L'isola di cemento - James G. Ballard.pdf - Autistici/Inventati

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L'isola di cemento - James G. Ballard.pdf - Autistici/Inventati

contro i lividi sul petto e sull'addome.

Sotto il cavalcavia l'erba non cresceva: il terreno umido era scurito dal liquido oleoso che colava dai

mucchi di rifiuti e bidoni rotti al di là della rete metallica. Cento metri di filo di ferro escludevano

dall'isola cumuli di pneumatici e latte vuote, mobili da ufficio sfondati, sacchi di cemento indurito.

Impalcature edili, balle di filo metallico arrugginito e pezzi di motore formavano cataste così alte che

Maitland dubitava che anche tagliando la recinzione sarebbe poi riuscito a penetrare in quella giungla di

rifiuti.

Senza alzarsi, Maitland si volse a guardare la recinzione: alta sopra di lui, proiettata nel cielo chiaro

d'aprile, si slanciava la campata di cemento del cavalcavia, con l'ampia carreggiata che rimbombava

leggermente per la pressione del traffico. Tenendo la pinza con entrambe le mani, lavorò a una maglia

metallica saggiando coi denti il filo d'acciaio: alla debole luce vide che era riuscito appena a intaccarlo.

L'aria frizzante lo fece rabbrividire. Strisciando sul terreno la chiave inglese e quella a tubo, si trascinò

per tre o quattro metri fino al paletto d'acciaio, cui le sezioni adiacenti di rete erano assicurate per

mezzo di un bordo continuo, imbullonato a una piastra di sostegno con dadi autobloccanti. Regolata la

chiave inglese, Maitland provò con un bullone, ma ormai era troppo debole anche per bloccare bene la

testa, figurarsi allentarlo. Levò lo sguardo all'alta recinzione... dieci anni prima, o forse dieci giorni,

avrebbe avuto forza sufficiente per arrampicarsi a mani nude.

Gettò la chiave inglese, e provò con quella a tubo a grattare la terra scura: per quanto viscida d'olio, era

impenetrabile come cuoio bagnato. Scavare un passaggio sotto la recinzione avrebbe significato dover

rimuovere almeno un metro cubo di suolo compatto per poi farsi strada in un cumulo alto tre metri di

gomme d'autocarro pesanti cinquanta chili l'una.

L'aria scura e pungente gli trafiggeva i polmoni: tremando nei vestiti umidi, Maitland rimise in tasca gli

attrezzi. Quando riemerse alla luce, l'erba alta ondeggiò intorno alle sue cosce come per trasmettergli

un po' di calore. Vacillando, Maitland fissò i lontani terrapieni del nodo autostradale: era digiuno ormai

da ventiquattro ore, e i primi veri morsi della fame, fin lì attutiti dallo choc dell'incidente, gli facevano

venire le vertigini. Con uno sforzo mise a fuoco il tettuccio della Jaguar: l'auto era appena visibile sopra

l'erba, che durante il tentativo fallito della recinzione sembrava cresciuta di molti centimetri.

Raccogliendo le forze, attraversò l'isola in direzione del confine sud. Ogni dieci passi si fermava per

aprirsi la strada con la stampella fra le grosse piante d'ortica. Raggiunse un muricciolo e salì alcuni

gradini che dai resti del vialetto di un giardino finivano nell'aria. Quelle macerie erano tutto ciò che

rimaneva di una casa vittoriana tutta stucchi demolita qualche anno prima.

La superficie dell'isola era decisamente irregolare. L'erba ammantava tutto, sollevandosi e ricadendo

come le onde di un mare capriccioso. Lungo l'asse centrale correva un ampio avvallamento, che rivelava

il tracciato di un vecchio viale di quartiere. Da entrambi i lati, l'erba cresciuta sulle sporgenze e sui

parapetti aveva cancellato le strade secondarie. Maitland superò l'avvallamento centrale e ascese il

pendio del lato sud, infilandosi nell'intervallo tra due bassi sambuchi che si opponevano all'invasione

delle ortiche. La stampella tintinnò contro un oggetto metallico; Maitland abbassò gli occhi e vide che

era una targa di ferro murata in una pietra tombale caduta: evidentemente si trovava in un vecchio

cimitero. Da un lato c'era un cumulo di lapidi, e una serie di cunette poco profonde era ciò che restava

della fila di sepolture. Maitland immaginò che i resti fossero stati trasferiti in un ossario. Sopra di lui

sorgeva l'alta scarpata del raccordo. Dieci metri più su, nascosto dal guardrail, scorreva il traffico: il

ronzio dei motori si mescolava al frastuono remoto della mattina metropolitana. Camminò sul margine

della scarpata: il suolo era coperto di pacchetti di sigarette, mozziconi di sigaro, carta da pacchi,

profilattici usati e bustine di fiammiferi vuote. Cinquanta metri più avanti il cassone di cemento di un

cartello stradale sporgeva dal terrapieno.

Maitland affrettò il passo, procedendo a scatti sul terreno soffice. Come aveva immaginato, ai piedi del

cassone scendeva uno scolatoio. Il canaletto, che la pioggia teneva libero dai rifiuti, costeggiava il muro

di cemento fino all'imbocco di una chiavica. C'era una griglia di ferro battuto oltre la quale il tunnel di

scolo penetrava nella scarpata, emergendone un centinaio di metri più avanti.

Maitland batté sulla griglia con la stampella. Constatò impassibile che non sarebbe riuscito a scardinare

la pesante struttura metallica. Ispezionò

le sbarre, domandandosi oziosamente se erano abbastanza spaziate da infilarci una mano. Quindi si

voltò e ripercorse il suo cammino tra i rifiuti, spiaccicando i pacchetti di sigarette con la stampella.

Mentre arrancava a testa bassa esplose in una collera vacua e senza emozione, sbraitando fra sé

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