Il Giornalino del DoUHET - Aeronautica Militare Italiana

aeronautica.difesa.it

Il Giornalino del DoUHET - Aeronautica Militare Italiana

Il Giornalino del Douhet

Speciale 25 Aprile

Intervista al Sig. Marcello Martini

sopravvissuto ai campi di

concentramento dei nazisti.

Ten. Col. Guido Guidi

n° 5 - Marzo - Aprile IntervistA.M.:

Terza Pagina

Prof.ssa Giorgetti

Panorama

Ludi


.

2

P a r o l a a l l a

REDAZIONE

Parola d’ordine: Ludi 2012. Si è aperta,

infatti, il 6 marzo la quinta edizione

dei Ludi della Scuola e la Redazione

dell’Esperesso non poteva esimersi dal

dedicare un corposo speciale sul tema

dello sport con articoli riguardanti tutte

le discipline praticate all’interno della

Scuola: atletica e pallavolo curati dal

Corso Espero, nuoto dal Corso Dardo

e basket dal Primo Corso, che si è trovato

per la prima volta a vivere l’esperienza

dei Ludi. Lo sport però non è

l’unico tema di questo quinto numero:

abbiamo avuto l’occasione di poter intervistare

un reduce dal campo di concentramento

di Mauthausen, il quale

attraverso le nostre domande ci ha raccontato

la sua storia (Da quel giorno diventai..).

Sempre in tema di interviste,

il personaggio AM di questo mese è il

Ten. Col. Guidi, volto del servizio meteo

dell’Aeronautica Militare. Alla nostra

Forza Armata, che ha compiuto il 28

marzo 89 anni, abbiamo dedicato l’articolo

“89 anni e non sentirli”, mentre

a tutti gli eventi ai quali la nostra Scuola

ha partecipato sono riservati articoli

come “Radio Sviluppo”, “Storie di uomini..”,

“Giovani e futuro”. Un ringraziamento

finale va alla Prof.ssa Stefania

Giorgetti la quale ci ha deliziato con

una versione ironica della Divina Commedia

di un autore fiorentino, “Dante

in vernacolo”. Non vogliamo dilungarci

troppo, il giornalino parlerà per noi.

Buona lettura.

La Redazione

IL GIORNALINO DEL DOUHET

L’Esperesso

Anno 2011/2012

n°5 - Marzo-Aprile

la REDAZIONE

Direttore

Cap. DI ROSA Francesco

Vicedirettore

Ten. DIANA Daniele

Capo Redattore

All. GIURI Eleonora

Redattori

All. BARABINO Francesco

All. GIOIA Mario

All. LAGALANTE Ilaria

Grafica

All. BARABINO Francesco


STORIE &

persone

............

4

Nazione da

150 anni

8 Da

l’editoriale

Ten. Daniele DIANA

All . Francesco Barabino

All.Eleonora Giuri

89 anni e non

sentirli

16

6

11

All. Mario Gioia

Storie d’oggetti,

storie di uomini

All. Francesco Barabino

Radio

sviluppo

La Redazione17

18 Bravi e

maledetti

quel giorno

diventai..

All. Andrea Midi

All. Eleonora Giuri

GIOVANI E

FUTURO

All. Domenico Tota

All. Ilaria Lagalante20

P a n o r a m a :

LUDI

25

Parola allo

staff

Cap. Annalisa Carota

Atletica

26

All. Benedetta De Salve

27

nuoto

All. Filippo Giacchero

28

All. Veronica De Pippo

Pallavolo

29

Basket

All. Giuseppe Iannelli

All. Serena Susanna Sganzerla

Tutto il rosa

30

dei ludi

La Redazione

rubriche

ECCETERA

............

Terza pagina

Prof. ssa Stefania

Giorgetti12

IntervistA.M.

14

Ten. Col.

Guido Guidi

Alli Antonio Mariano

All. Eleonora Giuri

Oltre il

cancello

All. Eleonora Giuri 21

22

Storia A.M.

All. Francesco Barabino

32

Audite Audite

La Redazione

AUDITE!

audite!

............

Il 6 aprile scorso si è celebrato

l’anniversario del terribile terremoto

che ha colpito L’Aquila.

La Redazione è vicina a

tutti quegli allievi e nostri lettori

che sono stati colpiti da

questa immane catastrofe. In

merito a questo avvenimento,

durante il pranzo di servizio

del 16 aprile scorso, sono

stati consegnati gli attestati di

benemerenza della Protezione

Civile al Cap. Turco, al Ten.

Diana e al Ten. Carrella per gli

aiuti prestati alla popolazione

aquilana con l’intervento

dell’Aeronautica Militare.

3


4

L’Editoriale

Il Vicedirettore o il Direttore

quando scrive l’Editoriale

del suo giornale lo fa solo

per tracciare la linea della

testata sugli eventi più

importanti del momento.

E l’evento più importante

per me è il successo

editoriale che questo nostro

giornalino sta ottenendo.

A questo successo, fonte di

grande soddisfazione personale

nata dalla fusione di impegno

e fatica (e la Redazione ne

sa qualcosa), si affiancano

altri eventi importanti.

Uno fra tutti il mio decennale in

Forza Armata! Era infatti il 2002

quando un ragazzino romano fu

preso tra le braccia di “Mamma

Aeronautica”, formato presso

il suo massimo Istituto di

Pozzuoli col Corso CENTAURO

V (di cui a breve celebreremo

l’anniversario), e cresciuto fino

alla sua nomina a Ufficiale in

S.p.E. dell’Aeronautica Militare.

Incertezze e timori di un

ragazzino lasciarono subito il

campo alla determinazione

e alla sicurezza che il gruppo

sapeva darmi: il mio gruppo, il

mio Corso e più ampiamente

la grande famiglia aeronautica.

Il gruppo dà sicurezza, ti fa fare

quello che da solo non avresti

mai il coraggio di fare. Lo diceva

anche Manzoni quando nei

“Promessi Sposi” descriveva

la folla che assaltava i forni di

Milano: la folla non ha volto

ed è una sinergia di persone

che si muove verso lo stesso

obiettivo. Ed è proprio questa

sinergia che negli anni mi è

tornata utile per operare nei più

vari ambiti della Forza Armata.

E qui, cari Allievi, state

vivendo questo aspetto

che, sono certo, vi tornerà

utile in qualsiasi ambito in

cui andrete ad operare in

futuro. Come già vi dissi

durante un pranzo di

servizio, “voi siete come la

luce che ovunque si poserà,

darà colore alle cose…” E

uno tra i molteplici intenti

formativi della Scuola

Douhet è proprio questo!

Voi, Allievi della Scuola

Douhet, potreste anche

non essere i migliori

studenti del Paese, ma

sicuramente siete tra

i più completi per le

esperienze, le sensazioni,

le attività e gli interessi che

vi animano. Questo farà di

voi persone più “ricche” e

questa ricchezza dovrete

portarla ovunque andrete

perché sarà il contributo che

darete a qualsiasi attività

che vi troverete a svolgere.

Io personalmente ho sempre

fatto dell’ORIGINALITA’ e della

CREATIVITA’ il mio cavallo di

battaglia. Come la storia ci

dimostra, chi nasce italiano e

possiede queste doti è senza

dubbio favorito e trova terreno

fertile in questo Paese! A noi

nuove generazioni, dopotutto,

si richiede anche questo. Chi

ci ha preceduto ha inventato,

ha creato, ha costruito (in

qualche caso ricostruito e

aeronauticamente parlando

il rimando è ai miei padrini

del Centauro II arruolati nel

1945) e noi abbiamo l’obbligo

morale di non adagiarci sugli

allori ma di innovare. Produrre

per rinnovare. Produrre idee,

proporre soluzioni, puntare

sull’originalità. La creatività

e l’originalità, inoltre mi

hanno sempre aiutato ad

affrontare molte situazioni

con una discreta disinvoltura.

Distinguetevi! Siate creativi

e originali! Non ripercorrete

solchi già tracciati. Rivendicate

la paternità delle vostre idee.

Ovviamente tutto questo

deve andare di pari passo

con uno strumento che

ritengo essere fondamentale:

LA COMUNICAZIONE.

Questa è basilare per

esprimervi e farvi

conoscere. Ma non intendo

solo quella verbale ma

anche quella paraverbale.

Il paraverbale è tutto ciò che

“sine verba” si esprime e quindi

si comunica. Del paraverbale

sono importanti il tono (mai

essere monotoni), il volume

(non urlate perché nessuno è

sordo e non bisbigliate perché

nessuno vi sta assolvendo dai

vostri peccati), la cadenza, le

pause, la curva melodica (che

in Italia si evidenzia nei vari

dialetti regionali), la dizione,

il ritmo, la velocità ecc…ecc…

E sapete chi ha avuto il

primato della comunicazione

nel mondo?!?! Proprio

noi: GLI ITALIANI.

Questo popolo che nei secoli

ha “rifornito” l’umanità di

artisti, giuristi, musicisti,

esploratori, santi, scienziati,

matematici, letterati, e chi più

ne ha più ne metta, è stato

anche la culla delle invenzioni

più straordinarie del nostro

tempo: una fra tutte LA RADIO.

E’ roba nostra! L’abbiamo

inventata noi! Lo strumento

principe della comunicazione è

“made in Italy”. E come poteva

nascere se non nell’italica

maniera?! Il caro Guglielmo

Marconi che la brevettò,

(tra un piatto di tortellini e

l’altro, sperimentandola a

Sasso Bolognese oggi Sasso

Marconi), la presentò alla

fine dell’800 al Ministro delle

Poste che gli rispose con una

lettera che recitava più o meno

così: “la Sua invenzione ci

sembra assolutamente inutile

e irrealizzabile”. Allora Marconi

se n’è andato in Inghilterra dove

gli Inglesi, pragmatici come

sempre, gli hanno finanziato gli

esperimenti. E grazie all’intuito

inglese la radio è rientrata

trionfalmente in Italia…

RICOMPRATA naturalmente!!!!

E fu così che dal 1924 la radio

con l’EIAR (Ente Italiano

Audizioni Radiofoniche)

entrò nelle case degli italiani.


Quanto ha fatto crescere gli

Italiani la radio! Quanto li ha

istruiti e informati! Quanto

li ha salvati! Pensate a Radio

Cora, di cui noi conserviamo la

memoria nelle gesta del Cap.

Piccagli, senza la quale Firenze

probabilmente non sarebbe

stata liberata così celermente

l’11 agosto 1944. Piccagli:

esempio di coraggio e di

intelligenza, che con sprezzo

del pericolo ha messo tutta

la sua conoscenza al servizio

della nazione e della libertà.

Dopo questo excursus

personale sui temi a cui io sono

più legato professionalmente,

ovverosia la creatività,

l’originalità e la comunicazione,

(che vi esorto a sviluppare),

vorrei terminare facendovi

riflettere sui valori che hanno

spinto tante persone come

Piccagli ad intraprendere azioni

tanto rischiose quanto eroiche.

Il principio di UGUAGLIANZA,

la difesa della LIBERTA’ e la

tutela della DEMOCRAZIA.

Esiste il sacrosanto diritto di

uguaglianza per cui gli uomini

allo stato di natura nascono

tutti uguali e tutti nello stesso

modo e tale diritto deve essere

sempre tenuto in grande

considerazione affinché le

tenebre dell’ignoranza e della

discriminazione non oscurino

le vostre menti. La nostra

Costituzione della Repubblica

Italiana all’art.3 recita : ”Tu tti

i cittadini hanno pari dignità

sociale e sono eguali davanti

alla legge, senza distinzione

di sesso, di razza, di lingua, di

religione, di opinioni politiche,

di condizioni personali e

sociali.[…]” Ricordate, dunque,

cari Allievi della Douhet, che

qualsiasi sia il vostro futuro, per

quanti successi possiate avere

nella vita, l’uguaglianza formale

e anche sostanziale degli

uomini vi renderà per sempre

uguali ad ognuno di loro.

La libertà è invece il bene

più difficile da conquistare,

ma una volta conquistato

va mantenuto, coltivato e

difeso. Vi basti pensare che un

popolo tutto sommato mite

come quello italiano, al fine di

riguadagnarsi la libertà perduta

durante l’ultimo conflitto, si

armò e combatté fino all’ultimo

sangue per cui oggi le nostre

città sono disseminate di lapidi

e targhe commemorative…

Ma in cosa si concretizza la

libertà oggi? Siamo davvero

esenti dal combattere per

riaverla? La risposta è NO!

Non esiste libertà senza la

“giustizia sociale”, e non esiste

giustizia sociale nei paesi non

liberi. Libertà e giustizia sociale

costituiscono un binomio

inscindibile! La libertà è un

bene troppo prezioso! Ce la dà

Madre Natura! Ma la libertà

senza giustizia

sociale è una

conquista vana.

Ditemi, ora, in

piena coscienza,

secondo voi, si

può considerare

veramente libero

un uomo che ha

fame, che è nella

miseria, che non

ha lavoro, che è

umiliato perché

non sa come

mantenere i suoi

figli? Questo

non è un uomo

libero! Sarà libero

di imprecare!

Ma questa

non è libertà!

Quell’uomo deve avere

giustizia sociale… solo

così potrà ritenersi libero.

E per concludere la

Democrazia! La formula del

nostro giuramento recita verso

la fine “… e la salvaguardia

delle libere Istituzioni”.

Ma quanto ci sono costate

queste libere istituzioni

democratiche? Tantissimo!

Sangue, guerre, una dittatura…

e in questo clima nel 1946

i Padri Costituenti vollero

dare la più grande boccata

d’ossigeno che la storia delle

democrazie occidentali abbia

mai conosciuto: la redazione

della Costituzione della

Repubblica Italiana. Quando

la Costituzione dice che la

Repubblica riconosce i diritti

inviolabili dell’uomo c’è

qualcosa di Mazzini, quando

dice che lo Stato e la Chiesa

sono indipendenti e sovrani

c’è qualcosa di Cavour e così

via…. La nostra Costituzione,

dunque, è un sommario

delle più alte espressioni

risorgimentali efficacemente

unite alle più ampie espressioni

democratiche che hanno fatto

seguito al più drammatico

periodo di regime che il Paese

abbia conosciuto. Ne nacque

così un testo nel quale l’uomo

è sublimato, la sua dignità

magnificata e la sua libertà

tutelata. E le cose furono subito

messe in chiaro a cominciare

dal primo articolo che recita:

“L’Italia è una Repubblica

democratica, fondata sul

lavoro. La sovranità appartiene

al popolo, che la esercita

nelle forme e nei limiti della

Costituzione.” Ecco perché

consiglio a tutti voi di leggere con

attenzione quella meravigliosa

opera di libertà e democrazia

che si condensa nella

Costituzione della Repubblica:

son solo 139 articoli ma vi è

dentro tutta la nostra identità

storica e culturale di italiani.

Per concludere sulla

democrazia vi lascio riflettere

su una frase di Voltaire:

“Je ne suis pas d’accord

avec ce que vous dites,

mais je me battrai jusq’au

bout pour que vous ayez le

droit de le dire.”

(Io non sono d’accordo su ciò che dite,

ma mi batterò fino alla fine affinchè voi

abbiate il diritto di dirlo).

Ten. Daniele DIANA

5


Il 17 marzo 2012 si sono chiuse le celebrazioni per i 150 a

2 giugno 2011, Festa

della Repubblica, Via

dei Fori Imperiali,

Roma. Mi ricordo an

cora quel giorno! Dopo

circa una settimana di

intenso addestramento

stavo per marciare sui Fori

Imperiali. L’emozione era

alle stelle. Nella mia mente

mi figuravo i legionari che,

secoli prima, sfilavano

vittoriosi al Foro Romano;

generazioni di militari

hanno sfilato in parata

ai Fori. E io tra poco

farò parte di questi. Un

onore non da poco, direi.

Questo è il momento per

celebrare ciò che siamo e

che siamo stati. Noi come

militari, noi come italiani,

noi come militari italiani.

Era, il 1847 quando il

giovane Mameli compose

il canto degli italiani,

meglio conosciuto come

“Fratelli d’Italia”. Mameli

6

nazione da 150 anni, u

aveva solo 25 anni quando

scrisse l’Inno e morì due

anni dopo durante una

delle più cruciali battaglie

del Risorgimento: quella

che vide la creazione

della Repubblica Romana.

Dal 1948 il suo canto

è l’Inno Nazionale. Ma

del proprio emblema,

gli Italiani conoscono

soltanto la prima strofa,

quella dell’elmo di Scipio.

Eppure è proprio nella

seconda che si trovano le

parole più attuali: Mameli

auspica che gli italiani,

dopo secoli di divisioni, si

riconoscano in un’unica

bandiera e che si fondano

insieme in un unico

popolo. Sotto questo

spirito si sono celebrati

il 17 marzo di un anno

fa, i 150 anni dell’Unità

d’Italia, a ricordare quello

stesso giorno del 1861

quando quei pochi italiani

che sapevano leggere,

appresero dalla Gazzetta

Ufficiale che il Parlamento

aveva proclamato il Regno

d’Italia con il voto contrario

di solo due senatori.

Essere italiani, in fondo,

non è tanto il sentirci

uniti da una bandiera,

da un unico governo

o dallo stesso inno.

Queste sono solo le

inevitabili conseguenze

di ciò che siamo. Se

nessuno può negare

che lo spirito nazionale

era già nato durante la

Prima Guerra Punica,

altrettanto si può dire

che siamo un Paese così

ricco di culture, di usanze

e di saperi che spesso

dividono, sconfinando

in regionalismi che

non fanno altro che

aumentare le distanze

tra regione e regione, tra

Nord e Sud. E a dividere

le “due Italie” è anche

la lingua. Il campionario

degli stereotipi

t r a d i z i o n a l m e n t e

offensivi di questa o

quella parte di Italia è

praticamente infinito: dai

“genovesi” ai “ciociari

burini”, ai “terroni” e

ai “polentoni”. Eppure

venne prima Dante e

secoli dopo Cavour, prima

la lingua e poi la nazione.

Ma quali sono, allora, gli

elementi che rendono

unito un popolo, in fin dei

conti? Forse un grande

patrimonio artistico e


nni dell’Unità d’Italia. Spunti e riflessioni sulla nostra identità nazionale.

nica cultura da secoli

culturale, l’impegno

e il riconoscimento in

campo internazionale,

usi e costumi comuni.

L’Italia, credo, possiede

gran parte di questi

attributi. Allora perché

non dovremmo esser fieri

della nostra appartenenza

a questa magnifica

penisola, in uno dei

continenti culturalmente

più variegati del mondo?

Massimo D’Azeglio disse:

“fatta l’Italia bisogna

fare gli Italiani”. Ma chi

altro avrebbe potuto

creare l’Italia se non

gli Italiani stessi? Se un

movimento non viene

dal popolo è destinato,

con ogni probabilità, a

cadere. E sia il “terrone”

sia il “polentone” 150

anni fa si è mobilitato,

ha perso la vita durante

le guerre risorgimentali

per unire quella che

tutti credevano essere

solo una denominazione

territoriale. Crisi

economica, crisi dei

valori, crisi della società...

ma non credo e non

voglio credere che per

questo il Popolo Italiano si

nasconderà in un angolo

a piangere, chiudendo

gli occhi e fingendo

che nulla sia cambiato.

Io intanto marcio, marcio

come ho sempre fatto, con

disciplina e onore – parole

che stanno

p u r t r o p p o

perdendo di

s i g n i f i cato,

ma che tutto

s o m m a t o

andrebbero

r i s coperte-

per l’Italia,

quella che

soffre ma

non si dà per

vinta, quella

che non getta

la spugna,

quella che segue l’onestà

e non l’utile o il facile. Io

rendo tributo a questi 150

anni di un’Italia Unita, ma

che è sempre esistita. Oggi

è il giorno in cui il Popolo

Italiano viene omaggiato

per quello che è: la tenace

discendenza di quegli eroi

che duemila anni fa hanno

gettato le basi della civiltà

occidentale e conquistato

il mondo conosciuto.

All. Francesco BARABINO

All. Eleonora GIURI

un po’ di

S T O R I A

Nel 1836, in un Italia ancora divisa

e in procinto di sviluppare

quel periodo storico noto come

Risorgimento, il Regno di Sardegna

si impegna militarmente

per raggiungere l’unità e Re Carlo

Alberto assegna al brillante

e fidato Generale La Marmora

il compito di ricomporre le file

del Regio Esercito. La Marmora

obbedisce creando quello che

sarà uno dei più efficaci e celebri

corpi della storia d’Italia:

i Bersaglieri del Risorgimento.

I Bersaglieri si inquadrano

come specialità di fanteria leggera

il cui fondamento preminente

è la velocità. A passo di

corsa infatti si muovono, caricano,

combattono, ed è proprio

per questo che sul territorio

vengono impiegati in

diversi contesti anche come staffette,

avanguardie e ricognizioni.

Oltre che al passo di corsa l’inconfondibile

segno di riconoscimento

dei bersaglieri è il

“moretto”, caratteristico capello

del corpo ornato di penne di

gallo cedrone, sempre inclinate

verso destra che ondeggiano

per confondere l’occhio del

nemico e ostacolargli la mira.

Tra le loro numerose imprese

la più ricordata e celebre è la

Breccia di Porta Pia e la conquista

di Roma del 1870, presidiata

dalle truppe francesi chiamate

da Pio IX per l’ultima difesa

del morente Stato Pontificio.

Questo evento ha segnato la nascita

dell’Italia e di Roma Capitale.

All. Lorenzo MARINELLI

7


Il Sig. Marcello Martini, uno dei pochi sopravvissuti al campo di concentramento di

Nessun libro di storia racconta

adeguatamente gli orrori

dei campi di sterminio come

invece fanno da anni i sopravvissuti

di quella immane

barbarie. Noi sappiamo

che Lei è uno dei testimoni

sopravvissuti allo sterminio

nazista e vorremmo pertanto

cominciare questa intervista

col chiederLe se può innanzitutto

descriverci le motivazioni

e la modalità della Sua

deportazione a Mauthausen.

Italia 1944: mio padre, insegnante,

l’8 settembre 1943

si trovava vicino a Firenze a

capo di un battaglione in formazione

del Regio Esercito,

composto da giovani appena

richiamati. A seguito dell’armistizio

Badoglio, mio padre

decise di entrare a far parte

della Resistenza (C.L.N. di

Prato) come responsabile militare

della zona. Tutta la fami-

8

“Da quel giorno dive

glia, mamma, sorella, fratello

ed io, quattordicenne, condividemmo

tale decisione. Da

Firenze, allora, trasmetteva

Radio Cora, una radio clandestina

che riferiva al primo

nucleo del nuovo Esercito Italiano,

al Sud, notizie di carattere

militare, utili agli alleati

fermi a Cassino. Anch’io mi

recavo sul posto per portare

cibo, aiuto … come ragazzo,

infatti, potevo muovermi

liberamente senza destare

troppi sospetti. Quando Radio

Cora venne scoperta, la

cascina dove eravamo sfollati

fu circondata dalle S.S. italiane

(gruppo Carità) e tedesche

e fummo catturati tutti:

la mia famiglia si trovò così

divisa in tre gruppi, ognuno

dei quali non sapeva niente

dell’altro: padre e fratello

nelle colline pratesi, mamma

e sorella nascoste a Firenze in

casa di lontani parenti ed io

dalle Murate a Fossili (13/21

giugno) ed infine a Mauthausen

(24 giugno 1944).

Quando ci stiparono a Carpi

su carri bestiame, correva

voce che saremmo stati portati

a lavorare in Germania.

Quanto tempo è rimasto

nel campo e quali erano

le attività principali che

era costretto a svolgere?

Sono arrivato a Mauthausen

la sera del 24 Giugno. Dopo

due giorni passati all’addiaccio,

per terra e senza mangiare,

completamente nudi

passammo la doccia, la rasatura

e infine la selezione per

l’idoneità al lavoro. Da quel

momento diventai il “PEZZO”

(STUCK) 76430 e fui internato

nel Campo di quarantena,

uno dei tre presenti nel lager.

I campi di quarantena erano

dei veri e propri magazzini

umani dove i prigionieri erano

segregati nella propria baracca

ed isolati da tutto e da

tutti. Verso la fine di luglio, rivestito

“a festa” con pigiama

a righe e zoccoli di legno, fui

mandato, con altri miei compagni,

a lavorare nel sottocampo

di WIENER-NEUSTADT

dove venivano prodotti battelli

a motore tipo pontone.

Qui rimasi fino al 19 dicembre

facendo il “chiodatore a caldo”

dopodiché fui trasferito al

sottocampo di HINTERBRÜEL

per montare l’impianto elettrico

nei WOLKS-JAGER, i primi

caccia a reazione Infine, il

Speciale 25 aprile: “


Mauthausen, ci racconta la sua storia di orrori, come monito per noi giovani

ntai il pezzo 76430”

1 Aprile 1945 da Hinterbrϋch

fummo riportati a Mauthausen

con una terribile marcia

(Marcia della Morte)

di oltre 200km, attraverso

l’Austria e liberati il 5 Maggio

dagli Alleati americani.

Il campo di Mauthausen è

tristemente noto per la cosiddetta

“Scala della Morte”,

vale a dire una grossa

cava nella quale i detenuti

dovevano trasportare pesanti

blocchi di pietra salendo

186 scalini. Lei personalmente

vi ha mai lavorato?

Fortunatamente, non sono

mai stato selezionato per la

cava, altrimenti non sarei qui.

Nel 1944 il portare i massi dalla

cava al campo era riservato

a quelli destinati ad una rapida

morte, mentre in un primo

tempo il trasporto delle pietre

(1938) era necessario per

la costruzione della fortezza.

Vi era solidarietà fra i de-

tenuti o ognuno pensava

egoisticamente a se stesso

nella lotta alla sopravvivenza?

Lei personalmente era

riuscito a stringere amicizia

con qualcun altro internato?

Mentre facevo il chiodatore

a caldo un chiodo rovente

mi cadde dentro lo zoccolo,

bruciandomi profondamente

il piede sinistro. Dopo qualche

giorno venni finalmente

ricoverato in infermeria. Qui

lavoravano, anch’essi prigionieri,

tre medici ed un infermiere:

queste quattro persone

meravigliose riuscirono a

tenermi ricoverato per quasi

due mesi, cosa che è stata

forse determinante per la

mia sopravvivenza. Altri atti

di solidarietà, altri aiuti e tanto

sostegno morale, li ho ricevuti

da persone che, purtroppo,

non sono tornate o sono

morte negli anni immediatamente

successivi al mio ritor-

no. Quando venne l’ordine di

lasciare Hinterbrüel, anche

io, ricoverato in infermeria fui

obbligato ad intraprendere

la “Marcia della Morte”. Durante

la terribile marcia, fatta

sotto la pioggia e senza cibo,

chi vacillava o cadeva, veniva

eliminato con un colpo alla

nuca. Ne rimasero lungo la

strada più di 200. In preda a

forti dolori reumatici, dopo la

notte passata nei prati bagnati,

non sarei mai riuscito né ad

alzarmi né a muovermi se dei

compagni, di cui non ricordo

il volto, non mi avessero sorretto

e spinto per i primi passi.

Anche a loro devo la vita.

Cosa ricorda il giorno della

Sua liberazione? Quando

e come è avvenuta?

Arrivati a Mauthausen il 7

aprile 1945 mi ritrovai di nuovo

nel campo di quarantena,

baracca n° 24, dove “la vita”

non era cambiata dal giugno

precedente. In questa atmosfera

di sfinimento fisico e

morale giunse finalmente la

notizia dell’arrivo degli americani:

era il pomeriggio del

5 maggio 1945, mia seconda

data di nascita. Uscito dal

campo di quarantena vidi dal

tetto di una baracca sul quale

mi ero arrampicato, l’ingresso

di un mezzo blindato, da

cui scesero due soldati, subito

sommersi da una folla di

prigionieri. Poi il mio ricordo

svanisce: un profondo “buco

nero” ha invaso la mia memoria

e mi ha impedito di ricordare

quei meravigliosi, primi

per non dimenticare”

9


giorni di libertà. Dalla baracca

24 mi “risvegliai” in un’altra

del campo libero, dove erano

stati riuniti tutti gli italiani sopravvissuti.

Arrivai a Firenze il

1° luglio 1945. Erano passati

tredici mesi da quando era

stato separato dalla mia famiglia

e ne ignoravo la sorte.

Fortunatamente tutti avevano

superato felicemente pericoli

e disagi di ogni specie e quindi

ci potemmo riabbracciare.

Il rientro nella vita “normale”

non fu facile: i miei mi soffocavano

di premure, ma ero

disabituato a ricevere amore

e protezione. Il semplice gesto

di una carezza mi spingeva

alla difesa, perché una

mano alzata aveva per me un

unico e preciso significato...

Ad ottobre, non so con quale

coraggio, ripresi la scuola, interrotta

due anni prima. Nella

classe in cui entrai nessuno si

rendeva conto di quanto mi

era successo né era tenuto a

saperlo. La popolazione, infatti,

usciva da una guerra e tutti

avevano la loro storia di sofferenze

da dimenticare.

Come ha influito il periodo

trascorso a Mauthausen sul

resto della Sua vita e soprattutto,

fra tutti quegli orrori,

vi è anche un solo ricordo

positivo che porta con sé?

È difficile spiegare l’influenza

che ha avuto il lager nella

mia vita. Una cosa è certa: ho

imparato a valutare le persone

per quello che sono, cioè

per il loro valore intrinseco,

per come si rapporta con gli

altri, per come affrontano le

situazioni. Ma, forse, l’insegnamento

fondamentale che

mi ha lasciato la prigionia è

stato il profondo sentimento

di rigetto verso ogni forma

di razzismo. La superiorità

della razza ariana, vantata

ed abilmente strumentalizzata

a scapito delle altre etnie,

ha portato ad una strage

apocalittica, ingiusta e vergognosa

per un paese civile.

Al giorno d’oggi Lei ritiene

10

che ci sia ancora una “paura

del diverso” latente e che

questa possa pericolosamente

sfociare in episodi di intolleranza?

Oppure ritiene

che il mondo abbia

adeguatamente capito

gli errori del passato

e stia andando verso

una maggiore coscienza

nel comprendere

che la diversità (culturale,

politica, etnica,

geografica...) è

una RICCHEZZA comune

e non un fattore

di discriminazione?

Chiaramente, per me,

il “diverso” non esiste

in quanto considero

“l’uomo” come tale,

qualunque sia la cultura

e da qualunque

latitudine provenga.

Purtroppo oggi la paura

del diverso non solo

è latente, ma pericolosamente

palese nei

tanti episodi che i mass

media ci sottopongono

giornalmente. Bullismo,

intolleranza, ostilità

preconcetta verso

deboli e diseredati, sono

all’ordine del giorno, scarsamente

controbilanciati da

prove di umana solidarietà.

Ottimisticamente ritengo che

attraverso la scuola che vede

accomunati bambini di ogni

colore, attraverso maggiori

facilitazioni nel concedere la

cittadinanza, attraverso il lavoro

ed il turismo, si possa

progredire verso una società

multietnica e che, quindi, le

culture anziché contrapporsi

si possano integrare ed arricchire

vicendevolmente.

Cosa si sente di lasciare a noi,

nuove generazioni, come depositari

delle Sue parole e

delle Sue esperienze e qual

è il modo migliore per far

tesoro di ciò che Lei sta così

gentilmente raccontandoci?

A voi giovani, consiglio di essere

più “curiosi”, perché la

curiosità è alla base della co-

noscenza: quello che diventa

patrimonio della mente, nessun

nemico ve lo potrà togliere.

Non fatevi mai prevaricare

dagli altri: mantenete intatta

e lucida la vostra personalità

ed il vostro senso critico: sarete

sempre in grado di prendere

le decisioni e responsabilità

che riterrete giuste;

questa strada è difficile, ma fa

di voi degli uomini e non delle

pecore. Vorrei che il mio racconto

vi facesse riflettere su

ciò che è stato, capire il presente

e ricordare chi ha perso

la vita per un ideale politico,

per una fede o per un’etnia

ingiustamente perseguitata.

Il ventre che ha generato

il mostro è sempre

gravido”

B. Brecht

All. Andrea MIDI

All. Eleonora GIURI


Il 28 marzo si è celebrato l’89° anniversario della nascita dell’ Aeronautica Militare.

89 anni e non sentirli

Dinamica, precisa, versatile,

eccezionalmente rapida,

decisiva. Immaginereste

mai di poter attribuire

qualcuno di questi aggettivi

ad una vecchia signora?

Non so se si evinca dalle

immagini che accompagnano

l’articolo ma non stiamo

parlando del noto club

bianconero (che peraltro a

giudicare dalle ultime giornate

del Campionato non se ne

meriterebbe neppure mezzo).

Parliamo della nostra Arma

Azzurra (e come potrebbe

essere altrimenti?), che

festeggia l’89° anniversario

della sua costituzione. Il 28

marzo 1923 veniva istituita

con il Regio Decreto n° 645,

la Regia Aeronautica che di fatto

affrancava l’Arma dal controllo

dell’Esercito e la elevava a

a Forza Armata autonoma.

Il primo comandante della

neonata Aeronautica fu,

nel 1926, il Generale Pier

Ruggero Piccio al quale sono

succeduti altri ventotto

Capi di Stato Maggiore.

Per noi che abbiamo festeggiato

qui in base con l’alzabandiera

solenne e la deposizione della

corona ai Caduti, ecco una

panoramica della cerimonia

ufficiale che il 28 marzo scorso

ha avuto luogo a Caserta.

Ha presieduto il capo dello

Stato, unitamente al Ministro

della Difesa, Ammiraglio

Giampaolo Di Paola, e al Capo

di Stato Maggiore della Difesa,

Generale Biagio Abrate, oltre

ai vertici delle Forze Armate e

dei Corpi Armati dello Stato,

nonché i rappresentanti

delle istituzioni locali,

con l’evocativo scenario

della reggia di Caserta.

Proprio nel suo intervento il

Presidente della Repubblica

ha sottolineato la peculiare

condizione aeronautica

nell’evolversi, imprescindibile

al costante adeguamento

agli ultimi sistemi d’arma.

“L’Aeronautica Militare è

all’avanguardia di questo

processo, per

qualificazione

professionale del

personale, livello

tecnologico e

versatilità dei

mezzi, consolidata

attitudine

all’integrazione,

anche logistica,

con le forze aeree

di altri Paesi.

Costantemente

impegnata

a fianco delle altre Forze

Armate nelle tante missioni

internazionali a cui l’Italia offre

il suo sostanziale contributo,

l’Arma Azzurra ha dimostrato

appieno le proprie grandi

potenzialità e l’efficienza dei

suoi reparti specie nel recente

intervento a protezione della

popolazione libica, in cui

non solo ha brillantemente

portato a termine complessi

compiti operativi, ma ha anche

fornito supporto sulle basi

italiane alle forze aeree di

molti altri paesi partecipanti.

Medesimo riconoscimento

manifestato dal Ministro

della Difesa che inoltre ha

evidenziato il “generoso

impegno di tutto il personale in

‘azzurro’” in senso umanitario

nei vari scenari d’ operazione.

“Oggi, a 89 anni dalla sua

costituzione, l’Aeronautica

Militare è più viva che

mai. […]Ne è stato un

ulteriore esempio la recente

partecipazione all’operazione

NATO Unified Protector […]

nella quale l’Aeronautica,

insieme alla Marina Militare,

è intervenuta su mandato

dell’ONU a protezione della

popolazione libica. Un

intervento condotto con perizia

e generoso impegno da tutto

il personale in ‘azzurro’ che è

valso alla Bandiera di Guerra

dell’Aeronautica il Conferimento

della Croce dell’O.M.I.”.

La cerimonia infatti è stata

occasione per il Presidente della

Repubblica Giorgio Napolitano

di conferire alla Bandiera

di Guerra dell’Aeronautica

Militare l’onorificenza di

Cavaliere dell’Ordine Militare

d’Italia. Atto che è stato

celebrato dal passaggio delle

“nostre Frecce” sulla reggia.

Il Generale S.A. Giuseppe

Bernardis, capo di Stato

Maggiore dell’Aeronautica,

non ha omesso di ricordare

in aggiunta ai tanti caduti

nell’adempimento del dovere

in divisa azzurra, il sergente

maggiore Michele Silvestri.

“Sento forte il sentimento

di ricordare ora il sergente

maggiore dell’Esercito

Michele Silvestri, partito da

questa terra e caduto giorni

fa in Afghanistan: vogliamo

onorare anche lui con la

nostra bandiera qui presente,

che fra poco porteremo

anche nel cielo di Caserta”.

Seguirebbero infine gli auguri

da parte nostra, ma visto che

ad anniversario già avvenuto

potrebbero risultare meno

efficaci, la redazione dell’

Esperesso lancia il suo più forte

e convinto GHEREGHEGHEZ

per sempre maggiori

affermazioni e fortune della

nostra Aeronautica Militare.

All. Mario GIOIA

11


12

Terza Pagina

Dante in vernacolo

Venturino Camaiti (Firenze, 1862–

1933) fu uno dei più noti scrittori

in vernacolo fiorentino. Costretto

ad abbandonare gli studi classici

per gestire il magazzino di vernici

e cera da scarpe ereditato dal

padre, per tutta la vita non rinunciò

ad un’attività letteraria amatoriale,

pubblicando a sue spese

poesie, racconti e opere teatrali.

Nel 1921, in occasione del VI centenario

dantesco, di contro alle

“pesantezze e le musonerie” delle

celebrazioni ufficiali, diede alle

stampe la Divina Commedia esposta

e commentata in cento sonetti

fiorentineschi umoristici e satirici:

si tratta di una parodia del poema,

una riscrittura completa in

cui ogni sonetto è un riassunto

di un canto. L’opera, come ci avverte

l’autore nell’introduzione,

non è una “profanazione” della

Commedia, ma un’ironica interpretazione,

carica dello humour

tutto fiorentino di Camaiti: “Lo

scherzo e la satira non offendono

che i poveri di spirito, e l’Alighieri,

per dir tante buggerate, un povero

di spirito non doveva esser

di certo.” Questi componimenti

poetici, restituendoci un prezioso

patrimonio di termini ormai desueti,

offrono una preziosa testimonianza

della vivace temperie

culturale della Firenze dell’epoca.

Riporto qui i’ ppreambolo e i sonetti

relativi ad alcuni dei primi

canti dell’Inferno, corredati da un

breve apparato di note, che ha lo

scopo di rendere più fruibile il testo,

preservando tutta la freschezza

e la spontaneità della lingua.

Questi versi vanno infatti “gustati”

con leggerezza e, possibilmente,

letti a voce alta, come si faceva

nei teatri popolari e nelle piazze.

Come ci ricorda il Camaiti, “Ne’

miei sonetti non ci hanno messe

le mani il cielo e la terra; le mani

non ce l’ho messe che io, e la pietanza,

saporita più di tutte le altre

mie, non vi guasterà lo stomaco.”

I’ PPREAMBOLO

Qui un siemo a Orsammichele1

, amici cari,

O nella sala di Luca Giordano2

;

io non sono i’ Del Lungo3 , o i’

Fornaciari4 ,

ma un dantista a mi’ modo e

popolano.

E voi non siete letterati

chiari5 ,

1 L’antica chiesa di Orsanmichele

a Firenze, dove Boccaccio diede

inizio alle letture pubbliche delle opere

di Dante (Lectura Dantis) e presso

la quale ha tuttora sede la Società

Dantesca Italiana.

2 La barocca Galleria degli

Specchi in Palazzo Medici Riccardi

a Firenze, affrescata dal napoletano

Luca Giordano, all’epoca di Camaiti

era sede di letture dantesche.

3 Isidoro del Lungo (1841-

1927), insigne studioso di Dante e del

Trecento fiorentino.

4 Raffaello Fornaciari (1837-

1917), filologo italiano e autorevole

dantista.

5 famosi.

ma senza mutria 6 e, come

me, alla mano;

Né siete donne in quinci,

quindi e guari 7 ,

che sanno i’ Greco e perinsin

l’Indiano.

V’espongo chiaro i’ ppoema

divino

“che sopra gli attri com’aquila

vola” 8

e, quer che conta, in pretto

fiorentino.

Insomma, son riunione di

famiglia,

ignuno gli ha diritto alla parola,

e si fumma, si ride... e un si

sbadiglia.

L’INFERNO

I.

“Ni mmezzo di cammin di

nostra vita

Mi ritrovai per una serva

oscura...”

Vor di’ su’ trentacinque, e

va capita,

se no principia la coglionatura

9 ;

perchè questa Commedia è

astrusa e ordita

da non fassi capire addirittura.

Dante vede una lonza inviperita,

un leone e una lupa, e gli

ha paura.

Ma gli apparisce un omo. E

Dante:- Oh gioia!

Chi sei? Abbi pietà di

mmi’martorio! 10 -

E quell’attro:- Cantai l’eroe

di Troia! -

- Dunque Virgilio! - - Già!

Vien via, grullaccio:

6 alterigia, vanagloria.

7 erudite ma pedanti.

8 v. Inferno, Canto IV, v. 96.

9 canzonatura, derisione.

10 martirio, dolore.


si passa pell’Inferno e i’

pPurgatorio;

Beatrice poi ti leverà

d’impaccio. -

III.

Si messano 11 ‘n cammino, e

via ber bello 12

arrivonno 13 all’Inferno in du’

tirate 14 ,

doe sulla porta è scritto a

stampatello:

“Lasciate ogni speranza, voi

ch’entrate”.

E lì sentinno moccoli a palate

15 ,

un gran bociare 16 e suon di

man con ello.

- O chi sono quest’ anime

dannate?

disse Dante; o cos’è questo

flagello? -

E i’ ppueta d’Enea: - Sono

una massa

“ che visser senza infamia e

senza lodo.

Non ragioniam di lor, ma

guarda e passa! “.

11 Si misero.

12 agevolmente, tranquillamente.

Cfr. A. Manzoni, I promessi

sposi, I: “(Don Abbondio) tornava

bel bello dalla passeggiata”.

13 arrivarono.

14 velocemente.

15 sentirono bestemmie in gran

quantità.

16 vociare, gridare.

Poi veddero un fottio 17 di

mascarzoni

che un piacquero a nissuno

in nissun modo,

tutti pieni di vespe e di

mosconi.

E i’ pprimo dei demòni

disse a Dante: - Su il legno

di Caronte,

te che siei vivo, un passi

l’Acheronte. -

Virgilio, che le ha pronte 18 ,

rispose a i’ vvecchio di

lanose gote:

- “ Vorsi così colà dove si

pote

ciò che si vole”. O cedi, o ti

cazzotto! -

E Caronte ubbidì senza fa’

mmotto.

V.

Minosse è all’attro cerchio a

condannare,

senza processo, e un ci

sono corpe ignote;

e fa colla codaccia tante

rote,

secondo i cerchi. - Bada, un

t’inortrare! 19 -

disse a Dante. E Virgilio a

comandare:

- “Vorsi così colà dove si

pote

ciò che si vole”, e lasciaci

passare.-

“Ora incomincian le dolenti

note”.

I lussuriosi lì scontan la

pena.

“La bufera infernal che mai

non resta,

di qua, di là, di su, di giù li

mena”.

Dante parlò a Francesca

disonesta,

che con Paolo, una sera,

dopo cena,

a Lancillotto 20 incoronò la

testa 21 .

E, capirete, questa

17 videro una moltitudine.

18 che ha la risposta pronta.

19 non andare oltre.

20 Lancillotto Malatesta.

L’autore, seguendo i commentatori

del suo tempo, ritiene che il marito di

Francesca Da Polenta, nonché fratello

di Paolo Malatesta, si chiamasse Lancillotto.

Il nome corretto è, invece, Gianciotto.

21 “mise le corna”.

fu grossa. E Lancillotto li

ammazzava;

ma se unn era i’ffratello, un

ci badava.

Ora la donna prava

sempre è co’i gganzo 22 e la

sarà in eterno,

e fa becco i’ mmarito anche

all’Inferno.

VI.

Ora ni tterzo cerchio mi soffermo,

dov’è punita la ghiottoneria.

Lì sono della grandine in

balia,

ignudi come Pirro e senza

l’ermo 23 .

Li morde e graffia Cerbero,

il gran vermo,

che visto Dante e i’ dduca in

quella via,

abbaiava, sartava e, sarmisia

24 ,

“ unn avea membro che tenesse

fermo “.

Cerbero non volea falli passare,

ma i’ dduca empì di terra le

tre gole.

Dante con Ciacco si messe

a parlare.

Dissan 25 male, si sa, de’

Fiorentini.

Dunque giudizio, e chi

sarva’ si vole 26 ,

meno gelati e meno pasticcini.

Prof.ssa Stefania GIORGETTI

22 amante.

23 completamente nudi. L’autore

si riferisce a una scultura in marmo

di Pio Fedi, artista dell’800, esposta

in piazza della Signoria a Firenze. Si

tratta di “Pirro che rapisce Polissena”,

raffigurato nudo con l’elmo in testa.

Per piazza San Marco, lo stesso artista

realizzò anche la statua bronzea di

Manfredo Fanti, avvolto nel mantello

e a capo scoperto. Al tempo di Camaiti

circolava la quartina: “ Il Fedi

è criticato perché fece/ il Pirro tutto

nudo e col cappello;/ facendo il Fanti

s’è corretto: invece/ l’ha fatto in zucca

e avvolto nel mantello”.

24 che io ne sia salvo, Dio me ne

scampi.

25 dissero.

26 chi si vuole salvare.

13


14

IntervistA.M.

Prima di cominciare questa

intervista potrebbe definirci in

brevi linee quello che è stato il

suo “Cursus Honorum” in A.M.?

Mi sono arruolato nel gennaio

del 1989 come Ufficiale di

Complemento per il servizio

sostitutivo alla leva militare,

acquisendo già al termine

del corso di inquadramento

frequentato alla Scuola di

Guerra Aerea la qualifica di

Geofisico. Ho prestato servizio

al Comando Aeroporto di

Pratica di Mare, al 2° Centro

Meteorologico Regionale,

alla IX Brigata Aerea e

infine al Centro Nazionale di

Meteorologia e Climatologia

Aeronautica. Sono sempre stato

impiegato nei servizi operativi

di previsione, dapprima con

specifico compito di assistenza

alla navigazione aerea e poi, al

CNMCA, nella Sala previsioni

del Centro. Ho partecipato a

numerose operazioni fuori area

in area balcanica, prestando

servizio all’Aeroporto di Tirana,

al ROA di Pristina, al Comando

SFOR di Sarajevo e a quello

KFOR di Pristina, con incarichi

tecnici e di staff. Ho inoltre

T. Col . Guido Guidi

partecipato alla XIII Spedizione

Italiana in Antartide, nell’ambito

della cooperazione tra la

FF.AA e il progetto Antartide

dell’ENEA. Attualmente,

mi occupo di previsioni a

breve e medio termine.

Come è nata la Sua passione

e quali studi bisogna

intraprendere per coltivarla?

Per molti aspetti ritengo di

essere stato predestinato,

per due ragioni. Innanzi tutto

ho l’onore di essere al

servizio del Paese in

Aeronautica Militare

di terza generazione.

Mio nonno per parte di

mia madre e mio padre

stesso hanno indossato

l’uniforme azzurra. In

Aeronautica ci sono nato,

cresciuto e diventato

adulto. In secondo luogo

ho partecipato per puro

interesse personale

al mio primo corso di

Cultura Aeronautica in

meteorologia all’età di

soli tredici anni. Pare

che già all’epoca la testa

fosse tra le nuvole.

La preparazione culturale

di base deve senza dubbio

essere di indirizzo scientifico.

Personalmente ho poi acquisito

tutte le mie conoscenze di

meteorologia nell’ambito

della formazione interna della

FF.AA, sebbene attualmente

sia necessario –e aggiungo

anche imprescindibile–

conseguire una laurea in

discipline scientifiche per poter

accedere all’arruolamento

ed essere impiegati nel

Servizio Meteorologico

dell’Aeronautica Militare. Oggi,

diversamente da quando mi

sono arruolato, esistono molte

realtà professionali esterne al

Servizio Meteo AM, ma quello

di cui mi onoro di far parte è

ancora l’epicentro del fervente

movimento che si è generato

nel tempo nella società civile

intorno a questa materia.

Come si svolge nel concreto

l’attività del metereologo?

Dipende dalle condizioni di

impiego. Anche in questo

però, il cambiamento occorso

nelle ultime due decadi è stato

epocale. Il meteorologo, una

volta interprete dei segnali

del tempo con a disposizione

scarsissime informazioni, è

oggi un professionista che

interviene come ultimo anello

di una complessa catena di

rilevamento, gestione e postelaborazione

dei dati per

tirarne fuori un messaggio

comprensibile diretto

alle utenze più svariate

–strategiche, tattiche, operative

e informative– ercando al

contempo di limare e correggere

con la propria esperienza

quegli errori intrinsechi che

i sistemi di modellazione del

comportamento del sistema

t e r r a - o c e a n i - a t m o s f e r a

ancora contengono, in

ragione di un livello di

comprensione scientifica

estremamente evoluto ma

ancora incompleto. E’ quindi

un mestiere in cui la capacità

di organizzare mentalmente le

informazioni di cui si dispone

è sostanziale, un mestiere che

non conosce giorni uguali,

dal momento che situazioni

meteorologiche uguali in

valore assoluto non esistono.

Lei è il volto del servizio meteo

dell’A.M; quotidianamente

appare sul piccolo schermo

durante le previsioni. Come

fa a conciliare la Sua attività

televisiva con quella più

strettamente professionale


dell’Ufficiale dell’Aeronautica?

A noi, siamo in molti a

prestare servizio di supporto

alle rubriche radio-televisive,

è semplicemente richiesto

di esercitare l’attività di

esposizione delle condizioni

meteorologiche ai sistemi

di informazione di massa. E’

parte del nostro lavoro al pari

di quanto lo sono –e lo sono

stati per tutti– i briefing ai

reparti operativi negli anni in

cui abbiamo prestato servizio

di assistenza alla navigazione

aerea. Le due attività non hanno

bisogno di essere conciliate

perché tra esse non c’è soluzione

di continuità. L’appartenenza

alla FF.AA è sempre e

comunque il fondamento del

nostro impiego. Questo ci è

ampiamente riconosciuto dai

media e non temo di essere

smentito affermando che è

anche la ragione dell’interesse

dei media per la nostra attività.

Sappiamo della Sua

collaborazione al progetto

“Climate Monitor”, un blog

dove molti metereologi

postano i loro articoli

affrontando diverse tematiche

di natura climatica. Lei ha più

volte contestato l’ipotesi che

l’uomo e il suo comportamento

non siano causa dei mutamenti

climatici; può spiegarci su cosa

si basano le Sue considerazioni?

La domanda non è del

tutto corretta, non si tratta

di contestazione, ma di

esortazione alla discussione.

L’ipotesi delle origini

principalmente antropiche delle

dinamiche del clima dell’epoca

moderna, è scientificamente

plausibile, ovviamente. Ma è

ben lungi dall’essere dimostrata

per ragioni di insufficiente

comprensione scientifica di

molti aspetti del problema,

prova ne sia che le simulazioni

climatiche –che costituiscono

al contempo il pilastro di

questa ipotesi e l’avanguardia

della scienza nel settore– sono

lontane dall’essere considerate

affidabili. Il messaggio

scientifico, animato da acceso

dibattito e, come detto, da molte

incertezze, è troppo spesso

distorto in termini informativi

e mediatici. Il consiglio, per

molti aspetti scontato, è

sempre quello di sfruttare le

meravigliose opportunità che

la diffusione delle informazioni

oggi concede per formarsi una

propria opinione, evitando i

toni eccessivamente allarmistici

o irragionevolmente scettici che

ora con un segno, ora con quello

opposto, cercano consenso ma

non accrescono la conoscenza.

Fin dai tempi più antichi l’uomo

è sempre stato incuriosito

dalle vicende legate al cielo:

dallo studio del volo degli

uccelli all’interpretazione

delle forme delle nuvole, dai

fulmini alle precipitazioni…

Come spiegherebbe Lei

questo interesse così acceso

per lo studio del cielo?

Devo essere nuovamente

scontato: alla base di tutto

c’è il desiderio di conoscenza.

Ma il filo conduttore che dai

tempi antichi –l’interesse per

le dinamiche atmosferiche

risale ai tempi della civiltà

greca– ai giorni nostri è anche

un altro, più che mai attuale.

Da sempre l’uomo è esposto

all’umore del tempo. Lo erano i

cacciatori raccoglitori, lo erano i

primi popoli stanziali alle prese

con gli albori dell’agricoltura,

lo sono stati i grandi imperi

e le civiltà antiche, fiorite e

scomparse anche in ragione

delle dinamiche del clima; lo

sono stati i protagonisti della

storia moderna, con alcuni

degli eventi bellici più famosi,

ad esempio, decisi anche

dalle condizioni atmosferiche,

dalla battaglia di Waterloo,

all’operazione Barbarossa allo

sbarco in Normandia. Lo siamo

oggi, con una società evoluta e

complessa ma estremamente

fragile: le difficoltà dello

scorso inverno, dell’ondata

di calore in Russia del 2010

o delle alluvioni monsoniche

in Pakistan del 2011 sono

solo alcuni esempi. Abbiamo

bisogno di sapere, tutto qui.

Ultima domanda: sfatare o

riconfermare il detto ROSSO

DI SERA BEL TEMPO SI SPERA?

Riconfermare. Per due ragioni.

La prima è che la conoscenza

popolare non è mai figlia

della credulità, ma è sempre

derivata da esperienze

sedimentate nell’arco di chissà

quante generazioni. Potrà

non contenere le spiegazioni

scientifiche di queste

conoscenze, ma difficilmente

sbaglia. La seconda è che si

tratta di fenomeni legati alle

proprietà ottiche degli strati

atmosferici più bassi che si

realizzano quando si è o si sta

andando verso condizioni di

stabilità. Sono quelle proprietà

che fanno sì che la radiazione

solare, che al tramonto è

costretta ad attraversare una

larga porzione di atmosfera, se

l’aria è densa, stabile e povera

di vapore acqueo (che assorbe

soprattutto le frequenze

prossime al rosso dello spettro

elettromagnetico) si colori

principalmente dei toni del

rosso. Aria densa, stabile e secca,

cioè bel tempo. Salvo sorprese,

che comunque in meteorologia

non mancano mai, è facile che

anche all’indomani queste

caratteristiche persistano e

la giornata sia appunto bella.

All. Antonio MARIANO

All. Eleonora GIURI

15


La Scelta: considerazioni personali sul documentario della Prof.ssa Povia-Zani.

Storie d’oggetti,Storie di uomini

Da piccolo, ogni volta che

andavo a casa dei nonni,

avevo il vizio di aprire cassetti,

di scrutare in vecchi

armadi scricchiolanti, di sfogliare

album di foto ingiallite,

nella speranza di trovare

un qualche piccolo indizio di

ciò che essi, i miei bisnonni,

e i miei avi avevano compiuto

nei decenni passati…

Uno strano modo di passare

il tempo, obbietterebbe

qualcuno, ma forse è proprio

grazie all’esempio dei

miei parenti che ho intrapreso

questa vita fatta di sacrifici...

Mio nonno era partigiano.

Suo cugino era nel

Regio Esercito, distaccato

nell’isola greca di Lero. Il mio

bisnonno a sua volta combatté

nella Grande Guerra.

16

Tutti loro misero a rischio la

loro stessa vita non per un

colore, ma per l’Italia. E molti

altri fecero la stessa SCELTA...

Queste e molte altre storie

di coraggio e di valore, ci

sono state trasmesse dal film

che ha, appunto, come titolo

“La Scelta” della Prof.ssa

Povia-Zani. Storie di cui or-

mai sono pochi i testimoni.

Nessuno, forse, si sarebbe

mai più ricordato del giovane

Flavio Fossi, morto durante

la battaglia di Montelungo,

se non fosse stato effettuato

dalla Professoressa un accurato

e approfondito lavoro

di raccolta ed elaborazione

delle informazioni inerenti a

quel preciso periodo storico.

Forse tra qualche decennio

non ci sarà più nessuno in

grado di testimoniare gli avvenimenti

della Guerra “Civile”

del ‘43-‘45; e allora potremmo

solamente affidarci

agli oggetti, ognuno memore

di una storia di cui è stato

protagonista, per risentire gli

echi delle voci del passato.

Perché il passato è e deve

sempre essere fonte di

ispirazione ed

esempio per

noi, uomini del

XXI secolo. Una

volta, ad esempio,

chiesi a mio

nonno perché

aveva preso la

decisione di diventarepartigiano,

rischiando la

vita per l’Italia.

Gli chiesi anche

se non fosse dispiaciuto

di non

essersi goduto

in questo modo

la giovinezza.

Lui mi guardò

perplesso e mi

rispose: “Ma è

proprio così che

sono riuscito a

godermela appieno! L’ho fatta

fruttare!” Questa frase mi

segnò profondamente, tanto

che, qualche anno dopo mi

sono ritrovato nella sua stessa

situazione, a dover fare

una scelta difficile: e adesso

faccio fruttare la mia vita.

All. Francesco BARABINO


La Redazione visita la sede della Rai e la mostra sulla “Giornata Internazionale della Radio”

Radio sviluppo 99.5 fm

Quando nel 1901 un giovane

studioso chiamato Guglielmo

Marconi lanciò il primo

messaggio radiotelegrafico

attraverso l’Oceano Atlantico,

forse non si rese immediatamente

conto dell’importanza

della sua scoperta. Ma grazie

a ciò, un altro scienziato,

Fessenden, riuscì nel 1906

a trasmettere il primo programma

radiofonico udibile

fino a 25 km dalla primitiva

stazione radio di Brant Rock,

nel Massachussets. Da lì a

pochi anni quel gracchiante

“aggeggio” che prese il nome

di radio, riservato ai pochissimi

intenditori, diventò uno

dei mezzi di comunicazione

più diffusi: era nata la Radio.

Per sottolineare l’importanza

di una tale scoperta, l’UNE-

SCO ha proclamato il giorno

13 febbraio 2012 “Giornata

Internazionale della Radio”

ed ha organizzato nella città

di Firenze, con il supporto del

Centro Unesco di Firenze Onlus,

una serie di eventi volti a

promuovere l’iniziativa. Il giorno

28 febbraio, la Redazione

dell’Esperesso si è recata alla

sede della Rai di Firenze per

visitare la mostra di

radio d’epoca curata

dall’Associazione

Italiana per le Radio

d’Epoca(AIRE).

L’esposizione, allestita

in un’ala della

sede Rai fiorentina,

raccoglieva pezzi

dall’elevato valore

ed era articolata su

un percorso cronologico

che illustrava

le varie tappe della storia della

radio: dai primi prototipi

ingombranti e macchinosi ai

più recenti modelli, snelli e

lineari. Aldilà dei vari esemplari,

ciò che ci è stato sottolineato

dalla Presidentessa del

Centro UNESCO di Firenze, la

Dott.sa Maria Luisa Stringa, è

stata l’importanza della radio

come mezzo di diffusione nei

paesi in via di sviluppo: essa

infatti è favorita ad ogni altro

mezzo di comunicazione grazie

al suo bassissimo costo e

alla sua facilità nel giungere

luoghi lontanissimi e persone

isolate. Proprio perché la

radio spesso è il solo e unico

mezzo d’informazione in paesi

sottosviluppati, l’UNESCO

promuove attraverso i programmi

IPDC (International

programme for the development

of communication) e

IFAP (Internation for all programme)

lo sviluppo delle

comunità radiofoniche, coinvolgendo

anche la popolazione

locale nella sua gestione.

L’UNESCO, infatti, pone

un importante interesse alla

formazione di giornalisti e

tecnici preparati e destinati

alla creazione di nuovi centri

di trasmissione radiofonica.

Alla conclusione dell’esposizione,

il Direttore Generale

della Rai di Firenze, Dott. Jenco,

ci ha portato a visitare la

sede operativa, mostrandoci

gli studi televisivi da dove

oggi si trasmette il TGRegionale,

tutte le sale destinate

alla registrazione dei programmi

radiofonici della Rai

e la redazione, dove giornalisti

indaffarati correvano tra i

corridoi e scrivanie ricoperte

da cataste di giornali e fogli.

Un salto di qualità per la piccola

Redazione dell’Esperesso

che ha potuto assaporare

la vita quotidiana in una

vera redazione giornalistica.

La Redazione

17


Sette persone. Sette carriere. Sette tipi diversi di formazione. Una

Nella meravigliosa cornice

del salone dei cinquecento,

(luogo di rappresentanza

e di manifestazione della

magnificenza medicea), si

è trattato lo scorso 9 marzo

un tema attuale come la

prospettiva di successo nel

mondo lavorativo. Dopo una

prolusione dell’Ass. alla cultura

del comune di Firenze,

la Dott.ssa Di Giorgi, a prender

la parola sono sette

personalità, esempi di realizzazione

professionale, sollecitati

dai quesiti dell’intervistatore

Francesco Colonna.

Dinanzi alla domanda “Perché

molti giovani ricercatori

e studiosi italiani decidono

di emigrare in altri stati?”, il

Prof. Bertini risponde: “Credo

poco al familismo, credo

al merito”. Il suo intento è

quello di mettere in evidenza

la necessità di una “cultura

del merito”, fondata su di

un’attenta valutazione delle

istituzioni e dei vari ambiti

lavorativi mediante gli assestments

(commissioni di

periti preposte a questo compito),

che potrebbero portare

ad un proporzionamento

degli stipendi degli addetti,

in relazione a una scala meritocratica.

In risposta al quesito

postogli circa la “fuga

dei cervelli”, afferma che “il

Governo Italiano non ha mai

creduto nella scienza”. Attingendo

dunque alla memoria

storica nazionale, ci riferisce

un esempio: agli albori del

progresso nelle ricerche in

materia di fisica nucleare,

l’Italia deteneva il primato

nel settore; i ricercatori tuttavia,

non ricevendo alcun

finanziamento (al tempo dei

fatti era Presidente del Con-

18

Giovani e futuro: pros

siglio Alcide De Gasperi),

decisero di emigrare in Svizzera

e di dar vita lì a una fondazione

di ricerca e studio.

Alle parole del Prof. Bertini

fanno seguito quelle di G.

Moretti (presidente dell’Associazione

“Quadrifoglio”),

che, alla domanda “Quali

sono stati i motivi del suo successo

nel campo imprenditoriale?”,

risponde che trenta

anni fa “era più semplice”

conseguire risultati analoghi

al suo. Questo perché negli

anni ’70-’80 si aveva una

prospettiva di sfruttamento

delle scoperte scientifiche

e così chi era molto curioso

aveva modo di poter tradurre

le sue passioni in qualcosa

di tecnico. Oggi tuttavia

la difficoltà è rappresentata

dal fatto che “se si ha una

buona idea, contemporaneamente

ci sono altre cinquemila

persone che hanno

lo stesso progetto”: dunque

per potersi affermare in una

così ardua realtà bisogna mirare

a sviluppare una grande

passione “canalizzandosi

su obiettivi concretamente

realizzabili”. “Abbiamo bisogno

di gente che studia”:

con questa affermazione

G.Moretti manifesta la ne-

cessità di una sempre maggiore

profusione di impegno

da parte dei giovani in campi

come la robotica, le scienze

di materiali e le nanotecnologie.

Non bisogna dunque

perdere la volontà di investire:

non solo denaro (come si

evince dal precedente intervento

del Prof. Bertini), ma

anche tempo nello studio.

Il terzo protagonista dell’intervista

è un docente di una

scuola secondaria di primo

grado fiorentina, a cui viene

chiesto “se oggi fare il professore

è ancora qualcosa di

consigliabile, in virtù della

sua missione di formare i futuri

componenti della società”.

La sua risposta: “E’ evidente

che mi diverto a fare

questo lavoro!”. Infatti, pur

rappresentando un modello

di realizzazione economica

molto modesto, il docente

è compensato da una “passione

vicinissima al divertimento”,

avendo scelto il suo

lavoro poiché “ ama gli studenti

così come sono”. Egli

è investito del compito di

portare qualità nella formazione,

qualità che peraltro è

facilmente misurabile dalla

società: ecco dunque giusti-


giornata all’insegna della condivisione delle esperienze e del confronto.

pettive e suggerimenti

ficate le lamentele che oggi

giungono a raffica contro la

scuola, “derivanti dal fatto

che tutti possono valutare

l’operato degli insegnanti”.

Riguardo all’assolvimento

del mandato affidatogli dalla

società, egli afferma di non

aver frustrazioni, pur ritenendo

di non poter attribuire

una valutazione a se stesso.

Il fulcro dell’attenzione si

sposta dunque dal mondo

della scuola a quello dell’artigianato:

l’orafo Alessandro

Davi. Attingendo nuovamente

alla memoria storica nazionale,

si può notare come

nel dopoguerra si sia avuta

una mutazione nella concezione

del lavoro dell’operaio

e dell’impiegato, ritenuto di

rango superiore rispetto a

quello del contadino e dell’

artigiano; ciò ha prodotto un

impoverimento di personale

nei settori e ha trasformato

alcune professioni secolari

in “professioni a rischio”. Da

qui la domanda: “come si fa

a convincere la famiglia e il

ragazzo a ritenere il lavoro

di artigiano equivalente alle

altre professioni?”. A. Dali ci

presenta dunque una figura

quasi esoterica dell’artigiano,

inteso come “creatore”

e, come lui ci ricorda, “creare

è l’opera umana più vicina

a Dio”. Inoltre egli sfata

il mito della dicotomia tra

attività culturale e artigianato,

in quanto “la cultura è il

nutrimento dell’artigiano”,

il quale, come la storia ci

insegna, deve avere nozioni

di scultura e pittura, poiché

non si può, ad esempio,

realizzare un gioiello senza

rudimenti di queste arti.

Rimanendo in ambito ar-

tistico e ricollegandosi al

tema dell’istruzione, a prendere

la parola è il direttore

di un istituto superiore per

le industrie artistiche, che

presenta la filosofia formativa

predicata dal suo istituto

come una “coniugazione

tra sapere e saper fare”.

Esemplificativa di questa

asserzione è, secondo lui,

la figura della casalinga e la

cultura di cui lei è portatrice:

l’attività che lei svolge in

cucina non è infatti dissimile

da quella di un filosofo, in

quanto implica conoscenze

di chimica, fisica e persino di

estetica (si pensi alla portata

che, per essere invitante,

deve essere anche bella).

Dal campo dell’arte si vola

verso quello trasversale

dell’“information technology”,

che vede come esponente

il fondatore di “Dada”,

Alessandro Sordi. Oggi,

come ognuno può notare,

siamo immersi nella nuvola

di Internet, ma “c’è davvero

spazio per i giovani, per la

rete o non c’è posto per tutti?”.

Questa è la domanda

che F. Colonna rivolge ad A.

Sordi. Egli, descrivendo Internet

come un “campo infinito”,

afferma che bisogna

porsi in un’ottica di positività

rispetto all’innovazione tecnologica,

poiché “il mondo

va avanti a una velocità incredibile”.

Il requisito necessario

dunque per inserirsi

in questa realtà in continua

espansione è quello di avere

un sogno e di portarlo avanti

con determinazione: è quello

“di essere focalizzati”. A

tal proposito, citando un

episodio del film “The Social

Network”, lui ci descrive con

ferventi parole l’immagine

di Zacchenberg (fondatore

di “Facebook”) chiuso in una

stanza della sua villetta con

un suo amico, che decide

persino di non aprire la porta

al suono del campanello

poiché totalmente impegnato

nella progettazione

di quello che sarà il motivo

del suo successo. Questa

determinazione ha infatti

portato il ventisettenne, nonostante

la sua giovane età,

ad essere “il terzo uomo più

ricco del mondo di sempre”.

A conclusione dell’intervista

vi è l’ intervento di Federico

Mannini, chef di un famoso

hotel di Firenze. Anche quella

del cuoco è una professione

impegnativa, che richiede

conoscenze trasversali nel

campo della chimica, logistica,

management e, perché

no, anche della psicologia,

poiché “ la cucina è un posto

di gelosie”.Questa è la differenza

fondamentale tra “chi

sa cucinare bene e uno chef”.

Dunque, rimanendo in ambito

culinario, sulla base

delle considerazioni degli

intervistati, possiamo affermare

che gli “ingredienti”

alla base della “ricetta” del

successo sono la cultura della

meritocrazia, mescolata

con un pizzico di quel virtuosismo

che nella storia ha

sempre caratterizzato “il genio

italiano”e con la fiducia

riposta in un sogno: del percorso

di realizzazione di ogni

uomo parlava già lo scrittore

latino del I sec. a.C. Cicerone,

che affermava: “Sed nihil

est magnum somnianti”.

All. Domenico TOTA

19


Considerazioni e pensieri sull’arte e, soprattutto, sugli artisti: matti oppure geni? Scopriamolo!

La mente di ogni uomo è qualcosa

di unico e incredibile:

ciascuno vede e interpreta la

realtà a modo suo. Ma ci sono

uomini la cui realtà è talmente

diversa da quella percepita

dalla “massa” da esser defini-

ti folli. E molti di questi “folli”

sono uomini che noi oggi studiamo

sui libri di storia, di arte,

di letteratura, di medicina,

come “artisti” o “geni”. Perché

esiste un limite, un confine

sottile e a volte invisibile

tra genialità e follia, e i geni

sono coloro che vivono proprio

su quel confine, facendo

della loro pazzia la loro forza.

Esempi ce ne sono tantissimi,

partendo dal mondo

dell’arte. Come dimenticare

Munch, l’autore del celebre

“Urlo”. Proprio questo quadro,

il suo più famoso, è sintomo

di quell’angoscia patologica

che lo perseguitò per tutta la

vita: un uomo, su un ponte, in

un’atmosfera irreale che suscita

lo stesso sentimento di ansia

e pessimismo nella società

che spinse l’autore a dipingere

l’opera, tanto che la prima

mostra in cui fu esposto venne

chiusa per lo scalpore suscitato.

Un urlo contro una società

20

Bravi e maledetti

senza futuro, un mondo pieno

di sofferenza e diretto verso

la distruzione. Ma anche Van

Gogh, l’artista folle per antonomasia.

Celebre l’episodio

dell’orecchio, che il pittore si

tagliò dopo una lite con l’artista

Gauguin per poi regalarlo

ad una prostituta. I

suoi quadri racchiudono

un mondo fatto di figure

distorte, di quei colori e

quelle forme che affogavano

la sua mente, da lui

stesso definita malata. E

ancora tanti altri, da Dalì,

tormentato dalla paranoia,

a Monet, la cui depressione

lo ossessionò

per tutta la vita.Ma non

solo il mondo dell’arte fu

pieno di folli; anche la letteratura

è tempestata di

scrittori carichi di manie

e ossessioni. L’inglese Edgar

Allan Poe cadde in un

profondo stato di follia in

seguito alla morte della moglie,

aggravato anche dall’alcool

che lo distrusse nei suoi ultimi

anni. La sua angoscia si riversa

interamente nelle sue opere,

classici di paura e tensione

di sempre: morì in ospedale

dopo esser stato trovato in stato

di shock in una strada, con

vestiti non suoi, nominando il

nome di un certo “Reymond”,

la cui identità è tuttora ignota,

senza riuscire a spiegare cosa

gli fosse successo. Ma anche

gli italiani Manzoni e Leopardi,

il primo agorafobo, talmente

spaventato dalla folla e dai luoghi

aperti da non uscire mai di

casa, il secondo affetto da numerosissime

malattie fisiche

che lo portarono alla depressione

e a frequentissimi cambi

di umore, passando dall’euforia

alla più totale disperazione.

Per finire anche un grande

matematico moderno era ed

è tuttora affetto da schizofrenia:

John Nash, Nobel per

l’economia nel 1994, è stato

per tutta la vita ossessionato

dai fantasmi della sua mente,

personaggi che gli apparivano

reali e che lui, con una forza

di volontà infinita, evitando

per quanto possibile l’uso di

farmaci, ha imparato a ignorare.

La sua incredibile storia

è diventata, nel 2001, anche

un film, “A beautiful mind”,

vincitore di quattro Oscar.

Tutte queste persone sono

definite geni, nonostante la

pazzia che li ossessionava; c’è

allora da chiedersi, cos’è la

pazzia? Uno stato di confusione

e di indisciplina, una malattia

che rende chi ne viene colpito,

più distante dalla realtà,

tanto da non poterne far parte,

da dover essere chiuso in

manicomio? Oppure un dono,

un qualcosa di speciale donato

a pochi? La scrittrice italiana

Alda Merini, affetta da sindrome

bipolare (cambi frequenti

di umore) come tanti altri

scrittori, tra cui Hemingway,

Woolf, Byron, ha definito la

follia “una maggiore acutezza

dei sensi”. E forse ha ragione,

perché è grazie a quella follia

che tutti questi uomini e queste

donne sono riusciti a dare

sfogo alla loro genialità, perché

il genio è qualcosa che va

oltre la realtà, e solo un folle,

che vive una realtà distante,

diversa da quella comune, è in

grado di percepire quel particolare

necessario a risolvere

problemi impossibili, a creare

opere incredibili, sfruttando

una sensibilità superiore, un

percezione del mondo diversa.

Persino il greco Aristotele

disse che “Non esiste grande

genio senza una dose di

follia”. Perché la follia, forse,

può essere anche un dono.

All. Ilaria LAGALANTE


Oltre il Cancello

Il calcio in lutto 14.04.12

Sabato 14 aprile scorso,

durante la partita Pescara-

Livorno, valida per il

campionato di calcio della

serie B, il centrocampista del

Livorno, Piermario Morosini,

si è accasciato a terra colpito

da un malore. Poco dopo la

notizia della morte. Stando

alle dichiarazioni del primario

di cardiologia dell’Ospedale

Santo Spirito di Pescara,

Leonardo Paloscia, il giovane

giocatore sarebbe arrivato

a bordo di un’ambulanza in

arresto cardiaco. A 26 anni,

Piermario Morosini, orfano

di genitori e con un fratello

suicida, lascia una sorella disabile; a lei, l’Onlus “Udinese per

la vita”, garantirà cure e assistenze.

Un pensiero ai nostri militari 20.04.12

Due fucilieri, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, della

Marina Militare in servizio sulla petroliera italiana Enrica

Lexie, accusati dell’uccisione di due pescatori indiani in uno

scontro a fuoco in acque internazionali, sono stati arrestati

il 20 febbraio scorso dalla polizia indiana. Secondo le

perizie indiane, i due “Marò”, tuttora in carcere, avrebbero

sparato al peschereccio “St. Anthony” poichè scambiato per

un’imbarcazione pirata. La prossima udienza del processo di

terrà il 20 aprile.

Ricordiamo anche il sergente Michele Silvestri caduto

il 4 marzo in

Afghanistan

nel corso di un

attacco a colpi

di mortaio. Il

giovane aveva 33

anni ed era alla

sesta missione

con il 27/esimo

Genio guastatori

di Caserta.

All. Eleonora GIURI

Roma ladrona? 24.03.12

Nell’ambito di una inchiesta

sui finanziamenti elettorali,

i Carabinieri e la Guardia di

Finanza hanno perquisito

la sede milanese della Lega

Nord. Le indagini ancora

in corso hanno rivelato

che il tesoriere del partito,

Francesco Belsito, avrebbe

indirizzato somme di denaro

ricevute dallo Stato a titolo

di rimborso delle spese

elettorali, “per esigenze

personali della famiglia del

leader Umberto Bossi”. Il

leader del Carroccio si è

tolto dalla linea dirigenziale

del partito, imitato dal figlio

Renzo, il quale si è dimesso

da Consigliere Regionale

della Lombardia. Accusata

di essersi impadronita

di soldi del partito, oltre

alla famiglia Bossi, è Rosy

Mauro, senatrice della Lega

e vicepresidente del Senato,

la quale, dopo essere stata

definita da Maroni “mela

marcia”, è stata radiata dal

partito.

21


22

Storia dell’Aeronautica

Fra le varie sfaccettature

che caratterizzano il mezzo

aereo, probabilmente la più

affascinante e “romantica”

è la specialità della caccia.

Inizialmente gli aeroplani

erano sfruttati solamente

come veicoli di ricognizione

o al massimo per ingaggiare

con armamento leggero le

truppe a terra (cfr. Esperesso

n°2-“Terror Bombing”). Per

evitare che le proprie truppe

venissero individuate dai

ricognitori, si introdussero

Il “Barone Rosso”

aerei estremamente manovrabili,

armati di mitragliatrici,

in grado di intercettare

ed abbattere ogni possibile

presenza nemica nei cieli.

Solo nella Prima Guerra

Mondiale, però, si assistette

ai primi scontri fra gli

aerei da “caccia”. I migliori

Cavalieri dell’aria

fra i piloti venivano insigniti

del titolo di “Asso”, titolo

che spesso veniva assegnato

al quinto abbattimento.

Fra le varie nazioni esistevano

diversi sistemi per accreditare

le vittorie: ad esempio

per la Germania contavano

solo gli abbattimenti che

potevano essere confermati

dalle truppe di terra. Per i piloti

inglesi valeva la sola parola

del pilota, considerato un

gentleman. Per gli stati Uni-

ti, invece, erano calcolati gli

abbattimenti solo se confermati,

ma erano prese in considerazione

le testimonianze

dei compagni di squadriglia

e, se l’abbattimento era stato

effettuato in concorso con

altri compagni, il punteggio

dell’abbattimento era ripartito

fra tutti coloro che ne ave-

vano preso parte - si trovano

quindi piloti con, ad esempio,

13 abbattimenti e 1/2-.

Tramite questa “graduatoria

degli Assi” emersero figure

importanti come Manfred

Von Richtofen, “Il Barone

Rosso” (Germania; 80

vittorie), Renè Fonk (Francia;

75 v.), Edward Mannok

(UK; 73 v.), Francesco Baracca

(Italia; 34 v.) o Eddie

Rickenbacker (USA; 26 v.).

La figura dell’Asso, da quel

momento, venne affiancata a

quella del cavaliere dell’aria,

del combattente leale e coraggioso,

in una guerra dove

ogni lealtà veniva messa da

parte pur di espugnare un

semplice nido di mitragliatrice.

Un esempio per tutti:

Baracca sosteneva che mirava

all’aereo, e non al pilota.

Infatti, al primo abbattimento,

dato che il pilota era riuscito

a salvarsi atterrando,

Baracca atterrò nei pressi

per sincerarsi delle condizioni

del nemico e per congratularsi

del combattimento.

Nella Seconda Guerra Mondiale,

invece, si ebbe un miglioramento

notevole della

tecnologia impiegata sugli

aeromobili e questo consentì

un maggiore impiego del

mezzo aereo anche in rapporto

alle esigenze strategiche

della nazione, ma anche

un’estraneazione dai vaolri

cavallereschi che avevano

contraddistinto gli assi della

Grande Guerra. Un esempio

lampante di questo furono la

Battaglia d’Inghilterra, combattuta

esclusivamente da


Me 262

aeroplani, e la Battaglia del

Mar dei Coralli, prima battaglia

navale combattuta senza

che nessuna nave sparasse un

colpo contro un’altra imbarcazione.

Tutte battaglie nelle

quali ogni nemico abbattuto

era una minaccia in meno

per il paese, da annientare

con ogni mezzo possibile.

I più importanti piloti di questo

periodo furono per lo più

tedeschi. Questo perché?

Perché gli ingegneri tedeschi,

verso la fine del conflitto,

avevano completato e

messo in linea, infatti, i primi

caccia a reazione (come il

celebre Me 262), estremamente

superiori a ogni altro

velivolo a quel tempo disponibile

-eccezione che conferma

la regola: Hartmann,

il miglior pilota della storia,

come vedremo dopo, volava

sul BF-109, aereo a elica-.

Troviamo, infatti, i 352 abbattimenti

di Erich “Bubi” Hartmann,

pilota con più vittorie

nella storia, e la Luftwaffe,

l’aeronautica tedesca, imbattuta

per altri undici posizioni,

fino ai 94 abbattimenti

di I. Juutilainen, finlandese.

Per quanto riguarda l’Italia, il

primato è detenuto da Franco

Lucchini con 28 vittorie segui-

to da Adriano Visconti con 24.

Anche se in epoche più recenti

non si ha una quantità

così grande di scontri fra

caccia, nella Guerra di Corea,

in quella del Vietnam, nella

Guerra Arabo-Israeliana e nel

conflitto fra Iran e Iraq, comunque

si riscontrano piloti

dalle nove alle venti vittorie!

Recentemente, però, anche

grazie a sistemi d’arma

all’avanguardia, e anche per

il fatto che le recenti operazioni

su suolo straniero contro

il terrorismo si articolano

contro un nemico che

non dispone materialmente

del mezzo aereo, si sta assistendo

a una diminuzione,

se non quasi alla scomparsa,

del combattimento fra

aeroplani da caccia e alla

relegazione di questi ultimi

a compiti di difesa aerea.

Forse, tra qualche decennio,

si assisterà di nuovo a battaglie

in cui gli assi di una parte

combatteranno contro i migliori

piloti dell’altra? Solo

il tempo ci darà la risposta.

All. Francesco BARABINO

Nel frattempo

nel mondo...

Un caccia inglese lasciò

cadere sul campobase

tedesco di Cappy

il seguente messaggio:

“AL CORPO D’AVIAZIONE

TEDESCO. Il Capitano Barone

Manfred Von Richtofen è

stato ucciso in battaglia il

21 aprile 1918 e seppellito

con tutti gli onori militari”.

Quello che per i francesi

era le diable rouge e per

gli inglesi the red baron, si

chiamava Manfred Albrecht

Freiherr von Richthofen,

nato a Breslavia il 2 maggio

1892 e ricordato con

l’appellativo d i B a ro n e ro s s o .

Il suo primo combattimento

-vittorioso- avvenne sopra

Cambrai, Francia, il 17

settembre 1916. Nel 1917

gli fu affidato il comando

della Jasta 11, la squadriglia

da caccia che in seguito

sarebbe diventata nota

come il Circo Volante in

virtù dei vivaci colori che

decoravano gli apparecchi,

ma anche per l’abilità dei

piloti, scelti attentamente

da Richto fen ste s s o .

Il 21 aprile 1918, decollò dal

campo di Cappy per il suo

ultimo volo. Vedendo che

il cugino, anch’esso pilota,

era in pericolo, si diresse

a difenderlo e, passando

sulle linee nemiche,

venne abbattuto dal fuoco

combinato da terra e dall’aria.

Alcuni sostengono che fosse

riuscito atterrare ancora in

vita ed avesse avuto la forza

di pronunciare le sue ultime

parole: “Kaputt” (è la fine),

riferito al suo aeroplano.

Questa è l’ultima immagine

di colui che è ricordato

come l’Asso degli Assi.

All. Nicolò IMBRIANI

23


24

PANORAMA

I

Ludi


Allievi ed Allieve della Scuola

Douhet, BEN FATTO! Al di

là dei risultati, al di là delle

vittorie e degli insuccessi, al

di là di coppe e medaglie, noi

abbiamo portato a casa un

grande risultato: IMPEGNO

E DETERMINAZIONE.

Questi valori vi hanno

accomunato, animato,

spronato e portato a

raggiungere i vostri obiettivi

che non sono stati scanditi da

un cronometro, delineati da

una pista in tartan o iniziati

al suono di un fischietto,

ma sono permanentemente

aleggiati su tutti voi

durante l’anno scolastico

e in particolare durante il

periodo dei Ludi sportivi.

Prefissarsi un target e

raggiungerlo è un tema

che ricorrerà sovente

Parola allo staff

nella vostra vita: oggi è

lo sport, domani sarà un

qualsiasi altro impegno.

Fare squadra e “stringersi a

coorte” (per citare il nostro

Inno Nazionale) è un altro

elemento di cui farete tesoro

in futuro affinché si possa

raggiungere un obiettivo

non individuale ma comune.

In Forza Armata esiste un

sostantivo, “interoperabilità”,

che appunto si può accostare

a questo concetto nei suoi

contenuti più essenziali.

Ringrazio la Redazione

dell’Esperesso per l’insistente

opera di “corteggiamento”

che da più parti mi è pervenuta

affinché io scrivessi per voi.

Posso confessarvi che lo faccio

anche con un pizzico di orgoglio

per il lavoro da me fatto.

Ma buona parte della mia

soddisfazione siete voi! 104

ragazzi che si sono impegnati

TUTTI, ad esclusione

di nessuno, e che, non

senza qualche momento

di stressante e febbrile

lavoro, mi avete tenuta

impegnata tutto l’anno.

Le vostre gioie son state

le mie, le vostre amarezze

le mie, le vostre vittorie le

mie, le vostre sconfitte le

mie…. una simbiosi perfetta,

coinvolgente, emozionante

al punto che la fatica passava

spesso in secondo piano.

Allievi ed Allieve, cosa

dirvi? Fate tesoro di questa

esperienza e di questa

sana competizione perché

soprattutto in questi anni,

nel prossimo futuro, il Paese

avrà sempre più bisogno

di chi sappia competere.

E soprattutto muovetevi

sempre sotto l’egida dei valori

di onestà, lealtà e correttezza

che faranno di voi cittadini

migliori e persone affidabili.

Cap. Annalisa CAROTA

25


“Uno per tutti, tutti per uno”. E’ questo lo spirito che ha animato i nostri atleti.

Difficile pensare all’atletica

come a qualcosa di diverso

da uno sport individuale!

Eppure l’aria frizzante che

si respira tra i corridoi della

palazzina Italia durante

il periodo dei Ludi Sportivi

non riguarda solo gli appuntamenti

dove si sfidano

nelle varie squadre. Anzi,

l’interesse sembra più rivolto

a quelle competizioni

che si attendono fin dal ritorno

dalla licenza di Natale.

Ma sì, dai! Non facciamo

di questa corsetta leggera

di 3-4 minuti scarsi un taboo!

E’ dei 1000mt che sto

parlando! Perché in effetti,

strano a dirsi, per quanto

siano i più temuti, sono anche

i più attesi, più di qualsiasi

altra partita o staffetta;

perché ognuno vede

qualcosa in questa gara: chi

un podio da conquistare,

chi un nullo da recupera-

re, chi semplicemente un

record personale da battere.

Ma la consapevolezza

che più sprona ciascuno ad

26

Atletica

andare avanti è quella che

l’oro, l’argento, il bronzo,

il nullo, il punteggio alto o

quello basso, tutto ciò che

si raggiunge al traguardo,

non è dell’individuo, ma di

quell’onda colorata che dagli

spalti urla il tuo nome:

“Espero! Espero! Espero!”.

A chi importa più, allo-

ra, dell’acido lattico che

paralizza il quadricipite?

Affinché però questo breve

elogio al mezzofondo non

sia inteso paradossalmente

come unico motivo di coesione

nell’atletica, sarebbe

giusto parlare anche delle

altre discipline specifiche

che riguardano questo

sport. Mi ritroverei, a questo

punto, a essere un po’

ripetitiva e forse incompresa,

in quanto le sensazioni

che si provano sul tartan

rosso della pista sono sempre

le stesse, ma percepite

in modo diverso da 33 allievi,

che saltano, corrono

e resistono ogni volta che

uno di loro gareggia. Abbandoniamo

allora questa

concezione individualista

dell’atletica e aspettiamo

a braccia aperte e (quasi)

pronti alla prova-costume

i prossimi fatidici Ludi!

All. Benedetta DE SALVE


Essere un tutt’uno con l’acqua, per se stessi e per i propri compagni. Parola al Corso Dardo.

Quest’anno, come da tradizione,

sono cominciati i

“Ludi sportivi” della scuola

Douhet. Per un periodo della

durata di circa un mese

tutti gli allievi sono chiamati

a confrontarsi e misurarsi

in diverse specialità e discipline

quali i 100 e i 1000

metri piani, salto in alto,

lancio del peso e 50 metri

stile libero, oltre che partecipare,

come membri di una

squadra, a tornei di pallavolo

e basket, così come a

staffette di atletica e nuoto.

Il divertimento è assicurato;

al di là delle vittorie conseguite

o delle sconfitte subite

l’evento è sicuramente

un’occasione per stare

insieme in un contesto diverso

da quello scolastico

dove i numerosi impegni

di ciascuno spesso sacrificano

le attenzioni che ogni

allievo dovrebbe spendere

per rafforzare il cosiddetto

“spirito di corso”.

Un’altra opportunità offerta

dai giochi consiste nell’au-

Nuoto

mentare la coesione tra i

vari corsi i quali, nell’ottica

di una sana competizione,

diventano in questo frangente

i rappresentanti di

quei valori che lo sport da

sempre suggerisce. La lealtà,

rispetto, gioco di squadra

sono dunque alcuni dei

pilastri su cui nasce questa

tradizione e ad ognuno di

noi resta la possibilità di

esprimerli attraverso le discipline

che più preferiamo.

Ogni persona infatti, possiede

un’attitudine per una

certa specialità nella quale,

sfruttando una piena sintonia

con il proprio corpo

trova le condizioni migliori

per esprimere al massimo

la bellezza e le emozioni

uniche dello sport. L’attività

sportiva diventa quindi

un modo per

conoscere le

proprie potenzialità;tutto

ciò a me è

accaduto con

il nuoto. Nuotare

è come

andare in bicicletta,

una

volta imparato

non si dimentica

mai,

ma solo con

anni di allenamento

un nuotatore riesce

a sentirsi un tutt’uno con

l’acqua che lo avvolge. Non

servono libri o grafici su cui

studiare, tutti impariamo

riuscendo ad interpretare

le sensazioni che il corpo

percepisce e fornendoci

un’idea di quello che può

essere il nostro limite. E’ per

questo che andiamo avanti

ed indietro per ore, perché

non esiste miglior obiettivo

che riuscire a superare se

stessi e più bella gioia che

oltrepassare il proprio limite.

Ciò è possibile solo con

un allenamento continuo

ed intenso; queste sono le

fatiche da sopportare ripagate

però pienamente

dalle emozioni vissute. Ringraziando

la redazione del

giornalino “L’Esperesso”

per avermi concesso la possibilità

di pubblicare questo

articolo concludo augurando

a tutti i partecipanti

un buon divertimento ed i

migliori risultati possibili.

All. Filippo GIACCHERO

27


Non tutte le sconfitte vengono per nuocere. Le considerazioni del Corso Espero.

Bastava vincere solo due

set per vivere la speranza

di conquistare i Ludi 2012!

Ma così non è stato!

Usciti reduci dalla faticosa

vittoria sul Primo Corso,

avevamo come unico obiettivo

quello di prevalere sul

Corso Dardo: ci credevamo,

non vedevamo l’ora di entrare

in campo sicuramente

più sicuri di noi stessi rispetto

alla prima partita; ma non

è andata come speravamo.

Fisicamente la squadra

era sul parquet, ma la testa

chissà su quale pianeta

stava viaggiando!

Non abbiamo lottato, non

abbiamo dato il massimo…

proprio per que-

28

Pallavolo

sto c’è stata l’amarezza!

Quando abbiamo visto

cadere quell’ultima palla

del match a terra,con

lei sono cadute tutte

le nostre aspettative.

Tornati in base c’erano i

nostri amici che, una volta

saputo risultato, con il loro

viso sono riusciti ad esprimere

quella delusione che

ci ha spezzato il cuore. Ma

il loro abbraccio ci ha fatto

capire che non eravamo soli:

c’era un Corso che ci avrebbe

supportato e avrebbe

condiviso con noi quel momento

di sconforto. Così è

stato. La sconfitta ci ha unito

più di quanto avrebbe fatto

la vittoria: è bastato poco

quindi per fare tornare il

sorriso sulle nostre facce.

Non è mancato il pensiero

alla partita vinta, forse inaspettatamente,

sul Primo

Corso, alla gioia provata in

quel momento, alla soddisfazione

di aver creato e

ben orchestrato una squadra

in grado di competere

con le altre e alla voglia di

voler conquistare il titolo.

Ma anche nelle cose in

cui sembra non esserci

nessun lato positivo bisogna

vedere il “bicchiere

mezzo pieno”: nel nostro

caso è stata la presenza e

il sostegno dell’ESPERO,

che c’è e ci sarà sempre!

Arrivederci ai Ludi

2013, ovviamente dopo

il Trofeo Interscuole

All. Veronica DE PIPPO


I Ludi visti dai più “piccoli”. Ecco cosa ne pensa la squadra di basket del Primo Corso.

Anche quest’anno, come tradizione

vuole ormai dal 2007,

sono arrivati i Ludi sportivi.

La competizione vede fronteggiarsi

i tre corsi in gare

individuali, quali i 50 metri

stile libero, il getto del peso,

il salto in alto, i 100 metri e

i “temutissimi” 1000 metri,

e di squadra: pallavolo, basket,

staffetta 4x100 e staffetta

10x50 stile libero. Queste,

però, sono solo le gare che

compongono i ludi e, come

ricordava il Gen. D.A. Pietro

Valente nel suo discorso nella

cerimonia di apertura dei

Ludi, queste competizioni

non sono soltanto ristrette

al campo sportivo, ma la loro

essenza va ricercata nell’insegnamento

che offrono, che

sarà valevole per tutta la vita.

Sono competitività, determinazione,

orgoglio, voglia di

vincere e, soprattutto, coesione

e spirito di corso. Infatti

i protagonisti sono gli allievi,

che ormai da un mese si sfidano

e che uniti, anche negli

sport individuali, cercano di

raggiungere la vittoria, conquistando

l’ambito “Trofeo

Douhet”. Così ci si ritrova davanti

a tre corsi che, animati

da esperienze diverse, vivono

in tre modi i Ludi: il Primo

Corso, impaurito dalla sua

prima presenza nella competizione,

ma che ce la mette

tutta per non sfigurare, perché

nessun primo corso ha

mai vinto e quindi si potrebbe

magari fare la storia, il Secondo

anno, impegnatissimo,

che vuole primeggiare sugli

altri tentando un’impresa riuscita

a pochi, e il Terzo anno,

gli Anziani, che vogliono lasciare

un ricordo indelebile

ai corsi futuri, e che quindi si

giocano l’ultima chance. Con

speranza e voglia di vincere

Basket

i Ludi 2012 si sono aperti il 6

marzo, presso la palestra della

Scuola. Si è subito entrati

nel vivo della competizione

e il tempo delle gare, dominate

dall’intensità del gioco,

è quasi giunto alla fine. Tra i

tanti, uno sport in particolare

è risaltato in questa edizione

dei ludi, per il coinvolgimento

dei corsi e per l’intensità

espressa nelle gare: il Basket.

Naturalmente Il Corso Dardo,

memore dei successi degli

anni precedenti, è favorito

sugli altri, mentre noi, Primo

anno, abbiamo solo voglia di

dimostrare il nostro valore.

Quindi, così come gli Anziani,

anche noi abbiamo affrontato

e sconfitto il corso Espero,

ed ora attendiamo la sfida

che chiuderà sicuramente in

bellezza questa edizione dei

Ludi. Durante queste partite,

come tipico del basket, si è

assistito a gare emozionanti,

esaltate dall’atmosfera di festa

e partecipazione della tifoseria.

Tutti i giocatori hanno

dato il loro massimo, senza

esclusione di colpi, ostentando,

tra fischi, urla, cori e rulli

di tamburo, la loro passione

in campo. Così si giunge alla

fine delle partite, con le gambe

tremanti e il fiato corto per

lo sforzo, con la platea che,

nonostante la voce che inizia

a mancare, continua a gridare

e per una sera non si è più

primo, secondo o terzo anno,

ma vincitori o vinti. Vincere,

dimostrare le proprie qualità,

raggiungere la vittoria e lasciare

il proprio nome nell’albo

dei vincitori, o perdere e

vedere infrangersi le proprie

speranze, le proprie ambizioni,

i propri sogni: vincere o

perdere, battere i pronostici

o deludere le aspettative,

questi sono i nostri primi ludi,

questo è lo sport che amiamo.

All. Giuseppe IANNELLI

All. Serena SGANZERLA

29


GARE A SQUADRA

30

1000 Mt. PIANI

100 Mt. PIANI

50 Mt. STILE

SALTO IN ALTO

GETTO DEL PESO

1° CLASS. M 1° CLASS. F

2° CLAS

PALLAVOLO POSIZIONE BASKET

DARDO

ESPERO

PRIMO CORSO

PRIMO CORSO ESPERO DARDO

1

5’04,35”

All. Andrea IACHINI

Espero

2’56,8”

All. Massimo LEONE PERRONE

Dardo

11”9

All. Filippo GIACCHERO

Dardo

25”6

All. Edoardo RINALDI

Espero

11,68 m

3

5’11,99’’

All. Alessio LUXOR

Dardo

168 cm

1

3

2

2

5’08,47’’

All. Giulia IPPOLITI

Dardo

3’42,8”

All. Giulia IPPOLITI

Dardo

13”9 - RECORD della scuola

All. Giuliana LAGUARDIA

Dardo

33”0

All. Benedetta DE SALVE - Espero

All. Veronica DE PIPPO - Espero

130 cm

All. Angela FERRO

Dardo

8,44 m - RECORD della scuola

DARDO

ESPERO

PRIMO CORSO

STAFFETTA

10X50 SL.

All. Ludovico M

Primo C

26”4

All. Francesco

Primo Co

165 cm

POSIZIONE

Tutto il ros

1

3

2

All. Arturo LA

Dardo

3’01,9

All. Arturo LAUD

All. Alberto BET

12”4

All. Anthony J.

Primo C

11,29


GARE INDIVIDUALI

S. M 2° CLASS. F 3° CLASS. M 3° CLASS. F

UDATO

’’

ATO - Dardo

TI - Espero

ASSAFRA

orso

COSMANI

rso

PACIOLLA

orso

m

POSIZIONE

1

2

3

All. Benedetta DE SALVE

Espero

3’43,8”

All. Benedetta DE SALVE

Espero

14”4

All. Giulia IPPOLITI

Dardo

33”7

All. Giulia IPPOLITI - Dardo

All. Ida VENDITTELLI - Dardo

125 cm

All. Chiara BAIONE

Primo Corso

7,95 m

STAFFETTA

4X100 Mt.

a dei ludi

Maschile Femminile Corsi

All. Edoardo RINALDI

Espero

2662 pt.

All. Filippo GIACCHERO

Dardo

2551 pt.

All. Arturo LAUDATO

Dardo

2454 pt.

All. Dario PALAGI - Espero

All. Edoardo RINALDI - Espero

3’00,00”

All. Edoardo RINALDI - Espero

All. Marco PLEBISCITO - Espero

12”4

All. Lorenzo SALVATORI

Primo Corso

27”5

All. Filippo GIACCHERO - Dardo

All. Esteban PODESTA - Espero

157 cm

All. Gianluca PERINO

Dardo

10,26 m

All. Alessia ALBANESI

Dardo

4’10,08’’

All. Ida VENDITTELLI - Dardo

All. Giusy SONTINO - Primo

14”8

All. Ilaria LAGALANTE

Espero

35”3

All. Ida VENDITTELLI

Dardo

7,66 m

DARDO ESPERO PRIMO CORSO

2

47,3’’

All. Giulia IPPOLITI

Dardo

2431 pt.

All. ida VENDITTELLI

Dardo

2279 pt.

All. Benedetta DE SALVE

Espero

2202 pt.

1

46,3’’

RECORD della scuola

GENERALE

DARDO

4070,94 pt.

PRIMO CORSO

3710,49 pt.

ESPERO

3103 pt.

3

49,41’’

31


Anche quest’anno, all’avvicinarsi della Pasqua, la Scuola Douhet ha partecipato all’iniziativa

benefica “Cerco un uovo amico”, promossa dall’Associazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma.

L’Associazione, fondata con lo scopo di sostenere la ricerca scientifica sul Neuroblastoma

ed i tumori pediatrici, ha sostenuto la vendita di uova pasquali il cui ricavato

andrà devoluto alla ricerca, in particolare quella sui tumori celebrali che oggi sono considerati

la prima causa di morte per malattia in età prescolare. L’iniziativa, sotto l’Alto Patronato

del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio di Rai Segretariato Sociale, è arrivata alla

.

18^ edizione e ha visto la grande adesione di tutte le Forza Armate e dei Corpi dello Stato;

la Scuola

.

Douhet

.

non

.

è stata

.

da meno

.

partecipando

.

e

.

dimostrando

.

la sua

.

solidarietà.

.

La Dott.ssa Sara Costa, presidentenssa dell’Associazione, porge un sicero ringraziamento a

tutti coloro i quali hanno voluto partecipare in occasione della Pasqua appena trascorsa.

La Redazione

32

Pubblichiamo ora la lettera inviataci dal Comandante delle Scuole

dell’Aeronautica Militare/ 3° Regione Aerea, Gen. S.A. Mario Renzo Ottone a

seguito della sua visita presso la nostra scuola.

Bari 16/02/2012

Cari allievi della Douhet,

con questa mia desidero ringraziarvi dell’accoglienza che mi avete

voluto riservare in occasione della mia recente visita a Firenze.

In particolare, sono grato ai ragazzi del Corso Espero per avermi

voluto dare il loro giornalino, che trovo interessante e ben fatto. Ed

è per me anche il modo per potervi seguire nella vostra esperienza

presso la scuola.

Con l’occasione vi rivolgo i miei più affettuosi auguri per la

buona riuscita della vostra esperienza scolastica e formativa

nell’Aeronautica Militare.

Generale S.A. Mario Renzo Ottone

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