03.06.2013 Views

La Filosofia di S. Tommaso d'Aquino soggiacente al nostro ...

La Filosofia di S. Tommaso d'Aquino soggiacente al nostro ...

La Filosofia di S. Tommaso d'Aquino soggiacente al nostro ...

SHOW MORE
SHOW LESS

You also want an ePaper? Increase the reach of your titles

YUMPU automatically turns print PDFs into web optimized ePapers that Google loves.

Introduzione

La Filosofia di S. Tommaso d'Aquino

soggiacente al nostro linguaggio

d'ogni giorno

L. Jean Lauand

"Grazie", "Complimenti", "Perdono", "Caro", "Condoglianze" e tante

altre forme del linguaggio quotidiano - nelle diverse lingue - celano in sé

profondi insegnamenti per la conoscenza filosofica dell'uomo. Al di

dell'eventuale formalismo vuoto - verso dove l'uso giornaliero tende a

scagliarle - queste espressioni così apparentemente inoffensive, incidono

originariamente su importanti dimensioni della realtà umana.

Dalla discussione metodologico-tematica sul linguaggio e

dall'antropologia filosofica (guidati dal classico S. Tommaso d'Aquino),

queste formule di convivenza si mostrano come messaggi cifrati, alle

volte infinitamente sorprendenti e saggi... Come dice S. Isidoro di

Siviglia, senza l'etimologia non si conosce la realtà e con essa si può più

rapidamente raccapezzare la forza espressiva delle parole (1).

In verità le parole hanno un potenziale espressivo molto maggiore di

quanto noi - così automatico è l'uso che d'esse facciamo - possiamo

immaginare. Perciò l'attenzione del filosofo per i modi di dire, per i

contesti, le sottigliezze del linguaggio comune, nella sua stessa lingua od

in altre.

Alcuni punti metodologici

Quando la filosofia si rivolge al linguaggio comune, non compie un

procedimento periferico, ma qualcosa di molto speciale appartenente al

proprio nucleo della riflessione filosofica. L'analisi delle forme

quotidiane è importante anche dal punto di vista dell'educazione, se

veramente vogliamo che l'educazione trascenda l'ambito meramente

formalista e sia un processo d'autentica auto-realizzazione nel quale il

subietto s'appropria del contenuto e del significato antropologico che

soggiace alle forme.

Tale appropriazone, dicevamo, non è facile ne immediata. La nostra

propensione è piuttosto quella dell'ottundimento e dell'oblio del profondo


senso originario che si è concretizzato in questa od in quella

formulazione.

Perciocché sempre vige quella verità fondamentale messa in rilievo

tanto dall'antropologia occidentale come dall'orientale: l'uomo è

essenzialmente l'essere che oblia!(2).

E così il linguaggio, la favella vivente del popolo, risulta in molti casi

depositaria delle grandi esperienze dimentiche.

E se vogliamo riscattare il senso umano che esse celano, dobbiamo

rivolgerci criticamente a questo deposito...

Non deve poi stupire che in un autore classico come S. Tommaso

d'Aquino troviamo una filosofia intimamente compromessa col

linguaggio.

In questo senso è opportuno ricordare alcuni dei suoi principi

metodologici.

1) Le nostre parole spesso solo attingono frammentariamente - Tommaso

usa l'avverbio divisim - la realtà che è complessa, che supera di molto la

capacità intelletuale umana. D'altronde è di Tommaso l'acuta

osservazione che "nessun filosofo giammai è arrivato ad esaurire

l'essenza d'una mosca". Al contrario di Dio, che esprime tutto in un

unico Verbo, "noi dobbiamo esprimere frammentariamente le nostre

conoscenze con molte ed imperfette parole"(3).

2) Un altro fenomeno interessante, anch'esso legato alle limitatezze della

nostra conoscenza e del nostro linguaggio, è quello che potremmo

chiamare: l'effetto girasole. Questo è così spiegato da Tommaso:

"giacché i principi essenziali delle cose sono da noi sconosciuti, spesso

per significare l'essenziale (che non raggiungiamo) le nostre definizioni

incidono su un aspetto accidentale"(4). Così, per esempio, tutto l'essere

della pianta che chiamiamo girasole è designato da un fenomeno-gancio,

accidentale e periferico, nel caso, l'eliotropismo.

3) E così anche non sfugge al Aquinate il fatto che spesso è differente il

gancio, il cammino per il quale ogni lingua accede ad una determinata

realtà: lo stesso oggetto che mi protegge contro l'acqua (parapioggia,

paracqua, paraguas, parapluie, guarda-chuva) causa ombra (ombrello,

umbrella, sombrinha). Perciò dice Tommaso che "differenti lingue

esprimono la stessa realdi modo diverso"(5).

"Molte grazie"- i tre livelli di gratitudine.

Dicevamo che la limitatezza della conoscenza umana si riflette nel

linguaggio: non possiamo esprimere quello che le cose sono nella misura


in cui non sappiamo completamente cosa sono. Oltre a ciò, una parola

spesso da rilievo originariamente a solo uno fra molti aspetti che offre la

realtà designata.

E può ocorrere che col passar del tempo questa realtà cambi, evolva

sostanzialmente fino a perdere la connessione con l'etimo della parola

che rimane la stessa.

Questo non ci lascia sbalorditi perché nell'uso quotidiano le parole

vanno perdendo trasparenza: noi diciamo insalata di riso (in Brasile si

parla anche della dolce "insalata di frutta"! - che in italiano si dice

"macedonia di frutta" - perché coinvolge mescolanza) e non notiamo più

che insalata viene da sale.

Dello stesso modo il barbiere oggigiorno quasi non fa più barbe ma

taglia i capelli; come anche la tintoria indica un negozio che provvede

alla smacchiatura, lavatura e stiratura di abiti dove quasi non si tingono

più tessuti; come il cameriere indica più chi serve a tavola che chi è

addetto alla pulizia delle camere; od anche il villano che dal indicare

l'abitante della compagna, il contadino, indica oggidì la persona rozza,

priva di garbo e cortesia; il chauffeur non riscalda ma dirige la vettura; e

neanche per sogno ci verrebbe per la testa d'associare "capitale", somma

di denaro che frutta interesse con capo (dal lat. caput, capitis).

Se queste incompatibilità non ci causano stranezza, è perché il

linguaggio si è tornato opaco per noi.

E così diciamo collare, collaretto, collarino, torcicollo, capocollo, a

rompi-collo (precipitosamente), il rompicollo (persona sconsiderata),

scollare, scarpa scollata (che lascia scoperto il collo del piede), e non ci

accorgiamo che derivano da collo (perciò l'espressione "portare un

bambino in collo"(6) sembra incomprensibile di primo acchito).

Queste considerazioni sono preliminari importanti allo studio della

gratitudine e delle varie formulazioni che essa riceve nelle diverse

lingue.

Tommaso d'Aquino insegna che la gratitudine è una realtà umana

complessa (e perciò sussegue che la sua espressione verbale sia in ogni

lingua frammentaria: questo o quel aspettogancio è accentuato): "La

gratitudine si compone di diversi gradi. Il primo consiste nel riconoscere

(ut recognoscat) il beneficio ricevuto; il secondo consiste in lodare e

render grazie (ut gratias agat); il terzo consiste in retribuire d'accordo

con le possibilità e secondo le circostanze più opportune di tempo e

luogo" (II-II, 107, 2, c).


Questo insegnamento, apparentemente così semplice, può essere

rincontrato nei diversi modi con cui le diverse lingue si valgono per

ringraziare: ognuna accentuando un aspetto della multiforme realtà della

gratitudine.

Alcune lingue esprimono la gratitudine prendendola nel primo livello:

esprimendo più nitidamente la riconoscenza di chi ha ricevuto la grazia.

Per di più riconoscenza (come reconnaissance in francese) è proprio un

sinonimo di gratitudine.

In questo senso è estremamente interessante verificare l'etimologia:

nella saggezza della lingua inglese to thank (ringraziare) e to think

(pensare) sono nella sua origine, e non per caso, la stessa parola.

Al definire l'etimologia di thank l'Oxford English Dictionary è chiaro:

"The primary sense was therefore thought"(7). E nello stesso modo in

tedesco danken (ringraziare) è originariamente denken (pensare).

Tutto questo è insomma molto comprensibile, poi come tutti sanno,

solo si sente veramente grato chi pensa nel favore che ha ricevuto come

tale.

Solo è grato chi pensa, pondera, considera la liberalità del

benefattore. Quando questo non ocorre, viene il giustissimo rammarico:

"Che mancanza di considerazione!"(8).

Perciò S. Tommaso - facendo notare che il massimo negativo è la

negazione del grado infimo positivo (l'ultima a destra di chi sale è la

prima a sinistra di chi scende...) - afferma che la mancanza di

riconoscenza, l'ignorare, è la suprema ingratitudine(9): "il malato che

non si rende conto del morbo, non si vuol curare"(10).

L'espressione araba di ringraziamento, shukran, shukran jazylan, si

trova direttamente nel secondo livello: quello di lode del benefattore e

del beneficio ricevuto.

Già la formulazione latina per gratitudine, gratias ago, che si è

proiettata nel italiano grazie, nel castigliano (gracias) e nel francese

(merci, mercè)(11) è relativamente complessa. S. Tommaso dice (I-II,

110, 1) che il suo nucleo, grazia, comporta tre dimensioni:

1) ottenere grazia, entrare nelle grazie, nei favori, nell'amore di qualcuno

che dunque ci fa qualque beneficio;

2) grazia indica anche un dono, qualcosa di non dovuto, gratuitamente

dato, senza merito da parte del beneficiario;

3) la retribuzione, "fare grazie" (render grazie) da parte del beneficiario.


Nel trattato De Malo (9,1) si aggiunge un quarto significato di gratias

agere: quello di lode; chi considera che il bene ricevuto procede da un

altro e che deve essere lodato.

Nel ampio quadro che abbiamo mostrato in vista - quello delle

espressioni di gratitudine in inglese, tedesco, francese, castigliano,

italiano, latino ed arabo - rissalta il carattere profondissimo della forma

portoghese: "obrigado".

La formulazione portoghese, così incantevole e singolare, è l'unica a

trovarsi chiaramente nel più profondo livello di gratitudine di cui parla S.

Tommaso, il terzo (che naturalmente racchiude in sé i due anteriori):

quello del vincolo (ob-ligatus), del obbligo, del dovere di retribuire.

Possiamo adesso analizzare la ricchezza che racchiude in sé anche la

forma giapponese per ringraziamento: Arigatô.

Questa rimette ai seguenti significati primitivi: "l'esistenza è

difficile", "è difficile vivere", "rarità", "eccellenza (eccellenza della

rarità)". I due ultimi sensi sopra riferiti sono comprensibili: in un mondo

in cui la tendenza generale è quella d'ognuno pensare a sé e, se tanto, i

rapporti umani si regolano per la stretta e fredda giustizia, "l'eccellenza"

e la "rarità" si fanno notare come caratteristiche del favore.

Ma "difficoltà d'esistere" e "difficoltà di vivere", a prima vista niente

hanno a che vedere col ringraziamento. Tuttavia S. Tommaso insegna

che la gratitudine deve - per lo meno nell'intenzione - superare il favore

ricevuto. E che ci sono debiti per natura insaldabili: d'un uomo in

relazione ad un altro suo benefattore, e sopratutto in relazione a Dio:

"Che cosa renderò al Signore - dice il Sal 115 - per quanto mi ha dato?".

In queste situazioni di debito impagabile - così frequenti alla

sensibilità di chi è giusto - l'uomo riconoscente si sente in imbarazzo e fa

tutto quello che è alla sua portata (quidquid potest), tendendo a spandersi

in un excessum che si sa insufficiente(12) (cfr. III, 85, 3 ad 2).

Arigatô si riferisce così al terzo grado di gratitudine, significando la

coscienza di quanto difficile diviene l'esistenza (dal momento in che si è

ricevuto tale favore immeritato, e perciò si è rimasti nel dovere di

retribuire, sempre impossibile di compiere...).

Sinonimi?

San Tommaso è molto stretto nell'uso della parola "sinonimo": per lui

sono sinonime soltanto parole di significato assolutamente equivalente,

cioè, che non solo indicano la stessa realtà (res) ma anche lo stesso


aspetto, la stessa ratio. Dice per esempio nella Contra Gentiles:

"Nonostante queste parole significhino la stessa realtà non sono

sinonime perché non la focalizzanno sotto lo stesso aspetto"(13).

Così, per Tommaso, due (o più parole sono sinonime) se (e solo se...)

in qualsiasi contesto possono essere commutate senza alterazione reale di

senso: l'esempio che ci da, nel Commentario alle Sentenze, è tunica,

vestis e indumentum. Qualsiasi cosa che si affermi (o neghi) di tunica

sarà affermato (o negato) anche di vestis(14). Sarebbe come cambiare

"sei" per "mezza dozzina"...

Noi oggi con meno precisione ammettiamo come sinonime

giustamente parole che - sebbene con titoli differenti o enfasi - si

riferiscono alla stessa realtà. Così di "sinonimo" ci dice il dizionario

brasiliano Aurélio: "parola che ha quasi (sic) la stessa significazione di

un altra". Già il Larousse è più esplicito: "mots qui se présentent dans la

langue avec des sens très proches et qui se différencient entre eux par

une nuance (trait particulier)".

Già l'Oxford distingue e registra due sensi, quello stretto e quello lato:

"Synonym - 1. Strictly, a word having the same sense as another (in the

same language); but more usually, either or any of two or more words (in

the same language) having the same general sense, but possessing each

of them meanings which are not shared by the other or others, or having

different shades of meaning or implications appropriate to different

contexts: e.g. serpent, snake; ship, vessel etc."

Per Tommaso, al contrario, come dicevamo, due parole possono

riferirsi alla stessa ed unica realtà e nonostante non essere sinonime:

perché differenti sono le sue rationes. È il caso per esempio dei diversi

nomi con i quali designamo a Dio od ai suoi attributi (Creatore,

Onnipotente, la Bontà, la Giustizia ecc.): tutti incidono sulla stessa

realtà, ma non sono sinonimi(15).

Sia come sia, dal punto di vista metodologico sono di speciale

interesse per il filosofo due punti:

1) la ricerca di contesti del linguaggio comune in cui una parola non può

- senza alterazione del senso - essere sostituita da nessun "sinonimo":

questo è un fecondo procedimento per scoprire la realtà antropologica

significata dal vocabolo.

2) Il secondo punto a distaccare è il fatto che ogni "sinonimo" ha la sua

ratio, si riferisce a un determinato aspetto differente della stessa ed unica

realtà: così come quando parliamo di "casa", focolare", "domicilio",


"residenza", "abitazione", "dimora" o "reggia". In sé la realtà a cui si

riferiscono queste parole è la stessa ed unica edificazione - nella via tale,

numero tale -, però nessuno dice "domicilio, dolce domicilio", neanche

la prefettura riscuote le tasse sul focolare ecc.(16).

Questa molteplicità di forme del linguaggio per la stessa res ha

importanza nell'analisi che Tommaso fa del amore.

"Mio caro"

La ricchezza (e la precisione) del vocabolario vivo riguardante un

determinato soggetto in una lingua denota l'interesse vitale dei parlanti

per quel tema. In questo senso si noti per esempio (in Brasile o in Italia)

l'incredibile dettagliare del lessico riguardante il calcio: calcio atletico,

calcio bailado, calcio totale, calcio parlato, calcio giocato.

Nello stesso modo S. Tommaso presenta distinzioni fra i diversi

"sinonimi" d'amore in latino, interessanti dal punto di vista

dell'antropologia filosofica. Così al affermare (in I Sent. d 10, q 1, a 5)

che lo Spirito Santo è amor o caritas o dilectio del Padre e del Figlio,

precisa che amor indica la semplice inclinazione dell'affetto per l'amato,

mentre dilectio ("come la propria etimologia indica") presuppone la

scelta e quindi è razionale. Già caritas, obietto di particolare studio in

questo topico, accentua la veemenza dell'amore (dilectio) mentre si tiene

l'amato per un prezzo inestimabile ("inquantum dilectum sub

inaestimabili pretio habetur"), nello stesso senso che si dice che le cose

(il costo della vita, le compre) sono care ("secundum quod res multi

pretii carae dicuntur").

Qui c'è un fatto sorprendente e molto suggestivo. Non è per caso che

anche in altre lingue si usa la stessa ed unica parola per dire: "mio caro

amico" e "i fagioli sono cari" ("my dear friend", "beans are too dear";

"mon cher ami" e "haricots sont trop cher"; "meu caro amigo" e "o feijão

está caro"; "mein teurer Freund" e "Bohnen sind teuer").

Per il realismo medievale, non c'è nessun stupore per la parola

"carità", scelta per designare l'amore di Dio (e l'amore del prossimo per

Dio), essere la parola precristiana legata al danaro, ai prezzi: carità,

l'amore per l'amato, insiste Tommaso, indica quello (una cosa, un

oggetto) che consideriamo d'inestimabile prezzo, come carissimo:


"Caritas dicitur, eo quod sub inaestimabili pretio, quasi carissimam

rem, ponat amatum caritas" (In III Sent. d.27, q.2, a.1, ag7).

Così, quando diciamo "mio caro amico" o "carissimo tizio" ci

serviamo di metafore di prezzo (perciò anche: apprezzare, pregiato,

disprezzo, spregevole, spregio, pregiare), di stima, di stimare...

Guarda caso, in questa medesima linea si situa la formula di cortesia

araba dinanzi un amico che dice che va a chiedere qualcosa: "Anta gally

wa talibuka rakhiz" ("tu sei caro e la tua richiesta è a buon mercato").

E quando noi ci ricordiamo che Cristo compara il Regno dei Cieli ad

un tesoro che un uomo ha trovato in un campo o ad un mercatore che

cerca pietre preziose e che l'ottenimento di questo bene richiede la

vendita di tutto il resto, non ci sorprenderà che "carità"sia la parola per

designare il bene apprezzato.

"Complimenti"

Ci rivolgiamo adesso ad un'altra situazione del quotidiano, quella

delle felicitazioni, cercando di riscattare il senso originale dei voti di

congratulazione.

Seguendo il procedimento medievale, resteremo attenti all'etimologia.

Quando trascendiamo l 'ambito delle formalità e della consuetudine, i

voti di felicitazioni: "Auguri!" (e i suoi confratelli in altre lingue: lo

spagnolo Enhorabuena!, l 'inglese Congratulations!, il portoghese

Parabéns!, ecc.), vediamo che portano con sé differenti e complementari

indicazioni sul mistero dell'essere e del cuore umano.

Cosa significano esattamente queste formulazioni? Cosa veramente

vogliamo dire quando diciamo "auguri" o "congratulations" ecc.? Tutte

queste espressioni portano con sé un profondo significato, per così dire,

"invisibile ad occhio nudo".

Cominciamo per la formula castigliana: Enhorabuena!, letteralmente

"in buona ora". Enhorabuena indica che un determinato cammino (gli

anni di studio che sboccano in una laurea, l'arduo lavoro per stabilire

un'impresa che si inaugura ecc.) arriva in quest'ora in cui si danno le

felicitazioni al suo termine: questa è veritieramente l'ora buona,

enhorabuena!


Precisamente il fatto d'essere l'ora della conclusione è quello che la fa

una buona ora. La saggezza degli antichi ci parla "dell'ora d'ognuno",

delle ore buone e cattive. Ma la buona ora, l'ora migliore, è quella della

conclusione, della consumazione dell'opera, quella del buon termine del

cammino, l'ora della fine, che è migliore che quella del cominciamento:

"Melior est finis quam principium" (Ecl. 7, 8), dice la propria Sapienza

divina.

Già la formulazione inglese, anche presente in tedesco e in altre

lingue, congratulations, esprime l'allegria per il bene dell'altro con il

quale ci congratuliamo, cioè ci co-allegriamo. Questa communione

d'allegrezza è suggerita anche per la forma deponente dei verbi latini

gratulor e con-gratulor. La forma deponente indica che l'azione descrita

nel verbo non è attiva ne passiva: ma un'azione che, esercitata dal

soggetto, ripercuote in sé stesso. Vuol dire, nel caso, che l'allegria che

esterniamo al felicitare tale persone è anche, a titolo proprio, molto

nostra.

L'arabo mabruk ricorda il carattere di benedizione con che felicitiamo

altrui.

Con l'incantevole forma portoghese "Parabéns" si esprime

precisamente questo: che il bene conquistato, che la meta raggiunta sia

adoperata per il bene: "parabéns". Poiché qualsiasi bene ottenuto (il dono

della vita, soldi o la conquista di un diploma) può, come tutti sanno,

essere adoperato sia per il bene che per il male.

L'italiano "auguri, auguri tanti!" annuncia (o cagiona) che questo bene

celebrato è solo preannuncio, prefigurazione, augurio di altri ancora

maggiori che stanno per venire.

"Le mie condoglianze"

"Adossavo una tristezza..." dice l'antica samba di Paulinho da Viola:

la tristezza è - evidentemente - un peso, gravità, la famosa gravezza...! E

per caricare il peso del dolore, della tristezza, niente di meglio - insegna

Tommaso - che l'aiuto degli amici: "perché la tristezza è come una carica

pesante che si torna più leggera per caricare quando condivisa da molti:

perciò la presenza degli amici è così apprezzata nei momenti di

dolore"(17). Così si comprende immediatamente che l'espressione di

condoglianze ("dolersi con") sia in portoghese (e in altre lingue)


"pêsames", che letteralmente vuol dire "mi pesa" ("io t'aiuto a caricare il

peso della tua tristezza").

"Perdonami"

"Perdonare" è una forma tardiva che non si trova in S. Tommaso. La

parola corrispondente ed usuale da lui usata è parcere. Tuttavia troviamo

in S. Tommaso le ragioni filosofiche che giustificano la grandiosa

etimologia delle forme moderne: "perdonare", "perdono", "pardon",

"pardonner", "perdão" ecc.

Il prefisso per accumula i sensi di "per" (attraverso di") e di pienezza,

grado massimo: come in perdurare (durare completamente); perlucido

(completamente luminoso); perfrigerare (rinfrescare intensamente);

perorare (orare, parlare intensamente); permanganato (sale dell'acido in

cui il manganese esplica la sua massima valenza di sette) ecc.

E così il perdono appare come il superlativo di donazione. Lo stesso

occorre con le forme inglesi e tedesche: for-give, vor-geben.

Come l'Aquinate pensa il tema del perdono e come lo rapporta al

massimo di donazione? Ci sono influenze bibliche e liturgiche. Nella

liturgia Tommaso s'impressiona con l'orazione spesso da lui citata, della

messa della X domenica dopo la Pentecoste (e ancora oggi preservata

nella XXVI domenica del tempo comune), che dice: "Deus qui

omnipotentiam tuam parcendo maxime manifestas" ("Dio che manifesti

la tua onnipotenza massimamente perdonando...").

E afferma che il perdono di Dio è un potere superiore a quello di

creare i cieli e la terra (II-II, 113, 9, sc).

D'altra parte lui vede nella traduzione latina della Lettera agli Efesini:

"siate anche scambievolmente benevoli, misericordiosi, 'donandovi' tra

voi come anche Dio ha 'donato' a voi per Cristo" (Ef 4,32)(18). Ed in II

Cor 2:10 "A chi voi 'donate' 'dono' anch'io, perché quello che io ho

'donato' ecc."(19). Tommaso non ne ha dubbi: il donare per eccellenza

non è donare soldi o tempo o qualcosa d'altro, ma si perdonare(20).

E conclude, con la sua abituale sobrietà, com suggestivi id est:

"Donate, id est parcite" (Super II ad Cor. cp 12, lc 4) e "Donantes, id est

parcentes" (Super ad Coloss. cp 3 lc 3).


------------------------------------------------------------------------

1. "Nisi enim nomen scieris, cognitio rerum perit" (Et. I, 7,1) e "Nam dum videris unde

ortum est nomen, citius vim eis intellegis" (Et. I, 29,2).

2. Si veda a questo proposito in Lauand, Medievália , S Paulo, Hottopos, 1997, il capitolo

"Educação e Memória".

3. "Quia enim nos non possumus omnes nostras conceptiones uno verbo expri-mere, ideo

oportet quod plura verba imperfecta formemus, per quae divisim exprimamus omnia, quae in

scientia nostra sunt"(Super Ev. Io. cp 1, lc1).

4. "Et quia essentialia principia sunt nobis ignota, frequenter ponimus in definitionibus

aliquid accidentale, ad significandum aliquid essentiale" (In I Sent. ds 25, q 1, a 1, r 8).

5. "Diversae linguae habent diversum modum loquendi" (I, 39, 3 ad 2).

6. L'espressione "portare un bambino "di collo o in collo" (ein Kind auf dem Ar-me tragen),

oggidì non è tanto usata in italiano quanto in portoghese. Così l'es-pressione portoghese "ao

colo" si traduce per "in braccio"; ma è importante no-tare che essa era usata anche in italiano.

Così nel dizionario di P. Petrocchi: No-vo Dizionario Universale della Lingua Italiana,

Milano, Trèves Editori, 1924, v. I, p. 506, cè l'espressione: "Tiento un momento in collo

questo bambino. Non portate troppo in collo i bambini".

7. Citerò questo dizionario in hipertesto in Cd-ROM Oxford English Dictionary 2nd. ed. on

CD-ROM, 1994.

8. Già Seneca - citato da Tommaso, II-II, 106, 3 ad 4 - parla che non si può avere gratitudine

tranne per quello che oltrepassa lo strettamente dovuto, "ultra debitum". Ministerium tuum

est ("Tu non fai più che il tuo obbligo") ed altre formulazioni dello stesso contenuto sono,

come si vede, già molto antiche.

9. "Est gravissimum inter species ingratitudinis, cum scilicet homo beneficium non

recognoscit" (In II Sent. d.22 q.2 a.2 r.1).

10. "Quia dum morbum non cognoscit, medicinam non quaerit", ibidem.

11. Merci deriva da merces (salario), che a preso nel latino popolare il senso di prezzo dal

quale deriva il senso di "favore" e quello di "grazia".

12. Da questa insufficienza di chi sa di non disporre di moneta forte, nasce il ricorso a Dio,

consolidato nell'espressione "Dio gliene renda merito" o "Dio ti paghi", che naturalmente

lascia sottinteso che un povero uomo (un povero diavolo) come me non possa farlo.

13. "Quamvis nomina dicta eandem rem significent, non tamen sunt synonyma: quia non

significant rationem eandem" (CG I, 35, 1).

14. "Sicut patet etiam in synonimis; tunica enim et vestis eamdem rem signi-ficant, tamen

nomina sunt diversa; et similiter indumentum. Unde affirmationes et negationes quae

pertinent ad rem, non possunt verificari, ut dicatur: tunica est alba, indumentum non est

album" (In I Sent. d. 34, q.1, a.1, r.2)

15."Ostenditur etiam ex dictis quod, quamvis nomina de Deo dicta eandem rem significent,

non tamen sunt synonyma: quia non significant rationem eandem" CG I, 35, 1. Ou "Cum non

secundum eandem rationem attribuantur, constat ea non esse synonyma, quamvis rem


omnino unam significent: non enim est eadem nominis significatio, cum nomen per prius

conceptionem intellectus quam rem intellectam significet" CG I, 35, 2.

16. Anche se naturalmente ci sono casi in che è legitima la sostituzione d'una di queste

parole per un'altra o indifferentemente l'uso di questa o quella: infine sono "sinonime".!

17."Quod tristitia est sicut onus grave quod quanto plures transsumunt fit levius ad

portandum et sic presentia amici delectabilis" (Tabula libri Ethicorum, cpt).

18. "Estote autem invicem benigni misericordes donantes invicem sicut et Deus in Christo

donavit nobis".

19. "Cui autem aliquid donatis et ego nam et ego quod donavi si quid donavi propter vos in

persona Christi".

20."Donare qui è usato nel senso di perdonare" Super II ad Cor. cp 12, lc 4.

Questo testo è stato scaricato da: http://jacopo.agnesina.it

Su suggerimento di Claudio Mancino

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!