“Un viaggio verso il Sud”

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“Un viaggio verso il Sud”

LETTERATURA 34

Appunti del 1830

“Un viaggio verso il Sud”

DI AUGUST VON GOETHE

a cura di Paolo Vicentin


35 LETTERATURA

“Auf einer Reise nach Süden”

(Un viaggio verso il Sud),

è il volume di oltre trecento pagine,

di recente pubblicato

dall’editore tedesco Carl Hanser.

Si tratta delle lettere che il figlio

del grande Johann Wolfgang von Goethe,

August, ha inviato al padre

durante il viaggio in Italia

avvenuto nel 1830.


LETTERATURA 36

Ippolito Caffi (1809-1866),

Veduta del golfo di

Genova.

A fronte

Genova. Porta dei Vacca,

il teatro Carlo Felice

e la zona antistante il porto.

Alle pagine precedenti

Luigi Garibbo (1782-1869),

Veduta di Genova

da Ponente.

A

nche se in forma di lettere,

ci troviamo di

fronte ad una vivace,

attenta descrizione di quanto,

l’allora quarantenne August, ha

notato di bello, originale e inconsueto.

Stranamente negli ultimi due

anni di vita, l’autore del “Faust”

il figlio August moriva a Roma,

proprio durante quel viaggio

– non fece nulla per rendere

pubbliche quelle memorie. Inoltre

gli esecutori delle sue ultime

volontà e, come ha evidenziato

l’editore tedesco, “le generazioni

di studiosi che seguirono,

non ritennero che tutto il materiale,

gelosamente custodito,

fosse degno della fatica di decifrarlo”.

Si sa, l’ “Italienreise” (Viaggio in

Italia 1786-87) di Johann Wolf-

gang von Goethe è diventato il

classico per eccellenza nella

letteratura turistico-culturale internazionale,

anche perché l’autore

fu arrestato, appena messo

piede in Italia, dalle guardie della

Serenissima, a Malcesine,

sul lago di Garda, il 14 settembre

1786, sospettato di essere

una spia.

Le lettere-diario di August von

Goethe non furono considerate

di grande interesse, pur testimoniando

invece , con acume e

charme, la gioia di vivere, e di

osservare, di un giovane intellettuale

del XIX secolo. Le sue

osservazioni sull’Italia e sugli

italiani del tempo si leggono infatti

con crescente interesse e

curiosità e sono venate, spesso,

di umorismo intelligente.

Il giovane August nel suo viag-

gio era accompagnato da

Johann Peter Eckermann, scrittore,

segretario particolare del

padre, autore del libro “Gespraeche

mit Goethe” (Colloqui

con Goethe).

Le lettere iniziano quasi tutte

con le parole Lieber Vater (caro

papà) al quale dà del “lei”, e si

concludono con la dichiarazione:

“vostro fedele, riconoscente

figlio” (Ihr treu dankbarer Sohn).

August von Goethe morirà nel

1830 a Roma, durante il viaggio,

e sarà sepolto nel cimitero

degli stranieri della città eterna.

Sulla pietra tombale, senza nominarlo,

il genitore farà soltanto

incidere: “Il figlio di Goethe,

precedendo il padre, morì a

quarant’anni”.

Paolo Vicentin


37 LETTERATURA

Mercoledì 7 luglio.

Partimmo alle 4.30 del mattino da

Novi: terra fertile, ben coltivata ai

piedi degli Appennini. In breve

raggiungemmo gole con grandiose

rocce di calcare, percorse da

profondi torrenti boschivi. Per il

mezzogiorno ci fermammo in un

paese e alle due partimmo di nuovo.

Si scendeva dai monti e questi

diventavano sempre più bassi, per

trasformarsi poi in colline, coperte

con ville bellissime alcune un po’

stranamente colorate. Piegammo

in una curva e dinanzi ai nostri occhi

si presentò il mar mediterraneo.

Ci apparve la lanterna di Genova

e dopo pochi minuti godemmo

della veduta della città in tutta

la sua magnificenza. Fino ad allora

non avevamo un’idea esatta

dell’Italia. Qui, però, dove si trovano

enormi aloe sui muri, siepi di

oleandri in piena fioritura, piante di

aranci, cactus – tutto all’aria aperta

– si è presi da un meraviglioso

stato d’animo e osservando la

città, a forma di terrazze, e il mare,

uno rimane sbalordito.

Ci siamo recati all’hotel “de Quatre

Nationi” (sic) dove ci troviamo molto

bene. Io ho fatto una passeggiata

attorno al porto: la strada si dipana

sopra un muraglione che circonda

l’intero porto e da dove, in

un tutt’uno, si abbraccia con l’occhio

il porto, la città e il mare.

Abbiamo mangiato alle otto. Dopo

sono andato a teatro dove si rappresentava

una commedia. Ho assistito

solo ad un atto, poi, verso

le undici, sono ritornato a casa.

Eckermann non era venuto. Il teatro

è molto bello: non ne ho trovato

uno più elegante né a Venezia

né a Milano. A teatro mi ero fatto

portare, ma a casa sono rientrato

da solo ed ero felice, nonostante

per mezz’ora son dovuto passare

per strade pazzamente strette, per

vicoli e angoli. Dalla nostra stanza

si gode una vista stupenda. Dinanzi

a noi magnifici giardini pensili,

adorni di tutto ciò che l’occhio

può desiderare; poi la strada sul

muraglione e il mare con infinite

navi. Dal mio letto posso vedere

anche la lanterna. Per la stanza

paghiamo sei franchi al giorno,

per il pranzo – vino incluso – tre

franchi. In grandi locande non abbiamo

mai speso troppo.

Genova, giovedì, 8 luglio.

Dopo una notte un po’ inquieta,

per l’enorme calore, mi sono alzato

molto presto (alle quattro), ho

scritto sul diario e ho pagato il vetturino.

Sono rimasto a casa, nella

mattinata, perché il calore mi aveva

molto spossato, e mi sono goduta

la magnifica vista sul porto e

i monti, con bellissimi palazzi…

Dopo pranzo, con Eckermann e

Mauch ho passeggiato in città, osservando

l’affaccendarsi e la vita

dei genovesi: tutto diverso che altrove.

Case di otto piani, vicoli

molto stretti. Poi si arriva al mare.

Con il vento forte, le onde erano

tanto alte che spruzzavano la mia

finestra: uno spettacolo che non ci

si stanca di osservare, per ore.

Venerdì 9 luglio.

Mi sono prefisso di farmi un’idea di

una città, quando mi sposto da solo:

così ho congedato i servitori...

È una sensazione meravigliosa

inoltrarsi , da straniero, tra l’affaccendarsi

di gente straniera, quando

non si conosce né la lingua né i

costumi: “tuttavia un buon cavaliere

e una robusta pioggia si fanno

strada dappertutto”. Così mi sono

messo in moto all’albeggiare, giungendo

al duomo: è un edificio strano,

perché sembra la giacca di un

buffone, in quanto ha una pietra in

marmo nero, un’altra in marmo

bianco. Uno stile che non mi ha

permesso di stabilire l’epoca nella

quale è stato innalzato. Purtroppo,

era chiuso e me ne sono andato.

Ora cerco il “Ponte Carignano”: è

certo un ponte ma non su un fiume,

in quanto unisce due strade e

sotto ci sono case con otto piani

che sembrano tumuli fatti da talpe

e le persone insetti. Sullo sfondo, il


LETTERATURA 38

mare: il suo colore azzurro intenso

incatena l’occhio e solo di tanto in

tanto si osservano le piccole vele

all’orizzonte.

Per caso ho notato un vecchio

edificio, nero di fuliggine, con un

via vai di soldati. Era il Palazzo

Ducale: all’interno, un cortile meraviglioso.

Tutto in marmo bianco.

La cosa principale è la grande sala.

Il resto assomiglia a molti castelli.

In questo labirinto mi venne

voglia di andare in un’osteria.

Cercai, di nuovo, il mercato del

pesce e lo trovai: vi era pure una

buona bettola dove tranquillamente

si assiepavano marinai e lazzaroni.

(“lazzaroni”: lavoratori stagionali,

mendicanti. N.d.R.)

Sono stato servito bene: 50 ostriche,

buon vino, ottimo pesce, posate

d’argento massiccio. Non lo

dimenticherò questo locale. Il tutto

è costato 8 groschen.

Ho visto, pure, il Teatro Nuovo e

mi è piaciuta la nobile architettura.

La prima volta l’avevo visitato

di sera e mi aveva molto impressionato

l’interno. Oggi mi trovo

davanti ad un colosso di marmo

del miglior stile.

Sono andato di nuovo verso il

mare e ho notato, in lontananza,

navi che stavano avvicinandosi al

porto. La cosa mi interessava e

mi diressi verso il molo. Una massa

di gente era colà diretta e pensai

fosse accaduto qualche cosa

di straordinario. Giunto, madido di

sudore, dissero che stavano arrivando

due navi da guerra americane.

Passata una mezz’ora, ecco

una splendida corvetta e, poco

dopo, una fregata con 60 cannoni,

a vele spiegate: che spettacolo!

Entrarono nel porto con calma

e dignità, ammainarono le vele e

gettarono l’ancora. La grande calma

di questi colossi dell’acqua mi

esortarono a fare ritorno e a gettare

l’ancora… nella mia casa.

Eravamo a tavola allorché la fregata

cominciò a salutare con 21 colpi

di cannone e si rispose dall’arsenale.

Ho potuto osservare tutto:

dapprima il lampo, poi il fumo e infine

il botto che si ripeté in molti

echi che non potei contare. La corvetta

e la fregata sono ancorate

davanti a me, così vicino che con il

suo Dollon (cannocchiale dioptico

del padre. N.d.R.) posso vedere

ogni movimento dei marinai: che

attività, dappertutto. Dopo aver

mangiato, io, Eckermann e il professor

Mauch siamo andati a fare

quattro passi verso il porto per osservare

un po’ le molte navi mercantili,

almeno 200. Verso le otto

arrivammo a casa e dopo un paio

di bicchieri di vino, in fretta a letto.

Sabato 10 luglio.

Mi alzai presto e mi divertii

nell’osservare l’affaccendarsi della

gente al porto… L’amico Sterling

venne a trovarmi e si offrì come

guida a Genova. Uscimmo

presto per vedere i migliori palazzi.

Non si può descrivere la magnificenza:

ora anzi è necessario

non fermarsi sul singolo edificio,

per esprimersi soltanto in generale.

Posso solo dire che era troppo

per una mattinata, con tanta bellezza

e con quella calura implacabile.

Dopo pranzo siamo andati a

visitare la fregata americana. Che

vita! Solo qui ho potuto farmi

un’idea di ordine, di subordinazione.

Il capitano fu molto gentile e

cordiale e ci fece accompagnare

da un ufficiale per vedere tutto.

Era diventato tardi e ci affrettammo

verso casa, per dormire, senza

sogni, fino a domenica undici

luglio. Sterling ci aveva promesso

di accompagnarci a vedere i più

importanti giardini e ville. C’era un

caldo micidiale, ma ce la facemmo.

E qui che si deve imparare a

conoscere Genova, per persuadersi

che le si addice il nome “la

Superba…”.

Martedì 13 luglio.

Per la prima volta ho fatto il bagno

in mare: tutto è ben ordinato.

Una gondola (non nera) porta al

largo: si abbassa una scala e si


39 LETTERATURA

scende sicuri e comodi, cercando

il gradino sul quale si vuole rimanere.

Io sono sceso fino all’ultimo,

mi sono tenuto e mi sono abbandonato

alle onde, osservando navi,

bagnanti e pescatori.

Avevo con me una bottiglia di vino

e un limone. Da una barca di

pescatori ho preso 50 ostriche

fresche e le ho mangiate con la

camicia al vento. Ero allegro e mi

sono fatto raccontare sulle seppie

appena pescate, su altri molluschi,

nonché sui più vari pesci.

Qui sono tutti quasi nudi e quindi

non ho avuto soggezione a presentarmi

così anch’io. Sono stato

molto ore in mare, poi ho mangiato

e sono andato a dormire.

Domenica 18 luglio.

Non riuscivo a dormire e mi sono

alzato alle tre. Normalmente a

quest’ora si nota molto movimento

al porto. Oggi era tutto calmo: è

Domenica! Ben presto, da tutte le

navi, si presentarono uomini nudi

e fecero il bagno. C’era davvero

un vivace affaccendarsi, in questi

uomini: mi sembravano selvaggi

dall’ultimo Moikan. Bambini che

remavano in barche come gusci di

noce, saltavano in acqua facendovi

dentro capriole; uomini di tutte

le età nuotavano ed eleganti signore

passeggiavano sul terrapieno.

Bisogna cercare di tenere la

testa a posto: tutto è, qui, così naturale

che si è tentati di spogliarsi.

La giornata è trascorsa parte in

strada e parte in camera…

Mercoledì 21 luglio.

Dopo pranzo mi ero prefisso di visitare

tutti i dintorni di Genova,

comprese le fortificazioni, dopo

aver avuto il permesso dal governatore.

È un giro di 5 ore. Mi sono

preso una guida. Entrambi ci servimmo

di muli: stranamente mi

venne voglia di andare ancora a

dorso di mulo… Tutto filò liscio:

che bello vedere Genova anche

dalla terra ferma. Se prima mi ha

impressionato osservare questa

città-palazzo, a forma di terrazze,

A fronte

Il ponte di Carignano,

Palazzo Ducale

e tipici costumi genovesi

disegnati da Peter van Loon.

In questa pagina, in alto

Peter van Loon (seconda

metà del XIX secolo), Strada

della madre d'Iddio

e ponte di Carignano.

In questa pagina,

in basso

Veduta ottocentesca

di Genova dal mare.


LETTERATURA 40

Il porto di Genova

e la passeggiata

del terrazzo "nuovo".

dal mare, di qui la si ammira in

modo diverso. Il mare si presenta

ondeggiante, lontano, e si crede

appena alla possibilità di tale vista.

Al forte principale venni fermato.

Ho esibito il mio documento,

venni fatto entrare, salutato

amichevolmente e onorato dall’ufficiale

comandante con un bicchiere

di buon vino Porto. Ringraziai

e salii di nuovo sul mio mulo,

la guida sull’altro. Si scendeva dal

monte, non feci uso delle redini

perché osservavo, con meraviglia,

come l’animale si avviava

per il sentiero più sicuro. Ma non

ci si deve fidare, perché la bestia

cadde ed io rotolai già dalla scarpata

per circa 30 passi. Potei,

però, aggrapparmi ad uno spuntone

di roccia, altrimenti sarei andato…

all’eternità. Non salii più sul

mulo, avendo notato che le sue

zampe non erano sicure.

Domenica 25 luglio.

Partenza da Genova alle cinque

del mattino per andare a Livorno,

via Carrara, Pisa, con un cabriolet

per due persone. Il mio compagno

di viaggio era uno scultore di

Roma, di nome Gallassi. È la più

bella strada che si possa immaginare,

con il mare dal lato destro e

alla sinistra magnifici paesaggi

con una vegetazione rigogliosissi-

ma. I paesaggi si alternano e non

si sa più dove volgere lo sguardo:

aranci, fichi, buone castagne,

aloe come siepi, ti fan davvero girare

la testa e si viene, per così

dire, inebriati. A mezzogiorno abbiamo

pranzato in una cittadina e

trascorsa la notte a Borghetto.

La Spezia 1° agosto.

Ciò che sconvolge del tutto uno,

qui in Italia, è l’eterno bel tempo.

Cielo sempre sereno: in tre mesi

al massimo sette giorni di pioggia

e temporali di breve durata.

La Spezia, domenica 8 agosto.

Mi sono alzato alle quattro: era da

tempo che non dormivo così a lungo,

mi sentivo tutto un altro uomo.

Verso le sei molto movimento per

strada: quelli della campagna giungevano

per andare alla prima

messa. Le ragazze indossavano

vestiti colorati, con sciarpe da collo,

particolarmente originali, e sopra

bianchi collari e veli sul capo.

Gli uomini avevano giacche blu

sulle spalle, con panciotti e berretti

rossi: erano centinaia, davvero un

bel spettacolo! Tutto era così piacevole,

pulito: sembrava che piante

e uomini fossero come rinati…

Oggi, da un giornale genovese,

abbiamo saputo degli ultimi avvenimenti

a Parigi del 27 luglio. De-

vo far notare che il luogo dove mi

trovo si scrive e si stampa in modi

diversi: Spetia, ma anche Spezia,

generalmente, però La Spezzia.

La città, quattromila abitanti, è

particolarmente bella, con strade

asfaltate con lastre di marmo e rimangono

particolarmente pulite.

La Spezia, giovedì 12 agosto.

Mi sono alzato alle cinque e mezza:

cielo sereno, senza nuvole…

Parte ora, di nuovo, una processione

attraverso la città. È composta

da molti uomini. I preti portano

candele accese, i chierichetti lanterne.

Risplendono in faccia al sole,

ma non sono riuscito a sapere

che significato avesse tutto ciò. Arriva

la mia colazione: una buona

minestra, un uovo cotto e uva.

Posso resistere fino alle tre, l’ora

del pranzo, che consiste in cinque

portate, più frutta: di meno non c’è.

Vino quanto se ne vuole…

La Spezia, domenica 15 agosto.

Mi sono alzato alle cinque: cielo

chiaro, sereno. Ho letto il giornale

di Genova e ho scritto sul diario…

Mi trovo su un terreno classico.

Pochi giorni di viaggio, lontano

da qui, ci sono i campi di

battaglia di Marengo, Lodi, Montebello

ecc. Una piccola striscia

di mare mi separa dalla Corsica e


41 LETTERATURA

dall’Elba. Qui deve sorgere il porto

più grande del mondo e una

città degna di esso: ora rimane

La Spezia. Mi assalgono certi

pensieri allorchè penso agli ultimi

avvenimenti in Francia: è facilmente

comprensibile. Oggi è anche

una grande festività ecclesiale:

l’Assunzione di Maria. È tutto

pulito e la gente si affretta ad andare

a Messa… Alle sei, la processione;

la vergine Maria, sotto

un baldacchino, con un vestito di

seta rosa e un velo di merletto.

Gli ecclesiastici, come le confraternite

dei cappuccini, erano in

parte davanti, in parte dietro l’immagine.

Poi si è unita una grande

folla di persone, in particolare

donne e ragazze; la maggior parte

venivano dalla campagna. Erano

tutte ben vestite, con fazzoletti

bianchi attorno al collo e sul petto,

in bellissimo contrasto il velo

rosso sul capo, i cui fiocchi scendevano

già sulla schiena.

Erano circa quattro o cinquecento,

queste donne e ragazze, particolarmente

bello osservarle da

dietro e dall’alto… La città, di sera,

era illuminata e la musica

notturna aveva attirato molta

gente: era in onore del Postmeister

che abita di fronte a me. Si

trattava, quindi, di una doppia

festa. Solo tardi, dopo mezzanotte,

cessò il flusso di gente

per le strade. Cercai tranquillità

e la trovai.

Veduta del golfo della

Spezia (da "The illustrated

London news", xilografia

del 1862).

Viaggio da Torino

a Genova, da "Guida per

il viaggio d'Italia in posta".

Genova 1790, acquaforte

acquarellata.


LETTERATURA 42

Lerici in una acquaforte

del 1704.

La Spezia, lunedì 16 agosto.

Dopo pranzo una passeggiata in

carrozza, con l’oste e sua moglie,

a Porto Venere che si trova a destra

della Spezia, all’entrata del

golfo. La strada che porta là è

straordinariamente romantica:

non ho ancora visto in Italia qualche

cosa che potrebbe assomigliare

a questo spettacolo. La

strada è stata fatta costruire da

Napoleone. Costeggia i monti, ma

ad una altezza notevole dalla superficie

del mare che, dalla Spezia,

rimane a sinistra.

Il porto della Spezia ha almeno

tre miglia tedesche di estensione.

Nel porto ci sono circa altri dieci

porticcioli, ricavati da lingue di terra

che si sporgono verso il mare,

formando belle baie. In uno di

queste c’è posto per la più grande

flotta. Dopo essermi informato,

tutti sono del parere che questo

porto potrebbe ospitare tutte le

flotte d’Europa, senza darsi fastidio

a vicenda. Si tratta, dunque,

del più grande porto nel mondo

conosciuto.

Qui Napoleone voleva fondare

una città con il nome di Napoleonopolis.

Voleva dare ordine a tutti

i marescialli e ai grandi di Francia

di costruire qui palazzi. Tutte le

altre famiglie che avessero voluto

fare altrettanto, sarebbero state

esonerate; per cento anni, dalla

Conscription. (dal latino ‘conscriptio’

– arruolamento. Sistema di reclutamento

militare fondato

sull’appello annuale, nell’esercito,

di giovani, della stessa età, iscritti

insieme sui ruoli militari: N.d.R.)

Per il fatto che nel porto non occorrono

molti mezzi per la sua costruzione

e mantenimento – la natura

ha fatto tutto – Napoleone

aveva già destinato ingentissime

somme per edificare opere pubbliche:

arsenale, borsa, teatro,

duomo ecc… Con il tempo sarebbe

diventato più grande di quello

di Napoli.

Tutti i fianchi dei monti sui quali

passa questa strada, sono terrazzati

con mura in pietra, dato che i

monti sono assai scoscesi: e queste

terrazze trattengono poca terra,

dove però crescono fichi, ulivi,

peschi, albicocchi che sostengono

viti in grandissima quantità. Il

terreno sotto è coltivato a grano e

dopo la mietitura si producono ancora

meloni, zucche, cavoli, ecc…

E così va sempre avanti. Una bella

rarità è il fatto che il termometro

raramente segna sotto zero. La

maggior parte dei vigneti è di uva

nera: con grappoli molto grossi.

Ci sono pure vigne per il vino

bianco, di ogni specie… La parte

superiore dei monti è coperta, per

lo più, da castagni, cedri e pini.

Molte piante grasse, da noi coltivate

nei vasi, spuntano qui spontanee

dalle rocce. Si è proprio in

un altro mondo, in quanto, ad eccezione

di cespugli di mare, non

si vedono altre note piante selvatiche…

Arrivando a Porto Venere,

ho visto anche la prima palma,

davanti una casa di contadini. Era

alta circa 30 piedi: sembrava,

però, avesse sofferto del passato

inverno, che è stato molto freddo.

Il termometro aveva segnato zero

gradi.

Qui, su una striscia di terra, c’è

anche il lazzaretto e il porto della

quarantena, nel quale il signor

von Lueffling ha dovuto trascorrere

35 giorni, al suo ritorno da Costantinopoli.

Porto Venere stessa

è una località molto piccola. Se si

sale, però, sulla collina, ove sorge

una chiesa in rovina, con marmo

nero e bianco, si gode un panorama

eccellente. In primo piano

grandissime rocce calcaree che

finiscono in mare. A destra si vede,

in lontananza, Portofino e Genova

e persino la lanterna. A sinistra,

nelle vicinanze, l’isola Palmaria,

e all’orizzonte si scorge la

Corsica. Bellissimo tramonto, anche

se in cielo c’erano delle nuvole,

perché il tutto appariva ancora

più bello. Tutto sommato: l’insieme

in un colore acceso non facilmente

descrivibile. Serata fresca

e bella. Alle 7 ritorno. Alle 8 e

mezza arrivo alla Spezia: era già

buio. Andai subito a coricarmi e

mi addormentai.

La Spezia, martedì 17 agosto.

Dopo pranzo un giro, in barca, nel

golfo della Spezia. Il tempo era

bello e la giornata luminosa. Per il

fatto che non avevo ancora visitato

alcun edificio di una “Quarantaine”.

Mi sono fatto portare al

Lazzaretto.

Il dott. Germasi mi aveva procurato

una raccomandazione scritta

per il comandante: il capitano

Giacomo. Mi sono annunciato come

dovuto e subito sono stato

fatto entrare. Mi ha accompagnato

nella visita lo stesso comandante.

Il tutto consiste in otto/dieci

grandi cortili, circondati da

massicci edifici di due piani. Sotto

ci sono magazzini per le merci

sottoposte a quarantena e, so-


43 LETTERATURA

pra, alloggi per persone: immense

sale per i malati e un settore,

a parte, per gli appestati. Qui sono

pure custodite tutte le cose

necessarie per simili casi come i

vestiti di tela incerata per medici

e infermieri. Sono composti da

una tonaca nera, da una specie

di cappuccio che copre pure il viso:

gli stessi fori per gli occhi sono

chiusi con vetro. Guanti di tela

incerata e calzature in legno che

si infilano sopra gli stivali.

Se uno non ha la peste, la può

beccare osservando tutto questo.

Il capitano indossò l’intero armamentario

per farmi vedere ogni

cosa. C’è là, poi, una pala con un

manico lungo dieci piedi, con la

quale si porge il cibo ai malati e

un imbuto con un tubo sottile lungo

dieci piedi: con questo attrezzo

si allungano le bevande agli appestati.

Con una grossa tenaglia,

due uomini imbrigliano i morti, al

collo, per trasportarli, attraverso

una porta, al camposanto. Ho notato

altre cose, ma le dirò a voce.

Tutte le porte e le finestre hanno

sbarre di ferro. Tutto è ben arieggiato

e molto pulito. È impossibile

ogni contatto con altri. Tre anni fa

è scoppiata davvero la peste su

una nave che proveniva da Levante

e sono morti tutti, ad eccezione

del capitano. Dopo ogni caso

di peste, vengono distrutti tutti

gli utensili usati e ne vengono

procurati dei nuovi.

Dopo aver visto tutto, mi congedai

dal capitano e dato che, fortunatamente,

nel comprensorio del

lazzaretto trovai una osteria (si

vede quanto lontano porta la sete),

con i miei barcaioli e il cameriere

della locanda venne… trascinata

via la peste con un buon

bicchiere di vino. Io mangiai anche

ricci di mare, dei quali a migliaia

se ne trovavano attaccati

agli scogli e ai pali. Li feci prendere,

freschi, nel porto del lazzaretto.

Erano di colore blu: i primi

che avevo visti in Italia, vivi. Si

mangia la stella gialla, dopo aver-

la aperta: il gusto è simile a quello

delle ostriche.

Dopo essermi così rinforzato, salii

di nuovo in barca e alle otto e

mezza eravamo di nuovo alla

Spezia. Devo sottolineare che

questa volta non c’erano malati,

né persone e merci trattenute in

quarantena, nel lazzaretto… Alle

dieci ero a letto e ho dormito saporitamente.

Giovedì 19 agosto.

Sono partito dalla Spezia alle tre

del mattino. La carrozza era pronta

davanti la casa: quattro ruote, un

solo cavallo, noleggiata fino a Livorno.

Era ancora buio, ma le stelle

erano molto chiare: luccicanti, a

cara, in particolare Giove e Venere.

All’albeggiare eravamo vicini ai

monti: il mare era sparito dagli occhi

e mi trovai in tutt’altro ambiente…

Lerici, zincotipia

da "Italien von den Alpen

bis zum Aetna".

Stoccarda 1876.

Xilografia di Portovenere.

Parigi, seconda metà del

XIX sec., da "L'illustration,

journal universel".

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