<br />

dell’ente, nell’ambito complessivo del Sistema regionale, valorizzando al meglio<br />

le professionalità in esso presenti, ovvero individuando correttamente gli apporti<br />

specialistici di cui necessita. Ai referenti individuati dai Direttori degli enti non<br />

si chiede infatti di improvvisare competenze specialistiche, ma di riconoscere le<br />

problematiche di base e di supportare l’acquisizione di beni e servizi adeguati.<br />

Parallelamente si è realizzato nel 2008, attraverso varie forme di cooperazione<br />

con università e con l’Istituto per la Storia dell’arte lombarda, un lavoro di ricognizione<br />

dell’entità, caratteristiche fondamentali e distribuzione territoriale delle<br />

collezioni di tutti gli enti sanitari, più o meno antichi, presenti in Lombardia. Su<br />

questa base, diviene possibile negli anni a venire completare l’inventariazione<br />

dei beni e poi la loro catalogazione scientifica, che, d’altra parte, costituisce la<br />

premessa ineludibile per programmare interventi di conservazione e restauro,<br />

oltre che per organizzare, secondo le specificità delle singole situazioni, iniziative<br />

di promozione <strong>della</strong> fruizione pubblica nel modo più consapevole possibile.<br />

23


CapitoLo 1<br />

GLI OSPEDALI A CROCIERA DEL QUATTROCENTO<br />

E SUCCESSIVI SVILUPPI FINO ALL’OTTOCENTO


A LATO:<br />

Ospedale Maggiore di Milano – Veduta<br />

animata del cortile maggiore, 1866 circa<br />

Prima del Quattrocento: luoghi di ospitalità nella città medievale<br />

La Lombardia partecipa nel Quattrocento a un generale movimento di rifor-<br />

ma dell’organizzazione ospedaliera, del quale gli ospedali, organizzati attor-<br />

no a grandi infermerie intersecate a croce, rimangono come memoria tangi-<br />

bile, e costituiscono forse il più specifico contributo <strong>della</strong> regione a un fenomeno<br />

storico di più vasti confini.<br />

Lo sfondo <strong>della</strong> riforma quattrocentesca è la lunga tradizione caritativa sviluppatasi<br />

nel corso del Medioevo, ispirata al messaggio evangelico e condizionata<br />

dall’evoluzione delle strutture sociali, in una tipica ambivalenza tra istanze e<br />

regole sia ecclesiastiche che laicali.<br />

Come in gran parte d’Italia, anche a Milano e nelle altre città lombarde il consolidarsi<br />

delle istituzioni comunali, coincidente con un profondo rinnovamento<br />

religioso, diede luogo, soprattutto dall’inizio del secolo XII, a un grande sviluppo<br />

<strong>della</strong> rete di xenodochi e luoghi pii. La metafora <strong>della</strong> “rete” di ospedaletti non è<br />

casuale. Essi infatti, rivolti in modo generico al sollievo dei bisognosi, essendo la<br />

malattia uno dei tanti fattori del bisogno, erano ubicati presso monasteri e abbazie<br />

che offrivano ospitalità ed elemosina, o si costituivano abbastanza casualmente nei<br />

luoghi posseduti dal benefattore che fondava la comunità assistenziale, talvolta in<br />

un quadro non chiaro né stabile di regole e statuti, che riflette del resto la ricchezza<br />

del movimento spirituale che promuoveva tali fondazioni. In Lombardia molte di<br />

queste piccole e spontanee comunità ospitaliere sono riconducibili alle prime fasi<br />

del movimento degli Umiliati, e assunsero col tempo diversi assetti regolari.<br />

Di questi ospedaletti, alcuni assumevano una funzione più precisa, e avevano<br />

25<br />

di stefano <strong>della</strong> torre


quindi una più riconoscibile collocazione all’interno del disegno urbano. Si allude<br />

a quegli ospedali collocati sulle strade di accesso alla città, che dovevano non<br />

soltanto ricoverare i viandanti, ma anche esercitare su di loro un controllo al fine<br />

di prevenire l’ingresso in città di malattie contagiose, a partire dalla lebbra. Ricorrente<br />

è quindi la collocazione degli ospedali dedicata a San Lazzaro fuori delle<br />

città, di solito verso Oriente o comunque sul percorso d’accesso più frequentato.<br />

Date le loro dimensioni, fisiche e organizzative, tendenzialmente piccole, raramente<br />

gli ospedaletti medievali diedero luogo a strutture architettoniche notevoli<br />

e tipologicamente originali. Soltanto una ampia ricognizione può riconoscere le<br />

prime manifestazioni di quelli che sarebbero stati gli elementi fondativi <strong>della</strong><br />

invenzione quattrocentesca dell’ospedale a crociera. In alcuni grandi ospedali, tra<br />

cui gli esempi più noti sono quelli di S. Maria <strong>della</strong> Scala a Siena (dove questa<br />

infermeria prende il nome di “pellegrinaio”) e di S. Maria Nuova a Firenze, si<br />

ritrovano grandissimi corridoi destinati all’accoglienza, arredati con letti, spesso<br />

anche dotati di un altare per le celebrazioni destinate agli infermi. Di solito si ritiene<br />

che la matrice di questi spazi sia da ricercare nella tradizione dell’architettura<br />

monastica; ma certamente è attraverso la mediazione degli ospedali urbani<br />

che essa giunse ai progetti lombardi del Quattrocento.<br />

La riforma amministrativa<br />

La riforma quattrocentesca consiste <strong>prima</strong> di tutto in un riordino amministrativo<br />

che vede l’istituzione laicale farsi protagonista e garante dell’assistenza. Questo<br />

avvenne attraverso una energica azione di concentrazione delle rendite in una<br />

unica organizzazione amministrata di regola da un collegio elettivo espressione<br />

26


<strong>della</strong> municipalità. Il profondo radicamento del precetto <strong>della</strong> carità nelle coscienze<br />

aveva infatti garantito alle fondazioni ospedaliere un generoso sostegno da<br />

parte delle popolazioni. Ogni piccolo ospedale aveva quindi ereditato piccoli e<br />

grandi possedimenti fondiari, la cui amministrazione era però spesso divenuta<br />

appannaggio dei ministri, e perfino di singole famiglie attraverso l’istituto del<br />

giuspatronato. Le motivazioni addotte per la concentrazione delle rendite denunciano<br />

lo stato critico in cui versava l’assistenza, la pratica amministrativa spesso<br />

ai confini dello sfruttamento, le malversazioni, a volte il venir meno dell’erogazione<br />

caritativa.<br />

Quindi, facendo riferimento all’esperienza di altre città italiane, anche nelle città<br />

lombarde si promosse questa opera di moralizzazione e riforma dell’assistenza.<br />

La vicenda milanese ha un sapore tutto particolare, che ne fa un paradigma chiarissimo.<br />

Essa fu infatti promossa dall’arcivescovo Enrico Rampini nel 1448: è dunque<br />

l’autorità religiosa che avvia il processo che si concluderà con il sostanziale<br />

passaggio da un modello fondato su istituti in realtà misti, ecclesiatico-laicali, ma<br />

almeno come facciata prevalentemente religiosi, a un modello decisamente laico,<br />

in cui l’amministrazione concentrata spetta alla civitas. è significativo che l’iniziativa<br />

dell’arcivescovo Rampini si collochi in quel breve periodo, tra la cacciata<br />

dei Visconti e il ritorno del principato con Francesco Sforza, in cui Milano sembrò<br />

ritornare alle forme e allo spirito glorioso dei comuni attraverso il tentativo <strong>della</strong><br />

Repubblica Ambrosiana. L’atto arcivescovile in effetti diede forma e sanzione ad<br />

alcune iniziative cittadine di riordino <strong>della</strong> materia, attuate tra il 1445 e il 1447.<br />

Non si trattava ancora dell’esproprio delle rendite, ma <strong>della</strong> nomina, attraverso<br />

un meccanismo cui contribuivano i ministri, il Comune e il Vescovo stesso, di una<br />

27


commissione di cittadini, rinnovata annualmente, chiamata a sovrintendere alla<br />

distribuzione delle rendite. Veniva fissato un tetto al prelievo da parte dei ministri<br />

degli ospedaletti, mentre si imponeva un preciso modello anche per l’ordinaria amministrazione<br />

dei beni. La commissione poi rendeva conto periodicamente all’arcivescovo.<br />

La riforma rampiniana fu approvata da papa Nicolò V nello stesso 1448.<br />

L’avvento di Francesco Sforza come signore di Milano vide un primo periodo di<br />

conflitto, in quanto il nuovo signore dimostrò da subito grande attenzione al tema,<br />

procedendo alla concentrazione degli ospedali in altre città, mentre in Milano<br />

cercò di sostituire alla commissione di nomina vescovile un organismo di nomina<br />

ducale. Nel 1456 lo Sforza fondò l’Ospedale Maggiore, e nel 1458 i beni degli<br />

ospedaletti furono concentrati, con l’accordo dell’arcivescovo e la benedizione di<br />

papa Pio II.<br />

L’ospedale a crociera nelle città lombarde<br />

Le bolle di fondazione degli ospedali maggiori ripetono, con poche varianti, un<br />

formulario in cui si afferma che l’ospedale maggiore delle singole città sarebbe<br />

stato “unum, novum, amplum et generale”. Un programma politico, che era immediato<br />

tradurre in un programma architettonico. L’ospedale nato dalla riforma non<br />

poteva avere la forma casuale data dalle successive aggregazioni degli ospedali<br />

tradizionali, ma doveva simboleggiare anche attraverso l’impianto, la forma e le<br />

dimensioni la sua carica di novità. Questo fu il primo punto del programma architettonico:<br />

avviare la costruzione di un edificio imponente del tutto fuori scala<br />

rispetto al tessuto urbano, la Ca’ Granda, il cui nomignolo nasconde la saggia<br />

comprensione popolare del programma politico sotteso all’architettura.<br />

28


L’ospedale <strong>della</strong> capitale del Ducato è naturalmente il punto focale e il riferimento<br />

di una fenomenologia che spazia per tutta l’alta Italia, e vede il modello sforzesco<br />

al centro dell’interesse fino almeno all’età neoclassica. Il grande interesse<br />

dell’ospedale milanese, oggi sede dell’Università degli Studi grazie a una serie di<br />

restauri novecenteschi che a loro volta sono una pagina fondamentale nella storia<br />

dell’architettura italiana, sta nel fatto che in esso la tradizione tipologica delle<br />

grandi infermerie trova una forma compiuta, dalle ricchissime valenze simboliche<br />

e pratiche, ponendosi anche come riferimento di un simultaneo aggiornamento<br />

condiviso da una regione allargata oltre i confini del ducato, e ponendosi come<br />

riferimento in assoluto, quasi una icona dell’architettura ospedaliera universalmente<br />

riconosciuta.<br />

Proprio questi valori molteplici hanno focalizzato sull’ospedale milanese, in relazione<br />

con gli altri esempi coevi (Brescia, Pavia, Mantova, Cremona, Lodi, Como,<br />

Piacenza…), una grande attenzione degli studiosi, con una molteplicità di proposte<br />

interpretative.<br />

Molti sono i punti fermi <strong>della</strong> storia, a partire dall’intervento dell’architetto e<br />

scultore fiorentino Antonio Averlino detto il Filarete (1400 – 1469), che nel suo<br />

trattato di architettura descrisse l’ospedale milanese sotto forma di ospedale <strong>della</strong><br />

città ideale di Sforzinda. Il celebre schema filaretiano vede l’ospedale costituito<br />

da due nuclei quadrati, uno per i maschi, l’altro per le femmine, separati da un<br />

cortile bislungo con al centro la chiesa a pianta centrale; ciascuno dei quadrati<br />

contiene una croce, costituita dalle grandi infermerie, che forma quattro cortili<br />

minori. Collocato ai margini <strong>della</strong> cerchia dei navigli, l’edificio sfruttava le acque<br />

correnti, attraverso un ingegnoso sistema di derivazione e mandata, per dotare<br />

29


le infermerie di latrine collocate in appositi spazi sui lati delle stesse. Anche per<br />

questa pionieristica attenzione agli aspetti igienici l’ospedale milanese costituisce<br />

una pietra miliare nella storia dell’architettura ospedaliera.<br />

L’edizione critica del trattato filaretiano edita nel 1972 a cura di Liliana Grassi, figura<br />

di spicco tra quanti hanno contribuito ai restauri <strong>della</strong> Ca’ Granda, fu una acquisizione<br />

fondamentale, in quanto la studiosa aveva modo di riscontrare sulle evidenze<br />

materiali le affermazioni del sedicente progettista. L’interesse degli studiosi ne è stato<br />

ulteriormente sollecitato. Negli anni successivi, infatti, molte osservazioni e molte<br />

ipotesi sono state fatte per capire più a fondo la genesi <strong>della</strong> Ca’ Granda.<br />

In particolare è parsa intrigante, nello scenario culturale di un Rinascimento agli<br />

albori, la questione del rapporto tra Milano e Firenze. L’origine toscana del Filarete,<br />

i molti riferimenti agli ospedali di Firenze e Siena nella genesi degli ospedali<br />

lombardi, i documentati contatti tra Galeazzo e Cosimo de’ Medici, addirittura un<br />

viaggio di studio di Filarete in patria proprio per studiare gli ospedali: tutti questi<br />

argomenti hanno spinto a ipotizzare che da Firenze giungessero indicazioni ancor<br />

più precise, tali da far interpretare la razionale organizzazione degli spazi nel<br />

progetto milanese come un portato di cultura albertiana, secondo alcuni mediata<br />

da Bernardo Rossellino in quanto architetto di Nicolò V, il Papa che con le sue<br />

bolle veniva benedicendo le fondazioni degli ospedali lombardi.<br />

Tali suggestive ipotesi hanno comunque il valore di sottolineare l’eccezionalità<br />

del sistema degli ospedali lombardi quattrocenteschi, che nel loro insieme rappresentano<br />

un evento di grande rilevanza. Tuttavia un esame dei dati storici certi<br />

induce a proporre interpretazioni più caute, seguendo una lectio facilior che nulla<br />

toglie all’esemplarità fiorentina e alla volontà innovatrice affidata al linguaggio<br />

31<br />

NELLA PAGINA ACCANTO:<br />

Ospedale Maggiore di Milano<br />

Cortile maggiore con l’orologio,1925 circa


aggiornato di Filarete. Risulta infatti certo che i precedenti di Siena, Firenze<br />

e Brescia, cui i deputati milanesi guardarono, non presentavano strutture cruciformi,<br />

ma soltanto, e non era certo poco, i grandi pellegrinai divenuti ormai<br />

consolidati riferimenti tipologici. Quello che Filarete sicuramente trovò e imitò<br />

nel S. Maria Nuova di Firenze è l’ampiezza dell’infermeria, quel modulo di sedici<br />

braccia che costituisce il primo passo verso la definizione del progetto.<br />

La discussione potrebbe rimanere aperta, mancando ancora molti elementi conoscitivi<br />

che sarebbero necessari per meglio valutare gli intrecci tra i quasi coevi<br />

cantieri ducali degli ospedali di Pavia (<strong>prima</strong> pietra 1449), Cremona (dal 1451,<br />

realizzando una struttura a T in un perimetro irregolare) e Milano (in cantiere<br />

dal 1456, ma con una serie di antefatti) e il cantiere dell’ospedale di S. Leonardo<br />

a Mantova (dal 1449), per il quale molti nomi di artisti toscani sono stati proposti<br />

su base più stilistica che documentaria. Si potrebbe anche pensare, e non sarebbe<br />

deludente, a un processo quasi corale, per successive approssimazioni tra cantieri<br />

tutti seguiti molto da vicino dalla corte sforzesca, in cui Milano rappresenti il<br />

frutto più ambizioso e maturo, quello che richiese un ulteriore scatto inventivo e<br />

l’innovazione tecnologica. Del resto la cifra stilistica rinascimentale, “all’antica”,<br />

sarebbe stata ben più marcata se si fosse proseguito il partito avviato nel cortile<br />

oggi detto <strong>della</strong> Farmacia, e rimesso in luce nei restauri, con il portico a pianterreno<br />

e superiormente una teoria di archi su pilastri a collegare i contrafforti in<br />

un’immagine fortemente evocativa di modelli romani antichi, o forse anche albertiani.<br />

Ma il progetto filaretiano fu abbandonato in corso d’opera a favore di portici<br />

sovrapposti meglio accetti al gusto locale.<br />

La straordinaria invenzione “lombarda” si colloca però non sul piano dei detta-<br />

32


gli, ma su quello dell’organizzazione spaziale, e consiste nell’aver organizzato i<br />

lunghi spazi dei “pellegrinai” in forma di croce greca, enfatizzando come snodi<br />

spaziali pregnanti quegli incroci che <strong>prima</strong> di allora, se ve ne furono, erano stati<br />

degli accidenti in processi di crescita disorganica e utilitaristica. L’inscrizione<br />

delle infermerie in una cornice quadrata, che dà luogo ai quattro cortili a loro<br />

volta quadrati, perfeziona l’edificio come emblematico di un approccio razionale,<br />

matematico alla organizzazione dello spazio. Che questo razionalismo possa essere<br />

esclusivamente di radice albertiana, e non possa avere una componente nella<br />

tradizione lombarda è un pregiudizio comprensibile, che forse però sottovaluta<br />

la cultura del tardo gotico lombardo. Sarebbe comunque sorprendente che una<br />

invenzione nata alla corte medicea o imposta dalla corte papale desse frutto soltanto<br />

in Lombardia, in termini di così alta concentrazione spaziale e temporale.<br />

Altre suggestioni sono legate all’archetipo <strong>della</strong> croce greca e alla sorprendente<br />

analogia tra il disegno filaretiano e una serie di lontani precedenti orientali.<br />

Anche queste osservazioni contribuiscono a dimostrare la qualità altissima<br />

dell’invenzione di questa architettura, proprio per la molteplicità dei riferimenti<br />

culturali che i suoi progettisti hanno saputo distillarvi. Che poi la croce in sé assumesse<br />

un valore simbolico altissimo in senso cristiano è fuori di dubbio, e si può<br />

aggiungere soltanto che questo poteva avere un peso particolare nel quadro di un<br />

processo di laicizzazione voluto dalle stesse gerarchie ecclesiastiche.<br />

Il successo del tipo nelle altre città del Ducato fu immediato: si devono ancora<br />

citare Lodi, dove la <strong>prima</strong> pietra fu posta nel 1459, e Como, dove l’avvio effettivo<br />

dei lavori tardò fino al 1481. In questi casi, peraltro, la costruzione assunse gli<br />

elementi fondamentali del nuovo tipo senza portarlo a perfezione: il cortile deco-<br />

33


ato fu soltanto uno, a Como il progetto prevedeva soltanto tre bracci di croce. Del<br />

resto lo schema a T si configura come una variante non casuale <strong>della</strong> tipologia a<br />

crociera, presente in numerosi casi, e prevista dallo stesso Filarete per la crociera<br />

delle donne. L’ospedale di Como, dedicato a Sant’Anna, è anche l’unico, che si sappia,<br />

ad aver riproposto il sistema delle latrine laterali distintivo delle infermerie<br />

milanesi: il che dimostra che il progetto era perfettamente informato, e che una<br />

certa flessibilità e adattabilità era proprio una delle apprezzabili caratteristiche<br />

di questa invenzione tipologica.<br />

La fortuna dell’ospedale a crociera è dimostrata da numerose realizzazioni in<br />

area padana: qui possono soltanto essere citati gli ospedali di Bergamo, Piacenza,<br />

Parma, Novara… la cui realizzazione fu avviata ancora entro il Quattrocento.<br />

Ma ancora nei secoli seguenti, quando il tipo cominciava ad avere riscontri nella<br />

trattatistica, varie realizzazioni in Italia settentrionale dimostrano la persistenza<br />

del tipo e il suo successo: si possono citare ad esempio l’ospedale di Vercelli,<br />

costruito a partire dal secondo Cinquecento, il monumentale S. Giovanni Battista<br />

di Torino, costruito a partire dal 1680 su progetto di Amedeo di Castellamonte, il<br />

più tardo Ospedale degli Infermi di Faenza, fondato nel 1752 su progetto di G.B.<br />

Campidori, o ancora la pianta a T dell’ospedale di Treviglio del Segré (1786).<br />

L’elenco potrebbe essere ancora più lungo e articolato, comprendendo alcuni<br />

esempi più remoti, ad esempio spagnoli, che non smentiscono la <strong>prima</strong>ria pertinenza<br />

padana di questa ampia filiazione tipologica. Sembra però più interessante<br />

accennare, in chiusura, alla problematica <strong>della</strong> “tenuta” degli ospedali a crociera<br />

nei secoli seguenti. Le grandi infermerie erano nate per il ricovero indifferenziato,<br />

pur consentendo qualche suddivisione dei malati nei diversi bracci in funzione<br />

34


delle esigenze curative e organizzative; ma sempre più sentito si fece il bisogno<br />

di spazi più specializzati e separati, corrispondenti funzionalmente, ma anche<br />

concettualmente, a una visione sempre più medicalizzata dell’ospedale. La prosecuzione<br />

<strong>della</strong> fabbrica <strong>della</strong> Ca’ Granda vide quindi una serie di modifiche per<br />

moltiplicare il numero delle infermerie, e in seguito anche una infinita teoria<br />

di sopralzi e ammezzati, per avere l’ospedale diviso in reparti. Nel frattempo, a<br />

partire del celebre Lazzaretto di Porta Orientale eretto già nel Quattrocento per<br />

le necessità create dalle epidemie di peste, nascevano altri ospedali e ricoveri specializzati,<br />

articolando una nuova rete assistenziale dentro e attorno alla città.<br />

35


CapitoLo 2<br />

L’OSPEDALE A PADIGLIONI<br />

DALL’OTTOCENTO AL PRIMO NOVECENTO


A LATO: Ospedale Sant’Anna<br />

di Como - Scalone del padiglione<br />

Giovanni Battista Grassi<br />

Il lento abbandono dell’ospedale tradizionale<br />

Nel corso del Settecento circolarono sempre più gli studi di medici che<br />

proponevano miglioramenti e radicali mutamenti d’impostazione per<br />

l’edilizia ospedaliera. Si puntualizzavano le esigenze igieniche, cui<br />

dovevano corrispondere accorgimenti costruttivi efficaci, si teorizzava <strong>della</strong> più<br />

razionale collocazione urbanistica, si chiedevano spazi di ricovero suddivisi in<br />

entità limitate, così da corrispondere a una organizzazione in reparti distinti<br />

in funzione dei morbi e delle esigenze curative. Dal ricovero indifferenziato si<br />

passava gradualmente alla clinica.<br />

In età neoclassica il progetto di gradi ospedali fu più volte proposto come tema<br />

di concorsi accademici: ad esempio, nel 1832 all’Accademia di Brera di Milano<br />

Angelo Pisoni vinse il concorso per un ospedale da 1500 malati. Ma si trattava di<br />

elaborazioni accademiche, appunto, mentre la realtà vedeva più che altro interventi<br />

di miglioramento su complessi ospedalieri esistenti ormai da molti anni.<br />

Se qualche nuovo ospedale fu realizzato in Lombardia nel primo Ottocento, si<br />

trattò di edifici di limitate dimensioni, ispirati all’austera immagine delle fabbriche<br />

di pubblica utilità più che a una ricerca di innovazione tipologica. Ad esempio,<br />

l’architetto Pietro Gilardoni progettò gli ospedali di Varese e Busto Arsizio e a<br />

Milano il Fatebenefratelli (1824); Giulio Aluisetti il Fatebenesorelle (1836);<br />

Giuseppe Bovara l’ospedale di Lecco (1836). Si trattava generalmente di edifici in<br />

collocazione urbana, disegnati su impianti compatti a cortili chiusi, studiati con<br />

attenzione alle esigenze di ventilazione sottolineate dai medici, senza che questa<br />

problematica divenisse lo spunto per aderire a quella impostazione radicalmente<br />

37<br />

di stefano <strong>della</strong> torre


nuova che ormai la letteratura straniera teorizzava, ovvero l’ospedale costituito<br />

da padiglioni separati anche come strutture edilizie. A metà Ottocento, nessuno<br />

più dubitava che il modello migliore per la costruzione dell’ospedale fosse quello<br />

che, attraverso la suddivisone in padiglioni distanziati e quindi ben dimensionati,<br />

areati e illuminati, garantiva le condizioni basilari per una efficace e organizzata<br />

assistenza medica.<br />

Nel 1844, all’Accademia di S. Luca a Roma, Angelo Angelucci vinse il concorso<br />

sul tema di un grande ospedale che dichiaratamente il bando voleva a padiglioni<br />

separati. La ricerca teorica, e gli auspici dei sanitari, riguardavano dunque il<br />

disegno dei singoli padiglioni, mentre il tema per gli architetti era soprattutto il<br />

modo di articolare e collegare i padiglioni stessi.<br />

Più che in passato, la progettazione degli ospedali diveniva materia codificata in<br />

una abbondante messa di riferimenti scientifici e di esemplificazioni circolanti a<br />

livello internazionale. Gli schemi adottati a Parigi nel Settecento per ricostruire<br />

l’Hotel-Dieu (1773) e per l’ospedale Lariboisiere (1839) erano costantemente<br />

tenuti presenti, così come erano ben note le proposte di Florence Nightingale per<br />

l’organizzazione dei singoli padiglioni. Il progetto dei padiglioni trovava efficaci<br />

modelli da importare, sperimentati sul campo in tempo di guerra o presentati<br />

nelle Esposizioni Universali: per esempio a Parigi, nel 1878, veniva presentato<br />

il padiglione modulare in struttura metallica di Casimir Tollet, destinato ad<br />

ampia fortuna. Costante era l’aggiornamento degli specialisti sulla manualistica<br />

francese e tedesca.<br />

Ma la più evidente caratteristica del nuovo tipo era il vasto respiro <strong>della</strong><br />

composizione, e quindi la reale difficoltà stava nel reperimento delle aree, che<br />

38


dovevano essere molto più estese di quelle occupate dagli ospedali tradizionali. Si<br />

interponevano quindi problemi di tipo urbanistico, che rallentarono notevolmente<br />

l’affermazione del tipo a padiglioni in Italia.<br />

Le prime realizzazioni di ospedali a padiglioni in Lombardia<br />

Soltanto nel 1885 si arrivò concretamente all’avvio di un progetto di ospedale<br />

a padiglioni in Lombardia: si tratta dell’ospedale di Broni, ed è significativo<br />

che ciò sia avvenuto a seguito di un intervento da parte del professore d’Igiene<br />

dell’Università di Pavia, Giuseppe Sormani, che giudicò il primo progetto ancora<br />

troppo legato al tradizionale tipo a corti chiuse. Il secondo progetto redatto dall’ing.<br />

Febo Bottini comportò così, nel suo piccolo, l’adozione <strong>della</strong> più moderna tendenza:<br />

ubicazione ai limiti del borgo, galleria centrale che congiunge il corpo anteriore<br />

degli uffici al corpo posteriore contenente i bagni e la chiesa, e disimpegna i<br />

quattro padiglioni disposti a doppio pettine, e i padiglioni a loro volta ispirati al<br />

sistema Tollet presentato all’esposizione universale di Parigi nel 1878 e subito<br />

ripresi nella pubblicistica tecnica milanese.<br />

Il sistema Tollet non venne invece adottato anche per l’ospedale per contagiosi a<br />

Dergano, alla periferia di Milano, iniziato nel 1883, dove si cercò di realizzare padiglioni<br />

autosufficienti che non avessero bisogno di corridoi o pensiline di collegamento.<br />

Pochi anni dopo, la costruzione del nuovo ospedale di Monza fu promossa<br />

utilizzando una beneficenza in denaro del sovrano Umberto I, il che conferisce<br />

all’iniziativa un certo valore di esemplarità. Numerose furono infatti le revisioni<br />

del progetto redatto dall’ing. Ercole Balossi Merlo tra il 1890 e il 1894. I padiglioni<br />

a un piano, disposti su più file con attenzione al miglior soleggiamento, venivano<br />

39


qui collegati da pensiline in ghisa e andavano a occupare una vasta area all’esterno<br />

<strong>della</strong> città. Pur differenziandosi dal sistema Tollet, le infermerie dell’ospedale<br />

monzese risultavano progettate nella ricerca <strong>della</strong> ventilazione e <strong>della</strong> luce solare,<br />

chiaramente tematizzata come la principale preoccupazione del momento.<br />

L’Ospedale di Monza fu ampiamente illustrato sulle riviste specializzate nazionali,<br />

entrando in confronto con altre realizzazioni coeve, come il Mauriziano a Torino e<br />

soprattutto il Policlinico di Roma, che segnavano una tappa precisa nell’evoluzione<br />

dell’ingegneria sanitaria italiana. Si abbandonava infatti nella costruzione degli<br />

ospedali ogni riferimento alla monumentalità, e la ricerca trovava una sua via<br />

strettamente tecnica, nel concorso <strong>della</strong> scienza medica, <strong>della</strong> scienza delle<br />

costruzioni, dell’innovazione produttiva delle industrie applicate.<br />

Gli ospedali a padiglioni nei primi decenni del Novecento<br />

40<br />

Ospedale Maggiore di Milano<br />

Veduta laterale del Padiglione<br />

Alfonso Litta all’inizio del Novecento


Le prime realizzazioni dimostravano i pregi del nuovo tipo e corrispondevano<br />

pienamente allo slancio tecnicista portato dalla borghesia emergente di inizio<br />

secolo, ma non rimuovevano gli ostacoli urbanistici ed economici che rendevano<br />

comunque difficile sostituire i vecchi ospedali con quelli moderni. Nei primi<br />

anni del Novecento furono quindi avviati nuovi grandi progetti, che sarebbero<br />

stati però realizzati soltanto molti anni dopo. Ad esempio il progetto del nuovo<br />

Policlinico San Matteo di Pavia, auspicato da Camillo Golgi nel 1902, fu messo a<br />

concorso tra il 1909 e il 1913, ma la realizzazione secondo il progetto di Gar<strong>della</strong> e<br />

Martini si trascinò fino al 1927, allorché il progetto fu rivisto nel senso di ridurre<br />

lo spazio occupato da istituti e cliniche progettati con eccessiva larghezza, e si<br />

arrivò all’inaugurazione soltanto nel 1932. Altri progetti rimasero senza esito, o<br />

furono ampiamente rivisti in corso d’opera.<br />

In sostanza, alla fine degli anni Venti si inauguravano come modernissime<br />

strutture progettate dieci anni <strong>prima</strong>, spesso ancora ispirate alla manualistica<br />

di fine Ottocento, mentre la tecnica ospedaliera andava tuttavia evolvendo. I<br />

progettisti specializzati guardavano con attenzione alla manualistica tedesca,<br />

francese e anglosassone. Pur con qualche ritardo, si prese atto che le infermerie<br />

a un solo piano per circa 50 malati erano ormai superate, e ci si orientava verso<br />

degenze più piccole e meglio integrate con i servizi competenti. Si trattava non<br />

soltanto di garantire le condizioni igieniche basilari, ma di dare forma a una<br />

tecnica ospedaliera in via di costante specializzazione. La manualistica tedesca<br />

proponeva padiglioni a corridoio, in cui le degenze maggiori stavano agli estremi<br />

opposti di un’asta che ospitava su un lato i servizi medici e sull’altro camere più<br />

41


piccole per degenze particolari. Questo tipo a metà degli anni Venti fu adottato<br />

da uno dei più celebri specialisti italiani di architettura ospedaliera, l’ing. Giulio<br />

Marcovigi, che in Lombardia progettò tra gli altri gli Ospedali di Mantova, Milano<br />

Niguarda, Bergamo e Como.<br />

Nel frattempo si sviluppava a Milano, allargandosi nei dintorni <strong>della</strong> vecchia Ca’<br />

Granda, l’ospedale Policlinico, composto di padiglioni indipendenti, ciascuno dei<br />

quali rappresentava un progetto autonomo, e spesso una occasione di ricerca sulla<br />

forma edilizia meglio rispondente ai bisogni delle singole cliniche.<br />

La svolta verso la “via intermedia” tra sviluppo in orizzontale e in verticale<br />

Il progetto per il nuovo Ospedale Maggiore di Milano a Niguarda, per le cui<br />

vicende dettagliate si rimanda alla scheda curata da Ferdinando Zanzottera,<br />

rappresenta lo snodo cruciale del processo di revisione del tipo a padiglioni, con<br />

la ricerca di una via italiana intermedia tra l’elaborazione del tipo ottocentesco e<br />

la nuova proposta di ospedali sviluppati in altezza, che avrebbe preso il nome di<br />

ospedale “monoblocco”.<br />

Il concorso bandito nel 1926 prevedeva una capienza di 1500 malati suddivisi in<br />

divisioni di 125 letti ciascuna, con il chiaro presupposto che ciascuna divisione<br />

fosse allogata in una unità edilizia autonoma. Il primo grado del concorso vide un<br />

esito contrastato e di un certo interesse: tra i progetti primi classificati vi furono<br />

sensibili differenze nell’articolazione dei padiglioni su due o tre piani, padiglioni<br />

ad H, esistenza o soppressione dei collegamenti. L’immagine del progetto vincitore,<br />

con la sua teoria di edifici isolati orientati secondo l’asse dell’irraggiamento solare,<br />

sembra alludere più al concetto di città-giardino che di ospedale, e dimostra<br />

42


quanto fosse stato sottovalutato il problema dei collegamenti, che risultava in<br />

larga misura nuovo. Per decenni si era lavorato a isolare i padiglioni cercando di<br />

dare più luce e aria possibile, ma al crescere dei servizi e dei movimenti richiesti<br />

dal progredire delle tecniche mediche si moltiplicavano i problemi gestionali posti<br />

dalle distanze, allo scoperto, tra un padiglione e l’altro. Uno dei progetti esclusi dai<br />

premi, quello dell’architetto razionalista Enrico Agostino Griffini, si distingueva<br />

per aver dedicato grande attenzione al tema dei collegamenti, riferendo anche,<br />

ma soltanto nella relazione scritta, che negli Stati Uniti già si erano sperimentati<br />

ospedali in cui scale, montacarichi e ascensori avevano preso il posto delle gallerie<br />

orizzontali.<br />

Mentre si traduceva il progetto vincitore negli esecutivi, aumentavano le<br />

perplessità sul ritardo tecnico-culturale delle scelte operate. Così nel 1930 fu<br />

incaricato il direttore medico dell’Ospedale, Enrico Ronzani (1877-1943), di<br />

valutare il progetto. Le valutazioni di Ronzani, radicalmente negative, furono<br />

condivise dal governo, tanto che l’intera vicenda del concorso fu archiviata, e<br />

l’anno seguente fu chiamato l’espertissimo ing. Marcovigi a tradurre in progetto<br />

edilizio le idee innovative di Ronzani.<br />

I concetti informatori del nuovo progetto sono sintetizzabili in pochi punti:<br />

riduzione del numero di letti a sei per ogni infermeria, raggruppamento delle<br />

infermerie in un minor numero di padiglioni tra loro collegati; edifici a un maggior<br />

numero di piani, per razionalizzare sia le reti tecnologiche (elettriche, acqua,<br />

fognatura, riscaldamento) sia i collegamenti, ritenendo i collegamenti verticali<br />

ormai più rapidi di quelli orizzontali. Si pervenne così al progetto di padiglioni a<br />

cinque piani, soprelevati dal suolo da un ampio porticato terreno alto oltre cinque<br />

43


metri e tra loro collegati.<br />

Molto rilevante fu la conseguente attività pubblicistica e didattica svolta da<br />

Ronzani attraverso le pagine <strong>della</strong> rivista “L’Ospedale Maggiore” e attraverso<br />

interventi in svariate sedi. Pubblicando i nuovi progetti e ospitando traduzioni e<br />

segnalazioni dalla stampa specializzata internazionale, si costituì quello che per<br />

alcuni anni fu il principale propulsore dell’innovazione nell’edilizia ospedaliera<br />

italiana, nonché il referente italiano del dibattito internazionale.<br />

Il punto di vista di Ronzani era orientato verso una adozione del tipo a sviluppo<br />

verticale, limitato però in altezza per adattarlo alle località, ai climi e alle abitudini<br />

italiane, e quindi presentato come tipo a padiglioni a molti piani (da cinque a<br />

otto) accentrati e ben collegati tra loro. Qualche volta questo tipo viene definito<br />

“poliblocco”, e quale esempio tra i più felici viene spesso citato l’Ospedale di<br />

Brescia progettato da Angelo Bordoni, autore anche dello studio per una moderna<br />

“infermeria-tipo”. Nel progetto bresciano di Bordoni i blocchi si compongono in uno<br />

schema poligonale, che restituisce al tipo una marcata monumentalità ottenuta<br />

senza ricorso a decorazioni sovrastrutturali.<br />

La ricerca negli anni Trenta<br />

Durante il decennio successivo, fino allo scoppio <strong>della</strong> Seconda Guerra Mondiale,<br />

il regime fascista diede notevole impulso alla costruzione di nuovi ospedali, anche<br />

attraverso concorsi di progettazione che furono altrettante occasioni di dibattito e<br />

confronto. In alcuni casi le giurie diedero la preferenza ai progetti più audaci, nei<br />

quali si andava decisamente verso monoblocchi alti nove o dieci piani.<br />

Un momento importante fu il 4° congresso ospedaliero internazionale, tenutosi<br />

44


a Roma nel maggio 1935, accompagnato da una mostra delle realizzazioni del<br />

regime. In quell’occasione fu istituito un sottocomitato italiano, presieduto da<br />

Ronzani con tra i membri l’attivissimo architetto romano Ettore Rossi e come<br />

vicepresidente un altro milanese, quell’Ernesto Griffini che nel frattempo, con<br />

il progetto del padiglione Granelli al Policlinico, aveva prodotto una delle poche<br />

architetture ospedaliere ricordate anche nelle autocelebrazioni del movimento<br />

razionalista, altrimenti piuttosto distratte verso questa produzione, forse troppo<br />

legata a una ricerca strettamente funzionale e pratica.<br />

Nel 1939, infine, si giunse alla emanazione di un decreto legge che fissava norme<br />

generali per le costruzioni ospedaliere. Tali norme da una parte affermavano<br />

decisamente la preferenza per le costruzioni a blocco, per ragioni di economia;<br />

ma d’altra parte limitavano drasticamente a sette il numero massimo dei piani.<br />

Questa scelta non era dettata soltanto da pregiudizi o arretratezza culturale:<br />

essa trovava argomentazioni non solo di natura funzionale, per i problemi d’uso<br />

di ascensori destinati a collegare troppi reparti di troppo varia natura, ma anche<br />

psicologiche, pensando alla scarsa abitudine dei pazienti italiani a ritrovarsi<br />

isolati a certe altezze.<br />

Veniva dunque ufficializzata la linea moderata che era stata indicata dagli<br />

igienisti milanesi fin dall’inizio del decennio, e che conferma il ruolo dell’Ospedale<br />

Maggiore milanese come snodo <strong>della</strong> vicenda storica dell’architettura ospedaliera<br />

italiana nel Novecento.<br />

45


CapitoLo 3<br />

EVOLUZIONE<br />

DALL’OSPEDALE<br />

A PADIGLIONI<br />

ALL’OSPEDALE<br />

MONOBLOCCO<br />

O MISTO NEL XX SECOLO


A LATO: Ospedale Niguarda Ca’<br />

Granda di Milano - Corridoio che<br />

affaccia sul cortile <strong>della</strong> Chiesa<br />

Nel corso del XX secolo la concezione del complesso edilizio ospedaliero,<br />

nodo centrale delle politiche di <strong>salute</strong> pubblica, si è inscritta<br />

impetuosamente entro logiche istituzionali dap<strong>prima</strong> a scala nazionale,<br />

poi anche regionale. Contemporaneamente la sua interna organizzazione e la<br />

sua gestione, pur adattandosi a tradizioni locali e a specifici contesti territoriali,<br />

hanno implicato una costante, spesso dirompente, apertura a tutto campo alle<br />

innovazioni scientifiche internazionali.<br />

L’architettura ospedaliera, nelle diverse tipologie mediche comprendenti spesso<br />

una stretta connessione con l’Università, ha preso presto in Italia configurazione<br />

di una vera e propria città nella città, più tuttavia citta<strong>della</strong> sui generis - di studi,<br />

esperimenti e cure - che non machine à guerir come, nei due secoli precedenti,<br />

venne talvolta chiamata.<br />

Si tratta di una citta<strong>della</strong> che può essere ritenuta efficace interfaccia tra evoluzione<br />

scientifica e sociale, in campo medico e comportamentale, e modificazione<br />

insediativa <strong>della</strong> città contemporanea, <strong>della</strong> quale trattiene in sé, come obiettivo<br />

imprescindibile, il <strong>prima</strong>to <strong>della</strong> funzione programmatoria, funzione che i<br />

progetti urbani dal canto loro inseguono invece con scarsi esiti, non solo in Italia.<br />

Microcosmo altamente strutturato, essa esige inoltre, attorno alla sua robusta<br />

piattaforma medico-tecnica, un’attività esterna, logistica, di ospitalità, di relazione<br />

con servizi medici diffusi.<br />

Nel XX secolo la sua morfologia architettonica è stata travolta da continue<br />

sperimentazioni, che si sono provvisoriamente attestate in configurazioni globali<br />

e dimensionali ben distinte, anche se sottoposte a reciproci influssi, nelle diverse<br />

nazioni occidentali, differenziandosi inoltre anche in rapporto a contesti molto o<br />

47<br />

di maria antonietta Crippa


poco urbanizzati. Nella <strong>prima</strong> metà del secolo la tipologia a padiglioni, sviluppatasi<br />

dal Settecento in poi, venne approfonditamente discussa e modificata, anche in<br />

ragione delle conquiste scientifiche <strong>della</strong> moderna medicina che, avendo debellato<br />

i problemi di contagio, rendeva inutile l’eccessiva frammentazione delle degenze.<br />

L’insorgere inoltre di laboratori di ricerca e di analisi, che articolavano stretti<br />

rapporti tra scienze chimiche e proposte terapeutiche, diede luogo a una<br />

disseminazione di corpi edilizi nel recinto ospedaliero che obbligavano a lunghe<br />

percorrenze medici e personale. Sempre più numerosi e importanti diventavano<br />

nello stesso tempo gli ospedali specialistici.<br />

Il dibattito di inizio secolo si sviluppò attorno a due problemi ritenuti <strong>prima</strong>ri: una<br />

attenta valutazione <strong>della</strong> densità fondiaria, esigita dalla tipologia architettonica<br />

a padiglioni, e il sistema di connessione tra i volumi edilizi, in superficie, con<br />

percorsi aperti o chiusi, o in tunnel, sotterranei o seminterrati. In tutti i paesi<br />

ma soprattutto in Italia, l’enorme estensione delle cittadelle ospedaliere, anche<br />

per il modesto sviluppo in altezza dei padiglioni, comportò normalmente lentezze<br />

eccessive negli spostamenti; la sorveglianza divenne praticamente impossibile;<br />

incontrollabile la continua crescita numerica dei padiglioni in ragione <strong>della</strong><br />

crescente specializzazione.<br />

Nel periodo tra le due guerre mondiali, l’innovazione edilizia conseguente al<br />

diffondersi dei nuovi materiali - del calcestruzzo armato, dell’acciaio e del vetro -,<br />

la messa a punto di un funzionalismo generalizzato, una prevalente tendenza<br />

igienista stimolarono ingegneri e progettisti a superare i limiti del tipo ospedaliero<br />

a padiglioni. Il primo passaggio, in Europa, avvenne tramite l’aumento volumetrico<br />

dei padiglioni e la loro funzionale articolazione; vennero allora costruiti alti blocchi<br />

48


edilizi con struttura planimetrica a T o ad H, nei quali degenze e servizi di cura<br />

venivano integrati in unità e la corsia aperta, con più posti letto, abbandonata;<br />

si preferì invece lo sviluppo di camere, da quattro a sei letti, lungo un corridoio,<br />

dap<strong>prima</strong> su un solo lato, in seguito anche su due. A Milano, il primo padiglione<br />

con planimetria ad H fu il Litta del 1900, il primo a T fu il Luigi Sacco del 1927,<br />

ambedue nel Policlinico affacciato su via Francesco Sforza.<br />

Nella penisola italiana la tipologia a padiglioni venne introdotta tardi, solo dopo<br />

il 1870, in ragione soprattutto <strong>della</strong> diffusa esistenza di antichi ospedali nel<br />

cuore di fitti tessuti urbani difficilmente modificabili o ampliabili. Del 1877-84<br />

è l’Ospedale a padiglioni Galliera di Genova, dello stesso tipo sono anche quello<br />

di Broni, del 1887-89, quello di Umberto I a Monza in Lombardia, del 1896; il<br />

Policlinico Umberto I di Roma, del 1899, e il Policlinico di Milano, del 1900.<br />

Merita almeno una segnalazione, per la novità dell’impianto a corte oltre che<br />

per la ricerca di linguaggio architettonico nuovo, l’Ospedale civico di Gallarate<br />

(Varese) del 1871, opera dell’architetto, storico e restauratore Camillo Boito1 .<br />

Nel periodo del governo mussoliniano venne dato enorme incremento<br />

alla progettazione e realizzazione di nuovi ospedali, spesso realizzazioni<br />

morfologicamente riuscite <strong>della</strong> transizione dall’ospedale a padiglioni a quello a<br />

poliblocco, variante del tipo a monobolocco di matrice americana. Molti complessi<br />

edilizi, iniziati nel Ventennio fascista, rimasero però incompiuti; la ripresa del cantiere<br />

per il loro completamento nel secondo dopoguerra ebbe oneri non indifferenti, fu<br />

persino causa di ritardi nello stesso aggiornamento delle strutture ospedaliere.<br />

Episodio cruciale del passaggio dall’ospedale a padiglioni a quello a più<br />

blocchi, di sei piani fuori terra sopra l’alto portico al piano terreno, è il Nuovo<br />

1 L.Grassi, Camillo Boito, Il Balcone, Milano 1959.<br />

49


Ospedale Niguarda Ca’<br />

Granda di Milano - Vista del<br />

monoblocco e <strong>della</strong> cappella<br />

Ospedale Maggiore di Milano a Niguarda, per 1.500 posti letto, dalla lunga<br />

e travagliata vicenda, conclusasi con l’incarico di progettazione dato all’ing.<br />

Giulio Marcovigi, al medico Enrico Ronzani e all’arch. Giulio Ulisse Arata<br />

per le componenti architettoniche, nel 1931. Il complesso ospedaliero venne<br />

realizzato tra 1933 e 1939.<br />

Intorno alla costruzione di questo ospedale milanese si intrecciarono vari fattori<br />

rilevanti: dalla modifica del perimetro comunale, che inglobò l’area sul quale esso<br />

sorse, alle importanti modifiche istituzionali dell’antica Ca’ Granda, destinata ad<br />

abbandonare l’originaria destinazione per divenire sede di Università collegata al<br />

vicino Policlinico; dalla formazione di una vasta citta<strong>della</strong>, immersa nel verde, alla<br />

esplorazione di morfologie edilizie aderenti a nuove esigenze mediche e gestionali;<br />

dalla volontà di rinnovare la solennità monumentale e artistica dell’antico<br />

ospedale filaretiano, nel grandioso ingresso e nel rivestimento in pietra, <strong>della</strong><br />

gran parte degli edifici, all’attenzione per l’arte in tutte le sue forme, in opere di<br />

grande qualità artistica concentrate soprattutto nella chiesa centrale.<br />

Attorno alla transizione tipologica, che culminò nella sua realizzazione, si<br />

annodarono, inoltre, ricerche del primo razionalismo italiano, poco note ma<br />

meritevoli di ulteriori esplorazioni, sia perché vissute da personalità che non hanno<br />

ancora attirato adeguata attenzione da parte di critici e storici d’architettura,<br />

benché di sicuro talento, sia perché testimoni di un influsso <strong>della</strong> modernità<br />

oltreoceano sulla ricerca italiana. La conoscenza dei primi ospedali monoblocco<br />

americani, di grandi dimensioni, ebbe infatti precoci ricadute in progetti e dibattiti<br />

lombardi contrassegnati dall’incrocio tra grandi ambizioni mussoliniane e<br />

intelligente recezione di forti stimoli innovativi, orientati in particolare a recepire<br />

50


possibilità di attivazione <strong>della</strong> produzione edilizia prefabbricata. Fondamentale è<br />

stato, in particolare, il dibattito sorto intorno al concorso per l’Ospedale clinico di<br />

Modena del 1933-34, vinto dall’arch. Ettore Rossi2 con un progetto monumentale<br />

monoblocco articolato a piastra, certamente influenzato da progetti realizzati<br />

negli Stati Uniti del tipo di quelli pubblicati nel volume di Bruno e Franco Moretti,<br />

su ospedali, opere di assistenza, colonie, istituti scientifici, dell’anno successivo<br />

al concorso3 . I Moretti riuscirono a illustrare con grande efficacia l’impegno<br />

mussoliniano e l’inventiva dei progettisti di ospedali in Italia di questo periodo,<br />

certo non minore di quella degli altri paesi europei.<br />

Il superamento definitivo del tipo a padiglioni era avvenuto in America nel<br />

primo decennio del Novecento in giganteschi complessi alti fino a trenta piani,<br />

con prospetti alleggeriti da ampie finestre, struttura in calcestruzzo armato o in<br />

acciaio, con articolazione modulare generale e pertanto prefabbricabili, oltre che<br />

dotati di nuclei di veloci ascensori. Negli anni Venti e Trenta il nuovo tipo si diffuse<br />

in vari paesi d’Europa nella forma del monoblocco, espressione quest’ultima presa<br />

dal gergo dell’industria automobilistica per indicare edifici alti e ben utilizzabili<br />

grazie alla larga diffusione dei sistemi meccanici di trasporto verticale.<br />

Nel monoblocco si riducevano moltissimo i tempi di percorrenza; ognuno dei<br />

piani di degenza, inoltre, poté essere dotato delle strutture fondamentali per la<br />

diagnosi e la terapia, divenendo autosufficiente unità operativa. Poiché nei paesi<br />

europei venne subito imposta una altezza massima di circa 15 piani, l’ospedale<br />

monoblocco si estese anche in orizzontale, spesso si articolò liberamente in più<br />

blocchi. Tale assetto ebbe particolare fortuna in Italia, dove un decreto legislativo,<br />

del 20 luglio 1939, ne fissò l’altezza massima di sette piani fuori terra. Il Nuovo<br />

2 S.a., Il concorso per l’Ospedale di Modena, “Architettura”, A. XIII, 1934, fasc. VII (luglio) pp. 414-<br />

430.<br />

3 B. Moretti, Ospedali, Note preliminari all’impostazione a cura di F. Moretti, Hoepli, Milano 1935.<br />

51


Ospedale di Brescia dell’ing. Angelo Bordoni, per 1.430 posti letto, iniziato nel<br />

1934 e costruito in calcestruzzo armato, è del tipo a grossi blocchi articolati in<br />

doppia Y, collegati tra loro da percorsi coperti e disposti attorno ad una corte al<br />

cui centro era posizionata la chiesa. Anche l’Istituto medico chirurgico XXVIII<br />

Ottobre in Milano venne concepito, dall’ing. Giuseppe Casalis nel 1933, come un<br />

grande monoblocco con corte interna, sviluppato per quattro piani fuori terra.<br />

Di progetto dell’ing. Giulio Marcovigi sono l’Ospedale civile di Como, del 1928, a<br />

padiglioni di tre piani collegati tra loro da loggiati, e l’Ospedale degli Infermi di<br />

Biella, del 1935, un lungo monoblocco di sette piani fuori terra.<br />

Opera dell’ing. Giuseppe Invitti è, invece, l’Ospedale Maggiore <strong>della</strong> Carità di<br />

Novara del 1929-30, in un solo blocco articolato e dalle forme classicheggianti<br />

semplificate. A Enrico Griffini, architetto protagonista di una raffinata ricerca<br />

razionalista orientata alla prefabbricazione, si deve l’Istituto di patologia medica<br />

<strong>della</strong> Regia Università di Milano del 1932-33, con interessanti soluzioni tecniche<br />

e formali. L’arch. Mario Favarelli è stato autore del progetto per l’Istituto<br />

Neurologico Vittorio Emanuele nella zona milanese di Città Studi, del 1930-32,<br />

un grosso monoblocco con planimetria a E di quattro piani fuori terra, ornato da<br />

sculture nelle parti alte dei prospetti su strada.<br />

La larga diffusione in Italia del tipo monoblocco e pluriblocco, spesso anche<br />

affiancato a preesistenti e talvolta antiche strutture ospedaliere, dagli anni<br />

Cinquanta in poi, come attestano per la Lombardia le schede predisposte per<br />

questo volume, consentì di rispondere facilmente a un insieme composito di<br />

necessità, quali: l’utilizzo di aree di dimensioni non troppo grandi; costi contenuti<br />

di costruzione, anche grazie all’accorpamento di impianti tecnologici; riduzione<br />

52


Ospedale San Carlo – Vista<br />

del monoblocco e <strong>della</strong> Chiesa<br />

dell’Annunciata<br />

delle distanze di percorrenza; articolazione gradevole dei volumi edilizi in aree<br />

a parco o giardino; modi di vita ospedaliera ancorati alla scala umana, simile<br />

a quella di una unità di vicinato o di quartiere, la stessa che in quegli anni si<br />

metteva a fuoco nell’edilizia residenziale, soprattutto popolare, soprattutto nelle<br />

città del nord più sottoposte a processi di urbanizzazione.<br />

L’esplosione delle conseguenze dell’industrializzazione a scala urbana, con<br />

abbandono di molti insediamenti dall’antica storia e crescita fuori controllo di<br />

alcune città soprattutto del nord Italia, innanzi tutto nel triangolo territoriale<br />

compreso fra Torino Milano Genova, avvenne in Italia molto in ritardo rispetto al<br />

resto dell’Europa. Fu infatti fenomeno rilevante dei primi due decenni <strong>della</strong> seconda<br />

metà del XX secolo, cui corrispose il proliferare di nuovi ospedali a pluriblocco o<br />

misti, caratterizzati da soluzioni architettoniche non innovative, spesso però tese<br />

a risolvere un positivo intreccio fra qualità architettonica e relazione efficace con<br />

il contesto urbano, da una parte, e richieste medico-sanitarie, sociali e gestionali,<br />

dall’altra, in una nazione che stava ancora, e non senza difficoltà, consolidando la<br />

sua unità e le sue scelte democratiche.<br />

Ne aveva coscienza la classe politica dirigente, come segnalano le dichiarazioni<br />

del presidente del Consiglio dei Ministri, Aldo Moro, all’inaugurazione del nuovo<br />

ospedale dedicato a San Carlo Borromeo in Milano nel 1967, quando collegava<br />

l’evidenza, di “opera monumentale e insieme di grande significato umano e sociale”<br />

del nuovo ospedale, al momento storico <strong>della</strong> “nostra democrazia che comincia<br />

ormai una sua maturità e stabilità”, nello sviluppo delle “esigenze fondamentali<br />

inerenti la dignità umana” e delle “possibilità di soddisfarle, sia pure con quella<br />

gradualità che è inerente all’alto costo di questi servizi e allo stadio intermedio di<br />

53


sviluppo economico nel quale si trova il nostro paese, che ha fatto grandi progressi,<br />

ma altri ancora ne deve fare”, in particolare in direzione “<strong>della</strong> sicurezza sociale<br />

nel campo dell’assistenza sanitaria” 4 .<br />

Il paese, inoltre, era ancora fortemente impegnato nel rispondere al problema<br />

residenziale nelle aree più urbanizzate, oltre che investito da tensioni politiche e<br />

dure controversie urbanistiche.<br />

Dell’evidente limite, di adeguatezza culturale e preparazione logistica <strong>della</strong> politica<br />

del settore ospedaliero italiano, erano consapevoli anche i progettisti, stretti nella<br />

difficoltà di coniugare offerta di quantità, nella capacità ricettiva ospedaliera e<br />

nella predisposizione di servizi a essa connessi, con la qualità dell’architettura,<br />

solo in qualche caso perseguita pienamente.<br />

Meritevole di attenzione, da questo punto di vista è il milanese Ospedale di San<br />

Carlo Borromeo, ritenuto urgente per “provvedere ad una carenza di posti letto<br />

riguardante tutta la città di Milano e non quella di un quartiere o di un distretto<br />

soltanto”. L’ing. Arturo Braga e il medico G. Sollazzo, descrivendo le caratteristiche<br />

del progetto, motivavano la scelta morfologica mista - composta da ‘monoblocco<br />

articolato’ a Y, alto quattordici piani di cui dodici fuori terra, e altri edifici minori<br />

compreso un villaggio per l’ospitalità di circa 360 persone addette all’ospedale -<br />

in funzione <strong>della</strong> riduzione dei costi di esercizio, che permettevano larghezza, ma<br />

senza sprechi, per quelli di costruzione.<br />

L’urbanistica e la disposizione generale degli edifici godevano in questo caso<br />

di un disegno generale e di finiture eccellenti, anche perché elaborate con la<br />

collaborazione dello studio professionale di Gio Ponti, “non solo sotto il profilo<br />

<strong>della</strong> massima funzionalità, ma anche in relazione ai molti problemi psicologici e<br />

4 F. Chiappa (a cura di), L’Ospedale San Carlo Borromeo, ed. “La Ca’ Granda”, Milano 1968, p. 24.<br />

54


umani che una tale comunità comporta” 5 . Da tali attenzioni discesero l’attivazione<br />

di impianti tecnologici moderni, la controllata possibilità di aumentare con<br />

sopralzi alcuni degli edifici in ragione del continuo evolvere <strong>della</strong> scienza medica,<br />

il disegno delle aree libere con giardini e filari di alberi molto curati, l’elegante<br />

raffinatezza del progetto <strong>della</strong> chiesa, realizzata con entusiasmo da Gio Ponti, che<br />

la ritenne indispensabile nell’ospedale, “dove l’umanità è al sacro cospetto del suo<br />

destino di dolore, di vita e di morte, e la speranza cerca conforto nel mistero, e così<br />

la rassegnazione” 6 .<br />

L’edificio ha dimensioni di chiesa vera e propria, più che di cappella. Del resto<br />

era diffusa la convinzione che l’ospedale fosse “una vera parrocchia […] per la<br />

concreta realtà di una situazione in cui si articolano di fatto tutte le componenti<br />

di una parrocchia: popolazione (degenti e personale) dalle esigenze tanto più vaste<br />

quanto più la vita vi è condizionata da una situazione eccezionale e da orari vari e<br />

forzatamente tiranni; aumento ricorrente di fedeli dovuti alla massa di parenti e<br />

dei visitatori, normale amministrazione di tutti i Sacramenti con un ritmo e una<br />

frequenza talora superiori a quelli di altre parrocchie” 7 . Non altrettanto curata<br />

era tuttavia la zona mortuaria, come al solito collocata in area poco visibile da<br />

visitatori e malati.<br />

Questo ospedale milanese, insieme al Centro Traumatologico ortopedico di Careggi,<br />

sorto negli stessi anni nella zona a nord di Firenze dove fin dall’inizio del secolo si<br />

è già insediato un importante ospedale, meritano particolare menzione in quanto<br />

riuscirono ad attivare anche un positivo rapporto col territorio circostante, di cui<br />

divennero occasione e perno di sviluppo.<br />

La letteratura specialistica segnala che nella maggior parte dei casi i progetti<br />

5 Ivi, p. 99<br />

6 Ivi, p. 165<br />

7 Ivi, p. 174<br />

55


italiani di ospedali monoblocco o poliblocco <strong>della</strong> seconda metà del XX secolo<br />

non attestano particolare impegno di ricerca morfologica e architettonica. Anche<br />

la variante piastra-torre, caratterizzata da ampia piastra di base a sviluppo<br />

orizzontale per ospitare i servizi generali e di diagnosi, dalla quale si stacca il<br />

blocco verticale delle degenze, non è stata attuata in soluzioni di grande rilievo.<br />

Meritano comunque di essere segnalate, tra le soluzioni a mono o pluriblocco<br />

e quelle a piastra-torre, alcune equilibrate realizzazioni, cui vanno aggiunte,<br />

in particolare per la Lombardia, quelle descritte nelle schede predisposte per<br />

questo volume. A Roma presentano morfologia di monoblocco articolato il Centro<br />

traumatologico ortopedico INAIL, del 1957, progettato dall’Ufficio Tecnico<br />

dell’ente, e il primo volume del Nuovo Ospedale di San Giovanni, concluso nel<br />

1958, opera dell’ing. G. Gasbarri con la collaborazione dell’arch. G. Francisci,<br />

composto da un volume degenze di sette piani fuori terra, davanti al quale un<br />

corpo più basso per i servizi generali si sviluppa in forma planimetrica ad arco di<br />

cerchio, attestandosi su via dell’Amba Aradam.<br />

A Saronno, tra Milano e Varese, gli ingegneri e architetti Eugenio ed Ermenegildo<br />

Soncini progettavano nel 1955 un ampliamento, secondo il tipo monoblocco,<br />

dell’Ospedale di Circolo, caratterizzato da estrema cura sia nell’organizzazione<br />

funzionale, che nella qualità ambientale offerta ai degenti, ospitati in stanze con<br />

pochi letti, tramite particolari soluzioni architettoniche normalmente riservate<br />

all’edilizia per le cliniche private, come ampie porte vetrate, pareti colorate, arredi<br />

raffinati. Ogni piano di reparto degenza era stato inoltre dotato di un proprio<br />

nucleo di servizi, con cucine che consentivano uscita diretta anche verso l’esterno.<br />

Di questi stessi ingegneri architetti è la Clinica privata “La Madonnina” di Milano<br />

56


del 1956, costruzione monoblocco, in cui la parte bassa, di due piani fuori terra,<br />

allineata sul confine di via Quadronno, costituisce zona filtro rispetto alla città e<br />

ospita i servizi tecnici, l’accoglienza e gli ambulatori, mentre il blocco delle camere<br />

dei degenti si alza in verticale per otto piani, affacciandosi sul giardino che si<br />

intravede dalla strada attraverso una pensilina per la discesa delle automobili.<br />

Molto curate sono le finiture architettoniche dei prospetti e dell’interno: la facciata<br />

su strada presenta un bow-window con lastre in cristallo smaltato grigio, le scale<br />

interne hanno parapetti in cristallo, l’atrio ha grandi pareti panoramiche e pareti<br />

rivestite in marmo; ogni camera possiede una piccola veranda che guarda sul<br />

giardino, qualcuna ha anche proprio salottino; piccola e accogliente è la cappella.<br />

Un architetto milanese recentemente scomparso, Carlo Casati (1918-2004), ha<br />

progettato molti ospedali nel corso <strong>della</strong> sua attività professionale, non tutti<br />

realizzati o completati; nelle tavole di progetto li ha denominati ospedali a<br />

‘monoblocco siamese’ perché articolati in due volumi, connessi tra loro nei piani<br />

bassi. Sono suoi: la ristrutturazione e il nuovo progetto dell’Ospedale Psichiatrico<br />

di Codogno (Lodi) del 1953; i progetti del Nuovo Ospedale di Desio (Milano), del<br />

1963, dell’Ospedale generale provinciale San Paolo alla Barona (Milano) del 1964,<br />

dell’Ospedale Civile di Montichiari (Brescia) del 1968, <strong>della</strong> Nuova Residenza<br />

Assistenziale di Seregno (Milano) del 1970, del Nuovo Ospedale degli Infermi di<br />

Biella del 1970, dell’Ospedale di Rovigo del 1973, dell’Ospedale Vittorio Emanuele<br />

II di Jesi (Ancona) del 1986 e altri ancora.<br />

57


CapitoLo 4<br />

I NUOVI OSPEDALI LOMBARDI<br />

TRA PRESENTE E FUTURO


La rivoluzione è cominciata nel 2001. In principio c’era solo il medico, ora<br />

invece, al centro di ogni progetto per la costruzione di un nuovo ospedale c’è<br />

in primo luogo il paziente, quindi dottori, infermieri e tutti gli altri attori che<br />

lavorano all’interno delle cliniche. Niente barricate né cortei per ottenere questa<br />

conquista: Regione Lombardia si è armata di un team di professionisti che è stato<br />

capace di far ruotare di 180 gradi l’angolo <strong>della</strong> visuale del progettista. La novità<br />

dell’approccio: tutto deve essere pensato per soddisfare le necessità del singolo<br />

cittadino malato e quelle <strong>della</strong> comunità che lo accoglie e non, al contrario, per<br />

dare spazio a tecnicismi o accontentare i desideri di pochi.<br />

All’origine di questa rivoluzione c’è un decalogo. Era il 2001 quando un’apposita<br />

commissione presieduta dall’allora ministro <strong>della</strong> Sanità Umberto Veronesi<br />

e coordinata dall’architetto Renzo Piano, elaborò un modello di ospedale al<br />

quale potessero ispirarsi tutti i nuovi progetti di edilizia sanitaria. Dieci regole<br />

semplici, ma fondamentali per costruire un buon ospedale, capace di essere a<br />

misura d’uomo, centrato sulla persona e sulle sue esigenze, un luogo di speranza,<br />

guarigione, cura, accoglienza e serenità.<br />

Detto e fatto. A Regione Lombardia è bastato poco più di un anno per passare<br />

dalla teoria alla pratica grazie al Piano straordinario per lo sviluppo delle<br />

infrastrutture lombarde 2002/2010 che ha previsto lo stanziamento di oltre<br />

cinque miliardi di euro per il settore sanitario. Obiettivo: ottimizzare le strutture<br />

esistenti e costruirne di nuove dove necessario, per essere un polo attrattivo anche<br />

per chi proviene da altre regioni, offrendo servizi sanitari all’avanguardia grazie<br />

all’introduzione di macchinari di ultima generazione e all’eccellenza tecnologica.<br />

Un rinnovamento generale reso possibile grazie a un ingente finanziamento, che<br />

59<br />

di rita balestriero


nel 2007, ha permesso di sovvenzionare i lavori di nove diversi ospedali: Nuovo<br />

Ospedale Beato Giovanni XXIII di Bergamo, Presidi Ospedalieri di Busto Arsizio,<br />

Saronno e Tradate, Presidi Ospedalieri di Cittiglio e Luino, Nuovo Ospedale<br />

Sant’Anna di Como, Nuovo Ospedale di Legnano, Ospedale Niguarda Ca’ Granda<br />

di Milano, Nuovo Complesso Ospedaliero di Vimercate. Nove cantieri a cui vanno<br />

aggiunti gli sforzi per la redazione del masterplan degli ospedali San Gerardo<br />

di Monza e di Circolo e Fondazione Macchi di Varese. Un impegno unico nel<br />

panorama europeo che metterà a disposizione dei cittadini lombardi quasi 6.000<br />

posti letto, numerosi nuovi ambulatori e oltre 150 sale operatorie.<br />

Responsabile per conto di Regione Lombardia dell’esecuzione dei lavori è<br />

Infrastrutture Lombarde Spa, società di capitali sotto il totale controllo del<br />

Pirellone, nata nel 2003 per dare concreta attuazione al Piano. Obiettivo <strong>della</strong><br />

Regione: identificare un organismo specialistico in project management capace di<br />

fungere da stazione appaltante per la realizzazione dei progetti, gestendo anche la<br />

procedura di gara e coordinando il lavoro dei cantieri in termini di monitoraggio,<br />

per poter intervenire tempestivamente con azioni correttive in caso di deviazione<br />

dagli standard predeterminati.<br />

La Sanità sta cambiando. è questa la consapevolezza che ha spinto all’ideazione di<br />

un nuovo modello di ospedale. Le tecnologie si sono evolute straordinariamente e<br />

di conseguenza la Sanità ha subito profonde rivoluzioni. Pensiamo alla diagnostica<br />

per immagini, alle tecniche chirurgiche, anestesiologiche e rianimatorie, alla<br />

genetica, ai trapianti e così via. La medicina oggi è in grado di curare sempre<br />

di più, ma non sempre riesce a guarire. E allora si crea un popolo di pazienti<br />

(dializzati, trapiantati, cardiopatici, oncologici, diabetici, ecc.) che convivono,<br />

60


spesso a lungo, con la propria malattia e hanno bisogno di cure di nuovo tipo.<br />

E ancora, la consapevolezza dei propri diritti che spinge i malati a pretendere<br />

prestazioni di livello sempre più elevato. Era necessario, quindi, rinnovare<br />

tutto il sistema per fornire risposte adeguate a tutte le aspettative (in termini<br />

di diagnosi, terapia, riabilitazione, assistenza) e a tutte quelle persone che si<br />

trovano a convivere con la propria patologia. Da qui la decisione di porre in atto<br />

una vera e propria rivoluzione nel modo di concepire, progettare, realizzare e<br />

gestire l’ospedale, perché corrisponda alle nuove esigenze e alle nuove idee.<br />

Partiamo allora dalle dieci regole stilate dalla Commissione ministeriale per<br />

capire le scelte che hanno portato all’elaborazione dei progetti che, entro il 2009,<br />

permetteranno l’inaugurazione delle nuove strutture lombarde. Il decalogo:<br />

1. umanizzazione: centralizzazione <strong>della</strong> persona;<br />

2. urbanità: integrazione con il territorio e la città;<br />

3. socialità: appartenenza e solidarietà all’interno <strong>della</strong> struttura ospedaliera;<br />

4. organizzazione: efficacia, efficienza e benessere percepito;<br />

5. interattività: completezza e continuità assistenziale;<br />

6. appropriatezza: correttezza delle cure e dell’uso delle risorse;<br />

7. affidabilità: sicurezza <strong>della</strong> struttura;<br />

8. innovazione: rinnovamento diagnostico, terapeutico, tecnologico e informatico;<br />

9. ricerca: impulso all’approfondimento intellettuale e clinico-scientifico;<br />

10. formazione: aggiornamento professionale e culturale.<br />

Nella pratica, come è stato possibile costruire un ospedale “paziente centrico”,<br />

capace cioè di racchiudere in sé tutte queste caratteristiche? Dal punto di vista<br />

operativo, i principi contenuti nel decalogo si traducono in strutture compatte, in<br />

61


Il Nuovo Ospedale<br />

di Vimercate<br />

grado di consentire collegamenti veloci, connessioni e interazioni più rapide ed<br />

efficaci tra le differenti attività mediche, ma anche di garantire la separazione dei<br />

percorsi tra i diversi flussi, permettendo agli addetti e agli operatori di muoversi<br />

sempre su tragitti diversi da quelli dei visitatori e degli utenti e assicurando ai<br />

malati percorsi riservati.<br />

Questa precisa esigenza sta alla base del motore che ha portato all’evoluzione <strong>della</strong><br />

struttura degli ospedali stessi. Quelli sorti verso la fine dell’Ottocento venivano<br />

costruiti a padiglioni perché si pensava che il modo migliore per organizzare lo<br />

spazio fosse la suddivisione per blocchi, ognuno dei quali era destinato a una<br />

specializzazione precisa. Bisogna aspettare gli anni Sessanta per capire che<br />

questa divisione era poco funzionale e che un ospedale monoblocco avrebbe<br />

potuto risolvere molti problemi. Come strutturarlo allora? Si pensò che il modo<br />

migliore per ridurre le distanze fosse l’organizzazione dello spazio in verticale, da<br />

qui nacquero edifici alti e compatti. Un’idea di ospedale questa che si è diffusa<br />

fino ai giorni nostri, o almeno, finché la necessità di garantire la separazione dei<br />

percorsi e la corretta relazione tra le aree funzionali non ha costretto a ripensare<br />

a un nuovo modello di ospedale: più basso, orizzontale e meglio strutturato, come<br />

quello che oggi comunemente viene chiamato “a piastra”.<br />

Partiamo dagli ingressi: il nuovo ospedale di Vimercate, ad esempio, avrà quattro<br />

accessi differenziati per tipologia di utilizzo. Sul lato est, rivolto alla città e alle<br />

direttrici viabilistiche principali, sorgerà un ingresso per gli utenti e i visitatori e<br />

un altro, separato, riservato alle emergenze e alle urgenze. Sul lato nord, invece,<br />

quello dedicato ai mezzi logistici e ai vigili del fuoco e infine l’ultimo, riservato<br />

agli addetti alla manutenzione dei giardini. Dagli accessi all’organizzazione<br />

62


Ospedale Niguarda Ca’<br />

Granda di Milano – Interno<br />

dello spazio: all’interno degli edifici la posizione di ogni reparto è stata pensata<br />

esattamente in quel punto perché, ad esempio, l’accettazione deve essere contigua<br />

agli ambulatori, i pazienti che devono subire un intervento chirurgico lo devono<br />

essere alla sala operatoria e così via. Come a dire: alcune cose, se non stanno<br />

insieme non funzionano e, ancor di più, è arrivato il momento di superare il<br />

concetto di reparto tradizionale, perché le funzioni specifiche non sono più legate<br />

alla peculiarità delle singole discipline specialistiche, ma sono realizzabili in<br />

settori di facility, il più possibile comuni. Di fatto, i processi di diagnosi e cura<br />

del singolo malato ora seguiranno percorsi integrati che andranno a intersecare<br />

le diverse facility, perché sale operatorie, ambulatori e laboratori saranno il più<br />

possibile centralizzati e utilizzabili da molteplici professionalità.<br />

Le degenze, invece, verranno situate nella zona più esterna, per garantire<br />

l’affaccio delle finestre su un panorama gradevole. Pensiamo al nuovo ospedale<br />

Sant’Anna di Como che si estende sotto le pendici delle colline, a metà strada tra<br />

la località Tre Camini e i comuni di Como, San Fermo <strong>della</strong> Battaglia e Montano<br />

Lucino. Le necessità paesaggistiche e storiche hanno guidato il progetto nella<br />

costruzione di un sistema ospedaliero orizzontale, la cui articolazione prosegue<br />

lungo le curve naturali del terreno dando vita a una nuova interpretazione di<br />

ospedale giardino: le camere si aprono alla valle e il verde viene fatto penetrare<br />

perfino negli ambienti interni attraverso l’introduzione di corti. L’umanizzazione<br />

è anche questo: un’attenzione particolare al malato che dovrà poter vivere i giorni<br />

di ricovero in un luogo il più caldo e accogliente possibile. Si comincia dai colori<br />

delle pareti, fino alle decorazioni sul soffitto, perché nessun architetto può scordare<br />

che il malato spesso può beneficiare di un’unica visuale: quella che si gode da<br />

63


64 64


sdraiati, nel letto <strong>della</strong> propria stanza. Riguardo alle camere, la nuova tendenza<br />

degli ospedali lombardi supera le indicazioni normative: quasi tutte le stanze,<br />

infatti, sono state progettate con due letti inseriti in uno spazio ben più ampio dei<br />

diciotto metri quadri circa che impone la legge. Senza contare le eccezioni come<br />

i reparti di pediatria, in cui le misure si espandono ancora di più per lasciare<br />

spazio ai genitori dei piccoli pazienti. Si può parlare, quindi, di uno standard<br />

alberghiero in cui il malato che divide la stanza solo con un altro paziente può<br />

guardare la televisione, riporre i propri effetti dentro un armadio personale e<br />

fare la doccia nel bagno dentro la stanza. Situazione impossibile nelle vecchie<br />

camerate che ospitavano contemporaneamente anche otto malati. Inimmaginabile<br />

in quelle strutture, pensare di poter fare due passi nella main street dell’ospedale<br />

che non sarà certo un centro commerciale, ma offre la possibilità, ad esempio,<br />

ai parenti dei malati di mangiare in un ristorante, di comprare libri e giornali<br />

e di portare a lavare la biancheria. Non solo acquisti, i nuovi edifici sono stati<br />

pensati per garantire a tutti i credenti un luogo di preghiera, indipendentemente<br />

dalla religione. Al Sant’Anna di Como, ad esempio, ce ne saranno tre: una<br />

cappella cattolica, un luogo di preghiera e un locale per il rito delle esequie. Per<br />

approfondire la definizione di standard uniformi, Regione Lombardia ha perfino<br />

istituito un apposito team dedito alla determinazione degli spazi dedicati al culto<br />

negli edifici di nuova costruzione.<br />

A inizio capitolo dicevamo che le esigenze del paziente ora vengono poste al centro<br />

dell’attenzione del progetto, ma non solo quelle. Pensiamo ai medici e a tutti gli<br />

altri operatori sanitari che trascorrono gran parte <strong>della</strong> loro giornata dentro<br />

l’ospedale: per loro, nei nuovi ospedali lombardi verrà costruito un nido dove<br />

65<br />

A LATO:<br />

Ospedale Niguarda<br />

Blocco Nord, galleria


potranno portare i figli. Per loro e per tutte le persone che entreranno nelle nuove<br />

cliniche, sono stati pensati degli standard di sicurezza per contenere eventuali<br />

rischi di contaminazione. Come? Gli ospedali, oltre ad avere una componente<br />

impiantistica studiata per preservare l’edificio da tali rischi, sono collocati in aree<br />

immerse nel verde, al di fuori dei centri storici; l’accesso alla struttura avviene<br />

attraverso una serie di filtri successivi in progressione: dalla main street per<br />

l’accoglienza si arriva ai servizi specialistici ambulatoriali, passando poi ai luoghi<br />

di degenza, fino alle zone di attività subintensive, operatorie e intensive. Tutto è<br />

stato progettato in base al criterio di sanificazione. Facciamo due esempi ancora<br />

più concreti: il rischio di contaminazione da legionella è maggiore laddove vi siano<br />

forti condensazioni che non vengono smaltite in modo corretto, mentre il rischio<br />

di epatite si nasconde nella mancata possibilità di corretta sanificazione <strong>della</strong><br />

camere o dei luoghi di ristorazione. Per questo motivo, le stanze sono costruite<br />

tutte con aspirazione automatica, fornita di successivi filtri. Le tecnologie più<br />

avanzate permettono inoltre di risolvere i problemi legati alle malattie infettive<br />

all’interno del contesto ospedaliero, rendendo obsoleti i padiglioni per l’isolamento<br />

che, per loro stessa natura, non tengono conto del principio <strong>della</strong> centralità <strong>della</strong><br />

persona.<br />

Il Nuovo Ospedale Beato Giovanni XXIII di Bergamo sorgerà in località Trucca,<br />

quello di Legnano nella periferia ovest <strong>della</strong> città e così tutte le nuove strutture<br />

sono state volutamente progettate lontane dal centro storico. Il loro decentramento<br />

potrebbe far storcere il naso a qualche cittadino che teme di rimpiangere la<br />

vecchia clinica sotto casa. Alla base di questa scelta ci sono ragionamenti precisi:<br />

innanzitutto la necessità di spazio quindi, come dicevamo, quella di sicurezza,<br />

66


e inoltre la possibilità di garantire al malato l’affaccio su una porzione di<br />

verde, una più facile connessione con la rete stradale, la disponibilità di ampi<br />

parcheggi dedicati ai dipendenti, ai visitatori e ai pazienti ambulatoriali e, infine,<br />

l’assicurazione ricevuta dai diversi Comuni di fornire un servizio navetta da e per<br />

i punti nevralgici <strong>della</strong> città, con cadenza regolare, più volte ogni ora e per tutta<br />

la settimana.<br />

Sono 1.200 circa gli operai che ogni giorno lavorano nei cantieri degli ospedali<br />

lombardi. Per assicurare qualità dei lavori e rispetto dei tempi di consegna, Regione<br />

Lombardia ha deciso di adottare, ogni volta che è stato possibile, uno strumento<br />

operativo che prende il nome di project finance. Di fatto, si tratta di un metodo<br />

innovativo che punta a far risparmiare al pubblico notevoli risorse, consentendo<br />

di valorizzare il ruolo decisivo che anche il privato può svolgere nell’ambito<br />

sociosanitario. Il meccanismo ruota attorno a un sistema di compensazioni.<br />

L’investimento necessario alla realizzazione di una nuova struttura sanitaria<br />

viene garantito sia dalla Regione che dal costruttore dell’ospedale, che ne diviene<br />

in parte anche gestore. Al privato, infatti, viene affidata la direzione dei cosiddetti<br />

servizi no core come la gestione del calore, la manutenzione, la pulizia, la mensa,<br />

la vigilanza, ecc. Il costruttore verrà quindi incentivato al rispetto dei tempi di<br />

realizzazione, dal momento che avrà il pieno interesse a terminare l’opera quanto<br />

<strong>prima</strong> per iniziare a rientrare nei costi dell’investimento grazie alla gestione dei<br />

servizi e alla riscossione di un canone per l’utilizzo <strong>della</strong> struttura stessa. Oltre<br />

all’effetto incentivo per la ditta costruttrice, il project finance si sta rivelando<br />

molto utile perché consente anche di reperire risorse altrimenti non disponibili.<br />

Spetta a Infrastrutture Lombarde, per conto di Regione Lombardia selezionare,<br />

67


mediante procedura pubblica, il privato a cui affidare la costruzione, sorvegliando<br />

poi sulla qualità del metodo e dei lavori.<br />

Aspettando il taglio dei nove nastri, si possono osservare già i primi<br />

risultati: allo stato dei fatti, la Lombardia è la regione italiana con il più alto<br />

coinvolgimento di capitale nell’edilizia sanitaria, che arriva al 35 per cento<br />

del valore dell’intero mercato nazionale. I fatti in cifre: diciannove sono gli<br />

interventi di project finance, 1,3 miliardi il valore complessivo dell’operazione.<br />

Inoltre, grazie al project finance tutte le strutture in costruzione verranno<br />

ultimate entro il 2009, segnando un tempo medio di costruzione pari a tre anni<br />

circa, contro i 9,5 <strong>della</strong> media nazionale.<br />

Prendiamo il nuovo complesso ospedaliero di Vimercate: i lavori sono iniziati<br />

il 30 novembre 2006 e al termine del 2007 era già stata completato il 25 per<br />

cento dell’intero intervento. Valore dell’opera: 120 milioni di euro per un totale<br />

di 538 posti letto e nove sale operatorie che sorgeranno su 115.588 metri quadri<br />

che si estendono a sud rispetto al centro storico e la frazione di Oreno, un’area<br />

facilmente raggiungibile grazie ai collegamenti con l’uscita <strong>della</strong> tangenziale<br />

est e con la provinciale Vimercate-Monza. Il progetto originario è stato firmato<br />

dall’architetto Mario Botta e quello esecutivo è stato curato dall’architetto<br />

Alessandro Martini. Qualche numero per rendere la portata dei lavori: al momento<br />

dell’inaugurazione, prevista per la <strong>prima</strong>vera del 2009, saranno state impiegate<br />

370 persone, movimentati 542mila metri cubi di terra, gettati 70mila metri cubi<br />

di calcestruzzo e posati 150 chilometri di cavi. E ancora, per soddisfare il principio<br />

di umanizzazione e urbanità, verranno piantati oltre 700 alberi e 6.000 arbusti.<br />

Le degenze affacceranno su un ampio e folto bosco che avvolgerà completamente il<br />

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Il Nuovo Ospedale<br />

di Bergamo<br />

Chiosco Maffeo e sarà fruibile da tutti i pazienti. I 100mila metri quadri circa del<br />

nuovo complesso saranno suddivisi in tre blocchi. Il primo, su tre piani, destinato<br />

all’accoglienza; il secondo per i servizi di diagnosi e cura e l’ultimo, immerso nel<br />

verde, dedicato alle degenze. La particolarità di quest’ultimo settore consiste<br />

nella sua struttura: quattro raggi disposti a semi raggera, ciascuno destinato ad<br />

un settore in particolare, collegati ad un’estremità con la piastra <strong>della</strong> diagnosi.<br />

Un esempio di efficienza organizzativa pubblica e di innovazione architettonica<br />

che aprirà nuove strade percorribili per il rinnovamento dell’edilizia sanitaria in<br />

Italia, perché gli ospedali siano permeabili, ovvero aperti: non più un recinto per<br />

proteggere i sani dai malati, ma un pezzo di città in cui i luoghi <strong>della</strong> città stessa<br />

(la strada, la piazza, il parco) penetrino nel cuore dell’edificio.<br />

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